Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: I drammi de' campi - Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro.
Author: Raga, Emilio
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I drammi de' campi - Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro." ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                            _EMILIO RAGA_


                                  I

                           DRAMMI DE' CAMPI

                          PADRE DON GIUSEPPE
                LA VENDETTA--PROPRIETARI E FITTAIUOLI
                              SEQUESTRO.



                                MILANO
                      _Emilio Quadrio, Editore_
                          Via Rastrelli, 8.

                                1886.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA

    _L'Edizione è stampata su carta Filadelfia filogranata_ E. Q.



PADRE DON GIUSEPPE


Peppe, figliuol mio, sii sempre buon cristiano, e timorato di Dio, che
Dio t'aiuterà, e ti guarderà dal peccato e dalle male persone.

Ciò lo zio Saverio non si stancava mai dal ripetere a quel monello del
nipote, che una sua figliuola, morendo, gli aveva lasciato sulle
braccia e corroborava tali parole con degli esempi che n'aveva piena
la testa, e che raccontava con quella commovente ingenuità e con
quella fede propria de' buoni vecchi.

Lui invece stava ad ascoltarlo broncio broncio, con gli occhi bassi,
che alzava solamente quando il vecchio volgeva altrove i suoi, e per
saettargli uno sguardo di bestia restia ad addomesticarsi.

Una delle curiosità archeologiche di S. Giovanni era di certo lo zio
Saverio, con quella sua figura incartonita da mummia egiziana sotto un
berrettino bianco, insaccato sempre in una specie di giubba di grosso
panno turchino, a falde quadrate, in brache corte e stivaloni col
nappino, tutti rabeschi. Sì che per le strade i monelli gli andavan
dietro, e gli facevano la baiata, senza far parere che la facessero a
lui. Ma se ne fosse anche accorto? quei panni non li avrebbe smessi
per tutti i tesori del mondo: aveva visti vestiti così suo nonno, suo
padre, mill'altri dell'istesso ceto con essi; dovevano trovarci tutto
il loro comodo in quella foggia di vestire dacchè l'avevano adottata,
e con la tenacità del suo buon senso contadinesco non capiva perchè
dovesse far diversamente da loro egli, cui quella foggia non dava
punto noia, e sacrificare ai tempi come tanti e tanti che, a dir vero,
gli parevano assai leggieri di mente. Per lui invece era uomo di
carattere don Francesco che portava ancora il codino: per questo
anche, quando l'incontrava, gli faceva un saluto più rispettoso di
quello che facesse al padre arciprete o al figliolo del barone (che
veniva da Cammarata in S. Giovanni per la sola festa di giugno)
tutt'attillato nel suo vestito alla moda, una vergogna per un capo di
paese!

Ma se seguiva con tanta tenacità la moda dei suoi padri, ne aveva
radicati nell'anima le massime e i principi, poichè bisogna dire che
era l'onestà in persona, qualità che in quella famiglia s'erano
tramandata di padre in figlio. Epperò nominava sempre mastro Gaetano
suo avo, ch'era stato il tutto in casa del vecchio barone, in mezzo
all'oro e all'argento, e quando morì le spese del mortorio dovette
fargliele il padrone: nominava sempre mastro Andrea suo zio, morto
povero in canna per il suo buon cuore; non parlava di suo padre, i
Berlingrieri potevan dire che uomo era, e quanta fiducia avevano
riposta in lui, senza che se ne avessero avuto a pentir mai. Sicchè
ebbe a morir di vergogna quel giorno in cui un vicino venne a dirgli
che aveva visto passar per la piazza Peppe, il nipote, legato come
Gesù Cristo. Nascose la faccia tra le mani, e cadde a sedere sulle
tavole del letto, dove restò come impietrito, senza poter piangere.

--Compare Saverio, bisogna fare la volontà di Dio, gli disse
mastr'Antonio un suo vicino che aveva risaputa la cosa, e entrava in
compagnia di certe donnicciuole le quali venivano un po' per
consolare, un po' per appagare la loro curiosità. E il vecchierello
fece la volontà di Dio: prese il bastone, e curvo come se sul suo capo
in que' pochi momenti fossero passati dieci lunghi anni, andò da don
Francesco. Chi meglio di lui poteva aiutarlo in quel frangente?

Don Francesco domandò un quarto d'ora per vestirsi, passato il quale,
i due pezzi d'antichità si misero in via. E tanto fecero, e tanto
dissero, che finalmente vennero in chiaro di quel ch'era accaduto. Da
qualche tempo quelli che possedevano poderi nelle vicinanze del paese
non erano più padroni delle loro frutta: man mano che maturavano
andavan per coglierle, e restavano col naso in aria, e la bocca
spalancata; c'era stato chi aveva risparmiato loro l'incomodo.

Si davano al diavolo; facevano delle sfuriate ai mezzaioli o ai
garzoni, i quali protestavano: che ci potevano fare? il ladro era più
destro di loro.

Sputava fuoco più di tutti un certo don Biascio Sivoli, detto Ciacè,
il quale aveva un pero; un famoso pero che faceva pere burrone non
meno famose; mezzo chilo l'una, e mai bacate; e non solo non ne poteva
mangiar più lui, ma, quel ch'era peggio, manco mandarne al sor giudice
che ogni volta in piazza, appena lo vedeva, non mancava dal fargli gli
elogi di quelle pere: e il galantuomo ne andava in visibilio. Tanto
più che aveva una causa pendente con quella carogna del farmacista, e
sperava di vincerla con le pere. Ah, birboni! l'intendevan così? E ne
parlò a mastr'Andrea, un perticone, capo degli sbirri, con una vera
faccia d'orco.

--Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro.... un
paniere eh, restiamo intesi.

--Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.

E don Biagio dormì tra due guanciali.

Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni,
sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio
sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio
Saverio.

Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che
questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i
santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel
monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.

--Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria
d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da
capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia
mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove
sapeva che si chiudevano gli occhi.

In quel tempo anche Castrenze, il figlio del _Capurbano_, aveva le
mani lunghe.

I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e
incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate
d'argento.

Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.

--Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto
al giubboncello.

Alla ladra luccicarono gli occhi; e tira di qua, tira di là, gli dette
dodici tarì.

I due amici quella sera gozzovigliarono nella taverna di mastro
Nicasio: e all'uscire, nell'allegria del vin bevuto, a Peppe venne
un'idea.

--Aspettami qui, disse all'amico, e corse diviato in casa della
vecchia.

Questa dormiva: la fece alzare, si fece aprire, ed entrò tutt'agitato.

--.... Sapete.... disse giungendo le mani, quelle posate....

--Ebbene...,

--Son del Capurbano, il padre di Castrenze....

--Misericordia!

--Ieri seppe che gliele rubò il figliuolo....

--E?...

--Diventò un diavolo dell'inferno, e gli fece confessare che cosa ne
aveva fatto.

--E come si fa ora?... oh, Vergine santa!...

Il furbo si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro inferiore: e'
non lo sapeva.... no, davvero non lo sapeva.... l'affare era brutto
assai....

E quando l'ebbe impaurita a dovere, disse dimenando il capo:

--Via.... forse.... si può accomodare ogni cosa.

--E come?

--Datemele, le darò a Castrenze, egli le rimetterà al posto....
troverà una scusa....

--E i miei dodici tarì?

--Che volete, ce li siamo mangiati: chi poteva supporre una cosa
simile!

--Io voglio i miei dodici tarì, strillò la vecchia.

--Ebbene vi si restituiranno i vostri dodici tarì, non abbiate paura.
Credete d'aver da fare con ladri? accordateci un po' di tempo per
poterle mettere assieme.... Se poi preferite andare in prigione....

La vecchia borbottò qualche cosa, andò al pagliericcio, ne scucì un
poco da un lato, cacciò la mano dentro, ne cavò fuori le posate, e le
dette al monello.

--Non ti dimenticare di portarmi il mio danaro, sai!

Ma già Peppe era lontano.

Trovò l'amico che l'aspettava con impazienza.

--Guarda, gli disse: e alzato il lembo del giubboncello, gli mostrò le
posate.

--Oh, e come hai fatto a riaverle!

Peppe gli raccontò ogni cosa, tra scaltri ammicchi, e sghignazzamenti.

--E ora che ne faremo? domandò Castrenze.

--Le porterò a un altro, to'.

--Bravo.

E così fece: e l'indomani nuova gozzoviglia nella taverna del
Maffioso: e nella piazza il solito «aspetta.»

Quello che questa volta aveva preso le posate era un contadino
conosciuto per uomo che soleva tenere il sacco a' piccoli ladri: un
vecchio tabaccoso che pareva la morte secca. Prendeva il fresco,
appollaiato come un barbagianni sulla soglia dell'uscio, quando arrivò
Peppe correndo.

--Che hai, gli domandò col suo risolino scaltro, sei inseguito dagli
sbirri?

--No.... entrate... devo parlarvi. E chiuso l'uscio, seguitò. Queste
posate....

--Ebbene?

--Sono del Capurbano, il padre di Castrenze.

--Diavolo!

--Seppe che gliel'aveva rubate il figliuolo, lo prese per un orecchio,
lo condusse in una stanza, serrò l'uscio, e lì di dove vieni? vengo
dal mulino. Capite.... svesciò ogni cosa.... anche che le posate
l'avete voi.

--Davvero!

--Maria santissima, rispose il monello facendo croce delle mani sul
petto.

--E come si ripara ora?

--Ci sarebbe un rimedio, insinuò il tristerello.

--E quale? Di su.... presto....

--Datemi le posate.... Castrenze le rimetterà al posto, io negherò....
voi pure, e tutto sarà finito.

--E i dieci tarì che ti detti?

--Ce li siamo mangiati, parola d'onore; però domani cercherò di
portarvene tante galline.

Il contadino si fece bestemmiando a un angolo della stanza, sollevò un
mattone con la punta d'un coltello che s'era levato di tasca, prese le
posate e gliele dette.

--Non ti dimenticare di portarmi le galline, sai!... se no.... quanto
è vero Dio....

--Oh, per chi mi prendete! E intascate le posate, andò via.

Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio
come tanti re.

Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper
di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il
tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.

Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i
lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e
sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte
quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?

--Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta
che l'incontrava per la strada.

Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:

--O che vi salta in mente, mastr'Andrea!

--Basta, sono affari tuoi codesti.... uomo avvisato, mezzo salvato.

E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.

Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci
riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva
rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran
mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le
pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a
parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!

Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il
perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come
possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo
zio Saverio. Gli era stato sempre amico.... ricordava sempre i bei
tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e
non voleva guastarsi con lui.... Però rimediasse, e presto.... un
altro caso simile, e addio.... era costretto a parlare poi, se non
voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.

E quando l'ebbe tenuto tanto sulla corda, che il pover'uomo ansava, e
lo guardava spaurito, non sapendo dove diavolo volesse andare a parare
l'amico, a qualche cosa di serio per certo, gli disse: è successo
questo, questo, e quest'altro.

Lo zio Saverio spalancò tanto d'occhi; poi tirò giù il berrettino, e
cominciò a grattarsi la zucca.

--Birbone!... ripeteva con voce piagnucolosa, birbone!... E non sapeva
dir altro.

Anche questa volta prese il bastone, e corse da don Francesco. Il buon
galantuomo scosse il capo e il codino, e guardando il vecchio che
pendeva dalle sue labbra, disse:

--Qui bisogna rimediare seriamente.

--E come? Santo Dio, non ho forse fatto di tutto per....

--Umh, interruppe l'altro grattandosi l'orecchio, ne siete proprio
sicuro?... Siete stato troppo debole, compare Saverio, troppo debole!
Certi esseri, vedete, che hanno un curioso naturale, bisogna tenerli
sotto appena escono dalle fasce, altrimenti è impossibile ridurli: il
trattarli poi con un po' di _fra Pioppo_ non fa mica male. (Fra
Pioppo, chi non lo sapesse, per don Francesco era il bastone). Avete
lasciato prender radice ai cattivi istinti, compare Saverio; e ora,
Dio non voglia che sia troppo tardi!

Lo zio Saverio lo guardava tutto sgomento, e a bocca aperta: don
Francesco strinse le sopracciglia, e stette a pensare.

--Via mandiamolo a Bronte, e facciamolo prete, disse a un tratto.

E impietosito della cera che seguitava a fare il vecchio, cercò di
consolarlo.

Stesse tranquillo, nel seminario l'avrebbero ammansato; ben altri musi
che il nipote que' padri avevano rimesso nella buona via; sarebbe
tornato una pasta di miele, istruito, e con la zimarra per giunta, il
che valeva un bel «don» e un certo lustro alla famiglia, mettersi alla
pari co' galantuomini nientemeno! Amici lo zio Saverio ne aveva, si
sarebbero dati attorno e il nipote arciprete gliel'avrebbero fatto
fare: si strappava un'anima dalle granfie del diavolo, e un vero
regalo si faceva al paese, poichè, via.... fatta eccezione di
quelle.... monellerie, era dei Rizzotto, buona gente di padre in
figlio. In quanto a danari, in simili occasioni ce ne vogliono,
accomodava tutto lui.... la retta era una miseria.... tuttavia, al
bisogno, egli presterebbe volentieri qualcosa.... con l'ipoteca sul
podere della Rupe che aveva limitrofo, s'intendeva.

--Piuttosto mandate vostro nipote da me, concluse, gli darò una
tiratina d'orecchio, e lo preparerò alla cosa.

Lo zio Saverio se n'andò contento come una pasqua.

--Benedetto quel codino! mormorava per strada dimenandosi come
un'anitra in que' suoi stivaloni. Benedetto quel codino!... Questi son
gli uomini! E in quel mentre una truppa di ragazzacci gli urlava
dietro: _olé! olé!_...

Peppe alle prime parole di don Francesco ricalcitrò: però al sentire
di «don» d'arcipretura, e di cinquecento lire all'anno, oltre le
messe, cambiò d'un tratto: prese la sua aria d'ipocrito, chinò la
testa, e balbettò ch'era pronto a partire, e che avrebbe fatto
l'obbligo suo. Andò via vispo e allegro, col capo pieno di pensieri.
Sapeva che i preti oziavano dalla mattina alla sera, scuffiavano di
santa ragione, stavan grassi, grassi, ben pasciuti, se togli gli
ammalati, e quelli di temperamento gracile.... Dicevano ch'eran
ladri.... come se ladri non ce ne fossero un po' per tutto! che si
servivano dell'ordine santo per gabbar questo e quello.... col
purgatorio purgavano le borse, per via della paura che facevano
dell'inferno beccavano legati ed eredità.... ebbene peggio per i gonzi
che si lasciavano purgare le borse e avevano paura dell'inferno to'! E
tutte queste belle cose non che gli facessero nausea, ma destavano
anche in lui molta ammirazione per que' benefattori dell'umanità. Oh,
il bel mestiere! Li accusava però d'esser poco cauti: via era troppa
la sfrontatezza con cui operavano! egli si sentiva di far più di loro,
con la differenza che non sarebbe stato mai tanto minchione da farsi
scorgere: bisognava aspettare una buona occasione, agire
nell'ombra.... Era contento della fortuna che gli capitava
inopinatamente.... e poi quel «don» lo solleticava Egli don
Giuseppe.... anzi padre don Giuseppe! riverito, ossequiato,
rispettato, adulato, anche da quelli che ora lo minacciavano di calci
nel sedere.... a capofila quel cane di mastr'Andrea, se lo avesse
trovato vivo!

Via, il sogno era troppo bello, e stava in lui di mutarlo in realtà.

E spinto da queste molle, nascondendo quel che covava nell'animo con
l'ipocrisia più raffinata, tenne nel seminario una buona condotta,
cercò d'apprendere, e nov'anni dopo si presentava a Cefalù per far gli
esami. Era una formalità già s'intende: i vescovi pur di far preti,
consacrerebbero un asino vestito: tanti boari, tanti villanzoni duri
di testa e di cuore eran passati, passò dunque anche lui, che, alla
fine dei conti, il breviario e 'l messale li sapeva leggere, e fu
prete.

In paese gli amici prepararono la cavalcata: don Alessio Berlingrieri,
come il più ricco, mandò la sua cavalla coperta alla lettera di nastri
e fronzoli; i Salamaria, gl'Inchilli, i Salines, i vetturini dai
vestiti di velluto nuovo, dalle lunghe _berrette_ di seta nera, e 'l
fazzoletto rosso nel taschino, con le mule dalle gualdrappe di stoffe
antiche d'ogni colore, e le sonagliere di rame argentato, e i
pennacchi variopinti; i figli dei _galantuomini_, con gran codazzo di
dipendenti, partirono a cavallo, facendo sfoggio di bardature strane:
selle de' loro nonni, briglie arrugginite lunghe un braccio, che
facevano storcer la bocca alle povere bestie, sproni alla
D'Artagnan.... una vera mascherata, che, tuttavia, fece gonfiare il
nuovo don Giuseppe. Egli, pavoneggiandosi nella zimarra nuova, sulla
cavalla di don Alessio la quale procedeva all'ambio, non avendo più
nulla del vecchio mariuolo ch'era un tempo, ebbe una parolina dolce
per tutti, distribuì gran strette di mano e qualche inchino, mantenne
anche un contegno serio con Castrense, divenuto un giovane
d'importanza anche lui, dacchè al 60 aveva aiutato i compagni a
mettere la bandiera tricolore sul campanile.

Fecero l'entrata in paese in una lunga fila, con gran scalpitio di
mule e di cavalli, con un tintinnio assordante di sonagli, fra un
popolo d'uomini, di donne, di bambini, di monelli, che accorrevano da
ogni parte a baciar la mano e ad acclamare il nuovo prete, il
fortunato giovine sposato di fresco alla chiesa. Il vecchio nonno che
l'aspettava sulla soglia dell'uscio, col solito berrettino bianco
sulla testa tremolante, ebbe a venir meno al vederselo arrivare in
pompa, e scordò le pene e gli stenti sofferti, e il vivere a
stecchetto per mantenere in seminario quel diavolo, ora che
l'abbracciava prete, col «don» festeggiato dai galantuomini di cui
poteva dirsi alla pari.

Sì che quando due mesi dopo fu in fin di vita, il pover'uomo ci
pensava ancora commosso, con gli occhi umidi. Gli posò le mani sul
capo e lo benedisse: moriva contento di lasciarlo un santo, e in una
certa agiatezza; la buon'anima della sua figliuola che glie l'aveva
tanto raccomandato, non poteva lamentarsi di lui....

Poi cambiato tono, baciandogli la mano, soggiunse con gravità:

--Reciti le ultime preghiere dei morti, sua revevenza, io sento già
d'andarmene.

Lui, il sacerdote, s'era sentite sul capo, senz'ombra di commozione,
quelle mani tremolanti di vecchio già fredde per l'avvicinarsi della
morte, solo la maschera che stavagli di permanenza sul viso dacchè era
entrato nel seminario, s'atteggiò al più vivo dolore: a forza di
volontà arrivò anche a spremere due lacrime dagli occhi, avendo veduto
che i pochi astanti piangevano. Poi s'alzò, si fece grave, e con voce
ferma intonò le preghiere dei morti, nel mentre che un pensiero
occupavagli il cervello suo malgrado: «faceva bene quel vecchio a
andarsene; oramai in quella casa sarebbe stato di troppo.»

Le cerimonie funebri, le visite e le solite consolazioni degli amici
lo annoiavano maledettamente: aveva fretta di cercare il gruzzolo che
stimava ci dovesse essere per certo. Sicchè la sera, quando restò
solo, cacciò un sospiro di soddisfazione. Si levò la zimarra che gli
dava impaccio, e in maniche di camicia, con le lunghe tasche di
traliccio legato ai fianchi e ciondolanti giù per le anche, al lume
d'una lucerna che andava posando or su un mobile or sur un altro, si
mise a rovistare per tutto: apriva e chiudeva i cassetti d'un vecchio
canterano, mettendo la poca biancheria sossopra; casse, cavandone
fuori abiti vecchi nelle cui tasche frugava con le mani febbrili;
imposte d'armadi coi tintinni di stoviglie. Poi prese il bastone sul
quale soleva appoggiarsi il povero vecchio, e cominciò a battere
sull'impiantito, sui muri, ascoltando il suono che rendevano,
attentamente. Ma non trovava quel che cercava, e si rimetteva a
rovistare da capo.

A un tratto gli balenò un'idea. Corse al letto del nonno, mandò per
aria cuscini e coperte, afferrò il pagliericcio di sul quale non era
poi molto che i becchini avevano levato un cadavere, lo scucì, ne fece
cadere la paglia.... Trasalì. Aveva sentito un rumore sordo,
argentino.... Si buttò sulla paglia, vi cacciò le mani tramestando....
afferrò un grosso batuffolo, e così inginocchiato com'era, con la
faccia in fiamme, e gli occhi luccicanti, cominciò a svolgerlo....
Scaraventò ogni cosa al muro: non aveva trovato che una ventina di
colonnati, e tre monete d'oro. Nel silenzio si sentì com'una pioggia
d'argento, un rotolare, un abbandonarsi tremolando di monete.

--Ah, esclamò il sacerdote tra' denti stretti, il vecchio ghiotto se
li mangiava i danari!

S'alzò lentamente, prese il lume, e, tutt'accigliato, si diede a
cercar le monete: le raccattava e le cacciava nelle lunghe tasche. Le
aveva contate, il numero tornava; però non era contento; sperava che
figliassero il cupido! e stette ancora una diecina di minuti, cercando
in ogni cantuccio, sotto a' mobili, curvo, spargendo per terra l'olio
della lucerna, la quale teneva molto bassa, mentre la sua ombra
s'allungava sul muro, s'accorciava, s'alzava, s'abbassava, si voltava,
si rivoltava d'una maniera assai grottesca.

Entrò nella sua camera, posò la lucerna e andò a buttarsi sul letto.

Che disinganno! aveva contato su quel denaro, che era sicuro di
trovare, per alzar la casa, e arredarla come si conveniva al suo nuovo
stato.... Non se l'aspettava un tiro simile! E ora come fare? poteva
stare in quella stamberga? No: non era stato quello il suo sogno.
Sapeva che in questo mondo tutto il rispetto, tutti gli ossequi son
per i ricchi e un pochino anche per gli agiati, avessero meriti o pur
no: tutto il disprezzo, tutta la diffidenza per i bisognosi, per i
pezzenti carichi anche di tutte le virtù: non voleva essere del numero
di quest'ultimi.... per i suoi fini era necessario che non ci fosse, o
almeno mostrasse di non esserci. Bisognava dunque provvedere....
Basta, prenderebbe ad imprestito segretamente la somma necessaria sul
fondo e sulla casa.

Intanto si confortava col _consolo_ che uno alla volta gli facevano
gl'intimi: caffè, latte, biscotti la mattina; brodi, galline lesse,
arrosti di maiale, dolci il mezzogiorno; ova, e intingoletti la sera.
Per bacco! non aveva mai sguazzato in tanto bene di Dio! si lasciava
pregare un pochino per non parere, asciugava qualche lacrimetta che
riusciva a spremer dagli occhi, cacciava un sospiro lamentevole, poi
ventre mio fatti capanna!

Ma dopo il settimo, l'ultimo giorno che si ricevono nuove visite di
condoglianze dagli amici, ebbe a provare un nuovo e più amaro
disinganno: sulla casa e sul fondo c'era già una discreta ipoteca. Lo
aveva spogliato dunque quel vecchio ladro! E non gli passò mai per la
mente che l'infelice, vivendo di solo pane, avesse speso quel danaro,
di cui egli si credeva defraudato, per mantenerlo nel seminario, farne
un dotto e un santo, come soleva dire!

Vendè i mobili vecchi, affittò la casa dov'era nato, prese per sè una
stanzetta piccola, ma pulita, in casa di mastr'Antonio per quattr'once
all'anno, l'arredò decentemente e con una certa civetteria strana in
quell'omaccione, comprò una zimarra nuova, un cappello nuovo da servir
pe' giorni di festa, e così alloggiato, e rimpannucciato, attese.
Attese una buona occasione con la cocciutaggine d'una bestia malefica
accrescendo la dose di quella sua ipocrisia già mostruosa.

Cominciò a insinuarsi nelle grazie de' _galantuomini_, e de' ricchi
_burgisi_, con l'orecchio teso e un miele di sorriso sulle labbra, con
una scaltra adulazione anco che abboccare tutti gli uomini: in
processo di tempo s'impadronì delle coscienze di tutti, poi, a poco a
poco, senza mostrare le sue arti, entrò ne' negozi del tale, nelle
vedute, nelle speranze del tal altro. Così fu più della giornata in
casa di tutti; il beniamino delle monache, che, alla morte del padre
don Alfio, lo fecero cappellano; e rappresentando destramente e con
disinvoltura, la parte d'indispensabile, adoperandosi sotto sotto con
le mani e co' piedi, potè diventare il factotum nelle amministrazioni
di certe opere pie.

Un pensiero gli stava sempre fitto nel cervello: «aspettare una buona
occasione.»

Oramai in paese non si parlava che di lui. Chi l'avrebbe detto! quel
monello diventare un così santo uomo!... e che acume, e che prudenza,
e che savia accortezza, e che scienza! Bisognava sentirlo a citare
que' passi latini sempre a proposito, con quell'aria di chi sappia la
sua lingua sulla punta delle dita, abbia buttato sangue sui volumi
degli antichi grandi scrittori! faceva accaponare la pelle
addirittura!

E per un consiglio s'andava da padre don Giuseppe; per venir fuori da
un affare spinoso s'andava da padre don Giuseppe. Un padre aveva un
figliuolo discolo? andava da padre don Giuseppe: un marito aveva la
moglie, o una figliuola cervellina? andava da padre don Giuseppe.
Anche da giudice conciliatore gli facevan fare in certe liti tra loro.
Bisognava vedere allora l'aria che assumeva il furbo matricolato:
voleva gli si raccontasse ogni cosa minutamente; egli ascoltava
attentamente, gravemente; scrollava il capo, appoggiava la fronte
sulla palma della mano, mandava un certo sibilo delle labbra; guardava
i contendenti, diceva che la questione era arruffata.... poi finiva
con lasciar tutti contenti, e con l'idea che in quell'occasione aveva
sudato sangue, ma era stato un vero Salomone. E crescendo quella sua
riputazione di dottrina e di saggezza, don Alessio Berlingrieri gli
dette a istruire la figliola; i Salamaria, risaputa la cosa non
vollero esser da meno di quel villano rifatto che si sentiva un gran
che perchè aveva quattro soldi, e gli affidarono il figliuolo; i
Satines la figliuola; i Rossetti il nipote. Eran danari quelli che
cominciò a riscuotere ogni mese, senza contare i regali che
fioccavano. Il furbo conosceva i suoi polli: ricevuto un regalo dal
tale, lo annunziava con grandi elogi, come per mostrare la sua
riconoscenza a tante gentilezze contro i suoi meriti; sì che i gonzi
invasi dalla furia dell'orgoglio, facevano a sopraffarsi, con quanto
gusto del prete ognuno immagini.

Ma un giorno quella famosa occasione che aspettava da tanto tempo,
parvegli si presentasse finalmente. La moglie di quell'avaro del
borgese Pietro Sgrò, in punto di morte, profittando del momento
ch'egli ascoltava la sua confessione, gli domandò se si prenderebbe
l'incarico di dividere ai parenti di lei una certa somma ch'era
riuscita a sottrarre al marito.

--Che somma? domandò il reverendo il quale si sentì rimescolar tutto,
e cercava di nascondere la sua agitazione sotto a una leggera
tosserella.

--.... Ducent'onze padre....

--Oh la pu...! esclamò dentro di sè il degno sacerdote.

Sperava una somma molto maggiore.... Basta bisognava contentarsi anche
di quella, tanto per cominciare; eran anni che aspettava.

Accettò. La morente levò di sotto al cuscino un involto, e glielo
dette. Egli lo fece sparire nelle sue larghe tasche, poi domandò a chi
dovesse dividere que' danari.

--Darà cent'onze a Masi.... cento alle figliuole del povero
Salvatore.... Raccomanderà loro che preghino per l'anima mia.... E
ora, padre, mi dia la santa assoluzione....

--_Ego absolvo te a peccatis tuis_, biascicò il prete con un crocione,
mentre pensava: alzerò la mia casa.... pagherò quel maledetto debito a
don Francesco finalmente!

Poi andò ad aprir l'uscio, e fece entrare i parenti, e il marito che
si faceva brutto per cercar di piangere.

L'ingegno nel furto però don Giuseppe l'aveva avuto sempre; l'affare
delle posate bastava a mostrarlo chiaramente; e poi il suo programma,
lo sappiamo, era di far tutto quello che facevano i preti, senza farsi
scorgere: mangiarsi tutti i danari, in questo caso, sarebbe stato da
sciocco, ed egli non lo era. Aspettò che fosse seppellita la gnora
Grazia, poi andò da i parenti: dette dieci onze a Masi, dieci onze
alle due orfanelle. Era un legato segreto affidato a lui dalla
buon'anima della gnora Grazia, non bisognava farne parola per via del
marito che avrebbe potuto reclamare.... lo sapevano che spilorcio
era.... E se ne partì accompagnato dalle benedizioni di quei poveretti
che spogliava così indegnamente!

Ci ho rimesse vent'onze.... borbottava per via. Però se la cosa si
venisse a risapere.... avrei impiegato bene quelle vent'onze. La
fiducia alletta, potrei farmi ricco senza correre tanti rischi....

E trovò scaltramente il modo che la cosa si risapesse.

Dai quattro canti del paese si levò un concerto di lodi. Era un santo,
quel che si dice un santo? pochi, ne' suoi piedi, avrebbero dato una
tal prova d'onestà.

Egli pagò don Francesco, alzò la casa, l'arredò, andò ad abitarvi,
prese una serva vecchia, tanto per evitare le ciarle.

I primi passi erano fatti: la riputazione se l'era acquistata, aveva
la casa, aveva un bel podere, una cinquantina di lirette al mese
ricavava dalle lezioni, due tarì al giorno dalla messa; oltre
gl'incerti, come essere nozze, accompagnamento di morti, vespri e via
discorrendo, senza contare il ben di Dio che gli mandavan gli amici, i
galletti delle penitenti, i dolci del monastero. Per bacco, quello di
prete era un bel mestiere, quando si sapeva fare!

Allora messo in appetito, non ebbe più freno; dimenticò in certo modo
anche la sua solita prudenza. Cominciò a fare «dei piccoli negozi»
come diceva lui: comprava lino, _abbracio_, accia, scarpe, mussolina,
ferro e altro, e li dava a credito per il doppio del valore; comprava
frumento, fave, orzo, cicerchi, e li dava all'_addita_ (interessi) di
quattro tumoli a salma (il 25 per cento!) con l'obbligo di pagare
anche la differenza in più tra 'l prezzo corrente nell'inverno, e
quello corrente nella raccolta, e frutti di quella differenza per
giunta!! prestava danari agli interessi di un taro al mese per onza!!
Tutto questo in piccolo, s'intende, egli non aveva ancora tanti
capitali.

Queste faccenduole lo tennero occupato tre anni. Impelagata
nell'interesse, la carne non lo tormentò co' suoi stimoli: era vissuto
nella castità; senza nemmen l'ombra d'un cattivo pensiero. Ma ora lo
scopo, in certa maniera, era raggiunto; grazie a Dio, le cose eran ben
avviate; ora egli viveva nell'abbondanza; e a quella pasciona aveva
fatto la pelle lustra. Fu un risveglio di bestia in fregola.

Non lottò del resto: contrariato debolmente fin da piccolo, era
avvezzo ad abbandonarsi a' suoi appetiti: s'era dato al furto e
all'usura, con una facilità di prostituta, così fece in quest'altra
occasione.

Via, i suoi colleghi non bacchiavano le acerbe e le mature? Nel
confessionario facevano servir Cristo da mezzano, nelle case dov'erano
ricevuti senza sospetto, sotto al manto della religione insidiavano le
pecorelle. Anche i capi davano un bell'esempio! bastava leggere le
storie per apprenderne delle grosse su vescovi, cardinali e papi.... O
che forse il loro arciprete non aveva in casa la ganza? Era naturale:
li aveva ridotti tanti cani arrabbiati la legge sul celibato, e doveva
essere un grande imbecille.... o peggio, quel Gregorio VII, e tante
pecore quei del concilio.... guarda un po' cosa si voleva dalla natura
umana! La cosa era andata sinchè aveva avuto l'attrattiva della
novità, poi quei consacrati ristucchi, se n'erano infischiati e del
papa, e della legge. E avevano fatto bene. Si parlava loro di Dio, di
coscienza.... ah, ah, ah, se uno moriva di sete gli andassero mo a
dire di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! Buffonate!
Del resto, egli non cercava di spiegarlo, ma il fatto era lì chiaro e
lampante: molti e molti preti, per non dir quasi tutti, e alcuni li
conosceva lui, con le mani imbrattate d'ogni sozzura andavano a alzar
l'ostia la mattina per farci calare un Dio, e questo Dio ci calava
senza tante smorfie, era chiaro.

E dunque?

E quel «dunque» lo portò a un terribile dilemma.

O Dio esiste, e allora come tollera per uno tollera per mille.

O Dio non esiste, e allora....

Allora e non ebbe più freno. Si mosse a cercare con calore, con una
smania sempre più crescente, alimentata com'era da' suoi pensieracci:
i suoi sguardi si fecero procaci, le sue parole con le donne d'una
certa libertà pulita, senza sguaiataggine, ciò che dava meglio nel
segno: curò anche con più civetteria quel suo enorme corpaccio... E
una notte nella febbre che l'agitava, si rammentò delle due orfanelle
che aveva spogliate.

Poverette! non avevano padre, non avevano madre; le dieci onze erano
bastate appena per pagar la casa, qualche debituccio, e levarsi i
panni d'addosso....

Però egli sempre ligio alla sua massima favorita, non le prese in casa
con sè, come avrebbero fatto gli altri: ci andava di nascosto la
notte, chiotto chiotto, chiuso nello _scappolaro_ che nemmen Dio
l'avrebbe conosciuto.

In quel torno, ad alimentare la proverbiale maldicenza di provincia,
una notizia soffiò nel paesetto, e prese ben presto la violenza del
famoso venticello della calunnia. Marietta, l'unica figliuola dei
Salines, l'allieva del reverendo padre don Giuseppe, era gravida!
Anna, la loro serva, lo diceva anche a chi non voleva saperlo. Era
_scivolata_ dunque la piccina con quell'aria di madonnina infilzata!
ma bravo! Però si ignorava chi fosse stato a fare il tiro: si nominava
Mico, il vetturino, un bel pezzo di giovanotto.... Ecco perchè i
Salines se n'erano andati in campagna due mesi prima del solito! Via
farebbero bene ora a turarsi la bocca, non dir più corna degli altri,
come solevano.

E che il tiro l'avesse fatto il prete non passò per la mente a
nessuno, tanto la sua riputazione d'uomo onesto lo metteva al di sopra
d'ogni sospetto; e poi era stato lui, si diceva, a strappar di bocca
alla ragazza il nome del birbante che l'aveva sedotta, era stato lui a
confidarlo ai parenti sotto al suggello della confessione,
raccomandando la prudenza, poichè i panni sucidi si lavano in
famiglia.

E il tiro lo aveva fatto proprio il reverendo. Si lasciavan soli
durante la lezione, e con la porta chiusa; egli sapeva insinuarsi
tanto bene, essa lasciava fare guardandolo con quella sua aria di
bambocciona.... il resto va da sè.

E incoraggiato dal buon esito, cominciò a guardare con gli occhi dolci
la figlia di don Alessio. Però dovette ingoiare le sue voglie, e
beverci sopra: la fanciulla era tanto selvaggia nel suo inconscio
pudore, tanto contegnosa, imponeva tanto a quel bruto, da fargli
comprender che ad insister oltre avrebbe compromesso l'edifizio così
abilmente e pazientemente innalzato, avrebbe perduta l'amicizia del
vecchio, la quale gli fruttava più d'ogni altra.

--Basta, non manca tempo, pensò. Chi sa.... forse in seguito....

E, da vero volpone, pel momento mutò registro affatto.


II.

Quelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse
dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni
s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non
gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle
pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte
com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse
dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e
dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri
mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non _Berlingrieri_ come
pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami
dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante
peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta
nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia;
chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a
scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a
seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur
vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore.
Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le
penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la
fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la
morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la
miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio
agrimensore a P...... povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli
per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don
Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio
_burgisi_ cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare
era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un
patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un
prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in
casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col
cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»

Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una
moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome
Giovanni il quale studiava a Palermo.

Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don
Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi
gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio:
_arbitriava_, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la
quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in
pochi anni.

Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la
sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche
di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di
_arbitri_; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza
alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte
qualche soldo.

--Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il
discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con
lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che
ti lasciò la buon'anima.

--Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so....
rispondeva lui, nè voglio dirlo.... si vedrà appresso. Se mi mettessi
in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la
testa.

E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in
due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel
genere d'industria.

Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per
un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito
con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a
mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese,
con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle
commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A
sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea
bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a
destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une
dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero
che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.

Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un
signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli
l'aveva ingrandito assai, e migliorato.

Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di
terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo:
metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva
cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro.
E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava
la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte,
sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.

Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona
s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si
cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro.
Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo
cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che
pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova
proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori,
squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se
vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a
raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che
faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i
minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a
tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un
nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente.
Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan
di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue
colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un
torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta
indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco
regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava
per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in
quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.

Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare
affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era
una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a
ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali
pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del
resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non
è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva,
benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal
punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un
paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e
sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella
una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.

Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare,
e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le
sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco
che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni
sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu
così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come
una vera madre.

Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la
solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei
s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa,
or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando,
messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava
a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente
la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante
d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare
attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il
silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:--Coppe.--A
lei.--Bastoni.--Tre d'assi.... Don Alessio, bizzoso quanto mai al
giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e
cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli....
Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua
volta.... A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime
tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva
una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a
cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era
sempre un avvenimento.

Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che
gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto
un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e
robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne
dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo
giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di
carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie
dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli
avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan
detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era
diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia
che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte
sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così
li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva
quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano
e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve....
fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era
naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli
non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti:
però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi
con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come
un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni
suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa
le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino,
scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e
forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per
solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili,
insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita
disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava
fare sorridendo.

Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio,
la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i
dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.

I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era
cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella
divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la
bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce,
mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar
certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire,
poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non
seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza
sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.

Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh,
le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al
grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso,
facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere
passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire
l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri;
o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e
malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la
raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel
prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo
la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia
spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava
assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina
col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse
trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in
casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per
la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra'
capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla
luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender
la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito
scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella
manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il
periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o
tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con
un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi
cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le
loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa
rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno.... d'una veste di
mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo,
aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta
bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa,
nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la
fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi:
quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a
cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la
via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della
spianata... gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E
assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza
della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si
solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza
fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.

Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora
fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del
tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i
divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i
ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e
insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe
la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.

In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in
fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano
l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia
aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non
era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su
causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità,
sicchè cessarono dal vedersi.

A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con
impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città,
dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la
figlia d'un ricco negoziante.

Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da
facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano
in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta
alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le
pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne
ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò
secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero
cosa vuol dire far vita.

--Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne
scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua
amicizia.

La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le
sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli
sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli
ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava
rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi
affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il
braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come
stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un
uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan
dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel
giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti
avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso
mille lire per una cena in un certo locale.... in un certo costume....
cosa da far nausea addirittura!

--Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? _A pronuncia!_
esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per
scacciarne la tentazione.

Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si
misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In
quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne
provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo
Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni
dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato
che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare
della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè
come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.

Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi,
balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono
tutt'e due una viva tenerezza.

--Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.

--Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non
solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai
non poteva vivere senza di lei.

Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan
sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e
del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi,
certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi
innocenti.... que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono
tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione.
Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava
timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio
con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva
pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e
non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.

Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio,
molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e
ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con
certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse
la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice
punzecchiata dall'ago.

Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande
al cugino.... avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui
a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il
giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri.
Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da
scapestrato.... Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una
nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E
provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella
benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea
prima d'ammogliarsi!... Basta, era il penultim'anno quello, e per di
più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede,
che diavolo!

Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno
egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a
Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione
favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere
completa la sua felicità.

E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.


III.

Se fosse dato a ognuno di far correre il tempo a seconda de' propri
desideri, la vita, dall'età della ragione all'ora della morte, non
sarebbe che un breve passo. Finalmente vennero quelle penultime
vacanze tanto desiderate, e l'ora in cui il giovane potè montare la
sua storna, e seguito da due campieri, mettersi in via per S.
Giovanni.

La villetta gli apparve all'uscir dalla gola della Ferma, imporporata
da' raggi del sole in sul tramonto. Come gli batteva il cuore! come
parvegli interminabile quel breve tratto di via che doveva ancora
percorrere per arrivarci! Che faceva lei in quel momento?... Se era al
terrazzino poteva riconoscerlo alla cavalla.... Come la troverebbe?...
s'era mutata?... Oh, se non l'avesse a guardar più negli occhi con
quella dolcezza di paradiso che faceva di lui il più felice degli
uomini!

E una voce interna gli diceva, che stesse tranquillo, la sua Lola
sarebbe stata con lui come per il passato, che cessasse dal dubitare,
essa l'amava. E quella villetta in mezzo ad un bel verde, circondata
sin dove l'occhio arrivava, da stoppie gialle, tramezzate qua e là da
favuli bruni, da vigneti, da qualche boschetto, gli sembrava un vero
Eden, dove, con quell'Eva, si sarebbe potuta passare la vita intera
nelle voluttà dell'amore.

Al paesetto sonava l'_Angelus_ quando il ponte di legno che
accavalcava il piccolo borro, secco in quella stagione, risonò sotto
lo scalpitare delle cavalle. S'internarono in una viottola ripida tra
due siepi di rose d'ogni mese, si curvarono sul collo delle cavalle
per evitare i rami del famoso moro, e poco dopo, per il viale de'
castagni, sbucarono nella spianata. Due grossi mastini si slanciarono
abbaiando; una fanciulla, con un cucito in mano, s'affacciò appena nel
terrazzino e rientrò vivamente arrossendo: Giovanni però l'aveva
veduta.

Le solite feste dello zio Alessio e della zia Costanza non mancarono;
non mancò il solito invito fatto sempre con la solita frase: «questa
volta, spero, vorrai passare alcuni giorni con noi;» gli offrirono
vino, gli offrirono caffè. E don Alessio cominciò a darsi moto;
s'affacciò alla terrazza, urlò con quanto n'aveva in canna allo
stalliere di menar nella stalla la cavalla del signorino; s'adirò
anche perchè non l'aveva già fatto, e lì un diavoleto: poi rientrò,
andò, come soleva a dir le sue ragioni alla sorella, e senz'attender
risposta, nell'anticamera ad affacciarsi all'uscio della scala e
chiamar Elisabetta che portasse i lumi.... A quel buon vecchio entrava
il diavolo in corpo ogni volta che arrivava il nipote!

Lola intanto non compariva, e il giovine n'era proprio indispettito:
via, dopo un anno quasi che non lo vedeva, avrebbe dovuto essere un
pochino più sollecita: non avrebbe fatto l'istesso lui.... no
certo.... ma lui l'amava, e lei chi sa....

Ma quel suo monologo interno fu interrotto in punto dalla comparsa
della fanciulla.... Oh, quanto s'era fatta più bella! S'avanzava con
una certa esitazione, con un certo imbarazzo, i quali davano una
grazia nuova al suo corpo grande e ben formato che non mancava di
flessuosità e d'eleganza, mettevano in quel caro visetto un non so
che, che lo rendeva adorabile. Non erano i suoi occhi no, che
l'ingannavano, o la dubbia luce della sera, s'era fatta più bella.

Gli si fece incontro, e gli strinse la mano tutta commossa, e gli
domandò notizie dello zio, della zia, di lui, con le solite carezze
nel tono della voce, e negli occhi. Già ora egli si chiariva del
perchè di quel ritardo: l'aveva vista di volo nel vano del terrazzino,
ma poteva giurare che in luogo di quel nastro celeste, su' suoi
capelli c'era un fazzoletto a scacchi rossi e neri.... e il lembo
dello sottana, ch'era scomparso rapidamente, gli pareva di vederlo
ancora, non era grigio per certo: e quella cipria sul viso.... no,
essa non adoperava la cipria ogni giorno. Dunque s'era fatta bella per
lui. E una viva tenerezza aveva già cacciato il dispetto, quel brutto
dispetto che gli aveva fatto fare il proponimento d'andarle incontro
tutto gaio e indifferente, e d'indirizzarle un complimento che voleva
essere anche un frizzo.

Quella sera anche padre don Giuseppe, che gli era stato sempre
antipatico, non gli parve più, quello. Quando il prete comparve sulla
soglia dell'uscio con un «buona sera a tutti quanti» che rintronò la
stanza come il mugghio d'un toro, e un «oooh, don Giovannino! ben
arrivato!» direttogli con tutt'e due le mani stese, il giovine
confessò a sè stesso d'essersi ingannato sul conto suo: via, in quel
faccione d'appoplettico, non si poteva negare, una certa espressione
di di bontà c'era, e quell'alta persona, dalle membra enormi, non
aveva proprio quell'andatura stupida d'un bruto che l'aveva colpito
altre volte. Spesso l'aveva pensato, spesso aveva esternato quel suo
pensiero in famiglia: «quel prete m'ha tutta l'aria d'un birbante»
aveva giudicato leggermente. I suoi occhi grigi, lucenti come acciaio
brunito, eran duri.... ma egli poteva anche affettarla quella
durezza.... quanti non c'è che hanno il ticchio di mostrarsi diversi
da quel che sono! ne aveva conosciuti lui di quelli che si studiavano
a farsi una cera burbera, mentre in fondo eran gli uomini più buoni
del mondo....

Ma venne l'ora della partita, e don Alessio non transigeva: si preparò
il tavolino, con il lume, le carte, e le solite fave per gettoni; i
due avversari presero posto l'uno di faccia all'altro, motteggiando;
donna Costanza sedette al suo con la calza.

--Coppe.

--Bastoni.... Danaro.

--A lei. E al tono della voce, e al modo che don Alessio pronunziava
quel «a lei» si capiva che cominciava a stizzirsi.

--Bastoni.... Sei di napoletana.

Il solito pugno di don Alessio, le solite recriminazioni.

I due giovani, in piedi vicino al tavolino, se ne stettero un pezzo a
veder giocare: si guardavano sorridendo all'escandescenze del vecchio.
Quando donna Costanza s'alzò, chiamata dalla serva tutta in faccende
per il nuovo ospite, prima l'una, e poi l'altro, vennero nel
terrazzino. Giovanni rientrò a prendere due sedie, e sedettero.

Era una sera senza luna, con un bel cielo stellato.

    _L'arma mi sentu nnesciri_

canticchiava lo stalliere con voce di canna fessa, e per la campagna
silenziosa vibravano i tocchi lenti della campana del paese, la quale
annunziava un'ora di notte.

--Questo è il momento.... pensò Giovanni: e il cuore gli si mise a
battere come se volesse saltargli fuori dal petto. Pensò e ripensò a
una frase tanto per cominciare il discorso, ma non gli riuscì di
trovarne: il suo cervello era vuoto. Si stizzì, si rimproverò d'essere
uno scolaretto, un uomo dappoco. Fu lei, che, con la sua voce
melodiosa, ruppe quel silenzio imbarazzante.

--Ti sei divertito a Palermo?

--No.... cioè.... così così.... Esitò ancora un poco, poi, per uscire
da quel ginepraio, si mise a parlare di teatri, di serate deliziose
passate alla villa, di scampagnate fatte con amici, di bagni....

La fanciulla aveva inarcate le sopracciglia. Non stava certo in pena
il signorino lontano da lei.... E in un lampo intravvide la figura
della figliuola del negoziante, com'essa aveva cercato di
rappresentarsela le tante volte pensandoci, dal giorno che aveva
sentito dire qualche cosa in proposito. Essa andava certo ai bagni....
Giovanni l'aveva vista.... non lo diceva, il perchè era chiaro! alla
sola idea che il giovine avesse potuto veder colei nell'acqua,
ricoperta d'un semplice velo di mussolina, le si strinse il cuore. Oh,
no, non approvava che le signore, e in ispecie le ragazze, andassero a
bagnarsi con gli uomini; lei ne sarebbe morta di vergogna.

E glielo disse secco secco.

Ma lui, non essendosi accorto di quel mutamento repentino nel viso, e
nelle maniere della cugina, le dava la berta. Via che c'era di male,
tutte lo facevano: era uno de' tanti pregiudizi che l'uso avrebbe
finito col cancellare.

--La moda, cara mia, la moda,... E parlò della moda, e poi di
passeggiate e d'equipaggi. Egli voleva incoraggiarsi con quel diluvio
di parole; però non ci riusciva.

--E tu, disse infine quand'ebbe esaurito anche quel tema, com'hai
passato il tempo?

--Al solito, rispose lei: qui, lo sai, non ci si può divertire certo
come a Palermo.

E disse quest'ultime parole con un leggiero tono d'amarezza.

Allora il giovane si accorse di quella sua cera brusca, e ne fu
proprio sgomento. Che aveva dunque!... che le aveva fatto!... Non era
molto, essa lo guardava con la solita dolcezza, n'era sicuro....
Perchè allora? Non ci si raccapezzava. E maledisse in cor suo la
disgrazia che lo perseguitava. Qual più bella occasione di questa? Ora
era perduta completamente: egli non aveva il coraggio di dirle una
mezza parola di amore vedendola a quel modo. E mise un sospiro, e si
contentò di guardare con la coda dell'occhio la manina che la
fanciulla aveva abbandonata sul grembo. Se non fosse stato per quella
diavoleria a lui ignota, forse a quell'ora stringerebbe tra le sue
quella manina gentile e graziosa.


IV.

Il vecchio orologio a pendolo, chiuso in un armadio impiallacciato,
sonò l'ora canonica, e si fissarono al solito l'ultime tre partite.

--Resterà a far penitenza con noi stasera, disse don Alessio al prete.
E questi accettò con un sonoro «grazie» mentre un largo sorriso
rallegrava quel suo faccione da frate gaudente. Corbezzoli! quella
sera si doveva mangiar bene in casa dell'amico, s'era soliti di
festeggiar sempre l'arrivo del nipote.... c'eran certi atomi odorosi
nell'aria che venivano dalla cucina, da far credere che si mangerebbe
carne.... Umh....

E giocò distratto, e perdette con gran piacere del vecchio, che lo
veniva stuzzicando con un mondo di monellerie.

Un'insalata di lattughe dalle foglie crespe, metà d'un verde tenero,
metà d'un bianco gialliccio, una montagna di costole di castrato
arrosto il cui odore aveva fatto perder la bussola al reverendo, de'
funghi delle Madonie con salsa d'acciughe, varie sorta di frutta, ecco
il solido di quella cena di provincia: rappresentava il liquido un
vinetto nero, un po' frizzante, ma buono in fondo, e che il prete
tracannava a gran bicchieri.

Egli parlava poco: macinava a due palmenti: e restringendosi ad
approvare spesso col capo, o con qualche «già» con qualche «sicuro»
con qualche «è fuor di dubbio» messi con arte a posto debito,
ascoltava don Alessio che aveva preso l'aire nel suo discorso
favorito. Quella mattina era sceso al paese per certi suoi affari,
quando, vicino alla chiesa, gli s'era attaccato a' panni don
Castrenze, il già sindaco. Aveva un diavolo per capello quell'uomo,
per il tiro che gli aveva giocato il partito contrario con alla testa
i bottegai, tutti borbonici sino alla punta delle unghie. Imbecille!
lo sapeva lui don Alessio, chi era stato a accoccargliela.... E chi
era stato aveva fatto benone, perdinci! Oramai eran tutti ristucchi di
quell'inetto ch'era diventato consigliere per caso, e sindaco per
intrighi. Un bel bindolo! Già col Governo degli italianissimi bastava
mostrarsi idrofofo per le cose passate, ad essere ritenuto un gran
che, e poter pervenire a qualunque carica politica o amministrativa:
don Castrense che predicava essere stato un di quelli che avevano
attaccato la _bandiera tricolore_ ai ferri del campanile (e le due
parole sottolineate egli le pronunziava con un'enfasi canzonatoria)
era uomo da papparsi il comune col cassiere e i consiglieri bell'e
vestiti per di più! Ora strillava come una gazza spennacchiata, perchè
l'avevano disturbato nel meglio.... non era potuto riuscire che a
levarsi quel debito con i Salamanà. In soli pochi mesi di sindacato!
Era dei sorteggiati di quell'anno, perchè aveva sostituito un morto, e
aveva avuto un solo voto! c'era da scommettere che se lo fosse dato
lui. Dunque gli aveva riempito la testa d'un mondo di chiacchiere:
voleva ricorrere al re in persona, sarebbe andato a Roma così
minchione come poteva parere, e quell'elezioni l'avrebbe fatte
annullare. Era pazzo, poveretto.... si sarebbe visto! Anzi l'indomani
scriveva al deputato sul proposito.

--Sta fresco a pigliarsela con lei! esclamò il prete riempendosi il
piatto di funghi. Mi pare che voglia fare a' cozzi co' muriccioli.

--Lasciamolo correre, riprese il vecchio con un sorriso di disprezzo,
alcunchè sodisfatto dell'adulazione dell'amico: e seguitò a enumerare
i giusti motivi che lo spingevano a spalleggiare gli avversari di don
Castrenze, mentre il reverendo, con la bocca piena, ciondolava il capo
d'alto in basso, mostrando di saperla lunga in quegli occhiacchi. Via,
l'ira e lo zelo di don Alessio si sarebbero spiegati subito, quando si
fosse saputo che don Castrense aveva due tumuli di terra a pochi passi
dalla villa, giusto gli ultimi che ci volevano per compire l'unità del
podere secondo l'intendeva il proprietario, e si negava a venderli, si
negava tenacemente.

Donna Costanza faceva la cera di chi cominci ad essere preso dal
sonno: i due giovani, seduti l'uno vicino all'altro, apparentemente
ascoltavano; al modo come giocavan d'occhi c'era da supporre che la
loro piccola burrusca fosse passata com'una burrasca di aprile.

Ma alle frutta si cambiò discorso: per via d'uno dei nuovi eletti,
parente d'un latitante, si venne a parlare del famoso don Peppino, il
capo d'una banda che spargeva il terrore nel territorio vicino.

Don Alessio prese la palla al balzo. Ce n'erano stati dei banditi in
Sicilia, e non pochi ancora: Pestalonga, Pasquale Bruno, anticamente;
i fratelli Palumbo, e Sbirrillo ne' tempi più recenti; ma sanguinari,
ma feroci come questi, mai più! Era alla _civiltà_, era al
_progresso_, era al governo degli eretici conculcatori d'ogni legge,
che si dovevano tali uomini. Nella borgata di Braccamena, i contadini,
stanchi dei delitti d'ogni sorta che commetteva la banda, avevano
stabilito di dar man forte alle autorità: una notte otto uomini,
armati sino a' denti, avevano assaltato la borgata, e fatta irruzione
nelle case, avevano strappato dalle braccia della famiglia tre
cittadini, li avevano trascinati in campagna, ne avevano fucilati due,
avevano rimandato il terzo a portar la notizia.

--Oh, poveretti! esclamò la fanciulla sottovoce, e si voltò a guardare
il cugino tutta spaurita.

S'era mai sentita una cosa simile? si poteva supporre che tali fatti
avvenissero sotto un governo ben costituito? E i rei impuniti al
solito.... Maniscalco! Maniscalco! ecco che ci voleva: quello sì che
era uomo, e del mestiere per bacco! Avrebbe messi in un pugno sbirri e
manutengoli, e, o me li consegnate, o me li consegnate, avrebbe detto
loro. E glieli avrebbero consegnati, perchè sapevano che non si
scherzava con lui. Ora eran tutti una cosa; cani e selvalgina
mangiavano insieme nell'istesso piatto, e chi ne andan di mezzo erano
i poveri cittadini.

Ora anche il prete parlava, era sazio.

--Non per nulla pesa sugli italiani la scomunica del pontefice. Un Dio
c'è poi, per quanto i tristi si spolmonino a negarlo; e la chiesa è la
chiesa!

E rosso come un gallo pel vin bevuto, posò i grossi pugni sulla
tavola, girando in volto a tutti que' suoi occhiacci.

--Avete ragioni da vendere, approvava don Alessio scrollando il capo
d'alto in basso: e le parole vostre son parole d'oro. Non si potrebbe
spiegar diversamente la sfrontata sicurezza con cui que' malandrini
scorazzano la campagna, perpetrano delitti. È il castigo di Dio!
proprio il castigo di Dio!

E via di questo tenore! che' mettendosi in que' discorsi non c'era chi
potesse arrestarlo.

Le donne rabbrividivano: esse avevano paura: guardavano verso il
terrazzino come se già il famoso bandito fosse per presentarvisi.

Gesù Maria! se gli saltasse il ticchio di fare una escursione da
quelle parti.... Davvero, non era prudenza star in campagna, una
disgrazia poteva accadere.... scongiuravano don Alessio a pensarci. Ma
questi faceva spallucciate energiche, mandava la cosa in burla. O che
sarebbero venuti a fare in casa loro i briganti? egli era un uomo
onesto che non aveva fatto mai male a nessuno, la sua casata era
conosciuta, ed era stata rispettata sempre, scacciassero quelle paure.

--Sicuro, appoggiava il prete, si sapeva in Sicilia chi erano i
Berlingrieri: buona gente, ma se toccati da vicino, buoni a mostrare i
denti, a non lasciar posar mosche sul naso.

Del resto c'eran gli amici, che all'occasione, si sarebbero fatti fare
a pezzi per loro.

--Grazie.... è la bontà de' miei concittadini.... rispose don Alessio
con un inchino portando la mano al petto. Ma Costanza, disse poi
voltosi alla sorella, stasera non hai nulla da darci? per esempio....
un pezzettino di dolce.... Non lo credo. Il reverendo mi fa cenno che
ha ancora sete.

--Io!... ma le pare! esclamò questo arrotondando le parole, e col
solito sorriso largo che trovava sempre che spirasse buon vento di
ghiottornie.

--Eh, via, non lo neghi.

Il reverendo si strinse nelle grosse spalle, facendovi rientrare
quanto più potè il suo collo di toro; e donna Costanza che s'era
alzata sorridendo, andò a prendere un piatto dalla credenza, e s'avviò
nell'altra stanza.

--Ehi, una di quel suggellato, le gridò dietro il fratello.

Quella sera era allegro: era arrivato il nipote, e aveva potuto fare
la sua sfogatina, il che gli capitava di rado: aveva dimenticato
perfino don Castrenze, e la sua cocciutaggine a non volergli vendere
que' benedetti due tumoli di terreno senza i quali non poteva
proclamare l'unità del suo podere.

Anche Giovanni gongolava. Quell'idea di dolci venuta allo zio, non
poteva capitare in miglior punto: avrebbe passato un altro po' di
tempo vicino a colei ch'egli oramai non chiamava più in sè stesso che
la sua Lola. Tutta l'anima del giovane era piena di quell'amore, e
ogni altra cura non faceva che sfiorarla appena. Durante la cena non
aveva pronunziate più di venti parole, e chiuso nell'estasi, aveva
capito ben poco di quanto avevano detto i due amici. Del resto gliene
importava uno zero di don Castrenze, di don Peppino e la sua banda,
troppo lontana per poter fare uno strappo alla sua felicità, della
scomunica e del sommo pontefice per giunta: via avesse a perire anche
l'umanità, salvo le due famiglie ben inteso, non si sarebbe commosso
per questo. Ora parlava sottovoce con la fanciulla: le domandava se
campavano ancora i canarini che le aveva portato l'anno scorso, e
sbirciava di quando in quando la manina di lei sempre lì sul grembo,
tentatrice, con una voglia pazza d'impadronirsene, senza che ardisse
di farlo. Campavano ancora, rispondeva lei, di nuovo con la solita
tenerezza negli occhi bruni, con la solita melodia nella voce,
l'indomani glieli avrebbe mostrati. Eran maschio e femmina: uno, il
meno giallo, non cantava, cinguettava solamente, e il giorno innanzi
gli aveva veduto nel becco una delle pagliuzze ch'essa aveva messe
apposta nella gabbia per vedere se facessero il nido. E quest'ultime
parole le disse con un dolce sorriso che stampò delle grazie infantili
nel suo viso di vergine, dal quale il povero innamorato non poteva
staccar gli occhi alla lettera.

Donna Costanza comparve con un piatto di torromini e biscotti in una
mano, e una bottiglia sigillata e tutt'impolverata nell'altra.

L'orologio battè la mezzanotte.

La vecchia Elisabetta che s'era ammammolata in cucina, nel ciondolare
il capo con soverchio abbandono, si svegliò in sussulto: sentì ancora
risa, voci allegre, e tintinnìo di bicchieri. Sbarrò gli occhi, sporse
le labbra, si fece la croce con la mano manca, poi si grattò la gamba,
e tornò ad ammammolarsi. Eran circa trent'anni che serviva in quella
casa, mai i padroni avevano fatto così tardi!


V.

Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male.
Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato
sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e
riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la
dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze
aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente!
bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva
cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel
momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo
amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma
tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello
dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da
farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a
decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a
disseccarsi.

Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure:
però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì,
e s'affacciò al terrazzino.

L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un
cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro
argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i
contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla
guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano
la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette
biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa,
una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto
si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio
dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.

Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima
finestra, e dormiva nel suo letto verginale.... forse sognava di lui.
Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine
addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!

Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate
ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i
volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a
oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le
spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della
parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel
lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in
gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per
le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.

La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la
figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la
bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle
stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la
casa si svegliava.

Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e
rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a
sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere
con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e
a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella
spianata.

--Dove sei stato che non t'ho visto?

--Sotto al pergolato.

--Che bella giornata!

--È un incanto. E tu dove vai?

Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano
ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:--A dar da mangiare alle
galline ed ai piccioni.

S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina
celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il
mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po'
arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.

_Puri, puri, pì, pì, pì._ E a questa specie di billi billi siciliano,
calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal
pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami:
galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse;
chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli,
spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni,
pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette;
vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze
dei pennuti sultani.... tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla
lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso,
alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il
grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.

_Puri, puri, pì, pì, pì._ Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo
di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da
salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il
becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal
tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero
innammorato, preferiva al cibo la galanteria.

Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi
un coraggio da leone. Questa volta.... ma via, n'aveva fatti
abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.

--Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.

Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore.... fu per
parlare.... ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!... e
poi, poteva sopravvenire qualcuno.... Egli sentiva che gli avessero
troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta
dichiarazione!

Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo
di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte.
Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il
caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione.... eran
soli.... Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una
dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra?
Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la
testa!

Qui non c'era a ridire.

Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a
un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come
l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.

--Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a
guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran
cassa, sulla soglia della baracca.

Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio
di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera,
li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato
sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del
tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che
l'agitavano.

Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che
vi si gustavano.... e quel discorso, girato e rigirato con una
tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva
tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava
confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era
ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione
profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie
dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.

Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al
varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se
la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei
dunque.... Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile
come aveva creduto sulle prime!

E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello
d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte
in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse
far dolci.

Il giovane cascò dalle nuvole!

--Dolci?... no, non ne so fare, rispose.

--Non ne hai visti fare nemmeno?

--Nemmeno.

--Oh!... E la fanciulla mise un sospiro.

--Ma perchè mi fai....

--Mi pare che la nonna ne soleva fare.

--Sì.

--E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in
quell'occasione.... di domandarne almeno la ricetta!

--No, non me ne sono curato. Ma....

--Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un
po' di tutto.

--Ma perchè mi fai codeste domande insomma?

--Sai, domani è il compleanno del babbo.... volevo fargli una
sorpresa.... Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta
l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la
frutta.... Capisci ora?

Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una
bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per
non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a
farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di
tutto. Però non si dette per vinto così presto.

--Potremmo fare un riso col latte....

--Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.

Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina
dal zu Giorgi l'indomani prestissimo.... Ma s'arrestò a un tratto;
s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi
verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo.... Come si fa?

Giovanni scrollò la testa. L'aveva mangiato a casa sua tante volte,
era il caval di battaglia della nonna, e aveva guardato con tanto
d'occhi il babbo a farne delle scorpacciate. Non sapeva altro.

--Come si fa.... come si fa.... cominciò a dire. Ci vuol lo zucchero
certo.

--Oh, la bella scoverta! esclamò la giovinetta ridendo. Lo zucchero va
in tutti i dolci.

--Si bolle il riso.

Qui ci fu una gran discussione. Si bolliva nell'acqua? Si bolliva nel
latte? Lo zucchero si metteva prima? dopo? a bollire col riso?...
Compresero che avrebbero fatto un pasticcio.

--Una crema, propose la fanciulla. Ma eran sempre daccapo. E restarono
in silenzio, a pensare ciascuno dal canto suo come risolvere il
difficile problema: poichè se a Giovanni rincresceva di non trovare
una maniera qualunque di fare quel benedetto dolce, a Lola, forse per
le stesse ragioni, dispiaceva ch'ei non la trovasse.

Ma a un tratto essa alzò la graziosa testolina, e mise il dito alla
bocca.

--Aspetta.... aspetta.... E senz'altro via di corsa, lasciando il
giovane in asso.

Tornò poco dopo, con in mano il calendario che don Alessio teneva
appeso a un chiodo nella parete sopra il tavolino.

Un grosso cuoco in berrettino bianco, e grembiale di tela, con una
casseruola in una mano e un mestolo nell'altra, col faccione rubicondo
aperto in un beato sorriso, faceva bella mostra di sè sul cartoncino
inverniciato, sul quale era incollato un pacchetto di foglietti che
portavan scritto, la data del giorno, il santo, il mese, le fasi della
luna, l'ora del mezzogiorno e della mezzanotte, un avvenimento
storico; e dietro una pietanza nuova, qualche dolce e la maniera di
apparecchiarli.

L'uno stretto all'altro, agitati da una dolcezza indicibile,
cominciarono a sollevare a uno a uno que' foglietti, e a leggervi
dietro, curandosi di non staccarli per non fare andar in collera il
babbo.

Trota in gratella.... spinacci in teglia.... lesso di cavolfiore....
frittura di pesce.... ragout di filetto.... ceci e tagliatelle....
Nemmen l'ombra d'un dolce! Diavolo, cominciavano a esserne inquieti,
quando la fanciulla mise un piccolo grido,... Torta di pasta dolce con
crema!

Aveva trovato quel che cercava. Staccò il foglietto pian piano, e si
misero a leggerlo. «Prendi cinque o sei....»

Ma si rimescolarono a un rumore di passi, e nel voltarsi vivamente,
Lola vide entrar nella terrazza donna Costanza. Nascose in fretta
calendario e foglietto sotto al grembiale, e fare cenno a Giovanni con
rapido aprir d'occhi.

La zia s'avanzò col suo passo grave, squadrò, i due giovani, e disse:

--Cosa fate lì voialtri due?

--Noi? rispose Lola. Nulla.

--Nulla, ripetè Giovanni arrossendo un pochino.

--Che cosa hai nascosto sotto al grembiale mentre io entravo?

--Io.... sotto al grembiale! riprese la fanciulla con tutta
naturalezza. E mostrò le palme delle mani. La furbetta, voltandosi un
poco, era riuscita a cacciar in tasca ogni cosa.

La zia Costanza li minacciò col dito, poi si fece alla madia dove
teneva a seccare la conserva di pomodoro, la rivoltò con un cucchiaio
di legno, e se n'andò.

L'indomani i due giovani s'incontrarono nell'anticamera, e si fecero
dei cenni. Quanta delizia già in quella piccola congiura!

A volere che la cosa andasse, bisognò mettere a parte del segreto
Elisabetta. Lola riuscì a prender di soppiatto zucchero, ova, fior di
farina, cioccolatta e via discorrendo: Giovanni stava alle vedette.
Quando tutto fu pronto, scesero in cucina. Lessero e rilessero quel
piccolo fogliettino, forse più di quel che era necessario, unicamente
per il piacere di starsene così vicino l'uno all'altro che sentivano
il calore delle loro guance, il tocco leggiero de' capelli, per il
piacere di guardarsi negli occhi da vicino nel voltarsi per commentare
quelle parole in verità punto sibilline.

Ma in questa entrò la zia.... Diavolo, non ci avevano pensato che
quella benedetta donna trottolava per la casa dalla mattina alla sera!
non c'era che fare, bisognava mettere anche lei a parte del segreto.

Donna Costanza sorrise di compiacenza, giurò di non fiatare; volle che
le si leggesse il foglietto, dette qualche consiglio, assistette ai
primi preparativi. Ma aveva ad accudire ad altre faccende e se n'andò.

--Lisabetta, non c'è acqua, disse Lola che ne cercava nelle brocche. E
la serva, che aveva finito d'infornare allora allora la torta, andò a
prenderne.

Restarono soli.

Via, era l'ora... una simile occasione perdio, non sarebbe capitata
mai più. Ma Giovanni tremava, parevagli che una mano gli stringesse la
gola.... E il tempo passava.... Oh, egli soffriva realmente! Anche lei
tremava la poveretta, e si affaccendava senza scopo di qua e di là,
tanto carina con le braccia a metà nude, e il grembialino bianco, e le
ciglia impolverate leggermente di farina.

--Lola.... disse finalmente il giovine con voce soffocata,
avvicinandosele.

E lei che si faceva al forno per vedere a che punto di cottura fosse la
torta, si fermò, e si voltò col viso in fiamme e gli occhi lucenti....
Ma giusto in quel punto, risonò il passo della serva che ritornava con
l'acqua. Giovanni aveva perduto troppo tempo a decidersi! Si
discostarono bruscamente; e lei al colmo dell'agitazione, dimenticando
di premunirsi del cencio, afferrò il manico del chiusino con la mano
nuda.... Cacciò un grido e lo lasciò subito. Era arroventato. A quel
grido il giovine si voltò, comprese, fece un balzo verso di lei, le
prese la mano, e guardò.

--Ti sei scottata?....

--No, rispose la fanciulla vivamente e cercando di ritirare la mano,
no.... davvero.... è niente.... E sorrideva mentre gli occhi le si
riempivano di lacrime.

--Come! ti par niente! oh, non vedi che alzan le bolle....
Lisabetta.... presto.... acqua....

E Lisabetta, che, posata la brocca in fretta, era corsa anche lei, ne
prese in un catino. Giovanni vi immerse la mano della fanciulla,
tenendola sempre tra le sue, costernato e nell'istesso tempo agitato
dolcemente.

--Ti senti meglio?

--Sì, rispondeva lei. E si ricambiavano mille carezze con gli occhi e
col tono della voce.


VI.

Con tutto ciò il dolce non riuscì tanto cattivo, e a tavola vi fecero
onore tutti, il prete, in ispecie, che non risparmiò i superlativi. Ma
chi fu proprio tocco da quel grazioso pensiero, fu don Alessio che
dovette contenersi per non fare i lucciconi. Egli avvolse in un unico
sguardo di tenerezza la figliuola e il nipote i quali rimbeccavano
donna Costanza, che, con qualche motto in proposito del famoso dolce,
gli andava stuzzicando scherzosamente. Però questo solo sfogo non
bastò ai suoi affetti traboccanti, e voltosi al reverendo che
diluviava a scoppiacorpo, cominciò a parlargli sottovoce, dando di
tratto in tratto delle occhiate amorose alla figliuola. Ne aveva
quella sola, e l'adorava, era proprio la parola adatta, l'adorava! e
lei se lo meritava, la poverina, ch'era un angelo di virtù e di bontà.
Sua moglie, bon'anima, gliel'aveva raccomandata tanto! e non aveva
nulla a rimproverarsi: l'aveva cresciuta bene, educata bene....
(aiutato in tutto dalla sua buona sorella era vero) aveva lavorato
tanto per lei, ch'era riuscito a farle una dote.... discreta. E disse
delle compre ch'avevano fatto, dei miglioramenti co' quali aveva
triplicato il valore dei suoi fondi. E sempre per quella benedetta
commozione che fa parlare più del dovere, toccò un certo tasto: oltre
alle compere, oltre ai miglioramenti, privandosi del superfluo, era
riuscito a mettere insieme un tesoretto.... la figliola l'avrebbe
trovato alla sua morte tutto in bella moneta d'oro e d'argento, la
sola moneta sicura.--Chi la sposerà non farà un cattivo affare di
certo.... e....

Ma troncò lì il discorso, l'attenzione degli altri essendosi rivolta
verso di lui.

Finirono tardi di desinare, poi andarono a spasso.

Il prete era pensieroso. Ascoltava donna Costanza che gli raccontava
un suo sogno dal quale intendeva ricavare i numeri e giocarli tanto
era strano.

--Mi pareva ch'era di domenica, e attraversavo il paese per andare
alla parrocchia a sentir la messa cantata. Per le strade non c'era
un'anima: però sentivo un bisbigliare confuso, senza potermi
capacitare di dove venisse. Guardai a destra, guardai a sinistra,
guardai in aria, nulla! E quel bisbigliare seguitava non solo, ma
cresceva dietro di me via via che andavo avanti. Allora presa dal
terrore affrettavo il passo tanto che finivo con mettermi a correre.
Arrivavo nella piazza proprio trafelata. La porta grande della
parrocchia era parata a nero, si sentiva un salmodiare, che, senza
sapermene spiegare il perchè mi faceva drizzare i capelli sulla
fronte. Guardo a destra.... e che vedo? una cosa orribile! giù in
fondo alla strada un gruppo di gente che mi mostravano a dito: però
erano impalati ne' loro vestiti neri, avevano le facce color di cera,
gli occhi spenti... Son morti, pensai con raccapriccio.... Guardo a
sinistra, altri morti; ma quelli ridevano piegati in due con le mani
sulle ginocchia; guardo nel vicolo accanto alla casa degl'Inchilli,
morti che mi facevano segno d'avvicinarmi. Mi volto per ritornare
indietro, ma altri morti sbucavano dalle strade laterali e venivano
verso di me guardandosi e consultandosi. Allora quasi pazza di
terrore, corro per rifugiarmi in chiesa. Ed eccoti che per quanto
corressi non riuscivo a fare che un brevissimo tratto di strada: e i
morti crescevano, crescevano d'ogni lato: tutta la strada n'era piena
zeppa... già mi circondavano.... mi toccavano quasi.... Oh, Dio!...
Finalmente riuscii a salire il primo scalino.... il secondo.... il
terzo.... misi il piede in chiesa. Lì a un tratto diventavo leggiera
come una piuma: mi pareva d'andare sfiorando appena il pavimento. Le
navate erano parate a nero, e nel mezzo della principale c'era una
morta stesa sopra una bara e circondata di ceri: i preti, in paramenti
neri, cantavano la messa all'altar maggiore. Io mi avanzavo: ma
arrivata vicino a quella morta, cacciava uno strido. Mi svegliai. In
quella morta avevo riconosciuta me stessa.

--Che gliene pare?

Il reverendo si voltò come un trasognato.

--Di che cosa? domandò a sua volta..

--Ma del sogno che gli ho raccontato!

--Bello, bello davvero.

--Bello!! un sogno simile!!

--Bello!... dico bello così.... per dire.... bello insomma perchè ci
sono i numeri con certezza.

--Volevo ben dire!... Dunque.... per me prenderei prima d'ogni altra
cosa morti.

--Sessantasette, approvò gravemente il prete che sapeva il libro dei
sogni sulla punta delle dita.

--Poi messa cantata, è chiaro.

--Messa cantata ottantanove.

--Ma un momento.... i morti si movevano.

--Morto che si muove trentuno.

--In ultimo, spavento.

--Novanta.

Don Alessio camminava avanti con la figliuola da un lato, e il nipote
dall'altro. Raccontava loro quante gherminelle aveva teso a Filippo
Mesi per indurlo a vendergli un fondo limitrofo alle terre di Badalà,
che poteva valere un par di centinaia d'onze tutt'al più: come,
finalmente, non potendo venirne a capo per nessun verso, gli s'era
presentato un giorno nel fondo stesso con cinquecent'onze d'argento
nella bissacca sulla baia, una famosa cavalla che aveva in quel tempo.
E lasciato un discorso e presone un altro, cominciò ad enumerare i
pregi della cavalla.

Una gioia schietta agitava dolcemente l'anima della fanciulla, le
trapelava dal bel viso. Interrompeva con un'esclamazione di piacere il
racconto caloroso del padre a ogni cespo di fiori che vedeva lungo il
ciglio dei fossi, correva a saccheggiarlo, se n'adornava con grazia
infantile il petto, e' capelli. Brividi voluttuosi scorrevano pel
corpo di Giovanni, che, felice di vivere, aspirava gli acri profumi
dei nocciuoli, le cui chiome d'un verde cupo sopravanzavano i muri
dall'un lato e dall'altro della strada, taceva, ascoltava, dava spesso
alla cugina de' lunghi sguardi appassionati.

Quando tornarono alla villa, alla parrocchia sonava l'avemaria.

Don Alessio fece accendere i lumi, fece preparare il tavolino, e la
partita cominciò.

--Danaro.

--Prendo con una donna.

--Bastoni.

--Spade....

Ma il reverendo giocava molto distratto. Egli non solo perdette quella
partita ma cinque o sei altre in fila: sicchè don Alessio non ci
capiva proprio nella pelle a cagione di quel fortunato accidente non
mai successo dacchè giocavano; e si rifaceva motteggiandolo.

Giovanni in piedi, guardava rodendosi dal dispetto: doveva sorridere
allo zio, il quale, a ogni facezia che diceva gli rivolgeva uno
sguardo, e Dio sa come sorrideva.

Perchè Lola aveva salito in fretta, ed era andato diviato nella sua
camera «che vi faceva per tardar tanto?... Che vi faceva? lo sapeva
lui che vi faceva! Non lo amava, insospettita dalla scena della
mattina ch'egli volesse dichiararle il suo amore, voleva fargli
comprendere con bel garbo che ne abbandonasse il pensiero. Ebbene....
la contenterebbe. L'indomani, partiva, in quella casa non ci avrebbe
messo più piedi....

Tuttavia pensava con amarezza che la sua posizione era orribile....
Che figura umiliante! Dio, che figura umiliante! Ma chinava le spalle,
poichè non c'era rimedio: bisognava pensarci prima piuttosto; non
esser tanto animale da spingersi sino a quel punto, in cucina;
considerare come un salutare avvertimento la forte ripugnanza ch'aveva
sempre sentita tutte le volte che il suo cattivo genio gli suggeriva
di spiegarsi.... Ma d'altra parte chi poteva supporre.... chi poteva
pensare.... Essa lo guardava con tanta tenerezza, usava con lui que'
modi atti a incoraggiarlo piuttosto.... Che sciocco! O che importava
ciò? Era civetta: tutte a un modo le donne.

Andò a sedersi nel terrazzino, e abbandonò il capo sulla palma della
mano, abbattuto per quel leggiero e dubbio incidente, proprio come se
si fosse trattato d'un affar grave e certo.

Ma un odore di fiori campestri lo fece trasalire: alzò la faccia. La
fanciulla che s'era avvicinata bel bello, stava davanti a lui, e lo
guardava inquieta.

--Che hai?

--Nulla.... mi duole il capo.

--E stai al fresco?

--Mi son seduto qui apposta.... un poco d'aria mi farà bene.

Lei stette ancora a guardarlo come per accertarsi che non si trattava
di cosa grave, poi, certo rassicurata, andò a prendere una sedia e
sedè al solito accanto a lui.

No, una fata col suo tocco magico non avrebbe potuto operare nel
giovine un cambiamento così completo e istantaneo. Egli sentì
allargarsi il cuore, sentì svanire i dubbi, sentì che l'anima sua era
ripresa dal fascino dell'amore.

Lei taceva; e un respiro concitato le sollevava il petto. La manina
bruciata, cinta d'una fascia bianca, era lì nel grembo, tentatrice più
del solito....

Giovanni la prese dolcemente tra le sue, e l'accarrezzò. Lola non la
ritirò: abbassò gli occhi e arrossì.

--Ti fa male ancora? domandò il giovine con un fil di voce.

--No, mormorò lei.

E stettero così, palpitanti, in un rimescolio pieno d'incanto.

Ma egli si fece più ardito; le cinse la vita con un braccio; senti
ch'essa s'abbandonava e la strinse appassionatamente.

--T'amo.... mormorò con voce tremante. T'amo....

La fanciulla trasalì. Alzò lentamente gli occhi umidi di tenerezza sul
viso di lui, poi li abbassò con un sospiro.

I fiori ch'essa aveva sul petto e tra' capelli, esalavano un
soavissimo odore, mentre i grilli col loro canto monotono, li
addormentavano in quell'estasi che provavano completa per la prima
volta.


VII.

Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il
degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata
confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso
violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto,
aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro
dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia
feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un
caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da
tanto tempo.... Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua
risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo
non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un
punto interrogativo: «E come?»

Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo
dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La
cosa non sarebbe stata tanto difficile.... Ma poi?.... Doveva tenerlo
certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto.... Come
penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove
gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio,
senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta.... e fare il tiro mentre
i padroni fossero fuori di casa?... Umh.... Lisabetta stava coi
Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile.... Oh, se
avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra.... ma
quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina
che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo.... Con donna
Costanza.... Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia
pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli
fosse venuta in mente prima.... una donna brutta e vecchia, quando si
sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo
tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva
aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico
saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di
restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della
cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava,
ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso
seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla
coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E
come?... E come?... ed era la sua tortura.

A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille
modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento:
vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se
ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole
all'orecchio.

E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in
carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le
posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che
incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del
bastone d'un amico, la sua tabacchiera.... i candelieri dorati
dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della
sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi.... Sin nell'ostia
che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce,
ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!

E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza
negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè
giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel
tesoro, sì, lo voleva!... anche se per impadronirsene fosse stato
necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.

E come.... e come... Ed era la sua tortura.

Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto
senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei
consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente
come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la
schiena, quand'era in casa....

Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico
di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del
meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto
dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!

--Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.

--Ma!

--Che ha padre don Giuseppe?

--Ma!

E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro
Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa.
Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata
davvero una grave sventura per il paese.

Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un
pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto.
Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio?
non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle
posate?

E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura
losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano
riandato sempre il tempo passato.... Anche lui aveva seguitato a
cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si
sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato
volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non
l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che
non ci aveva pensato prima!

Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il
cappello, e uscì.

Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero;
parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò
con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.

Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era
la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece
cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il
vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni:
l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino,
il nipote.

Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme
addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi
vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del
galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso
le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e
gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle
scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella
graziosa burla delle posate!

Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò
che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise
battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora
s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con
tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato
gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di
mistero e disse del tesoro.

Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò
l'amico addirittura.

Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire
matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze!
Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo
aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la
Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non
doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre
sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi
per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento
cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro.... no, non c'era
altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e
quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille
ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della
fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno....
quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah.... comprava
delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non
di più certo.... Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne
restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella
somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!

Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò
chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto,
avrebbero diviso, s'intendeva.

Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga
dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a
correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo,
grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel
suo muso di faina!

L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era,
no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di
legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo!
quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà....
e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a
parlarne con lui.

E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato
approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi
lustri.

Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il
prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i
denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso
verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o
affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don
Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si
sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che
riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il
gallo senza che stridesse.... e non contava le galline.... epperò un
chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani
armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a
volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di
tutto era necessario allontanar quel pericolo.

Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della
somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar
senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora
com'allora molto dubbia.... Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un
amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in
lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di
Castrenze.... gli raccomandava però.... di non compromettere la sua
veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a
esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo
si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso:
all'occasione si sarebbe travestito da campiere.

Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della
casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere:
far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare;
tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero
potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice.
Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si
sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si
sarebbero procurato un alibi.... Se riuscivano a metter le mani su'
danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche
a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva
ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su
negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli
a salma.... Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non
c'era mica male!

Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani,
chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.

E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad
aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia
dove questi era solito dir messa.

Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva
dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un
cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di
pensieracci; e correva al ritrovo.

--Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio
presto.... può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un
palmo di naso.

Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di
quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva
farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni
e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano,
quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva
dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale....

Serafini.... campiere a spasso.... restavano intesi....

--Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che
l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.


VIII.

Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola,
sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due
pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po'
di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca
dietro partì per Pietracaduta.

Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una
nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un
lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava
nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate
da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava
tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e
sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che
abbaiava.

Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.

--Ehi!

--Ehi!

--Che volete?

--C'è compare Giorgi?

--C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:--Su Giorgi!... su
Giorgi!...

--Oh.

--C'è uno che cerca di voi.

Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto,
facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo:
era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e
nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul
capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga nappa di seta.

--Ehi!

--Salutiamo, compare Giorgi.

--Oooh, don Castrenze!

Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.

--Quant'è che non lo vedo!.... Presto, Masi, conduci il cavallo nella
stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con
l'amico)--Come va tanto bene?

--Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro
chiacchiere....

--Grazie.

--Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.

--Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori
di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa.... Basta, con tutto ciò non
resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo....

Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un
chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono
per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella
stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a
sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno
strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un
deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale
de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate
con midollo di pane, un fascio di _taglie_ di ferula. Da tutta quella
roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.

Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.

S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta:
vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è.
Se avessi saputo....

Entrava Masi con le bisacce.

--Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E
fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi
sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere,
posava le altre cose sul deschetto.

--Oh, non c'era proprio bisogno.... basta, sempre compito don
Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano,
e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una
satolla.

Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia,
davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti
cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si
mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne
posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia,
aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò
il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.

--E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.

--E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci
angustiano.

--Al solito, eh?

--Già.--E tra un boccone e l'altro prese l'aire.--Vengono quegli
sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la
solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola!
vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete
a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con
la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no,
niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i
briganti? nella masseria non ci vengono.... A chi lo dite? è come
parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo
mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di
sputarci in faccia, mi spiego?...

Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.

--Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò
Ciulla, o che loro ce la leverebbero?

Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e
abbassando la voce riprese:

--Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia,
parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la.... (e
disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo
a rubar cavalle, mule, caci, _scappolari_, o barde o bisacce,
assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche
_sequestro_.... ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e
senz'accordo....

--Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.

--Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si
cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate
con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri
sequestri.... Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di
compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò
d'ubbriacarsi....

--Che bestia!

--Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono
il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di
Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.

--È vero.

E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare,
usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del
sequestro Salemi.

--Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola
soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva
andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli
portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don
Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi
sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di
velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un
principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza
d'uomo, eh!

--Per Gesù Cristo!

--E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a
tutti gli sbirri della Sicilia!... Ah, la vita del brigante ha de'
pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà,
senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e
figliuoli!...

E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di
labbra: poi disse strizzando un occhio:

--Si lascia bere questo vinetto!

E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e
del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare,
ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!

--È di Malfarina?

--Già.

--Famosa contrada.

Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.

--Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo?
perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice
capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come
dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un
pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar
diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione....

--Una citazione!

--Sicuro.

--E cos'è questa citazione?

--Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han
inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo
di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di
farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo,
il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero
giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la
causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li
vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto
son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a
buscarci il pane, che andiamo per le _serre_ di notte e di giorno, e
non si sa mai quel che può capitarci.

--Avete ragione.

E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a
raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore,
il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non
aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a
snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come
al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza
pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di
rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la
cavalla morella che ora cavalca don Peppino.

--Ora a proposito, ditemi una cosa.... riprese dopo un po' di
silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?

Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.

--Calabresissimo, disse poi.

--O perchè allora lo chiamano il Lombardo?

--È lui che dice che è lombardo.

--E con quale scopo?

--Eh... ce l'avrà certo il suo scopo.... chi sa che corbellerie grosse
avrà fatto in Calabria.... e com'è naturale lei mi capisce....

--E... ditemi un'altra cosa.... perchè lo chiamano il Marchese?

--Glielo dirò in due parole.

Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.

--Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al
picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in
un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi
di dietro a un pietrone. Mi fermai.

--Chi siete?

--Il campiere di Pietracaduta.

--Come vi chiamate?

--Giorgi Ciulla.

--Di dove venite?

--Dalla masseria.

--Dove andate.

--Al picco dell'Avvoltoio,

--Avete permesso d'armi?

--Sissignore.

--Mostratemelo.

--E perchè no.

--Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando
in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e
me lo restituì.

--Avete visto briganti?

--E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo
passare tanti e tanti.... ma la _trazzera_ è del re e non si può
impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?

--Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.

--Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha
paura di tuoni.

--Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge.... (non so più che cosa avesse
bestemmiato) per questi birboni!

--Bacio la mano.

E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi
venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì,
dissi, mi pare Nino D'Amico.... Se è lui, ha da esser devoto a qualche
santo. Mi avanzo: era lui.

--Salutiamo.

--Oh, co....co....compa....pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al
galantuomo sorridendo).

--Dove si va, compare Nino?

--Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.

--Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.

--Perchè?

--Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.

Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a
Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don
Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni
poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di
quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni
costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare
Ciccio Raja, Mamola.... tutti i picciotti insomma; e alcune donne,
Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da
Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza
a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier
d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci
baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere
se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il
Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma
Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso
manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva
la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava
di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella
stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.

Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una
predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli
della vita del brigante, quale fine l'aspetta.... qua, là, egli non
aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da
mantenere, pensasse alla povera vecchierella.... Insomma un certo
discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la
banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e
accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare
Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in
disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo
aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta,
andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora
il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta
sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come
un lupo.

--Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi
perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il
Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che
stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:--Compare, è un segreto
del nostro capo.... però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e
non posso negarvi nulla: ma!...

--Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque
compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:--È un marchese
incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un
brigantaggio come quello del Napoletano.

--Davvero! esclamò don Castrenze.

--Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.

--Stento a crederci.... perchè.... Ragionate con me: se le cose
andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci
avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De
Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, _non s'eran fatti
ancora conoscere_: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta,
non si guarda tanto pel sottile.

--Sì, ma....

--Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato
che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti,
averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar
tanto. Che ve ne pare?

Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro
lungo bacio al fiasco.

--Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra
col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la
mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le
loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e
partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e
altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso,
dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.

E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre
il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che
scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.

Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle
palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.

--E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca,
cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla
masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno
avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse
farlo abboccare con lui... Si trattava d'un affare delicato....
rischioso.... ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco,
sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del
campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli
comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma
parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli
aveva proposto l'affare.... e finalmente gli domandò se voleva essere
della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante
precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la
cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini,
ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli
parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo
guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e
militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era
ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di
Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli
parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che
doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.

Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio
che vuol vendere la cavalla.»

Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto,
don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato
dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa
pazienza, poichè.... insomma.... l'affare era avviato benino. Annunziò
con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno
stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.


IX.

«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i
saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano
quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono
alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran
colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo,
togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti
sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.

--Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale....
aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva
risposto:--Si parla una volta.

L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa
e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.

Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le
viste d'andarsene a caccia.

--È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero
allontanato un poco dalla masseria.

--Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.

--Dov'è?

--Sulla montagna.

--Gli avete parlato.

--Gli ho parlato.

--Accetta?

--.... Ci son guai.

--Guai!

--Guai.

--Ma perchè?

--Perchè.... perchè.... Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva
essere un suo amico.

--Pietro Serafini.

--Già.

--E?...

--Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.

--Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.

--Gli dissi che non lo conoscevo.

--Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.

--Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma...

--Spiegatevi.

--Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo
Serafini..... e ciò sarebbe niente.... ma il peggio è che compare Nino
D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno
lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non
c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una
partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare
senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è
proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi
conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a
fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me
stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se
no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua?
Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non
si scherza.... se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta,
saremmo in un precipizio.

--Carta scritta.... carta scritta.... disse il galantuomo un po'
inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte
queste storie?

--Non ha capito?

--Io no.

--Oh!... ma la cosa è chiara.... il capitano teme.... che lei....

Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno
d'aggiunger altro.

--Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!

Questi scrollò il capo.

Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di
vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si
credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua
piccola persona.

--Io! io! E si batteva il petto. Io!... Ma io sono un galantuomo,
compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la
provincia e tutta la Sicilia....

--St.... piano; si calmi.

--E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche
voi, dubitate di me!

--Io! che dice mai!

--Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh,
quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,... un
traditore.

--Ma chi le ha detto....

--Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per
un braccio. Andiamo dal capitano!... spiegherò ogni cosa, e vedremo!
Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato
all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì,
del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!

Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici,
aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso
in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme
turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde
pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che
tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra,
quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più
mafiosesca che mai, aspettava.

Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa
di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra,
col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide,
quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva
con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva
lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto
di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo,
calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati:
aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello
di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella
penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua
persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore,
generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di
feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco
e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i
compagni obbedirono subito allontanandosi.

--Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di
S. Giovanni?

Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don
Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.

--A servirla.

--Assicuraste che l'affare è buono.

--A servirla.

--Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a
spasso.

--A servirla.

Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a
fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.

--Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce
tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè
Serafini.....

E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce,
aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come
stesse quella faccenda.

Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva
intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il
capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che
modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto
nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto
com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di
darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un
po' più adagino.... Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la
provincia, la Sicilia tutta.... e piuttosto che macchiarsi d'un
infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.

Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito
gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò
subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi.
Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto
regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico,
che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto
giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione,
del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti.... Serafini
era padre don Giuseppe Rizzotto.

E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano,
al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che
godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse:
che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico,
travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con
gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta
l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che
avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento.
C'era che dire?

Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito
dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse
travestito da campiere.

--Padronissimo, rispose il galantuomo.

E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:

--Domenica sera dunque.

--Dove?

--Nel bosco di Melia.... tra due ore e due ore e mezzo.... e
precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?

--Sissignore.

--Chi arriva il primo aspetta.

--Bene. E il segno per riconoscerci?

--....Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino,
domandate loro:--Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?

Gli dette commiato con queste parole:

--Badate!... prenderò delle informazioni.

--Oh, ci ho tanto piacere!

Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa,
smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il
cappotto, e via a trovare il reverendo.

Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse
all'amico, poi gli domandò:

--Che cosa hai fatto?

--Tutto.

--Parlasti con don Peppino?

--Ci parlai.

--Accetta?

--Sì: ma vuole abboccarsi con te.

--E.... ti sei ricordato di non compromettere la mia veste
sacerdotale?

--Oh!

--Bene.

--Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle
Tre Croci.

Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per
travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il
Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo
mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa
sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era
messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi
aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato
dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni
altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava
l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.

Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato
oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto
strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava
tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.

Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.

Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati,
entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove
l'aspettava don Peppino.

La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il
fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso,
mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore
incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi.
Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si
arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto
l'abbaiare sinistro d'una volpe.

Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra,
nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo
del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono
un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.

--Castrenze.... mormorò il prete.

--Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.

--L'hai sentito?

--Sì.

--Che diamine vuol essere.

--Umh.... Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni
attorno il luogo dell'appuntamento.... sarà un di essi che l'avverte
del nostro arrivo.

--O se invece fossero i soldati?

--Eh, per Gesù Cristo!... i soldati non fischiano.

Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete
gli andò dietro borbottando.

Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.

Era un luogo quasi circolare, nella cui parte superiore si vedevano
tre mucchi di pietre, su ciascuno de' quali era conficcata una rozza
croce di legno. Un'altra via, dirimpetto a quella che avevano percorso
i due amici, s'ingolfava più cupa e più profonda.

--Non c'è nessuno, disse il prete sottovoce, dopo avere spinto lo
sguardo un po' da per tutto.

--Aspettiamo.

Ma in questa sentirono un fruscio di sterpi smossi, e videro sbucare
dalla via dirimpetto, due uomini a cavallo, armati e incapucciati, i
quali pareva andassero per i fatti loro.

Padre don Giuseppe si strinse nel cappotto.

--Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta? domandò il
galantuomo, quando que' due gli passarono vicino.

--Don Castrenze.... disse quello ch'era avanti.

Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora
smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si
messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al
falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare,
voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio
a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle,
intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò
chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari
fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al
petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che
rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna
che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio,
e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno
d'attacco, diceva lui.

--Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.

Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava
mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si
perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del
plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato
dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte
scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli
tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.

Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i
cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di
S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo.
Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur
un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis:
egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone
che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è
l'entrata di S. Saverio, la principale del paese.... questa è
l'entrata di S. Brigida.... E intanto salivano e scendevano secondo
gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di
casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano
tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e
vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei
cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci,
latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo
strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte,
o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava
linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto;
erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su'
cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.

--Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò
all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.

Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la
sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un
vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il
portone a angolo acuto.

Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a
guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua
bravazzata.

--Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.

--Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si
può penetrare per il coretto.

--M'avete detto che per solito non ci sono che tre carabinieri, un
vice brigadiere, e un brigadiere...

--Sì.

--Ne siete sicuro?

--Sicurissimo.... Però può darsi il caso che da una sera all'altra
capiti qualche pattuglia da Cammarata, e ci resti.

--Bene starete all'erta; nel caso dei casi il vostro amico sa da chi
farci avvertire. E ora andiamocene....Sarebbe inutile visitare i
dintorni della villa i _picciotti_, quando sarà l'ora, ce li
condurrete voi e il vostro amico: io avrò troppo da fare qui.

E fini con un sorriso mafiosesco.

--Resta a fissare il giorno, disse il reverendo incamminandosi.

Il bandito stette a pensarci su.

--Non può essere prima del ventinove di marzo, disse infine.

--Il ventinove di marzo! Ancora altri dieci giorni!...Badate, in
simili faccende non si perde tempo.

--Lo so; ma non c'è che fare.

--Vediamo....

--È impossibile. Della gente ce ne vuole.... devo avvertire i
_picciotti_.... far certi preparativi....

Ma l'omaccione insisteva: era impaziente: con un po' di buona volontà
non c'era bisogno poi di tanto tempo per riunire gli amici, al
Capitano certo non sarebbero mancati i mezzi. Le cose lunghe diventan
serpi.... un caso qualunque poteva far scoprire tutto, ci pensasse.
Oltre di che se si presentasse una buona occasione, il vecchio
potrebbe impiegare il danaro, e lasciar tutti con un palmo di naso....

Allora l'altro l'interruppe. A lui la cosa premeva più che a
ogn'altro, figurarsi! ma bisognava essere ragionevoli: non si poteva
riunire i _picciotti_ in meno d'otto giorni.... e poi, o che
s'assaltava un paese al lume di luna?

Questa ragione, più d'ogni altra, calmò gli ardori troppo evangelici
del reverendo: egli si persuase. Il ventinove di marzo dunque. Il
capitano manderebbe un suo fidato a Pietracaduta, Ciulla penserebbe a
far avvisare don Castrenze: l'importante era stabilire il luogo dove
riunirsi la sera, prima di dar l'assalto. E scelsero la così detta
_Tribunella_, una cappellina poco più su dallo stradale, a mezzo
miglio del paese, che alcuni fedeli avevano eretta alla Madonna
Addolorata. Intanto salivan la costa di buon passo. Don Peppino
ruminava il disegno d'attacco: non poteva nascondere a sè stesso la
difficoltà dell'impresa, e per il contorno irregolare del paese, e per
la vicinanza di Cammarata, e per la posizione della caserma dei
carabinieri: tuttavia di dar addietro non ci pensava nemmen per sogno:
s'affidava alla sua vecchia esperienza, all'arditezza de' compagni,
s'affidava alla fortuna che l'aveva sempre aiutato nei pericoli.

Il reverendo lo seguiva sbuffando; il colosso sudava sotto al
cappotto, mentre un pensieraccio, sortogli in mente nel volger gli
occhi alla villa, gli faceva scorrere dei brividi di piacere per il
corpo; finalmente si sarebbe presentata quell'altra occasione che
aspettava da tanto tempo.... voleva prender due piccioni a una fava:
Lola, quella bella fanciulla che s'era mostrata così sdegnosa con lui,
egli l'avrebbe in mano, e in quella confusione.... La vedeva nel letto
verginale.... dibattersi nella sua stretta.... sentiva palpitare sotto
alle sue, quelle tenere carni.... E agitato da una viva impazienza,
gli sapeva mill'anni, imprecava alla luna che, giusto in que' giorni,
doveva venire, con quella faccia da mascherone, a rompergli le uova
nel paniere!

Un quarto d'ora dopo i due compaesani l'uno accanto all'altro,
tirandosi dietro le cavalcature, il prete ragguagliando di tutto don
Castrenze, s'allontanavano giù per la discesa verso la Rupe, i banditi
a cavallo, e per la via dond'erano venuti.

Il capo aveva ripreso a ruminare il suo disegno di attacco, e lo
veniva perfezionando: bisognava occupare tutte le cantonate delle
strade principali, circondar la caserma de' carabinieri.... quel posto
lo riserbava per sè e alcuni dei più arditi: bisognava atterrir gli
abitanti con urli e schioppettate, alla minima voce, al minimo rumore
che partisse dalla villa.... Ed enumerava gli uomini su' quali poteva
contare: quei di Prizzi, que' di Mezzoiuso, que' di Lercara, que' di
Burgio.... Valvo co' suoi: stabiliva la maniera come avvertir tutti il
più presto possibile.

Intanto, un'altr'ordine di pensieri travagliava la mente del
confidente, e gli mandava in tanto veleno il tacchino di cui quel
giorno s'era inzeppato nella masseria di Melia.

--Assaltare un paese!... assaltare un paese!... ripeteva tra di sè
dimenando il capo sotto al cappuccio. Assaltare un paese!...

Gli parevano tutti pazzi, non poteva darsene pace: e spinto dalla
tremerella che aveva addosso al solo pensarci, diceva una fitta
d'ingiurie a sè stesso. Era un porco, uno schifoso, una carogna, la
cosa più bassa e vile del mondo! Gli stava bene.... gli stava bene!
S'era voluto buttare alla campagna, come se la vita del bandito fosse
seminata di rose!... Se si presentava dopo quel maledetto furto (che
gli fossero cadute le mani!) il più che poteva incogliergli era una
condanna di due o tre anni: puh! la gran cosa! meglio ora che c'era
tutto il verso di morire com'un cane, con una schioppettata? Brr, gli
venivano i bordoni solo a pensarci.

Prese una positura più comoda sulla sella, si strinse di più nel
cappotto, e dopo un poco riprese il filo delle sue idee. Ma poi
santissimo diavolo, glielo lasciassero dire, gente che si senton
uomini davvero dovevano accettare una proposta simile? cose, cose da
stordire! S'affrontavano i pericoli, non c'era che dire, ma gettarsi
in bocca al lupo!... cercare di farsi tagliare a pezzi da una
popolazione spalleggiata da carabinieri, soldati, militi e sbirri del
municipio!... Oh, questa no, non poteva mandarla giù.... E poi, chi lo
diceva che non ci fosse sotto un tranello?... Basta a rischio, di
farsi dare del minchione, egli voleva dir la sua.

Spronò la cavalla, e andò a mettersi accanto al Capitano.

--Do do do do don Peppino.

--Che che che che vuoi, riprese il Marchese contraffacendolo.

--Pe pe per....memettete che che.... dica uuuuuna parola?

--Parla.

--I.... i.... du due san... gio....vannesi mi mi mi pa....paiono
du du due i i intriganti.... io no no non.... credo che sa sa
sarete.... ta ta tanto pazzo da fi fidarvi di di di di lo....ro,
da da....d'accecce....ttare uuna prooo....posta da da gente che
che co co....noscete poco, fa fa fatta forse pe pe per....

--I consigli tienli per te quando non ti si chiedono, imbecille!

--E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza.
Fermò la cavalla e si rimesse dietro.

--Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli.... se
n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più
rimedio.... allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non
volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!...
Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò
più una parola.... Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo
fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte,
giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto
di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva
inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver
sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il
proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè
più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.

--Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.

--Che vuoi?

--A a a avete se sentito quel la la....mento?

Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto
molto senso.

--L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.

--È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.

--E?...

--A....a....a....apporta disgrazia.

Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto
violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti
stretti:

--L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!... e se
seguiti a rompermi i corbelli.... sangue.... il gufo avrà cantato per
te. Riprovati ora!

--E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise
davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa
volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando
nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a'
suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.

Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita
di costui.

Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a
incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la
morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio
dell'ignoto.... parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal
terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra
visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita
nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso
dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo)
doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e
inesorabile.... Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne,
nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati.... E il bandito
feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era
venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta
incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui
scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a
loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone,
Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano
febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un
sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente.
Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti,
cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava
al passo irrequieto e nervoso della _Bordellina_ che rodeva la briglia
e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.

A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre,
onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che
dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la
minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato,
quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni
appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila
dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di
querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui
conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di
bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che
aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo
nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi
celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare;
erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano
lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a
fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual
meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di
viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli
occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e
guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par
vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua
probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe
piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore,
soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto
pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli
della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e
qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era
dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla
madonna!

Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi
gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e
a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso
capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che
l'ha tirato su per le forche!

Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre
figure: sua moglie Rachele.... la sua bimba.... Oh, la sua bimba! la
sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa
barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la
prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i
pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie.... E aveva
dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse
quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse
aperta la terra ad inghiottirlo!

E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il
cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai
più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai
carabinieri.... entrava nella banda Bellucci.... era preso in una
casipola nelle vicinanze di Scigliano.... ammanettato, sedeva sul
banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un
fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo
guardavano bieche..... egli le riconosceva, erano il sindaco di
Saracisa.... il signor De Giovanni di S. Donato.... Rafaele il povero
mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi
stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in
basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?

Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi.
Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni
d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi
al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il
governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi
Settembrini, Gennarino Placo.... Era stato Gennarino Placo, che,
scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso
a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato
di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col
pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli
aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a
leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino
trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la
rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a
capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un
custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che
questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo
dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le
sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.

Qui si rasserenò un poco. Aveva due vie aperte dinanzi a sè, quella
del delitto, e quella del lavoro: ma quattro lunghi anni di galera gli
erano stati di terribile esempio; ma le massime del maestro di S.
Stefano avevano lasciato un'impronta benefica nell'anima sua: era
rientrato in sè stesso. Aveva vissuto nel piccolo mondo della sua
foresta, separato completamente dall'altro, ignaro delle leggi, e, in
certo modo, delle consuetudini di essa, non respirando che vita
brigantesca, non sentendo levare al cielo che briganti, non sentendo
ricordare che fatti di sangue; s'era persuaso dunque che fosse quella
la vera vita col diritto della libertà, della volontà, della forza. Ma
senza nemmeno pensarci (il suo maestro glielo aveva dimostrato) egli
aveva conculcato la prima pel trionfo delle altre due; aveva stuprato,
aveva rubato, aveva assassinato.... egli, l'amante feroce di quella
libertà, l'aveva calpestata! E non aveva il diritto, di far tutto ciò!
aveva visto altri uomini ad arrestarlo, altri uomini a condannarlo,
altri ad approvare quella condanna, a biasimare quel che suo zio gli
aveva raccontato ammirando!... anche qualcuno dei suoi compagni di
sventura aveva sentito a parlare di rassegnazione, di giustizia....
Non era forse Iddio che lo aveva fatto incontrare col maestro di S.
Stefano, gli aveva dato l'agio di fuggire, perchè mutasse vita?

Allora aveva scelto la via del lavoro, e vi si era incamminato pieno
di gioia e d'ardore. Aveva inventato un romanzo: s'era dato per un tal
Giuseppe Del Santo da Bergamo, un garibaldino che aveva versato il
sangue per la patria, dopo d'averle sacrificato un posto di
segretario, che occupava in casa di un ricco signore di Padova: aveva
parlato di sciagure domestiche, di persecuzioni, ed era riuscito a
gettar la polvere negli occhi di tutti. Ed eccotelo cambiato in
maestro, e insegnare l'abbiccì a' contadinotti delle borgate di
Nicoricchia, dell'Uditore e Trabucco; e nelle ore libere, scriver
lettere e far di conti. Era retribuito scarsamente, è vero; certe
volte doveva contentarsi d'un piatto di maccheroni.... ma s'era
attaccato con ardore all'idea di mutar vita, e avrebbe sofferto la
fame e peggio. «Il pane tanto più è saporito, e onorato, quanto più è
bagnato dal sudore della fronte di colui che lo mangia.» E questa
sacra massima lo confortava, ricordandogli l'uomo grande che aveva
fatta la luce nelle tenebre dell'anima sua.

Viveva tranquillo come se quella vita dovesse durar sempre, quando un
punto nero apparve in quell'orizzonte sereno. Nel marzo del 1862,
risaputo che il fittaiuolo dell'_ex feudo_ Scale; vicino Piana dei
Greci, cercava uno che sapesse far di conti, era andato alla masseria,
aveva parlato con costui, avevano stabilite le condizioni. Però non
era potuto star là che una quindicina di giorni, non andando d'accordo
col fattore Alegna, un mafioso che lo metteva con le spalle al muro.
Egli era uomo da farlo stare a dovere; ma aveva risoluto d'evitare che
un qualche guaio lo ricacciasse nell'antica via. Era tornato a
Nicoricchia. Ma quindici giorni di lontananza (è così fatta la natura
umana) erano bastati a far sbollire l'entusiasmo destato in que'
borghigiani dal garibaldino, il quale aveva versato il sangue per la
patria, dopo averle sacrificato un posto di segretario, che occupava
in casa d'un ricco signore di Padova, e l'istesso piatto di maccheroni
non c'era tutti i giorni.

A quel ricordo, anche ora, benchè sotto l'incubo della paura della
morte, e del _redde razionem_, il bandito sentiva accendersi il
sangue, e un pensiero s'agitava in confuso nella sua mente: caso mai
quel Megna gli capitasse tra le mani.... oh, gliela farebbe pagar
cara!

Riprese il filo delle sue idee. Un bel giorno, durante il passo delle
quaglie, era venuto a Nicoricchia il figlio del commendatore Pallanza.
Egli l'aveva risaputo, s'era fatto presentare al giovine da un
giardiniere suo amico, gli aveva raccontato il solito romanzo, lo
aveva ammaliato come aveva ammaliato gli altri, e lo aveva pregato di
fargli avere un posto, tanto da poter vivere, o a Palermo, o in
qualche feudo. Il giovine aveva promesso d'aiutarlo. Difatti, un mese
dopo, gli faceva arrivare una lettera per il signor Lo Cicero,
fittaiuolo di Marcatobianco.

Così il destino l'aveva condotto bel bello nei luoghi (covo di
ladroni) che dovevano esser teatro dei suoi nuovi e più sanguinosi
delitti! A che era valso l'aver sofferto la fame pur di perseverare
nella buona via? Aveva cercato d'allogarsi alle Scale, e s'era
imbattuto in Megna; sarebbe potuto restare a Nicoricchia, e s'era
imbattuto in Pallanza. A Marcatobianco doveva imbattersi in Micca!

Micca era bella; sì.... egli si sentiva trascinato verso di lei;
sì.... s'era mostrato galante, troppo insistente; sì.... ma non era
vero che avesse tentato di violarla! Un giorno di luglio essa s'era
addormentata tra' covoni, in un campo mietuto: egli, che cavalcava da
quelle parti, sonnecchiando al sole che cadeva cocente e terribile
sulla campagna, non s'era accorto di lei se non quando il suo cavallo
aveva fatto uno scarto. Essa si svegliava in sussulto, supponeva quel
che non era, balzava in piedi spaventata, e correva d'un fiato alla
masseria. L'indomani sconciava, e moriva. Che colpa ci aveva avuto
lui?... Il marito gli era nemico; egli l'aveva soppiantato; s'era
valso di quella disgrazia per perderlo nell'animo dei padroni. Era
stato chiamato in Alia, e licenziato.

La luna tramontava: sotto a' suoi raggi obliqui la campagna prendeva
un aspetto livido di mostro spirante.

Il bandito scrollava mestamente il capo sotto al cappuccio: si
ricordava ch'era uscito dal paese assai sconfortato.... pensava, con
una certa amarezza, che aveva servito il signor Lo Cicero bene, e
onestamente.... Gli erano state affidate delle grosse somme, per
andare a pagar la fondiaria o la ricchezza mobile; non aveva avuta mai
la tentazione d'appropriarsele e non farsi più vedere: e l'avrebbe
potuto far facilmente.... Basta, solo in mezzo a sterminati campi di
stoppie e di favuli flagellati dal sole, senza cavallo, senza sapere
dove battersi il capo, aveva veduto il precipizio all'orlo del quale
si trovava, e questa volta l'aveva misurato con occhio indifferente.
Passavano giusto certi mulattieri, era montato in dosso a una loro
mula, deciso d'andare a Termini. Però vicino a Raciura, preso a un
tratto da una di quelle strane sensazioni che certe volte soglion
essere foriere dei gravi avvenimenti della vita, cambiava idea,
smontava, e s'internava nel bosco.

Perchè?

Là, in un pagliaio di pecorai, doveva imbattersi in que' banditi che
aveva conosciuto durante la sua dimora a Marcatobianco, per raccontar
loro quel che gli era successo; cavalcare un par di mesi con essi; dar
prove non dubbie del suo coraggio in uno scontro improvviso, allo
svolto d'una via, con soldati e militi; cedere alle preghiere, e
accettare il comando della banda....

Si rivedeva a Malfarina, sur un poggio a cavaliere di due valli, dopo
aver letti gli statuti della nuova associazione, tra i compagni pieni
d'entusiamo, i quali, agitando i berretti in aria con un urrà
formidabile, guardavano in qua e in là dove scorgessero paesi, quasi
in atto di sfida alla società che si preparavano ad attaccare.

Da quel giorno aveva affogato i rimorsi nel sangue: non del tutto
però, poichè, come si vede, di tempo in tempo ritornavano a galla.

Albeggiava. A destra, da una masseria in costa, si elevava un
pennacchio di fumo; abbaiavano i cani, le pecore belavano nelle
mandrie; un branco di mulacchie si svegliavano stridendo nel bosco;
cominciava il concerto delle calandre ne' seminati ondeggianti al
soffio d'un venterello fresco.... La natura si ridestava allegra e
rugiadosa in quella bella mattinata di marzo, sotto alla volta celeste
d'un cielo senza una nuvola.

Il Marchese fece bocca da ridere: l'apparire del giorno, i rumori
della vita, l'avevano rinfrancato, avevano scacciato le nebbie de'
suoi tristi pensieri. O dove l'aveva la testa per aver ruminato tutte
quelle sciocchezze! il canto d'un uccellaccio, le paure d'una carogna,
l'avevano colpito al punto....

Finì il pensiero con un sogghigno. Voleva farne di più d'ora in
avanti, per punirsi di quella debolezza da femminuccia.... Dio? che
Dio! Inferno? che inferno! Il vero inferno era la _vicaria_¹, e sinchè
aveva in mano la carabina, non ce lo caccerebbero certo! Alla masseria
per Cristo! lì l'aspettavano i compagni: manderebbe Mamala ad
avvertire que' di Mezzoiuso, D'Aquila que' di Prizzi, Di Marco que' di
Lercara, egli e Savona andrebbero a Granza, a trovar Valvo....
L'assalto di S. Giovanni farebbe epoca. E col cuore allargato da una
gioia feroce, diede un par di spronate alla _Bordellina_, che, a
quest'attacco repentino, s'impennò, saltò un ruscello, e via per la
costa come una saetta.

    ¹ Vicaria, carcere principale di Palermo, onde vicaria per carcere
      in generale.

--Ma ma....maria san....santissima! ha iiil di di diavolo iin
corpo!... barbugliò compare Nino, mentre tirava a due mani le briglie
della sua cavalla, che, al partire dell'altra, s'era messa a far
salti. E gli andò dietro alla meglio.


X.

Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino
pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un
sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che
aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E
chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti,
dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto,
a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le
pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi
e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli,
che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde
tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della
masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò
come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui
pendio calava lentamente una nebbia fitta.

Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a
cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come
una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la
casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro,
si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per
traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave,
l'aprirono, ed entrarono.

Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:

--Ehi!

--Ehi!

Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.

Ciò sino a mezzanotte passata.

Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva
uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e
tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo,
a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi,
altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla
banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase
del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di
rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei
pastori. E sulle loro teste, coperte di _scorzette di felpa_ con
lunghe nappe, di _berrette di Padova_, o di berrettini a barca di
panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare
gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a
destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti
d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a
confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con
l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino
abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di
mortificato....Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella
combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari
de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo,
per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne,
avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi
scalpelli, chi una mazza d'acciaio.

Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente
dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano
con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e
impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto
faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta
faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad
arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse
che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola
del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano
di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano,
oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro
potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza
armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e
per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui
il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro;
era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.

Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di
approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.

Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano
Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di
Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,
Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don
Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il
Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:
Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio
Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il
Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro
Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,
Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto
Riggio.

Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò
aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo
Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato
dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza,
l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a
zoppicare, aveva un'inchiodatura.... non c'era nè il tempo nè la
maniera di _procurarsene_ un'altra. Conchiudeva, che in grazia della
buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli
aver poi la sua parte di bottino.

Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la
pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.

E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due
colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la
proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti
portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano
approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a
sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi....

--C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi
videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma.
Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati
scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le
zampe di dietro.

--Compare Giorgi manda questi a lor signori.

Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della
notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso
trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni
dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul
fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir
da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di
dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in
pezzi....

Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per
la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il
Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante
la notte.


XI.

Il vecchio orologio a pendolo sonò due ore: il prete contò le fave
ammucchiate alla sua destra: poi esaminò le carte, e accusò i punti
motteggiando.

--Come si perde questa partita! esclamò don Alessio rimasto come un
allocco. Perdio!...

Ma si battè subito sulla bocca, e voltosi alla sorella che guardava
sorridendo, soggiunse:--A momenti mi fa bestemmiare come un eretico
questo cristiano!

--Ma se non sa giocare, riprese il prete motteggiando sempre.

--Io!!

--Lei, lei.

Il vecchio lo guardò un poco, posando i pugni stretti sull'orlo del
tavolino, poi si messe a ciondolare il capo.

--Dica piuttosto che ha il diavolo dalla sua!

E lì un diluvio di ragioni, per via delle quali egli credeva di
dimostrare con la più bella evidenza, che nè quella, nè molte altre
partite, avrebbe dovuto perdere.

Il reverendo rideva proprio di cuore e romorosamente al suo solito;
buttava giù facezie su facezie, con una disinvoltura come se non
covasse nulla nell'animo. S'alzò, strinse la mano dell'amico,
raccomandò all'amica che gliela desse lei qualche lezioncina al
fratello quando non aveva troppo da fare. Si messe il cappuccio che
soleva portare la sera e le giornate fredde in luogo del cappello,
s'avvolse nel ferraiuolo, e, dicendo che aveva un gran sonno, e che
appena arrivato a casa avrebbe cenato, e sarebbe andato a letto, uscì.

--Era tardi.... che non avesse a arrivare a tempo al luogo del
ritrovo?... Aveva fatto male ad andare alla villa quella sera....

Ecco cosa pensava, nello scender le scale, preceduto da Lisabetta che
gli faceva lume! Ma riflettè subito che il non andarci sarebbe stato
un errore: la sua assenza giusto quella sera, si sarebbe potuto
commentare, e certe volte basta un minimo che a metter la giustizia
sulle peste.... Si compiaceva, del resto, del come aveva saputo
nascondere per due buone ore l'agitazione che lo divorava. Eh, eh,
caso mai avesse a accadere qualche guaio.... come per esempio, Dio nol
voglia, un arresto.... sarebbe una testimonianza assai giovevole a lui
quella dei suoi amici che l'avevano veduto tutta la sera così calmo e
burlevole. O che si può supporre che uno abbia tanta forza d'animo da
padroneggiarsi a quel modo, momenti prima di commettere un reato, e
per due buone ore?...

Arrivò davanti alla porta di casa sua in pochi minuti. La serva
l'aveva mandata a lavare alla Rupe: si levò la chiave di tasca, aprì
con gran rumore, entrò, rinchiuse con gran rumore, salì a tastoni,
accese il lume. Si levò il ferraiulo, il cappuccio, la zimarra, il
collare, le ampie tasche, le scarpe con le fibbie; infilò sbuffando un
par di stivaloni, panciotto e _bonaca_ di _bordiglione_, si legò al
collo un fazzoletto rosso, mise sul capo un cappellaccio di feltro
nero, la giberna ad armacollo, prese un par di pistole, un
coltellaccio a molla, il fucile, e così cambiato che nemmeno il nonno,
se fosse tornato al mondo, l'avrebbe riconosciuto, soffiò nel lume, e
via al buio remando. Tutto ciò in fretta e furia, camminando in punta
di piedi, prendendo ogni cosa con la massima precauzione come oggetto
da rompere.

Era tardi; che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo? Ma
ci arrivò che non c'era ancora un'anima, tutto sudato ed ansante. Era
una di quelle notti buie che cielo e terra paiono confusi. Ascoltò:
nel profondo silenzio non si sentiva che il lontano ugiolare d'un
cane, in quel caos di tenebre non si vedeva che un punto rosso,
tremolante, la lampada della cappellina. Egli v'andò; la girò per
accertarsi che non ci fosse gente appiattata dietro, poi si postò tra
due macchie di rovi poco distanti, e vi restò immobile, con l'orecchie
e con gli occhi tesi, rattenendo il respiro, per sentir meglio.

Venivano?... non venivano?... che diavolo facevano a tardar tanto!

E nel tabernacolo, dietro la piccola grata di legno, l'immagine della
Madonna Addolorata, col seno trafitto da sette spade, guardava con gli
occhi neri di vetro, terribili nel volto scialbo, quel degno ministro
di Dio, acquattato lì a pochi passi, armato sino ai denti, tormentato
da due inquietudini: che i compagni avessero a prendere un'altra
strada, e si avessero a dimenticare di lui, che avesse a capitare
qualche pattuglia!

Ma a un tratto dei cani abbaiarono a sinistra.... si udì uno scalpitio
che si veniva avvicinando sempre più.... Come gli batteva forte il
cuore! Comparve nel crocicchio un'ombra a cavallo.... e si mise a
fischiettare un'arietta popolare allora in voga: il segnale.
Finalmente!!

--Castrenze!

--Lasciamo stare i nomi, per Gesù Cristo! esclamò il galantuomo
impaurito, e a voce bassissima, che le piante non hanno orecchie e
sentono.

--E gli altri dove sono?

--Vengon dietro.... giù nello stradale.

Quando i due amici giunsero nello stradale, vi si fermava una massa
nera d'uomini a cavallo. Erano i briganti.

Il galantuomo si rimise a fischiettare; e don Peppino, riconosciutolo
a quel segno, ordinò a tutti che smontassero, e dessero le bestie ai
sei contadini che dovevano restare a custodirle sotto la sorveglianza
di Ciccio Raja. Fu un fantastico agitarsi d'ombre, un bisbigliare
confuso, uno scalpitìo d'uomini e di cavalli.

--Presto!... Presto!... E i vari gruppi s'ordinavano dietro a' capi,
mentre il Marchese distribuiva, a quelli i quali dovevano assaltare la
villa, il palo, la mazza, gli scalpelli e i martelli che aveva fatto
portare ai contadini.

--Siamo pronti? domandò infine.

--Pronti, risposero i vari capi.

--Avanti dunque _picciotti_!

E in queste tre parole, proferite dal Marchese a voce un po' più alta,
c'era la ferocia della tigre oramai certa che sbranerà la vittima
agognata da tanto tempo, la lieta baldanza d'un capitano che sa di
comandare uomini avvezzi a mostrare il viso.

Tuttavia capo e gregari si avanzarono con una certa trepidità: uno del
cavalli mise un nitrito che fece rimescolar tutti involontariamente. Ma
arrivarono senza intoppi alle prime case del paesello, e si fermarono.
Lì fu un nuovo agitarsi d'ombre, e un nuovo bisbigliare: e il Marchese
cominciò ad affaccendarsi di nuovo con quell'aria da generale, che, per
la sua natura d'istrione, soleva assumere sempre che se ne offrisse il
destro. Postava uomini a guardia dell'imboccatura della strada
principale; uomini a tutte le cantonate dei vicoli che mettevano in
piazza, luogo di riunione in tutti i paesi di provincia; uomini
all'imboccatura opposta della strada: e intanto s'avanzavano in
sull'arme, quatti quatti rasente i muri delle case addormentate, non
facendo rumore nemmen per uno: uomini all'entrata delle Grotte; uomini
a quella di S. Brigida, dalla quale si diramava la via che saliva alla
villa.

Oh, i sangiovannesi sono bene accerchiati, e quelli che faranno il
tiro lassù potran stare sicuri di non esser disturbati per un pezzo!
Via dunque, avanti reverendo! avanti ladroni di strada meno
disprezzabili di quell'uno in veste nera! il passo è libero, e le
vittime, due povere donne e un vecchio, aspettano, senza difesa.

--Fate presto, e con prudenza.... raccomandò loro il marchese: e le
sette iene un momento dopo disparvero nell'ombra di quella notte senza
stelle.

--Oh, se potessi prendere due piccioni ad una fava! pensava il
sacerdote con un brutale rimescolio. Basta.... forse non sarà
difficile.


XII.

Povera Lola.... Il lumino da notte posato sul tavolino, davanti a un
quadretto dell'Immacolata Concezione, con un cestino da lavoro per
riparo dal lato destro, spandeva un debole chiarore in una parte della
stanzetta, allungava smisuratamente l'ombra del cestino nell'altra
parte dov'era il letto in cui essa dormiva. La coperta bianca
modellava il suo corpo rannicchiato. Sul cuscino spiccava la sua
testolina bruna, con gli occhi chiusi, e le labbruzza semiaperte a un
respiro dolce e regolare.

Dormiva con le braccia in croce sul petto, e sognava di Giovanni.
Quante volte il giovine, spintovi dalle sue domande, non le aveva
descritto il nuovo quartierino che aveva affittato in una bella casa
in via Macqueda! A lei pareva d'essere a Palermo (in un Palermo
foggiato dalla sua immaginazione, cioè, un giardino immenso sparso di
palazzi, con una larga via nel bel mezzo, via Macqueda) e davanti a
quella casa. Trepidante, entrava, saliva le scale, sonava all'uscio
del terzo piano.... le apriva una serva (vecchia) che la squadrava tra
curiosa e meravigliata.

--È in casa il vostro padrone?

--Sissignora. Signo....

--St.... interrompeva lei con un gesto.

Attraversava in punta di piedi l'anticamera, il salotto, spingeva un
uscio pian piano, e guardava.... Come le batteva il cuore! Egli era al
tavolino, coi gomiti appoggiati sul piano, e le guance tra le palme:
pensava di certo. A che pensava? Essa, camminando sempre sulle punte
de' piedi, veniva sin dietro alle sue spalle... gli buttava le braccia
al collo.

--Oh!...

E qui una dolce sorpresa, un alzarsi di scatto, un abbraccio in cui si
confondevano le loro persone, un bacio in cui si confondevano l'anime
loro. Lui le domandava com'era venuta.... e tornava ad abbracciarla, a
baciarla, senza darle il tempo di spiegarsi.... Uno accanto all'altro
con un braccio attorno alla vita, visitavano la stanzetta. Essa la
vedeva come il giovane gliel'aveva descritta tante volte: con
l'armadione, il tavolino carico di libri dal lume con la ventola
istoriata, gli abiti pendenti dall'attaccapanni, il letto col
zanzariere di velo bianco.... di sotto alla balza della coperta
venivan fuori le punte d'un par di graziose pianelle, quelle stesse
che lei gli aveva ricamate, e regalate prima di partire....

E nella stanzetta, tutta un profumo verginale, un moscerino ronzava di
quando in quando.

Ma a un tratto essa si desta.... e presa da un terribile batticuore,
si rizza sur un gomito.... poi a sedere sul letto.... Chiusa nella
camicia da notte, con gli occhi spalancati, con le mani tra' capelli,
sta ad ascoltare.... Che è, Dio mio!... sente abbaiare i cani
furiosamente.... sente un rumor di sassi che rimbalzano sul suolo....
il guaito d'un dei cani certo colpito.... uno scalpitìo nella
spianata.... un colpo dato alla porta, uno strano scricchiolio....

Ma sono i ladri di sicuro.... e cercano di scassare la porta!

A quest'idea balza fuori delle coperte, e volgendo sguardi atterriti
verso la finestra, dà di piglio alla sottana che è col resto degli
abiti su una sedia ai piedi del letto, se l'infila in fretta, s'infila
la veste, le pianelle, e mentre cerca d'agganciarsi alla meglio la
vita con le dita tremanti, corre all'uscio: l'apre, si slancia nella
camera della zia.

Donna Costanza, supina, col volto gonfio e la bocca aperta, russava
sodo.

--Zia.... zia....

La fanciulla, ritta innanzi al letto, bianca come una morta e tremando
verga a verga, la chiamava con voce soffocata, e la scoteva.

--Eh, eh....

--Zia.... zia....

--Cosa vuoi.... che cosa c'è?... balbettò essa finalmente con gli
occhi ancora tra' peli.

--I ladri.... cercano d'entrare in casa....

--Gran Signora Maria! barbugliò la povera donna, e balzò dal letto, e
s'infilò la veste che la nipote aveva preso di sulla sedia e le
porgeva. Batteva i denti.

Attraversarono la camera come pazze, un andito, spinsero l'uscio del
salotto....

Ma anche l'uscio della stanza di don Alessio, e quello che metteva
nell'anticamera si apersero in quel mentre, e sulla soglia dell'uno
apparve il vecchio, su quella dell'altro la serva.

Il povero Berlingheri era in maniche di camicia, con la vecchia
giberna ad armacollo, la lucerna in una mano, il fucile nell'altra:
aveva la faccia più bianca del berrettino da notte tirato sin
sull'orecchie. Lisabetta non aveva avuto certo il tempo di buttarsi
qualcosa addosso: la camicia nera, rattoppata, le cadeva da un lato
sul braccio, mostrava a nudo metà del petto vizzo, sussultante. Era
morta dallo spavento: batteva palma a palma, si dondolava sulla vita.

--I ladri.... i ladri.... ripeteva con una nenia strana come se
cantasse. Stan scassando la porta.... stan scassando la porta....

--Padre....

--Fratello mio....

--Co.... cocoraggio Co.... coraggio.... tartagliava l'infelice per
rassicurare quelle povere donne. E posò la lucerna sul tavolino, e
stringendo nelle mani quel fucilone che pareva una canna da pescare,
andò alla feritoia, ne aprì lo sportellino con la mano tremante,
riuscì a introdurre la lunga canna nell'apertura, chiuse gli occhi, e
tirò il grilletto. Parve che il fucile facesse cecca, però il colpo
partì immediatamente dopo. Allora fuori di sè, come se quell'atto
avesse esaurite le sue ultime forze, lasciò l'arma che s'arrestò a
mezza aria con la canna dentro alla feritoia, e si messe a urlare con
voce rantolosa:

--Aiutooo!... aiutooo!...

A quello sparo, a quegli urli, due tremendi colpi rintronarono tutta
la casa, e la porta di fuori volò in ischegge, fra un tintinnire
metallico, certo del chiavistello che, sconficcato e lanciato per
aria, cadde, e ribalzò sul pavimento.

Lisabetta balzò a un angolo della stanza, vi si rannicchiò coprendosi
la faccia con le mani, invocando tutti i santi del calendario, sempre
con quella strana nenia: donna Costanza, Lola, corsero strillando a
stringersi al povero vecchio, e l'abbracciarono: stettero tutt'e tre a
guardar la porta, quasi paralizzati. E ad accrescere orrore a quella
scena, dal paesetto, per il silenzio della notte, s'elevò un clamore
infernale, e uno coppiettìo di fucilate.

Allora perdettero la testa affatto, e si misero a correre per la
stanza all'impazzata, cercando un'uscita senza poterla trovare.

--Giovanni mio.... Giovanni mio.... ripeteva tra di sè la povera
fanciulla con ambascia, nè in quella confusione poteva connetter
altro. Poterono infilar l'uscio della camera di don Alessio, spintivi
dal pericolo imminente, come intesero per le scale un rumor di passi
precipitosi che si venivano avvicinando. Andarono a cacciarsi in un
camerino che c'era a destra entrando, e dove il vecchio soleva tenere
gli abiti e la biancheria. Stettero nell'angolo più riposto,
abbracciati, immobili tra gli abiti, rattenendo il respiro,
nell'ingenua speranza di non esser trovati.

Un calcio poderoso fece spalancare con violenza l'uscio del salotto,
che la serva aveva richiuso, e i banditi irruppero urlando: non vi
muovete o siete morti! Uno di que' demóni era avanti, con la lanterna
in una mano e il fucile nell'altra, gli altri venivan dietro in
sull'orme, con certi visacci da atterrire. Il reverendo con il
cappellaccio sugli occhi, il galantuomo con la faccia attraversata
dalla benda, attesa la schioppettata avevano creduto prudente tenersi
tra gli ultimi: non si sa mai quel che può succedere.... molte volte
gli agnelli soglion diventare leoni!... Però videro lo schioppo a
mezz'aria con la canna cacciata nella feritoia, e ripresero animo: se
chi aveva sparato aveva abbandonata l'arme, potevano star sicuri di
non incontrare nuova resistenza. I banditi intanto si scagliarono
addosso alla povera Lisabetta ch'era rimasta rannicchiata nell'angolo.
L'afferrarono per i capelli, e la costrinsero a mostrare il volto, la
minacciarono coi pugni stretti, e coi calci dei fucili, l'ingiuriarono
domandandole dove s'eran cacciati i suoi padroni. Ma l'infelice era
esterrefatta, li guardava con gli occhi istupiditi, non riuscendo che
a mettere dei suoni inarticolati. Con una pedata la mandarono
ruzzoloni, e avanti. Si slanciarono nella camera da letto del vecchio,
urlando, non vi movete, o siete morti! Oh, sì, il poveretto, che
tremava nel camerino stretto alle due povere donne, ne aveva proprio
voglia di muoversi! Cercarono da per tutto: dietro a' mobili; sotto il
letto; e accortisi finalmente dell'uscio del camerino, lo sfondarono a
calci, e dentro.

Seguì una confusione terribile:--Son qua.... son qua....--Non vi
movete, sangue....--Assassino....--Si.... signori miei.... si....gnori
miei.... E strilli di donne.

A un tratto rimbombò un colpo d'arme da fuoco.... si sentì il rumor
d'un corpo che stramazzi.... un grido straziante: Figlia.... figlia
mia....

In quella confusione, un fucile s'era scaricato accidentalmente.
Povera Lola!

A un silenzio lugubre di pochi secondi successero uno scalpiccio,
delle bestemmie, delle frasi smozzicate di minacce: afferravano il
povero padre, lo strappavano a forza dal corpo della figlia, lo
trascinavano fuori dal camerino: anche donna Costanza trascinavan
fuori, ma come peso inerte: più fortunata in questo dal fratello, essa
era svenuta. La lanterna che teneva uno dei banditi, e rischiarava or
qua or là quella terribile scena tra il fumo e il puzzo della polvere,
gettò una striscia di luce sul corpo della povera fanciulla, a metà
sprofondato dentro una cesta sotto agli abiti appesi, con le braccia,
il capo e i capelli penzolanti, gli occhi sbarrati nel volto livido.

S'accorsero che donna Costanza era svenuta quando un di loro tornò col
lume ch'era andato a prendere nel salotto: la lasciarono stramazzar
per terra, e corsero al vecchio che i compagni tenevan per le braccia,
e pel petto della camicia. L'infelice era istupidito dal dolore.
Signori miei.... balbettava, signori miei.... la mia povera figlia....

Tuttavia fu necessità che desse loro i danari. Ripetendo come un
ebete, tutto.... tutto.... si fece al letto, frugò, con le mani
tremanti, sotto al cuscino, ne levò una chiave, andò a rimuovere un
piccolo armadio, e aprì uno sportello ben praticato nella parete e
imbiancato com'essa.

Agli occhi avidi dei banditi che s'affollavano, si presentarono,
schierati in quel nascondiglio, cinque o sei sacchetti rigonfi. Fu un
pigiarsi, uno stendere confuso di manacce, un ghermire rapace. E il
povero vecchio, approfittando del momento in cui supponeva i banditi
bastantemente occupati, si mosse per accorrere in aiuto della
figliuola, che, con quella pietosa ostinazione di chi perde un essere
caro, non voleva credere ancor morta, benchè l'avesse veduta
stramazzare senza mettere un grido.

Ma una mano di ferro gli si posò sul braccio, e lo costrinse ad
arrestarsi.

--Dove vai, assassino!

Era il feroce Mamola, e lo guardava bieco.

Era dunque quel povero padre l'assassino! quel povero padre che
agonizzava nello spasimo di sapere ferita a morte la sua creatura, a
pochi passi da lui, chiedente l'aiuto che barbaramente gl'impedivano
di darle.

--Signori miei.... per pietà.... signori miei, la mia povera
figliuola.... se ne muore senza soccorso.

--Ancora col solito ritornello! riprese il bandito bruscamente.
Lasciala stare quella.... (e l'infame osò pronunziare la terribile
parola) pensa alla tua vita piuttosto!

Il povero padre mise un gemito.

All'ordine dato dal feroce Mamola, tutti i sacchi furono posati sul
tavolino, e sotto gli sguardi cupidi e diffidenti del Rizzotto, e del
galantuomo, si sciolsero, e si esaminò quel che c'era dentro, un par
di migliaia d'onze al più, in moneta d'oro e d'argento. Non era certo
quello il tesoro, il vecchio furbo voleva prenderli per minchioni....
Fu per questo che Mamola gli si piantò davanti, e fissandolo co' suoi
occhiacci iniettati, e afferrandolo con mal piglio per il braccio, gli
disse:

--Via, vecchia carogna, dicci dov'è nascosto il resto del danaro....

Il poveretto protestò, si contorse, disse che con quel chiodo nel
cuore di non potere dar soccorso presto alla figliuola, pur che lo
lasciassero in pace, gli avrebbe dati dei milioni se li avesse
posseduti.... Sì, egli aveva altre sei mila onze, però due giorni
addietro le aveva prestate al fratello, cui bisognavano per compir la
somma necessaria alla compra del Cigno, messo in vendita dai Carabillò
di Cammarata.... Se non gli credevano gli potrebbe far leggere....

Un terribile schiaffo, datogli da Mamola, gli troncò le parole in
bocca.

--Oh, ammazzatemi che è meglio! barbugliò l'infelice con le labbra
insanguinate.

--Ah, inventi frottole!... ah, voi rubarci la somma più grossa!... Tò,
pezzo di ladro!... Tò, pezzo d'assassino!... Il resto dei danari,
sangue.... il resto dei danari, o ti scanno....

E il bandito, orribile a vedersi con la faccia livida tutta rasa, con
la schiuma alla bocca, picchiava e picchiava di santa ragione a ogni
esclamazione, e col pugno, e col fucile volto per la bocca, mentre il
debole vecchio, stordito, accecato, e tutto contuso, or pencolava da
un lato, or dall'altro. Una pedata lo fece cader di peso.... Dovettero
levarglielo dalle mani.

Nè il galantuomo, nè il reverendo avevano preso parte a questa brutta
scena: temevano d'essere riconosciuti malgrado il loro travestimento:
il primo se n'era stato vicino al tavolino a guardare i sacchi col
danaro; il secondo, sinistro col cappellaccio nero sul naso, e quel
che si vedeva dal volto con uno sgraffio sanguinante dall'angolo della
bocca sin sotto al mento, andava battendo col martello sulle pareti,
chi sa ci fosse praticato qualche nascondiglio. Ora però parvegli
venuto il momento d'immischiarsi anche lui in quella faccenda. Il
vecchio era tenace. Che busse! ci voleva altro per rompergli lo
scilinguagnolo: e quella gente era capace di lasciare il banco e il
benefizio.... Bella davvero! non ci mancava altro.... essersi messo
all'arrischio di perdere la libertà, e forse la vita, perchè? per
niente! e la andrebbe così, se il vecchio non cantasse!

E quest'idea lo tormentava; attirava dal profondo dell'anima sua un
nembo d'ira e di collera, che gli veniva offuscando la ragione.

I banditi si consultavano: il feroce Mamola, non ancora sodisfatto, di
tratto in tratto si voltava a guardar bieco, degrignando i denti, il
povero Berlingheri seduto in terra, con le mani tra le gambe, con gli
occhi fissi all'uscio del camerino, dal quale venivano ancor fuori
strappi di fumo.

--Figlia mia.... figlia mia....

Fuori gli spari e gli urli erano cessati.

Il prete entrò risoluto nel gruppo dei banditi, e mise bocca nel
discorso anche lui, con la voce bassa e cambiata. Che facevano?
volevano perdere un tempo prezioso in chiacchiere inutili? volevano
già andarsene? Non divideva per nulla il loro parere. Bisognava anzi
restare ancora un poco, adoperare altri mezzi per far cantare
quell'ostinato. O perchè eran venuti dunque, per quella miseria ch'era
lì sul tavolino? E si strinse nelle spalle con disprezzo. Egli era
pronto a metter le mani nel fuoco, il vecchio avaro le seimila onze
l'aveva in casa.... non poteva essere altrimenti; quella
dell'imprestito era una storiella da far dormire in piedi.

E con un sogghigno di cattivo augurio, finì dicendo, che lasciassero
fare a lui.

Senza aspettar risposta, ordinò che alcuni, guidati dal suo compagno,
facessero repulisti di quel che c'era di buono nella casa; gli altri
restassero con lui per aiutarlo a confessare quel vecchio ladro.

Allora il guercio, dopo d'avere ricambiato un'occhiata col sacerdote,
prese la lanterna, e Mamola dispose che tre banditi andassero con lui.
Ben presto fu un rumore di passi precipitosi, di mobili scassati, di
stoviglie rotte.... frugavano da per tutto, buttando all'aria ogni
cosa.

Intanto il prete e Mamola s'avvicinavano a donna Costanza ancora
giacente in terra. Essa doveva sapere qualche cosa; era donna, e,
secondo loro, non poteva avere la forza d'animo d'un uomo. Ma ebbero
un bello scuoterla, un bel pizzicarla, un bel pungerla a sangue con
una forcina levatale di fra le trecce, restò immobile, senza dar segni
di vita.

Il povero don Alessio non aveva veduto nulla di quella scena, egli
seguitava a starsene con gli occhi fissi all'uscio del camerino,
ripetendo sottovoce, e in un modo da commuovere anche un cuore di
pietra: figlia mia!... figlia mia!...

I due bricconi vennero a piantarglisi davanti; e il prete abbassando
il capo di traverso per timore d'essere riconosciuto, con la voce
cambiata al solito, e ora anche un po' arrocchita dalla rabbia, gli
ordinò che s'alzasse. Dovette ripeter l'ordine due volte, dovette
posar la mano sulla spalla dell'infelice vecchio, e scuoterlo
brutalmente, perchè questi ubbidisse, aiutandosi alla meglio.

--Apri bene le orecchie. Ti consiglio di desistere dalla tua
cocciutaggine: sarà meglio per te. Via, dov'è il resto del danaro.

--Signori miei....

--Persuaditi con le buone.

--Oh, Dio mio ma se vi giuro su quel che c'è di più sacro....

Un'onda di sangue venne ad arrossare il volto del reverendo.

--Per l'ultima volta.... non costringerci a usare la violenza.

L'infelice giunse le mani.

--Oh, ma se anche avessi dei milioni, esclamò con un vero grido
dell'anima, credete che non ve l'avrei già dati, pur di poter
soccorrere presto la mia creatura che lasciate morire barbaramente?
Figlia.... figlia mia....

E il povero vecchio, nascosta la faccia tra le mani, scoppiò in
singhiozzi.

--Di nuovo con la solita storia? Ah, sei ostinato dunque! Vedremo di
farti cantare vecchio barbagianni.

E con un sogghigno da demonio, andò a prendere la lucerna e la dette a
Mamola, poi girò due o tre volte su sè stesso, guardando come se
cercasse qualcosa: vide dei giornali ammontati sull'armadio, andò a
prenderne alcuni, e cominciò ad attorcerli.

--Spogliatelo, disse freddamente.

I banditi si scagliarono sul vecchio, e in men che non si dice gli
ebbero strappati d'addosso la giberna che aveva ancora ad armacollo,
la camicia ed i calzoni.

--Si.... si... signori miei.... si.... gnori miei....

L'infelice aveva compreso quel che volevano fargli e non sapeva che
balbettare, guardando or questo or quello con gli occhi vitrei, mentre
nel suo povero corpo nudo, tenuto dai due manigoldi, non c'era muscolo
che stesse fermo . . . . . . . . . . . .[**]

Quel che successe fu orribile!

Venti minuti dopo, nella casa saccheggiata, tra un puzzo nauseante di
carne bruciata, regnava un silenzio lugubre: lo rompeva di quando in
quando un rantolo.


XIII.

Alla villa, travestito com'era, non l'aveva riconosciuto nessuno; era
rincasato quatto quatto senza che lo vedesse anima nata; era andato a
nasconder gli abiti del Vappo in cantina, dentro una botte vuota
cacciandoveli per il cocchiume; e risalito, era andato a guardarsi
allo specchio, premendo i lati dello sgraffio per farne uscire tutto
il sangue; poi aveva soffiato nel lume, e, in maniche di camicia e in
ciabatte, s'era buttato sul letto. Nella stanza buia fumò un punto
rosso, digradò a poco a poco, si spense, spargendo attorno un puzzo di
lucignolo. Quel giorno sarebbe un giorno di battaglia.... aveva da
pensare a un mondo di cose, la vera sicurezza dipendendo dal modo di
condursi. Ma che pensare! aveva nel capo una gran confusione, un
passaggio continuo di idee incalzantesi in tumulto; nell'orecchie un
concerto di grida strazianti, di gemiti, di colpi; davanti agli occhi,
tra il turbinare delle figure bieche dei compagni, i quadri più
spiccati delle scene della notte: l'irrompere nella casa; il volto di
Lisabetta istupidito dal terrore; il gruppo pietoso illuminato ad un
tratto dalla lanterna, nel camerino, tra gli abiti che pendevano
dall'attaccapanni; il saccheggio con il luccicare degli oggetti d'oro
e d'argento, con i fagotti di biancheria; il corpo scarno del vecchio,
con il berrettino sin sull'orecchie, contorcendosi nella violenza
dello spasimo; e i più distinti d'ogni altra cosa, il fucile a
mezz'aria con la canna cacciata nella feritoria; il cadavere della
fanciulla a metà sprofondato dentro la cesta.

Così trascorsero due ore, durante le quali, a forza di volontà venne
calmandosi. Allora potè pensare al modo di condursi; fu un disegno
lungo, elaborato, nel quale pesò ogni parola, studiò ogni
atteggiamento, fino i minimi gesti. Albeggiava quando l'aveva già
portato al punto da non volere che gli ultimi tocchi. S'alzò, stette a
origliare: e sentì dei rumori che venivano di fuori: un passo
frettoloso, l'aprirsi discreto di un'imposta.... poi voci di donna.
Andò a tuffar la faccia nella catinella piena d'acqua fresca,
s'asciugò, si guardò lo sgraffio nello specchio, e infilatasi una
specie di giacchetta nera che soleva portare in casa, si fece alla
finestra, aprì lo sportello adagio adagio, e stette a guardare e a
sentire curando di non farsi scorgere. Passava gente; la vicina
dirimpetto, con una covata di figliuole d'ogni statura e d'ogni pelo
attorno, era al terrazzino: tutte a una bocca raccontavano alla gnora
Dia, la moglie del calzolaio, quel che avevano sentito e quel che
avevano fatto nella notte. Il prete, da starsene dov'era, non poteva
veder quest'ultima, ma la riconobbe dalla voce. Era un vero stridìo di
gazze:--Chi sa quant'erano.--Avevano preso posto alle cantonate.--Gesù
Maria!--Che paura!--E noi! figuratevi....--Mio marito....--Già, il
babbo voleva uscire; dovemmo aggrapparci a' suoi panni, perchè,
vedete, pensammo: si va a far ammazzare.... perchè nessuno ce lo può
levare di testa, si trattava di rivoluzione.--Mio marito invece
tremava come una foglia....--Eravamo in camicia, o che avemmo tempo di
buttarci addosso qualche cosa? e battevamo i denti d'un modo!...--Io
avevo potuto prendere uno scialle--Noi andammo a rannicchiarci in un
angolo della camera: mio marito diceva che lì saremmo state al sicuro,
chi sa qualche palla...--Da noi non ne è entrata nessuna.--E da noi
nemmeno, per fortuna.--Meno male!--Questa piccina qui era restata in
letto, nella confusione, ce n'eravamo dimenticate: non aveva avuto la
forza di scendere, tanta era la paura che aveva povera piccina!... E
le ragazze in coro:--E strillava, e strillava... la mamma corse a
prenderla in braccio....--Finalmente....

Ma la signora s'interruppe, passava un conoscente.--Eih, don Pietro.

--Oh, donna Brigida.--Avete sentito, eh!--Pur troppo!--E non si sa
nulla di quel ch'è stato?--Nulla. A porta S. Brigida han trovato pezzi
di bardatura, un fodero di coltello, una bacchetta di pistola.... e
che più? ah, un piccone, uno scalpello.... Vi saluto, vado a sentire
quel che si dice in piazza.

--E via.

--Nessun morto, nessun ferito? gli gridarono dietro.

--No, almeno a quel che ho sentito dire.

Era strana! E lì commenti e supposizioni. E tutta quella roba a S.
Brigida? E i carabinieri che cosa facevano? E la forza di
Cammarata?... Possibile che non avessero sentito tutto quel diavoleto?

Il reverendo richiamata alla memoria la prima scena, come un buon
attore poco avanti di far la sua entrata, aprì la finestra.

Una comare, sulla soglia dell'uscio, raccontava, che alle prime
schioppettate s'era andata a nascondere nella carboniera, per questo
la vedevano tutta nera: un'altra, che col suo bambino in braccio s'era
buttata in ginocchioni davanti al quadro dell'Addolorata: una vecchia
sdentata, con la voce strascicante e lamentosa, voleva persuader tutti
a ogni costo, che il miracolo gliel'aveva fatto S. Giovannuccio,
glielo aveva fatto S. Giovannuccio benedetto, con tanto fervore essa
l'aveva pregato mentre tremava sotto le coltri! Si vedeva chiaro, non
era successo nulla.... a lei non lo levava nessuno dalla testa, erano
stati i diavoli ad assaltare il paese....

Ma in quella si voltarono tutte, e fu un vero concerto.--Padre don
Giuseppe....--Padre don Giuseppe....--Ha sentito?... Che gastigo di
Dio!...

--Ah, lasciatemi, stare, disse lui ciondolando il capo gravemente. (Si
fece un gran silenzio). Ma che cosa è stato?

--O che sappiamo noi: verso quattr'ore....

--No, eran quattr'ore e mezzo...

E lì di nuovo il racconto di quello che avevano sentito e avevano
fatto.

Egli disse, ch'era andato appena a letto, lo sapevano, soleva far
molto tardi, la sera studiava sempre, quando sentì quell'inferno!
Saltò fuori dalle coperte, tempestò un pezzo per la stanza....
capivano.... un poco di paura.... e finalmente riuscito a vestirsi,
non osando accendere il lume, per timore che quegli scellerati,
vedendo luce, avessero a tirare qualche schioppettata alla finestra,
salì in granaio e se ne stette in ascolto. Cessati gli urli e le
schioppettate, un po' rassicurato, tanto per vedere cosa succedeva,
aveva aperto lo sportellino della finestra: allora, tomm.... una
schioppettata, e tanto vicina che il lampo lo abbagliò. Dovettero
certo tirargliela dal vicolo dirimpetto: e per la paura, aveva spinto
lo sportello della finestra tanto in fretta, che la punta estrema gli
aveva lacerato la faccia. Eh, lo vedevano? (E mostrava lo sgraffio).
Un miracolo di Dio come con quella schioppettata non l'avessero
ammazzato netto!!

--Poveretto!!--A un sant'uomo!!--Oh, gli assassini!!--Certo i
diavoli!! strillava la vecchia più di tutte. E tutte dimentiche dei
propri guai, badavano a impietosirsi del pericolo corso dal santo
sacerdote.

--E la gnora Peppa?

--Fortunatamente per lei, ieri la mandai a lavare alla rupe.

Via, la trovata non era tanto cattiva: aveva il vantaggio poi d'esser
semplice, e punto verbosa. E la ripetè con faccia tosta in istrada a'
conoscenti; nel negozio d'Occhipinti dove, passando, l'invitarono a
entrare; in piazza dove la gente con l'occhio all'erta almanaccava in
capannelli; nella sacristia, tra un crocchio di preti, mentre si
vestiva per dire, in suffragio delle anime del purgatorio, una messa
che un devoto gli aveva pagato il giorno avanti. E la disse più grave
e più raccolto del solito quella messa, alzando di più la voce e
strascicandola di più nell'orazione pe' morti, raddolcendola con più
unzione nell'_orate fratres_, e nel _Dominus vobiscum_. Le sue
manacce, da' ditoni simili a salsicciotti, non tremarono per nulla
nell'elevar l'ostia santa: fece sentire con un susurrare solenne
l'_hic est enim_.... Si spogliò, attraversò la chiesa quasi deserta
inchinandosi davanti all'altar maggiore, si segnò con l'acqua
benedetta, e uscì. In quella scorse lo stalliere del Berlingheri, che,
appena lo vide si liberò dai curiosi che gli erano stretti attorno per
avere ragguagli, e gli corse incontro gridando:

--Padre don Giuseppe.... padre don Giuseppe....

--Che cosa è stato.... che volete....

--Alla villa....

--Che cosa è stato!... rispondete in nome di Dio....

--L'ho cercato per tutto il paese.... presto, venga.... Stanotte i
briganti hanno assaltato la casa.... hanno ammazzato la signorina....
il padrone sta per spirare....

--Ah! gridò lui fattosi bianco come un cencio: e lasciato cadere il
cappello, che non aveva messo in capo apposta, battè le mani
contorcendole. Poi a un tratto si messe a correre come un disperato.

In piazza, dove già lo stalliere aveva detto la cosa, c'era come un
ronzìo di sommossa, un muoversi confuso, un domandare, con facce nelle
quali la curiosità aveva ceduto il posto a una vera costernazione,
tanto que' buoni paesani volevan bene a' Berlingheri: a veder passare
il prete tutto stravolto, senza cappello, e di corsa che pareva un
pazzo, ognuno esclamava, l'ha saputa ora la cosa, poveretto.... oh, la
sente davvero!

Egli correva, correva: uscì da porta S. Brigida, e senza rallentare il
passo, via per la salita. Sboccò nella spianata che non ne poteva
proprio più: il suo petto era un vero mantice, aveva le narici
strette, con due fessette pallide dai lati, il volto tra livido e
pavonazzo.

--Oh, Dio!... oh Dio!... che sciagura.... ripeteva: e così attraversò
la spianata, piena tanto di gente, che ce n'era fin sugli alberi,
passò la soglia della porta, guardata da militi e soldati, salì le
scale, e piombò nel salotto.

--Oh Dio!... oh Dio!... che sciagura....

Ma lì ebbe un brivido e s'arrestò. L'uscio della camera di don Alessio
era guardato da soldati: e per quelli spalancati dell'andito e della
camera di donna Costanza, si vedeva la povera Lola stesa sul letto.
L'avevano vestita di bianco, con scarpette di seta celeste: aveva le
mani in croce sul petto, gli occhi chiusi nel visino pallido di morta,
e una corona di rose d'ogni mese attorno ai capelli bruni. Le
figliuole del fattore, aggruppate ai piedi del letto, stavano a
guardarla piangenti, con le mani intrecciate e abbandonate giù pel
grembo, addolorate come se fosse loro morta una sorella.

Ma l'assassino, rimessosi quasi subito, voltò, attraversò l'andito, e
si slanciò nella stanza.

--Morta!... veramente morta! esclamava, battendo palma a palma, e
guardando tra sorpreso e dolente or l'una or l'altra delle astanti.

E quelle buone ragazze proruppero in lamenti.

--Lo vede?... lo vede? ripetevano tra' singhiozzi, oh, chi l'avrebbe
detto, non più tardi di ier l'altro venimmo a vederla, ed era piena di
vita e di salute! Oh, povera padroncina.... tanto giovane... tanto
buona...

--Oh Dio!... oh Dio!...

Poi fattosi grave la benedisse.... osò anche inginocchiarsi,
appoggiare le sue manacce intrecciate sulla sponda del letto, e su di
esse la fronte.... pregar per la vittima!

--E don Alessio? e donna Costanza?... domandò alzandosi.

--Sono nella camera del padrone.... c'è il giudice.... c'è il
delegato.... Oh Dio!... oh Dio!...

In quella s'udirono per le scale passi affrettati, e una voce
piangente di vitello:--Fratello!... fratello mio!...

Era il povero don Bastiano che arrivava.


XIV.

È passato un anno. In S. Giovanni non si parla più dell'accaduto che a
punti di luna, quando per caso cada il discorso o su' i Berlingheri, o
sul podere di Badalà, la cui villetta, chiusa giorno e notte che pare
una tomba, mette ora una nota triste nel paesaggio.

--Che cosa terribile, eh! si suole esclamare in tale occasione. E, non
par vero, ancora misteriosa!

--E la povera donna Costanza?

--Sempre a un modo. È pazza e non è pazza: non parla mai, guarda tutti
in faccia atterrita... del resto è tranquillissima.

--O che l'avete vista?

Qualcuno rispondeva di sì. Qualche altro di no: gliel'aveva detto
tizio ch'era andato a Cammarata in casa di don Bastiano per questo e
quest'altro.

--Poveretta!

--Ha i capelli tutti bianchi.

--Eh, non si scherza! quella razza di quarti d'ora lì... E poi, il
fratello morto, la nipote morta.... E don Giovannino, a proposito?

--Viaggia.... Dicono che sia a Parigi di Francia.

--Come ha fatto presto quello lì a dimenticare! chi l'avrebbe detto, a
vederlo tanto disperato, e così ridotto che pareva una mostra d'uomo!

--Che volete, è andato sempre così il mondo.... E poi o che non ce li
contate i vent'anni?

--Capisco.... Basta, la peggio l'han sempre i morti.

Quello che seguitava a ingrassare era il reverendo, benchè non gli
fossero toccate che sole ventisett'onze per il bell'affare che aveva
fatto: ma questa puntura era venuta scemando col crescere della
sicurezza: solo di quando in quando si bisticciava col galantuomo il
quale, invece dimagrava a occhiate, tanto era inconsolabile di non
aver potuto metter su quel suo famoso negozio di frumento, per via del
quale sarebbe arrichito certo, e in poco tempo.

In quei momenti di recrudescenza i due degni amici dialogavano a voce
bassa, e facendo sforzi inauditi per contenersi, a causa di quelle
benedette mura che non hanno orecchie, e certe volte sentono.

--Ci hai colpa tu! tu ci hai colpa!... esclamava il prete, rosso come
un gallinaccio, e col ditone steso verso il galantuomo.

--Io!! rispondeva questi verde invece come l'aglio.

--Tu!! non bisognava ricorrere a quella gente, io non volevo.

--Smetti via, non hai senso comune. A chi volevi ricorrere, di'?

--Anche al diavolo, ma a quella gente no.

--Per Gesù Cristo, non dire sciocchezze, chè si trattava d'assaltare
un paese!... Poi a un tratto scappandogli la pazienza:--Piuttosto dove
l'avevi la testa mentre svaligiavano la casa? non avevamo stabilito
che bisognava tener gli occhi alle mani di quei ladroni?

--State a sentirlo un po'!

--Ma tu pensasti di far tutt'altro.... bene ti stia! Perchè ti lamenti
ora?

--Bestia! io non li lasciai un momento quei pezzi di ladri.
L'imbroglio fu a Useria.... perchè non ci andaste quando fecero la
divisione?

--E tu perchè non ci andasti?

--Io.... io.... la mia veste sacerdotale..,.

--Eh, non mi rompere i corbelli con la tua veste sacerdotale!

--Dovevo guardarmi le spalle....

--E credi che le mie l'abbia di legno? Che belle storie! E poi, caro
mio, sappi una volta che nella divisione d'Useria non ci furono
imbrogli: Ciulla, che vide tutto co' propri occhi, me l'assicurò: e
quanto a onore, Ciulla ne ha da vendere, non mi seccare.

--Ciulla.... Ciulla.... ripetè il reverendo ingrossando la voce tutto
stizzito.

--St.... parla piano.

E quegli riabbassando la voce:--Ciulla è più ladro di santo Dima,
capisci!

--Che rispondere a un pazzo simile, per Gesù Cristo!

--Ci sei tu pazzo, e babbaleo per giunta!

--Oh.... sai che ti dico?...

E lo mandava a quel paese.

Così finiva sempre l'edificante conversazione, e il sacerdote s'alzava
in furia, prendeva in furia il cappello, e se n'andava tempestando, e
giurando in cor suo di non cacciarsi più in simili impicci, neanche se
gli tagliassero la testa; specialmente poi quando il diavolo si
compiaceva di metterlo nella dura condizione d'aver da fare con certa
gente.

Intanto godeva più che mai la stima dei suoi compaesani: per loro era
l'istesso santo, l'istesso scienziato che citava passi latini da far
accapponar la pelle addirittura, l'istesso rifugio e il salvatore di
tutti. E sinceramente, di questa sua fortuna un pochino meravigliato
n'era anche lui. O che Dio e i santi dormivano?

Ma un bel giorno tutto il paese fu in subbuglio.--È vero quel che si
dice?--Verissimo!--Ooooh!--A un uomo di quella fatta!--Al fior fiore
vero dell'onestà!--A un santo!--Si può arrivare fin lì!--Che governo
di birbanti!--Già, è la setta....

Sissignore, a un uomo di quella fatta, al fior fiore vero dell'onestà,
a un santo, il sor delegato, con seguito di sbirri, aveva fatto una
perquisizione per la casa. Perchè? Non se ne sapeva niente. Figurarsi
l'indignazione quando corse di bocca in bocca che non gli avevano
trovato nulla! i carabinieri dovettero uscire perchè non succedesse
qualche diavoleria. Lui che aveva avuto una gran tremerella addosso,
oramai rassicurato, s'atteggiò a vittima. Non potè uscire per due
giorni, tante furono le visite che ricevette! In abito corto
abbottonato trascuratamente, seduto sulla sua sedia a braccioli nella
positura di chi abbia ricevuto una fitta di nerbate, s'alzava, con una
smorfietta di dolore strana in quel suo faccione rubicondo, e ogni
nuovo visitatore che arrivava: questo, chiunque fosse, muto, con uno
sguardo espressivo, andava a stringere calorosamente tra le sue la
mano che anche lui gli abbandonava, muto, e con uno sguardo
espressivo.

--Sia fatta la volontà di Dio! esclamava il prete alzando gli occhi al
cielo: e sospirando, ritornava al seggiolone e vi s'abbandonava.

Allora cominciavano le domande, alle quali rispondeva con voce rotta:
e gli amici a metter fuori tutte le esclamazioni d'indignazione che ci
siano nel dialetto siciliano.

--Sia fatta la volontà di Dio! badava a ripeter lui senza stancarsi.
Devo essere un gran peccatore s'Egli si degna di colpirmi.

--Peccatore! ma che peccatore! protestavano tutti; e sin quella faina
di Castrenze, cogli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni che non
pareva mai dove guardassero, protestava, e corbezzoli, con che calore!

Poi per una quindicina di giorni andò per il paese, serio, grave,
rigido nella zimarra nuova, affettando con dignità di non guardare gli
sbirri quando gl'incontrava. E per tutto, al suo passaggio, erano
scappellate a destra, scappellate a sinistra, e bisbigli di rispetto e
di commiserazione, e mute strette di mano, e allusioni contro quel
governo di birbanti, e la setta idrofoba, e contro certe persone del
paese, che, di sicuro, ci mettevano lo zampino. Fin le comari
correvano all'uscio quando passava, e prendendo i figlioletti per un
braccio, gliel'additavano affibbiandoglielo per martire.

Era una cosa proprio commovente! come anch'egli soleva dir sul serio
certe volte, per una strana allucinazione delle nature veramente
malvage.

Ma un bel giorno il bandito Mistretta detto il Salemitano cadde nella
rete: e tra l'altre cose, confessò che all'assalto di S. Giovanni di
Cammarata c'era stato il famoso don Peppino con la sua banda, e gli
affiliati, gente in libertà, che lavoravano per essa, e che si solevan
chiamare per dar man forte negli affari arrischiati: malfattori di
Lercara, di Prizzi, di Burgio, di Montemaggiore, di Mezzoiuso, circa
trentadue. Tutte queste cose gliele aveva confidate Ciccio Raja.

La giustizia si mise sulle peste di compare Ciccio, e compare Ciccio
fu preso. Anche lui confessò: nominò alcuni dei malfattori ch'ebbero
parte nell'assalto di S. Giovanni: Raimondi, D'Aquila, Mamola, Riggio,
don Peppino, Di Marco, ed altri: aggiunse che la cosa l'avevano
proposta due sangiovannesi, un galantomicchio e un prete di cui
ignorava i nomi; ciò l'aveva risaputo da Di Marco che l'ignorava anche
lui. Gli si domandò di don Peppino. Rispose che non era più in
Sicilia; viste le cose assai imbrogliate, aveva creduto regolare di
lasciar zitto zitto i compagni con un palmo di naso, a cavarsela come
potrebbero. Certo s'era imbarcato.

Come si vede non spirava più buon vento per il reverendo; pare che Dio
e i santi si fossero svegliati; tanto più che la polizia, messasi,
benchè troppo tardi, nella buona strada, riusciva ad appurare che il
bandito calabrese era a Susa d'Affrica, e a farlo arrestare.

Consegnato al Console italiano a Tunisi, fu imbarcato in una nave che
partiva per la Sicilia. Durante il viaggio, carico di ferri, buttato
come un cane in fondo alla stiva tra un buio pesto e 'l rombo
dell'acque che suscitavano nella sua mente idee d'inferno e di
dannati, nelle prigioni poi dello stato, arso dalla febbre, in una
specie di buco umido, ebbe più orribile la visione della morte, col
terrore dell'ignoto. Lo spavaldo, che, in quella bell'alba di marzo,
aveva avuto rabbia e vergogna de' suoi rimorsi, cadde più che mai in
potere di queste vipere dell'anima.

Era nelle mani della giustizia umana, e non voleva comparire davanti a
quella assai più terribile, la Divina, aveva commesso tanti delitti,
che non s'illudeva, i giurati lo condannerebbero a morte.... Che fare
in tal frangente? Come sfuggire il pericolo?

Confessare. E s'attaccò a quest'ancora di salvezza.

Allora con la speranza gli entrò nell'anima il sollievo: e la sua
natura d'istrione prendendo a poco a poco il sopravvento, in quel modo
di condursi intravvide una bella parte, quella di masnadiere pentito,
mutato in benefattore della società, coll'additarle que' nemici che,
senza di lui, sarebbero rimasti per essa una continua minaccia. Il
male che aveva fatto lo riparava con il bene che intendeva di fare.
Egli osò evocare la nobile figura del maestro di S. Stefano, quasi a
riceverne lode e conforto!

Il dieci d'aprile, nella sala degli esami del carcere giudiziario di
Palermo, fece la sua propalazione davanti al presidente Carlo Morena,
assistito da un vice cancelliere. Disse che si chiamava Angelo
Pugliesi, raccontò la sua vita per disteso, diede i più minuti
particolari dei suoi delitti, e di quelli de' compagni (37 nientemeno,
e nella sola Sicilia!) nominando tanto i banditi, quanto gli
ausiliàri, e i manutengoli, infarcendo il tutto di considerazioni
filosofiche, di massime morali, di leggiadre descrizioni di luoghi, di
citazioni di passi di scrittori, e della Bibbia. In ultimo toccò
dell'imbarco.

«Una sera, verso gli ultimi di giugno, una di quelle navi che fanno il
piccolo cabotaggio s'accostò a un punto designato lungo la spiaggia
siciliana, e m'imbarcai. In meno di tre giorni approdavamo a Susa
d'Affrica.

«Questa è la sola pagina della mia sciagurata storia che lascio in
bianco, spero che la giustizia non me ne vorrà male. È un debito che
pago alla riconoscenza. Eppure non lo farei, se sapessi che chi mi
accordò la sua protezione fosse un malvagio, un cospiratore contro la
sicurezza dello Stato; ma non è tale, posso dire anzi ch'è ben altro.
Memore forse, che quando ero il temuto _Lombardo_, il _Capitano delle
Montagne_ lo salvai da pericoli assai gravi, commosso dalle preghiere
che gli feci inginocchiato ai suoi piedi, non potè tenersi dal
beneficarmi. D'altronde più che vi penso, meno comprendo qual male
egli abbia potuto fare allo Stato. E se male ci fosse, perchè si
dovrebbe perseguitare lui solo? Il signor Francesco Cerra, il
colonello Torselli, e un altro signorino, nell'anno scorso non fecero
l'istessa cosa per Valvo, Lo Cicero, e Mesi, famigerati banditi di
Montemaggiore? Non è giusto aver due pesi e due misure.

«A ogni modo mi si strapperà il cuore, ma non questo segreto, ma non
il nome del mio benefattore.

«Arrivato a Susa, me ne andai in locanda, dove m'ammalai: come guarii,
presi a pigione una camera nella via Fondacoh, e messi su un piccolo
negozio di grano e di vino.

«A Susa conobbi un certo signor Pistoletti, negoziante veneto,
residente là da venticinque anni, e garibaldino fanatico, tuttochè
vice-console austriaco. Scrissi a Bonifacio in Cattolica, pregandolo
di farmi arrivare una lettera di raccomandazione per il suddetto
signore, la quale avrebbe dovuto firmare con la sua qualità d'aiutante
maggiore della Guardia Nazionale. Per via di quella raccomandazione
speravo di poter avere un posto in commercio. A Bonifacio scrissi
altre tre lettere, in due delle quali lo pregavo di farmi esigere, per
mezzo d'un certo Marretta, campiere del barone Paceco, alcuni miei
crediti, cioè: sei onze da Umberto Riggio, e quattordici onze da
Salvatore Raimondi: nella terza lo pregavo di cercar d'indurre lo
stesso barone Paceco a darmi a mutuo cinquant'onze che gli avrei
restituite entro un anno. Da Bonifacio ricevei.... non ricordo se due
o tre lettere di risposta. Mi scriveva che il barone non voleva darmi
a mutuo il danaro chiestogli, che era impossibile poter riscuotere i
miei crediti. Mi accludeva la commendatizia per Pistoletti, mi dava
notizie di lui, della sua famiglia, degli amici comuni. M'avvertiva
infine che il generale Medici aveva fatto il possibile per sapere dal
barone Paceco dove fossi, che questi aveva risposto di non volere
denunziare un miserabile che volontariamente se n'era andato tra'
beduini.... Forse non tutti la pensarono così!

«Ma io non ho rancore con questi signori, anzi li ringrazio d'aver
offerto al governo i mezzi di rintracciarmi e arrestarmi.

«Dall'Affrica non ebbi carteggio nè col barone, nè con suo figlio
Gasparino amico mio strettissimo. Da questo ebbi bensì una lettera,
scritta, salvo errore, con inchiostro turchino sbiadito; poco prima
che partissi dalla Sicilia, e quand'egli supponeva che sarei andato a
Malta. Difatti in quella lettera me ne accludeva una di
raccomandazione per un certo signor Mendolia negoziante in quella
città. Mi pregava di scrivergli sotto l'indirizzo d'Agostino Paruta.
Non conosco questo Paruta, non so se esista, non scrissi lettera
all'indirizzo di lui.

«Ad avere altre commendatizie per Pistoletti, non che per il signor
Gaetano Vittoriano, ricco negoziante a Tunisi e rappresentante la
società Florio, scrissi due lettere al signor Francesco Cerra di
Callavuturo. Egli rispondeva alla mia prima solamente con lettera
firmata F. G. Mi diceva che avrebbe cercato di sapere se il Pistoletti
facesse parte della sua Loggia Massonica, nel qual caso mi ci
raccomanderebbe: mi parlava del felice arrivo in America di Valvo,
Mesi, e Lo Cicero. Dirò due parole intorno all'origine ed entità dei
miei rapporti col signor Cerra. L'incontrai per la prima volta,
nell'inverno 1864-1865, nel bosco di Ganci da dove passavo con alcuni
della mia banda, cioè: con Di Marco, D'Amico, Mamola, Riggio e Raja.
Egli era con il suo campiere per nome Ciccio o Cicchitello. Ci
avvicinammo, ci parlammo: mi disse che tutte le volte che mi trovassi
nei dintorni delle sue masserie potrei andarci, o mandare per orzo,
cibarie, e quanto m'occorresse. Accettai l'offerta, e me ne prevalsi
più volte. L'incontrai una seconda ed ultima volta nell'aprile del
1865, sopra le case di S. Maria, mentre andavo a Garbonogara. Egli era
accompagnato dall'istesso campiere. Mi parlò del furto di sei o sette
cavalle, che poco prima era stato commesso nel feudo Ferricino
appartenente all'amministrazione di Ferrandina di cui egli era a capo,
e mi pregò a trovare il modo di fargliele riavere.

«Nel maggio e giugno dell'istesso anno, mentre ero nelle case della
Lucania ricevei una lettera del Cerra, nella quale mi ripeteva la
preghiera: risposi che avrei fatto il possibile per servirlo. Difatti
avendo risaputo alcuni giorni dopo, che il furto delle cavalle era
stato commesso da taluni della mia banda, li costrinsi a restituirle
immediatamente.

«Il 25 novembre, mentre passavo davanti all'ufficio del Vice consolato
Italiano in Susa, mi sentii chiamare dal cancelliere: salii: e stavo
per domandargli in che potevo servirlo, quando quel Dragomanno che era
un turco, con quattro sbirri ch'erano pure _turchi_, mi saltarono
addosso, e con modi non umani ma _turchi_, cercavano di legarmi. Nego
d'aver tentato di respingere quel puzzolente sudiciume; gridai però
ch'ero italiano; che non ero in flagranza di reato, che anzi mi
trovavo in territorio straniero, e in mancanza di trattati
d'estradizione, non poteva mettermi le mani addosso nessuno, meno
d'ogni altro poi i _turchi_. Ma quando venne il Vice console, e con
parole e modi umani mi dichiarò che il mio arresto era stato ordinato
con dispaccio del Console generale in Tunisi, davanti al quale avrei
potuto far valere le mie ragioni, m'arresi, e c'intendemmo. Egli
proibì a que' manigoldi di legarmi, e permise che libero, ma con
coloro dietro, andassi a casa per dare assetto alla mia roba. Alla
presenza di quei signori misi ogni cosa in una cassa, lacerai alcune
carte di nessuna importanza, cioè canzoni e sonetti che solevo
scarabocchiare nelle mie ore d'ozio, alcune bozze di lettere che avevo
scritto per conto di qualche italiano mio vicino, e specialmente del
muratore Pietro Lombardo, consegnai al Dragomanno un portafogli, dal
quale non levai altro che sette napoleoni, e ciò col suo permesso.
Sarebbe per lo meno errore il dire che in quella lacerazione ci sia
stata sorpresa, proibizione; ci siano stati dissidi o che altro.

«Nel carcere di Susa ci stetti un giorno soltanto. Domandai
l'occorrente per scrivere, e mi venne accordato. Stavo scrivendo una
lettera a Bonifacio, nella quale l'avvertivo del mio arresto, e del
sequestro delle sue lettere, quando mi piombarono un'altra volta
addosso i prelodati Dragomanni e manigoldi, i quali, con modi pure
prelodati me la strapparono di mano. Volevo avvertir Bonifacio, non
perchè m'avesse assistito, dato mano, e consigliato nei miei misfatti,
ma perchè non avesse a soffrire onta o danno per la mia amicizia.

«A Tunisi, dove stetti quattro o cinque giorni, scrissi una lettera al
Console francese, vidi il Console generale italiano, che, con tratto
gentile, mi notificò che il mio arresto era stato ordinato dal
prefetto di Palermo, e che in questa città avrei potuto mettere in
campo le ragioni intorno all'illegalità della mia cattura, o altro.
Dal carcere di Tunisi vennero a levarmi un maresciallo e non so quanti
carabinieri di qui. Nel viaggio da Tunisi a Palermo, i passeggieri al
veder me gracile, smilzo, un vero fuscello di paglia, ma pure
attorniato da molti armati, e carico di ferri, facevano le maraviglie,
e qualcuno di essi sorrideva. Avrei sorriso anch'io se l'animo mio non
si fosse trovato allora travagliato da tanti tristi pensieri!
Dall'isola a cui m'avvicinava, ero partito pochi mesi prima, dopo
d'avervi commessi tanti delitti, specialmente una grassazione e un
sequestro che mi avevano fruttato assai bene: eppure ne partivo
povero, miserabile! tutto il mio tesoro consisteva in trent'onze che
avevo avuta poco prima da una mano caritatevole, per non dir paurosa e
tremante.... Quanta morale in questo fatto! Tranne una briciola
d'ingegno, che mi diede la madre natura, e un poco d'istruzione di cui
sono obbligato ai prigionieri di S. Stefano, io sono un volgarissimo
malfattore: eppure, con l'aver magnificato le mie azioni perverse, con
l'avermi accollati dei pensamenti, e dei colori politici, che
disgraziatamente non ebbi mai, con l'aver dato al mio arresto
un'apparenza bellicosa, si riuscì a trarre la mia persona dal volgare,
e a sublimare la mia tristizia.... Anche al malvagio qualche volta
sorride la fortuna! Sì, da quest'isola a cui m'avvicinava, io era
partito pochi mesi prima col rimorso, e colla speranza; e ora vi
ritornavo con la rassegnazione, e con la confidenza nei miei giudici,
e nel governo del re.

In questa sua propalazione particolarizzata minutamente, disse, che
l'affare di S. Giovanni l'avevano proposto un prete e un
_galantomicchio_; che il prete si chiamava don Giuseppe Rizzotto, che
del galantomicchio aveva dimenticato il nome.

Il fulmine scoppiò in S. Giovanni con l'arresto del reverendo, il
quale, vestito com'era in abito lungo, fu fatto passare per la piazza.
Il degno sacerdote non aveva più l'aria dignitosa, e l'atteggiamento
di martire che avevano imposto a' gonzi: andava livido, disfatto, a
occhi bassi, tra uno stuolo di militi e carabinieri, proprio
nell'attitudine d'un vero malfattore.

Lo condussero a Termini, e di là a Palermo, dove fu interrogato da un
giudice istruttore, e gli fu notificato che sarebbe stato messo a
confronto con don Peppino, il quale doveva farne la ricognizione.

Quel giorno domandò di travestirsi. Gli erano cresciuti i capelli, e
un po' anche la barba; in abito civile, senza cappello, si sforzava a
far l'indiano, Dio sa come, dentro in mezzo a tre o quattro altre
persone pescate per figurare da comparse.

Restò di stucco quando il capo bandito, lento e grave, dopo aver
squadrato ben bene que' signori, si avvicinò a lui, e disse:

--Se non erro, il prete di S. Giovanni di cui parlai nella mia
propalazione, è quello che tocco con la mia mano destra.

E lui, a un tratto, sentì salirsi un'ondata di sangue al viso, e
perduta la bussola, gridò con voce strozzata, e scotendo le mani in
aria:

--Messere e scellerato!... anima del diavolo!... dove m'avete
conosciuto!... dove m'avete visto!... E accortosi della bestialità che
aveva fatta, calmandosi subito: Quest'uomo è pazzo.

--Oh, non son pazzo, reverendo, insistè l'altro scrollando il capo
mestamente. Non è forse vero che alcuni giorni prima della grassazione
m'abboccai alle Tre Croci con voi e con un vostro amico? Non è forse
vero che la sera del 29 marzo voi ci veniste all'incontro, ci
accompagnaste in paese, e conduceste i depredatori a Badalà? Non è
forse vero che ne' giorni seguenti aveste la vostra parte di bottino
da un campiere che cavalcava una cavalla storna?

--Quello che dice quest'uomo è falso: io è la prima volta che lo vedo.

--Ripeto che, se il mio non è errore, voi siete il prete grassatore di
S. Giovanni, e che le cose tra me e voi andarono come ho detto.

Così, venuta l'ora del dibattimento, fu accomunato nella gabbia con
gli altri malfattori.

Oh, faceva una ben strana figura quel coso enorme, tutto nero tranne
il colletto della camicia, il faccione di luna piena, e le mani, in
mezzo a brutti ceffi, e grinte d'assassini, vestiti anche loro a
festa, con abiti nuovi che nell'occasione soglion provvedere gli
amici, per decoro di corporazione. E benchè avesse ripreso un po'
d'animo, a forza di persuadersi che po' poi prove veramente chiare
della sua colpabilità non ce n'erano, pur non aveva potuto riuscire a
vincersi a tal punto, che dal suo atteggiamento grave e tranquillo, e
più che altro da' suoi sguardi, non trasparisse una cert'aria di
bestia grossa presa alla tagliola. E la folla che ogni giorno
s'accalcava sempre più nell'aula, guardava gli altri, ma finiva poi
con fissar gli sguardi pieni a un tempo di curiosità e di disprezzo,
sul suo faccione in cui mostravan solo la sofferenza interna due
cerchi neri attorno agli occhi.

Egli in principio soffrì una gran molestia di quegli sguardi, per
sfuggirvi non c'è sacrifizio che non avrebbe fatto: ma vi si abituò
presto; tanto più che lo distrasse lo svolgersi della causa per lui,
d'interesse tanto vitale.

Che batticuore, appena il Pubblico Ministero s'alzò freddo e
minaccioso nella toga, e con gesti lenti da incorruttibile procuratore
della legge, cominciò a tessere vita e miracoli dei banditi, che,
quasi, ammaliati, non avevano la forza di distoglier gli occhi dal suo
volto bruno, pallido, severissimo! Ebbe un forte riscossone quando
nell'aula, tra 'l silenzio della folla che pendeva dalle labbra
dell'oratore, risonarono le tremende parole: «La sera del 29 marzo
1865, un'orda di malfattori invadeva il paesetto di S. Giovanni....» E
uno più forte ancora, quando il giovane magistrato, dopo una
descrizione viva delle sevizie fatte al povero Berlingheri, tuonò
volgendosi verso di lui: «Tormenti barbari, inusitati, adoperati da un
mostro che, il giorno avanti e il giorno dopo quel tremendo caso, pur
vestiva l'abito sacro di prete!»

Nè ciò fu tutto: che dovette asciugarsi anche il rapporto del
presidente: il quale per di più, venuto alla grassazione di S.
Giovanni, e al punto critico, l'accennò con l'indice teso, e lo
nominò.

«Vi fo cenno qui d'uno degli accusati, che vi si presenta con l'abito
di sacerdote, che è appunto uno di coloro che martirizzarono il
Berlingheri.

«È Rizzotto.

«Egli spinse la banda a quella grassazione: egli le facilitò la via a
compierla; egli, col più nero tradimento compensò l'affetto che
trovava in casa Berlingheri!»

Tanto che il reverendo pensava tutto stizzito: Ma che diavolo hanno in
corpo questi signori, a volermi presentare per forza sotto quella
maledetta veste sacerdotale, se io, apposta per non profanarla in
questa gabbia d'assassini, mi son fatto un vestito nuovo da secolare!

Respirò sin dal principio dell'interrogatorio del Lombardo.

--Pugliesi, alzatevi, disse il presidente. Più tardi sentirete le
vostre dichiarazioni scritte. Poco fa domandaste la parola: che
volevate dire?

--Volevo dire che comparisco colpevole, e non lo sono. Volevo dire che
sono più disgraziato che reo. Volevo dire che per campare la vita feci
il maestro di scuola, poi m'allogai col signor Lo Cicero.

--Ma questo lo sapevamo. Parlate piuttosto della vostra carriera di
brigantaggio.

--Ma che devo dire? (ride). Dirò che tutto ciò che dettai al signor
Morena è un romanzo. La mia vera dichiarazione è quella che feci a
Nicolosi e a Scandurra, il resto è menzogna. Mi tacciarono di
borbonismo, mi volevano responsabile di mille reati, mi chiusero in
segrete come borbonico. Ma io non sapevo nulla di tutte queste cose.
Calunniai Rospetti, Rizzotto, Palenza, calunniai tutti questi signori
che siedono con me sul banco degli accusati. Insomma feci un romanzo.

--Ma siete voi uomo da inventare un romanzo? Chi ve lo suggeriva? E la
vostra pubblica notorietà di brigante?

--Era la necessità. Ero pazzo.

--Ma i pazzi non parlano come parlaste voi.

--Ma se la presidenza lo vuole, io racconterò questa storia.

--Ci verremo in seguito. Dite per ora: la presidenza venne ad
interrogarvi, voi faceste delle confessioni, ma non voleste dichiarar
tutto: rimandaste il resto alla pubblica discussione. Ciò non prova
che volevate mentire?

--Io ho detto che in quel momento non potevo perchè ero ammalato. Ma
alle sue interrogazioni forse non ho risposto com'oggi?

--Intanto parlate: che cosa volevate dire?

--Tornato dall'Affrica fui interrogato. Non dissi nulla, mi dichiarai
innocente. Mi menarono in segrete. Mi custodivano due guardie, e non
mi lasciarono mai: esse mi dicevano che mi si farebbe la causa. Mi
fecero soffrire la fame, traveder la mannaia, mi fecero molte sevizie,
ero ammalato e non mi permisero neanche d'andare allo spedale. Poi
venne il presidente Morena, e mi domandò, se quando fui arrestato in
Susa avevo armi. Risposi di no. Ma avendomi egli mostrato una pistola,
gli dissi, è mia. In quell'occasione cominciai a lagnarmi dei pessimi
trattamenti. Il capo-guardiano invece disse male di me, inventando che
volevo guardie continentali, ed altro. Ricorsi al presidente perchè
m'aiutasse, e mi liberasse da tanti guai. Ma stetti sempre sulla
negativa, e fu per questo che mi ricacciarono in segrete, dove soffrii
più di prima. La testa mi fumava, mi sentivo avvilito: scrissi una
supplica a Morena perchè venisse al carcere. Difatti venne. Io, quando
fui interrogato da Scandurra su' diversi reati, avevo un lapis, e
notavo tutto quello che mi si domandava. Così ero in giorno di tutti
gli avvenimenti; e con questi appunti, e con qualche cosa che lessi
nei giornali, formai il mio romanzo, e lo dettai al signor Morena.
(_Ilarità_).

--Voi avevate paura della morte, e dei mali che vi si minacciavano. Ma
la presenza del magistrato doveva incoraggiarvi: come vi decideste a
mentire? E poi, è strano quel che dite, che la dichiarazione da voi
fatta cioè, sia un romanzo; e più strano ancora, anzi ridicolo, che
con i ricordi che scrivevate col lapis, e con ciò che potevate
ricavare dai giornali, formaste quella favola. Dite piuttosto una
ragione seria che vi spingeva a mentire.

--Per far piacere al signor Morena che voleva servita così la
giustizia.

--Ma qual piacere facevate, e qual premio riceveste?

--La cessazione delle mie sofferenze. E gli altri che dichiararono
come me, forse non mentirono?

--Ma voi mentite ora: ma voi non sapete nemmeno dare aspetto di verità
alle vostre invenzioni! Chi non sa che battevate la campagna! non lo
diceste voi stesso?

--Lo dissi perchè ci fui costretto.... E poi la mia dichiarazione
potrebbe far reo me, non gli altri.

--Dunque siete reo, lo confessate voi stesso.

--Non sono reo; sono uno sventurato: non tanto nero quanto mi
dipingono.... Signor Presidente, dice Guerrazzi, che la trama del
mondo si compone di fili di ferro!

--Sventurato!... Come!... quel feroce don Peppino, il terrore delle
vicine contrade, che fu causa prima dei misfatti atroci che
funestarono questa provincia, non siete voi? Rispondete! Non siete voi
quel tal don Peppino?

--Sono io. Ma tutto quello che dissi è un'esagerazione: e forse con
tale esagerazione, ho contribuito a mostrarmi più importante di quel
che sono.

--Nella vostra storia, che ora volete far passare per romanzo, avete
nominato molte persone che si associarono con voi per commettere ogni
sorta di delitti: dove le avete conosciute tutte queste persone?

--Oh! nelle campagne, in diverse occasioni: quando fui soprastante del
signor Lo Cicero percorsi quasi tutta la Sicilia. Conobbi il signor
Palenza alla fiera, Di Marco, Mistretta e altri, non ricordo più in
quali feudi: e li ho calunniati tutti.

--Questo è troppo poco: dovete spiegar chiaramente in quale occasione
avete conosciuto gli accusati: il che per altro avete spiegato
abbastanza, e con tutte le possibili particolarità.

--L'ho detto. Conobbi tutti questi signori in varie occasioni, come
per esempio ho conosciuto il presidente Morena, la S. V. Ill., e il
procuratore generale Noce. (_Sensazione_).

--Pugliesi, quanto tempo passò dal giorno che vi abboccaste col
presidente Morena, a quello in cui vedeste me? gli domandò il
Procuratore Generale.

--Non ricordo precisamente.... credo.... due mesi circa.

--Perchè dunque dopo tanto tempo voi ripeteste tutto a me?

--Io!... Non ripetei nulla, non parlai, non ammisi, nè negai i fatti
dichiarati al signor Morena. Ah! signor Procuratore Generale, tra me e
voi, io solo devo essere il mentitore....

--Questo è troppo!... Non faceste la ricognizione di Rizzotto, e lo
confondeste? Alla mia presenza non vi si fecero passar sotto gli occhi
quasi tutti gli accusati, e non confermaste quello che avevate
confessato?

--In quell'occasione nè mi disdissi, nè confessai nulla.

A questo punto la difesa, per bocca dell'avvocato Cuccia, domanda che
nel verbale si prenda nota di quest'ultimo incidente tra il Proc. Gen.
signor Noce, e don Peppino il Lombardo, come nuovo del tutto, e non
consacrato nel processo scritto. Succede un incidente; ma dopo breve
discussione, il Presidente ordina che le circostanze sopraddette siano
inserite nel verbale.

Sono le 3 pom., e il Presidente dichiara sciolta l'udienza.

E l'indomani venne la volta di compare Ciccio Raja, e di compare Nino
D'Amico.

--Raja, alzatevi, disse il Presidente. Come vi chiamate?

--Francesco Raja del fu Antonino, d'anni ventiquattro, di Lercara.

--Che ne dite delle vostre imputazioni?

--Che ne devo dire? io mi son fatto sempre gli affari miei.

--Gli affari vostri lasciategli stare: parlate piuttosto degli affari
della banda.... i furti commessi, gli omicidi, la verità insomma,
quella verità che del resto avete dichiarato.

--Io non so nulla. Se avessi saputo tutte queste cose, l'avrei dette
ai carabinieri, i quali mi tennero nella caserma tre mesi. Furono il
giudice Nicolosi e il sindaco di Lercara che mi consigliarono a dirle,
promettendomi la liberazione. Lo stesso fece il giudice Scandurra. Io
ero solo, in segrete, e digiuno. Poi venne nel carcere il presidente
Morena; mi fece dare da mangiare, e mi unì col Lombardo. Così,
rassicurato anche dalle sue parole, feci quelle confessioni che mi
suggerì egli stesso.

--Ma voi rispondete tutti a un modo!... Perchè fuggiste dal carcere se
eravate innocente?

--Per affari di _Zita_¹. Intanto morì mio padre, e fu per questo
ch'esitai a presentarmi: finalmente mi presentai.

    ¹ Promessa sposa.

--Perchè vi misero insieme con don Peppino, quale ragione ci poteva
essere?

--Io che ne so: è certo che fummo insieme: anzi lui mi dava da
mangiare, e mi faceva imparare a mente tutto quello che dovevo poi
dire.

--Pugliesi come va quest'affare?

--Ecco, signor Presidente: io avevo vitto in abbondanza, e lo dividevo
con Raja. È vero ancora che gli suggerivo il modo come regolarsi.

--D'Amico alzatevi. Come vi chiamate?

--Antonino D'Amico, detto Sprio, di Salvatore: ho ventisett'anni, e
sono di Mezzoiuso.

--Voi avete una parte importante in questa causa, che ne dite?

Il «sagrestano» come soleva chiamarlo ne' bei tempi il Capitano delle
Montagne, era diventato una mostra d'uomo, durante i sei mesi ch'era
stato in prigione: alle parole del Presidente si fece bianco come un
cencio di bucato, mise le mani in croce sul petto, e, con voce
piangolosa, rispose:

--Io non so di parte.... io sono innocente come Maria Santissima....

--Qui non c'entra Maria Santissima. Don Peppino, il vostro capo,
v'accusa d'aver preso parte al sequestro Salemi, alla ribellione
contro la guardia nazionale di Caccamo, al furto di due mule, avvenuto
la sera del 20 febbraio 1865.

--Signore, questo don Peppino ha infamato tutti! ha infamato mezza
Sicilia!

--Pugliesi lo sentite?

Il bandito s'alza agitato.

--Che vogliono più da me costoro?... il mio animo è commosso.... Mi
pare che ho detto più volte d'averli calunniati, ed essi si rivolgono
tutti contro di me

--Che volete, è un'ingratitudine! sono ingrati tutti.

--Mi punge il cuore, signor Presidente, L'hanno tutti con me, con me
solo.... Che vogliono? Se siamo rei....

--Voi dite, se siete rei?...

--Se siamo rei provvederà Iddio,

    .......provveda Iddio
    Ch'uom per delitti mai lieto non sia
                            ALFIERI.

--Bisogna aver pazienza: non corrispondono bene, a quel che fate ora
in loro difesa.

--Mi sento pungere il cuore. Non sono ambizioso, e perciò non sono
crudele, poichè, dice Aristodemo, che «uomo ambizioso è uom crudele.»
Io sono nervoso. Stetti quattordici giorni in segrete, patii la fame,
e per levarmi da quelle angustie feci il mio romanzo. Che vogliono
dunque da me? Io me ne appello alla Corte, ai giurati, al popolo.

--Sì, sì: avete ragione: avete detto abbastanza, e vi abbiamo
compreso.

--Mistretta alzatevi. Come vi chiamate?

--Antonino Mistretta, detto il Salernitano, d'Antonino: pecoraio, di
Lercara.

--Raccontate quello che fece la banda di Don Peppino; e ricordatevi
che faceste una confessione al presidente Morena.

--Quando io fui chiamato da Morena, vennero con me il Lombardese e
Ciccio Raja, e mi dissero come regolarmi.

--Questo lo sapevamo, ora parlate tutti d'un modo: non c'è cosa che
non vi fu fatta fare o dire per forza. Va bene: sedete.

E così Di Marco, disse che s'era fatto sempre gli affari suoi; Mesi,
ch'era innocente come Gesù Cristo; Di Salvo, ch'era un uomo onesto; il
reverendo, che lo si voleva calunniare; Raimondo, che non sapeva di
che intendessero parlargli.... Secondo questi signori, pareva che i
giudici avessero tutto il torto, essi avrebbero dovuto sedere sul
banco dei rei, e loro giudicarli!

Come andava tutto questo imbroglio?

Della faccenda, secondo il solito, se n'era immischiata la mafia.

Come!... un brigante tanto celebre, una delle colonne del
malandrinaggio, doveva far la figura d'infame, e _cascettone_!!¹
Come!... si doveva permettere che un buon numero di fratelli fossero
dati mani e piedi legati in potere della giustizia!! non si direbbe
mai!!... E un bigliettino, piccolo sì, ma gravido di minaccie, fatto
arrivare destramente al benefattore della società, fece cambiar le
cose di punto in bianco. Non voleva morire il già Marchese: e sapeva
benissimo che dalla mafia la resipiscenza è giudicata viltà, la
rivelazione tradimento, e si puniscono con la morte. Del resto era
sicuro che i suoi giudici, e il governo del re (come soleva dire)
benchè si disdicesse, gli sarebbero sempre grati delle confessioni
fatte, e gli ammetterebbero l'istesso le circostanze attenuanti: chè,
in fin dei conti, aveva fatto una gran luce dove non c'erano che
tenebre. Si disdirebbe dunque, salvando così capre e cavoli, e si
disdisse.

    ¹ Denunziatore.


XV.

La sala è gremita di spettatori: tra un silenzio che si sarebbe
sentito volare una mosca, il capo dei giurati legge il verdetto.

Tutti gli occhi son fissi su di lui, battono tutti i cuori: sin
l'usciere, un uomo giallo e stecchito, ha lasciata l'espressione della
sua abituale e severa indifferenza, e ascolta a bocca aperta, con i
segni della più viva curiosità.

--Sul mio onore, e sulla mia conoscienza il verdetto dei giurati è
questo:

Primo reato. L'accusato Angelo Pugliesi è colpevole come capo
d'associazione di malfattori, per avere nel corso degli anni 1864-1865
comandato un'associazione di malfattori in numero non minore di
cinque, organizzata all'oggetto di delinquere contro le persone e le
proprietà, sotto il nome di don Peppino il Lombardo? A maggioranza sì.
A maggioranza concorrono circostanze attenuanti.

Il benefattore della società si sentì rinascere.

Il capo dei giurati seguitava: lesse i verdetti, tutti affermativi,
d'altri cinque reati, e finalmente venne al settimo.

Il reverendo è livido, il suo petto pare un mantice addirittura: è
tutt'occhi e orecchie, e fa sforzi inauditi per contenersi. Anche tra
la folla corre un fremito, e mille sguardi vanno a ficcarsi per un
momento sul sacerdote, e su' due proprietari.

Primo. L'accusato Angelo Pugliesi è colpevole di depredazione, per
avere il giorno 29 marzo 1865 in S. Giovanni di Cammarata depredati
valori in oro ed argento, oggetti preziosi ed altro, a danno dei
signori Alessio e Costanza Berlingheri? A maggioranza _sì_.

Secondo. Nell'affermativa della prima quistione, la depredazione
anzidetta fu commessa insieme, dall'accusato Angelo Pugliesi e da
altre persone? A maggioranza _sì_.

Terzo. Nell'affermativa della prima quistione, la depredazione
anzidetta fu commessa di notte, e propriamente nel periodo corso da
un'ora dopo il tramonto del sole, a un'ora prima della sua levata? A
maggioranza _sì_.

Quarto. Nell'affermativa della prima quistione, la depredazione
anzidetta, fu commessa dall'accusato Angelo Pugliesi munito d'armi? A
maggioranza _sì_.

Quinto. Nell'affermativa della depredazione anzidetta, fu commessa
nella casa d'abitazione dei depredati signori Berlingheri? A
maggioranza _sì_.

Sesto. Nell'affermativa della quinta quistione, l'accusato Angelo
Pugliesi aveva convivenza in quel tempo coi depredati? A maggioranza
_no_.

Settimo. Nell'affermativa della prima e quinta quistione, la
depredazione fu commessa dall'accusato Angelo Pugliesi penetrato
avendo nella casa d'abitazione dei depredati mediante rottura delle
chiusure che facevano impedimento a entrarvi? A maggioranza _sì_.

Ottavo. Nell'affermativa della prima quistione, il valore della
commessa depredazione eccede le L. 500? A maggioranza _sì_.

In tutte le altri quistioni, riguardanti l'omicidio volontario in
persona della signorina Lola Berlingheri, e i maltrattamenti in
persona del signor Alessio Berlingheri. A maggioranza _no_. A
maggioranza concorrono circostanze attenuanti.

Per Mesi Cruciano, e Salpietra Pietro, come sopra, e sino all'ottava
quistione. A maggioranza _sì_.

In tutte le altre, inclusa la sesta, come sopra. A maggioranza _no_.

Per D'Aquila Luciano, Sambra Giuseppe, Maralà Francesco, Rospetti
Nicolò, Mesi Andrea, Mistretta Antonino, Rizzotto sacerdote Giuseppe,
Raimondi Salvatore, Palenza Giuseppe. A maggioranza _no_.

Oh! quel _no_! fu come un tocco di bacchetta magica, che mutò il
reverendo di punto in bianco. Si fece di mille colori.... avrebbe
voluto volare, per saltar al collo di quel capo dei giurati che
l'aveva pronunziato; avrebbe voluto urlare, per dare sfogo alla gioia
feroce che gli si agitava nel petto.

Ma con uno sforzo supremo di volontà riuscì a calmarsi. Era salvo.
Ridiventò grave, sereno, non senza un po' di tristezza che metteva
come un velo simpatico in quella sapiente mistura d'espressioni:
arrivò anche ad alzar gli occhi al cielo in un atteggiamento che fece
impressione negli spettatori, mentre in cor suo gridava:--Bella!
bella! gliel'ho accoccata, questa volta gliel'ho propria accoccata!

E il capo dei giurati seguitava a leggere, con voce nasale, i verdetti
del resto dei reati.

XVI.

Chi vuol vederlo, vada a S. Giovanni: egli vive ancora: grasso, ben
pasciuto, più rispettato che mai, più in odor di santo che mai, e dice
messa. Ora s'è fatto un poco vecchio, ecco, e di tanto in tanto soffre
di gotta.

Non par vero come certuni riescono a gettar sempre la polvere negli
occhi alla gente! Egli stesso n'è maravigliato: e riandando come la
scampò bella, non può far a meno di pensare che Dio e i santi dormono.
Però non senza una certa inquietudine oramai, poichè pensa pure che
c'è un proverbio il quale, dice: «Dio non paga il sabato!»



LA VENDETTA


I.

Di Peppe Sala ad Altavilla alcuni se ne ricordano ancora. Era un
giovine bruno, pulito sempre come una mosca, con un par d'occhi neri,
veramente siciliani, in un viso piuttosto femminile.

Era figlio del curatolo Francesco e d'Anna Ciro.

--Non ho rubato mai, non ho fatto lo sbirro mai; soleva dire il
curatolo: e stendendo la sua larga manaccia aperta, soggiungeva, con
un certo suo ghigno particolare: ma sangue della.... qua sotto non c'è
mai piovuto! E ammazzava un uomo proprio come se ammazzasse una
quaglia.

E questa razza di principii s'eran radicati talmente nell'animo suo,
da non ritener degno della sua affezione e della sua stima Masi, il
figlio primogenito, condannato alla galera per una grassazione; Vito,
il secondo, che s'era impinguato bene nella rivoluzione del sessanta,
se n'era andato a Ficarazzi, nel cui contado aveva preso moglie e se
ne stava a far fruttare il maltolto. Erano invece i suoi cucchi,
Menico, campiere all'Uliveto, il quale una volta, con una
schioppettata, s'era levato un certo bruscolo dagli occhi; Peppe, il
più piccolo, a cui dava certi ammonimenti per l'avvenire da far
accapponare la pelle addirittura, e prometteva molto. Tanto che, nei
suoi momenti di espansione, il curatolo gli posava la manaccia sul
capo, e lo mostrava agli amici dell'istesso pelo, esclamando:

--Questo qui sarà il _malandrino_ vero, che farà onore al nome dei
Sala!

La moglie, una buona pasta di donna, legata a quel birbone per una
delle tante strane vicende della vita, non aveva avuto mai voce in
capitolo. Se essa s'azzardava di fare la minima osservazione, il
curatolo la interrompeva bruscamente:

--Andate a filare voi, che non siete nata per altro! E abbassava que'
suoi occhiacci di traverso, e con una espressione che levava le
repliche.

La poveretta taceva, consolandosi con offrir le sue pene a Dio, con
pregarlo che illuminasse il marito che facesse chiudere per sempre gli
occhi a lei, prima di vedere anche l'ultimo dei figliuoli nella via
della forca.

Gli occhi però li chiuse il marito, e come si meritava. Crivellò di
coltellate un povero diavolo padre di famiglia, perchè gli aveva fatto
una testimonianza contraria in una causa per un limite divisorio, e fu
giustiziato.

La carcere e gli avvocati si mangiarono l'unico fondo che possedevano:
Masi era in galera: Vito a' Ficarazzi; Menico aveva messo su casa da
sè; la povera vedova e Peppe restarono soli tra gli stenti. Belli
effetti davvero aveva prodotto la morale del curatolo Francesco!

Ma in quella donna, così debole davanti al marito, forza ed energia ce
n'era chi sa quanta, sicchè non si perdette di coraggio: mise su
telaio, e lavorando il giorno e parte della notte, riuscì ad accozzare
il desinare con la cena. Intanto, stando sempre all'orecchio del
figliuolo, cercava di distruggere, con buone massime, il male che
avevano già fatto nell'animo di lui i feroci ammonimenti del padre.

E i suoi sforzi, in certo modo, furono coronati da un buon risultato.

Peppe, a vent'anni, non si vedeva alla taverna, non bazzicava
fannulloni; il sindaco tanto per fare un poco di bene alla povera
donna, lo aveva fatto nominare guardia campestre, e lui faceva il suo
dovere, e, non c'era caso, portava alla mamma tutti i denari che, col
suo mandato in mano, andava a riscuotere dal signor Peretti, il
cassiere comunale. Ora soleva dire, che d'ammazzare un uomo se ne può
fare a meno, e di rubare, quando s'han buone braccia, l'istesso:
specialmente poi se ci sono novantanove probabilità su cento di finire
accorciati o in gattabuia: grazie tante! Aveva i suoi difettucci, è
vero: andava pazzo per gli abiti nuovi, per le donne, per le
tarantelle, e in ispecie per la sciolissa, il suo caval di battaglia:
ma era giovane, e i giovani il loro sfogo lo devono fare. Del resto se
aveva la morosa non si rovinava per questo; era molto accorto il
giovinetto: lo solevano chiamare Bellomo, e un bell'uomo c'era
davvero, sì che le ragazze se lo mangiavano con gli occhi quando
passava per le strade, dondolandosi come deve fare uno che appartenga
a una famiglia di malandrini veri; e la domenica, in chiesa, quando
vestito tutto di velluto si faceva vanto col fazzoletto di seta rossa,
celiando con gli amici: e le maritate gli davano certe occhiate
assassine, che volevano dir chiaro e tondo: sei un bell'uomo,
prendici: talchè non aveva che a gettare il suo fazzoletto come un
sultano; e lo gettava in modo che scambio di dare era lui che
riceveva.... non senza farsi pregare un pochino, bisogna dirlo.

E la mamma vedendolo così buono e senza vizi, non si stancava dal
ripetergli: O Peppe perchè non ti mariti? E gli proponeva la tale e la
tal altra, e in ispecie faceva elogi sperticati di Serena, una
brunetta un po' bruttina ma capricciosa, figlia del curatolo Nino
Macca: era vispa e allegra come un'allodola, buona massaia sempre
attorno come una trottola, tanto che non c'era casa pulita come quella
dei Macca ad Altavilla; i suoi erano stati curatoli di padre in
figlio, e ne avevano della roba sotto il sole. Ora che tante disgrazie
li avevano ridotti a vivere nello stento, a rinsanguarsi un pochino
bisognava pensarci.

Però lui non voleva saperne.

--A Pasqua, rispondeva scherzando; benchè sapesse che sua madre aveva
una voglia pazza di sballottare un nipotino prima di morire.

Ma dàgli oggi dàgli domani, si guastò il capo, anche lui, e cominciò a
passare e ripassare di sotto alle finestre della figlia del curatolo
Nino. La ragazza andò in visibilio; non le pareva vero che Bellomo
avesse messi gli occhi sopra di lei: e resasi certa che egli faceva
sul serio, si scaldò in tal modo da giurare in cor suo che sarebbe
stata di Peppe, o della morte. D'allora in poi si vide dalla mattina
alla sera alla finestra, dietro le graste di garofani e di basilico. E
Peppe, da uomo pratico in simil genere di cose, azzardò degli «emh....
emh....» da accatarrato, cavò e ricavò il fazzoletto di tasca, e se lo
passò sotto il naso, con una certa grazia da innamorato; e quando vide
che la ragazza non che si movesse dalla finestra, ma gli faceva anche
il bocchino, guardandolo teneramente, le fece la serenata.

Ma mancò poco che quella sera non succedesse un guaio. Un altro, che
pretendeva la figlia del curatolo, aveva avuto l'istessa intenzione.
Epperò Peppe, ai primi accordi, s'avanzò, dondolandosi della più
terribile maniera, e stendendo il braccio, fece cessar la musica: poi
chiamò in disparte l'amico che se ne stava appoggiato alla cantonata,
chiuso nel suo cappotto, e in quattro parole gli disse il fatto suo.
Insomma quella ragazza la voleva lui, e avrebbe fatto e avrebbe detto
sangue.... se a qualcuno fosse passata qualche idea stramba per la
testa.

Quel tale, un giovinetto stento, diventò verde come l'aglio: avrebbe
voluto fare un sproposito.... ma i Sala erano conosciuti in paese, e
comprese che la sarebbe andata a finir male. Non se la sentì di
rispondere per le rime, e messa la mano aperta sul petto, disse che,
sulla legge d'onore, non ne sapeva niente che compare Peppe volesse
quella ragazza.... perchè lui aveva rispettato sempre gli amici, santo
diavolo!.... Basta, se compare Peppe d'ora in poi lo vedeva da quelle
parti, gli sputasse pure in faccia.

--Scusate, concluse in fine, stendendogli la mano.

--Non c'è di che, rispose Peppe sempre in tono mafiosesco.

E l'altro se n'andò con le pive nel sacco, mordendosi le dita, seguito
dagli orbi con violini e chitarre, i quali, protestando che non
volevano sentire tante storie, vollero esser pagati: per loro eran
pronti a andare a sonare anche davanti a un reggimento di soldati, se
lui gliel'ordinasse!

Peppe tornò l'indomani sera, e le sere dopo: e si sgolava ch'era un
piacere, mentre Serena, a letto, ascoltando la voce giovanile e
appassionata di lui, si sdilinquiva di tenerezza.

Ma le cose non potevano durare a quel modo. Il giovine non aveva agio
di poter parlare alla ragazza, chè in casa del curatolo le donne non
eran punto usciaiuole: e pensa e ripensa, non trovò altro che aprirsi
con comare Santa, una vicina, intima della famiglia. Questa promise
d'incaricarsi della faccenda. E difatti, alcuni giorni dopo,
profittando d'un momento che restò sola con Serena, le disse che Peppe
la voleva.

--Matrimoni e vescovati dal cielo son destinati, rispose lei tutta
scarlatta.

E questo la vicina riferì a Peppe.

Peppe comprese, e la sera stessa confidò tutto alla mamma che accolse
quella notizia gongolante. Allora, senza metter tempo in mezzo,
concertarono il da fare. Bisognava far tastar la famiglia, e in
ispecie comare Betta; il curatolo faceva sempre il volere della moglie
in tutto e per tutto: comare Santa ch'era stata tanto buona
d'incaricarsi della prima commissione, si sarebbe potuta incaricare
anche della seconda.

Comare Santa, dopo tre giorni d'astute evoluzioni in casa del
curatolo, potè dare una risposta al giovine che l'aspettava con una
viva impazienza. Aveva una faccia da mortorio: infarcì il discorso di
lunghe esitazioni, la pigliò larga, per render meno amara la pillola,
e finalmente fece comprendere all'innamorato che in casa della
_picciotta_, nessuno voleva saperne di lui. E di discorso in discorso,
da vera chiaccherona che era, si lasciò scappare che il fratello,
interrogato sulle faccende che già si buccinava in paese, da un tale
che lei non poteva nominare, aveva risposto:

--Il garzone di stalla l'abbiamo accaparrato sino da maggio scorso.

Peppe mutò colore, ma non disse verbo; si contentò solo di
morsicchiarsi i peli de' baffi, come deve far uno che appartenga a una
famiglia di malandrini veri,

Epperò una sera che incontrò ne' campi Pietro, il fratello di Serena,
l'abbordò: e sangue.... di qua, e sangue.... di là gli domandò che
cosa significavano tutte quelle storie! i Sala n'avevano avuto dei
garzoni, e i servi non l'avevano fatto mai a certuni!

Pietro ebbe paura, e si mosse a balbettare: e Peppe, per sfregio, gli
dette delle due dita aperte sul naso, gli sputò in faccia, e lo chiamò
«rognoso» minacciando d'appioppargliela di quelle che levano il pelo,
se non pensasse a metter giudizio. Tanto lui lo sapeva chi erano i
Sala!

Otto giorni dopo si concluse il parentado. Fu la maraviglia di tutta
la strada, e se ne chiacchierò per un buon mese: nessuno poteva
capacitarsi come mai il curatolo Nino avesse chinata la testa! Peppe
era un bel giovine, ma non aveva camicia addosso. Oh, l'invidia se le
rodeva tutte quelle mamme che avevano figliuoli scapoli! e scagliavano
ingiurie contro i Macca, proprio come se quella buona gente le avesse
derubate.


II.

Per un paio d'anni le cose andarono proprio bene: Serena cantava
sempre come un'allodola, ed ora era la casa di Peppe ch'era pulita
come un soldo, e quella del curatolo che non si sarebbe riconosciuta
più: sì che il babbo e la mamma, quando andava da loro la domenica, se
la mangiavan dalle carezze la figliuola, e piagnucolavano, dicendo che
avevano perduto il loro braccio destro.

Peppe faceva la sua giratina in campagna, tornava la sera, e portava
alla moglie quando delle quaglie, quando una lepre, o una pernice, o
delle erbe per la minestra, pur di non presentarsi a mani vuote. Essa
gli porgeva il bimbo, egli lo prendeva in braccio, lo sballottava, lo
baciucchiava, faceva un po' il chiasso con lui, poi lo ninnava e
andava a metterlo a letto. Allora la mamma cominciava il rosario. In
quel mentre Serena, rispondendo con la sua voce argentina ai _pater_,
_ave_ e _gloria_ che la vecchia biascicava con gravità, ammaniva il
desco, trovava il tempo di dare una occhiata al bimbo che dormiva
nella stanza vicina. Si faceva un po' di cena, chiacchierando con
quella schietta allegria di chi ha l'animo tranquillo e la coscienza
netta, e si andava a letto.

Ma a un tratto, senza alcuna causa apparente, entrò il diavolo in
casa. Non più lepri, nè pernici, nè erbe per la minestra. Peppe
arrivava tardi, tutto accigliato, andava ad appoggiar lo schioppo al
solito angolo nella sua camera, sedeva al desco senza nemmen levarsi
il cappello, e durante la cena, a fare assai, poteva dire una diecina
di parole, egli tanto ciarliero! Poi diventò bisbetico, si stizzì a
ogni nonnulla, e quel malumore inesplicabile crescendo sempre,
cominciò col dare un calcio al cane, senza un perchè, e finì con
battere la moglie. La mamma in prima l'ammonì, poi lo sgridò
fortemente, perchè quelle porcherie a lei non le andavano. Ma fu fiato
buttato.

Serena piangeva e taceva. Le sapeva male alla poveretta che il
vicinato venisse a trapelar qualche cosa: aveva detto le tante volte e
con tanto piacere che il marito le voleva un bene dell'anima!

Tuttavia di quel mutamento non se ne poteva dar pace. Che aveva Peppe
per non volerle più bene, per arrivare al punto di batterla? essa non
gli aveva fatto nulla. Punto linguacciuta; sommessa sempre;
affezionata, chè non vedeva lume che per gli occhi di quell'ingrato;
non se ne stava con le mani in mano come fan tante, anzi era accurata e
attiva in casa.... Perchè dunque?... Perchè?... E in quell'almanaccare,
e in quel supporre, un pensiero venne come un baleno, a far sussultare
tutto l'essere della poveretta: «egli l'ingannava!» Il mutamento
repentino.... il dare in escandescenze senza un perchè.... il suo
malumore, lo starsene taciturno, egli, per solito così ciarliero e
allegro.... tutto.... tutto lo provava luminosamente!

Doveva finir così: il lupo perde il pelo ma non il vizio! Ah, lo
scellerato! aveva cambiato la faccia di sua moglie per quella d'una
femminaccia.... E non eran due anni che s'erano sposati! Gliel'avevano
predicato i suoi: bada, Serena, è uno scapestrato che suol fare d'ogni
erba un fascio; non ha camicia addosso; ti prende per la dote; un
giorno o l'altro ti disprezzerà, vedrai. Essa aveva fatto la sorda, e
quel giorno era venuto. Ora non avrebbe più pace.

E stimolata dalla gelosia, si dette in gran moto per cercar
d'appurare. Tastò le vicine; adoperò tutti i sotterfugi, per non
destar sospetto, e metterle in guardia, e finalmente riseppe qualche
cosa, immaginò il resto, esagerandolo.

Già a scoprir gli altarini fu una sua amica che ce l'aveva col marito,
perchè da ragazza l'avrebbe voluto lei. Essa non si fece pregare,
tanta era la voglia che n'aveva; l'avrebbe fatto l'istesso un giorno,
anche se la giovane non avesse dato quel passo. Compare Liberto
Campagna il carbonaio, una sera, aveva visto, quel che si dice visto
co' propri occhi, Peppe dietro una macchia, con Rosa, la figlia del
_su_ Cicco Ricovási, e si baciavano. Che voleva di più!

Serena tornò a casa, che pareva, una morta. La vecchia era in cucina a
risciacquar le stoviglie. E il bimbo che si trastullava col gatto,
conosciuta la madre al passo, le venne incontro con le braccina in
aria, ciampicando.

--Mamma.... mamma.... mammuccia.

Essa lo prese in braccio, lo coprì di baci, poi se lo strinse al
petto, e scoppiò in pianto. E il piccino, che non sapeva cosa avesse
la mamma, fece il greppo e si messe a piangere anche lui.

Ma parve che al contatto di quel corpicino, alle lacrime di
quell'innocente, Serena riacquistasse tutte le sue forze: e
balbettando parole di tenerezza rotte da' singhiozzi, cercò
d'acquietarlo, gli asciugò gli occhi febbrilmente, asciugò pure i
suoi, sorrise anche per mostrare che non aveva più nulla. Ma un
pensiero le era sorto nella mente: lascerebbe il marito.... Non sul
momento però.... voleva rinfacciargli prima il suo tradimento, godere
della sua confusione.... E in cor suo sperava ch'egli s'avesse a
discolpare.

Aspettò rodendo l'aglio tutto quel dopo desinare, e parte della sera;
e quando vide arrivare allegramente _Uncecchinamici_¹, il can bracco,
segno certo che il marito era nella strada, corse nella sua camera.
Guardò dolorosamente il bimbo che dormiva, con una manina sotto la
guancia, e con le labbruzza appena socchiuse, poi si mise ad aprir
casse e far fagotti.

    ¹ Non c'è più amici: nome che i mafiosi soglion dare al loro cane,
      e il perchè è chiaro.

Peppe entrò senza guardar la moglie, senza badare al trasmestio che
faceva.

E aveva posato il fucile, e stava per levarsi la giberna che portava
ad armacollo, a uso siciliano, quando Serena, che si sentiva proprio
scoppiare, venne a piantarglisi davanti come una furia, con le mani
arrovesciate su' fianchi.

--Scellerato!... malacondotta!... esclamò soffocata dall'ira e dal
dolore.

Egli si voltò bruscamente.

--Che cosa c'è! disse poi, aggrottando le sopracciglia.

Serena, tutto in un fiato, gli buttò in faccia quel che sapeva.

Peppe trasalì, sentì stringersi il cuore: era palese dunque quel
segreto che lui e l'amante avevano cercato di custodir tanto!

Però non era uomo da perdersi d'animo anche se colto alla sprovvista,
e in un momento ponderò le conseguenze, stabilì una certa maniera di
condursi.

Chi aveva parlato? questo bisognava appurare; e per allora scaltrezza
e sangue freddo, e specialmente spargere ceneri sul fuoco.... al resto
si penserebbe dopo. Cercò di padroneggiare sè stesso, mise un freno
alla voglia pazza che aveva di menar le mani, e scoppiò in una risata
che scosse l'animo di Serena, e vi ravvisò la speranza non ancora
morta del tutto. Via questa volta gliel'avevano data a bere troppo
grossa: che burloni! lo sapevano con chi avevano da fare! E questo
avviene quando s'è credenzoni di soverchio. O s'eran voluti divertire
alle sue spalle, o li aveva spinti l'invidia.... non se ne usciva. Il
loro accordo, l'affezione che si avevano, faceva rabbia a tutti. Ah!
ah! ah! ma quelle eran cose che non potevano stare nè in cielo, nè in
terra: la figlia del _su_ Cicco era una ragazza onesta, e il meno che
pensava era di farsi all'amore con lui, padre di famiglia....

Ma essa proruppe in lacrime:

--Vuoi ingannarmi, è chiaro.... ho saputo la cosa da una persona
sicura, che non aveva proprio motivo di farsi beffa di me, nè
d'invidiarmi.... Tu mi ammaliasti con quella tua aria di buon giovine,
mi togliesti quasi per forza dalla casa paterna, per farmi poi questo
tradimento, cambiar la mia faccia per quella d'una sgualdrina! Mi sta
bene!... me l'avevano predicato i miei: Serena, un giorno te ne
pentirai!... Ma io me ne vado sai, ti lascio in libertà con la tua
bella; puoi anche menartela in casa, se ti fa piacere: io non son
donna da sopportare in santa pace un oltraggio simile, anzi sono stata
troppo buona ad aspettarti.

E si asciugava gli occhi col grembiale.

Allora il furbo le fu attorno con mille moine: era diventato un
agnellino: benchè lei si schermisse, cercava d'abbracciarla,
ripetendole sempre che non ce n'era vero niente di quel che le avevano
impastocchiato, egli non voleva bene che a lei, a lei sola... era
pazza che pensava d'andarsene? come farebbe lui senza di lei: e poi,
voleva far gongolare gl'invidiosi?... Non lo amava più se non gli
credeva.... tornava a giurarglielo, era innocente come Gesù
Bambino....

Mentiva, è vero; ma nella sua voce c'era tanta tenerezza, nelle sue
proteste tanta insinuazione, che la moglie cominciò a esserne
commossa. Era che gli pareva attraente quella piccina con le lacrime
non bene rasciutte ancora sugli orli delle palpebre, gli occhi
sfavillanti, le guance accese, per gelosia. Un po' d'amor proprio
soddisfatto lo solleticava dolcemente, si sentiva crescer nel petto
delle voglie brutali.

Si fece più insistente. E Serena si calmò: ora non ci credeva più che
il marito l'avesse tradita; la sua amica aveva mentito, per invidia,
era chiaro. Resisteva ancora, tanto per non darsi vinta subito, ma
debolmente: mentre lui parlava, seguitava ad asciugarsi gli occhi col
grembiale, tutta imbroncita, con il petto ancora gonfio di sospiri
interrotti.

--Levati.... levati, ripeteva a ogni carezza del marito, alzando una
spalla, e voltandosi a mezzo per svincolarsi.

Egli riuscì a prenderla tra le braccia, e le appiccò un lungo bacio
sulle labbra ancora umide dalle lacrime.


III.

Come quella diavoleria fosse successa, Peppe stesso non lo sapeva!

Era una mattina di maggio fresca e odorosa, che il sole, attraverso un
velo uguale di nebbia d'un colore bianco perlato, appariva pallido e
senza raggi. Egli, dopo d'aver fatta la sua giratina, s'era seduto
vicino la fontana tra le alte quercie, sopra un sasso nascosto quasi
da una ginestra in fiore: e con le gambe penzoloni, e con il fucile
sulle ginocchia, almanaccava, cullato dal mormorio dell'acqua cadente.
Almanaccava intorno a quel che gli avrebbe potuto dare un campicello a
grano, che aveva preso a mezzeria quell'anno, tanto per cercare
d'industriarsi ora che aveva un bimbo: e aveva sentito una voce fresca
e argentina, e s'era voltato. Aveva riconosciuto Rosa, la figliola del
_su_ Cicco Ricovási. La ragazza, con la brocca ritta sulla spalla,
tenendola per l'anza, con il braccio piegato ad arco, veniva per la
viottola sotto alla volta verde che formavano i rami intrecciati delle
quercie, e cantava una canzone contadinesca d'amore, d'un ritmo largo
e malinconico. Era vestita di nero: un fazzoletto nero, picchiolato di
bianco, attorno alla fronte, legato con civetteria dietro la nuca,
dava una grazia particolare al suo viso abbronzato leggermente, e con
grandi occhi castagni, lasciava veder parte delle grosse trecce
castagne sulle spalle. La sua andatura svelta e d'un'eleganza
naturale, faceva tremolare il suo petto di vergine, non stretto da
fascetta, faceva risaltare tutti i rilievi della sua persona grande e
ben fatta.

Egli, appoggiato la mano destra sul sasso, e facendosi puntello del
braccio, aveva ficcato gli occhi tra le foglie, e divorava quella
bellezza rigogliosa, con un rimescolio nel sangue che non aveva
provato mai.

La fanciulla venne alla fontana, mise la brocca sotto la foglia di
castagno, che, tenuta ferma da un sassolino, faceva le veci del
cannello, e seguitando a cantare, appoggiò un piede su una pietra, si
curvò, e alzata la sottana più sopra al ginocchio, e rimboccata la
calza, prese una pulce sulla gamba bianca come la neve. La stropicciò
tra l'indice e il pollice, poi la schiacciò tra l'unghie. E stava per
prenderne un'altra, quando a un leggiero scricchiolìo come di ramo che
cominci a spezzarsi, si tacque, lasciò cadere la sottana vivamente, e
vivamente alzò la faccia fatta di bragia. Fra' i fiori gialli della
ginestra intravvide due occhi ardenti fissi su lei, un volto che
parvegli quella di Bellomo senz'altro. Prese la brocca, la rimise
sulla spalla, e s'allontanò in fretta, tutta vergognosa.

Peppe restò a seguirla con gli occhi accesi di desiderio.

--Gliele cercherei io le pulci, gliele cercherei! aveva pensato tutto
quel giorno, con una brutale insistenza, e quella notte e la notte
appresso, aveva sognato di quella gamba bianca come la neve, e d'altre
cose ancora.

Si conoscevano. Anzi Peppe aveva fatto il chiasso con lei durante
l'ultima raccolta dell'olive. La fanciulla non aveva più madre, non
sorelle, non altre parenti prossime: una sua zia, con la quale stava
ad Altavilla, era morta nell'anno; per necessità dunque se ne era
dovuta andare a stare col padre e col fratello, il su Carluccio,
campieri nella Riserba del marchese di C. Costoro dovevano pur badare
alla roba del padrone, e per lo più, durante il giorno la lasciavano
sola. Chi si sarebbe azzardato di fare uno sfregio ai Ricovàsi! Peppe
cominciò a gironzare nei dintorni. Sulle prime il giovane veramente
non aveva delle brutte idee: ammogliato, essa era zitella.... e poi i
Ricovàsi non eran gente da lasciarsi posar mosche sul naso, e le cose
potevano volgere al brutto.... benchè lui, in fin de' conti se ne
infinchiasse della loro mafia, non si chiamava Sala per nulla.... gli
piaceva di scherzare, ecco, come si suole nel loro ceto, e per questo
e non per altro i piedi lo portavano sempre da quelle parti, appena
metteva il naso fuori del paese, con lo schioppo a spalla, e un
_cecchinamici_, il can bracco, dietro.

Ma la ragazza lo sfuggiva.

--Comare Rosa, ehi.... comare Rosa! lui le gridava dietro. Però
inutilmente, poichè lei abbassava il capo, e faceva finta di non
sentire.

Ma un giorno s'incontrarono repentinamente allo svolto d'una viottola,
e non ci fu verso di svignarsela.

--Si può sapere perchè scappate quando mi vedete, comare Rosa?

La ragazza abbassò gli occhi tutta vergognosa, e per darsi un'aria
seria aggrottò le sopracciglia.

--Chi è che scappa, rispose secco secco.

--Voi, per la madonna!

--È pazzo sto cristiano!

--No, che non son pazzo.

--Proprio?

--Quant'è vero Dio!

--Via, lasciatemi andare per i fatti miei....

--V'aiuto io a portarla quella brocca.

--Io non ho bisogno di nessuno, chè so portarla da me.

Un sorriso fine sfiorò le labbra di Bellomo; e dondolava il capo con
un suo affare assai burlesco.

--Siete in collera con me.... si vede.... ma che colpa ci ho io se
v'ho veduta la gamba, comare Rosa, fuori di casa dovevate cercarvele
le pulci!

Alla ragazza vennero le fiamme al viso; s'era adirata; ma nell'alzar
gli occhi vide quel sorriso nel muso giovanile di lui, perdè il
contegno affatto, gli assestò un pugno, e s'allontanò in fretta,
mentre il giovane le gridava dietro ridendo.

--Eh, che non c'è stato niente di male; le cose belle son fatte per
vedersi, comare Rosa.

Da quel giorno gli scherzi in proposito fioccarono: egli l'era sempre
tra' i piedi, vicino la fontana, nel gran viale del bosco, nella casa
dov'essa abitava, quando ci poteva andare ora con una scusa ora con
un'altra. E quella benedetta gamba faceva sempre le spese della
conversazione. Ora, scaldato a quel giuoco, Bellomo la covava con
certi occhi che cominciavano a mostrar chiaro quel che voleva da lei:
e lei che s'era mostrata rigida sin allora, cominciava ad ammollirsi
sotto il suo sguardo dolce, e che non mancava d'una certa potenza; più
d'ogni altra cosa, era quel suo viso quasi femminile che le faceva
battere il cuore d'una maniera strana, e la disarmava man mano.
Sorrise a fior di labbra, ascoltò con un leggiero incarnato sulle
guance, rispose allo scherzo, rise.... E Peppe sapeva che una donna
assediata che ride, è come una fortezza che capitola.

Una sera nell'ora del crepuscolo, erano soli sotto agli alti alberi,
vicino la fontana. La luna, sorpassando una sottile striscia di
nuvole, si levava come una palla rosea nel cielo azzurrino. La
fanciulla, seduta sull'erba, con gli occhi bassi, con le guance tinte
d'un leggiero rossore, fingeva d'esser tutta intenta a giocare con dei
sassolini, mentre ascoltava Peppe, che, appoggiato al tronco d'una
querce, con un braccio sulla bocca del fucile, parlava con una voce
dolce dolce. Via, perchè metter su muso quando glielo diceva?... egli
le voleva un gran bene, il cuore non mentisce. Che c'era poi di male?
il Signore aveva fatto l'uomo e la donna perchè s'amassero
liberamente, senza pastoie, secondo il loro piacere.... Se lo
ricordava quel giorno?... gliel'aveva detto sempre: l'aveva veduta
vicino la fontana.... e non aveva avuto più pace. Che ci poteva fare
se si era innamorato di lei? che ci poteva fare se non poteva stare
senza vederla? Oh, quella gamba!... soggiunse ridendo, l'aveva fatto
quella gamba gigli e rose il male! Doveva per questo ricompensarlo con
quella freddezza, con quel rigore, fingendo di non capire.... quel che
voleva da lei? E si messe a cantar sottovoce:

    Nice racchiudimi
      Nel tuo giardino,
      Al fin di cogliere
      Quel fior carino.

    Prendi quel fiore,
      Donalo a me
      Questo favore
      Voglio da te.

    Tu ti fai stupida,
      Per non capire,
      Il fior che chieggoti,
      Sai che vuol dire:

    Nice quel fiore
      Donalo a me,
      Questo favore
      Voglio da te...

Poi si fece serio a un tratto. Egli non poteva più vivere a quel
modo.... non l'avrebbe durata a lungo: lo sapeva quel che gli restava
a fare.... il mare c'era perchè un cristiano, stanco di soffrire, ci
s'andasse a buttare.... Oh, glielo diceva davvero! l'avrebbe veduto
poi, quando non ci sarebbe stato più rimedio. Via... l'ascoltasse una
volta.... non chiedeva poi un gran che: che anche lei gli volesse un
po' di bene.... tanto così, e glielo dicesse.

Rosa lo guardò, ma non aprì bocca: riabbassò la testa, e si rimesse a
giocare co' sassolini.

--Una sola parola.... gna' Rosa.... ditemi almeno di sì col capo....

Lei seguitava a tacere. Allora Peppe fece un passo, e stese la mano,
per prenderle il mento, e farle alzare la testa: ma la fanciulla non
gliene dette il tempo; balzò in piedi, svelta come una gatta, e via di
corsa per la viottola della casa.

Il giovine restò in asso. Di primo lancio fu per inseguirla, ma si
rattenne: temeva di guastar tutto nel meglio; quella era l'ora che
solevano tornare il padre e il fratello, l'avrebbero potuto vedere.

--Scappa pure, disse tra' denti, guardando verso dove era scomparsa la
fanciulla, ma dacchè tu stai a sentirmi, ci cadrai, o non son più
Peppe Sala!

Gli bruciava il sangue, aveva sete. Andò alla fontana, e appoggiato il
fucile a un cespuglio, s'inginocchiò vicino alla sponda, si curvò, e
si mise a bere avidamente.

Un'ombra nera baluginò fra' grossi tronchi, e un sasso cadde nel bel
mezzo della fontana: l'acqua, rotta, schizzò nel viso e nel petto di
Bellomo. Nell'istesso tempo scoppiava una risata argentina, e la testa
di Rosa, illuminata dalla luna, sporse di dietro a un tronco vicino.

Peppe restò come un allocco, ma passata la prima impressione, s'alzò
di scatto, e balzò verso di lei.

--Ah, mariola!... ah, mariola!...

Egli ansante, essa ridendo sempre, cominciarono a inseguirsi attorno
al tronco. La ragazza, attenta a ogni suo movimento, gli sfuggiva,
arrestandosi in tempo, girando pel verso opposto: pareva che facessero
a rincorrersi come i bambini attorno a qualche mobile. Ma si stancò, e
a lui venne fatto d'afferrarla per il lembo della veste: la strinse
tra le braccia, mentr'essa ansante, arrovesciava la testa, e rideva
sempre.

--Ah, mariola!... ah, mariola!... ripeteva lui stupidamente.

--No.... via.... lasciatemi....

Ma il giovine tacque a un tratto; gli dette una stretta brutale, e
caddero di stramazzo.

--No.... no.... Maria.... santissima....


IV.

Fu scherzando, e senza fargliene accorgere, che Peppe levò di bocca
alla moglie il nome della persona che l'aveva incitato contro di lui:
tanto più che la poveretta non capiva nella pelle per il rinsavire del
marito. Bellomo andò in casa di quella persona, e le disse due
paroline all'orecchio: poi procedette con più precauzioni.

La tresca durò ancora per altri sei mesi.

--Peppe, sono gravida! gli disse una sera Rosa bruscamente, mentre
attingeva l'acqua alla fontana.

Egli la guardò impallidendo.

--Santo diavolo! esclamò poi, e abbassò il capo, senz'aggiungere
altro.

Anche lei stava zitta: erano accasciati sotto a quel colpo al quale
non avevano pensato che di volo, come cosa troppo molesta, atta a
metter freddo nel bollore delle loro ebbrezze!

--Bisogna nasconderlo quanto più si può a tuo padre e a tuo fratello
Rosa.... riprese lui: in questo mentre penseremo.... provvederemo....

--Farò di tutto, balbettò la fanciulla, e scoppiò in lacrime.

Peppe la lasciò piangere: non si mosse: con gli occhi bassi, e le
sopracciglia aggrottate, non ebbe una parola di conforto per
l'infelice che aveva perduta.

Penseremo.... provvederemo!

Ora invece pensava che non era stata onesta la sua condotta: il
padre.... via, bisogna confessarlo, era nel pieno diritto di far
salsiccia di lui. Che farebbe egli nei suoi piedi? E aveva figli, e
non era giusta che avesse a cimentar la vita a quel modo. Come fare
dunque?... Come fare?... La cosa la sapevano loro due solamente.... se
lei si potesse maritare!... Ma il marito s'accorgerebbe certo....
bene, ce n'eran tanti dei mariti che avevano fatto la faccia brutta la
prima notte, e il marito di Rosa con gli altri: non stava lì la
difficoltà. Piuttosto come fare a trovarlo subito questo marito? se
avesse una sommetta nelle mani, non diceva.... Oh, un terribile nodo
era venuto al pettine, e la cosa non poteva andar così liscia....
Maledetta quella sera!... si era cacciato in un bell'imbroglio. E più
cercava il modo d'uscirne, e meno lo trovava. Lo divorava una rabbia
sorda, l'aveva quasi con la poveretta perchè era gravida!

Essa seguitava a piangere zitta zitta. Avrebbe commosso anche i sassi.

--Addio, Peppe, disse infine, vedendolo star lì, con gli occhiacci
bassi, e la cera brutta.

--Addio.

La fanciulla prese la brocca già piena da un pezzo, e tutta bagnata
dall'acqua che s'era venuta riversando per la bocca, se la mise sulla
spalla, e s'allontanò asciugandosi gli occhi col grembiule.


V.

Quant'astuzia per nascondere il suo stato al padre, e al fratello!
Quante cure, quanti palpiti, quanti dolori, quante angoscie! povera
fanciulla, pagava ben caro il suo fallo!

Intanto Peppe cominciava ad allontanarsi: oramai essa non lo vedeva
che rare volte, e alla sfuggita: un'altra spina, e la più pungente,
nel cuore di Rosa che l'amava sempre. Non pensava più a lei dunque
quell'ingrato, nè a darle aiuto, come aveva promesso; l'abbandonava
dopo averla ridotta in quello stato! E a lungo andare, per quanto
cercasse di padroneggiarsi, non riuscì più a nascondere l'agitazione
crescente; le lacrime che, suo malgrado, a volte le sgorgavano dagli
occhi; l'abbattimento che la coglieva all'improvviso, e come un colpo
di mazza. Fu a questi sintomi che il su Cicco s'insospettì. Cominciò
ad osservarla da capo a' piedi, e darle certe occhiattacce che la
facevano rimescolar tutta: era più spesso in casa, la coglieva alla
sprovvista.

--Ma che ha costei? domandava a sè stesso tenacemente, stillandosi il
cervello, che ha costei?...

E una sera intravvide la verità come in un lampo. Fu una scena
terribile. Erano soli nella vasta stanza terrena, e la scarsa luce
d'un lume a olio gettava un debole chiarore sulle pareti nere come
filiggine. Fuori il vento gemeva lugubremente tra l'alte quercie,
l'acqua batteva su' vetri. Essa, avvolta in un vecchio scialle,
accoccolata vicino al focolare quasi spento, recitava il rosario tra
di sè: moveva le labbra con fervore, e chiudendo spesso gli occhi,
faceva scorrer tra le dita le pallottole della corona. L'infelice
abbandonata dagli uomini, si rivolgeva a Dio. Il su Cicco la guardava
fisso, e con uno strano sguardo.

--Alzati! le ordinò a un tratto, cambiato nel volto, e con una
leggiera rancedine.

Rosa s'alzò. Egli la squadrò dal capo a' piedi, come soleva da qualche
tempo, poi le disse bruscamente:

--Tu sei gravida!

L'infelice diventò bianca come una morta, e si mise a tremare.

--Io.... balbettò, io.... non è vero.

--Tu sei gravida! ruggì il su Cicco. Non mentire.... è meglio per te.
E balzò in piedi. Rosa ricadde accoccolata, nascose la faccia nelle
mani, e scoppiò in lacrime.

Seguì un silenzio.

--Dunque è vero! riprese il padre con una calma sinistra. Poi proruppe
a un tratto. S'avvicinò alla figliola, e stringendo indietro le pugna,
e curvandosi a bruciarla col soffio ardente che gli usciva dalla
bocca, gridò terribile in volto:

--Chi fu....

--Mamma mia!

--Zitta, non nominare tua madre; tu non ne sei più degna.... Il nome
di quell'assassino....

--Mamma mia!

--Ah, vuoi morire dunque!

E balzato all'angolo della stanza, afferrò il fucile, l'armò e lo
spianò contro la figlia. Questa cacciò uno strido, si curvò tutta da
un lato, e si fece riparo con le mani, barbugliando suoni
inarticolati.

Ma il su Cicco non voleva che spaventarla. Più che all'onore, pensava
allo sfregio fatto alla sua riputazione di malandrino, e bramava
sapere il nome di colui che gliel'aveva fatto, per lavarlo col sangue.
Posò dunque il fucile, e ritornò vicino alla figlia.

--Il nome di quell'uomo....

Lei si rizzò sulla vita, restò genuflessa, col corpo abbandonato sulle
ginocchia, storcendo le mani per l'angoscia.

--Dimmelo.... seguitò lui co' denti stretti, dimmelo, che è meglio per
te.

La povera fanciulla si riscosse, ma non rispose nemmeno questa volta.
Allora lui, cieco d'ira, l'afferrò per i capelli, la buttò in terra, e
mostrandole il pugno, quasi volesse fracassarle il cranio, con gli
occhi fuori della testa, e con le vene del collo rigonfie, urlò
schiumante:

--Lo dirai, baldracca, lo dirai chi è stato, se non vuoi ch'io ti
schiacci come una vipera....

--Non posso dirvelo.... balbettò lei in un rantolo.

--Lo dirai....

--Per la Vergine Santa.... non posso.... ammazzatemi, oh! ammazzatemi
che è meglio!

--Parla, se no, quanto è vero Dio, davvero t'ammazzo.

Lei rispose con un gemito.

--Senti.... bisogna che me lo dica.... quell'uomo deve sposarti.

--Non posso.... non ve l'ho detto che non posso? Oh, mamma mia!

Il su Cicco trasalì: restò immobile, curvo sulla figlia: era stato
come fulminato da un pensiero orribile.

--Ah!... tu non puoi dirlo! articolò infine, fattosi più livido
ancora. E lasciò i capelli della figliuola, lentamente, senza cessar
dal guardarla, come se volesse leggerle nell'anima. Rosa s'alzò tutta
pesta e impolverata, e si trascinò nella sua camera, singhiozzando,
con la faccia nascosta tra le mani.

Il su Cicco restò in mezzo alla stanza. Egli si passò la mano sulla
fronte, come se facesse tutti i suoi sforzi per cacciar quel pensiero
che gli bruciava il cervello, gli faceva scorrere per il corpo brividi
di ribrezzo.

Un soffio di vento fece oscillare la fiammella della lucerna.

--Che tempaccio da lupi, disse una voce.

Il su Cicco trasilì, e si voltò vivamente. Era il figliolo ch'egli non
aveva sentito entrare. Il giovine era imbacuccato nel suo ampio
cappotto di _bordiglione_; richiuse l'uscio, battè i piedi per fare
sgocciolar l'acqua degli stivaloni, appoggiò lo schioppo a un angolo
della stanza, si levò il cappotto d'addosso, e l'appese a un chiodo.

--Ho parlato con mastr'Antonio....

Ma allora s'accorse del turbamento del padre, ed esclamò:

--Che cos'avete!... Che è stato...

--Niente, rispose lui secco secco. Poi dopo un momento di silenzio
soggiunse avviandosi:--Sali devo parlarti.

--Ma che diamine è stato insomma!

--Sali: te lo dirò sopra.

E l'uno avanti, l'altro dietro con il lume in mano, vennero nella
camera dove dormivano. Lì il padre si messe davante al figlio, gli
piantò gli occhi in faccia, e gli disse bruscamente:

--Carluccio, tua sorella è gravida!

--Che cosa dite!... gridò il giovine fattosi pallido come un morto.

--Or ora me l'ha confessato lei stessa.

Nelle pupille del su Carluccio avvampò una fiamma giallognola.

--.... E non l'avete scannata?

--No.... prima bisognava sapere il nome dell'uomo che mi fece questo
sfregio.

--E.... ve lo disse? domandò il giovane afferrando il braccio del
padre.

--No. E fissando il figliolo con più intensità, soggiunse:--Chi la
disonorò, non può sposarla....

--.... Dov'è colei?

--Nella sua camera.

--Venite.... lo dirà a suo fratello.

L'infelice era seduta sulla sponda del suo lettuccio. Aveva le mani
abbandonate in grembo, nel volto marmoreo i suoi occhi fissi,
orribilmente sbarrati, ardevano d'un fuoco sinistro. L'aveva presa uno
strano intorpidimento che ammortiva le sue sensazioni; aveva nel
cervello annebbiato un formicolio. Vedeva la faccia del padre, con
quell'espressione terribile, e a un tempo Peppe, pallido,
insanguinato, con i capelli irti, stender le braccia verso di lei.
Stentava a mettere insieme le idee.

--Bisogna avvertirlo... bisogna avvertirlo.... Queste sole parole
galleggiavano nel quasi annegamento della sua intelligenza; e le
ripeteva e le ripeteva tra di sè, pronunziandole senza voce, con le
sole labbra.

Non sentì il rumor dei passi de' due uomini che venivano: si riscosse
solo quando si spalancò l'uscio, ed entrarono. Balzò in piedi, e corse
a rannicchiarsi contro il muro, come un bambino il quale abbia paura.
Mugolava.

Il su Carluccio digrignava i denti come una bestia feroce; aveva gli
occhi iniettati: fissò un momento la sorella, poi le saltò alla gola.

--Baldracca, urlò, baldracca, se mio padre non ha avuto il coraggio
d'ammazzarti, io t'ammazzo sangue della.... Il nome del tuo ganzo....
parla.... dici il nome di colui!...

E stringeva. La povera fanciulla era diventata pavonazza; aveva gli
occhi fuor della testa, la lingua penzoloni, e gorgogliava. Vedeva il
fratello terribile nel volto, risoluto; sentiva d'impazzire.... Ebbe
paura. Accennò con gli occhi che voleva parlare, e quando il fratello
allentò la stretta, Peppe Sala, disse come in un rantolo, e
s'abbandonò contro la parete.


VI.

Carluccio quella notte non dormì; stette supino nel letto, a occhi
aperti, meditando. Egli non sentiva nemmeno un lamento che di tratto
in tratto veniva dalla carboniera, dove avevano chiuso la povera Rosa.
Uscì che non era ancora aggiornato: si tirava dietro, per la cavezza,
la cavalla nuda.

Non pioveva più; grossi nuvoloni neri vagavano per il cielo, oscurando
di tratto in tratto la luna vicina al tramonto: il vento era caduto;
si sentiva il fremito lontano del mare che si rompeva sulla spiaggia.

Saltò a cavallo, e, di buon passo, venne al limite del bosco, nelle
vicinanze del Mandorlo. Lì smontò; attaccò una pastoia alle gambe
della bestia, gli levò la cavezza, e con quattro palmate sulla groppa
la cacciò dentro a un seminato che verdeggiava a poca distanza da quel
luogo.

Il cielo ad oriente, si tingeva d'una sfumatura di roseo. Egli dette
delle lunghe occhiate in giro, poi ritornò lentamente verso la casa.

Nello sboccare dalla viottola della valle, non s'accorse d'una testa
livida, che s'affacciò appena di sopra a un muro d'un casolare
diroccato, poco discosto. Il su Cicco, armato sino a' denti, aspettava
Bellomo alla posta.

Carluccio entrò nella stalla, appese la cavezza a un cavicchio, poi
s'avviò su per la montagna.

Tutto quel giorno si sentì a urlare, con quanto ne aveva in canna,
ingiurie e minacce, infarcite di bestemmie, ora a un pecoraio che
faceva l'addormentato, mentre le sue bestie passavano il limite
dell'aggina, ora a un carbonaio che si chinava a raccoglier legna
secche nel bosco, ora a un mezzaiuolo che aveva legato il mulo vicino
a un prato di fieno, ora a un passante il quale faceva le viste di
sbagliar la via per cacciarsi sotto agli ulivi. Intanto s'ostinava a
restare in cima al ciglio d'un ripido pendio erboso, che andava a
finire all'orlo d'una rupe.

--Su Carluccio, ve ne prego, impastoiatela nella montagna quella
benedetta cavalla.... anco or ora ho dovuto cacciarla dal seminato.

--Sulla legge d'onore, compare Peppe, stamattina mio padre l'ha
impastoiata nella valle del Lupo!

Erano ritti sul ciglio del pendio, dove Peppe, che aveva sentito la
voce del giovine, era arrivato allora allora. Cadeva il crepuscolo tra
gli ultimi rumori della campagna che pareva s'intorpidisse sotto alla
fredda serenità di quella sera di gennaio. Una fascia rosea,
nell'orizzonte davanti a loro, si confondeva con la linea lucente del
mare color di lavagna.

--Non voglio contradirvi.... ma come mai, impastoiata, poteva scendere
dalla valle del Lupo sino al Mandorlo!

--Se non l'avessi veduto io, con questi miei occhi, mio padre a
impastoiarla nella valle, non ci crederei nemmeno. Ah! è una bestia
indiavolata quella lì!

Si voltò, e diede un rapido sguardo in qua e in là: un leggiero
pallore cominciava ad apparirgli nel viso.

--Vedete, mi farete perdere il pane, su Carluccio....

--Dio non voglia, compare Peppe, piuttosto la sera la metteremo
dentro....

--Grazie....

--Non c'è di che.

--Ma non pretendo tanto, basta che la teniate un po' d'occhio.... Non
è per altro, ma quella carogna di don Valentino m'ha minacciato
d'andare a ricorrere al sindaco, se la cosa avesse a seguitare; e lo
sapete che io ho moglie, figliuoli, e una madre da mantenere.

Carluccio faceva tutti i suoi sforzi per non lasciare trapelar nulla
dell'agitazione che in lui si veniva facendo sempre più viva.

--Ma era proprio dentro al seminato quella rozza rognosa? domandò nel
tono più naturale che potè.

--Certo. Laggiù, guardate, poco più sotto dalla no....

Ma la parola morì in urlo disperato. Carluccio, profittando del
momento ch'egli si voltava accennando con il dito, gli aveva dato una
fortissima spinta. Peppe sbalzò nel pendio battendo l'aria con le
braccia, cadde, rotolò come un sasso, poi disparve nel vuoto.

Un capraio che cercava una capra smarrita tra i grossi macigni della
vetta, s'era accorto d'ogni cosa, e aveva conosciuto il su Carluccio:
s'acquattò, tutto tremante, dietro un cespuglio. Il poveretto lo
sapeva che s'egli l'avesse visto, l'avrebbe ammazzato di certo.


VII.

Avevano cenato sole, in silenzio, alla scarsa luce della lucernetta,
inghiottendo i bocconi lentamente, poi la vecchia aveva alzato la
testa, aveva fissato la nuora con tenerezza pietosa, e le aveva detto:

--Non farne delle solite, Serena, vai a letto, egli non verrà manco
stasera.

--Sì, mamma, aveva risposto la poveretta con un groppo alla gola, e
s'era alzata, e s'era messa a sparecchiare. La vecchia seguitava a
guardarla con la sua aria intenerita. Finalmente s'appoggiò al desco
con tutt'e due le mani, s'alzò, le si avvicinò, e:

--Sarà appostato per sorprender qualche bestia ne' seminati, le disse
a mo' di consolazione. L'attirò a sè, la baciò in fronte, come soleva
tutte le sere, prese un lumino, l'accostò alla lucerna, con mano
tremante, l'accese, e gettato un altro sguardo alla nuora s'allontanò
strascicando le ciabatte.

Serena finì di sparecchiare, s'aggirò ancora un pezzo per la camera,
mettendo in assetto le sedie, tirando fuori il lucignolo della
lucerna, fermandosi ad ascoltare ogni piccolo rumore che venisse dalla
strada: poi prese i piatti accastellati, e andò in cucina a
risciacquarli.

Tornò con la granata, spazzò la camera, e aperto uno sportellino della
finestra senza cristalli, guardò fuori. Il paese dormiva
nell'oscurità, sotto al cielo scintillante di stelle; di tempo in
tempo risonava sul selciato, allontanandosi, un passo affrettato, si
sentiva il grugnito d'un maiale che grufolava nelle immondizie, il
chicchiriare dei galli che si rispondevano di porta in porta.

Era mezzanotte.

Serena stette così lungamente, bevendo l'aria fredda della notte, col
cuore stretto da un'angoscia indefinita.

Un soffio gelato la tolse da quel torpore: il vento s'era messo a
spirare da tramontana. Chiuse lo sportellino, spense il lume, il cui
lucignolo faceva il fungo tristamente, ed entrò nella sua camera.
S'udiva il russare sonoro della vecchia.

Era stanca, rifinita, e tremava dal freddo: s'avvolse in un vecchio
scialle, sedè al capezzale del letto, dove con le manine in croce, con
le guancette accese, con il respiro dolce tra le labbruzza semiaperte,
dormiva il suo figlioletto, e si mise a piangere in silenzio.

L'indomani tutte le autorità del paese erano in moto: un contadino era
venuto a dire che sotto alla Rupe Rossa c'era il cadavere d'un uomo.
In piazza si formavano de' capannelli: tra un bisbigliare confuso, tra
un sospettoso luccicar d'occhi dentro al cappuccio degli _scappolari_,
si parlava dell'accaduto.

Era corsa voce che si trattasse d'una disgrazia, ma non ci credeva
nessuno: conoscevano il luogo, ed era assai difficile che uno vi
potesse precipitare a caso; compare Peppe non era uomo da buttarvisi
apposta: non c'è alcun perchè del resto. Dunque l'avevano ammazzato, e
poi l'avevano buttato di sotto: doveva essere un furbo matricolato
quello che aveva fatto il colpo! Forse era stato un carbonaio a cui
aveva dato delle nerbate; o Vito, a cui aveva fatto pagar le spese del
danno fatto dal mulo nel campo di don Ciccio; o Brasi col quale s'eran
barattate quattro parole un po' vive la domenica avanti. Insomma
conchiudevan tutti che qualche cosa sotto ci doveva essere: non
s'ammazza un uomo per niente. Lasciava in mezzo d'una strada un
figlio, la moglie, la madre vecchia; quello era il vero guaio! in
quanto a lui, se l'avevano ammazzato gli stava bene.... doveva avere
qualche peso sulla coscienza.... vanno a finir sempre così
gl'_infami_!

Nel Casino, i galantuomini parlavano pure della cosa, con certi visi
contenti, come se avessero preso un terno.

Un malfattore di meno, susurravano sommessamente, per paura che non li
avessero a sentire gli _scappolari_ che passeggiavano in piazza, tutti
birboni que' Sala!... Il padre era morto sul patibolo, e il fratello
maggiore era in galera; gli altri due li aspettava la forca.

E facevano voti che si scoprisse il reo, e lo si mandasse in
gattabuia, a vedere il sole a scacchi per sempre. Uno al giorno ne
doveva succedere di quei casi! i lupi così si sarebbero divorati
presto tra di loro, e il paese sarebbe finalmente purgato dalle
cattive erbacce.

Intanto, con gran rumore di daghe e di giberne ballonzolanti, venivano
al passo di corsa quattro carabinieri e il brigadiere, un omaccione
baffuto, che pareva si volesse mangiare i cristiani, con gli occhi.
Cessò il brusìo, i capannelli si sciolsero; quella gente si voltava a
guardarli di traverso, sputando loro dietro, a voce sommessa, ogni
sorta di parolaccie.

Anche nel Casino dei galantuomini si dicevano corna di que' poveri
diavoli, sempre in moto, in fin de' conti, per tutelare le vite e gli
averi dei cittadini, a rischio di prendersi una schioppettata! Guarda
gli sbirri! correvano ora che c'era il morto: dovevano trovarsi là a
impedire il fatto piuttosto! ma amavano starsene colle mani sulla
pancia, tutto il santo giorno, aspettando la sera, per andare a
dormire in casa delle baldracche. Così si mangiavano a ufo il denaro
del governo, il quale, poi, era il sangue che cavavano a tutti. Era
per mantenere que' fannulloni che quei del parlamento ammontavano dazi
sopra dazi, sicchè a' contribuenti non restava altro da fare che dar
la loro roba al governo, riserbandosi un tanto al giorno per vivere.
Ci voleva una rivoluzione, ci voleva, per fare una bella ripulita!

In quel mentre il brigadiere era andato a prendere il delegato, e il
pretore, e s'erano avviati alla montagna, sotto alla Rupe Rossa.
Trovarono Peppe giacente sconciamente tra sassi, tutto rotto ed
insanguinato. Il povero Bellomo aveva la bocca storta, gli occhi
appannati; pareva che guardasse di sottecchi con un sogghigno
sinistro.

Oh! se l'avessero visto quelle ragazze che se lo mangiavano con gli
occhi la domenica in chiesa, quando, sotto all'organo, si faceva vento
col fazzoletto di seta rossa!

L'adagiarono sur una scala a pioli, che avevano portato apposta, e il
triste gruppo si mise in cammino lentamente.

Fuori del paese aspettavano molti curiosi, imbaccucati ne' loro
scappolari di bordiglione, che parevano tanti fantasmi neri. Anche lì
era un brusìo, un ondulare di cappucci, un domandare, un rispondere,
un allargare i commenti della mattina, un ricambiarsi l'istesse
notizie, con un po' di frangia però, per il tempo che c'era passato
sopra; mentre alcuni monelli si cacciavano tra' diversi gruppi,
chiamandosi per nome, vociando e ridendo, come se si trattasse
d'assistere a qualche spettacolo di fiera.

Un po' in disparte dagli altri, c'era un gruppo di facce patibolari:
gran barba, coloriti smorti, o abbronzati, occhi irrequieti, che non
si fermavano più d'un secondo in un viso, come se temessero che per
quella via si leggesse loro nell'anima. Erano i pezzi grossi della
mafia. Susurravano tra di loro, a frasi smozzicate, con certe mosse di
bestie male addomesticate, con certi sorrisi, pallidi, guardando i
curiosi che gli si avvicinavano troppo, di sbieco in modo da far
paura. Tenevano il manico del mestolo della pentolaccia dei delitti
del paese, e la sapevano lunga, benchè non ne facessero le viste.

--Oh, oh!... guarda compare Carluccio, esclamò un di loro, e gli altri
si voltarono lentamente. Quello lì ne ha del fegato!

E si ricambiarono uno sguardo d'intelligenza.

Carluccio, chiuso nel suo scappolaro che non lasciava veder altro che
gli stivaloni di vacchetta, la punta del naso, e il lampo de' suoi
occhi grigi, s'avanzava mogio mogio, come se non fosse fatto suo.

--Salutiamo il su Carluccio, dissero a coro quei mafiosi.

--Salutiamo.

--Povero compare Peppe, eh!

Ma lui non ne voleva sentire a parlare, santo diavolo! non poteva
ancora darsene pace; non comprendeva come mai potessero succedere
certe cose! l'aveva visto nel bosco sull'imbrunire, sano e pieno di
vita....--Dove si va, compare Peppe?--Alla montagna, su Carluccio.

--C'è cosa?--Niente. Devo andare a parlare a un carbonaio.... Non ci
voleva credere la mattina, quando gli avevano detto la cosa.

Intanto i carabinieri e i soldati, seguiti dal delegato e dal pretore,
venivan su per l'erta: fra le divise si vedeva la scala con sopra la
massa inerte del morto. S'affollarono tutti, rizzandosi sulla punta
dei piedi, per veder meglio.

In quel mentre s'udirono delle strida che fecero voltare i curiosi, e
poco dopo, da una via, sboccarono la moglie e la vecchia madre di
Peppe, e parenti e vicini, i quali cercavano di calmarle.

Serena, senza scialle, con i capelli stracciati, con il volto
chiazzato di lividure, per i pugni che vi si era dato, e vi si dava di
continuo, con la disperazione negli occhi impietrati, veniva avanti,
esclamando a scatti, con voce che non aveva più nulla dell'umano:

--Figlio!... figlio!...--Poi urlava come una fiera.--Dov'èee!...
Dov'èee!... lasciatemi passare!

--Figlio mio Peppe.... figlio mio Peppe.... veniva piangendo dietro la
povera vecchia, con una nenia straziante. Era anch'essa in capelli,
pallida, e di tratto in tratto batteva le mani aggrinzate palma a
palma.

E quella gente, che aspettava il morto, con una curiosità priva di
commozione affatto, a quella vista non resse. Furono attorno alle due
donne, cercarono di calmarle, di farle tornare indietro: qualcuno
piangeva.

--Lasciatemi andare!... urlava la povera Serena, lasciatemi andare!...

E aveva un piglio terribile.

Risonò uno strido straziante, uno di quegli stridi che sogliono
cacciare le anime veramente disperate. Allo svolto della via,
l'infelice aveva visto in confuso tra le divise, la scala con sopra la
massa inerte del cadavere del marito.

--Peppe!... oh, Peppe!... urlò strappandosi i capelli: e con quella
forza sovrumana che da il dolore, rovesciando quelli che cercavano di
tenerla, corse a buttarsi sul morto.

La povera vecchia, sostenuta da due donne, guardava quello spettacolo,
tremante, con gli occhi invetrati, mettendo di tratto in tratto dei
rantoli che stringevano il cuore.


VIII.

Dalla sezione cadaverica, che si fece l'istesso giorno nella sagrestia
di S. Giuseppe, risultò che Peppe non aveva ferite nè d'armi bianche,
nè da fuoco, il suo fucile s'era trovato carico, proprio all'orlo del
precipizio, trattenuto da un cespuglio. Nessun indizio che mettesse la
giustizia nella buona via; tutto faceva credere ch'egli fosse
precipitato per un fatale accidente. Le autorità ne fecero rapporto ai
superiori.

Trascorse un mese: all'accaduto non ci pensava più nessuno.

--To', carogna rognosa.... to'.... Santissimo diavolo, t'ammazzo se ti
vedo un'altra volta con le capre nella Riserba!

Così il su Carluccio, con un nerbo in mano, tempestava di colpi un
povero capraio giacente in terra.

--Ahi!... c'erano entrate appena, su Carluccio.... Ahi! m'ammazzate!
urlava il poveretto, mettendo avanti un braccio per difendersi la
faccia, e chiudendo gli occhi a ogni nerbata.

--To'.... to', assassino! seguitava il su Carluccio, con gli occhi
iniettati di sangue, e con la schiuma alla bocca.

--Ahi!... Ahi!... mamma mia!...

--To'.... to'.... E zombava, e zombava, senza stancarsi.

--Sono morto.... balbettò il capraio, e restò inerte.

Egli s'allontanò bestemmiando, e voltandosi spesso a urlar minacce ed
ingiurie al giacente.

Ma l'istessa sera il capraio, con la testa fasciata, tutto livido e
pesto, si portò all'Uliveto come meglio potè, e domandò del su Menico,
il fratello campiere di Peppe.

--M'hanno detto che tu cerchi di me.

--Gnor sì, su Menico.

--Che vuoi?

--Devo parlarvi.

--Sbrigati.

--.... Qui no.

--Oh! oh!.... è importante quello che devi dirmi?

--Importantissimo.

--Ma tu che hai che sei tutto fasciato?

--Son caduto, mentre inseguivo una capra nelle balze del Pero.

--Vieni dunque.

E lo condusse poco lontano dalla casa, sotto un ulivo saracinesco.

--Ora puoi parlare.

--Giurate, prima di tutto, che non mi nominerete mai.... qualunque
cosa succeda.

Quello lo guardò fisso e a lungo.

--Da _picciotto_ d'onore, disse poi portando la mano al petto.

--.... V'hanno detto.... che vostro fratello Peppe è caduto per caso
dalla Rupe Rossa....

--Sì, rispose il su Menico, aggrottando le sopracciglia.

--Ebbene.... non è andata così liscia la cosa.

--Che dici!

--La verità.

--L'ammazzarono dunque! esclamò, fattosi verde come l'aglio.

--Gnor sì.

--.... E.... chi fu?...

--Il su Carluccio.

E gli raccontò quel che aveva veduto.

Il su Menico portò la mano destra alla bocca, e si attaccò un morso in
un dito.


IX.

Uno splendido sole di marzo illuminava la campagna: tirava una
brezzolina pungente. Il su Cicco, dondolandosi sulla sua robusta
cavalla baia, faceva la solita girata per il bosco.

Si sentì un colpo.

--_M'ammazzaru_!... gridò il campiere, e cadde da cavallo.

Ma col pallore della morte nel viso, si sollevò sopra un braccio, e
arrivò anche a cavar fuori la pistola dalla tasca del giubbone: ma in
quella si sentì un secondo colpo, e una palla venne a bucargli l'osso
frontale.

La domenica dopo, verso ventitrè ore, il su Menico passeggiava, con un
suo cognato, nella piazza d'Altavilla, tra un mondo di gente.

Un uomo armato s'affacciò alla cantonata d'un vicolo, spianò lo
schioppo, e fece fuoco due volte: il su Menico e il cognato
stramazzarono senza manco poter dire, Gesù aiutatemi!

Nessuno si mosse ad arrestare il feroce omicida, che, di buon passo,
senza punto affrettarsi, imboccò un vicoletto vicino, e scomparve.

Era il su Carluccio. A pochi passi dal paese l'aspettava un contadino
con la cavalla, vi saltò sopra, e via di galoppo.

In quel tempo Valvo e Cicero, o che avessero dato fondo alle
venticinque mila lire pagate loro prima di imbarcarsi, e si vedessero
alle strette; o che rimpiangessero la vita d'ozio e di violenze, che
avevano menato per tanti anni e con tanta fortuna; o che la mafia, per
mezzo d'amici di là, avesse fatto pratiche insistenti per aver di
nuovo nelle campagne ausiliari così potenti; o per tutte queste cose
insieme; erano ritornati dall'America, e battevano nei contorni di
Termini. Il su Carluccio andò a trovarli, e fu accolto proprio a
braccia aperte.



PROPRIETARI E FITTAIOLI


I.

Zu Vito, qualcosetta sul fitto ce l'avete a crescere, disse all'antico
fittaiolo il babbo Striati prima d'andare dal notaro a rinnovar l'atto
scaduto.

--Che dice mai vostr'eccellenza! io ci ho rimesso ogni anno.

--Eh, via!

--Glielo giuro per il santo giorno ch'è oggi.

Striati si strinse nelle spalle, come per dire: non so che farci, e il
zu Vito lo guardò freddamente.

--I giardini glieli lascio piuttosto, aggiunse abbassando que' suoi
occhiacci iniettati.

--Fate pure, rispose il vecchio. E mise i giardini all'asta.

Quella sera nel paesetto ci fu un movimento insolito. Il zu Vito Sala,
suo figlio Brasi, Bartolomeo Lalla il socio, s'eran messi in giro: e
bisbigliavano or con questo or con quello, alla cantonata d'un vicolo,
sotto la tettoia della piazza, nelle vicinanze d'una taverna, nel vano
della porta laterale della chiesa, nello stradone fuori del paese. Era
un batter palmate sulla spalla con un «badiamo!» un far festa, con un
«non ne potevo dubitare;» un far proteste di servizi futuri, portando
la mano al petto; un accorto minacciar guai, masticando certe frasi
smozzicate, che finivano poi con un «ma se lo dicevo io che gli amici
son sempre amici!» un contegno da can cucciolo, con certi mastini che
solevano mostrare i denti....

E il risultato di quest'armeggiare fu, che l'asta dei giardini dello
Striati restò deserta tre volte. In mancanza di meglio, il
proprietario dovette contentarsi dell'offerta del zu Vito, alle quali,
profittando dell'occasione, il furbo aveva anche fatto un piccolo
calo. Striati comprese che il tiro glielo avevano fatto i fittaiuoli;
ma dovè roder l'aglio: li conosceva, e non era un leone.

Morì due anni dopo, lasciando erede de' suoi beni Nino il figliuolo
unico.

Il vecchio era stato uno stravagante, una specie di progettista
visionario, che, con cocciutaggine strana, aveva messo in atto disegni
e disegni, i cui frutti non eran poi rispondenti alle spese. Ed ora
aveva dovuto chiudere una filanda, sei mesi dopo che l'aveva aperta;
or una locanda che doveva dar tesori; or un mulino a vapore; or una
fabbrica di sapone; e i danari se n'andavano a palate. Il patrimonio
dunque un certo assesto lo voleva. Nino progettista anche lui è vero,
ma dotato di quella sagacia che mancava al padre, fece delle
transazioni con gli uni, degli accordi con gli altri, vendè come ferro
vecchio il materiale delle macchine, ridusse i fabbricati in case, e
l'appigionò. Allora potè respirare un poco, e volgersi con più calma
alle cose di campagna. Anche lì trovò del marcio, e non poco: i due
giardini d'aranci, e un bel podere, affittati per ventimila lire
all'anno al zu Vito e socio, n'avrebbero potuto dar quaranta, per lo
meno! era stato proprio uno sperpero, e sarebbe stato urgente
rimediarci. Ma c'era disgraziatamente quel benedetto contratto di
fitto, e bisognava rispettarlo. Non c'era dunque che fare; e il
giovine, il cui genio era per la campagna, non volendo starsene a
oziare dalla mattina alla sera, come facevano in paese tant'altri
figli di _galantuomini_, mise su una ventina di mila lire, e partì per
Palermo, col proposito di darsi a negoziare. Spirato il contratto,
sarebbe ritornato a Ficarazzi, per coltivare i suoi fondi a conto
proprio, co' nuovi sistemi che in quel mentre avrebbe avuto l'agio di
studiare. Così faceva cessare quella vergognosa camorra di cui era
stato vittima quel grande onest'uomo di suo padre. Non s'illudeva,
l'impresa era rischiosa: sperava però d'animar gli altri con
l'esempio, e l'unione fa la forza.

Fu allora che conobbe Serafina Borelli. Tutti abbiamo il nostro
destino!

Era figlia d'un capitano borbonico morto al 60: essa e la madre
campavano sur una pensionuccia vitalizia, e su' lavori di cucito e di
ricamo, che procurava loro una donna del vicinato. Con tutto ciò la
fanciulla era sempre attillatina: protraendo il lavoro sino a notte
avanzata, guadagnava per conto suo, tanto da poter comprare certi
scampoli di lana, che aveva a meno prezzo; li tagliava e li cuciva da
sè, e se ne faceva dei vestiti assai eleganti. Del resto anche un
cencio non sarebbe parso più quello sul suo bel corpo. Tutti i guai
però li soffriva lo stomaco: era a danno dell'interno che s'adornava
l'esterno.

Sul conto suo correvano strane voci. Si parlava di un promesso sposo
morto d'un modo misterioso, c'era chi diceva che si fosse ucciso
perchè fallitagli la speranza dell'eredità d'uno zio, lei non l'aveva
voluto più; s'accennava a un vecchio signore che madre e figlia
avevano pelato a dovere, però quest'ultima non avrebbe concesso nemmen
la punta d'un dito. Tutto sommato, passava per una ragazza troppo
scaltra, troppo viva, per gli uni; capricciosa, per gli altri; ma
_onesta_: su questo poi eran tutti d'accordo.

Abitavano un modesto quartierino sotto a quello dello Striati: Nino,
il dopo desinare, soleva leggere nel terrazzino, pigliando il fresco;
anche la fanciulla prese a poco a poco l'abitudine di lavorare nel
suo: cominciò un ricambio di sguardi furtivi e timidi in principio,
più arditi in seguito, carezzevoli e tenerissimi in ultimo: fu così
che il giovine impiegò due mesi a leggere un opuscoletto
d'agricoltura, Serafina quasi altrettanto a ricamare un par di
pianelle che voleva regalare alla mamma.

Nino aveva un vizio, quello d'innamorarsi subito; ne aveva un altro
più grave, innamoratosi nuotava subito nell'etere più puro, e quella
ragazza pareva fatta apposta per fargli perdere la testa. Onde le cose
non potevano arrestarsi a quel punto; tanto più che la vecchia signora
aveva odorato un buon partito e adoperava con lui que' modi accorti,
propri di certe mamme, quando si cacciano in capo d'attirare un
merlotto nella rete del matrimonio. Egli seppe che le domeniche
solevano passar la sera in casa della signora del secondo piano: si
dette attorno, e trovò presto modo di farvisi presentare. Lì si
giocava a mosca cieca, o al giuoco dell'anello, e s'improvvisavano
quattro salti alla buona, al suono squarrato d'un pianoforte che aveva
anni quanto, il _Tantum ergo_. Nino ballava sempre con Serafina;
quando gli toccava di star nel mezzo con gli occhi bendati, correva
brancolando verso di Serafina, se sentiva il riso che la furbetta
soffocava apposta nel fazzoletto di batista, o il fruscìo particolare
delle sue sottane; si fermava più del dovere curvo davanti la
fanciulla, quando passava l'anello; e le parlava dolcemente,
guardandola negli occhi, agitato nel sentire le sue mani tra quelle
tiepide di lei abbandonate nel grembo. Si che la Borelli madre lo
seguiva con lo sguardo, tutta gongolante, che pareva fosse lei
l'innamorata di quel ricco giovinotto; e le mamme delle altre
fanciulle stringevano le labbra in aria contegnosa, ripensando a quel
tal vecchio signore che si diceva madre e figlia avessero pelato a
dovere. La vecchia se n'accorgeva, ma non se ne incaricava, aveva
tutt'altro per la testa: badava invece a mostrarsi più gentile che mai
col giovinotto, e una sera l'invitò a andare in casa loro qualche
volta, se ne potevano ricevere l'onore. Nino accettò con riconoscenza,
si sbracciò in mille proteste; l'onore era suo, che diavolo! e
l'indomani sera ci andò.

Era incappato nella rete.

Quando le disse per la prima volta che l'amava, erano alla finestra.

La mamma, con un par d'occhiali sul naso aguzzando le sopracciglia,
faceva la calza, seduta vicino alla lucerna. C'era un bel lume di
luna, e nell'aria olezzante di zagara vibravano i malinconici accordi
d'una chitarra. La fanciulla lo guardò teneramente, poi mise un
sospiro, e abbandonò la bionda testolina sulla spalla di lui.

Si sposarono. Egli aveva fatto un nido delizioso della sua villetta
nelle vicinanze de' Ficarazzi, vi andarono a nascondere la loro
tenerezza appena sbocciata.

Ma due mesi dopo Serafina era già stanca di quel testa testa. Le
parole d'amore mormorate dolcemente con la bocca sulla bocca, nel
sedile di legno sotto i lilla del giardino; le lunghe passeggiate
silenziose, di sera al lume di luna, stretti l'uno all'altro,
guardando le stelle, raccogliendo con un trasalimento di tenerezza i
rumori della campagna; le mute estasi sotto al boschetto degli aranci,
o seduti sul ciglione d'un campo, con le mani tra le mani; i lunghi
desinari pieni di carezze e di baci; per lei avevano perduto presto
ogni incanto. Nell'anima sua era successo quel che succede nell'anima
d'un fanciullo, che studiandosi con ardore a cercar di scoprire il
congegno d'un balocco, finalmente ci riesce. Ora provava altri vaghi
desideri, si sentiva nascer nel petto altre aspirazioni indefinite,
intravvedeva, come attraverso a un velo, altri orizzonti più rosei,
più opalini, il vero mondo, quello dal quale l'aveva tenuta lontana la
sua povertà, con le feste, i teatri, le conversazioni, le passeggiate,
e le mille altre frivolezze che ne fanno l'attrattiva.... Pensava di
sollevare quel velo, con un trasalimento anzioso.

Tornarono a Palermo.


II.

--Donna Maricchia!... Donna Maricchia!... gridò Serafina due volte:
poi battè il piedino sull'impiantito tutta stizzita. Oh, la maledetta
donna, che ninnolona!... Donna Maricchia!...

--Vengo.... _signurina_, vengo....

E la cameriera, comparve, correndo.

--Non vi spiccerete mai, dunque, nel fare una cosa!

--O che non ci voleva il tempo per chiamar Masi, dargli i denari,
e....

--Basta!... L'abito, presto... a momenti arriva la carrozza.

Era in semplice fascetta e sottanina di cambrì ricamata, con braccia e
petto nudi, lisciata, incipriata: aveva le ciocche de' capelli della
fronte rinvoltate in pezzetti di carta bianca, l'orecchie rosse
scarlatte.

Andò a guardarsi allo specchio.

--Eccomi, dissemi la cameriera ritornando con una gonnella di seta
celeste pallido, adorna di merletti bianchi, nella quale aveva
infilate le braccia.

Serafina si voltò, incrociò le mani sul petto, e pian pianino con la
massima accuratezza, onde non s'avesse a guastare i capelli, vi messe
il capo dentro.

--Ah!... piano.... ma dove l'avete la testa!

Un gangheretto s'era appiccato a' capelli. La cameriera cercava di
distrigarnelo, mentre diceva:

--È niente, è niente.... non s'inquieti....

--Apriteli gli occhi, siete proprio insopportabile, con questo vostro
fare in fretta!

E distrigato finalmente il gangheretto dai capelli, potè infilarsi la
gonnella: l'agganciò, la girò, la rigirò, vi battè su con le mani
perchè prendesse le giuste pieghe, si coprì con un accappatoio bianco,
e sedè allo specchio ai cui lati ardevano due candele steariche in
candelieri di vetro verde.

Cominciò l'operazione difficile e delicata, di sprigionare le ciocche
dai cartellini, e disporre i ricci sulla fronte.

Per solito era bisbetica la signora; ma quella sera, chi sa perchè, lo
era molto di più.

Nella stanza vicina, per l'apertura dell'uscio socchiuso, si vedeva il
marito, il quale, vestito con severa eleganza, se ne stava a leggere,
seduto vicino a un tavolino carico di libri e di carte. Di quando in
quando dava un'occhiata alla moglie, e si rimetteva a leggere.

La strada rintronò sotto le ruote d'una carrozza, e i vetri
tintinnavano.... Fu una confusione. La cameriera stava aggiustando una
rosa tra' capelli della signora, una bella rosa bianca, imitata
perfettamente.

--Date qua, disse, e gliela strappò quasi di mano: s'alzò, curvò la
testa, e alzati gli occhi quanto più potè, e arcuate le braccia,
s'aggiustò la rosa, con le mani quasi convulse.

--Presto.. la collana....

Ora c'era anche il marito, e correva di qua e di lì.

--Il fazzoletto.... I guanti.... Il ventaglio.... Il binocolo.... Il
mazzo di fiori....

Nell'affaccendarsi, padrone e serva cozzarono come due cariatidi...
Auff! finalmente, ricoperta dall'elegante beduina bianca, essa prese
il braccio di lui, e s'avviarono.

In carrozza fu un altro affare: bisognò ch'egli osservasse se la rosa
era al posto, se la collana di perle stava nel centro sul petto, volle
affibbiati i guanti, volle che calasse i cristalli; moriva dal caldo,
si sentiva proprio una fiamma sulle guance.... era una vergogna
presentarsi in teatro troppo accesa in volto.

Egli prestava tutti que' minuti servizietti, con l'affetto, con la
premura, d'un marito innamorato pazzamente di sua moglie.

--E.... quel tuo amico che, mi dicesti, devi presentarmi stasera, è un
cavaliere.... _autentico_, n'è vero? Credo che non sarà come tanti e
tanti ridicoli che si appiccicano titoli i quali non hanno esistito
mai; ciò che del resto fa onore alla loro immaginativa. E finì con una
risatina squillante.

--Oh, tutt'altro! è un cadetto della casa Traforello, casa
principesca, cara mia!! I suoi antenati vennero in Sicilia con
Ruggiero, nientedimeno, ed eran nobilissimi allora!!!

Serafina sgranò tanto d'occhi.

E lui continuò a parlargliene non senza una certa vanità.
Leggerino.... ma tutto cuore. Erano stati compagni di collegio,
amicissimi dopo; più d'una volta aveva levato d'imbarazzo quello
scapato!... Il padre l'aveva lasciato ricco, egli però aveva fatto un
bel bucolino nel patrimonio, col gioco, con le donne, con la smania
esagerata de' viaggi: erano celebri le sue ultime pazzie per la Loss.
Quante volte non l'aveva ammonito!... Ora era in via di rimettersi
sposando la signorina Ascenti la quale aveva una dotona. Non gli aveva
voluto accertar la cosa, ma gliel'aveva lasciato comprendere, sempre
con quella sua aria di noncuranza, come se gliene importasse davvero
un fico delle migliaia di lire. Che caro matto!

La carrozza entrò nell'atrio del Bellini, e si fermò davanti alla
larga scala che conduce a' palchi.


III.

--Serafina, il cavaliere Mario Furlani.

Il qual cavaliere, presentato dal marito, s'inchinò riunendo i talloni
con un movimento di buona scuola, bisbigliando un «fortunato....» e
mangiandosi il resto per amore di brevità. Era alto, bruno,
elegantissimo, e aveva i lineamenti regolari. Veniva da Tunisi, dove
era stato a caccia, e una tinta bronzina dava qualcosa di più maschio
alla sua fisonomia di bel giovine.

Serafina gli dette uno di que' rapidi sguardi, che basta alle donne
per squadrare un uomo, poi inchinò il capo con un sorriso pieno di
gentilezza.

Com'è naturale, il discorso cadde sul suo viaggio: egli ne parlò a
lungo abbandonandosi sulla spalliera della sedia, con delle arie
stanche d'uomo che abbia abusato de' piaceri, gingillandosi col
medaglione della catenella, lanciando sguardi languidi in un palco di
rimpetto, dove se ne stava a contemplarlo, con una specie d'ingenua
adorazione, una fanciulla con due occhi a mandorla dolcissimi, lucenti
come due perle nere.

A Serafina quella sera parve assai simpatico l'amico di suo marito.

--Che te ne pare? le domandò questo tornati a casa, mentre lei,
spogliandosi davanti allo specchio veniva denudando il suo bel corpo
di statua.

--È molto educato.

--Dici ciò in un modo.... Ti par brutto forse?

--Affetta una cert'aria d'uomo stanco....

--Ma questa è stata sempre una sua debolezza, che farci.... E poi,
devo dirtelo? a me sembra che ciò dia un non so che di piccante alla
sua figura giovanile. Non ne convieni?

--.... Quant'anni ha?

--Ventitrè o ventiquattro, credo: siamo quasi coetanei.

La giovine non disse altro: continuò a spogliarsi lentamente: nello
specchio si rifletteva la sua bella figura discinta, con gli occhi
abbassati amorosamente sul petto e sulle braccia nude.

Accolse Mario cortesemente, mettendo ogni suo studio a usar con lui
modi cordiali e disinvolti: era un nobile che aveva avvicinate
marchese, contesse e duchesse, voleva fargli vedere che anche nel ceto
medio c'eran di quelle che s'innalzavan sul comune. Ed ebbe ad
arrossire di piacere, un giorno che il marito le disse sorridendo, un
po' invanito anche lui, che Mario aveva mostrato una sincera
maraviglia, e fatte con lui le sue congratulazioni per la squisita
educazione di lei; gliel'aveva detto francamente, perchè a un amico si
può dir tutto, non se l'aspettava.


IV.

Trascorsero una ventina di giorni. Il giovine s'era fatto più assiduo,
Serafina più cortese.

Una sera essa lo vide nel palco delle signore Ascenti. Parve che
trasalisse: portò il binocolo agli occhi lentamente, e guardò. Il
cavaliere aveva un braccio appoggiato sulla spalliera della sedia
della fanciulla, e parlava con la sua solita aria d'uomo stanco;
Rosalia, volta verso di lui, non cessava dal contemplarlo, assorta
nella solita ingenua adorazione.

--Son le Ascenti quelle signore in quel palco dove si pavoneggia il
tuo amico? domandò Serafina al marito, senza levarsi il binocolo dagli
occhi.

--Sì, rispose Striati, dopo aver dato un'occhiata da quel lato.

--Dunque il matrimonio è concluso?

--Non ancora: ma certo egli farà la domanda quanto prima. Sono nostre
vicine, sai; hanno una villa ne' dintorni dei Ficarazzi, a pochi
chilometri dalla nostra; ci vanno ogn'anno in maggio.... bisognerà
invitar Furlani da noi per la villeggiatura.

--Il tuo amico deve parlar certo del Bey di Tunisi, dacchè la futura
sposina lo guarda a quel modo con la bocca aperta, disse lei con un
sorriso sarcastico impercettibile, come se non avesse sentito quel che
aveva detto il marito.

E gli _Ugonotti_, a un tratto, dovettero certo dilettarla di più che
le altre sere, perchè d'allora in poi l'ascoltò attentamente fino
all'ultima nota, col braccio nudo appoggiato sul parappetto del palco,
e la guancia sulla palma, senza far più uso del binocolo, come soleva
sempre.

Sin da quella sera (Mario essendo venuto a farle visita) essa cominciò
a trattarlo freddamente; s'adirò anche perchè lui non mostrava
d'essersi accorto del suo mutamento repentino, e seguitava a
frequentare in casa come per solito: non si curava dunque di lei
quello scapestrato! E al marito che un giorno gliene ritesseva
l'elogio, disse: che a lungo andare quel suo amico ristuccava; era
ridicolo con quei suoi modi svenevoli, pretenzioso colla sua aria di
superiorità.... Ma Nino le troncò le parole in bocca:

--Che dici mai!... E ne seguì una discussione che durò mezz'ora buona,
senza nessuna conclusione; i due avversari erano mossi da passioni
affatto diverse, per potersi intendere.

Allora Serafina cominciò a pungere il cavaliere con qualche frizzo. Lo
toccò nel debole. Ah, quel caro Mario, che spirito! solevan dire di
lui i suoi amici; e a ogni suo motto un gaio sorriso scopriva i
dentini bianchi delle giovani signore; sicchè si lanciò in quella
guerricciuola d'epigrammi, che gli dichiarò Serafina, con quel piacere
di chi sa di riuscir bene in una data cosa, con quella presunzione che
suol dare il lungo buon successo.

Alle prime scaramucce nessuno de' due avversari perdette un palmo di
terreno; la giovine non ardiva ancora di servirsi di tutte le sue
armi: ma a poco a poco gli assalti cominciarono a farsi più vigorosi e
più incalzanti. Furlani non ne aveva la meglio: però l'amor proprio
non gliene faceva accorgere; prendeva gusto anzi a quel gioco. Non
aveva avvicinata mai una donna di tanto spirito! era proprio quel che
si dice un forte avversario, bisognava star bene in gamba con lei,
tutt'altri sarebbe stato battuto dieci volte.... cento volte, ma
lui.... non c'era questo pericolo! E si riscaldava, e lontano da lei
immaginava dialoghi dove egli ne diceva di quelle da far strabiliare,
col sorriso sarcastico della bella donna davanti agli occhi, con
quello sguardo che non aveva visto che a lei, con quei suoi gesti
pieni di grazia, con la sua voce dal tono così dolce nell'orecchie.

E aspettava l'indomani, e l'ora ch'era solito andare in casa Striati,
con un'impazienza che rasentava la smania: non giocava più, non andava
più ad altre conversazioni, non frequentava più gli amici.

Trascurava anche le Ascenti.

Aveva conosciuta Rosalia sin da piccina; i loro genitori erano stati
amicissimi, quantunque quello della fanciulla fosse realista, il suo
liberale. Costretto a partire con questo che fuggiva l'ira borbonica,
aveva ripensato a lei con tenerezza da fratello, rappresentandosela
sempre con quel musetto malizioso di birichina, con quegli occhioni a
mandorla dolcissimi, unica cosa che avesse di bello veramente.

Quando la rivide, essa usciva allora da Sales; la fanciulla a
diciott'anni, nel suo vestito semplice e grazioso d'educanda, non
aveva smesso per nulla l'aria della ragazzetta a sei o sette: era
cresciuta però, ed egli si trovò imbarazzato, non sapendo se dovesse
darle del tu, del lei o del voi come via di mezzo. Fortuna ch'essa
venne in suo aiuto dandogli del voi, arrossendo leggermente, col gaio
e fresco sorriso di un tempo; e per più giorni scorsero il capitolo
dei ricordi.

Egli cominciò a frequentare in casa di quelle signore, allettato dal
buon viso che gli si faceva, contento di ritrovare di tanto un
cantuccio quieto di paradiso, in mezzo all'inferno della sua vita
rotta ad ogni dissipatezza. Rosalia l'accoglieva sempre gaia,
sorridente, stordendolo e interessandolo col suo cinguettìo di piccola
passera: e gli raccontava le biricchinate che faceva con le compagne
nell'educandato, enumerava i gastighi che le avevano dato, parlava
della vita che vi si menava, di quello che le avevano insegnato: e
interrompeva il discorso or per andare a prendere un ricamo, un album
di disegni, e mostrarglielo: or per leggere una pagina d'un libro
francese, o quella d'un libro inglese; or per sonare un pezzo sul
pianoforte, provando una gioia innocente nel mostrare al suo amico,
che po' poi non aveva perduto il tempo affatto. Ciò senz'ombra di
civetteria, con mille osservazioni, con mille domande le quali lo
spingevano indirettamente a dire il suo parere, ch'essa ascoltava con
un vivo color di rose sulle guance. E la fanciulla giunta a quello
stadio della vita in cui la donna stende le sue aspirazioni verso
l'uomo, come l'edera i suoi teneri getti sotto al tiepido sole di
primavera, si veniva sempre più attaccando a lui, che, suo malgrado,
si migliorava a quel tocco vergine.

Ma una sera un suo amico volle condurlo a ogni costo dalla Loss,
ballerina allora celebre per bellezza, per bravura, e per
qualcos'altro ancora... quel demonio l'afferrò per i capelli.

Alla fine della stagione partì con lei senza nemmeno andare a salutar
la sua piccola amica.

Tornò due mesi dopo, con la borsa vuota, e un disinganno di più: la
bella l'aveva piantato per un ricco signore in _off_.

Egli per consolarsi se n'andò a caccia a Tunisi.

Fu dopo questa scappata che il suo avvocato, il quale aveva anche per
cliente la signora Ascenti, gli propose il matrimonio con Rosalia,
mettendogliene in mostra tutti i vantaggi. Ma egli era in uno di quei
momenti in cui la ferita recente fattavi da una donna, vi mette
nell'anima l'indifferenza, e l'avversione per tutte le altre. Rispose
che conveniva con lui su' vantaggi di quel matrimonio; ma che non
l'avrebbe contratto, per la semplice ragione ch'era troppo giovine, e
non voleva incatenarsi per sempre senza mature riflessioni.

Però due giorni dopo andò a far visita alle Ascenti.

Trovò la povera Rosalia acciaccata assai. Un vivo rossore coperse le
sue guance smunte appena lo vide, poi s'alzò con un lampo di vera
gioia negli occhi, e gli andò incontro vivamente, senza pensare a ciò
che facesse, ch'era presente la mamma. Alle domande premurose del
giovine rispose con un certo imbarazzo ch'era stata ammalata; però ora
si sentiva meglio: volle sapere dov'era stato, perchè non era venuto a
salutarle prima di partire. Egli se la cavò con alcune bugie dette
abilmente, e della cosa non se ne parlò più.

In capo a otto giorni Rosalia s'era rimessa del tutto, gli eran
tornati i colori e la gaiezza. A questi sintomi Mario s'accorse della
passione che la fanciulla aveva per lui. Era ingenua e buona, vicino a
lei provava una dolcezza placida, un senso di quieto benessere, quei
suoi occhi neri lo riscaldavano come un raggio di sole primaverile....

Fu in quel tempo che conobbe Serafina.

Intanto tra di loro la guerra seguitava più accanita che mai: però
egli cominciava a toccare le prime serie sconfitte. Diventò inquieto,
perdette quella fede in sè stesso tanto necessaria in simili
occasioni; Serafina venne sempre guadagnando terreno, fino a che una
sera lo ridusse al silenzio.

Era il primo caso di simil genere che succedeva a Mario; e ne provò
un'umiliazione profonda. Riandava i vari discorsi, ricordava certe
frasi degli ultimi dialoghi; ora gli venivano spontanee le risposte;
delle risposte da levarle il pelo addirittura! E domandava a sè stesso
come mai non gli erano corse alle labbra su quel subito, quale strana
potenza esercitava quella donna su di lui per fargli perdere la
bussola a quel modo! Faceva proposito di ritornare all'assalto, ci
ritornava e n'aveva sempre la peggio: davanti a quel diavolo di donna
ora si sentiva impacciato.

E a un tratto, senza un buon perchè, sentì un amaro dispetto. Stimava
strana la condotta della moglie dell'amico: aveva avuto un curioso
capriccio ad assalirlo con frizzi fino dai primi giorni della loro
conoscenza: egli era stato sempre cortesissimo con lei; le aveva usato
que' riguardi che un gentiluomo deve a una signora; le sere del suo
abbonamento le aveva fatto la corte in palco, regolarmente, come a una
duchessa; non aveva mancato mai alle visite di dovere; trovava frasi
nuove, gentili sempre per i suoi abbigliamenti; era arrivato al punto
di lodare la sua abilità nella musica, cosa non vera di certo:
diamine, non aveva nulla da rimproverarsi! Prese un'aria seria, un
pochino anche altera, cominciò a diradare le sue visite, poi non ci
andò più. O che si credeva quella pedina!

Ma era agitato, non poteva star fermo; volle riprendere le antiche
abitudini, e s'annoiò da per tutto, anche in casa delle Ascenti.
Provava un certo malessere nell'ore ch'era solito andare da Serafina;
se ne stava musone, com'un bambino contrariato.... Gli dispiaceva per
l'amico.... per lui solamente.... un caro giovine, cortesissimo, tutto
cuore.... chi sa cosa ne pensava di quel suo brusco cambiamento....

E otto giorni dopo fu il marito stesso che lo levò da tante pene.
S'incontrarono in Toledo.

--Galantuomo!...

--Oh! Nino! esclamò il giovine arrossendo: e gli stese la mano che
l'altro affettò di non voler prendere.

--C'è la peste in casa mia che non ti si vede più?

Allora egli mentì. Era stato ammalato, aveva avuto delle febbrerelle
nervose, che l'avevano lasciato debole di molto: quella mattina s'era
sentito meglio, e aveva voluto far quattro passi.

Striati si dispiacque, lo rimproverò perchè non gli aveva fatto saper
nulla della malattia, sarebbe andato a trovarlo; in sua compagnia
l'amico non avrebbe sentito la noia di doversene stare in letto....

Poi fecero un buon tratto di via insieme, discorrendo, e non lo lasciò
se prima non si fece promettere che sarebbe andato a casa sua come per
solito. Serafina gli aveva domandato diverse volte di lui.

L'indomani Mario non si tenne, e all'ora solita, si presentò di nuovo
in casa Striati. Nel salire le scale, il cuore gli batteva con
violenza. Trovò lei nel salotto, sdraiata mollemente sur una poltrona,
co' piedi incrociati sul panchetto imbottito, ricoperto di velluto
cremisi: leggeva. Era seria, pallida, aveva gli occhi lucenti come se
avesse la febbre, e nella sua persona nel suo abbigliamento, c'era
qualcosa di negletto, che colpiva di più perchè insolito.

Alzò gli occhi dal libro con un «oh!...» languido, e gli stese la mano
languidamente, mentre con l'altra posava languidamente il volume
chiuso sul marmo del caminetto.

Gli domandò della sua salute; nulla del perchè non s'era fatto più
vivo.

Da quel giorno non più frizzi: ritornò cortese come prima, ma restò
malinconica. Parlava poco, quando c'era lui, faceva cader sempre il
discorso sulle aspirazioni dell'anima, sull'insussistenza della
felicità vera, sull'altra vita che doveva esser certo migliore della
presente.... Sì che il giovine, gaio per solito, senza sapersene
spiegare il perchè, cominciò a veder nero anche lui.

Una sera desinavano in famiglia: marzo, per l'imposte aperte del
terrazzo, metteva nella stanza una profumata tiepidezza di primavera.
Parlavano dell'imminente villeggiatura.

--Vuoi farci un regalone? disse Striati al cavaliere Mario Furlani che
gli stava seduto dirimpetto; vieni in campagna con noi.

Mario dette una rapida occhiata a Serafina.

La bella donna pareva tutt'intenta nel piacere d'assaporare una pera
che tagliava lentamente fra i ditini rosei bagnati dal succo.

--Ti ringrazio, Nino.... ma per ora non posso: forse in seguito
profitterò del tuo gentile invito.

Serafina, senza insistenza, aggiunse qualche parola, costretta
com'eravi dalla sua qualità di padrona di casa: poi domandò al giovine
se avesse delle serie occupazioni in città.

Quel dopo desinare Mario fu di cattivo umore: se n'andò prima assai
del solito, adducendo per scusa, che l'aspettavano in casa Ascenti.


V.

Partirono per la campagna, e del cavaliere non se n'ebbe più notizia.

--A proposito.... il tuo amico non viene più? domandò Serafina
quindici giorni dopo al marito intento a lavorare attorno a un
opuscolo sugli agrumi, che aveva intenzione di pubblicare. E con la
mano soffocò un leggiero sbadiglio.

--Mah!... chi può contare su quella testa bislacca, rispose lui
alzando il capo lentamente. E poi, confessalo, tu non l'hai
incoraggiato di molto.

--Io?

--Tu.

--Dovevo forse inginocchiarmi davanti a lui.

--No, Dio mio; ma avresti dovuto insistere quando io l'invitai; anche
per semplice cortesia.

Poi, rimettendosi a scrivere, continuò a frasi interrotte:

--Quand'uno v'è antipatico.... non è permesso di dimostrarglielo.... È
certo per la tua fredda accoglienza che non è venuto.... le Ascenti
son qua da otto giorni.... Non è bene, vedi.... egli è un mio
carissimo amico.... Del resto.... l'hai giudicato male.... è un buon
giovine in fondo....

Lei s'alzò stringendosi nelle spalle: si fece alla finestra, e si mise
a stamburinare su' vetri. La campagna, sotto a un velo grigio
uniforme, era triste: giù, nel mezzo giorno, un cantuccio di cielo
celeste pallido, ti faceva pensare a un di que' tramonti limpidi,
striati d'opale e di croceo.

Serafina guardò quel cantuccio lungamente, poi mise un sospiro.

--Senti, disse voltando il capo bruscamente verso il marito, se credi
realmente che sia per causa mia che il tuo amico non viene....
scrivigli; ti prometto che farò la pace con lui. E s'allontanò con la
sua solita risatina rapida e squillante.

Egli l'accompagnò con uno sguardo pieno d'amore, poi chinò il volto
sulla carta, su cui la penna seguitò a stridere.

Cinque o sei giorni dopo arrivò Furlani. Nino fece gran festa
all'amico, la moglie l'accolse co' soliti frizzi che riaprirono
nell'anima del giovine le ferite dell'amor proprio appena rimarginate.
Ma lei o non se ne accorse, o finse di non accorgersene: pareva come
se oramai sicura ch'egli non potesse scapparle, si volesse divertire a
tormentarlo: era ridivenuta gaia, e civettuola.

Ma avendogli ei detto un giorno, non senza un leggiero pizzico
d'ironia, che i suoi affari non permettevano che stesse di più a
godere delle delizie della loro villa, e della loro gradita compagnia,
essa cambiò maniere a un tratto.

Fu un vero sollievo per il giovine ch'era stato a un pelo
dall'andarsene. Di questo suo compiacimento si adduceva a ragione che
le Ascenti erano a villeggiatura, non avrebbe potuto veder più Lia
ogni giorno.... ora gli era necessaria quella fanciulla....

E a scongiurare un nuovo pericolo, si mostrò premurosissimo verso di
Serafina, s'adattò a ogni suo desiderio, corse a ogni suo minimo
cenno.

E la capricciosa ne profittava.

--Cavaliere, ho dimenticato di sopra l'ombrellino.... sareste tanto
gentile d'andarmelo a prendere? Lo troverete sul pianoforte.

Accompagnava queste parole con uno sguardo languido, con un sorriso
che aveva, direi quasi, il solo incarico di mostrare i dentini bianchi
e ben disposti nella bocca di corallo, e il cavaliere s'inchinava e
andava a prender l'ombrellino.

--O Dio.... il mio cappellino.... dove l'ho lasciato dunque?... ah,
sì, nel chioschetto. Cavaliere.... sareste tanto gentile d'andarlo a
prendere?

E il cavaliere s'inchinava, e andava a prendere il cappellino.

Ed ora era un libro che aveva dimenticato sotto un capanno, or un
fazzoletto sul sedile di marmo vicino la vasca, e il cavaliere andava
a prendere il libro, o il fazzoletto.

A volte poi si faceva appuntare una forcina fra le trecce bionde; a
volte si sdraiava mollemente sotto agli aranci, e vi restava delle
ore, mentre lui, sedutole vicino, tracciava col bastone de'
geroglifici sul terreno, e rispondeva al suo cinguettìo approvando di
tratto in tratto con de' cenni del capo. In quell'ora la campagna, e
per lo più soleva essere rinfrescata da un venterello di mare; in un
boschetto vicino, un'upupa faceva sentire nel silenzio il suo bu, bu,
bu, malinconico, cui una tortora accompagnava col suo canto grave e
gutturale: a volte vi schiamazzavano de' cardellini. Essa, stanca
finalmente, taceva; poi s'alzava bruscamente, metteva un sospiro, e
gli domandava il braccio: voleva passeggiare.

E il cavaliere s'alzava, s'inchinava, e offriva il braccio.

Lei o andava lentamente, abbandonata tutta sul giovine, con gli occhi
nuotanti nella tenerezza, con un leggiero velo di malinconia nel volto
leggiadro; o lo trascinava a celeri passi, vispa, gaia come una
bambina, affascinante sempre ne' suoi abbigliamenti che modellavano a
pennello le curve ardite del suo bel corpo di fata.

Epperò in processo di tempo Mario cominciò ad accorgersi che i fini di
lei tendevano a tutt'altro che ad una semplice dimostrazione
d'amicizia; gli era parso di leggerlo nel languore dei suoi occhi
azzurri.... Oh! egli era espertissimo in simil genere di cose, e una
donna appena innamorata la conosceva subito.

Non ne fu turbato, nè inquieto. No, realmente, non gli piaceva proprio
quella donna.... benchè non si poteva negare che fosse bella.

Però si mise a osservare.... Non voleva mica accertarsi della cosa per
un fine cattivo; tutt'altro.... ma ci avrebbe avuto un bel gusto a
potersi vendicare un pochino della sconfitta durata, della condotta
capricciosa di lei. Era sicuro del fatto suo: amava Rosalia che quanto
prima avrebbe chiesto in isposa; stimava troppo l'amico, col quale
aveva anche un'infinità di obblighi, e non pensava certo ad
ingannarlo; oibò, che infamia! sarebbe rimasto saldo come una rupe,
freddo come il marmo, lasciando che lei si riscaldasse a sua posta.
Oh, il bel giochetto!... Via, si risolveva senza meno, era troppo
forte la tentazione: quella signora gli aveva fatto ingollare parecchi
bocconi amari. Stabilì il modo di condursi: si poteva riepilogar tutto
in due parole, freddezza e ironia.

E seguitò a starsene vicino a lei sotto gli aranci, ad ascoltare il
suo cicaleccio, a sostenere il fuoco dei suoi occhi, a sentire il
tiepido contatto del suo corpo, quando gli s'abbandonava sul braccio,
come se lei non fosse fatta di carne, e lui neppure. Affettò
d'adattarsi a' suoi capricci per semplice e pura cortesia, lasciando
anzi trapelare la noia che gli arrecava una tal cosa, e gongolava
all'idea della rabbia ch'essa doveva provare a una condotta simile. La
sera sedevano al fresco, sul sedile di legno tra i lilla del giardino:
lui le parlava del marito, con una vena inesauribile; lei affettava
un'aria distratta, sfogliava de' fiori. A un tratto alzava la
testolina bionda, con un movimento tutto proprio, e gli rompeva le
parole in bocca; cominciava a parlar d'un mondo di cose: era un vicino
che metteva in canzonella; una storiella scandalosa che spiatellava lì
con parole un po' libere, col solito risolino rapido e squillante; o
sferzava spiritosamente una signora, sua intima amica; o cinguettava
di mode, di balli, di teatri, di ricevimenti; o faceva progetti per il
carnevale venturo; mescolando a tutto ciò osservazioni curiose,
trovando frizzi per tutti, ma non più per il cavaliere. Ciò quando non
raccontava le sue contrarietà domestiche, le quali chiamava,
sospirando, guai irreparabili. Allora era lei che gli parlava del
marito, aggiustando con un abbassar d'occhi e un allungar di muso un
merletto indiscreto che lasciava veder troppo dei tesori del seno, una
ciocca ribelle, ritirando rapidamente sotto al lembo della sottana un
piedino un po' troppo scoperto per un suo brusco movimento. Eran di
carattere affatto opposto.... essa allegra, amante di divertirsi; egli
serio, dedito tutto agli affari, felice solo quando poteva occuparsi
de' suoi progetti d'amministrazione, fare i suoi calcoli presuntivi su
quanto potrebbe dare or questo or quello dei suoi fondi, messi in
cultura da lui, con i nuovi sistemi, quando poteva tracciar disegni di
pozzi artesiani, di case coloniche, di grandi magazzini. E imbrattava
carta e carta tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Quel lavoro
che lo faceva vivere in mezzo a un mondo di progetti animati da una
ridda di cifre, appagava pienamente tutti i suoi desideri. Era buono,
era affettuoso con lei, non poteva negarlo.... ma il vederlo sempre
lì, serio, dedito a una cosa, le urtava i nervi davvero!

E così dicendo, aveva un certo modo di far bocca da ridere, che faceva
venir voglia di mangiarla.

Furlani la lasciava dire: poi usciva in elogi sperticati sugli uomini
che si dedicavano al miglioramento delle proprie condizioni: e
sosteneva la tesi con calore, enumerando i vantaggi che ne ricavano
l'individuo e la società, citando nomi ed esempi d'ogni sorta di
gente, e d'ogni nazione, finchè lei s'alzava di scatto: voleva
rientrare.... c'era troppo fresco....

Ma a lui invece piaceva di star fuori, e la vedeva allontanare con un
sorriso fine, torcendo tra l'indice e il pollice or l'una or l'altra
delle punte de' suoi baffi neri.

E ad aggravare anche di più questa sua condotta stizzosa, gli venne in
idea di fare il galante con donna Maricchia la cameriera. Bella!
superba! era contentissimo di questa sua pensata, proprio quel che ci
voleva al compimento dell'opera. E senza mettere tempo in mezzo,
cominciò a farle gli occhi dolci.

Donna Maricchia andò in brodo di giuggiole: quell'elegante e bel
giovinotto, un signore davvero, innamorato di lei! Oh, la stizza che
n'avrebbe il sor cuciniere il quale faceva il superbo come se fosse un
gran personaggio! e una volta che la serva da strapazzo gli disse:
perchè non sposate donna Maricchia? ebbe il coraggio di rispondere:
_criati, tuccati e mamati_. Sfacciato! essa toccata e maneggiata!
essa!... ne voleva crepar dalla rabbia! E sognava un Eldorado: il
cavaliere doveva esser ricco. E tutta riscaldata faceva progetti sul
modo di condursi con lui: mostrar di cedere, e non cedere; fargli
perder la bussula, e mungergli il borselino. Ora era lei che guardava
il cuciniere d'alto in basso, come se quell'amorazzo che supponeva
nutrisse per lei il cavaliere, l'avesse elevata all'altezza d'una gran
dama: e affettava i modi sciolti e civettuoli della padrona, ne
scimmiottava d'una maniera assai buffa le arie, la foggia
d'abbigliarsi, il riso, quel riso che l'era parso sempre così
grazioso.

Ma con gran sorpresa del giovine, e anche un po' con una certa stizza,
Serafina non mostrò accorgersi di nulla: egli che a ogni galanteria
sbirciava il volto della bella donna, non vide mai contrarsene un
muscolo. Era sempre gaia, sempre premurosa, aveva sempre qualcosa da
fargli fare, con quella vocina melata, e con quel sorriso ammaliatore
che mascheravano un vero comando.

Il marito andava, veniva sempre affacendato come se amministrasse una
provincia. Uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico,
qualche parola buttata lì mentre s'allontanava in fretta, e la sua
faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.


VI.

Una sera Mario e Serafina passeggiavano in giardino. A un tratto lei
che da un pezzo non faceva altro che aggiustarsi il _fisciù_ tirandolo
or da un lato or dall'altro, gli disse:

--Cavaliere, appuntatemi un po' questo benedetto _fisciù_ che mi gira
attorno il collo. E senza dargli tempo, gli voltò la schiena, e gli si
fermò davanti abbassando la testa, e porgendogli uno spillo per sopra
la spalla. Egli trasalì: tuttavia cercando di non guardare la sua
bella nuca bianca, introdusse due dita dentro la goletta fissò il
_fisciù_ col pollice, e v'appuntò lo spillo.

Quand'essa si rivolse s'accorse ch'era pallido.

--Che cosa avete? esclamò guardandolo con un'aria di bambina
meravigliata.

--Io?... nulla!

Un lampo s'accese negli occhi azzurri di lei.

--Via, riprese poi strascicando le parole, chi volete che lo dica alla
vostra sposina? rassicuratevi; non ci ha visto nessuno. Ah, ah, ah,
ah!

E il suo riso, questa volta non tanto schietto, scoppiò nell'aria
tiepida, e fece fuggire una cutrettola che cantava a poca distanza
sulla siepe fiorita, e saltellava, or alzando la coda, ora
abbassandola con i movimenti graziosi propri di quelle bestiole.

Furlani aggrottò le sopracciglia; un leggiero sorriso gli sfiorò
appena le labbra, ma non rispose.

Era la prima volta che Serafina alludeva alla signorina Ascenti, e ciò
turbò Mario, lo fece soffrire realmente. Rientrò in sè stesso: aveva
fatto male a mettersi in quell'imbroglio, a lasciar che le cose
arrivassero a un tal punto.... dove si sarebbe andato a parare
seguitando così? Sinchè si trattava d'uno scherzo.... d'una vendetta
innocente.... non c'era che dire; ma ora la faccenda cominciava a
farsi seria. Egli non amava Serafina.... era vero: ma il marito poteva
leggergli nel cuore? E se s'insospettisse?... bastava uno sguardo, una
parola, un gesto.... non diceva una scena come quella della sera!
Soffriva al solo pensarlo. Nino era un carissimo amico: quante volte,
con un prestito opportuno, non l'aveva levato da posizioni assai
scabrose! queste erano azioni da non dimenticarsi mai.... Bisognava
smettere.

Ma a un tal pensiero si sentì stringere il cuore, provò uno strano
sconforto. Rivedeva netta l'immagine di lei, con tutte le seduzioni:
si ricordava del suo sorriso, delle sue parole, de' suoi minimi
gesti.... E la scacciava; cercava di contrapporle l'immagine di
quell'altra. Ma quell'immagine si presentava sbiadita, la vedeva come
attraverso un vapore. Amava Lia.... l'amava con tutta l'anima sua....
la povera fanciulla non era bella; ma era tanto buona, aveva gli occhi
così dolci!... O ch'egli non aveva forse provato un momento di vera
felicità quella sera.... l'istessa in cui gli Striati erano partiti
per la villeggiatura?... La signora Ascenti li aveva lasciati un
momento soli; erano seduti l'una vicino all'altro, e sfogliavano un
album di disegni: le loro guance s'erano sfiorate. Lei s'era voltata
rossa rossa, guardandolo co' suoi occhi neri, lucenti per la
commozione vivissima.... Ma in quella avevano sentito il passo pesante
della mamma. Egli però aveva accostato il suo piede a quello della
fanciulla, ed essa non l'aveva ritirato.

Ma, cosa strana, a que' ricordi non provava più quella dolcezza che
aveva provato le altre volte ripensandoci: vedeva invece il vestito a
righe bianche e celesti dell'altra, col contorno netto dalle gambe
accavalciate, e il piedino che usciva a metà di sotto alla balza, e si
dondolava nervosamente....

Bisognava far la domanda quanto più presto, e stringer le cose: aveva
accomodato gli affari suoi alla meglio, ma bisognava provvedere
definitivamente e presto, se non voleva rovinarsi. Lia aveva una buona
dote: avrebbero messo casa con lusso, comprati quattro cavalli inglesi
e due carrozze. Ci voleva una cameriera per lei, un cameriere per lui,
due servitori.... Il giorno avanti era sceso in giardino.... sotto a
un capanno Serafina leggeva un foglio.... gli era parso una
lettera.... lo nascose appena vide lui.... Che era quel foglio? perchè
l'aveva nascosto?...


VII.

Era triste; un abbattimento profondo l'accasciava sotto al suo peso,
quel pomeriggio, mentre andava su per l'erta, in cima alla quale
biancheggiava tra gli ulivi la villa della signora Ascenti: respirava
con voluttà l'odor di fieno segato ch'esalava dalla campagna; quasi
senza pensiero, ascoltava il canto d'una quaglia che veniva di lassù,
tra le vigne d'un bel verde dorato. Passò il cancello, e si trovò nel
giardino: andava lentamente.

A un tratto si fermò accecato: aveva sentito un rapido e leggiero
fruscio di sottane, e, in un lampo, due manine tiepide su' suoi occhi.

--Lia, disse Mario commosso; poi prese le manine della fanciulla, le
staccò dolcemente, e si voltò tenendole sempre tra le sue.

Scoppiò un riso infantile.

--Cattivo! m'avete riconosciuta subito, esclamò la fanciulla, e fece
il broncio.

Egli la guardò a lungo negli occhi, l'attirò a sè rapidamente, e
stampò un bacio sulle sue labbra di vergine, soffocandone un piccolo
grido: poi fuggì come un pazzo, e la lasciò tutta commossa e sorpresa.

Tornò due ore dopo.

Rosalia era con sua madre, nel salotto a pian terreno. Egli sedè
mentre rispondeva alla signora, che, sdraiata sulla poltrona, con le
mani intrecciate sul ventre, e in una beata sonnolenza, gli aveva
domandato se fuori facesse caldo.

La fanciulla pareva agitata; lo guardava con una espressione di
tenerezza inquieta; si sarebbe detto che frenasse a stento le lacrime.

Il sole cadeva dietro gli alti colli, quando la grossa signora mise un
lungo sospiro, e s'alzò in tre tempi: era l'ora solita della
passeggiata.

--Ci accompagnate? domandò al Furlani.

--Con tanto piacere, signora, questi rispose inchinandosi.

--Lia, figliuola mia, vieni a metterti il cappellino dunque.

E la signora uscì, seguita dalla fanciulla che vicino all'uscio si
voltò due volte.

Furlani sedette. Egli fissava gli occhi al suolo, immerso ne' suoi
pensieri, quando sentì il rumor d'un uscio che s'apriva. Rosalia
s'avanzava verso di lui, in punta di piedi, rapidamente. Mario s'alzò.

--Perchè siete fuggito! mormorò la fanciulla, posandogli le mani sulle
spalle, e guardandolo teneramente; io.... non ero in collera con
voi....

E a un tratto, rizzandosi su' piedini, gli porse le labbra, con un
moto di bimba, d'un incanto irresistibile....

Toccò a lei a scappare questa volta, temendo non avesse a sopravvenire
la mamma.

Mario quella sera tornò alla villa molto tardi: trovò Serafina in
giardino.

La giovine avvolta con grazia in un bernusse bianco, passeggiava
lentamente. I raggi della luna battendole in pieno viso, davano un
tono perlato alla sua pelle finissima di bella bionda. Sembrava
malinconica: ma nello scorgere il cavaliere, i suoi mobili lineamenti
presero un'aria di scherno.

--Rincasate tardi stasera, cavaliere.... o dove siete stato?

--Dalle Ascenti, signora, rispose lui alzando il capo quasi in atto di
sfida.

--E lo dite in tono così tragico? Siete curioso davvero! Io,
vedete.... avevo fatto un piccolissimo giudizio temerario....

--E quale, se è lecito?

--Avevo supposto che vi fosse saltato in capo di fare una veglia
d'amore; sapete, come solevan gli antichi cavalieri.... e che perciò
vagavate per i campi annebbiando la luna con i vostri sospiri. Ah, ah,
ah, ah!

E infilò il braccio in quello del giovine, e lo trascinò verso la
casa, i cui lumi rilucevano attraverso le foglie degli alti alberi.

Allora mutò gioco: tornò a pungerlo con epigrammi; faceva cadere a
bella posta il discorso sulle signore Ascenti delle quali faceva
grandi elogi; affettava di schivarlo, pur mostrandosi a lui in tutte
l'ore del giorno, a lampi come una visione, baluginando fra i gruppi
d'alberi del giardino; passeggiando in fondo a un viale, lentamente,
in aria meditabonda, con un libro socchiuso in mano; salendo
rapidamente su per le scale; passando e ripassando per lo scrittolo,
mentr'egli vi s'intratteneva col marito; socchiudendo gli usci con
arte, acciò, anche nell'andare da una stanza all'altra, egli la
vedesse sdraiata mollemente nella poltrona, con i piedi incrociati
sopra un alto sgabello, con gli occhi vaganti nel vuoto. Curava molto
di più il suo abbigliamento, le sue acconciature; tendeva insidie con
la seminudità del seno e delle braccia sotto a' leggieri veli, con la
procacia degli atteggiamenti che mettevano in risalto le sporgenze
ardite del suo petto di vergine romana, delle sue anche di Venere
afrodite.

Furlani di triste diventava cupo: aveva smesso di fare il galante con
la cameriera: ora davanti all'amico era assalito da subitanei rossori.

Aveva dei parossismi strani, indefiniti, che lo lasciavano in un
abbattimento profondo.... Una volta che lei sdraiata sotto gli aranci
gli diede il ventaglio per farsi vento, provò la voglia brutale di
prenderla tra le braccia.

Fu ricordandosi di questo particolare, che quella stessa sera,
chiusosi nella sua camera, ebbe un'arcana paura. Che voleva concludere
quella donna.... dove voleva trascinarlo?... e a lui quali strane idee
passavano per la mente.... Bisognava fuggire se non era un miserabile.

E tutta la notte credette che l'indomani lo farebbe.

Ma l'indomani non lo fece; non ne ebbe il coraggio: si sentì preso dal
solito malessere, dal solito orribile stringimento di cuore: parvegli
come se tutto morisse dentro di lui e attorno a lui. Però addusse a sè
stesso le solite scuse: non avrebbe potuto veder più Lia ogni
giorno.... si sarebbe mostrato più freddo con Serafina, ecco....
doveva stancarsi finalmente quella donna! Del resto egli non
l'amava.... no, non l'amava.... E poi, aveva un mezzo sicuro per non
cadere nell'infamia, evocare l'immagine dell'amico. Essa sola bastava
a mettergli freddo nell'anima: presentandosi, anche se fosse lì lì per
soccombere, era certo di rialzarsi incrollabile come uno scoglio.


VIII.

Una mattina s'era alzato presto: se ne stava con i gomiti appoggiati
sul parapetto della finestra, e il capo tra le palme delle mani, più
abbattuto del solito.

Il sole indorava le cime degli alberi del giardino e il tetto della
casa; per l'aria fresca, imbalsamata di zagara, le rondini
svolazzavano stridendo.

Egli pensava ch'era ben strano il caso che metteva lui, emerito
scapestrato non uso a indietreggiare davanti a una qualsiasi pazzia,
nella dura condizione di vedersi sempre attorno, delirante d'amore,
una donna bella.... come un angelo, elegante, spiritosa, piena del
fuoco della gioventù, e non potere stender la mano per toccarla con un
dito! Fra lui e lei stava l'amico, a cui oltre il cuore, lo legava la
riconoscenza.... Tuttavia doveva esser ridicola la figura ch'egli
faceva davanti a Serafina.... chi sa che concetto s'era dovuto formar
di lui la capricciosa! E insieme a un certo rammarico, provava un
senso d'umiliazione, che pungeva la sua vanità.

--Eppure.... quanti amici non tradiscono gli amici?...

E chi sa quali conseguenze avrebbe tirato da questa premessa così
piena di verità, se, a un tratto, un fruscìo di sottane non l'avesse
riscosso, e fattolo voltare vivamente. Serafina veniva per il viale
sottostante, correndo a piccoli salti come una bambina, dondolando le
gomita. L'aria rotta modellava attorno al suo corpo la sottana d'un
elegante vestito di mussolina a grandi righe bianche e celesti,
scopriva i suoi piedini calzati di scarpette di pelle lucida, con
borchiette d'acciaio, e, a lampi, qualcosa delle sue gambe ricoperte
di calze anch'esse a righe bianche e celesti: fra' capelli biondi
spiccavano due rose bianche.

--Cavaliere, venite, gli gridò senza fermarsi, vado a governare i miei
fiori.

E passò accesa leggermente in volto, col seno tremolante sotto a' veli
trasparenti del _fisciù_.

Una subitanea contrazione stirò i muscoli del viso del giovine:
rientrò, prese il cappello, e scese in giardino. Ubbidiva a uno di
que' moti irresistibili, che spingono l'uomo suo malgrado,
annebbiandone la ragione.

La sera però disse all'amico ch'egli partiva.... gli levava
l'incomodo....

Ma Nino non lo lasciò finire. Era un cattivo amico se voleva lasciarlo
così presto; erano soli, egli allegrava la casa. Comprendeva che in
questo c'era un po' d'egoismo da parte sua, poichè doveva annoiarsi
mortalmente in una casa dove c'eran pochi divertimenti; ma che farci,
in fondo a ogni affetto ce n'era sempre un zinzino dell'egoismo. Del
resto conosceva una certa persona con cert'occhi neri, che doveva
compensarlo a ribocco delle ore di noia ch'era costretto a passare in
compagnia d'un uomo sempre dedito a' suoi affari, e d'una donna un po'
lunatica.

Ma Furlani insistette: disse che affari urgenti.... doveva dar sesto
alle cose sue.... prima di pregar l'amico a far la domanda della mano
della signorina Ascenti che oramai s'era deciso a sposare....
piuttosto sarebbe ritornato.....

Allora Nino levò le braccia in aria e voltò il capo, protestando che
non voleva sentire a parlare.... Era a disposizione dell'amico quando
volesse per la domanda, ma non poteva comprendere tanta fretta a voler
tornare a Palermo: tra venti giorni tutt'al più, sarebbero ritornati
insieme, e venti giorni non eran poi gran che, tanto più ch'egli
poteva veder la signorina quando gli piacesse.

Furlani balbettò, si fece rosso, e finì con acconsentire a restar
ancora qualche giorno.

Intanto in Serafina cresceva l'amore per i fiori.

Mario per due giorni non s'affacciò alla finestra: il terzo sentì de'
sassolini battere sull'imposta socchiusa. Provò un rimescolio in tutta
la persona, corse ad affacciarsi, e vide Serafina mentr'era per
lanciare un altro sassolino. La sirena si messe a ridere come una
biricchina colta in flagranza.

--Non venite? gli disse poi: ed aspettò.

Allora ogni mattina lui si faceva trovare alla finestra: lei passava,
e lo chiamava.

Era tornata gentile, la sua voce aveva qualcosa di carezzevole, che
sin'allora non aveva avuto mai, i suoi occhi un'espressione di
dolcezza infinita: non aggiustava più sul petto un merletto
indiscreto, che mostrava troppo de' tesori del seno, non abbassava più
il lembo della sottana sul piedino troppo scoperto, si abbandonava
nella sua pudica seminudità, contenta che ei la frugasse tutta con gli
occhi accesi di desideri. Si accoccolavano insieme in mezzo alle
aiuole, e le loro mani s'incontravano tra 'l verde delle piante; si
chinavano insieme su' fiori, e le loro guance e i loro capelli si
sfioravano; li coglievano insieme, poi sedevano sull'erba, e facevano
insieme de' mazzolini che scambiavano, governavano insieme un
giacinto, un tuberoso, un geranio, una rosa bianca; e quella vita in
mezzo a' fiori l'inebbriava, i profumi avvelenavano loro il sangue,
soffocando i rimorsi dell'uno, irritando sempre più i desideri
dell'altra.

Il marito andava, veniva sempre affaccendato: uno sguardo carezzevole
alla moglie, un sorriso all'amico, qualche parola buttata lì mentre
s'allontanava in fretta, e la sua faccia bruna riprendeva l'aria seria
d'uomo d'affari.


IX.

Quella mattina egli era partito pel podere di Biavalle: doveva vedervi
un semenzaio d'aranci, i cui arboscelli voleva comprare pel suo podere
del Salice: era tardi, e s'era portato l'occorrente per far colazione
sul posto.

Mario avrebbe voluto andar con l'amico; ma la via si doveva fare a
cavallo, non c'erano altre bestie che il cavallo per Nino, un'asina
per l'uomo ch'egli doveva condur seco: si poteva mandar a' Ficarazzi:
però si sarebbe perduto troppo tempo. Convenne ch'egli restasse.

Si chiuse in camera, prese un libro e si mise a leggere.

Un picchio all'uscio gli fece alzar la testa: era la cameriera, la
quale, tutta in contegno, con gli occhi bassi e una cera brusca che
mostrava la stizza, veniva ad avvertirlo che la colazione era pronta.
Però egli rispose che si sentiva indisposto, pregava la signora
d'asciolvere senza di lui.

Ma partita la cameriera, cominciò a provare una smania sorda: aveva
delle distrazioni, non comprendeva più quel che leggeva. Buttò il
libro sul tavolino, s'alzò e si mise a passeggiare innanzi e indietro:
poi si stese supino sul letto, dove restò a lungo con gli occhi aperti
e immobili. Gli ronzavano le orecchie.

Un tossicchiare a sbalzi, misto a un fruscio di sottane, e a uno
scricchiolìo di sabbia, sotto un passo leggiero, lo fecero
rimescolare. Si rizzò sur un gomito, e stette ad ascoltare, con un
gran batticuore, l'allontanarsi rapido di quel passo.

Era lei.... Mario l'aveva conosciuta alla camminatura. Ricadde sul
letto.

Era lei.... E gli rientrò addosso l'agitazione della febbre, il
respiro gli si fece affannoso, la gola secca. Poi vide delle larve di
donna, nude, lascive; si contorcevano in mille modi sotto a' veli del
cortinaggio, l'invitavano con le braccia aperte, con gli sguardi
procaci....

Era lei.... Allora col cervello in fiamme, e le passioni in tumulto,
cominciò a ribattere a uno a uno tutti gli argomenti che da più giorni
il suo onore agonizzante metteva in campo per impedir la caduta;
scacciò con un'ostinazione feroce il fantasma importuno dell'amico, il
fantasma importuno della fanciulla di cui aveva incoraggito l'amore
fino all'esaltazione, mostrando di dividerlo. Non una corda vibrava
più nell'anima sua all'idea di spezzare que' due cuori.... Lo
confessava finalmente non sentiva che per Serafina, non respirava che
per Serafina.... n'aveva pieno l'essere! La rivedeva come l'aveva
veduta quella tal mattina, correre per il viale, con il vestito a
righe bianche e celesti, che l'aria rotta modellava attorno alla sua
bella persona, con il petto tremolante sotto a' leggieri veli del
_fisciù_; la rivedeva accoccalata in mezzo ai fiori.... trasaliva nel
riprovare le sensazioni del tocco tiepido della sua mano tra 'l fresco
degli steli, del solletico irritante de' loro capelli che si
sfioravano.... Essa lo schermiva con quel suo sguardo beffardo,
sentiva la scala del suo riso argentino... Soffocava.

S'alzò barcollando, prese il cappello, e uscì.

Il tempo si cambiava, vagavano per il cielo delle larghe nuvole
grigie: qualcuna passava sotto al sole, e l'oscurava. Egli si spinse
per i viali dando delle occhiate acute in qua e in là.

Ma il moto, l'aria aperta, la freschezza dell'ombra; calmarono il suo
sangue agitato: portò una mano alla fronte. Manco male, quella
terribile crisi era passata; era rientrato in sè stesso, si sentiva
saldo di nuovo; provava anzi una vera pena, una certa vergogna
d'essersi lasciato vincere. Poche ore ancora e l'amico sarebbe
tornato.... Ma alla villa senza di lui non bisognava restarci più:
alle strette andrebbe a chieder da pranzo alle Ascenti; si stupiva
come mai non ci avesse pensato quel giorno stesso. E vide Rosalia
triste, seduta alla finestra, a spiar la strada che serpeggiava fra
gli ulivi, con la solita angelica rassegnazione....

--Povera fanciulla! esclamò con un sospiro, poi chinò la testa
mestamente.

Una folata di vento squassò le cime degli alberi, sollevò a spire la
polvere e le pagliuzze del viale; caddero de' goccioloni che batterono
con rumore sulle foglie. Mario si scosse, e guardò in aria: da ponente
veniva un tempaccio nero, brontolò un tuono. Egli era vicino al
chioschetto e v'entrò per ripararvisi. Sulla soglia si voltò, poi si
fece alla scala a chiocciola, salì e venne nell'unica stanzetta del
piano superiore. Era ammobiliata con un divano addossato alla parete
principale, un tavolino carico d'album e di libri, delle sedie di
Genova sottilissime.

Si levò il cappello, e lo posò sul tavolino, sedette, prese un album,
e l'aprì a caso. S'era abbattuto in un'incisione che rappresentava una
donna a cavallo, ferma in mezzo alla radura d'un bosco: appoggiava il
gomito sul ginocchio, posava la guancia sulla palma della mano,
fissava gli occhi pensosi nel vuoto, come assorta in un profondo
dolore. C'era scritto sotto: _Le dernier rendez-vous_.

Senza sapersene spiegare la causa, egli provava una dolce commozione
nel contemplare quella figura di donna afflitta: l'atteggiamento gli
pareva indovinato; vi si leggeva un romanzo. Lei era stata una
giovinetta bella ed elegante, che il caso, l'inconsideratezza, o la
ferrea volontà de' suoi, aveva legato a un uomo ricco, ma d'indole, di
principi, di sentimenti affatto opposti, e perciò non atto a
comprenderla. S'era imbattuta nell'anima sorella, nell'uomo che sapeva
apprezzare al loro giusto valore i tesori d'affetti che racchiudeva il
suo cuore ancor vergine, e lo aveva amato. Ma il marito era venuto a
interrompere i loro sogni di paradiso, s'era gettato brutalmente in
mezzo alla loro felicità.... Forse aveva avuto de' sospetti.... la
menava via. Ecco perchè aspettava l'amante con quell'aria così
desolata. Povera colomba!...

Uno scoppiettìo sul tetto di legno venne a distoglierlo da que'
pensieri: chiuse l'album, s'alzò mettendo un sospiro, venne alla
finestra, e guardò di dietro a' vetri.... Trasalì! Cadeva una grandine
minuta, sotto a quella, Serafina correva verso il chioschetto,
rialzandosi le gonnelle a due mani. I nastri neri del suo capellino di
paglia a larghe tese, svolazzavano al vento; il grembiule di seta
nera, le cui cocche erano infilate dentro la cintura, era pieno di
fiori; ne uscivano dai due lati, e cadevano per terra. Il giovane
stette un istante a divorare con gli occhi quella figura seducente,
poi a un tratto, senza considerar bene quel che facesse, come seguendo
l'impulso d'un istinto, corse a serrar l'uscio, e vi restò vicino,
appoggiato alla parete: ascoltava con un dito tra le labbra,
rattenendo il respiro. Pareva che il cuore gli volesse saltar fuori
dal petto.

Sentì i passi di lei nel piano di sotto, li sentì per la scala a
chiocciola.... Si scosse l'uscio due volte, a brevi intervalli.

--Curiosa! esclamò Serafina. E dopo un poco: Bravo! bravo! vedo il
vostro cappello sul tavolino. Cavaliere, aprite; lo scherzo questa
volta non è riuscito.

Guardava certo per il buco della chiave. Non c'era che fare.

Il giovane andò ad aprire: era turbatissimo. Serafina entrò
frettolosa, tutta gaia, ridendo. Non era stato scaltro abbastanza....
se voleva farle uno scherzo....

Ma lui protestò balbettando. No, davvero.... non voleva farle uno
scherzo... l'acqua l'aveva colto mentre passeggiava, s'era riparato
nel chioschetto, nelle cui vicinanze si trovava: aveva chiuso per
distrazione.... poi s'era messo a sedere, aspettando che cessasse di
piovere. Assorto in pensieri, non aveva sentito il rumor de' passi....

Lei seguitava a ridere, lo guardava con una certa incredulità.
Anch'essa era scesa in giardino; voleva cogliere de' fiori per
metterne un mazzo a tavola: la grandine l'aveva colta, era tutta
bagnata.

In questo mentre s'era slogato il grembiule, e aveva buttato i fiori
sul divano: s'esalò un odore acutissimo, un misto di vaniglia, di
garofani, di gelsomino, di malva d'Egitto. Si levò il cappellino, e lo
posò su una sedia; poi arcuate le braccia, si mise a ravversarsi i
capelli, messi un po' in disordine dalla corsa. Parlava sempre,
interrompendosi con un certo riso, come se le facessero il solletico.
Certo dei granelli di grandine erano entrati nella goletta del suo
vestito; vi si liquefacevano, sentiva qualcosa scorrerle giù per la
pelle.... brr, che freddo.

E introdusse delicatamente il fazzoletto nell'imbusto, e se lo passò a
più riprese sul petto. Dunque, voleva farle uno scherzo; lo negava
inutilmente, era uno scherzo che voleva farle. Non bisognava lasciare
il cappello sul tavolino allora.... che bamboccione.

Egli la guardava muto, con uno strano sguardo.

--Che avete?... Il poverino è diventato di sasso! Via, asciugatemi le
spalle piuttosto.... da me non ci riesco.

E cavato fuori il fazzoletto dal petto glielo porse. Il giovine lo
prese, e cominciò a passarlo sul vestito, premendovelo con la mano
tremante.

--Qui, diceva lei accennando. E lui ubbidiva.

--Qui. E lui ubbidiva.

La mussolina era trasparente; lasciava intravvedere le spalle, e il
petto d'una bianchezza marmorea, le braccia con una leggiera peluria
bionda. Un profumo inebbriante s'esalava dal suo corpo giovine; quel
fazzoletto tiepido, uscito allora allora dal suo petto, scottava le
mani di Mario.... Si sentì stringere la gola.... la sua ragione
s'offuscò.... Corse all'uscio e mise il paletto.

Serafina si voltò bruscamente.

--Perchè serrate? domandò spaventata.

Ma il giovine non rispose: s'avanzava verso di lei, pallido, risoluto.


X.

Ebbrezze, e tormenti crudeli; trepidazioni e speranze; rimorsi e
ribellioni; pronte risoluzioni, distrutte da non men pronti
pentimenti; si divisero l'anima di Mario per alcuni giorni. Ma sul bel
viso di lei non si contrasse un muscolo; vi si leggeva la placidità
dell'innocenza, come se l'adulterio non v'avesse impresso un marchio
di vitupero. Era più gaia, più ciarliera del solito. Una volta arrivò
al punto di far l'imbroncita col marito, a proposito d'una bella
ragazza, figlia del curatolo di Biavalle, ch'egli raccontava,
guardando la moglie con un sorriso fine, avergli fatto sempre un mondo
di gentilezze: e a Mario che la guardò stupefatto, essa dette
un'occhiata lunga e ardente, una vera occhiata felina.

Non rumori, non trepidazioni, non pentimenti; nemmeno un senso di
pietà per l'uomo che l'aveva beneficata! provava la soddisfazione
d'essere finalmente riuscita nel suo intento, attaccando al suo carro
Mario, un nobile, innamorato per di più d'una graziosa fanciulla; il
piacere d'aver sollevato un velo a cui non era permesso toccare. Ciò
che, con Eva, ha spinto sempre tutte le donne ad assaggiare il frutto
proibito. E a poco a poco, e per l'abito alla colpa, e perchè
ammaliato sempre più dai vezzi della sua complice, e per l'esempio di
tanta sua indifferenza e arditezza, e per il desiderio di godere anche
lui i piaceri cocenti di quell'amore, senza l'amaro di molesti
pensieri, nell'animo del Furlani venne operandosi un mutamento rapido,
che lo condusse a imporre silenzio alla coscienza, con una scrollata
di spalle; e se questa non bastasse, a imbavagliarla con la solita
massima «il mondo è andato sempre così.»

S'univano due o tre volte al giorno nel chioschetto, si baciavano a
ogni passo sotto gli alberi del giardino, o coltivando i fiori. Il
timore di potere esser veduti accresceva a mille doppi la voluttà di
quegli abbracciamenti, anzi in quell'occasione, essa aveva un certo
modo di guardarsi attorno spaurita, fatta pallida a un tratto, che
all'amante piaceva assai.

Il marito, sempre dedito agli affari, non scendeva in giardino che
rarissime volte; la serva, sopraccarica di lavoro, aveva tutt'altro
per il capo che di divertirsi a passeggiare; il cuciniere preferiva la
via de' Ficarazzi, in giardino non c'erano taverne. Solo il
giardiniere ci veniva una volta alla settimana, per lo più di sabato:
dava l'acqua alle piante, rastrellava le foglie e i ghiajottoli de'
viali, sarchiava l'aiuole, trapiantava dei fiori dove ce n'era
difetto. Essi lo sapevano, e quel giorno eran più cauti.

Accecati dalle prime ebbrezze della colpa non s'accorgevano però d'un
pericolo che stava sospeso sulle loro teste come la spada di Damocle:
donna Maricchia. La cameriera era entrata in sospetto, e li spiava
dalla mattina alla sera, verde come l'aglio, tanta era la rabbia che
se la mangiava dentro. Non le importava tanto del cavaliere che s'era
fatto gioco di lei, s'arrovellava maledettamente per la gioia
clamorosa del cuciniere, al quale, in un momento di vanità, aveva
fatto capire che le cose erano inoltrate.

--Signora cavalieressa! le diceva ora a tutto pasto quel figliuol
d'una buona donna: e le dava dell'eccellenza, e la faceva un inchino
canzonatorio, e poi si teneva le costole dal ridere.... L'avrebbe
strozzato!

Ma non potendo, si sfogava sputando veleno contro la padrona. Oh, la
femminaccia! non era credibile! Non aveva camicia quando la sposò il
padrone, e lo ricompensava a quel modo quel povero signore! bisognava
che l'avesse nel sangue la cialtrona.... E lui, che bell'amico! Un
bell'ambo davvero!

E sfilava la corona senza badar punto che ci fosse a sentirla: sicchè
ben presto, come suol succedere, il segreto di pochi diventò il
segreto di molti.


XI.

Intanto, con l'entrar del mese di giugno, sull'uomo d'affari già
bastantemente affaccendato, cadevan nuove faccende: quell'anno spirava
l'affitto del zu Vito Sala e socio. Tutti i nodi vengono al pettine,
anche quello c'era venuto finalmente. E il guaio era che i fittaioli
ora avevan da fare col figliolo, assai diverso dal padre: nemico
giurato di qualunque bindolo o soverchiatore, non aveva paura, il suo
genio era per la campagna, era risoluto a levar loro i giardini, e
coltivarli a conto proprio. E que' galantuomini che lo conoscevano,
cominciarono a darsi attorno inquieti: e tasta di qua, e domanda di
là, vennero in chiaro di qualche cosa.

Però fecero i furbi, finsero di non darsene punto per intesi.
Solamente un giorno.... così.... incontrando il proprietario per
caso.... gliene fecero una parolina.

Striati la pigliò larga: fece capire che c'era ancora tempo, egli non
era ben risoluto sul da fare.... si dovevano visitare i giardini,
osservare come li avevano coltivati, se ci avevano fatto quelle
piantagioni alle quali s'erano obbligati nell'atto di fitto.... allora
avrebbe potuto dare una risposta.

I fittaiuoli ricambiarono un'occhiata.

Epperò, quindici giorni dopo, il zu Vito si presentò allo Striati. Per
bocca d'un tizio aveva saputo ch'egli voleva mettere i giardini
all'asta, sperando un aumento. Lui veniva, benchè non ci fosse
convenienza, a buttar cent'onze sul fitto.... Era proprio perchè ci
aveva affezione a que' giardini, c'era stato dodici anni! che quanto a
guadagno non ce ne aveva avuto mai. Ora erano gli ulivi che non ne
facevano una maledetta, a causa delle brinate, ora le vigne, ora i
frutti, ora il santissimo diavolo, Dio glielo perdonasse! il prezzo
degli agrumi era calato di molto, i sommacchi non li volevano nemmen
regalati.

Allora il progettista non si tenne. Cominciò a parlare per sommi capi
dei nuovi modi di cultura, enumerando le diverse forme d'aratri,
accennando all'estirpatrici e alle trebbiatrici; dei letami, non
dimenticando il guano del Perù; degli allevamenti de' vaccini con pale
di fichi d'india, e l'erbe conservate fresche, nelle fosse, a strati
col sale; poi, scendendo agli agrumi, disse che voleva sbarbare tutti
gli aranci, e mettere in vece limoni; a far ciò, secondo lui, c'era un
vantaggio enorme: se ne spremeva il sugo, e s'imbottava, se ne salava
la polpa in barili, s'estraeva lo spirito dalle bucce: si mandava il
tutto in America dove ce n'era gran richiesta. Disse delle nuove
fabbriche per magazzini, che voleva far alzare; de' pozzi artesiani,
che voleva fare scavare; e dopo una buona mezz'ora, concluse che i
giardini non li dava più, li coltivava a conto proprio. Non perchè
fosse scontento de' fittajuoli.... tutt'altro.... ma perchè voleva far
gli esperimenti de' nuovi modi di cultura, mediante i quali era sicuro
che la sua rendita doveva raggiungere la rispettabile cifra di
cinquanta mila lire all'anno.

Il Sala, che l'aveva ascoltato pazientemente, capendo poco in tutti
que' garbugli messi fuori con tanto calore, si fece verde come
l'aglio; i suoi occhiacci mandarono un lampo sotto alle sopracciglia
irsute; ma li abbassò subito di traverso come suo padre, buon'anima, e
parve che si calmasse. Fece il maravigliato.

--Coltivare i fondi a conto proprio!... lasciamo andare co' nuovi
sistemi, che, col buon permesso dell'eccellenza vostra, io ritengo
invenzioni del diavolo, venutoci dalla _Talia_, col _Cacò_, col
_telegranfa_¹ ed altre porcherie simili per rovinare la povera
gente.... ma con quelli che abbiamo appresi dai nostri nonni.... è una
bagattella! ci vogliono danari a palate, e a fare assai, si può
riprendere le spese. E poi, o che son per i signori questi sopraccapi?
i signori nascono per starsene nelle camere, mangiare, bere e dormire;
vostra eccellenza può farlo meglio degli altri; che è ricco, e non
lesina sullo spendere. Passa il suo inverno a Palermo, la buona
stagione in villa, dove è sempre il padrone, e può divertirsi come
crede, senza impicci.... e con la massima sicurezza.... c'è chi veglia
sull'eccellenza vostra.... È una gran bella cosa potere stare in
campagna rispettato come Dio in persona.... senza ricevere smacchi da
nessuno.... senza metter fuori un soldo.... che per la madonna,
nessuno deve manco pensare a fargli un torto sinchè i Sala
calpesteranno le sue terre! Ma tutte queste chiacchiere non
approdarono a nulla. Striati aveva proprio messi i piedi al muro.

    ¹ Dell'Italia con la strada ferrata, col telegrafo....

Il zu Vito uscì calmo in apparenza, ma la rabbia se lo mangiava vivo.

--Vuoi levarmi il pane, borbottava tra' i denti, vuoi levarmi il
pane.... bada a te, carogna, ti leverò la vita!

Era quel tal figlio del curatolo Sala d'Altavilla, giustiziato per
avere ucciso barbaramente un padre di sette figli, il quale gli aveva
fatto una testimonianza contraria in una causa per un limite
divisorio. Al sessanta, profittando di que' momenti d'anarchia, con
una combriccola di bricconi pari suoi, assaltato nel cuor della notte
il monastero delle Benedettine, avevano violato le più giovani tra
quelle infelici, e fatto un grosso bottino. Quietatesi le cose, non
spirando più buon vento per lui, gli era parso giusto espatriare, ed
era venuto a' Ficarazzi, dove s'era dato al commercio degli agrumi.
Non passò molto che si fece scorgere anche lì. Ma un tratto si mise a
fare il bacchettone: comprò una lunga corona, prese un'aria di
collotorto assai strana in quella sua faccia da lupo, bazzicò in
chiesa dalla mattina alla sera.

Che il diavolo si sia fatto santo? pensavano nel paese; ma con uno
storcer di muso ognuno mostrava la sua incredulità. Via, non ci poteva
esser stoffa di santo in quella birba! E si stillavano il cervello
inutilmente. Si capì tutto però quando sposò la sora Vincenzina, un
tocco di ragazza nera come la pece, nipote e ganza del canonico Di
Lorenzo dicevano le male lingue. Fu con i quattrini che gli lasciò il
vecchio avaro che prese in affitto i giardini dello Striati, i quali
ora avrebbe potuto quasi comprare, tanto ci aveva guadagnato!

Il zu Vito scendeva le scale lentamente, con le mani dietro la
schiena, ruminando nell'anima nera pessimi disegni, quando incontrò la
cameriera che veniva dalla cucina col caffè caldo, per servirlo al
padrone che soleva prenderlo a quell'ora. Gli venne in idea di parlar
della faccenda alla signora.... Da che mondo e mondo le donne hanno
avuto molto potere sugli uomini: egli voleva evitare.... sinchè fosse
possibile....

Pensò chieder di lei alla cameriera.

--Buona sera, donna Maricchia.

--Serva sua, zu Vito.

--Devo parlare alla padrona, sapreste dirmi dove potrei trovarla?

--Oh, ci vuol poco! è nel giardino col cavaliere.

Nel tono con cui donna Maricchia disse quelle parole, in un certo atto
che fece con la bocca, c'era qualcosa d'ironico che non sfuggì a
vecchio furbo: e un pensiero ratto come un lampo balenò nella sua
testaccia.

--Il cavaliere.... riprese facendo il nesci, è forse quel zerbinotto
tutt'attillato, con i baffetti neri, che, si dice, sia un palermitano
amico del padrone?

--Già, è lui.... un bell'amico davvero!!

Poi s'avvicinò al vecchio, gli posò una mano sul braccio, e,
abbassando la voce, seguitò.

--Devo andarmene, che il caffè si raffredda.... ma certune,
m'intend'io, vorrebbero esser squartate vive!... vorrebbero esser
squartate vive!

E si fece a salire, barbottando: squartate vive!... squartate vive!...

--Santo diavolo! pensava il fittaiuolo seguitando a scendere
lentamente. Ora guarda!...

--Basta, tutti così questi galantuomini!

E fece un gesto chiudendo l'anulare ed il medio.

Il mafioso, come suol succedere, aveva dimenticato le sue.

Egli dovette certo mutar pensiero, poichè non andò più a trovar la
signora per parlarle dell'affare, come aveva ideato poco prima.


XII.

Da quella sera in poi chi si fosse trovato ne' dintorni della villa,
avrebbe veduto delle novità strane: Brasi Sala il figliuolo del zu
Vito, e il socio Lalla, si aggiravano attorno alle mura del giardino,
fingendo di cercare delle erbe; di quando in quando davano degli
sguardi in qua e in là, poi uno s'allontanava prendeva la rincorsa e
con un salto s'aggrappava alla cresta del muro, si sollevava pian
pianino sui polsi, e affacciava quel tanto della testa ch'era
necessario per potere veder dentro senz'esser visto. La sera era
l'istesso armeggio; però quello che prendeva la rincorsa faceva lo
slancio più forte, saltava a cavalcione del muro, spiava
nell'oscurità, con l'orecchie tese, e si calava dall'altro lato. Il
compagno restava ad aspettare appiattato. Quello stava nel giardino
due o tre ore, poi ne usciva dell'istessa maniera.

Ciò durò alcuni giorni.

Una mattina il zu Vito Sala andò in casa del notaro Anselmi.

--Il notaro? domandò alla serva ch'era venuta ad aprirgli.

--Non c'è.

--Dove potrei trovarlo?

--Al Casino di compagnia, o da don Perico Spada.

Il vecchio andò da don Perico, poi al Casino; e data un'occhiata
dentro la sala, e veduto il notaro che giuocava, aspettò che alzasse
gli occhi, e con l'indice aperto gli fece segno che voleva parlargli.

Il notaro lasciò la partita, s'alzò premurosamente e uscì.

--Devo parlarle, gli disse il mafioso. Vengo da casa sua; sarebbe
stato mio dovere aspettarla, o tornarci... ma ora che lo trovo qui....
la cosa è d'urgenza....

Ma il notaro, dimenando la sua piccola persona, si sbracciò in
complimenti. Non faceva bisogno di scuse, gli dispiaceva anzi che il
zu Vito si fosse incomodato.... lo sapeva, egli era tutto per gli
amici; per lui poi si sarebbe gettato in mare.

E fattosi serio a un tratto, restò con la testa un po' inchinata sulla
spalla, in atto di chi ascolti col più vivo interesse e con la massima
attenzione.

Il zu Vito si carezzò la bocca, poi gli raccontò come s'eran passate
le cose tra lui e Striati, e lo pregò che volesse andar da
quest'ultimo, a fargli intendere ragione.

--Sicuro.... principiò il notaro tutto indignato. Ma l'altro
l'interruppe.

Parlò delle cattive annate, del poco o nessun guadagno, concluse che
duecent'onze, benchè non ci fosse proprio convenienza, sul fitto ce li
voleva buttare; ci aveva affezione a que' giardini, eran dodici anni
che ci stava....

--Sicuro!...

--Del resto il padrone si levi di testa quelle pazzie di macchine e
modi nuovi di cultura, se non vuol ridursi con una canna in mano.

--Sicuro!... Ci anderò io.... glielo metterò io il cervello a posto a
quel matto! Levarsi i giardini per coltivarli a conto proprio! oh, lo
stravagante! Egli non lo sa che ci vuole per far ciò.... non ci
basterebbe una miniera. E poi, quando si trova uno tanto buono da
farvi guadagnare duecent'onze all'anno; mille e duecento in sei anni!

E via di questo tenore, incoraggito de' segni d'approvazione del
mafioso, del quale aveva sempre avuta una paura maledetta.

E l'indomani entrò nello scrittoio dell'amico come una bomba: non gli
diede tempo d'aprir bocca. Era pazzo!!.. voleva levare i giardini ai
Sala e al loro socio Lalla!!.. Lo sapeva con chi aveva da fare? I Sala
madrandini di padre in figlio, Lalla poi una tigre nata sputata; vero
degno allievo di quel brigante di suo zio che l'aveva preso con sè sin
da quando era piccino. «Ammazziamolo» questa parola aveva sempre in
bocca quel tristo, e ammazzava davvero anche per un nonnulla....
figuriamoci!... Striati faceva male ad impuntarsi. Egli aveva veduto
il Sala il giorno avanti; gli era parso brutto in faccia.... poteva
succedere qualche guaio.

Nino lo guardava sorridendo, senza parlare.

Anselmi s'avvicinò, posò le mani sul piano della scrivania, si curvò
appoggiandovisi, e continuò:

--Sorridi?... Quando il principe Torres s'incornò a voler coltivare i
suoi fondi a conto proprio, gli amici glielo dissero, bada a quel che
fai! Ma lui stimò bene fare il sordo. Prende il primo curatolo:
bomm.... una schioppettata tra fichidindia, e cade senza poter dire,
aiutatemi Cristo! Ne prende un secondo: non doveva essere un minchione
quello lì, eh! eppure una mattina che non era ancor giorno chiaro,
mentre andava sul posto dove l'aspettavano i giornalieri per mettersi
al lavoro, bomm.... una schioppettata di dietro a un muro, e cade
anche quello. Chi fu? Vattel'a pesca. Il principe prende un terzo
curatolo: era un Beato Paolo che non aveva paura nemmen di Dio: tant'è
il terzo giorno gliel'ammazzano! Il risultato fu che quel signore non
trovò più curatoli, egli non potè più stare a Palermo, e i fondi
restarono incolti. Dovette venderli con gran perdita, e se non li
comprava il zu Deco Zara, un osso duro quello, non so come il principe
se la sarebbe potuta cavare.

Il povero colonello Verrone, continuò l'Anselmi, dopo un breve
silenzio, un po' più animato perchè stizzito dall'eterno sorriso
dell'amico che lo guardava sempre senza parlare, levò i giardini ai
Manfrici: aveva ragione da vendere; erano affittati per mille e
quattrocent'onze, e n'avrebbero potuto dar due mila per lo meno.
Usciva poco, mai la sera, stava sempre guardingo. Chiusosi nella
camera da letto, qualunque cosa succedesse, non apriva se la serva,
una vecchia che stava con lui da trent'anni, non gli facesse il
segnale convenuto tra loro: eppure una mattina fu trovato ucciso nella
camera da letto!... Il Singardi....

--Li so questi fatti, amico mio, interruppe il giovine con perfetta
calma; e appunto per questo levo i giardini ai Sala e compagnia bella.

Il notaro non s'aspettava una risposta simile; meno poi fatta con
tanta calma: era le mille miglia lontano dal supporre un uomo di ferro
in quel mingherlino: e sì che l'aveva frequentato! Lo guardò sbarrando
tanto d'occhi, e con un, oooh! uscitogli proprio dall'anima: e Nino si
contentò d'accennar di sì col capo a due riprese.

--È pazzo! continuò l'Anselmi come se parlasse a sè stesso.

--No che non son pazzo.

--Tu vuoi dunque.... Ma via, via, bando agli scherzi; accomodo io la
cosa, e con tuo vantaggio: duecent'onze all'anno di più te le fo
dare.... per sei anni, fan mille e duecent'onze: proprio mille e
duecent'onze trovate.... quel che si dice trovate.

--Nè duecento, nè quattrocento: non è per questione d'interesse che
non voglio affittar più i miei fondi. La ringrazio sempre però....

--È forse per le tue solite ubbie d'innovazioni?... interruppe il
notaro, che cominciava a scaldarsi.

--Oibò!

--Perchè dunque?

--Perchè.... perchè non voglio.

--Questa non è una buona ragione, e non me n'appago.

--Ma non capisce dunque che quella gente vuol farmi commettere una
viltà, ed io non son uomo da commetterne? gridò il giovine animandosi
ad un tratto e dando un pugno sul tavolino.

--Una viltà!

--Mi pare.

--Ma nossignore, strillò l'altro più forte, nossignore: perchè
aumentano duecent'onze all'anno sul fitto. Tu cedi a un vantaggio, non
alla forza.

--L'han saputo abbindolar bene a quel che pare! rispose Striati
ritornato calmo, e scrollando il capo. Stia a sentirmi un po'.... Ma
sieda prima di tutto, mi fa pena vederlo all'impiedi. Col volere
imporsi, con le minacce....

--Ma figlio mio, proruppe il notaro rosso come un gallo, unendo le
palme, chi ti ha detto che que' signori vogliono imporsi, chi ti ha
detto che abbiano minacciato! ma.... ma.... ma.... Que' tuoi
scartafacci ti han fatto uscir di cervello, e sogni un mondo di
sciocchezze, santo Dio!... Poi continuò strascicando le parole: Sala
venne da me ieri, mi disse umilmente, e con il massimo rispetto, che
ti pregassi a non volergli levare i giardini.

--È che lei non li conosce que' birboni, non l'ha studiato come l'ho
studiato io.

--Parla tu dunque che li hai studiati, e li conosci, riprese il notaro
stringendosi nelle spalle.

--Sì, io che li ho studiati e li conosco! Hanno il miele in bocca ed
il coltello a cintola.... A sentirli son poveri diavoli, servi
umilissimi del proprietario a cui danno dell'eccellenza: vogliono i
giardini perchè ci hanno affezione, e non per idee di guadagno; non ce
ne hanno avuto mai. Poi con frasi smozzicate, che pare cadan nel
discorso e non ci sian messe ad arte, vi fan capire che dovete fare
quello che vogliono loro. Siete stati rispettati, e non lo sarete più,
sicchè non potrete venire con sicurezza nelle vostre proprietà; non vi
sono state imposte taglie, e vi s'imporranno; non s'è attentato alla
vostra vita, e vi s'attenterà!... Canaglia! pretta canaglia!... Ah,
son mafiosi? ma lo sarò anch'io se mi mettono con le spalle al muro!
Ah, sparano a tradimento? non li temo; mi circonderò d'uomini fidati e
coraggiosi, che pagherò bene.... gli darò quello che dovrebbero
rubarmi quei ladroni! mi guarderò e ce la vedremo. So sparare anch'io,
non credano, anch'io so sparare! E acceso di sdegno, girava intorno
uno sguardo terribile, come se già avesse di fronte i Sala e il Lalla.

Il notaro s'accorse troppo tardi d'aver preso un bel granchio nel
supporre che avrebbe ottenuto il suo intento più facilmente col metter
paura a quel diavolo: tuttavia cercò di rimediare alla meglio. Si
strinse nelle spalle. Quelli eran discorsi che non avevano nè capo nè
coda: egli voleva ostinarsi a credere che i fittaioli volessero
imporsi, avessero minacciato: ciò, glielo ripeteva, non risultava da
quello che gli aveva detto il Sala il giorno avanti. Era stato il
miglior amico del vecchio Striati, voleva bene a Nino come a un
figliolo.... lo sapeva nascere: per questo era entrato in apprensione,
e aveva parlato di que' tali fatti deplorevoli.... lo sapeva ch'egli
non era uomo d'aver paura; però lo pregava per l'amicizia che lo aveva
legato al padre suo, per il bene che gli voleva, a desistere da quel
proposito.

Nino scosse il capo risolutamente.

--No, disse poi, non posso. A lei han parlato con moderazione e
umiltà, a me han tenuto un discorso misto, nel quale non furono
risparmiate allusioni e accorte minacce.... So anche quello che fecero
con mio padre. I fondi sono miei, ne posso disporre secondo il mio
talento: nessuno ha il diritto d'impedirmelo. Se le condizioni dei
proprietari nell'agro palermitano e suoi dintorni sono deplorevoli
assai, di chi è la colpa se non degli stessi proprietari? Han
cominciato con aver paura, si sono affidati a malfattori per
difenderli da' malfattori....

--Sfido io! bisogna pure che ci vada uno ne' suoi fondi: e quando non
può diversamente....

--Ah!... per carità non dica di queste cose: il bel risultato che
hanno ottenuto! i protettori han capito con che razza di gente avevano
da fare, n'han profittato; si sono associati, e a poco a poco i veri
padroni son diventati loro.... ciò mi pare che si chiami cader dalla
padella nella brace. A costoro bisogna mostrare i denti, o guai.... Io
glieli mostrerò! soggiunse poi risolutamente.

Nemmen per quest'altra via arrivava allo scopo il povero notaro; e non
sapeva proprio a che santo votarsi. Il guaio era che provava una paura
ladra, alla sola idea di dover dare una risposta negativa a quell'uomo
che aveva ritenuto sempre una tigre pronta a slanciarsi addosso a chi
nulla nulla lo contrariasse.

--Tu gli mostrerai i denti? disse.

--Glieli mostrerò.

--E che otterrai?

--Non lo so, rispose il giovine malinconicamente: forse la mia
arditezza scoterà gl'inerti....

--Idee che non stanno nè in cielo nè in terra, amico mio: invece ti
daran del pazzo.... qualcuno si restringerà a darti dell'imprudente,
ecco, e tutto morirà lì.... E a te resterà il male e il malanno e
l'uscio addosso. Ma dimmi un poco, continuò poi unendo l'indice e il
pollice a mo d'anello, o come si potrebbe qualificare altrimenti uno
che, ammesso ci sia una potente associazione la quale colpisca
nell'ombra avendo quasi sempre l'impunità, pensi di volerla combattere
solo? Vuoi far tu, quello che non han potuto fare le leggi coadiuvate
da tutto quel complesso di forze che si chiama giustizia?

--Lo so: ma se a questa giustizia gli si agevolasse la via; se, come è
debito d'ogni buon cittadino gli si desse una mano....

--Già!... un bel metodo quello per buscarsi una schioppettata dietro
la schiena!

--Oh!... ma se per fare il proprio dovere si badasse al danno che ne
potrebbe venire....

--Nino.... dimmi quel che vuoi, ma non tutti hanno questo coraggio. E
qui si voltò, guardò intorno in aria spaurita, e quasi temesse che
alle mura e a' mobili spuntassero le orecchie, abbassata la voce in
modo che Striati stentava a sentire, seguitò:

--Dai retta a me, lasciamo le chiacchiere da parte.... la nostra
condizione è terribile, pur troppo terribile: e noi non possiamo farci
nulla.... nulla! Che ne vuoi! il proverbio siciliano dice: il pesce
puzza dalla testa: e questo è il caso nostro. Come non si pensa a
riformare una polizia inetta in tutta l'asserzione del termine!...
Come s'abolisce in fatto la pena di morte che esiste in dritto, quando
si tratta di certe tigri che meriterebbero peggio! come s'abolisce!
Come si farebbe grazia a un parricida, come si fa grazia agli
assassini di Catalfamo! È generoso l'atto, ma non fa al caso.
L'indulgenza, dove ci vorrebbe il massimo de' rigori. Intanto la si
mantiene per i militari! eh via!... Meno male se ci fosse un'isola
qualunque in Affrica o in Oceania, dove si potessero deportare tutti
questi birboni: sarebbero come morti per la società non solo, ma una
tal pena sarebbe salutare per gli altri, incuterebbe un vero
terrore.... E guardatosi un'altra volta intorno, soggiunse: basta, non
è il caso di discutere di codeste cose....

E ripreso il tono naturale della voce:

--Nino, te ne prego.... te ne scongiuro....

--Senta, non insista più oltre.... mi fa proprio pena dover negare a
lei qualche cosa per la prima volta in vita mia.... ma non se n'abbia
a male. Non desisterei dal mio proposito non dico se n'andasse la mia
vita, ma quella di mia moglie, de' miei figlioli, se n'avessi.... se
anche sapessi che col desistere farei ritornare in vita mio padre e
mia madre!

Che fare? Andarsene. E questo fece il notaro, maledicendo in cor suo i
coraggiosi e gli ostinati.

Stette in agitazione tutto quel giorno e la notte, e non si risolvè di
scrivere al zu Vito che l'indomani dopo aver desinato. Via.... non si
fidava proprio di dargli quella risposta a voce.


XIII.

Cominciò lo sparo di mortaretti, a brevi intervalli, poi di seguito
con un rumore assordante; il sagrestano dava nelle campane: nella
piazza alcuni si scoprirono, altri si scoprirono e s'inginocchiarono;
qualche spirito forte continuò a passeggiare col sigaro in bocca e 'l
berretto in capo dando sguardi di disprezzo in qua e in là. In chiesa
il prete benediceva con la piscide una folla di lavoranti e di
donnicciole, che prostrati nell'oscurità cadente dalle volte
altissime, si battevano il petto con sonori pugni, gemendo dei _mea
culpa_ tra i sospiri.

S'aprì la porta principale, e la folla venne fuori coprendosi: parte
si sparse e si formò a capannelli nella piazza; parte, in ispecie le
donne e i fanciulli, cominciò a sbandarsi e diramarsi per le strade.
Giù giù, sulla vetta del Pellegrino stampato nell'immenso azzurro,
moriva un raggio purpureo.

Il zu Vito Sala, con la sua lunga corona in mano, comparve l'ultimo
sulla soglia; si fermò, si voltò verso l'interno. La sua persona alta,
dal cranio senza un pelo e lucente, spiccò qualche minuto ritta sullo
sfondo nero dell'apertura: le sue labbra smorte bisbigliarono in
fretta le ultime orazioni, si fece la croce tre volte, si chinò a
baciar tre volte il suolo toccandolo con le punte delle dita che poi
portava alla bocca, tre volte l'altar maggiore, e uscì.

Nel mettersi il berretto in capo dette un lungo sguardo nella piazza
come se vi cercasse qualcuno, e si spinse tra la folla lentamente. Al
suo avanzarsi era un tirarsi da banda, un salutar rispettoso, un
seguirlo con gli occhi, un far commenti sulla sua cera brutta.

Diamine, non era per nulla il decano de' mafiosi!

Egli andò diviato a un gruppo di giovani in mezzo a' quali il suo
socio Lalla dava una lezioncina di morale com'egli ne sapeva dare, con
stizzatine d'occhi e gesti che spiegavano le parole oscure, e stava
concludendo:

--Dunque tenetelo bene in mente, il mondo si compone d'uomini,
_ominicchi_ e _cucurucù_: gli uomini son quelli che non si lascian
posar mosche sul naso, che sono amici degli amici, che hanno occhi e
non vedono, che hanno bocca e non parlano, che hanno le mani e se ne
servono in tutte le maniere; gli _ominicchi_ sono i mezzi mezzi,
quelli che non sono nè carne nè pesce: i _cucurucù_ sono gl'infami e
_cascettoni_, quelli che han per vizio di mangiarsi la zucca....¹ mi
capite? I primi van rispettati perchè se lo meritano; i secondi non
calcolati.... sino a un certo punto; ma i terzi, sangue.... bisogna
ridurli al silenzio.... non farli parlare più....

    ¹ Far la spia.

E con l'indice e il medio della destra tesi e uniti, e col suo più
brutto sogghigno, fece una rapida croce in aria.

--Vi raccomando dunque i _cucurucù_! Del resto il mondo è andato
sempre così, sin da' tempi de' nostri _protopasti_;¹ o che forse Caino
non ridusse al silenzio Abele?...

    ¹ Voleva dire «protoparenti.»

Ma il zu Vito lo toccò nella spalla.

--Col permesso, una parola, gli disse con la sua voce burbera.

--Che faceste? domandò Lalla quando si furono allontanati dalla folla.

--Niente.

La faccia livida e tutta rasa del socio, se togli i pochi peli del
labbro inferiore, si rabbuiò, e i suoi occhi neri dai globi tinti
d'una sfumatura turchiniccia mandarono un lampo: non fece altro gesto
che portare la mano ai peli della mosca e tirarli a rivoltare il
labbro.

--Vuole ostinarsi? domandò poi in un certo tono.

--Pare.

E gli disse quel che gli aveva scritto il notaro.

--Bene, rispose Bartolomeo con un sorriso pallido: faccia a modo suo
quel signore.

E il Sala che comprese alle parole, e più che altro all'espressione di
quel sorriso, borbottò:

--Non è ancor l'ora.... Prima c'è da fare un altro tentativo.

--E quale?

--Andiamo a casa vostra: di queste cose non se ne parla in strada....
Vi dirò solamente: m'avete domandato con insistenza il perchè ho
voluto sapere quel che facevano in giardino la signora e il cavaliere;
bene stasera vi sarà spiegato.

--Umh.... son storie.... per me non mi ricredo: il vero mezzo è il
mio; bisogna adoperar quello se non si vuol fare un buco
nell'acqua....

--Non è come dite voi: lasciatevi servire da me che non ho i capelli
bianchi per nulla.

Lalla scosse il capo.

Camminarono l'uno vicino all'altro, silenziosi e con le mani in tasca.


XIV.

All'orologio a pendolo tra le due librerie sonavano le nove, allorchè
Matteo, il giovane che andava far la spesa e i servizi minuti a'
Ficarazzi, entrò nello scrittoio: si levò il berretto, e in punta di
piedi, per non disturbare il padrone così intento a scrivere che non
aveva nemmeno alzata la testa, andò a posare sulla scrivania le
lettere e i giornali. Poi restò a pochi passi di distanza, non
arrischiandosi di muovere che i soli occhi, i quali or alzava al
soffitto, or posava sullo Striati, or sulle file de' libri luccicanti
d'oro dentro le vetrine.

Nino coprì d'una scrittura minutissima l'intero foglio, rilesse
aggiungendo qua e là qualche virgola o qualche punto, scosse due volte
la testa d'alto in basso in segno d'approvazione, posò la penna, e
alzò gli occhi in volto al giovine.

--La posta, disse questi, con quel laconismo al quale l'aveva abituato
il suo padrone.

--Bene.

--Ha ordini da darmi?

--No.

--Matteo s'inchinò, e uscì.

Striati prese le lettere e i giornali; mise questi da bando, e
s'accingeva ad aprir quelle, quando gliene cadde sott'occhio una di
carta grossolana, piegata in quattro, e chiusa con midolla di pane.
L'indirizzo fatto con certi caratteracci che parevano arpioni
addirittura, era pieno zeppo d'errori d'ortografia.

                «_Al sigor_
    «Sigor Antoninno Striati
                          «_Ficarazza_.

La voltò e rivoltò tra le mani, facendo un mondo di congetture, poi si
strinse nelle spalle e l'aprì.

Era corta, ridicola, ma fulminante.


    «SIGOR DON ANTONINNO,

«E becco! becco! vostra mogle vi fa li corna con lo vostro amico,
tutti lo sanno e voi non venne accorgite o fate finta di non venne
accorgere, si baciono tutto il iorno sotto l'arvole del iardino si
oniscono ogni sera nel cirschetto cinise e vi saloto!!!!

        _N. N. che timpira le pinne_.»

L'infelice sbarrò gli occhi e si fece bianco come un morto; parvegli
come se una mano di ferro gli avesse abbrancato il cuore e cercasse di
stritolarglielo. Felice, immerso sino ai capelli nei suoi sogni....
che colpo! che risveglio crudele!

S'alzò vacillante.

Essa lo tradiva, essa lo tradiva.... ed egli sentiva di amarla come un
forsennato!... E l'altro.... il suo migliore amico, quegli che aveva
beneficato tante volte! Aah!...

S'appoggiò al tavolino con tutt'e due le mani, e restò per un pezzo
immobile, con gli occhi stupidamente fissi e il viso contratto.

Essa lo tradiva.... essa lo tradiva....

Tutt'a un tratto si scosse, rilesse la lettera, e la spiegazzò tra le
mani convulse....

Ma qui un filo di speranza venne a fargli circolar di nuovo il sangue
liberamente, a sospender le angosce che dilaniavano il cuore di quel
disgraziato.

--La lettera è anonima, balbettò. Oh, se non fosse vero....

Ma non fu che un momento. La lettera parlava chiaro.... di baci sotto
gli alberi.... di convegni nel chioschetto.... E queste parole,
ch'egli ripeteva mentalmente, erano come tanti ferri roventi
ch'entrassero nella sua carne viva. Precisava i luoghi! Dunque chi
l'aveva scritta aveva visto, o aveva risaputo da chi aveva visto!...

Si mise a camminare in qua e in là per la camera, agitatissimo.

«Tutti lo sanno!...

Il suo nome dunque correva per le bocche di tutti, tra i sogghigni, e
i maligni sottintesi, vituperato dal ridicolo. S'ardiva anche supporre
ch'egli facesse le viste di non accorgersene.... Egli!! egli che
meditava d'affogare il tradimento nel sangue.... egli, che voleva
vederla boccheggiante ai suoi piedi quella donna, che per disonorarlo
con più sicurezza, l'addormentava con carezze più tenere, con baci più
caldi.... egli, che voleva strappare il cuore dal petto di quell'altro
che aveva avuto il corpo della donna sua.... gli toglieva quanto gli
restasse di bene sulla terra, lo lasciava senz'amore, senza fede, solo
per sempre, disperato....

Ma in questo un passo nella camera vicina fece sussultare tutto
l'essere suo: aveva riconosciuto il passo della moglie.

Si fermò, senza pensiero, con gli occhi fissi all'uscio, e
nell'attitudine d'una belva che stia per scagliarsi sulla preda. Guai
se Serafina fosse entrata!... Ma per fortuna il passo passò oltre.
Striati si voltò, stette in ascolto, poi balzò alla finestra,
s'appiattò dietro le tende, e spinse uno sguardo feroce nel giardino.

    Ei mi disse, io ben rammento
    Quando in fronte mi baciò....

s'intese cantare in tono appassionato, con certi tremolii nella voce,
e poco dopo l'adultera comparve nel viale.

    Deh, raffrena il tuo tormento,
    Non temere io tornerò.

Portava con la solita grazia il vestito a righe bianche e celesti che
piaceva tanto all'amante, aveva il capo avvolto capricciosamente in un
velo bianco, e s'appoggiava sull'ombrellino come sur un bastone.

Egli la seguiva con gli occhi, la faccia pallida contratta da un
sorriso ironico.

    Ei piangeva, e col suo pianto
    Tutto il volto mi bagnò.
    Ah! Mi stringeva al seno ei tanto,
    Mi diceva, io tornerò.

La bella donna scomparve tra le piante, la sua voce che s'era fatta
via via più debole, si spense in un mormoro. Io tornerò... io
tornerò....

Nino si levò dalla finestra, e fece alcuni passi per la camera come un
uomo smarrito, quella romanza aveva risvegliato in lui l'eco della
felicità passata: gliel'aveva sentito cantare giovinetta, tante volte,
nei bei tempi del loro amore, quand'essa era un angelo ancora.... Oh!
questo ricordo! In tal momento gli bruciava l'anima più d'ogni altra
cosa. E suo malgrado riandò que' tempi, con un tumulto di pensieri
rapido sì, ma qua e là particolarizzato.... Quando la vide la prima
volta; come nacque in lui quell'amore ch'era stato la vita sua; come
crebbe.... come solevano incontrarsi per le scale; com'essa salisse
sempre mollemente, seguita dalla mamma, appoggiandosi con grazia
sull'ombrellino.... vedeva il suo viso di fanciulla con un leggiero
strato di cipria, i begli occhi azzurri ch'essa apriva man mano nel
guardarlo, il che gli aveva fatto sempre provare un trasalimento di
piacere.... Egli si stringeva al muro per lasciarle passare, e
salutava, lei si faceva rossa rossa inchinando il capo, e saliva più
in fretta certo per tenerlo meno incomodato.... Rivedeva il salotto
della vecchia signora, i mobili un poco frusti, il vecchio pianoforte,
e in un angolo la statua in gesso di Napoleone I con gli stivaloni e
il solito cappello, con la mano dentro lo sparato della sottoveste....
si rivedeva bendato a correre brancolando verso di lei, sentiva il
riso che lei soffocava nel fazzoletto, il fruscio delle sue
sottane.... E riandò la dichiarazione d'amore, e la vita beata di
promessi, e il matrimonio.... essa era pallida, commossa, divinamente
bella e nell'abito bianco sotto al gran velo.... e il paradiso della
loro villetta, ora mutato in inferno!... Mario si presentò a' suoi
occhi.... Che ricordi terribili! Lui lo presentava a Serafina.... lui
gliene parlava spesso.... lui lo portava alle stelle.... lui
s'affannava a farlo entrare nelle grazie di lei.... stolto! metteva in
quell'anima i primi germi dell'amore!... lui s'adirava quand'essa
gliene diceva male.... lui lo ricondusse a casa quando se n'era
allontanato.... lui lo invitò a villeggiatura.... lui insistè perchè
restasse quando, forse spinto dal rimorso voleva fuggire.... lui!...
sempre lui!!... Oh!... ma quale rabbia di distruggere la sua felicità
l'invadeva!... chi lo guidava dunque, e con quali fini! chi
l'addormentava nella sicurezza tanto da lasciar la donna sua, il suo
idolo, la sua unica felicità.... il suo tutto, senz'assistenza, senza
consigli, in balia del primo venuto.... chi.... chi l'accecava mentre
gli altri vedevano!...

Un'orribile fatalità pesava sul suo capo!...

Sentiva d'impazzire.

Andò a una sedia e vi s'abbandonò: restò immobile, con le mani
intrecciate tra le gambe, con il capo basso, fissando gli occhi
ardenti al suolo.

Lo si volle ridurre senza scopo dinanzi a sè dunque, senza speranza,
circondato da un orizzonte nero, inesorabilmente nero.... Lo si volle
assassinare.... Oh, se non fosse vero!...

Ma tanti particolari a' quali non aveva badato prima, gli si
presentarono a un tratto con la rigidità dell'evidenza: e un giorno
aveva visto questo.... e un giorno quello.... e un giorno avevano
fatto questa cosa, un giorno quest'altra... sì che si persuase che non
c'era più dubbio.

Allora il suo cuore ulcerato tornò a battere per l'omicidio. S'eran
fatti gioco di lui.... l'avevano tradito infamemente.... e aveva
levato l'una dalla miseria, trattato l'altro come un fratello, e
s'erano uniti per disonorarlo.... non avevano sentito nessuna pietà
per l'uomo che gettavano in un inferno di sofferenze:--nemmeno lui
n'avrebbe per loro.... no, non ne avrebbe: non si riderebbero più di
lui, non se ne riderebbero per dio!!...

S'alzò, andò in uno stanzino dove teneva le armi, staccò da un chiodo
una rivoltella nella sua custodia, e se l'affibbiò alla cintola....
Era quasi calmo. Ritornò nello scrittoio, e sonò un campanello: poco
dopo comparve donna Maricchia: la cameriera aveva il viso arcigno
secondo il solito.

--Il cavaliere?

--È uscito.

--Dov'è andato?

--Matteo l'incontrò nella via de' Ficarazzi.

--Diavolo!... Basta, anderò solo. Dite alla signora che vado a
Buonriposo, dall'Anselmi: in caso che tornassi tardi non stia con
premura.

Prese il cappello, scese le scale, attraversò il viale principale del
giardino, e uscì all'aperto.

Che quiete per la campagna, che limpidezza nel cielo, quanta dolce
malinconia su per que' colli che l'ombra veniva invadendo man mano!
giù, giù il piano sottostante sparso di paesetti e di ville
biancicanti tra 'l verde degli aranci, la distesa azzurrina del mare,
sparsa di vele, erano indorati ancora da' raggi del sole.

Lui, camminando a celeri passi come se fosse inseguito, fantasticava
dalla vendetta e l'assaporava.

Si fermò su un poggiolo, tra un folto d'ulivi, dal quale si dominava
tutta la villa, con le strade che la circondavano.

Di lì poteva osservare senz'esser visto.

Annottava quando si riscosse, e scese a gran passi, con gli occhi che
mandavano lampi.

Arrivò alla villa, e vi oltrepassò il cancello: si spinse per i viali
cautamente, fermandosi ad ascoltare, con la mano all'impugnatura della
rivoltella. Non s'imbattè in alcuno, e potè appostarsi dietro a una
siepe, tra un gruppo di rose, di faccia all'entrata del chioschetto. O
essi c'erano, e dovevano uscirne, o non c'erano, e ci verrebbero....

Ma sobbalzò: gli era parso di sentire lontani scoppi di risa, e voci
confuse.... Impugnò la rivoltella e attese. Le voci s'avvicinarono.

--No, diceva Serafina scherzosamente; e a quel no, seguiva un fruscìo
di sottana come di donna che corra.... lui certo l'inseguiva.... se ne
sentivano i passi: poi più nulla. Un usignuolo cominciò i suoi soavi
gorgheggi nel folto, poco discosto dallo Striati.

--Che succede dunque! pensò angosciosamente: e sentì scorrersi un
brivido per tutto il corpo. Che fare?... restare?... uscir di qui e
andare a vedere?...

E s'era deciso a mettere in atto quest'ultimo pensiero, quando sentì
vicinissimo l'istesso fruscìo di poco prima.... Guardò.... Una donna
passava vicino a lui correndo in punta di piedi, leggiera come
un'apparizione.... entrò nel chioschetto....

Era Serafina, Nino l'aveva riconosciuta.

Passarono cinque minuti che all'infelice parvero cinque secoli....

La sabbia del viale scricchiolò sotto a un passo.... apparve un'ombra.

--Serafina.... chiamava sottovoce. Serafina....

Era Mario.

--Serafina... Serafina....

Egli passò vicino allo Striati, e s'avanzò verso il chioschetto.

--Serafina....

Scoppiò un riso soffocato, ed un, ah! di contento. Due corpi si
confusero sulla soglia.... un mormorio, poi più nulla.

Nino, con uno sforzo supremo di volontà, soffocò un rantolo partitogli
proprio dall'anima.... Ogni speranza era finita e per sempre! nel suo
petto ora ruggivano l'amore, la gelosia, l'ira, il dolore, con un
concerto d'inferno! Ebbe la forza d'aspettare; e si sentiva la demenza
nel cervello!... e quando a lui parve ch'era l'ora, balzò di dietro
alla siepe come una fiera, andò al chioschetto, avanzò la testa
nell'apertura del piccolo vestibolo.... non c'erano. Entrò, salì per
la scaletta a chiocciola cercando di fare il meno rumore possibile....

Una spallata all'uscio che andò in frantumi, due urli.... e sei lampi
seguiti da sei detonazioni, rischiararono sei volte la faccia livida
orribilmente contratta del marito offeso, il gruppo informe dei due
amanti rotolantesi.


XV.

Vagò per la campagna tutta la notte. All'alba fu visto in paese,
tutt'impolverato, a capo scoperto, con i capelli arruffati e madidi, e
due cerchi neri attorno agli occhi. Andava a costituirsi al tenente
de' bersaglieri che comandava il distaccamento di Ficarazzi.


XVI.

Quella sera di febbraio il casino de' galantuomini presentava
l'aspetto solito.

Il notaro Ballarino faceva l'eterna partita a belladonna con
l'avvocato Ambrò, bestemmiando di tratto in tratto, e appiottando
pugni al tavolino. Don Illuminato lo speziale predicava contro i
_rappresentanti del comune_ (perchè ci avrebbe voluto esser lui
rappresentante del comune, dicevano le male lingue) fra un cerchio
d'intimi che approvavano ciondolando il capo: egli guardava a volte
don Girolamo il cameriere, un galantuomo anche lui, che andava e
veniva, con le mani dietro la schiena, e si fermava a dir la sua. Don
Mimì, il vice-pretore alto una spanna, sempre col giornale in mano,
che lo copriva tutto, e don Sariddo il dottore, don Biagio, sempre
infreddato e don Paolino secco come una lanterna, col nasone come una
vela, se ne stavano seduti sul divano: essi, sputecchiando in
continuazione, aggiustavano l'Europa. La solita brigata di giovinotti
parodia della moda della città, parlava di Peppa la serva, o di
Caterina la baldracca di via S. Brigida, con certi sghignazzamenti da
satiri.

Qualche nuovo arrivato chiudeva l'ombrello e batteva i piedi sulla
soglia dell'uscio a vetri per scuoter l'acqua e il fango degli
stivali, guardando come un alluccinato. Attorno al fuoco un gruppo
d'anziani stavano a sentire a bocca aperta don Santuccio, il quale con
quella sua aria di domandar sempre se il mondo fosse a vendere perchè
aveva quattro soldi, perorava arrotondando le parole, e dicendo
sproposito da can barbone.

I giurati l'avevano assolto, non c'era che dire: la moglie gli faceva
le corna, be', egli l'aveva colta in flagrante, l'aveva uccisa, aveva
ferito il ganzo: quella sorte d'onte si lavano col sangue....

Gli anziani approvavano gravemente.

Ma perchè ritornare nel luogo dov'era successo il triste dramma!
seguitava don Santuccio, chiamando in suo aiuto qualche frasona letta
ne' giornali: perchè venire a calpestare quel suolo caldo ancora del
sangue di quella disgraziata!... non sapeva comprenderlo.

Allora chi ne disse una e chi un'altra. Era un uomo senza cuore; un
sanguinario feroce; un'anima nera; un vero assassino se non era ancor
sazio dopo la vendetta!...

Dando addosso a Striati sapevano di far piacere a don Santuccio, il
quale l'odiava, come odiava tutti quelli ch'eran più ricchi di lui.

Ma il signor Lavia ch'era entrato giusto allora, e posato l'ombrello e
il cappotto s'era avvicinato e aveva sentito il discorso, interruppe
quel concerto con il suo fare di me n'impippo, curandosi poco del
nababo del paese. Che diavolo dicevano! perchè parlavano quando non
sapevano le cose? Quello che accusavano era un disgraziato tormentato
dal rimorso, un infelice il quale amava ancora la moglie che aveva
uccisa nel primo impeto: ora imponeva a sè stesso una terribile
espiazione. Poteva dirlo lui che lo sapeva da fonte sicura, dal notaro
Anselmi, figurarsi! Striati non usciva mai di casa, passeggiava
innanzi e indietro nello scrittoio dalla mattina alla sera, tanto che
aveva già logorato un'intera fila di mattoni.... La notte poi non
dormiva: sino all'alba ognuno avrebbe potuto veder la finestra della
sua camera illuminata.... C'era anche chi l'aveva visto inginocchiato
nel chioschetto sul posto dov'era morta la moglie, si voleva che ci
stesse per ore ed ore, curvo con la fronte per terra, versando un
fiume di lacrime.... Via, l'amico che aveva messo il lutto e la
desolazione in quella casa, era un fior di canaglia!

Don Santuccio storceva la bocca, scrollava il capo: ma nessuno gli
badava più, ascoltavan l'altro con gli occhi spalancati.

--In tutto questo chi ci ha guadagnato è stato il zu Vito Sala col
socio Lalla, concluse il signor Lavia: Striati era proprio risoluto a
levar loro i giardini; ma dopo quel che successe, è chiaro, doveva
aver tutt'altro per il capo: dalla carcere stessa mandò una procura ad
Anselmi, e fu stipulato l'atto per....

--Sentite questa ch'è _classica_! gridò intanto don Mimì levando il
naso di sul giornale. E s'abbandonò bruscamente sulla spalliera del
divano sicchè le sue corte gambette si sollevarono da terra. Ma tutti
fecero orecchie di mercante, chi con una spallucciata, chi con un moto
impercettibile delle sopracciglia. Era entrato in tasca a tutti
quell'ometto finalmente con quella sua smania di voler leggere a ogni
costo, come se poi la gente non avesse occhi, o non avesse sentito
leggere mai. Lo vedevate dalla mattina alla sera sempre dietro a un
giornale, a frugar col naso nelle colonne, stimando _classiche_ tutte
le sciocchezze che i redattori avevano buttato giù fra uno sbadiglio e
un altro. E il bello era che' esigeva d'essere ascoltato! ma per lo
più, non ci coglieva che don Girolamo. Il galantuomo, senza capire un
acca di quel che sentiva, calava la testa che aveva troppo pesante,
dicevano almeno le male lingue, e l'altro incoraggito, passava sin
anche agli annunzi di quarta pagina, permettendosi de' commenti dotti
su' cert'acque, su certi rimedi, che spianavano a un beato sorriso il
volto appassito e grave dell'ascoltatore.

Però questa volta don Mimì fece il duro. L'avevano a sentire.... a
dargliela in mille non avrebbero potuto indovinare la cosa classica
che gli leggerebbe.... proprio non l'avrebbero potuto indovinare.

E allora, o che fossero spinti dalla curiosità, o che, prima
s'avvicinò uno, poi un altro, poi tutti. Lui, quando l'ebbe visti
riuniti, chi in piedi e chi seduto, temendo che non se n'avessero a
pentire, cominciò in fretta:

«Vita indorata....»

Nel piacere d'aver un così numeroso uditorio, nella voglia di far
presto, non sapeva nemmen più quel che si leggesse: ma qualcheduno
rise, e lui si corresse subito arrossendo:

«Vita dorata.»

«Questa sera saranno celebrate le nozze tra la signorina Rosalia
Ascenti dei baroni di Roccabruna e il cavaliere Mario Furlani di
Traforello....»

Qui ci furono degli oh! di sorpresa con sguardi analoghi e un
raddoppiamento d'attenzione: e il vice-pretore, tutto contento di
quell'effettaccio prodotto, lanciò un'occhiata come per dire: ve
l'aveva detto io? Poi seguitò:

«Chi conosce gli sposi consentirà con noi che nella vita coniugale
troveranno tutte quelle felicità che da sinceri amici loro auguriamo.
La cerimonia avrà luogo circondata dalla più splendida pompa quale si
addice al casato dei fidanzati. Abbiamo avuto occasione di ammirare il
ricchissimo corredo della giovane sposa e ne siamo rimasti sorpresi!
Tacciamo delle splendide tele di Svizzera, Inghilterra, Napoli,
Firenze, degli ammirevoli ricami, dell'eleganza degli abiti, ma non
possiamo non ricordare fra gli oggetti preziosi un magnifico Bandò e
un finimento di brillanti e perle smaltati in argento, dono dello
sposo, manifattura dei fratelli Sieripepoli, due ricchissimi solitari
per orecchini, dono dell'ottimo marchese della Stella, una
elegantissima _Broche_ (don Mimì leggeva broche) di perle e brillanti,
dono della baronessa del Friuli, un paio d'orecchini di grossissime
perle, dono del conte Calvagno, un braccioletto d'oro e perle, regalo
della marchesa di Sant'Agrippina, portante nell'interno un motto
d'augurio, un altro braccioletto in brillanti e perle della baronessa
del Poggio, un'elegante margherita tempestata di brillanti, regalo
della duchessa Ariani, e in fine il regalo del principe di Traforello,
consistente in una ricca stella di brillanti il cui splendore può
essere solo offuscato dalla grazia e dalla bellezza della gentilissima
sposa.

«Gli sposi appena terminata la cerimonia civile e religiosa,
partiranno alla volta di Napoli, ed indi si recheranno a visitare le
principali città d'Italia.»¹.

    ¹ Dal _Precursore_ di quel tempo.



SEQUESTRO


I.

Era una ragazza alta, tutta ciccia, bianca e rosa, proprio quel che da
noi si dice sciacquata, con un par di begli occhi ladri, e mastro
Pasquale n'era cotto davvero. L'aveva chiesta in moglie a mastro
Cruciano, padre di lei, un giorno che, tornando da consegnare un paio
di scarpe a una contadina che abitava in campagna, l'aveva incontrato
solo nello stradale, dietro al suo asinello bianco, con gli arnesi da
bottaio nelle bisacce. Il vecchio furbo aveva data una sbirciatina
alla _bonaca_ di velluto del giovine, la quale mostrava la corda; al
berretto a barca unto e bisunto che gli cadeva sull'orecchio; al
cencio rosso, sbiadito, ch'aveva attorcigliato attorno al colletto
della camicia d'un colore dubbio; poi gli aveva domandato con un certo
tono tra il serio e il canzonatorio:

--Che cosa porti tu a mia figlia, buona lana?

Mastro Pasquale s'era grattata la zucca e aveva risposto un pochino
imbarazzato:

--Due tumoli di vigna al Comune, la casa e l'arte, mastro Cruciano,
l'arte che val più della casa e della vigna.... lo sapete non sono un
cattivo calzolaio.

Il bottaio l'aveva ascoltato, tentennando il capo con un buffo storcer
di bocca, poi aveva ripreso:

--Porta aperta a chi porta, e chi non porta parta. E contando sulla
punta delle dita, aveva continuato; sulla vigna c'è l'ipoteca di don
Liborio, sulla casa pure; in quanto all'arte.... hai fatto forse un
contratto con Domeneddio che tu abbia ad aver sempre la salute?

--Avete ragione, mastro Cruciano, fu l'ultima malattia di mia madre
che mi rovinò: però.... col lavoro, e un po' di fortuna, ci arriverò a
pagare don Liborio.... ci arriverò, credetelo.

--Paga e riparleremo della cosa. E aveva tagliato corto, non volendo
saperne altro.

Il giovine innamorato era rimasto in mezzo alla via, acciucchito come
se avesse ricevuta una forte bastonata nel capo, poi s'era avviato
verso il paese anche lui, con le braccia ciondoloni e il viso lungo
un'auna.

Quella sera staccò la chitarra dal chiodo al quale soleva tenerla
appesa, s'imbacuccò in un suo cappotto intarlato, e, tutto solo, andò
a sfogare la sua pena alla cantonata solita, vicino la casa della
bella Carmela, con una canzone di dolore accompagnata di accordi lenti
in tono minore.

S'aprì la finestra della camera della fanciulla, e si intese a
tossicchiare: il giovine s'avvicinò strisciando lungo il muro, e a
voce bassa, nel silenzio della notte, ebbe luogo il dialogo più
appassionato che mai. Risultato del quale fu il fermare di comune
accordo, che l'indomani sera a tre ore di notte lei scenderebbe con le
scarpe in mano, troverebbe lui nella strada, e zitti e quieti farebbe
fagotto in barba all'orco che aveva avuto il torto di non comprendere
come l'amore se ne infischi di case, di vigne, e anche del diavolo.

Disgraziatamente però, e forse per quest'ultima ragione, il diavolo si
piccò a volerci metter la coda: l'orco, il quale aveva il sonno così
leggiero che l'avrebbe svegliato anche il volar d'una mosca, a' primi
accordi era saltato fuori dal letto, e rassicurata la moglie che s'era
rizzata a sedere inquieta, aveva girato il nottolino pian piano,
aperto appena lo sportello della finestra senza vetri, e messo
l'orecchio in quel po' po' di spiraglio, aveva sentito parte del
dialogo dei due amanti, parte n'aveva indovinato. Sì che l'indomani
sera mastro Pasquale e 'l cugino Santo Zumboli, che aveva condotto con
sè per dargli man forte nella bisogna, se fosse stato necessario,
avevano allungato il collo senza alcun profitto. In casa di mastro
Cruciano c'era stato l'inferno, e la bella Carmela guardata a vista,
non potè affacciar più nemmeno il naso.

Il calzolaio bestemmiò, imprecò, esaurì tutte le minaccie; la
fanciulla pianse, si disperò, parlò di morire, ma mastro Cruciano rise
scrollando le spalle: eran cose quelle che sarebbero passate col
tempo; non voleva affogar la figliola lui con quello spiantato.

Mastro Pasquale lo riseppe, e aveva proprio un diavolo per capello:
era un mastro onorato lui, e quella birba di bottaio non aveva diritto
di trattarlo a quel modo. Era povero, è vero, ma non era una buona
ragione questa per negargli la figliola; almeno non aveva fatto i
quattrini strappando a brano a brano la camicia d'addosso la povera
gente come aveva fatto lui! che si sapeva da tutti come l'aveva messa
insieme quella mezza salma di terreno per la quale ora si sentiva
meglio di Vittorio Emanuele in persona. Già è andato sempre così il
mondo: a' birboni vento in poppa. E prendendo l'aire su questo tema,
sputando dalla stizza, e strabuzzando gli occhi, usciva dal seminato:
parlava d'ingiustizia; della disuguaglianza delle classi; di
rivoluzione; diceva che aveva ragione poi la gente a rubare quando
vedeva che la terra che domeneddio aveva fatta per tutti se la
dividevano quattro carogne oziose.... Sangue.... avrebbe voluto farla
lui da padrone, non diceva assai.... una quindicina di giorni, per
aggiustare ogni cosa. Tu, povero, hai vissuto fra gli stenti, come un
cane sulla paglia putrida; to' questa è terra, coltivala, mangia e
divertiti: tu, ricco, te la sei goduta facendo spanciate d'ogni ben di
Dio, mentre i tuoi fratelli morivano di fame; to', questa è zappa,
butta sangue, imparerai come facevan gli altri a buscarsi un tozzo di
pane.... Cose tutte che aveva sentito dire a don Pietro Nuvoli, un
_repubblichetto_ rosso, che in ogni occasione spifferava la sua
tiritera per moralizzare il popolo, diceva lui.

Con questo però mastro Pasquale non poteva conseguire i suoi fini, è
chiaro; nè se ne poteva dar pace; e coloro che pagavan per tutti, a
notte fatta, erano i vicini di mastro Cruciano; a' quali Dio sa per
quanto tempo l'innamorato avrebbe rotte le tasche co' suoi berci
dolorosi accompagnati dai soliti accordi in tono minore, se una sera
due carabinieri non l'avessero invitato a battere il tacco e non farsi
veder più in quelle vicinanze, prima con un certo garbo, poi a
spintoni, quand'egli alzò la voce dicendo, ch'era un abuso di potere
quello che a un libero cittadino impediva di cantare dove meglio gli
paresse.

La proibizione di questo sfogo innocente, che gli faceva digerire la
bile, lo mise alla disperazione; fu quel che si dice il colpo di
grazia. Non lavorò più, andò bighellonando con la pipa in bocca, con
le mani in tasca, torvo e accigliato; cominciò a frequentare le
taverne; diventò amico del bicchiere e delle carte, pellagra che
s'attacca al corpo e poi arriva l'anima.

In queste brutte disposizioni soffiava il cugino Zumboli.

Era costui uno spilungone di vent'anni, verde come l'aglio e senza un
pel di barba. Berretto sull'orecchio, cacciatora di velluto nero tutta
tasche e taschette, anella di similoro alle dita. Sputava senza
levarsi la pipa o il sigaro di bocca, facendo schizzar la saliva;
camminava dondolandosi sulla vita dalla più buffa maniera; giocava;
amava il vino; amava le donne; arraffava, quando poteva; cacciava
fuori il coltello a ogni piccolo diverbio, e certe volte non per
burla. Non era un santo, come si vede. Usciva allora dalle carceri di
Termini, dove l'avevano mandato a villeggiatura «per un porco
cappotto» diceva lui. L'aveva levato di sulle spalle a uno, di notte,
perchè il suo era vecchio. Ma i giudici, si sa, certe ragioni non le
sanno apprezzare, e al farabutto quella scappatella gli era costata un
occhio della testa, senza contare un anno di prigione, aveva dovuto
impegnar la casa per pagar l'avvocato.

In quelle tante disdette però ebbe di buono che nei _cameroni_¹ potè
perfezionarsi. Ora parlava d'affari grossi, e profittando delle
condizioni d'animo in cui si trovava il cugino, con certi discorsi
velati cercava di tirarlo dalla sua. Quella carogna di mastro
Cruciano; eh; gliel'aveva fatta, porca cagna!... e il peggio era che
non si poteva tentar più nulla, la ragazza era guardata con tanto
d'occhi. Però egli s'occupava del bene del cugino come del suo
proprio.... aveva esaminata la faccenda sotto tutti gli aspetti, e non
trovava altra via che questa: potersi presentare un bel giorno al
padre della ragazza, e dirgli: mastro Cruciano, ho spegnata la vigna,
ho spegnata la casa, ho qui una ventina d'onze per le spese del
matrimonio.... Ma per far questo ci volevano dei soldi; il cugino
avrebbe un bello spremere le sue forme, soldi non gliene darebbero
certo.... Ne aveva fatto mai col lavoro? no: nemmen lui. Oh, quella
non era via d'arrivarci.... E però minchione chi aveva fegato in corpo
e non cercava d'ingegnarsi....

    ¹ Sale comuni dei detenuti.

Sì che mastro Pasquale eccitato sempre più da questi discorsi,
mostrava il pugno al cielo, urlando tutto rosso, con gli occhi che
pareva volessero schizzargli dalle orbite, e i denti stretti.

--Ah!... venderei l'anima al diavolo pur di farla vedere in candela a
quel cane d'un bottaio!

Allora Santo si metteva a ridere; lo canzonava. No, ora il diavolo
anime non ne comprava più, forse era agli sgoccioli come loro.

--Ma qui c'è Santo, porca cagna! continuava picchiandosi il petto con
la mano tutt'aperta: qui c'è Santo!... Ho certi progetti pel capo....
basta, purchè all'ultimo non mi facciate il minchione.

E una sera, dopo aver barato alla zecchinetta, e pelato a dovere certi
gonzi che s'eran lasciati prendere all'amo, con l'esca di qualche
piccola vincita, gozzovigliavano nella bettola di mastro Mariano
Ruvoli. Era tardi ed erano soli nella stanzaccia affumicata,
rischiarata appena da un lume a petrolio. Dall'uscio aperto della
cucina veniva un odor di carne soffritta di cui si sentiva lo
sfriggolare: il bettoliere preparava lo stufato di pecora per
l'indomani.

Mastro Pasquale co' gomiti appoggiati sull'orlo del deschetto, e con
le mani cacciate tra' capelli, guardava fisso il cugino Zumboli, che,
tagliatosi un fettone di pane, e sbocconcellando, e facendo di tratto
in tratto la zuppa segreta, parlava con la bocca piena, a frasi
interrotte. Coi lamenti.... coi sospiri.... non si arrivava a
togliersi d'impaccio, era chiaro.... Per esempio.... egli sarebbe
restato fra gli artigli di quell'usurario di don Giuseppe, che aveva
giurato di buttarlo fuori di casa se a mezz'agosto non pagava; il
cugino in balìa di quella sanguisuga di don Liborio.... e senza la
figlia di mastro Cruciano per di più.... Che fare dunque?... o
rassegnarsi....

Qui l'innamorato scosse il capo.

--O tentare un affare....

E Santo guardò il cugino, per vedere che impressione gli facesse
questa proposta.

Il cugino ascoltava con molta attenzione; ci prendeva gusto al
discorso, almeno a giudicarne dal luccicare solito de' suoi occhi.

--Ma quest'affare.... bisogna cercarlo, seguitò Santo. E abbassò la
voce.

Sforzare un magazzino?... una cantina?... per far che? per portar via
poche salme di frumento, o qualche barile di vino.... E se ci
scoprono? la galera nè più nè meno come se ci mettessimo a rubare una
diecina di mila onze! Grazie tante. Per un porco cappotto sono stato
un anno in villeggiatura a Termini.... Mio nonno mi soleva dire:
«figliuolo mio, stammi a sentire, e abbilo per massima, l'appropriarsi
d'una sommerella è furto; ma il metter le mani su d'una somma che ci
può far cambiare di stato, è conquista.» Mi dispiace di non averci
pensato prima.... Per me, ora lo dico chiaro e netto, non mi metterò
al rischio, se non c'è un buon affare a vista.... Che ne dite?

Mastro Pasquale posò i pugni sul desco. Santo diavolo.... sì.... anche
lui n'aveva piene le tasche finalmente!... Gli piaceva quel
discorso.... alla cosa ci aveva pensato su anche lui. Sì, una
decisione l'avrebbe presa.... Se il cugino diceva davvero, egli era
pronto.

E riprendeva il tema favorito dell'ingiustizia, dell'ineguaglianza
delle classi.

Le sante massime di don Pietro l'aveva ascoltate attentamente, l'aveva
ruminate, l'aveva meditate, ne aveva tirate delle conseguenze. Essi
erano gli oppressi; i proprietari gli oppressori.... era una guerra
dunque tra di loro, continua, accanita.... Che si faceva nelle guerre?
chi vinceva arraffava, e per di più metteva i piedi sul collo ai
vinti. Questo stesso, in piccolo, poteva farlo anche loro: era un
valersi del diritto della conquista senza tante storie. Del resto i
bisnonni de' proprietari presenti un tempo l'avevano rubate quelle che
ora costoro chiamavano col nome pomposo di proprietà: don Pietro lo
cantava chiaro.

Ma le leggi? Egli se ne infischiava! Belle quelle leggi! o che forse
non l'avevano fatto i ricchi per conservare il maltolto? C'era per lo
mezzo quella benedetta giustizia, era vero.... bisognava adoperare
certe precauzioni.... se no....

Il cugino Santo, fattosi allegro in viso, approvava. Bravo! questo era
parlare, porca cagna! Avevano ragioni da vendere. La cosa era tanto
chiara che l'avrebbe capita un bambino. Ora il cugino poteva tenersi
veramente per marito della figliola di mastro Cruciano.

--Vedete.... io stentavo a parlarvene.... gli disse infine. Codeste
son cose rischiose, e....

--Avete avuto torto: ancora non mi conoscete!

--Dunque....

--Sì.

--Cercheremo....

--Sì.

--E trovato....

--Carogna chi se ne pente!

--Qua la mano!

--Qua!

E si strinsero la mano.

Quella sera mastro Pasquale uscì dalla bettola meno torvo del solito,
Santo un po' alticcio.

Il calzolaio dette le volte per il letto, nel suo stambugio buio,
stillandosi il cervello a trovare il buon affare che bisognava al
cugino Zumboli. Sei ore.... sett'ore.... ott'ore.... i tocchi lenti
dell'orologio della chiesa vibravano sonori nel silenzio della
notte.... Svaligiavano la parrocchia.... imbacuccati ne' cappotti, una
notte nera si facevano cheti cheti alla porta piccola.... aprivano con
un grimaldello.... entravano.... Una lampada appesa davanti all'altar
maggiore, rischiarava appena la navata principale. Egli si sentiva
scorrere un brivido per l'ossa. Accendevano un cerino, penetravano
nella sagrestia, scassavano l'armadio.... Che luccichio d'oro e
d'argento!... Cacciavano nelle tasche di dietro della cacciatora
calici, pissidi, turiboli alla rinfusa.... Riattraversavano la chiesa,
uscivano.... A chi avrebbero venduta tutta quella roba? Era difficile
trovare un compratore.... bisognava nascondere gli oggetti, trattare
con più d'uno, e gli oggetti erano conosciuti.... No, no, non era cosa
da farsi.

Assaltavano il procaccio: uscivano armati e di notte dal paese....
s'appostavano nello stradale.... aspettavano.... S'udiva un tintinnio
di campanelli, poi un rumor di ruote e uno scalpitar di cavalli: si
vedevano i lampioni accesi nell'oscurità. Ma.... e que' due cosi
avvolti ne' loro mantelli e sdraiati sull'imperiale?... Carabinieri!
Brr.... sentiva freddo al solo pensare che bisognava fare alle
schioppettate.

Oh!... c'era don Peppino, quel negoziante napoletano arrivato non era
molto.... Si diceva che in pochi giorni aveva venduta molta roba....
Ci avrebbe avuto proprio gusto a svaliggiarlo quel forestiere. Ma....
e i danari li lasciava nel cassetto del banco?

Undici ore.... Un barlume penetrò per le fessure della finestra, in
quella che un nome guizzò nella mente di mastro Pasquale, e dietro a
quello un'idea: egli aveva trovato il _buon affare_ che abbisognava al
cugino Zumboli.... Oramai era sicuro, sposerebbe Carmela. Scese il
letto, si vestì in fretta, prese in fretta quel suo straccio di
cappotto, uscì e andò nel vicolo vicino, a picchiare all'uscio di
Santo. Questi, digerendo ancora la cotta presa la sera avanti, russava
con i pugni chiusi, steso bell'e vestito sul pagliericcio. Aprì un
occhio, si stirò con un sonoro sbadiglio, poi s'alzò e andò a tirare
il paletto.


II.

Da quel giorno i due cugini furono veduti sempre insieme: alle
cantonate di certi vicoli, con le mani nelle tasche e le pippe in
bocca, a guardar vagamente, in aria preoccupata; in campagna nelle
vicinanze del paese, sdraiati sotto un ulivo, o a cavalcioni sul
parapetto d'un ponte nello stradale, l'uno di faccia all'altro, a
bisbigliare gesticolando: sicchè qualcuno che li conosceva, vedendoli,
ebbe a esclamare tra sè, attente galline, le volpi si consigliano! Poi
una sera con un tempo chiuso e un ventaccio da mandar per aria i
sassi, avvolti ne' loro cappotti, uscirono dal paese, e s'avviarono
attraverso i campi, per certe scorciatoie conosciute da essi. E
cammina cammina l'un dietro l'altro in silenzio, vennero davanti a un
fabbricato lungo, a uscio e tetto, che s'intravvedeva appena come una
massa più scura nell'oscurità della notte. Lontano lontano si sentiva
il mare a urlare e frangersi sugli scogli con colpi sordi.
Picchiarono.

Un cane si messe a latrare furiosamente, la voce burbera d'un vecchio
l'abbonacciava; poi l'istessa voce domandò:

--Chi è?

--Siamo noi _su_ Francesco.

--Chi voi?

--Mastro Pasquale Carrarella e mastro Santo Zumboli.

L'uscio girò sugli arpioni, e i due cugini entrarono.

--Qua, Turco! gridò il vecchio al grosso mastino nero che s'era
avventato addosso a' nuovi arrivati.

La stanza, piuttosto grande, era piena di fumo: nel bel mezzo, sotto a
una pentola di creta accomodata su de' sassi disposti a guisa d'alari,
ardevano delle legna verdi di ginestra, la cui fiamma tra 'l fumo
gettava dei riflessi opachi sur un sacco pieno di roba, un fucile, un
fascio di _taglie_ di ferula, un cappello di paglia, che pendevano
dalle pareti nere; sul _jarzo_, una specie di letto fatto con
travicella e traverse rivestite di cannucce. Su un deschetto una
_lumera_ nella sua padellina di ferro, faceva il fungo tristamente.

Il su Francesco era grasso bracato, con una faccia da mascheron di
fontana, nella quale si scorgevano appena un par d'occhietti vivi,
rossi e lacrimosi pel fumo: era vestito di bonaca e calzoni di
_bordiglione_, aveva in capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga
nappa di seta.

--Salutiamo il su Francesco.

--Salutiamo, rispose il campiere, con una cera maravigliata e
sbuffando com'era il suo solito: poi ficcò i suoi occhietti in volto
a' due giovani.

--Che diavolo andate facendo a st'ora e con sto tempo da cani!... C'è
cosa?...

--Niente, rispose mastro Pasquale.

--Niente, ripetè mastro Santo.

Ma il su Francesco non glieli levava que' suoi occhietti d'addosso, ci
credeva poco a quel «niente»--Umh.... pensò, a me non la danno a
bere.... Basta, sentiremo. Ma perchè non sedete, disse poi ad alta
voce.

I due cugini sedettero su de' _furrizzi_¹ attorno al fuoco. Il
campiere andò a smoccolare il lume, v'aggiunse dell'olio, poi venne a
sedersi anche lui, e si mise ad attizzare il fuoco. Mastro Santo e
mastro Pasquale si dettero d'occhio.

    ¹ Specie di sgabello fatto con ferule.]

--Su Francesco.... cominciò quest'ultimo, dobbiamo parlarvi.

--A me?

--A voi.

--Lo dicevo io che la cosa non era tanto liscia! pensò il su
Francesco. Sentiamo, disse poi a' due cugini:

Il quella il cane rizzò le orecchie ringhiando; poi balzò all'uscio e
si mise ad abbaiare. I tre uomini si voltarono e stettero ad
ascoltare.

Non si sentiva che il fischiar del vento e la lontana romba del
mare.... Ma poco dopo picchiarono.

--Chi è? gridò il campiere con la sua vociaccia di basso.

--Io.

--È Sciaverio. E andò ad aprire.

Il cane si mise a mugolare e a scodinzolare. Entrò un giovine alto,
stecchito con una faccia pallida tutta rasa, in cui si movevano due
occhi neri, foschi e irrequieti. Benchè le notti fossero ancora fredde
e soffiasse quel ventaccio, egli era senza cappotto. Si salutarono.

--Niente? domandò il padre ammiccando.

--Niente, rispose il figlio mentre appoggiava il fucile a un angolo.

--Dunque?... riprese il su Francesco, quando furono seduti di nuovo
attorno al fuoco, voltosi al Carrarella. Questo guardò Sciaverio.

--È sangue mio, disse il campiere con un certo orgoglio: aveva
compreso che volesse dire quello sguardo.

Allora mastro Pasquale riattaccò il discorso interrotto. Ma la
pigliava larga. Correvano tempi maledetti.... lavoro non ce n'era....
i ricchi se n'infischiavano de' poveri: in mezzo agli agi, non
credendo punto alla miseria, serravano i cordoncini della loro
borsa.... si stringevano nelle spalle.

Guai a pigliare a imprestito! vi scorticavano vivo. Di fame si poteva
morire? No di certo. Dunque imbecille chi non cercava d'ingegnarsi
quando aveva fegato in corpo, e.... Basta.... Egli e il suo compagno
avevano ideato un cert'affare.... venivano a proporgli se volevano
esserne a parte. Lo conoscevano abbastanza.... per questo fidavano
tanto in lui che non si sarebbero perduti in chiacchiere....

E abbassata la voce, soggiunse:

--Si tratta d'un sequestro.

--D'un sequestro!...

Mastro Pasquale accennò di sì col capo. Ma il su Francesco si messe a
fare certe musate.... sbuffò come un cavallo che s'adombri....

--Lo sapete che è un sequestro, e quel che ci vuole per farlo?

--Se lo sapessimo non saremmo qui, rispose il cugino Santo. Sappiamo
che siete uomo, e di quelli che non se n'incontra tutti i giorni; non
perchè ci siete davanti.

--Vi ringrazio.... ma.... capirete.... queste non son risposte che si
possan dare su due piedi. Bisogna pensare.... bisogna vedere....

Ma il Carrarella interruppe storcendo il muso, e il cugino Santo si
messe a tentennare il capo che non la finiva più. No, no.... non
l'intendevan così loro; le cose lunghe diventan serpi: o si stabiliva
il tutto quella sera, o non se ne sarebbe parlato più. Eran sicuri che
il su Francesco piuttosto che lasciarsi scappare una parola, si
sarebbe fatto tagliare a pezzi: cercherebbero un'altra persona s'egli
non volesse saperne della cosa, e buona notte.

E però il campiere si cacciò sbuffando la scarzetta fin sopra gli
occhi.

Per la Madonna di Gibilmanna! o che volevano canzonare? era vecchio
era.... grosso, pieno di reumatismi, che la sua vita se l'era mangiata
la tramontana su per le serre: non si fidava più; no, non si fidava
più: e se non fosse per il suo figliuolo.... Basta, non voleva nemmen
sentirne a parlare di quella faccenda.

--E chi vi dice che dovete lavorare!... insistè mastro Pasquale
alzando le spalle. Esser diretti vogliamo; lo capite? esser diretti e
non altro. Mi pare che....

Ma il furbo accennava sempre di no col capo. E il figliuolo ammiccò a
compagni.

--Via, padre, disse voltosi al campiere, ora che gli amici son venuti
sin qua, non gli si ha a dare questo dispiacere agli amici....

Seguì un silenzio. E mentre tutti pendevano dalle labbra del su
Francesco, la pentola alzò il bollore.

--Va' a prender la pasta, Sciaverio, disse il vecchio; gli amici
stasera mangeranno un boccone con noi.

--Grazie, risposero i due giovani a una bocca, e Zumboli posando una
mano sul ginocchio del campiere, esclamò:

--Non ce l'avete a dire di no, porca cagna! non ce l'avete a dire....

--E al su Francesco che s'ha a ricorrere, dissi a Santo appena
stabilita la cosa, se si vuole che il tutto vada bene, soggiunse il
Carrarella posandogli la mano sull'altro ginocchio.

Intanto Sciaverio era ritornato con la pasta, scoprì la pentola, e ve
lo lasciò cader dentro: poi prese il mestolo, e rimestò.

Il su Francesco s'alzò, andò a prendere dal sacco un pezzo di
formaggio e una grattugia, sedette e si mise a grattare. I due cugini
si guardarono scoraggiati.

--E.... chi volete sequestrare? domandò finalmente il campiere.

--Conoscete i signori Savarella? rispose mastro Pasquale rinfrancatosi
ad un tratto.

--Sì.

--Se son ricchi lo posso saper io, che da tant'anni sono il calzolaio
di casa.... il canonico ne ha sotterrato della moneta d'oro e
d'argento!

--Sequestreremo don Bastiano, il più piccolo, disse accostando il
furrizzo, il cugino Santo: e anche Sciaverio accostò il suo, con gli
occhi lustri; tanto interesse destava in ognuno quella conversazione.
Avevano ricominciato a parlar sottovoce.

--Dunque accettate? domandò mastro Pasquale.

--Sì, accetta, accetta, rispose Sciaverio guardando il padre.

--Via.... dacchè volete così.... è proprio per non far negativa agli
amici.

--Viva! esclamarono i tre giovani in coro: e le loro facce
s'irradiarono d'un'allegrezza schietta.

--E ora, poichè la cosa deve farsi, vi vo' dare una lezioncina
ragazzi, disse il su Francesco in aria d'importanza, seguitando a
grattare. Sbuffò e rispose: Son del mestiere, credetelo. E _in nomine
patri_, quando si vuol fare un sequestro bisogna studiar le abitudini
di chi si deve sequestrare....

--È fatto, rispose mastro Pasquale con un certo orgoglio. Va ogni
giorno alla Rocca, sapete, quel bel fondo vicino lo stradale.

Santo e Sciaverio ascoltavano attentamente, col gomito sul ginocchio e
la guancia nella palma: anche il mastino, sdraiato tutto lungo sul
ventre, guardando il padrone con le iridi gialle, pareva prendesse
gusto alla cosa.

--A che ora?

--Il dopo desinare.

--Invariabilmente?

--Qualche rara volta di mattina.

--Ma ciò non è tutto.... riprese il campiere con un certo risolino che
voleva dire, qui amicone ti coglierò in difetto. Bisogna prendere
conoscenza esatta dei luoghi.

--È fatto anche questo.

Il campiere lo guardò maravigliato.

--Mastro Pasquale, vi lascerete addietro i primi briganti, ve lo dico
io. Caspita come la gioventù apprende presto a' nostri giorni! e
dicevate di non sapere....

--E li conosco come casa mia! interruppe il Carrarella rosso dal
piacere per quell'elogio fattogli da un tant'uomo: ci fui anche a
villeggiatura una volta.... que' signori, per loro bontà, m'han voluto
sempre un gran bene. Sullo stradale, a due miglia circa dal fondo, c'è
un dirupo a ginestre e ogliastri, dove si può star nascosti tutta la
giornata, senza timore d'esser veduti.

--Bene. Ora andiamo al resto e per ordine. Chi deve fare il tiro?

--Qui è lo scoglio, disse il Carrarella grattandosi la zucca, e anche
il cugino Santo accennava di sì con il capo. Volevano i danari quei
due farabutti, ma di rischiar la pelle, no, non se la sentivano.

--Per la madonna! ma lo faremo noi, lo faremo! esclamò Sciaverio con
un lampo in que' suoi occhiacci foschi. E....

--No.... no.... interruppe il campiere, dimenando il capo gravemente,
noi soli non si può far la cosa, chè non si tratta di mangiare un
piatto di pasta, o di dar fondo a un fiasco.... Ne parlerò a Nicola
Tagliaferro: a que' santi lì bisogna ricorrere, se non si vuol far
qualche frittata; non ho i capelli bianchi per nulla io! so come vanno
queste faccende.

Dette un par di colpi alla grattugia per far cadere nel piatto il
cacio che vi restava attaccato, e andò a posar ogni cosa sul
deschetto: poi tornò, scoprì la pentola, rimestò, assaggiò la pasta,
l'aggiustò di sale, aggiunse una manciata di legna al fuoco e sedette.
Intanto i tre giovani discutevano con gran gesti.

--Statemi a sentire, interruppe il campiere. Tu, Sciaverio, cercherai
di veder Nicola; gli dirai che gli vorrei parlare di premura: un di
questi giorni si faccia trovare a _Cozzo di Lampo_.... Voi altri e (e
si volse a' due cugini) ve n'andrete prima che aggiorni.... badate che
non s'accorga anima viva che venite di qua. Vi farò avvisare quando
sarà l'ora.

--Non dubitate, faremo quel che ci dite.

--E più che ogni altra cosa a-cqua-in-bo-cca! che il parlare assai non
è stato mai una buona cosa.

Mastro Pasquale e mastro Santo portarono una mano al petto, con uno
sguardo che voleva dire, ci giudicate male....

Intanto la pasta s'era cotta. Sciaverio distribuì le scodelle, i
cucchiai di legno; levò la pentola dal fuoco; andò a versare metà
della broda vicino all'uscio; curando col mestolo che non avesse a
cadere della pasta, poi scodellò.

Durante una diecina di minuti, tra un fumicare che faceva un velo di
vapori alle quattro figure sedute attorno al focolare, non si udiron
altro che gran sibili di labbra.


III.

Quindici giorni dopo il su Francesco potè abboccarsi con Tagliaferro.
Ma questi tentennò il capo. Era latitante da due mesi appena....
allora come allora non conosceva nessuno: per assaltare il Savarella
non ci volevan meno di sei armati.... Avevano ragione gli sbirri!
questa volta l'avevano vinta; erano riusciti a distruggere la prima
banda del mondo.... Rocca tradito a Polizzi da quell'infame di
Martino, s'era ammazzato per non cader vivo nelle mani dei soldati;
compare Turiddo l'avevano preso a Gangi in casa del suo amico mastro
Paolo, un ometto quanto un soldo di cacio, ma che si sarebbe fatto
squartare piuttosto che tradire un amico.... questo significa aver
principi! compare Micu, ridotto alle strette a Cozzo di Sona, s'era
arreso a un capitano de' bersaglieri; compare Angelo Rinaldi, il
poveretto, venduto come Cristo dall'innamorata, era stato fatto a
pezzi sotto S. Mauro.... Che voleva dunque? correvan brutti tempi, non
si poteva più vivere!... Se ci fossero ancora que' Beatipaoli lì....
non faceva per dire, avrebbe potuto dare all'amico tutto l'aiuto
possibile.... Però non si perdesse d'animo per questo: era solo, solo
lo servirebbe: trovasse gente e _conquibus_.

E vedendo che il campiere alla parola _conquibus_ fece certe musate,
intese per aria, e soggiunse, che in simili faccende la prima cosa era
il danaro.

Sicchè l'uomo in cui mastro Pasquale e il cugino Santo avevano tanta
fiducia, si trovò arenato al primo passo.

--Bene, disse al bandito: conto su di voi.... Si troverà il danaro, si
troveranno gli uomini e ci riparleremo.

Raccontò ogni cosa al figliolo, chiedendo consiglio e aiuto. Ora che
avevano promesso agli amici, non bisogna venir meno.

Sciaverio, al caso, sarebbe stato uomo da menar le mani, ma cervello
la natura non gliene aveva dato che una bricciola, tanto per non
essere un bruto affatto. Pensa di qua, rumina di là, non trovò altro
che d'aprirsi con tre mafiosi suoi amici: mastro Calcedonio Barreca,
mastro Salvatore Manna, assessore comunale! il barbiere Lo Faso, tutti
di Lascari. Quei tre galantuomini accettarono; ma d'arrisicar la pelle
non vollero saperne nemmen loro. Se si fosse trattato di andar a
tirare al giovine una schioppettata di dietro a un sasso, o al tronco
d'un albero.... umh, non dicevano! Però vollero abboccarsi con
Carrarella e Zumboli. La riunione ebbe luogo con gran mistero, a notte
avanzata, nella taverna del sopraddetto mastro Calcedonio. Non si
concluse nulla di definitivo è vero, ma da quella sera s'ebbe qualcosa
in cassa: l'assessore comunale, per la buona riuscita dell'impresa,
tra un mormorio adulatore degli amici che alla proposta di dar denari
s'eran guardati in faccia, aveva offerto generosamente cinquanta lire.


IV.

Maggio, giugno, luglio e agosto, se n'andarono in trattative ed
esitazioni: il difficile era trovare sei o sette uomini che ardissero
assaltare a petto scoperto un povero giovine accompagnato per lo più
dal solo cocchiere, e qualche volta da un fattore più vecchio di Noè,
il quale soleva portar lo schioppo per abitudine. Ma venne settembre,
e con esso la festa della Madonna di Gibilmanna. Da tutte le parti
accorre gente a quel santuario famoso, che sorge sopra un alto colle
delle Madonie, al limite d'un bosco, di dove si domina la pianura
pittoresca, che dalla spiaggia di Cefalù, corre sino a Palermo. Ciò si
chiama, _fare il viaggio_. È la promessa che le sposine del popolo
strappano a' loro sposi, profittando d'un momento di tenero abbandono
o d'espansione brutale; è il voto che le maritate preferiscono a ogni
altro; e han ragione: contentasi la Madonna, e si divertono un mondo.
Lì si passeggia, si fan spanciate sotto alle querci secolari,
s'assiste alle sacre funzioni, stipati nella chiesa, come sardelle,
tra un puzzo di caprino che appesta, si ride, si fa all'amore....

Sciaverio ci soleva andare; ci andò anche quell'anno, tanto più che il
tristo era di cattivo umore per non aver potuto riuscire nel suo
intento. Fu lì che s'imbattè nell'amico Gaspare Maraviglia, e
all'«oh!» di piacere che mandarono tutt'e due, il figlio del su
Francesco si ricordò che quel giovinetto gliel'aveva fatto conoscere
un anno avanti, nell'istessa festa, un compare di suo padre,
dicendogli con una stizzatina d'occhio, questo è de' nostri. Se era
de' loro, egli poteva confidarsi con lui, e lo fece. L'imberbe
mariuolo accolse la proposta a braccia aperte. Santo diavolone! eran
due mesi che se ne stava _in ozio_, egli si sentiva arruginire. Gli
disse che a volere che la cosa andasse, bisognava parlarne a certi
suoi amici di Palermo, uomini veri, e si dettero la posta per i
quindici del mese, a un'ora di notte, nella taverna del zu Deco
Arculeo, la prima che s'incontrava all'uscir di porta Montalto, fatti
una ventina di passi a destra.

Ritornato dalla festa, Sciaverio riferì ogni cosa a mastro Pasquale e
al cugino Santo: andarono insieme da mastro Calcedonio, e fatti venire
gli altri soci, si stabilì che s'accettava la proposta di Maraviglia.
Bisognava vedere come que' compari gonfiavano! Era un vero onore per
loro aver da fare con quelli della città, tutta gente provata, per
l'esistenza di Dio! Delegarono a trattar le cose in Palermo Sciaverio,
mastro Pasquale e Santo, l'incaricarono di mille saluti, di mille
proteste d'amicizia e di rispetto, e il più tenero di tutti fu il
signor assessore.

I danari dati da costui erano ancora lì non tocchi, i tre birboni un
bel giorno presero tre posti in un carretto, e partirono per Palermo.

Alla taverna d'Arculeo trovarono Maraviglia.

--Questi sono gli amici di cui vi parlai, gli disse Sciaverio: mastro
Pasquale Carrarella, e mastro Santo Zumboli.

I tre giovani si strinsero la mano; Gaspare offrì del vino, e mezz'ora
dopo uscirono. Il giovine malandrino li fece girare un pezzo per
vicoli e vicoletti, e per porta S. Agata li condusse in via Vespro.

Nuvoloni neri vagavano per il cielo come tanti fantasmi, l'aria,
carica d'elettricità, era soffocante: di tratto in tratto un colpo di
vento alzava turbini di polvere dalla via che si stendeva lunga,
deserta, tagliata a grandi intervalli dalla luce de' fanali a gas, e
n'avvolgeva i quattro amici, i quali andavano silenziosi e in fretta.

All'angolo di via Filiciuzza, un uomo, con le mani in tasca e il naso
in aria, aspettava appoggiato al muro, sotto il fanale. Egli si volse
a Maraviglia.

--Ehi! compare Gaspare.

--Oh! compare Turiddo!

--Dove si va?

Ma Gaspare gli si avvicinò, e gli disse piano: Son gli amici....

--Bene.

--E gli altri?

--Aspettano a casa mia.

--S'ha da discorrer là?

--Sì: vi staremo al sicuro meglio che in ogni altro posto.... voi lo
sapete, mia moglie non è per nulla dei Mimì, dove son malandrine anche
le donne.

Ed egli avanti seguitando a bisbigliare con Maraviglia, e gli altri
dietro come tanti baccalà. Fecero un centinaio di passi a sinistra,
poi imboccarono una traversa tra due pilastri, e poco dopo una
viottola costeggiata d'agrumi, in fondo alla quale, tra 'l fogliame,
luccicava un lume come una stella.

Vi arrivarono. L'uomo picchiò in un certo modo.

Entrarono in una stanza col pavimento a mattoni rossi, nel cui fondo
era un letto di rame rifatto, con una bella coperta bianca. A
cappezzale un crocefisso tra due quadri dalle cornici larghe e dorate,
dentro alle quali spiccavano sotto il vetro due rozze litografie
impiastricciate di colori, rappresentanti l'uno a S. Francesco di
Paola col suo famoso bastone, l'altra un Gesù affranto sotto il peso
della croce. Pendevano dalle altre pareti altri quadri, un miscuglio
di sacro e di profano: il Sacro Cuore di Maria, Rinaldo che con un
terribile colpo della sua durlindana spacca un cavaliere d'alto in
basso, Giuditta che tiene pe' capelli la brutta testa d'Oloferne, una
deposizione della croce, il mago Malagigi. Addossato alla parete a
destra del letto, un canterano impiallicciato, e su questo un bambino
Gesù di cera, dentro a una scarabattola, circondata di chicchere.

Attorno a una tavola eran seduti tre uomini. Costoro s'alzarono.

--Son gli amici, dissi volgendosi a loro il zu Turiddo: mastro
Pasquale Carrarella, e mastro....

Aveva dimenticato il cognome esotico del mafioso, e si voltò verso di
Maraviglia.

--E mastro Santo Zumboli, aggiunse questi.

--Compare Gaspare, continuò il zu Turiddo accennando con la mano gli
amici ai forestieri, compare Deco, compare Vito.

I quali compari per bacco avevano certe faccie che Dio te ne liberi:
per questo anzi incussero maggior rispetto ai due mafiosucci
provinciali, già storditi dal movimento e dal chiasso della città,
abbagliati e rimpicciniti dalla disinvoltura e dallo spirito tutto
palermitano di quel monellaccio di Maraviglia. Sciaverio a Palermo
c'era stato altre volte.

--Strano caso! pensava tuttavia mastro Pasquale. Si dicono i nostri
cognomi, si tacciono quelli degli altri.... basta.... ne san più di
noi. E cercò d'atteggiare il volto all'aria più mafiosesca che potè.
Egli aveva accettato quell'incarico con tanto orgoglio; aveva
aspettato con tanta febbre il giorno fissato per la partenza; il suo
arrivo, l'accoglienze che stimava gli avrebbero fatte, la fantasia
glieli aveva dipinto con sì bei colori, che ora faceva il viso
dell'armi alla realtà. S'aspettava delle vere ovazioni il farabutto, e
si vedeva accolto come uno qualunque.

Se ciò fosse accaduto agli altri due solamente, non avrebbe avuto a
ridirci: ma a lui.... a lui che aveva avuto l'idea di quell'affare!....
Basta, vedrebbe in seguito. E però in un lampo pensò alla bella Carmela
con una tenerezza mista a un certo accoramento, tanto si sentiva
umiliato. E ricambiati i complimenti, e sedutisi, compare Gaspare, il
più anziano, accennando al Maraviglia, disse sottovoce a' due
Roccellesi:

--L'amico ci ha detto tutto; però vorremmo essere informati meglio da
voi.

Mastro Pasquale fece un «emh, emh,» tanto per prepararsi a parlare: ma
Sciaverio che non ne aveva meno voglia di lui, fu più lesto, e
cominciò a raccontare ogni cosa, sottovoce anche lui, rifacendosi da
capo, gesticolando, con gli occhi fosforescenti come quelli d'un
gatto.

--E siete sicuro che que' signori siano veramente ricchi come dite?
domandò l'anziano quand'egli ebbe finito.

--Sicurissimo.

Allora il calzolaio pensò ch'era quello il momento opportuno di metter
bocca anche lui nel discorso, se voleva fare un po' di figura.

Alzò la mano, la mulinò in aria spalancando tanto d'occhi e allungando
il muso; e quando s'ebbe fatto così buffo ed espressivo nel volto,
disse:

--Ricchi!... milionari volete dire!

E spiegato così quell'armeggio, venne fuori con la solita storia.
Poteva saperlo lui che da tant'anni era il calzolaio di casa: il
canonico ne aveva sotterrata della moneta d'oro e d'argento! Oltre a
ciò egli rispondeva di tutto: sapeva le abitudini della casa,
conosceva i luoghi. Alla Rocca c'era stato anche a villeggiatura, chè,
a dire la verità, que' signori gli avevano voluto sempre un gran bene,
per loro bontà. E fece una lunga descrizione dei dintorni del fondo,
del posto dove si potevano appiattare gli armati per aspettar la
carrozza, del posto dove in quel mentre alcuni altri potrebbero stare
alle vedette per evitare ogni sorpresa. Don Bastiano alla Rocca ci
andava ogni giorno, di mattina, rarissime volte il dopo desinare:
sempre in carrozza. Di ciò potevano starne sicuri, egli aveva
osservato tutto con la più scrupolosa esattezza, poichè insomma....
l'idea di quel buon affare era venuta a lui. E finì carezzandosi il
mento, e sporgendo il labbro inferiore, atto che aveva sempre ritenuto
per il più mafiosesco che mai.

I _triumviri_ l'avevano ascoltato con le mani ciondoloni tra le gambe,
accennando di sì col capo in aria grave degna dell'occasione.

Nella stanza vicina de' passi leggeri andavano e venivano; si sentiva
il rumore di qualche sedia spostata; di tratto in tratto lo gnaulare
d'un marmocchio, una voce di donna lo ninnava:

    Sant'Antunino quann'era malatu....

--E che somma gli si può chiedere? domandò un di que' tre con voce
chioccia.

Aveva una grinta verde d'assassino.

--Duecento mila lire di sicuro.

I compari ricambiarono uno sguardo.

Si ventilarono altri particolari: si decise che quando tutto fosse
pronto, partirebbero da Palermo cinque uomini armati, ben provvisti di
danaro; si stabilì per luogo di ritrovo il bosco di Gibilmanna, che
Maraviglia conosceva bene. Compare Nicola prenderebbe il comando,
s'incaricherebbe di trovare il luogo dove condurre il sequestrato, del
modo come far snocciolare la somma a' parenti. Degli armati, fatto il
tiro, due resterebbero a ogni evento, gli altri se ne ritornerebbero.

Qui Santo che non aveva potuto trovar modo di dir la sua, e pur
bramava di far vedere che non era un minchione, cavò fuori da uno de'
tanti taschini del panciotto una scatola di bosso, vi battè da un lato
con le due dita, l'aperse, e la presentò al zu Turiddo.

Questi la guardò con una cert'aria maravigliata.

--Così giovine, e prendete tabacco?

--No, rispose in tono d'uomo vero; ne porto per offrirne agli amici.

--Grazie.

--Umh, pensò Santo, saran malandrini....non lo nego....ma certi usi di
mafia pare che non li sappiano.

La seduta si chiuse con i soliti boccali di vino, mandorle e nocciuole
tostate.

Compare Gaspare, compare Turiddo, compare Deco, e compare Vito, eran
quattro birboni matricolati, che nella loro gioventù se n'erano
infischiati davvero dei dieci comandamenti di Dio, specie dei due che
proibiscono d'ammazzare e di svaliggiare il prossimo, E però certi
screzi tra quelle lane e la giustizia che li aveva agguantati diverse
volte, e mandati là dove si vede il sole a scacchi: a causa di che se
n'eran poi stati come cani che scottati dall'acqua calda, temono
quella fredda. S'eran ritirati, menavan proprio una vita
esemplarissima, e la polizia rassicurata pienamente sul conto loro,
gli aveva levato finalmente gli occhi d'addosso, e le mani paterne di
sul capo. Ma quella razza di gente perde il pelo, giammai il vizio;
sicchè avevano profittato di quella specie di tregua per uscire di
quando in quando dall'ombra, e mostrar le zanne: sempre però
guardinghi «odorando il vento infido» mettendo avanti i _picciotti_
che ammaestravano per piacere e per il loro utile.

Quella sera, all'uscire dal giardino di P., si portarono in una certa
casa di via Filiciuzza, dove stavano i capi d'una potente mafia che
incuteva terrore a tutta quella contrada. Era in casa solamente il
maggiore dei cinque fratelli: un uomo alto, grosso, con barba nera,
tutto _mutria_, nella faccia dallo sguardo bieco. I quattro compari si
presentarono umili, con i berretti in mano: dissero di che si
trattava, domandarono il permesso di poter _operare_, e nell'istesso
tempo se la famiglia voleva essere a parte della cosa. Il temuto
mafioso volle saper tutto; ascoltò con le sopracciglia aggrottate; poi
fece un atto di disprezzo con le labbra. Li ringraziava.... ma non
accettava.... eran già troppi quelli che dovevano dividersi il danaro.

La ragione vera del rifiuto però non era questa: si sarebbe potuta
rinvenire ne' misfatti di cui s'erano macchiati que' miserabili.

Un giorno spariva il loro cugino Gaspare Amoroso. Quand'era andato a
fare il soldato aveva indossato la divisa di carabiniere; ciò
disonorava tutto il parentado, bisognava provvedere. Si provvide
decidendo la morte di quell'infelice: s'ordinò d'ucciderlo ai Mimì e a
Carratello. E i Mimì e Carratello ubbidirono. Due mesi dopo, si
trattava di dare una lezioncina.... così, a mo' d'avviso.... alla
mafia dei Badalamenti, acerrima nemica della loro: si dava incarico ai
fratelli Mendola d'uccidere Turretta, un fido de' Badalamenti. Ma uno
dei fratelli piangeva, egli non voleva lordarsi le mani di sangue....
Pur dovette ubbidire, tale era la paura che incutevano i capi! e
Turretta cadde. Ma il destino conduceva da quelle parti Buscemi, un
amico della vittima.... uccisero anche Buscemi. S'era accorto di
tutto, e i soli morti non parlano. E un'altra volta toccò al Matranga:
aveva disonorato il curatolo Spatola seducendone la moglie: il
curatolo ricorse ai capi, i capi ordinarono a D'Alba d'uccidere il
seduttore, e il seduttore fu ucciso. L'istessa sorte ebbe Seidita, un
comparo ritenuto spia del Questore, e per mano dell'istesso d'Alba:
l'istessa sorte, e per mano di Bonafede, ebbe Antonino Badalamenti il
quale, pare avesse fatto orecchie di mercante a quel _piccolo_ avviso,
e mostrava ancora i denti.

Però non un mandato di furto era stato dato dai capi di quella
formidabile associazione, volevano tenere la contrada atterrita sotto
al loro ginocchio di ferro, ma si sarebbero creduti disonorati a
metter le mani in un furto. Si restringevano a lasciar fare, ecco.
Strana morale in certi birboni!

L'indomani era domenica. Maraviglia non volle che gli amici
partissero. Li menò a spasso per la città, facendo da cicerone. Fecero
una fermatina ai Cintorinari dove tutte le feste sogliono riunirsi
alcuni della mafia; e lì presentazioni, e strette di mano a bizzeffe,
sì che a mastro Pasquale e al cugino Zumboli tornò lo spirito, e con
esso il sorriso in volto. Via, s'erano ingannati, non bisognava
giudicar mai di primo tratto. Terminarono quella bella giornata con un
desinare nella taverna d'Arculeo, dove Maraviglia aveva credito
assoluto, trincando alla buona riuscita dell'affare.

Intanto il povero Savarella viveva tranquillo contento come una
pasqua, non sospettando per nulla che terribile tempesta si stesse
addensando sul suo capo.


V.

S'eran trovati gli uomini per fare il tiro, i danari per provvedere
alle prime spese, bisognava trovare un luogo sicuro dove poter tenere
nascosto il sequestrato. Nicola s'era lambicato il cervello
inutilmente. Bisognava aprir tanto d'occhi, in simili faccende la
riuscita dipende tutta dalla scelta del luogo. Sciaverio lo levò da
tanto imbarazzo proponendogli la terra del Chiarchiaro: sorgeva
solitaria in riva al mare, sulla punta destra d'un seno: era d'un suo
amico, un certo mastro Vanni Greco, un vecchietto magro magro, con una
barbaccia grigia, e gli occhi rossi come Caronte; non sapeva se
compare Nicola lo conoscesse. E all'accennar di no del bandito, per
provargli che si potevano fidar pienamente di colui, Sciaverio, si
fece a tesserne l'elogio. Era un furbo matricolato, vecchio
nell'arte.... amico degli amici, e che sapeva tener la bocca cucita.
Reggeva il sacco ai contrabbandieri, favoriva i _picciotti_ che
andavano per il mondo, e li trattava bene quando capitavano nella sua
torre. Oltre di ciò era riuscito a gettar la polvere negli occhi degli
sbirri, sicchè quegli imbecilli lo tenevano in gran conto. Mastro
Vanni? un galantomone!... e perciò mai un minimo sospetto su di lui,
mai una perquisizione nella sua stamberga. Questa scelta offriva loro
un altro vantaggio: nella torre c'era un nascondiglio ch'e' sfidava a
scoprirlo i più furbi del mondo: figurarsi! una caterratta sotto il
letto, mascherata di mattoni, e che, per mezzo d'una scala di legno,
metteva in un sotterraneo dove l'amico teneva in deposito ogni genere
di roba.

--Che ne dite?

A Nicola piacque l'idea, incaricò Sciaverio di trattare con mastro
Vanni.


VI.

S'avvicinava la sera: nello stradale deserto, in una a un rumor di
ruote, s'udiva un tintinnio di sonagliere cadenzato col trotto lento
di due cavalli.... Una carrozza di viaggio sboccò dal gomito che fa la
via in quel punto, e s'avanzò tra un filare d'ulivo attraverso i quali
di tratto in tratto s'intravvedeva il mare liscio e turchino, e una
folta siepe di spina santa, che chiudeva campi a sommacco.

--Frusta i cavalli, Masi, si fa tardi, disse al cocchiere, mettendo la
testa fuori dello sportello, don Bastiano, un giovine bruno,
abbronzato dal sole come tutti coloro che passan la vita più in
campagna che in città.

--Juh, fece il cocchiere, applicando ai cavalli due sonore frustate, e
il veicolo si mosse con più celerità.

Don Bastiano quella sera sembrava assai inquieto: ficcava gli occhi
sospettosi tra 'l folto degli ulivi, spingevali al di là della siepe,
li fermava con una certa insistenza in una macchia di ginestre e
ogliastri, cui la carrozza si veniva avvicinando. Nella campagna
regnava la tranquillità, la pace, un silenzio solenne, punto adatti a
rassicurare un'anima paurosa. Una sottile striscia di nebbia
s'avvanzava ad avvolgere la strana punta di S. Caloggero,
all'estremità della cui larga falda, Termini biancicava nell'ombra
crescente.

--A terra! sangue.... a terra! s'udì a urlare, e cinque malandrini in
sull'arma si sbucarono dalla macchia come cinque insatanassati. Il
cocchiere, cambiato nel volto, fermò i cavalli bruscamente. Due degli
assalitori balzarono al timone, due altri alle tirelle e le tagliarono
in un baleno, il quinto mise la testa dentro allo sportello, e disse
al giovine pallido e spaurito:

--Non abbia paura, eccellenza, non vogliamo farle alcun male.

--Ecco il mio portafogli.... balbettava l'infelice frugandosi nelle
tasche con le mani tremanti; il mio orologio..... vi darò tutto....
volentieri.... amici....

--Che dice mai! interruppe Nicola con un sorriso beffardo. Noi non
siamo ladri volgari. Piuttosto abbia la bontà di scendere e di venire
con noi.

Egli era molto mutato, aveva la barba rasa, vestiva panni di bandito
elegante che affoghi nell'abbondanza. --Volete dell'altro danaro....
dove ve lo posso fare arrivare?... non dubitate ve lo manderò....
puntualmente.

Ma Nicola scosse la testa.

--Manderò il cocchiere a prenderne.... Vi prego.... non vogliate dar
questo terribile colpo alla mia famiglia.... mia madre è vecchia ed
inferma, ne morrebbe certo.

Era un furbo matricolato Nicola; a lasciar correre, si sarebbe fatto
un buon capo, di sangue freddo, d'una certa gentilezza, un po'
canzonatore. Atteggiò il volto alla più viva pietà. Lo sapeva egli
solo se il cuore glie ne dolesse.... conveniva che sua eccellenza
aveva ragione.... avrebbe voluto poterla contentare.... ma i suoi
compagni erano inesorabili; e pur troppo egli, il capo, doveva render
conto del suo operato a quelle tigri.

Intanto costoro avevano fatto smontare il cocchiere, e l'avevano
legato, uno l'aveva condotto nella macchia, e con una spinta l'aveva
fatto cader bocconi.

I cavalli, dati pochi passi fiutando il suolo, s'erano fermati a
pascolare tranquillamente sul ciglio della via.

--Pregateli a nome mio, signore, forse non si negheranno.

--Mi proverò, rispose il bandito stringendosi nelle spalle.

Andò ai compagni, fece le viste di chieder grazia per il ricattato,
poi ritornò allo sportello, e allo sguardo pieno d'ansia del povero
giovine tentennò il capo.

--L'ho pregati, l'ho scongiurati, eccellenza, ma non c'è stato verso
di persuaderli. Bisogna venir con noi. Piuttosto faccia presto: se
avesse a sopraggiungere la forza, non risponderei più della sua vita.

E aprì lo sportello.

--Ha armi?

--La rivoltella, rispose don Bastiano che al tono deciso del
masnadiere comprese che l'insister oltre sarebbe stato inutile, e
senza meno pericoloso.

--Abbia la bontà di favorirmela.

Il ricattato si levò l'arme dalla cintura, gliela diede, e smontò.

In un baleno lo bendarono, lo circondarono e s'internarono nella
macchia, curando di passar vicino al povero cocchiere che non
s'arrischiava di muoversi, tant'era atterrito. Ma fu una finta, per
far credere a questi che s'avviavano verso Cerda; poichè, fatti un
trecento passi o poco più, ritornarono; e deviando a sinistra, si
cacciarono per una viottola ripida che serpeggiava tra gli ulivi.
Presto vennero in cima a un colle, vicino a un casolare diroccato tra
un gruppo di querci, mastro Pasquale e il cugino Santo tenevano a mano
sette cavalcature: cioè, tre cavalle con sella, e quattro mule con
barde. Gli occhi di costoro s'accesero d'una viva gioia; guardavano il
ricattato come se volessero divorarlo.

Nicola mise un fischio, e poco dopo apparve il su Francesco tirandosi
dietro la cavalla, e sbuffando: se n'era stato alle vedette. Il
bandito ammiccò come per domandare se si vedesse gente: il campiere
alzò la mano e gli occhi.

--Monti, eccellenza, disse il bandito al povero Savarella che aveva
guidato vicino una delle cavalle, e lo aiutò a salirvi su, e gli buttò
sulle spalle un cappotto di cui gli mise il cappuccio sulla testa.

Intanto anche gli altri erano montati a cavallo e si erano chiusi ne'
cappotti, Nicola fece l'istesso, e messosi in mezzo il ricattato, un
dietro l'altro s'avviarono per il pendio opposto. Calava una notte
dolce e serena, nel cui chiarore incerto que' ribaldi parevano
tant'ombre nere in processione.


VII.

Il cocchiere arrivò davanti il portone di casa Savarella un'ora prima
di far giorno. Picchiò un bel pezzo. Fu il canonico che si risentì per
il primo. Saltò fuori dal letto, cercò nel buio i calzoni, se l'infilò
e fattosi alla finestra, ne aprì l'impannata, mise la testa fuori, e
domandò:

--Chi è?

--Io.

--Masi!

--Eccellenza, sì.

--A st'ora.... e con i cavalli.... e mio fratello!...

--Mi faccia aprire.

--Cosa è successo, bontà divina!

--Mi faccia aprire.

Nel tono della voce del servo c'era qualcosa che fece raccapricciare
il canonico. Chiuse tutto tremante, cercò gli zolfanelli, accese il
lume, e presolo con una mano, e messa l'altra davanti la fiamma, andò
in punta di piedi verso la camera delle persone di servizio.

--Gnora Santa, chiamò picchiando all'uscio, gnora Santa.

--Chi è, rispose una voce chioccia e squarrata.

--Io, il canonico: vestitevi presto.

--Che cosa è stato?

--Vestitevi.

S'intese un tramestìo, poi uno strascicar di ciabatte, s'aprì l'uscio
e comparve una vecchia mezzo vestita, e con gli occhi ancora tra'
peli.

--Che cosa è stato?

Il prete le diede il lume e una chiave.

--Non so.... per amor di Dio andate ad aprire.

--A chi?

--A Masi.

--A Masi?

--Sì.... presto....

--Santa madre della Gibilmanna! esclamò picchiandosi il petto, che sia
successa qualche disgrazia a don Bastiano?

--Non lo so... Masi torna coi cavalli.

--Santa madre!... E seguitando a picchiarsi il petto, scese le scale.

Il canonico s'era fermato sul pianerottolo, ma non potendosi resistere
alla viva inquietudine che lo tormentava, si risolvè, e scese anche
lui.

La gnora Santa aprì, levò il chiavistello, tirò a sè un imposta del
portone, e il cocchiere entrò, tirandosi dietro i cavalli che
impuntavano a causa della luce improvvisa.

--Masi.... disse la serva.

--Che cosa è stato? domandò il prete ansiosamente.

--Niente.... non abbia paura.... han sequestrato don Bastiano.

--Santa madre della Gibilmanna!

Il canonico, sbarrando tanto d'occhi in viso al cocchiere, era restato
immobile, pallido come un morto, senza aver l'animo di dire una
parola: poi piegò le ginocchia, e si lasciò cadere sur uno scalino....

--E dove l'han sequestrato? domandò la serva.

--Alla Ginestra.... Cinque malandrini sbucarono a un tratto dalla
macchia come cinque diavoli.... A terra!... a terra!... oh, S. Paolo
benedetto!... due saltarono al timone, due alle tirelle che
tagliarono.... il quinto disarmò il padrone.... Mi fecero scendere, mi
legarono, e mi buttarono bocconi nella macchia....

--Fratello mio, esclamò il povero canonico coprendosi la faccia con le
mani.

Uno de' cavalli si scosse facendo tintinnare la sonagliera così forte,
che Masi e la gnora Santa fecero un gran balzo, e si guardarono
sbigottiti.

--Io restai più di un'ora senza potermi muovere, riprese il cocchiere
rimettendosi, tutto vergognoso della paura avuta. Sarei ancora là se
non fosse passato un carrettiere. Accorse a' miei lamenti, mi slegò,
mi domandò del fatto.... M'aiutò a prendere i cavalli; io montai, e me
ne venni al trotto.

--Povero don Bastiano.... povero don Bastiano.... ripeteva la gnora
Santa.

Poco dopo per la casa era un bisbigliare sommesso, con esclamazioni di
spavento e di pietà: l'altre serve si erano alzate anch'esse, e
circondavano Masi che ricominciava il suo racconto.

--È stato alla Ginestra.... cinque malandrini sbucarono dalla macchia
come cinque diavoli.... A terra!... a terra!...

E a quel grido anche alle serve le si accaponava la pelle.

Il canonico era entrato nella camera degli altri due fratelli, e
l'aveva svegliati.

--Cosa è stato? domandarono: e si rizzarono a sedere sul letto, e si
soffregavano gli occhi ancora gravi per sonno.

--Niente.... vestitevi, e venite nella mia camera.

Si vestirono in fretta, sbattendo i denti, presi da un freddo
improvviso, e andarono nella camera del fratello maggiore.

E il pover'uomo dava loro la triste notizia, quando entrò la sorella
tutta discinta, e inquieta.

--Cosa è successo.... cosa è stato....

--Niente, Annuccia.... non spaventarti, rispose il povero canonico.

--Voi piangete e non è successo niente!

In quella intese uno scalpiccìo, si voltò, e vide Masi e le serve che
la guardavano con un certo viso che parlava chiaro. Li fissò portando
le mani alle tempie bruscamente.

--Bastiano.... disse, e cacciò uno strido.

Il canonico corse verso di lei.

--Zitta, te ne prego.... sveglierai la mamma.... l'han sequestrato,
povero fratello....

Una vecchierella corta, magra, curva per gli anni e per le pene, con
quel colore pallidiccio di donna inferma nel volto scarno ed
aggrinzato, comparve sulla soglia dell'uscio, e sentì quelle parole:

--Figlio mio!... esclamò con quel grido dell'anima proprio delle sole
madri, s'abbandonò sull'imposta, e cadde.

Tutti balzarono, verso di lei, la sollevarono, l'adagiarono sulla
poltrona. Le serve corsero per acqua, Masi andò per il medico.

Essa guardava or l'uno or l'altro de' suoi figli con gli occhi
sbarrati, stupidi, non rispondendo punto alle loro premure.

Verso le nove fu un andirivieni di gente: parenti, amici, persone di
casa, conoscenti, andavano a far un atto del loro dovere, con visi
d'occasione. E lì cento domande, e cento racconti del fatto, ed
esclamazioni di dolore, di stupore, e parole di conforto, e
supposizioni, e commenti d'ogni genere. Quelli che rappresentavano il
partito contrario negli affari comunali avevano il miele in bocca, e
il rasoio a cintola. L'avevano preveduto, bisbigliavano tra di loro
con un vivo compiacimento interno, un giorno o l'altro doveva finire
così. Buona gente que' Savarella, tranne il canonico.... Non aveva
avuto mai naso quel benedetto cristiano.... con la sua tirchieria, con
la sua ambizione smodata, qualche nemico se l'era fatto.... Il suo
sogno favorito era di spadroneggiare in consiglio, farsi nominar
sindaco, dominare il paese, e asciugare la cassa.... Si credeva più
potente di Domeneddio! e affè che l'aveva avuta una tremenda botta
finalmente, una di quelle botte tra capo e collo che vi fanno sputar
l'anima! Bene gli stava. Accade sempre così quando invece di badare a'
fatti propri, si vuol rompere le tasche ai cittadini. Dispiaceva loro
piuttosto per il povero don Bastiano, una pasta d'angelo davvero, che
proprio non gli pareva fratello a quell'altro.... Ve' che strilli il
sordido! i briganti non gli estorcerebbero meno di centomila lire:
dove prenderli? dovrebbe imprestarsene una buona parte.... Si comincia
così, e poi.... e poi non si sa dove si va a parare. Umh, quella era
una casa rovinata per certo. Gli onesti, e son sempre i meno, erano
atterriti e addolorati a un tempo: essi non si tenevano: parlavano a
voce alta, accesi in volto, gesticolando. Sì, il governo era debole, i
capi delle provincie e dei circondari tante schiappe; pareva che i
ministri li cercassero apposta col lanternino per farne un regalo alla
Sicilia. Avevano distrutta la banda di Rinaldi, che batteva la
campagna da sei anni; bravi davvero! tanto il topo s'aggira attorno
alla trappola sinchè ci resta: ma non avevano distrutto il
malandrinaggio. E poi, i Leone, i Capraro, i Saieva, gli Alfano, non
comandavano ancora orde di scellerati che seguitavano a farne d'ogni
colore in barba alla giustizia? Come s'erano formate quelle bande?
Ecco il dito sulla piaga! Via, pertutto dove c'eran uomini c'eran
delitti, pertutto i rei cercavano di prendere il volo; meglio uccel di
bosco che uccel di gabbia, dice il proverbio.

L'inettitudine della polizia che non sapeva tender bene le sue reti,
la lentezza con cui s'istruivano i processi.... e un pochino anche un
certo odor di nerbate, allargavano la piaga. I latitanti erano il
semenzaio delle bande, una minaccia continua, un pericolo continuo;
dunque era da supporre che si facesse di tutto per cercar
d'arrestarli, commessa la sciocchezza d'esserseli lasciati scappare:
invece non se ne faceva nulla! Erano _scassa pagliai_ da quattro alla
crazia, e non metteva conto d'occuparsene seriamente; anzi si
cercavano con svogliatezza, come i cacciatori di grossa selvaggina
cercano le allodole....

Piaceva la cuccagna del soprassoldo, ecco! E veniva pur troppo il
tempo che gli _scassa pagliai_ fatto l'abito a una vita travagliosa e
piena di pericoli, il callo ai delitti, minacciavano la società
seriamente! Allora cominciava un'altra farsa. Si mandavano, soldati,
carabinieri, militi, a rinforzare i distaccamenti: e sin qui
_transeat_, meglio tardi che mai. Ma eccoti che la cosa degenerava in
vera torre di Babele: ordini, contrordini, dispacci, controdispacci,
il comandante il corpo de' carabinieri a' carabinieri, il comandante
dei militi a' militi; il generale ai maggiori e questi agli ufficiali;
il prefetto ai sottoprefetti e questi ai delegati, ciascuno per conto
proprio, volendo per i suoi solamente l'onore della cattura della
banda, e perciò avversandosi a vicenda, tenendosi celata a vicenda una
buona notizia, sfuggendosi a vicenda quando si trattava dell'arresto
d'un brigante, che poi novantanove volte su cento si lasciavano
scappare.... Nè questo era tutto: dal comando dei carabinieri si
sguinzagliavano di soppiatto carabinieri travestiti; dal comando dei
militi, militi travestiti; dalla prefettura delegati straordinari, con
pieni poteri, e squadriglie d'occasione: il che, essendo causa
d'equivoci strani, non solo accresceva la confusione, ma generava un
servizio zoppicante, che faceva maggiore l'ardire e la iattanza dei
malfattori, soffocava il coraggio dei cittadini. I quali poi, per
assicurare vita e proprietà, loro malgrado dovevano far buon viso a
quella canaglia. E si osava bandir la croce addosso alla Sicilia!!
Questo diceva la gente onesta, e non aveva torto.

Intanto, segretamente, s'era mandato qualcuno ad aggirarsi nelle
vicinanze del passo della Ginestra, ad aspettare notizie del
ricattato: i banditi certo dal canto loro dovevano cercare di far
arrivare la solita lettera alla famiglia. Ma in tutto quel giorno non
si vide anima nata. La costernazione era orribile. Solo la povera
vecchierella non sentiva, nè doveva sentire più nulla: in letto,
sollevata fra un monte di cuscini, guardava tutti con quegli occhi
sbarrati nel volto pallido e affilato.


VIII.

Malupirtusu è un'aspra gola che sbocca nel littorale nord della
Sicilia, a un piccolissimo tratto del quale dà il nome, e divide una
linea di montagna che corre lungh'esso, da un lato sino a Cefalù,
dall'altro sino a S. Stefano. La via regia che ne taglia l'estremità
delle falde, esce da Cefalù, rientra in un largo seno, si mostra in
una sporgenza, passa tra due alte pareti di sasso tagliate a picco,
costeggia la gola di cui accavalcia il torrente con un ponte, poi
corre diritta salendo leggermente, sinchè si perde tra le schegge e i
macigni rossastri d'un promontorio.

Il luogo, dovunque si volga lo sguardo, è d'una bellezza selvaggia: è
un arruffio di borri ispidi di triboli e di spine; di coste a ginestre
e a fichidindia; di vallate tutto un fitto di roselle con delle querci
gigantesche, solitarie, che si rizzano a grandi distanze; di colli con
un po' di falda a macchia, il resto nudo e sassoso, se togli qualche
oleastro dal tronco contorto, qualche cespuglio abbarbicato nelle
fessure dei precipizi; d'erte a bosco, a uliveto, dove s'inerpicano
cerri secolari, o ulivi saracineschi dai tronchi neri e bitozzoluti. E
qua ti dà nell'occhio un dirupo con qualche albero scortecciato dalle
radici scoperte simili a giganteschi tentacoli di polipo, il quale par
che pencoli, alzando al cielo i rami secchi quasi scarne braccia che
chiedano aiuto; là una rupe giallognola solcata di larghe venature
rossastre; o un cumulo di macigni coperti di borraccina, che ti fan
pensare a mostruosi giganti che ce li avessero trasportato per
l'innalzamento d'un edifizio titanico, del quale poi, Dio sa per quali
circostanze, fu di mestiere abbandonare il disegno. Per tutto si
svolgono allo sguardo picchi rotondi, o stranamente acuminati,
tagliati in isbieco, o a pan di zucchero, gli uni boschivi, gli altri
brulli e sassosi. Sotto la via si stende la spiaggia arida, sabbiosa,
sparsa qua e là di scogli neri, or solitari or a gruppi, e l'immensità
del mare che si confonde con l'orizzonte, in fondo al quale, fra una
nebbia azzurrognola, s'intravveggono i monti dell'isole di Lipari.

La torre del Chiarchiaro (ora distrutta) sorgeva sull'estrema punta
d'un piccolo promontorio, dalla parte di terra nascosta alla vista
d'alti macigni e cespi di fichidindia.

--È tardi, disse mastro Vanni: dovrebbero esser già qui.

--Aspetteranno che annotti, nascosti nella macchia. Nicola è prudente,
rispose Sciaverio.

Se ne stavano appoggiati agli stipiti dell'uscio, chiusi nei loro
cappotti, con gli occhi fissi nella via che serpeggiando fra' macigni,
sboccava nella spianata una trentina di passi distante dalla torre.

Il sole declinava dietro una massa di nuvoloni torreggianti, che si
venivano facendo d'un colore di fiamma; il mare, agitato leggermente,
correva alla spiaggia livido, sfumante, e con un fruscìo crescente
sempre più, vi si slanciava, sollevandosi qua e là in mille sprazzi.
Qualche gabbiano con l'ali tese tracciava cerchi a fior d'acqua, si
posava, si lasciava cullare dalle onde, poi s'alzava a volo da capo:
giù in fondo due vele fuggivano verso il Finale.

--Che fosse successo qualche diavoleria? riprese il vecchio dopo un
po' di silenzio.

--Umh.... non lo credo.

Mastro Vanni borbottò qualche cosa che l'altro non intese.

Il sole declinava, declinava; il rosso delle nuvole a grado a grado
cambiavasi in cenericcio, le onde quasi d'inchiostro luccicavano cupe
alla morente luce del giorno.

    Sta picciuttazza ch'è nfanfara,
    Ch'è nfanfara, ch'è nfanfara....

si mise a canticchiar fra' denti Sciaverio, di sicuro per nascondere
al compagno una certa inquietudine che cominciava a impadronirsi anche
di lui. Ma s'interruppe a un tratto....

--Sst, fece, posando una mano sul braccio del vecchio gufo, e restò ad
origliare.

--Che c'è? domandò questi.

--M'è parso d'aver sentito un fischio.

--Che fischio e fischio! chi sa a che ora verranno stasera.... se....
basta, Dio ce la manda buona.

    Vaia ti dicu finiscila,
    Finiscila, finiscila....

ripigliò Sciaverio fra' denti, sbirciandolo di traverso.

Mastro Vanni si stringe nelle spalle, aperse il suo cappottaccio, vi
s'avvolse meglio dentro, e riappoggiatosi allo stipite della porta, si
rimesse a borbottare.

Trascorse un quarto d'ora, durante il quale s'era fatto notte. Si
sentiva sempre il fruscio monotono del mare, i tonfi cupi dell'ondate
che si rompevano sugli scogli. Un baleno senza tuoni accendeva le
nuvole di una luce scialba, con guizzi e serpeggiamente rapidissimi.

--Lampeggia, ricominciò il vecchio: non ci mancherebbe altro ora, la
tempesta!

Sciaverio non rispose.

Ma pochi minuti dopo i due birboni trasalirono: un vero fischio questa
volta echeggiava lungo e modulato.

--Sono qua.... disse mastro Vanni gongolante.

--Dubiterete ancora, uccellaccio del malaugurio! E Sciaverio messi i
due indici nella bocca rispose con l'istesso fischio lungo e modulato.

Allora alla luce rapida del balenio, si vide nella spianata una fila
d'ombre nere a cavallo.... Poi un gruppo confuso: uomini smontati,
bestie, un uomo solo a cavallo. Ma anche questo dovette smontare,
poichè poco dopo, a un altro baleno, si videro alcuni ricacciarsi fra'
macigni tirandosi dietro le cavalcature, cinque venire verso la torre.

--Ehi....

--Ehi, rispose il capofila, il quale tenendo il ricattato per una mano
se lo tirava dietro.

--A st'ora?

--A st'ora.

Entrarono nella torre.

Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col
solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola,
un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro.
Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che
mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un
antro da tregenda.

Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una
lanterna.

--Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro
Pasquale.

--Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che
non c'incontrassimo con la forza!

--Per la madonna!

--Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i
bersaglieri.... noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un
porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta,
grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.

--Porca cagna.... cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a
interromperlo.

--Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo
di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel
mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e
abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il
quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don
Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi
e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei
sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.

Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.

--Ehi, disse, che creanza è questa! baciate la mano a sua eccellenza
prima d'andarvene.

--E mentre i due giovani prendevano un dopo l'altro la mano del povero
Savarella che lasciava fare, e la baciavano, il bandito cacciò fuori
tanto di lingua.

Dietro l'uscio Santo e Pasquale si consultarono. Li avevano fatto
uscire, avevano fatto restare il palermitano.... non c'era altra via
che menasse alla torre che la viottola fra' macigni, e questa era ben
custodita: perchè dunque l'avevano mandati a far la guardia? Certo
perchè non vedessero dove nascondevano il sequestrato.... Diffidavano
di loro. Ma loro non eran uomini da lasciarsi gabbare tanto
facilmente: uno farebbe la guardia, l'altro guarderebbe per il buco
della chiave. E senza metter tempo in mezzo, mastro Pasquale v'applicò
l'occhio.

Avevano spostato il letto. Il ricattato era sempre immobile nel mezzo
della stanza; gli stavano vicino Sciaverio e Maraviglia: Nicola con la
lanterna in mano faceva lume al vecchio gufo, che, inginocchioni nel
posto ove prima era il capo del letto, con un pezzo di ferro aguzzo
aveva sollevato i quattro mattoni dell'angolo incastrati nella
ribalta. Posò il ferro, si rivolse, prese la lanterna che gli dava
Nicola, appoggiò la mano libera sull'impiantito, introdusse
nell'apertura prima una gamba e poi l'altra, e cominciò a scendere
sotterra, a poco a poco come uno spettro.

Allora il bandito s'avvicinò al Savarella.

--Venga, eccellenza. E lo prese per una mano, lo condusse vicino
l'apertura, lo fece inginocchiare, gli fece fare gli stessi movimenti
che aveva fatto mastro Vanni, e quando scomparve, si calò giù anche
lui.

Sciaverio e Maraviglia restarono: bisbigliando, andarono a sedersi al
fuoco sul quale stesero le mani per riscaldarsele.

Una diecina di minuti dopo nell'apertura ricomparve la faccia di
vampiro di mastro Vanni.

--Eccellenza, si può levare la benda, disse Nicola al ricattato.

Don Bastiano si levò il cappuccio di sul capo, e si sciolse la benda:
sbattè le palpebre abbagliato dalla luce improvvisa, poi guardò
intorno.

Si trovava in una specie di grotta con la volta a cupola, dalle cui
pareti trasudava un umidore verdastro. In un angolo c'era per terra
uno strapunto, con un guanciale e una coperta di lana piegata:
dall'altro lato un _furrizzo_, e un deschetto: sul deschetto una
lucerna di stagno a due beccucci, un paniere coperto con un
tovagliolo, due bicchieri, due bottiglie, una di acqua l'altra di
vino, una castellina di piatti, e delle posate d'ottone.

Sarà stanco, disse il bandito con gentil premura.

--Un poco, rispose l'infelice: e mise un sospiro.

Allora Nicola cominciò a fargli animo. Via faceva male a prendersela a
quel modo; era una bazzecola che non metteva conto impensierirsene!

Tanti e tanti s'erano trovati nell'istesso caso di lui, per questo
avevano creduto che fosse il finimondo? avevano pagato e tutto era
finito.

Era dura la maniera di cavarsela.... ma... che farci? correvan certi
tempi che si scarseggiava di tutto.... non si poteva poi campar
d'aria! Chi doveva venir loro in aiuto se non i ricchi? Essi dovevano
coprire i bisognosi col manto della carità.... Via scrivesse una
letterina al canonico, e gli prometteva di ricondurlo a casa, senza
che gli fosse stato torto un capello. Voleva vederlo allegro però,
sangue.... Nel paniere (e accennava con la mano) c'era del pesce
fritto, un poco di carne fredda.... non s'era potuto aver altro in
quella confusione: ma l'indomani si provvederebbe meglio. Se il vino
era buono poi, lo conoscerebbe assaggiandolo. Dunque voleva che
mangiasse bene, bevesse meglio, senza pensare a guai.

Il furrizzo era troppo basso perchè il Savarella potesse mettersi a
scrivere al deschetto: e perciò Nicola prese un piatto e glielo porse
rivoltato, gli dette un foglio di carta piegato, che s'era levato di
tasca in una a un calamaio di corno a vite. L'aperse, si mise
coccoloni davanti a don Bastiano; e gli diede la penna. Questo s'era
seduto, aveva posato il piatto sulle ginocchia; e spiegatovi sopra il
foglio, prese la penna, l'intrinse nel calamaio, e domandò:

--Che devo scrivere?

--Manca talento a vostra eccellenza?

--Io non so.... dettate voi.

--Ma....

--Ve ne prego.

--Come comanda.... Scriva dunque....

E cominciò:


    CARO.... FRATELLO,

Mi trovo.... nelli mano.... di pericolosi.... malfattori.... li
quali..... vogliono.... la somma.... di due.... cento.... mila....
liri....

Il povero giovine trasalì; si fece bianco come un cencio, e alzò il
capo.

--Duecentomila lire.... balbettò con un fil di voce. E il bandito
accennò di sì tranquillamente.

--Duecento mila lire! ma.... dove volete che li prenda il povero mio
fratello tutti questi danari.

--Oh! che dice mai! riprese l'altro. E scegliendo i termini, seguitò:
vostra eccellenza butta giù troppo la sua casa: il canonico, se vuole,
può pagar questo ed altro ancora.

--V'ingannate: vi giuro anzi....

--Non si sfiati. Mi vorrà dire che non l'ha nel cassetto....
comprendo: ma si sa come vanno queste cose; non s'ha la somma ma si
può trovarla.

--E dove? tutto il nostro patrimonio riunito.... non ammonta a
duecento mila lire.... Siate buono signore....

Ma Nicola tagliò corto stringendosi nelle spalle. Gli dispiaceva....
voleva poterlo contentare.... ma aveva ricevuto dai suoi compagni
ordini assoluti, non poteva mancarvi.... Essi erano sicuri che la
famiglia, volendo, poteva trovare quella somma....

E finì con un risolino:

--Il nibbio quando afferra la gallina, sa se è grassa o magra.

--Volete la mia morte allora.

Nicola affettò un'aria di stupore grandissimo.

--La sua morte!... o perchè dovremmo volere la sua morte! Tutt'altro.
Che la famiglia paghi, e a vostra eccellenza non sarà torto manco un
capello, la mia parola è una: anzi faremo voti che Dio gli accordi
lunga vita e prospera salute al primo bicchiere che vuoteremo dopo che
avremo ricevuti i danari.

Che rispondere?

--Dettate, disse il povero giovine con un sospiro. E l'altro rispose:

--Dunque.... li quali vogliono la somma di duecentomila liri.... La
somma dovrà essere portata.... da due individui.... che l'uno.... deve
cavalcare.... una mula mirrima¹.... Verranno per Cerda.... Fontana
russa.... alla serra dei Gancitani.... Si avvicinerà uno.... che gli
domanderà.... se.... portano olio.... a Petralia.... La somma.... la
divono.... consignari a quillo.... Se non trovano.... a nissono....
dovranno.... ritornari.... per la stissa.... strata....

    ¹ Storna.

E Savarella aveva firmato questa strana lettera, quando il bandito,
accennando col dito teso verso la carta, soggiunse:

--_Omissis_.... Non facciate.... passo.... al giostizia.... se no....
la mia vita.... è.... in pericolo.... E fate presto.... che lo tempo
longo.... è peggio pel malato.

Cinque minuti dopo il bandito, dopo d'avere raccomandato di nuovo al
povero giovine di stare allegro, e non pensare a guai, usciva e
serrava l'uscio della grotta a doppia mandata.

Il ricattato restò solo, immobile sul furrizzo, a capo basso e con le
mani contratte sulle ginocchia.

Che notte orribile che aveva passata, e che giorno più orribile
ancora! quanti pensieri in quel povero cranio, alimentati
continuamente dal pericolo presente, dal timore dell'avvenire incerto,
dai ricordi della famiglia, del rammarico d'essersi avventurato così
solo, in tempi non ancora quietati del tutto!... Poi spossato per
tante commozioni, intirizzito dal freddo, rotto dalla fatica, era
caduto in una specie d'inerzia del corpo e dell'anima: il dolore gli
aveva accordato una tregua. Ora lo riassaliva con più ferocia, con più
accanimento: ridestava quel timore, que' pensieri, que' ricordi in
folla, ne suscitava altri propri della nuova piega che prendevano le
cose.

--Duecento mila lire! mormorava dimenando il capo dolorosamente,
duecento mila lire!... Poi batteva palma a palma e soggiungeva: una
morte orrenda e disperata!

E riandava i tanti ricatti, pigliando materia a nuovo terrore: vedeva
Porcari, Sgadari, Rose, tra le braccia della famiglia nel tripudio del
ritorno, ma vedeva Saeli, Sciortino, Catalfano, bruttati di sangue,
lividi, mutilati.... vedeva sè stesso con lo spavento nel volto, nelle
mani dei suoi carnefici, tra un lucicchio di coltelli; sentiva il
freddo doloroso del ferro in vari punti della persona, lo smarrimento
della morte.... Si vedeva cadavere bruttato di sangue, livido,
mutilato come quegli altri.

--Duecento mila lire! ripeteva dimenando il capo dolorosamente:
duecento mila lire!

Ma un crampo allo stomaco lo fece trasalire: non aveva mangiato da
trentasei ore; aveva fame: e macchinalmente portò gli occhi al
paniere.

Allora un ricordo venne come un lampo a dargli una più forte puntura:
due sere avanti aveva cenato allegramente in famiglia.... Parevagli di
sentire le care voci dei suoi. Annuccia lo canzonava piacevolmente per
un certo matrimonio che gli era stato proposto con una ricca
signorina; il fratello canonico, a cui spiaceva che la cosa si
mettesse in burla, cercava di interromperla con delle gravi
considerazioni.... Lui, pur rimbeccando la sorella, guardava la mamma:
lo sapeva quanto gli stesse a cuore quel matrimonio alla buona
vecchierella! e vedendo a rannuvolarsi il suo povero volto disfatto
dalla malattia, ammiccava con gli occhi per rassicurarla....

Non si potè più frenare: il suo cuore traboccò come un vaso troppo
pieno: nascose la faccia tra le mani, e pianse: pianse a lungo,
inconsolabilmente.

Nel silenzio s'udirono i singhiozzi del disgraziato, i colpi cupi e
monotoni del mare che assaltava lo scoglio con la cocciutaggine delle
potenze brute.


IX.

La polizia s'era messa in moto. Arrivavano bersaglieri, guardie a
cavallo, comandanti, delegati.... un mondo di gente insomma, che si
sparse per le campagne, e si diede a batterle per ogni verso.

Tuttavia la lettera fatta scrivere al povero don Bastiano, pervenne
alla famiglia.

Un uomo a cavallo, chiuso nel cappotto, l'aveva consegnata al fattore
della Rocca sull'imbrunire, mettendo ogni suo studio nel nascondersi
il viso dentro il cappuccio.

Il canonico la lesse; diventò bianco come un panno lavato e la diede
a' suoi fratelli.

--Duecento mila lire!... duecento mila lire!... si messe a balbettare
con le braccia ciondoloni. Meschino me!... meschino me!...

Don Ciccio e don Salvatore s'abbandonarono sulle sedie, l'uno con la
testa tra le palme, l'altro dondolandola.

--Duecento mila lire!... duecento mila lire!... casa rovinata.... casa
rovinata!

Gli scellerati volevano morto il fratello dacchè domandavano quella
somma ch'essi non avrebbero potuto pagar mai!

Basta, fu il fattore che riuscì a calmarli in certo modo. Egli non
aveva i capelli bianchi per nulla; sapeva come andavano quelle cose; i
ladri domandavano sempre molto e poi finivano col contentarsi di una
miseria.

Provvedessero la mula storna, del resto se n'incaricava lui.

Una mula storna?... o chi diamine n'aveva delle mule storne?... ah,
sì, Peppe Facce di vino; e si mandò da questo.

Peppe era in viaggio; ma tornava la sera; la moglie promise di
mandarlo a servire il canonico verso un'ora di notte.

--Bacio la mano a vostra eccellenza, disse togliendosi il berrettino
di cotone nero.

--Vi saluto, compare Peppe; accomodatevi e mettete in capo.

--M'ha mandato a comandare? riprese il trafficante d'oli rimettendo il
berrettino e sedendosi.

--Sì.... Volevo dirvi.... se domani potreste andare a portare un
carico d'olio a Petralia.

--Per vostra eccellenza anderei anche a buttarmi in mare.

--Grazie, compare Peppe.... Verrà con voi il fattore.... Pare che ci
sia richiesta d'olio da quelle parti e se se ne potesse fare una
vendita in grosso....

--Bene, per questo lasci fare a noi.

--Andate a prendere gli otri dunque: faremo il carico.... Stanotte il
su Mariano passerà da casa vostra e vi metterete in via.

Così partirono due ore prima che aggiornasse, senz'essere molestati e
due ore circa dopo mezzogiorno arrivarono alla _serra_ de' Gancitani:
un luogo affatto nudo ed alpestre, con una sola casaccia in costa.

Lì si fermarono; e il su Mariano dette uno sguardo intorno. Non si
vedeva un'anima: lo stradale che si stendeva lungo e bianco fra'
maggesi neri di grano marzuolo era deserto; l'istessa casa, con una
fila di piccole finestre quadrate dall'imposte rosse chiuse
ermeticamente dietro l'inferriate, pareva deserta.

--Compare Peppe, disse il fattore, non vogliamo prendere un boccone?

--Prendiamo un boccone, su Mariano.

Smontarono. Il fattore levò le bisacce di dosso alla cavalla, ne cavò
fuori un pane, il fiasco con il vino e un microscopico pezzettino di
cacio avvolto in un tovagliolo. Sedettero in terra e si misero a
mangiare, mentre le bestie pascolavano lungo il ciglio della via.

--Compare Peppe, disse il su Mariano portando in bocca un briciolino
di cacio, che aveva tagliato con la punta del coltello; è venuta l'ora
di dirvi il perchè del nostro viaggio.

--Non c'è bisogno, su Mariano; ier sera intesi tutto per aria....
Portate i danari a' briganti, eh?

--No, compare Peppe, non porto i danari ai briganti, ma vengo per
cercare d'accomodar la cosa.... Vogliono sedicimila onze nientedimeno!
O dove l'hanno i miei poveri padroni tutti questi danari! tutto quello
che posseggono non arriva manco a trentamila....

Ma in questa s'era voltato e aveva veduto muoversi delle teste, lassù,
dietro a certi pietroni.

--Oh, oh!... disse: credo che sian qui.

--Dove?... io non li vedo.

--Là; dietro a quelle liste.

--.... È vero.

--Guardate, scende uno.... E il su Mariano, per darsi certo un po' di
coraggio, preso il fiasco, ne levò il turacciolo, si passò il rovescio
della mano sulle labbra e bevve a lunghi sorsi.

Difatti, un uomo, avvolto nel suo cappotto, scendeva di buon passo.

--Ehi! disse, come fu vicino a' due che mangiavano.

--Volete restar servito? disse il fattore: e gli porgeva il fiasco.

--No, grazie.... Di dove si viene?

--Dalla Roccella.

--Chi siete?

--Il su Mariano Grasso, fattore dei signori Savarella.

--Portate olio a Petralia?

--Già.

E così dicendo il fattore s'alzò, s'avvicinò a quell'uomo al quale non
aveva levato gli occhi d'addosso, e gli disse sottovoce:

--Siete l'amico che aspettiamo?

--Portaste i danari?

--Vorreste camminare un poco se non vi dispiace?

--Camminiamo.

--Come potevo portarli i danari, fratello mio! son somme da chiedersi
queste? Meno male se i miei poveri padroni fossero in istato di
poterle pagare.... voi altri stessi che avrete prese prima tutte le
informazioni, dovreste saperlo: tutto quel che possiedono è assai se
arriva a una trentina di mila onze: li volete ridurre all'elemosina? E
poi, i Savarelli han rispettato sempre i latitanti; e alla Rocca pane,
alla Rocca vino, alla Rocca orzo non n'è mancato mai a nissuno. Per
me, non dico!... non ho fatto mai la spia, anzi sono stato sempre
l'amico degli amici, che, per loro bontà, a dirla tale e quale, m'han
rispettato sempre. Dovevo a questo l'aver fatto i capelli bianchi
senza aver ricevuto mai uno smacco. Ora pare che i tempi siano
cambiati. Basta, sinchè uno a i denti in bocca, ei non sa cosa gli
tocca. Ah! quella buon'anima di compare Angelo e quel cristianone di
compare Vincenzo! ma l'uno, poveretto, lo fecero a pezzi sotto S.
Mauro, l'altro s'ammazzò a Polizzi per non cader vivo nelle mani della
giustizia.... Se ci fossero loro!...

E per insinuarsi nell'animo di quell'uomo, si messe a contargli il
come e il quanto lo rispettassero compare Angelo e compare Vincenzo.

Nicola (era lui) l'aveva ascoltato stringendosi di più nel suo
cappotto.

Umh, gli disse infine, compare Mariano aveva torto se credeva che gli
si avesse voluto fare uno smacco: che si sapeva che uomo era; ma.... i
tempi correvan difficili... non c'era più alcuna risorsa, non più
amici fidati. Santo diavolo, lo credeva? erano quanto gli sbirri di
Pulcinella in quella faccenda e a ciascuno sarebbe toccata una
miseria. Via, glielo dicesse schiettamente, valeva la pena di risicar
la pelle per una miseria? E dunque!...

Tuttavia, a solo riguardo suo.... era una libertà che si prendeva
senza consultare i compagni, dalla somma ci levava due mila onze e non
se ne doveva parlar più. C'era che dire?

Ma il su Mariano tentennava il capo. Due mila onze! si trattava di
tutt'altro! dovevano farlo a lui questo favore, dovevano scendere più
giù, molto più giù.... si dovevano contentare d'un caffè.

Nicola si voltò bruscamente. Che caffè e caffè.... E siccome l'altro
insisteva, tagliò corto:

--Infine, che siete venuto qua a prenderci per minchioni?

E usciva fuori con la solita storia di pelle e di sbirri di
Pulcinella. Sangue.... ammazzerebbero don Bastiano e buona notte.

Allora il fattore si fece umile umile: alla sola idea che quegli
assassini potrebbero ammazzare il povero padrone, si sentiva commosso,
gli spuntavano le lacrime. Oh, no, questo mai! diceva con voce
tremante, questo mai! Che ne guadagnerebbero? Egli l'aveva allevato
quel povero giovine e l'amava come un suo figliolo.... che colpa ci
aveva se.... Si sfogassero su di lui piuttosto: quando volessero, egli
verrebbe coi suoi piedi ad esporsi a' loro colpi, purchè non
torcessero un capello al suo povero padrone. Egli l'aveva allevato,
l'amava come un figliolo....

--Non parlate di levare un centesimo di più allora.

--Ma sentite....

Insomma dopo un ora di tira tira, di consulte e bisbigli con i
compagni che aspettavano nascosti lassù nelle liste, si stabilì che i
Savarella pagherebbero centomila lire; e questo a riguardo del su
Mariano che era un amico. Egli stesso porterebbe il danaro tra due
giorni a' Gammisini: lo riconoscerebbero a un fazzoletto rosso, che si
legherebbe attorno il capo.

Il buon vecchio si fece promettere che durante quel tempo non
farebbero un male al suo padrone, e li lasciò.


X.

Al canonico la somma parve ancora enorme. S'aggirava per la camera
tutto costernato. Meschino me!... Meschino me!... giungeva le mani,
alzava gli occhi al cielo. Don Ciccio, don Salvatore, andavan dietro
al fratello, con gran sospiri, ripetendo ch'eran rovinati.

La sola Annuccia, poveretta, pareva non accorgersi di nulla: era come
una Maria, al capezzale della mamma, la quale seguitava a guardar
tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.

Il povero fattore si grattava la zucca: aveva fatto di tutto,
ripeteva, che colpa ci aveva se non era riuscito che a metà? I padroni
si calmassero però, ogni speranza non era poi perduta. I banditi gli
avevano promesso formalmente che a don Bastiano non gli torcerebbero
un capello; questo era l'essenziale.... Intanto bisognava vedere....
bisognava cercare....

E avvicinatosi finalmente al canonico e tiratolo in disparte, a voce
bassa e con mistero, gli disse:

--Al Barone ha da ricorrere vostra eccellenza.... lui può tutto. Non
metta tempo in mezzo, accetti il consiglio del suo povero servo che
non si sbaglia.

La speranza entrò nel cuore del canonico.

--Buona idea, disse: ed io che non ci avevo pensato!

Don Salvatore e don Ciccio s'avvicinarono: vollero esser messi anche
loro a parte della buona idea.

Approvarono.

Buona, proprio buona! non c'era altra via. La comunicarono alla povera
Annuccia, i cui occhi si ravvivarono: s'alzò, si curvò sulla madre, e
gli disse la cosa a voce alta, come si farebbe con un sordo.

Si mandò dunque il fattore in casa del Barone: il canonico aveva
scritto a quest'ultimo una lettera tutta complimenti, pregandolo di
voler favorire a casa loro. Non dimenticò d'aggiungere che sarebbe
stato debito suo di recarsi al palazzo, ma lo scusavano le
circostanze: gli perdonasse pertanto la libertà che si prendeva.

Il Barone arrivò poco dopo, tutto sudato. Era un ometto di media
statura, secco, con un cordone di barba nera, naso e mento aguzzi.

Il canonico era andato ad incontrarlo a piè della scala, seguito da
don Ciccio e don Salvatore, e si buttò tra le sue braccia piangendo.
Egli, dati que' conforti che si soglion dare in simili occasioni,
entrò col capello in mano asciugandosi il capo pelato con la pezzuola
bianca. Aveva una paura maledetta delle correnti d'aria il povero
Barone; sicchè adocchiò un angolo che a lui parve riparato, e andò a
sedervisi: sedettero anche gli altri. Allora il canonico cominciò a
spiegargli il perchè aveva ardito d'incomodarlo.... ma e' gli dava
poco ascolto; guardava con una certa inquietudine un uscio spalancato
di faccia a lui, e si dimenava sulla sedia come se avesse la voglia
dell'acqua: sì che il canonico, accortosi infine di quell'armeggìo, e
comprendendo alla direzione dello sguardo, disse a uno dei fratelli
d'andare a chiudere.

Il Barone lo ringraziò col suo più gentile sorriso, e un inchinar di
testa.

Oramai era tranquillo, e poteva ascoltare. E ascoltò tutto
attentamente. Di tratto in tratto aggrottava le sopracciglia,
allungava il muso, approvava con un moto della testa. Ciò dava un non
so che di buffo alla sua figura: in tutt'altre occasioni uno sarebbe
stato tentato di scoppiargli a ridere sul mostaccio.

Tuttavia era un ometto che la sapeva lunga, e il suo rispetto l'aveva
portato. Prese a cuore l'affare; promise di tentar tutte le vie; si
spinse sino ad accertare che po' poi sarebbero restati contenti,
fidassero in lui. La verità era che non ci stava nella pelle che
avessero ricorso a lui: il bon uomo s'inorgogliva d'esser utile a
qualche cosa, di poter distrigare una matassa arruffata, cavar
qualcuno fuori da un ginepraio: ciò, a buoni conti, mostrava quanto
prevalesse in paese. S'alzò e accomiattandosi dai tre fratelli,
stringendo la mano ad ognuno, e portandosela al cuore, con uno sguardo
che suggellava le sue promesse, e uscì accompagnato sin nell'entrata
dai Savarella che si sbracciavano in ringraziamenti.

La sera stessa fece venire da un suo fondo nelle vicinanze del paese,
un certo tomo: un maurino alto e barbuto come un S. Cristoforo, tutto
butterato dal vaiuolo. Lo condusse nello scrittoio, chiuse l'uscio con
la massima cura, a causa di quelle benedette correnti d'aria, sedette,
e cominciò:

--Pietro, devo parlarti.

--Comandi, eccellenza.

Come tutti i maurini, parlava con accento rapido e vibrato,
appoggiando la voce sulle prime sillabe.

--L'altr'ieri al passo della Ginestra, Tagliaferro ed altri
sequestrarono il povero don Bastiano Savarella.

--Lo so, rispose il camparo con un risolino scaltro.

--Avevano domandato alla famiglia due centomila lire e le volevano
portate ai Gancitani....

--Lo so.

--Ci andò il su Mariano Grasso e ottenne qualche cosa.... la
diminuzione di metà della somma....

--Lo so.

--Però, come vedi, la pretesa è ancora pazza.

Allora quello che sapeva tutto, per far gl'interessi degli amici,
trovò la parola.

--Eccellenza, i tempi corrono difficili.... A dividersi quel danaro
chi sa quanto diavolo saranno; e a ognuno non toccherà manco da
comprarsi un boccon di pane.... La gente poi non può morire di fame!

--Capisco.... riprese il Barone a mo' di transazione, non volendo per
i suoi fini contrariare le idee curiose che aveva il maurino su' mezzi
adoperabili per procacciarsi da vivere. Ma quando uno non l'ha quella
somma, ed è nell'impossibilità di trovarla!

Pietro si strinse nelle spalle.

--Tu lo sai meglio di me, i Savarella non sono poi tanto ricchi da
poter pagare ottomila onze come niente: se i _picciotti_ non possono
morire di fame, un galantuomo non può ridursi sulla paglia per loro!
bisogna esser ragionevoli.

Insomma.... quella mattina era stato dai Savarella... aveva promesso
di mischiarsi nella cosa, si dovevano aiutare.

E qui, conoscendo l'uomo, cominciò a adularlo: fidava in lui,
pienamente in lui; l'aveva scelto apposta fra tante persone di
servizio che aveva, appunto perchè era persuaso che un altro Pietro
non c'era in tutta la Sicilia a cercarla con il lanternino di Diogene:
destro, coraggioso, scaltro, fidato, di gran conoscenze, di grande
abilità, e tenace da non dare addietro nell'impresa più rischiosa.
Egli solo poteva fargli fare una buona figura in quella faccenda, e va
discorrendo.

Il maurino, così barbuto e grosso com'era, apparteneva alla specie di
quegli uomini-pesce che mordono alla lode, quanto più sperticata:
oltre di ciò il Barone l'aveva beneficato: era ammonito e non lo
voleva nessuno; si sarebbe perduto se non l'avesse pigliato al suo
servizio, e aveva moglie e figlioli, gli aveva fatto levare
l'ammonizione, provvedimento che se non fosse arbitrario, sarebbe un
buon correttivo per il siciliano, appunto perchè lo teme come la
peste; quanta riconoscenza dunque non aveva egli per quell'uomo? Lo
soleva chiamare il suo secondo padre, e veramente si sarebbe fatto
fare a pezzi per lui. Queste due cose insieme fecero sì che trovasse
al solito la parola, si sbracciasse in proteste, giurasse di mettere
il mondo sossopra: fecero sì che alzasse la mano aperta a un quattro,
quando il Barone ripigliò tutto contento:

--Via, dillo tu stesso quel che gli si ha a far dare ai _picciotti_.

Quattromila onze.... diavolo! il buon gentiluomo storse il muso: erano
ancora troppo... vedesse se ci fosse verso di far risparmiare agli
amici qualche altra coserella. Quattromila onze!...

Ma a tutto questo il colosso rispondeva:

--Sono sicurissimo che i _picciotti_ non si contenteranno di meno, ed
io non voglio che a una persona grande come vostra eccellenza tocchi
una negativa.

L'ultimo argomento era grave e non c'era a ridire. Il Barone strinse
le labbra, abbassò gli occhi e prese in mano la stecca.

--Basta, dacchè non c'è proprio rimedio, avrai le quattromila onze.
Ma.... (E fissò bene il maurino) rispondi della buona riuscita?

--Ne rispondo.

--Proprio?

--Proprio.

--Non c'è che dire.

E stava per alzarsi quando Pietro gli domandò:

--Dove bisogna portarli i danari?

--A' Gammisini; e precisamente nel poggio sopra la fattoria: bisogna
che ti leghi un fazzoletto rosso attorno al capo.

Il Barone ritornò dai Savarella e senza nominar persone, disse loro
che aveva accomodato ogni cosa (tanto era sicuro del suo uomo) però
aveva sudato una camicia per indurre gli amici a contentarsi di
quattromila onze, non un soldo di meno.

Il canonico fece una boccaccia; gli pareva ancora enorme quella somma;
ma non c'era che fare, o mangiar questa minestra o saltar questa
finestra! in fondo era un bon uomo, amava davvero il fratello; andò
nella sua camera e benchè sentisse come uno schianto alle viscere,
tirò la cassa che teneva sotto il letto, l'aperse, e, con gran sospiri
ne cavò fuori cinquantun mila lire, trenta in carta, ventuno in oro.

Quando l'ebbe consegnata al Barone, si lasciò cadere su d'una sedia.
Aveva la faccia cadaverica. Oh, certo ne morrebbe!


XI.

Nel focolare della vecchia torre dei tizzi ardevano lentamente
mettendo nell'oscurità della vasta stanzaccia chiarori incerti,
ballonzolanti. Si udivano due russi formidabili, simili ai rumori di
due seghe che mordessero nel legno a rilento, ed or s'alternassero or
si confondessero. Metteva l'uno Sciaverio, avvolto nel cappotto,
rannicchiato sulle asserelle del letto, con la testa appoggiata sullo
strapunto abballinato; l'altro mastro Vanni, seduto al fuoco, a testa
china, la sudicia barbaccia sul petto, e le mani penzolanti tra le
gambe, illuminato dalla luce azzurrognola dei tizzi, la quale gli dava
un aspetto fantastico di stregone.

Fuori, l'acqua cadeva come Dio la sa mandare, mentre il vento e il
mare pareva facessero a chi potesse urlare di più.

--Che tempaccio da cani! borbottò il vecchio aprendo a un tratto gli
occhiacci rossi, e dando uno sguardo bieco alla porta scossa
furiosamenente dal vento: poi ricadde nell'immobilità e tornò ad
assopirsi.

L'altro seguitava a russar sodo.

Trascorse un quarto d'ora circa.

Tom.... tom.... In quel fracasso risonarono due formidabili picchi.
Mastro Vanni si destò in sussulto, e stette a origliare.

--M'è parso d'aver sentito picchiare.... disse tra sè: e lo prese un
forte batticuore. Chi poteva essere a quell'ora e con quella razza di
tempo?

Tom.... tom....

S'alzò, e in punta di piedi andò a riscotere Sciaverio. Chi è in
difetto è in sospetto: Sciaverio fece un balzo come se nell'aprir gli
occhi avesse visto gli sbirri, e tutto arruffato e stravolto, saltò
alla gola di mastro Vanni.

--Compare.... Scia.... gorgogliò il vecchio quasi soffocato,
afferrandolo per le braccia, compare Scia.... verio, son io.... che
diavolo fate....

--Vi venga la peste! esclamò l'altro a bassa voce, rimettendosi: si
sveglia così la gente! non so che mi è parso.... Che cosa c'è
dunque....

--Picchiano.

Tom.... tom....

--Sentite? continuò mastro Vanni. Chi può essere a st'ora e con sto
tempo?...

--Tom..... tom....

--Che sia successa qualche diavoleria, e....

--Sst, fece Sciaverio; poi con voce minacciosa gridò:

--Chi è?

--Io.... aprite.

--A st'ora non s'apre a nessuno: andate per i fatti vostri.

--Son io, compare Sciaverio: mastro Pasquale.

E questo nome s'udì chiaro, come se chi era dietro la porta l'avesse
gridato con la bocca sul buco della serratura.

Era proprio il roccellese, avvolto nel suo straccio di cappotto,
fradicio mezzo, e inzaccherato come un cane.

Grandi esclamazioni di piacere dei due birboni rinfrancati, ressa per
sapere che ci fosse di nuovo, come era andato l'affare.

Ma il mafioso badava a sfogarsi col tempo, con delle bestemmie da
turco: si levò il cappotto, e andò ad appenderlo a un cavicchio, si
levò il berrettaccio unto, e con una pezzuola si messe ad asciugarsi
l'acqua e il sudore: finalmente pronunziò un «tutto è andato bene» che
allargò i cuori di que' due galantuomini. Mastro Vanni andò a prendere
una bracciata di legna secche, che buttò sul fuoco; poi sedettero, e
il roccellese cominciò il suo racconto.

Si rifece da capo. Partiti dalla torre un'ora prima che aggiornasse,
come sapevano, avevano cavalcato sino a Cozzo di Lampo: lì consegnata
la lettera a un amico per portarla al fattore della Rocca, erano
andati a Basalaci, nel fondo d'un altro amico, dove erano restati
parte del giorno, e la notte. L'indomani all'alba erano partiti per i
Gancitani, dove, con l'aiuto di Dio erano arrivati senza cattivi
incontri. Acquattati fra pietroni in una certa lista sopra lo
stradale, avevano veduto venire i due individui che dovevano portare
il danaro. Nicola era andato a incontrarli: e dopo un'ora di
confabulazione con uno di essi, era tornato dicendo, che i Savarella
tenevan duro, egli aveva dovuto ridurre la somma. Però era l'ultima
concessione che faceva, si sarebbero adoperati i mezzi violenti se il
sabato non avessero portato ottomila onze ai Gammisini. Basta,
contrariamente alle sue parole, ai Gammisini s'era contentato di due
mila e cinquecent'onze. Però la cosa non gli pareva tanto liscia....
Avevano mandati lui e Santo a far la guardia, essi perciò non avevano
visto nulla di quel che avevano fatto i compagni con quello che
portava i denari. Nicola s'era scusato con dire, che i danari glieli
aveva portati Pietro Carollo, un amico a cui non si poteva dare una
negativa, tanto più che stava col barone *, e l'istesso barone aveva
mandato a dire che accettassero le sue preghiere, facessero a modo
suo: il Barone era una persona grande, comprendevano.... Poi s'erano
messi a fare un certo conto senza sugo.... tanto a questo, tanto a
quest'altro; tanto per quello, tanto per quell'altro.... un vero
pasticcio in cui non aveva compreso un'acca. Si figurassero! Nicola,
fra l'altre, aveva detto, che bisognava dare cent'onze all'uomo del
Barone, e i palermitani ad approvare! Cent'onze a colui per aver
portato semplicemente la somma, e che razza di somma! e a loro che
avevano ideato, maturato, condotto a bene l'affare rischiando la
pelle, che cosa toccava? Cento vent'onze per uno!... cento vent'onze!
Era credibile?

--Basta i pesci grossi mangian sempre i pesci piccoli!

E dietro quest'osservazione filosofica, consegnò a Sciaverio e a
mastro Vanni duecento quarant'onze.

I due birboni intascarono il danaro tutti scontenti, mentre mastro
Pasquale ciondolava il capo come per dire, lo vedete in che mani siamo
capitati? E però Sciaverio voleva fare, e voleva dire.

Quella era una porcheria che non s'era letta mai, con i compagni non
s'agiva così. Che pezzi di ladri! o perchè non se n'andavano al passo
a spogliar la gente? Ma lui, sangue della maiorca, non l'ingollava,
no, non l'ingollava! voleva andare in cerca di quella carogna di
Nicola, voleva, per dirgli il fatto suo fuor de' denti: o era più
ladro di Santo Dima, o non sapeva che voleva dire fare il brigante.
Ladro, s'aveva spogliato i compagni, e queste cose non si fanno;
dappoco, se l'era lasciato prendere per minchione dall'uomo del
Barone, o anche dal diavolo; lui, nei suoi piedi, avrebbe messe le
spalle al muro, e, o duecento mila lire, o duecento mila lire! se no
tagliava a pezzi il sequestrato, e un po' per volta lo faceva
pervenire alla famiglia, sangue....

Mastro Vanni, asciugandosi gli occhiacci rossi con la pezzuola
sudicia, metteva buone parole. Non eran cose nemmen da pensarci
quelle! volevan fare la guerra tra fratelli? dar questo mostruoso
spettacolo al mondo? far ingrassare i nemici? Via, mastro Pasquale
s'era potuto ingannare. Non si giudicava così.... su due piedi, e alla
leggiera in cose sì gravi, lui non contava Nicola un tal uomo.

Allora mastro Pasquale, per amor della pace, disse anche la sua,
arrivò fino a confessare che s'era potuto ingannare.... che non
avrebbe messo certo le mani nel fuoco ad accertare la cosa.

Così Sciaverio si calmò.

Bisognava liberare il sequestrato e presto, quella razza di mercanzia
il meno che si può tenere è il meglio, non si sa mai quel che può
accadere da un momento all'altro. Mastro Pasquale era venuto anche per
questo. S'alzarono. Ognuno si levò il fazzoletto di tasca, lo piegò a
punta, se lo mise sul volto, e l'annodò dietro la nuca in modo che non
si vedessero che i soli occhi sotto il berretto: si misero i cappotti,
e sulla testa i cappucci: mastro Vanni andò a accendere una lanterna,
prese una corda, e così camuffati, sinistramente brutti a vederci,
spostarono il letto, alzarono la ribalta, e si calarono per il buco.

Steso sullo strapunto, Savarella dormiva un sonno agitato come se
avesse la febbre. Appena velati gli occhi, s'era messo a sognare che i
suoi carnefici armati di coltelli e pistole, l'inseguivano
nell'istesso angusto sotterraneo.

Egli correva correva in giro anelante, con l'angoscia nel cuore.
L'afferravano.... si svincolava con la forza che dà la disperazione....
lo riafferravano.... si svincolava di nuovo, si rimetteva a correre....

Così per ore ed ore pareva a lui. Ma le forze gli venivano meno, il
corpo, dalle gambe in su, gli si faceva pesante come di piombo,
sentiva piegarsi sotto le ginocchia, sinchè ansimante, madido di
sudore, cadeva, e gli assassini gli si facevan sopra. Nel voltarsi
atterrito, vedeva branditi sulla sua testa coltelli e pistole, vedeva
delle facce sinistre dove si leggeva l'intendimento implacabile di dar
morte. Egli rannicchiato contro la parete, facendosi riparo delle
mani, con i capelli irti sulla fronte, apriva la bocca a un grido
straziante.... e sentì una detonazione, e gli parve come se un colpo
di mazza gli avesse sfracellato il cervello.... Si destò in sussulto.
Restò immobile, a guardare con gli occhi torbidi, spalancati, come un
uccello abbacinato: glie li percoteva una striscia di luce vivissima.
Dietro a quella luce, nell'oscurità parevagli di sgorgere in confuso,
ritte due ombre nere, sinistre.

--Sono morto, pensò in un baleno. Dove sono? E l'angoscia che gli
stringeva ancora il cuore, diede luogo a un terrore misterioso.

--Alzatevi, disse una voce cupa e soffocata.

Egli non si mosse.

--Alzatevi, ripetè l'istessa voce, e questa volta una mano si posò
bruscamente sul suo braccio, e lo scosse. Allora sveglio del tutto a
quel tocco, comprese. Erano i briganti che gli stavano davanti, uno
dei quali teneva in mano una lanterna. Ubbidì senza aver fiato di dire
una parola, assalito da un altro terrore: n'era certo, venivano per
ammazzarlo: pensò alla famiglia, raccomandò l'anima a Dio, e aspettò
con quella rassegnazione di chi, fra tanti pericoli, abbia avuto il
tempo di assuefarsi all'idea della morte.

Lo bendarono, gli misero il cappotto, in mano un capo della corda
ch'avevano portata, raccomandandogli di tenervisi come guida per
camminare, un di loro terrebbe l'altro capo.

--Andiamo, disse l'istessa voce. E si mossero.

Dunque dacchè lo menavano via, non volevano ammazzarlo, lì era chiaro:
l'ammazzerebbero fuori, in qualche punto remoto per risparmiarsi la
fatica di trasportarvelo cadavere. E il povero don Bastiano, fatto
questo pensiero si sforzò d'andar loro dietro alla meglio. Così
vennero su nella stanzaccia. Mastro Vanni andò ad origliare all'uscio,
l'aprì, sporse il capo fuori, tornò a dire che tutto era tranquillo.
Sciaverio avanti, tenendo sempre un capo della corda; il ricattato
dietro, tenendo l'altro; ultimo mastro Pasquale; chi più chi meno
trepidanti, uscirono dalla torre e si messero nella via, tra 'l vento,
e l'acqua che or li sferzava da un lato or dall'altro.

Gira, rigira, inciampa, scivola, dopo tre ore di faticoso cammino per
viottole alpestri, infossate e sassose, si fermarono finalmente: e
l'infelice perduto per l'indugio la calma e la rassegnazione;
sballottato dalla speranza alla disperazione; dal dubbio alla
certezza, dall'angoscia più orribile ad una calma passeggiera: credè
arrivato l'ultimo suo momento.

In quel buio d'inferno, tra gli urli degli elementi scatenati, gli si
presentò sinistro ed orribile: e sentì scolorarsi il viso, mancarsi le
forze.

Gli levarono il cappotto, gli levarono la benda, e la solita voce
cupa, questa volta minacciosa, gli disse:

--Questo è lo stradale che conduce al vostro paese: andate avanti,
senza voltarvi, se no siete morto.

Don Bastiano in prima non comprese: però subito dopo gli s'affacciò il
pensiero che se lo mandavan via, volevano liberarlo. Sentì rinascersi,
sentì allargarsi il cuore.... non gli pareva vero d'essersela cavata
finalmente.... libero.... libero.... davanti a lui l'esistenza che
aveva tanto rimpianto.... Non pensò che quella gente gli aveva fatto
passare brutti momenti, non che gli aveva estorto una grossa somma
provò una viva riconoscenza per loro, e un bisogno strapotente di
esternarla.

--Grazie, disse; signori miei, gra....

Ma la voce tagliò corto più minacciosa che mai, ordinandogli di far
presto senza tante ciarle inutili. I due principianti, come si vede,
non avevano per nulla la squisita gentilezza del maestro, vecchio
all'arte, e di buona scuola. Don Bastiano non se lo fece dire due
volte, e via svelto e forte come se non avesse durato alcuna fatica,
respirando l'aria umida a pieni polmoni, punto molestato da quella
pioggia ostinata, che gli batteva sul viso, e cominciava già ad
annuvolarlo.

Albeggiava allorchè arrivò a casa bagnato sino alla camicia. Afferrò
il martello del portone e picchiò a varie riprese. La gnora Santa che,
già alzata, s'era messa allora a spazzar la casa, venne ad aprire la
finestra e sporse il capo fuori. Ebbe a strabiliare.

--Don Bastiano!... esclamò picchiandosi il petto: Madre santa della
Gibilmanna! Don Bastiano....

Si ritirò in fretta, corse all'uscio della camera del canonico,
picchiò a buttarlo giù....

--È tornato il padrone, gridava quasi senza fiato, è tornato il
padrone....

Corse all'uscio della camera di don Ciccio e di don Salvatore....

--È tornato il padrone.... è tornato il padrone.... Poi via a
precipizio per le scale.

In men che non balena nella casa tutti furono svegli, e accorrevano
mezzo vestiti.

--Dov'è.... dov'è....

Fu una vera festa, un'allegrezza grande; abbracci, baci, lagrime,
domande mozze, risposte mozze, e nuove domande, e nuove risposte, ed
esclamazioni d'orrore, di pietà, di gioia, di ringraziamento a Dio ed
ai Santi protettori.... E dopo, questo tumultuoso sfogo di affetti,
condussero il giovine nella camera della madre, preparandolo per via
come meglio poterono a quella vista, avendo fede ch'essa guarirebbe al
vederselo davanti d'un tratto.

Nella stanza assettata ed estremamente pulita, dai vetri della
finestra penetrava la luce scialba di quella mattina piovosa, a
rendere più triste il quadro doloroso che si presentò agli occhi del
ritornato. Nel letto di ferro sotto al gran crocefisso tra due
reliquari a fili d'argento, sostenuta da un monte di cuscini, giaceva
l'ammalata col viso e le mani scarne abbandonate, che parevano di
cera. Aveva gli occhi chiusi: li aprì appena entrarono i figliuoli.

--Madre mia.... madre mia.... gridò don Bastiano correndo verso il
letto. Ma si fermò sbigottito.

--È Bastiano: disse Annuccia che gli veniva dietro: mamma, è Bastiano,
tornato finalmente....

La povera vecchia restò immobile, e non rispose: fissava i suoi
figliuoli con gli occhi sbarrati nel volto pallido ed affilato.

Bastiano guardò come un trasognato la sorella, il canonico, gli altri
fratelli già attorno al letto, muti e addolorati; il labbro gli
fremeva per la commozione: poi nascose un tratto la faccia tra le
mani, e diede in un pianto convulso.


XII.

Mastro Pasquale e il cugino Santo se ne stettero due settimane come
volpi in sospetto. Il primo, a chi gli domandava dov'era stato,
rispondeva, in Palermo a comprar coiame: il secondo nella Piana di
Benfornello a badare le donne che raccoglievano le ulive; il su
Francesco aveva voluto così. E si stringevano nelle spalle, come per
scusarsi d'aver derogato alla sua condizione di maestro. Intanto
osservavano, ascoltavano, mettevano una parolina qua e là anche loro
ne' vari discorsi che si andavan facendo, e già s'intende per sviare
di più l'opinione pubblica, del resto sviata bastantemente. Mandarono
proprio un respirone quando finalmente credettero di poter dormire tra
due guanciali: in quella faccenda quanti nel paese erano in cattivo
odore s'eran nominati, tranne loro due e compagnia bella. Porca cagna!
come soleva esclamare il cugino Santo, dunque avevano ottenuto il loro
scopo pienamente: centovent'onze in tasca, non più stenti, la
possibilità di poter appagare i loro desideri: e imprudentemente
cominciarono con rimpannucciarsi, e pagare i debiti.

Un bel giorno il calzolaio andò a trovare lo Zumboli: si comunicarono
l'ultime osservazioni fatte, gli ultimi discorsi intesi, nessuno
s'occupava più della cosa, non se ne parlava più. Allora presi da
un'allegria pazza, si misero a ballare l'uno di faccia all'altro,
accompagnandosi con la voce, facendo scoppietti con le dita a mo' di
castagnette. Si fermarono allorchè ebbero sfogato un poco, e si
guardarono.

Il calzolaio ammiccò furbescamente con certi movimenti del viso.

--Ho capito, disse il cugino Santo che non aveva capito affatto.

--È l'ora d'andare da quella carogna di mastro Cruciano, disse mastro
Pasquale.

--Andiamo.

--Andiamo.

E ci andarono.

--Salutiamo mastro Cruciano, dissero i due farabutti a una bocca,
postandosi sul piede destro con una mano al fianco e l'altra
appoggiata sulla canna americana.

Il vecchio furbo, con un par d'occhiali sul naso legati dietro la nuca
con una cordellina, era al pancone, nell'entrata della sua casetta,
che gli serviva anche di bottega, tutto intento a combaciare le doghe
d'un barile. Non alzò che gli occhi, e di su gli occhiali stette a
guardare i due cugini, un po' cambiato nel volto.

--In che posso servirvi, domandò finalmente in tono agrodolce, a causa
di compare Santo che aveva il vizio di cavar fuori il coltello anche
per un nonnulla.

--Favorisci, rispose il Carrarella.

Il bottaio, sempre immobile con le doghe in mano, non disse verbo:
guardò con la coda dell'occhio mastro Santo, che lo fissava con l'aria
più mafiosesca che mai, ed aspettò. Il cuore gli batteva un pochino.

--Mastro Cruciano.... riprese un momento dopo il calzolaio alzando il
capo come se si risolvesse a un tratto, vi ricordate di quel giorno
che vi fermai nello stradale per.... per farvi un certo discorso?

--Che discorso, disse il vecchio.

--Fate lo gnorri?

Mastro Cruciano non rispose.

--Mi spiegherò meglio.... Vi ricordate di quel giorno che vi fermai
nello stradale, per domandarvi in moglie vostra figlia?

li bottaio diventò livido, tanto era la bile. Ah, sangue.... avrebbe
fatto uno sproposito avrebbe fatto, se quella carogna non avesse avuto
la scaltrezza di condurre con sè il mafioso! Ma.... Flemma....
flemma.... disse fra di sè: flemma, mastro Cruciano.... Questo
giovinastro è un di quelli che amano di venir subito alle brutte anche
senz'un ombra di perchè, e tu non devi comprometterti....

E si contentò d'accennar di sì col capo.

--Vi ricordate quel che mi rispondeste?

Nuovo accenno col capo.

--Porta aperta a chi porta....

--E chi non porta parta.... Ebbene?

--Siete sempre dell'istesso parere?

--Più che mai.

--Oh! bene.... Dunque questa volta non parto.... perchè porto.

Il calzolaio avrebbe voluto godere un pochino ancora della sorpresa
che, a un tratto, lesse nel viso del vecchio; ma si teneva a fatica,
tanta era la voglia che aveva di spiattellar la cosa: sicchè seguitò
quasi subito:--Sulla casa non c'è più ipoteca, sulla vigna neppure, ho
qui vent'onze per le spese del matrimonio (e batteva nei taschini del
panciotto nuovo) a casa una quarantina d'onze, che potremo impiegare
in terre vicine al vostro fondo.

Al tintinnare dell'argento, le sopracciglia di mastro Cruciano s'erano
distese come per incanto; a queste ultime parole cambiò faccia del
tutto: i suoi occhietti grigi luccicaron di cupidigia, la sua bocca
s'aprì a un sorriso di vecchia volpe. Gli venne sulla punta della
lingua una domanda: O come avete fatto a far tutti questi danari in
così poco tempo? Ma poi pensò che non gli apparteneva d'immischiarsi
nei fatti altrui: dacchè i danari c'erano il giovine era il benvenuto:
non avrebbe sperato mai un tal partito per sua figlia.

--Dite davvero? domandò tuttavia con un resto di dubbio.

Mastro Pasquale mise il pollice nel giro del panciotto nuovo, e
rispose pavoneggiandosi:

--Vedrete non solo, ma toccherete anche con mano. Ci trovate a ridire?

--Oh, no.

--Dunque?...

--Ebbene.... se mia figlia vi vuole ancora.... questa volta troverete
la porta aperta, disse il vecchio ridendo. E posò le doghe.

--Questo è parlare approvò il cugino Santo. E messa la canna americana
sotto il braccio, cavò fuori la scatola, vi battè da un lato con le
due dita, l'aprì e offrì tabacco al bottaio.

In questa su per le scale s'udì un rapido fruscio dì sottane, e mastro
Pasquale guardò da quella parte vivamente.

Quella furbacchiotta di Carmela certo stava in ascolto.

L'indomani sera mastro Pasquale Carrarella trovava la porta aperta, e
accompagnato dal cugino Santo, entrava in casa del bottaio come
promesso della bella Carmela.

Quella notte Santo non potè dormire: dalla sposa aveva bevuto molto:
riscaldato dal vino, riscaldato dall'occhiate di fuoco, che la grossa
ragazza dava continuamente allo sposo, e dalle allusioni licenziose
del bottaio che amava di scherzare, e dai discorsi che gli aveva fatto
poi il cugino Pasquale vagando per le vie sino a notte avanzata, giurò
in cuor suo che avrebbe preso moglie anche lui.

E senza metter tempo in mezzo, entrò in caccia. Conosceva le donne il
degno compare, era persuaso che un po' di lusso non ha mica i bachi
per attirare la loro attenzione, farsi notare, ed esserne amato poi
con un po' di buona volontà. E si messe a fare sfoggi. Ordinò un
bell'abito di panno lustro.... oh, non c'era donna che doveva
resistere a quell'abito di panno lustro! si fece portare da Palermo un
cappello di feltro nero, e una cravatta di seta verde: cambiò con veri
anelli gli anelli di similoro, comprò un orologio d'argento, una
catenella d'argento, a collana, che, girando e rigirando per gli
occhielli del panciotto, andava a finire nel taschino sinistro. Ora
lui, appena uno domandasse che ora era, cavava subito fuori il piccolo
orologio d'argento, e facendo schizzar la saliva e indugiando acciò la
gente potesse avere il tempo di ammirarlo, parlava di tre e di
quattro.... Insomma era diventato proprio un bel maestro risplendente
d'oro e d'argento. Porca cagna? non li risparmiava, no, i denari del
povero don Bastiano, il galantuomo, sicchè le ragazze da marito
cominciarono a mangiarselo con gli occhi.

Ma se lo mangiava anche con gli occhi il sor maresciallo dei
carabinieri, un surnione che la sapeva lunga con que' baffacci
pendenti nel volto color di zafferano, e gli occhi di coccodrillo che
pareva volessero entrarti a forza nell'anima. E il peggio era che il
bel cacciatore di mogli non se n'accorgeva punto. Egli era troppo
occupato a dondolarsi sulla vita lungo le strade, facendo gli occhi
dolci a ogni bertuccia che vedesse alla finestra.

--Costui è stato sempre uno spiantato, un fannullone, ladro ed
attaccabrighe.... un pessimo soggetto insomma, che il mio predecessore
mi raccomandò caldamente.... Fa tutti questi sfoggi.... Vediamo. Fu
allogato nella Piana di Benfornello, almeno si dice; stette assente
una diecina di giorni.... Cosa gli potevano dare? due lire al giorno
tutt'al più.... via mettiamo tre.... doveva mangiare, eh: dunque non
ha potuto mettere da parte che una ventina di lire. Venti lire gli
dev'essere costato il solo orologio. Credito? umh, chi gli deve far
credito? Bara alle carte? no; io so che non gioca da molto tempo....
Da dove li prende dunque i danari?...

Queste cose ruminava senza posa il maresciallo, e ne perdeva il sonno
delle notti.

E una mattina svegliatosi, a mente fresca ebbe una strana idea: Che
avesse avuto parte nel sequestro Savarella?

Fu come una pulce nell'orecchio. Poteva darsi; così sì spiegava la
fonte di quella galanteria; l'amicone, del resto, era capace di questo
ed altro. Nel dubbio poi non c'era da esitare: lo si doveva arrestare,
salvo poi a rilasciarlo se fosse innocente. Ma bisognava andare
adagino nel tender la rete, e con tutta la massima oculatezza: il
malandrino doveva avere de' compagni che prenderebbero il volo senza
meno a metterli in sospetto....

E ci studiò tanto che una notte potè ammanettarlo senza farlo
strillare, senza che se ne fosse accorto neanche una mosca.

Due ore prima d'aggiornare, un contadino che passava dalla caserma;
sentì nel silenzio della notte dei gemiti cupi e cavernosi: «Ahi...
Aaahi....» poi come un rantolo: «Ooh.... m'ammazzate.»

Affrettò il passo, con i capelli irti dallo spavento.


XIII.

--_Assira vitti a Fillari!_

Mastro Pasquale, accompagnandosi con la chitarra, cominciò quel
recitativo di sua invenzione, mentre lanciava un'occhiata assassina
alla bella Carmela.

La grossa ragazza, seduta tra due amiche con le mani nelle mani di
essa, comprese, e fece il viso rosso per il piacere d'esser Filari.

La mamma, una grassona ancora appariscente che cuciva seduta vicino al
lume, alzò la faccia e sorrise al futuro genero, e dette uno sguardo
tenero alla figliola, contenta anch'essa che la sua Carmela fosse
Fillari.

Le due amiche guardavano a bocca aperta, ascoltando con grande
aspettazione. Desideravano da molto tempo di sentir cantare mastro
Pasquale di cui in paese si diceva mirabilia, e la fanciulla, per
contentarle, l'aveva pregato di venire quella sera con la chitarra.

--Quant'era bella.... quant'era sciacquata.... quant'era graziosa.....
era un fiore di qualità! seguitava Carrarella grottescamente
sdolcinato.

A un tratto si fece serio, protese il capo, e fissando sempre la
ragazza, scappò fuori con un grande accordo, e con una esplosione di
voce appassionata:

    Sugno na navi misira....

Cominciava l'aria; e l'accompagnamento si fece d'un fantastico
patetico che scosse dolcemente le donne: le dita del maestro
pizzicavano le corde con un'agilità straordinaria. Aveva il viso
paonazzo, gli occhi che pareva volessero schizzargli dall'orbite,
tanta era l'espressione che ci metteva in quell'aria.

    Sugno na navi misira,
    Ridutta senza vili;
    Vorrei di nuovofragarimi
    Pri tia donna crodili.

Carmela, benchè la parola fosse stranamente storpiata, comprese che
l'amante voleva naufragarsi per lei, e ne provò un sussulto nelle
viscere, stavano per spuntarle le lacrime. Via, non si dice a quel
modo che uno vuol naufragarsi, per poi non farlo se mai venisse il
caso!

    Vorrei di nuovofragarimi

aveva ripreso l'amante col ritornello,

    Pri tia donna crodili.

In quella s'udì un gran picchio all'uscio.

--Chi è? domandò la moglie del bottaio voltandosi.

--La forza, fu risposto, come ne' melodrammi, da una voce beffarda.

Tutti si guardarono in viso; e il promesso sposo diventò bianco come
un panno lavato. I picchi seguitavano.

--Vengo, vengo, gridò la moglie del bottaio: e si alzò, e andò ad
aprire.

Era il maresciallo con due carabinieri.

--Bravo!... bravo! disse il burlone entrando: e faceva l'atto di
battere le mani, volto al promesso sposo cui eran cadute le braccia e
la chitarra.

Voi cantate come un usignuolo! Oh, benedetto! ma io vi voglio alla
caserma, voglio che mi facciate un po' divertire i miei carabinieri
che s'annoiano maledettamente senza far nulla.... Via, perchè avete
lasciato cadere la chitarra!

Mastro Pasquale aveva compreso, e si vide perduto. Cercò di prendere
una risoluzione: la porta era guardata da due omaccioni colossali, che
avrebbero levata ogni voglia di resistenza al solo vederli con que'
baffacci alla Vittorio Emanuele; restava la finestra.... non era tanto
alta... un colpo di pistola al maresciallo e profittando dello
scompiglio che avrebbe messo la sua morte, si sarebbe potuto.... ma
era poi certo che sotto la finestra non ci fosse nessuno?...
Nell'incertezza bisognava tentare: perso per perso....

Questi pensieri passarono per la mente del maestro in men che non si
dice: egli portò macchinalmente la mano alla tasca interna della
_bonaca_. Ma il sor maresciallo, pur motteggiando, non lo lasciava con
que' suoi occhiacci da coccodrillo: s'accorse dell'atto, comprese
l'intenzione, e in un baleno gli saltò addosso come un gatto tigre, lo
ghermì per il colletto, e con l'altra mano l'ebbe presto disarmato.

--Resistenza alla forza.... diceva con i denti stretti, resistenza
alla forza! provati brutto muso di rospo.... In nome del re e della
legge sei in arresto!

E lo trascinava verso l'uscio.

Le due amiche che avevano guardata questa scena come tante statue, si
misero a strillare; la sposa credè giusto di svenire; e la mamma
dimenticando che il calzolaio gli aveva fatto gustare il piacere di
vedere la sua Carmela mutata in Fillari, lo rinnegava.

--Boia!... boia!... gli urlava dietro: m'ha assassinata una gioia di
figliola!... Signor maresciallo, noi non ne sapevamo niente che costui
fosse un birbante: Maria santissima! no, davvero....

--Sono un galantuomo! strillava intanto il ghermito, ripreso un poco
d'animo. Perchè m'arrestate! lasciatemi andare, certo ci dev'essere
sbaglio.... Volete tacere, brutta strega! (e si voltava, a far gli
occhiacci alla moglie del bottaio). Lasciatemi andare.... io sono un
galantuomo!...

--Cammina, cammina galantuomo.... rispondeva il maresciallo
trascinandolo sempre.

E giù per la scala, nell'entrata, fuori nella via, la moglie del
bottaio e le due amiche, affaccendate attorno alla grossa ragazza che
ora metteva qualche sospiro, intesero ancora questo grido:

Sono un galantuomo.... sono un galantuomo....


XIV.

L'arrestarono tutti quanti, e gli fecero la causa: chi fu condannato a
dieci anni, chi a venti, chi ai lavori forzati a vita....

Finisce sempre così a quella gente!


    FINE



    INDICE

    Padre don Giuseppe            Pag. 5
    La Vendetta                    » 189
    Proprietari e Fittaioli        » 233
    Sequestro                      » 317



Nota di trascrizione:

Sono state effettuate le seguenti correzioni


  Berlingrieri gli dette a istruire[istrure] la figliola; i Salamaria,
  di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! [coscenza]
  egli [egli egli] aspettava con impazienza la fine delle vacanze
  la sua compagnia, la sua amicizia [amizia].
  hanno il ticchio di mostrarsi[motrarsi] diversi da quel che sono!
  da vicino, buoni a mostrare i denti, a non lasciar[lasciarr]
  sole d'agosto[ogosto].
  Si bolliva nel latte? Lo zucchero[zucchiero] si metteva prima?
  vicino l'uno all'altro[all'atro] che sentivano il calore delle loro
  Quando tornarono alla villa, alla parrocchia [parocchia] sonava
  del breviario, a cena, a letto nell'insonnia[insionnia]. E
  di ciò non perdeva mai la bussola[bussula]. Fece cadere il discorso
  nella foga dell'ammirazione e della riconoscenza[riconoscienza],
  E il galantuomo[galalantuomo] solleticato dalla lode, facendo
  --Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi[guardamdomi]
  --Perchè.... perchè.... Lei mi disse che a parte dell'affare[delaffare]
  Mi son sfegatato inutilmente[inutimente] a fargli comprendere che
  cavallo, armati e incapucciati, i quali pareva andassero[andassessero]
  ragguagliando di tutto don Castrenze, s'allontanavano[allontavano]
  dichiarando ch'erano atti a sfracellare porte[parte], a rovinare
  poteva connetter[connettar] altro. Poterono infilar l'uscio
  dal dolore. Signori miei.... balbettava[balbatteva], signori miei....
  suo famoso negozio di frumento, per via del quale sarebbe[sarebbbe]
  poco il sopravvento[sapravvento], in quel modo di condursi intravvide
  avvicinammo, ci[si] parlammo: mi disse che tutte le volte
  egli era a capo, e mi pregò a trovare il modo di fargliele[fargliela]
  Morena[Moreno], e mi domandò, se quando fui arrestato in
  Difatti venne. Io, quando fui interrogato da Scandurra[Scandurre]
  anche ad alzar gli occhi[occbi] al cielo in un atteggiamento
  che possedevano[possedevono]: Masi era in galera: Vito a' Ficarazzi;
  le[le le] sue forze: e balbettando parole di tenerezza rotte
  dove era scomparsa[scomparso] la fanciulla, ma dacchè tu stai a
  Rossa c'era il cadavere d'un uomo. In piazza si formavano[forvavano]
  E facevano voti che si scoprisse il[li] reo, e lo si mandasse
  svenevoli, pretenzioso[pretenzionoso] colla sua aria di superiorità....
  sul panchetto imbottito, ricoperto[icoperto] di velluto cremisi:
  che stesse[stasse] di più a godere delle delizie della
  le mani sulle spalle, e guardandolo teneramente[temeramente];
  il fantasma[fantasmo] importuno della fanciulla di cui aveva incoraggito
  persona, con il petto tremolante sotto a' leggieri[legggieri] veli
  Il povero colonello Verrone, continuò l'Anselmi[Alselmi], dopo
  --È che lei non li conosce[conosci] que' birboni, non l'ha studiato
  quattro, e chiusa con midolla[midella] di pane. L'indirizzo fatto
  --Serafina.... chiamava sottovoce[sottove]. Serafina....
  proprio gusto[usto] a svaliggiarlo quel forestiere. Ma.... e i
  si dettero d'occhio[occio].
  presto a' nostri giorni! e dicevate di non sapere....[sapare]
  veri [vero], e si dettero la posta per i quindici del
  nella torre c'era un nascondiglio ch'e' [ch'è] sfidava
  e sin qui[si qui] _transeat_, meglio tardi che mai. Ma eccoti che
  con un tovagliolo [tovaliolo], due bicchieri, due bottiglie, una di





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I drammi de' campi - Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro." ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home