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Title: Damiano - Storia di una povera famiglia
Author: Carcano, Giulio, 1812-1884
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Damiano - Storia di una povera famiglia" ***

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(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                               DAMIANO

                                STORIA
                        D'UNA POVERA FAMIGLIA


                              RACCONTATA
                                  DA
                            GIULIO CARCANO



                                MILANO

                           BORRONI E SCOTTI

              TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI

                                 1850



                              A SUO ZIO

                           GIOVANNI CARCANO

                              L'Autore.



Mi ricordo, Zio, che ne' miei primi anni, sotto il pergolato del
nostro piccolo giardino, all'ora del tramonto, o presso il focolare
nelle sere d'inverno, al tornar dalla caccia in compagnia di mio
padre, vi piaceva trattenervi a raccontar con semplici e animose
parole il tempo passato; quella età meno trista della nostra, quando
un po' di gloria almeno non ci era negata.

Io non li vidi que' giorni così pieni di vita; ma ben so quel che ci
hanno fruttato. Ed ora, rileggendo questa storia, da qualche anno
dimenticata fra gli scritti miei, parmi che l'angustia e l'inutile
tormento dell'oppresso Damiano riflettano in parte ciò ch'ebbe a
patire una gioventù che a sè dinanzi nulla scorgeva ancora. È storia
di povera gente, della famiglia d'un soldato di Napoleone.

A voi, veneratore del Grand'Uomo, il quale sarebbe stato, per verità,
più grande se avesse saputo essere italiano, a voi offro questo libro.
Esso vi dica come l'onorando vostro nome viva nel mio pensiero.

    Dicembre 1850.

                                         GIULIO.



DAMIANO

STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA



Capitolo Primo.


Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la
buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada
solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello
all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della
città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io
soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano,
non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de'
dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati
volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo
danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine
innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami
un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel
cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per
quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini
dorate dell'avvenire.


Era il 4 di maggio del 1831.

E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto
in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena,
l'ultima

    «Ora dell'Uom fatale»

nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un
velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e
abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.

Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte
Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie
del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco
l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar
la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima
di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori;
mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo
di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime
stelle.

In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli
ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della
sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del
tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in
sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando
camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune
signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura,
passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo,
riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o
all'elegante ritrovo de' circoli serali.

Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi,
alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro
al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio
del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli
inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case,
sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva
innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni
casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè
finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una
all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.

La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via
fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e
per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta,
andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e
delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un
fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo
all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto
rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni
santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce:
_Prega per lui._

Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che
genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più
il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e
commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito,
l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende
quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni
solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così
santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il
mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva
commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì
sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che
muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un
sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede
la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano,
è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo
cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del
Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al
padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le
medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e
del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e
su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo.
Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del
dolore.

Ma già, per quella tortuosa strada, era venuto il fedele corteggio
alle poche abitazioni aggruppate a mezzo del quartiere, e passando
dinanzi un umile antico oratorio e l'attigua piazzetta, si fermava al
limitare d'una casa più meschina, più bassa dell'altre, dalla larga
tettoja che piovendo all'infuora nascondeva quasi le poche e ineguali
finestre. Da' piccoli vetri cadenti d'una di quelle finestre,
traspariva un lume fioco e tremolante.

Coloro che accompagnavano il Sacramento, si posero ginocchioni in
fila, sotto al portone di quella cadente casa, da' due lati d'un
andito oscuro; e il prete s'avanzò nel cortile, preceduto dal
sagrestano e da un cherico, seguito da quattro o cinque vecchi che
portavano i ceri benedetti. Salirono per una stretta ed erta scala di
legno alla stanza dell'infermo.

L'uscio, che rispondeva sulla loggia, era aperto; e dalla soglia due
giovinetti venivano a rincontro del ministro del Signore. Uno di que'
giovinetti, il minore, piangeva forte; l'altro era smorto e ma non
dava segno alcuno di dolore.

Attraversata la prima camera, il prete entrava in quella dell'infermo.
Un vecchio tutto calvo, con lunga barba e mustacchi bianchi, con gli
occhi fissi, incavati, con la morte già dipinta sulla faccia,
levandosi da sè medesimo a sedere sul basso e scomposto lettuccio,
alla vista del Sacramento, alzò la testa e le mani verso il cielo; e
quasi risentendo vigorìa di giovinezza, si sostenne ritto sulla
persona al cospetto del sacerdote, aperse a stento le pupille
fiammeggianti ancora d'un lampo di vita, e cominciò con voce tremola
ma chiara: --Sono dieci anni quest'oggi che anche _lui_ è morto
così!--Indi, fattosi lentamente il segno della croce, lasciò cader le
braccia sulle coltri e la testa sul petto, chiuse gli occhi e stette
immobile, senza respiro; pareva cadavere.

Il vecchio soldato di Napoleone aveva voluto vestire per l'ultima
volta la sua antica assisa di velite, quell'abito di bianco panno
dalle risvolte e da' paramani verdi, sotto al quale batteva lento e
tranquillo ancora il suo cuore, come nei giorni della battaglia;
all'occhiello dell'assisa pendeva un nastro di color verde e rancio,
l'unico, il più prezioso giojello ch'egli avesse posseduto al mondo,
l'insegna cavalleresca della corona di ferro. Sulla coltre, da una
parte posava il crocifisso; dall'altra la spada, che da anni ed anni
lasciava appesa nella corrosa e ammuffita guaina a lato del capezzale,
e che venuto alla sua estrema giornata volle tenersi più vicina, come
l'ultima memoria della passata vita.

Stavano alla destra del letto, inginocchiate sul nudo terreno, alcune
donne. Fra loro, la moglie e la giovinetta figliuola dell'infermo;
quella, abbandonata sulle ginocchia, accosciata per la stanchezza del
dolore, e col volto bagnato delle lagrime scorrenti; questa, umilmente
composta in atto di preghiera, accanto alla candela benedetta che
ardeva da un lato, e tutta rassomigliante ad uno di que' serafini che
vediamo effigiati ne' quadri dei nostri antichi pittori; bella
quantunque pallidissima, spirante in ogni atto una calma rassegnata,
un non so che di paradiso. E dietro alla madre e alla figlia, si
tenevano rincantucciate due o tre buone femmine del vicinato, accorse
per ajutarle in quel giorno della disgrazia. Dall'altra parte del
letto, inginocchiavansi i due figliuoli, que' giovani che poco prima
eran venuti ad incontrare il santo viatico: il minore non piangeva
più, ma seguiva cogli occhi ogni moto del sacerdote; il maggiore
invece non li distaccava mai dalla paterna faccia.

Il sacerdote, entrando, aveva pronunziato il saluto che il rito della
Chiesa prescrive: Pace a questa casa!--Al che il sagrestano coi
fedeli: E tutti coloro che vi abitano.--Poi, mentre il cherico,
spiegato il candido corporale su d'una piccola tavola, accendeva due
sacri ceri, il sacerdote vi posò la piscide; e facendo coll'aspersorio
dell'acqua lustrale un segno di croce sul letto e sugli astanti, li
benedisse colle parole del profeta:--Aspergimi coll'isopo, e sarò
mondo; lavami e più che neve sarò dealbato.

Il vecchio riaperse gli occhi, ma trasognato, e come ignaro della
mistica cerimonia che s'apprestava; colle dita convulse stringeva ora
la spada, ora il crocifisso. Orava il sacerdote, e benedicendo
un'altra volta il malato, tolse dalla piscide e sollevò in faccia a
lui l'ostia divina.

Il velite si riscosse, guardò i suoi figliuoli ad uno ad uno,
congiunse le mani, e mormorò quasi parlasse con sè medesimo: Era
meglio vent'anni fa! Ma quando il prete, chinandosi sul letto e
pronunziando le parole del mistero, gli ebbe pôrta la particola,
rispose con voce forte e sicura: Così sia!--

Orò di nuovo il sacerdote; e detto agli astanti: Andiamo in pace, nel
nome del Signore--ripigliò il sacro vase d'argento, poi, benedetto il
morente fratello, si partì coi pochi fedeli.

E nella stanza, appena che si rimisero in via e che, nel seno della
notte, allontanandosi a poco a poco, svanirono le voci della turba
salmeggiante, fu una pace, un silenzio non interrotto; come se in quel
letto più non giacesse un uomo all'ultima sua notte. La madre e i tre
figli stavano tuttavia inginocchiati al luogo stesso; gli occhi del
vecchio s'eran richiusi; ne più s'udiva che il greve e affannato suo
respiro.

Passata che fu mezz'ora, l'infermo tornò a sollevarsi da sè; e facendo
un piccolo cenno della destra, disse:--Damiano!

Era il nome del suo figlio maggiore. Il quale chinandosi sopra di lui,
e stretta con immenso affetto la sua mano, v'impresse caldi baci, e se
la mise sul cuore per riscaldarla; poichè quella mano era fredda.

--Mio Damiano, mio figlio! così il vecchio soldato, con voce piana e
grave: Ho veduta mille volte la morte in faccia, ma non ho sentito mai
quello che sento in quest'ora. Io non son più Vittore, non son più
nulla per voi....

--Padre mio!.... lo interruppe il giovine.

--Lasciami dire! La mia strada l'ho compita; fu lunga anche troppo....
Oh! io non doveva morire così miseramente in un letto, come un vecchio
che ha paura.... Quando penso che anche _quell'uomo_, ha finito come
me!... oh! almanco, di qui a poco, Vittore potrà forse rivederlo.

Tacque un momento; e gli astanti ben comprendevano ch'egli, al suo
costume, voleva parlar di Napoleone.

--Ora, tocca a te, ripigliò: tu hai ad essere il capo della famiglia,
il padre di tuo fratello e di tua sorella, il compagno di tua madre.
Povera donna! m'ha voluto sempre bene; e io non ho fatto nulla per
essa, poco per voi. Vecchio torbido, impaziente, ostinato nelle mie
idee, nelle mie inossite usanze della caserma, non ho più potuto
rifarmi a' mestieri del dì d'oggi; e per questo vi lascio, poveri come
v'ho messi al mondo. Ma se i preti non ci sono per niente, e s'è vero
quel che vengono a dirmi, che Dio perdona a tutti, perdonerà anche a
me. Ah! l'avessi lasciato anch'io a tempo il mio posto al mondo, non
sentirei quello che adesso mi sta sull'anima.... Ma tu, Damiano, tu
farai meglio di me.

Il giovine proruppe allora con doloroso impeto:--No, no! Il Signore è
buono, il Signore avrà compassione di noi, e non vi torrà così a'
vostri, alla vostra casa!

--No, è cosa finita! tornò a dire l'infermo: è meglio così, perchè
ormai io v'era d'impaccio, e buono a nulla; come que' poveri diavoli
de' feriti in una ritirata. Ma almeno, lo conosco, Damiano, il tuo
cuore; so che cosa saresti stato in un altro tempo; in mezzo agli
uomini d'adesso, si marcisce, non si vive. Ricordati di tuo padre;
egli avrà forse il suo grosso conto da accomodare di là; perchè vide
momenti terribili, cose che al mondo non erano mai succedute: ma se
non ti lascia altro, ti lascia la sostanza del povero che camminò
sempre con fronte levata, in mezzo a tutti i guai della vita; e devono
valer qualche cosa, in nome di Dio! la buona coscienza, e il buon
nome.

Pareva impossibile come il vecchio avesse ancora in sè stesso quella
forza, con cui pronunziava queste parole. Damiano le ascoltava
riverente, e pur frenavasi dal piangere; ma il suo minore fratello,
che fino allora aveva pianto tacitamente, cominciò a singhiozzare; e,
per soffogar quello schianto del cuore, nascose tra le mani il volto e
tutto si abbandonò sul letto di suo padre. Intanto, fatta già
insensibile dallo stento del vegliare, dall'angustia e dal patimento,
la moglie di Vittore cadeva tramortita sul pavimento; e se la
figliuola, quella creatura che pareva veramente l'angelo della pietà
nella famiglia del dolore, con un vigor più grande dell'età sua, non
l'avesse sollevata e posta a giacere sulla prima seggiola che le venne
trovata, il suo svenimento avrebbe forse potuto raddoppiare una
imminente sciagura.

L'ammalato, per buona ventura, non se ne accorse: pareva assorto in
profondi pensieri; e, stese le mani, stringeva con l'una quella del
suo maggior figliuolo, posando l'altra sulla bionda testa del minore.
Damiano nutriva ancora in cuore un poco di speranza. Vedendo il padre
rianimarsi, come per miracolo, dopo il continuo torpore di giorni e
settimane, confidò che il cielo avesse a prolungare ancora per alcun
tempo quella vita cara. Udendolo parlare a lungo, con insolita calma,
con una dolcezza d'affetto che ben di rado gli era uscita dal cuore,
credè che tutto non fosse ancora perduto, e si arrischiò di
dire:--State quieto; e non vi tormentate così coi pensieri, non
parlate di morire....

--E che importa, o Damiano? il vecchio riprese. Meglio oggi che
domani; la vita che passò mi somiglia un giorno. Solo, ti torno a dire
che sarei morto più contento, se avessi potuto darvi uno stato, a voi
altri due poveretti: e quest'è la mia spina. Di te, Damiano, mi duol
meno, chè, lo so bene, non avrai bisogno di nessuno; ma il povero
Celso, ancora fanciullo.... I cuori timidi e semplici come il suo, son
quasi sempre vittima de' furbi, o de' prepotenti. Basta, a te lo
raccomando; so che vi amate, e tu penserai a lui, alla povera vostra
mamma, ed alla mia Stella, che sarà il vostro angiolo custode!

Questa interna fatica dell'affetto consunse la lena dell'infermo; e lo
sforzo di dire per l'ultima volta ciò che gli stava nel cuore, lo fece
ricader gravemente sul letto, arrovesciata la calva testa sugli
scomposti cuscini, le braccia pesanti, irrigidite, e tutta la persona
abbandonata, distesa, quasi che la morte fosse già venuta. Damiano,
fatto pallido come il padre suo, toccò, cercò i polsi di lui; ed eran
muti. Nulla disse; un brivido gli corse per l'ossa, posò tremando la
destra sul cuore paterno. Il cuore del vecchio soldato batteva ancora;
caduto in un sopore tranquillo, l'ora terribile non era ancora suonata
per lui.

Appunto in quella, sopraggiunse il medico; il quale, passando a caso
per la via, era salito a vedere se l'ammalato da lui già dato per
morto fin dalla mattina, respirasse tuttavia. Entrò con passo grave e
tardo, tenendosi il cappello in testa: era uno di que' medici, che
nella stanza del povero recano la schifiltosa albagìa della scienza, e
il conforto, o piuttosto lo scherno, d'una sentenza dottorale, caduta
loro di bocca come per caso. Diede una fredda occhiata all'infermo
assopito, alla famiglia che piena d'ansietà s'era stretta d'intorno a
lui; poi, accostando una candela accesa alle labbra del pover'uomo,
nel veder la fiammella che agitavasi, disse:--Non la vuol finir così
presto come credevo: non per niente furono le membra di quest'uomo
temprate ai ghiacci della Russia. Eh via, non mettetevi a piangere voi
donne, che non è tempo ancora; lasciatelo in pace, egli dorme. Ma io
per me, non ho più nulla a far qui; se domandasse a bere, dategli di
quella pozione di che vi lasciai la ricetta stamane: è un
sedativo.--Così detto, se n'andò, non senza dare uno sguardo d'ambigua
significazione alla Stella, che sollevando a lui gli occhi pieni di
lagrime, pareva aspettasse dalle sue parole la grazia domandata al
cielo. Quel signor dottore era uno scapolo di quarant'anni, che si
teneva in pregio come buongustaio di bellezze, e non isdegnava di
occhieggiare a quando a quando que' modesti fiori che l'esercizio
della sua scienza severa gli faceva talvolta incontrar nel cammino.



Capitolo Secondo


Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso,
s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e
nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto
tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero,
riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento
che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza
del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a
sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al
suo posto, a veglia del padre.

Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte
del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre,
al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità
della morte.--Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico
che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete
inspirarmi l'amore e la fede!

In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa,
destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito
rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne
veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi
nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa,
s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del
bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo
fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli
vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle
vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era
passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni,
quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con
lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi
avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate,
poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere,
nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii,
anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse
non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra
età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di
morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia
reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico
suo!

Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un
sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li
fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E
con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano
tessuto il suo sogno di quell'ora:--O Lorenzo, disse, che begli anni
furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?

--Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che
n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco
l'antico granatiere.

--Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi
pareva tutto mio!.... lo interruppe malinconicamente l'infermo.

--Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro.
Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo
temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del
fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra
legione vedeva il fuoco per la prima volta.... Ma non abbiam dato
addietro un passo, noi.... te ne ricordi?...

--Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là....

--La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato
di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline.... Io non so
quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti
non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle
bocche d'artiglieria.... Di', non le hai ancora negli orecchi le
parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole
che la storia non cancellerà più?....

--Sì, sì! disse il malato: »_Questa legione_, e parlava di noi, _che
vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria_....

--_Essa_, seguì l'amico, _s'impadronì di quattordici pezzi di cannone,
sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati_.

Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il
velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita,
dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di
lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo
sollevando la spada che posava tuttora sul letto:--Da quel giorno,
disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a
questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a
rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi
vedemmo la prima volta Bonaparte.... Passò a cavallo, vicino alle
nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli
occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento....
Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due
passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per
terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io
non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel
giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!....
Posso ancora morir contento.

--E Gorizia?... ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio
commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico
suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al
lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non
erano fuggiti!... E quella povera madre, con due bambini in collo, me
la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui
barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San
Daniello?... e Osopo?... e Gemona?

--Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le
orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi
trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li
ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù
rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di
gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio
fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù.... Allora, lo
confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col
rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e
dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento....

--Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci
credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno?
più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore,
anche tu avesti il cuor buono e forte.

--E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era
tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar
fortuna in Egitto.... E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini,
peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco....

--E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo
secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni
di gloria troppo presto passati per noi!...

Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in
faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta
parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il
cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E
parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria
di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e
d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di
Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano;
rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la
terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que'
due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore
e il grado d'uffiziale.... Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta
ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni
dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma
quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di
Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis,
allora non trovarono più parola.

E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo
ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed
essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar
qualche lagrima in silenzio.

Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva
acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola
si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men
logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella
subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le
ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente
del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e
dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze
vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo
colloquio coll'antico suo compagno d'armi.

Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio
di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano
d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo
s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e
viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo
di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di
gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un
sospiro a ringraziarne il cielo.

Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine.
Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo
dai guanciali; e le parole formando a fatica:--Ora, disse, posso
andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore
antiche.... Ricordati, Damiano, di tuo padre!--E altre voci rotte, che
molto volevan dire, gli uscivan di bocca:--Il mio nome.... la mia
spada... sangue italiano... giura, o mio figlio!

--Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete
dire e vi giuro....

--Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:--Chi m'avesse
detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!... Meglio
se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!... Ma
vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto.... oh! morire
così è troppo seria cosa....

--Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza
guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come
nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam
berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale....

--Zitto!... riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più
vicino.... ho una preghiera a farti.--E aprendosi lo sparato della
camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul
cuore.--Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno....

--Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di
quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a
Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era
finito.... Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza
una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non
avremmo restituite le nostre bandiere!...

--Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato
di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza
lasciarti nulla.... oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il
custode di questa reliquia.--E levatosi il piccolo involto di ceneri
che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle
mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:--Bada,
Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche
quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno
via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me.... son
trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un
arnese inutile.... Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè
Celso, nè la povera Stella... è la Provvidenza che ha mandato loro un
po' di sonno.... Addio Lorenzo, addio Damiano....

--Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi,
proruppe con soffocata angoscia il giovine.

--Che ora è?... disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per
l'ultima volta.

--È passata la mezzanotte.

--Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che
dicono ch'egli è morto.... sono contento di far l'ultimo passo anch'io
nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia,
dov'è il ben di tutti!...

E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del
respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello
sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo
delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto
stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più
padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava
come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco
dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far
quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E
vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.

Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore,
ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero
vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide,
non rispose più.

Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo;
stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e
significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì
di corsa a chiamare il prete.

Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il
freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più
vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il
padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo
serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli
eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che
l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli
impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro
all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore,
l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo,
le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui
tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di
fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il
quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro.
Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li
strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto
non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè
domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi
spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti
i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua,
di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a
guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel
campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra
famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare,
morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e
povertà. Ma il Signore che disse: _Beati quelli che piangono_, tiene
conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam
tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del
Creatore, ritorneranno a Lui.

Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di
Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito
soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il
vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al
gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta
sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di
riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo
spirito e la vita all'immortalità?

Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti
all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente
vecchio, il prete proferiva le parole del rito:--«O Dio, Padre
onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti
nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle
mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo
spirito suo.»

E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in
forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi
del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore
vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima
cristiana dell'eterna sua destinazione.

Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto
per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira
placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita
nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo
servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo,
o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»

Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma
cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e
le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva
quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la
presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.

Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il
prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite
continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da
questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel
nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che
in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a
Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste
Gerusalemme.»

L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la
morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile,
colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le
pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le
labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona
sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito
colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero
per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove
sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima
occhiata disse loro l'addio.

Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.

--«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani
sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen
viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le
insegnino la via e le aprano le porte della giustizia....»

L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora
per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale,
col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto
nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si
fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa.
Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e
sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via,
dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.

Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del
sagrestano presso al padre loro.

La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una
bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di
luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che
penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto
dell'estinto soldato di Napoleone.

Era l'alba del cinque maggio.



Capitolo Terzo


Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero,
senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi
tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il
vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta
stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi
tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e
pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero
almeno qualche cucchiajata di minestra.

Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a
Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole:
ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai
desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire
a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma
non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se
n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di
Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle
dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti
della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.

La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque
stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno,
la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al
pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera
dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in
fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via
fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino
allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.

Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti,
vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà
non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da
quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli
antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due
armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il
ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il
primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che
annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata.
Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno
umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della
povertà che non conosce sè stessa.

Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine
mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la
stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in
quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo
resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la
spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di
suffragio.

Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti
altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi
da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e
sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione;
e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti
sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di
grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al
piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante
creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non
attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul
limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri
verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro
si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti
dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla
mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla
ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure
sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue
per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi
stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi
vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza
dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti,
di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E
passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno
ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono
sulla terra.

Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser
filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso
dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte
generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei
diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di
loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù
civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede,
aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la
ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate
dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi
mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti.
Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i
pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande;
chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di
prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel
bene non verrà meno mai.

La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la
confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere
presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero
in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste
popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di
conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una
parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un
pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile
scena del mio racconto.

La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a
casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza
paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano
alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota
comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra
cosa al mondo non può dare.

Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non
guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.

Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla
testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della
persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di
preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace
espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille
sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle
sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro
quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna
soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava
vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so
qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo,
e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il
pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile
sorriso.

Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato
nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese
dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse
di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i
cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore
era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure
marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le
braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi
un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore
ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il
passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto
un uomo.

Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli
apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua
sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care,
attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute
più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo
spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi
fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di
Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di
risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle
angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato
nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un
sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di
dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni
da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i
preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al
giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto,
il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna
guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano
sull'anima di Damiano.

Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli
ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto
in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più
trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa
graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno
scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco,
la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.

Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse
nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di
parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien
faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che
quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico
amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e
primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti
tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.

Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva
avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva
veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter
chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel
cuore, e proruppe:--Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui
morire!

Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per
coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel
suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di
dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e
quando s'è poveri.



Capitolo Quarto


Venne il signor Lorenzo la seguente mattina; nè senza perchè, come
n'aveva fatto promessa a Damiano. E quando furono riuniti nella
saletta superiore, lui e il giovine cominciarono a guardarsi con
cert'aria significativa, come se ciascuno volesse che l'altro per il
primo pigliasse la parola.

La madre, essendosi accorta alla fine di quel muto scambio
d'occhiate:--Via, disse, signor Lorenzo; già so che l'è venuto il dì
della disgrazia, e per me son preparata a tutto. Parli pure, dica su
lei; poichè Damiano non ne ha il cuore.

Allora l'antico tenente, cercando un resto del coraggio di quel tempo
che alla testa de' valorosi correva all'assalto d'una casamatta là
nella Spagna, o teneva fronte all'urto d'una colonna di Cosacchi a
Smolensko o a Borodino, si fregò gli occhi e disse:--Amici miei,
vecchio come sono, starei più volontieri innanzi la bocca d'un
cannone, collo schioppo al braccio e lo zaino ai piedi, che non qui,
adesso, in faccia a voi, che siete l'anima, e il sangue del mio
fratello. Ma poichè tocca a me, a me che n'ho vedute già tante,
l'ajutarvi in questa trista ora, abbiate pazienza, se vi parlo senza
complimenti, ma da galantuomo. Già con Damiano abbiam fatto de'
discorsi, anche di troppo; è un peccato che non sia il tempo buono per
lui.... Ma, tant'è! quell'uomo che teneva stretto come un balocco,
tutto il mondo nel suo pugno, quello là, è caduto. E cosa potete far
voi, poveri figliuoli, che non l'avete visto neppure!

--Chi ha cuore e braccio, è sempre padrone della sua parte a questo
mondo: rispose con voce animosa Damiano.

--E chi ha amore per i suoi, trova sempre un po' di bene a fare:
soggiunse con una ingenuità d'angiolo la Stella.

--Cari tutti e due! e avete ben ragione. In quanto a me, io l'aveva
detto cento volte a quel brav'uomo che ora andò a tener compagnia ai
nostri vecchi fratelli di guerra, gliel'aveva detto che pensasse a
dare un mestiero a' figliuoli, un buon mestiero per cui non può mai
mancar da vivere: chè, alla fin del conto, chi lavora è sempre padrone
della sua fatica, come e forse più che il ricco del fatto suo; e il
pane della fatica è il pane più saporito, più onorato che sia. Ma lui,
non ne volle sentire: lo so bene, quella sua croce d'onore gli aveva
un po' ingarbugliate le idee, e non voleva che i figli d'un cavaliere
dovessero imparare a maneggiar la mestola o la pialla; lo compatisco.
Ma l'ho anch'io la croce, l'ho avuta nello stesso dì che lui, e ne fo
quel conto che si deve: essa è là nel fondo della mia vecchia valigia,
e non la porto all'occhiello che una volta all'anno, quel giorno che
sapete. Del resto poi, che cosa importa? Non voglion dir più niente
adesso le decorazioni, sono un balocco di stagno dorato e niente di
più: chi ci bada ormai?... Ma non è di questo che dobbiam parlare.

--Oh! signor Lorenzo, non mi tenga nell'angustia; dica pure quello che
bisogna fare: soggiunse quasi piangendo la Teresa.

--Volevo dire che bisogna pensare ai fatti nostri, ripigliò. Voi siete
una brava donna; ma di certe cose le donne non s'intendono nè si
debbono intendere. Ora vel posso dir io, io che le ho raccolte e lette
le poche carte di vostro marito, jer mattina insieme a Damiano, prima
di consegnarle a quella ciera d'ospedale del signor impiegato venuto
qui a frugar dappertutto, che mi faceva una stizza da non dire. Or
bene, io supponeva.... io sperava che.... badate bene.... in
coscienza, non avete più nulla. Già quel Vittore ha sempre avuto il
suo cuor largo di soldato; ha creduto troppo alla probità degli
uomini, all'onore, tutte belle cose, ma...

--Pover'uomo! disse la Teresa. Oh! se tutti fossero come lui....

--Come lui non ne troverete; ma è vero, per altro, ch'egli pensò poco
al domani. Nelle sue carte che, per il meglio, ho voluto mostrare
anche a un dottor di legge, mia vecchia conoscenza, abbiam trovato, in
mezzo ad alcuni bollettini di guerre passate che non si vedranno mai
più, certi conti, certe logore ricevute di foraggi e d'altri servigi
al militare, ne' momenti che nei nostri paesi cominciò a far caldo: le
son vecchie carte del 96 ch'egli ebbe dal vostro nonno, buon'anima, il
quale, a quei dì, aveva anche lui terra al sole. Ed io l'ho
conosciuto, sapete, vostro nonno, che potevo avere allora l'età
vostra.... Ma! chi l'avrebbe detto che si doveva finir così?...

Contro il suo costume, il vecchio tenente cercava con le molte parole
di far men doloroso agli amici suoi l'annunzio della povertà; e
abbandonavasi così alle memorie del passato.

--Via, vada innanzi, signor Lorenzo, diceva con qualche impazienza
Damiano.

--Sì, sì! Allora, o giovine, aveva anch'io il fuoco nelle vene come
voi; allora s'è fatto qualcosa... Dunque vostro padre, a quel che
pare, non pensò mai a far valere quelle carte che forse gli potevan
dare un migliaio di lire; adesso temo sieno buone per la pipa. E non
può star che così; vorreste che costoro pagassero le spese di quegli
altri?... Onde, per di qui, nulla a sperare. Qualche debituccio del
resto, che salderò io; è il meno che possa fare per l'amico mio. Vi
confesso che mi piange il cuore: son povero anch'io e non ci ho
pensato mai; pure adesso, vedete, ne sento dolore e quasi vergogna.
Oh! se avessi lo scrigno di quei musi matricolati che ho pur
conosciuto e che ora non mi conoscono più, di que' volponi che
gridavano più forte degli altri e fecero poi, come si dice, il san
Giovanni dalle quattro faccie.... Ma io no! io e Vittore no! piuttosto
mangiar pane con la muffa!... Non abbiam forse rosicchiato noi unghie
di cavallo, là, in quella maledetta terra?

--La virtù costa lagrime e sangue: esclamò, come parlando fra sè,
Damiano.

--Povero padre mio! sospirava la Stella.

--Anche la vostra pensione, tornò a dire Lorenzo, anche quelle poche
trecento lire all'anno, per la croce d'onore di vostro padre, son
rasciutte; morto lui, non vi tocca più nulla. Che cosa fare dunque?
Nessuno di voi ha pratica avviata, un'arte per le mani; voi, Teresa, e
quest'angiolo della vostra tosa, lo so bene, cercaste finora di far
gruzzolo col vostro lavorar di segreto; ma nell'ultima malattia di
Vittore, tra medico, speziale e prete, v'han nette d'ogni cosa.
Damiano sa il fatto suo e ha volontà; Celso è giovine, è un po'
miserello, ma vuol studiare, e si farà; la buona gente non è tutta
morta, e alcuno che vi soccorra, per Dio! lo troveremo. Ditemi un po',
signora Teresa, non avete più nessun parente, nè vicino, nè lontano?

--Ho un vecchio cugino, figlio d'un fratello di mia madre, che tiene
un grosso fondaco di drogherie, là dalla parte di piazza Fontana....
Ha fatto una fortuna, a quel che mi dicono, ed ha anche casa sua, qui
in Milano. Non ha più moglie, ma sibbene un figliuolo.

--Benissimo! disse il vecchio soldato, se non hanno il cuore di
stoppa....

--Ma sono anni e anni che non li vedo io, questi parenti. Loro son
ricchi e non si sono mai dati a cercare di noi; il mio Vittore era
povero, ma non usò mai piegar la testa a chi si sia, e non ha cercato
di loro. Quel benedetto uomo non volle mai aver bisogno di nessuno.

--Lo dite a me? aggiunse Lorenzo. Credete non lo sappia io? E perchè
restammo semplici soldati, lui ed io, fin quasi all'ultim'anno del
grand'uomo? Perchè non avemmo mai bisogno di nessuno. E poi, era un
tempo che il generale stringeva la mano all'ultimo soldato, come a un
fratello... Ma pensiamo a voi adesso: sì, convien tentare qualche cosa
presso a quel vostro parente....

--Signore Iddio! esclamò la vedova: non vorrà vedermi; se sapeste che
uomo è!...

--Andremo insieme, mamma, soggiunse affettuosa la Stella; sento che
avrò il cuor di parlargli io.

--Potete provare, disse Damiano; ma non basterà. Uno che per tanto
tempo non volle sapere se fossimo vivi, potrà sentire a un tratto il
consiglio della compassione, il bisogno di far del bene?... E poi,
umiliarsi, pregare, sentirsi a dire delle parole che vi fanno guardar
per terra, col rossore sul viso e pensieri d'inferno nel cuore!... Io
per me.... Ma no, non date ascolto a me; noi dobbiamo fare, come tutti
fanno, quando son poveri: abbassare il capo e tacere! Forse Dio ci
terrà conto di questa difficile virtù!

--Non parlare così, Damiano, mio buon Damiano! lo interruppe la
sorella: pensa che nostro padre ci ascolta ancora; e se tu non ne dai
un po' di coraggio, che cosa faremo senza di te?

--Hai ragione, ripigliò il giovine, a cui d'improvviso balenò l'anima
negli occhi. Noi staremo sempre uniti: ciascuno farà per tutti; la tua
semplice e amorosa fede sarà quella che a me darà la virtù che mi
manca. La risoluzione che bisogna pigliare dunque, la si pigli al più
presto. Non abbiam più di che pagare la pigione di questa casa, per la
quale ci voleva intera la pensione di nostro padre: cercheremo altro
asilo; due camere sono bastanti per noi; la pace e la pazienza ce le
faranno amare.

--Sentite, figliuoli, ripigliò, poichè stette alquanto sopra di sè, il
buon tenente: se volete, possiamo far casa insieme; o venite voi a
star con me o io con voi. Già sono alla stretta anch'io; fuor de la
grama pensione della mia croce, e di un altro centinaio di lire che
busco da un vitalizio fatto dieci anni fa, non ho niente al mondo. Io
non posso lavorare, chè son troppo vecchio, ma quel ch'è mio è anche
vostro.

--No, no, mai! disse con fermezza Damiano. Se verrà l'ora della
necessità, voi sarete il nostro secondo padre; ma vivono tant'altri
più poveri di noi; e noi, giovani e robusti, non volete che troviamo
da vivere?

--Figliuolo animoso! lasciati abbracciare dal tuo vecchio
amico.--Così, avvicinandosi a lui, Lorenzo lo serrò con grande affetto
sul proprio cuore.

--Cercheremo casa, seguì Damiano, verso il centro della città: le
pigioni sono un po' più care, è vero, ma s'è più alla portata per
trovar lavoro. Io per me ho quasi compito gli studi del liceo, e alla
fine dell'anno venturo, potrò mettermi a un impiego, a un'arte, a un
mestiero qualunque. Intanto mi son già fatto raccomandare ad una brava
persona che mi darà da fare come scritturale in un negozio. Voi
vedete, signor Lorenzo, che non ho perduto tempo.

--E noi pure lavoreremo; non è vero, mamma? continuò la Stella,
esprimendo col suo candido sorriso la verità che le parlava dal cuore.
Io so ricamare, e quando saremo là, nella nuova casa, starò tutto il
dì contenta al telajo; Damiano mi cercherà avventori, e avviato che
sia il lavoro, non avremo più a domandar la carità di nessuno. A noi
basta così poco....

--E io, disse alla sua volta la vedova, non conosco forse fior di
persone, che ci potranno ajutare? Il signor rettore di San Celso, e il
signor curato di San Calimero, per loro bontà, mi compatiscono, e si
sono degnati di parlarmi le tante volte. Quelli son uomini, e hanno
aderenza coi primi signori di Milano; e chi sa....

--Sì, sì, quel che volete, mamma; pure facciam di tutto per ajutarci
da noi, come possiamo, che sarà ben meglio.

Così l'interruppe Damiano; il quale sapeva il debole della mamma, una
gran riverenza ai preti e ai signori.

--Bravo! esclamò Lorenzo; così avrebbe parlato tuo padre.

Damiano crollò il capo; e di lì a poco, levandosi in piedi, si mosse
per uscire.

--Ricordatevi sopra tutto del vostro compare, figliuoli: non è più che
un vecchio ronzone condannato a tirar la barca; ma finchè avrà fiato,
sarà sempre il vostro compare.

Ciò detto, il vecchio soldato si calcò il cappello sulle ciglia, prese
la sua canna e borbottando fra sè, per nascondere un segreto
accoramento di cui sentiva dispetto, se n'andò. Non aveva pianto
l'altra volta ch'era uscito di quella casa, dopo aver veduto morire il
suo ultimo fratello d'armi; ma allora, appena fu nella via,
guardandosi indietro, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, e
disse: È finita! non son più quello.--



Capitolo Quinto


Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico,
antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone
di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo
scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di
barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de'
libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli
facevan muro da ogni parte.

Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli
occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e
attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne,
l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti,
domandavano il favore di parlargli.

--Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro.
E quando ne intese il nome:--Non ho parenti di questo nome, brontolò;
non mi seccate.

--Pure.... arrischiò lo scrivano.

--Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.

Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora
Teresa:--Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di
venire così; ma spero che tra parenti....

--Chi è?... disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato
berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri
mastri.

--Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore.... Non si
ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era
sorella del suo signor padre.

--Um!... grugnì il vecchio.

La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi
osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che
mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co'
suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie
di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo
respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.

Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così
subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le
due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra,
seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di
ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo
parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire
così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima
penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della
necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della
risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era
soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della
città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel
contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E
conchiuse:--Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci
ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?

--Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza
punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non
ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto
l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che.... a quel che m'è
stato detto.... io non so niente.... fu sempre una testa matta e
pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?...

E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di
quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo
gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la
volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui,
pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse
un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva
buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse
pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano
fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come
dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto
mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E
quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso,
sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli
poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover
uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose
mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti;
nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo
corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter
propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.

Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del
vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova,
quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di _ma_, di
_che_, di _siccome_, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza,
s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava
altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della
vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche
stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio
parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece
un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi
si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a
tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:--Aspettino: ho appunto il
caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case
nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno.
Ehi, signor Dazio?...

Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna
appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò
a far capolino dall'uscio dello studio.

--Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor
Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del
resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo
pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di
tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho
tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io.... Servitore
umilissimo.

La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più
malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non
lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in
persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco
droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La
mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al
quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno,
benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i
suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder
la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.

Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero
riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di
cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di
sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega
sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi
dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così
allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la
figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti
anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove
lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne
semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una
parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli
arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro
giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima
respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano,
che amavano tanto.

Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda
sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali
vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo,
nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno
aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con
quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del
poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non
so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare
all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità.
E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina
inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un
cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più
grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via.
Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a
rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano
Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva
nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo
stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la
finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che
guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il
telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago
o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera
giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di
Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca
tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva
alla vista di chi venisse.

Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di
giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela
d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e
sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di
poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si
misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere
madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le
vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro
destino.



Capitolo Sesto


Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e
della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava
con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja
alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua
sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.

Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e
tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben
presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze
del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che,
disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive
e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa
giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta
battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e
sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via;
tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce
malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la
solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare
così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore,
per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la
vita.

Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e
franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole
paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava
all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del
padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i
due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di
pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di
cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli
suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore;
e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del
proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia
dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi
come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri
della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli
sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà
ben presto un alto e onorato fine.

È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni,
non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa
avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar
nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto
riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta
capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò
alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose,
irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in
piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il
sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo
che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè
discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime
tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele;
vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i
buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E
si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno
continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.

Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della
scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore
che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva
raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune,
leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare;
ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti
che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse
accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano,
piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le
loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della
poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il
suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo,
l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de'
momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!

Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i
compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un
pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in
casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come
tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma
conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto,
appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era
povero.

Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in
quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile,
non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù
che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a
prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del
suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e
mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna
per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei
defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de'
nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi,
riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori
sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un
frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il
cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso
tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E
il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui
abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava
scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni,
la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia
prediletta del cielo italiano.

Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad
iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno
l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere
alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel
tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma,
avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di
continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta
gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che
voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul
proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il
giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di
più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di
Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di
avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva
persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da
per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il
figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o
qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista,
non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia;
risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri,
si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir
altro discorso di pittura nè di poesia.

Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo
maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e
divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le
notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per
consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando
viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore
ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la
sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita
d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte
venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del
pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e
parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella
sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti,
come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche
pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta
la sua biblioteca.

Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre,
aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro
sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere
in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile
d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In
quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj
i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero
padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova
parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo
per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere
ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la
verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che
la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e
si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e
dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come
perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza
sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque
così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più
difficile che dapprincipio non avesse creduto.

Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria
e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli,
fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza
per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o
poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi;
indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello
insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire,
d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di
poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli,
quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui
con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o
cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi
giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua
malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si
dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio,
mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in
bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del
botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della
ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E
Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli
fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in
segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!... Alla svolta della via di
Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli
tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo
pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato,
qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini
del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che
cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena
la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo,
ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto
d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la
storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità
d'aver pace con sè medesimo.

Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza
quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il
tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver
suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre,
la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e
l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva
altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto
ne ajuto per sè.

Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre
par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime
semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita.
Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova,
l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in
quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è
vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della
propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.

Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio
alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro,
Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere;
allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte.
L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della
fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni
migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le
tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel
giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa
rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali
affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli
ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel
cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e
giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora,
gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi;
da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli
avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè
medesimo:--Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò
la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio;
e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!

Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon
cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a
mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito
impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo
vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso
nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna,
si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio
avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non
sapeva rinunziare a quella cara tentazione.--Finirò questi due anni di
studio, diceva fra sè, e poi... O l'arte ch'io amo, o qualunque altro
più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi
sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per
questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti
sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere.... E poi,
siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una
voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si
vuole--finiva--ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!

Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la
famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella
vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio
compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi
attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di
pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo
presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di
negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa,
costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta
lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche:
bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata
spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla
persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di
gentile.

Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a
notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col
mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale
l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già
portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora,
s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè
curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto
raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza,
che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi,
non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un
bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale,
smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la
madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne
lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto,
l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella
disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e
dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol
mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il
bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli
rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si
sentiva più forte e migliore.

Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di
solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico
tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva
nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al
giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per
Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio;
anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare,
senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui;
ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano
mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di
sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:--Non sa,
signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una
vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del
Signore!

Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù
una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il
figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir
nulla.

Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il
discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a
salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:--In quanto al vostro
figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben
essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè
altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.--E
si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.

Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino
gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne
mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di
sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non
parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina
di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro
Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che
quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora
un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far
misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo,
quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con
quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere
d'una madre.

A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel
suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto
altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La
semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato
dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi
il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo
cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo,
avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo
servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece
parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi
miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta,
composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse
la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di
cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni
delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato,
studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio
avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che
non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non
aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la
madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad
un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il
dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre
intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della
vocazione di Celso.

Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio
confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la
propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto
di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce
del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza,
ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete,
vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che
si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di
più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche
piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze,
continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii
della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa
con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello
per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe
contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della
madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi
mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche
posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole
di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il
collar da prete, non entrarono più in tale argomento.



Capitolo settimo.


--L'Illustrissimo è alzato?

--Non si sa.

--Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?

--Non si sa.

--Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la
colezione dell'Illustrissimo?

--Non si sa.

Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico
quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà
spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e
così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di
nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.

Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò
il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta
anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là
sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una
delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo
stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola
con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a
ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi
aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un
bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una
dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto,
sbocconcellava sbadatamente in disparte.

La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di
Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora
al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la
cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale,
tirò il cordone di seta.

Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al
portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo
cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa
che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone;
e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il
Mefistofele dell'Illustrissimo.

Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo
però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo
viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e
senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro
dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore.
Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e
borbottava al servo:--Quando finirà, briccone, questa tua maledetta
bottiglia?

--L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il
rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor
signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!

--Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non
finisce presto!

Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro.
Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti
del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a
scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar
le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da
camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel
gabinetto vicino.

Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di
candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso,
il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita
d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze,
boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche
portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco
d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone
coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso,
con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.

Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani
dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:--Son di là?
dimandò.

--Chi, Illustrissimo?

--Quelli che ci debbono essere.--

E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.

Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta
architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo
solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.

Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria
in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le
genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel
volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non
aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e
superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti
spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto
d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome,
anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la
ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a
finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non
sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un
procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e
scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per
tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano,
non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non
ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli
forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi,
credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro
sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale.
Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle
pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per
ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali
era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di
nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva
poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii
ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si
procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti
a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il
più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo
sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel
gran signore che non intralasciava il costume degli antenati,
ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente
oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della
famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della
guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del
secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che
cosa diranno.

Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e
ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e
se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece
vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita,
aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo
feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a
tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi
tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè
al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i
fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come
di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in
quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse
di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar
de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano
mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne
così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse
titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse
bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il
suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi
appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero
coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti
d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e
altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne;
perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama
compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio
della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia
fatta dal 96 nella sua ricchezza.

Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento
separato da quello del marito, non per altra ragione che per
consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e
parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste;
l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè
l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di
conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca
dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta,
nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici
che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di
gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava
perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano
insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi
alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè,
strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.

Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta
sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto
occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel
gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse
un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata
obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere
gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera,
l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in
viso un:--Infame!

Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona
mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò
che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua
volta.

Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera,
sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso
aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:--Segretario: disse
l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le
schiene dalla curva presa.

--Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute
ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si
pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa;
ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io,
quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli
dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome
non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è
bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?... Risponderete poi alla
lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente
accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e
pio... notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue
cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una
potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso.
Avete dunque capito, segretario?

--Illustrissimo, è come fosse fatto.--E s'incurvò di nuovo, fino a
toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.

--Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:--A
voi, maggiordomo.

--Ma... ma... se vossignoria permette, arrischiò il segretario,
coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe... mi pare...
il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti
disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale
il reverendo subeconomo.... mi pare.... ebbe a farle parola.

--Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?....

--Non io... non io.... ma la bontà, il cuore di vossignoria che,
trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora....

--Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?

Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro
momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma
bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e
facendo un'altra riverenza, aggiunse:--Quando non sia troppo ardire il
mio, vorrei chiedere.... mi pare... che una persona, la quale gode il
favore dell'illustrissima padrona.... il padre Apollinare, mi pare....
dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di
famiglia onesta, bisognosa.

--Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario:
ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se.... se
vi piace l'aria di casa mia.

--Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!... ma fu perchè....

--Ma, ma, ma.... non voglio nè i vostri _ma_, nè i vostri _perchè_; le
buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti.... o
qualche regalo, o qualc'altro interesse.... carità pelosa!

--Oh! prendo il cielo in testimonio....

--Lasciate in pace il cielo!

--Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir
soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto
d'udienza.... e le sue carte sono qui, in mia mano.

--Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E
voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo
di che si tratta.

Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le
mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:--Sapete voi qualche
cosa di questa gente?

--Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena
d'anni....

--E di catarro: non voglio vederla.

--Tre figliuoli; due maschi....

--Son pochi.

--E una fanciulla....

--Bella?

--Oh! oh! Illustrissimo.... io non so niente.

--Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non
portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh!
se l'ho detto subito, carità pelosa!

Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che
voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il
topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era
arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della
vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello
stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di
presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di
droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione
che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino
al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il
droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno
speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse
dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte _tutto
caracca_ che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei
dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del
signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come
dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un
ministeriale _Vedremo_, di quel suo insperato protettore. Così stava
la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone
accusar di carità pelosa.

A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo,
il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento
scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo
per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano;
ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella
avanzavasi, imboccò la porta e disparve.

Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia
di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del
capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola,
d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e
il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal
maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera
donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.



Capitolo Ottavo


--A voi, maggiordomo: che novità?--Così l'Illustrissimo: e intanto il
parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua
capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per
velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia
consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi
nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte
coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di
vincere ancora.

--Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini....

--La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza:
intanto riceverò qualcuno fino alle tre.

--Benissimo. E il pranzo?....

--Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?

--Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici
coperti...

--È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si
mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per
altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi
par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo,
e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero,
non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni
diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte
la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo
fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?

--Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere
della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor
coadiutore della parrocchia.

--Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?

--Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle
Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine
dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di
riverire vossignoria.

--Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda
dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si
fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli
porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua
cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!....

--Eh! eh! eh!--fece eco, con un cotal riso di rispetto, il
maggiordomo.

--Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem
commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati
tutti?

--Tutti, Illustrissimo.

--Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella
del marchesino Alfonso.... A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà
la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in
cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino
di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!...
somiglia un pochino a quell'antica mia.... a quella Rosalbina; ten
ricordi, Rosso?

Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza
bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva
nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì
appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa
doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel
tinello.

--E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.

--Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora
fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria....

--Bene.

--Il signor cavaliere Lavinio....

--Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel
signor visconte francese....

--Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.

--Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di
bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di
Champagne, una di....

--Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo
darete le polizze all'amministrazione di casa.

Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si
rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in
sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria
compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.

Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il
parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo
addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più
d'accompagnarne le frasi con qualche _oh! ah! eh!_ ovvero con mezzi
sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose
nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.

Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta
attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana
statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della
persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo
del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi
stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il
largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario.
Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse
masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio
pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir
la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le
nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo
stomaco ne' talloni.

Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè
andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:--Don
Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora;
vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una
parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono
di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si
pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho
tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il
benefizio è già impegnato per un altro.... Capperi, lei lo sa, il
figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno....
Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia
sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque
minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don
Aquilino.

Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte,
dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro
che un sospiroso--Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si
fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che
furono per lui come una stilettata:--Caro don Aquilino, non faccia il
dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il
suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.

Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si
tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì
fuori di là.

Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava
indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al
vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un
avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto
succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era
detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni,
andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal
primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma
che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver
osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba
fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai
piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto
fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un
problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora,
giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con
tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel
passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:--Proprio
voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa
d'importanza a dirvi, signor Omobono.

Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato,
chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il
cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli
altri.

Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del
portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno
può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa
nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi
a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa,
come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di
settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore,
che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza;
richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran
degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia,
tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta;
e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e
credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a
quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda,
oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi
padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano
e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale,
stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava
il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte
provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi
morire.

Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e
ficcando il capo dentro la porta invetriata:--Dov'è, disse, con voce
stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?

--Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.

--Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo
di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri
impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare,
come aspettano tanti.

--Oh mio Dio! proruppe la Teresa.

--Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se
aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così....
benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre
carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il
chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a
legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.

Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a
dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a
confortarla, con serietà solenne:--Non ci pensate voi; sua signoria
vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!--essa trovò il
cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter
piangere quanto n'aveva bisogno.

Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima
speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre,
l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un
signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso
aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:

--Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma
studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere
compita la mia vocazione.

Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto
qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di
tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo
sconforto della Teresa e del suo beniamino.

Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del
desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce
ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della
persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi,
il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di
circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che
veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva
per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e
incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un
accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le
domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per
cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir
qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse
indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.

Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo;
rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare;
tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro
disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a
tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi
religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica
unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di
ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso;
solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non
facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse
tornato a visitarli.

Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda
visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio
insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone
creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or
gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè
l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole
sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua,
alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto
a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato
dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come
andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale
era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo
avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del
padre Apollinare.

Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma
nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il
padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con
lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a
dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi
ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire.
Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e
figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal
pensiero di separarsi dal loro Celso.

Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza,
abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui
destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il
dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della
Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria.
La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre
permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve
visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della
futura contentezza.



Capitolo Nono


Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano
tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al
focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume
vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio
ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un
bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile
imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il
domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo.
Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma
interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole,
parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I
pensieri di tutte e due eran però gli stessi.

Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che
penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della
porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello,
per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre
volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare
le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la
spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.

Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne'
solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini,
note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti
disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per
mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde
stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han
tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che
nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i
poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura
ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar
mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che
non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione
coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime
buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che
vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come
si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della
famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per
adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una
condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della
grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la
quale non ha la coscienza della propria forza.

Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il
filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non
rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre
il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle
turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e
solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora
forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi,
sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!--

Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la
vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze
signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel
romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria
silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più
distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne'
telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco
a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari
di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj
della lieta stagione cittadina.

A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi
intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo,
teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia
del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia
alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più
lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi
Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del
nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così
popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere
donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo,
nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il
loro carnevale.

Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano
s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo,
che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo,
e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva
sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:--Sei tu, Damiano? dove
vai?

--A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar
con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di
tutta la scolaresca.

--Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de'
polli? Siamo in carnevale, per diana!

--Son già le undici, e mia madre....

--Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della
piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a
dormire, e tu vieni con me.

--Non potrei.... piove, non vedi?

--Andremo a tetto.

--Dove?

--Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il
mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu
n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od
otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei
divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso
della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri
migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu
della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora.
E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi...

--T'accerto che io....

--Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il
pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto
cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non
l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non
chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco
un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo
della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna,
che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.

E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.

Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di
seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di
quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò
strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a
quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle
segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli
andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto
che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore
l'inaspettato incontro.

Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle
muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile;
Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico
gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un
piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e
fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta
all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori,
e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e
limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di
fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto
persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri,
su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una
lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a
strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro
al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in
uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi
ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva,
si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno
sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il
bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.

Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel
denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come
persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il
renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo
scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata,
più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di
siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca
rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono
codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni
senza paura degli arghi del liceo.

In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque
o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito,
quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo
cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che
fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli
ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al
vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i
due campioni della serata.

--Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana
affumicata.

--Viva! risposero in coro tutti.

E l'un d'essi, levando il pugno:--Finalmente! si credeva che il vino
t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!

--Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non
abbiam per noi tutta la notte?

--Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro
mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a
cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io
pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.

--Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le
parole con questa carezza.... E Bernardone levò in alto la destra, che
parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.

--Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il
nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.

E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio
de' panni rincantucciati, vociarono insieme:--Alla festa, alla festa!

--Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che
giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.--E sopra
il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle
schiene del primo che uscisse.

--A noi, Tita, gli ultimi colpi.

--Quindici alle bianche, venti alle nere.

--Marco non è a tiro di partita.

--Taci là, non parlarmi sul colpo!

--Bravo, bel raddoppio!

--Giù, alla maledetta: e diecinove.

--Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.

--Vada, per Tita!

--Dalli, Tita!

--Tre punti, e fan ventitre.

--T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa,
mi scappi il naso.

--È un demonio il Marchino.

--Diecinove e sei.... la partita è mia.

Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e
arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per
correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli
come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo
conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè
venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche
lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e
trovarsi fra sua madre e sua sorella.

Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo,
guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non
entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena
rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte:
l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO
PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata
della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava
dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna
tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.

Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e
sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di
muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un
lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo
aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era
la festa.

Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche
bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano
annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella
stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e
degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in
fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia
comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran
secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco
sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra
erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di
varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni
vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni
cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento
fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo
davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si
poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto.
La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera
del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella
nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e
quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando,
ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.

Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da
quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di
quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza
dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un
semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che
parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso,
il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o
azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili
guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi
quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò
che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e
sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e
vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato,
venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì
grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.

La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla
col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato,
era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del
diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte
conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza
la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor
de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta
difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi
conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari,
amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione
di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un
centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di
tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per
la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine,
rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le
mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano,
a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del
suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor
via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan
fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò
a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei
dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o
zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le
sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino
terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con
onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in
casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè
desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti
della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare
certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e
bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse.
Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri
quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno
de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia
d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente,
adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della
sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a
festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta;
cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino
incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una
lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della
trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e
guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine,
in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica
spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un
clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii
apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano
far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali
la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato
il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.



Capitolo Decimo


Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della
comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori,
tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro
nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia
sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il
terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte
a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da
caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che,
per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia
di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter
giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini,
rubando a questo o a quello la sua silfide.

Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie
strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti,
ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o
confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè
passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si
intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani,
facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad
ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della
cena fosse venuto.

I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e
quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al
ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e
rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non
ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che
trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati
dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la
fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè
volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca
eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un
tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto,
vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di
tutti.

In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi
facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le
allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i
grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento
dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli
bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta
trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro
i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici
particolari della madre Pelagia.

Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse
lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non
peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando
qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità;
parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel
gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui
finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui
apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino
soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti
allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante;
pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che
somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come
si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare
un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile
indovinarlo.

Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare,
Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola,
giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso,
perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che
battendogli su d'una spalla:--So, gli disse, che anche tu hai una
bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?... Vedi mo, la
Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un
cantone come un fungo.... Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è
un bel fiore, che manca al mazzo.

A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si
trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e
dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e
stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio
delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del
nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente
vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava
non voler conoscere e forse gli premeva.

Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con
un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta
della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar
dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del
viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto
che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che,
messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era
corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e
dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo
gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini
e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di
fischi accompagnava il notturno visitatore.

Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e
fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti
il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar
attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni
poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano
in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il
malanno.

Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia
di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti
monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini.
D'ogni parte si cominciava a gridare:--Madre Pelagia, siamo a
tempo?--Signora Emerenziana, è mezzanotte!--Oh che fame, madre
Pelagia!--Per carità!--All'assalto, alle padelle!---Viva noi! dalli!
dalli!--E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle
facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso,
attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si
precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona,
rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata
d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora
arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi
fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.

Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan
dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa,
l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva,
fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una
parola all'orecchio; ed egli rispose con un _Viva_ rimbombante, che
passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in
abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi,
scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida
di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di
motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno
ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della
cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.

In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di
qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi
da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi:
rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il
suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi
che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i
più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al
bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una
posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di
piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il
giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le
arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro
della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano,
volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che
avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per
quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in
compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle
balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!

La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a
un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che
suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran
piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie,
sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti
l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero
nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto:
s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un
minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a'
discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta,
un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia
di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose:
ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa,
bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche
coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder
ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori
bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli
amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.

Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo
dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser
libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre
maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva
crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in
altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale,
agli amici, a sè stesso.

Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno
che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor
Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a
brontolare all'orecchio:--E voi, caro giovinotto, non ballate? non
mangiate?

--No, rispose Damiano.

--Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato...

Damiano tacque.

--Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella....
cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non
dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano... Mi sembrate
un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in
me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose....

--Ma, signore.... cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva
ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a
una, in tuono d'affettata compassione.

--Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una
visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra
famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo
bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.

--Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con
mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava;
il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una
buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè
farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.

Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella
dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava,
vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un
giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i
compagni:--A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese
la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene,
rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la
ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi
tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo
dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la
confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non
venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta
d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza
por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando
con gioja, fino a casa sua.

Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue
tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della
insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore,
cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto
affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado,
alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir
però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime
buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre
Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino
di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato,
aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato
d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare
le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in
cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete
o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che
nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi
tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che
a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente,
quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore
inspirazione.

Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte,
l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari
e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e
poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito.
Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli
agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere.
Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata
soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto,
l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli
svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto
a poco a poco il mistero dell'arte.

Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le
speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la
volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una
voce che diceva:--Anche tu puoi essere artista!--Ma questo misterioso
ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo
vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva
destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un
mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per
qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli
erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi
andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti
delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del
passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della
sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli
sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte
che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il
pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia.
Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea
segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè
ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In
que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da
parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo
nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.

Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi
della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti
affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte
era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli
occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non
distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto
piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice,
sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri
che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il
dolore che inspira e crea.

--O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti
nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e
nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si
stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di
me questa voce che mi grida sempre:--Povero pazzo, che ti credi
qualche cosa e sei nulla!

E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè
medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma;
poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo
nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro
perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più
aspra e severa:--Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di
grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di
sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee
sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e
scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco
quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!

Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva
a sè medesimo:--Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana?
Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre
dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di
dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai
fatto nulla, nulla per noi?... No! no! io vedo, che sebben m'abbia a
costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni.
Che importa?... se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso,
scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano
e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli.
Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di
sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità
di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra.
L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del
disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la
grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha
messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?... Se
fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi
strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire!
nessuno piangerebbe. Ma così... oh no no! almeno un po' d'amore,
alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza
lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene
dalla soffitta alla bottega.... Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu
mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon
fratello!...

Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo;
pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa;
coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder
fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato
come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio
eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che,
vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il
cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una
vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa
abitata in pace.... Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e
vedeva ch'era pur forza vivere il domani.

--È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci
pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!

E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche
e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e
soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò
sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole
suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel
cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile
tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione
contro l'amore.

Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo
convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa
arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave
assopimento.

Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla
sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non
tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè
che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva
rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si
coricasse almeno per brev'ora.

Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con
che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza.
Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle
amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo,
la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il
cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì
della povera stanzetta.



Capitolo Undecimo


Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare
i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li
volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa
gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha
di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender
nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e'
fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al
delitto.

Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del
signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem
forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto
di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera
stessa del festino.

Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno
chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che
conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.

--Chi è?

--Amici.

--Cioè, chi?

--Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.

--Ho capito: vengo,

E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la
rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a
mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria,
si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla
buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta
verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un
tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro
incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là
bucherato di feritoje, come una casamatta.

Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di
gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite
pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano
scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un
monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco,
stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi,
sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese,
domandò a mezza voce:--E così?...

La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a
canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio,
poi:--Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è
facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar
d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio,
compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente
riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a
quel che m'avete detto....

--Sicuro, sicuro, a suo tempo.... brontolò l'Omobono.

--Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io
sono una donna onesta.... E se non fosse per fin di bene....

--Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri
scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme,
siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?

--Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione,
ma c'è pur qualche intoppo.... gente onestissima però; e la fanciulla
non sa proprio niente di questo mondo.

--Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.

--La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo
beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per
dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in
casa mia, ne potete giudicar meglio di me.

--Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe
farmi qualche mal giuoco.

--È però un buon ragazzo, mi dicono.

--È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere
fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?... Oh,
verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.

--Ma, intendiamoci: non vedo come mai... se avete delle buone
intenzioni, a quel che dite....

--Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla,
io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove
posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora
mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da
fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia;
mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia
farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani...
ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio
m'abbia detto:--Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo
stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere.... il come, il
dove, il perchè.... e se mai bisogna, disponete pure, anche in
anticipazione, di qualche centinajo di lire....

A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver
inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo
dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.

--Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che
si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate
che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che
quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni
caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?

--Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con
questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga,
quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto
che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno
d'aver conoscenza di me.

--Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò
vedere.

--No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già
sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì
non trovarmi; passerò io da voi.

--Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.

--A rivederci, signora Emerenziana.

E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei
con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e
sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su
e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che
mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e
alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:--Va pur
là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi
grosso come gli altri.... Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi
da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella
che ci voleva.... essa deve fare in un modo o nell'altro la mia
fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo.... e
alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a
pagar lui per me anche questa volta.... Pensate un po', s'io son uomo
da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni....
Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone.... se il diavolo non ci
mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo
fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare
anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo....
poveri barbagianni!--

E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa
ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse
alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi
chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche,
sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in
que' sogni di Mida.

Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in
mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la
felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.

Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella
vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare,
parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata.
Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello
studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto
pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua
vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o
guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle
scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più
presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico
sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava
presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente
necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.

Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo,
l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il
vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure
prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del
suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita.
Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno
a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali
aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di
guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto;
e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi
che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i
grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo
una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo
ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche
sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi
bigi sopraccigli.

Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui
chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor
dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via
di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla
vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della
Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della
porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le
sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già
perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine
antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione
pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre
casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì
dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova
abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente
colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di
Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano
il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo,
risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche
centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola
dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.

Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra
della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina,
rileggeva per la ventesima volta la _Storia di Carlo XII_, lasciando
scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di
quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene
veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per
raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto
anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a
nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita,
un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda
imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar
via l'onesta vicina.

Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi
rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi
infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di
lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse
subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero
amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad
assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava
colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del
desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti
ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra
famiglia e per lui una gran consolazione.

E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio
giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben
vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue
ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il
destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano
far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva,
non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto
anche con la vedova del suo amico.

Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que'
giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir
della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a
racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di
mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo
farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco
infinita di _ohi!_ di _ahi!_ di _Signor'Iddio!_ alla litania di guai
che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò
in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non
conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza.
Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli
affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno
che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre
simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una
illustre damina.

La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande
fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto,
girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva
studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma
decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E
facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di
ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar
sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate
creature.

Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di
confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si
raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad
invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a'
ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse
incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto
d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo
sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e
strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta
presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore,
quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per
quell'uomo.

Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle
due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che
ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via
delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di
marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del
tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de'
galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando
il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo
Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con
un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.

Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle
scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e
nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era
parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già
incontrato al festino del mercoledì grasso.

Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che
potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come
sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla
del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale,
preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e
innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella
faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni
per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni,
non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta;
pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse
riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla
fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì
parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza
provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben
essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.



Capitolo Duodecimo


Era venuto il giovedì santo.

In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore
cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio
costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del
passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese,
accompagnando nel consueto giro per la città la processione de'
popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri;
avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti,
implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la
contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella
continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la
stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e
la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della
sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone
una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.

Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a
casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi
fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la
Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un
pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano
alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano
sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi
udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di
coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali
parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel
Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi,
all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio
l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le
fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata,
e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia,
e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola
affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: --Animo,
Stella, chè siam quasi a casa.

Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle
calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che
correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori,
vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che
camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie,
di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso
sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro
qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito
da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri
trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose
con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere
umano, persone _comme il faut_, per dirla con una loro favorita
espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè
il pensare per essi è un di più.

--Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come
seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire
che tu metti da banda il buon genere.

Ed era veramente un tipo del _bon ton_ d'allora colui che parlava;
dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e
legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata
capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato
nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a'
guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo
trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il
quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come
già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte
d'ingannare

    «....... questi nojosi e lenti
    «Giorni di vita, cui sì lungo tedio
    «E fastidio insoffribile accompagna;

e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.

--Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come
l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella
scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del
compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra
seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè:
quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.

--E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della
quaresima, e cerchi una distrazione....

--Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore....

--E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai
tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io
aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.

--Una persona?... Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare
ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!

--Ma non che mi graffii!

--Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di
ballerina.

--Ehi! come parli?

--Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che
fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in
grazia devi andar giù chino, e non contarli... Va pure, che con le tue
pretensioni, fai la bella figura!

--Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?

--Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla
ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al
carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e
stare col servitor bisunto sulla predella del legno?...

--Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene
ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di'
su, di codesta meschina che ne facciamo?

--Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto.
Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei
bottoni di rosa....

--Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in
moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di
provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui,
non ne volli sapere.

--Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la
bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio.... Non
sai che mio padre....

--Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?

--Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.

--È vero: che ha dunque il reo genitore?...

--Vuol darmi moglie.

--Vecchio pedante!... E la prendi?

--Che fare? finora non dissi nè _sì_, nè _no_: perchè, lo sai bene, i
vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne
allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e
di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe
tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è
magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono,
e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.

--Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!... Bravo lui! stasera, al
caffè, vo' far ridere gli amici.

--Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio
sul serio.

--Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io
sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso
dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri
benedetti....

--Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi
così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose
a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia,
colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?

--Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie....

--Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in
confidenza che sto per far contento il vecchio.

--Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo
delle sartorelle e delle piccole crestaie?

--Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di
consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?

--Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?

--La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina,
capisci.... ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.

--Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi,
t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di
confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo
rigato.

--Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di
questa....

--Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia
smacchiar facilmente.

--È il mio genere, la mia passione!

--Buona riuscita!

Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente
fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e
rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a
quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento
somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito
della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo
cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla
moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere
appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera
Stella!

Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che,
prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non
lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che
i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla.
Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che
dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio,
perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era,
non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi;
ed entrarono nella loro porta.

I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e
segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale.
Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via
s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano
e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento
una scommessa fra loro.

D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito,
nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor
Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira,
e:--Che fai, villano? gridò.

--E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi
qui?

--Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.

--Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!...

Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce
tremante ma cupa:--Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia
sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!...

Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.

--È matto colui! diceva il contino.

--Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino
d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura.
Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura
che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi
terrai parola.

I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se
n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il
suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella
figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la
ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile
donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.



Capitolo Decimoterzo


Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste
scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il
vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime
oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del
giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.

Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja,
quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva?
Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e
riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli
cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto
del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva
impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mondo più
non era per lui, come prima, un'immensa e misteriosa ingiustizia; ogni
cosa gli pareva mutata; tutto prendeva agli occhi suoi un significato,
una ragione; e per la prima volta, nella coscienza di sè medesimo,
sentiva la pienezza della vita. Ora, egli non avrebbe dato, per
qualunque tesoro al mondo, quell'affetto che gli scaldava il cuore.

Povero e onesto Damiano! Ciò che tanti altri, a vent'anni come lui,
provano per forza di una prima passione d'amore, Damiano lo sentiva
allora per un sentimento più alto e più puro, che acceso da gran tempo
nell'anima sua, aveva alla fine trovato, dopo i lunghi sogni della
fantasia, una espressione di bellezza, una forma viva e vera. Era un
amore solitario e forte, una ispirazione di fiamma, che a lui dava per
la prima volta il senso dell'infinito.

Camminava con passo leggiero; le vie, le case vedute tutti i giorni,
che prima gli sembraron monotone, uggiose, che già gli stillarono
l'angustia ne' pensieri, avevano agli occhi suoi in quella mattina
quasi una novella apparenza, le trovava belle, ariose, allegre; tanto
è vero che i luoghi vestono sempre il colore de' nostri pensieri.
Vedeva un amico in ognuno che incontrasse; e sentivasi in cuore come
una volontà di stringer la mano e raccontar la sua gioja a tutti i
manovali e artigiani che passavangli a fianco, camminando alla
fabbrica o alla bottega. Pensava che quella buona gente era, per la
maggior parte, più povera di lui; eppure tutti erano come lui allegri
e sereni, tutti suoi fratelli.

Salito al quinto piano della casa del pittore, lo trovò già in piedi,
vestito del suo camiciotto di tela, e col fedele berretto di carta
azzurrina sulla calva nuca, ritto presso la spalancata finestra, tutto
inteso a macinare colori, a preparar la tavolozza. Dalla finestra, che
rispondeva sur una lunga fila di tetti, si vedevano i comignoli di
mezza la città; e fra quella moltitudine di altane, d'abbajni, di
torricelle e campanili che somigliavano in lontananza una mano di
soldati dispersi in un terreno selvatico e ineguale, dardeggiavano con
singolare riflesso di luce gli obbliqui e vivissimi raggi del sole
sorto appena sull'orizzonte. Un'aria freschetta, sottile, aveva
cacciato da ogni parte del cielo i vapori della notte; e il primo
sorriso del sole era per lo studio del povero pittore.

Quel buon Costanzo, al comparir del giovine, si fece più sereno in
viso, e stringendogli con amorevolezza la destra:--Eccoti qui, gli
disse, in compagnia del sole che mi saluta in questo momento. Bravo
giovinotto! tu hai cuore e volontà, sai che tesoro sia il tempo, e nol
getti, perdio! Così riuscirai a qualche cosa, e farai la tua via
meglio che non abbia fatto io.... Vieni, vieni; la tua gran tela ti
aspetta.

--Io ti voglio bene, come ti voleva bene il tuo povero figliuolo, o
Costanzo: rispose il giovine. Tu solo sei stato il mio maestro; il
poco ch'io so, è cosa tua.--E mettendosi sul cuore la mano di lui, con
tenerezza profonda lo riguardava; poi, dopo una pausa:--Credi tu,
soggiunse, credi tu.... che io....

--Per l'anima mia! son certo, com'è vero che vivo, che tu hai qui, e
qui--e portava la destra prima al cuore, poi alla fronte--una cosa
ch'io non so... ma che viene di lassù; in me l'ho cercata sempre e non
l'ho trovata mai!... Perchè, io son sincero, vedi! non mi stimo più
del giusto; i miei cinquantanove anni, se non altro, m'hanno insegnata
questa verità.

--Non dir così, buon Costanzo; la fortuna ti fece sempre la smorfia; e
per questo....

--E per questo, sto al pian de' gatti, più vicino al paradiso:
sorridendo l'interruppe il pittore.

--Ma sei onesto e generoso; sei un buon artista; e i pochi che ti
conoscono, ti amano, che più non si potrebbe.

--Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle
teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più
famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di
che campare.... e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso,
posso morir contento.... Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte
italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei
quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei
giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio
dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e
l'amore.

--Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di
buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta
in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la
forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e
maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è
inutile!

--Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire,
perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al
paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano,
ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!

--Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici.
Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son
troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano
confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se
cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la
speranza, e che ho voluto anch'io!...

--Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome
bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non
insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu
sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del
vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.--E il buon uomo volle, quasi
per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi
ripigliò:--Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e
gli anni. Su dunque! al lavoro.

--Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.

E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le
tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra,
innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino
andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e
grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca
atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la
fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato,
Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura
vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva
da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti
di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione
d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza
tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello
a' suoi piedi.

Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi
arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa
dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso
sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto
che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le
teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano
ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli
vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante
diede il primo tocco di pennello al suo quadro.

Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del
cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema
di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero
in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era
aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette
una volta, non si partono dal cuore:

      «Raccogli tu l'anima mia seguace,
    Drizzala tu dove la tua sen gìo:
    Così parla gemendo e si disface
    Quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
    Rivenne quegli a quell'umor vivace,
    E le languide labbra alquanto aprio;
    Aprì le labbra e con le luci chiuse
    Un suo sospir con que' di lei confuse.»

      «Sente la donna il cavalier che geme:
    E forza è pur che si conforti alquanto.
    Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme
    Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto:
    Riguarda me che vo' venirne insieme
    La lunga strada, e vo' morirti accanto;
    Riguarda me, non ten fuggir sì presto:
    L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»

      «Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassa
    Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna.
    Dice Vafrino a lei: Questi non passa;
    Curisi dunque prima, e poi si piagna.
    Egli il disarma; ella tremante e lassa
    Porge la mano all'opere compagna.
    Mira e tratta le piaghe; e di ferute
    Giudice esperta, spera indi salute.»

      «Vede che il mal dalla fiacchezza nasce,
    E dagli umori in troppa copia sparti.
    Ma non ha fuor che un velo onde gli fasce
    Le sue ferite, in sì solinghe parti.
    Amor le trova inusitate fasce,
    E di pietà le insegna insolite arti.
    Le asciugò con le chiome e rilegolle
    Pur con le chiome che troncar si volle.»

Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico
concorso del premio di pittura.

Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un
pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva
dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la
pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto
consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle
arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto
pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri
di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo
faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che
per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e
tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un
ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine
s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte
sublime.

Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano
battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto
malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il
verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i
pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle
mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della
scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta
cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del
medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore
della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita
che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri,
nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del
popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar
perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a
grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista,
l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il
linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito
divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa
traduce, per così dire, la verità.



Capitolo Decimoquarto


Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto
bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel
volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che
nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori
dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che
tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive,
non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita,
può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine,
sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno
mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che
possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava,
per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della
bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti
poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser
meno infelice, e nulla più.

Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il
pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una
volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione,
una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè,
quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel
dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i
quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.

Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono
doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico
Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già
almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo
forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca
compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di
maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso
di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del
maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon
vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua
mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e
aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando
le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non
avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.

Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano
lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro
cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale
profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare
di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso
contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo
lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio
concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più
sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di
gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con
insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo
che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni
d'amore che dall'abituale sua tristezza.

Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera
finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la
promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il
brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della
cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la
sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro
col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i
nostri pittori del tempo antico.

In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro
racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in
breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava,
considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado
a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso
a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che
più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante
d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli
lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio,
una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava
intorno al pallido viso del cavalier crociato.

Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era
diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più
gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva
tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su
que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze,
sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era
compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un
venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che
presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte
così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche
cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.

Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il
primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi
fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e
tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche
fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del
sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni
dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa
nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel
silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane,
rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza
de' cuori fatti l'uno per l'altro.

Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona
donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un
bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per
tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse
cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè
stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli
anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e
infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui
crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i
figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe
dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le
restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non
conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano
sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli
che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e
pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era;
e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal
continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse.
Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella
tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di
riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di
vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare
a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine
e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo,
all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in
Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non
lontana dal suo Vittore.

Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura,
andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel
segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e
qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure,
l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a'
cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e
meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come
rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso,
seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone
d'una gioja che non era nel suo animo.

La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian
piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e
pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile
spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto
che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori,
festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli
occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per
risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare
di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi,
lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la
fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava
con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso
cominciato appena!

Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che
uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a
dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì
o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi
udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran
tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina,
sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato,
che sì poco dormiva e usciva prima del sole:--Sì, mia Stella! le
risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o
morire.--Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era
vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio
all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti
detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri
sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così
perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava,
nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze
d'Erminia.

Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a
rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella
del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e
comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora.
Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava
all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber
fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si
faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso,
del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano
la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al
telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la
cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante,
le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera,
Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro,
leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o
disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti
eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja
quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.

Fuor di qualche vicina che veniva talvolta a frastornar la Teresa
nelle cure casalinghe, pettegoleggiando i fatti degli altri, volesse o
no saperli, nessuno capitava in quella povera casa. Anche il signor
Lorenzo lasciavasi veder più di rado, sia che gli acciacchi e il
trovarsi solo a finir la strada degli anni, gli avessero messo il
tedio addosso, sia che tenesse ancora il broncio, fin da quando s'era
deciso di Celso, contro il suo sentimento. Non aveva mai potuto
dirsela l'antico tenente nè con preti nè con frati; quantunque fosse
vicino al far de' conti, c'era de' momenti in cui si ricordava con un
cotal gusto selvaggio i murelli de' conventi scalati in altro tempo, e
in altro paese, le cantine de' priori a cui aveva dato il secco
coll'ajuto di pochi camerati, e qualche lampada d'argento e qualche
turibolo ghermiti come preda di buona guerra. E poi, il vecchio
soldato aveva anch'esso certe idee sui due figliuoli dell'amico: e da
che s'era voluto fare e dire senza di lui, aveva giurato di lavarsene
le mani. Ma non sentivasi cuor di farlo, pensando che quelle tre
creature le aveva vedute venir su a poco a poco; e ricordandosi
quell'ultima notte del moribondo suo fratello d'armi, e la promessa
che non avrebbe abbandonati mai più que' figliuoli.

Così l'onesta famiglia di Vittore, alla quale eran rimasti l'onore e
la virtù, unica ricchezza, viveva aspettando dall'avvenire un po' di
bene. Ma la loro umile sorte non era abbastanza oscura ed ignota allo
sguardo de' tristi. Coloro che van dietro al male vegliano nell'ombra;
i buoni non sospettano; e sopra di essi non c'è che l'occhio di Dio.

Il signor Omobono non aveva dimenticato la povera ricamatrice, nè
smessi i suoi scelerati disegni: ma ignorava che un altro, se non più
astuto, più audace di lui, stava per attraversargli la via. Era costui
il cavalier Lodovico; il quale, come volle il caso, spesso meno
incomprensibile che nol sia la cattiveria degli uomini, s'era, come
l'Omobono, giovato della vecchia pegnataria, per riuscire a far
conoscenza colla bella fanciulla.

La vecchia pegnataria, la quale soleva chiudere un occhio sopra tal
sorta di negozii, e compativa le fanciulle che avessero dato
un'inciampatella, volle tener a bada tanto l'Omobono che il bel
signorino; e si guardò bene dal parlar coll'uno o coll'altro di ciò
che sapeva. Di più, con quel gusto maligno dell'intrigo, ch'era la sua
politica, andava pensando che il vecchio o il giovane ci poteva cascar
seriamente, e che la ragazza, non essendo sciocca, aveva trovato il
bandolo della fortuna.

L'Emerenziana era, fra le donne del vicinato, quella che veniva più
spesso a visitar la Teresa, a recarle del lavoro per le sue pratiche.
Non passavan due giorni senza che tornasse, come la febbre quartana, a
far la dottora colla vedova, che le dava troppo facile orecchio.
Bisognava udirla cornacchiare i segreti di tutto il quartiere, dame o
pedine, mercantesse od operaie che fossero; lasciar trasparire con
certe reticenze, e sempre come in confessione i garbugli, i rigiri in
cui si era invischiata ma per amor del bene, diceva certi imbrogli,
certi coperchielle e matasse distrigate da lei sola: rigattiera e
pegnataria ne sapeva, per verità, di belle; e il darla a bere era per
essa l'arte di non lasciarsi metter di sotto dagli altri.

Capitava nell'ore che le due donne eran sole. S'era accorta, al primo
veder Damiano, in quella sera del carnovale quando venne in casa sua,
ch'egli non si sarebbe facilmente lasciato accalappiare, e volontieri
schivava di rincontrarsi con lui. Anche la Stella, benchè tuttora
senza sospetto, non era abbagliata dalle grandezze che andava
cianciando quell'eterna promettitrice; ma ignara degli artificj e
delle piccole infamie della vecchia scaltrita, si lasciò andare, quasi
non volendo, a creder vero e sincero, in parte se non del tutto, ciò
che udiva, ingannata da quell'aria di rozza bontà che traspariva dagli
atti e dalle parole dell'Emerenziana.

Per la Teresa d'altra parte, la ragione migliore, la miglior prova
d'amicizia e di premura era il lavorìo che per suo mezzo di giorno in
giorno le andava crescendo, non pagato a stento, nè colla solita
gretterìa; comechè il guadagno non si facesse mai aspettare, e la
vedova in que' pochi mesi avesse potuto già metter da parte un
gruzzolo di dugento lire. Poco piacque a Damiano, quando venne a
saperla, quella pratica avviata da sua madre. Ma la Teresa non voleva
essere persuasa; e un dì che il figliuolo le diede un po' sulla voce,
perchè avesse consentito a Stella d'andarne in casa della pegnataria,
si mise a piangere di cruccio, e disse a Damiano di quelle parole,
ch'egli non pensava potessero mai uscir di bocca a sua madre. Gli
disse ch'era un visionario, un cuor cattivo, e che se voleva così
comandare e far tutto a modo suo, pensasse lui, più che non avesse
fatto fin allora, alla famiglia.

Queste cose fecero dolore a Damiano. Chinò il capo e tacque; e da quel
dì il nome della pegnataria più non venne sulle sue labbra. Usciva di
casa col primo sole, come prima; ma non tornava che al far della
notte; mangiando a quell'ora il poco che la sorella avevagli messo in
serbo. Più increscioso e taciturno che per lo addietro non fosse,
evitava lo sguardo della mamma, che ne pativa: e così se n'era ita da
lui quella poca gioja, onde le giovenili speranze e i primi ardori
dell'arte cominciavano a rallegrarlo. Ma poi, il disgusto fece luogo
alla ragione; una sera si gettò nelle braccia di sua madre, e volle
essere perdonato e benedetto.



Capitolo Decimoquinto.


Nel mondo fu veduto per secoli combattere il forte contro il debole;
ora è cominciata la guerra del ricco e del povero, la quale potrà
durare quanto il mondo stesso. La continua vicenda delle cose
traveste, non muta, le umane passioni; ma riguardando il lor mesto
spettacolo, ed è questa una delle più care consolazioni de' buoni,
contempliamo con maggiore affetto la bontà che la grandezza. E chi non
sa ch'è più facile conservar l'innocenza nella povertà della vita che
la giustizia nella grandigia e nel fasto? La ricchezza, benchè
onorata, invidiata dagli uomini, bisogna dire abbia in sè medesima un
germe di sazietà e di corruzione; perchè, veramente, il ricco pare, ma
di rado è felice. Certo che la virtù e la contentezza ponno essere
quaggiù compagne dell'uom fortunato e grande, come di chi vive
contento del poco; anzi, non v'ha, direi quasi, cosa più celeste della
vera virtù nella grandezza: chi sparge il beneficio e l'esempio della
bontà sulla terra, sarà sempre benedetto e amato. Ci sono molti che
comprendono la parola recata da Colui, il quale disse gli uomini
eguali e fratelli: ma pur troppo noi veggiamo tuttora quanto sia
facile così d'abusare d'ogni più santa verità, come di creder lecito e
giusto ciò ch'è soltanto conseguenza del pregiudizio umano e di quel
misto di vero e di falso che forma quasi tutte le leggi del mondo.

Se nell'umile storia ch'io vo tessendo, voi vedete l'uom povero ed
onesto a fronte del ricco vizioso e potente, non dite ch'io rinneghi
per questo la virtù di chi siede in alto, o getti la maledizione sul
capo di coloro che il mondo chiama felici. Il bene è la parte di
tutti, e la virtù sulla terra è come l'aria pura che si respira più
vicino al cielo. Ma fu veduto più d'una volta versarsi per beneficio
il danaro di Giuda; e la stessa pietà disseccata dal fiato sottile
dell'egoismo e della ipocrisia, far più tristi que' mali ch'essa
pretendeva di sanare. Io non presumo di dipingere la società del mio
tempo; scrivo la storia di povera e buona gente.

Alla porta d'un vecchio palazzo, situato in una parte solitaria di
Milano, fermossi un dì, sull'ora del dopopranzo, una carrozza d'antica
data, dalla quale, fatte tra loro non poche cerimonie, furono vedute
scendere due persone, che dovevano essere, come suol dirsi, due pesci
grossi, fattone giudizio dall'ampio cappello a triangolo equilatero e
dalla cappa dell'uno, come dalla incipriata zazzera o dal pettoruto
portamento dell'altro. Attraversato, il deserto cortile, salirono per
uno scalone trionfale, adorno di statue polverose e monche,
rappresentanti gli Dei dell'Olimpo, alle spaziose anticamere; l'unico
servo, che vi dormicchiava da quattr'ore, si levò su dalla cassapanca,
spaventato dal loro comparire; ma appena li ebbe riconosciuti, corse
innanzi a spalancar le porte degl'interni appartamenti; e,
annunziatili, mise dentro al segreto gabinetto della nobilissima sua
padrona il consigliere Zebedia e il padre Apollinare.

La contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo, quella dama potente
ch'egli stesso, se vi ricorda, teneva quasi in conto d'un ministro di
stato, mosse dignitosamente verso i due venuti e con un gesto quasi
regale invitolli a sedere. E i due, fatta di nuovo qualche cerimonia e
qualche riverenza, obbedirono.

--Io vi aspettava, signori miei, cominciò la contessa: voi ben sapete
quanto mi stia a cuore la buona e santa opera nella quale voi mi date
mano. Se c'è molti ostacoli, c'è molto merito a vincerli; e....

--La signora contessa è donna incomparabile, si fece a dire il padre;
la sua alta ed esemplar religione, i suoi sentimenti cristiani, le sue
ricchezze consacrate al trionfo della buona morale, le sue grandi
aderenze....

--Eh! padre, la dama l'interruppe; siamo ancora ben addietro; bisogna
battere e ribattere; gli inciampi crescono ogni dì, e i frutti son
pochi.

--Qualche cosa però s'è fatto, qualche cosa s'è guadagnato: disse, con
sussiego, il consigliere.

--Sì, sì! ma ci vuol altro: con un po' di stizza repressa, aggiunse il
padre.

--Vedete, per esempio, o signori, quel degnissimo mio signor fratello!
ripigliò la dama. Non ci fu modo di persuaderlo ad assumere la carica
che si voleva dargli; ho tentato parecchie volte; fu come parlare a un
sordo.

--Peccato, considerò il padre: peccato veramente! il suo nome ci
voleva.

--Per me, vi confesso, tornò a dire la dama, che sebbene io abbia
fatti, in obbedienza a' vostri savii consigli, presso di lui que'
passi che credeste necessarii, pure non era niente persuasa della sua
buona e coscienziosa cooperazione. Lasciate ch'io lo dica senza
riguardi: mio fratello è un buon uomo; ma non è fatto per noi. Egli ha
certe idee, certi principii..... per dir la verità, all'età sua poco
convenienti.... Vedete ch'io vi parlo schietta; facciamo senza di lui.

--Sia pur com'ella vuole, signora contessa disse inchinandosi il
consigliere.

--Ma!... soggiunse il collega: io spero almeno che il capitale
promesso non mancherà.... Ella sa bene gl'impegni che ci siamo
addossati.... crescono tutti i dì: il Ritiro non ha guari fondato
dalla specchiata carità di lei, ha bisogno di protezione e di
soccorso....

--State pur tranquillo, buon padre, che noi non mancheremo al nostro
dovere... finchè il Signore ci dà la grazia: disse lentamente la
contessa Cunegonda, con un accento che balzò a un tratto dall'albagìa
alla compunzione, come il tono musicale dal maggiore al minore.

--A proposito, ripres'ella indi a poco: E che c'è di nuovo del vostro
protetto, del giovine chierico che tenete in casa?

--Del mio protetto? rispondeva il padre Apollinare: dica del suo,
signora contessa! Io per me, non avrei potuto fargli quel poco di bene
che gli fo, senza il sussidio di lei....

--Eh via! la piccola pensione che vi ho fissa per questo, è una vera
inezia, non vale il tesoro ch'egli ha trovato in voi....

--Non mi mortifichi, per carità!

--Voi lo sapete, credo bene, consigliere: si spiegò coll'altro, a lui
rivolgendosi. Il nostro buon padre, che Dio ce lo conservi sempre, si
trova in un mar d'affari e d'angustie; è naturale, vorrebbe fare il
bene per tutti. Ora ha pensato ch'egli avrebbe bisogno d'un
segretario, d'una persona di confidenza, fatta a suo modo, di quelle
che raramente si trovano; il caso gli mise proprio innanzi, alcun
tempo fa, un giovine che promette bene di sè, che può e deve riuscire;
questo giovine è povero, egli lo tirò con sè, e pensa a dargli un
avvenire; io, com'è giusto, supplisco con quella pensioncella di che
vi diceva; e così si fa due beni in uno.

--Qualche cosa ne sapeva, rispose il consigliere; ma mi consolo
sempre, ogni volta che sento parlar d'una buona azione.

--Le dirò, signora contessa, prese allora la parola il padre
Apollinare, che nella famiglia di quel giovine c'è ancora del bene a
fare. È una di quelle famiglie, e so quel che dico, le quali, al pari
di mille e mille del popolo, cominciano pur troppo a sentire in sè una
specie di marasmo, di dissoluzione morale, che sono il frutto di certe
dottrine sovvertitrici, spaventose, diffuse da più di un mezzo secolo
per tutta Europa; zizzania sociale che va pigliando ogni dì più
terreno e radice. Coloro che si sagrificano alla conservazione delle
potestà costituite; coloro che posero le inconcusse incontrovertibili
batterie dell'ordine contro le bande infellonite del moderno
progresso, hanno combattuto e combatteranno.... Essi sanno che bisogna
prevedere e provvedere....

La dama e il consigliere pendevano in estatico atteggiamento dalle
parole pioventi, come rivi di mele, da quell'autorevole campion del
partito dell'inerzia; e l'una scrollando la cuffia piramidale, l'altro
l'incipriato cucuzzolo, ne accompagnavano le cadenze, a battuta.

--Ma per combattere che si faccia, seguitava vieppiù rinfiammandosi il
padre, il nemico non si stanca e trova sempre armi ed offese. Molto
avanza ancora del lievito infernale che bulicò sì fattamente sul finir
del secolo passato: tutto ciò ch'era perduto non è riconquistato
ancora.... il male sussiste; e guai, se ingangrenisce!... E per non
dilungarmi in così trista via, eccovene in piccolo nella famiglia
della quale si parlava, un palmare esempio. Un vecchio militare, mezzo
rinnegato, amico del padre defunto, vuol governarla a suo capriccio:
già ha guasto il cervello al maggiore de' figliuoli, un capo scarico
da cui non si può cavarne nulla; per fortuna del cielo, si fu a tempo
di salvare il minore, quel giovinetto del quale la degnissima signora
contessa degna prendersi pensiero.... Ma non ci volle poco a venirne a
fine, e per un filo quell'avanzo di giacobino non rovesciò tutto! Nè
basta: c'è una figliuola, la quale tocca appunto l'età pericolosa; e
in mezzo a una madre debole, a uno sventato fratello, a un vecchio
peccatore, non c'è a garantire uno spillo per l'onestà sua. Ma noi non
ci stancheremo nell'opera buona, noi veglieremo nell'ora che il leone
rugge; non è vero, signora contessa?... Ricordiamoci quello ch'è stato
detto.... Noi pure dobbiam essere pescatori d'uomini.

--Veramente, ora si tratterebbe di pescare una donna: non potè tenersi
dai dire il consiglier Zebedia, il quale, con tutto il suo zelo e
sussiego, nutriva certa predilezione per i motti piccanti e le
freddure.

Rise, muta, a fior di labbra, la dama; il padre tacque e si fe' serio.

--Oh! ad altre cose e più importanti, soggiunse allora la contessa;
passiamo, se non vi dà incomodo, nel mio gabinetto di studio, signori,
e vi mostrerò il risultato delle corrispondenze di qui e di fuori,
intavolate per il fine che voi sapete, sopra le quali mi bisogna il
vostro prudentissimo avviso.

Ciò detto, si levò dal canapè; e attraversando con imperturbata
dignità parecchie stanze, seguìta da' suoi due accoliti, il laico e il
cherco, disparve ne' recessi del palagio.



Capitolo Decimosesto


Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti
segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro,
dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran
degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che
più davvicino la minacciavano.

--Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia
pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà
qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel
signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria,
della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza,
vi dico niente, una bellezza!

--Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli
occhi.

--Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul
conto.... figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire,
che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere.... non
l'ha voluta capire.... Per dir tutto in una parola, s'è concluso che
quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o
s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati
in quest'accordo; e domani...

--Ci tornate voi?...

--Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi,
Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi...

--Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di
conti.

--Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare... Già
si tratta di parlare con una gran dama... e ci vuol proprio lei. Io e
voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre
la ragione, n'è vero?...

Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora
Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la
mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato
l'indirizzo.

Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano
si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che
nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le
labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora
Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella
sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire,
uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo
scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole
che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè
delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva
aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise
dietro.

Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando
d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo,
aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici
suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la
piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora.
Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato
sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di
sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto
di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la
quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.

Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la
fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al
colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era
tutto il saper suo di quella lingua.

Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del
segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in
volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala
riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque

In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un
giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito
stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo;
l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una
forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo
riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran
casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi,
era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile
matura beltà.

Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne'
seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni
di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di
fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando
gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno
Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti
sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite,
indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa
andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or
sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in
compagnia degli amici:--Chi manca ancora? domandò.

--Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra
inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale
così coll'amico come coll'amante.

--Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si
tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.

--Chi dunque s'aspetta?... chiese il terzo.

--Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana
del Martigny, il nostro allegro maestro.

--E credi che verrà?

--Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.

--Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il
barbuto conte.

--Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon
tuono.

Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè
piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due
singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi,
franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva;
il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito
soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano
contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello.
Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo
col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse
nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino
chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via
la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando
mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale
in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato
a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla
moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene
accarezzar le spalle al prossimo.

Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici
immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno
alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti;
e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto
l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in
anticipazione dal figliuol suo.

Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo
umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti;
solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di
sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai
creduto alle sue rodomontate amorose.

Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china
all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto.
Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il
pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si
volge al servo e dice:--Che passi pure.

--Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.

Era la Stella.

Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo
a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare
in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla
fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma
pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le
erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non
trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle
ginocchia.

Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente
nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte
strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere
alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con
un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non
rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.

Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il
coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese
del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece
innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò
di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma
nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era
desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:--Questa è mia
sorella, disse: guai al primo che la tocca!....

Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore,
e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:--Io ti conosco,
disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al
birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho
paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene!
vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo
d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di
voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.

Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie
della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e
dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che,
per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione:
ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose
bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.

Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira
soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da
subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone
del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e
l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non
parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine,
vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò
un'altra volta in faccia, e:--Non ho altro a dire! riprese: andiamo,
sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma... non sono io
quello.

Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse
più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia
il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.

Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di
que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito
cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne
il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a
quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato
una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del
tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco
d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto,
dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò
a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso
eccezionale di battersi con quel _manant_. Grave era il problema;
tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro
strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in
campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal
fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli
smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco
compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare
indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel
voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un
gentiluomo avere _un affar d'onore_ con uno della canaglia; e tanto
più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno
opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel
tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione;
un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo
stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello
così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro
che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro
portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in
una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto
il credito e il nome del cavaliere.

--Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e
vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.

E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.

Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali
sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè,
da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò
abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi
fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del
cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come
cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si
facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon
zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo
scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e
accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I
genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era
stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel
galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben
vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non
mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva
che cosa fosse il mondo.

Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane
parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo.
Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di
piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le
romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di
franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto
inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato.
Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una
visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in
visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo
francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un
fare distintissimo.

Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono
celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio
di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il
palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi
d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo
milanese, quello del giovine e galante marito.

Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici,
s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste
quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le
dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre
pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani.
Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè
ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava
all'orecchio:--Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti
tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una
lezione.... si fidi, si fidi di me!...

E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato
adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.



Capitolo Decimosettimo

Intanto nella povera famiglia si pativa. Allorchè la troppo confidente
e buona Teresa cominciò a tremare nel suo cuore, allorchè cominciò a
capire che cosa siano i cattivi, ad aprir gli occhi sui pericoli della
sua innocente creatura, ella prese a sospettare di tutto e di tutti.
In poco tempo, la voce di quel ch'era successo, portata attorno dalle
curiose donnicciuole, travestita dalla malignità o dalla scempiaggine
altrui, creduta al di là del vero anche da' buoni che spesso han
troppo paura del male, fece metter molti occhi addosso alle due donne,
e brulicare sul conto loro sospetti. Chi disse, chi ripetè, rincarando
la dose; chi battezzò a dirittura la madre e la figliuola con nomi da
non dire; e vi fu perfino chi s'attentò di mettersi su per le buje
loro scale, battendo sfacciatamente a quell'uscio, su cui un modesto
cartello portava scritto in bel corsivo: _Ricamatrice e Cucitrice_.

Da quel dì, la Stella non fu più veduta così ilare, così contenta come
prima; da quel dì una nube di malinconia cominciò ad appannare il
sereno della sua fronte; e per la prima volta, il sentimento della
povertà e del disonore le turbò quella fede, nella quale era vissuta
fino allora senza temere, senza odiar nessuno su questa terra.

Damiano, ferito nel più vivo del cuore, andava meditando vendetta; ben
vedeva che, senza farsi ragione da sè, non sarebbe riuscito a nulla:
poichè vecchia è la commedia del mondo, ove il vizio titolato e
vestito d'oro grida più forte della virtù coperta di poveri panni e
senza nome. E poi, superbo com'era dell'onor di suo padre, Damiano
repugnava troppo a ripetere il nome di sua sorella in così trista
faccenda; e scorgeva la necessità di tirare un velo su quel ch'era
stato.

Ma, dopo fatta codesta risoluzione, tornava alle idee di prima;
sentiva più vivo l'insulto sofferto; pensava che l'unica via di
lavarlo era quella di forzare il giovine signore a stargli a fronte:
quantunque sapesse d'esporsi a quasi certa morte, si compiacque per
alcuni dì in tale consiglio; indifferente, se non pago, di togliersi
alla vita, la quale, allora più che mai, parevagli difficile a
portare. Non ne volle dir nulla a sua madre; e divisava il modo di
costringere il nobile seduttore a battersi con lui.

Poi, dopo una notte vegliata nel tormento dell'anima, ripensando a sua
madre, alla Stella, a Celso, sentì mancarsi il coraggio di morire.
Venuta la mattina, andò a cercar del fratello e per buona ventura il
trovò solo. Alle parole confuse, concitate di Damiano, il giovine
cherico, già a parte dell'avvenuto, seppe leggergli negli occhi il suo
progetto; e tanto disse e così affettuoso parlò che Damiano,
gittandosegli al collo, pentito come d'un fallo commesso, gli promise
che, come lui stesso aveva detto, lascierebbe al Signore il castigo
de' cattivi.

Con tutto questo, il dì seguente tornò sopra a quel pensiero;
tormentato dentro di sè da tanta incertezza, volle confidarsi col
signor Lorenzo, come col solo suo protettore; persuaso che il vecchio
soldato, non uso a pigliar mai in ischerzo nessuna cosa, l'avrebbe
soccorso colla severa sua esperienza. E in verità; quando seppe il
caso, quell'antico della guardia reale lasciò scapparsi di bocca certe
negre bestemmie che non aveva scagliate fuor che a' cosacchi; e
giurava d'aggiustar lui a ogni modo la cosa, come si doveva. Ma,
ponderando seriamente, cominciò a dubitare, e poi vide che, se anche
il nobiluzzo birbone si fosse degnato di battersi, Damiano poteva
giuocare con lui un mal giuoco; pensò che alla fin fine egli doveva
tenergli luogo di padre, e in tuono risoluto conchiuse che per allora
bisognava rinunziare a quel proposito; soggiungendo con un cotal gesto
misterioso: --Fidatevi pure di quel che vi dico io, non mancherà il
momento di rendere pane per focaccia a quel cattivo mobile non
solamente, ma a molti altri del suo stampo.

Quel che tagliò fuori ogni dubbio fu il sapere, quasi subito, che il
signor cavaliere aveva stimato prudente di mutar aria per alcun tempo.
Poi, di lì a pochi mesi, fatto che fu il matrimonio del quale abbiam
parlato, nel cuor di Damiano, a quell'avanzo d'ira che vi stagnava,
successe compassione e disprezzo; che se prima gli bolliva dentro la
smania di vederlo diffamato come sel meritava, allora sentì quasi che
avrebbe potuto perdonargli.

Così, tornato in pace con sè, la buona volontà di adempiere, come
meglio sapeva, il suo dovere, nel momento del maggior bisogno, era in
lui rinata più viva che mai. E come, finite allora le scuole del
liceo, egli toccava ormai i vent'anni, si mise a pensar seriamente
alla via che gli conveniva di scegliere.

Il buon mercante, presso il quale continuava quasi da due anni a
regolare i libri di cassa, gli profferse in quel torno di tenerlo nel
proprio fondaco, in qualità di commesso, raddoppiandogli
l'assegnamento mensuale e dandogli di più speranza di qualche
provvigione sugli utili del negozio. Ma Damiano sentiva che non
avrebbe potuto piegare il collo con rassegnazione ad una vita così
diversa dalla vita vagheggiata e sognata per tanto tempo; e rifiutò.
La Teresa e la Stella dal canto loro lo consigliavano d'allogarsi in
qualche ufficio, credendo che in pochi mesi avrebbe potuto
coll'ingegno e colla buona volontà ottenere anche lui un impiego, come
tanti altri. E Damiano, sebben vedesse la meschina prospettiva
dell'avvenire, comechè egli non potesse fare gli studj superiori, già
stava per appigliarsi a codesta determinazione; allorchè il vecchio
pittore Costanzo venne in mezzo a guastare ogni cosa.

Egli non poteva patire che il giovine gittasse via così il più santo
dono del cielo, l'inspirazione della bellezza. Una mattina che Damiano
gli parlava del proprio avvenire, egli tirò in campo tutti gli
argomenti possibili per dissuaderlo. Gli fece toccare le difficoltà,
le spine della via sulla quale voleva mettersi; gli fece vedere
impossibile d'ottenere, prima di tre o quattro anni, un impiego
stabile; intanto egli era all'età della coscrizione, nè senza miracolo
avrebbe potuto schivarla; che il miracolo lui stesso lo farebbe, dando
ascolto al suo vecchio amico. E qui si spiegò chiaro, che avesse a
finire ben presto il quadro del concorso a cui aveva lavorato parecchi
mesi nell'inverno, e a mandarlo all'Esposizione: quel quadro, senza
dubbio, doveva essere il più bello; e il suo giovine autore, coll'onor
della corona, avrebbe goduto il privilegio legale di andar esente dal
servigio militare.

Queste ragioni, scossero non poco i pensieri di Damiano. E sopra tutto
l'idea della coscrizione che lo avrebbe potuto da un dì all'altro
strappare a' suoi, questa spina che da un pezzo eragli fitta nel cuore
senza che nemanco avesse osato parlarne con sua madre, fu quello che
il vinse. Una timida ma calda speranza, che fino allora non aveva
ardito confessare a nessuno, quasi neppure a sè stesso, e che poteva
forse decidere il destino di tutta la sua vita, si rianimò in quel
giorno; e già nel cuore egli dava volentieri ragione al vecchio
Costanzo. Era la speranza di riuscire, quella che dà vita a tutte le
cose grandi e belle. Pure, la sua mente dubitava ancora.

--Ascolta, amico mio, dicevagli il buon pittore, con voce così
commossa che ben mostrava la verità di quel che sentiva. Ascolta; tu
sei giovine e padrone della tua vita. Il Signore ti ha dato quel che a
pochi egli dà, il fuoco dell'anima; ma guai se questo fuoco lo lasci
morire!... Ama la pittura, amala com'io, quest'arte sublime.... Ma
fatti coraggio, vinci gli uomini e il tempo, e avrai quello che non
seppi trovar io, un nome. Io, vedi, fui un povero disgraziato; mi fece
spavento il cammino che bisognava salire, e mi misi a sedere al basso.
Ora son vecchio, ho perduto tutto; nè posso che rimpiangere il
passato, come i vecchi fanno.

--Anima nobile e onesta! pensava il giovine, intanto che l'amico suo,
ragionando, gli serrava con affetto la destra.

--Ma tu, seguiva Costanzo, hai la mente serena e la volontà calda; tu
devi levarti, chè il puoi, sopra a questa gente che ti circonda e
vorrebbe soffocarti collo spauracchio del bisogno, colla tirannia
dell'impossibile; due cose che fanno morire quanto v'è di generoso, di
vero. Soffri ancora per poco, e verrà giorno, te lo prometto io, che
la moltitudine sarà costretta ad ammirarti, a ripetere con riverenza
il tuo nome; e diranno: Vedete quel giovine? è un gran pittore, è
l'allievo del vecchio Costanzo!... Oh! ch'io li possa sentire a dir
così!...

--Ascolta, amico, lo interruppe Damiano; e chi mi darà tempo e libertà
ch'io mi ponga a studiare?... Chi penserà intanto a mia madre?...

--Dammi ascolto, figliuolo, riprese il vecchio, e fa quel che dico;
metti insieme una cinquantina di scudi.... a tua madre, a tua sorella
penserò io... quel poco che posso.... e poi, la Provvidenza non c'è
per niente. Fa dunque così; non dir nulla agl'ignoranti, i quali
ridono sempre del povero che combatte e spera; va con Dio, va fino a
Roma, e domanda il tuo avvenire a Raffaello, a Michelangiolo, a Guido
e a quegli altri pochi loro fratelli. Se puoi piangere dinanzi a que'
miracoli degli uomini, se il cuore ti batte più forte e la mano non ti
trema, segui pure la via: potrà esser lunga e difficile, ma è certa. E
quando il tuo cuore onesto ti dirà che sei degno del voto dei buoni e
della parola di quelli che sanno, ritorna allora dal pellegrinaggio, a
consolare tua madre, a rallegrare il tuo amico Costanzo.... Oh sì! io
spero esserci ancora, quando sarà menzionato il tuo nome fra quelli
per cui non va a morire l'onore della povera Italia nostra.

Così con ardore parlava il vecchio maestro; e per verità, non aveva
parlato mai a Damiano con tanta persuasione, con tanta semplicità e
grandezza d'affetto. Nè a lui pareva vero che un uomo dato al
mestiero, costretto, da che viveva, a lottare colla povertà, sentisse
ancora così altamente di quell'arte ch'eragli stata ben poco liberale
de' doni suoi: forse per questo, ne pigliava maggior conforto e
coraggio; e sentivasi commosso, ammirando quest'anima ingenua e buona,
alla quale forse, in altro tempo, era mancato ciò che egli stesso
andava allora cercando, forza e volontà.

Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al
suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da
un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al
suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare
finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non
aveva più d'un mese di tempo.

Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino
allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi
stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve,
quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in
una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.

Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma
allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi
subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda
di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva
ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione
della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo,
le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato.
Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e
mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col
mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo
d'opera della Esposizione.

Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che
al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più
imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia
sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una
volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure,
crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a
una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non
avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice,
studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa,
sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci
volle; perchè è più facile fare il male che il bene.

Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la
via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla,
smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a
guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla
casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e
avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei,
ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle
riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano.
Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio
patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se
l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di
loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser
povero per compatire sinceramente a chi è povero.

In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un
uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere,
stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia
scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello
con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello
ardito salutava col soprannome di _Pestapepe_, aveva reso più d'una
volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei
qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su
fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che
altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando
passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon
cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo
chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece
chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.



Capitolo Decimottavo


Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo
al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza
casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che
sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una
catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano
rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa
naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù
chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con
una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li
sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a
vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo
alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli
altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il
peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il
nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non
hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che
silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il
conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che
apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non
pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi
una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore
e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle
vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di
sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi
passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri
infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de'
poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per
fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione!
Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe
d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come
dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e
là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi
il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!

Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre.
Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un
contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita
comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì
in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e
sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che
nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri
fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui
nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due
o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte.
Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano
una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la
giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in
compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa,
prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola
delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel
tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la
mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era
bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal
lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle
mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato,
come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva
sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!

Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una
famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio,
aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio,
come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe
quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza
degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in
quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del
sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè
dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le
lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra
irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido
di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero
fanciulletto!--Unico amico suo era il cane del casolare che spesso
venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui,
per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva
leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o
mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era
venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore;
ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo
gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza
sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.

Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò
per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero
ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per
sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno
mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo
sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte.
Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta
forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il
fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante
cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima
desta appena da un barlume di ragione?... Errava per le campagne
correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della
prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi
suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che
passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo.
A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a
divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto
solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il
dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime
che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e
colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne
stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere
nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una
parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir
un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una
canzone che finiva così:

    Del tuo figlio ascolta il pianto;
      Madre mia, dove sei tu?

    L'han portata al campo santo;
      Non verrà mai più, mai più!

quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in
poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno
dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni
brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse
per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal
terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si
perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni
stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza
cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo
come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di
fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.

In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo
dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano
ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello
ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una
sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato
all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il
deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca
altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui,
intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e
dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla
regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di
pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano;
nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono
nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie
campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia
d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e
sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria
fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in
orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da
brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito
condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e
la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.

Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco,
col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del
passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato
un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime
di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione.
D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui
e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento;
cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo
i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo,
vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima;
cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural
sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo
pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un
certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio.
Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato
d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non
sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni
nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno;
pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza
pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già
aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù.
Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla
piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava,
ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.

Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per
certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma
poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le
cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e
faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però
significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente,
dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse,
ch'era tocco nel _nomine patris_.

Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una
berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando
col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura
di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di
droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche
Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del
negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per
l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco;
il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna,
rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.--Buon dì,
matto; che novità?

--Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e
a piuma a piuma l'oca si spenna.

--Eh, cosa vuoi dire?

--Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.

--Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.

--Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in
mente di vincere.

--Matto, ti saluto.

--Ti saluto, savio, che fai ammattire.

Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza
compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi
giuoco di lui.

Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli
parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità:
scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso
ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua
fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco
d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non
perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente
smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra
le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto.
Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da
soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così
compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in
terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso
al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a
lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto,
rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i
ritornelli delle sue canzoni.

Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la
bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli
vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli
qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri
fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui,
una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e
venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il
primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a
lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo
dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro,
dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle
senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano
per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce
parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo
pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come
egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco:
per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di
contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col
primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del
ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il
canarino sulle sue dita.

Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua
prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò
d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana
della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un
grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo
canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il
fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi
volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre
il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno,
vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano
alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.

Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei
quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza
respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento
in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma
l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli
obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e
arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo
svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli
fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni
dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido
d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del
vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra
le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di
Stella, per la via ond'era venuto, calò.

Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a
riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto
avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del
pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo
rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli
sorrise e non seppe dirle nulla ancora.

Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne
la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di
tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco
in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa
per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non
credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di
venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo,
essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener
compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo
garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa
all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già
di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme
qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua
giovine maestra.



Capitolo Decimonono


Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del
palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era
sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti
dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le
opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.

Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi
avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la
composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un
terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno
prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali
difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime
non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte,
vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo
del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel
colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse
naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di
pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono
d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione
del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna
innamorata.

Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che
lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della
corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un
ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale
coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà
dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva
per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno
mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di
gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli
intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o
di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano
studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni
altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi
appena si levi sopra il comune.

Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un
motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore:
amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel
pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una
guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite
armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle
grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter
sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime
nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.

Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando
l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non
essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del
giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela,
e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure
sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que'
dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un
giudizio che poteva decidere per sempre di lui.

Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà
che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del
popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio
delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo
sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella
corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e
grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo
comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva
fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva
Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò
staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la
sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.

Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale
dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal
pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera.
Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di
pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi
quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano,
quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle
spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il
signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma
Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo
tacque.

Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui
cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un
grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla
vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi
dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con
impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:--Oh perchè,
Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri
quelli che ti vogliono tanto bene?

--Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al
cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello;
ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì,
come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora... e, dentro
di me, gelo e tremo.

Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una
cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di
poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era
venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la
madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al
quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che
brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile
e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.

--Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua
madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro
così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?... E
come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco
tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera
vita?

--Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!

--Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti
teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore.... E io,
vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie.... che
il Signore me le perdoni!

--Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di
grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a
voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse
avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a
me... Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi
sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è
sperar l'impossibile!

--Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.

--Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la
voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!... la tua modestia è una
bella cosa.... ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu
sei nato pittore.... Oh vorrei vederla!... capisco già che la va
sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono
giganti. Ma qui, non c'è che dire.... tu devi vincerla su tutti: ho un
par d'occhi anch'io.... e, al caso, mi sentiranno.

--Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.

--Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso
dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre
insieme che stanno qui attorno.... e se que' signori non hanno la
vista d'una spanna....

--Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel
cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè.... quello è
Tancredi: non è vero, Damiano?--Così domandava la Stella, appoggiata
al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola
mano verso il quadro:--Me la ricordo bene la sua storia.... mi ricordo
quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel
Tasso.... Oh! que' versi mi facevan piangere.

--Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio
cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo
a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad
essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a'
tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.

--O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi
parlate, non mi parlate così!--e s'era fatto severo in viso--So che il
conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica
lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il
veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e
di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma
se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa
vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce
ch'egli dà a ben pochi su questa terra!.... Allora, addio ai sogni del
giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni
gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare
a quell'altezza dove il cuore libero respira!... E al destarmi, mi
troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più
lena di fare quello che avrei dovuto far prima... quello che tutti gli
altri fanno.

--Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la
Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e
in vece di guardare il bene....

--Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la
contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile
che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a
tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che
m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti
benedica.

A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima;
e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore,
che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e
chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.



Capitolo Ventesimo


Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto,
di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato
anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole;
aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi
innanzi, si volse al giovine artista, e:--Siete voi, disse, che avete
fatto questo quadro?... E l'atto, e il mite suono di voce, ma più
ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo
venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio
che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra
alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più.
Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore
appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh!
che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a
Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio
per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.

Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di
quello sguardo che non si staccava da lui:--Sì, rispose, con voce
sicura: questo è il primo mio quadro.

--Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la
mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi
sono amico.

Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che
stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua,
dicendogli:--No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida
una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a
rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo
ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo
a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del
tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha
bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non
temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione
del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona
coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel
cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente;
non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non
rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via
che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di
buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non
vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso....
Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!

A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di
Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano
discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da
rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro.
Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce
pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i
difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti,
degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che
rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto
che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte,
quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era
appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo
questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la
forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di
colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra
tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di
Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella
espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.

--Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due
teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello,
o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella
fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come
diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il
miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami
bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti
pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli
altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò
ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua
sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la
pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra
l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose
migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio
per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio
costa dolore.

--Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro:
rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che
oggi ho udito dalla sua bocca.... Io non dimenticherò mai, che ho
potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico....

Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in
segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli
stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che
di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli
del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio
d'accostarglisi di nuovo, dicendo:--Questo giorno sarà uno de' più
belli di tutta la mia vita!

Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima
rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:--Egli è il vero artista,
egli è grande e buono!

Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle
difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto
aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo
teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua
preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per
mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da
lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar
nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male,
pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse
mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia,
il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo.
Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si
fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che
in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva
tutto ciò ch'era successo nella loro casa.

I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che
i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva
voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero,
per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per
camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non
sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel
conforto che viene dalla sperienza della virtù.

Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del
concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un
momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di
mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle
parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la
sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non
pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se
proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a
inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che
non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del
suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito,
non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.

Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò
quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via
di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte
incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella
folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale
era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza.
Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero
sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua
sentiva già tutta la verità.

Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli
risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la
seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o
indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in
faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era
attaccata la corona d'alloro!... E quel quadro non era il suo!

Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta
nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse
appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui
per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa
dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere,
sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e
additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:--Mi saprebbe
dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?...

Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non
potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in
un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile,
fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della
pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati
al concorso, era il più bello.

Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa,
di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora
del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là,
senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle
mani; e volle, ma non potè piangere.



Capitolo Ventesimoprimo


Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere,
un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo
che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il
coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso
scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor
Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza,
speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a
dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo
fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli
amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di
pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò
che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare
la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la
Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio
d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse
del tutto.

Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che
all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla
presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano,
in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino
alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno
di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato
anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino
alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e
metterlo, come diceva, alla ragione.

La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que'
novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia
assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso
nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno
all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno
di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla
coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella
non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non
toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano
l'esenzione dalla legge militare.

Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere.
Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor
Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse
era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel
cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo
con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.

Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua
madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi
in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la
necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si
può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese
la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare
parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla
al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a
quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.

In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il
signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe
detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora
contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati;
tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di
scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella
adoperava sopra di lui.

Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e
infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua
stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e
dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che
la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro,
aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto
indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per
quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce
della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali
eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo
merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene
quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso
pensare a trovar fuori un compratore.

La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto
questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari,
soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la
cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la
giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei
pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un
supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse
per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure
ardì confidarlo al fratello.

Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava
sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide
fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso
il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il
capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo
sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo
sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse
fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto,
piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di
pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo
d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano
il signor Omobono e l'Illustrissimo.

Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere
quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli
si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che
venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li
vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che
andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi
rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una
voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che
ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e
le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella
carrozza.

Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due
signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo
satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò
per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna,
nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa,
per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva
coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide
spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca;
quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e
passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:--Povero me;
povero matto ch'io sono!

Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima
carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era
solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul
predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano,
aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a
scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne
più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli
sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza,
e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più
piccolo romore.

--Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio
signore all'altro che lo precedeva.

--Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della
metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.

--Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?

--Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo,
fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.

--Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho
dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo
perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene....

--Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho
parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura....

--Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a
credere che la giovine sia una perla....

--E lo mantengo.

--Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in
casa.... e basta questo....

--Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?

--Chi? il Rosso.

--Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto
forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da
jeri.... E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel
favore dell'Illustrissimo.

--Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a
far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine....

Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo
svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e
sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il
resto della frase.

Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita
forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.

--Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per
pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la
vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le
sarei entrato in grazia; e a quest'ora... È vero che il chierico c'è
ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non
c'è penuria in casa....

--Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.

--Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.

--In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso....
perchè ha una testa.... e certe idee singolari....

--Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e
felice notte.

--Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire,
la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui....

--Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo
io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci
il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.

E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose
l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.

Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè
ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li
aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di
più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi
nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla
la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle
pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di
dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India,
entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva
accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli
un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto,
bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto
della scala sullo stesso ripiano.

Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di
terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il
povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista
insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più
lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di
maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era
entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le
scale.

Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che
forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando
il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che
cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il
vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che
vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso
non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue,
quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che
Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si
parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila
di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto
qualunque, quell'intrigo misterioso.



Capitolo Ventesimosecondo


Correre in traccia di Damiano, no: chi sa dove e quando gli sarebbe
riuscito di ritrovarlo; quel bravo signor Lorenzo sarebbe stato l'uomo
a proposito, ma egli lo conosceva appena, n'aveva soggezione, anzi
paura, nè avrebbe saputo come dirgli la cosa. In questo turbamento di
pensieri, che tutti gli si affacciarono in un punto nello scendere le
scale, Rocco tornò in istrada, e vista la carrozza signorile ferma ad
aspettare, e il grasso cocchiere, che sceso di cassetta, dondolavasi
sulla persona a mezzo del marciapiede, mosse difilato a lui, con
titubanza e facendo lo gnorri.

--Signor cocchiere? gli disse, cavandosi la berretta d'incerato, e
sforzandosi di sorridere.

--Che cosa c'è? rispose, sguardandolo in cagnesco, il gallonato
Automedonte.

--Nulla.... ecco.... perchè, vede qui--e si trasse di saccoccia una
carta in forma di lettera, ch'egli stesso in fretta aveva ripiegata.

--Che cosa? dite su.

--Lei forse è della casa di quel signore che ho incontrato poco fa là
dentro (e indicava il portone) e che mi regalò qualche cosa, perchè
portassi subito questo biglietto al suo palazzo....

--Il mio padrone?... sarà lui: rispose l'altro che cascò di subito
nella trappola che la bugia di Rocco gli aveva teso: E bene? Andate
dunque.

--Gli è, replicò Rocco impacciato, che non so dove sia il palazzo....

--Come? non sai dove sia il palazzo ***, dell'illustrissimo mio
padrone? Bestia che sei! gira di là--e gli appoggiò uno scapezzone che
lo fece barcollare--che non puoi andare in fallo; poi torna, e
vuoteremo un bicchier per uno alla salute del padrone.

Al Rocco bastò il nome della casa; e senz'altro dire la diede a gambe.
Intanto egli sapeva chi fosse quel signore; e, camminando, studiava
inventar qualche cosa che servisse a frastornare in qualunque modo i
disegni ch'egli pensava (e lo avrebbe giurato) conducessero
quell'uomo. Ma non aveva fatto cento passi, quando s'imbattè faccia a
faccia nel signor Lorenzo, che a capo chino, a passo lento, e parlando
fra sè e sè, pareva venirne appunto verso la dimora della vedova.
Rocco si fermò; e sebbene, conoscendolo poco, non avesse mai osato
aprir bocca col vecchio soldato, pure gli balenò in mente il pensiero
di dirgli tutto e di fidarsi a lui. Il veterano non s'era accorto del
garzone; dimodochè, quando Rocco, esitando come chi fa del male, e
pronunziando a mezza voce:--Signor Lorenzo! ardì toccargli il braccio
perchè si volgesse, egli si riscosse, e senza nemmeno guardare
indietro, chiese:--Chi è là?

Il buon figliuolo raccolse il suo coraggio, e accompagnandosegli disse
che veniva a nome della signora Teresa, di quella signora che aveva
l'onore della sua conoscenza; e ch'essa lo pregava di passare da lei
in giornata, per una cosa di premura.

--Eh! ci verrò, rispose il signor Lorenzo al giovine, dopo avergli
data in isbieco un'occhiata d'uom che poco si fidi: ci verrò dimani.

--È impossibile; replicò il Rocco: l'aspetta quest'oggi, subito....

--Via, ho altro a fare; oggi non posso....

--Ma, poichè la è in queste parti....

--Che? che sapete voi? Oggi, no; e basta: E poi quella donna è una
matta, e n'avrà una delle sue.

--No! signor Lorenzo; mi dia ascolto; bisogna proprio che lei venga
con me, subito, senza perdere un momento: è il cielo che l'ha mandato.

Il povero Rocco disse queste poche parole con un accento così vero e
doloroso, che il vecchio amico di Vittore si sentì come scosso ne'
pensieri, s'accese d'un sospetto; e stringendo con forza il braccio
del giovine:--Dite, dite su, presto--balbettò fra l'ira e il
terrore--forse qualche disgrazia.... forse la buona Stella, la
figliuola del mio Vittore.... non mi fate mistero! andiamo.

--Io non so, ma è per lei.... per quel caro angiolo che io tremo....
rispose Rocco, pieno di gioja segreta perchè il vecchio l'avesse
compreso, prima ch'egli cominciasse a parlare. E, subito:--Per carità!
le dirò....

--Ditemi tutto, e presto; ma andiamo intanto, andiamo innanzi.

Non era passato più di un quarto d'ora che il vecchio soldato di
Napoleone, il secondo padre della Stella, a cui l'accorto garzone del
droghiere confidò tutto quello che sospettava e temeva, entrava
risoluto nelle umili stanze della vedova, senza pur domandare licenza
di farsi innanzi, e senza cavarsi il cappello. Egli era alla presenza
dell'Illustrissimo: la Teresa si levò da sedere tutta sgomentita; e la
Stella, che stava in un angolo sul suo scannetto, si nascose colle
mani la faccia.

Lorenzo stette un poco senza dir parola, non già perchè il superbo
signore a cui veniva dinanzi gli mettesse soggezione o dubbio su quel
che aveva a dire: ma per non so quale involontaria esitanza al
vedergli all'occhiello del soprabito il nastrino di quella stessa
corona d'onore ch'egli pure portava, come l'ultima reliquia di giorni
che non dovevano tornar mai più. Ma fu un pensiero, un dubbio che
passò; un altro pensiero gli disse che nulla v'era di comune tra quel
grande e lui; che colui andava, per certo, debitore della croce che
portava a' suoi scudi, alla sua nobiltà, ed egli invece l'aveva
comprata sul campo della battaglia, col proprio sangue. Intanto
l'Illustrissimo, quantunque maravigliato grandemente di quella brusca
intervenzione, non aveva dato segno di malumore o di dispetto: ma
volgendosi, tra ironico e compassionevole, alla signora Teresa, la
quale guardando or l'uno or l'altro non sapeva più dove fosse, le
domandò sbadato:

--Ehi! ditemi un po': chi è quest'uomo?

Arrossì a tale insolente interrogazione il veterano, e mordendosi le
labbra, contento che colui gli desse appicco a parlare:--Quest'uomo?...
ripetè: quest'uomo?... Certo che io non sono nè un marchese, nè un
conte, nè altro titolato; ma qualcosa di meglio; sono, come dice, un
uomo.

Non replicò direttamente l'Illustrissimo a codesta non meno insolente
risposta; ma, volto sempre verso la vedova:--Voi conoscete, disse,
degli originali, buona donna. È forse vostro fratello, cognato,
parente?...

--Oh! signor mio, veda... cominciò la Teresa impacciata più che mai: è
un amico nostro, un brav'uomo, un amico vecchio del mio povero marito.
E se lei sapesse....

--E che importa di sapere a questo signore? la interruppe brusco il
signor Lorenzo; sono amico di casa, e basta; l'amico mio, il padre di
questa giovine ed io eravamo più che fratelli; Stella mi conosce, sono
stato il primo ch'ella ha conosciuto.... E mi par bene d'aver diritto
di venirci in casa vostra: non è vero, signora Teresa?

--Ma chi ve lo nega? riprese l'Illustrissimo, con qualche impazienza,
volgendosi allora al signor Lorenzo.

--Vorrei vedere che qualcuno me lo negasse, che qualcuno credesse di
mettere il piede qui dentro, a suo talento, e venire così alla buona,
sotto maschera d'amicizia o di protezione, in queste mura, a
distruggere il bene che vi abita, il bene che consola due creature,
che, potrei dire, mi appartengono!

L'Illustrissimo, non uso a simile tuono di superiorità e di
rimprovero, quantunque il veterano avesse parlato in guisa di
supposto, doveva sentirsene ferito; e lo si poteva argomentare dalle
torve occhiate che gli volgeva, e dall'inquieto agitarsi sulla rozza
seggiola che al suo peso scricchiolava.

Alla fine, rotto il freno alla pazienza, l'offeso signore gridò:--E
che vi pensate di venire a nojarmi colle vostre pretensioni? Siete
ridicolo, per non dir altro: se avete qualcosa a fare in questa casa,
fareste bene a trovar fuori altro momento.

--Ho qualcosa a fare, appunto come lei dice: e il momento è
questo!--replicò con voce sonora e franca Lorenzo.

--Oh! vedete un poco che costui vuol mettermi soggezione!--E
accompagnò tali parole con un riso di disprezzo.

--Io non voglio nè so metter soggezione a nessuno, ripigliò il
veterano: ma sento in me una cosa che nessuno mi può togliere o
guastare, e che si chiama onore: e so come si faccia star giù chi vuol
soverchiare.

--Come parlate?...

--Parlo, come un uomo a cui batte qui dentro un cuore onesto; come un
soldato che ha visto il mondo, e sa cosa vaglia, e ne fa conto quanto
del fiocco de' suoi stivali. Un tale che faceva ballar sulle dita i
re, ha toccato un giorno questa mano.... Ed io avrò paura di chi, per
portare un nome scritto in carta pecora e contar gli scudi a migliaja,
si crede lecito tutto?

--Ma costui dà volta al cervello!...

--Può essere! Ma intanto, non dimenticate ciò che questo vecchio matto
vi dice.

--Per carità! uscì fuori con lamentevol voce la Teresa, la quale non
capiva più nulla.

--Oh signor Lorenzo! timida aggiunse la Stella, che tutto comprese, e
avrebbe voluto gettarsi nelle braccia del suo salvatore.

--Io non so, riprese pacato e severo il veterano, io non so quando
veggo il male che si fa da quelli che il mondo chiama grandi, se possa
dirsi che ci sia una Provvidenza. Ma so che la maggior parte è ancora
dappertutto calpestata dai pochi; che ancora l'esser poveri è come un
delitto; e i signori credono sempre d'aver ragione quando pagan
l'infamia con un po' d'oro. Ma voi non vedete, e parlo a voi, perchè
siete uno di quelli ch'io dico, non vedete tutto il male che vi
divertite a fare; voi entrate nelle famiglie nostre e vi recate
l'infamia come un beneficio; voi cercate la dimenticanza della noja
signorile, la dimenticanza d'un giorno, d'un'ora.... E non pensate al
dolore, alle lagrime che vi lasciate dietro, alle maledizioni che
chiaman sopra di voi la vendetta di Dio!... Ma non sarà sempre così;
se ne son veduti de' momenti in cui i potenti scontarono anch'essi la
miseria da loro seminata nel mondo; e i dì che corrono non correranno
sempre gli stessi, e la giustizia sarà più lunga!

--Quest'uomo non sa cosa si dica!--l'interruppe l'Illustrissimo,
cercando nascondere il turbamento che suo malgrado gli s'era messo nel
cuore.

--Eh via! tenete a mente, o signore, due altre parole di quest'uomo.
Non so come mai abbiate saputo insinuarvi nella confidenza di queste
buone creature; ma ne indovino il motivo. Il benefizio onesto e
sincero teme, si nasconde; la vostra carità superba ostenta protezione
e copre male la vergogna che marcisce di sotto. Voi volete rapire a
questa povera casa la pace e la virtù che vi si nascondono: ma io ho
gli occhi aperti.... e se fosse vero!...

--Basta così, costui è matto frenetico! disse l'Illustrissimo,
alzandosi: non so come io abbia potuto sopportar finora le sue
insensate ciancie; se volessi, potrei farlo pentire di quello che ha
osato pensare, e dire....

Il veterano sogghignava alla sua volta; e, incrociate le braccia sul
petto, andava picchiando colla punta del piede il terreno.

--Ringrazio il cielo, susurrava intanto, che ho potuto venire a
tempo....

--Ringraziatelo d'avervi tolto il cervello: se non credessi che fosse
così, la vedreste voi!...

E mosse per uscire. Le due donne, tuttora pallide e sbigottite, non
sapevano farsi ragione dell'avvenuto. Ma l'Illustrissimo, giunto sulla
porta, si rivolse e disse loro con aria benevola:--Mi rincresce ch'io
non possa far nulla per voi: ma il mio carattere non lo permette,
dacchè c'è chi sospetta le mie intenzioni; e poi, questo signore che
tanto vi protegge, potrà fare anche la parte mia.--

E con tale schernevole saluto, se n'andò, ruminando tra sè la vergogna
del fallito disegno e il modo più pronto di ricattarsi dell'offesa.

Partito lui, Lorenzo rimase immobile, al luogo istesso, incrociate
ancora le braccia, china la testa, tutto in pensieri. Forse dubitava
d'esser caduto in inganno, d'aver precipitato, d'aver tolto alla
famiglia del suo amico un'onesta protezione. Ma più ci pensava, e più
gli pareva impossibile che quel ricco signore non covasse qualche
tristo intento, forse incerto, forse lontano, ma non men vero. Non
poteva farne parola colle donne, vedendo il loro sgomento: esse non
sapevano come rompere il silenzio, e pendevano da' rapidi sguardi, da'
moti convulsivi dell'antico soldato.

In quella, entrò Damiano. Vide il signor Lorenzo nel mezzo della
stanza, ritto e cruccioso, che non s'era accorto del venir suo; la
madre che levando gli occhi pareva cominciare una preghiera; la Stella
ansiosa correre a lui e abbracciarlo, nascondendogli in seno la
faccia.

--Che c'è di nuovo, mamma? domandò Damiano.

Questa voce riscosse Lorenzo dalla sua preoccupazione: egli mosse
verso il giovane che s'era trattenuto all'entrare, e pigliatolo per
mano:--Ringrazia, gli disse, la Provvidenza che il tuo amico vecchio
ci sia ancora, e possa far qualche cosa quaggiù. Sappi che son venuto
forse in tempo per impedire un gran male, una disgrazia che poteva
metter l'infamia sulla fronte di tua sorella, e di vostra madre, e
sulla tua, se il caso non m'avesse condotto sui passi di chi la
macchinava!...

--Che cosa dite, signor Lorenzo? domandò il giovine con voce soffocata
dall'ira.

--Io ti dico che un uomo potente, un di quelli che gettano un tozzo di
pane per il delitto che fanno commettere, aveva posto gli occhi
addosso a tua sorella, e ha avuto il cuore di venir qui, egli stesso,
pochi momenti fa!...

--Dio! forse quello che saliva in carrozza al momento ch'io svoltava
in casa?

--Lui! lui! ma io ciò che sentiva, gliel'ho detto in faccia; ho
parlato per te, Damiano, e per me; e l'ho ben visto che tremava e
voleva bravarmi.... Eh! sono un vecchio tarlato; ma il cuore è sempre
quello, cuore di galantuomo.

--Ah! per amor del cielo, s'arrischiò a dir la Teresa: se quel signore
se la prendesse con noi? se volesse vendicarsi in qualche maniera?
Forse egli....

--Forse? che forse?

--Ma... credete dunque che venisse con cattive intenzioni?... Egli
voleva vedere il quadro di Damiano; lo voleva comprare, sai? lo voleva
comprare.

--Povera donna! borbottò Lorenzo: già voi sarete sempre la stessa.

--Il mio quadro?... domandò con furia Damiano: E come seppe colui?...

--Ma, veramente.... rispose impacciata la Teresa.

--Su, dite, dite, c'è qualche mistero?

--Qualcuno glien'avrà parlato.... una brava persona.... per altro.

--Chi? chi?...

--Andrete in collera, se ve lo dico....

--Non volete spiegarvi voi?... Animo, Stella, parla, parla tu.

--Oh! Damiano: risposegli la sorella: guarda la mamma; non farla
piangere.

--È tutt'una: voglio sapere chi è.

--Bene: disse allora, facendosi coraggio, la vedova: è un tale che può
ajutarci e ajutare anche voi.... sì, vedete, me lo disse tante volte.
È quel signor Omobono....

--Ancora quell'uomo?

--Non mi fate quegli occhi; non mi guardate così.

--Tacete! capisco adesso questo mistero d'inferno.... Voi siete tanto
buona che non arrivate a comprenderlo. Ma il cielo ci ha protetto
un'altra volta; ringraziatelo, ringraziatelo, vi dico. E voi pure,
nostro amico! seguitò volgendosi al signor Lorenzo: voi pure siate
benedetto.

Dette queste parole, Damiano si fe' cupo, parve dimenticar dove fosse,
quanto aveva udito e detto. Un sorriso forzato, amaro, stavagli sulle
labbra; e dalla penosa espressione del volto, da' moti della persona
indovinavasi l'urto degli affetti del suo cuore. Tutto ad un tratto,
si spiccò dalle donne, corse nella prima stanza, afferrò il suo quadro
del Tancredi, staccandolo impetuosamente dalla parete, afferrò un
rugginoso pugnale antico, ch'era sulla tavola accanto al letto, e si
diede a stagliar per lo lungo la tela con furia crescente. I lembi ne
caddero sparsi a terra; ma egli, non pago ancora, calpestò con gioja
selvaggia lo scassinato telajo e i pochi avanzi del dipinto che ancor
v'erano attaccati.

Quand'ebbe finita questa frenetica distruzione, pose giù il pugnale,
si cacciò indietro con una mano i capegli, e guardandosi attorno, con
terrore, quasi per conoscere dove fosse, andava mormorando fra
sè:--Ora non c'è pericolo che qualcuno lo veda: addio, o fantasma del
povero giovine!... Comincierò da capo la vita!...

Teresa, Stella e Lorenzo stavano a vedere sulla porta; ma nessuno di
loro potè indovinare ciò che sentisse in quel momento l'anima del
giovine artista.



Capitolo Ventesimoterzo


Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si
tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine
brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli
affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì
raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu,
al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto
nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.

La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado,
d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un
assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un
padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del
Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega
lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto,
diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni
sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro
ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra'
quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que'
signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a
sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che
passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità,
venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di
soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana
la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi
a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano,
annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un
sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di
tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un
grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un
accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che,
tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di
congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e
di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a
gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un
fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di
contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di
gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano
scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si
rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte.
Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della
parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano
nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la
moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il
destino non era in mezzo di loro.

All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i
drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli
ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi
d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi
all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto
altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che,
contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la
traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più
vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni
popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai
sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una
bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di
fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione
di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter
vivere e di poter amare.

Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo
anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su
quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle
spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.

Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era
un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del
portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da
inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui
l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro
una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e
Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la
loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto
garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse
dell'urna.

Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di
ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce
il nome di Damiano.

Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma,
gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel
nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non
cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a
quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato
d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella
confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non
aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più.
Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi
svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte,
come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere
fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva
replicare di sì alla voce del cuor suo.

Non presentandosi alcuno a rispondere per Damiano, uno de' parrochi
astanti pose nell'urna la mano: il Commissario prese la polizza e
disse ad alta voce il numero 57: poi la fece passar nelle mani di que'
signori impiegati.

Gli occhi di Damiano s'incontrarono un'altra volta con quei di Stella.
Fu appunto allora, che un bottegajo del vicinato, un omaccione calvo e
panciuto, che a pochi passi da loro contemplava con curiosa calma
quella scena, uscì fuori a dire:--Gli sta bene a costui! s'è fidato
alla sagrestia, e l'ha servito per la pasqua... ah! ah! ah!--Intanto
il fratello e la sorella, senza dirsi parola, s'erano uniti in un solo
sentimento, quello di nascondere alla madre la decisione fatale: essa
poi, non avendo udito chiamare il figliuolo, s'illudeva già che non
glielo avrebbero tolto, e pensava potesse anche essere effetto delle
raccomandazioni che, nascostamente da lui, s'avea procurate in que'
giorni. Celso invece comprese la cosa qual'era: ma Damiano vedendo gli
occhi di lui pieni di lagrime, gli si chinò all'orecchio e
stringendogli di nascosto la mano:--Non parlare, Celso: gli susurrò:
non parlare, per amor della mamma! Chi sa? Dio può ancora ajutarmi!

Poco appresso, dilungatosi d'alcuni passi:--Andiamo a casa, mamma:
soggiunse con far tranquillo: per oggi non sarò più domandato; me lo
disse or ora, passando, uno di questi signori impiegati. Andiamo!

--Sì, sì, il mio figliuolo; andiam pure, ch'io non so più in che mondo
mi sia. E poi, che importa lo star qui più o meno? Tutto è in mano del
Signore, Egli darà ascolto alle mie orazioni.

Tornarono a casa, nè lungo la via si fece altra parola. Ma saliti alle
loro stanze, andò la Stella a nascondersi in un angolo e cominciò a
piangere dirottamente; e la madre, nell'udire quel pianto, a
domandarne la cagione: cosicchè Damiano s'ingegnò a farle credere che
la sorella avesse mal di capo, e si crucciasse di non poter lavorare
in que' giorni che il bisogno si faceva maggiore. Ma non volendo la
madre sentirla a pianger così, col dire che avevano troppi guai senza
pensare a quelli che potesser venire, la fanciulla riuscì a soffocar
lo schianto del cuore; e si mise, come al solito, al suo telajo.

In verità, come si può imaginare, la condizion della povera famiglia
era in quegli ultimi mesi non poco scaduta; scemato della metà il
lavoro; per la malattia di Teresa, perdute molte pratiche già bene
avviate, cresciuta all'incontro la spesa, e consunti i pochi avanzi
fatti da principio. Tutto quel che Damiamo ritraeva dal travaglio
dell'intera settimana, bastava a stento a lasciarli vivere giorno per
giorno. E il tempo della sventura sopravenne. Così al paro di tanti e
tanti altri, de' quali è ignota ed oscura la povertà, perchè lo sforzo
della fatica, la vergogna e un resto d'orgoglio la fan nascondere,
vedevano anch'essi venir la miseria, la vedevano venire lenta, ma
implacabile, dopo che invano credettero di poter sostenere il peso
della vita col coraggio e colla fede.

Il solo che facesse, quantunque angustiato al par di loro dalla mala
fortuna, tutto quel che poteva per ajutarli, era l'antico soldato di
Napoleone. Ma poteva ben poco. Pure, già da un anno e mezzo, era lui
che pagava la pigione de' suoi buoni e poveri amici: e, dicendo di
voler tutto per sè tal diritto, per quel po' di tempo che aveva a
campare, s'indispettiva al sentir parole di riconoscenza. Con tutto
ciò, la memoria del passato faceva a lui e a Damiano veder più scuro
l'avvenire; e l'ultima disgrazia che si aggruppava coll'altre, poteva
essere come il principio della disperazione.

La Teresa, debole all'usato e confidente, s'ostinava nel credere che
quel signore il quale alcun tempo prima era venuto ad offrir loro
protezione, avrebbe certamente saputo adempir la promessa: in questa
fede la tenne ferma una recente visita del signor Omobono, tornato
apposta per discolparsi, colle migliori apparenze, di que' sospetti
che l'ostinata avversione di Damiano aveva desto contro di lui nel
cuor della vedova. E siccome l'animo umano troppo spesso vuole, direi,
ostinarsi nella contraddizione e trovar nebbie nell'evidenza stessa,
quando l'evidenza non sia opera sua; non parrà strano che la Teresa,
rimproverata dal figliuolo come cieca e imprudente, volesse in cuor
suo star dura in sul non essersi ingannata: dico, in cuor suo, perchè
la buona donna non avrebbe forse osato di spiegarsi chiaro con
Damiano, dopo ch'egli, un dì, in un momento di mal umore, le aveva
detto di voler piuttosto morir di fame e veder morire lei e sua
sorella, che ricevere l'elemosina di quel signore. Queste parole la
Teresa non aveva saputo spiegarsele; nè s'era accorta come Damiano
tenesse dentro le sue terribili ragioni, per non vedere avvilita lei
stessa, e non turbare l'anima incontaminata della sorella, con certe
rivelazioni che quasi sempre si lascian dietro lagrime e veleno.

Così l'occhio del potente vizioso fermandosi appena sull'umile casa ne
aveva sbandito, forse per sempre, la libera pace, unica consolatrice
delle comuni sventure.

Lo stesso giorno che seguì la decisione della sorte di Damiano,
stavano insieme a desinare. E come quel dì, Celso, colla permissione
del padre Apollinare, poteva passarlo tutto in compagnia della
famiglia, la mamma si era studiata di fargli un po' di festa. Sulla
piccola mensa, oltre la solitaria marmitta, compariva un piattello di
carne lessa, e una torta di latte che aveva ammannita la Stella la
mattina stessa, pensando la buona fortuna che, sperava, dovesse
toccare a Damiano. Ma il cielo non l'aveva voluto! Imaginate dunque
con che diversi affetti sedessero allora a quel deschetto. Scambiavano
i figliuoli malinconiche occhiate; e per nascondere, almeno in
quell'ora, alla mamma ciò ch'essa, per il pietoso inganno di Damiano,
ancora ignorava, sforzavansi a vicenda di trangugiar qualche boccone e
di dire qualche allegra parola.

La Teresa così, non avendo da un pezzo avuta la consolazione di
vedersi riuniti d'intorno i suoi tre figli, e tenendosi quasi certa
che Damiano potesse uscir salvo della coscrizione, lasciavasi andare
ad un insolito buon umore; parlava ella sola per gli altri insieme,
voleva che i figliuoli facessero buon viso al suo pranzetto. Ma aveva
bel dire; la sua gioja li accuorava di più, e la loro parola cadeva
languida, e fredda; come le rade stille d'un tralcio reciso che
piange.



Capitolo Ventesimoquarto.


--Perchè mi guardate così, Damiano? cominciò la Teresa, un momento che
il figlio, contemplandola fiso, pensava che fra poco non doveva veder
più il caro volto materno, che ott'anni eran lunghi, che forse al suo
ritorno non l'avrebbe più trovata su questa terra.

--Per nulla: rispose il giovine. Son contento che ti ritrovo molto
meglio, mamma, della settimana passata.

--Ma pure hai qualche cosa, pensi a qualche mistero....

--Dio mio! che cosa posso pensare?

--Via, entrò Stella: sai bene, mamma, che Damiano n'ha anche troppo
delle ragioni per crucciarsi. E dire che poteva esser l'onore e
l'ajuto nostro, se appena avessero conosciuto il suo talento; ed ecco
che per noi....

--Non toccar questa corda: l'interruppe Damiano: te ne prego di cuore.
C'è degli uomini, ed è il maggior numero, io credo, tirati dalle
circostanze per una via opposta a quella che vedono coll'anima: io son
uno. Se non ci fosse mancato da vivere, o se dentro di me avessi
trovato il coraggio di metter la testa in terra dinanzi a taluni, o di
darmi a credere di più di quel poco ch'io sono, sarei riuscito. Invece
ho fatto bene a dir addio all'idea matta che m'ha rotto il sonno per
tanto tempo: sì, sì, ho fatto il mio dovere. Studiando anni e anni,
avrei forse finito a valere niente di più d'un imbianchino: che bene
vi avrei portato allora? la miseria.

--Metti da parte questi pensieri, Damiano: dicevagli Celso. Tu hai
tanto maggior merito d'aver saputo rinunziare ad un avvenire che
poteva essere così bello. Ma se le cose andassero per il giusto....

--Che vuoi? non fui la sola, ne sarò l'ultima vittima della sfortuna e
dell'intrigo. Pure sì, lo confesso anch'io, sperava che la dovesse
andar meglio! E le parole di quel pittore che non ho più veduto dopo
quel dì, mi stanno qui nel cuore. So come vanno le cose. Due dì prima
che fosse chiuso il concorso, fu portato un quadro migliore del mio.
Molti avevan capito, e se l'eran detto all'orecchio, che c'era la mano
di un maestro conosciuto, che il premiarlo sarebbe stata una brutta
ingiustizia. Eppure il dì appresso, quel quadro portava una corona
d'alloro e un nome; e molti han detto che quello non era il nome di
chi l'aveva fatto. Forse non è vero.... forse era il suo!

--Ma senza queste cattiverie, prese a dire le Stella, oggi non ci
toccherebbe....

--Che cosa? anche tu dunque?... l'interruppe la madre.

--Nulla, mamma, nulla: rispondeva Damiano: sapete che la Stella mi
vuol troppo bene....

--Ma se invece, ripigliò la madre, tu m'avessi dato ascolto, se
m'avessi lasciato parlar di te a qualche persona di proposito, la
sarebbe andata altrimenti. E anche adesso, dove non fosse venuto in
mente a me di mettermi in mano di qualcheduno, saresti, come sei,
salvo dalla coscrizione?

--Per carità, mamma; non parlare, non parlare; lo sai ch'io non posso
sentirle a dire certe cose.... Così cercò disviare il discorso
Damiano.

--Ho sbagliato forse a far quel poco ch'io poteva, io povera donna,
per il tuo bene?

--Dio ti benedica, mamma! però sarebbe meglio non gettar via così de'
passi che posson menare a male....

--Ecco, sempre gridori e malcontenti: già son io che fo tutto colla
testa nel sacco, che credo a tutti, che metto in compromesso la
famiglia.... E alla Teresa cominciava a tremar la voce.

--Ma chi ti dice questo? ripigliò Damiano impazientito.

--Quietati, mamma; lo sai pure il bene che ti vogliamo: aggiunse
Celso.

--Oh! ripetè quella: acquietarsi, tacere? se non me lo rinfaccia
adesso, mi ricordo dell'altre volte. So che non gli andò mai per il
verso quel negoziante che ci ha pur ajutati ne' brutti momenti, nè
quell'altro signore che aveva promesso e poteva farci del bene. Ma
già, lui non vuol dipendere da nessuno; e coi signori l'ha sempre
avuta.... è quella benedetta superbiaccia che ha ereditata da suo
padre; perchè anche col mio Vittore, con quel brav'uomo, qualche volta
c'era da ammattire. Bisognerebbe però pensare a tirar innanzi
altrimenti. In quanto a me, se mi cruccio, non è per me, ma per voi
altri.... già non potrò durarla molto; e il Signore lo sa....

Qui la madre piangeva; Celso e Stella le si fecero intorno, cercarono
di calmarla; Damiano, appoggiando i gomiti ala tavola, nascondevasi la
faccia, pensava e lagrimava.

--Vedi, mamma, come fai: disse di lì a poco, tu li cerchi i crucci! È
vero che, per me, avrò fallato a incocciarmi di poter solo bastare
alla famiglia; ma io lo credeva, io lo voleva. Ora sento di aver
troppo confidato in me; siam troppo poveri, i tempi son cattivi: ho
lavorato, sudato, ma inutilmente; speriamo che Quello ch'è lassù non
ci abbandoni. Pure, mamma, se tu sapessi tutta la verità; se tu
pensassi che quando il ricco viene a parlare al povero, di rado il fa
per bene.... Ma! guai al povero che si vende!

--È impossibile, ti dico, è impossibile; sono le tue solite
malinconie; casa nostra ha un nome onorato, e vostro padre era
cavaliere.

--Che importa? noi siamo nella miseria, e tutti i miserabili hanno lo
stesso nome! gridò amaramente il giovine.

--Ma credi tu, tornava a insister la madre, mal soffrendo l'ostinarsi
del figliuolo, contro ciò ch'essa faceva a fin di bene; credi tu che
non mi prema il nostro onore?... e che se appena potessi dubitare,
temere....

--Già tu sei impastata di buona fede, come sei stata sempre. E se quel
dì che tu aprissi gli occhi, fosse troppo tardi?... E tutto quello che
intanto si può dire di noi?... di mia sorella?... Pensa a quel ch'è
successo, l'anno passato; pensaci.

--Oh! io per me ci ho pensato. Da quel dì che vostro padre m'è
mancato, son sempre, come si dice, andata giù a oncia a oncia; ormai
ci sarò per poco; e poi toccherà a voi a pensarci; allora farete quel
che vi piace.

L'amarezza di queste parole fece ammutolire i figliuoli che, veggendo
la madre prendere in mala parte quant'essi dicevano, stimarono meglio
tacere che ritentar di persuaderla. Ma, per la verità, era da
compatire la disgraziata donna se il lamentarsi diventava in lei più
che un'abitudine, un diritto. In quel dì poi, illusa dalla fiducia di
veder salvo Damiano, non avendo di che piangere, parevala quasi di
trovare una compiacenza nel suo dolore passato, una gioja nel toccar
le piaghe ancor vive del proprio cuore.

--Io poi lo so: ricominciava essa: nessun bene v'ho fatto, nè posso
farvi a questo mondo; non ho più vista, nemmeno per agucchiar negli
stracci, come ho fatto fin adesso; ho gli occhi stanchi, pieni di
punture; forse li perderò del tutto.... ma prima che mi tocchi anche
questa, il Signore, spero, mi chiamerà con lui.

--Non dir così, per amor di Dio, buona mamma: riprese Damiano. E che
faremo noi senza di te? e che ti abbiam fatto perchè desideri tanto di
abbandonarci?

--Non m'intendo che mi vogliate male; ma ormai non ho a far altro che
starmi colla rocca in un cantone; sono un soprosso per voi!...

--Oh Signor Iddio! abbiate compassione di lei e di noi!... Damiano
proruppe, con tale un accento che fece rabbrividir Celso, la sorella,
e toccò anche l'inacerbito cuore della madre.--No, seguitava, non
posso tacere; voleva nascondervi la verità, o dirla più tardi che
potessi. Ma ora, voi me la strappate. Non voi, non voi partirete di
qui, madre mia! Ma io, io, povero pazzo, sarò quello chè
v'abbandonerà, e presto: è finita per me.... andrò dove mi manda la
sorte.... partirò soldato.

--Santa Provvidenza! esclamò la madre. Non è vero, non può essere! io
lo so di sicuro che sarai salvo; me l'hanno promesso. Sei tu, Damiano,
che mi vuoi abbandonare; ma Dio, vedi, ti castigherà!

--Andate là, buona donna: riprese egli amaramente: vivete in buona
fede; sono i signori che mi proteggono; sono io che v'abbandono, io
che doveva lavorare, guadagnar la vita, fare il garzon di bottega, il
fabbro, il falegname.... e che invece.... sono sempre stato un pan
perduto.

--Per carità, Damiano, quietati: diceva la Stella: vedi in che stato è
la povera mamma, come trema, come ti guarda!

--È il dolore che ti fa parlare: soggiungeva Celso dal canto suo, col
cuore straziato. Tutto non è ancora perduto; e tu fai torto a te, al
tuo buon senso....

--No, no, vi dico; la mamma ha ragione; e Dio castiga me e voi insieme
perchè non ho fatto il mio dovere. Maledetta illusione!... maledetta
superbia!... Se avessi avuto anch'io il coraggio che hanno tanti, che
han tutti, non saremmo a questo termine!... Oh mamma, avete ragione;
Dio mi castiga, l'ho meritato. Abbandonerò la mia casa, questi luoghi,
questo cielo che pareva mi parlasse; andrò lontano, lontano, non
tornerò più.... Celso farà lui quel ch'io doveva.... Ma, dopo un
pezzo, quando penserete a Damiano, oh! gli perdonerete allora,
ditemelo! e gli farete un po' di luogo nel vostro cuore; e qualche
volta parlerete di lui colla Stella, e con Celso, non è vero mamma?...
Lasciate ch'io la porti con me quest'idea che potrà darmi un po' di
gioja, farmi dimenticare anni e anni di solitudine e di schiavitù!

Piangeva Stella; sua madre, senza piangere, senza parlare, si levò
dalla seggiola, e aperse le braccia al figliuolo: Damiano vi si gettò
con tutto l'abbandono dell'amore e del dolore.

Celso guardava commosso quell'abbracciamento; e l'atto con che poi
rivolse gli occhi al cielo, fu come una preghiera. Oh! il Signore, in
quel punto, avrà benedetta la povera famiglia.

Venuta la sera, Celso doveva tornarsene alla casa del suo superiore e
maestro; Damiano ve lo accompagnò. Cammin facendo, i due fratelli si
contraccambiavano confidenze e conforti; ma la mestizia di Damiano era
cupa; egli ruppe più di una volta in parole d'ira e di maledizione.
Prima di lasciare il fratello, a pochi passi della canonica di san
***, gli serrò con forza la mano, e:--Quando non sarò più con voi, gli
disse, penserai tu alla mamma, alla Stella, al nostro buon nome....
Giura, fratello, giuralo per l'ora in cui morì nostro padre, guai a
chi tocca il suo nome!

All'Ave Maria, tornò a casa; scrisse due lettere, una al signor
Lorenzo, l'altra al suo vecchio amico il pittore: non aveva più cuore
di rivederli.

V'ha de' momenti in cui l'anima, nella solitudine, nella notte, sente
in un punto tutto il peso della vita, e patisce della stessa sua
forza, il pensiero. Allora la vigorìa, la gioventù, il dolore vinto
non contano più nulla; la ragione abbandonata a sè medesima, non sente
più l'alito dell'affetto, ride delle lagrime, perchè essa non sa
piangere; divora in un momento molti anni di vita, nè altro rimedio ai
mali sa trovare che il disprezzo, veleno dell'egoismo; ovvero la più
stolta delle consolazioni, il dubbio e la necessità del male.

Dire lo sgomento, i terrori, l'agonia che provò Damiano in quella
notte, non è possibile, nè forse parrebbe cosa vera. Tutto il
sentimento che fino a quel dì l'aveva fatto forte contro la trista
vita, in un istante era svanito; tremava di sè, de' suoi pensieri;
poi, con un soprassalto di paura volgevasi indietro, sentivasi
perduto; e peggio ancora, si sentiva vile; e desiderava di morire.

Morire?... Questa parola gli mise il bujo nella mente; ma una volta
che la terribile idea gli stette dinanzi, non potè più scacciarla da
sè. Dopo lunghe ore di febbre morale, di martirio, al cospetto di quel
futuro che non gli bastava l'animo d'incontrare, non pensò più nè al
nome di suo padre, nè alla madre o alla sorella, infelicissime.
Accosciato sulla sponda del letto, serrate al petto le braccia,
pallido, immobile, si sprofondò in quel solo pensiero: poi, levatosi
lentamente, guardossi attorno come chi commette un delitto, fece due o
tre giri nella stanza, e con un sorriso forzato, quasi frenetico,
mormorò:--Ho vissuto abbastanza per capire che cosa è la vita; nessuno
saprà nulla di me, mai più!...

Aveva risoluto di fuggire, d'andare a morir dimenticato, lontano da
casa, in un paese, dove combattendo per una patria non sua, potesse
presto finire la vita; pensava di sottrarsi così alla sorte che lo
aspettava, a un sagrificio per lui insopportabile.

La lucernetta che spandeva una luce moribonda sulla tavola sparsa di
carte, di disegni e libri scompigliati, mandò un improvviso bagliore;
la fiammella allungossi come una lingua di fuoco; e si spense. Dai
piccoli vetri della finestra cominciava a penetrare il primo
indistinto lume dell'alba.

Allora Damiano sospirò, un brivido mortale gli corse per l'ossa;
soprastato alquanto, levò gli occhi al cielo; ma la testa gli ricadde
sul petto: l'ultima voce della speranza non ebbe virtù di uscir del
suo cuore.

Si levò risoluto per partire; ma, passando dinanzi la porta socchiusa
dell'altra stanza, il pensiero di quelle due creature che sole lo
amavano sulla terra, quei pensiero che tacque tutta notte, gli parlò
allora, e sì forte che sentì di non potere staccarsi dalla vita senza
dare un muto addio, senza contemplar per l'ultima volta coloro a cui
volle ma non seppe rendere un solo giorno felice.

Entrò pianamente: la cortina dell'alcova era sollevata; il respirar
greve della madre dormente gli veniva all'orecchio. Si fece innanzi; e
il cuore battevagli più forte. Vide la Stella che inginocchiata a
piedi del letto di sua madre, abbandonato il capo e le braccia sulle
coltri, dormiva. Era in guarnellino succinto; mezzo disciolta la
treccia, e giacente in quell'atteggiamento in cui vediamo talora
scolpito un angelo che piange sovra una tomba. La buona fanciulla
aveva continuato a lavorare silenziosa fino a tarda notte; poi,
messasi in ginocchioni a pregare presso il letto materno, il sonno era
venuto a trovarla in mezzo alla sua candida orazione.

Una soavità inesprimibile toccò l'animo di Damiano: quella vista fu
come un avviso del cielo. Gli parve che un peso gli fosse tolto dai
cuore; i cupi pensieri che aveangli dato tortura, che lo avevano
condotto a disperato proposito, cominciarono a dileguarsi, come nebbia
che vapora, al raggio dell'aureola che pareva circondar l'innocente
addormentata. La Stella forse sognava in quel punto del fratel suo; e
in sogno pregava ancora.

Damiano sospirò profondamente; quand'ecco, la giovinetta sorge
d'improvviso sbigottita: poi riconoscere il fratello, gettarglisi al
collo con tutta la forza del dolore, come se negli accesi sguardi e
nella pallida faccia gli avesse già letto l'ascoso disegno, fu un
momento. Non si dissero cosa alcuna, ma i loro occhi si parlarono e
l'anime si compresero. Mentre Stella lo teneva abbracciato, Damiano si
sentì tornar in cuore la pace; gli parve quasi si riaprisse il cielo
per lui. Trovandosi fra le braccia di sua sorella, udendo la madre
che, risvegliata in quel punto, chiamavalo a nome, più non seppe
spiegare a sè stesso come, un momento prima, avesse potuto pensar di
fuggire, di morire. Fatta la mattina, levate le donne e messo un po'
d'ordine nella casa, Stella indossò il piccolo scialle e il suo velo;
poi facendo per uscire, come soleva quando non la pressasse il lavoro,
ad ascoltare una messa in Duomo, s'arrischiò di pregare il fratello
che venisse con lei e colla mamma. Damiano, che da lungo tempo non era
più entrato nella casa del Signore; udì quell'invito come una
inspirazione:--Oh! tu non sai, disse, il bene che m'hai fatto!

Andò egli pure con loro, e là sotto gli archi del Tempio maestoso,
dove fanciullo aveva trovate le prime speranze e le splendide immagini
dell'arte, si prostrò dinanzi al tabernacolo, depose nella preghiera
il segreto dell'anima, chiese colle semplici orazioni che gli aveva
insegnate sua madre perdono e soccorso da Colui che, dopo avergli data
la sua parte di dolore, gli dava allora quella consolazione.

Tornarono a casa; e Damiano sentivasi tutt'altro da quel di prima.
Cominciò a figurarsi meno trista la propria sorte, tornarongli in
mente i nomi di tanti che, prima del suo, erano usciti dall'urna de'
coscritti; e trovò in sè stesso la forza di rassegnarsi al destino.
Quel dì e i seguenti spese a metter in regola le poche faccende della
famiglia; parlò col signor Lorenzo, a cui volle confidare l'ultimo
frutto de' suoi guadagni di quell'anno; finalmente andò anche dal
pittore Costanzo, a pregarlo d'informarsi qualche volta de' suoi, e di
dargliene poi notizia, quando fosse lontano. Poi, stette ad aspettare
che il giorno della visita del militare e quello della partenza,
venissero; e bramava che la sua sorte fosse, quanto più presto,
decisa.

Già da parecchie settimane, il giovine Rocco più non era tornato a
visitare, come soleva, gli amici suoi. Damiano e le donne non sapevano
che pensarne; quand'ecco, una mattina--era alla fin d'aprile--s'apre
la porta, e tramutato di sembianza e di vestito, da non conoscerlo
più, lo vedono comparire.

--Signora Teresa, signora Stella! diss'egli con voce timida e
commossa: vengo a salutarvi, perchè... men vo lontano di qui, dove Dio
vuole.

E stesa loro una mano, col rovescio dell'altra rasciugossi una
lagrima. Era vestito d'una casacca nuova di tela grossolana; portava
le uose nere e male assettate alle gambe, e sul berretto alla
soldatesca, cucito in rosso il numero 8. Una gioja schietta gli
sfolgorava dagli occhi di quando in quando; ma un misto di tenerezza e
di non so qual vergogna lo faceva arrossire, gli troncava a mezzo le
parole. A un tratto si fermò su' due piedi, come aspettasse che gli
dicessero qualche cosa; e appoggiando il rovescio della mano al
berretto, storpiò in modo burlesco il saluto del soldato.

Damiano era uscito; e le donne sulle prime non seppero spiegarsi
quella metamorfosi del dabben giovinotto. Ma quand'egli, impacciato a
parlare più ch'esse nol fossero a comprenderlo, balbettò che quel dì
partiva collo schioppo e col zaino; e quando porse loro in un foglio
con un gran sigillo non so che carte per Damiano, e fatta una
giravolta sui talloni cercò d'imboccar la porta; allora la verità fu
come un lampo per la Stella. La quale, correndo a lui col volto
bagnato da lagrime di gioja e di riconoscenza, non potè stare
dall'abbracciarlo come fratello, dicendogli:--Che il Signore ti
compensi, o nostro amico, o nostro protettore! Egli accetti il tuo
sagrifizio, Egli solo ti può benedire.

E ciò detto, lasciò con angelica espressione d'affetto cadere la testa
sul cuore semplice e sublime di Rocco.

Arrossì il poveretto fin nel bianco degli occhi, si confuse, volle dir
qualche cosa, e non lasciò capir altro che questo:--Quel ch'io fo, me
lo insegna il mio buon angiolo!

E togliendosi bruscamente alle inchieste, alle premure, alle
benedizioni della madre e della figliuola, per tema che Damiano
tornasse troppo presto, aggiunse:--Pregate qualche volta anche per me,
che non ho conosciuto nè padre, ne madre; a cui nessuno, fuori di voi,
ha voluto bene!

E se ne andò difilato, senza aver coraggio di volgere indietro la
testa.

Aveva lasciato alla vedova le carte che dichiaravano essere lui
entrato al servizio militare in luogo di Damiano: e la mattina
appresso, col cuor leggìero e contento, e colla persuasione di aver
fatto la cosa più naturale del mondo, partiva cogli altri coscritti
per lontane contrade, onde forse non doveva tornare mai più.


                        _Fine del tomo primo._



                               DAMIANO

                                STORIA
                        D'UNA POVERA FAMIGLIA

                              RACCONTATA
                                  DA
                            GIULIO CARCANO


                               Vol. 2.


                                MILANO

                           BORRONI E SCOTTI

              TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI

                                 1850



Capitolo Primo.


Che sarebbe mai la vita, se l'uomo non portasse con sè quella
consolazione che da nessuna filosofia gli può esser data, ma ch'è più
vera d'ogni filosofia, la speranza del bene? E dove andrebbe il
figliuolo del povero a cercar la ragione della onestà e del coraggio,
la sua allegrezza e la sua pace, la forza della fatica, l'affetto de'
suoi, se non avesse la speranza, quella virtù bella come la fede,
forte come l'amore?... Ah sì, tutti dal primo all'ultimo, dobbiam
respirare e soffrire per qualche cosa di più grande, dì più vero, che
non sia la giustizia di questo mondo.

La scuola severa delle nazioni, il cammino dell'incivilimento, quel
progresso, di che tanto si scrive e si ragiona al nostro tempo,
generano verità che, per esser feconde, debbono maturare nel popolo.
Coloro che han cuore di rinnegar questo bisogno di libertà e di
giustizia che ovunque si fa sentire, e coloro che non sanno levarsi
col pensiero ad un'altezza, dalla quale l'individuo col suo egoismo e
colle sue piccole passioni dispare nell'immensa luce del vero, e il
mondo si presenta allo sguardo, qual fu da principio, l'opera di Dio,
maledicono l'avvenire, s'attaccano ostinati al passato; e incapaci del
sacrificio, adoperano a seminare odii, vendetta e corruzione, quasi
per far necessaria e perpetua in terra la legge di Caino. Ma invece è
scritto:--«_Il ricco e il povero si scontrano l'un l'altro: il Signore
è quello che li ha fatti tutti._»

Un anno vede passare uomini e cose; ma Dio non le perde di vista. Un
anno passò, da che nella famiglia di Damiano eran succeduti i pochi e
oscuri avvenimenti narrati fin qui; pochi e oscuri, ma pieni di
contrasto, di dolore, e che potevano esser cagione d'altri affanni,
d'altra miseria. E in quell'anno la disgrazia, che s'era dapprima
ostinata nella sua persecuzione, pareva come averli dimenticati nella
povera vita che menavano, sdegnosa forse di mettere a più dura prova
le anime semplici e coraggiose che di buon'ora s'eran fatte dimestiche
con essa. Anzi in quel tempo il cielo s'era fatto sereno anche sopra
di loro; e come par più lucido e bello il cielo dopo la tempesta, così
anche la vita, ben che di molto non fosse mutata per essi, passava
almeno più tranquilla e più contenta; e poche liete vicende avevano
posta ne' lor cuori quella confidenza del futuro che nessuno può
promettere lunga e certa sulla terra, ma che pur sempre è grande ajuto
a' buoni.

Non vo' già dire che alla nostra piccola famiglia fossero mancati in
quell'anno giorni d'angustia e d'amarezza; e prima di riposare nella
tranquillità in cui la ritroviamo al ripigliar del nostro racconto,
aveva contate novelle disavventure, attraversate altre prove: il
patimento e la disperazione erano entrati un'altra volta nella
casuccia; e là s'era tribolato, s'era pianto e pregato ancora.

Damiano, allorquando seppe l'incomparibile sagrifizio che il buon
Rocco aveva fatto per lui, non volle a nessun patto accettarlo; e
senza por mente alle lagrime, agli scongiuri de' suoi, si profferse
alle autorità per rompere l'obbligazione assunta in sua vece dal
compagno; corse di qua, di là, ma non ne venne a capo, poichè tutto
era in regola; e lo stesso signor Lorenzo, senza nulla dirne, aveva
dato mano al buon garzone nel mandare innanzi quel suo generoso
proposito. Altro rimedio dunque non vi sarebbe stato che d'arruolarsi
egli pure in compagnia dell'amico, il quale per parte sua giurava di
non voler lasciare il servizio militare, nel quale s'era fatto
scrivere--diceva--proprio per genio e ardor guerriero. E poi il
battaglione dei nuovi coscritti era partito; e non ci volle meno di
tutta l'autorità ed eloquenza del vecchio commilitone del padre suo
per distorre Damiano dall'ostinata volontà di dividere la sorte
dell'uomo che aveva offerto la propria per la libertà di lui. Inoltre,
l'antico soldato nutriva in segreto altri disegni sul figliuolo di
Vittore; e per qual sia cosa non avrebbe sostenuto di lasciarlo
partire; senza dir poi che, al suo modo di vedere, avrebbe creduto di
far troppo oltraggio alla memoria del velite amico suo.

Ma l'interno scontento e l'urto di tanti e contrarj affetti, oltre ai
travagli durati in quel tempo, avevano rotto le forze di Damiano; e
una violenta febbre che lo sorprese fu quella, più di tutto il resto,
che vinse l'ostinata sua ripulsa e gli fece consentire che Rocco
avesse a dare otto anni della sua vita per lui. In questa non breve
malattia, Stella, buona e amorosa consolatrice, non si distaccò mai
dal suo capezzale; e Damiano, ch'era sempre taciturno e tetro,
lasciava sfuggir qualche volta un leggiero sorriso d'amore appena la
sorella venisse a sedergli a lato, e cercasse coll'ingenua dolcezza
delle sue parole spargere qualche balsamo sull'anima sua malinconica e
ferita. Ella sola poteva comprendere ciò che Damiano patisse; ella
sola poteva avere la forza di soffocar l'angoscia e distrarre
dall'inquieta mente del malato i fantasmi che l'assediavano tuttora, e
che, al rincrudir della febbre, parevano pigliar rapido moto e
sembianze più strane.

Già da prima Damiano avea giurato di dire addio per sempre all'arte,
l'unica e la più cara cosa che fino a quel dì avesse avuto sulla
terra: poichè fallire il primo passo, vedersi innanzi ogni dì più
grandi dubbiezze da superare; i pericoli da vincere; la mancanza di
una guida severa e forte, che lo reggesse sul principio del difficil
sentiero; e più ancora la tirannia del bisogno che gl'imponeva di
lavorar senza posa, per sostenere la sua e due altre vite a lui più
care della sua; tutto l'aveva persuaso di rinunziare al primo suo
sogno di gloria, e di mettersi senza dimora per qualche sicura e
facile via che gli desse modo di trovare un pane quotidiano. La voce
del dovere aveva parlato più forte; la ragione rinvigorita gli
dimostrava che l'artigiano, se pure attivo e onesto, può esser utile,
può esser grande nella mediocre sua sfera, meglio che il tronfio
artista il quale prostituisce l'ingegno alle fastose passioncelle o
alle lascivie della moda; meglio che il ricco, il quale si stima
filantropo e tutore delle arti perchè getta alla cieca il suo oro a
que' che si vendono, corpo e anima, a' suoi pranzi, alle ville, alle
feste, vili peggio di que' giullari e di que' nani e buffoni che
facevan codazzo a' tirannelli del medio evo, per diradar con motti e
piacenterie le nebbie della lor noia. Damiano dunque si rassegnò,
poichè gli veniva manco e tempo e studio e libertà, a cercarsi un'arte
più umile, per la quale bastasse aver onestà, buone braccia e volontà
costante.

Ma, caduto malato, gli convenne aspettare a mettere ad effetto il suo
proponimento; e intanto la perdita del povero pittore Costanzo, di
quel suo amico e maestro, che andava di lui così superbo, questa
perdita che Stella voleva, ma non seppe, tenergli nascosta, aveva
cresciuta la sua tristezza sì fattamente, che non parlò più del
passato, e si consolò quasi d'aver rinunziato a tentare di riuscir
grande nell'arte.

Appena si riebbe dal male sofferto, Damiano volle pagar l'ultimo
tributo del cuore all'uomo semplice e virtuoso ch'egli aveva amato
come fratello, venerato come padre; e andò al cimitero di san Gregorio
fuori della porta Orientale, dove avevano sepolto, dopo il più gretto
mortorio, il vecchio pittore. Quest'uomo, rimasto solo al mondo, poi
ch'eragli morta la moglie e morto il figliuolo, aveva veduto svanire
ad una ad una le sue liete aspettative; eppur seppe conservarsi
nell'anima modesta le giovenili illusioni, l'ilarità e la pace d'una
vita cominciata e compiuta in una nuda e antica soffitta, dinanzi al
suo emerito cavalletto, a' suoi vecchi e polverosi modelli di gesso,
non lasciando nessun desiderio quaggiù, fuor quello di potere avanzar
tanto da andarne a morire a Roma, nella città eterna, nella patria
degli artisti, com'egli usava dire. Damiano versò una lagrima sulla
recente fossa dell'amico, e gli dolse di non averlo potuto vedere
negli ultimi momenti, dubitando fosse morto col pensiero di essere
stato, come da tutti, anche da lui dimenticato.

Un mese di poi, il giovine aveva cominciato una novella vita, e si
sentiva contento della fatta risoluzione. Egli s'era allogato
nell'officina d'uno de' più stimati intagliatori in legno che fossero
nella città. E come, appunto di quel tempo, vedevansi tornate in
onore, nelle case de' signori, le antiche suppellettili scolpite a
fogliami e rabeschi, porte, specchiere, cornici fornite di bizzarri
emblemi, di fiori, di puttini, di sfingi e di tutti i capricci
dall'arte partoriti nel secolo del Bernino, il nostro Damiano, il
quale conosceva per genio naturale e per istudio il disegno
d'ornamenti, e avea somma facilità nell'abbozzar figure e fregi con
novità e buon gusto, fu accolto, festeggiato dal padrone
dell'officina, e posto di subito alla testa degli altri artigiani,
affinchè ne vigilasse e dirigesse i lavori. Egli allora, volendo
proprio riuscire a bene in quest'arte, comechè fosse la men lontana
dagli studii da lui fatti e amati tanto, imprese a ricercar più
attento come potesse acquistar quella maestria che aveva pur bastato a
dar nome e fama a non pochi. Anzi, persuaso quanto sia facile, in
questo genere dell'arte, il cadere nel lezioso, nel trito, nel falso,
pose studio soprattutto ai modelli de' famosi fregi che sono ancora la
maraviglia di chi li vede dipinti nelle logge del Vaticano e a cui
die' nome Raffaello; s'innamorò di quel sapor d'arte antica che il
Cellini trasfuse nelle sue delicate e stupende invenzioni; e cercò,
per quanto era da lui, che tutte le opere lavorate nell'officina del
suo principale avessero non so qual rimembranza di quella gentilezza
d'arte italiana, che mai non potè scompagnarsi dal vero bello. In
questo modo ogni più piccola opera che si fosse, ogni arnese,
quantunque comune, dalla più modesta cornice di legno fino all'ampia
seggiola stagliata, allo scolpito padiglione e alla superba scansia
adorna di statuette e di stemmi, non usciva dal negozio del signor
Natale, senza chiamar sopra di sè l'attenzione de' committenti, che vi
trovavano eccellenza di pensiero e di fattura.

Così ben presto, la ricca bottega del signor Natale l'ebbe vinta sulle
altre rivali in quell'arte; le commissioni, in pochi mesi, eransi più
che addoppiate; parecchi fabbricatori e negozianti di suppellettili
forestiere (come bisogna fare, per accontentar lo svanito gusto di
tanti ricchi che aggrinzano il naso, solo al sentirsi proferta merce
del paese) facevano di nascosto lavorare in quella fabbrica ogni sorta
d'arredi e d'ornati, che poi vendevano a gran costo, come preziose
novità venute di Parigi e di Londra; la perfezione del lavoro cresceva
il diritto d'elevarne il prezzo, e quindi rendeva agevole di compensar
meglio i buoni artigiani. Tutto questo il signor Natale lo doveva allo
zelo, all'attività del nuovo commesso: di modo che, dopo i primi mesi,
per tenersi sempre più a' propri negozii, s'indusse ad aumentargli la
mercede, da tre a quattro lire al giorno, lasciandogli anche sperare
di più, se l'industria avesse a continuar per quel buon cammino.

Ormai Damiano vedevasi più contento della propria condizione. La
povertà, che prima aveva tenuto lui e la famiglia nelle sue strette,
più non gli fece spavento, dacchè vide che col volere e colla
rassegnazione un uomo può bastare a sè stesso ed a' suoi quando che
sia. Gli artigiani, de' quali era il capo, gli volevano bene, perchè
si mostrava amorevole e buono con loro, e studiava di tenerli in
onore; sua madre e sua sorella, che per lui avevano cominciato a
contar giorni migliori, non ristavano dal benedirlo, e vivevan
contente della sua contentezza, vedendolo ogni dì, quanto prima era
malinconico e sdegnoso, altrettanto sereno e in pace.

La bottega del maestro intagliatore era situata in una delle più
larghe e frequenti corsìe, grandiosa, ben ordinata, fornita di
macchine e modelli d'ogni maniera, sì che poche di simili, o nessuna,
tu n'avresti trovato in Milano. Vi si contavano da trenta e più
operaj, distribuiti a' diversi lavori d'intaglio, secondo che volevano
esser fatti da mani più o meno adatte ed esperte; ma posti tutti
quanti sotto la vigilanza di Damiano, il quale avea l'incumbenza di
capo-disegnatore. E quegli operai, giovani la maggior parte, gli
obbedivano tutti di buon grado, comechè egli se li tenesse quali amici
e compagni, non esigendo da loro che puntualità, attività e concordia.

Eran sei mesi che il giovine si trovava così allogato nella sua
novella condizione; e poteva dirsi veramente che l'officina avesse
mutato faccia del tutto; poichè l'artefice, al cui luogo era entrato
Damiano, non sapeva, un po' pel rozzo costume e un po' per ignoranza
dell'arte, tenere imbrigliata quella mano d'uomini d'ogni stampo, che
si ridevano di lui e s'eran fatti pressochè tutti rissosi e beoni. Ma
quando Damiano venne e li conobbe, volle che, prima d'ogni cosa, fosse
data licenza ai cattivi; e rinnovata così la piccola schiera degli
operai, tutto camminò in breve a dovere.

I lavoratori erano separati in tre vasti locali a terreno, ben
rischiarati da alte e frequenti finestre; le tavole de' modellatori,
degl'intagliatori e dei semplici falegnami si succedevano in lungo
ordine; cosicchè ciascuno a parte accudiva al proprio lavorìo, e pur
tutti in una stavano sotto l'occhio del padrone, a cui bastava di
venire a quando a quando sul principale ingresso dell'officina, e di
volgere uno sguardo all'ingiro, per accertarsi in un momento come la
faccenda non potesse camminare in modo più ordinato e pronto. A capo
dell'officina, sopra un rialto ricinto da un cancello di legno, era il
piccolo studio di Damiano; il quale, stando colà a disegnare, a
rivedere o correggere i disegni preparati da' modellatori, teneva
sempre l'attenzione su tutto l'andamento della manifattura, e bastava
colla sua presenza a metter freno a que' tumulti e guaj che qualche
volta, sebben di rado, venivano a nascere.

Così, al paragone di quella ch'era stata prima, la fabbrica del signor
Natale era diventata un modello d'ordine, e di puntualità, cotanto può
sopra le inquiete e resistenti volontà di molti la mitezza e il buon
senno d'un solo, allorchè con sincerità e benevolenza non calpesti ma
consigli, non rampogni ma persuada coloro a cui tocca obbedire.

I giorni operosi e alternati dalle cure diverse del novello stato
fuggivano lieti e uguali al buon Damiano. Ogni mattino, trovandosi al
suo scrittojo, in mezzo alle sue cartelle di disegni, a' pochi libri
dell'arte sua e alle svariate e fantastiche creazioni della matita e
del pennello, circondato da brava gente, fra cui non era un solo che
non sarebbe, come si dice, ito nel fuoco per lui, sentiva vieppiù cara
quella contentezza che viene dal dovere adempito e dalla virtù
confidente nella riuscita; e ringraziava la Provvidenza che gli avesse
fatto in tempo rinunziare a più alte, ma più dolorose speranze. Quando
poi, la sera, ritornato a casa, trovava la vecchia mamma intenta ad
apparecchiar quel desinare che la fortuna rabbonita le concedeva di
non rifiutarsi, quando udiva la sorella canticchiare in armonia col
canarino che rispondevale dalla gabbia sul davanzale, o la vedeva
inchina al telajo trapuntar frettolosa, per non perdere gli ultimi
raggi del sole morente dietro le aeree guglie del Duomo; allora,
superbo quasi di pensare che quella modesta pace era opera sua, egli
provava una gioja non mai gustata, non pur creduta in addietro, e gli
spuntava negli occhi qualche lagrima di tenerezza. Anche la Teresa, da
parecchi mesi rinfrancata di salute, più non aveva indosso quell'umor
tetro e increscioso che già l'intristiva: e se ora, per gli anni
cresciuti e per la vista che andava scemando, non reggeva più ad
agucchiar tutto il dì com'era usata, godeva almeno di star sempre in
faccende, qua e là per la casa, e di pensare a cento cose: dappoichè
quel ch'era guadagno de' figliuoli era pur suo bene; nè più si vedeva
stretta a darsi passione, ad anfanare in tutto per non morir di fame.

Allorchè poi all'onesto giovine riusciva con qualche risparmio, o
regaluccio del principale, di poter comperare un vestitino di percallo
od un cappellino di paglia per la sua Stella, ovvero uno scialle di
lana color marrone, od una scatola da tabacco per la mamma, era in
casa una festa, un'allegria per tutta settimana. Quelle anime
eccellenti avevano perduto quasi la memoria delle disgrazie passate; e
senza spavento di que' giorni in cui avevano dovuto lottar contro la
povertà e l'infamia, e che potevan tornare, confidavano nel Signore e
lo ringraziavano di non averli dimenticati. Il segreto poi della
Teresa era il pensare al tempo non lontano in cui Celso, detta la
prima messa, avrebbe ottenuta qualche piccola parrocchia in campagna e
un loghicciuolo; e là avrebbe con sè raccolta tutta la famiglia.



Capitolo Secondo


Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra
famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali
parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece
furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie
che l'aspettavano ancora.

Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del
signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il
libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il
principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani.
Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero
all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor
Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non
sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per
ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che
veniva:--Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho
a parlarvi.

Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto
al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto
il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia
coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi
e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col
padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose
commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo
debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello
sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga
polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e
involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che
fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato.
Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate
in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.

--Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè
sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella
sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un
testimonio.

--Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire....
stava pensando.... credeva.... anzi non dubitate.... pagherò
subito.... venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani.... anche
quest'oggi, se volete, a casa mia.... e vi saranno puntualmente
sborsate le milleduecento lire....

--Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi
scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene,
noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto,
mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò
qualche giorno ancora.

--No, no, venite pure domani.... vi aspetto e vi saluto.--E come si
trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro
fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe.
Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che
alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima
vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata,
volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale
che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.

Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima
aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano.
Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa,
addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava
per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e
la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il
cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in
casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino.
Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi,
allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare
più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse
di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando
che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi
arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che
vedemmo.

Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando
volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi
in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non
cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il
vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante,
lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un
sogghigno di più fredda ironia: --Lasci pure, disse, signor Natale,
non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!

Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili,
da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di
quella umiliazione.

Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di
siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa,
ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co'
suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel
fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto
non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo
sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella
vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera
voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne
fu per più giorni travagliato.

Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio,
quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio
innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo
della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere
svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non
s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore
di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la
quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor
Omobono.

Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore
gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito
indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua
assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto
che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse
dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva
gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo
raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.

Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli
attraversò il cammino, e:--Cosa viene a far qui, lei? gli disse.

--Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.

--Non mi conosce più, signore?

--Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.

--Non sa chi sono?

--So che lei è un temerario.

--Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in
questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?

--Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.

--Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.

E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva;
sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per
veder se alcuno venisse.

Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando
il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:--Noi siamo poveri,
ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la
nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del
ladro, peggiore fors'anche della spia....

--Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.

--Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a
mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non
verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le
potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io....

--Lasciatemi stare!

--Va pure.... ma no, aspetta.--E qui gli diè un altro squasso; onde
colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle
calcagna.-- Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita,
farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega
nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me....
Ora va, cane senza denti, birbone dannato!

Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come
gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono
udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e
punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far
mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e
ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di
Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un
pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio
in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita
della destra, e aggiunse:--Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho
detto, e stieno fra me e te!--L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando
per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più
presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello
scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del
dialogo.

Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una
risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane
del pagliajo colla coda fra le gambe.

L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono,
bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora
Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un
doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche
imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il
nome dì suo padre, e finì dicendo:--Dio non abbandona il povero,
quando esso non si vergogna della sua povertà!

Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine
dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi
uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al
valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente
transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo
tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.

Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria
di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani,
quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella
lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia.
Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco
anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico;
disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui
più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli
insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata,
ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che
l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser
comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il
mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della
virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro
della fabbrica.

Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una
settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora
gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che
il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto,
in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino
alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici
della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un
dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.

Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il
suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia
nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una
specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover
del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a
quando a quando l'un contro l'altro i pugni.

--Dunque m'avete ben capito, signor Martini.... diceva l'Omobono.

--Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a
ogni minuto?

--Via! non andate in bestia.

--C'è bisogno di fare il nome alla gente?

--Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto,
non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra
Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a
quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?

Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo
compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India
armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo
mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe'
bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.

--Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto
in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio,
che con un buffetto gli fate baciar la terra.

--Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse
il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va
dell'onore....

--È un affar d'onore, ve lo dico io.... un grosso affare....

--So press'a poco--e tornava a parlar sommesso--di che si tratta; e
non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po'
anche lui.... è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io
in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia....

--Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia....

--Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia.... E poi,
vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.

--Il mio committente, quel signore che sapete.... perchè, torno a
dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia.... se lo conosco
appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in
gola io.... Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda
cammina diversamente.... Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu
con simil razza.... e non di manco tiene una vecchia partita da
saldare.... a qualunque costo. Ma lui.... capite? quando paga, paga
bene.

--Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza
darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi
tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose,
non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli
del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini
chiara, come l'acqua fresca.

--Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se
una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser
ben certo che ne venga fuori con onore!... Anche a me, mi preme più
che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due
principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi
serra un occhio.

--Sta bene. Dunque....

--Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel
farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar....

--E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!--E qui battè sul
deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.

--Sia per non detto; un'altra caraffa.... e amici come prima.

--Eh! che del vostro birrone me ne infischio.... è un acquerello che
nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac;
quello sì m'acconcia lo stomaco.

--Bottega! cognac, del buono.

--Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo
da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia
impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro;
stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.

--Alla salute di quell'amico!

--Come volete; e alla nostra!

Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a
centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un
fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò
pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori
dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del
tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama
di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la
pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli
occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.



Capitolo Terzo


In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***,
passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri
studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera
disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam
veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse
riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti
per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da
parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza
ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della
sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido
costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del
mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo
cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar
l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.

Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua
ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli
chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non
distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva
digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di
visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a
leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la
permissione del Padre.

Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora
raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle
sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della
sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa
vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la
messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui;
e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del
camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro
canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno della
_Voce della Verità_, ovvero delle _Memorie di religione e di morale_,
che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento,
fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso
ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una
scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero
abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo
gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava
colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al
suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli
regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e
d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza
della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non
osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era
mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a
poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali
il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile
corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far
venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile,
nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu
per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e
formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua,
attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E
questa fortuna era toccata al buon abate Celso.

Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo
mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e
allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva
di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con
cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali
soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia
Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure
qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre,
la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro,
ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo
mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.

Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre
usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza
che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate
intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle
solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare,
colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile
della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e
colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare
fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse
deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva
sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la
grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto
della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.

Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel
tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado
mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva
cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo
anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola
della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al
bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.

Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato;
e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva
stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del
bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al
passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte
il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la
memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi
cari, di vivere con loro.

Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva
il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che
aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia,
raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce,
le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che
volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il
passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di
compassione, usciva a dire:--Quel povero abatino non vuole arrivar a
tempo a dir messa!

Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi
nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa
deserta.

Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del
camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del
dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La
Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e
inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un
piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero
brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato
nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.

Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva
fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre
frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio,
l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni,
mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il
sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente
poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla
rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche
lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse
dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de'
_Pensieri del Pascal_.

La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che
l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe
tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli
villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il
padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di
metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole
il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le
badava punto nè poco.

La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con
ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di
conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici,
la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di
qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di
bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto
altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano,
coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto
d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera,
pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da
nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di
manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini,
e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione
dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di
porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie
d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.

Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio,
legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare
a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto
un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete
tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso
a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che
alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a
prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.

Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate
vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio
particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio
epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo
sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la
vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo
di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera:
ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse
il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que'
giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.

Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso
non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto,
nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi
ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la
vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva
a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per
correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come
l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse
attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar
chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.

--Che tu sia mal.... Misericordia! mi fa dire una bestemmia.--E
intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio
la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi
timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e
senza parlare.

--Chi siete? cosa volete, a quest'ora?...

--Ah se sapesse!... scusi, sappia....

--Che scuse? chi siete?... ripete più risentita la vecchia, mettendo
un pugno sull'anca.

--Forse non mi conosce più; sono la sorella dell'abate Celso.... ho
bisogno, sul momento, di dirgli una parola.

--Sorella?... sul momento?... Che sorella?

--Si tratta d'una gran cosa.... Per amor del cielo! mi lasci venire
innanzi.

--Mo, siete bella! sono obbligata a conoscervi io? a quest'ora non si
va per le case....

--Oh! non mi faccia piangere.... è per la povera mamma, è per il
nostro Damiano!...

--Andate via, vi dico; il Padre non c'è; e queste son ore illecite....
e non si parla con nessuno.

Se non che il giovine abate, per codesto diverbio distolto un istante
dal meditare sul severo volume, alzando il capo, riconobbe la voce di
sua sorella: e correva verso di lei nell'altra stanza:--Mia buona
Stella, sei tu? perchè vieni qui, tu, così sola?...

Ma non ebbe finito di dire, che mentre la fanciulla affannosa
s'avanzava verso di lui, nel vano della porta rimasta aperta, videsi
comparire, all'incerto lume del crepuscolo che rifletteva sul
pianerottolo, la negra e inquisitoria figura del padre Apollinare.



Capitolo Quarto


All'improvviso comparir del padre Apollinare, gelarono le parole sul
labbro della tremante giovinetta, si snebbiò subitamente il volto
della vecchia, e l'abate Celso, fulminato da quel noto sguardo
austero, indietreggiò d'un passo; ma, nella confusione del momento,
non si scordò d'intascar prestamente il tomo del _Pascal_, che teneva
ancora fra mano.

Il Padre, che per fermo aveva riconosciuta la giovine e indovinato
fors'anche, press'a poco, a che ne venisse, si avanzò lento e
contegnoso; e facendo capir con un cenno all'abate Celso che lo
aspettava nel salotto, ve lo precedette. La vecchia, tra sospettosa e
impaziente, gli si tenne alle calcagna, per veder di cavare dalle sue
prime parole qualcosa dell'avvenuto, o, se non per altro, per metter
male.

Intanto Stella, come rianimata dall'angoscia medesima che le stringeva
il cuore, corse pronta a Celso, e giungendo le mani:--Ah tu non sai,
proruppe sommessamente, tu non sai perchè vengo qui.... Il nostro
Damiano....

--Damiano?... ma cosa è successo?--E Celso impallidì.

--Oh Signore! non ho il cuor di dirtelo.... ma, è vero! Ieri.... sulla
bass'ora.... L'han preso, l'hanno condotto in prigione.

--Povera mamma! poveri noi!--esclamò il giovine abate; e subito,
abbassando la voce:--Ma come?... ma perchè mai?

--Dio lo sa!

--Ma cos'ha fatto?...

--Per me, son certa che Damiano non ha fatto nulla di male.

Appena si dissero queste rapide, dolorose parole, la porta del
salottino venne aperta dalla Dorotea, e fu udita la voce del
Padre:--Don Celso, venite pure... E passi anche lei, quella giovine.

Senza più far motto, il fratello e la sorella, benchè tutti e due col
cuore spezzato, si fecero innanzi. L'abate si accostò allo scrittojo,
dietro al quale stava il Padre nell'imbottito seggiolone, colle
braccia incrocicchiate, coll'occhio scrutatore, colla fronte
impensierita. Ma la fanciulla, appena fu nella stanza, si fermò tutta
peritosa tra la porta e la finestra: non osava sollevar gli occhi, e
non sapeva perchè il cuor suo tremasse più di prima.

--Che cosa dunque siete venuta a fare in casa mia?... disse, rivolto
alla giovine, con voce tutt'altro che confortatrice, il Padre.

La Stella non rispose, non ardì nemmanco levar la fronte da terra.

--Una disgrazia ben grande... cominciò a dire Celso, accorgendosi
della timidezza e della confusione di lei.

--Mettete ch'io sappia già tutto: con più rigido accento s'indirizzò
il Padre al suo giovine accolito: mettete ch'io sappia che Damiano,
quel vostro fratello, il qual segue da un pezzo la mala via, cominci a
ricogliere ciò ch'ha seminato.

--Ah no! no, non creda.... uscì con impeto allora la povera Stella,
che troppo amava il suo Damiano per sentirlo malmenare così, nell'ora
della disgrazia, e tacere.

--Come, Padre? lei dunque sa?... la interruppe Celso, affinchè non
venisse a cadere anche sopra di lei il rimprovero del suo superiore.

--So quel che è: ripigliò l'ex frate, collo stesso rigido e monotono
attento.

--Ma è una cattiveria, sa, è un'ingiustizia che gli han fatto.... disse
la Stella, sfidando con innocente franchezza quell'impassibile sguardo.
E poi:--Anche lei lo sa? e non son passate le ventiquattr'ore?...

--So tutto, ripeto. Gli è poco che vostra madre ha parlato col
reverendo parroco di san Calimero; non è così?... D'altra parte, le
son cose che, pur troppo, si ponno predire buona pezza prima che
succedano.

--Oh! se lei conosce questa cosa trista, si fece coraggio a replicare
l'abate, per carità, Padre, ci dica tutto quello che sa, ci tolga da
quest'angustia, ci assicuri lei che nostro fratello è innocente.

--Non vi accorate così: con flemma riprese il Padre: son cose, è vero,
che riguardano un poco le vostre attinenze col secolo....

--Ma è nostro fratello!... non potè star di ripetere la giovinetta.

--Un po' di rispetto, quella giovine; lasciatemi dire, e pensate ch'io
vi posso far del bene. In quanto a voi, don Celso, lo sapete,
quantunque a me non tocchi di farvene ricordare, quello che per voi ho
già fatto. Alla morte di vostro padre, che, per verità, nel tristo
tempo suo, poco e male ebbe a pensare a' figliuoli, io vi ho ricevuto
in casa mia, per esaudir quel buon desiderio, a cui l'indole vostra e
la divozione di vostra madre v'indirizzavano; vi ho fatto studiare, vi
ho scampato dall'influsso de' pseudo-filosofi del tempo nostro; e come
il vostro cuore è docile, ho potuto concepir di voi le migliori
speranze.

--Ma io tremo adesso.... ma io penso...

--Pace, il mio giovine, pace, indifferenza, e sommissione: son queste
le virtù necessarie, per ottenere la grazia d'un distacco totale dagli
affetti e dalle cose di quaggiù.

--E la mia povera famiglia ch'è oppressa? e una madre....

--Vi ho detto: pace! e voi vi agitate e tremate, come l'uomo ch'è
schiavo della passione e della colpa. Raccoglietevi un poco,
ricomponete il cuore, e ragioniam delle cose pacatamente.

--È impossibile! io voglio vedere mia madre; in un momento come
questo, essa ha bisogno di me; chi vuole che le parli, che le dica una
parola di consolazione?... E poi... Damiano! chi lo ajuterà, chi farà
un passo per lui?.....

Mentre così parlava con tutto il calor dell'anima affettuosa, Celso
fece come per tirarsi più vicino alla sorella; e questa, a cui le
gelide parole udite crescevano l'angoscia e lo sgomento, mosse
vivacemente verso di lui.

--Sì, diss'ella: noi vogliamo andare dalla nostra mamma!

--Noi vogliamo!--E il Padre crollò un poco il capo, poi sorrise tra
amaro e scherzoso; e continuò col medesimo tuono inesorabile:--Lasciate
pensare a cui tocca; noi rimedieremo, per quanto si possa, al mal fatto,
purchè la vostra volontà si pieghi e si rassegni ai rimedii necessarii.
È bene che, per ora, voi, don Celso, rinunziate a veder vostra madre; è
già notte, nè io potrei permettervi d'uscire; non sarebbe dicevole e
onesto che, ad ore così tarde, vi faceste veder per la via insieme ad
una giovine, ben che sia vostra sorella.

L'abate, avvezzo già da lungo tempo a una cieca e timorosa obbedienza,
non sapeva più che ripetere; l'affettuosa e buona sua volontà finiva a
ceder sempre all'inflessibile autorità del Padre, dalla quale non egli
s'era arrischiato discostarsi mai. E per lo passato molte volte aveva
provata nel cuore non so quale dolcezza nell'umile sagrificio di sè;
ma in quella sera che l'affetto parlava più forte, più vivo, non
sapeva rassegnarsi.

E cercava qualch'altra ragione da metter fuori; quando la Dorotea, la
quale s'era tenuta in disparte durante quel colloquio, e pareva
trionfar in sè stessa della piega che prendeva la cosa, non per altro
che per segreta stizza e mal talento verso il timido abate, si fe' a
un tratto in mezzo al fratello e alla sorella, e con un cotal suo fare
d'ipocrita compunzione:

--Domando scusa, se dico anch'io una parola. Non può stare,
certissimamente, come osserva sua signoria, che si passi sopra
all'onestà e al decoro: ma intanto, appunto per la ragione che l'ora è
indebita, questa giovine dovrebbe già trovarsi in casa sua; se le
preme d'esser tenuta una figliuola onesta.

--Anche questo è ben vero; riprese l'ex-frate: cosicchè, don Celso,
abbiate pazienza; bisogna che vostra sorella torni, senza perdere
altro tempo, a casa.... Anzi, pensandoci su, troverei bene che la non
avesse ad andar sola, e che la signora Dorotea volesse accompagnarla.

--Io? ma, come? e lei crede?....

--Ci avreste difficoltà? una donna come voi?

--Una donna come me? Cosa mai s'imagina vostra signoria?.... E come
potrei tornarmene indietro così sola, attraversar di notte la città,
nell'ora di tutti i pericoli, mettere in compromesso il mio carattere,
il mio pudore?.... Dico la verità, che vostra signoria, in questi
trent'anni, non mi ha mai comandato cosa simile.

Ma l'abate sentivasi tutt'altra voglia che di ridere; onde quel
subitaneo inferocir della vecchia gli fece quasi più male, che non gli
avessero fatto fin allora le gelide osservazioni del suo superiore. Se
non che la Stella, raccogliendo il suo coraggio innocente e sicuro,
tolse via ogni dubbio, e si fe' a dire:--È vero; ormai è notte, e la
mamma mi aspetterà; domando perdono, se son venuta qui a disturbare.
Celso, preghiamo il Signore, per Damiano e per noi... Quello ch'è
lassù, non abbandona!

E senza attendere di più, uscì del salotto, e diede le spalle a quella
casa, donde quasi la discacciava con indifferente apatia un uomo che
invece avrebbe dovuto, per il sacro carattere che portava, compatire e
consolare.

Il padre Apollinare, e l'abate rimasero soli. La Dorotea ch'era ita a
chiuder la porta dietro la fanciulla, si sentì paga abbastanza che la
cosa fosse riuscita al suo verso; accese la lucernetta di studio del
suo padrone, e posta che l'ebbe sullo scrittojo, senza far altre
parole, calò per l'interna scaletta nella cucina, e si rimise
tranquilla al suo passatempo di sgusciar semi di popone.

L'ex frate non parlava, e Celso, turbato da mille diversi pensieri,
avrebbe pur voluto domandargli qualche cosa di più chiaro e di più
certo sul caso di Damiano; ma non osava.

Forse il Padre indovinò quella segreta angoscia, ma non mostrò
d'accorgersene. Trasse fuori non so che lettere, le trascorse, le
rilesse; si pose a scrivere lentamente; spolverò, ripiegò, suggellò il
foglio, poi l'allogò a parte in uno stipo dello scrittojo.

Passò quasi mezz'ora; e l'animo di Celso, quantunque oppresso e
travagliato, non aveva saputo formar un pensiero di collera o di
amarezza contro colui ch'egli riguardava ancora come il suo
benefattore. Alla fine, il Padre levò la testa, e come s'avvedesse in
quel momento della presenza dell'abate:--Come? siete ancor qui? avete
forse qualche cosa a dirmi?

--Potrei adesso, rispose con esitanza, andarmene coll'angustia che ho
nel cuore? Ho veduto piangere mia sorella, non posso correre presso
mia madre; e quanto al povero Damiano....

--Dite, dite pure.

--Quanto a lui, non so nulla ancora della verità; faccia il Signore
che non sia!

--Non vi ho dunque detto abbastanza? ripigliò il Padre, corrugando la
fronte, e col tuono severo di prima. Or bene, datemi ascolto. Non per
nulla, io cercava fin qui di staccarvi dalla perniciosa influenza, non
dirò della famiglia, ma del fratel vostro. Io sapeva come costui
avesse cominciato male; e di fatto, non tardò a pregiudicar sè stesso
in faccia alle persone oneste, a svegliar l'attenzione dell'autorità:
sebben non avesse dato ancora serio motivo di censura, lo notavano
come una testa calda, turbolenta.... Da ultimo, nella fabbrica ov'è
impiegato, cominciò a mettersi in lega cogli artigiani più giovani e
più disperati, a farsi loro caporione, e a menar baldoria nelle
taverne de' sobborghi. Questi suoi capricci d'indipendenza, questa
audacia erano tristi principj; e tristo, come doveva essere, ne fu
l'effetto. Per dir tutto in una volta, jersera, ritrovandosi nella
compagnia di molti altri scioperati in uno di que' luoghi aperti al
bagordo e al cattivo costume, egli ne venne a rissa con alcuni
malandati del suo stampo, passò a vie di fatto.... e colto in
flagranti, fu catturato.

Come si rimanesse Celso, mentre gli ferivano il cuore, l'una dopo
l'altra, queste implacabili parole, lo si può appena pensare. Le sue
memorie, il suo affetto, ripugnavano a crederle vere; pur non sapeva
imaginare nè come nè perchè mai il Padre avesse a nutrir quel rancore
contro il suo sventurato fratello.

--Ecco il frutto della insubordinazione e della indipendenza, di
questa matta morale del secolo!...

Cosiffatta breve, irosa conchiusione, pronunziata dopo una pausa, con
non so qual feroce cupezza, dal padre Apollinare, strinse troppo forte
il cuore del suo alunno, che più non seppe nè parlar nè pregare. Anzi,
non potendo quasi reggersi in piede, s'abbandonò sulla prima seggiola
che gli venne trovata; e se il mesto lume della lucernetta fosse
giunto fino all'angolo ov'egli era, il Padre avrebbe veduto qualche
lagrima rigargli la faccia.

Di lì a poco, non l'udendo pur fiatare, gli si volse di nuovo, ma con
voce rabbonita:--Non intendo, per altro, di darvi troppa pena con quel
che ho detto; solamente ho voluto farvi vedere come non bisogni
confidare in noi, e nelle perfide illusioni della mente, e nelle
superbie del mondo. Lasciamo fare a coloro che si sono assunti il
grave carico di condurci, d'illuminarci, d'insegnarci a pensare, a
sentire, a vivere. Voi dovete ormai essere in questa persuasione; i
vostri studj, la vita che fate, l'avvenire a cui vi siete consacrato
ve ne fanno un debito irremissibile. Morire al mondo.... morire alla
volontà.... e poi, aspettare il premio della sommissione e della
perseveranza.

Con questa predica, la quale, per dirla, era una delle solite dal
Padre regalate al dabben giovinetto, egli stimava di tenere allacciata
e compressa quell'anima bisognosa di puri affetti e di alte verità. Ma
l'arido spirito non è parola di fede, e il gretto rigorismo non è
consiglio di speranza e d'amore.

--Via, lasciam tutto questo: riprese l'ex frate: non è di voi che si
tratta, ma della vostra famiglia. Prima di tutto, vi confesso che
compiango l'abbandono in cui vedo la sorella vostra.... Ditemi un
poco, quali sono le sue inclinazioni? la sua morale qual'è?...

--Oh, veda! essa è un angelo di bontà.

--Un angelo? badate a quel che dite, a simili irriverenti paragoni,
de' quali, pur troppo, si fa sciupo a questo tempo.

--Voleva dire ch'è una giovine, come poche ce ne sono; è così savia,
così buona; è come mia madre.... e poi attiva, onesta.... Oh se
sapesse! con che virtù, con che coraggio veramente cristiano han
sostenuto dolore, povertà e persecuzione....

E così dicendo, vivissimo affetto lo animava, e le sue guancie
coprivansi di un leggier rossore.

--Che intendete di dire? accipigliato lo interruppe il superiore.

--No, non c'è fede nè virtù che abbia merito presso il Signore, se la
virtù di que' buoni non gli è accetta.

--Fede? virtù? coraggio cristiano?... Ma dove avete imparato codesta
confidenza tutta terrena, codesta cieca presunzione?... Io, vedete,
io, con una parola potrei smentire tutto ciò che voi asserite così
esplicitamente. Ma passo sopra anche a questo, per il turbamento in
cui vi vedo.... se non che, ve ne prego ancora, moderatevi e date
mente al poco che mi resta a dirvi.

--Parli, Padre, parli; e mi perdoni.

--Vi dirò dunque che ho in animo, per mezzo di certe pie e
rispettabili persone, di sottrarre vostra sorella a' pericoli che la
circondano; io ne aveva appunto già messa qualche parola alcun tempo
fa; ma, adesso me ne fo un assoluto dovere; adesso, non c'è a perdere
un'ora. Io son certo che in qualche pia casa, in alcuno di que' ritiri
che la carità oculata apre anche in questa città alla virtù
pericolante, ella potrebbe sperare d'essere accolta. Ma temo, ve lo
confesso, temo la sua ripulsa, la sua ostinazione....

--E dunque, disse Celso con un sospiro, dovrebbe la nostra povera
madre restar là, sola, in giorni come questi....

--Anche a lei si potrebbe pensare.

--Ma, se la Stella....

--Quella giovine cammina sull'orlo del precipizio, ve lo dico io;
e.... tocca a voi a salvarla.

--A me? e come?

--Basta, per ora; sapete abbastanza, ci penserete su, e domani
concerteremo meglio quello che convien fare. Voi siete forse lo
strumento con che il cielo vuol menare a fine un'opera buona. Ora,
ritiratevi pure; dormite in pace, e domani mi renderete grazie di ciò
che intendo fare per la vostra famiglia e per voi.

E alzatosi dal seggiolone, egli congedava con un gesto grave l'abate,
il quale mutolo e confuso salì al suo freddo stanzino. Il Padre poi
passò nel salotto, ove la Dorotea avevagli apparecchiato, al solito,
qualcosetta per la cena; e sedè per rimettere in sesto le potenze
dello stomaco.



Capitolo Quinto


Amore e Odio sono veramente l'Ormuzd e l'Ariman che tengono il governo
delle cose umane; e nella continua guerra che l'un l'altro si fanno,
agitan del pari il potente e l'oppresso, turbano i sonni de' grandi e
de' piccoli, stillano balsamo o veleno nella vita del più povero ed
oscuro degli uomini. Amore e Odio non dimenticano mai; e per essi
bisogna imparare quella dolorosa e fatale verità che il male non muore
sulla terra. Ma quaggiù, noi vediamo che il piacere e il dolore, il
bene e il male van dietro l'uno all'altro, e s'alternano, come le
lucide ore e le ore brune, a tondo danzanti nel cielo della greca
mitologia.--E che più? Vien tempo che anche il dolore si trasmuta per
noi in ricordanza di soavità, in malinconico piacere; comechè abbiamo
in noi stessi quasi sempre un rimedio alle sventure in quella forza di
vita che, per non so qual sublime mistero, nutre insieme al dolore gli
affetti che lo vincono e lo fanno, direi quasi, necessario.
L'educazion del dolore suscita la virtù di combattere; perchè nel
combattere è la vita.

Damiano, a quel tempo, vedevasi dinanzi la bella prospettiva
dell'avvenire, come un cielo senza nubi, e contento dell'ignota ma
onesta sua sorte d'allora, non pensava più alle angoscie passate, alla
speranza un giorno sì cara e pur cagione di disinganni e di miseria.
Ormai, l'unico suo voto era quello di rendere più sereni e più quieti
i giorni che restavano da compire alla madre sua, circondandola
d'attente e confortevoli cure, procacciando a lei e alla Stella, ove
il potesse appena, quel poco agio che basta a render paghe e felici le
anime buone vissute a lungo nell'aria della povertà. Le abitudini
dell'assiduo lavoro e dello scarso bisogno gli avevan concesso di
poter già mettere a parte alcune centinaja di lire, le quali confidava
a mano a mano al vecchio signor Lorenzo, ch'era sempre l'unico suo
consigliere e amico: onde riusciva, col picciol frutto che aveva
cominciato a cavarne, a far qualche regaluccio alla Stella e alla
mamma; ed era felice della loro gioja, della loro sorpresa.

Quando il principale gli dava libertà, soleva con uno o due degli
artigiani suoi compagni andarne a diporto fuori della città,
camminando per molte miglia, discorrendo all'avventata di tutto quanto
gli venisse nell'anima, contento anche troppo, se in que' poveri
giovani della sua età, fratelli suoi di fatica, avesse trovato alcuno
che rispondesse alle idee non del tutto chiare, ma pur sentite e
vagheggiate dal suo caldo pensiero; sia ch'egli parlasse dell'arte
sua; sia che, levandosi quasi senza saperlo a più alte cose, tentasse
d'esprimere alla meglio la semplice e generosa fede del suo cuore, e
quella naturale persuasione di bontà e di giustizia che lo portavano
ad amare così forte tutto ciò ch'era bello, tutto ciò ch'era buono.

Talvolta ancora si conduceva tutto solo fino all'umile stanza di
Lorenzo. E il vecchio soldato, che, col tornar della bella stagione,
si sentiva tornar la salute, il buon umore e la sua antica baldanza,
lo vedeva così volentieri, e pregavalo che venisse a tenergli un po'
di compagnia nella sua solita passeggiata. E pigliavano insieme verso
a que' luoghi e per quelle stesse vie, fatte e rifatte tant'anni prima
da lui e da Vittore, ricordandosi fra loro delle famose guerre
d'Italia, di Spagna e di Russia, portando ancora la mano al cappello
nel pronunziare il nome di Napoleone, e bestemmiando per aver campato
dopo di lui.

Fermavasi per via, e appoggiandosi al bastone, il veterano parlava al
figlio del suo fratello d'armi; parlava del gran cuore e della povertà
di quel brav'uomo; poi passava a dir del suo paese, di tanti
spergiuri, di tante infamie, di tanti tradimenti. Allora pareva
rifarsi, qual era stato trent'anni prima, il fiero giacobino, il
soldato patriota. E poi, al tornar del 5 maggio, ch'era pur
l'anniversario della morte di Vittore, andavano silenziosi fino al
cimitero del Gentilino. Lorenzo, all'occhiello del vecchio pastrano,
aveva messo in quel dì un nuovo nastrino rancio e verde, nè diceva
sillaba per tutta la strada; ma teneva gli occhi a terra, e il bastone
sotto il braccio. E Damiano, venendogli a lato, provava allora una
compassione, un dolore nell'anima, al veder cadere una lagrima dalle
pupille del veterano su quella croce che portava il nome oscuro d'un
eroe.

Così passando la sua onesta e operosa vita, nè più temendo per sua
sorella, dopo quell'ultima spiegazione, esplicita abbastanza, che
aveva avuto coll'Omobono, il nostro giovine, come tutti fanno quando
ben cammina il presente, creava i più bei disegni per il futuro; nè
scorgeva la tempesta che già s'adunava sopra di lui.

Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro
fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e
di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare
amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con
loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la
tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo,
in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san
Cristoforo.

Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come
sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa del _Naviglio
grande_ e quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje,
vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina
Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal
trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora
in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume
dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere
a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina
osteria della _Samaritana_, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle
aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari
che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e
conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua
romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non
invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al
domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci
sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare... e sente ancora
il suo sangue antico.

La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi
secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia
facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le
reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della
nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma,
che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a
fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e
mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san
Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del
viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.

In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta
Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa
moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie
intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente
parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente,
che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua
cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori,
significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri
delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e
sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di
saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là,
per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza
che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni
biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente
che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le
grida trionfali e matte.

Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una
gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il
pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su'
panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja
bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni,
bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del
popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita
di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi,
lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e
sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le
famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente
ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro
provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro
desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace,
tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la
sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a
vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte
della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria
tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole
cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul
vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.

Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani
dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo,
Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto
con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina
arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo
scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli
strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri,
non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco,
non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.

Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a
quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta,
più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era
stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e
pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco,
usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla
sua bella amorosa.

Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura
d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa,
ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua
stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e
facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto
recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto
in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria
provocatrice.

Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre
persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola,
poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano,
per lasciar luogo a' nuovi venuti.

Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un
finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva
di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e
negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del
giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la
siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e
rotta in più d'un luogo.

--Ascoltate i miei giovani: diceva a voce alta il buon veterano, che
in quella lieta giornata sentivasi, dopo il tedio di tanti mesi,
ringalluzzare: Vedete! se tutti quelli che sono qui avessero capo e
cuore, come voi due che, per dirla com'è, tenete un po' a quel
ch'eravamo noi, vostro padre, o Damiano, ed io a' nostri bei tempi...
oh! allora si potrebbe far qualcosa di meglio che non vuotar fiaschi,
o cantar vespero, in onore e gloria del santo dal buon viaggio!

--Non parlate così forte, signor Lorenzo! l'interruppe Damiano,
perchè, in pubblico, non si sa mai che razza di bracchi ci fiutino
attorno.

--Eh! che m'importa a me? Tanto meglio! io per me, quel ch'ho nel
cuore l'ho sulla lingua; la mia franca ragione l'ho detta sempre, in
viso a tutti. E non son io, se...

--Bravo, signor Lorenzo! gridò l'ardito Giovanni: E così facessero
tutti!...

--So quel che dico, io: ripeteva Damiano.

--Tu sei un buon giovine; anzi, sei un uomo! tornò da capo il
veterano. Ma non hai veduto quello ch'ho veduto io!... E perchè gli
uomini, in certi tempi, son come le pecore, tu vai dietro al vezzo
degli altri, e non ti senti il coraggio di dir forte quel che
pensi.... Lo so bene anch'io, che c'è de' traditori, de' rinnegati, e
peggio. E non ho forse visto io andar tutto alla _cà de' cani_, per
causa di que' maladetti che han saputo dar a bere alla povera
gente?....

--Pure, non potè tenersi d'osservare Damiano, è meglio far che
parlare!

--Oh sì! benedetto te: ripigliò il vecchio: questa è la prima legge!
Ma, chi svigna, o sta a covar l'uova, come si dice da noi, appena
venga un buffo di traverso, cosa volete che faccia?... Lui,
quell'ometto che faceva ballar il mondo sulle dita, non ha voluto
saper che una cosa: _Avanti!_ l'ho sentito io, le cento volte,
gridare: _Avanti, miei Italiani!_ E noi, avanti! sarà quel ch'ha da
essere... e l'Europa era nostra. Ma, vedete, finchè egli camminò con
noi, che sapevamo la sua strada, ha fatto quel ch'aveva a fare; poi,
quando ha voluto impancarsi anche lui sopra un trono, e venire a patto
coi tuppè, addio bel tempo!... Eh! fu pur troppo così!

--Caro signor Lorenzo, avrete ragione, ma, per carità, non dite di
più: insistè Damiano.

--Oh, sta a vedere!...

--C'è della gente che cerca rogna....

--Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno,
io?

--E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a
chi vuole; a ognuno il suo!

--Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi
contentate di pane e di preti!... e venite qui a far baldoria, senza
pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a
quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi
bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar
questo nel cuore d'una spia!...

E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne
tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.

In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza
perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo
tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua
stampella, gridò:--Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome
di spia?

Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano
occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini,
senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir
verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa
concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo
attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver
mai veduto nessun di coloro.

Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi
mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era
armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la
manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che
pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il
braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come
forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro
di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè
d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora
del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a'
fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.

E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in
compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da
una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a
finire la cosa, era lui.



Capitolo Sesto


Lorenzo e Giovanni balzarono in piedi a un tempo, stupefatti per
quella provocazione; anche Damiano levossi, per toglier di mezzo una
seria cagion di litigio; scavalcò la panca, e volgendosi a
quell'ignoto che pareva volersela pigliar con lui, gli disse con ira a
stento soffocata:--Venite in disparte voi, signore, se avete a dire
con me; parlate pur chiaro, che son qui a rispondere.

--Corpo del diavolo! E come non avrei a dire...? cominciò l'altro,
alzando la voce, e serrando in pugno il bastone.

--Non alzate la voce, l'interruppe Damiano. Se avete bisogno
d'imparare a vivere, son qua io.

--È stato quel vecchio birbone, che m'ha fatto venir la muffa:
ripigliò colui, levando il bastone verso Lorenzo; il quale,
strabiliato ancora, non sapeva a chi volgersi de' tre che gli stavano
attorno co' pugni stretti e la bestemmia in bocca.

--Lasciate stare quell'uomo: Damiano ripigliò: son qua io, rispondo io
per lui.

--Non s'insultano così i galantuomini, come avete fatto voi....

--E chi v'ha detto una parola...?

--Quel vecchio vostro compagno ha dato della spia a qualcuno di
noi.... e levò in aria il coltello, per il demonio!

--Via! non era per voi....

--L'ho veduto io, io l'ho sentito, vi dico... e non son uso a questa
sorte di villanie....

--Voi sì piuttosto, continuava il giovine, a fatica frenandosi, voi sì
vi poneste presso di noi, con un'aria insopportabile.... Fatevi
indietro!

Fidando di tagliare a mezzo il diverbio, traevasi verso l'entrata del
giardinetto, intanto che la gente, chiamata dal romore e dalla
speranza di veder menare le mani, faceva ressa alla porta.

--Indietro voi! Noi siamo galantuomini....

--E noi chi siamo, per il cielo!

--Siete una mano di straccioni, e ve la darò io la lezione, io ve la
darò, se non....

--Questa sera.... domani.... quando e dove a voi piace; ma non qui:
non facciamo scene; ch'io non perda la pazienza.

--Che domani? che pazienza? Rispettate i cittadini, e non avrete
brighe.... E così dicendo, l'insolente Martigny pigliò per l'abito
Damiano e fece con una strappata per torselo d'innanzi.

Il giovine, a cui già bolliva il sangue, non ci vide più; e trovando
impossibile di scampar altrimenti da quell'uomo, che pareva l'avesse
giurata a lui, volle farla finita. E sferrò un pugno così violento nel
petto del maestro di scherma, che lo mandò rovescioni sulla panca, sì
che ne perdè il cappello, e rimbalzarono dal desco in terra fiaschi e
bicchieri.

--Dalli--addosso--bravo!--uh! uh!--gridava la gente, accerchiando i
due campioni.

Intanto Lorenzo e Giovanni, che la folla aveva divisi da Damiano,
rimbeccavano ingiurie e bestemmie agli altri due compari del maestro;
e tra la gente che li accerchiava, molti ridevano, molti potevano
appena tenersi dal prender parte al parapiglia.

Lo sciancato faceva di sopra il capo mulinare la gruccia, gridando che
avrebbe rotte le ossa del vecchio maladetto che non portava rispetto
alla gente onesta: Giovanni, riurtando a forza, lo tratteneva,
cercando tirarlo in altra parte; mentre il veterano, non sapendo più
dove si fosse, gridava con furore:--Poveri imbecilli! che non capite
nè manco che cosa siate!... Io, vecchio come sono, ho cuore di tenervi
indietro tutti! Badate ch'io sono una vecchia lama, irruginita sì, ma
salda ancora.... Largo vi dico! lasciatemi passare, ch'io ne voglio
degli altri.... Dove sono i miei compagni?... Qua, Giovanni,
Damiano!--E faceva per romper la folla che lo accerchiava.

--Uh! il vecchio matto?--Via di qua!--Cos'è stato?--Una
spia...!--Addosso!--Lasciate stare la povera gente!--Abbasso il
vecchio!--Dalli alla spia!--Dalli!

Così gridavano di qua, di là, senza saper che si fosse, senza cercare
nessun perchè: avevano bevuto lietamente, e bisognava gridare, sfogare
il caldo, far chiasso, menar le pugna; e urlavano tutti in una volta.
Ma il disgraziato maestro di scherma, caduto sul campo al primo
attacco di Damiano, e scornato da quanti gli eran d'attorno, volle
rendere il colpo; rialzandosi, furiosamente corse sopra il giovine per
rompergli sul capo il bastone dal pome di piombo; e:--Prenditi
questo.... assassino!--urlò.

E forse il colpo sarebbe stato mortale, se in quella appunto,
riconosciuto da lunge Damiano, senza pur sognare che l'onesto giovine
potesse avere il torto, non si fosse cacciato innanzi un barbuto e
fiero garzone, il quale, rotta con pochi urtoni la folla, precipitossi
e fu a tempo d'afferrar di botto in aria il bastone dell'invelenito
provocatore. Un grido d'applauso rispose d'ogni parte, tanto
quell'improvvisa prova di destrezza e gagliardia piacque e fece la
maraviglia di tutti.--Quel giovine protettore, sorgiunto così a
proposito, era Bernardone, era quell'antico condiscepolo di Damiano,
che da gran tempo più non l'aveva riveduto; e, secondo il suo costume,
compariva dapertutto ove fossero feste, baldorie, amico sempre del
vino, dell'allegria, delle belle fanciulle e della povera gente.

A quell'atto di Bernardone, lo scroscio d'una gran risata, e un batter
di mani di tutti i circostanti, misero il colmo all'ira del Martigny,
che in mezzo a due fuochi, e vedendo il giuoco pigliar la mala piega,
bestemmiò in cuor suo il momento in che s'era messo in quella trista
impresa; ma non volle nettare il campo, senza avere sfogata la sua
bile, menando il bastone sul dosso dell'uno o dell'altro de' suoi
antagonisti. Tornò infellonito alla riscossa, e tempestando colpi a
ritta e a manca riuscì a farsi largo nella calca che più e più lo
stringeva; ma Damiano e Bernardone, i quali, benchè senz'armi nè
bastoni, pur non volevano indietreggiare, vista quella cieca furia,
con una giravolta gli riuscirono alle spalle.

--Tien fermo, Damiano! gridò Bernardone, che gliela fo veder bella io,
a questa faccia proibita!

--È matto! rispose Damiano: lasciamolo in pace!

--No, per diana bacco! quando i vecchi dan la volta, tocca ai giovani
a insegnar loro il viver del mondo!--gridò l'amico.

--Eh! non l'aveva con me costui, ma con quell'altro là in quel gruppo
di gente.--E additava il buon Lorenzo, il quale, serrato in mezzo a
molti di quegli sfaccendati e bevitori, ajutato invano da' gagliardi
polmoni e dalle salde pugna del Giovanni, cercava tuttora di far
comprendere la ragione e d'aprirsi la via fra que' ribaldi arrancati e
mezzo briachi, che avevan giurato di farlo uscir de' gangheri del
tutto. Quando il Martigny si vide solo contro due, e capì andare i
suoi colpi al vento, più accanito di prima, si volse indietro; e
sperando trovar fra la gente chi pigliasse le sue parti:--Maledetti!
gridò, che danno addosso in due a un galantuomo!... Eh! non c'è chi
dia mano a un onesto cittadino contro i ladri e i birbanti?

--Sì, per dinci!... uno contro due è un'infamia! cominciò a dir uno
tra la folla.

--Lasciateli stare! Che se la peschin tra loro!

--No, separateli!--Via! via! giù il bastone!--E viva!--Addosso da
capo?--Dagli al vecchio! è una spia!--Ohe, ohe!

E la moltitudine ingrossava, e tutti volevan sapere, vedere, gridare a
un tempo: balzavano sulle panche, sulle tavole, levavan per aria
berretti, cappelli e bastoni, agitavano fazzoletti, scuotevan rami
d'albero e ventaruole, in segno quasi di trionfo, e come pazzi di
poter finire quel dì di festa collo spettacolo d'una bella baruffa.
Damiano vedeva l'ora di spacciarsi di tutti, di confondersi tra la
gente, per non far peggio; e malaugurando fra sè al pensiero che
l'ebbe colà condotto, già stava per perdere il sangue freddo che
l'aveva ajutato fino allora. Ma tutti gli occhi eran addosso a lui; e
gli spettatori cresciuti di modo, che ormai ogni ritirata gli tornava
impossibile. Bernardone poi, che moriva di voglia di romper sulle
spalle del suo padrone istesso quel gran bastone che vedeva tuttora
mulinar per aria, incalzava con furia sempre maggiore il maestro di
scherma; tanto che costui, adoperate invano tutte le parate e le botte
dell'arte sua, stanco, sfinito dalla rabbia e dalla fatica spesa
nell'inutile lotta, cominciò a ritrarsi d'un passo e a cercar
d'intorno cogli occhi spaurati i compagni suoi.

--A me, Michelaccio!--urlò, al vedere il facchino il quale, poco
lontano, maledicendo si dibatteva fra le mani del Giovanni, che gli
parevan due tenaglie. Il signor Lorenzo intanto era riuscito a salvar
la sua vecchia testa dalla gruccia dello sciancato; e costui,
disgiunto dal suo avversario per l'onda del popolo che andava e veniva
nell'angusto giardino dell'osteria, si trovò a un tratto fuor della
mischia: ma non per questo rifiniva dallo scagliar maledizioni.

Michelaccio, all'urlo del suo compagno, con una forte strappata si
tolse da Giovanni, e rincacciati i più vicini, fu d'un balzo a fianco
del Martigny.

--Dov'è? gridò costui allora, fatto più audace; dov'è, quel birbone
che m'ha insultato?

--Siete voi che cercate pane per i vostri denti, scimiotto dal pel
bigio?... gli replicò Bernardone, piantandosegli in faccia.

--Eh via! tornò a dire Damiano: tenete le mani a casa; giù quel
bastone; e se volete ragione, ve la darò quando che sia.

--Che ragione?... siete prepotenti, infami; io sono un uomo d'onore:
gridava il Martigny.

--Voi, Damiano l'interruppe, ci fate in pubblico ingiurie da galeotto:
e volete....

--Ve le manderemo in gola! soggiunse Bernardone con un gesto di
minaccia, e tenendosi a fatica.

--Siete ubbriachi, e siete vili voi!... urlò di nuovo lo schermidore.

E Damiano:--Finitela una volta! andiam fuori di qui!...

--Voglio soddisfazione sul momento....

--Fuori! vi dico; non mi tentate di più!

--No, voglio farvela vedere, canaglia!

--Fatevi indietro.... No? e tal sia di voi!

E come il Martigny, in quel punto, brandito di furia il bastone
tentava, a tradimento, sferrar sul capo di Damiano un colpo decisivo,
il giovine perdè la mente, e venutogli alla mano il coltello confitto
poco prima da Lorenzo nel descaccio, ne lo trasse, e si scagliò contro
il ribaldo assalitore. Un grido d'orrore, alla vista del coltello,
uscì dalla gente; e il Martigny, scorgendo l'arma nel pugno del suo
avversario, spaventato diè addietro, e gridò:--Ferma l'assassino!...

Tutta questa scena, durata pochi minuti appena, seguivano di lontano
con ansiosa attenzione tre persone; le quali, abbenchè sembrassero
straniere del tutto al tumulto, pure alla riuscita di quel brutto
negozio mettevano la più seria importanza. L'uno, cioè il signor
Omobono, dalla finestra terrena della cucina, poteva comodamente
dominar l'orticello: e dietro le sue spalle due strani visi
spuntavano; quello d'una donnaccia, con uno sgualcito cappello di
paglia e vestita d'un vecchio abito di taffetà cangiante; e un'altra
sembianza lunga, magra, con un paio d'occhiali verdi, che pareva la
febbre personificata, sotto un gran cappello triangolare.

Perchè costoro, ne' quali non sarà difficile riconoscere la vecchia
pegnataria Emerenziana, e lo sparuto don Aquilino, cappellano
dell'Illustrissimo, fossero venuti col signor Omobono, e nella stessa
vettura da nolo che lo trascinò a quella festa popolare, non sapremmo
dirlo precisamente. Ma ben possiamo supporre che l'una e l'altro
sentissero, presso a poco, in quel momento ciò che sentiva l'Omobono;
comechè si guardassero fra loro di sottecchi, e l'una si mordesse le
labbra, e l'altro scrollasse il capo. Di più, la stizzosa pegnataria,
la quale aveva il tarlo col povero Damiano dal dì ch'esso più non
volle vederla bazzicare in casa sua, non poteva star cheta, e
lasciavasi fuggir di bocca qualche parola di trista significazione,
come a dire:--Imprudenti!... Ma cosa fanno adesso?... Colui guasterà
tutto.... Bravi! Cani!... Il cappellano, all'incontro, guardandosi le
punte de' piedi, con certi atti di sospetto e di paura, mostrava come
di mal animo si fosse lasciato condurre a quella spedizione, e come
solo obbedisse ad un consiglio ch'era per lui più terribile d'un
comando.

Ma il signor Omobono che, vedendo la mala parata per il maestro di
scherma, andava cercando fra sè come potesse raddrizzar la cosa e
farla riuscire al proprio intento, udito ch'ebbe appena quel: --Ferma!
all'assassino!--Ferma, ferma! gridò anch'esso con una voce da
squarciarsi la gola:--La guardia! La guardia!...

Quell'improvvisa chiamata: La guardia! fu come un tocco di magica
verga, e mutò a un tratto la faccia delle cose. I combattenti o la
folla soprastettero; e due gendarmi, alla testa di pochi soldati,
coll'energica persuasione del calcio de' moschetti, fattasi la via per
mezzo a quella stipata muraglia d'oziosi e di beoni, si trovarono nel
centro del giardinetto, dove l'ondeggiare e il riurtar de'
sopravegnenti aveva a poco a poco sospinti i diversi campioni di
quell'arrabbiato scontro.

Il signor Omobono, che per il primo aveva veduta passar la pattuglia
per la strada maestra, e gettato quel grido, appena entrarono i
soldati per acchiappar nel parapiglia qualcuno a cui toccasse di
vedere a scacchi il sole del domani, corse fuori anche lui; e
tenendosi ormai sicuro d'ogni rischio, si mise dietro a' soldati, e
pervenne con loro nel mezzo de' litiganti. Ma in quel punto che uno
de' gendarmi, scorgendo luccicare un coltello in pugno a Damiano, gli
si volgeva cagnescamente per porgli addosso le mani, all'Omobono il
suo mal genio consigliava di farsi innanzi a metter pace, per veder
meglio riuscire la vendetta, e guadagnarsi in uno dalla gente la
riputazione di persona assennata e importante. Cacciossi dunque fra
Giovanni e il veterano; i quali, poco badando alla venuta della forza,
riappiccavano le lor nette ragioni contro quel traditore del maestro
di scherma. E cominciò a far l'autorevole, a dir parole severe di
minaccia e di rampogna:--Ohibò! lontani, lontani dico!... si rispetta
così la legge?... Che gente!.... che vergogna!.... a casa, a casa!

Damiano, quantunque discosto da quel gruppo, vide e conobbe il signor
Omobono; fu come un lampo che gli schiarò l'iniquo mistero. Pensò che
que' tristi, accaniti per fargli fare un mal passo, non potevano
essere che vili pagati da lui, o dal suo prepotente padrone; levò al
cielo un'occhiata di disperazione, e battendosi col pugno la fronte,
lasciò, senza saperlo, cadersi a' piedi il coltello che aveva poco
prima levato in aria.

Uno de' gendarmi raccolse dal terreno quell'arma, e l'altro, con due
de' soldati, arrestava l'un dopo l'altro Damiano, il Martigny che
bestemmiava, e il vecchio signor Lorenzo, che voleva pur farsi
sentire, e non aveva più fiato per dir parola. Bernardone, Giovanni e
lo sciancato, cacciandosi in mezzo alla calca, s'erano già perduti.
Damiano avvilito, turbato nel profondo del cuore, non voleva, al par
d'un ladro, d'un assassino, attraversare in mezzo a' soldati il popolo
curioso di veder lo scioglimento di quel garbuglio; ma aveva un bel
volgersi a' soldati, un bel dire il suo nome e giurare di presentarsi
subito egli stesso all'autorità. Essi lo spingevano innanzi cogli
altri, senza dargli ascolto.

Se non che l'Omobono, il quale continuava a fare il paciere,
rimestando, con gesti d'orrore, la storia di quel ch'era stato, punto
forse dalla brama di veder più presto messo in muda Damiano, profferse
generosamente la vettura da lui noleggiata, che stava aspettando, a
pochi passi dall'osteria. I gendarmi non dissero di no, e il signor
Omobono si diè premura di gridare:--Innanzi! al vetturino, che mezzo
brillo barcollava a cassetta del legno. I soldati, i quali avevano
serrato in mezzo i tre arrestati, li fecero salire nella vettura:
Damiano non se lo lasciò dir due volte, che gli premeva di togliersi
agli sguardi della moltitudine: Lorenzo, benchè non si desse pace di
quell'ingiustizia, e guardando invelenito coloro che gli stavano alle
calcagna, si facesse pregare, pure seguì l'esempio del suo disgraziato
amico; ma il Martigny non voleva a nessun patto, e cominciò ad
acciuffarsi coi soldati, che durarono fatica a spingerlo nella
vettura.

Il signor Omobono, che teneva aperto lo sportello, gongolava in
segreto di gioja, vedendoli andar bellamente in prigione, chè tanto
non avrebbe sperato; quand'ecco i due soldati che stavangli dietro,
con un urto gagliardo, vollero cacciar dentro lui pure in compagnia
degli altri; gridò, tempestò, maledisse, per far loro capire ch'egli
non c'entrava, che aveva voluto accomodar la cosa, che non ne sapeva
nulla. Non ascoltarono ragioni; e una volta ch'ebbe messo per forza un
piede sul predellino, un de' soldati serrandogli un braccio con tal
grazia da slogargli una spalla, l'altro ajutandolo con una soda spinta
di sotto in su, lo ficcarono nella vettura; e fattolo a forza sedere
sul davanti in faccia al Martigny, richiusero lo sportello. Seguitava
a gridare, a levar su, a cacciarsi mezzo fuor della portiera il mal
capitato paciere, che lo lasciassero scendere, ch'era innocente,
ch'era una persona di riguardo, ch'avrebbe dato conto di sè: la gente
gli sghignazzava, gli urlava dietro; e il vetturino, a un cenno del
gendarme ch'era salito al suo fianco, punse col mozzicone della frusta
i due ronzini, che con trotto inusato tornarono verso la città, in
mezzo alla moltitudine spensierata e chiassona che restituivasi alle
sue case dalla festa di san Cristoforo.



Capitolo Settimo


Cominciava a fuggire il sole dall'alte loro finestre, quando Stella e
sua madre, che Damiano aveva lasciate in casa, si posero a guardar
nella via, se mai egli tornasse: e bisogna dire che la fanciulla,
essendo la domenica, e vedendo l'aria e il cielo così belli, così
sereni, sentisse, senza dirla, un po' di voglia d'uscire a spasso,
come soleva fare qualche volta, insieme a suo fratello, in quelle
rapide ore di libertà. Ma sapendo com'egli se ne fosse ito, dopo
desinare, in compagnia del signor Lorenzo, poco speravano che avesse a
tornar a casa prima di sera.

Poco di poi la Stella che, nel vagar d'uno in altro sereno pensiero,
guardava nella via invidiando i passeggieri, s'accorse d'uno che
veniva a gambe e levava gli occhi verso le loro finestre. Le parve di
conoscerlo; e lo vide veramente svoltar nel portone della casa. Non
sapeva ricordarsi chi fosse; ma senz'altro lo conosceva. Perchè mille
negri e confusi pensieri le attraversarono la mente, nel breve tempo
ch'egli mise a far le scale, a venirne fino alla loro porta?

--Mamma!... disse la Stella, al sentir quel passo che s'avvicinava; e
impallidì.

--Cos'hai? perchè mi guardi così?

--Oh, mamma! io lo sento, qualche disgrazia è successa.

--Caro Iddio, che pensieri!

--Oh non sia al nostro Damiano!

S'udì battere un colpo violento alla porta; e Stella, prima di correre
ad aprire, si rivolse alla madre:--È il Giovanni, un de' compagni di
Damiano; certo c'è qualche cosa.

L'animoso giovinetto entrò, confuso, furibondo ancora di quel ch'era
successo; ma si fermò su' due piedi, vedendo le donne; e non seppe
trovar nulla a dire.

--Parlate, per amor del cielo! Cos'è stato?... E Damiano, dov'è?

--Oh signora Stella! cominciò a balbettare il giovine, cercando invano
quel coraggio con che poco innanzi aveva fatto fronte a' tre
galantuomini dell'osteria: signora Teresa.... Damiano.... era venuto
con noi...

--Sì, sì; ma dov'è adesso?...

--Che gli sia successo qualche cosa? aggiunse la madre: dite su, per
carità!

--Ecco cos'è stato....--E il Giovanni pareva che cercasse le parole
nell'abbottonare e sbottonare il farsetto di frustagno.--Damiano ed
io.... ma c'era anche quel brav'uomo del signor Lorenzo, vedete... A
pensare, un uomo come quello, un cavaliere.... basta, bisogna dire che
ci fosse un complotto, è roba d'inferno..... Ecco qui, per quanto si
faccia, il sangue non è acqua di fagiuoli; e un galantuomo, quand'è
tirato pei capegli....

Nè l'una ne l'altra, ansiose, incerte com'erano, riuscivano a
comprendere una parola; ma la Stella si figurò ch'egli volesse forse
parlare d'una rissa, e:--Com'è possibile, domandò, che Damiano si sia
lasciato insultare?.... Ma dite su, dite la verità, se la è stata una
lite, cosa n'è venuto?...

--Oh santo cielo! l'han ferito forse?...

--No, no, non vi spaventate, signora Teresa; non è stato niente,
nessuno gli ha fatto del male; che nè lui, nè io vedete, ci lasciamo
mettere in sacco da nessuno.... Ma, non so come la sia stata, quel
birbone d'un forestiero che l'aveva con lui.... ma giuro che c'è sotto
qualche diavoleria!

--E lui?

--Oh dite su!

--Lui vede che quel birbone gli viene addosso per accopparlo.... e fa
per difendersi; io aveva ad aggiustar i conti con un camerata del
forestiero.... Ecco, che sul più buono, capita in mezzo la
pattuglia.... Io, per miracolo, arrivo a perdermi nella gente; ma gli
altri, birboni e galantuomini, son belli e agguantati.

--E Damiano?

--Cosa volete? pur troppo, anche lui; ma per lui, non ci state a
pensar su, stasera o doman mattina, torna qui; è certo, come due e due
fan quattro; figuratevi.... un fior di giovine, come lui!

--E il signor Lorenzo?

--E lui? come vi diceva, un uomo di quella sorte?... l'han condotto
via come un briccone.... Oh! ma non son io, se non la faccio pagar
salata, a un per uno, a tutti e tre quei cani.... non so cosa darei
per farla finita!

--Oh! ma intanto egli è là.... è in prigione! Povero Damiano,
poverette noi!

Così venne alla famiglia l'annunzio di quella nuova e improvvisa
sciagura.

La fanciulla, correndo coll'anima ad altri terrori, ad altre
persecuzioni, si dava a pensare che Giovanni non le avesse detta tutta
la verità, e pigliava a interrogarlo da capo, con un'angustia sempre
più viva. Ma la mamma, abbenchè mutola e stordita di quel colpo, non
pensò che al momento; e voltasi a frugar qua e là, dentro all'armadio
e al cassettone, tolse fuori un po' di biancheria e qualche
fazzoletto, mise in un cartoccino poche lire tenute in serbo da un
pezzo per comperarsi un piccolo crocifisso d'argento, e facendo di
tutto un involto, tornò a Giovanni, lo pose nelle mani di lui:--Voi
siete un buon giovine; e avete, ne son certa, un po' di compassione di
noi; fatemi dunque un piacere, a me, e al nostro povero Damiano,
cercate d'andar là, ove l'han condotto; cercate di vederlo, e fate di
dargli queste poche cose, e questi quattro soldi; ditegli che la sua
mamma prega per lui!... E il Signore vi benedirà! Andate, più presto
che potete; oh! se fosse questa sera....

--Così potessi! vorrei far ben altro io. Pazienza! a costo di restarci
anch'io in quell'uccellanda, se mai m'avessero a conoscere, farò di
tutto, signora Teresa; parola di Giovanni.

--E doman mattina....

--E doman mattina, se non viene lui, sarò qua io, a dirle quel che so.

E se n'andò, per non finire a piangere, chè già si sentiva un groppo
alla gola.

Come passasse quella notte per la Teresa e la figliuola, io nol dirò,
ma venuta la mattina, e non vedendo comparir nè Giovanni, nè Damiano,
come ancora, senza dirselo, speravano, esse cominciarono a credere che
non si trattasse di piccola cosa, secondo quel che aveva raccontato
Giovanni. E, come avviene, le incertezze crescevano i terrori. Più
tardi, non sapendo che ben fare, la povera donna era ita a raccontar
la sua disgrazia e a raccomandarsi al vecchio curato di san Calimero,
che le aveva sempre dimostrata non so quale premura, fin dal tempo che
abitavano in Quadronno. Fu verso la sera dello stesso lunedì che la
Stella credè bene di mettere a parte di quella trista vicenda il
fratello abate; e come, là nella canonica, fosse ricevuta e di quali
speranze confortata, già lo vedemmo.

Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor
Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue
labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò
come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato
messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva
potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po'
lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di
consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la
rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più
indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla
Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto
perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel
tristissimo caso.

Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma,
nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto
un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero;
e borbottando:--Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!--volse
le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in
persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar
seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo;
l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche
insinuazioni.

Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno
zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia.
Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati
appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e
il bachettonismo intollerante.

In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva,
la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un
circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In
quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della
maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il
pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata
s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano
le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il
vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di
servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo
alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè
intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati;
anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti,
massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra
coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte
piramidi di vasi di fiori.

Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai
cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche
qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.

Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle
sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti
dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza
però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.

Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso
turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più
sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne
ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi
nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado
pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti
altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far
fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto
all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi,
melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le
profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua
influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo
certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le
raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed
eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie
umane.

In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste
d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni
e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de'
Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza
aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava
l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi
crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a'
tavolieri di giuoco.

E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto
indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi
di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto
tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa
cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la
padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si
sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di
tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel
segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due
potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata,
romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le
sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi
sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che
bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che
s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera,
sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e
potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla
dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso
girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei
l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per
la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta
inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in
ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come
l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di
velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte
lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che
vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar
lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche
arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura
ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi.
L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al
paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così
sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi,
nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa
pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi
solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie,
non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a
studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.

Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o
sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della
conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della
padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva
soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri
minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non
interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano,
chinavano il capo in atto di consentimento.

--Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato
consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una
sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva
interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al
torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre
forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po'
d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato....
essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene
futuro.... dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena
gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di
nuovo nel caos.

--Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce
con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so
dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja
d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa
solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente
grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si
tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba;
rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma.... tocca a
noi, a noi, vi dico, di saper comandare.

--Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando
l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil
moltitudine... un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di
plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo.... eh! eh! eh!

--E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue,
che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre
Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti
e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione,
incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il
capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte
Alberigo....

--Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e
rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e
abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole
che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a
sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi
filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno,
un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un
classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamente _bestia di
molti capi_.... Chi ha letto, ne sa.

--Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una
parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado
competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino....

--Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e
ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.

--Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la
contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi
la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la
vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel
piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero
della carità, alla savia e oculata beneficenza.

Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la
vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più
romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo
fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di
siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose
importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della
contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre
in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi,
che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia;
s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della
debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro,
per occasione di vizii e di vendette.

Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì
dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo,
apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama
cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato
gabinetto, per mezz'ora buona.

E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi
inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè
c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre
Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito,
della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo
anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non
dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella
povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però
si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa
Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta
all'Illustrissimo fratello.

Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche
cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di
sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che
misteriosa imbasciata, aveva risposto:--Fa domandare l'Omobono domani
mattina; e la vedremo!



Capitolo Ottavo


Mentre così, da una parte del salone, s'agitavano in quel grave
consesso opinioni, pregiudizj e piccole ire di congregazione o di
partito, con le maestose apparenze d'ordine sociale, di moralità, di
guasto popolar costume; dall'altra parte s'eran qua e là formati
diversi gruppi, d'uomini e donne eleganti, secondo che volevano
simpatia o curiosità, indifferenza o noja.

L'Illustrissimo aveva lasciato il corteggio de' vecchi alla sua
dignitosa metà; e passando dall'uno all'altro de' crocchi più allegri,
piacevasi di sfiorare, qua e là, le avventure curiose, la cronaca
scandalosa della settimana, o le insulse novità della politica. Così,
tenendo in credito la sua degnazione e popolarità, sentiva
solleticarsi l'amor proprio da' complimenti che non gli mancavano;
così spariva visibilmente dalla sua fronte la nube del sospetto e
della inquietudine, onde per tutto il durar del pranzo parve offuscato
il consueto suo buon umore.

Stava egli ritto in quel momento nel circolo d'alcune dame, le più
giovani e le più belle della conversazione: neppur uno degli
elegantissimi che loro facevan corona avrebbe osato contrastargli il
diritto d'entrar nelle grazie di questa o di quella, con piacevolezze
o complimenti a suo grado. Alcuni giovinetti di primo pelo, poco
gelosi di lui, discorrevano fra loro a mezza voce, ridendosi forse
delle sue pretensioni alle galanterie, e l'un l'altro da capo a piedi
pavoneggiandosi con disinvoltura, occhieggiando e scambiando bei
motti, nel gergo alla moda.

L'Illustrissimo s'inchinava con molta cortesia sulla spalliera d'un
seggiolone, ove stava più abbandonata che adagiata una dama
forestiera, donna sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben
cominciasse ad appassire, pur non aveva scordata la magia delle
occhiate or languide or truci: un braccio ignudo e ben tornito, e il
vezzo con cui, agitando il miniato ventaglio, concedeva all'aria
commossa di scompor lievemente i veli del seno, chiamavanle intorno,
come farfalle inquiete, i damerini più svenevoli e più azzimati. Ma
l'Illustrissimo, antico buongustaio di bellezze, avevale posta tutta
l'attenzione, e n'accoglieva essa l'omaggio con singolar compiacenza;
intanto che tre o quattro altre signore, stelle di minor chiarezza,
affettavano di non volgersi neppure verso la fortunata che loro
usurpava in quella sera i primi onori. Pure non mancavano anche a
quelle, tra i cavalieri di mezz'età, ammiratori più modesti; i quali
co' frizzi d'uno spirito un po' stantìo chiamavano sulle labbra di
quelle corrucciate un sorriso che presto fuggiva. Tra que' giovani
signori del bel mondo notavansi alcune nostre conoscenze: il cavalier
Lodovico, assiduo presso una signora vezzosa, alquanto attempatella, a
cui parlava spesso misteriosamente; il conte Achille, che s'era
discostato a cominciare una partita d'ecarté colla giovine sposa
dell'amico suo; e infine il marchesino Roberto, il quale, come fa la
cingallegra, balzellando leggiadramente dall'uno all'altro gruppo, da
questa a quell'altra damina, diceva le più scempie cose del mondo,
rideva, e faceva ridere.

Nel vano d'una finestra, due sconosciuti a' quali nessuno poneva
mente, forse perchè, in quella vicinanza di purissimi sangui, nè l'uno
nè l'altro aveva tampoco la miseria d'un _don_, se ne stavano a
discorrere alla buona, osservando le variate scene di quella illustre
commedia. Il più giovine, trasandato anzi che no del vestire, e con
una lunga capigliatura cadente, non poteva essere che un letterato od
un artista; l'altro, severo in volto, abbottonato l'abito, e con una
tabacchiera d'oro in mano, non avresti fallato a dirlo un medico. Come
poi fosse loro piovuta la fortuna d'un invito in quel giorno, nol
sapevano neppur essi argomentare. Fatto sta, che trovandosi impacciati
in mezzo a quelle etichette, e fuor di luogo, come in troppo rarefatta
atmosfera, s'erano messi in disparte, ciarlando sotto voce di tutto
quel che vedevano, intanto che venisse il buon punto d'imboccar la
porta inosservati. E bisogna dir che ne sapessero abbastanza di tutte
quelle grandezze, comechè non morisse loro la lingua in bocca.

--Ve l'ho detto io, che il nostro antìtrione è sempre quello: diceva
il più giovine: il prurito de' suoi vecchi lo pizzica ancora....
Vedetelo, che fa il cicisbeo a quella novità d'oltremonti.

--Avete ragione; maledette queste pavoncelle forestiere, che ci
portano le loro smorfie e il loro gergo!

--Eh! che volete? son passatempi.... e poi questa non è che opera
buffa; il serio è dietro le scene.

--Cioè?

--Se fosse tutto qui, non ci sarebbe che da ridere; qui si scambiano
cerimonie, si va in visibilio, l'un liscia l'altro.... roba falsa,
princisbecche! Vorrei ben legger io dentro al picciol cuore di tutti
questi grandi.

--Ma voi m'abborracciate della morale....

--Perdonate, sapete, se pago di questa moneta i favori
dell'Illustrissimo; ma in capo mi frullano certe fantasie così nere,
che temo non mi faccia mal pro il suo gran pranzo, a cui son venuto in
mal'ora.

--Confesso, che ne abbiam sentito di belle; cose, cose.... che fanno
angoscia allo stomaco.... scusatemi un po'....

--Lo dite dunque anche voi, dottore?

--Ma sì.... Date orecchio a quello sbarbatello che si dondola
sull'anche, lì presso al paravento, dinanzi a quella dama dal color
ch'essi dicono sentimentale, e che noi diciamo itterico.

--Di che cosa parlano?

--Imparate, se volete far breccia.... Li sentite? Lei ha
detto:--Marchesino, _c'est une mystification!_ E lui:--_Pas vrai!_...
il filo de' diamanti che ha in fronte la famosa contessa, per me non
vale il nastro che allaccia il vostro bel piedino!... Che, vi par
della frase?

--Oro colato; non si può dir meglio.

--Lo so ben io, che a star qui nell'ombra, come facciam noi, c'è da
goder mezzo mondo.

--Se ci sentissero!

--Pur troppo, a venire in certi siti, bisogna lasciar la carità del
prossimo alla porta.

--Bella scusa!--E offerse al suo giovine vicino una presa di tabacco.

--Grazie no, dottore. Ma ditemi, chi sono quelle sfingi, che là,
intorno al canapè, fanno tanta corte alla padrona di casa?

--Oh! quelli sì lo sanno il fatto loro. È la solita comitiva della
sagrestia: là si fruga, là si giudica e si condanna; e quelle vecchie
han le braccia lunghe, sapete! Però, tutto quel che fanno è per fin di
bene; e prima di tutto, per fin di bene, vogliono comandar loro. Anche
questa, giovinotto, è strada buona per far fortuna: pigliate
l'imbeccata da una di quelle grinze contesse, e siete sicuro di
toccare il segno.

--Obbligatissimo; spero proprio di non averne bisogno.

--Ah! ah!... Vedete, quest'oggi, io l'ho capita, c'è delle nuvole per
aria. In tutta sera, l'Illustrissimo non ha mai aperto bocca nè colla
signora moglie, nè colla contessa sorella. Ne' dì passati, a dirvela
in confessione, s'è parlato di certe storie, cosette un po' losche per
verità, e pare che l'Illustrissimo c'entri anche lui in qualche
modo... S'è parlato.... ma, zitto! per amor del cielo! d'una giovine,
alla quale si voleva.... far del bene.... mi capite?... e d'un suo
fratello, o amante che sia, a cui si pensò di dare, così alla lesta,
una buona bastonatura, per commissione....

--È impossibile! sarebbe una cosa infame, troppo infame!

--Forse non sarà vero; io non ve la do come cosa storica; ma pure, non
so che di simile ci dev'essere.

--Permettetemi, dottore, ch'io non vi creda. E poi, cos'ha a fare ciò
che mi dite, coll'aria che regna qui stasera, come di due campi
nemici?

--Canzonate?... Mettete un po' che sia; e pensate voi che guai, che
subisso n'avran fatto nel loro crocchio le cuffie e i parrucchini!
Anzi, vi dirò, appunto l'aria che spira mi fa pensare ci sia del
positivo.

--Siete pur maliziosi voi altri dottori!

--Eh! che volete? voi li scrivete i romanzi; noi ne siamo testimonii,
e talvolta anche parte.

--Basta, voglio saperne di più.

--Abbiate però giudizio, se vi piace di godere qualch'altra volta le
grazie dell'Illustrissimo.

--No, no; qui mi par di soffocare; non è luogo per me: può stare, ma
non ci vengo altro in queste sale. Buon per noi che, tra i nostri
signori, per dir vero, ce n'è pochi di simile stoffa; altrimenti,
s'avrebbe ragion di dire....

--Eh! voi avete ancora troppa poesia in mente. Fate com'io fo; ridete
in un cantuccio, e con una scrollatina di capo, dite: Fralezze umane!

I due sconosciuti passarono dietro le spalle d'alcuni servitori,
sopravvenuti in quel punto ad apportar sorbetti e rinfreschi;
infilarono le porte del sontuoso appartamento, e uscirono umili e
pedestri, insalutati perfino dal guardaportone.

La conversazione intanto si faceva più animata in qualche gruppo; e se
ne togli l'immobile circolo della padrona di casa, tutti gli altri,
cavalieri e dame s'aggiravano di su, di giù, contraccambiavansi
cortesie e saluti, parlavano di musica, di mode, di corsi e d'altre
nullaggini. L'Illustrissimo non aveva ancora finito di chiacchierar
colla contessa forestiera; ma dalle gentilezze di prima il colloquio
piegava a non so qual vaga e indolente querela sul tedioso vivere in
una città che non sia Londra, Parigi, o Pietroburgo. E vedevasi che
l'Illustrissimo voleva sfogare un resto del suo mal umore; poichè,
interrompendo la dama in mezzo a non so qual complimento:--Sono
illusioni: le diceva: Milano è pettegola, come la più piccola città di
provincia. Credete che qui si possa dire o far cosa alcuna, senza che
tutti lo sappiano e ciarlino a loro posta?... Io per me sono sempre
stato superiore a tali miserie.... ma intanto, le convenienze, i
riguardi, l'opinione, non ci lasciano libertà nè pace.

La dama faceva le maraviglie, con un accento che aveva più del tartaro
che del francese; e l'Illustrissimo seguiva:

--Così è, cara contessa! delle donne come voi ce n'è poche.... Di rado
lo spirito e il buon gusto vanno di conserva colla bellezza; e le
nostre signore.... Oh! non mi fate dir di più, che ne conterei di
stupende.

Appunto allora, una sonora risata, di quelle che di rado turbavano gli
echi delle magnifiche sale, interruppe le varie conversazioni; e tutti
gli occhi si volsero al crocchio de' giovinotti più azzimati, i quali
presso all'aperta balconata s'erano stretti ad udire una curiosa
storiella che il marchesino Roberto finiva allora di raccontare:

--È proprio così, come ve l'ho detta: continuava nel suo falsetto
l'imberbe garzone, racconciandosi intanto la lucida chioma arricciata
e il nodo della cravatta:--E del povero Martigny non sapete nulla?...
Quel diavolo incarnato ne ha fatto una delle sue, e non so come
finirà. È stato un affar grosso e serio, ve lo dico io, una mezza
rivoluzione; gli serrava addosso un centinajo d'artigiani e d'altri
imbecilli.... e il maestro tira di qua.... para di là.... gira, pesta
e tempesta.... in men che nol dico, ne mise alla ragione, cioè per
terra, un venti almeno; e chi sa cosa avrebbe fatto degli altri, se
non capitava sul luogo un fulmine di soldati e di gendarmi, che in un
momento nettarono il campo di tutta la canaglia, e condussero il
disgraziato Martigny in prigione.

A questa grave notizia, che il marchesino fece seguire ad una
scandalosa avventura narrata dapprima, onde s'era desta la prepotente
ilarità di que' giovani signori, tutti trasecolarono; alcuni si
mostrarono scontenti; altri dubitarono, altri dissero che non ne
credevano niente. Solo due persone non fecero motto, l'Illustrissimo e
il cavalier Lodovico, i quali forse ne sapevano più degli altri. Ma la
nuova di quell'accidente non era tale da occupar troppo a lungo la
lieta adunanza; se ne rise ancora un poco, e la cosa finì.

A sera avanzata, signori e dame tornarono qua e là a' tavolieri di
giuoco; e passavano dalla sala di conversazione in quella del
bigliardo, e nelle altre splendenti stanze dell'appartamento. Più di
una giovine marchesina, più d'una schizzinosa contessa, ammansandosi a
poco a poco, degnaronsi di dare orecchio alle amabili confidenze di
questo o di quello: alcuna dilungandosi di sala in sala, a braccio del
più fortunato de' figurini alla moda, s'appartò non veduta sur un
terrazzo tutto adorno di fiori esalanti soavissimo profumo; alcun
altra, mollemente adagiata sovra morbido sofà, in solitario gabinetto
rischiarato dalla timida luce d'una lampana d'alabastro, ascoltò per
la prima volta da uno de' suoi adoratori misteriose confidenze, tutte
scintillanti di motti francesi.

A quell'ora, la contessa Cunegonda era già partita; e appena partita
lei, anche la padrona di casa annunziò ad alcune delle dame che la
circondavano come, per la sua solita emicrania, non potesse
trattenersi di più: e rientrava nel suo appartamento. Questo fu come
il segnale dello scioglimento del consiglio per tutti i suoi fedeli;
disparvero l'un dopo l'altro; ma non senza fare all'Illustrissimo
profondi inchini, augurii e saluti. Egli, che per dispetto aveva
affettato di non accorgersi neppure che sua moglie avesse lasciata la
sala, ringraziò con molta freddezza que' signori, e a più d'uno non
rispose che con un leggiero chinar del capo.



Capitolo Nono


E la Stella?--La Stella intanto, a cui nulla era noto della sorda
guerra che le due misteriose avverse potenze andavan facendo tra loro,
quasi per disputarsela come una preda, aveva passato que' giorni in
una muta e penosa incertezza.

Dopo la disgrazia succeduta a Damiano, la madre e la figliuola
vedevansi innanzi un avvenire tristissimo, muto e senza speranza. Già
da varie settimane si trovavan nella solitudine e nelle lagrime:
continuavano a lavorare per vivere di giorno in giorno; ma il lavoro
era scarso, mal pagato; mancava colui che con tutto il suo coraggio le
sostenne fino allora, colui che coll'animoso sagrificio di sè medesimo
seppe far loro dimenticare che il tempo della povertà potesse venire.
Que' tali, che da prima si lasciarono vedere a ogni poco, spacciando
promesse di favori e di protezioni, non s'erano più veduti; le due
abbandonate donne, affatto sole, già non potevano pensare al domani
senza spavento.

La Teresa, e per l'età e per le molte angustie patite, si sentiva
venir meno la forza di dì in dì; il continuo lavorare le struggeva la
fiacca salute; e già più d'una volta, al venir della tarda sera,
accorgevasi di non esser riuscita a guadagnare quanto bastasse per il
pane della giornata. La povera donna non diceva nulla; ma la Stella
s'era bene accorta che la vista della mamma s'affievoliva; che ormai,
nel cucir di bianco, essa più non sapeva infilar la cruna dell'ago;
cosicchè s'era ridotta, la più gran parte del dì, a lavorar di maglie,
rattoppando le calze grossolane de' vicini poveri com'essa.

Quella buona figliuola, comechè si sentisse la morte nel cuore, e non
rare volte, quando stava al telajo, le cadessero lagrime mute sui
graziosi ricami, faceva di tutto per supplire col lavoro più lesto,
più attento e non intermesso, a ciò che la madre non poteva. Nondimeno
era ancor troppo poco, per far loro sopportare con un po' di fiducia e
di pace que' miserabili giorni. Quante volte ella, senza ristar dalla
fatica, sollevava gli occhi al cielo con un sospiro di preghiera!
Quante volte, nel mezzo d'un bel dì sereno, udendo la mamma
rammaricarsi che facesse nuvolo e ci si vedesse appena, la fanciulla
soffocava lo schianto del cuore, e mentiva, dicendo ch'essa pure
distingueva a fatica i minuti disegni del ricamo.

Sulle prime, la Teresa usciva spesso a dire che quelle brave persone a
cui s'era già tante volte raccomandata si sarebbero un dì o l'altro
ricordate di lei; ma la Stella, che mai non aveva potuto creder
sincere le belle parole di que' protettori, non sapeva persuader sè
stessa che n'avesse a venir bene. Quando poi i giorni passarono, e si
portarono via con sè quella tenue speranza; quando, dopo lunghe
settimane, non riuscirono a saper nulla del destino di Damiano, e non
videro comparir più nè Giovanni, nè il signor Lorenzo, i quali avevan
pure data parola di far tutto il possibile per quel povero innocente;
allora le due abbandonate conobbero che oramai non avevano che
mettersi nelle mani della Provvidenza.

Esse non sapevano che nè l'onesto veterano, nè Giovanni il lavorante
non eransi dimenticati del perseguitato Damiano; non sapevano che, se
loro mancò il cuore di tornar su per quelle scale, non fu per altro se
non perchè, con tutta la buona volontà, non vennero a capo, in tutto
quel tempo, di saper nulla di consolante. Nè, d'altra parte esse
avrebber sentito, ne' loro semplici cuori, nè imaginato come
quell'esser così dimenticate, nel momento più doloroso, dalle potenti
persone abbastanza informate della loro disgrazia, dipendeva forse da
un calcolato concerto, per fini non facili a scoprirsi.

Così passavano, d'una in altra angoscia, d'uno in altro spavento, i
giorni e i mesi. La Stella tremava per sua madre; ogni dì più, era
stretta a convincersi ch'essa non poteva durare sotto a quel travaglio
della povertà; e parevale, oltre la crescente debolezza degli occhi,
covasse qualche male, che l'avrebbe da un momento all'altro ridotta
nel letto. Celso venne ancora qualche rara volta, appena potè fuggire
all'inasprita vigilanza del suo superiore; ma non venne che per
crescere il loro affanno, piangendo anche lui, e non trovando nessuna
via per fare ciò che pur sentiva essergli sacro dovere.

La Stella, in que' due mesi, facendo quasi miracoli, poteva giungere
in tempo a pensare a tutto; e a furia di crucci, di stenti e di
pietosi inganni, era riuscita fino allora a tener nascosta alla madre
la mancanza delle cose più necessarie. Ma la povertà era in casa.

Già da parecchi dì non si vedeva più fuoco sul loro camminetto; spento
il fornello, per mancanza di carbone, e perchè la scarsa provvigione
di legne, fatta da Damiano alcuni mesi innanzi, era finita. La Stella,
che faticava dì e notte, quando non le mancasse il lavoro, tornava
quasi ogni mattina da due o tre onesti mercanti, sole pratiche a loro
rimaste, cercando colle lagrime agli occhi qualche anticipazione sul
prezzo de' ricami che aveva ancora in mano; ma non sempre poteva
raccorre più di quanto bastasse per non morire quel giorno. A tarda
mattina, un po' di pane raffermo e mezza chicchera di latte bastavano
per la sua colezione; ma voleva che la mamma mangiasse qualcosa di
caldo; e lesta scendeva ella stessa alla più vicina osteria, per farle
bagnare col brodo appena fatto una piccola zuppa. Al cader del sole,
le poche monete avanzate, eranle appena bastanti per comperarsi in
quella osteria una scodella di minestra allungata, che spartivano fra
tutte e due.

Il piangere poi che faceva la povera fanciulla, quando, di notte, si
trovava sola, e non sapeva più pregare, e faticava a prender sonno nel
suo umile lettuccio, il piangere e il pensare a quel ch'era, a quel
che poteva essere, ella sola lo seppe.

Ma pur qualche volta consolavasi un poco, allorchè la mamma, che non
s'era avvista ancora di tutta la verità, dicevale d'alcuna cosa che
desiderasse avere, ed ella riusciva a contentarla. Spesso bisognava
però che nascondesse con piccole menzogne quello che in casa non
poteva farsi come di consueto: così, quando non ci furon più legne, le
aveva detto come stimasse più comodo farsi dar la minestra dall'oste,
fintanto che non tornasse Damiano, per aver libero tutto il giorno al
lavoro. E la mamma non vedeva la Stella arrossire; non vedeva come in
que' momenti, col darsi attorno a qualche cura, ella studiasse di
nascondere che la sua voce tremava.

Intanto avvicinavasi il giorno d'un santo, che fa terrore a tanta
povera gente, il giorno del san Michele. Sapeva bene la Stella come
Damiano, di poco passata la Pasqua, avesse pensato a pagare al signor
Pietro la metà della pigione di quell'anno: ma tenevasi pur certa che
se prima del dì fatale, non fosse contato il restante, quest'uomo dal
cuor di sasso, dopo essersi ricattato su quella po' di robicciuola che
loro restava, le avrebbe mandate con Dio. Ma dove trovarle
settantacinque lire? chè manco non ci voleva. E chi si sarebbe fidato
d'imprestargliele? e come restituirle, se la disgrazia non si fosse
stancata di star con loro? Lasciando poi, che alla modesta fanciulla
ripugnava l'andarne qua e là a piangere, a raccontare la sua miseria;
e che non voleva dir nulla alla mamma, per non vederla patire di più.
Pensò che poteva ricorrere al signor Lorenzo: quel brav'uomo,
l'avrebbe, se non altro, ajutata con un buon parere; si sarebbe dato
attorno anche lui. Ma egli da un pezzo più non era tornato; onde la
poveretta si mise in capo che di loro non volesse proprio saperne più.

Una mattina però si fe' cuore, e senza dir nulla alla mamma, andò ella
stessa fino a casa sua, in via di san Simone. Ma non lo trovò: la
porta era chiusa; e un vecchio calzolajo che abitava una stanza
vicina, sullo stesso pianerottolo, le raccontò che da un bel pezzo il
signor cavaliere sbucava col sole, e non si lasciava più trovar da
nessuno.

Tornò a casa, non parlò; e venuto poi il mezzodì, disse alla mamma che
doveva uscir di nuovo per certo lavoro a lei promesso; e pigliato di
nascosto un picciol rinvolto, che già aveva preparato fin dalla
mattina, se ne andò tutta tremante. Ella camminava rapida e confusa di
via in via, quasi che temesse di esser veduta; le sembrava come se gli
occhi di tutti la spiassero, e come se andasse a far del male.
Schivando i luoghi più frequentati, sboccò nella via de' Tre
Monasteri, ed entrò frettolosa nella porta del Monte di pietà.

È in quella casa, che va a finir tutto ciò che nel tugurio e nella
soffitta è insegna di ricchezza, è reliquia d'agio o di comodità; è là
che il povero si distacca da qualche preziosa memoria de' suoi vecchi,
il miserabile impiegato dall'ultima sua posata d'argento, la vedova
dell'operaio dal suo anello di sposa, dal crocifisso che pendeva al
suo letto. Quanti misteri e quanti dolori potrebbero esser narrati da
chi sapesse che cosa voglion dire tutti que' depositi della sciagura,
così molteplici, così diversi, che di continuo vanno e vengono, e
formano come gli anelli d'una catena che lega il povero alla sua
povertà!... Ma quella casa è un luogo benedetto; e uomini santi furono
i primi che già da secoli cominciarono a spartire, nelle mani di chi
non ha pane, un tesoro a tempo raccolto dalla misericordia.

La Stella non era mai entrata colà, e non sapeva trovar parola per
dire a che fosse venuta; ma una vecchia servente del luogo, nella
quale, benchè la fosse incallita, non era del tutto morta la
compassione, vide l'imbarazzo della poveretta; e facendosela venir
dietro nelle stanze d'ufficio destinate a' depositi, pigliò dalle sue
mani quel rinvolto, lo sciolse, e vi trovò una piletta d'argento, una
grossa fibbia, d'argento anche questa, che pareva aver servito a una
cintura militare, e una collanetta di belle granate col fermaglio
d'oro: era tutto quanto della passata modesta fortuna restava alla
famiglia. Quella collana poi l'aveva, per sua memoria, lasciata alla
Stella una buona signora, morta da parecchi anni; la quale, allorchè
abitavano in Quadronno, essendo priora della dottrina in san Celso,
volle accompagnar la fanciulletta alla prima comunione. In pochi
minuti fu stimato quel piccol deposito; e fatte alcune annotazioni sui
registri dell'ufficio, quel signor impiegato mise in mano della Stella
un biglietto di pegno, le contò ottanta lire di Milano; poi si voltò
stizzito a un gruppo di donne, che s'affollavano colle loro miserie
intorno al suo banco, e:--Una alla volta! disse: non è il pozzo di san
Patrizio, questo!

Il pensiero dell'onor di suo padre e di Damiano, e l'affetto che dona
coraggio e fede, sostennero la fanciulla in quel doloroso passo.
Ritornò verso casa sua, più quieta, più franca, coll'interna
persuasione d'aver compito un dovere: entrata in una chiesa, ripensò
alla buona signora che in un dì più bello le aveva donata quella
collanetta, e pregò per lei come per isdebitarsi d'essersi così divisa
da quella memoria cara. Poi, ebbe coraggio, prima di svoltare nella
piazza Fontana, di salire ella stessa al bugigattolo, ove si
rimpiattava fra un monte di stracci e ferrerie, il signor Pietro,
sottaffittatore del vasto casamento. Quell'avaro rantolone la ricevè
con aria nè corrente nè brusca, non sapendo se venisse per pagare, o
per cantar la solita canzone della disgrazia; ma si fe' netto in
ciera, al toccar delle monete, che la fanciulla, con qualche parola di
scusa, aveva posto sulla tavola. Alzò gli occhi, guardolla fisso, con
una certa smorfia maligna, quasi che volesse domandare donde le fosse
fioccato quel ben di Dio. Per buona ventura, ella non comprese.

Rientrata in casa, sentivasi come le fosse stato levato un peso dal
cuore, e correva lieta alla mamma, per chiederle perdono di quel suo
tardare, quando il suon d'una voce lenta e grave le venne
all'orecchio. Si fece innanzi, e nella persona che, senza accorgersi
della sua venuta, continuava a parlare autorevolmente alla mamma, essa
riconobbe il Padre Apollinare.

Il Padre, dicendo aver saputo da poco tempo le strettezze della
famiglia, veniva a proporre alla Teresa lo spediente di collocar la
figliuola in un ritiro, dove non le sarebbe mancato nulla di quello
ch'è necessario, diceva, per questa vita e per l'altra. Fu un colpo
per la povera vedova quest'annunzio; ma non sapeva trovar ragioni per
combattere que' solenni argomenti.

Appena s'accorse della fanciulla, il Padre la fece sedere, parlò a
lungo anche a lei, senza voler che gli rispondesse; le fece comparir
come una grazia quella ventura che le si offeriva così a proposito, le
disse che a sua madre non sarebbe mancato più nulla, poichè s'ella
acconsentisse ad entrare nel Ritiro, non doveva venir meno anche alla
madre sua, la protezione d'alti personaggi, che le provvederebbero di
quanto fosse di mestieri; le diede a capire, in aria di mistero, che
dalla sua sommissione sarebbe venuto così il maggior bene per la
famiglia tutta. E conchiudendo riflettesse seriamente a quel tanto
che, in tutta coscienza, le aveva significato, si levò, lasciando le
due donne confuse e senza fiato. Ma prima d'uscire, si volse indietro
a promettere che sarebbe tornato la mattina appresso per sentire una
decisione.

Quella sera, nell'intima consueta società della contessa Cunegonda, si
menò non poco trionfo di così bella vittoria, e ci fu chi storpiò in
proposito il patetico paragone della pecorella smarrita.

Stella, alla domane, levatasi coll'alba, aperse la sua finestra.
L'aria freschissima, il sereno e la prima luce che irradiava la statua
della Madonna del Duomo, la consolarono un poco dagli ardenti e nuovi
pensieri che non le avevano lasciato gustare sola un'ora di sonno in
tutta notte. Guardava malinconica la luce maestosamente riposarsi su
quelle cento candide guglie erette al cielo, che da tant'anni vedeva
ogni mattina indorate dal nascente sole, così leggiere, così
trasparenti, che le imaginava scolpite dalla mano degli angioli;
guardava le case, le finestre più alte che l'una dopo l'altra
s'aprivano; e la sottoposta via, e la vicina piazza Fontana, ove
compariva qualche lesto artigiano, o qualche femminetta del popolo, o
la carriuola del lattivendolo. E pensava che il dì appresso non
avrebbe respirato così sola e in libertà quell'aria che veniva dalla
Brianza; pensava che non avrebbe veduto forse mai più que' tetti,
quelle case, quella parte del cielo.

Tornò nell'angolo della stanza ov'era il suo letto; e pian piano,
senza farsi sentire, distaccò dalla parete, ov'era appesa, la gabbia
del suo canarino, e la posò sul davanzale. L'uccellino pigolava
lietamente, e saltellando sugli staggi della gabbia, batteva le alette
e pareva chiamasse col primo gorgheggio la sua buona amica. Stella gli
sorrise, lo chiamò essa pure coll'usato vezzo, e dopo aver guardato
svolazzar su e giù quel solo compagno d'ogni sua gioja e dolore, che
le tornava sovente alla memoria il povero Rocco, stese la mano a un
tratto, e come sorpresa da un pensiero, aperse lo sportellino della
gabbia. Il canarino balzò fuori della piccola prigione, andò a posarsi
sulla mano, e poi sur una spalla della giovinetta; di là spiccò un
leggier volo, gorgheggiando più arguto, ma ritornò subito sul
parapetto a cui Stella s'era appoggiata; fece per due o tre volte lo
stesso, rivenne un momento sulla spalla di lei, quasi volesse renderle
grazie della libertà, e salutarla ancora; alla fine prese il volo e
fuggì via per l'aperto cielo. Quando Stella nol vide più, nè più
intese il sottile suo canto, si rasciugò una lagrima; e partita dalla
finestra, la socchiuse, perchè il sole, che alzandosi a grado a grado
cominciava a penetrar nella stanza, non avesse a turbar troppo presto
il sonno della madre entro l'alcova.

Preparò, come l'altre mattine, la colezione per la mamma e per sè; e
andava pensando che forse da un dì all'altro, lasciato in libertà e
conosciuto innocente, sarebbe tornato a casa il fratel suo; ma ella
non le avrebbe posto più quella tazza e quel pane sul suo tavolo,
presso il balcone. Mezz'ora di poi, Stella avea disfatto il
letticciuolo in cui non doveva più dormire; e raccolte poche robe da
portar con sè, e le piccole memorie della sua fanciullezza, cose che
solo avevan pregio per lei, andò incontro alla mamma, colla faccia
bella e serena come all'usato.

Indi a poco, s'aperse la porta, e il signor Lorenzo più rannuvolato,
più sbattuto del solito, dopo tanto tempo, si lasciò vedere.

--Sei stata tu, la mia figliuola, cominciò a dire, che jer mattina sei
venuta a trovare il vecchio lupo, a san Simone?... Non diventar rossa,
che non è il caso. Vedi, se io t'ho indovinata! Quel mio vicino di
casa, Gaspare il calzolajo, al quale tu hai parlato, diceva che l'era
una bella tosa, così e così, con un far buono e la faccia un po'
malinconica... È lei, senz'altro: ho detto io: ma cosa vorrà mai?...
Vecchio maledetto ch'io sono! nè ho più tempo a mutar nè il pelo nè il
vizio... e se mi va a traverso una parola, se un cristiano non fa a
mio modo.... non son più io.... gli volto l'occhio; e lì, duro,
incocciato, come un marmocchione.... Ma con te no, la mia Stella! con
te, che sei la figliuola del mio Vittore, no!... Dì su, dunque; ti
bisogna qualche cosa dal tuo compare? Dì su...

La Stella tremava; ella non s'era spiegata con sua madre; e, ben che
molto avesse nel cuore, non sapeva che rispondere a quella
interrogazione brusca insieme e affettuosa. Se non che il signor
Lorenzo s'accorse che una lagrima cadeva dagli occhi della fanciulla:
fece due passi innanzi, guardò lei, guardò la signora Teresa; e
pensato un poco:--Che c'è di nuovo? ripigliò: nè tu parli, nè parlate
voi.... Oh! la vedo, c'è magagna sotto. E cosa v'ho fatto io, perchè
non vogliate più nulla da me?.... Quanto a voi, signora Teresa, lo so
bene, sono i vostri preti che v'han messo su contro di me; ma io,
tanto e tanto, voglio esser buono a qualcosa ancora.... Io penso a
Vittore.... e non sono un voltafaccia io....

--Scusate, signor Lorenzo: disse finalmente la vedova: mi dispiace
proprio che vi siate incomodato.... ma avete torto di pensar male di
noi. Certo che ci sono.... delle brave persone che s'interessano a
favore di me.... e della mia povera figliuola.... Anzi, vi dirò....

--Cosa serve, mamma?... timida la interruppe la Stella.

--Parlate chiaro una volta! disse il vecchio soldato, inquietandosi.
Già n'avrete fatta un'altra delle vostre....

--Come sarebbe a dire, signor Lorenzo? quasi che il trovar chi pensa
alla mia creatura, e il poterla allogare in una casa benedetta non sia
una grazia singolare, una fortuna del cielo!...

--Se l'ho detto io! scappò fuori l'antico cisalpino, perdendo la
flemma. Ecco, cos'hai fatto, o Vittore, a pigliarti una beata!...
Vedi, dove vanno a finire i tuoi figliuoli. E io, vecchio mulo, che
m'ostinava a volerne cavar qualcosa.... Già, l'ho capita da un pezzo!
la casa del mio compagno d'armi non è più la mia casa. Bisogna che me
ne vada via, com'era venuto, senza la medicina d'un po' d'amore....
Pazienza! morirò solo, e non importerà a nessuno che io non ci sia
più.... Ma tu Stella, ricordati! se i tuoi protettori, un dì o
l'altro, non facessero più nulla per te, il fratello di tuo padre
venderà la sua croce d'onore, per darti un pezzo di pane.

E senz'aspettare quel che fossero per dirgli le donne, se n'andò in
furia fino alla sua dimora, e stette chiuso per tutto quel giorno.
Nessuno de' molti casi della sua vita aveva lasciata, come quello,
un'amarezza così fiera nel suo cuore.

Partito lui, la Stella, senza parlare, gettava le braccia al collo di
sua madre, prorompendo in un largo pianto.

Sul mezzodì, un modesto calesse coperto si fermò alla porta della
casa. Poco stante, la Teresa, non ancora rinvenuta dallo sgomento in
che l'aveva messa la brusca visita del veterano, vide entrare una
dama, sul tramonto dell'età, dal viso secco e composto, colla cuffia
bianca a bendoni, nera la veste, nero lo scialle. Le veniva alle
spalle un prete dal collo torto e dalla logora zimarra; il quale, a
ogni parola di lei, abbassava il capo; col forzato sorriso di chi
assente per riverenza o paura. Quella dama era, nientemeno, la
Contessa Cunegonda: nella sua qualità di dama protettrice del Ritiro,
compariva, spalleggiata da don Aquilino, a lei mandato dalla cognata
espressamente per compire quell'opera tra loro così caritatevolmente
deliberata.

Don Aquilino volle dir qualche parola alla giovine, che umile s'era
fatta innanzi, per baciar la mano della dama; ma la pia massima che
stava per metter fuori finì in una muta contorsione di labbra. La
contessa, salutando con degnevol cenno di mano la vecchia Teresa, la
quale confondevasi a cercar ringraziamenti e scuse, trasse dolcemente
a sè la fanciulla, e accarezzandole i neri e lisci capelli, le disse,
con affettata unzione:--Venite, brava giovine! facciam di buon cuore
il sacrificio della volontà ribelle... prepariamoci all'umiltà, alla
cieca ubbidienza.... rispondiamo alla chiamata... e allora vinceremo i
tre nemici dell'anima nostra, il mondo, il demonio, la carne.

La Stella commossa, non da queste parole, ma dalla forza degli affetti
che l'avevano combattuta tutti que' giorni, volse indietro il capo,
per non lasciar vedere le lagrime; mentre la Teresa, edificata dalle
esortazioni della dama protettrice, giungeva le mani in atto di
ammirazione compunta; e il restío cappellano, che non capiva del tutto
quel metter quasi il coltello alla gola per far il bene, comechè non
avesse l'animo di fiatar contro la potente volontà di chi lo mandava,
a ogni poco traeva la tabacchiera dal taschino del giustacuore, e
colle grosse prese del rapè cercava dissipare non so qual nebbietta
dalla coscienza.

Dopo altre poche e serie parole, la Stella che avrebbe voluto ancora
baciare e ribaciar la mamma, fece forza a sè stessa, e s'accontentò di
stenderle la mano; poi subito, pigliando ella stessa il suo
fardelletto, disse alla dama ch'era pronta. Un servo, che di fuori
aspettava, accorse a levarle di mano l'involto; e don Aquilino, fino
allora mutolo testimonio, fattosi gran coraggio, credè bene di cucir
insieme questo magro conforto:--State di buon animo, figliuola!
portate volentieri anche voi la vostra croce.... e poi, non andate già
sotto clausura.... e se proprio non aveste vocazione....

Ma la dama, vibrandogli un'occhiata di fuoco, gli tagliò la
parola:--Come parla, signor abate? le pare? mettere in dubbio il buon
proposito di questa brava giovine?.... Il cielo glielo perdoni!

Il prete non ardì aggiunger sillaba; e facendo spalla alla porta
strisciò una riverenza, e lasciò che la contessa e la giovine gli
passassero innanzi. Alla Teresa mancò la forza di accompagnarle. Quel
momento le riusciva troppo doloroso; e per la prima volta, l'idea di
rimaner sola, di non poter forse veder più la figliuola le parve
insopportabile.

Sentì lo strepito del calesse che s'allontanava; e giunte le mani in
atto di preghiera, sollevò gli occhi al cielo. Poi li girò intorno, ma
le pareva di nulla vedere; quasi tentone, si trasse fino all'angolo
ov'era il letticciuolo: lo trovò disfatto; cercò coll'annebbiato
sguardo la porta, per la quale era uscita la Stella; ma una tetra
oscurità le copriva ogni cosa, come fosse già venuta la notte. Per la
prima volta, un orribile dubbio le sorse in mente, il dubbio d'esser
cieca per sempre. Si mise a sedere, e non potè piangere.

Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.



Capitolo Decimo


Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante
trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta
rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e
questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando
una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete,
rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli
occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena
pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a
questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità
ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse
svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra
muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò
il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si
volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse
mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e
tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete
per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose
con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò
il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e
massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno.
S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era
aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più
dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato
basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava
una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno,
deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che
pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo
sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta,
che, riguardando timidamente la dama:--Oh Signore! le disse: dove mi
conduce? questa casa pare una prigione!...

Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:--Abbiate
pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova
famiglia.--E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla
protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che
la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di
pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.

Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono
alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più
arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta,
vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro
apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma
questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella
pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più
attempata delle due donne:--Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la
giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua
bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita
edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la
grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte
nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della
vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la
sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete
segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella
quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù
che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la
virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor
penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si
assoda.

La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso
parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come
ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di
sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato,
colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con
cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè
avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come
penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del
male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai,
la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come
stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era
il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori
l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni
serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e
ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo
che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione,
sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La
parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una
consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò
la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la
volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di
libertà e d'amore.

--Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama
protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che
potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che
mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di
quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava
sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero
vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che
il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una
parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime
furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria,
sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento
dell'innocenza.

La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la
madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro
composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a
don Aquilino:--A lei, signor abate!... noi abbiam fatto la parte
nostra; a lei, la sua.

Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla
nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e
avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse
chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una
cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e
dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come
obbedendo a una forza invisibile.

La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor
giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del
passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da
poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina
del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli
scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a
regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare,
col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento
ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata,
temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero
dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole
passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello
squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato
che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua,
lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di
povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di
candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar
l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino
allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla
formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità
delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva
farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto
dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità
più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la
superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la
contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato
della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi
sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine,
e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che
altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo
a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in
un ginepraio così spinoso.

Egli dunque, messosi allo scrittojo, alzava e abbassava macchinalmente
il capo sui libracci che aveva dinanzi, continuando a tenere la penna
nel calamajo di peltro, senza saper come incominciare l'interrogatorio.
Pur conveniva adempirla questa formalità, ch'era voluta dal regolamento
della casa prima dell'ammissione di ciascuna zitella.

Bisogna che la superiora godesse di quel suo impaccio, poichè
sguardando la dama con due occhi fulvi e maligni, e facendo scorrere
colle dita convulse le avemmarie del rosario che le pendeva dalla
cintura, sogghignava tra sè, pensando che, se il volesse, poteva col
più lieve pretesto rimandar quella giovine; tanto più facilmente, che
la vedeva colà condotta con certo mistero, del quale le sarebbe
piaciuto aver la chiave. Ma la contessa, prevedendolo, andò incontro
all'ostacolo; e come don Aquilino non voleva, o non sapeva fare il
dover suo, levossi con mal celato dispetto, e venuta alla
scrittojo:--Poichè vedo, disse, che qui si medita di stornare un'opera
di carità, non so nè cerco per qual fine, bisognerà, ch'io medesima
n'assuma tutta la responsabilità. In quel punto, la Stella si fece
animo, e senza levare il capo cominciò a dire:--Mi perdonino, se mai
son io causa di dispiaceri; ma, quand'abbiano sentito a dir qualcosa
di me, oh! non lo credano, no, per carità!... Io sono povera, sono
abbandonata; ma non ho fatto del male. La mia povera mamma ha avuto
molte disgrazie; mio padre l'ho perduto da più di tre anni; un mio
fratello non istava più in casa con noi; l'altro.... l'hanno condotto
in prigione. E noi... siam restate senza nessuno. Oh! se qui posso
lavorare e guadagnar qualche cosa per la mia mamma.... io sarò
contenta. Ma non credano, per amor del cielo, che io abbia fatto del
male; è una cosa che io non posso sentirla dire, perchè non è vera.

Don Aquilino scosse il capo, un po' stupito che la fanciulla si
sentisse il cuor di parlare come aveva fatto, un po' malcontento di
vedere come la povera ingannata lasciavasi bellamente incogliere da
quella sorte. Ma le parole di lei forse toccarono la ruvida scorza
della superiora; la quale, smesso per allora il proposito di tener
forte contro ciò ch'essa chiamava un'intrusione, si fece alquanto più
serena in viso, e rispose:--Poichè siete voi che mi pregate,
figliuola, io non metterò innanzi certe difficoltà, che pure avrei
diritto d'opporre... Prego solamente la signora contessa che si degni,
per lo innanzi, di sentire in anticipazione anche il mio voto
speciale; il regolamento me ne dà facoltà, e responsabile del buon
andamento della casa, son io. Intanto, attesa l'ottima volontà di
questa giovine, e per nessun altro rispetto, noti bene! per nessun
altro rispetto... passo per questa volta la mancanza dei requisiti e
carte.... come sarebbe dell'assenso scritto della madre e del
contutore; e inoltre....

--Si calmi, madre Eleuteria: rispose, punta sul vivo, la contessa:
tutto sarà fatto, come vuole; non mancherà nulla, lo dico io, perchè
la giovine che le si presenta sia accolta senza nessun aggravio della
sua coscienza. Perdoni.... per altro; ma ragioni gravi, e che mi è
impossibile comunicarle, richiedono che questa fanciulla sia, senza
perdere un'ora, ricoverata qui....

--Or bene, riprese la superiora, mi rimetto: solo, dove io non abbia a
saper come stieno le cose, dichiaro di lavarmene le mani, e non
rispondo di nessuna conseguenza.

--Sì, sì, lasci pensare a chi tocca. E lei, signor abate, non perda
tempo, metta sul registro nome, condizione della giovine, giorno,
eccetera: tutto poi sarà ratificato e posto in piena regola quanto
prima, con quegli attestati, documenti e ricapiti che la madre
superiora, o anche lei, don Aquilino, potessero desiderare.

--Obbedisco a chi può comandarmi: balbettò tutto umile il prete. E con
mano tremante, quasi che scrivesse la propria condanna, si pose a
sgorbiar d'uncini e graffi quel grosso libro su cui figuravano i nomi
di tutte le ricoverate. E tirava in lungo, sperando che qualche
incidente sorvenisse: ma fu inutile. Le donne lo lasciarono finire; e
prima che avesse finito, la Stella, con licenza della dama
protettrice, era stata condotta nell'interno della casa dall'altra
vecchia, ch'era la maestra anziana.

Le fanciulle del Ritiro uscivano del piccolo refettorio, al momento
che la lor nuova sorella venne a rincontrarle. Ella si trovò in mezzo
a forse venti giovinette, poveramente vestite, delle quali la maggior
parte, senza por mente a lei, si sbandarono di subito per la
cameraccia terrena, ove solevano spassarsi per un'ora, dopo il
desinare, prima di tornarne alla scuola o a' lavori. Due o tre di
quelle cominciarono a fissarla curiose, a bisbigliar tra loro; ella
restava in un angolo tutta sola e vergognosa. Credeva di trovarsi fra
tante buone sorelle, che le facessero animo, che le domandassero della
sua mamma, delle sue disgrazie; e nessuna la salutò, nessuna le disse
una parola. Avrebbe pianto così volentieri; ma la soggezione e il
batticuore le soffogavano anche le lagrime.

La stessa sera, nel gabinetto della contessa Cunegonda, si scambiarono
le più calde congratulazioni per quella vittoria riportata sul secolo.
Il Padre Apollinare, l'incipriato consigliere, e il conte Alberigo
moralizzarono sulla necessità di raddoppiar di zelo per il
miglioramento de' costumi del basso popolo; e la dama e due nobili
amiche, fautrici anch'esse del Ritiro, si facevan tra loro le apologie
per aver saputo, con tal rispetto delle apparenze, condurre a buon
fine quella pratica. Tutti convennero che importava di tener segreta
la cosa; poichè poteva da taluno credersi diretta ad attraversar certe
mire perverse e a combattere lo scandalo col buon esempio.

E quella medesima sera, forse all'ora medesima, l'Illustrissimo,
tornato a casa dal teatro prima del consueto, scese di carrozza e,
senza nulla chiedere nè della padrona, nè d'altri, si ritirò subito
nel proprio appartamento. Mentre il Rosso lo precedeva con gran
premura, per tenersi pronto a' suoi cenni, se mai avesse voluto
mettersi a letto; egli, contro il costume, si lasciò andare, come in
distrazione, a far certe domande al suo fedel cameriere; le quali, a
chiunque altro, fuor che a colui, potevano far nascere strane
induzioni. Ma il Rosso, per sistema, non badava che a' fatti:
cosicchè, quella sera, d'altro non s'accorse fuor che della cattiva
luna del padrone.

--Ditemi un po'.... gli è un pezzo che non vedete l'Omobono?

--Non saprei.... quindici giorni.

--Pare impossibile! Non son io, se non vengo a capir bene che storia è
questa.... Maledetti tutti!

--Si quieti, Illustrissimo, si quieti; badi che non sentendosi troppo
bene....

--Taci tu.

Intanto egli s'era messo a sedere; e il Rosso, stirate le cortine,
apparecchiavagli il letto. Dopo qualche silenzio, il signore
ridomandò, ma sbadatamente:--Non avete sentito a raccontar nulla di
nuovo?....

--No, Illustrissimo.

--Dite, conoscete voi la famiglia di una certa vedova.... della vedova
d'un soldato di Napoleone?

--Aspetti! fosse quella che stava di casa là verso la piazza Fontana?

--Credo bene.... Non sai nulla dunque?

--No, perchè?

--M'era impegnato d'ajutarla quella famiglia; e mi si dice che altre
persone.... di conto precisamente per farla a me, si sieno
adoperate.... Ne hai notizia?

--Che io possa morire, Illustrissimo, se ne so qualche cosa.

--Eh! vedo che anche voi perdete il buon senso, non vi conosco più.

--Perdoni....

--Non importa. Posso farla vedere alle canonichesse e a tutto il
partito.... Io, me la rido, ah! ah!...

--Mi sento consolare, vedendola a ridere.

--Basta così. Andate pure. Domani, di buon'ora, passerete dal signor
Omobono; venga qui nella mattina, e non manchi, e non parli con
nessuno. Al signor Consigliere, farete l'imbasciata che già v'ho
dato.... avete capito bene?

--Non dubiti.

Intanto l'Illustrissimo s'era coricato. Ma, levandosi sul
gomito:--Versatemi nella tazza la solita pozione.... È un altro
impostore anche lui il dottore!

--Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che
voleva parere un sorriso.

--Sì, sì... andate via, che sarà meglio.... Tirate le cortine,
chiudete bene le porte.... tenete a mente quel che v'ho detto....
Così.

--Felice notte, Illustrissimo.

E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone
avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di
bile.

--Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa
torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per
tirarmi dalla sua.

E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al
malumore dell'Illustrissimo.



Capitolo Undecimo


La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del
processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto
umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una
muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre
quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito
inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del
cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano
le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto
in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de'
ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno
all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là
veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que'
dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era
indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa
di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica,
ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano.
Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per
verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar
requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o
no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura,
il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose
l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza
prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le
intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire
al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel
processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un
gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima
di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole;
dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che
molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e
coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età,
l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione
che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e
il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se
non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di
tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli
altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in
quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè
dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal
determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe
che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo
indispensabile nel gran mondo.

Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse
collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il
possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al
processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni
volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.

Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta
la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico
de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui
s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un
fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa;
talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù.
Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato
dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati;
consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la
vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia;
Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna
voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il
coraggio, ultimo compagno dell'innocente.

Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per
tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la
Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo
perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione
di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si
raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata
Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse
l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla
terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore
non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile
abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze;
passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta
finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio,
appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più
dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca
voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove
gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto
di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno
che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.

Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro
prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di
conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista
scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero
Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo,
pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la
prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente
a Dio, e pregò.--Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così
soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non
deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione;
perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.

Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che,
ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua
famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo
per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo;
ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto.
Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse
potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad
umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse
incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua
famiglia.

Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato
incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per
tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò
verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando
lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con
significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che
non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:--Uf! e un'alzata
di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro
con ira i catenacci.

Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla
presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser
conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le
imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano
state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir
reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le
accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate
non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza
d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere
stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui
non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il
processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che
l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne
consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali,
dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.

Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole
nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete
nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della
carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar
fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni,
silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro
stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano
mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli
cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino
parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose
lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva
quasi il respiro.

Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi
baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e
agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a
penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli
balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria
commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta
notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio
ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura
rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore;
imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla
terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro
letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato;
mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne
ringraziava il cielo.

A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si
svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria
racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care
rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira
e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere
sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a
malinconiche fantasie.

--Oh! cos'è mai la vita?..... diceva fra sè: È come il dì ch'è
passato.... come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca
a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o
quella del male.... Oh! perchè io, che ho domandato così poco al
mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar
fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?.... Eppure, capisco che ho
torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche
adesso.... anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia.
Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a
starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un
birbante o un vile.... com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di
loro?.... com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e
vorrei compiangerli.... e quasi anche perdonare?

E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più
distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva
fortemente.

--Ah! è vero!--pensava--Bisogna bene che quelli che non vendon la
vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè
all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna
bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di
poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il
nostro dovere... E io, potrei dire così?... Ora, conosco che in questi
anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte,
forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui
temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho
fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini.
Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai
sul mio sentiero.... e dissi la verità, perchè sentiva che la verità
vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è
venuta addosso come a un furioso!... Dio del cielo! se sapessero quel
ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!...
Quando io aveva perduta la mia prima speranza.... forse è stata
fatalità, fors'anche giustizia.... io non ho accusato nessuno;
contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato
anch'io qualche dì felice!... Ma ora, cosa sarà della povera mamma e
della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que'
tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera
gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che
il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà
abbandonate... E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare
il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?

E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la
sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e
oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli
tornasse fra le loro braccia.

--O sogni, o mie speranze d'una volta!--tornava a dir nel suo
cuore--dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni,
aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter
passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a
battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!.... Mi ricordo
ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre,
io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare
i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere
il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi
guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava
di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle
guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro
a noi lasciava che il suo antico onore!... Poi quando, ancora in
quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto,
che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come
perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un
monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!....
Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano
dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico
dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa
semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel
momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate
vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava
d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in
quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una
felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di
potere un dì o l'altro far un quadro come quello.--Non fu che un
sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere....
Pazienza! Non sarà tutto perduto!...

In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte.
Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del
passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la
diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in
quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato
l'oscura sua vita.

Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina
più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna
battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere
sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al
suo ridestarsi, il sole era già alto.



Capitolo Duodecimo


Lungo il basso androne che metteva alle diverse prigioni, e fra
l'altre a quella di Damiano, passeggiava da quasi un'ora il soldato
che, sul mezzodì, vi avevano posto in sentinella. O che fosse già
ristucco della fazione, o che altra cosa non andasse per il verso al
soldato, l'avresti veduto fermarsi a ogni poco, e origliare alla porta
or di questa, or di quella prigione; poi, come impaziente di tornare
all'aperto, avvicinarsi ad una finestrina ingraticolata di ferro, che
mandava nell'androne appena un fil di luce; e sguardar giù nel
cortile, ove si scorgevan passare guardie, secondini e prigionieri che
andavano e venivano. Ritornando poi indietro, sostava a capo della
scala interna, e poneva l'occhio al basso con cert'aria di sospetto,
come se colà stesse in aspettazione d'alcuno. Alla fine, si lasciò
scappare a mezza voce:--È vero che, per un camerata, bisogna, come si
dice, chiudere un occhio... perchè una mano lava l'altra.... questo si
sa; ma se colui tarda a capitare, non so come l'andrà a finire...

In quella che così diceva il soldato, s'udì un passo su per le scale;
e un giovinotto, soldato anche lui, fu lestamente in cima; guardò se
non fosse spiato, poi venne franco al compagno.

--Sei tu?

--Non mi vedi?

--Va là.... non perdere un minuto.... t'ho dato parola, e ti lascio
fare; ma quasi, quasi son pentito....

--Eh, tu sei galantuomo, Maldura; sei un buon camerata.... e l'abbiam
fatta insieme la maladetta vita. Ma dì.... hai potuto scavare quel che
mi preme?

--L'ho fatto cantare quel dannato secondino; e, se non fallo, la porta
è quella là.

--Bene.

--Ma fa presto, sangue di me!.... ch'io non vo' stare alla catena
corta, per amor tuo.

--Oh! tu hai fatto anche troppo.... è una parola che io voglio dire a
un amico; e tu, credilo pure, fai un'opera di buon cristiano.

Non avevano scambiate fra loro, a sommessa voce, queste poche parole,
che di già l'ultimo venuto, s'era messo accosto all'uscio ferrato che
il compagno gli additava; si chinò a terra, e fece strisciar sotto
l'imposta una cartolina ripiegata che tolse fuori dalla manica del suo
guarnaccotto di grossa tela.

Damiano che, avvezzo già abbastanza al monotono alternar del passo
d'una sentinella, nulla aveva udito di quanto s'eran detto i due
soldati, stette un poco senza pur guardare verso la porta, preoccupato
com'era dal pensare a ciò che sarebbe stato, se tanto si aspettava a
far giustizia anche a lui. Ma un tocco leggiero che intese nella
porta, gli fece volgere il capo; e senza poter nemmanco immaginar che
fosse, corse a raccoglier quella carta, e l'aperse. Non erano che due
linee sgorbiate a fatica su rozza cartaccia, sgrafii neri che
somigliavan più uncini da stadera che parole. Ma Damiano comprese
tutto; appena le tenne in mano, e riuscì a dicifrare una di quelle
parole, tremò, divenne pallido, fissò gli occhi alla porta; pur non
intese più nulla. Rilesse da capo: quella carta, dirizzate un po'
l'aste, e messe a luogo non so che lettere rimaste nella penna, si
poteva capire così:

_"Ricordati, Damiano, che non sei solo; il povero Rocco è tornato; e,
dovesse morire, farà qualche cosa per te"._

Non aveva finito di leggere, che quel tocco alla porta fu ripetuto; e
una voce, che da tanto tempo non aveva udita, sommessa pronunziò:

--Damiano!

--Dio del cielo! sei tu, Rocco?....

E corse, quasi fuor di sè, contro all'uscio sprangato, come se volesse
gettarsi nelle braccia dell'amico suo. Il buon Rocco stava dall'altra
parte, contentone d'esser riuscito a farsi conoscere, e cercando se
mai, per qualche fessura, gli venisse fatto di vedere la faccia del
suo Damiano.

--Damiano! diceva intanto: chi m'avesse detto che t'avrei trovato
qui?.... È una gran birbonata che t'han fatto, lo so bene!... Oh, se
potessi!... Intanto, è stata la Provvidenza che mi fa capitar qui
adesso... Io ho del cuore.... sai? E per te...

Il giovine prigioniero si sentiva troppo commosso per poter
rispondere: i pensieri gli si confondevano, gli pesavan sul cuore; non
sapeva trovar nulla da dire a quell'uomo ch'eragli stato più che
amico, più che fratello, che s'era sagrificato per lui. Sentiva che
altro non avrebbe potuto se non istringerlo sopra il suo cuore.... E
gli era impossibile.

--Damiano! tornò Rocco a dire: posto che questa maledetta porta non
vuole che io t'abbia, per adesso, a vedere.... oh parlami! dimmi che
sei contento di me... che mi vuoi bene ancora.... Ho tante cose a
raccontarti anch'io....

--Rocco, mio Rocco!.... cominciò Damiano quasi piangendo: tu sei cento
volte migliore di me.... Il Signore ti vuol bene, perchè t'ha dato un
cuore, come nessuno l'ha al mondo.... Ma io, cosa potrò mai far io,
per tutto quello che hai fatto per me?....

--Lascia andar questi discorsi adesso; c'è ben altro a pensare.... Io
non ho che un quarto d'ora, o poco più, da poterti star vicino... È
stato il Maldura, un mio camerata che, messo qui di guardia, m'ha
lasciato fare il tiro.... Oh ti conterò tutto: ma prima, dimmi: dov'è
la mamma Teresa? lo sai.... E lei? il mio angelo custode?....

--Rocco! non le hai vedute? non ne sai niente tu?.... Io sto qui a
morire, da più di due mesi; non so più nulla di nessuno.... E non ho
fatto del male, vedi, è stato un tristo accidente.... Ci ha da voler
tanto a conoscere la verità?

--Dunque non sai niente anche tu?....

--Ma perchè parli così?... Non hai cercato di loro? Non le hai vedute?
non sei stato in casa?

--In casa? no.

--Ma perchè non ci sei stato?

--Ci son tornato tre volte su quelle scale, ne' due dì passati;
perchè, devi sapere che sono arrivato qui al principio della
settimana, insieme a una compagnia de' nostri che mandano al paese...
Come ti diceva dunque, ho parlato con la Margherita, quella vostra
vicina; e fu lei che mi disse che.... la mamma Teresa aveva cambiato
di casa; e che, quanto a te, un pezzo fa, una domenica... t'avevan
messo qui dentro, e buona notte!

--Oh Rocco! in che momento ci troviamo!

--Cosa dici?.... Non crucciarti, sai, non pensar male.... E poi, c'è
rimedio a tutto, quando si ha del cuore e la coscienza netta....

--Mi pare impossibile! È un miracolo del cielo.... Ma tu, Rocco, com'è
che sei qui? Non sono venti mesi, da quel dì che la tua anima così
grande t'ha fatto partir soldato per me.... e hai potuto tornare?....

--Se te l'ho detto, la è una storia lunga.... vorrei bene che tu la
sapessi; e hai ragione di dire ch'è un miracolo, se son qui.
Malann'aggia quest'uscio che sta fra noi due! Verrei così di gusto ad
abbracciarti, a stare un po' con te, a dirti la mia storia.

--Non andar via, no; conta su, parla di te; è la prima voce che sento
da due mesi, la prima che sento nell'anima.... ed è la tua, Rocco!

--Tu sei ancora quello, Damiano! che sia ringraziato il cielo. Starò
qui presso, finchè il camerata non mi strapperà via.... È un buon
cuore anche lui, il Maldura.... e se tutto quello che sentiamo dentro
di noi, lo potessimo fare.... Basta, non è questo che importa adesso.
Senti, Damiano, non son più quel Rocco d'una volta, a cui n'han fatto
d'ogni stampa; ho messo giudizio anch'io, cioè ho cominciato a fidarmi
poco degli uomini: ma non li ho pagati della stessa moneta ch'è
toccata a me! Ho fatto una vita dannata abbastanza, là, in que' paesi
luterani: eravamo sul confin de' Turchi, e non c'era poco da fare a
tenerli indietro que' maledetti del turbante. Il loro mestiere è di
nettar le stalle di que' patacconi del paese, portando via e bestie, e
fieno, e tutto.... E noi mandati là, poveri diavoli, a far penitenza
de' nostri peccati! Una notte, d'inverno.... è sempre inverno là...
io, con altri sette de' nostri, facevamo la ronda a una terra di
confine; non c'era strada, e s'andava giù, fino alle costole, nel
fango e nella neve; alcuni, per conforto, avevano accese le loro
pipe.... quando, all'improvviso... pin, pan, pan, pan... una ventina
di que' cani rinnegati, ci serrano addosso.... e noi saldi là! Era il
buon momento di pigliar caldo; ci siam fatti insieme, e giù una furia
di schioppettate alla fortuna.... Li vediam voltare i cavalli, e in
mezzo alla notte sparir come il vento.... Ma un di loro, scappando
via, si butta indietro, tira.... e l'è toccata proprio a me! Son
restato là per terra, come un asino; e quando il Maldura mi levò su, e
lui e un camerata m'han portato via, e poi lasciato giù al nostro
ospedale, io non ho saputo più altro. Dopo un mese, quando Dio ha
voluto, son tornato in piedi; ma la palla di quel Turco dell'inferno
m'era entrata in un braccio.... e il tuo Rocco aveva finito di far
l'esercizio. Io però ho ringraziato il cielo, pensando subito che
guadagnava cinque anni, e che forse sarei tornato a casa.

--Rocco, Rocco!

Così, con tuono basso ma focoso, scrollandolo forte per un braccio, lo
chiamò il camerata. Ma egli non sapeva staccarsi da quel fianco
dell'uscio, a cui s'era appoggiato.

--Rocco! e tutto questo, tu l'hai fatto per me! dicevagli Damiano.

--Sì, sì.... ma adesso bisogna ch'io ti lasci qui e dia la volta.

--Non andartene così!

--È il Maldura, vedi, è lui che mi strappa dal muro; è finita la
guardia, e anche lui ha ragione.... Ma, lascia fare a me; tornerò....
ti darò conto di tutto....

--Ah sì; voglio saperlo, dove sono mia madre e mia sorella... Va, va,
buon Rocco, non perder tempo. Che il Signore t'accompagni!

--Damiano! Non la darei quest'ora, per niente al mondo.

I due soldati s'allontanarono. Damiano tese l'orecchio finchè potè
udire il suono de' loro passi: poi, quando non intese più nulla,
strinse le mani, guardò in cielo, e il suo pensiero si levò con fede
al Signore.

I giorni, e le settimane passarono, E Damiano altro non seppe nè di
Rocco, nè de' suoi: questo dubbio era per lui un'angoscia mortale; e
ricaduto nella disperazione e nelle cupe fantasie di prima, ammalò. Il
medico delle prigioni, la seconda volta che lo vide, provò per lui
simpatia; e persuaso che il male provenisse, più che d'altro,
dall'incertezza che l'aveva oppresso, s'arrischiò di farne parola al
giudice inquirente. Il quale, uomo giusto e di cuore, ottenne che in
due giorni fosse spacciato quello a cui non erano bastati due mesi.

E Damiano, appena si riebbe, fu levato dal carcere e condotto alla
presenza dall'autorità; e dopo serie ammonizioni per lo avvenire, gli
fu detto ch'era in libertà, essendo stato sospeso il processo, per
difetto di prove legali.



Capitolo Decimoterzo


L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava,
sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il
canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di
porta Romana; dove appunto si chiama il _Naviglio_ dell'Ospitale.
Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche
stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel
quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del
contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto
incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo
pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo
rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via,
e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora
all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita
e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che
gli fu posta.

Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile
coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito
appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli
sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio
d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a
qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di
sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto,
ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio
de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva
maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità,
egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il
primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico,
da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a
morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della
disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran
famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine
saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava
il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate
Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di
sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da
consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di
figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia
nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal
lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol
beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben
poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli
uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè
stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii
fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando
sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:

    Fece l'uom buono a bene....

Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito,
s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo
caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita
nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando
quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su'
quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte
rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre,
lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e
dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano,
languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva
bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli
stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che
aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne
disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando
il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni
avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di
tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che
in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie
terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza
della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove
della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire
come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua
buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano,
perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla
ragione; e che senza fede non c'è libertà.

Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico
murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle
mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla
persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde,
tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla
muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della
lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in
testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del
vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di
maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva
ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi
cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che
gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza
pensare d'esser tenuto di vista.

--Malann'aggia! diceva esso.--L'uomo e la ragione.... sono due
cose!.... Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io....--E qui
dava in uno scroscio di risa.--La fame.... cosa importa mai? è una
brutta strega.... la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin
nuovo.... Anch'io fo così! quando ho fame, bevo.... Evviva la
ragione!...

Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe
voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece
per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder
l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue
creature.

--Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.--E la mia donna?... Io per me la
lascio piangolare a conto e dir le litanie.... E men vo a berci
sopra.... Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore....
senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un
padrino.... non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?... No?
pazienza. C'è ancora la _Cà grande_.... A' figliuoli di nessuno ci
pensa la Provvidenza!... È una gran bella invenzione la
Provvidenza!... Allegria in casa!... Presto dunque, oste del buco
d'inferno.... un'altra gocciolina! Prendi questa povera
stroppiatella.... e porta di quel da tredici!...

Il prete s'accorse, mentre il cencioso ubbriaco gli passava a fianco,
che quella lacera coltre da lui trascinata dietro involgeva una
creaturina appena nata; la quale, soffogata forse dal paterno braccio
che forte la serrava, mise allora un vagito.

--Taci là, figlia della miseria!--gridava, sbarrando gli occhi e
levando la destra sulla testina dell'innocente, quel miserabile--Taci!
hai già imparato da tua madre a guaire?... Quella grama me n'ha già
dati cinque della tua stampa, e se non ci fosse la santa che protegge
i colombini.... lo so io quel che farei.... Taci, che non ti sentano,
chè non vo' portarti indietro, io!--

E la bambinella a vagire di nuovo. Quel padre snaturato ruppe allora
in altri accenti più pazzi che feroci; e il prete inorridito volle
correre per istrappargli quella innocente, paventando forse un gran
male. Ma colui, credendosi inseguito, precipitò i passi, giunse allo
sportello di quella ruota, la quale nell'ore buje s'apre ad accogliere
il deposito sacro di tante infelicissime, a cui la povertà o la colpa
negò di portare in faccia al mondo il più bel nome che suoni in ogni
idioma. Colà fermossi, girò gli occhi intorno, come fa la fiera che
sente il cacciatore, svolse dalla coperta la bambinella, e fattosi
innanzi barcollando, a stento riuscì a deporla entro l'oscuro
pertugio; fece rigirar l'assito; poi, non potendo tenersi di metter
fuori un urlo di gioia, s'avviò difilato verso il ponte, e cominciò a
cantare non so che ribalda canzone da taverna, frammezzata di rochi
strilli.

Addolorato da quella funesta scena, ma sollevato in una dal terrore
che provò per la disgraziata creaturina, l'abate Teodoro, come la vide
in sicuro, fatto più malinconico di prima, studiò il passo e rientrò
nell'Ospitale, per quell'andito che fa capo al ponte.

Il buon prete che, al finir d'ogni sua giornata, benediceva al
Signore, perchè gli avesse dato di rasciugar qualche lagrima, di
versare in un'anima immortale il balsamo d'una pia speranza, con
alcuna di quelle parole che fanno ritornar l'uomo a sè stesso; il buon
prete aveva in quell'ora così pieno d'amarezza il cuore, che sentiva
più doloroso il vuoto delle cose umane; e, dubitando quasi di sè,
provava un ineffabile bisogno di raccogliersi nella pace dal
santuario. Entrato nella piccola chiesa dell'Ospitale, s'inginocchiò.
E pregando per quel miserabile e per la sua creatura, il pensiero di
lui levossi alla sorgente d'ogni puro sentimento e d'ogni verità, a
Dio; e contemplando coll'animo i grandi beneficj della Provvidenza,
sentì rimorso della sua tristezza, e pianse d'aver dubitato un
istante.

Uscito della chiesa, svoltò alla manca, e per il portico del cortile
maggiore passò nella più antica parte del fabbricato, che è quella
fatta innalzare da Francesco Sforza; e salita una scaletta riservata,
si trovò nelle due stanze ch'erano a lui destinate in quell'abitazione
del dolore e della morte.

La povera bambinella, che aveva veduto poc'anzi abbandonata nel primo
dì della vita, forse a morire prima del tempo, forse a cercare invano
il seno di mercenaria nutrice, gli richiamò alla mente, per una di
quelle non rade corrispondenze de' pensieri, una memoria lontana,
infelice; la memoria d'un fatto, che gli stava da un pezzo nel cuore,
e del quale, con molto suo dolore, e per quanto gliene premesse, non
aveva mai saputo riunire le rotte fila.

Appena giunto nella sua nuda cameretta, l'abate accese il lume, e
frugò in un cassettino dello scrittojo, che ingombro di libri e fogli
era situato sotto la finestra; di là tolse fuori un piccol fascio di
carte. Il suggello della sopracoperta appariva rotto, ma il piego era
annodato da una cordicella, di cui suggellati erano i capi. Si pose a
sedere allo scrittojo, e con mano inquieta, aperto ch'ebbe il piego,
fece scorrere parecchie carte, e si pose a leggerne alcune.

La prima di quelle carte, ch'egli andò a scegliere fra l'altre, come
quella che fosse la più importante o la più preziosa, era la copia
d'un antico atto d'esposizione cavato da' registri della Pia Casa di
santa Caterina alla Ruota: v'erano descritti, insieme al nome e
cognome che a caso vien posto al trovatello, gli altri contrassegni
più precisi che potessero valere a constatarne l'identità personale.

Quell'atto portava in fronte la colomba col ramicello d'ulivo in
bocca, emblema pietoso della pace del Signore, e, assicurata al
disotto con suggello, come contrassegno di riconoscimento, una mezza
immagine di sant'Anna, trovata sul bambino:


  Il giorno 16                                       N. 183
  Ottobre 1811                                        1811



  _Dalla P. C. degli Esposti a S. Caterina alla Ruota

  Nome _Rocco R***_

  Età: anni -- mesi -- giorni _due_

  trovato nel torno nella scorsa notte

  alle ore 8-3/4 pomeridiane

  involto in

  _Pannilini num. 3_ di tela fina orlati di merletto.

  _Copertine, num. 2_, imbottite di percallo cilestro

  _Fascie num. 1_ fine.

  _Cuscini num. 1_ con. fodera bianca di tela battista ricamata.

  _Cuffini num. 1_ di mussolino ricamato, foderato
  di seta azzurra.

  _Camicietta num. 1_ di tela grossolana, marcata
  in cotone rosso colla lettera _E_.
  Un piccolo Agnusdei di panno bianco e nero, trapunto in seta
  bianca con un

                           I H S.

  Si è fatto battezzare il giorno 16 ottobre 1811_


Oltre a codesta carta, che il prete trascorse rapidamente coll'occhio,
eranvi alcune lettere di diversa data e senza alcuna sottoscrizione.
Fra quelle, a studio ne tolse fuori una, meno lacera e senza
soprascritta, della quale vedevansi qua e là cancellate le parole: la
scrittura appariva stentata, confusa; ma il contenuto era veramente
l'espressione d'un'anima sventuratissima: e il buon prete,
rileggendola, lasciava cadere a quando a quando fra le palme la testa,
e gli venivano le lagrime.

    «Signore!

«Se merita compassione una povera infelice, che ha perduto tutto a
questo mondo, virtù, salute, onore, e quasi anche la vita, oh! non
rifiuti almeno di ascoltare forse le ultime mie parole. Lei sa quello
ch'io era, e a che sono ridotta; io non accuso nessuno della mia
disgrazia, fuori di me stessa: ho tanto pianto, ho tanto pregato, che
spero il Signore vorrà perdonare a me, e a lei pure. Sono tre anni,
posso ben dirlo, che ho cominciato a morire; e in tutto questo tempo,
lei non volle più vedermi, nè sentir più a parlare di me: eppure, se
sapesse ciò che io ho patito, non mi lascierebbe finire così colla
disperazione nell'anima. Una povera donna, che non ebbe altro
conforto, altra speranza nella sua colpa, fuorchè una parola, un nome,
che non potè mai sentir pronunziar dalla sua creatura, vive in
miseria, nell'angolo d'un solaio, nascosta agli occhi di tutti, e
oramai senza forza di levarsi dal letto del suo dolore. Questa donna
merita lo stato a cui è venuta, perchè si lasciò ingannare, tradire,
perche tradì i proprj doveri; ma le han tolto il suo figliuolo,
gliel'hanno levato dalle braccia appena nato, dandole a credere che
ben presto le sarebbe restituito; essa tacque, chinò la testa e
pianse. La meschina non aveva più madre nè padre, nè nessuno al mondo;
era stata per un mese invidiata, felice, circondata d'illusioni,
vestita di fiori e di veli, come una povera vittima; poi discacciata,
sola, nella vergogna e nell'infamia, collo spavento della vita e della
morte. Cosa mai le restava a fare, se non che gettarsi, senza pensar
più altro, nell'abisso che le era aperto dinanzi? Pure, trovò un po'
di forza in sè medesima; e il pensiero di un innocente, frutto del suo
peccato e maledetto per lei, questo pensiero l'ha salvata. Allora,
ebbe la fede di vivere per lui soltanto, d'inginocchiarsi dinanzi a
lui, di trovare nell'amor suo quel perdono che non ardisce domandar al
Signore. Aspettò tre anni, e aspetta ancora.... Ma, adesso non è più
tempo; il dì tremendo s'avvicina; e Dio avrà presto finito di contar
le mie lagrime. Oh! che almeno Egli non le trovi poche al paragone
della mia colpa!

«Se le resta qualche memoria del passato, o signore, non disprezzi la
preghiera d'una povera moribonda: io non prego per me, ma prego per il
mio figliuolo; ch'esso almeno non abbia a portare su questa terra la
pena del suo nascimento, che non abbia a maledire il nome di sua
madre!... Dopo tanto cercar di lui, ho saputo che vive ancora, ma
lontano di qui, ma in tal luogo, dove a me sarebbe adesso impossibile
ritrovarlo. In questo momento terribile, rinunzio volentieri alla
speranza di vederlo una sola volta: così Dio mi tenga conto del
sacrificio! Ma un pensiero, un rimorso che non mi lascia mai, è lo
spavento ch'egli, nato nell'obbrobrio, cresciuto nella povertà, possa
forse un giorno mettersi per la strada del vizio e del delitto.... Oh!
fate, mio Dio, ch'egli almeno viva e muoja innocente, ch'egli sia
salvo, s'io debbo morire disperata! Perdonatemi, o Signore,
perdonatemi in lui!

«La forza di scrivere questa lunga lettera ha esausta la poca lena che
mi restava: ora non ho più nulla a fare quaggiù. Chi sa se il buon
sacerdote, che venne a confortarmi il cuore coi pensieri della
religione, che mi parlò della infinita misericordia di Dio, e mi
sostenne in quest'ultima giornata, vorrà incaricarsi di portarle
queste parole d'una poveretta, che lei forse ha da tanto tempo
dimenticata? Ascolti quell'uomo del Signore, che verrà a ricordarle il
mio nome, il nome di una, che fra poche ore sarà morta. Egli le
raccomanderà il mio figliuolo; gli provveda almanco di che vivere una
vita sconosciuta e onesta; io la scongiuro, per tutto quanto lei ha di
più sacro!... Si ricordi, che tutti abbiamo a morire, e che ogni
nostra buona azione è scritta in cielo. Non lo sanno gli uomini, ma
Dio lo sa chi sia il padre del mio povero figliuolo!... Oh se avessi
la consolazione di finire nella certezza che quell'innocente non sarà
abbandonato del tutto, benedirei il Signore di morire così presto, a
venticinque anni, senza aver gustato una sola ora di felicità! Ma
così.... Egli m'assista, e non mi tolga la fede e la speranza!»

                                «Marianna».


Letto ch'ebbe, l'abate Teodoro si rasciugò gli occhi, e sospirando
disse:--Parmi ancora di vederla quella disgraziata, là sur uno
stramazzo disteso a terra, tutta tremante, e senza pur la forza di
piangere.... Era una giornata piovosa del marzo.... Povera donna! e
morì rassegnata.... Ma quel potente signore, che volle come ridere
allorchè io gli parlai, che rifiutò d'ascoltarmi quand'io
m'arrischiava di mettergli dinanzi agli occhi quella scena.... Mi pare
ieri!--Signor abate: mi disse: ella mi piglia un tuono che non s'usa
più con certe persone.... In verità, non capisco di chi voglia
parlare.... E poi, a che pigliarsi fastidio di cose che succedono
tutti i giorni?... Il mondo è fatto così!--Queste erano le sue
risposte. Buono ch'io non son solito a darmi vinto così presto! quando
tornai all'assalto, quel signore alzò la voce, ma io parlai più forte
di lui; allora il vidi venir giù a poco a poco, raumiliarsi,
promettere di far qualche cosa. Che uomo!

Qui prese un altro di que' fogli; e come per tener dietro al filo de'
pensieri che l'occupavano, vi corse sopra cogli occhi. Quel foglio, a
lui medesimo indirizzato, era questo:


    «Reverendo Signore!»

«Ho l'ordine di passare nelle sue pregiatissime mani la somma di
milanesi lire seimila (dico L. 6000) da investirsi per la causa e ne'
modi a lei noti; della quale somma ella potrà disporre, come e quando
crederà meglio, a beneficio della persona per cui ebbe già ad
interessare l'illustrissimo signor ****. Lo stesso illustrissimo
signore dichiara però, secondo anche le precorse intelligenze, che non
intende assumere nessun obbligo verso la detta persona, considerando
questo assegno quale semplice e graziosa donazione.»

«Ciò mi onoro parteciparle, per espressa commissione, e starò
attendendo il piacere di Lei, reverendo signore, per disporre il
pagamento della somma sovraindicata; mentre mi protesto con tutta la
stima,

    Di Lei,
               «dev. obbl. umil. servitore.
                 «_M.*** procuratore._»


In seno a questa lettera c'era copia della ricevuta delle seimila lire
che l'abate Teodoro aveva trasmessa a quel signore; comechè fosse
persuaso che nulla di più sarebbegli fatto d'ottenere a pro
dell'orfano d'una madre più disgraziata che colpevole, della quale,
come ministro del Signore che perdona, volentieri aveva accettato la
misera eredità. V'era pure una cartella del Monte dello Stato,
portante l'annuo reddito di fiorini ottanta; poichè il prete,
null'altro sapendo se non che il fanciullo era tuttora vivente, senza
averne mai potuto scoprire alcuna traccia, volle serbar intatto e
sicuro quel tenue peculio, ch'egli considerava come proprietà d'un suo
pupillo. Anzi, per trovar modo a togliere dalle strette il giovinetto,
ove la sorte favorisse le sue ricerche, aveva dato a frutto, d'anno in
anno, presso un buon notajo di sua confidenza, gl'interessi di quella
rendita a lui intestata; e così mano mano, sendo corsi quasi
vent'anni, egli era giunto a raddoppiare il piccolo capitale. In ogni
caso poi, pensava che, alla sua morte, quel danaro sarebbe stato de'
poverelli. Le ricevute di que' frutti e le quietanze del notajo presso
il quale avevali dati a mutuo, con uno specchietto delle somme
relative al credito, erano fra quelle carte, unite tutte, dalla prima
all'ultima, con un ordine scrupoloso.

Bisogna dire che l'abate Teodoro non avesse perduta ogni speranza di
sdebitarsi del sacro dovere assunto; giacchè, dopo ch'ebbe ripassate
le carte, le quali non credemmo inutile di por sott'occhio al lettore,
pigliò, con non so quale convulsiva agitazione, un fascetto di lettere
ch'era entro lo stesso cassettino dello scrittojo donde levò prima il
piego.

--Ecco qui--diceva, trascorrendole e tornando a leggerne qualche brano,
costretto quasi dall'intima forza del pensiero che quella sera lo
signoreggiava--ecco qui l'attestato, come il Luogo Pio consegnasse a una
balia in campagna il fanciullo; ecco le fedi di sopravvivenza di lui,
firmate dal parroco, colle quali i contadini che l'avevano ricoverato
venivano a ricever due volte l'anno quel poco di roba e danaro, che suol
dare la Casa. Dopo il diecinove, quando il fanciullo poteva avere poco
più di sett'anni, non ne trovai più indizio.--Tacque, e stette alquanto
sopra pensiero.--Oh! se non fosse morto quel buon parroco di ***, ch'era
proprio il padre della sua greggia, uom di senno e di cuore, come ne
abbisognano alle nostre campagne, forse ne saprei di più....
Quell'ottimo amico era pur riuscito a seguir la traccia del povero
giovinetto.... Era ben lui che allora mi scriveva: «Questo povero
fanciullo pareva scemo dell'intelletto; la famiglia che il teneva in
casa, lasciavalo tutto il dì solo nella campagna.... più d'una volta io
stesso, ne' miei passeggi, lo trovai seduto su qualche rialto di terra,
a guardar il sole, e mi faceva una gran compassione.... Un bel dì, non
fu più visto nel paese: seppi però, da un curato amico, come fosse
ricoverato qualche notte in un casale della sua parrocchia: ho scritto
alla Deputazione di quel paese, e n'attendo risposta....»

--E in quest'altra:--«Non credo ch'egli sia morto, come voi dubitate;
però, credo che non torni facile seguirlo nel suo misero
pellegrinaggio. Ho saputo, or fa qualche mese, che un fanciullo
perduto, di quattordici anni all'incirca, che potrebbe anche esser
lui, fu visto a****, piccola terra a un venti miglia di qui. Se il
Signore non ha avuto pietà di lui, se non lo tolse ancora di mezzo
alle miserie di questo mondo, si dovrebbe pure, una volta o l'altra,
averne contezza: potrebbe, fors'anche, essere stato chiuso in qualche
pio ricovero come derelitto...»

--E un mese di poi, era ancora lui che, venuto a Milano, e passato
apposta a ritrovarmi, mi diceva, ben me 'l ricordo: Ho speranza di farvi
saper qualche cosa del vostro infelice orfanello; ho raccolte le più
piccole circostanze, che mi danno non so quale conghiettura più fondata
di ciò che avvenne di lui; ve ne scriverò al più presto.--Furono le
stesse sue parole.... Ma!... dopo alcune settimane, quel brav'uomo non
era più! Ed io non seppi far più nulla; e queste carte sono ancora qui,
e tutto mi sta, come un rimorso, sulla coscienza....



Capitolo Decimoquarto


In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti
all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse
appena dallo scrittojo, e domandò:--Che c'è di nuovo?

--Don Teodoro, venga presto.... al numero trent'uno, crociera
dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a
vedere il domani....

Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere,
colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa
dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era
il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva
consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del
vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno,
ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di
pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare
prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo
mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi
vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate
dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i
lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano
d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi
poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il
sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare
al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era
venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il
lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E
con tutto questo, il _Ghezzo_, che così lo chiamavano tutti, perchè
vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui
il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti
gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove
appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi
ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però
transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo
che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo
era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in
mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a
tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma
poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a
lui; nè gli mancavano le occasioni.--Se i poveri diavoli non s'ajutano
un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?...

--Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era
distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.

--Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.

--Aspetto per farle lume, don Teodoro....

--Or bene, eccomi.

Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e
discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e
salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto
dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa
e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato
dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto
silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate
rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che
don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo
e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le
lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore
interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di
qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta
sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i
campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per
entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo,
occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro
capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune
persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura
moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso
il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere
del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea
sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i
pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e
di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne,
madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco
dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute,
che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte
del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio,
coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo
crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante
l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel
numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome,
che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista
scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non
eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore
come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto,
con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo
trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come
implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una
benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle
coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare
il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche
gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar
tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra
poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora
sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli
rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro,
che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto
perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva
perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a
miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella
vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In
quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono
sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la
rassegnazione e la fede.

Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo
che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline
del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone
sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del
più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo
sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non
si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i
ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola
lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio
una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento
stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope
improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse,
contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza
respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo
tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo
come se volesse premere qualche cosa che non trovava.

Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando
con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere
prima di morire, del suo Damiano.

Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto,
pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto,
era lui.

Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era
incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo,
verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così
dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo.
Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo
guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti
sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare
ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti
sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo
sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto
quello che aveva passato.

Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco
frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a
quella voce si guardò indietro.... e Damiamo vide Rocco che correva a
lui.

I due amici si fermarono. Dopo quel lungo colloquio, dopo quello
scambio di ricordanze e di forti affetti a cui s'erano invano
frapposte le porte del carcere, rivedevansi finalmente. Nè l'uno, nè
l'altro in sulle prime seppe trovar parola; si riguardarono muti,
tenendosi strette le destre; ciò che sentivano in quel momento non
avrebbero saputo dirselo.

--Ascolta, mio Rocco!... Tu lo vedi il mio cuore, non è vero?

--Oh! Damiano..... lasciam tutto il resto adesso; e parliamo di te....
di loro.

--Da tre settimane io ti stava aspettando. Dopo quel dì....

--Cosa avrai pensato di me?... Oh se tu sapessi!... Io era là tutti i
giorni.... due o tre ore di fazione, là nel cortile... sotto a quella
tua finestrina; e guardava in su, per niente. Non ho trovato più
nessuno, dopo il Maldura, che mi desse mente a me.... Anche
stamattina, vedi, ci son tornato. Oh! l'avessi pensata che l'era
venuta l'ora della giustizia, tu m'avresti trovato, all'uscire, là
sotto a quella porta.

--Buon Rocco! e io ti feci torto!...

--L'han capita dunque la birbonata che t'avevan fatta?...

--Non parliamo adesso: vieni, Rocco, dammi il tuo braccio.... Son
fiacco, mezzo disfatto ancora; ma io voglio veder la mamma.

--Aspetta un poco.... dammi ascolto....

--Come? mi tiri indietro?... Non si va per di là...

--Capisco; ma sai bene che t'ho detto....

--Cosa?... Io non so nulla.

--Ma non t'ho contato, quando son venuto a trovarti, là in quel
maladetto sito, non t'ho contato che la mamma Teresa.... aveva dovuto
cambiar casa?

--Sì; ma non t'ho creduto io. E perchè avrebbe dovuto andar via così
presto?...

--Senti, Damiano.... la tua povera mamma ha patito tanto
dell'ingiustizia che t'han fatto. Pensa tu dunque....

--Che pensare? io voglio vederla, Rocco! Tu sai dov'è.... andiamo
insieme da lei.

E così dicendo, gli tremava la voce, e con gli occhi smarriti fissava
Rocco, che del pari mal sapeva mentire a quel che aveva in cuore.

--Tu non stai bene adesso, Damiano. Vieni con me.... andiamo prima....

--No! no! no!.... Tu non dici la verità, tu vuoi darmi a intendere
quello che non è.... Rocco, di' su, di' su! la mia mamma.... la mia
mamma... Dio benedetto!

L'amico, vedendo sulla faccia di Damiano il terribile pensiero che gli
era balenato alla mente, e che non aveva avuto cuor di significare,
comprese come non tornasse bene fargli mistero della verità. Ma gli
mancava l'animo, gli mancava la parola.

--Io lo so.... ripigliò, senza tremare, Damiano: la mamma è....
malata?

--Sì, un poco, ma....

--Malata, dunque? malata, non è vero?.... Torna a dirlo.

--Sì, malata.

--Quand'è così, andiamo!

--Ma, lei forse non è nemmanco avvisata che sei in libertà.... e
vederti, così all'improvviso....

--Non importa! andiamo, ti dico.

--Ma io, vedi, in coscienza, non posso....

--Come? non puoi?... In nome di Dio, ov'è la mamma?

--Povero Damiano!... Intanto che tu eri là, tra quattro muri, ci sono
riusciti a condur via la Stella... Dicono che l'è andata a star bene,
che non ha bisogno di nulla; ho cercato io del luogo, ma fin adesso
son capitato male, non n'ho cavato nessun costrutto. La mamma Teresa,
quando che fu sola, senza te, senza lei, ha cominciato a dar giù, a
sentirsi male.... e un dì, non potendo più stare in piedi, non avendo
anima che facesse per lei, si è rassegnata.... e si è fatta portare
all'ospedale.

--All'Ospedale!...

A questo grido, pieno di dolore, Rocco ebbe tempo appena di sostener
Damiano tra le braccia; giacchè al povero giovine non bastò la forza
di sostenere il colpo; e venne manco nel mezzo della via.

Rocco lo trascinò nella vicina botteguccia d'un falegname: ajutato dal
buon operaio, lo mise a sedere sur uno sgabellaccio; e fra loro due,
bagnandogli la fronte con un po' d'acqua, vennero a capo di farlo
rinvenire. Rimessosi in piedi, Damiano raccolse tutto il suo coraggio;
usando una gran forza a sè medesimo, rese grazie a quel falegname
della sua carità, e volle uscir con Rocco, pregandolo che
l'accompagnasse fino all'Ospedale. Andarono insieme; ma, essendo
vicina la sera, trovaron chiuse le porte, nè, per quanto pregassero,
fu loro concesso di entrare. Rocco non sapeva ove condurre il suo
disgraziato amico a passar la notte: dal dì ch'egli era tornato, aveva
dormito sulla paglia, in una rimessa abbandonata, dove per compassione
gli davan ricovero; ond'è che vergognavasi di dire all'amico che
avrebbero spartito quel letto. Teneva però ancora in serbo un dieci
lire, l'ultima sua ricchezza; e pensò che l'ora di farle esser buone a
qualche cosa era quella. Entrò coll'amico in un'umile osteria; volle
che mangiasse un boccone; poi, scorgendolo così oppresso, così
rifinito, lo persuase di porsi a letto. Damiano l'obbedì; e quasi
tutta la notte, mentre Rocco s'era seduto accanto a lui, continuarono
a contraccambiarsi confidenze di dolore e parole di conforto.

Fu allora che Rocco narrò in che modo avesse saputo il caso della
buona mamma Teresa, e quanto gli era noto e non ebbe cuore di
palesargli la prima volta che si parlarono, là nella prigione;
com'egli, appena venuto a Milano, dichiarato invalido, e messo in
libertà dal militare, fosse corso alla piazza Fontana, a quella casa,
a quel quarto piano a cui aveva sempre pensato, in tutto il tempo
ch'era stato di là dalle care montagne del nostro paese; come,
arrivato col batticuore a quella porta, si fosse trovato al tu per tu
con la vecchia pegnataria, della quale non ricordava più il nome; e
come costei, appena udì menzionar la mamma Teresa gli serrasse la
porta in faccia, dicendogli nient'altro che:--Questa è casa mia; qui
non c'è nè mamma, nè Teresa; andate all'ospedale, che se la c'è
ancora, la troverete!...

Damiano sostenne, impassibile e muto, quella prova, la più difficile
che il cielo gli avesse mandata. Egli non maledisse, non pianse; e
concentrò tutto il suo dolore in un solo pensiero, nel pensiero di
riveder sua madre, d'inginocchiarsi appiedi di quel letto abbandonato.
Un solo lamento, in tutta quella notte, gli fuggì dal cuore: fu quando
disse all'amico:--O Rocco! avresti fatto ben meglio a lasciarmi
partire allora!..... Forse io non avrei condotto così, come ho fatto,
la mia povera madre a morire all'ospedale.

Quando venne la mattina, stretti al braccio l'un dell'altro,
s'incamminarono, senza far parole verso l'Ospedale maggiore.

Colà non trovarono chi sapesse loro indicare dove fosse stata portata
la povera signora Teresa: ma, incontrato per caso il Ghezzo
infermiere, a lui si raccomandarono: egli poi, sentendosi un poco
frugar nel cuore, al veder quel giovine così sparuto e quel soldato, i
quali con le lagrime agli occhi eran venuti a parlargli, li condusse
al letto, dove languiva da due mesi colei ch'essi cercavano. Il Ghezzo
aveva pigliato sopra di sè la responsabilità dell'infrazione alla
regola; e consentì che rimanessero colà, per lungo tempo dopo l'ore
consuete in cui sono permesse le visite agli ammalati: quella povera
inferma, era la sola forse di tutta la crociera che da tante settimane
stava in quel letto, senza aver mai veduto nessuno de' suoi; e
scorgendola vicina al passo che dobbiamo far tutti, pensava che
l'avrebbe forse benedetto anche lui.

L'inferma s'era sollevata un poco sulla persona; e, tenendo chiusi gli
occhi, pregava, rassegnavasi a tutto quello che avrebbe di lei fatto
il Signore, anche a non veder più i suoi figliuoli: pensava che Stella
e Celso eran ricoverati in luogo sicuro, e offeriva al cielo anche
l'angoscia provata per Damiano, la cui prigionia era forse stata per
lei un colpo mortale.

Quando, aperti gli occhi, vide appiè del letto quel giovine, che la
guardava pietosamente, senza osar di profferire il suo nome, sorrise
un poco, scosse il capo, pensando che fosse un sogno, e ricominciò una
preghiera. Ma la voce del Ghezzo, che si fe' sentire in quel
punto:--Ehi! non conoscete più il vostro figliuolo?.... la richiamò
alla verità.

--O santi del paradiso!... Sei proprio tu, Damiano?

--Sì, mamma.

--Dunque il Signore non me l'ha voluta negare questa consolazione?

--Non io, vedi, ma quelli che volevano farci del bene a modo loro,
furono la causa di tutto: adesso m'hanno conosciuto innocente, e sono
quì, sono quì con te, mamma.... Oh perdona al tuo figliuolo!

E chinandosi su quel letto, strinse amorosamente colle sue la scarna
mano materna.

--E anch'io, mamma Teresa: si fe' animo a dire il buon Rocco, che,
venuto innanzi in punta de' piedi, s'era posto dietro l'amico, anch'io
ringrazio il cielo che ho potuto tornare a vedervi! Questo mio braccio
non è più che un mozzicone; ma darei l'altro, per vedervi fuor del
letto.

--E la Stella, dite, mamma, dov'è?.... Perchè, lei almeno, non la
trovo vicina a questo letto?....

--Oh! lei è in miglior luogo: rispose con rassegnazione l'ammalata: è
in una casa del Signore.

--Come? e vi ha abbandonata così, in questo momento?... non potè
starsi dal dire il giovine.

--L'ho voluto io, Damiano; se non potrò più vederla, sarà un
sagrifizio di più al Signore!

--No, mamma, non dite, non dite così; Stella non ve la strapperanno
dal fianco que' tali, che han fatto già anche troppo per noi.... Ma
verrà il momento... perchè un po' di giustizia la faremo anche noi!
Sì, coloro che v'han ridotta su questo letto, ne hanno da scontare....
E una le paga tutte.

Ma s'avvide il giovine che l'infelice donna, atterrita per le violenti
parole che gli prorompevano dell'animo esacerbato, volgendo il capo
dall'altra parte, sentivasi oppressa da troppo forte passione, e
sfuggiva il suo sguardo. Allora, supplicando chinò il capo dinanzi a
lei; e colle più tenere e soavi espressioni che seppe trovare raddolcì
l'amarezza che involontariamente le aveva versata in cuore; e così
egli vide dissiparsi ogni nube da quella fronte venerata e cara. Le
sedettero vicino i due giovani; e quando venne l'ora di staccarsi da
lei, bisognò che l'onesto infermiere promettesse loro che li avrebbe
lasciati tornare prima di sera. E tornarono, nè il Ghezzo seppe tener
duro; cosicchè i due rimasero colà fino a notte fatta, discorrendo
colla malata di tante cose che avevano nel cuore. Allora venne a
sapere Damiano come e quando la Stella fosse stata collocata nel
Ritiro; e sentendo come anche Celso da parecchie settimane avesse
dovuto partire col suo superiore, senza che gli fosse nota la malattia
della madre, comprese quel viluppo di sgraziate circostanze che in un
punto avevan dispersa tutta la sua famiglia. Poi Rocco, per tenere un
po' allegra la mamma Teresa, si fece a raccontarle la sua storia di
que' due anni: e Damiano era caduto in profondi pensieri.

Ma la contentezza d'aver riveduto il figliuolo, e l'impeto di tanti e
così diversi affetti risvegliati da quel lungo colloquio avevano
prostrata del tutto la povera sofferente. A un'ora di notte, quando il
Ghezzo venne per mandar in pace i due intrusi, trovò l'inferma
svenuta, bagnata di freddo sudore, e i due giovani affaccendati
inutilmente per richiamarla alla vita. Lo svenimento durava da quasi
mezz'ora; e l'infermiere, il quale ben sapeva che la disgraziata era a
mal punto, credè opportuno di correre a far avvisati, nello stesso
momento, medico e confessore.

Don Teodoro giunse per il primo al letto della Teresa; e veduti appena
i due giovani, imaginò di subito che non potevano essere se non i
figliuoli di quella donna. Si avvicinò a lei, e toccandole il polso,
s'accorse che la vita tornava a poco a poco, e che la sincope non
poteva essere che conseguenza d'una forte e subitanea commozione.
Racconsolati i figliuoli, i quali tremavano che quel deliquio fosse un
presagio terribile, raccomandò ben bene all'infermiere ciò che avesse
a fare per riaver l'ammalata; e quand'essa cominciò a risensare, volle
che la lasciassero sola e quieta, dichiarando assolutamente
impossibile che s'intrattenessero più a lungo. Ma li rassicurò,
vedendoli levarsi di là come insensati per dolore, ch'essa non correva
pericolo alcuno, e che il dì seguente, tornando a vederla all'ora
permessa, avrebbero avuto ragione di ringraziare il Signore.

A Damiano toccarono il cuore le gravi e pietose parole del prete.
Pigliò la mano della madre, la baciò, senza ch'ella se ne fosse
accorta; e i due amici, tacitamente attraversando la crociera,
uscirono dell'Ospedale.



Capitolo Decimoquinto


Quando, la mattina appresso, Damiano e Rocco vennero alla porta della
crociera dell'Annunziata, aspettando l'ora che fosse riaperta, il
Ghezzo, che aveva scorti salire, fece le viste di non por mente a
loro, e tirò dritto. Gli era stata fatta, poco prima, una seria
ripassata da uno de' medici ispettori, appunto per la licenza che il
dì innanzi aveva pigliata; e come Damiano gli corse incontro, parve
non lo conoscesse più. Ma, veduta una lagrima negli occhi del giovine,
non potè proprio fare l'indiano, e prevenendo la sua domanda:--State
di buon cuore: gli disse: la vostra mamma vuol guarire; l'avervi
veduto è stata una medicina che le ha fatto un gran bene.--Con tutto
ciò, non si lasciò smuovere da scongiuri, perchè potessero entrare
innanzi l'ora.

I due giovani, trovandolo irremovibile, domandarono d'andar frattanto
a riverire quel buon sacerdote col quale s'erano già incontrati; e
l'infermiere indicò loro la via per salire alle sue stanze.

Entrarono timidamente; don Teodoro, che se ne stava leggendo, li
riconobbe subito, e volle che sedessero: poi, date loro più consolanti
nuove dell'inferma ch'era stato a rivedere la stessa mattina, li animò
a metterlo a parte di quel poco che credessero potergli raccontare
delle loro disgrazie.

--La famiglia de' poveri è la mia famiglia: diceva: apritemi il vostro
cuore, e se non mi sarà concesso di giovarvi, potrò almeno dirvi
qualche buona parola, in nome di Colui che mitiga tutti i dolori.

A Damiano quasi non pareva vero di trovare un uomo che loro parlasse
come a fratelli suoi; e fu vinto da quell'espressione di serietà mista
d'affetto, ch'era in ogni accento del prete. Si fece animo e gli
raccontò, come seppe, la breve storia della sua vita, e le disgrazie
che avevan condotto a quell'estremo la sua famiglia.

Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama
casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico
suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece
della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo
sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto
consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida
scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti
loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e
Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno
che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare,
come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si
ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di
cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora
che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma,
egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come
il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo
lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che
sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.

Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza
che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que'
poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della
miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza
dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi
del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che
veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa
insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che
Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e
inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando
le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di
verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo
pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del
povero soldato.

Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so
quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano,
tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi
promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel
giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco
dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona
speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse
restituito il figliuolo.

Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri
che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.

Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore,
l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente
patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato
gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel
signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era
allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini,
tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo.
Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una
volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi
ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse;
certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al
modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva
mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione
della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente,
di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa
d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non
avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo
perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira
sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.

Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste
confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri
all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far
altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il
nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano
trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia
nell'antica osteria del _Biscione_. Due di loro, a prima vista
l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche
senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual
titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua
ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così
dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo
cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a
terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due
il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole,
alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e
una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a
farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i
compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in
sicuro.

--Oggi tratto io!--esclamò quel primo; e all'aria e al contegno
l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli
spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per
tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli
in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola
i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè
insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo
senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle,
cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale
pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere,
nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.

--Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la
cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.

--Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.

Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non
aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso,
cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don
Aquilino.

--Mi dica dunque lei, ripigliò colui, nel quale non è difficile
conoscere lo stesso signor Omobono: mi dica lei, che gode il favore di
tali che lo posson sapere.... Si racconta che, sotto apparenza di
bene, alcun tempo fa, certa persona, che non voglio nominare.... siasi
intrusa in certa famiglia.... per dar mano a certo intrigo.... non so
se mi spieghi; pare che si trattasse nientemeno che di tirar per forza
una giovine in convento.

--Oh, oh, oh! scrollando il capo, l'interruppe il prete; e fra sè
pensava: Ohimè! dove sono incappato!

--Lei si maraviglia; ma, se io le dicessi che c'è chi fruga dentro in
quella storia.... e ci si potrebbe trovare, gliene do parola io,
abbastanza da metter lì un buon processo in regola.

--Ohibò! ohibò! tornò a dire il cappellano: e poi... scommetterei ch'è
male informato, anzi.... son certo che falla.

--E se facessi il nome alla persona?...

--Il nome?... Io non ne so niente.

--Oh bella! chi dice che debba saperne qualcosa lei?

--Io non c'entro, dico.

Il povero cappellano era caduto nel tranello, per la paura; l'altro
con un risolino muto, maligno, a fior di labbra, guardava di sottecchi
il compare; il quale pareva dar mente più alla bottiglia che a tutto
il resto, ma intanto non perdeva nè una parola nè un gesto de' due
vicini.

--Davvero, che se io non avessi la fortuna di conoscerla da un bel
pezzo, don Aquilino, crederei giusto di sospettar male....

--Come? come?

--Lei si scusa, con tale anticipata premura che si direbbe....

--Che?... Che?...

--Che le preme troppo di nasconder la parte da lei forse presa in
quell'opera.... non del tutto caritatevole....

--Io non c'entro, le ripeto; e se qualcuno le avesse mai detto....

--Non le dò colpa di niente, io. Anzi, son di là da persuaso che, se
appena ella avesse potuto metter bene, la cosa non sarebbe
successa.... nè si vedrebbero per aria certi nugoli....

--Canzona, o dice davvero, signor mio?--E il povero don Aquilino,
tremandogli la mano, non poteva infilzar colla forchetta il ghiotto
boccone fumante sul suo piattello.

--Mi pare, seguitò l'altro, che non le sieno cose da ridere. Io ho
della premura per lei; e però le parlo col cuore in mano, come a un
amico. C'è una persona, m'ascolti bene, c'è una persona.... e anche
questa non la voglio nominare... che si pigliò a male quella
combriccola da sagrestia, tenendola come un'offesa fatta espressamente
a lui. Non basta; le dirò che a quella persona, lei mi può capire
benissimo, han messo in capo che la cosa fosse preparata da un pezzo,
che si sien messe fuori certe imposture, certe invenzioni maligne, e
che, in una parola, lei pure, lei don Aquilino, avesse tenuto mano a
que' tali che s'eran messi in puntiglio di farlo star lui.

--Ma lei, signor mio, mi confonde la testa; io non so cosa voglia dire
con tutti questi supposti. Io non ho mai fatto male a nessuno; quel
poco che ho fatto a questo mondo, l'ho fatto per bene.... e se ho
fallato, non è proprio stato per colpa mia.

--Ma lei non vuol capire: insisteva l'altro: non si tratta di lei
adesso; solo si vorrebbe sapere, se veramente la giovine facesse quel
passo di buona voglia, o se gliel'abbiano fatto fare....

--Cioè... cioè!... disse il cappellano, guardando in viso con sospetto
colui, e come sfinito da quel penoso interrogatorio.

--Non si vuol già trappolarlo, caro don Aquilino; l'ha pur detto anche
lei che aveva fallato. Si tratta dunque di rimediare.... e lei
potrebbe....

--Cosa posso far io? per carità non mi tirino per i piedi.... e se c'è
qualcuno che abbia i suoi fini....

--Già, si sa, sono i soliti garbugli di confraternita.... Ma, la
vedremo!

Così si mise dentro anche il Rosso, col sordo sghignare di chi volge
tutto in baja: nè altro disse; ma, abbrancando la terza bottiglia, ne
spiccò di botto il collo colla lama del coltello, e mescendo nel
bicchier del prete e nel proprio:--Viva il sciroppo di cantina, disse,
che bacia e che morde! allegri! mandi a spasso gli scrupoli, don
Aquilino.

--Zitto per carità! gli diè sulla voce, con basso, corruciato tuono il
cappellano, a cui il poco che aveva bevuto non bastava a cacciar di
corpo la paura: mi vogliono far giuocare una brutta carta...

--Eh! stia pure di buona coscienza: ripigliò il signor Omobono: chè i
monsignori della Curia, benchè a due passi di qui, non la sentono. E
poi, cosa fa di male? Sta piluccando un po' di grazia di Dio, in
compagnia di due buoni cristiani, e vuota un bicchiero alla salute del
prossimo.... Cosa ci avrebbero a ridire?...

--È vero che io.... ma....

--Ma, ma.... lo sa pure cosa dicevano i frati, se ben mi ricordo:
_Manducate quae apponuntur vobis_; e l'avevano scritto a lettere di
scatola sull'entrata del refettorio.... Eh! vada là, mi sarei fatto
anch'io alla regola. Ma non perdiamo il tempo. Lei dunque potrebbe, al
caso, attestare che la giovine, di cui si parlava, non entrò nel
ritiro per assoluta e dichiarata vocazione?....

--Se debbo dire quel che a me pare.... veramente...

--Ma sì che l'ha detto. Non ci scambi le carte in mano....

--Lo confesso, n'ho avuto un po' di compassione.

--Ehi! ehi! signor cappellano, intendiamoci: uscì fuori brusco il
Rosso, senza finir di vuotare il bicchiere.

--Ah! vi faceva compassione?... domandò ironicamente il signor
Omobono.

--Oh finiamola! venne allora in mezzo il Rosso, per tagliar netto a
quelle pappolate: Badi un po' anche a me, don Aquilino.

--Dica, dica pure, signor Rosso.--E pensava: A quest'altro adesso.

--Ecco qui; in due parole mi spiccio.... Qualunque cosa ella sentisse
dire, in quanto alla giovine del ritiro, si guardi bene
dall'immischiarsene, come ha fatto.... Non apra bocca con nessuno, per
qualunque cosa che avesse a succedere.... E se mai, se lo metta in
mente, se mai, fosse chiamato dall'autorità.... dico per un
supposto.... lei farà bene a dichiarare che la giovine era stata
condotta per forza in quella casa.

--Ma questo....

--Questo è quello che le consiglio di dire; per suo bene, per sua
quiete.

--Che? c'è qualcosa per aria?....

--Sì, per dinci! Tutti i giorni ne succede una!....

S'intese un romore nella stanza attigua, come d'una seggiola
rovesciata sul pavimento, e d'alcuni passi che s'avvicinavano.

Il signor Omobono balzò di subito in piedi; al Rosso morì in gola il
discorso, e tutti e due volsero il capo a quella parte, onde lo
strepito s'era udito. Don Aquilino, che nulla intese, ma vide
l'improvviso sgomento de' due compagni, non sapendo più che pensare,
tanto aveva la mente intronata e confusa, crede quasi d'esser caduto
in un agguato, imaginò che la minaccia di cui parlavan coloro fosse
già per compirsi. Non osava neppure girar gli occhi verso la porta, e
si teneva aggrappato al desco, come il naufrago all'ultima tavola
della nave.

--Eh via! che c'è? disse il signor Omobono, con un'alzata di spalle;
ma egli pure, mutato in ciera, non avrebbe potuto rimettersi cheto a
sedere, e teneva gli occhi inchiodati all'uscio.--Quel ladro
dell'oste, continuò a voce più sommessa, m'aveva dato parola di
lasciarci in santa libertà.... Andate a vedere, Rosso, ma pian
pianino, per il buco della chiave, se mai ci fosse qualcuno di là.

--Cosa serve? disse colui.

--Andate là, fatemi questo piacere: so cosa dico.

--Sì, sì! per amor del cielo, che nessuno mi trovi qui.... barbugliò
don Aquilino, perdendo quasi il fiato.

Il Rosso andò alla porta, sbirciò nell'altra stanza; tornando subito
indietro, si rimise al suo posto, e cominciò a ridere sgangheratamente;
poi, annaffiato il gorgozzule con un'altra sorsata, si volse al signor
Omobono:

--Non c'è nessuno, ve lo dico io.... Vorrei vedere che a qualche
bell'umore venisse in capo di fiutare i fatti nostri.

--Ma ho sentito io una pedata poco fa; e giurerei che han toccato la
porta....

--È un sogno che fate: tornò a dir bruscamente il Rosso: e poi, chi
volete...?

--Ma se mai.... soggiunse il cappellano, che aveva un cuor di grillo.

--Sarà stato qualche gatto che saltò giù da una tavola, o anche uno
de' garzoni che passando avrà urtato in una seggiola: il signor
Omobono disse alla sua volta, per rassicurare sè stesso e il compagno:
E poi, fosse chiunque, non facciam combriccole noi, non diciam niente
di male.

--Sì, ma un uomo come me, che non si vede mai all'osteria....
balbettava il pretoccolo.

--Eh! corpo del diavolo, lei è impastato di paura, caro signor
cappellano. Cosa siamo noi? galantuomini meglio di lei, e manco
impostori... gridò stizzito il Rosso.

--Siete un gran matto! disse il prete, che non vedeva l'ora d'uscire.

Si levarono dalla tavola; don Aquilino fece un sospirone, pensando fra
sè che quella cena non gli avrebbe certamente fatto il buon pro; gli
altri due scambiarono un'altra occhiata significativa, e
s'incamminarono. Il prete veniva loro alle spalle.

Passando per la stanza, nella quale pochi istanti prima sembrò loro
d'aver udito romore, s'accorsero d'una seggiola rovesciata dietro la
tavola; e su questa eran due tondi, il resto d'un pane e una mezzina
di terra. Il che li fece tornar sul pensiero che alcuno si fosse
trattenuto in quella stanza e che potessero anche i loro discorsi
essere stati uditi. Ma, supponendo amendue che colui al quale fosse
nato il ghiribizzo di far loro la spia, non ne saprebbe cavar nessun
costrutto, si tennero sicuri; e dopo che il signor Omobono ebbe pagato
l'oste, uscirono all'aperto.

Don Aquilino, poco desideroso ch'altri il vedesse in compagnia di
coloro, cavossi il cappello, balbettò uno scucito complimento; e
cominciò a trottar lungo il muro della piazza Fontana, ringraziando il
cielo di poter finalmente respirare un'aria più libera; abbenchè, nel
camminare, ogni passeggiero, ogni lampada gli facesse come un
barbaglio e a ogni poco gli sembrasse quasi sentirsi mancar la terra
sotto i piedi.

Il signor Omobono e il Rosso, attraversata la piazza, si discostarono
dall'opposto lato, ricominciando fra loro a parlar più chiaro, e con
maggior gelosia.



Capitolo Decimosesto


Scantonava appena il malavventurato cappellano nella via delle
Tanaglie, quando all'improvviso sentì una mano posarglisi sovra una
spalla; e prima che si fosse vôlto per guardar chi fosse, quel leggier
colpo era bastato a fargli gelare il sangue nelle vene. Si fermò,
guardò, ma non riconobbe colui che gli s'era piantato al fianco. Era
un giovinotto di volgare aspetto, con un giubbetto bigio e un
berrettino di panno bianco orlato di rosso, somigliante a quello che
portano i soldati. Mille pensieri a un punto s'urtarono nel cervello
di don Aquilino: al vedere colui, s'imaginò che veramente fosse un
soldato; avrebbe giurato che gli luccicasse in mano un pajo di
manette.

--L'ho capita io, pensò in furia, che que' due birbaccioni m'han
tirato in ballo, e che stan mulinando qualcosa di maledetto.... Forse
i segugi eran già sulla loro pesta.... Sta a vedere che tocca a me, a
me, che non ne so nulla....

Poteva pensare, ma non parlare; le sue labbra aride, convulse, non
sapevano articolare un accento. Ma, fatto un eroico sforzo, riuscì
alla fine a mandar fuori un fioco:--Cosa vuole, signor soldato?

--Niente, signor canonico, o quel che è; ovvero sia, per dir la
verità, una cosa di niente.... Faccia la grazia di dirmi s'era lei che
si trovava poco fa al _Biscione_, in compagnia di que' due che
svoltano in questo momento l'angolo dell'Arcivescovado....?

--Io.... io.... non vedo nessuno; non so di chi voglia parlare, signor
soldato; rispondeva, con tuono patetico, il prete.

--Via, non serve; già l'ho veduto io; torno a dir dunque che abbia la
bontà di venire con me....

--Ma.... ma.... ma.... e dove?

--Oh! non c'è da aver paura; non sono già uno sbirro io: sono un buon
figliuolo che vuol far piacere a un amico. E questo tale amico, che ha
bisogno di dirle due parole... è, a due passi di qui in quella
botteghina di caffè, là dirimpetto.

--Non conosco nè voi, nè il vostro amico: rispose don Aquilino,
pigliando un po' di fiato; e sperava di trarsi d'impaccio col prendere
un tuono serio.

--Non è niente di male, signor canonico: venga con me, non mi dica di
no, veda; sarà contento poi.

--Se non posso... se non ho tempo! ho altro per il capo io.... E non
son di que' preti che si lascian vedere ne' pubblici caffè....

--Che? non viene forse in questo momento dall'osteria....?

--Cosa sapete voi....? E poi... così, insieme a un soldato...!

--A un galantuomo, dica meglio; mentre, poco fa, s'era messo a tavola
con due infami e dannati.

--Ohe! ohe! come parlate?

--Alle corte, vuol venire sì o no?... Se mi dà ascolto colle buone,
meglio per lei: se no, troverò facilmente chi saprà farla parlare, a
pochi passi di qui.

--Che? che? come?... È una minaccia questa?

--È un consiglio, signor canonico: venga con me, le dico, per pochi
minuti; e le do parola che non si vuol farle niente, ma darle mezzo di
riparare a un gran male.

--Non capisco, non capisco. Oh povero me, in che sorte di matassa mi
sono imbrogliato!..... E dire che non so capirne niente....

--Lei capisce tutto, e verrà con me.--Ciò detto, pigliando forte don
Aquilino per un braccio, se lo trasse dietro a forza.

Era già notte, di modo che pochi passeggieri s'avvidero del colloquio
rapido, concitato di quelle due persone; e se alcuno vi pose mente,
non trovò poi nulla a dire quando li vide allontanarsi a braccio l'uno
dell'altro, come due oneste conoscenze. Il prete, che tremava come
fosse di gennajo, mal potendosi reggere sulle gambe sottili e fiacche,
lasciavasi condurre da quel giovine ignoto; e la paura rinata più
forte snebbiavagli in un momento l'intelletto. Egli malediceva in cuor
suo l'ora che incontrò il signor Omobono col degno compagno suo, e la
gola d'un ghiotto boccone e d'una bottiglia che l'avevano tirato in
quell'antro; gli venne perfino in mente che fosse il castigo del cielo
per la tentazione ch'egli ebbe di transigere colla coscienza.

Entrarono in quella botteguccia, che il soldato aveva poco prima
additata. Era deserta; ma da un attiguo stanzino uscì con furia un
giovine, il quale, veduti appena i due che venivano, si fece loro
incontro e fulminò con un'occhiata lo sbaldanzito cappellano.

Costui era ancora troppo confuso, aveva il sangue troppo rimescolato,
per riuscire a capir qualcosa di netto in tutta questa diavoleria,
della quale si credeva la vittima. Quel giovine, con un gesto
minaccioso, volle spiegarsi; ma il compagno, per distornar la
gragnuola dal capo del tapino prete, gli tagliò le parole in bocca.

--Ecco il nostro signor canonico: disse Rocco (poich'era lui): con
tutta la buona voglia è venuto qui, pronto a metterci a parte di tutto
quel che a noi preme di sapere. S'accomodi, signor canonico....
Comanda qualcosa? rosolio, caffè, che so io?... Siamo anche noi di
buon cuore, veda: s'accomodi, prenda fiato un momento; e c'intenderemo
in due parole.

Damiano, che li aveva colà aspettati, pareva oppresso da interno
prepotente affanno. Lo sguardo incerto e cupo; pallide, infossate le
guancie per il patimento durato lungo tempo, e per il nuovo dolore;
chi lo avesse veduto in quel giorno, più non avrebbe riconosciuto in
lui l'ardito e sincero giovine di tre mesi addietro, che s'era fatto
il maestro e l'amico d'una schiera di bravi artigiani, che cominciava
a confidare in sè stesso e nella vita, e in qualche cosa di vero e di
grande a cui sentiva di poter con loro aspirare.

Egli era là, commosso più dal cordoglio che dall'ira: quantunque nel
volto gli si leggessero i cupi pensieri d'ira rinascenti al vedersi
dinanzi quella sparuta figura, più dolorosa era la punta che gli aveva
passato il cuore. Per sapere come così di subito fosse avvelenata
quella prima contentezza da lui sentita al riveder la madre, ci
bisogna tornare un poco addietro, al momento che Damiano e Rocco, la
medesima mattina, si partivano dall'Ospedale.

Staccatosi appena, coll'animo un po' consolato, dal letto di sua
madre, la quale dopo la crisi del dì innanzi s'era riavuta in modo
quasi miracoloso, Damiano pensò, prima d'ogni altra cosa, d'andarne a
cercar novella dal signor Lorenzo, ch'egli teneva pur sempre come suo
amico e compare: gli stavano sul cuore tante cose da dirgli, e sperava
da lui, se non ajuto, almeno qualche consiglio sincero e forte. Giunto
nella lontana parte della città ove dimorava l'antico cisalpino, entrò
in una vecchia casa, da cima a fondo tutta abitata da poveri; salì
quelle scale a lui note, tirò il cordone che pendeva fuor della porta:
aspettò, nessuno venne ad aprirgli. Sonò la seconda volta, pensando
che poteva esser l'ora della consueta camminata del buon veterano; ma
vide schiuder la porta d'un pigionale vicino: un vecchio calzolajo, a
cui s'aggrappavano sulle gambe tre marmocchi, mise fuori il capo;
e:--Quel giovinotto! disse: cercate del signor cavaliere?.... Potreste
sonare fino al dì del giudizio; otto dì fa, l'han portato a star di
casa al Gentilino.

Damiano guardò in faccia quell'uomo, e restò come dissennato; non
domandò più nulla; ma, chinato il capo, stette un poco sopra pensiero:

--Egli è là con mio padre!... mormorò poi: Come farò io, senza di
lui?.... Oh! almeno egli ha finito di portar la sua catena!

Il calzolajo nulla comprese; o, più che a lui, badava a far tacere i
figliuoletti, che strillavano a coro. E Damiano, coll'anima piena di
dolore, ma senza poter dire una parola, scendeva lentamente da quelle
scale; allorchè una donnicciuola che saliva incontro a lui,
passandogli accosto, lo guardò bene, quasi le fosse paruto di
conoscerlo: poi, da mezza scala, si volse come persuasa che veramente
quel giovine era colui ch'ella si pensava: tornò indietro con furia,
lo raggiunse al momento che usciva sulla via, e senza complimenti,
trattenendolo per un braccio, cominciò a dirgli ch'ella era la
Caterina lavandaja; che stava da sette anni porta a porta con quello
ch'egli veniva a cercare; che sapeva chi era lui, e che l'aveva veduto
le tante volte venire a quella casa, in compagnia del povero signor
cavaliere; e:--Già lei è giovine: seguitava con la pettegola sua
ansia: e non doveva guardarmi a me che son vecchia; ma pazienza!....
Cosa ha detto di questa brutta storia?... In manco d'otto dì, buona
notte, è andato via... Ma io l'ho indovinato, alla bella prima, subito
che l'ho visto mettersi giù... Non c'è stato nessuno fuor di me, vede,
che abbia fatto quel poco che si poteva per lui; ho a dire, che la
settimana passata non ho dormito due notti.... era là a ogni momento,
per veder se gli bisognasse qualcosa. Ma già quel benedett'uomo non
parlava mai... Figurarsi! non m'ha nemmeno ringraziato una poca
volta... E poi duro, ostinato, non ha voluto proprio mai sentir
nominare ne' medici, nè preti; capitò lì, una mattina, uno de'
coadjutori di san Lorenzo... un bravo prete, ch'è come un santo, e a
sentirlo in pulpito, non c'è che dire, bisogna piangere... e nemanco
di lui, non ha voluto saperne.... Ma il prete, duro anche lui; e
scommetto che, all'ultimo, avrà avuto di grazia a recitarlo un atto di
pentimento... Oh! le vicine han bel dire ch'è morto come un cane,
proprio da dannato giacobino com'era stato sempre. Io, vede, la sera
appresso, colle figliuole del Giovann'Antonio sellajo, gli ho detta su
la sua brava terza parte del rosario.... che, se non sarà buona per
lui, sarà buona per me.... Ma tutto questo non è quello ch'io voleva
contarle.... Ecco qui: negli ultimi tre giorni, egli ripeteva a ogni
poco il nome di Damiano... che è il suo, non è vero? io lo so bene...
e si vedeva che quel povero cristiano pensava a qualche cosa che non
voleva o non poteva dire... E poi: l'ultima sera, poco prima che
andasse in agonia, m'ha fatta venire vicina... E perchè mo?... per
farmi vedere un certo sacchettino di pelle che teneva al collo,
raccomandandomi d'usargli la carità di stare attenta che i becchini,
quando fossero venuti a portarlo via, non mettessero le unghie su
quella reliquia. E io, a dirla proprio tal quale, quando che per lui
la fu bella e finita, non poteva quietare, se non avessi saputo cosa
mo ci fosse dentro in quel sacchetto.... Pensi, in cambio di qualche
manata di zecchini, com'io pensava, ci trovai un po' di cenere.... Chi
sa che diavoleria era quella!... Per far bene, l'ho portato al prete.

Damiano, a quelle parole, si ricordò dell'ultima notte del suo povero
padre.

Tornato, sul far della sera, al luogo ove Rocco l'aspettava, gli narrò
questa nuova sciagura; gli confidò com'egli non sapesse più che far di
sè stesso, come si sentisse sconfortato, avvilito, perduto. Ma Rocco,
con la virtuosa franchezza d'un cuore che le disgrazie fanno più
saldo, gli rammentò la madre, la sorella, ciò ch'egli dovesse fare,
ciò che aveva promesso. Gli ripetè di volere spartir con lui l'ultimo
pane, che, quanto a lui, anche storpio d'un braccio, avrebbe saputo
guadagnarsi. Gli disse ch'era necessario e giusto parlare a ogni modo
con quel prete che aveva veduto negli ultimi momenti il povero signor
Lorenzo; e Damiano promise di farlo.

Di là eransi incamminati alla piazza Fontana; e Rocco, scorgendo
l'amico così spossato, così malinconico, l'aveva condotto a fatica
nell'osteria del Biscione, per offerirgli un boccone, un po' di brodo
o, meglio, un buon bicchier di vino. Colà volle il caso che, dalla
stanza in cui s'eran messi, i due giovani udissero in confuso qualcosa
del dialogo di sopra narrato. Ecco perchè Rocco, che aveva la sua
parte di malizia, ricorse allo spediente di sottoporre quel tristo di
don Aquilino a un interrogatorio nelle forme.

--Scusi, cominciò serio Damiano, del modo forse sconveniente, con che
noi....

Manco male, pensò don Aquilino, costui pare un po' più umano
dall'altro compare; e rispose, pigliando fiato:--Veramente il modo è
per lo meno... strano; e, davvero, non so come...

--Via, non si tratta di questo: gli tagliò l'altro le parole a mezzo:
lei, signor canonico, desinò poco fa allegramente all'osteria, insieme
a due birboni impostori, che, in poche parole, avevano la mente di
tirarla dalla loro, d'impegnarla bel bello a dar mano a un'azione da
galera.

--Oh! oh! miei signori, mi meraviglio di loro; vedo che m'han preso in
iscambio, non c'è che dire. Mi lascino un pò andare, chè sarà ben per
loro e per me.--E si volse a cercar la porta.

--Si fermi: gli disse Damiano.

--Si fermi! aggiunse Rocco con voce sorda e minaccevole; si fermi,
signor canonico, e sieda lì.

Il prete ricominciò a smarrirsi, ma obbedì; e docile si pose a sedere
sull'angolo dello scanno; un garzoncello portò il rosolio che avevano
comandato; e Rocco, con aria di complimento, ne presentò un
bicchierino al prete, il quale non seppe dir di no, e bevve,
quantunque gli somigliasse veleno.

--Animo, signor canonico, gliel'ho pur detto; noi le vogliamo bene, e
ci lasceremo amiconi.

--Non perdiamoci in discorsi inutili: ripigliò Damiano, corrugando le
ciglia. Mi guardi bene in faccia; lei non mi riconosce più, lo so
bene; ma io mi ricordo di lei, io che ho fatto la mia parte
d'esperienza a questo mondo, io ho imparato a legger sul volto degli
uomini il loro cuore. Oh se fosse vero quello ch'io temo pur troppo
che sia!... Ma, a ogni modo... e per ciò appunto, ho voluto
indirizzarmi a lei, sentire la verità. Que' due ch'erano con lei,
l'uno lo conosco pur troppo, parlavano come ribaldi che sono....
parlavano d'una giovine cacciata per forza in un ritiro... d'un
testimonio falso del quale si ha bisogno.... E perchè?

Don Aquilino era come seduto su' carboni ardenti; tentennava sullo
scannetto, voleva e non voleva confessare; e poi, a dir vero, non
aveva forse saputo capir giusto ciò che mulinassero que' due
scellerati, come lo seppe Damiano. Cominciò a batter le palpebre, a
torcer la bocca, con un sibilìo confuso; cosicchè Damiano perdè la
poca pazienza a stento serbata fino allora.

--Parli, le ripeto, o ch'io.... Dica, chi è la giovine di cui
parlavano?

--Ma se non so niente.... ma se, all'incontro, son coloro che voglion
rovinarmi!--rispose, strascinando le parole, il prete.

--Oh sì, lo vedo: con amaro sorriso di sdegno seguiva Damiano: io la
credeva un dappoco, uno scempio ingannato da uomini peggiori di lei;
ho pensato che una parola di dolore, un sentimento di verità le
avrebbero toccato il cuore, e che alla fine non si sarebbe sentito
capace di dar mano a un delitto. Ma no! lei sa l'infamia che sta per
esser tentata; potrebbe forse con una sua parola impedirla, e questa
parola non ha cuore di pronunziarla.... Non capisce cosa sia lei?...
Non capisce chi son io che le parlo?....

Damiano tremava parlando così: il prete lo riguardava senza fiatare;
ma, per quanto si studiasse, non sapeva dire a sè medesimo chi mai
potesse essere quel giovine.

--E se mai non lo sapesse ciò che pensan di fare coloro, io glielo
dirò! Un di que' signori, che si crede buono a qualcosa, perchè si
tira dietro una frotta di mangiapani e di leccazampe, un di que' tali
che paga il male che fa fare, e colle cartapecore de' suoi vecchi si
copre dalle mani della giustizia di questo mondo, s'è messo in capo di
riuscire a qualunque costo a perdere una povera giovine.... Ce n'è
tante che, senza cercar altro, si vendono per un po' d'oro, tante che
invidiano forse questa fortuna!... Or bene, quel tale, io lo so! non
s'è dimenticato di questa che, tra di loro, usan chiamare... una
fantasia! Intanto che il fratello di quella poveretta è là, che
marcisce in una prigione, innocente anche lui!.... e intanto ch'essi
han la madre che muore all'ospedale.... egli avrà detto: Il momento
buono è questo!.... Così si costuma di fare; quel che vogliono,
vogliono; e poi tutto s'accomoda con mille, duemila lire.... è una
bella dote, e bastante perchè si trovi chi le dia un nome, nome di
galantuomo, e non cerchi conto del passato!.... Non è così?... E lei,
senza scrupoli, vestito come è di que' panni, sarebbe capace di tener
mano a un negozio di questa sorte?....

--Oh Signore! cosa mi tocca mai di sentire? mormorò don Aquilino,
giungendo le mani, e turbato in cuore, un po' per la compassione
sincera che cominciava a provare, un po' per non so qual razzolìo
nella coscienza.

--Mi conosce adesso?.... Sa chi son io?..... Io sono il fratello di
quella giovine, e so quel che si vuol fare della mia povera sorella.
In questo momento, essa è là in un ritiro, e ve l'han trascinata per
forza, nell'ora ch'essa doveva stare al letto di sua madre.... Anche
questo lo so! dica dunque, forse non è vero?

Don Aquilino non tremava più: nel suo gramo cuore, egli era già vinto.

--Ma i muri di quella casa, ripigliò Damiano, non sono quelli che la
salvano, lo vede anche lei! Or bene, io son quì... e ci penso io.

--E lei, signor canonico, si mise dentro Rocco, che fino allora aveva
creduto bene di lasciar parlare l'amico, lei, deve fare tutto
all'opposto di quanto le è stato detto; e ajutarci a dare il
contrappelo a que' due galeotti, che son carne e ugna tra loro.

--Bontà del cielo! ora ho capito!... disse finalmente don Aquilino,
che al suo solito finiva a darsi sempre, mani e piedi legato,
all'ultimo che gli parlasse. Pensino un po', se io avrei voluto nemmen
saperla cento miglia lontano una iniquità di questa fatta!.. L'ho ben
sempre detto io: _Anima ejus in bonis demorabitur_, come c'è sul
breviario... Loro, forse, non sanno il latino; e vuol dire che io ho
bisogno di star sempre colle brave persone... come son loro due, per
esempio.

Fatti dunque dentro di sè, in fretta, i suoi conti, il cappellano si
decise, prima di tutto, di salvar sè medesimo, e poi di far servigio
anche a due giovani, raccontando, non tutto quel che volevan sapere,
ma quel poco ch'egli sapeva o aveva potuto argomentare. Damiano e
Rocco, come volle, gli promisero di tener segreto il tutto, per non
esporre a nessun risico, qualunque cosa avesse a succedere, il suo
carattere e la sua convenienza. Così, poichè ebbe scarico il cuore di
quel gran peso, a don Aquilino parve di tornare in vita; e nel suo
segreto fece voto di non lasciarsi tirar mai più in nessuna briga,
nemmeno colla più santa delle intenzioni; perchè--pensava--io non
posso far mai niente di bene; e non ho mai da trovarlo il santo che mi
aiuti.

Damiano, innanzi lasciarlo partire, gli prescrisse appuntino ciò che
dovesse fare il giorno appresso: e Rocco, al momento di separarsi da
don Aquilino, facendo crocchiar le dita, si volse a lui e:--Non le ho
detto io, signor canonico, che saremmo andati via di qui buoni
amici?...

Il cappellano sorrise, come meglio seppe. Ma, uscito appena della
botteguccia, vedendo che i due giovani volgevano a dritta, egli prese
subito la via a manca; e, camminando senza pur lasciar fuggire
indietro un'occhiata, andò a rintanarsi prestamente in casa, intanto
che Damiano e Rocco tornavano al misero bugigattolo, ove s'eran
ricoverati la notte innanzi.



Capitolo Decimosettimo


Era passato un altro giorno. In una piccola sala, tappezzata di un bel
damasco verde, ornata all'ingiro di ricchissima suppellettile
forestiera e di quegli ampii e diversi seggioloni inventati così a
proposito dalla moda per i lunghi ozj degli annojati del nostro tempo,
un vecchio servitore in livrea s'affaccendava a ravvivare il fuoco sul
camminetto, quantunque non fosse ancor finito l'autunno, e il bel sole
d'ottobre cercasse di penetrare da due balconi, attraverso le doppie
tende cadenti fino al suolo. Appena si destò la fiamma sul camminetto,
dalla porta opposta a quella, per la quale usciva il servitore, videsi
entrar la contessa Cunegonda.

Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata
d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare
corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle
di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da
fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener
sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero
per raccomandarsi a lei.

Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo
l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti
alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle
di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio,
quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio
stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la
rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale
che ha in pugno la vittoria.

Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le
grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle
guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice
appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era
scritto.

--Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa
volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran
pure le mie lettere al loro destino.--E suonò un campanello che teneva
sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:--Siete il Venanzio?...
domandò al servo ch'entrava.

--Eccellenza sì.

--Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate.
Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè
datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi
siete fatto servire da un altro servitore.

--Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.

--Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e
sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi
per via a.... capite cosa intendo dire?...

Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza
indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il
cenno della contessa sua padrona.

La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua
fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che
avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più
star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a
passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino
a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente
che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e
fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata
tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le
braccia, e disse:--Ho regnato, e regno ancora!

Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal
nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di
raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben
tornito collo, e _i molli ignudi avorii_, come forse un dì aveva
cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda
parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier
cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel
mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse
fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava
vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla
piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se
volesse nascondere o svelare la sua bellezza.

Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava
che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa
dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla
sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi
del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di
cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan
codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di
baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.

Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi,
gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:--Non
è più quel tempo!... diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella:
amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il
mondo.--Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro
sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la
chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in
vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto
necessaria nel mondo, come in quel giorno.

S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si
spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta
voce:--La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi
incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di
premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti
novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza
che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la
contessa Cleofe cominciò:--Mia buona amica, sa ella qualche cosa del
grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo...?

--L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa:
e nel dir questo divenne radiante e solenne.

--Dice da vero? dunque....

--La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne
annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di
più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le
nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri
poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa
mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro
de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente
come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa
l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza
lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta
la matassa, che non è facile a strigarsi!

--In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia.
Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma
prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco
giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I
nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i
germogli del buon grano.

--Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la
contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto,
a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo
operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii
assoluti, inconcussi, inespugnabili.... noi, noi dobbiamo, mi lasci
continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.

--E crede ella?...

--Così nelle grandi, come nelle piccole cose, io credo, non si deve
mai transigere.

--Ma.... se.... poi.... calcando le parole ripigliò l'altra contessa:
se poi ne dovesse venire, per un'ipotesi, qualche danno al credito,
all'opinione, alle persone; se c'entrassero mai certe pubblicità
scandalose....

--Che mi viene a far di tali meschini dubbj adesso? ho altri pensieri
per il capo io....--Poi stette a guardar un poco la sua potente
alleata, e soggiunse:--Ma ella, non m'inganno, parla con seconda
intenzione; sì, ella deve saper qualche cosa che stima di dovermi
tacere.--E a tal sospetto, si fece torbida nello sguardo e corrugò la
fronte.

--Ella ha qualche riservata notizia, ripeto; e senza timor di fallare,
dico che si tratta di cosa la quale può in qualche modo ferirmi: se
non fosse, non mi guarderebbe come fa adesso. Ci conosciamo da un
pezzo; e se per me ha dell'amicizia, deve parlare, dire quel ch'è
vero, senza reticenze, senza riguardi.

--Ella mi scongiura in un modo, contessa.... Basta.... non vorrei dar
corpo alle ombre. Si tratta d'una cosa che mi fu partecipata con gran
riserbo; che non voglio credere, che non credo anzi.

--Or via, dica, contessa; ella mi fa morire d'impazienza.

--Pensandoci su, per altro, capisco anch'io che è affar da nulla; in
un giorno di trionfo, com'è questo per noi, non val la pena di
sturbarci per tali inezie. Ci sono interessi molto più gravi che ne
tengono occupate.

--Se posso comandare, in nome dell'amicizia lo comando; parli, se non
vuole che tutto sia finito tra noi, parli una volta.--E la vecchia
impallidiva, commossa in ogni fibra da un tremito visibile,
convulsivo.

--No, no; mi preme troppo la sua amicizia, perch'io vi rinunci per
così piccola ragione. Via, si ricomponga, mi fa paura. Ecco la cosa
qual'è. Si ricorda, contessa, di quella giovine, per nome Stella, la
quale, saranno forse due mesi, abbiam fatto ricoverare, affinchè
racquistasse colla pratica della pietà e della mortificazione una
virtù, ch'è veramente, come esprimevasi quel nostro reverendo nel suo
famoso panegirico di santa Filomena, _la perla dell'innocenza nella
conchiglia dell'onestà_?

--Sì, sì, dice benissimo; ma non parliam del panegirico adesso....

--E bene, contessa, dico ch'ella non può essersi dimenticata di quella
giovine; ne abbiam tenuto discorso più d'una volta; e deve pure aver
presente che la superiora della casa ne aveva riferito come la
figliuola, da principio rassegnata e ben disposta in ogni cosa, si
fosse poi messe in testa certe idee ricalcitranti al bene, non facesse
che piangere, e trascurata al lavoro, alle pratiche divote,
cominciasse a mostrarsi restia, caparbia, non senza danno della
disciplina e scandalo della comunità.

--Questo lo so; e fu per questo appunto che, non ha molto, facendo
l'ordinaria visita al Ritiro, dissi alla madre Eleuteria che, in caso
di recidiva, poteva aggravar la mano sulla sediziosa insolente,
all'effetto di presto ravviarla al bene.

--Bisogna dire che ciò abbia fatto peggio; lo creda pure, mia buona
amica; spesso il rigore non giova. O mal sofferente de' castighi, poca
cosa del resto, un giorno a pane e acqua, qualche ora di silenzio; o
fors'anche, come par più vero, soggiogata da maligne suggestioni,
delle quali non si è potuto ancora trovare il filo, la giovine, jeri
prima di sera, è sparita.

--Cosa sento?.... ma è proprio certo?

--Pensi! vengo io stessa dal Ritiro, ove la cosa produsse, pur troppo,
un pessimo senso. E poi, è uno scandalo che, divulgato, potrebbe non
poco pregiudicare la nostra appena fiorente istituzione.... E non è
qui tutto....

--La cosa è grave e seria, contessa; e non voleva parlare?...

--Non voleva? mi fa torto. Ho le più sode ragioni, per non
precipitare. In sè stessa, la sparizione di quella ricoverata non
sarebbe tal cosa da temerne dispiacevoli conseguenze: ma ci sono de'
sospetti.... delle circostanze... de' fatti che l'accompagnano, da'
quali si deve argomentare....

--Ma ella parla in modo così incerto, così enigmatico, ch'io non so
proprio entrare nelle circostanze che mi tace.

--Le assicuro che m'è difficile e doloroso al sommo il parlare.... Ma
lo devo, e lo farò. Ecco dunque ciò che dalle prime indagini si può
indovinare.... sospettare, dico. C'è nel Ritiro chi notò, da parecchi
dì, una figura equivoca la quale pareva spiare intorno alla casa,
dalla parte del giardino. Jeri mattina poi, una donna d'età,
sconosciuta anche quella, si presentò per parlar colla figliuola, e si
trattenne con essa lungamente; a tale che quando questa ritornò fra le
compagne, fu veduta asciugarsi le lagrime, quantunque non dicesse
parola. Di lì a tre ore, la fanciulla non c'era più.

--Ma che s'ha da inferirne?...

--Perdoni, buona amica. I primi sospetti mi posero facilmente in
cammino. Ho interrogato, confrontato, pesato.... e alla fine, devo
proprio dirlo?... Temo troppo che in questa trista avventura non entri
una persona....

--Una persona?... Contessa!

--Desidero essermi ingannata. Ma, in confidenza, ella sa tutto quel
ch'è successo, alcuni mesi sono, allorchè si è voluto salvar dal
pericolo quella povera insidiata. Ella sa.... che una persona.... in
una parola, il suo signor fratello....

A tal punto, la contessa Cleofe s'accorse che la nobile amica,
sbalordita sulle prime da codesta rivelazione inaspettata, ripigliato,
per così dire, l'equilibrio della sua difficile posizione, levando il
capo in atto d'offesa dignità, s'accingeva a ribattere i suoi arditi
supposti. E in effetto, prima di lasciarsi dir dall'amica ciò ch'ella
sapeva, la contessa Cunegonda, l'interruppe:

--Io so, io vedo ciò che l'invidia e la calunnia osano farneticare,
lavorando addosso ai grandi e ai potenti.... Conosco per prova che
basta operar la beneficenza per vedersi sorgere in faccia, come un
fantasma, l'ingratitudine. Cosa voglio dir con questo?... Nient'altro,
contessa, se non che le cose da lei presunte, o rapportate.... sono
perfidie.... invenzioni.... assurdi.....

--Cose rapportate?... perfidie?... È troppo, contessa, è troppo!

Le due vecchie dame si raddrizzarono accigliate, ombrose; dalle rughe
de' loro volti appassiti pareva quasi trasparir l'odio, che covavano
nel segreto; e per la prima volta dopo molt'anni, un'ira astiosa,
sottile faceva traboccar da' loro cuori, muti ad ogni altro affetto,
il veleno della gelosia e dell'orgoglio.

--Tant'è: riprese la contessa Cunegonda, non isgomentita dal torbido e
sprezzante sguardo della rivale: da un pezzo io mi sono avvista come
si tenti, per via di sotterfugi, d'intrighi, di calunnie, di
provocazioni, suscitarmi intorno tanti raggruppi, tante difficoltà che
mi sforzino ad abdicare quella primazia, la quale, indegnamente sì, ma
pur tengo, nell'opinione e nel fatto. E ora, il dì che ho, posso
dirlo, la vittoria in pugno, ora appunto mi si vorrebbe rapire il
frutto delle infinite mie cure.... Ma sì, è ben chiaro; altri adesso
agogna a far la parte mia.... e per questo, si creano mali esempi e
scandali.... e si tira partito per sino dai vincoli del sangue....

--Basta così! io voleva lasciarla dire a suo talento; ma il decoro non
regge a così incredibili assalti.... Io sospettata di menzogna,
d'intrigo? io vogliosa d'autorità, di potenza?.... Io tacciata con
ingiustizia così nera, e da chi?.... da quella che mi chiamava col
nome d'amica, da quella a cui ho ceduto sempre e in tutto, colla
massima condiscendenza, anzi con vero rispetto!...

--Peccato, se non altro, ch'io non me ne sia avvista mai!

--Ma già è finita... un'ombra, una parola, un niente può guastar
l'amicizia la più salda, la più antica....

--Colpa del suo subdolo contegno....

--Dica del suo dispotismo!

--Oh! ripeta, se lo può!

--Sì... dispotismo, e il più assoluto. Non mi faccia parlare, non mi
faccia recriminare; credo proprio che non sempre la divozione e la
mansuetudine vanno di conserva....

--Anche questo!

--E forse possono aver ragione coloro i quali van dicendo che noi
vogliam dominare, invadere, inquisire.... Ma di chi è la colpa?... chi
è che adopera la religione per i fini mondani?

La più vecchia delle due contesse tremava per l'ira in ogni fibra
visibilmente; ma i suoi occhi piccoli, acuti, parevano fulminar
l'incauta rivale. Nondimeno fu abbastanza padrona di sè, per non
trascorrere di più colle parole; e sorgendo dal seggiolone, con tutta
la dignità del grado offeso:--Non rispondo a chi viene a insultarmi in
casa mia... Sopporto l'ingiuria come una prova che mi viene di lassù;
ma, offesa, compiango e perdono a chi m'offende.... a chi, offendendo,
pensa d'aver ragione, crede di vincere!...

Ciò detto, a lei volse le spalle, e rientrò lentamente nelle più
interne stanze.

--Ipocrita! ambiziosa!... le susurrò dietro l'altra contessa: Fa
l'atto d'amor del prossimo, e vorrebbe vedermi sprofondare dinanzi a
lei... ma io sì, l'ho fatta sprofondare!... Sono anni e anni che non
gustai un quarto d'ora come questo!



Capitolo Decimottavo


Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina
senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel
deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta
sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più
spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua
miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una
fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo
della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè
all'amore.

Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante
volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii,
tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte,
senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a'
tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida
parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte
non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del
ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia,
il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto
di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino.
Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i
rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al
secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui
nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al
male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore
tradito?

Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il
signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte
e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del
lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni
possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì
coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta
contro la sventurata famiglia della Teresa.

Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta
col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per
riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto
intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa
fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato
d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa
mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di
famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a
limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era
stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.

Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo
forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo
canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando
le ciglia, cominciò a pensare.

Quand'egli, in compagnia del cameriere dell'Illustrissimo, aveva
cercato di tirar dalla sua anche il malaccorto cappellano, non lo fece
per altro fine, che per ravviluppare l'infamia da lui meditata in una
tale matassa che non fosse più possibile, in qualunque caso, trovarne
il bandolo. Servire al capriccio dell'Illustrissimo, non era il suo
scopo. Superbo e vile nello stesso tempo, egli aveva sempre strisciato
nel fango; ma in cuor suo disprezzava, abborriva coloro che stanno in
alto. Entrato in grazia di non pochi signori, fra quelli che per
inerzia o spensierataggine aman di trovare aperta a ogni lor cenno la
borsa di qualche usuraio, egli aveva tesa intorno a sè una gran rete
d'intrighi e di baratti; e vedendo crescer l'oro ne' suoi scrigni,
agognava il momento di potere alla sua volta disprezzare, come s'era
veduto per tanto tempo disprezzato e calcato nel suo niente. Così,
egli s'era abituato a fare il male, colla sorda voluttà del tarlo che
rode le fibre d'un bell'albero antico.

Dal primo dì che, in casa della pegnataria s'imbattè con Damiano, il
signor Omobono, da lui ributtato, soffocò nel cuore la rabbia e la
vergogna che n'aveva sentito. Non vide come quel giovine avesse già
indovinato ciò ch'egli voleva, nel profferirgli amicizia; non pensò al
male che egli ruminava nel suo segreto, ma al dispetto di trovarsi così
disprezzato, o forse così ben conosciuto. Poi, quando venne in
confidenza della vedova, quando conobbe la bella innocente figliuola, vi
fu un momento in cui avrebbe voluto disfare ciò che fece prima, non per
altro che per secondar la volontà di un ricco svogliato e potente. Ma in
quel mezzo, le replicate minaccie di Damiano, e il livore che lo rodeva
dal dì che gli convenne tranghiottire il più vituperoso degli insulti,
lo acciccarono del tutto, e non pensò più che a vendicarsi. E la sua
vendetta doveva essere la più certa, la più atroce; voleva veder
rovinata per sempre la famiglia della povera Teresa. Se in allora, la
paura più forte della rabbia non l'avesse trattenuto, un delitto sarebbe
stato un'inezia per lui, purchè avesse potuto vedere infami fratello e
sorella. Fu per non porre a rischio se medesimo, che persuase al
Martigny quella trista impresa, della quale già sappiamo la mala
riuscita. Però, sebbene il colpo uscisse a vuoto, egli non lasciava
intanto di mungere molt'oro a' suoi illustri mandatarj; tanto più che
seppe in faccia a loro esagerare il corso pericolo. Nè aveva dimenticato
quanto gli costò il salvarsi dalle pericolose ricerche dell'autorità,
quel giorno che, insieme al signor Lorenzo e a Damiano, era stato
condotto dinanzi a un processante. Il nome dell'Illustrissimo e un
volpino intreccio di bugie, spiattellate là in quel primo costituto,
l'avevano fatto uscir netto per allora: ma non si tenne sicuro fino al
momento che al Martigny, imbarcatosi in acque perigliose, udì imposto lo
sfratto dal paese, comechè costui non potesse nemanco provare ove fosse
nato, malgrado i certificati messi fuori, equivoci come i fatti suoi. Ma
l'Omobono non sentì nè rimorsi, nè compassione; solo paura. Sapeva bene
che, dopo tante cose, l'Illustrissimo poteva fors'anche essersi
dimenticato di quel passatempo, ch'egli un dì volle offerirgli, per
divagarlo dal tedio signorile dell'etichetta. Ma come, per il fine più
occulto a cui lavorava sempre e agognava, l'Omobono, con diabolica
insinuazione, aveva saputo a quando a quando ricordargli la giovine,
ritoccandogli dello smacco che si volle fare a lui, col portargliela via
proprio sotto il naso; l'Illustrissimo, un bel dì, in un accesso di
stizza, uscì a dire che volentieri avrebbe dato una delle sue più belle
cascine nuove per mandare a monte il piano della confraternita, la quale
aveva stimato agevole dar la legge a lui.

Fu dopo aver veduta nell'Illustrissimo codesta disposizione d'animo
che il signor Omobono, ormai sicuro di condurre a fine nello stesso
tempo due negozj, accaparrarsi cioè di nuovo la benevolenza del nobile
padrone, e venire a capo di quella vendetta alla quale parevagli
d'aver lavorato fino allora inutilmente, credè giunto il momento di
raccor le fila già disposte. Vide alla prima che il far rapire la
giovine dal Ritiro sarebbe stata follia pericolosa; lo spediente
poteva esser buono a' tempi antichi; ora il codice criminale parla
troppo chiaro. Per mettersi al coperto d'ogni conseguenza, studiò il
modo più acconcio d'indur la fanciulla a fuggire dal ricovero; e credè
d'averlo trovato.

In quell'ora ch'egli passò, solo, seduto là nella sua muta e fredda
stanza, ricorse col pensiero la tortuosa via tenuta fino a quel
giorno; non tremò, non ebbe raccapriccio di sè stesso; solo una volta
mormorò sordamente:--Se non fosse stato quel ch'è stato fra Damiano e
me, non saremmo venuti a tal punto!...

Ma se in cuor suo egli non sentiva il delitto, la sinistra espressione
del viso, l'inquietudine di certi moti involontarii che gli sfuggivano
a quando a quando eran segno dell'impazienza e dell'odio che dentro lo
rodevano, della maledizione che lo accompagnava.

Senza dubbio, egli stava colà in aspettazione; ma poi, non vedendo
comparir nessuno, più non potè tenersi cheto; e levatosi in furia, si
passò la mano sulla fronte, come per cacciar le idee che gli
formicolavan nella mente: e di nuovo uscì.

Damiano aveva speso gran parte di quel dì per iscoprir le traccie di
coloro, che insidiavano sua sorella: poichè, sebbene non gli fosse
noto ancora il tristo viluppo della macchinazione, pur sospettava
fortemente che le persone da lui spiate la sera innanzi fosser capaci
d'un delitto. Gli premeva dunque più di tutto di ritrovar quel prete
da cui aveva potuto già cavar non poco di quanto gli era mestieri di
sapere. E comunque Rocco (chè ormai l'uno non poteva più far senza
dell'altro) lo pressasse d'andarne difilato al Ritiro e di parlar fuor
de' denti, tanto che gli lasciassero condur via la sorella, Damiano
non ascoltò ragione, e volle prima stanar la persona che doveva, al
caso, confermare colla propria testimonianza le sue parole.

Ma don Aquilino, con la troppa sua paura in corpo, era sparito: e a'
due giovani, per quanti passi spendessero, nessuno seppe dar novella
del dove fosse ito a finire. E anche di poi, per quante ricerche
facesse tentare il suo illustrissimo padrone, non fu più udito parlare
di quel pretoccolo, l'ultimo forse di coloro che saranno immortali ne'
versi del buon Carlo Porta.

Al venir della sera, Damiano e Rocco, che speravano tuttavia poter
giungere a tempo per mandare a vuoto l'infame tentativo, camminavano
silenziosi sulle mura della città, poco discosto dalla porta Romana;
poi svoltavano in una remota via che tra siepi e muricciuoli
d'ortaglie e di verzieri, conduceva verso il Ritiro.

Sonava l'avemmaria da tutti i campanili della città; e i due n'andavan
cauti e sospettosi, attenti a ogni pedata, a ogni romore vicino.
Damiano aveva fisso di vegliar colà tutta notte, e al far giorno,
presentarsi al Ritiro per domandare sua sorella, e ricondurla a
qualunque costo presso la madre.

Rocco, che non aveva voluto abbandonare l'amico in quel frangente, gli
veniva a lato più sereno di lui, per una speranza segreta di rivedere
fra poco la buona Stella. Ma il cuore di Damiano batteva forte; e
l'amico, strettagli una mano, la sentì fredda.

--Cos'hai, Damiano?

--Non lo so, Rocco. Un cattivo presentimento... Oh! cosa possiam far
noi due contro la maledetta prepotenza di tutti costoro?

--Come! sei tu che parli, Damiano? tu, franco nelle disgrazie, come
dev'essere un uomo?

--Sì, ho creduto di poter farlo il mio dovere. Ma quel ch'è successo,
lo vedi!....

--Taci, siamo al punto di fare una giustizia anche noi!... Tu non puoi
dire che, venuta l'ora, manchi Quello che ha detto: Ajutati, e ti
ajuterò! Non è forse Lui che n'ha messo sulla via di questi
traditori?.... E non è Lui, che anche stamattina, t'ha fatto trovare
in mano dell'arciprete le trecento lire lasciate per te dal tuo
vecchio compare?.... In questi momenti, sono....

--Una fortuna.... basteranno per vivere tre mesi; e poi....

--E poi, Dio vede....

--Hai ragione, Rocco; tu sei buono, e confidi nel cielo. Io, in
cambio, sono avvilito, perduto.... e quasi, non credo più al bene.

Tacquero; indi, tutto sgomentito nella mente:--O mia sorella! disse
Damiano: ti vedrò ancora?....

--Cosa pensi adesso? riprese Rocco: è ben vero che sarebbe stato far
meglio correr subito a tirarla fuori da questa mal'aria... Ma non hai
dato ascolto a me; hai voluto ostinarti per trovar que' birbaccioni
sul fatto.... e c'entrava forse il gusto della vendetta, lasciami
dire! Basta solo che non arriviam tardi.

--E sei tu che mi vieni a parlar così? e in un momento come questo?

--Sì, hai ragione.... Non darmi ascolto, sai. L'è un resto di quella
mia paturna d'una volta.... Tutto andrà bene; è giusto che voi siate
contenti alla fine.... La mamma guarirà presto, tornerà a stare con
voi due.... Voi sarete felici; e Rocco?.... Rocco sarà come prima,
solo al mondo.

--Taci adesso! lo interruppe Damiano: non ti pare che qualcuno venga
di là?

--No; è l'angolo del murello che getta l'ombra lunga.

--E se il cappellano ci avesse traditi?

--È impossibile, moriva di spavento; e poi ha giurato....

--Per uno come lui, cos'importa?... E se, in cambio, con que' tali che
volevano fargli fare una così ladra figura, egli avesse vuotato il
sacco?... Se la paura fosse stata più forte del rimorso?....

--No, no; dopo quel ch'è stato jeri, scommetto che ha creduto più sano
di cambiar aria.

--Così, per causa sua, abbiam perduto un giorno! E chi sa....

--L'aveva detto io che bisognava lasciarlo a cuocer nel brodo colui; e
alla bella prima venir qui a cercar di quella poveretta.

Damiano stava pensoso; e di lì a un momento, afferrando l'amico per
mano:

--E se tentassimo adesso d'entrar là dentro?.... di vedere, di sapere
almanco....

--A quest'ora? sei matto?.... se non pensiamo noi a gettar giù
l'uscio, quelle streghe di là dentro non ci aprono sicuro. Bisogna
aver pazienza, aspettar domani.

--Ma noi, cosa facciamo adesso? Allontanarci di qui?.... No, per
qualunque cosa al mondo. E se questa notte appunto que' dannati?...
No, Rocco; io non mi muovo.

--Ci stai tu, eh! ci sto anch'io. Delle notti, alla serena, n'ho
passate parecchie.... e qui, con te, a far la guardia per quella
povera e buona Stella, mi parrà una notte del paradiso.

Sedettero a' piedi del murello, e continuarono a parlare, a voce
sommessa, di ciò che più stava loro nell'animo, porgendo l'orecchio e
interrompendosi a ogni più lieve romore; ma in tutta la notte non
passò per quel solitario cammino anima viva. E Damiano che, per essere
pronto a qualunque evento, aveva saputo vincere anche quel sopore
della stanchezza che l'opprimeva, si diede a pensare che forse i suoi
sospetti erano stati soverchi, e che a' persecutori della sua famiglia
forse non bastava l'animo di consumar quell'ultimo delitto.

Venuta la mattina, appena s'accorsero che s'era fatto qualche
movimento nella casa, vennero difilati alla porta del Ritiro.

Sonarono. Una vecchia fantesca, la quale stava spazzando il
portichetto e l'andito, aperse la porta e domandò chi fosse. Quando
Damiano, detto il proprio nome, domandò di parlare a sua sorella, la
donna, facendo due spiritati occhiacci, si trasse indietro almen tre
passi, e scrollando i lembi di una vecchia cuffia nera e due piccoli
ricci bigi, appuntò per terra la scopa, come per ischermirsi da que'
due, e:--So ben che mi canzona: disse con flemma: dopo quel ch'è stato
ieri.... venir qui, con quell'aria innocente... è una vergognaccia!

Ma, insistendo Damiano con far più severo, anzi angoscioso, e
cominciando Rocco a levar la voce, per darle a capir la ragione, la
vecchia tentennò il capo:--Sarà vero, replicò, tutto quel che dicono;
ma io non so altro, se non che la figliuola che loro signori vengon
qui a cercare ha fatto uno scandalo, un precipizio.... Non tocca a me
a parlare, a giudicare.... Ma, tant'e tanto, mi pare che l'avesse il
suo merito anche lei.... con quel suo far di santerella!--E parendole
che i due giovani non volessero capacitarsi:--Ma, sissignori: finì:
non è forse lei che jeri, dopo il desinare della comunità, da vedere e
non vedere, è sparita di qui, dalla parte dell'orto?.... Chi sa poi
cosa ci sia sotto!.... Se un di lor due è suo fratello, potrà saperne
più di me.... Io non posso che pregare per i poveri peccatori.

E ciò detto, ricondusse i due, che stupidi e fuor di senso quasi,
guardavansi senza parlare, fino all'entrata; e messili fuori, chiuse
la porta, poi corse a riferire alla superiora il tentativo fatto da
quegli sconosciuti per intrudersi nel Ritiro.

Damiano si fermò un momento dinanzi a quella casa, come trasognato;
poi levando la destra, in atto di muta disperazione, trasse un
profondo sospiro e guardò il cielo. I due amici nulla si dissero; ma
togliendosi di là, confusi, annientati da quel colpo inaspettato, eran
fissi nello stesso pensiero; nel pensiero di ciò che poteva succedere,
in quell'ora, della povera Stella. Ricorrere all'autorità, in un
simile frangente, pensavano tutti e due essere tardi, forse inutile,
forse impossibile; Damiano non agognava che di trovar l'uno o l'altro
de' due scellerati, non potendo dubitare che la cosa fosse accaduta
senza di loro; voleva trovarli, strappar loro per forza la verità,
sapere in quel dì stesso, a qualunque costo, a costo d'un delitto,
dove fosse sua sorella.

Ma il freddo durato in una lunga notte d'ottobre, i concitati pensieri
e l'ira stessa che gli stava nel cuore avavano oppresso Damiano sì
fattamente che non potè più reggersi in piedi. Rocco lo sosteneva
pietosamente, ma non sapeva dirgli nulla. Vide aperte le porte d'una
chiesa, e vi condusse l'amico. Damiano lasciossi cadere su d'una
panca; in quell'istante gli tornò al pensiero l'ultima volta che
Stella, colla sua dolce persuasione, l'aveva con lei condotto nella
casa del Signore; e parevagli che la passione dell'odio cominciasse a
quietarsi un poco; raccolse l'interno vigore che ancor gli restava,
diede un'affettuosa occhiata al fedele compagno, e sentendo come un
bisogno di pregare, inginocchiavasi.

--O Dio! diceva intanto nel cuore, scaccia da me la tentazione del
male, dammi coraggio in quest'altra prova; Tu che lo puoi, conduci i
miei passi, salva mia madre e mia sorella!--

All'uscir di chiesa, aveva deliberato ciò che gli restasse a fare.
Vedeva troppo pericoloso raccontare a sua madre, in quell'estremo, la
nuova sciagura, la più terribile di quante eran cadute sopra di loro:
e poi, innanzi di mettersi sulle traccie de' rapitori di sua sorella,
credè necessario di aprirsi coll'abate Teodoro, nel quale aveva
trovato veramente l'uom giusto e forte... Non essendo molto discosto
dall'Ospedale, vi corse, data al Rocco la posta sul vicino ponte; e
salito in fretta al piccolo quartiere, bussò leggermente.

Non udendo rispondersi, e trovata aperta la porta, s'inoltrò adagio;
vide seduto nell'altra stanza, al tavolo di studio, una persona, che
credè essere lo stesso don Teodoro. S'arrischiò di pronunziarne il
nome, e non avendo ottenuta risposta, pensò che non fosse lui; fattosi
animo allora, domandò più forte:--Dica in grazia, starà molto a
tornare don Teodoro?

La persona che sedeva con le spalle rivolte alla porta, appoggiate le
gomita sulla tavola e la testa fra la mani, si riscosse a quella
interrogazione; e voltandosi rapidamente, riconobbe Damiano, e gli
corse incontro. Era Celso, che gettavasi nelle braccia del fratello.

--Oh Damiano! sia ringraziato il Signore: disse l'abate.

--Tu qui? ma come?

--Ah se tu sapessi! è don Teodoro che mi ha chiamato presso nostra
madre; essa gli ha raccontate le nostre disgrazie. Io era lontano di
qui... non son arrivato che jersera da un lungo viaggio. Una lettera
di don Teodoro al mio superiore, m'ha fatto sapere la verità; e son
venuto qui, a cercare della povera mamma. Qui era il mio posto!....

Damiano, a dir vero, nutriva un resto di rancore verso il fratello,
dubitando che le insinuazioni del Padre Apollinare gli avessero spento
per sempre l'affetto de' suoi; pensava, che di cuor debole e timoroso
com'era sempre stato, non avrebbe saputo strigarsi dalle reti sottili
a lui tese da' suoi gelosi protettori. Ma don Teodoro, appena seppe in
parte, e in parte indovinò come stessero le cose, era riuscito a
metter soggezione al Padre Apollinare, che non trovò prudente
d'opporsi, per il momento. Il prete aveva parlato in nome d'una madre
che vuol rivedere un figliuolo prima di morire: la sua lettera seria e
sincera bastò, se non altro, a guastare un disegno che da lungo aveva
concepito quel rappresentante d'un occulto potere.

--Oh quante cose ho a dirti, Celso! E la mamma, l'hai tu veduta?....

--Aspettava qui don Teodoro che mi conducesse a lei. Dopo quel ch'è
stato.... mi sentiva mancar il cuore; ma andiamo, andiamo insieme,
Damiano. Io vorrei, vedi, poter mostrarti quel che sento
nell'anima.... E adesso, dimmi: Stella...

--Taci, per carità!--Questo nome, richiamandolo all'angoscia, che per
poco taceva nel suo cuore, fu per lui un'altra ferita.

Pochi momenti di poi, la signora Teresa rivedeva i suoi due figliuoli:
essa non potè dir loro molte parole, ma pianse di consolazione. E i
suoi occhi pieni di lagrime andavan cercando la Stella, che le
mancava. Povera madre! Ella non sapeva che destino sovrastasse in
quell'ora alla sua fanciulla.



Capitolo Decimonono


Il dì innanzi, verso l'ora consueta del desinare della comunità,
Stella usciva non vista della scuola ove stava colle compagne a
lavorare. Attraversato un corritojo oscuro, che trovò per caso aperto,
scendeva nell'orto; e trattenendo il respiro, bianca come il
fazzoletto ond'avea coperto il seno, guardavasi indietro a ogni passo,
per terrore che alcuna delle maestre si fosse già avvista della sua
sparizione.

In quella mattina era stata veduta trattenersi a lungo in gran segreto
con una donna che venne a cercarla: era una vedova, la Barbara, loro
vicina di casa. S'era costei pigliato il carico d'annunziarle come sua
madre fosse malata e in pericolo di morire: ma veniva mandata da un
tale che metteva la più grande importanza all'effetto di quella
dolorosa notizia.

Stella, camminando leggera sull'erba, rasente il basso recinto del
giardino, giunse presso la porticina che rispondeva in una viuzza
perduta, e di là sulla mura. Levò gli occhi al cielo, come per chieder
perdono di quel passo; pensando a sua madre, non sentiva che il
rimorso d'averla abbandonata: il dubbio poi di non poter forse
giungere a tempo per vederla viva, la tolse d'ogni incertezza, d'ogni
sgomento.

Allora trasse fuori una grossa chiave che nascosamente avevale recata
la Barbara, e con quella si provò a disserrare il rugginoso
catenaccio. Le sue piccole mani non avevano forza bastante; atterrita
al più leggero scricchiolìo della toppa, già stava per ritornare su'
suoi passi, quando, rimessa la mano sul bolzone, credè d'udire una
voce che sommessamente la chiamasse dal di fuori. Il catenaccio cedè,
la porta s'aperse. La persona che l'aveva chiamata per nome, e che là
stava ad aspettarla, era la Barbara.

Costei la pigliò subito per mano, dicendole:--Andiamo, la mia
figliuola.... lo sapeva bene che saresti venuta.... andiamo insieme,
dalla tua povera mamma.

La Stella tremava come una foglia; fu presa da un involontario
ribrezzo, appena che quella donna le toccò la mano; voleva tornare
indietro, e un sospetto confuso le traversò la mente, che tutto
potesse essere un orribile inganno. Ma le sovvennero le amare parole a
lei dette dalla superiora la mattina, quand'essa le chiese licenza
d'andare presso la madre morente.--Volete voi? le aveva risposto: non
voglio io.--

Il ricordarsene le ridiede il coraggio che aveva già perduto; e senza
più saper che facesse, lasciossi condur via; nè s'avvide d'un uomo il
quale, a poca distanza, stava in agguato, e che allontanossi lungo il
recinto, guardingo e frettoloso.

Battevano le tre ore.

Ella pensò ch'era il momento in cui le sue compagne del Ritiro, finita
la scuola de' lavori, andavano in fila nel refettorio terreno; pensò
che la sua fuga doveva già essere scoperta, e con ansietà, giungendo
le mani, si volse alla Barbara.

--Per amor del cielo, mi conduca subito a casa; ho bisogno d'esser
vicina alla mamma; io muojo di vergogna e di paura.

--Non far di queste smorfie.... Non andiamo verso casa, forse? guarda
che la gente non s'accorga. Non parlare, rasciuga gli occhi.

--E lei m'aspetta.... non è vero?...

--Ma sicuro, non te l'ho detto cento volte?

--Oh! se non era lei che mi domandava....

--Sì, sì, vien pure con me, sarai contenta poi....

Attraversavano il ponte di porta Tosa; e di là, per il corso e per
quelle viuzze che mettono alla piazza Fontana, s'avvicinavano a'
luoghi ben noti alla Stella. Ignorava tuttora, e la Barbara aveva
troppa ragione di tacerglielo, che la madre sua non fosse più là;
sospirava di salire a quell'umile quarto piano, ove per tanto tempo
avevano nascosta la loro povertà; e col pensiero vedeva il letto di
sua madre nell'alcova, sentiva nel cuore la voce benedetta di lei.

--Ma non si sa niente di Damiano, di quel mio fratello?... chiese poi
Stella alla sua accompagnatrice. Cosa n'è successo mai? è poi vero che
l'abbian messo in libertà?

--Ma taci adesso....

--E il mio fratello abate? di lui mi vorrà ben dire quel che sa.

--T'ho detto di non parlare.... Non bisogna figurarsi d'esser fuori di
pericolo; non è cosa da niente scappar da un Ritiro; e chi sa mai....

--Oh Signore! ma non è stata lei?....

--Quel ch'è fatto, è fatto! adesso bisogna aver prudenza, e lasciarti
regolare.

Saliva Stella, col cuor tremante di gioja, le anguste scale di quella
che fu casa sua, e giunta sull'ultima balconata s'avviò quasi
correndo: trovò aperta la porta, si precipitò dentro, volò nell'altra
stanza, gridando:--O mamma! povera mamma!....

Ma l'alcova era deserta; una donna, che Stella sulle prime non
riconobbe, le venne incontro; e:

--Vieni pure, Stella: le disse: io non ti voglio del male a te....
questa è adesso casa mia; e se vuoi star qui con me....

Era la signora Emerenziana. Il sorriso che costei aveva sulle labbra,
nel dir così, fece rabbrividire la Stella.

--Oh Dio Signore! gridò la tradita fanciulla: ma dov'è la mamma? per
amor del cielo, dov'è?....

Si volse indietro, e la Barbara non era più là.

--Tua madre?.... disse la vecchia pegnataria con flemma: tua madre, è
un pezzo che se n'è andata.

--Non è vero!... Ma come? ma dove? io non so niente. Oh! dove sono
mai? Oh! mamma, dove sei?.... io voglio la mia mamma!

--Sta quieta, la mamma s'è ammalata....

--Io voglio vederla,

--E non sai mica, continuò in tuono benevolo l'altra colla sua falsa
flemma, che l'hanno portata all'Ospedale?

La giovinetta sentì al cuore uno schianto, e cadde come morta fra le
braccia della perversa vecchia....

Ricomparve indi a poco la Barbara; fra lei e la Emerenziana portarono
la svenuta fanciulla in certe stanzette attigue, dalla pegnataria
prese a pigione insieme al piccolo quartiere ove prima abitava la
nostra povera famiglia. La posero sovra un lettuccio, in un
bugigattolo, avanzo di solaio, senza finestre, fuorchè un abbaìno, dal
quale cadeva a stento un po' di luce.

Così l'insidia, tessuta con tanta sottigliezza, con tanto segreto, si
compiva oltre quanto sperassero coloro che l'avevano macchinata. Il
nemico di Damiano poteva cominciare a rallegrarsi con sè stesso: egli
era riuscito a trascinare l'ingannata fanciulla in una casa infame.

Le due vecchie non si pigliarono fastidio ch'ella fosse svenuta: quel
deliquio, dicevano, non poteva venir più a proposito, per liberarle
dalla noja del primo piagnisteo della fanciulla. Acconciata che
l'ebbero sul lettuccio, uscirono senza pur volgere uno sguardo sopra
di lei; diedero di chiave all'uscio, nè s'accorsero d'un lungo gemito
dell'infelice, che in quel momento cominciava a ritornare alla vita.

Due altre comari del vicinato, messo il capo dentro della porta,
domandarono la signora Emerenziana: esse forse non erano al bujo
dell'avvenuto. La pegnataria, persuasa della necessità di tenersele
buone, andò loro incontro con gioviale premura, e le fece venire
innanzi; poi disse loro che non voleva proprio lasciarle andar via,
prima di fare, alla buona e tra amiche, un po' di merenda. Detto
fatto, ne spacciò una dal vendarrosti, che di fresco aveva aperto
bottega sull'angolo della via; essa intanto, coll'altre, si mise ad
apparecchiare, a cavar fuori da uno stracantone posate e tondi e
bicchieri; quelli fessi, scompagnati questi, e venuti d'ogni parte per
trovarsi insieme nella credenza della pegnataria. In breve una fumante
cavolata, in cui nuotavano resti di salsiccia e d'altro carname, poi
uno spicchio di vitella col ripieno di noci e un fiasco di vin
vecchio, furon pronti sul desco; e le quattro femmine a sedervi
d'attorno. Cominciò un coro, da disgradarne quello delle streghe del
Macbetto; voci acute e roche, insulso e disonesto parlare, risa
villane, e sbatter di bocche sdentate; qualche strilli di quando in
quando, somiglianti al guair del gatto selvatico; ma sopra l'altre la
voce chioccia della pegnataria che, a fine di rallegrar le comari,
pigliava a raccontare a suo modo l'avventura di Stella.

Questa intanto, nella sua prigione, risensando a poco a poco, s'era
sollevata sul duro giaciglio; e come si trovò sola, disperata d'ogni
soccorso, balzò in terra, e fuor di sè cominciò a girar per l'angusta
cameretta, cercando intorno un'uscita. Tutto a un tratto sostava,
tendeva l'orecchio, figurandosi che tutto fosse un orribile sogno e
che fra poco si sarebbe trovata nelle braccia di sua madre....

Ecco che, dall'altre stanze, penetrano fino a lei le stridule voci
delle quattro vecchiarde e lo strepito delle stoviglie percosse; e,
fra il gridare e il ridere, udì chiaro il proprio nome.

Lasciò cader le braccia lungo l'affralita persona, e intrecciando le
mani, levò al cielo i begli occhi gonfi di lagrime: chiunque l'avesse
veduta in tal'atto si sarebbe impietosito. Un misterioso sgomento
assalì in quell'istante l'anima della giovinetta: non era terrore, non
era ribrezzo; ricordavasi del giorno in cui, per la prima volta,
indovinò a che insidie, a che pericoli vada incontro una poveretta, la
quale non abbia altro bene al mondo che la sua onestà e la sua
bellezza. Pensava alla madre, a Damiano ch'essa credeva tuttavia in
prigione: egli solo, se fosse stato libero, come la salvò un'altra
volta, avrebbe potuto salvarla in quell'ora. Poi s'inginocchiava, per
raccomandarsi alla Madonna; ma la sua anima era troppo agitata e
confusa, e a stento potè dire le prime parole dell'Ave Maria.

Poco prima di mezzanotte, udì stridere il catenaccio; e la signora
Emerenziana, in atto di studiata compassione, venne per domandarle
come si sentisse, se avesse riposato, se volesse bere o mangiare; si
tenesse proprio come in casa sua.

Ciò parve alla fanciulla ancora più atroce di ogni tormento: era lo
scherno aggiunto alla vendetta. Disse che non voleva nulla, che non
voleva nessuno, e che, venuta appena la mattina, sarebbe partita da
quella casa.

--E dove vuoi andare, povera figliuola?... rispondeva la vecchia, fra
sè ruminando intanto che le sarebbe tornato acconcio di non trovarsi
così sulle braccia, quella piagnolosa martirella.

La fanciulla sarebbe morta nel durar di quella notte, se l'angoscia e
il delirare della mente in mezzo alle larve che la circondavano non
l'avessero prostrata così che le convenne gittarsi di nuovo sul letto;
dove il sonno, breve conforto, scese a prepararla a nuovo dolore.

Ma Damiano, in questo mezzo, certo appena della sparizione di sua
sorella, non aveva perduto un momento. Dopo ch'ebbe lasciato il fratello
abate presso al letto di sua madre, facendosi promettere che avrebbe per
allora taciuto a lei, comechè troppo debole e oppressa, la recente
disgrazia la quale poteva troncarle d'un colpo gli ultimi giorni, egli
corse quasi disperato verso il palazzo dell'Illustrissimo; sapeva che là
soltanto sarebbegli stato possibile trovar qualche traccia di colui che
aveva preparato, o forse consumato quel vituperio. Com'uom fuor di sè,
egli si sentiva capace di tutto.

Ma, giunto a pochi passi dal palazzo, vide venire a quella parte don
Teodoro. Il coadiutore, scorgendo il giovine così mutato, così travolto
in viso, lo trattenne, con piglio severo domandando che avesse. Alle
prime parole di lui, argomentò che trattavasi di grave cosa; nè volendo
avere a testimonii gl'indifferenti passeggieri, don Teodoro s'appartò
con esso in una deserta via a fianco del palazzo, e fecesi contar su
minutamente ogni cosa. Non appena ebbe udito i dubbj che fremevano nel
cuor di Damiano, l'assicurò, quanto a sè, non credere che quella persona
d'alto affare di cui sospettava, volesse intrigarsi in una impresa così
scellerata, così pericolosa; si quietasse, chè avrebb'egli medesimo
cercato di fargli saper prima di sera il luogo ove fosse la giovine;
lasciasse in somma fare a lui, chè non gli somigliava difficile veder
dentro in quella trama: nè gli tacque come, appunto allora, dovesse
recarsi a parlare all'Illustrissimo, per un'altra ragione di non piccol
momento.

Ma Damiano non voleva chetarsi; onde il prete si fe' da capo a
consigliar tanto lui, quanto Rocco che si dessero attorno senza perder
tempo, per cercare in altro modo qualche traccia della fuggitiva;
senza però destar romore, affine di non mettere a rischio il buon nome
della fanciulla: disse poi a Damiano ove l'avrebbe trovato dopo
mezzodì, e lasciollo con queste parole:--Fatevi cuore, figliuolo: c'è
lassù Quello che veglia sempre.

Noi seguiremo i passi dell'abate Teodoro, che tornava pensieroso, ma
sicuro di sè stesso, verso il palazzo, colla coscienza di chi cammina
per fare una buona azione.



Capitolo Ventesimo


Don Teodoro conosceva quella superba dimora, e quel vecchio erede d'un
gran nome. S'era trovato alla presenza di lui, in una circostanza che
il lettore non avrà forse dimenticata: quando, appena morta l'infelice
Marianna, madre di quel perduto fanciullo di cui non aveva saputo in
tanti anni raccogliere alcun preciso indizio, egli s'era presentato al
fastoso signore, per adempiere l'ultima volontà della moribonda donna.
Ma era passato tanto tempo, e temeva non poco che mal sortisse la
prova, per la quale s'era fatto animo a tentar di nuovo il cuore di
quell'uomo. Il saggio prete usava più spesso nelle case de' poveri che
in quelle de' ricchi; egli pensava d'esser chiamato a spender la vita
per sollevare gli oppressi, per umiliare i superbi: ond'è che la sua
parola riusciva, di solito, poco accetta all'orecchio de' grandi; ma,
sebbene avesse per ciò appunto di molti nemici, non osavan
dichiararsegli tali apertamente, colla tema fors'anche d'ajutar per
questa via il maggiore suo trionfo.

Al suo entrare nell'anticamera del palazzo, i servitori si guardarono
tra loro in faccia, con non so qual maraviglia: pensando forse che il
modesto prete fosse qualche nuova premura della padrona, e che avesse
preso in fallo lo scalone degli appartamenti dell'Illustrissimo, un
d'essi, alzando il gomito con atto villano:--Ha fallato, signor abate;
dall'altro scalone.

--Non ho fallato; ho bisogno di parlare al vostro signore.

--Non si hanno ancora gli ordini dell'Illustrissimo, questa mattina.

--Andate a domandarglieli.

--Non si usa, signor curato, o quel ch'ell'è: ripigliò quel zotico,
senza pur muoversi dallo scanno su cui stava a cavalcione.

--Se non volete annunziarmi, bisognerà che mi faccia innanzi io
stesso.--E ciò disse, con tale dignità seria e sdegnosa, che
l'insolente servo, credendolo qualcosa di più che non pareva, e
dubitando delle conseguenze d'un granchio che avesse pigliato, stimò
bene di domandare a un de' compagni, che cercasse del Rosso, per
sapere se il padrone desse udienza.

--Dite ch'è l'abate Teodoro, e che viene per cosa di certa importanza:
soggiunse il prete.

Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando
innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria,
pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a
cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco
gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua
incertezza e il tedio dell'aspettare.

Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque
l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare
un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli
appresso.

Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se
ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra
lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e
dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e
lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco
di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono
d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La
guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e
due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir
vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia.
Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una
notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva
legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo
passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale
ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile
con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando
gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo
contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più
importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche
per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.

Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova
o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo
che facesse entrare il prete.

Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo
senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran
corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a
fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per
tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che
allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine
d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze,
aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il
prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo
credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche
occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto
di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva
tendere a lui.--E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già
in conto l'usufrutto del fatto mio.

L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter
rompere il silenzio pel primo.

--Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei,
signore.

--La conosco, signor abate... di nome almeno: freddo freddo rispose il
patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non
so che pastiglie gommose.

--È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo... confido
che non m'avrà dimenticato...

--In coscienza, non mi ricordo affatto.

--Son vent'anni... Io era venuto qui, in nome... in nome d'una
infelice, morta a quel tempo...

Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che
facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:--A
nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione... che...

--Che? che?... favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so
davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han
sempre pronte di simiglianti storie...--E ciò gli disse con voce un
poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per
mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.

--Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle
troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome,
ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo
che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han
mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che
s'abbia facilmente a dimenticare... Perdoni, dunque, signore!...
Questa lettera mi farà conoscere.

E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta
per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con
cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a
beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi
sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava
benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che
lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna,
dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente
sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il
mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo;
il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione
che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener
quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar
parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la
tracotanza dell'importuno visitatore.

--Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla
persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo
cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per
solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un
diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e
soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il
piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta.
La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a
quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse
nol sarà mai, al vitello d'oro... I pochi che stanno in alto, di rado
abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine,
costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la
ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della
loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se
io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.

--Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di
predica sulla vanità delle ricchezze.--E frenandosi a stento,
sorrideva ironicamente; poi:--So bene che molti di lor signori usano
disprezzare ciò che non ponno avere per sè.

--Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser
dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al
mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di
rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto
della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere.
La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe
sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete,
se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni
per dirle.

--Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la
fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non
troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.

--Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le
accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti
anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che,
giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra
una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo,
condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue....
ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar
fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar
di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella
sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io
ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a
quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era
ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza,
come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi
sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza
nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia.
Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a
quest'ora si è raddoppiato...

--Potrà esser vero ciò ch'ella dice, ma è cosa che non mi tocca così
da vicino, perchè ci sia necessità ch'io mi tenga in mente tutti
questi particolari....

--Come?

--Se ho creduto mandarle qualche denaro per fare un po' di bene, non
voglio averne merito, nè immischiarmi di più in questa faccenda: della
somma, ella può farne ciò che vuole; non potrebb'essere in mani più
sante.

Il prete scosse il capo, e seguitò:

--Quel fanciullo, o signore, vive. Dopo lunghe ricerche, dopo anni e
anni d'incertezza, il caso mi poneva sulle sue traccie; io credo
d'averlo ritrovato. Ora il fanciullo è un uomo; esso ignora del tutto
la storia della sua prima età; perduto in mezzo alla campagna, non
conobbe nè padre nè madre; nessuno gl'insegnò una parola d'amore, egli
crebbe insensato, nudo, selvaggio; per mesi e per anni, non fece che
piangere solitario e deriso da tutti, perchè la sua piccola mente a
grado a grado svaniva; lo chiamavano per soprannome il povero pazzo.
Ma c'è sopra di noi Chi si ricorda di tutti! Quel Dio che benedice il
dolore degli oppressi fu la guida invisibile dell'errante fanciullo; e
d'uno in altro villaggio, di casa in casa, il tapino si ridusse a
vivere in questa città. Io non voglio stancare, o signore, la sua
indulgenza, raccontando tutto ciò ch'esso fece e sofferse....

--Pare un romanzetto, caro signor abate, questa sua cantafera: lo
interruppe con alterigia l'Illustrissimo. Sta poi che tutto sia vero,
e più di tutto.... (questo il disse a voce più sommessa, e dopo una
pausa) c'è qualche prova dell'identità del fanciullo?....

--Non mancan prove, illustre signore! rispose il prete. Ma io, quanto
a me, non intendo farle valere; non intendo far parlare la legge,
prima che parli la coscienza....

--Questa è una minaccia, cred'io. Se la piglia su questo tuono, non ne
faremo nulla.--E sorrise, in modo da toglier quasi al prete quella
pazienza, onde aveva sostenuto senza sdegno la noncuranza e il
sarcasmo dell'Illustrissimo.

--Io son venuto, riprese don Teodoro con mite e tranquillo accento, a
supplicarla nel nome di Chi tutto sa, e per la memoria di quello ch'è
stato! Assecondi, ella n'ha tempo ancora, l'ultima preghiera d'una
infelice ch'è morta: io per me non ho nè il dovere, nè l'intenzione,
di propalare una trista avventura della quale conosco ogni
particolare; anzi, da me, quel povero giovine non saprà altro se non
che la Provvidenza l'ha destinato a espiare quaggiù il fallo di sua
madre. Ma se, per altra via, egli venisse a conoscere il vero; se
potesse mettere innanzi qualche ragione, qualche pretensione; se il
mondo un dì o l'altro echeggiasse d'un processo lungo e scandaloso,
d'un processo che non dovrebbe riuscire indifferente all'erede d'una
gran casa....

--È cosa inaudita! nessuno ha osato mai parlarmi in cosiffatta
maniera.... Buono, che per me ci vogliono altri spauracchi.... E io le
giuro, per dio!

--Non giuri per nessuno, signore! si degni darmi orecchio, mi lasci
finire. Il giovine di cui io parlo, nella sua semplicità e ignoranza,
ha potuto conservare un'anima generosa e grande; poche di simili n'ha
il mondo. Egli aveva trovata un'umile, onesta famiglia, che non gli
rifiutò ciò che di più gli bisognava, affetto e compassione; aveva
trovato un amico, e per quest'amico seppe fare il sagrificio della
propria libertà, offrir la vita. Grandi e polenti persone condussero
alla rovina quella buona gente; una vecchia madre all'ospedale, un
figliuolo uscito a malapena innocente da un processo criminale,
conseguenza d'un'insidia peggio che d'assassini; una fanciulla
perseguitata, e a quest'ora forse.... perduta!

Così dicendo, il prete fissava gli occhi ardenti nel volto
dell'Illustrissimo; il quale, compreso da un tremito che non poteva
nascondere, impallidendo balbettò con infinta sbadataggine:

--Che storia è questa?

--È presso a poco la storia di tutti i giorni: seguì il prete, con
voce mutata a un tratto in umile e dolorosa. Coloro che, al par di
noi, di noi dico che portiam quest'abito, penetrano ne' nascondigli
de' poveri, sanno quanto sia facile toglier loro l'unico, ultimo bene,
la pace dell'onestà; sanno che lacrime costi a tante avvilite creature
l'illusione d'un po' di fortuna; vedono nelle squallide case del
popolo le traccie dell'oro de' ricchi, seminato dalla seduzione e dal
capriccio. Così passa l'infamia d'una in altra generazione. Ben so che
i buoni non mancano; che molti de' ricchi fanno il bene; e molti che
il fanno, voglion che si sappia; le caritatevoli istituzioni, il
danaro largito a sollievo dell'umanità sono un vanto giusto dell'età
nostra, un pregio singolare di questa città; ma le beneficenze
orgogliose non son quelle che migliorano il mondo; e la carità vera è
nella giustizia, e nell'amore!...

L'Illustrissimo, piegata la testa sul petto, cupo nel pensiero, nulla
rispose a queste gravi parole, che certamente non era uso a sentire. E
gli pensava allo strano sviluppo di quest'avventura, dimenticata,
soffocata da tanti anni, che gli faceva ritrovare un figlio in quella
casa stessa ove, poco tempo prima, egli andò a cercare un'altra
vittima. Il turbamento che stavagli in cuore era forse compassione,
fors'anche rimorso; a questa voce interiore s'aggiunse un senso di
mala disposizione in tutta la persona. Egli parve veramente sentirsi
cader le forze, fluttuar più rapido il sangue, un freddo nelle membra,
una nebbia ne' pensieri; insieme a tutto questo, l'incertezza del
domani, e una paura; la paura della morte.

Ma il prete non aveva perduto nessun moto dell'uomo che gli stava
dinanzi; e leggendogli in viso il terrore dell'anima, pensò che, forse
per la prima volta, ciò che v'ha di più arcano nella natura percoteva
l'opulento e corrotto patrizio. E satisfatto abbastanza ch'egli
provasse quel terrore, anche senza confessarlo, ripigliò con voce più
riverente:

--M'accorgo, signore, ch'io forse tratto con soverchio calore una
giusta causa; ma ella mi perdonerà, se è vero ch'io leggo nel suo
cuore una buona ispirazione. Ella può far del bene, e molto, alla
famiglia per la quale io venni a parlarle; è pietà; è giustizia!...

--Oh! ascolti adesso anche me: disse l'Illustrissimo, rinfrancato
dall'orgoglio. Io non so con che diritto ella sia qui venuto a farmi
segno delle sue censure, a serrarmi i panni addosso con tante vane
supposizioni. Rispetto lor signori; ma son avvezzo a pigliare il mondo
com'è; ho fatto anch'io la mia parte di bene e di male, come tutti i
figli d'Adamo; però non ne do conto a nessuno; e in quanto a lei, non
la scelsi ancora per mio direttore di spirito..... Mi risparmi dunque
altri consigli; e, in cambio de' suoi, io ne darò uno a lei; pensi
bene un'altra volta a quello che fa, e a chi parla; l'abito che veste
non le faccia creder lecito di trattare un par mio, come il primo
mascalzone che si getti al piede del suo confessionale.

--Signore! ripigliò don Teodoro addolorato: non rinneghi la voce del
cuore, non mi rimandi così. Ella deve sapere dove si trovi quella
povera figliuola; deve sapere che un uomo perduto, malvagio, la
sottrasse con un'insidia alla casa ov'era stata ricoverata; deve
sapere che si mette innanzi il suo nome....

--Il mio nome? Per il cielo! io non ci entro per nulla in questi
fatti. Ora capisco che l'hanno ingannata--E si sforzò di pigliare un
tuono burlevole, e indifferente;--Se, per ajutare una giovine a fare
un po' di fortuna.... per via lecita, mi spiego, per esempio,
avviandola sul teatro, dove, se prometta bene, se sia bella, può far
tesori al tempo che corre; se per far questo, dico, ho a tirarmi
adosso le rappresaglie di tutta l'inquisizione, io posso anche
riderne, mi pare.... Non s'adonti dunque, e mi compatisca! Ella mi
vede inchiodato su questa seggiola; son castigato abbastanza, dacchè
vennero a trovarmi, in una mattina, i due uccelli del malaugurio, il
medico e il prete.

--Ella fa uno sforzo, o signore, per mentire a sè stesso, e scherzare.
Ma non è questo il momento. A me bisogna ritrovar la giovine....
ritrovarla, prima di sera.

--Io non so nulla, le ripeto. Se c'è persona che abusi del mio nome,
per qualche fine, per qualche vendetta....

--Come? ella dunque assente?...

--Che assentire? suppongo: e forse indovino.

--Cosa sento?... dunque è vero... E lei poteva?... Ma saremo a tempo?

--Le ripeto che non so nulla. Capisco che tutto questo è opera d'un
cattivo soggetto, il quale, lo conosco abbastanza, si prese giuoco
anche di me. In quanto all'essere a tempo, non so che dirle.

--Oh! sarebbe mai....--E levossi con impeto.

--Io me ne lavo le mani, io.... di tutto quel ch'è successo e che può
succedere.

--Signore! proruppe don Teodoro; ella dovrà render conto di tutto a
Colui che si ride delle violenze degli uomini! Le lagrime fatte
spargere dall'umana prepotenza sono adesso quel che fu un tempo il
sangue versato dai martiri.... Batterà l'ora della morte anche per
lei; e in quel punto....

Ma l'Illustrissimo adirato levossi, e disse:

--Finite, tacete, e lasciatemi in pace una volta!

--Or bene, che vi giudichi il Signore!... Il mio dovere mi chiama
altrove, e non ho un minuto da perdere. Ricordatevi che un'ora sola,
in cui pensiamo seriamente a noi stessi può mutar tutta la vita!

Così detto, se n'andò, lasciando l'Illustrissimo in un mar
d'incertezze e di terrori, sdegnato in una e confuso. E partito lui,
il patrizio, sentendo crescersi il male, non ebbe coraggio di maledire
il prete che osò parlargli come nessuno aveva osato mai, che non temè
di minacciargli la giustizia del cielo.



Capitolo Ventesimoprimo


L'uomo cammina a gran passi sulla via del delitto. Nel dì stesso che
accadevano le cose narrate nel precedente capitolo, il signor Omobono
venne a sapere come la fuga della Stella dal Ritiro fosse già nota
alle dame protettrici; le quali, scandolezzate dal mal esempio e piene
di zelo, non avrebbero mancato di fare un subbisso, colle loro
querele, in tutta la congregazione, e di portar fors'anche la cosa
alla conoscenza delle autorità ecclesiastiche e secolari. Benchè la
paura gli suggerisse in quel frangente un'estrema prudenza, nondimeno
egli non seppe resistere all'ultima tentazione della vendetta. Ma
volle compirla, mettendosi prima al sicuro d'ogni perigliosa
conseguenza.

Al mattino, la fanciulla, dopo un'intera notte di pianto e di terrore,
non aveva più sentito al di fuori della sua prigione nè voce, nè
movimento. Si trascinò alla porta, e cominciò a battere, e domandare
pietà. E la pegnataria, dalla quale il signor Omobono si partiva allor
allora, dopo concertata ogni cosa, non fece la sorda a quelle
preghiere. Ella aveva promesso di fare a modo dell'Omobono: con tutto
che durasse un pezzo fra il sì e il no; e se non fosse stata la
speranza di sbrigarsi al più presto della figliuola, e anche di
quell'uomo, tutto viluppi e imbratti, che l'aveva tirata pe' capegli
in quell'affaraccio, non avrebbe promesso.

Entrò nella cameretta, in aria premurosa e compassionevole, dicendo
che non s'era già dimenticata di lei, e che veniva a portarle la
colazione. E mise giù sulla tavola un tondo con una tazza di caffè e
latte e un po' di pane.

La fanciulla, appena la vide, le corse incontro, le s'inginocchiò
dinanzi piangendo e scongiurandola che la lasciasse partire. La
vecchia, fingendosi impietosita, rispondevale ch'era ben giusto, e che
fra poco sarebbe venuta a prenderla una brava persona sua conoscente,
per accompagnarla presso alla sua mamma.

--Intanto, soggiunse, non lasciatevi andar così, la mia figliuola;
dovete aver bisogno di pigliar qualche cosa; siete digiuna da forse
ventiquattr'ore, chè nemmeno jer sera avete voluto mangiar nulla....
Datemi ascolto, bevete almeno quel po' di caffè col latte, ben caldo.

La fanciulla, aveva tanto bisogno di sperare che cominciò a credere a
quelle bugiarde parole; e sentendosi veramente venir meno per tutto il
patir che fece, prendeva dalle mani della vecchia la tazza: ma non
potendo inghiottire un sol boccone di pane, s'accontentò di bere una
parte di quel caffè col latte. Nè molto andò che, fosse effetto del
lungo sfinimento della passata notte, fosse un'improvvisa stretta al
cuore, la fanciulla sentì annebbiarsi gli occhi, le membra
agghiadarsi; e cólta da vertigine, si lasciò cadere sulla seggiola più
vicina e giacque come svenuta.

Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un
tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse,
e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne
stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così
dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con
un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo
della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel
portone.

Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli
dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in
testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della
persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino
dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire
all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi
sopra, colle vicine, nessuna ciancia.

I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo
sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto
addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola
al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado
il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.

Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto.
Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove
fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.

Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi,
tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato
una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella
s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda,
sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una
delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito,
rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e
severo, in attitudine di comando.

La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una
pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto,
giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal
vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di
povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo
biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli,
divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di
lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche
guglie del Duomo.

Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la
fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico,
quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello
in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si
vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e
trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre,
con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie
finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate
sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta
dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo
indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del
terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la
fanciulla.

In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla
città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto
condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore,
la povera Stella.

Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto
intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che
parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e,
coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La
solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che
facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto
di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo
sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio
castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia
dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de'
suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e
sperava ancora.

Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di
torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a
spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della
pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto,
l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi
in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè.
Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco
lontano i rintocchi lenti d'una campana.

In quel punto, un romore confuso nelle stanze di sotto; un domandare e
rispondere di due voci concitate e lo strepito d'un passo sulle scale,
riscossero la Stella da quel letargo, che l'aveva tolta per poco alla
conoscenza del suo pericolo, del suo spavento. Si levò a sedere,
origliò; il cuore le batteva con rapidissimo sussulto; desiderava che
alcuno venisse, fosse anche l'ignoto suo persecutore.

Non s'era ingannata; era il passo d'un uomo che saliva a quella
stanza. La porta fu schiusa, e subitamente essa riconobbe, sebbene da
lungo tempo non l'avesse più veduto, il signor Omobono. Costui
s'avanzò col viso composto, colle mani serrate al petto, in atto di
premurosa compassione. Ma la fanciulla non ardì levar la seconda volta
gli occhi sopra di lui; essa tremava in ogni fibra; poco prima le
aveva stretto il cuore il dubbio di trovarsi, senza difesa, in potere
di quel vecchio signore che venne una volta nella sua povera casa per
ingannarla coll'apparenza della protezione. Ora la vista del signor
Omobono le mutava quel dubbio in certezza; essa trovavasi in faccia di
colui ch'era stato l'artefice di tutte le sue disavventure.

L'Omobono fermossi con atto contegnoso, poco discosto dal canapè, dal
quale la fanciulla non aveva avuto forza d'alzarsi.

--Mi conoscete, diss'egli? Oh dove mai vi trovo! Ma, io vi sono amico,
non temete di nulla, povera giovine!

--No, no! è un inganno.... Non è vero! Io sono stata tradita! Oh
Signore, Signore, ajutatemi voi!

--Quietatevi, datemi ascolto; io son venuto per assistervi....

--No, non è vero.... È lei che ha fatto tutto questo male! Perchè son
qui?.... Perchè viene lei?....

--Vi compatisco.... dopo uno spavento come quello che dovete aver
provato.... Ma fatevi cuore.... sentite....

--No! no! Cosa ho fatto io di male per essere così trattata? Io non ho
nessuno.... e m'han condotta qui per forza, m'han dato a bere qualche
cosa.... ho perduta la mente.... Cos'è stato di me, lo sa il Signore.

--Ma chi vuol farvi del male? Siete qui in una casa sicura; nessuno vi
toccherà un capello...

--Io voglio andar da mia madre, io!....

--È giusto.

--Lasciatemi andare, lasciatemi andare!... Oh! tutto questo mi toglie
la mente.

--Datemi ascolto; e non vi spaventate così. Io ho sempre avuta della
premura per vostra madre e per voi.... e posso far molto io....

--Impostore! impostore! Voi tutto il male che v'è stato possibile
l'avete fatto... E non vi basta. Io so bene cosa pensate voi... lo so,
lo so! E vi guardo in faccia, e ve lo dico!

--Passerà questa furia, e io potrò ancora farvi del bene....

--Dio santo, tu mi darai la forza di resistere!

Ma qui, invece, cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchio a piè
di quell'uomo, lo tentò affannosa colla preghiera.

--Oh! perchè mai le preme che una povera creatura, come me, sia
perduta, sagrificata per sempre?.... Cosa le abbiam fatto noi?... Sono
stata divisa dalla mia mamma.... quando mi cercava, quando non aveva
più nessuno.... Ho voluto tornare a casa mia.... Oh! se lei non è
cattivo, se è vero che, non per farmi del male, sia venuto qui....
m'usi adesso un po' di compassione, mi conduca dalla mia povera
mamma.... Vede, che io piango.... Bacierò le sue mani, pregherò il
Signore per lei!

--Sì, sì! ma state quieta, non piangete così forte.... Vostra madre la
tornerete a vedere....

--Oh! torni a dirlo.... mi consoli, non mi lasci pensare che voglia
prendersi spasso di me!--E sollevandosi dal terreno, la fanciulla fece
per uscire.

--Aspettate un momento: dove pensate d'andare? Da vostra madre, adesso
no! prima di domani mattina non sarà possibile.... Ora siete qui,
siete in sicuro, nessuno vuol farvi del male, Vostra madre poi non sa
ancora quel ch'è stato.

--Oh mio Dio!

--Fidatevi; ci penso io....

--No! no! voglio uscir di qui.

--Siate ragionevole.... Non m'obbligate....

Oh! lasciatemi andar via!...--E come disperata, di nuovo si precipitò
verso la porta.

Ma il signor Omobono, che vegliava ogni movimento della fanciulla, fu
pronto a impedirle il passo, e mutando tuono e volto:--Aspettate,
disse con ira soffocata: non potete uscir di qui senza di me! se vi
movete, siete morta!



Capitolo Ventesimosecondo


A queste parole, a questa cupa, frenetica minaccia, Stella non ebbe
più nessun dubbio, nessuna speranza. Ella si vedeva sola, indifesa,
perduta; per fuggir dalle mani di quel mostro, non le rimaneva più che
morire, precipitandosi dall'alta finestra. Questo disperato pensiero
le attraversò la mente; ma tornando a fissar nel suo persecutore gli
occhi smarriti, e scorgendo il maledetto riso che stavagli sulle
labbra, sentì a un tratto tornarsi in cuore forza e coraggio.

Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le
braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo
parve dire:--Io non ti temo, io ti disprezzo!

In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del
palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e
aggrottando le ciglia:--Chi può essere?... susurrò fra i denti.
All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso,
come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo
strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con
violenza e romor di persone accorrenti.

Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della
fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande,
l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore.
Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso
tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più
sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui,
tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e
quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e
cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.

--Perchè preghi adesso?... disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti
metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato,
cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel
che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre.... E io,
io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre.... Questa
muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione.... E
tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare... Puoi pregar
finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!...

Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una
voce gridare:--Stella! Stella!

Era la voce di Damiano.

La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido
di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava,
come impietrito, lo scellerato Omobono.

In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo
rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un
colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma
la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi
dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro
l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame,
pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento
che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore,
precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.

Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la
porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno
di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il
terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il
Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco
andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante
ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra
sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.

In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge
all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le
traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella
all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti
del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi
arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco,
basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi
qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco
dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza
minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che
l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel
nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia,
pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno.
Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli
scricchiolavan sotto.... quando a un tratto gli viene all'orecchio un
tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.

La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il
signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era
vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto
nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per
l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un
terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè
scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar
nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della
fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio
sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo
che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole
dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle
dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la
tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con
essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella
stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune
ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino
alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un
attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria
colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il
sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo
a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò,
come una voce celeste, al capezzale del traviato.

Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima
volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della
fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è
adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore
ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più
strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il
mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una
brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto
suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora
a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il
momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti
della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè
salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.

Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era
stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio
che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta
successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così
presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano
volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di
quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo
salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere
la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi
giorni passati.

Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra,
quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran
vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio,
ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van
passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e
spregiudicato, quando

    »Co' festivi racconti intorno gira
    »L'elegante licenza......

costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte
d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui
avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire,
che non parlarono più di lui.

Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu
da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate
dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza,
in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni
dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del
ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno
creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio
in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica.... poi, dopo un rapido
sogno, desiderarono il pane di prima.... quel pane bagnato di lagrime
innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso
orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro
inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè
vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò
facile il delitto!--Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono
allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e
alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il
corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.

Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che
aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la
città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia
nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il
capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila
lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte
contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da
lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al
pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò,
dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da
che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don
Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non
cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon
prete, e baciandola disse:--Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi
metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non
ho sentito dire che da lei.



Capitolo Ventesimoterzo


Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del
cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a'
monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del
mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera:
non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla
cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e
a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente,
tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva,
trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in
luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi;
finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime
dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore,
poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine
ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle
salutava la primavera.

Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor
brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca
distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga
linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del
monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo
specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna;
dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna
selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le
ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del
paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole
l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto,
prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi
colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza,
ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.

Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra
Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche
vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese,
distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una
contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre
imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro
Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di
bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato
d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti
terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo
conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli
del piano.

In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la
famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva
sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri
amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la
tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il
momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a
rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del
suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate
sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato
resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per
naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua
influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime,
dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre,
quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una
guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro
il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella
scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che
l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante
l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro.
Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua
famiglia.

In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel
poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don
Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel
piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere
con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de'
figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che
gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far
casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran
segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua
ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don
Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al
vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e
gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva
nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno,
provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro
stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo
dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in
cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a
quella prova di confidenza, accettò.

La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A
breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda,
guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e
aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di
bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio
riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la
modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda
tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di
staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva
vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro
stramazzo nella stanza del suo amico.

Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del
sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui
dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo
riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la
rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo
volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice
asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano
dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago,
talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore,
del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui
una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre
un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo
lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte
ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli
scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da
quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario
e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione;
comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio
curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da
lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non
mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle
gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo,
sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero
volume.

Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che
sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove
stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una
gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli
buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua
cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma
quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e
sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva
sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e
quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di
mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a'
suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al
rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza
e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille
diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso,
più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva
fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona
speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva
loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza;
passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva
lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle
passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna;
egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la
coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora
nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non
sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:--Io
non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.

Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo
dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava
segretamente?

Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che
già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie,
s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non
conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto
della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di
libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa
naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover
esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella
continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel
mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di
soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in
breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.

--A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin
adesso?--pensava.--Quella magia della bellezza che m'aveva fatto
animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho
scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter
uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù
all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia
madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice
lei pure, certo più felice di me.... Essa un giorno riusciva a
leggermi nel cuore dubbj e speranze.... Ora, tutto è mutato. Quello
che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano
in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita.... Ne ho veduti tanti con
me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella
disgrazia!... E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così
bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è
Dio che me l'ha dato questo affetto?... Ma perchè l'odio, l'ambizione,
la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere
l'amore?.... La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano
almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è
il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a
nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi
mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!.... Oh quando
potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi
fa aver compassione di me stesso?.... No, io non voglio morir così.

Questi solitarii vaneggiamenti di Damiano eran fatti più affannosi,
più amari dalle assidue letture d'alcuni libricciuoli che gli tenevano
compagnia nelle lunghe passeggiate; in quella lettura egli soleva
sprofondarsi sì fattamente, che le ore gli fuggivano come istanti,
dimenticava la scuola e la casa, e qualche volta il suo dolore e sè
stesso.

Un giorno, dopo aver divorato, nel suo favorito passeggio sull'altura,
uno di que' piccoli volumi, s'era seduto sul muscoso terreno; e nuovi
pensieri, ma più certi, più ardenti, gli stavano nell'animo. Eran due
ore ch'egli leggeva e pensava; nè altre parole in quel suo meditare
gli fuggivano di bocca, che queste:--Almeno non sarà inutile la mia
morte, come la mia vita!--In quella, intese venire alcuno alla sua
volta, Vedendo Rocco che saliva il sentiero del bosco, nascose il
libro, s'alzò confuso, turbato, e gli mosse incontro.

--Damiano: gli disse l'amico giunto a pochi passi da lui: temeva non
ti fossi perduto giù per la selva; come ti succede qualche volta,
quando ci lasci senza dir nulla; ho voluto venire io stesso a
cercarti.... perchè tu sei mio fratello.... e io, sai? ho qualcosa a
dirti... qualcosa che non posso più tener nel cuore....

--So il tuo segreto, Rocco; lo so da un pezzo: rispose Damiano
sorridendo con mestizia: tu vuoi bene alla Stella, e pensi che se la
fosse tua....

--Come?... Tu dunque lo sai?

--Non solamente lo so; ma credo che la sia una benedizione del cielo
per lei, e per tutti noi. Il tuo cuore è così buono, così generoso....
E mia sorella, vedi, conosce la tua virtù, sebbene io non le abbia mai
detto nulla di te, nè della onesta tua speranza....

--Damiano! lo interruppe l'amico, con voce fatta tremante dalla
commozione: so che quell'angiolo del cielo non avrà forse mai avuto un
pensiero al mondo per un poveretto, come me. E io, forse, sarei morto
piuttosto che parlare, vedi.... Ma una parola, una sola parola....

--Che io aveva già letta nel suo cuore prima di te, da un pezzo....

--Oh se tu sapessi!.... Pochi dì fa, lunedì passato, sedevamo laggiù
sul ponte del mulino; tu non facevi attenzione a noi; e la mamma, come
al solito, se la spassava a darmi un po' sulla voce, chè, tu sai, la
mi tiene ancora uno strambo, e dice che voglio far sempre a mio modo,
e ch'è quasi un peccato mi sia piovuto dal cielo un po' di fortuna: lo
sai bene come è quella buona mamma! Io non trovava più cosa
rispondere; e Celso lasciava dire. Allora la Stella si mise dalla mia,
e disse così, proprio così:--Non lo sgridare, mamma; io gli voglio
bene--e divenne un po' rossa, e poi subito--quasi come a mio
fratello... Oh! non l'aveva mai detto, no, mai! E da quel momento mi
par d'essere in sogno, non so più quel che faccia o dica, e ho quasi
paura di diventar matto davvero. Ma, più ci penso e più sento che la è
un'idea impossibile, e che in fine mi toccherà d'andar via....

--Andar via? ma perchè?

--Sì, sì, Damiano: potrei star qui ancora, dopo averla sentita
dire..... che mi vuol bene.... quasi come a te?

--Ma non sei tu mio fratello?

--Sì, e non posso essere altro che tuo e suo fratello. Adesso, lo so
quel che prima non ho avuto coraggio nemanco d'imaginare....

--Bene, adesso....

--Mi tocca d'andar via, perchè non ho più cuore di guardarla, senza
pensare....

--Fatti animo, mio Rocco; ascolta pur l'inspirazione del tuo cuore.
Parlerò io alla Stella per te; e credi a me, ne ringrazierà il cielo.

--No, no, per carità, non dirle niente; o almeno, non adesso... Cosa
vuoi che ne faccia del bene ch'io le voglio, io gramo e brutto,
storpio d'una mano, senza famiglia, senza nome, solo al mondo?

--Come? rifiuti dunque casa nostra? Noi non siam più nulla per te?....
Oh Rocco! noi ti dobbiamo tutto; e per quanto avessimo a fare, sarebbe
ancor poco, in confronto di quello che tu hai fatto; e....

--Non dico che questo sia vero.... Ma come tu sei il mio amico, ti
voglio raccontar su tutto. Oh se tu li indovinassi i pensieri che mi
bollono in capo!... Via, è inutile, tutto è già come finito.... No,
no, non sono sincero con te; ho ancora un filo di speranza; e mi manca
il cuore di dirtelo....

--Sii buono, Rocco; non mi nasconder nulla. Il tuo pensare, lo so, è
giusto....

--Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che
son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare.... e se tu, sentito che mi
avrai, non mi dici di no.... Basta, sarà quel che sarà.

--Cosa vuoi fare? dillo....

--Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi
metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre,
che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia
più come un figliuolo di nessuno... Forse, a questo mondo, un po' di
giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato
ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto.... Sì, Damiano,
dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io
ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco
bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da
buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi
ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che
io.... che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.

Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal
cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico,
di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva
veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo
dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si
sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la
scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di
don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò
partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine
marito e moglie.



Capitolo Ventesimoquarto


Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò,
rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi
s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè
che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così
cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza
più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e
tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in
tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta
gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò
fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in
faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante
del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender
lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un
rivoletto, sul principio della valle.

Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte,
là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si
sentiva capace di fare un passo di più.

Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse
incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una
parola.

--Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?... rispondimi, fatti cuore. Non
sei più tu?.... non sei il mio fratello?

--Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata:
ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!

E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non
può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto
appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale,
avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già
al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato
racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe
inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per
non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de'
suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e
sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo
l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che
si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e
dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che
si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con
tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel
ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che
jeri fosse stato. Pure--pensava--l'uomo non è destinato al male, e non
può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando
così.

Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete
raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla
misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche
per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano,
svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non
solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici
che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire
l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi
grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse
per lo meglio, aveva voluto così.

Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere
accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi,
insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che
l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva
respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo
valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a
parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e
piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella
infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.

Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso
racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e
immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque,
egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse
in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva
sapere; poi disse forte:--Sia benedetto il Signore perchè la mia
povera madre mi ha amato!

Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove
don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma
non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter
piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui
ebbe la vita e il dolore.

Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar
Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad
aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena
seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò
ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e
tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar
mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè
l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.

Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che
lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella
n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo
un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè
sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto
per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine,
come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non
l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera
così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga;
ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci
son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de'
fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra
loro.--Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il
figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»

Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese,
lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto
del suo cuore.

Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il
frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que'
silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo
l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la
madre:--Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì
nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la
sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di
conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi... Allora ho
fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma
almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto
per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.

Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare
attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal
muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che
fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi
modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era
un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso,
che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e
tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso
sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che
rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto
vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma
più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è
la gemma la più cara della giovinezza.

--Dunque, ripigliò Damiano rivolgendosi alla madre che non riusciva a
capire, il nostro Rocco altro non domanda, per tutto quel che ha fatto
per noi, che di diventar proprio un de' vostri figliuoli; egli vuol
bene alla Stella, e Stella non può trovare un marito più onesto di
lui.

--È proprio vero? dimandò la vecchia Teresa, la quale, cogli occhi
deboli ancora, andava cercando intorno, se il giovine fosse là.

--Egli non ha voluto restar qui, disse Celso, forse perchè non vuole
sperar troppo....

--E vuole, soggiunse Damiano, lasciar libera voi e Stella nella vostra
decisione. Ma noi conosciamo com'egli pensa; noi sappiamo che un cuore
compagno al suo non batte sotto panni più fini..... E tu, Stella mia,
cosa dici? tu che da un pezzo hai imparato a stimarlo, a volergli
bene....

--Oh sì! rispose timidamente la fanciulla: io non ho conosciuto
nessuno migliore di lui.

--E poi, non è forse vero, tornò a dir Damiano, che adesso noi possiam
dire che viviamo del suo pane?....

--Così, tu saresti contenta? domandò la Teresa alla figliuola.

--Presso di te, mamma, e con lui, sento che lo sarò.

E le si fece più vicina e le gettò le braccia al collo.

--Ma voi, riprese Damiano, non conoscete ancora tutta l'onestà di
Rocco; la sua unica speranza era di poterti sposare, o Stella: ma non
s'è mai sentito il coraggio di parlare; e voleva piuttosto andar via
di qui per sempre, perchè non aveva un nome a darti, perchè si credeva
indegno di noi e condannato a portar lui solo la sua disgrazia. E non
basta ancora; in compenso di quel po' di bene che gli abbiam voluto
noi fin adesso, era pronto a lasciar tutto il fatto suo per noi;
voleva farlo a qualunque costo, e pensava che non fosse virtù la sua,
ma una cosa la più semplice, la più giusta.

--Ecco, disse la mamma Teresa, che io potrò morire in pace: non c'è
dolore senza la sua consolazione.

--Sei proprio contenta, o Stella? tornò a chiederle Damiano. Oh! egli,
io spero, sarà l'uomo del tuo cuore. Ora lasciate a me il pensiero del
rimanente. Vado a cercar di Rocco laggiù nel pineto, ove credo che
m'aspetti: anch'io ho un dì felice, dopo tanto tempo, ed è questo!

Scese dalla stessa parte per cui si era discostato l'amico, con una
gioja pura nel cuore, che non avrebbe pensato di poter gustare ancora.
In quel punto la luna sorgeva limpida dietro il ciglio della montagna,
in un cielo tutto seminato di stelle.

Convenne però lasciar passare ancora parecchi mesi, prima che i due
giovani fossero marito e moglie. Bisognò che si domandasse il consenso
del tribunale al matrimonio; e come il cambiamento di domicilio della
Teresa e de' suoi non era ancora provato nel modo che ordina la legge,
fu necessario aspettare fintanto che il tribunale, la pretura e la
deputazione, dopo un andirivieni di carte, avessero poste le cose in
regola: e per questo, Damiano e Rocco dovettero ancora, sebbene a
malincuore, far più d'un viaggio a Milano, dove la protezione del buon
cappellano dell'Ospedale venne a proposito per toglier di mezzo altre
difficoltà non previste. Allora si concertò, poichè già s'era perduto
del tempo, d'attendere fino a che don Celso potesse dir messa; e anche
per ciò nuovi passi e nuove faccende, affine di ottenere le dispense
canoniche dell'età. E così fu stabilito che la prima messa di don
Celso e il matrimonio di Stella si facessero subito dopo la Pentecoste
di quell'anno.

Alla fine, i voti della buona famiglia furono compiuti. I contadini
del paesello e quei del contorno accorsero curiosi e festeggianti alla
messa nuova del giovine prete che, con la dolcezza del costume e la
semplicità della vita, aveva già saputo farsi amare da quella brava
gente. L'altare fu ornato degli apparamenti i più belli, e la fronte
della chiesa tappezzata, in luogo d'arazzi, di rami di mortella e
d'alloro; il suono festivo dell'organo confondevasi alle cantilene
sacre de' buoni montanari.

Il primo sole aveva indorato le alture; e il tempo era bello. Per la
via che attraverso il villaggio conduceva al piccolo tempio, fu veduta
salire una schiera di donne e di fanciulle, vestite quasi tutte del
pari, in quella rozza ma pittoresca foggia delle nostre alpigiane, con
un bustino di filaticcia color rancio serrato alla persona e una
sottana di cotonina scura, che lasciava veder mezza la gamba, le calze
turchine e gli alti zoccoli: ma ciò che più rapiva eran que' visi
aperti, quegli occhi neri e inquieti, que' capegli bruni e lucidi, con
la loro corona degli spilli d'argento. Accompagnavano alla chiesa la
novella sposa, quella buona Stella che tutti amavano; e anch'essa ne
veniva con un vestito nuovo all'usanza montanara, che la faceva essere
cento volte più bella. La mamma Teresa, spesseggiando i passi,
tenevale dietro; Damiano e Rocco le avevano precedute nella chiesa.

Don Celso, assistito dal vecchio curato, celebrò per la prima volta il
santo sagrifizio; la religiosa cerimonia commosse molti, ma la madre
dei prete ne pianse di contentezza. Finita che fu la messa, Rocco e
Stella s'inginocchiarono sui gradini dell'altare; don Celso li
benedisse, ricevette da loro la sacra promessa, e pronunziò le parole
dette dal Signore.

Durante la funzione, Damiano si tenne in disparte, assorto nel
pensiero di quella felicità, ch'era parte della sua; e quando vide
l'amico e la sorella scendere dall'altare tenendosi per mano, sentì
una voce nel cuore che gli diceva:--Essi saranno contenti, e tu ora
puoi seguire il cammino che ancor ti resta a fare.

Gli sposi andarono ad abitar la casetta, dove, prima di quel giorno,
Rocco non aveva mai voluto metter piede, e che nel frattempo fece
rabbellire come meglio seppe, affinchè fosse degna della figliuola
dell'antico soldato di Napoleone. La terra che possedeva era
sufficiente a dar loro di che vivere la vita umile e sconosciuta della
campagna; vita non povera e non ricca, ma abbastanza felice. La mamma
Teresa non volle distaccarsi dal suo don Celso; e come le due case non
eran lontane l'una dall'altra più d'un trar di pietra, così può dirsi
che facessero ancora una famiglia sola.

Essi non avevano più nulla a desiderare; ma Damiano nutriva nell'anima
altri voti, altre speranze, altro amore. Il lungo contrasto in quegli
anni sostenuto avevagli rapito per sempre il candore del desiderio, la
pace della fede: dopo ch'ebbe veduta la maggioranza de' prepotenti e
degl'ingannatori; dopo che, nel mondo a cui chiedeva così poco, i
tristi gli ebbero versato in cuore il veleno dell'odio, d'ardito
ch'egli era, si fe' torbido, insofferente; aveva voluto vivere per i
suoi più cari; e fu inutilmente; sentiva bisogno d'amare; e povero e
oppresso, amò i poveri e gli oppressi come lui; l'idea di far per loro
il sagrificio di sè stesso e di quel poco che gli restava, divenne
l'assidua, unica inspiratrice d'ogni sua volontà, il fine d'ogni sua
aspettazione.

Passò quell'inverno; e Damiano, più tranquillo del solito, stette
quasi sempre a fianco della madre e della sorella, attendendo con una
premura più viva e più intelligente di prima alle cure della scuola e
della casa, avviando a bene quanto potesse dare a' suoi la certezza
dell'avvenire. E la Stella, la sua prediletta, non l'aveva da un pezzo
veduto così pronto e sereno come allora. Al tornar della primavera,
andò lontano, senza dir dove; ritornò dopo una settimana o poco più.

Indi a poco tempo, domandò alla madre la permissione d'andare a nuovo
viaggio; e, dopo molta esitanza, le disse che forse la sua assenza
poteva durare un anno; ma che da ciò dipendeva il bene di tutta la sua
vita. Al che la povera vecchia rispose colle lagrime; non seppe dirgli
di no, e strettamente abbracciandolo, gli diede la sua benedizione. Il
dì appresso, al levar del sole, egli ascese lentamente, in compagnia
di Stella, l'alta montagna che guarda verso il lago di Lugano; ma
quello che a lei confidò, nessuno lo seppe. Giunto alla sommità,
schiantò due rami da un'antica rovere; e con un nodo di vimini li
congiunse in forma di croce. Sedettero per alcun tempo su quella cima;
poi egli piantò la croce nella fenditura d'un sasso. Strinse al cuore
la sorella, e dopo averla, senza piangere, baciata in fronte, le
disse:

--Addio! Se non ritorno più, verrai a pregare per me presso a questa
croce. Fino a oggi, ho fatto il poco che ho potuto, per nostra madre e
per te: ora ho un'altra madre, a cui devo il mio cuore e la mia
vita.... Il mio segreto è tuo; addio.

Si tolse con forza dalle braccia di lei, e discese a passi rapidi
dall'altra parte della montagna.

Gli anni passarono; ma la sua famiglia non lo rivide più.

                                ------

Da quel giorno eran corsi tredici anni. Nell'umile campo santo del
paesello, verso il cadere del dì de' morti, una donna pregava,
inginocchiata sull'erboso terreno, in mezzo a due fanciulletti, l'uno
di forse dieci anni, l'altro di sette al più; i quali, colle manine in
orazione e gli occhi fissi a una rozza croce senza nome, parevano
accompagnare in quell'atto innocente la sua preghiera.

Il sole tramontò: e la donna, adempito ch'ebbe quel pio dovere verso i
suoi poveri morti, uscì del cimitero, tenendo per mano i due
ragazzetti. Essa mostrava poco più di trent'anni; gentile il viso e
bello ancora, di quella beltà matura che par significare una
melanconica pace dell'anima e della vita; vestita d'un corto e modesto
abito di rigatino alla foggia del contado, coperta il capo e mezzo la
persona d'uno scialle nero; lento e composto l'andare. Il più piccolo
de' fanciulli, appena furon essi fuor del recinto, stringendosi alla
donna, le disse, con una vocina tra paurosa e compassionevole:--Vedi,
mamma, quel soldato seduto per terra là, al piede del murello!

Essa guardò a quella parte, che il figliuolo additava; e scorse in
fatti, a pochi passi di loro, e mezzo nascosto da una fratta, un uomo
colle spalle appoggiate al murello, più abbandonato che seduto; il
quale, come s'avvide d'essere scoperto, fece uno sforzo per levarsi in
piede, aggrappandosi a' ciottoli scalcinati del recinto e agli stecchi
de' cespugli; vi riuscì e mosse verso di loro.

Alla faccia solcata, livida, polverosa, al guardo tetro e pieno di
sospetto, ch'egli vibrava di sotto la tesa d'un largo cappello di
feltro ornato d'una penna di falco; al guarnacchino, del quale mal si
capiva il colore, comechè tutto fosse lordo di sangue e di fango, ma
che pareva rosso; al passo vacillante ch'egli a stento sosteneva,
appuntando in terra il calcio d'una corta carabina, la donna comprese
che quel soldato doveva essere un povero fuggitivo, il quale, ferito e
perduto, si fosse trascinato a quella parte, e per mancanza di lena o
per tema di farsi vedere, avesse fatto sosta colà ad aspettar la
notte. Non molto tempo era passato dall'ultima battaglia, combattuta a
qualche distanza di quella valle; per quasi due mesi i silenzii di
quell'alpestre contrada erano stati turbati dallo strepito della
guerra, dal passar di frotte armate, dal lontano interrotto rimbombo
del cannone. Anche in quel villaggio sperarono e tremarono; anche di
là eran corsi non pochi, per offrire il braccio e la vita. Ma fu
invano; e a quell'ora, tutto era finito.

--Voi siete un soldato del nostro paese: disse la donna, appena lo
sconosciuto le si avvicinò: Forse.... avete bisogno di qualche
cosa.... Forse siete ferito, stanco.... Venite con me; qui, nella
nostra terra, son buoni....

--Vi ringrazio, con tutto il cuore: rispose quell'infelice: Per più
d'un mese sono restato tra la vita e la morte, nella casipola d'un
povero carbonajo, là dall'altra parte della montagna.... Jeri mi sono
messo in istrada; ma contavo troppo sull'esser guarito.... Se mi fate
la carità d'un pezzo di pane.... se mi date ch'io possa dormire al
coperto questa notte, per ripigliare un po' di forza e mettermi in
istato di passar il confine domani.... vi benedirò, e Dio vi benedirà
anche lui.

Da queste parole, dal cortese modo con cui le pronunziò, e più ancora
da una certa dilicatezza de' lineamenti, che, sebben patiti e smunti,
lo indicavano di condizione un tempo più avventurata, ella fu tocca
profondamente nel cuore; e sentì per quell'uomo una compassione che
non avrebbe potuto dire. Fattogli cenno di seguitarla, si mosse per la
prima lentamente, e dietro a lei i due figliuoli, guardando lo
sconosciuto, con curiosa e mesta attenzione: il maggiore faceva uno
sforzo più grande dell'età sua, per sostenergli il passo e servirgli
come di bastone; il piccino s'era impossessato dello schioppo, e lo
reggeva con fanciullesca fierezza sur una spalla.

Giunti, per una rimota stradetta, alla casa ch'era fuor del paese, un
robusto campagnuolo, che portava il giubbone alla montanara, venne
loro incontro; e di subito comprese la profferta pietosa che aveva
fatto la sua donna.

--Mia buona e brava Stella!.... diss'egli; poi stese la mano
all'infelice fuggiasco, col cuore amorevole e franco che gli parlava
dal viso.

--Dopo tutto quel ch'è stato, ripigliò, e che Rocco ha fatta anche lui
la parte sua, l'unica consolazione che gli rimane è di stringer la
destra d'un fratello. E tu, Stella, me la dai questa consolazione. La
buon'anima della mamma Teresa, per la quale hai pregato, e che da tre
anni ci manca, sarà contenta anche lei a vederci far del bene.--Tu
poi, Damiano--e metteva la mano sul capo del maggior de'
fanciulli--ricordati che dovrai avere un cuore come il cuor di
quest'uomo; e a te, Vittorino, forse tuo padre potrà dare un giorno un
trastullo, come quello che tieni adesso in ispalla.

Il fuggitivo soldato passò la notte sotto il tranquillo tetto de'
nostri amici. Al primo barlume, levossi per partire. Innanzi di
accommiatarsi dagli ospiti suoi, si volse timidamente alla Stella, e
dicendole che la memoria della loro onesta accoglienza non sarebbe
morta che con lui, si levò da un dito e le offerse un piccolo anellino
d'oro. Essa non lo voleva ricevere; ma gittandovi sopra gli occhi, le
parve di conoscere, a una crocetta che v'era incisa, l'ultimo dono da
lei fatto, tredici anni prima, a Damiano, il dì ch'era partito.
Impallidì l'affettuosa donna; ma raccogliendo tutto il suo coraggio,
chiese all'ignoto onde mai avesse avuto quell'anello.

--È la più cara memoria, ch'io m'abbia: rispose: lo porto da dieci
anni; un amico mio, giovine valoroso e sventurato, me lo donava il
giorno stesso che morì per la libertà, sulla riva americana, là nel
paese di Montevideo.... Egli aveva nome Damiano.


FINE.



  ERRORI                                 CORREZIONI

  TOMO PRIMO

 pag.  12 lin. 5   intuonate               intonate
  »    67  »  11   ; e risoluto            : risoluto
  »    87  »  13   buffandogli             buttandogli
  »   103  »   8   sua si trovò            si trovò
  »   117  »  20   guadagno un             guadagno; un
  »   143  »  29   un eco infinito         un'eco infinita
  »   191  »  13   buon tuono              _bon ton_
  »   210  »   6   Provvidenza;            Provvidenza:

  TOMO SECONDO

  »    13  »  24    per la                 la
  »    31  »   5    lecito                 lecito tampoco
  »    91  »   2    consesso,              consesso
  »   157  »   9    dato da                dato di
  »   168  »   6    crociare               crociera
  »   174  »  19    forte affetto          forti affetti
  »   179  »  23    ammalati;              ammalati:
  »   203  »  11    e parve                e restò
  »   204  »  22    prete duro             prete, duro
  »   214  »  29    orse                   forse
  »   225  »   7    ma                     e
  »    »   »        ma                     e
  »   228  »  15    svegliato              svogliato
  »   229  »  16    tanto tempo            tante cose
  »   239  »  11    questa                 la sua
  »   248  »  23    che                    chè
  »   254  »  28    colla franchezza del vero con verità e franchezza
  »   261  »  19    Egli                   E gli



NOTA DEL TRASCRITTORE: le correzioni sopra indicate sono state
effettuate, e in aggiunta le seguenti (l'originale fra [parentesi]).

  dall'altra [dall'all'altra] la spada, che da anni ed anni lasciava appesa
  --Povero padre! Esclamò [eslcamò] con ferma voce il giovine;
  noi. Essendosi Damiano[Damiamo] incontrato con lui,
  semplici falegnami si succedevano[succedeveno] in lungo ordine;
  Allora gli si[sì] piantò dinanzi; e levando il capo
  --Questo è il manco! disse il collega scrollando[scrollaudo]
  sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben cominciasse[cocominciasse]
  solita pozione.... È un altro impostore anche lui[lu]
  che[che che] in que' dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo
  costoro[ooro] non si sognarono neppure di vedere il dito
  terzo tornò, rincantucciato in una sconnessa[scommessa] vettura





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Damiano - Storia di una povera famiglia" ***

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