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Title: Della storia d'Italia, v. 1-2 - dalle origini fino ai nostri giorni - Sommario
Author: Balbo, Cesare, 1789-1853
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Della storia d'Italia, v. 1-2 - dalle origini fino ai nostri giorni - Sommario" ***

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(Images generously made available by Editore Laterza and
the Biblioteca Italiana at
http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)



  SCRITTORI D'ITALIA


  CESARE BALBO

  DELLA STORIA D'ITALIA
  DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI GIORNI

  SOMMARIO
  A CURA DI
  FAUSTO NICOLINI


  VOLUME PRIMO


  BARI
  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI

  1913



  A SUA MAESTÁ

  VITTORIO EMANUELE III

  GLI "SCRITTORI D'ITALIA"
  EDITI COL CONSIGLIO DI B. CROCE
  E CON LA CURA DI F. NICOLINI
  PERVENUTI AL L VOLUME

  LA CASA G. LATERZA & FIGLI

  DEDICA

  COME LA SUA OPERA PIÚ FERVIDA
  IN SERVIGIO DELLA PATRIA



  CESARE BALBO

  DELLA STORIA D'ITALIA
  DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI GIORNI

  SOMMARIO
  A CURA DI
  FAUSTO NICOLINI

  VOLUME PRIMO

  BARI

  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

  1913


  PROPRIETÁ LETTERARIA
  MARZO MCMXIII--34360



                           RESTI
                  CONSACRATO ALLA MEMORIA
                         DEL MIO RE
                       CARLO ALBERTO
                       QUESTO VOLUME
                        SCRITTO GIÁ
                  TRA GLI URGENTI DESIDÈRI
                     DEL GRAN TENTATIVO
                           DI LUI
                    OMAGGIO POSTUMO ORA
            DI GRATITUDINE E DEVOZIONE PERDURATE
   TRA LE CONCITAZIONI GLI ERRORI E I DOLORI DELL'IMPRESA
                         CRESCIUTE
                DALLE SVENTURE E DALLA MORTE
                           DI LUI
              SOMMO MARTIRE DELL'INDIPENDENZA
                SOMMA VITTIMA DELLE INVIDIE
                          ITALIANE



PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE

(Losanna, Bonamici, 1846).


Il presente ristretto è stato scritto ad uso dell'_Enciclopedia
popolare_ che si viene stampando in questa cittá. Gentilmente
richiestone, or fa l'anno, da quegli editori, io accettai molto
volentieri l'incarico, l'occasione di raccogliere in uno e compendiare
i vari studi di storia d'Italia che io era venuto facendo dal 1824 in
qua. Ma il tempo, lo spazio or concedutimi erano brevissimi; e poi,
quelle condizioni della pubblicitá in Italia che ognun sa, sforzavano
quegli editori, ed, accettato l'incarico, me stesso ad alcune
soppressioni. E di queste, ed anche piú di quella fretta, rimangono
numerose tracce e nell'edizione dell'_Enciclopedia_, ed in quella
staccatane e lasciata, salvo il sesto e l'errata, compiutamente
conforme, affinché ella fosse sofferta dove era stata sofferta la
prima. Quindi io avea premura, lo confesso, di sottoporre a' miei
compatrioti un'edizione compiuta, e quanto sapessi, nel medesimo
tempo, corretta.--E tale è questa.

Ma a malgrado la nuova o totale elaborazione, niuno sa meglio di me
quanto rimanga questo lavoro pieno di difetti; irreparabili gli uni
come dipendenti dalla natura dell'opera o da mie forze inadeguate, piú
o meno correggibili gli altri. I quali ultimi poi possono essere di
due sorte: errori e dimenticanze di fatti importanti, errori di
giudizi, di opinioni.

Degli errori e delle dimenticanze di fatti, io desidero, io domando a' miei
colti leggitori, di volermi donare quante piú correzioni vengano loro
vedute possibili, serbando la natura, l'estrema brevitá dell'opera; e di
donarmele privatamente o pubblicamente, in qualunque modo paia loro piú
opportuno e piú comodo. Se mai con qualche lavoro precedente o col presente
io mi sia acquistata la benevolenza di alcuni, io questi prego specialmente
di essermi larghi di tale aiuto. Ed oso pur pregarne quegli stessi a cui lo
scrittore rimanga indifferente, ma a cui tal non sia la storia di nostra
patria, o l'uso che si può fare di essa. Finché non avremo un grande e vero
corpo di storia nazionale, da cui si faccia poi con piú facilitá e piú
esattezza uno di que' ristretti destinati ad andar per le mani di tutti, o
come si dice, un «manuale», io non so se m'ingannino le mie speranze di
scrittore, ma tal mi pare possa esser questo. Né mi porrò a dire l'utilitá
che verrebbe d'un tal manuale ben fatto; ma è appunto a far questo intanto
il men cattivo possibile, ch'io domando l'aiuto de' compatrioti. E giá il
signor Predari direttore dell'_Enciclopedia_, a cui debbo inoltre
l'occasione di questo libro, e via via i signori Carlo Promis, Federigo
Sclopis, Luigi Cibrario, Roberto e Massimo d'Azeglio, Ricotti e Carena non
mi negarono di tali aiuti; i quali io nomino ed a gratitudine ed a vanto,
né senza speranza di poter a questi aggiugner altri onorati nomi, quando
che sia.

Quanto alle opinioni storiche o politiche, io so bene, che voglia io o
non voglia, me ne saranno fatte critiche, piú o meno moderate, piú o
meno cortesi, piú o meno esatte, secondo la natura, l'educazione e gli
studi di ciascuno; e che l'ultime di queste potranno certo esser utili
agli studiosi di nostra storia. Ma non paia superbia se aggiungo, che
queste critiche, cioè in somma queste esposizioni delle opinioni
altrui, potran difficilmente mutar le mie; siccome quelle che sono non
solamente sincere, ma da lunghi anni concepite e quasi fattemi passar
in sangue, e dall'educazione ricevuta da un padre lungamente,
onoratissimamente sperimentato ne' pubblici affari, e da quel poco di
sperienza che potei acquistar io stesso dal 1808 al 1821, e dall'aver
sofferto per esse poi, e dai non brevi studi fatti d'allora in poi. E
mi si conceda aggiugnere, che pochi uomini, anche de' paesi piú
liberi, hanno al par di me quell'indipendenza di opinioni che è somma
forse di tutte, quella che viene a uno scrittore dall'aver poco a
temere, nulla a sperare politicamente per sé. È vero, che, come ognuno
che scriva, io tengo in gran pregio, io desidero con ardore quel
consenso de' leggitori, quella simpatia de' compatrioti che si chiama
«popolaritá», e che è insieme sanzione di ciò che s'è voluto far per
la patria, e mezzo a servirla ulteriormente; ed è vero che quando io
n'ebbi alcun cenno (da que' giovani italiani principalmente, nelle cui
mani son per passare i destini della patria), mi venner dimenticate
tutte quelle pene, che non son poche, dello scrivere in Italia, e
dimenticate le risoluzioni di non iscrivere piú. Ma appunto la
popolaritá mi parve sempre, come i pubblici uffici, mezzo di potenza,
mezzo di servire la patria, e non piú; come scopo ultimo, nulla sono
gli uffici, nulla la popolaritá. E quindi chi è ridotto a servir la
patria d'«opere d'inchiostro», cioè d'opere di veritá, se abbandoni
scientemente questa la quale sola può giovare, per correr dietro alla
popolaritá, ei corre dietro a un mezzo senza scopo, a un nulla che
porta a nulla. Ei mi fu detto giá, che alcune opinioni mie non sono
popolari in Italia. Tanto meglio dunque l'averle scritte: quando si
scrive con vero e vivo convincimento, non si suole scriver ciò di che
tutti sien giá persuasi; si scrive appunto per far passare le proprie
opinioni dalla minoritá alla pluralitá. E quest'è che dá sovente piú
calore agli scritti della minoritá: la brama di diventar pluralitá
colle ragioni. Il che poi, sol che si potessero far correr davvero e
sufficientemente le ragioni, sarebbe forse piú facile in Italia che
altrove; perché, tra tutti i vizi acquistati, ella serba
indestruttibili, e prime forse del mondo, le sue facoltá, le sue virtú
intellettuali.

Il desiderio di rimanere indipendente, non solamente da altrui ma per
cosí dir da me stesso, da ciò che possa essere in me men ragione che
sentimento, mi fece fermarmi all'anno 1814. Giá lungo tutta l'opera
m'era paruto penosissimo quell'ufficio storico del giudicar cosí
brevemente tanti fatti, tanti uomini grandissimi; la brevitá aggiugne
inevitabilmente alla severitá; le parole stringate e tronche prendono
naturalmente aspetto di assolute, aspre, superbe. E giá, appressandomi
a' tempi nostri, mi si era raddoppiata tal pena. Ma ei mi sarebbe
riuscito intollerabile cosí giudicare gli uomini viventi, e a me non
ignoti, né per benefizio né per ingiuria. Io mostrai in altro scritto
non aver ripugnanza, non timor forse al discorrere delle cose
presenti; ma appunto ne discorsi lá distesamente, e prendendo agio a
quelle eccezioni e spiegazioni, che sole fan tollerabile un tal
discorso alla coscienza d'uno scrittore. Ei fu detto giá, doversi ai
morti non piú che la veritá, ma ai vivi anche riguardi. Ma io non so
fino a qual punto sia giusta tal distinzione; parendomi che a morti e
vivi si debbano veritá e riguardi; salvo un solo di piú ai vivi,
quello di lasciarli finir lor vita prima di giudicarli definitamente e
assolutamente. Iddio stesso fa cosí; finché dura lo stato di prova, ei
lascia a tutti di poter giustificare e ricomprar le opere fatte colle
fattibili: non tronchiamo a nessuno il tempo conceduto da Dio.--Del
resto, l'aver appunto parlato del tempo presente in un altro studio
mio, m'era nuova ragione di non riparlarne qui. Io desidero che il
presente studio rimanga introduzione o compimento a quello.

Finalmente, parrá forse ad alcuni che un semplice sommario avrebbe
potuto e dovuto scriversi sciolto da qualunque opinione, e che cosí
scritto avrebbe potuto durar utile piú a lungo. Ma prima, ei mi parve
sempre materialmente impossibile scrivere una storia, o un compendio,
o una stessa tavola cronologica, senza esprimere piú o meno le proprie
opinioni: chi si vanta di cosí fare, nol fa all'opera; e per applicar
qui un modo di dire napoleonico, le opinioni si scopron fin dietro
alle date ed alle virgole. E poi, elle mi paiono forse piú necessarie
e piú utili ad esprimersi in un compendio che in una storia distesa;
piú necessarie, perché quanto meno si scende ai particolari, tanto piú
diventa indispensabile spiegar i fatti con quelle esposizioni
generali, che in somma sono esposizioni di opinioni; piú utili, perché
quanto piú si accumulano e si ravvicinano fatti a fatti, tanto piú ne
risultano a vicenda spiegate e quasi commentate le opinioni. E cosí,
per vero dire, veggo essere stato fatto da Bossuet, da Hainault, que'
modelli de' compendiatori, ed anche da Mignet e Zschokke a' nostri dí.
Che anzi, perché non dirlo? non che vergognarmene, io me ne vanto: un
compendio destinato non agli eruditi, non ai letterati; ma a' semplici
colti, e cosí ai piú numerosi e piú pratici uomini d'una nazione,
porge un'ottima occasione a persuadere i compatrioti, una di quelle
occasioni che non si lasciano sfuggire da nessuno sinceramente
convinto delle proprie opinioni, e caldo quindi a promuoverle. E
quanto al durare o non durare, io temo che duri pur troppo lungamente
opportuno l'inculcare nelle menti e nei cuori italiani quel principio
d'indipendenza che è il nucleo, il substrato di tutte le mie opinioni
storiche o politiche. E venga pur il tempo che non si tratti piú
d'acquistare ma solamente di applicare quel principio, quella fortuna,
quella virtú. Non che invecchiare, io credo che ella sará allora
ringiovenita, piú cara a tutti; ed io la veggo aver cosí ispirate le
migliori storie delle piú indipendenti nazioni del mondo. Del resto,
porti pur questo libretto le tracce del tempo suo: è destino di ben
altri e maggiori, e le storie specialmente (se ne persuadano
leggitori, scrittori, critici e governi), o bisogna spegnerle del
tutto, o lasciarle ritrarre insieme e i tempi di che elle scrivono, e
quelli in cui elle furono scritte.

Torino, 16 novembre 1846.



PREFAZIONE

PROGETTATA DALL'AUTORE PER L'EDIZIONE NONA

Nella prefazione all'edizione terza di Losanna 1846, ho esposto come
mi venisse scritto questo volume ad uso di un'enciclopedia, quali
aiuti e difficoltá vi avessi, quali opposizioni io prevedessi
dall'opinione di quei tempi; tutti que' particolari insomma, che sono
o paiono necessari a dirsi, al momento di una pubblicazione. Ma
passati pochi anni, tuttociò non ha guari piú interesse se non per chi
scriva forse qualche articolo di bibliografia, biografia, o storia
letteraria.

E cosí sará probabilmente dei particolari seguenti che mi paiono ora
necessari. Non tenendo conto delle due edizioni fatte senza mia saputa
(con data di Bastia... e Losanna 1849)[1], questa è la prima, che
rifaccia io dopo quella terza del 1846. Ora, cosí facendo dopo quattro
tali anni, io v'avevo due soli modi schietti: primo, ristampare
esattamente il mio testo del 1846, per serbare cosí intiero quel poco
di merito o di fortuna che poté essere allora a prevedere e suggerire
qua o lá alcuni «invidiati veri». E confesserò che, oltre alla
pigrizia, la mia vanitá letteraria, od anche politica, mi fece pendere
a tal modo. Ma per cosí fare con indisputabile ischiettezza, era
necessario non introdurre una correzione né di storia, né di stile, o
nemmeno di stampa; lasciare il testo scrupolosamente qual era, e poter
dire che non vi s'era mutato una sillaba. E mi parve men bello, e
forse brutto sagrificare a quelle vanitá quanti miglioramenti avessi a
fare, ora omai, al mio lavoro. Se io ristampassi quelle opere
politiche che scrissi giá a diverse occasioni, io mi terrei a siffatto
modo di riproduzione letterale, sola onesta in tal caso. Ma qualunque
scritto fatto con intenzione a tutti i tempi, e perciò qualunque
storia, deve certamente migliorarsi dallo scrittore, finché e quanto
piú possa.--Quindi mi appigliai e seguii il secondo modo; di fare
tutte le correzioni di stampa, di stile, di storia, od anche di
politica, che mi venisser sembrando necessarie od utili, senza niun
ritegno né cattiva vergogna. Io m'ero giá dato l'esempio di non temer
condannarmi, accennando ai fatti del 1809; che se poi io abbia forse
dimostrata qualche consistenza di princípi e di fatti nella mia non
breve vita letteraria o politica, io me l'attribuisco non a merito ma
a fortuna; alla fortuna primamente dell'educazione e degli esempi
paterni, ed a quella pur forse d'essermi rivolto a questi studi della
storia nostra. Né di biasimo, ma di lode mi sembran degni coloro,
pochi pur troppo, i quali sanno fare buon pro degli insegnamenti dati
dalla sperienza o dallo spettacolo di grandi eventi.

  [1] Le edizioni che si fecero di questo libro senza saputa
    dell'autore furono cinque, fatte a Losanna nel 1848 e nel 1849, a
    Milano, a Napoli ed a Bastia; onde l'ultima del 1852 fatta a
    Torino, con consenso dell'autore, riuscí la nona, e la presente è
    la decima, se non se ne son fatte altre (Nota dell'edizione Le
    Monnier).

Ma il fatto sta che effettuando con tali propositi le mie correzioni,
e facendone innumerevoli di stampa e di stile, ed alcune ne' fatti
storici, non ne trovai, ch'io ne sia conscio, una sola da fare ne'
miei princípi storici o politici, ed una sola (che notai) nelle mie
previsioni; e che tutte le altre mi sembrano anzi, esser consistite in
porre al passato alcune allusioni le quali erano al futuro, ovvero in
confermare, e rinforzare i princípi giá posti.--Del resto, le due
edizioni sono lí, facili ad aversi alle mani da chiunque voglia
comparare, giudicare o biasimare. Io abbandono il mio libro e me
stesso a' miei critici nemici od amici. Non trovai tempo finora, ed
ancor meno genio a scrivere delle cose mie; né forse ne troverò: e
rimango intanto non senza fiducia che la mia indifesa perseveranza sia
per aggiungere qualche conferma a quei princípi, di che penetrato io
ogni di piú, è naturale ch'io desideri penetrare i miei compatrioti.

A coloro poi i quali biasimano, quasi contrario alla imparzialitá
della storia, questo modo di scriverne, non solamente narrando ma
giudicando, io ho giá risposto e nella citata prefazione ed altrove.
Ma perché, se v'è colpa, io l'ho aggravata nella presente edizione,
aggiugnerò qui: che l'imparzialitá mi sembra consistere non nel non
giudicare, ma nel giudicare imparzialmente; che anzi non capisco come
possa essere imparzialitá dove non sia giudizio; che senza questo non
può essere se non indifferenza, e che le storie (fortunatamente rare)
scritte con indifferenza alla virtú od al vizio, alla buona od alla
cattiva politica della patria, adempiono male quell'ufficio, che pur
si pretende imporre alla storia, di maestra della vita pubblica degli
uomini e delle nazioni. Del resto, tutto ciò tocca a una questione piú
che letteraria e delle piú importanti nelle condizioni presenti della
patria nostra. A qualunque nazione è necessario farsi e tener ferma
una politica nazionale. È chiaro per sé; uomo o nazione, niuno vive
bene senza uno scopo buono e ben tenuto; e la fortuna è de'
perduranti. Ma abbondano gli esempi a conferma: Roma antica, ed anche
moderna; casa d'Austria da parecchi secoli; casa Prussia e casa Russia
da poco piú di uno; il piccolo e nuovo Belgio da vent'anni; e
sopratutto quei due popoli che vantan comune il vecchio sangue
sassone, ma si trovano in condizioni e luoghi cosí diversi; vecchio
l'uno sul proprio suolo, monarchico, ed in mezzo agli interessi
europei; nuovo l'altro all'incontro, repubblicano ed isolato fra le
solitudini americane; e che tutti e due colla fermezza delle loro
politiche interne sono cresciuti, l'uno da centocinquanta l'altro da
settantacinque anni, a tal grandezza da contendersi e dividersi oramai
l'imperio, il primato, l'egemonia dell'orbe intiero. Noi siamo lungi
da siffatti destini; non abbiamo da conquistar egemonie, preoccupate
da altri, impossibili a tramutarsi, stolte a sognarsi, per ogni
avvenire prevedibile. Ma abbiamo conquiste molto piú importanti a fare
o compiere; la libertá e l'indipendenza importano incomparabilmente
piú che l'imperio del mondo. Né arriveremo mai a siffatti scopi, se
non sappiamo prefiggerli a noi stessi con sapienza, e tendervi poi con
virilitá e costanza; cioè se non sappiam farci e seguir poi una buona
politica nazionale. Miriamo agli esempi contrari e fatali del secolo
presente: Francia, Spagna, Germania, Polonia; o meglio, miriamo a noi
stessi da quattordici secoli in qua fino a ieri.

Nelle monarchie assolute e nelle aristocrazie, le politiche nazionali
si fondano e si serbano molto piú facilmente; basta un gran principe o
un gran cittadino ad inventarle; e si tramandano poi per successione,
per educazione, per tradizione. Fu giá piú difficile nelle democrazie
antiche e del medio evo, dove molti giá concorrevano ad avviare o
sviare la cosa pubblica; ma negli Stati rappresentativi moderni
(repubbliche o monarchie con poca differenza, benché con qualche
vantaggio dell'ultime) i concorrenti alla cosa pubblica non sono piú a
migliaia, né a centinaia di migliaia, come i cittadini raccolti sulle
piazze di quelle repubbliche municipali; bensí a milioni sparsi su
territori estesi e diversi; ondeché è cresciuta d'altrettanto,
dall'uno al mille talora, la difficoltá di formare e serbare
quell'opinione comune e costante che forma e serba qualunque politica
nazionale. Che anzi, la difficoltá sarebbe impossibilitá senza
quell'aiuto, quello stromento somministrato a tempo dalla Provvidenza
conduttrice degli eventi umani; non fu possibile il vero e durevole
ordinamento de' governi rappresentativi, prima che si fosse inventato
e diffuso un mezzo ad ampliare la discussione della cosa pubblica in
quella medesima proporzione, prima che si fosse inventata e diffusa la
stampa. Io ho accennato in questo volume l'epoca dell'invenzione della
rappresentanza, precedente di due secoli alla invenzione, di tre o
quattro alla diffusione della stampa. E l'invenzione della
rappresentanza non serví, venne meno, si neglesse, si perdé, finché
non fu fatta e diffusa quella della stampa.

La stampa aiuta il buono ordinamento degli Stati rappresentativi in
tre modi: 1° diffondendo in tutti gli angoli del paese, portando a
cognizione di tutti i concorrenti alla cosa pubblica gli atti e i
discorsi e le opinioni degli uomini pubblici che la conducono; 2°
discutendo via via quegli atti, que' discorsi, quelle opinioni, tutta
la politica giornaliera; 3° innalzandosi a discutere, sforzandosi a
stabilire una politica permanente della nazione. I due primi uffici
sono della stampa giornaliera; dove questa esiste ed è libera, cessa
l'utilitá e la frequenza di quegli scritti politici fatti
all'occasione, che si dicono altrove «di circostanza», «_brochures_»,
«_pamphlets_». Ma tutt'all'incontro, l'ufficio di fondare la politica
permanente d'una nazione qualunque non può esser adempiuto bene dalla
stampa giornaliera; preoccupata della giornaliera politica; non si
può, non si suole adempier bene da essa, nemmeno presso alle nazioni
raccolte in uno Stato, dove sono una cosa sola la politica della
nazione e quella dello Stato; ma è piú impossibile che mai presso a
una nazione divisa in vari Stati, dove perciò sono cose
necessariamente moltiplici la politica della nazione intiera e le
politiche parziali degli Stati divisi. Non serve deplorar sempre i
fatti deplorabili; bisogna mutarli dove sia possibile; e dove no,
sapervi applicare la politica giornaliera o permanente della patria. E
cosí in una divisa in parecchi Stati, quand'anche fossero tutti
rappresentativi, bisogna saper vedere che la politica nazionale
permanente non è possibile a formarsi bene né dagli oratori né dai
pubblicisti giornalieri di ciascuno di quegli Stati; non è possibile,
se mai, se non da quegli scrittori che rotti alla pratica ed allo
studio della cosa pubblica ne sappiano raccôrre i risultati in
iscritti posati e meditati con mira alla patria intiera. Dico che
questi soli hanno probabilitá di fondare una politica permanente della
nazione italiana, perché non tengo per probabilitá computabile, tengo
per poco piú che caso, quello che avvenisse mai d'un principe od uomo
di Stato, cosí grande insieme e cosí fortunato, da vincere le
discordie e le invidie, da raccôrre in una le diverse opinioni, le
politiche parziali italiane.

Tolto un tal caso, un tal dono di Dio, che non si sprechi l'ufficio di
fondare la futura politica patria, non può appartenere se non agli
studi, agli scritti gravi, lungamente, virilmente apparecchiati e
condotti; non può appartenere se non a voi, giovani scrittori italiani
i quali venite su in etá tanto piú fortunata che non la nostra, i
quali v'avete non solamente quella libertá di scrivere e pubblicare,
quelle occasioni e quegli eccitamenti che non avemmo noi, ma uno scopo
oramai determinato e magnifico, lo scopo di mantenere ed estendere la
libertá e l'indipendenza. Non vi lasciate forse ingannare da vane
speranze o vani timori, lusinghe d'ogni pigrizia, impedimenti ad ogni
operare. Questa politica nazionale non ci è, ma ci può essere per
opera virile di voi. Non ci è, posciaché si tituba ancora; ne' fatti,
tra l'assolutismo e la libertá rappresentativa; e nell'opinione, tra
la monarchia rappresentativa e le repubbliche rappresentativa o
democratica o sociale o che so io, posciaché si dubita forse della
stessa necessitá dell'indipendenza, certo sui modi di acquistarla ed
ordinarla. Ma ella può essere poi certamente. Non sono i compatrioti
vostri piú ottusi o men capaci di ragione degli altri popoli civili;
sono, è vero, piú appassionati nell'azione, piú disavvezzi d'ogni
politica, piú nuovi alla rappresentativa: ma non vi lasciate
sgomentare; tali difficoltá son di quelle che si vincono. Voi
vincerete le passioni colla ragione, purché vogliate ragionare,
valendovi de' riposi che avvengono sempre tra le rivoluzioni; voi
vincerete ogni ignoranza con gli studi vostri, purché li sappiate fare
e scrivere poi con sinceritá, semplicitá e virilitá. Né vi lasciate
soverchiare, nemmeno dal sentimento (quantunque bello, in voi giovani
principalmente) del rispetto ai maggiori. I vostri grandi avi,
iniziatori di tutta la coltura e di gran parte della civiltá europea,
scrissero secondo le opportunitá e le possibilitá di quei princípi;
non potevano scrivere secondo le possibilitá e per le necessitá de'
vostri tempi progrediti e progredienti. I vostri avi piú vicini e
minori scrissero di ciò che potevano, e cosí non, o male, di politica,
lungo i tre secoli di servitú. E i vostri padri poterono a stento
abbozzare, accennare desidèri. Voi avete un dovere, un destino severo,
ma magnifico; avete tutto da fare in materia di politica nazionale,
avete un'opera meno da compiere che da fare o rifare tutta intiera;
tutta l'opera politica della patria vostra, tutte le parti ond'ella si
compone: spiegazioni del passato, esposizioni del presente, previsioni
dell'avvenire, storia generale della patria, storie speciali de'
diversi Stati e delle diverse etá, politica generale e politiche
speciali, statistiche od inventari delle forze vive o morte della
nazione, comparazione con quelle degli avversari, degli alleati, di
tutti i compagni di civiltá; ed avete ad inventare per fino le forme,
i mezzi, lo stile e la lingua a tutto ciò. Tutto ciò decadde ne' tre
secoli, né si può imitare da modelli piú antichi, antiquati. Voi avete
tutto a fare; voi siete nella piú bella condizione che sia o possa
essere al mondo, per uomini giovani, forti, e bramosi di servir la
patria.

Quanto alla storia in particolare, io non vorrei cadere in quel vizio
o pedanteria di esagerare l'importanza di quello studio a che abbia
atteso ciascuno piú specialmente. E quindi non aderirò a quel detto,
che la storia non sia la gran maestra della vita pubblica agli uomini
ed alle nazioni; piú gran maestra agli uni e all'altre è la pratica
senza dubbio. Ma dove manchi la buona pratica (e tale è il caso nostro
pur troppo), la storia è pure il miglior aiuto, il miglior fondamento
che si possa avere ad una politica nazionale. Mal si fonda qualunque
politica sulle piú profonde considerazioni teoriche o filosofiche,
ovvero sulle stesse condizioni naturali del paese o delle schiatte. A
quel modo che non poche cose fatte di mano degli uomini, come le
fortezze, le vie, i canali, i porti di mare e le grandi cittá
diventano condizioni del paese non meno reali od importanti che le
naturali, i monti, i fiumi, o le marine; cosí i fatti de' maggiori
lasciano tradizioni, memorie, nomi, glorie, addentellati, che son pur
essi realitá in mezzo a quelle de' fatti presenti. E la storia poi è
il solo registro di tali realitá; sola ella ricorda come sí sien poste
in opera or bene or male queste e tutte le altre realitá naturali od
artefatte, tutte le forze vive o morte della nazione; sola ella può
giudicare quali esempi patrii sieno da imitare, quali da fuggire. Una
nazione nuova senza storia (come l'americana) ha nel fondare la sua
politica i vantaggi degli uomini nuovi; piú operositá, piú o sola
preoccupazione avvenire, niun impaccio di diritti o pregiudizi
passati. Ma una nazione vecchia, e che perciò abbia storia, ma non la
sappia, non ha i vantaggi né degli uomini nuovi né degli antichi, ha
tutti gli svantaggi degli uni e degli altri, orgogli con ignoranze,
pregiudizi senza tradizioni, i vizi senza le virtú degli avi,
impossibilitá di rifare il passato, incapacitá di farsi un avvenire.
Non v'è rimedio; non si può uscire dalle condizioni del proprio
essere; bisogna saper esser bene ciò che si è; chi ha un passato,
debbe tenerne conto nel presente, se vuole apparecchiarsi un avvenire.

Ma io tronco questo discorso di un tempo che si annunzia oramai sereno
all'operositá italiana, per tornare alla mia oscuritá. Fu giá sogno di
mia gioventú letteraria scrivere una storia generale di mia patria. Fu
colpa mia non averlo adempiuto? Dio solo sa ciò che avrebbono potuto
gli uomini. Ad ogni modo questo volume è misero resto di quel sogno.
Sia tale almeno, che porti seco tutta quella utilitá che può avere. Un
ristretto come questo non può recare quegli esempi particolari che
soli servono d'insegnamento alla vita pubblica degli uomini; ma
raccogliendo in poco spazio e presentando cosí alla memoria ed
all'attenzione altrui la vita intiera d'una nazione, può servir talora
alla formazione della politica permanente di lei. Non aggiungo alla
piccolezza del lavoro né la miseria delle vanitá personali né quella
di troppa obbedienza alle supposte od anche alle buone regole. Se si
trovi soverchio il mio discorrere per un sommario, si muti questa
parola sul titolo, e vi si ponga _Discorsi_. Ci sará cosí almeno
conceduto il discorrere.

Per servire al medesimo scopo, ho esteso e posto al passato il cenno
ch'io faceva giá degli anni non finiti allora dal 1814 al 1848; ed ho
aggiunte alcune parole sugli anni presenti.--Debbo i miglioramenti
tipografici, e quello principale dell'indice dei nomi, a' miei
editori; e debbo al signor Reumont, tedesco caro all'Italia, alcune
correzioni dei fatti storici: ne avrei potute far altre, se in questi
anni in che si pensava a tutt'altro che libri, non avessi smarrite
alcune simili note mandatemi da altri benevoli ed attenti leggitori.
Se non fosse indiscrezione nuova, pregherei questi a rimandarmele, e
chicchessia a mandarmene altre. S'intende sempre correzioni di fatti;
ché, quanto a' princípi od opinioni, è piú difficile che mai ch'io ne
muti nessuna.

                         Torino, 5 novembre 1850.



LIBRO PRIMO

ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI

(anno 2600 circa--390 circa av. G. C.).


1. I tirreni.--Gli antichi, ed alcuni moderni, credettero i popoli
primitivi nati sul suolo in varie parti della terra; ma le scienze
fisiologiche, le filologiche e le storiche progredite non concedono
tali origini moltiplici; ne ammettono una sola, dall'Asia media tra
l'Indo e l'Eufrate, e da una famiglia cresciuta in tre schiatte,
semiti, camiti e giapetici.--L'Europa, salve poche e piccole
eccezioni, fu tutta de' giapetici. I primi stanziativi furono, secondo
tutte le apparenze, i iavani, iaoni, o ioni; i quali popolarono ciò
che chiamiam Grecia e i paesi all'intorno, e diedero nome di Ionio al
mare ulteriore.--I secondi furono probabilmente i tiraseni, tirseni,
raseni o tirreni, i quali occuparono ciò che chiamiamo Italia, e
diedero similmente il nome di Tirreno al mare ulteriore ad essi.
Vennero dalla punta dell'Asia minore, dall'ultime falde del Tauro, da
quelle regioni che si chiamaron poi Lidia; come risulta da tutte le
tradizioni italiche, duranti a' tempi ancora di Tacito. Dimorarono e
dieder nomi in Tracia; stanziarono nella nostra penisola; e par che vi
si dividessero in tre parti principali: i taurisci o montanari a
settentrione, di qua e forse di lá del nuovo Tauro, cioè dell'Alpi
nostre: i tusci od etrusci in mezzo: gli osci a mezzodí. E, fosser
parte della medesima grande schiatta, o solamente compagni della
medesima migrazione, par che insieme o poco appresso venissero i
veneti, e stanziassero nei paesi detti poi Venezia ed Illiria.--Perchè
poi da queste regioni si sparsero a settentrione molte genti, dette
giá veneti, illirici, pannoni, sarmati, e poi tzechi, lechi e russi,
ed ora comprese tutte sotto il nome di «slavi»; e perché, s'io non
m'inganno, alcuni segni di consanguineitá rimangono tra le lingue
slave ed italiche; perciò io crederei comune pure alle due schiatte
l'origine tirasena. Ma è semplice congettura.


2. Gli iberici.--Migrarono parimente nella penisola e nell'isole
nostre, gli iberici e i kettim, kelti o celti; due popoli ch'io
crederei staccati dalla famiglia de' iavani. Gli iberici (che nominiam
cosí per non entrare in lunga discussione sul nome loro primitivo),
giunti alla nostra penisola, si divisero; e gli iberi propriamente
detti progredirono oltre alle bocche del Rodano ed alla penisola detta
poi Iberia da essi, mentre gli altri rimasero da noi. Questi si
suddivisero poi, nominandosi ligi o liguri all'occidente di nostra
penisola sulle bocche del Rodano fin oltre i Pirenei, e probabilmente
anche nell'isole di Corsica e di Sardegna; vituli, viteli od itali, in
mezzo; siculi, siceli e sicani, nel mezzodí e nell'isola detta da essi
Sicania e Sicilia; nella quale, come nell'altre isole, tutti questi si
sovrapposero a' ciclopi, lestrigoni ed altre genti fenicie, camitiche
o semitiche. Ma tutti questi iberici, par che fossero men numerosi che
non i tirreni; e certo non occuparono definitamente se non la metá
occidentale della penisola, sia che ne cacciassero i tirreni, o che si
sovrapponessero ad essi e li signoreggiassero.


3. I celti-umbri.--Della migrazione celtica io crederei ch'ella si
dividesse prima di giugnere a noi in due grandi fiumane, di lá e di
qua dell'Alpi. La settentrionale risalí il Danubio, e stanziò intorno
ad esso; finché spinta innanzi dai dod, toth, deudch, teutch o
teutoni, passò il Reno ed occupò la gran regione detta da essi
Celtica, da qualche gente di essi Gallia, e l'altra detta Britannia.
La migrazione meridionale e minore dei celti-umbri entrò nella nostra
penisola, e vi si sovrappose a' tirreni in tutta la parte orientale
della nostra penisola dall'Alpi piú o meno fino al Metauro; onde ella
fece una punta tra gli Appennini lungo l'Ombrone, fino al mar Tirreno.
Ed essa pure vi si suddivise in tre: gl'isumbri od insubri sul Po; i
vilumbri alla marina; gli olumbri tra l'Appennino. Né faccia specie
questa divisione in tre, cosí costante tra' popoli italici: si ritrova
in ben altri; in quasi tutti quelli del globo, principalmente nei
giapetici.


4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie [anni 2600
circa-1600 circa].--Tuttociò nel millenio dall'anno 2600 al 1600,
approssimativamente. La prima di quest'epoche ci è data con gran
probabilitá dal trovar incontrastabilmente popolate giá allora non
soltanto l'Egitto e l'India piú vicine, ma anche la Cina piú discosta
che non le terre nostre dalla culla comune; la seconda con piú
certezza, dal trovar allora incontrastabili qui tutte tre le grandi
schiatte e le suddivisioni accennate.--Piú dubbio può rimanere
sull'ordine delle tre immigrazioni tirrena, iberica, umbra. Ma i
tirreni si trovan dapertutto, gli iberici nella metá piú lontana dal
punto d'arrivo, gli umbri piú vicini, e i tirreni sparsi, soggetti tra
gl'iberici e gli umbri; ondeché par probabile l'ordine detto: venuti
primi i tirreni; poi gl'iberici e gli umbri insieme, ovvero secondi
gli iberici e terzi gli umbri. Ad ogni modo, queste tre immigrazioni
precedettero senza dubbio le altre, si trovano stanziate quando
avvennero l'altre, e si possono quindi dir primarie.


5. I pelasgi; immigrazioni secondarie [1600 c.-1150 c.].--Durante quel
millenio [intorno al 1900] una serie d'immigrazioni marittime
succedettersi in Grecia, e furono secondo ogni probabilitá
principalmente di semiti. Venner cacciati probabilmente d'Egitto, di
Palestina o Fenicia; e col nome di pelasgi o _phalesgi_, che in lor
lingua suonava «dispersi» o «raminghi», si sovrapposero colá ai ioni
primitivi, occuparono e nomaron da essi Pelasgia la penisola
meridionale, salirono alla media, ed in Tessaglia. Regnarono,
guerreggiarono, sacerdotarono, incivilirono dapertutto. De' ioni
vinti, parte migrarono probabilmente, e son forse quelli veduti; parte
rimasero, o sudditi, o rifuggiti a' monti, e furono gli elisi o
elleni. Ridiscesero questi, o si sollevarono guidati da Deucalione ed
altri eroi; e, combattuta una lunga guerra d'indipendenza, di cui
l'ultima gran fazione fu la distruzione della pelasgica Troia intorno
al 1150, cacciarono dal suolo patrio gli stranieri pelasgi, ridotti
cosí a nuovo errare.--I piú e principali di questi cacciati migrarono
via via nella nostra penisola. La storia n'è chiara da molte
tradizioni; precipuamente da quelle raccolte da Dionisio
d'Alicarnasso, scrittore screditato giá da alcuni moderni, riposto in
onore da parecchi contemporanei nostri. Egli distingue le migrazioni,
le narra con particolari, ne cita e discute i fonti, le date; niuna
critica sana lo può rigettare.--La prima invasione venne dunque
intorno al 1600; approdò al seno de' peucezi, passò all'opposto degli
enotri (genti sicule probabilmente), s'estese, salí su per la penisola
fra altre genti sicule, itale, osche e tusche fino intorno a Rieti--La
seconda scese alla bocca meridionale del Po, a Spina, vi stanziò in
parte e fu distrutta, e parte penetrò fra gli umbri, gl'itali e i
tusci a raggiungere i consanguinei. Allora lá intorno a Rieti (in
quelle regioni dov'era stato probabilmente il centro degli itali, dove
fu poi certamente quello della gran sollevazione italica contro ai
romani, dove restano anche oggidí i nomi dell'«umbilico d'Italia», del
«gran sasso d'Italia») fu il centro della potenza pelasgica. Di lá
raggiarono, occupando e fortificando cittá e castella; lá abbondano
anche oggi le rovine di lor mura militari, simili alle pelasgiche di
Grecia nella costruzione e nel nome (_argos, acros, arx_). I siculi
furono rigettati a raggiungere i consanguinei in Sicania o Sicilia;
gl'itali, gli osci, i tusci, dispersi a' monti o soggiogati, come gli
elleni nell'altra penisola.


6. Continua.--E come gli elleni, essi ricacciarono poi quegli
stranieri. Perciocché l'ira degli dèi, dice Dionisio, l'ira del
servaggio diremo noi, sollevò tutti i nostri popoli primari contra a
questi secondari; l'unitá del servaggio li riuní in una impresa
d'indipendenza, simile all'ellenica, prima dell'italiche. E forse fin
d'allora crebbe il santo nome d'Italia, estendendosi dalla gente
prima, o piú ardita nell'impresa, alle seguaci. Ad ogni modo questa
incominciò e finí in poco piú d'una generazione, intorno al tempo
dell'assedio di Troia [1150 circa]. I pelasgi, ricacciati al mare per
la terza o quarta volta (dall'Egitto, dalla Palestina, dalla Ellenia
ed or dalla Tirrenia od Italia), si dispersero per l'ultima volta, or
pirateggiando, or rifuggendo in vari luoghi del continente e delle
isole elleniche, e fino in Tracia, dove alcuni pochi serbarono gran
tempo lor lingua, trovata barbara da Erodoto. Forse alcuni ne rimasero
nell'Italia o penisola inferiore. Ma furono pochi per certo; ondeché
di tanti sangui fin d'allora rimescolati nell'italico, non rimase
certamente se non a stille il pelasgico. Rimasero sí comuni co'
pelasgo-ellenici molte parole e numi, riti, costumi e simboli, e stili
di belle arti.


7. Magno-greci; immigrazioni terziarie [a. 1150 c.-600 c.].--Oltreché,
fosse per finir di cacciar di qua come da Troia gli odiati pelasgi, o
fosse per imitarli e sottentrar loro dopo che furono cacciati, ad ogni
modo gli elleni essi pure migrarono ripetutamente in Italia.--Le prime
migrazioni elleniche si confondono colle ultime pelasgiche, in guisa
da non potersi chiaramente distinguere. Pelasgiche od elleniche furono
quelle di Evandro e di Pallante alle bocche del Tevere.--Ellenica
forse quella di Ercole (eroe, mito, simbolo, a parer mio, dapertutto
della lotta ellenica contro a' pelasgi), il quale dicesi approdato
prima ai liguri, poi a quel medesimo Tevere.--Pelasgico-troiane
certamente quella di Antenore alle foci del Po, e quella di Enea che
fu terza sul Tevere.--Ed elleniche poi quelle posteriori e moltiplici,
per cui furono fondate le colonie di Taranto, Crotona, Sibari, Turio,
Locri, Regio, Cuma, Partenope e parecchie altre sulle due marine
meridionali; e Siracusa, Girgenti, Messina, Selinunte ed altre in
Sicilia; Cagliari in Sardegna; Alaria in Corsica.--Tutti insieme poi
questi elleni chiamaronsi «greci»; un nome che dicesi significasse
«antichi», e fu forse preso dagli elleni ad accennare la prioritá di
loro schiatta su quella de' pelasgi negli stanziamenti comuni. Perché
poi i nostri si dicessero, a differenza degli altri, «magno-greci»,
parmi difficile a risapere; essendo certamente men numerosi essi, e
men lati questi loro stanziamenti occidentali, che non gli originari
nella Grecia propriamente detta. Ad ogni modo, religioni,
costituzioni, dapprima regie, repubblicane poi, costumi, lingua ed
arti, tutta la civiltá e tutta la coltura, furono comuni alla madre
patria ed alle colonie, alla Grecia e alla Magna-Grecia.


8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei [1150 c.-600
c.].--Ma questi magno greci non occupavano forse tutte le marine, né
certo l'interno delle nostre regioni meridionali. Ivi duravano gli
itali principalmente, venutivi dalla media penisola, e sottentrativi
giá, poco prima o poco dopo della cacciata de' pelasgi, a' siculi loro
fratelli, quando passarono allora in Sicilia. E duravano, pur risorte
dopo quella cacciata, parecchie genti osche, ed altre dette latini,
sabini, sanniti, marsi, peligni, campani ecc.; de' quali sará forse
sempre impossibile determinare se appartenessero a questa o quella
delle schiatte primarie, secondarie, od anche terziarie, o se e come
si componessero di parecchie. Ad ogni modo, tutte insieme possono
considerarsi come membri di una civiltá e coltura intermediaria tra la
magno-greca a mezzodí, e l'etrusca a settentrione. Perciocché gli
etrusci furono il popolo principale risorto dopo i pelasgi. Liberati a
un tempo e da questi cacciati al mare, e dagli itali cacciati, o
progrediti da sé al mezzodí, rinnovarono la potenza tirrena. Furono
ristretti dapprima tra il Tevere, la Macra e l'Appennino; tra i popoli
testé nomati a mezzodí, i liguri a settentrione-ponente, gli umbri a
settentrione e levante; poco piú che la Toscana presente. Dodici cittá
principali vi ebbero, ma molte altre pure, regnate ciascuna
probabilmente da un principe chiamato «lucumone», governate inoltre da
un'aristocrazia di nobili chiamati «lars», confederate certamente
tutte tra sé. Niuna colonia straniera, niuna altra gente dominante
tramezzo. Quindi indipendenza compiuta, tranquillitá almeno esterna, e
commerci, marineria, arti, culti splendidi, civiltá e colture, o
eguali o poco minori dell'elleniche. E in breve, allargamenti,
conquiste. Condusser guerre secolari contro agli umbri; e il risultato
fu un'Etruria nuova, stabilita nell'Insubria tra l'Appennino, le Alpi
e quel mare che appunto allora, da Adria una di lor colonie, fu detto
Adriatico. Ivi pure dodici cittá principali; e i medesimi ordini
civili, i medesimi splendori di coltura. Ancora, pare che a mezzodí si
estendessero intorno al Liri, e v'avessero altre cittá; ma se queste
fossero propriamente etrusche, o solamente consanguinee tirrene-osche,
sará forse impossibile determinarsi mai, anche in istudi piú
speciali.--Ad ogni modo, dall'Alpi al mezzodí della penisola era
risorta la potenza, cresciuta la civiltá e la coltura degli antichi
tirreni; ma erasi concentrata dalla nazione intiera nella gente
etrusca. E le facevan quasi corona all'intorno, i liguri alla marina
oggi ancora nomata da essi, e sull'alto Po nelle sedi degli antichi
taurisci mescolati forse con essi e detti allora «taurini»; i veneti
sull'alto Adriatico; gli umbri ridotti forse fin d'allora a ciò che
ancor si chiama Umbria; le genti italo-osche, e i magno-greci a
mezzodí. Queste furono le condizioni de' nostri padri, per li quattro
secoli e mezzo dopo la cacciata de' pelasgi.


9. I galli, immigrazioni quaternarie [600 c.-391].--Ma fin dal secolo
sesto av. G. C. s'era raccolto in Asia un altro di que' nembi di
genti, che precipitaron di lá per tanti altri secoli ancora
sull'Europa. Un gran rimescolio, una gran contesa ribolliva in tutto
il settentrione dalle fonti dell'Indo fino alle bocche del Danubio,
tra le genti dette gog e magog, geti e massageti o piú modernamente
sciti, e quelle dette gomer, kimri, cimbri o cimmeri. Le prime, piú
orientali, cacciarono e spinsero le seconde in Europa. Queste, i
kimri, inondarono Germania, Gallia, e fin l'ultima Britannia, or
confondendosi, or frammettendosi tra le antiche schiatte teutoniche e
galliche. La Gallia, par che rimanesse divisa diagonalmente tra i
kimri a nord-ovest e i galli a sud-est verso noi. Ivi compressi,
travasarono questi nella nostra penisola, con immigrazioni successive,
le quali, tutte insieme e rispetto a noi, diremo quaternarie. Cinque
furono principali.--La prima sotto Belloveso scese pel Monginevra,
soggiogò i liguri taurini, entrò, passando il Ticino, nella Etruria
nuova; e ritrovativi gli antichi consanguinei, restituí forse ad essi
la libertá, e il nome d'Insubria, e fondò in mezzo Milano (forse
Mid-land o Mid-lawn), una grande e principal cittá.--La seconda sotto
Elitovio raggiunse la prima, compiè la conquista della manca del Po
fino a' veneti, e fondò Brescia e Verona.--La terza mista di galli e
liguri scese per l'Alpi marittime, e, rimasta a destra del Ticino,
stanziò in Piemonte.--La quarta mista di galli e kimri scese per
l'Alpi pennine, occupò i piani tra il Po e l'Appennino, e stanziò
principalmente nell'etrusca Felsina, nomata quindi Bologna da' boi una
di quelle genti.--La quinta si diffuse tra gli umbri dell'Adriatico,
e, passando gli Appennini, piantò, e da' senoni nomò Siena in grembo
alla stessa antica Etruria. Tuttociò dal 587 al 521; e la durata, la
moltiplicitá di queste invasioni, sembrano accennare una lunga e forte
difesa degli etrusci, e cosí non esser questi troppo decaduti lungo i
secoli di lor fortuna; che è vanto raro nell'antichitá, quando la
somma fortuna soleva esser seguita dappresso dalla corruzione.--E
tanto piú, che, anche cosí ridotti a men che lor sedi antiche, gli
etrusci durarono, senza piú scemare che si sappia, altri centotrenta
anni. Non che fosser salvi del tutto delle scorrerie galliche, le
quali pur vennero estendendosi giú per l'Adriatico sino a'
magno-greci; ma né greci, né etrusci, né itali, osci o latini, non par
che fossero piú cacciati da niuna lor sede notevole durante tutto
questo tempo.--Finalmente nel 391, o fosse una di queste scorrerie, od
una di quelle inimicizie consuete pur troppo in Italia tra vicini, ad
ogni modo i galli senoni vennero ad assediar Chiusi. Questa cittá
antichissima e delle principali etrusche, ricorse non piú a'
consanguinei oramai impotenti, bensí ad una cittá vicina ma straniera,
anzi nemica degli etrusci, ed ultimamente salita in fortuna ed
orgoglio, per la conquista di due cittá etrusche Falerio e Veio. La
cittá cosí invocata accettò la protezione, mandò ambasciadori a' galli
tre giovani patrizi suoi; i quali, tentato invano di trattare,
combatterono per li nuovi alleati. E i galli, orgogliosi anch'essi,
lasciata la conquista minore, si rivolsero alla maggiore, convocando
compatrioti da tutta la Gallia cisalpina.


10. Roma [754-390].--Quell'animosa cittá si chiamava Roma. Sedeva, in
un angolo tra il Tevere e l'Aniene, su un suolo che era stato
anticamente de' siculi, poi triplice confine degli etrusci, de' sabini
e de' latini. Era stata fondata, o forse rifondata, l'anno 754 da
Romolo, che le diede o forse ne prese il nome; e, fatta asilo, mercato
di quelle tre genti diverse, antichi tirreni i primi, iberici itali
probabilmente i secondi, e mistura d'itali, di pelasgi e d'elleni i
terzi; avea raccolti abitatori da tutte tre. Ma da' latini
principalmente ella professò tener suoi fondatori, sue origini, sua
lingua; la confederazione de' latini fu quella a cui prima ella fu
addetta e si fece capo. Poi s'era ampliata, popolata, arricchita ed
afforzata a spese degli altri due vicini, sabini ed etrusci; ma cosí
lentamente, che dopo tre secoli e mezzo, le due recenti conquiste di
Falerio e di Veio erano le maggiori che ella avesse mai fatte; e
l'ultima era pure a un dieci miglia dalla cittá.--Del resto, regnata
giá come tutte le altre cittá d'Italia e d'Etruria od anzi della
penisola, od anzi come tutte le genti primitive stanziate od erranti,
cioè retta da un principe, da un senato di patrizi e da un'adunanza
popolare, aveva (secondo le tradizioni) obbedito cosí a sette re:
Romolo [754-717], Numa Pompilio [717-679], Tullo Ostilio [679-640],
Anco Marzio [640-617], Tarquinio Prisco [617-578], Servio Tullio
[578-534], e Tarquinio Superbo [534-509]. Quindi, cacciato l'ultimo
nell'anno 509, era passata a governo repubblicano quasi a un tempo che
le cittá elleniche; una contemporaneitá molto notevole, e che mostra,
questa rivoluzione antichissima dai principati alle repubbliche
essersi estesa serpeggiando di regione in regione, a modo di molte
moderne. Del resto, queste rivoluzioni in generale, e la romana in
particolare, fecero poco piú che mutare il sommo magistrato, giá unico
ed ereditario od a vita secondo le occorrenze, in parecchi elettivi ed
a tempo; serbando le «gerontie» o senati e le assemblee popolari,
l'aristocrazia e la democrazia. In Roma i sommi magistrati fecersi
annui, e chiamaronsi «consoli»; e continuò a preponderare il senato,
l'aristocrazia. La quale poi fu fortissima od anche superba in
quest'occasione, contro ai galli. Non che dare i giovani ambasciadori,
i Fabi, chiesti a vittime, li fece capi al proprio esercito. Ma vinto
questo all'Allia, fu occupata la cittá di Roma. Molti patrizi vi si
fecero uccidere, dicesi, sulle lor sedie curuli; altri racchiusersi
nella ròcca od _arx_ del Campidoglio, e vi durarono assediati sette
mesi; altri si raccolsero fuori in Veio, la nuova conquista; altri
intorno a Furio Camillo che n'era stato il conquistatore, e che,
invidiato poi, traeva l'esilio in Ardea. E Camillo (il piú grande
forse fra le migliaia d'esuli italiani) guerreggiò dapprima per gli
ardeati; poi, fatto dittatore, per la ingrata patria, contro agli
stranieri; poi, quando gli assediati del Campidoglio ebber patteggiato
co' galli, e se ne furon liberati a peso d'oro e d'umiltá, egli il
dittatore annullò il patto, ed inseguí e sconfisse i vincitori
predoni, e li ricacciò, per allora, a lor sedi.--Cosí l'aristocrazia,
conservatrice di natura sua, conservando la patria nei pericoli
estremi di guerra, mostrossi degna di conservarne il governo in pace.
E cosí Roma arrestò per sempre l'invasione straniera, a' limiti di
quella che allora si chiamava Italia; cosí ella si pose a capo della
guerra d'indipendenza; cosí ella salí a potenza, dapprima su
quell'Italia, poscia a poco a poco su tutta la penisola; e
contemporaneamente su quasi tutt'Europa, e molta Asia e molta Africa,
tutto il gran cerchio del Mediterraneo. Potenza ammirabilmente
originata e meritata.


11. Religioni.--Perciò qui dove incominciò Roma a mutare e fermare le
condizioni politiche della nostra patria, noi terminiamo l'etá dei
nostri popoli vaganti e primitivi. De' quali diremo intanto quali
sieno state le condizioni religiose, civili, e di coltura.--E
primamente, non soltanto la storia sacra ma anche tutte le profane
mostrano che tutte le religioni incominciarono dal monoteismo,
dall'adorazione d'un solo Dio. Ma in breve caddesi per corruzione nel
politeismo, moltiplicaronsi gli dèi in vari modi. Fecesi un dio
diverso d'ogni diverso nome di Dio, il Signore, il Creatore, il Santo,
il Giusto ecc.; deificaronsi le grandi potenze della natura, l'aria,
il fuoco, il sole, altri astri, il cielo, la terra; e deificaronsi i
padri delle grandi schiatte e delle genti. Poi si cadde piú giú,
nell'idolatria, nell'adorazione delle immagini, dei simboli di tutti
quegli iddii moltiplicati; e si precipitò finalmente nell'eccesso di
quest'eccesso stesso, nel feticismo.--Questa serie di corruzioni o
regressi primitivi è tutta contraria a quella dei progressi o
perfezionamenti delle religioni primitive, che fu idea di alcuni
filosofi recenti. Ma io confido al presente e vero progresso delle
scienze storiche, mitiche, filologiche e filosofiche, le quali
giudicheranno, od han giá giudicato, quale delle due serie sia piú, od
anzi sia sola consentanea ai fatti ed alle ragioni, ai nomi, alle
genealogie, agli atti di tutti questi iddii, ed all'umana natura.--Del
resto, ognuna delle tre grandi schiatte, semiti, chamiti e giapetici,
ebbe suoi modi particolari di corruzioni. I semiti, anche gli erranti,
serbarono piú a lungo il monoteismo, aggiunsero meno numi al Signore
primitivo Adonai, Adone. I chamiti al lor Signor sommo Baal, Belo,
aggiunsero antichissimamente il Sole, il Fuoco; e gli egizi in
particolare idearono essi tutta quella genealogia, quella famiglia
d'iddii, che i pelasgi recarono poi di lá e volgarizzarono tra' popoli
elleni, tirreni ed italici; e i giapetici, piú scostatisi dalla culla,
piú vaganti, piú moltiplicati, si scostarono anche piú dalla religione
primitiva; non serbarono a lungo o almeno non ci tramandarono niun
nome loro del Signor sommo (se tal non sia forse quel di Brahama);
fecero loro dio sommo il Cielo, o il Signor del Cielo, Thian alla
Cina, Zeus in Grecia, Saturno forse in Italia. Che questi fosse tra'
nostri maggiori iddio sommo prima che Zeus o Iupiter, sembra accennato
dal mito che l'ultimo togliesse al primo lo scettro degli iddii, e dal
nome di Saturnia dato giá alla patria nostra. Ancora, fu certamente
dio speciale, nazionale de' nostri maggiori, quel Giano, che non si
ritrova in niun'altra mitologia, e il cui nome è cosí simile a quello
di Iavan, che non parmi da dubitare essersi cosí adottato lo stipite
comune delle due schiatte primitive degli iberici e dei celti; e parmi
confermata tal congettura dalla doppia faccia di quel Dio, e dal
tempio a lui innalzato dai romani sul limite degli uni e degli altri,
e dall'aprirsi e chiudersi di esso secondo che era guerra o pace.--Ad
ogni modo, sopraggiunti nella penisola nostra, come giá nell'ellenica,
i pelasgi, e diffusivi parimente lor numi e lor culti, ne risultò in
Etruria e in tutta la bassa penisola una religione cosí simile alla
greca, che tradotti i nomi delle divinitá dall'une lingue nell'altre,
le due religioni apparvero identiche; e che qua come lá s'ebbe quella
medesima famiglia di Saturno, Giove, Giunone, Apollo, Diana, Minerva,
Venere, Vulcano, e via via tutti quegli dèi moltiplici, che furono
illustrati poi dai poeti delle due nazioni. E l'Etruria, stata sede
principale de' pelasgi, serbò cosí nome, vanto ed ufficio di nazione
sacerdotale sopra l'altre nostre.


12. Condizioni politiche.--Delle condizioni politiche di tutte queste
nostre genti antichissime, molto si scrisse, poco rimane certo.
Evidentemente le prime genti immigrate, tirrene, iberiche ed umbre,
furon nomadi sino intorno alla cacciata de' pelasgi all'epoca di Troia
[1150]; perciocché di quel tempo ancora sono e la traslazione de'
siculi, dal mezzodí della penisola in Sicilia, narrata da Dionisio, e
quella degli itali, che presero il luogo lasciato da' siculi. Ed anche
i pelasgi errarono molto, tra noi come in Grecia e dapertutto; ma poco
numerosi certamente (come venuti dal mare), il loro errare e stanziare
fu meno da genti nomadi che da venturieri quasi feudali, quali vedremo
molti secoli appresso i normanni nelle medesime regioni. Gli
stanziamenti ellenici poi, furono colonie e non piú; e conquiste
quelle degli etrusci nell'Insubria; ma di nuovo immigrazioni vere ed
ultime, quelle de' galli nel sesto secolo.--Fin da' pelasgi, e tanto
piú dopo, vedesi la _civitas_ (di cui ciò che chiamiam noi «cittá»,
non era se non il centro), cioè lo stanziamento d'ogni gente o tribú,
aver costituito uno Stato, un'unitá politica per sé; come in Grecia,
del resto, od anzi come in tutto l'Occidente. Bensí, le diverse genti
e cittá d'ogni schiatta o nazione rimasero certamente confederate tra
sé; ed in confederazioni si riunirono pure le cittá che si vennero
innalzando di genti raccogliticce e diverse. Sono evidenti nelle
storie la confederazione etrusca, l'umbra, la latina, la sabina, la
sannite e parecchie altre. Ed evidenti in ciascuna di quelle cittá,
dapprima quella costituzione che accennammo delle cittá etrusche e di
Roma, il principato temperato d'aristocrazia e democrazia; e poi la
mutazione sorvenuta dal principato alle repubbliche similmente miste.
Il fatto sta che la prima di tali costituzioni, la quale riunisce e
contempera tutti tre i poteri politici naturali o possibili, il poter
d'uno, quel de' grandi e quel di tutti, fu forse la piú antica, certo
la piú consueta in tutte le etá e tutte le regioni del globo; tanto
che chi ne faccia il conto regione per regione o tutte insieme,
troverá essere stati retti gli uomini piú sovente sotto tal forma del
principato temperato, che non sotto quella del principato assoluto
senza quel moderame, o della repubblica senza principato, prese
insieme. E sarebbe ragione di chiamar normale, naturale quella forma
mista dei tre poteri; e di tornarvi quanto prima da chi non l'abbia, e
tenervisi fermi quanto piú si possa da chi l'abbia.--Del resto, sembra
questa nostra Italia primitiva essere stata ricchissima di cittá, di
popolazioni, di biade, d'armenti, d'industrie e di commerci, di
navigazioni. I tirreni in generale, gli etrusci principalmente, furono
potentissimi, rimasero famosi in mare; e di Roma, tuttavia cittaduzza
latina, sopravive un trattato di commercio dell'anno 508 con
Cartagine. Che anzi, la potenza di questa non sembra esser diventata
preponderante nel Mediterraneo, se non appunto quando cadde l'etrusca;
e la rivalitá che siam per vedere di Roma con Cartagine non fu
probabilmente se non retaggio tramandatole dalla Etruria.


13. Colture.--Da quanto venimmo esponendo delle tre prime e principali
schiatte popolatrici della nostra penisola, si può dedurre, che tre
famiglie di lingue dovettero nascerne; la tirrena degli etruschi ed
osci; l'iberica dei liguri, siculi ed itali; e la celto-umbra;
diversissima la prima dalle due ultime, piú simili probabilmente
queste tra sé, come iavaniche amendue. Certo, non pochi fatti
confermano tal deduzione. La lingua etrusca si trova cosí diversa da
ogni altra nostra o straniera, che resiste finora a qualunque
interpretazione: leggesi, ma non s'intende ne' monumenti.
All'incontro, la lingua latina, che venne senza dubbio principalmente
da' siculi ed itali, padri aborigeni de' latini, sembra per l'una
parte aver grandi somiglianze colla vicina umbra che si trova sulle
tavole eugubine; e dall'altra colle antiche lingue dell'Iberia, come
si scorge dal trovarsi lá e qua molti nomi simili od anzi identici di
cittá; ed anche da ciò, che, quando la lingua latina fu piantata poi
in tutta Europa dalle conquiste romane, niun'altra delle nazioni
conquistate la prese cosí facilmente, la coltivò cosí elegantemente,
la serbò tra i barbari posteriori cosí costantemente, come la nazione
iberica; tantoché, se parecchie lingue moderne paion figlie della
latina antica, e sorelle della italiana moderna, questa e la spagnuola
paion gemelle. Del resto, e la lingua etrusca e la latina preser
probabilmente molte parole dalla pelasgica, e non poche certamente
dall'ellenica. E tutte quattro e l'umbra ancora si scrisser poi con
caratteri poco diversi da quelli pelasgici, che furon portati di
Fenicia in Europa da Cadmo o quali che siensi altri di que' marittimi
erranti.--Del resto, di nessuna di quelle lingue non ci rimangono
monumenti letterari (se tali non voglian dirsi le dette tavole
eugubine), e nemmen nomi di scrittori; grande argomento a credere che
fu poca la coltura letteraria di quelle lingue antichissime. I grandi
monumenti delle lettere sogliono sopravivere alle nazioni e far
sopravivere le lingue: i nomi de' grand'uomini sopravivono alle lingue
stesse; e se ne fossero stati, specialmente tra gli etrusci, essi
sarebbero rimasti illustri tra' romani cosí vicini di luogo e di
tempo. Il fatto sta che furono molto piú antichi (senza contare i
nostri scrittori sacri antichissimi di tutti) Valmichi, Omero, Esiodo
e parecchi altri, di cui restano i nomi e gli scritti; e che della
nostra stessa patria, della Magna Grecia, restano, se non monumenti,
almeno nomi d'uomini famosi in lettere e scienze, famosissimo fra
tutti quello di Pitagora. Nato in Samo, ma venuto in Magna Grecia, vi
fu intorno al 500 legislatore di parecchie cittá, e gran filosofo
matematico, fisico, metafisico e morale, ed origine delle due scuole
dette italica ed eleatica.--All'incontro ci abbondano i monumenti
dell'arti, e le mostrano avanzatissime. Giá accennammo le mura
pelasgiche, simili tra noi a quelle che pur restano in Grecia, non
dissimili nella costruzione (di sassi ora irregolari or regolari) agli
edifizi egizi. Veggonsene resti in Fiesole, in Roselle, in Cortona, in
Volterra, in Faleri, in Tarquinia, ecc. Ed in Tarquinia, Vulci, Ceri,
Albafucense ed altrove se ne veggono di templi, e massime di
magnifiche tombe, scolpite e dipinte; da cui e da altri scavi, si van
traendo innumerevoli statuette, e vasi fittili e gioielli e gemme e
monete. Tutto ciò di stili progredienti, dalla somma rozzezza
all'ultima perfezione ellenica; e tutto ciò in vari luoghi, etrusci,
italici, intermediari ed elleni. E quindi pare indubitabile, e fu
naturale: un solo stile progrediente, un solo progresso, una sola arte
fu a que' tempi, nella Grecia propria e nella Magno-Grecia, in quella
che allor chiamavasi Italia ed in Etruria. Ma ella giunse a piú
perfezione nella Magno-Grecia che in Etruria e in Italia, ed a piú
grandezza nella Grecia propria che nella Magno-Grecia; onde, anziché
dirla arte etrusca od itala, od anche italo-greca, ogni spregiudicato
la dirá francamente e principalmente arte greca. Quanto poi al
crederla originata tra noi e andata da noi in Grecia, dove si veggono
tanti monumenti dell'origine e d'ogni progresso via via, ella mi pare
una di quelle pretensioni, di quelle adulazioni o gloriuzze
retrospettive, di che si trastullano e consolano le nazioni, non meno
che le famiglie nobili decadute[1]. Del resto, anche cedendo a tal
debolezza, noi avremmo ben altre glorie piú certe e piú grandi da
vantare. Ma sarebbe anche meglio imitarle; e basterebbe forse che ne
imitassimo una: quella che siamo per vedere, della romana costanza
contro agli stranieri.


  [1] In tutta questa etá, e principalmente nelle origini, io mi sono
    scostato sovente da coloro che ne scrissero fin qui. I miei fonti
    e le mie ragioni sono esposti nell'_Antologia italiana_,
    1846, fascicoli II e III; e saranno ulteriormente nelle
    _Meditazioni storiche_.



LIBRO SECONDO

ETÁ SECONDA: DEL DOMINIO DELLA REPUBBLICA ROMANA

(anni 390 circa-30 av. G. C.).


1. Origine della grandezza di Roma.--Machiavello, Bossuet, Vico,
Montesquieu e gli altri scrittori che ragionarono della grandezza di
Roma ne cercarono per lo piú le cause nelle leggi, nell'interna
costituzione di lei. Ma cosí succede nella storia, come nell'altre
scienze progredite, che gli uomini minori ma posteriori, valendosi
delle fatiche altrui, de' fatti nuovamente scoperti, de' progressi
della scienza, possano forse aggiungere alcunché alle conchiusioni di
que' sommi. Certo che le due costituzioni monarchica e repubblicana di
Roma, mettendo in opera, riunendo all'opera tutte le forze vive dello
Stato, furono belle, virili, vigorose, progressive costituzioni. Ma
ogni ragione è di credere oramai che le cittá circonvicine e molte
delle piú discoste, come le umbre e le sanniti, le quali si mostrarono
poi cosí forti contro a Roma stessa, avessero non solamente simili
costituzioni, simili ordini civili e militari, ma non dissimile virtú;
e il fatto sta che ne' trecentosessantaquattro primi anni suoi (poco
meno della metá di sua esistenza da Romolo ad Augusto), Roma non
ottenne, non asserí niuna grande superioritá sulle cittá
contemporanee, niuna vera preponderanza, anzi niuna grande potenza
nella penisola. Ed all'incontro il fatto sta che da quell'anno 390,
dalla magnifica rivendicazione dell'indipendenza propria contro ai
galli, dalla piú magnifica rivendicazione dell'indipendenza di tutte
le genti italiche antiche ch'ella intraprese allora contro ai
medesimi, incomincia, e piú non cessa, e s'accresce d'anno in anno la
potenza materiale, il credito, la preponderanza politica di Roma fra e
sopra tutte quelle cittá, quelle genti, quella nazione d'Italia.
Questa, dunque, evidentemente è la principal causa causante, qui è
l'origine della meritata grandezza di Roma; l'avere bene ed
opportunamente assunta la rivendicazione dell'indipendenza nazionale.
Né, del resto, fu cosa nuova nella storia delle genti: molte, antiche
e nuove, si fecer grandi allo stesso modo: la gente tebana tra
l'antichissime egizie, la persiana tra le mediche, l'ateniese e la
spartana tra l'elleniche, la castigliana tra le spagnuole, la
prussiana tra le recenti germaniche. E gli etrusci avevano bensí
esercitato sette secoli addietro tale ufficio contro a' pelasgi,
epperciò erano diventati grandi tra le genti italiche; ma non
esercitandolo, come decaduti, sufficientemente contro ai galli, Roma
intanto cresciuta, sottentrò loro nell'impresa, nella grandezza,
nell'impero d'Italia.--Ad ogni modo, questa epoca in che Roma
incominciò a ponderare e preponderare in Italia ci parve molto piú
importante, piú atta a segnare il fine della etá primitiva, il
principio d'una seconda etá della nostra storia, che non sia l'epoca
della fondazione di Roma, scelta a ciò dalla maggior parte degli
storici moderni. E tanto piú che gli antichi diedero a Camillo, il
gran motore di quell'impresa, il nome di «secondo fondatore di Roma»,
e che antichi e moderni concordano a dire incerta e poco men che
favolosa o poetica tutta la storia romana precedente la guerra de'
galli.


2. Mezzi; costituzione e mutazioni.--Camillo e Roma furono poi
ammirabili dopo la prima vittoria; si apparecchiarono a proseguirla
colle mutazioni interne opportune; innalzarono se stessi alla
cresciuta fortuna; non si arrestarono nella virtú; la passata fu ad
essi non piú che principio della avvenire.--La costituzione era questa
allora. Un senato di patrizi ereditari, ma che ammettevano nel loro
seno ogni popolano fatto grande nella patria; un popolo che s'adunava
al fòro in varie forme, le une piú, le altre meno soggette alla
influenza dei patroni su' clienti, dei patrizi su' popolani; ondeché
lo stabilire e l'usar l'una o l'altra forma fu soggetto di dispute
grandi e frequenti colá, come furono e saran sempre le leggi
d'elezioni ne' popoli moderni di governo rappresentativo. Il popolo
eleggeva i magistrati: due consoli annui, poco men che principi in
cittá e all'esercito; pretori, loro aiuti dentro e fuori; e poi edili,
tribuni ed altri uffiziali minori. All'infuori di questa gerarchia, i
censori, che facevano ogni quinquennio il censo o statistica, e
n'aveano grande autoritá mutando di grado e di condizione i cittadini,
e sindacando, o, come fu detto, censurando i costumi; il dittatore,
magistrato straordinario ed assoluto eletto nelle occasioni di gravi
pericoli militari o civili: il pontefice massimo e molti minori; oltre
i tribuni della plebe, difensori allora, estenditori poi de' diritti
popolani.--Le elezioni a tutti questi carichi erano state
originariamente fatte dal popolo, ma tra' patrizi. Ora, appunto ne'
primi anni della impresa nazionale contro ai galli, i patrizi
accomunarono que' carichi a' plebei; ed accomunaron le nozze; grandi
arti (male imitate ai tempi nostri) ad accomunare gli animi, e farsi
forti tutti insieme contro allo straniero. E giá dal tempo
dell'assedio di Veio erasi compiuta un'altra mutazione; quella della
milizia annuale in stanziale e perciò pagata. E questa pure fu
mutazione grande e feconda di conseguenze. La legione romana, forte
allora d'un cinque o seimila uomini, e formata di fanti gravi e
leggeri e di cavalli, era senza dubbio una bella unitá militare. Ma
forse nemmen questa fu esclusivamente de' romani; ed all'incontro tal
fu allora la milizia stanziale. Cosí si maturò la costituzione civile
e militare, ad uso delle esterne conquiste.


3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine [390-290].--Le quali
furono proseguite meravigliosamente dalla rinnovata Roma fin dal primo
secolo. Coi galli ella non s'alleò mai contro ad altri popoli
nazionali come facevan questi tra lor gare domestiche. Poche paci od
anzi tregue, guerre quasi continue.--Con gli etrusci all'incontro, ora
guerre, ma ora alleanze; e per mezzo dell'une e dell'altre, sempre
estensioni in quell'Etruria oramai decadente a precipizio. Cosí con
gli altri popoli via via incontrati nell'estendersi, umbri, campani,
sanniti, lucani, apuli. I sanniti furon l'osso piú duro a frangere;
con essi durò la guerra oltre a cinquant'anni [343-290]. Una volta
[321] parve perduta; quando un esercito romano sconfitto alle Forche
caudine passò sotto il giogo. Ma perdurando, Roma vinse finalmente; e
il Sannio vinto, lasciò tutta la penisola meridionale (salvi i greci),
l'Italia d'allora, soggetta, o piuttosto aggiunta a Roma per l'imprese
ulteriori. Perciocché il dominio romano in quest'Italia non fu da
signore a servi, ma poco piú che da capo a membri di confederazione.
Nella quale poi erano gradi diversi d'unione, procedenti per certo da
diversi gradi di parentela della gente romana colle circonvicine:
alcune furono fatte partecipi di tutti i diritti romani, salvo quello
di voto in fòro; e furono perciò dette «_municipia_». Le antiche
latine s'eran date a patti simili all'incirca, e il lor complesso fu
quello detto «_ius Latii_». E il _ius italicum_ piú lato in
territorio, piú ristretto in privilegi che non il _ius latinum_, prova
che la gente italica comprendeva fra l'altre le latine, le quali
comprendevano fra l'altre Roma; e questa è tutta la spiegazione
dell'antica Italia. Le une e le altre eran _socii_; poche furono
ridotte a condizione di sudditi (_dedititii_). A queste sole si
mandavano magistrati romani (_praefecti_), e toglievasi parte delle
terre; donate poi alcune a cittadini romani rimanenti in Roma (che
vedremo occasioni di gran dissensioni), e alcune ad altri mandativi ad
abitare con nome di coloni, sfogo alla popolazione soverchia di Roma,
e posti avanzati a tenere i sudditi, ed anche gli alleati.


4. Guerra di Pirro [290-264].--Venivano intanto con gli altri cadendo
sotto a Roma anche i magno-greci. Ed era pure il tempo della maggior
potenza esterna di lor nazione; il tempo che gli Alessandriadi tenean
regni dall'Illirio all'Indo. Taranto assalita dai romani ricorse al
piú vicino di coloro; ad uno, se non de' piú potenti, certo de' piú
prodi e piú ambiziosi, a Pirro re dell'Epiro. Venne questi nel 280, e
vinse due volte a Pandosia e ad Ascoli; ma, perdurando al solito i
romani, ed attendendo egli meno a proseguir la guerra difficile che a
farsi un imperio facile, si distrasse in Sicilia. E sí tornonne; ma fu
sconfitto allora a Benevento e ripatriò in Epiro. E, caduta Taranto
nel 272, la potenza romana s'estese sui greci nell'ultima penisola.


5. Prima guerra punica [264-241].--Tra breve n'uscí per la prima volta
invadendo Sicilia, ed assalendovi Cartagine che signoreggiava i greci
signori degli antichi siculi. Cartagine, fondata parecchi secoli prima
di Roma, giá colonia de' fenici o _poeni_ di Sidone, giá regno, poi
repubblica indipendente, aveva estese le proprie colonie e il dominio
in tutta l'Africa occidentale, in Iberia, in Sicilia. Roma cittaduzza
latina avea sanciti trattati di navigazione con lei [508], Roma giá
potente gli avea rinnovati [345]. Ma ora Roma cresciuta in signoria ed
ambizione occupava Messina [264]. Cartagine nol patí, e la guerra
diventò terrestre insieme e marittima. I romani, con quella facilitá
che ebber sempre a mutar modi di guerra come di governo secondo le
occorrenze, a prendere ciò che paresse lor necessario da fuori come
d'addentro Italia, da' nemici come dagli amici, armaron flotte alla
cartaginese, diventaron potenza di mare, e vinsero due grandi vittorie
navali all'abordaggio, modo solito de' piú arditi e men periti in
quell'arte. Quindi passarono in Africa, per ferire, secondo loro uso,
il nemico al cuore. Ma furono vinti lá; e vi rimase prigione quel
Regolo, che, rimandato in patria per negoziare, si fece immortale
tornando a' ferri per morirvi, e cosí lasciar Roma libera nel suo
costume di perdurare finché vincesse. Ed ella vinse di nuovo in mare
ed in terra, e compiè la conquista di Sicilia; e allora fece pace,
escludendo la rivale dall'isola. La quale fu poi la prima che ella
governasse come vinta, a «provincia», cioè con un pretore che
signoreggiava cittá e principi governanti in apparenza.


6. Nuove estensioni [241-218].--Alle vittorie contro ai forti sogliono
succedere conquiste minori, vittorie contro ai deboli rimasti
indifesi. In una ventina d'anni, Roma aggiunse al suo giá lato e vario
impero, la Sardegna e la Corsica; guerreggiò e vinse nell'Illirio, e
cosí asserí sua potenza nell'Adriatico e s'appressò a Grecia; e,
spingendo contro ai galli la guerra allentata giá ne' pericoli,
pressata sempre ne' respiri, vinse presso a Chiusi, giunse al Po, ed
ivi piantò due colonie, Piacenza e Cremona.


7. Seconda guerra punica [218-201].--Ma intanto risorgeva Cartagine,
meno indebolita giá che non concitata dal risultato della prima
guerra. Annibale, capo in quella repubblica del partito della guerra,
capitano giá vittorioso in Ispagna, e giovenilmente fecondo di quelle
idee nuove ed ardite onde sorgono le guerre e i capitani immortali,
ideò venir di Spagna a Italia per terra, attraversando Gallia
transalpina, Alpi e Gallia cisalpina. Cosí fece. Gran disputa ne
rimane tra gli eruditi, dove ei varcasse l'Alpi. Dicesi al Monginevra
o al Piccolo o al Gran San Bernardo, passi i piú consueti
nell'antichitá. Ma se fosse disceso per passi noti, sarebbe stato
notato; e da niuno di questi detti (bensí dal Moncenisio e da molti
altri) si vedono que' nostri piani, che le tradizioni dicono mostrati
allora per la prima di tante volte dal duce agli invasori stranieri.
Ad ogni modo Annibale scese ne' taurini, vinse i romani, prima al
Ticino, poi alla Trebbia, poi al Trasimeno. Ma, o sbigottito, come
molti, anche grandi guerrieri (non Alessandro, Cesare e Napoleone),
dal pericolo d'occupar dopo una gran guerra una gran capitale, o
veramente impotente a ciò, girò intorno a Roma, prese Capua; ed ivi e
nella penisola meridionale comunicante con la patria, colla Sicilia e
con Filippo re di Macedonia nuovo alleato suo, stabilí, come or si
direbbe, una nuova base d'operazioni. Ma Roma perdurava negoziando in
Grecia, e guerreggiando in Italia, in Sicilia e in Ispagna stessa. E
qui fu vinta primamente sotto due Scipioni. Ma mandatovi il terzo,
Publio Cornelio che è il grande, ei vi restituí e in breve vi fece
soverchiar la potenza romana, e ridusse il paese a province; mentre
Asdrubale ne partiva per Italia, e qui poi era sconfitto e morto,
prima di raggiungere Annibale fratel suo. E allora Scipione fatto
consolo, negletta la guerra di Annibale in Italia, ne portò una nuova
in Africa; e con Massinissa alleato suo vinse due battaglie contra i
cartaginesi e Siface, ed una terza ed ultima poi a Zama contro
Annibale sforzato ad accorrervi. Quindi Cartagine domata dovette fare
meno una pace che non una capitolazione; fu multata, spoglia di sue
navi e suoi elefanti, ristretta all'Africa, ivi diminuita a pro di
Massinissa, ed impegnata a non guerreggiare se non consenziente Roma;
ridotta, in somma, a poco piú che provincia.


8. Dieci anni di estendimenti [200-190].--Di nuovo seguono conquiste
piú facili, ma pur grandissime. Si assale, si vince Filippo re di
Macedonia, a castigo dell'alleanza testé pattuita con Annibale; si
restituisce di nome la libertá a' greci, in fatto si fanno alleati
cioè seguaci di Roma. Poi, prendendone pretesto a liberar pure i greci
d'Asia minore, si passa in quella, e s'assale Antioco re di Siria; si
vince in due battaglie navali ed una terrestre presso a Magnesia; e,
fatta pace, si dividono le conquiste d'Asia tra gli alleati di Roma.
Intanto si perseguitano fin lá in Asia i nemici nazionali, i galli,
che v'aveano spinta una migrazione; si ferma alleanza cioè
preponderanza su Egitto; e si guerreggia e vince in Liguria e in
Ispagna. Cosí la guerra e la politica romana s'estesero dall'Atlantico
all'Eusino; e ciò in quarant'anni; comparabili, anzi (posciaché durò
l'effetto loro) superiori a' dieci da noi veduti dell'imperio di
Napoleone.


9. Séguito e conseguenze [190-150].--Ne' quaranta seguenti, si
continuò ed ordinò il principiato. Si contese di nuovo con Filippo, si
guerreggiò con Perseo successore di lui, ed ultimo re di Macedonia.
Perciocché, vincitore dapprima, vinto poi a Cidna, ei fu preso e
tratto in trionfo a Roma; e Macedonia ne rimase liberata, a modo di
Grecia, sotto l'alleanza romana. E si continuò a guerreggiare in
Ispagna, Liguria, Sardegna, Corsica, Istria ed Illirio; e si decideva
a Roma delle successioni de' regni di Siria e di Egitto.


10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre
[150-134].--Dopo tanto padroneggiare tutto intorno al Mediterraneo era
conseguente, inevitabile compier l'annientamento dell'antica rivale.
Fu meno una guerra, che non un disarmamento e una distruzione;
provocata da Catone e da quel suo continuo «_delenda Carthago_», che
sarebbe stato piú generoso se detto contro un nemico piú forte.
Scipione Emiliano condusse quest'ultima guerra punica, eseguí la
distruzione [146]. Né furono diverse l'ultima guerra greca, la
distruzione della lega achea e di Corinto. E, distrutti cosí in un
anno i due maggiori centri commerciali del Mediterraneo, la
preponderanza marittima di Roma diventò signoria unica, e il
Mediterraneo lago italiano. Rimaneva, quasi sola grave, quella guerra
di Spagna, che s'era fatta tanto piú accanita dopo che, cacciati i
cartaginesi, rimanevano gli spagnuoli soli a difendere la propria
indipendenza. Allora furono que' magnifici esempi (cosí ben imitati lá
al nostro secolo) di Viriate, un «guerrigliero», che non cessò se non
quando fatto uccidere a tradimento; e di Numanzia, una cittá, che non
s'arrese se non quando distrutta. Finalmente, dopo sessanta e piú
anni, soggiacque sotto Scipione Emiliano tutta la penisola [133],
salvi i celtiberi, i piú perduranti fra que' perduranti.--E quasi a un
tempo, ma in modo opposto, per viltá, fu acquistato un regno in Asia:
quel di Pergamo, lasciato in testamento da Attalo re alla fortunata o
perfida Roma.


11. La corruzione, le fazioni interne.--Qui incomincia una seconda
parte della storia di Roma capo d'Italia. Fin qui i turbamenti civili
erano stati cosí poca cosa da non potersi notare in un sommario: le
guerre, le conquiste erano state tutto. Ora, estese queste in tutta
l'Italia propriamente detta, in Liguria, in quasi tutta Gallia
cisalpina, quasi tutta Spagna, quasi tutto il lido africano, e in Asia
e Grecia, Macedonia ed Illirio, si rallentano le conquiste e fervono
le guerre civili piú e piú per tutto l'ultimo secolo della repubblica.
La vinta Grecia vinse Roma coll'arti; l'Asia, col lusso e la
corruzione. Dicemmo i carichi accomunati per legge tra patrizi e
plebei; ma in fatto erano rimasti de' patrizi, e cosí questi
riportavano quasi soli dalle guerre le prede, i metalli tanto piú
preziosi a casa quanto ivi piú rari fin allora. E dicemmo molte cittá
d'Italia spogliate a pro dei cittadini romani, patrizi e plebei; ma di
fatto le porzioni de' plebei poveri, comprate a poco contante dai
patrizi arricchiti, ricaddero in questi quasi tutte. Quindi quell'ire
di popolo a nobili, legalmente ingiuste, equamente giustissime, ma
avvelenate dall'invidie; e adoperate poi dagli avidi di popolaritá,
non men frequenti ne' governi liberi che gli avidi di favore ne'
principati assoluti. In tutto, la condizione della repubblica romana
al principio dell'ultimo secolo era molto simile a quella
dell'Inghilterra presente: un'aristocrazia prepotente in ricchezze
territoriali e nelle forme costituzionali primitive, ma prepotente la
democrazia per il numero suo, e per le conquiste nuovamente fatte od
in corso di farsi in quella costituzione.


12. I Gracchi [134-121].--Lo scoppio venne dai Gracchi, una famiglia
nobile di parte popolana. Tiberio tribuno fece passare una prima legge
agraria che limitava la quantitá delle terre possedibili da ogni
cittadino; poi una seconda per lo spartimento de' tesori testé legati
dal re di Pergamo. Erano appunto di quelle leggi tribunizie, piú
facili a farsi che ad eseguirsi; ne sorsero turbamenti maggiori che
mai, e non terminati né dall'uccisione di Tiberio perpetrata in piazza
da Scipione Nasica, né dall'allontanamento di questo capo della parte
aristocratica. Successero nuovi capi. Scipione Emiliano della parte
aristocratica, Caio Gracco, fratello di Tiberio, della democratica;
poi nuove leggi agrarie, e parimente ucciso Caio; e allora la vittoria
parve rimasta al senato. Ma tra tuttociò s'erano inventate e
incominciate le distribuzioni di grano al popolo, nuovo incentivo ad
ozio e corruzioni; e s'era inventato e proposto quell'accomunamento
compiuto de' diritti romani ai popoli italici, dal quale, benché non
sancito allora, rimase l'addentellato a turbamenti maggiori.--Intanto,
s'era vinta una prima ribellione di schiavi in Sicilia; eransi
conquistate le Baleari; e passatosi oltre Alpi negli allobrogi, negli
arverni ed a Marsiglia, erasi intorno all'ultima stabilita quella
provincia romana che si chiama oggi ancora Provenza.


13. Guerra di Giugurta [118-106].--Sorse tra breve una guerra piú
grossa: una di quelle inevitabili tra la civiltá, di natura sua
progrediente, e la barbarie, di natura sua offerente occasioni a que'
progressi. Giugurta, re de' numidi, assalí ed uccise due principi
alleati romani. Si ruppe la guerra, si fece una prima pace. Ma
Giugurta, chiamato a Roma per giustificarsi, perpetrò una nuova
barbarie contra un altro principe parente suo. Si riaprí la guerra,
condotta male primamente da parecchi, poi felicemente da Quinto
Metello, e finita poscia da Mario suo subalterno che lo soppiantò. La
Numidia fu divisa tra parecchi principi di quella nazione e Bocca re
de' mauritani, giá alleato poi traditor di Giugurta, che egli avea
dato in mano a Mario. I romani non avean fretta mai di aggiungersi
province; furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le
fecero guari se non isforzati o poco meno; come i piú de'
conquistatori, quando una volta hanno incominciato, come ora gli
inglesi all'Indie.


14. Guerra cimbrica [113-101].--Intanto era sorta una guerra anche
maggiore, ed anche piú inevitabile. Que' gomer, kimri, cimbri o
cimmeri, che vedemmo invaditori dell'Eusino alla Gallia e alla
Britannia ed a noi fin da tre secoli addietro, convien dire che
avesser lasciato allora gran parte di sé nelle sedi primiere; ed è
naturale: i kimri o gomer furono una grande schiatta primitiva. Ad
ogni modo, questa seconda parte di essi invase ora l'Europa, risalendo
il Danubio; sconfisse un primo esercito romano in Stiria [113],
proseguí ad occidente, s'aggiunse genti teutoniche, passò in Gallia,
vi s'aggiunse probabilmente all'antiche consanguinee, vi sconfisse
quattro eserciti romani [109-105], arrivò a' Pirenei ed alla provincia
romana. Allora, vi fu mandato il vincitor di Giugurta, Mario; il quale
vinse i teutoni in una gran battaglia sul Rodano all'Acque Sestie, e i
cimbri poi in una non minore, che si disputa se sull'Adige o sulla
Toccia. La penisola nostra fu salva. I cimbri si dispersero e
confusero tra i teutoni e i consanguinei settentrionali.


15. Mario. Guerra italica [101-88].--Mario ne diventò primo capitano,
primo uomo di Roma. Egli era, non di quelle famiglie plebee che,
operando ed arricchendo, s'aggiungono piú o meno dapertutto, e tanto
piú ne' paesi meglio costituiti, all'aristocrazia, ma uomo nuovo del
tutto. Invidioso de' grandi, invidiatone, anzi impeditone sovente nel
proseguimento di sue vittorie, volle, potentissimo ora, diventar
prepotente. S'aggiunse a Saturnino tribuno e a Glaucia pretore.
Metello, giá soppiantato da Mario, fu contro a lui il primo capo della
parte de' grandi. Fu esiliato. Ma la parte popolana si divise nella
vittoria; e allora, mutata fortuna, Metello tornò, e Mario se ne fu a
guerreggiare in Asia.--Ma passati pochi anni comparativamente
tranquilli, sorse, istigata dalle parti della cittá, una guerra
esterna ad essa, ma pur civile rispetto allo Stato. Le cittá socie
dell'Italia venivan domandando esse quell'accomunamento compiuto della
cittadinanza romana, che i capipopolo di Roma avean giá domandato per
esse. Risuscitarono l'antico nome d'Italia, e il diedero alla cittá di
Corfinio, ove avean fatto centro; e ne restano monete ad irrefragabile
monumento, a suggello di quanto dicemmo dell'origine, del nome e della
collocazione degli itali primitivi. Se tale nome fosse originato (come
dissero i greci, e dietro essi quasi tutti) da un re, da una gente
particolare e piccola dell'ultimo corno meridionale della penisola,
come sarebbe cosí salito alla media, come fattosi cosí caro a que'
popoli, come preso a titolo o quasi bandiera d'una sollevazione, d'una
resurrezione nazionale? Ad ogni modo, questa s'apparecchiò nel 95,
scoppiò nel 91, fu capitanata pe' romani da Mario e Silla
principalmente, per gl'italici da Caio Papio. E fece, piú che niuna
guerra straniera, pericolare lo Stato di Roma; continuò con successi
vari fino all'88; fu terminata da Roma vincitrice col concedere i
diritti domandati, prima ai soci rimasti fedeli, poco dappoi agli
ostili. Grandi furono certamente l'aristocrazia, i governanti romani
in vigoria; ma grandissimi in prudenza governativa, in non ostinarsi
mai contro alle concessioni diventate necessarie. È vero, che
quest'ultima accrebbe smisuratamente numero e forza alla plebe, la
fece di potente prepotente. Ma chi può dire ciò che sarebbe succeduto
senza tal concessione? Forse il fine della repubblica un cinquant'anni
prima di ciò che avvenne; e il fatto sta, che tutti i governanti
d'allora in poi estesero per anco quella concessione, fino ad Augusto,
che la compiè concedendo la cittadinanza a tutta la penisola.


16. Mario e Silla, Mitridate [88-83].--Ma il peggior frutto di quella
guerra fu l'esservisi rifatto potente Mario, e fatto Silla. Capo
questi de' nobili come Mario de' plebei, le loro gare personali
ampliarono le due parti, occuparono la repubblica intiera. Giá sul
finir della guerra italica, Mitridate re del Ponto, uom diverso da
ogni altro asiatico, gran cuore, gran capitano, gran nemico di Roma,
aveva aperta guerra contro a lei, occupate Cappadocia e Paflagonia,
vinti Nicomede re di Bitinia e un esercito romano, trucidati i romani
sparsi in Asia minore, e finalmente occupata Grecia, minacciata
Italia. Silla ottenne la condotta di tanta guerra. Mario ne lo volle
spogliare. Silla coll'esercito che stava raccogliendo, ebbe la mala
gloria di esser primo tra tanti faziosi che marciasse sulla patria.
Ebbela, e fecene cacciare e proscrivere Mario e gli altri capipopolo.
Quindi riordinati a suo modo e pro il senato e i magistrati, partí per
Grecia. E vinti in parecchie battaglie gli eserciti di Mitridate,
presa e saccheggiata Atene [87], passò in Asia, e concedette pace a
Mitridate riducendolo al regno nativo. Né avrebbe conceduto tanto; ma
era pressato dalle mutazioni di Roma risollevata, ridivisa,
saccheggiata, piú turbata che mai da Cinna e Mario, e, morti essi, da
Carbone, Mario il giovane e Norbano, faziosi minori e forse peggiori.
Costoro avean mandato un nuovo esercito in Asia, ma men contra
Mitridate che contra Silla. Il quale perciò, fatta pace col nemico, si
rivolse all'Italia.


17. Silla dittatore, e conseguenze [82-72].--Approdatovi, vinse
Norbano, poi Mario il giovane in due battaglie, e fu raggiunto da
Pompeo e quasi tutti i grandi. Poi, vinto un terzo esercito d'italici,
che fra que' turbamenti avean tenuto per Mario, entrò in Roma,
proscrisse i nemici della parte sua e i suoi, e prese la dittatura. Se
ne serví ad inseguire i nemici restanti in Africa, a tôrre i diritti a
molti soci, a riordinare il senato e tutta la parte aristocratica; e
ciò fatto, lasciò dopo due anni la dittatura e gli affari pubblici; o
per infermitá, o per amor d'ozio e di vizi, o per disdegno di una
potenza giá tranquilla, o forse per orgoglio e vanto di lasciar andare
da sé la repubblica scelleratamente sí ma fortemente, e forse non
inopportunamente, ricostituita sotto l'aristocrazia. E per vero dire,
come nell'anno ch'ei sopravisse, cosí dopo, rimasero in piè gli
ordinamenti di lui, ed anzi compieronsi con varie vittorie sui
resistenti in Etruria e in Ispagna. In questa Sertorio, un fuggitivo
di Roma, continuò la parte di Mario, sollevando spagnuoli e lusitani
al nome d'indipendenza. Ma vinto finalmente anch'egli da Pompeo, il
maggiore fra i continuatori di Silla, fu ucciso da Perpenna.


18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno [75-63].--Intanto,
eran sorti pericoli nuovi, vicini e lontani. Una turba di gladiatori e
schiavi fuggitivi tra que' trambusti s'era raccolta in Campania; e,
fatto capo Spartaco, avea corso l'Italia, minacciata Roma, vinti
quattro capitani romani. Furon vinti essi da Crasso, e dispersi poco
dopo.--Una turba di pirati, schiuma delle guerre straniere e civili
intorno e sul Mediterraneo, lo infestavano intiero, dalla Sicilia e
dall'Isauria principalmente. Furono vinti prima da Servilio che ne fu
detto «isaurico», e vinsero Marc'Antonio. Ma Pompeo, ottenuto tal
comando, li vinse ultimamente, li distrusse e tranquillò il mare in
quaranta giorni. Creta fu in tal guerra ridotta a provincia da
Lucullo.--Finalmente, Mitridate (che giá avea rotta una seconda guerra
con Silla e finitala in breve trattando) n'avea rotta ora [75] una
terza, all'occasione che Prusia re di Bitinia aveva anch'egli legato
il regno a' romani. Fu condotta da prima da Lucullo, il celebre
lussurioso. Tutta l'Asia occidentale, tutti quei resti di re greci, e
i parti, gente nuova che grandeggiava, vi preser parte. E Lucullo fu
vittorioso da prima; ma mal governando il proprio esercito e l'Asia
vinta, lasciò rifarsi il perdurante Mitridate. Allora, data tal guerra
al vincitor di Sertorio e de' pirati, a Pompeo, egli accorse e vinse
all'Eufrate, sottomise l'Armenia, fugò Mitridate alla Tauride, passò
vincendo al Caucaso, ed in Siria. Quindi, Mitridate si uccise [63]; e
Pompeo riordinò in province e regni poco diversi da province l'Asia
intiera dall'Eufrate in qua.--Noi vedemmo giá un'altra volta Roma
guerreggiare e conquistare dalla Spagna all'Asia minore, in dieci
anni; ora, in dieci anni pure, un solo romano guerreggiò, conquistò ed
ordinò dalla Lusitania all'Eufrate. Cosí la voce, l'opinione pubblica
della maggior nazione del mondo, diede a Pompeo vivente il nome di
«magno». Che se Cesare parve ai posteri piú grande ancora, non è forse
che facesse, ma perché lasciò cose piú grandi. La posteritá suol
giudicare men dalle fatte che dalle lasciate; ed ha ragione.


19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina [70-60].--In cittá,
Pompeo era di quelli che vogliono esser potenti legalmente, per via
dell'opinione e del popolo; e corteggiava l'una e l'altro. Consolo con
Crasso [70], restituí la potenza de' tribuni abbattuta da Silla.
Crasso era di quelli i quali, piú che per altro, possono per le loro
ricchezze; e n'avea di tali che soleva disprezzare chiunque non avesse
da soldare un esercito. Catilina era un patrizio sfrenatamente
corrotto, che si sforzava di potere per via della corruzione e de'
suoi sozi in essa. Cicerone era il principale di quella condizione de'
cavalieri, che, intermediaria fin dall'origine tra il patriziato e la
plebe, era stata innalzata via via ne' turbamenti dall'uno e
dall'altra. Cesare poi era un giovane di gran famiglia, grande
ingegno, grandissima ambizione, che diceva voler essere primo in una
terricciuola anziché secondo in Roma, ma intendeva esser primo in
questa, con mezzi legali o non legali. Catone solo aveva forse
l'ambizione, magnificamente stolta oramai, di salvar la patria colla
virtú; aveva certo quella di vivere e morire virtuoso e libero in
qualunque caso.--Di tali e tante ambizioni che s'agitavano in quella
civiltá romana (e che rimaser poi tipi a tante altre tanto minori),
scoppiò prima, come succede, la piú corrotta, quella di Catilina. E
scoppiò nel modo usuale a tali uomini, colle congiure. Due tentonne.
Gli riuscí la terza[64]; fino a tal segno, che Cicerone consolo osò
trarre al supplizio i complici di lui, ma non lui. Fuggito e postosi a
capo de' compagni in Etruria, fu vinto facilmente dall'altro consolo,
e finí in breve, senz'altro effetto che il solito di simili imprese,
accrescere i turbamenti, la corruzione. La quale era accresciuta, del
resto, da Lucullo, Verre e gli altri proconsoli o governatori tornanti
dalle province predate, dall'Asia principalmente. Né saprei dire se ne
tornasse puro nemmen Pompeo; tornonne certo magnificamente, dopo aver
finito l'ordinamento di tutta quella parte di ciò che si poteva giá
chiamare il mondo romano [61].


20. Primo triumvirato [60-50].--Tornava quasi al medesimo tempo Cesare
dalla Lusitania; e frammettendosi a Pompeo e Crasso maggiori di lui e
rivaleggianti, salí a pareggiarli. La potenza dei tre, che suol
chiamarsi nella storia il «primo triumvirato», condusse la repubblica.
Allontanarono Catone mandandolo a Cipro, ridotta in breve a provincia,
ed esiliarono Cicerone. Ma Pompeo, che s'aiutava della virtú dell'uno
e dell'eloquenza dell'altro, li fece in breve richiamare. Le province
principali furono spartite fra i triumviri: Spagna ed Africa a Pompeo;
Siria colla guerra contro a' parti, la maggior che fosse allora, a
Crasso; Illirio e le due Gallie colla guerra lá sorgente da una
invasione di teutoni che incominciavano a chiamarsi «germani», a
Cesare. Solo pacifico dei tre il governo di Pompeo, il lasciava
rimanere a Roma. Cesare diedesi tutto alle Gallie, in cui scorgeva
occasione di gloria e potenza militare, strumenti massimi ad occupare
la repubblica. Volò oltre Alpi, respinse i germani-elvetici [58]; si
frammischiò alle parti, alle contese interne delle genti galliche;
vinse i belgi [57], gli aquitani [56]; e, giá domata tutta Gallia,
passò in Britannia [55] e in Germania oltre Reno [54], tornò su' galli
risollevati, e ridomolli [53-51]. Intanto era passato Crasso in Asia
contro a' parti, con un esercito raccolto a proprie spese, ma ch'ei
non seppe condurre; ondeché fu sconfitto ed ucciso [54-53]. E quindi
due grandi danni: i parti cresciuti a tal gloria e potenza che non
furono mai piú domati; ed in cittá, sciolto il triumvirato, ridotto a
duumvirato, piú difficile a durare. E tanto piú tra uno avvezzo a
massima potenza, e l'altro risoluto a non soffrirla.--Nel 53, Pompeo
si fece nomar solo consolo, quasi dittatore. Ma Cesare, quantunque
assente, giá poteva in cittá quanto lui. Seguirono negoziati,
proposizioni reciproche di smetter ciascuno il proprio comando; ma
ineseguite, forse ineseguibili. Finalmente [ai primi dí del 49]
Pompeo, senza smettersi, fece dal senato ordinare a Cesare di
smettersi. Era ordinar lo scoppio, e la propria sconfitta.


21. Cesare dittatore [49-44].--Cesare raccolse sue vecchie legioni in
Cisalpina, passò il Rubicone, limite all'oriente tra quella provincia
e l'antica Italia, occupò Roma e tutta la penisola, in due mesi.
Pompeo fugato raccolse suo nerbo in Grecia, pur tenendo Africa e
Spagna, sue vecchie province. Allora si guerreggiò in tutto il mondo
romano. La posizione di Cesare dall'Italia, centro locale e politico
insieme, era di gran lunga vantaggiosa; e Cesare uomo da valersene. Fu
vinto dapprima in Africa dove non andò egli, ma vinse dovunque andò; e
prima in Ispagna, onde tornato prese facilmente la dittatura, poi il
consolato per cinque anni. Poi [48] passò in Grecia, v'assalí Pompeo,
il vinse e distrusse a Farsaglia [48]. Pompeo fuggitivo approdò in
Egitto e vi fu morto dal vil re Tolomeo. Cesare ve l'inseguí; e
rivoltosi contro al re assassino, ma distratto dall'amor di Cleopatra
sorella di lui, vi rimase e perdé sei mesi. Poi preso definitamente il
nome di dittatore con potenza estesa a dieci anni [47], passò in Asia,
vinsevi il figlio di Mitridate sollevatosi, e fermò in tutto Oriente
la propria potenza. Tornato a Roma inquieta, la tranquillò co' soliti
mezzi suoi, clemenza, alacritá ed operositá; poi ripassò in Africa
[46], vinsevi i pompeiani e loro alleati, ridusse Catone ad uccidersi,
e la Numidia a provincia. Tornato a Roma, e ripartitone a Spagna,
vinsevi a Munda i due figliuoli di Pompeo, uccisovi l'uno, fugato,
ridotto l'altro a partigiano nei celtiberi [marzo 45]. Allora, preso
il nome vecchio, ma con potenza nuova, d'«imperatore» o signor
militare, tornò a Roma. Né giá a fruire oziando, anzi ad usare
operando la signoria universale, incontrastatagli oramai. Superati
tutti, intendeva, secondo la magnifica espressione di Plutarco,
«emular se stesso»; intendeva passare in Asia, vendicarvi Crasso e la
dignitá romana contro a' parti; e vintili, per la Scizia, d'intorno al
Ponto prendere a spalle i germani giá da lui stati assaliti di fronte;
e per l'Alpi tornare a Roma, fatta signora d'ogni gente nota di qua
dell'Eufrate. Dicesi, volesse il nome odiato di «re», prima di
partire; certo poteasi temere che il prendesse tornando. Ne fremevano
i repubblicani; legittimisti poco politici, che non vedevano
l'impossibilitá di restituire una repubblica cosí lata, cosí corrotta.
Bruto e Cassio ordinarono una congiura, un'uccisione che poté parer
legale allora, ch'or si chiama «assassinio». Cesare fu pugnalato in
senato addí 15 marzo del 44; e non se n'ebbe altro, che quattordici
anni di guerre civili, e mutata la clemenza in proscrizioni, mutato un
regno che sarebbe stato probabilmente sincero, costituito e temperato,
in una signoria indeterminata, epperciò tanto piú sfrenata; insomma,
mutato un Cesare in un Augusto.


22. Agonia, fine della repubblica [44-31].--Morti tutti i sommi,
sorsero, come succede, tutti i minori di quell'etá malamente ma
grandemente operosa: Antonio e Lepido, i due vecchi e principali fra'
partigiani di Cesare; Ottavio giovanissimo, nipote ed erede di lui,
detto quindi Cesare Ottaviano; Bruto e Cassio i due uccisori; Cicerone
il grand'oratore; Sesto Pompeo sceso da' Pirenei, prima a
pirateggiare, poi a poter grandemente sul mare. Tra costoro, Antonio e
Lepido eran per sé; tutti gli altri, anche Ottavio dapprima, per il
senato, per la repubblica. I quali, sorretti in cittá dall'eloquenza
di Cicerone, aprono la guerra nella Cisalpina, intorno a Modena contra
Antonio, che, vintovi, s'unisce a Lepido nella Gallia transalpina
[44-43]. Ma tra breve Ottavio lascia la parte del senato, e si unisce
ai due cesariani; ne sorge il secondo, il pessimo triumvirato; ed,
occupata Roma, proscrivono tutti i nemici di ciascuno, superando le
memorie di Mario e Silla. Cicerone fu il massimo di que' proscritti.
Allora Antonio e Ottavio, i due operosi del triumvirato, si volgono
contra Bruto e Cassio che s'eran rinforzati in Grecia, Asia ed Egitto,
tutto l'Oriente. Seguirono due battaglie a Filippi; e disfattivi
Cassio e Bruto, s'uccise il primo dopo la prima, il secondo dopo la
seconda [fine 42]. Quindi, mentre Marco Antonio si perdeva ad ordinar
l'Asia e l'Egitto ed a poltrirvi egli pure e peggio con Cleopatra,
Ottavio tornava a Italia, vi si volgeva contro Lucio Antonio fratello
di Marco. Accorso questo, seguiva fra' triumviri e Sesto Pompeo un
accordo, un nuovo spartimento di province; che costoro sognavan forse
far perpetuo, e simile a quello giá degli Alessandriadi [40]. Ma
Pompeo riapre la guerra navale, la fa due anni, e poi vinto da Lepido
e da Agrippa fugge e muore in Asia [38-36]; e Lepido vincitore perde
l'esercito guadagnatogli da Ottavio, onde anche questo triumvirato è
ridotto a duumvirato tra Marco Antonio ed Ottavio. Quindi seguono
quattro anni di respiro interno e di guerre straniere: Ottavio contro
ai dalmati e i pannoni, Antonio in Egitto e contro ai parti. Ma vinto
questo nell'impresa superiore a sua virtú, ed aggiunte alla vergogna
di vinto quelle del mal governo d'Asia, e del nuovo poltrire presso a
Cleopatra, ed offeso Ottavio con repudiare la sorella di lui [32],
s'aprí finalmente la guerra tra' due; e si finí in un atto, in una
gran battaglia navale ad Azio. Antonio vinto rifuggí alle braccia di
Cleopatra, ed inseguitovi da Ottavio vi s'uccise. Cleopatra l'imitò.
L'Egitto fu ridotto in provincia; il duumvirato diventò principato; la
repubblica, serbando il nome, fu tutta del nuovo e minor Cesare.


23. Religione, coltura.--Delle condizioni politiche e civili di questa
etá dicemmo via via, e cosí faremo per le etá seguenti; ondeché ne
diremo separatamente.--La religione poi, simile, come vedemmo,
nell'origine e nella genealogia degli dèi alla greca, si accomunò ora
interamente con essa; e perché i greci l'avean giá accomunata a tutto
l'Oriente, ed ella non trovava nell'Occidente numi e culti molto
diversi, ella diventò, senza difficoltá, universale nel mondo romano.
Ogni politeismo è naturalmente tollerante; serbando gli dèi propri,
ammette a secondari gli dèi stranieri. Del resto, tali religioni,
tutto esterne di natura loro, erano in Grecia diventate giá
indifferenti a chiunque vi s'internasse colla filosofia; e cosí
diventarono ai romani quand'ebber bevuta quella filosofia. La
religione rimase poco piú che arte politica, stromento, arcano
d'imperio, in mano a' patrizi, che serbarono fino alla fine della
repubblica la privativa del sommo pontificato e de' sacerdozi
maggiori.--Incominciata da Socrate, Platone, Aristotele e gli altri
capiscuola, questa fu la grande, la utile etá della filosofia; non ne
sorgerá mai piú un'altra tale. In seno alla religione vera, restan
minori di necessitá i destini della filosofia. All'incontro la
filosofia greco-romana andava molto piú oltre e piú giusto nella
veritá che non la religione contemporanea; e perciò fu grande ed
utilissima. E perciò Cicerone, tutti i romani professavano doversi
prendere da essa, eloquenza, lettere, _ius_ pubblico e privato,
costumi, ogni civiltá, ogni coltura, di preferenza che dalla
religione.--Le lettere specialmente dipendettero tutte, si
conformarono tutte dalla filosofia. Del resto, le romane furono sempre
figliuole delle greche; fin dall'origini, quando è tradizione che Numa
le prendesse da Pitagora (tradizione falsa quanto a Pitagora che fu
posteriore, ma giusta nel significato nazionale); quando Demarato le
portava giá dalla Grecia propria; e poi quando i romani piú rozzi
conquistarono i magno-greci piú colti, e finalmente i greci
coltissimi. Polibio, contemporaneo ed amico de' Scipioni, fu uno de'
primi e piú grandi venuti di Grecia a ingentilir Roma.--Nella quale
poi, come dapertutto, s'ingentilí la lingua poetica primamente: Livio
Andronico uno schiavo greco, Nevio un campano, Ennio un magno-greco,
Plauto un umbro, Terenzio schiavo cartaginese (tutti stranieri al
Lazio) furono i primi poeti e scrittori latini dal 250 al 150
all'incirca. Romani si furono i primi prosatori e storici, Fabio
Pittore e Catone il vecchio, di poco posteriori a' primi poeti.
Seguirono nell'ultimo secolo, e i piú negli ultimi anni della
repubblica, Lucrezio, Catullo ed altri poeti; Varrone, Sallustio,
Cesare ed altri storici e prosatori vari; e principalmente, com'era
naturale in quel governo libero, in quelle contese di libertá e di
parti, molti uomini di Stato, giureconsulti ed oratori, gli Scevola, i
Bruti, i Rufi, Ortensio, Cicerone; oltre poi tutti i grandi capi di
parte, che nominammo dai Gracchi fino ad Augusto, i quali non poterono
certo diventare tali, se non colla persuasione prima che coll'armi;
colla persuasione, che sovente non è retorica, talora non filosofia né
ragione né giustizia, ma sempre si deve dire «eloquenza».--Degno, e
forse importante, è poi ad osservarsi, che mentre fiorivano tuttavia i
piú e migliori di questi, giá erano nati ed educati Tito Livio,
Cornelio Nipote, Orazio, Virgilio, Ovidio e tutti insomma gli aurei
del secolo detto «aureo» al cader della repubblica. Figli dunque della
repubblica, cresciuti nella viva atmosfera della libertá, si debbono
dire tutti questi sommi latini, tutti questi splendori, che mal si
sogliono chiamare del secolo d'Augusto. I grandi son figli dell'etá in
cui s'allevano, e non di quella in cui finiscono; i secoli si
dovrebbero nominare da chi li genera ed educa, e non da chi li
termina; e il cosí detto secolo d'Augusto, finí ad Augusto e per
Augusto.--Ad ogni modo, questi ultimi scolari de' greci emularono,
arrivaron sovente, superarono talora i maestri. Non forse in poesia,
ma certo in parecchie di quelle lettere che dipendono dalla scienza e
dalla pratica di Stato. Nell'eloquenza, per vero dire, io odo i periti
delle due lingue por Demostene il sommo greco sopra Cicerone il sommo
romano; ed io m'accosto volentieri a tal opinione, e per quella
superior semplicitá che riluce nell'ateniese, e perché difensor
d'indipendenza, mi par piú fortemente ispirato che non il romano
difensor di libertá. Certo, se mi si conceda di giudicare (con metodo
opposto al solito) degli antichi da' moderni, tutti i grandi oratori
politici del secolo scorso e del presente, i Pitt, Fox, Burke,
Mirabeau, Foix, Canning, e i viventi, si veggono seguir molto piú
l'andamento oratorio demosteniano, che non il ciceroniano; ondeché si
può credere che il primo, il quale regge ai secoli e si rinnova cosí
in societá diversissime, sia piú naturale, piú universale, piú
pratico. Quanto agli storici mi pare che i romani tutti insieme
abbiano superati i greci. Niuna semplicitá, non quella stessa di
Tucidide, è superiore a quella di Cesare; e Cesare è superiore a
Senofonte nel parlar di sé, nel dettare storie personali, memorie
militari. Tito Livio (a malgrado gli assalti moderni i quali non
provano nulla contro a lui, se non ch'ei parlò incompiutamente e
dubitativamente di fatti trovati incompiuti e dubbi nelle tradizioni),
Tito Livio rimane pure a' nostri dí il piú grande, l'inarrivato, forse
inarrivabile esempio d'una storia nazionale, scritta ad uso non
d'eruditi, non di questa o quella condizione speciale d'uomini, ma di
tutte. Sallustio, non imitator de' greci, né di nessuno, fu primo e
forse sommo in quel modo stretto e forte, che fu imitato poi, e
portato oltre, da Tacito; e se è vero che fosse vizioso uomo alla
pratica, egli ha almeno il merito, pur troppo non cercato da' nostri
cinquecentisti ed altri moderni, d'esser rimasto virtuoso scrittore.
L'ipocrisia della virtú e l'ipocrisia del vizio, sono amendue brutte;
ma la seconda è piú dannosa. In tutto, niuna etá, niuna nazione, niuna
lingua finora, vanta una triade di storici come Cesare, Sallustio e
Tito Livio; senza contar Tacito posteriore. Finalmente, superiore a
tutti gli antichi, furono i giurisperiti romani. Poco resta, per vero
dire, da giudicar di quelli dell'etá repubblicana; tuttavia e quel
poco, e le tradizioni, e la ragione stessa ci fa certi che in
quell'etá dell'origini e della libertá furono le fondamenta di quella
scienza, la quale sopra ogni altra dipende dai fatti originari e si
fonda sulla libertá. In somma, di tutta questa letteratura latina, o
prima italiana, gli oratori, gli storici, i giureconsulti son quelli
che noi dovremmo studiare incomparabilmente piú. Ivi quello stile
piano e pratico, che è cosí raro nelle lettere italiane; ivi una
realtá, una vita, una libera operositá che si ritrovano sí ne' nostri
trecentisti e quattrocentisti, ma non guari piú giú; ivi poi una
grandezza degli affari trattati che non si ritrova forse (dirollo a
malgrado le invidie nostre ed altrui) se non ne' romani moderni, negli
inglesi. Né vogliamo studiare quegli stessi a servile imitazione od a
vano vanto: quella è pedanteria sempre, questo vergogna a decaduti.
Sopra ogni cosa di que' grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di
pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operare: questo è il
miglior modo di dimostrare la filiazione nostra da que' romani, che
furono i piú sodi, i piú pratici uomini del mondo antico.


24. Continua.--Di quelle scienze che alcuni chiamano «naturali», altri
«positive», ma ch'io chiedo licenza di chiamare, per piú precisione,
«materiali», poco è a notare in questa etá. Degli etrusci, dicesi
sapessero tirar il fulmine: sará! Dei romani, toltone Catone scrittor
d'agricoltura, non saprei qual altro un po' grande nomare. Ma se, come
dobbiamo, noi chiamiamo «italiani» tutti coloro che nacquero e
crebbero di schiatte diverse in qualunque delle terre che or si
chiamano Italia; noi abbiamo di quest'etá il maggiore scienziato che
sia stato nell'antichitá tutt'intiera. Archimede siracusano [--208],
gran matematico, gran filosofo, grande ingegner militare. Ma non si
vede che abbia avuta scuola; certo, tutte le scienze avanzate da lui,
non avanzarono dopo lui. Eppure, cosí positive come sono, cosí
appoggiate alla facoltá del ragionar forte, elle sembrerebbero aver
dovuto essere simpatiche al genio romano. Ma il fatto sta, che tal
genio non era a nessuna contemplazione, nemmeno questa; era tutto alla
vita attiva politica, finché fu conceduta.--E cosí è, che dell'arti
quasi niuna fu coltivata felicemente da' romani repubblicani. Della
musica non si trova vi ponessero di gran lunga quell'amore,
quell'importanza che i greci; quasi non pare la coltivassero.--Il nome
di Pittore aggiunto ad uno de' Fabi, è delle poche memorie che faccian
credere essere stata l'arte, bene o male coltivata da liberi anzi da
patrizi romani. Supplivano sí gli altri italiani. Quest'è l'etá a cui
si riferiscono dagli archeologi presenti que' monumenti piú perfetti
dell'arte italo-greca, che s'attribuirono giá agli etrusci piú
antichi. E giá accennammo quanti di que' monumenti siensi trovati
nelle cittá italiche. Ma è piú meraviglioso ciò che ce n'è detto dalle
storie: duemila statue, dice Plinio, essere state in Volsci, quando fu
presa da' romani, spinti dal desiderio di esse. A questo modo i romani
ornavano lor cittá. Se non che le pitture, che si facevano allora le
piú sulle mura, non potevano esser trasportate; e cosí essi fecer
probabilmente venir di fuori piú pittori, ma anche scultori,
fonditori, figulini, incisori di monete e di gemme.--In una sola arte
(fossero cittadini od altri italiani o greci gli artisti) si può dire
che i romani avessero stili propri, peculiaritá: nell'architettura; e
le loro peculiaritá vi furono le due solite, la sodezza e l'utilitá.
Usarono fin da principio, molto piú che i greci, le vòlte, gli archi;
furono, a dir di Strabone, inventori degli acquedotti; la cloaca
massima è del tempo dei re; l'emissario d'Albano, dell'etá
repubblicana [350 c.]. Ma la principale, piú certa e piú utile
invenzione loro, fu quella delle grandi, ben diritte e sodissime vie
pubbliche. Certo che anche prima di essi, in tutte le regioni
incivilite di Grecia o d'Asia, furono vie segnate e fatte dal lungo
passaggio; e certo che vi s'aggiunsero qua e lá tagli, argini, ponti,
opere d'arte; ma colá non erano opere d'arte le vie intiere. I romani,
all'incontro, le fecer tali fin da principio; e come vennero
estendendosi nella penisola, vi fecero a poco a poco una vera rete di
vie, non meno maravigliosa a quell'etá, di quel che sieno alla nostra
le reti di strade ferrate, promosse da' romani moderni che dicemmo.
Tanto s'assomigliano le operositá, le necessitá della civiltá
quantunque diversissime! O piuttosto, tanto s'assomigliano le civiltá
anche piú diverse! Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il
lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio
sempre di tutte le nazioni forti, che han fiducia nel proprio
avvenire, di quelle che sono conscie di lavorar per sé, non per
altrui.



LIBRO TERZO

ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

(anni 30 av. G. C.--476 dall'èra cristiana).


1. Augusto [30 av. G. C.-14 dopo].--Il ritorno d'Augusto e i
quarantaquattro anni che seguirono di tranquillitá e d'ordine
restituito, furono in Roma molto simili a quelli veduti a' nostri dí
in Francia sotto Napoleone consolo. A' piú terribili e piú colossali
turbamenti che sieno forse stati mai in niuna gran civiltá,
succedevano clemenza, riposo, riordinamento. Le lunghe guerre, le
proscrizioni aveano spenti i piú appassionati, rinnovata la
generazione. Tutti erano stanchi, tutti capacitati dell'impossibilitá
d'una restaurazione repubblicana, tutti della necessitá del
principato. Cesare Ottaviano, tra breve per antonomasia, per
adulazione religiosa, detto Augusto, pareva nato a tale uffizio;
scellerato repubblicano, ottimo, modesto principe. Non ebbe corte
all'orientale, alla moderna; bensí, ad uso patrio, gran clientela, di
quasi tutti i grandi scrittori che nominammo testé, e di molti altri
men nominati o innominati, che sogliono far volgo in tutte le grandi
etá letterarie, e poi degli artisti ed artefici che abbellivan Roma a'
cenni di lui, e principalmente di tutti i postulanti o possessori
d'impieghi e cariche, e magistrati della repubblica. Perciocché ei
conservò di questa il nome e tutti gli uffizi, contentandosi di
usurpare e unire in sé i maggiori. Prese, non ottenuta l'ultima
vittoria, quello d'imperatore [31]; subito dopo, la potestá tribunizia
perpetua [30]; quindi il consolato dapprima annuo, poi perpetuo [19],
lasciandone gli onori senza potenza a due consoli supplementari
(_suffecti_); la censura, pur perpetua [id.]; e finalmente il
pontificato massimo [15].--Al popolo lasciò i comizi, ma ridotti a
poche elezioni. Le piú furono date via via al senato fatto e rifatto
da lui, tutto suo; e con questo divise le province, commettendogli le
piú tranquille, tenendo egli quelle di frontiera. Alle senatorie
furono eletti proconsuli, alle imperiali scelti legati.--Ordinò gli
eserciti in campi stanziali (_stativa_); una guardia del principe
(_cohortes praetorianae_), una urbana (_cohortes urbanae_) presso la
cittá; le legioni al Reno, al Danubio, all'Eufrate, al Nilo,
all'Atlante; due flotte di qua e di lá ai due mari d'Italia, a Miseno
e a Ravenna.--Ordinò le finanze: due casse distinte, il _fiscum_
dell'imperatore, l'_aerarium_ dello Stato; il primo, maggiore e
fornito dalle terre dette perciò «confiscate», e da' tributi delle
province imperiali; il secondo, da quelli delle province senatorie. Le
necessitá sorte a poco a poco avevano stabilita quella varietá di
tributi, che la scienza moderna disapprovò giá, ma approva ora
unanimemente; proprietá e mutazioni di proprietá territoriali,
commerci interni ed esterni, sostenevano il carico pubblico.--Né
trascurò, anzi compiè, le conquiste: e fermolle con ammirabile
opportunitá. E prima ridusse i salassi, ed altre genti galliche
alpestri; fatto piccolo ma notevole, perché solamente allora, e cosí
dopo quattro secoli, si vede terminata la gran guerra nazionale contro
ai galli, e compiuta la conquista della penisola, a cui intiera
s'estese allora il nome d'Italia. Né è senza onore al complesso di
queste genti, che diremo «italiane» d'ora in poi, che la conquista,
l'unione di esse a Roma, abbia cosí costato altrettanto tempo, quanto
appunto ne costò tutto il resto del mondo romano, tutto il cerchio del
Mediterraneo. Attorno al quale poi e nell'interno del continente
furono finiti di ridurre i celtiberi dei Pirenei, gli armorici ed
ultimi galli occidentali, i reti, i vindelici, i norici, i pannoni, i
mesii, tutti i germani e slavi di qua del Danubio, e in Asia gli
armeni. E furono tentati poi altri estendimenti; minacciati i parti,
ma non assaliti di fatto; tentati gli arabi e gli etiopi, ma fino al
deserto solamente, ed ivi lasciati; assaliti bensí piú volte e
fortemente i germani d'oltre Reno e Danubio, ma con successi vari
dapprima, e lasciandovi finalmente l'ossa delle legioni di Varo,
distrutte da un duce a cui ne rimase il nome generico di «guerriero»,
Heerman od Arminio [9]. Piansene Augusto, ma non era un Giulio Cesare
da andarvi e vincervi: mandovvi legati; e quella guerra trasmessa
dall'uno all'altro de' suoi successori, non proseguita da niuno di
essi, nemmeno forse da Traiano, coll'antica ostinatezza romana, quella
guerra germanica occupa tutta l'etá che incominciamo, non finisce se
non con lei, cioè coll'imperio occidentale.


2. Continua.--Limiti d'Augusto furono dunque, il Reno, il Danubio,
l'Eufrate e i deserti d'Arabia, di Nubia, di Numidia. In mezzo, il
Mediterraneo tutt'intiero, lago italiano, che non fu né sará,
probabilmente, mai piú lago di niun'altra nazione.--In Ispagna erano
tre province: lusitania, betica e tarragonese.--In Gallia transalpina,
quattro: narbonese, lugdunese aquitanica e belgica.--In Germania e ne'
paesi danubiani, otto: Vindelizia, Rezia, Norico, due Pannonie, due
Mesie ed Illirico.--In Grecia, tre: Macedonia, Tracia ed Acaia.--In
Asia, quattro: Asia, Bitinia, Cilicia, Siria, oltre Giudea, Comagene,
Cappadocia, Ponto, Licia, Samo e Rodi, Armenia e Mesopotamia, piú o
men libere o regnate di nome, ma rette di fatto da qualunque
proconsolo o legato romano, e che diventarono province poi.--In
Africa, tre: Egitto, Cirenaica ed Africa, oltre la Mauritania pur
retta a regno allora, pur divisa in province poco dopo.--E finalmente
in grembo al Mediterraneo, quattro: Siracusa e Lilibeo in Sicilia,
Sardegna e Corsica.--L'Italia, la penisola signoreggiante, non era
allor divisa in province; serbava tutte le distinzioni di sue genti
primitive, secondo i patti con cui ciascuna s'era aggregata a Roma; ma
queste distinzioni erano scemate dalla concessione, che Augusto fece
allora a tutte insieme, di quel diritto di cittadinanza, tanto
contrastato giá quando non era un'ombra.


3. Continua..--Molte leggi buone fece Augusto per tutto ciò, e per
restituir la pace e i costumi. Ma a confermarli, due pessime; non
abusate, per vero dire, da lui, bensí all'infinito da' successori:
quella di maestá (_Iulia de maiestate_) che faceva delitto d'ogni
menoma mancanza di rispetto all'imperatore; e quella che istituiva
commissioni speciali, tribunali eccezionali (_cognitiones
extraordinariae_), a perseguire questi od altri delitti. Ma il peggior
danno fatto da Augusto alla patria fu il non aver esso dato nome o
almen forma sincera di regno allo Stato, come avea voluto Cesare;
l'averlo lasciato non repubblica e non principato finito, il non avere
insomma osato far legge di successione. Destinò eredi prima Caio e
Lucio nati di Giulia figliuola sua; poi, morti i due, Tiberio Nerone
figliuolo di Livia sua seconda moglie. L'adottò; lo fece dal servo
senato chiamare a parte di tutte le magistrature che costituivano il
principato. I posteri piú sfacciati chiamarono questa e le simili poi
«_leges regiae_»; ma non erano tali né nulla di determinato, mezzi
termini e non piú. In alcune teoriche non dedotte dalla sperienza, il
principato elettivo fu giá detto migliore che l'ereditario; in
pratica, e perciò nelle buone teoriche, è preferito l'ereditario. Ma
in ogni maniera di pratiche o di teoriche, il pessimo de' principati è
quello in cui la successione, non determinata da niuna legge, si fa
volta per volta, per adozioni, per destrezze, per intrighi, per forza,
per compre. E tal fu quello lasciato da Augusto a tutto l'orbe romano;
alla misera Italia in particolare, sulla quale durò e pesò variamente,
ma poco men che senza interruzione, per diciotto secoli.


4. Tiberio [14-37].--Quindi la serie degli imperadori romani fu la
pessima che s'abbia di niun principato. Cosí lunga ed immane tirannia,
cosí prostrata servitú non sembrano essere state possibili in una
civiltá, con una coltura cosí progredite come le romane; e il fatto
dimostra la superioritá della civiltá e della coltura cristiane, in
mezzo a cui elle furono fin qui, e sono piú che mai impossibili
veramente.--La serie s'apre con uno dei peggiori, Tiberio. Era stato
uomo capace, forse virtuoso in gioventú; erasi pervertito tra le
ambagi, gli artifizi, gli ozi, i vizi dell'aspettazione; era falso,
sospettoso, crudele e perduto in voluttá, quando imperiò a
cinquantasei anni. Die' subito grande effetto alle leggi di maestá;
accrebbelo coll'incoraggiare, istituzione nuova, i delatori. Peggio
che mai, quando invecchiato lasciò il governo a Seiano, e andò a
marcire nei segreti di Capri, dove finí. Guerreggiò in Germania ed
Asia; non egli, dopo che fu imperatore, ma pe' suoi capitani, fra cui
principale, e perciò odiato, Germanico figlio di suo fratello. Sotto
lui furono ridotte a provincia Cappadocia e Comagene.


5. I tre ultimi della famiglia di Cesare [37-68].--Succedette Caio
figlio di Germanico, adolescente di speranze, giovane voluttuoso,
crudele e poco men che impazzato. L'uccisero dopo quattro anni i
pretoriani, e gridarono imperatore lo zio di lui Claudio, che ne li
pagò con un donativo. Quindi il modo cattivo di successione diventò
pessimo.--Claudio era giá di cinquant'anni, uom mediocre per sé,
peggiorato dall'ozio, dal sospetto in cui eran tenuti i collaterali di
casa Cesare, come quelli poi di casa Ottomana. Debole, ghiotto,
donnaiuolo, governarono per lui donne e liberti, Agrippina, Messalina,
Pallante, Narciso, nomi infami. Regnò tredici anni, morí di veleno
datogli per affrettare la successione a Nerone genero di lui.--Questi
era giovane di diciassette anni, pur esso di speranze, allievo di
Seneca filosofo. Diventò crudele per paura. Incominciò con uccider
Britannico cugino suo, proseguí contra quanti appartenevano piú o meno
alla famiglia di Cesare; finí con uccidere sua moglie Ottavia che
l'avea fatto salire a quella famiglia, sua madre Agrippina che l'avea
posto in trono, e Poppea sua seconda moglie che l'avea spinto e amato
tra tutto ciò. Poi, macelli di grandi e piccoli numerosissimi; fra gli
altri di molti cristiani, a trastullo; e poi voluttá, nefanditá,
pazzie. Sorsero parecchie sollevazioni; i pretoriani l'uccisero dopo
quattordici anni di tirannia; e con lui finí la famiglia vera de'
Cesari. Ma tutti i successori ne serbarono il nome.--Sotto Claudio
s'estesero i limiti in Britannia, e si ridussero a provincia
Mauritania, Licia, Giudea e Tracia; sotto Nerone fu di nuovo estesa e
ridotta a provincia Britannia; e si guerreggiò in Armenia, e in Giudea
giá sollevata, e contro a' parti.


6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi [68-96].--Galba, vecchio
capitano di settantadue anni, era stato gridato imperatore in Ispagna,
mentre s'uccideva Nerone. Venuto a Roma, vi fu riconosciuto dal
senato, mal veduto da' pretoriani e sbalzato in pochi mesi da Ottone
[68-69]. Il quale riconosciuto in Roma e non dalle legioni germaniche,
andò loro incontro, ne fu vinto, e s'uccise; durò tre mesi
[69].--Vitellio condotto a Roma da quelle legioni, vi fu riconosciuto;
ma, disprezzato in breve per libidini e crudeltá, fu sconfitto ed
ucciso in pochi altri mesi dalle legioni di Siria e del Danubio, che
acclamarono e condussero a Roma Flavio Vespasiano [69].--Quindi la
nuova famiglia de' Flavi che imperiò per tre generazioni. Vespasiano
tranquillò, riordinò l'imperio sovvertito nei cinquantacinque anni dei
quattro Cesari nefandi, e dall'ultime competenze. Dovette accrescere i
tributi; abolí le accuse di maestá, ributtò i delatori; fu buon
principe; guerreggiò co' batavi risollevati tra le ultime contese
dell'imperio; co' giudei sollevati, a cui Tito distrusse Gerusalemme
[71]; co' britanni e co' caledoni vinti da Agricola; ridusse o
confermò a province Rodi, Samo, Licia, Tracia, Cilicia e
Comagene.--Successegli Tito figliuolo di lui, stato giá devoto a lui
ed alla patria, capitano vittorioso e per que' tempi clemente; modello
de' principi ereditari. Non regnò se non due anni [79-81], e gli
bastarono a farsi modello de' regnanti.--Seguí Domiziano fratello di
lui, ma troppo diverso; vano, invido, sospettoso, crudele, richiamò
Agricola vittorioso dalla Britannia, guerreggiò or a pompa in persona,
or pe' capitani contro a' germani e ai daci, or vanamente, or cosí
vilmente che patteggiò un tributo agli ultimi. Fu ucciso per congiura
di palazzo [81-96].


7. Nerva, Traiano, Adriano [96-138].--Posto in trono da' congiurati
Nerva, un vecchio onorando di settanta anni, furono restituiti
l'ordine, lo splendore dell'imperio; e continuati, accresciuti poi per
una serie di buone adozioni durante quasi un secolo. Questo fu, senza
paragone, il piú, od anzi il solo buon secolo di quella grande
autocrazia; fu, secondo l'espressione d'un autocrata moderno, caso
fortunato. Nerva regnò poco piú d'un anno; ma in quello, fece uno
forse de' piú rari, certo uno de' piú utili atti adempibili da un
principe, apparecchiossi un successore maggiore di lui [98].--Traiano
figliuolo adottivo di Nerva, spagnuolo, e cosí primo degli augusti che
non fosse italiano, gran capitano, grande uomo di Stato, fu tale sul
trono, che può credersi sarebbe stato grande senz'esso, sarebbe stato
gran cittadino di una patria libera. Ordinò, temperò il principato;
abolí i giudizi di maestá; restituí al popolo i comizi, le elezioni
lasciategli da Augusto, al senato la libertá delle deliberazioni. Non
solamente lavorava ma operava molto; in finanze era gran massaio e
grande spenditore insieme; in monumenti e strade pubbliche (quella
antica gloria romana che giunse allora al sommo) splendidissimo. Fece
molte guerre contro ai parti, agli arabi e ai daci, che a taluni paion
troppe, ma che forse eran necessarie, e ad ogni modo furon tutte
gloriose. Prima di lui non erasi guerreggiato se non per mantenere i
limiti d'Augusto, o tutto al piú per ordinare in province alcune genti
inchiuse in essi; egli li estese, e passando il basso Danubio contro a
quei daci a cui Domiziano avea testé pagato tributo, li vinse e
ridusse a provincia romana.--Successegli [117] Adriano suo figliuolo
adottivo, principe pacifico. Trattò co' parti ed abbandonò tutte le
conquiste asiatiche incominciate dal padre. Buon ordinatore, buon
amministratore anch'egli; piú che mai splendido, ma forse giá men buon
gustaio in arti e monumenti; gran viaggiatore in tutte le parti
dell'imperio, fu in complesso principe buono dopo un grande. S'era
apparecchiato un cattivo successore adottando Lucio Antonio Vero; ma
morto quello, ne adottò uno ottimo, Antonino.


8. Gli Antonini [138-192].--Antonino Pio continuò, accrebbe la pace,
l'ordine dell'imperio; e si contentò di difenderlo pe' suoi legati
contro alle genti che l'assalivano all'intorno.--E cosí Marco Aurelio
figliuolo adottivo di lui [161-180]. Salendo al trono adottò Lucio
Vero e il chiamò non solamente cesare (titolo dato fin d'allora a'
figliuoli e successori), ma augusto, e cosí l'associò intieramente
all'imperio; e fu il primo esempio di due imperatori regnanti insieme.
E diedero i due l'esempio, non guari seguíto, di regnare concordi.
Marco Aurelio effettuò quel desiderio di non so quale antico, di veder
sul trono un filosofo. Fu tale non soltanto speculando, ma scrivendo;
che è forse troppo per chi ha l'ufficio del fare, superiore a quello
dello scrivere. Lucio Vero fu dissoluto. E guerreggiarono i due or per
sé or pei legati contro a' parti felicemente; ma con successi vari
contro a' marcomanni, una lega di popoli germanici del confine (come
suona il nome stesso) i quali penetrarono una volta fino in Italia. E
allora [166 circa] per la prima volta furono assoldate, e stanziate
entro a' limiti, genti intiere di barbari; per l'addietro non s'erano
assoldati se non militi sparsi. È incontrastabile: due de' maggiori
danni dell'imperio, il trono diviso e lo stanziamento de' barbari,
furono inventati innocentemente dal principe filosofo. Premorto Vero,
morí Marco Aurelio nel 180; lasciò l'imperio al figliuolo Commodo.--Il
quale, indegnissimo de' cinque predecessori, dissoluto, crudele,
sfrenato, comprò la pace co' marcomanni, tiranneggiò in Roma, fecevi
l'istrione, il gladiatore, l'Ercole, sui teatri pubblici, abbandonò il
governo ai prefetti del pretorio ed ai liberti; e costoro, di concerto
con le meretrici, l'uccisero finalmente [192].


9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente [193-285].--Quindi, per quasi
un secolo, nuove contese di successione, ed imperatori cosí moltiplici che
appena si possono numerare.--Pertinace innalzato dagli uccisori di Commodo
per tre mesi, e poi ucciso [193]; Didio Giuliano, che comprò l'imperio
all'incanto dai pretoriani; Pescennio acclamato dalle legioni di Siria,
Albino dalle britanniche, Settimio Severo dall'illiriche. Vinse l'ultimo;
fu buon soldato, sconfisse i parti, regnò diciassette anni [193-211], e
lasciò l'imperio ai due figliuoli suoi Caracalla e Geta.--I quali regnarono
per poco insieme, odiandosi. Caracalla uccise il fratello in grembo alla
madre; e, come era conseguente, tiranneggiò poi. Guerreggiò con gli
alemanni, una nuova lega (come suona il nome) di germani diversi
raccogliticci che si vede sottentrar ora a quella che sparisce de'
marcomanni. Caracalla fu quegli che estese il diritto di cittadinanza
dall'Italia a tutte le province. Dicesi il facesse per accrescer l'entrate,
estendendo i carichi pubblici; ed è strano veder quindi che questi avesser
pesato piú su coloro i quali aveano diritto e nome di cittadini, che non
sui provinciali. Ad ogni modo, cosí cessò il nome stesso di quel primato
conquistato giá con tanto sangue dagli italiani, sancito in essi da
Augusto. Mentre Caracalla guerreggiava co' parti, fu ucciso dal prefetto
del pretorio [211-217].--Questi, Macrino, comprata la pace da que' barbari,
era tuttavia in Asia, quando le legioni innalzarono Eliogabalo, un giovine
sacerdote del Sole, che Soemi sua madre proclamò figliuolo di Caracalla.
Battutisi i due, rimase vincitore e imperatore il giovine sacerdote
[217-218]. Il quale portò sul trono di Roma, pur giá tanto macchiato, nuove
infamie, nuove superstizioni; e fu trucidato in men di quattro anni dalle
guardie [218-222].--Alessandro Severo cugino di lui, e adolescente egli
pure, fu tuttavia diversissimo. Costumato, belligero, restaurator di
discipline, guerreggiò co' persiani, i quali avean testé distrutta la
potenza de' parti non saputa distruggere mai da' romani, ed avean cosí
fondato un nuovo imperio, anche piú pericoloso. E guerreggiando co' germani
fu trucidato da' soldati impazienti della rinnovata disciplina
[222-235].--Massimino, un soldato trace semibarbaro e feroce, mal innalzato
cosí, guerreggiò tuttavia felicemente contra i germani, i pannoni e i
sarmati stessi piú lontani; ma intanto furono gridati in Roma, prima due
Gordiani padre e figlio; poi, morti questi, un Papieno, un Balbino. Contra
i quali scendendo Massimino dal Sirmio, furono uccisi tutti e tre, ciascuno
da' propri soldati, e rimase solo un terzo Gordiano, figlio e nipote de'
due altri [237-238].--Il quale, quasi fanciullo, regnò prima sotto la
tutela d'un prefetto del pretorio, e fu sei anni appresso ucciso da un
altro [238-244].--Costui, un arabo, chiamato Filippo, tenne cinque anni
l'imperio, disputatogli in varie province, toltogli colla vita da Decio suo
capitano, ch'egli avea mandato a combattere competitori in Pannonia
[244-249].--Decio guerreggiò contro a' goti invadenti per la prima volta
l'imperio di qua dal Danubio, e morí col figlio, sconfitto da essi
[249-251].--L'esercito acclamò Gallo, l'uccise tra pochi mesi; acclamò
Emiliano e pur l'uccise, acclamando Valeriano [251-253].--Valeriano ebbe a
difendere i limiti giá intaccati in tutto il giro dagli alemanni sul Reno e
l'alto Danubio, da' goti sul basso, dai persiani sull'Eufrate. E li difese
contro a' primi e a' secondi, ma succombette e fu preso da' terzi
[253-259].--Succedettegli Gallieno figliuol suo, giá associato all'imperio;
e quindi vidersi due imperatori romani, padre e figlio, languire e perir
l'uno ne' ferri barbarici, seder l'altro sul maggior trono del mondo; e
sorger quindi tanti altri imperatori in ogni provincia, che chi ne conta
diciannove, chi trenta, detti nella storia i trenta tiranni. Allora ebbero
grand'agio i barbari ad ordinarsi, ad assalire su tutti i limiti. E tre
grandi leghe di genti germaniche ne sorsero o crebbero dalle bocche del
Reno alle bocche del Danubio: quelle de' franchi, degli alemanni e dei
goti, che furon poi le principali distruggitrici dell'imperio
[259-268].--Morto Gallieno, successegli, chiamato da lui, miglior di lui,
Aurelio Claudio che vinse prima uno de' competitori, gli alemanni, poi i
goti, ma morí in breve di peste a Sirmio. Il senato gl'innalzò poi
meritamente una grande statua d'oro in Campidoglio [268-270].--Furono
acclamati dal senato Quintilio fratello di Claudio, e dall'esercito,
Aureliano; e uccisosi il primo, dopo pochi giorni di porpora, rimase solo
il secondo e regnò gloriosamente cinque anni. Respinse gli alemanni e i
goti, non piú invasori solamente de' limiti, ma d'Italia, dell'Umbria! E
vinse e prese Zenobia, la famosa regina di Palmira, invaditrice d'Asia
minore, Siria ed Egitto. E vinti i rimanenti tiranni in Gallia, Spagna e
Britannia, ed abbandonata la Dacia e cosí ridotti i limiti di Traiano, ma
restituiti tutt'intorno quelli d'Augusto, poté apparir vincitore,
restauratore dell'imperio. Ma fu per poco: dopo cinque anni gloriosissimi,
fu ucciso come uno de' volgari imperatori, e ricadde l'imperio nello
strazio consueto [270-275].--Seguí anzi, strazio nuovo, un interregno di
sei mesi; senato ed esercito si rimbalzavan la scelta; non che conteso,
l'imperio non era piú desiderato. Finalmente fu eletto dal senato Tacito,
un vecchio di settantacinque anni, che morí guerreggiando contro ai goti
dopo altri sei mesi [275-276].--Successero Floriano, fratello di Tacito,
per elezione del senato, e Probo, gridato dall'esercito di Siria. Ed ucciso
in breve il primo dai propri soldati, rimase solo il secondo. Imperiò e
guerreggiò sei anni sul Reno e il Danubio, tra' quali innalzò un gran muro,
vana difesa; fu ucciso al solito dai soldati, i quali tolleravano anche
meno i forti imperatori che non i dappoco [276-282].--Innalzarono Caro
prefetto del pretorio che guerreggiò felicemente contro ai goti, ed
avviatosi contro ai persiani, morí, dicesi, di fulmine [282-284].--E
successero insieme i due figliuoli di lui Carino e Numeriano. Ma in breve,
ucciso Numeriano dal suo prefetto del pretorio, e innalzato a luogo di lui
Diocleziano, e ucciso pur Carino da un tribuno a cui egli avea tolta la
moglie, rimase solo Diocleziano [284-285]. Tristo secolo, deplorabile
imperio, noiosa storia!


10. Diocleziano e i successori fino a Costantino [285-306].--Quando
uno Stato è venuto decadendo per parecchie generazioni, il restaurarlo
è difficile a un uomo solo quantunque grande per sé e per potenza,
perché non trova appoggio nel proprio popolo corrotto; gli è d'uopo
procacciar primamente che sia piú o men rinnovato dall'esempio de'
popoli vicini non corrotti. Ma ciò è impossibile nelle civiltá
corrotte tutt'intiere. Tuttavia un grand'uomo che si trovi in
occasione di tale impresa, non suole, non può tenersi dal non
tentarla; e nella storia, ne' giudizi de' posteri resta poi sempre
dubbio, se il tentativo abbia ritardata o non forse accelerata la
caduta. Ciò avvenne a Diocleziano e Costantino, restauratori, mutatori
indubitati dell'imperio. Propensi noi a lodare chi opera grandemente,
quand'anche sventuratamente, anziché chi aspetta, oziando, la fortuna,
a noi paiono essi tutti e due uomini grandi nati in tempi
dappoco.--Diocleziano vide i due sommi pericoli dell'imperio: le
contese di successione tra i capi degli eserciti, e l'invasione de'
barbari giá prementi su tutti i limiti; e tentò riparare ai due
insieme con un ordinamento grande, un pensiero generoso. Solo signor
dell'imperio, solo augusto, non solamente fece augusto e pari suo
Massimiano, ma in breve aggiunse a sé ed al socio due cesari, o
successori designati, Valerio e Costanzio Cloro. Né furono piú di
quelle associazioni vane od anzi pericolose per l'imperio, utili
solamente all'imperatore che guarantivano: fu vera divisione del
territorio, che non era difendibile oramai da un solo imperatore.
Distribuí le province tra i quattro: l'Asia a sé; Tracia ed Illirico a
Valerio, cesare suo; Italia ed Africa a Massimiano augusto; e Gallia,
Spagna, Britannia e Mauritania a Costanzio, l'altro cesare. Cosí
(essendo tenuta dai due augusti una supremazia sui due cesari),
l'imperio, giá unico, rimase fin d'allora diviso in que' due,
orientale ed occidentale, che mutarono e rimutarono sí continuamente
limiti e signori, ma si ricostituirono e durarono in lor dualitá poco
meno che due altri secoli. Roma e l'Italia giá fin da Caracalla cadute
in condizioni pari alle province, ne decadder molto indubitatamente: e
ne patirono tutti i popoli che ebbero a far le spese a quattro palazzi
imperiali in luogo d'uno; e tanto piú, che moltiplicaronsi d'allora in
poi, in quei palazzi diventati vere corti, le pompe, gli uffici, i
titoli, i rispetti, all'uso antico orientale. Ma i due intenti del
riformatore furono arrivati: le successioni (che nella storia
appaiono, moltiplicandosi e incrociandosi, anche piú complicate)
furono in effetto men contese coll'armi, rimasero piú lungamente nelle
medesime famiglie; e le frontiere difese da quattro principi, ciascuno
dal posto suo, furono, secondo ogni probabilitá, difese meglio che non
sarebbero state da un principe universale, sforzato ad accorrere
dall'oceano settentrionale al golfo persico, e a lasciar un pericolo
d'invasione esterna ed uno d'usurpazione interna in ciascuno degli
eserciti ove non si trovasse.--E di fatti, vinsersi allora facilmente
alcuni competitori: e mantenuti i limiti europei, s'estesero
momentaneamente gli asiatici dall'Eufrate al Tigri. Ma nulla è che
stanchi come una operositá, una fortuna stessa, che si sperimentino
insufficienti allo scopo prefisso. Dopo venti anni di regno glorioso,
Diocleziano abdicò e fece abdicar Massimiano l'augusto, compagno suo
[285-305].--I due cesari, Galerio e Costanzio ne diventarono essi
augusti; ma molto disugualmente, rimanendo al primo (con due nuovi
cesari, Severo e Massimino) l'Oriente, l'Italia e l'Africa, ed al
secondo Britannia, Gallia e Spagna solamente. E morto in breve
Costanzio e succedutogli il figliuolo Costantino, prese il titolo
d'augusto, ma non fu riconosciuto se non come cesare da Galerio [306].
E ne seguirono nuove guerre, finché rimase solo Costantino.


11. Il cristianesimo [1-306].--Ma ci è debito qui accennare i princípi
e i progressi di quella religione cristiana, che, nata coll'imperio,
cresciuta mentre questo decadeva, e compressa, perseguitata fin ora,
salí ora a un tratto a condizione di religione trionfante e
regnante.--Nato in Giudea sotto Augusto, nella famiglia regia ma
decaduta di Davidde, un fanciullo chiamato Gesú, era cresciuto in casa
al mestiero paterno di falegname, e vi si era trattenuto trenta anni;
ed avea predicato poi per tre altri, sé professando il Messia
aspettato da sua nazione, sé il Cristo profetato, sé figliuolo di Dio,
rinnovatore ed estenditore all'intero mondo della religione primitiva
d'un solo Dio. Morto esso al tempo di Tiberio, sulla croce, per opera
degli ebrei che aspettavano un liberatore politico, un Messia
temporale, e che scandalezzandosi abborrivan questo; subito dopo,
dodici discepoli principali di lui, detti «apostoli», e sessanta
altri, tutti gente incolta, popolana, bassissima, e di quella nazione
dispregiatissima, s'eran dispersi ad annunziare il gran fatto che
l'Uomo Dio era risuscitato e salito al cielo, che regnerebbe
spiritualmente a poco a poco sulla terra tutta, fino al fine de'
secoli, ed altre simili novelle, dette fin d'allora da nemici ed amici
«stoltezze de' cristiani», «stoltezze della croce». Eppure furono
credute via via, secondo che si spargevano; e si sparsero prontamente,
largamente. In molte cittá di Giudea, d'Asia, di Grecia, sorsero
adunanze, chiese di cristiani. Il principale de' principali discepoli
ne fondò una in Antiochia, poi in Roma, centro dell'imperio; e questa
fu quindi la principale e centrale di tutte. Cosí l'Italia ebbe da Dio
quest'ufficio di centro della cristianitá: un ufficio, come tutti
quelli di quaggiú, dotato di diritti e vantaggi, carico di doveri, che
vedremo, nella storia seguente, perenni. In quelle chiese o congreghe
primitive s'accumunavano dapprima tutti i beni; poi, tanto almeno da
mantenerne i fratelli poveri; del resto, un solo Dio in cielo, una
sola fede in terra, una sola donna a ciascuno, le passioni umane
condannate, il corpo vilipeso, l'anima eterna sola importante;
insomma, una credenza e una morale purissime, non dissimili veramente
da quelle speculate invano da alcuni filosofi, ma fatte ora effettive,
universali tra questi novatori, ma fondate su principi, su fatti i piú
contrari che potessero essere alla ragione pura, filosofica,
precedente o non ammettente que' fatti. Quindi, non che aiuto,
repulsione, guerra di questi filosofi allora trionfanti, guerra di
ogni uomo dell'antica coltura allora avanzatissima, guerra d'ogni uomo
devoto alle religioni patrie, guerra di ogni uomo di Stato serbatore
di queste contro ai nuovi settari. E quindi supplizi, martíri,
persecuzioni legali contro essi. Dieci principali se ne contano, sotto
Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino,
Decio, Valeriano, Aureliano, e finalmente la piú feroce e piú
universale sotto Diocleziano; imperatori diversi, come si vede, gli
uni tiranni, gli altri buoni, altri grandi, e nel numero Traiano il
sommo uomo di Stato, Marco Aurelio il filosofo, tutti uniti nella
massima di Stato di distrurre la nuova setta. Eppure, tra tante
opposizioni e persecuzioni, e contro ad ogni ragione e probabilitá
filosofica, politica e storica, contro ad ogni andamento consueto
degli eventi umani, queste «stoltezze cristiane» s'erano sparse fin
da' tempi di Traiano cosí, che Plinio si lagnava ne fosser deserti i
templi de' numi patrii, e che al principio del terzo secolo se ne
scorgon pieni il palazzo, Roma, le province, le legioni. E tutto un
altro secolo durò, crebbe, soffrí questa societá religiosa che taluni
osan chiamare setta filosofica o politica, ma che fu tutto
all'opposto; non filosofica, posciaché, imponendo dommi e virtú
asprissime alla natura umana, conquistò pure quelle moltitudini dove
niuna filosofia riuscí mai a penetrare; e non politica nemmeno,
posciaché appunto diventò moltitudine e pluralitá di cittadini, senza
entrar una volta nelle contese, nelle congiure, ne' tumulti, nelle
turpitudini dell'imperio. Ed ora, siam per vedere l'imperatore farsi
cristiano, senza un interesse che potesse muoverlo, se non di prendere
l'opinione, la religione de' piú; e cristiano palesarsi a un tratto
l'imperio tutto intiero. E quindi (benché non sia istituto mio di
persuader nessuno, ma solamente, com'è ad ogni storico, di presentare
gli eventi col carattere che vi vedo), quindi parmi dover notare, che
tutta questa serie d'eventi naturalissimi non poté succedere se non
sopranaturalmente, dico per intervenzione straordinaria, immediata,
manifesta della Providenza divina. Sant'Agostino e Dante posero questo
dilemma di che non s'esce: o la propagazione del cristianesimo
innaturale in ogni etá, innaturalissima in quella della massima
coltura antica, fu effetto de' miracoli che persuasero i neofiti;
ovvero avvenne il miracolo maggiore, d'un fatto grandissimo
adempiutosi contro a tutte le ragioni naturali, un effetto senza
causa; e nell'un caso e nell'altro dunque, v'è miracolo,
sopranaturalitá, intervenzione, rivelazione, religione divina.--E il
vero è poi, che senza sopranaturalitá non si spiegano né il principio,
né il mezzo, né l'andamento, né lo scopo del genere umano, non la
storia universale; e men che niuna, non la storia speciale
dell'Italia, sede del miracolo perenne della centralitá da diciotto
secoli.


12. Costantino [306-337].--Ripigliamo, or che il potremo capire,
Costantino. Ai tre competitori che egli avea contro, Galerio augusto,
Massimino e Severo cesari, se ne aggiunsero in breve tre altri: Massimiano
stesso che riprese nome di augusto, Masenzio figlio di lui e Licinio poi,
che il presero. Ma Costantino, buon capitano, e politico abile o talor
forse traditore, aspettando, trattando e guerreggiando diciassette anni, si
liberò di tutti sei. Severo fu ucciso da Massimiano, Massimiano da
Costantino a cui era rifuggito, Galerio dalle dissolutezze, Masenzio nella
gran battaglia presso a Roma [312]; Massimino da se stesso dopo una
battaglia perduta contra Licinio [313]; e finalmente Licinio, dopo aver
spartito con Costantino l'imperio, e tenutane la metá orientale nove anni
[314-323], da Costantino. Cosí questi si trovò e regnò solo poi altri
quattordici anni [323-337]. Continuò, compiè le novitá di Diocleziano, e
n'aggiunse due maggiori: la conversione al cristianesimo e la fondazione
d'una seconda capitale, detta Roma nuova o Costantinopoli.--La conversione,
ei la incominciò ponendo la croce sul suo stendardo o labaro, al dí della
battaglia di Roma contra Masenzio [312]: ma non la compié se non a poco a
poco e parecchi anni appresso, quando fecesi battezzare. E prima e dopo fu
principe cristiano piú zelante che prudente. Avvezzo al pontificato massimo
degli augusti, non poteva usurpare tal dignitá giá tutta ecclesiastica tra'
cristiani; ma non si tenne dall'usurparne quanto potesse, e die' il malo e
troppo seguíto esempio di un principe teologizzante e facente affari di
Stato delle dispute di Chiesa e dell'eresie; tanto che, come succede, egli
forse vi s'imbrattò. Del resto, convertí a templi cristiani molti idolatri
ed altri edifizi civili, e parecchi ne edificò; e molte chiese arricchí,
principalmente quella di Roma. Del che, mi perdonino Dante e i ghibellini
antichi, mi perdonino i protestanti e protestantizzanti moderni, io non lo
so parimente biasimare: perché, se è vero che il cristianesimo sia non
solamente religione ma civiltá, abbia non solamente il maggior ufficio di
condur gli uomini al cielo, ma anche quello minore e pur grande di condurli
intanto sulla terra alla civiltá, era, è, e sará pur sempre conseguente e
necessario ch'egli avesse ed abbia a ciò mezzi terreni, diversi secondo le
etá, ma durati e duraturi in tutte. Né gli abusi debbon toglier l'uso; ché
altrimenti si toglierebbe quello della religione stessa, abusata or da
ecclesiastici e pur da secolari, or da amici e pur da nemici di
lei.--Costantinopoli, ei la fondò, dicesi, per odio a Roma ostinata nella
religione antica; ma forse meglio per avere una grande, degna ed opportuna
residenza a quell'imperio orientale giá istituito da Diocleziano, giá
indispensabile contro ai goti, i piú vicini e piú formidabili minacciatori
di tutto il mondo romano. Che tal fondazione, tal sito fossero
opportunissimi, è dimostrato dal fatto, dall'esser caduta poi Roma, non
Costantinopoli mai, sotto a quelli od altri barbari settentrionali,
dall'aver durato l'imperio colá poco men che mille anni piú che a Roma.--Ma
la corte trasferita a Costantinopoli finí di dar forme, costituzione
orientale, asiatica, despotica, all'imperio. Diademi, vesti, eunuchi
all'antico uso medo od assiro. Un _praepositus sacri cubiculi_ e molti
_comites palatii e cubicularii_ (gran ciamberlano e ciamberlani), con altri
simili per tutte le parti del palazzo, tutte dette «sacre» fino alle
stalle; un _magister officiorum_ (ministro dell'interno e dell'estero), un
_comes sacrarum largitionum_ (delle finanze), un _quaestor_ (della
legislazione e giustizia), un _comes rei privatae_ (del tesoro del
principe), due _comites domesticorum_ (capitani delle guardie dette
«_scholae_»). Agli eserciti furon preposti un _magister utriusque
militiae_, e sotto esso due _magistri peditum ed equitum_, e sotto questi i
_comites_, ed ultimi i _duces_.--E cosí, spogli d'ogni comando militare,
furono ridotti a governatori civili i giá pericolosi prefetti del pretorio.
Quattro ne furon fatti per le quattro grandi divisioni dell'imperio giá
stabilite da Diocleziano, ora ordinate e chiamate «_praefecturae_». 1°
Prefettura d'Oriente, divisa in cinque diocesi (ogni diocesi poi in
province), Oriente, Egitto, Asia, Ponto e Tracia. 2° Prefettura d'Illirio,
divisa in due diocesi, Macedonia e Tracia. 3° Prefettura d'Italia, divisa
in tre diocesi, Italia, Illirio ed Africa. 4° Prefettura delle Gallie,
divisa in tre diocesi, Gallia, Spagna e Britannia. Alle diocesi e province
furono posti governatori di vari nomi, _rectores, proconsules, vicarii_,
ecc.--E sotto tutti questi, ultime e piú potenti forse fin d'allora
sorgevano le costituzioni delle cittá, stampate piú o meno sul modello
degli antichi municipi italiani: un'adunanza popolare, via via ridotta per
vero dire a poche elezioni, ma mantenuta poi principalmente per quelle de'
nuovi vescovi a cui contribuivano insieme col clero e coi decurioni; un
consiglio piú ristretto (resto dei senati) detto «_ordo_», «_decuriones_» o
«_patres_»; e due o piú magistrati esecutivi, per lo piú annui (resti o
imitazione dei consoli), detti «_duumviri_», «_triumviri_», ecc.; oltre
parecchi _tribuni_ ed ufficiali inferiori. I tributi furon dati a
riscuotere a que' decurioni, fattine garanti e quasi impresari; ondeché
fuggivasi tal dignitá diventata carico pesantissimo, e gl'imperatori
sforzavano le famiglie a serbarla od assumerla. Del resto, continuavano
questi tributi ad esser moltiplici; ma diventò principale il territoriale,
che si stanziò od indisse incominciando dal 312 (l'anno della vittoria di
Costantino) di quindici in quindici anni, periodo detto quindi
«indizione».--Tale, all'ingrosso, fu l'ordinamento del nuovo e ben detto
«basso imperio». Tal durò con poche mutazioni sino al fine della metá
occidentale. E tale il vedremo poi imitato dagli imperatori occidentali
rinnovati; ed anche (principalmente nella moltiplicitá degli uffizi
cortigiani) da altri principi minori fino ai nostri dí. Ma vedremo pure,
piú seria imitazione, quella dei municípi romani fatta dai comuni italiani.


13. I Costantiniani [337-379].--I tre figli di Costantino, cesari in
vita di lui, augusti dopo lui, tennero nell'imperio diviso, Costantino
II, la prefettura delle Gallie; Costante, l'italica e l'illirica;
Costanzio, la orientale. Tra breve, Costantino mosse guerra a
Costante, e vi morí; onde Costante riuní tutto l'Occidente. Ma fu poi
ucciso da Magnenzio nuovo competitore sorto in Gallia. Guerreggiarono
allora Magnenzio e Costanzio; Magnenzio vinto s'uccise, e Costanzio
rimase solo augusto.--Allora ei fece cesari prima Gallo, che in breve
ei temette ed uccise; poi Giuliano letterato filosofo, cui non temeva.
Questi governò dapprima in Gallia, e guerreggiò felicemente contro a'
franchi ed altri germani piú che mai prementi. Costanzio perdente
all'incontro dinanzi ai persiani, chiese a Giuliano cesare il suo
esercito; e l'esercito gridò augusto Giuliano stesso, il quale, morto
intanto Costanzio, rimase egli pure imperator solo.--Era capitano ed
uom di Stato non volgare; ma filosofo all'antica, romano stantío
retrogrado. Rinnegò la religion nuova, e perseguitolla a modo suo;
pochi supplizi e molti impedimenti (modo imitato in un grand'imperio
a' nostri dí); protesse, rinnovò all'incontro la religione vecchia,
nazionale, di che era capo.--Passato in Oriente corse contro a'
persiani, li vinse, giunse al Tigri, e vi perí in battaglia, ultimo
de' Costantiniani [363], ultimo degli imperatori idolatri; e dopo il
quale l'idolatria si ridusse a poco a poco al senato di Roma, alla
statua della Vittoria ivi serbata per qualche tempo ancora, ed agli
abitatori piú rozzi, men progressivi delle terricciuole, de' _pagi_,
onde furon detti «_pagani_».--L'esercito, rimasto senza imperatore,
acclamò Gioviano, che cedette subito a' persiani le conquiste e morí
fra pochi mesi di malattia.--Quindi fu similmente acclamato
Valentiniano, che si associò subito suo fratello Valente. Imperiò il
primo in Occidente, s'associò suo figliuolo Graziano, e guerreggiò co'
germani sul Reno e sul Danubio, e morto lui, nel 375, imperiò
Graziano, che s'associò suo fratello Valentiniano. E intanto imperiò
Valente in Oriente che guerreggiò e patteggiò co' persiani. Ed avendo
patteggiato poi co' visigoti spinti a spalle dagli unni, e conceduto
loro di passare e stanziare sulla destra del Danubio, egli fu in breve
assalito, vinto ed ucciso da essi ribellati. Questo fu il primo
stanziamento grande fatto da' barbari di qua da' limiti di Augusto.
Quindi spaventato Graziano, imperatore occidentale che avea giá un
socio ma fanciullo, s'associò Teodosio capitano di nome, dandogli le
prefetture minacciate d'Oriente e d'Illirio [379].


14. Teodosio [379-395].--È notevole, se non altro come aiuto di
memoria, che que' limiti dell'impero stabiliti giá nell'ultimo quarto
del secolo avanti Gesú Cristo da Augusto, furono oltrepassati intorno
al 75 da Traiano che v'aggiunse la Dacia oltre Danubio; ripresi,
abbandonata questa da Valeriano, un secolo appresso intorno al 175;
intaccati dopo un altro secolo intorno al 275; ora rotti del tutto
dopo un altro intorno al 375; e calcati, cancellati poi durante tutto
un ultimo secolo fino alla distruzione dell'imperio nel 476. Certo una
tal difesa, sia che si conti di cinque, sia che solamente di tre
secoli, fatta dall'imperio quantunque straziato addentro in tante
guise, contro alle genti affollantisi all'intorno, mostra una gran
vitalitá, una gran vigoria ed operositá nella schiatta italiana,
indubitata fondatrice e signora prima di quell'imperio. Ma questa
schiatta era venuta meno a poco a poco; ed ora erano figli degeneri di
barbari o barbari stipendiati, avviliti, e quasi apostati dalla
barbarie, que' cosí detti romani che difendevano contro ai barbari
veri e rimasti di puro sangue, l'imperio precipitante. Il quale resse
in Asia, non solamente contro a' persiani, ma contro alle stesse
nazioni settentrionali piú nuove e piú terribili, per la forza locale
di quella Costantinopoli cosí ben piantata a ciò. E videsi allora, che
giunsero quasi tutti que' barbari europei ed asiatici via via alle
foci del Danubio, anzi alle falde dell'Emo o Balkano, vicinissime a
Costantinopoli: e tutti furono, per forza di tal vicinanza, indugiati
prima, ribalzati poi d'Oriente ad Occidente, dall'Asia sull'Europa, da
Roma nuova sulla vecchia. L'indugio durò appunto quanto Teodosio, il
rimbalzo tutto il resto del secolo.--Teodosio, non piú che imperatore
orientale dapprima, sofferse i visigoti tra il Danubio e l'Emo; ma ve
li rattenne, e con essi quanti premevano addietro. Si frappose, forse
troppo anch'egli, nelle contese cristiane; ma almeno, tenendosi fermo
contro all'eresia ariana e all'altre, serbò unita la cristianitá
romana, contro ai barbari giá gentili, poi via via quasi tutti ariani.
E cosí la guerra, che giá era di civiltá contro alla barbarie, diventò
pure di religione; il che risponde all'accusa antica e nuovamente
fatta al cristianesimo d'avere menomata quella difesa dell'imperio. Se
questo avesse potuto o dovuto esser salvato, sarebbe stato da una
guerra di religione. Del resto, ucciso Graziano da Massimo un nuovo
augusto, Teodosio venne in aiuto a Valentiniano II, prese ed uccise
Massimo; e quando Valentiniano fu ucciso dal suo maestro de' militi
che innalzò Eugenio, egli, Teodosio, combatté e prese pur questo; e
cosí riuní per l'ultima volta, ma per poco, i due imperii. Morí l'anno
appresso, 395.


15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta dell'imperio
[395-476].--Per sempre dunque si ridivisero i due imperii: l'orientale
(compreso l'Illirio) sotto Arcadio primogenito; l'occidentale sotto
Onorio, l'altro figliuolo del gran Teodosio. Degeneri, mediocri
amendue, lasciarono governare lor maestri de' militi, lor cortigiani,
lor donne, loro eunuchi. Allora straripò, innondò la piena de' barbari
vicini, premuti a spalle piú e piú da quegli unni che giá vedemmo sul
Danubio, e di che si disputa tuttavia, da quali steppe dell'Asia
fosser giunti, di quale schiatta, finnica, turca, o propria, fosser
cresciuti.--Quindi, dal basso Danubio scesero i visigoti per mare e
per terra, in Grecia, Pannonia ed Illirio; dalla Germania, i vandali,
gli alani e gli svevi, in Gallia, e quindi attraversandola, in Ispagna
[400 c.]. Tra breve, Alarico re de' visigoti penetrò fino a Verona, e
vi fu vinto da Stilicone, maestro de' militi e poco men che tutore
dell'imperatore occidentale. E penetrò secondo Radagasio con un nembo
di genti varie fino in Toscana, e vi fu vinto dal medesimo Stilicone.
Ma venuto questo in sospetto, giusto, o no, di voler usurpare
l'imperio, ed ucciso nel 408, Alarico ridiscese subito fino a Roma che
multò; poi tornovvi l'anno appresso e la prese innalzandovi, contra
Onorio, Attalo ad imperatore [409]; poi tornovvi la terza volta e la
pose a sacco [410], e morí poi. Quindi Ataulfo suo successore lasciò
l'Italia, passò in Gallia meridionale e Spagna, fondovvi un regno
goto, unendosi ai barbari precedenti. Intanto Onorio faceva augusto
Costanzio un suo capitano vittorioso; e, morti i due [421-423], quel
resto d'imperio occidentale, occupato un momento da un Giovanni,
rimase a Valentiniano III figliuolo di Costanzio [424].--Sotto il
quale fu abbandonata dai romani ed occupata da' sassoni la Britannia
[426]; occupata l'Africa da Genserico e da' vandali di Spagna [429];
occupata Elvezia e Gallia orientale da' borgognoni [435]; cedute
Pannonia, Norico e Dalmazia all'imperio orientale [437].--Peggio fu
quando [444] innalzato a re degli unni Attila «_flagellum Dei_» (come
fu detto da' contemporanei), egli raccolse intorno a sé tutte le genti
unne, slave e germaniche colá ancor rimanenti e ribollenti. Volsesi
prima all'imperio orientale; ma questo se ne salvò con un tributo
annuo [450]. Allora precipitò il nembo sull'occidentale; attraversò,
s'ingrossò in Germania, piombò su Gallia. Ma riunitisi ivi sotto Ezio
i restanti romani e i nuovi visigoti contro ai novissimi invasori, li
vinsero a Châlons in gran battaglia [451], e cosí li rigettarono
sull'Italia. Penetrò Attila in questa, assediò Aquileia, giunse al Po
e fu ivi fermato, dicesi per miracolo, certo incomprensibilmente da
un'ambasceria romana a cui capo era san Leone, il quale si può contare
cosí per il primo de' grandi papi politici [452]. Morí Attila appena
tornato in Germania al suo _ring_, vallo, o campo, o cittá capitale; e
fu sciolto il suo barbaro e momentaneo imperio.--Ma sorsero dai
frantumi nuove leghe, nuovi duci di genti, che furono i definitivi
distruggitori dell'imperio. E tanto piú, che Ezio, il sommo o solo
capitano imperiale, fu ucciso per sospetti da Valentiniano III [454];
ucciso esso in breve da Massimo senatore, a cui avea rapita la donna
[455].--Seguirono venti anni d'agonia, nove ultimi augusti: Massimo
per tre mesi, mentre Genserico e i vandali venivan d'Africa a
prendere, saccheggiare e lasciar Roma [455]; Avito vinto e deposto da
Ricimero, un duce di genti barbare varie [456]; Magiorano innalzato e
in breve ucciso da Ricimero [457]; Livio Severo innalzato pur da
Ricimero, e lasciato imperiar di nome sett'anni, poi morto, forse di
veleno [465]; poi, dopo due anni d'interregno tenuto da Ricimero,
Antemio innalzato per accordo di lui coll'imperatore orientale [467],
da lui poscia combattuto, vinto ed ucciso [472]; poi morto Ricimero,
che stava per prendere esso l'imperio, Olibrio morto fra tre mesi
[472]; poi Glicerio imporporato in Italia, e Nipote nominato a
Costantinopoli, il quale cacciò l'emolo [474] e fu cacciato egli
stesso da Oreste suo maestro de' militi; e finalmente Romolo Augustolo
figliuolo d'Oreste, deposto in breve da Odoacre duce di genti
raccogliticce, le une sollevate in Italia e l'altre tratte d'in sul
Danubio dalle reliquie dell'imperio unno. Odoacre non istimò rifare
inutili imperatori, e fu finito l'imperio occidentale, l'imperio
italiano [476].


16. Coltura antica, idolatra.--Della religione giá dicemmo a suo
luogo, e cosí faremo pure per le seguenti etá, nelle quali le cose
religiose si verranno sempre piú mescolando colle civili e politiche;
ondeché non ci resta né resterá a parlare separatamente se non delle
colture.--Nella etá dell'imperio romano, come due religioni, cosí
furono due colture, una antica e cadente coll'idolatria, una nuova e
progrediente col cristianesimo.--Il cader della prima incominciò
vivente od appena morto Augusto, e continuò senza interruzione,
peggiorando via via poi; ondeché non può attribuirsi, come si fa da
alcuni, né ai barbari che erano tuttavia lontanissimi, né al
cristianesimo che era ancora impotentissimo a ciò. Alcuni altri, del
resto grandi, fanno causa di questa come d'ogni altra decadenza della
coltura, non so qual legge di periodicitá, a cui dicono soggetta la
natura umana; e per cui ogni coltura, giunta al sommo, dovrebbe sempre
e di necessitá cadere, fino a che sorga un'altra a succederle
crescendo, arrivando al sommo suo, e ricadendo di nuovo, all'infinito.
Ma costoro si lasciaron forse ingannare dallo spettacolo, frequente
sí, non costante, di siffatti periodi. I quali non si veggono dalla
scienza or progredita né nella coltura indiana né nella cinese; e men
che mai in nessuna delle moderne cristiane, non nell'italiana, né
nella francese, e men che in niun'altra forse, nell'inglese. E quindi
sembra da abbandonare del tutto questa supposta legge universale, e da
cercar piú attentamente in ciascuna delle colture decadute le cause
speciali che la fecero decadere. E cosí facendo della romana, parrá
chiaro ch'ella decadde originariamente e principalmente per la sola
ragione, che fu spenta lá la libertá. Questa, il vedemmo, avea
generati, educati prima d'Augusto tutti i grandi del secolo ben detto
«aureo», mal detto «d'Augusto». Sotto il quale o dopo il quale non
sorse piú uno pari a quelli, non uno forse che sia poi stato detto
«aureo». È accennato nel bellissimo opuscolo contemporaneo _Della
perduta eloquenza_, è volgare ai nostri dí: le lettere si nutron di
fatti gravi, importanti, da discutere, o narrare, o ritrarre in
qualunque modo di prosa e poesia; ondeché, cessando ovvero i fatti,
ovvero la libertá del discuterli o narrarli o ritrarli, ovvero peggio
ed insieme i fatti grandi e la libertá, cessa il cibo, il sangue, la
vita delle lettere; elle languono, si spossano, infermano talora fino
a morte. E cosí avvenne allora: l'eloquenza senza affari pubblici
diventò retorica, o panegirici, che suol essere lo stesso; la poesia,
tragica, epica, o lirica, inceppata dalle leggi di maestá, diventò
leggiera, concettosa, non efficace, non alta, non larga, versi non
poesia; la filosofia resistette, die' alcuni lampi, gli ultimi forse
di quell'etá; ma la filosofia, che ha pretensione di condurre ed è piú
sovente condotta dalle lettere, seguí poscia anch'essa la decadenza; e
la seguirono, come sogliono, le arti e le scienze stesse. Perciocché
insomma le lettere che si dicono talora (appunto quando la servitú le
ha fatte incapaci) la piú vana, la men positiva, la men produttiva fra
le colture, son pur quelle che nutrono, ispirano e vivificano tutte le
altre; ondeché, mancando la vita ad esse, manca a tutte le altre. Né
servono allora i rimedi delle protezioni, o, come si suol dire, dei
mecenati: non serví il vero e vivo Mecenate, non Augusto ad impedire,
non Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Antonino o Marc'Aurelio, a
trattenere di molto la decadenza. E tutto ciò è fuor d'ogni dubbio
chiarito dalla successione, dalle date degli scrittori via via
minori.--Di Tibullo e Properzio, aurei ancora, si disputa in qual anno
nascessero, ma si crede negli anni ancor della repubblica. Ovidio nato
negli ultimi è certo il meno aureo degli aurei. Fedro, un servo trace
nato piú o meno tra le due etá, è aureo di stile, ma il genere
trattato da lui è di quelli minori, scelti appunto quando vengon meno
i maggiori. Lucano, Persio, Stazio, Marziale, Seneca il tragico,
Seneca filosofo, del primo secolo dell'imperio, son tutti minori e
detti «argentei» unanimemente.--Quintiliano, fiorente tra il primo e
il secondo secolo, non se n'alza, pure sforzandosi di rialzar esso le
lettere cadenti. I due Plini, quantunque erudito il primo ed elegante
il secondo, e Giovenale stesso, quantunque generoso, non vi fecero
guari piú. Se avesse potuto farsi, sarebbe stato fatto da Tacito, uno
scrittore, un uomo (per quanto si sappia) di meravigliosa virtú in
tempi or viziosi, or almeno minori. Ma, vizio forse inevitabile in
qualunque uomo combattente il secolo suo, Tacito, resistendo alla
decadenza giá invincibile, e sforzandovisi, ne rimase aspro, duro,
travagliato oltre alle leggi del bello, che non è piú bello quando non
è facile. E cosí Tacito rimarrá immortalmente simpatico agli animi
virtuosi, che si confortano allo spettacolo della altrui virtú
infelice; ma riman segno egli stesso della decadenza invano da lui
trattenuta. Seguono decadenti via via piú Svetonio, Frontino,
Frontone, Petronio, numerati ancora fra gli argentei;--e poi nel
terzo, quarto e quinto secolo, detti di bronzo, di ferro e non so piú
che, una serie rara rara di minori, Ausonio, Claudiano, Eutropio,
Apuleio, Giustino, Macrobio, ed altri che non nomineremo.--Misti a
tutti questi latini, fiorirono alcuni greci, Plutarco solo grande, con
una turba di filosofi minori di varie scuole, od anzi di scuola
ecletica in Alessandria. E questi furono la speranza di Giuliano
apostata. Dopo il quale ancora, a' tempi di Teodosio, Simmaco, un
senatore principale di Roma, acquistava nome di eloquente o forse di
animoso fra' contemporanei, difendendo l'altare della Vittoria, ultimo
degli idoli nella curia. Ma giudichi ora ciascuno quale eloquenza,
qual filosofia, quali animi retrogradi dovessero esser questi; e qual
regresso si fosse fatto, in somma, dalle varie ma tutte vive ed
incalzanti parole d'un Catone, d'un Cicerone o d'un Giulio Cesare.--Le
arti, greche e purissime da principio, riempirono dapprima Roma, poi
l'imperio. Augusto vantavasi di aver trovata Roma di mattoni, e
lasciarla di marmi. E in Gallia, in Ispagna e nell'estrema Africa,
quasi come in Italia, si trovan resti da far meravigliare quanto se
n'empissero le cittá e le terre. Il fatto sta (e credo sia da notare
per l'avvenire dell'arti italiane che dovrebbon essere provveditrici
al mondo moderno), che l'ornamento dell'arti diventa un bisogno in
tutte le civiltá molto avanzate. Ancora, a tutte queste province fu
estesa dagli imperatori la rete delle strade romane. Tutto ciò fino
agli Antonini. Ma arti ed opere pubbliche furono neglette nel secolo
delle contese e de' moltiplici imperatori; e giá colle lettere si
trovano l'arti molto corrotte solto Diocleziano e Costantino, e
corrottissime poi al cader dell'imperio. I barbari sopravegnenti non
trovarono della coltura antica nulla da corrompere; tutt'al piú, resti
da disperdere.


17. Coltura nuova, cristiana.--Fu tutt'all'incontro nella nuova
coltura generata, vivificata, spinta innanzi dalla religione,
dall'operositá cristiana. Qui si, abbondavano i soggetti reali, belli,
grandi, incalzanti.--Ma, né religiosamente né letterariamente
parlando, non oserem nominare come parti o frutti di tal coltura i
Vangeli, gli Atti o le lettere degli apostoli. Ivi la semplicitá è piú
che aurea, o del secolo d'Augusto; ivi i pensieri spirituali ed anche
temporali, ivi l'altezza e l'ampiezza dei giudizi e delle previsioni
morali, ed anche storiche e politiche, sono tali, che a chiunque vi
s'interni spregiudicatamente, sará impossibile non vedere, per cosí
dire, materialmente la sopranaturalitá, l'onniveggenza, la ispirazione
divina di quelle scritture. Compatibili al paragone di noi sono coloro
che non le videro, ne' secoli precedenti. Ma in questo nostro cosí
inoltrato nell'adempimento di tanti destini umani e cristiani,
predetti lá da per tutto (principalmente nelle predicazioni di Gesú
Cristo e nelle _Epistole_ di san Paolo), e che non si potevan pure
naturalmente prevedere allora, io non so come possiamo leggere quelle
scritture senza esser compresi di meraviglia e quasi di spavento,
senza sentirci quasi in presenza materiale di quella inevitabile
sopranaturalitá, di quella rivelazione. E quindi non frutti, ma semi
diremo questi della coltura cristiana; la quale poi in realtá si trova
tutta derivata da essi.--Greci tutti dapprima, latini molti poi degli
scrittori cristiani, li nomineremo tutti insieme, come membri d'una
sola coltura. I primi, san Clemente papa, san Barnaba, sant'Ignazio,
san Policarpo, scrissero non piú che lettere a conforto e guida di
questa o quella chiesa, come gli apostoli.--Ma tra breve, fin da mezzo
il secondo secolo (che tal si conta dell'imperio e della chiesa, quasi
esattamente coetanei) sorsero scrittori maggiori; molti apologisti
della religione nuova contro alla religione e alla filosofia antiche,
fra cui principali san Giustino israelita, san Clemente alessandrino,
Tertulliano latino ed altri minori; oltre a sant'Ireneo ed altri
scrittori propriamente teologi o controversisti contra gli eretici.--E
continuarono i primi, e moltiplicaronsi i secondi nel terzo secolo; o
piuttosto, apologisti e controversisti insieme furono gli scrittori
ecclesiastici giá allora numerosi e fecondi ed eloquentissimi, Origene
e Dionisio alessandrini, san Cipriano, san Gregorio taumaturgo,
Esichio e molti altri. E questo secolo è pur quello dell'imperio
straziato dalle contese militari, e della coltura antica risolutamente
precipitante; ondeché in esso giá si può dire asserita la superioritá,
la vittoria della coltura nuova.--Tanto piú nel secolo seguente e
quarto, che fu quello di Costantino, e della Chiesa trionfante nello
Stato, ma straziata dall'eresia ariana e da parecchie altre. E quindi
s'affolla la serie degli scrittori ecclesiastici d'ogni sorta, ed è
una folla di grandi; sant'Atanasio l'eroe della guerra ariana, san
Cirillo, sant'Ilario, sant'Eusebio, sant'Efrem, san Basilio, due santi
Gregori, quel di Nicea e quel di Nazianzo, san Giovanni crisostomo,
Arnobio, Lattanzio e il nostro sant'Ambrogio tra molti altri.--E
seguono finalmente, nati nel medesimo secolo, finiti nella prima metá
del quinto, san Pietro crisologo, san Leone papa (il fermator
d'Attila), Sulpicio Severo, Paolo Orosio, san Prospero, Prudenzio,
Apollinare, e sopra tutti questi (quasi tutti latini oramai) i due
grandi lumi della chiesa latina, san Girolamo e sant'Agostino.--Greci
o latini, i maggiori di tutti questi son quelli che si soglion
chiamare meritamente i «santi padri della Chiesa»; e i piú sono dalla
metá del quarto alla metá del quinto secolo, quando giá era poco men
che cessata la coltura antica, quando giá erano inondati di barbari i
due imperii, e principalmente il latino; onde apparisce piú che mai la
contrarietá delle due colture antica e cristiana, delle due serie
decrescente e crescente. E perché poi nell'ultima metá del secolo
quinto cessò a un tratto questo gran fiorire della coltura cristiana,
perciò apparisce sopratutto che quella scusa, quel quasi vanto di
essere stata distrutta da' barbari che si dá da alcuni alla coltura
antica, non a lei, ma sí veramente si può, si dee dare alla sola
coltura cristiana.--Le arti cristiane poi, furono naturalmente
oscurissime ne' tre primi secoli, tra le catacombe. D'architettura non
n'era bisogno né possibilitá in tali luoghi; né vi potevan fiorir
nemmeno le pitture o le sculture. Quindi sono rozzissimi e discordi da
quelli dell'arte idolatra i pochi monumenti cristiani che si trovano
di quell'etá primitiva. Né sorsero guari poi, all'uscir dalle
catacombe, le due arti figurative cristiane: trovavano giá decadute
anche l'arti idolatre. Ma sorse a un tratto a nuovi modi
l'architettura; quell'arte tanto piú varia che non le due sorelle,
perché ella può e deve adattarsi alle variabili condizioni della
societá, mentre queste debbono sempre figurare l'invariabil natura.
Cosí l'architettura cristiana prese per li templi la forma delle
basiliche da' primi edifizi donati a tale uso; e v'aggiunse poi i due
lati a crociera, per ricordar nella pianta o la croce, o piuttosto i
crocicchi delle catacombe. Sono del tempo di Costantino, oltre altre,
l'antica chiesa di San Pietro, e quella di San Paolo che durò fino
agli anni nostri. E la rozza magnificenza dell'ultima basterebbe sola
a provare che se son sognate le donazioni di potenza politica, furono
reali quelle di edifizi ed altre possessioni, fatte ai papi da
Costantino. Dal quale in poi moltiplicaronsi gli edifizi sacri in
Italia e fuori, ed in Costantinopoli principalmente; e perché
naturalmente e bene o male gli edifizi dánno occasioni di pitture e
scolture, nacquene nell'arte intiera quello stile, che, per essere
stato coltivato principalmente e piú a lungo a Costantinopoli, ebbe e
serba nome di «bizantino». Stile rozzo, goffo, e decaduto senza
dubbio; ma serbò pure un resto d'arti; ma aiutò il risorgimento poi.
Ondeché dell'arti come delle lettere si può dire che le cristiane
sorsero fin d'allora a' progressi futuri, mentre le idolatre finivano
di cadere.



LIBRO QUARTO

ETÁ QUARTA: DEI BARBARI

(anni 476-774).


1. Il nesso tra le due storie nostre.--Giunti al limite tra le due
storie nostre, fermiamoci un momento: non sará forse perduto a far
intendere ciò che le memorie della prima poterono e possono anche
operare nella seconda.--L'Italia è la sola tra le nazioni d'Europa,
che abbia una grande storia antica, una grande moderna; Grecia non ha
finora se non la prima; l'altre non hanno in proprio se non la
seconda, non hanno della prima se non guari quella parte della nostra,
che resta loro dall'essere state province dell'imperio romano. Alcuni
affettano trattar di quell'imperio quasi comune culla, di quella
civiltá quasi comune merito, de' romani quasi comuni padri a tutte le
nazioni occidentali d'Europa. Ma sono fatti storici evidentissimi, che
l'imperio fu primamente e lungamente de' romani e degli altri italici;
che la civiltá fu primamente, lungamente, esclusivamente tutta
italica; e che, se alquanto del sangue de' signori italici si mescolò
con quello de' sudditi occidentali, mescolatisi poi l'uno e l'altro
col sangue germanico, quel sangue signorile non si mescolò in Italia
se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra
dubbio: noi siam di razza, di sangue piú puro; noi siamo piú
anticamente potenti e signori, piú nobili, nobilissimi.--Ma ciò
conceduto, incombevano nell'etá seguenti, incombono ora tanto piú,
alla nostra nobil nazione tutti i doveri, tutte le convenienze che
sono universalmente imposte alle nobili famiglie. Dunque tra le altre:
1° Non esagerare la propria nobiltá; e cosí non dir per esempio quel
nonsenso, che la nostra schiatta sia piú antica dell'altre; perciocché
tutte le schiatte sono egualmente antiche, vengon tutte dal padre Noè
e dal padre Adamo; lasciar anzi lo stesso vanto della puritá del
sangue; perciocché, oltre alla difficoltá del provarla risalendo
all'origini piú antiche che noi vedemmo cosí moltiplici, non è deciso
poi se sien migliori, e piú atti a tutto, i sangui puri o i misti.--2°
Di puro o non puro sangue, padri o non padri nostri, coloro che
abitarono anticamente le nostre terre, che bevetter le nostre arie,
furono giá il popolo piú forte in guerra, piú sodo in politica, piú
civile e piú colto in tutto, fra tutti quelli dell'antichitá; e ciò
basta a provare la falsitá di quello scoraggiamento datoci da molti
stranieri, accettato da alcuni nostri, che il nostro molle clima, la
nostra bella terra ci faccia naturalmente men forti che gli
occidentali o settentrionali. La bella, la molle Italia, fu giá la
forte, la virile Italia. Ma dovere nostro secondo era ed è, non
esagerare, non difendere in tutto questa virtú degli avi. Sacro è
senza dubbio difendere, colla veritá, la memoria d'un padre; ma men
sacra, ed anche men possibile, si fa questa difesa per l'avo, meno
ancora per il bisavo, e poi per l'atavo e gli avi piú lontani via via;
e perché piú numerosi, e perché viventi in que' tempi piú e piú
barbari, quando la potenza e l'illustrazione non si acquistavano guari
in modi legittimi e virtuosi. Non v'è mezzo: o bisogna sacrificar la
difesa delle conquiste e dell'imperio dei nostri maggiori, o bisogna
sacrificar la difesa de' migliori e piú certi principi della presente
civiltá: tutti quelli principalmente, su cui si fondano i diritti, i
doveri dell'indipendenza. Se noi giustifichiamo l'imperio dei nostri
avi sugli iberi, sui galli e sui germani, noi giustifichiam l'imperio
de' francesi, degli spagnuoli e de' tedeschi su noi; né credo che il
voglia niun italiano presente. Ma pur troppo il vollero molti italiani
del medio evo; e vedremo l'inopportuna memoria dell'imperio romano, e
le pretese di rinnovarlo sviar le nostre generazioni, guastar quasi
tutta la nostra storia moderna.--E quindi apparisce un terzo nostro
dovere, che è di emular sí, ma non pretendere a pareggiare i grandi
maggiori; di emularli secondo i tempi mutati e le proprie possibilitá.
Tutte le imitazioni servili, troppo simili, nascono da incapacitá,
riescono a mediocritá nell'opera, anche piú che nello scritto. Uno che
voglia operare, non dico come l'antico autore di sua famiglia, ma come
l'avo di due o tre generazioni, è stolto e si fa risibile a guisa del
famoso cavaliero. Cosí qualunque nazione. Noi fummo giá la prima in
potenza tra le antiche, la prima in coltura tra le moderne; ma noi
siamo (non voglio dire a qual grado) decaduti dall'uno e l'altro
primato; e bisogna saperlo vedere. Perciocché tutti quei doveri,
comuni a chiunque pretende a nobiltá, sono tanto piú stretti a
chiunque si trovi in nobiltá decaduta. Nella quale, i vanti
d'antichitá, i vanti della virtú degli avi, i vanti di pareggiarli, si
fanno poi non solamente piú risibili ma fatali. La superbia può essere
tollerabile quando si cerca ne' propri meriti, ma non quando si fruga
tra gli avi. Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti.
Per fare tutto quello che si può, bisogna non pretendere a quello che
non si può. Di tutti i sogni che distraggono dalla realitá, i sogni
del passato sono i pessimi, perché i piú impossibili ad effettuare; il
futuro anche piú improbabile può succedere, ma il passato non succede
mai piú. Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come de' nuovi
uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di esser
tutto al presente e all'avvenire; e tal fu appunto Roma antica, tale è
la nazione anglo-americana presente. Del resto, io mi vergogno di
dimorar cosí a lungo su queste debolezze; ma elle furono quelle di
tutti quanti i secoli che ci restano a percorrere; e sono d'oggi,
dicevo io e pur troppo non m'ingannavo, quando scrivevo per la prima
volta questa pagina; e guastano, in somma, i giudizi sulle nostre due
storie antica e moderna, e sulla presente e la futura ancora. Epperciò
parvemi ufficio di storico il segnalarle.--Ma se, tutto ciò lasciando,
noi ci sapremo mai innalzare all'intelligenza dell'ufficio, del
destino peculiare di nostra nazione in mezzo a quello universale del
genere umano (quella intelligenza che è sommo e pratico fine di
qualunque storia nazionale lunga o breve), noi non troveremo nulla di
meglio né di piú a dire su Roma e l'imperio romano antico, che ciò che
ne fu detto dai tre maggiori filosofi storici che sieno stati mai,
sant'Agostino, Dante e Bossuet; cioè, che evidentemente l'ufficio, la
missione providenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di
apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della
cristianitá. E questo modo di vedere si fará a noi tanto piú manifesto
nelle due etá seguenti, in che vedremo accorrere le genti barbariche,
e sorgere le nazioni moderne a prender lor luoghi nella cristianitá. E
vedremo poi nella etá ulteriore, dei comuni, sorgere un nuovo ufficio
o destino nostro non meno evidente, non meno bello; quello di ravviare
e riunire la cristianitá in una nuova civiltá e in una nuova coltura;
e soffrir noi certamente e molto in questa grand'opera, ma compierla
meno a pro nostro che d'altrui; e poter quindi rallegrarci ancora dei
nostri stessi dolori, riusciti cosí utili nell'ordine universale. E
non sará guari se non nell'ultima delle etá nostre, in quella che
chiameremo delle preponderanze straniere, che noi troveremo dolori
senza compensi, patria storia senza patrio ufficio, senza
consolazione, senza gloria. Fino allora, in un modo o in un altro, noi
avevamo operato o primi o per lo meno importantissimi sui destini
della cristianitá; d'allora in poi non operammo né primi né
importanti, facemmo poco piú che durare, sopravivere, poltrire,
vegetare, non solamente decaduti ma degeneri.--Ma le nazioni cristiane
non possono restar sempre degeneri, senza ufficio, senza opera. E giá
si può forse prevedere l'ufficio futuro di nostra nazione, collocata
in mezzo al Mediterraneo, centro e via degli interessi materiali,
collocata intorno alla sedia pontificale, centro e capo degli
interessi spirituali della cristianitá: l'ufficio di procacciare,
agevolare, mantenere, perfezionar l'unione, ogni sorta d'unione, delle
nazioni cristiane. Sarebbe ufficio simile nello scopo, ma dissimile
nel mezzo, per vero dire, ai due altri nostri antichi: noi nol
possiamo piú adempiere primeggiando, ma nol potremo adempiere se non
pareggiando le nazioni sorelle. E noi siamo lungi da tal situazione;
ma alcuni piú o men notevoli passi si son pur fatti ad essa, uno
ultimo e grande da quando attendevamo primamente allo studio delle etá
nostre passate. Continuiamovi, ostinati dunque tanto piú. Il passato
ha piú interesse quanto piú si vien rischiarando l'avvenire. La storia
non serve bene a sollazzo: vi serve meglio qualunque novella alquanto
elegante. Né la storia dee servire a ruminazioni, rincrescimenti,
piagnistei, vanti, o, peggio, ire; non può, non dee servire se non
come raccolta di sperimenti passati, ad uso di coloro che operano il
presente, mirando all'avvenire della patria.


2. I regni nuovi romano-tedeschi.--I barbari invasori dell'imperio furono
quasi tutti di quella nazione, che chiamò e chiama se stessa dei
«_Deutsch_», che i romani chiamarono primamente «teutoni» e poi «germani»,
e noi chiamiamo «tedeschi». Poche eccezioni trovansi a tal fatto, piú poche
tra le genti stanziate; e noi noteremo quelle che venner tra noi. In
generale i nuovi regni furono tutti romano-tedeschi; in essi fu un elemento
romano ed uno tedesco. E noi accennammo finora il primo via via; or
accenneremo il secondo.--La nazione tedesca era tuttavia al secolo quinto
in quella condizione di genti divise, che fu la primitiva di tutte le
nazioni, e in che vedemmo durar la nostra fino alla conquista romana. Piú o
men nomadi ancora, regnate le une (da capi nominati lá «_kan_», «_king_»,
«_konung_», «_koenig_»), le altre no, divisa ciascuna in aristocrazia e
democrazia, le loro costituzioni sono ritratte meravigliosamente in quel
detto di Tacito: che delle cose minori deliberavano i «principi»; delle
maggiori, prima i principi, poi tutti, cioè l'assemblea universale della
gente. E questa è l'origine indubitata di quelle assemblee, di que'
parlamenti moderni, che tra varie vicende si serbarono, mutarono, si
spensero, risuscitarono quasi da per tutto oramai; ma con questa grande
differenza, che non era allora inventata la rappresentanza, cioè quel modo
di riunirsi pochi deputati eletti da molti elettori, il quale non sorse se
non dai comuni: ognuno assisteva allora per conto proprio; e chi non
veniva, non era rappresentato. Queste assemblee teneansi tra' banchetti
(_mahl_), e cosí dissersi in lor lingua «malli»; e in latino barbaro poi,
or generalmente «_concilia_», or «_placita_» dalle deliberazioni ivi
piaciute a tutti, or «campi di maggio» o «di marzo» dall'epoca delle annue
convocazioni.--Fin dalle selve o steppe nazionali, e tanto piú quando
furono stanziate le genti ne' nostri colti, il loro territorio divisesi in
_gau_ o _shire_ (latino «_comitatus_», italiano «contado»); e a capo della
tribú che l'occupava fu un magistrato, capitano in guerra, giudice in pace,
chiamato «_graf_» o «_sheriff_» (_comes_, conte). Nei giudizi il graf era
assistito or da alcuni notevoli della tribú chiamati «_schoeffe_» (latino
ed italiano «scabini»); ora, per la verificazione del fatto principalmente,
da certi guaranti (or detti «giurati») che si chiamavano «_rachimburgi_».
Le pene, poche corporali, eran quasi tutte multe imposte al condannato, in
profitto, parte del conte e del re, parte dell'offeso o degli eredi
dell'offeso, e chiamavansi «_widergeld_», «_widrigild_» o «compensazioni».
Il gau dividevasi in parecchi _mark_ (italiano «marche», latino «_vici_»),
e questi erano abitati poi per lo piú dalle «fare» o tribú, il capo
(_faro_, _baro_, barone) in mezzo nel suo castello (_hof_, _curtis_,
corte), e gli altri sparsamente all'intorno.--Del resto, l'ordine civile
subordinato al militare; il graf, per lo piú capo di mille, aveva talora
sotto sé parecchi di tali capi detti «tungini»; il migliaio diviso in
centinaia (_hundreda_), ciascuna delle quali aveva a capo lo _schulteis_
(latino «_schuldacius_», «_scultetus_», «_centenarius_»); il centinaio
diviso in decurie, ciascuna delle quali aveva a capo lo _zehnter_ (latino
«_decanus_»). Ma se queste migliaia, centinaia e decurie fossero di «fare»
o tribú, di famiglie o case, ovvero solamente di militi (_heereman_, latino
«_arimanni_», «_exercitales_», «_milites_»), io nol saprei dir qui, né so
che il sappia con certezza nessuno. Ancora, in parecchie delle genti, tra
cui i longobardi, la decuria non era di dieci, ma di dodici; ondeché il
centinaio era di centoquarantaquattro, e il migliaio di
millesettecentoventotto. Ad ogni modo e all'ingrosso, per quanto si può
dire in tanta varietá e mutabilitá di genti e d'usanze, questo fu quello
che si può chiamare l'ordinamento costituzionale consueto delle genti
tedesche all'epoca della loro invasione.


3. Continua.--Ma oltre questo, era, se sia lecito cosí dire, pur
consueto un ordinamento eccezionale. Oltre alla gente era lá la
compagnia (_geleite_); vale a dire che tra la gente o tra varie genti,
od anche d'intiere genti raccozzavasi talora una compagnia venturiera,
la quale se era piccola chiamavasi «_schaar_» (_scara_, schiera); e se
era grande, prendeva nome di «_heer_» (_exercitus_), e il capo di essa
chiamavasi «_heerzog_» (_dux_, duca). Di tali duci venturieri furono
certo molti condottieri d'invasione, e fra gli altri Ricimero.
Naturalmente poi, quando stanziava l'invasione, l'heerzog, o duca,
prendeva nome di «_koenig_», o re; e allora essa stessa la compagnia,
apparisce nella storia quasi nuova gente o confederazione di genti; né
altre furono probabilmente quelle che vedemmo via via quasi sorte a un
tratto de' marcomanni, degli alemanni, de' burgundi, de' franchi ed
altre che siamo per vedere.--Del resto, Tacito ci dá ammirabilmente
anche questa costituzione straordinaria delle compagnie, dicendoci:
che in esse combattevano i duci per la propria gloria, i compagni
(_gesinde, gasindii, commensales, leudes, fideles_, ed anche poi
_bassi, vassi, vassalli_) per il duca; il quale li nudriva, tra la
guerra, colla guerra, e li ricompensava dopo la vittoria con doni d'un
collare, d'un'arma o d'un cavallo. E cosí durò finché dimorarono nelle
lor deserte selve e lande. Ma quando ebbero predati tesori,
distribuiron ricchezze; e quando province e popoli, distribuirono
terre e schiavi.


4. Continua.--E quindi, dalle due costituzioni della gente e della
compagnia, alcuni usi di conquista, che pur si ritrovano piú o meno in
tutti i nuovi regni romano-tedeschi.--Molte, forse le piú delle genti,
le giapetiche principalmente, le tedesche sopra tutte, furono, giá
l'accennammo, divise in tre parti. E quindi molte delle migrazioni
fecersi da uno o due de' terzi; e ciò spiega come si ritrovino sovente
i nomi delle genti migrate sul suolo primiero. E ciò spiega un altro
fatto, anche piú importante qui: come, perché i piú degli invasori
pretendessero, pigliassero un terzo, talor due delle terre invase. Era
naturale, pareva loro giusto e moderato. Avevano abbandonato uno, due
terzi delle terre avite; pigliavano la medesima quota delle
conquistate.--Questo terzo poi, o due terzi delle terre conquistate
chiamavasi la «parte de' barbari» (_pars barbarorum_), e ridividevasi
in parecchie altre: una grandissima al re, una grande ancora ai conti,
tungini, centenari e decani, tutti ufficiali pubblici posti a tempo ed
al piacer del re; e finalmente la parte di ciascun milite, che
traevasi a sorte, ed era quindi detta «sorte dei barbari» o «parte
comune» (_sors barbarorum_ o _barbarica, allod, allodium_), od anche
«terra franca», «salica», «borgognona» ecc., dal nome degli invasori.
Ma in ciò furono usati due modi molto diversi. 1° In alcuni de' nuovi
regni la parte barbarica, l'allodio era dato in terra a ciascuno de'
barbari, co' servi (_coloni, liti, aldii_) che giá erano sul suolo
romano. 2° Talora, benché piú di rado, la parte barbarica non era data
in natura al barbaro: era riscossa, fosse terzo o due terzi, da lui
sull'abitatore romano, che rimaneva proprietario unico sí, ma
proprietario «aggravato» (che cosí appunto si disse) di questo
gravissimo carico, oltre forse i tributi. Nell'un caso e nell'altro,
ogni barbaro cosí accoppiato ad ogni romano chiamavasi «ospite»
(_hospes, ostes_) di lui; e l'abitazione sua «_hospitium_»,
«_alberg_», «_albergum_». Era questo modo secondo piú spedito, piú
facile, piú utile al barbaro, che non s'aveva ad impacciare di
amministrazione né coltivazione: e fu cosí usato da' barbari piú
barbari, meno inciviliti; ma gravò molto piú sugli abitatori antichi,
ridotti essi stessi cosí a condizione poco men che di coloni.--Ma
oltre a tutto questo spartimento generale, spartivasi poi la parte
particolare del re. Il quale non solamente ne manteneva alla corte i
suoi commensali o fedeli o gasindi, a modo degli antichi capi di
compagnia, ma, perché non poteva egli stesso amministrare le terre
vicine o lontane, le dava a governare a questi suoi gasindi, qua e lá,
in tutto il regno; e questi amministratori regi furono detti
«_gast-halter_», «_gastaldii_», e i beni regi cosí dati furono
chiamati «beni donati» o «beni de' fedeli», «_fee-od_», «_feuda_»,
«feudi», od anche «_beneficia_» per equipararli a quelli guarentiti
alla Chiesa. Perciocché questi, sia che fosser lasciati tutti gli
antichi posseduti dagli ecclesiastici sotto l'imperio romano, sia che
diminuiti nella conquista, sia che poscia accresciuti, tutti sempre
furon lasciati indipendenti da ogni altra supremazia, sotto la
protezione, la tutela immediata e sola (_mund, mundium, mundiburgium_)
del re. E cosí quindi i feodali. Questo era l'ordinamento de' barbari,
i quali soli governavano, soli militavano. E talora questo ordinamento
era solo legale, serviva a' barbari signori ed ai romani civilmente
servi; ma talor all'incontro, allato o piuttosto sotto all'ordinamento
barbarico, serbossi il romano, inferiore e dominato sí, ma pur
riconosciuto e legale.--E di tutte queste varietá siam per vedere
esempi nella misera Italia; tanto piú misera, che variarono in essa i
modi di servitú, mentre furono piú costanti e perciò alla lunga piú
tollerabili negli altri regni contemporanei. La miseria speciale
d'Italia in tutte le etá seguenti fu il non fermarsi in niuna servitú,
il rimutar padroni continuamente. Degli altri popoli giá provinciali,
ultimamente consudditi nostri nell'imperio, niuno ebbe a soffrire
tante conquiste come noi; per gli altri, queste furon finite alla fine
del secolo quinto: e cosí de' popoli romani e tedeschi insieme poteron
sorger miste e farsi uniformi colá quelle popolazioni spagnuole,
francesi ed inglesi, che resistettero quindi piú facilmente alle
conquiste piú moderne. In Italia, all'incontro, vedrem succedersi
barbari d'Odoacre, goti, longobardi, franchi antichi, francesi nuovi e
tedeschi antichi e nuovi; e gli invasori antichi incalzati da' nuovi
non ebbero quasi mai tempo a fondersi nella nazione. E quindi, ciò che
si suol dire dell'altre nazioni moderne europee, che il lor sangue
servile di provinciali romani fu rinnovato dal sangue libero tedesco,
non è vero per l'Italia. Il vantato puro sangue italiano, non servile,
per vero dire, come di provinciali, ma servilissimo, come di piú
imbelli e piú avviliti sotto la piú vicina tirannia imperiale, non si
rinnovò di niun sangue libero e militare per gran tempo. I guerrieri
settentrionali non si confusero co' servi italiani se non piú tardi;
quando furono essi pure, a vicenda, invasi e conservi.


5. I barbari d'Odoacre [476-489].--I distruggitori dell'imperio
occidentale furono una compagnia raccogliticcia di eruli, rugi, sciri,
turcilingi e forse altri. Gli eruli, probabilmente piú numerosi
(posciaché si trovano in varie storie aver dato nome alla compagnia),
furono probabilmente tedeschi; cosí i rugi, parte de' quali stanziati
sul Baltico, diedero nome all'isola di Rugen. Degli sciri non saprei.
I turcilingi paion dal nome turchi venuti con Attila. Odovacar o
Odoacre, figlio d'Edika giá duce de' rugi, stato poi de' protettori o
guardie imperiali, li raccolse; parte forse in Italia ove militavan
ancor essi, parte certamente in Pannonia, ove vagabondavano tra le
disperse orde d'Attila. Sollevaronsi o vennero, chiedendo, a modo di
tutti gli altri barbari, il terzo delle terre d'Italia. Presa Pavia,
gridarono re loro (_rex gentium_) Odoacre addí 23 agosto 476; e tra
breve, prese Ravenna e Roma, ucciso Oreste patrizio, chiuso a languire
e morire nell'antica villa di Lucullo presso a Napoli Augustolo,
l'imperator fanciullo, Odoacre padroneggiò, regnò su tutta Italia.
Mandato dire all'imperator orientale che «bastava oramai un imperatore
al mondo», ebbe da quello e da Nipote (un altro imperator occidentale
superstite in Dalmazia) quel titolo di «patrizio», che era grande ma
indeterminata dignitá del basso imperio, e che fu tenuto anche da
altri re barbari. Ucciso Nipote da due suoi conti, Odoacre mosse a
vendicarlo; ma riuní Dalmazia al suo regno e patriziato. Il quale,
oltre la penisola, comprendeva le due Rezie e Sicilia, restando
Sardegna e Corsica ai vandali d'Africa. Del resto, Odoacre non prese
la porpora, mandò gli ornamenti imperiali a Costantinopoli, serbò in
Roma il consolo solito nomarsi in Occidente, e il senato; nelle cittá
i governi municipali, le curie; tutto il governo romano allato al
barbarico: l'ordinamento del suo Stato fu di quelli misti testé detti.
Né, oltre alle prime occasioni della conquista, ed al pigliar il terzo
delle terre, sembra ch'egli incrudelisse, predasse o tiranneggiasse.
Gli si trova data questa lode, semplice, ma molto insueta ad un
distruttor d'imperio ed invasor di popoli: «fu uomo di buona volontá».
Bisogna dire che paresse una benedizione quell'invasione stanziata
dopo tante momentanee, piú crudeli e piú sovvertitrici; a quella che
par talora la tirannia, ai popoli stanchi ed avviliti dalle momentanee
e ripetute rivoluzioni.--Ma tutto ciò non durò che dieci anni. Nel
487, egli mosse una guerra in Pannonia contro ai rugi compatrioti suoi
colá rimasti; e, vintili, non serbò lor paese, ma li trasse esso in
Italia; evidentemente, ad accrescervi le forze, le genti dominatrici.
E Federico, il re spogliato e scampato, rifuggí in Mesia a Teoderico
re degli ostrogoti.


6. Teoderico e gli ostrogoti [489-526].--I goti tutti insieme furono una
gran gente, salita giá dall'Asia alla Scandinavia, e quindi ridiscesa sulle
sponde settentrionali dell'Eusino. Molto si disputa a qual famiglia di
genti appartenessero, se a quelle de' geti, o degli sciti, o de' germani. A
me pare provato (se non altro, dal trovarsi cosí tedeschi tanti lor nomi di
persone e d'uffici, e la lor traduzione della Bibbia fatta da Ulfila nel
quarto secolo) che essi furono probabilmente teutoni; forse de' kimri o
cimbri, certo d'una di quelle due schiatte da cui sorsero la nazione e la
lingua tedesche.--Ad ogni modo, gli ostrogoti o goti orientali erano una
parte di questa nazione, rimasta giá sulle bocche del Danubio, quando i lor
fratelli visigoti o goti occidentali n'erano partiti, poco men che un
secolo addietro, a correr l'Europa, a capitare e fondare un regno sul
Rodano e in tutta la penisola spagnuola. Erano stati congiunti coll'imperio
di Attila; rovinato il quale, n'eran rimasti la frazione principale.
Correvano, dominavano dalla Pannonia fin presso alle mura di
Costantinopoli; ed ora avean per duca o re Teoderico degli Amali, giá
statico ed educato nella corte greca, poi a vicenda capitano ed avversario
di essa: un misto di barbaro e incivilito, un ambizioso, un grand'uomo. E
fosse spinto dal proprio pensiero, o dal re rugo a lui rifuggito per
vendicarsi, o dall'imperator greco per liberarsene, ad ogni modo nel 488
ebbe da questo (pretendente dominio sull'imperio occidentale invaso) la
concessione d'Italia. Cosí per la prima volta il nome, la memoria, il
vanto, il diritto preteso dell'imperio romano furono funesti all'Italia,
furono causa di nuova e di prontissima mutazione.--S'incamminò con tutta
sua gente, guerrieri, vecchi, fanciulli, donne, armenti, carri e
masserizie; guerreggiò per via, e s'ingrossò d'altre genti, passò l'Alpi
carniche, giunse all'Isonzo, dove l'aspettava alla riscossa Odoacre,
ingrossato anch'egli di genti e re alleati. Combatterono lí, addí 27 marzo
489 una prima volta, poi una seconda sotto Verona, e fu vinto Odoacre nelle
due. Fuggí a Roma, fu ricevuto a porte chiuse: evidentemente gl'italiani
parteggiavano e s'illudevano giá per l'imperio, in nome di cui veniva
Teoderico. Il quale poi, non per l'imperio ma per sé prendeva Milano,
Pavia, tutta l'Italia superiore; vinceva all'Adda per la terza volta
Odoacre, e chiudevalo in Ravenna. Tre anni l'assediò, preselo nel 493,
ucciselo pochi dí appresso, in convito, alla barbara: tutta l'Italia fu
sua.--Noi vedemmo giá un'antichissima guerra d'indipendenza combattersi
dagli itali ed etruschi per due generazioni contra i pelasgi, e finir con
buttar questi al mare; e vedemmo una seconda guerra d'indipendenza
intraprendersi da' romani a capo dei popoli italici contro a' galli, e
durare da trecentosessanta anni poi, e finir colla soggezione de' galli
cisalpini e transalpini. Or qui, con questo accostarsi degli italiani
all'imperio contro ad Odoacre, noi veggiamo incominciata la terza guerra
d'indipendenza italiana, la guerra contro a' popoli tedeschi, che dura da
milletrecentocinquantasette anni, e non è finita.


7. Continua.--Teoderico poi ordinò, governò, estese il regno cosí,
ch'ei si può dire il piú civile insieme e il piú grande dei re
romano-barbari. Come quel d'Odoacre il governo di lui fu misto,
duplice, de' goti e de' romani. Serbati alcuni, cacciati i piú de'
barbari precedenti, lor terzo di terre passò ai barbari nuovi; i
romani non par che ne patissero altrimenti: sembra anzi in tutto
migliorata lor condizione, accresciuta lor ingerenza. Goto il re, per
vero dire, goto l'esercito, gote l'oltrepotenze, e quindi senza dubbio
le prepotenze; ma romano il principal ministro del regno, Cassiodoro,
romani molti altri minori; ed in ciascuna delle grandi cittá (aboliti
allora o prima i duumviri) un _graf_ goto a governare e giudicare i
goti, un _comes_ romano pe' romani. Del resto, leggi e grandi
raccomandazioni di esser buoni co' romani, di vestire, radersi, vivere
alla romana: i monumenti antichi di tutta Italia, que' di Roma
principalmente, visitati dal re, fatti serbare, restaurare; altri
nuovi (a Ravenna principalmente) edificati; papi e vescovi rispettati;
rispettata dal re e da' suoi barbari, tutti ariani, la religione
nazionale italiana, che fu dall'origine e sempre la cattolica.--Di
fuori Teoderico, che non era un barbaro venturiero come Odoacre, ma
della schiatta regia, anzi Ansa, cioè eroica e mitologica degli Amali,
e portava la porpora, ed avea dato o fatto dare a parecchi sudditti
suoi il titolo di patrizio, portato allora da parecchi re barbari,
s'apparentò, trattò, guerreggiò con molti di questi, men da pari che
superiore. S'apparentò coi re de' borgognoni in Gallia, de' turingi in
Germania, de' vandali in Africa, de' goti in Ispagna, e con quel
Clodoveo uno de' re franchi, il quale allora appunto veniva
sollevandosi sopra gli altri, e cosí fondando quella monarchia tanto
minore allora, tanto piú durevole poi, che non quella di
Teoderico.--Signor giá della penisola, della Sicilia, delle due Rezie
e del Norico, incominciò nel 504 nuove guerre e conquiste. E prima,
contro ai gepidi e bulgari in Pannonia, la quale conquistò fino al
Sirmio; poi contra Clodoveo, che estendendosi avea sconfitto e morto a
Poitiers [506] il re de' visigoti, ed occupate tutte lor province di
Gallia, tranne Provenza e Rossiglione. Teoderico salvò queste sí ad
Amalarico re fanciullo figliuolo dell'ucciso, ma gli mandò a tutore
Teuda uno de' suoi conti; e pare che il facesse governare in nome suo,
e prendesse egli titolo di re dei visigoti. Morto poi Clodoveo,
continuò a guerreggiar co' franchi e co' borgognoni; ed insomma, o in
nome proprio o del pupillo, vedesi Teoderico signoreggiare, intorno al
520, Illirio occidentale, gran parte di Pannonia, Norico, Rezie,
Gallia meridionale e Spagna. La Theiss, il Danubio, il Rodano, la
Garona erano limiti all'incirca del magnifico regno.


8. Continua.--Il quale tuttavia incominciò, lui vivente, a minacciar
rovina; ed al medesimo modo che quel d'Odoacre, per impulso venuto
dall'imperio, per le inopportune memorie, per gli stolti affetti degli
italiani a quel nome, a quel resto d'imperio, tutt'altro oramai che
italiano. Giustino, l'imperator di Costantinopoli, seguendo l'uso di
quella corte troppo e mal teologhessa, si pose a perseguitar gli
ariani. Teoderico ariano, ma tollerantissimo fin allora, perseguitò
ora a rappresaglia i cattolici. Quindi ire, sospetti reciproci, tra
goti ed italiani. Primo Albino un grande romano, poi Boezio anche piú
grande, poi Simmaco suocero di lui, poi Giovanni papa, furono accusati
«d'avere sperata la libertá di Roma», di carteggiare coll'imperatore,
e via via. Boezio e il papa morirono in carcere, Simmaco decollato.
Finalmente, in agosto del 526, Teoderico fulminò un decreto per dar le
chiese de' cattolici agli ariani; ma morí prima del dí fissato
all'eseguimento, tra' rimorsi e i prodigi, disse il volgo, tra le
esecrazioni di esso certamente; e troppo tardi raccomandando a' grandi
goti e romani, raccolti intorno al letto suo, quella concordia, che è
cosí difficile sempre tra conquistatori e conquistati, ch'egli giovane
e forte avea saputa mantenere, ma che invecchiato avea lasciato
allentarsi giá, e stava ora per isciogliersi del tutto in mano di una
donna, un fanciullo ed un letterato.


9. Caduta de' goti [526-566].--Succedette Atalarico, fanciullo di
sette anni, figlio d'Amalasunta, figlia di Teoderico, la quale fu
reggente. Eran nel regno le quattro parti che sempre sono in un regno
di stranieri: i nazionali amici e i nemici degli stranieri, gli
stranieri amici e i nemici de' nazionali. Amalasunta e Teodato un suo
cugino, eran de' goti romanizzati, inciviliti, letterati. Amalasunta
educava il re alla romana. I goti puri se ne turbarono, e le tolsero
il giovane; il quale allevato quindi alla barbara, oziando,
gozzovigliando e corrompendosi, si consunse e morí di diciotto anni
[534].--Cacciata Amalasunta in un'isoletta del lago di Bolsena, dove
ella tra breve fu tolta di mezzo, regnò Teodato. Pare che fra questi
pericoli Amalasunta avesse giá trattato, ed or certo Teodato trattò
coll'imperatore greco per averne aiuti o rifugio. Imperatore era
allora Giustiniano, il gran raccoglitor di leggi e codici romani, il
gran riconquistatore di molta parte d'Occidente. Triboniano ed altri
giureconsulti l'avean aiutato alla prima gloria; Belisario ed altri
capitani l'aiutarono alla seconda; ma restò a lui la gloria personale,
e sempre grande a un principe, d'aver saputo scegliersi aiuti, senza
invidia. Belisario avea giá vinti i persiani, e ritolte ai vandali
Africa, Sardegna, Corsica. Erano tra l'imperatore e i re goti piccole
contese di limiti; ed erano allettamento a quello le dissensioni di
questi. Belisario scese in Sicilia e la conquistò, passò Napoli e la
prese, senza che si movesse Teodato. Contro al quale insospettiti o
sdegnati finalmente i goti di Roma, escivano della cittá, e facean lor
re Vitige, non principe, semplice guerriero, ma buono. E Teodato,
fuggendo, era scannato per via [536].


10. Continua.--Vitige disapparecchiato lasciò Roma, e Belisario
v'entrò [dicembre 536]. Ma non forte abbastanza per ispingere i goti,
vi si chiuse e fortificò con cinque o sei mila uomini, e tra breve
Vitige venne ad assediarlo, dicesi, con centocinquantamila. Fu famosa
fazione: durò un anno [marzo 537-marzo 538]. Ma Belisario aiutato dai
romani, e ricevuti rinforzi, sconfisse piú volte i goti, e finalmente
li respinse ed inseguí. Prese Ancona, Milano, Fiesole; corse mezza
Italia, corsa intanto da un nembo di borgognoni e franchi, predoni
terzi sopravvenuti tra i contendenti. Finalmente Belisario assediò
Ravenna, giá capitale de' goti, ora lor rifugio; e presela con Vitige
e il nerbo de' goti ch'ei trasse poi seco prigioni a Costantinopoli
[fine 539].--Rimanevano quindi i greci mal capitanati da parecchi
duchi, i quali dividevansi le cittá, le governavano militarmente,
sovranamente, serbando sí i governi municipali ma ponendovisi essi a
capo, successori insieme de' grafioni goti e dei conti romani, e
taglieggiandovi probabilmente ognun per due. Allora a rivolgersi
gl'italiani, a desiderar di nuovo i goti; e questi a raccogliersi, a
rinnovar la guerra. Rimanevano loro Verona, Pavia, e forse tutta
l'Italia occidentale allor detta Liguria.--Gridan re, prima Ildibaldo
un nobile e forte guerriero, in breve ucciso per vendetta privata; poi
si dividono tra Eurarico e Baduilla, ed ucciso quello, resta solo
questo, chiamato poi Totila o «il vittorioso». Quindi incomincia
un'ultima guerra di riscossa, che è la piú nobil parte della storia
de' goti in Italia. Sorge Totila [541] da Verona con cinquemila
uomini, batte e disperde i duchi greci a Faenza, s'allarga prendendo
cittá in Emilia, in Toscana; poi gira intorno a Roma e Napoli, corre
tutto il mezzodí; torna su Napoli, la piglia [543] e non la
saccheggia. Chiaro è: i goti rinnovati dalla sventura, erano
ridiventati non solo forti, ma piú miti e migliori in tutto che i
greci. Allora, perduta oramai, fuor di Roma e Ravenna, quasi tutta
Italia, la corte donnaiola di Costantinopoli rimandava il conquistator
Belisario; ma tra' molti intrighi, e con poco esercito, pochi danari,
poco favore. Scese a Ravenna: ma rinchiusovisi, seguí una guerra
sminuzzata; finché Totila vittorioso pose finalmente assedio a Roma, e
la prese in faccia a Belisario accorso ad aiuto [dicembre 546]; e
allora, inasprita oramai la guerra contro alle popolazioni italiane,
saccheggiò, disertò la cittá, n'atterrò le mura e lasciolla. Fu
rioccupata da Belisario, riassalita da Totila; combattevvisi intorno
tre dí, e fu vinto Totila; ma con poco frutto: ché dopo poco di guerra
spicciolata fu in breve, per nuovi intrighi di corte, richiamato
Belisario, il quale avea cosí guastata la gloria di sua prima impresa
d'Italia. Allora (tra una nuova invasione di franchi ed una prima e
breve di longobardi) Totila riprese Roma e restaurolla, passò in
Sicilia e presela pur quasi tutta.--Finalmente, dopo parecchi altri
capitani greci tutti cattivi, venne uno che pareva dover essere il
pessimo: Narsete, un eunuco del gineceo imperiale, vecchio di presso a
ottant'anni, e che nella prima guerra di Belisario era stato sotto lui
uno dei duchi piú indisciplinati. E tuttavia, costui vinse e finí la
lunga guerra. Forte in corte, e cosí ben proveduto di danari e di
uomini (fra cui un duemila longobardi), venne [552] per l'Illirio e la
Venezia a Ravenna: e quindi uscito in breve, marciò contro a Totila
che s'avanzava da mezzodí. Incontraronsi presso a Gubbio; e fu una
gran rotta di goti: Totila che avea combattuto de' primi e degli
ultimi, da re, morí ferito nella fuga.--Fu in Pavia gridato a degno
successore di lui Teia, uno de' capitani principali. Il quale in pochi
mesi raccogliendo le forze restanti a' suoi nazionali, scese giú per
la penisola contro a Narsete, che dopo aver ripresa Roma (quinto
eccidio di essa in quella guerra), assediava ora il castello di Cuma,
ov'eran serbate le insegne regie e il tesoro de' goti. Combattessi una
seconda gran battaglia alle falde del Vesuvio; e vi pugnò Teia come
Totila nella prima: piú felice di lui, morendo sul campo, e, dicesi,
dopo aver cambiati parecchi scudi, carichi, l'un dopo l'altro, di aste
nemiche. Allora si arresero tutti i goti lá restanti [553]; e chi li
dice poi cacciati fuor d'Italia, chi sparsi in essa. Certo, molti
rimaneano ancora. Forse essi furono che chiamarono una grande
invasione d'alemanni; i quali sotto Leutari e Buccellino corsero e
predarono la penisola uno o due anni, finché furono vinti essi pure da
Narsete. Vedonsi, ad ogni modo, continuare sollevazioni e piccole
guerre di barbari qua e lá, e non conquistata tutta la penisola se non
al fine de' dodici anni che durò la signoria greca. E cosí, con difesa
perdurante fino all'ultimo, veggonsi finire a poco a poco que' goti,
il cui nome non ritrovasi piú nelle storie; le cui reliquie durano
forse qua e lá tra le terre e i monti d'Italia. Nobile e forte
schiatta, per vero dire, e piú che niun'altra barbara mansueta ai
vinti, in Italia come in Ispagna! Ondeché non merita il mal nome che
le restò nella storia nostra, mal fatta e rifatta per lo piú co'
pregiudizi romani, imperiali. Se non era de' quali, chi sa? sarebber
rimasti e durati questi goti tra noi, come lor fratelli in Ispagna e i
franchi in Francia; e misti noi con essi, non avremmo mutate tante
signorie, né avuta a soffrire la divisione d'Italia; di che siamo per
vedere i princípi.


11. I greci.--Veggiamo intanto qual profitto avesser tratto que'
nostri maggiori, al rifarsi imperiali, al ridiventare, come dicevasi
allora, romani, in realtá provinciali greci. E prima, poiché non
furono finiti di cacciare tutti i barbari se non uno o due anni prima
che venissero i longobardi, vedesi che la misera Italia non respirò se
non d'altrettanto. Poi, gl'italiani, che, come pare accennato da certi
negoziati tra Vitige e Belisario, e come, del resto, è naturale
immaginare, aveano sperato riavere un imperator occidentale, ebbero a
governator sommo Narsete eunuco, maestro de' militi, patrizio e gran
ciamberlano, e sotto a lui, un prefetto del pretorio. Non trovo se i
due sedessero in Roma o Ravenna: è probabile in questa. Di rettori od
altri governatori di province, non è cenno. Probabilmente, i duchi
continuarono ad esser tutto in ciascuna delle cittá, con territori piú
o meno fatti a caso dalla guerra. Sotto essi i giudici, governatori
civili, capi de' corpi municipali, ma non eletti da essi, anzi dati,
talor forse dai duchi, certo sovente da' vescovi, e perciò chiamati
«dativi». I membri di questi corpi non eran piú detti «decurioni», ma
indeterminatamente «principali» od anche «consoli», nome vecchio,
significazione nuova, non piú di capi, ma di consiglieri municipali.
Roma stessa, ridotta a par dell'altre, ebbe un duca. Che diventò il
terzo barbarico delle terre? Non è probabile fosse restituito ai
possessori antichi italiani. Dovette essere incamerato, od anzi
distribuito o preso dai duchi ed altri greci. Non n'è cenno nella
prammatica del 554, che Giustiniano gran promulgator di leggi fece a
riordinar Italia, e che non riordinò nulla. Del resto, da ciò e da
tutta la storia vedesi, che fu un governo da stranieri lontani,
peggior sempre che quello di stranieri stanziati. E il pessimo e piú
vergognoso (ma non insueto a tali stranieri) fu che non seppero nemmen
difender la conquista da stranieri nuovi.--Morto Giustiniano nel 565,
succedutogli Giustino molto dammeno, questi richiamò Narsete; dicesi,
perché non mandava danari in corte; onde sarebbe a dire la corte
lontana peggiore che il governatore vicino, e richiamato questo per
non aver saputo farsi abbastanza cattivo: né sarebbe insueto ciò
nemmeno. Dicesi poi, fosse richiamato con quelle parole vituperose
della nuova imperatrice: «che tornasse l'eunuco a far filar lane nel
gineceo»; ed adiratone egli, perciò chiamasse i longobardi. I quali
vennero ad ogni modo tre anni appresso.


12. I longobardi prima della conquista.--Qui incomincia la seconda e
piú lunga parte di questa etá dei barbari. I longobardi furono
antichissimamente d'una gente scandinava detta vinnuli o vendeli; un
terzo della quale passato il Baltico, e preso quando che fosse il
nuovo nome dalle lunghe barbe o dalle lunghe aste, posarono primamente
nell'isola di Rugen, poi sull'Elba. Tacito li dice «nobilitati da lor
pochezza», a malgrado la quale sempre rimasero indipendenti; e Velleio
Patercolo «gente piú feroce che non la germanica ferocitá». E pochezza
con ferocitá furono i due distintivi serbati da essi poi. In Germania
appartennero all'antica confederazione degli svevi, e probabilmente a
quella piú nuova de' sassoni, di cui pur furono gli angli, padri
degl'inglesi, bella parentela. Soggiacquero agli unni, occuparono in
Pannonia il Rugiland o terra de' rugi, vuotata giá da Odoacre; e
rivaleggiarono lá co' gepidi; e li vinsero in due grandi battaglie;
dove Alboino figliuolo del re longobardo nella prima, re nella
seconda, uccise di mano sua i due re gepidi, Torrismondo e Cunimondo.
Cumulazione poi di barbarie, poco men che incredibile ora, ma
attestata da tutte le tradizioni, il feroce uccisore sposò Rosmunda
figlia e nipote dei due uccisi; e del teschio del suocero fecesi un
bicchiere a banchettare. I gepidi eran distrutti; il loro nome non
trovasi piú; i rimasugli si perdettero certo nelle due genti de'
longobardi e degli unni-ávari lor alleati. E, fosse stato patto
dell'alleanza, o che le due discese giá notate di alcuni longobardi in
Italia li avessero invogliati del bel paese, o fossero essi tratti,
come poc'anzi altri barbari, dalla debolezza de' greci, od invitati
veramente da Narsete; il fatto sta, che i longobardi lasciarono,
appena compiuta, lor conquista di Pannonia a quegli alleati, i quali
le diedero poi il nome proprio di Unn-Avaria od Ungheria; e che essi
ingrossati di varie frazioni di genti, gepidi, bulgari, sarmati, svevi
e principalmente sassoni, scesero in Italia l'anno 568. Né inganni
siffatta moltiplicitá di nomi sul numero degli invasori. I longobardi
furono certamente i piú numerosi tra essi di gran lunga; eppure furono
pochi. Trovansi divisi in quelle migliaia, centinaia e decanie (ma
decanie di dodici) che dicemmo; e tutta la gente composta
probabilmente di tre dozzine di queste migliaia, cioè in tutto di poco
piú che sessantaduemila guerrieri. Ad ogni modo, la loro pochezza si
manifesta da ciò, che non poterono, né nell'invasione né poi mai, né
occupare tutta Italia contro a' greci, né difenderla contro a'
franchi. E cosí continuò il danno vecchio, che ogni potenza sorgente
da noi lasci nel proprio edificio l'addentellato alla potenza
ulteriore; e sorse il danno, nuovissimo allora, il dividersi la
penisola per non riunirsi forse mai piú.


13. Alboino e Clefi [568-584].--Scese Alboino, come i piú, per l'Alpi
carniche; occupò prima Foro Giulio, or Cividal del Friuli, e subito vi
pose un duca con iscelte «fare» d'uomini e razze di cavalli. E questo
titolo di «duca» è dato poi nella storia a trentasei capi di schiere
(probabilmente migliaia) di militi longobardi lasciati via via nelle
cittá conquistate, ed indi signoreggianti su territori varissimi, or
larghi or ristretti. Tedescamente eran detti «_heerzog_» o «_graf_»?
Io crederei il secondo, posciaché i veri duchi od _heerzog_ di que'
tempi (come il duca di Baviera soggetto ai franchi) trovansi principi
piú grandi; e crederei che il titolo di «_graf_», tradotto sotto i
goti con «conte», si traducesse ora con «duca», per assimilazione ai
greci. Né monta che sotto ai duchi si trovin conti; questi furono
probabilmente non piú che _schulteis_ o centenari. A ogni modo i duchi
furono lasciati quasi indipendenti fin da principio; e fu modo barbaro
oltre al solito, e per li conquistati piú che mai abbandonati a lor
mercé, e per li conquistatori cosí scematine, e per la conquista cosí
impoverita, fatta a caso, non mai compiuta. Occuparono molte ma non
tutte le cittá della Venezia e della Liguria. La quale tuttavia
oltrepassarono, varcando l'Alpi, entrando nelle terre franche, e cosí
incominciando la guerra bisecolare che finí con lor perdizione. Del
resto, ne furon respinti fin d'allora; e lasciaron di colá partirsi
per tornar a Germania i sassoni lor compagni. In Italia poi, i greci
non si mostrarono mai alla campagna. Vedesi fin di qua ciò che durò
sempre poi; i greci dammeno che i longobardi, questi dammeno che i
franchi. In Pavia sola si trovano aver i greci resistito. Tre anni
durò l'assedio; dopo i quali Alboino la prese, e la fece capitale del
regno. E perché i greci respinti s'andaron raccogliendo intorno a
Ravenna, e gl'italiani intorno a Roma principalmente, tre capitali si
può dír che avesse quindi l'Italia per due secoli: Pavia de'
longobardi, Ravenna de' greci, e Roma (non osata assalir dai primi,
abbandonata dai secondi, protetta dai suoi pontefici che ne
grandeggiarono) degl'italiani.--Banchettando poi un dí Alboino co'
suoi barbari, facevasi venir la regina e l'invitava «a ber col padre»
nel bicchier del teschio; ed ella quindi si vendicava abbandonandosi
ad uno di que' bravi, e spingendolo ad uccidere l'odiato sposo.
Uccisolo, fuggirono insieme a Ravenna, dove in breve s'ucciser tra
essi. I longobardi gridaron lor re Clefi, duca di Bergamo, che regnò
diciotto mesi, continuando le conquiste, predando ed uccidendo i
principali italiani; e fu ucciso poi da un suo gasindio [574]. Tutto
ciò in sei anni; Velleio Patercolo avea ragione, e l'ha Manzoni: fu
conquista barbara fra le barbare.


14. I trentasei duchi.--Nuova barbarie, i trentasei duchi non
s'elesser re. Vollero restare indipendenti, sciolti; e principalmente
non aver a spogliarsi della consueta «parte regia». I duchi
settentrionali guerreggiarono di nuovo stoltamente, e invasero
Provenza. I medii e meridionali estesero lor conquiste a tutto ciò che
rimase poi regno longobardo. Il quale saprebbesi qual fosse, se
avessimo il nome de' trentasei ducati, che furono probabilmente dodici
in ciascuna delle tre grandi divisioni, Austria ad oriente, Neustria
ad occidente d'Adda e Trebbia, Tuscia a mezzodí. Ma restano certi
solamente undici nell'Austria, Foro Iulio, Treviso, Ceneda, Vicenza,
Verona, Trento, Bergamo, Brescia, Parma, Piacenza e Regio; incerto il
dodicesimo, Brescello o forse Mantova presa fin d'allora. In Neustria
certi soltanto sei, Milano, Pavia, San Giulio nel lago d'Orta, Ivrea,
Torino, Asti; incerti gli altri sei, Vercelli, Lumello, Acqui, Alba,
Auriate, Bredulo. Nella Tuscia certi nove, Lucca, Chiusi, Firenze,
Populonia, Perugia, Fermo, Rimini, Spoleto e Benevento; incerti gli
altri tre, Siena o Soana, Camerino ed Imola. Vedesi che tenevan quasi
tutta la Venezia, salvo Padova con quelle sue lagune ove veniva
sorgendo la cittá di lei figliuola; tutta l'antica Insubria e Liguria,
salvo Genova e sue riviere; e tutta Toscana e il mezzodí d'Italia,
salvo Ravenna e alcune altre cittá alla marina orientale, e Napoli e
poche altre alla occidentale, e Roma in mezzo isolata e compressa tra
i due potenti duchi di Spoleto e Benevento. Del resto, hassi da Paolo
Diacono loro storico nazionale che «spogliarono le chiese ed estinsero
i popoli»; e piú espressamente che «allora molti dei nobili furono per
cupidigia uccisi; e gli altri divisi fra gli ospiti, affinché
pagassero ai longobardi la terza parte de' lor frutti (_frugum_)»
(lib. II, 32). Chiaro è: i longobardi, che sempre piú si conferman
barbarissimi fra' barbari, usarono allora il modo piú barbaro di
trarre il terzo non in terre separate, ma in frutti pagabili da'
conquistati, ridotti cosí a servitú territoriale e poco men che
personale. E quindi l'ire degl'italiani contro a questi barbari, piú
acerbe che contro a nessuni de' precedenti; quindi fin d'allora un
primo ricorso di un papa (Pelagio II) e d'uno stesso imperatore greco
(Maurizio) a' franchi nemici de' longobardi, affinché scendessero. E
scese Childeberto re d'Austrasia; esempio poscia ad altri principi
franchi troppo maggiori, cagione allora che nel pericolo i duchi
s'eleggessero finalmente un re.


15. La restaurazione del regno [584].--Innalzarono, restaurarono
Autari figliuol di Clefi, fanciullo quando moriva il padre, or adulto.
«Diedergli la metá delle loro sostanze per gli usi regali, da nodrirsi
esso il re e coloro che aderivano a lui» (Paolo Diacono), cioè i suoi
gasindi o dipendenti immediati. Essi i duchi serbarono dunque l'altra
metá, e cosí rimaser probabilmente piú ricchi, piú potenti che non i
soliti graf degli altri regni barbarici. Cessò poi, a quel che pare,
la spogliazione disordinata de' miseri italiani; mansuefecesi la
conquista. Come alcuni re visigoti, Autari e alcuni altri re
longobardi presero poi il nome romano di Flavio; perché questo, piú
che qualunque altro, non si scorge; forse perché ricordava Tito e
Vespasiano signori rimasti popolarmente famosi per bontá. E trovasi
poi un passo unico, il quale indicherebbe un addolcimento materiale
negli ordini della conquista, se non che ei si legge diversamente ne'
codici: «_Populi tamen aggravati pro longobardis hospitia
partiuntur_», ovvero «_per longobardos hospites partiuntur_», oltre
altre lezioni ancora. Né ci possiam metter qui tra le interminate
dispute che se ne fanno. Dirò, in una parola, che io pendo alla prima
lezione, e cosí all'interpretazione la quale concorda con tutto
l'addolcimento della conquista narrata da Paolo: cioè che i longobardi
oramai stanziati si risolvessero al modo piú mite di prendere il
terzo, non piú in frutti, ma in terre; e che cosí rimanessero molti
italiani territorialmente liberi. Ad ogni modo, civilmente e
politicamente essi rimaser certo servi molto piú che non sotto a'
goti. Di magistrati propri essi ebber tutto al piú alcuni giudici,
dati forse anche qui dai vescovi, e sofferti da' longobardi che non
volean per certo imparar le leggi romane; ma non piú conti propri pari
a' grafioni, come sotto ai goti, e men che mai ministri romani, come
Cassiodoro, ed altri anche in Francia e Spagna.


16. Autari ed Agilulfo [584-615].--Con tutto quest'ordinamento,
scioltissimo, come si vede, e giá simile a quello che fu poi detto
«feodale», segue una storia povera di vera grandezza, ricca sí di
quelle avventure cavalleresche, che ad alcuni paiono essere state
rimedio, a noi poco piú che ornamento della feodalitá.--Autari
allontanò i franchi scesi tre volte, trattando prima, poi
sconfiggendoli; co' greci fece tregue e guerre, e corsa l'Italia fino
a Reggio di Calabria, spinse il cavallo in mare gridando:--Fin qui il
regno.--Poi, volendo aver a moglie Teodelinda la bella e saggia
figliuola del duca di Baviera, andò colá travestito da ambasciador di
se stesso a dimandarla e vederla. E poco mancò che si scoprisse,
ricevendo secondo l'usanza un nappo di mano della promessa sposa; e si
scoprí poi a' limiti, lanciando l'asta contro un albero e
dicendo:--Cosí ferisce Autari.--Quindi Childeberto il re d'Austrasia,
da cui dipendeva Baviera e a cui era stata impromessa la fanciulla,
invase quel paese; ed ella si fuggí a Italia, e Autari la sposò, e
Childeberto mandò qui un grand'esercito di franchi d'accordo co'
greci; e Autari indugiando e trattando si liberò degli uni e degli
altri. Ma morí poco appresso [590].--Allora, i longobardi diedero alla
giovane lo scegliere a se stessa un nuovo sposo, ad essi il re; ed
ella si scelse Agilulfo duca di Torino. Regnarono insieme e gloriosi
venticinque anni. Ariani Agilulfo e i longobardi, cattolica
Teodelinda, ella a poco a poco convertí lo sposo e gran parte della
nazione; e fu un nuovo e massimo addolcimento della conquista; avendo
noi veduto al tempo de' goti, ed essendo sempre pessima di quante
differenze separan conquistatori e conquistati, peggiore che non
quella stessa delle lingue, la differenza delle religioni. Ed a ciò
poi Teodelinda strinse pratiche col papa.--Il quale era san Gregorio
I, detto «il magno», quantunque due altri poi ne sieno stati non guari
minori per noi italiani. Nobile, ricco, potente in Roma da giovane,
scrittore ecclesiastico copioso e sapiente rispetto all'etá, assunto
al pontificato nel 590, e d'allora in poi zelante per la propagazione
della fede a cui mandò sant'Agostino l'apostolo e incivilitor
d'Inghilterra, fu quanto a noi, in Roma e nelle province greche e
nelle stesse longobarde, gran protettore degl'italiani peggio che mai
abbandonati; e per ciò negoziator co' duchi e col re e la regina, e
cosí grande avanzator della potenza papale, non indipendente per anco,
ma giá differente dall'imperiale. Fu, in tutto, secondo de' grandi
papi politici.--Agilulfo e Teodelinda poi furono fondatori di chiese e
monasteri; fra cui principale San Giovanni di Monza, dove mostrasi
tuttavia, fra parecchie corone di essi, quella «di ferro», che dicesi
d'uno dei chiodi della Passione di Nostro Signore; ed è quella su cui,
cingendola, pronunziò Napoleone quelle vane parole:--Guai a chi la
tocca.--Del resto Agilulfo ebbe a reprimere parecchie ribellioni di
duchi, talor alleati co' greci; guerreggiò con questi, impose loro
tributo, e soffrí una correria degli ávari nel Friuli. Morí nel 615,
ed ebbe a successore Adaloaldo figliuolo suo e di Teodelinda, giá
associato da fanciullo al regno.


17. Successioni dei re per un secolo [615-712].--Segue un secolo di re
longobardi, poco men che simili a que' franchi contemporanei, i quali
furono detti lá re «fa nulla» o poltrenti. Niuna impresa guerriera di
conto, niun ordine nuovo; perciocché lo scriversi che si fece in quel
secolo delle leggi antiche longobarde, come delle franche, borgognone,
bavare e visigotiche fu certo cosa buona, ma non ordine nuovo. Del
resto, continuano non poche storie e novelle cavalleresche, che
sarebbero utili a pittori e poeti, ma che non abbiamo spazio qui di
servir ad essi come pur vorremmo.--Adaloaldo fanciullo regnò prima
sotto la tutela di sua madre Teodelinda; ma fatto adulto impazzí,
ammaliato, dissero, da un ambasciador greco, e fu poi cacciato del
regno, e spento di veleno. Tuttociò sembra accennare in quel re un
ozio, un insolito tollerar i greci, non sofferto dai longobardi
[625].--Succedette Arioaldo, duca di Torino e marito di Gundeberga,
figlia essa pure degli amati Agilulfo e Teodelinda; ed essa, caduta in
sospetto al marito, fu chiusa in una torre, giustificata poi e
liberata per un combattimento singolare. Arioaldo morí nel
636.--Lasciata a Gundeberga, come giá a sua madre, la scelta di uno
sposo re, ella scelse Rotari duca di Brescia, il quale egli pure la
rinchiuse per abbandonarsi a sue libidini, e la lasciò liberare in
simil modo. Meno ozioso tuttavia che gli altri, Rotari conquistò
contro a' greci Genova e le due riviere liguri, e Oderzo nella
Venezia, ed egli fu che fece scrivere il primo de' codici longobardi.
Morí nel 652.--Succedettergli prima il figliuolo di lui Rodoaldo; ma
per pochi mesi, ignobilmente morto per aver rapito una donna.--E poi
Ariperto figlio d'un fratello di Teodelinda, dalla cui famiglia, dalla
cui memoria i longobardi non si sapevano staccare. Né di lui si sa
altro, se non che fu gran fondatore di chiese, e che morendo nel 661 o
662 lasciò, con esempio unico ne' longobardi, diviso il regno tra due
figliuoli suoi.--Cosí regnò Bertarido in Milano, e Godeberto in Pavia.
Ma in breve sorser discordie, e venne Grimoaldo duca di Benevento, che
uccise il secondo e fugò il primo ad Ungheria, e regnò egli
[662].--Respinse poi di Benevento Costante il solo imperador greco che
mai venisse in Italia, ma che non vi fu buono a nulla se non a
spogliarla; tanto i signori stranieri, civili o barbari, si
rassomigliano. Né Grimoaldo fu buono a proseguire la fortuna; diede sí
una gran rotta a' franchi discesi fin presso ad Asti; poi volendo
domare un duca del Friuli ribellato, e scansare, dice Paolo, guerra
civile, chiamò rimedio peggior del danno, gli ávari, ed ebbe poi a
volgersi contr'essi per cacciarli. E tra queste ed altre minori
imprese, sprecata la vita operosa ma inutile al regno, morí nel
671.--Lasciò il regno a Garibaldo figliuol suo, avuto da una sorella
di Bertarido. Il quale venuto di Francia, dove esulava, cacciò il
nipote dopo tre mesi di regno, e regnò egli per la seconda volta,
diciassette anni; pio, mansueto, gran fondator di monasteri, del resto
ozioso [688].--Successegli suo figliuolo Cuniberto, che giá avea
regnato dieci anni con lui; e gli fu occupato il palazzo e il regno da
Alachi duca di Trento, giá ribelle perdonato da lui. Ma tiranneggiando
costui, risorse Cuniberto; combatterono, ed ucciso Alachi, regnò
Cuniberto con nome di prode fin al 700. E di lui, e Teodote una bella
romana, si novella.--Successegli Liutberto, suo figliuolo fanciullo,
cacciato in breve da Ragimberto, duca di Torino e figliuolo di re
Godeberto. Morto in breve Ragimberto, Ariberto II suo figliuolo vinse
ed uccise Liutberto, e cosí regnò, pio, limosiniero anche esso; finché
sceso contro di lui ed aiutato dai bavari Ansprando tutor giá di
Liutberto, combatterono i due presso a Pavia; e vincitor prima, vinto
poi Ariberto, affondò, fuggendo, in Ticino. Fu l'ultimo che regnasse
per parentela e in memoria di Teodelinda [712].--E salito cosí al
trono Ansprando e vivutovi tre mesi soli, lasciò il regno a Liutprando
figliuol suo.


18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti
[712-744].--Liutprando fu, dice Paolo, «uomo pio, sagace, amator di
pace, potente in guerra, clemente, casto, limosiniere, buon parlatore,
legislatore, e benché illiterato, da eguagliarsi ai filosofi». Noi
diremo che fu il men dappoco o il piú approssimantesi a grandezza fra'
re longobardi, dopo Agilulfo e Teodelinda. Ma, molto piú che i fatti
propri, son notevoli i tempi di Liutprando. Perciocché non fu notato
abbastanza, ma allor furono incontrastabilmente, e le prime cittá
indipendenti (non meno indipendenti che i comuni di quattro secoli
dopo), e le prime e troppo di rado imitate confederazioni di esse, e i
primi papi temporalmente indipendenti e signoreggianti; ma allor pure,
novitá che rovinò quasi tutte l'altre, il primo ricorso di essi i papi
ai franchi. E quindi io non saprei dire qual periodo di storia
italiana meriti piú d'essere trattato distesamente, espressamente;
quale perciò mi peni piú d'aver a restringere, troppo inadeguatamente.
Gli imperatori greci, che poco duolci non aver luogo di nominare,
s'erano succeduti peggiorando, s'erano lasciati spogliar da' persiani
dapprima e da' maomettani poi (religione e potenza nuova sorta, come
ognun sa, nel settimo secolo), di mezzo il loro territorio asiatico e
di tutto l'africano. In Italia essi e gli esarchi avean giá piú volte
conteso co' papi. E cosí tra tali contese s'eran venute sollevando
Roma, Ravenna e parecchie altre cittá; s'eran piú volte nominati lor
duchi, senza aspettarli di Costantinopoli (cosí Venezia tra il 713 e
716); e giá aveano se non mutati i magistrati propri, almeno
aggiuntivi i maestri di militi, e schiere (_scholae_) di militi
propri, che è piú importante; e giá dal secolo precedente o dal
principio di questo ottavo, il nome nuovo di Pentapoli preso da cinque
cittá, che si credono Ancona, Umana, Pesaro, Fano e Rimini, sembra
accennare una prima confederazione di esse; e giá i papi eran venuti
crescendo tra tutto questo.--Finalmente, tutto ciò scoppiò a
ribellioni aperte, a mutazioni grandi nel 726. Era imperatore Leone
isauro, un barbaro, non solamente caduto, a modo solito di quella
corte, nell'eresie, ma inventor esso di una nuova, contro alle
imagini, detta perciò «iconoclastía». Per questa minacciò, perseguitò
il papa. Il quale si trovò essere un gran papa, gran principe,
Gregorio II [715-731]; il quale troppo trascurato dagli storici, non
resterá tale per certo, quando Italia indipendente cerchi e glorifichi
tutti i periodi, tutti gli eroi di sue indipendenze. Egli forte
pontefice, resistette cattolicamente all'imperator eretico; egli gran
vescovo, gran cittadino, raccolse apertamente intorno a sé i romani di
Roma; egli grande italiano raccolse pur gli altri italiani antichi, li
difese, ne fu difeso dalla tirannia dell'eretico imperatore; egli,
come tutti coloro che sollevan popoli non a propria ambizione ma a
difesa comune e giusta, non rinnegò il nome, il diritto del signore
legittimo o legale, ma gli rinnegò l'obbedienza in ciò che era pur
diritto proprio e del popolo suo; egli limitò la rivoluzione a giusta
resistenza, egli l'adattò alle tendenze, alle condizioni del tempo
suo; ed egli non inventò forse ma si serví delle giá inventate
confederazioni, le accrebbe, le condusse, le fece efficaci,
vittoriose. Primo de' papi s'alleò co' longobardi contro a' greci,
primo fu di fatto principe indipendente; e fece tutto ciò in cinque
anni dal 726 al 731.--E ciò fu continuato dal successore ed omonimo di
lui, Gregorio III, dal 731 al 743. Se non che, piú sovente che non il
predecessore, guastatosi co' longobardi, e pressato tra questi e i
greci, e men che il predecessore confidando forse nelle cittá, nella
nazione italiana, egli primo fece quella chiamata dei franchi, che fu
rinnovata poi da' successori. E queste chiamate sono condannate
universalmente ora nella storia, nell'opinione italiana. Né senza
ragione, se si guardi ai tristi e lunghi effetti che ne vennero.
Tuttavia io non saprei se non sia lecito, se non debito forse a un
uomo posto a capo d'una nazione, difendere l'indipendenza propria e di
quella nazione, difenderne l'acquisto recente e dubbio ancora,
chiamando contro agli stranieri prementi altri stranieri che paiano
meno pericolosi. Perciocché io non so fino a qual punto sia lecito ai
reggitori sagrificare i pericoli certi de' popoli presenti agli
incerti de' popoli futuri, né fino a qual punto sia da apporsi a tali
reggitori il futuro mal preveduto. Ad ogni modo, se resta colpa
apponibile a que' nostri antichi, ella non può apporsi certo da que'
moderni, grandi o popolani, governanti o governati, i quali caddero
nella medesima, fecero simili chiamate, e si lagnarono che non fossero
esaudite. Quanto al risultato poi, un'opinione la quale vituperasse in
ogni caso queste chiamate di stranieri contra stranieri, sarebbe certo
opinione molto imprudente, molto impolitica, molto improvida per li
casi futuri.--La chiamata di Gregorio III fu fatta a Carlo Martello,
il maggiore di que' maggiordomi o _pfalz-graf_, o capi di gasindi, che
eran venuti crescendo presso ai re franchi «fa nulla»; a Carlo
Martello, che colle vittorie sui propri emuli, su' grandi ribelli del
regno, e principalmente sugli stranieri maomettani, vinti in gran
battaglia a Poitiers l'anno 732, s'era acquistato nome e potenza di
capo della nazione franca, e quasi della cristianitá. A tal uomo fu
almeno men brutto ricorrere; e cosí bastò l'autorita di lui su'
longobardi alleati suoi, a salvar il papa e le cittá italiane. E cosí,
e l'uno e l'altre eran rimaste, od anzi cresciute nell'indipendenza,
quando morirono Gregorio III, Leone iconoclasta e Carlo Martello nel
741, e Liutprando nel 744. Del quale, non aggiugneremo altro, se non
che, or alleato, or nemico de' papi e delle cittá, e de' greci e de'
propri duchi, egli prese una volta Ravenna, toltagli in breve da'
veneziani sudditi greci fedeli quella volta; e prese parecchie altre
cittá, fra cui Sutri che donò a San Pietro e San Paolo, cioè alla
mensa di Roma, cioè al papa, primo esempio di tali donazioni. E resta
dubbio se serbasse l'altre e cosí accrescesse definitamente il regno.
Ad ogni modo, avendo egli, fin che le tenne, trattatele meno alla
barbara, e non ispogliati questi nuovi sudditi suoi, diventa certo
dopo lui ciò che era dubbio prima di lui: che questi romani
possedetter terre, furono territorialmente liberi nel regno
longobardo. Apparisce chiaro dalle numerose leggi lasciate da
Liutprando.


19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi re longobardi
[744-774].--Segue, sotto uomini tutti mutati, e, salvo i franchi, tutti
minori, la caduta dei longobardi. Regnava da parecchi anni aggiunto a
Liutprando il nipote di lui Ildebrando; or gli successe, ma per sette mesi
soli, cacciato che fu da Rachi duca del Friuli.--Regnò questi serbando
cinque anni una tregua di venti fatta giá da Liutprando col papa e le
cittá; ma rottala nel 749, stava a campo contro a Perugia, quando accorse a
rattenerlo papa Zaccaria, e il tenne e mutò cosí, che egli il re barbaro si
fece monaco. Era, è vero, una smania di quei tempi, in che si videro un re
anglo-sassone venire a Roma e morirvi vestito da pellegrino, e farsi monaci
un duca d'Aquitania, un d'Austrasia ed un del Friuli.--Succedette a Rachi
Astolfo fratello di lui, uno di quegli uomini che avventati alle cose
facili, avviliti nelle difficili, paion mandati apposta da Dio quando vuol
perdere i regni. Fin dal 751 o 752 riaprí la guerra, prese Ravenna, tutto
l'Esarcato ed Istria, e in somma tutta l'Italia greca, tranne le lagune di
Venezia, Roma, Napoli, ed altre cittá di quella marina, e Sicilia. Le quali
sole rimasero d'allora in poi all'imperio greco, perdute per sempre quelle
prime. E proseguendo Astolfo in tali conquiste, facili a farsi contro a
nemici deboli, ma difficili a serbarsi contro a vicini forti, assalí Roma;
e allora papa Stefano II ricorse per aiuti a Costantinopoli invano, a
Francia efficacemente.--Ivi era succeduta intanto una grandissima novitá;
ché, deposto e ridotto a monaco Childerico l'ultimo re merovingio, Pipino
figliuolo di Carlo Martello s'era fatto gridar re in campo di marzo a
Soissons, in quel medesimo anno 752. E forse il vano Astolfo sperava nelle
difficoltá di quelle mutazioni. Ma invano; ché, andato Stefano II a Francia
nel 753 e 754, vi consagrava i nuovi re Pipino e i suoi due figliuoli Carlo
e Carlomanno, aggiungendo loro (con consenso o no dell'imperatore o de'
romani, non consta) il titolo di patrizi romani. Quindi, rendendo servigio
per servigio, scendea Pipino in persona per Moncenisio alle Chiuse di Susa,
fatali a' longobardi; e rottovi Astolfo e assediatolo in Pavia, n'ottenea
promessa di pace a Roma, e restituzione delle conquiste, e poi tornava a
Francia.--Ma, non corso un anno, Astolfo ricominciò la guerra, e tornò a
campo a Roma, e ricominciarono le doglienze, le lettere del papa a Pipino;
il quale ricalcava sua via, ribatteva i longobardi alle Chiuse, riassediava
Astolfo in Pavia; e ridottolo, prendeva il terzo del tesoro regio, gli
imponeva un tributo annuo, e fattesi ora restituire in effetto le
conquiste, ne faceva egli poi donazione a San Pietro, alla Chiesa romana ed
ai papi, in perpetuo e per iscritto. Anastasio, scrittor di due secoli
appresso, dice aver veduto esso tuttavia lo scritto; e compresevi Ravenna,
Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi, Forlimpopoli, Forlí, Castel
Sussubio, Montefeltro, Acerraggio, Monte Lucaro, Serra, Castel San Mariano,
Bobro, Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Comacchio e Narni; non Roma, come si
vede, la quale reggevasi di nome sotto l'imperador tuttavia, di fatto da sé
sotto al papa e sotto al re franco patrizio, ed affettando il nome ambiguo
di «repubblica romana». E morí poco appresso Astolfo, perdute le conquiste,
lasciato tributario, ma tuttavia intiero ne' limiti antichi, il regno
longobardo [756].--Successe Desiderio, duca, come si crede, di Brescia, che
il dovea perdere intiero. E dapprima ebbe a contrastarlo con Rachi, il re
monaco; ma scartò questo in breve per intervenzione del papa, a cui promise
di «compiere le restituzioni». Comprendevansi elle in tal promessa alcune
cittá comprese giá nella donazione, ovvero altre? Non vengo a capo di
discernerlo. Ad ogni modo, qualunque fosse tal restituzione, diventò
occasione di nuove contese tra Desiderio e i papi, di nuove lettere papali
a Pipino; il quale tuttavia, o invecchiato od occupato in altro, non
ritornò piú.--Ma morto esso nel 768, e succedutigli dividendosi il regno
que' due figliuoli suoi giá re e patrizi, Carlo e Carlomanno, il primo che
è Carlomagno sposò e fecesi venir a Francia una figliuola di Desiderio; ma
tenutala poco, o forse nulla, la ripudiò e rimandò al padre l'anno 771.
Poi, morto Carlomanno, Carlomagno facevasi eleggere a succedergli nella
parte ch'era stata di lui; e i figli spogliati colla madre vedova
rifuggirono a Desiderio. E rifuggivvi in quel torno Unaldo, un antico duca
d'Aquitania spogliato da que' Carolingi. E moriva papa Stefano III, che
s'era tenuto bene co' longobardi; e saliva a pontificare Adriano I, un
romano di gran conto e che pendeva a' franchi. Tutti i nembi s'accumulavano
contro a quella reggia di Pavia, fatta refugio de' nemici di Carlomagno.
S'aggiunse l'imprudenza, che sembra stoltezza, di Desiderio. Aprí egli la
guerra, prese o corse le cittá papaline, fin presso a Roma; poi, dubitando
o giá minacciato, indietreggiò a settentrione. Né Carlomagno si fece
aspettare. Tornato appena d'una prima di quelle imprese di Sassonia ch'ei
moltiplicò poi in quasi tutta sua vita, tenne l'anno 773 il campo di marzo
in Ginevra. E quindi, diviso l'esercito in due, e mandata per il Gran San
Bernardo l'una parte di che non si sa altro, egli stesso coll'esercito
principale scese per la via giá solita del Moncenisio e della Novalesa; e
venne alle solite Chiuse tra il monte Caprario e il Pircheriano, quello su
cui torreggiò poi e torreggia il monastero di San Michele detto appunto
della Chiusa, allo sbocco della Comba o valle di Susa ne' piani di Torino.
Ivi erano, dietro le fortificazioni innalzate a sbarra, il vecchio
Desiderio e il giovane e prode Adelchi figliuol suo, re egli pure associato
al padre. Combattessi molte volte; Adelchi a cavallo colla mazza d'armi
facea prodezze, macello di franchi. Dicesi Carlomagno trattasse giá
d'accordi, od anche d'indietreggiare. Quando, fosse per cenno d'un
giullare, o d'un diacono di Ravenna mandatovi apposta, o per tradimento
d'alcuni infami longobardi, o meglio per perspicacia ed arte militare, che
certo non mancò in Carlomagno; ad ogni modo ei metteva una schiera per le
gole laterali e non guardate di Giaveno, intorno al Pircheriano, e cosí
prendeva a spalle i longobardi, che se ne spaventarono, e fuggirono
sbaragliati. Chiusersi i due re e i grandi in Pavia e Verona; e Carlomagno
assediò la prima fin dal giugno 773; e prese la seconda al fine di
quell'anno. Combattevasi tuttavia alla campagna; e dicesi si facesse un
gran macello di longobardi su un campo, dettone poscia Mortara. E
resistente ancora Pavia, Carlomagno s'avviava per la pasqua del 774 a Roma;
dove intanto papa Adriano stava accettando dedizioni di cittá italiane, e
di longobardi che correvano a farsi tosare a modo romano, e perfino d'un
duca di Spoleto che gli si faceva vassallo. L'incontro fu qual di
vittoriosi; feste, funzioni di chiesa, giuramenti di guarentigie ed
amicizie eterne, e soprattutto conferma delle donazioni di Pipino, ed
aggiunte fattevi probabilmente, benché non negli estesi limiti riferiti da
alcuni. E quindi tornò Carlomagno dinanzi a Pavia, e la prese finalmente in
maggio o giugno 774. Desiderio ed Ansa, re e regina spogliati, furono
mandati a Francia, dove vissero in pie opere e forse monaci; Adelchi o
Adelgiso rifuggí in Costantinopoli, presevi il nome greco di Teodoro, e
tornato da venturiero in Italia fu famoso nelle fiabe del medio evo, e
fatto illustre a' di nostri dal Manzoni.--E cosí cadde, con poca gloria,
come avea signoreggiata, la nazione longobarda. La quale tenutasi, finché
signoreggiò, piú che le altre barbare, diversa, divisa dagli italiani, si
mescolò, si confuse con essi poi nella comune servitú. Distrutta
l'esistenza politica indipendente, non distrutte né cacciate le schiatte di
lei, molte leggi, molte usanze ne rimasero per parecchi secoli; molto
sangue nelle vene, molte parole nella lingua e ne' dialetti di quasi tutta
Italia fino ad oggi. E ne rimane il nome ad una grande, bella, buona, ricca
provincia italiana, or suddita imperiale e reale austriaca.


20. Coltura.--Al principio dell'etá dei barbari, due scrittori
rappresentano insieme la condizione delle popolazioni e delle lettere
romane: Boezio [470-525] che vedemmo perseguitato, fatto morire da'
goti, Cassiodoro [470-562] che fu ministro di tre o quattro de' lor
re. Il primo scrisse parecchi ristretti di filosofia, rimasti famosi
ne' secoli seguenti fino alla restaurazione degli originali, e in
carcere poi il bel libro _Delle consolazioni della filosofia_; ondeché
si può dir ultimo dei romani antichi e primo degli scolastici. Il
secondo piú retore, piú intralciato, piú barbaro in tutto, non
interessa quasi se non per li fatti che si trovano nelle lettere di
lui, e nel ristretto della sua _Storia dei goti_ compendiata da
Iornandes.--Gregorio magno [542-604], scrittore ecclesiastico
copiosissimo, si può giá dire scolastico intieramente. San Colombano
[540-615] monaco d'Irlanda venuto di colá in Francia, poi in
Longobardia sotto Agilulfo e Teodelinda, e fondator del monastero di
Bobbio dove furon ritrovati a' nostri dí parecchi codici d'autori
antichi, accenna l'ultimo precipizio delle lettere italiane, che
ricevean cosí quasi una restaurazione dall'ultima Irlanda. Paolo
Diacono [740 circa-790 circa] il solo scrittore di qualche conto che
abbiamo di nazione longobarda, e scrittor unico della storia di essa,
ci è prezioso perciò, ci è caro per l'amore ch'ei mostra, scrivendo
sotto Carlomagno, a sua gente caduta; ma è, del resto, o pari o di
poco superiore ai piú meschini cronachisti dell'etá seguente. Misero
ritratto di tre secoli di letteratura! ma che si potrebbe argomentare
dalla storia politica; allor sí veramente i barbari distrussero le
poche lettere antiche, le molte cristiane che rimanevano.--Delle arti,
l'architettura trova sempre qualche modo di fiorire sotto a principi
potenti quantunque barbari; e cosí fiori sotto Teoderico, e poi sotto
Teodelinda ed Agilulfo. Fu architettura romana, decadente via via piú,
non dissimile, ma meno splendida della bizantina; ondeché si vede
chiaro qui ciò che del resto ognun sa oramai, quanto sia falso il nome
di «gotica», dato poi a quell'altra architettura molto posteriore,
tutto diversa, anzi contraria, degli archi acuti e delle colonne
sottili. Nella vera architettura gotico-longobarda, l'arco viene anzi
abbassandosi, e le colonne ingrossando, e tutto lo stile diventando
tozzo e goffo. Il quale poi ritrovandosi tra' sassoni in Inghilterra e
in Francia e Germania fino appunto alla diffusione dello stile acuto e
sottile, convien dire che tutto quel primo stile pesante chiamato
«sassone» da alcuni, venisse dal romano-gotico-longobardo. E ciò si fa
tanto piú probabile, che dalle leggi longobarde abbiamo un cenno di
una quasi societá di maestri muratori settentrionali d'Italia
(_magistri comacini_), i quali aggirandosi tra noi e probabilmente
anche fuori, mantennero e diffusero l'architettura, lo stile italiano
imbarbarito; e furono forse origini di quelle societá o confraternite
o _gilde_ di muratori od architetti, che si ritrovano quattro o cinque
secoli appresso; e che si pretendono origine esse di quella societá o
setta segreta de' franchi-muratori, modello poi o madre stolta e
brutta di piú brutte e piú stolte figliuole. Del resto, que' maestri
scolpivano probabilmente e dipingevano quel pochissimo che era da
scolpire e dipingere ne' poveri edifizi edificati da essi. Onde anche
quell'altro nome di «stile greco», dato alle pitture e sculture tozze
e goffe di que' tempi, sarebbe forse da mutarsi tutt'insieme in quello
di «stile italiano imbarbarito»; piú brevemente, «stile comacino».


21. Legislazioni.--Questa etá è poi molto piú notevole per un genere
di libri o compilazioni, le quali sono sí elle pure parte della
coltura, ma piú che coltura poi all'effetto, dico i codici di leggi.
Strano fatto, che le leggi le quali servirono a tutta Europa nelle etá
piú civili e piú colte fino a' nostri dí, e che anche oggi servono in
gran parte all'Inghilterra, cioè alla nazione piú avanzata in civiltá
e coltura, e che diedero origine a' codici nuovi nelle altre, sieno
state compilate tutte lungo l'etá dei barbari, in Oriente od
Occidente. Ma il vero è che non sono di tale etá se non le
compilazioni; e che le leggi stesse, e i responsi de' giureconsulti
che le accompagnano, sono frutti di lunghe etá precedenti, sono
risultato complessivo ed ultimo delle due grandi civiltá europee fino
allora disgiunte, e allora riunite, la romana e la germanica, la
imperiale e quella delle genti. E quindi appunto fu naturale, che
allora, nel riaccostarsi le due civiltá, volesse ciascuna serbare i
propri risultati; naturale che li compilassero; e naturale poi, che
tali compilazioni ritardassero le fusioni fino alla etá nostra piú
unificante.--Le leggi, la giurisprudenza romana, furono raccolte,
primamente (e prima dell'etá de' barbari, ma invadenti giá essi), da
Teodosio II in un _Codice_ che porta il nome di lui [438]; poi da
Giustiniano in un nuovo e piú ampio _Codice_ [529], in una
compilazione di leggi e decisioni antiche detta _Digesto_ o _Pandette_
[533]; in un'aggiunta al _Codice_ detta _Novelle_ [534], e in un
ristretto detto _Istituzioni_. E tutta questa legislazione
giustinianea fu, senza che non ne resti dubbio oramai, recata in
Italia; ovvero giá da Belisario e dalla prima conquista (essendo
presumibile che il legislatore autore imponesse quanto prima l'opera
sua in tutto l'imperio suo), ovvero nel 554, insieme colla prammatica
che dicemmo; ovvero anche piú tardi nelle province rimaste greche. Ma,
voluminoso tutto questo _Corpus iuris_, non s'adattava alla poca
coltura delle etá seguenti, né al poco e impedito uso che ne aveano a
fare i miseri italiani soggetti e poco men che schiavi di barbari
germanici od imbarbariti greci; ondeché essi usarono vari ristretti
fattine via via, e principalmente quello d'Alarico re de' goti di
Spagna.--De' codici barbarici poi, lasciando quelli fatti fuor
d'Italia, e venendo a' nostri goti, ci basterá accennare, che
Teoderico e gli altri re loro fecero senza dubbio non poche leggi; ma
non restano testi, se non di due editti di Teoderico e d'Atalarico,
oltre poi molti cenni nelle lettere di Cassiodoro. E, cacciati i goti,
non ne restò probabilmente traccia nelle giurisprudenze posteriori. I
longobardi sí, compilarono, come accennammo, contemporaneamente con
gli altri barbari lor leggi od usanze (dette con parola loro antica
«_anclab_» od «_anclap_», che forse significava «connessione»,
«collegazione», e sarebbe cosí sinonimo di «_lex_»); e la prima
compilazione fu di Rotari intorno all'anno 643, e seguirono le
aggiunte di Grimoaldo, di Liutprando, di Rachi e d'Astolfo.--E lodinsi
pure tutti questi principi codificatori: le pubblicazioni di codici
sono sempre benefizi a' popoli che han bisogno di conoscere quanto piú
facilmente le leggi buone o cattive onde son retti. Ma non diasi ad
essi, nemmeno a Giustiniano, quella lode di legislatori veri, che
Machiavello pone sopra tutte le umane. Perciocché i legislatori veri
sono, non quelli che compilano leggi vecchie o ne aggiungon poche
nuove conformi, ma quelli (come Mosé, Licurgo, Solone ed anche, bene o
male, Augusto, Diocleziano, Costantino e pochissimi altri) i quali
inventano, e con leggi in parte antiche e in parte nuove, ordinano,
rinnovano uno Stato comunque invecchiato, conformemente alle
condizioni delle civiltá e de' tempi nuovi. E siffatta somma lode fu
meritata (non corsi due anni dacché io cosí ne parlava primamente) da
quattro principi italiani; ma non rimane che ad uno, Carlo Alberto. E
cosí Dio ispiri i tre altri a riacquistarsela, ad onore, od anzi forse
a salvezza propria e di lor successori e lor popoli.--Del resto,
sapientissima, elegantissima ne' particolari la legislazione romana,
ma tutta imperiale, tutta assoluta nel principe, tutta ciecamente
obbediente e quasi adorante ne' sudditi, pagana pe' tre quarti,
cristiana qua e lá per aggiunta, ella contribuí certo molto ed a
quelle stolte pretensioni di monarchia universale, ed a quelle di
dispotismo civile ed ecclesiastico degli imperatori, onde sorsero poi
tanti danni in tutti i secoli che siam per vedere; mentre le
legislazioni barbariche contribuirono a quella dispersione della
potenza regia in potenze via via minori e poco men che assolute, onde
vedremo sorgere l'ordine feudale, uno de' peggiori disordini sociali
che sieno stati mai. Miseri secoli in tutto, quelli che straziati
continuamente tra i due assolutismi del concentramento e della
dispersione, non trovavan riposo dalle violenze della guerra, se non
nei disordini della pace; quelli, in cui questi disordini eran fonte
perenne di quelle violenze, e quelle violenze, di disordini nuovi.
Quando impareremo noi a tener conto de' tempi presenti, ad esserne
grati alla divina Providenza, a non farne stolti, od anche empi
piagnistei?



LIBRO QUINTO

ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE

(anni 774-1073).


1. Carlomagno re [774-814].--Carlomagno sí che fu vero legislatore,
vero e grande rinnovatore ed ordinator di popoli e d'imperio, vero e
buono intenditore delle condizioni di suo tempo, dei desidèri, delle
necessitá de' suoi popoli. E cosí è, che gli ordinamenti di lui
durarono gli uni alcuni, altri poi molti secoli, fino al nostro. Durar
sempre non è dato a niuna istituzione umana, è distintivo di quelle
divine, anzi di quella sola dalla ragione di Dio destinata a
raccoglier nel grembo suo tutte le schiatte e tutti i secoli umani;
quella che alcuni effimeri scrittori o politici vanno di dieci in
dieci anni predicendo finita, ma che ha giá raccolti diciotto secoli e
mezzo, e raccoglierá, Dio guarante, gli avvenire. Degli ordinamenti
umani, all'incontro, i migliori sono fatti insufficienti dai tempi
progrediti: e quindi la storia debbe sapere insieme ed ammirarli
finché furono propizi a' tempi loro, e notar ciò che li fece caduchi,
e segnare i tempi quando diventarono inetti. Ciò tenteremo far qui
accennando l'operato di Carlomagno, e piú tardi via via.--I Carolingi
s'erano innalzati, il dicemmo, come capi del palazzo, maggiordomi,
_pfalz-graf_ di que' re franchi oziosi che avean divise le conquiste
di Clodoveo in vari regni, e lasciato dividere ogni regno da parecchi
grandi duchi. Quindi, la prima opera di Carlomagno fu sempre tôr di
mezzo i duchi che rimanevano potenti, dividere i loro territori in
parecchi _gau_ o _pagi_ o comitati sotto altrettanti conti dipendenti
direttamente dal re, ma giudice sommo ciascuno nel proprio comitato, e
capitano dell'eribanno o raccolta degli arimanni viventi in esso. Era
ritorno all'antica costituzione germanica, ordinaria; vivente
Carlomagno, vi si trovano poche eccezioni; e queste alle frontiere
dove il conte d'un sol comitato non sarebbe stato potente abbastanza
contro agli stranieri; e dove perciò furono riuniti parecchi comitati
sotto un conte de' limiti (_mark-graf, marchio_, marchese), che talor
ebbe pure (forse nell'uso piú che legalmente) il titolo di «duca».--Ma
i maggiori di Carlomagno s'erano innalzati in que' palazzi regi,
principalmente come capi dei gasindi o fedeli del re, a' quali si
davan quelle terre regie che furon dette «benefici» o «feudi»; e
queste terre erano ora tanto piú numerose nelle mani di Carlomagno,
che egli ebbe tutte quelle e de' regni franchi e del longobardo e dei
duchi qua e lá aboliti. E seconda opera di Carlomagno fu dunque,
distribuire questi benefici o feudi da per tutto a' suoi gasindi o
fedeli, che con nome esclusivo chiamaronsi ora «_bassi_», «_vassi_»,
«vassalli»; e che, sia dimorando in corte, sia trovando a ciò piú
profitto, divisero poi quelle terre in simil modo ad uomini loro,
detti quindi «_vassalli vassallorum_» o «valvassori»; i quali poi
suddivisero ancora le terre a' «valvassini» via via minori, senza che
sia possibile determinare a quanti gradi scendesse tale
sminuzzamento.--Chiaro è poi, che tutto ciò era, giá fin dal tempo di
Carlomagno, una gran dispersione della somma potenza; e Carlomagno,
come ogni gran dominatore, sentí certo la necessitá di riunirla,
centralizzarla. Quindi una terza, una quarta ed una quinta delle opere
di Carlomagno: far visitar di continuo i vari Stati da alcuni suoi
grandi detti «_missi dominici_», superiori e quasi ispettori dei conti
e de' vassalli: corrervi egli stesso di sua persona frequente e
rapidissimamente, accompagnato d'una schiera eletta di conti e
guerrieri palatini, che sono i paladini de' romanzi: e soprattutto, in
questi suoi viaggi fermarsi egli due volte all'anno alle due pasque di
Natale e di Resurrezione, piú sovente al cuor di sua potenza, in
Aquisgrana o in altri luoghi del Basso Reno, talora in Italia o agli
altri estremi; ed ivi adunare le assemblee nazionali dei grandi, e di
quanti minori vi volessero venire a portar domande, doglienze o
consigli; men numerosa al consueto, e de' soli grandi l'assemblea di
Natale; piú numerosa per il concorso universale quella di primavera,
detta «campo» or «di marzo» or «di maggio». Ed anche ciò fu
rinnovazione degli antichissimi ordini germanici giá accennati da
Tacito.--Finalmente una sesta ed importante opera politica fu
proseguita sempre da Carlomagno: favorire, ingrandire que' papi, que'
vescovi, tutti quegli ecclesiastici che aveano aiutata sua casa,
consacrati re suo padre e lui, e datagli or l'Italia; e per ciò porre
sotto la propria tutela immediata (_mundiburgium_) i benefici
posseduti da essi, e darne loro dei nuovi; e in tutto, porre a
contrappeso o correttivo della potenza secolare de' conti e dei
vassalli la potenza temporale della Chiesa, tanto piú grande, che
traeva seco tutte le popolazioni antiche romane, galliche od
italiche.--Questi furono i sommi capi della politica di Carlomagno;
questi gli strumenti di sua grandezza; e questi gli elementi delle
dissoluzioni feodali posteriori.--S'intende, che in Italia, paese di
conquista, le miserie incominciaron subito; le miserie de' conquistati
sono parte fondamentale e perenne della grandezza del conquistatore.


2. Continua.--Quando all'anno 774 Carlomagno giovane di trentadue anni
ebbe spogliati i re longobardi, egli regnava su tutta Francia, tra'
Pirenei, il Reno e le Alpi; su Baviera, Svevia e Turingia; e
sull'intiero regno longobardo, meno il ducato di Benevento titubante
nell'obbedienza. Sul papa, su Roma e sulle cittá date alla Chiesa
romana, dominava come patrizio e donatore. Erano in Italia, sole fuori
d'ogni giurisdizione di lui, Venezia, Napoli e le altre cittá
meridionali, Sicilia, Sardegna e Corsica, di nome imperiali-greche, di
fatto e secondo le occasioni (Venezia principalmente) indipendenti.
Non distrusse dapprima il regno longobardo, non ne tolse i duchi, non
vi mutò nulla se non il re, che fu egli. E lasciando solamente un
presidio, una schiera di franchi in Pavia, se ne fu del medesimo anno
ad una delle sue numerose imprese di Sassonia. E allora, fosse o no
per restaurare Adelchi, congiurarono parecchi duchi longobardi; e,
dicesi, tutti e tre, quelli di Benevento, di Spoleto e del Friuli, che
erano stati i maggiori del regno.--Avvisatone Carlomagno, accorse dal
Reno all'Alpi, discese una seconda volta in Italia [principio del
776], si volse contra il duca del Friuli piú scopertosi o piú
pericoloso, lo vinse e fece morire, e prese parecchie cittá di lui. E
allora dicesi distruggesse i ducati, ordinasse i conti; ma trovansi
pur tra breve nomati duchi o marchesi non solamente del Friuli, di
Spoleto e di Benevento, ma altri ancora; ondeché resta dubbio se
l'ordinamento de' comitati fosse o cosí subitano come è qui detto, o
cosí costante poi in Italia come nell'interno di Francia. Ad ogni
modo, del medesimo anno ei ripartí.--E quattro anni rimase fuor
d'Italia, facendo tre imprese contro a' sassoni, ed una in Ispagna.
Alla quale, fra l'altre, andarono (come mille e piú anni appresso
sotto Napoleone) parecchie schiere longobarde; ed onde tornando poi,
toccò Carlo la famosa e sola sua rotta di Roncisvalle, e quella in cui
cadde Rutlando, l'Orlando de' romanzi, stavo per dire l'Orlando
nostro, fattoci popolare da' nostri poeti.--Ridiscese per la terza
volta in Italia [a. 780]; e, lasciando in Francia suo figliuolo
primogenito Carlo, condusse seco i due minori, Pipino che fece dal
papa incoronare a re d'Italia, e Ludovico a re d'Aquitania. Erano
fanciulli di quattro e due anni; ondeché, ciò non mutò nulla, ma
accenna il principio del disegno di dividere i regni, e forse giá di
far loro centro un imperatore. Né si fermò guari in Italia. N'uscí del
781.--Fece poi quattro altre imprese successive contro a' sassoni; i
quali, martellati cosí, parvero pacificarsi, e si fecero battezzar
molti, e fra gli altri Vitikindo lor duca, il gran propugnatore di
loro indipendenza.--E allora, ornato di nuova gloria, di quella che
piú rifulge nel corso de' secoli cristiani, che meglio ne segna i
progressi, e che, rarissima ne' tempi da noi qui corsi, è forse troppo
poco cercata negli stessi nostri, in che sarebbe tanto piú facile;
ornato, dico, della gloria di propagatore della cristianitá, Carlo
veramente magno ridiscese al centro di questa, a Italia per la quarta
volta [a. 786]. E qui fece un'impresa contro al duca di Benevento non
assoggettato per anco, e l'assoggettò; ma lasciògli intiero il ducato,
e la soggezione non fu durevole né mai compiuta. I duchi longobardi di
Benevento sempre rimaservi duchi, e presero anzi nome di principi; e
vi fecero dinastie piú o meno indipendenti, secondo le occasioni per
tre secoli all'incirca. Carlo poi, risalita Italia, e lasciato a Pavia
Pipino il re fanciullo, tornò a Francia.--Quindi mosse a Baviera
contra Tassilone duca, genero di Desiderio, mentre il faceva assalir
pel Tirolo da un esercito longobardo. E avutolo nelle mani, lo spogliò
e fece monaco; e divise pur quel ducato in contadi. Ebbersi a
respinger poi una invasione di unni-ávari da Baviera e dal Friuli; ed
un approdo di Adelchi e di greci alle coste di Napoli e Calabria; e si
allargò il regno fino all'Istria. E per dieci anni poi Carlomagno
rimase fuor d'Italia a far imprese contro agli slavi e agli unni,
diventati vicini suoi, dappoiché era signor di tutta Germania, a
reprimere ribellioni di sassoni, ed eresie interne, e ad abbellir
Aquisgrana. In Italia l'esercito longobardo l'aiutò piú volte contro
agli unni, e l'«esercito romano» talor contro ai greci. Morí dopo un
lungo pontificato Adriano I [795], quegli che avea giá chiamato Carlo,
ed era poi stato sempre amico e quasi luogotenente di lui in Italia;
benché pur sempre si dolesse a lui (come s'esprime nelle sue lettere)
delle «giustizie non restituite», e vuol dir senza dubbio di quelle
cittá, quali che fossero, che Carlo gli avea promesse e non date.
Successegli Leone III, e pontificò dapprima tranquillamente. Poi, nel
799 (principio di quelle guerre civili che turbarono per secoli Roma
mal ordinata tra repubblica, principato del papa, e supremazia
imperiale straniera), una mano di potenti romani assalí, prese il
papa; il quale, liberato dal duca di Spoleto e da un altro messo
regio, rifuggí prima a Spoleto e tra breve a Francia. E giá poco prima
[797] l'altra signoria che sussisteva ancora di nome in Roma, quella
dell'imperatore orientale, aveva sofferto un nuovo crollo, uno
scandalo non mai veduto. Irene imperatrice, mal cacciata dal marito
Costantino, mal cacciò lui, e fecesi imperatrice regnante. Gli eventi
precipitavano, le occasioni s'accumulavano ad una nuova grandezza di
Carlo. E Carlo, giá il vedemmo, non soleva lasciarle passare.


3. Carlomagno imperatore [799-814].--Fin dal tempo di Pipino, e piú in
questi di Carlo, tra quelle lettere de' papi che rimangono documento
preziosissimo di tutta questa storia sotto il nome di _Codice
caroliniano_, trovansi cenni da lasciar credere via via concepito e
maturato tra' Carolingi e i papi il gran disegno della restaurazione
dell'imperio occidentale. Ora, aiutato, o, direm meglio, sofferto
dalla Providenza, scoppiò. Carlo ricevette con gran pompa e gran
rispetti il papa rifuggito; e con pompa e rispetti ed accompagnamento
di vescovi e conti franchi il rimandò restaurato a Roma. Quindi egli
Carlomagno (continuando intanto pe' suoi capitani le guerre di
Germania e d'Ungheria) partivasi d'Aquisgrana, faceva un giro per sue
province francesi, abboccavasi a Tours con Alcuino, il maggiore
scolastico e filosofo di quell'etá, che pare essere stato consultato
in tutto ciò; tornava ad Aquisgrana, scendevane in Italia, fermavasi a
Ravenna, giungeva a Roma al fine di novembre. Ed ivi teneva primamente
un'assemblea di grandi, e vi giudicava (come patrizio e capo della
repubblica senza dubbio) i nemici del papa, a cui richiesta li
graziava; ed assisteva alla giustificazione del papa stesso, fatta,
come fu dichiarato, secondo il costume de' maggiori, con semplice
giuramento di lui.--Quindi, al gran dí del Natale 799, assistendo
Carlomagno coi due figli suoi Carlo il primogenito e Pipino re
d'Italia alla messa, il papa, finita questa, rivolgevasi al re, gli
metteva in capo una corona, e gridava, gridando il popolo tre volte
con lui: «A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico
imperatore, vita e vittoria»; poi, secondo alcuni, ungeva Carlomagno,
e Carlo il giovane designatogli successore.--Cosí consumavasi il piú
grande evento che sia stato per mille e piú anni nella storia europea;
quello che la dominò primamente tutta di fatto, poi di nome fino a'
nostri dí; quello che, felicissimo come parve senza dubbio a que' dí,
fece poi, pur senza dubbio, l'infelicitá di molti popoli, ma
principalmente degli italiani. Certo, i romani e tutti gli italiani,
soggetti al papa, si rallegrarono allora d'avere spogliato ogni resto
di dipendenza dall'imperator greco lontano, di non aver piú se non
quella che giá aveano da Carlo, giá patrizio, or imperatore. La
diminuzione dei gradi di dipendenze è sempre guadagno reale. Ma forse
che i romani e gl'italiani, sempre sognatori del rinnovamento del
primato antico, sperarono, credettero riaverlo sotto quel nome
d'«imperator romano». E forse alcuni altri sudditi di Carlomagno qua e
lá fecero fin d'allora quell'altro sogno, che veggiam fatto
retrospettivamente a' nostri dí stessi da alcuni poeti politici: il
sogno, dico, di una cristianitá riunita intorno a due centri, due
capi, l'imperatore e il papa; il sogno della perfetta feodalitá,
risalente dall'ultimo valvassino ai valvassori, ai vassalli diretti,
ai re, all'imperatore. Ma i fatti, i secoli dimostrarono poi, che
tutto questo era un edifizio durevole sí, ma poco piú che nel nome e
ne' vizi suoi, non in nessuna delle supposte sue virtú. I due centri,
le due somme potenze, mal determinate ne' limiti vicendevoli,
incominciarono fin d'allora ad urtarsi, e s'urtarono e combatterono
per secoli. Gl'imperatori risuscitarono a poco a poco l'antica pretesa
imperiale di approvare l'elezione del papa; e i papi, che dal dí del
Natale 799 incoronarono gl'imperatori, n'ebbero naturalmente la
pretesa di approvare gl'imperatori; e cosí imperatori e papi
dipendettero l'un dall'altro continuamente, e dipendettero senza
riconoscere bene né l'un né l'altro la dipendenza. I re poi, che non
debbono, che non possono, per esser re veri, aver superiore, l'ebbero
negl'imperatori; le sovranitá non furono piú sovrane, le nazionalitá
non compiute. La feodalitá sí, se si voglia cosí dire, si perfezionò,
si compiè; ma questa fu sventura; sventura la perfezione d'un ordine,
in cui non entravano se non i signori, i governanti, fuor di cui erano
i governati, i piú, il grosso del popolo. E tutto ciò, da per tutto
dove s'estesero la potenza, le pretese imperiali. Ma in Italia, sedia
sempiterna e reale del papa, sedia nominale e troppo a lungo de' nuovi
imperatori, gli urti furono immediati e infinitamente piú sentiti; fu
sentita e segnata di sventure e sventure ogni elezione d'imperatore,
ogni elezione di papi; e ne sorsero cattivi e stranieri imperatori,
cattivi e simoniaci e corrotti papi per oltre a due secoli; e poi papi
grandi e grandissimi sí, ma allora le contese della Chiesa e
dell'Imperio, le parti guelfa e ghibellina, la debolezza d'Italia,
Italia aperta a nuovi stranieri, Italia divisa, anche dopo caduto ogni
nome d'imperio, tra nazionali e stranieri.--La storia di quest'etá non
fa che svolgere i primi de' fatti qui accennati; tutta la rimanente, i
successivi. E chi tema nel nostro compendio la preoccupazione della
indipendenza, ricorra ad altri. La preoccupazione della indipendenza
fu pur anima di tutte le storie nazionali scritte da Erodoto o
piuttosto da Mosé in qua. Della sola storia d'Italia si fece sovente
un'apologia od anche un panegirico della dipendenza; sappiamo, almeno
in ciò, porci al par degli altri. Usciam dalla servilitá fino a questo
punto almeno di pronunciare e lasciar pronunciare la parola
d'«indipendenza», nella storia.


4. Continua.--Il novello imperatore romano rimase in Roma il tempo
d'inverno che soleva in qualsifosse cittá, da Natale a Pasqua; e non
tornovvi mai piú. Aggravato dall'etá o dalla dignitá, dimorò poi quasi
sempre in Aquisgrana sua capitale vera, la nuova Roma o futura Roma,
come trovasi allor nominata. Fece molte leggi dette «capitolari»,
meravigliose per quell'entrar ne' particolari senza perdere i disegni,
che è proprio di tutti i grandi. Guerreggiò pe' suoi figli e capitani
co' sassoni, che soggiogò finalmente del tutto; con gli slavi, che
tenne di lá dell'Elba; con gli unni-ávari, che spinse di lá della
Theiss; co' musulmani fino in sull'Ebro e sul Mediterraneo, dove
costoro pirateggiavano; co' normanni o danesi e scandinavi, che
pirateggiavano sulle coste oceaniche. In Italia, Pipino re guerreggiò
contra il duca di Benevento, ma senza frutto; contra greci e
veneziani, con questo gran frutto per gli ultimi, che tra guerre e
paci coll'imperatore occidentale, essi scossero piú che mai lor
dipendenza dall'orientale.--Nell'806, Carlomagno fece una prima
partizione de' suoi regni tra' figliuoli, Carlo destinato imperatore e
re de' franchi, Ludovico re d'Aquitania, e Pipino re d'Italia. Ma era
destinato altrimenti. Morí Pipino a Milano nell'810, lasciando un solo
figliuol maschio, Bernardo. Carlomagno fece una nuova partizione
nell'811. Ma nel medesimo anno morí senza figliuoli Carlo il giovane,
il primo e come pare il piú belligero de' suoi figliuoli. Non rimaneva
piú al vecchio imperatore se non un figliuolo, Ludovico, ch'ei
prevedeva probabilmente poco degno di lui.--E perciò forse s'affrettò
a far pace con tutti; coll'imperator greco, da cui fu definitamente
riconosciuto l'imperio occidentale nell'812; col principe di
Benevento, che si riconobbe tributario; e fin co' califfi spagnuoli di
Cordova. Poi mandò re in Italia il giovane Bernardo. Poi nell'agosto
813, in gran placito ad Aquisgrana, riconobbe a successore in tutti
gli altri regni e nell'imperio Ludovico; e dicono che (negletto giá il
papa) gli facesse prendere da sé sull'altare la corona imperiale. E
languente fin d'allora, languí quindi pochi altri mesi; e addí 28
gennaio 814 spirò. I posteri unanimi a dargli nome di «magno», mille
anni di storia empiuti delle cose bene e mal create da lui, le voci
del popolo e la poesia che lo cantano, fanno di lui tali lodi vere,
che inviterebbono a tacere anche uno storico retore o panegirista.


5. I Carolingi [814-888].--Sotto ai Carolingi, principi gli uni
miseramente pii, gli altri sfacciatamente scellerati, tutti mediocri,
tutti contendenti per li numerosi ed instabili regni in che si divise
e ridivise l'imperio, e quasi tutti per la dignitá d'imperatore che li
dominava ed infermava, seguono settantaquattro anni i piú poveri che
sieno stati mai di fatti veramente nazionali. I papi che incoronavano
gl'imperatori, i re che entravano in quelle contese di famiglia,
furono i soli che operassero. La nazione italiana v'era (e lo vedremo
poi), ma non faceva nulla: serviva, soffriva, generava e moriva.
Quindi molti abbreviatori, ed anche scrittori distesi di nostre
storie, fuggon su tali complicazioni ingrate. A noi pare accennarle,
perché sono il carattere principale dell'etá; e perché la noia stessa
dello scriverle e del leggerle ci fará meglio entrare nella miseria di
coloro che le soffrirono.--Ludovico dunque, detto dagli uni «il pio»,
dagli altri meglio «il bonario», incominciò a imperiar solo [814] su
tutto l'imperio, tranne Italia che era di Bernardo re. Nell'817 egli
spartí i regni a' suoi tre figli: Baviera a Lotario suo primogenito
che associò all'imperio, Aquitania a Pipino, Francia (tutta o parte) a
Ludovico, rimanendo Italia a Bernardo. Ma questi pretende egli
all'imperio, s'apparecchia con gl'italiani, vede non esserne sostenuto
(come era naturale, poiché non era causa nazionale), s'arrende, va a
Francia, v'è giudicato in placito ed accecato, e tra l'incrudelito
supplizio muore. Piangene il Bonario, e manda a succedergli Lotario,
re cosí d'Italia e Baviera. Nell'822, l'imperatore fa penitenza
pubblica della morte di Bernardo, in dieta ad Attigny. Nell'829,
natogli un nuovo figliuolo, Carlo, gli fa un regno di pezzi stracciati
da quelli degli altri. Costoro ribellansi nell'830, fan guerra al
Bonario, lo prendono; poi, tra lor discordie, il lasciano restaurare.
Nell'833, l'imperatore muove contra Pipino, lo spoglia d'Aquitania che
dá a Carlo. Nuova sollevazione dei tre re; gli eserciti sono in
presenza, il Bonario è abbandonato dal suo; e quindi tratto a far
nuova e vergognosa penitenza a Compiègne, e poi dato in mano a Lotario
imperatore aggiunto e re d'Italia. Nell'834 è restaurato, e tocca a
Lotario a domandargli perdono. Nell'835 è annullato quanto era stato
fatto contro a lui; nell'837 ei dá quasi tutta Francia a Carlo, suo
figlio ultimo e diletto. Nell'839 (morto giá Pipino d'Aquitania) egli
spartisce un'ultima volta gli Stati; e ne rimangono, imperatore e re
d'Italia con parte di Francia Lotario, re di Francia con molta
Germania Carlo, re solamente di Baviera Ludovico. Questi se ne lagna e
ribella, ma è vinto; e Ludovico muore nell'840.--In Italia, suddita
insieme di Ludovico imperatore primario e di Lotario imperatore
aggiunto e re, noteremo che i papi incoronarono l'uno e l'altro, ed a
vicenda domandarono sempre o quasi sempre ad essi le conferme di loro
elezioni; che essi i papi, e i vescovi, e gli abati si frammischiarono
in quelle guerre di famiglia e v'accrebbero loro autoritá; che
contesero tra sé papi e vescovi di Ravenna, papi e romani in Roma, e
le due parti greca e franca in Venezia. E guerreggiassi tra' principi
di Benevento e le cittá greche, Napoli, Amalfi ed altre. I saracini
infestarono mare e marine. Bonifazio, conte di Lucca e forse marchese
di Toscana, fu con un naviglio ad infestarli essi in Africa. Ma,
intorno all'828, Eufemio, un greco di Sicilia, innamorato d'una
fanciulla (monaca dicono alcuni), e minacciato di perderla, fugge ai
saracini, li invita, li trae, li aiuta a Sicilia ed essi in pochi anni
se ne fan signori; e quindi infestano peggio che mai le marine
italiane; e Gregorio IV, papa, rifá Ostia per guardare contro essi le
bocche del Tevere. Né, oltre a tali fatti, è altro piú importante a
notare, che un capitolare dell'829; il quale ordina studi centrali di
varie province (quasi giá universitá) in Pavia, Ivrea, Torino,
Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Vicenza e Cividal del Friuli.


6. Continua [840-888].--Seguono contese di re, miserie di popoli,
peggio che mai.--Lotario rimasto imperatore primario (perciocché oltre
la confusione di tutti que' gradi di sovranitá non sovrane che
dicemmo, essendo pur questa degli imperatori in primo ed in secondo,
ei ci è forza distinguere), Lotario, dico, va in Francia e Germania
contro a' fratelli Carlo il calvo e Ludovico, e ne tocca una gran
rotta a Fontenay. Si ripacificano i tre [843] a Verdun, e Lotario n'ha
oltre Italia tutta Francia occidentale. Nell'844 egli fa dal papa
incoronar re di Italia Ludovico II suo figliuolo, e nell'849 l'associa
all'imperio; e morendo poi nell'855, lascia gli altri Stati agli altri
due suoi figliuoli, Lotario e Carlo. Durante questo regno, nuove
guerre dei duchi di Benevento e di Spoleto, e delle cittá greche e de'
saracini, e nuovi turbamenti in Roma. I saracini vengono fino a
questa, e depredano a San Pietro e San Paolo, ambe allora fuor delle
mura; re Ludovico accorre, allontana la guerra; si cingono di mura le
due basiliche; e il quartier di San Pietro ne prende da papa Leone IV
il nome di «cittá leonina».--Ludovico II succede dunque alla dignitá
d'imperatore primario, ma alla sola potenza reale di re d'Italia con
Provenza. E cosí attese all'Italia, fu re piú italiano che gli altri;
meno male quando un re straniero ha nazionali il piú degli Stati.
Risedette in Pavia, l'antica capitale. Guerreggiò nel Friuli contra
gli slavoni invadenti; e, durante quasi tutto il regnar suo,
guerreggiò contro a' saracini, alle cittá greche e al duca di
Benevento. Prese Capua, Bari; fu fatto e rimase alcuni giorni prigione
del duca; alcuni normanni infestarono quelle marine. Morí nell'875
senza figliuoli maschi.--Accorrono alla successione dell'imperio e del
regno d'Italia Carlo il calvo re di Francia, Carlo e Carlomanno
figliuoli di Ludovico re di Germania. Ma Carlo il calvo se ne libera
per allora; ed è incoronato imperatore a Roma da papa Giovanni VIII, e
poi re a Pavia. Ripassa in Francia, ritorna in Italia contro
Carlomanno tornatovi; n'è cacciato, e fuggendo pel Moncenisio, muore
lí nell'877. E continuano le depredazioni de' saracini, le guerre
complicate al mezzodí.--Carlomanno regna allora in Italia e l'anno 879
s'associa Carlo il grosso suo fratello giá re di Svevia, e muore
nell'880; e continuano i saracini, le guerre di mezzodí, e i
turbamenti di Roma.--Rimasto solo re d'Italia Carlo il grosso, prende
l'imperio vacante da tre anni, ed è incoronato dal papa. Nell'882 ei
succede all'altro suo fratello Luigi, e cosí riunisce, oltre Italia,
tutta Germania. E nell'884 succede a Carlomanno cugino suo re di
Francia; ond'egli riunisce, terzo dopo Carlomagno e Ludovico il
bonario, tutto l'imperio. Sarebbe potuto credersi, che n'uscisse una
restaurazione di questo; n'uscí la rovina ultima. La quale attribuita
da quasi tutti all'incapacitá di Carlo il grosso, debbe forse
attribuirsi anche piú alla tendenza naturale che aveano le diverse
nazioni europee a ricostituire le loro nazionalitá, or riunite or
divise ma sempre offese contro la natura delle schiatte e de' limiti,
da tutti i Carolingi. Niuna causa piú di questa operò a far finir cosí
presto e cosí male quella dinastia giá cosí grandemente iniziata e
dilatata in tutta la cristianitá. E noi viventi vedemmo una simile
causa produrre un simile effetto, anche piú presto. Le nazionalitá
poterono sí estinguersi nell'antiche barbarie, e talora nelle stesse
antiche civiltá, perché queste erano poco meno che barbare. Ma la
civiltá cristiana, nelle stesse sue etá dette «barbare» od «oscure», e
tanto piú nelle progredite, fu sempre ed è tale, che non somministra
mezzi alle distruzioni delle nazionalitá, non lascia possibili (almeno
nel proprio seno) quelle estreme barbarie che sono a ciò
necessarie.--Le nazionalitá cristiane si comprimono, ma non si
distruggono; e le compresse si vendicano, sempre occupando e scemando
le forze a' compressori; e talora poi abbattendoli. I successori
degeneri pagano allora i peccati di lor grand'avi: cosí Carlo il
grosso quelli di Carlomagno. Ito Carlo a Francia nell'885, poi a
Germania, gli è rapita Francia da Odone conte di Parigi, e Germania da
Arnolfo duca di Carintia e bastardo di Carlomanno, nell'887; ed egli
muore poi, naturalmente, o strozzato, in gennaio 888. Allora levasi
ultima Italia; e di febbraio è incoronato re in Milano Berengario duca
o marchese del Friuli, figlio di Gisela figlia di Ludovico il bonario.
Cosí trovansi ridivise, ricostituite Francia, Germania e Italia; la
prima per sempre fino a' nostri dí; le due altre a rimescolarsi e
impedirsi e nuocersi finora a vicenda. Qual secolo, qual confusione,
quale storia, ci si conceda ripeter qui, come giá al tempo degli
strazi dell'antico e vero imperio romano!


7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico, Rodolfo
[888-924].--Eppure, per noi, tutto ciò diventa anche peggiore e piú
brutto. Questa era senza dubbio una grande occasione d'indipendenza,
come all'altre, cosí alla nazione italiana. Se non che questa era men
nazione che l'altre; non solamente, come l'altre contemporanee e
feodali, non avea popolo formato né potente, ma nemmeno feodalitá
nazionale. Que' conti, marchesi o duchi (a cui fu aureo questo secolo,
ferreo per ogni altro) erano almeno in Francia francesi, in Germania
tedeschi; ma erano in Italia francesi o tedeschi di nascita o
d'aderenze; ondeché l'Italia non italiana incominciò allora a
dividersi in quelle parti francese e tedesca, che duraron d'allora in
poi e dureranno fin tanto che l'indipendenza compiuta non c'insegni a
usar le nazioni straniere come alleate straniere e non come capiparti
nazionali. Se qualunque di questi principi stranieri avesse saputo
staccarsi dall'aderenze straniere e farsi italiano, egli e i suoi
nipoti avrebbero probabilmente regnato a lungo sull'Italia; o
rimarrebbero almeno benedetti nella memoria degli italiani. Ma, perché
a costoro, come a tanti poi, parve piú facile accettare un aiuto
bell'e fatto da fuori, che non farsene uno addentro col buon governo e
colla virtú, perciò non poser radice nella nazione, perciò ebbero a
moltiplicare, a mutar ricorsi, e cosí s'avvilirono nell'opinione e
nella realtá; e l'avvilimento li fece crudeli, scempi, perduti di vizi
essi e lor donne, corrotti insomma e disprezzati in quella stessa
corrottissima etá. Alcuni de' papi del secolo scorso aveano, è vero,
dato esempio di questi ricorsi stranieri; ma quelli n'avean dato uno,
e questi ne dieder molti; quelli l'avean dato contro altri stranieri
greci o longobardi, e questi li diedero contro nazionali e compagni di
potenza; quelli poi avean pur dati molti esempi di appoggiarsi alla
nazione, alle cittá, data a molte cittá l'indipendenza, e questi non
la diedero; ondeché dee far meraviglia, che si accumulino gl'impropèri
a que' papi, e si risparmino a questi principi italiani, i quali anzi
talor si lodano o compatiscono quasi vittime, di quella dipendenza di
che furono strumenti od autori. Non compatiamo mai i potenti, che mal
usarono la potenza. E sopratutto poi, giustizia eguale per tutti.--I
tre duchi potentissimi fin da' longobardi, Friuli, Spoleto e
Benevento, eran rimasti tali sotto a' Carolingi. Ma staccato l'ultimo
oramai dal regno ed occupato contro alle cittá greche, Napoli, Amalfi,
ecc., restavan dunque principali nel regno longobardo o d'Italia, i
duchi del Friuli e di Spoleto. Duca del Friuli era quel Berengario
affine de' Carolingi che prese la corona d'Italia fin dal febbraio
888, ma che dicesi l'avvilisse subito riconoscendola feodalmente da
Arnolfo re di Germania. E duca di Spoleto era Guido; pur affine,
dicesi (ma si disputa come), de' Carolingi. Questi tentò prima la
corona di Francia e andovvi; ma respintone, tornò tra noi con aiuti
francesi. S'impadroni dell'occidente, e mosse contro a Berengario
forte all'oriente. Combatterono a Brescia [888], ricombatterono sulla
Trebbia [889]; e vinto allora Berengario, si ridusse intorno a Verona,
mentre Guido si fece incoronar re in Pavia, e quindi imperatore in
Roma [891], e s'aggiunse all'imperio suo figliuolo Lamberto [892].--Ma
Arnolfo il re tedesco, signore del re italiano Berengario, mandava in
aiuto a costui suo figliuolo Sventebaldo [893]; e scendeva egli poi
con Berengario ito a sollecitarlo. Prendeva Bergamo; uccideva,
prendeva o mutava conti e marchesi; e facevasi incoronar esso re
d'Italia; a ragione, io direi, poiché era signor del re; era vero re,
poiché sommo. Poi prendeva Ivrea, e moveva a Borgogna contro Rodolfo
alleato di Guido; ma respinto di lá, e respinto o noiato d'Italia,
tornava a Germania, mentre moriva Guido imperatore.--E cosí rimaneva
Italia con un imperatore, Lamberto succeduto al padre; e tre re
competitori, il medesimo Lamberto, Arnolfo e Berengario [894]. Quindi
ridiscende Arnolfo, e spoglia questa volta intieramente Berengario del
regno e de' contadi [895]; ed egli muove a Roma, la prende e si fa
incoronare da Formoso papa. E qui, se non prima, incominciano a
peggiorar que' papi barcheggianti in mezzo a tutte queste brutte
vicende d'Italia, e alle bruttissime di Roma, e tra i potenti e
scellerati cittadini od anche cittadine di essa. E cosí, da questo
fine del secolo nono a tutto il decimo e mezzo l'undecimo,
succedettersi poi, con poche eccezioni, i peggiori papi che sieno
stati mai, e come papi e come principi; finché non li vedremo corretti
e ravviati da parecchi santi e da uno grandissimo. Ma ciò notato a
compiutezza di veritá storica, noi non ci crediamo obbligati a
fermarci, come desidererebbono alcuni, in queste turpitudini, piú che
non abbiam fatto in quelle degli imperatori romani, o sarem per fare
in quelle de' principotti italiani. Non sarebbe gran male quando per
«reverenza delle somme chiavi» s'usasse un po' di mantello figliale.
Ma insomma i papi son uomini; e se ne furono de' corrotti in secoli
corrotti, de' deboli in secoli deboli, niuna serie di principi
cristiani ha pur, come la loro, tanti nomi di rigeneratori della
civiltá cristiana; niuna di principi italiani, dell'italiana. E noi
ciò gridammo, e n'avemmo nome di «papalini», quando giá pareva
ingiuria; e ciò ripetemmo quando, mutati gli auspíci nel 1846,
gridavasi papalina Italia intiera; e ciò ripetiamo rimutati ora
auspici, grida ed opinioni popolari. La storia non muta a seconda
delle popolaritá: tenta guidarle, ed alla peggio, le sfida.--Ad ogni
modo, nell'896, s'ammala Arnolfo il nuovo imperatore, e torna a
Germania; risorgono Lamberto e Berengario; e corretti una volta fan
pace tra sé, e ne riman divisa Italia, l'occidentale a Lamberto,
l'orientale a Berengario. Ma muoion Lamberto a caccia a Marengo [898],
e Arnolfo in Germania [899], e resta finalmente solo re
Berengario.--Ma per poco; sorge a nuovo competitore Ludovico re di
Borgogna, risuscita la parte di Lamberto. Scendono gli ungheri (non
piú gli unni-ávari antichi, ma i magiari fattisi lor signori e
chiamati sempre da noi col nome di lor soggetti), vincono Berengario e
saccheggiano Lombardia. Quindi cresce Ludovico, batte anch'egli
Berengario e si fa incoronar re [900], e poi imperatore a Roma; e
Berengario fugge a Germania [901]. Ma Ludovico torna a Francia, e
Berengario a Italia, e la tien tutta di nuovo alcuni anni [902-904].
Poi torna Ludovico appoggiato principalmente da Adalberto, uno di que'
marchesi o duchi di Toscana che eran venuti grandeggiando al paro o
giá sopra i maggiori del regno; e signoreggia in tutta Italia e a
Verona stessa, la capitale di Berengario. Ma Berengario rientra in
questa a tradimento, spaventa i borgognoni, fa prigione Ludovico e il
rimanda con gli occhi cavati in Borgogna, ove serbò il titolo
d'imperatore, ma onde non tornò piú [905].--Allora per la terza volta
Berengario tien tutta Italia, e se ne mostra meno indegno. Respinge o
piuttosto termina con doni una seconda invasione di ungheri; e contra
essi poi fa o lascia fortificare le cittá, le castella, i monasteri di
Lombardia; fatto notevole, che alcuni dicono origine, noi diremo
solamente aiuto alle libertá cittadine future. Ei regna del resto
tranquillo, quasi glorioso; e, tranne una terza ma breve invasione di
ungheri, l'Italia settentrionale respira sotto lui un diciassette
anni. Non la meridionale, stracciata al solito tra principi
beneventani, cittá greche poco men che libere, greci che venivano di
tempo in tempo, e saracini che stanziavano e grandeggiavano. Una mano
di costoro scesi e stabilitisi a Frassineto presso a Nizza, trafilò
tra alpe ed alpe fino a Susa, e poi fin nel Vallese. E contro a'
meridionali fu da papa Giovanni X chiamato Berengario, che venuto a
Roma ne fu incoronato imperatore [916]; a' saracini non pare facesse
altro che paura.--Ma il regno italico settentrionale fu alla fine
riperduto da alcuni di quegli scellerati marchesi, a cui non giovava
aver tranquillitá ne' re. Chiamano Rodolfo re della Borgogna
trasiurana, cognato di Bonifazio di Toscana principale tra essi; lo
traggono a Italia e l'incoronano re a Pavia [922]. Berengario chiama
ungheri; fa battaglia a Firenzuola, è sconfitto [923]; ne chiama altri
che prendono e saccheggian Pavia ed altre cittá, e passan fino in
Francia ad assalir Rodolfo; e muore egli intanto, assassinato da uno
de' suoi in Verona [924]. Di costui, che fin da principio fece
vassalla la corona d'Italia, che dal principio al fine per trentasei
anni di regno interrotto fu il piú gran chiamatore e soffritore d'ogni
sorta stranieri, fecero alcuni moderni un eroe d'indipendenza
italiana! Povera storia, povera politica, povera indipendenza
italiana! come s'interpretano!


8. Tre re francesi [924-950].--Or qui peggio che mai si sporca la
storia nostra. Non bastavano conti, marchesi, duchi scellerati, non
vescovi e papi tanto peggiori di quanto è piú santo l'ufficio loro;
sorsero donne, pessime di tutti, corruttrici di tutto, quando lasciano
il dolce e pio ufficio loro di consolare colla virtú domestica dalle
pubbliche corruzioni, e si fan furie virili. Allora, avvilito l'amore,
avvilita la famiglia, s'avvilisce il piú gran motore che sia a far
risorgere una patria.--Mariuccia o Marozia, Ermengarda, nomi fatti
infami dalle storie contemporanee, passano nella nostra a malgrado
nostro. Marozia figlia di Teodora, una nobile romana giá potente tra
le parti di quella cittá e le elezioni dei papi, aiutava e succedeva a
siffatta potenza della madre, ed era or moglie di Alberico conte di
Tusculo prepotente in Roma. Ermengarda, sorella di Guido marchese di
Toscana e di Ugo conte o marchese di Provenza, era or moglie di
Adalberto marchese d'Ivrea; ed era prepotente appresso a Rodolfo
tornato, e rimasto solo re d'Italia dopo la morte di Berengario [924].
Ma costei stringe pratiche per suo fratello Ugo; il quale, fuggito giá
Rodolfo a sua Borgogna, scende a Pisa, si fa incoronare a Milano,
occupa tutto il regno [926], e vi si fa aggiunger suo figliuolo
Lotario [931]. Poi l'empie di provenzali, incrudelisce contro
agl'italiani congiuranti contro a lui, e sposa la Marozia, vedova giá
del conte di Tusculo, e poi di Guido di Toscana suo secondo marito, e
cosí cognata di questo terzo [932]. Il quale trovandosi in Roma, e
facendosi servir l'acqua alle mani dal suo figliastro, un secondo
Alberico, questi il fa di cattiva grazia, e re Ugo gli dá uno
schiaffo, e il giovane esce, solleva il popolo, fuga in castel
Sant'Angelo il re, che ne scampa a Lombardia, ed ei si fa patrizio e
consolo cioè tiranno in Roma, e tien prigione sua madre Marozia, e
poco meno suo fratello, che era (vergogna a dirlo) papa Giovanni XI.
Ugo ridiscende contra lui e l'assedia, ma è respinto e risale a
Lombardia. Allora gl'italiani richiamano Rodolfo l'altro re francese,
ma s'accomodano i due; e ne resta anzi disposata Adelaide la figliuola
di re Rodolfo a re Lotario figliuolo di re Ugo [933]. Gl'italiani,
cioè al solito i grandi, chiamano un altro competitore, Arnoldo detto
«il cattivo», di Baviera; ma Ugo il batte, e non se ne parla piú
[934]. Quindi Ugo torna a campo a Roma; e non potendo sforzarla, si
pacifica col figliastro Alberico, e gli dá a sposa sua figlia; poi
andandosene, saccheggia Toscana [936], e fa poi (vedovo o no di
Marozia?) una gita in Borgogna, a sposar Berta vedova di Rodolfo
[937]. Scendono intanto gli ungheri, e saccheggiano mezza Italia fino
in Campania. Finalmente, nel 940, volendo Ugo spogliar conti e
marchesi e fra gli altri Berengario d'Ivrea, questi avvisatone, fugge
a Ottone sassone re di Germania; il quale qui s'introduce nella storia
nostra con una bella risposta fatta a re Ugo che offriva gran danaro
per riavere il rifuggito: «poter far senza i danari altrui, ma non
ricusar protezione a chi gliela domandava». Quindi a temerne Ugo.
Torna a Roma per rientrarvi, ma non gli riesce; paga gli ungheri
ridiscesi, perché se ne vadano; muove contra i saracini di Frassineto,
ma fa accordo con essi e dá loro a tener i passi contra il temuto
Berengario. Finalmente [945] questi, disceso per Trento, trova
disposti tutti gli animi, aperte tutte le porte, giunge a Milano, e,
lasciando regnar di nome Ugo e Lotario, governa egli. Ugo fugge quindi
a sua Provenza [946] e tra breve vi muore [947]. E cosí regnano i
giovanetti Lotario e Adelaide; e Berengario governa tre anni, tranne
un'invasione di ungheri, indisturbati. Ma nel 950 muor Lotario II
frenetico, e, gridasi, di veleno.


9. Berengario II [951-964].--Il trono restò vacante presso a un mese;
poi furono regolarmente eletti re in assemblea nazionale Berengario II
e suo figliuolo Adalberto. E quindi nasce un sospetto favorevole, che
re e nazione fossero finalmente piú uniti, e che Berengario non fosse
cosí cattivo come i predecessori, né come ce lo rappresentano gli
storici dediti a' nemici di lui. Ma il séguito de' fatti sembra
togliere anche questa consolazione. Ad ogni modo, egli e sua moglie
Villa (detta pessima donna, essa pure, da un contemporaneo) si
rivolsero contra Adelaide bella, santa, giovane, vedova e regina, per
farla sposare ad Adalberto. Fugge ella in una selva, poi nel castello
di Canossa (scena destinata a drammi anche maggiori), ed indi implora
aiuto da Ottone re di Germania. Scende questi nel medesimo anno, non
incontra resistenza, si fa proclamare re in Pavia, libera Adelaide, la
sposa, e in breve la conduce seco a Germania, richiamatovi dal mal
contento di un suo figlio per queste seconde nozze [952]. Quindi
Berengario avrebbe avuto gran gioco, se fosse stato uom di cuore e
unito colla nazione. Ma, mancassegli l'uno o l'altra, ei rinnova
l'esempio di Berengario I, va a Germania due volte, ed alla seconda
egli e Adalberto fanno omaggio della corona d'Italia a quella di
Germania. Cosí tornano bruttamente confermati nel regno; e regnano
poi, volgendosi contro a' vescovi e marchesi lor contrari, ma
principalmente contro a quell'Alberto Azzo conte o marchese di Canossa
(stipite di casa d'Este), che avea ricoverata Adelaide. Tuttociò
finché Ottone fu occupato in Germania. Ma nel 956 scende Liutulfo
figliuolo di lui, libera il signor di Canossa dell'assedio ond'era
stretto dai due re, prende l'un dopo l'altro; ma li rilascia liberi e
di nuovo re. E pare che fosse per allora approvata siffatta clemenza
da Ottone stesso. Ma continuando Berengario a tiranneggiar vescovi,
conti e marchesi, o forse a volerne un'obbedienza che essi non
volevano, e a far correrie nel territorio di Roma, ed a ritener
l'Esarcato e la Pentapoli, usurpate giá da re Ugo ai papi, s'unirono
ora papa e grandi a chiamare un'altra volta Ottone, e questi scese
l'anno 961 per il Tirolo. Adalberto l'aspettava alle Chiuse d'Adige
con un esercito, dicesi, di sessantamila italiani. Ma questi, di mala
voglia contro Berengario, domandavano ad Adalberto di farsi lasciare
il trono; e ciò parrebbe accennare il figlio miglior del padre.
Berengario ricusa, l'esercito si scioglie, Ottone viene a Pavia e a
Milano; e qui, in dieta, deposti Berengario e Adalberto, ei riceve di
nuovo la corona regia d'Italia in Sant'Ambrogio. L'anno appresso
riceve l'imperiale in Roma [962], e fa nominare re Ottone II figliuol
suo. Chiudonsi Berengario II in San Leo, Adalberto in un'isola del
lago di Garda, Guido fratello di lui in una del lago di Como, e Villa
in una del lago d'Orta. Ottone assale gli uni dopo gli altri; ed
intanto si rivolge contra Giovanni XII, il papa che l'avea testé
incoronato, ma uno de' pessimi fra que' cattivi, che si rivolgeva di
nuovo ad Adalberto; e fattolo deporre in concilio, fa eleggere Leone
VIII. Finalmente, presi Berengario e Villa [964], li tien prigioni
dapprima in Lombardia, poi in Germania. Nuovo Adelchi, Adalberto fugge
a Costantinopoli, poi, dicesi, alla corte di Borgogna, dov'egli e il
figliuolo di lui ebber parecchi comitati in su' limiti d'Italia. Ad
ogni modo, la corona d'Italia prostituita da que' principi, che non so
s'io dica italiani né d'animo né di sangue, passò cosí ai tedeschi.


10. I tre Ottoni [964-1002].--Nella storia come nella realitá non è
peggior dolore, che d'aver a lodar il governo degli stranieri sopra
quello degl'italiani. Ma prima di tutto la veritá. Dalla quale sola
sempre risultano i buoni insegnamenti, e qui questo: che all'ultimo
risultato un governo straniero, quantunque buono, è piú fatale alla
nazione che non uno nazionale, quantunque pessimo; perché questo
passa, e lascia la nazione a' suoi destini migliori; ma quello,
quant'è men cattivo, tanto piú fa comportabili e suggella col tempo i
ferri stranieri. Dal grande e buono Ottone in qua, e salvo
un'eccezione cosí breve che quasi resta tacciata di ribellione, la
corona imperiale romana rimase ottocentoquarant'anni a' tedeschi, la
regia lombarda non n'è uscita tuttavia; e tutta la nazione fino a
nostri dí, fu or piú or meno, ma sempre dipendente. Le cittá che siam
per vedere talor liberate, talor liberarsi, non furono mai pienamente
libere, nemmen di nome, nemmeno nelle loro pretese: sempre riconobbero
la supremazia dell'imperatore straniero, e la riconobbero molti papi,
e i piú dei principi; e i pochi che non riconobbero la dipendenza,
patirono la preponderanza, che in realtá diventa lo stesso. Senza
queste avvertenze non si capirebbe la storia nostra ulteriore, diversa
da tutte le altre contemporanee e piú liete. La spiegazione di ciò che
ebbe o non ebbe d'indipendenza una nazione, è la principale
spiegazione o ragione o filosofia della storia di lei; e perché quella
non si volle far mai, perciò non abbiamo niuna satisfacente storia
d'Italia, perciò mi è dovere insistervi in questo sommario.--Prigione
Berengario, fugato Adalberto, e aggiunta dopo trentotto anni di
vacanza la corona imperiale alle due regie di Germania e d'Italia,
Ottone I, o il grande, potente in quella, conquistatore ed estensore
della cristianitá in Danimarca, fu in Italia tutt'altro imperatore e
re che non i regoli stranieri od italiani precedenti. Restituí
l'imperio-regno, e a ciò usò tre modi principalmente. 1^o Quello di
Carlomagno: scemare i grandi ducati e marchesati ricresciuti, e
ridividerli in comitati anche minori degli antichi, comitati d'ogni
cittá, od anche comitati «rurali» di semplici castella. E quindi
ebbero lor castigo que' principi italiani, che non volendo patire niun
pari diventato superiore, avevano iniziata la lunga storia
dell'invidie italiane. 2^o Ai conti o marchesi delle cittá grandi, che
sarebbon rimasti troppo grandi ancora, non lasciò, per lo piú, se non
il comitato esterno o contado; e tolse loro (non egli primo ma piú
frequentemente) la cittá e il distretto vicino intorno alle mura, e
sottopose l'una e l'altro ai vescovi, alla chiesa vescovile, onde quel
distretto fu detto poi «_Weichbild_» o «de' corpi santi». E perché
sotto al vescovo, ed al «_vogt_» od «avvocato» o «visconte» di lui,
poterono poi nelle cittá i «valvassori» o «capitani» o «cattani»
principali di ciascuna, e sotto a questi non solamente tutti i militi
ed arimanni nipoti de' conquistatori vari, ma (secondo la natura
sempre democratica della potenza ecclesiastica) anche i nipoti de'
conquistati risaliti dalle condizioni piú o men servili a piú o men
compiuta libertá, tutti gli «uomini» in somma o «vicini» della cittá;
perciò Ottone fu da non pochi detto fondatore delle libertá, de'
governi municipali, dei «comuni» italiani. Ma il vero è, che questo
non fu se non un passo a tal libertá; e che, forse il nome, certo
l'essenza del comune (la quale fu d'aver governo indipendente dal
vescovo come dal conte) non vennero se non un cento anni appresso. 3^o
Finalmente, Ottone e tutti i suoi successori usarono un modo tutto
contrario a quello de' Carolingi, fondatori ed ampliatori della
potenza papale; la scemarono facendo piú che mai valere in effetto
quella che prima era poco piú che pretesa d'imperio, d'approvare e
perciò dirigere l'elezione dei papi; e cosí facendoli e disfacendoli,
a lor pro, a lor talento, simoniacamente. E cosí è, che continuarono
ad eleggersi papi cattivi, e d'uno in altro peggiori.--Nel 964 stesso,
morto Giovanni XII in Roma, onde egli avea cacciato Leone VIII, i
romani eleggon Benedetto e cosí rimangon due papi. Viene Ottone,
assedia Roma, v'entra; e deposto Benedetto, vi restaura Leone VIII; e
dimorato il resto dell'anno in Lombardia, torna a Germania. Ma morto
Leone, e succeduto Giovanni XIII, e turbandosi Roma di nuovo, e
sollevandosi alcuni signori per il re esule Adalberto, ridiscende
Ottone [966], viene a Roma, punisce severamente o crudelmente i
turbatori, e fa incoronare imperatore suo figliuolo Ottone II [967].
Quindi passa a mezzodí, dove continuavan quelle guerre, che ci
stancammo di menzionare ad ogni regno, tra' principi longobardi di
Benevento e di Salerno, e Napoli, Amalfi e le altre cittá greche o
mezzo libere, e i greci che pur venivano di tempo in tempo a far
sentire il resto di lor signoria, e i saracini che or predavano ora
stanziavano tra tutto ciò. Or venner gli Ottoni di soprappiú a tentar
d'ivi estendere il regno-imperio. E perciò, oltre al guerreggiarvi,
Ottone I volle maritar suo figliuolo Ottone II a Teofania, figlia
dell'imperator greco. Liutprando vescovo (lo storico di questa etá) va
invano ambasciatore a Costantinopoli [968]. Continuasi a guerreggiar
quattro anni; poi conchiudesi la pace tra i due imperatori [971], e si
fan le nozze desiderate [972]. Ma tornato a Germania, muore vecchio e
glorioso Ottone il grande [973]. La grandezza di lui fu certamente una
delle maggiori calamitá d'Italia.


11. Continua.--Succede Ottone II giá imperatore, e re di Germania e
d'Italia; non iscende per parecchi anni, e intanto continuano le
guerre tra' principi beneventani, cittá, greci e saracini. Ma scende
nel 980, e l'anno appresso viene a Roma; e spinto da Teofania muove a
mezzodí, si frammette di nuovo a quelle guerre, vi prende parecchie
cittá, fa gran battaglia contra greci e saracini; e vincitor prima,
vinto poi, rifugge sconosciuto a una galea greca; è conosciuto, e ne
scampa arditamente a nuoto [982]. Quindi egli risale a Lombardia; ed
indi e di tutto l'imperio stava facendo grandi apparecchi, a finire
una volta quella lunga guerra, quando morí, giovane di grandi
speranze, degno del padre [983].--Succedegli Ottone III fanciullo di
quattro anni, giá eletto in dieta a Verona re di Germania e d'Italia,
e probabilmente imperatore. Governano per lui prima Teofania madre di
lui, fino al 991, e, morta essa poi, Adelaide di lui ava, ambe con
nome ed autoritá d'imperatrici. Intanto si succedono papi, antipapi, e
guerre civili cosí moltiplici da non poterne nemmen fissare la
cronologia; e in mezzo a tutto ciò s'innalza Crescenzio, uno de'
capitani di Roma, a tirannia. Né molto diversamente a Milano, a
Cremona sollevansi popoli contro a lor vescovi; princípi di cose
maggiori. Finalmente, nel 996, giovanetto giá di diciassette anni,
scende Ottone III a Italia; e morto intanto papa Giovanni XVI,
s'avanza a Roma, fa eleggere suo cugino Gregorio V, da cui è poi
incoronato imperatore. Poi risale a Lombardia e vi si fa incoronar re
in Milano, e rientra in Germania. Ma risorge Crescenzio, fuga Gregorio
V e fa un antipapa. Ottone III ridiscende [997], compone gli affari di
Cremona, visita da privato Venezia, a cui tutti gli Ottoni
concedettero privilegi, ma in cui pur non regnavano; poi viene a Roma,
vi restaura Gregorio V, ed assediato e preso Crescenzio in castel
Sant'Angelo, fa troncare il capo a lui e dodici de' suoi partigiani.
L'anno appresso [998] muor Gregorio, e gli succede, per opera
dell'imperatore, eppur papa buono finalmente, Gerberto, un francese
giá precettore di esso Ottone, e cosí gran letterato rispetto all'etá,
che ne fu detto negromante. Prese nome di Silvestro II; se avesse
vivuto, forse avrebbe avuta egli la gloria di preparar la
restaurazione del pontificato, che vedremo toccar mezzo secolo
appresso ad alcuni tedeschi. Ma non pontificò che quattro anni. L'anno
1000 (quell'anno aspettato con grande ansietá dalla ignorante
cristianitá, che credeva dovesse essere del finimondo), Ottone III va
a Germania e ne torna; l'anno 1001, ei muove guerra a Tivoli ribellata
a Roma, e perdonando a quella si guasta con questa; ma si ripacifica.
E quindi, mentre, come il padre, apparecchia forse un'impresa a
mezzodí, ei muore [gennaio 1002]. Tutti questi Ottoni proseguirono
evidentemente, e quantunque lentamente pur felicemente, i due disegni
di pacificare e riunire l'Italia; e perciò dimorarono molto in essa, e
furono in tutto i migliori, i piú italianizzati tra gl'imperatori e re
stranieri. Se l'idea che fu poi de' ghibellini, di far grande l'Italia
sotto agli imperatori germanici, fosse stata l'idea della Providenza,
ella sarebbesi compiuta sotto gli Ottoni piú facilmente che sott'altri
mai. Ma il primo era vecchio quando imperiò, e i due ultimi morirono
di ventotto e ventidue anni. Qui, sia lecito dire, è il dito di Dio.


12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore
[1002-1024].--Alla morte dell'ultimo Ottone, scoppiò uno dei movimenti
piú incontrastabilmente italiani che si trovino. Assalgono per via la
scorta del feretro portato a Germania; e in men d'un mese, addí 15
febbraio, s'adunano a Pavia, e gridan lor re un italiano; uno di nuovo
de' potenti marchesi, Arduino d'Ivrea, di quella famiglia degli
Arduini di Torino, la quale, venuta al tempo de' re francesi, e
cresciuta sotto essi e gli Ottoni, teneva ora tutti i comitati a manca
del Po da Vercelli a Saluzzo. Ma i tedeschi eleggono Arrigo di
Sassonia consanguineo degli Ottoni, che pretende alla corona d'Italia;
era naturale, dopo le vili infeodazioni di essa fatte dai Berengari. E
perché Arrigo fu bensí in Italia il primo re di questo nome, ma fu in
Germania, e cosí è per lo piú nella storia chiamato il «secondo»;
perciò noi lo chiameremo pur cosí, cercando chiarezza anziché
precisione diplomatica o cancelleresca; e se ci resta vergogna il
prender numeri e nomi altrui, ella è per certo delle minime che ci
vengano dalla straniera signoria. Arduino si mostra dapprima pronto e
prode; va incontro a un esercito tedesco che scende per Tirolo, e lo
sconfigge; e regna, come pare, indisputato un anno e piú. Scende
Arrigo al principio del 1004, e Arduino va pure ardito contro a lui;
ma è allora abbandonato da' suoi conti e principalmente da' vescovi.
Fu in quelli invidia solita italiana, e in questi vendetta delle
angarie ed usurpazioni giá esercitate contro essi da Arduino marchese
o da Arduino re? Difficile a risolvere questo punto di uno de' piú
interessanti episodi di nostra storia. Certo, Arduino è accusato dagli
annalisti poco men che unanimemente. Ma questi scrissero, spento lui,
e furono tutti ecclesiastici, e la inimicizia tra vescovi, e conti o
marchesi, non che consueta allora, era natural conseguenza di quelle
concessioni delle cittá comitali a' vescovi, che dicemmo fatte e
moltiplicate dagli Ottoni. Ad ogni modo, conti e vescovi italiani
quasi tutti abbandonarono il re italiano per il tedesco; e conducono
questo a Pavia, l'eleggono, l'incoronano, addí 14 maggio. Ma il popolo
ha talor sentimento di nazionalitá piú che i grandi; peccato che
quando è solo ei l'eserciti, per lo piú, male e inutilmente! La
medesima sera nasce una baruffa tra' cittadini e soldati stranieri; si
combatte, s'appicca il fuoco, e Pavia ne rimane incendiata. Esce
Arrigo di essa e d'Italia, in gran fretta. E quindi qui una condizione
nuova; un re lontano ed uno non guari riconosciuto; Milano per quello,
e Pavia per questo (origine o almeno uno de' primi fatti della
rivalitá tra le due); una confusione, una mancanza di re e governo, un
armarsi, un guerreggiarsi le cittá, che fu nuovo e gran passo alle
libertá loro future. Cosí va il mondo; quella che avrebbe potuto
essere magnifica occasione d'indipendenza nazionale, non fu che di
libertá cittadine; se ne contenti chi voglia. Trovansi guerre allora
tra Pisa e Lucca; e Pisa saccheggiata una notte da' saracini, e
liberata, secondo le tradizioni, da Cinzica Sismondi, una sua
cittadina; un'altra guerra tra Fiesole e Firenze, e quella distrutta e
i cittadini trasportatine in questa (èra principale della storia
fiorentina); e papa Benedetto VIII cacciato di Roma raggiungere in
Germania presso Arrigo lo stuolo dei vescovi colá rifuggiti; e Mele e
Datto, due nobili cittadini di Bari, liberar del tutto lor cittá da'
greci. Chiaro è, un ardor di libertá scoppiava dall'Alpi a Cariddi.
Tutto ciò fino al 1013; quando ridisceso Arrigo, veniva a Pavia
abbandonatagli da Arduino, e quindi a Roma dove fu incoronato
imperatore [1014] con Cunegonda moglie sua. Ma, ciò fatto, o non
volesse o non potesse altro, tornava a Germania. Quindi si trova
Arduino risalito in forze ne' suoi comitati soliti, e prender Vercelli
e forse Novara, ed allearsi con Oberto II d'Este ed altri potenti
conti e marchesi, e porre un parente suo vescovo in Asti, ed opporvisi
Arnulfo l'arcivescovo di Milano, il gran nemico di lui. E quindi a un
tratto, senza che si veda bene il perché, Arduino piú che mai
abbandonato, ovvero stanco o infermo, si fa monaco all'abazia di
Fruttuaria, dove poi muore addí 29 ottobre 1015. Uno degli uomini piú
variamente giudicati nella nostra storia, re legittimo, usurpatore,
scomunicato, santo fondator di monasteri; ad ogni modo ultimo italiano
che abbia osato por mano alla corona d'Italia.--Né, rimasto solo re
Arrigo II, se ne mutano le condizioni nostre. Egli continua in
Germania, e l'Italia resta abbandonata a sé. I saracini di Sicilia
fanno una discesa contra Salerno; ed ivi dicesi combattessero per la
prima volta in Italia alcuni normanni (di quelli giá stanziati nella
provincia francese detta da essi Normandia) lá capitati tornando
pellegrini da Terrasanta; e seguissero alcuni altri pellegrini a San
Michele del monte Gargano in aiuto a Mele, il cittadino liberatore di
Bari, ed a' principi longobardi: piccoli inizi di gran regno. I
saracini di Sardegna (giacché questa e Corsica, passate giá
dall'imperio orientale all'occidentale, erano state occupate da que'
barbari) scesero a Luni, e furono cacciati da un naviglio raccolto dal
papa [1016]. Poi genovesi e pisani scendono in Sardegna, e ne cacciano
i saracini; e difesala contro nuove discese, vi si stabiliscono, e se
la disputano a lungo [1017]. E vedesi quindi, anche piú che dagli
altri fatti precedenti, come le cittá italiane, non libere ancora nel
loro interno comunque retto da' loro conti o vescovi o capitani,
avessero pure al di fuori una qualsifosse autonomia. Nel 1020, papa
Benedetto e Mele vanno alla corte imperiale tedesca ad implorar aiuto
contro a' greci; ma il lento imperatore non iscende se non al fine del
1021. Entra quindi con un grand'esercito in Benevento, fa riconoscer
il suo imperio da que' duchi e dagli altri longobardi, e da Napoli ed
altre cittá greche e libere; e distribuiti colá contadi e castelli,
risale a Toscana, a Lombardia, a Germania [1022]; dov'egli muore nel
1024. Egli e la imperatrice sua Cunegonda furono poi amendue
santificati. E, morti senza figliuoli, terminò la casa imperiale e
reale di Sassonia.


13. La casa de' Franconi o Ghibellini. Corrado il salico
[1024-1039].--Incomincia quindi la nuova casa detta de' Vibellini, o
Ghibellini, dal castello di Weibelingen lor culla, e de' Franconi,
dalla provincia dove eran cresciuti e fattisi duchi prima di salire al
regno ed all'imperio. E perché le mutazioni di dinastie sogliono
essere insieme effetti e cause di nuove condizioni nazionali, perciò
da esse si dividono opportunamente le storie di parecchie altre
nazioni, e perciò parecchi storici imitatori cosí dividon la nostra.
Ma molto inopportunamente questi, a parer mio. Perciocché, quando i re
son di due nazioni, le mutazioni di dinastie si fanno secondo le
mutazioni della nazione dov'elle sono nazionali, e non di quella dove
elle sono straniere; ondeché queste mutazioni di dinastie, patite e
non fatte da noi, non sono se non segno nuovo di solita sofferenza e
non di mutazioni nazionali nostre. Le quali poi in Italia venner da
altro, e appunto in bel mezzo della presente dinastia.--Eletto dunque
re in Germania Corrado duca di Franconia, egli rimaneva, secondo il
diritto germanico, re d'Italia. Ma non secondo il diritto italico. I
tedeschi eran venuti piú e piú a noia. Appena saputa la morte di
Arrigo il santo, i pavesi avean a furia di popolo distrutto il palazzo
regio di lor cittá. Quindi Maginfredo conte e marchese di Torino,
Alrico vescovo d'Asti fratello di lui, i marchesi d'Este ed altri
grandi offrono la corona a Roberto re di Francia, secondo de' Capezi,
per lui o suo figlio; e rifiutati, a Guglielmo duca d'Aquitania pur
per lui o suo figlio; e il duca viene a Italia, guarda, esamina, e va
via. Tanto era caduta ancor da vent'anni la misera corona, non piú
osata cingere da nessuno di que' marchesi italiani, portata fuori ad
offrir qua e lá, e rifiutata da ciascuno per non mettersi in nostre
divisioni, nostri odii, nostre invidiuzze, direi quasi nostri
pettegolezzi. Intanto Ariberto, arcivescovo potentissimo di Milano,
tronca i dubbi, e va a Germania a far omaggio a Corrado ed incoronarlo
[1025]. Scende questi poco appresso [1026], e con grand'oste muove
contro a Pavia; ma trovatala forte, va a farsi incoronar a Monza, e
poi prende cittá e castella, e viene a Ravenna, dove nasce nuova
baruffa tra tedeschi e cittadini, torna a Milano, passa l'inverno in
Ivrea. L'anno appresso [1027] passa per Toscana e si fa incoronare
imperatore in Roma da papa Giovanni XIX; ed ivi terza baruffa tra
romani e tedeschi. Tutto inutile. Scende a Benevento e Capua, e vi si
fa riconoscere all'intorno, risale a Roma, a Ravenna, a Verona, a
Germania, lasciando tranquilli i pavesi, a patto che riedifichino il
palazzo. Resta Ariberto con quella potenza di vicario imperiale, che
incominciavano a dar gl'imperatori a' lor aderenti principali qua e
lá. Era naturale; gl'imperatori non potendo far valer essi da lungi
lor autoritá indeterminata, sconosciuta, la trasmettevano qual era,
per valer ciò che potesse, a qualche grande che paresse poterlo da
vicino. Nel 1032, egli Ariberto e Bonifazio, marchese di Toscana,
guidano un esercito d'italiani in aiuto a Corrado che prese il regno
di Borgogna finito allora in Rodolfo. Nel 1035, scoppia tra
l'arcivescovo e i suoi valvassori di Milano una guerra grave, e molto
notevole a far intendere le condizioni di quella societá feodale cosí
diversa dalla nostra. Perciocché sembra ne sorgessero allora piú o
meno delle simili in Italia, ed anche fuori, tra i vassalli grandi, o,
come si diceano, «capitani seniori», o signori, e i valvassori piccoli
o «iuniori». Era finito il secol d'oro di quelli, incominciava di
questi; era un principio di quell'emancipazione delle classi inferiori
dalle superiori che dura d'allora in poi. Combattessi in Milano, i
piccoli valvassori n'usciron vinti: ma si fecer forti de' lor pari
alla campagna; e tutti insieme alzarono una lega, un tumulto, che
chiamossi «la Motta» (e voleva probabilmente dire «ammottinamento»), e
andò allargandosi via via. Scende allora [fine 1036] Corrado a
giudicar e compor questi nuovi turbamenti; e favorisce la Motta contra
l'arcivescovo, i valvassori piccoli contro a' vassalli grandi. Era
naturale, era séguito della politica imperiale, che vedemmo dividere i
ducati in comitati; i comitati grandi in piccoli, od in giurisdizion
del vescovo entro alla cittá e il «corpo santo», e comitato diventato
rurale; o piuttosto è politica di tutti i grandissimi, che contro a'
grandi innalzano i piccoli. E cosí Corrado tiene prima a bada Ariberto
accorso in sua corte, e poscia in Pavia fa prender lui, e qua e lá
altri vescovi. Ariberto ubbriaca, dicesi, i tedeschi che gli erano a
guardia, e fugge a Milano. Vienvi a campo l'imperadore, e sfoga il
dispetto contra terre e castella; e poi, rotto dall'arcivescovo e
milanesi, si ritragge a Cremona, e poi a Parma, dove sorge la solita
baruffa tra popolo e tedeschi. E fu durante l'assedio di Milano, addí
28 maggio, che Corrado fece la sua famosa costituzione de' feudi, in
che appunto ei protegge i feudatari piccoli contro a' grandi, e li fa
ereditari: quella costituzione che fu giá detta perfezione del bel
sistema feodale, che noi diremo nuovo passo a libertá. E fu pur da
questo assedio che incominciò Milano ad essere antitedesca; e perciò,
per le solite emulazioni de' vicini italiani, diventò all'incontro
tedesca Pavia; un rovesciamento di parti, onde vedrem sorgere maggiori
pericoli e rovine, ma maggior potenza e gloria a Milano. Sciolto
dall'assedio, l'arcivescovo vittorioso offrí la corona al conte di
Sciampagna; e dicesi questi l'accettasse, ma appunto allora ei morí.
Ad ogni modo, l'imperatore chiamato da papa Benedetto IX, che si
trovava ne' medesimi frangenti co' suoi baroni, fu [1038] a Roma, dove
ripose il papa in potenza, e poi a Capua e Benevento alle solite
contese di colá; le quali poi lasciando, non men che quelle di Milano,
ei risalí a Germania, e vi morí l'anno appresso [1039]. Intanto
Ariberto, pressato da' vicini di parte imperiale e da' propri
valvassori, seguiva la medesima arte che l'imperatore, quella solita
di sollevar contro ai propri minori i minimi, i popolani cittadini o
campagnuoli da lui dipendenti. E perché questi non erano come i militi
a cavallo, ma povera gente a piè, dava ad essi a stendardo, a segno di
raccolta in battaglia, quel carro grave, tirato da buoi, e portante
una campana, che era stato usato giá da' monaci certamente (vedi
_Cronaca della Novalesa_), e forse da' vescovi, a raccoglier le tasse
di lor dipendenti; e che accresciuto quando che sia della croce, e
d'un intiero altare a dirvi messa e dar benedizione a' combattenti, fu
ora chiamato il «carroccio»; e fu usato poi da quasi tutte le cittá
italiane, troppo di rado sacro nelle guerre d'indipendenza, troppo
sovente sacrilego nelle civili di cittá a cittá, o di cittadini a
concittadini, famoso ad ogni modo nelle nostre storie. Sarebbe bello a
qualche principe italiano restaurar, rimodernandola, la nazionale e
devota usanza. Ma, mentre in Germania si rinnovano quanti si possono
di siffatti sussidi allo spirito di nazionalitá, in Italia si
disprezzano come erudizioni del passato, o sogni dell'avvenire.


14. Arrigo III [1039-1056].--A Corrado successe incontrastato oramai di lá
e di qua dalle Alpi il figlio di lui Arrigo III, il miglior forse della
casa Ghibellina. Fece subito pace con Ariberto; e pare che una pure ne
seguisse tra questo e i valvassori o mottesi. Ma rinnovatisi i turbamenti
[1041], fu cacciato l'arcivescovo co' capitani o nobili principali; mentre
rimasero riuniti in cittá i mottesi e il popolo sotto uno di essi o de'
capitani, seguíto forse da altri. Il quale si chiamava Lanzone, e merita
essere nominato qui, perché diede uno de' piú santi esempi rammentati da
nostra storia; un esempio che dicesi imitato a' nostri dí in modo piú puro
ancora, e da un uomo anche piú grande. Stretto Lanzone una volta
dall'arcivescovo e dai capitani, fu a Germania, ed ebbe da Arrigo promessa
d'un forte aiuto. Ma ripatriato persuase i cittadini, mottesi e grandi, a
non aspettarlo, a far accordo tra sé, a depor l'armi civili prima che
giungessero le straniere [1044]. E cosí in quella Milano, che fu (e il
vedremo dimostrato nell'etá seguente) modello alle costituzioni libere
delle cittá lombarde, trovasi questa cosí avanzata fin d'ora, che si
potrebbe quasi dire compiuta; se non che, quanto piú studiammo questa
materia, tanto piú ci parve non doversi dire veramente compiuta, se non
quando, al fine del presente secolo, fu istituito il governo de' consoli. E
quindi diremo questo se non piú che nuovo passo fatto a tale costituzione.
Ma osserveremo intanto, che ei fu fatto far qui, e indubitabilmente pure in
tutte le altre cittá, dalla riunione di tutte le classi o condizioni di
cittadini, de' grandi o capitani, de' medii o valvassori o mottesi o
semplici militi, e de' popolani grassi, come si dissero allora, e si
direbbono ora borghesi, e de' popolani minori delle «gilde» od arti
diverse. Perciocché questo appunto fu accennato dalla parola di «comune» o
«comunio», la quale fin d'ora si vien trovando qua e lá; quest'unione o
comunione o fratellanza delle classi, fu quella che fece la libertá, la
forza, la grandezza, l'eroismo, la gloria delle cittá italiane, finché
durò; fu quella che, cessando poi, lasciolle deboli, impotenti, abbandonate
ad ogni preponderanza e prepotenza straniera. Se io avessi trovato, che la
libertá comunale, gloria dell'etá seguente, fosse dovuta ad una delle
classi cittadine esclusivamente, io avrei adempiuto al dovere ingrato di
dire tal veritá. Ma la veritá, grazie a Dio, ricomincia qui finalmente ad
esser bella a dire; ed è, del resto, veritá trita, montando a ciò, insomma,
che la forza è sempre fatta dall'unione.--Morí Ariberto l'anno appresso
[1045]; men lodevol prelato che non gran signore feodale, ei ci ritrae la
condizione di quasi tutti quei vescovi, abati ed uomini di chiesa di
quell'etá. Disputatane la successione, rimase eletto, benché ingrato al suo
popolo, Arialdo d'Alzate notaio d'Arrigo III. Il quale (conseguenza
dell'esser diventati veri feudi le sedi ecclesiastiche) piú che mai
s'immischiava nelle loro elezioni; e in quella principalmente della Sedia
romana, considerata oramai dagli imperatori quasi sommo di que' feudi,
mentre quella Sedia pretendeva talora, esser l'imperio quasi feudo della
Chiesa romana. A comporre tutto ciò scese dunque Arrigo III nel 1046. Passò
a Milano, venne a Roma. Dove durava, od anzi era giunta al suo estremo, la
corruzione sotto Benedetto IX, terzo di que' papi della casa dei conti di
Tusculo, discendenti di Teodora, Marozia ed Alberico: nella quale, se il
papato fosse ufficio soggetto alle semplici probabilitá umane, esso avrebbe
potuto farsi cosí ereditario. Giovane od anzi adolescente, dissoluto e
scellerato, Benedetto non fu sofferto da' romani, che gli contraposero per
poco un Silvestro III, poi Gregorio VI, un pio e sant'uomo; dal quale fin
d'allora trovasi innalzato nella curia romana quell'Ildebrando, che dominò
non essa sola, ma tutta la sua etá quasi sempre d'allora in poi.--Ma,
giunto ora Arrigo e convocato un concilio, Gregorio depose il pontificato,
e con Ildebrando si ritrasse a Cluny in Francia; e deposti gli altri due,
fu eletto Clemente II, un tedesco, a cui succedettero altri poi (giustizia
a tutti) tutti buoni. Cosí finí lo scandalo dei papi Tusculani e degli
altri corrottissimi, per l'intervenzione imperiale; ondeché non s'oserebbe
dir qui il rimedio peggior che il male, se non fosse che quella
intervenzione era stata causa essa stessa delle cattive elezioni e della
corruzione; e non fu dunque qui se non caso buono di pessima usanza. Ad
ogni modo, fattosi incoronar Arrigo, fece la solita punta a Capua e
Benevento, e poi per Verona risalí a Germania [1047]. Morí nel medesimo
anno Clemente II, dopo aver fatto contro alle elezioni simoniache uno di
que' decreti pontificali, che incominciarono la riforma della Chiesa. E
risalí poi Benedetto IX il Tusculano; ma fu tra breve ricacciato da Damaso,
un secondo tedesco. Il quale pur morto, successe un terzo, Leone IX, eletto
in Germania, che passando a Cluny, s'abboccò con Ildebrando, trasselo seco
a Roma, dove per consiglio di lui si fece rieleggere canonicamente. E con
tal consiglio pontificò poi gloriosamente, e incominciò e proseguí quelle
due guerre ecclesiastiche contro alla simonia ed al concubinato, e quella
temporale contro ai principi beneventani, che furono poi tre delle opere
maggiori d'Ildebrando stesso. E in una di queste guerre [1053] rimase il
papa alcun tempo prigione de' normanni. Morto [1054] il quale, andò
Ildebrando a Germania, a combinare l'elezione del successore, che fu
Vittore II, un quarto tedesco.--L'anno appresso [1055] scese Arrigo III
contra Goffredo di Lorena, giá suo nemico colá, e che avendo testé sposata
Beatrice vedova di Bonifazio marchese di Toscana, ed avendo un fratello
cardinale, era diventato potente in Italia. Arrigo dunque fece prigione o
statica Beatrice, sforzò Goffredo ad uscir a Francia, e il cardinale a
chiudersi in Montecassino. E risalito egli stesso in Germania, vi morí
l'anno appresso 1056.


15. Arrigo IV [1056-1073].--Un tedesco ed acatolico, ma robusto e
sincero scrittore di storia italiana, giudica cosí Arrigo IV, e con
lui gli altri imperatori e re di casa Ghibellina: «Proprio di quella
casa fu il farsi lecito ogni mezzo di potenza. Tuttavia Corrado e i
due Arrighi III e V ebbero forte volontá, coraggio e vasto ingegno;
Arrigo IV, all'incontro, giunse d'una in altra stravaganza giovanile
ad ogni sfrenatezza, all'ultima indifferenza tra mezzi buoni o
cattivi. [1]. Succedette anch'egli senza contrasto colá e qua. Ma
fanciullo di sei anni, la tutela di lui fu prima di Agnese sua madre,
poi di Annone arcivescovo di Colonia, uno zelante anzi austero
prelato, poi di Adelberto di Brema tutto diverso, i quali ei prese in
ira a vicenda, e con essi forse ogni uom di chiesa. D'anni quindici
[1065], fu dichiarato maggiorenne; d'anni diciassette disposato a
Berta figliuola di Odone di Savoia e d'Adelaide di Torino; erede
quello della potenza nuova de' conti di Savoia, questa dell'antica dei
conti e marchesi di Torino; padre e madre amendue di que' principi
alpigiani, che si vedono giá grandi fin d'allora in Italia, che
veggiam ora riunire con felici auspizi tutta l'antica Liguria, tutta
l'Italia occidentale. Ma il giovane corrottissimo disprezzò, e, se si
creda a' contemporanei, vituperò infamemente la sposa fin dal 1069.
Tentò ripudiarla, ma ne fu impedito, tra per la paura di Rodolfo duca
di Svevia che aveva a moglie un'altra Savoiarda sorella della misera
regina, e l'intervenzione di Pier Damiano, un altro zelante e santo
prelato lá mandato dal papa, e per la dolce e sofferente virtú della
giovinetta essa stessa. Ma si rivolse poi colá in Germania contro
l'inviso cognato di Svevia, e contro a' sassoni ribellati per suo mal
governo, e contra un duca di Baviera pur ribellato o temuto
ribellarsi; e spogliò questo del ducato, e diedelo a Guelfo, congiunto
in qualunque modo dello spogliato, italiano ad ogni modo e di casa
d'Este; il quale fu cosí stipite di quegli Estensi tedeschi che
tennero poi e tengono tanti troni settentrionali, di quegli Estensi o
Guelfi che, cosí innalzati dalla casa Ghibellina, furono poi gli emuli
di essa, e diedero il nome a tutti gli avversari di essa.--L'Italia
intanto, mentre tutto ciò si travagliava in Germania, rimaneva, non
tranquilla, ma abbandonata a sé, a' propri destini; e vi si avanzava
in Roma, in Toscana, in Milano, che furono i tre fomiti delle
crescenti libertá italiane; il primo delle ecclestiastiche, il secondo
delle feudali, il terzo delle cittadine. Morto Vittore II nel 1057, fu
eletto, e prese nome di Stefano IX, quel fratello che dicemmo di
Goffredo di Lorena, il marito di Matilde, restituito allor duca di
Toscana; e fu un altro buono di que' papi tedeschi, e piú potente che
gli altri. Perciocché questi duchi toscani erano sempre venuti
crescendo in tutto il presente secolo, e di parecchi di essi si
narrano pompe, sfarzi, ricchezze meravigliose, e che parrebbero
incredibili in quell'etá; se non fosse che, signori supremi essi di
Pisa, ma mezzo libera questa, e operosa oltre ogni altra cittá
contemporanea in traffichi e navigazioni, fu naturale che se ne
accrescessero in qualunque modo le ricchezze di que' Bonifazi antenati
di Beatrice e Matilde. E dicesi anzi che Stefano IX disegnasse far il
fratello re d'Italia indipendente, e giá ne trattasse a
Costantinopoli; ma morí pur troppo, egli il papa, l'anno appresso
1058.--Succedette Nicolò II, italiano, vescovo di Firenze, eletto
dunque, come pare, per la medesima grande influenza toscana. Ed egli
pure avanzò l'opera della riforma dei simoniaci e dei concubinari, e
quella insieme delle libertá ecclesiastiche. Egli fu che in concilio
diede a' paroci, o «preti cardinali», della cittá di Roma la elezione
de' papi, i quali cosí non rimasero piú se non da acclamarsi o
confermarsi dal rimanente clero o popolo romano e poi dagli
imperatori. E trattando e guerreggiando intorno a Roma ed in Puglia,
accrebbe la Sede; e die' la mano in Lombardia a' vescovi di Vercelli,
di Piacenza ed altri zelanti o riformatori, ed ai popoli sollevatisi
via via per la riforma, contro ai vescovi di Milano, di Pavia, d'Asti
ed altri che vi resistevano, od erano di fatto o nell'opinione
simoniaci. Tanto cresceva e poteva giá quest'opinione popolare, la
quale se non si trova cosí chiaramente espressa nella storia de'
secoli oscuri come degli splendidi, in quelli pure si manifesta a chi
non isdegni cercarla. Il piú ardente poi di questi secolari aiutanti
alla riforma fu Erlembaldo di Milano; il quale dicesi vi fosse acceso
per una offesa fatta all'onor di sua donna da uno degli ecclesiastici
corrotti. Venuto a Roma per aiuti, vi trovò morto giá papa Nicolò II
[1061], e succedutogli Anselmo da Bagio uno degli zelanti milanesi,
giá vescovo di Lucca, or papa Alessandro II. Il quale, tra per queste
aderenze di Lombardia e Toscana, e il men breve pontificato, e la
propria fortezza, e i conforti d'Ildebrando sempre piú grande nella
curia romana, fu immediato e degnissimo predecessore, nel tempo di
Gregorio VII, nel nome di Alessandro III, del piú grande e del piú
italiano fra' papi. Eletto nella nuova e piú libera forma, e sia che
trascurasse o no la conferma imperiale, non fu riconosciuto dalla
parte tedesca, che gli oppose Cadaloo vescovo di Parma. Quindi a
complicarsi in tutta Italia le parti dei due, e dell'imperio e delle
cittá, e degli zelanti e de' nemici della riforma, e d'italiani e
tedeschi, e duchi di Toscana e Normanni di Puglia, fino al 1066, che
per opera di Annone di Colonia e d'Ildebrando fu deposto Cadaloo.
Crebbe piú che mai la parte papalina poco appresso [1069] per le nozze
di Matilde, la giovane e ricca figlia di Beatrice, con Goffredo
Lorenese, figlio del marito di questa e successore di lui nel ducato
di Toscana. Se non che, deforme e dappoco costui, non par che fossero
felici e non furono feconde tali nozze; e Goffredo fu piú sovente a
sua Lorena che non in Italia, dove rimase e poté poi molto Matilde.
Finalmente, se non prima, certo al principio del 1073, papa Alessandro
si rivolse a comporre le cose di Germania peggio che mai sconvolte.
Venuti di lá lo zelante Annone con due altri arcivescovi tedeschi, ei
li ricevette a Lucca, presso alle sue alleate, le due grandi contesse;
e forte di tal aiuto, e di quello dell'opinione italiana, e del grande
accrescimento preso da venticinque anni dalla potenza papale, rinnovò
ed oltrepassò l'esempio de' papi giudici de' re Carolingi. Rimandando
a Germania gli arcivescovi tedeschi, citò a render conto degli atti
simoniaci e degli altri misfatti Arrigo imperatore eletto, re di
Germania e d'Italia. Cosí s'aprí la gran contesa dell'Imperio e della
Chiesa. E morendo poco dopo [1073] papa Alessandro II, lasciolla in
retaggio a un successore degno, anzi maggiore, di lui.

  [1] LEO, I, 406, ediz. tedesca.]


16. Coltura.--Nei tre secoli che corsero dal 774 a questo 1073, la
coltura cristiana universale, imbarbarita sotto ai barbari, ebbe un
primo risorgimento incontrastabile da Carlomagno al principio del
secolo nono; si fermò senza progredire, ed anzi di nuovo retrocedette
sotto gli ultimi Carolingi, e tra le contese dei re, regoli e marchesi
lor successori, dalla metá del secolo nono a tutto il decimo: e
ripigliò poi un tal qual moto progressivo nella prima metá, uno certo
e giá rapido in questa seconda metá del secolo undecimo a cui siam
giunti.--L'Italia ebbe poca parte al risorgimento di Carlomagno; tutto
vi fu opera personale di lui e di quell'Alcuino sassone-inglese
[726-804], ch'egli aveva chiamato e tenuto sovente in corte, e tanto
che il vedemmo consigliere forse alla restaurazione dell'imperio. Tra
i due, istituirono nel palazzo una vera academia; i membri della
quale, non esclusi il vecchio e vittorioso imperatore che non sapeva
scrivere, e i suoi figliuoli e forse alcuni di quelli che noi
chiamiamo i «paladini», e non dovevano esser guari piú colti, tutti
quanti preser nomi academici di Davide, Platone od altri; precursori,
piú compatibili allora, di nostre ragazzate del Seicento e Settecento.
Non saprei dire se l'Italia fornisse di questi academici primitivi. Il
piú che si trovi preso da Carlomagno in Italia fu la musica corale, il
canto fermo romano; di che istituí scuole in Francia, e in che,
dicono, facessesi colá poco progresso. Né so s'io mi rida, o s'io
abbia a dar vanto all'Italia di questo antichissimo primato della
musica, il quale solo or ci resta. Direi, che se non fosse solo,
sarebbe da gloriarcene certamente; ma che, finché è solo, piú mi
accuora il difetto degli altri, che non mi rallegra la perseveranza di
questo; e conchiuderei doverci pur esser cara, e poter anche esserci
utile la nostra musica, se da semplice trastullo o da molle
consolazione ch'ella è a' nostri mali, la sapesse alcuno sollevare a'
virili e virtuosi incitamenti. La musica, certo rozzissima, de' greci
antichi fu pur da essi tenuta per mezzo politico non dispregevole a
conformare gli animi loro virili; perché non sarebbe pur tale la
musica tanto progredita? Ad ogni modo, un gran progresso di essa
fecesi in Italia, verso il principio del secolo undecimo, per opera di
Guido d'Arezzo monaco; il quale inventò, non saprei ben dire, e credo
si disputi, se la divisione delle sette note dell'ottava, o la
scrittura di esse che serví d'allora in poi, o se solamente i loro
nomi.--Del resto, poco o nulla produsse l'Italia nei secoli nono e
decimo; e non è se non appunto tra tal mancanza, che restano degni di
essere accennati Agnello, Anastasio bibliotecario ed Erchemperto,
compilatori delle vite degli arcivescovi di Ravenna, de' papi, e de'
principi beneventani; Liutprando, storico di que' brutti tempi de'
marchesi italiani in cui operò; e i due anonimi salernitano e
beneventano, continuatori di Erchemperto. I cronachisti, per poveri
che sieno, hanno sugli altri cattivi scrittori questo vantaggio, di
rimanere preziosi per li fatti serbati. Al principio del secolo
undecimo poi, risplende anche in Italia, dove fu monaco in Bobbio, e
poi papa buono fra molti cattivi, quel Gerberto francese, da cui
alcuni contano il risorgimento delle colture, piú o meno progredite
sempre d'allora in poi; e il quale dicono le prendesse dagli arabi di
Spagna, a cui noi dovremmo dunque originariamente quel risorgimento.
Ma mi pare grande illusione, gran pregiudizio questo dell'origine
arabica della coltura di Gerberto; la quale in gran parte fu teologica
cristiana, e quanto alla parte matematica ed astronomica ed
astrologica, io non so se fosse cosí gran cosa da aver prodotto frutto
di conto allora o poi. Uno scrittor modernissimo attribuisce bensí a
Gerberto l'introduzione delle cifre decimali dette «arabiche»,
attribuita giá a Leonardo Fibonacci; ma appunto il medesimo scrittore
(Chasles) nega che fosse invenzione degli arabi. Il fatto sta, che
questo secondo e vero risorgimento, detto «del mille», non fu se non
del fine di quel secolo undecimo; e fu tutto ecclesiastico, di
ecclesiastici scrittori e d'ecclesiastica coltura; non fu se non come
un episodio, una parte, una conseguenza del gran risorgimento
ecclesiastico che vedemmo incominciare sotto i papi tedeschi, ed
ingrandirsi giá sotto a parecchi italiani, spinti a ciò
probabilissimamente da quel grande intelletto, e massime gran cuore,
grand'animo d'Ildebrando, che lo doveva compiere poi. E il fatto sta,
che la parte letteraria di tal risorgimento fu quasi tutta italiana. I
nomi di san Pier Damiano [988-1072], Lanfranco [1005-1089],
sant'Anselmo di Lucca, oltre parecchi altri, e sopra tutti
sant'Anselmo d'Aosta [1033-1109], che fu per due secoli, fino a san
Tomaso, il piú gran teologo e filosofo d'Italia e della cristianitá,
pongono fuor di dubbio questo antichissimo primato della coltura
italiana; e confermano, del resto, ciò che sará forse giá stato
osservato dagli attenti leggitori; che le grandi opere di Gregorio VII
non furono di lui solamente, ma di parecchi insieme, di tutto il
secolo di lui; che Gregorio VII, come tutti gli altri variamente
grandi, non fu grande solitario ma accompagnato; il piú grande fra uno
stuolo di grandi; un grandissimo che non disdegna né invidia gli
altri, ma se n'aiuta. Del rimanente, e tutti questi, ed altri non
nominati, ed Ildebrando stesso, e tutto il risorgimento vennero senza
dubbio dalle numerose riforme di monaci fattesi in questo secolo, da'
monasteri. Ogni cosa ha il tempo suo, e non è cecitá piú nociva ad
ogni retta intelligenza della storia, che non saper veder la grandezza
antica delle cose impicciolite poi.--Finalmente, fu altra parte del
medesimo risorgimento ecclesiastico, il risorgimento di quella che è
sempre primogenita fra le arti del disegno, dell'architettura. Nei
secoli stessi piú barbari, i papi edificarono per vero dire, ed
ornarono chiese in Roma; ma barbaramente allora. All'incontro nel
secolo decimo i veneziani incominciarono San Marco, e fu certamente
grand'opera, principio di risorgimento. Tuttavia fu ancora
architettura bizantina, greca, non nostra, e d'artisti probabilmente
non nostri; come, del resto, quel poco che avemmo allora dell'altre
due arti. Ma è monumento d'arte giá diversa, e che perciò può
incominciare a chiamarsi «italiana», il duomo di Pisa, incominciato da
Buschetto, italiano, nel 1016, finito nel 1092, edificato in gran
parte di ruderi antichi, e in istile che non si può piú dir né romano
decaduto, né longobardo, né greco, né arabo, ma quasi eclectico e giá
originale. Perciocché questo fu fin da principio, nell'arti, come poi
nelle lettere, il carattere dell'originalitá italiana; che ella
risultò appunto dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che
pareva bello ad ogni volta, senza esclusioni né impegni né quasi
scuola, senza insomma quelle grettezze di nazionalitá che si vanno ora
predicando. Queste non si vorrebber porre nemmen nella politica, dove
son piú dannose; ma caccinsi almeno dalle lettere, o almen almeno
dall'arti, che sono universali di natura loro.--Ad ogni modo e in due
parole, furono notevolissimi due risorgimenti di coltura italiana
nell'etá che or lasciamo; quelli della teologia e dell'architettura;
ed amendue evidentemente ecclesiastici.



LIBRO SESTO

ETÁ SESTA: DEI COMUNI

(anni 1073-1492).


1. Gregorio VII e l'etá seguente, in generale.--Gli uomini veramente
grandi, Camillo, Cesare, Carlomagno, Gregorio VII, hanno il privilegio
di dar principio a nuove etá. È naturale: essi non furono cosí grandi,
se non perché sorgendo i loro grandi animi in mezzo alla piú grande
delle umane occasioni, quando le generazioni, stanche di lor cattive
condizioni, hanno bisogno e desiderio di mutarle, essi seppero porsi a
capo di tale desiderio, lo secondarono, lo guidarono, lo effettuarono.
Gli animi nati grandi ma senza occasioni, gli animi nati grandi ma
rivoltisi contro alle occasioni, non fanno frutto d'utilitá né di
gloria; sono simili a que' semi sovrabbondantemente sparsi anche nella
creazione materiale, affinché ne frutti dei mille uno, e gli altri
manifestino l'oltrepotenza del Creatore.--La grande occasione in che
sorse Gregorio VII, noi, se non ci siamo ingannati, l'abbiamo giá
dichiarata via via. Da presso a tre secoli pativano i popoli, pativano
e s'erano corrotti gli ecclesiastici universalmente, piú quelli
d'Italia, piú di tutti quelli di Roma, per il mal inventato imperio,
per il mal perfezionatosi sistema feodale; popoli e chiese, e chiesa
romana principalmente, avevano desiderio, necessitá di uscir di tali
patimenti e corruzioni, di liberarsi e restaurarsi. Quando uno de'
primi papi buoni che risorsero, Gregorio VI, ebbe innalzato nella
curia romana Ildebrando, da quel dí [1044-1046] tutto, incominciando
da quello stesso papa dubbiosamente eletto, tutto si riforma, si
restaura, si migliora colá e da colá; elezioni e regole di elezioni
dei papi, elezioni dei vescovi, costumi ecclesiastici in generale. E
per trent'anni poi proseguesi l'opera, senza dar un passo indietro;
ondeché tutti gli storici videro qui un'impulsione, un'opera
personale, quella d'Ildebrando presente e potente.--Salito ora esso
stesso Ildebrando al papato [1073], qual fu l'opera di lui? Diciamolo,
come si conviene alla nostra brevitá, ad un tratto: fu né piú né meno
che continuazione dell'opera precedente, della restaurazione della
Chiesa in generale, della chiesa romana in particolare. La quale
restaurazione poi comprendeva: 1^o l'abolizione del concubinato degli
ecclesiastici, il rinnovamento e stabilimento definitivo di lor
celibato; 2^o l'abolizione delle elezioni simoniache feodali; 3^o la
liberazione soprattutto della chiesa romana da quella condizione di
feudo imperiale, che era pretesa dalla corte germanica; 4^o quindi, di
necessitá, la restaurazione della chiesa romana, nella pretesa
contraria, ma antica, ma originaria, ma inevitabile dal dí del Natale
799, d'incoronare e proclamare, e quindi confermare e perciò giudicare
l'imperatore. Pretesa esorbitante, sia pure; ma a chi la colpa? A
Carlomagno che aveva cosí fondato l'imperio, all'imperio cosí fondato;
5^o finalmente, quella che altri chiama perfezione e noi chiamiamo
confusione, caos feodale, aveva da per tutto sottoposti molti feudi
laici a questa o quella chiesa vescovile od abbazia, e n'aveva
sottoposti tanto piú alla chiesa somma romana: parecchi ducati
longobardi e normanni a mezzodí d'Italia, Sardegna, Corsica, alcuni
regni spagnuoli, e via via. E fu quindi anche opera naturale di
Gregorio VII rivendicar tutte queste pretese. Le quali dicansi pur di
nuovo cattive da' filosofi o politici, noi contradiremo loro meno che
mai. Ma che gli storici e biografi di Gregorio VII, non attendendo a
niun fatto precedente, gli attribuiscano un progetto, un'idea,
un'invenzione di non so qual monarchia universale, che sarebbe stata
tutta contraria alle idee, alle possibilitá di questa etá, la quale
giá aveva la monarchia universale dell'imperio; questa mi pare una
delle piú antistoriche fra le molte antistoriche spiegazioni che si
dánno della storia. Gregorio VII non fece questa, non fece nessuna
invenzione nuova; non fece, tutt'al piú, se non il disegno di
restaurar la Chiesa in tutti i diritti suoi allora esistenti; e
siffatto disegno era in tutto legittimo, e in molte parti utile,
grande, e conforme ai bisogni, ai desidèri, di quell'etá; era una
reazione naturalissima. Eccedette egli ne' mezzi? Siam per vederlo e
per dirlo schiettamente, come il vedremo via via.--Ma fin di qua
dobbiamo far osservare a' nostri leggitori italiani, che dal
proseguimento di questo disegno di Gregorio VII, dall'abbattimento
ch'ei procacciò cosí alla potenza imperiale, sorse indubitabilmente e
finalmente (senza che forse ei vi mirasse), sorse, lui vivente o
pochissimi anni appresso, il compimento della costituzione de' comuni
italiani, il loro governo consolare. E perciò qui cominciamo l'etá di
questi comuni. Della quale, copiosissima d'eventi, ci sará piú che mai
necessario distinguere le suddivisioni; e ci pare poterle fare molto
naturalmente, di secolo in secolo, da quest'ultimo quarto
dell'undecimo, all'ultimo quarto via via de' quattro successivi.


2. Pontificato di Gregorio VII [1073-1085].--Gregorio VII era vecchio
d'intorno a sessant'anni, quando, appena sepolto il predecessore, ei fu
(suo malgrado, dicesi) acclamato papa, senz'altra elezione, dal clero e dal
popolo romano. Incominciò con grandissima moderazione verso Arrigo;
sottoposesi, secondo il costume, all'approvazione di lui, non die' séguito
per allora alla citazione fatta dal predecessore; si proferse mediatore tra
esso il re e i principi e popoli tedeschi sollevati; e andato a Benevento e
a Capua, vi ricevette il giuramento da Landolfo ultimo de' principi
longobardi di Benevento, e da Riccardo uno di que' principi normanni che
andavan crescendo [1073].--Nel second'anno [1074] di suo pontificato adunò
un gran concilio; e cosí fece quasi ogni anno poi; onde vedesi essere lui
stato uno di que' principi, che, volendo far molto e contro a molti,
sentono aver bisogno pur di molti, e non temono né avversari né amici: i
concili eran allora ai papi ciò che allora ed ora le assemblee nazionali ai
principi secolari, impedimento ai mediocri, nuova forza agli operosi ed
arditi. E cosí, fin da quel primo concilio, Gregorio depose i sacerdoti
concubinari, impose l'obbligazione del celibato a chiunque s'ordinasse,
anatemizzò i simoniaci.--Poi in nuovo concilio [1075] proibí piú
esplicitamente le investiture ecclesiastiche feodali, quelle specialmente
date col pastorale e l'anello (che erano segni non feodali ma
ecclesiastici) da re o signori secolari a vescovi od abati. E questi
decreti sollevarono fin d'allora in tutta la cristianitá numerosissimi
avversari a Gregorio: gli ecclesiastici concubinari, i simoniaci, e i
signori che aveano date le investiture, cosí dichiarate simoniache. Da
qualunque de' quali fosse mosso Cencio o Crescenzio un potente di Roma,
rapí il papa dall'altare la notte di Natale in Santa Maria maggiore, e il
chiuse in una torre sua. Ma prima di giorno fu liberato Gregorio a furia di
popolo. Tutte queste non eran che tempeste giá provate da altri; e ben
altre s'ammassavano contro a quel gran capo di Gregorio VII. I nemici delle
riforme son sempre molti; perché le riforme non si fanno se non quando son
grandi abusi, e i grandi abusi han sempre grandi e molti amici, quasi tutti
coloro che ne approfittano. L'anno appresso [1076], vittorioso giá Arrigo
in Germania convoca in Vormazia una dieta di signori feodali e di
ecclesiastici inquietati in loro sedi e lor vizi; ed ivi annullano
l'elezione giá riconosciuta di Gregorio VII, e lo scomunicano. Chiaro è;
l'iniziativa degli eccessi venne qui dall'imperatore, e dagli amici degli
abusi. Scende un messo imperiale a portar tale sfida in concilio a Roma;
costui è poco men che ucciso tra l'ira che ne sorge; il papa lo salva; e
lascia poi o fa scomunicare Arrigo, che fu molto naturale e secondo il
costume antico; e poi sciogliere i sudditi di lor giuramento di fedeltá,
che Muratori dice cosa nuova «e creduta giusta in quella congiuntura». Né
mi porrò io a troncar in una riga tali questioni su cui si sono scritte
biblioteche, né a risollevar questioni felicemente cadute; dico sí, che in
quella etá, e secondo l'istituzione di Carlomagno, io veggo molto piú
diritto nel papa di depor l'imperatore, che non nell'imperatore (del resto
non incoronato ed assalitore) di deporre il papa.--Ad ogni modo, qui si
vede per chi stava l'opinione universale. Il papa, che s'era concitati
tanti avversari, non ne fu scosso; il re vittorioso fu abbandonato da quasi
tutti. Adunasi [1077] una dieta a Triburia, si tratta di eleggere un nuovo
re, si rimanda la decisione a una nuova dieta indicata ad Augsburg, e vi
s'invita il papa. Questi vi s'avvia con Matilde la gran contessa; giugne a
Vercelli; e udito che scende Arrigo stesso, indietreggiano, si racchiudono
in Canossa, antico e giá storico castello che era or della contessa.
Intanto scende Arrigo con poca comitiva, ma con Berta, la moglie giá
disprezzata ai dolci dí dopo lo sposalizio, or protettrice di lui al dí
della sventura. S'abbocca oltre Alpi con Adelaide ed Amedeo, la torinese ed
il savoiardo madre e fratello di lei; e per averne passaggio concede loro
nuovi comitati, accrescimento a lor potenza giá grande. Quindi varcano il
Moncenisio; e per Torino e Piacenza arrivano tutti insieme a Canossa. Ivi
stava coll'altra gran contessa Gregorio, ricevendo, penitenziando,
assolvendo scomunicati. Arrigo implora, fa implorar il pontefice. Spoglio
degli abiti imperiali è introdotto oltre una prima, oltre una seconda
cinta; rimane tra questa e la terza tre dí; digiunando, tremando,
avviliendosi. Apreglisi finalmente l'ultima porta, s'inginocchia tra que'
grandi e quelle donne, è assolto. Poi Gregorio pontifica, si comunica, ed
offre l'ostia ad Arrigo, che non osa e ricusa. Brutta, eccessiva scena
senza dubbio in tutto, per tutti due, al re che s'avvilí, al pontefice che
l'avvilí; e di che pagarono il fio tutti e due. Ma gli eccessi son quelli
appunto, che fanno spiccar piú chiara la natura d'ogni uomo; e qui Gregorio
avviliendo l'avversario, e pur non scemandolo, anzi restaurandolo
coll'assoluzione, si mostrò senza dubbio tutt'altro che artifizioso o
profondo politico; non altro che ciò che fu sempre, un teologo o piuttosto
un canonista irremovibile ne' diritti che crede suoi; una coscienza ferrea,
un'anima che fa ciò che crede bene, senza pensare un momento a ciò che
avverrá.--Uscito Arrigo di colá, lombardi e tedeschi lo accolgono dapprima
con dispregio, poi con pietá, poi con interesse, e il fanno risollevar
contro al papa. Ma s'adunano gli avversari d'Arrigo in Germania, e fan re
Rodolfo di Svevia cognato di lui. Risale Arrigo, e si tratta e guerreggia
poi tra' due [1078 e 1079], e il papa non approva né disapprova il nuovo
re. Di nuovo è chiaro qui il cattivissimo politico, l'uomo che si modera
venendo a fatti gravi e pensati, il teologo fermo quando (bene o male) vede
chiaro il diritto suo canonico, ma titubante negli affari
umani.--Finalmente [1080] ei si decide e dichiara per Rodolfo; ed Arrigo
aduna, all'incontro, i suoi a Brixen, e fa eleggere antipapa Ghiberto
arcivescovo di Ravenna, uno de' piú scomunicati. Allora, in situazione giá
estrema, diventa, come sogliono i veri grandi, grandissimo Gregorio VII. Fa
pace con Roberto Guiscardo, il piú potente de' duchi normanni che fosse
stato per anco, vero fondatore di quella monarchia; e se ne fa un alleato,
che fu in breve quasi unico. Perciocché, al medesimo dí 15 ottobre le
schiere di Matilde toccano nel Mantovano una gran rotta dalle imperiali, ed
è mortalmente ferito re Rodolfo in un'altra battaglia in Germania. (Il
ducato di Svevia fu allora dato da Arrigo agli Hohenstaufen, che furono poi
i successori della casa, i continuatori dell'opera de' Ghibellini).--Allora
[1081] fa sua seconda e ben diversa discesa Arrigo, or vittorioso ed a capo
d'un grand'esercito. Pone assedio a Firenze, ma n'è respinto; una prima
gloria di quella cittá, che non diremo ancor guelfa, ma giá papalina ed
anti-imperiale; una prima gloria mal avvertita dagli storici fiorentini,
piú attenti a' pettegolezzi interni o vicini, che non alle opere veramente
nazionali di lei. Arrigo poi venne con Ghiberto a campo dinanzi a Roma; ma
ivi pure, respinto dalla malaria, levò l'assedio, e tornò a Toscana e a
Ravenna, dove poi svernò, mentre in Germania si eleggeva contro a lui un
nuovo re, Ermanno di Lorena.--Alla primavera del 1082, ritorna Arrigo
dinanzi a Roma; e di nuovo se ne ritrae alla stagione della malaria, e
risale a Lombardia. Al terzo anno [1083], pone e leva un terzo assedio.
Finalmente al quarto [1084], ei tratta col popolo romano stanco, o, dicono,
compro da lui. Gli sono aperte le porte; il perdurante pontefice co' grandi
che stavan per lui si racchiude in castel Sant'Angelo; e, intronizzato
l'antipapa Ghiberto, da costui poscia è incoronato l'imperatore. Allora
finalmente a muoversi il tardo alleato, Roberto Guiscardo, che erasi
occupato fin allora nell'ingrandirsi in Puglia, e cacciarne i greci e
perseguirli in lor terre; e che, per volersi far loro imperatore, dicono
trascurasse pur troppo l'offerta del regno d'Italia fattagli da Gregorio.
Quante belle occasioni perdute! Ad ogni modo, accorrendo ora Guiscardo con
un grande esercito e suo gran nome, non fu aspettato dall'imperator
dappoco, che risalí quindi in Germania, né dall'antipapa; ondeché egli
entrò facilmente in Roma con sue bande, fra cui erano saracini, e si pose a
ruba ed a sacco ed a fuoco la cittá; e si ricominciò, sollevatisi i romani,
tre dí appresso. Cosí funestamente si trovò allora liberato il pontefice, e
restituito in Roma mezzo distrutta. Quindi, fosse dolore di tal rovina, o
timor degli instabili e compri romani, ei lasciolla con Guiscardo o poco
dopo, e si ridusse con esso a Salerno. E mentre Matilde, raccolto un
esercito contro all'imperatore, gli dava una sconfitta nel Modenese, e il
Guiscardo tornava a sue imprese contro a' greci, lo sventurato pontefice,
forse aspettando miglior ventura, forse vinto, nell'anima no, ma
nell'infermo corpo (gli uomini non son di ferro), si rimase tutto il resto
di quell'anno e il principio del seguente 1085 a quel rifugio. Finché,
peggiorato e richiesto di levar le numerose scomuniche da lui pronunziate,
dicesi le levasse tutte, tranne quelle di Arrigo, dell'antipapa e de'
principali fautori di questo; ed interrogato di chi potesse essere, tra
tanti pericoli, successor suo, dicesi ne nominasse tre, de' quali due
furono papi poi; e che esclamando: «_Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem,
propterea morior in exilio_», spirasse l'anima invitta. Niuno, ch'io
sappia, fece il ritratto di lui cosí esattamente, com'egli in queste poche
parole, che furono il grido ultimo di sua rettissima coscienza. Ad ogni
modo, cosí cacciato di sua sedia egli che avea rimossi tanti vescovi dalle
loro, cacciato da' concittadini egli che avea sollevati tanti popoli,
lasciando un antipapa nella Chiesa egli che avea voluto restaurare ed
esaltare il papato, lasciando vittorioso l'imperatore da lui giá deposto e
raumiliato, lasciando insomma fallite in apparenza tutte le imprese sue,
morí non iscoraggiato il grand'uomo. E tutta quella turba di anime volgari
devote della ventura, che attestano sempre la Providenza contro ad ogni
malavventurato, videro forse allora il giudicio di Dio pronunciato contro
alle imprese di Gregorio VII.--Ma passati pochi anni, si trovan compiute
tutte le imprese incominciate, ispirate da lui; stabilito il celibato
ecclesiastico; tolte di mezzo la simonia, le investiture feodali delle
chiese; tralasciata la stessa conferma imperiale del sommo pontefice; due
de' tre designati da lui fatti papi; la potenza temporale accresciuta dalle
donazioni di Matilde, giá fatte fin dai dí di Canossa; le crociate, a cui
fin dal primo anno egli aveva invano confortato Arrigo, effettuate; la
potenza imperiale abbattuta cosí, che non si rialzò mai piú ad assoluta in
Italia; e quindi (ciò che importa qui particolarmente) i comuni costituiti;
e il nome di lui bestemmiato dai contemporanei, santificato poi dalla
Chiesa; ribestemmiato ne' nostri secoli da tutti i nemici della Chiesa, da
molti scrupolosi adoratori delle potenze temporali, rionorato oggi nella
storia da alcuni protestanti non illiberali. Cosí s'avanza il mondo
cristiano; a forza di uomini di gran fede che soffrono e muoiono per
avanzarlo; mentre ridono e trionfano i piccoli, credendo averlo fermato o
sviato.--E cosí gioveranno un dí senza dubbio le morti vostre, o Carlo
Alberto, o cari nostri caduti.


3. Ultimi anni d'Arrigo IV [1085-1106].--Pochi mesi dopo Gregorio VII,
morí il suo aiutatore Roberto Guiscardo, e ne rimasero tanto piú forti
Arrigo e Ghiberto antipapa. Né per un anno osò nessuno succedere a
quel terribil Gregorio, che il dolce san Pier Damiano avea chiamato
«santo demonio». Finalmente fu eletto quasi a forza Vittore III, uno
dei designati dal predecessore; e Roma fu a vicenda or di lui or
dell'antipapa.--E morto Vittore [1087], succedette Urbano II,
francese, un altro dei designati [1088], un grand'uomo esso pure.
Rimase parecchi anni ridotto a pochi partigiani oltre a Matilde, che
nel 1098 sposò Guelfo d'Este, figlio del duca di Baviera. Nel 1090
poi, Arrigo, giá vincitore in Germania e liberato di Ermanno che aveva
rinunciato alla corona usurpata, ridiscese per la terza volta in
Italia, non migliorato dalle sventure. Guerreggiò contro ad una donna
quasi sola, Matilde: presele Mantova, Reggio, Parma e Piacenza, ma fu
respinto da Canossa, e risalí a Germania nel 1092. Allora a risorgere
la parte papalina in Lombardia; Milano, Lodi, Cremona, Piacenza
s'allearono per venti anni contro a' tedeschi, e fu un primo esempio
di leghe lombarde, e principio allora di gran novitá. Ché, rifuggito a
que' collegati Corrado, figliuolo primogenito e ribelle ad Arrigo, fu
[1093] incoronato a Monza dall'arcivescovo di Milano. Scese allora
[1094] per la quarta volta Arrigo, ma non fece frutto; anzi, la parte
papalina, giá forte, si rinforzò per il matrimonio di Corrado colla
figliuola di Ruggeri Normanno conte di Sicilia [1095]; ed Urbano tenne
in quell'anno due grandi concili, uno a Piacenza, dove comparí
Adelaide di Russia, seconda moglie d'Arrigo IV pur maltrattata da lui;
e dove si deliberò la prima e maggior crociata, bandita poi al
concilio che seguí in Clermont in Francia. Cosí fu effettuato uno dei
piú grandi, e che parean piú ineseguibili, pensieri di Gregorio VII,
dieci anni soli dopo la morte di lui. Una parte de' crociati, passando
per Italia, cacciarono di Roma l'antipapa, ed imbarcandosi in Puglia
andarono a raggiungere in Asia i rimanenti; i quali tutti insieme
presero poi Gerusalemme, e vi fondarono un regno latino [1099].
Intanto, tornati Arrigo a Germania [1097] e papa Urbano a Italia e a
Roma [1098], morí questi glorioso l'anno medesimo della presa di
Gerusalemme.--Succedettegli (quasi sforzato esso pure) Pasquale II; il
quale, morto Ghiberto antipapa e presi dai normanni due antipapi
fattigli succedere, rimase solo. Morí poi Corrado, il figliuol
ribelle, in Firenze [1101]. E cosí, rimanendo Arrigo IV liberato a un
tempo e degli incomodi amici, gli antipapi ch'egli era impegnato a
sostenere, e di suo principal avversario, il proprio figliuolo, ma
succedendo in Germania una nuova ribellione di Arrigo suo secondo
figliuolo diventato suo erede [1104]; egli Arrigo IV non iscese piú,
non si die' piú gran cura delle cose d'Italia, e lá morí, deposto in
dieta, e prigione del figlio giá regnante [1106]. Compatito per queste
ribellioni domestiche, parve ad alcuni finir men male che non
incominciò; ma fu pure in tutto pessimo degl'imperatori e re
Ghibellini, pessimo forse de' tedeschi! Nato operoso, e capace dunque
di virtú, ma infelicemente educato, fu di quelli che non solo perdon
l'opera del resistere al secolo loro, ma vi si inaspriscono e
impiccoliscono e viziano: fu non solamente l'avversario, ma tutto
l'opposto di Gregorio VII. Restaurator che avea voluto essere della
potenza imperiale sui papi, lasciò questi liberi per sempre della
antica conferma imperiale; difensore della feodalitá laicale,
oppugnator della potenza ecclesiastica, lasciò quella poco men che
distrutta in Italia, questa poco men che confermata dappertutto; e
sotto l'ombra di lei costituito quel governo de' consoli, che dicemmo
giá solo mancare alla costituzione dei comuni italiani.


4. La prima costituzione comunale, i consoli [1100 circa].--Qui è il
luogo perciò di ricordare tutte insieme le vicende che accennammo via
via delle libertá cittadine italiane: la penisola nostra, come la
greca, fin dalle origini divisa in confederazioni di cittá
liberissime; serbati poi sotto a' romani i governi cittadini,
variamente, secondo che le cittá eran latine, italiche, municipi,
colonie o sozie; e la guerra sociale od italica fatta da parecchie di
esse per avere pieni i diritti romani, e non averli avuti tutte se non
sotto Augusto, quando giá non eran essi piú nulla; poi, sotto
Caracalla, estesi a tutte le cittá dell'imperio que' diritti o
piuttosto quelle forme di governo cittadino; poi perdute queste piú o
meno sotto ai _graf_ e conti goti, e del tutto sotto ai duchi ed altri
uffiziali longobardi, e poco meno sotto ai duchi greci contemporanei.
Ma, fin dal principio del secolo ottavo vedemmo un gran papa, Gregorio
II, porsi a capo di Roma e d'altre cittá suddite greche, e resistere
con esse alla tirannia religiosa dello scismatico imperatore
orientale; e di esse far confederazioni, e con esse guerreggiare e
trattare contro a' nemici comuni greci o lombardi: ondeché, se si
cerchino i primi esempi di cittá libere moderne, essi si trovano di un
quattro secoli piú antichi in Italia che non in niun'altra regione
europea; si trovano libere a quel principio del secolo ottavo Roma,
Venezia, le cittá della Pentapoli, ed or l'une or l'altre delle greche
all'oriente e al mezzodí d'Italia. E di queste libertá del secolo
ottavo vedemmo durar parecchie poi, ma variamente; quella di Venezia
crescendo, e diventando in breve incontrastata, assoluta, vera
indipendenza; quella di Roma dubbiosa, contrastante, contrastata sotto
alle potenze nominali dell'imperator greco, del patrizio Carlomagno,
degli imperatori carolingi e dei successori, sotto alla potenza piú
reale ma pur indeterminata dei papi; quelle delle cittá orientali
donate al papa, poco diversamente; e quelle di Napoli, Amalfi ed altre
cittá meridionali, or crescendo or ricadendo sotto ai principi
longobardi di Benevento, a' saracini ed a' normanni; mentre pur
venivansi aggiungendo le libertá crescenti di parecchie cittá toscane
e lombarde, suddite franche e tedesche.--Ma tutte queste de' secoli
ottavo, nono e decimo erano, se ben s'attenda, cittá libere sí, non
tuttavia (nemmen quando gli Ottoni ebbero moltiplicate le esenzioni
de' vescovi e delle cittá dalle giurisdizioni comitali) ciò che si
chiamò «comune» o «comunio» al primo quarto del secolo undecimo;
quando si vennero confondendo in interessi comuni tutte o quasi tutte
le condizioni de' cittadini, i valvassori grandi o capitani, i minori
o valvassini, gli arimanni o militi, i popolani grassi o borghesi, le
gilde od arti maggiori o minori, tutti insomma gli uomini liberi, o
come si disse allora semplicemente, gli «uomini» o «vicini» delle
cittá. Questo comune, o comunio, noi congetturiamo si facesse
primamente in Milano al tempo dell'arcivescovo Ariberto: e certo, se
si fece altrove, non dovette farsi né molto prima, né molto discosto;
e ad ogni modo nella storia, quale finora si sa, resta a Milano la
gloria di tal prioritá.--Ma questo stesso comune non si resse
certamente dapprima se non in modi indeterminati e vari; or sotto il
vescovo e suo avvocato o visconte, or sotto qualche altro capitano o
capopopolo, un Lanzone, un Erlembaldo, secondo le occasioni. E cosí
altrove; né fu se non dopo aver provati mezzo secolo all'incirca di
tali governi, i quali or si direbbero «provvisori» o «rivoluzionari»,
che si pensò ad ordinarli, a costituirli. Allora, negli anni che
seguono la morte di Gregorio VII, in questi d'intorno al 1100 a cui
siam giunti, noi scorgiamo a un tratto, in due o tre decine d'anni, in
una generazione tutt'al piú, costituito un nuovo governo uniformemente
in moltissime, in quasi tutte le maggiori cittá del regno italico,
Lombardia e Toscana; con un magistrato supremo di tre, sei o dodici
«consoli», un Consiglio minore o «Credenza», e uno maggiore od
adunanza di tutti i cittadini.--Ed ora, quel nome di «consoli» cosí
subitamente e universalmente preso, fu egli reminiscenza de' due
antichi consoli romani, ovvero de' consoli o consiglieri piú numerosi
che si trovano nelle cittá greche a' tempi longobardi o carolingi? A
me pare degli uni e degli altri succedutisi, ma chi ne deciderá
oramai? Certo è, che questo nome, questo ufficio, questo governo,
diedero alle cittá italiane quel compimento di libertá ch'elle ebbero
poi, poco piú poco meno, in tutti i lor secoli di libertá; quel
compimento pur troppo insufficiente, quella libertá. pur troppo non
mai compiuta, che rimase o si rifece soggetta or ai conti, marchesi o
duchi antichi, ora ad usurpatori o tiranni, e sempre al signor sommo
feodale straniero, l'imperatore; quella libertá che pur troppo bastò
loro, ma non fu mai indipendenza.--Altra disputa si fa di questi
consoli: se fossero successori, e quasi i medesimi che gli scabini o
giudici assessori de' conti antichi, e cosí poi de' vescovi, o lor
_vogt_, avvocati o visconti. Ma posciaché è dubbio se i consoli
governanti giudicassero, ed anzi se ne trovano altri diversi e minori,
istituiti fin da principio o poco appresso per giudicare, e detti
«consoli _de placitis_», essi i consoli governanti e capitananti mi
paiono talora successori de' capitani, o piuttosto i capitani stessi
costituiti.--Finalmente, terza disputa si può fare a quale o quali
delle cittá italiane abbiasi ad attribuire la gloria di aver prima
costituito il governo consolare. Ma tra tante gare cittadine nocive
che si sono fatte, non si attese forse sufficientemente a questa
innocentissima; ondeché, non avendo luogo a disputarne noi qui,
ripeteremo pure ciò che ne accennammo in altri studi; che il nome di
«consoli» ci è bensí dato in Pisa fin dall'anno 1017, ma da uno
storico posteriore, ondeché ei non è forse se non un nome nuovo dato
a' magistrati antichi; che piú autentico forse è il medesimo nome dove
si trova nelle _Memorie lucchesi_; ma che il piú antico documento del
nome di «consoli» è forse del 1093, e di un piccolissimo comune,
quello di Blandrate vicino a Milano; ondeché è impossibile che i
consoli giá non esistessero in Milano. Tanto piú che nel medesimo 1093
noi vedemmo Milano aver fatta lega con altre cittá lombarde, e con
Matilde e Corrado, contro l'imperatore e per il papa; ondeché
documento e storia si riuniscono qui a dare anche questa prioritá alla
nobil Milano; la quale dunque (nello stato presente della scienza
storica) ha le due, dei due ultimi e sommi passi fatti alla libertá
cittadina, il nome di «comune», e il governo de' consoli.--Del resto,
attribuiscasi l'istituzione de' consoli alla necessitá di costituire
il governo comunale, in mancanza d'altro governo, quando contesero due
vescovi, uno concubinario e l'altro zelante, uno papalino ed uno
imperiale in ogni cittá; ovvero alla necessitá di costituirsi Milano
ed altre contro allo straniero; sempre la causa di queste due
necessitá rimane Gregorio VII, il gran papa, che fu autore insieme
della riforma e della libertá ecclesiastica, occasione quella, aiuto
questa e spinta alla libertá nostra cittadina.

Aggiugniamo alcune considerazioni a far intendere il nesso, l'origine
unica, le due diverse vie della libertá in Italia e in altre regioni
d'Europa. La formazione de' comuni intorno al 1100 fu quella che
costituí un popolo nelle varie nazioni, che l'aggiunse per ogni dove
ai grandi secolari od ecclesiastici, i quali soli sino allora avevano
governato. Ma questo fatto primitivo produsse due effetti, due serie
di fatti diversi in Italia, e nel resto d'Europa. In Italia, dove il
principe era straniero e lontano, odiato e disprezzato, i comuni,
appena sorti, sciolsero la monarchia, senza sapere fondare né una né
molte repubbliche vere, vere dico di nome e di fatto, ben equilibrate
e intieramente indipendenti; e questa confusione, questa monarchia
composta di repubblichette, ovvero queste repubblichette componenti
una monarchia, questa libertá ancor servile, questa ancor barbara
civiltá, dopo aver dati lampi ammirabili, ricaddero in servitú,
caddero in corruzioni, finirono negli ozi ne' vizi nelle nullitá del
Seicento, del Settecento e dell'Ottocento ancora. All'incontro,
altrove, tra l'altre nazioni europee, dov'erano principi nazionali e
vicini, e cosí amati o temuti, i comuni e i popoli nuovamente sorti
non pensarono mai a scioglier le monarchie, non pensavano ad altro se
non anzi ad entrarvi essi, ad ottenervi lor parte di governo; e
l'ottennero entrando ne' parlamenti antichi, facendovi uno stato terzo
(talora anche un quarto) oltre ai due primi e fin allor soli. Ma
questo stato terzo, o dei comuni, o del popolo, non poteva
materialmente venire a sedervi intiero in que' parlamenti; fu forza
mandarvi e farvi sedere deputati eletti, rappresentanti; e allora, e
cosí fu fatta la grande invocazione della «rappresentanza», fu
inventato quel governo «rappresentativo»; il quale, a mal grado tante
incompiute e tante stolte e tante infelici prove recenti, non è
possibile non dire il piú perfetto, il piú civile, il piú progredito,
il piú progressivo fra tutti gli inventati o provati mai, il solo
conforme alla civiltá presente e futura, il solo destinato a
trionfarvi e farla trionfare. Né, per vero dire, fu perfetto nemmeno
questo governo fin dalle origini, o progredí con passi costanti a sua
perfezione. Anzi brancolò, fu negletto, si perdette quasi intieramente
tra le nazioni continentali preoccupate di lor misere ed infeconde
gare reciproche. Ma si serbò piú o meno sempre nella isolata e piú
felice Britannia, vi resistette alle gare domestiche ed alle
religiose, agli assalti dell'assolutismo, agli eccessi repubblicani,
alle insidie delle restaurazioni, ai pericoli delle mutazioni
dinastiche; e finalmente, dal 1688 in qua, da quella rivoluzione (che
si chiama colá la «gloriosa», perché fu l'ultima) si venne per
centosettant'anni, a poco a poco, con passi lenti ma continui e
meditatissimi, a questa perfezione dove lo veggiamo. E nel frattempo,
quasi aggiunta di sua fortuna o ricompensa di sua sapienza interna,
s'acquistò il primato del mondo dalla predestinata Britannia. Le altre
nazioni non hanno, non possono avere ormai altra via a fortuna o
grandezza, se non questa mostrata loro ed agevolata dalla loro
preceditrice. Ostano, è vero, alcune difficoltá nell'imitazioni; ma
niuna maggiore forse che l'invidia: e le nazioni europee piú o meno
infette di questa lue, piú o meno pretendenti a fare cose diverse,
proprie, nuove o maggiori, si perdono in istolti tentativi, per
capitare, una volta o l'altra, a ciò che avrebbono potuto prendere
quasi fatto e senza imitazioni troppo servili; perciocché non si debbe
né suole chiamare servile, ma anzi sapiente, qualunque imitazione si
faccia dalle cose recate all'ultima perfezione possibile in ciascun
tempo. La macchina rappresentativa perfezionata è nell'ordine politico
ciò che quella a vapore nell'ordine materiale. E chi è che si creda
imitatore servile, quando, avendo mestieri d'una di queste, va in
cerca di una che sia fatta dove che sia, secondo le norme ultime della
scienza, della sperienza, di una congegnata secondo gli ultimi
perfezionamenti?

E mi duole aver io stesso a tôrre valore al mio giá misero lavoro; ma
la veritá come la vedo innanzi a tutto. Sorge dalle considerazioni
precedute un gran disappunto, diciamolo chiaro, una gran diminuzione
d'interesse nella nostra storia; noi non vi troviamo se non pochi,
piccoli, sparsi e mal riusciti esempi di governi rappresentativi: non
uno di quella perfezione di tal governo che è e debb'essere ormai lo
studio e il desiderio, la meta di tutte le nazioni cristiane e civili.
La piú nobile delle nazioni ha nella sua storia meno esempi da
imitare, meno memorie da resuscitare, che non qualunque delle sue
serve antiche; noi siamo, bisogna saperlo vedere, nella condizione
delle nazioni nuove che debbono imparare poco men che tutto da quelle
che le precedettero in civiltá. E noi siamo tuttora quella fra tutte
che ha piú bisogno di imparare la libertá rappresentativa; perciocché
ormai, dall'ultimo tentativo in qua, non è piú, come sperammo,
l'indipendenza che ci possa dare la libertá, ma la libertá che sola ci
può condurre alla indipendenza. Ma, in compenso di questa utilitá
positiva che le mancò, la storia nostra può avere almeno una grande
utilitá negativa; quella di farci vedere i piú numerosi, piú vari
sperimenti che sieno stati fatti mai da niuna nazione di governi
diversissimi, e tutti infelici; quella di dimostrarci cosí, quasi
dall'assurdo, la bontá, la necessitá del governo rappresentativo.
Sappiamo trarne quest'utile almeno, e proseguiamo.


5. Arrigo V [1106 1125].--Ora, mentre venivasi costituendo il governo
delle cittá (libero internamente, non indipendente di fuori, è
necessario non perderlo di mente), veggiamo come ne usassero e lo
difendessero poi.--Ad Arrigo IV succedette il ribelle figliuolo di lui
Arrigo V, senza contrasto, anzi con applauso, della parte papalina in
Italia. Ma fin dall'anno seguente trovasi rinnovata tra lui e Pasquale
la contesa delle investiture ecclesiastiche; e continuare le guerre
tra cittá e cittá, per l'Imperio o la Chiesa, pro e contra Matilde,
per l'uno o l'altro vescovo, per altri interessi di vicinato; e
moltiplicarsi tanto piú ora che avevano governo piú costituito. Cosí
guerreggiaronsi Milano e Pavia [1108], Milano e Brescia contro Lodi,
Pavia e Cremona [1109], Pisa e Lucca [1110], e principalmente e
lungamente Genova e Pisa per la Sardegna, per la Corsica e per
rivalitá commerciale, la piú acre di tutte; ed altre poi, che non
abbiamo spazio a notare.--Nel 1110, discese Arrigo; non fu ricevuto a
Milano, tenne dieta a Roncaglia, trattò con Matilde, passò a Firenze,
a Pisa, prese terre e castella. Appressatosi a Roma [1111], seguirono
sull'investiture negoziati e trattati oscurissimi, rotti in breve ad
ogni modo; tantoché Arrigo fece prigione il papa, il popolo si sollevò
contro a' tedeschi, Arrigo si ritrasse col papa prigione; e il
rilasciò poi, e fece con esso un primo trattato, per cui serbò le
investiture, e ne fu poi incoronato imperatore; e per Toscana e Verona
risalí a Germania.--Sollevossi la curia romana contro il trattato, e
fu condannato in concilio [1112 e 1116]: e cosí fu riaperta la
contesa. E tra breve se ne aggiunse un'altra. Nel 1115, morí vecchia e
gloriosa Matilde, e si contese tra imperatori e papi per il retaggio
di lei, da lei certamente donato in Canossa e confermato poi a
Gregorio VII e a' suoi successori. Gran disputa si fa anche oggi, se
quelle donazioni comprendessero i soli beni allodiali, ovvero anche i
feudi. I quali essendo da gran tempo ereditari, e talor di maschio in
maschio, ma talor pure in femine, e sempre sotto la supremazia o
beneplacito imperiale, io crederei che la gran contessa lasciasse i
suoi diritti quali e quanti potessero essere; e che perciò appunto se
ne disputasse, e ad ogni modo se ne disputò cosí a lungo, che non è
nemmen possibile forse determinare quando e come finisse quella
contesa intrecciata a tant'altre.--Ed a ciò scese per la seconda volta
Arrigo [1116], occupò comunque il retaggio, poi passò a Roma, e il
papa fuggí e morí [1117]. Intanto, risalito Arrigo a Lombardia, vi
poté cosí poco, che dicesi si facesse a Milano una assemblea numerosa
di vescovi e consoli contro a lui, e se n'abbozzasse una seconda lega
che fu ad ogni modo essa pure rotta tra breve dalle inimicizie
municipali. Succeduto papa Gelasio II, si disputò, si guerreggiò in
Roma e fuori contra lui, e fu fatto un antipapa. Arrigo tornò a Roma,
e Gelasio rifuggí a Francia e vi morí [1119]. Succedettegli Calisto I,
che tornò a Roma [1120], e guerreggiò e prese e depose l'antipapa
[1121], e che finalmente l'anno 1122 finí la gran contesa
dell'investiture, ottenendo che non fosser piú fatte col pastorale e
l'anello, simboli ecclesiastici; concedendo che si facessero collo
scettro, simbolo della potenza temporale sui beni territoriali delle
chiese. Cosí con tal temperamento terminò felicemente, e, come ne
giudicano le etá progredite, moderatamente, virtuosamente la gran
contesa. E cosí solamente possono terminare le piú delle contese tra
la Chiesa e gli Stati, che sono due potenze indipendentissime l'una
dall'altra; ed elle perciò non possono tornare in pace mai, se non
colle concessioni reciproche; non essendo tra esse né giudice supremo
né possibilitá di quella decisione per forza d'armi, che tronca tante
contese tra l'altre potenze indipendenti, ma che non serve a nulla, è
uguale a zero contra quella immateriale della Chiesa.--Morí quindi
[1124] glorioso il papa, e gli successe, non senza contrasti in Roma,
Onorio II. E morí [1125] Arrigo V, partecipe anch'egli di quella
gloria di pacificatore, e, per ciò almeno, miglior del padre. E morto
esso senza figliuoli, morí con lui la prima, la vera casa Ghibellina.


6. Lotario [1125-1137].--I piú prossimi parenti d'Arrigo erano i figli
di sua sorella, Federigo e Corrado, detti di Hohenstaufen dal castello
lor nido originario, e di Svevia dal ducato che dicemmo dato a lor
famiglia. Federigo pretese al regno germanico; ma prevalse
nell'elezione Lotario di Suplinburga; e s'aprí la guerra.--Corrado
scese in Italia [1128], e fu acclamato re da' milanesi e dalle cittá
loro aderenti, combattuto da Pavia e dalle cittá che la seguivano; ma
non riconosciuto dal papa, ed abbandonato da' milanesi stessi, tornò a
Germania.--Morto papa Onorio [1130], fu eletto papa, e protetto da'
Frangipani e gli altri nobili romani, Innocenzo II; ed antipapa
Anacleto, un discendente d'ebrei e figlio di Pier Leone, che era stato
prefetto imperiale e potente ne' turbamenti dei pontificati anteriori.
Quindi a dividersi Roma, le cittá italiane l'una contro all'altra
peggio che mai, la cristianitá. Anacleto ebbe per sé Ruggeri giá
signor di Sicilia, or duca di Puglia e riunitore dei vari principati
di que' normanni, di cui non avemmo spazio a riferire (né crediamo
abbia a dolerne a' leggitori) tutti gli accrescimenti, le contese, le
guerre, le successioni. Ora, Anacleto diede, o confermò, a Ruggeri
[1130] il titolo di re. E quindi incomincia quel regno di Sicilia e
Puglia, il quale non solamente è di gran lunga il piú antico, ma per
sei secoli rimase il solo d'Italia (non contandosi giá quello di
Italia propriamente detto, indissolubilmente unito all'Imperio); e che
perciò trovasi da' nostri scrittori chiamato semplicemente il «Regno».
Nobilissima monarchia dunque senza dubbio! Nella quale è peccato
solamente, che sia durata cosí poco questa prima dinastia normanna e
sei altre ne sien succedute poi: mentre continuava una sola in
parecchi principati europei, e fra gli altri, in quello, tanto piú
umilmente e lentamente cresciuto, della monarchia di Savoia. Direm noi
perciò, che sia vizio naturale, o del suolo, o degli abitatori? o
peggio, celieremo noi, come fanno alcuni, insolentemente, quasi
barbaramente, sulle tante rivoluzioni della «fedelissima» Napoli? No
davvero. Parliam seriamente; la colpa fu molto meno di que' popoli,
che non di quelle stesse dinastie; le quali esse furono, che non
seppero radicarsi su quel suolo cosí fecondo di tutto, contentarsi di
esso, non cercar fortune lontane, non perdere il certo per l'incerto.
Vedremo tra poco questi primi Normanni dar troppo male la loro erede a
un figlio d'imperatori tedeschi, svevi; e gli Svevi poi, come
imperatori, naturalmente aspirare a tutta Italia, a mezzo mondo, e
soccombere a quel peso, aggravato, pigiato lor sulla testa, per vero
dire, dalle nemiche mani de' pontefici; poi soccombere gli Angioini al
proprio mal governo, alle proprie divisioni; e spengersi gli Aragonesi
nella prima casa d'Austria; e questa da sé, felicemente questa volta,
ché il bel Regno, rimasto provincia lontana per due secoli e piú,
ritornò a indipendenza sotto a' Borboni; e passare non senza splendore
un Napoleonide, ma spegnersi con Napoleone; e ritornare i Borboni, che
Dio voglia far degni di durare. Evidentemente, in tutte queste
mutazioni non è ombra di colpe popolari; son tutte colpe di principi,
d'intiere dinastie, che alcune non seppero, altre non si curaron
nemmeno di diventar siciliane, napoletane, o, per dir piú e meglio,
italiane. Non s'inganni forse taluno per troppa erudizione. Perché non
si trovano i nomi, le idee di patria, d'Italia, cosí sovente negli
scritti de' secoli addietro come del presente, non si creda perciò che
fosse guari men necessario allora l'amar questa patria, l'esser buoni
italiani. Queste idee sono molto utili senza dubbio a discutere, a
rischiarare, queste parole a pronunziare e ripetere; ed è un bene, un
progresso, che cosí si faccia ora, quando non si fa troppo
ignorantemente od anche scelleratamente. Ma anche senza questi, che
non sono insomma se non amminicoli, i popoli vollero e vorran sempre
esser tenuti di conto, apprezzati, coltivati con attenzione, con amore
da' loro principi; e chi nol fece, chi attese ad altri o ad altro, chi
non seppe nazionalizzarsi in qualunque nazione sua, italianizzarsi in
Italia, sempre fu o cacciato o abbandonato da' propri popoli, alla
prima o alla seconda occasione; sempre vide esso, o videro i figliuoli
o i nepoti, finire lor dinastia. Non saran forse inutili queste
avvertenze a intendere le storie del Regno.--Ad ogni modo, cacciato da
quell'antipapa Anacleto, papa Innocenzo rifuggí a Francia; e
fiancheggiato da san Bernardo, gran teologo e filosofo scolastico di
quella nazione, fu in breve riconosciuto da tutti, e da Lotario
stesso, che è detto da un antico, «uom devoto al diritto
ecclesiastico».--Sceso quindi questi [1132] per Val d'Adige, venne a
Roma [1133], vi fu incoronato da Innocenzo in Laterano (essendo il
Vaticano in mano dell'antipapa): e fatto con quello un trattato per la
successione di Matilde, risalí in Germania.--Si rinnovarono allora, si
accrebber le guerre tra cittá e cittá, tra parte e parte delle
medesime cittá. San Bernardo tentò comporre una volta [1134] quelle di
Milano ed altre di Lombardia; primo cosí o de' primi di que' monaci
che a ciò s'adoprarono santamente, ma poco men che inutilmente ne'
secoli posteriori.--Lotario, libero giá della parte degli Hohenstaufen
in Germania, ridiscese in Italia [1136], come pare, con un esercito
piú forte del solito; assalí, prese Pavia, Torino, Bologna e molte
altre cittá che gli contrastavano, sia che tenessero per l'antipapa,
sia che gli chiudessero le porte per non pagare il «fodero» o viatico,
e non cader negli altri carichi del viaggio imperiale e nelle contese
dei dritti reciproci. Passò poi in Puglia contro Ruggeri sempre nemico
del papa, e risalendo a Germania, morí per via [1137] in quel Tirolo,
che rimarrebbe selciato, se non le avessero portate via, d'ossa
tedesche. È lodato come buon imperatore. Ma si vede che gl'italiani
non li soffrivano oramai né buoni né cattivi.


7. Corrado II [1138-1152].--Fu disputata la corona tra Arrigo d'Este o
de' Guelfi, duca di Baviera e Sassonia, detto il «superbo», e
potentissimo in Germania ed Italia, e quel Corrado d'Hohenstaufen che
giá vedemmo tener per poco il regno d'Italia. Vinse Corrado
l'elezione; e quindi incominciò il lungo regnare di questi Svevi; e
incominciarono insieme in Germania i due nomi di «guelfi» e
«ghibellini», il primo ad accennar la parte antiimperiale, il secondo
quella degli imperatori Svevi eredi e successori della prima e
propriamente detta casa Ghibellina. Morto Arrigo il superbo nel 1139,
Guelfo, fratello di lui, continuò la parte e guerreggiò contra
Corrado; e finalmente andarono amendue [1147] a quella seconda
crociata che, promossa con tanto zelo da san Bernardo, terminò cosí
male. Ma tornatine i due, guerreggiossi di nuovo nel 1150; e vincitore
Corrado si disponeva a scendere in Italia, quando morí nel 1152. Fu il
primo imperatore che non iscendesse mai; furon quindici anni
d'abbandono, di respiro, dal signore straniero.--Ma gli intervalli
d'abbandono, di signoria non sentita, son quelli in che appunto gli
improvidi italiani pensaron sempre meno a liberarsi; e que' nostri
padri non si valsero di que' quindici anni se non a dividersi e
guerreggiarsi tra sé piú e piú, per quegli interessi piccoli e
presenti, che fanno improvidi gli uomini ai grandi e futuri. Morto
Anacleto antipapa, continuò la parte di lui, e fu ridotta ad
obbedienza per intervenzione di san Bernardo il gran pacificatore. Ma
sorsero intanto nuovi turbamenti in Roma per Arnaldo da Brescia, un
riformatore ostile e inopportuno della Chiesa, ultimamente e bene
riformata da Gregorio VII e i successori. Fu condannato in concilio
fin dal 1139, e combattuto anch'esso da san Bernardo. Continuò
Ruggieri sue guerre di conquista e riunione del Regno, e gli fu
confermato questo [1139] da papa Innocenzo II. E morto Innocenzo
[1143], succedettergli Celestino II, Lucio II, Eugenio III, buoni
pontefici, turbati da' grandi romani costituitisi in senato;
imitazione forse buona de' nuovi Consigli di credenza, ma fatta
risibile dalla formola di «_senatus populusque romanus_», che si
riprese. Le grandi formole usate nelle cose piccole non servono che a
far sentire tal piccolezza. In Toscana e Lombardia guerreggiaronsi
peggio che mai le cittá; Roma contra Tivoli, Milano contra Cremona,
Milano contra Como, Pavia contra Verona, Verona contra Padova, Padova
contra Venezia, Venezia contra Ravenna, Piacenza e Milano contra Parma
e Cremona, Modena e Reggio e Parma contra Bologna, Bologna e Faenza
contra Ravenna ed Imola e Forlí, Verona e Vicenza contra Padova e
Treviso, Venezia contra Pisa, Pisa e Firenze contra Lucca e Siena;
trista lista abbreviata sui cenni probabilmente non compiuti del
Muratori, e che ho voluto qui porre a mostrare quali fossero in
generale gli errori della gioventú di que' comuni, quali in
particolare lor mali apparecchi alla grande occasione nazionale che
s'appressava. Né ciò era tutto; dividevasi ogni cittá in parti pro o
contra l'imperio, pro o contra ogni discesa imperiale, pro o contra
que' nobili, que' capitani o cattani, rinchiusi gli uni in lor
castella e talor pretendenti alla signoria feodale della cittá,
aggregati gli altri alle cittadinanze e rinchiusi in loro alberghi o
case consortili. Era uno sminuzzamento di potenza, una discordia
universale, maggiore che non la feodale stessa; migliore in ciò solo,
che la discordia era almeno per gli interessi di tutti e non dei pochi
tiranneggianti. Ma le discordie, quali che sieno, son mali apparecchi,
perdizioni delle occasioni nazionali. E tanto piú che le discordie non
sogliono essere altro che invidie; e le invidie sono il vizio piú
pervertitore delle menti; e le menti pervertite non sono piú bastanti
alle dure imprese d'indipendenza. Il vedremo registrato qui; e il
vedemmo, in natura, altrove.


8. Federigo I imperatore, la guerra d'indipendenza [1152-1183].--E quindi
non fará meraviglia, se la guerra seguente, la piú bella, la sola santa e
nazionale che si trovasse, prima dell'ultima, nella storia moderna
d'Italia, non fu tuttavia unanime, non universale, non condotta fino ad
effetto compiuto. Sarebbe facile forse, ma vano certamente il celarlo;
vano, se non nocivo seguir quell'uso invalso poc'anzi tra noi di magnificar
le glorie nostre passate, quando non si potevan le presenti, serbato ora da
alcuni per avvilir queste. La veritá esatta può solo esser utile; io
dirolla come la veggo. E se ne avrò taccia di troppo austero, mi
giustificherò, primamente, come sogliono i piccoli, coll'esempio de'
grandi, Dante, Machiavello, Alfieri; e noterò poi che chi parla cosí ai
compatrioti, erri o no, mostra almeno di tenerli per uomini, adulti, sani e
capaci d'udir veritá; mentre chi dice necessarie ad incoraggiarli le lodi
esagerate, le adulazioni, li tratta quasi donne, bambini, infermi o
rimbambiti.--Morto Corrado Svevo, i tedeschi elessero a re loro, e cosí,
giá incontrastabilmente nel fatto, re d'Italia e imperatore, Federigo I
detto «Barbarossa», figlio di quel fratello di lui che aveva preteso
all'imperio, e di Giuditta de' Guelfi Estensi. E riunite cosí in lui le due
parti germaniche, rimasero lá pacificate allora e per alcun tempo. Quindi
ad esso l'occasione, quasi il dovere di far l'opposto del predecessore, di
lasciar Germania per attendere a Italia; di vendicar Lotario il penultimo
imperadore, a cui erano state chiuse in faccia le porte di tante cittá
italiane. Oramai queste discese degli imperatori erano diventate guerre
naturali, e poco men che universali tra noi. Gl'imperatori, i tedeschi
avevano contra sé non piú solamente le cittá avverse all'imperio, ma quelle
stesse che si proferivano imperiali, e che pur intendevano i diritti
imperiali tutto diversamente da ciò che eran pretesi dagli imperatori.
Questi volevan giudicare, statuire tra l'una e l'altra parte d'ogni cittá,
tra l'una e l'altra cittá, e principalmente tra i signori e le cittá; e
tuttociò non era sofferto dalle piú di esse, imperiali o non imperiali.
Ancora, l'imperatore aveva nelle cittá molti diritti d'onore e di lucro
personale; e questi, compresi sotto il nome di «regalie», e giá disputati
ab antico, erano venuti meno via via, e principalmente ne' quindici anni di
Corrado. Finalmente, gl'imperatori che avean fatte giá nell'etá passate
tante concessioni alle cittá, non avean mai conceduti loro i governi
consolari, e li riconoscean sí di fatto, ma li vedean male; mentre le cittá
se n'eran venute compiacendo piú e piú da mezzo secolo. In somma, non
furono mai due opinioni, due politiche piú opposte che quelle degli
imperatori e delle cittá italiane, della cancelleria imperiale e reale e
de' governi comunali, quando s'apparecchiava a scendere Federigo I re
incontrastato di Germania, re d'Italia e imperator designato, giovane
coraggioso, afforzato ed insuperbito dell'unione di Germania.--Giá in dieta
a Vurtzburga ed a Costanza [1152-1153] fu sollecitato da' messaggeri del
papa contra Arnaldo da Brescia, da un principe spogliato di Capua contra re
Ruggeri, da due fuorusciti di Como contra Milano che teneva lor cittá
soggetta da un quarant'anni. Federigo mandò un messo imperiale a Milano con
un diploma in favor di Lodi, e i milanesi glielo tolsero di mano e
stracciarono in faccia, e lo cacciarono.--Scese quindi [1154] ben
accompagnato di milizie feodali Federigo per il Tirolo, e venne presso a
Piacenza; a quel campo di Roncaglia, dove gli ultimi imperatori solean
tener dieta e raunar loro aderenti, dacché appunto solean chiudersi loro le
cittá. V'udí i lamenti di Como e Lodi contra Milano, del marchese di
Monferrato contra Chieri ed Asti. Barcheggiò dapprima con Milano; e
facendosene fornir viveri, risalí il Ticino. Poi sorta disputa per que'
viveri, aprí la guerra, prese a' milanesi tre castella, Rosate, Trecate e
Galiate; ed arsi a proprie spalle i ponti sul Ticino, risalí il Po fino a
Torino [1155], passollo ed arse Chieri, che serba cosí l'onore d'essere
stata prima cittá vittima di lui, e poi Asti. Tornato cosí lá presso onde
s'era mosso (strana guerra o piuttosto scorreria che giá mostra il niuno
accordo degli italiani), pose campo contro a Tortona alleata di Milano,
nemica di Pavia; intimolle di mutar alleanze, fu rifiutato, assediolla due
mesi, incrudelí contro ai prigioni, guastò i fonti agli assediati, e prese
la cittá [15 aprile], la saccheggiò ed arse.--Quindi fattosi incoronar re a
Pavia, s'avviò per farsi incoronare imperatore a Roma. Dove, morto giá
Eugenio III [1153] ed Anastasio IV [1154], pontificava Adriano IV, ma
poteva il nuovo senato; e sott'esso quell'Arnaldo da Brescia, il condannato
d'eresia, predicante per il senato contro al papa. E papa e senato
aspettavano ora la decisione dell'imperatore; scusabili dunque tutti e due,
se si voglia, sulle condizioni de' tempi; tutti e due condannabili, se si
attenda a quel dovere di tutti i tempi, di non dividersi in presenza allo
straniero; quel dovere che ben fu, a distanza di otto secoli, saputo
adempiere da un Lanzone a Milano, da un Mastai a Spoleto. Quanto poi al
far, come taluni, sempre colpevoli i papi, sempre scusabili od anche eroi
di libertá, o, piú, d'indipendenza, i loro avversari; ella mi pare di
quelle nequizie che non possono se non isviar del tutto la storia, e, che è
peggio, la politica pratica della nazione. Ad ogni modo, Arnaldo era allora
giá piú o meno abbandonato dal senato, e trovavasi rifuggito in un castello
vicino d'un partigiano suo. Giunto lá presso, Federigo prese costui, e
fecegli dar Arnaldo nelle mani del prefetto imperiale di Roma, che il fece
ardere in piazza del Popolo. Compiangiamo il supplizio religioso o
politico; ma non piú. Quindi avanzossi Federigo, ed incontrato dal papa gli
tenne la staffa; incontrato da una deputazione del senato, che orò quasi
senato antico ed elettor d'imperatori, passò oltre, ridendone egli e i suoi
tedeschi, come succede degli scaduti che si credono grandi tuttavia. Quindi
fu incoronato [1155] in Vaticano senza entrare in Roma, combatté colle
milizie di Roma sollevateglisi contro, si ritrasse a Tivoli, mosse contra
Spoleto che avea lesi parecchi diritti d'imperio, e l'arse. Poi, negletto
il Regno, dove al primo e gran re Ruggeri era succeduto suo figliuolo
Guglielmo detto «il cattivo» [1153], licenziò in Ancona il suo esercito
feodale, e sfuggendo le insidie de' veronesi, per il Tirolo risalí a
Germania. Avea prese le due corone, avea fatta sentir qua e lá crudelmente
ma non rinvigorita la potenza regio-imperiale, ed avea schivata la cittá
nemica principale, Milano.--Quindi ad innalzarsi i milanesi a giusto
orgoglio, a gran credito, a meritata potenza in tutta Italia: Milano faceva
allora ciò che giá Roma all'epoca di Camillo: in Milano era la somma, era
l'onor d'Italia; i milanesi furono sublimi, prudenti, disinteressati,
generosi in tutta questa guerra. Giá, presente ancora Federigo, aveano essi
stessi riedificata Tortona, la fedele alleata, e sconfitti i pavesi
contrastanti. Ora, assente lui, ridussero questi alla pace; e punirono piú
o meno gli imperiali, il marchese di Monferrato, Cremona, Lodi; ristrinser
lor alleanze, fortificarono i passi d'Adda e Ticino. E quindi ad accostarsi
pur il papa alla parte nazionale, a stringer alleanza con re Guglielmo, a
insuperbire coll'imperatore. In una lettera gli parlò della corona
imperiale come di «beneficio» concedutogli; ed alla cancelleria tedesca
parve tanto piú ingiuria, perché allora tal parola aveva, oltre sua
significazione naturale, pur quella di feudo. Il papa spiegò che aveva
intesa la prima, l'imperatore si contentò.


9. Continua.--Fece una seconda discesa [1158] come la prima, per
Tirolo; e la molta gente sua (centomila fanti, dicesi, e quindicimila
cavalli) per gli altri passi del Friuli, di Como e del Gran San
Bernardo. Volea finirla una volta con questi italiani, con questi
milanesi principalmente, che intendean cosí male l'imperio; volea
questo restaurare a modo suo finalmente. Occupò, atterrí tutta
Lombardia; presentossi a Brescia, sola che mostrasse di voler restar
costante a Milano, alla indipendenza; e n'ebbe obbedienza, Sforzò i
passi dell'Adda difesi da' milanesi, prese loro varie castella, diede
a' lodigiani nuovo sito a riedificar lor cittá, arrivò dinanzi a
Milano [8 agosto]. Ma non osò assalirla a forza; la circondò,
l'affamò. Seguirono belle sortite degli assediati. Ma in capo a due
mesi il conte di Blandrate, un signor potente, lor capitano, li
persuase ad una capitolazione; la quale ebbero moderata, dando
all'imperatore poco piú che il giuramento e le regalíe, e serbando i
consoli [7 settembre].--Ma Federigo adunava una nuova gran dieta a
Roncaglia, e vi chiamava i giureconsulti dello Studio di Bologna,
sorto fin dal principio del secolo; i quali spiegarono i diritti
imperiali secondo i codici giustinianei, e non sugli acquisti via via
fatti di libertá. Bisogna dire, che i giureconsulti di quell'etá non
conoscessero né il diritto di prescrizione, né anche meno quello
imprescrittibile di qualunque nazione, di non soggiacere ad un'altra.
Certo che anche di questo, come di qualsiasi diritto, si può disputare
e si disputa ad ogni occasione, se sia rivendicato con mezzi legittimi
e prudenti, o no: ma l'imprudenza o l'illegittimitá de' mezzi non
toglie il diritto primitivo. Se tu mi rubi il mio, ed io tento
ucciderti, fo male senza dubbio; ma il mio rubatomi riman sempre mio.
Ma i giureconsulti di Bologna non l'intendean cosí; non facevano
imprescrittibili se non i diritti del sacro romano imperio ai tempi di
Teodosio e Giustiniano. Quindi, non solo furono da costoro rivendicate
all'imperio le regalie, e tolto alle cittá l'uso delle guerre
cittadine, ma fu inventato, e stabilito poi in ogni cittá dove poté
l'imperatore, un magistrato suo, che dovea, rimanendo i consoli,
rappresentare la potenza imperiale, e che appunto fu chiamato
«_potestas_», «podestá». Quindi condannavasi e smuravasi Piacenza, a
brutta richiesta della vicina Cremona; e rivendicavansi all'imperio
Sardegna e Corsica, tenute da' genovesi e pisani. I primi accennarono
resistere; uomini, donne, vecchi e fanciulli edificarono allora lor
forti mura; e furon lasciati tranquilli, anzi esenti dalle regalie,
liberi del tutto. Ma non cosí Milano, risorta con Brescia e Crema
contro ai podestá e all'altre infrazioni degli ultimi patti. Cosí
Federigo ebbe a ripigliar l'armi; e, saccheggiati i campi, pose
assedio a Crema addí 4 luglio 1159.--Segue una delle piú nobili
fazioni di quella e di qualunque guerra. Sei mesi e mezzo di
resistenza; Milano e Brescia mandano aiuti; belle sortite, vittorie
degli assediati; Federigo fa da barbaro impiccar i prigioni dinanzi
alle mura; i cremaschi impiccan sulle mura a rappresaglia; Federigo
inferocisce, uccide gli ostaggi adulti, e attacca i bambini a una
torre di legno che s'avanzava secondo l'uso per l'assalto, e contro
cui tiravano i mangani de' difensori. Fra le grida disperate de'
figliuoli e de' padri, esclama uno di questi:--Benedetti coloro che
muoiono per la patria;--e continuan gli argani, finché i tedeschi di
sotto alla torre temono esservi schiacciati, e la ritraggono. Eran
morti nove, feriti due, salvi pochi di quelle vittime. Questi son
sangui che a nostra etá parrebbon dover sollevar milioni; ma non è
vero, né per allora né per adesso. Non se ne accrebbe la guerra: le
cittá imperiali rimasero imperiali, e le vicine rabbiosamente invide
delle vicine; tantoché, quando la dissanguata Crema si pose a
discrezione [26 gennaio 1160] dello straniero inferocito, non chiese
grazia che d'esser salva dalla ferocia della vicina Cremona: ma nol
fu; ché usciti i cittadini, predata ed incendiata la cittá, i
cremonesi si tolser essi il carico di abbattere i resti, d'appianare
il suolo. Noi vedemmo, due secoli addietro, invidie di principi e
marchesi; un secolo addietro, invidie di signori minori e
d'ecclesiastici; ora, appena libere le cittá, incominciano i secoli,
anche piú lunghi, delle invidie cittadine. Sempre invidie in Italia,
sempre il vizio di odiar la grandezza nazionale piú che la straniera,
il vizio, il piacer servile di ribattere i ferri a' conservi.--Intanto
Crema, la generosa cittaduzza, avea, sagrificando se stessa, consunte
le forze, e, che era piú allora, il tempo dell'imperatore. Questi
dovette lasciar tornare a casa i feudatari, sciogliersi l'esercito,
ridursi lui a guerra, a zuffe contro a' milanesi; e ne fu battuto due
volte a Cassano e Balchignano. Ed intanto sorgeva nuovo e grande aiuto
morale a' milanesi. Morto papa Adriano, giá piú e piú guastato
coll'imperatore [1159], erangli stati eletti due successori: papa
Alessandro III da tutti i cardinali, salvo tre; Vittore IV antipapa,
uno dei tre, dagli altri due. L'imperatore citolli a sé. Alessandro da
vero papa ricusò, e fu riconosciuto dall'Italia libera, dalla
cristianitá; Vittore accettò, e fu riconosciuto dall'imperatore.
Allora la guerra nazionale s'inasprí in religiosa.--E venuto un nuovo
esercito a Federigo nel 1161, mosse egli finalmente contra a'
milanesi, rinchiuseli entro lor mura, arse lor mèssi, tagliò loro gli
arrivi, ma, come la prima volta, non osò assalirli, li affamò: cosí
durarono, resistettero un nove mesi. Poi, esausti, domandarono a
capitolare; l'imperatore li volle a discrezione; i consoli volean
durare ancora, il popolo cedè, s'ammutinò, li sforzò. Giá erasi lungi
dall'imitazione romana; ma non s'avea forte, ordinata aristocrazia che
potesse partecipare al proprio la virtú propria di lei, la perduranza.
Allora i consoli giurarono [1° marzo 1162], fare, e far fare tutte le
voglie dell'imperatore. Il quale, fosse vil timore o vil piacere
d'assaporar le crudeltá, manifestolle a poco a poco. Furono un dí
fatti uscire trecento militi a depor l'armi; un altro dí tutti i
consoli de' tre ultimi anni, le croci in mano, a domandar mercé; poi
tutti quanti i cittadini, che furon dispersi nelle cittá vicine e
rivali; e finalmente, Federigo entrò nella vuota cittá e diedene a
disfare un quartiere ad ognuna di quelle altre che non ho il cuore di
nominare.--E, domata Milano, tornò Federigo alla vicina Pavia, e vi
ricevette omaggio delle giá imperiali, e di quelle che tali facevansi
ora per timore. L'Italia parea domata. A mezzo l'anno 1162 risalí in
Germania, quasi senza esercito.


10. Continua.--E come a paese domato ridiscese per la terza volta
[fine 1163] con gran corte e poche armi. Successero nuovi atti di
servitú, d'invidie italiane. Pavia domandò di atterrare la riedificata
Tortona, e l'ottenne e l'adempiè. Genova e Pisa, poc'anzi pacificate
per forza dall'imperatore, conteser di nuovo per la Sardegna; e
Federigo concedettela con titolo di re a un Barisone, che rimase poi
parecchi anni prigione, per debiti, de' genovesi. Ma col 1164
incominciano i begli anni di questa bella guerra, gli anni delle
confederazioni e della meritata fortuna. Que' podestá che erano stati
posti dall'imperatore nelle cittá nemiche ed anche nelle amiche,
tiranneggiavano le une e le altre; e dove non erano podestá nuovi,
bastavano a ciò gli antichi diritti imperiali, dismessi a lungo, or
rivendicati dopo la vittoria. Che anzi queste tirannie intollerabili a
tutte, erano tanto piú a quelle cittá che non entrate fino allora
nella guerra, non avevano a soffrirle come vendette o castighi.
Sollevaronsi e diedero il primo esempio d'una lega quattro cittá
orientali che se ne daran vanto un dí, Verona, Vicenza, Padova, e
Treviso; alle quali s'aggiunse Venezia la forte, la savia, che aiutata
da sua situazione, e costante sotto a sua antica aristocrazia e a'
suoi antichi duci o dogi, aveva sola saputa accrescere, compiere,
mantener sua indipendenza, ed or temeva per essa e vi provedeva bene
cosí. Federigo, privo di tedeschi, adunò gl'italiani fedeli suoi,
signori feudali e milizie di cittá, e mosse contro a Verona; ma
s'accorse d'essere oramai malveduto, e indietreggiò e risalí a
Germania, minacciando il ritorno. Se non che fu trattenuto colá due
anni e piú, dalla contesa che avea con Francia ed Inghilterra per li
suoi antipapi (Vittore, poi Pasquale), e da quell'altra, or risorta,
di sua casa Ghibellina contro alla Guelfa.--Intanto se n'avvantaggiava
tra noi la parte non chiamata ancora ma giá simile, giá
anti-ghibellina, anti-imperiale. Papa Alessandro, rifuggito in
Francia, era stato richiamato, e tornò a Roma [1165] aiutato dal re di
Puglia Guglielmo I; a cui [1166] succedette Guglielmo II detto «il
buono», contrario naturalmente, come tutti i predecessori, agli
imperatori.--Finalmente [1166] fece Federigo la sua quarta discesa per
Val Camonica e Brescia, impedito che gli era il passo solito del
Tirolo dalla lega veronese. Dicesi avesse un forte esercito; ed io
crederei che fosse veramente forte di tedeschi come i precedenti; ma
che quelle centinaia di migliaia che si contavano in quelli fossero
d'italiani aggiuntisi loro allora, e non aggiuntisi ora, e che cosí in
tutto rimanesse povero l'esercito imperiale. Cosí è: quando gli
stranieri non troveranno piú cattivi italiani in Italia, essi,
contandosi, si troveran sempre pochi. Il fatto sta, che Federigo non
assalí una cittá in Lombardia, perdette sei mesi intorno a Bologna,
scese contro ad Ancona, la quale per resistergli s'era alleata o forse
data all'imperatore orientale e n'avea un presidio greco. Ma Ancona si
riscattò con danari, e Federigo s'avanzò contra Roma e papa
Alessandro; sforzò la cittá leonina, assalí ma non poté sforzare il
Colosseo dove il papa s'era rinchiuso, ed onde poi egli si salvò a
Benevento. Allora Roma diedesi a' tedeschi; ma questi furono tra breve
invasi, morti molti, spaventati i superstiti dalle febbri endemiche;
ondeché si ritrasse Federigo per Toscana, e fu quasi fermato dalla
cittaduzza di Pontremoli, e salvo dal marchese Malaspina che il
condusse a Pavia. E intanto, in aprile 1167, s'erano adunati al
monastero di Pontida i deputati di Cremona, Bergamo, Brescia, Mantova
e Ferrara, una prima lega lombarda simile alla veronese. Poi, al dí
immortale del primo decembre del medesimo 1167 (pur troppo non è
segnato il luogo in quel diploma, serbatoci dal buon Muratori[1], che
è certo il piú bello della storia d'Italia), si riunirono le due leghe
veronese e lombarda; Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso,
Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma,
Modena e Bologna, quindici cittá i cui nomi resteranno, checché
succeda, santi sempre all'Italia, in una lega sola, o come porta il
magnifico atto, in una «Concordia». Giurarono difendersi, tenersi
indenni reciprocamente contro chiunque (non escluso l'imperatore) li
volesse astringere ad altro che ciò che aveano fatto dal tempo
d'Arrigo (certo il quinto) fino alla prima discesa di Federigo. E qui
vedesi che molte cittá, dapprima imperiali, s'eran giá riunite alla
causa comune; e giá entrar a paro dell'altre Milano, testé riedificata
in mirabile modo, a gran concorso delle cittá concordi. E cosí,
spoglio oramai d'alleati, Federigo fuggí di Pavia alla primavera
dell'anno seguente 1168 con una trentina di tedeschi ed alcuni
statichi nostri. I quali poi, mentre passava per Susa a Moncenisio,
gli furon tolti di mano da quell'ultima nostra cittaduzza. Dicesi ne
facesse impiccar uno, e ciò sollevasse que' generosi borghigiani.


11. Continua.--Allora, naturalmente, ad accrescersi la lega lombarda, la
Concordia; ad entrarvi Novara, Vercelli, Como, Asti, Tortona, parecchi
signori feudali, il marchese Malaspina stesso. Non rimanevano guari piú
imperiali, se non Pavia e il marchese di Monferrato. E contra questi, i
confederati immaginarono edificare una fortezza; ma le fortezze di que'
tempi erano le cittá, o piuttosto i numerosi cittadini. E cosí in un piano
tra Bormida e Tanaro fondarono una cittá nuova, che dal papa, loro alleato,
chiamarono Alessandria; e la fortificarono e popolarono dalle terre
all'intorno, in tal modo che dicesi armasse nell'anno quindicimila
guerrieri [1168]. Poi entrarono nella Concordia nuove cittá, Ravenna,
Rimini, Imola, Forlí; e allora preser il nome piú esteso di «Societá di
Venezia, Lombardia, Marca e Romagna ed Alessandria». I consoli delle cittá
si riunivano a parlamento ed eleggevan rettori della Societá; e si estesero
i giuramenti a non far pace né tregua né compromesso coll'imperatore, ad
impedire «che non scendesse esercito imperiale grosso né piccolo di qua
dall'Alpi», a mantener la lega per cinquant'anni; tutto magnifico, salvo
che mancarono sempre in quegli atti le due parole, in quelle menti le due
idee d'«indipendenza» e d'«Italia». E queste furono le deficienze (non,
come si dice dal Sismondi ed altri, quella di una repubblica federativa;
perciocché una tale era giá di fatto costituita nell'assemblea de' consoli
di ogni cittá; né sei secoli appresso, durante la rivoluzione tanto piú
felice degli anglo-americani, s'ebbe mai niuna assemblea confederativa piú
ordinata), queste furono le deficienze che perdettero tutto, che fecero
inutili poi tutti gli altri fatti di quella guerra; queste, che fecero la
Societá lombarda tanto meno gloriosa ed efficace che non le leghe
posteriori delle Province unite di Neerlandia o d'America; queste, che
rimangono scusabili forse per l'opinione mal avanzata o piuttosto
pervertita dall'antico amore all'imperio, ma deplorabili ad ogni modo da
quanti italiani sentano oramai la virtú di quelle due parole od idee.--Sei
anni rimase allora l'Italia senza l'imperatore, occupato nelle sue cose
germaniche; né la lega progredí guari piú. Genova, che avea privilegi
assicurati e che non volea concordia ma guerra colla odiata Pisa, non aderí
mai; e questa guerra delle due trasse seco quella di Toscana tutta, Lucca,
Siena e Pistoia con Genova, Firenze e Prato con Pisa. E niuna di queste
aderí, e tutte trattarono piú o meno con Cristiano, arcivescovo di Magonza,
cancelliere imperiale e capitano d'eserciti; ed Ancona sostenne uno
stupendo assedio contra questo prete guerriero, ma s'accostò non alla
Societá, sí all'imperator greco, e cosí ebbe contro di sé Venezia. E
finalmente, nefando a dire, in uno de' giuramenti di confederazione, di
societá, di concordia, trovasi Cremona riserbarsi il diritto di tener
distrutta la vicina ed invisa Crema. Duole nell'anima, ma cosí è. Noi non
abbiamo vent'anni di storia compiutamente bella, di vera concordia in tutti
i nostri secoli moderni. Il fatto è; sappiam vederlo e confessarlo una
volta finalmente, per non rifarlo mai piú. Alle nazioni, come ai principi,
come ad ogni uomo, l'essenziale non è non aver errato, ma risolversi a non
rifare il medesimo errore.--Nel 1174 ridiscese finalmente Federigo per la
quinta ed ultima volta. Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le
terre dei conti di Savoia che troppo duole trovare qui. Scendendo il
Moncenisio arse Susa, a vendetta del fatto di sei anni addietro. S'avanzò
ad Asti, la quale, meno devota a libertá che non la prima volta, entrò in
patti e si sottopose. S'avanzò contra Alessandria; e questa, cinta di mura
di terra pesta e paglia, ovvero coperta i tetti di paglia (onde il glorioso
nome rimastole di Alessandria «della paglia»), si difese fortemente quattro
mesi, senza soccorsi della Societá. Finalmente, adunata questa a Modena,
mandò un esercito; e Federigo, levato l'assedio [1175], mosse verso quello.
Ma, non assalito (forse per il solito rispetto all'imperio), entrò in
trattati; ottenne, licenziando l'esercito suo, che i lombardi licenziassero
il loro; e cosí egli e sua corte ebbero il passo e giunsero a Pavia.
Seguirono trattati nuovi, che non condussero a conchiusione, ma che giá
allentarono la Societá. E cosí passò, perdettesi il rimanente di
quell'anno.--Alla primavera del seguente e gloriosissimo 1176, scese un
nuovo esercito tedesco per li Grigioni e Como, in aiuto all'imperatore; ed
egli, lasciando la corte in Pavia, andò di sua persona di soppiatto a
raggiungerlo. Allora, i milanesi aiutati solamente delle milizie di
Piacenza, e d'alcuni scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli, e forse
(come vantano alcune famiglie in lor tradizioni) di fuorusciti di altre
cittá diroccate, uscirono alla campagna, formarono due compagnie elette
nomate «della Morte» e «del Carroccio», e s'avanzarono sulla via da Milano
al Lago Maggiore. S'incontrarono a Legnano, ed ivi seguí, addí 29 maggio
1176, la piú bella battaglia di nostra storia. I lombardi, vedendo avanzar
l'oste straniera, si inginocchiarono per chiedere a Dio la vittoria, si
rialzarono risoluti ad ottenerla o morire; la disputarono a lungo,
l'ottener compiuta. Federigo, non gran capitano di guerra, ma grande uomo
di battaglia, gran cavaliero, cadde combattendo presso al carroccio, non
comparve alla fuga, arrivò solo e giá pianto a Pavia. Ma Federigo fu troppo
piú gran negoziatore, grand'uomo di Stato, conobbe i tempi, cedette a
proposito. Adunque mandò ambasciatori a papa Alessandro, che era stato
alleato non capo della guerra: ma che doveva essere naturalmente, e tal fu
ora de' negoziati; e che potrebbe in essi accusarsi d'aver derelitta la
Societá lombarda, se non fosse che due doveri sono in qualunque papa, di
capo della cristianitá e di principe italiano, e che quello è primo
incontrastabilmente, e lo sforza a riaccettar nella Chiesa chiunque vi vuol
rientrare, sia a pro o a danno d'Italia; se non fosse del resto, che non è
un cenno, non un'ombra a mostrare che le cittá lombarde o niun italiano
d'allora desiderasse l'indipendenza, desiderasse piú di ciò che al fine
s'ottenne; se non fosse anzi, che parecchie delle cittá si staccarono dalla
Societá comune, trattarono miserabilmente, separatamente, molto piú che il
papa. Il quale ad ogni modo non volle conchiuder nulla egli solo, nulla se
non in Lombardia; e perciò imbarcatosi sulle navi di Venezia [1177], venne
a questa, dove fu convenuto non riceverebbe l'imperatore prima che fosse
conchiusa pace o tregua. E la pace non si conchiuse, sí la tregua per sei
anni; e fu convenuto non si guerreggiasse intanto tra imperatore ed
imperiali da una parte, e le cittá collegate dall'altra; e queste
conservassero lor Societá, e non fosser richieste di giuramento; una specie
di _status quo_. Allora Federigo, che giá era a Chioggia, entrò in Venezia;
e secondo le tradizioni si prostrò a' piedi di Alessandro, e questi glieli
pose sul capo dicendo il testo «_super aspidem et basiliscum_»; e
l'imperatore rialzandosi rispose:--«_Non tibi sed Petro_»;--e il papa
riprese:--«_Et mihi et Petro_»;--fiabe forse, ma che accennano i costumi e
le opinioni del tempo. Ad ogni modo furono pacificati.--Quindi il papa
tornò a Roma, e pacificossi definitamente col senato; e l'imperatore,
visitata Toscana e Genova, pel Moncenisio ritornò in Germania. Ed indi, ne'
sei anni della tregua, negoziando con parecchie cittá separatamente, ed
assicurando loro cosí per ogni caso que' tristi privilegi, che, soli in
somma, eran voluti da tutti, ei le staccò. La brevitá del nostro scritto ci
dispensa da tali miserandi particolari; noteremo solo il piú
caratteristico. Alessandria nata dalla lega se ne staccò pur essa, fecesi
privilegiare; i cittadini di lei usciron tutti, un brutto dí, dalle mura, e
rientrarono a cenno, a grazia d'un commissario imperiale, lasciarono il bel
nome, preser quello di Cesarea. I posteri furon piú degni, ripresero il
primo.--Finalmente addí 25 giugno 1183, appressandosi a giorni il fine
della tregua di Venezia, fu ultimata la pace a Costanza. Firmarono come
ancor collegate Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova,
Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e
Piacenza, diciassette costanti; e coll'imperatore Pavia, Genova, Alba,
Cremona, Como, Tortona, Asti e Cesarea. Ottennero i privilegi che avean
voluti e tenuti dal tempo d'Arrigo V in qua: confermate alle cittá le
regalie entro alle mura e nel distretto: solo lasciato all'imperatore il
«fodero» o viatico quando scendeva; serbati i consoli senza conferma, colla
sola investitura imperiale; soli lasciati all'imperatore i giudici in
appello, e questi costituiti in un giudice stabile, il podestá;
riconosciuto il diritto di pace e di guerra; riconosciuto quello, che
avrebbe potuto esser piú utile, di serbare e rinnovare la Societá. Il
trattato era dunque onorevolissimo, anche utile, anche progressivo. Ma era
perduta per compiere l'indipendenza la grande occasione che la nazione era
in armi contro al signore straniero.--Né l'occasione tornò mai piú per
seicentosessantacinque anni. L'Italia progredí in lettere, in arti, in ogni
sorta di coltura, in molte parti della civiltá, ma non nella piú
essenziale, nell'indipendenza; e la nostra storia non narra quasi piú che
variazioni di dipendenze. Perciò ci trattenemmo oltre al solito in questo
secolo corso da Gregorio VII alla pace di Costanza, che è il piú bello di
nostra bella etá. Ci rifaremo abbreviando i secoli delle discordie interne;
sempre ne rimarrá abbastanza da mostrarceli troppo minori di quello, dove
la concordia, non ottenuta, fu almeno nomata e tentata.

  [1] _Ant. Ital_., IV, p. 262.


12. Il secondo periodo della presente etá [1183-1263]. Governo delle
cittá.--Dalla pace di Costanza al finir degli Svevi o Ghibellini
secondi, corre una seconda parte della etá dei comuni. I quali noi
continueremo a chiamare cosí sempre, e non come fan altri,
«repubbliche»; perché questo nome ci sembra implicare governo di tutta
la cosa pubblica, sovranitá piena, indipendenza; e che, salvo Venezia,
tutte le cittá italiane riconobber sempre come sovrano l'imperatore e
re straniero, e come privilegio i governi, i diritti propri. Oltreché,
queste improvide cittá non si divisero giá solamente, quasi
repubbliche, in quelle due parti infelicissime ma forse inevitabili
de' grandi e de' piccoli, de' nobili e de' plebei; ma, come veri
comuni dipendenti, in quelle anche piú infelici pro e contro al
signore straniero. Questa divisione propria de' comuni fu quella che
accrebbe, inasprí la repubblicana; perché i grandi, i nobili, piú o
meno signori di castella fuor delle mura, o di «alberghi» o case forti
addentro, or per memoria de' lor bei tempi feodali, or per isperanza
di crescere a signori infeodati delle cittá stesse, ad ogni modo,
s'accostarono piú facilmente alla parte imperiale o straniera, mentre
i popolani piú facilmente alla parte cittadina o d'indipendenza;
ondeché questi non ebber nulla mai di piú caro, di piú pressante che
cacciar quelli del tutto; molto piú che non si sia fatto in altre
repubbliche, e che non sarebbesi fatto in quelle se fossero state
repubbliche vere. E questo inasprimento delle due parti inevitabili,
fu giá un primo gran male senza dubbio. Ma fu secondo, che, cacciati i
primi nobili, e sottentrati al posto loro i popolani grassi,
diventando principali, nobili essi, essi pure furono invidiati,
prepotenti, cacciati né piú né meno. E cosí dopo questi secondi, i
terzi, i quarti interminabilmente. Perciocché, insomma, di nobili o
grandi ne son sempre dappertutto; e il popolo che ne caccia, non li
caccia ma li muta; ed ogni mutazione non fa, oltre il mal
dell'invidia, se non diminuire le forze morali, materiali e personali
delle cittá. Né son io che ciò dica a difesa d'una classe non
generosamente forse, certo non utilmente, assalita da alcuni popolani
de' nostri dí; fu osservato e detto incominciando da Dante e da' primi
uomini politici che seppero scrivere in quell'etá, fino a Machiavello
e a Botta stesso, talor errante, piú sovente generoso. I quali, chi
piú chi meno, attribuiron alle cacciate, alle diminuzioni dei nobili
la diminuzione delle forze cittadine in generale, delle militari
particolarmente; onde poi l'impossibilitá di resistere alle nuove
discese degli imperatori e d'ogni altro straniero, e il venir meno la
vita militare ne' cittadini, e il sorger a poco a poco (fin dal tempo
delle leghe lombarde) le soldatesche mercenarie, e quindi le masnade,
le compagnie piccole, e le grosse; e il passar que' troppo gelosi
comuni a signorie, a principati, a tirannie, or d'un nobile vicino
vincitor della cittá spoglia di militi cittadini, or d'un popolano
grasso vincitor della parte de' grandi, or di questo o quest'altro
capo di parte, podestá o condottiero. Perciocché dei podestá è a notar
questo; che istituiti, come vedemmo, per mantener la potenza imperiale
nelle cittá, per il resto privilegiate di libertá, in breve furono per
ulterior privilegio (che trovasi conceduto a Milano fin dal 1185, due
anni dopo la pace di Costanza) lasciati ad elezioni delle cittá
stesse; ondeché ne cadde del tutto, e quasi a un tratto, la potenza e
quasi il nome de' consoli, ed essi i podestá diventarono magistrati
cittadini e comunali del tutto. La solita invidia cittadina feceli
bensí scegliere quasi sempre forestieri al comune; ma traendo seco un
séguito di uomini propri, e facendosi sovente cosí pur capitani del
comune o di piú comuni, li tiranneggiarono tanto piú facilmente. I
rimedi suggeriti dalla invidia e dalla paura, sogliono far piú mal che
bene. A Roma stessa prevalse questo magistrato unico; solamente,
invece di «podestá» fu chiamato «senatore»; e come il podestá a'
consoli, cosí sottentrò il senatore al senato.--E servano a tutto il
rimanente della presente etá questi rapidi e certo incompiuti cenni
delle divisioni, de' pervertimenti, delle guerre intestine dei comuni.
Alle quali ad ogni modo noi torneremo anche meno che non alle guerre
di cittá a cittá; ristretti che siamo ne' limiti d'un sommario, e cosí
sforzati a diventar qui tanto piú brevi, quanto piú, sorti i comuni,
sorge oramai una storia particolare d'ognuno, si sminuzza
moltiplicandosi quella universale d'Italia.


13. Fine di Federigo I, Arrigo VI [1183-1198].--Fin dall'anno seguente
alla pace [1184], scese per la sesta volta Federigo I, e trattò e
ottenne di maritar suo figliuolo Arrigo con Costanza figlia del gran
Ruggeri, zia ed erede di Guglielmo II re di Puglia e Sicilia, che non
avea figli. E cosí Federigo riacquistò con un matrimonio piú potenza
in Italia a sua casa Sveva, che non ne avesser perduta egli e i suoi
predecessori della medesima o della prima casa Ghibellina. Giá vedemmo
il padre di Federigo avergli apparecchiato l'imperio, riuniendo le
famiglie Guelfa e Ghibellina di Germania con un matrimonio; e con un
matrimonio vedrem Federigo II acquistar diritti alla corona di
Gerusalemme; onde si vuol dire che questa casa di Svevia precedesse
casa d'Austria in quella politica matrimoniale, che fu a questa cosí
felice. Ma allora ei si può dir pure, che quindi venissero le
infelicitá, e finalmente la rovina ultima di casa Sveva. Perocché,
anche alla politica rozza ed appassionata di quei tempi apparve chiaro
il pericolo di lasciar gli Svevi potenti insieme nell'antico regno
d'Italia o Lombardia, e nel nuovo di Puglia o Sicilia. Apparve a tutti
gl'italiani, che non capaci d'idear l'indipendenza compiuta erano pure
innamorati della libertá quale l'aveano: e quindi sorse la parte non
piú solamente anti-imperiale in generale, ma anti-sveva,
anti-ghibellina in particolare, cioè giá guelfa. E s'aggiunsero
naturalmente a tal parte, e ne diventarono duci, i papi, pretendenti
fin dall'origine alla signoria o supremazia del egno, tementi ora di
tali vassalli imperatori. E quindi sulla antica inimicizia de' papi e
degli imperatori crebbe, irreconciliabile ormai, quella de' papi del
secolo decimoterzo e casa Sveva, la quale finí colla perdizione di
questa; quell'inimicizia che può esser loro rimproverata da' tedeschi
e non da noi.--Intanto Federigo, o per questo nuovo interesse, ovvero
perché ei fosse di quegli uomini che migliorano tra gli affari umani,
e sanno adattarsi a ciò che combatterono ma vedono inevitabile,
Federigo si mutò tutto in favor de' lombardi, e in particolare de'
milanesi. Concedette loro nuovi privilegi, riedificò Crema, anzi si
volse contro ai duri cremonesi che il voleano impedire; e i milanesi
festeggiarono improvvidi quelle nozze fatali, princípi di tanti nuovi
guai all'Italia.--Nel 1187, fu presa Gerusalemme da Saladino. Urbano
III (successore giá ad Alessandro III morto nel 1181, e a Lucio morto
nel 1185) ne morí, dicono, di dolore; e succedettero Gregorio VIII per
un mese, e poi Clemente III, che concitò la cristianitá al gran
riacquisto. Ne seguirono paci in tutta quella; in Italia stessa
pacificaronsi, guerreggiarono concordi in Oriente, le emule Genova e
Pisa: e Federigo I, presa la croce, per Ungheria e Bulgaria [1189]
passò in Asia; conquistò Icona, e morí poi bagnandosi in un ruscello
[1190]. Rendiamo onore a' nostri avversari; fu uno de' piú nobili, ed
ultimamente de' piú generosi che abbiamo avuto mai. Del resto, fu
anch'egli uno di coloro che sprecarono le forze, la grandezza contro
all'onnipotenza dell'opinione pubblica, del secolo.--Successegli
Arrigo VI suo figlio, erede giá di Guglielmo II testé morto. Ma
Tancredi, figlio naturale di Ruggeri, toglievagli il bel retaggio
facendosi re. Quindi s'apre la guerra; Genova e Pisa armano per
Arrigo; questi scende, ed è incoronato in Roma [1190] da papa
Celestino testé succeduto. Poi muove contro a Tancredi, ma è respinto
e risale a Germania, componendo per via una delle molte guerre che giá
ferveano di nuovo tra cittá e cittá e signori in Lombardia.--Muore poi
[1194] Tancredi; e allora Arrigo ridiscende, è riconosciuto re senza
contrasto di qua e di lá dal faro; ma tiranneggia, spoglia i nuovi
sudditi e fa piú che mai odioso il nome tedesco a quelli, a tutti
gl'italiani, e a sua moglie stessa che dicono congiurasse contra
lui.--Risalí nel 1195, ridiscese nel 1196, e morí a Messina nel 1197;
lasciando lí regina Costanza, e giá incoronato re di Germania,
d'Italia e di Sicilia il lor figliuolo di tre anni, Federigo II che fu
poi miglior del padre, degno dell'avo.


14. Filippo e Ottone [1198-1218].--Morirono poco appresso Celestino
III, a cui succedette [1198] Innocenzo III, un nuovo gran papa, e
Costanza che lasciò a questo la tutela del figlio, forse perché la
gran donna sentiva che egli era natural avversario, e volle sforzarlo
a farsi cosí difensor del figliuolo fanciullo. Né le fallí il
pensiero; i grandi animi s'intendono. Innocenzo III, esagerato forse
nell'esercizio dell'autoritá pontificale fuor d'Italia, fu grand'uomo
ad ogni modo; ed esercitò la tutela, anche piú che non sarebbe stato
utile all'Italia, generosamente, fedelmente. Ma giá, senza badare a
quel fanciullo, erano stati eletti re in Germania Filippo di Svevia,
fratello d'Arrigo VI figliuolo di Federigo I e capo cosí della casa e
della parte ghibellina; e contra lui, Ottone giá duca di Sassonia e
Baviera, e capo di parte guelfa. E perché molto si parteggiò per l'uno
e l'altro, e con li due nomi di parti pure in Italia, quindi ripetono
gli scrittori antichi l'origine o almeno l'introduzione delle due tra
noi. Ma i nomi tutt'al piú poterono esser introdotti allora; ché
quanto alle parti, com'elle diventarono in breve (prevalendo gli Svevi
o ghibellini) imperiale e tedesca l'una, anti-imperiale e anti-tedesca
l'altra, elle esistevano da gran tempo certamente, ed esisteranno
inevitabilmente, finché saranno imperatori tedeschi, ed uomini
italiani, in Italia. Ed è perciò appunto che ai nostri dí alcuni,
almeno incauti, vorrebbono risuscitare il nome «guelfo». Grande
inutilitá! essendo piú chiaro, piú esplicito, piú buono, piú facile ad
accettarsi ed ampliarsi il nome di «parte nazionale» od «italiana» od
«antistraniera». Grande imprudenza! tale essendo il tôrci carico de'
peccati antichi di quella parte, che vedremo farne meno certamente che
non i ghibellini, ma farne pur troppi ancora.--I due competitori poi
guerreggiaronsi a lungo in Germania; non discesero in Italia. Fu
Ottone riconosciuto da Innocenzo l'anno 1200, ma vinto nel 1206 da
Filippo.--Dopo la morte del quale [1208] riconosciuto Ottone
universalmente in Germania, scese in Italia e fu incoronato a Roma
[1209]. Ma progredito quindi a Puglia, per ispogliare del regno
Federigo il pupillo di Innocenzo, è scomunicato da questo; e Germania
se ne solleva, ed egli è sforzato a risalirvi [1211]. Quindi
s'impiccia nelle guerre dei francesi ed inglesi; e sconfitto da' primi
a Bovines, ne cade sua potenza in Germania, e poco men che derelitto
muor poi nel 1218. E lasciò indisputato oramai quel regno, e perciò
quel d'Italia e l'imperio a Federigo, lá risalito fin dal tempo della
scomunica del competitore, lá tre volte rieletto, e due volte
incoronato, ed or giovane adulto di ventidue anni.--Intanto in Italia
era cresciuta la potenza di papa Innocenzo III, al modo solo in che
sempre crebbe, in che solo può crescere la potenza temporale d'un
papa, congiungendosi coll'opinione d'Italia che circonda quella
potenza. In Roma accettò, ordinò la potenza nuova del senatore. Ed
Innocenzo III era pure un grande, un forte, un arditissimo uomo. Ma il
fatto sta, che sono appunto questi gli uomini i quali ripugnan meno
alle concessioni opportune; sia perché le loro grandi menti fan loro
vedere piú chiara tale opportunitá o necessitá; sia perché non temono
di parer temere, né di lasciarsi soverchiare o prender la mano dalle
concessioni. In Sicilia Innocenzo III guerreggiò in nome del pupillo
contra Marcovaldo, tedesco, siniscalco del Regno, alleato de'
saracini. In Toscana, sia in nome del retaggio di Matilde, sia in nome
della libertá, guerreggiò, trattò colle cittá, e riunille quasi tutte
(salvo Pisa che avea ottenuti nuovi privilegi ed era quindi sempre piú
imperiale) in una prima lega toscana o guelfa, conchiusa a San
Miniato. A Spoleto ed Ancona guerreggiò in nome delle antiche
donazioni. Riuní piú territorio che niuno de' predecessori. E
risuscitando le pretensioni di Gregorio VII (ma senza le necessitá
ecclesiastiche di quello), fece intervenire la sua autoritá negli
affari d'Ungheria, Polonia, Danimarca, Francia, Inghilterra, Aragona e
Portogallo, tutta Europa. E tali intervenzioni furono utili senza
dubbio parecchie volte. Se fossero esagerate talora, ne giudichi
altri; non sono affari nostri. Sorti ai tempi di lui due grandi ed
operosissimi santi, san Francesco, italiano, e san Domenico,
spagnuolo, furono da lui approvati i loro due grandi ordini
mendicanti, de' frati minori, e de' predicatori. Come il cristianesimo
fu detto «pazzia della croce», questi si potrebbon dire «pazzie della
caritá». L'esercitavano, passivamente colla povertá; attivamente,
colle limosine, colla predicazione, colle missioni nella gentilitá fin
d'allora. I predicatori furono accusati dagli uni, giustificati dagli
altri, di crudeltá contro agli albigesi, eretici francesi; ed anche
questa non è cosa nostra. È vero che in Italia pure poteron aiutare
alle persecuzioni contro agli eretici catari e paterini che sorgevano
allora non guari diversi dai francesi; ma piú sovente servirono alle
pacificazioni, alle concordie di cittá e signori. E san Tomaso,
domenicano, san Bonaventura, francescano, grandi teologi che fiorirono
intorno alla metá di questo secolo, diedero senza dubbio (molto piú
che non i primi poeti) alla coltura italiana quella spinta,
quell'andamento progressivo, che non cessò piú per tre secoli, che la
fece primeggiare tra tutte le contemporanee.


15. La quarta crociata, il principio del secondo primato italiano nel
Mediterraneo [1201-1204].--Ma il fatto a noi principale di questo
tempo, fu la quarta crociata; che, adempiutasi in parte per opera del
medesimo Innocenzo III, e soprattutto de' veneziani, condusse alla
conquista latina di Costantinopoli, e quindi al rinnovamento del
primato italiano nel Mediterraneo. Noi vedemmo questo giá lago
italiano sotto a' romani; non forse che questi od altri italiani vi
navigassero e mercanteggiassero molto essi stessi; signori, cioè
oziosi, in ciò probabilmente come in ogni cosa, si facevan servire di
commerci da' greci, da' fenici, dagli egiziani, in ciò antichi. Tre
vie sono dal Mediterraneo all'Indie e alla Cina, a quel commercio
orientale che fu sempre finora il massimo del mondo: prima l'Egitto e
l'Eritreo; seconda la Fenicia o Siria, l'Eufrate e il golfo persico;
terza il Bosforo, il mar Nero e l'Alta Persia. Prima della fondazione
di Costantinopoli, eran prevalse la prima e la seconda; dopo, prevalse
questa terza, e Costantinopoli diventò non solamente via o scalo, ma
emporio principale di quel commercio, e in breve anche gran centro
industriale. Quindi, da quella fondazione, si può dir cessato l'antico
primato nostro; e il Mediterraneo non piú lago italiano, ma per cinque
secoli (dal quarto a tutto l'ottavo) lago greco; poi, per quattro
altri (dal nono a tutto il decimosecondo) lago greco-arabo, tenendo
gli arabi le due vie d'Egitto e Siria, e rimanendo ai greci la sola
via del Bosforo o Costantinopoli. Certo, ne' due ultimi secoli s'eran
giá frammesse non poche cittá italiane, Venezia, Amalfi, Genova, Pisa
forse sopra tutte, tra le due nazioni primeggianti; e giá nelle tre
prime crociate s'eran elle avvantaggiate co' trasporti de' guerrieri e
lor impedimenti, col commercio del nuovo regno latino di Gerusalemme,
e collo stabilimento di grandi fondachi, di vie e quartieri intieri
italiani nelle cittá conquistate. Il Pardessus[1] ci dá una cronologia
preziosa de' privilegi ottenuti da' genovesi; in Antiochia nel 1098 e
1127; in Giaffa, Cesarea ed Acri nel 1105; in Tripoli nel 1109; in
Laodicea ne' 1108 e 1127:--da' veneziani in Giaffa nel 1099; in tutto
il regno di Gerusalemme ne' 1111, 1113, 1123, 1130:--e da' pisani in
Giaffa, Cesarea ed Acri nel 1105, e in Antiochia nel 1108. Ma, né
tutte queste eran per anche conquiste vere o riconosciute, né il
commercio od anche meno la potenza italiana eran tuttavia principali
nel Mediterraneo, né anche meno era tornato questo all'onor di lago
italiano. Ora sí, ciò rivedremo.--Venezia è poco venuta finora in
queste pagine, per ciò che ella fu finora poca cosa all'Italia in
generale; e che avea guerreggiato sí parecchie volte nell'Illirio e in
Oriente, ma che, simile a Roma antica, dopo un quattro secoli
d'esistenza, il territorio di lei non s'estendeva guari oltre al
dogato, cioè alle lagune e ai lidi; ondeché la storia di lei non fu,
lungo que' secoli, se non istoria tutto cittadina, tutt'empita di que'
particolari di governo interno a cui dicemmo non poterci fermare.
Bensí, è da avvertire in tutto, che le parti in lei furono molto men
cattive che non altrove in Italia, non infette di dipendenza
straniera, non di feodalitá: e quindi meno acri tra nobili e plebei,
men varianti il governo; il quale fu sempre piú o meno equilibrato di
democrazia, aristocrazia e quasi monarchia, un Consiglio generale, i
senatori e lor Consigli, il duca o doge. La situazione avea aiutata
l'indipendenza, l'indipendenza avea serbata la concordia, e la
concordia aveva compiuta e sancita l'indipendenza.--Ultimamente, da un
cinquant'anni, parecchie contese e guerre le erano sorte contro al re
d'Ungheria per l'Illirio, contro all'imperator greco per gli
stabilimenti orientali. Ora apparecchiandosi la quarta e grande
crociata, promossa dall'operoso Innocenzo III, i crociati fecer patto
[1201] con Venezia d'un grande armamento navale per il passaggio. Ma,
non essendo venuti tutti i patteggiati, e non potendo i venuti pagar
il prezzo totale pattuito, convennesi che per quel che ne mancava,
essi servirebbon la repubblica d'un colpo di mano per riprendere Zara
al re d'Ungheria; e cosí fecero in pochi dí [1202]. Quindi incorati
dal successo, veneziani e crociati dánno retta ad Alessio il giovane
(figlio d'Isacco imperator greco testé spogliato dal fratello
Alessio), che li esortava a riporre il padre sul trono, e prometteva
gran paga e grandi aiuti poi. Il papa non voleva; ma i crociati per
aviditá, i veneziani per aviditá e vendetta accettan l'impresa. Era a
capo Enrico Dandolo doge, vecchio d'oltre a novant'anni, cieco o poco
meno, eppure arditissimo, che aveva presa la croce testé in San Marco.
Arrivano dinanzi a Costantinopoli, approdano alla costa d'Asia,
varcano il Bosforo, e fugano i vili greci. Seguono parecchie fazioni,
e finalmente un assalto per terra e mare; dove il vecchio doge gridava
a' suoi, volerli far impiccare se nol mettean de' primi a terra; e
messovi, vinse egli, ed impedí i francesi d'esser vinti. Non ancor
presa la cittá, fuggí Alessio imperatore; e, riposti in trono Isacco
ed Alessio il giovane, entrarono Dandolo e i crociati veneziani e
francesi [luglio 1203]. Ma, come succede tra restaurati e
restauratori, rimaser per poco alleati greci e latini, disputando
sulle promesse reciproche. Riapresi la guerra; il popolo di
Costantinopoli si solleva contro a' due principi (pur come succede)
caduti in sospetto di vil obbedienza a' restauratori, lí depone, e
grida imperadore Alessio duca, detto Murzuflo. Contra costui i
crociati assediano, assaltano di nuovo la cittá, e prendono e pongono
a fuoco, a sangue, e massime a grandissima ruba [aprile 1204]. Poi,
tra molti scherni fatti da' semibarbari ma prodi latini a que' greci
serbatori della antica coltura (portarono una volta una penna ed un
calamaio in processione tra lor lucide armi vittoriose) nominano un
imperator latino, Baldovino conte di Fiandra. Ma spartiscon l'imperio:
un regno di Tessalonica al marchese di Monferrato; Peloponneso (giá
detto Morea da' mori o gelsi che la arricchivano allora) sminuzzato
tra vari signori feodali; e un quarto e mezzo dell'imperio dato in
cittá ed isole varie a Venezia. La quale, per vero dire, non le
occupò; né le poteva occupare con sua popolazione, non salita per anco
oltre a due o trecentomila anime; ma le ne rimasero a lungo parecchie,
e principalmente Candia che fu poi massima ed ultima delle colonie
sue. E quindi in breve, per emulazione, per quell'imitazione, che, a
malgrado le inimicizie de' governi, trae sovente ad imitarsi e
seguirsi i popoli connazionali, i pisani e massime i genovesi fecero
pure stabilimenti orientali; e cosí fu acquistata tutta questa via al
commercio italiano, il quale, caduti gli arabi, giá praticava le altre
due; e cosí tra le tre incominciò il secondo primato nostro nel
Mediterraneo; cosí ricominciò questo ad esser lago italiano. E tal
durò poi, come giá anticamente, tre secoli o poco piú. L'istituzione,
il nome de' «consoli» dato da quegli italiani ai capi e giudici de'
loro commercianti in ogni cittá orientale (come a quelli che erano
nelle madri patrie), ed esteso poi in tutto il globo, rimane anch'oggi
monumento di quel nostro primato commerciale.

  [1] _Tableau_, p. VIII bis.


16. Federigo II [1218-1250].--Federigo era giovane di
ventiquattr'anni, quando rimase libero del competitore. Dimorò due
anni in Germania a confermarvi sua potenza.--Scese [1220] a farsi
incoronare da papa Onorio, e promise fin d'allora prender la croce per
la ricuperazione di Gerusalemme. Ma passò prima a farsi riconoscer nel
Regno, ed ordinarlo. Ridusse i saracini, che pur rimanean numerosi in
Sicilia, e ne trasportò i resti di qua dal faro, a Lucera e Nocera;
dove stanziarono e fiorirono, e ond'egli li trasse sovente poi a
guerreggiare contro ai papi e agli italiani, e ne fu odiato tanto piú.
Die' leggi a tutto il Regno; buone per quel tempo, ma che improntate
di feodalitá mantennero colá, piú a lungo che altrove in Italia,
quell'ordine o disordine. Edificò castella a farsi forte nelle terre,
nelle cittá, uno principalmente in Napoli, la quale diventonne poi
residenza regia e capitale. Ed ivi istituí una universitá, seconda in
Italia dopo quella giá piú che centenaria di Bologna. E colto, prode e
corteggiator di donne, si compiacque di poesia e poeti in lingue
romanze e volgari, e scrisse nella nostra che sorgeva. Nel 1225, sposò
quella Iolanda di Lusignano, figlia ed erede del re spogliato di
Gerusalemme, che fu terza donna accrescitrice di pretensioni in casa
Svevia. E, nel 1227, salí finalmente sulle navi a Brindisi per il
nuovo regno suo. Ma infermati esso e molti suoi, sbarcò ed indugiò un
altro anno, e fu perciò scomunicato da Gregorio IX, papa nuovo di
quell'anno, gran papa politico, e incominciatore di quella gran
contesa papalina o guelfa o italiana, contro agli Svevi or napoletani,
che durò quarant'anni. E qui, al solito, non pochi moderni sofisticano
per trovar in questi papi grandi disegni di monarchia universale. Ma
qui pure il disegno fu piú semplice, e qui poi tutto italiano. Come
tutti gli Svevi, Federigo II era principe superbissimo, soverchiatore,
sprezzator di tutti e massime de' papi, e non dirò della religione
cristiana, ma almeno di quelle che sono sempre convenienze, ed in quel
secolo parevano essenza di lei. E cosí tenuto per poco credente o mal
credente, o come allora dicevasi, epicureo, paterino, eretico e quasi
maomettano, saracino o pagano, ei sollevò contro sé l'opinione
universale, la italiana principalmente, quella de' papi sopra tutti. I
quali poi secondarono l'opinione nazionale, tanto piú volentieri che
non piú solamente la riunione dell'imperio-regno d'Italia col regno di
Puglia e Sicilia faceva gli Svevi, ma le qualitá personali di Federigo
II lo facevano piú pericoloso. E fecero bene e naturalmente senza
dubbio in ciò; fecero male solamente in questa o quella esagerazione
di tal politica, in questa o quella scomunica; ecco tutto. Effettuato
il passaggio [1228] con meno gente che l'anno addietro (causa di nuova
ira del papa e nuova scomunica), Federigo guerreggiò poco in Asia,
trattò ed ottenne per sé Gerusalemme, ma lasciò il Santo Sepolcro in
mano a' maomettani [1229], nuovo scandalo e nuova ira. Tornò quindi
nel Regno contra Lusignano, il proprio suocero, che mosso dal papa
l'aveva occupato; né gli fu difficile cacciar costui, riordinar il
Regno, rinforzarvisi.--Quindi si rivolse a Lombardia; dove Milano,
tornata a sua primiera avversione contra gli Svevi o ghibellini, e
risorta a capo di parte guelfa, né allora né poi non aprí mai le porte
all'imperatore per lasciargli prendere la corona d'Italia. E giá da
tre anni [1226] avea (del resto, secondo suoi privilegi) rinnovata la
lega di Lombardia. Eranvi allora entrate Milano, Bologna, Piacenza,
Verona, Vicenza, Treviso, Padova, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli,
Lodi, Bergamo, Torino ed Alessandria, ed accostatesi poi parecchie
altre, Venezia stessa. Ma questa seconda lega lombarda, anche men
della prima, non mirò all'indipendenza; piú forti tutte queste cittá,
per essersi esercitate da quarant'anni in una libertá quasi compiuta,
è anche piú da stupire che non sapesser compierla. E perché appunto
questo era l'unico scopo buono, naturale, che la nuova lega potesse
avere, ed ella non l'ebbe, non si scorge in essa nessuno scopo, né
disegno, né idea. La prima avea volute le regalie, i consoli, troppo
poco forse, ma in somma quel poco, e l'aveva ottenuto; la seconda non
aveva che a proseguire; e non volle ciò, né nulla. La prima era
difensiva, conservatrice de' diritti acquistati, e conservolli; la
seconda era offensiva, ed offese, ma senza pro, senza acquisto
ulteriore. Non fu altro che odio, parte guelfa, lega guelfa, contra
odio e parte e leghe ghibelline, che pur sorsero qua e lá. Riuscí un
cumolo di fatti peggio che mai moltiplicati e sminuzzati; piú brutti
naturalmente dalla parte straniera e ghibellina, ma non belli nemmeno
da parte guelfa, mediocri tutti. Il vero è che senza grande scopo le
parti non possono aver né grandi virtú né grande effetto; e che queste
del secolo decimoterzo non servirono a nulla, se non a far crescere i
signorotti o tirannucci, giá sorgenti nelle cittá.--Le parti di quel
secolo ebbero vizio tutto contrario a quello delle presenti. Il quale
è d'oltrepassare gli scopi primieri e buoni, di pigliarne altri via
via ulteriori e cattivi: dopo la libertá, l'uguaglianza, que'
socialismi e comunismi, che sono barbare idee in barbare parole; dopo
il principato costituzionale rappresentativo, la repubblica, e non giá
niuna sapientemente equilibrata, ma la democratica e sociale; dopo, ed
anzi prima dell'indipendenza, l'unitá. Quando sapranno le parti
italiane prefiggersi scopi buoni e non oltrepassarli, quando non
peccare né per difetto né per eccesso, non essere né tutto stolte né
tutto matte? Non mai, diranno alcuni di que' superbi che troncano ogni
difficoltá facilmente con qualche sentenza dispregiativa degli uomini;
gli uomini son sempre stolti o matti; le parti, sempre mancanti od
eccessive; chi le spera moderate, prudenti, sagge, capaci di
scegliersi scopi buoni e contentarsene, spera da stolto o da matto;
egli stesso è da compatire. Ma, rispondiamo noi compatiti, ma
Inghilterra ed America, e il piccolo continental Belgio a' tempi
nostri, ed un altro pur piccolo e continentale Stato in questi ultimi
dí; ma Olanda e Svizzera ne' secoli moderni; ma Venezia (quasi sola,
per vero dire) nel nostro medio evo, ed Atene e Sparta e Tebe; ma
tutte insomma le repubbliche, tutti gli Stati comunque liberi, ebbero
parti; e seppero averne sovente delle moderate, non inefficaci come le
nostre del secolo decimoterzo, o almeno non cosí matte come queste che
ci si dicono ora naturali ed inevitabili al secolo decimonono; e non
furono grandi e felici, se non appunto quando e perché il seppero:
ondeché, noi non veggiamo per noi questa necessitá di non averlo mai a
sapere od imparare; e cosí ci ostiniamo, contro a' dispregiatori e
disperanti, a sperare venga pure un dí che anche le parti italiane non
saran piú stolte né matte, non senza scopo, e non con inaccessibili e
inarrivabili o scellerati. Mi si perdoni la digressione, e torniamo
alle stoltezze del secolo decimoterzo.--Tre famiglie principalmente ne
crebbero: gli Ezzelini, tedeschi venuti con Federigo I, cresciuti in
Vicenza, Treviso, Padova ed all'intorno, ghibellini arrabbiati, famosi
per immani crudeltá: gli Estensi, che vedemmo antichi italiani,
antichi guelfi, anzi battezzatori di quella parte, fedeli ad essa, or
cresciuti in Modena e Ferrara, gente molto migliore, ma, come pare, di
generazione in generazione mediocre, e di che non trovasi mai un gran
fatto, un gran nome (se non vogliasi accettar nella storia quelle
adulazioni dell'Ariosto e del Tasso che sono venute a noia anche nella
loro bella poesia); e finalmente i Torriani, gente antica d'intorno a
Milano che crebbe facendosi capo di quel popolo. Del resto, dopo poca
e oscura guerra, fecesi [1230] una prima pace tra la lega guelfa e il
papa per una parte, e Federigo dall'altra. Ed estesesi via via a molte
cittá per opera de' nuovi frati, principalmente i minori o
francescani, e sopra tutti di sant'Antonio di Padova, e di quel fra
Giovanni da Vicenza, O' Connello del medio evo, che dicesi adunasse
una volta presso a Verona le centinaia di migliaia di uditori [1233].
Ma tutto ciò durò poco. Ché del 1234, fosse o no ad istigazione del
papa e de' guelfi, sollevossi primo in Germania Arrigo figliuolo
dell'imperatore; e questi v'accorse, e, senza combattere, lo prese e
mandò prigione in Puglia, dove poscia morí. E risollevatasi la lega
lombarda e guelfa, e non bastando contra essa Ezzelino III, capo de'
ghibellini, ridiscese Federigo [1236] per Verona, e prese Vicenza,
mentre Ezzelino prendeva Padova; e risalí quindi a Germania. Ridiscese
per la terza volta [1237] piú forte, e diede allora a Cortenuova una
gran rotta a' milanesi. Né perciò osò assalir Milano. Assediò sí
Brescia parecchi mesi, ma invano [1238]; ed ebbe a satisfarsi di
correr Lombardia e Piemonte, riaccostando a sé le cittá men forti o
men costanti, e lo stesso marchese d'Este. Allora Gregorio IX
scomunicava Federigo [1239]; e quando questi scese a Toscana e
minacciò Roma, ei predicò contra lui una crociata [1240]. Convocato
quindi un concilio a Roma, ed essendosi i prelati francesi imbarcati
in Genova che era oramai tutta guelfa, Pisa, che era sempre tutta
ghibellina, armò all'incontro una gran flotta; e ne seguí [3 maggio
1241] una gran battaglia navale alla Meloria, dove Genova fu rotta, ed
onde saliron Pisa e i ghibellini piú che mai al primato di Toscana.
Dicesi ne morisse di dolore il terribil papa Gregorio, e vacò poi la
sede da due anni.--Finalmente, a mezzo il 1243, fu eletto Innocenzo
IV, che da cardinale era stato amico a Federigo, e gli fu papa nemico
peggio che i predecessori. Stretto da' ghibellini di Roma e d'intorno,
fuggí a Genova patria sua [1244], e quindi a Lione in Francia [1245].
Ed ivi adunò un gran concilio a provvedere ai pericoli della
cristianitá nuovamente spogliata di Gerusalemme, ed assalita in
Polonia ed Ungheria dall'invasione dei mogolli successori di Gengis
khan. Ma allor si vide a che servisse quel vantato ordinamento della
cristianitá sotto a' suoi due capi temporale e spirituale. I due capi
eran divisi, e si divisero tanto piú dopo il concilio, che scomunicò
pur esso Federigo. Il papa lo depose; molte cittá l'abbandonarono;
molti signori delle Due Sicilie gli congiuraron contro. Dicesi che un
suo medico tentasse avvelenarlo; e che Pier delle Vigne suo
cancelliero ed amico, che gli avea condotto costui, ne cadesse in
sospetto ed in tal disperazione, che perciò si uccidesse urtando il
capo al muro [1246]. Allora il domato Federigo domandò pace e poco men
che mercé, implorò l'intervento di san Luigi re di Francia, e promise
riprender la croce. Venuto a Torino per accostarsi al papa, fu
richiamato indietro dalla sollevazione di Parma; vi pose campo
all'intorno, e tentò imitare la fondazione di Alessandria, fondando lá
presso una sua cittá ghibellina che chiamò Vittoria; ma, quasi a
scherno di fortuna, ei fu vinto colá [1248], e la cittá incipiente fu
distrutta. Le cose andavan meglio per lui in Toscana; i ghibellini
s'insignorivano della stessa Firenze, capo de' guelfi. Ma intanto
Bologna raccoglieva intorno a sé le cittá, le milizie della parte, e
dava [1249] una gran rotta agli imperiali, e vi prendeva Enzo, uno de'
non pochi figliuoli naturali di Federigo, ornato del nome, non della
potenza, di re di Sardegna. Fu gran trionfo a' bolognesi, i quali
mostrano oggi ancora il luogo dove trassero e tennero il giovane in
pomposa prigionia per venti e piú anni, finché morí. All'incontro,
prosperavano i ghibellini sull'Adige e la Brenta; vi prosperava e
inferociva peggio che mai Ezzelino tiranno. Era, come si vede, tra
Napoli ghibellina, Roma guelfa, Toscana ghibellina, Bologna guelfa,
Padova e il resto ghibellino, un frapporsi, un intrecciarsi di parti,
di guerre, di vittorie e sconfitte che doveva parer insolubile. Fu
sciolto dalla morte di Federigo II [13 dicembre 1250] avvenuta in
Puglia, dov'erasi ritratto, e rimasto poco men che ozioso, forse
scoraggiato, da un anno. Fu indubitabilmente uomo di grandi facoltá
native. Se la potenza tedesca avesse potuto ordinarsi definitamente in
Italia, sarebbesi fatto da lui, che riuniva le due potenze
d'imperatore, re d'Italia e delle Due Sicilie, che imperiò e regnò
oltre a cinquant'anni, che quasi sempre dimorò tra noi, che fu, si può
dire, piú italiano che tedesco, e fu grand'uomo. Ma tutte queste
qualitá facendolo piú pericoloso, il fecero anche piú odiato. Egli
pure fu (mi scuso di ritornar cosí sovente a tale osservazione, ma
ritorna sovente il fatto) di quelli che sprecano le facoltá,
l'operositá, la fortuna, la grandezza contra l'opinione dei piú, che è
onnipotente quando è giustamente progressiva.


17. Fine degli Svevi [1250-1268].--La morte di Federigo II lasciò l'Italia
libera d'imperatori per sessant'anni, e ne' diciotto primi precipitò la
casa di Svevia. Corrado suo figliuol primogenito, giá incoronato re di
Germania, successe lá e vi rimase un anno; mentre i fratelli di lui Arrigo
e Manfredo bastardo governaron per esso Sicilia e Puglia; ed Innocenzo IV
tornava a Italia trionfando, per Genova, Milano, Ferrara, Bologna, Perugia,
e faceva risorgere da per tutto parte guelfa.--Sceso Corrado [1251], venne
nel Regno, ebbelo di mano di Manfredo; e con lui riprese e puní Napoli ed
altre cittá sollevatesi per il papa [1252]. Il quale allora offrí quel
regno per la prima volta a Riccardo, poi ad Edmondo, fratello quello,
figlio questo del re d'Inghilterra; e l'ultimo l'accettò, ma non
venne.--Morto poscia Corrado [1254], e succedendogli in diritto Corradino
figlio di lui, fanciullo di due anni, rimasto in Germania, sollevaronsi i
siciliani contro a' tedeschi e saracini; e il papa s'avanzò nel Regno per
impossessarsene. Manfredi venivagli incontro; ma i suoi cavalieri prendeano
zuffa con uno de' guelfi del papa, e l'uccideano; ed egli fuggiva e
raggiungeva i saracini di Lucera devotissimi di sua casa; e risollevava il
Regno. Moriva Innocenzo IV nel medesimo anno; e succedevagli Alessandro IV
minor di lui, ma non meno aspro avversario degli Svevi, di tutti i
ghibellini. Non seppe conservare il Regno; Manfredi lo riconquistò tutto in
breve.--Alessandro predicò la croce contra Ezzelino, il tiranno di Verona,
Vicenza, Padova ed all'intorno; il quale era cresciuto a invidie e
crudeltá, che non iscompariscono al paragone con quelle de' marchesi e
delle cittaduzze e degli altri tiranni piccoli o grandi, antichi o moderni,
italiani o stranieri; ondeché contra costui, fu, almeno una volta, opera
santa la crociata di cristiani contra cristiani. Tre anni durò, tenendosi
stretti i ghibellini all'infame lor capo. Finalmente [1259] due signori
principali di questi, Oberto Pelavicino e Buoso da Doara, sollecitati l'un
contro l'altro dal tiranno, scoprono il doppio tradimento, abbandonano il
traditore, s'aggiungono alla lega guelfa; ed Ezzelino che avanzavasi verso
Milano, si trova rinchiuso tra questa e l'Adda, in mezzo a un cerchio di
nemici; combatte a Cassano, è vinto, ferito e preso, e si lascia morir
ferocemente. Quasi tutta Lombardia ne rimase guelfa. I Torriani ne crebbero
in Milano; gli Scaligeri ne sorsero all'incontro in Verona, e vi
continuarono la potenza, il capitanato ghibellino di Lombardia.--Intanto
[1258] Manfredi, udita, o data, una falsa nuova della morte di suo nipote
re Corradino, avea presa la corona di Puglia e Sicilia; e udito che quegli
viveva, serbolla, nominandolo suo successore. Quindi volendo rinforzarsi in
Toscana v'aiutava i ghibellini, i fuorusciti di Firenze. Seguivane [1260]
la battaglia di Montaperti (4 settembre) immortale ne' versi di Dante,
famosa allora per la vittoria de' ghibellini, il loro ritorno in Firenze, e
il lor disegno di distruggerla, impedito dal solo Farinata degli
Uberti.--L'anno appresso [1261] è quello della caduta dell'imperio latino
in Costantinopoli; dove si rinnovava il greco, e si fondava, in odio a'
veneziani, la colonia di Galata da' genovesi rivaleggianti. E morto in
quello papa Alessandro IV, succedevagli Urbano IV, francese, piú che mai
caldo nell'odio italiano contro agli Svevi, e nell'impresa di cacciarli dal
Regno. Subito l'offrí a Carlo d'Angiò, conte di Provenza fratello di san
Luigi re di Francia, facendovi rinunziare quell'Edmondo d'Inghilterra a cui
era stato dato dal predecessore [1263]. Non poté adempier l'impresa, ma
lasciolla morendo [1265] a Clemente IV pur francese, anzi provenzale, e
tanto piú caldo in essa.--Allora eleggevasi Carlo a senator di Roma, e la
guerra contra Manfredi era dichiarata crociata. Carlo avviava sua moglie,
l'ambiziosa Beatrice, con un forte esercito per Piemonte e Lombardia; e
venuto egli per mare a Roma con mille cavalieri, vi riceveva l'investitura
del Regno. Sceso quell'esercito, congiungevasi co' Torriani e i guelfi
lombardi, batteva Pelavicino e i ghibellini, e per Romagna raggiungeva
Carlo nuovo re. Avanzavasi questi da Roma a Benevento, e vi s'avanzava dal
Regno re Manfredi, mal secondato, giá tradito da' suoi. Seguiva una gran
battaglia (26 febbraio 1266); e Manfredi v'era ucciso, seppellito sotto un
monumento militare d'un sasso gettatogli da ogni uomo, diseppellito e
buttato fuori dalle terre del papa da un feroce legato. Anche Manfredi fu
principe di conto, non indegno del padre. Ma non mi par quell'eroe, massime
non eroe d'indipendenza, di nazionalitá italiana, che ne vorrebbon fare
taluni. Il fatto sta che per il gran desiderio che se n'aveva testé, e non
avendone allora niun vero, se ne fingevano degli immaginari.--Inferocirono
subito i francesi in Benevento, nel Regno occupato senza contrasto. Quindi,
fin d'allora, a sollevarsi contr'essi l'opinione universale, le speranze
ghibelline. Chiamarono di Germania Corradino, bello e prode giovanetto di
sedici anni, che la madre non voleva lasciar partire, che partí con gran
séguito di principi e signori tedeschi. Giunse a Verona sul finir del 1267,
mentre ghibellini e saracini si sollevavan per lui nel Regno. Quindi
dovette accorrere Carlo, lasciando Toscana ove erasi avanzato a rifarla
guelfa. Giunsevi Corradino, vi fu festeggiato e rinforzato da' pisani,
s'avanzò a Roma lasciata dal papa, penetrò negli Abruzzi fino a
Tagliacozzo. Ed ivi fu incontrato da Carlo, men forte ma piú astuto
capitano. E combattutavi [23 agosto] una gran battaglia, rimase vincitore
primamente Corradino, poi, per l'arte (suggeritagli da un vecchio suo
guerriero) di tener intatta una riserva, Carlo d'Angiò. E preso il giovane
infelice e scelleratamente giudicato, perdé sul palco il capo innocente, su
cui s'erano accumulati tanti odii, odii guelfi contra Svevi, odii papali
contra imperatori, odii cristiani contra saracini, odii italiani contra
tedeschi. Dal palco gettò un guanto in mezzo alla folla degli spettatori;
ed uno di essi il portava poi a Costanza figliuola di Manfredi e regina
d'Aragona, solo resto oramai di casa Sveva.--Enzo, quell'altro innocente,
moriva quattro anni dopo in suo carcere a Bologna.


18. Il terzo periodo della presente etá in generale
[1268-1377].--Segue il periodo della potenza angioina, meno infelice,
men pericolosa alla libertá, giá confermata, de' comuni. Perciocché
per quanto severo sia il giudicio che si deve fare degli ultimi papi,
inutilissimamente qui chiamatori di nuovi stranieri, il fatto sta che
la libertá d'Italia non fu mai cosí presso a compiuta come ne' due
secoli seguenti, come in generale tutte le volte che alla signoria o
preponderanza tedesca sul settentrione d'Italia si contrappose
staccato il Regno del mezzodí. Allora, per poco che non sieno
mediocrissimi, paurosissimi quei re lontani dalla prepotenza tedesca,
sorge un equilibrio naturale, che dá fiato, che diminuisce la servitú
della penisola intiera; e se fosse mai sorto, se sorgesse mai un gran
principe colá, non è dubbio che la servitú cesserebbe del tutto. Se
Carlo I fosse stato simile al gran fratello san Luigi di Francia (ma
forse, se tale, non sarebbe venuto a Italia), sarebbesi ciò allora
adempiuto. Ma qui fu il gran danno, qui la colpa del secolo che siam
per correre; né Carlo I né niuno degli Angioini non furono grandi
principi mai; furono principi semibarbari, semifeodali, non occupati
in altro che nell'estendere lor potenza personale, senza uno di quei
pensieri di riunire in un corpo una nazione, di appoggiarsi sugli
interessi generali, sulle opinioni di lei, di riunirla quando divisa,
di ordinarla quando scomposta, di liberarla quando dipendente, o di
accrescere la somma delle forze, della virtú, della felicitá di lei,
quando giá sia indipendente; i quali, per vero dire, son pensieri di
etá piú progredite, od anzi di pochi eletti in queste stesse. E
tuttavia anche allora, anche non bene costituito il Regno, il
costituirsi antitedesco di esso fu tal fatto, che se ne muta quinci
innanzi l'andamento di tutti i fatti minori; che dopo un secolo di
prepotenza tedesca combattuta ed abbattuta, segue un secolo di
prepotenza francese; che l'imperio, gli imperatori eletti, od anche
discesi ed incoronati, ne scemano del tutto d'importanza; e che non
piú sulla successione di questi, ma su quella dei re Angioini, ci pare
dover oramai dividere ed ordinare la successione degli eventi.--Del
resto, noi continueremo per forza a tralasciare le guerre civili di
cittá a cittá, ed anche peggio le cittadine entro ad ogni cittá, e gli
accrescimenti piú che mai frequenti de' tirannucci in ciascuna, o de'
signori feodali, quando tutti questi fatti non sieno importantissimi
alle vicende di tutta Italia, le quali sole qui proseguiamo. Noi non
abbiamo spazio da badare agli interessi, alle memorie anche gloriose
(se ci sia lecito dir cosí) di niun campanile, sia pur quello di Santa
Maria del fiore di Firenze, di San Marco di Venezia; né agli interessi
o alle genealogie di nessuna famiglia principesca, sia pur quella
d'Este o di Savoia. All'incontro, ci pare importante a notar fin di
qua della parte guelfa; che siam per vederne i piú gravi errori,
gl'imperdonabili pervertimenti, il passar di lei sotto a capi
stranieri, e quindi l'esagerarsi, il dividersi, il perder lo scopo
qualunque che pur aveva avuto, il ridursi piú che mai a nome vano e
nocivo di discordie. E noteremo delle cittá in generale: che elle giá
non si reggevano né si resser piú in niuna di quelle forme originarie,
quasi universali e piú semplici, de' consoli del secolo decimosecondo,
o de' podestá del principio del decimoterzo; che ogni governo
cittadino s'era mutato in forme diversissime, e variabilissime,
secondo la preponderanza de' ghibellini o de' guelfi, de' nobili
antichi o de' nuovi, de' popolani dell'arti maggiori o delle minori,
od anche dell'ultima plebe, ad ogni decennio, ad ogni lustro, ad ogni
anno; che questi governi quali che fossero, quand'eran di parecchi, si
chiamarono la «Signoria»; e quando d'uno costituito legalmente o
illegalmente, il «signore» dagli amici, il «tiranno» da' nemici; e che
insomma le divisioni e suddivisioni e diversitá e gelosie ed invidie e
pettegolezzi d'Italia non furono cosí moltiplici mai come in questo
secolo. Il quale tuttavia è il secolo di Dante (nato l'anno appunto
della discesa di Carlo, 1265) e di Petrarca, Boccaccio, e Giotto e
Arnolfo di Lapo e Nicolò Pisano, il secolo in che piú progredirono a
un tratto la lingua, le lettere, le arti nostre. Tanto a tutte le
colture generalmente, alle lettere principalmente, valgono
l'indipendenza anche incompiuta, la libertá anche coi suoi
inconvenienti ed abusi ed eccessi.


19. Re Carlo I d'Angiò [1268-1285].--Morto Corradino, trionfò parte
guelfa. Morto Clemente IV un mese dopo, e non succeduto nessun papa
quasi per tre anni, re Carlo rimase solo capo della parte
trionfatrice, capo straniero della parte nazionale, che fu il seme di
tutti i danni. In Toscana, in Lombardia, in Piemonte le cittá si
rifacevan guelfe, e le piú facevan Carlo capo di lor vari governi, di
lor signorie, signore. Firenze era stata delle prime (fin dal 1266); e
perseverò poi guelfa sempre, non ultima causa di sua grandezza, di sua
coltura; l'ispirazione nazionale è somma delle ispirazioni. In
Lombardia, i due grandi capi ghibellini Oberto Pelavicino e Buoso di
Doara finirono, quegli poco piú che signor privato di castella, questi
spoglio del tutto. Se Carlo si fosse contentato d'Italia, egli l'aveva
allora. Ma fu dapprima distratto da quella crociata ch'ei fece col
fratello san Luigi in Africa, dove questi morí [1270]; e sempre poi
dal disegno di riconquistar l'imperio greco. E fosse leggerezza
naturale o perché le menti ristrette non sanno attendere a un tempo
alle cose presenti e alle ulteriori, fu meravigliosa la noncuranza con
che egli e i suoi francesi malcontentarono i regnicoli, gl'italiani
tutti, gli stessi guelfi. Naufragate le navi genovesi al ritorno
d'Africa sulle coste di Sicilia, ei le fece predare; era uso del tempo
in casi soliti, ma scandaloso anche allora contra crociati ed alleati.
Guido di Monforte, uno de' principali francesi, che aveva perduto il
padre nelle guerre contra Inghilterra, trovandosi un dí in chiesa con
Arrigo principe inglese, lo trucidò a personale e vile vendetta, fuggí
di chiesa, e ripentito rientrovvi a tirar fuori l'ucciso pe' capegli,
come gli era stato tirato il padre; e re Carlo lasciò impunito
quell'arrabbiato. Poi, gli storici concordano ad accusare Carlo e i
francesi di ruberie, di lussi e lussurie; tanto piú insultanti a que'
repubblicani, che eran rimasti semplici e costumati fin allora, e che
allora appunto (com'è notato da Dante e da' cronachisti)
incominciarono a corrompersi. Poi, come succede a tutte le parti
vittoriose di dividersi in moderati ed esagerati, cosí fin d'allora
subito si divise parte Guelfa in quelle due suddivisioni che poc'anni
appresso furono famose in Firenze sotto ai nomi di «bianchi» e «neri»;
e i papi seguenti, quando furon nazionali, furono in generale
moderati; e gli Angioini e francesi e lor papi furono sempre
esagerati. Ed insomma, per legge naturale, inevitabile, in pochi anni
gli stranieri nuovi furono odiati, certo non meno, forse piú che gli
antichi. Tutto ciò incominciò a vedersi quando fu fatta finalmente
l'elezione di Gregorio X [1272]; uno de' papi, che seppe far meglio
insieme i due uffici di pontefice e di principe, che adoprò i quattro
anni del troppo breve pontificato a far paci dentro e fuori Italia, in
tutta la cristianitá, per riunirla ad una nuova crociata. Anche
lasciando la santitá e l'utilitá politica di quell'imprese a cui dopo
Gregorio X niuno attese piú per due secoli, restano belli e superiori
alla sua etá gli sforzi per cui egli fece richiamar i ghibellini nelle
cittá guelfe di Toscana, e conchiuder paci tra re Carlo e Genova, tra
Venezia e Bologna. Carlo all'incontro faceva ricacciare i ghibellini
ripatriati. Come Gregorio primo e il secondo e il settimo, cosí il
decimo segna un'epoca, un cambiamento nella politica dei papi. Fu
primo de' guelfi moderati. Ancora Gregorio riconobbe l'imperator
greco, e riuní (per poco pur troppo) quella chiesa alla latina; e re
Carlo trattò all'incontro, s'apparentò con Baldovino l'imperator
latino cacciato. Finalmente attese Gregorio X a far cessare
l'interregno nell'imperio occidentale, vanamente disputato da parecchi
anni tra due competitori lontani ed impotenti, Alfonso re di Castiglia
e Riccardo di Cornovaglia, principe d'Inghilterra. Scartati quelli, fu
ora eletto in Germania a re de' romani (cosí incominciavasi a chiamar
il re di colá, investito oramai, per prescrizione, del diritto d'esser
incoronato imperatore) Rodolfo d'Absburga, lo stipite della prima casa
imperiale d'Austria. Ma quest'ultima non fu certamente buona opera
politica per l'Italia, a cui aveva giovato giá l'interregno, a cui
avrebbe anche piú, se si fosse lasciato cader in disuso il funesto
nome, le funeste pretensioni: ondeché ciò che dicemmo de' comuni e di
lor leghe, è a dir ora di questo e de' seguenti od anzi forse di tutti
i papi; che essi non seppero innalzarsi mai a desiderare od imaginare
né l'indipendenza compiuta d'Italia, né, finché durarono gl'imperadori
romani, una cristianitá senza tal capo ed ornamento. Del resto,
Rodolfo fu forse il migliore che s'avesse mai. Principe non solamente
prode e gran guerriero, ma (lo dico con intimo convincimento)
previdentissimo politico, attese tutta sua vita a fondare, ad
estendere la potenza di sua casa in Germania; e la fondò ed estese
molto bene in que' paesi d'Austria e Boemia, su quel Danubio, dove fu,
è, e sará sempre il nerbo, la veritá di lor potenza; trascurò l'Italia
dov'era lo splendore, ma dov'era e sará sempre la fallacia di essa.
Non vi scese mai, diede appena speranze di venirvi ad alcuni
ghibellini, confermò ai papi (piú esplicitamente che non fosse forse
stato fatto mai da Pipino, Carlomagno o Matilde) quegli Stati ch'essi
hanno oggi ancora. E tutta questa germanica politica di casa
d'Austria, ei la fondò e tramandò cosí bene, che rimase piú o meno
quella di tutti i discendenti di lui, imperadori o non imperadori, per
due secoli, fino a Massimiliano e Carlo V. Cosí questi non l'avesser
lasciata, per tornare a quella delle due case ghibelline di Franconia
e di Svevia! L'Italia ne sarebbe da parecchi secoli, non la piú
grande, non la primeggiante probabilmente, ma almeno la piú felice fra
le nazioni del mondo; e casa d'Austria non avrebbe perduto il
principato di Germania per proseguir sempre quel d'Italia, e non
averlo tranquillo mai; e Germania, rimasta piú felice essa pure, e piú
unita, avrebbe adempiuto meglio l'ufficio suo passato di difenditrice,
adempirebbe meglio il suo presente o futuro di estenditrice della
cristianitá, all'Oriente. Ma che? Dall'epoca appunto a cui siam
giunti, dall'abbandono delle crociate, dal non ascolto dato a Gregorio
X, i principi cristiani quasi sempre amarono aggirarsi, intricarsi nel
medesimo cerchio di politica ristretta europea gli uni contra gli
altri, anziché estenderla agli interessi esterni e comuni.--Ad ogni
modo, morto il buon papa Gregorio X, come appunto s'apparecchiava a
passar in Asia egli stesso [1276], succedettergli in poco piú d'un
anno quattro papi: Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI e [1277]
Niccolò III imitator di Gregorio, paciero e guelfo moderato come
quello, ed anche piú di quello, temperator della oltrepotenza
angioina. Appoggiandosi al nuovo re de' romani, fece a Carlo deporre i
titoli e le potenze di senator di Roma, e di vicario imperiale in
Toscana; e pacificò quindi questa e Romagna, facendo ripatriar i
ghibellini. Ma morto esso nel 1280, e disputandosi l'elezione tra
italiani e francesi, soverchiaron questi per forza di Carlo, e fu
eletto [1281] Martino IV francese; e francese, angioina, guelfa
esagerata rifecesi l'Italia.--Ma intanto da quel resto di sangue e di
diritti ghibellini che erano stati portati da Costanza a Pietro
d'Aragona, dalla fedeltá di due grandi fuorusciti pugliesi, Ruggeri da
Loria e Giovanni da Procida, e principalissimamente dall'ira de'
popoli oppressi, apparecchiavasi una mezza rovina agli Angioini, un
terzo popolo straniero alla misera Italia, una divisione di quel bello
e natural regno delle Due Sicilie, che riuní allora per poco, che
riunisce ora da oltre un secolo il piú gran numero d'italiani
indipendenti; ondeché non può se non dolere qualunque volta ci si veda
o si tema ridiviso. Ruggeri era in Aragona diventato almirante e
grand'uomo di mare; il Procida (se grandezza e cospirazione possono
stare insieme) gran cospiratore. Corse Sicilia ad inasprir grandi e
popolo; Costantinopoli due volte, a farvi sentire i pericoli, le
minacce dell'ambizioso Carlo, e trarne sussidi di danaro; Roma (sotto
Niccolò III) ad ottenerne approvazione quando fosse fatto; ed Aragona
a rendervi conto e pressare un'impresa a Sicilia. E Pietro
l'apparecchiava sotto nome d'impresa contro a' saracini, e salpava e
scendeva in Africa; quando il lunedí di Pasqua 30 marzo 1282, andando
secondo il costume i cittadini di Palermo a' vespri del vicino
Monreale, un francese insultò una fanciulla al fianco di suo
fidanzato, e fu ucciso lí da questo, e tutto il popolo si sollevò al
grido «Muoiano i francesi»; e ne fu fatto macello in Palermo, e via
via poi in ciascuna delle cittá dell'isola, al dí, all'ora che
v'arrivò la novella del feroce esempio. Cosí, come suole quando v'è
materia vera, la rivoluzione popolare troncò indugi e dubbi alla
cospirazione principesca ed aristocratica. Allora Carlo, giá mezzo
disperato all'annunzio, pregava Dio, «se dovea scendere, di scendere
almeno di piccol passo», ed assaliva poi Messina con una gran flotta.
Ma sopragiungevano finalmente [30 agosto] Pietro, che fu riconosciuto
re in tutta l'isola, e Ruggeri di Loria che sforzò Carlo a lasciar
Messina, e gl'inseguí ed incendiò la flotta. Poi Carlo e Pietro si
sfidavano personalmente a vicenda per a Bordeaux in Francia; ed a
vicenda andandovi, s'accusaron l'un l'altro di non esservisi trovati,
di non avervi sicurezza; e non se ne fece altro [1283]. Il papa
francese spogliava Pietro de' suoi regni, e Pietro li serbava. E Carlo
tornando di Francia a Napoli, trovava sua flotta ribattuta dal gran
Ruggeri, e condottone via prigione il proprio figliuolo Carlo il
giovane [1284]; e si vendicò malvagiamente sui napoletani, ed accorato
morí in sul principio del 1285. Morendo dicono pregasse Dio: gli
perdonasse i peccati, per il merito fattosi in conquistar il Regno a
santa Chiesa! Tanto gli uomini sembrano illuder sé, e voler illudere
Dio stesso, chiamando merito e sacrificio le proprie ambizioni! Ma
entriamo noi il men possibile nell'intenzioni: son segreti di Dio
giudice, giudice terribile e misericordioso.--L'anno innanzi [1284]
erasi combattuta un'altra gran battaglia navale tra genovesi e pisani,
di nuovo alla Meloria. Ma qui furono vinti i pisani; e non se ne
rialzaron mai piú, né essi, né parte ghibellina in Toscana.


20. Re Carlo II d'Angiò [1285-1309].--A Carlo I d'Angiò successe, da sua
prigionia d'Aragona, Carlo II figliuolo di lui, nel regno di Puglia ed
insieme nel contado di Provenza e gli altri feudi francesi. E fu nuova
disgrazia nostra siffatta riunione del regno italiano e delle province
francesi negli Angioini; i quali, quantunque dimoranti tra noi, sempre
rimaser francesi, non si fecer nostri bene mai, come succedé poi piú volte
delle famiglie di principi stranieri ma venute a regnare in Italia sola. Il
tempo di Carlo II è famoso nella nostra storia letteraria, perché è quello
della vita politica di Dante, quello de' fatti che entrano piú
abbondantemente nel poema di lui. Ed è pur tempo molto notevole nella
nostra storia politica, perché oramai abbiamo in essa tedeschi, francesi,
spagnuoli, tutti quanti gli stranieri moderni; e perché poi è il tempo
degli ultimi errori di parte guelfa, quello in che succombette la
suddivisione moderata, papalina ed italiana, e prevalse l'esagerata, pura o
francese.--Morirono nel medesimo anno che Carlo I, papa Martino, a cui
succedette Onorio IV italiano, e Pietro re, a cui succedettero il figliuolo
primogenito di lui Alfonso III nel regno d'Aragona, e il secondogenito
Giacomo in quel di Sicilia. Carlo II d'Angiò fu liberato per un trattato
del 1288; onde rimase a lui il regno di Napoli o Puglia, a Giacomo quel di
Sicilia. Ma appena giunto Carlo in Italia, ei ruppe il trattato; e si
riaprí la guerra di Francia, Castiglia e Napoli contra Aragona e Sicilia,
giá di nuovo riunite (per la morte di Alfonso) in Giacomo re dell'una e
dell'altra. Cosí pressato, questi conchiudeva [1296] un nuovo trattato, per
cui anche Sicilia era abbandonata all'Angioino. Ma sollevaronsi i
siciliani, gridaron re Federigo fratello minore dell'Aragonese; e il
sostenner poi generosamente, fortissimamente in lunga guerra contra Napoli,
Francia, ed Aragona stessa.--Intanto al breve e non importante pontificato
d'Onorio IV era succeduto quello non guari diverso di Nicolò IV
[1288-1292]; ed era quindi vacata la Sedia due anni tra le dispute de'
cardinali italiani e francesi; ed eletto poi Celestino V, un santo romito,
che fu grande esempio del non bastare le virtú private a quel sommo posto
della cristianitá; e che fece quindi «il gran rifiuto», spintovi, dicesi,
dalle arti di colui che voleva essere e fu in breve successor suo,
Bonifazio VIII [1294]. Noi vedemmo, per due secoli e piú, un papa
grandissimo e come pontefice e come principe italiano, non pochi grandi,
quasi tutti buoni nelle due qualitá, quantunque talora imitatori
inopportuni ed esagerati di Gregorio VII, alcuni solamente degli ultimi, i
francesi, non buoni principi, come esageratori di parte guelfa fatta
francese. Ora, Bonifazio VIII italiano, ma da principio tutto guelfo,
esagerato, tutto francese, e poscia tutto contrario, e non solo imitatore
inopportuno, ma, se sia lecito dire, caricatura di Gregorio VII incominciò
la serie de' papi men buoni o cattivi che vedremo poi. Una delle opere piú
infelici di lui, fu il sostegno dato ai guelfi esagerati di Toscana; i
quali prima in Pistoia, poi in Firenze e tutt'intorno, incominciarono a
chiamarsi «neri»; contro ai moderati, chiamati «bianchi», ed accusati
(secondo il consueto) di pendere alla parte opposta ghibellina. Dante, Dino
Compagni, il padre di Petrarca, e quanti erano animi alti e migliori in
Firenze furono naturalmente di parte moderata; ma fu poi gran colpa
politica di Dante e non pochi altri, di quasi giustificar quell'accusa,
rivolgendosi poi, quando perseguitati, e per ira, a quella parte non loro,
a quelli che avrebbon dovuto serbare per avversari comuni. Intanto
Bonifazio chiamava ad aiuto de' guelfi neri o puri Carlo di Valois. un
guerriero venturiero di casa Francia, a cui giá era stato dato e tolto
nelle guerre e paci anteriori (in parole non in fatto) il regno d'Aragona.
Scese in Italia con poca gente, pochi danari, s'abboccò con Bonifazio,
risalí a Firenze, mutovvi il governo da' bianchi a' neri, che esiliarono i
bianchi, e cosí Dante [1301]. L'anno appresso guerreggiò contra Federigo
Aragonese, approdò in Sicilia; ma vi fu ridotto a cosí mal partito, che ne
seguí finalmente la pace tra Francia, Aragona, Puglia e papa da una parte,
e Federigo dall'altra, e ne rimase Sicilia a questo, secondo lo scritto per
sua vita solamente, ma di fatto a sua famiglia poi [1303]. A tal fine
contraria riusciva una delle ire di Bonifazio. Peggio che mai le due altre,
in che si precipitò contro a' Colonnesi, una famiglia cresciuta a gran
potenza intorno a Roma; e contro allo stesso Filippo il bello, re di
Francia, alla cui parte in Italia ei s'era anche troppo accostato, ne' cui
affari francesi ei voleva, ma non era lasciato entrare. Fu la prima od una
delle prime volte che si parteggiò colá per quelle cosí dette libertá della
chiesa gallicana, le quali Sismondi non cattolico ma liberale chiama
«diritto di quel clero di sacrificar la coscienza stessa alle voglie del
padrone secolare, e di respingere la protezione d'un capo straniero e
indipendente contro alla tirannia». Ad ogni modo, accordatisi un mal
cavaliero francese, ed un malo italiano, Nogareto e Sciarra Colonna,
insidiarono il papa in Anagni; presero la cittá, invasero la casa,
insultarono, minacciarono, e fu detto Sciarra battesse il vecchio pontefice
di ottantasei anni. Ad ogni modo il tenner prigione tre dí, finché fu
liberato dal popolo sollevato contro all'eccesso; ed egli d'angoscia o di
furore moriva fra pochi altri dí [1303].--Succedevagli Benedetto XI, papa
italiano, buono e di nuovo paciero; ma morí fra pochi mesi, e, dicono, di
veleno [1304]. Allora disputavasi a lungo l'elezione, di nuovo tra francesi
ed italiani; e finivasi con un compromesso, che questi eleggessero tre
candidati, e quelli nominassero ultimamente uno fra' tre; e ne riuscí papa
Clemente V, francese [1305], di funesta memoria, che tutti s'accordano a
dire aver patteggiato di pontificare a voglia del re francese, e che ad
ogni modo cosí pontificò. Rimase in Francia, chiamovvi i cardinali, la
curia romana; e non potendo la Sedia, piantovvi la residenza, che continuò
colá intorno a settant'anni, e fu dai contemporanei scandalezzati chiamata
«cattivitá di Babilonia». Ancora, egli fu che abolí i templieri, ordine di
frati guerrieri simili a' gerosolimitani, piú guerrieri che frati, forse
giá decaduti in costumi, certo cresciuti in ricchezze: ondeché loro spoglie
furono forse allettamento, certo grande e brutta preda. In Italia Clemente
V volle far il paciero; ma lontano, straniero, e da terra straniera non gli
riuscí. La parte francese, guelfa esagerata, trionfò quasi dappertutto. In
Toscana continuarono, s'accrebbero i neri; in Bologna prevalsero, cacciando
i bianchi nel 1306. In Milano, dove, cacciati i Torriani da parecchi anni,
avean signoreggiato i Visconti pendenti a ghibellini, erano stati cacciati
questi fin dal 1302; e ne era seguíta una lega guelfa di molte cittá, lega
non piú di nazionali contra stranieri, ma nazionali contra nazionali,
caricatura anche questa di bei fatti antichi. Nei soli Scaligeri di Verona
rimaneva qualche forza, qualche speranza, il primato della parte
ghibellina, a cui i tedeschi non pensavano piú. Ché, morto Rodolfo nel
1292, e succedutogli a re de' romani Adolfo di Nassau, non iscese, non poté
nulla in Italia. Né vi scese o poté Alberto d'Austria figliuolo di Rodolfo,
che nel 1298 fu eletto contro Adolfo, e lo spogliò ed uccise in battaglia;
e che fu quello poi contro a cui nel 1307 si sollevarono e si liberarono
ammirabilmente gli svizzeri, come ognun sa. Ma ucciso costui da un suo
parente a vendetta personale nel 1308, gli fu eletto a successore Arrigo
VII di Lucemburgo; il quale, chiamato da' ghibellini, annunziò voler
finalmente dopo sessant'anni far rivedere all'Italia una discesa imperiale.
Ma, prima che l'effettuasse, morí Carlo II d'Angiò, e succedettegli Roberto
suo figliuolo secondo [1309]. Il primo, Carlo Martello, l'amico di Dante,
era morto da parecchi anni, lasciando un figliuolo, stipite degli Angioini
d'Ungheria, i quali rivedremo in Italia.


21. Re Roberto d'Angiò [1309-1343].--La discesa d'Arrigo VII è quasi
controprova di quanto osservammo ultimamente, prova soprattutto della
corruzione di parte guelfa, della mancanza di unitá, di scopo in essa.
Arrigo scendea con poca gente, poco danaro, non trovava parte
ghibellina forte in nessun luogo, salvo Verona. Avrebbe potuto esser
escluso facilmente; fu accettato, corteggiato da' guelfi poco men che
da' ghibellini. Limitò, per vero dire, sue pretese (quanto diverso da'
predecessori!) a stabilir vicari imperiali, e far ripatriar fuorusciti
nelle cittá guelfe o ghibelline, quasi egualmente: e fu quasi
dappertutto obbedito dove passava; disobbedito appena passato. La
potenza imperiale era oramai un'ombra, un nome; ma ombra e nome era
pure oramai parte guelfa contro agli stranieri, realitá solamente per
proseguir le invidie, le vendette, gli sminuzzamenti d'Italia. Scese
Arrigo in sul finir del 1310 pel Moncenisio; venne ad Asti, giunse a
Milano, e vi ricevette la corona reale [1311]. Sollevossi il popolo;
e, represso, ne rimaser ricacciati i Torriani, ritornati in potenza i
Visconti, che non la perdettero piú. Sollevaronsi, ripacificaronsi
parecchie cittá di Lombardia. Brescia sola, fin d'allora piú
perdurante dell'altre, fu assediata e presa. Quindi Arrigo venne a
Genova, l'antica guelfa, che gli si diede; a Pisa, l'antica
ghibellina, che gli aperse le braccia; a Roma, dove fu incoronato in
Laterano da' legati del papa [1312], mentre Vaticano era tenuto per
Roberto di Napoli, capo naturale ma inoperoso dei guelfi. Risalí
quindi a Toscana, pose campo contro a Firenze, che sola ebbe qui e
sempre la lode di costanza guelfa, che disprezzò le minacce di
cancelleria e di guerra, che resistette. Quindi Arrigo levonne il
campo, avviossi contra il Regno, ma infermò e morí a Buonconvento
[1313]. Fu quasi fuoco fatuo, lucente ed innocente.--E quindi, come
ogni parte dopo una speranza, o peggio un tentativo fallito, decadde
la parte ghibellina (divisa anch'essa, del resto, in esagerati e
moderati, detti «verdi» e «secchi»), non men che la guelfa. Rimasero
le due senza scopo né d'imperatori né di papi, lontani e disprezzati
gli uni e gli altri; sopravivendo di nome, si spensero in realitá;
lasciaron luogo a nuovi interessi, passioni nuove. Uguccione della
Faggiola, fatto capitano di Pisa e Lucca e di tutti i ghibellini
all'intorno, si mantenne alcuni anni, ed anzi crebbe e ruppe
fiorentini a Montecatini [1315]; ma fu finalmente cacciato [1316]; e
fu fatta [1317] una pace in Toscana per intervenzione ed a profitto
de' guelfi e di re Roberto. Poco appresso s'innalzò un nuovo capo
ghibellino, Castruccio Castracane, fattosi signor di Lucca [1320] e di
Pistoia [1325]. Tentò Pisa piú volte, ma invano; guerreggiò Firenze,
vinsela in battaglia [1325]; e Firenze diede la signoria al duca di
Calabria, figlio di re Roberto [1326], per dieci anni. Pisa intanto
decadeva; Aragona toglievale la Sardegna [1323].--In Lombardia si
moltiplicarono le guerre di cittá a cittá, il sorgervi, cadervi,
risorgere, estendersi e rimutarsi signori o tirannucci cosí, che ci è
impossibile oramai lo stesso accennarne. Basti il notare, che contro
all'intento giá del buon Arrigo VII ne riuscirono confermati,
aggranditi i signori vecchi, stabiliti de' nuovi; principali gli
Scaligeri in Verona, i Carraresi in Padova, gli Estensi in Ferrara. Ma
sopra tutte confermavasi, crescea la potenza di Matteo Visconti in
Milano, ed estendevasi in breve a Cremona, Tortona ed Alessandria,
anzi sulla stessa Pavia l'emula antica, or fatta provinciale di
Milano. Appena è da notare ch'ei fu scomunicato da papa Giovanni XXII,
succeduto a Clemente V [1316], e papa francese anche egli, dimorante
in Francia, e cosí impotentissimo in Italia. Queste scomuniche
moltiplicate e non piú sostenute dall'armi né dalla presenza dei papi,
non eran piú nulla; nulla in Italia i papi stessi; soli capi di parte
guelfa gli Angioini di Napoli, ambiziosi sí, ma mediocri, e lontani da
Lombardia, dove fervean le parti. Mosse tuttavia re Roberto a difender
Genova quando ella fu assalita da Matteo Visconti e da' ghibellini,
lombardi e fuorusciti di lei [1318]. Veniva un nuovo principe
francese, Filippo di Valois, a capo de' guelfi lombardi, ma Matteo
Visconti lo sforzò a partire [1320]; veniva Cardona, un venturiero
aragonese, e il Visconti vinceva lui [1321], e tutti i guelfi, e tutti
i nemici di sua casa, che lasciò definitamente fondata quando morí
[1322]. Fu detto il «gran Matteo»; ma siffatti epiteti son sempre
relativi al secolo in che si dánno; e in questo non furono veri grandi
se non i padri di nostra lingua, od anzi solo Dante; in politica e
guerra di terra, non ne fu uno certamente; tutt'al piú alcuni
ammiragli che vedremo. A Matteo, dopo brevi contrasti, succedette
Galeazzo figliuolo di lui.--Intanto in Germania, dopo la morte di
Arrigo VII, erano stati eletti due re de' romani, Ludovico di Baviera,
e Federigo d'Austria figliuolo d'Alberto [1314]. Combattutisi
ott'anni, era stato vinto e fatto prigione l'Austriaco [1322], e
liberato poi, rinunciando all'imperio [1325]. Quindi il Bavaro rimase
solo; e disprezzando papa Giovanni XXII che voleva intervenire nella
legittimitá di lui, fece per Tirolo una discesa imperiale [1327], meno
innocua che l'ultima, piú simile alle antiche. Accolto a Milano da
Galeazzo, presevi la corona regia, e depose Galeazzo che in breve
morí. Poi, evitando Bologna guelfa, scese a Toscana per Pontremoli e
Pietrasanta; si guastò con Pisa l'antica ghibellina, per arti di
Castruccio che la voleva; e l'assalí e prese, ma non diella a
Castruccio. L'anno appresso, bensí, fecelo duca di Lucca e d'altre
cittá, che fu (s'io non m'inganno) il primo esempio di questi
tirannucci o signori repubblicani, innalzati a principi titolati
dell'imperio. Ma il nuovo duca morí l'anno appresso 1328. Nel quale
Ludovico, evitando Firenze, venne a Roma, e giá scomunicato dal papa,
fecesi consacrare da due vescovi scomunicati e incoronar da un
Colonna, e poi fece giudicare e deporre il papa, ed eleggere un
antipapa. Tutto ciò (salvo l'incoronazione per un Colonna) era
all'usanza de' maggiori; e cosí furono il sollevarsi del popolo
romano, ed il partirsi dell'imperatore, senza proseguire contro a
Napoli, com'era stato convenuto con gli Aragonesi di Sicilia. Risalito
a Toscana [1329], schivò Firenze di nuovo, venne a Lucca e vendella a'
parenti di Castruccio, che la riperdettero in breve: vendé Milano al
figliuolo dello spogliato Galeazzo, ad Azzo Visconti che tuttavia
gliene chiuse le porte; si ritrasse a Trento. V'attendeva a riunir la
parte ghibellina piú che mai sfasciata, quando morto Federigo
d'Austria, e movendosi i fratelli di quello, egli Ludovico corse a
Germania [1330], e sparí colle fischiate di tutta Italia, lasciando
senza capo la parte ghibellina, a cui era morto l'anno innanzi [1329]
Can della Scala. Fu anche questo detto «il grande»; perché anch'esso
seppe farsi signore di parecchie cittá, e perché sopratutto fu
protettore, mecenate, ospite a letterati, fuorusciti e giullari ch'ei
teneva a tavola (se credasi a' biografi e ad alcuni passi di Dante)
alla rinfusa. Ad ogni modo, in mancanza d'altri, i ghibellini si
gettarono in braccio a uno strano capo, Giovanni re di Boemia
figliuolo di Arrigo VII, un bel giovane tutto zelante per
l'imperatore, per il papa, per la pace, per qualunque impresa, vero
cavaliere di ventura, precursor de' condottieri, quasi giá
condottiero. Veniva a Lombardia, corteggiava i ghibellini, le cittá,
otteneva la signoria di molte, finiva con venderle a parecchi
signorotti, e risalire e sparire egli pure [1333]. Veda ognuno, se son
perdonabili i guelfi di non aver saputo allora liberarsi per sempre di
siffatti nemici.--Ma Firenze sola era savia. Ella fu che movendo una
lega di cittá e signori lombardi, fece sparire Giovanni. Se non che,
sparito, s'entrò in disputa sulle spoglie. Contesero Firenze e Mastino
della Scala successor di Can grande; e Firenze strinse contro esso con
Venezia un'alleanza [1336], per cui fu ripresa Padova e ridonata a'
Carraresi, e furono assoggettate a Venezia, Treviso, Castelfranco e
Ceneda, le prime conquiste di quella repubblica in terraferma, il
primo ingresso di lei nella politica d'ambizioni italiane. Ma Venezia
conchiuse la pace [1338] da sé; e Firenze, che ambiva Lucca, ne rimase
delusa. Intanto Bologna, cacciato il legato Bertrando del Poggetto,
che avea di lá governata a lungo parte guelfa, era caduta sotto la
tirannia di Taddeo Pepoli [1337], rivoltosi poi a' ghibellini. Genova,
stanca di sua tumultuosa libertá, s'era sottoposta ad un governo
simile a quello dell'emula Venezia, a un doge [1339]. Cittá guelfe e
ghibelline del paro, a vicenda e quasi a gara, precipitavano nel
governo d'uno, doge, duca, signore o tiranno. La causa, l'abbiamo
accennata piú volte, non la ripeteremo piú; poco men che dappertutto,
una famiglia nobile, unendo sue aderenze alla parte popolana,
conquistò la signoria. Sempre la medesima serie: aristocrazia,
democrazia, tirannia. Firenze stessa provò un venturiero francese
[1342], il duca di Atene; ma il ricacciò tra pochi mesi, e continuò a
governarsi a forma di repubblica; ché quanto ad essenza, non si
dimentichi, salvo Venezia, niuna cittá l'ebbe mai.--Morto papa
Giovanni XXII, gli succedette Benedetto XI pur francese [1334], che
pur continuò in Avignone. Morto Azzo Visconti, gli succedette suo zio
Luchino [1339]. E nel 1343 morí re Roberto di Napoli che fu detto «il
buono», che direbbesi meglio «il mediocre». Niuno forse lasciò
perdersi mai tante e cosí belle occasioni d'ingrandire la parte di che
era capo naturale; niuno la lasciò cader tanto giú come egli ne'
ventiquattr'anni di regno. È da Dante chiamato «re da sermone». Fu
anch'egli protettor di letterati; anzi quasi letterato. Due anni prima
di morire esaminò, incoronò, laureò Francesco Petrarca. Penso che indi
sia l'invenzione de' poeti laureati.


22. Le compagnie, i condottieri [1314-1343].--Ma vegniamo ad una piú
seria, ad una che fu danno estremo e fatale della giá misera Italia.
Giá dicemmo i mercenari usati dalle cittá italiane fin quasi dalla
loro origine, fin dalle prime loro invidie tra sé, ed in sé. Meno male
finché furono presi ad uomo ad uomo, od a compagnie piccole, e pagati
per a tempo, ad ogni occasione. Peggio giá quando vennero in ogni
cittá co' podestá o capitani annui o di pochi anni. Tuttavia, ciò non
disavvezzava del tutto ancora i cittadini dal tener in mano i ferri, o
li disavvezzava solamente in questa o quella cittá. Ma fu danno
pessimo e nazionale, quando i mercenari si raccolsero in compagnie
grosse, quando esse e lor condottieri furono nuove potenze che
s'aggiunsero a tutte quelle giá cosí miseramente moltiplici
dell'imperatore e re, del papa, delle cittá, degli antichi e restanti
signori feodali, dei nuovi tiranni. Vano, od anzi ad ogni sincero uomo
impossibile è l'illudersi: la pluralitá delle potenze ordinate può sí
essere, è spesso utile in uno Stato; può, facendo concorrere tutte le
forze e le operositá di una nazione, accrescere la forza totale di
lei; ma la moltiplicazione delle potenze disordinate, indeterminate e
sminuzzate non può se non tôrre ogni nerbo, se non isciogliere
qualunque Stato, qualunque nazione. Invano si vien cercando una
consolazione, un vantaggio di questi sminuzzamenti, si vien dicendo
che se n'accrescevano le potenze, le facoltá individuali, o, come or
si dice, la personalitá d'ognuno. Questi accrescimenti delle
personalitá non sono altro, insomma, se non dissoluzioni dello Stato;
il quale (sia in bene o in male) può tanto meno, quanto piú vi può
ogni persona staccata. Questi accrescimenti di personalitá possono
esser buoni (fino a un certo segno) alle lettere, alle arti, e tali
furono ne' nostri secoli decimoquarto, decimoquinto e decimosesto; ma
chi non ponga le lettere e l'arti sopra allo Stato, la coltura sopra
alla civiltá, lo splendore d'una nazione sopra alla forza e
all'indipendenza di lei, non potrá se non deplorare queste come che si
dicano esaltazioni di personalitá, o dispersioni di potenze, di quelle
potenze italiane giá cosí scandalosamente moltiplici all'epoca a che
siam giunti, piú moltiplicate che mai per l'invenzione delle compagnie
e de' condottieri. E mi si conceda ripeterlo qui: anche a me, come a
chicchessia naturalmente, piacerebbe il dar lodi ai maggiori, il
compiacerne i contemporanei; anche a me dorrá esser accusato di
annerire o menomare la storia di questi secoli nostri, che si chiaman
repubblicani e gloriosi. Ma io cedo a quel desiderio maggiore che s'è
fatto in me quasi passione a un tempo e dovere, di cercare quanto piú
io sappia sinceramente, e di svelare quanto io piú possa compiutamente
tutta quella serie di errori ch'io veggo; che han dovuto essere pur
troppo piú numerosi e piú gravi nella nostra nazione, che nell'altre
contemporanee; posciaché queste uscirono di tali secoli con
quell'unitá, quella nazionalitá e quell'indipendenza che noi non
abbiamo. Le disgrazie d'ogni creatura naturalmente debole, donne o
fanciulli, sono per lo piú indipendenti da' fatti loro, e perciò si
commiserano da ogn'anima ben nata; le disgrazie degli uomini
naturalmente piú potenti sono giá men sovente incolpevoli, e si scusan
tanto meno, quanto piú essi sono potenti; ma le disgrazie delle
nazioni,--le quali insomma, nel complesso di tutte le classi e di
tutte le generazioni, sono, in natura, tutte potenti,--le disgrazie,
le miserie delle nazioni non possono essere mai indipendenti da' fatti
loro, non possono essere incolpevoli, non sono pienamente scusabili
mai. Tutt'al piú, è scusabile una generazione a spese d'una o
parecchie altre. Ma, data una gran nazione che non abbia
l'indipendenza, non si può uscire da questo terribile dilemma: o
bisogna dire che ella fu colpevole, o ch'ella n'è incapace. E della
nostra io credo ed amo meglio il primo.--In tutta Europa furono, lungo
il secolo decimoquarto, soldati, contestabili, capitani, compagnie di
ventura. Era ultima degenerazione della feodalitá, di quella
personalitá o individualitá appunto che si loda cosí stoltamente. Ma
altrove, dove durava un centro, un re piú o men potente nella nazione,
una aristocrazia armata intorno al re, una nazione piú o meno unita
all'uno ed all'altra, questo malanno delle compagnie di ventura parve
cosí evidente, cosí scandaloso, cosí contrario ad ogni nazionalitá e
civiltá, anche di que' tempi, che tutti, re, nobili e popolo si
raccolsero insieme per liberarsene; e se ne liberarono, e serví anzi
ad unir meglio popolo, nobili e re. All'incontro, in Italia, dove non
era tal centro, in Italia divisa e suddivisa, in Italia miserabilmente
repubblicana senza le virtú delle repubbliche, tiranneggiata senza
nemmen la centralitá delle tirannie, in Italia piú colta sí ma piú mal
civile giá che le nazioni contemporanee, il malanno appena inventato
crebbe, si diffuse, si aggiunse agli altri, li superò tutti. Il
fiorire e durar delle compagnie fu primamente conseguenza, poi prova
incontrastabile dell'assenza assoluta di vero spirito pubblico, d'ogni
spirito militare; cioè dunque in tutto, d'ogni spirito patrio, cioè
dunque di buona ed efficace civiltá degli italiani di questo secolo
decimoquarto.--In sul principio di esso si accrebbero da noi i
mercenari e venturieri stranieri, degli aragonesi raccolti al soldo di
Federigo re di Sicilia, e poi de' tedeschi venuti a preda con Arrigo
VII e Ludovico il bavaro imperatori. Gli aragonesi, rimasti liberi per
la pace del 1303 tra i re di Sicilia e di Puglia, formarono fin
d'allora una numerosa compagnia, che fu detta con parola araba degli
«almogavari»; ma questi non piombarono sull'Italia, furono a
guerreggiare, pirateggiare, conquistare e perdersi tra latini e greci
dell'imperio orientale. All'incontro, i tedeschi d'Arrigo VII rimasero
in Italia dopo la morte di lui; ed accresciuti di nuovi lor
compatrioti ed altri venturieri, e riuniti in compagnie non grosse per
anche sotto a' lor contestabili, servirono a parecchi de' tirannucci
da noi nomati, Uguccione della Faggiola, Castruccio, Can grande, e
principalmente il gran Matteo e Galeazzo Visconti. Costoro, servienti
ai signori di Milano, furono capitanati da' minori o cadetti di quella
famiglia, Marco e Lodrisio Visconti, che si posson quindi dire primi
capitani di compagnie grosse, primi condottieri, nel frattempo delle
due discese d'Arrigo VII e Ludovico il bavaro, tra il 1313 e il 1327.
Ma s'accrebbero durante e dopo quest'ultima, e quella poi di Giovanni
di Boemia; e diventarono piú grosse e indipendenti dalle cittá e da'
signori che servivano e taglieggiavano, passando dagli uni agli altri;
e furono insomma perfette allora, ebbero esistenza da sé,
abbisognarono d'un nome. E cosí una prima e minore si chiamò della
«Colomba», e guerreggiò e predò in Toscana intorno al 1335; una
seconda e maggiore, di «San Giorgio», e capitanata da Lodrisio, fu
sconfitta da Luchino Visconti in gran battaglia a Parabiago [1339]. E
finalmente una detta la «gran compagnia», dopo aver predati i confini
di Toscana e Romagna, e minacciata Lombardia, sotto un Da Panigo e un
Da Cusano, italiani, e un duca Guarnieri, tedesco sfrenato che portava
scritto in argento sulla corazza «nemico di Dio e di misericordia», si
sciolse tra per minacce e per danari, e il Guarnieri risalí, quasi uno
degli imperatori, a Germania, per indi ridiscendere [1343]. E cosí fu
costituita questa nuova peste d'Italia. E di questa, come dell'altre,
verremo accennando poi gli strazi principali; non tutti, che sarebbono
le dieci e cento volte altrettanti in istorie piú estese. D'allora in
poi, le compagnie scorrenti dall'un capo all'altro della penisola, tra
cittá e cittá o signorie italiane, si potrebbero paragonare alle
comete sguizzanti tra pianeta e pianeta del nostro sistema solare; se
non che, indegno o quasi empio sarebbe il paragone tra questo sistema
divinamente ordinato, e quella confusione sofferta dalla provvidenza;
e che niun paragone poi può esprimere il disordine nuovo arrecato da
que' pubblici ladroni. E pure, anche costoro sono ammirati da
taluni.--Ma ei mi pare primamente, che, anche lasciando lor crudeltá e
i tradimenti e le rapine, non fossero in costoro né grand'arte né
quelle vere virtú militari, che sono le prime di tutte quando elle
s'esercitano per la patria, ma che non sono piú virtú, quando per la
paga, o peggio, per la preda. Il coraggio virile non è che animale,
quando scoppia solamente dalla passione; e diventa bestiale, quando
non ha scopo che del vitto; e inferiore al bestiale, quando ha scopo
di semplice ricchezza; ed io non gli trovo nome che d'infernale,
quando s'esercita ad oppressione.--E quindi parmi chiaro che da
costoro incominci e venga in gran parte quel pervertimento, e poi
quella perdizione quasi totale della vera virtú o spirito militare,
che è pur troppo innegabile in Italia. Innegabilmente, questa virtú
sussisteva ancora ai tempi delle fazioni di Milano, di Tortona, di
Crema, d'Alessandria, d'Ancona e di Legnano, nella seconda metá del
secolo decimosecondo. Ma dal principio del decimoterzo, incominciando
le compagnie di stranieri od anche d'italiani, a darsi a nolo, e
bastando essi poi a tutte le guerre fatte per due secoli, ne venne
naturalmente che il grosso degli italiani, cittadini, borghigiani e
contadini, si disavvezzarono dall'armi, da quel vero e virtuoso
mestiero dell'armi, che io non so dire se sia piú necessario a
mantenere la moralitá degli individui, o la indipendenza della
nazione. Le cittá mercantili principalmente, e le contrade
all'intorno, Venezia e Firenze soprattutto, fecero ogni lor guerra piú
co' fiorini che con l'armi proprie; pagando il sangue altrui,
disimpararono a spargere il proprio. Né si citi, all'incontro,
l'assedio di Firenze, od altre simili fazioni; sono lampi, eccezioni;
e il vero spirito militare è abitudine. E il peggio fu quando, perduta
questa, vennero meno (com'era naturale nella civiltá progredita) le
compagnie che v'aveano, malamente, pur supplito. Allora non rimase piú
nulla di veramente militare nelle evirate province d'Italia, o meno in
quelle piú anticamente disavvezze; non ne rimase piú se non in
Piemonte. Il quale lo deve a' principi suoi, che lo salvarono
dall'armi pagate, dalle compagnie di ventura; capitani, venturieri
essi stessi in que' secoli, cavalieri prima, generali dopo, militari
sempre, di razza, secondo i tempi. Ma se lo tolgano di mente
gl'italiani, i quali volgon gli occhi bramosi a questo Piemonte, a
questi principi: la prova fu fatta; non importa se bene o male, anche
fatta meglio, non riescirá, non può riuscire, se fatta da questi soli,
se non secondata da tutte, o poco meno, le province italiane, in
qualunque modo, ma proporzionatamente al _pro rata_. Io son per dir
cosa che parrá bestemmia a taluni: ma bisogna pur che sia detta da
alcuno. Non solamente quelle idee che tanto si vantano, ma le stesse
virtú politiche, ma la stessa concordia sono un nulla a petto della
virtú militare, per il nostro patrio avvenire. Sia un'Italia concorde
e ricca di quante idee e virtú politiche, ma povera di braccia
militari, ella rimarrá ciò che è: sia un'Italia anche discorde, e
senza altra idea o virtú che di sapere andare e stare sui campi di
battaglia militarmente, ed ella sará indipendente. Quattro milioni non
servono in somma a liberarne ventiquattro. Pensino i venti al modo di
disfar l'opera de' sei secoli pervertitori della milizia italiana.


23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti [1343-1377].--Roberto di
Napoli lasciò morendo il regno a Giovanna figlia di suo figliuolo premorto,
giovinetta di diciassett'anni e giá maritata ad Andrea d'Angiò fratello di
Luigi re d'Ungheria, pronipote anch'egli de' due Carli I e II. Visser
discordi pochi anni; fu ucciso Andrea, uscendo d'appresso alla moglie
[1346]. Papa Clemente VI ne mandò giudicare da Avignone; furono torturati e
suppliziati parecchi uomini e donne; e la regina si rimaritò [1347] con
Luigi di Taranto, un altro collaterale di casa Angiò. Scende Luigi
d'Ungheria fratello dell'estinto a vendetta, e caccia gli sposi novelli che
rifuggono al papa in Avignone [1348], gli vendono questa cittá, e co'
danari tornano a Napoli, onde Luigi s'era partito per paura della famosa
peste (descritta da Boccaccio) di quell'anno. Guarnieri, il condottier
tedesco ridisceso giá con Luigi, a capo della «gran compagnia» rifatta,
passa a Giovanna, ripassa a Luigi. Se ne prolunga la guerra; riscende Luigi
per mare a Manfredonia [1350]; si ricombatte, si rimette il giudicio a papa
Clemente; giudica Giovanna innocente, ed ella riprende il Regno ed è
incoronata con Luigi di Taranto [1352]. Morto il quale poi senza figliuoli
[1362], Giovanna prende del medesimo anno a terzo marito Giacomo d'Aragona
figlio del re di Maiorca, ma non gli dá titolo di re. Egli la abbandona,
guerreggia in Ispagna, v'è fatto prigione, è riscattato dalla moglie [1365]
e vien a raggiungerla. E morto esso pure [1374], Giovanna prende a quarto
marito Ottone di Brunswick [1376]. Intanto in Roma succedeva uno degli
effetti piú strani di quella smania imitativa, di quella pretesa di
restaurar l'antico primato romano, che giá vedemmo sorgere in Arnaldo da
Brescia e nei senatori disprezzati da Federigo I; quella smania che era
venuta crescendo nel presente secolo col ricrescer delle lettere e delle
memorie antiche, in parecchie cittá italiane, in Firenze e Venezia
principalmente (come si scorge da' lor fatti e loro storici), ma
soprattutto, com'era naturale, in Roma. Qui dunque avvenne una rivoluzione
letterata, pedante: Cola di Rienzo, un giovane del volgo, ma colto e
imaginoso, imagina restaurar il nome, i magistrati, la potenza del popolo
romano, abbandonato da' papi, straziato da' Colonna, Orsini, Savelli ed
altri grandi. Contra questi ei nodriva (è frase del Sismondi) «un odio
quasi classico, e ch'ei credeva ereditato da' Gracchi». Un dí di maggio
1347 ei solleva il popolo, si fa tribuno, stabilisce quello ch'ei chiama il
«buono stato», s'accorda col vicario del papa, sale con esso in
Campidoglio, e cita dinanzi al popolo romano Ludovico di Baviera
imperatore, ed il competitore di lui Carlo di Lucemburgo (figlio di
Giovanni il venturiero, nipote di Arrigo VII). È riconosciuto, lodato in
tutta Italia, massime da' letterati. Ma letterato, antiquario, poeta, il
buon Cola non sa governare, meno guerreggiare. È cacciato prima che finisse
l'anno da' nobili e da un legato del papa; fugge a Carlo IV che, morto il
Bavaro e scartati alcuni competitori, era rimasto solo. Nel 1352 è
consegnato a papa Innocenzo IV allor succeduto in Avignone, ed è da questo
aggiunto al cardinale Albornoz di lá mandato a restaurar la potenza papale
in Italia. Cosí da luglio a ottobre 1354 signoreggia di nuovo in Roma con
dignitá di senatore; finché popolo e grandi si sollevan contro lui, e lo
trafiggono a piè del Campidoglio. Non frammischiatosi, come giá Arnaldo, in
cose spirituali, non in elezioni di papi ed antipapi come gli antichi
Alberici, fu il piú innocente fra gli usurpatori romani; fu sognatore, ed
esempio a molti altri.--Dopo di lui l'Albornoz continuò con piú politica e
piú fortuna la restaurazione della potenza papale in Roma, nelle Marche, in
Romagna, in Toscana stessa, durante tutto il pontificato d'Innocenzo VI e
quasi tutto quello d'Urbano V, succedutogli nel 1362. Francese questi pure,
pontificò primamente come gli altri da Avignone; ma nel 1367 ei fece
rivedere un papa al posto suo, venne a Roma, vi rimase presso a tre anni, e
tornò poi nel 1370 ad Avignone, e nel medesimo anno vi morí. Succedette
Gregorio XI pur francese; il quale pure pontificò primamente in Avignone;
ma pressato, dicesi, principalmente da santa Caterina da Siena e da santa
Brigida, restituí finalmente la Sedia in Roma l'anno 1377. Eran
settant'anni appunto dalla traslazione in Francia.--In Toscana, Firenze
risplendeva, s'arricchiva, poteva piú che mai. Raccoglieva il frutto di sua
costanza guelfa, di sua indipendenza, meglio difesa che non quella di niuna
altra cittá italiana, salvo Venezia. Eccessiva giá in democrazia, tollerava
ora i nuovi nobili o grandi, sorti sulle rovine dell'antica aristocrazia, i
grandi commercianti, fra cui giá sorgevano i Medici, fra cui pure
riammetteva per grazia alcuni antichi. E cosí finalmente tollerandosi, le
due classi inevitabili dell'aristocrazia e della democrazia si salvarono da
que' tirannucci, peggiori certamente che non le offese reciproche o gli
eccessi dell'una e dell'altra. Fin d'allora, non militare abbastanza per
ordinare armi proprie, per esentarsi de' condottieri, fu politica in modo
da barcheggiare con essi, e servirsene nelle solite rivalitá contro a Pisa,
e in quella or piú pericolosa co' Visconti di Milano. Firenze non fu buono
Stato se si giudichi positivamente da sé, posciaché non asserí
l'indipendenza compiuta, posciaché non ebbe armi proprie; ma Firenze fu
senza dubbio il migliore Stato d'Italia dopo Venezia; e non merita né tutti
gl'improperi di Dante, né tutti gl'inni di Sismondi.--I Visconti erano
sempre i maggiori principi d'Italia. Morto Luchino, avvelenato, dicesi,
dalla moglie [1349], eragli succeduto suo fratello Giovanni arcivescovo.
Signore giá di sedici cittá, comprò da Pepoli Bologna [1350]. Fu citato a
renderne conto ad Avignone; rispose che v'andrebbe con dodicimila fanti,
seimila cavalli; s'accomodarono. Tenne Bologna in feudo papalino [1352].
Minacciò, guerreggiò invano Firenze, signoreggiò Genova [1353], morí nel
1354. Succedettergli insieme nella signoria tre nipoti suoi, Matteo,
Bernabò e Galeazzo; ma morto il primo, dicesi avvelenato da' due altri,
questi, serbando Milano in comune, si spartirono l'altre cittá. Ma
liberaronsi in breve Bologna, Genova e Pavia [1366]. Capo di questa fecesi
un fra Iacopo de' Bussolari, letterato, poeta, amico del Petrarca
anch'egli, un Cola di Rienzo lombardo. E anch'egli durò poco; restituí
Pavia ai Visconti [1359]; finí in un carcere di frati a Vercelli. E i
Visconti assaliti poi da una potente lega di fiorentini e degli Estensi di
Ferrara, de' Gonzaga di Mantova e del marchese di Monferrato,
resistettero.--Genova e Venezia fecersi di questi tempi una guerra maggior
delle precedenti; disputaronsi il primato del lago italiano, a cui Pisa
decaduta giá non pretendeva piú. I genovesi, afforzati in Galata e Pera
sobborghi di Costantinopoli, contesero, rupper la guerra con Cantacuzeno
imperatore, gli assediaron la cittá, gli arser la flotta [1348]. Poi
contesero co' tartari a Caffa, altra lor colonia [1350]; poi co' veneziani
a cui voller chiudere il commercio alla Tana (Taganrog). Questi s'allearono
co' greci e con gli aragonesi, e capitanati tutti da Niccolò Pisani
grand'uomo di mare, combatterono una gran battaglia nel Bosforo contro a'
genovesi capitanati da Paganino Doria, altro grande [1352]. Vinsero i
genovesi, e fatta pace co' greci continuaron la guerra co' veneziani. Ma
furono vinti dai pisani alla Loiera nel mar di Sardegna [1353], e allor fu
che diedersi al Visconti. Con tal aiuto riarmarono, rifecer capitano
Paganino Doria, ricombatterono una terza battaglia al golfo di Sapienza in
Morea, e vinsero [1354]. Allora fecesi tra le due repubbliche una pace, che
pur troppo non durò poi, che durando avrebbe forse confermato il primato
marittimo all'Italia per sempre. Ma giá si sa: l'assurditá delle rivalitá
marittime è l'ultima ad intendersi, anche in tempi piú progrediti che non
eran quelli. Venezia fu turbata poi da una congiura, piú o meno accertata,
del suo doge stesso Marin Faliero. Ne fu accusato, condannato, ucciso
segretamente [1355]; materia di future tragedie.--Del resto, si
frammischiarono a tutti i fatti della penisola, guerreggiarono, predarono,
si moltiplicarono, si sciolsero, si riunirono, e si accrebbero di quelle
che Francia veniva cacciando, le funeste campagnie italiane sotto duca
Guarnieri il tedesco «nemico di Dio», fra Moriale un provenzale, il conte
Lando, Anichino Bongarten, Alberto Sterz tedeschi, Giovanni Hawkwood
inglese, ed altri minori.--E poco diverso oramai da cotestoro discese Carlo
di Lucemburgo [1354], fu incoronato re a Milano, imperatore a Roma [1355],
e risalí a Germania. Dove poi l'anno appresso [1356] ei pubblicò la _Bolla
d'oro_; quella costituzione che ordinò l'elezione, gli elettori degli
imperatori romani o germanici, e durò (mutata, s'intende, nel corso de'
secoli) finché duraron quelli. Nel 1368 ridiscese in Italia, vendette
signorie, vicariati imperiali qua e lá, e fece incoronar l'imperatrice in
Roma da quel papa Urbano V, che vedemmo precursore della restituzione della
sedia pontificale.


24. Il quarto periodo della presente etá in generale [1377-1492].--La
storia politica de' nostri comuni, repubblicani dapprima,
tiranneggiati quasi tutti poi, è cosí intricata, che ella cape
difficilmente in niuna mente o memoria umana, che niun'arte di
scrittore la fece o la fará forse mai né molto letta, né perfettamente
chiara a chi la legge. All'incontro, la storia letteraria di questi
nostri secoli è cosí bella e cosí splendida a chicchessia, che fin da
fanciulli noi la sappiam tutti e ne abbiamo la mente invasa e
preoccupata. Quindi un errore involontario e frequente: di tener il
secolo decimoquarto, il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto,
quasi piú splendido in tutto, anche in politica, che non il
decimoquinto, in che niun nome tale non apparisce a colpir gli animi
nostri. Nel trattar della coltura di quest'etá, noi avrem forse a
diminuire questa apparente contradizione delle due nostre storie
politica e letteraria. Intanto ci pare dover qui accennare che,
cessata la dimora de' papi in Francia e cosí la innatural soggezione
loro alla corte francese, sottentrò sí dapprima il danno
spiritualmente maggiore della divisione della cristianitá, il grande
scisma occidentale; ma che, politicamente, all'Italia ferma
nell'obbedienza al papa legittimo di Roma, fu minore assai lo stesso
danno spirituale, e grande poi il vantaggio di riavere in sé la sedia
di quella cosí intimamente, cosí inevitabilmente italiana potenza del
papa; e fu vantaggio nuovo, quando, cessato lo scisma, si ordinò
questa potenza; come furono l'ordinarsi, l'ampliarsi di altri Stati
italiani, il diminuirsi lo sminuzzamento della penisola, il farsi
italiane le compagnie. E il fatto sta, che in questo nuovo secolo
escon fuori parecchi piú o men puri, ma certo splendidi nomi politici
e militari: Francesco Sforza, il Carmagnola, Cosimo e Lorenzo de'
Medici, Niccolò V, Pio II, Alfonso il magnanimo, indubitabilmente
superiori ai nomi politici del secolo precedente.--Del resto, continua
qui e continuerá sino al fine di nostra storia la difficoltá,
l'impossibilitá di trovare un vero centro, intorno a cui rannodare i
fatti moltiplici. Finché durò la lotta contro agli imperatori, questi
furono, se sia lecito dir cosí, centro passivo, centro contro cui si
volsero gli sforzi, non di tutti purtroppo, ma de' migliori italiani,
dei papi e di Firenze principalmente. Ma cessata quella lotta (per
l'infausta traslazione, per l'infrancesarsi de' papi da una parte, e
per la trascuranza degli imperatori dall'altra), noi dovemmo giá
cercare un nuovo centro tal quale, per averne epoche, date, riposi a
cui condurre via via parallelamente i fatti diversi; e cosí prendemmo
dapprima gli Angioini di Napoli. Ma noi vedemmo cessata in breve lor
prepotenza, anzi, quanto all'Italia media e settentrionale, ogni loro
potenza; ondeché forse giá prima di qua avremmo dovuto, certo qui
dobbiamo di nuovo mutar centro, e ci par migliore Milano. Del resto,
quanto piú si complica la storia, tanto piú arbitrario resta qualunque
ordinamento di essa. E benché i piú degli scrittori non soglian notare
siffatte difficoltá insuperabili o almeno insuperate nelle loro
storie, parve a noi che il renderne conto candidamente potesse
conferire ai due scopi nostri, di far capire e ritenere, il meno male
possibile, la nostra storia.


25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano [1378-
1402].--Il ritorno de' papi non fu dunque dapprima se non principio di
nuova calamitá. Corso poco piú che un anno, morí Gregorio XI [1378], e
si disputò l'elezione tra dodici cardinali francesi, e quattro
italiani. Il popolo gridava in piazza:--Lo volemo romano!--Fu per
compromesso eletto un napoletano, e cosí suddito francese, Urbano VI.
Contentaronsene i romani, ma non i cardinali francesi, i quali pochi
mesi appresso elessero un francese davvero, Clemente VII. Ne seguí per
quarant'anni quello che fu chiamato poi il grande scisma occidentale,
una serie di papi italiani in Roma, a cui obbedivano la penisola
italiana e Germania; ed una serie di papi francesi in Avignone, a cui
obbedivano Francia, Inghilterra e Spagna con Sicilia. Urbano VI fu
zelante italiano, zelante papa, ma imprudente forse ed avventato.
Scostatasi da lui la regina Giovanna, ei chiamò d'Ungheria nuovi
competitori. Del 1385, puní ferocemente alcuni cardinali congiuranti
contro lui; lasciò ridissolversi lo Stato, riunito giá dal cardinal
Albornoz; e morí poi nel 1389. Successegli in Roma Bonifazio IX. Cosí
scese d'Ungheria Carlo di Durazzo, ultimo maschio della stirpe di
Carlo I, contro alla vecchia regina Giovanna; prese Napoli, fecesi
proclamar re Carlo III [1381]; prese poco appresso Giovanna stessa
derelitta da tutti, tennela nove mesi prigione; e, dicesi, tra le
piume del letto spensela poi [1382]. Giovanna aveva giá chiamato ad
erede Carlo di Durazzo; ma nel frattempo che era assalita da lui,
chiamò Luigi figlio del re di Francia, e nuovo duca d'Angiò, nuovo
stipite di una seconda casa Angioina di Napoli. Questi scese nello
stesso 1382 a difendere giá, a vendicare poi Giovanna; guerreggiò nel
regno fino al 1384, che morí e lasciò le pretese a Luigi II suo
figliuolo. Allora regnò solo Carlo di Durazzo; ma guastossi anch'egli
col papa, guerreggiò con esso, risalí ad Ungheria e vi morí, lasciando
il regno a Ladislao suo figliuolo, fanciullo [1386]. Guerreggiarono
quindi per questo i suoi partigiani contra Ottone, ultimo marito della
spenta Giovanna, contra Urbano VI, contra Luigi II per lunghi anni.
Cresciuto, guerreggiò egli; e riunito il regno finalmente l'anno 1399,
lo tenne poi crudelmente vendicandosi dei nemici, a modo del
secolo.--In Toscana, in tutta l'Italia media continuavano numerosi
sollevamenti dei popolani minori contro a' maggiori diventati nobili.
Il piú famoso e che può servir d'esempio fu quello di Firenze. Ivi i
nobili nuovi si dividevano giá in due, gli Albizzi a capo de' piú
aristocratici; i Ricci e i Medici, de' piú democratici. Cosí succede e
succederá sempre. Tanto sarebbe tenersi i primitivi. Ma l'invidia non
ragiona, e soprattutto non sente bene; chiama generosa l'acrimonia
contra quanto è grande; non pensa che sará punita essa stessa un
giorno onde peccò, da nuove invidie ripunite. Salvestro de' Medici
fatto gonfaloniero nel 1378, e Benedetto Alberti, sollevarono la parte
democratica pura, le arti minori, quella della lana principalmente,
detta de' Ciompi, contro alla parte diventata aristocratica, le arti
maggiori, gli Albizzi. Disputossi ne' Consigli, combattessi in piazza,
vinsero i soliti padroni della piazza, gl'infimi, i ciompi. Michele
Lando, uno di essi, portò il gonfalone; fu fatto gonfaloniero. Ma fu
in breve assalito da' piú democratici fra' suoi democratici, da' piú
ciompi fra' suoi ciompi; resistette alquanto ma invano; gli Albizzi
furono perseguitati, suppliziati [1379]. Poi, vincitori i ciompi si
divisero; e le arti maggiori, gli Albizzi, i nobili popolani
trionfarono all'ultimo [1382]; cioè anch'essi per allora fino a che,
come vedremo, trionfò di nuovo la parte ultra popolana sotto i Medici,
che se ne fecero scala alla signoria.--Cosí in Genova, alle divisioni
tra i Doria e i Fieschi e l'altre famiglie antiche, eran succedute
divisioni poco diverse tra gli Adorni e Fregosi, genti nuove. Ferveva
intanto nuova guerra tra Genova e Venezia. Erasi combattuto dapprima
in Cipro, in tutto Oriente; ma vinti i genovesi nel 1378 ad Anzio,
fecero un grande armamento, occuparono l'Adriatico, vinsero a Pola
Vettor Pisani [1379], che fu perciò stoltamente imprigionato da' suoi
concittadini. Quindi i genovesi assediaron Venezia da Chioggia e il
mare, mentre Francesco Carrara signor di Padova la stringea da terra,
dalle Lagune. Non mai Venezia erasi trovata a tale estremo: chiese,
pregò pace. Ma Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, rispose: «voler
prima por le briglie a' cavalli di San Marco». Questo fece tornar il
senno e il cuore a' veneziani; e, tolto dal carcere e rifatto capitano
Vettor Pisani, richiamate lor flotte da Levante sotto Carlo Zen, un
altro grand'uomo di mare, resistettero dapprima virilmente, poi
riassediarono essi i nemici in Chioggia [1380], li ridussero ad
arrendersi, si liberarono. E stanche finalmente le due repubbliche,
terminarono quella troppo famosa guerra, detta di Chioggia, con un
trattato fatto in Torino per mediazione d'uno di que' principi
Savoiardi, che ingrandivano [1381].--Tra' Visconti, morto Galeazzo
[1378] uno de' due fratelli, succedevagli Gian Galeazzo figliuolo di
lui, e cosí divideva la signoria, con Bernabò suo zio. Ma per pochi
anni; ché nel 1385, mentre in un abboccamento s'abbracciavano nipote e
zio, quegli dicendo a sue guardie tedesche--_Streike_,--fece questo
disarmare, prendere, imprigionare, e poi dicesi avvelenare e
riavvelenare. Cosí rimasero Milano e Pavia e tutta la gran signoria
viscontea sotto a Gian Galeazzo. Da secoli e secoli molti signori e
tiranni italiani avevano giá usate perfidie e crudeltá, ma alla cieca,
alla barbara, piú per istinto che per arte. I Visconti furono i primi,
i quali usarono efficacemente quell'arte, che l'opinione
vergognosamente corrotta di que' secoli chiamò «virtú», che alcuni
pochi ammirano ancor di soppiatto sotto nome d'«abilitá»; ma che, come
il bene vien talor dal male, fu forse utile ad ingrandire e riunire
gli Stati, a scemare la funestissima dispersione delle potenze
d'Italia, come fu utile un cent'anni appresso a riunir Francia sotto
Luigi XI. Appena Gian Galeazzo ebbe tutto lo Stato visconteo, egli si
volse ad ingrandirlo. S'uní prima ai Carraresi di Padova contro a
Venezia ed agli Scaligeri, e prese a questi Verona [1386]. Quindi
s'uní co' veneziani contro ai Carraresi, e prese Padova e Treviso
[1387]. Fuggitone Francesco II di Carrara a Firenze, tornò per
Germania col duca di Baviera genero giá di Bernabò cui volea
vendicare, e riacquistò Padova [1390]. Intanto Gian Galeazzo assaliva
Bologna e Toscana tutta. S'alzava Firenze, ma piú da mercante che da
guerriera, e soldava l'Acuto (cosí avea fiorentinamente addolcito
l'impronunciabile Hawkwood), soldava il duca di Baviera [1390],
soldava un conte d'Armagnacco [1391], e cosí si salvava e facea pace
[1392]. Finalmente nel 1395 Gian Galeazzo comprò dal vil imperatore
Venceslao (che dimenticammo di dir succeduto nel 1378 a Carlo IV di
Lucemburgo padre suo) il titolo di duca di Milano per sé e suoi
successori di maschio in maschio, con ventisei cittá lombarde dal
Ticino alle Lagune, per centomila fiorini. Fu una delle vergogne che
fecero dagli elettori tedeschi depor Venceslao, ed eleggergli a
successore Roberto giá conte palatino [1400]. Questi discese subito
contro al nuovo duca italiano; ma sconfittone presso a Brescia [1401],
ed abbandonato poi da tutti i suoi alleati, ed avendo esausti i
sussidi fiorentini, risalí e sparí in Germania [1403], dove poi regnò
fino al 1410. Intanto rimase poco men che abbandonata al duca Visconti
tutta l'Italia. Nel 1399 aveva compra Pisa al figliuolo di Iacopo
d'Appiano, che l'aveva usurpata ad un Pietro Gambacorta. Nel 1400
acquistò Assisi, e Perugia divisa dopo la morte di Pandolfo Baglioni,
capo di parte nobile colá; e ricevette sotto sua protezione Paolo
Guinigi, nuovo tiranno di Lucca; nel 1401 prese Bologna a Giovanni
Bentivoglio, tiranno nuovo esso pure. Insomma (tranne Modena, Mantova
e Padova) avea tutta Lombardia dal Ticino all'Adriatico; con Bologna,
Lunigiana, Pisa, Siena, Assisi e Perugia. Se non moriva di peste nel
1402, chi sa, costui riuniva l'Italia almen settentrionale. Cosí fosse
stato! Gli uomini passano, e le istituzioni restano sotto uomini
migliori.--Gian Galeazzo fece un bene; usò, promosse, ingrandí le
compagnie italiane che s'eran venute raccogliendo sotto parecchi Da
Farnese, un Dal Verme, un Biondo, un Broglia, un Ubaldino, i Malatesta
e parecchi altri, e sopra gli altri Alberico da Barbiano. Tra un
malanno straniero ed uno italiano, questo è sempre meno male. Genova
divisa, incapace di difendersi, erasi fin dal 1396 data a Francia.


26. Giovanni Maria Visconti secondo duca [1402-1412].--Ma poco mancò
che coloro non rovinassero il nuovo ducato de' Visconti. Morendo Gian
Galeazzo avea lasciati due figliuoli di tredici e dodici anni: Giovan
Maria che gli succedette nel ducato di Milano, Filippo Maria nel
contado di Pavia; ambi sotto la tutela di Caterina lor madre, sotto la
protezione de' condottieri. Ma le cittá si sollevarono, e i
condottieri riducendole le serbarono per sé; si fecero forti in
ciascuna, Facino Cane il principale di tutti in Alessandria, Ottobon
Terzo in Parma, Malatesta in Brescia, Giovanni da Vignate in Lodi,
Gabrino Fondolo in Cremona e via via. Caterina, tiranneggiante con
Barbavara cameriero giá di suo marito, fu chiusa in carcere, dove
morí; colui cacciato [1404]. Giovan Maria cresciuto e sorretto da
Facino Cane, tiranneggiò, incrudelí, lussureggiò anch'esso in Milano.
Gran cacciatore, dicono (ma è credibile?) cacciasse uomini; fu
scannato da alcuni gentiluomini milanesi addí 16 maggio 1412. Diventò
duca il fratello di lui Filippo Maria conte di Pavia. Intanto, anche
piú facilmente s'erano sollevate e liberate le cittá piú lontane
venete e toscane. Francesco Novello da Carrara univasi con Guglielmo
ultimo degli Scaligeri, figlio di quello spogliato giá quindici anni
addietro; e insieme riprendeano Verona [1404]. Ma lo Scaligero morí,
dicesi di veleno, pochi dí appresso; e cosí finí quella famiglia dopo
due secoli di signoria, senza vera gloria, senza risultato. Quante
pene sprecate, quanti semi di virtú perduti, per ingrandir le
famiglie! E non lasciar all'ultimo un'opera compiuta, un benefizio
alla patria, una benedizione in cuore ai compatrioti! Verona passò
quindi al Carrarese, e Vicenza a Venezia; e ruppesi guerra tra quello
e questa. Ma le guerre erano allora de' piú ricchi che pagavano piú
venturieri; e qui non v'era paragone. Venezia prese Verona e Padova, e
Francesco Novello e i piú degli altri Carraresi [1405]; e fece
strozzare in carcere lui e due figliuoli di lui [1406], e pose
sfacciatamente a prezzo le vite de' minori a lei sfuggiti. Venezia
entrava a un tempo nella carriera delle conquiste, e in quella della
scellerata virtú del secolo decimoquinto. E cosí finí anche questa
famiglia d'antichi principi italiani.--Né si mosse Firenze, giá lor
alleata e patronessa; era occupata in un'impresa non dissimile,
quantunque men barbaramente adempiuta. Perugia e Bologna eransi
liberate da' Visconti e ridonate al papa; e liberatesi Siena e Lucca.
Sola Pisa rimaneva a un bastardo di Gian Galeazzo, protetto da
Boucicault, signor di Genova per Francia. Costoro vendettero a Firenze
il castello di Pisa, e poi il francese fece decapitare l'italiano. I
pisani ripresero il castello, fecero signore un Gambacorta, sostennero
un lungo e bell'assedio, e furon venduti da colui, e i fiorentini
entrarono cosí a tradimento [1406], e finí la libertá di Pisa. Non vi
furono crudeltá: Firenze fu sempre relativamente mite.--Quindi ivi,
nella nuova suddita Pisa, convocossi un concilio a finir lo scisma. A
Bonifazio IX, papa, erano succeduti Innocenzo VII [1404] e Gregorio
XII [1406]. In Avignone papeggiava Pier di Luna sotto nome di
Benedetto XIII. Questi due furon citati al concilio di Pisa [1409],
s'appressarono, ma non vennero. Furon deposti, fu eletto Alessandro V;
e lui morto nel 1410, e succedutogli Giovanni, invece di due s'ebber
tre contendenti, e furon citati tutti poi a un nuovo concilio a
Costanza.--In mezzo a tutto ciò venne a frapporsi l'ambizione di
Ladislao re di Napoli, che invase Roma e Toscana [1408]. Firenze,
minacciata e sempre pendente a Francia, chiamògli contra il
competitore Luigi d'Angiò. Guerreggiossi quindi parecchi anni in
Toscana e in tutto il mezzodí, tra i due competitori; combattendo per
il francese e Firenze Braccio da Montone, per Ladislao Attendolo
Sforza. Erano allora i due condottieri maggiori d'Italia, i due che
introdussero qualche arte di guerra in lor mestiero: piú ardito
Braccio, piú assegnato Sforza, fecero e lasciarono le due famose
scuole italiane de' bracceschi e sforzeschi.--Nel 1409 il regno di
Sicilia erasi di nuovo riunito ad Aragona. Noi lasciammo quello
cent'anni addietro in mano a quel Federigo che l'aveva difeso cosí
bene contro al proprio fratello d'Aragona, agli Angioini di Napoli, a
Francia, al papa, a Carlo di Valois e ai guelfi neri; e l'aveva avuto
per sua vita colla pace del 1303. A malgrado della quale egli il
lasciò poi nel 1337 a suo figliuolo Pietro II, che il lasciò nel 1342
a suo figlio Luigi, che il lasciò nel 1355 a suo fratello Federigo II,
che il lasciò nel 1377 a sua figlia Maria, che il lasciò nel 1402 a
suo sposo Martino d'Aragona, che il lasciò morendo nel 1409 a suo
padre Martino il vecchio, che fu cosí re d'Aragona e Sicilia. Il quale
morto poi senza figliuoli [1410], e cosí spenta in lui l'antica
schiatta d'Aragona, disputossi la successione e passò a Ferdinando
principe di Castiglia [1412]. Non ci possiam fermare a tutti questi,
mediocri per sé e per potenza, e che, tranne alcune contese e piccole
guerre con gli Angioini di Napoli, non importarono nelle vicende
d'Italia.


27. Piemonte. Casa Savoia. Amedeo VIII [1100-1434].--Ma qui è d'uopo
lasciar l'Italia meridionale, e volgerci a quell'angolo occidentale in cui
scriviamo, e che pur trascurammo fin dal principio della presente etá, fin
dalle origini italiane della casa di Savoia. Dicemmo Odone conte di
Morienna e d'altri feudi oltre Alpi, ed Adelaide contessa di Torino e
d'altre cittá e feudi in Piemonte, stipiti di quella famiglia, a cui alcuni
cercano una antichitá italiana ulteriore, a cui può bastar questa di otto
secoli, superior cosí di sette a quelle di ogni altro principe italiano
presente, salvo i papi. Al tempo di Adelaide era stata nell'Italia
occidentale un'altra casa molto potente, quella d'un conte Aleramo
signoreggiante negli Appennini dalla sponda destra del Po fino a Savona.
Alla morte di Adelaide [1091], la successione di lei fu disputata,
straziata, tra Umberto II Savoiardo, figlio di suo figlio; Bonifazio conte
di Savona, figlio di una figlia d'un altro suo figlio; Corrado di
Franconia, figlio di Berta sua figlia, l'infelice moglie che vedemmo dello
scellerato Arrigo IV imperatore; e soprattutto poi dalle cittá che appunto
allora vedemmo costituirsi in comuni. Quindi Umberto II e i Savoiardi primi
successori di lui furono ridotti a poco piú che Savoia e i comitati
oltremontani; e le famiglie Aleramiche, tra cui principali quelle di
Monferrato in mezzo agli Appennini, e di Saluzzo tra l'Alpi ai fonti del
Po, divisero l'Italia occidentale con le cittá liberatesi, Torino, Chieri,
Asti, Vercelli, Novara, e, quando fu fondata, Alessandria. I Savoiardi
scendevano, potevano secondo le occasioni, in Torino e l'altre; e quando
non potevano qui, s'estendevano all'intorno di Savoia, in Elvezia, in
Francia; ovvero guerreggiavan piú lungi, alla ventura, in Inghilterra, in
Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia
della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non
ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi
sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle
condizioni de' secoli suoi.--Al finir del decimoterzo fece un grand'errore;
ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali,
sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l'afforzò.
Vi si disputò, s'alterò, forse s'usurpò, e certo si divise la successione
tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati
generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo
V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del
Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne' due rami (oltre altri
minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel
di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi
d'Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di
cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a
Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in
una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in
Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305],
passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de' Paleologhi di
Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel
disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran
seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309
al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini
che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316
dicono andasse a combattere pe' cavalieri gerosolimitani contro a' saracini
a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale
significhi colle quattro iniziali: «_Fortitudo Eius Rodhum Tenuit_». Ma se
mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io
crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre
intrecciato con «lacci d'amore», non voglia dir altro, se non che uno di
que' buoni cavalieri, l'inventor del motto, si vantava di portar que'
lacci. Morí Amedeo V in Avignone, dov'era andato a promuovere una nuova
crociata presso ad uno di que' papi infingardi [1323].--Seguendo separati i
due rami di Savoia e di Piemonte o Acaia, questi, che non aveano ad
attendere al di lá dell'Alpi, attesero tanto piú al Piemonte, e vi
s'ingrandirono tra' nuovi marchesi di Monferrato, e gli antichi di Saluzzo,
e gli Angioini, e le cittá guelfe e ghibelline, e i tirannucci e i
condottieri; mentre i cugini di Savoia li aiutavano all'occasione. Fra'
Savoiardi fu di nuovo cavaliero splendidissimo in fatti di guerra e di pace
Amedeo VI, detto il conte Verde dal colore (secondo quegli usi)
costantemente da lui usato. In Piemonte guerreggiò e s'aggrandí; e
guerreggiò contro a' Visconti parenti suoi, per difender due pupilli di
Monferrato; e guerreggiò in Puglia, e in Oriente; assisté al ritorno de'
papi in Roma; arbitrò e conchiuse la pace di Torino dopo la guerra di
Chioggia tra Genova e Venezia. Una volta, accogliendo a sua corte Carlo IV
imperadore, e ricevendone l'investitura de' suoi Stati, e rompendosi,
secondo l'uso barbaro-imperiale, gli stendardi e gli stemmi al vassallo
prima d'investirlo, egli afferrando il suo della croce bianca, nol patí; e
cosí in modo cavalleresco e politico insieme protestò della indipendenza
(fosse di diritto o di fatto) di casa Savoia. Governò, risplendette
quarantanove anni [1334-1383].--Succedettegli Amedeo VII, detto il conte
Rosso; il quale pure guerreggiò, torneò in casa, e fuori, e aggiunse a'
suoi Stati Nizza e quella bella contea, squarcio di Provenza, datagli da
quei cittadini, concedutagli da re Ladislao per non poterla difendere esso
da Luigi d'Angiò, e lasciatagli prender da questo non meno impotente
quantunque vicino. Morí dopo otto anni di signoria [1391].--E successegli,
fanciullo, Amedeo VIII tutto diverso de' predecessori; giá non piú gran
cavaliero, ma uomo politico, prudente insieme ed ardito, riunitore ed
ampliator dello Stato, se non incolpevole, certo lontanissimo dalle infamie
de' Visconti e degli altri tirannucci contemporanei; ordinator poi e
legislatore, e che cosí, cioè secondando i tempi senza prenderne i vizi, fu
fondator nuovo della sua robusta monarchia. Seppe guerreggiare, ma fu
famoso massimamente in trattar negozi vari. Cosí asserí suoi diritti su
Ginevra, sui marchesi di Saluzzo, contro i Delfini e i Borboni di Francia.
Entrò, giovò ne' negoziati che vedremo, per far finir lo scisma. Nel 1416,
ottenne dall'imperator Sigismondo il titolo di duca. Nel 1418, estinta la
casa d'Acaia, riuní gli Stati. Nel 1430, ordinò, ampliò gli antichi statuti
di Savoia, e feceli comuni ne' suoi Stati, pur lasciandone molti locali qua
e lá; saviezza di que' tempi, in cui era ancora impossibile l'uniformitá.
Come i maggiori suoi, comprò, acquistossi in vari modi parecchie signorie
feodali o cittadine incastrate ne' suoi Stati o limitrofe. La piú bella fu
Vercelli, avuta da' Visconti [1427]. Finalmente, nel 1434 Amedeo VIII
lasciava quasi tutte le cure del governo a suo figliuolo Ludovico, e si
ritraeva poi, egli primo con sette compagni, in Ripaglia, un bel sito sul
lago di Ginevra, per vivervi tranquilli, romiti, cristiani. Ma il vedremo
indi ritolto poi a nuovi e maggiori affari. Oramai la storia di questo gran
seno occidentale, non si può separare piú da quella della restante Italia,
e vi diventerá talor principale. Quella piú antica che abbiam qui corsa,
non ha guari altro interesse che le imprese cavalleresche di que' principi.
Ma giova, ricrea l'animo seguir le vicende di quella, dicasi pur rozza,
feodale o semibarbara, ma virile, ma semplice, ma virtuosa schiatta, non
pura forse d'ogni violenza od inganno, ma non imbrattata certamente di
niuna di quelle nefanditá e viltá de' Visconti, degli Estensi, degli
Scaligeri, degli Ezzelini, e de' papi di Avignone, e degli Angioini di
Napoli, e de' senatori di Venezia e delle signorie cittadine, e dei
condottieri tramezzati in tutto ciò. Siffatto paragone è semplice veritá, e
non è ragion di tacerla perché sia a lode de' principi miei. Anche la paura
di esser tacciato d'adulazione è viltá, se fa tacer la veritá. Or torniamo
alle nefanditá.


28. Filippo Maria Visconti [1412-1447].--Lasciammo Toscana e tutto il
mezzodí straziato tra Ladislao, penultimo de' discendenti di Carlo
d'Angiò, insieme con Braccio, e Luigi II degli Angioini nuovi, con
Attendolo Sforza. Nel 1413 Ladislao fu vittorioso, prese Roma,
minacciò Toscana, Bologna. Ma ei morí l'anno appresso 1414.
Succedettegli sua sorella Giovanna II, piú infame che la prima, vedova
d'un duca d'Austria, e che sposò [1415] un Borbone francese. Questi
prese nome di re, mandò al supplizio un favorito di Giovanna, e
imprigionò lei nel palazzo. Il popolo si sollevò per lei [1416]; ella
depose dal regno il marito, l'imprigionò, rilasciollo [1419]. Ed egli
fuggendo tal moglie, tal paese, tal sorte, si ritrasse a Francia; e
sopravvivendo a Giovanna, non tornonne mai piú. Allora, costei che era
senza figliuoli adottò Alfonso V re d'Aragona e di Sicilia, succeduto
[1416] a Ferdinando. Viene Alfonso [1421], si guastano, si combattono;
ed ella revoca l'adozione, ed adotta il nemico, l'emulo di sua casa,
Luigi III [1433]. Si combatte con vicende varie, tra tutti questi, e
Francesco Sforza figlio e successor di Attendolo, e Niccolò Piccinino
successor di Braccio (i due grandi capiscuola eran morti del medesimo
anno 1424). Nel 1433 Giovanna si riconcilia con Alfonso, e l'adotta di
nuovo; e nel 1434 si riconcilia con Luigi che muore; e muor ella nel
1435, chiamando Renato fratello dell'Angioino allor prigione in
Borgogna. Regna quindi Alfonso indisturbato, salvo due discese
inefficaci fatte poi da Renato nel 1438 e 1453, e regna glorioso,
acquista il nome di «magnanimo».--Noi lasciammo la Santa Sede
straziata tra Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII. S'adunò
il concilio di Costanza e non li riuní. Succeduto al primo Martino V
[1417], egli riuní prima due [1419], e finalmente [1429] tutte e tre
le obbedienze. Cinquant'anni avea durato il grande scisma. E Martino V
de' Colonna di Roma, gran protettor di lettere, fu di nuovo gran
principe; riuní la Chiesa, riuní, restaurò lo Stato papale, straziato
giá durante lo scisma. Ma morto esso [1431], succedettegli Eugenio IV,
che si guastò coi Colonnesi e turbò lo Stato; e che, adunato un
concilio a Basilea [1431], e rottolo, turbò la Chiesa; cosicché i
padri rimasti a quella contro al divieto, elesser un nuovo antipapa,
Amedeo VIII, il glorioso duca e romito di Savoia, che prese nome di
Felice V [1439]. Riaprivasi lo scisma. Se non che, morto papa Eugenio,
e succedutogli Niccolò V da Sarzana, un nuovo gran papa [1447], il
duca antipapa gli rinunciò la Sede poco appresso [1449], e morí poi
nel 1451 dopo aver signoreggiato sessantun anni da conte, duca, prior
di romiti, antipapa, e decano de' cardinali. Al secolo dei venturieri
fu piú grande e migliore de' venturieri.--In Firenze (oramai signora
di Pistoia, Arezzo, Volterra e Pisa) dopo la disfatta de' Ricci, de'
Medici, e de' Ciompi, continuò a preponderare l'aristocrazia popolana
degli Albizzi, alcuni anni. Ma risorse l'aristocrazia ultra popolana
sotto a' Medici; sorsero i Medici per mezzo della democrazia a poco
men che signoria, esempio solito. I Medici erano grandissimi fra'
mercanti e banchieri di quella cittá, giá grande per industrie e
commerci di terra fin da quando l'adito del mare le era chiuso dalla
nemica Pisa. E perciò, oltre all'ambizione di accrescimento, volgare
in tutte quelle cittá italiane che speravan ciascuna diventar una Roma
novella, per ciò Firenze volle ed ebbe Pisa. E allora crebbe ella piú
che mai, e in essa crebbero i Medici; cioè quel Salvestro che vedemmo
ne' Ciompi; e poi Giovanni figlio di lui che fu gonfaloniero nel 1421,
benché ancor potessero gli Albizzi; e sopra, Cosimo di Giovanni. Noi
viviamo in tempi di grandi banchieri; ma questi non arrivan forse a
quei principi del commercio d'allora. Non so, per vero dire, se
sarebbe fattibile il paragone de' capitali maneggiati dagli uni e
dagli altri; né, se fattolo, e tenuto conto della raritá de' metalli
allora correnti, ne riuscirebbero piú grandi capitalisti questi o
quelli. Certo poi non v'è paragone tra le liberalitá, le splendidezze.
Cosimo aveva il piú bello e gran palazzo di Firenze, forse d'Italia o
della cristianitá; vi raunava i filosofi, i dotti, i letterati
italiani, e gli orientali, quando vennero, cadendo e caduta
Costantinopoli. E di qua e di lá raunava codici, anticaglie, scolture,
pitture, e pittori e scultori, a cui molto piú che ai letterati giova,
anzi è indispensabile la protezione. Soprattutto imprestava, spargeva
gran danari; strumento supremo di popolaritá. Con tali mezzi era
terribil capo d'opposizione contro a Rinaldo degli Albizzi, capo del
governo. Questi volle liberarsene d'un colpo. Del 1433, datagli dalla
sorte una signoria composta di partigiani suoi, chiamò Cosimo a
palazzo, sostennelo, fecelo esiliare, e tolse poi i nomi de'
partigiani di lui dalle borse onde si traevano a sorte i magistrati.
Cosimo si ritrasse a Venezia, l'antica alleata di Firenze; ed ivi,
esule magnifico, continuò le medesime splendidezze, edificando
palazzi, raccogliendo codici, anticaglie, letterati, artisti; e pur
mantenendo relazioni con sua parte in Firenze. E cosí, corso appena un
anno, ed uscita a sorte, a malgrado le esclusioni, una signoria meno
avversa a Cosimo, egli fu desiderato e richiamato; e cacciossi Rinaldo
degli Albizzi, che esule troppo diverso fu a rifugio a Milano, ai
Visconti, antichi nemici suoi e di sua patria. Fu del resto
rivoluzione pura di sangue, che è meraviglia in quell'etá. E puri, o
quasi, ne rimasero i Medici allor risorti e piú che mai crescenti in
tutto. Se questi primi Medici del secolo decimoquinto si voglian pure
(come si fa da alcuni) chiamar tiranni, ei bisogna avvertire almeno,
che essi furono molto diversi e dagli altri contemporanei, e da' loro
stessi discendenti del secolo decimosesto e seguenti.--Men buono di
gran lunga, e tuttavia non de' peggiori del suo, fu Filippo Maria
Visconti. Brutto di figura, cresciuto tra' pericoli e le sventure, e
riuscitone prudentissimo anzi timido, sospettoso e cupo, non capitano,
non guerriero, non buon parlatore, fu abile conoscitore e destro
maneggiator d'uomini a proprio pro, e crudele sí, ma poco per un
Visconti. Scannatogli, come dicemmo, il fratello [1412], corse a
Milano, fu riconosciuto signore, sposò la vedova di Facino Cane, ebbe
cosí per sé quella compagnia; alla quale sovrapose Francesco Bussone,
detto il Carmagnola da un borgo del Piemonte dov'era stato guardiano
di vacche. Questi poi riacquistò a poco a poco a Filippo Maria tutto
lo Stato dell'avo in Lombardia, e Genova stessa, che non sapendo a
lungo mai star libera si diede a lui e al Visconti, come poc'anzi a
Francia [1412-1422]. Ivi fu fatto governatore, facente funzioni di
doge, il guardian di vacche. Ma al soldato di ventura era esiglio,
posciaché era ozio, o almeno non guerra. Lagnossi, cadde in sospetto.
E comandato congedar sue lance, va invece in corte a Milano, ad
Abbiategrasso dove villeggiava il duca; non è ricevuto; freme, grida,
risalta in sella, varca Ticino, varca Sesia, corre ad Ivrea, s'abbocca
con Amedeo duca di Savoia, promuove una gran lega con Firenze giá
assalita e Venezia minacciata dal Visconti, e pel San Bernardo e
Germania viene a San Marco [1424]. La lega si fa; il Carmagnola n'è
condottiero per Venezia [1426]. Prende Brescia e il paese all'intorno;
è battuto poi a Gottolengo, ma sconfigge in una gran battaglia a
Maclodio Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, emuli giá, riuniti ora
nel servigio del Visconti [1427]. Ma Carmagnola rilascia i prigioni.
Era uso tra quei venturieri che giá si battevan con riguardi, e
finirono con non ammazzarsi; ma i veneziani non l'inteser cosí, e
incominciarono da quel dí a tener in sospetto il Carmagnola. Fecesi la
pace [1428]; rivolsersi i condottieri del Visconti a Toscana, ma non
ne riuscí nulla; riaprissi la guerra nel 1431. Carmagnola è battuto a
Soncino, lascia battere senza muoversi l'armatetta veneziana sul Po
presso a Cremona, e riposa il resto di quell'anno. Al principio del
seguente [1432] è chiamato a Venezia sott'ombra di concertar le
operazioni di quella campagna; è accarezzato per via, a Venezia, in
palazzo ancora, finché nell'uscire è sostenuto, incarcerato, e poi
segretamente accusato, torturato con corda e fuoco, condannato e
pubblicamente decollato in piazza San Marco addí 5 maggio 1432. Fu
innocente o colpevole? Nemmen la critica storica, cosí informata a'
nostri dí, non ne sa decidere. Il peggio delle persecuzioni de'
tiranni non è il supplizio, è il segreto calunniatore. Del resto, ciò
non potea scandalezzare in quel tempo di quella cupa e feroce
aristocrazia, che avea mandati a simil supplizio i Carraresi
evidentemente innocentissimi, anzi non giustiziabili né giudicabili da
lei. Rifecesi pace [1433] tra Venezia e il Visconti.--Ma continuando i
genovesi sudditi di lui la guerra lor propria per gli Angioini contra
Alfonso d'Aragona, essi il presero in battaglia navale e il trasser
prigione a Milano. Filippo Maria il rimandò libero, e Genova se ne
sollevò e rivendicossi in libertá [1435]. Piccinino e Sforza
guerreggiavano intanto in Toscana e negli Stati del papa. Riapresi in
breve la guerra tra Visconti e Firenze [1436]. Si rifá pace, si riapre
guerra [1436], istigata dall'Albizzi il mal fuoruscito, e vi
s'aggiunge Venezia poi; e combattono a lungo Piccinino per il duca,
Sforza questa volta per le repubbliche. Seguono nuove paci e guerre,
piú intricate che mai, da Lombardia fino a Puglia, a cui notare si
farebbon pagine lunghe, e che del resto non ebbero risultato; finché,
cacciatone lo Sforza, ed abbattutone il Visconti, questi trasse a sé
quello, offrendogli la mano di Bianca sua figliuola naturale, ma
unica. Allor fecesi pace universale [1441]. Ma anche questa ruppesi in
breve. Guastaronsi suocero e genero; e ne seguiron simili guerre,
simili scompigli e simile conchiusione. Ridotto a mal partito il
Visconti, vecchio, morente, e perciò tanto piú allettante allo Sforza
che gli volea succedere, si ripacificarono. Ma morí Filippo Maria
prima che si congiungessero [1447].--Sigismondo imperatore discese in
Italia nel 1431. Fu incoronato a Milano (assente e chiuso in suo
castello d'Abbiategrasso il timido Filippo Maria); a Roma [1432] tentò
paci e non le fece; risalí nel 1433, morí nel 1439. Succedette [1440]
Federigo duca d'Austria; dal quale in poi, l'imperio non uscí piú di
quella casa, prima o seconda.


29. Francesco Sforza quarto duca di Milano [1447-1466]. Il ducato era stato
dato a' Visconti in feudo mascolino; niuna femmina, niun discendente o
marito di femmine, v'avea diritto. Tuttavia vi preteser cosí parecchi; il
duca di Savoia, il duca d'Orléans e Francesco Sforza. I milanesi si
rivendicarono in libertá, restituirono il comune o repubblica, ma non
seppero ordinare armi proprie a difenderla; assoldarono i migliori
condottieri, due Sanseverini, Bartolomeo Coleoni, due Piccinini figli di
Niccolò [morto nel 1444], e Francesco Sforza stesso. L'Orléans assaliva dal
Piemonte, prendeva Asti, e la serbava poi; i veneziani continuavan la
guerra incominciata contra il Visconti e passavan l'Adda. Sforza vincevali
e rivincevali costí e sul Po, tre volte in un anno [1448]; ma faceva poi
pace con essi, a patto d'esserne aiutato alla signoria di Milano [1448]; e
cosí alzava lo stendardo contro alla repubblica, indebolita giá per sue
pretese a serbar le cittá suddite. Perciocché, il nome di «libertá» è bello
ed attraente senza dubbio; ma a chi la vuol per sé e la toglie altrui, il
nome sta troppo male in bocca e non tira nessuno. E perché cosí facevano di
lor natura tutte le cittá o repubblichette del medio evo, perciò poche
poterono fondare Stati grossi. Insomma, le cittá del ducato apriron le
porte allo Sforza, e Milano restò quasi sola. Nel 1449 fece con Venezia un
trattato a cui lo Sforza accedé, ma per poco. Anzi, riprese l'armi, tagliò
le vettovaglie a Milano; e il popolo si sollevò, e addí 26 gennaio 1450 gli
aprí le porte e riconobbelo per duca.--E qui v'ha chi piange, e dice
perduta una grande occasione di collegarsi le tre repubbliche di Milano,
Venezia e Firenze per l'indipendenza di tutta Italia; e certo s'ei vuol
dire che elle avrebbero dovuto ciò fare, io consento per questa come per
qualunque altra occasione. Ma il fatto sta che le repubbliche o comuni o
cittá, furono, piú che non gli stessi signori, discoste sempre da tali
idee; e che la storia de' quattro secoli addietro dimostra la loro
incapacitá ed all'indipendenza ed alla libertá stessa; e che qui appunto,
da questa metá del secolo decimoquinto, da questo ascendere dello Sforza
alla signoria, incomincia un periodo, pur troppo breve, non arrivante a
mezzo secolo, ma che fu forse il piú felice, il piú vicino all'indipendenza
compiuta, certo il piú fecondo di grandezze e splendori che sia stato mai
all'Italia, dopo il vero imperio romano. E il fatto sta che la
preoccupazione repubblicana fece a molti travedere ed anche travisare la
storia d'Italia; li fece quasi per disprezzo tralasciare di studiare e
notare la storia di que' grandi principati italiani, che si vennero
apparecchiando fin da quest'epoca, che durarono d'allora in poi, e durano,
che hanno quindi per noi un interesse molto piú attuale. Siffatte
preoccupazioni esclusive, siffatte trascuranze volontarie od involontarie
di tutta una serie di fatti, sono fonti di miseri errori, grettezze in
tutti gli studi; nella storia, nella scienza de' fatti, sono distruzione
della scienza intiera.--E studiando dunque i principati non meno che le
repubbliche, noi noteremo fin di qua, che qui si vede la gran differenza
tra un principe assoldator di condottieri, e un principe condottiero lui
stesso. Quattro anni bastarono a Francesco, principe nuovo ma militare, per
finir quelle guerre che avean occupata tutta la vita di Filippo Maria,
principe antico ma non militare. Nel 1454 fu firmata una pace, stabile
oramai, che fermò, limitò gli Stati di Milano e Venezia, quali li vedemmo
fino a' nostri dí. Francesco signoreggiò poi tranquillo, glorioso,
splendido altri dodici anni; e negatagli l'investitura da Federigo
d'Austria, non se ne curò; offertagli per danari, la ricusò.--Costui era
disceso nel 1452, ed avea fatti gli Estensi duchi di Modena e Reggio, cosí
innalzando un altro de' principati duraturi; e scansata Milano, erasi fatto
incoronar a Roma, non solamente imperatore, ma, contra l'uso, re d'Italia,
da papa Niccolò V troppo condiscendente; poi era risalito. Nel 1453,
Stefano Porcari, un gentiluomo romano, che poc'anni addietro,
nell'interregno della elezione di Niccolò, avea propugnati i diritti di
libertá del popolo romano, fece una congiura di fuorusciti, rientrò con
trecento una notte in una casa; fu tradito, accerchiato, preso,
appiccato.--In quest'anno medesimo si compiè la gran vergogna e calamitá
della cristianitá europea; fu presa Costantinopoli da Maometto II e i
turchi; e cosí finí l'imperio greco, orientale, romano, quella reliquia,
lungamente superstite, della civiltá antica. Quindi si sparsero i turchi
tra pochi anni nelle province greche dell'Eusino, del Danubio, di Atene,
della Morea e nelle isole; facendovi servi, «giaurri», i milioni
d'abitatori cristiani. Spaventossene la cristianitá, ma non se ne mosse;
non avea piú quel fior di zelo cristiano che avea mosse le crociate; non
ancora quello zelo di civiltá che la muove, benché tanto discordemente
epperciò lentamente, a' nostri dí. E giá fin d'allora lo zelo commerciale
superava qualunque altro, faceva prendere i mezzi termini. Nell'anno della
conquista, Venezia fece col barbaro conquistatore un trattato di pace,
d'alleanza e buon vicinato, per salvare i suoi stabilimenti, i suoi scali,
e a capo di essi il bailo ambasciadore, consolo, giudice de' cittadini
veneziani lá sofferti. Trovasi menzione d'una lega italiana ideata tra il
1454 e il 1455; ma furon parole: gl'interessi minori ma presenti fecero
lasciare i maggiori e lontani. Fu nuova vergogna e danno alla cristianitá;
danno poi particolare all'Italia, in cui saran sempre sogni le
confederazioni immaginate in generale, senza scopo, senza occasione; in cui
le occasioni sole posson condurre alle leghe temporarie, e queste sole, se
mai, a qualche confederazione perenne; in cui dunque dovrebbesi prender
come benefizio della Provvidenza qualunque occasione di far leghe, piccole,
grosse, temporarie o durature. Ad ogni modo spargevansi in Italia
letterati, filosofi, reliquie di quella reliquia; a' quali fu mal
attribuito il fior delle nostre lettere giá fiorenti spontanee da duecento
anni, a cui è tutt'al piú da attribuir l'esagerato affetto alle cose
antiche che seguí. Furono accolti principalmente da Cosimo de' Medici e da
Niccolò V, il quale morí poi due anni appresso, e, dicono, di dolore
[1455].--Successegli Calisto III, uno spagnuolo, un primo Borgia, ottimo
papa, che occupò il breve pontificato in confortar invano la cristianitá
contro a' suoi nemici naturali. E morto esso [1458], succedette Pio II
(Enea Silvio Piccolomini) un dotto ed elegante uom di lettere, che diede
due buoni esempi: lasciar le lettere per li fatti quando s'arriva a
potenza, e condannar gli scritti propri quando non si trovan piú buoni.
Volsesi poi tutto anch'egli a riunire e confortar contro a' turchi la
cristianitá. Venezia fu costretta [1463] a romper guerra per le sue
possessioni stesse in Morea; e allora fece alleanza con Mattia Corvino re
d'Ungheria e grand'uomo, col duca di Borgogna uomo ambizioso che volea
porsi a capo della crociata, e con Giorgio Castriotto sollevator degli
albanesi. Ma morirono Pio II [1464], e il Castriotto [1466]; e tutto quel
rumore cessò, e Venezia che s'era voluta isolare nella pace, rimase
meritamente sola alla guerra. Nel papato successe Paolo II (Pietro Barbo
veneziano).--Intanto [1456] era succeduta in Venezia una nuova di quelle
misteriose tragedie a lei peculiari o simili solamente a quelle del
serraglio o dell'altre corti orientali. Dogava dal 1423, cioè dall'epoca
delle ambizioni, delle conquiste, delle glorie di sua patria, Francesco
Foscari, il piú glorioso principe che Venezia avesse avuto da Enrico
Dandolo in qua. Eppure, fin dal 1445 gli era stato perseguitato, torturato,
esiliato il figlio Iacopo, accusato da un vil fuoruscito fiorentino d'aver
toccato danari dal Visconti. E fu riaccusato di assassinio, ritorturato,
riesiliato cinque anni appresso. E fu accusato, torturato una terza volta
per una lettera di lui al duca di Milano; scritta apposta, disse il
miserando giovane, per essere cosí ricondotto dall'esilio, e ricomprare con
quelle torture l'invincibil brama di riabbracciar i parenti decrepiti, la
dolce moglie, i figliuoli. E per la terza volta fu ricacciato, e morí
lontano. Quindici mesi appresso, il vecchio glorioso, ma certo rimbambito,
posciaché soffrí di regnare dopo tutto ciò, fu deposto; e al sonar della
campana grossa che annunciava l'incoronazione del successore, morí di dolor
d'ambizione colui che non avea saputo morire di dolor di padre [1457]. Che
libertá, che repubbliche, che aristocrazie!--Con gloria piú incolume, morí
[1458] Alfonso il magnanimo. Benché signor di altri regni in Ispagna, non
avea piú lasciato quello delle Due Sicilie da trentott'anni; v'avea
combattuto a lungo, l'avea pacificato, ordinato, fatto riposare e
risplender d'arti e di lettere; e compié i suoi benefizi a' sudditi
napoletani, lasciando i regni spagnuoli e Sicilia a Giovanni suo fratello,
ma Napoli distaccato, a Ferdinando suo figliuolo naturale. Se non che, qui
come ad ogni altra occasione passata, presente o futura, lamenteremo sempre
qualunque sminuzzamento del bello ed util Regno di qua e di lá dal faro,
come di qualunque altro Stato italiano esistente. Ma che giova? Mentre si
disperano e cercano riunioni l'une difficili, l'altre impossibili, si
sminuzza ciò che è giá riunito. Sogni ed ire, sempre la medesima storia.
Non solamente il desiderabile proseguito in luogo del possibile; ma niun
criterio a distinguere ciò che sia desiderabile veramente, niuna costanza a
desiderar le medesime cose; inconseguenza, inconsistenza,
passioni.--Ferdinando poi non valse il padre: s'inimicò i baroni; e questi
chiamarono un duca di Calabria figlio di Renato d'Angiò, che scese e si
mantenne parecchi anni nel Regno. Ferdinando fu mantenuto dalla sapienza
politica dello Sforza e di Cosimo de' Medici, che non vollero introdurre un
nuovo straniero in Italia; ma si deturpò peggio che mai colle vendette, e
col tradimento che fece a Iacopo Piccinino, accarezzandolo, traendolo a sé,
ed uccidendolo, a modo di Venezia con Carmagnola [1465].--Pochi mesi
addietro era morto Cosimo de' Medici il gran cittadino di Firenze, il
grande autore e conservator della pace in sua cittá e in Italia. Avea
governato per mezzo di sua parte giá democratica, poi meno aristocratica,
poi aristocratica sola; né aveva usurpati, o nemmen ritenuti carichi; anzi
li avea dati e mantenuti a Neri Capponi, a Luca Pitti, a tutti i grandi
minori di lui; avea portato il segno della vera e rara grandezza, non aveva
avute invidie. Non vi fu sangue al tempo suo; pochi di quegli stessi
esigli, i quali son forse inevitabili nelle repubbliche, dove qualunque
cittadino presente può forse esser potente; mentre ne' principati puri è
facilissimo annientar un suddito, presente come assente. Ed a malgrado di
tutto ciò, Cosimo è da alcuni vituperato quasi tiranno, perché, volente o
non volente (chi può saper le intenzioni?), egli apparecchiò le vie a'
discendenti che tiranneggiarono cinquanta o sessant'anni dopo lui. Ma il
fatto sta, che ei governò la repubblica, primo sí, ma non principe, ed
anche meno tiranno; ch'egli ottenne da' contemporanei il nome di «padre
della patria»; ch'ei somigliò a quanti grandi cittadini furono nelle piú
splendide repubbliche antiche, e superò forse quanti furono nelle italiane.
Quando saprá l'Italia far giustizia tra i veri e i falsi grandi suoi? Forse
non prima che ella sia compiutamente libera. Intanto par che corra quasi un
impegno di abbassare i veri grandi e d'innalzare i piccoli di nostra
storia. Sarebb'egli per ridurli tutti insieme alla misura di nostra
mediocritá? Vi badino coloro che han credito sull'opinione patria. Forse
per gran tempo ancora non si potrá in tutta Italia dare a coloro che la
servono, ciò che ogni generoso fra essi desidera naturalmente piú, i mezzi
di piú e piú servirla, la potenza; per gran tempo ella non avrá altro
premio a dar che le lodi; sappiamo almeno non negarle né
avvilirle.--L'ultimo a morire di questa gran generazione del mezzo del
secolo decimoquinto fu Francesco Sforza [1466]. Due anni innanzi, Genova,
che dal 1458 aveva ridonata la signoria a Francia, abbandonata da questa,
l'aveva donata a lui. Cosí morí Francesco nel colmo di sua fortuna; uomo
meno incolpevole certamente, ma non minor principe egli, che Cosimo gran
cittadino; la loro amicizia serbò allora la pace d'Italia, e li onora
presso ai posteri amendue.


30. Galeazzo Sforza quinto duca di Milano [1466-1476].--Fu poi uno di
que' fatti indipendenti forse da ogni colpa umana, ma gravidi di mali
ad ogni modo, che a tutti que' grandi della metá del secolo
decimoquinto succedessero uomini di gran lunga minori; a Francesco,
Galeazzo Sforza figliuolo di lui; a Niccolò V e Pio II, Paolo II; ad
Amedeo VIII di Savoia, Luigi ed Amedeo IX il beato; ad Alfonso il
magnanimo, Ferdinando il bastardo; a Cosimo de' Medici,
Piero.--Questi, fin dal secondo anno [1466], fece o lasciò esiliare
molti cittadini; ond'essi, unitisi agli antichi fuorusciti, e a
Bartolomeo Coleoni condottiero, fecero contro alla patria una di
quelle imprese, dove si spera e non si trova poi l'aiuto del popolo
[1467]. Del resto, sopravisse la pace fondata da que' grandi. Italia
posava, Italia avrebbe piú che mai potuto far la lega contro a'
turchi; e molto se ne trattò; e se ne firmò una a Roma, nel 1470, tra
papa Paolo II, Luigi marchese di Mantova, Guglielmo marchese di
Monferrato, Amedeo IX duca di Savoia, Siena, Lucca e Giovanni
d'Aragona. Ma, oltre alle feste che se ne fecero, non n'uscí nulla, e
fu lasciata Venezia sola proseguire con varia fortuna la guerra, che
avrebbe potuto e dovuto essere nazionale. E cosí avviene sempre ed
avverrá, finché si ricadrá in questo vizio femminile e da bimbi, di
festeggiare ciò che si spera e non si sa compiere poi, di sciupare in
feste quello che rimane d'operositá.--Poi, come succede nelle paci
subitane dopo grandi moti, quando restan disoccupati a un tratto e
malcontenti molti animi irrequieti, seguiron parecchi anni, che si
potrebbon dire i classici delle congiure italiane, gli anni che
gioverebbe studiare, per vedere a che elle montino, che ne risulti.
Tre ne furono nel solo 1476, l'anno millenario della distruzione
dell'imperio antico. Quanto lenta ancora era progredita la civiltá!
Una di quelle tre fu in Genova, di un Gerolamo Gentile che volle
liberarla dal giogo milanese, e riuscí ad impadronirsi delle porte,
poi soggiacque. Un'altra in Ferrara (testé dal papa innalzata a ducato
in favor degli Estensi giá duchi di Modena), dove Niccolò d'Este
s'intromise con una mano di fanti per cacciare il duca Ercole, e
soggiacque, e fu decapitato egli, impiccati venticinque compagni.
Finalmente, una in Milano, dove tiranneggiava Galeazzo tra le crudeltá
e le libidini, da dieci anni. E contro tal tirannia doveva riuscire e
riuscí la congiura; ma a danno de' congiurati, non men che del
tiranno, a danno forse della cittá patria, e certo poi della intiera
patria italiana. Tre giovani, un Olgiati, un Visconti ed un
Lampugnani, giustamente adirati della tirannia, stoltamente istigati,
dicesi, da un Cola Montano letterato e filosofo all'antica,
s'esercitarono alla milizia, si confortarono alla religione, e
tradiron l'una e l'altra esercitandosi al pugnale. Poi, addí 26
dicembre 1476, aspettarono il tiranno nella chiesa di Santo Stefano, e
com'ei s'avanzava tra due ambasciadori, se gli appressarono, e lo
trafissero. Furono fatti a pezzi lí dalle guardie, Lampugnani,
inceppatosi tra i panni delle donne inginocchiate, e pochi passi
discosto, il Visconti. N'uscí solo l'Olgiati a gridar libertá; ma non
fu ascoltato da nessuno, fu rigettato da suo padre stesso, si nascose,
fu scoperto, imprigionato, scrisse sua confessione, e morí straziato e
vantando il proprio fatto. Ed allo Sforza ucciso succedé
tranquillamente Gian Galeazzo suo figliuolo, fanciullo, sotto la
tutela di Bona di Savoia, madre di lui; e si vedrá qual destino egli
avesse poi, e qual traesse a tutta Italia.


31. Gian Galeazzo Sforza sesto duca di Milano [1476-1492].--Corsi due
anni, avvenne una quarta congiura, essa pur fatale alla libertá. A
Pier de' Medici, morto nel 1469, eran succeduti Lorenzo e Giuliano,
figliuoli di lui, nelle ricchezze e nella potenza indeterminata di lor
famiglia. Amendue giovani eleganti, generosi, dilettanti. promotori di
lettere ed arti come l'avo; ma men che lui liberali di quella potenza
pubblica, la quale par sommo bene ai popoli, ed anche piú alle
aristocrazie libere. I Pazzi, stretti di parentele co' Medici, erano
stati de' principali chiamati al convito di potenza da Cosimo; furono
ora de' principali esclusi. Accomunarono gli odii col Salviati vescovo
di Firenze, co' Riari nipoti di papa Sisto IV (Della Rovere, succeduto
a Paolo II fin dal 1471), e dicesi col papa stesso, oltre altri
minori. Congiurarono, appuntarono vari luoghi a pugnalar i Medici, e
gridar libertá; e fallite loro altre occasioni, appuntaron la chiesa,
come s'era fatto allo Sforza. Pare impossibile, ma è certo; avvi una
contagiositá dei delitti; e tanto piú, quanto piú eccessivi. Addí 26
aprile 1478, in mezzo alla messa udita da' due fratelli, al segno
dell'elevazione, un Bandini trafigge Giuliano, un Pazzi pure gli
s'avventa con tal impeto, che trafigge se stesso; mentre un Antonio da
Volterra manca il colpo su Lorenzo, che si difende colla cappa e
rifugge in sacrestia. Ciò veduto, e che il popolo fiorentino
inorridiva invece di sollevarsi, il Bandini fuggí di cittá, d'Italia,
dalla cristianitá, a Costantinopoli. Intanto il vescovo Salviati, che
dovea prendere il palazzo della Signoria, separato per un caso da'
compagni giá introdottivi, s'era turbato e scoperto; e preso esso ed
essi dal gonfaloniero, e chi scannato lí, chi sbalzato dalle finestre,
furono ivi appiccati il vescovo con due cugini suoi, e Iacopo
Bracciolini, figlio del famoso letterato. La congiura era spenta. Si
spense dopo essa, come succede, molto di libertá fiorentina, e, che
forse fu peggio, quell'unione degli Stati italiani, la quale era stata
fondata da' grandi uomini della penultima generazione, mantenuta dagli
stessi minori dell'ultima. Lorenzo, rimasto solo alla potenza
repubblicana, la rivolse poco meno che in signoria; non risparmiò
supplizi, non rispettò la costituzione dello Stato. E tutta Italia se
ne turbò. Il papa scomunicò Lorenzo e la Signoria per l'uccisione del
vescovo Salviati, e s'uní con Ferdinando di Napoli e con Siena contra
Firenze. Federigo, duca di Urbino, fu condottiero della lega; Ercole
d'Este, de' fiorentini, che al solito non avean grandi uomini di
guerra tra lor cittadini. Bona di Savoia, reggente il ducato di
Milano, era sola alleata loro. Ma le furon suscitati nemici in casa e
intorno. Nel medesimo anno i genovesi scossero la signoria di Milano,
e rifecersi un doge cittadino. Poi (1479), scesero svizzeri, e vinsero
i milanesi a Giornico. E finalmente, Ludovico il moro (il gran
traditor d'Italia poi), lo zio del fanciullo Galeazzo, dichiaratolo
maggior d'etá, tolse a Bona e prese egli la potenza che tenne sempre
poi. Intanto, i fiorentini, sconfitti al Poggio imperiale, erano
all'ultimo. Allora Lorenzo, che non era stato buono a far il capitano,
mostrossi buono e coraggioso uomo di Stato. Entrato in negoziati, e
veduto di non poter conchiudere co' capitani della lega, e che il
tempo pressava, fu egli stesso a Napoli, a quel Ferdinando che
poc'anni addietro avea finiti i suoi negoziati col Piccinino con
tradirlo ed ucciderlo. La cosa riuscí a Lorenzo; conchiuse pace con
Ferdinando [1480], e tornò in trionfo a Firenze, che ne fu piú che mai
sua. E tanto piú che, del medesimo anno scesi i turchi ad Otranto, il
papa se ne spaventò, e fece pace anch'egli. I turchi furono cacciati
[1481].--Ma in breve fu suscitata nuova guerra da quel vizio che
veniva sorgendo ne' papi di far principi i lor parenti, quel vizio a
cui fu quindi inventato il nome di «nepotismo». Non pochi principati,
Milano, Savoia, Modena e Ferrara, Mantova, Urbino, s'erano costituiti
ultimamente, crescendo di grado gli uni per concessioni imperiali, gli
altri per concessioni pontificie. Questo destò ne' papi la nuova
ambizione, il nuovo vizio del nepotismo che guastò da Sisto IV in poi
tanti papi; che, per quasi un secolo, fu arcano o piuttosto sfacciata
massima di lor politica, ed abbandono della grande e nazional politica
papale, proseguita da' loro gloriosi predecessori; che diminuí poi,
diminuita la potenza de' papi, ma' fu anche allora impiccio,
impoverimento del loro Stato; e che nell'un modo e nell'altro, essendo
vizio il piú anticanonico di tutti, ambizione personale, piccola,
interessata, e tanto minore delle grandi ed ecclesiastiche ambizioni
dei Gregori e degli Innocenzi, conferí forse piú che null'altro a
diminuir la dignitá, la potenza del papato nella pubblica opinione per
tre secoli, fino all'immortal Pio VII. Sisto IV voleva far uno Stato
al nipote Riario. Collegossi con Venezia per ispogliar gli Estensi e
dividersi loro Stati, Napoli, Milano e Firenze, cioè Ferdinando,
Ludovico e Lorenzo collegaronsi per difenderli [1482]. Seguirono
intrighi, alleanze nuove, minacce; e morí tra esse Sisto IV, lasciando
Gerolamo Riario signor d'Imola e Forlí [1484]. Successegli Innocenzo
VIII (Cibo di Genova); perciocché questa del nepotismo è la ragione,
che ci sforza a notar i casati di questi nuovi papi, cosí diversi da
quegli antichi che non avevano famiglia se non, come pontefici, la
Chiesa; e come principi, la parte nazionale d'Italia. E quindi io non
so non trattenermi ancora a notare quella che mi pare anche qui non
giusta distribuzione di lodi, quell'errore d'inveire contro agli
antichi papi italiani, italianissimi, per lodare, blandire o scusar
almeno questi nuovi, splendidi sí sott'altri aspetti, ma cattivi
italiani, arrendevoli a qualunque straniero li aiutasse a collocar lor
nipoti. Che gli scrittori stranieri facciano tal errore, è naturale;
parlan per essi: sappiamo anche noi parlar per noi, o piuttosto (né è
a disperar che si faccia un dí nella civiltá progredita) parliamo
tutti per quel principio politico sommo, di difendere o promuovere in
casa, di rispettare ed aiutare fuori la nazionalitá d'ogni nazione.
Papa Cibo non fu migliore, anzi peggiore del predecessore; nepotista
al par di lui; e di piú, depravato di costumi, altra novitá, altro
scandalo aiutato re e accrescitor del primo. Seguono negoziati,
guerre, paci e congiure ed assassinii per interessi privati, piú che
per comuni: una guerra d'Innocenzo contra Ferdinando e fiorentini, ed
una pace del 1486; un matrimonio tra una figliuola di Lorenzo de'
Medici e Franceschetto Cibo, a' cui posteri rimase quindi il ducato di
Massa-Carrara; Gerolamo Riario, pugnalato da tre capitani suoi [1488].
La sua vedova seppe conservar il principato a lor figlio; ed ella
sposò poi Giovanni de' Medici, detto delle «bande nere», che vedremo
ultimo de' condottieri italiani, primo de' fiorentini, e padre a
Cosimo granduca. E fu pugnalato [1489] Galeotto Manfredi, ma rimase
pure ad Astorre suo figliuolo la signoria di Faenza. Piú che mai si
vede l'inutilitá dei delitti: le cose continuano ad andare, mutati i
nomi, per il lor verso; e continuarono allora per quello dei
principati fermi ereditari. Il solo acquisto che se ne facesse, fu
d'infamia. Appressavansi gli anni che l'Europa civile tutta quanta si
versò sull'Italia; e quando costoro (che non eran pure di civiltá
avanzata né severa, ma perfidi ingannatori, politici a guisa di Luigi
XI, Comines, Carlo il temerario di Borgogna, Arrigo VIII, Fernando
cattolico ed altri simili) trovarono generazioni d'italiani piú
perfidi, piú scelleratamente abili, piú congiuratori, piú pugnalatori
che non essi; essi si scandalizzarono, come fanno volentieri i cattivi
de' peggiori; e riportarono a lor case, e tramandarono di generazione
in generazione il mal nome della perfidia italiana. Noi paghiamo il
fio delle colpe de' maggiori. È giustizia? Non lo so. Certo, è
abitudine, e sará finché duri mondo. E noi non saremo ammessi a
lagnarcene, finché si rinnoveranno, men frequenti che a' secoli
decimoquarto o decimoquinto, ma troppe ancora pel decimonono, simili
nefanditá. Né queste poi torceranno il secolo nostro dalle monarchie
rappresentative, piú che quelle dei maggiori torcessero il loro dalla
signoria assoluta.--Ad ogni modo, l'etá dei comuni repubblicani è qui
finita. Firenze, Siena, Lucca, Genova, Venezia sopravvivon sole.
Coloro che prolungano l'etá repubblicana quarant'anni ancora, fino
alla caduta di Firenze, la potrebbon prolungare sessanta, fino a
quella di Siena, o fino a' nostri dí, quando caddero le tre ultime;
ovvero dir che durano le repubbliche anch'oggi, in San Marino. In nome
d'Italia, lasci di guardare ciascuno all'idolo suo; guardiamo alla
patria tutta intiera, alla condizione universale, alle importanze
principali, anche scrivendo.--E cosí facendo, concorderemo poi con
tutti gli scrittori contemporanei in dire: principio, èra dei nuovi
guai d'Italia, del massimo di tutti, la venuta di nuovi stranieri che
seguí d'appresso alla immatura morte di Lorenzo de' Medici (all'etá di
quarantaquattro anni, 8 aprile 1492). Come gran cittadino
repubblicano, Lorenzo non pareggiò Cosimo certamente: fu men modesto,
s'accostò piú al principato; e cosí, invece di quel gran titolo di
«padre della patria», non gli rimase che quello, volgare allora, di
«magnifico». Com'uomo di Stato poi e grande italiano, se Cosimo fu
l'inventore, l'ordinatore della grande unione di Milano, Firenze e
Napoli (quell'unione, quella politica che valse, che fu una vera
confederazione italiana), Lorenzo ebbe pure il merito di mantenerla in
condizioni fors'anche piú difficili, con uomini certamente molto
minori, anzi cattivi; di serbarla, quando pericolante; di rinnovarla,
ad ogni volta che si venne guastando. E il fatto sta, che mutando nomi
o luoghi speciali, secondo le occorrenze, questa unione di tre grandi
principati nazionali del settentrione, del mezzo e del mezzodí
d'Italia, è forse la sola confederazione possibile in Italia, la sola
che possa salvare o rivendicare mai la nazionalitá di lei. Certo, era
la sola a que' dí; e, spento Lorenzo, ella si spense fino a' nostri. E
quindi incominciò l'etá degli Stati italiani sotto le preponderanze
straniere combattute, pazientate, equilibrate, e ad ogni modo duranti,
e durature Dio solo sa fino a quando.


32. Coltura dell'etá dei comuni in generale.--Noi abbiamo ritratto in
colori piú oscuri forse che non si suole la politica della nostra etá
dei comuni. Se ci siamo ingannati, sia perdonato all'intimo nostro
convincimento di questo principio: che prima delle felicitá, primo dei
doveri nazionali, primo dei doveri della libertá stessa, è il
procacciare quell'indipendenza che i comuni non seppero compiere in
quattro secoli di libertá. Ad ogni modo, sorge quindi nella nostra
storia una contraddizione apparente giá accennata: che quella libertá
de' nostri comuni, cosí poco apprezzata od anche disprezzata da noi,
fu pure incontrastabilmente capace di generare la piú splendida, la
piú varia e la piú nazionale coltura che sia stata mai. Per quattro
secoli questa crebbe in Italia sola, in mezzo all'Europa tutta oscura;
la stessa coltura greca non ebbe tanti secoli di tale splendore
esclusivo. Per trovare esempi di simili esclusivitá bisognerebbe andar
all'Indie o alla Cina; ma le colture ivi cercate sarebbero (mi
perdonino indianisti e sinologi) incomparabilmente minori. Come ciò?
Come quest'apparente contraddizione di una libertá cosí incapace
d'indipendenza, cosí capace di coltura? Ma, quanto all'incapacitá
d'indipendenza noi ne svolgemmo via via giá la causa evidentissima;
quella preoccupazione dell'imperio romano che fu in tutti i comuni, in
tutte le parti, nella stessa guelfa o nazionale. E quanto poi alla
capacitá di coltura, noi l'accennammo pure; la libertá anche cattiva,
anche barbara, disordinata, eccessiva, cadente in licenza, è tuttavia
culla piú favorevole alla coltura che non possa essere il principato
assoluto o feodale. Il duplice fatto non è dubbio; e la prova della
virtú che è nella libertá di generare la coltura, ne risulta tanto piú
evidente, quanto piú cattiva ed incompiuta fu questa libertá, quanto
politicamente parlando le altre nazioni furono meglio costituite, e
prepararono migliori, invidiabili costituzioni di nazionalitá. Se
fosse conveniente qui una digressione, io crederei poter dimostrar
facilmente: che in tutti i tempi, in tutti i luoghi le grandi colture
furono figlie o d'una libertá legittima, legale, stabilita, o d'una
reale quantunque non riconosciuta, o almeno d'una incipiente
quantunque non progredita; che in particolare quella magnifica coltura
francese, la quale prende nome da Ludovico XIV, fu tutta esercitata da
uomini nati e cresciuti fra le contese di libertá, che, cattivissime
del resto, sorsero durante la minoritá di lui e furon dette della
Fronda; che insomma e dai fatti e colle ragioni si prova sempre, le
colture aver bisogno di libertá, e quasi sempre la libertá aver
bisogno di coltura. Ma non avendo noi luogo a distrarci, ci basti
accennare la fratellanza, o il parallelismo speciale della nostra
libertá e della nostra coltura da Gregorio VII fino all'epoca a cui
siam giunti.--La libertá ecclesiastica, propugnata, ottenuta da
Gregorio VII e da' suoi predecessori e contemporanei, ebbe bisogno di
grandi teologi; e cosí li fece sorgere, e con essi parecchi di que'
filosofi scolastici, i quali mal si distinguono da' teologi, e de'
quali è gloria di alcuni filosofi contemporanei nostri aver saputo
riconoscere i meriti finalmente. E la libertá ecclesiastica facendo
sorgere ogni zelo ecclesiastico, fece moltiplicar que' templi, quelle
chiese di che giá accennammo le due prime di Venezia e Pisa, e che
tutte furono poi veri musei d'antichitá e scuole a tutte l'arti
italiane. Poi la libertá comunale, dico la primissima, informe, de'
consoli del 1100, non poté essere né un anno o un dí senza aver
bisogno, in ogni cittá o terra italiana, di oratori, uomini di Stato,
capi di nobili, capi popolo, capi parte, piccolissimi terricciolai
quanto si voglia, ma pur oratori ed uomini politici, i quali ebber
bisogno di parlare e persuadere in qualunque lingua parlassero,
latino, volgar lombardo, volgar toscano, o romanesco, o napoletano, o
siciliano, o piemontese; e cosí nacque di necessitá un'arte, non
artifiziata ma naturale, oratoria. Quindi dal mescolarsi quegli
interessi e quegli uomini in tutta la penisola nasceva fin d'allora,
fin dal principio del secolo decimosecondo senza dubbio, il bisogno
d'una lingua comune o italiana; e cosí nasceva quella di che trattò
Dante centocinquanta o duecento anni appresso come di lingua giá
antica, quella che crebbe di necessitá in que' mostri di assemblee,
che dicemmo simili alle moderne d'Irlanda. Quindi cresciute le
ambizioni, le emulazioni di cittá, crebbero in ciascuna i bisogni di
forti mura; e cosí nacque quell'architettura militare, che è piú
antica forse tra noi che non si suol dire anche da' piú esagerati
esaltatori dei nostri primati. E quindi l'altre emulazioni, il volere
ogni cittá piú bei templi che le vicine, ed ogni nobile un piú bel
palazzo che i concittadini, e i nobili popolani piú che gli antichi, e
via via. E poi la libertá del dire, il non esservi né il fatto né
nemmeno l'idea delle censure moderne, fece scrivere nella nuova lingua
di ogni cosa che si sapesse scrivere; e perciò primamente d'amore, che
è forse il piú facile, ed è certo il piú piacevole degli argomenti a
chi scrive o legge; e poi di storia patria, che è il piú necessario in
ogni paese libero; e poi di ogni cosa, in quel modo enciclopedico che
da Esiodo a Varrone, a Brunetto Latini e a Montaigne od anche a Bacone
e Leibnizio, suol essere de' primi saggi che si facciano in qualunque
letteratura incipiente, quasi a rassegna di ciò che si sa per indi
progredire. E sorte tutte queste colture, sorse il commercio che n'è
fratello or maggiore or minore; e sorsero le industrie, le scienze che
ne son pur sorelle, tutta famiglia della libertá; in cui entraron
l'arti belle, quelle arti che son forse un po' meretricie, un po'
prodighe di lor favori, senza gran discernimento tra tirannia e
libertá, ma che li concedon pur sempre piú compiuti insieme e piú
eleganti alla libertá. Del resto, quanto al commercio in particolare,
duolmi piú che mai non potermi fermare ad accennare quali fossero le
condizioni di esso ne' nostri comuni, quali le libertá concedutegli.
Forse ne risulterebbe un fatto tutto opposto a quello creduto
volgarmente; il fatto, che esistettero ne' nostri rozzi comuni molte
di quelle libertá commerciali, le quali furono spente dalla cattiva
pratica, dalla scienza incipiente de' secoli successivi; le quali la
scienza progredita domanda da un ottanta anni in qua, e la pratica
incominciò a concedere mentre appunto io veniva scrivendo queste linee
per la prima volta. Quando, deh quando si fará una storia dei
commerci, dell'economia politica de' nostri comuni?--Ad ogni modo, di
fiore in fiore, di fecondazione in fecondazione, d'operositá in
operositá, cosí si venne al fine di quel secolo decimoquinto, in cui
vedremo nascere quasi tutti i grandi e splendidi uomini del
decimosesto; quel secolo decimoquinto che ebbe cosí col secolo ultimo
della libertá latina la sorte comune di tramandar tutte educate le
grandezze ai due secoli nomati da Augusto e da Leon X. Gli uomini
furono quasi sempre tardivi in lor gratitudini; le concedettero
sovente ai successori di coloro che le meritarono. Ma non cadder forse
mai in tale ingiustizia cosí scandalosamente come a quell'epoca, in
che dieder nome di Leon X al secolo inaugurato da Lorenzo il
magnifico, nome d'America al mondo di Colombo.--Or veggiamo di corsa
alcuni particolari, alcuni uomini di questa nostra grande etá di
coltura.


33. Coltura dei due primi periodi di quest'etá, da Gregorio VII a Carlo
d'Angiò [1073-1268].--Dicemmo giá sorti con Ildebrando, giá grandi al
pontificar di lui parecchi teologi e filosofi e scolastici: sant'Anselmo
vescovo di Lucca [-1086]; Lanfranco di Pavia monaco del Bec in Normandia,
amico seguace di Guglielmo il conquistatore, e da lui fatto arcivescovo di
Cantorbery [1005-1089]; sant'Anselmo d'Aosta abate del medesimo monastero
normanno, arcivescovo della medesima chiesa inglese [1033-1109], quel
sant'Anselmo a cui gli storici moderni della filosofia danno il primato
tra' filosofi scolastici. Seguirono Pier Lombardo, vescovo di Parigi, detto
il «maestro delle sentenze» [-1164]; Pietro Comestore [-1198]; papa
Innocenzo III [-1216] e finalmente il grande san Bonaventura [1221-1274], e
il grandissimo san Tommaso [1227-1275], amendue professori a Parigi. Chiaro
è: qui abbiamo una serie di grandi superiori agli stranieri contemporanei,
Guido di Champeaux, Abelardo, san Bernardo ed Alberto magno; la quale
dimostra le scienze, allora unite, della teologia e della filosofia esser
cresciute a grandissimo fiore per opera principalmente degli italiani, e da
essi recate in Francia ed Inghilterra, e in quello stesso studio od
universitá di Parigi, che ne fu il centro locale.--Intanto fondavansi in
Italia i centri, gli studi di due altre scienze, della medicina e fisica in
Salerno, e della giurisprudenza in Bologna. La prima sorse lá in un
ospedale de' vicini benedettini di Montecassino, e dalle tradizioni unite
de' greci e degli arabi occidentali, aiutate poi al tempo delle crociate da
quello zelo che fece sorger allora in Palestina e in Europa tanti ordini
spedalieri, tanti spedali e tante lebbroserie.--In Bologna poi, o che ivi o
nella vicina Ravenna si fosser conservati piú codici, piú studio delle
leggi romane, teodosiane e giustinianee, o che si debba attribuire al caso
il nascervi o lo stabilirvisi un primo grande studioso; il fatto sta che da
Irnerio, creduto giá tedesco, or italiano [1150], incominciò ad essere
famoso e frequentatissimo lá quello studio della giurisprudenza, che fu il
nocciolo di quella prima universitá italiana. E seguono immediatamente quei
quattro scolari di lui, Bulgaro, Martino, Ugo e Iacopo, a cui resta nella
nostra storia politica la vergogna d'aver mal applicati i diritti imperiali
romani all'imperio straniero di Federigo I contro alle libertá e
all'indipendenza italiane; ma che con queste stesse applicazioni ai fatti
attuali contemporanei, e colle discussioni e le contraddizioni che
certamente ne sorsero, furono senza dubbio accrescitori, divulgatori della
scienza. Perciocché cosí succede, questa è una delle virtú, questo uno
degli effetti immanchevoli della libertá; che, dov'ella sia sorta, servano
ad essa que' nemici stessi di lei, i quali, non sorta, l'avrebbero impedita
di sorgere. La libertá è generosa; innalza, ingrandisce gli stessi
avversari suoi. E continuò poi in Bologna e da Bologna la serie de'
giurisperiti grandi, rispetto al tempo, in tutto il secolo che seguí fino
ad Accursio [-1260].--E in questi due secoli stessi sorgevano, da lingue
semplicemente parlate o di rado scritte, a lingue giá letterarie, tutte
quelle insieme che si chiamarono «volgari», «romano-barbare», «romanze»; e
che furon principi delle moderne meridionali, spagnuola, provenzale, o
lingua d'«oc», francese men meridionale, o lingua d'«oil», ed italiana o
del «sí». È opinione consueta, che in queste lingue rimanesse tanto piú
dell'elemento latino primitivo, quanto meno di barbaro fosse stato
introdotto giá dagli invasori del secolo quinto. Ma ei parmi che i fatti
non concordino guarí con tale opinione. Perciocché i fatti sono che la
Spagna e l'Italia, le cui lingue serbano piú latino, ebbero piú invasori
che non Francia; e che in questa n'ebbe forse piú la parte meridionale la
cui lingua d'oc serbò parimente piú latino. Né io crederei che sia da
cercar la causa di questa superior latinitá delle lingue spagnuola,
provenzale ed italiana nella maggior antichitá della conquista romana;
perciocché, se tal fosse stata la causa, ella avrebbe dovuto operare
incomparabilmente piú in Italia che non ne' due altri paesi, e in Ispagna
specialmente; mentre all'incontro la lingua spagnuola (a malgrado delle
stesse voci arabe che furono un'introduzione posteriore) è forse ricca di
voci latine al paro dell'italiana, ed è poi indubitabilmente piú latina
nelle desinenze, nel suono. Quindi è forse da attribuire la gran latinitá
delle tre lingue, non al latino propriamente detto, ma alla consanguineitá
primitiva del latino od italico antico coll'antico ligure della Francia
meridionale, coll'antico iberico della Spagna. E questo spiegherebbe pure
alcuni fatti particolari della nostra lingua volgare al sorger suo ne'
secoli decimosecondo e decimoterzo: come (lasciando a un tratto
quell'origine esclusivamente toscana o fiorentina, che da Dante in qua mi
pare abbandonata da ogni mente un po' comprensiva, quella origine la cui
questione si dee separar del tutto dalla questione del purismo od eleganza,
che fu ed è incontrastabilmente in Toscana), come, dico, il volgare
italiano sorgesse a un tempo in Toscana ed all'ingiú in tutta la penisola
meridionale ed in Sicilia, ed anzi in questa forse prima che altrove,
perché queste appunto furono le sedi degli antichi popoli itali e siculi di
famiglia iberica; come in Sardegna, antica e moderna sede di liguri, si
serbassero e si serbino piú che in nessun luogo forse le voci, le
desinenze, i suoni latini; come anch'oggi l'uso della lingua comune
italiana e i dialetti piú vicini ad essa si trovino in quelle stesse
regioni.--Ad ogni modo, comunque cresciute le lingue romanze fino al secolo
decimosecondo, non è dubbio che in tutto questo e nel seguente decimoterzo
il primato tra esse fu delle due lingue francesi, d'oil e d'oc. Né è
difficile a spiegare. Il primato, od anzi ogni grado di dignitá e potenza
delle lingue, viene in ogni secolo dal primato e da' gradi d'operositá
delle nazioni che le parlano. Ora, ne' due secoli decimosecondo e
decimoterzo la grande operositá europea o cristiana fu quella delle
crociate; e nelle crociate furono sommi operosi i francesi. Lá in Oriente,
qua per via, si mescolarono allora le nazioni cristiane, oltre forse ad
ogni mescolanza moderna; e lá e qua trovaronsi forse piú francesi che
tutt'altri insieme, lá e qua dovette quindi parlarsi piú lingua francese
che di tutt'altre. Il fatto sta, che non solamente nella poesia de' troveri
e trovatori (che è notato da tutti), ma anche nella prosa di buonissimi
cronacisti come Ville Hardouin e Joinville (che è tralasciato da molti), le
due lingue francesi precedettero, ebbero il primato sull'italiana; come,
del resto, pur l'ebbe la lingua spagnuola, che si trova quasi perfetta nei
romances e nelle leggi di questi secoli. Che piú? I nostri primi poeti
Folchetto, Calvi Bonaventura e Doria Percivalle di Genova, Nicoletto da
Torino, Giorgio di Venezia, Sordello di Mantova, e Brunetto Latini di
Firenze scrissero in francese lungo tutto il secolo decimoterzo; e san
Francesco dicesi avesse tal soprannome diventato nome dal suo parlar
abituale francese: ed in francese poetarono Federigo II e tutta sua corte
siciliana, prima che vi si poetasse e scrivesse in italiano. Sappiam badare
ai fatti, alle date, se vogliamo spogliare i pregiudizi, rivendicar le vere
glorie nostre. La lingua italiana fu l'ultima ad essere scritta delle
romanze; tanto piú glorioso fu che ella n'uscisse la prima ad essere
scritta, come ognun sa, meravigliosamente.--Adunque, non fu se non
contemporaneamente o poco dopo agli italiani poetanti nei dialetti
francesi, che, ora i medesimi, or altri scrissero ne' dialetti, cioè, piú o
meno, nella lingua comune d'Italia. Poetarono cosí Duoso Lucio pisano
[-1190], Ciullo d'Alcamo in Sicilia [-1200?], Pier delle Vigne il
cancellier di Federigo II [-1248], Guido Ghisilieri di Bologna [-1250],
Dante da Maiano in Toscana [-1275], Nina siciliana [-1280] amica di lui, e
Guido Guinicelli da Bologna [-1276]. Scrissero in prosa nostra Riccardo da
San Germano [-1243?], Guidotto da Bologna [-1257], Niccolò di Iamsilla
[-1268], san Bonaventura [-1274], Niccolò Smerago di Vicenza [-1279],
Ricordano Malaspini [-1281], Dino Compagni [1260?-1323]. Del resto, da
tutti questi principi, da tutti questi nomi parmi chiaro che la storia, non
solamente della nostra coltura in generale ma della stessa nostra
letteratura, si debba incominciare un secolo e mezzo, od anche due, prima
che non si suole; che non sorgessero giá né la lingua nostra né i tre
grandi di essa, quasi proli senza madri create, per una di quelle
generazioni spontanee e subitane, che non esistono né nell'ordine materiale
né nell'intellettuale; che all'incontro lingua e grandi nostri sorgessero,
come succede in tutto, a poco a poco, in mezzo ad altri fratelli e sorelle;
e che se lingua e grandi nostri furon piú grandi poi che non gli stranieri
per due altri secoli, questo lor progresso superiore sia tanto piú
certamente da attribuirsi al solo vantaggio avuto da' maggiori nostri su'
loro contemporanei, al vantaggio della libertá.--Ancora, giá accennammo
esser incominciate esse pure le arti nostre un secolo e mezzo prima di ciò
che si suol dire; e prima fra esse, com'è naturale e come avvenne
dappertutto, l'architettura, che dá luogo poi alla scultura e alla pittura;
e primo monumento di stile e artisti italiani essere stato il duomo di
Pisa. Ed in Pisa parimente sorsero nel 1152 il battistero, opera di
Diotisalvi da Siena o Pisa; e nel 1174 la bella torre, vero museo di
colonnette e ruderi antichi, opera di Bonanno e Tommaso da Pisa; ondeché si
vede che Pisa fu la vera culla dell'architettura, ed anzi di tutta l'arte
italiana. Perciocché questi, ed altri minori, e Andrea pisano maggior di
tutti, che operò in tutta Italia [-1280] e si riaccostò agli antichi
nell'arca di san Domenico, quasi tutti furono scultori non meno che
architetti; e finalmente, un cencinquanta anni dopo l'architettura, un
settanta o ottanta dopo la scultura, nacque pure, cioè si staccò dalla
greca, la pittura italiana, per opera di Giunta pisano, Guido da Siena,
Margaritone d'Arezzo e Cimabue fiorentino [-1300]. Evidentemente, l'arte
italiana incominciò dal duomo di Pisa e Buschetto al principio del secolo
decimosecondo; ed in Pisa primeggiò d'ogni maniera per tutto un primo
periodo, presso a due secoli, fino a Cimabue e Giotto; dai quali non
incominciò se non il periodo secondo di lei, il periodo fiorentino.


34. Coltura del terzo periodo, o secolo di Dante, da Carlo d'Angiò al
ritorno dei papi [1268-1377].--Questo poi fu certamente uno de' periodi
di qualunque nazione, in cui sieno mai progredite piú a un tratto ed
insieme tutte le colture. E Dante fu uno degli uomini che sieno mai
progrediti piú sopra i propri contemporanei. Nato nel 1265, l'anno della
calata di Carlo d'Angiò, cresciuto, educato tra i trionfi della libertá
fiorentina e della parte nazionale, e insieme in sull'aurora del poetare
italiano, in tempi dunque d'ogni maniera propizi allo svolgersi di suo
grande ingegno; preso di gentile e puro amore fin dall'adolescenza,
infelice in esso fin dalla gioventú, provata poesia, ideato e lasciato il
poema giovanile, provata la vita pubblica, e respinto da essa e di sua
cittá per quella moderazione di opinioni, per quell'ardenza nel
proseguirle che tutti gli animi un po' distinti sentono, che i volgari di
qua e di lá, di su e di giú non capiscono e non perdonano; si rivolse,
esulando, allo scrivere, all'idea giovanile, a quel poema di religione,
di filosofia, di politica e di amore, il quale, simile nella forma a
parecchi contemporanei, supera forse in sublimitá e vigor di pensieri,
agguaglia per certo in tenerezza e splendor di poesia ed in proprietá di
espressioni i piú belli delle piú colte etá antiche o moderne; ed in tale
opera, e nell'esiglio, perseverò poi vent'anni fino alla morte [1321].
Noi non celammo l'error politico di Dante, che fu di lasciare la propria
parte buona e nazionale perché si guastava in esagerata, straniera e
sciocca, di rivolgersi per ira alla parte contraria ed essenzialmente
straniera; ed aggiungeremo qui ch'ei pose il colmo a tale errore,
protestando di continuar nella moderazione, affettando comune disprezzo
alle due parti, mentre rivolgevasi a propugnare l'imperio, e nel poema, e
in quel suo libro, del resto mediocre, _Della monarchia_. Ma ciò posto ed
eccettuato francamente, ed eccettuate forse alcune vendette personali
terribilmente fatte con sue parole immortali, Dante e il poema suo restan
pure l'uomo e il libro incontrastabilmente piú virili ed austeri della
nostra letteratura: virile l'uomo, nel saper sopportare le pubbliche, le
segrete miserie dell'esiglio, nel non saper sopportare né le insolenti
protezioni delle corti né le insolentissime grazie di sua cittá, nel
sapere dalla vita attiva, che pur anteponeva ma gli era negata, passare
alacre alla letteraria e farvisi grande: virile poi ed austero il poema
in amore, in costumi, in politica, in istile, e per quella stessa
accumulazione di pensieri che fa del leggerlo una fatica, ma la piú
virile, la piú sana fra le esercitazioni somministrate dalle lettere
nazionali ai molli animi italiani. Quest'esercizio dunque, e non le
opinioni politiche particolari, sovente guaste, sovente contradicenti a
se stesse, è ciò che si vuol cercare, è ciò che si troverá
abbondantemente nel nostro poema nazionale; è ciò che il fa caro a tutti
coloro che si congiungono nel desiderio di veder ritemprati gli animi
italiani; è ciò che il fa odiato e deriso da tutti coloro che ci
vorrebbon tenere nelle nostre mollezze secolari. Farebbe opera feconda di
risultati non solamente letterari, ma morali e politici, chi mostrasse
questo che a me par merito incontrastabile di Dante sopra tutti i nostri
scrittori de' secoli seguenti. Ma egli spicca, forse piú che altrove, al
confronto dei due, i quali insieme con lui son volgarmente detti padri
della nostra lingua.--Petrarca [1304-1374] ha parecchi grandi meriti
senza dubbio: quello d'essere sommo tra quanti poetarono d'amore in tutte
le lingue romanze; quello d'aver cantato d'Italia nobilissimamente e
forse piú giustamente, piú per l'indipendenza, che non Dante stesso; e
quello poi di essere stato non primo (ché fu preceduto almeno da san
Tommaso), ma uno de' primi e piú efficaci cercatori e restauratori degli
antichi scrittori greci e latini. Ma quanto alla poesia amorosa, romanza
o lirica, è a considerare, che non solo ella fu una sola parte, quasi uno
squarcio dell'ingegno di Dante, da lui negletto per salir piú su; ma (ed
importa molto piú) che questo bello e facil genere non sale, non può
riuscire a grandezza mai, non sopratutto innalzare o temprare una lingua,
una letteratura, una nazione; tantoché ne restarono forse stemprate le
stesse poesie nazionali di Petrarca, ne restò stemprato per certo
l'ingegno di lui, il quale fece pochissime di tali poesie, e non seppe
darci un canzoniere nazionale o popolare, come Dante ci avea dato un
poema; tantoché sorse quindi una serie, una folla d'imitatori i piú
fiacchi e piú noiosi che siena stati mai. Del resto, Petrarca portò il
segno della sua inferioritá a Dante, invidiollo; e si vede (senza
scendere agli aneddoti) da ciò, che nei _Trionfi d'Amore e della Fama_
non seppe trovar luogo al piú amoroso e famoso de' suoi contemporanei.
Petrarca fu un gran letterato e nulla piú; non ha quella gloria che sola
può innalzar gli scrittori alla dignitá degli altri servitori della
patria, quella d'aver servito a migliorarla.--D'animo piú gentile, non
invidioso, anzi di quelli che son sensitivi, che trovan piacere alle
grandezze altrui, fu Boccaccio [1313-1375]; ma ei pur fu di quelli in
parte utili, in parte nocivi alla patria. Fu utile anch'esso collo
studiare e cercar codici, autori antichi; e fu utile lasciandoci la vita
del sommo poeta, ed instaurando una cattedra apposta per leggere e
spiegare il sommo poema. E fu gentile poi, fu sommo egli in un altro
genere de' tempi suoi, nelle novelle. Ma ei non fu utile in esse
certamente; e perché non seppe indirizzar quel genere di letteratura a
que' fini morali e politici ai quali fu innalzato poi variamente da
Cervantes in Ispagna, Fénelon in Francia, Walter Scott in Inghilterra,
Manzoni in Italia, e pochi altri; perché all'incontro egli l'avviò a solo
piacere, anzi al piacere talor basso, sovente dissoluto; ed anche perché,
sommo scrittor di prosa de' suoi tempi, ma scrittor per celia, e forse
per celia imitator dello stile fiorito e rotondo di alcuni antichi, egli
incamminò la prosa italiana per quella via dell'imitazione latina, che è
innaturale, antipatica alla nostra lingua priva di casi, ingombra di
particelle staccate. Gran danno fu, per certo, che lo scrittor primo
diventato modello, che il formator di nostra prosa sia stato un
novellator per celia; come fu poi gran vantaggio di una nazione vicina
l'aver avuti a modelli e formatori di sua prosa due severi filosofi e
geometri, un Descartes e un Pascal. Del resto, siffatto danno nostro fu
conseguenza naturale di nostra precocitá, quasi sconto od inconveniente
della gloriosa nostra precedenza nelle lettere; e non si deve quindi
apporre a que' padri della nostra lingua, i quali non potevan essere
progrediti come i padri della francese, venuti quattro secoli piú tardi.
Ma deve apparsi si a tutti que' nostri scrittori posteriori e presenti,
che, or per natural pigrizia, or per istolta affettazione di nazionalitá,
non sanno uscire dalla imitazione de' nostri padri precoci, non ne sanno
imitare gli ingegni vivi, inventivi, larghi, eclettici, accettatori,
cercatori d'ogni bellezza antica, moderna, classica, romantica, nazionale
o straniera, non sanno imitare se non le voci, i modi di dire, i periodi,
i vezzi e quasi le smorfie de' lor modelli, e di quel Boccaccio
specialmente il quale rideva scrivendo, ma riderebbe ora anche piú al
leggere cosí pedanti, pesanti e dislocate imitazioni.--A petto de' tre
sommi scompariscono poi i molti poeti e prosatori loro contemporanei; fra
gli altri Guitton d'Arezzo [-1294?], Brunetto Latini [-1294], Matteo
Spinello, Guido Cavalcanti [-1300], fra Iacopone da Todi, Cecco d'Ascoli
[-1327], fra Domenico Cavalca [-1342], Bartolomeo da San Concordio
[-1347], Francesco da Barberino [-1348], Giovanni [-1348] e Matteo
Villani [-1363], Iacopo Passavanti [-1357], Fazio degli Uberti [-1360];
ed in lingua latina, oltre parecchi di questi, Albertin Mussato [-1330],
Pietro d'Abano medico ed alchimista [nato 1250], Pier Crescenzio filosofo
ed agronomo [-1320], Cino da Pistoia [-1336] e Bartolo [-1356]
giureconsulti. Ma tutto questo era pure un bell'accompagnamento
letterario e filosofico ai tre grandi. La teologia e filosofia
speculativa sole (se non vogliansi contar due donne, santa Caterina e
santa Brigida, morte 1373, 1380) non trovansi guari coltivate in Italia
lungo questo secolo. Ma non che biasimo le ne darem lode. Perciocché non
essendo queste due scienze, come l'altre, indefinitamente progressive, ci
pare che dopo un grandissimo uomo, come fu san Tommaso, sia stato molto
piú opportuno il tacerne e riposarvi degli italiani, che non il
ridisputarne e dividervisi tra tomisti, scotisti e albertisti, che seguí
oltramonti. Né le dispute precedenti, de' nominalisti e realisti, non
eran giunte a turbarci gran fatto; e in generale (salvo poche eccezioni,
di che Dio voglia continuar a guardarci), le astrazioni, le sottigliezze,
le entelechie, le pretese soverchie della metafisica non allignarono
guari mai in Italia; le menti italiane sono limpide di lor natura,
resistono all'appannatura, respingono le nebbie all'intorno. Del resto,
non vorrei esser franteso; Dio mi guardi dal voler respinti que' nostri
grandi e pochi i quali continuano sinceramente l'antica opera di Anselmo
e san Tommaso, l'unione della filosofia e della teologia, della ragione e
della fede, del naturale e del soprannaturale. Ma io rispingerei
volentieri tutti que' disputanti continuatori, que' noiosi imitatori,
que' nocivi esageratori, tutta quella turba di filosofanti, che fanno
uscir lor scienza da' limiti suoi per turbarne la storia, la politica, la
giurisprudenza, l'economia pubblica, la pedagogia, tutte le scienze di
Stato e di pratica. Del resto, avremo pur troppo a tornare a tale
assunto.--Fecersi all'incontro in quell'operosissimo secolo grandi
progressi nell'arti e nelle scoperte geografiche, e grandi invenzioni o
introduzioni. Nell'arti, Cimabue primo [-1300], Giotto secondo ma d'un
gran salto piú su [-1336], volsero ormai decisamente la pittura dalla
imitazione de' greci a quella dell'antico od anche meglio della natura; e
furon seguiti da molti, fra cui principali Taddeo [-1350] ed altri Gaddi,
Andrea [-1380] ed altri Orgagna fiorentini, Simon Memmi [-1344] ed altri
sanesi, Franco bolognese ed Oderisi da Gubbio miniatori. E progredirono
poi nella medesima buona via, da esse giá presa, l'architettura e la
scultura esercitate da quasi tutti i sopranomati pittori, e da Arnolfo di
Lapo [1310], architetto e scultore che ideò e incominciò la bella Santa
Maria del fiore di Firenze; da Giovanni [-1320?] figlio di Nicola pur
architetto e scultore, e da Andrea pisano [1350] scultore della prima
porta del battistero di Firenze. Vedesi quindi continuato, ed accresciuto
della pittura, quell'esercitarsi le tre arti sorelle da' medesimi
artisti, che dicemmo peculiaritá italiana. Piú si va, piú si vede quanto
mirabilmente si volga a tutte le colture l'ingegno italiano; a niuna
forse cosí facilmente e abbondantemente come alle arti del disegno, o
piuttosto a tutte l'arti del bello.--E tutto ciò fu grande senza dubbio;
eppure virilmente, cristianamente, un po' altamente considerando o le
virtú promotrici o gli effetti promossi, tutto ciò dico, fu un nulla se
si compari all'opera di quei grandi viaggiatori, missionari o
commercianti, che sorsero pochi anni prima, e moltiplicaronsi al tempo e
lungo tutto il secolo di Dante. Questi sono i precursori di quell'altro
italiano, piú grande che Dante stesso, di quello che ebbe (salvo forse
Gregorio VII) piú efficacia sui destini del genere umano, di Colombo. La
religion nostra, il suo spirito propagatore, i suoi capi, pontefici
romani, dieder le mosse; il commercio allor ardito, il genio allor
venturiero degli italiani le seguirono. Giovanni da Pian Carpino italiano
fin dal 1246, Andrea di Longimello [1249], Rubruquis olandese (?) e
Bartolomeo da Cremona [1253] monaci e missionari, viaggiarono e
predicarono tra' mogolli; Anzelino domenicano andò ambasciator del papa
al khan di Persia [1254]; e seguí [1270-1295] quella famiglia veneziana
de' Poli, e principalmente quel Marco che visitò, abitò e descrisse poi
Mongolia, Tartaria, Cina ed India, tutta l'Asia de' primi discendenti di
Gengis khan; e che venne a languir poi in un carcere e morire ignoto tra'
pettegolezzi cittadineschi italiani. Seguirono ed esplorarono pur l'Asia
Oderico da Pordenone francescano [1314-1350], Marco Cornaro veneziano
[1319], Pegoletti [1335] e Marin Sanuto [-1325].--E intanto [1202 circa]
Leonardo Fibonacci, un mercatante pisano, ovvero portava egli nella
cristianitá da' saracini che li avevan portati dall'Indie, ovvero faceva
volgari co' suoi scritti que' primi elementi dell'algebra che altri dice
portati o ritrovati da Gerberto papa.--E Flavio Gioia d'Amalfi [1300
circa] introduceva dalle medesime regioni la bussola. Ma anche questa
invenzione o introduzione ci è disputata da' francesi.--E di chiunque
fosse, non fu poi italiana quella poco posteriore della polvere da
guerra. Né, quand'anche n'avessimo luogo, noi disputeremmo qui od altrove
delle nostre glorie dubbiose. N'abbiam tante delle certe! E in somma,
questo secolo di Dante fu certo cosí grande in colture, come il vedemmo
piccolo e cattivo in politica. E fu accennato da Dante che se
n'intendeva.


35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di
Carlo VIII [1377-1492].--I leggitori avranno giá osservato che noi non
seguiamo la divisione per secoli esatti, solita farsi nelle nostre
storie puramente letterarie od artistiche. In queste può giovare tal
divisione piú chiara e piú mnemonica. Ma essendo scopo nostro accennar
le relazioni, le dipendenze d'ogni nostra coltura dalle condizioni e
dai fatti politici nazionali, ci parve piú utile seguir le epoche, le
divisioni giá dateci da questi fatti. Che anzi, se non sia illusione,
ci pare che ne risultino divisioni, periodi piú naturali nella storia
stessa delle colture considerate in sé. Cosí nel periodo testé
percorso, si trovano raccolte né piú né meno le vite dei tre padri di
nostra lingua, e né piú né meno Giotto e gli artisti della scuola
fiorentina primitiva. E cosí poi ora per il periodo che segue
risulterá chiaro nella storia della coltura quell'allentamento di
progresso, che incominciò, non giá, come si suol dire, col secolo
decimoquinto, ma fin dalle morti contemporanee di Petrarca e Boccaccio
intorno al 1375, che durò poi non per quel secolo intiero, ma
solamente fin presso al suo mezzo; dopo il quale s'accelerò di nuovo
il progresso rapidamente, splendidamente per li quattro impulsi che
concorsero a quell'epoca, le due paci religiosa e politica, l'arrivo
de' greci, e la grande invenzione della stampa. In somma, il periodo
da noi qui considerato si suddivide in due andamenti; uno lento,
l'altro rapidissimo; uno mediocre, l'altro grande; ed in coltura come
in politica la cosí detta mediocritá del secolo decimoquinto si riduce
alla prima metá od al primo terzo di esso.--Nella letteratura e in
quelle scienze storiche, filologiche, filosofiche e teologiche, che ne
sono quasi il substrato a cui ella non fa se non aggiunger la forma, e
che mal si separano quindi da essa, i nomi meno oscuri che noi
troviamo dapprima, sono quelli di Iacopo di Dante Allighieri [-1390?];
di Franco Sacchetti [-1400] e ser Giovanni Fiorentino novellatori; di
Baldo giureconsulto [-1400]; di Filippo Villani [-1404] e Leonardo
Bruni aretino [-1444] scrittori di storie; di san Vincenzo Ferreri
[-1419] e san Bernardino da Siena [-1444] scrittori ecclesiastici; di
Agnolo Pandolfini, scrittore del bel _Trattato della famiglia_
[-1446]; e di Burchiello, uno di quegli scrittori triviali che mal si
continuano a porre tra' gioielli di nostra lingua [-1448].
All'incontro, seguono inoltrandosi nella seconda metá del secolo, e
via via piú splendidi, i nomi di Lorenzo Valla latinista ed ellenista
[-1457], di Poggio Bracciolini storico e uno de' piú operosi fra'
molti cercatori e pubblicatori di codici antichi [-1459], di
san'Antonino arcivescovo di Firenze [-1459], del cardinal Cusano
[1464], di Enea Silvio Piccolomini che fu papa Pio II, dottissimo e
variatissimo scrittore [-1464], di Leon Battista Alberti, artista e
primo nostro scrittor d'arti [-1471], di Francesco Filelfo, storico e
poligrafo [-1481], di Luigi Pulci, l'autor del _Morgante_ [-1486], di
Lorenzo de' Medici [-1492], e degli amici di lui Pico della Mirandola
ed Angelo Poliziano morti poco dopo lui [1494].--Cosí pure, ma con piú
splendore nelle tre arti, le quali mal si distinguerebbero ne'
seguenti; Mantegna [nato 1430] Luca della Robbia [1438], Masaccio
[-1443], Filippo Brunelleschi, l'innalzator della cupola di Santa
Maria del fiore di Firenze [-1444], Michelozzo Michelozzi [-1450
circa], Lorenzo Ghiberti, scultor di quelle porte del battistero di
Firenze che furono da Michelangelo dette «porte del paradiso»
[-1455?], Donatello [-1466], Francesco di Giorgio sanese [-1505 o 15],
il beato Angelico [-1455], fra Filippo Lippi [-1469], il Ghirlandaio
[-1493], quasi tutti toscani. Perciocché a tutta Toscana s'estesero
allora le arti; in Toscana fecersi tutti i loro maggiori progressi; in
Toscana son le origini dell'arti come delle lettere, come poi delle
scienze italiane, origini esse di tutte le moderne cristiane; la
Toscana sarebbe il primo paese d'Italia e del mondo, quando non fosse
l'ultimo in quello spirito militare, senza cui nulla dura, nulla
giova, nulla vale, nulla si stima. Perdonino al piemontese.--Intanto,
spargevasi, fioriva piú che altrove in Italia l'invenzione nuova della
stampa. Della grandezza della quale, sentita da tutti, sarebbe
declamazione oramai qualunque cosa si dicesse. Ma gioverá osservare
quanto rapidamente gl'italiani d'allora abbiano saputo appropriarsi
l'invenzione straniera. Fu naturale; straricchi di proprie, non
potevano invidiare, sapevano apprezzare le altrui; operosissimi, non
esitavano, non indugiavano, non vergognavano, non temevano nel
prendere le operositá straniere, come vedrem farsi ne' secoli
peggiorati. Le prime stampe furono di carte da giuoco e santi, talor
con iscrizioni e lettere, scavate in tavola, e fin dal secolo
decimoquarto. Ma le stampe di libri con caratteri metallici e mobili
non si fecero se non nel 1455 a Magonza, per invenzione di Guttemberg,
aiutato in danari da Fust, e nell'opifizio da Schoeffer, tre tedeschi.
E i tedeschi la portarono in Italia dieci soli anni appresso;
Sweinheim e Pannartz in Subiaco nel 1465, e in Roma nel 1467; Giovanni
da Spira in Venezia nel 1469; ed altri altrove. Ma seguono
prontissimamente gl'italiani: Emiliano degli Ursini in Foligno, e
Bartolomeo de Rubeis in Pinerolo, ambi nel 1470; e subito altri in
Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Pavia, Treviso nel 1471 e
1472; e d'anno in anno, in tutta la penisola, moltissimi altri, fra
cui principale Aldo Pio Manuzio in Venezia fin dal 1480.--Del resto,
se i leggitori non sieno stanchi di questi nomi e queste date, le
quali possono pur essere feconde di paragoni e pensieri a ciascuno,
noi ne aggiungeremo qui un'altra serie, la quale sará forse la piú
feconda di tutte; la quale dimostrerá almeno quella similitudine che
dicemmo tra gli ultimi anni della repubblica romana, e questi ultimi
dell'etá dei comuni. In questi dunque, terminanti alla morte di
Lorenzo, nacquero, e, piú o meno, si allevarono, a questi dunque
debbono attribuirsi i maggiori uomini dell'etá seguente: Bramante [n.
1444 circa], Pietro Perugino [n. 1446], Aldo Manuzio [n. 1447],
Leonardo da Vinci [n. 1452], Sannazzaro [n. 1458], Baldassar
Castiglione [n. 1468], Machiavelli [n. 1469], fra Bartolommeo [n.
1469], l'Ariosto [n. 1473], Giorgione [n. 1477], Tiziano [n. 1477],
Berni [-1536], Guicciardini [n. 1482], Raffaello [n. 1483]. I quali
tutti furono protetti, secondati qua e lá in tutta Italia da' papi,
dagli Sforza ed altri signori italiani, ma principalmente da Lorenzo
de' Medici, superiore in ciò o piú felice che il grand'avo, superior
forse a quanti furono mai protettori o promotori di lettere ed arti.
Perciocché egli non era simile a quegli Scaligeri antichi, od a que'
principi italiani de' secoli posteriori, che davan alloggio in
palazzo, e tavola ed abiti, a letterati ed artisti; dava loro, come
amator vero ed intendente egli stesso, consigli, aiuti e soprattutto
occasioni, lasciando lavorare gli scrittori e facendo lavorare gli
artisti; che è il modo certamente migliore, ben che sia preso a
rovescio da tanti, che fanno scrivere, e lascian gli artisti cercarsi
i lavori. Certo che adorno di tali splendidezze e tali nomi il fine
del secolo decimoquinto apparisce superiore in progresso di coltura a
qualunque generazione antica e moderna.--Eppure superiore a tutti
questi è un nome, un uomo solitariamente cresciuto, anzi giá
invecchiato in quest'etá, Cristoforo Colombo. I viaggi e le scoperte
erano state dell'opere piú abbandonate dagli italiani dopo il secolo
di Dante e Marco Polo. I papi erano stati distratti dallo scisma, i
veneziani dalle conquiste continentali in Italia, i genovesi da lor
discordie e loro in sofferenze e della libertá propria e dell'unione
con Milano. I portoghesi ci avean tolto, non che il primato, ogni
opera di scoperte. Aveano inventato l'astrolabio, strumento informe
tuttavia, ma giá aiutante a dirigere il corso dagli astri, e cosí ad
avventurarsi lungi dalle coste, a mutar il cabotaggio in gran
navigazione. L'infante Enrico [1394-1460] ideò, proseguí, non compié
egli la scoperta del giro d'Africa, ma l'avanzò col far riconoscere
via via quella costa occidentale. Dopo lui, continuarono i portoghesi
per la medesima via; nel 1471, passarono l'equatore; nel 1486, Diaz
scopri, e non passò ancora il capo da lui detto delle Tempeste;
passollo Vasco de Gama nel 1494, e chiamollo di Buona speranza. Ma
questa grande scoperta fu preceduta da quella anche maggiore di
Colombo. Nato intorno al 1435 in Genova od intorno, ché non importa
guari, studiò a Pavia, navigò per la sua patria e pe' francesi che la
signoreggiavano, e per gli Angioini che essa aiutava, intorno al 1459.
Capitato a Lisbona intorno al 1470, cioè in sull'ardore delle scoperte
africane, sposò Filippa di Palestrello un venturiero italiano, seguace
giá dell'infante scopritore; s'accese tutto di quelle idee, di quelle
avventure, navigò, abitò a Porto Santo, uno de' nuovi stabilimenti;
studiò, carteggiò con Toscanelli [-1482], un dotto geografo
fiorentino, e dicesi avesse cognizione d'una mappa fatta da fra Mauro
veneziano. E da tutti questi studi, e dalle tradizioni raccolte d'ogni
dove, e da' viaggi di Marco Polo, e da' lavori cosmografici di fra
Mauro, e dalla considerazione della rotonditá della terra, e fin da
alcuni testi biblici, acquistò la persuasione, la certezza: doversi,
navigando ad occidente, capitar prima a un'isola Antilla rammentata da
Aristotele, e poi all'Asia, al Cataio di Marco Polo. Quindi il
proseguire, il darsi tutto a quel pensiero, concepito, dicesi, fin dal
1474. E da tal pensiero passando in altro, quell'anima sublimemente
insaziabile sognava arricchirne, e poi levar un esercito e conquistar
Terra santa alla cristianitá. Visitò un'isola di Tule, che credesi
l'Islanda; propose invano la sua idea a Giovanni II re di Portogallo;
partí di lá nel 1484; dicesi la proponesse nel 1485 a Genova sua
cittá, a Venezia, e ne fosse rigettato. Ad ogni modo venne nel 1486 a
Spagna, al monastero della Rabida presso al piccolo porto di Palos in
Andalusia, dove fu accolto poco men che mendico dal buon priore; ed
onde protetto poi, fu alla corte di Ferdinando ed Isabella re e regina
d'Aragona e Castiglia, che stavan compiendo lor guerra nazionale di
sette secoli contro ai mori. E mandato espor suoi pensieri
all'universitá di Salamanca, e rigettatone; e rigettato e deriso,
indugiato, richiamato, disgustato dalla corte per sei anni intieri,
perdurò e riuscí finalmente a persuadere Isabella, tra l'alacritá
della vittoria dopo presa Granata (2 gennaio 1492). Ai 3 d'agosto del
medesimo anno, ei salpò con tre caravelle dal porto di Palos; e
navigando sessantanove dí, giunse addí 12 ottobre all'isola di San
Salvatore; e, toccate Cuba e San Domingo, tornò a Spagna nel 1493. E
fatto viceré delle Nuove Indie (come si chiamarono allora o poco
appresso), fecevi una seconda, una terza spedizione nel medesimo 1493
e nel 1498, e vi scoprí, oltre altre isole, anche la costa
settentrionale del continente meridionale; tradito, deposto,
incarcerato, incatenato e rimandato a Spagna da Bovadilla, un suo
luogotenente rimastone infame; e fu tenuto in carcere per qualche
tempo nell'ingrata sua patria seconda, e fece poi nel 1502 una quarta
spedizione al medesimo continente, e tornatone, morí nel 1506. Cosí
quell'italiano (il cui coraggio, la cui perduranza, prudenza, bontá e
semplicitá d'animo risplendono meravigliosamente in tutte le sue
azioni, tantoché non si sa, leggendone, s'ei piú s'ami o s'ammiri),
cosí quell'italiano, primo di tanti poi che non poterono dar alla
patria la propria operositá, diedela a Spagna, e con essa il nuovo
mondo. Cosí quell'anno 1492, fatale all'Italia per la morte di Lorenzo
de' Medici, per la chiamata di nuovi stranieri, fu epoca a Spagna ed
alla cristianitá della cacciata de' maomettani dall'Europa
occidentale, e dell'acquisto di tutto un occidentale emisferio. Finiva
l'etá del primato (qualunque fosse) d'Italia; incominciava quella de'
primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi Inghilterra.


FINE DEL PRIMO VOLUME.



  INDICE

  I

  DELLA STORIA D'ITALIA

  DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI TEMPI

  Dedica                                                 pag. 3
  Prefazione alla terza edizione                              5
  Prefazione progettata dall'autore per l'edizione nona      11

  LIBRO PRIMO

  ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI

  1. I tirreni                                               21
  2. Gli iberici                                             22
  3. I celti-umbri                                          ivi
  4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie       23
  5. I pelasgi; immigrazioni secondarie                     ivi
  6. Continua                                                24
  7. Magno-greci; immigrazioni terziarie                     25
  8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei         ivi
  9. I galli, immigrazioni quaternarie                       27
  10. Roma                                                   28
  11. Religioni                                              30
  12. Condizioni politiche                                   31
  13. Colture                                                33

  LIBRO SECONDO

  ETÁ SECONDA: DEL DOMINIO DELLA REPUBBLICA ROMANA

  1. Origine della grandezza di Roma                         39
  2. Mezzi; costituzione e mutazioni                         40
  3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine          41
  4. Guerra di Pirro                                         42
  5. Prima guerra punica                                     43
  6. Nuove estensioni                                       ivi
  7. Seconda guerra punica                                  ivi
  8. Dieci anni di estendimenti                              45
  9. Séguito e conseguenze                                  ivi
  10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre  ivi
  11. La corruzione, le fazioni interne                      46
  12. I Gracchi                                              47
  13. Guerra di Giugurta                                    ivi
  14. Guerra cimbrica                                        48
  15. Mario, Guerra italica                                 ivi
  16. Mario e Silla, Mitridate                               49
  17. Silla dittatore, e conseguenze                         50
  18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno            51
  19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina            ivi
  20. Primo triumvirato                                      52
  21. Cesare dittatore                                       53
  22. Agonia, fine della repubblica                          55
  23. Religione, coltura                                     56
  24. Continua                                               59

  LIBRO TERZO

  ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

  1. Augusto                                                 65
  2. Continua                                                67
  3. Continua                                               ivi
  4. Tiberio                                                 68
  5. I tre ultimi della famiglia di Cesare                   69
  6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi                 ivi
  7. Nerva, Traiano, Adriano                                 70
  8. Gli Antonini                                            71
  9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente              72
  10. Diocleziano e i successori fino a Costantino           75
  11. Il cristianesimo                                       76
  12. Costantino                                             79
  13. I Costantiniani                                        81
  14. Teodosio                                               83
  15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta
      dell'imperio                                           84
  16. Coltura antica, idolatra                               86
  17. Coltura nuova, cristiana                               89

  LIBRO QUARTO

  ETÁ QUARTA: DEI BARBARI

  1. Il nesso tra le due storie nostre                       95
  2. I regni nuovi romano-tedeschi                           99
  3. Continua                                               100
  4. Continua                                               101
  5. I barbari d'Odoacre                                    103
  6. Teoderico e gli ostrogoti                              105
  7. Continua                                               106
  8. Continua                                               107
  9. Caduta de' goti                                        108
  10. Continua                                              109
  11. I greci                                               111
  12. I longobardi prima della conquista                    112
  13. Alboino e Clefi                                       113
  14. I trentasei duchi                                     115
  15. La restaurazione del regno                            116
  16. Autari ed Agilulfo                                    117
  17. Successioni dei re per un secolo                      118
  18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti 120
  19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi
      re longobardi                                         123
  20. Coltura                                               126
  21. Legislazioni                                          128

  LIBRO QUINTO

  ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE

  1. Carlomagno re                                          133
  2. Continua                                               135
  3. Carlomagno imperatore                                  138
  4. Continua                                               140
  5. I Carolingi                                            141
  6. Continua                                               143
  7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico,
     Rodolfo                                                145
  8. Tre re francesi                                        149
  9. Berengario II                                          151
  10. I tre Ottoni                                          152
  11. Continua                                              152
  12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore    156
  13. La casa de' Franconi o Ghibellini. Corrado il salico  159
  14. Arrigo III                                            162
  15. Arrigo IV                                             165
  16. Coltura                                               168

  LIBRO SESTO

  ETÁ SESTA: DEI COMUNI

  1. Gregorio VII e l'etá presente, in generale        pag. 175
  2. Pontificato di Gregorio VII                            177
  3. Ultimi anni d'Arrigo IV                                182
  4. La prima costituzione comunale, i consoli              184
  5. Arrigo V                                               189
  6. Lotario                                                191
  7. Corrado II                                             194
  8. Federigo I imperatore; la guerra d'indipendenza        196
  9. Continua                                               199
  10. Continua                                              204
  11. Continua                                              204
  12. Il secondo periodo della presente etá. Governo
      delle cittá                                           209
  13. Fine di Federigo I, Arrigo VI                         211
  14. Filippo e Ottone                                      212
  15. La quarta crociata, il principio del secondo
      primato italiano nel Mediterraneo                     215
  16. Federigo II                                           218
  17. Fine degli Svevi                                      224
  18. Il terzo periodo della presente etá in generale       226
  19. Re Carlo I d'Angiò                                    228
  20. Re Carlo II d'Angiò                                   233
  21. Re Roberto d'Angiò                                    236
  22. Le compagnie, i condottieri                           241
  23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti            246
  24. Il quarto periodo della presente etá in generale      250
  25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano 252
  26. Giovanni Maria Visconti secondo duca                  255
  27· Piemonte. Casa Savoia. Amadeo VIII                    258
  28. Filippo Maria Visconti                                261
  29· Francesco Sforza, quarto duca di Milano               266
  30· Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano                272
  31. Gian Galeazzo Sforza, sesto duca di Milano            273
  32. Coltura dell'etá dei comuni in generale               278
  33· Coltura dei due primi periodi di quest'etá,
      da Gregorio VII a Carlo d'Angió                       281
  34. Coltura del terzo periodo o secolo di Dante, da Carlo
      d'Angiò al ritorno dei papi                           285
  35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi
      alla chiamata di Carlo VIII                           291





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