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Title: La Repubblica di Venezia e la Persia
Author: Berchet, Guglielmo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La Repubblica di Venezia e la Persia" ***

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                LA
       REPUBBLICA DI VENEZIA
               E LA
              PERSIA


                PER
         GUGLIELMO BERCHET



              TORINO
  TIPOGRAFIA G. B. PARAVIA E COMP.
               1865



  [Illustrazione: Sigillo reale (homajon) dello shàh Husein, 1696]



AVVERTIMENTO


Nell'anno 1861 il Governo di S. M. il Re d'Italia deliberò d'inviare
una missione diplomatica a S. M. il Re di Persia, e scelse per essa il
commendatore Marcello Cerruti, in allora Ministro Residente, ora
Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario. Volendosi dal
viaggio in paese, sul quale in diversi rami di scienza tuttora si
desiderano notizie meglio esatte e complete, ottenere altresì
vantaggio di studi ad incremento delle cognizioni universali, il
Governo del Re destinò pure alcuni distinti naturalisti, matematici ed
ufficiali di armi diverse ad accompagnare il commendatore Cerruti. La
spedizione italiana partì nell'aprile dell'anno 1862 per la via di
Costantinopoli, e fu di ritorno nel dicembre successivo per quella di
Pietroburgo.

Durante i preparativi della spedizione, e nel corso della medesima,
il Governo del Re più volte mi aveva fatto l'onore di chiedere il mio
avviso sulle istruzioni ad impartirsi per le utilità del commercio, e
sugli studi a preferirsi. Sottoponendo in tali argomenti le mie
opinioni, mi si presentò altresì il pensiero, che sarebbe stato utile
di cogliere questa circostanza anche per attivare ricerche negli
archivi italiani, onde illustrare la storia nazionale, mediante la
pubblicazione delle antiche relazioni diplomatiche delle repubbliche
italiane colla Persia, circa le quali non erano state finora date alle
stampe se non incomplete notizie. A questo effetto si ordinarono a
diversi archivi del regno indagini, le cui risultanze, almeno finora,
non hanno ben corrisposto alle brame. Ma era specialmente negli
archivi di Venezia che doveva ritrovarsi la massa dei documenti di
maggiore importanza, perchè già era noto che nessuno degli Stati
italiani aveva avuto così antichi e frequenti rapporti colla Persia,
quanto la repubblica di Venezia; stante l'interesse massimo della
stessa repubblica di coltivare l'amicizia di Stato potente, situato
alle spalle di Turchia, ad entrambi nemica, e per l'eccellente
ordinamento di Venezia nelle diplomatiche cose, delle quali essa fu a
tutti gli Stati maestra. E poichè vincoli d'amicizia e di stima mi
legavano al cav. dott. Guglielmo Berchet, che già aveva avuto a
studente di legge in Padova, quand'io era colà, ed egli aveva dato
prove ripetute di somma diligenza ed abilità nel raccogliere e
pubblicare documenti diplomatici esistenti nell'archivio dei Frari,
così mi rivolsi privatamente a lui, e lo pregai di voler sospendere
per qualche tempo gli altri lavori suoi sulle _Relazioni degli
Ambasciatori veneziani_, il _Commercio della repubblica_, e le _Leggi
venete monetarie_, e di favorirmi d'indagini su tale argomento pur
esso di molto interesse italiano e di onore alla sapienza della sua
nobile città. Il cav. Berchet aderì volentieri all'invito
dell'amicizia, ed al proprio desiderio di contribuire ad illustrare la
storia veneta, che è tanta parte dell'italiana, ed a nessuna delle
europee è seconda nella gloria dei fatti; ed abile ed indefesso si
pose alle ricerche, che riescirono sommamente felici. Mi ha quindi
trasmesso con lettera espressiva della sua benevolenza per me le
risultanze delle solerti sue indagini, accompagnando le copie degli
originali documenti con una elaborata memoria, la quale è molto
opportuna a seguirne la serie, ed a comprenderne la colleganza ed il
valore.

Venuto così, per merito altrui di esperienza e sapere, al possesso di
scritti, che sono fondamento e luce di una parte di storia italiana
rimasta fino al presente alquanto vaga ed oscura, parmi conveniente
di consegnare al pubblico il frutto non mio. E siccome conosco che i
lavori del Berchet sono sempre commendevoli per diligenza e perizia,
così mi astengo da qualsivoglia inserzione di frase non sua, od
esclusione di alcuna scritta da lui. Di me in questo caso veramente
può dirsi ciò che leggiamo nel sacro codice:--_Quid habes quod non
accepisti?_

Spero poi che il cav. Guglielmo Berchet mi vorrà essere cortese
d'indulgenza quanto mi fu d'amicizia, se io non volli che l'utile suo
lavoro avesse ad essere fecondo solamente di privata istruzione per
me, ma col darlo alle stampe accrebbi con esso il patrimonio delle
cognizioni comuni.

  Torino, 20 novembre 1864.

                              Comm. NEGRI CRISTOFORO.



Illustre Professore ed Amico Carissimo,


_Poichè ella, ottimo amico, rammentando i nostri antichi colloquii
sull'attuale ufficio della storia, i quali assai mi giovarono
d'istruzione e d'incoraggiamento, ed usando cortese benevolenza ai
miei studi, volle chiedermi se ne' miei lavori sulle relazioni
diplomatiche della Repubblica di Venezia, avessi raccolte alcune
memorie intorno alle cose veneto-persiane, e mi espresse il desiderio
di averne notizia; mi adoperai con ogni cura possibile per ordinare
alcuni appunti che tenevo, e per completarli con una serie di
ricerche, negli archivi di questa città, le quali riuscirono fortunate
così, che io oso sperare sia il presente lavoro degno di esserle
presentato, con animo grato alla di lei gentile fiducia._

_Io mi lusingo, che mentre gli sguardi di tutta l'Europa sono rivolti
all'Oriente, per escogitare o la sorte riservata all'impero ottomano,
dalle combinazioni della diplomazia e dal progresso della civiltà, o
la importanza vera che acquisteranno i porti del Mediterraneo, per le
nuove vie che si aprono alla navigazione e si tentano nel continente
dell'Asia; giovare potranno, come giustamente Ella, egregio
Commendatore, mi avvertiva, questi studi documentati intorno alle
relazioni diplomatiche di Venezia colla Persia, i quali gettano nuova
luce sugli intendimenti politici e sugli interessi commerciali di
quella Repubblica, che fu scudo alla civiltà contro le invasioni
turchesche, ed ebbe per gran tempo il primato nel commercio
dell'Asia._

_Fin da quando la Persia cominciò a risorgere nel secolo XV, la
Repubblica di Venezia, che dopo la conquista di Costantinopoli
intraprendeva per istituto e per necessità le lotte secolari contro la
Turchia, mirò costantemente a quella regione, e sopra di essa posò le
proprie speranze per la divisione dell'impero ottomano, che i suoi
uomini di Stato ripetevano in Senato: non potersi ottenere_, se non
mediante l'accordo dei principi cristiani colla Persia, situata alle
spalle di Turchia, e ad essa nemica per sentimento religioso e per
gelosia di dominio nell'Asia.

_I Veneziani in fatti, prestarono aiuto ai Persiani nella guerra del
1470-74 fra Mohammed e Uzunhasan, e stabilirono con quest'ultimo le
basi di una divisione dei possessi turchi; spinsero gli shàh della
Persia a conquistare il Laristan, che diede loro la chiave del golfo
Persico; li animarono ad impossessarsi dell'Asia turca, durante le
guerre di Cipro, di Candia e della Morea._

_E non soltanto a questo intendimento precipuo della politica
tradizionale della Repubblica mirò l'accordo continuamente da essa
mantenuto colla Persia, mediante una serie di missioni diplomatiche
pubbliche e secrete; ma eziandio per la tutela e svolgimento del
reciproco commercio, e per conservare o ristorare verso il
Mediterraneo il ricchissimo traffico dell'Asia interiore, che dopo la
scoperta del capo di Buona Speranza rivolgevasi a mezzogiorno._

_La preziosa raccolta dei documenti relativi alle guerre dei Veneti
nell'Asia del 1470-74, pubblicata dal chiarissimo mio amico_ ENRICO
CORNET _in Vienna nel 1856, e la celebre collezione di viaggi fatta
dal_ RAMUSIO _in Venezia nel 1559, mi offerirono le prime basi di
questo studio, che ho procurato di rendere possibilmente compiuto,
attingendo a fonti inedite accreditate ed a documenti ufficiali._

_E poichè ebbi la ventura di raccogliere un copioso numero di questi
documenti, per la maggior parte tuttora ignoti, ho potuto dare al
lavoro che Le presento quell'ampiezza, che senza sorpassare i limiti
imposti dall'argomento è dovuta alla sua importante specialità; e con
quel rigore che ora chiedesi alla storia, chiamata si può dire a
rendere ragione, con prove irrefragabili di ogni singolo fatto od
asserzione, giovare alla precisa intelligenza di quei gelosi negoziati
di Persia, che il_ FOSCARINI _lamentava non essere ben conosciuti;
nonchè della condizione del traffico veneto-persiano, e della origine
e sviluppo del sistema consolare della Repubblica che fu maestra, a
chi venne di poi, nei metodi di protezione dei propri nazionali e dei
propri interessi nell'estero, e segnatamente nell'Asia._

_Ho diviso pertanto la Memoria in due parti, cioè:_

PARTE PRIMA: Delle Relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia
e la Persia.

PARTE SECONDA: Delle Relazioni commerciali: _e questa in due sezioni_:

I. Del commercio dei Veneziani colla Persia.

II. Dei consolati veneti, negli scali del commercio persiano.

APPENDICE: Dei viaggiatori veneziani nella Persia, e delle venete
descrizioni edite ed inedite di quella regione.

_Questa Memoria precede la bella serie di 85 fra i più importanti
documenti veneto-persiani, ai quali essa si richiama; ed alcuni
disegni che eziandio valeranno ad illustrarla._

_Eccole, pregiatissimo amico, quello che ho potuto fare per
corrispondere al di lei desiderio. Questi materiali, ho la persuasione
che potranno nelle di lei abili mani, riescire di qualche importanza
agli studi storici; io quindi la prego di accoglierli coll'antica
benevolenza, e di tenerli siccome cosa sua e qual pegno del mio
affetto e della mia devozione._

  Venezia, il 30 febbraio 1864.

                              _Di Lei Egregio Professore
                              Obblig.mo Amico_
                              GUGLIELMO BERCHET.



INDICE


  PARTE PRIMA

  Delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia e la Persia.

  I.

  Risorgimento della Persia pel valore di Hasanbei,
    detto poi Uzunhasan, 1460                                 _Pag._ 1
  Rapporti di famiglia tra quel re e la repubblica
    di Venezia                                                 » _ivi_
  Relazioni politiche-internazionali dei due Stati             »     2
  Missione di Lazaro Quirini nella Persia                      »     3
  Arrivo a Venezia di Mamenatazab oratore persiano             » _ivi_
  Alleanza Veneto-Persiana contro la Turchia                   » _ivi_
  Trattative dei Veneziani col messo persiano Kasam Hasan      »     4
  Pratiche di pace colla Turchia, 1470                         »     5
  Ritorno a Venezia di Lazaro Quirini, insieme
    all'oratore persiano Mirath, 1471                          » _ivi_
  Esposizione fatta dal Quirini e dal Persiano nel
    veneto senato, risposte e deliberazioni                    »     6
  Arrivo di un messo persiano diretto a Roma                   » _ivi_
  Nomina di Caterino Zeno ambasciatore veneto al re di Persia  » _ivi_
  Commissioni date dal senato allo Zeno                        » _ivi_
  Suo arrivo in Persia ed accoglienze ivi ricevute             »     7
  Legazione persiana a Venezia. Agì Mohammed reca
    un prezioso dono alla signorìa                             »     8
  Arrivo a Venezia del medico Isaach, altro messo persiano,
    e deliberazioni del senato                                 » _ivi_
  Nomina di Giosafat Barbaro ambasciatore in Persia            »     9
  Commissioni palesi e segrete, date al Barbaro                » _ivi_
  Suo viaggio per la Persia                                    »    11
  Soccorsi ed aiuti dati al principe di Caramania              » _ivi_
  Uffici dello Zeno per spingere Uzunhasan alla guerra         »    12
  Nunzio persiano a Costantinopoli per intimare la guerra      » _ivi_
  Prime mosse dei Persiani                                     »    13
  Esposizione al veneto senato di un nuovo messo persiano      » _ivi_
  Battaglia sull'Eufrate vinta dai Persiani                    »    14
  Deliberazione del veneto senato di far assalire
    Costantinopoli                                             » _ivi_
  Vano ricorso all'imperatore ed al re d'Ungheria              » _ivi_
  Sconfitta dell'esercito persiano a Terdshan 1473             »    14
  Commissione data da Uzunhasan a Caterino Zeno                »    15
  Viaggio di ritorno dello Zeno                                » _ivi_
  Elezione di due oratori in Persia: Paolo Ognibene e
    Ambrogio Contarini                                         »    16
  Commissioni palesi e secrete date ai medesimi                »    17
  Esito della missione dello Zeno presso varii sovrani
    d'Europa                                                   »    18
  Relazione dell'ambasciata del Barbaro                        » _ivi_
  Relazione dell'Ognibene                                      »    20
  Relazione del Contarini                                      » _ivi_
  Morte di Uzunhasan e pace tra Venezia e la Turchia 1479      » _ivi_

  II.

  Spedizione nella Persia, di Giovanni Dario segretario della
    repubblica nel 1485                                        »    22
  Pratiche di alleanza introdotte tra la repubblica ed
    Ismail sufì                                                »    23
  Relazioni al senato dei successi di Ismail sufì              »    23
  Lettera del sufì al doge e monete persiane a Venezia         »    24
  Arrivo in Venezia di oratori persiani, 1508                  »    25
  Scopo ed esito della loro missione                           » _ivi_
  Spedizione al Cairo di Domenico Trevisan                     »    27
  Interesse della Repubblica nelle guerre turco-persiane       » _ivi_
  Guerra di Cipro, 1571                                        »    29
  Missione in Persia di chogia Alì con lettere a quel re       » _ivi_
  Commissione a Vincenzo Alessandri veneto legato allo
    shàh Thamasp                                               » _ivi_
  Suo viaggio in Persia, accoglienze ivi ricevute ed
    esito della sua legazione                                  »    30
  Relazione della ambasciata in Persia di Vincenzo Alessandri  »    37
  Pace della repubblica colla Turchia, 1572                    »    38
  Arrivo in Venezia di chogia Mohammed inviato persiano, 1580  » _ivi_
  Scopo ed esito della segreta missione di lui                 »    39
  Nuove lotte fra Turchi e Persiani e relazioni presentate al
    veneto senato                                              »    40

  III.

  Abbas il Grande re della Persia rinnova l'antica amicizia
    colla repubblica di Venezia                                »    41
  Ritratto di lui, letto in senato dal console
    Malipiero, 1596                                            » _ivi_
  Egli è spinto dai Veneziani a conquistare il Laristan        »    42
  Arrivo in Venezia di Efet beg oratore persiano, 1600         »    43
  Esposizione in senato di Efet beg e risposta avuta           » _ivi_
  Solenne ambasciata persiana di Fethy bei, 1603               »    44
  Esposizione in senato, doni recati, e accoglienza ricevuta   » _ivi_
  Doni fatti dalla repubblica al re persiano                   »    46
  Quadro commesso a Gabriele Caliari per memoria
    dell'ambasciata di Fethy bei                               »    47
  Arrivo in Venezia del messo persiano Chieos, 1608            » _ivi_
  Simile del chogia Seffer, 1610                               » _ivi_
  Nuova ambasciata persiana a Venezia, 1621, come accolta
    e licenziata                                               »    49
  Guerra di Candia 1645. La repubblica ricorre alla Persia     »    50
  Invio di due oratori veneti nella Persia per diverse vie     » _ivi_
  Il re di Polonia unisce un proprio legato al veneto          »    51
  Viaggio ed esito della missione veneto-polacca               » _ivi_
  Relazione presentata al senato dai due oratori veneti al
    re della Persia                                            »    52
  Pace colla Turchia                                           »    53
  Nuovi messi persiani a Venezia, 1673                         » _ivi_
  Franchigie accordate ai cristiani nella Persia per
    intercessione della veneta signoria                        »    54
  Guerra della Morea--La Repubblica tenta associarsi
    la Persia                                                  »    55
  Carattere dei rapporti internazionali veneto-persiani nel
    secolo decimo-ottavo                                       » _ivi_


  PARTE SECONDA

  Delle relazioni commerciali tra la Repubblica di Venezia
  e la Persia.

  I.

  _Del commercio dei Veneziani colla Persia._

  Commercio delle spezie delle Indie e dei prodotti dell'Asia  »    59
  Via che tenevano le merci dell'Asia, verso quali porti del
    Mediterraneo                                               » _ivi_
  Importanza del mercato di Tauris                             »    60
  Trattati dei Veneziani per facilitare il commercio
    con quella piazza                                          »    61
  Come sia stato favorito il commercio della Persia; e come
    i mercanti armeni e persiani. Leggi relative               »    62
  Mercanzie che da Venezia si importavano nella Persia         »    64
  Mercanzie che dalla Persia si esportavano per Venezia        »    66
  Leggi intorno al commercio delle sete persiane               »    67
  Decadimento del commercio dei Veneziani colla Persia         »    68
  Carovane e scali del commercio persiano                      »    70
  Relazioni ufficiali della condizione del commercio
    colla Persia                                               »    71
  Provvedimenti pubblici veneti e persiani per sostenerlo      »    73

  II.

  _Dei consolati veneti negli scali del commercio colla Persia._

  Antica istituzione dei Consolati                             »    76
  Baili e Consoli.--Loro diritti e giurisdizioni               » _ivi_
  Magistratura dei _Consoli dei mercanti_                      »    77
  Magistratura dei _Cinque Savi alla mercanzia_                » _ivi_
  Luoghi di residenza dei consoli veneti negli scali
    del commercio persiano                                     » _ivi_
  Memorie di quei consoli                                      »    78
  Magistrato del _Cottimo di Damasco_                          » _ivi_
  Relazioni consolari presentate al senato                     »    79
  Leggi relative ai consolati della Sorìa                      »    81
  Diritto consolare dei Veneziani                              »    84
  Vicende del consolato di Aleppo                              »    85


  APPENDICE

  Notizia intorno ai viaggiatori veneziani nella Persia,
    ed alle descrizioni edite ed inedite di quella regione     »    89


  DOCUMENTI

  PARTE PRIMA

  I.

  I. Dell'origine di Assanbei sive Ussun Cassan,
    breve notatione                                            »    97
  II. Deliberazione del veneto senato, 2 dicembre 1463         »   102
  III. Deliberazione del senato, 15 febbraio 1464              »   104
  IV. Deliberazione del senato, 26 settembre 1464, e lettera
    ducale ad Uzunhasan di Persia                              »   105
  V. Lettera ducale ad Uzunhasan, 27 febbraio 1466             »   106
  VI. Commissione data a Caterino Zeno ambasciatore veneto in
    Persia, 1471 18 maggio                                     »   108
  VII. Altra commissione allo stesso, 1471 10 settembre        »   111
  VIII. Credenziale del medico Isaach messo persiano
    a Venezia, 1472                                            »   114
  IX. Commissione data a Giosafat Barbaro ambasciatore
    veneto in Persia, 28 gennaio 1473                          »   116
  X. Commissione segreta allo stesso, 11 febbraio 1473         »   125
  XI. Relazione al veneto senato di Caterino Zeno
    ambasciatore in Persia, 27 luglio 1473                     »   130
  XII. Relazione della battaglia di Terdshan, 18 agosto, 1473  »   135
  XIII. Lettera d'Uzunhasan alla veneta signorìa,
    16 ottobre 1473                                            »   137
  XIV. Commissione data ad Ambrogio Contarini ambasciatore
    veneto in Persia, 11 febbraio 1474                         »   139
  XV. Commissione secreta allo stesso, 11 febbraio 1474        »   145
  XVI. Altri punti secreti allo stesso, 11 febbraio 1474       »   148

  II.

  XVII. Dispaccio 10 luglio 1485 di Giovanni Dario spedito in
    Persia dal bailo veneto a Costantinopoli                   »   150
  XVIII. Altro dispaccio dello stesso, 11 luglio 1485          »   152
  XIX. Relazione al senato fatta da Costantino Lascari
    spedito in Caramania ed in Persia, 14 ottobre 1502         »   153
  XX. Altra deposizione dello stesso, 16 ottobre 1502          »   156
  XXI. Lettera del sufì Ismail al doge Leonardo Loredano,
    gennaio 1505                                               »   158
  XXII. Lettera ducale al re di Persia, 27 ottobre 1570        » _ivi_
  XXIII. Commissione data a Vincenzo di Alessandri veneto
    oratore in Persia, 30 ottobre 1570                         »   160
  XXIV. Lettera ducale al re di Persia, 30 ottobre, 1570       »   162
  XXV. Dispaccio 25 luglio 1572 del segretario Alessandri      »   163
  XXVI. Relazione letta in senato da Vincenzo Alessandri
    nel 1574                                                   »   167
  XXVII. Lettera dello shàh di Persia Mohammed Kodabend alla
    repubblica di Venezia, 1º maggio 1580                      »   182
  XXVIII. Relazione segreta fatta dal chogia Mohammed oratore
    persiano a Venezia, 1º maggio 1580                         »   183

  III.

  XXIX. Atto verbale della presentazione nell'Ecc. Collegio
    dell'oratore persiano Efet beg, 8 giugno 1600              »   192
  XXX. Lettera dello shàh Abbas il Grande al doge di Venezia,
    ricevuta 18 giugno 1600                                    »   193
  XXXI. Lettera ducale al re della Persia, giugno 1600         »   195
  XXXII. Lettera di Abbas il Grande alla repubblica,
    5 marzo 1603                                               »   196
  XXXIII. Nota dei doni recati a Venezia dall'oratore
    persiano Fethy bei, marzo 1603                             »   197
  XXXIV. Deliberazione del senato, 6 marzo 1603                »   198
  XXXV. Lettera ducale al re di Persia, 2 settembre 1603       »   199
  XXXVI. Lettera dello shàh, recata al doge dall'armeno
    Chiéos, 1607                                               »   200
  XXXVII. Dispaccio 2 settembre 1609 del console veneto
    nella Soria, F. Sagredo                                    »   201
  XXXVIII. Atto verbale della presentazione in collegio
    del messo persiano Seffer, 30 gennaio 1610                 »   203
  XXXIX. Lettera alla veneta signorìa dello shàh Abbas
    il Grande ricevuta nel gennaio 1610                        »   207
  XL. Ricevuta delle robe di Fethy bei fatta dal chogia Seffer »   208
  XLI. Lettera ducale al re di Persia, 30 gennaio 1610         »   209
  XLII. Lettera del re di Persia, recata al doge dagli oratori
    Alredin e Sassuar, 1 marzo 1613                            »   210
  XLIII. Atto verbale della presentazione in collegio del messo
    persiano Sassuar, 1º febbraio 1621                         »   212
  XLIV. Lettera del re di Persia alla signorìa,
    1º febbraio 1621                                           »   214
  XLV. Deliberazione del senato, 4 febbraio 1621               »   215
  XLVI. Rapporto di Domenico Santi, inviato dai Principi
    cristiani nella Persia, 26 giugno 1645                     » _ivi_
  XLVII. Lettera ducale al re della Persia, 2 decembre 1645    »   216
  XLVIII. Simile, 17 luglio 1646                               »   217
  XLIX. Lettera del re di Persia, ricevuta il 28 marzo 1649    »   218
  L. Relazione della Persia presentata nell'Ecc. Collegio dal
    padre Antonio di Fiandra, veneto legato, allo shàh Abbas
    II, 28 marzo 1649                                          » _ivi_
  LI. Relazione spedita al senato da Domenico Santi messo in
    Persia, 29 marzo 1649                                      »   225
  LII. Lettera ducale al re di Persia, 22 gennaio 1661         »   229
  LIII. Offerta dell'arcivescovo armeno Aranchies di trattare
    la lega fra la repubblica e la Persia, 10 giugno 1662      »   230
  LIV. Lettera ducale al re di Persia, 10 giugno 1662          »   231
  LV. Rapporto al senato, intorno alcuni padri domenicani
    venuti a Venezia con incarichi dello shàh di Persia,
    19 luglio 1673                                             » _ivi_
  LVI. Lettera dell'Arcivescovo di Nashirvan alla signoria,
    19 luglio 1673                                             »   232
  LVII. Lettera del re di Persia alla repubblica,
    19 luglio 1673                                             »   234
  LVIII. Relazione al senato intorno ad un colloquio secreto,
    tenuto coi messi persiani 19 luglio 1673                   »   236
  LIX. Ducale al re della Persia, 22 luglio 1673               »   239
  LX. Idem, 4 giugno 1695                                      »   241
  LXI. Lettera dello shàh Abbas al doge di Venezia, ricevuta
    il 5 settembre 1669                                        »   242
  LXII. Ducale al re di Persia, 29 dicembre 1663               »   243
  LXIII. Istanza dell'arcivescovo Aranchieli, 18 luglio 1669   »   244
  LXIV. Litera ducalis ad Persarum regem, 20 julii 1669        »   245
  LXV. Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier,
    1696                                                       »   246
  LXVI. Lettera ducale al re di Persia, 15 marzo 1697          »   247
  LXVII. Simile, 23 dicembre 1718                              » _ivi_

  PARTE SECONDA

  I.

  LXVIII. Relazione ai _Savj alla Mercanzia_, intorno le
    spese che occorrono sopra le merci, che si distaccano da
    Venetia, per giungere in Astrakan, attraversando la Persia »   248
  LXIX. Lettera del re di Persia al nobiluomo G. F. Sagredo,
    1609                                                       »   252
  LXX. Simile, 1610                                            »   253
  LXXI. Simile, 1611                                           »   254
  LXXII. Manifesto del re di Persia alla onorata turba dei
    mercanti venetiani, 1611                                   »   255
  LXXIII. Lettera del re di Persia alla repubblica di
    Venezia, 1611                                              »   256
  LXXIV. Lettera dello shàh al nobiluomo Alvise Sagredo,
    1627 settembre                                             »   257
  LXXV. Ducale al re della Persia, 13 marzo 1629               »   259

  II.

  LXXVI. Deliberazione del senato, 7 dicembre 1548             »   260
  LXXVII. Istanza di Andrea Benedetti ai Cinque Savi alla
    mercanzia                                                  »   261
  LXXVIII. Scrittura dei Cinque Savi al senato,
    23 dicembre 1762                                           »   264
  LXXIX. Decreto del senato, 29 dicembre 1762                  »   268

  APPENDICE

  LXXX. Lettera di ser Donato da Leze a Zuan Caroldo, con una
    descrizione della Persia, 14 settembre 1514                »   269
  LXXXI. Simile, 7 ottobre 1514                                »   273
  LXXXII. Simile, 2 novembre 1514                              »   275
  LXXXIII. Relazione della Persia, di Teodoro Balbi, 1570      »   276
  LXXXIV. Relazione della Persia, 1586                         »   290
  LXXXV. Relazione per li viaggi di Persia, 1673               »   293


  TAVOLE

  Sigillo reale (homajon) dello shàh Husein, 1694              »     1
  Coppa donata da Uzunhasan alla veneta signorìa, 1470         »     8
  Quadro dipinto da Gabriele Caliari, per ricordare
    l'ambasciata persiana a Venezia del 1603                   »    47
  Lettera dello shàh Abbas il Grande, 22 gennaio 1610          »    48
  Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier, 1696     »    55



LA REPUBBLICA DI VENEZIA E LA PERSIA



PARTE I.

Delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia e la Persia.


I.

Scomparso quasi il nome della Persia, durante il periodo dei califfati
(anno 652-1258), soggiogata e divisa quella regione dagli Arabi, dai
Mongoli, dai Tartari e dai Turcomanni, cominciò soltanto nel secolo XV
a risorgere pel valore di Uzunhasan, il quale potè far rivivere col
nome persiano le gloriose tradizioni degli Acmenidi e dei Sassanidi.

Nelle lotte delle due fazioni turcomanne, dell'ariete nero
(_Karakojunlu_) e dell'ariete bianco (_Akkojunlu_), Hasanbei, detto
poi Uzunhasan (il lungo), capo di quest'ultima, rimanendo vincitore,
occupò gli stati e le castella di alcuni potenti signori suoi vicini.
E mossosi, di poco varcata la metà del secolo XV, contro Gihan shàh,
sovrano dell'ariete nero, lo vinse nelle campagne di Erzengian;
quindi, sconfitto Ebusaid signore dell'Azerbeigian, si impadronì di
tutta la Persia, fra questi confini: a levante l'Indo e la Tartaria, a
ponente la Georgia, Trebisonda, la Caramania, la Siria e l'Armenia
minore, a mezzogiorno l'Arabia ed il mare dell'India, a tramontana il
monte di Bakù[1].

Uzunhasan sposò la despina Teodora, figlia di Giovanni imperatore di
Trebisonda, il quale gliela accordò per consorte colla condizione che
ella continuasse a vivere nella religione greca [Documento I].

Quest'imperatore, seguendo l'esempio di altri deboli sovrani
trapezuntini, che, disposando le proprie figlie a principi barbari, si
assicuravano la loro protezione, credette con tale unione, e
coll'alleanza conchiusa col nuovo signore della Persia, di difendere
il proprio trono dalla potenza minacciosa di Mohammed, il quale, dopo
la conquista di Costantinopoli, voleva impadronirsi di quegli ibridi
imperi greci, che erano sorti dalle rovine di Bisanzio.

L'imperatore Giovanni diede in isposa l'altra sua figlia, sorella
della despina di Persia, al duca dell'Arcipelago Nicolò Crespo, da cui
nacquero quattro figliuole maritate con altrettanti gentiluomini
veneziani, cioè:

Fiorenza con Marco Cornaro[2].

Lucrezia con un Priuli.

Valenza con Giovanni Loredano, e

Violante con Caterino Zeno[3].

Ecco relazioni di famiglia, che, oltre agli interessi politici
internazionali, avvicinarono la signorìa di Venezia alla Persia. E
questi ultimi erano della massima importanza.

Il grande _signore di due mari e di due parti di mondo_, titolo che
Mohammed si diede dopo la presa di Costantinopoli, non sazio di nuove
conquiste, mirava ad estendere i confini del suo impero a danno dei
principi suoi vicini. Tra questi, i più potenti erano dalla parte
dell'Europa: Venezia, che offeriva alla civiltà l'antemurale dei suoi
possedimenti in levante; dalla parte dell'Asia, il nuovo monarca
persiano. Venezia quindi e la Persia dovevano porsi d'accordo contro
il comune naturale nemico, dacchè la Provvidenza destinava
principalmente questi due stati a frenare l'ambizione di lui in
occidente ed in oriente.

La conquista dell'impero di Trebisonda, fatta da Mohammed nell'anno
1461; la guerra mossa ai Veneziani nella primavera del 1463, che
cominciò coll'improvviso assalto di Argo; e le spedizioni contro i
principi di Caramania, protetti da Uzunhasan, porsero occasione al
sire persiano ed alla repubblica di Venezia di apprestare d'accordo le
armi contro il comune nemico.

A' 2 di dicembre 1463 il veneto senato ordinava ad Andrea Cornaro di
offerire al principe di Caramania Pir Ahmed, e ad Uzunhasan proposta
di lega, commettendogli di spedire a questo fine Lazaro Quirini nella
Persia, qualora egli in persona non avesse potuto recarsi colà[4].

Contemporaneamente vincevasi in senato la _parte_ di mandare
ambasciatori, Nicolò Canal in Francia, Marco Donà al duca di Borgogna,
altri ai re di Sicilia e di Portogallo; e di scrivere ai re d'Ungheria
e di Boemia, per invitarli a concorrere nella lega contro il Turco[5],
della quale il pontefice erasi dichiarato capo e banditore.

Andrea Cornaro conchiuse l'alleanza col principe Caramano [Documento
III]; e mentre Lazaro Quirini s'incamminava per la Persia, arrivò in
Venezia a' 13 di marzo 1464, per la via di Aleppo e di Rodi,
Mamenatazab ambasciatore di Uzunhasan[6].

Espose quegli in senato: «che era spedito dal suo signore per bene
intendersi contro i Turchi; che egli prometteva di mettere in campo
nella prossima primavera un esercito di 60,000 cavalli; che l'albero
grosso sta pur forte contro i venti, tamen se un piccolo verme entra a
rodere il tronco da basso, lo riduce così, che il vento facilmente lo
atterra; e Uzunhasan sarà quel verme che roderà questo grand'albero, e
mai conchiuderà pace colla Turchia senza partecipazione della veneta
repubblica, purchè anch'essa dal proprio canto ciò prometta; avendo
essa intenzione di muovere sulle rive dello stretto verso Gallipoli,
affinchè la veneta armata potesse inoltrarsi fino a Costantinopoli».

Questo oratore persiano fu assai bene accolto dal senato, che
ordinava, ai 26 di settembre 1464, gli fosse data pel suo re una
lettera ducale, colla quale accettando la proposta lega, lo si
rendesse avvertito della cooperazione certa del pontefice, del duca di
Borgogna e del re di Sicilia, e della guerra sussistente fra i Turchi
ed il re d'Ungheria; e animandolo a muovere gagliardamente contro
l'Ottomano lo si assicurasse che ogni acquisto nella terra ferma la
repubblica lo riterrebbe interamente di lui [Documento IV].

Convenivasi poi a voce con Mamenatazab, che ove col concorso della
veneta armata si acquistassero coste o porti di mare, questi
resterebbero della repubblica[7]: la quale più che lontani possessi
mirava ad ottenere punti strategici od interessanti al commercio; e
secondo la frase del Dandolo _volle i popoli piuttosto amici che
sudditi, e scali al suo traffico, anzichè ampii dominii, ma sempre
libero il mare_.

L'oratore persiano partì da Venezia colle galere di Beiruth, assai
soddisfatto e regalato, portando seco oltre alla predetta lettera
ducale, braccia venti di panno d'oro da offerirsi in nome della veneta
signorìa a Uzunhasan. Ed arrivato a Rodi, il capitano generale da mar,
Mocenigo, gli fece vedere in ordinanza la veneta armata, assicurandolo
che l'avrebbe impiegata in servizio, e per secondare i disegni e le
imprese magnanime del suo re[8].

Nell'anno seguente arrivò a Venezia un altro messo persiano chiamato
Kasam-Hasan, con lettere di Uzunhasan, le quali attestavano la sua
pronta disposizione a far la guerra ed eccitavano la repubblica, e per
di lei mezzo i principi cristiani, a muovere di comune accordo le
armi.

Il senato rispose ai 27 febbraio 1466 [Documento V] confermando la
deliberata volontà sua di continuare gagliardamente la lotta, e
partecipando le conchiuse leghe e le speranze che tenevansi:
quantunque per la morte di Pio II, e per le gelosie dei principi
cristiani verso la repubblica veneta, che trovavasi all'apogèo della
sua potenza pei nuovi acquisti, fosse di assai minorata la energìa
colla quale davasi dapprima opera a tal lega contro la prepotenza
ottomana.

Scriveva in fatti il senato ai proprii oratori a Roma....... «Et
propterea omni studio et efficatia querite, ut ad conclusionem
deveniatur, et Sanctitas Sua si quid in effectum collatura est, non
amplius promittat sed conferat, hoc idem faciant caeteri et omnes
recidite conventus, omnes collationes non solum dedecorosas, sed etiam
detrimentosas, quum dum hujusmodi collationibus et consultationibus,
tempus territur, Hannibal Saguntum oppugnat[9]».

Dopo la presa di Negroponte[10], dubitando Mohammed, che per questa
nuova ed importante sua conquista, i principi europei si decidessero,
nel pericolo comune, ad accorrere efficacemente in soccorso della
repubblica, mandò a Venezia proposizioni di pace, per mezzo della
propria matrigna sorella del despota Zorzi di Servia; laonde il
senato, che da qualche tempo mancava di ogni notizia delle mosse e dei
progressi di Uzunhasan, commise a Nicolò Cocco ed a Francesco Cappello
di proporre destramente all'imperatore la restituzione di Negroponte,
verso il pagamento di una somma che avevano facoltà di portare fino a
ducati d'oro 250,000 da soddisfarsi per rate in 5 anni, rimanendo però
alla repubblica tutte le isole che allora teneva[11]; ma tali furono
le pretensioni di Mohammed, che ogni trattativa fu dai Veneziani
disdegnosamente respinta.

Mentre duravano queste pratiche di accomodamento, arrivò dalla Persia
in Venezia nel febbraio 1471 Lazaro Quirini, insieme ad un oratore
persiano chiamato Mirath[12], il quale era latore di una lettera del
suo re[13], che annunciava le vittorie da esso riportate sopra varii
principi suoi confinanti, e la sua intenzione di muovere contro la
Turchia col concorso della veneta armata.

Il serenissimo principe rispose nel giorno 7 di marzo all'oratore
persiano: che si sentivano con gioia le notizie del suo re, e si
teneva assai cara la sua amicizia dalla repubblica, sempre disposta ad
assisterlo. E «per confermare in perpetuo quell'amicizia e stringerla
maggiormente» il senato deliberava nello stesso giorno: di mandare un
solenne ambasciatore in Persia, eletto fra i nobili, con stipendio di
ducati mille, incaricandolo di portarsi colà, insieme all'oratore
persiano Mirath, un notaio ducale e cinque famigliari. La _parte_ fu
presa in Pregadi con 148 voti affermativi contro 2 negativi; e furono
eletti dapprima ser Francesco Michele, poi ser Giacomo Medin che
rifiutarono, finalmente Caterino Zeno il quale accettò[14].

Frattanto arrivava pure in Venezia un altro legato di Uzunhasan, il
quale, passato il mar Nero da Trebisonda a Moncastro[15] e venuto per
la via di Polonia insieme ad un ambasciatore di quel re, dirigevasi al
sommo pontefice per sollecitare col suo mezzo il concorso dei principi
cristiani. Il senato gli rispose opportunamente «conforti per conforti
et offerte per offerte» e lo accompagnò con lettera di raccomandazione
all'oratore veneto in Roma, dove fu vestito ed accarezzato dal
pontefice, e rimandato in Persia con un legato papale, frate di S.
Francesco[16].

Caterino, figliuolo di Dracone Zeno[17], essendo stato molti anni col
padre in Damasco, e qual nipote della despina moglie di Uzunhasan, si
giudicò potesse servir bene e con profitto la patria in questa
ambasceria al sovrano della Persia.

Ai 18 di maggio 1471 fu allo Zeno rilasciata dal senato la commissione
[Documento VI]; ma dietro proposta del savio agli ordini Pietro
Donato, fu differita la di lui spedizione, fino all'arrivo da
Costantinopoli di precise notizie sulle incamminate trattative di
pace.

Le quali, poichè furono di manifesta e decisa rottura, il senato dava
allo Zeno una seconda commissione a' 10 settembre 1471 [Documento
VII].

Con queste due commissioni veniva incaricato lo Zeno di andare in
Persia, per la via di Cipro e di Caramania, insieme al legato Mirath,
e di mostrare a quel re il contento della repubblica per la sua
potenza, e la perfetta sua disposizione di concorrere coll'armata
navale in pieno accordo e lega con lui. Doveva pure lo Zeno
giustificare le incamminate trattative di pace, accolte dietro domanda
del Turco e in mancanza di ogni notizia dalla Persia, ma con lieto
animo opportunamente a tempo reiette. Gli fu ordinato di portar seco
un dono di panni d'oro da presentarsi ad Uzunhasan, e di visitare la
regina, nonchè il signore di Caramania ed il re di Georgia. Finalmente
egli ebbe incarico di rilevare e descrivere tutte quelle minute
informazioni che potesse avere: della potenza del re di Persia, della
sua età, valore, stato, confini, vicinanze, redditi, esercito; nonchè
della sua disposizione e volontà nella guerra contro la Porta, e di
tutte le altre cose che egli riputasse degne di essere conosciute.

Con questi ordini pertanto Caterino Zeno partitosi da Venezia, passò a
Rodi pochi mesi, e di là, entrato nel paese del Caramano, pervenne
dopo molto travaglio in Persia. Ed annunciato il suo arrivo, fu egli
da quel re ricevuto con grandi dimostrazioni di onore, quale
ambasciatore di una repubblica potente e confederata; e avendo poi
chiesto di presentarsi alla regina, ne ebbe per grazia speciale il
permesso, cosa insolita a concedersi a qualsiasi persona, dacchè non
era costume in Persia che le donne, e particolarmente le regine, si
lasciassero vedere.

Laonde condotto lo Zeno innanzi alla despina Teodora, e datale notizia
di sè, fu accolto e ricevuto come caro nipote, fu alloggiato nel reale
palazzo, e presentato ogni giorno (cosa riputata di molto onore) delle
stesse vivande della real mensa. Ed udita più particolarmente la
cagione della sua venuta, la regina gli promise ogni aiuto e favore,
riputandosi parente della signorìa di Venezia; e di fatto ella
contribuì efficacemente ad indurre Uzunhasan a muovere le armi contro
Mohammed[18].

Scriveva quindi lo Zeno il 30 di maggio 1472[19] al capitano generale
Pietro Mocenigo, essere egli arrivato in Tauris al 30 aprile, aver
trovata la più liberale accoglienza dal re e dalla regina, e la
migliore disposizione di muovere nella Caramania e verso le coste
contro gli Ottomani. E pregava il capitano generale di accordare
passaggio ad un nuovo legato persiano, che Uzunhasan spediva a
Venezia.

Giunse in fatti, alla fine di agosto, in Venezia l'oratore agì
Mohammed, per chiedere alla repubblica soccorso di artiglierie, delle
quali mancava il campo persiano.

Questo oratore recava alla signorìa un preziosissimo dono, che tuttora
si conserva fra gli stupendi cimeli del tesoro di S. Marco. Esso
consiste in un catino ricavato in una sola turchese di smisurata
grandezza, avente il diametro delle celebri colonnette della
cattedrale di Siviglia (m. 0,228). Sulla superficie esteriore stanno
intagliate cinque lepri, e nel fondo le parole _bar allah_,
interpretate dal Montfaucon _opifex Deus_, avvegnachè opera sì
straordinaria e preziosa debba riputarsi divina. Il catino è
contornato da una doppia legatura, entro e fuori, d'oro finamente
cesellato e guernito di cinquanta gemme. Il Montfaucon dichiara che
nessun altro cimelio gli ha destato maggior meraviglia, così pure il
Cicognara; ma lo Zanotto ed il Durand dubitano, e forse a ragione, che
il catino sia invece di pasta vitrea, la cui arte era perfettissima in
Persia, d'onde si diffuse per la civile Europa[20].

  [Illustrazione: Coppa donata da Uzunhasan alla veneta signorìa, 1470]

Pochi giorni prima di agì Mohammed arrivava per la via di Caffa un
altro messo persiano [Documento VIII], «spagnuolo di nascita e di fede
ebreo» il quale confermava che il suo signore era in viaggio con un
potentissimo esercito, e risoluto di non ritirarsi dall'Asia minore
senza aver prima debellato il Turco. Questo messo fu consigliato di
presentarsi al re Ferdinando di Napoli ed al pontefice. Dai quali
ottenne buone parole e scarse promesse. A Roma fu con due famigliari
battezzato da papa Sisto, che gli pose il suo nome, e lo regalò di
molti doni.

In seguito alla domanda di agì Mohammed, deliberavasi in senato la
lettera ducale 25 settembre 1472 al re della Persia[21] per
assicurarlo, che gli sarebbero spedite le chieste artiglierie, e che
ordinavasi al capitano generale da mar di porsi intieramente colla
veneta armata a di lui disposizione.

In questo senso scriveasi pure il 27 settembre allo Zeno, che ai 5 del
successivo gennaio 1473[22] si rendeva avvertito del licenziamento di
un nuovo oratore turco, venuto per ricercare la pace, mentre il senato
non voleva conchiuderla se non d'accordo col re persiano,
incaricandolo di annunziare ad Uzunhasan il prossimo arrivo delle
chieste artiglierie, condotte da uno speciale ambasciatore.

Nel medesimo giorno in fatti il senato eleggeva oratore in Persia,
collo stipendio di 1800 ducati all'anno, e coll'accompagnamento di
dieci persone, Giosafat Barbaro, il quale per essere stato console
veneto alla Tana e governatore in Scutari, conosceva perfettamente le
lingue orientali[23].

E deliberava nella successiva tornata delli 11 gennaio[24] che si
mandassero al re di Persia sei bombarde grosse, dieci di mezza
grandezza e trentasei minori. Erano le bombarde una specie di mortaio
in forma di tromba, nella cui bocca poneasi in luogo di palla una gran
pietra. Inoltre 500 spingarde, specie di grande balestre, schioppetti
e polveri quanti più se ne potessero raccogliere, pali di ferro 300,
zappe 3000, badili 4000, e finalmente un regalo di panni pel valore di
diecimila ducati.

Nella relazione del suo viaggio in Persia, pubblicata dal Ramusio, il
Barbaro narra che partì da Venezia insieme ad agì Mohammed con due
galere sottili, seguite da due grosse, cariche di bombarde, spingarde,
schioppetti, polveri, carri e ferramenta pel valore di 4000 ducati, e
con 200 schioppettieri e balestieri, comandati da quattro contestabili
e da un governatore che era Tommaso da Imola; e che li doni per
Uzunhasan consistettero in lavori e vasi d'argento del valore di
ducati 3000, in panni d'oro e di seta del valore di ducali 2500, e in
panni di lana di color scarlatto ed altri fini del valore di ducati
3000.

E successivamente colle _parti_ 5 novembre, 21 dicembre 1473 e 22
gennaio 1474, il senato ordinava di assoldare Antonio di Brabante
bombardiere, e di mandarlo ad Uzunhasan insieme ad altri 500
schioppetti e 100 spingarde. Marino Contarini fu incaricato di fare
questi nuovi acquisti; ed il capitano generale da mar, di farli
giungere nella Persia[25].

Le commissioni a Giosafat Barbaro furono due: una palese, data il 28
gennaio 1473 [Documento IX], l'altra segreta l'11 febbraio seguente
[Documento X].

Colla prima ordinavasi al Barbaro di andare oratore solenne per la
repubblica in Persia, insieme al legato persiano agì Mohammed ed agli
ambasciatori del sommo pontefice e del re di Sicilia, allo scopo di
confermare ed animare vieppiù Uzunhasan nell'impresa contro i Turchi,
e di recargli le chieste armi e le genti.

Cammin facendo egli doveva eccitare il capitano generale Mocenigo a
fatti importanti nella nuova stagione, visitare il re e la regina di
Cipro, procurando di indurli ad unire la loro flotta, e finalmente
maneggiarsi per lo stesso fine coi cavalieri di Rodi.

Il veneto oratore dovea presentarsi al re di Persia insieme a Caterino
Zeno, «per rendere più cospicua e solenne la ambasceria; ed esporgli,
che la repubblica da dieci anni era in guerra col Turco deliberata di
sostenerla e proseguirla d'accordo colla Persia sino all'ultimo
eccidio del comune nemico; che aveva rifiutata ogni proposizione di
pace; che l'armata veneta e la collegata aveano già infestate le
marine dell'Anatolia, ed erano pronte a nuove e più importanti
imprese nella prossima primavera; e finalmente che egli portava seco
le chieste artiglierie e gli uomini capaci d'instruire in quell'arma
il suo esercito».

Le cose espresse nella detta commissione, ebbe il Barbaro
autorizzazione di comunicare agli ambasciatori del papa e del re
Ferdinando che lo accompagnavano, ma non quelle contenute nella
commissione segreta che gli fu data l'11 febbraio 1473.

Questa portava le istruzioni particolari, nel caso che ad onta degli
sforzi del veneto oratore, per animarlo alla guerra, il re persiano
inclinato avesse alla pace:

«Essere intenzione della repubblica di non venire mai a pace col
Turco, se non qualora quegli acconsenta di rinunciare in favore della
Persia tutta l'Anatolia che è viscere della sua potenza, e le terre al
di là dello stretto, con tutta la ripa opposta alla Grecia, ed il
castello dei Dardanelli, ed inoltre si obblighi a mai più fabbricare
alcun altro castello lungo quella spiaggia, onde possano i Veneziani
aver libero il mar Nero e ristorarvi gli antichi traffici e commerci».

Se poi la conclusione della pace avvenisse da parte di Uzunhasan,
doveva il Barbaro impegnarlo ad includervi la repubblica, procurando
di farle restituire la Morea, Metelino, Negroponte, od almeno
Negroponte ed Argo.

Con queste commissioni pertanto Giosafat Barbaro partì da Venezia a'
18 di febbraio 1473, e per Zara, Lesina, Corfù, Modone e Rodi giunse a
Famagosta il 29 di marzo[26]. Ma quantunque alla repubblica assai
importasse il sollecito suo viaggio in Persia, egli dovette fermarsi
circa un anno nell'isola di Cipro, essendo tutte le coste occupate
dagli Ottomani.

Quivi egli diede prove di carattere saldo e di valentìa negli affari
di stato, mantenendo in fede il Lusignano, che per ambizione di regno
era più tenero degli infedeli che dei cristiani, e provvedendo col
generale Mocenigo in aiuto del principe di Caramania.

Il quale, alleatosi alla repubblica fin dal 1464, avendo chiesto a
Giosafat Barbaro, che trovavasi in Cipro, soccorso per ricuperare i
castelli di Sighin, Kurku e Selefke, intorno ai quali stava il suo
campo, ebbe dal Barbaro e dal Mocenigo la chiesta assistenza;
perocchè, portatisi colla veneta armata alle marine, essi presero a
viva forza Sighin ed ottennero a patti gli altri due castelli, che il
Mocenigo[27] consegnò a Kasim beg fratello del Caramano, il quale
ringraziatolo del possente aiuto, lo regalò di un leopardo e di un
superbo destriero tutto addobbato con fornimenti d'argento[28].

Intanto Caterino Zeno non si stancava di eccitare la regina di Persia
perchè persuadesse il marito a muovere la guerra a Mohammed, acerrimo
nemico in particolare di lei, a cui avea fatta perire tutta la
famiglia; per le quali persuasioni Uzunhasan, che era di già
infiammato ad abbassare la potenza ottomana e ad innalzare la propria,
scrisse al signore dei Georgiani che rompesse da quel lato la
guerra[29], e mandò un oratore a Costantinopoli per chiedere
Trebisonda ed i luoghi usurpati.

Questo oratore presentò al sultano, secondo il costume orientale, una
mazza ed un sacco di miglio, per dimostrargli che il re della Persia
avrebbe armato esercito potente e numerosissimo; ma il padishàh lo
licenziava facendogli vedere a mangiare da poche galline quel miglio,
e dicendogli: «Così i miei giannizzeri faranno cogli uomini del tuo
signore, che sono soliti a guardar capre e non a guerreggiare[30]».

Allora Uzunhasan rivolse ogni sua cura a raccogliere genti ed armi, e
mandò notizia a Venezia della sua mossa, animando la repubblica a fare
altrettanto dalla sua parte; con lettera recata da Sebastiano dei
Crosecchieri cappellano di Caterino Zeno, nell'ottobre 1472[31].

Ai 15 di dicembre[32] lo Zeno partecipava le prime vittorie di
Uzunhasan, che uditi i fatti della veneta armata sulle coste della
Caramania, ancorchè non gli fossero ancora pervenuti i domandati
sussidii, avea dato ordine di guerra, per nulla temendo i rigori della
stagione e la mancanza di artiglierie.

Il veneto oratore seguì l'esercito persiano, e lo passò in rassegna
prima che entrasse in campagna. Narra lo Zeno nella sua lettera del 9
ottobre 1472[33] che quello era composto di 100 mila cavalli, armati
in parte alla maniera che usavasi in Italia, e in parte coperti da
fortissimi cuoi atti a resistere ai grandi colpi. Gli uomini erano
vestiti parte con corazzine dorate e maglie, e parte in seta. Aveano
rotelle in luogo di scudi, e scimitarre.

Mentre l'esercito persiano dopo le prime vittorie attese nel verno a
ristorarsi, Uzunhasan spedì un nuovo oratore a Venezia, il quale vi
giunse per la via di Cipro nel mese di febbraio 1473, e recò la
notizia della presa di Malatiah all'ovest dell'Eufrate, e dell'assedio
di Bir[34].

Il serenissimo principe accolse il legato persiano con amorevolezza;
si congratulò seco delle vittorie ottenute, esprimendo fiducia che il
Barbaro si sarebbe recato quanto prima nella Persia colle bombarde, le
spingarde, e coi maestri di artiglieria, spediti da quasi un anno. Ed
egualmente scriveva ad Uzunhasan il 15 di febbraio[35], annunziandogli
la venuta del Barbaro con efficaci sussidii, e l'ordine dato alla
veneta armata di attaccare le coste, tostochè il di lui esercito si
fosse a quelle avvicinato. Il Barbaro poi lo avvertiva da Colchos l'8
di giugno[36] di essere con potentissima armata e cogli ambasciatori
del papa e del re Ferdinando ed agì Mohammed a di lui disposizione, e
pronto ad attaccare la stessa Costantinopoli.

Queste lettere empierono di allegrezza e di speranze Uzunhasan, il
quale ne fece bandire la nuova per tutto l'esercito, e salutare a
suon di trombette e zambalare il nome veneziano [Documento XI].

I Turchi, fatto anch'essi il maggior sforzo, si avvicinarono
all'Eufrate poco lungi da Malatiah, dove sull'altra riva erano
schierati i Persiani in ordinanza. Quivi si incontrarono i due
eserciti, ed azzuffatisi vigorosamente, prevalse il persiano. Il
sopraggiungere della notte però impedì, che la vittoria di Uzunhasan
riescisse decisiva e finale.

Rotti pertanto gli Ottomani, scriveva a Venezia Luca da Molino,
sopracomito del porto di S. Teodoro[37]: che era vicino il re di
Persia, che il Mocenigo aveva incominciate le operazioni marittime, e
che già tutta la costa erasi assoggettata e restituita al Caramano.

Laonde, elevati gli animi alle più belle speranze, si vinceva in
senato, dietro proposizione di Girolamo da Mula, il partito, di
scrivere al Mocenigo che penetrasse con tutta l'armata nello stretto,
e si portasse a battere immediatamente la stessa Costantinopoli,
qualora però fossero stati di tale avviso il legato papale e il
capitano di Napoli[38].

Ma poco stettero le cose a cangiare d'aspetto. Battuti i Turchi, fu
Uzunhasan spinto dai suoi ad inseguirli al di là dell'Eufrate, e potè
raggiungerli presso Terdshan nelle vicinanze di Erzengian, alla fine
di luglio del 1473. Mentre il suo esercito era in marcia, mandò l'11
di luglio a chiamare lo Zeno e gli comandò di scrivere all'imperatore
ed al re d'Ungheria di «metter a foco et fiamma il paese de l'Othoman
in Europa, perchè essendo esso, con l'aiuto di Dio, per aver
certissima vittoria contro l'Othoman, el vol ch'el sia sfrachassado da
ogni parte, che più nol se possa refar, et che totalmente sia estinto
el nome suo[39]».

Confidando pertanto nella favorevole sua fortuna, e credendo per la
recente vittoria di poter ancora facilmente superare l'esercito
ottomano, Uzunhasan apprestò a battaglia le sue truppe, appena che lo
ebbe raggiunto[40].

Ma, attaccato invece vigorosamente e disperatamente dai Turchi, egli
rimase sconfitto per modo che dovette fuggire nelle montagne
dell'Armenia, abbandonando il campo e le salmerìe, mentre invano suo
figlio Seinel perdeva la vita, cercando di tener testa coi pochi
rimasti [Documento XII].

Per quella stessa opinione che Uzunhasan teneva di essere invincibile,
si avvilì maggiormente di questa sconfitta; laonde non vedendo altra
speranza che nel soccorso dei principi cristiani, ai quali le sue
disgrazie non toccavano meno che a lui, spedì Caterino Zeno come
proprio ambasciatore presso ai principi d'Europa: con incarico di
domandar loro quell'aiuto che richiedeva il pericolo comune, e
particolarmente dacchè, in contemplazione della repubblica di Venezia
e degli interessi della cristianità, avea preso le armi. Prometteva
poi di mettere in campo per la ventura stagione un formidabile
esercito, onde continuare nella impresa.

Partitosi lo Zeno dalla corte persiana, si diresse alle rive del mar
Nero, dove, noleggiata una nave genovese di Luigi Dal Pozzo, corse
pericolo di essere tradito e consegnato agli Ottomani, se Andrea
Scaramelli di notte tempo accostandosi secretamente con una barca alla
nave, da quella non lo avesse levato, e condotto incognito a Caffa,
insieme ad un di lui servo chiamato Martino.

Quivi trovandosi lo Zeno spoglio di denari e di ogni cosa, e non
potendo essere assistito dal povero suo liberatore, potè una seconda
volta salvarsi da mal partito e così porsi in grado di adempire ai
suoi incarichi, per la fedeltà del suo servo Martino, che tanto lo
pregò fino a che egli accondiscese di venderlo siccome schiavo per
provvedersi di denari pel viaggio. La generosità del Martino fu poi
riconosciuta dal veneto senato, che lo riscattò e lo provvide di
buona pensione[41].

Da Caffa lo Zeno scriveva alla signorìa, narrando il successo della
guerra passata, le nuove speranze che ancora si avevano, e lo incarico
a lui affidato da Uzunhasan, del quale spediva una lettera al doge
Nicolò Tron _relucentissimo sultan de la fede cristiana_, cui
prometteva di esser pronto a tentare di nuovo con tutte le forze della
Persia la fortuna delle armi [Documento XIII].

Queste lettere furono assai gradite dal senato, che intendendo non
essere ancora Giosafat Barbaro passato nella Persia, non gli parve
convenisse alla dignità sua di lasciare un re affezionato e fedele
senza un ambasciatore, dacchè lo Zeno erasi da lui dipartito.

Laonde il consiglio dei Dieci deliberava di spedirvi Paolo
Ognibene[42] albanese, con commissione di confermare ad Uzunhasan che
la repubblica intendeva di persistere nella lega, la quale non avrebbe
mancato di fruttargli il possesso di tutta l'Asia turca; e di
ponderare allo stesso quanto importava all'impresa che egli
coll'esercito passasse l'Eufrate.

All'Ognibene non venne fissato alcun stipendio; ma gli fu promesso che
la repubblica non mancherebbe d'usare verso la sua persona e famiglia
la magnificenza solita verso chi ben la serviva.

Oltre a questa spedizione dell'Ognibene, il senato deliberava nel
giorno 30 di ottobre dello stesso anno 1473[43] di eleggere un altro
oratore solenne ad Uzunhasan; ma nominato Francesco Michele, egli
rifiutò, e quanti altri venivano eletti declinavano tale onore per
cagione del viaggio pericolosissimo; laonde furono prese le _parti_ 22
e 30 novembre che stabilirono pene a chi si rifiutasse, e che
autorizzarono il Consiglio a scegliere l'ambasciatore da qualunque
luogo od ufficio.

Il 10 di dicembre 1473 fu eletto Ambrogio Contarini, quondam Bernardo,
che accettò, ed il 20 scrivevasi al Barbaro, che sollecitasse intanto
la sua partenza da Cipro e per qualunque via procurasse giungere al
più presto possibile nella Persia.

Le commissioni date dal senato ad Ambrogio Contarini furono due, una
palese, e l'altra segreta.

La prima [Documento XIV] ordinava al veneto legato di abboccarsi
coll'ambasciatore di Napoli, di cercar notizie di Caterino Zeno che
credevasi a Caffa, e di Giosafat Barbaro, e con questi e col
segretario Paolo Ognibene concertarsi per la miglior riuscita della
sua missione.

La commissione segreta [Documenti XV e XVI] ricordava, come l'anno
precedente, ritenendosi che il re persiano penetrasse nell'Anatolia,
la repubblica avea ordinato al capitano generale Mocenigo di spingersi
vigorosamente coll'armata nello stretto fino a Costantinopoli,
mettendo a ferro e fuoco tutta la ripa, onde il nemico vedendo in
pericolo la propria capitale fosse costretto a ritirare gran parte
delle sue genti, così agevolando la vittoria al re di Persia; che
inoltre la repubblica aveva mandate le chieste artiglierie e gli
uomini esperti a maneggiarle; per le quali cose doveva Uzunhasan
convincersi della buona volontà dei Veneziani, e degli sforzi che
sarebbero sempre pronti a fare in suo favore: sia ch'egli, seguendo il
parere del senato, spingesse la guerra per terra, mentre la veneta
armata penetrerebbe nello stretto; sia ch'egli preferisse la campagna
della Sorìa: purchè per l'una o per l'altra di queste imprese egli
muovesse sollecitamente, il tutto consistendo nella celerità delle
operazioni.

Se poi il veneto oratore avesse trovato il re disposto a tregua o
pace, gli si ingiungeva di far di tutto per istornarvelo; e, non
riuscendo, di ottenere che alla repubblica fossero restituiti
Negroponte ed Argo, od almeno ch'ella fosse inclusa nella pace.

Questa commissione segreta ebbe ordine il Contarini di imparare a
memoria prima di partire d'Italia, e di ritenerla col mezzo di
contrassegni e cifre a lui solo note, con obbligo assoluto di
abbruciare il foglio in modo che non potesse mai essere letto da
alcuno.

Intanto che l'Ognibene[44] ed il Contarini si dirigevano verso la
Persia, e che il Barbaro altresì trovava mezzo d'incamminarvisi,
Caterino Zeno proseguiva il suo viaggio di ritorno a Venezia,
eseguendo le commissioni avute, quale ambasciatore del re persiano.

Trovò egli in Polonia il re Casimiro in guerra cogli Ungheri, ed
esponendogli lo incarico avuto da Uzunhasan, lo esortò ed indusse a
conchiudere la pace, per lasciare almeno agli Ungheri agio di unirsi
nella lega contro i Turchi.

Dalla Polonia lo Zeno passò in Ungheria, dove ebbe grandi promesse, e
l'onore del cavalierato il 20 aprile 1474. Finalmente egli arrivò in
Venezia, e riferita in senato la commissione avuta dal re di Persia,
fu per ciò inviato con altri quattro ambasciatori al papa ed al re di
Napoli[45].

Queste legazioni non produssero il desiderato effetto e tornarono
vane. I principi della cristianità si erano, secondo la robusta
espressione di Giovanni Sagredo[46], raffreddati, anzi intirizziti.
Ritornato in patria lo Zeno, fu egli nominato del Consiglio dei Dieci,
a grande maggioranza di voti.

Frattanto il Barbaro col solo agì Mohammed ed il cancelliere,
travestiti da pellegrini, senza roba e senz'altra famiglia,
abbandonati anche dal legato papale e da quello di Napoli, poterono
incamminarsi per la Persia l'11 febbraio 1474[47].

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro fu pure pubblicata dal
Ramusio, e, tradotta in latino dal Geudero, fu inserita nell'_Historia
rerum persicarum_ del Bizarro.

Narra il Barbaro che partitosi finalmente da Cipro sbarcò al Kurku, e
per Selefke, Tarsus, Merdin, Assankief e Sairt arrivò al monte Tauro,
dove nel giorno 4 di aprile, assalito dai Kurdi e spogliato di ogni
cosa, egli potè a stento salvarsi fuggendo, _per aver sotto un buon
cavallo_. Ma egual sorte non toccava ad agì Mohammed ed al
cancelliere, che rimasero da quegli assassini trucidati. Le
disgraziate vicende del viaggio del Barbaro non si limitarono a
questa, che, giunto a Vastan presso Tauris, e richiesto del suo nome
e della sua missione da quei Turcomanni che si trovavano alla porta
della città, avendo egli detto di tener lettere per il loro re, ma che
non credeva cosa onesta il mostrarle, fu assai maltrattato, e colpito
dal loro capo con un pugno così vigoroso nella mascella, che per
quattro mesi gliene durò il dolore.

Arrivato finalmente il veneto legato in Tauris ed acconciatosi in un
caravanserai, fece sapere ad Uzunhasan che desiderava di
presentarglisi. Il re mandò per lui immediatamente la mattina
appresso; laonde fu condotto alla sua presenza così male in arnese,
che «quanto avea in dosso non potea valere due ducati». Fu accolto
assai cortesemente dal persiano, che gli promise soddisfazione, e
compenso del danno patito[48].

Il luogo del ricevimento fu un padiglione del magnifico palazzo detto
_Aptisti_, che tenevasi per una delle meraviglie della Persia. Il
padiglione giaceva nel mezzo di un giardino a trifoglio, con una
rigogliosa fontana d'innanzi[49]. La loggia era decorata a grossi
mosaici di varii colori; a mano sinistra sedeva il signore della
Persia sopra un cuscino di broccato d'oro, con un altro simile dietro
alle spalle, ed al suo lato stava un brocchiero alla moresca colla sua
scimitarra. Uzunhasan ricevette il veneto ambasciatore, circondato dai
grandi del suo regno, e mentre varii cantori facevano sentire dolci
concenti, al suono di arpe, liuti, cembali e pive. Il giorno dopo
mandò al Barbaro due vesti, uno sciallo di seta, una pezza di bambagio
da mettere in capo, e ducati 20.

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro continua narrando i
costumi, le ricchezze, il commercio, i prodotti della Persia
confrontati con quelli d'Italia, e descrive l'esercito e la potenza di
quel re. Dati questi importantissimi, ma che è inutile di ripetere,
dacchè stanno pubblicati nelle sopracitate collezioni, insieme ad
un'altra non meno interessante descrizione della Persia fatta da un
mercante veneziano, che ivi dimorò intorno a quel tempo.

Circa l'esito della sua missione, il Barbaro dice: che quando arrivò
in Tauris, correva voce che Uzunhasan fosse deciso a continuare nella
lotta contro i Turchi, ma che le conseguenze della infelice giornata
di Terdshan, la ribellione di Oghurlu Mohammed, e la tiepidezza delle
corti cristiane resero impossibile la riscossa. Egli portò invece le
armi contro il re di Gorgora, e fatta con esso la pace, si ritirò nei
propri stati, ove morì il giorno dell'Epifanìa dell'anno 1478.

Dopo la morte di Uzunhasan avvennero nella Persia i più gravi
sconvolgimenti, che portarono finalmente la esclusione dal trono della
sua dinastìa.

Laonde il Barbaro, presa licenza, si unì ad un armeno che recavasi in
Erzengian, ove giunse ai 29 di aprile 1478. Quindi con una carovana
andò in Aleppo ed in Beiruth, e con una nave di Candia si portò in
Venezia, per recare al senato le notizie della sfortunata sua
legazione.

Ed esito simile ebbero pur quelle di Paolo Ognibene e di Ambrogio
Contarini.

Paolo Ognibene arrivava dalla Persia il 17 di febbraio 1475 e riferiva
nel Consiglio dei Dieci: che entrato nel paese del Caramano si era
unito con alcuni Turchi che andavano alla Mecca, dai quali poche
miglia fuori di Aleppo si dipartì fingendo di avere perduta la borsa,
e così avendo potuto ritornare in quella città, prese il cammino della
Persia. Passato l'Eufrate, egli entrò nel paese di Uzunhasan, e
presentatosi a quel re, fu accolto amorevolmente ed udito con
attenzione.

Pochi giorni dopo l'arrivo in Persia dell'Ognibene vi giungeva
Giosafat Barbaro, laonde Uzunhasan incaricava l'Ognibene di ritornare
tosto a Venezia, e di esporre alla signorìa, ch'egli _era re della
propria parola_, e che nella prossima primavera avrebbe allestito un
poderoso esercito.

La relazione dell'Ognibene fu assai grata al Consiglio dei Dieci, che
lo premiava colla nomina di massaro all'ufficio delle Rason vecchie,
collo stipendio annuo di ducati 400[50].

Anche la relazione del viaggio e dell'ambasciata in Persia di Ambrogio
Contarini fu pubblicata nelle citate collezioni. Partitosi
quell'oratore da Venezia a' 23 di febbraio 1473, andò per la via di
terra a Caffa, ove giunse ai 26 di aprile, passando per Norimberg,
Potsdam e la Russia bassa. Imbarcatosi sul mar Nero, si recò alle
foci del Fasi al 1º di luglio, e per la Mingrelia, la Georgia e parte
dell'Armenia, giunse al 4 di agosto nella città di Tauris.

Ma siccome il re di Persia trovavasi in Ispahan, il Contarini si
diresse a quella volta, ove incontrò Giosafat Barbaro che lo seguiva
in qualità di legato della repubblica.

Nel giorno 4 di novembre 1474 il veneto oratore si presentò ad
Uzunhasan ed offerì le sue credenziali. Esposta la commissione avuta
dal senato, ebbe affettuosissima accoglienza, ma assai breve ed
ambigua risposta. E ritornato poi colla corte in Tauris, gli fu
commesso da quel re di partire per Venezia, e di recare la notizia che
egli era pronto a far la guerra. Fu il Contarini regalato di due
vesti, di un cavallo e di poche altre cose, e fu incaricato di portare
alla signoria alcune spade e turbanti.

Nel 28 di giugno 1475, quantunque convinto che le promesse di
Uzunhasan difficilmente sarebbero state mantenute, il Contarini si
licenziò da quel re, e per la via del Caspio e della Tartaria si
diresse a Venezia.

Il viaggio di ritorno riescì al veneto legato oltremodo faticoso,
avendo dovuto per terre barbare ed infestate, viaggiare senza o con
pochi danari. Egli portava indosso una casacca tutta squarciata,
foderata di pelli d'agnello, una triste pelliccia, e un berretto pure
di agnello. Passato il gran deserto dell'asiatica Sarmazia, arrivò in
Moscovia, e presentatosi a quel duca, fu assai bene accolto e
regalato; quindi per la Lituania, la Polonia e l'Allemagna giunse a
Venezia il 9 di aprile 1477, e riferito in senato l'esito della sua
missione, corse a ringraziare Iddio di averlo preservato da tanti
pericoli e di avergli conceduta la grazia di rivedere la patria.

Colla morte di Uzunhasan terminava per Venezia l'ultima speranza di
appoggio; laonde nel 1478 la repubblica fermò pace colla Turchia, e
pose fine ad una lotta che durò sedici anni, e che avrebbe potuto
vendicare il 1453, in cui compievasi la gran vergogna della
cristianità, e liberare l'Europa da una causa incessante di
perturbazioni e di guerre.


II.

La repubblica di Venezia però non cessava di considerare con grande
interesse le cose persiane, dacchè a quella parte stavano ancora
rivolte le sue speranze, nel quasi totale abbandono dei principi
cristiani.

Sembra che il segretario veneto Giovanni Dario, spedito nell'anno 1478
alla Porta per negoziare la pace, avesse poi incarico nel 1485 dal
bailo Pietro Bembo, di recarsi nella Persia, per attingere notizie
sulla condizione di quel regno sconvolto dopo la morte di Uzunhasan, e
sulla possibilità di una comune riscossa. Due lettere in fatti si
conservano del Dario [Documenti XVII e XVIII], le quali però narrano
solamente l'accoglienza ch'egli ebbe nel campo persiano, e quella
fatta agli ambasciatori dell'Ungheria e dell'India, che eransi pure in
quel tempo recati colà.

Allorquando poi il valoroso Ismaìl, capo della setta credente in Alì,
detta dei Ssufì [Arabo: sufi][51], approfittando dell'entusiasmo
religioso s'insignorì della Persia, il veneto senato non solo cercò,
col mezzo dei suoi rappresentanti in levante, ogni particolare notizia
sull'origine, le forze ed i progressi di lui, ma rottasi la pace colla
Turchia nel 1494, introdusse pratiche di alleanza con esso e col
principe di Caramania.

Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e suddito veneto,
Costantino Lascari, spedito a questo fine nella Persia, lesse in
senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, una preziosa relazione del
sufì [Documenti XIX e XX], dalla quale la repubblica, se ricavò
importanti notizie delle vittorie e progressi persiani, dovette però
convincersi non essere possibile di ristorare allora l'antica lega con
Ismaìl, laonde mancandole eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed
al Portogallo, conchiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14
dicembre 1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge.

Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu poi la
costante politica tradizionale della repubblica, di studiare le
occasioni opportune, per frenare la prepotenza ottomana, e per
rilevare in levante la supremazìa politica e commerciale dei
Veneziani.

I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, e quattro
relazioni che in quei preziosi diarii sono pure conservate inedite,
fanno di ciò piena testimonianza. La prima è una deposizione del
nunzio Dell'Asta fatta alla signoria nel dicembre 1501, intorno al
nuovo profeta Ismaìl[52]; la seconda una relazione 7 settembre 1502
del luogotenente di Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufì e
della sua setta[53]; la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503
intorno ai successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito
appositivamente in Tauris dai rettori di Cipro[54]; la quarta
finalmente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 marzo
1507[55], la quale narrando con ogni possibile esattezza le lotte del
sufì contro Alidul e la Turchia, rappresentava al senato «quello
essere il momento opportuno di cospirare d'accordo fra i principi
cristiani e la Persia, nella santissima impresa di scacciare il Turco
d'Europa». La lettera del Morosini termina col seguente ritratto dello
shàh Ismaìl.

«Il sophi è adorato et è nominato non re nè principe, ma sancto et
propheta: è bellissimo giovane senza barba, studiosissimo et
doctissimo in lettere, dicono aver con sè tre preti armeni, i quali
per otto anni continui sien stati suoi precettori, et non lascivo al
solito dei Persi, homo de grande justitia et senza alcuna avidità, et
molto più liberal de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli
vien el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio in
terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono a lui le
facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de acceptarle. La fede
veramente che el tien no se intende; ma se pol conjetturare che el sia
più presto cristiano che altro, persuadendo li popoli che Dio vivo
che è in cielo li governa. Vive con amor religioso et si contenta di
quanto ha minimo et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor
non legittima mogliera; nol beve vino palese nè occulto, ma qualche
volta el mangia certa herba che alquanto aliena, et allora commette
qualche severità; et tamquam sanctus par de divination, perchè mai si
consiglia con alcun; et per questo tutti crede che el sia ad ogni sua
operation divinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui, et
guai a chi fasse alcuna offension a quella....».

Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufiani, non
mostrava minore desiderio del veneto senato, a stringere l'alleanza, e
ad unire le proprie armi a quelle della repubblica.

Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Contarini nel
novembre dell'anno 1505[56]: essere a lui venuto un chasandar del
Caramano con una lettera del sufì di Persia, scritta in lingua
_agemina_[57], al soldan dei Veneziani, colla quale narrando le
conseguite vittorie gli partecipava il suo grande amore e la sua
speranza di presto incontrarsi con lui.

Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 [Documento XXI]
insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo signore della
Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni così ricordate dal
Sanudo nei suoi diarii[58].

Da una parte:

«Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail Sain,
Chaledule Melche (El Signor giusto, compido, corredor, re dei re, el
victorioso Ismail mundo et puro, Iddio fazi el so regno eterno)».

E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani:

«Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un solo Dio, un
solo messo Maometto, un sanctissimo Ali)».

E due anni appresso Ismaìl reso ancor più potente per felici imprese,
e nemico a Bajezid per la diversità della religione e la gelosia del
dominio nell'Asia, mandò formalmente oratori a Venezia per chiedere
alleanza, conforme a quella che Caterino Zeno aveva conchiusa con
Uzunhasan[59].

Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la effettuazione
del grande concetto politico dei Veneziani, in quel tempo medesimo i
principi cristiani congiurando a Cambray contro Venezia, la posero
nella necessità di lasciarsi sfuggire la vagheggiata occasione.

Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione del sufì
dal console a Damasco Contarini, con dispaccio 4 marzo 1508[60];
quindi nel settembre dello stesso anno il provveditore di Napoli di
Romania scrisse ai capi del Consiglio dei Dieci, che di notte
secretamente erasi a lui presentato un messo del sufì della Persia
«per pregarlo di informare il veneto senato che il suo re era amico
dei cristiani, veniva a rovina del Turco, voleva bene a san Marco et
alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo esercito
nell'Anatolia[61]». Finalmente colla nave di ser Francesco Malipiero
arrivarono a Venezia due oratori, uno persiano ed uno caramano, con
lettera di Ismaìl tradotta dal console Pietro Zeno, la quale,
accreditando i suoi ambasciatori, esprimeva la buona amicizia che il
re persiano portava alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla
maggiormente e più efficacemente[62]. Accolti essi cortesemente dal
senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Barbaro a s.
Stefano dove abitava l'oratore di Francia.

Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo ambasciatore
persiano, colla formale domanda d'Ismaìl: che gli fossero mandati
dall'Italia per la via di Sorìa maestri che gettassero artiglierie; e
che la veneta armata tenesse occupato Baiezid nella guerra di mare
presso alle coste della Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a
battaglia nell'Asia minore.

Il collegio ricevette onorevolmente l'ambasciatore persiano; ma gli
fece rispondere dai savi «che i Veneziani si ricordavano molto bene la
buona amicizia e la lega che avevano stretta col re di Persia, che
essi erano molto contenti che il sufì fosse nemico dei Turchi, avesse
pensato di comunicare alla repubblica l'interesse della guerra, e
promettesse quelle cose, le quali se Uzunhasan avesse mantenute non vi
sarebbe forse più stata occasione di muover guerra agli Ottomani; ma
che tali erano i cambiamenti delle cose del mondo, che siccome in quel
tempo il persiano non pensò o non potè ritentare la sorte delle armi,
così ora la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non poteva
far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnachè era occupata in
una importantissima guerra, mossale dai più potenti sovrani d'Europa
che avevano congiurato a Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma
solo eccitati da invidia della felicità dei Veneziani».

E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: che la
repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni opera affinchè
il sufì conoscesse ch'ella non aveva cosa alcuna più cara
dell'amicizia dei Persiani, nè maggior desiderio di quello, di unire
alle loro le proprie armi, per frenare od abbattere la prepotenza
ottomana[63].

L'ambasciatore persiano, così licenziato, partì colle galere di Cipro,
arrivato in Candia ammalò[64]; quindi passato nella Siria, tenne
ragionamento segreto con Pietro Zeno console veneto in Damasco sulla
probabilità di un prossimo concorso della veneta armata colle forze
persiane.

La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del Cairo, egli
altamente se ne adirò, rispetto particolarmente alle minaccie fattegli
da Bajezid, per aver tollerato che nei suoi stati, ministri persiani
congiurassero contro di lui; laonde ordinava la immediata carcerazione
dello Zeno, e del console veneto in Alessandria, Contarini.

Scriveva allora il senato al sultano[65]: non aver avuto la veneta
signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se pur fossero stati
fatti erano di carattere meramente privato, nè alcuna notizia di que'
nunzi... «Se questa po' è causa de romper una tanto longa amicizia lo
lassemmo al savio parer del sultan. No giustifichemo cosa alcuna, solo
dicemo la verità[66]».

Lo Zeno ed il Contarini tosto furono posti in libertà; ma non essendo
cessato del tutto il mal animo del sultano per la venuta in Venezia
degli oratori persiani, il senato commetteva a Domenico Trevisan,
eletto nel 22 dicembre 1511 ambasciatore straordinario al Cairo per
affari di commercio, di cercare ogni mezzo e via di calmarlo
«rappresentandogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto, ma
solum per comunicare le occorrenze et li successi del loro signor, el
qual mostrava di esser affetionato alla signorìa nostra, et ai quali
fu in corrispondenza con parole generali risposto, com'è costume della
signorìa nostra de fare con tutti[67]».

Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi a' 24 di
ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sanudo[68], e Pietro
Zeno narrò pure lungamente i suoi casi nel gennaio dell'anno
seguente[69].

E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria mostrassero
troppo chiaramente lo interesse della repubblica per la Persia, mentre
si ha notizia di un Andrea Morosini, rinomatissimo pel vasto negozio
di mercatura in Aleppo, che fu fatto morire per avere nell'anno 1526
sovvenuto di danari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che
passava in Persia[70].

Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che slealmente
aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, essa ricominciò a
guardare all'oriente verso il naturale suo nemico, e a seguire colla
più viva attenzione le vicende delle guerre che ferveano nell'Asia fra
i Turchi ed i Persiani.

Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segretario,
ritornato da Costantinopoli[71], che quantunque le forze del re di
Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non si potevano ritenere
in caso di contrastare felicemente col Turco, la gran difesa di quel
regno consisteva nel ritirarsi, spogliando il paese di ogni sorta di
vettovaglie; ed il bailo Bernardo Navagero nel 1553[72] assicurava che
il sufì era poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal
Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del re di Persia,
per la differenza della religione e per la condizione rispettiva dei
loro Stati.

Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553, una relazione della
guerra di Persia mossa da Suleiman per vendicare la infelice
spedizione del 1548; la quale relazione, pubblicata siccome anonima
dall'Albèri[73], è ricca di curiose ed importanti notizie; bella
soprattutto per tre minute descrizioni: della fine miserabile di
Mustafà figliuolo di Suleiman fatto strangolare per ordine del padre;
della città di Aleppo; e della pomposa entrata che vi fece il
padishàh.

Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 1554[74]
essere il sufì l'unico impedimento al gran signore di impadronirsi di
tutta l'Asia.

Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, narrando i
particolari della guerra turco-persiana finita colla pace di Amasia
nel 1555, considerava[75] il manifesto pericolo che dalla parte della
Persia sovrastava alla Turchia, ed il mal animo del gransignore contro
quel re, del quale avrebbe voluto più presto la rovina che di
qualsivoglia altro, ancorchè cristiano.

Marino Cavalli nel 1560 riferiva in senato[76] che il gransignore
assai temeva il re della Persia per la possibilità sua di sollevargli
alle spalle tutto il paese, quando egli fosse in guerra coi cristiani;
e faceva constare che soltanto tre cose potevano condurre a rovina
l'impero ottomano, cioè: I. Le divisioni ed i dissidii interni. II. La
corruzione del governo e la vita licenziosa, avara e sensuale di quei
popoli. III. Un re di Persia valoroso che, fatta la pace coi Tartari
suoi confinanti, volesse ricuperare il suo, coll'aiuto dei principi
cristiani: aiuto che, secondo il Cavalli, avrebbe dovuto prestarsi per
almeno cinque o sei anni, dacchè «non bisogna pensar di soggiogar mai
i Turchi, nè vincerli, se non ammazzandoli, come essi fecero dei
Mamelucchi, e questo non si potrà fare in poco tempo, nè con due o tre
battaglie».

Finalmente il bailo Marcantonio Barbaro sosteneva in senato: che freno
alcuno non potea maggiormente domare ogni insolente pensiero dei
Turchi, quanto il conoscere essi la buona intelligenza fra i principi
cristiani ed il re della Persia[77].

Per queste considerazioni e rispetti, allorquando Selino mosse la
guerra ai Veneziani, per la conquista del regno di Cipro, la
repubblica deliberava di rivolgersi a Thamasp re di Persia,
eccitandolo ad unirsi seco nella lega per vendicare le antiche e le
recenti ingiurie.

Il Consiglio dei Dieci consegnava a tal fine, nel 27 di ottobre 1570 a
chogia Ali negoziante di Tauris, che trattenutosi a Venezia per affari
di traffico, desiderava di ritornare nella Persia, una lettera ducale
a quel re [Documento XXII], colla quale annunciandogli la ingiusta
guerra intrapresa contro la repubblica da Selino, lo eccitavasi a fare
un'importante diversione nell'Asia, che avrebbe paralizzate le forze
turchesche, accresciuta gloria al suo nome, potenza e sicurezza
all'impero persiano. E tre giorni appresso il medesimo Consiglio dei
Dieci commetteva al segretario del senato Vincenzo degli Alessandri
[Documento XXIII], uomo peritissimo nel viaggiare e conoscitore delle
lingue orientali per la lunga dimora fatta a Costantinopoli, di
recarsi secretamente nella Persia con altra lettera ducale a quel re
[Documento XXIV], per informarlo a viva voce dei grandi apparecchi che
si facevano da tutti i principi cristiani onde assalire con eserciti e
flotte l'impero turchesco, e per esortarlo a cogliere la favorevole
occasione di rompere dalla sua parte la guerra, mentre gli Stati
ottomani nell'Asia erano spogli delle truppe mandate all'impresa di
Cipro.

Il viaggio del veneto oratore nella Persia e l'esito della sua
missione, furono dallo stesso Alessandri narrati col dispaccio
ufficiale 24 luglio 1572, che qui si riporta nella sua integrità[78].

_Serenissimo Principe, Illustrissimi Signori._

«Essendo in questo ritorno di Persia cascato in pericolosa
disposizione di febbre e petecchie in Leopoli, e parendomi essere
alquanto risanato, mi posi in cammino per presentarmi a' piedi di
Vostra Serenità, nè avendo ancora avuto le forze per poter continuare,
essendo molto battuto sì dal lungo viaggio che dalla presa malattia,
mi sono fermato per qualche giorno in questa città, e comprendendo
quanto può esser caro alla Serenità Vostra saper el successo del
negozio commessomi, ancorchè da Tauris due volte abbia inviato per
l'Armenia lettere a Costantinopoli all'illustrissimo Bailo, le dico:
che dappoi che fui spedito da questo medesimo Consiglio a Tamasp re di
Persia con lettere e con commissione che io gli dessi conto della
guerra ingiustamente mossale da sultan Selin, delle gran preparazioni
di armada che per difesa de' suoi stati ed offesa di sì gran inimigo
la Serenità Vostra aveva fatto, e dell'unione dei principi cristiani
mossi per questa causa, che dovessi etiam invitare desso re a prender
l'armi in sì venturata occasion contro detto Selin, mi partii con
quella maggior diligenza che fu possibile tenendo la via di Germania,
Polonia e Bogdania, discendendo nel paese del Turco a Moncastro, città
sopra le rive del mar maggiore, dal qual luogo scrissi alla Serenità
Vostra ai 19 di marzo del 1571 e le diedi avviso del cammin che avevo
a tenere, ed essendomi alquanti giorni fermato per aspettar passaggio
che mi conducesse in Asia; venuta occasion di nave, mi partii, nè
potendo per venti contrarii arrivare a Trebisonda, com'era intenzione
mia, smontai a Sinope, sebben per quella via il cammin fu lungo e di
molto pericolo, avendo dovuto passare per la città di Samsum, Tokat,
Erzengian, Derbent ed Erzerum e de lì entrar nella Persia.

«Giunsi nella città di Tauris, metropoli di quel regno, a' 17 di
luglio, mi fermai alquanti giorni per prendere informazione del modo
del negozio di là, per non andar del tutto nuovo ed inesperto a
Casbin, città dove il re già da molti anni fa la sua residenza. Ed
essendomi imbattuto in un gentiluomo inglese, el qual per via di
Moscovia con molta facultà di carisce ed altri panni era venuto per il
fiume Volga in Persia, con nome di ambasciatore della regina e con
lettere di credenza, e si aveva trovato col re e fatti gran presenti
ed ottenuti comandamenti di poter liberamente contrattare, condur
mercanzie e dal paese trarne quella quantità e sorte che le pareria sì
per conto suo, come di altri mercanti inglesi; avendo con detto
gentiluomo contratto alquanto di amicizia, intesi il modo del governo
e come sultan Caidar Mirza, terzo figliuolo del re e luogotenente del
padre, indirizzava tutti li negozi; con queste ed altre istruzioni
della natura del re mi partii, ed ai 14 d'agosto giunsi a Casbin,
essendo venuti a trovarmi alcuni mercanti armeni i quali avevano
mandati li loro fattori in cotesta inclita città desiderando sapere
alcuna nuova, li dissi che la Serenità Vostra li aveva licenziati già
molto tempo insieme colle loro robe e che erano partiti prima di me,
alli quali domandai l'ora che il figliuolo del re ammette all'udienza;
mi dissero per ordinario di notte, dicendomi etiam esser signori della
loro terra chiamata Diulfa e che uno risiedeva lì per agente.
Mostrando essi di aver facile introduzione li dissi che io aveva
lettere di Vostra Serenità alla maestà del re, e che mi sarebbe stato
caro per mezzo loro che alla corte di Mirza si fosse saputa la mia
venuta. Questi si partirono ed aspettato che detto signor uscisse dal
padre, il quale secondo il costume di quella corte non uscì dal
consiglio prima che a tre ore di notte, e subito giunto al suo palazzo
li diedero avviso; nè mettendo tempo di mezzo comandò ad alcuni dei
suoi gentiluomini che venissero per me.

«Giunto io a lui, si partì da uno delli fratelli ed altri signori con
li quali guardavano alcuni giochi di fuoco e solo con un suo
gentiluomo si ritirò sotto una loggetta. Introdotto che fui alla sua
presenza dissi: che se la Serenità Vostra avesse saputo che S. A.
tiene sì degnamente il grado di Luogotenente del re, con ispeciali
lettere là lo avrìa honorato, siccome colle presenti lo fa alla maestà
di suo padre. Mirza con grata ciera rispose che io fossi il benvenuto,
e che li pareva strano il mio lungo cammino in questi tempi per paese
degli Ottomani. Mi domandò se aveva presso di me la lettera: io gli
mostrai il vasetto di stagno, e dissi che la era là dentro, per il che
restò pieno di meraviglia, la prese e volse in un fazzoletto dicendo
di presentarla così al re; mi domandò se v'era altro al presente,
risposi che con gran fatica mi avevo potuto solo presentare a S. A.
rispetto l'esser venuto per mezzo il paese de nemici, ma che con
occasione la Serenità Vostra non avrìa mancato di onorare la maestà
del re e sua signorìa con quei degni presenti che se le conveniva.
Ringraziò e mi dimandò del contenuto della lettera. Io gli dissi che
credevo che la Serenità Vostra desse avviso a S. M. della poca fede
osservatale da sultan Selin, il quale con solenne giuramento aveva
promesso e giurato in nome di Dio, delli profeti, e per le anime dei
suoi passati di osservar buona e sincera pace colla Serenità Vostra,
ora mosso da avido desiderio, sprezzando ogni onor, nè curandosi di
esser tenuto presso i principi del mondo mancator di parola, con tutte
le forze sue da mare e da terra aveva fatto sbarcare eserciti a Cipro
per impadronirsi di quell'isola; però che la S. V. colla sua
potentissima armata di molte galere, galeazze, navi ed altri vascelli
di battaglia si era preparata all'offesa di sì crudel tiranno, e che
desiderava che la maestà del re sapesse che siccome poco innanzi il
Turco non osservò il giuramento fatto all'ambasciatore di V. S., così
non osserverebbe le promesse fatte all'ambasciatore di S. M., ed
avrebbe cercato quanto prima pace colla S. V. per cominciare guerra
con lui, come per molti esempi delli passati imperatori ottomani, S.
A. poteva di ciò esser certa; e che ora in sì grande e quasi certa
occasione di vittoria, la S. V. mi avea mandato per invitar il re suo
padre a prender l'armi, essendosi mossi già li maggiori principi
cristiani; e che solamente bastava che S. M. col potentissimo suo
esercito si muovesse sia per riavere le città e castelli ingiustamente
toltigli dalli passati signori ottomani, sì per la molta inclinazione
che tutto il popolo dal fiume Eufrate fino alli suoi confini gli
portava, come a re giusto et loro antico naturale signore. Il che non
gli saria stato difficile, rispetto che molti bascià, baglierbei di
Natolia, di Caramania e sangiacchi, erano andati all'impresa di Cipro,
avendo lasciato il paese privo d'ogni presidio di gente; oltrecchè la
S. V. insieme colli principi averia in modo tenuto oppresse in quelle
parti le forze di esso Selino, che non saria mai stato ardito di
abbandonar Costantinopoli per passare in Asia.

«Mirza, dopo di avermi con attenzione ascoltato, disse che era proprio
dei signori ottomani il primo e secondo anno del loro imperio romper
ogni promessa, dicendo esser benissimo istrutto della loro poca fede,
e che avria data la lettera al re e fattogli sapere le cose da me
intese, procurando di farmi avere udienza quanto prima, e più
segretamente; perchè in tal negozio conosceva esser così l'intenzione
sua, rispetto che l'ambasciatore d'Inghilterra già poco tempo avendole
baciato pubblicamente la mano, avea messo in gran sospetto li bascià
delli confini, li quali fin allora dissero che S. M. era per unirsi
colli Franchi; il che se lo farà, non vorrà che di ciò abbiano avviso
alcuno, nemmeno occasione di sospettare sicchè coglierlo potrà alla
sprovvista; dimandandomi se di certo la lega era conclusa e quali
principi erano più potenti in mare. Gli dissi, la Serenità Vostra, la
maestà del re di Spagna ed il sommo pontefice; mi domandò se il re di
Portogallo era compreso in detta lega, gli dissi che ancor lui era per
entrare, perchè oltre l'essere congiunto di stato e di volontà col re
di Spagna, era figliuolo di una sua sorella; mi dimandò etiam del re
di Francia: risposi che al presente non aveva galere; e qui si pose
fine, partendomi accompagnato dal suo maggiordomo, il quale mi disse
che Mirza di queste nuove sentiva grandissimo piacere, e che ogni
particolare avria riferito al padre.

«Stando io in aspettazione di essere chiamato al re, et passati alcuni
giorni dissi alli Armeni, i quali del continuo erano alla porta di
Mirza, che mi pareva strano non aver avviso alcuno di essere
introdotto, e mi sarebbe stato caro che dal maggiordomo avessero
inteso se a S. M. era stata presentata la lettera e quello che l'aveva
comandato: i quali intesero che la mattina seguente Mirza gliela avea
presentata in quel vasetto, che era stato in lungo ragionamento col
padre, ma non sapevasi quello avesse ordinato. Il secondo giorno andai
dal detto maggiordomo, il quale disse aver inteso da Mirza che il re
aveva comandato che mi fermassi, e fatta tradurre la lettera dal
dragomanno che fu dell'ambasciatore d'Inghilterra, il quale si era
fatto turco, e visto che per quella accusava una antecedente mandata
da V. S. per un chogia Alì mercante di Tauris, però voleva vedere
anche quella, poi mi avria spedito. Gli dissi che detto mercante non
poteva molto tardare, essendosi partito da Venezia due mesi prima di
me, e che sebbene la S. V. mi aveva imposto diligenza, mi acquetava
col volere di S. M.

«In questo intervallo di tempo cercai di istruirmi di ogni
particolare, sì della persona ed animo di questo re e figliuolo, come
dei signori da loro chiamati sultani, del modo di governo di quella
corte e regno, delle loro entrate e spese et etiam della qualità e
numero di milizie che possono fare, come dalla S. V. nell'ultimo del
mio partir mi fu comandato che io avessi ad osservare, le quali cose
non scriverò al presente, sì per non attediar colla lunghezza loro la
S. V., come per non essere in atto di poterlo fare.

«Giunse a' 3 di novembre chogia Alì accompagnato da un gentiluomo del
sultano di Tauris parente del gran cancelliere al quale fu
indiricciato, e subito condotto al re prima ch'io sapessi la sua
venuta, il quale aspettai che uscisse dal palazzo, e mi riferì che S.
M. gli aveva dimandato dove si aveva trattenuto tanto tempo e che era
molti giorni che lo aspettava e avvicinandosegli disse: questo è di
quel bel panno di Venezia, avendo chogia Alì fatto presente di tre
veste. Gli diede il libro dicendo che la lettera della S. V. era là
nella coperta, il re ordinò al nipote figliuolo di Codabem Mirza,
primo figliuolo di S. M. che dovesse portarle dentro alle donne; gli
domandò se era vero della lega, e se a Venezia era carestia di grano,
rispose esser la lega conclusa al fermo, e che al presente vi era
abundanzia non avendo durato la carestìa se non che 4 mesi, domandò se
in detto tempo si trovava pane, disse che ve ne era quantità grande e
che per tutte le piazze si vendeva ma era caro; rispose il re di ciò
poco importava dicendo questo esser contrario agli avvisi che da un
ciaus di Erzerum li furono dati, il quale disse che non si trovava
pane per danari e che perciò moriva molta gente; domandò se il signor
di Transilvania era sollevato contro il Turco, disse di sì, e che
essendo in Andrianopoli passò Acmat bascià, il quale con esercito
andava contro detto signore. Il re si lontanò alquanto da chogia Alì,
e disse ai sultani signori, la lega di certo è conclusa, ed il
Transilvano che era l'ala destra dell'esercito degli Ottomani si è
levato contro loro. Di nuovo S. M. domandò se aveva vedute le
preparazioni dell'armata e se era in gran numero; disse che aveva
contato 300 galere, 20 galere grosse e molte navi dicendogli ogni
particolare, come erano armate e quanta artiglieria che v'era sopra, e
che aveva inteso esser quelle di Spagna 100 e 50 quelle del Papa; e
volendo incominciare a parlare del negozio della lettera, il re disse
che ei sapeva ogni cosa; così restò, e rivolto al cancelliere,
replicando disse: bene bene, fermandosi per un poco; poi ordinò ad un
Turco che con diligenza dovesse andare a Shirvan a far levare 28 pezzi
d'artiglieria che si trovava a Sanbiachi città vicina al gran Caspio e
condurli nel castello di Derbent alli confini del Turco, e che etiam
fosse condotto dal detto luoco 600 somme di camelli di armadura vicino
a Tauris.

«Dato che ebbe S. M. questi ordini, presente chogia Alì, li dimandò se
era vero che il bascià fosse andato all'impresa di Candia, il quale
rispose non saper di certo, ma aver inteso che l'armata di V. S. dovrà
invernar in quelle parti, e che se fosse andato il bascià sopra
quell'isola, al fermo si avria incontrato e saria seguita battaglia,
domandò che forma aveva il galione e se era vero che sopra vi fosse
300 bocche da fuoco. Chogia Alì disse che tra grandi e piccole
passavano questo numero, il capitano della guardia, che da loro è
chiamato Cursi bassi, disse che li pareva impossibile, il re rispose
che in materia di legni armati e di artiglieria tutto quello che
intendeva dei Veneziani dovesse crederlo, perchè per via di Aleppo, di
Costantinopoli ed altri luochi aveva avvisi conformi, dicendo che
chogia Alì dovesse parlare e dire tutto quello sapeva. Il qual rispose
aver veduto tante cose che in un subito non le poteva dir così
presto; disse il re che non partisse, ed ordinò che si fermasse, ma
avendo aspettato fin ora tarda entro alle donne, fu licenziato. Io,
desiderando espedizione, andai da sultan Caidar Mirza e dissi a sua
signorìa che chogia Alì era giunto, e che io desiderava qualche
risposta essendo vicino a tre mesi ch'io mi trovava a quella corte; mi
disse che l'aveva veduto a parlare col re, e che quanto alla
espedizione mia con la venuta di questo facilmente potrà venir a
memoria a suo padre ed espedirmi, perchè lui conosceva la sua natura
che non voleva gli fosse ricordata cosa alcuna, e che però bisognava
aspettare.

«Di ciò consigliatomi con chogia Alì, disse avria parlato al gran
cancelliere, dal quale ebbe risposta che questo negozio era
indiricciato con Mirza e che non sapeva come ricordarlo a S. M., ma
che bisognava aspettar uno o due anni per veder prima qualche buon
progresso di questa guerra, poi averia risposto, che questo era signor
prudente ed in simil negozio si governava coll'occasione e con il
tempo, che li presenti disturbi del Ghilan impedivan la risoluzione di
altri affari. Chogia Alì disse al signor segretario che la S. V. mi
aveva imposto diligenza, e che però instavo espedizione, il qual
rispose che a gran negozio vi voleva gran tempo a risolvere. Stando io
in molto travaglio di animo, sia per la irresoluzione loro, come
perchè li denari mi erano venuti a manco, mi fu arricordato da quelli
Armeni che mi indirizzarono a Mirza che dovessi trovarmi con un
signore chiamato Eminlicbes famigliarissimo del re, il quale trattava
molti importanti negozi. Andai da detto signore con un picciol
presente e gli diedi conto del successo, e lo pregai ad interponersi
alla mia espedizione, il qual mi promise con l'occasione di farlo. Due
giorni dopo mi mandò a chiamare e mi disse che aveva parlato con S. M.
la quale aveva visto il tenore delle due lettere, che Mirza oltre li
aver parlatole a viva voce di tal negozio, lo aveva etiam posto in
scrittura tutto quello che nella prima udienza aveva ragionato con me,
e data essa scrittura al re, che al presente non poteva con animo
riposato far rispondere a detta lettera, e che aveva comandato che
essendo qui due per un effetto, l'uno fosse licenziato e l'altro
restasse per la risposta. Ringraziai detto signore del cortese
ufficio e mi trovai con chogia Alì e li riferii l'ordine del re, il
quale disse che lui saria restato volentieri, sì perchè aveva già
venduta la sua mercanzia a tempo, come perchè quella promessa che
dalla S. V. li è stata fatta, è con condizione che abbi a portar
risposta della lettera a lui data. Io vedendo il desiderio suo di
restare, e sapendo che questo caso era poco servizio di V. S. che più
lui che io per tal causa restasse, risolsi di partirmi ed il giorno
seguente presi licenza da sultan Caidar Mirza, e gli dissi quanto la
maestà del padre aveva comandato, e che con buona grazia di S. A. mi
volevo partire. Mi disse che gli dispiaceva che io forse contro il
volere mio avessi tardato tanto; ma che l'ordinario dei negozi di
questa corte portava seco lunghezza di tempo, volendo il re vedere
minutamente ogni cosa, e che lo raccomandassi alla S. V. Ringraziai S.
A. e dissi che la V. S. nelle occasioni non saria mancata con degni
affetti, dimostrarli grata corrispondenza; e nel partire il suo
maggiordomo mi disse che l'aveva mostrato a Mirza li tre zecchini che
nella prima udienza io gli aveva donati, i quali erano coll'impronta
di V. S., e che li erano molto piaciuti e desiderava di darmi moneta
di quanti ne aveva io, veramente non me ne trovava più che 12 nuovi,
glieli diedi, nè volsi in cambio altro danaro.

«Mirza mi mandò un tappeto di seta di quattro braccia, facendomi dire
che per memoria sua lo godessi, perchè in memoria di V. S. avria
tenuti presso di lui detti zecchini; et nella buona gratia di V. S.
humilmente mi raccomando».

  Di Cracovia, alli 24 di luglio 1574.

                              Di Vostra Serenità,

                              _Humilissimo Servitore_
                              VINCENZO DI ALESSANDRI.

Così l'Alessandri, non ammesso all'udienza del re Thamasp, convenne
ritirarsi, e tornato a Venezia dopo un altro faticosissimo viaggio
[Documento XXV] lesse nel consiglio dei X e zonta gli 11 di ottobre
1572 la relazione di questa sua ambasceria, nella quale sono affermate
alcune cose per verità tanto straordinarie che fanno credere, come pur
dubitava il Foscarini, che l'esito poco felice della sua legazione in
Persia lo abbia reso proclive ad esagerare le non buone qualità di
quel re e di quel governo. La relazione dell'Alessandri [Documento
XXVI] contiene notizie sui paesi che componevano la Persia, sul loro
grado di civiltà e prosperità, sulla persona del re e qualità dello
animo suo e dei suoi figliuoli, sulla corte, i ministri, il modo di
trattare gli affari e di amministrare la giustizia, insomma su tutto
ciò ch'egli riputò degno d'essere rappresentato.

La repubblica di Venezia pertanto, abbandonata dai principi della lega
dopo la gloriosa battaglia di Lepanto, e non assistita dalla Persia,
stipulava nel 1572 la pace col Turco, perdendo un'altra occasione di
abbattere la costui potenza, mediante il vagheggiato accordo colla
Persia; il quale fatalmente non potè mai verificarsi, perocchè le
vicende politiche ed economiche dell'uno e dell'altro Stato, non
permisero che nello stesso tempo ambedue si trovassero pronti contro
il comune nemico.

Arrivava in fatti a Venezia nell'anno 1580 chogia Mohammed persiano,
uomo di 80 anni, latore di una lettera di quel re Mohammed Khodabend,
che dichiaravasi pronto a corrispondere all'invito fatto al suo
predecessore dall'Alessandri [Documento XXVII]. Il legato persiano
giustificava il re Thamasp di non avere intrapresa la guerra, perchè
vecchio ed infermo; ed esponeva che il nuovo re era in campo con
formidabile esercito nella via di Babilonia contro i Turchi, che i
sultani avevano giurato di non deporre le armi per anni 15, e che
chiedevasi alla repubblica soltanto di dimostrare in qualche maniera
il suo morale concorso.

La missione di Mohammed fu secretissima, per non destare gelosie ai
Turchi. Accolto in casa dell'Alessandri, ebbe egli di notte conferenza
con due secretarii della cancelleria ducale, che lo invitarono a
dettare non solo quanto gli era stato commesso dal suo re, ma tutte
le particolari notizie delle cose persiane che erano a sua cognizione.

Questa relazione fu presentata al Consiglio dei X [Documento XXVIII],
il quale ai 13 di giugno deliberava che il doge ricevesse secretamente
l'oratore persiano, e gli facesse leggere la seguente risposta:

«Per l'affezione grandissima che noi portiamo al serenissimo re di
Persia, havendo la Signoria Nostra sempre avuto buona amicitia con li
serenissimi suoi predecessori, havemo veduto gratamente voi, mandato
qui per ordine di S. M., ed udite volentieri le lettere che ci avete
portate, et in risposta vi dicemo: che noi desideriamo intender sempre
felici successi di S. M. come di re giustissimo e valorosissimo, et
nostro amico, onde avemo pregato et pregamo di cuore il signor Dio che
li doni victoria, et speriamo che così sarà, poichè difende una causa
giusta et comanda ad una nazione valorosissima et solita ad esser
sempre victoriosa.

«Noi non vi diamo lettere nostre per non mettere in pericolo la vostra
persona che ne è carissima, per la prudentia che conoscemo essere in
voi; ma riferirete a bocca a quei signori che vi hanno mandato, ed
anche a Sua Maestà questa nostra buona volontà, nella quale
continueremo sempre, sperando nel Signor Dio, che continuando la
guerra darà occasione non solamente a noi, ma anco a tutta la
christianità, di mostrare con effetti il comun desiderio; et per segno
che vi abbiamo veduto volentieri vi sarà dato dal segretario nostro un
presente che goderete per memoria nostra[79]».

Così fu licenziato l'oratore persiano col dono di 300 zecchini,
perocchè non parve al Consiglio dei X di rompere la pace testè firmata
colla Turchia, mentre le agitazioni della Persia e la instabilità di
quel trono non potevano assicurare un vigoroso e durevole concorso da
quella parte.

Però la politica dei Veneziani non si ristette dal mirare ancora e
perseverantemente alla Persia, come a naturale alleata nel momento
opportuno di tentare di nuovo la sorte delle armi.

Fra i codici del conte Manin in Venezia si conserva un'anonima
relazione dell'impero dei Turchi e dei Persiani dell'anno 1575, nella
quale sono ripetute le cause naturali e permanenti dell'avversione fra
quei due imperi[80]; e fra i codici del cavaliere Cicogna, il trattato
della guerra di Persia del 1578 presentato al senato dal bailo in
Costantinopoli ser Nicolò Barbarigo, e la relazione delle turbolenze
che agitarono la Persia sotto Ismaìl, scritta a quanto pare dal
console veneto in Soria, Teodoro Balbi, nel 1582[81].

La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella relazione del
console Giovanni Michele 1587[82], che ne indica le cause, cioè:
l'antica dissensione di fede, e il desiderio ambizioso di Amurath
d'estendere i confini del suo impero a danno della Persia,
approfittando delle discordie insorte in quel regno dopo la morte di
Thamasp fra i partigiani di Caidar e quelli d'Ismaìl.

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia e sulle
condizioni di quel regno pervennero al senato colle relazioni
ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, e Pietro Michele
1584[83], e dei baili Giovanni Soranzo 1576, Paolo Contarini 1583, e
Francesco Morosini 1585[84]. Quest'ultimo ricordava quanto importasse
la concordia dei principi cristiani contro la Turchia, che dalle loro
diffidenze soltanto traeva la propria forza; e come a farle notabile
offesa, modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla
parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale penetrasse
nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli dell'arcipelago «con
che poteasi sperar certo di scacciare finalmente i Turchi
dall'Europa».

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in senato nel
1592[85], opinava che la dissoluzione dell'impero ottomano non poteasi
sperare se non che dalla corruzione interna di quel governo: perocchè
la Persia, unico stato che avrebbe potuto fargli concorrenza o
raccoglierne l'eredità, restava abbattuta dall'ultima guerra che le
tolse la Media, il Korassan, parte dell'Armenia e la città di Tauris.
«Le cause di tanta perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse,
sono due: l'una intrinseca, l'altra estrinseca. La prima è stata la
discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sultani e
principi di quel regno, per la quale esso restò diviso; la seconda, la
guerra promossa da Usbech re dei Tartari e signore di Samarcanda, il
quale, sia per secreta intelligenza col Turco, sia per altre cause,
attaccava la Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese
di Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro la
Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese dalla parte
di occidente e di mezzogiorno. A queste cause particolari si
aggiungano le generali della debolezza della Persia, cioè la forma di
quel governo, l'organizzazione di quella milizia, e la mancanza
d'artiglieria».

Senonchè lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, restaurava
l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi ordinamenti, e
stringeva maggiormente l'antica amicizia e la buona corrispondenza
colla repubblica di Venezia.


III.

Questo giovane principe salito al trono nell'età di anni 18, per la
immatura e violenta morte del fratello, ebbe la ventura di rimetterlo
in onore, e di ristorare le sorti della Persia. E conoscendo quanto
importava a quella regione la ottima corrispondenza colla repubblica
di Venezia, pei rispetti del comune nemico, e per quelli del traffico
che minacciava dirigersi tutto per la nuova via aperta alla
navigazione, egli mandò varii oratori a Venezia collo scopo di dare,
come si espresse con formula singolare, _una mossa o scorlo alla
catena_ che teneva strettamente congiunto l'amor suo alla repubblica,
e lo interesse reciproco dei due Stati.

Di già i consoli veneti nella Siria ed i baili a Costantinopoli
avevano riferite in senato le gesta e le virtù di Abbas, che fu
meritamente onorato del nome di grande, ed in particolare Alessandro
Malipiero nell'anno 1596 aveva minutamente informato intorno le
riforme date da esso ai suoi stati, le conquiste fatte, e le sue
differenze col kan dei Tartari rispetto all'acquisto del Korassan, le
quali difficoltarono le sue marcie nei paesi ottomani[86].

Ecco il ritratto di Abbas, letto in senato dal Malipiero:

«Questo principe è di mediocre statura, di corpo ben disposto e
proporzionato, di carnagione bruna, di aspetto nobile e di occhi vivi
e molto spiritosi. È per natura affabile, molto umano e tratta con
ogni sorta di persone domesticamente, lontano in tutto da quella tanta
grandezza che sogliono ostentare i Turchi. È magnifico e molto
liberale, massime coi soldati, i quali da ogni parte con larghissimi
partiti va raccogliendo. Ma soprattutto è di mente giustissima, di
spirito molto capace ed intendente, risoluto e presto in tutte le
azioni sue. Ha gran concetti nell'animo, ed aspira a rimettere il
regno di Persia nell'antica sua grandezza ed onore: nè manca altro
alle eroiche sue condizioni, che forze corrispondenti alle qualità del
suo generosissimo animo».

Pietro Della Valle poi, nel suo raro e curioso libro _Sulle conditioni
di Abbas re della Persia_, stampato in Venezia nel 1628, narra che la
conquista del Laristan, che è la chiave del golfo Persico, sia stata
fatta da quel re per eccitamento dei Veneziani che dimoravano alla sua
corte, e dei quali altamente i consigli apprezzava. «Un mercatante
venetiano, così egli dice, era andato in Ormus pei suoi traffici, e da
Bassorati avea ivi condotta una giovane christiana della quale erasi
invaghito. Seppe egli che dai ministri ecclesiastici portoghesi
voleasi torgliergli la donna sua; laonde pensò ricondurla a Bassorah,
et allestite le cose sue, si diresse a quella città attraversando il
paese di Lar. Quivi dominava Ibraim kan, il quale, avute nuove di
quella giovane, e saputo che era bella, la volse per sè, e fecela con
violenza rapire, mandando a male tutte le robe del venetiano. Questi
punto atrocemente nell'amore e nell'interesse, pensò di ricorrere al
re Abbas, presso il quale sapeva trovarsi un altro veneziano, allora
molto favorito, siccome il primo europeo che era capitato a quella
corte; e col suo mezzo fece istanza al re di vendicare gli oppressi:
considerandogli, come qualora i viaggiatori patissero per quelle vie
tali ingiurie, si sarebbero i mercatanti stranieri disanimati a far
quei viaggi con detrimento del commercio persiano. Altamente Abbas si
sdegnò, e chiesta inutilmente ad Ibraim la restituzione della donna e
della roba del veneziano, ordinò all'esercito di Alla hurdi di
penetrare nel paese di Lar e di non cessare la guerra fino a che non
lo avesse soggiogato del tutto. Così in fatti avvenne, e in poco
tempo, fatto anco prigioniero Ibraim, potè il re di Persia unire ai
suoi stati il paese di Lar».

Nel giorno 1º di giugno dell'anno 1600 si presentò
nell'eccellentissimo collegio il dragomanno Giacomo Nores [Documento
XXIX] per annunciare l'arrivo di un oratore del re di Persia.

Il messo persiano chiamavasi Efet beg, persona di stima e di molta
grazia appresso quel re. Fu egli introdotto l'8 di giugno in collegio,
e fatto sedere vicino ai Savii di Terraferma, fece la sua esposizione
con alquante parole in lingua persiana, interpretate dal dragomanno
Nores, in significazione della buona volontà del sufi verso la
repubblica, il cui nome era non solo amato, ma riverito grandemente
nella Persia, ed in favore del reciproco commercio dei due Stati.
Portatosi quindi a baciare la mano al doge gli presentò la lettera di
Abbas [Documento XXX] che ricercava favore particolare intorno alla
provvisione di alcune merci, e si estendeva in ufficii di
confirmazione di quella buona amicizia che aveva sempre sussistito tra
la repubblica di Venezia e la Persia.

Ad attestare la quale portò inoltre il persiano, a nome del suo re, un
panno tessuto d'oro e di velluto rappresentante l'Annunciazione di
Maria Vergine, fatto fare apposta, in misura di 7 a 8 braccia e che fu
riposto nelle sale del Consiglio dei Dieci[87].

Il serenissimo principe assicurò l'oratore persiano, che la repubblica
teneva in gran conto la perfetta corrispondenza col suo re, cui
augurava ogni prosperità, e ringraziandolo del dono recato, gli
promise favorevole risoluzione intorno a ciò che ricercava la lettera
dello shàh. Il senato in fatti aderì ad ogni inchiesta del persiano,
ed ordinò che gli venissero dati pel suo re alcuni doni del valore di
ducati d'oro duecento, ed una lettera ducale la quale attestasse allo
shàh Abbas «che mai in alcun tempo egli potrebbe desiderare migliore,
nè più ben disposta volontà di quella che in tutte le occorrenze le
comproverebbe il sincerissimo animo della veneta signorìa [Documento
XXXI]».

Questo oratore precedette di poco tempo una splendida legazione
pervenuta dalla Persia in Venezia nell'anno 1603, ed accolta colle più
solenni formalità.

Annunciata dal dragomanno Nores fu la legazione persiana introdotta a'
dì 5 marzo 1603 nella sala del collegio[88]. La componevano Fethy bei,
persona di alta condizione, ed agente particolare del re[89], il
dragomanno, sei persiani e tre armeni del seguito, ciascuno dei quali
portava doni per la serenissima signoria.

Posti i Persiani a sedere a destra ed a sinistra del principe, rimase
in piedi dinanzi al tribunale il solo Fethy bei, che nella sua lingua
interpretata dal dragomanno disse: «Che si rallegrava di veder la
faccia di Sua Serenità, come quella di signore giusto, potente e
glorioso».

Ed avendogli il doge risposto «che sentiva di ciò piacere, e che lo
vedeva di lieto animo, perchè inviato da un principe, grande, potente
e molto amato dalla repubblica». Il persiano così continuò[90]:
«Sogliono alle volte li principi grandi visitarsi l'un l'altro col
mezzo di lettere, per continuare ed accreditare di questa maniera
l'amicizia e buona corrispondenza che hanno insieme; laonde il mio
signore che onora ed ama grandemente la repubblica, mi ha
accompagnato con una lettera a Vostra Serenità, per continuare ed
accrescere l'amicizia e la buona corrispondenza che hanno insieme»; e
poichè eragli stato ordinato di presentarla nelle proprie mani del
doge, la trasse dal seno, ove la teneva riposta entro una borsa di
seta rossa ricamata in argento, la baciò ed offerse al doge [Documento
XXXII]: aggiungendo, che in essa il re raccomandava inoltre la persona
sua e la spedizione dei suoi affari, che consistevano nell'acquisto di
archibugi e di zacchi.

Il serenissimo principe Marino Grimani, presa la lettera rispose: «che
la dimostrazione così continuata di amore e di ottima volontà del re
di Persia verso la repubblica era largamente corrisposta da una vera e
sincera affezione, e che a suo tempo si darebbe al suo ben accetto
oratore la risposta, assicurandolo intanto che la persona sua, come
raccomandata da S. M. sarebbe stata benissimo trattata ed interamente
soddisfatta».

Allora il persiano, offerendo una piccola nota scritta nella sua
lingua [Documento XXXIII], soggiunse che il suo re presentava alla
repubblica i doni ivi indicati, e che erano portati dai nove uomini
del suo seguito, e pregò il doge di farseli recare davanti.

Così fu fatto. E per primo fu spiegato un manto tessuto d'oro.
«Questo, disse il persiano, il mio re ha fatto fabbricare apposta per
la Serenità Vostra, ed è tutto di un pezzo senza cucitura, e lo manda
a Lei in particolare, acciocchè si contenti per amor suo ed in memoria
di S. M. portarlo Ella stessa in dosso. Ne ha fatto fare un altro
simile a questo, e lo ha mandato a presentare al re di Mogol suo
grande amico».

Fu poi spiegato un tappeto di seta, tessuto in oro, ed a colori, lungo
quattro braccia, e largo tre; «Questo, disse il persiano, è dei più
belli tappeti che si facciano. Il mio re avendo inteso che ogni anno
si mette fuori il tesoro di S. Marco, tanto famoso per tutto il mondo,
lo manda alla Serenità Vostra, perchè si contenti ordinare che ogni
volta che si esporrà il tesoro sia esso esposto sopra questo
tappeto[91] per la sua gran bellezza».

Quindi, mostrato un panno di velluto, colle figure di Cristo e di
Maria tessute in oro, lungo 7 braccia: «E questo, disse il persiano,
il re manda perchè sia presentato alla chiesa di S. Marco».

Furono inoltre spiegate sei vesti in pezza, cioè tre di seta tessute
in oro, e tre altre di seta leggiera a varii colori.

Il serenissimo principe rispose: che aggradivasi il nobilissimo
presente ben degno di re così grande, e tanto amato ed onorato dalla
repubblica, e che sarebbe riposto in luogo degno, a perpetua memoria
della Maestà Sua[92].

E nel giorno seguente ordinavasi che tutti i doni recati dal legato
persiano fossero consegnati alla chiesa di S. Marco, commettendo a
quei procuratori di far convertire le vesti in tante pianete, e di
esporre il tappeto nei giorni solenni sullo sgabello del doge[93].
Ordini che furono puntualmente eseguiti[94]. Comandava inoltre il
senato ai 6 di marzo [Documento XXXIV] ed ai 14 di agosto, che si
spendessero duecento ducati in rinfrescamenti di Fethy bei, e lo si
regalasse di alcune vesti di seta pel valore di altri ducati duecento;
che a ciascun uomo del suo seguito si donasse una veste di panno
scarlatto[95], e finalmente che si spendessero ducati mille trecento
sessanta nei doni pel re della Persia, i quali furono: un bacile con
ramino d'argento dorato a figure, ed uno simile di argento puro, un
catino d'argento con oro e brocca simile, due fiaschi d'argento
intagliati col vetro, un'armatura completa, due zacchi forniti l'uno
verde in oro, l'altro rosso, e quattro archibugi lavorati in radice
con perle e oro[96]. Inoltre il legato persiano fu favorito nei suoi
acquisti[97], e gli fu consegnata una lettera ducale pel suo re, colla
quale ringraziandolo della missione dell'ambasciatore, lo si
assicurava, dell'ottima disposizione della repubblica verso la Persia,
e del desiderio vivissimo di manifestarla al mondo, mediante veri
effetti, e di aumentarla a beneficio del comune commercio [Documento
XXXV].

E per tramandare la memoria di così splendida ambasceria, il senato
commetteva a Gabriele Caliari di dipingere la presentazione degli
oratori persiani, in una tela che ancora si ammira nella sala delle
quattro porte del palazzo ducale, ed è una delle migliori sue
opere[98].

  [Illustrazione: Quadro dipinto da Gabriele Caliari, per ricordare
  l'ambasciata persiana a Venezia del 1603]

L'arrivo di Fethy bei a Venezia, oltrecchè giovò a mantenere quella
corrispondenza tra la Persia e la repubblica che tanto conveniva agli
interessi politici e commerciali dei Veneziani; destando gelosie al
gransignore, lo rese così disposto alla pace, che rinnovò ed ampliò
gli antichi trattati colla repubblica[99].

L'oratore persiano, nel suo ritorno alla patria, trovò accesa la
guerra fra il suo re e gl'Ottomani, sicchè arrivato nella Siria gli
furono sequestrati tutti gli oggetti che portava seco, parte dei quali
poterono essere posti in salvo dal console di Venezia, e parte in
questa stessa città furono rimandati.

Laonde poco tempo dopo lo shàh Abbas, cui era impedito dall'esercito
ottomano di spedire una formale legazione a Venezia, incaricava
l'armeno Chieos di presentare una sua lettera al doge per annunciargli
non solo la guerra che allora fervea, ed esprimergli il suo desiderio
di unirsi ai principi cristiani ed in particolare alla repubblica; ma
eziandio per chiedergli notizie dell'ambasciatore Fethy bei [Documento
XXXVI]. E quando poi egli seppe che le merci ed i doni della veneta
signoria erano presso il console della Soria, od a Venezia, qui spedì
un altro suo messo, il chogia Seffer, che arrivava nel gennaio 1610.

Il console nella Soria Giovanni Francesco Sagredo, raccomandava questo
oratore persiano al veneto senato, in contemplazione della potenza
acquistata dallo shàh Abbas, la cui alleanza potea altamente giovare
alla repubblica, e per corrispondere all'ottima inclinazione che quel
re sempre avea addimostrata al nome ed agli interessi veneziani, per
modo che alla sua corte qualunque ancorchè di bassa condizione fosse o
si facesse credere veneziano, era accolto e trattato con tale
famigliarità e cortesia da non potersi desiderare di più [Documento
XXXVII].

A' 30 di gennaio 1610 il chogia Seffer con quattro persone di seguito,
vestite tutte alla persiana, si presentò nel collegio, introdotto dal
dragomanno Giacomo Nores; espose lo scopo della sua venuta, il quale
era di attestare alla veneta signorìa il desiderio vivissimo del re di
Persia di perseverare nell'ottima corrispondenza ed unione, che _ab
antiquo_ sussisteva fra i due Stati e di accrescerla maggiormente
[Documento XXXVIII]; e presentando una lettera involta in due borse,
una di raso, e l'altra di velluto, chiuse entro una scatola coperta di
ricchissimo drappo, soggiunse: «che con quella il re pregava eziandio
il serenissimo principe ad ordinare, che, al suo messo fossero
consegnate le robe di Fethy bei, che erano ritornate a Venezia[100]».

  [Illustrazione: Lettera dello shàh Abbas il Grande, 22 gennaio 1610]

Letta dal dragomanno la lettera, il doge espresse i ringraziamenti
della repubblica all'onorevole ufficio dello shàh di Persia, e promise
di corrispondere al desiderio di lui.

Quindi il senato deliberava che fossero a chogia Seffer consegnati i
chiesti oggetti [Documento XL] con un dono in danaro di ducati 200, ed
in rinfrescamenti di ducati 100, e con una lettera ducale al re della
Persia per risposta a quella recata dal suo oratore [Documento XLI].

Conchiusa poi la pace fra la Persia e la Turchia, pervennero a Venezia
nell'anno 1613, accompagnati da una lettera di raccomandazione dello
stesso Nasuf bashàh[101], primo visir a Costantinopoli, due inviati
persiani, Alredin e Sassuar, per annunciare il felice evento della
pace, ed attestare che il re della Persia: «nel suo puro et real
animo, che a guisa del sole non riceve in sè nè macchia, nè menda di
cattivi pensieri, desiderava di continuare nella solita amicizia ed
unione colla signorìa di Venezia, avendo inteso con grande
soddisfazione dell'animo suo la stima ed il conto che negli stati
della repubblica si faceva del nome persiano, e bramava che si
ristorasse la pratica ed il commercio che sussisteva prima della
guerra, assicurando che i veneti mercanti sarebbero accolti con ogni
favore nella Persia, nè mai molestati da alcuno o danneggiati, per
quanto importa un minimo capello della testa [Documento XLII]».

Questi oratori persiani furono onorevolmente accolti e favoriti.
Recarono essi a Venezia 50 colli di seta e molti diamanti, ed
esportarono merci preziose di vario genere che lo shàh aveva loro
commesso di comperare, con un memoriale del quale sarà fatto cenno
nella Parte seconda, siccome saggio della qualità delle merci che in
quel tempo la Persia ricercava a Venezia.

Sassuar ritornò poi di nuovo a Venezia, quale oratore persiano, nel
1621, per migliorare i rapporti internazionali dei due stati. E
presentatosi in senato al 1º febbraio 1621 insieme ad agì Aivas di
Tauris [Documento XLIII], offrì una lettera dello shàh Abbas
[Documento XLIV] con un dono di 4 tappeti, 25 pezze di giurini, e 25
di lizari d'India. Benedetto Tagliapietra consigliere anziano
ricevette, in assenza del doge, l'oratore persiano, e ringraziatolo
della lettera e del dono, lo assicurò che la sua raccomandazione
sarebbe stata tenuta in gran conto, molto importando alla repubblica
l'amicizia del suo re, ed il facile commercio colla Persia.

I preziosi drappi recati da Sassuar furono quindi consegnati ai
procuratori de supra per essere usati nelle pubbliche cerimonie della
chiesa di S. Marco[102] [Documento XLV].

Allorquando poi la repubblica veneta fu minacciata dell'impresa di
Candia, per la cui difesa sacrificò e sangue e ricchezze, invano
chiedendo agli Stati europei aiuto possente per sostenere in
quell'isola l'antemurale della civiltà, non mancò di dirigersi
eziandio alla Persia, colla speranza di trovare almeno da quella parte
una importante diversione, che le lasciasse agio a difendere i proprii
possedimenti.

Nell'anno 1645, il senato mandò all'ambasciatore veneto in Polonia
Giovanni Tiepolo[103] una lettera pel re di Persia, incaricandolo di
spedirla in quel regno con apposito legato, e di pregare il re di
Polonia di unire anch'egli un suo oratore per lo interesse comune
della cristianità, minacciata dalla prepotenza ottomana. E commetteva
inoltre a Domenico Santi, che era diretto in Persia dal papa,
dall'imperatore, dal re di Polonia e dal gran duca di Toscana
[Documento XLVI], di prendere la via della Siria e di recare una
consimile lettera al re persiano, per eccitarlo a muovere dalla sua
parte contro la Turchia.

Le due lettere ducali allo shàh della Persia portavano le date 2
dicembre 1645 [Documento XLVII] e 17 luglio 1646 [Documento XLVIII].

Ricordavano esse, come l'Ottomano avesse più volte portate le armi
contro i di lui predecessori, per rendere più vasta e formidabile la
sua potenza. Che politica tradizionale della Persia era di mirare
all'indebolimento di lui, e che ora le si offeriva la opportunità,
dacchè stavano le armi ottomane impegnate in una impresa che non
avrebbe mancato di spingere tutti i principi di Europa a frenare le
usurpazioni della Turchia; e che già la campagna era incominciata coi
più lieti auspicii, avendo la veneta armata assalita e danneggiata la
ottomana nello stretto.

Il re di Polonia aderì alle istanze dell'ambasciatore veneziano, ed
incaricò il nobile polacco Slich di recarsi in suo nome nella Persia,
insieme al veneto legato padre Antonio di Fiandra domenicano, cui il
Tiepolo avea consegnata la lettera ducale per lo shàh e le
credenziali.

L'ambasciata veneto-polacca partì il 2 ottobre 1646 da Varsavia,
accompagnata da 25 gentiluomini polacchi, e per Mosca e
Nishni-Novogorod giunse a Casan il 12 febbraio 1647, ove si riposò per
tre mesi. Partita poi da Casan a' 3 di maggio per il Volga, dopo un
mese di procellosa navigazione sul Caspio, approdò alle spiaggie
persiane e si diresse ad Ispahan, ove giunse soltanto al 15 di
settembre, pei disagi sofferti nel viaggio dall'ambasciatore polacco.
Il quale appena arrivato in Ispahan ammalò gravemente per modo, che
non potendo eseguire le commissioni del suo re, mandò a chiamare uno
dei principali della corte persiana, e presentandogli il veneto
legato, consegnò al padre Antonio le lettere e le credenziali sue
proprie, dichiarando che quegli soddisferebbe alla ambasciata in nome
del re di Polonia e della repubblica veneta. E pochi giorni dopo egli
spirò, e fu sepolto con molto onore nella chiesa dei Carmelitani
Scalzi.

Introdotto il padre Antonio all'udienza del re il 27 di ottobre,
offerse le lettere del re di Polonia e della repubblica, ed ebbe per
risposta che sarebbesi con lieto animo ricambiata la loro amicizia.
Invitato poi a stendere in lingua persiana i punti principali della
sua domanda, egli li presentò; ma ottenne soltanto una vaga
assicurazione che il re avrebbe assai volontieri cercato occasione di
corrispondere efficacemente ai desiderii dei principi cristiani, ed
una lettera in questo senso al doge di Venezia, affettuosissima, ma
senza impegni [Documento XLIX].

La Persia in fatti non era in grado di corrispondere: perocchè aveva
in quel tempo mandato un esercito nel regno di Conducar, cogliendo
occasione e dalle discordie che dopo la morte del Gran Mogol erano
insorte fra i di lui figli, e dalla guerra tra la Porta e Venezia, per
ricuperare quel regno al kan dei Tartari Olbek, che dal Gran Mogol ne
era stato spogliato.

Ritornato a Venezia, il padre Antonio si presentò in senato a' 28 di
marzo 1649, e lesse una interessantissima e finora inedita relazione
della sua ambasciata, distinta in tre parti, cioè:

1º Il suo viaggio in Persia, la miglior via per andarvi, e le
accoglienze e gli onori ricevuti quale ambasciatore cristiano;

2º Quello che ha trattato col re di Persia;

3º Quello che si poteva sperare dallo shàh in aiuto della repubblica;
conchiudendo che terminata la guerra nel Conducar, potevasi ritenere
che il giovine e valoroso re persiano avrebbe rivolto le sue armi
contro i Turchi [Documento L].

Il padre Antonio presentava inoltre una scrittura in data di Shangai
24 aprile 1648 dell'altro legato in Persia Domenico Santi [Documento
LI].

La relazione del Santi che pure trovasi inedita è stillata in lingua
italiana frammista di alcuni termini castigliani, locchè farebbe
credere che, quantunque egli si annunciasse suddito della repubblica,
fosse o nativo di Spagna o avesse ivi gran tempo dimorato. Narra il
Santi l'esito della sua missione nella Persia, conforme a quello del
padre Antonio di Fiandra, e si estende nei più minuti particolari
intorno al disastroso suo viaggio, alle grandi spese che dovette
sostenere, ed alla quantità dei doni che fu obbligato di presentare al
re ed ai ministri per ottenere benevolo ascolto.

Senonchè peggiorando le condizioni dei Veneti nell'isola di Candia, la
repubblica che aveva, si può dire, quasi invano chiesti sussidii ai
principi della cristianità, tentò di nuovo dopo il 1660 di ricorrere
alla Persia, dapprima con lettere dirette a quel re [Documento LII],
quindi accogliendo la offerta segreta dell'arcivescovo armeno
Aranchies che proponeva di trattare la lega coi Persiani [Documenti
LIII e LIV], e finalmente inviando alla corte dello shàh l'arcivescovo
di Nashirvan. Ma pur troppo, mentre duravano queste pratiche, il regno
di Candia andò perduto.

La repubblica di Venezia dovea anche in questa terza invasione
ottomana resistere sola, e sacrificare generosamente il sangue dei
suoi figli ed i propri tesori per difendere l'antemurale della
civiltà. Dopo una gloriosa lotta di 25 anni, che rese immortale la
fama del valore e della costanza dei Veneziani, il regno di Candia fu
occupato dalle truppe ottomane, la croce lasciò il posto alla mezza
luna.

Conchiusa appena la pace colla Turchia, arrivò in Venezia una
importante missione dalla Persia. La componevano due padri domenicani:
Maria di S. Giovanni ed Antonio di S. Nazaro, incaricati
dall'arcivescovo di Nashirvan di presentare al senato la relazione dei
suoi negoziati colla Persia, e la risposta dello shàh agli inviti
della repubblica [Documento LV]. Gli atti di questa missione, l'ultima
che dalla Persia venisse a Venezia, chiaramente dimostrano le
relazioni internazionali dei due stati, così rispetto alle comuni
aspirazioni, come agli interessi del traffico ed alla tutela dei
cristiani nell'Asia.

Il 20 luglio 1673 i padri domenicani presentarono nel collegio la
lettera dell'arcivescovo di Nashirvan [Documento LVI] e quella del re
di Persia, esprimendo in idioma turco lo incarico avuto dallo shàh di
augurare al serenissimo principe le maggiori prosperità, e di
attestare la di lui stima ed osservanza alla repubblica[104].

La lettera dell'arcivescovo esponeva: come dopo di aver corsi molti
pericoli particolarmente in Erzerum dove fu accusato per spia, egli
giunse in Ispahan, presentò le lettere ducali allo shàh che le accolse
affettuosamente, ed a cui narrò colla maggior efficaccia possibile le
condizioni della guerra di Candia. Il re della Persia ascoltò
attentamente ogni cosa, di tutto chiese le più minute notizie e
promise di dare pronta soddisfazione alle proposte della repubblica.
Ma la nuova sopraggiunta della resa di Candia, dal re con sorpresa e
dolore sentita, mandò a vuoto le incamminate trattative; ed il
desiderio dello shàh di soddisfare alle richieste del veneto senato,
dovette limitarsi a franchigie e protezioni accordate ai cristiani
nella Persia, le quali sono attestate nella stessa lettera del monarca
persiano [Documento LVII], nè poteansi sperare maggiori: perocchè egli
avea dato ordine, che per riguardo alla veneta signorìa venissero i
cristiani rispettati ed onorati, e godessero privilegi ed immunità in
tutte le città e terre della Persia; ed anzi in qualsiasi luogo, dove
si trovassero abitazioni dei cristiani, le immunità loro accordate
dovessero estendersi a tutti gli altri abitanti di qualsivoglia
condizione o setta si fossero. Assicurava inoltre il re della Persia,
di essere disposto ad accogliere con prontezza e di dare immediata
esecuzione a ciò che alla veneta signorìa sembrasse opportuno di
proporgli, rispetto alle novità che potessero insorgere nei suoi
rapporti coll'impero ottomano.

Il dragomanno Fortis presentava quindi al senato una relazione di un
colloquio secreto tenuto per ordine dei savii coi padri domenicani, i
quali dissero che da lungo tempo il re persiano nutriva sentimento di
vendetta contro gli Ottomani; e che se i capitoli della tregua di
Babilonia e la guerra nel Conducar l'avevano finora obbligato a
simulare l'odio implacabile contro i Turchi, il giovane e valoroso
monarca desiderava prossima occasione di battersi contro di loro,
d'accordo colla signorìa di Venezia, il granduca di Moscovia ed il re
di Polonia, persuaso che tali alleanze avrebbero bastato per finirla
una volta coll'impero turchesco [Documento LVIII]. Il Fortis
aggiungeva nella sua relazione particolari notizie intorno alla
condizione dell'esercito persiano, ed alcuni suggerimenti opportuni a
mantenere per diversi scali il commercio colla Persia, durante la
guerra, insieme ad una descrizione delle vie che da Venezia
conducevano in Ispahan.

La repubblica fu assai lieta di questa legazione, ringraziò il re
della Persia per la protezione ed i beneficii che accordava ai
cristiani nei suoi regni, promise reciprocanza [Documento LIX], regalò
splendidamente i padri dominicani, il contegno, le pratiche e le
proposizioni dell'arcivescovo di Nashirvan altamente commendò[105].

Questa fu l'ultima occasione, che per circostanze fatali la repubblica
di Venezia ha perduta; avvegnachè rinnovatasi la lotta colla Turchia
nel 1695, essa invano tentò di associare ai suoi minacciati destini la
Persia [Documento LX], ed allorquando nel 1714 il divano non potendosi
adattare alla perdita della Morea, le intimava di nuovo la guerra
siccome violatrice degli accordi di Carlovitz, essa non più ricorse
alla Persia che stava impegnata in lotte civili, e soscrisse la pace
di Passarovitz, che pose fine alle sue speranze in oriente.

Però anche durante il secolo decimo ottavo le relazioni internazionali
veneto-persiane si mantennero nello stesso costante carattere di
ottima amicizia e corrispondenza.

Quando la repubblica si avvide di non poter più recare ad effetto
l'idea di dividere l'impero ottomano col concorso della Persia, non
cessò di coltivare i buoni rapporti con quel governo, nella mira di
proteggere gli interessi della cristianità in Asia.

I pochi documenti che si hanno attestano come nel 1669 [Documento
LXI], in seguito a spedizione nella Persia di Antonio Doni, quello
shàh dimostrasse alla repubblica la più favorevole disposizione ad
incontrare i suoi desiderii; e come efficacemente proteggesse ora il
vicario generale padre Fassi raccomandatogli dai Veneziani per istanza
del granduca di Toscana [Documento LXII], ora il padre Arachieli che
pei cattolici volle edificare una chiesa in Erivan [Documenti LXIII e
LXIV].

Morto Suleiman nel 1692 e succedutogli Husein, la repubblica mandò al
nuovo re, colle lettere di congratulazione, le più vive
raccomandazioni in favore dei cristiani che abitavano nella Persia; le
quali furono riscontrate con termini di adesione e di ringraziamento,
e con espressioni di augurio pel mantenimento della stretta colleganza
fra i due Stati.

  [Illustrazione: Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier,
  1696]

Questa lettera, di cui diamo nei documenti la traduzione [Documento
LXV], e qui il fac-simile, porta in luogo della sottoscrizione, non
conosciuta dai maomettani, il grande sigillo reale detto _Homajon_,
nella forma elegante che usavasi pei trattati, lettere patenti o
missive all'estero, e il cui disegno, quale la fotografia potè
riprodurlo, ponemmo in fronte al presente volume[106]. Esso contiene
nel centro fra un bellissimo intreccio di fiori e di foglie la cifra
reale _Sultan Husein ben Suleiman_ 1106, cioè il sultano Husein figlio
di Solimano, anno 1694. All'intorno nelle dodici nicchie dovrebbonsi
leggere i nomi dei dodici _Imam_, e al disopra la solita formula od
invocazione religiosa dei Persiani.

Nell'anno 1697 a' 13 di marzo si presentò in collegio il padre Pietro
Paolo Palma arcivescovo d'Ancira con breve di Innocenzo XII al re di
Persia[107] pregando la repubblica di mediazione in favore del vescovo
d'Ispahan e di quei missionarii che erano stati esiliati dal suo
regno. Ed il senato nella prossima tornata del 15 marzo deliberava di
rivolgersi allo shàh, al patriarca armeno ed al gran Mogol [Documento
LXVI].

Finalmente essendo accaduta nel 1718 la spogliazione della chiesa dei
Cappuccini a Tiflis, il veneto senato scriveva il 23 di dicembre
[Documento LXVII] al re della Persia pregandolo «di porgere sollievo
agli oppressi, di far cessare gli insulti e le animosità, di
restituire la religione cattolica alla pristina quiete».

Le relazioni internazionali della repubblica di Venezia colla Persia,
furono pertanto in tutti i secoli improntate della più schietta
amicizia, e mantenute costanti da eguali tendenze politiche e da
sentimenti di civiltà e di religione.

Oltre a ciò un altro importante rispetto, pur degno di somma
considerazione, stringeva Venezia alla Persia: quello del commercio,
del quale trattasi nella seguente Parte seconda.



PARTE II.

Delle relazioni commerciali tra la Repubblica di Venezia e la Persia.


I.

Del commercio dei Veneziani colla Persia.

Gli aromi delle Indie orientali, le spezie, le merci, le sete, i
prodotti e le manifatture dell'Asia furono fino dai più antichi tempi
primario scopo del commercio europeo, e le nazioni che poterono averle
di prima mano arricchirono assai e si resero tributarie le altre. Nei
più remoti secoli, ora i Fenici ricevendole dal golfo Persico e dal
mar Rosso, le portavano per Tiro, Sidone ed Alessandria nel
Mediterraneo, ora gli Assiri ed i Caldei per la via dell'Indo,
dell'Oxo (Amon-daria) e del Caspio, quindi del Ciro e del Fasi, o del
Volga e del Tanai (Don) le spingevano nel mar Nero.

In mezzo alle irruzioni dei barbari, perdutosi l'uso delle merci di
levante, l'Europa sofferendone la mancanza abbisognò di abili
navigatori che ne la provvedessero. Si presentarono gli Italiani, e
dalle sponde del mar Nero o dalle coste orientali del Mediterraneo le
navi di Amalfi, di Sicilia, di Pisa, di Genova e particolarmente di
Venezia recarono a tutta l'Europa i preziosi prodotti dell'Asia.

Che il primato del commercio asiatico, benchè contrastato dai
Genovesi, fosse fino dagli esordii della repubblica nelle mani dei
Veneziani, che Venezia fosse, come la disse il Giogalli, la dogana
principale delle ricchezze dell'Asia, lo prova la famosa lettera di
Cassiodoro dell'anno 528, dalla quale consta che essa provvedesse i re
Goti di quanto abbisognavano. Assicurano le cronache che nei secoli
VII e VIII le navi della repubblica recavano in Europa i prodotti e
le manifatture dell'Asia; la cronaca _Dandolo_ che nell'anno 814 i
Veneziani commerciassero in Siria; la _Cavense_ che nel 987
caricassero nel porto di Salerno per le coste asiatiche, e finalmente
dall'anno 971 incomincia la importantissima serie dei decreti, patti e
privilegi dei Veneziani relativi al commercio d'Oriente che ne
comprovano la ricchezza e la preminenza[108].

I prodotti dell'Asia mettevano capo dapprima ai porti della Siria e
dell'Egitto; quindi nel mar Nero alla Tana sullo sbocco del Tanai, a
Trebisonda, e ad Ajazzo, angolo il più orientale fra la Cilicia e la
Siria, secondo le vicissitudini che sconvolsero le regioni d'oriente.

Giosafat Barbaro e Ambrogio Contarini narrano nei loro viaggi, che
fino dai più remoti tempi le merci dell'Indie e quelle dell'interno
dell'Asia navigavano pel fiume Indo fino all'antica Battriana, donde
trasportate per terra con cammelli in sette giorni, nell'Icaro che
sbocca nell'Oxo, si versavano nel mar Caspio, attraversando i
ricchissimi mercati di Samarcanda e Buccara. Quindi dall'emporio di
Astrakan rimontando il Volga fino all'incurvatura del Don scendeano
poi per la palude Meotide nei porti del mar Nero, impiegando, siccome
narra il Contarini, otto giornate da Astrakan alla Tana.

Affermano quegli scrittori che la Tana fosse il più antico emporeo
delle merci asiatiche, ma il Foscarini[109] dimostrava che i porti
della Siria e dell'Egitto mantennero il traffico delle Indie qualche
secolo prima di quelli del mar Nero, dove le strepitose vittorie di
Gengiskan e la distruzione dell'impero crociato condussero il
commercio dell'Asia; e Marco Polo assicura che ai suoi tempi
pervenivano principalmente ad Ajazzo le merci dell'oriente, e vi si
cambiavano con quelle dell'occidente recate dalle navi veneziane e
genovesi, e destinate al gran mercato di Tauris.

Le merci dell'Asia orientale venivano portate a Campion (Cantcheu),
quindi a Balxian (Badkhchan), e attraversando il deserto pervenivano
nella Persia a Casbin Sultania e Tauris. Quelle dell'Asia meridionale
erano portate pel golfo Persico a Bassorah, dove concorrevano anche le
mercanzie dell'Arabia e delle coste di Etiopia, ed operavasi il cambio
con quelle della Cina e dell'Asia settentrionale, quindi seguitando il
corso dell'Eufrate pervenivano ai fiorenti mercati di Damasco e di
Aleppo; oppure lungo il Tigri attraversavano la Persia e giungevano
esse pure al grande emporeo di Tauris[110]. Da questa piazza due
grandi vie commerciali si partivano l'una per Erzerum diretta ad
Ajazzo, scalo principale nel Mediterraneo, l'altra pure per Erzerum a
Trebisonda nel mar Nero.

Il commercio di Tauris che concentrava quello della Persia e dove
concorrevano principalmente le produzioni asiatiche fu assai
vagheggiato dai Veneziani[111]. Tauris, l'antica reggia dei Medi, fu
per lungo tempo residenza dei sovrani di Persia; collocata in sito
salubre, comodo e facile al traffico, ed in relazione cogli emporei di
Samarcanda, Bukara, Bolkar ed Otrar, e con quelli di Bassorah e di
Ormus, non poteva essere in posizione più favorevole al commercio. Le
vie dell'Armenia, di Trebisonda e della Siria la ponevano in
comunicazione col mar Nero e col Mediterraneo, e da esse riceveva in
cambio le merci d'Europa. Marino Sanudo affermava che le vie
dell'Armenia e della Persia erano preferibili a quelle dell'Egitto, e
proponeva nel secolo XIV di far passare attraverso quelle regioni una
gran strada commerciale per l'India.

Trascurar non potevano i Veneziani emporeo così prezioso, e per
favorire il commercio con quella piazza si hanno precise notizie fin
dal secolo IX di trattati conchiusi dal doge Pietro Orseolo coi
Saraceni, quindi co' re cristiani di Gerusalemme, i soldani
d'Antiochia, di Tripoli, di Beruti, i re d'Armenia, gl'imperatori di
Nicea e di Trebisonda, i soldani d'Aleppo, di Babilonia, di Rumili e
gli imperatori dei Tartari[112]. Flotte veneziane in isquadre chiamate
mude, e comandate dapprima da un nobile eletto dal maggior consiglio,
quindi dal senato, con ispecial commissione veleggiavano per
assicurare la libertà del commercio intorno alla Tauride e lungo le
coste di Trebisonda, di Bitinia, di Paflagonia, di Cilicia e della
Soria. Stabilimenti e Consolati Veneziani nel mar Nero si ricordano
fin dal secolo XIII; viaggiatori veneziani nelle regioni interne
dell'Asia, i Polo, fin dal 1250; ambasciatori in Tauris, Marco
Cornaro, nel 1319[113], in Armenia Giorgio Dolfin[114], a Trebisonda
Nicolò Quirini nel 1349[115].

I mercanti persiani e gli armeni che facevano il commercio
veneto-persiano, eziandio durante le guerre colla Turchia, erano
particolarmente accetti e favoriti dai Veneziani.

Senza tener conto delle tradizioni che si hanno, rispetto alla via di
Venezia detta ruga Giuffa ed al campo dei Mori, siccome luoghi ove
albergavano Armeni e Saraceni, tradizioni che non reggono ad una
critica severa, si sa che fino dall'anno 1253 esisteva a san Giuliano
in una casa conceduta da Marco Ziani, ricchissimo negoziante nipote
del doge Sebastiano, un ospizio la cui istituzione era di ricoverare
qualunque pellegrino armeno per tre giorni, donando però una sola
cena[116]. Allorquando Uzunhasan si insignorì della Persia e
dell'Armenia, e conchiuse alleanza colla repubblica negli anni
1470-73[117], crebbero i favori verso quelle nazioni. Nell'anno 1476
gli Armeni eressero presso il loro ospizio a S. Giuliano una chiesetta
che fu nel 1691 riedificata a spese di Girocco Mirmano ivi sepolto. E
rifugiatosi da Costantinopoli e da Modone in Venezia l'abate Pietro
Mechitar ottenne nel 1718 di edificare nell'isola di S. Lazzaro un
monastero ed un collegio, i quali, ampliandosi e fiorendo sempre più,
si resero benemeriti per uomini distintissimi ed operosi a diffondere
la scienza nei loro correligionarii dell'Asia, e ad unire le due
letterature orientale ed occidentale. Gli Armeni furono interessati a
scortare e favorire gli oratori ai sovrani della Persia e i mercanti
veneti in quella regione. La sopraintendenza e giudicatura della loro
nazione era specialmente raccomandata al magistrato dei cinque Savii
della mercanzia[118]; appositi sensali con particolari discipline
vegliavano affinchè non venissero defraudati in modo alcuno nei loro
contratti[119], e finalmente Armeni e Persiani erano esenti del
pagamento delle tasse di cottimi e di bailaggi[120].

Molte e ricche case commerciali armene erano stabilite a Venezia, ma
di mano in mano che diminuiva la importanza del traffico colle regioni
dell'Asia si ritirarono, ed abbiamo memoria che solo fra gli anni 1732
e 1758 lasciarono questa città ben dodici case armene[121]. I minori
negozianti però fino al cadere della repubblica continuarono a vendere
le loro mercanzie, sotto certi ombrelloni dispiegati accanto ai tre
stendardi della piazza di S. Marco, e l'ultimo di quegli Armeni fu
Tommaso Posa che continuava a vestir l'abito orientale.

Riguardo ai Persiani esistono vaghe tradizioni di un antichissimo
fondaco, situato a S. Giovanni Grisostomo sul rivo che mette al canal
grande, dirimpetto al fondaco dei Tedeschi, ma anche queste tradizioni
non reggono ad una critica severa. Egli è certo che nel secolo XVII i
Persiani albergavano nel fondaco dei Turchi a San Giovanni decollato,
ma separati dai sudditi del gran signore. Mediante decreto 10 giugno
1662 dei cinque Savii alla mercanzia, furono con tale condizione
obbligati i Persiani e le Persiane a passare nel fondaco dei Turchi;
ed il successivo decreto 16 giugno dello stesso anno stabiliva pene di
bando e di galera a quei Persiani che continuassero a soggiornare in
case private e non andassero colle loro mercanzie nel fondaco.

Gli Armeni ed i Persiani, come tutti gli orientali, avevano in Venezia
un luogo particolarmente destinato alla loro tumulazione, e quando
erano cristiani nell'isola di S. Giorgio Maggiore, in un recinto
intorno al campanile. Fino a questi ultimi tempi poteasi vedere
qualche lapide con caratteri di quelle nazioni, ma pur troppo molte ne
andarono seppellite nel rifare le fondamenta di quel campanile.

La famiglia Sceriman di Djulfa d'Ispahan era la più illustre e ricca
delle persiane stabilite a Venezia; e nel secolo XVII la sua casa
commerciale era una delle più considerevoli d'Europa. E la famiglia
patrizia Boldù, illustre per fasti militari e per senno civile, è pure
di origine persiana[122].

Merci che da Venezia si importavano nella Persia erano: panni tessuti
d'oro, d'argento ed a varii colori, velluti, damaschi, stoffe di lana
e di seta, fili d'oro, d'argento e galloni, cera lavorata, zucchero
raffinato, mercurio, vitriolo, cinabro, arsenico, canfora, cremor di
tartaro, teriaca, casse di noce, cordami, carte da giuoco, moneta
buona e falsa (scadente?), armi, acciai, ferrareccie, aghi, carta,
stampati, chincaglie, vetri, specchi e conterie[123].

I Veneziani pel continuo traffico e relazione coll'oriente avevano
tolto il costume di vestire le donne con panni tessuti d'oro e
d'argento, e fin dal secolo XIII si ha memoria di una magistratura
detta dei _panni d'oro_, che sopraintendeva a quel lavoro
rigorosamente invigilandone la manifattura ed il commercio. Quindi le
genti dell'Asia mandavano ad acquistare in Venezia tali preziose
drapperìe, per la sicurezza che aveano di non rimanere ingannati.

Qui si fabbricavano eziandio per il commercio asiatico gli ormesini,
specie di drappo di seta, così nominato da Ormus, d'onde venne, e ci
dà testimonianza della celebrità di quelle fabbriche il nome della
calle degli Ormesini in cannareggio. Il commercio della carta e quello
degli stampati tuttora fioriscono. Quello poi delle conterie e degli
specchi si mantenne prospero fino al cadere della repubblica. L'arte
vetraria, e particolarmente quella del coloramento alla pasta vitrea,
si ritiene da molti, che i Veneziani apprendessero nella Persia; ma
se anche ciò non fosse, è però vero ch'essi estesero in quella regione
ed in tutta l'Asia questo commercio, per modo da ingenerarvi il
costume di adoperare in luogo delle _coroncine_ di cocco usate dagli
orientali, _coroncine_ di vetro colorato molto più vaghe; e da far
entrare le _margherite_ negli abiti, negli addobbi, e perfino
adoperarle come segno di dignità. Ed il costume persiano che le donne
portar dovessero in dote uno specchio almeno, di Venezia, dava a
questi un grandissimo smercio.

Siccome saggio delle merci che ancora nel secolo XVII la Persia
ritraeva da Venezia, ecco la traduzione fatta dal dragomanno Nores, il
18 marzo 1613, del:

_Memoriale consegnato dallo shàh di Persia Abbas ai suoi agenti
Alredin et Sassuar, delle cose che sono obbligati a comperare a
Venetia d'ordine del re_[124].

Zacchi, che siano di somma bontà e di maglia minuta et stretta.

Rasi boni et belli, parte negri et parte a colori.

Tabini boni.

Ormesini fatti in Venetia.

Panni venetiani, che siano boni e fini di diversi colori.

Argenterie di diversa sorte, così schiette come lavorate a figure.

Vetri lavorati, belli, ben fatti et indorati la maggior parte.

Lavori di cristallo di montagna senza alcune vene.

Specchi di cristallo grande, che siano netti et senza casse.

Specchi mezzani et piccoli, a punta di diamante.

Pietre d'anelli d'ogni sorta, con figure intagliate sopra.

Armi da guerra d'ogni sorta, che sieno a proposito nostro.

Occhiali di cristallo fatti a diamante.

Coltelli et forfe (forbici) di buona sorte et tempera.

Cremisì.

Instrumenti da lavorare e da far zacchi (giacchi).

Azzali che sieno buoni et fini.

Pugnali, colli sui ferri indorati, senza fodero.

Non porterete nè archibusi, nè orologi, nè cassette di cristallo,
perchè non fanno di bisogno. Orecchini di cristallo di diverse sorte
con figure.

Portar delle cipolle et sementi di fiori belli, con la nota del tempo
e del modo come si piantano.

Menar tessitori che sappiano far velluti et rasi, se si può.

Instrumenti ovver ordigni da lustrare i panni di seta, con la nota del
modo come si fa.

Maschere di diverse sorta da trasvestirsi; et altre cose straordinarie
che non siano state qui portate o poste in uso, siano di che prezzo si
voglia.

Et così eseguirete.

_col sigillo reale._


Le monete veneziane erano accettate dai Persiani, come dai Mongoli,
Tartari, Arabi ed Indiani. In Armenia poi i Veneziani, per privilegi
ottenuti fino dal secolo XIII, lavoravano i dirrhem ed altre
saracinesche monete di un gran pregio nella Persia. Essi associaronsi
inoltre agli Armeni ed ai Persiani nella fabbricazione dei
cammellotti, e finalmente goderono franchigia per le mercanzie che
tratte da Tauris e dalla Persia, attraversavano l'Armenia.

Queste mercanzie consistevano principalmente: in panni di seta, di
lana, di pelo di cammello e di capra, rasi con ricami tessuti d'oro,
tappeti di Persia e di Caramania, riputati da M. Polo i migliori del
mondo, cammellotti, mussuline, particolarmente da Mussul presso
Mardin, abbondante di cotoni, cordovani rossi e gialli ed altre pelli
in genere, pesce secco e salato, beluga del Caspio, argento ed oro in
polvere tratti dai fiumi di Bukaria, rame delle miniere di Tokat,
datteri di Bassorah, pepe, tabacco, indaco, allume, zuccaro, galla,
zenzero, zafferano, rabarbaro, gomma, miele, sale di Bukaria, sale
ammoniaco, bitumi, tra cui il _nafta_ ed il celebre _mum_, droghe
diverse, erbe medicinali, cera, perle di Ormuz, lapislazzuli, turchesi
ed altre pietre preziose, lavori ed intarsiature alla _agemina_, così
detti da _agem_, nome col quale gli Arabi indicano le terre ad essi
straniere ed in particolare la Persia; e finalmente la seta greggia di
cui incomparabilmente abbondavano le provincie persiane situate sul
Caspio, Astrabad, Mazanderan, Schirvan e sopra tutte il Ghilan, la cui
seta in natura ed in manifatture era ed è riputata la migliore di
tutta la Persia.

Il commercio delle sete persiane fu specialmente regolato e favorito
dal magistrato dei Cinque savii alla mercanzia, nei cui registri
trovansi fra le altre le seguenti disposizioni:

Le sete persiane doveano passare per gli scali della Sorìa,
assoggettarsi alla visita del console di Damasco e di Aleppo, e
soddisfare una tassa di favore, fissata colla tariffa 5 marzo 1537;
quindi venire accompagnate a Venezia da tratte particolari dei
provveditori al cottimo[125]. E diminuendo quel traffico, per la
concorrenza dei mercanti forestieri, nella grave proporzione di 1000 a
100, nel principio del secolo XVII, deliberava il senato ai 2 di
maggio 1614 che tutte le sete persiane, che per gli scali della Sorìa
venissero condotte a Venezia, fossero esenti per anni sei (tempo
dappoi indeterminatamente prorogato) dal dazio del 6 per %, semprecchè
li mercanti che le portavano per la via di Aleppo certificassero con
prove irrefragabili al console di Sorìa la loro provenienza dalla
Persia.

Il console in Aleppo, Girolamo Morosini, aveva nell'anno precedente
sotto la propria responsabilità ridotto quella tassa dal 6 al 2 per %,
_onde favorire la venuta in Venezia dei mercanti persiani tanto
desiderati dalla repubblica_; e nella relazione che lesse in senato il
9 febbraio 1615 perorò la abolizione intera della tassa, che fu
stabilita. E per favorirne la esportazione da Venezia, e far fronte
alla concorrenza straniera, il senato ordinava ai 10 di luglio dello
stesso anno, che per due anni, i quali furono varie volte prorogati,
potessero le sete persiane escire dallo stato veneto per la via di
Ponteba esenti da dazio. Finalmente nel 1626 al 14 di agosto
deliberavasi in Pregadì che le sete persiane, che capitassero in
Venezia con mercanti armeni e persiani, fossero esentate dall'1 per %
che pagavasi per il cottimo e del 2 per il bailaggio di Sorìa,
_acciocchè con questo ragionevole vantaggio si incamminino a questa
piazza_[126].

Anche lo shàh della Persia, Abbas il Grande, fermò particolarmente la
sua attenzione sul commercio serico. Fra le grandi innovazioni da esso
adottate per ristorare le sorti economiche del suo impero, volle che
gli Armeni trasmigrati in Djulfa d'Ispahan ricevessero dai
proprietari le sete, e si esercitassero esclusivamente in quel
traffico, nel quale divennero operosissimi.

Ma le condizioni politiche ed economiche della repubblica, e le
vicissitudini del commercio e della navigazione delle potenze europee,
andarono togliendo poco a poco ai Veneziani il primato nel traffico
della seta e di tutte le merci persiane.

Dopo l'invasione dei Mongoli, che, sorpreso il floridissimo emporeo
della Tana (1414), vi trucidarono i veneti mercanti e misero a ruba i
loro fondachi, e dopo la conquista di Costantinopoli (1453) che chiuse
il mar Nero alla navigazione degli Europei, i Veneziani, rinnovati gli
antichi trattati coi soldani di Egitto, ai quali era soggetta la
Palestina e la Siria, avevano ricondotto nel Mediterraneo il commercio
della Persia e delle Indie, fino alla scoperta del giro del capo di
Buona Speranza.

Questa importante rivoluzione commerciale, avvenuta dopo l'acquisto
della terraferma veneziana, e seguìta dalla lega di Cambray, e dalle
lotte contro la Turchia, che scossero profondamente la potenza della
Repubblica in levante, diede il principal crollo al commercio dei
Veneziani nell'Asia. Essi conobbero tosto, che la impresa di Vasco di
Gama, deviandolo a mezzogiorno, paralizzava l'antico e ricchissimo
traffico, del quale erano in possesso.

Le più serie informazioni intorno alla fortuna dei Portoghesi, il re
dei quali tosto assumeva il titolo di Signore della navigazione e
commercio dell'Etiopia, dell'Arabia, della Persia e delle Indie,
pervennero al senato dai suoi oratori e messi secreti a Lisbona, e
dagli ambasciatori presso la corte di Spagna; ma i deputati al
commercio dissuadendo i Veneziani dall'abbandonare una navigazione
antica, viva, certa, per seguirne una nuova, incerta, lontana e
contrastata da molti[127], essi guardarono invece all'Egitto, e,
mentre spingevano i soldani a contrastare nei mari dell'India i
progressi ai Portoghesi[128], rinnovarono con loro gli antichi patti e
ottennero le migliori franchigie.

Benedetto Sanudo, ed il console di Damasco Bartolomeo Contarini
ottennero nell'anno 1502 dal sultano del Cairo che per le merci
aquistate dai Veneziani nell'egizia Sorìa pagar si dovessero solo 90
ducati per ogni valore di mille, in luogo dei 100 che pagavano i
mercanti delle altre nazioni, _in considerazione che il commercio
veneziano era da antichissimo tempo il fondamento di tutti gli
altri_[129]. E venuto a Venezia nell'anno 1507 Tagri-Berdi, oratore
del sultano di Egitto, si stabilirono nuovi capitoli per favorire quel
commercio[130], i quali poi furono ampiamente confermati nel 1508 da
Domenico Trevisan ambasciatore della repubblica al Cairo, rispetto
particolarmente al traffico delle spezie[131]. Ed allorquando Selino
nell'anno 1517 sconfisse il soldano per la assistenza data ad Ismaìl
sufì di Persia, e si rese padrone di Aleppo, di Damasco e dell'egizia
Sorìa, la repubblica gli mandò cospicua legazione di Luigi Mocenigo e
Bartolomeo Contarini, i quali ottennero dal conquistatore la
rinnovazione dei privilegi accordati dai sovrani d'Egitto ai mercanti
veneziani.

Senonchè la nuova via delle Indie, e la formazione delle grandi
compagnie di navigazione, congiunte alle altre fatali e ben note
circostanze politico-economiche della repubblica, fecero
irresistibilmente decadere il commercio dei Veneziani colla Persia; la
storia del quale può ricavarsi dalle preziose relazioni consolari, che
si trovano tuttora per la maggior parte inedite negli archivi di
Venezia.

Instituita per decreto del senato 15 febbraio 1507 la magistratura dei
Cinque savi alla mercanzia, ed assoggettati ad essa i consolati e gli
affari del traffico, «per dare migliore regola e svolgimento al
commercio» fu da quella proposto al senato di trasferire in Aleppo il
consolato generale veneto nell'Asia[132], dacchè in quella ricca e
commerciale città, dopo la deviazione dell'Amur, le vittorie di
Tamerlano, e la esclusione dei Veneziani dal mar Nero, convenivano le
merci dell'Asia e particolarmente le persiane; in quanto non si
volgevano a mezzogiorno attirate dalla nuova via insegnata da Vasco di
Gama.

Molte carovane andavano e venivano regolarmente da Aleppo. Le tre
principali erano quelle di Ormuz, della Persia e della Mecca[133]. Le
più ricche, assicurava il console Morana, portavano valori per circa 8
milioni di piastre.

Quelle di Ormuz, partite da Aleppo e passato il deserto, si recavano a
Bagdad e di là a Bassorah navigando sull'Eufrate, e da quella città
pel golfo Persico si portavano in Ormuz. Il giro del capo di Buona
Speranza colpì principalmente queste carovane.

Quelle della Persia, partite da Aleppo, e passato l'Eufrate andavano
in Orfa, quindi a Carahemit, Tiflis e Tauris. Da Tauris si recavano a
Derdevil, poi a Kasbin, quindi in Ispahan. Ma essendo obbligate a
passare per molte città cadute in potere della Turchia, venivano da
quei ministri così aggravate di gabelle, e ritardate nel loro cammino
con tali angherie, _che chi avea fatto quel viaggio una volta,
difficilmente era allettato tentarlo una seconda_[134].

Le carovane finalmente della Mecca, che avevano triplice scopo,
religioso, politico ed economico, recavano i pellegrini alla città
santa. Marino Sanudo[135] riporta una lettera da Damasco del 7 aprile
1514, la quale nota fino da quel tempo una sensibile diminuzione nella
quantità delle spezierie portate dalla carovana della Mecca, che nel
giorno 4 di quel mese era passata da Damasco con sole 300 some di
spezie, la maggior parte zenzero, ed il resto cannella e garofani
molto cari.

Le navi veneziane, che recavano nei porti della Siria le merci
destinate all'emporeo di Aleppo e ne ritraevano quelle ivi comperate
permutate dai mercanti nazionali, sbarcavano or in Tripoli di Sorìa
ora in Alessandretta. Da principio lo scalo preferito era quello di
Tripoli; ma le straordinarie concussioni commesse da que' ministri
turcheschi, i quali al giungere delle navi veneziane si pigliavano
quanto lor tornava di talento senza pagare, lasciavano per vario tempo
le merci sballate esposte alle pioggie ed ai ladrocinii, le
mescolavano con quelle di altre nazioni, e poi le partivano a loro
capriccio, secondo le mancie che ricevevano, e senza riguardo alcuno
al possessore, all'origine ed alla loro provenienza[136], persuasero
il console Tommaso Contarini, che al suo arrivo in Siria nel 1590
trovò quel cottimo aggravato di 80 mille ducati, a chiedere alla Porta
la concessione di far scalo invece ad Alessandretta, nell'antico golfo
di Ajazzo. Colla spesa di mille zecchini egli ottenne in un mese il
firmano[137]. Proibì alle navi venete di andare a Tripoli, e favorì
assai la prima che sbarcò in Alessandretta, e fu la nave _Grattarola_
che vi guadagnò di nolo 16 mille ducati.

Nella relazione che il Contarini lesse in senato si vantò di avere con
questo cambio migliorato il negozio della Sorìa di più di 40,000
ducati annui[138]. Ma la posizione di Alessandretta, spiaggia
paludosa, con esalazioni pestifere particolarmente nell'estate,
circondata da monti, senza o con pochissime case, e con incomodissimo
sbarco, per cui i marinai erano obbligati a star nell'acqua fino alla
cintola per scaricare le mercanzie, la minaccia che il porto stesso
andasse otturandosi col crescervi sensibilmente degli scanni, e
finalmente le scorrerie dei soldati turchi e dei ladri, persuasero i
consoli della Sorìa, successori del Contarini, di tornare allo scalo
di Tripoli, dove i ministri turchi erano stati posti sotto la
sorveglianza di un beglierbei mandato a governare quella città[139].

Ma il ritorno dello scalo principale a Tripoli contribuì esso pure a
danneggiare il commercio dei Veneziani, per la distanza da quella
città ad Aleppo, la difficoltà di trovare i cammelli, e la molta spesa
delle condotte. E più ancora per le assai gravi cagioni, che si
trovano così enumerate nelle preziose relazioni consolari e nelle
scritture dei Cinque savi alla mercanzia:

I. Le guerre colla Turchia, che davano occasione ed accrescevano
fidanza ai corsari, interrompevano ed infestavano il commercio
marittimo della Repubblica.

II. La perdita di Cipro, scalo principale per il commercio dell'Asia,
quella di Candia e della Morea, e la esclusione dei Veneziani dal mar
Nero.

III. Le ribellioni della Siria, e le guerre turco-persiane.

IV. Gli enormi balzelli, le concussioni, le difficoltà dei trasporti
per terra dagli scali in Aleppo e nella Persia, che portavano una
spesa maggiore del valore delle merci [Doc. LXVIII].

V. Lo scemato consumo delle pannine, per la moda introdotta nel
principio del secolo XVII dai Persiani, e favorita dallo shàh Abbas il
Grande, di vestire di imbottiti, per modo che il traffico dei panni
era nel 1611 ridotto ad un terzo dell'ordinario.

VI. L'aggravio sulle mercanzie di tutte le spese di cottimo, bailaggi
e consolati, le quali aumentavano in ragione inversa della quantità
delle merci che si importavano in Asia.

VII. La pessima amministrazione dei fattori ed agenti.

VIII. La introduzione dell'arte della seta in Aleppo e in Damasco.

IX. La concorrenza dei mercanti inglesi, francesi e fiamminghi,
ammessi nei porti della Turchia sul finire del secolo XVI[140].
Concorrenza formidabile, perocchè essi erano favoriti dai Turchi con
esenzioni di dazii; portavano in Asia maggior quantità di denaro, così
facilitandosi gli acquisti in confronto dei Veneziani, che per lo più
facevano commercio a permuta; e finalmente vi recavano pannine più
vaghe non solo, ma più leggiere e quindi di minor costo.

X. I trattati e le guerre russo-persiane, che deviarono a settentrione
il commercio della Persia.

A rianimare il commercio coll'Asia, il senato e la magistratura dei
Cinque savi migliorarono il sistema doganale; favorirono società di
commercio; accordarono esenzioni e soccorsi di danaro ai fabbricatori
di navi; tolsero il dazio sul pepe che i navigli veneziani levavano da
Beiruth; stabilirono tasse moderatissime sugli oggetti da permutarsi
con merci asiatiche; ordinarono che le spezie fossero trasportate
soltanto colle navi da mercanzia, vietandone il trasporto sopra legni
stranieri[141], così offerendo quasi un modello al famoso _Act of
navigation_ inglese del secolo XVII; diminuirono le tasse di consolati
e di cottimi; regolarono l'amministrazione consolare nella Sorìa; e
per l'ammaestramento di giovani da impiegarsi nelle ambascerie,
consolati o missioni in levante, instituirono un collegio di lingue
orientali.

Ed eguale desiderio essi incontrarono particolarmente nel sovrano
della Persia Abbas il Grande, che più volte mandava oratori a Venezia
_per dare una scossa alla catena che congiungeva l'amor suo alla
repubblica_, e per migliorare il commercio reciproco. Affidava quel re
al console veneto nella Siria G. Francesco Sagredo, lo insigne
statista e scienziato, amico del Galileo, la protezione dei sudditi
persiani nella Siria, e quindi nell'anno 1611 lo nominava suo console
e procuratore generale in tutti i paesi della repubblica [Documenti
LXIX, LXX, LXXI], offerendo le maggiori agevolezze e favori ai
mercanti veneti nei propri stati [Documenti LXXII, LXXIII].

Invitava egli poi alla sua corte nel 1627 Alvise Sagredo per ragioni
del traffico particolarmente della seta [Documento LXXIV]; al quale
invito corrispondeva il senato, per la costante sua mira di ristorare
nel Mediterraneo il commercio persiano [Documento LXXV]. Se lo shàh
Abbas avesse potuto trasmettere ai suoi successori le grandi sue viste
di prosperità nazionale, certamente la Persia sarebbe divenuta il
centro delle comunicazioni che cominciavano a stabilirsi fra l'Europa
e le Indie.

Lodovico Gallo, nel suo viaggio da Venezia alle Indie[142], assicura
che nella Persia bastava essere o spendere il nome di veneziano per
aver adito al re, venire onorato e rispettato da ognuno. E Pietro
della Valle, nella sua vita di Abbas il Grande, ci narra come la
conquista del regno di Lar, divenuto per le sue possessioni di Gombrum
l'emporio del golfo Persico, e la sede principale del commercio colle
contrade lungo le coste del Malabar, sia stata fatta dal re di Persia
per eccitamento dei Veneziani[143].

Ma ogni provvedimento fu inutile: il traffico della repubblica andò
irresistibilmente diminuendo da quel sommo grado ond'era giunto nel
secolo XV.

Il Foscarini scriveva: non rimanere al suo tempo, che la sola
tradizione degli antichissimi commerci dell'Asia; e tutte le relazioni
che si hanno comprovano l'immenso interesse dei Veneziani in quelle
regioni.

Nell'anno 1405 andarono da Venezia alle coste della Siria sei cocche
cariche di merci del valore di 320,000 zecchini[144]. Nel 1515 invece
notava il Sanudo[145] l'arrivo a Venezia delle galere di Beiruth a
suon di campane, giusta il solito, con un carico molto povero, cioè di
1,200 colli in tutto, e pochi anni appresso solo con un carico di 800
colli. E mentre prima della scoperta del capo di Buona Speranza
ascendevano a 40 le case commerciali in Aleppo[146], nell'anno 1596,
quantunque la nazione veneziana superasse le altre per numero ed
importanza, solo 16 case principali si trovavano in Aleppo, trattando
ciascuna dai 100 ai 200 mille ducati d'oro all'anno. Tutto il traffico
dei Veneziani in quell'epoca ascendeva a due milioni. Nel tempo del
consolato Malipiero (1593-96) furono importate nella Sorìa pezze
20,000 di panni di lana e braccia 200,000 di panni di seta delle
fabbriche veneziane[147].

Nel primo anno del consolato Emo, 1597, la nazione veneziana portò
nella Siria per un milione di merci ed uno di contanti; ma due anni
dopo il negozio discese ad un milione e mezzo soltanto. La qual somma
però abbracciava la metà di tutto il traffico della Siria, da parte
della cristianità, che ascendeva a tre milioni[148].

Nell'anno 1614 i Veneziani portarono in Aleppo ottocento in novecento
mille ducati, in pannine per 150,000 ed il resto in altre mercanzie da
fondaco. I Francesi vi spesero tre milioni di reali; i Fiamminghi un
milione; e gli Inglesi mezzo milione[149].

Nel 1625 le case commerciali venete in Aleppo si ridussero solo a
cinque[150].

Lamentavano i Savi fino dal 5 luglio 1616 la diversione del traffico,
e la navigazione del levante essere ridotta in mano di pochi rimasti,
che potevano però ancora mantenere un discreto commercio, _al quale_,
dicevano in senato dissuadendo la guerra contro Solimano, _la
repubblica deve la sua conservazione_.

Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, questa diede agio
alle altre nazioni di dilatare ed assorbire quasi interamente il
commercio persiano, al quale aveano atteso Leone X, il cardinale
Richelieu, il duca Federigo d'Holstein, le provincie unite, e gli zar
di Moscovia. E succeduta la pace, ripigliarono i Veneziani con
difficoltà il negozio di Aleppo, mentre colà, dove nei tempi passati
poteansi dire cittadini, appena si riputarono forestieri[151].

Nel principio del secolo scorso risorsero per poco tempo novelle
speranze. Fu ripigliato il progetto di riaprire una comunicazione per
la Persia coll'India, ma la morte di Kuli khan fece tramontare la
impresa. Però avendo Pietro il Grande, che mirava ad attirare nel suo
impero il commercio asiatico, conchiuso nel 1729 un prezioso trattato
colla Persia, e ristoratosi poi nel mar Nero, aperto finalmente ai
Veneziani, il commercio del Caspio, la repubblica tentò, mediante
l'Erizzo suo ambasciatore in Vienna, di stabilire d'accordo col
principe Gallitz in un trattato colla Russia, pel quale le merci del
Caspio condotte alle rive del mar Nero fossero con franchigie ivi
levate dalle navi veneziane[152].

Ma fallito il tentativo colla Russia, e disertate le nuove speranze,
rimasero insuperabili le gravi cagioni che da tre secoli avevano tolto
ai Veneziani la superiorità nel commercio persiano, il quale o si
volse per Tiflis, Oremburgo e Nishni-Novogorod nell'interno della
Russia, o si introdusse alle Smirne ed a Trebisonda, dove la
concorrenza straniera superò di gran lunga la residua attività
commerciale dei Veneziani.


II.

Dei Consolati veneti negli scali del commercio persiano.

Il commercio dei Veneziani colla Persia, era specialmente favorito e
protetto dai consolati veneti, negli scali principali dell'Asia
anteriore.

La istituzione dei consolati veneti è antichissima e si perde nella
caligine dei tempi. Negli emporii più importanti del commercio, e
nelle più remote età davasi ai consoli il nome di bailo, che
significa, secondo il Ducange, _mercatorum prætor_. Il bailo o console
era capo della nazione nel luogo di sua residenza e giurisdizione, ed
oratore ordinario al principe; protettore dei sudditi negozianti e
viaggiatori; giudice delle civili vertenze; esattore dei pubblici
diritti. Dovea provvedere al mantenimento degli scali, alla prosperità
e regolare amministrazione delle fattorìe; ed in qualche paese potea
giudicare e punire i delitti capitali e di stato. Un bailo di 1º rango
doveva tenere un cappellano e notaio, due camerlenghi, un medico,
quattro servitori, un dragomanno, due trombettieri e quattro cavalli.
Veniva nominato dal Maggior Consiglio, con quattro mani di elezione,
doveva esser nobile, e riceveva il titolo di _Magnifico Messere_.

Ma affinchè l'autorità del bailo o del console non divenisse
arbitraria, erano a lui destinati ordinariamente due nobili come
consiglieri, senza il voto dei quali non poteva deliberare, ed in
alcuni casi di maggior importanza egli era obbligato a radunare un
Consiglio di dodici fra i più distinti sudditi della repubblica nel
luogo di sua residenza.

I membri di questo Consiglio dei XII, il quale in seguito divenne
permanente, erano sottoposti ad una disciplina assai rigorosa,
avvegnacchè un decreto del 14 luglio 1492 dichiarasse perfino: che se
taluno di loro avesse palesato una deliberazione consolare o qualunque
altra cosa a danno della repubblica, fosse bandito colla confisca di
tutti i suoi beni, e nel caso di suo ritorno gli venisse eziandio
tagliata la lingua. Il Consiglio dei dodici eleggeva i due
camerlenghi, che dovevano tenere uno la cassa, l'altro i registri del
consolato, e nominava il vice-console nei luoghi più importanti del
commercio.

Circa alla metà del secolo XIII venne istituita la magistratura dei
_Consoli dei Mercanti_, composta di tre cittadini estratti dopo il
1633 dal corpo di uno dei Consigli dei XL. Gli oggetti di mercatura e
di commercio erano suo principale attributo, e da essa dipendevano i
consolati.

Ma dopo la creazione del magistrato dei _Cinque savi alla mercanzia_
istituito col decreto 15 febbraio 1507, i diritti e le attribuzioni
dei _Consoli dei mercanti_ vennero ristrette a più angusti confini.
Questa nuova magistratura era di grande importanza, imperciocchè per
oggetti di commercio teneva relazione e corrispondenza colle potenze
straniere d'Europa, dell'Asia e dell'Africa, e cogli ambasciatori e
residenti veneti. I consolati furono a lei sottoposti. Da lei i
capitani ricevevano le patenti di navigazione; giudicava per singolare
privilegio i sudditi della Porta ottomana.

Per provvedere agli interessi del commercio persiano, che in gran
parte abbracciava il ricchissimo dell'Asia, tennero ordinariamente i
Veneziani consolati alla Tana, a Trebisonda, in Acri, Tripoli,
Beiruth, Damasco ed Aleppo.

Prima che il mar Nero fosse negato alla navigazione dei Veneziani e
che l'impero di Trebisonda cadesse nelle mani di Mohammed II, gli
scali della Tana e di Trebisonda erano della massima importanza:
dacchè a quello concorrevano le merci dell'interno dell'Asia pel
Caspio, il Volga ed il Tanai, ed a questo quelle dell'Armenia, della
Georgia e della Persia. Ma dopo che le vittorie di Tamerlano, nel
principio del secolo XV, deviarono il corso stabilito alle merci delle
Indie, le quali ripresero l'antica strada del Mediterraneo, il
commercio dell'Asia si ridusse per gran parte nella Siria.

Negli scali del mar Nero i Veneziani tenevano un console a Soldadìa
prima che i Genovesi erigessero Gaffa e vi ponessero l'emporio del
loro traffico[153], e si hanno notizie di consoli veneti alla Tana
dall'anno 1349 al 1464, ed a Trebisonda dal 1383 al 1450.

La più antica memoria che si abbia di consoli veneti è relativa a
Teofilo Zeno, bailo in Siria nel 1217, ed a Marsilio Zorzi, bailo pure
in Siria nel 1243[154]; quindi si hanno notizie di baili in Acri dal
1256 al 1277, e finalmente di consoli in Siria dal 1384 al 1675 ed
alla caduta della repubblica[155].

Salita la Persia ad un grado d'importanza per le vittorie di
Uzunhasan, e per quelle di Ismail, che fondava la dinastia dei sufì,
nella fine del secolo XV e principio del secolo XVI, il commercio dei
Veneziani con quella regione si concentrò nella Siria, dacchè la
conquista di Costantinopoli e la caduta dei greci imperi di Nicea e di
Trebisonda avevano interdetto alla repubblica il commercio del mar
Nero.

Conoscendo allora il senato di quanta importanza diveniva il negozio
nella Siria, creava nell'anno 1497 il magistrato denominato _Cottimo
di Damasco_, affinchè con particolare attenzione invigilasse alla
direzione del consolato di Siria allora residente in Damasco, e
suggerisse tutti i provvedimenti opportuni a sostenere quel commercio
nello stato di floridezza ed a ristorarlo[156].

Molte furono le disposizioni di legge stabilite, le regole prescritte
ai consoli, le cautele comandate per la esazione dei _cottimi_ ossiano
tasse pei diritti consolari, e per migliorare le coste, mantenere i
fondachi e le fabbriche; le quali disposizioni andarono poi colle
vicende politiche e commerciali del mondo cangiando secondo i tempi e
le circostanze.

Ma la legge più importante e più singolare relativa ai consoli veneti
è quella che fino dall'anno 1268[157] confermava la sapientissima
pratica dei ministri veneziani all'estero e nei reggimenti, di leggere
in senato, al ritorno, la relazione delle osservazioni fatte durante
il loro ufficio e delle cose degne di essere riportate.

Le relazioni degli ambasciatori veneti sono ora per la maggior parte
di pubblica ragione[158], e rendono testimonianza dell'alta stima in
cui furono sempre e meritamente tenuti questi splendidi monumenti
della nostra politica nazionale.

Di non minore importanza, certamente, sono le relazioni dei consoli,
perocchè, se per avventura non raggiungono quella delle relazioni
d'ambasciata, rispetto alla cognizione delle tendenze politiche e del
grado di potenza degli stati, toccano colle più distinte e minute
particolarità gli interessi del traffico non meno degni di
considerazione.

La più antica relazione consolare che si conosca, è appunto della
Siria, e fu presentata nel collegio dal bailo Marsilio Zorzi nel mese
di ottobre 1243. Essa è in lingua latina, e narra la condizione dei
possessi e dei privilegi veneti in Tiro, con molte curiose ed
importanti particolarità. Fu pubblicata di recente nel vol. XIII
delle _Fontes rerum austriacarum_.

Da quell'epoca fino alla riorganizzazione del consolato di Sorìa
(1548) [Doc. LXXVI] non si ha alcuna notizia di relazioni consolari;
ed anche posteriormente pare che non siano stati chiamati a leggere in
senato se non quei consoli, i quali, per l'importanza delle cose che
avevano a riferire, erano per ciò specialmente invitati dal magistrato
dei Cinque savi alla mercanzia.

Tre sole relazioni consolari sembra che finora abbiano veduta la luce,
cioè: quella di Lorenzo Tiepolo, ritornato dalla Sorìa nel 1560,
pubblicata per nozze del cav. Cicogna nel 1857; quella di Giovanni
Michele fu Giuseppe ritornato nel 1587, pubblicata nel Tesoro
politico, e dall'Albèri sotto il titolo di «Relazione delli successi
della guerra tra il turco e il persiano dal 1577 al 1587[159]»; e
quella di Giovanni Antonio Morana, agente consolare in Aleppo al
cadere della Repubblica, pubblicata in Venezia dall'Andreola nel 1799.
Quest'ultima non fu presentata al senato, ma invece fu dedicata al
nobil uomo Giustiniani, imp. reg. consigliere, deputato al veneto
commercio.

Oltre a queste, dieci altre importantissime relazioni si conservano
tuttavia inedite negli archivi di Venezia, cioè:

  Relazione di Siria del console Andrea Navagero,           1575
      »          »       Pietro Michele, 8 decembre         1584
      »          »       Tommaso Contarini, 11 decembre     1594
      »          »       Alessandro Malipiero, 16 febbraio  1596
      »          »       Giorgio Emo, 12 decembre           1599
      »          »       Vincenzo Dandolo, 27 febbraio      1602
      »          »       Gio. Francesco Sagredo, 4 luglio   1611
      »          »       Stesso, 15 maggio                  1612
      »          »       Girolamo Morosini, 9 febbraio      1614
      »          »       Giuseppe Civran, 21 agosto         1625
      »          »       Alvise Pesaro                      1628

Dispacci del console Nicolò Foscolo dal 1636 al 1639.

Le quali relazioni sono di tanta maggiore importanza, in quanto si
riferiscono all'epoca delle guerre persiane e delle ribellioni della
Siria, ed avvisano alle cause della progressiva diminuzione del
commercio dei Veneziani nell'Asia.

Ogni relazione ordinariamente è divisa in tre parti: nella prima
tratta delle condizioni del commercio, offerendo preziosi dati
statistici e suggerendo i rimedi opportuni a ristorarlo; nella seconda
delle condizioni economiche, politiche e militari della Siria, delle
rendite e forze che ne ricava la Porta, e delle costei relazioni colla
Persia; e nella terza finalmente dello stato del regno di Cipro.
Venivano lette in senato, e depositate nell'archivio della cancelleria
segreta.

Diminuendo il commercio coll'Asia ed aumentando le spese del consolato
di Damasco ad una somma annua considerevole a peso ed aggravio della
mercanzia, il senato deliberò l'11 febbraio 1545 di abolire il
consolato di Damasco, e di trasportare la residenza di quel console in
Tripoli, la quale nell'anno 1548 fu poi ridotta in Aleppo, emporio
principale del commercio, colla facoltà di sostituire vice-consolati
nelle spiagge della Sorìa.

Molte furono le deliberazioni del senato e dei Cinque savi alla
mercanzia intorno al consolato della Sorìa. Nei preziosi diarii di
Marin Sanudo, e nell'epilogo dei Cinque savi, si trovano fra le altre
le seguenti:

1424, 4 dicembre. Non possano i consoli, nè i loro figli non
emancipati esercitare commercio nel luogo della loro residenza, e
sieno al caso multati di ducati 1000.

1503, 22 giugno. L'autorità del console di Damasco sia ampliata _in
personal e real_, per la poca obbedienza, che gli vien prestata.

1513, giugno. Il salario del console di Damasco sia portato da 500
ducati che aveva, a 500 ashrafi.

1524, 19 aprile. I consoli di Siria formino processo contro i Veneti,
che avessero corrispondenza con forestieri, per mandare le loro
mercanzie sopra navi venete.

1526, maggio. Il console di Damasco sia eletto per anni 2 per
scrutinio a quattro mani di elezione, e sia nobile.

Item. Il console non possa scrivere nel suo libro alcuna partita in
dare ai Mori, se prima non siano notali all'incontro i loro crediti,
sotto pena di pagar del suo.

1539, 23 maggio. Tutte le sete e spezie, eccettuato il pepe, che si
traggono dalla Sorìa e dall'Egitto, venendo a Venezia da diversi
luoghi, paghino il 4 per % da applicarsi al pagamento dei debiti del
cottimo di Damasco e di Alessandria.

1543, 9 luglio. Non si possa ridurre in Sorìa il Consiglio dei XII in
assistenza del console, nelle più gravi deliberazioni, senza il di lui
intervento.

1544, 4 luglio. Si procuri di ottenere dalla Porta che il console di
Damasco possa stare in Tripoli pel governo dei mercanti.

1545, 11 febbraio. Il console di Damasco trasporti la sua residenza in
Tripoli di Sorìa.

1546, 17 luglio. Venendo a morte alcun suddito veneto, debbano i
consoli far l'inventario delle robe sue.

1548, 19 decembre, in Maggior Consiglio. La elezione del console in
Siria sia fatta per anni 3. Porti il titolo di console della Sorìa.
Sia scritto al bailo in Costantinopoli di ottenere che il console
della Sorìa possa risiedere in Aleppo, dove sono le maggiori faccende.
Abbia il console di salario 600 ducati da venete lire 6,4 l'uno, oltre
ai diritti consolari di Tripoli di Sorìa. Il vice-console di Tripoli
sia eletto ogni anno dal Consiglio dei XII, sia nobil uomo, e debba
avere dal cottimo il salario di ashrafi 270 all'anno. L'esattore del
cottimo e delle altre tasse alle marine, sia eletto dal console,
che dovrà pagarlo del proprio, e garantire la di lui buona
amministrazione.

1549, 11 gennaio. Il console nominato debba immediatamente recarsi al
suo posto, sotto pena di 500 ducati.

1574, 19 ottobre. La imposta del 2 per % di cottimo, che si riscuoteva
in Siria per supplire alle spese del consolato, sia per minore
aggravio presa a cambio in Venezia.

1586, 5 marzo. Non si possa eleggere od approvare alcun console senza
speciale informazione del magistrato dei Cinque savi alla mercanzia.

1586, 12 giugno. Sia imposto ½ per % alle merci che verranno di Siria
per la espedizione di quel console.

1588, 3 luglio. Sia levata la arbitraria gravezza posta dal console
della Sorìa sui mercanti e restituito il percetto: «essendo pubblica
intenzione di accarezzare i mercanti per non deviare il commercio».

1592, 11 settembre. Tutte le merci che vengono di Sorìa siano tenute
a pagare ½ per cento al cottimo di Damasco, oltre l'1 che si paga
presentemente, e ciò per estinzione dei debiti arretrati.

1608, 28 luglio. Sia concesso al console di Sorìa per una volta tanto
250 zecchini, in causa della carestia, principalmente del vino, che
bisogna presentare ai signori Turchi.

1611, 13 gennaio. Al console di Aleppo si diano per viaggio da Tripoli
alla sua residenza mille reali, e pel ritorno ottocento, ed inoltre
gli siano dati 200 zecchini per il presente da farsi giusta
l'ordinario.

1613, 1º giugno. È proibita al console della Sorìa la pratica invalsa
di non permettere il passaggio a mercanti esteri sulle navi venete.

1624, 20 agosto. Per sollevare i trafficanti colla Sorìa delle gravi
spese sotto varii pretesti introdotte, è ordinato:

1º I consoli non debbono vendere cosa alcuna a cottimo per nome loro.

2º Non sieno dati ai giannizzeri più di 700 ducati di buona valuta
all'anno.

3º Pel viaggio di mare e di terra non si dia al console di Aleppo più
di 1000 lire per l'andata, e 1000 pel ritorno.

4º I consoli non ricevano presenti dai bashà, o li ricambino del
proprio.

5º I consoli andando a nozze od a convito paghino ogni cosa del
proprio, senza interesse del cottimo.

6º I mercanti non siano costretti a provvisioni di danari, se non per
spese ballottate nel Consiglio dei X, nel quale debba intervenire un
capo di ogni casa che ha negozio in Aleppo.

1670, 21 agosto. Siano rimessi i consoli di Aleppo, come si praticava
prima della guerra.

1671, 8 giugno. La tassa del 4 per % sia ridotta al 2, e destinata
unicamente al pagamento dei debiti di cassa del cottimo.

1675, 22 gennaio. 1677, 18 marzo. 1678, 17 giugno. Sospesi i consolati
d'Aleppo, di Alessandria e loro vice-consoli.

1680, 3 gennaio. Sia concesso ad Andrea Negri di recarsi in Aleppo in
qualità di agente dei mercanti.

1683, 9 ottobre. Sia stabilita un'imposta fissa di 400 reali per ogni
nave di vela quadra veniente dalla Siria, e di 200 per ogni nave
minore.

1689, 29 luglio. Quelli che trarranno robe dalla Sorìa sieno obbligati
a far le tratte particolari, naviglio per naviglio, e mandarle a
Venezia segnate dai provveditori al cottimo di Damasco.

Il diritto consolare dei Veneziani fu soltanto nell'anno 1786 ridotto
a disposizione di legge generale, e compreso nel titolo XII, parte I,
del famoso codice per la veneta mercantile marina, che è uno dei più
preziosi monumenti della sapienza civile della repubblica, negli
ultimi anni della sua esistenza.

Le determinazioni principali del codice relative ai consolati erano:

Ogni console dovea essere suddito veneto, aver compiuta l'età di 25
anni, godere ottima fama di onestà e di intelligenza nel commercio,
essere munito delle patenti e di speciali commissioni. Appena arrivato
al luogo di residenza, egli dovea presentare le patenti a quelle
autorità per essere riconosciuto, quindi rispettato ed obbedito dai
sudditi. Il suo impiego durava 5 anni, nè poteva sostituire alcuno,
senza espressa permissione del magistrato dei Cinque savi. Conseguiva
gli appuntamenti e i diritti consolari nei modi e misure fissate da
apposita tariffa stabilita dai Cinque savi, ed esposta nella
cancelleria del consolato, con proibizione di esigere di più, e di
prender danari a censo o mutuo a debito della nazione. Tenere dovea
sopra apposito libro timbrato la nota, giorno per giorno, dei veneti
bastimenti che arrivavano nel suo raggio giurisdizionale, colle più
minute indicazioni del carico, del capitano e dell'equipaggio,
riscontrando, mediante apposito esame, le polizze di carico, le fedi
di sanità e i ruoli degli equipaggi. Tutti i manifesti dei carichi e
le notizie più importanti relative al commercio ed alla navigazione,
egli doveva far giungere al più presto possibile al magistrato dei
Cinque savi.

Il console eleggeva il suo cancelliere, del quale era responsabile in
via civile. Se il cancelliere non era suddito, la nomina dovea essere
approvata dai Cinque savi. Nelle parti del levante e dell'Asia dovea
il console tenere un cappellano di rito cattolico.

Le differenze fra i sudditi doveano essere composte ed appianate dal
console, che avea pure autorità di arrestare e punire quelli che
turbavano la regolarità del traffico, o violavano le leggi penali;
nei casi gravi però dovea inviarli, colla prima opportunità, alla
dominante.

Il console erigeva gli atti verbali nei casi di getto ed in tutti gli
altri nei quali veniva richiesto dai sudditi; eseguiva gli inventari,
gli atti di morte; ricevea testamenti; e dava forza legale, come
pubblico notaio, ai contratti stipulati alla sua presenza. Il
cancelliere poi in un apposito libro dovea tenere la copia di tutte le
deliberazioni e degli atti del consolato, di tutte le polizze, i
contratti, gli inventari, i testamenti e delle altre carte che
pervenivano alla cancelleria.

Nei casi di naufragio il console doveva accorrere per salvare con ogni
mezzo possibile i naufraghi, e riceveva poi il 2 per % di premio sul
netto ricavo delle cose ricuperate.

Mancando il console di vita, il cancelliere lo doveva sostituire fino
alla nomina del successore.

I consoli dovevano dar piena esecuzione e far rispettare ed obbedire
il codice della mercantile marina, le leggi generali e le disposizioni
dei magistrati e degli ambasciatori e residenti alle corti, aver cura
perchè fosse mantenuta la fede nei contratti, la esattezza nei
pagamenti, la quiete e la libertà del commercio.

Per le spese straordinarie che occorrevano nei consolati, il console
dovea convocare il Consiglio dei Dodici, col quale si stabilivano le
misure necessarie, gettando una tassa sui capitali dei negozianti. Che
se però le spese erano molto rilevanti, o la amministrazione consolare
restava in debito, vi provvedeva il collegio dei Cottimi[160] gettando
un'altra tassa sopra tutte le mercanzie; la quale ascese al 4, al 6, e
talvolta perfino al 12 per % nella Siria, oltre la tassa ordinaria cui
quelle erano sottoposte per i diritti consolari e pel mantenimento in
Venezia della magistratura detta _Cottimo di Damasco_.

Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, il vice-console nella
Siria Alvise Tartarello, ripatriato nel 1648, dimostrò in senato
ascendere il debito della nazione a ducati 66,652, per estinguere il
quale fu imposta una tassa del 4 per %. Con questa tassa si poterono
pagare durante la guerra 40 mille ducati, per modo che, succeduta la
pace, il nuovo console Marco Bembo propose di saldare la residua
passività del cottimo, riducendo la tassa dal 4 al 2 per %.

Ma le spese del consolato Bembo, per quanto si raccoglie dalle
scritture dei capi di piazza, ascesero a reali 32 mille circa, per cui
le merci furono aggravate del 10 per cento in conto di cottimo, oltre
il 2 destinato all'estinzione del debito precedente, e si dovette anzi
ricorrere ai negozianti per un prestito di reali 20,000.

Fu eletto poi console nella Siria Francesco Foscari; ma sempre più
diminuendo il traffico dei Veneziani nell'Asia, e particolarmente
colla Persia e le Indie, per le gravi cagioni enunciate più sopra, il
senato deliberava a' 22 gennaio 1675 di togliere quel consolato,
_accompagnando con sentimento grave la notizia circa alla mancanza in
quello scalo del negozio dei Veneziani, e quanto era gravosa la
continuazione del consolato di Aleppo_.

Accordossi allora ai pochi sudditi, che ancora negoziavano nella Sorìa
e coll'Armenia e la Persia, di rivolgersi per la protezione a quei
consoli di altre nazioni amiche, che essi nella specialità dei casi
ritenessero migliori; ma mal volentieri tollerando i mercanti questa
necessità, oltre le ristrettezze molto considerevoli dell'estenuato
negozio, si astennero finalmente dallo spedire in Sorìa merce alcuna.

Laonde Andrea Benedetti, che in qualità di agente aveva sostituito
l'ultimo console Foscari, dovette, per supplire alle spese, accrescere
il debito della nazione veneziana e portarlo alla somma di 40 mille
reali.

Offertosi poi Andrea Negri di andare in Aleppo col titolo di agente
dei mercanti, e di soddisfare tutti i debiti lasciati dal Benedetti, e
tutelare gli interessi dei Veneziani negli scali dell'Asia, verso la
corrisponsione di una tassa del 5 per % sulle merci di ragione dei
mercanti veneti che passavano in Siria, il senato accolse la
proposizione ed emanò conforme decreto il 3 gennaio 1680.

Ma non bastando la preavvisata tassa, fu imposta una contribuzione
fissa da 200 a 400 reali per ogni nave, secondo la grandezza, che
toccasse i porti della Sorìa, e furono rimossi come inofficiosi e
superflui i sette ministri del _Cottimo_ di Damasco, destinando la
tassa a loro favore, in pagamento invece dei debiti nella Siria.

Tutte queste disposizioni però non furono sufficienti, ed il Negri non
avendo potuto soddisfare tutti i debiti della nazione, fu arrestato
dai Turchi, ed ebbe appena la ventura di fuggire dalle loro mani,
lasciando sequestrata anche la casa consolare da un Corrado
Kalchebrum, mercante fiammingo.

Fu allora che Andrea Benedetti, suo predecessore nella sfortunata
agenzìa di Aleppo, offerse di assumerla di nuovo, proponendo ai Cinque
savi, in una sua particolareggiata scrittura [Documento LXXVII], i
mezzi per riordinare quell'amministrazione, ristorare il commercio dei
Veneziani, e mantenere il decoro della repubblica.

Il senato aderì a questa proposizione; e le saggie misure prese dal
Benedetti, il progetto di riaprire una comunicazione colla Persia e
colle Indie, i trattati di Pietro il Grande colla Persia, e l'essere
stato schiuso il mar Nero alla navigazione dei Veneziani, fecero
sorgere più che mai vive le speranze di riattivare sulle coste
dell'Asia e del mar Nero il commercio persiano. Laonde i savi
proposero la ristorazione del consolato di Aleppo [Documento LXXVIII],
che fu ordinata col decreto 29 dicembre 1762 [Documento LXXIX], e durò
fino alla caduta della repubblica.



APPENDICE

Dei Viaggiatori veneziani in Persia e delle venete Descrizioni edite
ed inedite di quella regione.


Quantunque intorno ai viaggiatori veneziani in generale abbiano
trattato lo Zurla, il Morelli, il Filiasi, il Foscarini, e da ultimo
il Lazari, reputasi conveniente, in appendice al presente studio
storico, di riportare quelle notizie particolari e quei nuovi
documenti che si poterono raccogliere e si riferiscono a viaggiatori
veneziani nella Persia, ed a venete relazioni di quella regione.

La conquista di Costantinopoli (1201) avea dato un impulso gigantesco
alla potenza commerciale dei Veneziani. Le loro navi cercavano nei
porti del mar Nero, della Siria e dell'Egitto i preziosi prodotti
dell'oriente; ma non si ha memoria di alcuno che siasi allora
addentrato nelle regioni interne dell'Asia, che abbia osato di tentare
peregrinazioni per quelle remote contrade, che erano involte nella più
fitta caligine, durante l'impero degli Arabi.

I primi che intrapresero viaggi per l'interno dell'Asia furono i
veneziani Matteo e Nicolò Polo, i quali mossero nell'anno 1250, al
tempo di Baldovino imperatore, da Costantinopoli, e inoltratisi nel
mar Nero sbarcarono nel porto di Soldadìa vicino a Caffa, e
proseguendo il loro cammino per terra nella Cumania verso Derbent,
via che facevano i popoli circassi per andare in Persia, passarono il
Tigri ed il Deserto fino a che giunsero nella residenza del gran khan
dei Tartari. Ritornati quindi a Venezia dopo un così lungo e
straordinario viaggio, essi trovarono il nipote Marco, il quale
invaghitosi dalle meravigliose descrizioni che gli zii facevano dei
luoghi visitati nell'Asia, li pregò di condurlo seco loro nella
seconda spedizione in Tartarìa, dove avevano promesso al gran khan di
recarsi di nuovo.

Marco Polo nel suo famoso viaggio[161] per le regioni di oriente, dove
dimorò ventisei anni, racconta che si recò in Armenia nel porto di
Ajazzo, nel quale ordinariamente facevano scalo i mercanti di Genova e
di Venezia; e descrive, fra le altre regioni di quasi tutta l'Asia,
gli otto regni che allora componevano la Persia, le condizioni di
quegli abitanti, i prodotti e le industrie, avendo attraversata quella
regione nel suo ritorno dalle Indie, ed essendosi presentato a Cazan,
uno dei migliori principi persiani, che ebbe pur relazione col papa
Bonifacio VIII[162].

Da quell'epoca, per due secoli, mancano notizie di viaggiatori
veneziani penetrati nell'interno dell'Asia, tranne i pochi dati che ci
rimangono di un Marco Cornaro, ambasciatore in Tauris nel 1319, i
quali fanno ritenere sussistessero fin da quel tempo relazioni
internazionali veneto-persiane[163], ed un documento del 1328,
scoperto di recente dal chiarissimo Thomas negli archivi di Vienna, e
che appunto si riferisce a rapporti commerciali veneto-persiani.

Nell'anno 1424 Nicolò Conti veneziano partì da Damasco, e attraversata
l'Arabia Petrea, andò a Bagdad, quindi a Bassorah. Imbarcatosi nel
golfo Persico, veleggiò per Ormuz a Cambaja, d'onde unitosi con alcuni
mercanti turchi e persiani attraversò la penisola spingendosi fino
alle foci del Gange. Il Poggio, fiorentino, lasciò una succinta
memoria dei viaggi del Conti, una parte della quale è dedicata alla
descrizione della Persia[164]. Intorno a quel tempo, si ha pure
memoria di Dracone Zeno figlio di Giovanni che dimorò molti anni alla
Balsera, alla Mecca ed in Persia per affari di mercatura[165].

Allorquando poi Mohammed II, vincitore di Costantinopoli, minacciò i
possesi veneti nel levante, e la repubblica strinse alleanza colla
Persia contro il comune nemico, andarono in quella regione i veneziani
Lazaro Quirini, Caterino Zeno, Giosafat Barbaro, Paolo Ognibene ed
Ambrogio Contarini, i quali nelle loro relazioni, nei dispacci e nelle
esposizioni fatte al senato lasciarono importantissime descrizioni dei
luoghi da essi visitati[166].

Oltre alle relazioni dei viaggi del Zeno, del Barbaro e del Contarini,
il Ramusio pubblicava nel 1559 quella di un anonimo mercante che fu in
Persia, il quale si dimostra palesemente essere stato un veneziano per
la lingua che usa, e pei paragoni dei quali si serve; ed un'altra di
Giovanni Battista Angiolello vicentino, intorno alla vita ed ai fatti
di Uzunhasan, re di Persia.

Queste descrizioni vengono a formare, come giustamente osservava il
Foscarini, una storia seguente delle rivoluzioni persiane dal tempo di
Uzunhasan al consolidamento sul trono della dinastìa dei Sufi, la
quale merita d'essere compiuta colla pubblicazione delle interessanti
scritture di ser Donato da Leze, amico dell'Angiolello [Documenti
LXXX, LXXXI, LXXXII], i dispacci del Dario e le relazioni di Giovanni
Lassari [Documenti XVII, XVIII, XIX, e XX].

Luigi Rancinotto veneziano, fattore di un negozio in Alessandria del
patrizio Domenico Priuli, fu in Persia nell'anno 1532. Egli estese la
relazione dei suoi viaggi, stampata da Aldo Manuzio nel 1557[167],
nella quale narra: che sentite le stupende cose che pubblicavansi
delle nuove scoperte portoghesi gli venne volontà di viaggiare e di
riscontrarle coi propri occhi. Quindi scorse l'Etiopia, visitò Calicut
e andò in Persia, dove fu presente alle tre legazioni ivi pervenute
dall'Arabia Felice, da Sumatra e dalle Molucche per implorare aiuto a
Thamasp, onde porre un termine ai crudeli trattamenti dei Portoghesi.

Allorquando Selino mosse guerra alla repubblica per lo acquisto del
regno di Cipro, il segretario del senato Vincenzo Alessandri, andato
in Persia per trattar lega con quel re, ci lasciò nei suoi dispacci, e
nella relazione che lesse in Pregadi, assai preziose notizie di quella
regione [Documenti XXV e XXVI].

Teodoro Balbi trovandosi console nella Siria dall'anno 1578 al 1582
dettò una relazione della Persia, tuttora inedita e che merita di
essere pubblicata [Documento LXXXIII].

Le guerre turco-persiane di quel tempo sono poi descritte nelle
due relazioni di Giovanni Michele e di Daniele Barbaro già
pubblicate[168], nonchè dal bailo Nicolò Barbarigo nel suo Trattato,
che giace ancora inedito fra i codici del cav. Cicogna; relazioni che
giovarono al Minadoi, mentre stava scrivendo in Aleppo la sua storia,
pubblicata a Roma nell'anno 1586, e due anni dopo in Venezia.

Una breve relazione del viaggio da Venezia alla Persia e di quella
regione, fatta da un anonimo veneziano alla fine del secolo XVI,
trovasi fra i documenti [Documento LXXXIV] di questo lavoro, tratta
dai nostri codici.

Secondo il Foscarini, che ne deduce la notizia dall'elogio funebre di
Ottaviano Bon, scritto dal vescovo Giovanni Lollino, pare che anche il
Bon, abbia nei primi anni del secolo XVII descritta la guerra, che i
Persiani sostennero contro Amurath I, ma tale relazione ci è ignota.

Tuttora sono poi inedite per la maggior parte le preziose relazioni
fatte dai consoli veneti nella Siria, le quali tutte discorrono con
interessanti particolarità della Persia, e specialmente quella di
Alessandro Malipiero, 16 febbraio 1596, e la terza di Giovanni
Francesco Sagredo, l'amico di Galileo, scritta nel 1612 e che è
irreperibile[169].

Ambrogio Bembo trovandosi insieme ad un suo zio console veneto in
Aleppo, intraprese nel 1670 un viaggio alle Indie orientali, che durò
quattro anni.--La relazione di questo viaggio, della quale una parte è
dedicata alla Persia, trovasi nel Morelli: _Dissertazione sopra alcuni
viaggiatori veneziani poco noti_.

Intorno a quel tempo arrivarono pure in Venezia alcuni padri
Domenicani spediti dal re della Persia, i quali in seguito ad invito
del senato dettarono una _Relazione sulli viaggi di Persia_, che per
decreto del 1673 fu inserita nei _Commemoriali_ [Documento LXXXV].

Finalmente nei dispacci dei veneti ministri in levante si incontrano
copiose e particolareggiate le notizie delle cose persiane, che essi
apprendevano da appositi inviati in quella regione: avvegnachè il
conoscere le intime condizioni della Persia, pei noti rispetti del
comune nemico e del reciproco commercio, assai importasse alla
repubblica di Venezia.



DOCUMENTI


DOCUMENTO I.

DELL'ORIGINE DI ASSANBEI SIVE USSUN CASSAN

Breve Notatione.

Nell'anno 1470, riferisce uno, che trovandosi in Persia l'anno 1468, e
rasonando con li mercanti li quali nuovamente vennero di Trebisonda,
tra li quali fu Domenico Del Carretto che usava quel viaggio, disse
che veniva nominato questo Ussun Cassan, et che in quelli zorni aveva
fatto scorrerìa in Amasia et in Angora con pochissime genti, et il
signor soldan Baiezit fiol di Maumet turco, in quel tempo essendo
zovene, temeva affrontarsi con Ussun predicto, et si meravigliassimo
del suo temer. Mi disse quel Domenico perchè vi meravigliate? io vo'
narrar di questo Ussun Cassan cose incredibili. Costui fu fio di un
signor abitante nelle montagne, su le quali ha alcuni castelli
fortissimi, il suo paese si dice Tactai, è di poco tegnir. Essendo
quello morto, il suo fiol Ussun divenne molto valevole, savio, audace
et delli più belli di corpo, che da gran tempo si sono veduti, grande,
spalluto, tutti i membri corrispondenti a quella bella persona come se
fosse dipinto, et il suo capo siegue alla grandezza de la persona, con
do occhi neri che è un terrore al vederli: et quanto è valoroso, tanto
è liberale, cortese, benigno «ideo dicitur gratior et pulcher veniens
in corpore virtus». Io come mercadante sono stato nel suo paese,
vidilo, parlai con esso, et così come è grande, similiter il suo
mangiar è estremo; e per il suo cavalcar, pochi boni cavalli se trova
a portar tanto corpazzo. Del 1455 si mostrò con 3000 uomini e corse
nel paese di Hasan[170] e danneggiavalo molto, sì che mai poteva a lui
resistere, quamvis Hasan fosse signore di Zagatai, nè poteva averlo in
le man perchè lui era sempre sentiroso et apto alle insidie, et come
presentiva la venuta di Hasan fugiva in le montagne. E nota che Hasan
vedendosi grande et potente signore, et Ussun Cassan un signoretto che
ardiva farli tanti insulti, molto si lamentò verso i suoi baroni
dicendo: _che val la mia potenza se non trovo nessun barone a prendere
questo ladroncello e condurmelo morto o vivo, che prometto a chi mi
porta la sua testa di dargli una città di suo contento_. E di tutti li
baroni nessuno si mosse, salvo uno detto Acmat, e disse: _O gran
Signore, tojo l'impresa mi, vu intendè che homo è costui, lassè far a
mio modo, et in pochi dì ve lo menerò o morto o vivo_, et Hasan
promise a suo modo. Questo Acmat si mise in punto con alcuni pochi
electi perseguitando Ussun continuamente; et improvvisamente trovatolo
al pascolo in campagna e appresso al monte quello assaltò, et avendo
messo in fuga e sparsa quella poca zente che era fugita per li monti,
il dì seguente Ussun si trovò adunati 1700 uomini dicendo a quelli: _A
che semo più boni? da questo Acmat semo assediai, nè potemo scampar la
morte, meglio è morir virilmente, che tristamente esser pigliati_.
Tandem consejati deliberarono assaltarli alla seconda guardia, et
premandati esploratori et inteso che riposavano con sue mojer e fioi,
allora dito e fato assaltano quelli che sono drento al padiglione di
Acmat; e la fortuna a quei de Ussun andò prospera et prese quel barone
salvo con grande uccision di nemici, e quelli vedendosi rotti et el so
capitano preso, a poco poco se inchinarono ad Ussun et domandarono
perdonanza. Ussun Cassan cortesemente tutto accettava e con parole
lusingava dicendo: _Vardè fradei cari, cadaun che conosce el suo,
voglia el suo, del vostro mi no vogio niente, et etiam le vostre donne
e fameje, io pur son signor e fiol de signor, e benchè sia povero Dio
è grande_.

Vedendo li nemici suoi tanta lealtà ad una voce li fecero grandissima
laude, e vi furono di quelli che li dissero che voleano restare se a
lui piaceva, et esso allegramente tutti accettò e disseli: _Saremo
tutti fradei insieme; et quel pezzo de pan che havremo, partiremo
tutti quanti_.

Dopo l'acceptar di questi fece venir davanti quel barone Acmat preso
domandandoli: _che cazon ti ha fatto far la impresa de perseguitarmi?_
Rispose: _Sapiè che lo bando che fece il mio Signore, fu a chi
attrovasse di dargli la vostra testa li donava una città et facevalo
beato. Io pensando aver la vittoria ho tolto tale impresa_. Ussun
Cassan rispose: _Feste voi la sententia, e quella cercavi per mi, farò
fare a voi_, e comandò fosse decapitato e mandato il capo al sultan
con queste parole: _Tolè signor grande el presente che desideravi_;
facendoli poi aggiungere: _Perchè mi vai perseguitando, ti è signor
grande e mi pur son fiol de signor, benchè non sia sì potente; tu dici
che sono ladro in le montagne, ma lassime venir al piano, lassime
riposar, che ti prometto esser con te pacifico_, con molte altre
parole. Soprazonse poi la donna, fu di quel barone con alcuni altri
che ritornavano alle loro case e non vollero rimaner con Ussun, et a
quella donna ha facto restituir el suo, et quella con buone parole
confortava et pregava volesse restar con lui, promettendo mandarla con
suo contento, et etiam alcune altre che erano in sua compagnia, le
quali non volendo rimaner, quelle fece accompagnare alle loro case con
boni cavalli, sopra ponendo questo a quella ambascieria.

Di presente Hasan vedendo le sue dolci parole et amore, restò
stupeffatto et era contento di non lo molestar. Ussun con quella gente
che a lui moltiplicava non volle più scorzisar el paese di Hasan, ma
correva sui confini di Amasia fin in Angora; et Baiezid che abitava in
Amasia essendo zovene non ardiva affrontarsi con Ussun perocchè suo
padre si disdegnava.

Et nel 1459, essendo approssimato al confin di Trebisonda, Ussun se
ridusse alle sue fortezze, ma sempre correva. Il Turco mandò allora
sui ambasciatori con presenti di panni d'oro et di seta, lavori
d'argento e cavalli a donar ad Hasan, pregandolo che stringesse dalla
sua banda Ussun Cassan e lui dall'altra a metterlo in mezzo et
prenderlo. Ma egli in quel tempo non si mosse, anzi veniva detto che
Ussun Cassan in la strada aveva fatto prendere quel legato
dell'ottomano che portava li presenti ad Hasan, e non fu vero, nè
possibile lui si muovesse.

Nel 1450 l'imperatore de Trebisonda guerreggiava col signor Armenich
che era suddito di Ussun Cassan, onde l'imperatore preparato
l'esercito con poca gente per andare a prendere questo Armenich
credendo averlo a man salva, fu come intraviene a quello che poco
stima l'inimico, preso l'imperatore da Armenich, il quale essendo
suddito di Ussun Cassan a quello lo presentò. Essendo l'imperatore
alla presenza di Ussun Cassan, li richiese fosse fatto tajar del so
prezio, che provederia de redimersi, onde Ussun Cassan li disse:
_Quello che io desiderava mi vien alle mani, io danari non apprezzo,
mi fu detto voi avere una fia savia e da ben, dita Teodora, demela per
mugier._--L'imperatore rispose: _Come potrà farsi questo, essendo noi
christiani e voi pagan?_ Rispose Ussun: _Non curo questo, pure
intravegniria cosa del nostro contento unanime da ella, perchè per
cristiana la voglio e per questo l'apprezzo, perchè a mi donne no
manca, adunque per questa caxon me muovo et a voi è forza farlo_. E
così seguì le nozze et datoli la fiola per questa via, et have quella
in devotion carissima. Avuta madama Teodora per moiera, pare che la
fortuna ad Ussun Cassan andasse prospera, et ogni dì moltiplicava in
seguito de zente.

Vedendo Maomet turco moltiplicar Ussun, temendo non si facesse grande,
fece esercito nel 1461 ed andò verso Trebisonda, acciò Ussun no
prosperasse in quello impero.

Vedendo Ussun no poter resistere alla potenza del turco, li fu forza
mostrarli le spalle, e ritornò alli monti e alli suoi castelli. Il
turco non volendo Ussun per vicino, aumentato il suo esercito andò in
persona e prese Trebisonda, nel cui esercito fu Nicolò Sagondino
segretario della Signoria nostra.

La despota Teodora mojer de Ussun Cassan avendo fatti fioli, et per
tal matrimonio essendo arsa d'amore con Ussun Cassan li disse queste
parole: _Signor mio, omai di voi non può mancar la vita se il vostro
sangue è vita e sangue di vostra fia, et è el ben dei vostri figlioli,
abbiè dunque fede delli consigli che vi darò. Tolè questa crosetta, e
applichela con questa catenella al vostro collo e abbiè devotion, et
ogni dì per mio contento mettela sulla fronte e basela con reverentia,
e se caso v'intravegnisse essere in battaglia raccomandeve con zelo e
fede a questo crocifisso; e se voi non avrè vittoria riputeme una
cattiva et inimica dei vostri fioli: perchè trovata la verità di quel
che dico averè occasion de volermi tanto più ben_. Per tal suasion,
Ussun Cassan, per amor della donna che lo costrinse, o fosse
permission della Divina grazia, el tolse quella crosetta con devotion
et pace, che da quell'ora venne in tanta prosperità che dove el se
metteva in battaglia, etiam ch'el fosse de poca potentia, diventò gran
signore: et è opinion de molti che segretamente è sta convertito alla
christiana fede.

In questi tempi essendo Maomet turco vicino di confine ad Ussun Cassan
et a Hasan, ed essendo Ussun in mezzo Maomet iterum aveva ordito
intelligentia con Hasan di prendere Ussun Cassan, et avvedutosi di
tali insidie Ussun si pose a far forte in una valle a piè di un monte
et fece tajar grandi alberi mettendo quelli per traverso le vie et
fecesi forte. Aveva il turco comandà al fiol Bajezid di Amasia che
andasse a congiungersi con Hasan, per poter prendere Ussun, il quale
essendo avvisato di questo, attendeva a farsi forte. Accade che
vedendo Hasan la precauzione facta per Ussun, che non era possibile
ottenir la sua intenzione, deliberò tornar indrio, et lasciar
l'impresa; e za la gente del suo esercito aveva in gran parte
licentià. Ussun Cassan avendo presentito che Hasan aveva licenziato
gran parte del suo esercito, vedendo occasione, e modo venutogli di
far egregio assalto a Hasan, una notte con zente eletta uscì dalla sua
fortezza e con insidia assaltò Hasan, e quello prese con sua masnada e
feceli tajar el capo a lui et al so fiol. Il capo di Hasan mandò a
presentare a Maomet turco, il capo del fiol mandò al sultan.

Il soldan have gran piacer per essere amico de Ussun. Il turco el
contrario. Et il turco mandò a dire ad Ussun Cassan che non aveva
fatto bene a far simili atti a così gran signore. Ussun li fece
rispondere: _Mi ho fatto con la spada in man, quello che dovea fare_.

Prosperando in stato Ussun Cassan per la morte di Hasan, e
sottomettendo il suo imperio con tanta vittoria, l'imperatore dei
Tartari Zagatai[171], si mosse potentissimo per invidia e venne contro
Ussun Cassan, et quello assediò, chi dice in campagna e chi in città.

Ussun vedendosi astretto mandò a quello ambasceria, et con bone parole
lo amaliò mentre la notte aveva ordito e messo in punto le sue genti,
et dopo riposato assaltò li tartari e mise quelli in rotta. Prese il
signor dei Tartari Zagatai e feceli tagiar il capo, per lo che tutti
quei popoli s'inchinarono a lui; et a questo modo si fece signor di
tutta la Persia et Media, et fu nel 1469.

Dopo avuta la vittoria dei Tartari e Zagatai, mandò suoi ambasciatori
a Maomet turco per annunciarli tanta vittoria. Il suo ambasciatore
venne a cavallo fino a Scutari, et annunziato al signor turco el suo
zonzer, subito fece armar una fusta et lo mandò a levar e condur a
Costantinopoli: il quale si appresentò alla Porta dicendo al Turco
come il signor Ussun Cassan, con bella continenza per esser huomo di
bella maniera, lo mandava; li bassà si levorno in piedi et andolli
incontro per accompagnarlo; ed appresentato al signore le basò le man
et li disse poche parole presentandoli lettere di Ussun Cassan di tre
righe: quello che era scritto nessuno l'intese, et li portò presenti:
un uovo di struzzo con un velo sottile et un altro uovo con una veste:
e che questo sia vero io Zorzi di Fiandra credente, ho inteso a
razonar essendo al Cairo.

Tornando al nostro proposito detto ambasciator de Ussun Cassan portò
etiam a donare al turco uno scacchier lavorato di legno aloe et
fornito di scacchi molto superbi, et una spada guernita, et quattro
armature da huomo a cavallo. Fu dato sopra tali presenti molta
signification.

Il sig. Maomet appresentò al detto ambasciatore aspri 30,000, panni
d'oro et altre cose stimate valere aspri 50 in 60 mille, et non
permise che alcuno gli parlasse. E questo fu appunto in quel giorno
che domino Nicolo da Canal, capitano generale della Signoria, prese
Lemno.

E dispacciato dalla Porta detto ambasciatore fu accompagnato fino in
Russia. Dopo accade che in ispazio di tempo si ribellò un fiol di
Hasan con tre grandi baroni di suo padre. Questi baroni lo avevano
rilevato nei paesi di Zagatai, fortificandosi adunava di quelle zenti
che fu di suo padre Hasan. Il ditto Ussun Cassan quelli perseguitava
et absediava, et tandem li prese et tagliò il capo a detti quattro, et
a questo modo venne a restare assolutamente signore del paese; et per
la comune fama et opinione di tutti questo Ussun Cassan non ha più
contrasto di alcun vicino, e resta in li suoi confini un altro signore
di Zagatai, piccolo signore, tamen suo amico.

Et questo con brevità ho notato mi Zorzi de Fiandra scorrendo fino al
dì odierno 1470.

        _Cronaca Sanudo, mss. nell'archivio Cicogna._

Questo Zorzi di Fiandra si manifesta se non veneziano, certamente al
servizio della repubblica, e la sua scrittura trovasi inserita fra i
documenti inediti della preziosa Cronaca di Marino Sanudo, che
soltanto in parte fu pubblicata dal Muratori, _Rerum italic. script._,
t. XXII. La detta relazione pare però che non fosse sconosciuta al
Ramusio ed all'autore dei Commentarii del viaggio in Persia di
Caterino Zeno.


DOCUMENTO II.

1463, die 2 Decembris.

Quantum conferre possit rebus gerendis contra Turcum, quod magnus
Caramanus ac Uxonus Cassanus bellum inferrant huic hosti:
unusquisque satis intelligit quam propulsatus etiam ex partibus illis
tenendum erit exterminium suum, multum facile secuturum esse.
Et vir nobilis Andreas Cornario valde praticus et aptus ad res istas, de
ordine nostro praticam habuerit cum Caramano, et pro quanto
habetur sperandum est negocium istud per manus suas votive perfici
posse: propterea vadit pars:

Quod scribatur eidem Andreae: Nos esse contentos, quod personabiliter
quanto celerius esse possit se conferrat ad magnum Caramanum
cum nostris literis credentialibus quod sibi mittantur presentandæ
dominationi suae. Apud quam commemorando insolentiarum et
maxima dominandi libidinem turci communis hostis sui et nostri,
quotque provincias et regna subegit destructis et caesis regibus et
principibus suis. Et quod sicut videt totum orbem nititur deglutine
omnem operam dare debeat per illos omnes utiliores et meliores
modos: quos noverit expedire inducendi eum ad gerendum bellum,
ex illa parte contra hostem ipsum, contra quem etiam in partibus
Greciæ et Europae, et nos et alii domini et potentatus facimus et
facturi sumus, quodquod a nobis fieri possit ad deprimendam superbiam
tanti hostis.

Utque, Ex.ª, ipsius Caramani intelligat bonam mentem nostram
in honorem et commoda sua sumus bene contenti mittere sibi libere
et nostris impensis galeas sex ex nostris armatas et bene in puncto,
ad agendum bellum a parte maris, terris et locis, præfati hostis,
per id spacium temporis quod exigentia et tempus patient et quod,
quidquid acquiret, sit Ex.ae illius domini.

Sumus quoque contenti velut affecti ill. dominationi suae, non
devenire ad ullam concordiam seu pacem cum Turco nisi in ea interveniat
et includatur una nobiscum ipse dom. Caramanus. Cum hoc
etiam, quod sicut honestum est Ex.ª sua, ergo nos servare et facere
debeat istud idem.

Et demum comittatur eidem Andreæ quod pro obtinenda hac
intentione nostra, omne studium et diligentiam adhibere debeat.
Nihilque prætermittere ut effectus iste sequatur, dareque continuam
notitiam per literas suas nostro dominio ac capitaneo nostro generali
de omnibus, quae sequentur.

Mittantur quoque literæ nostrae credentiales ad ipsum Andream
directive Uxoni Cassano et Turcomano, sub quibus idem Andreas seu
vir nobilis Lazarus Quirino, casu quo non posset accedere, se conferre
debeat ad Uxonum Cassanum, vel ad ipsum Turcumanum, ad operandum
similiter modis omnibus et inducendum eos ad inferrendum
bellum turco.

Verum ex nunc captum sit. Quod idem Andreas aut alius vel alii
pro eo non possint facere nec fieri facere per se vel alios mercationum
alluminum aut aliarum, sub poena ducatorum mille, exigenda
per advocatores communis.

  Voti de parte    110.
       de non       16.
       non sinceri   3.

Nota quod super materia suprascripta facta fuit commisio, viro nobili
ser Marco Cornario militi.

  _Confrontato nell'Archivio generale dei Frari, Secreta XXI, p. 209._


DOCUMENTO III.

Die 15 Februarii (1463 m. v.) 1464.

Quia vehementer pro commoditate rerum nostrarum, Dominatio
nostra superioribus mensibus confederationem et intelligentiam conclusit
cum illustr.mo Domino Caramano, medio nobilis viri Andreae
Cornario, qui dominus vita functus est. Sitque optimum factu, eam
cum filio suo, qui ei successit, juvene et animoso redintegrare.

Vadit pars quod per collegium mitti debeat unus nuntius ad ipsum
dominum Caramanum, cum una pecia panni aurei valoris ducatorum
ce. ipsi ill.mo domino pro mare partium ipsarum danda. Item cum
aliis rebus valoris aliorum ducatorum CC. donandis primis portae suae
sicuti collegio videbitur. Qui nuntius nostro nomine de obitu principis
suis doleat, deque successione Exª sua congratuletur, curetque
secum omnia capitula confederationis ipsius, ipso domino presente
cum ill.mo patre suo conclusa, sua cum Exª redintegrare et confirmare,
sicuti particularius ei per collegium in mandatis dabitur. Et replicentur
litterae ad illustrissimum Ussonum Cassanum Ex. suae superioribus
mensibus scriptae. Deque his omnibus detur notitia suprascripto
ser Andreæ Cornario et ser Lazaro Quirino, qui rem ipsam praticare
et iuvare poterunt, sicut autem fecerunt.

        _Secreta XXII, p. 67._


DOCUMENTO IV.

1464, 26 Septembris.

Quod orator domini Ussoni Cassani, qui ad presentiam nostrani
fuit, q. primum expedire debeat, ut cum galeis Baruti ad partes Syriae
se transferat et inde ad Dominum suum reverti, emique et donari
debeant oratori predicto brachia velati cremisini XII et brachia VI
scarlati pro duabus vestibus, et duc. C. auri uni eius filio detur
pannus scarlatus pro una veste, et famulo pannus viridus et duc.
IV, filio famulo autem duo. Fiuntque eis expense usque quo in
terram Syriam descenderunt, quas solvat dominium. Et fieri eidem
demonstratio. Emanturque et dentur dicto oratori brachia XX,
panni aurei pulcherrimi, quæ nostro nomine in signum amoris nostri
debeat presentare.

Qui denari accipiantur de deposito et de omni alia ratione unde...
citius poterunt.

Domino vero Uxono Cassano scribatur in hac forma et oretenus
etiam dicatur eidem oratori legantur q. ejusmodi litere de verbo ad
verbum.

«Nui havemo ricevuto le sapientissime et benevole lettere della
Ill. S. V., et inteso etiam quanto a bocca saviamente ha riferito
_Mametanazab_ vostro secretario et ambassadore, de la optima
disposizione e mente della E. V. di far insieme con nui contra l'Othoman
commun et accerimo inimico; et molto ne ha piaciuto intender questa
opinion e mente della vostra Cels., la qual è de signor sapientissimo
e magnanimo: perchè l'Othoman per la sua superbia et ambizione
non studia nè desidera altro con tutti i so pensieri che devorar e
oprimer tutti li signori del mondo et specialmente li suoi vicini. Et
quanto poi al dicto Othoman va disfacendo ora questo ora quest'altro,
tanto più insaciabilmente desidera, e se sforza destruger ognuno et
accrescer la potentia et tirannia sua. Pertanto se convien alla Exc.
V. Signoria animosa e sapientissima, in questo tempo che nui ed
altri principi christiani se retrovamo contro de lui in guerra, dal
canto vostro con tutta vostra potentia prestissimamente movervi,
e venir a sua disfazione e rovina per propria vostra salute e de tutti
altri, perchè remanendo questo Othoman nelle sue forze e signoria
nè la Vostra Exc. nè alcun altro signor se pol reputar signor nel stato
suo. El novo Pontefice capo e principe dei christiani fa ed è per far
ogni di più a rovina del detto Othoman.

Questo medesimo fa lo ill. ducha de Borgogna et molti altri principi
e signori christiani. Noi come semo certissimi già havete inteso,
havemo potentissima armata in mar et esercito terrestre in la Morea
et Albania. El ser. re de Ongaria da canto suo li fa acerbissima
guerra. Nè è possibile che il detto Othoman possi per modo alcun
farvi alcun ostacolo e resistenza. E però quanto più presto la E.
V. se moverà, tanto più presto e facilmente ottenirà tutto lo stato suo
in quelle parti, come quella sapientissima semo certissimi che ottimamente
intenda. Et fin da mo[172] semo ben contenti che tutto quello
che aquisterà la V. E. liberamente sia suo. Ne avemo più particolarmente
parlado con el sopradetto ambassador vostro, el qual etiam
de tutte cose occorrenti e dei progressi dei cristiani contro dito
nemico ordinatamente informato, tutto seriamente riferirà alla E. V.,
le qual cosse abbia la V. Cels. per fermissime e verissime, alla
qual in ogni sia comodità ed exaltation se offerimo.

Et de adventu præfati oratoris ad presentiam nostram detur notitia
viro Nobili Marco Cornario militi, et mittantur ei copiae literarum
præfati domini Uxoni Cassani ad nos, et literarum nostrarum ad
præfatum dominum, ut opportune providere circa hanc materiam
possit.

Adviseturque de optimo tractamento per nos eidem oratori
facto.

  de parte    84.
  de non       0.
  non sinceri  0.

        _Secreta XXII, p. 39._


DOCUMENTO V.

(1465, m. v.) 1466 27 Febbrajo.

ILLUSTRI DOMINO HASANBEI VID. USSUN CASSANO.

Accipimus literas Ex. V. quas nobis redidit Cassanus Azanus
lator præsentium, ex quibus intelleximus quæcumque Ex. V. ad nos
scripsit de optima dispositione et promptitudine sua faciendi et
magnanime belligerandi contra insolentissimum Mahometem regem
turcorum, inimicum communem, et universi fere orbis acerrimum
hostem, nec non q. ferventer et efficaciter nos exortatur ut non modo
faciamus potenter et hostem nostrum aggrediamur validissimis viribus,
sed etiam excitemus ceteros principes christianos ad hoc bellum
necessarissimum, quo pestis hæc et pernicies omnium in pace
vivere cupientium perdatur et debellatur!

Commemorando singularem benevolentiam et sinceram amicitiam,
qua nobis efficitur Ex. V. quamobrem respondentes agimus Ill. Dominationi
vestrae ingentes gratias pro hujusmodi suo perhumano et
prudentissimo scribendi officio. Quo nihil nobis gratius fieri potuisset,
et certe nunquam explicare et verbis consequi possemus quantopere
amemus et charam habeamus benevolentiam et amicitiam vestram:
atque quam maxime nobis cordi sit audire et intelligere ista,
quae ad nos scripsistis vehementer pertinentia ad utriusque nostram
salutem. Verum ut Ex. V. cognoscat nos quoque promptissimos et
paratissimos esse faciendi omnia adversum communem hunc hostem,
nihilque intentatum omittere quo omnino debelletur. Qui non contentus
finibus suis universum fere orbem terrarum subjicere sibi
conatur.

Scitote jam nos habere potentissimam classem in mari, quam ad
paucissimas dies potentiorem et validiorem reddemus supra XL
triremium navium complurimum. Item in Amoream mittimus copias
nostras armigeras, ut firmum exercitum opponamus hosti. In Albaniam
quo equites et pedites ultra illos quos habemus in magno numero
transmittimus. Habemus praeterea oratorem nostrum apud regem
Hungariae qui continue horatur et instat Maj. Suam, ad magnanime
persequendum bellum, qui jam est in armis potenter. Summusque
Pontifex pater et caput omnium christianorum nobiscum sentit, qui
nihil aliud molitur, nihil aliud parat, quam contundere rabiem hostis
hujus nostri et excitare christianas vires in eum.

Restat tantum ut Ill. D. V. persequatur magnanime bellum ut
coepit, et potenter irruat adversus loca et provincias hostis atque undique
eum exagitet. Nunc quoque est tempus optatum. Nunc offert se
occasio ut omnes liberemur continua molestia et solecitudine confracto
et penitus confecto immanissimo isto dracone. Et ita nos hinc
faciemus nec rei ulli parcemus quantum in nobis erit. Gratissimum
autem nobis erit ut V. E. nobis soepius scribat, et certiores faciat de
progressibus vestris, et mittat litteras ad consulem nostrum Aleppi qui
celeriter eas mittet. Et ita nos per illam viam faciemus ut alter alterius
res intelligat. Rogantes ad extremum ut V. E. cohortari placeat
Ill. Dominum Caramanum ad faciendum magnanime et bellum
constanter perseverandum, quam non deerunt sibi omnes nostri
favores possibiles.

Scribantur similes, mutatis mutandis, ill. Theodorae domini
imperatori Trapezundae filiae magni conjugi præfati Hassanbei, in
responsionem litterarum suarum, cum gratiarum actione munusculi
dominio nostro missi.

  De parte    96.
  De non       0.
  Non sinceri  2.

        _Secreta XXII, pag. 132._


DOCUMENTO VI.

_1ª Commissione a Caterino Zeno, delegato oratore veneto in Persia._

(1471, 18 Maji)

Quod orator illustrissimi domini Ussoni Cassani expediatur, et
cum eo insimul vadat nobilis vir Catarinus Geno orator noster
designatus ad ipsum dominum, et vadat cum infrascripta commissione.

Nos Christophorus Maurus Dei grazia dux Venetiarum, etc. Comittimus
tibi dilecto civi nostro Catarino Geno designato oratore
nostro ad illustrissimum dominum Ussonum Cassanum, ut insimul
cum oratore ipsius domini eos ad presentiam ejus, dirigendo et tenendo
iter tuum pro majore celeritate et securitate, sicuti deliberabitur
et imponetur tibi per collegium nostrum.

Constitutus ad presentiam prefati domini et presentatis literis
nostris credentialibus, facies salutationes hortationes et oblationes
convenientes et honorificas prout iudicaveris convenire honori et dignitati
illius domini, et nostri dominj, utendo omnibus illis amabilibus
et honorabilibus, et omni significatione benevolentiae plenis
verbis que intelliges prefato domino, et moribus, ac nature gentis
grata esse. In primis autem gratulaberis cum excellentia sua de
omni prosperitate, felicitate et propagatione persone et imperij sui,
que, quanto prosperiora et feliciora splendidioraque sunt, tanto
majorem voluptatem capimus, ut decet veros et bonos amicos ac
studiosos illustrissimae domui suae, amplificando et ornando partem
istam sicut noveris convenire--Subsequenter expones celsitudini
suae quod cum venisset ad nos orator suus una cum nobile
cive et oratore nostro Lazaro Quirino excepimus et vidimus eum
libentissime, audivimusque summa cum jucunditate quaecumque
nobis retulit, nomine illustrissimae dominationis suae, ultra literas
suas nobis scriptas, quas legimus attentissimo animo. Et omnia
fuerunt nobis gratissima, tum propter nostram in excellentiam suam
affectionem et benevolentiam, tum etiam quia cognovimus
dispositionem et propositum suum sapientissimum faciendi magnanime
contra istum Ottomanum comunem hostem immanissimum, et fidei
violatorem atque fractorem, ob rationes et causas precedentissime
memoratas et per dictum oratorem suum, et per literas excellentiae
suae, quum provocata et lacessita illustrissima dominatione sua partim
perfidia, partim immoderata libidine dominandi universo orbi
ottomani ipsius vendicare se disponat. Quibus quidem causis, nos
etiam quamvis nostris finibus semper contenti viximus, precedentibus
multis injuriis et occupatone cujusdam loci nostri in Amorea, inducti
et coacti sumus capere arma et terra et mari resistere insatiali
appetitui suo perdendi omnes. Qui non est dubium ad alium
non vigilat, quod, superatis nobis, posse expeditius et liberius sequi
cogitationes et designa sua in provinciis asiaticis, in primis contra
illustrissimam dominationem suam et alios dominios asiaticos, cum
ipse fedifragus nemini fidem servet, aut juramentum teneat. Quin
imo, spreta omni fide, violatoque juramento, multos dominios perdidit,
et poenibus delevit. Sed speramus, auctore Deo optimo maximo,
cui displicent talia, ac procedente excellentia vestra magnanimiter
et potenter sicut decrevit, et pro amplitudine imperii et magnitudine
virium suum merito potest, cogitationes et designia ipsius Ottomani
frustrabuntur, nec succedent sibi ut putat. Nam et nos, pro
viribus nostris maritimis et terrestribus quas auximus, et quotidie
magis augemus, provocati et lacessiti tot et tantis iniuriis, faciemus
simul et semel omnem conatum nostrum. Et hoc modo coactus,
continebit ac retrahet se induceturque potius timendi sibi,
et dubitandi de exterminio suo, quam inquietandi et infestandi alios et
universum orbem sibi promittendi; cohortando et inanimando excellentiam
prefati domini ad hoc, ac omni efficatia verborum declarando
sibi optimam nostram dispositionem et promptitudinem ad
hanc rem, et impresiam aggrediendam et conficiendam insimul, et
animis conspirantibus invicem. Et pro majore reputatione rerum
nostrarum, ac pro accendendo magis excellentiam suam, commemorabis
et foedus et ligam nostram cum serenissimo domino rege Ferdinando
Sicilie, etc., pro defensione statuum nostrorum contra dictum
Ottomanum, tangendo etiam ad propositum tuum, quod non deficient
etiam nobis favores summis patris nostri et aliorum potentatum
Italiae, et hoc pro sicuritate sua, cum omnibus minitetur
draco iste et insatiabilis serpens fidei fractor et dominorum eversor.

Dictis et expositis rebus predictis, subiungere te volumus, quod
fieri potest pervenisse ad noticiam excellentiae suae nos misisse oratores
nostros prefatum ottomanum. Et ut omnia inotescant illustrissimae
dominationi suae eidem notificamus, quod ante adventus oratoris
sui ad nos, jam expediveramus et miseramus ipsos oratores
nostros ad predictum Ottomanum, suasi et exhortati ad pacem per
personas medias. Quia nescimus quem finem habitura sit et quando
tamen dicta pax sequeretur, non restabimus nihilominus esse ille
boni amici et studiosi omnis exaltationis et felicitatis excellentiae
suae, sicut semper fuimus et sumus, nec fidem unquam capiemus de
eo sicuti eccellentia sua sapientissime nobis dici fecit, excusabitisque
nos, quia si prius venisset orator suus et magnanima voluntas
sua nobis innotuisset, suprasedendum curassemus in mittendis dictis
nostris oratoribus.

Ad propositum tuum ubi melius tibi occurret dices prefato domino,
quod si distulimus expedire oratorem suum factum est ex
multis nostris occupationibus in preparando classem nostram numerosiorem
et majorem solito, et in mittendo trans mare copias nostras
armigeras et alia multa necessaria sicut fieri solet.

Volumus preterea, ut sub literis nostris credentialibus visitare
debeas nomine nostro illustrissimam dominam consortem praefati
domini, utendo verbis onorificis et convenientibus, ac commemorandi
antiquam et bonam amicitiam quam semper habuimus cum serenissimo
imperatore olim genitore suo, offerendo nos etc., ac inanimando
excellentiam suam, ex substantia hujus nostre commissionis,
ad exortandum illustrissimum dominum consortem suum ad istam
impresiam contra turcum sicut semper fecit, et per literas
suas alias de his nobis scripsit.

Posteaquam autem exposueris hec nostra mandata, et steteris apud
prefatum illustrissimum dominum per aliquod dies sicut tibi melius
videbitur, ac desumpta tota illa informatione et minutiore quam habere
et intelligere poteris de potentia prefati domini, etate, valitudine,
habilitate, statu, situ, redditibus, exercitibus, confinibus, vicinis,
ac demum de dispositione et voluntate ipsius domini ad istam
impresiam, et quibuscumque aliis rebus, que merito nostra cognitione
digne et alicujus momenti et extimationis judicaveris, ita ut
reditu tuo possimus capere certitudinem de rei veritate, et labor ac
impensa istius tuae legationis non videatur omnino inutilis, sed potius
per tempora futura fieri possit constructus aliquis de rebus
istius domini, nostra intentio est ut accepta bona et grata licentia
a prefato domino, revertaris ad prasentiam nostram bene et comulatissime
instructus, aut per illam celeriorem et securiorem viam que
tibi videbitur, aut si haberes modum veniendi usquam ad marittima
loca cum exercitibus prefati domini quos mittere contra loca Turci,
que via judicio aliquorum et telior et tutior foret, in hoc casu
te gubernabis cum omni diligentia et studio.

Et ex nunc captum sit, quod praefactis domino et consorti suae
fieri debeant et miti per ipsum nostrum oratorem duo exenia de
panno aurato prout videbitur collegio, et oratur ipsius domini hic
existens vestiatur de veluto.

  De parte    74
  De non       2
  Non sincere  4.

Ser Aloysius Donato sapiens ordinum, vult quod differatur expeditio
dicti oratoris donec habeatur ab oratoribus qui sunt ad Turcum litere
de successu rerum.

  De parte 61

_Secreta XXV._ Ediz. Cornet. Le guerre dei Veneti nell'Asia. Vienna,
1856.


Documento VII.

_2ª Commissione a Caterino Zeno._

(1471, die 10 Septembris)

Quod viro nobili Catarino Geno oratori ad illustrissimum dominum
Ussonum Cassanum fiat commissio in hac forma.

Christophorus Mauro dei gratia dux venetiarum, etc.

Committimus tibi nobili viro Catarino Geno dilecto civi et fideli
nostro, ut cum passaggio quod tibi deputavimus in Cyprum te conferas
una cum oratore illustrissimi Domini Ussoni Cassani et inde per
ditionem Caramani accedas ad presentiam supra scripti domini Ussoni,
orator noster. Cui presentatis literis nostris credentialibus
factisque pro more salutationibus et oblationibus sub illa quam
ampliori et accomodatiori verborum forma que tibi visa sit, congratulare
ample et copiose de omnibus victoriis et prosperitatibus
suis et de acquisitione amplissimorum regnorum suorum; postea expones,
redijsse ad nos superioribus mensibus virum nobilem Lazarum
Quirinum quem ad excellentiam suam miseramus nostrum oratorem,
et secum venisse etiam oratorem suum, tecum presentialiter
regredientem, quem intuitu celsitudine sue alacriter vidimus et suscepimus.
Et per utrumque eorum intelleximus optimam illius illustrissimi
domini erga nos benevolentiam et animum atque intentione
valide faciendi contra comunem inimicum ottomanum, cuius
insaciabilis dominandi appetitus notissimus est non solum dominantibus
in Europa sed etiam in Asia, ubi omnes quos potuit dominus,
oppressit et extinxit nemini servata fide, et nulla usus humanitate
vel respectu, modo aliena rapere et occupare potuerit indifferenter
et sino ullo penitus discrimine. Et pro benevola in nos affectione
celsitudini sue gratias agas amplas et uberes, affirmeque quod pari
nos ipsam excellentiam suam benevolentiam et caritate prosequimur.
Dispositionem autem et magnanimam illius voluntatem contra comunem
hostem lauda et extolle cum verbis pertinentibus; subiunge tamen
quod si distulimus expedire predictum oratorem suum, et te etiam mittere
ad presentiam excellentiae suae, in causa fuere multe maximeque
occupationes nostre, et multi motus qui inter christianos excitati sunt
pro insurgendo unite et valide contra supra dictum ottomanum, et hoc
loco explica et narra conventum Ratisbone habitum per imperatoriam
Majestatem, et reliquos principes germanos, et deliberationem agendi
et educandi potenter exercitum, et dispositionem serenissimorum
dominorum regum Polonie et Hungarie, confederationem preterea
totius Italie pro illius quiete et unite insurgere possit, et nostram
cum regia celsitudine ligam et intelligentiam per quam habemus
potentem in mari classem, et habituri proximo anno sumus
galearum ultra centum et magni numerum navium, electionem
novi pontificis ad expeditionem generalem christianorum, et ad
totalem ex Europa expultionem predicti inimici. Que cum ita disposita
sint hortaberis excellentiam suam nostro nomine, ut hac occasione
uti velit, et cum suis viribus ex parte Asiae veniat potentissimus
sives mittat in oppressionem predicti inimici qui utriusque
oppressus et distractus, utriquam partium resistere non poterit, sed
ab utroque facile superabitur et in hanc partem te diffunde. Hortare
insta et sollicita ut se movat et descendat sive mittat in oppressionem
predicti hostis, quum hic est totius tue commissionis effectus
et fructus qui ex tua profectione sperari potest.

Et illic differ, et ad nos scribes et omnia declara que fueris operatus
et que futura illic sperari debeat, et expecta mandatum.

Praticam pacis quam cum ipso turco habuimus justifica et declara
quod invitati ab eo et requisiti de pace, misimus oratores
nostros, sed cognita illius insatiabili et perfidiora ambitione omnia
rapiendi et dominandi ubique terrarum, aspirantis et citra et ultra
mare ad imperium omnium gentium et omnium nationum, et cognita
dispositione dominorom quos supra memoravimus ad conculcandam
tantam rabiamet seviciem, et se liberandum ab ista peste, cum eis potius
in comunem salutem concurrere voluimus, quam secum ad pacem
devenire, et oratorem nostrum pace infecta, revocavimus. Sicque
persuadere nitaris, ut excellentia sua in suo quod nobis per ejus oratorem
et literas propositum declaravit perseveret, et cum reliquis
dominis hosti suo infensis a latere suo concurrat in illius extintionem,
et opulentissimis regnis suis inferiorem Asiam adiungat, et
universum dominatum hostis sibi gloriose vindicet. Que res, preterquam
quod excellentissima per se sit erit, etiam firmamento et stabilimento
universi imperii sui, depulsa comuni lue et omni remoto
offendiculo ad totius orientis imperium.

Scripsit ad nos summus pontifex, deliberasse mittere nuntium
quempiam suum, et nos beatitudini suae respondimus et suasimus
talem missionem; si ita fuerit, tu eris cum predicto pontificio
nuntio et secum omnia procura et solicita.

Et ex nunc captum sit, quod pro expeditione dicti oratores, accipi
debeant ducatos 2000 auri de omni loco et officio, sive mutuo cum
obbligatione necessaria quorum 500 auri sint pro illius provisione
et reliqui pro impensis.

Et supra donis faciendis atque vestiendis et honorandis oratoribus
prefati domini, collegium habeat libertatem providendi sicut ei visum
fuerit et accipiantur pecuniae ad id necessariae ab officio rationem
veterum.

Cum fueris in ditionem Caramani illum visita nostro nomine, sub
literis nostris credentialibus, et suade atque orteris ad faciendum
contra Turcum, et pete ut ad tuum securum transitum prestare tibi
placeat omnes favores et omnem possibilem commoditatem.

Preterea sel tempo et camin te servirà, visiterai el serenissimo re de
Zorzania, sotto nostre lettere de credentia, quale te havemo fato dar
e dapoi le convenienti et debite salutation per parte nostra facte, lo
exhorterai et inflamerai con quelle parole convenienti et idonee che
a la prudentia tua aparerà a questa impreza.

  De parte  69

Ser Jacob Lauredanus procurator, ser sapientes consilii, ser
Franciscus Michael sapiens ordinum, volunt commissionem per totum, sed
loco verborum positorum inter duo in primo capitulo, volunt verba
infrascripta: verum transacto yeme, si prefactus dominus se preparet
pro veniendo aut mittendo exercitum contra Turcum, tu illic differ et
sollicita expedictionem et scribe atque expecta mandatum; si vero
postquam ver adveneris videres prefactum dominum non se movere, aut
aliter rem dispositam quam suaserit, tu accepta bona licentia redeas
ad presentiam nostram.

  De parte     49
  De non       11
  Non sincere   4

        _Secreta XXV._ Cornet, Op. cit.


DOCUMENTO VIII.

Magnarum Provinciarum caput, et Dominorum Provinciarum Princeps, ac
etiam omnium illustrium dominationum. Domino magno.... augeat
felicitatem tue Serenitati certum et manifestum est nec potest aliquis
tantam magnitudinem tuam exaltare, seu extollere, quantum decet et
tibi conveniens est.

Sumus nos tibi amicitia et dilectione conjuncti nunc et propter ut
prius et antea eramus, nec aliquid in corde nostro fictum aut
simulatum cogitamus.

Et dignum est..... Oratores el nuntii tui apud nos continue esse
debeant et de occurrentibus nos teneant certiores. Vos autem, si de
nobis..... cupistis, adepti sumus Dei gratia, ea que numquam animo
cogitavimus, nec aliquo modo speravimus, nisi Provinciam Babiloniae,
Amasiae, Adicabageis et omnia quae continentur in eis, et fecimus
nobis ea subjecta, et possidemus usque ad partes Romaniae seu Greciae,
et non violentia et viribus, sed benignitate et equitate, et omnes
perfidos inimicos confundimus, laus et gloria altissimo Deo.

Erat unus solum qui nobis aliquantulum adversabatur, hic etiam sponte
humiliatus ad nos venit, et largiti sumus ei dominium de Corassan,
laudetur Deus, incessanter. Sultan Cassan Baicona est nomen istius
domini Corassan. Restat nunc alius secundus Sultan Greciae sive
Romaniae, qui inimicum facundus et magnus, presentim super Caramanos,
quibus veteri et antiqua amicitia conjuncti sumus. Ipsi Caramani
venerunt ad nos supplices usque ad provinciam Azimie, quibus visis,
subito venimus in Tauris, inspeximus super negotia eorum, et
cognovimus quod ipsi proprii malorum suorum causa fuere. De principio
nostre lune Rabemel sive Juli 1472 ad partes eis propinquiores iter
faciemus. Multa et alia in presenti dicere sumiturus, que hic medicine
Doctor noster ad te in sermone prudens mittimus, magnus medicus Isaac
fidelis in quem magnam fidem habemus oretenus tibi omnia de mandato
nostro sufficienter narrabit, et quecumque pacta intrinseca et secreta
cum eo tractabitis et ipsa suum habebimus rata grata et firma, tamquam
si ad componenda ea presentes essemus.

Datum in principio lunae Rabemel sive Julii, anno Maumethi 877
secundum cursum nostrum.

_A tergo._

Magnarum Provinciarum domino, et principi civitatum venetorum testo
Deo augeatur felicitas vestra, magnitudo vestra, excellentia vestra,
q. nota est omnibus cum sit propter famam, et hoc dico bono corde
propter amicitiam quam habemus et sumus nos firmati in aliquo
fundamento vobiscum veteri et antiquo, et dignissimum est quod litera
tua oratores et nuntii apud nos continue esse debeant ut de occurentia
continue avisemur.

Copia de una lettera scripta da Uzunhasan al Doxe nostro nell'anno
1472.

        Marino Sanudo, _Cronaca ms. nell'Archivio Cicogna_.


DOCUMENTO IX.

_Commissione a Giosafat Barbaro, ambasciatore veneto in Persia._

1473 (1472 m. v.) 28 Januarii.

Quod ser Josaphat Barbaro oratori designato ad ill.mum dominum
Ussonum Cassanum fiat haec commissio.

Nicolaus Tronus Dei gratia Dux Venetiarum, ect. Commitimus libi
nobili viro Josaphat Barbaro dilecto civi et fideli nostro, ut vadas
orator noster ad ill.mum et potentissimum dominum Ussanum Cassanum,
et cum duobus galeis que subito expedite erunt, insieme cum
li ambassadori del summo pontefice e della maestà del Re e cum
Azimaemeth ambassador di esso ill.mum Signor, tu te parti et recta
et solicita navigatione te conferissi in Cipri, per lo principal luogo
dove habiate a smontar, per intender cum verità i progressi del predicto
Signor, e dove la persona et esercito suo se trova, per pigliar
più certo partito al seguro transito vostro per esser alla prexentia soa.

In questa andata toa, ritrovandote cum el capitan nostro zeneral
da mar et proveditori conferirai cum loro, e daragli notitia de la
cauxa de questa ambassada et forma de questi nostri comandamenti,
et de le munition et altre cosse deliberate mandar per nui a quel
Signor come tu sai esser nostra volontà con effecto. Non te trovando
con el predecto capitan, lassa al nostro rezimento de Modon
la copia de questa commission sigillata, perchè al ritorno li del capitan
la ghe sia presentata per soa perfecta intelligentia.

Zonto in Cipri, visiterai per nostro nome et soto nostre lettere
de credenza quel serenissimo signor re, et farai le consuete e benevoli
salutation et ample offerte come si convien a lo amor et mutua
nostra convention cussi antiqua cum suo ill.mi progenitori, come
molto più strecta et valida per la nova parentela et affinità contracta
con la Signoria nostra. Visiterai etiam et honorerai la serenissima
regina, con lettere de credenza et con ogni significazione de nostra
dilection verso de quella per accresser tanto la soa reputation appresso
tutti quando da tutti sia intexo l'amor et extimation nostra de quella
et del suo felice zonzer in Cipro, et alégrate cum el re et cum lei. Da
poi queste bone et zeneral parole darai al predetto re avixo de la
causa de la andata toa e de li altri ambassadori pontificio et regio
al signor Usson Cassan, per visitarlo honorarlo confermarlo in suo
proposito et già tolta l'imprexa contra l'Ottoman et inflamarlo a seguir
sino in ultimo exitio del soprascripto comun nimicho; et anche
li significherai che la deliberation nostra de potentissima armata
futura molto più per tempo dell'uxato, et cussi nostra come
de la maestà del re, et non se dubita che el summo pontefice farà
anche lui pro viribus ampliando questa parte d'armata, modesta
però et gravemente sicchè l'appari più verità che ostentation. Dichiarali
anche el mandar che nui femo de bombarde grosse e mezane,
spingarde, schiopeti, polvere et altra munition et artiglieria,
bombardieri, schiopettieri et inzegnieri per satisfar a le requisitioni del
prefato signor, et ajutar a favorir l'imprexa soa. Da poi queste
notification, perchè optimamente te servirà el proposito, conforta e
rechiedi efficaze et instantemente la predicta maestà, che lui armi et
expedischi le sue galie quante più lui pò, azochè unite con le altre de'
cristiani e separatamente come meglio e più utile dell'imprexa fosse
indicato, possino esser preste in favor de cussi utile comune e
salutifera a tuti expeditione, facendoli intender questo esser el tempo
et unicha occaxion de soa liberation et perpetua tranquillità,
extinguendosi l'incendio che non solamente a tuto levante, ma tuti
cristiani manazava ultima consumptione, e da li amici vicini non si pò
sperar se non raxonevolmente ogni comodità et bene, mancandoli specialmente
el modo e la occaxion dell'offender tale quale ha questo
rabioxo et potentissimo serpente: et in questa per inanimar et indur
la predecta maestà ad ogni provision et sussidio da esser
prestato in opposito de lo inimicho et in favor del sopra scripto
ill.mo sig. Usson et soi adherenti, fane ogni efficace istantia.

Capitato a Rhodi visiterai el gran maestro sotto nostre lettere de
credenza; et post generalia, dali avixo de la caxon de l'andata toa,
de li altri ambasadori ut supra, et de tutti li preparativi predicti,
suadi et indù (muovi) soa reverendissima signoria a lo armar le
galie quatro, che lui è obligato per vigor de la liga cum la maestà
regia et cum nui, et mandarle al capitan nostro, et al prestar ogni
subsidio et favor a l'imprexa del sopra scritto excellentissimo signor,
per comun bene de tuti cristiani e de la soa reverendissima signoria
e soa religion che sono più che molti altri vicini al pericolo;
e bixognando al predecto signor alguna sovention de bombarde e
munition oltre quelle mandemo nui, li piaqui suvenirlo perchè si
come nui li avemo per più lettere scritto, tutto semo contenti restituirli.

Nui non podemo indivinar dove se ritrova la persona et exercito
del soprascritto illustrissimo signor, nè in che termini serano le
cosse al zonzer tuo in Cipro, e però non podemo darte in comandamento
che tu faci più una via che un'altra, nè pigli più uno partito
che un altro per essere a la presentia soa, ma tolta quella information
dei luoghi cammini e muodi de lo andar che necessario sia
l'è de nostro desiderio et intention che quanto più presto sia possibile
tu te si trovi à la presentia de soa celsitudine, e se per la
condition de le vie e segurtà de lo andar potrai condur o tuti o
parte dei prexenti che nui avemo deliberato mandar et tuttavia se
preparano et serano subitamente dietro de ti in Cipro, molto ne
sarà grato per più honorificentia de l'ambassata toa; quando ch'anno
lassati quelli in la galia in Cipro non differir, nè inspazar per questo
l'andata toa anzi più presto che tu poi vatene et zonto con l'ajuto
di Dio dove sia la persona del soprascritto ill.mo signor conferissi
subitamente con el nobil homo ser Chatarin Zen ambassador
nostro, e da lui tuò ogni piena information e distinto avixo
del numero de lo esercito e de la disposition del signor e de le
cosse seguite fino quel hora che a te non fossero note et de ogni
altra occorrentia et cossa pertinente la materia, azochè perfectamente
informato più apertamente tu possi e proponer e risponder
e parlar quanto sia expediente.

Serai a la presentia del prefato illustrissimo signor quando parerà
à la soa sublimità de udire te, e porte le lettere nostre de
credenza e i prexenti segondo l'uxansa loro, se quelli o parte come
havemo dito di sopra tu haverai potuto condur cum ti, se non
farai la scuxa necessaria e darai modesto avixo de la partita de
quelli e del esser lassati per ti in Cipro o tuti o lo resto et condurase
a la presentia soa quando per la condition de le vie se possino
condur. Saluta da poi conforta et offerissi a la soa sublimità,
cum ogni amplitudine e reverentia de parole, e si come a ti è ben
noto esser de consuetudine de simel signori.

Subzonzi da poi esser stato a la presentia nostra i mexi passati
Isach hebreo medicho et ambassador del prefacto illustrissimo signor,
che vene per la via di Caffa e molto fo longo e tardo el venir
suo per le difficoltà e impazi occorsoli in chammino si come lui
expone, e per soa relation intendesemo la magnanima disposition
volontà de la prefata celsitudine del moversi e venir contro l'Othoman
comun et universal inimicho de tuti, per vindicar tante inzurie e
spoglie facte injuste et inhumanamente a tanti signori.

Questo stesso pochi dì dipoi ci confermò lo effecto de la cossa
e la effectual mossa de esso excellentissimo signor, dechiaratane per
lettere del nostro ambassador ser Chatarino Zen et per relation de
agì Mohammed ambassador de sua sublimità, e pegli effecti et successi
istessi, la qual mossa et imprexa come degna de sempiterna e
immortal laude e gloria cussì era al tuto necessaria, et serà, Deo
bene juvante, fructuoxa et felicissima, laudabile et glorioxa la fa la
grandeza et excelenza de quella, necessaria le ambitiose crudel et
insaciabel condition et appetiti de lo inimicho che in ogni occasion et
comodità li fosse intravenuta non haria havuto più riguardo a la
soa sublimità et a suoi figlioli de quello lui ha avuto a tanti signori
quanti per forza parte e parte per ingano e perfidia ha privi de stati
suoi e facto mal capitar, fructuoxa per lo acquisto de nuovo regno
et imperio ampio et grande per se, firmamento e stabilimento de li
altri già acquistati e posseduti regni a suoi figliuoli e nepoti in
perpetuum, felicissima serà senza dubio per la justicia, bontà et comulata
virtù del prefato illustrissimo signor, el qual Dio ha electo et deputato
repressor de tanta tirrannide et vendicator de tante injurie,
spolie e crudeltà, et libertà de tanti afflicti signori populi e zente.
Et già ha dimostrato Dio in questo principio del suo mover signo
de futuro felice exito, imperocchè come per via intrinseca e famigliar
de lo inimico semo facti certi tanto è lui e tutta soa zente
impaurita et spaventata, che per ogni modo se reputano vinti e
superati el prefato excellentissimo signor vincitor et dominator,
che suol esser infallibel argumento e segno de quello de esser
uno cussi universal presagio e quasi certo inditio de la mente
de ognuno. Con queste e tutte altre parole e raxon persuaxorie
et efficazi, laudata et exaltata la sua glorioxa imprexa et proposito,
quanto più tu puoi, cerca de confermarlo et inflamarlo in essa, et
così nel primo congresso et audentia come a la zornata in tuti li
conferimenti e raxonari te occorrerà, dove accomodamente et in
proposito tu possi farlo.

Dapoi suzonzi che per l'uno e l'altro ambassador de soa celsitudine,
zoè per lo primo Isach medicho e poi per agi Mohammed nui
semo stati richiesti per nome de soa celsitudine al far bona guerra
dal canto nostro a lo inimicho, perchè così lui desponeva de far e
faria dal suo, et a subvenir e favorir l'impresa soa de potente armata,
de bombarde, bombardieri che quelli sappia far et exercitar,
de spingarde e schiopetti et altre necessarie munition et artiglierie,
le qual tute cosse con grandissima solecitudine havemo disposto et
preparato de far. Et comenzando da la guerra ricorda a soa sublimità,
nui esse stati in quella anni X, et esser continuamente deliberati
de proseguirla et sostenirla insieme con lui, fino in ultimo
fine et exidio de lo inimicho, el qual come qui de soto diremo ha
cum nui cerchato cum multa instantia et promesse la pace e nui
per far come havemo dito et cercar insieme con la prefata celsitudine
havemo refutata, e con tutte le forze nostre non solum maritime
ma etiandio terrestre per tutto dove con lui nui confinemo
lo offendemo e guerrizemo, e più che mai lo faremo confortando et
inducendo tuti li suo vicini ad offenderlo e li subditi a sublevation
et rebellion.

Da mar veramente credemo esser venuto a noticia del prefato
illustrissimo signor in quanti luoghi questa estate passata l'armata
de' nostri collegati et nostra habia infestato tuta la marina de la
Natolia, saccomanato e brusato luoghi assai, aspectando lo approximar
de la soa celsitudine per aiutarlo a lo acquisto dei luoghi
de lo inimicho; l'inverno veramente essendo uxanza disarmar buona
parte de l'armata per manco spexa e poi a tempo novo instaurarla;
questo inverno sperando soa sublimità potesse esser più vicina a
le marine per poter far quanto ne ha richiesto, havemo tenuto
fuori la mazor parte de quella, e de novo armato e multiplicato
il numero de le galie nostre, e tutavia armemo e mandemo fuori
sì che molto più per tempo del uxato quella sarà suxo l'imprexa
presta ad ogni favor de soa celsitudine dove sia più necessario.
L'armata veramente del serenissimo signor re Ferando già semo
avixati essere per la più parte in ordine sicchè in quello istesso
tempo se conzonzerà con la nostra et similiter non dubitemo farà
el sommo Pontefice, la optima mente e disposition de entrambi
i qual intenderà la prefata celsitudine per ambassador de loro.

De le bombarde, maestri e spingarde e tutte altre munition dechiara
al prefato excellentissimo signor el numero de tutte cosse
e de li maestri e schiopetieri apti et experti per poter mostrar
a de li suoi che se adaptano a simil exercitio, che prestamente
se comprende et impara, et in pochissimi zorni tanti se ne farà
experti et apti quanti vorrà soa signoria, bona parte de le qual
cosse havemo voluto che vedi l'ambassador suo agì Mohammed cargar
sopra la galia grossa, che per condur dicte munition tutavia
se arma e subito serà driedo de vui in Cypro e con quella anche
li prexenti, sicchè potrai affirmar al soprascripto signor tutto esser
in levante a suo ordine et comando, e non esser da tardar la
venuta soa a le marine per occupar et redur in soa podestà i
luogi de lo inimicho.

Per tute queste cosse zoè de guerra da terra et armata continua
grossissima de munition preparate et mandate dechiara, nui
non esser manchati da spexa et incredibil summa de danari, nè
esser per manchar per el continuar l'imprexa a far tuto quello
po le forze nostre in le cosse soprascripte per satisfaction compita
de tuto quello che per l'uno e per l'altro de suoi ambassadori
semo stati richiesti.

Isach medicho, primo ambassador suo, ritornato da Roma e andato
per sua deliberation et per nostro conforto item al serenissimo
re di Hungaria per iterum suaderlo et confortarlo a far
animoxa et potentemente contra al comun inimicho, apresso el qual
re nui etiam tenimo uno nostro secretario per tal effecto, et per
instesso Isach li havemo scripto et commesso intorno a zò
apertamente et cussi speremo dicto serenissimo signor re esser per
fare, la gente del qual che sono in Belgrado in questi proximi
zorni corseno in Servia e feceno grandissima preda et assaltate
nel ritorno dal presidio del inimicho furono alle mani, et sono roti
et tagliati a pezzi la major parte de li nemici, parte prexi e molto
pochi fugiti, se reduseno i Ongari a Belgrado cum la preda e
cura la victoria; sichè lo inimico è per haver da ogni canto e da
ogni parte stimulo e molestia tale che impossibel al tutto li sarà
poter resister a tanti. E descendendo el prefato excellentissimo
signor cum tanta potentia, se po' reputar lo inimico doverli più
presto occorrer et esserli certissima preda cha contrasto. De la
qual suo ruina avedendosene lui come astuto et intelligente, ha
cum nui ricercata la paxe, in do luoghi di nostri mandato suo
ambassadori, l'uno a Corphu come ve è noto, l'altro a Scutari
persone molto honorate e non ha havuto per inconveniente nè
a smachamento de sua reputatione et cum ample et larghe offerte
de optime et honorevol condition per nui. A l'uno e a l'altro di
quei ambassadori havemo fatto dar licentia et in tuto recusata ogni
sua practica, et molto più ogni conclusion per essere cum quello
excellentissimo signor, cum lo qual semo colligati uniti e streti
per la sua justizia, bontà et virtù per le condition de lo inimicho
comun, et indifferente a lui et a nui et ad ognun a chi el possi
nuocer per l'insaciabel suo appetito, per la condition de la guerra
et aptitudine de farla, lui da uno canto per terra, nui principalmente
da mar, che come l'uno da l'altro po' ricever a tal imprexa
grandissimo favor et aiuto, cussì se existima impossibile che lo
inimico a tutti do'insieme possi resister, e non li sia necessario
sucumber per ogni modo, et esser come havemo dito certissima
preda et triumpho del prefacto illustrissimo signor.

Non ce ha parso adonque dar orrechie a sue proposte et offerte,
perchè el non se perdi retardi o impazi la perfection de la voluntà
de Dio, de la qual esso illustrissimo signor è veramente
costituito executor et ademptitor. Questo volemo che tu dichiari
a soa sublimità, perchè se forsi altramente fosse de dicta pratica
divulgato, lui sapia el vero, e non presti fede a le arti ed astucie
del inimicho, el qual non dubitemo ponto che cum el re d'Hungaria
et cum altri christiani haverà tentato e tenterà de apaxarsi
e componerse. Ma da tutti tenimo sarà repudiato come è stato da
nui, e per lo exempio nostro e per esser ognuno erecto contra lui et
aspettar la opportunità del vindicar le ricevute injurie e liberarse
da la soa continua formidine. E benchè lui habia ricevuta da nui
repulsa e così credemo riceverà da altri per le raxon predecte niente
de mancho astuto e malitioxo ha forsi facto e farà divulgare l'oposito
per favorir con bosìe el facto suo, come anco dal canto nostro lui
fa divulgar essere in pactica de pace cum quel signor et esser in sua
libertà haverla. La qual cossa nui non havemo mai creduta nè credemo
per niente per la prudentia singulare et magnanimità de la
celsitudine sua la qual non vorrà tuor a se stesso l'imperio, e desister
da cussì gloriosa et certa victoria et triumpho, per lassar a discretion
de lo inimicho tutta la sua posterità, e de tal inimicho crudelissimo
et immanissimo che mai non ebbe nè servò fede, nè humanità
ad alcuno, testimonii tanti signori cazati, lacerati e dissipati,
el qual quanto più cresce et più se firma in la potentia et dominio
suo tanto è più a tuti formidolosa e più pericolose le condition de
ogni suo vicino. Questa parte nui volemo che tu esponi, dechiari et
manizi cum ogni dexterità et efficatia, sì che la serva et a la
manifestation de la verità per quanto nui havemo facto in la materia de
la pace come el Turco, et in dissuader et abalienare l'animo de esso
signor in tutto e per tutto da simil mention et fantaxie de paxe.

Tuta questa toa exposition et ambassata, ed ogni altra cossa
occorrente fa e tracia insieme cum el nobel homo ser Catharin Zen
nostro ambassador essendo lui apresso quello illustrissimo signor, sì
ch'el pari per la vostra union una ambassata e non più, per l'honor
de la nostra signoria e de le persone vostre, et per più utilità de la
materia, quando lui fosse lontano fa et eseguisci tu solo.

Cum li ambassadori pontificio et regio comunicherai et questi
nostri comandamenti et per zornata ogni occorrente materia, sì che
loro a ti, e tu a loro, e tuti insieme dagate a le facende christiane et
comune, ogni favor caldo et reputation.

Zonti veramente in Cypro sel predecto illustrissimo signor fusse
anchor tanto lontan da le marine, e le vie sì precluse et impedite,
ch'el passar vostro fosse o impossibile o periculoso et però tardo, l'è
de nostra intention, che per quelli miglior modi et mezzi che a ti sia
possibile de ritrovar, et per el mezzo de la maestà del re de Cypro,
e per ogni altra via, tu mandi al nobel homo Catharin Zen le lettere
che nui li scrivemo le qual te havemo fato dar multiplicate perchè
per più diversi messi tu le mandi azò che malcapitando alguno, le
altre pervenghino a le sue mani, e tu anche per quelli istessi messi
scrivili del tuo zonzer in Cypro insieme cum li altri ambassadori, e
dali parlicular avvixo de tuti i preparamenti fati per nui e mandati
e zonti cum ti in Cypro, e cussì fa che agì Mohammed scriva e replica
anche lui ingrossando et ampliando ogni cossa per ben de la materia
e perchè quel signor se induchi a presto descender et poter
uxar le munition mandate et subsidii li sarà per dar l'armata Christiana.
E se quando serai cum el capetanio nostro zeneral, lui havesse
de mandar qualche uno per qualche altra via, et similiter in Rodi
qualche uno altro, volemo ch'el si mandi, et che anche per ti se
scrivi come è dito, e facci simel ad agì Mohammed, azò che per ogni
modo el predicto illustrissimo signor habbia avixo del zonzer vostro
e dei preparatorii facti et spedicti et zonti in Levante a suo ordine
et disposition. Et parendoti mandarli qualche fidato messo o messi
senza lettere oltra quelli mandasti cum lettere et cum qualche consegno
de parole sì che ser Catharin cognoscesse esser veri tui nuntii
e potesse darli fede per la notitia del consegno che satisfesse
in luogo de lettere de credentia, volemo che tu li mandi. Et breviter
fa ogni experientia e non lassar nè da quanto te havemo ricordato, nè
che a ti paresse utile et possibile, cosa alguna o modo algun inexperto
per far intender a quel signor el vostro esser in Cypro cum tute le
cosse predicte, e l'armata esser prestissima come havemo dito. E
perchè solamente questa noticia da esser data per le messi zudichemo
utile et necessaria, ma etiandio la pubblica fama et dimostration de
le cosse predicte perchè per quella venga anche a noticia de quel
signor e de li amici soi Caraman et altri, volemo che non solamente
ne avixate dicto signor Caraman et altri, ma cum le galie a vui deputate
che sono do, volemo che vui ve redugè verso i luoghi e marina
del dicto Caraman possandolo far seguramente dandoli avixo del
vostro esser lì perchè possando cum sua scorta e favori passate al
signor Uzunhasan. E non possando per esser dal Ottoman occupati
i luoghi da marina, facta ogni experientia et demostration, retornate
in Cypro, spaxate messi et aspectate la occaxion, el modo, et intendando
che possiate haver de le galie del serenissimo signor re de
Cypri per el passazo vostro, quando poreti passar licentiate quelle
do che ritornino a ritrovar el capitanio nostro zeneral, ma non possando
haver de quelle del re, retenete le suedicte do, fino vi siano
necessarie al detto passazo. Se veramente le vie fosseno expedite,
smontati vui a terra et prexa la deliberation del cammino, licentiatile,
che cum prestezza ritornino al capetanio nostro zeneral.

Passando vui per la dition del Caraman visiterai sua signoria,
conforterai et offerirai sotto nostre lettere de credenza sul zeneral
et consueto, et li dichiarerai quanto a ti apparà esser expediente e
ben de le cosse; el che meglio potrai li presente intender che per
nui dartelo in comandamento, et per servar l'uxanza et per più
acharezarlo prexentali per nostro nome.

Occorendo ritrovarti dove sia la donna del prefato signor, fiola che
fu del imperator de Trapesonda, visiteraila cum licentia del signor
sotto nostre lettere de credenza, et usa quella forma de parole che a
toa prudentia aparerà convenirse a la soa dignità et anche al proposito
della materia, e ne la visitation presentati per nostro nome,
et se più de una de le done sue fosse cum sua celsitudine, visita
anche le altre che da lui siano amate et existimate, et prexentale.

Visiterai similiter cum nostre letere de credenza i figlioli de quello
illustrissimo signor et a zaschadun de loro prexenta. Dapoi et la prima
volta et visitation de assiduamente che tu te ritrovi cum loro et cum
a zaschadun de loro suadili et inflamali a la prosecution de l'imprexa
necessaria al suo proprio bene et exaltation cum le raxon dite de sopra
al padre et cum le altre che te occorrerano, similiter farai sel
te occorrerà el modo cum l'imperatrice de Trapesunda per vendetta
del ingiuria, spolie et morte del padre, et per lo acquisto de lo imperio
suo de Trapesunda.

Visiterai etiam Omarbei suo principal capitanio e quelli altri parerano
a ti solo letere de credenza molte de le qual ti havemo fato dar
senza soprascripto perchè de lì lo possi far et uxarle al bixogno et
prexentalo.

Perchè come tu intendi el desiderio nostro è grandissimo de intender
i progressi del sopradicto illustrissimo signor et ogni occorrentia
in quello exercito et in quelle parte sarai solecito et diligente
in darne solicito et continuo avixo de ogni cossa che tu vedrai al
dirai et intenderai cussì del numero de la zente come de i pensieri e
desegni e de i cammini de lo exercito del sopradicto signor et brevemente
de ogni cossa che raxonevolmente tu possi intender la noticia sua esserne
grata; et non sparagnar nè spexa nè fatica, nè pericolo de
messi, replicando per ogni via possibile sì che da ti habbiamo spesse
lettere et avixi. Farai lo simile de Cypri fina serai lì.

Ben chel appari che in principio de questa nostra commissione ve
comandemo che vui andagà in Cypro recta navigatione, intendete
però questo proceder perchè nui existimemo quella esser più idonea
scala al passar vostro al predicto illustrissimo signor che presuponemo
non sia ancor disceso a le marine. Ma se altramente fosse, e
quando sereti cum el capitanio nostro intendesti chel drizarvi altrove
fosse più a proposito de la prescrita esecution de questi nostri
comandamenti lassemo in arbitrio e disposition vostra far segondo el
conseio e parer del capitanio nostro et vostra prudentia, et prender
quel partito sia più idoneo et accomodato a la satisfaction del grande
nostro desiderio che presto vi ritrovate a la presentia de quel
illustrissimo signor.

Et ex nunc captum fuit quod dentur suprascripto oratori ducati
500 et dandi se Catarino pro illius impensis.

  De parte    157
  De non        0
  Non sincere   2

        _Secreta XXV._ Cornet, op. cit.


DOCUMENTO X.

_Commissione segreta a Giosafat Barbaro._

(1473, Die 11 Februarij).

_Ser Josaphat Barbaro oratori nostro
ituro ad illustrissimum dominum Uzunhasanum._

Ben che assai sufficientemente per la forma della toa aperta commission
tu habi intexa l'intention nostra et desiderio che lo illustrissimo
signor Uxon proseguisca la guerra, et recercando lo inimico
astuto et malitioxo la pace, quella refuti come cossa al stato
suo per le raxon allegate pernitioxa, et anche qual via nel proseguir
la guerra sia più in proposito de le cosse nostre, videlicet in la Natolia
dominio et viscere de lo inimico, ampuò (tuttavia) per questi nostri
secreti comandamenti ne ha parso parlar intorno a l'una e l'altra
de le predecte do cosse più particolare e destinctamente; nè de questo
qui te diremo, volemo che tu comunici cum li ambassadori che sono
in to compagnia, nè cum algun de loro. Per quanto aspecta a la
pace nui non volemo che cum questo perfido et insaciabil inimico se
possi aver pace alcuna che possi esser nè segura, nè durativa senza
queste condition che lui cedesse in tutto e per tutto la Natolia a questo
illustrissimo signor, e tuto quello lui possiede de là del stretto
cum tuta la ripa de esso strecto opposita a la Grecia, si che in quella
niente omnino li restasse. Questo dicemo cussì per lo castello del
Dardanello che pervenisse in mano et podestà del prefacto excellentissimo
signor, come perchè niuno altro più ne potesse edificar in
locho alcuno de quela ripa, et conseguentemente fosse in libertà nostra
passar suxo per el strecto et intrar in mar Mazor et venir a Trapezonda
et altri luoghi de esso excellentissimo signor per instauration
de li antiqui trafici et commercij, per beneficio della sua celsitudine
et suoi subditi e nostri. A nui veramente consignasse la Morea e l'ixola
de Metelino e restituisse el nostro Negroponte; et ancor cum tute queste
condition, considerata la rabia et rapacità soa existememo saria
pericoloxo lasarli tanti regni et potentie quante lui possiede in Europa,
cum le qual a qualche caxo potria esser molesto al prefacto illustrissimo
signor, a suoi figliuoli et a li amici soi. Ma pur quando tu vedessi
la celsitudine soa inclinasse a mention de pace et non si potesse
per te ritrar e suader in contrario ricorda et proponi questa conditione
nel modo nui te lo dicemo.

La mente adonque nostra et nostro desiderio saria la prosecution
de la guerra fina che cura le arme el fusse expulso de la Natolia e reducto
in tal termini che ogni condiction de pace se potesse raxonevolmente
sperare e poi segondo el tempo e le cosse non mancheria
darli quella leze apparisse esser per tuti do nui più avantaxosa et fuzir
ogni practica in questo mezo, perchè le non pò se non grandissimamente
nuocer a le comune cosse et bene del prefacto excellentissimo
signor et nostro.

Pur quando facta per te ogni possibel experientia et conato per lo
suader el refuto de ogni paxe e la prosecution de la guerra et exterminio
de lo inimico, et cum le universal raxon non esser da darli pace
niuna, e poi cum lo ricordo de le soprascripte dure difficil condition,
non le succedesse nè l'una, nè l'altra via; ma quel excellentissimo signor
inesorabilmente avanti la total eversion et ejection de lo inimico
fuor de la Natolia fosse inclinato a la pace cum la restitution de i
stati de i signor cazati in essa provincia o altramente, che nui ben
podemo considerar ma non intender perfectamente tutte cosse:
in questo caxo sii solicito in recordar il facto nostro, sì che a nui
anche sia resignata la Morea, Metelin e restituto Negroponte, e non
possando tutte queste cosse quella più parte tu puoi obtenir. Et in
fine almancho ne sia restituto Negroponte et Argo o pur siamo insieme
cum el predicto illustrissimo signor inclusi in tal pace
come suo colligati et confederati con tutti li nostri confederati et
adherenti.

Possiamo intorno a tal materia dirte asai raxon, le qual tute e de
le altre anche segondo el tempo e la qualità de la materia te po
soccorrer a ti stesso che sei prudente e practico uxa la tua solicitudine
prudentia et diligentia al più bene et al maior avantazo et beneficio
del stado nostro.

A l'altra parte che è della via de far la guerra tu intendi questi
do Stati esser proposti suxo questo taoliero per dir cussì l'uno quello
del Turcho, l'altro quello del Soldan. E ben che nui existimemo che
al tuo zonzer in levante el prefato excellentissimo signor già serà
drezato per quel cammino lui deve andar, ampuò in ogni caso nui te
dichiariremo el concepto nostro. Se per ventura tu ritrovasti soa
excellentissima signoria ancipite et suxo l'uno et suxo l'altro partido,
volemo che tu lo suadi et lo conforti a la via della Natolia e ruina
del Ottoman come ad imprexa più necessaria et più glorioxa, la qual
riuscita non li resta più alcuna difficultà al certo impero de tuta l'Asia.
E se già lui si fosse drizato a questa banda del Turcho, mantienlo tu
in tal proposito che credemo lo farai senza difficoltà.

Se veramente lui fosse intrato in Sorìa, in questo caxo perchè
varie pono esser le condition delle cosse non ce par de darte alcun
singular comandamento se non quanto te diremo appresso, non intendando
che possi esser utile nè che nocino a le cosse nostre et a
le persone et haver de li nostri merchatanti, la salute e ben di qual
volemo che sia el tuo bersajo e la to brocha dove tu hai a drezar
tuti i tuo pensieri studi et spiriti per la loro salute e liberazione.
Volemo che per ogni modo tu passi a ritrovar quello excellentissimo
signor perchè molto meglio appresso lui che da la longa potrai aiutar
et favorir la salute e liberation de nostri, che stando lontano, anzi
stando lontano offenderesti e l'una e l'altra parte et potria questo esser
dopiamente et per do vie la extintion de li nostri. Tu intendi et
cognosci per quanto ve stagi le persone, el mobile che se ritrova in
levante uxa a questa volta ogni animo ogni distinction et ogni raxon
per la conservation et liberation de quelli cum lettere et messi de
quel excellentissimo signor, cum luxenghe, manaze, forze, parole et
effecti de quello a quelli luoghi dove se ritrovano i nostri mercadanti
et haver suo sì che tuto se salvi per quelle vie et modi che tu crederai
meglio e più certamente poterlo fare.

Perchè come ne ha referito questo nuovo ambassador del soprascripto
illustrissimo signor, la despina è apresso de lui in grandissimo
amor et reputation et auctorità, oltre quello nui te havemo
commesso in l'altra commission toa de la visictation et prexenti, l'è
anche de nostra intentione che quanto più tu poi tu la honori et
exalti, e sì te forzi de renderla a tute le voglie nostre propitia et per
tute quelle vie e mezzi che tu intenderai et cognoscerai poterlo fare.

E dichiarali lo amor nostro et observantia in quella e la speranza
che nui havemo in la sua sublimità, e mesedando i respecti christiani
cum i nostri e l'odio inextinguibile lei deve haver a lo inimico,
la dolzeza de la vendetta de tante ricevute inzurie nel sangue suo,
fa de obtener et uxar l'opera et favore suo al ben de tutte cosse a ti
comesse.

Visiterai similiter et honorerai et prexenterai la madre del soprascripto
illustrissimo signor cum forma de parole a la soa dignità
conveniente et a la persecution de l'imprexa quella inanimerai el
inflammerai per lo evidentissimo beneficio et necessità del stado de
suo figliolo, de li nepoti e descendenti suoi cum quelle parole et raxon
che alla materia et a la persona soa convenga.

Benchè nui te habiamo dito in l'altra commission che tu comunichi
ogni cossa cum li ambassadori pontificio e regio, sapi ampuò
esser de nostra intention che tu comunichi le cosse comune zeneral
e manifeste, non questi nostri secreti, nè altra cossa che meritasse
taciturnità e silentio; tu è prudente uxa la consueta tòa intelligentia
et practicha.

Da poi la prima exposition de questo ultimo messo del soprascripto
illustrissimo signor, lui è iterum venuto a la presentia nostra et
hanc exposto chel predicto signor Uxon per suo sagramento ha promesso
al nobel homo Catarinzen nostro ambassador de perseverar
perpetuamente cum nui in amicitia coniunction et union, et haver
li amici nostri per amici et li inimici per inimici. E questo istesso
lui ne ha offerto et promesso de affermar da bel novo cum sagramento
per nome de quello excellentissimo signor: però nui volemo che tu te
informi di questa particularità dal soprascripto ser Catarin, el qual
se meravigliamo che se cussì è non ce ne habi dato notizia. Et essendo
necessario far in tal materia altra solemnità et obligarne la fede
de quel signor, e la nostra a lui, a perpetua soprascripta union et
intelligentia contra l'Othoman, specificatamente semo contenti che tu ne
ricevi ogni obligo, et al incontro oblighi et prometti per nui sì che
dita obligation sia mutua et equalmente reciproca, contra però l'Othoman
come havemo dicto e non contra altri, per i pericoli che tu intendi
de le persone et haver nostro che sempre se retrova in podestà
del soldan, a la salvezza de le qual nostre persone et havere habi
semper in ogni caxo singular et precipua cura et diligentia.

Comunicherai tutti questi nostri comandamenti e sì li exeguirai
insieme cum el nobel homo ser Catarin Zen et avixalo che tutto tegni
secretissimo quanto qua se comanda per nui, sel serà lì, et essendo
lontano exeguissi ti solo come in la patente commission te
havemo dicto.

E perchè per do letere del prefato ser Catarin nui semo avixati
quello excellentissimo signor haverli domandato danari; sel occoresse
chel te facesse simel domanda a ti, volemo che cum la dichiaration
de le incredibel spexe nostre distinctamente tochate in l'altra
tua commission che sono honestissime et urgentissime, et cum
tutte le altre honeste et iuste raxon et justification tu honesti la
Signorìa Nostra, e declina quanto tu puoi questa materia.

  De parte    116
  De non        5
  Non sincere   6

        _Secreta XXV._ Cornet, op. cit.


DOCUMENTO XI.

_Copia di una lettera scritta per D. Catarin Zen, Orator nostro
al Signor Ussun Cassan, nell'anno 1473, addì 27 Lujo._

Serenissime Princeps et Excellentissime Domine etc. Addì 14
Jugno scrissi a Vostra Sublimità dalle campagne di Erzingan a risposta
di una di V. S. in data addì 9 Zener 1473; et certo dirò
così: Serenissimo Principe quella lettera non fu lettera ma Spirito
Santo, se detta lettera non veniva ovvero la fosse stata più tarda non
so come fossero passà le cose. Questo illustrissimo signor toleva la
volta di sopra come el feva. Il sommo Dio sia ringraziato il quale ha
provisto a tutto. Questo illustrissimo signore come scrissi a V. S.
ringrazia molto V. Serenità dell'esaltazione che feci per nome di
V. Celsitudine a Lui, per essere andà magnanimamente contro l'Ottoman.

Lui ha prevenuto la V. Sublimità in aver fato dar commiazione
all'ambassador dell'Ottomano, et questo perchè V. Serenità si riputava
za essere unita et conzunta con essa ill.ma sua signorìa, et per il simile
delle bombarde e munizion, maestri ingegneri et de schiopeteri
e dell'armata mandata da V. S.; et perciò sua ill.ma signorìa
aveva mandato, come saveva, un suo schiavo che fu Armirbei
contro l'Ottoman con cavalli 200,000. Allora sua signorìa voleva
mandar suo fio Ourgulu bei con cavalli 150,000 e sua celsitudine
voleva venir dietro potentissimo, et dissimi ancora così
come Vostra Serenità aveva posta fede in non far pace coll'Ottoman,
ella stasse di buon animo che egli non faria mai pace coll'Ottoman
per la fede che aveva porta. Qualunque cosa Vostra Serenità intendesse
dall'Ottoman non lo credesse et come sua ill.ma signorìa voleva
vegnir prima ad Erzengian, e li adunar tutte le sue genti, et
per tutta la luna di luglio voleva andar e mandar contro l'Othoman
per amor delle biade; e come in quei dì essendo venuto un ambassatore
dell'Ottoman a questo stesso signore per fare la pace, lo avesse
rimandato.

Significai ancora a V. S. tutti li progressi che aveva fatti questo
signore fino a quell'ora, per dita mia lettera.

Scrissi ancora un'altra mia in data 12 luglio da Erzengian, per
avvisarla come questo ill.mo signor avea fatto cazzar dito ambasciatore
dell'Ottoman senza dargli udienza; e come a certi spioni turchi
ha fato tajar la testa e taccarla al collo e così mandar all'Ottoman
dicendogli ch'el vegna presto; et come pure abbia fatto venir me
alla sua presenza e dissemi: _Ambasciator, tu intendi, l'Ottoman vien
con tuto el so poter contro de mi, et ha abandonà tutti li luoghi che
tiene in ponente per venir più potente contro di noi. Scrivi alla tua
illustrissima Signorìa ed all'imperator et al re d'Ongheria, che facciano
tutto el so poter di andar a distrugger l'Ottoman in Europa,
perchè in questa parte d'Anatolia vojo andarlo a trovar, et coll'aiuto
di Dio distrugerlo, et così voglio che faccian quelli Signori di ponente
acciò el dito Ottoman non si possa più refar, et che totalmente el sia
distrutto et che il suo nome no se abia più a menzionar_; et comandami
scrivessi alla magnificenza del capitano spazzasse presto una galia
per dar ricapito a ditte lettere, et così quamprimum scrissi
una lettera al capitano che mandasse una galia in Dalmazia, et
così mandai la lettera alla Maestà Cesarea dell'Imperatore, et altre
d'Ongaria; le copie delle quali mandai a Vª Serenità et altre cose
come avrà inteso per quella mia.

Addì 13 luio ricevetti lettere dalla magnificenza del capitano, e
di mess. Josafat Barbaro ambassatore date a dì 3 jugno in Porto
di S. Teodoro, et con quelle lettere direttive a questo ill.mo signore,
et al signor Caramano, per le quali fu informato della magnificenza
del capitano, come Sua Magnificenza era zonta lì, con potentissima
armata, e del Sommo Pontefice, e del re Ferdinando, et che avea
zente, molte bombarde, munizion, maestri schiopettieri, et presenti
per essere dati a questo ill.mo signore; et come Sua Magnificenza
aveva mandato da Vostra Serenità di stare ad obbedienza di questo
ill.mo signore, et che molto Sua Magnificenza desiderava intendere
li felicissimi progressi di questo ill.mo signore, ed aspettavalo con
gran desiderio alle marine, per far qualche solenissimo fatto insieme
con lui; et che intanto avea preso et consegnato a Kasim bei i tre
castelli alle marine. Quamprimum fui alla presenza di questo ill.mo
signore, e li significai quanto Sua Magnificenza me commetteva, e
li apprestai la lettera che scriveva la magnificenza del capitano,
et il Barbaro, il ditto ill.mo signore, me le feze lezere, e lette che le
have, subito sua signoria ill.ma feze sonar le zambalare per tutto el
campo in onor, gloria e trionfo di Vostre Eccellenze, e della
magnificenza del capitano, dicendo: questi sono uomini da fatto, e
che non stanno oziosi con tante sue galie. Il ditto ill.mo signore
molto ringraziò Vostra Serenità della obbedienza che aveva commesso
al magnanimo capitano, e delle bombarde, munizion, maestri
scoppetieri, e presenti che si era per dare a sua ill.ma signorìa, e
ringraziò molto la magnificenza del capitano di aver consegnato
per suo nome a Kasim bei li tre soprascritti castelli.

Sua ill.ma signorìa mi disse: _Ambassator, intendo il tua magnanimo
capitano colle zenti di Kasim bei sono andati al Candelaro e sono
huomini molto soleciti, se Dio li concede grazia di avere il Candelaro,
scrivi al tuo magnanimo capitano nol consegni ad alcuno che sel tegni
per lui, e scriverli che non si parta da lì, ovvero dalle terre del
Caraman, perchè col nome de Dio seguirò loro alle marine e faremo colla
Dio grazia qualche rilevata cosa_. Questo ill.mo signor come ho scritto
di sopra, voleva mandar avanti so fio contro l'Othoman con cavalli
150,000; ora ha deliberato non vada avanti, ma sua ill.ma signoria
vuol andar in persona con tutto l'esercito a trovar l'Othomano.
Da questo campo sono 300,000 cavalli ben in ordine armati,
et per lo simile li huomini di ora in ora si vanno grandemente
impassando. Questo ill.mo signor ha fatto comandamento a tutti li
uomini di queste montagne che vengano in campo, li quali di ora
in ora giungono. Questo ill.mo signore solecita il cammino per andar
a trovar l'Othomano, spero in Dio non sarà troppi zorni si toccheremo
li fianchi. Pregherò l'Altissimo Iddio per sua clemenza ne
doni vittoria; ogni zorno vien persone dell'Othoman, che scampa
per questo campo. Questo ill.mo signore li vede volentieri, e li fa
doni e veste; oggi son venuti signori quattro dall'Ottoman, li quali
sono fuzìti.

Sono stato dal signor Caraman al quale ho data la lettera che gli
scrive la magnificenza del capitano, e di m. Josafat Barbaro ambasciatore,
il quale mi ha fatto lezere. Sua signorìa ringrazia molto la
Vostra Signorìa di tanto beneficio li ha fatto la magnificenza del
capitano, lo qual sommamente lauda, e dice tutto il suo stato essere
in Vostra Serenità, et di quello essa disponga come del suo proprio.

Delle condizion di questo ill.mo sig., l'è poco tempo che sua signorìa
non aveva altre che cavalli 30,000 et presto si ridusse in cavalli 300,000,
s'ingegnò di rubar da suo fratello una terra grande, e che avea
mura belle e grosse come quelle de Costantinopoli. Dopo comenzò
ad aquistar il paese, e star sempre in campagna come fa al presente.
Là el mandò domandare molte cose in tributo, fra le quali el
domandava 30,000 garzoni, a Gihan Shah; questo ill.mo signore fu
contento darli ogni cosa, eccetto li garzoni, dicendo non poterlo
far; li comenzò a romper guerra, e mediante la Dio grazia, lo vinse
sora Tauris, et havuta Tauris il soldan Baiesit qual era di sora Tauris
li mosse guerra. Questo ill.mo signore l'andò a trovare, e suo fiol
Ugorlom bei, il quale al presente è qui in campo, el prese e conquistò
tutto il paese che è sora Tauris a zornate 50 fino al mare di
India; dall'altra parte tien a confini de Tartari: et tien paese fino
al monte di Bakù, da quella parte di sopra tutto è pacifico, et nulla
dubita. E come scrissi a Vostra Serenità dì 12 lujo l'è venuta a
questo ill.mo signore una solenne ambassata del Tartaro, et ha portato
presenti nove ferri da taiar, nove scimitare, una sella, una brenna,
do fanali, e 200 persone cariche di peletterie, zoè martori, zibellini,
faine, armellini, dossi vari e volpi: et ha mandà a dire a questo
ill.mo signore come el pretende stare con sua signorìa in pace,
come l'è sta finora, sicchè di fora delle parti di levante, per la Dio
grazia sta sicurissimo, verso tramontana confina col re di Zorzania
e da queste parti nulla dubita, e sono in pace. Dalla parte destra
confina con Bagdad, zoè Babilonia la grande, et confina con Arabi,
colli quali è in pace, et molti sono in campo con questo ill.mo
signore. Quando l'andò verso Aleppo tutti li Arabi si movevan
per venir in favore di questo signore, sicchè da parte destra nulla
dubita. Verso ponente confina col Soldan e con l'Othoman; col
Soldan, come dirò de sotto, credo sarà d'accordo, nel mezzo del
suo paese l'aveva il signor di Bitilis, dove el mi mandò l'anno
passato, il quale aveva castelli 20 et assaissime montagne li qual
si chiama Kurdi, valorosissimi huomini et dividono il paese di
questo ill.mo signore in do parti, cominzando da un luogo chiamato
Kirmanchà che va fino a Tauris ch'è sotto alle montagne, et divide
il paese in do parti, da confini dell'Othoman fino a Tauris. Allora
quel signor di Bitelis si rese con tutti li castelli e genti, in
modo che tutto il paese s'è ridotto di questo ill.mo signore, con
assaissime città e tutte ben condizionate, castelli assaissimi, le quali
città e castelli molti ho visti, per essere andà per mezzo del paese di
Tauris, e da Tauris ho circondà tutto il paese, come per altre mie
ho scritto a Vostra Serenità.

Questo illustrissimo signor, se vol, el farà un milion de huomini;
da suoi signori ha una grandissima obbedienza; li principali signori
ha di grazia andare al suo padiglion, avanti al quale stanno
sentadi in terra, et essendo nel padiglion niuno osa parlare, et
il Signor parla, e quel sua ill.ma signoria dice tutti conferma,
et nullo li basta l'animo di dirli contro di quello el dice di che
l'ha un'obbedienza grandissima. Questo campo pare un santuario,
nullo si lamenta. Questo ill.mo signor non ha far altro se non attendere
all'Othoman, perchè da tutte le altre parti l'è benissimo condizionato.
Per tutto questo paese sono Armeni cristiani assaissimi,
fanno chiese a suo piacere, il signore li concede in un luogo chiamato
Galguch sia fatta una chiesa di Nostra Donna in volto: ha coperto
do chiese, una di Simeon Apostolo, l'altra di S. Zuan Battista
con tre cappelle, et li dà il modo di farle al modo italian, e così
hanno fatto.

Delle sue entrate non posso bene intendere: tol la decima di tutte
le entrade; gli Armeni pagano uno ducato per testa che sono grandissimo
numero. Li signori, a beneplacito di questo signore, li mette
e dismette alle sue zenti e castelli, li quali secondo la signorìa che
hanno, quando il signor li chiama sono obbligati di venir con certo
numero di cavalli et huomini secondo le sue rendite, e così vengono;
le zente d'armi sono pagate a ragion di anno, et hanno le paghe di
mesi sei in mesi sei, et da per homo col cavallo da ducati 40 fin
a 60 secondo li homini, all'anno; et benchè dica, Serenissimo Principe,
che questo illustre signore potrà fare un milione di huomini et
al presente abbia in campo homini 300,000, di questo la non la si
meravigli: perchè come ho detto la lettera di V. Serenità de 9 Fevrer
1473 non fu lettera, ma fu lo Spirito Santo. Questo ill.mo signore
non pretendeva per lui venir zoso, ma andar alla volta di levante;
et ho saputo per buona via da principali signori, che questo
illustrissimo signore, la venuta del veneto ambassador reputava
un sogno, per essere il paese della Signorìa lontanissimo, et
dopo che venne questa santissima lettera, il signore che avea allora
persone 100,000, veduta la ditta lettera, la quale ricevè addì 12
jugno, si deliberò di venire contro l'Othoman.

In questi zorni è venuto un ambassator del Soldan a Ongurlu
bei fio di questo ill.mo signore, et al signor Caraman, ad esortar
quelli s'interpona con questo ill.mo signore di far paze col Soldan,
e vuol far tutto quello piace a questo ill.mo signore, l'ha mandà al
Soldan un suo ambassatore per questa facenda per quel che mi
dice il Caraman, ma temo la pace non seguirà. Nec alia. Alla grazia
di Vostra Serenità mi raccomando. Data nel felicissimo Campo di
Ussun Cassan in le campagne di Erzignan addì 27 luio 1473. Excellentissimae
Dominationis vestre, Caterinus Zeno.

        _Cronaca Sanudo. Ms. Cicogna._


DOCUMENTO XII.

_Relazione della battaglia di Terdshan._

Magnifici et generosi domini post commendationem, etc. Le ultime
mie scritte a Vostre Mag. fo de XXVII lujo, per le quali significai a
quelle come questo ill.mo signore andava in persona a trovar l'Ottoman,
e che non saria tropi zorni che i sariano a le mano. A hora significo
a Vostre Mag. come a dì primo avosto questo ill.mo signore se acostò
a lo exercito de l'Ottoman, et el detto Ottoman era, con persone da
cavalo e a piedi 150m, ben in ordene de chari, bombarde e schiopetieri
e fanterie. Questo ill.mo signore haveva da persone a chavalo 300m,
e lasò con el suo chariazo de le done, puti e suo haver, da persone
100m. El ditto Ottoman visto esserli venuto arente, dubitando, serò
tuto el campo suo con chari e bombarde. Questo ill.mo signore commenzò
subito principiar la bataglia, e sempre era vincitor, e fo morto
de l'ottoman Asmorat bassà de la Romania, e Amirbei capetanio de la
Morea fo prexo: l'Ottoman mandò uno suo subaschi a questo signore
per far pace. Questo ill.mo signore per niente volse pace, per la fede
el me aveva dado per nome de la nostra Ill.ma Signoria. Questo signore
mandò Ugurlonbei suo figlio con el signor Charaman de sopra el
campo de l'Ottoman con gran numero di chavali, mandò ancor l'altro
figlio suo nominado Seinel beg da una banda del campo de l'Ottoman
e Bajandur beg dall'altra banda con gran numero de chavali.
Questo ill.mo signore romase a lo incontro de sotto da l'Ottoman
con grande exercito, in modo che lo exercito de l'Ottoman era
tuto circondà da la zente de questo ill.mo signore. Questo ill.mo
signore voleva strenzer l'Ottoman; l'Ottoman vedendose circondà
cercava de voler con lo exercito fuzir, e mosesi per do fiade.
A dì X volendo fuzir l'Ottoman, questo ill.mo signore volonteroso de
esser a le mano in questo dì X, a hora de nona montò a chavalo, e
commenzò ad intrar contra l'Ottomano e sempre venzando, et essendo
l'Ottoman in fuga, fono da una parte e dall'altra molti et assaissimi
morti, e per questo ill.mo signore fo presi de quelli dell'Ottoman e
morto Duranamet fio de Amirbei capetanio de la Morea, Agybey,
Cuzuxenan, Penzin, Enzingalar, uno principal signore haveva l'Ottoman
in Constantinopoli è stato morto, el qual era christiano et al
fradel de Mamut bassà, tutti i soprascripti grandissimi capetanj frambulari
da 50; e accostandose questo ill.mo signore a li chari de l'Ottoman,
l'Ottoman comenzò a cargar a dosso a questo ill.mo signore
con bombarde, spingarde e con molta fantaria, con schiopeti in modo
che le zenti de questo ill.mo signore comenzò fuzir. Intanto che tuti
fuzino, et lassono tuti i pavioni e gambeli, i quali fono tuti tolti per
quelli de l'Ottoman, e tuto el bazaro, e questo campo fo rotto. Mi che
sempre seguiva el signore, miracolosamente Dio per sua misericordia
me ha salvà, al qual rendo immortalissime gratie. Questo ill.mo signore
fuzì e tute le sue zente per le montagne, e tuti son reduti dove i lassorno
i pavioni de le loro done, puti e suo haver. El signore è salvo,
e do suo fioli e el signore Charaman e Baiandurbey.

Non par da conto de questo ill.mo signore sia manchà alcuno, tute
le zente sono redute. Questo ill.mo signore è in pè, e su la reputation
e non par rotto. L'ha mandà in Syras che è mexe uno de zornade
sopra Tauris per el fiol grande, el qual è potentissimo, chel debi
vignir zoso con tuto el suo poder, et ha fatto commandamento per
tuti suoi luoghi che tuti se meta in ordene. Questo ill.mo signore va
ordenando el paexe suo, e va verso Tauris, e dice che a tempo novo
el vol andar contra l'Ottoman, el qual torna nel suo paexe.

A dì VII de questo, vene in campo do ambassadori del serenissimo
signor re de Hungaria, con i qual fui a la presentia de questo
ill.mo signore, et udita la sua ambassada, dissi a la sua ill.ma signorìa
voleva mandar uno mio homo a la mag. del capetanio zeneral, e
quel piacesse commandar a sua ill.ma signoria che la commandasse.
Sua serenità me disse non mandar el tuo homo, ma voglio tu vadi da
la to ill.ma signoria insieme con questi ambassadori del serenissimo
re de Hungaria. Mi come tuti i miei sano, haveva deliberado remagnir
infina uno altro anno ad intender e veder quello era per far questo
ill.mo signore. Habiandome dà licentia questo signore non posso
far manco de non me partir, et in nel nome di Dio, con questi
mag. ambassadori del re de Hungaria torò el mio chamin. Priego
Dio me condugi a Venexia a salvamento per seguir mio debito ho
scripto questa a Vostre Mag. aziò quelle de tuto sia informade de
quanto è seguido. Priego Vostre Mag. a tutti me arecomandati.--Nec
alia.--Data nel campo de Ussun Cassan zornade quatro lonzi
d'Erzingan die XVIII, Augusti MCCCCLXXIII.

        CATHARINUS GENO _Orator_.

_A latere:_

Magnificis et generosis viris, dominis Petro Mozenico procuratori,
capit. generali maris, ac provisoribus classis, nec non Josaphat
Barbaro oratori Ill.mi DD. Venetiarum ad Ill.mum D. Ussonum Cassanum
dignissimis.

        _Dai Codici Foscarini._


DOCUMENTO XIII.

+ _Jesus MCCCCLXXIII die XVI Octobris in civitate Caffe._

In nomine Domini amen. Haec est quaedam tranlatio de lingua
persica in lingua latina seu italica, cuiusdam literae magni et
potentissimi Assanbech, directe ill. dominationi venetiarum, translata
de dictis linguis vid. arabica et persica in idiomate italico, de
mandato spectabilis domini Christophori de Calle, honor. consulis
mercatorum venetorum in civitate Caffe. Instante ac requirente magnifico
domino Catarino Zeno veneto oratore Ill. D. Venet. ad prefactum dominum
Assanbech ac oratore prefacti domini Assanbech ad Summum Pontificem,
ad Ser.mum imperatorem Romanorum, ad Ser.mum Ferdinandum
regem Siciliae, ad Ser.mum dominum Cassimirum regem Poloniae,
ser. D. Mattiam regem Hungariae, nec non ad prefactum Ill.mum
dominum Venetiarum per me Constantinum de Sarra artium liberalium
magistrum, et specialiter ad hoc negotium cancellarium electum
per prefactum dominum consulem, tamquam suum confidentem,
de verbo ad verbum et verbum pro verbo, nihil addito vel
mutato quod mutet sensum, aut variet intellectum, nisi forte forent
alique dictione in illis linguis: quae per propriam italicam dictionem
non possent transferre, quas dictiones exposui pro propinquiorem
dictionem, quae potuit confirmari tali arabicae, sive persicae dictioni.
Quae translatio facta fuit interpretante Choza Goli armeno docto viro
et perito in dictis linguis, ipso interpretante et me transferrente
mediante patre Giorgio de ordine unitorum perito in lingua armenica et
tartarica, verba illa mihi exponenti in lingua italica.

Et q. littera habet signa sex rotunda, videlicet unum in fine
litterae a parte interiori et reliqua quinq. etiam in fine litterae a parte
exteriori.

Quae translatio talis est, scripta tamen per alium mihi confidentem.

In nomine omnipotentis Dei, _litteris aureis_.

Unus Deus, _litteris aureis_. Haec sunt verba risplendentis atque
fortissimis Assan, _litteris nigris_.

Grandissimo honorandissimo Gran Signor, Signor de grandi Signori,
relucentissimo signor Sultan su la fede christiana Nicola Tron doxe
di Venexia, cum la man a la gola me inchino e a le bone parole non
torno in driedo: ma anchora me inchino.--Ahora ve fasso assaper
come sultan Othoman per mal far vegniva suxo el mio paese: e l'è vegnudo
a le contrade de Erzingan; et nui a pocho a pocho semo venuti
al intorno del detto Erzingan. Pochi delli nostri huomeni sono scontradi
cum quelli a volto a volto: cum la nostra benediction adosso i
nostri nemici li avemo superati de cinquanta sei milia homeni de quelle
dell'Othoman avemo tagliati a pezzi, et cento e cinquanta subaschi et
trentacinque capitanii grandi havemo prexi vivi. Dentro de questi xe
Absmorat. L'Othoman de queste cose ha fatto gran pensamento, et
tuto intorno avea facto fossi, et haveva grande pensier: el fundamento
so è de gran signor. Ma alquanto sono tornado in driedo, et quelo
l'altro zorno è tornado in driedo a la parte del so paese ha dato, el
suo volto, et nui asì havemo seguido driedo. Tanto havemo seguido
apresso che presto l'è uscito fuora del nostro paese. Da poi alquanti
zorni andassimo alla volta della caza et andar a tanfaruzo per el tornar
fece indriedo queli, havemo cavalcado, et una parte dei miei huomeni
senza la mia parola cazete intorno de quelli et fece battaglia. Pocho
de rota n'ha facto mancamento come cossa fortuita. I Othomani de
simil cossa se han fatto per lor grande favore et nome. Et sono
tornadi indriedo. Nui semo in riposo in nostro paexe in paze. Dentro
el mio spirito zorno et nocte è che questo primo tempo, cum la vostra
union et con la volontà de Dio, cavalcheremo addosso a l'Othoman,
et non sapiate altramente perchè questo è el mio voler. Io ho
manda sul mio paexe Irach, Fars, sin a la porta de Condustam,
e mio paexe Taharsam, Masanderam, Ghilam, Sarahath, Aderbigian,
Bagdad. Questi tutti miei paexi et in tuti miei luoghi dove sono zente
d'arme, e quando comandarò tuti serano a mi. Sapiè non sarà altramente.
Bixogna queste cose non metter in dubio, perchè la mia parola
xe una, e la vostra disposition senza falo avviseme, et che le vostre
lettere no manchi, de quel vui deliberè et che me fassa assaver, che
non manchi che li vostri homeni venga a mi de continuo et d'ogni
cossa savarè de Catharin Zen ambassador. Data a la nostra porta dei
primo lune mensis augusti MCCCCLXXIII.

Nos Christophorus Calle per la nostra S. S. de Venexia consolo in
la presente Città de Caffa de la prenominata inclita natione, affirmamus
omnia suprascrita; et ad robur omnium premissorum vissimus has
sigillo gloriosi evangelistae Sancti Marci impressione muniri manu
propria.

Ego Constantius de Sarra, artium liberalium magister et pubblicus
imperiali autoritate notarius, tamquam confidens praefacti domini consulis,
suprascriptam literam transtulit ut supra, et ad veritate proemissorum,
signum meum notarj apposui consuetum.

        _Commemoriale XVI, p. 27. Arch. ven. gen._


DOCUMENTO XIV.

_1474, 11 Febbraio. Commissione ad Ambrogio Contarini,
ambasciatore veneto in Persia._

Nicolaus Marcellus Dei gratia dux Ventiarum etc.--Comittimo a ti,
nobel homo Ambrosio Contareno dilecto cittadin et fedel nostro,
che tu vadi ambassador nostro al illustrissimo signor Uxon Cassan,
et quanto più presto te sia possibile per via de terra vadi a Caffa
e di lì passi el mar Mazor e desmonti in quel luogo che tu intenderai
esser più apto e più vicino a le provincie et dominio del prefacto
illustrissimo signor.

La via toa de qui a Caffa zudegemo più segura per Polonia, per
esser le provincie più pachate, et anche perchè cum el favor de quel
serenissimo signor re del paexe suo fino a Caffa sarà più tuto l'andar
tuo, et in la terra propria più riguardado et reservado che altramente
per la autorità et reverentia ha sua maestà et per lo paexe è
in la terra.

Zonto adunque in Polonia te conferirai a quella città o luogo dove
intenderai esser la regia sublimità, a la qual te presenterai e porte
le nostre lettere de credenza e fate le consuete et observante salutation
et offerte, et prexentato el don et prexente li mandemo per
ti, dirai a la maestà predicta ti esser mandato da nui per esser al
cospecto del soprascripto illustrissimo signor per animarlo, persuaderlo,
et ridurlo a l'imprexa contra el Turcho, come coloro che cum
tuti i nostri pensieri e forze ricerchemo la liberazion de la fede et
religion christiana dal pericolo de questo immanissimo inimico di
Christo, et non cognoscemo niun più accomodato rimedio che la
ritornata del soprascripto potentissimo signor a l'imprexa, el qual
ritornando serà a christiani facil cosa spinzerlo de l'Europa, et molto
più facile al soprascripto signor opprimerlo in l'Asia, et per questo
modo liberar el mondo de questa peste et pernicie. Et sapendo nui
la autorità e reverentia grande che necessariamente ha la prefacta
regia sublimità, cussì per tuto el paexe fino a Caffa come anche in
la terra propria, et ricordevoli de la singolar benevolentia et amor
che dicta maestà ci porta et de la observantia et culto nostro in
quella, havemo prexo questa confidentia de mandarte a la presentia
soa e richieder e pregarla che in beneficio de le cosse christiane
et in nostra precipua complacentia el te faci accompagnar et scorzer
fino a quella città, et per mezo de suo proprio nuntio o letere
efficacissime, anche in quella, et al passar de lì te presti ogni possibel
favor et ajuto, declarando ti esser suo proprio ambassador mandato
per sua regia sublimità al predicto potentissimo signor, la
qual cosa a ti sarà de grandissimo comodo et segurtà et a la maestà
predicta non potrà esser se non grandemente honorevole.

Impetrato adonque tutto quello favor e de quella qualità potrai obtener,
spazandote prestissimamente de Polonia prosiegui el tuo cammino
a Caffa, e de li oltramar, nel qual passazo e camino non te
demo più uno comandamento che un altro, perchè bixogna che per
zornata tu prendi i partiti siano a più tuo seguro, et anche prestissimo
andar per ritrovarte a la presentia del soprascripto potente
signor. Nui te dicemo de Caffa e de passar al mar perchè existimemo
che tal via et transito sia apto et idoneo per information havemo,
ma se alguno miglior partito te occorresse o per ricordo et favor
del soprascripto serenissimo signor re, o altramente, volemo che
sia però in tua libertà prender quel partito sia più accomodato
presto e seguro, perchè el nostro final desiderio è che tu gli vadi, e
sia per qual via se vogli, pur che là te conduchi.

Et per tuo avixo nui havemo mandato per quella propria via el
prudente cittadin nostro Polo Ognibene, et havemo indrizzato a la
prefata maestà sua cum prexente de uno cavezo de panno d'oro in
restagno molto bello, de braza..... Investiga cum diligentia et anche
modestia sel dicto Polo è capitato e fato el prexente nostro, e come
in tute cosse lui ha facto et obtenuto da quel serenissimo signor re,
ogni cosa potrai dimandar apertamente et a la maestà predecta et ad
altri; ma del presente fa de intenderlo quanto più cautamente et
honestamente poi, et danne avixo de tuto e del dì del suo partir de lì
per Caffa, e cusì del tuo zonzer come anche del partir tuo.

L'unico nostro pensiero et desiderio è che lo illustrissimo signor
Usson Cassan ritorni questo anno o quanto più prestamente sia possibile
a l'impresa contra el Turcho, e questa è la principal causa
de l'andata toa et del mandar anche de tuti altri messi et letere nostre;
et prima chel seguisse la bataglia fra el prefacto excellentissimo
signor et el Turcho, pur per tenerlo suxo l'impresa li mandasemo el
nobel homo Josaphat Barbaro cum prexenti e munition, el qual non
ha mai per la via de la Sorìa potuto passar, et anchora se ritrova in
Cypro cum tute le soprascripte prexenti e munition.

Zonto adonque in cospecto del soprascripto potentissimo signor, li
presenterai le letere a lui directive che sono narrative de tuto questo
proprio effecto, et in fine la credentiale in toa persona come nostro
ambassador come per la copia la qual te havemo facto dar vedrai, et
volemo che quelle te siano instruction e doctrina al suader el soprascripto
ill.mo signor la ritornata et prosecution de la gloriosa impresa
soa, dichiarandoli veramente per esse letere la singular fama et immortal
gloria acquistata per lui per la mossa et magnanima imprexa
soa predicta, la facilità de la oppression de lo inimicho, li singular et
inenarabel beneficij lui ne ha a ricever, la necessità grande del
proseguirla, et de accelerarla per non dar a lo inimicho de riposo et
de reassumer le forze, perchè più duro e più difficile sarìa poi el
vincerlo. Et cum tutte quelle raxon che in dicte letere se contien,
da poi facte le conveniente salutation cum le parole e modi se serve
cum tal signor, procurerai cum ogni tuo ingegno, studio e diligentia,
chel prefato signor per ogni modo questo anno se movi e torni
a l'imprexa, che impossibel è che l'inimicho se li opponi per esser
stato da lui grandemente frachassato et morto el fior de la zente sue,
et impoverito et desperato tuto el suo paexe. La qual cossa cognoscendo
tutti li principi christiani sono tuti erecti et aspectano la fama
de la ritornata del soprascripto ill.mo signor a l'imprexa per spingerlo
et opprimerlo ognuno dal canto suo, et a questo nui continuamente
li tenimo inanemati et solicitati per nostri messi et ambassadori.
Nui veramente cum l'armata nostra più instructa che mai,
cum tute nostre munition et instrumenti bellici mandati l'anno passato
et che da novo nui manderemo saremo molto per tempo a quelle
marine o dove intenderemo drezarse el soprascripto illustrissimo signor,
per poterli porzer non solamente in mare, ma anche in terra i
favori nostri. Al qual etiam dichiarerai che cum i nostri presidii
seranno anche quelli del serenissimo signor re Ferdinando nostro
confederato, come dal suo ambassador quello intenderà, et similiter
el summo pontefice et cum le proprie forze et cum el concitar e mover
tutti cristiani in forma che non si po nè creder nè stimar altramente,
ma che tranne lo inimicho per ogni modo habia ad esser preda et triumpho
de quel sublime signor, a chi Dio per suo iusticia et singular bontà
et virtù ha per ogni modo promissa questa glorioxa victoria in
exaltation soa et in vendeta de tante tirannie, oppression et
crudeltà commesse et che ogni dì commette el predicto inimicho.
Tute queste cosse e de le altre più difuxamente narremo in dicte
letere che in questa commission, tu le anderai amplificando a tuo
proposito per persuadere et indur dicto potentissimo signor a l'imprexa.
Questo è in effecto, quello nui desideremo et cerchemo come
cossa sopra tutte altre salutar al soprascritto ill.mo signor et a nui,
però tu niente lassa intentato et non cerchato dicto o facto, che
per ti far sia possibile per obtener quanto di sopra te imponemo.

El serenissimo signor re Ferando nostro confederato manda anche
lui el magnifico cavalier misser Lanciloto.... zentilomo napoletano,
costumata e virtuoxa persona, suo ambassador al soprascripto
signor illustrissimo, cum lo qual tu hai qui conferito, cercha la via e
modo de lo securo e presto andar vostro o divixi per diverse vie, o
in diversi zorni, o uniti parte, e parte divixi, che de questo lassamo
a vui prender el miglior partito. Ma zonti ambidui cum la gratia de
Dio in corte del soprascripto ill.mo signor conferirete insieme, et
insieme tuto procurarete et farete unita et conformamente per nome
de ambeduo i signori vostri, azò in ogni andamento vostro et opera
apparati et siati conformi et uniti. E se tu zonzesti prima che lui,
avixane el soprascripto illustrissimo signor de la venuta del soprascripto
ambassador, e cusì cum lui intendeti de qui, che zonzendo lui
prima, ne avixi dicto signor de la toa venuta del compagno, el qual
venuto moltiplichi poi l'instantia et efficacia de compagnia.

Et ex nunc captum sit quod presens commissio ante discessum
oratoris ostendatur oratori regio, sicut de commissione ser Josaphat
Barbaro factum fuit cum altero oratore regio et oratore summi pontificis.

Del nobel homo Catharin Zen el qual da poi partito da quello illustrissimo
signor è zonto a Caffa niente più avemo sentito de lui,
per el che non semo senza qualche dubio de la persona soa, impossibel
è che tu per strada o non lo scontri se è sano e libero, o veramente
in Polonia non senti da lui qualche cosa, o almancho in Caffa
dove pur è zonto. Se tu lo scontri per ventura, informate da lui de
ogni cossa necessaria perchè meglio sappi quanto tu hai a far per bona
e votiva execution de i nostri comandamenti, et anche del tuo cammino
qual quelo habi ad esser da Caffa in là, informati molto bene. E
zonto al signor Usson dali avixo che al tuo partir decto ser Catarin
non era zonto a nui e cusì havendo de lui sentito o non sentito cossa
alguna, avixane la sua sublimità, perchè se forse non li respondesamo
a qualche particularità commessa da esserne riferita per decto ser
Catharin, essa celsitudine non prendi admiration o sdegno. Et anche
avixa esso ill.mo signor, che algune lettere che da Caffa, el predecto
ser Catharin ne scriveva mandate per lui per via de Costantinopoli
a la mano del capitanio nostro zeneral da mar et per lui a nui,
in mar sono perite cum el grippo, sì che nui semo rimasti senza desiderata
information de quelle cosse.

El potria occorrer, che insieme cum ti se ritrovasse el nobel homo
Josaphat Barbaro, et qualchun altro nostro zentiluomo mandato per
la via de Sorìa, et anche Polo Ogniben che nui havemo intitulato
nostro secretario. Ritrovandote cum questi o cum alguno de loro,
conferite insieme et habiatevi ambassadori per ambassadori, et Polo
in suo grado, et unitamente fate quello se convien, sì che tutti appariate
como sete mandati da uno instesso signor et per una instessa
cossa, per ben de la materia et per più honor nostro, et per quanto
aveti chara la gratia nostra, non mostrate fra vui algun segno de
discordantia. I messi anche che nui havemo mandati Martin Pin e uno
Polo albanexe et altri mandati per el capitanio nostro zeneral cum
letere de simel consonantia al soprascripto signor, habiatili e tractatili
per nostri nuntii, et expediteli a nui cum vostre lettere, separati
l'uno da l'altro et per diverse vie.

Oltra questi o se questi non fusseno capitati, spazatene de li altri
et siate solicitissimi in scriverne e de ogni successo distincto avixo
per ogni via, e de Sorìa e de Charmania, et per ogni altra via,
e non guardate a sparagno nè de persone nè di dinari, che ben sapete
el desiderio nostro de esser cum diligentia et frequentia avixati
de ogni deliberation et progresso del soprascritto excellentissimo
signor.

Visiterai quando potrai anche quello excellentissimo signor la moglie
la despina, la qual intendemo esser in gratia sopra ogni altra
persona del soprascripto signor, et ha cauxa de esser implacabel inimicha
del turco per la morte del padre e spoliation del sangue suo
del suo stato et imperio de Trapexonda. E come nui intendiamo, che
è optima christiana e sempre a nui ha mostrato benivolentia et amor,
messedando tuti questi respecti et cauxe ad insieme, et presertim le
proprie soe e le christiane, procura de inflamarla in questa opinion
et voler chel soprascritto illustrissimo signor prosiegui la comenzata
imprexa, et possi dir victoria soa, perchè reducto lo inimicho
ne i termini presenti se li po ben dir esser vincto e superato.

I figlioli del soprascripto illustrissimo signor similiter visiterai,
e dextra et acconzamente a chiascun de loro ricorda conforta e
suadi chel signor suo padre proseguì l'imprexa soa, et dimostra
anche a loro la facilità e certezza de la victoria, la necessità che
li de' indur a cusì desiderar i fructi inenarabili non solamente cum
amplication del stato e dominio che è guadagno, ma cum stabilimento
de quello già possedono et dominano, che è segurtà e conservation
del proprio imperio, che vivendo el Turco e rassumendo per
riposo le forze, sempre sarà da lui insidiato e cercato de poner in
periculo.

Cum el signor Caraman e cum quelli altri signori se ritroverano
in corte de quel signor, cazati per lo Turcho fa anche assiduamente
l'officio, inanimali e solicitali, che questa prexente occaxion non si
perdi, mostrando anche a loro la facilità anzi certeza de la victoria.

Serenissimo autem domino regi Poloniae mittantur dono per eundem
oratorem brachia XVI campi auri pulcherimi, ducat. circa X
pro quolibet brachio, sicut melius fieri per deputandos ab collegio
videbitur.

Spazata questa commission toa, l'è zonta una nave da Caffa per
la qual havemo ricevuto le copie de le letere che quello illustrissimo
signor ne scrive, e quelle lui scrive al papa e al re, et havemo
intexo la cauxa de la indugia de Catarin in Caffa, el al soprascripto
potentissimo signor havemo per più vie risposto a dicte
suo letere et per ti anche replichemo quelle instesse, et havemoti
fato dar una copia per che ti anche oltra la letera exponi et operi
quello medesimo. Et quello più oltra sentirai in camino de dicto
Caterin, ne avixerai come de sopra havemo dicto el soprascripto
excellentissimo signor.

  De parte    147
  De non        0
  Non sincere   0

        _Secreta XXVI._ Cornet, op. cit.


DOCUMENTO XV.

1473. Die 11 Februarij.

_Comissione segreta ad Ambrogio Contarini._

_Ser Ambrosio Contareno
oratori ad illustrissimum dominum Ussonum Cassanum._

Per la patente tua commission te havemo imposto quello che generalmente
rechiede la materia e che se convien a la comunication havrai
a far cum l'ambassador regio. Qui nui te parleremo alquanto più
particularmente cussì de la guerra come de la pace, et è nostra intention
che tutto questo appresso de ti sia secretissimo per quella forma
te sarà comandato, zoè che prima che tu parti de Italia, tu impari
molto ben e tengi a memoria cum quelli contrasegni e zifre parerà
a ti, questo foglio in tutto brusi et consumi, sì che mai possi esser
veduto per alguno.

Existimando nui questo anno passato, che quello serenissimo signor
fusse per intrar in la Natolia et venir a la extintion del Othoman,
havevamo dato comandamento al capitanio nostro zeneral da mar,
che cum tuta l'armata vigoroxamente intrasse nel Streto e penetrasse
fino a Costantinopoli mettendo a focho e consumando tuto da l'una
e dal altra ripa, per el che seria stata forza a lo inimico remandar
bona parte de le gente suo a difexa de la propria caxa et sedia soa,
e tanto serìa stato mancho potente contra al potentissimo exercito
de la soa sublimità, cum grandissima confusion et perturbation de
tuto el stato suo, per la intersecation e division de ogni comodità sì
de victuarie, come de ogni altra cossa de la Grecia in la Natolia, et cum
certo sollevamento et rebellion de molte sue provincie e luoghi de la
banda de la Grecia che poteria facilmente esser la ultima ruina de
tuto el stato suo in l'una et in l'altra provincia.

Intexo dapoi per letere del nobel homo Catarin Zen nostro ambassador,
quello excellentissimo signor haver facto altra deliberation
e drizarsi ad altro cammino, aviassemo cum celerità verso le marine
del Caraman le munition, artiglierie et homeni al manizarle experti,
richiesti per soa celsitudine, le qual ancora se ritrovano in
Cypro et ritrovase anche l'ambassador nostro cum i presenti che nui
mandèmo per honorar sua illustrissima signoria.

El capitanio veramento nostro che come havemo dicto aspectava
de intrar in Strecto, havendo da nui oltra el primo quello anche reservato
et exceptivo comandamento de far in tuto e per tuto quanto
comanderia quel potentissimo signor, havendo ricevuto lettere dal
signor Caraman et cussì da ser Catarin Zen nostro ambassador, che
dichiariva la intention et voler del soprascripto illustrissimo signor
esser, che cum l'armada se conferisse a le marine del predecto signor
Caraman et quello aiutasse a lo acquisto del suo stato, cussì
fece conferendosi lì cum l'armata e tute munition, et acquistò et restituì
a quel signor quelle castelle et luoghi sape (che sa) la sublimità
sopradicta, aspectando sempre la venuta de quella o de la scorta per
assegurarli et assignarli le artigliarie predicte, e lo ambassador nostro
per venir a la presentia soa per honorar quello come desideriamo.

Successe, stando in questa expectatione, la battaglia fra la celsitudine
soa et l'Othoman, per la qual è lo inimicho reducto in grandissimo
extermio, licenziate le reliquie del suo esercito, le qual non ponno
non confessar la loro extrema et incedibel strage e ruina, e ritrovase
el paexe et dominio suo desperato et consumato et cum continua
angossa e paura della ritornata a suo ultimo excidio del soprascripto
illustrissimo signor.

Queste cosse volemo che tu dichiari a do fini: l'uno perchè questo
passato anno dicto illustrissimo signor intendi et cognossi el vero
successo de le cosse dal canto nostro e de la speranza conceputa per
lui de i presidij nostri, se reputi satisfacto da nui et siane anche
certo in lo avenire per ogni imprexa che la soa subblimità deliberi
prender.

L'è ben vero che per lo desiderio nostro vossamo (vorremmo)
e judichemo sarìa più in proposito proseguir totis viribus contra
l'Othoman, soa sublimità per terra, e nui nel Streto come de sopra
havemo dicto, che come havemo già dicto è pessimamente conditionato,
per non aspectar che cum el tempo si resumi e fortifichi, perchè
vincto et estincto costui, niuna più difficultà resta ad esso
eccellentissimo signor a la monarchia de tuta l'Asia. Ma quando pur
sua celsitudine a la Sorìa più presto fosse disposta per parerli più
facilitar et meglio disponer l'impresa nostra contra l'Othoman el qual
per niente è da lassar in riposo, dichiarali anche che ad essa imprexa
lui è per haver niente mancho l'armata, munition, favori et presidii
nostri tuti, come de coloro che cum sua sublimità se reputemo
conjuncti et uniti in partecipation de ogni fortuna.

  De parte    50
  De non      13
  Non sincere  6

_Aggiunta proposta dai savi agli ordini._

Se per ventura tu ritrovassi el soprascripto illustrissimo signor
suspexo e tardo al moversi et presertim contra l'Othoman, e le raxon
già dicte de la facilità, utilità, gloria et necessità non lo persuadesse,
et anche per se medesimo a l'imprexa de la Sorìa ti paresse star in
dubio, perchè essendone per se incitado et volunteroxo basta che tu
l'offerischi quanto de sopra havemo dicto, in tal caxo per persuaderlo
e moverlo per qualche modo, facta ogni experientia de la Natolia,
e non si movando, tu suadili la Sorìa reame di tante victualie,
intrade e tute altre commodità inenarabile, al vincer veramente
niuna difficultà, domata continuamente et desiderata per lo inimico,
la qual unita ale forze del soprascripto illustrissimo signor insuperabile
per se medesime, et havendo in sua disposizione el mare per
mezo de l'armata nostra, per lo qual po' ricever soa sublimità ogni
necessario favore e lo inimico ogni danno et ogni disconzo, come
questi do superior anni per nui soli li avemo facto, cossa indubitatissima
è che l'Othoman in spacio brevissimo et senza difficultà
convegni esser per se medesimo suppresso et extincto et quello
excellentissimo signor libero dominator de tuto.

Queste cosse proponile, et sforzate de farle molto ben gustar et
intender, che o per l'una o per l'altra de queste imprexe la sublimità
predicta se movi, l'una vincta, l'altra è necessariamente obtenuta,
e non può fallir che cussì non sia. Tutto consiste nel celere
moto de quel signor, essendo tutte cosse al suo favor disposte più
che mai fusseno o potesseno esser per le allegate raxon: si che venendo
non gli è dubietà e difficultà alcuna, che soa celsitudine non
abbia ad esser el secondo Alessandro, et lassar in simel stato la soa
posterità.

  De parte 74.

        _Secreta XXVI._ Cornet, op. cit.


DOCUMENTO XVI.

_Altri punti segreti ad Ambrogio Contarini._--1473, 11 Febbraio.

      Capitulum distincte scribendum et imponendum oratori
      secretius una cum aliis secretioribus et non
      comunicandum cum regio oratore.

Se tu sentisti o nel tuo zorzer o da poi alguna practica tractamento
o mention de pace o triegua fra el prefato illustrissimo signor
et il signor Turcho, tu quella dessuadi et desturba quanto più tu
poi, ricordando el pericolo che per tal pace e triegua po adevenir
al stato del soprascripto illustrissimo signor, perchè per quelle si
dà tempo e commodità a lo inimico de reassumer le forze al presente
debilitate et exauste, e de offender et opprimer, dove hora po
senza molta difficultà esser lui offeso et oppresso. Ricorda tuti i
regni e provincie lui ha occupato, esser occupati per questi mezi
de ritrovar condition de pace o triegua quando lui è stato da la
parte del desavantazo come hora è, et instaurate le forze, non ha
servato mai fede ad alguno, et però non è da esserli dato tempo
nè riposo. Ma questo è el tracto e la occasion de estinguerlo et
assecurarse in perpetuo de sue avare et pericolose condition et
voglie. Se veramente facta per ti ogni possibel experientia e conato
de disuader et romper ogni simel practica, e te accorzesti l'animo
del soprascripto illustrissimo signor inrevocabiliter a lo acordo
esser disposto, in questo caxo perche semo certissimi che quello
excellentissimo signor vorà dicto accordo cum ogni avantazo et
segure condition et deturbation de la potentia de lo inimico e vorà
che a lui sia restituito Trapesunda, et al Caraman et ad altri signori
spogliati e cazati del stato loro, per nui tu anche ricorda e dimanda
chel ne sia restituito Negroponte nostro et Argos, o almancho
Negroponte non possendo obtenir tuti do, dechiarando a quello
excellentissimo signor l'importantia de l'ixola predicta per le cosse
da mar, la qual essendo in nostra podestà, sempre tute quelle forze
maritime sono ad ogni proposito commodità et voglia de esso excellentissimo
signor cum singular sua gloria et exaltation. Fa adunque
quanto tu poi et sai, che venendosi a pace o accordo quello sia cum
li soprascripti avantazi. Da poi facto ogni cossa, se pur pace o
triegua hano necessariamente a seguir a chavo a chavo senza avantazi,
procura anche che in quelle insieme cum el serenissimo signor
re Ferando siamo nominati comprexi et inclusi per la parte del
soprascripto exellentissimo signor, come suo confederati et partecipi
cusì della guerra come de la pace e de ogni altra sorte d'acordo,
insieme cum li adherenti e recomandati nostri e de chiaschun de
nui. Ma questa sia l'ultima cossa che tu dimandi e cerchi, dapoi che
tentato ogni cossa per ti non fosse possibel far altramente. Et se al
tuo zonzer la pace per ventura fosse facta o triegua ne le qual de
nuj doi non fosse sta facta mention, tu modestamente recorda la
conjunction et union nostra e la nostra constantia et refuto facto
de ogni pace offertane da lo inimicho e fede et speranza nostra in
soa sublimità, a qual tu pregherai che in dicta pace o triegua ce
vogli includer cum quanta miglior condition sia possibile, purchè
cum soa sublimità in ogni condition o fortuna siamo uniti, insieme
cum i nostri.

  De parte    147
  De non        0
  Non sincere   0

        _Secreta XXVI._ Cornet, op. cit.


DOCUMENTO XVII.

_Carteggio del veneto segretario Giovanni Dario,
spedito in Persia dal bailo a Costantinopoli, nel 1485._

Magnifice et generose Domine. Partecipo a Vostra Magnificenza,
come ho già fatto con altra lettera che mandai al console nostro in
Adrianopoli, che questa mattina fu fata porta solenne per accettar
l'ambasciatore del soldano, e anche io andai per vedere cose nuove,
e subito presentandomi in quel cerchio che era intorno li signori,
per sua grazia mi fecero chiamare e sentare sopra uno scagno incontro
di loro, arente i defterdari, e venne da mi un ambasciatore di
questi Ungheri, che venne ultimamente con una bella compagnia
alla quale mandarono un tappeto fuora del pavion. E poi per buon
spazio cominciarono a venire li presenti del sultano, e fu in prima:
un animale grande come un lion con varie macchie, negro del capo
fino alla coda, che era una terribilità a vederlo; di poi vennero sei
corsieri bellissimi, el primo con una sella e briglia d'oro e con barda
di lame all'azimesca, e i altri corsieri poi disfornidi. Drio vennero
tre cammelli corridori con tre selle e cossinelli di panno di seta, e
coverte a lor modo; e drio di questi vennero presenti minudi: tre
pappagalli bellissimi con gabbie, e quattro garzoni eunuchi neri, e
due spade fornide e quattro disfornie. Doi mazze di ferro bellissime,
doi accette con la cima un suo fornimento, elmi, brochieri di
azzal, e drio questo furono molte selle, sanibaffi, centure, lizari,
panni di seda che in verità a doi pezze per uomo erano più di ottanta
per sorte che le portavano. Dietro li presenti venne l'ambasciatore
con una berretta in testa e una veste damaschina verde e le
maniche di ricamo d'oro, e tutta la sua schiena fino in terra era
coperta di zibellini. E subito ch'el se appresentò in quel cerchio li
signori uscirono dal pavione con loro seguito e li andarono incontro;
dopo la salutatione lo menarono sotto il pavione, ed essendo
di sotto il Daut bassà, ed in mezzo agli altri sentati, e
ragionando per buon pezzo furono chiamati dal signore e andarono
li tre bassà con l'ambasciatore e quel suo dottor grande che venne
di Costantinopoli. Et entradi dal signore, stettero manco de un
quarto d'ora ed escirono fuori, e tornarono a sentare sotto il pavione,
e portarono fuori un gran rotolo di scritture, le quali fecero
tagliare, e le lesse il dottor grande, e fu lunghissima lettura.

Da poi letto, portarono il desinare e messe molte vivande davanti
li bassà e altri che sentavano con loro. Da poi il desinare fu messo
avanti li defterdari e da poi furono messi otto piatti di porcellana
avanti di me con diverse cose. E chiamato lo ambasciatore unghero,
sedette sotto di me e mangiassimo di quel che vi era cadauno.
Levati i piatti vennero i deputati e dissero all'ambasciatore unghero
ch'el tornasse fora al suo primo luogo, e così fece, ed ebbe del sole
quanto ne ha voluto, ed io rimasi sopra il mio scagno, ed ogni
uomo ha giudicato che la persona mia sia stata molto onorata in
questa giornata alla corte. E Dio sia di tutto ringraziato.

Domani si dice che anderà l'ambasciatore d'India, ed io faccio
conto di riposare. Ma Luca Sofrano, portadore di questa è stato
alla presente solennitade. Di nuovo el sarà anche a quella di domani,
e narrerà tutto alla Magnificenza Vostra e tuorrà a mi la
fadiga de scriver, che in verità stando scomodo come sto, con grandissimo
caldo sotto di questo padiglione non mi vien voglia di far
niente di ben, nè mai in vita mia ho visto più strano solazzo di
questo che non avevo pur aqua fresca da bere. Ricevo per altro
grandissima cortesia, ma ritardi e struzi inesplicabili, avendo anche
alle spalle gli ambasciatori di tre città e se ne aspettano degli altri,
e ognuno vorria essere spacciato dal dire e fare le cose sue. E
questa corte contrapesa, e con tanti ambasciatori è occupatissima.
Io peno di mezzo, e in verità, come altre fiate ho scritto, non bisogneria
metter tanta carne al fuoco, nè creder ad un giovine che
non sa niente e che ha riferido cosa non vera e poste le cose nostre
in pericolo. Prego Dio me dia grazia che possa riescir con onore e
alla Magnificenza Vostra mi raccomando.

  Dat. in Kasbin in Persia, li 10 luglio 1485.

        _Archivio Cicogna_, cod. MDCCXCVI.


DOCUMENTO XVIII.

Magnifice et generose domine. Hieri scrissi a Vostra Magnificenza come
l'ambasciator del soldano era andato alla corte, e le cosse seguite, e
mandai la lettera al detto nostro console la quale credo l'averà ben
recata. Questa mattina doveva andare l'ambasciatore d'India, e io
desiderava di riposare e aveva anche tolto un poco de medicina, e
temporeggiando così sul mio stramazzo sentii venire un chiaus el qual
me domandò da parte da questi signori sultani che io andasse a questa
solennità; e così mi vestii e andai alla Porta accompagnato da quel
medesimo chiaus, e presentandomi davanti il loro pavione fui chiamato
e introdotto sotto, e sentai in quel scagno preparatomi secondo
usanza, e dietro de mi per tre o quattro passi fora del pavione erano
sentati tre di quei signori ungheri, e dietro di loro due servitori, e
avevano del sole quanto volevano. Dopo buon pezzo venne l'ambasciatore
indiano, il quale fu accettato honoratamente e sentò sotto Daut in
mezzo delli altri signori; e averte le casse delli presenti li sultani
hanno voluto vedere el pugnal e la cima che venivano presentate al
signore, e portate avanti di loro, mi chiamarono che anch'io andassi a
vedere, e sentando avanti di loro, me fu messo in mano, et era la
vagina tutta d'oro, e la guardia di fora di rubini, cioè in mezzo vi
erano 22 grossi rubini, e dalle bande rubinetti piccoli, ed in alcuni
luoghi qualche turchese, e nella cima della vaina una perla grossa; e
mentre vedevo et esaminavo detto pugnale furono chiamati e andorno dal
signore. E la corte e tutto quel campo erano pieni d'uomini, che
portavano suoi presenti e sono 2600 lizari e porcellane, code di
cavalli, lanze di canna, uno bellissimo papagallo rosso ed altre
gentilezze indiane, e parve miracolo a vedere in un tratto tanti
presenti. E li signori sultani sentando così e vedendo me mandarono a
dire, che tenissi bene a mente per fare e simile anca mi verso il
signore. Et io risposi che valeva più al loro signore il buon amore
dei miei signori, che non valeva tutte le cose del mondo. E così se
voltarono da mi tutti insieme, e mi fecero atto che avevo risposto
molto bene. Fu portato il desinare e avanti de mi solo fu portate
diverse bandigioni. E alli ongheri fu dato di fuora, e mangiando quei
signori, me invitarono che mangiassi, ed io lor facevo dire, che anco
volevo bevere; e mangiammo molto bene e appetito e allegramente, e
prometto alla Magnificenza Vostra che tra quelle bandigioni vi era una
minestra con sugo de limone che mi ha saputo molto buona, e di questa
sola ho desinato. E dicto pasto mi fu portato in piatti di porcellana,
la vivanda era buona, ma mi averìa piuttosto bevuto una tazza di vino.
Partito poi l'ambasciatore indiano anch'io tolsi licenza, e me ne
venni al mio alloggiamento. Ed in tutto ciò è stato presente Luca
Sofrano, e potrà ragionarle distintamente. Ne me accade altro che
raccomandarmi alla Magnificenza Vostra.

dat. in Castris regis Persiarum 11 luglio 1485.

                              GIOVANNI DARIO.

        _Archivio Cicogna, cod. MDCCXCVI._


DOCUMENTO XIX.

      _Copia di una relatione facta per dom. Costantin
      Laschari, stato al Charaman per nome della Signorìa
      Nostra, narra delle cosse del Sophì, le quali furono
      lette in Collegio ed in Pregadi._

Ser.mo ed ill.mo principe, et excell.mi signori, post debitas
comendationes io Costantin Laschari bon servidor di questa signorìa,
per obedir a quella, che dovessi diponer in scriptura zercha ale cosse
imposte per Vostra Serenità de le cose del sig. Caraman de inde del
sig. Sophì el qual è principe de tuta la Persia, chel ser.mo imperador
Uxon Cassan dominava: et prima zonto a Tarsus che fo adì 16 marzo,
subito mandai uno messo a Tauris al sig. Caraman con letere di V. S.
facendoli intender tanto quanto per questa signorìa me està imposto,
de lo qual sig. ebbi aviso, siccome alla S. V. io ho scrito, et subito
mi partii de Tarsus per andar a trovarme con el dito sig. el qual
trovai in Astankief lontan da Tauris zornate 15 con circa cavalli 300;
fate le debite revisitation da parte de Vostra Serenità narandoli
quanto questa signoria era disposta a darli ogni favor et ajuto contro
il Turco, azò potesse esser ritornato in suo stato, de che sua sig.ª
ne ricevette grandissima consolation et insieme cavalchassemo in verso
Aleppo, in la qual terra stessemo insieme zorni 5, et dapoi molti
consulti e rasonamenti fatti insieme la sua sig.ª deliberò mandar uno
ambassador in Cypro a le exellentie de quelli rectori de V. S., i
qual invero i ha fato bona acoglientia al dito amb. et della promessa
fatta al suo signor de artelaria et galie, che ne altra cossa
desiderava questo signor; et tanto più chel signor Sophì li comesse
che dovesse vegnir verso la Caramania che etiam lui li veniva drieto
per metterlo in signoria, lo qual sig. Caraman et da tuta la sua zente
fu certificato aver cavalcato insieme col sig. Sophì tre zornade in
verso alo paexe del Turco, con tuto lo suo exercito per esser el primo
per discaziar quel signor, el qual è debilissimo e no po far 5000
combattenti gente inesperta et mal in ordine in arme, et poi quanto
sera in Amasia fara deliberation per qual strada debba entrar in
Caramania per esser tre et quattro passi; la potentia del qual signor
Sophì, è de combattenti 80m. tra a cavalo e a piedi, zente persiana di
gran experientia de guerra, ben armadi de armadure per loro e per li
cavali, però chel fior de armadure che son al Cayro per li schiavi se
trazeno de la Persia de una cità che se chiama Siras, de che
Serenissimo Principe me ho voluto ben far certo non tanto del signor
Caraman quanto de tute le sue gente come etiam d'altre persone venute
da Persia, che tute si acordano de questa potentia et esser cussi ben
in ordine, però che andava contro la casa ottomana come heretichi
dalla fede macometana, et usurpatori del stato di molti signori
macometani, et che se intendeva con quella ill.ma signoria, et per lui
chel dito sig. Caraman narandoli quanto per vostra Serenità li avea
dechiarito; praeterea el dito signor Sophì havanti che partisse de la
Persia per ogni rispeto et per tolerse davanti li occhi tutti li
sospetti che poteva haver, preseno con le sue forze tuti quelli
signori che erano in la Persia di nº 80 in 90, et feceli tagliar la
testa e a tuti i soi figlioli fin in terzo grado, la qual cosa piasete
a tutti li popoli per le gran tirannie che fevano et mazimamente ali
merchadanti insuper al signor Soldano del qual non hanno niun favor;
et trovandomi in Aleppo ie le vidi tornar dal Cayro con 25 cavali e
andar in verso Amasia per trovarse con quello altro signor molto mal
contento; et quanto questi doi signori insieme zoè d'Amasia et de
Tauris con tutti li favori che possano mai aver non porano far cavali
7 in 8m; ben è vero ser.mo principe chel Gran turco avea mandato nuovo
fiolo con potente hoste, chi diceva di 30 mille, chi di 40 mille, in
soccorso de questi do signori che per el parlar dil signor di
Caramania et de altre zente che venivano de Persia el signor Sophì con
lo suo exercito gera più potente di quello che se stimava, et ben in
ordine e tanto più quanto l'andava per la fede contra questi eretici
ottomani di poca fede, usurpadori de molto stato, et che senza alcun
dubio li teniva aver vitoria. Ser.mo Principe sopra tutte le altre
cosse ho voluto aver bona information de questo sig. Sophì: esso è in
ordine di danari, de che de cadaun me fu certifichato aver grandissima
ricchezza, prima pel il gran paese che possiede preterea aver tolto
gran facultà di questi signori che ha fato morir, et esser signor di
gran justizia et liberal con tutti, homo de anni 20 in 22 molto
prospero, ha uno suo fradello de anni 11 in 12 lassato a Tauris, et
una sorella chel prometeva darla per mojer al sig. Caraman. Questo
signor Sophì è molto afezionato a questa sua setta che è una certa
religione catholica a lor modo, in discordantia de la opinion del suo
propheta Macometto et Omar, che fo suo discipulo, et questo Sophì
aderisse ala opinion de Alì che fu pure discipol del profeta. Tamen in
articulo di loro fede erano dissidenti come se pol dir fosseno al
tempo di san Piero et de altri pontifici gli Ariani, che benchè
cristiani, tamen erano eretici; concludo Ser.mo Principe che a juditio
mio se la persona del Gran turco con potentissima hoste et lui in
persona non vien a scontrarse con questo Sophì vedo in pericolo esser
discaziato de la Caramania et a tempo nuovo andar più oltra. Apresso
ali altri favori di questo Sophì se atrova in lo paexe del Turcho gran
copia di gente di la opinion di questo Sophì, che son certo che si
acosteranno a lui. Ser.mo prencipe non voglio restar con ogni debita
reverentia dir che atrovandomi in Tarsus a questo mio viazo, da molti
et molti subditi del signor Caraman fui certificato veramente chel
fiolo del Gran turco primogenito che si trova in Caramania in la terra
de Cogno, havendo suo padre mandò per lui per averlo suspeto non volse
andar, anzi quando el Caraman ala prima volta venne in quel paexe el
fugì e abandonò el paexe et lassò chel Caraman fesse el suo corso; et
dapoi chel Caraman, per non se poder mantegnir contra la gente
ottomana, e fu ritornato a la Caramania del dito locho de Cogno, el al
continuo ha scrito al sig. Caraman che debba vegnir che lui è contento
chel toglia el paexe el se fassa signor, et etiam el fradelo che è in
Amasia ha fato la experentia per metter le man addosso. Ser.mo
prencipe se la Vostra Ser.tà parlando sempre reverentemente non
desprezia questo mio parlar, perche io ho gran famigliarità con questo
fiolo del Turco, che avanti questa guerra el mio exercitio jera de
andar marchadante in quelle parte, e più volte parlando de la Vostra
Signoria me motteggiò: che se questa signorìa di Venetia vorà me ne
anderò a trovarla perche congosco che mio padre e miei fradeli zercha
de metterme la man adosso per farme morir, aziò che dapoi come primo
genito non abia reame et qualche volta ho parlato di questo in Cypro
ala bona memoria di ms. Marin Malipiero. È vero Ser.mo Prencipe che
questo signor è homo forte, e mandava spesse volte in Cypro per toler
porchi, che lui mangiava che è contra la fede macometana, et
ultimamente suo padre feze impichar sei subaschi, et molti altri
signori de la sua porta che consentiva questa cossa, suplicando di
summa gratia che la vostra ser.tà me debia despazar presto a cazone
che possa tornar in casa mia o veramente dove me comanda vostra
ser.tà; et cussi me voglia aver per riccomandato et guardar me con
l'occhio di la pietà a tanti pericoli che ho corso per quest'impresa
per avanti, et maximamente in questo viazo, de perder la vita et esser
scortigato, et son cargo di fioli, et per queste guerre in Turchia ho
avuto gran danno et romaxi povero et mendico, ala gratia di la qual
come bon servitor me raccomando (scrita adì 14 octob. 1502 in Venetia)
humilissimo servitor di la Sig.ª Vostra, Costantino Lascari.

        _Diarj Sanudo. Codd. Marciani._


DOCUMENTO XX.

_Copia de una altra depositione del ditto._

Ser.mo Prencipe et domino meo, post debitas comendationes etc.
Avendo io Constantin Laschari data in scriptura ala Vostra Serenità
circha le cosse del signor Caraman etc. etiam del signor
Sophì, me pare de voler ajonger a questa altra scriptura e voler
dechiarir questo signor Sophì inimico capital de la casa otumana,
la qual inamicizia è ab antico et non principia a hora,
de che essendo questa religion di Sophì dal principio de la fede
macometana fin a hora nel paexe di la Persia, Caramania, Turchia
et per Sorìa sempre porta gran odio a questa caxa otumana,
et per tenirla come eretica di la fede, ne mai ha manchà che in ogni
tempo questa religion de Sophì ha fato guerra a questa caxa otumana
ala parte de Trapesonda et brusò quella terra di Trapesonda
dove hanno castelli et qualche cità non de gran conto, niente
de manco per lo suo natural sono signori et di sangue de signori.
Questo signor Sophì è nato di una neza de Usuncaxan, dove con
questo parentà se ha fato signor in la Persia et fatose
imperador, et non senza gran fondamento è mosso ad aquistar tanto
paexe, deinde haver tanto seguito de li populi, sì per esser signor
natural come etiam per la gran justitia et liberalitate sua, et per
esser signor de gran ricchezza.--Serenissimo Prencipe, havendo
visto in sì breve tempo questo signor haver tanto prosperado me
pareva cosa incredibile, e de qui è processo che ho voluto cautamente
domandar a Persiani et a molte altre nation in el paexe dove
son stato fin a Astankief, e di tutti universalmente son sta certificato
prima la sua progenie sempre è sta signori et fioli di signori,
de inde son stati sempre persone de valor. Serenissimo Prencipe
ho voluto far questa dechiaration perchè da molti e molti son interrogato
se questo Sophì sia propheta et persona relevata parendo le
cosse miracolose, et da quelle persone che m'ha parso di qualche
ingenio, io li ho risposto esser signor natural et soi antecessori el
parentato de imperio de Persia, el è vero che questo Sophì se tien
intro la sua fede molto cattolico; non dirò altro che ali piedi di
V. S. mi raccomando suplicandola che mi voglia presto expedir et
averme per racomandato per esser povero gentiluomo da Costantinopoli
de casa Delascari, habitante in Cypro circha anni XX in tra
li boni parentadi di quel regno, et con mojer et cargo de fioli, adì 16
octobre 1502 in Venetia.

                              Humil servitor de la Serenità Vostra
                                     Costantino Laschari.

        _Diarii Sanudo. Codd. Marciani._


DOCUMENTO XXI.

      _Copia de una letera del signor Sophi, mandata al
      serenissimo principe nostro messer Leonardo Loredano
      doxe de Venezia, ricevuta in Zener 1505._

Ismail Sophi soldam, che Dio fazi el suo regno eterno: al soldam de'
Venitiani grande amicho nostro, che Dio fazi el so dominio perpetuo.
Le lingue non potriano exprimer, nè penna potria scriver, nè
intelletto potria comprender lo amor che vi portemo. Havemo gran sete
e gran desiderio de veder la signoril persona vostra, speremo nella
misericordia de Dio, e in quello che apre e serra il tutto, che presto
se vederemo e saremo boni amici. Ve avisemo che havemo conquistà tuto
el paese della Azimia con gran prosperità, e speremo nella omnipotenza
de Dio che perseveremo ogni dì in mazor vittoria, perchè Dio è
onnipotente et misericordioso, et nella fortezza del suo brazo speremo
che haveremo victoria contro li inimici nostri.

(Questa fu translatada cussi).

        _Diarii Sanudo, vol. VI. Codd. marciani._


DOCUMENTO XXII.

1570, 27 ottobre.

      _Serenissimo et Excellentissimo Domino Sciah Thamasp
      filii Sciah Ismail Imperatori Persarum, Atribeigian,
      Sirvan, Hirach, Corasan, Ghilan, et aliorum regnorum,
      patri victoriarum, justitiae amatori, et Regi Regum
      Orientalium Invictissimo._

      _Aloysius Mocenigo Dei Gratia Dux Venetiarum etc.
      salutem et honoris ac gloriae felicia incrementa:_

Per quella antiqua et candida amicitia, che ha sempre tenuta e
tiene la signoria nostra con la imperiale Maestà Vostra, noi havemo
deliberato di mandarle un nostro ambasciator per farle intender
le cose che sono scritte qui a basso; ma il conoscer che le strade
tutte, per le quali si può venire alla Maestà Vostra, sono guardate con
gran diligenza dei Turchi, ne ha fatto ritardare, ma non mancheremo
di farlo se sarà possibile. Fra tanto il sig. Dio ne ha mandato
avanti un altro mezzo, che è l'onorato chogia Alì di Tauris, suddito
della Maestà Vostra, il quale si attrovava in questa città con un
grossissimo cavedal (capitale) et fu intrattenuto con tutta la soa roba
per causa della presente guerra mossane tanto ingiustamente dal sig.
Turco; ma avendo noi inteso questo esser suddito fedele di Vostra
Maestà, l'abbiamo fatto metter in libertà e rilassarli tutte le robe sue,
per quel singolare amor e respetto che portiamo all'imperiale Maestà
Vostra. Questo chogia Alì ne ha detto che desidera tornar a casa soa,
et si è contentato di portar le presenti lettere nostre per Vostra
Maestà: la quale saprà che essendo noi in pace col sig. sultan
Soliman passato imperatore di Costantinopoli, conservata per molti
anni, morto lui il presente sig. sultan Selim suo figliuolo la confirmò
con solenissimo giuramento, ma da poi senza alcuna causa ne
ha rotta la detta pace et mandato contro di noi la sua armata, quale
è andata per far l'impresa del regno nostro de Cipro, et ha mandato
anco le genti sue de terra in Dalmatia contro le nostre città.
Ma noi con la gratia de Dio havemo fatto preparazione di una grande
et potente armata et de gente de piè et de cavallo; et oltre delle
nostre forze li principi christiani hanno fatto preparativi per
congiungersi con noi contro questo comune inimico, tanto che l'anno
presente et anco quelli che veniranno si farà animosamente la
guerra, et non si vorrà più la pace con questo sig. poichè si
vede che el non osserva la fede; e se la Maestà Vostra imperial la
qual ha forze così grande et tremende alli Turchi, con questa occasione
si moverà contro di questo suo inimico, il qual non le ha mai
osservato cosa che li abbi promesso, si po tener per sicuro che
combattendolo noi con li altri christiani da questa parte et la Maestà
Vostra dalla sua, ella potrà ricuperar quel paese che esso le ha
ingiustamente occupato, e romperli quei disegni che l'ha d'andar
molestando et infestando ora un principe et ora l'altro senza conservar
amicitia con alcuno, se non in quanto le serve per farli star quieti
sino che el combatte con un altro. Vostra Maestà è piena di prudentia
et valor, e siamo certissimi che non la lascerà passar questa
occasione di batter questo suo inimico: il che oltra l'obbligo grandissimo
che noi li averemo, apporterà immortal gloria al suo nome,
ampliazone al suo impero, et una sicurtà perpetua che questo
signor non sia in qualche tempo per darli molestia, secondo che
per molti effetti ha mostrato di haver in animo, se ben al presente
simula, di voler star in amicizia con lei, ma non aspetta altro che
tempo comodo a poterlo offender, cosa che non può far ora per la
guerra che ha con la cristianità. Noi dunque la pregamo a muoversi
con generoso animo contro di lui, et promettemo a Vostra Maestà
in fede di vero principe, che noi con li altri cristiani dal canto nostro
faremo ogni sforzo per batter in mare et in terra questo universale
inimico di tutti. Non saremo più lunghi, perchè confidamo che
Vostra Maestà coglierà la occasione che li manda il sig. Dio, il qual
pregamo che li doni felice e longa vita.

        _Parti Secrete; fra i nostri Codd._


DOCUMENTO XXIII.

1570, 30 ottobre, in Zonta.

_Che al fedelissimo nodar estraordinario della cancelleria nostra
Vincenzo di Alessandri sia commesso in questa forma:_

Vincenzo! Sperando noi ricever da te ottimo servitio, per l'esperienza
che hai delle cose turchesche e delli dispareri che sono tra
il sig. Turco et il signor Sophì, abbiamo deliberato col Consiglio
nostro dei X e Zonta, di mandarti in Persia a quel serenissimo
signor con lettere nostre per eccitar Sua Maestà a muoversi contro
il sig. Turco; però col nome de Dio ti metterai in cammino, sollecitandolo
quanto ti sarà possibile, et giunto a quel signor, dopo
presentate le nostre lettere, et facta certa Sua Maestà della sincera
amicitia che tenemo con lei, le dirai che avemo voluto mandarti per
darle conto della guerra che con tanta ingiustizia ne ha mossa il
sig. Turco, contro la sua parola et giuramento, senza che da noi
gli ne sia sta data alcuna causa, del che anco li avemo dato aviso
con altre lettere nostre che li saranno portate da un suo suddito.
Et così le narrerai il modo tenuto da quel signor in romperne la
pace, et come con tutte le sue forze da mar e da terra è venuto
contro di noi, talmente che ha abbandonato tutti quei paesi di là
in arbitrio e poter di Sua Maestà se non vorrà perder l'occasione;
poi seguirai che noi gagliardemente se difendemo et per mar et per
terra: e che li altri cristiani si congiungono con noi a' danni di
questo comune inimico, et che siamo per continovar la guerra: di
modo che tenendolo noi travagliato da questa parte, se Sua Maestà se
muoverà dalla sua, farà quei maggiori progressi che possa desiderar,
sì perchè ha potentissime forze come perchè li popoli sono devoti
del suo nome; et li potrai dir che essendo tu stato per molti anni in
Costantinopoli, li puoi far fede del mal animo che ha quel signor contro
Sua Maestà, ma che al presente lo dissimula per causa della guerra
che ha contro i cristiani, temendo che quando Sua Maestà si movesse
contro di lui fosse con suo grandissimo danno; et qui li pondererai
come per la guerra che detto sig. Turco fece ultimamente
in Ungheria si sono molto debilitate le sue forze. Con queste
et altre ragioni che el sig. Dio te metterà avanti, procurerai di
eccittare Sua Maestà a rompere col sig. Turco, promettendoli
sempre che noi da questa parte faremo gagliardemente la guerra
insieme colli altri cristiani: e le dirai che ella non può aver maggior
occasione di aquistarsi oltre la ampliazione del suo imperio un nome
immortale, e di obbligarsi in perpetuo la Signoria Nostra con tutta
la cristianità. Questo negotio se non potrai trattarlo con Sua Maestà,
lo farai col suo primo ministro, facendogli intender che con prima
occasione se mostreremo gratissimi del favor che ne haverà fatto
Sua Maestà; e ne escuserai se non avemo mandato li onorati presenti
che si convengono et a Sua Maestà Imp. et a Sua Magnificentia:
perchè hai convenuto andar incognito et senza impedimento per
poter liberamente passar per li paesi del sig. Turco, et procurerai
di avere la resoluzione et risposta alle nostre lettere, con la
quale te ne ritornerai a noi.

Ti abbiam fatto dar per le spese del viaggio de andata et ritorno
ducati 1200 delli quali non sei obbligato mostrar conto alcuno.

  De parte    21
  De non       0
  Non sinceri  1

        _Parti secrete; ibid._


DOCUMENTO XXIV.

1570, 30 ottobre.

_Al Serenissimo Imperator dei Persiani._

Sapendo noi quanto dispiaccia alla Maestà Vostra le cose ingiuste,
e che un principe manchi di fede all'altro senza alcuna causa,
havemo voluto con queste lettere e con la viva voce del fedelissimo
secretario nostro Vincenzo de Alessandri apportatore di esse,
far sapere a Vostra Maestà come il presente imperatore dei Turchi
in Costantinopoli sultan Selim, havendo con solennissimo giuramento
confirmata la pace che per molti anni ha avuta la signoria nostra
con il signor suo padre: non havendo alcun rispetto de romper la
sua parola, ne ha mossa la guerra con mandar la sua armata e
molta gente da terra a combatter il regno nostro de Cipro, et altre
genti in Albania et Dalmatia, contro le nostre città; et questo senza
averne avuto pur una minima causa. Noi all'incontro havemo fatto
una grande armata, e messe insieme genti da piedi e da cavallo
per difendersi gagliardamente con l'ajuto di Dio, e li altri principi
christiani ancora se preparano, et già il pontefice et il re di
Spagna hanno congiunte le loro forze con le nostre talmente che
si farà la guerra a questo comune inimico, qual non osserva fede
ad alcuno; et tanto conserva l'amicitia con uno, quanto li torna
a proposito per batter un altro, siccome fa al presente, che simula
di esser amico di Vostra Maestà per poter combatter con
noi christiani senza aver timor delle vittoriosissime armi di Vostra
Maestà, ma l'animo suo è cattivo contro di lei, et quando
non fosse travagliato dalle forze dei christiani cercheria di travagliar
li sudditi di Vostra Maestà, la qual essendo prudentissima, et
conoscendo molto bene l'animo che ha questo signor, de inimico,
non manco contra di lei che contro di noi, saprà ben prender l'occasione,
hora che detto signor è occupato con le sue forze in queste
nostre bande, di far dalla sua parte quei acquisti che li saranno
facilissimi, sì perchè il sig. Turco non potrà resistere alle potentissime
forze di V. M., massimamente a questo tempo che è combattuto
dalle armi christiane, sì perchè la maggior parte dei sudditi
di esso Turco sono devotissimi al nome della imperial Maestà
Vostra. Noi con le forze degli altri principi christiani, faremo dal
canto nostro una gagliarda guerra, in modo che movendosi anco
la Maestà Vostra si pò esser certi da ogni parte aver vittoria, et
che sarà con perpetua gloria del potentissimo suo nome, con grandezza
et ampliatione del suo impero, et la Signorìa nostra insieme
con tutta la cristianità resterà obbligatissima alla imperial Maestà
Vostra, secondo che più ampiamente le narrerà il predetto fedelissimo
secretario nostro, alle parole del qual la si degnerà prestar
fede come farebbe a noi medesimi. Et li anni soi sieno longhi et
felicissimi.

  De parte    21
  De non       0
  Non sincere  1

        _Parti secrete; ibid._


DOCUMENTO XXV.

Serenissimo Principe, Ill.mi Signori,

A' 12 di novembre mi partii dalla corte del re di Persia, et sapendo
non poter giunger in tempo di passar il mar Maggiore perchè
l'inverno mi aveva sopragiunto; ed essendo informato che il Moscovita
non concede il passo a niuno de lì per il suo paese che voglia
passar in Polonia, nè trovandomi ben l'andar in Ormuz rispetto la
lunga navigazione, ed il non esser solito di partir nave per il Portogallo
prima che a mezzo marzo, resolsi fermarmi a Tauris per lasciar
passare alquanto dell'inverno fin che fosse venuto tempo d'inviarmi
per l'Armenia maggiore, et il paese dei Giorgiani, non potendo ritornare
per la strada che io era andato, essendomi stato affermato che
il bassà di Erzerum mandò dietro per me tre ciaus sino a Erivan
nella Persia, li quali dimandarono a un mercante armeno se mi aveva
veduto, dandogli segni dei vestimenti et persona; il qual disse non
saper, ancorachè un giorno prima avesse parlato meco, nè mi conoscendo
per cristiano, rispetto che nel passare d'Erzerum io era in
abito di armeno, et subito giunto ai confini di Persia mi vestii di altri
panni alla turchesca, et ciò per correr manco pericolo di assassini
da strada, i quali sono in quelle parti in grandissima quantità;
in fine detto mercante mi trovò in Casbin, e mi raccontò come
li ciaus si trattennero due giorni per aver qualche nuova, li quali
dissero come un uomo che era al mio servigio si era trovato a Erzerum
con alcuni suoi paesani, ed avendo bevuto più dell'ordinario,
dissero alcune parole che diedero sospetto che io fossi italiano ed
uomo pubblico; ma non essendo stati bene informati, facevano giudizio
da per loro, et ragionando con altri di tal cosa dopo il mio partire
fu riferito al subaschi, il quale li prese e condusse al bascià
interrogandoli sopra quello che avevano ragionato. Negarono ogni
cosa, furono posti in prigione, et con diligenza mandarono dietro
per me, onde per fuggire così evidenti pericoli fui forzato passar
per strade non usate e deserte, allontanandomi quanto più poteva da
detti confini. Partii da Tauris alla fine di febbraio e passata l'Armenia
maggiore entrai nelli confini dei Georgiani, mi trovai con gran
quantità di soldati a cavallo che andavano ad Erivan, nel qual luoco
essendomi pochi giorni trovato vidi che el sultan faceva gran preparation
di genti da guerra per ordine del re; nè si sapeva così pubblicamente
le cause sebben tutti dicevano esser contro Turchi.

Giunsi a Pazagan, terra dei Georgiani, nel qual loco vi era un gran
moto, e si erano mezzo sollevati. Due giorni dappoi il sangiacco di
Sasset sottoposto a sultan Selim mi fece chiamare e mi dimandò si
sapeva in che parte l'esercito del re di Persia era per andare; io li
dissi non sapere perocchè non veniva da Persia, ma dal proprio paese
dei Georgiani.

Partitomi di là per condurmi al mar Maggior, entrai in deserte ed
asprissime montagne, nelle quali passai estremi disagi di fame, avendomi
convenuto per sei giorni nutrire di alcune radici di erbe, le
quali sono come cardi selvatici, nè essendovi acque perchè erano
agghiacciate, mi bisognava disfar la neve per bevere, ed aggiunto lo
andar a piedi a tanti mali, et ciò perchè sopra dette non vi può passar
cavalli, sì per l'altezza ed asprezza loro, come perchè non vi saria
da nutrire li animali, oltre il pericolo di leoni, orsi ed altre fiere
selvatiche che in esse vi sono. Giunsi coll'aiuto di Dio alla fine di
marzo in Cogna città alle rive del mar Maggiore, nel qual luogo mi
fermai per non essere alcun passaggio in pronto, et intesi che
li christiani Circassi erano venuti con 24 vascelli, et avevano per
300 miglia di paese a marina, abbrucciato e depredato le ville e tagliate
le vigne dei Turchi ed ammazzato gran quantità di loro, e che
avevano portate via le donne e putti e le robbe, per il che si dubitavano
che bonacciato il mare non venissero sopra detta città.

Giunsero da Trebisonda sei galere armate per la guardia di quel loco,
con ordine di sultan Selim di non si partire dal porto, ma guardar
solamente la terra, perchè dubitava che detti Circassi non avessero
cresciuto il numero di detti vascelli. Partitomi con una barca, a marina
a marina giunsi a Rissa, nel qual luoco mi abbattei in un ciaus venuto
da Samsum per canevi, il quale non ne avea potuto trovare per 600 miglia
di paese che avea scorso più di 130 cantari, e li aveva pagati
con 200 aspri il cantaro, che prima li aveva per 80, e mi disse che
non era filo da poterne far per una gomena, et avea comandamento di
andare in Georgia e Circassia, ma per dubio di quelli corsari, si ritornò.

Io imbarcatomi sopra il suo caramussali, mi condusse fino a Trebisonda,
dal qual intesi le espedizioni e preparazioni fatte per nuova
armata; disse che nella Grecia erano stati spediti ciaussi con comandamento
che si facessero galere e si lavorassero a quelle scale,
conforme a quello mi aveva detto il ciaus; dal qual luoco partitomi
sopra una nave di Greci, giunto a Sinope, presi porto non
avendo avuto vento da buttarmi al mare per passare in Europa,
smontai e vidi 6 galere pronte alla vela le quali partirono due
giorni dopo per Costantinopoli, essendone la settimana innanzi partitone
24 per quanto mi fu affermato dai Greci, vi erano anche
due corpi di galere grosse nelle quali si lavorava, perchè nel
principio non le erano state date le debite misure; essendo tirate
lunghissime e datali tanta larghezza che per gran navi sarebbe
stata troppa, però aspettavano da Costantinopoli un proto sì per
tirar quelle a buona forma come per farne delle altre. Le maestranze
sono state licenziate fino all'invernata acciò navicassero e conducessero
oltracciò a Costantinopoli ed altri luochi quello bisognava,
continuandosi però con ogni diligenza a condur legnami per l'anno
venturo e già ne era preparata grandissima quantità; ed essendo
li conduttori stentati nelle paghe, disse uno di loro all'emir
che bisognava andare a farsi pagare dalli Franchi, perchè pigliando
le galere ad istanza loro si affaticavano. Io innanzi al
partir, per esser loro di qualche importanza, presi un poco di disegno
del sito della città e del castello, e scandagliai l'acque, perchè
in tre luochi vi sono porti, sei miglia lontano l'uno dall'altro,
e l'uno mezzo miglio vicino alla città, nel qual si lavora le galere,
e li due lontani miglia cinque e mezzo. Il medesimo feci a Trebisonda
avendosi due volte la nave allargata in mare per passare
alle altre rive, essendo da venti contrarii ributtata, si risolse il
padrone essendo sua la nave ed il carico che era vino, senza far
motto ad alcuno, di tenersi a costa di terra e con buonissimo
vento in tre giorni arrivammo alla bocca di Costantinopoli; nel
qual luoco per buona sorte trovai nave che stava per andar al
Danubio per formento, la qual si trattenne dieci giorni innanzi il
partire. Li marinari andavano ogni giorno a Costantinopoli; dai quali
intesi che Ulularli capitano di mare era per partire alli primi di
giugno con 12 galere per guardia delli castelli, e che non aveva
voluto levar spahi nè giannizzeri, ma uomini marittimi tutti con
archibusi da sette spanne, perchè conosceva le forze far poco effetto
contro gente armata. Non si faceva altro, giorno e notte, a
Costantinopoli, che buttar di detti archibusi; nè resterò di dire alla
Serenità Vostra un effetto grandissimo ed incredibile che per causa
di una voce sparsa per tutte le rive del mar Maggiore, è successo:
dico che sopra la moschea di S. Sofia e sopra quella di Sultaniè
alla parte di Andernopoli sono comparse due croci le quali giorno
e notte si vedono, per il che li cristiani da questi luochi cominciando
fin a Costantinopoli tutti universalmente tengono questo per
fermo, nè aspettano altro che piccola occasione per levarsi. Questa
nuova è passata tanto innanzi che li Turchi medesimi la credono,
esser il fine dell'impero ottomano, e che loro speran che passando
ai Franchi il tributo li abbiano a lasciare nel paese.

Partitomi da Costantinopoli giunsi al Danubio, ed entrato per la
bocca, chiamata san Giorgio, arrivai per mezzo la Bogdania, e
dallo scrivan dell'emir intesi come Bogdan vaivoda si era
ribellato, e che sultan Selim avea mandato Giano vaivoda per
signor di quel paese, il quale ricercava che li sangiacchi di Silistria,
Bendir e di Achirman andassero in suo ajuto perchè Bogdan
era per entrar nel paese dei Polacchi. Gli fu risposto che
detto soccorso non gli si poteva dare, perchè il sangiacco di
Silistria avea ordine di cavalcar verso Adrianopoli e li altri di
guardar li loro confini. Entrato che fu nella Bogdania vidde l'esercito
di quel signore il qual poteva essere di 20m. uomini a cavallo,
tutti contadini disarmati d'ogni sorta di arme da difesa con
spade, mannerini, e pochi con lance, li cavalli non da guerra ma
ronzini.

Il giorno che giunsi a Yassy terra ove il signor fa residenza fu tagliata
la testa in publico a sette gentiluomini della fazion di Bogdan vaivoda, i
quali volevano la notte seguente ammazzar Giano vaivoda: però vive
con gran timore, rispetto che nè da gentiluomini nè dal popolo è
amato, e questo per la troppa tirannide che usa ai popoli; per il che
il primo signor è al presente da ognuno desiderato, il quale se bene
è qui in Polonia, si trova a sua instantia in Bogdania la fortezza di
Cottin, castello in detto paese nel confine della Polonia, nè aspetta
altro per entrar di nuovo contro il detto Giano che il tempo del
raccolto, convenendo li villani in detto tempo levarsi dal campo per
andare a tagliare i grani e far i loro altri affari. In Leopoli si
faranno preparazioni grandi di guerra, e già sono ridotti infiniti
signori e gentiluomini, ne si sa per che parti; et in buona grazia
della Serenità Vostra mi raccomando.

Di Cracovia a XXV luglio MDLXXII.

  Di Vostra Serenità

                              _Humilissimo servitor_
                              VINCENZO DI ALESSANDRI.

        _Archivio Cicogna, cod. 1762._


DOCUMENTO XXVI.

      _Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24
      settembre 1572 e letta l'11 ottobre da Vincenzo
      Alessandri, veneto legato a Thamasp re di Persia._

Dovendo io, secondo il comandamento fattomi ultimamente da Vostre
Signorìe Eccellentissime, mettere in scrittura tutto quello che (oltre
quanto per mie lettere ho scritto nel corso di ventun mesi passati,
dal dì ch'io mi partii dai piedi di Vostra Serenità per andare in
Persia, fino al mio ritorno) ho diligentemente osservato; non bisogna
che s'aspettino da me, poco atto in tal professione, nè quella maniera
di dire, nè quell'ordine che per avventura ricercheriano le cose che
narrerò; ma che si contentino che, come meglio io potrò, e secondo che
mi verranno a memoria, io le esplichi in carta: essendo per dar conto
delli paesi e regni che si trovano nella Persia, dell'abbondanza e
mancamento di essi, della natura dei popoli, della persona del re e
qualità dell'animo suo, de' suoi figliuoli, del governo, della corte,
del modo ed ordinamento di consigliare e risolvere le cose di stato e
d'amministrar giustizia, delle entrate e spese del regno, del numero e
qualità di quei sultani, che non vuol dir altro che signori principali
della milizia, ed in somma di tutto quello che mi ricorderò, o che
giudicherò degno della sua notizia, rendendo certe le Signorìe Vostre
Illustrissime ch'io non dirò cosa che non abbia veduta, o che da
relazione di diversi uomini degni di fede non mi sia stata detta con
verità.

E per cominciare dal re di Persia, Elle hanno da sapere, come questo
re, nominato Tamasp, viene per linea retta da Alì, genero che fu di
Maometto profeta. Fu figliolo d'Ismaele I, il padre del quale si
addimandava Caider, uomo di gran bontà e dottrina, e da loro tenuto
per santo, dicendo aver predetto molti anni innanzi come il figlio
doveva esser re, sebbene esso Ismaele s'impadronì del regno con poco
timor di Dio facendo tagliar la testa al figlio del suo re; in che
sebben la fortuna gli fu favorevole e prospera, ebbe però nel corso
degli anni del suo regnare molti travagli dagli imperatori Ottomani,
quali al suo tempo cominciarono a metter piede nelle fortezze
principali del suo regno, come fece sultano Selim padre che fu di
sultano Solimano, il quale s'impadronì di Carahemit, città di
grandissima importanza e abbondante di tutte le cose necessarie,
popolatissima e piena di molti artefici, e posta in bellissimo sito,
sì che dove prima per natura era forte, ora per industria degli
Ottomani è fatta fortissima: nella quale vi si tiene un bascià di
grande importanza, dependendo da detto luogo molte terre e castelli, i
quali erano tutti di detto Ismaele nel paese chiamato Diarbech. Ebbe
Ismaele, oltre il presente re, che fu il primogenito, tre figli, cioè
Elias Mirza, Janus Mirza e Bairan Mirza. Elias fu uomo di gran valore
e di grande ardire, e nel tempo che si trovò in pace col re, prese
Baracan, re di Servan, e le sue città e paesi, il qual regno è grande
e d'importanza, ed è alle rive del mar Caspio. Restò questo regno
tutto nelle mani del re suo fratello, il qual non avendo fatto niuna
grata dimostrazione per l'acquisto di tanto paese verso di lui, fu
causa che se gli inimicò, e si congiunse con gli Ottomani, e con
grandissimo esercito levò sultan Solimano a danni del fratello,
prendendogli molti paesi e principalmente la città di Irun, allora
principal fortezza di Persia, lontana da Tauris sei giornate; per la
qual cosa il detto re lo fece ammazzare, come fece anco di Janus
Mirza, secondo fratello, dubitando che ancor egli non si sollevasse,
essendo il terzo per innanzi morto di morte naturale: del quale è solo
restato un figlio, il quale ha il suo stato in India; e desiderando il
re dargli una delle sue figliuole, il fece chiamare; ma li popoli non
vollero mai acconsentire che andasse a Casbin, dubitando che ad esso
ancora non si facesse qualche dispiacere.

Li figliuoli di esso re Tamasp in tutti sono undici maschi e tre
femmine, generati con diverse donne. Il primo si addimanda Codabend
Mirza, di anni quarantatrè, buono, di natura quieta, nè si cura molto
delle cose del mondo, contentandosi di un piccolo stato datogli dal re
nel regno di Corassan; ed ha tre figli, il maggior dei quali è di età
di quattordici anni, di bellissimo aspetto e di alto spirito e
caramente amato dal re, sì per le sue virtù, sì per non aver dai figli
altro nipote che questo. Ismael, secondo figlio, è di età di anni
quaranta, di natura robusto, di altissimo animo, di gran cuore e
desideroso di guerra, avendo in molte occasioni dimostrato il valor
suo contro gli Ottomani, e particolarmente contra il bascià di
Erzerum, poichè con poco numero di cavalli ruppe l'esercito di esso
bascià, ch'era in gran numero, e se presto non si fosse ritirato, si
sarebbe anco impadronito della città; e questa ritirata fu poichè
Mirza Bech, primo consigliere del re, ed inimicissimo d'Ismaele, disse
al re che conosceva essere nella mente di questo giovine troppo alti
pensieri, avendo senza la licenza del principe radunato esercito, ed
essendo entrato nel paese degli Ottomani: in tempo di pace, parendogli
questi segni di poca obbedienza, mostrando anche al re alcune lettere
mandate alli sultani per le provincie, invitandoli a sollevarsi alla
guerra contro detti Ottomani, per il che si risolse il re, a
persuasione di costui, di metterlo in castello con guardia di sultani
e molti soldati, onde è già 13 anni e più che si trova prigione, e
sebbene quest'anno se gli sono levate le guardie, non è però
licenziato lui. Il re più volte, per gratificarlo, gli ha mandato
donne bellissime, acciò che si trattenga, nè mai ha voluto assentire,
dicendo che lui con pazienza sopporta l'esser prigione del principe,
ma che gli saria stato di troppo gran peso vedere anco li figliuoli
suoi prigioni, e che a schiavi non si convengono donne.

È il detto Ismaele sopra modo amato dal principe; ma il timore è
grande vedendo esser lui ardentissimamente desiderato per signore da
tutto il popolo, ancorchè li sultani mostrino essi ancora di temerlo
molto per la sua troppo fiera natura. Per il che si fa giudizio, che
succedendo al regno, egli potria riformare gran parte dei capi della
milizia, e levarsi dinanzi tanto numero di fratelli, che gli hanno
occupato gran parte del regno.

Sultan Caidar Mirza, terzo figlio del principe, è di età d'anni
sedici, di piccola persona, ma di bellissima faccia e franco sì nel
parlare come nel conversare, e nel vestire e cavalcare attillatissimo,
e soprammodo amato dal padre. Si diletta di sentir ragionare di
guerra, ancorchè mostri non esser molto atto a tale esercizio, per la
troppo delicata e quasi femminile sua complessione. Fa prova
d'ammazzare animali colle sue proprie mani, e molte volte, ancorchè le
spade siano di eccellente lama, non gli può passar la pelle, avendolo
io veduto a fare di simili prove e di poi restare pieno di vergogna,
ed arrossire e prendere scusa, ora che le spade non tagliavano, ora
che per compassione non gli ammazzava. È di buon intelletto, e per
quell'età è assai grave: mostra intendere le cose di governo, e sapere
come si reggono gli altri principi del mondo. Sultan Mustafà,
Emirkhan, e Gemet Mirza, sono tutti tre tra li quattordici e quindici
anni: sono di buona indole, e mostrano grande ingegno; gli altri sono
fra li dieci e undici anni, e stanno a Corassan ad imparar lettere, da
un piccolo in poi di età di quattro anni, il quale è appresso il re,
per esser secondo quell'età, accorto e molto piacevole. Le figliuole
sono tutte maritate in parenti con dote di gran stati.

Il re è in età di sessantaquattro anni, e del suo imperio cinquantuno,
essendo stato eletto di tredici anni. È di statura mediocre, ben
formato di corpo, di faccia alquanto scura, di gran labbri e barba, ma
non molto canuto, di complessione piuttosto malinconica che
altrimenti, conoscendosi ciò per molti segni, ma principalmente per
non essere uscito del palazzo in dieci anni pur una volta, nè a
caccia, nè ad altra sorte di piaceri, il che è di molto mala
soddisfazione al popolo, il quale secondo l'uso di quel paese non
vedendo il suo re, non può se non con estrema difficoltà dire i suoi
gravami, nè possono esser suffragati nelle cose di giustizia: per il
che, giorno e notte gridano ad alta voce dinanzi alle porte del
palazzo, quando cento e quando mille alla volta, che gli sia fatto
giustizia, ed il re sentendo le voci comanda per l'ordinario che siano
licenziati, dicendo esser nel paese li giudici deputati che faranno
giustizia, non considerando che quelle querele sono contro li giudici
tiranni e contro li sultani, i quali per l'ordinario stanno alla
strada ad assassinare la gente, come per molti casi da me veduti e
uditi mi sono accertato; e come la Serenità Vostra è per intendere.

Nella città di Massinuan furono presi alcuni assassini, i quali
avevano ammazzati alcuni mercanti, e toltogli le robe; i presi furono
menati alla giustizia. Il giudice, venuto in luce del tradimento, si
fece portare il furto, poi licenziò li delinquenti, tenendo una parte
delle robe per lui, e l'altra mandando a Casbin ad alcuni sultani in
presenza dei padroni di esse robe. E andando io alla corte ogni
giorno, li vedevo a stracciarsi i panni, montar gridando per le mura
del palazzo e dire ad alta voce al re che cosa egli faceva, e da che
causavasi che egli non volesse rimediare a tanta ingiustizia. Per il
che furono molte volte ben bastonati, e con le pietre fatti saltar giù
dalle mura, nè mai fu loro possibile essere uditi. Oltre di questo,
nella città di Tauris, sedici ladri armati con archibusi scalarono di
notte il principal fondaco di quella città, il quale si chiama Kan del
signore, dove vi erano da quaranta mercatanti; e sapendo i ladri che
tra gli altri, Achmet celebre mercante d'Algeri si trovava buona
quantità di danari contanti, ruppero le porte della camera del detto
Achmet, e lo ammazzarono, pigliando trenta tomani, che fanno sei mila
scudi, oltre alcune verghe d'argento e altre robe; ed essendosi mossi
li mercanti per la difesa del fondaco, furono colle archibugiate fatti
ritirare nelle stanze. Pochi giorni dopo, vicino alla casa dove io
ero, fu dalli medesimi ladri, la notte con lanterne, assaltata la casa
di un Armeno, e toltigli quattro colli di seta, e per quello si disse
fu veduta la detta seta in casa del sultano di Tauris; e sebbene di
tutte queste cose se ne siano fatte querele alla corte e trovati li
ladri, non si è perciò proceduto per via di giustizia contra di loro,
mostrando il re di non curarsene punto. Oltre di questo, un mercante
Turco, chiamato Kara Seraferin, usato anco a venire in Venezia,
essendo in Casbin in un fondaco, ed avendo inteso i Kurdi, i quali
sono quelli che guardano la persona del re, essere detto mercante
ricchissimo, presero occasione di fargli un pasto, e trattenerlo
tanto, che li compagni, li quali aveano tolta una bottega affitto
contigua a detto fondaco, ruppero il muro, ed entrorno dentro, e gli
rubarono dodici mila ducati contanti. Il detto mercante tornato alla
stanza subito si avvide del fatto, ed andò alla porta del palazzo, ed
avendo amicizia di molti sultani, fu introdotto dal re; e querelando i
detti Kurdi che lo avevano invitato, come consapevoli di questo fatto,
il re fece chiamar li Kurdi, li quali negorno; ed instando il mercante
che fossero messi in prigione, e preso il loro costituto
separatamente, il re disse che l'averia fatto per contentarlo, ma caso
che detti colpevoli non avessero confessato, avria poi fatto tagliar
la testa a lui; il quale, di ciò dubitando, non volle altrimenti
continuare l'espedizione della causa. Ma pochi giorni dopo,
coll'occasione di un giovine avendo scoperto come detti Kurdi avevano
fatto il furto, fece il mercante esaminare li testimoni per il giudice
della città di Casbin, e presentò il loro detto al re con quattrocento
ducati di dono, acciò fosse spedito presto da sua maestà. Il re mandò
per li detti Kurdi, ai quali furono trovati li danari avendone spesi
pochi, e comandò che detto denaro fosse posto nel tesoro, ordinando
che il detto Cara Seraferin non gli fosse più introdotto innanzi.
Questo fatto diede grandissima occasione a tutte le genti di
ragionare, e di dolersi della poca giustizia del re, benchè ogni dì si
veda seguire di simili effetti, curandosi egli poco di sentire i suoi
sudditi per tal causa lamentarsi; ed un giorno il re disse ad un
vecchio Kurdo suo buffone, quale dormiva nell'anticamera, d'aver
quella notte dormito assai bene, avendolo sentito cantare; al che il
buffone rispose che non sapeva che il suo canto avesse forza di
addormentare sua maestà, perchè quando l'avesse saputo non averia mai
aperto la bocca, acciocchè anche ella stesse svegliata a sentire li
pianti e li lamenti che tutta la notte facevano li poveri suoi
sudditi, per cagione degli assassinamenti fattigli per le strade e per
le terre proprie, dicendo che nel libro delle querele da otto anni in
qua vi eran scritte più di diecimila persone, ch'erano state
ammazzate. Questo dispiacque molto al re, il quale con alterazione
d'animo disse, che bisognava prima fare appiccar lui e li suoi
compagni, dalli quali venivano tutti li mali, intendendo delli Kurdi;
e ciò non è maraviglia perchè non gli dando le loro paghe, sono
forzati andare alla strada, e fare di simili altri effetti, tanto più
quanto che vedono che in materia delle cose di giustizia, come ho
detto, il re non prende alcuna cura, o pensiero. Da ciò avviene che
per tutto quel regno sono mal sicure le strade, e nelle case si corra
anco di gran pericoli, e li giudici quasi tutti dalla forza del denaro
si lasciano vincere.

Con verità si può anche dire, che mai questo re abbia avuto
inclinazione alle cose della guerra, ancorchè secondo il loro termine
ne discorra con eccellenza, essendo uomo di pochissimo cuore; e se
pure in qualche occasione si è mostrato di entrare in campagna, non lo
ha fatto perchè la natura lo invitasse, ma sforzatamente, non essendo
mai stato ardito di mostrar la faccia all'inimico, anzi con infinito
suo biasmo ha perso in suo tempo tanti luoghi, che fariano assai ad un
gran principe. Ma quello che sopra tutto gli è piaciuto, e piace al
presente, sono le donne e li danari, le quali donne hanno messo tanto
possesso nell'animo di questo re, che molti, non sapendo altro dire,
affermano che l'abbiano affatturato, stando la maggior parte del tempo
con esse ragionando, e consigliandosi con esse anche delle cose di
stato, buttando figure di chiromanzia sopra le cose del mondo,
scrivendo eziandio li sogni, e quando taluni vengono ad effetto, le
donne gli ricordano, ch'egli è profeta di Dio; delle quali adulazioni
egli ne sente grandissima contentezza, e sebbene è per natura avaro,
con queste donne si può dire che sia prodigo, donandole di gioie,
danari, e altre cose in gran quantità. Sogliono però esse donne, con
licenza del re, alle volte uscire del serraglio, quelle però che hanno
figliuoli, sotto pretesto di andarli a vedere in caso di malattia: ed
io vidi uscire la madre di sultan Mustafà Mirza, il quale era alquanto
indisposto, poco dopo mezzogiorno, col capo coperto con un caffetano
di panno negro, cavalcando come fanno gli uomini, accompagnata da
quattro schiavi e sei uomini a piedi.

Usa esso re molti elettuarj per fomentar la lussuria, ed a questo
tiene gente apposta, ed a quelli che li fanno migliori dà gran premj.
Suole anche dare in serbo le schiave donzelle alle sultane per non ci
spendere intorno, e quando comanda che siano menate a lui, esse le
ornano con gioie, ed altri ricchi ornamenti.

Ora sebbene dalle cose dette chiaramente si può conoscere l'avarizia
di questo re, pure non resterò di dire alla Serenità Vostra alcuni
particolari, li quali daranno maggior certezza di questo.

Manda esso re nel paese di Konducar per turbanti e boraccini, in
Corassan per velluti, rasi ed altri panni di seta, ed in Aleppo per
panni di lana; e di tutte queste robe fa far drappi, che dà in
pagamento alli soldati, ponendogli a conto quel che vale uno, dieci.
Piglia ogni sorte di presenti per piccoli che siano, nè all'incontro
si cura di corrispondere; ed io vidi un vassallo del Turco venuto di
Aleppo, con intenzione di farsi Persiano, il qual baciò il piede al
re, e gli presentò un mulo e dodici ducati d'oro. Tolse il re li
dodici ducati, e gli disse che gli restituiva il mulo, prendendo il
suo nome in nota, come si suol far di quelli che vengono dal paese
degli Ottomani, e mostrano tener conto de' Persi.

Di più si racconta quanto appresso: un soldato prese in tempo di
guerra un figlio di un signore Usbech, uno dei maggiori nemici di
questo re, il quale è di tanto seguito nei confini di Corassan, che il
re è forzato di dargli quaranta tomani all'anno, che fanno ottomila
ducati, acciocchè non dia molestia alle carovane che vengono dalle
Indie: e volendo un altro soldato donare al predetto soldato per causa
di tal prigionia, un villaggio e mille ducati, che glielo desse, esso
volle presentarlo al re pensando di aver maggior premio; ma egli non
gli donò altro che un cavallo in ricompensa di così gran prigione.

Mostra egli è vero questo re grandissima liberalità nel dar
provvisione a molti, sebbene faccia l'assegnazione in luoghi che non
vengono mai pagate, se non hanno gran favori, o non fanno donativi.
Libera ogni giorno per l'anima sua molte terre dalli tributi ed
angarìe, ma per il più passati due o tre anni li vuol poi tutti in una
volta, come ha fatto nel tempo che io mi trovava alla corte nella
terra di Tulfa, abitata tutta da uomini, i quali erano stati esenti
per sei anni dal tributo, ed in una volta il volse tutto del tempo
passato con danno e rovina di quei poveri cristiani, oltra lo aver
mandato Cariambeg maestro di casa di sultan Caidar Mirza, luogotenente
del re, a riscuoter detti danari con venticinque some di drappi e
scarpe da vendere: usando esso re, ogni giorno mutarsi cinque volte di
vestimenti i quali sono distribuiti a quei popoli, ponendogli a conto
quel che vale uno, dieci, non bisognando però che alcuno si mostri
renitente a pigliare dette robe, anzi aver per grazia grande il
poterne avere. Il medesimo fu fatto nel paese di Alingria, abitato
tutto da Latini, sebben non usino altra lingua che turca, persiana, ed
armena; i quali oggi dalli Persiani sono chiamati Franchi.

L'arcivescovo di quel luogo si chiama l'arcivescovo di Erivan, il
quale due volte è venuto qui a Venezia, come dalle patenti fatteli,
l'una sotto il serenissimo Girolamo Priuli di febbraio 1561, l'altra
sotto il serenissimo Loredan 1569, avendole io vedute e lette per
essere stato in quel luogo quarantacinque giorni, per fuggir di essere
perseguitato dalli ciaussi che dal bascià di Erzerum mi furono mandati
dietro.

Vende esso re spesso gioje ed altre mercanzie, comprando e vendendo
con quella sottilità che faria un mediocre mercante. Egli è vero, che
già sei anni egli ha fatto un effetto piuttosto magnanimo che
altrimenti, avendo levato ogni sorte di dazj che si trovano nel suo
regno, i quali erano i maggiori che fossero in tutto il mondo: poichè
di mercanzia, od altro, di sette parti ne pigliava una, oltre quello
che li ministri toglievano. Vien però affermato che di ciò furono
causa alcune visioni che gli vennero in sogno, dicendo che gli
angioli l'avevano preso pel collo e dimandatogli se ad un re che ha
nome di giusto, e che viene dalla casa di Alì, si conveniva con rovina
di tante povere genti comportar dazj sì crudeli, e che però gli
comandavano di liberare le genti. Si svegliò esso re pieno di paura, e
comandò che per tutti li paesi del suo regno fossero levati li dazj.
Ma di questo fatto si comprende chiaramente dagli effetti, che di
giorno in giorno egli pare esserne pentito, e desiderare di accumular
danari con mille e mille operazioni indegne di uomo, non che di re; le
quali non racconterò così particolarmente alla Serenità Vostra
per non l'attediare con la lunghezza loro, sapendo che le cose
antecedentemente narrate, basteranno per far conoscere l'animo suo.

Passerò perciò a parlare della sua corte, la quale è divisa veramente
sotto due capi; cioè il servizio del re, e il consiglio di stato.

Il servizio del re è diviso in tre sorte di gente; in donne, in
figliuoli di sultani, e in schiavi comprati dal re o avuti in doni dal
caramè, che così da loro è chiamato il serraglio dove stanno le donne.
È da esse servito quando dorme di dentro, e sono tutte schiave
circasse e georgiane; quando dorme di fuori è servito nelli servizi
bassi, come nel vestirsi e dispogliarsi, dagli schiavi, de' quali ne
ha da quaranta o cinquanta. Questi tengono anche all'ordine le cose di
dispensa. La terza sorte di gente che lo servono, sono nobili figli di
sultani, i quali non stanno nel palazzo regio, ma vengono mattina e
sera dalle loro case al servizio, e sono ora più, ora meno, ma per
l'ordinario sono al numero di cento. Vien servito a vicenda da loro
nel dare l'acqua alle mani, nel presentargli le scarpe, e nello
andargli dietro quando cammina per li giardini.

La ricompensa che il detto re dà agli schiavi che lo servono, da
quindici sino all'età di venticinque in trenta anni, sempre con le
barbe rase, è l'imprestar loro, a chi trenta, a chi cinquantamila
ducati, al venti per cento, a chi per dieci, ed a chi per venti anni,
ricercandone egli però il frutto d'anno in anno. Essi poi prestano a
sessanta e ottanta per cento ai signori della corte che stanno in
aspettazione di aver dal re gradi e governi, con buone cauzioni di
possessioni e stabili, e caso che quelli che hanno preso il denaro nel
fine dell'anno non si compongano con quelli che l'hanno dato del
capitale o del prò, senza altro protesto gli vendono le case o
possessioni, nè vi è altro rimedio a riaverle.

La ricompensa del servizio de' nobili sono i gradi della corte, come
centurioni e capitani alla guardia del re, e sultanati che s'intendono
essere governi delle provincie. Questo è quanto appartiene al servizio
della persona del re.

Il consiglio veramente è un solo nel quale non vi è altro presidente
che esso re, con intervento di dodici sultani, uomini di esperienza e
d'intelligenza nelle cose e governo di stato; sebbene questo numero è
alternato da quei sultani che di tanto in tanto vengono alla corte, ed
entrano tutti in consiglio ogni giorno, eccetto quando il re va al
bagno e quando si taglia le unghie. L'ora del ridursi, sì l'estate,
come lo inverno, è dalle ventidue ore in poi, e stanno ridotti secondo
le materie che si trattano, fin tre, quattro, cinque, sei, e sette ore
di notte. Siede il re sopra un divano non molto alto da terra, e
dietro alle sue spalle siedono li figliuoli quando si trovano alla
corte, alla quale ordinariamente interviene sultan Caidar Mirza, che è
come luogotenente del re, nè si parte da esso. All'incontro della
faccia di esso re, siedono li sultani consiglieri per età, e dalla
parte destra e sinistra siedono li quattro grandi consiglieri da loro
chiamati visiri. Il re propone le materie e sopra esse discorre,
dimandando il parere dei sultani ad uno ad uno, e secondo che dicono
le loro opinioni si levano dal loro luogo, e vengono appresso il re, e
siedono, parlando con voce alta, di modo che possino essere intesi
dagli altri sultani, e nel corso del ragionamento, il re, se sente
qualche ragione che gli piaccia, la fa notare alli gran consiglieri e
molte volte la nota di mano propria; e così a mano a mano secondo che
il re chiami i Sultani vengono a dire le loro opinioni. Il re ora
risolve le cose del primo consiglio, quando non ha dubbio delle
materie che si trattano, ora si fa portare le ragioni di tutto il
consiglio, e da lui le considera e poi si risolve. Nel numero di
questi sultani del consiglio entra anco il capitano della guardia del
re, che sebbene non è sultano, è però nobile, ed uscendo di quel grado
entra sultano. Li gran consiglieri non hanno voce, nè ricordano cosa
alcuna, se dal re non sian dimandati; li quali sebben sono
onoratissimi e molto stimati, non possono però ascendere al grado di
sultani, nè di altri servizj pertinenti alla guerra ancorchè fossero
nobilmente nati. La carica veramente è piuttosto di genere virtuosa
che nobile. Mentre che il consiglio sta ridotto ogni notte, vi stanno
anco le guardie di trecento Kurdi armati, li quali, licenziato il
consiglio, non si partono, ma dormono lì per guardia del re.

Parendomi aver sin qui detto a sufficienza della corte di questo re,
parlerò ora della grandezza del suo stato, e qual sia il modo del
governo delle provincie e regni che in esso si trovano, considerando
le metropoli, e come è amato esso re dai popoli abitanti nel suo
paese. Confina il paese posseduto dal re di Persia da levante con
l'India, ch'è tra il fiume Gange e Indo; da ponente col fiume Tigri,
che divide la Persia della Mesopotamia, ora detta Diarbech, il qual
fiume correndo sino alli confini di Babilonia, entra nell'Eufrate, ed
uno istesso alveo corrono tutti due per Bassora, e sboccano nel mar
Persico verso il mezzodì; da tramontana col mar Caspio e colla
Tartaria del gran Khan del Catai.

Nel detto paese vi sono numero cinquantadue città, e le principali di
esse sono: Tauris, metropoli di tutto il regno, Casbin, Erivan ed
altre, le quali ad una ad una non nominerò, ma dirò solo che non ve
n'è pur una in tutto il regno che sia murata, ma tutte sono aperte; le
fabbriche sono bruttissime, e le case tutte di loto, cioè fango e
paglia tagliata mescolata insieme, nè vi sono moschee nè altro che
possa render vaghe dette città, ancorchè per l'ordinario i siti siano
bellissimi. Le strade sono brutte per la quantità della polvere, e
malamente vi si può andare, e conseguentemente l'inverno vi sono
fanghi estremi.

Vi è grandissima abbondanza di grani per l'ordinario, ancorchè non
piova se non rare volte; ma usano di condur l'acqua a bagnare i campi
una settimana in una parte, ed una settimana in un'altra; ed a questo
modo vengono a dar tant'acqua alle biade e vigne quanto basta. E nelle
ascese, ed altri luoghi, dove le acque non ponno esser tirate, se ne
servono di prateria. Vi è anco quantità grande di carnaggi, e sopra
tutto di castrati, e di tutta grassezza, ed io ho veduto in Tauris più
volte pesar le loro cosce dieci buttuarie, che sariano quaranta delle
nostre libbre. Contuttociò sono assai care rispetto alla quantità
grande che ve n'è incredibile, e tale che non pare che debba mai
spedirsi, eppure si vende; e ciò avviene perchè non credo che sia nel
mondo nazione che mangi più delli Persiani: essendo ordinario che
tutti i vecchi non che li giovani, mangino quattro volte al giorno, e
ciò per causa dell'acque, che essendo perfettissime, ajutano la
digestione.

Sono li Persiani piuttosto genti povere che altrimenti. Nelle città e
ville non usano molti adornamenti. Dorme ognuno in terra, e quelli che
sono in qualche condizione usano lo stramazzo sopra tappeti, gli altri
un feltro semplice. Le donne sono per l'ordinario tutte brutte, ma di
bellissimi lineamenti e nobili cere, sebbene i loro abiti non sono
così attillati come quelli delle Turche. Usano però di vestire di
seta, portando in testa il caffetano, lasciandosi veder la faccia a
chi esse vogliono, e a chi non vogliono l'ascondono, e portano sopra
la testa perle ed altre gioje; e di qui avviene, che le perle sono in
gran prezzo anco a quelle parti, non essendo molto tempo che si sono
cominciate ad usare.

La riverenza e l'amore che da tutto il popolo di questo regno vien
portato al re, non ostante le cose già dette per le quali pare
dovrebbe essere odiato, è incredibil cosa: perchè essi, non come un
re, ma come Dio lo adorano, e ciò procede perch'egli viene dalla linea
di Alì, loro santo principale; e quelli che si trovano in malattia o
altra disgrazia, non chiamano tanto in ajuto il nome di Dio, quanto
fanno il nome del re, facendo voti, o di portargli qualche dono o di
venire a baciar la porta del suo palazzo, e si tien felice quella casa
che può aver qualche drappo o scarpe di esso re, dell'acqua dove esso
si è lavato le mani, usandola contro la febbre; per tacere altre
infinite cose che si potriano dire in questo proposito. Dirò bene che
non pure li popoli, ma li figliuoli stessi e sultani ordinariamente
quando parlano con lui, parendogli non poter tenere epiteti
convenienti a tanta altezza, gli dicono: tu sei la nostra fede, e in
te crediamo. Così si osserva nelle città vicine sino a questo segno di
riverenza; ma nelle ville e luoghi più lontani molti tengono che egli,
oltre avere lo spirito profetico, risusciti i morti, e faccia di altri
simili miracoli, dicendo che siccome Alì loro santo principale ebbe
undici figli maschi, che così anco questo re ha avuto dalla maestà di
Dio la medesima grazia di undici figli come Alì.

Vero è che nella città di Tauris non vi è tanta venerazione come negli
altri luoghi, e per questo si dice ch'egli si sia partito di là e
andato a stare a Casbin, vedendo di non essere secondo il genio suo
stimato, per rispetto che la detta città è divisa in due parti, le
quali si chiamano, una Kamitai, e l'altra Ermicai; nelle quali fazioni
sono nove capi di sestieri, cinque in una e quattro nell'altra, dai
quali dipendono tutti li cittadini. Queste fazioni per il passato
erano molto discordi, ed ogni giorno si ammazzavano, nè bastava al re
ed altri il rimediarvi, per esser fra esse parti discordia, ed odio
antico di più di trecento anni, e certo si può dire che piuttosto essi
capi di sestieri siano signori di detta città, che il re proprio. Ora
sono in pace e uniti; ed a questo proposito non voglio lasciar di dire
alla Serenità Vostra, che essendo nel principio della loro quaresima
montate le carni un poco più del prezzo ordinario, andorno questi
capi al palazzo del sultano, ed ammazzorno tutti li ministri, e se il
sultano avesse fatto moto alcuno, sarebbe anch'egli stato ammazzato, e
per quei ministri che non si trovorno presenti, andorno li sollevati
alle case loro, gettando le porte a terra, e gli ammazzarono e
portorno le teste sopra il palazzo, non curando far questa operazione
più di giorno che di notte, nè a ciò si può rimediare rispetto
all'umor loro. Vero è che da essi non si è mai sentito che sia nata
alcuna cosa inonesta contro il particolare; e solo per il passato
hanno ammazzati delli sultani, per conservare una certa loro libertà
ed alcuni loro privilegi antichi. E per esser detta città, come ho
detto, metropoli di tutto il regno, parmi di dire alcuna altra cosa di
essa.

È posta essa città per dir il tutto della medesima, sopra una gran
pianura, poco lontana da alcuni monticelli, essendogli vicino un colle
dove anticamente vi era un castello, come si vede dalle ruine che vi
sono al circuito. Questa città ancorchè non abbia muraglia, è di
quindici miglia e più, ed è in forma lunga, onde che da un luogo che
si addimanda Nassar fino all'uscir della città verso Casbin, vi è
quasi una piccola giornata di cammino e vi sono però infiniti
giardini, e luoghi vacui. Le contrade sono quarantuna e per ogni
contrada vi è un bazaro, di modo che si può dire che in ogni contrada
vi sia una piccola terra abbondantissima, ma sopra tutto di cose
magnative. L'aere è felicissimo, sì d'inverno come di estate. Li
frutti superano di bontà e di bellezza quelli di qualsivoglia altro
paese. La città è mercantile, concorrendo in essa le merci e caravane
d'ogni parte del regno; ma ora il negozio della mercanzia patisce
molto, rispetto alle cose della guerra che la Serenità Vostra ha con
il Turco, perchè dove due colli di seta, della quale il paese è
abbondantissimo, valevano quattrocento e più zecchini, si vendono meno
di duegento. Le spezie che vengono per via di Ormuz, non vi è persona
che le guardi, perchè il suo corso ordinario era in Aleppo; ora non vi
essendo in che contrattarre, restano abbandonate da qualche parte in
poi, che vengono condotte a Costantinopoli stessa, e di là in
Bogdania, spargendosi per la Polonia, e di là in Danimarca, Svezia ed
altri luoghi; ma sono tanto grandi le spese, che li guadagni riescono
piccolissimi, se però non vi si perde; avendone fatta la prova alcuni
Armeni ch'io vidi in Tauris; e tanto più si verranno a raffreddare
tutti i negozi, quanto che un gentiluomo inglese addimandato il
signore Tommaso da Londra, venuto in detta città con molte facoltà di
pannina per via di Moscovia, sotto nome di ambasciatore della regina,
essendo venuto a morte, il sultano di Shirvan gl'intertenne tutte le
robe, per il che li compagni ch'erano con lui convennero spendere gran
quantità di danari per riaverle, sicchè per questa causa non si deve
sperare che da quelle parti le faccende abbiano a continuare. Nel
regno di Corassan si lavora di panni di seta, e specialmente di
velluti, li quali possono stare al paragone delli genovesi e d'altri
luoghi. Lavorano delli rasi e damaschi con quella bellezza e polizia
che si sogliono fare in Italia e sono a buon mercato.

Nel detto paese di Persia non vi sono merci d'oro, nè d'argento, nè di
rame, ma solamente di ferro; però quelli che conducono argenti di
Turchia in Persia guadagnano venti per cento, e dell'oro da quaranta
in cinquanta per cento, e delli rami, quando dieci e quando venti e
più per cento. Vero è che vi sono gravi spese per esser proibito il
portar dei metalli nel predetto paese.

Ora venendo alle forze di questo re, parmi considerar prima e
principalmente l'entrate.

Ha questo re come cosa principale, contra l'ordinario di tutti li
regni che sogliono cavar l'entrate loro dalli dazi, il costume di
prendersi una parte delli frumenti, biade ed altre cose che produce la
terra, e delle vigne e praterie si paga d'ogni mille, il valore di
sessanta archi, che sono alcune loro misure, che dieci fariano la
misura di un campo; di tasse, dalle case de' cristiani cava cinque per
cento di tributo; in alcune parti cinque ducati per casa, e in alcune
altre, sette e otto secondo la fertilità e bontà del paese. Degli
animali, per ogni quaranta pecore quindici bisti all'anno, che sono
tre ducati di nostra moneta, e per ogni vacca dieci bisti all'anno,
che degli animali maschi non si paga. E questi sono li dazi del re e
le sue entrate; le quali dicono al presente che ascendono alla somma
di tre milioni d'oro.

Le spese poi ch'escono dal tesoro di sua maestà sono veramente
pochissime per quanto si vede; perchè esso re non è in obbligo di
pagare altro che cinquemila soldati, chiamati da loro Kurdi, che sono
la guardia della sua persona, scelti fra la miglior gente e la più
bella che sia in tutto quello stato; nè manco a questi dà paga in
contante, ma in quel cambio dà loro vestimenta e anelli, ponendoli a
quel prezzo che gli pare. Vero è che ha undici figliuoli come ho
detto, e che ognuno di loro tien corte separata ed onorevole; ma non
si sa quello dia loro.

Di sultani, come si è detto, sonvene da cinquanta, de' quali si forma
tutta la milizia di questo re, tenendo diviso in cinquanta parti lo
stato suo, oltra quello che tiene lui e li suoi figliuoli, il quale
non è sottoposto a cura di nessun altro. Detti sultani hanno in
condotta da cinquecento fino a trecento uomini a cavallo per ciascuno,
i quali separatamente cavano dalle regioni a loro assegnate, tanta
entrata che possono mantenere dette genti e cavalli, e far fare le
mostre spesse volte; sicchè in occasione di guerra non ha altro
pensiero, che spedire alli sultani un corriere uno o due mesi innanzi,
che, per esser sempre all'ordine, vengono senza difficoltà dove sono
chiamati, e possono ascendere in tutti al numero di sessantamila,
benchè la voce sia di molti più. Sono genti per l'ordinario di bello
aspetto, robuste e ben formate, e di gran cuore, e desiderose di
guerra.

Usano costoro per armi da difesa la corazza e la targa, e vi sono anco
molti elmi, e da offesa la freccia e gli archibusi, il quale non vi è
soldato che non l'usi; ed è ridotta quest'arte in tanta eccellenza,
che quanto alla perfezione superano i loro archibusi quelli di ogni
altro luogo, ed anco quanto alla tempra eccellente che gli danno: sono
le canne di detti archibusi per l'ordinario sette spanne di lunghezza,
e portano poco manco di tre oncie di palla, gli usano con tanta
facilità, che non li impedisce punto la spada, la quale tengono
attaccata all'arcione del cavallo per adoprarla quando bisogna.
L'archibuso se lo accomodano dietro la schiena con tanta facilità, che
l'una cosa non impedisce l'altra.

Li cavalli sono ridotti in tanta eccellenza di bellezza e di bontà che
non han più bisogno di farne condur da altre parti, e questo dalla
morte di sultan Bajazet in qua, perchè detto signore venne in Persia
con bellissimi cavalli caramani, e cavalle arabe eccellenti, i quali
furono donati nel passare; e di poi che dal presente re fu fatto
ammazzare, gli restorno dieci mila tra cavalli e cavalle dalle quali è
riuscita al presente una razza così bella, che gli Ottomani non ne
hanno una tale. Restarono poi anche di detto Bajazet trenta pezzi di
artiglieria, oltre li danari ed altre spoglie.

Oltre le forze dette, ha il re di Persia quella di aver fatto
disertare li paesi verso li confini del Turco da ogni parte per sei e
sette giornate di cammino, e rovinar quei castelli che v'erano, per
assicurarsi sempre più da detti Ottomani, che non gli venga volontà
d'impadronirsene e tenerseli.

Parendomi avere abbastanza detto a Vostra Serenità delle fortezze di
questo re, parlerò ora delle pertinenze ed intelligenze che ha con gli
altri principi vicini.

Ha esso re pretensioni sopra li paesi toltigli dall'imperatore
Ottomano, cominciando dal fiume Eufrate da quella banda sino a
Babilonia, e verso ponente sopra il paese di Diarbek e Armenia minore.
Ha esso re intelligenza, e da lui dipende un principe cristiano,
signore de' Giorgiani, ed è suo tributario di venti mila ducati
all'anno, ed ha il suo stato vicino al mar Caspio; il qual principe in
occasione di guerra contra Ottomani potrebbe servire con dieci mila
uomini a cavallo, tutta gente florida e valorosa.

Vi sono anco alcuni signorotti turchi, Kurdi, quali stanno sopra certe
montagne tra l'Armenia minore (verso quella parte dei Giorgiani, che è
posseduta dal Turco) e il mar Maggiore, sopra le quali montagne
essendo io passato, ed avendo veduto io in Erivan preparazioni di
genti, detti signori tenevano per fermo che fosse contra sultano
Selim, onde mostravano di sentir grandissima contentezza, e facevano
preparazioni per mettersi all'ordine alla guerra; ed essi tutti uniti
potriano fare tre in quattro mila cavalli di rara bontà.

Ora non mi pare di dovere più tediare Vostra Serenità, massimamente
avendole io con mie lettere dato conto di mano in mano del mio
negoziato e del mio viaggio. Nel qual viaggio fui crudelmente battuto
sotto la pianta dei piedi in Erzerum, e mille volte a pericolo di
crudelissima morte, cercato da tre ciaussi di Alì pascià, di Erzerum,
che mi aveva per spia; e dopo essere scampato dalle loro mani, corso
in infiniti altri pericoli e disagi. In premio di che non addimando
alla Serenità Vostra altro che la sua buona grazia, ed occasioni di
poterla sempre servire.

      _L'originale fu di recente scoperto nell'archivio dei
      Frari dal signor Pasini. Colla scorta di quello si potè
      riscontrare la presente relazione, già pubblicata
      dall'_Albèri, _nel vol. II, serie III,_ Relazioni
      venete.


DOCUMENTO XXVII.

Dopo molte onorate et degne salutationi, che a così gran signori se li
conviene, li desideramo stato felice fino al finimento del mondo. Si
fa sapere all'Altezze Vostre per bocca di khan Mehemet e di Emirissè
sultan nostri buoni e cari amici, come siamo pronti a quanto ne
invitaste per lo passato, e più che mai continuiamo nel medesimo
volere, però se ancor voi siete dello stesso parere lo farete
intendere. Chogia Mehemet è nostro, el quale per aver avuto amicizia
in Venezia con Vincenzo che fu in Tauris, è stato introdotto in questo
negotio con il mezzo di chogia Cabibulà: al quale Mehemet abbiamo
commesso che con gran prestezza si debba trasferire a voi, e darvi
conto che siamo in campagna con 200 mille persone, se incaminiamo
verso le parti di Babilonia. Però di gratia espedirete il detto chogia
Mehemet, et sano lo inviarete dandoli boni avvisi, facendo passare con
segretezza.

        _Espositioni Principi 1580._


DOCUMENTO XXVIII.

1580 al 1º di maggio.

Essendo tornato il Serenissimo Principe dal Gran Consiglio et ridotto
nella sua anticamera, con li clarissimi messer Zuane Donato
consigliere e messer Alvise Foscari capo dell'Illustrissimo Consiglio
dei X, secondo l'ordine posto nell'eccellentissimo collegio, comparve
il fedelissimo Vincenzo de Alessandri, nodaro ordinario della cancelleria
ducal, et con lui un persiano huomo di età d'intorno alli ottanta
anni, il quale appresentatosi molto humilmente a S. Serenità espose
la sua ambasciata, e diede due lettere una scritta in persiano e l'altra
in turco, la prima fu letta da esso persiano, la seconda dal predetto
Alessandri, et perchè nelle espositione e nelle lettere erano molti
particolari che difficilmente si sariano potuti raccordare per poterli
mettere in scrittura comodamente, fu posto ordine che questo si facesse
in casa del predetto Alessandri, dove si poteva andare sicuramente,
per essere la sua casa posta in tale luogo che non si saria veduto da
alcuno; et così alli tre del medesimo ridotti noi Antonio Milledonne,
e Domenico Vico segretari et humilissimi servitori di Vostra Serenità
alla casa suddetta alle ore 10, ritrovassimo il suddetto persiano che
aspettava, al quale facessimo dire per il detto Alessandri che S. Serenità
gli faceva intendere che se aveva bisogno di qualche favore,
se lo faria prontamente; qual rispose «come haverei io ardimento di
dimandare alcuna cosa, essendo suo schiavo?» Si passò poi a dire che
essendo stato grato a S. Serenità quanto esso le aveva esposto, et
però desiderando di averlo in scrittura eravamo venuti qui per udirlo
un'altra volta da lui medesimo, che però fosse contento di dirlo a
parte perchè si scriveria il tutto; il qual rispose «volontieri sta ben»
et disse:

Che essendo il re di Persia in Kasbin, già sei mesi circa disse alli
suoi sultani del sangue: che già qualche anno, fu a suo padre un huomo
mandato da' Venetiani, et dimandò se vi fosse qualcuno che si ricordasse
di quel fatto, perchè lui a quel tempo se trovava in Korassan: che
però vorria, che se non lo si sapeva da loro, si mandasse in Tauris da
Mehemet khan, che è principal sultan et del sangue per intendere da
lui come passò la cosa. Et così fu mandato in Tauris, et Mehemet khan
mandò a chiamare chogia Cabibulà che è un vecchio ed onorato mercante,
che è stato altre volte a Venezia insieme a chogia Succurlà che
è visir, il qual secondo il costume del regno, quando bolla le lettere
le bolla con tre bolli, che è quanto il bollo del re, perchè gli altri
sultani bollano con un bollo solo.

Il predetto chogia Cabibulà, essendo chiamato, portò a presentare
(secondo l'uso del paese, che ognuno che è chiamato da' sultani del
sangue, porta presenti) una vesta di panno, una fessa da testa, ed
un gottonin, et andò al detto Mehemet khan et disse quello che il
comandava. Gli domandò il sultan: se conosceva quelli che furono
mandati da Venetia al re vecchio; lui rispose: cognosco. Gli dimandarno
del nome, disse che non sapeva il suo nome, ma bensì che
erano venuti, et che si trovava in Tauris chogia Mehemet il quale in
Venezia aveva avuta cortesia da quello che fu in Tauris, che forse sapria
dir il nome; et così mandarno a chiamar me che sono il sopradetto
chogia Mehemet.

Io andai insieme con chogia Cabibulà, et narrai come fui preso al
tempo della guerra dalla galea Trevisana, che mi tolsero in fallo per
turco, se ben aveva patente del Zaguri console in Ragusa e da quei
signori di Ragusa, e toltami la roba; ma che li signori venetiani mi
liberarono, et fecero restituir la roba; et fu causa di questo favor,
quell'huomo che fu in Tauris, et che il collegio di Venetia viste le
patenti mi fece espedire. Chogia Cabibulà mi disse: che lui aveva
visto quell'huomo, et che el ghe aveva insegnà la strada de ritornar
a Venezia, ma che el no saveva el so nome; et che il sultan ghe lo
domandava; che però se 'l savesse ghe 'l dovessi dir. Io risposi ch'el
saveva, et che l'aveva nome Vincenzo, et così tolsero il nome in nota.
Io trovandomi alla presentia dei sultani sopradetti, mi dissero: dapoi
che tu conosci quel Vincenzo e che sei stato altre volte a Venezia,
volemo che tu vi torni a portarvi alcune lettere. Io dissi che sono
vecchio di 78 anni, come vuol sua signorìa che vada? Non ardii di dir
altro alli sultani, ma ritirato con chogia Cabibulà, mi escusai che non
avria possuto per la mia età far questo viaggio; ma lui mi disse: non
dir così, perchè bisogna far quello che comanda l'imperatore, e questo
è il suo comandamento.

Intendendo li sultani la mia escusazione, per consolarmi et acciò
potessi fare il viaggio mi concessero 20 case di una villa con li suoi
terreni, et mi fecero e bollarono la patente della concession et della
esenzione. Io non potei mancare di adempire il comandamento del re
dettomi dalli sultani; mi messi in ordine per partire: et fu detto che
dovessi fare il servizio secretissimamente.

Da poi fui chiamato et mi diedero due lettere, et mi dissero che
dovessi dire alli signori di Venetia, che loro stavano nel medesimo
proposito, che li mandarno a dire; ma che allora non si potè effettuar
perchè viveva il re vecchio il quale haveva molte indispositioni; ma
che tutti li sultani aveano giurato per Alì, che al presente non volevano
deponer le armi per anni 15, fino a che non debellavano i Turchi
ovvero non erano essi debellati; et che dovessi aggiungere che se li
signori Veneziani, haveranno il medesimo proposito, che si continuerà
ancor più lungo tempo la guerra; ma che se li mandi un segno
della sua volontà: perchè noi non volemo da loro suoi eserciti, ma
solamente la volontà, et che nelle sue chiese secondo la forma della
sua religione faccino dire delle oration per noi; et che il re del
Portogallo che comanda in Ormuz dove sta un persiano, come saria a
dir bailo, aveva dato ordine che siano mandati in Persia 20000 zecchini
et quel più che facesse bisogno per la guerra. Che i Turchi avevano
mossa questa guerra ingiustamente, senza causa, come credono
che si sappia; et però loro aveano posti in ordine li suoi eserciti, et
che si erano ridotti insieme alcuni re del sangue, che sono verso la
India, nominati Bairam Mirza fiol d'un fratello di Thamasp re vecchio,
Sciam Mirza, Eleas Mirza, Siringuineat Mirza et sultan Caidar; che
questi fanno un consiglio creato di nuovo, e che così il re li chiamò
tutti e li disse: sono tre anni che questi infedeli ne molestano, bisogna
far una buona risoluzione che o noi li vinciamo loro o essi ne
vinca noi; et essi sultani risposero che era ben onesto, perchè li
Turchi li avevano tolti molti paesi, che era vergogna che li tenessero,
però bisogna armarsi e ricuperarli, perchè i Turchi avevano mancato
della fede e rotti li capitoli, et che non temevano Dio, ma che osservavano
li loro giuramenti quanto solamente lor metteva conto. Che li
sopradetti re messero insieme per aiuto del re di Persia 70 mila persone,
li quali vennero per la parte delle Indie che si chiama Konducar.
Che il re di Persia oltre questi, ha 80 mila persone delle sue. Che el
re di Lar, qual è tributario del re di Persia e gli paga 5000 tomani
(che un toman è da circa 20 scudi), questi gli ha dato 15 mila uomini
a cavallo armati. Che Sanabat re dalla parte di Ghilan, ancor
esso tributario, ha dato 10 mila archibusieri. Che el re di Ghilan
nominato Sciempsi khan, ha dato 10 mila uomini tutti a cavallo armati;
che el re di Persia ha tolto per donna una figliuola di Abdulà khan re
dei Tartari. Che dei signori Georgiani fratelli, nominati uno Simon
e l'altro Davit, che cristiani loro sono, il re di Persia conoscendoli
valorosi ha data a Simon una sua figliuola, et lui s'è fatto persiano,
restando il suo fratello cristiano; questi li danno 20 mila gentiluomini,
che sono tutti cristiani.

Domandato come sapeva questi particolari, rispose: questa cosa
è pubblica in Tauris, ma li sultani me l'hanno detto di bocca propria,
perchè lo riferisca alli signori Venetiani, et mi hanno anco detto
come è distribuito l'esercito; et poi disse da se: mi meraviglio che
tu mi dimandi queste cose, perchè l'armata che è a Venezia no se
sala a Padova e in tutte queste bande? Questo non è un pomo che se
tegna ascoso. Gli fu detto che non si meravigliasse se ghe vien domandato
qualche cosa, perchè si fa per poter chiarir meglio il tutto, e
non perchè non si creda quello che lui dice; rispose che questo non
importava niente, e gli fu detto che dicesse la divisione dell'esercito.

Disse che 50 mila persone erano sotto la custodia di Bairam Mirza,
verso la parte di Babilonia, il quale è andato per guardar et rovinar
quel paese: che altri 50 mila erano sotto la custodia del fiol di Sciam
Mirza, el quale è andato nel paese di Soresul et ha preso quel bascià
et ammazzato con ruina di quelle genti de' quali ne furono menati da
300 vivi a Kasbin. Che Beram Mirza, con 50 mila ancor esso è andato
contro Ustret bascià verso Van; et che el resto dell'esercito è
rimasto col re; dicendo che el se haveva scordato dire che el fiol del
re nominato Emir khan Mirza con Jocmat sultan, et gran parte delle
genti erano all'incontro de Mustafà. Che quel fiol del re è generale
dell'esercito, et quello che sostenta la guerra. Dimandato del nome
del re di Persia rispose: Koda-Bendè. Dimandato se questo successe
immediato al padre, ovvero altri prima. Rispose. Morto Schà Thamasp
una parte voleva per re sultan Caidar Mirza, che era terzo figliuolo
che governava al tempo del padre, ma la maggior parte voleva
Ismaìl el secondo; onde si attacarno insieme; ma presto si sciolsero,
poichè fu morto Caidar et electo Ismaìl, qual fece tagliar la testa a
molti sultani, che gli erano stati contrari, onde ancor lui fu assassinato.
Successe poi questo che regna che è il primo figliuolo, e si
trovava a Korassan, il quale è huomo di 47 anni in circa, che non si
parte mai da Kasbin; ha avuto mal de occhi, ma li medici lo hanno
guarito; et soggiunse: io ho pur assai cose scritte nel cuore delli
successi della guerra et specialmente di Shirvan, de onde Mustafà partì
nudo; ma ho paura de attediar, se volete che dica, dirò. Gli fu detto
che el dica, el disse:

Che quando se intese la partita di Mustafà con l'esercito dì Costantinopoli
ognuno si meravigliò per esser lui uomo vecchio, e massimamente
Tocmat sultan il quale lo conosceva molto bene per essere
stati ambidue a Costantinopoli. De che sorte fosse l'esercito turco
non lo starò a dire perchè voi lo sapete bene; ma essendo lui partito
da Esdrun verso la Persia fino ad un luogo che si chiama il Cars, il
che inteso da sultan Tocmat, mandò a presentargli 160 some di risi,
di meloni et altri rinfrescamenti, et li mandò un uomo suo a domandare
a che effetto era venuto tanto avanti nel paese persiano, Mustafà
mandò a rispondere per un suo uomo, con presente di 10 cavalli,
vesti di seta, e rinfrescamenti: che l'era venuto per sottometter li
Georgiani li quali erano soliti per avanti a dar tributo al sig. Turco,
e par che Tocmat sultan le aveva fatto dire che el paese di Cars era
il confin, et che se l'era venuto per prender quel paese, sopra ogni
sasso si lasceria una testa dicendo: Cars è un luogo rovinato che divide
el paese del Turco dai Persiani. Mustafà rispose che Dio guarda,
ma che l'era venuto per Georgiani come di sopra. Che sultan Tocmat
li fece anco dire, che lui non credeva che fosse mente del suo signor
di romper li capitoli che erano fatti; perchè li giuramenti passano
da un re all'altro, che questo saria con danno dell'anima dei morti,
ed anco di quei che vivono; et che se lui veniva per fabbricar Cars
che lo rifabbricherieno con tante teste dei Turchi.

Che lui Mustafà in Persia non poteva far cosa alcuna, ma ben
che loro Persiani, passeriano nel paese dei Turchi fino a Tokat,
tagliando ed abbruciando di tutto, che saria con danno non delli
grandi, ma delli piccoli; che però non volevano questo cargo sull'anima;
ma cha lui era servitore del suo re e Mustafà del suo, che
però tra loro due combattessero e definissero le querele. Mustafà
rispose con inganno el falsità, che non era venuto per il paese di
Persia, onde sultan Tocmat li diede il passo, ma ben sempre tenendo
gli occhi aperti, et essendosi spinto avanti Mustafà fino a
certa acqua che si chiama Canacaburi, che è la strada certa di andar
nel Shirvan, vedendo sultan Tocmat che era ingannato, disse
costui ne inganna, et esortò le sue genti et diede alla coda dell'esercito,
e ne tagliò fino a 30 mille, et li tolsero parte delli cariaggi
e quasi tutti i danari che aveva con lui; ma li sopraggiunsero altre
genti: onde Tocmat si ritirò colla preda e Mustafà passò allo Shirvan.
Tocmat sultan mandò la preda al re, et li fece intendere che
Turchi avevano rotta la fede e che li sariano addosso, et che però
si mettesse all'ordine. Mustafà frattanto penetrò nel paese del
Shirvan, fino ad una terra che si domanda Aras, e la prese e si
fermò in quel luogo 28 giorni, et per il cattivissimo aere che vi è
si ammalò l'esercito, ond'ebbe maggior danno dalle infermità che
non aveva avuto dalla spada. Mustafà in questo tempo mandò spioni
per il paese ad intender quello che facevano i Persiani, parte dei
quali spioni furono presi, et da loro intesero Persiani, che Mustafà
era in Aras con parte dell'esercito, con la mortalità che ho detto
di sopra, e che Osman bassà con un'altra parte era ad un'acqua in
un certo sito forte. Quei spioni che non furono presi tornarono a
Mustafà e li dissero che Persiani erano all'ordine per darli adosso.
Onde esso consigliò Iman ed altri bassà, e disse che avendo la infermità
che veniva dal cielo non si potevano effettuare i suoi disegni,
che bisognava far meglio che si poteva per non perder quel
paese che avevano acquistato con tanta fatica e spesa; che però
Osman si valesse di 30m. persone per guardar Samachi, che è la
metropoli di quel paese, e lo fece serraschiere che vuol dir
capitanio-generale, et fece anco sotto di lui altri bascià, perchè
l'aveva questa libertà dal gran signore di così fare; et lui se ne fuggì
per la parte dei Georgiani, per un paese detto Seventberg, e per la
fuga così presta davano cinque gambelli per due pani, et in questa
fuga ebbero grandissimo danno dai Georgiani cristiani, non essendo
ancor giunti li Persiani; e che con poche genti che non credo arrivassero
a 20,000 persone si ritirò in Erzerum; che partido Mustafà
sopraggiunsero Persiani, e la prima cosa che facessero ricuperarono
Aras dove i Turchi avevano fatto un castello di frasche e
fango, et postovi l'artilleria; ammazzarono il bassà detto Caidar e le
genti et tolsero l'artilleria in numero di 200 pezzi, e la mandorno al
re, poi andarono a Samachi e lo circumdarono tutto, ma sopraggiunse
in aiuto dei Turchi 8000 tartari per via di Caffa, il che
intendendo i Persiani, una parte si levò dall'assedio et andò ad
incontrarli; ed in questo tempo Osman bassa, fuggì da Samachi; i
Tartari furono tutti tagliati a pezzi, ed esso Osman si salvò in un
castello dei Circassi detto Derbent, dopo la fuga del quale i sultani
entrarono per tutte terre a man salva et ritornarono in tutti li
suoi governi, avendo ritrovato anco in Samachi artiglieria, e preso
tutto l'aver di Osman; et questo fu al fin dell'anno. L'anno seguente
Mustafà rinforzò l'esercito al numero per quanto si diceva di 250
mille persone, e conoscendo il danno che aveva avuto in Persia,
cercò di ricuperare in qualche modo, e si avviò a Cars per fabbricarlo,
dove venne anco l'esercito dei Persiani, et combatterono con
grande effusione di sangue da una parte e dall'altra, tanto che appena
è credibile; pur Mustafà restò superiore e fabbricò il Cars.
Fra questo tempo li Tartari, che sapevano che Osman era in quel
castello, lo andorno a levare et si ridussero in campagna da una
parte del paese di Shirvan, i quali erano al numero di 30,000. I
Persiani si risolsero di mandare una parte contro li sopradetti
Tartari, e l'altra parte si ritirò da Cars, et così Mustafà lo fabbricò;
ma sopraggiunto l'inverno, che è molto aspro in quelle parti
lo lasciò presidiato e si ritirò in Erzerum, licenziando parte
dell'esercito, qual era mal satisfatto et Mustafà anco molto afflitto.
Li Tartari, et li Persiani che si erano all'incontro, stavano caduno
dalla sua parte sopra l'avvantaggio, fino a che venne l'inverno, il
quale sopraggiunto, li Tartari che sono mezzi nudi convennero ritirarsi,
con la quale occasione i Persiani ne tagliarono molti a
pezzi, et Osman bassà convenne tornare a salvarsi nel castello sopradetto
di Derbent. I Persiani poi, che sono più atti alla fatica che
Turchi, e che non hanno bisogno di tante comodità, perchè bene
spesso stanno 40 giorni con una camisa, et menano sempre con
loro un caval vodo quando vanno in fazion, per averlo sempre
fresco, tornarono a Cars, ma non avendo artigliere da batter, perchè
quella che presero l'haveano disfatta, et fatto bagattini, non la avendo
loro, nè avendo il modo di adoperarla, non potendo però prender
Cars, hanno rovinato il paese intorno, che non vi è restata appena
la herba, onde se vogliono soccorso bisogna lo aspettino da
Erzerum, perchè adesso vi sono delle munizioni che vi lasciò Mustafà,
stando tuttavia assediati dai Persiani.

Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande
esercito, rispose: l'imperatore è molto grande ed ha tesori; ma l'esercito
si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai
Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati; e poi anco quando
tutto manca se ne tuol ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra
tutti aiutano; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani
hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per
15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà, rispose che
si diceva che il sig. Turco li aveva mandato sei capigi, perchè el voleva
che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et
partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta
artilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman
bassà in quel paese di Circassia. Che Mustafà avendo inteso oltre questo
che el suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse: che
quanto alli tesori se sono andati, saranno andati del suo; et perchè
l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora
un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani.
Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace,
rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a
mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel
tempo che successe la morte di Mehemet bassà, il quale arrivò a
Scutari, et fece intendere ad Achmet bassà, che el suo re a richiesta
de Mustafà l'aveva mandato a dirgli, che li pareva cosa ingiusta
continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando
gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese; et questo
huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offendere,
et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu
scacciato via.

Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et
li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan
che un signore in Tauris come saria a dir vicerè, signata dal suo
segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala
e lettala cominciò a dire:

«Molti saluti a voi, gran signori di Venetia. Quello che fu
mandato da vostre altezze, chogia Cabibulà lo ha conosciuto,
così noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per
significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che
dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale;
piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del mondo, speramo di
castigar quei scellerati, nè li lasceremo per il corso di 20 anni fuori
delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni».

Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può essere
da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La lettera
in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con comodità[173]
per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto
Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose:
Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere,
mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, havendo
legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in
Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le
vendetti là et salvai il solo collo che aveva le lettere, et tornai a
cavallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si
messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo
rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se
non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le
vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto. Io incontrai
altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro
le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato
per la via di Narenta a Venezia; et disse che a Sarnizza furono
aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era
alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non havendo
trovato niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha
compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che
sono 5 uomini computato il servitore; ma che nessuno nè anco
suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove
sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case
di cha Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano andar
le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle
parti viene facta ingiuria nè nelle persone, nè nelle robe; et vedendo
che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, secondo
il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re,
et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu
risposto, che se gli useria in questa città ogni cortesia et favore;
et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco
secretissimo «perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del
principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le
gambe».

        _Espositioni Ambasciatori 1580-83._


DOCUMENTO XXIX.

1600, 8 giugno.

Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che
era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in compagnia,
soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che
desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi
fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra
gli ill.mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo stesso Nores
disse il persiano: che il suo potentissimo re lo aveva mandato in
questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere
sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose:
che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo
salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno
con gratissimo animo, desiderandosi ogni bene al suo signore.
Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà
che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo
amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e favorendosi
in tutte le cose li mercanti che vi capitano, desiderava il
suo signore che continuassero ad andarvi, e che all'incontro fossero
protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che
si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della
Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corrispondenza
e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva
ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno
sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto
con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre
in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le
molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: l'una
che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni
di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono
proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a
modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per
smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava che
questi fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza
e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto.

Il ser.mo gli rispose che desiderava fargli cosa grata, e che questi
signori secondo la forma del governo sarebbero insieme, per
dargli risoluzione sopra di ciò con la risposta alle lettere del suo re.

Mostrò il Persiano di restar soddisfatto, e disse che non avendo
altro il suo signore da mandar in segno dell'amore che porta a
questa serenissima Repubblica, le mandava a donare un panno
tessuto d'oro e di velluto con figure, fatto far apposta per questo
effetto.

Di che essendo stato ringraziato da Sua Serenità, egli prese licenza
e partì.

        _Espositioni Ambasciatori._


DOCUMENTO XXX.

1600, 8 giugno.

      _Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e
      felice prosapia, dominatore di paesi e di provincie,
      amministratore della giustizia, fondatore del vero modo
      e forma di governo, singolare fra i principi della
      nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza,
      pieno di pompe, maestà, grandezze, il famosissimo
      giudice e signore di Venezia, il cui fine sia prospero e
      felice._

Dopo li molti ed onorati saluti che si convengono alla sua dignità
e grandezza, i quali se ne vengono accompagnati dalla sincera amicizia
ed amore che derivano dall'intima parte dell'animo nostro desideroso
di ogni suo bene, se gli fa colla presente regal lettera
amichevolmente sapere: che essendo nostro desiderio e principale
oggetto di conservare sempre sincera amicizia e confederata unione
colli principi famosi e gran signori cristiani, ed essendo il solito dei
gran re e principi per confermazione e stabilimento dell'amore ed
amicizia, rinnovare bene spesso tra di essi la memoria dell'affezione
e benevolenza, et visitarsi l'uno con l'altro per via di amorevoli ed
amichevoli lettere, mentre che non si possi fare ciò presenzialmente
e colle proprie persone, valendosi anco uno dell'altro nelle sue occasioni
ed occorrenze, come noi desideriamo che Ella se ne vagli di
noi e conservi la nostra amicizia in quello stesso modo che conserviamo
noi la sua; pertanto coll'occasione della venuta del valoroso e
fidelissimo nostro uomo Efet beg agente e negoziatore della riverita
nostra corte, il quale è stato spedito e mandato in quella parte per
alcuni servigi della propria nostra regal persona, non abbiamo voluto
restare con la presente nostra gioconda lettera di dare una
mossa e scorlo alla catena che tiene fra di noi congiunto e catenato
l'amore e l'amicizia, e per dar anco occasione a lei di seguitare lo
stesso uso, tenendo sempre aperta la porta agli uffici e complimenti
et alla comune pratica e commercio. Onde giunto che sarà il suddetto
nostro onorato e stimato uomo, desideriamo che Ella sia
contenta di commettere alli suoi ministri ed agenti pubblici, che
dovendo egli fare alcuni servigi in quella parte di ordine e commissione
nostra, vogliano detti suoi ministri ed agenti prestare ogni suo
favore ed aiuto nelle sue occorrenze, acciocchè possa egli con il
mezzo della protezione ed aiuto loro, spedirsi tosto delli suoi negozi,
ed adempiere quel tanto che gli è stato commesso per poter poi
quanto prima fare ritorno a questo paese, nel quale se occorrerà
alla sua felice persona cosa alcuna, ne la farà liberamente e senza
alcun rispetto sapere, che dalla benignità e munificenza nostra sarà
volontieri adempito ogni suo desiderio e richiesta.

Del resto desideriamo che la felicità, grandezza e potenza sue sieno
perpetue e senza fine.


Senza data.--La sottoscrizione in stampa dentro del bollo regio,
con il quale è solito di bollarsi solamente le lettere che si scrive alli
re e principi posta abbasso nel fine della lettera, dice prima nel capo
del bollo: Dio, Maometto et Alì, et poi più abbasso in mezzo del bollo
dice: serenissimo Shàh Abbas re di Persia.


E nel principo della lettera in alto è scritto con lettere d'oro;
Iddio puro et altissimo.


Tradotta per me Giacomo de Nores interprete pubblico.

        _Filza 11, Esposizioni Principi._


DOCUMENTO XXXI.

1600, giugno.

_Al serenissimo re di Persia._

Le lettere di V. M. portateci dal valoroso Efet beg, ne sono state
per ogni rispetto molto care, e gratissimo tutto ciò che ella si è
compiaciuta di significarci, per espressioni del suo cortese animo
verso la nostra Repubblica, la quale avendo conservata sempre antica
e sincera amicizia colla sereniss. sua corona, riceve al presente
singolare contento, che dalla M. V. le sia corrisposta con queste
dimostrazioni amorevoli, da noi largamente meritate, per il desiderio
che tenemo di darle maggiormente a conoscere che la stessa buona
amicizia resterà in ogni tempo dal nostro canto fermamente stabilita
sopra un sincerissimo affetto verso di lei, et accresciuta dall'amorevole
protezione dei sudditi suoi che capitano in questa città, dove
sogliono essere così ben veduti e trattati, che possono loro medesimi
renderle indubitato testimonio, quanto riesca a noi di consolazione,
che li nostri siano all'incontro favoriti da lei, onde il commercio
abbia ad ampliarsi a maggior benefizio dei comuni sudditi; ed a perfetto
stabilimento della nostra buona amicizia ed intelligenza, la quale
siccome già vedemo conservarsi dalla M. V. perchè con abbondanza
del suo affetto chiaramente espresso in esse lettere, ha voluto complir
ad un tratto a tutti gli uffici, che per la distanza del paese
non possono esser tra noi molto frequenti: così la pregamo di esser
certa di non dover in alcun tempo mai desiderare migliore, nè più
ben disposta volontà di quella, che avremo di comprobarle in tutte
le occorrenze la ottima corrispondenza del nostro sincerissimo animo;
e gli anni di lei siano molti, accompagnati da continue prosperità
e da ogni altro felice avvenimento.

        _Nella Miscellanea atti turcheschi. Arch. Gen._


DOCUMENTO XXXII.

      _Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete
      della ser. Rep. di una lettera scritta in lingua
      persiana da Shàh Abbas re di Persia, portata da Fethy
      bei suo agente e servo. Di sopra della lettera è scritto
      con oro:_

Dio immacolato e altissimo.

_Et poi comincia di sotto._

Al famoso ed eccelso principe, e signore di alto stato, dominatore
di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, osservatore
del vero modo di governo, eletto tra i principi grandi della
nazione cristiana, unico tra i potenti della generazione credente il
Messia, ornato di gloria onor e potenza, pieno di pompe prosperità
e grandezze, il famoso ed eccelso principe di Venezia le sue
grandezze durino sempre.

Dopo li onorati e sinceri saluti, che procedono dalla buona amicizia,
amore ed unione d'animo, che è fra di noi, le si fa colla
presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo costume
del nostro reale animo di augurare sempre prosperità e grandezze
alli nostri buoni amici, prima d'ogni altra cosa, preghiamo
con questa nostra che le sue azioni sieno conformi alla volontà di
Dio, e che abbino buon e felice fine. Da poi le dicemo che per
l'inclinazione e desiderio che noi abbiamo di stabilire l'amicizia ed
amore con tutti li principi grandi e signori della cristianità, ed in
particolare colla sua eccelsa persona come principe famoso e potente,
tenemo sempre le porte aperte a tutti quelli che vengono da
quei loro paesi e massime da Venezia, i quali sono da noi ben veduti
e favoriti, ed ognuno se ne ritorna contento e soddisfatto della
reale cortesia e buoni trattamenti che gli si usa.

Ora dunque confidando noi che all'incontro lei ancora per la
stima che fa della nostra amicizia sincera ed amore, debba fare il
medesimo con li nostri, acciò che si continui tanto maggiormente
la pratica ed il commercio fra li mercanti dell'una e l'altra parte,
abbiamo voluto mandare ora a quel paese l'onorato agente nostro
e servo nominato Fethy bei per alcune cose necessarie al nostro
real servigio e specialmente per provvedere di alcune armi archibusi
e zacchi fini che gli abbiamo commesso per servizio proprio
ed uso della nostra real corte. Pertanto desideriamo dalla sua eccelsa
persona, che per amor nostro egli sia visto con occhio benigno
e protetto in ogni sua occorrenza e bisogno, commettendo
inoltre alli suoi onorati ministri e servi, che dovendo il suddetto
Fethy bei nostro onorato servo ed agente comperare le suddette
armi archibusi e zacchi di nostra commissione, debbano essi ministri
prestargli ogni favore ed aiuto per trovare cose che sieno
onorate e degne della nostra real persona, acciocchè ben servito
di ogni cosa se ne possa egli ritornare presto alla nostra felice
corte. E se all'incontro occorrerà alla sua eccelsa persona cosa alcuna,
delle cose preziose che si trovano in questi paesi, ne la farà
come buoni amici sapere confidentemente, che sarà adempito ogni
suo desiderio e mandato tutto quello le farà di bisogno. Del resto
desideriamo che osservando le condizioni dell'amicizia, voglia esser
contenta di visitarci qualche volta con sue onorate lettere come
faremo ancor noi colle nostre. E per fine preghiamo che le sue
grandezze e prosperità e onori sieno perpetui, e con lo aiuto celeste
si termini in bene ogni suo desiderio.

Senza data.

In luogo della sottoscrizione è posto al fine della lettera il sigillo
grande del re qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso
uomo Alì protettore del regno.

        _Iscrizioni veneziane, del_ Cicogna.


DOCUMENTO XXXIII.

_Tradutione della Nota del presente del re di Persia,
bollata con il suo proprio bollo._

Nota del presente che si manda da parte di S. M. potentissima,
al famoso et eccelso principe di Venetia con Fethy bei suo honorato
servo et agente.

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di velluto tessuto con oro, et argento

Un panno di velluto tessuto in oro, con figure di Cristo et di
sua madre Maria

Tre cavezzi tessuti in oro

Tre schietti tessuti con seta.

        _Esp. Principi._


DOCUMENTO XXXIV.

1603, 6 marzo in Pregadi.

Essendo a proposito deliberare cosa alcuna intorno li strati che
il serenissimo re di Persia ha mandato a donar a Sua Serenità
l'anderà parte:

Che il suddetto strato qual sarà qui sottosegnato sia juxta la
legge mandato alla chiesa di S. Marco. E da mo, sia commesso alli
procuratori di detta chiesa che debbano far convertire le vesti in
tante pianete e paramenti come loro piacerà meglio; et il tappeto
sia conservato in detta chiesa da essere nei giorni solenni quando
il serenissimo principe va in cappella accomodato su lo sgabello
dove se inginocchia Sua Serenità:

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di seda tessuto d'oro, lungo braccia 4 alto 3

Un panno di seta ed oro a figure, lungo 3 braccia circa con
14 figure

Tre veste di seta ed oro a figure, lunghe braccia 2

Tre altre veste di panni di seta senza oro o figure, di lunghezza
braccia 3,7 circa.


Et da mo che delli danari della Ser. Rep. siano spesi fino alla
somma di ducati 100 in tanti rinfrescamenti, come parerà al collegio
nostro, per presentarli parte a parte al persiano che ha portato
il suddetto presente.

  De si       173
  No            2
  Non sinceri  10

        _Commemoriale XXVI._


DOCUMENTO XXXV.

1603, 2. settembre in Pregadi.

_Al Serenissimo re di Persia._

Se ne ritorna al presente a V. M. l'onorato e valoroso agente
suo Fethy Bei, espedito intieramente di tutti li negozii, per i quali
fu egli inviato da lei in questa città, essendo stato gratamente veduto
ed accarezzato da noi, e favorito ancora in tutto quello che
ricercava il bisogno, coll'aver in particolare comandato ai nostri
ministri di indirizzarlo in maniera che nella provvisione delle armi,
zacchi ed archibugi a lui concessa, et a noi dalla Maestà vostra
con sue lettere officiosissime raccomandata, egli ne riportasse,
come fa, cose onorate et degne della sua real persona. Et ci è
riescita gratissima sopramodo questa sua amorevole confidenza, la
quale conosciamo derivar da una sincera affezione che vostra
Maestà porta alla Repubblica nostra, per la occasione che ci ha prestata
di dimostrare nella persona di questo agente l'ottima disposizione
dell'animo nostro verso di Lei; il che non tralasciamo in
alcun tempo di manifestare al mondo con veri effetti, usando ogni
amorevole trattamento a tutti li sudditi di V. M. che capitano in
questa città nostra, per corrisponder a quei cortesi termini che lei
conforme alla grandezza del real animo suo usa verso li sudditi e
mercanti nostri, che se ne vengono in quelle parti. Il qual mezzo è
sopra ogni altro altissimo, non solo per stabilire ma stringere et
augumentare maggiormente a beneficio del comune commercio quella
perfetta amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo e
continuato corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona
e la Repubblica nostra, e che dal canto nostro sarà conservata
con ogni termine di ufficio verso la serenissima sua persona.
Alla quale auguriamo accrescimento di grandezza con perpetuo
corso di gloria e felicità.

Et da mo: sia preso che per corrispondere all'onoratissimo presente
mandato dal re di Persia per il predetto agente suo alla signoria
nostra, sieno spesi delli danari del deposito per le occorrentie,
dalli officiali nostri alle rason vecchie fra ducati 1300 in quelle robe
e gentilezze che parerà al collegio nostro per mandar a quella Maestà,
insieme colle lettere pubbliche da esser consignate al predetto
agente suo. Al qual sieno parimenti donate in nome della signorìa
nostra tante vesti di seta di quella sorte che parerà ad esso collegio
per il valor di ducati 200; ed alli 8 uomini che sono in sua compagnia
sia dato una veste di panno scarlatto per cadaun, da esser
dette vesti pagate colli medesimi danari del deposito per le occorrentie.

  De si       133.
  De no         2.
  Non sinceri   9.

        _Cicogna Iscrizioni, e Delib. Senato, Arch. gen._


DOCUMENTO XXXVI.

      _Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione
      cristiana, eletto fra i potenti e grandi signori che
      vivono nella legge del Messia, dominatore di paesi e di
      provincie, administratore della giustizia, ornato di
      virtù valor e prudenza, il potentissimo Doge di Venezia,
      a cui il Signor Iddio aumenti lo stato e la potenza._

Dopo molti onorati saluti che si convengono alla sua dignità e
grandezza, ed alla buona amicizia et amor che è fra noi, le si fa
colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere: che essendo
nostro _particolar desiderio_ di continuar sempre nella buona amicizia
ed unione con tutti li principi famosi della cristianità, ed in
particolare colla sua alta e felice persona, come principe giusto,
savio e potente, abbiamo voluto con questa nostra regal lettera
visitarla e salutarla ora di nuovo, certificandole detta buona volontà
ed affezion che portiamo alle sue alte persone ed a tutta la sua
eccelsa repubblica; e perchè lei sa la contesa e la guerra che
vertisce ora tra noi ed il re dei Turchi, il quale facendo per ciò
prender a Costantinopoli ed altrove tutti li mercanti nostri sudditi e
dipendenti ha fatto confiscare le robe ed ogni altra cosa che essi
portavano per uso e servizio della nostra real corte; onde essendoci
levata l'occasione di poter mandare costì delli nostri proprii uomini
di corte, per esser impedito e vietato il passo, abbiamo determinato
di mandar ora costì l'onorato fra i pari e simili suoi chogia Chieos
mercante cristiano zulfatino, così per fare questo complimento a lei,
come anco per fornirsi di là di alcune robe e merci che fanno bisogno
per uso della nostra real corte; però desideriamo che sia da lei
commesso ed ordinato alli suoi onorati ministri ed agenti che voglino
per amor nostro favorirlo ed ajutarlo in ogni sua occorrenza, affinchè
egli possa spedirsi presto e bene delle sue faccende, e ritornarsene
qui quanto prima può con le robe che gli sono state da noi commesse ed
ordinate. Con questa occasione non resteremo anco di pregarla di darci
qualche avviso di questi nostri agenti che vennero già costì per
nostro servizio, ed anco delle loro robbe ed effetti quello ne è
successo; desiderando noi che siano da lei per pietà ajutati e
favoriti in ogni luoco per amor nostro; e se all'incontro avrà bisogno
anche lei di cosa alcuna in queste nostre parti ne le faccia con sue
lettere confidentemente sapere come si conviene tra buoni e veri
amici, che sarà da noi eseguito prontamente il suo desiderio in tutto
quello che le sarà qui di bisogno; e per fine desideriamo che le sue
forze e grandezze siano sempre in aumento.

Senza data--In luogo di sottoscrizione è posto nel rovescio della
lettera il bollo regale che dice: Shàh Abbas servo di Alì protettore
del regno.

        _Filza Atti turcheschi._


DOCUMENTO XXXVII.

_Serenissimo Principe,_

Havendo il ser.mo re di Persia date in diversi tempi a diverse
persone sete da vender quì, è avvenuto, parte pel mal governo di
coloro che le avevano, e parte per altri accidenti, che si sia perduta
quasi ogni cosa. Ha perciò la maestà sua espedito _chogia Seffer_ armeno
portator di queste per la ricuperazione di quanto si ritroverà
di sua ragione in codeste parti. In raccomandazione di questo, ho
avuto lettere efficacissime da due miei corrispondenti che si trovano
in Persia, e principalmente da uno chiamato Giacomo Nava di Salò,
il quale viene trattenuto dal re come pieggio di un Angelo Gradenigo
figliuolo di un ebreo fatto cristiano, che ebbe da S. M. circa 50
balle di seta; e qui ancora il padre di esso chogia Seffer, che è
sensale nostro di casa mi ha con indicibile affetto raccomandato
questo negozio, perchè dal buon esito di questo dipende tutto l'esser
e la fortuna del suo figliuolo e tutta la sua. Io nondimeno ad
istanza di questo non intendo molestar la Serenità Vostra, ben mi
persuado che per rispetto di chi lo manda, sia per accarezzarlo e
favorirlo quanto più sarà possibile, in modo che il re conosca la
stima che ella fa della M. S. la quale all'incontro è tanto inclinata
al _nome veneziano_, che qualunque dei nostri il quale si trasferisca
alla sua corte ancorchè di bassissima condizione, tratta seco con
tanta famigliarità e riceve tanti comodi e cortesie che più non è
possibile a credere; non pure essendo egli quel gran re che è,
ma ancora se fosse solamente conte di un piccol castello: onde potrebbe
essere che egli si persuadesse che lo stesso dovesse fare
con questo suo agente la Serenità Vostra, alla quale riverentemente
ho voluto far saper questo, non perchè creda che si convenghi a
lei far soverchio onore a questo chogia Seffer (il quale manco è atto
a discernere e conoscere certi termini), ma solo perchè se gli mostri
molto affettuosa e amorevole verso i suoi negozi; ond'egli possi
ancora far testimonianza alla M. S. di avere da lei ricevuto favori e
cortesie molto apparenti.

Questo re presume di se stesso molto, ben sì per la corona che
egli ha della Persia, ma più ancora per gli acquisti fatti da lei,
avendo sottomessi li re del Ghilan e di Lar ed impadronitosi del
regno loro, e quasi del tutto disfatti li Tartari Usbecchi, ai quali ha
preso la grandissima provincia del Korassan, oltre il paese ricuperato
dalle mani dei Turchi fino sotto Van, e avendo ridotto alla sua
devozione li principi Georgiani e buona parte dei Kurdi: crede perciò
dover essere stimato dal mondo molto più dei suoi predecessori.

Per questi rispetti adunque, io per la parte mia non ho mancato
ricevere con allegra fronte esso chogia Seffer ed usargli tutte le
cortesie che ho saputo, ed in particolare gli ho prestati 200 e più
zecchini con mio incomodo e danno, essendomi contentato di riceverli
da lui costì senza niun beneficio di cambio, ancorchè egli me
lo abbia offerto maggiore del corso ordinario; e di più molto prontamente
ho dato ordine che sieno condotti in questa città e consegnati
a suo padre e ad un altro persiano di conto, alcuni cassoni di
vetri che in Alessandretta si ritrovavano consegnati in cancelleria di
ragione del suo re, in modo che essendo rimasti tutti questi
soddisfattissimi di tanta mia prontezza, hanno fatta in Persia
un'amplissima informazione della cortesia ricevuta dal console di
Venezia, e della speranza che ho loro data che costì chogia Seffer sia
per ricevere da Vostra Serenità molta maggiore grazia, ecc.

In Aleppo 2 settembre 1609.

                              GIO. FRANCESCO SAGREDO.

Presentata nel collegio il 22 gennaio 1610 da chogia Seffer colle
lettere del re persiano.

        _Esp. Principi, Filza 18._


DOCUMENTO XXXVIII.

1609 (1610) 30 gennaio.

Venne li giorni passati il fedelissimo Giacomo Nores interprete
pubblico, alle porte dell'ecc. Collegio, a dar conto dell'arrivo in questa
città di un armeno suddito del serenissimo re di Persia, e della
istanza che questo li aveva mandato a fare per alcuni della sua nazione,
acciò lo andasse a trovare al suo alloggiamento a' ss. Apostoli in camera
locante; ma non aver voluto il detto Nores muoversi senza saputa
et comandamento di Sua Serenità, dalla quale disse che attenderebbe
quell'ordine che le fosse piaciuto darle, che tanto egli avria
puntualmente eseguito.

Li fu commesso di andare da detto armeno, e come da se, intendere
ogni particolare del suo viaggio, e notar la causa della venuta sua in
questa città, e di riferir poi il tutto all'ecc. Collegio.

Ritornato il Nores riferì in questa sostanza:

Io sono stato all'alloggiamento dell'armeno in ordine a quanto mi
fu commesso, e mi sono abboccato con lui. Questo è giovane di 32
anni in circa, parla bene, e nelli suoi ragionamenti si mostra molto
sensato e discreto; disse essere stato alquanto da figliuolo in corte
del re, ed esser al presente cameriere di S. M. Che sono 10 mesi
che manca di Persia; che è capitato in cristianità per via di Sorìa,
dove si imbarcò sopra un vascello francese che lo condusse a Marsiglia;
di là passò a Genova, a Livorno, a Fiorenza, di dove s'è poi
condotto in questa città. Ha lettere del re per la Serenità Vostra, e me
le ha mostrate e sono senza borsa e senza sigillo, la contenenza delle
quali per una breve scorsa che io ne feci è la buona amicizia di quella
corona con questa Serenissima Repubblica ed il desiderio e pronta
disposizione di continuarla dal canto di S. M., e che si mandò de
lì questo chogia Seffer nominato suo agente, per la recuperazion di
quelle robe che si trovano in questa città riportate da Sorìa, che furono
condotte in quelle parti dall'agente di quel re che fu qui nelli anni
passati e che nel ritorno fu dilapidato da' Turchi. Io presa occasione
dalla qualità del negozio suo, giudicai a proposito, come da me
considerargli, che il proprio luoco era di indirizzare le sue trattazioni
non con Vostra Serenità, ma cogli ill.mi signori V Savj alla mercanzia,
che è un magistrato di senatori principali al quale sono raccomandati
tutti gli affari di quelle parti orientali, pertinenti ai mercanti.
A che egli rispose che farebbe quanto fosse consigliato; ed aggiunse,
che fornito qui il suo negozio ritornerà a Firenze, poi a Roma, quindi
in Spagna, per ritornarsene in Persia da quella parte; che tiene lettere
del suo re per quei principi, colle quali li esorta a muoversi contro
il Turco. Ho veduto anco una lettera diretta al signor Bartolomeo
del Calese scrittagli da un Giacomo Nava che si trova in Persia ed al
presente è tenuto come prigione per pieggio di quell'Anzolo Gradenigo
che gli anni passati ebbe una quantità di sete di ragione di quella
Maestà, per contrattarle in Venezia, ed ha malmenato il capitale.

Ho anco veduto un piego di lettere dirette a questo monsignor
Nuncio del Pontefice, scritte per quanto mi ha narrato esso armeno
da un certo frate scalzo, che dice risiedere in Persia presso il suo re,
spendendo nome e titolo di ambassadore di S. Santità, e due altre
lettere scritte dal medesimo frate una al padre generale dei Carmelitani,
l'altra ad un segretario del pontefice. Questi dice che al partir
suo dalla corte, lasciò il re con tutti tre i suoi figliuoli a Tauris, che
aveva diviso il suo esercito in due parti, e mandatane una sotto Van,
con quel numero di ribelli che s'erano accostati a S. M., e si intendeva
aver preso un castello vicino a Van in sito molto forte, di
dove stringevano talmente quella fortezza che speravano doverle capitar
presto nelle mani: che l'altra parte dell'esercito aveva il re
mandato alla impresa di Babilonia, sotto il comando di un valorosissimo
capitano. E questo è quanto ho potuto sottrarre del suo viaggio
e del suo negozio; avendomi inoltre narrato i molti favori e cortesie
che ha egli ricevuti in Aleppo dal console di Vostra Serenità,
delle quali mi disse aver dato conto con sue lettere particolari alla
maestà del suo re, lodandosi sopra modo dei buoni trattamenti che
gli erano stati usati dal predetto console.

Fu consigliato sopra la relazione del Nores nell'ecc. Collegio, e
commessogli, che andato di nuovo all'armeno lo ricercasse come da
se della risoluzione che aveva preso intorno il presentar la lettera
del suo re, o nell'ecc. Collegio, o nel magistrato dei V Savj alla
mercanzia, perchè sarebbe stato nell'una o nell'altra via gratificato.

Ed avendo il Nores fatto l'ufficio riportò questa risposta: che esso
armeno avrebbe desiderato presentar la lettera a Sua Serenità, perchè
altrimenti facendo, crederia commettere grande errore e mancamento,
ed essere grandemente ripreso da ognuno, che essendo stato
mandato in questa città con lettera del suo re, fosse egli partito senza
vedere la faccia di Sua Serenità, alla quale vorria presentare esse lettere
per essere da lei raccomandato alli signori V Savj.

Onde fu stabilito di deputargli l'audienza per venerdì 22 del presente
e farlo seder sopra gli ill.mi signori savj di Terraferma.

Di più disse il Nores, che ragionando esso armeno, del suo viaggio
gli ha narrato che l'intenzione sua era di passare da Sorìa addiritura
in questa città, ma il mancamento dei passaggi lo aveva necessitato
ad imbarcarsi in un vascello francese che lo condusse a Marsiglia
dove prese una barca con animo di venire in questa città; ma perchè
a Nizza ed a Monaco si ebbe sospetto che fosse spia, fu necessitato
palesarsi essere agente del re, per non essere offeso; e continuando
li tempi cattivi, fece risoluzione di licenziare la barca ed
andar per terra a Genova, essendo stato accarezzato e molto ben veduto
da quei signori: che di là si transferì a Livorno per barca, e
da quel governatore, per sospetto pure che fosse spia, fu mandato a
Fiorenza: che il segretario Vinta fu a vederlo, al quale diede conto
di se e del suo viaggio, e per farsi conoscere agente del re procurò
di essere ammesso alla udienza del signor granduca, ma non volendo
S. A. darle audienza e riceverlo nel pubblico palazzo, gli fu fatto sapere,
che dovesse in una mattina ritrovarsi in una chiesa a messa
dove saria stata anche la A. S., siccome egli fece, e le diede la lettera
del suo re che portava per S. A., benchè avesse disegnato di presentarla
solo al suo ritorno da questa città.

Averle detto inoltre esso armeno, che li signori ambasciatori di
Francia e di Spagna ed anco monsignor Nunzio, gli hanno mandato
a dire che desiderano vederlo, ma che egli si è scusato per ora colle
sue molte occupazioni.

Venerdì mattina venne esso chogia Seffer armeno, con quattro servitori
vestiti alla persiana nell'ecc. Collegio, e seduto sopra li signori
savi di Terraferma, parlò in questa sostanza così interpretando il
Nores:

Ringrazio l'Altissimo Iddio, che mi ha fatto degno di vederla faccia
di Vostra Serenità principe giusto, savio e potentissimo, il cui nome
è onorato e celelebrato per tutto l'universo, ed in particolare alla corte
del mio re, il quale ama, stima ed onora per questi rispetti grandemente
Vostra Serenità; e desiderando continuar nella buona amicizia
amore et union di animi con questa eccelsa Repubblica, è parso a
S. M. mandar me suo umile servo con una sua regal lettera, per significar
a Vostra Serenità, questa buona volontà, e l'affezione grande
che ab antiquo porta a questo felicissimo e potentissimo dominio.

Rispose sua Serenità: che era da rallegrarsi del giunger suo sano
e salvo in questa città da così lungo viaggio: che si vedeva volontieri
la persona sua per rispetto del suo potentissimo e valorosissimo re,
da S. Ser. e da tutta la Repubblica grandemente amato ed osservato,
col quale si conserva quella sincera amicizia e benevolenza, che per
il passato si ha tenuto con quella corona; che avendo lettere di S. M.
le poteva presentare, perchè si farieno leggere, ed intesa la continentia
di quella, si potria forse darle a bocca qualche risposta.

Ciò detto, si levò l'armeno da sedere e accostatosi alla sedia di
Sua Serenità le baciò la veste, e presentò in mano propria una lettera
del clarissimo console in Aleppo, ed immediate uno dei suoi uomini
presentò una scatola lunga, coperta di panno di Bursa, involta in
un fazzoletto vergado, nel qual era una lettera posta in due borse una
di raso sguardo, e l'altro di velluto verde, involta in un altro
fazzoletto.

Ed il Nores spiegata essa lettera, la lesse ad alta voce, poi la interpretò
con gran prontezza e con piena soddisfazione di tutto l'eccellentissimo
Collegio.

Dopo letta essa lettera, il Serenissimo Principe ringraziò S. M. del
suo amorevole ufficio, e della ottima volontà sua verso la Repubblica,
dalla quale è ricambiato di vera affezione ed osservanza. Quanto al
negozio disse non aver a memoria se siano venute di Sorìa in questa
città robe di quell'agente di S. M., che nondimeno si chiameranno
i Magistrati, e da loro si prenderà informazione, ed essendovi cosa
alcuna non si mancherà di dar ordine che gli sia consegnata.

E l'armeno non replicando altro prese licenzia, accompagnato a
casa dal medesimo Nores che lo aveva levato ed accompagnato al palazzo.

        _Registro Esp. Principi, pag. 135._


DOCUMENTO XXXIX.

      _Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori
      grandi della nazione cristiana, eletti fra i più savi e
      nobili della generazione credente al Messia, dominatori
      di paesi e di province, amatori di giustizia, ornati di
      virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di
      grandezza: li signori di Venezia, ai quali il sig. Dio
      augmenti le forze e la potenza._

Dopo molti amorevoli ed onorevoli saluti, che si convengono alla loro
dignità e grandezza, ed alla buona amicizia, amor et unione d'animo
che è tra noi, le si fa amichevolmente sapere, che desiderando noi di
continuare con tutti li principi e signori grandi della cristianità,
ed in particolare colle vostre eccelse persone, nella buona
intelligenza ed unione d'animo abbiamo voluto visitarle e salutarle
ora, colla presente nostra regal lettera, significandole l'amore e la
affezion grande che le portiamo ed il desiderio che abbiamo di vedere
le cose loro in buono e felice stato, come di signori savi, giusti e
prudenti: ai quali non si resterà con questa occasione di dire anco,
che avendo noi mandato già a Venezia uno delli nostri onorevoli agenti
nominato chogia Fethy bei per comperare alcune cose necessarie alla
nostra regal corte, il quale ritornando qui da noi con molte e diverse
robe di valore, giunto che fu in Sorìa, avendo trovata la guerra
principiata fra noi e il re dei Turchi, furono da quelle genti inumane
dilapidate e malmenate tutte quelle robe che egli portava, eccettuando
una parte di esse che fu di nuovo ritornata e rimandata a Venezia, e
che si ritrova al presente siccome abbiamo inteso custodita e
conservata interamente, come si conviene alla buona amicizia et amore
che è fra noi. Però venendo ora costì, con questa nostra regal
lettera, l'onorato fra pari e simili suoi chogia Seffer figliuolo di
chogia Iadigar cristiano zulfatino, nostro fidato agente, desideramo
dalle loro eccelse persone, che sieno contenti di fare consegnare
tutte quelle robe che ritrovano costì di nostra ragione al suddetto
chogia Seffer nostro agente, bollate ed inventariate per mano delli
loro onorati ministri ed agenti, acciocchè vengano da lui condotte qui
sane e sicure, insieme con tutti quelli mercanti nostri sudditi che
saranno ricoverati nei loro paesi; et pertanto le pregamo a voler
prestar per amor nostro ogni favore et aiuto al nostro inviato nelle
sue occorrenze; e se all'incontro avranno bisogno ancor essi di cosa
alcuna qui nel nostro paese, ce lo faranno con loro lettere
confidentemente sapere, che si adempierà volontieri il desiderio loro;
e di più l'esortiamo a scriverci e visitarci spesso colle loro
lettere, come si conviene a buoni e veri amici; acciocchè rinnovandosi
tra noi sempre più l'amore e l'affetione, si stabilisca tanto
maggiormente il fondamento della nostra amicizia.

Senza data, et senza sottoscrizione; ma nel rovescio della lettera è
posto il bollo del re, qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo
Alì protettore del regno.

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete della Serenissima
Signorìa.

        _Esp. Principi, Filza 18._


DOCUMENTO XL.

1609 (1610) a' 17 febbraio.

Ricevo io chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar, armeno zulfatino,
agente del serenissimo re di Persia, dall'ufficio degli eccellentissimi
Cinque savi sopra la mercanzia, tutte le robe, vestimenta e
merci, contenute nel seguente inventario, a cao per cao, sorte per
sorte, insieme con la cassella d'argento legata con cristalli di montagna,
il bacil d'argento col suo ramino, un'armatura intiera, arcobusi,
zacchi et altro; come è particolarmente dichiarato nel presente
inventario, et di più in contanti lire 521,12.

Io Giacomo Nores fui presente alla consignation come sopra.

Io Ismail zulfatino, testimonio della detta ricevuta.

Io Codis armeno, testimonio come sopra.

L'inventario descrive partitamente vari oggetti di vestiario, bacili,
rasoi, spille, ventagli, pugnali, coltelli, forbici ed altri ferri, carta,
luci di cristallo con e senza foglia, e nove quadri ad olio così indicati:

Un presepio.

Una Madonna.

Un Salvador.

Una donna nuda, che si mette la camisa.

La Maddalena in ordine.

La Maddalena nuda.

La regina di Cipro.

Una donna veneziana.

Una donna a lunghi capelli, o Cassandra.

        _Esp. Amb. Filza 19._


DOCUMENTO XLI.

1609 (1610), 30 gennaro, in Pregadì.

_Al Serenissimo re di Persia._

Ci sono state per ogni rispetto molto care le lettere di V. M. portateci
dall'honorato chogia Seffer armeno agente suo; et gratissimo
tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarne per espressione
del suo cortese animo verso la Repubblica Nostra, la quale riceve
ora singolare contento di vedere dal canto della M. V. così amorevol
corrispondenza, all'antica et perfetta amicizia che tenemo con quella
corona.

Et siccome ci siamo grandemente compiaciuti della presente occasione,
che ci ha data V. M. di rinnovare nella sua memoria l'ottima
disposizione del suo sincerissimo animo verso di lei, così in maggior
dichiarazione di essa, abbiamo commesso che sieno prontamente
consignate al detto chogia Seffer, il quale è stato da noi gratamente
veduto ed accarezzato, quelle poche robe che furono ritornate in
questa città colle nostre navi gli anni passati, quando seguì all'agente
di V. M. chogia Fethy bei il mal incontro nella Sorìa, et sono
state conservate esse robe di ordine nostro dal magistrato che ne ha
la cura, per consegnarle a chi le poteva legittimamente ricevere per
nome di V. M. La quale desideriamo che resti persuasa della prontezza
che sarà sempre in noi di conservare et aumentare maggiormente
con ogni termine di ufficio quella sincera amicizia et ottima
corrispondenza, che per lunghissimo corso d'anni si è mantenuta
tra quella potentissima corona e la Repubblica Nostra. Con che auguriamo
alla valorosissima persona di V. M. accrescimento di grandezza,
con perpetuo corso di gloria e di felicità.

        _Arch. Donà Miscell._


DOCUMENTO XLII.

Il regno è di Dio.

      _Al famoso ed eccelso fra i principi e signori grandi
      della nazione cristiana, eletto fra i più sublimi e
      potenti della generazione vivente nella legge del
      Messia, dominator di paesi e di provincie,
      amministratore della giustizia, ornato di virtù valor e
      prudenza, pieno di gravità e di grandezza, il principe
      di Venezia, al quale l'Altissimo Dio sia propizio e
      favorevole._

Dopo molti onorati e sinceri saluti che si convengono alla sua
dignità e grandezza, ed all'amore, amicizia ed unione d'animo che è
tra noi, le si fa con questa nostra real lettera amichevolmente sapere
che per grazia dell'altissimo Iddio le cose nostre passano fin quì
prosperamente mediante le orazioni dei nostri buoni e sinceri amici,
che con puro e sincero animo desiderano l'aumento della nostra
felicità e grandezza, ed in questo onorato numero crediamo fermamente
che siano tutti li principi cristiani, ed in particolare la vostra
magnanima ed eccelsa persona: onde abbiamo determinato nel
nostro _puro e real animo che a guisa del sole non riceve in se nè
macchia nè menda di cattivi pensieri_, di continuar con tutti i principi
ed in particolare colla sua onorata e felice persona, come principe
grande, potente e giusto, nella solita buona amicizia ed unione d'animo,
e tanto maggiormente quanto che per relazione di tutti li
nostri agenti e dipendenti che sono stati in quelle parti e che sono
ritornati qui a salvamento abbiamo con soddisfazion dell'animo nostro
intesa la stima e conto che si fa in tutto il suo stato e paese della
nazione e del nome _persiano_ per amor nostro, ed anco delli buoni
trattamenti e cortesie che sono stati usati così da lei come dalli
ministri della sua eccelsa ed onorata corte, alli suddetti nostri
agenti, i quali sono perciò ritornati alla nostra felice corte contenti
e soddisfatti laudando molto la sua buona ed onorata giustizia e l'amor
grande che ella ci porta: e però desiderando noi che per maggiore
confermazione di essa amicizia, che siano sempre tra noi aperte le
porte ai negozi e pratiche, e che tra li sudditi dell'una e dell'altra
parte si continui amichevolmente nel commercio e traffico come si
faceva prima che succedessero questi ultimi moti di guerra, abbiamo
voluto destinar ora costì alcuni nostri agenti, così per provvedersi
di alcune cose necessarie alla nostra real corte, come anco per rinnovar
la pratica ed il commercio e per dar animo ed esempio alli mercanti
del suo paese di far il medesimo. Però giunti che saranno essi a
salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati alli suoi
onorati ministri, acciò che siano da loro protetti e favoriti nelle loro
occorrenze e massime nel contrattare e comperare quelle cose che
le sono state da noi espressamente ordinate, ed in particolare delli
zacchi di maglia che sieno di somma bontà ed eccellenza, perchè ne
fanno grandemente di bisogno per essere noi quasi sempre in guerra
ed in contesa, con li ostinati e temerari, che cercano di contrapporsi
a noi e alle nostre forze e di perturbare il nostro reale animo. Insomma
desideriamo che per amor nostro gli sia dato ogni aiuto e
indirizzo necessario acciocchè eseguendo essi bene le nostre commissioni
possano ritornare qui con buona espedizione delli loro negozi.

E se li mercanti cristiani delle sue città e paesi si disponeranno di
venire qui per traffico, la assicuriamo che saranno da noi ben veduti
e ben trattati, dandoli autorità di fornirsi di tutte quelle robe e
mercanzie che le faranno bisogno, e si partiranno tutti di qui contenti
e consolati. Non permettendo noi che siano essi molestati d'alcuno,
over danneggiati per quanto importa un minimo capello della testa; e
oltre di ciò occorrendo particolarmente cosa alcuna qui per uso o
servizio della sua felice persona, ne la facci sapere che sarà da noi
adempito ogni suo desiderio; e sopra il tutto la esortiamo a scriverci
e visitarci spesso con sue lettere come che faremo anche noi;
acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e la benevolenza
si stabilisca tanto più il fondamento della nostra amicizia; e per
fine desideriamo che le sue grandezze sieno perpetue.

Senza data; in luogo della sottoscrizione il sigillo.

        _Filza atti turcheschi._


DOCUMENTO XLIII.

1621, 1º febbraio.

Venuti questa mattina nell'eccell. Collegio alcuni persiani ultimamente
capitati in questa città con le galere di mercanzia, uno di essi
che è il principale chiamato Sassuar disse che aveva lettere del suo
re da presentar a S. S., come agente suo per negozi mercantili era
capitato in queste parti, il che avendo esposto il dragomanno Nores,
fu il sopradetto fatto sedere sopra gli ill.mi sig. savj di terraferma
e presentata la lettera che fu data al Nores da tradurre, disse in
sostanza:

Che il felicissimo e potentissimo Abbas re di Persia suo signore
mandava molte affettuose ed onorevoli salutazioni a S. S. ed a tutti
gli altri signori del governo, che aveva espressa commission di Sua
Maestà di significare a viva voce la buona volontà ed affezione che
portava a questa eccelsa Repubblica, e la stima grande che fa di essa
per la fama che nel mondo era sparsa della sua buona e retta giustizia,
della prudentissima et esemplar maniera del suo ottimo governo,
commendato grandemente da S. M. ed ammirato da tutta la
nation persiana. Che il suo re amava tutti li cristiani, ma particolarmente
portava grandissima affezione a quelli della nazion veneziana.
Che quando capitano in Persia sudditi veneti erano dal suo re accarezzati,
ed usato verso di loro ogni buon e cortese termine, non
inferiore a quello che ben sapeva usarsi verso la nazion persiana
in questa città.

Rispose l'ill.mo signor Benetto de ca Taiapiera, consigliere di
maggior età in absenza di S. S., che si riceveva con particolare
contento da cadauno di questi SS. EE. le lettere che egli aveva portate
per nome del serenissimo re di Persia, amato dalla Repubblica e
tenuto in quella stima che conveniva al suo gran merito e degnissime
condizioni di principe così grande come era la M. S.; che si
aveva ricevuta soddisfazione grande del loro venire in questa città, nè
si avrìa tralasciato cosa che avesse potuto comprobare cogli effetti
quella buona volontà che si portava a tutta la nazion persiana, e che
si avrìa dato ordine al magistrato dei V savj alla mercanzia, acciocchè
dove li occorresse il bisogno, fossero giustamente favorite le
cose loro.

Rese umilissime grazie il persiano suddetto delle cortesi esibizioni
che li erano fatte, delle quali nelle occorrenze si sarebbe valso:
disse poi che il suo signore aveva voluto accompagnare la sua onorata
lettera con un nobil presente a S. S., et fece introdurre alcuni persiani,
quattro dei quali avevano un tappeto per cadauno, e due altri
l'uno con 25 pezze di giurini, l'altro con 25 lizari d'India, e soggiunse
che uno dei sopradetti tappeti era stato donato dal suo re
da quello di Magor, e che S. M. lo aveva stimato degno di Sua Serenità.

Fu dall'ill.mo sig. consigliere de ca Taiapiera suddetto ringraziata la
M. S. di così cortese dono, e detto che si avrìa tenuto dalla serenissima
Repubblica e conservato per degna ed onorata memoria del cortese
affetto di S. M. verso di lei; e dopo alcune parole di reciproco
complimento, si levò il persiano ed unito con dei suoi principali volse
far reverenza a cadauno degli ecc.mi signori cons., capi dei XL, savi
del Consiglio, savj di T. F. e savj agli ordini, e sceso i scalini del
tribunale disse che si teneva obbligato riferire e ringraziare di Sua
Serenità del buon trattamento che aveva ricevuto a Spalato per lo spazio
di 5 mesi tra il far la contumacia ed aspettar le galee, che era
seguito per così lunga dimora con molto patimento, nel quale era
stato sollevato da quell'ill.mo sig. console con infiniti comodi e
cortesie, onde perciò li restava grandemente obbligato, ed il medesimo
le era stato fatto nella città di Zara da quelli ill.mi sig. rettori, ed
anco nel viaggio di mare dall'ill.mo sig. capitano delle galee che
hanno accompagnato quelle di mercanzia; e che con questa occasione
non voleva restar di dire per l'amore e riverenza che portava
a questa ser.ma Repubblica che sarìa di molto comodo ai mercanti
e maggiormente frequentata quella scala, e condottevi da lontanissime
parti mercanzie di gran rilievo, se le galere che vi sono destinate
andassero più sollecitamente a quel viaggio e con maggior
comodo dei mercanti, senza dubio sarìa se una sola vi andasse e
l'altra ritornasse, per accomodar di questo modo così quei mercanti
che vengono in questa città come quelli che partono di quà per le
case loro; ed essendogli detto che si averia avuto considerazione a
questo suo prudente ed amorevole raccordo, licenziati partirono li
persiani sopradetti.

        _Commemoriale XXVIII._


DOCUMENTO XLIV.

_In nome di Dio vero re e imperator del mondo._

Al famoso ed eccelso re di Venezia, dominator di paesi e di provincie,
osservator della buona e retta regola di governo, ornato di
bontà, gravità, e grandezza, pieno di equità, giustizia e clemenza, a
cui lo Altissimo Dio sia sempre propizio e favorevole.

Dopo molti onorevoli e sinceri saluti che si convengono all'amore
ed amicizia ed alla buona intelligenza unione e corrispondenza d'animo
che è tra noi, le si fa colla presente nostra real lettera
amichevolmente sapere, che essendo sempre stato nostro real costume
di conservar buona sincera amicizia con li re e principi grandi della
cristianità, ed in particolare colli re e signori di Venezia, antichi
amici ed amatori di questo nostro felicissimo regno, avendo perciò noi
sempre tenute le porte aperte alle ambascerie ed alli traffici e mezzi
mercantili, concedendo libera pratica alli loro sudditi e vassalli in
ogni luogo del nostro amplissimo regno, abbiamo voluto ora, che
sono aperte le strade, mandar costà uno delli nostri onorati agenti
chiamato Sassuar in compagnia di agi Aivas da Tauris, ed altri
nostri sudditi, così per confirmare la buona amicizia con la sua eccelsa
persona, e rinnovare la pratica ed il commercio colli sudditi
dell'una e l'altra parte, come per fornirsi anco di diverse cose necessarie
per uso e servizio della nostra real corte.

Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno
da lei raccomandati con ogni efficacia alli suoi onorati ministri,
acciocchè mediante la loro protezione ed ajuto, eseguendo la nostra
volontà e commissione, debitamente possino ritornare qui quanto
prima; e medesimamente occorrendo cosa alcuna qui nel nostro
stato per uso e servizio della sua felice persona la preghiamo ad
accennarci confidentemente, che sarà prontamente adempito ed effettuato
ogni suo desiderio.

Del resto desideriamo che le sue grandezze sieno sempre in aumento.

Senza data.

In luogo di sottoscrizione è posto a tergo della lettera il bollo
regale che dice:

                    _Servo del re dei re_ SHÀH ABBAS.

        (_Espositioni Principi_).


DOCUMENTO XLV.

1621, 4 febbraio, in Pregadì.

Che li quattro tappeti portati a donar alla S. N. per nome del
serenissimo re di Persia dai persiani ultimamente stati nel Collegio
nostro, e le 25 pezze di giurini e le altre 25 dei lizari d'India sieno
fatti consegnare alli Proc. de supra perchè se ne abbino a valere
ad onore del Signor Dio, nella chiesa nostra di S. Marco e nelle pubbliche
cerimonie. E ne sieno fatte le note, dove e come sarà di bisogno.

        _Delib. Senato._


DOCUMENTO XLVI.

_Serenissimo Principe,_

Mentre io Domenico de Santi q.m Luca suddito e servo umilissimo
della Serenità Vostra, era pronto per imbarcarmi sopra la nave
Tomaso Bonaventura inglese per Sorìa, ed indi per andarmene in
Persia, con lettere del sommo pontefice, della sacra M. Cesarea,
della maestà di Polonia e dell'altezza ser.ma di Toscana, tutte dirette
al re di Persia, per occasione dei presenti moti della cristianità,
e con certa istruzione del pontefice al padre maestro Paolo
Pietromali dominicano assistente in Persia per detti principi, fui
fatto chiamare nell'ecc.mo Collegio, e poi subito fatto uscire con ordine
che prima di partire dovessi farne motivo alle E.E. V.V. Ma più
non avendo avuto chi mi introduca ed essendo frattanto la predetta
nave partita, ora che si trova lesta la nave Margarita Costante per
fare fra 4 giorni il medesimo viaggio, colla quale disegno imbarcarmi,
vengo conforme all'ordine predetto e alla mia riveritissima
osservanza verso la Ser. Vostra a darle notizia di ciò, prontissimo
di eseguire ogni cenno che mi sarà dato con l'ossequio ben dovuto
alla mia fedelissima devozione.

1646, 26 giugno.

Che sia rimessa ai Savi dell'una e l'altra mano.

                             6 Cons.

                         Pisani   Pier Corner
                 Antonio Venier   Ser.º Dolfin
               Benedetto Polani   Lorenzo Draghi

                 FRAN. VERDIZOTTI _Segretario_.

        _Filza secr. 1646, pag. 97._


DOCUMENTO XLVII.

1645, 2 decembre.

_Al re di Persia._

Grandemente sempre ha incontrate la Repubblica le occasioni di
rendere veri segni a vostra Maestà ed a' potentissimi precessori suoi
di affetto e di stima. Nella stessa valida sincera costituzione d'animo
se le confermeranno in ogni tempo avvenire colle opere le nostre
ottime intenzioni. Già saranno pervenute alla Maestà vostra le gravissime
emergenze che passano, le quali meritano il riflesso di ogni
principe, potendo gli incendj delle armi turchesche coll'ardire e coi
progressi molto diffondersi e turbare ogni confine. In questo stato
di cose li generosi concetti di vostra maestà saranno dricciati alle
più degne risoluzioni a comune profitto. Ed intanto preghiamo il
Signor Dio guardi vostra Maestà con continui incrementi di felicità
e di salute.

  Voti Affermativi 109.
  Negativi           0.
  Non sinceri        2.

                              VALERIO ANTELMI _Segretario_.

        _Senato Corti._


DOCUMENTO XLVIII.

1646, 17 luglio.

_Al Re di Persia._

Sarà a quest'ora pervenuto all'orecchio di V. M. l'ostilità ingiustamente
ed in sprezzo di parola e di fede promossa a' Stati della nostra
Repubblica dall'impero Ottomano. Proviene il motivo del Turco da
sete inestinguibile di rapire or all'una or all'altra parte l'altrui, e
dilatando la sua grandezza rendersi infine oppugnatore e dominatore
dell'universo. Così a danno dei potentissimi predecessori di V. M.
ha mosse più volte l'armi, e col manto di amicizia e di pace agevolatisi
furtivamente i più notabili acquisti. Come vasta e formidabile
sempre più si va formando quella potenza, deve comunemente svegliare
i riflessi ed accrescere le gelosie. Se dalla riconoscenza del
fatto e dalle prudentissime massime dei progenitori è eccitata V. M.
alla depressione di quell'orgoglio, altrettanto l'invita ad imprese
gloriose l'opportunità della presente occupazione di quelle armi da questo
canto, e la certezza di essere secondata e seguitata dagli altri
principi.

Costantissima è la Repubblica di conservarsi e difendersi col
petto esposto dei cittadini e con la profusione dei tesori, di già dai
nostri vascelli datosi il buon principio della presente campagna, assalita
ed in gran parte dannificata vicino ai Dardanelli l'armata dell'inimico.

Valeranno però le presenti a testimonio non meno di confidenza,
che dell'affetto e nostra osservanza sempre sincera verso la M. V.,
e del pubblico desiderio ardentissimo di vederla con i dovuti riacquisti
coronata di nuove glorie, ed a V. M. auguriamo in fine lunghissimi
e felicissimi gli anni.

  Affermativi 102
  Negativi      0
  Non sinceri   0

                              FRAN. VERDIZOTTI _seg.º_

        _Senato Corti 1646._


DOCUMENTO XLIX.

Iddio immacolato. Iddio eccelso.

Al comandante dello Stato Veneto, che S. D. M. gli conservi ed
esalti il dominio con prosperità e felicità, prestate le salutazioni e
benedizioni che provengono da stima e vagliono per segni di onore e di
pregio, offerte da una pura sincerità al possessore della magnificenza
e signorìa, vigilante nell'amministrazion di giustizia, scelto fra i
signori imperanti, stimato fra i potentati retti nella religione del
Messia, e principe fra cristiani di alto stato e condizione sublime, il cui
fine Iddio termini in bene, con le benedizioni del cielo, ed accresci in
grandezza ed augumento il suo posto reale con disposizioni del cielo
adattate ad una prosperità: quello però che se le porta a cognizione
è che la lettera inviataci con amichevole contenuto, per la quale resta
innovato il vincolo di amicizia e di amorevolezza, è stata come si conviene
aggradita e corrisposta con termini di osservanza amichevole
dovuti a' Principi grandi e potentati di cristianità, che pure anco in
avvenire saranno d'impulso alla continuazione per discendenza e
apriranno l'adito alla comunicanza di lettere.

Nel resto, continua esaltazione etc.

  _Commemoriale XXIX._


DOCUMENTO L.

1649, 28 marzo.

      _Questa mattina ritornato il padre domenicano all'ecc.
      Collegio, e fatto introdurre, disse essersi partito di
      Persia già un anno in circa, aver avuto da quel re la
      lettera presentata, e parimenti da Domenico Santi che
      colà si ritrovava un'altra che consegnò; e dimandatogli
      da Sua Serenità alcune particolarità rispose nel tenore
      appunto che si contiene nella scrittura che poi ha dato,
      ed è la seguente:_

_Serenissimo Principe,_

Desiderando io l'esaltazione della santa Fede Cristiana e di questa
Serenissima Repubblica, che con tanto valore tanti anni sono si
impiega combattendo contro il comune nemico, non ho perdonato
a fatica alcuna nell'andar da Polonia in Persia e venire di Persia a
Venezia, a portare lettere di quel re di Persia a Vostra Serenità; e
per obbedire ai suoi comandamenti di por in carta alcuna relazione di
quello che ho potuto fare, dirò a Vostra Serenità tre cose:

Primo: il viaggio in Persia e come si può ivi per la più breve e
facile via andare, e li onori che nel viaggio come ambassadore dei
Cristiani mi furono fatti.

Secondo: quello che ho trattato col re di Persia.

Terzo: quello che si può sperare da quel re in nostro aiuto.

Io mi ritrovavo in Polonia nel tempo che ivi era il signor Tiepolo
Giovanni ambasciatore a quella corona, il quale oltre a quello che
aveva negoziato con quel re e fattolo armare, ha anche fatto che
inviasse un ambasciatore al re di Persia, e subito egli spedì uno che si
dimandò Slich nobile polacco, per invitarlo a muover la guerra contro
i Turchi, e destinò ed elesse S. M. me per suo compagno nella
ambasceria, e ci furono date dall'ill.mo Giovanni Tiepolo lettere di
Vostra Serenità al suddetto re di Persia.

Si inviassimo dunque con 25 nobili polacchi a quella volta. Li 2
ottobre 1646 partii da Varsavia, per compagno del detto ambasciatore
e giunsimo a 20 decembre in Mosca città metropoli e residenza
di quel granduca. Ricevuti con grandissimo onore ed affetto,
li 23 fossimo introdotti alla udienza pubblica.

Li 12 gennaro partissimo provvisti di cavalli, soldati ed ogni altra
cosa necessaria dal suddetto granduca pel nostro viaggio in Persia.
Li 18 giunsimo a Vladimiria città anticamente sedia delli granduchi
di Moscovia. Li 21 a Murom, li 24 a Nisni Novogorod città bellissima
e grande.

Il primo di febbraio a Cosma e Damiano, li 12 giunsimo in Cazan
città bella e mercantile, dove siamo svernati per li gran freddi che
vi erano e li pericoli delli tartari calmuchi.

Li 3 di maggio provvisti di barche e di uomini ed ogni altra cosa
necessaria per la navigazione, ci imbarcassimo per la Volga fiume
grandissimo, e li 22 giunsimo in Astracan città bella e grande, ben
munita di presidio, ove stassimo fino alli 7 di giugno che si imbarcassimo,
provvisti di comitiva e di ogni cosa necessaria dal granduca
per il mar Caspio, nel quale fossimo un mese con grandissimi
pericoli.

Li 4 di luglio sbarcassimo in Nizova, spiaggia di Persia, li 22
partissimo di là per Sciamachia, città capitale della provincia di
Schirvan. Li 25 giunsimo colà ove fossimo ricevuti con grandissimo
onore dal Khan di quella città.

Li 3 agosto partimmo per Ardebilla città bella e grande onorata
dal sepolcro del re Saladino quale tengono per gran santo. Vi è quivi
un ospitale fondato dal detto re che sostenta ogni giorno 500
persone.

Li 18 partimmo da questa città e giunsimo in Zenghian città, e
di là a Sultaniè, da Sultaniè a Com città molto bella, e quivi si
ammalò il signor ambasciatore. Di Com addì 5 settembre giunsimo
in Cascian città bellissima e ricca dove si lavorano molto belli
panni di seta.

Li 10 partimmo e li 15 giunsimo in Ispahan sedia e residenza di
S. M. di Persia. Fossimo incontrati da molti cortigiani e signori
spediti da S. M. per introdurci dentro la città, i quali ci condussero
ad un bellissimo palazzo preparato per nostro alloggio, la sera S. M.
ci mandò la cena preparata in piatti d'oro ed altri vasi.

Poco si passò che s'ammalò il signor ambasciatore gravemente e
non gli fu possibile di andare all'udienza; crescendo il male, fece
chiamare uno dei principali cortigiani di S. M. al quale disse:

Giacchè così piace al signor Iddio di chiamarmi ad altra vita, e
che non posso pienamente adempire la volontà del re e della serenissima
Repubblica veneta in questa ambasceria; questo presente
signor padre, datomi dal mio re per compagno dell'ambasciata, soddisferà
intieramente a quella. Perciò in presenza dello stesso signor
persiano mi consegnò l'istruzione, le lettere ed ogni cosa, e li 7 di
ottobre, munito dei nostri ss. Sacramenti, rese l'anima sua al creatore,
e fu sepolto il giorno seguente con gran pompa nella chiesa dei
padri M. R. Carmelitani scalzi.

Li 17 io fui introdotto all'udienza pubblica del re, accompagnato
da molti sì persiani come franchi, e salutato che ebbi S. M. da parte
del serenissimo re di Polonia ed anco da parte della serenissima Repubblica
di Venezia, gli resi le lettere. S. M. mi fece sedere e per molto
tempo mi trattenne interrogandomi della salute e stato delli serenissimi
re e principi cristiani: io risposi conforme a quello stato che
avevo saputo nella mia partenza.

Li 31 io fui invitato da parte di S. M. alla loro pasqua che chiamano
Bairan: risposi che molto volontieri avrei servito S. M.
mentre ciò non seguisse in mio pregiudizio col cedere il luogo ad altri
ambasciatori che si ritrovassero ivi, mi risposero che per certo non
mi sarebbe fatto pregiudizio nè torto veruno. Il dì seguente vennero
a levarmi con cavalli di S. M. per me e per tutta la mia gente.

Giunto a palazzo feci riverenza a S. M. e mi fu dato luogo conveniente.

Durarono i giuochi ben due ore dove si videro diversi combattimenti;
quindi si fece un banchetto, nel quale S. M. e tutti mangiarono
in terra ed io ad una tavoletta alta un piede sedendo sopra una
seggiola bassa. Finito il pranzo mi ritirai all'alloggiamento nostro.
Il giorno dopo mandò S. M. un principal della sua corte da me a
dirmi, che mettessi in carta in lingua persiana, come usasi colà,
quanto desiderava il serenissimo re di Polonia e la serenissima Repubblica
di Venezia. Io subito mandai a chiamare li padri carmelitani
scalzi che mi tradussero in lingua persiana e scrissero li punti seguenti:

1. Universo mundo bene est notum turcarum imperatores precipue
presentem esse fidei fracturam, nulliq. regi convicino, non solum
non tenere iuramentum viro sub amicitiae pretexta ferro, igneq.
occupare dictiones.

2. Cuius sacramenti fragium, non volentes christiani reges sustinere:
volenterque eius tantam superbiam reprimere, Christi invocato
auxilio, omnes suas vires ac potentiam terra mariq. converterunt.

3. Et quia serenissimi regis nostri, Reipublicaeq. venetorum
dictiones, confinibus illius sunt viciniores ob idque gravius sentiunt
eius insultus; quam alii monarchae christiani, quibus pro
muro quodam modo sunt, per Dei voluntatem serenissimum regem
nostrum pro supremo duce suo, omnes unanimi consensu delegerunt.

4. Qui huic tam sancto operi lubens humeros submisit, desiderans,
et alios monarchas quibus cum ab antiquis saeculis amicitia fuit ad
tollendum tam comunem inimicum ad similia vota excitare, me ad
regiam maiestatem tuam expedivit.

5. Quoniam vero contra hunc inimicum uter non solum antecessores
maiestatis tuae, verum etiam ipsa tua maiestas, magnam causam
sustinet, non sibi persuadet serenissimus rex noster nec
non omnes alii reges ac principes christiani maiestatem tuam hanc
occasionem, otio praetermissuram. Cuius gratia antecessores maiestatis
tuae, tanta sanguinis effusione plura possederunt.

6. Hoc itaque regia maiestas tua, iusta ponderando non parcat
ancipiti gladio ne antecessorum suorum tantorum heroum, qui
etiam in florente sua aetate nullis laboribus pepercerunt, alte impressa
vestigia properantur ac tot tantiq. reges et principes spe sua
in tuae maiestatis persona fraudentur, nec hoc cum gratia legato
ad ipsos destinato comitari dignetur.

I quali punti presentai a S. M., e lettili rispose che molto volontieri
avrebbe soddisfatto alla amicizia dei principi cristiani.

In quel tempo ivi era un ambasciatore del Gran Mogol, il quale era
stato trattenuto due anni per alcune lettere quali avea scritto al
suo re e furono intercette.

Scriveva che il serenissimo re di Persia era ancor giovinetto e
non poteva trattar con esso, e quando chiedeva audienza dal re se
gli rispondeva, che il re era ancor troppo giovane e che aspettasse il
tempo. S. M. il re di Persia era d'anni 18 quando giunsimo noi in
Persia, giovane grazioso affabile, e come era detto da tutti era per
riescire un altro shàh Abbas suo avo, continuamente a cavallo e nelli
esercizii militari; la sua ava moglie del detto shàh Abbas reggeva e
governava, ma ora lui essendo d'anni 19 governava lui stesso. Ha
per moglie una senza figliuoli ma si diceva che era gravida. La moglie
è figlia di un certo Surcolano qual abita in Daghestand, benchè
di donne ne abbia molte, quella è la principale.

Il suo cancelliere gran Visir si chiama Dauleto, uomo molto osservante
della sua legge, e non troppo amico dei cristiani; ha per moglie
una sorella del re di Persia, ha 5 figliuoli ed a tutti gli fece cavar
gli occhi, acciò non si sollevassero arrivati che fossero in età.

S. M. mandò un corriere a Costantinopoli per sapere se i principi
cristiani facevano guerra, e per questa occasione ci trattenne 11
settimane, sin tanto che il corriere ritornasse da Costantinopoli, e
quando cercavo l'espedizione mi rispondevano che mi riposassi che
quanto prima ci spedirebbe.

Il 16 novembre il serenissimo re mi mandò le vesti, quali è solito
dare agli ambasciatori, ed il giorno seguente fui chiamato di nuovo
all'udienza ove mi diede l'espedizione, cioè lettere per il serenissimo
re di Polonia e per la serenissima Repubblica di Venezia, di sua propria
mano, salutandoli e pregandoli felicissimi successi, promettendo
di soddisfare alla amicizia.

Di là ad alcuni giorni partii d'Ispahan e per il nostro ritorno
accompagnato da 25 soldati persiani, e provvisti di cavalli e d'ogni cosa
necessaria pel viaggio, ritornassimo per la istessa strada che eravamo
venuti.

Li 20 gennaio giunsimo in Sciamachia città principale della provincia
di Schirvan, come ho detto di sopra, furono mandati dallo
stesso Khan molti persiani per incontrarci e condurci al nostro alloggio
ove fossimo benissimo trattati da esso, ed ivi ci fermassimo
sino alli 29 di aprile.

Più volte ci invitò il Khan nel suo palazzo e particolarmente una
volta, che fu il giorno di S. Tomaso d'Aquino, li 7 di marzo: molte
cose allora ci riferì particolarmente dell'armata veneta che faceva
grandissimi progressi contro l'armata turchesca, delle galere che
erano state fracassate dalla armata veneziana di Smirne e di Scio e
minutissimamente di ogni cosa. Di più disseci che di Babilonia erano
fuggiti 200 turchi spahi in Persia, e promettevano al serenissimo re
di Persia, che se volesse inviare solo 12 mille uomini la città si sarebbe
resa, perchè era sprovveduta di presidio, e la miglior soldatesca
era stata levata dal Gran Signore, e li più peggiori gente inesperta
era restata. Di più disse che il serenissimo re aveva ordinato che il
Khan Solimano qual sta non molto lontano di Babilonia, stesse
apparecchiato, e lo stesso a quello di Erivan, di Tauris, di Sciamachia ed
altri che stassero lesti. Disse di più che il gran Signore scrisse al
serenissimo re di Persia, per genti, ma la S. M. non si contentò. Ogni
di ci mandava a riferire minutissimamente quanto faceva la serenissima
Repubblica.

Di più il Khan ci disse che S. M. mandava un esercito verso il regno
di Conducar per ricuperarlo unito insieme col gran Khan di
Tartaria Olbeco qual fu scacciato dal suo paese dal re Gran Mogol,
ma con l'aiuto del re di Persia lo ricuperò cacciando di nuovo gl'Indiani,
ed in quel tempo morì il re di Mogol ed il regno si divise
in quattro figliuoli; ed il minor nato è il più vivace, più bellicoso
degli altri fratelli e più amato e riverito, non si contentò
della parte lasciatagli dal re Mogol suo padre, levò l'armi contro il
suo fratello maggiore, come ancor fece contro il suo padre vivendo;
il che vedendo il re di Persia si risolse tentar di ricuperare quel regno
insieme unito con il gran Khan Olbeco, vedendo gli figliuoli
del Gran Mogol disuniti, molti anni sono che cercava questa occasione
tanto più vedendo che il gran Signore aveva che fare colla
serenissima Repubblica, perchè quando lui voleva andare sopra il detto
regno il gran Turco gli dava addosso, e quando voleva ricuperar Babilonia
il gran Mogol gli dava ancor lui addosso, e così non potea
nè l'uno nè l'altro ricuperare. Ma avendo l'occasione tanto per la
morte del gran Mogol, quanto per la guerra che aveva il gran Turco
contro la serenissima Repubblica, si deliberò di tentar la fortuna, ma
credo come dicevano i Persiani che quella guerra finirebbe presto, e
tutti e particolarmente li grandi dicevano che col ritorno dell'esercito
da quella parte dell'India andrebbe per ricuperare i luoghi occupati
dal gran Turco.

Li 29 aprile partissimo per la marina e vi giunsimo li 5 di maggio;
ci trattenessimo dalli 5 di maggio alli 12 giugno, allora ci imbarcassimo,
li 25 facessimo vela verso Astracan, ma volendo così la Divina
Maestà fossimo costretti a ritornar al luogo dove eravamo partiti per
li venti contrarii e poco mancò che non s'affogasse la barca. Li 28
per grazia di Dio facessimo di nuovo vela e giunsimo li 6 di luglio
all'acqua dolce, ed in detta acqua navigassimo 5 dì. Io mandai il mio
interprete con un nobile polacco in Astracan, al palatino di detta
città, e lui ci mandò 2 barche piccole perchè la barca grande non
poteva andare per esservi poca acqua.

La domenica mattina 29 ci vennero incontro molti nobili moscoviti
e soldatesca che quivi si ritrovava in Astracan; li 29 partissimo di
detta città provvisti di ogni cosa necessaria al viaggio come barca e
soldati per la Volga, 60 leghe da Astracan. Li 15 agosto giunsimo in
Saricina città sopra la Volga, 70 leghe da Astracan. L'istesso giorno
partissimo per Saraton, 20 leghe da Saricina, ivi giunsimo li 29, e li
13 di settembre giunsimo in Samaria dove siamo stati molto ben trattati
dal Palatino di quella città. Di Samaria a Simbir, a Tetiuschi,
li 4 di ottobre a Cazan e li 6 partissimo e giunsimo li 14 di ottobre a
Cosma e Damiano e Vailgoroda li 19. Li 25 giunsimo a Nisni Novogorod
che fu domenica, li 3 di novembre giunsimo in Murom e li
8 a Vladimiria e li 19 giunsimo a Mosca residenza e sedia del granduca
di Moscovia, ove fui ricevuto con grandissimo onore ed affetto,
visitandomi li due cancellieri da parte del granduca offerendomi
quello m'era necessario.

Li 5 di dicembre partissimo di detta città e giunsimo in Smolensco
città del serenissimo re di Polonia, ove mi fermai tre settimane per
li pericoli delli Cosacchi. Li 8 di gennaio partissimo per Cracovia ove
giunsimo li 8 di febbraio, e li 13 ebbi udienza da S. M. il re di Polonia
e resi le lettere del serenissimo re di Persia.

La strada più breve per andar in Persia di qua è per la via di
Aleppo, ovvero pel mar Nero imbarcandosi a Caffa per la Mingrelia,
non trovandosi comodità per imbarcarsi in Caffa per Mingrelia si troverà
per Trebisonda. Di Mingrelia nel stato del re di Persia in tre
settimane si può entrare per la Moscovia. Bisogna aspettare il tempo
opportuno perchè il fiume nella primavera è troppo grande, d'inverno
è congelato, e gravi sono i pericoli dei tartari, mongoli, e dei
calmuchi, inimici comuni delli moscoviti: all'andar sarebbe facile
ma al ritornar difficile. Questo è quanto per la brevità del tempo
posso narrare a Vostra Serenità circa il mio viaggio.

Di Vostra Serenità

                                     _Devotissimo Servitore_

                              Fra ANTONIO DI FIANDRA Domenicano.
                                  Stà a ss. Giovanni et Paolo.

        _Espositioni Secrete._


DOCUMENTO LI.

29 marzo 1649.

_Serenissimo Principe,_

Espedito che fui dalla Serenità Vostra con lettera ed ordini per la
reale Maestà di Persia, per procurare da lui la guerra in Babilonia
contro l'Ottomano, conforme alla mia promessa, con lui ho operato
molto efficacemente si per l'ordine avuto da S. S. come da Vostra Serenità,
ed anco per zelo della mia patria, che più caldamente mi ha spinto
con ogni vigore e seguito durante il mio viaggio per Sorìa. Giunto in
Aleppo mi sono infermato di grave malattia, che mi ha tenuto aggravato
per lo spazio di mesi 5 con pericolo della vita; ma con l'aiuto
del signore Iddio rilevatomi e convalescente ho seguito il mio viaggio
e per nuova strada non frequentata mi sono condotto alle frontiere di
Persia, con le mie robe per il presente, onde mi ha costato grande
spesa, acciò non fossero aperte e vedute dette robe, e speso alla
somma di 1430 reali da otto, a condurmi fino in Ispahan.

Ora entrato nella terra del detto rey, alle frontiere mi fu subito
domandato dal duque di quelli paesi chi io era e di dove venivo
e dove volevo passare, non essendo costume per tal strada simili
persone e tali robe venire. Li risposi esser mandato di cristianità,
da quattro monarchi potentissimi cristiani, con lettere dirette
alla maestà di Persia, onde il detto le volse vedere. Io mostratele, mi
fece grande onore, trattenendomi 3 giorni, e intanto espedita una
staffetta al rey, dandole conto come un tale veniva con tali negozi, e
di poi mi lasciò passare con una persona sua che mi accompagnerìa
al detto rey, essendo così il costume. Però bisognò che io li fassi il
suo presente, il quale fu alla somma di reali n. 350 tra lui e suoi
grandi, perchè così è costume per tutta la Persia e Turchia a camminar
con li presenti, come credo che la S. V. sarà bene informata
di ogni cosa.

Seguitò il mio viaggio onde mi condussi in Ispahan, e per la nuova
che era andata, me viene ad incontrar tutti li franchi che la estano,
e mi condussero in città con molto onor. Onde il visir mi mandò il
capo di mehemendar a dimandare se era vero che io avessi tali lettere
e se avevo presenti para el rey. Io le risposi non aver cosa niuna
mandata da niuno, ma avendo alcune galanterie io comperate per
queste parti che gliele presenteria volentieri. Lui rispose che bene,
e che sarebbe andato a dar nuova di tutto a detto granvisir. E così
mi mandò subito il vitto della tavola del rey nelli vasi d'oro, per el
spazio de 8 giorni; dapoi mandò reali 450 dicendomi che mi espesassi
da me, e mi disse che mi mettessi in ordine che un di questi
giorni sarebbe venuto a levar me all'udienza, e che preparassi il
presente che avevo da fare al rey, e che facessi copiar le lettere che
aveva da presentare in scritto persiano. Questo fu gran favore di Dio
che el me ordinasse a me, perchè se le riceveva così e le avesse mandate
ad altri franchi per interpretare, li erano tali che altro non
desideravano perchè la coda di Francia arriva fin qui, e quelli che
manco si estimano e che paiono sancti sono quelli che estano
qui, para avvisar il tutto, come volevano fare volendo corrompere
il mio mullà, sive escrivano persio, che li dasse le copie del
tutto. Ma io accortomi, operai tanto sicuro e cauto che non hanno
avuto il loro intento.

Tutte le lettere che io avevo degli altri principi, il principe fece che
io le presentassi essendo lui insieme con me, questo per non aver
lui con chi poterle accompagnare essendo in grandissima calamità e
miseria; e qui dando lettere bisogna anco le si porti in compagnia. Le
presentai colla istruzione del pontefice insieme tutto in scripto, essendo
la udienza in pubblico, e per non aver tanto a parlare, così si
fece onde passò bene tutto il negozio.

A cabo di altri 8 giorni il detto mehemendar mi venne a levare e
condurre davanti al rey in udienza, e comparso le presentai in mano
del proprio rey tutte le dette lettere ed istruzione, insieme con il
presente, il quale era portato da 24 uomini essendo pel valore di
4500 reali. Fui ben visto dal rey e dal gran visir e da tutti li grandi
della corte, e con cortesi parole disnando in sua tavola con lui e visir
e grandi del regno, disse a me poi che altra volta mi avrebbe chiamato
all'udienza e convito in questo tempo. Seando la audienza del
visir, con il presente suo, qual era della summa de trescientos e sescenta
reali in circa, ed un'altra copia dell'istruzione, acciocchè anche
lui a parte potesse veder e saper el tutto, sebbene egli fa tutti li negozi
del reino, essendo il re giovane di anni 18 in circa. Qui anco si ebbe
cortese risposta, si diede il suo presente al suo partir acciò si potesse
aver l'ingresso libero, avendo a trattare più volte con il detto visir.

A cabo di altri 15 giorni in circa el rey mi mandò a casa il mio
presente per il mehemendar il quale era in danaro 750 reali ed alcune
pezze di seta con oro ed altre senza ed alcuni telami, le quali robe
diceva il detto mehemendar valere settecentos et cincuenta reali, sicchè
il tutto tra roba e soldi sommava 1500 reali; ma volendo io vendere
la roba per bisogno di denari per le spese fatte, non mi davano
la metà di quello diceva il mehemendar. Di che le conservai e me
ne servii per altri presenti che avevo a fare, e non ne tirai niun profitto
de le. Mi mandò anco insieme la ghalata regia, cioè veste, e
disse che fra pochi giorni mi verrebbe a levare all'udienza; e da li
a 5 giorni mi chiamò all'udienza del rey, gli portai un altro presente
del valore di reali 225; mi diede le risposte dicendo che riverisci
le EE. VV. da sua parte; mi dimandò poi per quale strada
volevo partire, io gli risposi non aver altra strada che per Moscovia,
ovvero India, ora la più breve era per Moscovia, onde al detto
principe chiesi per favore lettere pel granduca di Moscovia, e lui
cortesemente mi rispose volentieri; ma in questo darmi la detta
lettera e passaporto passarono altri due mesi, per cagione di alcuni
emuli che portarono ogni risposta e spedizione a mesi 4,
avendo fatta molta spesa per il vitto di mia tavola per detti mesi,
reali 480 presente per il detto mehemendar, reali 230 per altra spesa
di servitori, e quello che portò il vitto del rey con el mio presente
e la ghalata, il mio dragomano, mullà sive escrivano persico, ed altri
che son molto lungo mettere in carta mi andò reali 620. Per cavalli,
tappeti, pavoni, ed altra spesa per il mio viaggio me andò 460;
onde avendo fatta tanta spesa ed essendo con pochi denari e viaggio
lungo da fare avendo 10 cavalli, chiesi al rey alcun viatico onde mi
mandò altri 750 reali, ma questi non è bastanti al viaggio che finora
ho fatto, oltre ad alcuni vestimenti fattomi per comparir all'audienza
pel valor di 470 reali, per un presente fatto a colui che mi condusse
in Moscovia, e spesi altri 220 reali pel viaggio da Ispahan fin ora
presente, e pel mio vitto reali 450 che è stato questo el corso di mesi 7.
Sicchè mi trovo di sotto da 7000 reali in circa, ma al capo di 4 giorni
dalla mia partenza da Ispahan mi incontrai in un tale Giorgellis
ambasciatore della sacra maestà di Polonia, che Dio volesse non avessi
mai veduto per essermi stato di notabilissimo danno, e da Sua
Maestà medesima ne avrà V. S. informazione del tutto, perchè io
glielo scritto, e poi con la mia venuta più oltre saprà ogni cosa; ora
rivolto addietro accompagnatolo in Ispahan con ogni onore, sì per la
maestà di Polonia come per aver seco una lettera del serenissimo defunto
Enrico, dipoi rivolto il mio viaggio venni fino la porta sopradetta
di Moscovia, ma per alcun negozio scoperto sono tornato addietro essendo
stata data mala informazione alli Moscoviti, ed essendo zente
sospettosa perfida e mal fida, non mi hanno permesso il passaggio
per la sua terra. Onde ritorno per via d'India la quale sarà per
lo spazio di 15 mesi in circa con mio grandissimo dispendio oltre
il speso. Questo io non dico per essere rimborsato di alcuna cosa,
ma lo dico solo acciocchè sappi la Serenità Vostra che li son
buon suddito, e quello che li ho promesso per amor della patria e
per mantenere l'onore ed il decoro di Vostra Serenità e della
cristianità ho fatto, ed osservato la mia parola, e la manterrò se
dovessi vender la camicia e me stesso ancora, e con il mio arrivo
in patria vederà il tutto che io avrò operato, ma anco avanti
sentiranno le nuove come sarà eseguito ogni cosa, e con altra mia
per altra via significherò più volte a Vostra Serenità il tutto e
per fine riverentemente genuflesso le bacio il manto d'onore.

                  Di Sciangai il dì 24 aprile 1648.

Supplicherò riverentemente V. S. far noto il tutto alla Santità di N.
S. acciocchè lui ancora sappia quanto si opera in questa corte
conforme li suoi ordini, senza preterire niun punto anzi con il mio
dispendio ho sostenuto e mantenuto la riputazione ed onore che a Sua
Beatitudine si conveniva, traendone dal tutto frutto e profitto
buonissimo, che fra poco tempo per quanto si parla qui lo vederà, e
con altra mia per altra via sarà di ogni cosa informato, e poi al mio
arrivo molto più oltre. E riverentemente me inchino.

Di Vostra Serenità

                    _Umilissimo et devotissimo servitore et schiavo_
                              DOMENICO DE SANTI q.m LUCA.

        _Espos. Principi secreta._


DOCUMENTO LII.

1661 (1660 m. v.) 22 gennaro.

_Al re di Persia._

Agli ingiusti travagli che tuttavia ci fanno risentire i Turchi, resiste
la Repubblica nostra con costanza generosa, e prepara per la vicina
ventura campagna ogni vigorosa provisione, particolarmente per
la parte di mare, mirando ad occupare con la necessaria prevenzion
il posto importantissimo dei Dardanelli con buon numero di navi.
V. M. da tutti tanto stimata, non solo per la propria potenza, ma per
il valore delle sue armi, aquisterebbe appo il mondo un merito singolare
e gloria insigne al suo nome, se con le sue forze si disponesse
ad abbattere l'Ottomano comune nemico. Molte buone congiunzioni e
la pace universale già segnata in cristianità aprono la strada a fortunati
successi ed a grandi vittorie, mentre sono tutti i principi
disposti a secondarle. Abbiamo voluto portare alla M. V. queste
notizie, acciò comprenda la buona opportunità che se le offerisce di
abbattere così fieri nemici; confirmandole con tale incontro la nostra
antica osservanza, e la confidenza che si tiene di riportare dalla sua
gran mano ogni più valida assistenza: sicura la M. V. della memoria
grata e perpetua che sarà per conservargli la Repubblica con desiderio
di corrispondergli con sinceri testimoni di stima, augurando
intanto alla M. V. il colmo di ogni grandezza e prosperità.

  De si       79
  De no        0
  Non sinceri  3

        _Senato Corti. R. 37._


DOCUMENTO LIII.

1662, 10 giugno.

_Serenissimo Principe,_

Io Aranchies Vartapiet, arcivescovo d'Armenia maggiore, raccomandato
alla S. V. ed a tutti i principi cristiani nel passaporto dell'em.mo
Chigi, essendomi stato illuminato il cuore nel conoscimento
della vera fede, e però andato a Roma a confessarla nelle mani del
sommo Pontefice, desiderando colle opere di confessarla e conoscendo
la Serenissima Vostra Repubblica di Venezia religiosissima, e
che più di tutti li principi cristiani con la confessione e con le armi
la sustenta, humilmente espongo:

Con l'occasione che supplico passaporto, dovendo passare per la
Persia, ed avendo stretta intelligenza con quella Maestà, se fosse
conferente agli interessi della S. V. di trattar lega con quel re a danni
dell'Ottomano, mi offerisco di praticarla, assicurando la Maestà di
certa lega ed unione colla Ser. Rep., supplicandola di secretezza in
questo affare, perchè li Armeni che sono in Venezia inimici degli
Armeni cattolici ed a me inimicissimi, a quale hanno l'occhio, per
esser persona la prima dopo il patriarca d'Armenia, onde se sapessero
alcuna cosa avviserebbero e mi leverebbero la vita per strada.
Benchè mi sarebbe caro di perderla per la fede e per la Ser. Rep.,
le sicurezze che io ho e l'inclinazione del re di Persia a questa lega
mi certificano, e le espressioni a me fatte mi necessitano della sicurezza
del fine.

Nel passaporto supplico la S. V. raccomandarmi a tutti e specialmente
al suddetto re. Ricevendo la S. V. la mia esibizione, si compiaccia
farmi dar braccia sei di soprarizzo d'oro per donar al re,
perchè da questo conosca quella Maestà le commissioni delle S. V.
e un poco di danaro per far il viaggio. Le difficoltà che si hanno
per passar nel paese dell'Ottomano sono benissimo note. Io non ho
difficoltà alcuna del passaggio, e se paresse alla suprema prudenza
della S. V. far che alcuno si accompagni con me con commissioni
più secrete, sarà sicurissimo.

Protestando al sig. Dio e alla S. V. che in questo viaggio questo
affare avrà buon fine o morirò martire per la santa fede e per questa
Ser. Repubblica.

        _Filza Corti, 66._


DOCUMENTO LIV.

1662, 10 giugno in Senato.

_Al re di Persia._

È in cammino per queste parti Aranchies Vartapiet arcivescovo
d'Armenia maggiore, e presentandosi occasione di rinnovare la memoria
a V. M. del pubblico cordiale affetto, mancheressimo, non facendolo,
all'ardore dello stesso desiderio che nutrisce verso di lei la
nostra Rep. sempre con sentimenti particolari di stima grande e di
amicizia vera. Udrà dalla viva voce di lui quello che dai nostri cuori
ha potuto ritrar più al vivo nel discorso. Sieno però le presenti a
ritratto di un'ottima disposizione; e se combattuti noi da gran nemico,
più si cimentamo, giusti mantenitori del dominio nostro, vaglia
ciò per pegno al mondo di una sincerissima volontà, ed a lei queste
lettere di una immutabile osservanza che nei presenti tempi brameressimo
poterle avvicinare con altrettante prove, quanto uniti se le
trovamo sempre coll'anima e coll'affetto, pregando a V. M. per fine
lunghezza d'anni e felicità di avvenimenti.

  Affermativi 113
  Negativi      1
  Non sinceri   2

                              VERDIZOTTI _Segretario_.

Colla parte del Senato 10 giugno 1662 fu poi stabilito che si dessero
all'arcivescovo oltre alla presente lettera zecchini 50 per una volta
tanto, per spese di viaggio, stante la molta sua povertà, e per
contrassegno di conosciuto merito.

        _Filza Corti, 66._


DOCUMENTO LV.

1673, 19 luglio.

Per comando delle Eccellenze Vostre trasferitomi io Pietro Fortis,
dragomanno pubblico, nel convento dei santi Giovanni e Paolo, dove
si attrovano li padri domenicani venuti di Persia, nominati Maria di
san Giovanni, e Antonio di san Nazaro, parlando in turco, ai quali
dissi di aver le Eccellenze Vostre inteso il loro arrivo in questa città
con qualche commissione del re di Persia, che saranno ben veduti,
desiderando Sue Eccellenze d'intendere quali sieno gli ordini che
tengono. Risposero render umilmente ed ossequientissime grazie
alla Maestà pubblica, che si è compiaciuta degnarsi di ricercar di
loro, et dissero essere tre anni che sono partiti dalla presenza del re
di Persia, con lettere dirette al ser.mo principe di Venezia, tre per
la sede apostolica, una pel re cristianissimo, ed una pel granduca di
Fiorenza. Essere partiti per via di Moscovia, ma per le guerre d'allora
aver convenuto fermarsi nel viaggio 22 mesi, che poi liberatosi
il paese continuarono il loro viaggio, e passando per la Germania capitorno
qui dopo un lungo e disastroso viaggio.

Ricercati da me se hanno qualche cosa da dire oltre alle predette
lettere, dissero che già 4 anni fu spedito dalla sede apostolica con
titolo di ambasciador di S. Santità. Matteo arcivescovo di Naschiwan
dell'ordine di san Domenico con lettere al medesimo re, alle quali
risponde, come pure ebbe lettere di Sua Serenità al medesimo re, e
quelle che s'attrovano avere, sono le risposte. Mi dissero non aver
d'avvantaggio, rimettendosi alle lettere e supplicando bene Vostre
Eccellenze delle risposte che così hanno commissione dal re, perchè
continui la buona corrispondenza colla Ser. Rep. instando d'esser
spediti con celerità.

Aver nel viaggio così lungo patito molto e con un dispendio sopragrande,
su di che si raccomandano alla somma benignità delle Eccellenze
Vostre: instando pure di essere provveduti perchè possino far
il viaggio per Fiorenza, che di là poi si porteranno a Roma e Parigi.

Tanto ho ricavato dai medesimi, in ordine ai comandi delle Eccellenze
Vostre.

        _Esp. Principi._


DOCUMENTO LVI.

_Serenissimi Signori,_

Richiedevano le mie obbligazioni che in propria persona fossi venuto
a render le dovute grazie a questo ecc.mo senato, ma la mia
senile età, la lunghezza del viaggio, li gravissimi pericoli che si
incontrano, mi impediscono e la soddisfazione del mio debito e la
esecuzione del mio desiderio. Che però quel tanto non mi è permesso
far di persona vengo a farlo colla penna, significandogli,
come dopo gravissimi pericoli e di mare e di terra, singolarmente
in Erzerum dove fui accusato per spia, giunsi in questa mia provincia
e da qui poi mi trasferii in Ispahan, dove ritrovai appunto
giunto l'ambasciatore di Polonia. Per molti affari del re fu ad ambidue
procrastinata l'udienza per tre mesi. Venuto poi il tempo presentai
le lettere delle Vostre Signorie Eccellentissime quali furono
affettuosamente ricevute, et poi con la maggior efficacia possibile
esposi la mossa della guerra contra del turco Ottomano conforme
l'impostomi dalle Eccellenze Vostre e fui benignamente ascoltato. Mi
domandò poi il re minutamente di tutti i principi cristiani, del loro
numero, grandezza e potenza; e di codesta Ser. Rep. dissi quel tanto
che in verità si doveva che non era ad altri inferiore. Per ottenere
poi l'espedizione sono stato trattenuto sette mesi. La causa di tanta
dilazione fu la nuova che sopraggiunse della resa di Candia dal re
sentita al maggior segno, che mi disse queste parole:

Come! principi cristiani m'invitano alla guerra col turco, mentre
essi hanno resa una piazza tanto tempo difesa, quasi che temano della
loro propria potenza?

Non mancai far ogni sforzo per giustificar questo fatto, procurando
di renderlo capace nel miglior modo fosse possibile.

Circa agli interessi della mia provincia ho ottenuto, mercè l'intercessione
di Vostra Serenità, quanto per addesso desideravo. È ben
vero che assai più avrei ottenuto se non fosse stato l'accennato disturbo
di Candia. Intorno al negozio della guerra non mi ha dato
risposta alcuna a bocca, dicendomi che nelle lettere risponsive si
contenevano li suoi sentimenti; che però consegnatemi le lettere dirette
a questo ecc.mo senato, insieme colle altre dirette al sommo
pontefice, mi comandò che per due dei miei frati a posta le inviassi,
acciò avessero sicuro recapito, e che colle scritture non toccassero i
passi dell'Ottoman, ma che si inviassero per la strada di Moscovia,
e che si accompagnassero con il suo ambasciatore quale egli inviava
al re di Polonia. Tanto appunto eseguisco inviando per i miei frati alle
Signorie Vostre Eccellentissime l'accennate lettere con affezionatissimo
rendimento di grazie, promettendomi dalla loro benignità ogni possibile
aiuto, in ogni altra occorrenza e bisogno di questi poveri cattolici,
posti nel mezzo di tanti voracissimi lupi di scismatici ed infedeli,
che fanno del continuo ogni sforzo per divorarli. E però le
mie forze non sono sufficienti per difenderli se non vengo aiutato
dalla pietà dei cristiani principi, e singolarmente da codesta Ser. Rep.
che in pietà ogni altro eccede. Raccomando alla vostra benignità
questi due padri, che invio; mentre per fine profondissimamente me
le inchino augurandogli dalla Divina Maestà ogni bramata prosperità.

Da Naschirvan provincia dell'Armenia maggiore 10 agosto 1670.

Delle Vostre Signorie Serenissime

                              Umilissimo ed obbedientissimo servo
                                     FRA MATTEO AVANISENS
                                 _Arcivescovo di Naschirvan_.

        _Esp. Princ. Filza 87._


DOCUMENTO LVII.

Laudato sia il grande e onnipotente Iddio.

Potentissimo, maestosissimo ed altissimo principe, padrone e
possessore del vasto dominio veneziano, signore e monarca di grandezza,
maestà, giustizia e magnanimità, serenissimo possessore del
manto della gloria, potente dominatore fra li re cristiani, di carità
e di equità che non ha pari, qual s'assomiglia all'oceano che non
ha paragone nella immensità, essendo nota a tutto l'universo la sua
grandezza e potenza.

Dopo di che le portiamo colla presente che avendo la Serenità
Vostra inviate sue da noi stimatissime lettere, per mano di Matteo
vescovo di Naschirvan, dirette alla felice memoria del potentissimo
nostro padre che ora gode stanze serene e gloriose nel paradiso;
quali lettere sono state invece di lui a noi presentate, ed intesone
il contenuto, alle quali si è fatta quella stima che meritano le grandezze
cospicue di chi le ha inviate.

E sopra il motivo della raccomandazione per li popoli cattolici, della
credenza di Gesù che si attrovano nel nostro dominio, acciò godino tutte
le immunità e privilegi, abbiamo comandato che per tutte le città,
castelli, terre e villaggi dove vi sono abitazioni sieno rispettati ed
onorati, comminando che non li sia inferita molestia alcuna: anzi per
maggiormente far palese la stima che facciamo delle raccomandazioni
di Vostra Serenità, abbiamo comandato che attrovandosi in qual
si sia castello e villaggio alcuno dei sopradetti, molti o pochi dei
sudditi cattolici in molto o poco numero, a causa di loro restino
anco immuni tutti gli altri di qualsivoglia condizione o setta, e ciò
per esservi colà abitanti cattolici; e questo perchè si veda la nostra
intenzione che è sempre per incontrare nelle soddisfazioni di un
principe così a noi amico, al quale professiamo osservanza non ordinaria.
Ma nonostante le immunità ed esenzioni da noi concesse ai
popoli non solo cattolici, ma anco agli altri abitanti in quelle terre e
castelli, hanno essi voluto colla direzione del suddetto vescovo Matteo
contribuire un semplice segno di ricognizione al mio erario come
dominante, e questo per goder perpetuamente le concessioni da noi
fatteli, dove per consolarli abbiamo così confermato. Onde con
questo decreto restano immuni da qualsivoglia altra contribuzione,
cui per l'avanti soccombevano, non solo all'erario regio, ma anco alli
rappresentanti che colà si attrovano e che per l'avvenire vi saranno;
quali dovranno in tutta puntualità adempire ed eseguire i nostri comandi
nel ben governarli, proteggerli e difenderli da qualsivoglia
molestia, i quali popoli potranno a loro piacere e con sicurezza attendere
ai loro negozi. Abbiamo avuto notizia come la guerra che vertiva
sopra l'isola di Candia con l'Ottomano resti ora cessata, ed il tutto
aggiustato con la pace stabilita e convertita in buona amicizia, ed
attrovarsi al presente la predetta isola di Candia in potere del medesimo
Ottomano e restate sopite tutte le differenze. Nonostante però se
nell'animo della Serenità Vostra insorgesse altro di nuovo sopra
ciò, la preghiamo che senza alcun rispetto o riguardo si compiaccia
darci avviso e manifestarci l'animo suo, assicurandola di una prontezza
nell'abbracciare e poner in esecuzione quanto ci dirà e quanto
desidera.

Nel resto le preghiamo dal Signor Dio tutte le felicità, prosperità
e grandezze maggiori.

_Sigillo del re di Persia_ SULEIMAN.

                                  PIETRO FORTIS
                              _Dragomanno pubblico_.

        _Esp. Princ. Filza 40._


DOCUMENTO LVIII.

1673. Luglio.

      _Relazione presentata al senato dal dragomanno Fortis
      intorno al colloquio da esso tenuto coi padri domenicani
      venuti dalla Persia._

_Serenissimo principe,_

Avendo fatta istanza i padri domenicani, venuti dalla Persia, a voler
conferire con me Pietro Fortis, alcuni particolari da portarsi alla
notizia di Vostra Serenità, ne diedi parte agli ecc. Savj dai quali
comandato di riferire tutto ciò che dai medesimi sarà rapportato,
dissero:

Che il viaggio loro benchè sia stato lungo, ad ogni modo questi
tre anni non sono stati spesi sempre nel cammino, ma bensì per
esser stati fermati nelli confini della Persia e Moscovia 22 mesi continui,
per causa delle guerre con alcuni ribelli del moscovita, e che
fu comandato alli medesimi padri dallo stesso re con ordine espresso
di non progredire il viaggio se prima non ricevevano altre commissioni,
dubitando che arrestati o svaligiati in qualche parte per le
turbolenze insorte potessero perdersi le lettere che tenevan per la
Serenità Vostra e per altri principi.

Furono fermati medesimamente in Polonia più di tre mesi, non
permettendoli di passar oltre quei comandanti, e ciò per non aver
lettere del re di Persia dirette a quelli; ma capitato poi l'ambasciatore
Polacco, si levarono di là e proseguirono il loro cammino.

Nel discorso che tenne il medesimo re di Persia con l'arcivescovo
di Naschirvan prima della loro partenza, fu sopra ogni altro principe
della cristianità esaltato il nome della Serenissima Repubblica di
Venezia, riguardevole a tutto il mondo, ma particolarmente per aver
sola contro la potenza dell'ottomano imperio, non solo sostenuti
gli incontri tanti anni, ma desertati tanti paesi, ed ottenute tante
vittorie contro il medesimo, colla distruzione delle sue armate marittime,
il che ha reso stupore a tutto l'universo. Dagli avvisi che capitarono
in Persia si seppe la pace seguita, e sebbene l'isola di
Candia rimase in potere del Turco, fu però col cambio di altri Stati
e particolarmente di alcune piazze invece dell'isola predetta, rimaste
sotto il comando della Repubblica. Ma che però la pace non poteva
sussistere stantechè i principi cristiani avrebbero mosse le armi al
Turco per la ricupera del detto regno. Esser molto tempo che il
Persiano nutrisce stimoli di vendetta contro l'Ottomano; ma la tregua
seguita fra loro nella presa di Babilonia, di 30 anni, con giuramento
solenne lo obbligava all'osservanza. E benchè spirata sette
anni orsono, furono tante le cause di ambe le parti che si prorogò da
se stessa; perchè il Persiano occupato nella guerra con il Magor per
la contesa di Conducar, fortezza di considerazione nei loro confini,
ed il Turco impegnato in quella di Candia, fu cagione che ambidue
simularono l'odio implacabile che verte tra queste due nazioni; ma
l'assunzione al trono del regnante re d'età d'anni 28, con desiderio
di riavere il perduto e restituire al nome persiano l'antico splendore,
che sempre nei tempi andati fu superiore al Turco, lo stimula ad
una generosa risoluzione, annuendo pure alla sua inclinazione i governatori
delle provincie, nelle quali sono investiti dalli re in forma
di feudo e vi continua la successione nei loro posteri, non come i
bassà dell'Ottomano che di niente e senza meriti vengono innalzati
al comando il quale appena principiato svanisce, e finisce senza memoria
e senza posterità.

Vive dunque nella Persia la brama di cimentare le armi contro il
Turco, e si andava disponendo l'armamento con gran coraggio,
essendo capitati avvisi ai detti padri in Polonia della mossa di
60,000 cavalli con altri ancora che si attendevano dalle provincie
più lontane, oltre la provisione che si faceva di fanteria, benchè lo
sforzo di quella milizia consiste nella cavalleria. Essersi già
pubblicamente promulgala la intenzione del Persiano, disponer l'armi
contro l'Ottomano; essere seguite alcune fazioni nei confini di
Erivan. La ribellione di un bassà turco, ricoveratosi sotto il
Persiano, e mediante quella di un comandante persiano portatosi
nello stato del Turco colle continue scorrerie che si fanno in quei
confini, come pure la invasione dei cosacchi con saiche nelle paludi del
mar Nero verso la Tana, che obbligava il Turco a spedir colà l'armata
di galere. L'unione poi del Moscovita e del Polacco contro del medesimo
Ottomano, lo potrà metter in grande apprensione, poichè l'invasione
che possono far nel mar Nero, con il mezzo dei cosacchi con le saiche in
forma di barche armate con 70 o 80 soldati armati per ciascheduna
può opprimerlo molto, mentre lo sforzo dell'alimento di Costantinopoli
d'altra parte non gli è permesso, che da quel mare, poco
d'altrove avendone rispetto al bisogno di una così grande e popolosa
città. Le qual saiche possono con facilità impedire alli
vascelli che transitano per quel mare l'ingresso nel canale di
Costantinopoli come altre volte è seguito, e che pose in gran
costernazione il Turco; sicchè invaso nel mar Nero, molestato per terra
nelle Provincie di Valacchia, Moldavia e Transilvania, possono senza
difficoltà gli aggressori inoltrarsi fino a Costantinopoli, non vi
essendo fortezze nè passi che lo impediscano, per aver anco uniti al
loro partito buona parte di quei tartari che non obbediscono al gran
Khan di Tartaria e che solo mirano al loro provecchio colla speranza di
gran bottino.

L'esibizione del re di Persia fatta alla Serenità Vostra non essere
senza gran fondamento, mentre stimate da lui queste forze
nella cristianità maggiori di qualsiasi altro principe, si prefigge che
possono far molto per mare e reprimere qualsivoglia tentativo del
medesimo, perchè oppresso per terra dall'esercito polacco e moscovita,
invaso dai medesimi nel mar Nero, che sarebbe un trafiggerlo
nelle viscere più interne, assalito dal Persiano nell'Asia, e lontano
dalli soccorsi, combattuto nel mar Bianco dalle armi di Vostra
Serenità, portandosi le armate fino ai castelli dello stretto,
caderà inevitabilmente quella potenza che con tirannide possede
tanti regni e che va occupando alla giornata li Stati altrui.

Essere il Persiano propenso molto nell'incontrare le soddisfazioni
della Serenissima Repubblica, e va meditando il modo di far conoscere
il suo desiderio e di impiegare le sue armi a pro di questa,
facendo gran capitale della medesima, per il beneficio che ponno
ricevere con tale unione gli interessi di quella corona, come pure la
Serenità Vostra.

Ma perchè quel principe non è come gli altri più vicini, e che si
internano cogli avvisi nel comprendere lo stato degli altri, sarebbe
molto giovevole agli interessi di Vostra Serenità e della cristianità
tutta, che si compiacesse spedire qualche persona pratica a quel
re colla istruzione di quello che ricerca lo stato presente delle vicende
che corrono: perchè nè il vescovo suaccennato, nè altri di
quel paese non avendo il filo e la notizia delle cose d'Europa, e di
quello ricerca il bisogno non ponno e non sanno rappresentare a
quel re, benchè istrutti, una minima parte di quello che farebbe una
persona versata in affari simili, perchè al sicuro indurrebbe quel
re a deliberazioni molto giovevoli alla cristianità e sarebbe gradita
al maggiore segno, essendo stato già in altri tempi fatta simile spedizione
dalla Serenità Vostra, come pure capitarno qui ambasciatori
di quel re.

E perchè la mossa delle armi persiane contro il Turco può causare
che resti preclusa la via al commercio per la Turchia delle
merci che capitano a questa piazza dalla Persia, si potrebbe, come
il re lo desidera, avere reciproco concorso colle flotte da Ormuz o
d'altra scala in fino Moscovia, e di là poi con le carovane per terra per
la Polonia e la Germania la condotta delle sete e d'altre merci
preziosissime, le quali si porteranno dai medesimi Persiani in questa
città con più sicurezza, per mutarle in tante pannine d'oro e di seta
e d'altre merci, come si praticava prima simile condotta con le navi
d'Aleppo d'altro scalo delle Sorie; perchè se gli Olandesi e gli Inglesi
ne vorranno, capiteranno in questa città a comprarne, e non
avranno per l'avvenire quelle forme così vantaggiose da loro praticate
nella compreda delle medesime sete a loro piacimento, per non
saper quei popoli altrove esitarle, e lo facevano a vilissimo prezzo.

Tanto mi dissero di portare alla notizia delle EE. VV. in ordine a
quello è stato loro comandato.

        _Reg. Esp. Princ. pag. 43._


DOCUMENTO LIX.

1673, 23 luglio, in Pregadi.

_Al re di Persia._

Dai padri domenicani in Europa spediti da monsignor reverendo
arcivescovo di Naschirvan, ci sono state rese in questi giorni lettere
di V. M. ricevute da noi con quel contento che può esser ben concepito
dalla conoscenza della stima rispetto ed affettuosa osservanza
professata sempre dalla Repubblica nostra alla sua serenissima casa,
e continuata alla sua imperiale persona, secondo l'istituto dei maggiori
nostri, dell'assunzione della quale al trono colle più cordiali
espressioni dei nostri cuori, ce ne rallegriamo; come alla perdita
della Maestà del padre, contribuimo affettuoso sincero compatimento,
consolandosi nel vederla compensata colla successione di sì degno
erede, d'ogni più squisita prerogativa adornato. Li favori dalla M. V.
impartiti nei suoi felicissimi Stati a monsignor vescovo di Naschirvan ed
ai cattolici con il riguardo di esimerli da ogni aggravio, che da tenue
volontario solo all'imperial cassa, è degno effetto della sua generosità,
che obbligando noi a' più sinceri ed efficaci rendimenti di grazie,
impetrerà dal grande Iddio alla degnissima persona e casa di V. M.
la affluenza d'abbondanti concorsi di prosperi eventi, al singolar
merito che la adorna corrispondenti ed adeguati. A' sudditi però
di codesto serenissimo imperio saran nei stati nostri sempre e per
propension propria nostra, e per corrispondere alle cortesissime
deliberazioni sue, prestato ogni miglior trattamento, assistiti li
mercanti nei loro negozi, e fattegli godere tutte le prove di affetto e
dilezione, e quanto più abbondante sarà il loro concorso sarà tanto
maggiore il nostro godimento, di poter con più copiosi effetti far
conoscere la stima che per Vostra Maestà havemo, ed il desiderio di
comprobargliela con effetti. Con grandissimo sentimento si ricevono
pure li cortesi sensi della M. V. verso le cose pubbliche, che ad
ogni occorrenza saran sempre corrisposti dalla Repubblica nostra
con pari affetto e propensione alle grandezze e vantaggi del suo
serenissimo dominio.

Terminando le presenti col pregar a V. M. copiose prosperità e
grandezze con incremento di gloriosi successi e lungo corso di
anni felici.


E da mo sia preso: che nel darsi nel collegio le lettere ai padri
domenicani pel re di Persia, sian dal Serenissimo Principe spese
parole che indicando la stima delle lettere e persona reale, dichiarino
soddisfazione e godimento per le loro espedizioni verso monsignor
vescovo di Naschirvan che li ha mandati.

Sia pur deliberato che a' padri predetti che sono due con li
compagni sia pagato il viaggio sino a Fiorenza che importa ducati
cinquanta. Ed alli stessi, delli danari della Signorìa nostra sien dati
in dono scudi d'argento cento per una volta tanto, che doveran esserli
fatti capitar dalli Savi del collegio con la notizia del deliberato
per il viaggio, come meglio loro parerà.

  De parte    148
  De non        0
  Non sinceri   2

                              PADAVIN _Seg._

        _Senato Corti._


DOCUMENTO LX.

1695, 4 giugno.

_Al re di Persia._

Quanto ha sempre la Repubblica nostra tenuto in considerazione
di veri amici, e quanto ha professato di affetto e di particolarissima
stima a tutti li degnissimi progenitori della M. V., altrettanto conosce
opportuno e convenevole nella esaltazione di sua persona presentemente
al dominio di codesto celebre regno, portargliene un pieno testimonio
con esprimergliene il contento del Senato di veder appoggiata
la mole del governo alla grande sua direzione, che tale viene a
ripeterlo il mondo tutto per le doti singolari che la adornano e che
sono universalmente acclamate.

A questo sentimento di nostra sincera inalterabile osservanza, non
potemo non unire quelli delle speranze che giustamente concepimo,
nella costanza e nel vigore coi quali da noi si versa, con profusioni
d'oro e di sangue, per far argine alle vaste immagini della potenza
ottomana di predominare l'universo intiero, veder anco dal canto
della M. V. date le mosse ai proprii vittoriosi eserciti contro sì potente
inimico, per tener abbassato non solo il di lui fierissimo orgoglio,
ma per restituire a codesta corona quei stati che con violenta
ed ingiusta usurpazione gli sono stati dal medesimo smembrati, onde
vagliano le glorie di V. M. a divertire le vessazioni comuni, augurando
noi al suo grande merito li avvenimenti più fortunati e le felicità
più desiderabili, congiunte con lunghezza d'anni.

  De parte     125
  De non         0
  Non sinceri    1

        _Senato Secreta._


DOCUMENTO LXI.

_Sia lodato il grande Iddio,
Sia sempre benedetto il nome del potente Iddio,
Sia lodato e salutato il profeta Macometto et suoi seguaci._

Al sublime, eccelso, magnanimo signore, imperatore e monarca,
supremo duce, glorioso, trionfante, cospicuo tra i più grandi imperatori.
A voi che siete il re più potente fra i nazareni credenti, ed arbitro
degli affari tra i più maestosi principi della religion del Messia
e di tutto l'imperio della cristianità, quello che porta sopra il capo
la corona universale e possiede la fortuna di Alessandro Magno, possessore
del manto della gloria concessa ab eterno dalla maestà del
sommo e potente Dio, signore che viverà in tutti i secoli glorioso e
trionfante, che così le viene da noi augurato con tutta la credenza
maggiore.

Si porta li più sinceri, amichevoli, cordiali ed affettuosi saluti
quali possono derivare dalla corrispondenza pronta di buon amico.
Dopo di che si notifica alla S. V. e grandezza esserci pervenuta
una lettera scritta dalla sua magnanimità e presentataci in ora
propizia da Antonio Doni, il quale ha in tutti i numeri adempiuto il
comando che dalla sua sublimità gli è stato commesso, e dal quale ci è
stata con tutte le forme più efficaci rappresentata la buona disposizione
che la grandezza sua si compiace conservare verso di noi.

In quanto a quello si pratica in questo stato intorno al succedere
all'eredità delle facoltà dei fratelli, cioè quando un armeno abbracci
la legge maomettana, è costume sempre mai continuato e però tale
essendo non si può alterare la legge antica: così lo rappresentiamo
alla sua notizia poichè costà non può esser cosa alcuna a lei nascosta;
tuttavolta per levare qualsisia inganno o pregiudizio dei medesimi
si daranno ordini espressi ai giudici cui spetta, acciò questa
nazione non abbi a soggiacere ad alcuna molestia, ma solo a quello
comandano le leggi antiche, e ciò sarà fatto e intanto se ci sarà dato
il modo di manifestare sempre più la nostra cordiale e sincera amicizia
colla Ser. V. capitando qui alcuno dei suoi sarà in tutti i
numeri ben visto, se li somministrerà ogni aiuto e si procurerà di
fare il possibile acciò si adempisca la volontà della sua grandezza.
Tanto desideriamo di corrispondere alle sue cordiali espressioni che
si è compiaciuta darcene nelle sue lettere, le quali da noi al maggior
segno sono desiderate, acciò sempre resti ferma e radicata questa
buona corrispondenza, che come tale viene da noi sempre promessa,
e per il resto il grande Iddio sii quello che prosperi e rendi fortunato
il suo stato ed imperio.

                    Sigillo: _Il servo di Dio_, ABBAS _re di Persia_.

        _Liber dominorum, Arch. gen., la sola traduzione._


DOCUMENTO LXII.

1663, 29 decembre.

_Al re di Persia._

Fra le glorie più insigni della M. V. quella particolarmente risplende
della bontà colla quale si degna di riguardare ed amare li
proprii sudditi; nè essendo li cattolici commoranti sotto il felice
suo impero niente meno divoti ed affezionati alla di lei corona di
quello sieno gli altri, a ragione si persuadono e promettono ogni
favore. Di qui è però che dovendo la M. V. essere supplicata dal
padre fra Antonio Fassi domenicano vicario generale in Oriente di
una grazia a favore dei medesimi, come essi se la persuadono
dalla generosità del di lei animo, così la Repubblica nostra, che
professa grande osservanza verso il suo cospicuo nome e che tiene
tanta parte nel vantaggio del cristianesimo, viene ad intercedere
con tutta la sua svisceratezza dell'animo per la medesima, il che non
anderà disgiunto dai riguardi del vantaggio della sua corona, e
sommamente obbligherà la Repubblica stessa, la quale brama che
dalla M. V. sia prestato cortese l'orecchio al padre suddetto in ciò
che le rappresenterà in ordine alla suddetta istanza. E qua alla
M. V. bramando gli incrementi delle maggiori felicità, gli auguriamo
felice e prospero il corso degli anni.

  De parte    125
  De non        1
  Non sinceri   2

                              TOMMASO PIZZONI _Seg._

Questa raccomandazione è stata chiesta dal granduca di Toscana per
mezzo del suo residente a Venezia Celesi; il quale fatto venire in
collegio nel 29 decembre ebbe oltre questa lettera un'altra pel
granduca, acciò il padre Fassi per incarico di quello sostenesse in
Persia gli interessi della causa comune, rispetto agli impegni colle
armi turchesche in Ungheria, invitando lo shàh a coglier l'occasione
di riacquistare alla propria corona l'antico patrimonio.

        _Senato Corti, Reg. 40 e Filza 59._


DOCUMENTO LXIII.

18 luglio 1669.

_Serenissimo Principe,_

Quelle insegne gloriose che tiene spiegate la Serenità Vostra a difesa
della cattolica religione sono tante ali della fama, che pubblicano
le glorie di questa Ser. Rep. anco nelle più remote parti del
mondo. Di qui è che per interceder l'alto patrocinio di V. S. sin
dalla Persia son quì venuto; io Arachieli arcivescovo armeno servo
umilissimo di Vostra Serenità.

Fiorisce in quelle parti tra le spine del maomettanismo la cattolica
religione, e quei poveri cristiani bramano erigere nella città di
Erivan una chiesa, e la pietà del sommo Pontefice è concorsa a scrivere
al re di Persia perchè permetta questa erezione. Il stesso breve
pontificio, accompagnato da molti testimoniali di quello eminentissimo
porporato, humilio alla Serenità Vostra per comprobazione del
tutto, e la supplico col solito di sua cristiana carità accompagnarmi
anch'essa con sue lettere al re di Persia, acciò mediante le alte
intercessioni della Serenità Vostra più facile riesca la permissione
della erezione.

Humiliato pure imploro gli effetti della pubblica real munificenza,
che valgano a sovvenirmi in un così lungo e disastroso viaggio, accertando
la Serenità Vostra che così io nei miei sacrifici, come tutti
quei poveri cristiani porgeremo fervide le preci alla Divina Maestà,
perchè conceda vittorie e palme alle armi gloriose della Serenità
Vostra. Grazie.

        _Senato Corti, 83._


DOCUMENTO LXIV.

1669, 20 julii in Senatu.

_Ad Persarum Regem._

Pietatis impulsu digne excitatus venerabilis archiepiscopus Arachielis
armenus prolixo plane despecto itinere Romam adiit, ubi
humanitate ac virtute emicans vir habuit consequi apud Maiestatem
Vestram officiosas ac enixas summi Pontificis commendatitias, ut
generose ac perlibenter ipsi eadem largiatur facultatem construendi
ecclesiam in civitatem de Erivan in cultum erga Deum et in Christi
fidelium solatium qui illic incolunt. Eundem ergo huc perventum
comiter excipimus cura suavitatis et honesti gratia ingenii causa, tum
honoris, quo ipsum idem summus Pontifex suarum litterarum commenta
prosecutus est, et ipsi Archiepiscopo nostrarum ibidem commendationum
cupiditate flagranti, grato animo condescendimus, eas perlibenter
concedendo, presertim ob sic nobis oblatam opportunitatem
in Majestatis Vestrae memoriam redigendi veterem nostram
observantiam. His igitur enixe rogamus, ut benigne de erectione
eiusdem templi sua regia voluntas assentiatur, quam ipse Archiepiscopus
suppliciter implorabit, non temere credentes Maiestatem
Vestram consueta mira clementia imperturam hoc gratiae; quod
certo fiet non absque sui nominis praeclarissimi gloria quae ab avectione
divini cultu sibi emanavit, et inde magnus ad sua pristina erga
nos studia cumulus accedet. Hoc interitu a Deo summopere petimus
ut satis longum vitae spatium M. V. peragat et omnia sibi feliciter
eveniant.

E da me sia preso che del danaro della Signorìa Nostra sia dato in
dono per una volta tanto ducati cento buona valuta al sopradetto
arcivescovo armeno.

  +  81
  -   0
  -   3

                              LODOVICO FRANCESCHI _Segretario_.

        _Senato Corti, 83._


DOCUMENTO LXV.

Sia glorificato il nome di Dio.

_Silvester Valerius,_

Adorno di felicità, principe confederato e grande di Venezia e
delli stati Bergamasco, Cremasco, Bresciano, Veronese, di Padova,
del Polesine, del Cadorin, dell'Istria, della Dalmazia, d'Epiro, Lesina,
Corfù, Cefalonia, Zante, Cerigo, Candia, Micone, del Vicentino,
del Trevisano, Feltrino, Bellunese, Cherso, Arbe, Chersoneso, ecc.
Siccome colle espressioni fregiate dell'amicizia e buona corrispondenza
mi portate le notizie ripiene di congratulazione e testimonianza
di affetto per la assunzione mia disposta dalla divina Provvidenza al
trono monarcale ed ornamento del mondo, così bramo di accudire
in questo tempo con diligenza acciò possa riescir bello e fruttifero il
fine; e che un albero piantato di primavera faccia confidare un buon
autunno nella raccolta dei suoi desideri.

Si dissiparono poi in un istante le nubi ai raggi luminosi della pace
ed amicizia con la partecipazione favorevole del vostro ben stare ed
abbondante del genio vostro sincero verso di me, assieme con le
vaste idee che nutrite per l'avanzamento a gradi maggiori che io ve
lo prego dal creatore, ed assicuro che dal mio canto si avrà sempre
riguardo a quello concerne alla grandezza e dominio del mondo.

Intanto vi desidero un fine propizio ed una vita coronata di vittorie
ed aiuto eterno, come pure la continuazione della vostra colleganza.
Ed augurando al vostro dominio e governo potenza e fine fortunato,
prego Dio vi concedi il suo perdono.

Con tali caratteri invia e rappresenta la dichiarazione della sua
sincerità il servo dell'Altissimo.

_Sigillo_--SULTAN HUSEIM Monarca universale
figlio di Suleiman.

_Questa traduzione è del dragomanno Fortis; l'originale ed il sigillo,
fotografati, stanno a pag. 1 e 55 della presente memoria._


DOCUMENTO LXVI.

1697, 15 marzo, in Pregadì.

_Al re di Persia._

Passa negli stati felici di V. M. mons. rev. fra Pietro Paolo Palma
carmelitano scalzo arcivescovo d'Ancira, per affari incaricatigli dal
nostro sommo pontefice, e sebbene siamo certi che per le distinte
condizioni di virtù e di merito che adornano questo degno soggetto,
sarà benignamente accolto coi suoi compagni dalla bontà della Maestà
Vostra, non lasciamo di raccomandarglielo, come pure li suoi negozi
che anderà maneggiando, e stessamente monsignor Elia pure
carmelitano scalzo, e tutta questa esemplar religione.

Confidiamo nell'animo invitto e grande di Vostra Maestà che queste
nostre raccomandazioni saranno gradite dal suo molto stimato affetto,
mentre noi siamo pronti a dare alla Maestà Vostra in tutti gli
incontri vere prove dell'osservanza nostra sincera verso la reale
persona di Vostra Maestà, a cui bramiamo incrementi sempre maggiori
di gloria in anni lunghi di felicissima vita.

  Affermativi 112
  Negativi      0
  Non sinceri   0

                                              L. S.

                                   MICHEL MARINO _Segretario_.

        _Filza Roma ordinaria, 1697._


DOCUMENTO LXVII.

1718, 23 decembre, in Pregadì.

_Al re di Persia._

Dar cuore magnanimo dei gloriosi predecessori di Vostra Maestà
e dall'imperiale benignità sua, protetta sempre egualmente la cattolica
religione nei suoi felicissimi stati, riesce alla stessa tanto più
sensibile il vedersi perturbata, quanto più lontani dalla regia sua
mente son li disordini arrivati a Tiflis in Georgia ad istigazione del
patriarca armeno e di un certo Minas Vartutier, con danno personale
dei cappuccini missionari e d'altri armeni cattolici e collo
spoglio della loro chiesa.

Quanto degno è l'oggetto di presentarsi all'animo retto e pietoso
di Vostra Maestà per esigere gli effetti della sua imperiale giustizia,
altrettanto forte è il motivo che move gli animi del senato ad avanzarle
le proprie premure, onde con ogni maggiore efficacia preghiamo
la Maestà vostra a degnarsi di porger sollievo agli oppressi
cogli ordini opportuni, affinchè cessino gli insulti e le animosità, e
sia restituita la cattolica religione nella sua pristina quiete. Mentre
però in favor della istanza parla con vigor sufficiente l'equità, ed
essendo certo il senato che questo titolo sarà motivo bastante per
meritarsi l'imperial sua protezione: così non ci resta che ravvivare
con tale incontro alla Maestà Vostra l'antica stima ben distinta e la
osservanza affettuosa che la Repubblica nostra professa alla serenissima
sua casa ed imperiale persona, e pregare il grande Iddio che
sopra di essa diffonda le grandezze e prosperità più copiose, con
incremento di gloriosi successi, e che il giro degli anni della Maestà
Vostra sia lungo e ricolmo di ogni più desiderabile felicità.

  De si       96
  De no        1
  Non sinceri  0

                              GIOVANNI MARIA VINCENTI _Segretario_.

        _Senato Corti, Registro 95._


DOCUMENTO LXVIII.

_Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori V Savi alla Mercanzia,_

Incaricata dal comando delle EE. VV. l'umilissima persona mia,
di renderle informate di quali e quante spese occorrono sopra le
mercanzie, le quali si distaccano da questa dominante per giungere
in Astrakan, porto in ora dipendente dall'imperio di tutte le Russie
e situato alle bocche del Volga, per mezzo delle quali esso gran fiume
si scarica nel mar Caspio, non ho creduto di poterlo adempiere in
modo migliore che con quello di rassegnare a VV. EE. l'inserto conto,
il quale con chiarezza e preciso dettaglio dimostra ogni e qualunque
spesa non solo, ma quale è altresì la strada per cui le mercanzie da
queste lagune presentemente giungono, traversando li mari Adriatico
e Arcipelago, li stati Ottomani, il regno di Persia ed il mar Caspio
fino alle foci del Volga.

Dalla nota stessa rileveranno le EE. VV. che sopra colli 61 di libbre
500 sottili cadauno, in conseguenza pesanti fra tutti libbre 30,500,
composti per la maggior parte di specchi, conterie, robe, allume,
panni ad uso di Francia e carta tutte manifatture venete, come pure
di qualche porzione d'oro cantarin, aghi e fil di citra, lavori germanici
ascendenti al costo di L. 45,193 piccole, comprese le loro spese
sino a bordo, nonchè le sicurtà sopra veneta nave sino in Alessandretta,
rileveranno dico, che montarono le spese del loro distacco
da questo porto sino al loro giungere per Aleppo in Babilonia a lire
20,313 piccole.

Nel caso poi che si avesse voluto far tradurre questi stessi colli 61
di merci sino in Astrakan per mezzo del Tigri e Bassora, indi per il
seno Persico e Buscir ad Ispahan, poi nel Ghilan e finalmente per
il Caspio in Astrakan, osserveranno che la aggiunta delle spese al
proseguimento di un tal viaggio rileva oltre L. 41,310,15; sicchè
unite queste alle precedentemente accennate spese da Venezia in
Babilonia di L. 20,313 sommano assieme L. 61,623,15, che seco
portano L. 45,193 di costo di mercanzie in peso di libbre 30,500.

Le spese adunque sopra le merci da Venezia sino a Babilonia
montano a 15% sopra il loro capitale ed a soldi 14 per ogni libbra
di peso veneto sottile, e giungendo poi esse merci sino in Astrakan
arriverebbero le spese al 30% sopra il loro costo, ed a soldi 40 per
ogni libbra del loro peso.

Oltre alla accennata strada per la parte meridionale della Persia,
avvi per l'altra parte settentrionale di quel regno l'altra via di Tauris
con cui si può passare dalli stati Ottomani nelli Russi, traversando li
stati Persiani; ma quantunque questa sii strada più breve ed anco
meno costosa, ciò non ostante praticata non viene attesi li gravi pericoli
che incontrerebbero le merci e i loro condottieri attraversando
il deserto, denominato deserto nero.

Ho l'onore di esponere tutti questi fatti, ed asserirli per indubitati
per propria mia pratica o per asserzione non dubia degli Armeni
miei compatrioti, li quali al presente a questa parte si trovano
dopo averne incontrate le prove essi medesimi. Possiamo poi assicurare
noi tutti con costanza a questo gravissimo Magistrato, che intanto
limitatissimo si è il commercio tra questa dominante e la Persia con
il Volga, che fanno gli Armeni qui domiciliati, come pure quelli che
di continuo viaggiano trasferendosi dagli uni agli altri stati, in quanto
che le spese sopra le merci dell'esporto e dell'introduzione, come le
EE. VV. rilevano, sono maggiori del capitale, ed inoltre perchè a comodo
delle differenti vetture del viaggio, ora con cammelli, che
portano sino a libbre 1000, ora con muli capaci di libbre 600 solo, e
qualche volta di altri animali da soma che non possono levare se non il
peso di libbre 300, delle quali differenti vetture è necessità di servirsi,
conviene più di una volta disfare e rifare li colli, ed assoggettarsi
bene spesso alle ruberie, e per la difficoltà poi e lunghezza del
viaggio soggiacere a rotture, le quali, massime nelli specchi e robe
di allume lavoro di questo metropoli, sono assai significanti. Per altro
qualora tutti questi ostacoli non si incontrassero, ed il cammino per
giungere dall'Adriatico nel Caspio potesse riuscire più facile e più
breve, anzichè limitato quale in oggi egli è per le difficoltà esposte,
abbondantissimo e quasi immenso riescirebbe un tal traffico, tanto
per ogni genere di prodotti e di manifatture che da questi stati si
tradurrebbero nell'Asia, quanto delli effetti dell'Asia stessa che a questa
parte giungerebbero.

Umilmente esposto quant'era a mia cognizione e quanto di vero
ho potuto rintracciare da pratiche persone nel proposito ho l'onore
di inchinarmi e di baciare le loro vesti. Grazie.

  Li seguenti colli 61 merci diverse spedite per via di Alessandretta
  in Babilonia costano posti a bordo                     L. 45,193  »

  Avvertendo che ogni collo pesava libbre 500
  sottili compresa la cassa pel comodo del
  trasporto da Alessandretta in Babilonia
  sopra cammelli.

  Seguono le spese occorse ai colli suddetti da
  Alessandretta sino in Babilonia, secondo il
  rispettivo loro contenuto cioè:

  N. 2. Casse Luci dall'Ebreo con
          foglia                     Pezze  155 50
  »  1. Cassa detti senza foglia       »     74 20
  »  6. Casse rubini n. 1 e n. 2       »    410 34
  »  1. Cassa aghi gialli              »     68 32
  »  1. Cassa fil di citra             »     79 08
  »  2. Casse oro cantarino            »    152 16
  »  4. Balle panni ad uso di Francia  »    327 63
  »  2. Casse rubini n. 3              »    143 62
  »  3. Casse olivette nere n. 2       »    217 58
  »  3. Casse coralli falsi            »    289 96
  »  2. Casse di aghi da cucire        »    170 91
  »  3. Casse conteria diversa         »    145 64
  »  1. Cassa carta dorata             »     57 21
  » 30. Ballotti carta bianca          »  1,241 89
                                         ---------
                                    Pezze 3,534 04 fanno L. 20,315  »
                                                          -----------
                                                         L. 65,508  »

  Vi sono poi le altre spese da Babilonia fino
  in Astrakan, le quali sebbene ai suddetti
  colli non sieno occorse per non essere in
  detto luogo passati, non ostante spedendoli
  però sono le seguenti, cioè:

  Da Babilonia a Bassora per acqua
  sul Tigri P. 5½ per %             Pezze   335 50
  A Bassora, dogana di sortita
  2½ per %                            »     240  »
  Da Bassora a Buscir, pel seno
  Persico, a pezze 6 per collo        »     366  »
  A Buscir, porto della Persia,
  dogana di entrata a 2%              »     240  »
  Da Buscir a Shiraz sono giorni
  dodici di cammino a 4%              »   1,464  »

  Si avverte che a Buscir conviene
  disfare li colli e formarli di
  L. 250 l'uno, sottili, perchè
  vanno a schiena di cavalli e muli,
  e non più a cammelli, e qualche
  volta per mancanza di cavalli e
  muli convien farli condurre a
  schiena di somari, e per questi
  si devono formare li colli di
  L. 120 circa sottili; e qualche
  volta oltre lo smarrimento e
  patimento delle mercanzie vi è la
  spesa del disfare e far di nuovo le
  casse suddette che non è
  indifferente.

  A Schiraz, dogana a 2½ per %
  sopra la stima                      »     300  »
  Da Schiraz ad Ispahan giorni 12 a
  P. 16 per collo di libbre
  500 sottili                         »     976  »
  A Ispahan dogana a 2½ per %
  sopra la stima                      »     300  »
  Da Ispahan a Ghilan giorni 25 a
  P. 20 per collo di 500
  libbre sottili                      »   1,220  »
  A Ghilan dogana a 5-1/6 sopra la
  stima                               »     600  »
  Da Ghilan in Astrakan per nave a
  P. 6 per collo di libbre 500        »     366  »
  In Astrakan dogana 7% sopra la
  stima di P. 12                      »     840  »
                                          --------
                                    Pezze 7,247 50 fanno L. 41,310 15
                                                           ----------
                                                        L. 106,818 15

Ascendendo l'importo delle suddette mercanzie qui fino a bordo L.
45193, quindi le spese che, come sopra, di poi occorrono, le aggravano
di più di 35 per % circa.

Si avverte che da Babilonia può andarsi in Astrakan per la via di
Tauris, passando per il deserto negro, e sono le spese all'incirca
come sopra, e forse meno qualche cosa, ma per altro la strada è più
pericolosa.

_Archivio Cicogna, codice MDCCXCVII, fra le carte che appartenevano al
senatore storiografo Francesco Donà._


DOCUMENTO LXIX.

      _Lettera scritta dal re di Persia all'ill.mo signor
      Giovanni Francesco Sagredo, console veneto in Aleppo,
      tradotta dal persiano in italiano._


Signore illustrissimo. Il desiderio mio, Re di Persia, da voi ill.mo
signor console veneto nella Sorìa, degnissimo, onoratissimo,
meritissimo e giustissimo giudice, il quale io molto amo, è che V. S.
Ill. abbia per raccomandati li miei dipendenti, che vanno e vengono
del continuo per coteste parti, e li favorisca, siccome io per il
passato ho fatto, e per l'avvenire farò a tutti i suoi, che
capiteranno in queste parti, alli quali resterò con obbligo di
favorire per amore di V. S. Ill. e del serenissimo senato, stantechè
tutti li miei predicano molto bene del favore che del continuo
ricevono. Però per l'avvenire V. S. per amor mio non manchi di fare il
medesimo, che io come affezionato alli cristiani non mancherò per
l'amor suo di fare lo stesso in questi miei paesi: e così come V. S. è
stata dal suo principe sostituita costì, così anco nel mio regno ha la
medesima autorità e potestà; et inoltre in ogni altro che ella
desideri da me in suo contento, me ne faccia consapevole che sarà
soddisfatta. Et in fine etc.

        _1608--11 Archivio Donà. Miscellanee._


DOCUMENTO LXX.

_A Giovanni Francesco Sagredo console veneto nella Sorìa._

D'ordine della maestà regia fo sapere a voi, onorato giudice e
console della nazione cristiana, che avendo noi inteso da tutti li
nostri messi, ambasciatori ed uomini che vanno e vengono di lì,
li buoni trattamenti e le cortesie che voi li usate, e li favori che ci
prestate per amor nostro, siamo restati di voi e delle opere vostre
grandemente soddisfatti, e però giudicandovi degno dell'amore e
grazia nostra, abbiamo voluto con questa regal carta darvi segno
della buona volontà, ed affetto verso di voi, che è concepito in noi
verso la vostra persona, la quale affezione anderà di giorno in giorno
crescendo nella real nostra persona, si come anderete voi crescendo
con questa volontà e amore nella divozione verso la nostra real
corte, che sarà anche causa di accrescere maggiormente l'amore e
la affezione che portiamo alla razza cristiana. E pertanto farete conto
di risiedere lì non solo per il vostro altissimo e potentissimo principe
di Venezia, ma anco per noi e per li nostri sudditi persiani,
ai quali non resterete di prestar favore ed aiuto nelle occorrenze,
e se da qui havete bisogno di cosa alcuna, lo farete senza alcun
rispetto sapere alla nostra alta corte, che sarete da lei gratificato ed
esaudito prontamente; così sappiate e prestate fede a questa nostra
regal lettera.

        _1610, Filza Atti turcheschi._


DOCUMENTO LXXI.

_Il regno è di Dio._

      _All'onorevole e prudente fra li seguaci principali
      della nazione cristiana, eletto fra i più nobili della
      generazione credente al Messia Giovanni Francesco
      Sagredo, il cui valore sia in aumento._

Dopo molti amorevoli ed amichevoli saluti che si convengono alle
onorate sue qualità e condizioni, le si fa sapere con questa nostra regal
lettera che sono state da noi ricevute per mano dell'onorato fra
i sapienti della religione cristiana fra Vincenzo carmelitano le sue
lettere piene di amore ed osservanza verso la nostra regal corte, insieme
coll'onorato presente che le è parso di mandarci, il quale è
stato da noi ricevuto ed accettato volentieri, perchè pervenuto dalle
mani di persona che da noi è amata molto per la sua prudenza
e buona disposizione che ha mostrato sempre in ogni occorrenza
del nostro real servizio in Siria. Però ringraziandola molto le diremo
di aver presentemente inteso da esse sue lettere il servizio prestatoci
nel custodire ed inviare qui quelle robe che si ritrovavano
costì di nostra ragione, e li favori e le cortesie usate alli nostri
mercatanti ed agenti in quelle parti, la qual cosa avendo portato
molto piacere e contento al nostro real animo è stata cagione di
accrescere in noi la buona volontà ed affezione verso la sua persona
ed il desiderio che abbiamo di gratificarla in ogni occorrenza:
intanto augurando noi buono ed onorato fine alle sue azioni e prosperità
maggiore alla sua casa, l'abbiamo ora per segno di questa
nostra buona volontà ed affezione, come amico et curatore della
nostra inclita eccelsa corte, eletto nostro procuratore generale nella
città e stato di Venezia, volendo che tutti li nostri agenti e mercanti
che capiteranno in quelle parti sieno ricevuti ed accettati da lei e
fatti spedire delli loro negozi e faccende, ed in particolar di quelli
così che si saranno da noi commessi ad uso della nostra regal corte;
e offerendoci ancor noi pronti di far prestare dalli nostri qui ogni
aiuto e favore alli suoi agenti e dipendenti che verranno nella Persia:
desiderando noi che siano sempre aperte le porte fra l'una
e l'altra parte alli negozii e commerci per servizio ed utilità comune
di ambedue li stati; ed occorrendo particolarmente cosa alcuna qui
in questa provincia per uso della sua persona ne la faccia sapere che
sarà da noi adempito ogni suo desiderio, e la si assicuri del nostro
amore in ogni tempo.

Dato nella luna di.... dell'anno del nostro Profeta 1020. (1611).

        _Filza Atti turcheschi._


DOCUMENTO LXXII.

_Il regno è di Dio._

Con questa real carta si fa sapere a Voi, onorata turba di mercanti
venetiani, a' quali il signor Dio sia sempre propitio e favorevole,
che avendo noi avuto sempre particolar mira di favorire et
accarezzare nel nostro florido regno tutti li mercanti forestieri, sia
di che grado et conditione esser si voglia, et in particolar quelli
della natione cristiana amata et stimata da noi molto, non abbiamo
mancato di procurare in ogni tempo di dar così a quelli, come a questi,
et più a questi che a quelli ogni possibile satisfazione, acciò che
ognuno di essi ritornasse alla sua patria et paese contento e satisfatto
delli nostri buoni et onorati trattamenti, siccome potranno far di ciò
fede tutti li mercanti della nazione franca et armena che sono stati
finora in questa provincia; nè avendo mai permesso, nè consentito
che niuno delli nostri sudditi e vassalli li possi far alcuna minima
offesa et oltraggio, nè meno dargli danno che possi importar tanto
quanto importa un semplice capello della testa sua.

Ma nondimeno vedendo noi che per tema e rispetto di questi
presenti moti di guerra, li mercanti cristiani non ardiscono di
venire così liberamente qui in questi paesi, come fanno tutti gli altri,
abbiamo voluto colla presente nostra esortarli ed invitarli a voler
frequentare senza alcun rispetto questo nostro amplissimo regno, et
continuar con animo libero et franco nelli soliti negotii et faccende,
per servizio ed utilità comune delli sudditi di ambedue le parti, che
saranno da noi ben veduti ed accarezzati in ogni città et loco del
nostro stato, dandoli libertà di poter comperare e condur fuori del
nostro regno seta et ogni altra mercanzia senza tema di essere molestati
od impediti da alcuno: siccome abbiamo anco di ciò scritto
all'onorato fra i grandi e principali della nazione cristiana Giovanni
Francesco Sagredo che è stato da noi eletto commesso generale
nella città et stato di Venezia, il quale facendo consapevole di questa
nostra buona volontà e desiderio tutti li onorati mercanti di Venetia,
farà ad ognuno di loro palese questa nostra reale patente.

Data nella luna di Rabilsan dell'anno del nostro propheta 1020,
cioè nel 1611.

        _Fra i nostri Codici._


DOCUMENTO LXXIII.

Il regno è di Dio

      _Al famoso et eccelso fra i Principi et signori grandi
      della nazion cristiana, sublime fra i più nobili e
      potenti del popolo vivente nella legge del Messia,
      ornato di virtù, valore et prudenza, pieno di gravità,
      pompe e grandezze il Principe di Venezia et altri
      onorati signori et giudici della Repubblica veneziana:
      che il Signor Dio conduca a fine ogni loro buono et
      onorato desiderio._

Dopo molti honorati et affettuosi saluti che derivano dall'amore
ed affezion grande che portiamo alla sua eccelsa persona, et a tutta
la sua famosa Repubblica, le facciamo sapere, con questa nostra
real lettera, come abbiamo ricevuto, per mano dell'honorato et scientifico
padre fra Vincenzo carmelitano, le sue onorate lettere, con
le quali avendoci fatto sapere la buona e sincera volontà et affezion
grande che lei e tutti li signori della sua Repubblica portano
a questa nostra sublime corte, hanno accresciuto nel nostro real
animo la stima che facciamo della loro buona amicizia, tanto maggiormente
che abbiamo da esse sue lettere inteso li favori prestati,
le cortesie usate costì alli nostri agenti, et anco la buona espedizione
delli loro negozi, seguita mediante la loro honorata protezione
et aiuto. Del che restando noi grandemente satisfatti, le auguriamo
all'incontro da Dio felice avvenimento in ogni loro azione,
et aumento di maggiore prosperità et potenza conforme al loro desiderio.
E le facciamo di più saper con questa nostra real lettera,
che essendo da noi e dalla nostra sublime corte osservate perfettamente
le condizioni della buona e sincera amicizia e confederazione
con tutti li principi e signori grandi della cristianità, siccome
per le continue legazioni ed ambascerie che sono state mandate
e ricevute fin'ora d'ambedue le parti s'ha potuto chiaramente
vedere, così desideriamo che facendo ancor loro il medesimo con
noi e con la nostra eccelsa corte, non voglino mancare di darci
segno di questa loro sincera volontà et affezione in ogni occasione,
che le si rappresenterà concernente il suo reale servizio et interesse;
e sopra il tutto desideriamo di vedere spesso loro lettere
per segno della continuazione et perseveranza loro nella suddetta
buona volontà et amicizia: come che non mancheremo di far anco
noi il medesimo dal canto nostro, esortandoli a comandar liberamente
alli mercanti et sudditi del loro stato che debbano frequentar
sicuramente con li loro traffichi et mercanzie il nostro custodito
paese, perchè saranno benissimo veduti et accarezzati in ogni città
et luoco del nostro stato, sì come possono far di ciò fede tutti
quelli mercanti et altri della nazion franca, che l'hanno veduto et
esperimentato; et noi li assicuriamo da ogni molestia, et travaglio,
dandogli autorità di comprar, trager, et condur fuori dal nostro
stato seta et ogni altra mercanzia che li parerà; et saranno sempre
honorati et stimati meglio di ogni altra nazione et anco delli medesimi
sudditi mussulmani; e se tanto per suo uso, che della eccelsa
Repubblica, occorresse cosa alcuna qui nella Persia, ce lo
faccia sapere che sarà da noi adempito volontieri ogni loro onorato
desiderio, come si conviene alla buona amicizia et unione d'animo
che è tra noi, la quale desideriamo che sia sempre in augumento.

Dato nella luna di Rabilsan dell'anno di Macometto 1020, cioè
nel 1611.

        _Archivio Donà, Miscell._


DOCUMENTO LXXIV.

_Lettera del re di Persia al nob. Alvise Sagredo._

Giunta che sarà al glorioso, nella religion del Messia, Alvise Sagredo
gentiluomo del Consiglio dell'Ecc. Signoria di Venezia, questa
nostra regia lettera, sia noto come dal canto nostro regio gli desideriamo
ogni onore, e che le nobilissime sue azioni sieno sempre
sublimate; e che sono capitate nell'Eccellentissima nostra Corte molte
sue lettere scritte al padre Taddeo, dalle quali siamo stati ragguagliati
dell'allegrezza da lei sentita per le nostre gloriosissime vittorie,
avvisategli da Alvise Parente uomo grande fra i suoi pari: il che
ha fatto maggiore la nostra benevolenza verso di lui.

Quello che scrive poi circa al mandar detto Parente in questo nostro
regno, per comprar le nostre sede e per trattar con noi importantissimi
interessi, gli dicemo che non può far se non bene, perchè finora
tutti quelli che sono venuti nelli nostri paesi, così li uomini
come le mercanzie, espediti che hanno li suoi affari se ne ritornano
contenti alle patrie loro, e potendo ognuno venire ed andare a suo
piacimento, tanto maggiormente potranno farlo li agenti suoi, li
quali così nelle compere come nelle vendite saranno sempre protetti
e favoriti, nè mai riceveranno molestia alcuna. Scriveressimo
volentieri nostre lettere all'Eccellentissimo ed Eminentissimo Principe
di Venezia, signore dei popoli cristiani, ma non avendo noi
sentita nuova alcuna di Sua Serenità stimiamo superfluo il farlo;
speriamo però in Dio Altissimo di doverne ricevere, ed allora poi
non mancheremo di corrispondere a quella Repubblica in conformità
della buona amicizia che tenemo seco, ed è quanto si conviene.

Già molto tempo Riza agà, uomo delli grandi della nostra Corte,
ha mandato a quella volta con i suoi agenti 30 in 40 some di sete
delle nostre regie entrate, e quelle ivi giunte sono state vendute,
come dalle lettere del console veneto in Aleppo siamo avvisati, e che
anco per il buon governo di quella città sono stati custoditi li retratti
nella zecca dove tuttavia s'attrovano. Pertanto è convenevole che
giunto che sarà in quella città Mehemet Alì servitore del gran ministro
sopradetto abbi lui cura in conformità della buona amicizia che
tiene con la nostra regia persona di farli aver il tratto a esse nostre
sete, procurando che il detto Mehemet con li agenti e servitori predetti,
pervenghino sani e salvi con la sopradetta facoltà nella nostra
eccelsa Corte. Del resto se lei potesse venirsene con licenza dei suoi
superiori in questo nostro regno, proverà favori tali che maggiori non
saprà desiderarne, e tratteressimo negozi di gran rilievo per servizio
di ambe le parti. Venga dunque allegramente che sarà sempre ben
veduto e trattato e farà esperienza dell'amore che le portiamo.

Data nel mese di settembre 1627.

        _Archivio Cicogna, codice MDCCXCVI._


DOCUMENTO LXXV.

1629, 13 marzo in Pregadi.

_Al Serenissimo re di Persia._

Quanto maggiore il desiderio della Repubblica nostra che fra li
sudditi di Vostra Maestà e li nostri, passi reciproca buona intelligenza
e traffico mercantile, utili ad ambi li stati, altrettanto ne riesce caro
tutto ciò che viene dirizzato a questo fine. Per tanto carissimo ci è
stato quello che abbiamo inteso dalle lettere della Maestà Vostra
scritte al diletto nobile Alvise Sagredo, soggetto da noi per le sue
ben degne condizioni grandemente amato, conducendosi nella Persia
a negozio mercantile sarà ricevuto con quel candido e sincero animo
che viene da lei espresso nelle medesime lettere, con la confirmazione
in esse della buona disposizione della Maestà Vostra verso la Nostra
Repubblica; e consolati rimanemo grandemente del buon zelo che vi
tiene Vostra Maestà.

Noi ancora dove conosceremo poter riescire profittevoli ai suoi
mercanti ed al comune interesse non mancheremo di porgere l'opera
nostra, con quella prontezza vivezza ed affetto che avemo sempre
fatto, e ne può essere stato riferto da suoi essendone grandemente a
cuore la libertà del negoziare nel stato nostro a tutte le nazioni,
specialmente alli Persiani; e siccome ricevemo a favore ogni testimonio
che provenga da lei a maggior espressione della sua buona volontà verso il
predetto diletto nobile nostro, così insieme col ringraziarnela di vivo
cuore, venimo a renderla certa che tutte le volte che ne sarà dato
modo non mancheremo con veri affetti di corrispondere a così graziosa
dimostrazione e di conservare la nostra sincera cordialissima osservanza
e comprobazione della buona amicizia che abbiamo tenuto
sempre colli Serenissimi suoi Precessori; e che conserviamo e
conserveremo sempre sincerissima colla Maestà Vostra affettuosa
volontà verso le sue soddisfazioni, desiderandole sempre ogni maggior
prosperità e contento; e gli anni di Vostra Maestà sieno lunghi
e felicissimi.

  De parte    114
  De non        4
  Non sinceri   7

                              ALBERTO ZUNTANI
                              _Nodaro Ducal._

        _Archivio Manin, codice MCCCLVII._


DOCUMENTO LXXVI.

_Copia di capitolo contenuto nella parte dell'eccellentissimo senato
7 dicembre 1548._

L'anderà parte: che salve e riservate tutte le parti prese a questa
non repugnanti, sia per l'autorità di questo consiglio preso et etiam
confirmato nel nostro M. C. che l'elezione del nuovo console et
successori, se faccia per anni _3_ in loco de anni _2_ che stanno ora, e
il titolo suo sia _Console della Sorìa_, il qual console star debba in quel
luoco della _Sorìa_ che per questo Consiglio sarà deliberato più comodo
alli mercadanti et mercanzia, e che sia di minor spesa al
cottimo; il quale console aver debba de salario ducati _600_ all'anno
a v. l. 6,4 per ducato, netti da ogni angaria per sue spese, et etiam
habbi tutti li consulagi di Tripoli e della Sorìa, il che sarà di buona
utilità al predetto console per esser compita la concessione facta per
il Consiglio nostro dei X alli figliuoli del n. h. Angelo Michel come
avevano loro giusta la parte presa in questo Consiglio sotto li 2 zugno
1544, e debba cessar alli detti consoli la utilità che aveano dal
cottimo delli 5 p. %, per iscoder li 3 p. % ed ora li 2 da marine
permessi a detti consoli fino a che compiva detta concession dei
Micheli, giusta el tenor della predetta parte. Intendendo che la
elezion del console di Tripoli sia fatta per il Consiglio dei XII per
anno uno, e così di anno in anno s'abbia a continuar; et esso vice-console
sia nobile nostro nè altrimenti possino far, ed il vice-console
che sarà eletto ut supra debba dal cottimo aver il salario
solito a darsi di asraffi 270 all'anno da grossi 5 per asraffo. Quanto
veramente al scoder li 3 p. % ed ora due di cottimo et altre angherie
alle marine, il console nostro sia obbligato lui far el scoditor,
el qual console si intendi piezzo e servador di buona administrazion
del danaro che si scoderà a dette marine, il qual scoditor sia pagato
delli danari di esso console, e perciò il cottimo non abbia spesa
alcuna come porta il dover.

Preterea, detto console sia eletto con li modi della regolazion fatta
per li Savi nostri sopra la mercanzia e provvigioni di tutti li cottimi
nelle revision delle spese, che hanno fatte juxta la imposition fatta
alli predetti, per la parte presa in questo consiglio sotto dei 11 febbraio
1545. In reliquis vero, sia con tutti li modi, autorità, giurisdizioni
et utilità che sono tra li altri consoli e che è al presente.

Et acciocchè si ottenga il detto console stii dove stanno li mercadanti,
e dove si trattano le faccende che è in Aleppo, però sia preso
che sia data commission alli Baili nostri overo Oratori nostri, over
altro che paresse comodo et atto a far tal officio, che debba tentar
con ogni mezzo la permission che detti consoli abbino la sua ferma
sede in Aleppo, con que' modi, forme e virtù per li Savi nostri sopra
la mercanzia e provvigioni di cottimi sarà accordato, per beneficio del
cottimo e mercanti nostri.

_1548 die 19. Dic. In majori Consilio posita fuit suprascripta pars,
et capta fuit._

                              GIACOMO AUGUSTO PRETTI
                                  _Nodaro ducal._

        _Archivio Manin, Codice Svaier, n. LVIII._


DOCUMENTO LXXVII.

_Ill.mi ed Eccell.mi signori Savi alla Mercanzia,_

Avendo io Andrea Benedetti servo e fedel suddito del mio principe
serenissimo, ed umilissimo delle Eccellenze Vostre arricordato
alli signori capi di piazza alcuni affari appartenenti al negozio della
Sorìa e Palestina, trovo anco dovuto presentare alle Eccellenze Vostre
i seguenti capitoli; ciò per la lunga pratica di quelle parti per
avervi dimorato circa anni undici con privati e pubblici impieghi,
dei quali circa 6½ come vice-console in Tripoli di Sorìa e Palestina,
istituito dall'eccell.mo signor Marco Bembo e confermato dall'eccell.mo
signor Francesco Foscari, furono ambidue consoli in Aleppo. Nel
qual loco chiamato dall'eccell.mo Foscari, fui obbligato a restare in
sua vece per interveniente della nazione veneta, dove vi ho dimorato
anni 3, mesi 6 e giorni 13, come dalle carte quali con la presente
saranno sotto il riflesso dell'Eccellenze Vostre, sino a che il sig.
Giovanni Andrea Negri entrò in mia vece che fu li 5 agosto 1681.

Dove stimolato da zelo di vedere rindrizzato quell'importante negozio
di questa piazza, e incoraggire li signori mercanti, offerisco ai
piedi delle Eccellenze Vostre la mia persona per intraprendere gli
affari medesimi, e sacrificare quando occorresse la propria vita con
più dimorarvi anni 6, o quanto parerà alle Eccellenze Vostre, sino
che sieno quelli affari ben stabiliti, il che non può essere se non
colla lunghezza di tempo e con la mutazione di quei bassà e grandi
che sogliono essere dalla Porta mandati al governo di quei paesi, che
confidando in S. D. M. in tale affare spero ogni buon successo.

I. Per sollevare il negozio ed estinguere i debiti è necessario
scansare le gran spese, che si sogliono fare in Aleppo ai grandi ed
altri turchi del paese, e quelle che si va civanzando resti a diffalco
dei debiti, il che sarà con il far trasportare la carica da Aleppo in
Tripoli di Sorìa, e sarà facile nel primo ingresso, maggiormente che
nelle capitolazioni stabilite l'anno 1670 non si fa menzione di Aleppo,
ma solo di Tripoli e Beiruth.

Nei tempi andati, il console abitava in Damasco, ma per le gran
spese, d'ordine dell'eccell.mo senato l'anno 1545 11 febbraio portò
la residenza in Tripoli per sollievo del negozio, e per l'essere alle
marine per il cottimo di entrata ed uscita e perchè il negozio dei
veneti in quei tempi era florido ed opulento, ora al tutto diverso,
l'eccell.mo senato decretò l'anno 1548 7 decembre che il console
dovesse andare ad abitare in Aleppo invece di Tripoli.

Essendo dunque stato trasportato il console di Damasco in Tripoli
e da Tripoli in Aleppo, non sarà difficile il trasportare di nuovo da
Aleppo in Tripoli, conservando quella casa consolare per abitazione
a suo tempo del console nobile, che sarà quando il cottimo sarà sollevato
dai debiti presenti, tanto più che molte volte hanno fatto li signori
mercanti tanto nazionali quanto forestieri passare le loro
mercanzie da Aleppo in Tripoli, per caricare sopra navi venete per
Venezia.

II. Quando io venghi graziato e istituito in carica in Tripoli di
Sorìa in luogo di Aleppo, con quel titolo che parerà alle Eccellenze
Vostre, ricerco che mi sia fatto sicuro assegnamento, acciò non sieno
molestati gli effetti dei signori mercanti e che con onore del mio
principe possa decorosamente sostenere quella carica, annualmente,
di paga e panattica dalle Eccellenze Vostre con l'assenso dei signori
mercanti se così li piace senza poder pretender qualsisia altra cosa,
e sia tenuto con esso assegnamento fare tutte le spese al bassà, cadì,
musalem, kachia, agà dei gianizzeri, agà di marina, doganieri, e ad
altri turchi, sì pure ad altri del paese, tanto ordinarie quanto
estraordinarie, con più salario di cancelliere, di dragomano, giannizzeri,
capellano, cera per la capella, affitto di casa, vino ed aceto che si
dispensa ai turchi, fattori di marina dove approdano le navi con
bandiera di San Marco per gli interessi del cottimo ed altra servitù,
che il decoro della carica richiede, il tutto io debba fare
coll'assegnamento, senz'altro aggravare il cottimo. L'ancoraggio delle navi
dover esser pagato dalli capitani o interessati di quelle, il quale è
stato moderato e non pagano come prima. E le avarìe che cadessero,
che Dio non voglia, benchè nel corso di anni 11 oltre ultimi anni 3
che io per particolari affari dimorai in Tripoli di Barberia, da me mai
provate, nè alla nazione fatte sentire, quelle vadino a conto di cottimo,
o di chi ne fosse l'autore, come le Eccellenze Vostre ordineranno.

III. Che appresso di me sieno eletti due mercanti della nazione
per deputati, uno dei quali debba esser per mesi 6 cassiere e finito
quel tempo debba far la consegna delle chiavi al successore, che
sarà d'una cassa nella quale si ponerà il danaro di entrata ed uscita
del cottimo che dalle mercanzie s'anderà scuotendo: così pure li
libri e scritture appartenenti al medesimo, qual cassa doverà esser
custodita appresso il rappresentante, serrata con due chiavi.

IV. Tutte le polizze e tratte d'entrada e d'uscita doveranno essere
viste da me e dai suddetti deputati, e tenuta nota distinta sopra li
libri, che saranno segnati con il solito san Marco, che dalle Eccellenze
Vostre colle tratte e tariffe mi verrà consegnato, ciò dal
scontro del cottimo per cauzione delli stimatissimi mercanti, i quali
libri doveranno di tempo in tempo essere sottoscritti per cauzione
ut supra.

V. Che non sieno permesse nella Sorìa e Palestina tratte di navi
forestiere per Venezia, ancorchè volessero pagare li soliti diritti del
cottimo, ciò per non levare il traffico alle nostre navi.

VI. Che tutte le mercanzie che saranno state caricate nelle scale
della Sorìa e Palestina da Veneti o da loro fatte passare sotto nome
supposto, del che venendo in cognizione siano per Livorno od altra
parte, e poi quelle fatte passare in questa dominante a dazi del
cottimo, sieno quelle mercanzie obbligate al pagamento di 20 p. %
di pena conforme alla tariffa, qual dalle Eccellenze Vostre
irremissibilmente verrà fatta levare, la metà di qual pena dovrà essere
trasmessa in Sorìa, dove risiederà la carica di Aleppo per i bisogni
di quel cottimo, e l'altra metà come le Eccellenze Vostre
determineranno. E tanto si intendi di tutte quelle mercanzie che dalle
scale medesime della Sorìa ut supra fossero fatte passare con nave
barche in Cipro senza aver pagato il cottimo.

VII. Quando il debito di cottimo preso sopra di se il signor Giovanni
Andrea Negri non sia stato da lui soddisfatto con il ricavare
dalla tansa di 3 p. %, el qual nel principio della sua carica in
anno uno e mezzo gli è capitato a quelle scale 17 navi, oltrecchè
dovea riscuotere il cottimo e tansa della nave san Giovanni Battista,
che sotto di me partì per Venezia senza tratte, verranno li
creditori in Tripoli, con li quali et con li deputati si potrà con
vantaggio aggiustare come sarà dalle Eccellenze Vostre stabilito.

VIII. Che con ogni convoglio o almeno ogni anno siano mandati
al Magistrato delle Eccellenze Vostre note distinte di quello sarà
entrato in cassa di cottimo e pagato per cauzione alli signori mercanti.

IX. Quando le Eccellenze Vostre terminassero, che io dovessi risiedere
in Aleppo e non in Tripoli di Sorìa pure mi esibisco nella
conformità del II capitolo. Con che genuflesso alle Eccellenze Vostre
mi inchino.

                              ANDREA BENEDETTI.

        _Archivio Manin, Codice Svaier n. DCCXLII._


DOCUMENTO LXXVIII.

_Serenissimo Principe,_

Nella sollecitudine in cui siamo di mantenere e coltivare per ogni
modo il veneto commercio, e procurar da esso i possibili vantaggi,
abbiamo fatto nostro singolare studio per ravvisare quali traffici e
quali profitti derivino alla nostra nazione solita a commerciare colla
piazza di Aleppo.

Riconoscemmo in fatto che riaperto di presente il traffico con la
Persia, molto contribuisce allo smaltimento delle merci e manifatture,
che da questa a quella piazza si spediscono, il libero passaggio
che da non molto tempo hanno le carovane di Bassora (prima scala
delle Indie nel golfo Persico) e Bagdad per Aleppo e Damasco, nelle
quali i sudditi negozianti stabiliti in Aleppo spediscono per arbitrio
in dette due piazze merci di Germania, robe, allume, perle false, corniole
e diverse conterie.

Gli stessi Arabi conduttori delle carovane fanno considerabili
provviste di detti generi per contanti, ciò che rende un riguardevole
profitto, ossia perchè i ritorni che ricevono quei veneti negozianti
consistono per lo più in droghe diverse, capo di essenzial commercio
di questa piazza, ossia perchè gli Arabi suddetti comperando in
Aleppo per contanti le sopradette merci e manifatture provvedono li
mercanti delle spezie, onde possano adempiere alle commissioni o
tratte che lor vengono ingiunte dalli loro corrispondenti proprietari.

Utile pertanto e per noi vantaggioso ravvisando questo commercio,
ci siamo perciò applicati nel cercare quale protezione venga nella
detta scala di Aleppo donata al nostro traffico, e rilevassimo per il
fatto essere presentemente appoggiati questi affari ad una ditta
ebrea, e ciò fino a che si trasferisce a quelle parti la suddita persona
di Domenico Serioli in qualità di deputato, dipendente questo
dal veneto console in Cipro, nella di cui scala doveva per decreto di
Vostra Serenità 10 aprile 1770 risiedervi in figura di console nostro
Girolamo Brigadi che attualmente ne sostiene il carico. Sembrando
a noi nelle già esposte circostanze di questo commercio non adattata
la figura di un deputato, perciò chiamati i capi del Consorzio di Egitto
e pur quelli di Cipro e Sorìa, ed eccitati a porre in scritto che a
pubblici rispetti rassegniamo se convenisse unire li 2 Consorzi e le
di loro rispettive casse, se più utile fosse a quel commercio destinarvi
colà un console o pur bastasse lasciarvi un deputato, finalmente
se la persona che avesse a sostenere il carico in Aleppo potesse
soffrire l'annuo aggravio di piastre 600 da corrispondersi al
veneto console in Cipro; mostrarono anzi la necessità di trascegliersi
un console in Aleppo, indipendente da quello di Cipro, di sollevarlo
dall'annua contribuzione delle accennate piastre 600, e perfino di
unire i due Consorzii e le casse.

Ed infatti essendo li Consorzi stessi di Cipro, di Egitto e di Sorìa
composti di un numero di negozianti che per lo più negoziano del
pari nell'uno e nell'altro luoco, ne diviene che le viste dell'interesse
sieno comuni e che questi due corpi abbiano ad essere diretti colle
stesse massime e con gli stessi principii.

Ben è vero però, che la pratica fin'oggi corsa nel metodo del pagamento
dei consolati è stata eseguita in modo differente. Ma è vero
altresì che questi rispettivi consoli si mantengono con li diritti
consolari che si ricavano dalle merci andanti e venienti da quelle scale,
con questa diversità però che il Consorzio d'Egitto corrisponde al
suo console generale un annuo ed idoneo assegnamento, ed egli invece
esige per cassa nazionale a questa parte tutti i diritti consolari;
ma il Consorzio di Cipro e di Sorìa, che non tiene cassa nazionale, assegna
alli suoi rispettivi consoli in moneta turca tutti i diritti consolari
sopra il valore delle merci andanti e venienti, che risultano in
ragione di 2 per 100 delle stime delle dogane turchesche, e mercè
di tali esborsi viene la nazione protetta e resa immune da ogni altro
aggravio.--Ora pertanto che la esperienza delle cose corse e l'indole
delle presenti ci documenta, sembra perciò che convenga al
rispettivo interesse dei commercianti ed alla buona disciplina del
commercio l'unione di questi Consorzi nella parte che tende al pagamento
dei consolati, da farsi sempre da ognuno indistintamente a
Venezia, onde andrà a passare tutto il soldo in una cassa nazionale.
Oltre il ravvisarvi per le importanti viste di quel commercio necessaria
la residenza di un console in Aleppo dalli medesimi negozianti
che là vi trafficano come abbiamo accennato, altro riflesso ancora
persuase di aderirvi, mentre essendo stata eletta per lo innanzi la
figura di deputato nella supposizione che risparmiar potesse molte
spese, non sussiste per il fatto la stessa supposizione poichè i Turchi
soliti a ricever regali dalla figura colà residente per la dovuta
protezione delle rispettive loro nazioni, li professano inalterabilmente e
senza alcuna diminuzione, nè potrebbero minorarsi senza molta dispiacenza
di quei comandanti, i quali non distinguendo deputato da
console, riguardando sì l'uno come l'altro come rappresentante la
nazione, allorchè essi non rimanessero contenti, ne succederebbe
inevitabilmente una rovinosa conseguenza pei mali trattamenti che
riceverebbe la nazione e chi la rappresenta, con pericolo e danno del
nostro commercio.

Se in Aleppo pertanto devesi per gli addotti motivi destinare un
console, che per le informazioni prese e per le asserzioni scritte dagli
stessi capi delli due rispettivi Consorzii, il più utile ed il più
opportuno non sappiamo riconoscere se non se il veneto suddito Domenico
Serioli persona di tutta probità e cognizione, avendone già dati saggi
nell'esercizio del vice-consolato di Cipro con molta sua laude e nostra
approvazione sostenuto; indebita perciò comparisce l'annua corresponsione
delle piastre 600 verso il Briganti console in Cipro: sì
perchè tal sottrazione gli toglierebbe il modo di potersi mantenere; sì
perchè lo stesso Briganti, lorchè risiedeva in Aleppo, considerando
non bastevoli i proventi consolari che senza alcuna diminuzione esigeva,
supplicò in seguito che gli fossero aggiunti i dritti per le mercanzie
che andassero e venissero da Alessandretta, Cipro, Acri ed
altre scale; si perchè finalmente il ricavato di alquante merci che
dalla dominante colà si spediscono passano con cambiali in danaro
in Cipro e nelle coste della Sorìa per la provvista dei coloni e di altri
generi necessari al carico delle venete navi di ritorno a questa
parte.--Quando pertanto dall'eccellentissimo senato venga adottata la
massima di destinar questo console ad Aleppo indipendente da
quello di Cipro, vorrà pertanto V. S. precisamente stabilire che il
Serioli abbia da rimanere sollevato da tal contribuzione tanto per il
passato che per l'avvenire. E che sì l'uno che l'altro debbano conseguire
un annuo certo ed idoneo assegnamento, da esser loro corrisposto
dalla cassa nazionale che dovrà tenersi in questa parte ed in
cui avranno ad affluire tutti i diritti consolari spettanti alli sopradetti
due consoli, come si accostuma per quello del Cairo. Ma siccome
per deficenze dei lumi non si può ora fissare il preciso annuo
quantitativo, così si sono eccitati i capi delli sopradetti due Consorzi a
denotarci qual provisionale assegnamento stabilir si potesse a dovuto
mantenimento di ambedue questi consoli, sopra il qual punto
non avendo essi per ora esibiti i loro pensamenti, ci riserbiamo
perciò di produrre il reverente nostro parere in altra scrittura.
Avendo la particolarità di questo consolato somministrato a noi argomento
di riconoscere nella generalità dei consoli singolarmente del
levante, la inosservanza e la indisciplina anco riguardo alla esazione
dei cottimi e delle avarìe, faremo pertanto nostro impegno il rintracciarne
i disordini, per quindi rilevati portarne distinte le relazioni
all'eccellentissimo senato per gli opportuni rimedi e compensi.
Ma poichè tale importante argomento esigerà qualche dilazione di
tempo, così vorrà intanto la sovrana autorità rinnovare la tanto utile
e salutar legge, che i consoli abbiano coi metodi soliti e praticati ad
ogni quinquennio ad essere ammessi alla ballottazione o per la loro
riconferma, o per la dimissione dal servizio, a norma delle loro
direzioni. Grazie.

Data dal Magistrato dei V. Savi alla Mercanzia li 23 decembre 1762.

                    MARCANTONIO TREVISAN--L. ANDREA DA REZZE
                      GABRIEL MARCELLO--ALVISE CONTARINI

                             _Savi alla Mercanzia._

        _Senato Mar., Filza 1110._


DOCUMENTO LXXIX.

1762, 29 decembre in Pregadi.

Sollecito il benemerito magistrato dei Cinque Savj alla mercanzia
in riconoscere i traffici e le utilità derivanti alla veneta nazione dal
commercio, che ella esercita con la piazza di Aleppo, rappresenta
nella diligente scrittura ora letta, che riapertasi di presente la
comunicazione con la Persia, molto contribuisce allo smaltimento dei
generi nostri il libero passaggio delle carovane di Bassora e Bagdad
per Aleppo e Damasco, e quindi descrive i vantaggi che ne colgono
i sudditi negozianti dalle spedizioni che fanno in dette piazze di
merci di Germania, di robe, allume, perle false, conterie ed altre
nazionali manifatture.

Dalla descrizione di un così utile e vantaggioso commercio, passando
a riflettere alla figura non addattata di un veneto deputato,
stabilito col decreto 10 aprile 1760, riferisce il magistrato stesso le
commissioni che dietro a tale prudente considerazione ha creduto
di dare ai capi del consorzio di Egitto e a quelli di Cipro e Sorìa,
per li riflessi dei quali si vede risultare ad evidenza la necessità di
doversi stabilire in avvenire un consolato in Aleppo indipendente
da quello di Cipro, di sollevar nel frattempo il deputato dalla
contribuzione di piastre 600 all'anno imposte a favore del console
Brigadi (di Cipro), e finalmente di unire li due consorzi e casse,
fissando ai rispettivi due consoli quell'annuo assegnamento che sia
conveniente ai rispetti e convenienze dell'uno e dell'altro consolato.

Utili riconoscendosi dalla maturità di questo Consiglio tali suggerimenti,
si assente a buon conto in via di massima allo stabilimento
del console in Aleppo, indipendente da quello di Cipro in
luogo della deputazione; e che debba assegnarsi all'uno e all'altro
un congruo stipendio, con l'oggetto che il pagamento dei consolati
abbia a farsi a questa parte come si pratica per quelli di Egitto;
mentre per quello sia alla proposta unione dei consorzi e casse e
rispettivi assegnamenti dovrà il magistrato stesso ricercare ai capi
predetti se nel proposto espediente vi sia pure concorsa la volontà
dei rispettivi consorzi, con tutto il di più che tiene rapporto alla
materia.

Al giungere di tali riferte, che colla maggiore sollecitudine porterà
il magistrato alla cognizione del senato, si fisserà parimenti quell'annuo
stipendio dovrà assignarsi ai consoli di Aleppo ed a quello del
Cairo, sospendendosi la contribuzione delle piastre 600 che dal Serioli
doveano corrispondersi al Brigadi.

Nel rimarcarsi infine con sensibile rammarico quanto accenna il
magistrato rispetto all'innosservanza e indiscipline dei consoli,
singolarmente del levante nella esazione dei cottimi ed avarìe, attenderà
questo Consiglio le premesse relazioni, per quindi addattarvi gli
opportuni rimedii, unitamente a quanto prescrivono le leggi e i decreti
sul generale dei consolati e ciò a lume delle più convenienti
deliberazioni.

  De si       82
  De no        3
  Non sinceri  3

                              CESARE VIGNOLA _Segretario_.

        _Fra i nostri Codici._


DOCUMENTO LXXX.

      _Copia de una letera copiosa, scrita per ser Donado da
      Leze q. ser Priamo da Padova, a dì 14 settembre 1514,
      drizzata a Zuan Jacomo Caroldo secretario._

Come per sue lettere è avisato esser avisi da Costantinopoli del
progresso che aveva fatto il signor Turco contra le genti del Sophì
quali erano ritirate e el signor era intrado nel paexe 4 zornate et
che lo exercito del dito signor Turco essendo in certe montagne havea
patido de vituarie e che da poi per via di Trabisonda sono sta
soccorsi, et era venuto 14 mille Giorgiani sul campo Turchesco li
quali se oferivano de darli vituarie per il campo e che il signor
Sophì non se sapea dove fosse et il signor havea deliberato andar in
Tauris; a le qual nuove risponde a parte a parte licet non habi le
scripture lì, et tutavolta essendo aiutado da domino Zuan Maria
Anzolello citadin vicentino qual stete con l'avo de questo signor ani
20, e se ritrovò quando el dito signor andò contra Ussum Cassam
sempre nel campo si che scriveva cossa che li piaceva, ecc.

Sempre che el Turco vol far exercito per andar in levante se aponta
cum quello in mezzo della Natolia paese atto a nutrir li exerciti nel
qual loco andò Baiezid signor Turco contra Tamerlan et li fo roto e
preso e messo in una gabia di ferro dove morite e cusì fece Maumetho
avo del presente signor quando l'andò contra dito Usson Cassam si che
questo sarà el principio del camino che ha tegnudo el presente Selim.
E qual camin tolse verso Amasia che è partendosi dal loco de Ancira
per greco a man manca et è zornate sei da campo. Da questo loco de
Ancira a banda destra per ostro se va al Cogno per sirocho alla
Caramania e per sirocho a levante se va alla Cazaria. Ma torniamo in
Amasia seguitando il viazo nostro. Amasia è una città grande murata
quale era sedia del soldan Achmash posta fra colli ha uno castello
alla parte di tramontana sopra uno monte, passa per la dita citade una
fiumana la qual nasse nelle montagne del Tochat et come la pasa dita
cità per miglia 10, se volze per maistro andando per vallade tra
montagne grandissime buta in mar mazor avente Sinope cità nominata.
Dala cità di Amasia per due zorni de campo se va al Tochat terra
murada dove se fan pani da seda assai et chi se partisse da questo
locho et chi andasse per grego per 100 mia anderia in Trapesonda;
lassamo questo camin che viene al proposito nostro. Dal Tochat per
dieci zorni da campo se va a Sivas casal grande e l'ultimo del paese
del signor Turco, lontan dal qual per miglia cinque passa una fiumana
grande la qual nasse nelle montagne apresso Trapesonda discore Cazaria
et si mette in lo Eufrates. Sopra della strada partendosi da Sivas per
passar el dito fiume v'è un ponte de piera grande, questa è la strada
principal e più comoda a tutti quelli che voleno andar in Tauris
passato dito ponte intrase nel paexe de Erzingan qual è parte de la
Armenia minore et è del signor Sophi paese montuoso circumdato da due
parte da montagne grandissime, da tramontana in parte montagne de
Trapesonda ed in parte da la terra de Giorgiani, da levante le
montagne che divide la Armenia mazor e menor le qual principia da li
monti dei Giorgiani e va per ostro fino a lo Euphrates sopra le qual
le gente del paexe fuze quando li vien invasion alcuna come ha fato al
presente. Ma perchè si dice chel Sophis è retrato e non se trova,
scrive lui tien certo, el non se trovi a quelle bande perchè come el
scrisse lui feva gran guerra nel paese de Zagathay et haveva da far
non solum con li fioli del signor de dito loco ma haveva etiam al
incontro uno barbaro di diti fioli quale uno de li 7 soldani della
Tartaria, si che tien lui non sia stato a queste bande si potria dir
che gente sono queste che ha fato mover il signor Turco avvisa el
signor Sophì per voler ajutar soltam Murath havea mandato comito a li
paesi soi che confina con il Turco. Tutti obedisse al dito Murath e
lui haveva fatto exercito de gente comandato a nostro modo, però sono
retrati e questo sarà il vero. Passando el fiume Lys se intra nel
paese de Erzingan el primo loco che si ritrova se chiama Niessier
posto sopra un monte lontan dal fiume Lys mia do a banda mancha del
dito locho andando per monte se trova uno altro castello: e da questo
per una zornata dessendendo in capo del monte dove se fa lume de
rocha, loco murato e forte, e questo è quello che in le lettere si
chiama Cussari è paexe sterilissimo, e quando al signor Mahumeth fo
li, el suo exercito patì grandemente come ha fato al presente Selim,
da questo loco per zorni doi per campagna e coline se va in Erzingan e
le dite campagne è dette de Erzingan, questo locho non è murato, ma
hanno castello quando vi andò el signor Mahumetho avo de questo signor
fo trovato pocha gente perchè tutti eran fugiti a la montagna, fo
trovato in una chiexa de ditto caxal un vecchio qual aveva assai libri
intorno et essendo andatti dentro molti Turchi dimandato chi l'era non
respondendo fo morto. Da poi se intese che l'era gran philosopho el
signor Mahumeth se ne dolse assai di questa tal morte.

Partendose de Erzingan per miglia 10 se ritrova una fiumana grande la
qual nasce nelle montagne che divide la Armenia mazor da la menor;
passato detto fiume se entra in un paexe qual dura due zornate fino al
fiume Euphrate dove è el passo solito a passar le gente che vano in
Tauris, quì il fiume è larghissimo, fa de molti polexeni dentro
giarosi. Quivi se apresentò el signor Mahumetho cum lo exercito suo
per voler passar, dal altra banda del fiume se ritrovava le gente de
Ussum Cassan. El signor Turco volse far experientia de dover passar se
anegò Asmurath bassà della Romania et assai altri, si che tra
annegati, presi et morti se perse de le persone 12 mille. El signor
Turco, visto non poter far altro, lassò la impresa del passar et andò
cum l'exercito seguitando el fiume verso levante per zorni due e mezo.
Dapoi voltatosi per maistro abbandonato el fiume intrò in algune ville
dove el retrovò esser passato Ussum Cassan a traverso di quelle
montagne furno a le mani el fu rota a la gente de Ussum Cassan et
morto Ezeniel suo fiol prese li cariazì e pavioni e le gente furono
fugate dopo de questo el dito signor Mahumetho se redusse a le sue
terre e messo lo exercito intorno in termine di 17 zorni l'ebbe a
patti, questo è quanto operhò el dito signor Mahumetho contra Ussum
Cassan el qual non havea la mità del poder che ha al presente el
signor Sophì, sì che questa è la conclusione et opinion nostra che più
altro non passerà de quello fece suo avo. E si el passera el camin che
aveva a far dito signor per andar in Tauris e questo passato che
l'averà lo Euphrate troverà do strade, una verso levante, l'altra
verso ostro e sirocho; quella verso levante è strada inusitata per
esser mal habitata passando Palu che uno castello sopra un monte,
sotto del qual passa lo Euphrate se ritrova campagne che produce
giunchi e non se habita, salvo a pe di monti, siche qua exercito non
po andar. La strada in ostro e sirocho è quella che è usitata dove
vanno caravane, sichè partendose dal fiume per pocho spatio se trova
montagne nel principio dele qual è uno castello andando per valle et
monti se ritrova Angora per due zornate et per due altre pur vallade e
monti se discende in una pianura dove è Amith, questa è città murata
et ha un castello sopra un monte, qua se fa grandissime marchatantie
sì per la Sorìa come per la Persia. Dal dito loco de Amith per garbin
se va per 6 zorni in Alepo. Qui stanzia el capetanio zeneral del
signor Sophì; da questo loco per andar in Tauris ghè do strade le qual
vanno a una cità nominata Tiflis la quale è posta fra due montagne et
è passo fortissimo sì per el sito del loco come per la fiumana che fa
forte el dito passo. Quivi ne sarà da far assai.

Da Amith per sirocho se va a Mardin che è passo sopra un monte et è
zorni cinque, da Mardin per zorni do per levante se va in
Askaranchief, quì se ritrova da la banda da levante del dito locho una
fiumana grandissima che quella che vien per Amith, questa fiumana è
profonda et ha le rive altissime, sichè ruinato el ponte che passa
dito fiume è impossibile che exercito alcun passa da el dito locho de
Askaranchief, per 3 zorni pur per levante se va a Tiflis, hor
partendose de Amith per levante se va per una vallada larghissima et
abitatissima per zurnade 10 se ariva a Tiflis e nel mezo del camin se
ritrova una piccola terra de un signor el qual non volea dar
obedienzia al Sophì e ghe mosse el campo el have per forza e tagliò
tutti a pezi, al presente è tuto rovinato. Quando se parte da Tiflis
per levante per 3 zorni declinando uno poco a la mancha se trova Van
la quale è in principio de un lago chiamato dello stesso nome, el qual
è longo miglia 100 largo 20, l'acqua sua è salsa e non è poca
maraveglia perchè essendo detto lago in mezzo de la Armenia sia salso.
El se ritrova uno altro lago arente Tauris do zornade lo qual è salso
et è grande più de 20 miglia, longo se chiama Salamas del quale se
traze sai assai de la qual se fornise la Media, Persia, Armenia et
Mesopotamia.

El lago dito de Vanar ha tre insule dentro, una è desabitata e le
altre due habitate, la principal se chiama Santa Croxe, l'altra Santa
Maria, quella di Santa Croxe è miglia do lontan da terra da la banda
de ostro del lago, la qual insula ha uno monasterio dove sta un
patriarcha con 100 monaci, in questo monasterio Jacub signor de Tauris
fiol de Ussuni Cassam fece custodir sua sorella major che fo de Shàh
Aider padre del signor Sophì insieme cum el fiolo qual stete 7 anni et
quando fo messo ne haveva nove morto Jacub andò nel paexe del padre e
fecesi signor, del qual al presente non se dirà altro, ma andando a
Van dal dito loco suso per el lago per una zornata se trova altri
casali, fino che dopo 10 giorni, se arriva a Tauris. Tauris è in
pianura et è in sul confin de la Media et de la Armenia, volge mia tre
murato de terra dove è la stanzia di signori de la Persia, avanti che
diti signori l'avvesseno dito locho de Tauris la stanzia sua era in
Susa. Resta a dir de' Giorgiani ma per non esser al proposito a questo
cammino non se dirà altro.

        _Marin Sanudo, Cod. Marciani, vol. XIX._


DOCUMENTO LXXXI.

      _Sumario de una lettera de ser Donato da Leze scrita a
      Zuan Giacomo Caroldo, secretario ducal, a dì 7 octubris
      1514._

...... Et quanto a la parte de venir le spetie in Trapesunda per el
seno Persico, qui soto noterò il modo se solea tenirse neli tempi
passati, essendo l'impero de Costantinopoli ne le man dei Greci. Li
navili che venivano dall'India cum spetie non solevano andare nel mar
Rosso, ma tutti venivano nel seno Persico, nel qual golfo è uno porto
dove buta l'Eufrate, quivi entrava li navili e si conduceva alla cità
de la Balsera, la qual è sopra la riva del dito fiume, mìa 50 lontan
dal mar. Parte de le qual specie si conduceva in Trabesonda et parte
in Erzingan e de lì alla terra, da poi essendo el deto paese in
guerra, rote le strade fu forza ai mercanti condurle nel seno Arabico
come fanno al presente.

La cità della Balsera è grande e mercantesca, dove se fa faccende
assai, come de fide degni armeni ho inteso, et è situata ne la
provincia de Babilonia. Da questo loco in Trabesonda sono giornate XXX
a mìa XXV per zornata. Sicchè tanta strada feva dita mercanzia e lungo
saria narrar li lochi dove capitavano, e de Trabesonda con navigli se
conducevano a Costantinopoli. L'altra strada che è Astrakan,
partendosi dalla Balsera e fuori per tramontana al fiume Eufrate fina
dove se congiunge Tigris che è zornate 8, e de lì a Cazan cità sopra
el Tigri giornate 4, poi se passa pur per tramontana molte zornate de
caravana fino a la gran cità de Schamachi, e da detto luoco fina in
Bachù che è posta sopra il mar Caspio zorni 4. Quivi è una cità dove
se fa gran fazende, da la qual è ditto mare de Bachù. In questo loco
se cargava le spetie sopra li navigli e se conduceva in Astrakan terra
dei Tartari posta sopra il fiume Volga e de qua per 8 zorni chi
volesse andar alla traversa se andaria alla Tana per la campagna che
per esser disabitada se va suso per el fiume, poi se traversa al dicto
loco de la Tana in zorni 16. Quivi venia le galere de Venezia e
levavano dicte spetie come è scritto nell'itinerario di Messer Josafat
Barbaro.

        _Marin Sanudo, Cod. Marciani, vol. XIX._


DOCUMENTO LXXXII.

      _Copia de una letera de ser Donado da Leze, podestà e
      capitano a Rovigo, scrita a Zuan Jacomo Caroldo,
      secretario. Data a Rovigo adì 2 novembre 1514._

Per lettere vostre de ultimo del passato son avvisado, esser nove
importantissima venuta al clarissimo Gritti da Ragusi, come el signor
turco Selim a dì 23 agosto su la campagna de Choi ha fatto zeneral
battaglia col signor Sophì con crudelissima strage dell'esercito suo.
Tandem era restato victorioso et era fugito detto signor Sophì e lo
signor Selim dovea andar in Tauris, pregandomi che io vogli far
risposta sopra di ciò. Io desideroso di satisfar al voler vostro,
anchor che sii occupatissimo in diverse cose et abi dei gran fastidj
in questo locho, non resterò che io notifichi li lochi et siti che
potrà andar detto Selim, et dove si potrà ritrager el detto Sophì, per
ritornare iterum a la campagna; ben ve dirò questo che Selim è entrato
troppo dentro, che da Choi dove me scrivete esser sta la battaglia fin
al principio del so paese sono giornate 25, et avendo avuto una tal
rotta qual me scrivete non potendose refar per esser el paese tutto
per el signor Sophì non so come el farà se iterum un altro esercito
adosso li venirà, nonostante questa vittoria, facio mal juditio del
fato suo come qui soto intenderete.

Choi è uno casale grande sopra la campagna, non è murato e da questo
luoco fin in Tauris sono sei zornate. In tuta campagna, se ritrovano
due loci grandi, due zornate lontani l'uno dall'altro chiamati Moriam
et Sophiam, come vedrete ne le mie lettere per avanti scritteve. Sichè
dicto signor Turco anderà in Tauris, et sono certo che li se
affirmerà, perchè el signor Sophì s'era lontano da lui, et volendo
andar a trovarlo vorrà del tempo. S'el Sophì serà vivo potrà far gran
numero di zente et presto in diverse provincie come è nella Persia,
Kerman, Eri, Ghan, Fars, et Shirvan. Tutti questi paesi sono
abbondantissimi de uomini. Accostato a qual voi di questi loci con
quelle poche zente se ritrova ritornerà iterum alla campagna e serà
alla condizione di Antheo che reassumeva le forze tante volte quante
la terra toccava. Et acciò intendiate li paesi scripti de sopra:

Tauris è in li confini de la Media et Armenia, guardando dal dicto
locho di Tauris verso levante a banda destra è la Persia, Cherman
Irak. La principal cità de presente della Persia è Schraz, la quale è
lontana da Tauris per levante e scirocco zornate 20, e da lì in Kar
altre 20. Shiraz è di sotto da questo verso ostro per mezzo l'isola de
Ormus. Da tutte queste tre provincie se pol trazer una gran quantità
de zente et massime de Schiraz et Persia. La dicta cità de Schraz fa
200,000 anime ed è murata. Altre volte ribellò a Ussun Cassan de
volontà de un suo figliuolo che voleva farse signor, sicchè da questi
loci potria esser tratto esercito potentissimo, ma tengo non andrà a
questa banda, ma anderà ad altra parte verso tramontana per aver li
Georgiani con lui, quali sono inimicissimi col Turco ancor che
venissero nel suo campo. Questo farieno per non se lo retirar adosso
per confinar loro con Trapesonda.

Or torniamo a Tauris; partendosi de lì, andar per greco per 7
giornate se trova Ardevil, confina da ponente con el paese de Shirvan
dove è la gran cità de Schiamachi. Et il paese de Schirvan confina con
li Giorgiani verso maistro dove è Emircapi dicta e porte de ferro, et
da questa banda potrà aver soccorso numeroso sì dai Giorgiani come da
quelli altri paesi nominati. Puol aver etiam soccorso grande de
Azerbigian che confina da levante col paese de Ardevil, et etiam de
Sara che è sopra el mar Caspio. Se potria dir che el potesse trager
zente assai dal paese de Corassan, ma per esser novi sotto el suo
dominio non credo che vorrà di quelle. Se potria anco servir di bona
zente de Ispaan et altri paesi che sono in la Media. Sicchè per
concludere tengo farà grandi eserciti per esser ben voluto da tutti e
liberalissimo. Sta che, come ho dicto di sopra, mi dubito assai del
fatto de Selim.

        _Marin Sanudo, Cod. Marciani, vol. XIX._


DOCUMENTO LXXXIII.

_Relazione di Persia, del clarissimo messer Teodoro Balbi
console veneto nella Siria dall'anno 1578 al 1582._

_Serenissimo Principe,_

Dalla guerra di Persia, nella quale con numerosissimo esercito e
con gran spargimento di sangue contendono insieme due potentissimi
re del mondo, non mi ha parso poter avere informazione della
quale la Serenità Vostra possa in parte rimanere soddisfatta, se non
coll'aver minutamente inteso se le forze del presente esercito come
di ogni altra particolarità con cui si possa far giudicio, come il re
persiano sia per resistere alli assalti turcheschi, e con che ordine e
fondamento possa muover le armi contro un tanto forte inimico. Così
mi sono andato, con più certezza che ho potuto, informando delle
entrate e spese di detto re, della milizia che egli ha, dell'ordine del
guerreggiare e stipendiar li soldati, dell'obbedienza che gli porta il
suo popolo, di molti altri successi nelli tempi passati nella creazione
di re, dalla quale si può comprender la durazione di quell'imperio,
e di molte altre cose pertinenti alle forze e poter suo; le quali tutte
ho voluto far sapere alla Serenità Vostra con questa mia scrittura,
non aspettando di farlo personalmente nel mio ritorno a Venezia, per
sapere quanto più ora, che si fa questa guerra famosa appresso tutti
li principi del mondo, erano desideratissimi tali avvisi, di quello sarà
di qui a tre anni, quando forse sarà compito il guerreggiare in
quelle parti. Supplico intanto Vostra Serenità che in questa mia relazione
attenda più alla volontà e desiderio con che io la faccio, che
è di darle quanto più per me di sua soddisfazione; perchè del resto
sono sicuro che per la mia poca esercitazione nel dire non sarà
degna del suo cospetto, e per non essere stato io nella Persia, nè
aver ragionato con persone maggiormente istruite di quel regno, potrà
parere in molte parti imperfetto.

È posta la Persia sotto il clima stesso di Venezia e dell'Europa,
e nella parte di tramontana dove è il mar Caspio è montuosa e freddissima,
da quella di mezzogiorno è pur anco montuosa ma fertilissima
e calda. Ha molte fontane e fiumi, e dove è il golfo d'Ormuz
è dal mare perfino bagnata. Confina coi Tartari e con altri re idolatri.
Dove è la città di Vastan ed altre città dalla parte di ponente
confina con Turchi e Georgiani.

Ebbe questo imperio molti re, dei quali siccome è stato scritto
copiosamente da molti scrittori, così ora non tocca a me ragionare
che di quelli che della legge maomettana in quà hanno regnato.

Il primo dei quali fu Ismail Gioneid che seguendo la legge di Alì
et per questa cagione perseguitato dai Turchi fuggì in queste regioni
nella città di Ardevil, dove vivendo vita esemplare e da tutti i
circonvicini tenuto per santo, venne in tanta reverenza appresso ciascuno
che ridusse molti di quei popoli alla fede di Alì, essendo da
loro tenuto per capo. Così visse molto tempo e dopo la sua morte
successe Haider, il quale non stette molto che in guerra fu morto
restando suo erede Ismail che dopo gli idolatri di Nembrod fu il
primo che ebbe titolo di re della Persia, e quasi di tutta se ne fece
padrone sottomettendola al suo impero con molti regni e ducati di
fede turca. Combattè con sultan Selino, e per causa delle artiglierie
fu rotto. Fu uomo liberalissimo e sopratutto coi soldati spendeva
quanto aveva, e la sua morte ne diede il segno che pochissimo oro
se gli ritrovò. Fu bellicoso e sopramodo si dilettò della caccia.
Fabbricò una gran moschea nella città di Ispahan, morì ad Ardevil,
dove era andato a visitare la tomba di suo padre l'anno 1523,
avendo xv anni con assai buona fortuna amministrato il regno.

Il figliuolo per nome chiamato shàh Thamasp padre del presente
re successe nel regno in età di 11 anni e ne regnò 50. Guerreggiò con
Selim quantunque non volesse mai seco venire a giornata, per la
esperienza che ebbe dal padre dell'artiglieria; prese Tauris città
principale di quel regno e di nuovo la riacquistò, fece la pace con
detto Turco e promise di mai rompergli guerra, siccome fu veduto
nelli capitoli fatti tra loro, nè fu detto che la fortezza di Kars fosse
gittata a terra, e che per 8 miglia da una parte e dall'altra fosse
fatto deserto affinchè in niun tempo potesse nascer mai fra circonvicini
dissensioni. Così mai l'uno contro l'altro mosse le armi, anzi
in occasion di bisogno si promisero soccorso. Il detto shàh Thamasp
andando contro un re georgiano a questo e quello inimico così fece,
e lo vinse a tempo che d'ogni altra cosa pensava che alla guerra per
esser l'invernata e d'ogni intorno la neve, ed oltre il sacco e bottino
che fece menò un 30 mille anime fra uomini e donne da 15 fino
ai 30 anni.

E perchè si trovavano del re morto 24 figliuoli tutti in diverse
città del regno divisi, che intendendo la perdita del padre e della
città regia, nissuno se ne fece padrone chiamandosi re di quelle,
e ne restò il regno in 14 parti diviso. Uno di questi fratelli è Simbes
che è quello che l'anno passato era in poter del re di Persia
e che prometteva andar ad infestar li passi e non lasciar andar
niuna cosa all'esercito dei nemici, ed acciocchè gli fosse data credenza
si fece turco-persiano. Siccome scrissi a Vostra Serenità è
uomo di grandissima stima, e tanto che in qualcuno è animo che se
questi è da parte dei Persiani, basti lui a metter in gravissima necessità
i nemici. Son tutti i suoi georgiani soldati veterani dati a
vita comoda, che non hanno alcun pensiero nè cura della cavalleria.
Dicono discender da una figliuola di Salomone. Tengono altari e
chiese come le nostre con figure del Salvatore e della Beata Vergine.
La sua sede è ora a Tiflis che rende tributi al regno di Persia.

Fu quel Shàh Thamasp il primo che andò ad abitare Kasbin ed
ivi poner la sedia; e quella città era per avanti antica villa suddita
del re di Ghilan, il territorio della quale per lunghezza è 18 leghe
e per larghezza 14, situata in mezzo di alte montagne dalla parte di
tramontana, dove la neve in ogni tempo dell'anno si trova; e questo
fece per sicurtà e per esser in mezzo del suo regno in sito fortissimo,
e di essa ne ha fatto una città principalissima. Si chiama
questa villa Kasbin che in sua lingua non vuol dir altro che castigo,
perchè a quel tempo in essa erano rilegati tutti i malfattori
che non erano giudicati a morte; ed ora è città nobilissima adorna
di grandissime fabbriche e giardini di molta spesa, fra li quali ve
n'è uno del proprio re, di spesa di più di 12,000 ducati, per la cui
bellezza lo chiamano reest che in lingua loro intendono paradiso.
È città popolatissima che dicono che ad ogni richiesta del re gli
sono sempre pronti 30,000 cavalli, il circuito della quale è intorno
a leghe tre. Ebbe il suddetto shàh Thamasp dal re dei Tartari il regno
di Candar in dono per l'aiuto e soccorso che egli diede per
rimetterlo in stato al tempo che fu rotto nel regno di Cambaia.

Fu questo shàh Thamasp crudel tiranno, che chi vedeva ricco e di
qualche autorità nel suo regno lo privava della roba, e se non gli
toglieva la vita gli faceva cavare gli occhi; di niuno suo capitano o
cavaliere si fidava, nè d'alcuno voleva consiglio; era avarissimo e
per accumular danari mandava perfino al bazar le proprie vesti,
tratteneva il soldo che prometteva ai soldati, per il che 15000 e più
abbandonarono la Persia facendosi vassalli dei Tartari ed altri re
delle Indie, per non esser sottoposti a un tanto tiranno. Usava d'anno
in anno rinnovar la moneta facendola fare di metà valor, e non si
stampava dell'altra, proibendo quella, e quasi tutta la colava nella
zecca, e di questa ragione nelle altre città del regno cavava danaro
grandissimo, che non si mette in computo delle sue rendite. Alla
sua morte gli fu trovato fra oro argento e gioie, cosa che par impossibile,
nondimeno mi è stata confermata da più bocche più di 80 milioni
di ducati, tra li quali v'erano 17 milioni battuti a maidini d'oro.
Lasciò fra cavalli, cavalle e cammelli al nº di 100,000. Morì del 1576
ai 11 maggio, avendo regnato 50 anni. Poche ore avanti conoscesse
la sua morte, ordinò il suo testamento, e avanti che nel suo regno
succedesse shàh Ismail suo figlio secondogenito, per trovarsi il presente
Mohammed Kodabende dedicato alle cose della sua legge e
per aver corta vista: e si fidò pur di 4 suoi capitani che essi chiamano
sultani, il nome dei quali sono: sultan Ibraim mirza, suo nipote
che si trovava in alcuni suoi castelli discosti da Kasbin 6 in 7
giornate dalla parte di levante, al qual fece intender venisse con
quante più forze potesse, così fece venendo con 12 mille cavalli:
mettendosi nella casa regale, e datogli dal detto re autorità del governo,
e fattolo camerier principale con autorità di portar la spada
che a niuno è concessa; il secondo era mirza Alì sultan; il terzo
Absalon bey; e del quarto non si è potuto aver il nome, e solo per
il tratto intendeva andar attorno dal Derogi che a loro usanza vuol
dir governatore del regno, il quale era quarto visir creato di più
dell'ordinario, già per avanti trattava di far morir shàh Thamasp e
suo figliuolo shàh Ismail per metter in sedia sultan Aider altro figlio
di shàh Thamasp e di madre georgiana, sol perchè lui saria stato,
sopraintendente di tutto il maneggio del regno.

Sapendo adunque shàh Thamasp questo disegno del governatore
consultò coi sultani, di tor di vita sultan Aider figliuolo suo, e lo
mandò a chiamar con fargli dire che avanti chiudesse gli occhi desiderava
vederlo e farlo suo successore, alla qual richiesta fu il figliuolo
obbediente, e giunto al cospetto del padre disse il re ad un suo capitano
chiamato Absalon bey che facesse il suo ufficio; per il che fu il
figliuolo legato e posto in catena in una stanza con sicurissima
guardia. Mancato il re fu tenuta detta morte secreta facendo serrar
tutte le porte del palazzo. Il che vedendo il terzo giorno che fu li 8
detto, il governatore ribelle non volse più tardare che Aider non
fosse pronunziato re, corse armata mano alla casa regale con 15000
fanti suoi seguaci, gettando a terra la prima, seconda e terza porta
gridando a loro usanza Aider suo re. Questo vedendo li sultani che
erano alla custodia del palazzo, mandarono nella stanza dove era
Aider serrato, Samal bey di sangue circasso e fecero che gli troncasse
la testa; e troncata che l'ebbe la portò in mano gettandola dalle scale
del palazzo a piedi del cavallo del governatore nemico, che pur attendeva
a gridar Aider re: dicendogli, piglia la testa del tuo re con
molte parole vituperose. Ed essendo ancor essi provvisti di gran
banda di gente e soccorsi, attaccarono la zuffa, tagliandone quanti
ne trovavano che ascesero al numero di 4 mille e più, non lasciando
in vita nè grande, nè piccolo, nè dell'uno, nè dell'altro sesso della
sua prole, mettendo a sacco le case loro e dispianandole fino alle
fondamenta; e lui togliendo la fuga con non più di 2000 cavalli
se ne uscì fuori della città, e per necessità di fame ed altri disagi
fu abbandonato nel viaggio dalle sue genti, e dal proprio figliuolo
che si ricorse nella città di Kom a Sultania madre di Ismail
e del presente re di nazione turcomanna zia di Emerkan, il quale
al presente è capitano generale, ed è detto per sopranome Spada
di Persia, sperando che per mezzo di lei gli fosse salvata la vita;
ma non gli riuscì perchè de li a poco fu morto insieme con sei
altri fratelli. E vedutosi detto governator abbandonato da ognuno
si vestì da medico in alcune montagne fuggendo per venirsene al
Turco, fu da alcuni cacciatori inviati da Absalon bey suo nemico,
conosciuto e preso e condotto ad esso e tenuto fino alla venuta di
Ismail che lo fece morire, siccome dirò più abbasso. E perchè
per le rapine e morti che si facevano nella città, per non vi essere
il re, pochi erano sicuri nelle case proprie, il giorno 17 Absalon
bey ed alcuni capitani del re morto, con gran banda di gente
andarono per la città e per li bazari assicurando e dando animo
a ciascuno che tornasse ai suoi negozi: dicendo che il re Ismail
non poteva far che ogni ora non comparisse: mandando bandi attorno
che sotto pena della vita niuno avesse ardire di molestare
nè cosa, nè persona della città; e dove si trovava un malfattore
gli erano troncate le mani e i piedi o tagliata la testa siccome
pareva meritasse il delitto, ponendola sopra le lancie e portandola
attorno per la città e bazari, e con questi mezzi fecero cessare il
spavento ed assicurare l'animo di ognuno. Facevano al mezzogiorno
e alla sera che fossero sonate gnacchere, e fatta allegrezza con
gridi altissimi che il re era vicino, e questo solo per tenere il
freno a qualcuno che avesse animo di perseverar nelle stesse
rapine.

Il giorno dietro che fu alli 18 fu pubblicato shàh Ismail re,
nella moschea grande, e di subito tutti li capitani e soldati che
erano alla custodia della città e di tutte le circonvicine, andarono
a levare il re che ancora si trovava in un castello sottoposto alla
città di Ardevil discosta da Kasbin giornate dieci dalla parte di
tramontana, dove fu dal padre relegato, per il mal animo che lui
credeva avere contro i Turchi, et per esser di natura feroce dubitava
calasse alli confini e fosse cagione di romper la guerra col
Turco, e per questo lo tenne in quella fortezza appresso anni sedici.
E giunti in vista di detto castello cominciarono a gridar shàh
Ismail che vuol dire re Ismail, facendo molti segni d'allegrezza;
al che però da lui non fu dato ascolto nè manco dal capitano che
era in sua custodia congiunto di sangue col governator ribelle, e
diceva voler combatter con loro; ma fu da Ismail ordinato che non
facesse motto alcuno perchè in breve la visita si sapria, sì come
fu che non stettero molto che da ogni luoco vedeva comparir gente
ed empiersi le campagne di soldati che gridavano colle stesse voci
Ismail re. Del che fatto certo discese dalla fortezza, ed il capitano
che primamente non volse credere fu il primo a baciargli il piede,
e dimandargli perdono con la spada legata al collo se l'aveva offeso,
perchè tutto aveva fatto per non esser disobbediente al re
morto padre suo, che già tanti anni glielo avea dato in custodia;
e così gli perdonò, anzi concesse ad un suo figliuolo il governo
di Tauris; e di poi gli corse ognuno a baciare il piede: e veduto
che già si erano adunati più di 85 mille cavalli con forse 5 mille
padiglioni deliberò incamminarsi verso Kasbin ed a mezzo cammino
fu incontrato da sultan Mirza suo germano da parte di padre
e cognato, e smontato da cavallo, volse il re fare il medesimo
abbracciandolo e raccogliendolo caramente, e dopo molte parole di
complimento lo creò suo capitan generale, confirmandolo nella stessa
dignità la quale il padre gli aveva data, ordinando che il suo padiglione
fosse posto all'incontro delli reali ancorchè ciò non fosse
solito a farsi in niun tempo. E giunto alli 14 luglio alla vista della
città di Kasbin, ivi si accampò ed alli 15 gli fu menato in catena per
il capitano Absalon bey il governatore ribelle, e da esso re gli furono
dette molte parole come conveniva alla sua infedeltà, e se lo scacciò
davanti serbando la sua morte a pochi giorni. Dopo, lui stette fino
li 17 facendo molte giustizie crudeli. Venne fino alle porte della
città sopra 12 cavalli cavalcando or sopra l'uno or sull'altro, per
segno delli 12 figliuoli di Alì suo profeta; e per timore non gli
fosse tirata qualche archibugiata e fosse morto, con 20 suoi più
fidati si mise in una strada dove non era aspettato e per la porta
del giardino ascosamente se ne andò nel palazzo reale, facendo che
il suo capitano generale andasse sotto l'ombrello per la strada ove
tutto il popolo stava aspettandolo.

Non stette molto che divenne crudele sopra ogni altro non perdonando
ad alcuno della stirpe del governatore ribelle, nemmeno al
cognato creato da lui capitano generale che tutti fece morire insieme
con dieci fratelli, chi di veleno e chi strangolandoli, fuori che il
presente re il quale si trovava in Schiraz discosto da Kasbin due
giornate che non lo potè aver mai in così poco tempo che regnò; ma
bensì il suo figliuolo con due suoi germani e tutti li principali sultani
che erano nella corte del padre; et soleva dire che non si potevano
sostentar i padiglioni reali con corde vecchie, e con le sue proprie
mani ne ammazzò infiniti, dicendo voler vedere se la sua spada tagliava,
e per il computo fatto delli morti di mano sua e di suo ordine
ascesero al numero di dodici mille, senza quelli che in così breve
tempo che regnò privò degli occhi e scacciò in esilio. Fu di pensiero
per qualche suo fine di lasciar la fede di Aly e pigliar quella di Omar,
ne diede segno col cavar gli occhi ad un suo califfo persona principal
della fede; e con far molte altre offese ed insulti a molti altri
suoi santoni; il che pressentito da' principali che restarono nel regno
fecero congiura insieme con una sua sorella alla quale lui aveva fatti
molti oltraggi e toltigli 200,000 ducati e più che si trovava e li schiavi
e schiave, facendola star in vita ristretta e piena di disagi; donna di
30 anni astuta e prudente e che dal padre suo era stimata e si fidava
di lei; e così insieme ordinarono il veleno ponendolo in alcune palle
di teriaca che soleva mangiare, e postate in una busteta che soleva
portare il figliuolo di un suo capitano confidente che sempre gli stava
a lato; egli al solito ne prese e la notte seguente restò morto, essendo
in età di 44 anni e fu alli 24 novembre 1577, la vigilia di santa
Catterina avendo regnato solamente 1 anno 7 mesi e 6 giorni, morto
a tempo che disegnava far pubblicar la legge che voleva firmare all'ultimo
del suo Ramadan, e diceva pubblicamente che avria fatto doni
e tenuti in sua grazia tutti quelli i quali l'avessero seguitato ed altri
che avessero voluto star ostinati nelle sue opinioni gli avria fatti
andar a fil di spada; e per non lasciar andar più avanti questo suo
disegno gli fu dato il veleno. Fu tenuta dalla detta sorella la morte
del re secreta, mandando a chiamar li capitani principali complici
della morte del detto re, e lor disse che nelle sue mani stava
quell'abbondantissimo regno, e se volevano essi con gli odi particolari
vederle il fine facevano gran peccato; ma che allora era tempo di rimettere
ogni malanimo che avessero, l'uno contro l'altro, e non dar
questa allegrezza ai Turchi e Tartari che dall'una e dall'altra banda
confinano che goderiano di beverli il sangue, e di veder la desolazione
di quell'impero, e quello diceva, lo diceva per loro e suoi
successori non per lei che ne aveva la minor parte, essendo donna e
di sangue regio che da qualche banda avria pur avuto un pezzo di
pane; e non voler che tante fatiche del padre ed avolo suo rimanessero
distrutte per le lor dissensioni in questo momento, e fusse annullata
la casa del suo profeta, e con parole assai maggiori, cosa
insolita in una donna e massime in quelle parti, e con tanta eloquenza
che fece risolver ogni mal animo che era tra loro ed aquietar l'uno e
l'altro alla sua presenza, facendo loro dopo giurare sopra il suo mufti
di conservare il regno per il fratello.

Fu per questi sparsa voce per la città che il re fosse morto e fu
dal popolo levato tumulto, il quale andando alla casa reale e gridando
voler vedere il suo re, la sorella con li capitani deliberarono
di far comparire uno vestito cogli abiti regali sopra una terrazza
eminente, intonando la voce come Ismail era solito fare, mostrando
colle mani segni di comandare ai suoi, e diede a creder al popolo
che quello fosse il re e lo aquetò ed ordinò di subito che tutta la milizia
fosse posta sotto quei capitani che erano sette e che cadauno
avesse cura delli sottoposti, ed a detta signora furono fatti venire
tutti li capitani in loro lingua sultani, dicendoli sotto che banda di
capitano volevano stare, perchè il re era morto e bisognava tenere
il regno senza confusione fino a che venisse il fratello. Tutti assentirono
e nominarono il capitano, cui volevano essere sottoposti colle
sue genti fra li 7 antedetti; ed ordinata la città in sette quartieri ed
a cadauno consegnato il suo con li soldati sottoposti, spedirono quante
più genti poterono sì di Kasbin come delle città circonvicine con
padiglioni ed altre cose necessarie per levare il nuovo re che era
pure in Schiraz.

Così venne a far l'entrata ai 25 di gennaio 1577 essendo di età di
anni 41, tutto canuto ancor che si tinga la barba; di bella faccia, e
proporzionata persona, impedito della vista e non vede niente a
basso, ma guardando all'alto vede così ben come ciascuno; ma
avanti venisse a Kasbin, mandò a dimandar al zio della sorella, come
quello che l'amava, dubitando che al disegno avea fatto di farlo
morir questo suo zio non se li opponesse con vederla difender; e
perciò non gli nascesse tumulto, ed essendo questo buon capitano ed
amato sopra ogni altro dai suoi soldati ed era chiamato Samahal
sultan, il quale andò se ben con timore, ed avea fatto per avanti
andar la nipote sorella del detto re a casa sua, avendo fortificato
benissimo il suo palazzo, e messovi grandissimo numero di gente colla
guardia e donatogli quanto aveva d'importanza, acciocchè in ogni occasione
fossero pronti a morir con lui; dove dal re fu accolto caramente
e non mostrando segno di animo cattivo, anzi confermatolo
gran cancelliero; siccome era stato fatto dal fratello; avendo ordinato
prima che fosse strangolato, subito fosse partito da lui, come fu eseguito
spedendo di subito a far morir la sorella a compiacenza della
prima moglie di shàh Ismail fratello del marito; ma più per l'invidia
che le portava per esser donna accorta e prudentissima facendo
anco far il medesimo ad Alì sultan uno dei 7 capitani che gli conservarono
il regno, sol perchè trovandosi lui governatore per avanti
dove lui abitava gli usò molte stranezze e per esser stato molto amico
del fratello morto, e che teneva ancora un suo figliuolo di mesi 4 in
governo che lo fece anche morire. Entrò nella città, fece doni
liberalissimi di centinaia e migliaia di ducati; i banditi fece venir nella
città e restituir loro le dignità, fece di subito liberare gli ambasciatori
dei Tartari che si trovavono in un castello postivi dal fratello, e
con doni e cortesi parole gli dimostrò il dispiacere che sentiva del mal
procedere loro usato, e che lui era prontissimo di conservar la stessa
amicizia che li usò il padre suo; e si partirono soddisfattissimi da
lui. Fece il medesimo a molti ambasciatori di re delle Indie e ciaus
turchi che si trovavano in Bagdad e Caraemit che in tutto erano
otto, e li fece consegnare a 4 di quei capitani principali acciò li
custodissero fino ad altro suo ordine. E questo per li moti che già
erano stati sentiti al tempo del fratello che i Turchi volevano mandare
a fortificar Kars e che intendevano voler il kasnadar e facoltà a
loro modo lasciate in quel regno alla morte di sultan Bocafir,
fuggito in Persia al tempo di sultan Selim suo padre, che lo perseguitava
per farlo morire per la discordia e disamore che le venne
coi fratelli, e che alfine di ordine di sultan Soliman fu morto nella
Persia in un banchetto che shàh Thamasp gli fece, e non per altro
che per non voler romper la guerra col Turco secondo la fede promessa,
facendo anche morire insieme col padre, due suoi figliuoli e
tutta la corte che ascendevano al numero di 2000 persone; e restatigli
17 pezzi di artiglieria minuta, uno di 50 e gli altri di 21, con
numero grande di archibugi, che aveva seco, del che sultan Amurath
al presente re dei Tartari, gli mandò a ricercar dette facoltà,
ovvero come essi dicono tesoro, ed anco perchè fino l'anno avanti
al tempo di shàh Ismail era concertato di aver Shirvan a tradimento
colli propri terrieri, avendo veduta una lettera che prometteva
alli detti di Shirvan di mandargli 50,000 archibugi, se loro si
contentassero d'accettarlo per loro re; la quale ebbe per mezzo di
un proprio di Shirvan con industria, e se ne fuggì al re suo, narrandogli
particolarmente quanto era allora seguìto, e per questo si
diede voce di guerra, e tanto più era tenuta per certa, quanto che
Ismail era in pensiero di andar a cingersi la spada e far le solite
cerimonie siccome fecero li suoi predecessori in Babilonia; del che
essendo morto e successo il presente re nominato Mohammed Khodabende
e trovati gli umori alterati, le opinioni di Amurath di
voler fortificare Kars, anzi che tuttavia lo fortificava (fortezza che
per li capitoli del padre sultan Soliman con il suo shàh Thamasp non
poteva ad alcun modo fare), commesse a quei sangiacchi vicini che
non permettessero che tal fortificazione andasse avanti, d'onde per
necessità ne seguirono scaramuccie e danni all'uno e all'altro nelle
città e castella vicine; e furono mandati da una parte e dall'altra per
propria difesa gente e soldati con sangiacchi ed altri venendo in
questo modo a guerra odiosa ed a scoperta battaglia. Fu per questo
spedito in diligenza da Costantinopoli Mustafà che se ne andò con
potentissimo esercito verso quelle bande, nè per altro sono venuti
questi due barbari e potentissimi re a definizione di armi, ancorchè
alcuno voglia che tutto sia nato più per causa della fede che per altro.
Ma le cause sono state le sopradette che furono prima origine di
tante guerre. Questo è quanto alle condizioni delli re che fino al
tempo presente hanno avuta la Persia.

Li regni sottoposti a questa corona sono Korassan, Candar, Shirvan,
Kuhistan, Curdistan, Ghilan, Laristan, Avaz e il regno di Ormuz;
ma questi tre ultimi gli rendono solo tributo, e la sede è posta in
Kasbin. Ma dalla parte di ostro le città Kom, Kashan che è la principal
di mercanzia, Jepaham, Shiraz, che anticamente era la sedia del
regno di Kars e che fu fabbricata da un pastore, dal qual portò il
nome, divenne città grandissima, e per causa delli suoi cittadini che
non volsero accettar il suo re che fuggiva per una rotta che ebbe
dai suoi nemici, fu da lì a poco tempo da lui rovinata fino alli
fondamenti, le sono situate attorno più ville e moltissimi castelli;
seguono la città di Ardistan Abircà, la quale fu rovinata da Ismail primo
per la poca obbedienza. Dalla parte di tramontana è posta Tauris
che prima era la sedia reale discosta dieci giornate da Kasbin, Ardevil,
che era già loco dove si dava sepoltura alli re, la città di Erzengian,
Naschivan, Shirvan ed altre. Da levante tiene il regno del Korasan con
molte città e castelle. La città di Mohamedsal, così chiamata per il
nome del suo profeta, in cui vi è una moschea, nella qual dicono essere
un grandissimo tesoro ammassato d'oro e d'argento, che è discosto
da Kasbin giornate 24; inoltre Bistam, Sistan. Dalla parte di
ponente ha un regno di Kurdi nelli confini di Bagdad, il cui re si dimanda
Rustan ed ha per moglie una figliuola che fu di shàh Thamasp
re di Persia e mette in campagna 12000 cavalli. Questo rende tributo
e non si sa di quanto, tiene anco alcune città di Georgiani sebben ora
si sono ribellate al Turco; gli è anco reso tributo a Lar che è regno
discosto 5 giornate da Ormuz; ha più abbasso la città di Bursa che
è sedia di un re d'Arabi nelli confini della Balsera appresso il fiume
Tigri che d'ogni intorno la bagna, il re della quale gli rende tributo
di 20 fra cavalli e cavalle di pregio grandissimo. Ma ora si è ribellato
da lui e datosi ai Turchi, che è quello che per avanti scrissi,
confina con Babilonia da una banda, e dall'altra con Mossul ancor
città della Persia e molte altre città e castella.

Le entrate del regno suddetto, ancorchè non si abbiano potuto
aver particolarmente di provincia in provincia, nondimeno si diranno
succintamente in somma, la quale molti vogliono che ascenda a 4 milioni
e ½ d'oro. Ma la più parte dice che ha 4 milioni soli all'anno;
se bene non doveriano arrivarci di gran lunga, ma per la tirranide
dei re loro, che di uno ne traggono cinque finchè viene a questa
somma.

Oltre di questo ha una infinità grande di ville e castella tutte applicate
a stipendi della cavalleria, che il minor salario che dà, è di
ducati 100. Ma perchè essi le fanno lavorare non cavano d'ognuno
tre; a questo modo ha anco parte della fanteria pagata che tiene alla
sua guardia; se tutto questo danaro le venisse nel suo Kasnada avria
grandissima quantità d'oro, avendo oltre la cavalleria, come la S. V.
intenderà alla sua guardia 6000 gentiluomini, li quali sono pagati
per li 4000, come ci ha detto, in ville ed assegnatoli da 300 fino a
2000 ducati l'anno, e per il resto delli 2000 entra nella spesa, siccome
dirò: questo è quanto ho potuto sottrarre delle rendite del regno di
Persia.

La spesa che fa e tiene dirò alla Serenità Vostra con la medesima
brevità: ha 70 sultani che sono deputati al governo delle città pagati
de proprio kasnà con partito di 10 fino a 30000 ducati all'anno
per uno, con obbligo di tener chi 3 chi 4 chi 5 cento fra cavalli
e pedoni li quali tutti sieno pronti ad ogni servizio del re.
Paga li due mille Turchi della sua guardia da 100 a 160 ducati all'anno
per uno, fino a tanto che nasce occasione di premiarli in ville
come dissi sopra e la maggior parte dell'arcobugieria è pagata dallo
proprio kasnà, e queste sono le maggior spese che ha quella corona.

Le dignità e gradi che sono appresso il re sono queste: la prima
è _Mirza_ che vuol dir principe, e si dà solo a' figliuoli o nipoti regii.
Segue la dignità di _Kan_ e questi sono adoperati solamente per capitani
generali nelli negozi principali del regno; tiene anco una specie
di vicerè che tiene cura di tutte le cose, così in pace come in guerra.
Oltre questo sono tre visiri, uno delli quali attende a riscuoter
l'entrada; il secondo ha carico delle scritture; il terzo ha il governo del
Kasnadar, cioè del denaro della corona. Ha un Curchi bassi che è
capo della guardia dei 6000 curchi: come anco ha un capo dei portinari,
che ascendono al n. di 700. Ha due gran Kan che uno dei quali
porta sempre il bollo reale detto _homajon_ appeso al collo. Seguono
poi li sultani cioè capitani, e di questi se ne serve il re oltre il tener
la gente ad essi sottoposta all'ordine e pronte in mandarli al governo
di città e provincie. Vi sono anco molti altri gradi e dignità che
per non tediar Vostra Serenità lascio da parte.

La dignità pontificale è chiamata da loro _Mugieteed_, che vuol dire
papa della legge; il qual titolo sebbene è nella persona delli propri
re, nondimeno è conferito in altre persone per non occuparsi egli in
tal negozio. Tiene il Califfo che è persona sacerdotale che ha il carico
di poner il corno al re ed a tutti quelli che sono fatti degni da
esso re del corno. Vi è il cadì che attende alle cose civili e criminali
della città, e che col tempo poi ascende alle dette due dignità.

La milizia che tiene il suddetto re è di 100,000 cavalli pagati come
avanti ho detto; tutta gente conosciuta ed esercitata nell'armi, e
fedelissima al loro re e potrà anco valersene, siccome intendeva,
pagandola. Ha pedoni in grandissimo numero, che dicono che ad ogni
bisogno ne caveria 200,000, ed anco 250 mille è questo, è affermato
per cosa certa che non ha 100,000 archibugii, i quali in parte sono
pagati in ville e castelle, ma la più parte dal kasnà del proprio re.

L'arme che usa la cavalleria sono la lancia non più lunga di 5
braccia; l'arco e la scimitarra, della quale fanno professione sopra
ogni altra nazione e la stimano principal arma sopra tutte che usano.
Per difesa usano camicie di maglia, alcune corazze a similitudine
delle nostre corazzine; portano il braccio destro armato di brazzaletto
come fa il cavalleggiero, e questo per sicurtà nell'adoperare
la spada. Li cavalli sono armati di piastre, groppa, testa, petto
e collo, ma dicono che sono lame sottili e che la frecciata li offende,
e di questi non ne ha che pochi armati. La fanteria porta
la scimitarra e l'arco, gli archibugieri lo schioppo e la scimitarra,
alcune calate a foggia di corona con 12 stringhe attorno per memoria
dei 12 profeti coi quali morendo dicono che vanno in paradiso,
ed altri portano certe catenelle in vece di calate e di queste
calate e catenelle ne porta anche la cavalleria.

Il modo che tiene a poner in battaglia è questo: alla parte destra
per uso antico pone 20,000 cavalli della stirpe che adesso la chiamano
del traditore per il già detto governatore; alla banda sinistra
vanno 10,000 della stirpe di quelli che dicono esser venuti da Damasco;
mettono poi anco altri 28,000 della gente tenuta in minor conto, compartiti
sotto due capi uno con 18 mille a banda sinistra e l'altro
con 10,000 a banda destra. Nel corpo della battaglia sta il Sovrano
che è sempre solito andar cogli eserciti: se ben questo, per
quanto dicono, non andava per causa della vista, ma mandava un
suo figliuolo di anni 14 che questo anno ha fatto cose notabili
per quella sua età, e che vivendo riescirà un gran cavaliere. In
tutto si stima che potrà metter in campagna 200,000 cavalli.

Nel regno vi sono cavalli da soma eccellenti di prezzo di 1000
fino 2000 ducati l'uno, assuefatti al maneggio a loro usanza che
sono il galloppar, correre e volgersi all'una e l'altra mano, e sono
sotto l'uomo ferocissimi e pare che niuno possa domarli.

Il popolo persiano era a tempo di shàh Thamasp popolo obbediente,
il che nasceva per la disunione che era fra li sultani principali;
ma dopo che la principessa prudentemente accompagnò e congiunse
in matrimonio quelle famiglie, par che sia ridotto sotto miglior
obbedienza e non seguano più quelle rivolte che erano solite
a nascere: che quanto al re, quando mandava qualche sultan
alle città, se le sottometteva in breve tempo come cosa propria, si
opponeva al re, donde nascevano le morti e provvisioni di roba
che esso shàh Thamasp quasi prudentemente per questo capo a
quei tali usava.

Sono li Persiani uomini dediti alla fatica, e nella milizia gente
che combatte fino alla morte, persone ben disposte, di bella faccia,
e con comparazione in questa superiore alla gente turca; che se
non avessero il timore che hanno della artiglieria, poco stimeriano
quelle forze nemiche. Le donne sono bellissime, cavalcano molte
di esse meglio degli uomini, credono agli augurii e nel giorno che
se ne presenta qualcuno non vogliono far niuna cosa fino alla
sera, essendo in questo assai superstiziose.

Questo regno non ha mai fatto lega con altri, perchè di altri
non si fida; ma se pur avesse da domandar aiuto e di fidarsi di
qualcheduno lo faria col governo di Ormuz per aver comodo di
vascelli e andar per mare alla Balsera e di lì poi a Babilonia, tenendo
con lui tal confidenza che mai in alcun tempo le saria negato.

Questo mi parve di doverle riferire. Ed alla Serenità Vostra
mi raccomando.

        _Arch. Cicogna. Cod. MDCCLXII._


DOCUMENTO LXXXIV.

_Di Persia l'anno 1586-87, nel qual tempo il signor Turco
acquistò Tauris._

Da Venezia in Alessandria d'Egitto, quindi al Cairo, di dove attraversando
l'Egitto arrivai in Sorìa, passando per mezzo la città di Damasco
e di Aleppo, e di là passando oltre al fiume Eufrate giunsi in
Caraemit città posta sopra la riviera del fiume Tigri e di quindi per
l'Armenia maggiore pervenni in Van, ultima fortezza dei Turchi, frontiera
de' Persiani, di onde passai in Tauris.

Sultania è città di Persia, lontana da Tauris 8 giornate e da Kasbin
sei.

Gengie città di Persia non molto lontana dal mar Caspio e da Tauris
giornate sei incirca.

Turcoman castello dei Turchi posto sulla strada tra Tauris et
Kasbin.

Da Tauris a Kasbin et poi attraversando la Persia, et passando per
le principali città Kashan, Ispahan, Schiraz, etc. pervenni ad Ormuz.
Sono città di deboli fortezze.

Le armi dei Persiani sono solamente in certa qualità di gente chiamata
chisilbaschi, che viene a dir testa rossa perchè sogliono portare
in testa una cuffia rossa; ma non sono comunemente nelli popoli. Li
quali teste rosse godono terreni pubblici assegnati loro per paga, et
sono circa 30,000 non compresi quelli di Corassan o di Sciraz. Nelli
quali si armerieno altri 30,000. Il qual numero è considerabile perchè
30 mille sanno far gagliarda resistenza a 100,000. È militia
quasi tutta da cavallo di forte nerbo et valorosa con la spada con la
lancia et con l'arco. Archibusi non usano perchè non li curano, non
perchè non avessero modo da farne quanti volessero. Artiglierie non
hanno, nè uomini da fortification e da espugnation.

Il re è anzi povero che no di danari. Non riscuote dazio di roba
alcuna. Ma le arti contribuiscono un tanto per uno, e la rendita sua
è di terreni propri di certa contribuzione fatta dalli possessori dei
beni stabili, e dal ricavato dalle miniere di stagno, di ferro et di rame
che vi sono ricche, e da miniere di turchesi e lapislazzuli da' quali
si fa l'azzuro e l'oltremarino da noi tanto stimati.

Il regno di Persia è diviso in sette regni principali, e ciascuno di
essi in molto più piccoli regni: come veggiamo il regno di Castiglia
haver sotto di sè Granata, Toledo, Lione, Murcia et simili.

L'uno è detto Irak di cui è capo la città di Ispahan dal quale dicono
che cava il re trentacinque mille tomani che è 700,000 ducati.

L'altro è chiamato Agiem di cui è capo Sciraz ed è el proprio regno
di Persia, da cui ha preso il nome tutto il paese, come la Francia da
quella parte ove siede Parigi, et questo dicono che è della medesima
entrata.

Il terzo è Corassan di cui è capo Herat grande et famosissima città.

Il quarto Aderbigian di cui è capo Tauris. Et questi due sono di
maggior rendita che li due primi.

Gli altri tre chiamati Mazendaran, Shirvan e Ghilan, di cui è capo
Taberistan, possono essere tanto più ricchi come quei due primi, in
modo che a quella rendita possono l'uno per l'altro agguagliar.

E dicendo che quel re abbia in tutto di rendita in tempo di pace
5 milioni di poco si può errar.

Le spese sono molto piccole, perchè la militia è pagata de' terreni
come s'è detto, et la corte ancora è di poco costo. Perchè li signori
che vi stanno sono alli governi dei regni ed alle città, quando uni
quando altri, lasciando alli governi loro luogotenenti che vivono da
certi terreni pubblici et utili, che dà l'ufficio. Tal che della sua corte
non viene a pagare altro che i cortigiani, che servono la sua persona,
nè questi sono di molto numero.

Resta la spesa del mangiar et del vestir, et questa anchora è piccola,
essendo in quel paese poco deliziosi et molto parchi nell'uno et
nell'altro. Talchè quel re, quando non corre guerra, può parere di
starsi assai ricco.

Li confini di quel reame sono dalla parte di Persia, verso tramontana
i Tartari che sono della stessa religione che li Turchi. Da ponente
stendendosi verso mezzogiorno il re di Spagna col regno di
Ormuz. E da levante verso tramontana il re delle Indie da noi detto
il Gran Mogol, che finora non si mostra al Persiano nè amico nè
inimico. Ma da questo lato si trammezza il piccolo regno di Conducar
posseduto parimenti da questo re. E da ponente e tramontana non
molto lontan dal mar Caspio, stanno in un angolo i Georgiani, cristiani
di religione, valorosissimi soldati et devotissimi alla corona di
Persia se ben sono signori liberi. Questi han fatto in suo servitio el
tuttavia fanno dai lor confini, mortal guerra col sig. Turco, con perdita
di qualche parte del loro stato et della loro più principale fortezza
detta Tiflis (1587).

La città di Ormuz è capo non solo di quel piccolo regno che nel
golfo di Persia si contiene, ma con la sua riputazione lo mantiene.
Perchè qui è la fortezza, qui stanno li soldati, qui abitano li portoghesi
e di qui si cavano le rendite che vengono al fisco. Il rimanente
come di poca importanza e di meno considerazione si lascia quasi
sotto la cura di quel re moro, re solo di nome vano et senza soggetto,
perchè egli di quelle rendite viva et abbia qualche sembianza di governare.

Questa città per piccola che ella sia è popolosa e ricca di danari,
sendo la più mercantile del mondo.

È posta in una piccola isoletta tanto sterile ed infelice che solo
pare cosa maravigliosa a dire, perchè così essendo sia pur abitata.
Poichè non produce non solo cosa alcuna al vivere necessario, fuori
che sale, ma ne anche una gocciola d'acqua si ritrova. Nè fin ora
hanno trovato modo de far cisterne o conserve per servirsi di quella
che piove; come che una sola conserva sia nella fortezza, la quale per
ogni occorrente necessità sogliono tener piena.

Ma questo si tien per certo che in tempo di battaglia si aprirebbe
per il trono delle artiglierie. Et per questo Mattia de Alburcherch
capitano di quella città, ha in quel cambio alcune tine di legno rimedio
poco bastante, et di qualche incomodo come dicono alcuni.

Questo elemento con tutti gli altri elementi, sono condotti dalla
costa di Persia, che tutta gli è amica e da alcun altro luogo sotto la
sua giurisditione. Et ancora che di quivi gli siano somministrate
vettovaglie tuttavia molto spesso ne hanno grandissima carestia et
dell'acqua massimamente nelli mesi di giugno, luglio et agosto che
soffiano per lo più venti contro la costa, di onde gli viene la migliore
e la più dolce. Onde bisogna che si vada a torre con le spade et a
comperarla col sangue.

E la gente bassa e la maggior parte delli habitatori se ne passano
in terraferma, nè si trova in quella città artigiani o gente meccanica
che facciano alcun servitio.

Questo esempio mostra chiaramente che ciascuna volta che sarà
ad Ormuz vietata la costa di Persia, esso non sarà più Ormuz. Et
posto che per qualche mese si sofferisse questo disagio a lungo andar
bisognerebbe disabitarlo o darlo senza spada in mano di chi lo volesse.
Al che aspira il sig. Turco per la comodità delle mercanzie et
per esser questo il vero passo donde si traghetta alla India. Et perchè
nella costa di Persia havrebbe comodità di fabbricar galere, che oggidì
li costano come se si facessero d'argento.

Da Tauris in Ormuz ci sono cinquanta giornate di carovana. Ma la
vittoria fa adito a tutti.

Il regno di Persia è pieno di ribelli, et è tutto posto in iscompiglio;
et i popoli stanchi della guerra e della spesa, e dal non poter attender
a' negozi.

        _Fra i nostri Codici._


DOCUMENTO LXXXV.

_Relazione per li viaggi di Persia._

1673, 20 luglio.

Il viaggio da Venezia fino in Ispahan, dove s'attrova il re di Persia
facendolo per via di Germania si arriva a Vienna in 14 o 15 giornate
e di là in Varsavia in 20 giornate o poco più, ed altrettante fino
a Mosca ove risiede il Granduca. È necessario poi attrovarsi nel
tempo della partenza da Mosca nelli mesi di maggio, giugno, luglio
e agosto, perchè dovendosi imbarcare nel fiume Volga, nel qual si
cammina per lo spazio di 40 giorni sopra barconi senza remi con
le sole vele ed in tempo di bonazza, vengono remorchiati da marinari
coll'alzana. In altra stagione non si naviga quel fiume perchè in ottobre
si gela e dura così gelato fino alla metà di aprile.

Nel terminar detto fiume si arriva alla città di Astrakan, fortezza
di considerazione custodita dalli Russi sotto il comando del
moscovita. Si sbarca colà e con altri vascelli più grandi si entra nel
mar Caspio, nel quale navigando intorno a 20 e 30 giornate al più
si arriva nella città di Derbent del Persiano. In questo cammino navigando
con vascelli grossi si sta lontano dalla terra, perchè in alcuni
siti vi sono genti di mal affare che tendono alle rapine e che non
conoscono alcuna superiorità. Arrivati nel Derbent termina la navigazione
e viaggiando di là per terra, per paese montuoso e sassoso
lo spazio di 8 giornate si capita a Shumachia, città dove vi sta un
provveditore generale del Persiano, e di là poi nel progresso di un
mese di cammino si arriva ad Ispahan dove risiede il re e metropoli
della Persia, facendosi d'ordinario le giornate di 4 o 5 leghe da 5
miglia l'una e talvolta fino 8 leghe per poter giungere alla posata. In
questo viaggio vi si cammina sempre per pianura, eccetto che 3 o 4
giornate di montuoso, ma non però tanto malagevole. Sicchè tutto il
viaggio da Venezia alla città dominicale di Persia Ispahan, con il
continuo cammino vi potrà esser lo spazio di mesi 5 o 6.

Vi è quello poi che si fa per la Turchia. Da Ispahan fino a Erivan
si va in 40 giornate per terra, ma vi bisogna l'unione di molti per
formare le carovane, e convengono aspettare lo spazio di 2 o 3 mesi
e talvolta 4 per la mossa, stantechè vi sono truppe di centinaia di
Sciti che vivono di rapine.

Da Erivan in Erzerum si può arrivare in 20 giornate, ma però
colle medesime provvisioni unendosi almeno 2 o più mille persone,
perchè arrivati in Erzerum ciascuno si incammina pel paese destinato.

Da Erzerum a Tokat, che sono tutte due città grandi e popolate,
si giunge in 20 giornate, e di là a Bursa città mercantile, metropoli
della Bitinia, in 30 giorni, ed in 5 a Costantinopoli e continuando il
viaggio per Adrianopoli con le carovane, al più in 2 mesi si capita
a Spalatro, con l'ordinario cammino di 4 o 5 leghe di 5 miglia
al giorno. Onde calcolando il cammino per la Germania, Polonia
e Moscovia si arriva in Persia tra 5½ in 6 mesi; e quello per
Costantinopoli in altrettanto. Da tutte due le parti vi sono i pericoli:
per quella di Costantinopoli, l'invasione dei Sciti che svaligiano
i viandanti, quando non sono numerosi per resisterli; per
quella di Moscovia vi sono le fortune del mar Caspio, ed il rischio
che si corre di cader nelle mani di quei popoli nelle rive del mar
medesimo, i quali tendono alle rapine, quando non sono provveduti di
assistenza.

        _Commerciali, 1673-74._


                                  FINE


NOTE:

[1] Dei Commentari del viaggio in Persia di Caterino Zeno il
Cavaliere; nella Raccolta del Ramusio. Venezia 1583, vol. II.

[2] Fu poi madre della regina di Cipro.

[3] Commentari Zeno, cit.

[4] Documento II. Col Caramano la repubblica avea conchiuso un
trattato di commercio fino dal 1453.

[5] Paolo Morosini, Hist. Veneta, lib. XXIV.

[6] Marin Sanudo, Cronaca ms. nell'Archivio Cicogna.

[7] Malipiero, Annali veneti, Archivio storico italiano, vol. VII e
VIII.

[8] Paolo Morosini, Hist. ven. cit., pag. 579.

[9] Cornet, Le guerre dei Veneti nell'Asia, 1470-1474. Vienna, 1856.

[10] L'isola di Negroponte era toccata ai Veneziani nella divisione
dell'impero di Romania. Mohammed la occupò nel 1469; e la repubblica
che la possedeva da 264 anni, consideravala come uno dei più preziosi
stabilimenti che avesse nel levante.

[11] Commissioni 27 novembre 1470 e 2 gennaio 1471. Cornet, op. cit.

[12] Ducale a Vettor Soranzo in Sicilia, 2 marzo 1471. Ib.

[13] Pubblicata negli Annali di Malipiero. Archivio storico italiano,
vol. VII, pag. 68.

[14] Deliberazioni segrete, volume XXV. Cornet, op. cit. pag. 23.

[15] L'antica Hermonassa sulla sponda del Niester, scalo della
Valacchia e Moldavia.

[16] Ducali a Vettore Soranzo, 22 aprile e 25 ottobre 1471.

[17] Dracone Zeno, figliuolo di Antonio, viaggiò nel 1425 per gran
parte dell'Asia, dimorò molti anni alla Balsera, alla Mecca ed in
Persia, e morì a Damasco.

[18] Commentari del viaggio di Caterino Zeno, cit.

[19] Annali del Malipiero, cit.

[20] Secreta XXV, V. Cornet, op. cit., e la tavola qui di fronte.

[21] Secreta XXV, Cornet, op. cit. p. 47.

[22] Secreta XXV, Cornet, op. cit. p. 49 e 63.

[23] Verdiziotti, Dei fatti veneti, p. 572.

[24] Secreta XXV, Cornet, op. cit., p. 65.

[25] Registri Senato Terra, tom. VI, pag. 186, 188, 191, 194. Arch.
ven. gen.

[26] Lettere al Senato di Giosafat Barbaro, Vienna 1852, dai codici
Foscarini.

[27] Pietro Mocenigo fu poi creato doge a' 16 dicembre 1474. Morì nel
1476 e gli fu posto il seguente epitaffio: «Qui Asia a faucibus
Hellesponti usque in Cyprum ferro ignique vastata, Caramanis regibus
venetorum sociis, Othomano oppressis, regno restituto....»

E Nicolò Tron, che fu Doge dal 1471 al 1473, ebbe per epitaffio: «Cum
rege Parthorum contra Turcum socia arma coniunxit....» e per breve:

    Hic Thronus aeteris dux est demissus ab astris
    Ut Persam Veneto iungeret imperio.

[28] Coriolano Cippico, _De Bello Asiatico_, Venetiis 1594.

[29] Commentari Zeno, op. cit.

[30] Marin Sanudo nel vol. XXII, _Rerum italicarum scriptores_.

[31] Pubblicata negli Annali del Malipiero, cit.

[32] Annali del Malipiero cit. VII, pag. 83.

[33] Ib. pag. 82.

[34] Secreta XXV, Cornet, op. cit., pag. 83.

[35] Secreta XXV, Cornet, op. cit., pag. 84.

[36] Lettere di Giosafat Barbaro, cit.

[37] Aghaliman, il 4 giugno 1473; Malipiero, Ann. pag. 87.

[38] Deliberazione del Senato, 25 giugno 1473. Secreta XXV, pag. 19,
Archivio veneto generale.

[39] Lettera dello Zeno, 13 luglio 1473. Così di fatto egli scrisse a
Federico III, il quale invece cercò di ridurre la Dieta, perchè non si
desse aiuto alcuno ad Uzunhasan, onde il gransignore prosperasse
contro la repubblica. E scrisse egualmente al re Mattia, che trattò
invece la pace colla Turchia.

[40] L'esercito persiano contava 300,000 uomini. Lettera dello Zeno,
26 luglio 1473.

[41] Commentari dei viaggi dello Zeno, cit.

[42] Malipiero, Annali cit.

[43] Secreta XXVI, Cornet, op. cit.

[44] L'Ognibene sbarcò a Kurku il 18 gennaio 1474, ivi condotto dalla
galea Caterina, e per la via di Aleppo andò in Persia.

[45] Commentari Zeno, cit.

[46] Memorie storiche dei Monarchi Ottomani.

[47] Lettere del Barbaro, cit.

[48] Viaggio di Giosafat Barbaro in Persia, Ramusio, op. cit.

[49] Viaggio di un mercante che fu nella Persia, Ramusio, op. cit.

[50] Malipiero, annali op. cit.

[51] Benchè gli etimologi non siano d'accordo intorno alla derivazione
del nome sufì, adottiamo questo modo di scriverlo, dopo le preziose
considerazioni dell'Hammer, del Marsden, e dei moderni orientalisti.

[52] Sanudo Codd. Marciani, vol. IV, pag. 66. Vedi Brown, Ragguagli
sulla vita e le opere di M. Sanudo.

[53] Sanudo IV, pag. 168.

[54] Sanudo V, pag. 137.

[55] Sanudo VII, pag. 407.

[56] Sanudo VII, pag. 168-173.

[57] Persiana, da _agem_, nome col quale gli arabi indicano le terre
ad essi straniere, ed in particolare la Persia.

[58] Vol. VII, pag. 194.

[59] Paolo Giovio, Hist. di Venezia, lib. XIII.

[60] Sanudo VII, pag. 425.

[61] Sanudo VII, pag. 508.

[62] Sanudo VIII, pag. 182.

[63] P. Giovio, Hist. cit., pag. 321.

[64] Nel settembre 1509. Sanudo IX, pag. 135.

[65] Il 21 giugno 1511.

[66] Secreta XLIV, pag. 31. Archivio veneto generale.

[67] Secreta XLIV, pag. 73. Arch. ven. gen.

[68] Vol. XV.

[69] Ib.

[70] Morana, Relazione del commercio di Aleppo. Venezia 1799.

[71] Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato nel secolo XVI,
edite in Firenze da Eugenio Albèri. Serie III, vol. I, pag. 24.

[72] Albèri, Relazioni venete cit., serie III, vol. I, pag. 85.

[73] Serie III, vol. I, pag. 193. Questa relazione porta, in una copia
esistente nell'Archivio generale del regno a Torino, il nome di
Daniele Barbaro; e nei codici Foscarini a Vienna il titolo: Relatione
del Sophi re di Persia, di Armenia, di Assiria e di Media, cogli altri
Stati suoi, et successi della guerra col Turco.

[74] Albèri, Relazioni venete cit. Serie III, vol. I, pag. 166.

[75] Albèri, Relazioni cit. Serie III, vol. III, pag. 138.

[76] Albèri, Relazioni cit. Serie III, vol. I, pag. 278.

[77] Nell'anno 1573. Albèri, relazioni cit. Serie III, vol I, pag.
338.

[78] Inedito e tratto dal codice 1762 dell'arch. Cicogna.

[79] Esp. Princ. Registri anni 1580-83. Arch. secreto del Collegio.

[80] Raccolta Svajer, n. 878.

[81] Cod. MDCCLXII.

[82] Albèri, Relazioni venete, serie III, vol. II.

[83] Relazioni consolari inedite, presso di me.

[84] Albèri, Serie III, vol. II.

[85] Albèri, ibid.

[86] Relazione inedita presentata in senato il 16 febbraio 1596.

[87] _Libro cerimoniali_. Arch. gen.

[88] Cerimoniali cit.

[89] Il traffico in Persia non pregiudicava alla nobiltà o alla
condizione elevata delle persone. Lo stesso re aveva agenti che
mercatavano nei paesi lontani per suo conto, ancorchè investiti di
distinto carattere pubblico. Mss. Donà.

[90] Esp. Collegio.

[91] Conforme all'usanza persiana.

[92] Iscrizioni venete del Cicogna, vol. V, pag. 645.

[93] Commemoriale XXVI.

[94] Ricevuta 9 marzo 1603 dalla fabbriceria di S. Marco, in atti
Guglielmo di Mapheis, notaio dei procuratori de supra. Il tappeto
tuttora si conserva nella sacristia di S. Marco, ma in cattivo stato.

[95] Commemoriale XXVI, pag. 159.

[96] Deliberazione del Senato, 22 settembre 1603.

[97] Deliberazione del Senato, 22 agosto 1603, particolarmente
sull'uscita dei 114 zacchi che egli avea comperati.

[98] Vedi la Tavola qui riportata.

[99] Trattato 7 marzo 1605, presentato dall'ambasciatore Mocenigo.

[100] Vedi il fac-simile qui posto, ed il documento XXXIX, che ne è la
traduzione.

[101] Filza, Atti Turcheschi, Miscell. A. G.

[102] I quattro tappeti si conservano tuttora, ma in cattivo stato,
nella chiesa di S. Marco.

[103] Delib. Senato, 2 decembre 1645.

[104] Esp. Princ.

[105] Delib. Senato, 22 e 28 luglio 1673.

[106] Vedi la tavola al frontispizio.

[107] Per curiosità ecco un saggio dei titoli usati dal re di Persia
verso il Pontefice nel 1658:

«Luna del cielo, del dominio della gloria, della equità, della
potenza, della magnificenza, della perfezione e della liberalità papa
Clemente, sostenimento convenevolissimo, trono della fortezza d'animo
e della fortuna, di sublime maestà come Alessandro, magnanimo come
Dario, splendido come Gemsid, d'intelletto perspicace come Feriddum,
di ingegno sublime come il re Chiaus, signore della giustizia come
Nisservan, di prudenza singolare e di costumi rarissimi, intelligente
come Aristotile, di mente pura come Platone, firmamento degli astri,
via e corso dei medesimi, diadema del sole, luna corrente, lucido
orione, Giove felice, stabile Saturno, compendio d'ogni ornamento, di
animo esemplare, di modestia segnalatissima, portatore dello stendardo
dei beneficii liberali, possessore di autorità reale e di tutte le
perfezioni, onorato e riverito dai principi cristiani, rifugio di
coloro che credono in Gesù, magnificentissimo come Osdroe, corona
della maestà re augustissimo e potentissimo, di sublime grandezza
d'animo, tesoro delle glorie immense, splendore del sole fiammeggiante
ed aurora del mondo, che i fini de' tuoi desiderii siano conformi al
tuo volere e siano sotto la protezione di chi li concede». Archivio
Cicogna.

[108] In gran parte pubblicati di recente a Vienna nelle _Fontes rerum
austriacarum_.

[109] Letteratura veneziana.

[110] A partibus Tartarorum scilicet a Baldach et Thorisio conducta
sunt mercimonia. Marino Sanuto, _Secreta fidelium crucis_.

[111] Decreto del Senato 16 giugno 1332.

[112] Volumi _Pacta. Arch. gen. e Fontes cit._

[113] Istrumento di quitanza, nell'archivio gen.

[114] Decreto del Senato, 4 febbraio 1329.

[115] Gradenigo, Cod. ambasciatori.

[116] Minute dell'opera inedita di G. Rossi sul costume veneziano,
presso il cav. Cicogna.

[117] V. Parte I.

[118] Decreto 9 maggio 1676.

[119] Decreto dei cinque Savii 26 decembre 1641 e 19 gennaio 1672.

[120] Decreti del Senato, 7 settembre 1622 e 6 luglio 1646,
riconfermati il 2 gennaio 1648.

[121] Libro Tanse.

[122] Mirza Ipahan, rifugiatosi nel Belgio, prese il nome di Bois le
duc da cui derivò quello attuale della famiglia Boldù.

[123] Relazione inedita del console in Siria, Alessandro Malipiero,
1596; e relazione d'Aleppo del console Morana 1793.

[124] Vedi Parte I, pag. 49.

[125] Deliberazione del Senato, 29 dicembre 1589.

[126] Confermata il 24 febbraio 1627.

[127] Scritture relative al commercio dei Veneziani, presso il nob.
Alberti.

[128] Da una memoria inedita del cav. Giacomazzi nell'archivio
Cicogna, parrebbe che i Veneziani avessero prestato ai soldani aiuto
effettivo collo spedire alcune navi in pezzi ad Alessandria, le quali
per terra trasportate sulle coste del mar Rosso ed ivi allestite,
passassero poi nei mari dell'India. Nel volume II dei preziosi diarii
del Sanudo leggesi soltanto, in data 24 novembre 1503, _che el Soldan
fa fare al Cairo fuste, le qual si mandano disfatte in Thor, ove se
ficheranno et manderanno in India, perchè dicono in India quando
haveranno viste quele fuste queli de lì ne sapranno fare anche loro a
quel modo, et haverà marinai assai da quelle bande_.

[129] Diarii Sanudo, vol. II, p. 744.

[130] Diarii Sanudo, vol. III, pag. 149, 1507 31 marzo. Il Tagri-Berdi
andò a Firenze ed ivi pure conchiuse trattato di commercio. Vedi la
preziosa opera del comm. M. Amari, _I diplomi arabi dello Archivio
fiorentino_.

[131] Comm. XIX.

[132] Legge 19 decembre 1548.

[133] Relazione inedita del console Dandolo, 1602.

[134] Relaz. Dandolo, cit.

[135] Diarii, Vol. XVIII, pag. 340.

[136] Relazione del console Sagredo, 1612, inedita.

[137] 13 febbraio 1592. Arch. Manin.

[138] Relazione del console Tommaso Contarini, 1593, inedita.

[139] Prima relazione di G. F. Sagredo, 1611, inedita.

[140] Memoria inedita dello storico Francesco Donà.

[141] Decreto del senato, aprile 1537.

[142] Pubblicato nello Spettatore, Firenze, 1857.

[143] Numismatic Chronicle, februarj 1854, London.

[144] Zennari, Dell'antico commercio dei Veneziani.

[145] Diarii, vol. XV e seg.

[146] Morana, Relazione consolare cit., pag. 7.

[147] Relazione del console Alessandro Malipiero, 1596, inedita.

[148] Relazione del console Giorgio Emo, 1599, inedita.

[149] Relazione del console Girolamo Morosini, 1614, inedita.

[150] Relazione del console Giuseppe Civran, 1625, inedita.

[151] Scrittura dei cinque Savi, 18 aprile 1699.

[152] Commercio di Moscovia. Codici Donà.

[153] Nel libro Zanetta del M. C. si trova un decreto relativo al
console di Soldadìa dell'anno 1287, mentre l'Olderico confessa che il
primo console genovese fu Paolino Doria nel 1289.

[154] Fontes Rerum Austriacarum cit., vol. XIII.

[155] Libro Reggimenti. Codice Marciano.

[156] Scrittura dei Cinque savi alla mercanzia 28 aprile
1699--Archivio Manin. Cod. Svajer DCCXLII.

[157] V. Barozzi e Berchet, Relazioni degli ambasciatori veneti del
secolo XVII, Venezia, 1858; Baschet, La Diplomatie venitienne, Paris,
1862.

[158] Particolarmente nella collezione dell'Albèri. Firenze, 1844-63,
ed in quella Barozzi e Berchet citate.

[159] Albèri, Relazioni venete, serie III, vol. II, pag. 256.

[160] Composto di quattro magistrature, cioè: Cinque savi alla
mercanzia--Cottimo di Damasco--Cottimo di Alessandria--Cottimo di
Londra.

[161] Il Milione, Venezia, 1847, per cura di V. Lazari.

[162] Lazari, Marco Polo, p. 224, 414.

[163] Foscarini, Della Letteratura veneziana, lib. IV.

[164] Ramusio, Delle navigazioni e viaggi, vol. II.

[165] Morì a Damasco nel 1425. Capellari, Campidoglio veneto, ms.
della Marciana.

[166] Vedi la Parte I e i Documenti.

[167] Viaggi alla Tana in Persia, ecc.

[168] Alberi, Relazioni venete, serie III, vol. II.

[169] Ciò si deduce dalle altre due relazioni del Sagredo che si
conservano inedite.

[170] Hasan, zio di Uzunhasan, figlio di Karajuluk.--Hammer, storia
dell'impero Osmano. Vol. V, pag. 192.--Genabi, nella biblioteca
imperiale di Vienna, pag. 228.

[171] Ebusaid, figlio di Miran shàh, nipote di Timur. Genabi, pag.
228.

[172] E fin d'ora.

[173] Vedi il Doc. precedente.



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  Pag.  20 - passando per Norimberg, Potsdam [Postdam] e la Russia bassa
        30 - grandi apparecchi che si facevano [favevano] da tutti
        32 - il giuramento fatto all'ambasciatore [ambaciatore]
       144 - et siate solicitissimi [solcitissimi] in scriverne
       144 - che è segurtà e conservation [convation]
       147 - partecipation de ogni fortuna [fortuma]
       168 - sapere, come [come ripetuto] questo re





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