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Title: Olanda
Author: De Amicis, Edmondo, 1846-1908
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Olanda" ***

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                OLANDA.



                OLANDA

                  DI

          EDMONDO DE AMICIS.


           Terza edizione.

               FIRENZE,

         G. BARBÈRA, EDITORE.

                1876.



Quest'opera, della quale ho acquistato la proprietà, è stata depositata
al Ministero d'Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati
dalla legge sulla proprietà letteraria.

                                          G. BARBÈRA.



                  A

           PIETRO GROLIER.



L'OLANDA.


Chi guarda per la prima volta una grande carta dell'Olanda, si
meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non
si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l'Olanda appartenga
più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse,
quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l'aspetto di fiumi,
par che portino al mare nuovi mari; e quel mare che, quasi cangiandosi
in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi; i laghi, le
vaste paludi, i canali che s'incrociano in ogni parte, pare che un paese
così screpolato debba da un momento all'altro disgregarsi e sparire. Si
direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si
pensa che gli abitanti, poichè c'è gente tanto ardita da starvi, non ci
debbano dormire coll'anima in pace.

Pensai queste cose la prima volta che guardai una grande carta
dell'Olanda, e mi venne il desiderio di sapere qualche cosa intorno
alla formazione di questo singolare paese; e siccome quello che ne seppi
mi determinò a fare il libro, lo scrivo qui, colla speranza che possa
determinare altri a leggerlo.

Di un paese che non si conosce, si suol fare a chi lo vide questa
domanda:--Che paese è?

Che paese sia l'Olanda l'hanno detto molti in poche parole.

Napoleone disse ch'è un'alluvione di fiumi francesi,--il Reno, la
Schelda e la Mosa,--e con questo pretesto l'aggregò all'Impero. Uno
scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un
altro, un'immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un
annesso del vecchio continente, la China dell'Europa, la fine della
terra e il principio dell'oceano, una smisurata zattera di fango e di
sabbia; e Filippo II--il paese più vicino all'inferno.

Ma sur un concetto furon tutti d'accordo, e lo espressero tutti colle
stesse parole:--L'Olanda è una conquista dell'uomo sul mare,--è un paese
artificiale,--lo fecero gli Olandesi,--esiste perchè gli Olandesi lo
conservano,--sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.

Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l'Olanda
com'era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che
erravano in cerca di una patria.

L'Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi,
come mari che si toccavano l'un l'altro; paludi accanto a paludi;
sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e
d'ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice
la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d'albero in
albero senza toccare la terra. Le baie profonde portavano fin nel cuore
del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano
una volta all'anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, nè
terra nè acqua, sulle quali non si poteva nè camminare nè navigare. I
grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al
mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e
s'addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un
paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate,
velato da una nebbia perpetua, nel quale non s'udiva che il muggito
delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini. I primi popoli
che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle
proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti
dei fiumi e dalle invasioni dell'oceano, e vivere su quelle alture come
naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per
cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova
deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel
primo quei popoli. Gli altri storici latini parlarono con pietoso
rispetto di que' barbari intrepidi che vivevano su «terre galleggianti»
esposti alle intemperie d'un cielo spietato e alle collere del
misterioso mare del Nord; e l'immaginazione si compiace a raffigurarsi i
soldati romani che dall'alto delle estreme cittadelle dell'impero
percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le
tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal
cielo.

Ora, se si pensa che una tal regione è diventata uno dei più fertili,
dei più ricchi e dei meglio ordinati paesi del mondo, si capisce come
sia giusto il dire che l'Olanda è una conquista dell'uomo.

Ma bisogna aggiungere: è una conquista continua.

A spiegare questo fatto, a mostrare come l'esistenza dell'Olanda,
malgrado le grandi opere di difesa che gli abitanti vi costrussero,
richieda ancora una lotta incessante e piena di pericoli, basta
rammentare di volo alcune fra le vicende principali della sua storia
fisica, a partir dal tempo in cui gli abitanti l'avevano già ridotta una
terra abitabile.

Le tradizioni parlano già di una grande inondazione della Frisia nel
sesto secolo. D'allora in poi, ogni golfo, ogni isola, e si può dir
quasi ogni città dell'Olanda ricorda una catastrofe. Da tredici secoli
si conta che vi sia seguita una grande inondazione ogni sette anni,
oltre le piccole; e perchè il paese è tutto pianura, queste inondazioni
furon veri diluvii. Verso la fine del tredicesimo secolo il mare disfece
una parte d'una fertile penisola vicino alle foci dell'Ems e distrusse
più di trenta villaggi. Nel corso del medesimo secolo, una serie
d'inondazioni marine aprirono un immenso varco nell'Olanda
settentrionale, e formarono il Golfo di Zuiderzee, dando la morte a
quasi ottantamila persone. Nel 1421 una burrasca fece straripare la
Mosa, che seppellì sotto le sue acque, in una notte, settantadue
villaggi e centomila abitanti. Nel 1532 il mare ruppe le dighe della
Zelanda, distrusse centinaia di villaggi e coprì per sempre un vasto
tratto di paese. Nel 1570 una tempesta produsse un'altra inondazione
nella Zelanda e nella provincia d'Utrecht, Amsterdam fu invasa dalle
acque, in Frisia annegarono ventimila persone. Altre grandi inondazioni
avvennero nel secolo diciassettesimo, due spaventose sul principio e
sulla fine del decimottavo, una nel 1825 che desolò la Nord-Olanda, la
Frisia, l'Over-Yssel e la Gheldria, un'altra grande nel 1855 del Reno,
che invase la Gheldria e la provincia d'Utrecht, e coperse gran parte
del Brabante settentrionale. Oltre a queste grandi catastrofi, ne
seguirono, nei varii secoli, altre innumerevoli, che sarebbero famose in
altri paesi, e che in Olanda appena si ricordano, come le inondazioni
del grande lago di Haarlem, prodotto esso medesimo da un'inondazione del
mare; città fiorenti del Golfo di Zuiderzee sparite sotto le acque; le
isole della Zelanda a volta a volta coperte dal mare e rilasciate; i
villaggi della costa, da Helder fino alle foci della Mosa, di tempo in
tempo invasi e rovinati; e in tutte queste inondazioni, eccidii immensi
d'uomini e d'animali. Si capisce che miracoli di coraggio, di costanza,
d'industria, abbia dovuto fare il popolo Olandese per creare prima, e
poi per conservare un simile paese.

Il nemico al quale gli Olandesi dovettero strappare le loro terre, era
triplice: il mare, i fiumi, i laghi; gli Olandesi disseccarono i laghi,
respinsero il mare e imprigionarono i fiumi.

Per disseccare i laghi si serviron dell'aria. I laghi, le paludi furono
circondati di dighe, le dighe di canali, e un esercito di mulini a
vento, mettendo in moto delle pompe aspiranti, riversò le acque nei
canali, che le condussero ai fiumi ed al mare. Così dei vasti spazii di
terra sepolti nell'acqua, videro il sole e si trasformarono come per
incanto in fertili campagne, popolate di villaggi e percorse da canali e
da strade. Nel secolo decimosettimo, in meno di quarant'anni, furono
disseccati ventisei laghi. Sul principio di questo secolo, nella sola
Nord-Olanda erano tolti all'acqua più di seimila ettari di terreno;
nell'Olanda meridionale, prima del 1844, ventinove mila; in tutta
l'Olanda, dal 1500 al 1658, trecento cinquantacinque mila. Colla
sostituzione dei mulini a vapore ai mulini a vento si compì in
trentanove mesi la grande impresa del prosciugamento del lago di
Haarlem, che aveva quarantaquattro chilometri di circuito e minacciava
con tempeste furiose le città di Haarlem, d'Amsterdam e di Leida. E in
questo mentre si sta meditando l'impresa prodigiosa di prosciugare il
golfo di Zuiderzee, che abbraccia uno spazio di più di settecento
chilometri quadrati.

I fiumi, altro nemico interno dell'Olanda, non costarono meno fatiche e
meno sacrifizi. Alcuni, come il Reno, che si perdevano nelle sabbie
prima di giungere al mare, dovettero essere incanalati, e difesi dalla
marea alla foce con cateratte formidabili; altri, come la Mosa,
fiancheggiati da dighe altrettanto potenti che quelle innalzate contro
il mare; altri deviati; le acque vagabonde, raccolte; regolato il corso
degli affluenti; ripartite le acque con rigorosa misura in vari sensi
per mantenere in equilibrio quella enorme massa liquida, della quale un
leggero spostamento basta a inabissare provincie intere; e così tutti i
fiumi che spandevano anticamente per il paese le loro acque sfrenate e
devastatrici, furono disciplinati come ruscelli e costretti a servire.

Ma la lotta più tremenda fu quella combattuta coll'oceano. L'Olanda è in
gran parte più bassa del livello del mare: perciò, dappertutto dove la
costa non è difesa dalle dune, si dovette difenderla colle dighe. Se
questi sterminati baluardi di terra, di legno e di granito non fossero
là ad attestare come monumenti il coraggio e la perseveranza degli
Olandesi, non si crederebbe che la mano dell'uomo abbia potuto, sia pure
in molti secoli, compire un così grande lavoro. Nella sola Zelanda le
dighe si stendono per la lunghezza di quattrocento chilometri. La costa
occidentale dell'isola di Valcheren è difesa da una diga, della quale si
calcola che le spese di costruzione sommate alle spese di conservazione
messe a frutto, ammontino a una somma pari al valore che avrebbe la
diga stessa se fosse tutta di rame massiccio. Intorno alla città di
Helder, alla estremità settentrionale della Nord-Olanda, si stende per
dieci chilometri una diga costrutta di massi di granito di Norvegia, che
scende più di sessanta metri nel mare. Tutta la provincia di Frisia, per
la lunghezza di ottantotto chilometri, è difesa da tre file di palafitte
enormi, sostenute da massi di granito di Norvegia e di Germania.
Amsterdam, tutte le città delle rive del Zuiderzee, e tutte le
isole,--frammenti di terre sparite,--che formano come una corona fra la
Frisia e della Nord-Olanda, sono protette da dighe; dalle foci dell'Ems
fino alle foci della Schelda l'Olanda è tutta una fortezza
impenetrabile, nei cui immensi bastioni i mulini son le torri, le
cateratte son le porte, le isole sono i forti avanzati; e che al pari
d'una fortezza vera, non mostra al suo nemico, il mare, che le punte dei
campanili e i tetti degli edifizii, quasi come una derisione e una
sfida.

L'Olanda è una fortezza, e il popolo olandese ci sta come in una
fortezza: sul _piede di guerra_ col mare. Un esercito d'ingegneri,
dipendente dal Ministero dell'Interno, sparpagliato sul paese e ordinato
come un esercito, spia continuamente il nemico, veglia sull'ordine delle
acque interiori, previene la rottura delle dighe, ordina e dirige i
lavori di difesa. Le spese della guerra son ripartite: una parte è allo
Stato, una parte alle provincie; ogni proprietario paga, oltre l'imposta
generale, un'imposta speciale per le dighe, proporzionata
all'estensione dei suoi poderi e alla vicinanza dell'acque. Una rottura
accidentale, un'inavvertenza possono cagionare un diluvio; il pericolo è
continuo; le sentinelle sono al loro posto sui baluardi; al primo
assalto del mare, danno il grido di guerra, e l'Olanda manda braccia,
materiali e denari. Ed anche quando non si combattono grandi battaglie
si combatte una lotta sorda e lenta. I mulini innumerevoli, anche nei
laghi prosciugati, seguitano a lavorare senza posa per assorbire e
versare nei canali l'acqua piovana e quella che filtra dalla terra. Ogni
giorno le cateratte dei golfi e dei fiumi, chiudono le loro porte
gigantesche all'alta marea che tenta di slanciare i suoi flutti nel
cuore del paese. Si lavora continuamente a rafforzare le dighe malferme,
a fortificare le dune con piantagioni, a gettar nuove dighe, dove le
dune son basse, diritte come lande immense vibrate nel seno del mare,
per rompere il primo impeto delle onde. E il mare picchia eternamente
alle porte dei fiumi, flagella eternamente gli argini, brontola da ogni
parte la sua eterna minaccia, solleva i suoi flutti curiosi come per
guardare le terre che gli sono contese, ammonta dei banchi di sabbia
dinanzi ai porti per uccidere il commercio delle città invise, rode,
raspa, scava le coste; e non potendo rovesciare i baluardi su cui frange
in schiuma rabbiosa i suoi sforzi impotenti, getta ai loro piedi dei
bastimenti pieni di cadaveri perchè annunzino al paese ribelle il suo
corruccio e la sua forza.

Mentre questa gran lotta dura, l'Olanda si trasforma: l'Olanda è la
terra delle trasformazioni. Una carta geografica di questo paese com'era
otto secoli fa, a primo aspetto, non si riconosce. Trasforma il mare,
trasformano gli uomini. Il mare, in alcuni punti, fa indietreggiare la
costa: toglie al continente delle parti di terra, le rilascia, poi le
riprende; riunisce al continente delle isole con legami di sabbia, come
nella Zelanda; stacca dei lembi di continente e forma delle isole nuove,
come Wieringen; si ritira da certe provincie, e fa rimaner città di
terra città ch'eran di mare, come Leuwarde; converte in arcipelaghi di
cento isole vasti tratti di pianura come il Biesbosch; separa la città
dalla terra, come Dordrecht; forma dei nuovi golfi larghi due leghe,
come il Golfo di Dollart; divide due Provincie con un nuovo mare, come
la Nord-Olanda e la Frisia. Per effetto delle inondazioni il livello
delle terre s'innalza in un luogo, in un altro s'abbassa; terre sterili
sono fecondate dal limo dei fiumi straripati, terre fertili sono
cangiate in deserti di sabbia. Colle trasformazioni delle acque si
alternano le trasformazioni del lavoro. Si riuniscono delle isole al
continente come l'isola di Ameland; si riducono ad isole provincie
intere, come sarà la Nord-Olanda col nuovo canale d'Amsterdam che la
deve separare dall'Olanda meridionale; si fanno sparire dei laghi grandi
come Provincie, come il lago di Beemster; si convertono le terre,
coll'estrazione delle torbe basse, in laghi, e si ritrasformano questi
laghi in praterie. E così il paese si altera, si corregge e cangia
aspetto secondo le violenze dell'acqua e i bisogni dell'uomo. E
percorrendolo colla più recente carta geografica alla mano, si può
essere sicuri che quella carta sarà inutile fra qualche anno, perchè
mentre lo si percorre, vi son dei golfi che a poco a poco spariscono,
dei tratti di terra in procinto di staccarsi dal continente, e dei
grandi canali che s'aprono per portar la vita in terre disabitate.

Ma l'Olanda fece ben più che difendersi dall'acqua, se ne impadronì.
L'acqua era il suo flagello, ne fece la sua difesa. Se un esercito
straniero invade il suo territorio, essa apre le dighe e scatena il mare
ed i fiumi, come li scatenò contro i Romani, contro gli Spagnuoli,
contro l'esercito di Luigi XIV, e difende le città di terra colle
flotte. L'acqua era la sua miseria, ne fece la sua ricchezza. Su tutto
il paese si stende una immensa rete di canali che servono insieme come
vie di comunicazione e ad irrigare le terre. Le città comunicano col
mare per mezzo di canali; canali vanno da città a città, legano le città
ai villaggi, i villaggi fra loro, ogni villaggio coi casolari sparsi per
la campagna; e canali minori cingono i poderi, i pascoli, gli orti, fan
l'ufficio di muri di cinta e di siepi; ogni casa è un piccolo porto. I
bastimenti, i barconi, le barchette, le zattere percorrono la campagna,
attraversano i villaggi, girano fra le case e solcano il paese in tutte
le direzioni come in altri luoghi i carri e le carrozze. E anche qui
l'Olanda ha fatto dei lavori giganteschi, come il canale Guglielmo nel
Brabante settentrionale, il canale che congiunge Amsterdam,
attraversando tutta la Nord-Olanda, col mare del Nord, lungo più di
ottanta chilometri e largo più di trenta metri; il nuovo canale che
congiungerà Amsterdam col mare attraversando le dune, e sarà il più
largo canale d'Europa; e un altro non meno grande che congiungerà il
mare colla città di Rotterdam. I canali sono le vene dell'Olanda e
l'acqua è il suo sangue.

Ma anche senza badare ai canali, ai prosciugamenti dei laghi e alle
opere di difesa, percorrendo l'Olanda si vedono da ogni parte le traccie
d'un lavoro meraviglioso. Il terreno, che in altri paesi è un dono della
natura, là è un'opera dell'industria. L'Olanda tirò la maggior parte
delle sue ricchezze dal commercio; ma prima del commercio dovette far
fruttare la terra; la terra non c'era; dovette crearla. Erano banchi di
sabbia, interrotti da strati di torba, dune che il vento smuoveva e
spandeva per il paese, grandi spazi di terreno lotoso che parevan
condannati a una sterilità eterna. Mancavano i primi elementi
dell'industria, il ferro e il carbone; mancava il legno, poichè le
foreste eran già state distrutte dalle tempeste quando sorse
l'agricoltura; mancavano le pietre, mancavano i metalli. La natura, come
dice un poeta olandese, aveva rifiutato all'Olanda tutti i suoi doni;
gli Olandesi dovettero far tutto a dispetto della natura. Cominciarono
coll'infertilire le sabbie. In alcuni luoghi formarono lo strato
produttivo del suolo con terre portate di lontano come si forma un
giardino; sparsero la silice delle dune sulle praterie troppo umide;
mescolarono colle terre troppo sabbiose i detriti delle torbe tratti dal
fondo delle acque; estrassero dell'argilla per comunicare alla
superficie della terra una fertilità nuova; lavorarono a dissodare le
dune; e così industriandosi in mille maniere, e difendendo continuamente
l'opera loro dalle acque minaccianti, riuscirono a condurre l'Olanda a
uno stato di floridezza non inferiore a quello dei paesi più favoriti
dalla natura. Quell'Olanda sabbiosa e paludosa che gli antichi
consideravano appena come abitabile, manda fuori dei suoi confini, anno
per anno, dei prodotti agricoli per il valore di cento milioni di lire,
possiede circa un milione e trecentomila teste di bestiame, e si può
annoverare, proporzionatamente all'estensione del suo territorio, fra i
paesi più popolati d'Europa.

Ora si capisce come in un paese così fisicamente straordinario, debba
esservi un popolo molto diverso dagli altri. Su pochi popoli, in fatti,
la natura del paese abitato esercitò un influsso più profondo che sugli
Olandesi. Il genio olandese è in perfetta armonia col carattere fisico
dell'Olanda. Basta guardare i monumenti della gran lotta combattuta da
questo popolo col mare, per comprendere come il suo carattere distintivo
debba essere la fermezza e la pazienza, accompagnata da un coraggio
calmo e costante. Questa lotta gloriosa, e la coscienza di dover tutto
a sè stesso, deve aver infuso e fortificato in esso un sentimento
altissimo della propria dignità e uno spirito indomabile di libertà e
d'indipendenza. La necessità d'una lotta continua, d'un continuo lavoro
e di sacrifizi continui per difendere la propria esistenza,
riconducendolo perpetuamente al sentimento della realtà, deve averlo
reso un popolo altamente pratico ed economo; il buon senso dev'essere la
sua qualità più spiccata, l'economia dev'essere una delle sue virtù
principali; deve quindi primeggiare nelle arti utili, essere parco di
godimenti, essere semplice anche quando è grande, riuscire in tutto
quello a cui si riesce colla tenacità dei propositi e con un'attività
pensata e regolare; esser più saggio che eroico, più conservatore che
creatore, non dare all'edifizio del pensiero moderno dei grandi
architetti, ma molti abili operai, una legione di lavoratori pazienti ed
utili. E in virtù di queste sue qualità di prudenza, di attività
flemmatica e di spirito di conservazione, progredir sempre, ma a poco a
poco; acquistar lentamente, ma non perder nulla dell'acquistato; esser
restío a spogliarsi degli usi antichi; serbare quasi intera, malgrado la
vicinanza di tre grandi nazioni, la sua originalità; serbarla passando a
traverso di tutte le forme di governo, malgrado le invasioni straniere,
malgrado le guerre politiche e religiose di cui fu teatro, malgrado
l'immenso concorso di stranieri d'ogni paese che vi cercarono un rifugio
e ci vissero in tutti i tempi; essere infine di tutti i popoli del
settentrione quello che, benchè procedendo sempre nella via della
civiltà, ha serbato più netta l'impronta antica.

Ma basta anche rappresentarsi alla mente la sua forma, per comprendere
che questo paese di tre milioni e mezzo d'abitanti, benchè fuso in una
così compatta unità politica, benchè riconoscibile fra tutti gli altri
popoli del Nord a certi tratti comuni agli abitanti di tutte le sue
provincie, deve presentare una varietà grande. E così è in fatti. Tra la
Zelanda e l'Olanda propriamente detta, fra l'Olanda e la Frisia, tra la
Frisia e la Gheldria, tra la Groninga e il Brabante, malgrado tanti
vincoli comuni e la vicinanza grandissima, non v'è meno differenza che
fra le provincie più lontane dell'Italia e della Francia: differenza di
lingua, di costumi, di carattere; differenze di razza e di religione. Il
regime comunale ha impresso a questo popolo un carattere incancellabile,
perchè in nessun paese fu conforme come in questo alla natura delle
cose. Il paese è diviso in parecchi gruppi d'interessi dallo stesso
organismo del sistema idraulico. Quindi associazione e mutuo soccorso
contro il comune nemico, il mare; ma libertà delle forze e delle
istituzioni locali. La monarchia non ha estinto l'antico spirito
municipale, ed è questo spirito che rese impossibile la completa fusione
dello Stato in tutti i grandi Stati che ne fecero la prova. I grandi
fiumi e i golfi profondi sono nello stesso tempo vie di commercio che
servono come legami di nazionalità fra le varie Provincie, e barriere
che difendono vecchie tradizioni e vecchie costumanze diverse fra loro.
In questo paese apparentemente così uniforme, ad ogni passo, si può
dire, fuorchè l'aspetto della natura, tutto cangia e tutt'a un tratto,
come la natura stessa all'occhio di chi varca per la prima volta la
frontiera dello Stato.

Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell'Olanda, è più
meravigliosa la sua storia politica. Questa piccola terra invasa da
principio da differenti tribù della razza germanica, soggiogate, dai
Romani e dai Franchi, devastata dai Danesi e dai Normanni, desolata per
secoli da orrende guerre civili, questo piccolo popolo di pescatori e di
mercanti salva la sua libertà civile e la sua libertà di coscienza con
una guerra di ottant'anni contro la formidabile monarchia di Filippo II
e fonda una repubblica che diventa l'arca di salvamento delle libertà di
tutti i paesi, la patria adottiva delle scienze, la Borsa d'Europa, la
stazione del commercio del mondo; una repubblica che stende la sua
dominazione a Java, a Sumatra, nell'Indostan, a Ceylan, nella Nuova
Olanda, nel Giappone, nel Brasile, nella Guiana, al Capo di Buona
Speranza, nelle Indie occidentali, a Nuova-York; una repubblica che
vince l'Inghilterra sul mare, che resiste alle armi unite di Carlo II e
di Luigi XIV, che tratta da pari a pari colle più grandi nazioni ed è
per un tempo una delle tre Potenze che reggono le sorti d'Europa.

Ora non è più la grande Olanda del secolo decimosettimo; ma è ancora,
dopo l'Inghilterra, il primo Stato coloniale del mondo; invece della
grandezza antica ha una prosperità tranquilla; si ristrinse nel
commercio, acquistò nell'agricoltura; del reggimento repubblicano
perdette più la forma che la sostanza; una famiglia di principi patrioti
e cari al popolo, vi siede tranquillamente in mezzo a tutte le libertà
antiche e moderne. Vi è la ricchezza senza fasto, la libertà senza
insolenza, l'imposta senza miseria. Il paese procede senza scosse, senza
turbamenti, coll'antico buon senso, conservando nelle tradizioni, negli
usi e nelle libertà stesse l'impronta della sua nobile origine. È forse
fra tutti gli Stati d'Europa quello dove c'è più istruzione popolare e
meno corruzione di costumi. Solo, all'estremità del continente, occupato
delle sue acque e delle sue colonie, si gode in pace i frutti del suo
lavoro senza far parlare di sè, coll'alto conforto di poter dire che
nessun popolo al mondo ha conquistato a prezzo di più grandi sacrifizi
la libertà della sua fede e l'indipendenza del suo stato.

Tutte queste cose io rivolgevo in mente per stimolare la mia curiosità,
una bella mattina d'estate, ad Anversa, salendo su un bastimento che mi
doveva condurre per il corso della Schelda nella Zelanda, ch'è la
provincia più misteriosa dei Paesi Bassi.



ZELANDA.


Se prima che io mi determinassi a fare un viaggio in Olanda, un
professore qualunque di geografia m'avesse fermato allo svolto d'una
strada, domandandomi bruscamente:--Dov'è la Zelanda?--sarei rimasto
senza parola, e non credo d'ingannarmi, supponendo che un buon numero
dei miei concittadini, a cui si facesse quella domanda, non troverebbero
subito una risposta. Per gli Olandesi medesimi la Zelanda ha del
mistero; pochissimi ci sono stati, e tra questi i più non fecero che
attraversarla in battello; quindi se ne parla di rado e come d'un paese
lontano. Dalle prime parole che intesi dire ai viaggiatori che salirono
con me sul bastimento, quasi tutti belgi e olandesi, m'accorsi che
anch'essi avrebbero veduto quella provincia per la prima volta; eravamo
dunque tutti curiosi ad un modo; e il bastimento non era ancora partito
che avevamo attaccato discorso, e ci aguzzavamo la curiosità
reciprocamente, con domande alle quali nessuno sapeva rispondere.

Allo spuntare del sole, il bastimento partì, godemmo per un pezzo la
vista del campanile della cattedrale d'Anversa, fatto di trina di
Malines, come diceva Napoleone I, che n'era innamorato; e dopo aver
toccato il forte di Lillo e il villaggio di Doel, uscimmo dal Belgio ed
entrammo nella Zelanda.

Nel punto che si passa per la prima volta la frontiera d'uno Stato, per
quanto si sappia che lo spettacolo non cangia tutt'a un tratto, si
guarda intorno curiosamente come se tutto dovess'essere cangiato. Tutti
infatti s'appoggiarono al parapetto del bastimento come per assistere
all'apparizione improvvisa della Zelanda.

Per un buon tratto la curiosità rimase delusa: non si vedevano che lo
sponde piane e verdi della Schelda, larga come un braccio di mare, e
sparsa di banchi di sabbia, su' quali raccoglievano il volo degli stormi
di gabbiani gettando dei leggieri gridi; e il cielo purissimo non pareva
punto cielo d'Olanda.

Si navigava fra l'isola di Zuid-Beveland e quella lista di terra che
forma la riva sinistra della Schelda, chiamata Fiandra degli Stati o
Fiandra Zelandese.

La storia di questa lista di terra è assai curiosa. Per lo straniero che
entra in Olanda, essa è come la prima pagina della grande epopea che
s'intitola: la lotta col mare. Nel medio evo non era che un vasto golfo
con poche isolette. Questo golfo, sul principio del sedicesimo secolo,
non esisteva più; con quattrocento anni di lento lavoro lo avevan
cangiato in una fertile pianura difesa da dighe, solcata da canali e
popolata di villaggi, che si chiamava la Fiandra Zelandese. Quando
scoppiò la guerra dell'indipendenza, gli abitanti della Fiandra
Zelandese, piuttosto che cedere la loro terra agli eserciti spagnuoli,
apersero le dighe, il mare irruppe e distruggendo in un giorno il lavoro
di quattro secoli riformò il golfo del medio evo. Finita la guerra
d'indipendenza, si ricominciarono i lavori di prosciugamento, e dopo
trecento anni la Fiandra Zelandese risalutò il sole e fu restituita al
continente, come una figliuola risorta. Così in Olanda le terre sorgono,
spariscono e riappaiono, a somiglianza dei regni delle novelle arabe, al
tocco delle verghe dei maghi. La Fiandra Zelandese, divisa dalla Fiandra
Belga dalla doppia barriera politica e religiosa, e separata dall'Olanda
dalla Schelda, conserva i costumi, le credenze, l'impronta intatta del
sedicesimo secolo. Le tradizioni della guerra contro la Spagna vi sono
ancora vive e parlanti come d'un avvenimento del tempo. La terra è
fertile, gli abitanti godono d'una prosperità straordinaria, hanno
costumi severi, scuole, stamperie, e vivono così in pace nel loro
frammento di patria rinata ieri, fino al giorno che il mare non la
ridomandi per una terza sepoltura. Un Belga, mio compagno di viaggio,
che mi diede queste notizie, mi fece osservare giustamente che gli
abitanti della Fiandra Zelandese, quando inondarono le loro terre,
benchè già sollevati contro la dominazione spagnuola, erano ancora
cattolici, e che per conseguenza era seguìto a quella provincia lo
strano caso di sprofondarsi nelle acque cattolica, e di tornare a galla
protestante.

Il bastimento, con mia grande meraviglia, invece di continuare a
discendere la Schelda per girare intorno all'isola di Zuid-Beveland,
arrivato a un certo punto, entrò nell'isola infilando uno stretto
canale, che l'attraversa da un capo all'altro, o meglio la spacca in
due, e congiunge così i due bracci del fiume, che formano l'isola
stessa.

Era il primo canale olandese per il quale passavo: fu un'impressione
nuova. Il canale è fiancheggiato da due alto dighe che nascondono la
campagna; il bastimento scorreva così quasi di soppiatto, come se avesse
preso quella via traversa per riuscire improvvisamente alle spalle di
qualcuno; e come non v'era una barca nel canale nè un'anima viva sulle
dighe, la solitudine e il silenzio davano ancor meglio a quella corsa
nascosta l'aria d'un tradimento da pirati.

Uscendo dal canale, si entrò nel braccio orientale della Schelda.

Eravamo nel cuore della Zelanda. A destra avevamo l'isola di Tholen, a
sinistra l'isola di Noord-Beveland, dietro quella di Zuid-Beveland,
dinanzi quella di Schouwen. Fuori che l'isola di Valcheren, si vedevano
tutte le principali isole dell'arcipelago misterioso.

Ma in questo consiste il mistero: quelle isole non si vedevano,
s'indovinavano. A destra e a sinistra del fiume larghissimo, davanti e
dietro al bastimento, non si vedeva che la linea diritta delle dighe,
come una striscia verde a fior d'acqua, e dietro questa striscia, qua e
là, cime d'alberi, punte di campanili, comignoli rossi di tetti, che
pareva facessero capolino per vederci passare. Non una collina, non un
rialto di terra, non una casa scoperta da nessuna parte: tutto era
nascosto, tutto pareva immerso nell'acqua; si sarebbe detto che quelle
isole erano sul punto d'esser sepolte dal fiume e si guardava ora l'una
ora l'altra come per assicurarsi che c'erano ancora. Pareva di
attraversare un paese nel giorno del diluvio e si provava un piacere a
pensare che si era sur un bastimento. Di tratto in tratto il bastimento
si arrestava e qualche passeggiero zelandese scendeva in una barca che
si dirigeva verso la riva. Benchè fossi curioso anch'io di visitare la
Zelanda, pure guardavo quella gente con un certo sentimento di
compassione, come se quelle che parevano isole non fossero che balene
mostruose, che si dovessero sprofondare nell'acqua all'avvicinarsi della
barca.

Il capitano di bastimento, olandese, passandomi accanto, si soffermò a
guardare una piccola carta della Zelanda che avevo tra le mani; io
afferrai l'occasione pel ciuffo e lo tempestai di domande. Per mia
fortuna m'ero imbattuto in uno di quei pochi Olandesi che hanno comune
con noi Latini la debolezza di amar il suono della propria voce.

"Qui, in Zelanda," mi disse colla serietà d'un maestro che fa la
lezione, "le dighe, più ancora che nelle altre provincie, sono quistione
di vita o di morte. A marea alta tutta la Zelanda rimane al di sotto
delle acque. A ogni diga che si rompesse, sparirebbe un'isola. E il
guaio è che qui la diga non deve soltanto resistere all'urto diretto
dell'onda; ma ad un'altra forza anche più pericolosa. I fiumi si gettano
verso il mare, il mare si getta contro i fiumi, e in questa lotta
continua, si formano delle correnti basse che rodono la base delle
dighe, sin che le fanno sprofondare tutt'a un tratto, come farebbe una
mina ad un muro. Gli Zelandesi debbono stare continuamente all'erta.
Quando una diga è in pericolo, ne fanno un'altra più addentro, e
aspettano l'assalto delle acque dietro a questa, e così guadagnan tempo,
e o rifanno la prima diga, o continuano a dare addietro di fortezza in
fortezza, o la corrente si svia e son salvi."

"E non potrebbe darsi," domandai sempre avido di notizie poetiche, "che
un giorno la Zelanda non esistesse più?"

"Tutto il contrario," mi rispose con mio rammarico; "può venire il
giorno in cui la Zelanda non sia più arcipelago ma terraferma. La
Schelda e la Mosa portano continuamente limo che rimane in fondo ai
bracci del mare e che alzandosi a poco a poco ingrandisce le isole e
chiude nella terra città e villaggi ch'erano sulla riva e avevano i loro
porti. Axel, Goes, Veere, Arnemiuden, Middelburg, erano città marittime
e ora sono città di terra. Verrà dunque un giorno in cui fra le isole
della Zelanda non passeranno più che le acque dei fiumi e si stenderà
una rete di strade ferrate su tutto il paese, che sarà congiunto al
continente, come gli è già congiunta l'isola di Zuid-Beveland. La
Zelanda, nella lotta col mare, ingrandisce. Il mare potrà riuscire a
qualche cosa dalle altre parti dell'Olanda; ma qui ha la peggio. Lei
conosce lo stemma della Zelanda: è un leone che nuota e vi è scritto su:
_Luctor et emergo_."

Qui rimase qualche momento senza parlare e gli brillava negli occhi un
barlume d'alterezza che si estinse subito; poi ricominciò colla gravità
di prima:

"_Emergo_; ma non emerse sempre. Tutte le isole della Zelanda, una dopo
l'altra, dormirono per più o men tempo sott'acqua. Tre secoli fa l'isola
di Schouwen fu inondata dal mare, che annegò abitanti e bestiami da un
capo all'altro e la ridusse un deserto. L'isola di Noord-Beveland fu
sommersa tutta intera poco tempo dopo, e per parecchi anni non si videro
più che le punte dei campanili fuor dell'acqua. L'isola di Zuid-Beveland
ebbe la stessa sorte verso la metà del quattordicesimo secolo. L'isola
di Tholen, la stessa sorte in questo medesimo secolo, nel 1825. L'isola
di Walcheren la stessa sorte nel 1808, e nella città di Middelburg, sua
città capitale, lontana parecchie miglia dalla costa, ci fu l'acqua sino
ai tetti."

A sentir sempre parlar d'acqua, d'inondazioni, di paesi sommersi, ero
ridotto che mi pareva strano di non essere ancora annegato. Domandai al
capitano che gente fosse quella che stava in quei paesi invisibili,
coll'acqua sotto i piedi e sopra la testa.

"Agricoltori e pastori," mi rispose. "Noi diciamo che la Zelanda è un
gruppo di fortezze difese da un presidio di agricoltori e di pastori. In
fatto d'agricoltura la Zelanda è la provincia più ricca dei Paesi Bassi.
La terra d'alluvione di queste isole è d'una fertilità meravigliosa. Il
frumento, la colza, la robbia, il lino vi fanno come in pochissimi altri
paesi. Vi sono dei bestiami stupendi e dei cavalli colossali, più grandi
ancora che i cavalli fiamminghi. Il popolo è bello e forte, conserva i
suoi costumi antichi e vive contento nella sua prosperità e nella sua
pace. La Zelanda è un paradiso nascosto."

Mentre il capitano mi faceva questo discorso, il bastimento entrava nel
canale di Keete che divide l'isola di Tholen dall'isola di Schouwen,
famoso per il guado che vi fecero gli Spagnuoli nel 1575 com'è famoso il
braccio orientale della Schelda per il guado del 1572. Tutta la Zelanda
è piena di memorie di quella guerra. Questo piccolo arcipelago di
sabbia, mezzo sepolto nel mare, per le particolari corrispondenze che vi
riteneva Guglielmo d'Orange, antico signore di molte terre nelle isole,
e per gl'impedimenti d'ogni natura che opponeva agl'invasori, era il
focolare della guerra e dell'eresia, e il Duca d'Alba smaniava
d'impadronirsene. Quindi seguirono su quelle rive delle lotte accanite,
che riunivano tutti gli orrori delle battaglie di terra e delle
battaglie di mare. I soldati guadavano i canali di notte, stretti gli
uni agli altri, coll'acqua alla gola, minacciati dalla marea, flagellati
dalla pioggia, fulminati dalle rive; i cavalli e le artiglierie
affondavano nel fango; i feriti eran travolti dalla corrente o sepolti
vivi nelle fitte; l'aria suonava di voci tedesche, spagnuole, italiane,
fiamminghe, vallone, le fiaccole illuminavano qua e là i grandi
archibugi, i pennacchi pomposi, i volti strani, e le battaglie parevano
funerali fantastici; ed erano davvero i funerali della grande monarchia
spagnuola che s'annegava lentamente nell'acque dell'Olanda, coperta di
maledizioni e di fango. Chi ha peccato di soverchia tenerezza per la
Spagna, se vuol fare ammenda, non ha che da andare in Olanda. Non ci son
forse mai stati due popoli che avessero un maggior numero di buone
ragioni per detestarsi con tutta la forza dell'anima, e che abbian fatto
valere più rabbiosamente tutte queste buone ragioni. Mi ricordo, per
notare uno solo dei mille contrasti, dell'impressione che mi faceva
l'udir parlare di Filippo II in termini così diversi da quelli in cui ne
avevo inteso parlare pochi mesi prima di là dai Pirenei. In Spagna il
meno che se ne dicesse era _gran re_; in Olanda, _tiranno vigliacco_.

Il bastimento entrò fra l'isola di Schouwen e la piccola isola di San
Philipsland, e in pochi minuti sboccò nel largo braccio della Mosa,
chiamato Krammer, che divide l'isola di Overflakkee dal continente.
Pareva di navigare per una catena di grandi laghi. Le rive eran lontane
e presentavano ancora l'aspetto delle rive della Schelda: dighe a
perdita d'occhio, dietro le dighe cime d'alberi, punte di campanili e
tetti di case nascoste, che davano al paesaggio un'aria di mistero e di
solitudine. Solamente su qualche sporgenza delle rive, che formava quasi
una breccia negli immensi bastioni delle isole, si vedeva come un
bozzetto di paesaggio olandese, una casetta colorita, un mulino a vento,
una barca, che parevano la rivelazione d'un segreto, fatta per destare
la curiosità dei viaggiatori, e deluderla, appena desta.

Tutt'a un tratto avvicinandomi alla prora del bastimento, dove sono le
terze classi, feci una gratissima scoperta. V'era un gruppo di
contadini, uomini e donne, vestiti alla zelandese, non ricordo di quale
isola, poichè il costume cangia da isola a isola, come cangia il
dialetto, che è un misto d'olandese e di fiammingo, se pure si può dir
così di due linguaggi che non hanno che piccolissime differenze. Gli
uomini erano tutti vestiti ad un modo. Avevano un cappello di feltro,
rotondo, con un gran nastro ricamato; una giacchetta di panno scuro,
stretta, corta da coprire appena il fianco, aperta in modo da lasciar
vedere una specie di panciotto listato di rosso, giallo e verde, chiuso
sul petto da una fila di bottoni d'argento l'uno che toccava l'altro,
come gli anelli d'una catena; un paio di mezzi calzoni di panno, del
colore della giacchetta, stretti intorno alla vita da una cintura munita
d'una gran borchia d'argento cesellata; e infine la cravatta rossa e le
calze di lana fino al ginocchio. In somma, un po' preti dalla cintura in
giù, e dalla cintura in su un po' arlecchini. Uno di essi aveva per
bottoni delle monete: uso assai comune. Le donne avevano un cappello di
paglia della forma d'un cono tronco, altissimo, che pareva un
secchiolino rovesciato, intorno al quale svolazzavano dei larghi nastri
azzurri; una veste di color scuro aperta sul petto che lasciava vedere
una camicia bianca ricamata; le braccia nude dal gomito in giù; e due
enormi orecchini d'oro o dorati di varie forme stravaganti, che
sporgevano innanzi fin sulle guancie. Per quanto mi sforzassi di fare
come fa Vittor Ugo in viaggio, _di ammirar tutto come un bruto_, non
riuscii a persuadermi che quelle foggie di vestire fossero belle. Ma a
questa sorta di contrarietà ero preparato. Sapevo che in Olanda ci si va
per vedere del nuovo più che del bello, e del buono altrettanto che del
nuovo; e perciò m'ero predisposto più all'osservazione che
all'entusiasmo. E di quella prima impressione poco grata al mio gusto
pittoresco, mi confortai pensando che quei contadini sapevano certamente
tutti leggere e scrivere, che forse la sera prima avevano studiato a
memoria una canzone del loro grande poeta Jacob Catz, e che
probabilmente si recavano col loro bravo programma in tasca a qualche
convegno rurale, dove avrebbero preso la parola per confutare cogli
argomenti della loro modesta esperienza le proposte d'un dotto agronomo
di Goes o di Middelburg. Ludovico Guicciardini, gentiluomo fiorentino,
autore d'una bell'opera sui Paesi Bassi, stampata in Anversa nel secolo
XVI, dice che in Zelanda non v'è quasi uomo nè donna che parli francese
e spagnuolo, e che moltissimi parlano italiano. Questa che forse era una
esagerazione anche ai suoi tempi, sarebbe, detta ora, una favola; ma è
certo però che fra gli abitanti della campagna zelandese si trova una
cultura intellettuale straordinaria, superiore a quella dei contadini
francesi, belgi e tedeschi, e a quella di molte altre provincie
dell'Olanda.

Il bastimento girò intorno all'isola di San Philipsland e ci trovammo
fuori della Zelanda.

Così questa provincia misteriosa prima che ci entrassimo, ci parve anche
più misteriosa quando ne fummo usciti. L'avevamo attraversata e non
l'avevamo vista; ci eravamo entrati e ne uscivamo colla medesima
curiosità. La sola cosa che avevamo veduta era che la Zelanda è una
provincia che non si vede. Ma s'ingannerebbe però chi credesse che sia
un paese misterioso per la sola ragione che è un paese nascosto. Tutto,
in Zelanda, è mistero. Prima d'ogni altra cosa, come s'è formata? Era un
gruppo di piccolissime isole d'alluvione, non separate che da canali, e
disabitate, le quali, come credono alcuni, si son riunite e han formato
isole maggiori? o era, come credono altri, terraferma, quando la
Schelda s'andava a versare nella Mosa? Ma lasciando anche stare
l'origine, in che altro paese del mondo seguono le cose che seguono in
Zelanda? In che paese i pescatori pigliano colle reti una sirena, e il
marito dopo averla domandata invano piangendo, getta, per vendicarsi, un
pugno di sabbia, profetando che quella sabbia colmerà i porti delle
città, e la profezia s'avvera? In che paese, come sulle rive dell'isola
di Walcheren, le anime dei morti smarrite nel mare, vanno a svegliare i
pescatori per farsi condurre in barca alle coste d'Inghilterra? In che
paese le tempeste del mare portano, come sulle rive dell'isola di
Schouwen, dei cadaveri rapiti al polo, mostri metà uomo e metà barca,
mummie vestite d'un tronco d'albero che nuota; e se ne può ancora veder
uno nella casa municipale di Zierikzee? In che paese, come presso
Wemeldinge, avviene che un uomo cada a capofitto in un canale, vi resti
immerso un'ora, ci vegga la moglie e il figliuolo morti che lo chiamano
dal paradiso, e ne sia estratto vivo e racconti il prodigio a Vittor
Ugo, che lo tiene per vero e lo commenta, concludendo che l'anima può
uscire per qualche tempo dal corpo e poi ritornarci? In che paese come
presso Domburg, si pescano, a marea bassa, dei tempii antichi, e delle
statue di divinità sconosciute? In che paese, come a Wemeldinge, la
spada d'un capitano spagnuolo, Mondragone, serve di parafulmine a una
torre? In che paese, come nell'isola di Schouwen, le donne infedeli si
fanno passeggiare nude nate per le strade della città, con due pietre
appese al collo e un cilindro di ferro sulla testa? Andiamo,
quest'ultima meraviglia non si vede più; ma le pietre esistono ancora e
ognuno le può vedere nella casa municipale di Brauwershaven.

Il bastimento entrò in quella parte del braccio meridionale della Mosa
che si chiama Volkerak; la scena era sempre la stessa: dighe e poi
dighe, punte di campanili e case nascoste, qualche bastimento qua e là;
una sola cosa era cangiata, il cielo.

Vidi allora per la prima volta il cielo olandese nel suo aspetto
ordinario, e assistetti a una di quelle battaglie di luce, proprie dei
Paesi Bassi, che i grandi paesisti d'Olanda ritrassero con una efficacia
insuperabile. Fino allora il cielo era stato sereno, era una bella
giornata d'estate, le acque azzurre, le rive verdissime, l'aria calda e
non un fiato di vento. Tutt'ad un tratto, una nuvola densa nascose il
sole, e in men che non si dice, ogni cosa cambiò aspetto in una maniera
da far pensare che si fosse cangiato tutt'a un tratto di stagione,
d'ora, di latitudine. Le acque diventaron cupe, il verde delle rive si
fece smorto, l'orizzonte si nascose dietro un velo grigio, ogni cosa
apparve come circonfusa d'una luce crepuscolare che ne sfumava i
contorni, e si levò una brezza maligna che metteva freddo nelle ossa.
Pareva d'essere in dicembre, si sentiva l'uggia dell'inverno e
quell'inquietudine che mette nel cuore ogni minaccia improvvisa della
natura. Poi, da tutto il cerchio dell'orizzonte cominciarono a salir
nuvole color di piombo, mobilissime, che pareva cercassero con una
specie d'impazienza penosa una direzione e una forma, e poi le acque a
incresparsi e a rigarsi di rapidi riflessi luminosi, di larghe striscie
verdastre, violacee, bianchiccie, color di creta, nerognole; e infine
quell'irritazione della natura si risolvette tutt'a un tratto in una
pioggia violenta e fitta, che confuse cielo, acqua e terra in un solo
colore grigiastro, appena interrotto da una sfumatura un po' più fosca
delle rive lontane e da qualche bastimento a vela che appariva qua e là
come un'ombra ritta sulle acque del fiume.

"Eccoci ora veramente in Olanda" disse il capitano del bastimento,
avvicinandosi a un gruppo di passeggieri, che contemplavano quello
spettacolo. "Questi cambiamenti di scena, in così breve tempo, non si
vedono che qui."

Poi interrogato da uno di noi, soggiunse:

"L'Olanda ha una meteorologia tutta sua. L'inverno è lungo, l'estate
breve, la primavera non è che la fine dell'inverno, e nondimeno, come
vedono, di tratto in tratto, anche in estate, l'inverno fa capolino. Noi
sogliamo dire che in Olanda si vedono le quattro stagioni in un giorno.
Abbiamo il cielo più incostante del mondo. Per questo parliamo sempre
del tempo. L'atmosfera è lo spettacolo più vario che abbiamo. Se
vogliamo veder qualche cosa che ci ricrei, dobbiamo guardare in su. Ma è
un clima ben tristo. Il mare ci manda la pioggia da tre parti, i venti
si scatenano sul paese senza trovar resistenza; anche nelle più belle
giornate, la terra esala dei vapori che oscurano l'orizzonte; per
parecchi mesi l'aria non ha alcuna trasparenza. Vedranno l'inverno: vi
son dei giorni, che si direbbe non s'abbia mai più da rivedere il
sereno; l'oscurità par che venga dall'alto, come la luce; il vento di
nord-est ci porta l'aria agghiacciata dei poli e solleva il mare con una
furia e un fracasso che par che debba subissare le coste." Qui si voltò
verso di me, e disse sorridendo: "Si deve star meglio in Italia."

Poi si rifece serio e soggiunse: "Però, ogni paese ha il suo male e il
suo bene."

Il bastimento uscì dal Volkerak, passò dinanzi alla fortezza di
Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d'Orange, ed entrò nel
Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l'Olanda meridionale
dal Brabante del Nord. Una grande distesa d'acqua, due strisce oscure a
destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo
che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al
silenzio generale, tirando uno sbadiglio: "Com'è bella l'Olanda!" Tutti
risero, fuor che gli Olandesi.

"Eh, signor capitano," uscì a dire uno riattaccando il discorso, un
vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro
politichina in tutti i buchi: "ogni paese ha il suo bene e il suo male,
e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa
verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d'amore e d'accordo.
Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle
nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come
Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam!
Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?"

Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: "Già, colla guerra
religiosa in casa dodici mesi dell'anno."

Il vecchietto belga, un po' sconcertato, continuò il discorso a bassa
voce con me: "È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria,
specialmente da parte nostra. Lei vedrà l'Olanda: Amsterdam non è
Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire;
ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il
fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne
accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La
colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha
spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec."

Nell'Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da
pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande
porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato
Haringvliet, presso la foce, dove s'arrestano quasi tutti i bastimenti
che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a
poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque
e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l'estate.

In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.

Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.

È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada
ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l'aspetto
come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il
fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che
sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A
passarci su--ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda--non si vede
altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un
sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo
finire tutt'a un tratto, il treno avesse da un momento all'altro a dare
un tuffo nell'acqua.

Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno
strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da
dighe, che ha più l'aspetto di canale che di fiume. Era già la settima
svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.

Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche
cosa che ci annunziava la vicinanza d'una grande città. Lunghe file di
alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e
un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo
movimento, si sentiva dire qua e là:--Dordrecht,--vedremo
Dordrecht;--pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo
straordinario.

Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.

Il bastimento svoltò un'ottava volta, a destra, ed entrò nell'Oude-Maas,
o vecchia Mosa.

Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di
Dordrecht.

Fu come l'apparizione improvvisa dell'Olanda, la soddisfazione
istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i
misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un
mondo nuovo.

Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le
braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come
villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti
rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come
la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e
canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi;
bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo
alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino
sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti,
piccoli scali, giardinetti sull'acqua, mille cantucci, bacinetti, seni,
sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e
venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali
in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto
acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco,
un'ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di
teatrale, di gentile e di ridicolo, un po' chinese, un po' europeo, un
po' di nessun paese; con un'aria beata di pace e d'innocenza.

Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e
insieme delle più fresche e allegre città dell'Olanda; regina del
commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti;
onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite
nell'anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e
particolarmente famosa per quell'assemblea dei teologi protestanti del
1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la
terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la
forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di
torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del
Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d'Orange. Dordrecht è
ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle
provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col
Belgio e coll'interno dell'Olanda. A Dordrecht arrivano le immense
provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla
Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo
piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di
bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di
Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose
della Zelanda.

Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi
minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove,
inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di
scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse
cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a
bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed
entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato _de Noord_, uno dei
mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l'Olanda
meridionale.

Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi
sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva
singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta
sull'estremità d'un tratto di terra separato dal continente, che forma
un'isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla
natura, metà dall'uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato
dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una
parte lo cinge il fiume Merwede, dall'altra la vecchia Mosa, dall'altra
il Dordsche kil, dall'altra l'arcipelago di Bies-bosch, attraversato
dalla nuova Merwede, largo corso d'acqua formato dalla mano dell'uomo.
L'imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è
un episodio d'una delle grandi battaglie dell'Olanda coll'acqua.
L'arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e
si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi.
Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa
ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi
centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento
isolette, lasciando ritta, in mezzo a tante rovine, una sola torre,
chiamata _casa Merwede_ della quale si vedono ancora gli avanzi. Così
Dordrecht fu separata dal continente, e fece la sua comparsa sulla terra
l'arcipelago di Biesbosch, il quale tanto per mostrare che ha una
ragione qualunque di esistere, offre del fieno, delle canne e dei
giunchi a un piccolo villaggio che si formò come un nido di rondini sur
una delle dighe circostanti. Ma non è tutta qui la singolarità della
storia di Dordrecht. La tradizione racconta, molti credono e qualcheduno
sostiene che Dordrecht, tutta la città di Dordrecht, si noti bene, colle
sue case, coi suoi mulini, coi suoi canali, abbia fatto, al tempo di
quella memorabile inondazione, una breve passeggiata, si sia cioè
trasportata di sana pianta da un luogo all'altro come l'accampamento
d'un esercito; e che per conseguenza gli abitanti dei paesi vicini che
si recarono dopo la catastrofe alla loro città, non ce l'abbiano più
trovata, e sian rimasti, figuriamoci come! E questo prodigio si spiega
col fatto che Dordrecht è fondata sur uno strato d'argilla, e che
questo strato d'argilla sarebbe scivolato sulla massa di torba che forma
la base del suolo. E io la scrivo qui come l'ho udita e come l'ho letta.

Prima che il bastimento uscisse dal canale de Noord, la mia speranza di
vedere il primo tramonto di sole in Olanda, fu delusa da un altro
improvviso cangiamento di tempo. Il cielo si oscurò, le acque si fecero
livide e l'orizzonte scomparve dietro un velo denso di vapori.

Il bastimento sboccò nella Mosa e voltò, per la decima volta, a
sinistra.

In quel punto la Mosa, che travolge con sè prigioniere le acque del
principal braccio del Reno, il Vaal, e riceve quelle del Leck e
dell'Yssel, è larghissima e le sue sponde son fiancheggiate da lunghe
file di alberi e sparse di case, di officine, di opifici, di arsenali,
che spesseggiano via via che ci s'avvicina a Rotterdam. Per poco che si
conosca la storia fisica d'Olanda, la prima volta che si vede la Mosa, e
che si pensa agli straripamenti memorabili, alle devastazioni, alle
trasformazioni, alle mille calamità e alle vittime infinite di quel
fiume capriccioso e terribile, si guarda con una sorta di curiosità
inquieta, come si guarda un brigante famoso, e si giran gli occhi sulle
dighe con un sentimento quasi di soddisfazione e di gratitudine, come,
al veder passare un brigante ammanettato, si giran gli occhi sui
carabinieri. Mentre io cominciavo a cercar cogli occhi Rotterdam, un
passeggiere olandese raccontava che quando la Mosa è gelata, la
corrente che sopraggiunge dai paesi men freddi, investe lo strato di
ghiaccio che copre il fiume, lo spezza, ne solleva con un terribile
fracasso dei massi enormi, li scaglia contro le dighe, li ammonta in
mucchi smisurati che arrestano e fanno straripare le acque. Allora segue
una battaglia strana. Alle minaccie della Mosa gli Olandesi rispondono
col fuoco. Accorre l'artiglieria, e a scariche di mitraglia risolve in
una tempesta di scheggie e in una pioggia di brina le torri e le
barricate di ghiaccio che si oppongono alla corrente. "Noia" concluse il
passeggiere "che abbiamo noialtri Olandesi soltanto, questa di dover
pigliare i fiumi a cannonate."

Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi
vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di
bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d'alberi, di gente in
moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d'un
aspetto non mai visto prima d'allora; e che la nebbia e l'oscurità mi
nascosero ben presto. Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di
viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. "Tanto
meglio;" dissi salendo in una carrozza "vedrò per la prima volta una
città olandese di notte, che dev'essere uno spettacolo nuovo." E in
fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di
notte vedeva dei fantasmi sui tetti.



ROTTERDAM.


È difficile raccapezzare qualcosa della città di Rotterdam entrandoci di
notte. La carrozza, appena mossa, passò sopra un ponte che risonò
cupamente, e mentre credevo d'essere, ed ero infatti, dentro la città,
vidi con stupore a destra e a sinistra due file di bastimenti che si
perdevano nel buio. Passato il ponte, percorremmo una strada illuminata
e piena di gente, e riuscimmo a un altro ponte, in mezzo ad altre file
di bastimenti. E così innanzi per un pezzo, da un ponte in una strada,
da una strada sur un ponte, e per accrescere la confusione, una
luminaria non mai veduta di lampioni agli angoli delle case, di lanterne
sui bastimenti, di fanali sui ponti, di lumi alle finestre, di lumicini
sotto le case, di riflessi di tutta questa luce sull'acqua. A un tratto
la carrozza si fermò, si affollò gente, misi la testa fuori e vidi un
ponte in aria. Domandai che c'era, uno sconosciuto mi rispose che
passava un bastimento. Di lì a un minuto, andammo innanzi, vidi di
sfuggita un crocicchio di canali e di ponti che formavano come una gran
piazza tutta irta di alberi di bastimento e tempestata di punti
luminosi, e infine s'infilò una strada e s'arrivò all'albergo.

La prima cosa che feci, entrando nella mia camera, fu di vedere se
rispondeva alla gran fama della pulizia olandese. Rispondeva, ed è tanto
più da ammirarsi in una camera d'albergo, quasi sempre occupata da gente
profana a quello che presso gli Olandesi si potrebbe chiamare il culto
della pulizia. La biancheria era candida come la neve, i vetri
trasparenti come l'aria, i mobili lucidi come il cristallo, le pareti
nitide da non trovarci un punto nero colla lente. Oltre a questo, una
paniera per i fogliacci, una tavoletta per accendere i fiammiferi, una
lastrina per smorzare i sigari, una scatola per i mozziconi, un vasetto
per la cenere, una cassetta per gli sputi, un'assicella per le scarpe;
insomma, non un pretesto al mondo per insudiciare checchessia.

Visitata la camera, stesi sul tavolino la pianta di Rotterdam e feci i
miei studi preparatorii per il domani.

È una cosa singolare che le grandi città dell'Olanda, benchè sian state
fabbricate in un suolo malfermo, e vincendo difficoltà d'ogni specie,
hanno tutte una forma straordinariamente regolare. Amsterdam è un
semicircolo, l'Aja è un quadrato, Rotterdam è un triangolo equilatero.
La base del triangolo è una immensa diga, che difende la città dalla
Mosa, chiamata Boompjes, che significa in olandese alberetti, da una
fila di piccoli olmi, ora altissimi, che vi furon piantati quando fu
costruita. Un'altra gran diga forma un secondo baluardo contro le
inondazioni del fiume, che divide in due parti quasi uguali la città,
dal mezzo del lato sinistro fino all'angolo opposto. La parte di
Rotterdam compresa fra le due dighe è tutta grandi canali, isolette e
ponti, ed è la città nuova; quella che si stende di là dalla seconda
diga è la città antica. Due grandi canali si stendono lungo gli altri
due lati della città fino al vertice, dove si congiungono, e ricevono un
fiume che si chiama Rotte, il quale, colla parola _dam_ che significa
diga, forma il nome di Rotterdam.

Compiuto così il mio dovere di viaggiatore coscienzioso, usando mille
cautele per non offendere nemmeno col fiato la pulizia purissima di quel
gioiello di camera, mi abbandonai con una sorta di timidità contadinesca
al mio primo letto olandese.

I letti olandesi, parlo di quei degli alberghi, sono ordinariamente
corti, larghi, e occupati in buona parte da un grandissimo guanciale
pieno di piuma, nel quale s'affonderebbe la testa d'un ciclope; e
aggiungo, per dir tutto, che il lume ordinario è una bugia di rame
grande come un piatto che potrebbe sostenere una torcia a vento, e regge
invece, una candelina corta e sottile come il dito mignolo di una
spagnuola.

La mattina, appena levato, scesi le scale a precipizio.

Che strade, che case, che città, che confusione di cose nuove per uno
straniero: che spettacolo diverso da tutto quel che si vede in tutti gli
altri paesi d'Europa!

Vidi prima l'Hoog-Straat, una strada lunghissima e diritta, che corre
sulla diga interna della città.

Le case senza intonaco, color di mattone di tutte le sfumature, dal
rosso cupo quasi nero, al rosso quasi roseo, la maggior parte non più
larghe di due finestre e non più alte di due piani, hanno il muro della
facciata che sorpassa e nasconde il tetto, stringendosi in forma di
triangolo mozzo, sormontato da un frontone. Di queste facciate a punta,
altre s'alzano con due curve, come un lungo collo senza testa; altre son
tagliate a scalini, come le case che fanno i bambini coi legnetti;
alcune presentano il prospetto d'un padiglione conico, altre di
chiesuole di campagna, altre di baracche da palcoscenico. I frontoni
sono generalmente contornati di righe bianche, di ornati di cattivo
gusto, di grossolani rabeschi in rilievo intonacati; le finestre e le
porte, con larghi contorni bianchi; altre righe bianche fra piano e
piano; gli spazii tra porta e porta di bottega, rivestiti di legno
bianchiccio; così che per tutta la lunghezza delle strade non si vedon
che due colori: bianco e rosso scuro, e in lontananza tutte le case
paion nere, listate di tela, e presentano un aspetto tra funebre e
carnevalesco, che lascia in dubbio se s'abbia da dire che rattrista o
che rallegra. Al primo aspetto mi venne da ridere, non parendomi
possibile che quelle case fossero state fatte sul serio, e che ci
potesse star dentro della gente posata. Avrei detto che passata
l'occasione di non so che festa dovessero sparire, come certi edifizi di
cartone dopo che si son fatti i fuochi d'artifizio.

Mentre guardavo così vagamente la strada, vidi una casa che mi fece fare
un atto di stupore. Credetti d'aver preso abbaglio, la guardai meglio,
guardai le case vicine, le raffrontai colla prima e fra di loro, e
temetti ancora di aver le traveggole. Svoltai in fretta in una strada
laterale e mi parve di vedere la stessa cosa. Infine mi persuasi che
veramente non m'ingannavo, e che tutta la città era in quel modo.

Tutta la città di Rotterdam è tal quale sarebbe una città rimasta
immobile nel punto che, scossa da un terremoto, stava per cadere in
rovina.

Tutte le case--si possono, in una strada, contar le eccezioni sulle
dita--pendono, quale più quale meno; ma la maggior parte tanto che,
all'altezza del tetto, sporgono innanzi un buon braccio dalla casa
vicina, che sia ritta o inclinata appena visibilmente. Ma lo strano è
questo, che le case che si toccano le une con le altre, sono inclinate
da diverse parti; una pende innanzi, che pare voglia precipitare;
l'altra pende indietro; una s'inclina a sinistra, l'altra s'inclina a
destra. In alcuni punti sei o sette case contigue pendono tutte innanzi,
quelle in mezzo di più, quelle all'estremità di meno, formando così una
gran pancia come uno stecconato che s'incurvi sospinto da una folla. In
altri punti due case un po' discoste s'inclinano l'una verso l'altra
come si sorreggessero a vicenda. In certe strade, per un lungo tratto,
tutte le case pendono dalla stessa parte di fianco, come alberi
abbattuti l'un sull'altro dal vento; e poi, per un altro lungo tratto,
pendono tutte nella direzione opposta, come un'altra fila d'alberi
incurvati da un vento contrario. In alcuni punti vi è una certa
regolarità d'inclinazione, che quasi non si avverte; in altri, su certi
crocicchi, in certe stradette è uno scompiglio da non poter descrivere,
una vera baldoria architettonica, una danza di case, un disordine che
sembra animato. Vi son le case che par che caschin innanzi dal sonno,
quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che s'inclinano
l'una verso l'altra, quasi fino a toccarsi coi tetti, come per
confidarsi di segreti; quelle che si cascano addosso le une alle altre
come ubriache; alcune che pendono indietro, in mezzo a due che pendono
innanzi, come malfattori strascinati da due guardie; schiere di case che
fanno una riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate
verso una nel mezzo, che par che congiurino contro qualche palazzo. E
dirò poi il segreto della cosa.

Ma nè la forma, nè l'inclinazione son quello che mi parve più curioso in
quelle case.

Bisogna osservarle attentamente, una per una, dall'alto al basso, e c'è
da divertirsi come dinanzi a un quadro.

Sulla sommità della facciata, nel mezzo del frontone, sporge, in alcune
case, un tronco di trave inclinato, con una carrucola e una corda per
calare e tirar su secchiolini e corbelli. In altre, sporge pure, da un
finestrino tondo, una testa di cervo, di montone o di capra. Sotto la
testa, v'è un cordone di pietre imbiancate, o una traversa di legno che
taglia tutta la facciata. Sotto la traversa, vi son due larghe finestre,
sulle quali sporgono due tende in forma di baldacchino ricascanti dai
lati. Sotto queste tende, sui vetri più alti, una piccola cortina verde.
Sotto la cortina verde, due tendine bianche ed aperte, in mezzo alle
quali è sospesa una gabbietta d'uccelli o un canestro pieno di fiori che
spenzolano. Sotto questo canestro, appoggiata ai vetri, una rete di
sottilissimi fili di ferro incorniciata, che impedisce di veder dentro
la stanza. Dietro la rete, negli intervalli fra la rete stessa e i muri
della finestra, un tavolinetto con su porcellane, cristallame, fiori,
ninnoli, figurine. Sulla pietra del davanzale, dalla parte della strada,
una fila di piccoli vasi di fiori. Nel mezzo della pietra o da un lato,
un ferro sporgente sulla strada, curvo, rivolto in su, che sostiene due
specchi uniti in forma d'un libro, mobili, e sormontati da un terzo
specchietto, pure mobile; in modo che dall'interno della casa si può
vedere, senz'essere visti, tutto quello che segue nella strada. In
alcune case, tra finestra e finestra sporge un lampione. Sotto le
finestre, la porta di casa o d'una bottega. Se è una bottega, v'è sopra
la porta o una testa di moro colla bocca spalancata, o una testa di
turco che fa la smorfia: ora un elefante, ora un'oca: dove una testa di
cavallo, dove una testa di toro, dove un serpente, dove una mezza luna,
dove un mulino a vento, dove un braccio disteso che tiene in mano un
oggetto diverso secondo il genere della bottega. Se è la porta di
casa,--sempre chiusa,--v'è una lastra di ottone con su scritto il nome
dell'inquilino, un'altra lastra con una buca per le lettere, una terza
lastra sul muro col pomo del campanello; lastre, chiodi, serrature,
tutto luccicante come l'oro. Dinanzi alla porta un ponticino di
legno--perchè in molte case il piano terreno è assai più basso della
strada;--e dinanzi al ponticino, due colonnette di pietra sormontate da
due palle; altre colonnette sul davanti unite con catene di ferro, fatto
di grossi anelli in forma di croci, di stelle, di poligoni; nel vuoto
tra la strada e la casa, vasi di fiori; sulle finestre del pian terreno,
nascoste in quel fosso, altri vasi e tendine. Nelle stradette appartate,
poi, gabbie d'uccelli a destra e a sinistra delle finestre, cassette
piene di verdura, panni appesi, biancheria distesa, mille colori, mille
oggetti che sporgono e che dondolano, da parere una fiera universale.

Ma senza uscire dalla vecchia città, basta allontanarsi dal centro, per
vedere a ogni passo qualcosa di nuovo.

Andando per certe strade strette e diritte, si vedono tutt'a un tratto
chiuse in fondo come da una tenda che nasconde la campagna, e che appena
comparsa, sparisce, ed è la vela d'un bastimento che passa per un
canale. In altre strade, si vede in fondo una rete di cordami che par
tesa fra le due ultime case per impedire il passaggio, e sono cordami di
bastimenti fermi in un bacino. In fondo ad altre strade si vede la porta
d'un ponte levatoio, sormontata da due lunghe travi parallele che
presentano un aspetto bizzarro, come d'una gigantesca altalena destinata
a divertimento della gente leggiera, che sta in quelle case stravaganti.
In altre strade, si vede in fondo un mulino a vento, alto come un
campanile, e nero come una torre antica, che gira le braccia a modo
d'una enorme girandola sopra i comignoli delle case vicine. Da tutte le
parti infine, fra le case, sopra i tetti, in mezzo agli alberi lontani,
si vedono spuntare alberi di bastimenti, bandierine, vele, qualcosa che
ricorda che s'è circondati dall'acqua, e che fa immaginare che la città
sia fabbricata nel bel mezzo d'un porto.

In questo tempo s'erano aperte le botteghe e popolate le strade.

V'era gran movimento di gente, ma gente affaccendata senza fretta, la
qual cosa distingue il movimento delle strade di Rotterdam da quello di
certe strade di Londra, che a parecchi viaggiatori parvero
somigliantissime fra loro, in specie per il colore delle case e
l'aspetto grave degli abitanti. Visi bianchi, visi pallidi, visi color
di cacio parmigiano, capelli biondi, biondissimi, rossicci, giallastri,
larghi visi sbarbati, barbe intorno al collo, occhi azzurri, chiari
tanto da doverci cercar le pupille; donne tarchiate, grasse, rosee,
lente, con cuffiette bianche, e orecchini in forma di cavaturaccioli:
son le prime cose che osservai nella folla.

Ma la gente non era quello che per il momento stimolasse di più la mia
curiosità. Attraversai l'Hoog-Straat, e mi trovai nella città nuova.

Qui non si sa più dire se è una città o un porto, se c'è più terra o più
acqua, se c'è più bastimenti o più case.

Sono lunghi e larghi canali che dividono la città in tante isole, unite
per mezzo di ponti levatoi, di ponti giranti e di ponti di pietra. Dalle
due parti di ogni canale si stendono due strade, fiancheggiate ciascuna
da una fila d'alberi dalla parte dell'acqua e da una schiera di case
dalla parte opposta. Tutti questi canali formano altrettanti porti
abbastanza profondi da ricevere i più grandi bastimenti, e ogni canale
n'è pieno da un capo all'altro, fuor che in un ristretto spazio nel
mezzo che serve per l'entrata e per l'uscita. Par di vedere un'immensa
flotta imprigionata in una città.

Quando vi giunsi era l'ora del maggior movimento; e io m'andai a
piantare sul ponte più alto del crocicchio principale.

Si vedevano quattro canali, quattro foreste di bastimenti, fiancheggiate
da otto file d'alberi; le strade ingombre di mercanzie e di gente;
branchi di bestiame che passavan sui ponti; ponti che s'alzavano o si
spezzavano per lasciar passare i bastimenti, ed erano appena riabbassati
o ricomposti, che v'irrompeva su un'onda di gente, di carrozze e di
carretti; bastimenti che entravano o uscivano dai canali, lucenti come
modelli da museo, colle donne e i bambini dei marinai sul ponte;
barchette che guizzavano fra bastimento e bastimento; un via vai
d'avventori nelle botteghe; un gran lavorío di serve che lavavano muri e
vetrate; e tutto questo movimento rallegrato dal riflesso dell'acqua,
dal verde degli alberi, dal rosso delle case, dai mulini altissimi che
disegnavano lontano la loro cima nera e le loro ali bianche sul cielo
azzurro; e più ancora, da un'aria non vista mai in alcun'altra città
settentrionale, di semplicità e di quiete.

Osservai attentamente un bastimento olandese.

Quasi tutti i bastimenti affollati nei canali di Rotterdam non fanno
altri viaggi che sul Reno e in Olanda; hanno un albero solo, e son
larghi, robusti, e variopinti come barchette da giocattolo. Il fasciame
della carcassa è per lo più color verde d'erba montanina, ornato intorno
all'orlo d'una striscia rossissima o bianca, o di parecchie striscie,
che paiono una gran fascia di nastri di vario colore. La poppa, per lo
più, è dorata. Il tavolato del ponte e l'albero sono inverniciati e
lucidi, come il più pulito pavimento di sala. Il rovescio dei coperchi
delle botole, le secchie, i barili, le antenne, le assicelle, tutto è
tinto di rosso, strisciato di bianco o di azzurro. Il casotto dove stan
le famiglie dei marinai è anch'esso colorito come un chiosco chinese, e
ha i suoi vetri limpidissimi e le sue tendine bianche ricamate e legate
con nastri color di rosa. In tutti i ritagli di tempo, marinai, donne e
fanciulli sono occupati a lavare, a spazzare, a strofinare da tutte le
parti con una cura infinita; e quando poi il loro bastimentino fa la sua
uscita dal porto tutto fresco e pomposo come un cocchio di gala, essi
ritti sulla poppa cercano con alterezza un muto complimento negli occhi
della gente accalcata lungo i canali.

Di canale in canale, di ponte in ponte, arrivai sino alla diga dei
Boompjes, dinanzi alla Mosa, dove ferve tutta la vita della grande città
commerciale. A sinistra si stende una lunga fila di piccoli piroscafi
variopinti, che partono ogni ora del giorno per Dordrecht, per Arnhem,
per Gouda, per Schiedam, per Brilla, per la Zelanda, e riempiono
continuamente l'aria del suono allegro delle loro campanelle e di
nuvoletti bianchi di fumo. A destra ci sono i grandi bastimenti che
fanno il viaggio ai vari porti d'Europa, frammisti ai bellissimi navigli
a tre alberi che vanno alle Indie orientali, coi nomi scritti a
caratteri d'oro: Java, Sumatra, Borneo, Samarang, che ravvicinano alla
fantasia quelle terre e quei popoli selvaggi, come un eco di voci
lontane. Dinanzi, la Mosa percorsa da un gran numero di barchette e di
barconi, e la riva lontana sulla quale s'inalza una foresta di faggi,
di mulini a vento, di torri d'officine; e sopra questo spettacolo, un
cielo inquieto, pieno di bagliori e di oscurità sinistre, che si agita e
si trasforma, come per imitare il movimento operoso della terra.

       *       *       *       *       *

Rotterdam--cade qui a proposito il dirlo--è, per importanza commerciale
la prima città dell'Olanda, dopo Amsterdam. Era già una fiorente città
di commercio nel tredicesimo secolo. Ludovico Guicciardini, nella sua
opera sui Paesi-Bassi, già rammentata, adduce una prova della ricchezza
di quella città nel decimosesto secolo, dicendo che in men d'un anno
riedificò novecento case ch'erano state distrutte da un incendio. Il
Bentivoglio, nella sua storia della guerra di Fiandra, la chiama _terra
delle più grosse e più mercantili che abbia l'Olanda_. Ma la sua maggior
prosperità non comincia che dopo il 1830, ossia dopo la separazione
dell'Olanda e del Belgio, che parve fruttare a lei tutto quello che fece
perdere alla sua rivale Anversa. La sua situazione è vantaggiosissima.
Comunica col mare per la Mosa, che conduce nel suo porto, in poche ore,
i più grandi bastimenti mercantili, e per lo stesso fiume comunica col
Reno, che le porta dalle montagne della Svizzera e della Baviera una
immensa quantità di legname, foreste intere che vanno in Olanda a
trasformarsi in navi, in dighe e in villaggi. Più di ottanta bellissimi
bastimenti vanno e vengono, nello spazio di nove mesi, tra Rotterdam e
le Indie. Le merci vi affluiscono da ogni parte in così grande
abbondanza, che debbono essere portate in parte nelle città vicine.
Intanto Rotterdam si allarga; vi si stanno costruendo dei vasti
magazzini e si lavora intorno a un ponte smisurato che attraverserà la
Mosa e tutta la città, stendendo così la strada ferrata che ora
s'arresta nella riva sinistra del fiume, sino alla porta di Delft, dove
si congiungerà colla strada dell'Aja.

Rotterdam, in somma, ha un avvenire più splendido che Amsterdam, ed è da
molto tempo una rivale temuta della sorella maggiore. Non possiede le
grandi ricchezze della capitale; ma è più industriosa nel valersi delle
sue; intraprende, ardisce, rischia, da città giovane e avventurosa.
Amsterdam, come un negoziante divenuto cauto dopo essersi fatto ricco
con imprese ardite, comincia a sonnecchiare sui suoi tesori. A
Rotterdam, per definire in un tratto le tre grandi città dell'Olanda, si
fa fortuna; in Amsterdam, si consolida; all'Aja, si spende.

Si capisce da questo come Rotterdam debba essere guardata un po'
dall'alto in basso dalle altre due città; un po' considerata come una
_parvenue_, anche per un'altra ragione: che è mercantessa pretta non
occupata d'altro che dai suoi affari, e che ha poca aristocrazia, e
quella poca non ricchissima e modesta. Amsterdam invece racchiude il
fiore dell'alto patriziato mercantile; Amsterdam ha grandi musei di
pittura, protegge le arti, è letterata; unisce, in somma, il titolo al
sacchetto. Malgrado però la sua superiorità, essa è gelosa della sua
sorella cadetta, e questa di lei; gareggiano e si dispettano; quello che
fa l'una fa l'altra; quello che il Governo accorda all'una, l'altra lo
vuole; in questo stesso momento, aprono tutt'e due un canale verso il
mare; due canali dei quali non è ancora ben certo se si potranno
servire; ma non monta; i bambini fanno così:--Pietro ha un
cavallo;--voglio un cavallo anch'io; e il Governo, babbo condiscendente,
deve contentare il grande e il piccino.

       *       *       *       *       *

Visto il porto, percorsi tutta la diga dei Boompjes, sulla quale si
stende una schiera non interrotta di grandi case nuove, costrutte
all'uso di Parigi e di Londra,--case che, come da per tutto, gli
abitanti ammirano e lo straniero non guarda, o guarda con dispetto;--poi
tornai indietro, rientrai in città, e di canale in canale, di ponte in
ponte, riuscii nell'angolo formato dall'Hoog-Straat con uno dei due
canali lunghissimi che chiudono la città ad oriente.

Quella è la parte più povera della città.

Entrai nella prima strada che vidi e feci parecchi giri in quel
quartiere, per veder da vicino come sta la gente bassa nelle città
olandesi. Le strade sono strettissime e le case più piccine e più
sbilenche che in ogni altra parte; di molte si può toccare il tetto
colle mani; le finestre sono a poco più d'un palmo da terra; le porte
basse da doversi chinare per entrarci. Malgrado ciò, non v'è la menoma
apparenza di miseria. Anche là le finestre hanno i loro specchietti--le
spie, come si dicono in olandese,--i loro vasi di fiori sul davanzale,
difesi da cancellatine verdi; le loro tendine bianche; gli usci tinti di
verde o di azzurro; tutto spalancato, in modo che si vedon le camere da
letto, le cucine, tutti i recessi della casa, stanzette che paiono
scatole, dove la roba è ammontata come in botteghe da rigattieri; ma
rami, stoviglie, mobili, tutto pulito e luccicante come in case di
signori. Passando per quelle strade non si trova ombra di sudiciume da
nessuna parte, non si sente un cattivo odore, non si vede nè un cencio
nè una mano tesa per chiedere: si respira la pulizia e il benessere, e
si pensa con vergogna ai luridi quartieri dove formicola il basso popolo
in molte delle nostre città, ed anco non nostre, non esclusa Parigi, che
ha pure la sua strada Mouffetard.

       *       *       *       *       *

Tornando verso l'albergo, passai per la piazza del gran mercato, posta
nel bel mezzo della città, e non meno strana di tutto quello che la
circonda.

È una piazza sospesa sull'acqua; nello stesso punto piazza e ponte; un
ponte larghissimo che congiunge la diga principale,--l'Hoog-Straat,--con
un quartiere della città, circondato da canali. Questa piazza aerea è
cinta di vecchi edifizi su tre dei suoi lati, sull'uno dei quali s'apre
una strada lunga, stretta ed oscura, occupata tutt'intera da un canale
che pare una strada di Venezia; ed è aperta dal quarto lato sur una
specie di bacino formato dal canale più largo della città, che comunica
direttamente colla Mosa. Su questa piazza s'innalza, circondata da
baracche e da carretti, in mezzo a mucchi di legumi, d'aranci, di
tegami, fra una folla di rivendugliole e di merciaiuoli, dentro una
cancellata coperta di stuoie e di cenci, la statua di Desiderius
Erasmus, la prima gloria letteraria di Rotterdam; quel Gerrit
Gerritz,--poichè il nome latino, a somiglianza di tutti gli altri grandi
scrittori del suo tempo, se l'era posto egli medesimo;--quel Gerrit
Gerritz appartenente, per la sua educazione, il suo stile e le sue idee,
alla famiglia degli umanisti e degli eruditi d'Italia, scrittore fine,
profondo e infaticabile di lettere e di scienze, che riempì del suo nome
l'Europa fra il decimoquinto e il decimosesto secolo, che fu colmato di
favori dai papi, cercato, festeggiato dai principi; e delle cui
innumerevoli opere, scritte tutte in latino, si legge ancora l'_Elogio
della pazzia_, dedicato a Tommaso Moro. Quella statua di bronzo,
innalzata nel 1622, rappresenta Erasmo vestito d'una pelliccia, con un
berretto di pelo, un po' inclinato innanzi come uno che cammina, con un
grosso libro aperto in mano, nell'atto di leggere; e il piedestallo
porta una doppia iscrizione olandese e latina che lo chiama _vir sæculi
sui primarius_ e _civis omnium præstantissimus_. E malgrado questo
pomposo elogio, il povero Erasmo, piantato là come una guardia
municipale in mezzo al mercato, fa compassione. Non v'è, io credo,
sulla faccia della terra un'altra statua di letterato che sia come la
sua trascurata da chi passa, disprezzata da chi la circonda, commiserata
da chi la guarda. Ma chi sa che Erasmo, da quell'arguto filosofo che fu
e che dev'essere ancora, non si contenti di quel cantuccio, tanto più
che non è lontano da casa sua, se la tradizione non tradisce. In una
stradetta vicino alla piazza, nel muro d'una piccola casa occupata da
una taverna, si vede dentro una nicchia una statuetta di bronzo che
rappresenta il grande scrittore, e sotto la nicchia l'iscrizione _Hæc
est parva domus magnus qua natus Erasmus_; che forse otto su dieci
Rotterdamesi non hanno mai letta nè vista.

In un angolo di quella stessa piazza, v'è una piccola casa chiamata la
_casa della paura_, sopra un muro della quale si vede un'antica pittura
di cui non ricordo il soggetto. Il nome di casa della paura le fu posto,
stando alla tradizione, perchè i più cospicui personaggi vi si
ricoverarono quando gli Spagnuoli diedero il sacco alla città, e vi
rimasero chiusi tre giorni interi senza mangiare. E non è quella la sola
memoria degli Spagnuoli che si conservi a Rotterdam. Molti edifizi,
costrutti al tempo della loro dominazione, rammentano la maniera
d'architettura che s'usava allora nella Spagna; e parecchi portano
ancora iscrizioni spagnuole. Nelle città d'Olanda le iscrizioni sulle
case sono molto comuni. Le case si gloriano della loro vecchiezza come
le bottiglie di vino, e mostrano la data della loro costruzione scritta
in grandi caratteri nel mezzo della facciata.

       *       *       *       *       *

Sulla piazza del mercato potei osservare con tutto comodo gli orecchini
delle donne, i quali sono una cosa da meritare che se ne parli
minutamente.

A Rotterdam non vidi che gli orecchini in uso nell'Olanda meridionale;
ma anche solo in questa provincia, la varietà è grandissima. Si
somigliano però tutti in questo, che invece di essere appesi
all'orecchio, sono appesi alle due estremità d'un cerchio metallico,
d'oro o d'argento o di rame dorato, che cinge la testa come un mezzo
diadema, e viene a terminare sulle tempie. Gli orecchini più comuni
hanno la forma d'una spirale a cinque o sei giri, sovente larghissimi, e
sono attaccati in modo alle due estremità del cerchio, che sporgono
innanzi al viso come le gambe di un paio d'occhiali. Molte donne portano
ancora appesi a queste spirali due orecchini della forma ordinaria, ma
più grandi, i quali scendono quasi fino a toccare il seno e dondolano
dinanzi alle guance come le gingioliere dei bovi. Altre hanno il cerchio
d'oro che cinge anche la fronte ed è cesellato, ornato di fiorami in
rilievo, di borchiette, di bottoni. Quasi tutte portano i capelli lisci
e compressi, e una cuffia bianca ricamata od ornata di trina che copre e
stringe la testa come una cuffia da notte e scende in forma di velo pure
trinato e ricamato intorno al collo e sulle spalle. Questo velo
svolazzante all'uso arabo e quegli orecchini spropositati e
stravaganti, dànno a queste donne un aspetto tra regale e barbaresco,
che, se non fossero bianche come sono, le farebbe pigliare per donne di
qualche paese selvaggio, che avessero conservato del loro costume nativo
l'ornamento del capo. Non mi meraviglio che certi viaggiatori, al vedere
per la prima volta quegli orecchini, abbiano creduto che fossero ad un
tempo un ornamento e uno strumento, e abbiano chiesto a che cosa
servissero. Ma si può anche supporre che siano fatti così per un altro
scopo: che servano cioè come armi di difesa al pudore femminile, perchè
un impertinente che avvicinasse troppo il viso, incontrerebbe
quell'impedimento almeno quattro dita prima di giungere a toccare la
guancia. Questi orecchini, portati particolarmente dalle donne del
contado, son quasi tutti d'oro e costano, grandi come sono e poi col
cerchio e gli altri accessorii, una bella somma; ma dei contadini
olandesi vidi ben altre ricchezze nelle mie passeggiate in campagna.

       *       *       *       *       *

Vicino alla piazza del mercato v'è la Cattedrale, fondata verso la fine
del decimoquinto secolo, al tempo della decadenza dell'architettura
ogivale: allora chiesa cattolica, dedicata a san Lorenzo, ora la prima
chiesa protestante della città. Il protestantesimo, vandalo della
religione, entrò nella chiesa antica col piccone e col pennello
dell'imbianchino, ruppe, scrostò, sdorò, intonacò, lacerò con pedantesco
fanatismo tutto quello che vi rinvenne di bello e di splendido, e la
ridusse un edifizio nudo, bianco, freddo, quale avrebbe dovuto essere,
al tempo degli _Dei falsi e bugiardi_, un tempio consacrato alla Dea
della Noia. Un organo immenso, composto di quasi cinquemila canne, che
rende, fra gli altri suoni, l'effetto dell'eco; alcune tombe d'ammiragli
ornate di lunghi epitaffi olandesi e latini; molti banchi, qualche
ragazzo col cappello in capo, un gruppo di donne che chiacchieravano ad
alta voce, un vecchietto col sigaro in bocca in un canto: non vidi
altro. Quella era la prima chiesa protestante in cui mettevo il piede e
confesso che mi fece un senso sgradevole, misto un po' di tristezza e di
scandalo. Confrontai quell'aspetto di chiesa devastata colle magnifiche
cattedrali d'Italia e di Spagna, dove sulle pareti rischiarate d'una
luce soave e misteriosa, a traverso le nuvole d'incenso, s'incontrano
gli sguardi amorosi degli angioli e delle sante, che ci mostrano il
cielo; dove si vedono tante immagini d'innocenza che rasserenano, tante
immagini di dolore che aiutano a soffrire, che ispirano la
rassegnazione, la pace, la dolcezza del perdono; dove il povero senza
tetto e senza pane, respinto dalla porta del ricco, può pregare fra i
marmi e gli ori, come in una reggia, nella quale non è disdegnato, fra
uno splendore e una pompa che non lo umilia, che anzi onora e conforta
la sua miseria; quelle cattedrali, in fine, dove c'inginocchiammo da
fanciulli accanto a nostra madre, e sentimmo per la prima volta una
dolce sicurezza di riviver un giorno con lei in quei profondi spazi
azzurri che vedevamo dipinti nelle cupole sospese sul nostro capo.
Confrontando quella chiesa con queste cattedrali, mi accorsi ch'ero
assai più cattolico che non credessi, e sentii la verità di quelle
parole del Castelar:--Ebbene, sì, sono razionalista: ma se un giorno
dovessi tornare in seno ad una religione, tornerei a quella splendida
dei miei padri, e non a codesta religione squallida e nuda, che
rattrista i miei occhi e il mio cuore!

Dall'alto della torre si vede con un colpo d'occhio tutta la città di
Rotterdam coi suoi piccoli tetti rossi ed acuti, i suoi larghi canali, i
suoi bastimenti sparpagliati fra le case, e tutt'intorno alla città, una
pianura sconfinata e verdissima, percorsa da canali fiancheggiati
d'alberi, sparsa di mulini a vento, di villaggi nascosti in mezzo a
mucchi di verzura, che non mostrano che la punta dei loro campanili. In
quel momento il cielo era sereno, si vedevano luccicare le acque della
Mosa dalle vicinanze di Bois-le-Duc fino quasi alla sua foce; si
scorgevano i campanili di Dordrecht, di Leida, di Delft, dell'Aja, di
Gouda; ma da nessuna parte, nè vicino nè lontano, una collina, un rialto
di terra, una curva che interrompesse la linea diritta rigidissima
dell'orizzonte. Era come un mare verde ed immobile, sul quale i
campanili rappresentavano alberi di bastimenti ancorati. L'occhio
spaziava su quell'immenso piano quasi riposandosi, ed io provavo per la
prima volta quel sentimento indefinibile che ispira la campagna
olandese, che non è tristezza, nè piacere, nè noia, ma un misto di
tutte e tre queste cose, che ci tien là molto tempo immobili, senza
saper che cosa si guarda e a che cosa si pensa.

Tutt'a un tratto fui scosso da una musica bizzarra che non capii subito
di dove venisse. Erano campane che suonavano un'arietta allegra con note
argentine, le quali ora scoccavano lente che pareva si staccassero a
fatica l'una dall'altra, ora prorompevano in gruppi, in fioriture
strane, in trilli, in scoppi sonori; una musica saltellante e piena di
ghiribizzi, che aveva qualcosa di primitivo come la città variopinta,
sulla quale si spandevan le sue note a guisa d'uno stormo d'uccelli; e
anzi consuonava così al carattere della città, che pareva la sua voce
naturale, un'eco della vita antica di quella gente, che faceva pensare
al mare, alla solitudine, alle capanne, e nello stesso tempo destava il
riso e toccava il cuore. All'improvviso la musica cessò e sonarono le
ore. In quello stesso punto altri campanili lanciavano nell'aria altre
ariette delle quali mi arrivavano appena all'orecchio le note più acute,
e finite le ariette, suonavan le ore come il primo. Questo concerto
aereo, come seppi poi, e me ne fu spiegato il meccanismo, si ripete ad
ogni ora del giorno e della notte, in tutti i campanili dell'Olanda; e
sono arie di canzoni nazionali, di salmi, d'opere italiane e tedesche.
Così in Olanda l'ora canta, come per distrarre la mente dal pensiero
triste del tempo che fugge, e canta la patria, la religione e l'amore,
con un'armonia che sorvola a tutti i rumori della terra.

       *       *       *       *       *

Ora, per continuare a dire per ordine quello che vidi e quello che feci,
devo condurre chi legge in un caffè e pregarlo d'assistere al mio primo
desinare olandese.

       *       *       *       *       *

Gli Olandesi mangiano molto. Il maggior piacere che si pigli da loro,
come dice il cardinale Bentivoglio, è fra i conviti e le tavole. Ma non
sono golosi, son voraci; tirano alla quantità più che alla qualità. Fin
dai tempi antichi, erano canzonati dai loro vicini, non soltanto per la
ruvidezza dei loro costumi, ma per la semplicità del loro nutrimento: si
chiamavano mangiatori di latte e di formaggio. Mangiano generalmente
cinque volte al giorno. Di levata, tè, caffè, latte, pane, cacio, burro;
poco prima di mezzogiorno una buona colezione; prima di pranzo, quello
che si direbbe uno spuntino, cioè un bicchier di liquore e qualche
biscotto; poi un gran pranzo; e la sera tardi il pusigno, per usare la
parola propria, ossia qualche cosuccia, tanto per non andare a letto
collo stomaco ozioso. Mangiano poi in comune in molte occasioni non
parlo di nascite e di matrimoni, che è uso di tutti i paesi; ma, per
esempio, di sepolture: usando che gli amici e i conoscenti che hanno
accompagnato il convoglio funebre, riconducano la famiglia del defunto a
casa, e là siano invitati a mangiare e a bere, e facciano per solito
molto onore ai loro ospiti. La pittura olandese, quando non ci fosse
altra testimonianza, è là per provarci la parte principalissima che ebbe
sempre la tavola nella vita di quel popolo. Oltre gl'infiniti quadri di
soggetti casalinghi, nei quali si direbbe che il piatto e la bottiglia
sono i protagonisti, quasi tutti i grandi quadri che rappresentano
personaggi storici, borgomastri, guardie civiche, li mostrano seduti a
tavola in atto di mordere, di tagliare, di mescere. Persino il loro
eroe, Guglielmo il Taciturno, l'incarnazione della nuova Olanda, incarnò
pure quest'amor nazionale della tavola, ed ebbe il primo cuoco dei suoi
tempi; un così grande artista che i principi tedeschi mandavano dei
principianti a perfezionarsi alla sua scuola, e Filippo II, in uno di
quei periodi d'apparente riconciliazione col suo mortale nemico, glielo
chiese in regalo.

Ma, come dissi, il carattere principale della cucina olandese è
l'abbondanza, non la raffinatezza. I Francesi, che sono buongustai, ci
trovano molto a ridire. Mi ricordo d'uno scrittore di certe _Mémoires
sur la Hollande_, che inveisce con impeto lirico contro il mangiare
degli Olandesi, dicendo:--Cos'è questo mangiar zuppe alla birra? questo
mescolar carne e confetti? questo divorar tanta carne senza pane?--Altri
scrittori di libri sull'Olanda hanno parlato dei loro desinari in quel
paese, come di sventure domestiche. È superfluo il dire che son tutte
esagerazioni. Alla cucina olandese si può abituare in poco tempo anche
una bocca ultradelicata. Il fondo del desinare è sempre un piatto di
carne, col quale si servono altri quattro o cinque piatti di salumi e di
legumi, che ognuno mescola e combina a modo suo col piatto principale.
Le carni sono squisite e i legumi squisitissimi, e cucinati in mille
maniere diverse: degni di menzione particolare la patate e i cavoli, e
ammirabile l'arte di far le frittate. Non parlo della caccia, dei pesci,
dei latticini, del burro, perchè ne parla la fama; e taccio, per non
lasciarmi vincere dall'entusiasmo, di quel celebrato formaggio, nel
quale, quando s'è fatto tanto di ficcare il coltello, si continua a
infierire con una sorta di furore crescente, menando fendenti e puntate,
e abbandonandosi a ogni specie di lavori d'intaglio e di scavo, finchè è
vuota la forma, e il desiderio aleggia ancora sulle rovine.

Uno straniero che desina per la prima volta in una trattoria olandese
vede parecchie novità. Prima d'ogni cosa, dei piatti d'una grandezza e
d'uno spessore straordinarii, proporzionati all'appetito nazionale; e in
molti luoghi, una salvietta di carta bianca sottilissima, piegata a tre
punte, contornata di fiori a stampa, con un piccolo paesaggio agli
angoli, e il nome del caffè o della trattoria o un _Bon appetit_
stampato in grandi caratteri azzurri. Lo straniero, per essere sicuro
del fatto suo, ordina un rosbiffe, e gliene portano una mezza dozzina di
fette grandi come una foglia di cavolo; o una bistecca, e gli portano un
cuscinetto di carne sanguinosa che basterebbe a saziare una famiglia; o
del pesce, e gli portano un animale lungo come la tavola; e con ciascuna
di queste cose, una montagnola di patate bollite e un vasettino di
mostarda vigorosa. Di pane, una fettina un po' più grande di uno scudo,
e sottile come una cartilagine; cosa spiacevole per noi latini, che
divoriamo il pane come accattoni; così che in una trattoria olandese ci
tocca a domandarne ogni momento, con grande stupore dei camerieri. Con
uno di quei tre piatti, e un bicchier di birra di Baviera o di birra
d'Amsterdam, un galantuomo può dire di aver desinato. Di vino, chi per
poco abbia il granchio alla borsa, in Olanda non se ne discorre, perchè
è caro assaettato; ma siccome là le borse son gonfie, così quasi tutti
gli Olandesi dal mezzo ceto in su, ne bevono; e ci son certo pochi paesi
dove si trovi la varietà e l'abbondanza di vini stranieri che si trova
in Olanda: francesi e del Reno particolarmente.

Chi, dopo desinare, vuol dei liquori, in Olanda trova il fatto suo. Non
c'è bisogno di dire che i liquori olandesi sono famosi nel mondo, e che
è famosissimo per tutti il schiedam, estratto di ginepro, così chiamato
dalla piccola città di Schiedam, distante poche miglia da Rotterdam,
nella quale si trovano più di duecento fabbriche; e per dare un'idea del
lavoro che vi si fa, basta dire che colla feccia della materia
distillata, si nutriscono anno per anno trentamila bestie suine. Questo
schiedam famoso, la prima volta che si assaggia, fa giurare e
spergiurare che non se ne beverà più una goccia se si campasse
cent'anni; ma chi ne ha bevuto, come dice il proverbio francese, ne
beverà; e si comincia a provarlo con un mucchio di zucchero; e poi con
un po' meno; e poi senza, finchè, _horribile dictu_, col pretesto
dell'umidità e della nebbia, se ne tracannano due bicchierini con una
disinvoltura da marinai. Vien dopo per ordine di nobiltà il curaçò,
liquore fine, femmineo, men vigoroso dello schiedam, ma assai più di
quel dolciume nauseabondo che si spaccia in altri paesi colla
raccomandazione del suo nome. Dopo il curaçò altri moltissimi, di tutte
le gradazioni di forza e di sapore, coi quali un bevitore esperto si può
dare, a sua fantasia, tutte le sfumature dell'ebbrezza; l'ebbrezza
gentile, la forte, la chiassosa, la cupa--e disporre in modo il suo
cervello da vedere il mondo nell'aspetto che convien meglio al suo
umore, come si farebbe con uno strumento ottico, cambiando il colore
delle lenti.

La prima volta che si desina in Olanda c'è una sorpresa curiosa al
momento di pagare lo scotto. Io avevo fatto un desinare scarso per un
batavo, ma per un italiano, abbondantino, e con quel che sapevo del gran
caro d'ogni cosa in Olanda, m'aspettavo una di quelle sonate, alle
quali, come dice Teofilo Gauthier, la sola risposta ragionevole da darsi
è una pistolettata. Fui dunque gratamente meravigliato quando il
cameriere mi disse che dovevo pagare _quarante sous_, e siccome nelle
città grandi dell'Olanda tutte le monete corrono, misi sulla tavola
quaranta soldi in argento francese, e aspettai, per dar tempo all'amico
di ravvedersi, nel caso che si fosse ingannato. Ma l'amico guardò quel
denaro senza alcun segno di ravvedimento, e disse con la più gran
serietà:--Ancora altri quaranta soldi.--Scattai sulla seggiola
domandando una spiegazione; e la spiegazione, ahimè, fu semplicissima.
L'unità monetaria, in Olanda, è il fiorino, che corrisponde a due lire
nostre e quattro centesimi; per il che il centesimo e il soldo olandesi
corrispondono a qualcosa di più del doppio del centesimo e del soldo
nostro; onde l'inganno e il disinganno.

       *       *       *       *       *

Rotterdam, la sera, presenta un aspetto impreveduto a uno straniero.
Mentre nelle altre città settentrionali a una cert'ora la vita si
raccoglie nelle case, a Rotterdam, a quella stess'ora, si espande nelle
strade. L'Hoog-Straat è percorsa fino a notte avanzata da una folla
fittissima, le botteghe sono aperte,--perchè le serve vanno a far la
spesa la sera;--i caffè sono affollati. I caffè olandesi hanno una forma
particolare. Son per lo più una sala unica, lunga, divisa per mezzo da
una tenda verde, che s'abbassa verso sera e nasconde, come un telone da
teatro, tutta la parte di dietro, la quale è la sola illuminata; la
parte davanti, separata dalla strada da una grande vetrata, rimane al
buio, in maniera che dal di fuori non vi si vede che delle forme nere, e
un luccichio di punte di sigari che paion lucciole; e tra quelle forme
nere, qualche profilo vago di donna, a cui non conviene la luce.

Dopo i caffè, dan nell'occhio, come a Rotterdam in tutte le città
d'Olanda, le botteghe dei tabaccai. Ce n'è una, si può dire, a ogni
passo; e sono senza paragone le più belle d'Europa; non escluse le
grandi botteghe di tabacchi d'Avana di Madrid. I sigari sono chiusi in
scatole di legno, su ciascuna delle quali è attaccato un ritratto a
stampa del re e della regina, o di qualche illustre cittadino olandese;
e tutte queste scatole sono ammontate nelle vetrine altissime, in mille
forme architettoniche, come di torri, di campanili, di tempietti, di
scale a chiocciola, che s'inalzano da terra fin quasi al soffitto. In
queste botteghe, risplendenti di fiammelle come botteghe di Parigi, si
trovan sigari di tutte le forme e di tutti i sapori; e il tabaccaio
cortese ve li porge in una apposita busta di carta velina, dopo averne
spuntato uno con una macchinetta.

Le botteghe olandesi sono illuminate sfarzosamente; e benchè non
presentino per sè stesse alcuna differenza da quelle delle altre grandi
città europee, offrono però un aspetto particolare, di notte, per il
contrasto che ne riesce fra il pian terreno e la parte superiore delle
case. Sotto è tutto vetri, lumi, colori, splendori; sopra son quelle
facciate cupe, con quelle punte, con quegli scalini, con quelle curve;
la parte superiore della casa è la vecchia Olanda, semplice, buia e
silenziosa; il pian terreno è la vita nuova, la moda, il lusso,
l'eleganza. Oltre a questo, siccome le botteghe, essendo tutte le case
strettissime, occupano l'intero piano terreno, e sono per lo più tanto
fitte che si toccano le une le altre, così di notte nelle strade come
l'Hoog-Straat, non si vede quasi punto muro dal primo piano in giù, e
sembra che le case sian tutte sorrette dalle vetrine, e le vetrine si
confondono tutte da lontano in due larghe striscie fiammeggianti che
fiancheggiano la strada come due siepi accese e l'inondano di luce, in
modo che vi si troverebbe uno spillo.

Passeggiando per le strade di Rotterdam, la sera, si vede che è una
città riboccante di vita, che si espande; una città, sto per dire,
adolescente, nel periodo della crescenza, la quale, come una persona nei
suoi panni, si sente d'anno in anno più allo stretto nelle sue case e
nelle sue strade. I suoi centoquattordici mila abitanti saranno forse
duecentomila in un avvenire non lontano. Le strade secondarie sono
formicai di bimbi; ce n'è un ripieno, un ribocco, che rallegra gli occhi
ed il cuore. Per le vie di Rotterdam spira un non so che aria di festa.
Quei visotti bianchi e rossi delle serve, di cui si vedono spuntare da
tutte le parti le cuffiette bianche, quei faccioni sereni di negozianti
che sorbiscono lentamente dei grandi bicchieri di birra, quelle
contadine coi grossi orecchini d'oro, quella pulizia, quei fiori alle
finestre, quella folla operosa e tranquilla, danno a Rotterdam un
aspetto di salute e di pace contenta, che fa venir sulle labbra il _Te
beata_ dei _Sepolcri_, non col grido dell'entusiasmo, ma col sorriso
della simpatia.

Rientrando all'albergo, vidi tutt'una famiglia francese ferma in un
corridoio ad ammirare i chiodi d'una porta che parevan tanti bottoni
d'argento.

       *       *       *       *       *

La mattina seguente appena levato, mi affacciai alla finestra, ch'era al
secondo piano, e vedendo i tetti delle case dirimpetto, riconobbi, con
meraviglia, che il Bismark era da scusarsi se aveva creduto di veder dei
fantasmi sui tetti delle case di Rotterdam. Sulle rocche di cammino, in
fatti, di tutte le case antiche, s'alzano dei tubi curvi o diritti,
sovrapposti di traverso gli uni agli altri, incrociati e ricrociati in
forma di braccia aperte, di forche, di corna smisurate, di atteggiamenti
impossibili, da far pensare che abbiano un significato, che sian come un
richiamo misterioso da casa a casa, e che di notte si debbano muovere
con uno scopo.

Scesi nell'Hoog-Straat, era giorno di festa, si vedevano le poche
botteghe aperte; ma nemmen quelle poche, mi dissero gli stessi Olandesi,
si sarebbero viste non molti anni fa: l'osservanza del precetto
religioso, ch'era rigorosissima, si comincia a rilassare. Vidi piuttosto
un segno di festa nel vestire della gente, e specialmente degli uomini.
Gli uomini, soprattutto delle classi inferiori (e osservai questo anche
nelle altre città) hanno una manifesta simpatia per gli abiti neri, e li
sfoggiano per lo più la domenica: cravatta nera, calzoni neri e certe
palandrane nere che toccan quasi il ginocchio; costume che coll'andatura
lenta e il viso grave, dà loro un'aria di sindaci di villaggio che
vadano ad assistere a un _Te Deum_ ufficiale.

Ma quello che mi stupì fu di vedere, a quell'ora, quasi tutte le persone
che incontravo, signori e povera gente, uomini e ragazzi, col sigaro in
bocca. Questa malaugurata abitudine di _sognare da svegli_, come
scriveva Emilio Girardin, quando faceva la guerra ai fumatori, occupa
una così larga parte nella vita degli Olandesi, che bisogna dirne
qualchecosa.

Il popolo olandese è forse di tutti i popoli del settentrione quello che
fuma di più. L'umidità del clima gliene fanno quasi un bisogno; il
prezzo moderatissimo del tabacco rende possibile a tutti di soddisfarlo.
Per mostrare quanto sia radicata quest'abitudine, basti dire che i
barcaioli del _trekschuit_, che è la diligenza acquatica dell'Olanda,
misurano le distanze col fumo. Di qui, dicono, alla tal città, ci sono,
non tante miglia, ma tante pipate. Quando s'entra in una casa, dopo il
primo saluto, l'ospite vi porge un sigaro; quando uscite, ve ne porge un
altro, qualche volta ve ne riempie le tasche. Per le strade si vedon
persone che accendono un sigaro col mozzicone ancora acceso dell'ultimo
fumato, senza soffermarsi, con aria di gente affaccendata, per la quale
è ugualmente rincrescevole di perdere un minuto di tempo e una boccata
di fumo. Moltissimi s'addormentano col sigaro in bocca, accendono il
sigaro quando si svegliano durante la notte e lo riaccendono la mattina
prima di mettere i piedi fuori del letto. Un olandese, scriveva il
Diderot, è un lambicco vivente; e pare infatti che il fumare sia per lui
quasi una funzione necessaria della vita. Molti dissero che tutto questo
fumo gli annebbia l'intelligenza. Eppure se v'è un popolo, come osserva
giustamente l'Esquiroz, che abbia un'intelligenza netta e precisa al più
alto grado, è il popolo olandese. D'altra parte in Olanda, il sigaro non
è scusa all'ozio, nè si fuma per _sognare da svegli_; ognuno fa i fatti
suoi cacciando fuori dei nuvoletti bianchi dalla bocca, regolarmente,
come il tubo di un fornello d'officina, e il sigaro, invece d'essere una
distrazione, è uno stimolo e un aiuto al lavoro. Il fumo, mi disse un
olandese, è il nostro secondo fiato; e un altro mi definì il sigaro: il
sesto dito della mano.

       *       *       *       *       *

Qui, a proposito di tabacco, vorrei raccontare la vita e la morte d'un
famoso fumatore olandese; ma temo un po' le scrollate di spalla de' miei
amici olandesi, i quali mi raccontarono quella vita e quella morte,
lamentandosi appunto che gli stranieri, che scrivon dell'Olanda, lascin
da parte delle cose importanti ed onorevoli per il paese, per occuparsi
di corbellerie di quella natura.

Ma tant'è, mi pare una corbelleria così nuova che non posso tenermela
nella penna.

V'era dunque una volta un ricco signore dei dintorni di Rotterdam, il
quale si chiamava Van Klaës, ed era soprannominato papà gran pipa,
perchè era vecchio, grosso e gran fumatore. La tradizione racconta
ch'egli aveva fatto fortuna, da onesto negoziante, nelle Indie, e ch'era
un uomo di miti costumi e di buon cuore. Tornato dalle Indie, s'era
fatto fabbricare un bellissimo palazzo vicino a Rotterdam, e in questo
palazzo aveva raccolto e disposto in forma di Museo tutti i modelli di
pipe che vide il sole, in tutti i paesi e in tutti i tempi, da quelle
che servivano agli antichi barbari per fumare la canapa alle splendide
pipe di schiuma e d'ambra sopraccaricate di figurine e cerchiellate
d'oro che si ammirano nelle più belle botteghe di Parigi. Il Museo era
aperto agli stranieri, e ad ognuno che lo visitasse, il signor Van
Klaës, dopo aver sfoggiato la sua vasta erudizione fumatoria, riempiva
le tasche di sigari e di tabacco e regalava un catalogo del Museo con
una copertina di velluto.

Il signor Van Klaës fumava cento cinquanta grammi di tabacco al giorno,
e morì all'età di novantott'anni; così che, fatto il conto colla
supposizione che abbia cominciato a fumare di diciotto anni, in tutto il
corso della sua vita egli ne fumò quattromila trecento ottantatrè
chilogrammi; colla quale quantità di tabacco, si forma una striscia nera
non interrotta della lunghezza di venti leghe francesi. Con tutto ciò il
signor Van Klaës si mostrò assai più grande fumatore in morte che in
vita. La tradizione ha conservato tutti i particolari della sua fine.
Gli mancavan pochi giorni a compire il novantottesimo anno, quando egli
sentì improvvisamente che quell'anno sarebbe stato l'ultimo. Mandò a
chiamare il suo notaio, ch'era pure un fumatore emerito, e senz'altro
preambolo: "Notaro mio" gli disse "riempite la mia pipa e la vostra; io
mi sento morire." Il notaio riempì le pipe, le accesero e il signor Van
Klaës dettò il suo testamento, che diventò poi celebre in tutta
l'Olanda.

Dopo aver disposto d'una gran parte del suo avere a favore di parenti,
d'amici e d'ospizi, dettò i seguenti articoli:

Voglio che tutti i fumatori del paese siano invitati ai miei funerali
con tutti i mezzi possibili: giornali, lettere private, circolari,
annunzi. Ogni fumatore che si renderà all'invito, riceverà in dono dieci
libbre di tabacco e due pipe, sulle quali siano incisi il mio nome, le
mie armi e la data della mia morte. I poveri del distretto che
accompagneranno il mio feretro, riceveranno ogni anno, il giorno
anniversario della mia morte, un gran pacco di tabacco. A tutti coloro
che assisteranno al funerale, metto per condizione, se vogliono
partecipare ai benefizi del mio testamento, che fumino senza
interruzione per tutta la durata della cerimonia. Il mio corpo sarà
chiuso in una cassa rivestita internamente del legno delle mie vecchie
scatole dei sigari d'Avana. In fondo alla cassa, sarà deposta una
scatola di tabacco francese detto _caporal_ e un pacco del nostro
vecchio tabacco olandese. Al mio fianco, sarà messa la mia pipa
prediletta e una scatola di fiammiferi.... perchè non si sa mai quello
che possa accadere. Portato il feretro al cimitero, tutte le persone
del corteggio, prima d'andarsene, gli sfileranno dinanzi e vi getteranno
sopra la cenere della loro pipa.

Le ultime volontà del signor Van Klaës furono rigorosamente compiute; i
funerali riescirono splendidi e velati da una fitta nebbia di fumo; la
cuoca del defunto, che si chiamava Gertrude, alla quale il padrone aveva
lasciato, con un codicillo, una rendita considerevole, a patto che
vincesse la sua ostinata avversione al tabacco, accompagnava la
processione con un sigaretto di carta fra le labbra; i poveri
benedissero la memoria del benefico signore, e tutto il paese risonò
delle sue lodi, come risuona oggi ancora della sua fama.

       *       *       *       *       *

Passando lungo un canale, vidi, con nuovi effetti, uno di quei rapidi
cambiamenti di tempo che avevo visti il giorno innanzi. Tutt'a un tratto
il sole dispare, quell'infinita varietà di colori ridenti si offusca, e
comincia a soffiare un venticello d'autunno. Allora alla quiete allegra
di poc'anzi succede da tutte le parti e in ogni cosa una sorta
d'agitazione paurosa. I rami degli alberi stormiscono, le bandierine dei
bastimenti ondeggiano, le barchette legate alle palafitte saltellano, le
acque tremolano, i mille oggetti appesi alle case dondolano, le braccia
dei mulini girano più rapide; pare che corra per tutto un brivido
d'inverno e che la città si rimescoli come se avesse inteso una minaccia
misteriosa. Dopo pochi minuti il sole ricompare, e col sole i colori,
la pace, l'allegrezza. Questo spettacolo mi fece pensare che veramente
l'Olanda non si possa dire un paese d'aspetto triste, come molti
credono; ma piuttosto tristissimo o allegrissimo a vicenda, secondo il
tempo. È in ogni cosa il paese dei contrasti. Sotto un cielo
capricciosissimo v'è il popolo meno capriccioso della terra; e questo
popolo fermo e ordinato, ha l'architettura più barcollante e più
scompigliata che si possa veder con due occhi.

       *       *       *       *       *

Prima d'entrare nel Museo di Rotterdam, mi sembrano opportune alcune
osservazioni sulla pittura olandese, non per _coloro che sanno_, ben
inteso, ma per coloro che hanno dimenticato.

La pittura olandese ha una qualità che la rende, per noi Italiani,
particolarmente attrattiva: è di tutte le pitture del mondo la più
diversa dalla nostra, l'antitesi, o per dirla con una di quelle frasi
che facevano stizzire il Leopardi, il polo opposto dell'arte. Sono, la
nostra e l'olandese, le due scuole più originali, o, come altri dice, le
due sole a cui convenga rigorosamente quel titolo; le altre non essendo
che figlie, o sorelle minori, che le arieggiano o poco o molto. E così
anche per il lato della pittura, l'Olanda offre quello che si cerca con
maggior desiderio nei viaggi o nei libri di viaggi: il nuovo.

La pittura olandese nacque colla indipendenza e colla libertà
dell'Olanda. Sin che le provincie del nord e quelle del sud dei Paesi
Bassi stettero unite nella monarchia spagnuola e nella fede cattolica,
ebbero una scuola unica di pittura. I pittori olandesi dipingevano come
i pittori belgi; studiavano nel Belgio, in Germania, in Italia;
l'Heemskerk imitava il Michelangelo; il Bloemaert, il Correggio; il
Moro, il Tiziano, per non accennarne molti altri; ed erano imitatori
pedanti, che congiungevano all'esagerazione dello stile italiano una
certa rozzezza tedesca, di che riusciva una pittura bastarda, inferiore
ancora a quella primissima, quasi infantile, rigida nel disegno, cruda
nel colorito e mancante affatto di chiaroscuro, ma aliena, almeno,
dall'imitazione, che era stata come un preludio lontano della vera arte
olandese.

Colla guerra d'indipendenza, la libertà, la riforma, anche la pittura si
rinnova; cade, colla tradizione religiosa, la tradizione artistica; il
nudo, le ninfe, le madonne, i santi, l'allegoria, la mitologia,
l'ideale, tutto il vecchio edifizio rovina; l'Olanda, animata da una
nuova vita, prova il bisogno di manifestarla e di espanderla in una
maniera nuova; questo piccolo paese divenuto ad un tratto così glorioso
e formidabile sente il desiderio d'illustrare sè medesimo; le facoltà
che si sono rafforzate ed eccitate in quella grande impresa di creare
una patria, un mondo reale, traboccano, ora che l'impresa è compiuta, e
creano un mondo immaginario; le condizioni del paese son favorevoli al
risorgimento dell'arte; i supremi pericoli sono scongiurati; v'è la
sicurezza, la prosperità, un avvenire splendido; gli eroi hanno fatto il
dover loro, possono farsi innanzi gli artisti; l'Olanda, dopo tanti
sacrifizi e tante sventure, uscita vittoriosa dalla lotta, leva il viso
in mezzo ai popoli, e sorride: e quel sorriso è l'arte.

Quale dovess'essere quest'arte, si potrebbe indovinare, quando non ce ne
fosse rimasto alcun monumento. Un popolo pacifico, operoso, pratico,
riabbassato continuamente, per dirla colle parole d'un gran poeta
tedesco, a una realtà prosaica, dalle occupazioni d'una vita volgare e
borghese; che coltiva la sua ragione a spese della sua immaginazione;
che vive, per conseguenza, più d'idee chiare che di immagini belle; che
rifugge dalle astrazioni, che non si slancia col pensiero di là dalla
natura, colla quale è in lotta perpetua; che non vede che ciò che è, che
non gode che di ciò che possiede, che fa consistere la sua felicità
nella quiete agiata e onestamente sensuale d'una vita senza passioni
violente e senza desiderii scomposti; questo popolo doveva avere un
sentimento tranquillo anche dell'arte, amare un'arte che ricreasse senza
scuotere, che parlasse più ai sensi che allo spirito, un'arte riposata,
precisa, squisitamente materiale come la sua vita; l'arte, in una
parola, realista, nella quale egli si potesse specchiare e vedersi tal
quale era, ed era contento di essere.

Gli artisti cominciarono a ritrarre quello che cadeva prima sotto i loro
occhi: la casa. I lunghi inverni, le pioggie ostinate, l'umidità, la
variabilità continua del clima, costringono l'olandese a stare una gran
parte dell'anno e del giorno in casa. Questa casa piccina, questo
guscio, egli l'ama assai più di noi, appunto perchè ne ha maggior
bisogno e, ci vive di più: lo provvede di tutti i comodi, lo accarezza,
ci si crogiola: gli piace guardare, dalle finestre ben tappate, la neve
che cade e la pioggia che diluvia, e dire:--Infuria, tempaccio, io sono
al caldo e al sicuro!--In questo suo guscio, accanto alla sua buona
massaia, in mezzo ai suoi figliuoli, passa le lunghe serate dell'autunno
e dell'inverno, mangiando molto, bevendo molto, fumando molto,
ricreandosi con un'onesta allegria delle cure della giornata. I pittori
olandesi ritraggono queste case e questa vita in quadretti proporzionati
alle piccole pareti a cui debbono essere appesi: le stanze da letto, che
fanno sentire il gusto del riposo, le cucine, le tavole apparecchiate, i
faccioni freschi e ridenti delle madri di famiglia, gli uomini in
panciolle intorno al focolare; e da realisti coscienziosi che non
iscordano nulla, ci mettono il gatto che sonnecchia, il cane che
sbadiglia, la gallina che razzola, la scopa, i legumi, i tegami sparsi,
i polli spennacchiati. Questa vita la ritraggono poi in tutte le classi
sociali e in tutte le sue scene: la conversazione, il ballo, le orgie, i
giuochi, le feste; e così diventan famosi i Terburg, i Metzu, i
Netscher, i Dov, i Mieris, gli Steen, i Brouwer, i Van Ostade.

Dopo la casa, si rivolgono alla campagna. Il clima nemico non concede
che un tempo assai breve per ammirare la natura; ma per questo appunto
gli artisti olandesi l'ammirano meglio; salutano la primavera con una
gioia più viva; e quel sorriso fuggitivo del cielo si stampa più
profondamente nella loro fantasia. Il paese non è bello; ma è due volte
caro, perchè strappato al mare e agli stranieri; essi lo ritraggono con
amore; creano il paesaggio semplice, ingenuo, pieno d'un senso intimo
che non hanno in quel tempo nè i paesaggi italiani nè i belgi. Il loro
paese, piano e monotono, offre ai loro occhi attenti una varietà
meravigliosa. Colgono tutte le variazioni del cielo, si valgon
dell'acqua che è per tutto, che riflette, dà grazia e freschezza, e
lumeggia ogni cosa; non han montagne, mettono in fondo ai quadri le
dune; non han boschi, ma vedono, fanno vedere i misteri d'un bosco in un
gruppo d'alberi; e animano tutto questo coi loro bellissimi animali e
colle loro vele. Il soggetto d'un loro quadro è ben povero: un mulino a
vento, un canale, un cielo grigio; ma a quante cose fa pensare! Alcuni
di loro, non paghi di quella natura, vengono a cercare in Italia i
colli, i cieli luminosi e le rovine illustri; e n'esce una schiera di
artisti eletti, come i Both, i Swanevelt, i Pynacker, i Breenberg, i Van
Laer, gli Asselyn; ma la palma rimane ai paesisti olandesi, al Wynants,
il pittore del mattino, al Van der Neer, il pittore della notte, al
Ruysdael il pittore della melanconia, al Hobbema l'illustratore dei
mulini, delle capanne e degli orti, e ad altri che si ristrinsero ad
esprimere l'incanto della loro modesta natura.

Insieme al paesaggio, nasce un altro genere di pittura, particolarmente
proprio dell'Olanda: la pittura degli animali. Gli animali son la
ricchezza del paese; è quella stupenda razza bovina che non ha rivali in
Europa, nè per fecondità nè per bellezza. Gli Olandesi, che tanto le
debbono, la trattano, si può dire, come un ceto della popolazione; amano
i loro animali, li lavano, li pettinano, li vestono. Essi si vedono per
tutto; si specchiano in tutti i canali; abbelliscono il paese
picchiettando d'innumerevoli macchiette nere e bianche le immense
praterie; danno a ogni luogo un'aria di pace e di agiatezza che mette in
cuore non so che sentimento di dolcezza arcadica, di serenità
patriarcale. Gli artisti olandesi studiano questi animali in tutte le
loro varietà, in tutte le loro abitudini, ne indovinano, per così dire,
la vita intima, i sentimenti, e vivificano con essi la bellezza quieta
dei loro paesaggi. Il Rubens, lo Snyders, il Paolo de Vos, molti altri
pittori belgi, avevano ritratto gli animali con maestria ammirabile; ma
tutti son superati dagli olandesi Van de Velde, Berghem, Karel du
Jardin, e dal principe dei pittori di animali, Paolo Potter, il cui
_Toro_ famoso del Museo dell'Aja doveva aver l'onore d'esser posto, nel
palazzo del Louvre, dinanzi alla Trasfigurazione di Raffaello.

In un altro campo di pittura dovevano grandeggiare gli Olandesi: il
mare. Il mare, loro nemico, loro potenza e loro gloria, che sovrasta
alla loro patria, che la tormenta e la teme, ed entra da mille parti e
in mille forme nella loro vita; quel Mare del Nord turbolento, pieno di
colori sinistri, illuminato da tramonti di una mestizia infinita, che
flagella una riva desolata, doveva soggiogare la immaginazione degli
artisti olandesi. Essi, infatti, passano lunghe ore sulla spiaggia a
contemplare la sua bellezza tremenda, si avventurano fra le onde per
studiare la tempesta, comprano dei bastimenti e navigano colla loro
famiglia osservando e dipingendo, seguono le flotte nazionali nelle
guerre e assistono alle battaglie, e così nascono dei pittori di marina,
come Guglielmo Van de Velde il vecchio e Guglielmo il giovane, il
Backuisen, il Dubbels, lo Stork.

Un altro genere di pittura doveva sorgere in Olanda, come espressione
del carattere del popolo e dei costumi repubblicani. Un popolo che senza
grandezza aveva fatto tante grandi cose, come dice il Michelet, doveva
avere la sua pittura, se così può dirsi, eroica, destinata ad illustrare
uomini ed avvenimenti. Ma questa pittura, appunto perchè quel popolo era
senza grandezza, o per meglio dire, senza la forma della grandezza,
modesto, inclinato a considerar tutti uguali dinanzi alla patria, perchè
tutti avevano fatto il loro dovere, aborrente dalle adulazioni e dalle
apoteosi che glorificano in un solo le virtù e il trionfo di molti;
questa pittura doveva illustrare non già pochi uomini eccelsi e pochi
fatti straordinarii; ma tutte le classi della cittadinanza colte nelle
congiunture più ordinarie e pacifiche della vita borghese. Di qui, i
grandi quadri che rappresentano cinque, dieci, trenta persone insieme,
archibugieri, sindaci, ufficiali, professori, magistrati,
amministratori, seduti o ritti intorno a una tavola, banchettando o
discutendo, tutti di grandezza naturale, tutti ritratti fedelissimi,
visi gravi, aperti, sui quali risplende l'intima serenità della
coscienza sicura, sui quali s'indovina, più che non si veda, la nobiltà
della vita consacrata alla patria, il carattere di quell'epoca forte e
operosa, le virtù maschie di quelle generazioni prestanti; tutto questo
rilevato dal bel costume del rinascimento che accoppia così mirabilmente
la gravità e la grazia, quelle gorgiere, quei giustacori, quei mantelli
neri, quelle ciarpe di seta, i nastri, le armi, le bandiere. E in questo
campo facevan capolavori i Van der Helst, gli Hals, i Govaert Flink, i
Bol.

Scendendo dalla considerazione dei varii generi di pittura, alla maniera
speciale, ai mezzi di cui si valsero gli artisti nel trattarli, se ne
presenta subito uno principalissimo, che è come il tratto distintivo
della scuola olandese: la luce.

La luce, in Olanda, per le condizioni particolari in cui si manifesta,
doveva far nascere una maniera particolare di pittura. Una luce pallida,
ondeggiante con una mobilità meravigliosa a traverso un'atmosfera pregna
di vapori, un velo nebuloso continuamente e bruscamente lacerato, una
lotta perpetua fra i raggi e le ombre, era uno spettacolo che doveva
attirar l'attenzione dei pittori. Essi cominciavano a osservare e a
ritrarre tutte codeste inquietudini del cielo, codesta lotta, che anima
d'una vita varia e fantastica la solitudine della natura olandese; e
nel ritrarla ch'essi facevano, codesta lotta passò nelle loro menti, e
allora, invece di ritrarre, crearono. Allora fecero cozzare essi
medesimi i due elementi; accumularono le tenebre, per saettarle, per
romperle con ogni maniera di rilievi luminosi e di sbattimenti di luce;
per farci guizzare e morire dei raggi di sole, dei riflessi
crepuscolari, dei chiarori di lucerne, digradanti con sfumature
delicatissime in ombre misteriose; e popolare queste ombre di forme
confuse, che si vedono e non si distinguono; e creare così ogni sorta di
giochi, di contrasti, di enigmi, d'effetti di chiaroscuro inaspettati e
strani. E in questo campo fecero prodigi veri, fra gli altri moltissimi,
Gherardo Dow, l'autore del quadro famoso delle quattro candele, e il
grande, magico, sovrumano illuminatore, Rembrandt.

Un altro carattere principalissimo della pittura olandese doveva essere
il colorito. Oltre la ragione così generalmente riconosciuta che in un
paese dove non sono orizzonti montuosi, non prospetti accidentati, non
grandi colpi d'occhio, non forme generali, insomma, che si prestino al
disegno, l'occhio dell'artista dev'essere maggiormente sedotto dai
colori; e che ciò deve tanto più seguire in Olanda, dove la luce
incerta, la vaga bruma che vela continuamente l'aria, ammollisce, sfuma
i contorni degli oggetti, onde l'occhio, trascura la forma che non può
bene afferrare, e si fissa di preferenza nel colore come l'attributo
principale che gli offre la natura; oltre queste ragioni, v'è quella che
in un paese piano, uniforme e grigio come l'Olanda, s'ha bisogno di
colori, come in un paese meridionale s'ha bisogno dell'ombra. Gli
artisti olandesi non fecero che andar dietro al gusto imperioso del loro
popolo, che tinse di colori vivissimi le case, i bastimenti, in alcuni
luoghi i tronchi degli alberi, le palafitte, gli stecconati della
campagna; che si veste, che si vestiva molto più allora di colori
allegri; che ama i tulipani e i giacinti fino alla pazzia. E così tutti
i pittori olandesi furon coloristi potenti, Rembrandt il primo.

Il realismo, favorito dal carattere olandese calmo e lento, che consente
agli artisti di padroneggiare la propria foga, e aiutato dalla loro
natura che mira all'esatto e rifugge dal fare le cose a mezzo, doveva
dare alla pittura di quel popolo un altro tratto distintivo: la
finitezza; e questa finitezza doveva esser condotta dagli Olandesi
all'ultimo grado del possibile. Si dice con ragione che nei quadri
olandesi si trova la prima qualità di quel popolo: la pazienza. Ogni
cosa vi è rappresentata con la minutezza del dagherrotipo: i mobili con
tutte le loro venature, le foglie con tutte le loro fibre, i tessuti con
tutti i loro fili, le rappezzature con tutti i loro punti, gli animali
con tutti i loro peli, i visi con tutte le loro rughe; ogni cosa finito
con una precisione microscopica, da far credere che sia l'opera del
pennello d'una fata, o che il pittore ci abbia perduto la vista e la
ragione. Difetto, in fondo, piuttosto che pregio, poichè l'ufficio della
pittura è di ritrarre non quello che è, ma quello che l'occhio vede, e
l'occhio non vede, ogni cosa; ma è difetto portato a una così
meravigliosa eccellenza, che lo si ammira senza lamentarlo, e non s'osa
desiderare che non ci sia. E per questo rispetto furon famosi come
prodigi di pazienza il Dow, il Mieris, il Potter, il Van der Helst, e
più o meno, tutti i pittori olandesi.

Ma il realismo che dà alla pittura olandese una impronta così originale,
e delle qualità così ammirabili, è pure la radice dei suoi difetti più
gravi. I pittori olandesi, solleciti soltanto di ritrarre la verità
materiale, non danno alle loro figure che l'espressione di sentimenti
fisici. Il dolore, l'amore, l'entusiasmo e i mille affetti delicatissimi
che non han nome, o pigliano un nome diverso dalle diverse cagioni che
li fan nascere, li esprimono raramente o non li esprimono mai. Per loro
il cuore non batte, l'occhio non piange, la bocca non trema. Nei loro
quadri manca tutta una parte, la più potente e la più nobile, dell'anima
umana. Di più, con quel ritrarre fedelmente ogni cosa, anche il brutto,
e specialmente il brutto, finiscono per esagerare anche, questo,
convertono i difetti in deformità, i ritratti in caricature; calunniano
il tipo nazionale; danno ad ogni figura umana un aspetto sgraziato e
burlesco. Per aver dove mettere queste figure, son costretti a sceglier
soggetti triviali; quindi il soverchio numero di quadri che
rappresentano bettole e beoni con faccie grottesche, instupidite, in
atteggiamenti sguaiati, donnaccie, vecchi spregevolmente ridicoli; scene
in cui par di sentir le grida squarciate, o le parole oscene. Si
direbbe, a guardar quei quadri, che l'Olanda è abitata dal popolo più
deforme e più scostumato della terra. Di qui i pittori discendono ancora
a maggiori licenze. Lo Steen mette un lavativo in mezzo a un quadro; il
Potter dipinge una vacca che orina; il Rembrandt disegna persone che
fanno gli offici di sotto; il Brouwer, rappresenta ubriachi che fan la
ricevuta; il Torrentius manda in giro dei quadri così spudorati che gli
Stati d'Olanda li fan raccogliere e bruciare. Ma anche lasciando questi
eccessi, in un Museo d'Olanda non si trova quasi mai nulla che sollevi
l'anima, che desti un movimento di pensieri alti e gentili. Si ammira,
si gode, si ride, si rimane pensosi dinanzi a qualche paesaggio; ma
uscendo, si sente che non s'è provato un piacere intero, si desidera
qualche cosa, si prova come un bisogno di vedere dei visi belli e di
leggere dei versi ispirati, e qualche volta vien fatto di mormorare,
quasi senz'addarsene:--Oh Raffaello!

Infine, bisogna ricordare ancora due grandi pregi di questa pittura: la
sua varietà e la sua importanza come espressione, come specchio, per
così dire, del paese. Se si toglie il Rembrandt col gruppo dei suoi
imitatori, quasi tutti gli altri artisti sono differentissimi fra loro;
nessun'altra scuola presenta forse un così gran numero di maestri
originali. Il realismo dei pittori olandesi nacque dal loro amore comune
per la natura; ma ognuno ha fatto trasparire nell'opera propria una
maniera d'amore tutta sua; ognuno ha reso un'impressione diversa, che
dalla natura aveva ricevuta; ognuno, partendo dal punto comune ch'era il
culto della verità materiale, è arrivato a una mèta che non è quella
degli altri. Il loro realismo poi, spingendoli a tutto ritrarre, ha
fatto sì che la pittura olandese riuscisse a rappresentare l'Olanda più
completamente di quello che nessun'altra scuola di pittura abbia mai
fatto di nessun altro paese. Se sparisse, è stato detto, fuor che
l'opera dei pittori, ogni altra testimonianza visibile dell'esistenza
dell'Olanda nel secolo XVII,--il suo gran secolo--la si troverebbe nei
quadri intera: le città, le campagne, i porti, le navi, i mercati, le
botteghe, i costumi, gli utensili, le armi, la biancheria, le merci, le
stoviglie, i cibi, i piaceri, le abitudini, le credenze religiose e le
superstizioni, le qualità e i difetti del popolo; e questo che è un
grande pregio per una letteratura, non è pregio minore per la sua arte
sorella.

Ma nella pittura olandese v'è un gran vuoto, del quale non basta a dare
una ragione compiuta l'indole pacifica e modesta del popolo. Questa
pittura così intimamente nazionale ha trascurato, fuor che qualche
battaglia navale, tutte le grandi gesta della guerra d'indipendenza, fra
le quali sarebbero bastati gli assedi di Leida e di Haarlem a ispirare,
a suscitare una legione d'artisti. Una guerra di quasi un secolo, piena
di vicende strane e terribili, non è stata ricordata in un solo quadro
memorabile. Questa pittura così varia e così coscienziosa nel ritrarre
il paese e la sua vita, non ha rappresentato una scena di quella grande
tragedia, come la chiamò, profetando, Guglielmo il Taciturno, che destò
nel popolo olandese, per sì lungo tempo, tante diverse commozioni di
terrore, di dolore, d'ira, di gioia, di orgoglio!

Lo splendore dell'arte in Olanda s'offuscò con quello della grandezza
politica. Quasi tutti i grandi pittori nacquero nei primi trent'anni del
secolo XVII, o negli ultimi del XVI; tutti erano morti dopo i primi
dieci anni del XVIII; e in questo secolo non ne sorse alcun altro;
l'Olanda aveva esaurito la sua fecondità. Già verso la fine del secolo
XVII, il sentimento nazionale si era cominciato a infiacchire, il gusto
si corrompeva, l'ispirazione dei pittori declinava colla energia morale
del paese. Nel secolo XVIII, gli artisti, come se fossero stanchi della
natura, ritornano alla mitologia, al classicismo, alla convenzione;
l'immaginazione si raffredda, lo stile s'impoverisce, ogni favilla del
genio antico si spegne; l'arte olandese mostra ancora al mondo i fiori
meravigliosi del Van Huysum, l'ultimo grande innamorato della natura, e
poi ripiega la mano stanca, e quei fiori ricadono sulla sua tomba.

       *       *       *       *       *

L'attuale Museo di pittura di Rotterdam non contiene che un piccolo
numero di quadri, tra i quali pochissimi dei primi artisti, e nessuno
dei grandi capolavori della pittura olandese. Trecento tele e
milletrecento disegni furono distrutti da un incendio nel 1864; e
quanto vi si trova ora, proviene in gran parte da un Jacob Otto Boymans,
che lo lasciò per testamento alla città di Rotterdam.

In questo Museo, dunque, si può entrare per far conoscenza personale di
qualche artista, piuttosto che per ammirare la pittura olandese.

In una delle prime sale si vedono alcuni schizzi di battaglie navali,
segnati del nome Willem Van de Velde, considerato come il più grande
pittore di marine dei suoi tempi, figlio d'un Willem pittore di marine
egli pure, chiamato il vecchio, per distinguerlo da lui, chiamato il
giovane. Padre e figlio ebbero la fortuna di vivere al tempo delle
grandi guerre marittime tra l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia; e di
poter veder le battaglie coi propri occhi. Gli Stati d'Olanda avevan
messo a disposizione di Van de Velde il vecchio una piccola fregata; il
figlio accompagnò il padre; e tutti e due fecero i loro schizzi in mezzo
al fumo delle cannonate, spingendosi qualche volta tanto innanzi col
bastimento, da indurre gli ammiragli a ordinar loro di allontanarsi. Van
de Velde il giovane superò di molto il padre, e non fece per lo più che
piccoli quadri: un cielo grigio, un mar calmo e qualche vela; ma così
fatti che, per poco che vi si fissino gli occhi, si sente l'odor salìno
delle acque e si scambia la cornice per una finestra. Questo Van de
Velde appartiene a quel gruppo di quei pittori olandesi che amarono
l'acqua con una sorta di furore e che dipinsero, si può dire,
sull'acqua. Di questi era pure il Backuisen, pittore di marine ch'ebbe
gran voga ai suoi tempi, e che Pietro il Grande, nel tempo che passò in
Amsterdam, scelse a suo maestro. Il quale Backuisen si rischiava, per
quel che si dice, sur una barchetta, in mezzo al mare in tempesta, per
osservare da vicino i movimenti dell'onde, e metteva a un tal rischio sè
e i barcaioli, che questi, più solleciti della loro pelle che delle sue
tele, lo riconducevano a terra suo malgrado. Giovanni Griffier faceva di
più. Aveva comperato a Londra un piccolo bastimento, l'aveva mobiliato
come una casa, ci aveva installato la moglie e i figliuoli, e navigava
così per conto proprio in cerca di vedute. Avendo una tempesta spezzato
il suo bastimento contro un banco di sabbia e distrutto tutto l'aver
suo, egli, salvo per miracolo colla famiglia, andò a stare a Rotterdam;
ma annoiatosi in breve tempo della vita di terra, comperò una barcaccia
sconquassata, ricominciò a navigare, rischiò una seconda volta la vita
vicino a Dordrecht, e navigò ancora.

In fatto di marine, il Museo di Rotterdam non ha presso che nulla; ma vi
è degnamente rappresentato il paesaggio da due quadri del Ruisdael, il
più grande dei paesisti olandesi nel genere campestre. Son due dei suoi
soggetti favoriti: luoghi boscosi e solitarii, che ispirano, come tutti
gli altri suoi quadri, un sentimento di vaga melanconia. La grande
potenza di quest'artista, che sovrasta alla scuola olandese per una
finezza d'anima e una superiorità d'educazione singolare, è il
sentimento. Fu detto giustamente ch'egli si servì del paesaggio per
esprimere le sue amarezze, le sue noie, i suoi sogni, e che ha
contemplato il proprio paese con una sorta di tristezza amara, come d'un
infermo, e che creò i boschetti per nascondervi questa tristezza. La
luce velata dell'Olanda è l'immagine della sua anima; nessuno ne sentì
più squisitamente la dolcezza melanconica; nessuno rappresentò meglio di
lui, con un raggio di luce languida, il sorriso d'una creatura afflitta.
E appunto per questa sua natura eccezionale, non fu stimato dai propri
concittadini che molto tempo dopo la sua morte.

Accanto a uno dei quadri del Ruisdael v'è un quadro di fiori d'una
pittrice, Rachele Ruysch, moglie d'un ritrattista di grido, nata nella
seconda metà del decimosesto secolo, e morta col pennello in mano,
all'età di ottant'anni, dopo aver provato a suo marito e al mondo che
una donna di giudizio può coltivare appassionatamente le belle arti e
trovare il tempo di mettere al mondo e di allevare dieci figliuoli.

E poichè ho ricordato la moglie d'un pittore, noto di volo che ci
sarebbe da fare un bel libro sulle mogli dei pittori olandesi, sia per
la varietà d'avventure che presentano, sia per la parte importante che
ebbero nella storia dell'arte. Un buon numero si conoscono di persona
perchè molti pittori fecero il loro ritratto, insieme col proprio, e con
quello dei figliuoli, del gatto e della gallina; e di quasi tutte
parlano i biografi, smentendo o confermando dicerie che corsero intorno
alla loro condotta. Qualcuno s'arrischiò a dire che la maggior parte di
esse ebbero dei gravi torti verso la pittura. A me pare che dei torti ce
ne siano stati da una parte e dall'altra. Quanto al Rembrandt, si sa che
il periodo più felice della sua vita fu quello che scorse fra il suo
primo matrimonio e la morte di sua moglie, figlia d'un borgomastro di
Leuwarde; la posterità deve dunque della gratitudine a sua moglie.
Sappiamo che il Van der Helst sposò, già avanzato in età, una bella
giovinetta sulla quale non ci fu nulla a ridire; e la posterità deve
ringraziare anche lei che rallegrò la vecchiaia di quel grande artista.
Non si può parlare di tutte negli stessi termini, è vero. Delle due
mogli dello Steen, per esempio, la prima era una testa leggiera, che gli
lasciò andare a male la birreria che aveva ereditata da suo padre a
Delft, e la seconda, per quel che si dice, gli fu infedele. La seconda
moglie dell'Heemskerk era una scroccona, tanto che il marito doveva
andare attorno a domandar scusa delle sue malefatte. La moglie
dell'Hondekoeter era una donna bizzarra e molesta, che lo costringeva a
passar la sera nelle taverne per liberarsi dalla sua compagnia. La
moglie del Berghem era un'avara insaziabile, che lo svegliava
bruscamente quando lo trovava addormentato sui suoi pennelli, perchè
lavorasse e guadagnasse, e il pover uomo era costretto a farle dei
sotterfugi, quando riscuoteva i denari dei suoi quadri, per potersi
comprare delle stampe. Per contro, non si finirebbe più di citare, se
si volessero ricordare i torti dei signori mariti. Il pittore Griffier
costringe sua moglie a girare per il mondo in barca; il pittore Veenix
domanda il permesso alla sua sposa d'andare a passare quattro mesi a
Roma, e ci sta quattro anni; il pittore Karel du Jardin sposa una
vecchia ricca per farsi pagare i debiti e la pianta quando glieli ha
pagati; il pittore Molyn fa assassinare sua moglie per sposare una
genovese. Lascio in dubbio se il povero Paolo Potter sia stato tradito,
come alcuni affermano ed altri negano, dalla sposa che amava
perdutamente, e se il gran pittore di fiori Huysum che si róse di
gelosia, in mezzo alle ricchezze e alla gloria, per una moglie non più
giovane nè bella, avesse fondati motivi di rodersi, o non si fosse
piuttosto montata la testa senza ragione per le diceríe dei suoi rivali
invidiosi. Per finir bene, ricordo onoratamente le tre mogli del pittore
Eglon van der Neer, che lo coronarono di venticinque figliuoli, i quali
non gli tolsero il tempo di dipingere un gran numero di quadri d'ogni
genere, di fare parecchi viaggi e di coltivare i tulipani.

Vi sono nel Museo di Rotterdam parecchi piccoli quadri di Alberto Cuyp,
un paesaggio, cavalli, galline, frutte; di quell'Alberto Cuyp che fece
_parte da sè stesso_ nell'arte olandese, che dipinse nel corso della sua
vita quasi secolare ritratti, paesaggi, animali, fiori, scene d'inverno,
lumi di luna, marine, quadri di figure, e lasciò in tutti i generi
un'impronta originale; e che fu nondimeno, come quasi tutti i pittori
olandesi del suo tempo, così poco fortunato, che fino al 1750, ossia più
di cinquant'anni dopo la sua morte, non si pagavano più di cento lire
quelli fra i suoi quadri, che ora si pagherebbero centomila, non in
Olanda, ma in Inghilterra, dove si trovano al presente quasi tutte le
opere sue.

D'un _Cristo alla tomba_ dell'Heemskerk non metterebbe conto di far
parola, se non fosse un appiglio per far conoscere l'artista, che fu uno
dei più curiosi soggetti che siansi mai veduti sulla faccia della terra.
Il Van Veen, poichè tale è il suo nome, nacque nel villaggio di
Heemskerk sulla fine del secolo XV, e fiorì quindi nel periodo
dell'imitazione italiana. Era figliuolo d'un contadino, e benchè si
sentisse una certa disposizione per la pittura, era destinato a fare il
contadino. Diventò pittore, come molti altri artisti olandesi, per un
accidente. Suo padre era un uomo furioso e il figliuolo lo temeva quanto
mai. Un giorno il povero Van Veen lasciò cadere in terra la brocca del
latte, il padre gli s'avventò addosso, egli fuggì, si nascose e passò la
notte fuor di casa. La mattina, sua madre lo trovò, convenne con lui che
non sarebbe stata prudenza l'affrontare la collera paterna, gli diede un
po' di biancheria e un po' di denari, e lo mandò con Dio. Il giovanetto
si recò ad Haarlem, ottenne di entrare nella scuola d'un pittore di
grido, studiò, riuscì, andò a perfezionarsi a Roma, non diventò un
grande artista, chè anzi l'imitazione italiana gli nocque, trattò il
nudo con rigidezza, ed ebbe uno stile manierato; ma fu un pittore
fecondo e pagato, e non ebbe a rimpiangere la vita dei campi. Ma qui sta
la sua originalità: era, per quel che ne dicono i suoi biografi, un uomo
incredibilmente, morbosamente, pazzamente pauroso; a tal segno, che
quando sapeva che dovevan passare gli archibugieri, saliva sui tetti e
sui campanili, e a veder le armi nella strada, aveva ancora paura. E per
chi la credesse una fiaba, c'è un fatto che può indurre a ritenerla
vera: ed è che trovandosi egli nella città di Haarlem quando gli
Spagnuoli vi posero l'assedio, i magistrati, che conoscevano la sua
debolezza, gli permisero di fuggire dalla città prima che si venisse
alle armi, forse perchè prevedevano che sarebbe morto di spaghite; ed
egli si valse di quel permesso, e fuggì ad Amsterdam, lasciando i suoi
concittadini nelle péste.

Altri pittori olandesi,--poichè sono a parlare degli uomini e non dei
quadri--dovettero, come l'Heemskerk, a un accidente d'esser riusciti
pittori. L'Everdingen, paesista di prim'ordine, lo dovette a una
tempesta, che gettò il suo bastimento sul lido della Norvegia, dove egli
rimase, s'ispirò a quella grande natura e creò un genere di paesaggio
originale. Cornélis Vroom dovette pure la sua fortuna a un naufragio;
era partito per la Spagna, con alcuni quadri religiosi, il bastimento
naufragò vicino alle coste del Portogallo, il povero artista si salvò
con altri in un'isola disabitata, stettero due giorni senza mangiare, si
consideravan come perduti; quando furono inaspettatamente soccorsi dai
religiosi di un convento della costa, ai quali il mare aveva portato
insieme alla carcassa del bastimento, i quadri del naufragio, ch'essi
religiosi avevano trovato ammirabili; e così il Cornélis fu raccolto,
ospitato, stimolato a dipingere, e quella profonda emozione del
naufragio diede al suo ingegno un impulso nuovo e potente che lo rese
artista vero. E un altro, Hans Fredeman, il pittore famoso degl'inganni,
quello che dipinse così maestrevolmente delle colonne sopra i battenti
della porta d'una sala, che Carlo V, voltatosi, appena entrato, a
guardare, credette che la parete si fosse chiusa per incanto dietro di
lui; quell'Hans Fredeman che dipingeva delle palizzate che facevan
tornare indietro della gente, e degli usci su cui si posava la mano per
aprire, dovette la sua fortuna a un libro d'architettura del Vitruvio
che ebbe per caso da un falegname.

V'è un bel quadretto dello Steen, che rappresenta un medico il quale
finge di far l'estrazione della pietra a un malato immaginario: una
vecchia raccoglie le pietre in una catinella, il malato strilla
disperatamente e alcuni curiosi guardano sorridendo da una finestra.

Quando si dica che questo quadro fa dare in uno scoppio di risa, se ne
dice tutto quello che è utilmente dicibile. Questo Steen è, dopo il
Rembrandt, il più originale pittore di figure della scuola olandese; è
uno di quei pochissimi artisti che, una volta conosciuti, siano o non
siano consentanei alla nostra indole, si ammirino come grandi o si
ritengano degni soltanto dei secondi onori, non importa: rimangono
impressi, fitti, immobili nella nostra mente per tutta la vita. Dopo
aver visto i suoi quadri, non è più possibile vedere un ubriaco, un
buffone, uno sciancato, un mostriciattolo, una faccia deforme, una
smorfia ridicola, un atteggiamento grottesco, senza ricordarsi di
qualcuna delle sue figure. Tutte le gradazioni, tutte le goffaggini
dell'ubriachezza, tutto quello che v'è di grossolano e di sguaiato
nell'orgia, la frenesia dei piaceri più bassi, il cinismo del vizio più
volgare, le buffonate della canaglia più sfrenata, tutte le più bestiali
emozioni, tutti gli aspetti più ignobili della vita della bettola e del
trivio, ei li ha ritratti colla brutalità e l'insolenza d'un uomo senza
scrupoli, e con una forza comica, una foga, una, direi quasi, ebbrezza
d'ispirazione, che non si può esprimer con parole. Furon scritti su di
lui molti volumi, e pronunziati giudizi molto diversi. I suoi più caldi
ammiratori gli hanno attribuito un'intenzione morale: lo scopo di far
prender in odio la crapula dipingendola, come fece, con colori
ributtanti, a somiglianza degli Spartani che mostravano gl'Iloti
ubriachi ai figliuoli. Altri non videro in quella maniera di pittura che
l'espressione spontanea e spensierata dell'indole e dei gusti
dell'artista, che rappresentarono come un crapulone volgare. Comunque
sia stato, è fuor di dubbio che negli effetti che produce, la pittura
dello Steen si può considerare una satira del vizio; e in questo egli è
superiore a quasi tutti gli altri artisti olandesi, che si ristrinsero
a un naturalismo esteriore. Quindi fu chiamato l'Hogart olandese, il
filosofo gioviale, il più profondo osservatore dei costumi del suo
paese, e fra i suoi ammiratori, ve ne fu uno, il quale disse che se lo
Steen fosse nato a Roma invece che a Leida e avesse avuto a maestro
Michelangelo invece di Van Goyen, sarebbe riuscito uno dei più grandi
pittori del mondo; e un altro che trovò non so che analogia fra lui e
Raffaello. Meno generale è l'ammirazione per le qualità tecniche della
sua pittura, nella quale non si trova la finezza e il vigore di altri
artisti, come dell'Ostade, del Mieris, del Dow. Ma anche considerando
l'indole satirica dell'opera sua, si può dire che lo Steen s'è spinto
sovente di là dal suo scopo, se veramente ebbe uno scopo. La sua foga
burlesca ha spesse volte soverchiato in lui il sentimento della realtà:
le sue figure invece di riuscir soltanto ridicole, riuscirono mostruose,
appena umane, somiglianti spesso più a bestie che ad uomini; ed egli
moltiplicò queste figure a segno da destare qualche volta, invece del
riso, la nausea, e un sentimento quasi di sdegno per la natura umana
oltraggiata. Il più delle volte, però, l'effetto più forte è il riso, un
riso sonoro, irresistibile, che ci scappa anche essendo soli, e che
richiama la gente dai quadri vicini. È impossibile spingere a un più
alto grado di potenza l'arte di schiacciar i nasi, di storcer le bocche,
di contrarre i colli, di reticolare le rughe, d'istupidire i visi,
d'attaccare gobbe e pappagorgie, di far sghignazzare, ruttare,
barcollare, stramazzare, di esprimere nel lampeggiamento d'una pupilla
semispenta l'ebetismo e la lussuria, di rivelare l'abbrutimento d'un
uomo in un sorriso e in un gesto, di far sentire il puzzo della pipa,
udire le risataccie, indovinare i discorsi sciocchi o turpi, capire, in
una parola, la bettola e la canaglia; è impossibile, dico, portare
quest'arte più alto di quello che l'ha portata lo Steen.

Sulla sua vita ci furono e ci sono ancora delle, gran questioni. Si
scrissero dei volumi per provare che fu un ubriacone, e dei volumi per
provare che fu sobrio; e come sempre, si esagerò in un senso e
nell'altro. Tenne una birreria a Delft, non fece affari, mise su una
bettola e fu peggio. Si dice che n'era lui il più assiduo frequentatore,
che asciugava tutto il vino, e che quando la cantina era vuota, toglieva
l'insegna, chiudeva la porta, si metteva a dipingere in furia, poi
vendeva i quadri, ricomperava vino e ricominciava la vita di prima. Si
dice persino che pagasse addirittura coi quadri, e che per conseguenza
tutti i suoi quadri si trovassero in casa di mercanti di vino. E
difficile, veramente, spiegare come, essendo quasi sempre in bernecche,
abbia potuto fare un così grande numero di quadri ammirabili; ma non è
men difficile capire in qual maniera si sarebbe compiaciuto tanto di
tali soggetti se avesse menato una vita sobria e ordinata. Certo è che,
soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, fece ogni sorta di
stravaganze. Studiò da principio alla scuola di Van Goyen, paesista di
grido; ma il genio operò assai più in lui che lo studio; egli indovinò
le regole dell'arte sua; e se qualche volta ha dipinto un po' troppo
nero, come dice uno dei suoi critici, la colpa è di qualche bottiglia di
più bevuta a desinare.

Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione,
meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti
passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte
favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un
poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia
dei pittori dei Paesi Bassi, v'è un passo contro il vizio
dell'ubriachezza e l'abitudine delle risse, che dice fra le altre cose:
siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un
pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per
citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un
briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il
Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter,
devotissimi anch'essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che
parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori
olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella
strettezza, quasi all'insaputa di tutti; l'Holbema morì ad Amsterdam nel
quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì
all'ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati;
Adriano Bloemaert morì in duello; Carel Fabritius morì per lo scoppio
di una polveriera; Giovanni Scotel morì col pennello in mano d'un colpo
d'apoplessia; il Potter morì tisico; Luca di Leida morì avvelenato. Così
che tra le brutte morti, lo stravizio e la gelosia, si può dire che una
gran parte dei pittori olandesi hanno avuto una sorte ben infelice.

V'è ancora nel Museo di Rotterdam una bella testa del Rembrandt; una
scena di briganti del Wouwermam, gran pittore di cavalli e di battaglie;
un paesaggio del Van Goyen, il pittore delle spiaggie morte e dei cieli
plumbei; una marina del Backhuizen, il pittore delle tempeste; un quadro
del Berghem, il pittore dei paesaggi ridenti; uno dell'Everdingen, il
pittore delle cascate d'acqua e delle foreste; ed altri quadri italiani
e fiamminghi.

       *       *       *       *       *

Uscendo dal Museo incontrai una compagnia di soldati, i primi soldati
olandesi ch'io vedevo, vestiti di scuro, senz'alcun ornamento vistoso,
biondi dal primo all'ultimo, coi capelli lunghi, e quasi tutti con
un'aria di bonomia che mi faceva parere strano che portassero delle
armi. A Rotterdam, una città di più di centomila abitanti, ci sono
trecento soldati di presidio! E dire che Rotterdam ha fama, tra le città
dell'Olanda, d'essere la più turbolenta e la più pericolosa! Ci fu
infatti, tempo fa, una dimostrazione popolare contro il Municipio, la
quale non ebbe altra conseguenza che alcuni vetri rotti; ma in un paese
come quello, che va coll'oriolo, doveva parere, e parve veramente un
gran che; accorse la cavalleria dall'Aja, lo Stato ne fu commosso. Non
si deve credere, però, che quel popolo sia tutto zucchero; che anzi, per
confessione degli stessi Rotterdamesi, quella che il Carducci chiama
_santa canaglia_ è bravamente licenziosa, come in tante altre città di
peggior reputazione; e la scarsità delle guardie di polizia è piuttosto
un fomite alla licenza, che una prova, come qualcuno potrebbe credere,
della pubblica disciplina.

       *       *       *       *       *

Rotterdam, ho già detto, non è una città letterata nè artistica; è anzi
una delle poche città olandesi nelle quali non è nato alcun grande
pittore; sterilità che ha comune coll'intera provincia di Zelanda. Ma
non è Erasmo la sua unica gloria letteraria. In un piccolo parco, che si
stende a destra della città, sulla riva della Mosa, che è come
l'Acquasola di Rotterdam, si vede una statua di marmo che i Rotterdamesi
innalzarono al poeta Tollens, nato verso la fine dello secolo scorso,
morto pochi anni sono. Questo Tollens, chiamato da alcuni, un po'
arditamente, il Béranger dell'Olanda, fu (e in questo solo rassomiglia
al Béranger) uno dei poeti più popolari del paese; uno di quei poeti,
come ve ne furono tanti in Olanda, semplici, morali, pieni di buon
senso, più ricchi anzi di buon senso che d'ispirazione, che trattarono
la poesia un po' come si trattano gli affari, che non scrissero mai
nulla che potesse spiacere ai loro savi parenti e ai loro savi amici,
che cantarono il loro buon Dio e il loro buon re, che espressero il
carattere del loro popolo tranquillo e pratico, badando sempre a dir
delle cose giuste, piuttosto che delle cose grandi; e soprattutto,
coltivando la poesia a tempo avanzato, da prudenti padri di famiglia,
senza rubare un minuto alle faccende della loro professione. Come tanti
altri poeti olandesi (di ben'altra natura, però, e di ben altro ingegno
che il suo) come per esempio, il Vondel ch'era un cappellaio, l'Hooft
ch'era governatore di Muyden, il Van Lennep ch'era procuratore fiscale,
il Gravenswaert ch'era consigliere di Stato, il Bogaers ch'era avvocato,
il Beets che è pastore, così il Tollens esercitava, insieme colle
lettere, un'altra professione: era speziale a Rotterdam, e passava quasi
tutta la giornata, anche negli ultimi suoi anni, nella spezieria. Era
padre di famiglia e amava teneramente i suoi figliuoli, come si rileva
dalle diverse poesie che fece in occasione della nascita del loro primo,
secondo e terzo dente. Scrisse canzoni e odi sopra soggetti famigliari e
patriottici--fra cui l'inno nazionale dell'Olanda, inno mediocre, che il
popolo canta per le strade e i ragazzi nelle scuole--e un poemetto, che
è forse la migliore delle sue opere, sopra la spedizione tentata dagli
Olandesi verso la fine del secolo XVI nel mare del polo. Il popolo
imparò a mente quasi tutte le sue poesie e l'amò e lo predilesse sempre
come il suo più fedele interprete e il suo più affettuoso amico. Ma con
tutto ciò il Tollens non è considerato in Olanda come un poeta di
prim'ordine; molti non lo pongono nemmeno fra quelli che seguono
immediatamente i primi, e non son pochi quelli che gli rifiutano
sdegnosamente la fronda sacra.

Del resto, se Rotterdam non è una città nè letteraria nè artistica, ha
per compenso uno straordinario numero di istituzioni filantropiche, dei
casini splendidi ove si trovan i principali giornali d'Europa, e tutti i
comodi e i divertimenti d'una città ricca e civile.

       *       *       *       *       *

Le osservazioni che ebbi occasione di fare sul carattere e sulla vita
degli abitanti, cadranno più a proposito all'Aja. Dirò solo che osservai
a Rotterdam, come in tutte le altre città olandesi, che nessuno lascia
trasparire ombra di vanità nazionale parlando delle cose proprie. Quel:
bello eh? che ne dite eh? che si sente ad ogni momento in altri paesi,
là non si sente mai, nemmeno a proposito delle cose universalmente
ammirate. Ogni volta ch'io dissi a un rotterdamese che la città mi
piaceva, lo vidi fare un atto di leggero stupore. Parlando del loro
commercio, delle loro istituzioni, non si lasciano mai sfuggire dalla
bocca, non dico una espressione gonfia, ma nemmeno una parola che
accenni vanto o compiacenza. Parlano quasi sempre di quello che faranno
e quasi mai di quello che hanno fatto. Una delle prime domande che
m'intendevo fare quando nominavo la mia patria era: "E le finanze?"
Quanto al loro paese, osservai che sanno benissimo tutto quello che può
esser utile di sapere, e pochissimo quello che può soltanto piacere di
conoscere. Cento cose, cento punti della città che avevo osservati dopo
ventiquattr'ore di soggiorno a Rotterdam, molti non li avevano mai
veduti, il che prova che non c'è affatto l'uso di andare a zonzo e di
guardare in aria. Quando partii, i miei conoscenti mi empirono le tasche
di sigari, mi raccomandarono di far dei desinari succulenti e mi diedero
dei consigli sulla maniera di viaggiare con economia. Accomiatandomi,
non intesi nessuno di quei clamorosi: "Che peccato! ma scriva! ma torni!
ma si ricordi di noi!" che mi risonavano all'orecchio in Spagna.
Null'altro che strette di mano, uno sguardo e un _a rivederci_ detto a
fior di labbra.

       *       *       *       *       *

La mattina che partii da Rotterdam, vidi nelle strade che attraversai
per andare alla stazione della strada ferrata di Delft, uno spettacolo
nuovo, tutto olandese: il ripulimento delle case, che si fa due volte la
settimana, nelle prime ore della mattina. Tutte le serve della città,
con una sopravveste color lilla tempestata di fiorellini, cuffia bianca,
grembiale bianco, calze bianche e zoccoli bianchi, colle maniche
rimboccate, lavoravano a lavare le porte, i muri e le finestre. Alcune,
sedute coraggiosamente sui davanzali, lavavano i vetri colle spugne,
volgendo le spalle alla strada, con mezzo il busto sporgente in fuori;
altre, inginocchiate sui marciapiedi, nettavan le pietre col canovaccio;
altre con siringhe, con schizzetti, con pompe munite di un lungo tubo
di gomma elastica, come quelle che s'usano a innaffiare i giardini,
stando nel mezzo della strada, vibravano contro le finestre del secondo
piano dei vigorosi getti d'acqua, che ricadevano in pioggia dirotta;
altre lavavan le vetrate con spugne e cenci legati in cima a canne
altissime; altre strofinavan gli anelli e le lastre delle porte; altre,
gli scalini delle scale; altre, i mobili portati fuor di casa; i
marciapiedi erano ingombri di secchie, di secchiolini, di brocche, di
innaffiatoi, di panche; sgocciolava acqua dai muri, correva acqua per la
strada, da ogni parte s'incrociavano schizzi e zampilli. E, cosa
singolare! mentre il lavoro in Olanda è lento e tranquillo in tutte le
sue forme, quello presentava un aspetto affatto diverso. Tutte quelle
ragazze avevano il viso acceso, entravano in casa, uscivano, salivano,
scendevano, si sbracciavano con una sorta di furia, pigliando degli
atteggiamenti acrobatici che facevano risaltare curve temerarie, senza
badare a chi passava, se non quanto era necessario per tener lontana la
gente, con occhiate gelose, dai marciapiedi e dai muri. Era insomma una
gara, un furore di pulizia, una sorta di abluzione generale della città,
che aveva qualcosa di puerile e di festoso, e facea fantasticare che
fosse un rito d'una religione stravagante, che prescrivesse di purgare
la città da qualche infezione misteriosa di spiriti maligni.



DELFT.


Andando da Rotterdam a Delft, vidi per la prima volta la campagna
olandese.

È tutta una pianura, una successione di praterie verdi e fiorite,
percorse da lunghe file di salici e sparse di gruppi di ontani e di
pioppi. Qua e là si vedono punte di campanili, ali giranti di mulini a
vento, armenti sparpagliati di grandi vacche bianche e nere, qualche
pastore; e per vastissimi spazii, solitudine. Non v'è nulla che colpisca
l'occhio, nulla che s'alzi, nulla che precipiti. Tratto tratto, in
lontananza, passa la vela d'un bastimento, il quale scorrendo sur un
canale che non si vede, pare che scorra sull'erba dei prati; e ora
sparisce dietro gli alberi, ora riapparisce. La luce pallida dà alla
campagna non so che di molle e di malinconico. Una bruma leggerissima fa
parere ogni cosa lontana. V'è una sorta di silenzio per l'occhio, una
pace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose, nel quale sembra
che lo sguardo illanguidisca e l'immaginazione si culli.

A poca distanza da Rotterdam si vede la città di Schiedam, circondata da
altissimi mulini a vento che le dan l'aspetto d'una città forte coronata
di torri; e in lontananza appariscono le torri del villaggio di
Vlaardingen, che è una delle principali stazioni della gran pesca
dell'aringa.

Da Schiedam a Delft considerai particolarmente i mulini a vento. I
mulini olandesi non somiglian punto a quei decrepiti mulini che avevo
visti un anno prima nella Mancia, i quali pare che stendano le loro
magre braccia per chiedere soccorso al cielo e alla terra. I mulini
olandesi sono grandi, forti e pieni di vita; e don Chisciotte, prima di
assalirli, ci avrebbe pensato due volte. Alcuni sono in muratura,
rotondi od ottagoni come torri medioevali; altri di legno, e presentano
la forma d'una casetta confitta sul vertice d'una piramide. I più hanno
il tetto coperto di stoppie, un terrazzino di legno che li circonda a
mezza altezza, finestre colle tendine bianche, porte colorite di verde,
e sulla porta, scritto l'uso a cui servono. Oltre ad assorbire le acque,
essi fanno un po' d'ogni cosa: macinano il grano, pestano i cenci,
tritan la calce, frantuman le pietre, segan le legna, spremon le olive,
polverizzano il tabacco. Un mulino equivale a un podere, e per
fabbricarlo, per provvederlo di grano, di colza, di farina, d'olio, per
mantenerlo in attività e metterne in commercio i prodotti, ci vuole una
considerevole fortuna. Perciò in molti luoghi la ricchezza dei
proprietarii si misura dal numero dei mulini; a mulini si calcolano le
eredità; di una ragazza si dice che ha uno, due mulini a vento di dote,
o due mulini a vapore, che è anche meglio; e gli speculatori, che ci son
da per tutto, chiedono la mano della ragazza per sposare il mulino.
Questa miriade di torri alate sparse per il paese, danno alla campagna
un aspetto singolare; animano la solitudine; di notte, in mezzo agli
alberi, hanno un'apparenza fantastica come d'uccelli favolosi che
guardino il cielo; di giorno, da lontano, paiono enormi macchine di
fuochi artificiali; girano, s'arrestano, s'affrettano, si rallentano;
rompono il silenzio col loro tic tac sordo e monotono; e quando per caso
s'incendiano, il che non è raro, specialmente i mulini da grano, formano
una rota di fiamme, una pioggia furiosa di farina accesa, un turbinío di
nuvoli di foco, un tumulto, uno splendore tremendo e magnifico, che dà
l'idea d'una visione infernale.

Nel vagone, benchè ci fosse molta gente, non ebbi occasione di dire una
parola, e neanco d'udirne. Eran tutti uomini maturi, con visi serii, che
si guardavano in silenzio, gettando dei gran nuvoli di fumo a intervalli
uguali, come se avessero voluto misurare il tempo col sigaro. Quando
s'arrivò a Delft, scesi e salutai: qualcuno mi rispose con un leggero
movimento delle labbra.

       *       *       *       *       *

«Delft,» dice messer Ludovico Guicciardini, «si chiama così dalla fossa,
o vuoi dir canale d'acque che dalla Mosa vi conducono, imperocchè essi
chiamano vulgarmente una fossa Delft. È distante da Rotterdam due leghe:
è Terra veramente grande & bellissima in tutte le parti, con buoni &
belli edifitij & strade larghe & gioconde. Fu fondata da Gioffredo
cognominato il Gobbo, duca di Lotharingia, il quale per circa quattro
anni occupò la contea d'Hollanda.»

Delft è la città delle disgrazie. Verso la metà del secolo decimosesto
un incendio la distrusse quasi interamente; nel 1654 ci scoppiò una
polveriera che mandò in aria più di duecento case; e nel 1742, vi seguì
un'altra catastrofe della stessa natura. Oltre a questo, ci fu
assassinato Guglielmo il Taciturno nell'anno 1584. E per giunta, vi
decadde, ne sparì quasi un'industria ch'era la sua gloria e la sua
ricchezza: l'industria della maiolica, nella quale gli artisti olandesi
avevan cominciato coll'imitare le forme e i disegni delle porcellane
chinesi e giapponesi, e poi eran riusciti a far dei lavori ammirabili,
che riunivano il carattere asiatico al carattere olandese, e si
spandevano per tutta l'Europa settentrionale, ed oggi ancora sono
ricercati dagli amatori di quell'arte, quasi altrettanto che i più bei
lavori d'Italia.

Ora Delft non è più nè città d'industrie, nè città di commercio; e i
suoi ventiduemila abitanti vivono in una pace profonda. Ma è una delle
città più graziose e più olandesi dell'Olanda. Le strade son larghe,
percorse da canali ombreggiati da due file d'alberi, fiancheggiate da
casette rosse, pavonazze, rosee, listate di bianco, che sembran contente
d'esser pulite; ad ogni crocicchio s'incontrano e si corrispondono due o
tre ponti di pietra o di legno colle spallette tinte di bianco; non si
vede che qualche barcone immobile che par che gusti la dolcezza
dell'ozio; poca gente, le porte chiuse, nessun rumore.

Mi diressi verso la Nuova chiesa guardando qua e là se c'erano i famosi
nidi delle cicogne; ma non ne vidi. La tradizione delle cicogne di Delft
è però sempre viva, e non c'è viaggiatore che scriva di quella città
senza rammentarla. Il Guicciardini la chiama «cosa memorabile e tale che
di cosa simile non c'è forse memoria alcuna antica o moderna.» Il fatto
avvenne al tempo del grande incendio che distrusse quasi tutta la città.
V'erano in Delft innumerevoli nidi di cicogne. Bisogna sapere che le
cicogne son gli uccelli prediletti dell'Olanda; gli uccelli del buon
augurio, come le rondini; che son cercate da per tutto, perchè fanno la
guerra ai rospi e ai topi; che i contadini piantano delle pertiche con
su un gran disco di legno per attirarle a farvi il nido; e che in alcune
città si vedon passeggiar per le strade. A Delft dunque ve n'erano dei
nidi innumerevoli. Quando l'incendio scoppiò, che fu il tre di maggio, i
cicognini erano già grandicelli; ma non potevano ancora volare. Vedendo
avvicinarsi il fuoco, le cicogne padri e madri tentarono di portare in
salvo i loro piccini; ma eran già troppo pesanti; e dopo aver fatto
ogni sorta di sforzi disperati, i poveri animali stanchi e atterriti ci
dovettero rinunziare. Avrebbero potuto salvarsi e abbandonare i piccini
alla loro sorte, come fanno per lo più le creature umane in simili casi.
Restarono invece nei nidi, strinsero i piccini intorno a sè, vi stesero
sopra le ali come per ritardare almeno d'un momento la loro fine, e così
aspettarono la morte, e rimasero esanimi in quell'atteggiamento amoroso
ed altiero. E chi sa che in quel orribile fuggi fuggi dell'incendio,
l'esempio del sacrifizio, del martirio volontario di quelle povere
madri, non abbia ridato coraggio a qualche pusillanime che stava per
abbandonare chi aveva bisogno di lui!

Nella grande piazza dov'è la nuova chiesa, rividi delle botteghe, che
avevo già osservato a Rotterdam, nelle quali tutti gli oggetti che si
possono attaccare l'uno all'altro, sono appesi fuor della porta o
nell'interno, in modo da formare delle ghirlande, dei festoni, delle
tende, di scarpe, per esempio, di pentole, d'innaffiatoi, di ceste, di
secchiolini, che spenzolano dal soffitto fino quasi in terra e qualche
volta nascondono quasi completamente il fondo della stanza. Le insegne
sono come a Rotterdam; una bottiglia di birra appesa a un chiodo, un
pennello, una scatola, una scopa, e i soliti testoni colla bocca
spalancata.

La nuova chiesa, fondata verso la fine del decimoquarto secolo, è per
l'Olanda quello che è l'abbazia di Westminster per l'Inghilterra. È un
grande edifizio, cupo di fuori, nudo dentro; una prigione piuttosto che
una casa di Dio. Lo tombe sono in fondo, dietro il recinto delle panche.

Appena entrato, vidi lo splendido mausoleo di Guglielmo il Taciturno; ma
il custode mi arrestò dinanzi alla tomba semplicissima di Ugo Grotius,
il _prodigium Europæ_, come lo chiama l'epitaffio, il grande
giureconsulto del secolo XVII; quel Grotius che scriveva versi latini a
nove anni, che componeva odi greche a undici, che trattava tesi di
filosofia a quattordici, che accompagnava tre anni dopo l'illustre
Barneveldt nella sua ambasciata a Parigi, dove Enrico IV, presentandolo
alla sua corte, diceva: «Ecco il miracolo dell'Olanda;» quel Grotius che
a diciott'anni era illustre come poeta, come teologo, come commentatore,
come astronomo e faceva una prosopopea della città d'Ostenda, che il
Casaubon traduceva in versi greci e il Malherbe in versi francesi; quel
Grotius che appena ventiquattrenne esercitava la carica d'avvocato
generale d'Olanda e di Zelanda e scriveva un celebre trattato della
_Libertà dei mari_; che a trenta era consigliere pensionario della città
di Rotterdam; poi fautore del Barneveldt, perseguitato, condannato a
prigionia perpetua e chiuso nel castello di Loevestein, dove scriveva il
trattato del _Diritto della pace e della guerra_, che fu per lungo tempo
il codice di tutti i pubblicisti d'Europa; poi salvato miracolosamente
da sua moglie, che si fece portare nella sua prigione dentro un cofano
creduto pieno di libri, e rimandò il cofano con lui dentro, rimanendo
prigioniera invece sua; poi ospitato da Luigi XIII, nominato
ambasciatore in Francia da Cristina di Svezia, e infine tornato
trionfante in patria e morto a Rostock carico d'anni e di gloria.

Il mausoleo di Guglielmo il Taciturno è nel mezzo della chiesa. È una
sorta di tempietto di marmo nero e bianco, carico d'ornamenti e
sostenuto da piccole colonne, in mezzo alle quali s'alzano quattro
statue che rappresentano la Libertà, la Prudenza, la Giustizia e la
Religione. Sopra il sarcofago è distesa la statua del principe, di marmo
bianco, e ai suoi piedi, l'effigie del piccolo cane che gli salvò la
vita all'assedio di Malines, svegliandolo coi latrati una notte che
dormiva sotto la tenda, mentre due Spagnuoli s'avvicinavano di soppiatto
per assassinarlo. Ai piedi di questa statua sorge una bella figura di
bronzo, che simboleggia la Vittoria, coll'ali spiegate, e appoggiata
sopra le sole dita del piede sinistro; e dalla parte opposta del
tempietto, un'altra statua di bronzo, che rappresenta Guglielmo, seduto,
rivestito dell'armatura, col capo scoperto e l'elmo ai piedi.
Un'iscrizione latina dice che il monumento fu consacrato dagli Stati
d'Olanda, «all'eterna memoria di quel Guglielmo di Nassau, che Filippo
II, timor d'Europa, temette, non domò, non atterrì; ma spense con frode
nefanda.» Accanto a Guglielmo son sepolti i suoi figli, e nella critta
sotto la tomba, tutti i principi della sua dinastia.

Davanti a questo monumento, anche il viaggiatore più leggiero e più
trascurato si sente come incatenato e costretto a pensare.

È bello rappresentarsi la lotta enorme di cui riposa in quella tomba il
vincitore.

Da una parte è Filippo II, dall'altra Guglielmo d'Orange. Filippo II,
chiuso nella solitudine sinistra dell'Escuriale, è nel mezzo d'un impero
che abbraccia la Spagna, il settentrione e il mezzogiorno d'Italia, il
Belgio e l'Olanda; in Africa, Oran, Tunisi, gli arcipelaghi del
Capoverde e delle Canarie; in Asia le isole Filippine; in America, le
Antille, il Messico, il Perù; è marito della regina d'Inghilterra; è
nipote dell'imperatore d'Alemagna, che gli obbedisce quasi come un
vassallo; è signore, si può dire, d'Europa, poichè non gli son vicini
che popoli infiacchiti dalle discordie politiche e religiose; ha sotto
la mano i soldati più agguerriti d'Europa, i più grandi capitani del
secolo, l'oro americano, l'industria fiamminga, la scienza italiana, un
esercito di delatori sparpagliati in tutte le corti, uomini eletti di
tutti i paesi, fanaticamente devoti a lui, strumenti inconsapevoli o
convinti dei suoi voleri; è il più astuto, il più misterioso principe
del suo tempo; ha per sè tutto quello con cui s'incatena, si corrompe,
si spaventa e si strascina il mondo: le armi, la ricchezza, la gloria,
il genio, la religione. Ebbene, davanti a quest'uomo formidabile,
intorno al quale tutto piega, Guglielmo d'Orange si solleva.

Quest'uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui,
è stato discepolo di Carlo V, e ha imparato l'arte con cui si fondano i
troni e l'arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e
impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell'intelletto
nell'avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere
nell'anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i
cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti
con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti
gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del
gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani
misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le
sue carte segrete; Guglielmo, dall'Olanda, legge nella mente a Filippo,
nell'Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli
scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna
perpetuamente dinanzi come un fantasma ch'egli vede e non può afferrare,
che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane
a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L'Olanda riman per
poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che
non si potrà mai più rilevare.

In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re
rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il
principe d'Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più
gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio
presso il Re di Francia, scopre il disegno di Filippo, di stabilire
l'Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla
difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più
un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei
natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per
natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero
e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge
costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da
mille parti e per mille vie dal nemico che l'odia e che lo teme.
Circondato d'assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci,
accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell'assassinio
d'una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza,
calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch'egli difende, sopporta
tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando
pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il
popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre
lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a
lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il
focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua
patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo
di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti;
conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d'Europa si macchiano
di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleati deboli od
incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti,
di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande
capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie
che s'adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli
trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il
duca d'Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d'Austria, stanca
Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che
vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e
strappa aiuti da ogni parte d'Europa; e compiendo una delle più belle
rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d'un Impero
ch'era lo spavento dell'universo.

Quest'uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un
marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante
delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era
colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo,
l'italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè
soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto
scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere)
era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di
maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo;
passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello;
s'intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere
nei loro bicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti,
entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era
chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che
figlio, della sua patria. Il sentimento d'ammirazione e di gratitudine
che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l'intimità e
la tenerezza d'un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su
tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d'ogni ornamento e d'ogni
velo, è rimasta intera, netta, salda, come l'opera sua.

       *       *       *       *       *

Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d'Orange fu
assassinato. Ma dopo aver ricordato com'egli visse, bisogna ricordare
com'egli morì.

       *       *       *       *       *

Nell'anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale
prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d'oro e un titolo di
nobiltà a colui che uccidesse il principe d'Orange. Quest'editto infame,
che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto
pullulare da ogni parte assassini, che s'aggiravano intorno al principe
d'Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l'occasione. Un
giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un
frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo
tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese
la comunione, si coperse di reliquie sacre, penetrò nel palazzo
dell'Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una
supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò
la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d'Orange guarì.
L'assassino fu straziato in sull'atto a colpi di spada e d'alabarda; poi
squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle
porte d'Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi
impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come
reliquie alla venerazione dei fedeli.

Poco tempo dopo fu sventata un'altra congiura contro la vita del
principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo
seguivano da qualche tempo col proposito d'ucciderlo, furono scoperti e
arrestati. Uno d'essi si uccise in prigione con una coltellata, l'altro
fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver
confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine
espresso del duca di Parma.

In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese
istigando i ribaldi all'assassinio colla promessa di tesori, e i preti e
i frati istigavano i fanatici colla promessa dell'aiuto e della
ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto
e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans
Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio
al principe Alessandro Farnese e n'avevano ricevuto incoraggiamenti e
denari. Il principe d'Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago
presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e
rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita,
rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto
dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v'è qualche miserabile
che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi
guardi.»

Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di
lui.

Al tempo in cui l'ultimo fu consumato, nell'anno 1584, quattro
scellerati, senza sapere l'uno dell'altro, un inglese, uno scozzese, un
francese e un lorenese, stavano a Delft, dove si trovava il principe di
Orange, aspettando tutti e quattro l'occasione di assassinarlo. Oltre a
questi, c'era da qualche tempo un giovane di 27 anni, della Franca
Contea, cattolico, che si faceva passare per protestante, di nome Guyon,
figlio di Pietro Guyon che era stato giustiziato a Besançon per aver
abbracciato il calvinismo. Questo nominato Guyon, il cui vero nome era
Baldassarre Gerard, faceva credere d'esser fuggito alle persecuzioni dei
cattolici, menava una vita austera, assisteva a tutti gli esercizi del
culto evangelico; in poco tempo, si era acquistato la fama di santo.
Dicendo d'esser andato a Delft per domandar l'onore d'essere ammesso al
servizio del principe d'Orange, ottenne colla raccomandazione d'un
ministro protestante d'essergli presentato; gl'ispirò fiducia; e fu da
lui destinato ad accompagnare il signor di Schonewalle, inviato degli
Stati d'Olanda alla corte di Francia. Poco tempo dopo tornò a Delft per
dare al principe Guglielmo la notizia della morte del duca d'Angiò; e si
presentò al convento di Sant'Agata dove il principe soggiornava colla
sua corte. Era la seconda domenica di luglio. Guglielmo lo ricevette
nella sua camera, stando a letto. Eran soli. Baldassarre Gerard ebbe
forse in quel momento la tentazione d'ucciderlo: ma non aveva armi, si
contenne, e dissimulando la sua impazienza, rispose tranquillamente a
tutte le domande. Guglielmo gli diede una piccola somma di denaro, gli
disse di prepararsi a ripartire per Parigi e gli ordinò di tornare il
giorno seguente a prender le lettere e il passaporto. Col danaro
ricevuto dal principe, il Gerard comprò due pistole da un soldato (il
quale s'uccise quando seppe a che uso le sue armi eran servite) e il
giorno dopo, il dieci luglio, si ripresentò al convento di Sant'Agata.
Il principe Guglielmo, accompagnato da parecchie dame e signori della
sua famiglia, scendeva le scale per andare a desinare in una sala a
terreno, e dava il braccio alla principessa d'Orange, sua quarta moglie;
quella gentile e sventurata Luisa di Coligny, che nella notte di san
Bartolommeo aveva visto uccidere ai suoi piedi l'ammiraglio suo padre e
il signor di Téligny suo marito. Baldassarre gli andò incontro, lo
arrestò e lo pregò di firmare il suo passaporto. Il principe gli disse
di ripassare più tardi ed entrò nella sala. Nemmeno un'ombra di sospetto
gli era passata per la mente. Ma Luisa di Coligny, resa cauta e
sospettosa dalla sventura, s'era turbata. Quell'uomo pallido, avvolto in
un lungo mantello, le aveva fatto un'impressione sinistra; le era parso
che la sua voce fosse alterata e il suo volto convulso. Durante il
desinare, manifestò i suoi sospetti a Guglielmo, e gli domandò chi fosse
quell'uomo «che aveva la più cattiva fisonomia ch'essa avesse mai
vista.» Il principe sorrise, le disse che era il Guyon, la rassicurò, fu
gaio come sempre durante il desinare, e finito che ebbe uscì
tranquillamente per risalire alle sue stanze. Il Gerard l'aspettava
sotto una vòlta oscura, accanto alla scala, nascosto nell'ombra della
porta. Appena vide comparire il principe, s'avanzò, gli fu addosso nel
momento che metteva il piede sul secondo scalino, gli sparò una pistola
carica di tre palle nel mezzo del petto, e si diede alla fuga. Il
principe vacillò e cadde fra le braccia d'uno scudiero; tutti accorsero;
egli disse con voce spenta: "Son ferito.... mio Dio, abbi pietà di me e
del mio povero popolo!" Era tutto intriso di sangue. Sua sorella
Caterina di Schwartzbourg, gli domandò: "Raccomandi la tua anima a Gesù
Cristo?" Egli rispose con un filo di voce: "Sì." Fu la ultima sua
parola. Lo posero a sedere sopra uno scalino, lo interrogarono: non era
più in sè. Lo portarono in una stanza vicina, e spirò.

Il Gerard aveva attraversato le scuderie, era fuggito dal convento e
arrivato sul bastione della città di dove contava saltar giù nel fosso e
raggiungere a nuoto la riva opposta dove l'aspettava un cavallo
sellato. Ma fuggendo, aveva lasciato cadere il cappello e la seconda
pistola. Un servitore e un alabardiere del principe, visto quella
traccia, si slanciano dietro di lui. Nel punto che sta per spiccare il
salto, incespica, i due insecutori sopraggiungono e lo afferrano.
"Traditore d'inferno!" gli gridano. Egli risponde con calma: "Non sono
un traditore; sono un servitore fedele del mio signore."--"Di qual
signore?" gli domandano. "Del mio signore e padrone il Re di Spagna,"
risponde il Gerard. Sopraggiungono altri alabardieri e paggi del
principe e lo trascinano in città pestandolo coi pugni e coll'else delle
spade. Credendo, dai discorsi che intende, che il principe non sia
morto, lo sciagurato esclama con una tranquillità sinistra: "Sia
maledetta la mano che fallì il colpo."

Questa deplorevole sicurtà d'animo non lo abbandonò un momento. Dinanzi
al tribunale, nei lunghi interrogatorii, nella cella dove fu gettato
carico di ferri, egli si mantenne inalterabilmente calmo. Sopportò i
tormenti che accompagnarono il giudizio, senza lasciarsi sfuggire un
grido. Fra un tormento e l'altro, mentre gli aguzzini riposavano,
parlava tranquillamente, senza ostentazione. Mentre lo straziavano,
sollevando di tratto in tratto dal banco della tortura la testa
insanguinata, diceva: «_Ecce homo._» Fece più volte ringraziare i
giudici del nutrimento che gli accordavano e scrisse di suo pugno le sue
confessioni.

Era nato a Vuillafans, nella contea di Borgogna, aveva studiato leggi
presso un procuratore di Dôle, e là aveva manifestato per la prima volta
il suo desiderio d'uccidere Guglielmo, configgendo una daga in una porta
e dicendo: "Così vorrei piantare un pugnale nel petto del principe
d'Orange!" Tre anni dopo, intesa la notizia del bando di Filippo II, era
andato, col disegno dell'assassinio, a Lussemburgo, dove l'aveva
arrestato la falsa notizia della morte di Guglielmo corsa dopo
l'attentato dell'Jaureguy. Poco dopo, saputo che il principe viveva
ancora, aveva ripreso il suo disegno, ed era andato a Malines per
chieder consigli ai gesuiti, i quali l'avevano incoraggiato
promettendogli che, se fosse morto nell'impresa, sarebbe stato assunto
alla gloria dei martiri. Allora era andato a Tournai, s'era presentato
ad Alessandro Farnese, aveva ricevuto una conferma delle promesse del re
Filippo, era stato approvato e incoraggiato dai confidenti del principe
e dai ministri di Dio, s'era fortificato colla lettura della Bibbia, coi
digiuni, colle preghiere, e così preso da un'esaltazione divina,
sognando gli angeli e il paradiso, era partito per Delft e aveva
compiuto «il suo dovere di buon cattolico e di suddito fedele.»

Ripetè più volte le sue confessioni ai giudici; non pronunziò una parola
di rammarico o di pentimento; si vantò anzi del suo delitto; disse
ch'era un nuovo Davide che aveva atterrato un nuovo Golía; dichiarò che
se non avesse ancora ucciso il principe d'Orange, sarebbe stato
disposto ad ucciderlo; il suo coraggio, la sua calma, il suo disprezzo
della vita, la sua profonda convinzione d'aver compiuto una missione
santa e di morire glorioso, sgomentò i suoi giudici; fu creduto invaso
dal demonio; si fecero delle indagini; fu interrogato egli stesso; ma
rispose sempre che non aveva mai avuto relazione che con Dio.

La sentenza gli fu letta il 14 luglio; fu un delitto, come dice uno
storico illustre, contro la memoria del grand'uomo che voleva vendicare;
una sentenza da far cadere svenuto uno che non avesse la sua sovrumana
fortezza.

Fu condannato ad aver la mano chiusa ed arsa in un tubo di ferro
infocato; le braccia, le gambe e le coscie dilaniate con tanaglie
roventi; il ventre squarciato, strappato il cuore e sbattutogli sul
viso; la testa spiccata dal busto e confitta sopra una picca; il corpo
fatto in quattro, e ogni parte appesa a una forca sopra una delle porte
principali della città.

Udendo l'enumerazione di questi supplizi orrendi, quello sciagurato non
impallidì, non fece un segno che significasse terrore, o dolore, o
stupore. Aperse il suo vestito, mise a nudo il suo petto, e con voce
ferma, fissando gli occhi imperterriti in viso ai suoi giudici, ripetè
le sue solite parole: «_Ecce homo!_»

Che cos'era quest'uomo? Soltanto un fanatico, come molti credettero, o
un mostro di scelleratezza, come ritennero altri, o le due cose insieme,
aggiuntavi un'ambizione forsennata?

Il giorno dopo fu eseguita la sentenza. Gli apparecchi del supplizio
furono fatti sotto i suoi occhi: egli li guardò con indifferenza.
L'aiutante del carnefice cominciò per spezzare a colpi di martello la
pistola, strumento del delitto. Al primo colpo, la testa del martello
cadde e ferì nell'orecchio un altro aiutante: il popolo rise, il Gerard
rise pure. Quando salì sul patibolo il suo corpo era già orribile a
vedersi. Mentre la sua mano crepitava e fumava nel tubo rovente, stette
muto; mentre le tanaglie infocate gli laceravano le carni, non gettò un
grido; quando il coltello gli penetrò nelle viscere, chinò la testa, e
mormorando qualche parola incomprensibile, spirò.

La notizia della morte del principe d'Orange aveva sparso nel paese una
costernazione immensa. Il suo corpo fu esposto per un mese sur un letto
funebre, intorno al quale il popolo accorse a inginocchiarsi ed a
piangere. I suoi funerali furon degni d'un re: v'intervennero gli Stati
Generali delle Provincie unite, il Consiglio di Stato, gli Stati
d'Olanda, i magistrati, i ministri della religione, i principi della
casa di Nassau; dodici gentiluomini portavano la bara; quattro gran
signori tenevano i cordoni del panno mortuario; seguiva il cavallo del
principe, splendidamente bardato, condotto dal suo scudiero; e si
vedeva, in mezzo al corteo dei conti e dei baroni, un giovane di
diciott'anni, che doveva raccogliere la gloriosa eredità del defunto,
umiliare gli eserciti spagnuoli, e costringere la Spagna a chieder
tregua, e a riconoscere l'indipendenza delle provincie unite. Quel
giovane era Maurizio d'Orange, figlio di Guglielmo, al quale gli Stati
d'Olanda, poco tempo dopo la morte del padre, conferirono la dignità di
Statoldero, e affidarono poi il comando supremo delle forze di terra e
di mare.

E mentre l'Olanda piangeva la morte del principe d'Orange, in tutte le
città soggette al re di Spagna il clero cattolico festeggiava
l'assassinio e l'assassino; i gesuiti lo esaltavano come un martire;
l'Università di Louvain pubblicava la sua apologia; i canonici di
Bois-le-Duc cantavano il _Te Deum_. Qualche anno dopo, la famiglia del
Gerard riceveva dal re di Spagna un titolo di nobiltà e le terre del
principe d'Orange confiscate nella Borgogna.

La casa dove il principe d'Orange fu assassinato, esiste ancora; è un
edificio d'aspetto cupo, con finestre centinate e una stretta porta, che
forma parte del chiostro d'una antica chiesa consacrata a sant'Agata, e
porta ancora il nome di Prinsenhof benchè serva ora di caserma
all'artiglieria. Domandai il permesso d'entrare all'ufficiale di
guardia; un caporale, che sapeva un po' di francese, mi accompagnò;
attraversammo un cortile pieno di soldati e arrivammo al luogo
memorabile. Vidi la scala che saliva il principe quando fu ferito,
l'angolo oscuro dove s'era rimpiattato il Gerard, la porta della sala
dove lo sventurato Guglielmo desinò per l'ultima volta, e le traccie
delle palle nel muro, in un piccolo spazio imbiancato, con un'iscrizione
olandese che rammenta che là morì il padre della patria. Il caporale mi
accennò per dove era fuggito l'assassino. Mentre io guardavo intorno con
quella curiosità pensierosa che si prova nei luoghi di grandi delitti,
salivano e scendevano soldati; si soffermavano a guardarmi e poi
scappavano cantando e fischiando; altri mi ronzavano intorno; alcuni
ridevano forte nel cortile; e tutta quell'allegria giovanile faceva
colla triste solennità delle memorie del luogo, un contrasto vivo e
commovente, come una festa di fanciulli nella stanza dov'è morto l'avo
di cui hanno cara la memoria.

In faccia alla caserma, v'è la più antica chiesa di Delft, che contiene
la tomba di quel famoso ammiraglio Tromp, il veterano della marina
olandese, che vide trentadue battaglie di mare, sconfisse nel 1652, alla
battaglia detta delle Dune, la flotta inglese, comandata dal Blake, e
rientrò in patria con una scopa appesa al grand'albero della nave
ammiraglia, per indicare che aveva spazzato gl'inglesi dal mare. V'è la
tomba di Pietro Hein, che diventò di semplice pescatore grande
ammiraglio e fece quella memorabile retata di bastimenti spagnuoli che
portavano nei fianchi più di undici milioni di fiorini. V'è la tomba del
Leuwenhoek, il padre della scienza dell'infinitamente piccino, quegli
che col _vetro indagatore_, come dice il Parini, _vide a nuoto nell'onda
genitale il picciol uomo_. La chiesa ha un alto campanile sormontato da
quattro torricine coniche, e inclinato come la torre di Pisa, per
essergli ceduto sotto il terreno. In una cella di questo campanile fu
rinchiuso il Gerard la notte che seguì l'assassinio.

       *       *       *       *       *

A Rotterdam m'avevan dato una lettera per un cittadino di Delft, colla
quale lo pregavano di farmi vedere la sua casa. «Egli desidera» diceva
la lettera «di penetrare i misteri d'una vecchia casa olandese:
sollevategli per un momento la cortina del santuario.» Non mi fu
difficile di trovar la casa, e appena la vidi, dissi tra me:--È il fatto
mio!

Era una casetta all'estremità d'una strada che finiva nella campagna,
d'un sol piano, rossa, colla facciata a collo, posta quasi sull'orlo
d'un canale, e un po' inclinata innanzi come per specchiarsi nell'acqua,
con un bel tiglio davanti che si allargava sulle finestre come un grande
ventaglio; e un ponte levatoio in dirittura della porta. V'eran le
tendine bianche, la porta verde, i fiori, gli specchietti; era un
modellino di casa olandese.

La strada era deserta; prima di picchiare alla porta, stetti un po' a
guardare e a pensare. Quella casa mi faceva capire l'Olanda meglio di
tutti i libri che avevo letti. Era insieme l'espressione e la ragione
dell'amor della famiglia, dei desiderii modesti, dell'indole
indipendente del popolo olandese. Nei nostri paesi non c'è la vera casa;
non ci sono che scompartimenti di caserme, abitazioni astratte, che non
han nulla di nostro, nelle quali viviamo nascosti, ma non soli, udendo
mille rumori di gente estranea, che turba i nostri dolori coll'eco
delle sue gioie, o le nostre gioie coll'eco dei suoi dolori. La vera
casa è in Olanda, la casa personale, distinta dalle altre, pudica,
circospetta, e appunto perchè distinta dalle altre, nemica dei misteri e
degl'intrighi; tutta lieta, quando è lieta la famiglia che l'abita, e
quando questa è trista, tutta trista. In quelle case, con quei canali e
quei ponti levatoi, ogni modesto cittadino sente un po' della dignità
solitaria d'un castellano, o di un comandante di fortezza, o di un
capitano di bastimento; e vede infatti dalle sue finestre, come da
quelle di un bastimento immobile, una pianura uniforme e sconfinata, che
gl'ispira gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti liberi e gravi che
ispira il mare. Gli alberi che circondano la sua casa quasi d'un
vestimento di verzura, non ci lasciano penetrare che una luce rotta e
discreta; la barca carica di mercanzie scivola mollemente davanti alla
sua porta; non ode scalpitío di cavalli, non chiocchi di frusta, non
canti, non grida; intorno a lui tutti i movimenti della vita son
silenziosi e lenti; tutto spira pace e dolcezza; e il campanile della
chiesa vicina gli annunzia l'ora con un'onda d'armonia riposata e
costante come i suoi affetti e il suo lavoro.

Picchiai alla porta, mi aprì il padron di casa, gli porsi la lettera,
lesse, mi diede uno sguardo scrutatore e mi fece entrare. Segue così
quasi sempre. Gli Olandesi, di primo abbordo, son diffidenti. Noi, al
primo venuto che ci porta una lettera di raccomandazione, apriamo le
braccia come se fosse il nostro più intimo amico; e spesso poi non
facciamo per lui il bellissimo nulla. Gli Olandesi, invece, accolgono
freddamente, qualche volta anzi in un modo che fa rimaner lì quasi
mortificati; ma poi vi prestano mille servigi, colla migliore volontà
del mondo, e senz'aver mai l'aria di fare una cortesia.

Il di dentro della casa corrispondeva perfettamente al di fuori: pareva
l'interno d'un bastimento. Una scala a chiocciola, di legno, lucente
come l'ebano, conduceva alle stanze alte. Sulla scala, dinanzi alle
porte, sugli impiantiti, v'erano stuoie e tappeti. Le stanze eran
piccine come celle; i mobili nitidissimi; le lastre, le maniglie, i
chiodi, le borchie, tutti gli ornamenti di metallo, luccicanti come se
fossero usciti allora dalle mani del brunitore; e da ogni parte v'era un
ripieno di vasi di porcellana, di tazze, di lumi, di specchi, di
quadretti, di stipi, di cantoniere, di ninnoli, di oggettini d'ogni
forma e d'ogni uso, meravigliosamente puliti, che attestavano i mille
piccoli bisogni che crea l'amore della vita sedentaria, l'attività
previdente, la cura continua, il gusto del piccino, il culto
dell'ordine, l'economia industriosa dello spazio, il soggiorno, in fine,
d'una donna casalinga e tranquilla.

La Dea di quel tempietto, che non parlava o non osava parlare il
francese, era nascosta in non so qual penetrale che non mi riuscì
d'indovinare.

Scendemmo a veder la cucina: era uno splendore. Quando tornai a casa, ne
feci la descrizione in presenza di mia madre, alla fantesca, che si
picca di pulizia, e rimase annichilita. Le pareti erano bianche come la
neve intatta; le casseruole riflettevano gli oggetti come specchi; la
cappa del cammino era ornata d'una specie di tendinetta di mussolina
come il cielo d'un letto, senza la menoma traccia di fumo; il muro,
sotto la cappa, era rivestito di lastrine quadrate di maiolica, pulite
come se non ci avessero mai acceso il fuoco; gli alari, la paletta, le
molle, le asticciuole della catena, parevan d'acciaio brunito. Una
signora vestita da ballo avrebbe potuto girar per quella stanza,
ficcarsi in tutti gli angoli e toccare ogni cosa, senza contaminare d'un
punto nero la sua bianchezza.

In quel mentre la fantesca faceva la pulizia, e il mio ospite la
commentava: "Per avere un'idea di cos'è la pulizia da noi," diceva
"bisognerebbe tener dietro per un'ora al lavoro di queste donne. Qui
s'insapona, si lava e si spazzola una casa tal e quale come una persona.
Non è una pulitura, è una toeletta. Si soffia nella commessura dei
mattoni, si fruga negli angoli colle unghie e cogli spilli, si fa una
pulizia minuta al segno da stancare la vista non meno delle braccia. È
una vera passione nazionale. Queste ragazze, che sono ordinariamente
flemmatiche, il giorno stabilito per la pulizia, escono dal loro
carattere, diventan frenetiche. Allora noi non siamo più padroni della
casa. C'invadono le stanze, ci scacciano, ci spruzzano, mettono ogni
cosa sottosopra; per loro è un tripudio; sono come le baccanti della
pulizia; si esaltano lavando."

Gli domandai da che credeva che derivasse questa sorta di manía per cui
è famosa l'Olanda. Mi disse le ragioni che mi dissero poi mille altri:
l'atmosfera del loro paese che intacca straordinariamente il legno e i
metalli; l'umidità, la ristrettezza delle case e la moltiplicità degli
oggetti, che favoriscono il sudiciume; la sovrabbondanza dell'acqua che
agevola il lavoro; un certo bisogno dell'occhio, a cui la pulizia
finisce col parere bellezza; e infine, l'emulazione che spinge tutte le
cose all'eccesso. "Ma non è questa" soggiunse "la parte più pulita
dell'Olanda: l'eccesso, il delirio della pulizia lo vedrà nelle
provincie settentrionali."

Uscimmo a passeggiare per la città. Non era ancora mezzogiorno: si
vedevano serve da tutte le parti, vestite tale e quale come quelle di
Rotterdam. Cosa singolare, tutte le donne di servizio, in Olanda, da
Rotterdam a Groninga, da Haarlem a Nimega, sono vestite dello stesso
colore: un vestito lilla chiaro, tempestato di fioretti, di stelle o di
crocine; e per far la pulizia, portan tutte una cuffietta da malate e un
paio di enormi zoccoli bianchi. Da principio credetti che formassero
tutte insieme una qualche corporazione nazionale che avesse fra i suoi
statuti l'uniformità del vestiario. Son per lo più giovanissime, perchè
donne attempate non reggerebbero alle fatiche che devon durare, bionde,
tonde, con le curve posteriori (osservazione del Diderot) spropositate;
pochissime belle, nel senso stretto della parola; ma d'un bianco e d'un
roseo meraviglioso, che par che schiattino dalla salute, e ci si debba
sentir riavere a premerci la guancia contro la guancia. Le loro forme
pienotte e i loro bei colori ricevon poi una grazia particolare dal loro
vestire casalingo; sopratutto la mattina che han le maniche rimboccate e
il collo scoperto, e lascian vedere dei candori da cherubino. I
giovanotti chiamano quella toeletta, con vocabolo olandese, voluttuosa,
e a me pare che non abbiano tutti i torti.

A un tratto, mi ricordai d'un appunto preso sul mio quaderno prima di
partire per l'Olanda, mi fermai, e feci al mio compagno questa domanda:

"Le serve son anche in Olanda il tormento eterno delle signore?"

Qui mi tocca fare un po' di parentesi. È noto e arcinoto che le signore
non tanto altolocate da non aver che fare direttamente colle loro donne
di servizio, le signore, voglio dire, che hanno una donna sola, che fa
da cuoca e da cameriera, discorrono, nelle loro visite, per una buona
parte del tempo, della loro serva. Son sempre gli stessi discorsi di
difetti insopportabili, d'insolenze sopportate, di tu per tu, di ruberie
sulla spesa, di sperperi, di menzogne, di pretensioni sfrontate, di
congedi e di ricerche e d'altre calamità consimili, che finiscon sempre
nel ritornello doloroso: che serve oneste e fidate, come quelle d'una
volta che s'affezionavano alle famiglie e invecchiavano nelle case, non
ci son più; che bisogna cambiare di continuo; che non c'è più modo di
tirare innanzi. È vero? non è vero? è una conseguenza della libertà e
dell'eguaglianza delle classi, che ha reso più duro il servire e più
esigente chi serve? è un effetto del rilassamento dei costumi e della
disciplina pubblica, che si fa sentire anche in cucina? Comunque sia, il
fatto è che io pure in casa mia sento battere eternamente quel chiodo,
tanto che un giorno, prima di partire per la Spagna, dissi a mia madre:
"Guarda, se qualche cosa, a Madrid, potrà consolarmi della lontananza
della famiglia, sarà il non sentir più toccare quest'odioso argomento."
Arrivo a Madrid, entro in una _Casa de Huespedes_, la prima cosa che mi
dice la padrona è che ha cambiato tre serve in un mese, che è una
disperazione, che non si sa più a che santo voltarsi; e così ogni
giorno, per tutto il tempo che stetti là, una lamentazione infinita.
Tornai a casa, raccontai la cosa, si rise, e mia madre concludette che
quella doveva essere una piaga di tutti i paesi. "No," io dissi, "nei
paesi del Nord non dev'essere così."--"Vedrai e me ne darai notizie," mi
rispose mia madre. Vado a Parigi, e alla prima signora che conosco,
domando: "Le serve sono anche qui come in Italia e in Spagna l'eterno
tormento delle signore?" "_Ah! mon cher monsieur_" mi risponde giungendo
le mani e alzando gli occhi al cielo; "_ne me parlez pas de ça!_" E lì
una lunga storia di lotte, di espulsioni, di guai. Scrivo la cosa a mia
madre, ed essa mi risponde: "Vedremo Londra." Vado a Londra, entro in
conversazione con una signora inglese a bordo del bastimento che mi
conduce ad Anversa, e dopo poche parole, spiegatale prima la ragione
della mia curiosità, le faccio la solita domanda. Essa volta la testa da
un'altra parte mettendosi una mano sulla fronte e poi risponde
spiccicando le parole: "Sono il fla-gel-lum De-i!" Scrivo a casa dandomi
per vinto, soggiungendo però che mi resta una buona speranza per
l'Olanda, paese quieto, dove le case sono tanto ordinate e pulite, e la
vita casalinga così dolce; e mia madre mi risponde che essa pure
propende a fare un'eccezione onorevole per l'Olanda. Ma il dubbio
rimaneva sempre a lei ed a me, io ero curioso ed essa aspettava le
notizie; ecco perchè feci quella domanda al mio cortese Cicerone di
Delft. Ora ognuno si può immaginare con che ansietà io stessi aspettando
la risposta.

"Signore" mi rispose l'olandese dopo un momento di riflessione, "le
risponderò una cosa sola, ed è che in Olanda abbiamo un proverbio, il
quale dice che le serve sono le croci della vita."

Mi cascarono le braccia.

"Prima di tutto," continuò, "c'è il guaio che, per poco che s'abbia una
casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la
pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare
fin l'aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate
rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere
di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna
tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa;
tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo
nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se
ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei
mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all'anno.
Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il
padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali
straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza,
pazienza, pazienza."

Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi
la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.

Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s'avvicinò a
una porta, lesse in un pezzetto di carta che v'era attaccato su, fece un
atto di dolore e se n'andò. Dopo un momento, un'altra donna che passava,
si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il
quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel
pezzetto di carta v'era scritto che il malato tale dei tali stava
peggio. In molte città di Olanda, quando uno s'ammala, la famiglia
affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici
e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa
sorta d'annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si
annunzia la nascita d'un bambino appendendo alla porta una palla
fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa:
prova di nascita. Se è una bambina, v'è su un pezzetto di carta bianca;
se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita,
si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno
bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso.
Una volta, quando sopra una porta c'era un annunzio di nascita, per nove
giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma
credo che quest'uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù
di promuovere l'accrescimento della popolazione.

In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe
figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero
preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro
aspetto avevan un po' delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte,
con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda
di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con
fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le
mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo
olandese intraducibile _aansprekers_, e che il loro ufficio era di
portar l'annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di
annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche
particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti.
In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più
pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza
che contrasta irreverentemente col loro carattere d'impiegati della
morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.

Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece
osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e
mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. "Non lo so,"
mi rispose "ma a giudicar dalle imposte non dev'essere un parente molto
prossimo del padrone di casa." Quest'argomentazione parendomi un po'
strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una
famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili
delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni
battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si
chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un
fratello due; e via discorrendo. Uso, c'è da credere, molto antico, e
che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio,
e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo
essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.

Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov'era la birreria del pittore
Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono
oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi
disse che non ce n'era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede
la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell'Olanda
compresa fra Delft, l'Aja, il mare, la città d'Alkmar, il golfo
d'Amsterdam e l'antico lago d'Haarlem, la quale si potrebbe chiamare
propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi
pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente
pittoreschi, l'amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque
proprio nel seno dell'Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato
nel suo cuore.

Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l'arsenale militare che occupa
un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia
delle Indie orientali, e comunica con un'officina d'artiglieria e una
gran polveriera posta fuori della città. V'è ancora, a Delft, la grande
scuola politecnica degl'ingegneri, la vera scuola di guerra dell'Olanda,
dalla quale escono gli ufficiali dell'esercito di difesa contro il mare,
e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento
circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il
piede nella barca che mi doveva condurre all'Aja, il mio olandese mi
descriveva l'ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti;
una di quelle feste particolari dell'Olanda, specie di mascherate
storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e
servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli
avvenimenti illustri d'altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava
l'entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d'Egmont, duca di Gheldria, conte
di Zuften; di quella famiglia d'Egmont, che diede col nobile e
sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese
alla scure del duca d'Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature
principesche, con armature, con cotte d'armi dorate e stemmate, agitando
alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio
del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i
lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo;
suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le
sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d'Olanda
a godere quella splendida visione d'un'età lontana.



L'AJA.


La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale
che va da Delft all'Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un
laghetto di giardino.

Le barche che portan passeggieri da una città all'altra si chiamano in
olandese _trekschuiten_.

Il _trekschuit_ è la barca tradizionale, emblematica dell'Olanda, com'è
per Venezia la gondola. L'Esquiroz la definì: il genio della vecchia
Olanda galleggiante sulle acque. E infatti, chi non ha viaggiato in
_trekschuit_, non conosce l'aspetto più originale e più poetico della
vita olandese.

È una grande barca occupata quasi tutta da un casotto, della forma d'una
diligenza, diviso in due scompartimenti: quello a prora per la seconda
classe e quello a poppa per la prima. Sulla prora è piantata un'asta di
ferro con un anello per il quale passa una lunga corda che da una parte
si va ad annodare vicino al timone, e dall'altra a un cavallo di
rimorchio montato da un barcaiolo. Le finestrine del casotto hanno le
loro tendine bianche; le pareti e le porte sono dipinte; dentro lo
scompartimento di prima classe vi son dei sedili con cuscinetti, un
piccolo tavolino con qualche libro, un armadio, uno specchietto; ogni
cosa lucidissimo. Posando la valigia, lasciai cadere un po' di cenere di
sigaro sotto il tavolino; dopo un minuto rientrai e non ce la vidi più.

Ero solo; non ebbi da aspettare molto tempo; il timoniere fece un cenno,
il rimorchiatore montò a cavallo, e il _trekschuit_ cominciò a scorrere
mollemente sul canale.

Era un'ora dopo mezzogiorno e splendeva un bellissimo sole, ma la barca
passava nell'ombra. Il canale era fiancheggiato da due file di tigli, di
olmi, di salici, e da siepi alte, che nascondevano la campagna. Pareva
di navigare a traverso un bosco. A ogni svoltata si vedeva una
lontananza profonda, tutto verde e chiuso, e qualche mulino a vento
sulla sponda. L'acqua era coperta di un tappeto di lemna, e in alcuni
punti tempestata di fiorellini bianchi, d'iridi, di ninfee, di lenti
palustri. L'alta spalliera di verzura che fiancheggiava il canale,
s'apriva qua e là in brevi tratti, e allora si vedeva come da una
finestra l'orizzonte lontano della campagna, che subito era rinascosto.

Ogni tanto s'incontrava un ponte. Era bello vedere la rapidità, con cui
l'uomo a cavallo, e un altro, fisso là di guardia, facevan la manovra
delle corde per far passare il _trekschuit_; e come i due conduttori,
quando i _trekschuiten_ s'incontravano, si cedevano il passo, l'uno
facendo scorrer la corda sotto quella dell'altro, senza dire una parola,
senza salutarsi neanco con un sorriso, come se la serietà e il silenzio
fossero obbligatorii. Per tutta la strada non si sentiva altro rumore
che il frullo delle ali dei mulini.

S'incontravano dei barconi carichi di legumi, di torba, di pietre, di
botti, rimorchiati con una lunghissima corda da un uomo aiutato qualche
volta da un grosso cane con una cordicella al collo. Alcuni erano
rimorchiati da un uomo, una donna e un ragazzo, l'uno dietro l'altro,
colla fune legata a una specie di sottopancia di cuoio o di tela; tutti
e tre tanto inclinati innanzi da non capire come malgrado il ritegno
della fune potessero tenersi in piedi. Altri barconi eran rimorchiati da
una vecchia sola. Su parecchi, c'era al timone una donna con un bambino
al seno; altri bambini intorno; un gatto sur un sacco, un cane, una
gallina, dei vasi di fiori, delle gabbie d'uccelli. Su altri la donna
faceva la calza dondolando una culla col piede; su altri faceva da
mangiare; in alcuni, tutta la famiglia, meno uno che rimorchiava, stava
mangiando in crocchio. E non si può dire la pace che spirava nei visi di
quella gente, nell'aspetto di quelle case acquatiche, di quegli animali
divenuti, in certo modo, anfibii; la placidità di quella vita
galleggiante, l'aria sicura e libera di quelle famiglie erranti e
solitarie. E così vivono in Olanda migliaia di famiglie che non hanno
altra casa che la barca. Un uomo piglia moglie, fra tutti e due comprano
un battello, ci s'installano e portan le derrate da un mercato
all'altro. I bambini nascon sui canali, sono allevati e crescon
sull'acqua; la barca porta le masserizie, il piccolo peculio, le memorie
domestiche, gli affetti, il passato, tutto il bene presente e tutte le
speranze dell'avvenire. Si lavora, si risparmia, e dopo molti anni si
compra un battello più grande, vendendo la vecchia casa a una famiglia
più povera, o lasciandola al figlio maggiore che vi condurrà una sposa
cresciuta sur un altro battello, e adocchiata per la prima volta in un
incontro sul canale. E così di barca in barca, di canale in canale, la
vita scorre soave e tranquilla, come la casa vagabonda che la ricetta e
l'acqua silenziosa che l'accompagna.

Per un pezzo non vidi sulle due sponde che piccole case di contadini;
poi cominciai a vedere villette, chioschi e capanni, mezzo nascosti fra
gli alberi; e negli angoli più ombrosi, qualche signora bionda, vestita
di bianco, seduta, con un libro in mano; o qualche grosso signore
avvolto in un nuvolo di fumo, coll'aria soddisfatta del negoziante
arricchito. Tutte queste villette son dipinte d'un color roseo o
azzurrino, hanno i coppi del tetto inverniciati, terrazzi sostenuti da
colonnine, e giardinetti davanti o intorno, con aiuole e sentieri da
presepio; miniature di giardini, puliti, lisciati, leccati. Alcune case
son poste sull'orlo del canale, col piede nell'acqua; e lascian vedere i
fiori, i vasi e i mille ninnoli luccicanti dell'interno delle stanze.
Quasi tutte hanno un'iscrizione sulla porta, che è come l'aforismo della
felicità domestica, la formula della filosofia del padrone, come:--La
pace è denaro.--Piacere e riposo.--Amicizia e società.--I miei desiderii
sono soddisfatti.--Senza fastidi.--Tranquillo e contento.--Qui si godono
i piaceri dell'orticultura.--Qua e là c'era qualche bella vacca bianca e
nera, accovacciata sulla sponda, col muso a fior d'acqua, che sollevava
placidamente la testa verso la barca. Incontravamo degli stormi d'anitre
che si scansavano per lasciarci passare. C'erano di tratto in tratto a
destra e a sinistra dei canaletti quasi coperti da due alte siepi che
consertavano i rami formando una vôlta di verzura, sotto la quale si
vedevano allontanarsi e sparire nell'oscurità delle barchette di
contadini. Di tempo in tempo, in mezzo a tutto quel verde, saltava fuori
all'improvviso un gruppo di case, un villaggetto variopinto e lindo, coi
suoi specchietti e i suoi tulipani alle finestre; senza un'anima viva; e
quel silenzio profondo era rotto da un'arietta allegra d'un campanile
che non si vedeva. Era un paradiso pastorale, un paesaggio da idillio,
pieno di freschezza e di mistero; un'arcadia chinese, tutta piccoli
nascondigli, piccole sorprese, piccoli artifizi innocenti di bellezza,
che facevan l'effetto come di tante voci sommesse di gente invisibile
che bisbigliassero:--Siamo contenti.

A un certo punto il canale si biforca; un braccio che si nasconde fra
gli alberi va a Leida, l'altro volge a sinistra e va all'Aja. Dopo
questo punto, il _trekschuit_ cominciò a soffermarsi ora dinanzi a una
casa, ora dinanzi alla porta di un giardino per ricevere involti,
lettere e imbasciate a voce da portare all'Aja.

Un vecchio signore uscì da una villa e salì accanto a me. Parlava
francese, attaccammo discorso. Era stato in Italia, sapeva qualche
parola d'italiano, aveva letto _Les fiancés_; mi domandò dei particolari
sulla morte di Alessandro Manzoni: dopo dieci minuti, l'adoravo. Da lui
ebbi dei ragguagli sul _trekschuit_. Per capire la poesia di questa
barca nazionale, bisogna fare dei viaggi lunghi, in compagnia di gente
del popolo. Allora ognuno ci s'installa come in casa sua, le donne
lavorano, gli uomini salgono a fumare sul tetto; desinano tutti insieme;
dopo desinare, si adagiano fuori del casotto per vedere tramontare il
sole; i discorsi si fanno più intimi, la brigata diventa una famiglia.
Vien la notte; il _trekschuit_ attraversa come un'ombra dei villaggi
immersi nel silenzio, scivola sui canali inargentati dalla luna, si
nasconde nelle macchie, esce nell'aperta campagna, rasenta le case
solitarie in cui brilla la lucerna del contadino, e incontra barche di
pescatori che gli passano accanto come fantasmi. In quella pace
profonda, in quell'andar lento ed eguale, uomini e donne s'addormentano
a poco a poco gli uni accanto agli altri e la barca non lascia più
dietro di sè che il bisbiglio confuso dell'acqua e dei respiri.

Via via che s'andava innanzi, i giardini e le ville spesseggiavano. Il
mio compagno di viaggio mi accennò un campanile lontano, e mi nominò il
villaggio di Ryswijk, dove fu firmato nel 1697 il celebre trattato di
pace tra la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, l'Alemagna e l'Olanda. Il
castello del principe d'Orange, dove convennero i firmatari, non esiste
più, e fu alzato in suo luogo un obelisco.

Tutt'a un tratto, il _trekschuit_ uscì di mezzo agli alberi, e vidi una
vasta pianura, un gran bosco e una città coronata di torri e di mulini a
vento.

Era l'Aja.

Il barcaiolo mi chiese e ricevette i denari in un sacchettino di cuoio.
Il rimorchiatore stimolò il cavallo. In pochi minuti arrivammo in città,
e dopo un quarto d'ora io mi trovavo in una stanza luccicante
dell'Albergo Turenna, chi sa! forse nella stanza medesima dove il
celebre maresciallo aveva dormito da giovanetto quando era al servizio
dell'Olanda.

       *       *       *       *       *

L'Aja--in olandese S'Gravenhage o S'Hage,--la capitale politica, la
Washington dell'Olanda, della quale Amsterdam è la New-York,--è una
città mezza olandese e mezza francese, con larghe strade senza canali;
vaste piazze piene d'alberi, case signorili, alberghi splendidi, e una
popolazione composta in gran parte di ricchi, di nobili, d'impiegati, di
letterati, d'artisti; e d'un popolino più raffinato che quello delle
altre città olandesi.

Nel primo giro che feci per la città, quello che mi colpì di più furono
i quartieri nuovi, dove abita il fiore dell'aristocrazia danarosa. In
nessuna città, nemmeno nel sobborgo Saint-Germain a Parigi, mi sentii
tanto povero diavolo come in quelle strade. Sono strade larghe e
diritte, fiancheggiate da palazzini di forme snelle e di colori gentili,
con grandi finestre senza persiane, per le quali si vedono i tappeti, i
vasi di fiori e i mobili sontuosi delle sale a terreno; con tutte le
porte chiuse; e non una bottega, non un annunzio sui muri, non una
macchia, non una festuca a cercarla con cent'occhi. Quando passai per
quelle strade, v'era un silenzio profondo. Solo di tratto in tratto
incontravo qualche carrozza aristocratica che scorreva sul pavimento di
mattoni quasi senza far rumore, e vedevo qualche lacchè impalato dinanzi
a una porta, o qualche testa bionda di signora dietro a una tendina.
Passando rasente le finestre, osservavo colla coda dell'occhio il mio
meschino vestiario di viaggiatore riflesso spietatamente dalle grandi
vetrate, mi pentivo di non aver portato i guanti, provavo una certa
umiliazione di non essere almeno cavaliere di nascita, e mi pareva di
udire qua e là delle voci sommesse che dicessero:--Chi è quel pezzente?

Della città antica, la parte più considerevole è il Binnenhof, un
gruppo di vecchi edifizi di differenti stili d'architettura, che da due
lati guarda, su due vaste piazze, e da un altro sopra un grande stagno.
In mezzo a questo gruppo di palazzi, di torri, di porte monumentali,
d'un aspetto medioevale e sinistro, v'è uno spazioso cortile, nel quale
s'entra per tre ponti e tre porte. In uno di quegli edifizi risiedevano
gli Statolderi, e ora v'è la seconda Camera degli Stati generali; dalla
parte opposta, v'è la prima Camera, i Ministeri e diversi altri uffici
d'amministrazione pubblica. Il ministro dell'interno ha il suo ufficio
in una piccola torre bassa, nera, lugubre, che pende a filo sulle acque
dello stagno.

Il Binnenhof, la piazza che si stende ad occidente chiamata Buitenhof, e
un'altra piazza di là dallo stagno chiamata Plaats, nella quale si
giunge passando sotto una vecchia porta che faceva parte d'una prigione,
furono il teatro dei più sanguinosi avvenimenti della storia d'Olanda.

Nel Binnenhof, fu decapitato il venerando Van Olden Barneveldt, il
secondo fondatore della repubblica, la più illustre vittima di quella
lotta secolare tra il patriziato borghese e lo statolderato, tra il
principio repubblicano e il principio monarchico, che travagliò così
miseramente l'Olanda. Il patibolo ora innalzato dinanzi all'edifizio
dove sedevano gli Stati generali. Dalla parte opposta v'è la torre dalla
quale si dice che Maurizio d'Orange, non visto, assistesse al supplizio
del suo nemico. Nella prigione ch'è fra le due piazze, fu torturato
Cornelio De Vitt accusato ingiustamente d'aver tramato contro la vita
del principe d'Orange. Nel Plaats furono trascinati dal popolo furioso,
laceri e insanguinati, Cornelio e Giovanni De Vitt, il gran pensionario,
e là sputacchiati, calpestati, uccisi a colpi di picca e di pistola; e
poi mutilati e vilipesi i loro cadaveri. Nella stessa piazza fu
pugnalata Adelaide di Poelgest, amante d'Alberto, conte d'Olanda, il 22
settembre del 1392; e si mostra ancora la pietra sulla quale cadde
spirando.

Queste memorie funeste, quelle porte massiccie e basse, quel gruppo
disordinato di edifizi cupi, che la notte, quando la luna batte sulle
acque del lago morto, presentano l'aspetto d'un castello enorme e
inaccessibile, destano in mezzo a quella città allegra e gentile, un
sentimento di tristezza solenne. Il cortile, di notte, non è rischiarato
che da qualche raro fanale; le poche persone che passano, s'affrettano
come se avessero paura; non si sente il rumore dei passi, non si vede
una finestra illuminata; vi si entra con una vaga inquietudine e se
n'esce quasi con piacere.

Fuor di questo, l'Aja non ha monumenti considerevoli nè antichi nè
moderni. Vi sono parecchie mediocri statue di diversi principi d'Orange;
una cattedrale vasta e nuda e un palazzo reale modesto. Su molti edifizi
pubblici si vede scolpita una cicogna, ch'è l'animale araldico della
città. Parecchi di questi uccelli passeggiano liberamente nella piazza
del mercato dei pesci, mantenuti a spese del municipio come gli orsi di
Berna e le aquile di Ginevra.

       *       *       *       *       *

Il più bell'ornamento dell'Aja è il suo bosco; una vera meraviglia
dell'Olanda e uno dei più magnifici passeggi del mondo.

È un bosco d'ontani, di quercie e dei più grandi faggi che si vedano in
Europa, del circuito di più d'una lega francese, posto ad oriente della
città, a pochi passi dalle ultime case; una vera oasi deliziosa in mezzo
alla malinconica pianura olandese. Appena vi s'è entrati, appena si sono
oltrepassati i padiglioni, le casette svizzere, i chioschi sparsi in
mezzo ai primi alberi, par di essersi smarriti in una foresta sterminata
e solitaria. Gli alberi sono fitti come un canneto, i viali si perdon
nel buio; ci son laghi, canali quasi nascosti dalla verzura delle
sponde; ponti rustici, crocicchi di sentieri abbandonati, recessi
chiusi, oscurità profonde e fresche in cui par di respirare l'aria d'una
natura vergine e d'essere infinitamente lontani dai rumori del mondo.

Questo bosco, che come quello della città di Haarlem, si vuol che sia un
resto d'un'immensa foresta che copriva anticamente quasi tutta la costa
dell'Olanda, è rispettato dagli Olandesi come un monumento della loro
storia nazionale. Nella storia d'Olanda, in fatti, si trovano moltissimi
atti che gli si riferiscono, e che provano che in ogni tempo si ebbe una
cura gelosa della sua conservazione. Gli stessi generali spagnuoli
rispettando questa specie di culto nazionale, preservarono il bosco
sacro dalle offese dei soldati. In più d'un'occasione di gravi
strettezze finanziarie quando il governo sarebbe stato disposto a
decretarne la distruzione per vender le legna, i cittadini scongiurarono
il pericolo con una oblazione volontaria. Mille ricordi sono legati a
questo bosco diletto: ricordi d'uragani spaventosi, ricordi d'amori
principeschi, di feste celebri, di avventure romanzesche. Alcuni alberi
portano il nome di re e d'imperatori, altri di elettori germanici; un
faggio ha la fama d'esser stato piantato dal gran pensionario e poeta
Giacobbe Catz; altri tre, dalla contessa d'Olanda, Giacomina di Baviera;
e si accenna ancora il luogo dove essa soleva riposare delle sue
passeggiate. E ci lasciò il suo ricordo anche il signor Voltaire, che ci
ebbe non so che ripesco galante con la figliuola d'un parrucchiere.

In fondo al bosco, dove la piccola vegetazione presa da una sorta di
furia conquistatrice, s'alza, s'ammucchia, s'arrampica su per gli
alberi, s'intreccia sopra i sentieri, si stende sulle acque, e
intercetta da tutte le parti il passo e la vista, come se volesse celare
i misteri di qualche dimenticata divinità silvestre, si nasconde un
palazzotto reale, chiamato la Casa del Bosco, una specie di _Casa del
labrador_ della villa d'Aranjuez, eretta nel 1647 dalla principessa
Amelia di Solms in onore di suo marito Federico Enrico lo Statoldero.

Quando andai a visitare questo palazzo, mentre stavo cercando cogli
occhi la porta d'entrata, vidi uscire e salire in carrozza una signora
d'aspetto nobile e benevolo, che presi per una viaggiatrice inglese, che
avesse terminata la sua visita. La carrozza mi passò accanto, mi levai
il cappello, la signora fece un cenno del capo e scomparve.

Seppi un momento dopo da una cameriera del palazzo che quella
«viaggiatrice» era niente meno che sua maestà la Regina d'Olanda.

       *       *       *       *       *

Mi sentii una leggera scossa al sangue. La parola «regina» m'ha fatto
sempre, indipendentemente dalla persona a cui si riferisca,
quest'effetto; e non saprei dirne chiaramente il perchè. Forse perchè mi
ricorda certe visioni luminose e confuse dell'adolescenza.
L'immaginazione amorosa d'un ragazzo di quindici anni qualche volta
striscia sulla terra e qualche volta si slancia con desiderii
mostruosamente audaci a un'altezza vertiginosa. Sogna delle bianchezze
sovrumane, dei profumi che danno il delirio e delle voluttà che fanno
cader fulminati, e suppone che tutto questo si ritrovi nelle creature
misteriose e inaccessibili che la fortuna ha poste in cima della scala
sociale. E fra i mille casi strani, insensati, impossibili, che
s'avvicendano nella sua mente nelle notti febbrili, sogna anche di
superare nelle tenebre, colla sua agilità infantile, muri altissimi,
cancellate formidabili, fossi profondi, di sospingere porte
misteriosamente aperte, di passar per corridoi senza fine, in mezzo a
gente assopita, per sale immense, nel silenzio; di salire per scale
aeree, di arrampicarsi su pei rilievi d'una torre, rischiando la vita,
a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d'un giardino illuminato
dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un
balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d'una pietà profonda,
e rispondere con altre parole d'una tenerezza immensa, scoppiare in
pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci
disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi
profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più
forte della natura umana.

       *       *       *       *       *

In quel palazzo, chiamato il _Palazzo del Bosco_, v'è, fra le altre cose
considerevoli, una sala ottagona coperta dal pavimento alla vôlta di
pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali
uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l'apoteosi
di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell'imperatore
del Giappone, del vicerè d'Egitto e della Compagnia delle Indie; e
un'altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si
scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di
Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell'arte corbellatrice una
grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale
piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan
nell'occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d'Orange.

Mi parve strano quell'uso di lasciar entrare gli stranieri nel palazzo
nel momento stesso che la Regina ne usciva; ma non mi fece più specie
quando conobbi altre consuetudini, altri tratti popolari, il carattere,
in una parola, della famiglia reale d'Olanda.

Il re, in Olanda, è considerato quasi più come statoldero che come re.
V'è in lui, come diceva del duca d'Aosta quel tal repubblicano
spagnuolo, la _minor quantità di re possibile_. Il sentimento che il
popolo olandese nutre per la famiglia reale non è tanto di devozione per
la famiglia del monarca quanto di affetto per quella casa d'Orange che
partecipò a tutti i suoi trionfi e a tutte le sue sventure, che visse,
per così dire, della sua vita per lo spazio di tre secoli. Il paese, in
fondo, è repubblicano, e la sua monarchia è una sorta di presidenza
coronata, senza alcun fasto monarchico. Il Re pronunzia dei discorsi ai
banchetti e nelle feste pubbliche come da noi i ministri; e gode anzi la
fama di oratore, poichè parla all'improvviso, con una voce potentissima
e un certo impeto d'eloquenza soldatesca, che eccita un indicibile
entusiasmo nel popolo. Il principe ereditario, Guglielmo d'Orange,
studiò all'Università di Leida, sostenne esami pubblici e prese la
laurea d'avvocato. Il principe Alessandro, secondogenito, sta studiando
ora nella stessa Università, è membro del Club degli studenti, e invita
a pranzo i suoi professori e i suoi compagni di scuola. All'Aja, il
principe Guglielmo entra nei caffè, discorre coi vicini, s'accompagna
per la strada coi giovani suoi conoscenti. Nel bosco, la regina si
mette a seder sur una panca accanto a una povera donna. E non si può
dire che usin così, come altri principi, per acquistare popolarità,
poichè la famiglia d'Orange non ne può nè acquistare nè perdere, non
essendoci in quel popolo, per natura e per tradizione repubblicano,
nemmeno un indizio di fazione, non dico che voglia la repubblica, ma che
ne pronunzi il nome. Per contro, quel popolo, che ama e venera il suo
re, che nelle feste in onor suo gli stacca i cavalli dalla carrozza ed
esige che tutti portino una coccarda color d'arancio in omaggio al nome
d'Orange, nei tempi ordinari non si occupa punto dei fatti suoi e della
sua famiglia. All'Aja mi ci volle molto per sapere che grado avesse
nell'esercito il principe ereditario. Uno dei primi librai della città,
al quale rivolsi quella domanda, si meravigliò della mia curiosità che
gli parve puerile, e mi disse che probabilmente non avrei trovato in
tutta l'Aja cento persone che sapessero darmi una risposta.

La sede della corte è all'Aja; ma il re passa una buona parte
dell'estate in un suo castello nella Gheldria, e va ogni anno a star
qualche giorno in Amsterdam. Il popolo dice che v'è uno statuto il quale
obbliga il re a passare in Amsterdam dieci giorni all'anno, e il
municipio di quella città a fargli le spese per quei dieci giorni;
suonata la mezzanotte dell'undecimo, un fiammifero che bruci Sua Maestà
per accendere il sigaro, è a carico suo.

Tornando dalla villa reale all'Aja, trovai il bosco animato dalla
passeggiata della domenica: musica, carrozze, una folla di signore, i
caffè pieni di gente, e stormi di bambini da ogni parte.

Allora osservai per la prima volta il bel sesso olandese.

La bellezza è un fior raro in Olanda come in tutti i paesi; ma vidi
nondimeno assai più donne belle in un giro di cento passi nel bosco
dell'Aja, che non ne abbia viste in tutti i quadri dei Musei olandesi.
Non si vede fra quelle signore nè la bellezza scultoria delle romane, nè
gli splendidi colori delle inglesi, nè l'espressione vivacissima delle
andaluse; ma una finezza, una grazia innocente e affabile, una
leggiadria tranquilla, un'ideina che piace. Hanno l'attrattiva, disse
giustamente uno scrittore francese, del fiore di valeriana che adorna i
loro giardini. Son piuttosto alte che piccine, e grassotte; hanno i
tratti del viso irregolari, la pelle unita e brillante, d'un bel bianco
pallido o d'un roseo delicatissimo, che vi sembra stato suffuso
dall'alito di un angelo; i pomelli delle guancie salienti; gli occhi
d'un azzurro chiaro, sovente chiarissimo, in alcune di un'apparenza
vitrea, che danno uno sguardo vago come quello d'una persona distratta.
Si dice che non hanno bei denti: non lo potrei affermare perchè ridon
poco. Camminano con meno leggerezza che le francesi, con meno rigidezza
che le inglesi; vestono alla moda di Parigi; con più grazia all'Aja che
ad Amsterdam, benchè meno riccamente; e mettono in pomposa evidenza le
loro grandi capigliature bionde.

Mi fece specie il vedere ancora vestite da bimbe, colle sottane corte e
i calzoncini bianchi, ragazze che da noi hanno già il vestire e l'aria
di donne fatte. In Olanda, dove la vita è lenta e l'impazienza un
sentimento ignoto, le ragazze non hanno fretta di smetter gli usi e
l'aspetto della puerizia, e d'altra parte, entrano naturalmente assai
più tardi che in altri paesi in quella età così critica, nella quale,
come dice mirabilmente, al solito, Alessandro Manzoni, par che entri
nell'animo una potenza misteriosa, che solleva, adorna e rinvigorisce
tutte le inclinazioni e tutte le idee. Raramente una ragazza si marita
prima di vent'anni. Non dico le bambine del regno di Decan che per quel
che si racconta piglian marito all'età di ott'anni e son nonne prima dei
venti; ma le italiane e le spagnuole che si sposano a quattordici o
quindici, in Olanda sono considerate come creature miracolose. Là le
ragazze quindicenni vanno sole alla scuola coi capelli giù per le
spalle, e non c'è anima nata che le guardi. Ho inteso parlare quasi con
orrore d'un giovanotto dell'Aja accusato da altri giovanotti di cercare
delle avventure amorose in quell'età per essi non meno sacra
dell'infanzia.

Un'altra cosa che si nota subito in una città olandese,--eccettuata
Amsterdam,--è la mancanza della prostituzione elegante.
Quell'abbigliamento e quei modi particolari, che dicono:--Son del bel
numer una,--non si vedono affatto o quasi; e quel che si vede, c'è da
scommettere nove volte su dieci che viene dall'immenso semenzaio della
Senna.--"Badate," mi dicevano certi olandesi liberi pensatori, "siete in
un paese protestante, c'è molta ipocrisia." Sarà; ma non può essere una
gran piaga quella che si può ancora dissimulare. Società equivoca non
n'esiste: non ce n'è ombra in pubblico, non ce n'è idea nella
letteratura; la lingua stessa è ribelle alla traduzione d'una sola delle
formule infinite che costituiscono il linguaggio doppio, lubrico e
guizzante di quella società, nei paesi dov'ella si trova. D'altra parte,
nè padri, nè madri non chiudon gli occhi sulla condotta dei figli
scapoli, sian pure uomini tanto fatti; la disciplina della famiglia non
fa eccezione per le barbe lunghe; e quello che poi cospira colla
disciplina è il temperamento freddo, l'abitudine all'economia e il
rispetto dell'opinion pubblica.

Parlare del carattere e della vita delle donne olandesi, coll'aria di
esporre i frutti dell'esperienza propria, non essendo stato che qualche
mese in Olanda, sarebbe una presunzione più ridicola ancora che
impertinente; mi debbo dunque contentare di far parlare i libri e gli
amici.

Molti scrittori hanno trattato scortesemente le donne olandesi. Uno le
chiamò macchine da bambini; un altro massaie apatiche; un anonimo del
secolo scorso spinse l'impertinenza fino a dire che come gli uomini, in
Olanda, sogliono cercare le loro amanti nella classe delle fantesche,
così le donne (le signore, intende di dire) non spingono molte volte più
in alto le loro aspirazioni. Ma questi son giudizi dettati dalla stizza
di qualche corteggiatore scorbacchiato. Daniele Stern, che come donna ha
in questa materia un'autorità particolare, dice che sono altere, leali,
attive, caste. Qualcuno lasciò trapelare dei dubbi intorno alla tanto
predicata placidità dei loro affetti. Sono acque chete, scrisse
l'Esquiroz, ma si sa quel che si dice delle acque chete. Sono vulcani
gelati, disse l'Heine, che quando sgelano....! Ma di tutti i giudizi
letti, mi parve il più notevole quello di Saint Evremont: che le donne
olandesi non sono abbastanza vive per turbare il riposo degli uomini; e
che ce ne sono, sì, delle amabili; ma che non v'è nulla a sperarne, o
per la loro saggezza, o per una freddezza che tien luogo in loro di
virtù.

Un giorno, in un crocchio di giovanotti dell'Aja, citai questo giudizio
di Saint Evremont, e domandai bruscamente:--È vero?--Sorrisero, si
guardarono, uno rispose:--Direi...;--un altro:--Mi pare...;--un
terzo:--Sarebbe...;--infine s'accordarono tutti nel dire che era vero.
Altre volte raccolsi degl'indizi provanti che le cose corrono oggi tale
e quale come ai tempi dello scrittore francese. Si parlava in un
crocchio d'un personaggio leggermente ridicolo. "Eppure,--disse
uno,--quell'ometto d'apparenza così posata è un donnaiolo di prima
riga." Io domandai colla frase sacramentata: "Turba il riposo delle
famiglie?" Si misero tutti a ridere e uno rispose: "Che! Turbare il
riposo delle famiglie in Olanda! Sarebbe una delle dodici fatiche di
Ercole." "Noi olandesi,"--mi disse una volta un amico,--"non siamo
conquistatori, e non possiamo esserlo perchè ci manca la scuola. Non c'è
nulla di più falso in Olanda che la famosa definizione: il matrimonio è
come una fortezza assediata; chi è fuori vorrebbe esser dentro; chi è
dentro vorrebbe esser fuori. Qui chi è dentro ci sta bene e chi è fuori
non pensa ad entrare."--"La donna olandese," mi disse un altro, "non
sposa l'uomo, sposa il matrimonio."--Questo che si dice all'Aja, città
elegante, nella quale è grande l'influsso della civiltà francese, è
anche più vero detto delle altre città dove i costumi antichi si son
serbati più schietti. E dicano e scrivano pure i viaggiatori galanti che
in Olanda si dorme, e che la felicità domestica vi è un _bonheur un peu
gros_. Questa donna che esce poco, che balla poco, che ride poco, che
non s'occupa che dei suoi bambini, di suo marito e dei suoi fiori, che
legge libri di teologia e guarda la strada collo specchio per non farsi
vedere alla finestra, quanto è più poetica.... Oh perdonami, stavo per
dirtene una dura, Andalusia!

       *       *       *       *       *

Sino a questo punto, potrebbe credere qualcuno ch'io voglia far
sott'intendere che so la lingua olandese. Mi affretto a dire che non la
so e a scusare la mia ignoranza. Un popolo, come l'olandese, grave e
taciturno, più ricco di qualità nascoste che di belle qualità lampanti,
che vive, se posso così esprimermi, molto più dentro che fuori di sè,
che fa molto più di quello che dice, che non si spende per quello che
vale; si può studiare anche senza comprendere la sua lingua. D'altra
parte, in Olanda è straordinariamente diffusa la lingua francese. Nelle
grandi città non v'è quasi persona colta che non parli francese
correntemente, non v'è bottegaio che non sappia spiegarsi bene o male,
non v'è quasi ragazzo, anche tra il popolo minuto, che non sappia quelle
dieci o venti parole, che bastano a cavar d'impiccio uno straniero.
Questa diffusione d'una lingua così diversa da quella del paese, è un
fatto tanto più ammirabile quando si pensi che non è la sola lingua
straniera che si parli comunemente in Olanda. L'inglese e la tedesca vi
sono quasi altrettanto conosciute che la francese. Lo studio di tutte e
tre queste lingue è obbligatorio nelle scuole medie. Le persone colte,
quelle che in Italia sono quasi in dovere di sapere il francese, in
Olanda leggono la maggior parte libri inglesi, tedeschi e francesi colla
medesima facilità. Gli Olandesi hanno una particolare disposizione ad
imparare le lingue, e un'incredibile franchezza nel conversare. Noi
Italiani, prima di rischiarci a parlare una lingua straniera, vogliamo
saperla tanto da non lasciarci sfuggire dei grossi errori; arrossiamo,
quando ci scappano; evitiamo le occasioni di discorrere finchè non siamo
sicuri di parlare in modo da tirarci un complimento; e così facendo,
allunghiamo sempre più il periodo del nostro noviziato filologico. In
Olanda segue soventissimo d'incontrare gente che parla francese
rimestando con infiniti sforzi un capitale di cento parole e di venti
frasi; ma parla, regge una lunga conversazione e non mostra di curarsi
menomamente di quello che voi possiate pensare dei suoi spropositi e
della sua audacia. Portinai, facchini, ragazzi, interrogati se sappiano
il francese, rispondono colla più grande sicurezza:--_Oui_, o--_un peu_,
e s'industriano in mille modi per farsi capire, ridendo qualche volta
essi medesimi delle stravaganti contorsioni del loro linguaggio, e
arrotondando ogni risposta con un _s'il vous plaît_ o un _pardon,
Monsieur_, detto il più delle volte così graziosamente a sproposito, da
doverne ridere ad ogni costo. E pare così ovvio a tutti il sapere il
francese, che quando qualcuno deve rispondere che non lo sa, tituba, si
vergogna, e se è interrogato per la strada, finge d'aver fretta e vi
pianta su due piedi.

Quanto alla lingua olandese, per chi non sappia il tedesco è buio pesto;
e anche sapendo il tedesco, si può capirne qualcosa nei libri, con un
po' di studio; ma a sentirla parlare, è buio egualmente. Se avessi da
dire l'effetto che fa sull'orecchio a chi non la intende, direi che par
tedesco parlato da gente che abbia un pelo nella gola; il che è dovuto
alla frequenza d'un'aspirazione gutturale che somiglia alla jota
spagnuola. Gli Olandesi stessi non trovano che la loro lingua sia
armoniosa. Mi accadde spesso di sentirmi domandare con un'aria
scherzosa:--Che effetto le fa?--quasi sottintendendo che dovesse essere
un effetto poco gradevole. Eppure ci fu chi scrisse un libro per
dimostrare che Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, parlavano olandese.
Ma benchè parlino tante lingue straniere, gli Olandesi tengon molto alla
propria; e s'indignano quando uno straniero ignorante mostra di credere,
così per sentita dire, che l'olandese sia un dialetto tedesco; cosa, per
verità, creduta da molti di coloro che conoscon quella lingua soltanto
di nome. È quasi superfluo il rammentare la storia della lingua. I primi
popoli del paese parlavano il teutono nei suoi varii dialetti. Questi
dialetti si fusero e formarono l'antica lingua neerlandese, la quale
passò nel medio evo, come le altre lingue d'Europa, per le differenti
fasi germanica, normanna, francese, e ne uscì l'olandese attuale, nel
quale rimane il fondo dell'idioma primitivo, con qualche impronta
latina. Certo v'è una grande somiglianza fra l'olandese e il tedesco, e
soprattutto un'infinità di radicali comuni; ma ne differisce molto la
sintassi, nell'olandese assai più semplice, e moltissimo la pronunzia. E
questa medesima somiglianza è cagione che gli Olandesi parlino per lo
più men bene il tedesco che l'inglese o il francese, sia per la
difficoltà che nasce dalla facilità dell'equivoco, sia perchè, non
dovendo fare un gran sforzo per riuscire a comprendere la lingua e a
parlarla per il proprio bisogno, s'arrestan lì, come segue a molti di
noi per il francese, che lo parliamo già a dieci anni e non lo sappiamo
ancora a quaranta.

È tempo ora d'andar a vedere il Museo di pittura che è il più bel
gioiello dell'Aja.

Appena entrati, ci si trova dinanzi alla più celebre di tutte le bestie
dipinte: il toro di Paolo Potter; quell'immortale toro che, come ho
detto, ebbe l'onore, nel Museo del Louvre, quando c'era la manía di
classificare i quadri in una sorta di gerarchia di celebrità, d'esser
posto accanto alla Trasfigurazione di Raffaello, al san Pietro martire
del Tiziano e alla Comunione di san Geronimo del Domenichino; quel toro,
che l'Inghilterra pagherebbe un milione di lire, e l'Olanda non darebbe
per il doppio; quel toro infine, sul quale furono certamente scritte più
pagine che non ci abbia dato pennellate il pittore, e su cui si scrive e
si disputa ancora, come se invece d'una immagine fosse una creazione
vera e viva d'un nuovo animale.

Il soggetto del quadro è semplicissimo: un toro di grandezza naturale,
ritto, col muso rivolto verso chi guarda; una vacca accosciata in terra;
alcune pecore, un pastore, un paesaggio lontano.

Il merito supremo di questo toro, si dice in una parola: è vivo.
L'occhio grave ed attonito, che esprime il sentimento d'una vitalità
vigorosa e d'una alterezza selvaggia, è reso con tanta verità, che, a
primo aspetto, vien quasi fatto di scansarsi a destra e a sinistra, come
si fa in un sentiero in campagna, quando s'incontra uno di quegli
animali. Le narici umide e nere, par che fumino e assorbiscano l'aria
con un'aspirazione profonda. I peli son resi uno per uno con tutte le
pieghe, le torsioni, le traccie dei fregamenti contro gli alberi e la
terra, e sembran peli veri attaccati alla tela. Gli altri animali non
son da meno: la testa della vacca, la lana delle pecore, le mosche,
l'erba, le foglie e le fibre delle piante, il muschio; ogni cosa è reso
con una verità prodigiosa. E mentre si capisce l'infinita cura che deve
averci messo l'artista, non si vede la fatica, la pazienza della copia;
par quasi un lavoro d'ispirazione, di foga, nel quale il pittore,
infiammato da una sorta di furore del vero, non abbia avuto un momento
d'esitazione o di stanchezza. Furon fatte su questo «incredibile colpo
d'audacia d'un giovane ventiquattrenne» infinite censure. Si censurò la
sua grandezza eccessiva per la natura volgare del soggetto; la mancanza
d'effetto luminoso, perchè la luce v'è uguale per tutto e dà risalto a
ogni cosa, senza contrasto d'ombra; la rigidezza delle gambe del toro;
il colorito secco delle piante e degli animali lontani; la mediocrità
della figura del pastore. Ma con tutto questo, il toro di Paolo Potter
riman coronato della gloria dei grandi capolavori e l'Europa lo
considera come l'opera più magistrale del principe dei pittori
d'animali. «Col suo toro,--disse giustamente un critico illustre--Paolo
Potter ha scritto il vero idillio dell'Olanda.»

Questo è il grande merito dei pittori d'animali dell'Olanda, e del
Potter soprattutto. Egli non ha soltanto rappresentato gli animali; ma
ha reso visibile e celebrato colla poesia dei colori l'amore attento,
delicato, quasi materno, che nutre per essi il popolo agricolo
dell'Olanda. S'è servito degli animali come d'interpreti per rivelare la
poesia della vita rustica. Ha espresso con essi il silenzio e la pace
dei campi, il piacere della solitudine, la dolcezza del riposo e la
soddisfazione del lavoro tranquillo. Si direbbe ch'egli era riuscito a
farsi capire da loro e a ottenere che s'atteggiassero espressamente per
essere copiati. Ha saputo dar loro tutta la varietà e l'attrazione di
personaggi. La tristezza, la quiete contenta che segue la soddisfazione
dei bisogni, il sentimento della salute e della forza, l'amore e la
riconoscenza per l'uomo, tutti i barlumi d'intelligenza e gli embrioni
d'affetti, tutte le varietà di carattere, li ha afferrati e significati
con fedeltà amorosa, ed è riuscito a trasfondere negli altri il
sentimento che l'animava. Guardando i suoi quadri, ci si sente
risvegliare a poco a poco non so che istinto primitivo di vita
pastorale, un certo desiderio innocente di mungere, di tosare, di
lavorare con quegli animali benefici, pazienti e belli, che rallegrano
l'occhio ed il cuore. Paolo Potter, in quest'arte, s'è innalzato su
tutti. Il Berghem è più fine, ma egli è più naturale; il Van de Velde ha
più grazia, ma egli ha più energia; il Du Jardin è più amabile, ma egli
è più profondo.

E pensare che l'architetto, che fu poi suo suocero, non voleva da
principio accordargli la figliuola perchè non era che un _pittore di
bestie_; e che il suo celebre toro fu fatto, se si sta alla tradizione,
per servir d'insegna alla bottega d'un macellaio, e venduto per 1260
lire!

Un altro capolavoro del museo dell'Aja, è un quadretto di Gherardo Dov,
l'autore della celebre _Donna idropica_, ch'è nel Museo del Louvre fra i
quadri di Raffaello e del Murillo; uno dei più grandi pittori di scene
intime della scuola olandese, e il più paziente tra i più pazienti
artisti della sua patria. Il quadro non rappresenta che una donna seduta
vicino a una finestra, con una culla accanto; ma in questa semplicissima
scena, v'è una così cara e santa aura di pace domestica, un riposo così
profondo, un'armonia così amorosa, che il più ostinato scapolo della
terra non ci potrebbe fissar gli occhi senza sentirsi nel cuore un
desiderio irresistibile di essere colui che manca ed è aspettato in
quella stanzina quieta e pulita, o almeno di poterci entrare per un
momento, anche di soppiatto, anche colla condizione di starci
rannicchiato nel buio, pur di poter aspirare quel profumo di felicità
innocente e segreta. Questo quadro, come tutti quei del Dov, è dipinto
con la prodigiosa finitezza, che già in lui tocca quasi l'eccesso, che
lo toccò poi con quello Slingelandt, che impiegò tre anni di lavoro
continuo a dipingere la famiglia Meerman, e che degenerò posteriormente
in quella maniera lisciata, leccata, tormentata, delle figure d'avorio,
dei cieli di smalto e dei campi di velluto, della quale il pittore Van
der Werff fu il più rinomato maestro. Fra gli altri oggetti si vede in
questo quadro del Dov un manico di scopa, grande come l'asticciuola
d'una penna, intorno al quale si dice che il pittore abbia lavorato
assiduamente per lo spazio di tre giorni; il che non pare strano, quando
si pensi che ci son segnati tutti i più minuti filamenti, le venature, i
nodi, le macchiette, le ammaccature, le traccie delle dita. Di questa
sua sovrumana pazienza si raccontano cose appena credibili. Si dice che
abbia impiegato cinque giorni a copiare una mano d'una signora Spirings
di cui fece il ritratto: chi sa quanto ci avrà messo a fare la testa! I
malcapitati che volevano farsi ritratti da lui, li riduceva alla
disperazione. Si racconta che macinasse egli medesimo i suoi colori, che
facesse i suoi pennelli e tenesse ogni cosa ermeticamente chiuso, perchè
non pigliasse ombra di polvere. Quando entrava nel suo studio apriva
delicatamente la porta, si sedeva con gran flemma e rimaneva immobile
fin che ogni menoma agitazione prodotta in lui dal movimento fosse
cessata. Poi cominciava a dipingere, servendosi di vetri concavi per
rimpicciolire gli oggetti. Questo sforzo continuo finì per indebolirgli
la vista, e fu costretto a dipingere colla lente. Con tutto ciò, il suo
colorito non è punto affaticato o raffreddato dal lavoro, e i suoi
quadri conservano lo stesso vigore così visti da lontano che da vicino.
Furono, con molta giustezza, rassomigliati a scene naturali
rimpicciolite in una camera oscura. Il Dov fu uno dei molti discepoli
del Rembrandt, che si divisero l'eredità del suo genio. Egli ne
raccolse la finezza e l'arte d'imitare la luce, soprattutto delle
candele e delle lucerne, nella quale, come vedremo nel Museo
d'Amsterdam, s'elevò all'altezza del suo maestro. Raro fra i pittori del
suo genere, non si piacque nella rappresentazione della bruttezza e dei
soggetti triviali.

Il genere intimo è rappresentato nel Museo dell'Aja, oltrechè dal Dov,
da Adriano van Ostade, dallo Steen, e dal Van Mieris il vecchio.

Il Van Ostade, chiamato il Rembrandt della pittura intima, poichè imitò
dal grande maestro l'arte potentissima del chiaroscuro, delle sfumature
delicate, della trasparenza delle ombre, della ricchezza del colorito,
ci ha due quadretti che rappresentano l'interno e l'esterno d'una casa
rustica, con figure; pieni tutti e due di poesia, malgrado la volgarità
dei soggetti, ch'egli ha comune cogli altri pittori dello stesso genere.
Ma ha questo di particolare: che le ragazze notevolmente brutte dei suoi
quadri sono immagini prese nella sua famiglia, la quale, per quel che si
dice, era un gruppo di mostriciattoli, che egli mise alla berlina
dell'universo. Così quasi tutti i pittori olandesi scelsero fra le donne
che dipinsero le meno belle che caddero sotto i loro occhi, come se si
fossero dati l'intesa per screditare il tipo femminino della loro
patria. Le Susanne del Rembrandt, per citare i soggetti che avrebbero
richiesto più degli altri la bellezza, sono brutte serve olandesi; e non
occorre parlare delle donne dello Steen, del Brouwer e d'altri. E sì nel
loro paese non mancavano, come s'è visto, i modelli d'una bellezza
nobile e graziosa.

Francesco van Mieris il vecchio, il primo discepolo di Gherardo Dow,
come lui minuzioso e finissimo (che appartiene col Metsu e col Terburg,
due pittori eminenti per finitezza e colorito, a quel gruppo di pittori
del genere intimo, che scelsero i loro soggetti nelle classi elevate
della società), ha tre bei quadri, uno dei quali rappresenta l'artista
con sua moglie. Dello Steen v'è fra gli altri il suo soggetto favorito;
un medico che tocca il polso a una ragazza malata d'amore, e una
governante che assiste; ammirabile gioco di sguardi e di sorrisi
inesprimibilmente arguti e bricconi, che voglion dire nel medico:--Mi
par di capire;--nella malata:--Ci vuol altro che le tue ricette,--e
nella governante:--Lo so io quel che ci vuole!--Altri quadri di genere
intimo del Schalken, del Tilborg, del Netscher, di Guglielmo van Mieris,
rappresentano cucine, botteghe, desinari, famiglie di pittori.

In fatto di paesaggi e di marine vi son le più belle gemme del Ruysdael,
del Berghem, del Van de Velde, del Van der Neer, del Backhuizen,
dell'Everdingen, oltre un buon numero di quadri di Filippo Wouwermann,
il pittore dei cavalli e delle battaglie.

Vi son due quadri del Van Huysum, il grande pittore di fiori; quegli
che, nato in un tempo in cui l'Olanda era presa da una sorta di follia
amorosa per i fiori e possedeva i più belli d'Europa, celebrò col
pennello questa follia, e ne destò un'altra coi suoi quadri. Nessuno ha
reso più meravigliosamente di lui le sfumature infinite, la freschezza,
la trasparenza, la vellutatura, le grazie, i pudori, le languidezze, i
mille segreti di bellezza, tutte le sembianze della vita pomposa e
delicata di questa perla della vegetazione, di questo vezzo amoroso
della natura, che è il fiore. Gli Olandesi gli portavano le meraviglie
dei loro giardini perchè le copiasse; tutti i re gli domandavan dei
fiori; i suoi quadri eran pagati somme, per quei tempi, favolose. Geloso
di sua moglie e della sua arte, lavorava solo, invisibile ai suoi stessi
fratelli, perchè non scoprissero i segreti del suo colorito; e così
visse e morì glorioso e malinconico in mezzo ai petali e ai profumi.

Ma il primo capolavoro del Museo è la celebre _Lezione d'Anatomia_ del
Rembrandt.

Questo quadro gli fu ispirato da un sentimento di riconoscenza per il
medico Tulp, professore di anatomia ad Amsterdam, il quale lo protesse
nella sua giovinezza. Il Rembrandt rappresentò il Tulp coi suoi
discepoli aggruppati intorno a una tavola sulla quale è disteso un
cadavere nudo con un braccio sparato dal coltello anatomico. Il
professore col cappello in capo, ritto, mostra colle forbici i muscoli
del cadavere ai suoi discepoli, e spiega. Dei discepoli alcuni sono
seduti, altri ritti, altri chinati sul cadavere. La luce che vien da
sinistra a destra, illumina i volti e una parte del corpo morto,
lasciando nell'oscurità i vestimenti, la tavola e le pareti della
stanza. Le figure son di grandezza naturale.

È difficile spiegare l'effetto che produce questo quadro. Il primo
sentimento è l'orrore e il ribrezzo del cadavere. Ha la fronte
nell'ombra, gli occhi aperti colla pupilla rivolta in su, la bocca
socchiusa in un atteggiamento come di stupore, il petto enfiato, le
gambe e i piedi stecchiti, le carni livide, che pare se ne debba sentire
il freddo a metterci sopra la mano. Con questo corpo irrigidito, fanno
un contrasto potente gli atteggiamenti vivaci, i volti giovanili, gli
occhi umidi, intenti, pieni di pensiero dei discepoli, che rivelano in
diverso grado l'avidità del sapere, la gioia dell'apprendere, la
curiosità, la meraviglia, lo sforzo dell'intelligenza, la sospensione
dell'animo. Il maestro ha il volto tranquillo, l'occhio sereno e il
labbro quasi sorridente dell'intima compiacenza del sapere. V'è nel
complesso del gruppo un'aria di mistero, di gravità, di solennità
scientifica, che impone la riverenza e il silenzio. Il contrasto tra la
luce e l'ombra è meraviglioso al pari di quello tra la morte e la vita.
Tutto vi è rappresentato con una finitezza incredibile: si possono
contare le piegoline delle gorgiere, le rughe dei visi, i peli delle
barbe. Si dice che lo scorcio del cadavere è sbagliato e che in qualche
punto la finitezza degenera in secchezza; ma il giudizio universale pone
la _Lezione d'Anatomia_ fra i più grandi capolavori del genio umano.

Il Rembrandt non aveva che ventisei anni quando fece questo quadro, il
quale appartiene perciò alla sua prima maniera, nella quale non si vede
ancora la foga, l'audacia, la sovrana sicurezza del proprio genio, che
sfolgora nei lavori della sua età matura; ma v'è già tutta quell'immensa
potenza illuminatrice, quell'arte meravigliosa del chiaroscuro, quella
affascinante magía dei contrasti, che è il tratto più originale del suo
genio.

Per quanto si sia profani all'arte, e s'abbia fatto il proponimento di
non peccar più di soverchio entusiasmo, quando s'è dinanzi a Rembrandt
van Rhijn, non si può a meno d'alzare un po', come dicon gli Spagnuoli,
la chiavica dello stile. Il Rembrandt esercita un prestigio particolare.
Frate Angelico è un santo, Michelangelo è un gigante, Raffaello è un
angelo, il Tiziano è un principe: il Rembrandt è uno spettro. Come
chiamar diversamente questo figlio d'un mugnaio, nato in un mulino a
vento, che salta su inaspettato, senza maestri, senza esempi, senza
alcuna derivazione di scuola; diventa un pittore universale, abbraccia
tutti gli aspetti della vita, dipinge figure, paesaggi, marine, animali,
i santi del paradiso, i patriarchi, gli eroi, i monaci, la ricchezza e
la miseria, la deformità e la decrepitezza, il ghetto, la taverna,
l'ospedale, la morte; fa insomma una rivista del cielo e della terra e
avvolge ogni cosa in una luce arcana che sembra scaturita dal suo capo;
ed è nello stesso tempo grandioso e minuzioso, idealista e realista,
pittore e incisore; che trasfigura tutto e non dissimula nulla, che
cangia gli uomini in fantasmi, le scene più volgari della vita in
apparizioni misteriose, questo mondo, sto per dire, in un altro mondo,
che non par più questo e lo è ancora? Dove ha attinto quella sua luce
indefinibile, quei bagliori di raggi elettrici, quei riflessi d'astri
ignoti, che fanno pensare come un enigma? Che cosa vedeva nelle tenebre
questo sognatore, questo visionario? Qual era l'arcano che gli
tormentava l'ingegno? Che cosa ha voluto dire coll'eterno conflitto dei
suoi raggi e delle sue ombre questo pittore dell'aria? Fu detto che le
opposizioni del chiaro e dell'oscuro corrispondevano in lui ai diversi
movimenti del pensiero. E veramente pare che quello che seguiva allo
Schiller, di sentirsi dentro, prima di cominciare un'opera, un'armonia
di suoni indistinti, ch'era come un preludio dell'ispirazione; seguisse
al Rembrandt, il quale nell'atto di concepire un quadro, aveva una
visione di raggi e d'ombre, che volevano dire qualche cosa prima che li
animasse coi suoi personaggi. Nei suoi quadri infatti c'è una vita,
un'azione, direi quasi, drammatica, estranea a quella delle figure
umane. Fasci di luce vivissima irrompono in un ambiente tenebroso come
grida di gioia; le tenebre fuggono impaurite, lasciando qua e là
penombre piene di malinconia, riflessi tremoli che paion lamenti,
oscurità profonde, piene di minaccie funeree; guizzi di luce,
scintillamenti, ombre ambigue, trasparenze che sembran dubbi, domande,
sospiri, parole d'un linguaggio soprannaturale, che si sente, come la
musica, e non si comprende, e riman nella memoria come il ricordo d'un
sogno. E in quest'atmosfera pose i suoi personaggi, dei quali alcuni
rimasero vestiti della luce sfolgorante d'un'apoteosi teatrale, altri
velati come larve, altri saettati da un sol raggio di luce nel viso;
vestiti di abiti pomposi o miseri, ma tutti con qualcosa di strano e di
fantastico; senza contorni precisi, ma carichi di colori possenti, con
rilievi scultorii e tocchi di pennellate temerarie; e per tutto
l'espressione calda, la furia dell'ispirazione violenta, l'impronta
superba, capricciosa, profonda del genio senza freno e senza paura.

Del resto, ognuno vuol dir la sua; ma chi sa che il Rembrandt se potesse
leggere tutte le pagine che si sono scritte per spiegare le segrete
intenzioni della sua pittura, non darebbe in uno scoppio di risa! Tale è
la sorte degli uomini di genio: ognuno, per mostrare che li ha capiti
meglio degli altri, se li rimpasta a modo suo; sono come un bel tema
dato da Dio, che gli uomini svolgono in mille modi diversi; un telaio su
cui l'immaginazione umana dipinge e ricama secondo le torna o le frulla.

Uscii dal Museo dell'Aja con un desiderio insoddisfatto, per non averci
trovato nessun quadro di Girolamo Bosch, nato a Bois-le-duc, nel
decimoquinto secolo. Questo cervellaccio pieno di diavolerie, questo
spauracchio di bigotti, questo stregone dell'arte, m'aveva fatto
accapponar la pelle per la prima volta nel Museo di Madrid, con un
quadro che rappresenta un orribile esercito di scheletri vivi
sparpagliati sur un immenso spazio, in lotta con una folla varia,
confusa, disperata di uomini e di donne, che essi vogliono trascinare in
una voragine dove li aspetta la morte. Solamente dall'immaginazione
inferma d'un uomo agitato dal terrore della dannazione, poteva uscire
una così mostruosa stravaganza; dinanzi alla quale, per quanto sia
lontano il tempo in cui s'aveva paura dei fantasmi, si risente un
confuso risvegliarsi di quella paura. Tali furono i soggetti di tutti i
suoi quadri: torture di dannati, spettri, abissi di fuoco, draghi,
uccelli soprannaturali, mostri schifosi, cucine diaboliche, paesaggi
sinistri. Uno di questi spaventosi quadri si trovò nella cella dove morì
Filippo II; altri si sparsero in Spagna e in Italia. Chi era questo
pittore chimerico? Come visse? Che strana manìa lo tormentava? Non si
sa; passò sulla terra avvolto in una nuvola, e disparve come una visione
d'inferno.

       *       *       *       *       *

Al pian terreno del palazzo del Museo v'è un «Gabinetto Reale di
curiosità» che contiene, oltre un gran numero di oggetti vari della
China, del Giappone e delle Colonie olandesi, alcune reliquie storiche
preziosissime. Fra le altre, v'è la spada di quel Ruyter, che cominciò
la sua vita facendo il cordaio a Flessinguen, e fu poi il più grande
ammiraglio dell'Olanda; la corazza, traforata dalle palle,
dell'ammiraglio Tromp; una seggiola della prigione del venerando
Barnevelt; una scatola contenente dei capelli di quel Van Spoyk, che nel
1831, sulla Schelda, fece saltare in aria il suo vascello per salvare
l'onore della bandiera olandese. V'è pure il vestiario completo che
portava Guglielmo il Taciturno quando fu assassinato a Delft: la sua
camicia macchiata di sangue, la sua giubba di pelle di bufalo forata
dalle palle, i suoi larghi calzoni, il suo gran cappello di feltro; e
nella stessa vetrina le palle, le pistole dell'assassino, e il testo
originale della sua sentenza di morte.

Quel vestiario modesto, quasi rozzo, che portava nel colmo della sua
potenza e della sua gloria il capo della repubblica dei Paesi Bassi, è
una bella testimonianza della semplicità patriarcale dei costumi
olandesi. Non v'è forse altro popolo moderno che abbia avuto, in un
grado uguale di prosperità, meno vanità e meno fasto. Si racconta che
quando il conte di Leicester, mandato dalla regina Elisabetta, giunse in
Olanda, e quando vi fu lo Spinola per trattare della pace in nome del re
di Spagna, la loro magnificenza fece quasi scandalo. Si dice che gli
ambasciatori spagnuoli, andati all'Aja nel 1608 per stipulare la famosa
tregua, videro dei deputati degli Stati d'Olanda, meschinamente vestiti,
sedersi in un prato, e far colezione con un po' di pane e di cacio che
avevano portato in una bisaccia. Il gran pensionario Giovanni De Witt,
l'avversario di Luigi XIV, aveva un solo servitore. L'ammiraglio Ruyter
viveva ad Amsterdam in una casa da pover uomo e scopava la sua camera da
letto.

Un altro oggetto curiosissimo di questo Museo è una cassa aperta sul
davanti, come una scansía, che rappresenta in tutti i suoi più minuti
particolari l'interno d'una ricca casa di Amsterdam del principio del
secolo XVIII. Lo czar Pietro il Grande, durante il suo soggiorno in
Amsterdam, aveva dato a un ricco borghese di quella città l'incarico di
fargli quel giocattolo di casa, per portarla in Russia come un ricordo
dell'Olanda. Il ricco borghese, che si chiamava Brandt, fece la cosa da
bravo olandese: adagio e bene. I più abili ebanisti dell'Olanda
costrussero i mobili, gli orefici più esperti fecero le argenterie, i
tipografi più accurati stamparono libriccini, i miniatori più delicati
dipinsero i quadri, la biancheria fu preparata in Fiandra, le
tappezzerie a Utrecht. Dopo venticinque anni di lavoro tutte le stanze
si trovarono allestite. La camera nuziale aveva tutto il necessario per
il prossimo parto della padroncina; nella sala da pranzo c'era un
microscopico servizio da thè sur un tavolino largo come uno scudo; la
galleria dei quadri, a guardarci bene colla lente, era completa; in
cucina ci era di che fare un lucullesco desinare per una compagnia di
lilliputti; c'era la biblioteca, un gabinetto di varietà chinesi, gabbie
d'uccelli, libriccini di preghiera, tappeti, biancheria per tutta la
famiglia con trine e ricami finissimi; non mancava che una coppia
coniugale, una cameriera e una cuoca un po' più piccini d'una marionetta
ordinaria. Ma c'era un guaio: la casetta costava centoventimila lire; lo
czar che, come tutti sanno, era un uomo economo, la rifiutò e il
Brandt, piccato, per svergognare l'imperiale avarizia, la regalò al
Museo dell'Aja.

       *       *       *       *       *

Fin dal primo giorno avevo incontrato per le strade dell'Aja certe donne
vestite in una maniera così strana, che m'ero messo a pedinarne una per
osservare attentamente tutti i particolari del suo costume. A primo
aspetto immaginai che appartenessero a qualche ordine religioso, o che
fossero eremite, o pellegrine, o donne di qualche popolo nomade di
passaggio per l'Olanda. Portano uno spropositato cappello di paglia
foderato d'indiana a fiori, una mantellina da frate di rascia color
cioccolatte, foderata di una stoffa rossa; una sottana pure di rascia,
corta, gonfia che par che abbiano la crinolina; le calze nere e gli
zoccoli bianchi. La mattina si vedono andare al mercato con una cesta
piena di pesci sulla testa, o con un carretto, tirato da due grossi
cani. Sono per lo più scompagnate, o a due a due, senz'uomini. Camminano
in una maniera particolare, a passi lunghi, con un certo accasciamento,
come chi è abituato a camminare sulla sabbia; e hanno nel viso e nel
contegno qualcosa di triste, che concorda coll'austerità cenobitica del
loro vestire.

Un olandese a cui domandai chi fossero, mi disse per tutta risposta:
"Vada a Scheveningen."

Scheveningen è un villaggio, distante due miglia dall'Aja, e ci si va
per una strada diritta, fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da
parecchie file di bellissimi olmi, che non vi lasciano penetrare un
raggio di sole. Di là dagli olmi, dalle due parti della strada, ci son
palazzine, padiglioni, villette coi tetti frangiati, come chioschi di
giardino, e facciate di mille forme capricciose colle solite iscrizioni
che invitano al riposo e al piacere. Quella strada, che è il passeggio
favorito del popolo dell'Aja la sera della domenica, gli altri giorni è
quasi sempre solitaria. Non vi s'incontra che qualche donna di
Scheveningen, qualche carrozza, e le diligenze che vanno e vengono tra
la città e il villaggio. Andando innanzi, par che si debba riuscire in
faccia a un palazzo reale, in mezzo a un gran giardino o a un gran
parco. Quella folta vegetazione, quell'ombra, il silenzio, ricordano il
bosco dell'Alhambra di Granata. Non si pensa più a Scheveningen e si
dimentica che s'è in Olanda.

Arrivati in fondo, è un istantaneo cambiamento di scena che fa rimaner
trasognati: la vegetazione, l'ombra, le immagini di Granata, tutto è
sparito: si è in mezzo alle dune, nella sabbia, nel deserto; si sente
soffiar nel viso un vento salino, e si ode un gran rumore sordo e
diffuso; si sale sopra un'altura, e si vede il Mare del Nord.

Per chi non ha mai veduto che il Mediterraneo, lo spettacolo di quel
mare e di quella spiaggia, desta un sentimento nuovo e profondo. La
spiaggia è tutta sabbia chiara e finissima come cenere, sulla quale
scorre avanti e indietro, come un tappeto continuamente spiegato e
ripiegato, l'ultimo lembo delle onde del mare. Questa spiaggia sabbiosa
si stende fino ai piedi delle prime dune, che son monticciuoli di
sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall'eterno flagello delle
onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder.
Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè
granchi, nè un cespuglio, nè un filo d'erba. Non si vede che acqua e
sabbia, sterilità e solitudine.

Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all'immagine
che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori
degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e
popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in
là d'un verde pallido, e più lontano d'un azzurro smorto. L'orizzonte è
per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia,
e nasconde tutto il mare, come un'immensa cortina, lasciando veder
soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di
barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio,
percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e
mobilissime; in alcuni punti nero d'un'oscurità quasi notturna, che fa
balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri
punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima,
che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso.
L'onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e
manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore
d'una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra si guardano con
aspetto sinistro, come tre nemici implacabili, e sembra, a contemplare
quello spettacolo, che sia imminente qualche grande sconvolgimento della
natura.

Il villaggio di Scheveningen è posto sulle dune, che lo difendono dal
mare, e lo nascondono in modo che, a guardar dalla spiaggia, non si vede
che il campanile a pan di zucchero della chiesa, ritto come un obelisco
in mezzo alle sabbie. Il villaggio è diviso in due parti. L'una è
composta di casette eleganti, di tutte le forme e di tutti i colori
olandesi, fatte ad uso degli stranieri, con l'_appigionasi_ scritto in
diverse lingue; l'altra parte, nella quale abita la popolazione
indigena, è tutta casupole nere, stradette, recessi dove gli stranieri
non mettono mai piede.

La popolazione di Scheveningen, che conta poche migliaia di anime, è
quasi tutta composta di pescatori, la maggior parte poverissimi. Il
villaggio è ancora una delle stazioni principali della pesca
dell'aringa, di quel pesce celeberrimo cui l'Olanda deve la sua
ricchezza e la sua potenza; ma i frutti di quest'industria vanno agli
armatori dei bastimenti da pesca, e gli uomini di Scheveningen, arrolati
come marinai, guadagnano appena di che vivere. Sulla spiaggia, davanti
al villaggio, si vedon sempre parecchi di quei battelli larghi, robusti,
con un albero solo, e una grande vela quadrata, schierati l'uno accanto
all'altro sulla sabbia, come le galere dei greci sulla riva di Troia,
per essere al sicuro dai colpi di vento. La flottiglia per la pesca
dell'aringa parte i primi mesi di giugno, accompagnata da una corvetta a
vapore, e si dirige verso la costa della Scozia. Le prime aringhe
pescate, sono subito mandate in Olanda, e portate in un carro
imbandierato al Re, che contraccambia il regalo con cinquecento fiorini.
Quei battelli fanno pure la pesca d'altri pesci, che sono in parte
venduti all'incanto sulla riva del mare, e in parte lasciati ai
pescatori di Scheveningen che li mandano per mezzo delle loro donne al
mercato dell'Aja.

Scheveningen, come tutti gli altri villaggi della costa, Katwijk,
Wlardingen, Maassluis, è un villaggio decaduto dall'antico stato di
floridezza in conseguenza del decadimento della pesca dell'aringa,
cagionato, come tutti sanno, dalla concorrenza dell'Inghilterra e dalle
guerre disastrose. Ma la miseria, invece d'infiacchire, rinvigorì il
carattere di quel piccolo popolo, che è fuor di dubbio il più originale
e il più poetico dell'Olanda. Gli abitanti di Scheveningen formano per
aspetto, per indole e per costumi quasi una famiglia straniera al
proprio paese. Sono a due miglia da una grande città e conservano
l'impronta d'un popolo primitivo, che sia sempre vissuto nella
solitudine. Quali erano secoli addietro, tali sono oggi. Nessuno
abbandona il proprio villaggio, nessuno che non ci sia nato, ci penetra;
non si maritano che fra loro; parlano un linguaggio particolare; son
tutti vestiti nello stesso modo e degli stessi colori, com'erano i padri
dei loro padri. Al tempo della pesca, non rimangono nel villaggio che
le donne e i bimbi: gli uomini vanno tutti al mare. Partendo, portano
con sè la Bibbia. A bordo non s'ubriacano, non bestemmiano, non ridono.
Quando il mare in tempesta solleva e precipita da spaventose altezze il
loro piccolo battello, chiudono tutte le aperture, e aspettano la morte
con rassegnazione. In quel momento le loro donne, chiuse nelle casette
flagellate dalla pioggia e dal vento, cantano i salmi. Quei piccoli
abituri, che furono testimoni di tante ansietà mortali, che sentirono i
singhiozzi di tante vedove, che videro la santa gioia dei ritorni e gli
addii sconsolati di tanti sposi, rappresentano colla loro pulizia, colle
loro tendine bianche, colle vesti e colle camicie marinaresche appese
alle finestre, la povertà libera e dignitosa dei loro abitanti. Da
quelle case non escono nè vagabondi, nè donne corrotte; nessun abitante
di Scheveningen ha mai disertato il mare, e nessuna fanciulla ha mai
sdegnato la mano d'un pescatore. Uomini e donne hanno nel portamento del
capo e nell'espressione dello sguardo, un non so che di grave e di
sdegnoso che impone rispetto. Salutano senza chinar la fronte, guardando
la gente negli occhi, come per dire:--Non abbiamo bisogno di nessuno.--

Anche in questo piccolo villaggio vi son due scuole, e non si può dire
il sentimento che si prova vedendo a una cert'ora sparpagliarsi per
quelle misere stradicciuole uno sciame di bambini biondi con una lavagna
sotto il braccio e il gessetto in mano.

Scheveningen non è solamente un villaggio famoso per l'originalità dei
suoi abitanti, che tutti gli stranieri visitano, e tutti i pittori
dipingono. Vi sono due grandi case di bagni, dove convengono in estate
Inglesi, Russi, Tedeschi, Danesi; il fiore dell'aristocrazia
settentrionale; principi e ministri; mezzo l'almanacco di Gotha; e là
balli, illuminazioni fantastiche e fuochi d'artificio sul mare. Le due
case son poste sulle dune. A tutte le ore del giorno, certe carrozze
della forma di baracche ambulanti di ciarlatani, tirate da un cavallo
robusto, s'avanzano dalla spiaggia nel mare, fanno un giro sopra sè
stesse, e n'escono signore che si tuffano nelle onde, lasciando errare
le capigliature d'oro in preda al vento marino. La notte, echeggiano le
musiche, i bagnanti escono, e la spiaggia si popola di una folla
festiva, varia, elegante, in mezzo alla quale si odono accenti di tutte
le lingue e si vedono bellezze di tutti i paesi. A pochi passi da quella
festa, lo straniero malinconico trova la solitudine oscura delle dune,
dove la musica gli giunge appena all'orecchio, come un'eco lontana, e le
case dei pescatori gli mostrano i loro lumicini che fan pensare alla
famiglia e alla pace.

La prima volta che andai a Scheveningen, feci una passeggiata per quelle
dune, tanto illustrate dai pittori, le sole alture che intercettino lo
sguardo sull'immensa pianura olandese, figlie ribelli del mare a cui
contrastano il passo, e nello stesso tempo prigioniere e guardiane
dell'Olanda. Vi sono tre ordini di dune che formano un triplice
baluardo contro il mare; le esterne sono le più aride, quelle di mezzo
le più alte, e quelle interne le più coltivate. L'altezza media di
queste montagnole di sabbia non è maggiore di una quindicina di metri; e
tutte insieme non s'addentrano nelle terre per più di una lega francese.
Ma non essendoci nè vicino nè lontano alcun'altura maggiore, esse
offrono all'occhio ingannato l'aspetto d'una vasta regione montagnosa.
Vi si vedono le vallate, le gole, i precipizi; prospetti che sembrano
lontanissimi, e sono a un trar di mano; cime di dune vicine, sulle quali
sembra che un uomo dovrebbe apparire appena come un bambino, e pare
invece un gigante. A guardar quella regione dall'alto, presenta
l'immagine d'un mar giallo, tempestoso ed immobile. La tristezza di
questo deserto è ancora accresciuta da una vegetazione selvaggia, che
par come la gramaglia di quella natura morta e abbandonata: erbe esili e
rade, fiori coi petali quasi diafani, ginestre, eriche, rosmarini,
gallinelle, fra cui si vede tratto tratto fuggire qualche coniglio. Per
grandissimi spazi non si scorge una casa, nè un albero, nè un'anima
viva. Passano di tempo in tempo corvi, chiurli, gabbiani; e i loro
gridi, e lo stormire degli arbusti agitati dal vento, sono il solo
rumore che rompa il silenzio di quella solitudine. Quando il cielo è
nero, il colore smorto della terra acquista una chiarezza sinistra,
simile a quelle luci fantastiche in cui appariscono gli oggetti guardati
a traverso un vetro colorato. Allora, stando soli in mezzo alle dune,
si prova un senso quasi di sgomento come chi si trovasse in un paese
ignoto, sterminatamente lontano da ogni terra abitata; e si cerca con
ansietà sull'orizzonte nebbioso qualche ombra di campanile che
riconforti il cuore.

In tutta la mia passeggiata non incontrai che qualche contadino. Cosa
notevole in un paese settentrionale, i contadini olandesi salutano quasi
sempre la gente che incontrano per via. Alcuni si tolgono la berretta
con un gesto curioso, di sbieco, che par fatto per celia. Per il solito
dicono buon giorno o buona sera senza guardare in viso coloro che
salutano. Se incontrano due persone dicono: "Buona sera a tutti e due" o
se son più di due: "Buona sera a tutti insieme." In un sentiero, in
mezzo alle prime dune, vidi parecchi di quei poveri pescatori che passan
quasi tutta la giornata nell'acqua fino alla cintola, a raccoglier
conchiglie, che servon a fare un cemento particolare, o si spargono pei
sentieri dei giardini in luogo di sabbia. L'operazione che debbon fare
per togliersi gli enormi stivali di cuoio con cui vanno nel mare,
richiede a dir poco una mezz'ora di fatica noiosissima, la quale
fornirebbe a un marinaio italiano il pretesto per tirar giù tutti i
Santi. Essi invece fanno quel lavoro con una flemma da metter sonno,
senza lasciarsi sfuggire il menomo atto d'impazienza, e non alzando la
testa, prima d'aver finito, neanche se sentissero una cannonata.

Stando su quelle dune, vicino a un obelisco di pietra che rammenta il
ritorno di Guglielmo d'Orange dall'Inghilterra dopo la caduta del
dominio francese, vidi per la prima volta uno di quei tramonti di sole
che destano in noi Italiani un sentimento di meraviglia diversa, ma non
meno viva, di quella che i tramonti di Napoli e di Roma destano negli
stranieri del nord. Il sole, per l'effetto rifrangente dei vapori di cui
è sempre piena l'aria in Olanda, appariva d'una grandezza meravigliosa e
diffondeva tra le nuvole e sul mare uno splendore velato e tremulo come
il riflesso d'un immenso incendio. Pareva un altro sole, apparso
inaspettatamente sull'orizzonte, che dovesse tramontare per non
mostrarsi mai più a questa terra. Un fanciullo avrebbe creduto vero
quello che disse un poeta:--In Olanda il sole muore;--e l'uomo più
freddo si sarebbe lasciato fuggir dalle labbra un addio.

       *       *       *       *       *

Poichè ho parlato d'una passeggiata a Scheveningen, ricorderò altre due
belle escursioni che feci dall'Aja l'inverno passato.

La prima fu al villaggio di Naaldwijk, e da questo villaggio alla riva
del mare, dove si sta aprendo il nuovo canale di Rotterdam. A Naaldwijk,
grazie alla cortesia d'un ispettore scolastico ch'io accompagnava,
soddisfeci il mio vivissimo desiderio di vedere una scuola elementare; e
dico fin d'ora che la mia favorevole aspettazione fu di gran lunga
superata. La casa, fabbricata apposta ad uso di scuola, è isolata, e
non ha che il piano terreno. Entrammo prima in un piccolo vestibolo,
dov'era un monte di zoccoli, che l'ispettore mi disse appartenere agli
scolari, i quali sogliono deporli entrando nella scuola e riprenderli
uscendo. Nella scuola, i ragazzi stanno colle calze sole, e non patiscon
punto freddo, perchè hanno calze spessissime; ma soprattutto perchè le
stanze sono riscaldate come gabinetti di ministri. Entrammo, gli scolari
s'alzarono e il maestro venne incontro all'ispettore. Anche quel povero
maestro di villaggio parlava francese, e così si potè fare un po' di
conversazione. V'era nella sala una quarantina di scolari, metà maschi e
metà femmine, queste da una parte, quelli dall'altra; tutti biondi,
grassotti, faccioni pieni di bonomia, con una cert'aria precoce di babbi
e di mamme, che avrebbe fatto sorridere un impiegato del Censimento.
L'edifizio è diviso in cinque sale, separate l'una dall'altra da una
grande vetrata che chiude tutto il vano come una parete; in modo che,
quando manca il maestro in una classe, quello della classe vicina può
sorvegliare gli scolari del suo collega, senza moversi dal proprio
posto. Tutte le sale sono spaziose e hanno finestroni alti dal pavimento
fin quasi al soffitto, così che c'è chiaro come nel mezzo della strada.
I banchi, le pareti, il pavimento, i vetri, le stufe, ogni cosa era
nitida come in una sala da ballo. Ricordandomi di certe sentine
pestifere delle scuole ch'io frequentai da ragazzo, volli vedere i
luoghi segreti, e li trovai quali si trovano in pochi dei primi
alberghi. Vidi poi nelle pareti molti di quelli oggetti che mi ricordo
d'aver tanto desiderato quando sedevo su quei banchi: come quadretti con
paesaggi e figure, ai quali il maestro riferisce racconti e
insegnamenti, perchè si stampino meglio nella memoria; immagini
d'oggetti e d'animali; carte geografiche fatte appositamente con grandi
nomi e colori vivi; sentenze, regole grammaticali, precetti stampati in
caratteri di scatola. Una sola cosa mi parve che lasciasse a desiderare:
la pulizia delle persone.

Non voglio qui ripetere quello che molti scrissero, ed anche qualche
olandese afferma, che in Olanda si trascuri generalmente la pulizia
della pelle, che le donne non faccian bagni e che le gambe delle tavole
sian più nette che le gambe dei cittadini. Ma è certo che la pulizia
delle cose vi si cura infinitamente più della pulizia delle persone, e
che la mediocrità di questa piglia risalto dall'eccellenza di quella. In
una scuola italiana, forse quei ragazzi mi sarebbero parsi puliti; ma
confrontandoli colla nitidezza meravigliosa degli oggetti che li
circondavano, e pensando ch'eran figliuoli di quelle stesse donne che
impiegan mezza la giornata a lavar usci ed imposte, mi parvero, ed erano
infatti un po' sudici. In certe scuole della Svizzera ci sono dei
lavatoi, dove i ragazzi sono obbligati a lavarsi entrando ed uscendo. Mi
sarebbe piaciuto, perchè non mi rimanesse nulla a desiderare, veder quei
lavatoi anche nelle scuole d'Olanda.

Ho detto «quel povero maestro» per modo di dire, perchè seppi poi che
ha uno stipendio di più di duemila e duecento lire e un quartierino in
una bella casa del villaggio. In Olanda i maestri delle scuole
elementari, i capi, poichè vi son pure gli aiutanti, non han nessuno uno
stipendio minore di ottocento lire, che è il _minimum_, stabilito dalla
legge, che possan dare i Comuni. Nessun Comune però si attiene a questa
somma, e vi son maestri, che hanno lo stipendio d'uno dei nostri
professori d'università. È vero che in Olanda la vita è assai più cara
che in Italia; ma è anche vero che quegli stipendi, che a noi paiono
pingui, là si riconoscono scarsi, e si tratta d'accrescerli. E
bisognerebbe anco mettere in bilancia che i maestri olandesi, stante la
diversità del carattere nazionale, hanno da fare assai minor spesa di
polmoni, di pazienza e di buon umore che i maestri italiani; il che non
è da disprezzarsi, se è vero che la salute conta per qualche cosa.

Da Naaldvijk ci dirigemmo verso il mare. Strada facendo, il mio cortese
compagno mi spiegò chiaramente a che punto è in Olanda la quistione
dell'insegnamento. Nei paesi latini la gente interrogata da uno
straniero, gli risponde collo scopo di far veder che sa e che parla
bene; in Olanda, badano piuttosto a farvi capir la cosa; e se non la
capite alla prima, ricomincian da capo e ve la pestan nella testa fin
che ci sia entrata intera e netta come ce l'hanno loro.

La quistione dell'insegnamento, in Olanda, è, come quasi tutte le
altre, una quistione religiosa, la quale, alla sua volta, è la più
grave, anzi l'unica grande quistione che agiti il paese.

Dei tre milioni e mezzo d'abitanti che conta l'Olanda, un terzo, com'è
noto, son cattolici; centomila, circa, israeliti; gli altri protestanti.
I cattolici, che abitano in grandissima parte le provincie meridionali,
Limburgo e Brabante, non sono, come in altri paesi, divisi
politicamente; ma costituiscono una sola legione clericale, papista,
ultramontana,--la più fedele legione di Roma, come dicono gli stessi
Olandesi;--in mezzo alla quale si vende la paglia su cui dorme il
Pontefice, e si fulmina l'Italia dal pergamo e coi giornali. Questo
partito cattolico, che non avrebbe gran forza per sè stesso, ne acquista
moltissima dall'essere i protestanti divisi in un gran numero di sètte
religiose: calvinisti ortodossi; protestanti che credono nella
rivelazione, ma rigettano certi dogmi della Chiesa; altri che negano la
divinità di Cristo, senza però separarsi dalla chiesa protestante; altri
credenti in Dio, ma separati da ogni Chiesa; altri, e fra questi molti
uomini di alto ingegno, che fanno professione aperta di ateismo. In
questo stato di cose, il partito cattolico ha naturali alleati i
Calvinisti, i quali, come credenti fervidissimi, e conservatori
inflessibili della religione dei loro padri, sono assai meno
profondamente divisi dai cattolici che da una buona parte dei loro
correligionari, e formano, in certo modo, il partito clericale del
protestantesimo. Ora negli Stati Generali vi sono da un lato cattolici
e calvinisti, dall'altro un partito liberale, e fra questi e quelli una
schiera ondeggiante che non consente una superiorità assoluta ad alcuna
delle due parti. Il campo principale di battaglia fra i partiti estremi
è la quistione dell'insegnamento primario, e questa si riduce, da parte
dei cattolici e dei calvinisti, nel volere che alle attuali scuole, così
dette miste, nelle quali non è dato alcun particolare insegnamento
religioso perchè vi possano concorrere insieme cattolici e protestanti
d'ogni dottrina; nel volere, dico, che a queste scuole, siano sostituite
altre, mantenute pure dai Comuni sotto la direzione dello Stato, nelle
quali si dia un insegnamento dogmatico. È facile comprendere la gravità
delle conseguenze che porterebbe una tale scissura nell'educazione
popolare, i germi di discordie e d'ire religiose, il perturbamento che
nascerebbe, col tempo, dallo stringere la gioventù in gruppi di diversa
fede. Sinora il principio della scuola mista prevalse, ma le vittorie
dei liberali furono difficili; i cattolici e i calvinisti strapparono
successivamente delle concessioni, e si preparano a strapparne delle
nuove; il partito cattolico, in una parola, più potente ancora che il
partito calvinista, uno, saldo, risoluto, acquista di giorno in giorno
terreno; e non è inverosimile che riesca a conseguire una vittoria,
benchè passeggiera, la quale provochi nel paese una reazione violenta. A
tale son dunque le cose in quell'Olanda che lottò ottant'anni contro il
dispotismo cattolico, e che ora ha gravi ragioni di temere in un tempo
forse non lontano una guerra religiosa!

Malgrado questo stato di cose, che impedì finora l'istituzione,
sollecitata dai liberali, dell'istruzione obbligatoria, e che allontana
dalle scuole un gran numero di ragazzi cattolici, l'istruzione popolare,
in Olanda, si trova in condizioni che qualunque stato europeo può
invidiare. Proporzione fatta, vi son meno analfabeti che in Prussia. Di
tutta Europa, come disse con giusto orgoglio uno scrittore olandese in
altri giudizi severo verso la sua patria, è il paese dove le cognizioni
indispensabili ad un uomo civile sono più universalmente diffuse. Mi
fece una gran specie, una volta che domandai a un Olandese se nella
classe delle donne di servizio ce n'era qualcuna che non sapesse
leggere, sentirmi rispondere:--Eh sì; mi ricordo che vent'anni fa mia
madre n'aveva una analfabeta; e se ne parlava come di una cosa
strana.--Ed è un gran piacere per uno straniero che non sappia la
lingua, in una città di Olanda, far leggere un nome sulla _Guida_ al
primo monello che gli capita tra i piedi, ed esser sicuro che intende e
che s'ingegna d'insegnar la strada coi gesti.

Discorrendo di cattolici e di calvinisti arrivammo alle dune, e benchè
fossimo a un trarre di mano dalla spiaggia, non vedevamo ancora il mare.
"Strano paese l'Olanda," dissi al mio amico; "in cui tutte le cose
giuocano a rimpiattino! Le facciate nascondono i tetti, gli alberi
nascondono le case, le città nascondono i bastimenti, gli argini
nascondono i canali, la nebbia nasconde i campi, le dune nascondono il
mare."--"E un giorno o l'altro," mi rispose l'amico, "il mare nasconderà
tutto, e sarà finito il giuoco."

Passammo le dune e ci avanzammo nella spiaggia dove si fanno i lavori
preparatorii per aprire il canale di Rotterdam.

       *       *       *       *       *

Due dighe, una lunga più di mille duecento metri, l'altra più di
duemila, e distanti un chilometro tra loro, si avanzano nel mare, in
direzione perpendicolare alla spiaggia. Queste due dighe, costruite per
proteggere l'entrata dei bastimenti nel canale, sono formate da parecchi
ordini di palafitte enormi, di blocchi smisurati di granito, di fascine,
di sassi, di terra, e hanno la larghezza di dieci uomini schierati di
fronte. Il mare, che le flagella di continuo, e le copre in gran parte
durante l'alta marea, ha vestito interamente pietre, travi e fascine
d'uno strato fittissimo di conchiglie nere come l'ebano, che da lontano
paiono un immenso tappeto di velluto, e danno a quei due giganteschi
baluardi un aspetto severo e magnifico, come d'un paramento guerresco
spiegato dall'Olanda per celebrare la sua vittoria sull'oceano. In quel
momento, montava la marea, e ferveva la battaglia intorno all'estremità
lontana delle dighe. Non si può dire la rabbia con cui le onde livide si
vendicavano dello scherno di quelle due smisurate corna di granito che
l'Olanda appunta nel seno del suo superbo nemico. Le palafitte e i
massi erano sferzati, morsi, schiaffeggiati da ogni parte, sorvolati da
ondate sdegnose, sputacchiati da una pioggia vaporosa che li nascondeva
come un nuvolo di polvere; ravvolti da ringorghi contorti come serpenti
furiosi; percossi, anche i lontani dalla lotta, da spruzzi inaspettati e
lunghissimi, come avanguardie impazienti di quell'esercito infinito; e
intanto l'acqua saliva e si avanzava costringendo gli operai più lontani
a indietreggiare a mano a mano.

Sulla diga più lunga, non molto lontano dalla spiaggia, si stava
piantando delle palafitte. Alcuni operai sollevavano a gran fatica, per
mezzo d'un apparecchio a carrucole, dei blocchi di granito; e altri, a
dieci, a quindici insieme, rimovevano vecchie travi per far posto alle
nuove. Era bello a vedersi il contrasto tra la furia delle onde che
flagellavano i fianchi della diga, e la calma impassibile di quegli
uomini che pareva quasi un'espressione di disprezzo per il mare. Mi
passò per la mente che dicessero in cuor loro, come il marinaio
dell'orca dei _Comprachicos_ nel romanzo di Vittor Hugo: "Muggi,
vecchio!" Un vento, che agghiacciava le carni, faceva ondeggiare sul
viso di quei bravi olandesi i loro lunghi riccioli biondi, e gettava
tratto tratto ai loro piedi e sui loro vestiti degli spruzzi di schiuma:
sciocche provocazioni, alle quali non rispondevano neanche collo
sguardo.

Vidi piantare nel mezzo della diga una palafitta, un grossissimo tronco
d'albero acuminato all'una delle estremità, e rizzato in mezzo a due
travi parallele, fra le quali una macchina a vapore faceva scorrere un
enorme martello di ferro. La palafitta doveva farsi strada a traverso
parecchi strati fortissimi di fascine e di sassi; eppure, ad ogni colpo
di quel formidabile martello si profondava spezzando, lacerando,
stritolando, per più d'un palmo dentro la diga, come sarebbe penetrata
nella terra. Ciò nondimeno, tra l'apparecchiare e il piantare,
l'operazione durò, per quella sola palafitta, quasi un'ora. Io pensai
alle migliaia ch'erano state confitte, alle migliaia che si dovevan
configgere, alle interminabili dighe che difendono l'Olanda, a quelle
infinite che furon rovesciate e ricostruite, e abbracciando col
pensiero, per la prima volta, la grandezza favolosa di quel lavoro,
provai un senso di spavento che mi fece rimanere lungo tempo immobile e
senza parola.

Intanto le acque salivan già fin quasi all'altezza della diga, facendo
un rumore come di soffi, di aneliti, di voci stanche, che pareva
mormorassero segreti di mari lontani e di lidi sconosciuti; il vento
soffiava più freddo; l'aria cominciava a oscurarsi; e io provavo un
desiderio inquieto di ritirarmi da quegli spalti avanzati nell'interno
della fortezza. Tirai per la falda il mio compagno che da un'ora stava
ritto sur un macigno, e tornammo sulla spiaggia. Entrammo a bere un
bicchiere di _schiedam_ in una di quelle botteghe che si chiamano in
olandese: _Vieni e domanda_, dove si vendon vini, salumi, sigari,
scarpe, burro, panni, biscotti, un po' d'ogni cosa; e poi ripigliammo
la via di Gravenhagen.

       *       *       *       *       *

L'altra passeggiata fu la più avventurosa ch'io abbia fatta in Olanda.
Un mio carissimo amico dell'Aja m'invitò ad andare a desinar con lui in
casa d'un suo parente, il quale gli aveva manifestato il cortese
desiderio di conoscermi. Domandai all'amico dove il suo parente stava di
casa; mi rispose: "Lontano dall'Aja." Domandai da che parte, non me lo
volle dire; mi disse di trovarmi la mattina seguente alla stazione della
strada ferrata, e mi lasciò. La mattina, ci troviamo alla stazione;
l'amico prende i biglietti per Leida; arriviamo a Leida, scendiamo, e
invece d'entrare in città, pigliamo una strada a traverso la campagna.
Allora pregai il mio compagno di svelarmi il segreto; mi rispose che non
lo poteva svelare. Sapevo che quando un olandese non vuol dire una cosa,
non c'è potenza in terra che gliela faccia dire; mi rassegnai. Era
febbraio, tempo chiuso, punta neve; ma tirava un vento impetuoso e
freddo che dopo cinque minuti di strada ci ridusse il viso pavonazzo.
Era di domenica, la campagna deserta. Si va, si va, si vedon mulini a
vento, canali, praterie, casette mezzo nascoste tra gli alberi, con
altissimi tetti di stoppia tappezzata di musco. S'arriva a un villaggio;
i villaggi olandesi son chiusi da una barriera; s'infila la porticina
della barriera, si entra, non c'è nessuno, le porte son chiuse, le
finestre hanno le tendine calate, non si sente una voce, non un passo,
non un respiro. Si attraversa il villaggio, si passa davanti a una
chiesa tutta coperta d'edera come una capanna di giardino, nella quale,
guardando per uno spiraglio della porta, si vede un ministro
protestante, in cravatta bianca, che predica, e dei contadini coi visi
rigati d'oro, di verde o di porpora dalla luce delle vetrate colorite.
Si va oltre per una bella strada di mattoni, si vedono antenne per i
nidi delle cicogne, palafitte piantate dai contadini perchè le vacche ci
si strofinino, paracarri tinti di color celeste, casette colle tegole di
vario colore che forman delle lettere e delle parole, bacini con
barchette, ponticelli, chioschi d'uso ignoto, chiesuole con un gran
gallo dorato sulla punta del campanile; e non un'anima viva, nè vicino
nè lontano. Andiamo innanzi, innanzi; il cielo si rischiara un po', poi
si riabbuia; la luce del sole illumina un canale qui, fa scintillare il
tetto d'una casa là, indora un campanile lontano, fugge, ritorna,
promette, dice, disdice, fa mille civetterie; e sull'orizzonte si vedono
delle striscie oblique di pioggia. Cominciamo a incontrare qualche
contadina col cerchio d'oro intorno al capo, il velo sul cerchio, il
cappello sul velo, un mazzo di fiori sul cappello, e grandi nastri
svolazzanti; qualche carrozza di campagnuoli, dell'antica forma Luigi
XV, colla cassa dorata, adorna di sculture e di specchietti; contadini
con gran vestito nero e gran zoccoli bianchi; ragazzi con calze di tutti
i colori dell'iride. Arriviamo a un altro villaggio pulito, lustro,
colorito, colle sue strade ammattonate, e le sue finestre ornate di
tendine e di fiori, saliamo in una carrozza e via. Appena usciti, ci
coglie una pioggia minuta e diacciata che ci penetra fino alle ossa.
Imbacuccati nelle coperte, intirizziti, fradici, arriviamo sulla sponda
d'un grande canale, un uomo esce da un casotto, fa salire la carrozza
sopra una zattera e ci porta sani e salvi all'altra sponda. La carrozza
scende per una larga strada, ci troviamo nel fondo dell'antico mare
d'Haarlem, il cavallo corre dove una volta guizzavano i pesci, il
cocchiere fuma dove spiravano i naufraghi delle battaglie navali;
vediamo di sfuggita canali, villaggi, campi coltivati, un nuovo mondo di
cui trent'anni fa non c'era traccia. Dopo un miglio di strada, cessa la
pioggia, e comincia a nevicare con una furia non mai veduta; una vera
tempesta di neve fitta e dura, che il vento impetuoso ci getta quasi
orizzontalmente nel viso. Spieghiamo la tela incerata, apriamo gli
ombrelli, ci tappiamo, ci raggomitoliamo; ma il vento butta all'aria
tutte le nostre difese e la neve irrompe, c'imbianca e ci agghiaccia dai
piedi alla testa. Dopo un lungo giro usciamo dal lago, la neve cessa,
arriviamo a un altro villaggio fatto di case da presepio, lasciamo la
carrozza, ripigliamo la strada a piedi. Si va, si va, si vedon ponti,
mulini, casette chiuse, strade solitarie, praterie immense, e nessuno.
Si passa sur un braccio del Reno, si arriva a un altro villaggio tutto
sbarrato e silenzioso, si va innanzi non vedendo che qualche viso che ci
guarda di dietro i vetri dei finestrini, si esce dal villaggio e ci si
trova in faccia alle dune. Il cielo comincia a oscurarsi ed io comincio
ad inquietarmi. Domando all'amico dove si va e l'amico mi
risponde:--Alla ventura.--C'inoltriamo in mezzo alle dune, per
stradicciuole sabbiose e serpeggianti; non si vede più indizio
d'abitazione da nessuna parte; si sale, si scende; il vento ci getta la
sabbia nel viso, i piedi s'affondano; il paese si fa sempre più arido,
accidentato, sinistro. "Ma chi è questo vostro parente," dico al mio
compagno, "dove vive, che cosa fa? Qui c'è sotto qualche diavoleria; non
può essere un uomo come un altro; ditemi dove mi conducete." L'amico non
risponde, s'arresta e guarda davanti a sè; guardo io pure e vedo lontano
un qualche cosa che somiglia a una casa, sola nel mezzo del deserto,
quasi nascosta da un rialto del terreno. Affrettiamo il passo, la casa
sparisce e riapparisce come un'ombra. Vi si vedono intorno delle antenne
che presentan la forma di patiboli, e il mio amico mi vuol far credere
che sono le antenne dei nidi delle cicogne. Arriviamo a un centinaio di
passi: vediamo lungo un muro un condotto di legno che par bagnato di
sangue; il mio amico mi dà ad intendere che è colorito di rosso. La casa
è piccola, circondata da uno stecconato; le porte e le finestre son
chiuse. "Non entriamo," dico io; "siamo ancora in tempo, in quella casa
c'è qualche stregoneria, badate a quello che fate, guardate in su: io
non ho mai visto un cielo così nero." L'amico non mi dà retta, s'avanza
coraggiosamente, io lo seguo. Invece di andar verso la porta, piglia
una scorciatoia; ci scoppia alle spalle un feroce latrar di cani, ci
mettiamo a correre, attraversiamo una foresta di cespugli, saltiamo un
muricciuolo, picchiamo a una porticina. "Siamo ancora in tempo!"
esclamo. "È tardi!" mi risponde l'amico. La porta s'apre, non c'è
nessuno; saliamo per una scaletta a chiocciola, entriamo in una
stanzina.... Oh dolce meraviglia! Il solitario, lo stregone, era un
giovanotto allegro e gentile; e la casa diabolica era una villetta piena
di comodi, calda, luccicante, sibaritica, una vera palazzina fatata,
nella quale il nostro ospite si raccoglieva alcuni mesi dell'anno a fare
studi ed esperienze per infertilire le dune. Che gusto era veder quel
freddo deserto a traverso una finestrina colle tende frangiate e coi
vasi di fiori! Entrammo nel salotto da pranzo e sedemmo intorno a una
tavola scintillante di argenteria e di cristalli, sulla quale, in mezzo
a una corona di bottiglie blasonate e dorate, fumava un desinare da
principi. La neve batteva contro i vetri delle finestre, s'udiva il
lamento del mare, e il vento infuriava intorno alla casa, che pareva
d'essere in un bastimento nel forte della burrasca. Si propinò
all'infertilimento delle dune, ai vincitori di Atchin, alla prosperità
delle colonie, alla memoria di Nino Bixio, alle fate.... Eppure un po'
d'inquietudine mi rimaneva ancora. Il nostro ospite, per chiamare il
cameriere, toccava un ordigno nascosto; per avvertire il cocchiere che
preparasse la carrozza, diceva non so che parole in un buco della
parete; e questi armeggíi non mi piacevano. "Mi rassicuri" gli dicevo;
"mi dica che questa casa esiste davvero; mi prometta di non far lo
scherzo di farla sparire, non lasciando più che un buco nella terra e un
puzzo di zolfo nell'aria! Mi giuri che dice le sue orazioni tutte le
sere!" Non posso ridire le risa, l'allegrezza, i discorsi stravaganti
che si succedettero fino a notte avanzata accompagnati dal tintinnío dei
bicchieri e dal fragore della tempesta. Infine giunse il momento di
partire, scendemmo, e ci cacciammo in un carrozzone che si slanciò a
traverso il deserto. La terra era tutta coperta di neve, le dune
disegnavano i loro contorni bianchi sul cielo tenebroso, la carrozza
scorreva senza far rumore in mezzo a mille forme strane e indistinte,
che si succedevano rapidamente al chiarore della lanterna, e pareva che
si trasformassero l'una nell'altra; e in quell'ampia solitudine regnava
un silenzio morto, che impediva la parola. Dopo molto andare, si
cominciò a vedere qualche casa; s'arrivò a un villaggio;
s'attraversarono due o tre strade deserte, fiancheggiate da casette
coperte di neve, con qualche rara finestra illuminata, che lasciava
vedere delle ombre umane; e finalmente s'arrivò a una stazione della
strada ferrata, di dove arrivammo in pochi minuti all'Aja,
coll'illusione di aver fatto un lunghissimo viaggio a traverso un paese
favoloso. L'ho da dire? Se mi chiedessero di giurare che quella casa in
mezzo alle dune, ora che scrivo, c'è ancora, domanderei dieci minuti
per pensarci. È vero che il padrone ebbe la gentilezza di venirmi a
salutare alla stazione, il giorno che partii dall'Aja, e che guardandolo
bene alla luce del giorno, non gli vidi nulla di strano; ma chi non
conosce gli scambietti, le simulazioni, le mille arti di quei.... Nel
nome del padre, del figliuolo e dello spirito santo.

       *       *       *       *       *

Vidi finalmente l'inverno olandese, non come l'avevo sperato partendo
dall'Italia, perchè fu mitissimo; ma pure tale da presentarmi l'Olanda
nell'aspetto in cui sogliamo raffigurarcela noi del mezzogiorno
d'Europa.

La mattina per tempo, la prima cosa che dà nell'occhio nelle strade
bianche e silenziose, son le innumerevoli impronte di zoccoli lasciate
nella neve dai ragazzi che vanno a scuola, impronte che paiono di zampe
d'elefante, tanto gli zoccoli son grandi; e che per lo più si succedono
in linea diritta, ciò che dimostra che gli scolari vanno a scuola per la
via più corta, senza fare il chiasso, da olandesini sodi e zelanti. Si
vedon file di bimbi imbacuccati in grosse ciarpe, col capo mezzo
nascosto nelle spalle, tutti in un gomitolo, a braccetto a due a due, o
a tre a tre, o uniti in gruppi serrati come un mazzo di asparagi, nei
quali non si vedono che punte di nasi ed estremità di libri. Spariti che
sono i ragazzi, le strade rimangono deserte per qualche tempo, perchè
gli Olandesi, sopratutto d'inverno, non hanno l'abitudine di levarsi
molto presto. Si può camminare per un pezzo senza incontrare nessuno, e
senza sentire il più leggero rumore. La neve, in mezzo a quelle case di
color rosso, pare d'una bianchezza più viva; e le case, con tutti i
rilievi segnati di una linea bianca purissima, colle teste di legno
delle botteghe che sembrano imparruccate di bambagia, colle catene dei
paracarri, che somiglian festoni d'ermellino, presentano un aspetto dei
più strani. Nei giorni di gelo, quando splende il sole, le facciate
luccicano di pagliuole d'argento; i ghiacci ammucchiati sulle sponde dei
canali brillano dei colori dell'iride; e gli alberi scintillano
d'infinite piccole perle, come le piante dei giardini fatati delle
_mille e una notte_. Allora è bello passeggiare nel bosco dell'Aja,
verso il tramonto, sulla neve indurita che scricchiola sotto i piedi
come polvere di marmo, in mezzo ai grandi faggi sfrondati e bianchi, che
presentano l'immagine d'una cristallizzazione gigantesca, e gettano sui
viali lumeggiati di color di rosa dal sole cadente, delle ombre azzurre
e violette, picchiettate di miriadi di puntini risplendenti come
diamanti. Ma nulla vale lo spettacolo della campagna olandese vista la
mattina, dopo una grande nevata, dall'alto d'un campanile. Sotto un
cielo grigio e basso, si vede quell'immensa pianura bianca, dove non
appare più traccia nè di strade, nè di sentieri, nè di case, nè di
canali; ma solo prominenze e depressioni, che lasciano indovinare
vagamente, come i rilievi e le pieghe d'un lenzuolo, le forme delle case
nascoste; e quella infinita bianchezza non è macchiata che da nuvoli di
fumo che escono qua e là quasi timidamente dalle case lontane, come per
annunciare a chi guarda che sotto quel deserto di neve palpita ancora la
vita umana.

Ma non si può parlare dell'inverno in Olanda, senza dire di ciò che
costituisce l'originalità e l'attrattiva principale della vita invernale
di quel paese: ossia il patinamento, orrenda parola, alla quale
sostituirei volentieri quella di sdrucciolamento, per non farmi dar
sulle dita dai lettori puristi, se non temessi di far ridere tutti gli
altri; il che mi pare un danno maggiore.

Il patinamento, in Olanda, non è soltanto un esercizio dilettevole, ma
un mezzo ordinario di trasporto. Tutti sanno, per citare un esempio
illustre, come se ne siano giovati gli Olandesi nella memorabile difesa
della città d'Haarlem. Nei tempi di forte gelo, i canali si cangiano in
strade, e gli zoccoli ferrati fanno l'uffizio di barca. Scivolando, il
contadino va al mercato, l'operaio al lavoro, il piccolo negoziante agli
affari; intere famiglie vanno dalla campagna alla città coi loro sacchi
e le loro ceste sulle spalle o sulle slitte. L'esercizio di scivolare
sul ghiaccio è per loro altrettanto abituale e facile che quello del
camminare; e scivolano con una rapidità che appena si segue cogli occhi.
Negli anni passati si facevano spesso delle scommesse fra i più abili
patinatori olandesi a chi, scivolando sui canali che fiancheggiano la
strada ferrata, andasse alla pari col treno; e la maggior parte delle
volte i patinatori, non solo non gli rimanevano indietro, ma per un
certo tratto lo precedevano. V'è gente che va scivolando dall'Aja ad
Amsterdam e ritorna all'Aja nella stessa giornata; studenti d'università
che parton la mattina da Utrecht, vanno a desinare ad Amsterdam e
ritornano a casa prima di sera; fu fatta e vinta più volte la scommessa
di andare da Amsterdam a Leida in poco più d'un'ora. E non è solamente
ammirabile la rapidità, che a detta di coloro i quali hanno provato ad
attaccarsi al bastone di qualche patinatore famoso, è tale da dar le
vertigini; è ammirabile pure la sicurezza colla quale si percorrono
quelle grandi distanze. V'hanno dei contadini che fan quelle corse da
una città all'altra di notte. Vi son dei giovani che vanno da Rotterdam
a Gouda; a Gouda comprano una lunghissima pipa di gesso; e poi tornano a
Rotterdam colla pipa intatta fra le mani. Qualche volta, passeggiando
lungo un canale, si vede passare come una saetta una figura umana che
sparisce appena vista; ed è una contadinella che porta il latte a una
casa di città.

Vi son poi le slitte d'ogni grandezza e d'ogni forma; quelle spinte di
dietro da un patinatore, quelle tirate dai cavalli, quelle messe in moto
per mezzo di due bastoni ferrati dalla stessa persona che ci sta seduta;
carri e carrozze, private delle ruote, e poste su due assicelle, colle
quali scivolano colla rapidità delle altre slitte. In occasioni di
feste, si son persino veduti correre sulla neve per le strade dell'Aja
i bastimenti di Scheveningen. Altre volte si facevan correre sul
ghiaccio dei grandi fiumi bastimenti a vela spiegata, i quali andavano
con una velocità così grande, che i visi della gente a bordo eran
ridotti dalla sferza del vento in uno stato da far raccapriccio; ed eran
pochi i temerarii che ardissero di mettersi a quella prova.

Le più belle feste, in Olanda, si fanno sul ghiaccio. A Rotterdam,
quando la Mosa è gelata, diventa un luogo di convegno e di piaceri. La
si spazza dalla neve in modo che riman netta come un pavimento di
cristallo; vi si rizzan caffè, trattorie, padiglioni, baracche da
spettacoli; la notte s'illumina; il giorno v'è un formicaio di
patinatori d'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni ceto. In altre città, e
soprattutto nella Frisia, che è la terra classica dell'arte, vi sono
società di patinatori e di patinatrici, che istituiscono gare pubbliche
e premi. Si piantano antenne e bandiere lungo i canali, si rizzano
steccati e tribune; accorre una moltitudine immensa di popolo dai
villaggi e dalle campagne; assiste il fiore della cittadinanza; le bande
suonano; i patinatori si presentano vestiti d'un costume particolare, le
donne in calzoni; si fanno le corse di uomini soli, poi di donne fra
loro, poi di uomini e di donne accoppiati; e i nomi dei vincitori e
delle vincitrici sono iscritti nei fasti dell'arte e rimangon famosi per
molti anni.

In Olanda vi sono due scuole di patinamento affatto diverse: la scuola
olandese propriamente detta e la scuola frisona, ciascuna delle quali
si serve d'una forma particolare di zoccoli. La scuola frisona, che è
la più antica, non mira che alla celerità; la scuola olandese non cerca
che la grazia. I frisoni vanno rigidi, stecchiti e per diritto,
coll'occhio alla mèta, pigliando la spinta in avanti; gli Olandesi vanno
a zig-zag, slanciandosi da sinistra a destra e da destra a sinistra con
un movimento ondulatorio dei fianchi. Il frisone è la freccia,
l'olandese è il razzo matto. Alle donne convien meglio la scuola
olandese. Le signore di Rotterdam, d'Amsterdam e dell'Aja sono infatti
le più seducenti patinatrici delle provincie unite. Cominciano da
bambine, continuano da ragazze e da spose; raggiungono nello stesso
tempo il colmo della bellezza e l'apogeo dell'arte, e fanno coi loro
zoccolini ferrati schizzar dal ghiaccio le scintille amorose che vanno a
suscitare gl'incendi. Non è che sul ghiaccio che la donna olandese
accenni a cadere, e riesce per questo in special modo attraente. V'hanno
delle signore, che giungono a un grado di maestria meravigliosa. Chi le
ha viste, dice che non è possibile immaginare la grazia degli
ondeggiamenti, degli inchini, dei guizzi, delle mille graziette
mollissime e vezzosissime che spiegano in quei loro giri e fughe e
ritorni di rondini e di farfalle, e come si animi e si trasfiguri la
loro tranquilla bellezza in quel turbinío. Ma non tutte riescono, molte
non osano mostrarsi in luoghi pubblici, e quelle che da noi otterrebbero
i primi onori, là richiamano appena l'attenzione; tanto vi è alta
l'arte! Così degli uomini, che fanno ogni sorta di giuochi e di
prodezze; alcuni descrivendo coi loro giri figure fantastiche o parole
d'amore, altri facendo una piruletta rapidissima, e spiccandosi poi
indietro sur una gamba sola per un lunghissimo tratto; altri
serpeggiando con infinite vertiginose giravolte in un piccolo spazio
curvi, scontorti, ritti, accoccolati, come fantocci di gomma mossi da
una molla segreta.

Il primo giorno che i canali e i bacini presentano uno strato di
ghiaccio abbastanza solido da poterci scivolare, è per le città olandesi
un giorno di festa. Dei patinatori mattinieri, che han fatto gli
esperimenti allo spuntar del giorno, spargono la voce; i giornali
l'annunziano; frotte di ragazzi si sparpagliano per le strade gettando
grida di allegrezza; i servitori, le serve chiedono ai loro padroni il
permesso d'uscire coll'aria di gente risoluta di ribellarsi a un
rifiuto; vecchie signore scordano gli anni e i malanni e corrono ai
canali a gareggiare colle amiche e le figliuole; all'Aja, il bacino ch'è
nel mezzo della città, vicino al Binnenhof, è invaso da una folla di
gente che vi s'intreccia, si confonde, s'urta, si rimescola come una
turba presa dalle vertigini; il fiore dell'aristocrazia va a patinare in
un bacino in mezzo al bosco; e là volteggiano confusamente in mezzo alla
neve ufficiali, signore, deputati, studenti, vecchi, ragazzi, e in mezzo
a loro, qualche volta, il principe ereditario; e intorno s'accalcano
migliaia di spettatori, la musica accompagna la festa, e l'enorme disco
del sole d'Olanda, che volge al tramonto, le manda, a traverso i faggi
giganteschi, il suo sfolgorante saluto.

Quando c'è la neve indurita, si fan le corse sulle slitte. Ogni famiglia
ne ha una, e all'ora della passeggiata si vedono uscire a centinaia.
Passano volando in lunghe file, a due, a tre di fronte; alcune della
forma di conchiglia, altre di cigni, di draghi, di barche, di cocchi,
dorate e variopinte, tirate da cavalli coperti di ricche pelliccie e di
drappi magnifici, colla testa ornata di pennacchi e di nappe e gli
arnesi tempestati di chiodi scintillanti; e portan signore vestite di
martora, di castoro e di volpe di Siberia. I cavalli scuotono la testa
circonfusa dai vapori della traspirazione e la criniera imperlata dal
gelo; le slitte saltellano; la neve vola all'intorno simile ad una
schiuma d'argento, e il treno splendido e sfrenato passa e dispare come
un turbine muto sopra un campo di gigli e di gelsomini. Di notte, quando
si fan le corse colle fiaccole, quelle migliaia di fiammelle che volano
e s'inseguono per la città silenziosa, gettando lividi bagliori sui
ghiacci e sulla neve, offrono l'immagine d'una gran battaglia infernale,
alla quale presieda, dalla cima della torre del Binnenhof, lo spettro di
Filippo II.

Ma, ahimè! tutto decade, anche l'inverno, e con esso l'arte del
patinamento e l'uso delle slitte. Da molti anni agli inverni rigidi
s'alternano in Olanda degl'inverni tanto miti, che non solo non gelano
più i grandi fiumi; ma neanco i piccoli canali della città. Ne segue che
i patinatori, rimasti troppo tempo fuori d'esercizio, non si
arrischiano più a dare spettacolo pubblico, quando l'occasione si
presenta; e così a poco a poco se ne ristringe il numero, e il bel sesso
specialmente si disavvezza dal ghiaccio. Nell'inverno dell'anno scorso
non si patinò quasi punto; nell'inverno di quest'anno non s'è fatto un
solo concorso, e non si è vista neanche una slitta. Voglia il cielo che
questo deplorevole stato di cose non duri, che l'inverno ritorni ad
accarezzare l'Olanda colla sua gelida zampa d'orso polare, che la
bell'arte del patinare si rialzi col suo manto di neve e colla sua
corona di diacciuoli. Annunzio intanto la prossima pubblicazione
d'un'opera intitolata _Il Patinamento_, intorno alla quale lavora da
molti anni un deputato degli Stati d'Olanda, opera che sarà la storia,
l'epopea e il codice dell'arte, a cui tutti i patinatori e le
patinatrici d'Europa potranno attingere insegnamenti e ispirazioni.

       *       *       *       *       *

Per tutto il tempo che stetti all'Aja frequentai il principale _club_
della città, composto di più di duemila soci, che occupa tutto un
palazzo vicino al Binnenhof; e là feci le mie osservazioni sul carattere
olandese.

Oltre la biblioteca, la stanza da pranzo e le stanze da gioco, v'è un
salone per la conversazione e la lettura dei giornali, pieno zeppo di
gente dalle quattro della sera fino a mezzanotte. Vi sono artisti,
professori, negozianti, deputati, impiegati, ufficiali. La maggior parte
ci vanno a bere un bicchierino di ginepro prima di desinare e ci
tornano dopo a pigliare il caffè, e a confortarsi lo stomaco con un
altro sorsetto del liquore favorito. Quasi tutti parlano, e pure non si
sente che un leggero mormorío, in modo che a occhi chiusi, si direbbe
che c'è appena un terzo della gente. Si può fare mille giri per la sala,
senza veder fare un gesto concitato, e senza udire una parola un po' più
forte delle altre. A dieci passi di distanza dai crocchi, non ci
s'accorge che parlano fuorchè dal movimento delle labbra. Si vedono
molti uomini corpulenti, con larghi visi senza baffi, e la barba intorno
al collo, che discorrono senza alzar gli occhi dal tavolino, e senza
staccar la mano dal bicchiere. Rarissimamente si scopre in mezzo a tutti
quei faccioni, una fisonomia viva ed arguta come quella di Erasmo, che
pure molti considerano come il vero tipo olandese, e a me pare che non
sia.

L'amico che mi aperse le porte del _club_, mi fece conoscere parecchi
soci. La diversità fra il carattere olandese e il nostro si avverte
particolarmente nelle presentazioni. Più d'una volta, vedendo la persona
a cui ero presentato, fare appena un cenno col capo e poi rimanere muta
parecchi minuti, pensai che il mio riverito viso non le fosse andato a
genio, e mi sentii nel cuore un eco di cordiale antipatia. Di là a poco,
il presentatore se n'andava, lasciandomi a quattr'occhi col mio
nemico.--Ora,--pensavo io,--voglio schiattare se gli dico una
parola.--Ma il mio vicino, dopo qualche momento di silenzio mi diceva
con la più grande serietà:--«Voglio sperare che oggi, s'ella non ha
altri impegni, mi farà l'onore di pranzare con me.»--Io cadevo dalle
nuvole. Pranzavamo insieme, e il mio anfitrione popolava freddamente la
tavola di bottiglie di vino di Bordeaux, del Reno e di Champagne, e non
si separava da me prima d'avermi costretto a dir di sì a un altro
invito. Altri, ai quali domandavo ragguagli intorno a varie cose, mi
rispondevano appena, quasi per farmi capire ch'ero un importuno, tanto
che io dicevo tra me:--Vedete un po' che scompiacenti!--e il giorno dopo
mi davano i ragguagli in iscritto, chiari, ordinati, minuti più di
quello che io avessi mai desiderato. Una sera pregai un tale di cercare
non so che in uno di quei mari di cifre, che si chiamano: «Indicatori
delle strade ferrate d'Europa.» Per qualche momento non mi diede
risposta: io rimasi mortificato. Poi prese il libro, inforcò gli
occhiali, sfogliettò, lesse, notò, sommò, sottrasse con una pazienza da
santo per lo spazio d'una mezz'ora; e quand'ebbe finito, mi porse la
risposta scritta e rimise gli occhiali nell'astuccio senza proferire una
parola.

Molti di coloro coi quali passavo la serata, solevano andar a casa alle
dieci a lavorare, e tornare al _club_ alle undici e mezzo per rimanerci
fino a un'ora dopo mezzanotte; e quando avevano detto:--debbo
andare,--non c'era caso che cangiassero risoluzione. Finivan di scoccare
le dieci, erano già fuori della porta; scoccavano le undici e mezzo,
ricomparivano sulla soglia. Non è da meravigliare, con quella
regolarità cronometrica, che trovino il tempo di far tante cose, senza
farne nessuna con furia; e che anche coloro i quali non sono dediti agli
studi per istituto di vita, abbiano letto delle intere biblioteche. Non
v'è libro inglese, tedesco o francese, per poco che sia importante,
ch'essi non lo conoscano. La letteratura francese in particolar modo
l'hanno sulla punta delle dita. E quel che si dice della letteratura, si
può dire, con più ragione della politica. L'Olanda è uno dei paesi
d'Europa dove affluisce un maggior numero di giornali stranieri e forse
quello in cui si parla maggiormente degli affari degli altri. Il paese è
piccolo e tranquillo, delle novità del giorno s'è presto discorso; dopo
dieci minuti la conversazione salta di là dal Reno e corre l'Europa.
Ricordo che mi faceva specie udir parlare della caduta del ministro
Scialoia e d'altre cose nostre quasi come d'un avvenimento di casa.

Una delle mie prime cure fu di scandagliare i sentimenti religiosi della
gente; e trovai, con mia meraviglia, un gran disordine. Come scrisse
giustamente, non è molto, un dotto olandese, le idee sovversive d'ogni
dommatismo religioso hanno acquistato gran campo in quel paese. Sarebbe
però errore il credere che in cui vien meno la fede, sottentri
l'indifferenza. Quelli che al Pascal parevano creature mostruose,
uomini, cioè, che vivono senza darsi alcun pensiero della religione,
come ve n'ha infiniti fra noi, là non ci sono. La questione religiosa
che qui non è altro che una questione, là è una battaglia, in cui tutti
brandiscono le armi. Tutte le classi della società, uomini e donne,
giovani e vecchi si occupano di teologia e tengon dietro alle
controversie dei dottori, divorando un prodigioso numero di scritti di
polemica religiosa. Questa tendenza del paese si manifesta persino nel
Parlamento, dove accade qualche volta che i deputati si combattano con
citazioni bibliche, lette in ebraico, tradotte e commentate, e le
discussioni degenerino in disquisizioni di teologia. Tutta questa lotta
però si agita nelle menti piuttosto che nei cuori; la passione tace; e
n'è una prova che l'Olanda, la quale è di tutti i paesi d'Europa quello
che ha più sètte religiose, è anche il paese in cui le sètte vivono in
migliore accordo, e dove regna la più grande tolleranza. Se ciò non
fosse, il partito cattolico non avrebbe fatto tanta strada, come la
fece, protetto sulle prime dalla parte liberale, contro l'unica parte
intollerante del paese: i Calvinisti ortodossi.

Non conobbi Calvinisti ortodossi, e mi spiace. Non avevo mai prestato
fede a quello che si racconta del loro stravagante rigorismo; che vi
sian signore, per dirne una, che nascondano con grandi tappeti le gambe
dei tavolini, per la ragione che possono richiamare il pensiero dei
visitatori a quelle della padrona di casa. Ma è fuor di dubbio che
vivono austerissimamente. Molti, per proposito fatto, non mettono mai
piede in un teatro nè a un ballo nè in una sala di concerto. Ci son
famiglie che la domenica si contentano di mangiare un po' di carne
fredda perchè la cuoca non abbia da trasgredire il precetto del riposo.
In molte case, il padrone legge ogni mattina la Bibbia in presenza della
famiglia e dei servitori, e pregano tutti insieme. Del resto questa
sètta dei Calvinisti ortodossi, che ha quasi tutti i suoi proseliti
nell'aristocrazia e fra i contadini, non esercita grande influenza sul
paese, come lo prova il fatto che nel Parlamento è inferiore di numero
alla parte cattolica, e non può far nulla senz'essa.

Ho parlato del teatro. All'Aja, come nelle altre città d'Olanda, non ci
sono grandi teatri, nè grandi spettacoli. Si rappresentano per lo più
opere in musica tedesche, cantate da artisti stranieri, commedie e
operette francesi. I concerti sono di gran moda. In questo l'Olanda è
fedele alle sue tradizioni, perchè come è noto, e lo scrive anche il
Guicciardini, già nel secolo XVI i suoi suonatori erano cercati in tutte
le corti della Cristianità. Fu detto pure che gli Olandesi hanno una
grande attitudine a cantar cori. E dev'essere grande infatti il piacere
che provano a cantare insieme, se è proporzionato all'avversione che
hanno di cantar soli, perchè non mi ricordo d'aver mai sentito per le
strade di una città olandese, in nessuna parte, a nessuna ora,
canterellare un'arietta; se non da monelli che cantavano per dar la baia
agli ubriachi: rari anche questi, fuorchè nelle occasioni di feste.

Ho detto delle opere e delle commedie francesi. All'Aja, non solamente
gli spettacoli, ma la vita pubblica è quasi interamente francese.
Rotterdam ha l'impronta inglese, Amsterdam l'impronta tedesca, l'Aja
l'impronta parigina; così che è giusto il dire che il popolo delle
grandi città olandesi riunisce e contempera le qualità e i difetti dei
tre grandi popoli vicini. All'Aja, in molte famiglie dell'alta società,
si parla sempre il francese; in altre si affettano dei francesismi, come
in qualche città dell'Italia settentrionale; l'indirizzo delle lettere
si scrive per lo più in francese; v'è infine una parte della società,
cosa non rara nei paesi piccoli, che ostenta un certo disprezzo per la
lingua, per la letteratura, per l'arte nazionale; e amoreggia una patria
adottiva di là dalla Mosa e dal Reno. Le simpatie però son divise. La
classe elegante propende più verso la Francia, la dotta verso la
Germania, e la mercantile verso l'Inghilterra. Per la Francia scemarono
le simpatie dopo la Comune; contro la Germania nacque e fermenta ancora
una segreta animosità generata dal timore che le sue mire conquistatrici
si volgano sull'Olanda; e temperata dalla comunanza degl'interessi
contro il Cattolicismo clericale.

Quando si dice che l'Aja è una città mezza francese, conviene intendere
dell'apparenza. In fondo, il carattere olandese predomina. Benchè sia
una città ricca, elegante e gaia, non è città di chiassi, nè
dissipazioni, nè scandali, nè duelli. La vita v'è più varia e più viva
che nelle altre città olandesi; ma punto meno tranquilla. I duelli che
seguono all'Aja si contano sulle cinque dita della mano di dieci in
dieci anni, e in quei pochi c'entra per lo più un ufficiale come prima
cagione. Nondimeno, per far vedere quanto è potente anche in Olanda
questo pregiudizio feroce, come dice il Rousseau, che l'onore stia
sulla punta della spada; ricordo una discussione fra parecchi Olandesi,
a cui diede luogo una mia domanda. Quando chiesi se l'opinione
pubblica in Olanda era ostile al duello, mi risposero tutti a una
voce:--ostilissima;--ma quando volli sapere se un giovane della buona
società, il quale non accettasse una sfida, sarebbe universalmente
lodato, trattato ancora, da tutti, cogli stessi riguardi e collo stesso
rispetto di prima, sostenuto, insomma, dall'opinione pubblica in modo da
non doversi mai pentire della sua condotta, allora cominciarono le
discussioni. Chi mi rispose debolmente di sì, chi risolutamente di no;
ma la maggior parte propendevano al no. Dal che mi parve di poter
concludere, che se in Olanda seguon pochi duelli, non deriva tanto,
com'io credeva, da un disprezzo universale e assoluto del pregiudizio
feroce; quanto dalla rarità dei casi in cui due cittadini si lasciano
condurre dalla passione, alla necessità di ricorrere alle armi; ciò che
dipende dalla natura più che dall'educazione. Anche nelle polemiche
pubbliche e nelle discussioni private violentissime, si giunge raramente
all'insulto personale; e nelle battaglie del Parlamento, qualche volta
accanite, i deputati si dicono delle impertinenze secche, ma con calma,
senza far rumore; impertinenze, sto per dire, che consistono più nella
cosa che nella parola, e feriscono senza far strillare.

Nelle conversazioni al _club_, mi faceva specie, sulle prime, di non
udir mai nessuno che parlasse per parlare. Quando uno apriva bocca, era
per fare una domanda, o per dare una notizia, o per esporre
un'osservazione. Quell'arte di fare d'ogni idea un periodo, d'ogni fatto
un racconto, d'ogni bazzecola una quistione, nella quale noi italiani,
francesi e spagnuoli siamo maestri, là è affatto sconosciuta. La
conversazione non è uno scambio di suoni, ma un commercio di cose, e
nessuno fa il menomo sforzo per parer dotto, facondo, arguto. In tutto
il tempo che stetti all'Aja non mi ricordo d'aver inteso che una sola
arguzia, e fu d'un deputato, il quale parlandomi dell'alleanza degli
antichi Batavi coi Romani disse:--Noi siamo sempre stati amici delle
autorità costituite.--Eppure la lingua olandese si presta ai
_calembours_; in prova di che ho inteso citare il caso d'una bella
signora straniera la quale domandando un guanciale a un giovane
barcaiuolo del _trekschuit_, non pronunziò bene la parola, e disse
invece di guanciale, bacio, che in olandese suona quasi lo stesso, e fu
appena in tempo a chiarire l'equivoco, chè il barcaiuolo s'era già
pulito la bocca col rovescio della mano.

Studiando il carattere olandese, non mi parve che fosse vero quello che
avevo letto in più libri, che gli Olandesi abbian l'abitudine di
parlare con fastidiosa prolissità dei loro malanni; chè anzi essi
deridono per questo difetto i Tedeschi; e che siano egoisti ed avari. A
sostegno di questa seconda accusa, qualcuno adduce il fatto poco
credibile che durante una battaglia navale cogl'Inglesi, gli ufficiali
della flotta d'Olanda siansi recati a bordo dei bastimenti nemici
esausti di provvigioni da fuoco, e v'abbiano venduto, a prezzi
esorbitanti, polvere e proiettili; dopo di che fu ricominciato a
combattere. Contro quest'accusa d'avarizia, sta il fatto della vita
agiata, delle case ricche, dei molti denari spesi in libri ed in quadri;
e più ancora della beneficenza larghissima, nella quale la società
olandese è incontestabilmente prima in Europa. E non è beneficenza
officiale, o che in qualunque modo riceva impulso dal Governo; ma
spontanea e liberissima, esercitata da società vaste e potenti che
fondarono innumerevoli istituti, scuole, premi, biblioteche, riunioni
popolari; che aiutano, prevengono il Governo nell'ufficio
dell'istruzione pubblica; che stendono le loro ali dalle grandi città
fino ai più umili villaggi, abbracciando tutte le sètte religiose, tutte
le età, tutte le professioni e tutte le sventure; una beneficenza,
insomma, in virtù della quale non rimane in Olanda un povero senza tetto
e un braccio senza lavoro. Tutti gli scrittori, che studiarono l'Olanda,
convennero nel dire che non c'è forse altro Stato d'Europa, nel quale
scenda, proporzionatamente alla popolazione, una maggior copia di
elemosina dalle classi agiate alle classi bisognose.

Non è a dirsi con questo che il popolo olandese non abbia difetti,
perchè ne ha, se gli si deve recare a difetto la mancanza di quelle
qualità che dovrebbero essere come lo splendore e la gentilezza delle
sue virtù. Si potrebbe trovare nella sua fermezza qualcosa di cocciuto,
nella sua probità qualcosa di gretto, nella sua freddezza l'assenza di
quella spontaneità di sentimento senza la quale pare che non possa
esservi affetto, generosità, grandezza d'animo vera. Ma quanto meglio
s'impara a conoscerlo, più si esita a pronunziare quei giudizii, e più
si sente crescere per esso il sentimento del rispetto e della simpatia.
Il Voltaire ha potuto dire, partendo dall'Olanda, quel motto
famoso:--_Adieu canaux, canards, canaille;_--ma quando dovette giudicar
l'Olanda sul serio, si ricordò di non aver trovato nella sua città
capitale «nè un ozioso, nè un povero, nè un dissipato, nè un insolente»
e di aver visto per tutto «il lavoro e la modestia.» Luigi Napoleone
proclamava che in nessun popolo d'Europa era innato come nell'olandese
il buon senso e il sentimento della giustizia e della ragione; il
Descartes gli faceva il più grande elogio che possa fare un filosofo ad
un popolo, dicendo che in nessun paese si gode d'una più grande libertà
che in mezzo agli Olandesi; Carlo V, la più bella lode che possa dare ad
un popolo un Sovrano, dicendo che sono «ottimi sudditi; ma pessimi
schiavi.» Un inglese scrisse che gli Olandesi ispirano una stima che
non può giungere fino all'affetto. Forse egli non li stimava abbastanza.

       *       *       *       *       *

Non nascondo che fra le cagioni della mia simpatia v'è quella d'aver
trovato che l'Italia è assai più conosciuta in Olanda ch'io non osassi
sperare. Non solamente la rivoluzione d'Italia vi ebbe un eco
favorevole, com'è di ragione che accadesse presso un popolo
indipendente, libero e ostile al Papato; ma gli uomini e gli avvenimenti
italiani degli ultimi tempi, non vi son meno conosciuti che quei di
Francia e di Germania. Le principali gazzette, che hanno un
corrispondente fra noi, ragguagliano minutamente il paese intorno alle
cose nostre. Si vedono in molti luoghi ritratti dei nostri più illustri
concittadini. Nè è minore della conoscenza politica la letteraria.
Lasciando stare che la lingua italiana si cantava nelle Corti degli
antichi conti d'Olanda, che nel bel secolo della letteratura olandese
era in grande onore presso i letterati, e che parecchi dei più illustri
poeti di quel tempo scrissero lettere e versi italiani o imitarono la
nostra poesia pastorale; la lingua italiana si studia ancora da molti
oggigiorno, e non è raro il trovare chi la parla, e men raro ancora il
veder libri nostri sul tavolino delle signore. La _Divina Commedia_, che
venne in voga particolarmente dopo il 1830, ha due traduzioni, tutt'e
due in terzine rimate, una delle quali è opera d'un Hacke van Mijnden,
che consacrò a Dante tutta la vita. La _Gerusalemme Liberata_ ha una
traduzione in ottave d'un pastore protestante Ten Kate, e n'ebbe
un'altra inedita e perduta, di Maria Tesseeschave, la grande poetessa
del secolo XVII e amica intima del primo poeta olandese, Vondel, dal
quale fu consigliata e aiutata a tradurre. Del _Pastor fido_ vi sono
almeno cinque traduzioni di autori diversi; parecchie dell'_Aminta_; e
facendo un salto, almeno quattro delle _Mie Prigioni_, e una bellissima
dei _Promessi Sposi_; romanzo che pochi Olandesi non lessero o nella
propria lingua, o nella francese o nella nostra. E per citare ancora una
cosa che ci riguarda, v'è un poema intitolato _Firenze_, scritto per
l'ultimo centenario di Dante, da uno dei più eletti poeti olandesi dei
nostri giorni.

       *       *       *       *       *

Qui cade a proposito di dir qualcosa della letteratura olandese.

L'Olanda presenta una singolare sproporzione tra la forza espansiva
della sua vita politica, scientifica, commerciale, e quella della sua
vita letteraria. Mentre sotto tutte le altre forme l'opera degli
Olandesi traboccò fuori dei confini del paese, sotto la forma
letteraria, rimase circoscritta in quei confini. Con una letteratura
fecondissima, il che rende il fatto più strano, l'Olanda non ha
prodotto, come pur fecero altri piccoli paesi, un sol libro che sia
divenuto europeo; quando non si voglia porre fra le opere letterarie
quelle dello Spinoza, il solo grande filosofo della sua patria; o
considerare come letteratura olandese le dimenticate opere latine di
Erasmo di Rotterdam. Eppure se v'è un paese a cui la natura e gli
avvenimenti abbiano offerto soggetti atti ad ispirare agl'ingegni
qualcuna di quelle opere poetiche che colpiscono l'immaginazione di
tutti i popoli, quel paese è l'Olanda. Le meravigliose trasformazioni
del suolo, le inondazioni immense, le favolose spedizioni marittime,
dovevano generare una poesia originale e potente anche se spogliata
delle sue forme native. Perchè ciò non avvenne? Si possono addurre come
ragioni l'indole dell'ingegno olandese, che mirando in ogni cosa
all'utile, volle troppo spesso piegare anche la letteratura a uno scopo
pratico; una tendenza opposta a questa, e forse derivata da questa, a
sorvolare troppo al di sopra della natura umana, per non rasentare la
terra coi più; una certa naturale circospezione d'ingegno, che diede
alla ragione una soverchia prevalenza sulla fantasia; l'amore innato
dell'esatto e del finito, che produsse una prolissità in cui si
stemprarono le grandi idee; lo spirito di sètta religiosa, il quale
vincolò in un cerchio angusto ingegni che eran nati a spaziare sur un
vasto orizzonte. Ma nè queste nè altre ragioni fanno sì che non rechi
meraviglia il non esserci in tutta la letteratura olandese uno scrittore
il quale rappresenti degnamente al cospetto del mondo la grandezza della
sua patria; un nome da porre in mezzo a quelli del Rembrandt e dello
Spinoza.

Sarebbe un peccato, però, il non tratteggiare almeno le tre principali
figure di questa letteratura, due del secolo decimosettimo e una del
decimonono, tre poeti originali e differentissimi fra loro, che
compendiano in sè tutta la poesia olandese:--il Vondel--il Catz--il
Bilderdijk.

       *       *       *       *       *

Il Vondel è il più grande poeta dell'Olanda. Nacque nel 1587 a Colonia,
dove s'era rifugiato suo padre, cappellaio, fuggito da Anversa per
sottrarsi alle persecuzioni degli Spagnuoli. Ancora bambino, il futuro
poeta ritornò in patria sopra un carretto, insieme con suo padre e sua
madre, che lo seguivano a piedi pregando e recitando versetti della
Bibbia. Fece i suoi primi studi in Amsterdam. A quindici anni godeva già
d'una bella fama di poeta; ma le sue opere illustri non datano che dal
1620. Fino all'età di trent'anni, non sapeva che la propria lingua;
imparò più tardi il francese e il latino e si diede con ardore agli
studi classici; a cinquant'anni si dedicò al greco. La sua prima
tragedia (poichè fu principalmente poeta tragico) intitolata _La
distruzione di Gerusalemme_, non ebbe molta fortuna. La seconda,
intitolata _Palamede_, nella quale era adombrata la storia pietosa e
terribile di Olden Barneveld vittima di Maurizio d'Orange, gli attirò un
processo criminale; per cui fuggì e rimase nascosto fin che uscì la
sentenza inaspettatamente mite che lo condannava a trecento fiorini di
multa. Nel 1627 fece un viaggio in Danimarca e in Svezia, dove fu
accolto con onore da Gustavo Adolfo. Undici anni dopo inaugurò il teatro
d'Amsterdam con un dramma d'argomento nazionale _Gilberto d'Amstel_, che
si rappresenta ancora una volta all'anno in omaggio alla sua memoria.
Gli ultimi anni della sua vita furono infelicissimi. Le dissipazioni di
suo figlio avendolo ridotto in strettezze, il povero vecchio stanco
dagli studi e affranto dai dolori, fu ridotto a mendicare un meschino
impiego nel Monte di Pietà. Pochi anni prima di morire abbracciò la fede
cattolica, e acceso da una nuova ispirazione scrisse la tragedia _Le
Vergini_, e un poema, che è una delle migliori sue opere, intitolato i
_Misteri dell'altare_. Morì vecchissimo e fu seppellito in una chiesa
d'Amsterdam, dove un secolo dopo gli fu eretto un monumento. Oltre le
tragedie, scrisse canti guerreschi alla patria, agli illustri marinai
olandesi, al principe Federico Enrico. Ma la sua principal gloria è il
teatro. Ammiratore della tragedia greca, conservò nelle sue l'unità, i
cori, il soprannaturale, sostituendo al destino la Provvidenza, agli Dei
vendicatori e propizi, i demoni e gli angeli, i buoni e i cattivi geni
del Cristianesimo. Quasi tutti i soggetti tolse dalla Bibbia. Il suo
capolavoro è la tragedia _Lucifero_, rappresentata due volte, malgrado
le quasi insuperabili difficoltà della rappresentazione, nel teatro
d'Amsterdam, e poi fatta interdire dal clero protestante; tragedia che
ha per soggetto la ribellione di Lucifero, e personaggi i buoni e i
cattivi angeli. Come in questa, nelle altre, vi son descrizioni
fantastiche piene d'immagini splendide, squarci di eloquenza potente,
bei cori, pensiero vigoroso, frase solenne, verso ricco e sonante, e qua
e là barlumi e lampi di genio. Per contro, un misticismo qualche volta
oscuro e freddo; il disaccordo dell'idea cristiana colla forma pagana;
il lirico che soverchia il drammatico; il buon gusto sovente offeso; e
più di tutto, un pensare e un sentire, che per mirare al sublime,
elevandosi troppo alto dalla terra, sfugge all'intelletto ed al cuore
umano. Malgrado ciò, la precedenza istorica, l'originalità, il
patriottismo ardente, la vita travagliata e nobile, fecero il Vondel
grande e venerato nella sua patria, che lo considera come la più
eminente personificazione del genio nazionale, e lo mette con amoroso
ardimento accanto ai primi poeti delle altre letterature.

       *       *       *       *       *

Il Vondel è la più grande, Jacob Catz è la più schietta personificazione
del genio olandese; e non è solo il più popolare dei poeti del suo
popolo, ma tale è la di lui popolarità, che si può affermare non esservi
in nessun altro paese, non escluso il Cervantes in Spagna e il Manzoni
in Italia, uno scrittore più generalmente noto e più costantemente letto
di lui; e si può aggiungere, che non v'è forse un altro poeta al mondo,
la cui popolarità sia più necessariamente ristretta nei confini della
propria patria. Jacob Catz nacque nel 1577, di famiglia patrizia, a
Brouwershaven, città della Zelanda. Studiò legge, divenne pensionario di
Middlebourg, andò ambasciatore in Inghilterra, fu gran pensionario di
Olanda, ed esercitando con zelo e rettitudine esemplare quest'alti
uffici coltivò amorosamente la poesia. La sera, dopo aver trattato degli
affari dello Stato coi deputati delle provincie, si raccoglieva in casa
a far versi. A settantacinque anni, chiese di essere esonerato dalle
cariche, e quando lo Statoldero gli annunziò con parole onorevoli che la
sua domanda era stata esaudita, egli cadde in ginocchio al cospetto
dell'Assemblea degli Stati e ringraziò Iddio che l'avea sempre protetto
nel corso della sua lunga e faticosa vita politica. Pochi giorni dopo si
raccolse in una sua villa, dove godette una vecchiezza tranquilla e
onorata, studiando e poetando fino al 1660, anno in cui morì, più che
ottuagenario, pianto da tutta Olanda. Le sue poesie formano parecchi
grossi volumi. Sono favole, madrigali, racconti, misti di storia e di
mitologia, sparsi di descrizioni, di citazioni, di sentenze, di
precetti; pieni di bontà, d'onestà e di dolcezza, e scritti con
semplicità ingenua e delicata arguzia. Il suo volume è il libro della
saggezza nazionale, la seconda Bibbia del popolo olandese, un manuale
che insegna a vivere onesti ed in pace. Egli dà consigli a tutti; al
ragazzo come al vecchio, al mercante come al principe, alla padrona di
casa come alla serva, al ricco come al mendico. Insegna a spendere, a
risparmiare, a far le faccende di casa, a governar la famiglia, ad
educare i figliuoli. È nello stesso tempo amico, padre, direttore
spirituale, maestro, economo, medico, avvocato. Ama la natura modesta, i
giardini, i prati, adora sua moglie, lavora, è soddisfatto di sè e degli
uomini, e vuole che tutti sian contenti come lui. Le sue poesie si
trovano in tutte le case olandesi, accanto alla Bibbia. Non c'è capanna
di contadino nella quale il capo della famiglia non ne legga qualche
verso ogni sera. Nei giorni di dubbio e di tristezza tutti cercano e
trovano un conforto nel loro vecchio poeta. Egli è l'amico intimo del
focolare, il compagno assiduo dell'infermo; il suo è il primo libro sul
quale si avvicinano i volti dei fidanzati; i suoi versi sono i primi che
legge il bambino e gli ultimi che pronunzia il nonno. Nessun poeta fu
più amato di lui. Ogni olandese sorride a udir rammentare quel nome, e
non v'è straniero che sia stato in Olanda, il quale non lo pronunzi con
un sentimento di simpatia e di rispetto.

       *       *       *       *       *

Il terzo, Bilderdijk, nato nel 1756, morto nel 1831, fu uno dei più
meravigliosi intelletti che siano mai apparsi nel mondo. Poeta, storico,
filologo, critico, astronomo, chimico, medico, teologo, antiquario,
giureconsulto, disegnatore, incisore, uomo inquieto, vagabondo,
capriccioso, violento, la sua vita non fu che un'investigazione, una
trasformazione, una battaglia perpetua del suo vastissimo ingegno.
Giovanetto, e già poeta famoso, lascia la poesia, si getta nella
politica, emigra collo Statoldero in Inghilterra e fa il maestro a
Londra per vivere. Stanco dell'Inghilterra, va in Germania; seccato del
romanticismo tedesco, torna in Olanda, dove Luigi Napoleone lo colma di
favori. Ma Luigi lascia il trono, Napoleone il Grande toglie al
Bilderdijk la pensione, ed egli è ridotto nella miseria. Domanda una
cattedra all'Università di Leida, glie la rifiutano. Infine ottiene dal
Governo un piccolo sussidio e continua a studiare, a scrivere, a
combattere fino all'ultimo giorno della vita. Le sue opere si compongono
di più di trenta volumi di scienza, di arte, di letteratura. Trattò
tutti i generi e riuscì in tutti, fuor che nel drammatico. Allargò la
critica storica, scrivendo una delle più belle storie nazionali che
possegga il suo paese. Fece un poema, _Il mondo primitivo_, composizione
grandiosa ed oscura, ammiratissima in Olanda. Trattò ogni maniera di
quistioni mescolando paradossi stranissimi e verità luminose. Rialzò
infine la letteratura nazionale ch'era caduta ai suoi tempi e lasciò una
falange di discepoli eletti che seguirono le sue traccie in politica, in
arte, in filosofia. Vi fu per lui in Olanda, più che entusiasmo,
fanatismo; e non si può mettere in dubbio ch'ei sia stato, dopo Vondel,
il più grande poeta del suo paese. Ma gli fece danno la passione
religiosa, l'odio cieco contro le nuove idee, la poesia fatta strumento
di sètta, la teologia intromessa in ogni cosa; per il che non s'elevò in
quella regione serena e libera fuor della quale il genio non consegue
vittorie durevoli e grido universale.

Intorno a questi tre poeti, che hanno in sè i tre vizi principali della
letteratura olandese: di perdersi nelle nuvole, o di volare terra terra,
o d'impigliarsi nella rete del misticismo, si raggruppano altri infiniti
poeti epici, comici, satirici, lirici, i più del secolo decimosettimo,
pochissimi del decimottavo; molti dei quali godono d'una grande fama in
Olanda; ma di cui nessuno esce abbastanza di schiera, da richiamare
l'attenzione dello straniero che passa.

       *       *       *       *       *

Meritano piuttosto un rapido sguardo i tempi presenti.

Che la critica, spogliando la storia olandese del velo di poesia di cui
l'aveva vestita il patriottismo degli scrittori, l'abbia condotta sulla
via più larga e più feconda della giustizia; che gli studi filologici
siano in altissimo onore e che quasi tutte le scienze abbiano in Olanda
dei cultori di fama europea, è cosa che nessun studioso, in Italia,
ignora, e che agli altri basta accennare.

Della letteratura propriamente detta, il genere più fiorente è il
Romanzo. L'Olanda ha avuto il suo romanziere nazionale, il suo Walter
Scott, in Van Lennep, morto pochi anni sono; scrittore di romanzi
storici che furono accolti con entusiasmo da tutte le classi della
società; pittore efficacissimo di costumi, dotto, arguto, maestro di
descrizioni e dialogista ammirabile; ma che sovente è prolisso, si serve
di vecchi artifici, adopera scioglimenti forzati e non nasconde sempre
abbastanza sè medesimo. L'ultimo suo romanzo, intitolato _Le avventure
di Nicoletta Zevenster_, nel quale, rappresentando magistralmente la
società olandese del principio di questo secolo, ebbe l'inaudito
ardimento di descrivere una casa innominabile dell'Aja, mise sossopra
l'Olanda intera, fu commentato, discusso, vilipeso, levato a cielo; e la
battaglia dura ancora. Altri romanzi storici, scrissero uno Schimmel,
emulo degno del Van Lennep; e una signora Rosboon Toussaint, scrittrice
coltissima, ricca di studi virili e d'ingegno profondo. Malgrado questo,
il romanzo storico, anche in Olanda, si può considerar come morto.
Miglior fortuna hanno il romanzo di costumi e la novella, nei quali
primeggiano un Beets, ministro protestante e poeta, autore d'un libro
celebre intitolato la _Camera oscura_, un Koetsveld, e alcuni giovani di
bell'ingegno, a cui contende di levarsi in alto il demonio persecutore
della letteratura del giorno: la fretta.

L'Olanda ha ancora un genere di romanzo suo proprio, che si potrebbe
chiamare romanzo indiano, il quale ritrae i costumi e la vita dei popoli
delle colonie; e di questo genere ne uscirono negli ultimi anni
parecchi, che furono accolti con molto plauso nel paese, e tradotti in
varie lingue; fra gli altri, il _Bel mondo di Batavia_, del professore
Ten Brink, giovane, dotto e brillante scrittore, del quale vorrei poter
parlare diffusamente per attestargli in qualche modo la mia gratitudine
e la mia ammirazione. Ma a proposito di romanzi indiani, è bello il
notare come in Olanda si veda e si senta a ogni passo qualcosa che
rammenta le sue colonie; come un raggio del sole delle Indie penetri a
traverso la sua bruma e colori la sua vita. Oltre i bastimenti che
portano un soffio di quei paesi nei porti delle sue città, oltre gli
uccelli, i fiori, i mille oggetti, che come suoni sparsi d'una musica
lontana, fanno balenare alla mente l'immagine d'un'altra natura e
d'un'altra razza; non è raro incontrare nelle città d'Olanda, in mezzo
ai mille visi bianchi, faccie abbronzate dal sole, di gente nata o
vissuta per molti anni nelle colonie; negozianti che parlano con
vivacità insolita delle donne brune, dei banani, dei boschi di palme, e
dei laghi ombreggiati dalle liane; giovani arditi che si rischiarono in
mezzo ai selvaggi dell'isola di Borneo e di Sumatra; scienziati,
letterati, ufficiali che parlano degli adoratori dei pesci, degli
ambasciatori che portan le teste dei vinti appesi alla cintura, dei
combattimenti dei tori e delle tigri, delle furie dei bevitori d'oppio,
delle moltitudini battezzate colle pompe; di mille cose strane e
mirabili, che fanno un effetto singolare dette da quella gente fredda in
quel paese tranquillissimo.

La poesia dopo aver perduto il Da Costa, discepolo del Bilderdijk, poeta
religioso ed entusiasta, e il Genestet, poeta satirico, morto
giovanissimo, non ha più che pochi campioni della generazione passata, i
quali tacciono, o cantano con voce affievolita. In peggiori condizioni è
il teatro. Gli artisti olandesi incolti e declamatori, non recitano per
lo più che drammi o commedie tedesche o francesi, male tradotte, che
l'alta società non va a sentire. Scrittori olandesi di molto ingegno,
come l'Hofdijk, lo Schimmel, lo stesso Van Lennep, scrissero commedie
per molti lati pregevoli; ma che non piacquero abbastanza per rimaner
vive sulle scene. La tragedia non è in migliori condizioni della
commedia o del dramma.

Da quanto ho detto, parrebbe che in Olanda non ci dovess'essere un
grande movimento letterario; e c'è invece grandissimo. È incredibile la
quantità di libri che si pubblicano ed è meravigliosa l'avidità con cui
sono letti. Ogni città, ogni sètta religiosa, ogni consorteria ha la sua
rivista o la sua gazzetta. Oltre a questo, una colluvie di libri
stranieri; i romanzi inglesi, in mano di tutti; opere francesi di otto,
dieci, venti volumi, tradotti nella lingua nazionale, cosa mirabile in
un paese dove tutte le persone colte le possono leggere nell'originale,
e che prova quanto vi sia l'uso, non solo di leggere, ma di comprare,
nonostante che i libri siano assai più cari in Olanda che in altri
paesi. Ma è appunto questa sovrabbondanza di pubblicazioni e questa
furia di leggere che nuoce alla letteratura. Gli scrittori, per
soddisfare l'impaziente curiosità del pubblico, tiran via, e la manía
delle letture straniere soffoca e corrompe il genio nazionale. Malgrado
ciò, la letteratura olandese ha ancora un grande titolo alla benemerenza
della patria: è caduta, ma non s'è pervertita; ha conservato la sua
innocenza e la sua freschezza; quello che le manca di fantasia,
d'originalità, di splendore, è compensato dalla saggezza, dal rispetto
severo del buon costume e del buon gusto, dalla sua amorosa
sollecitudine per le classi povere, dall'opera efficacissima colla quale
promuove la beneficenza e l'educazione civile. Altre letterature sono
grandi piante vestite di fiori odorosi; la letteratura olandese è un
piccolo albero carico di frutti.

       *       *       *       *       *

La mattina che partii dall'Aja, la seconda volta che vi fui, alcuni dei
miei più cari amici m'accompagnarono alla stazione della strada ferrata.
Il tempo era piovoso. Quando fummo nella sala dei viaggiatori, pochi
momenti prima che partisse il treno, ringraziai i miei buoni ospiti
delle gentili accoglienze che m'avevan fatte, e poichè sapevo che forse
non li avrei mai più riveduti, non potei a meno di esprimere la mia
gratitudine con parole affettuose e melanconiche, ch'essi ascoltarono in
silenzio. Uno solo m'interruppe per raccomandarmi che mi guardassi
dall'umidità. "Venga qualcuno di loro in Italia," io continuai; "non
foss'altro che per darmi l'occasione di mostrargli la mia riconoscenza.
Mi facciano questa promessa perchè io possa partire col cuore un po'
consolato. Non parto se qualcuno non mi dice che verrà in Italia." Si
guardarono in viso, e uno rispose a fior di labbra: "Forse." Un altro mi
diede il consiglio di non far mai cambiare l'oro francese nelle
botteghe. In quel momento suonò il campanello della partenza. "Dunque
addio," dissi colla voce un po' commossa, stringendo le mani a tutti "a
rivederci; non dimenticherò mai i bei giorni passati all'Aja, riterrò
sempre i loro nomi come la più cara memoria del mio viaggio, si
ricordino qualche volta di me."--"Addio," risposero tutti collo stesso
tuono di voce, come se ci fossimo dovuti rivedere il giorno dopo. Salii
nel vagone col cuore stretto, m'affacciai al finestrino nel punto che
partiva il treno, e li vidi tutti là immobili, muti, col viso
impassibile, cogli occhi fissi nei miei. Feci un ultimo saluto, a cui
risposero con un leggero cenno del capo, e disparvero ai miei occhi per
sempre. Ogni volta che penso a loro, li rivedo, come se li avessi
lasciati poc'anzi, in quello stesso atteggiamento, con quei volti gravi
e quegli occhi fissi, e l'affetto che sento per essi ha qualche cosa di
austero e di triste, come il cielo sotto cui li vidi per l'ultima
volta.



LEIDA.


La campagna tra l'Aja e Leida è come tra Rotterdam e l'Aja, tutta una
pianura verdissima, macchiettata dal rosso vivo dei tetti e rigata
d'azzurro dai canali, con qua e là gruppi d'alberi, mulini a vento, e
armenti sparpagliati ed immobili. Si va innanzi, e par sempre d'essere
nel medesimo punto, o di riveder luoghi già mille volte veduti. La
campagna è silenziosa, il treno scorre lentamente, quasi senza far
rumore; nel vagone nessuno parla; alle stazioni, non si sente una voce;
a poco a poco la mente cade in una sorta di assopimento, nel quale si
dimentica dove s'è e dove si va.--Eppure si dorme in questo
paese!--diceva il Diderot viaggiando in Olanda; e questa esclamazione mi
venne più volte sulle labbra in quel breve tragitto, sin che intesi
gridar:--Leyden,--e scesi in una stazione solitaria e quieta come un
convento.

Leida, l'antica Atene del Nord, la Saragozza dei Paesi Bassi, la più
vecchia e più gloriosa figliuola dell'Olanda, è una di quelle città in
cui, appena entrati, si diventa pensierosi; e non si possono rammentare,
anche molto tempo dopo esserci stati, senza ripensarci lungamente; e non
ci si può pensare senza tristezza.

       *       *       *       *       *

Appena entrati, si sente il freddo della città morta. Il vecchio Reno,
che l'attraversa dividendola in molte isole congiunte da centocinquanta
ponti di pietra, forma dei grandi canali e dei bacini che coprono intere
piazze, dove non si vede nè un bastimento nè una barca, così che la
città sembra piuttosto che percorsa, allagata dalle acque. Le principali
strade sono larghissime e fiancheggiate da case, vecchie e nere, colle
solite facciate a punta e a scalini; e in quelle grandi strade, nelle
piazze, nei crocicchi, non si vede nessuno o poca gente sparpagliata sur
un vasto spazio, come i superstiti d'una città spopolata dalla moría.
Nelle piccole strade si cammina per lunghi tratti sull'erba, in mezzo a
porte e finestre chiuse, in un silenzio profondo come nelle città delle
favole, dove tutti gli abitanti sono immersi in un sonno soprannaturale.
Si passa sopra ponti erbosi, lungo canaletti coperti d'un tappeto verde,
per piazzette che paiono cortili di convento; e poi, a un tratto, si
riesce all'aperto, in una strada larga come un viale di Parigi; e da
questa daccapo nel labirinto delle strade strette. Di ponte in ponte,
di canale in canale, di isola in isola, si gira per ore ed ore cercando
sempre la vita e lo strepito dell'antica Leida, e non si trova che la
solitudine, il silenzio e l'acqua, che riflette la tetra maestà della
città decaduta.

       *       *       *       *       *

Dopo un lungo giro riuscii in una vasta piazza, dove faceva gli esercizi
uno squadrone di cavalleria. Un vecchio cicerone che m'accompagnava, mi
fermò, all'ombra d'un albero, e mi disse che quella piazza, chiamata in
olandese La Rovina, ricordava una grande sventura per la città di Leida.
"Prima del 1807--brontolò in un francese stentato, e con un tuono di
maestro di scuola, tutto proprio dei ciceroni olandesi;--questo grande
spazio era tutto coperto di case, e il canale che ora attraversa la
piazza passava allora nel mezzo della strada. Il giorno 12 gennaio del
1807 un bastimento carico di polvere ch'era qui di stazione, scoppiò; e
ottocento case, con parecchie centinaia di abitanti, saltarono in aria,
e così si formò la piazza. E tra quegli abitanti c'era l'illustre
storico Giovanni Luzac che fu poi seppellito nella chiesa di san Pietro,
con una bella iscrizione; e tra le case che saltarono in aria v'era
quella della famiglia Elzevirs, la gloria della tipografia
olandese."--La casa degli Elzevirs!--dissi tra me con grata sorpresa; e
pensai a certi bibliofili che conoscevo in Italia, i quali sarebbero
stati felici di premere col piede la terra che aveva sorretto quella
casa illustre, da cui uscirono i piccoli capolavori tipografici che
essi cercano, sognano e accarezzano con tanto amore; quei libricciuoli
che paiono stampati con caratteri adamantini; quei modelli di finezza e
di precisione, nei quali un errore tipografico è un portento che ne
duplica il pregio e il valore; quelle meraviglie di politipi, di
contorni, di baffi, di fioroni, di fondi di lampada, di cui essi parlano
con voce commossa, e cogli occhi luccicanti!

       *       *       *       *       *

Uscendo da quella piazza entrai nella Breedestraat, la più grande strada
di Leida, che attraversa la città da un capo all'altro in forma
d'un'esse; e arrivai dinanzi al Palazzo Municipale, che è uno dei più
curiosi edifizi olandesi del secolo decimosesto. A prima vista pare una
decorazione da palco scenico, e contrasta spiacevolmente coll'aspetto
grave della città. È un palazzo basso e lungo, color cinerino, con una
facciata nuda, sull'alto della quale corre una balaustrata di pietra, e
su questa s'innalzano obelischi, piramidine, frontispizii aerei ornati
di statue grottesche, che formano una sorta di merlatura fantastica
intorno a un tetto ripidissimo. In dirittura dell'entrata principale,
s'alza un campanile composto di parecchi piani rientranti l'un
nell'altro, che gli danno l'aspetto d'un altissimo chiosco, con sulla
cima una enorme corona di ferro, della forma d'un pallon volante
rovesciato, sormontata da un'asta. Sopra la porta, alla quale si giunge
per due scale, v'è un'iscrizione olandese che rammenta la fame patita
dalla città nel 1574, con centotrent'una lettera, che corrispondono ai
giorni della durata dell'assedio.

Entrai nel palazzo, girai per varie sale e corridoi senza vedere anima
viva e senz'udire un rumore il quale desse indizio ch'era abitato, sin
che incontrai un usciere che mi si mise ai fianchi, e fattomi
attraversare uno stanzone dov'erano parecchi impiegati immobili come
automi, mi condusse nella sala delle curiosità. Il primo oggetto che mi
diede nell'occhio, fu una tavola sconnessa, sulla quale lavorò, se è
vera la tradizione, quel famoso sarto Giovanni di Leida, che mise
sottosopra il paese, sul principio del secolo decimosesto, come aveva
fatto, cinque secoli prima, il Tanchelyn, di oscena memoria; quel
Giovanni di Leida, capo degli anabattisti, il quale difese contro il
vescovo conte di Waldeck, la città di Munster, dove lo avevano eletto re
i suoi partigiani fanatici; quel pio profeta, che ebbe un serraglio di
donne, e ne fece decapitar una, perchè s'era lamentata della carestia;
quel Giovanni di Leida, infine, che morì all'età di 26 anni straziato
colle tanaglie roventi, e il suo cadavere, posto in una gabbia di ferro
sulla cima d'una torre, fu divorato dai corvi. Egli non era però giunto
a destare il fanatismo che aveva destato il Tanchelyn, al quale le
donne, persuase di far cosa grata a Dio, si prostituivano al cospetto
dei loro mariti e delle loro madri; e gli uomini libavano come una
bevanda purificatrice l'acqua nella quale egli aveva lavato la sua
sconcia persona.

In altre sale vi sono dipinti dell'Hinck, di Francesco Mieris, del
Cornelis Engelbrechtsen, e un _Giudizio universale_ di Luca di Leida, il
patriarca della pittura olandese, il primo che afferrò le leggi della
prospettiva aerea, valente colorista e incisore di grandissima fama, al
quale è a sperarsi che siano state perdonate nel mondo di là le Marie e
le Maddalene ignobilmente brutte, i santi burleschi e gli angeli
stravolti, di cui popolò i suoi quadri. Anch'egli, come quasi tutti i
pittori olandesi, ebbe una vita piena di avventure. Viaggiò per l'Olanda
in una barca propria; in ogni città riuniva a banchetto i pittori; fu, o
credette d'essere stato avvelenato con un lento veleno dai suoi rivali;
stette per anni a letto; dipinse da letto il suo capolavoro: _Il Cieco
di Gerico guarito da Cristo_, e morì due anni dopo, in un giorno
memorabile per un caldo prodigioso che spense molte vite e cagionò
infiniti malanni.

Uscito dal Palazzo Municipale, mi feci condurre in un castello posto sur
una piccola collina che si alza nel mezzo della città, fra le due
braccia principali del Reno; ed è la parte più antica di Leida. Questo
castello, chiamato dagli Olandesi il Burg, non è altro che una gran
torre rotonda e vuota, costruita, secondo alcuni, dai Romani; secondo
altri, da un Hengist, duca degli Anglo-Sassoni; e recentemente
ristaurata e coronata di merli. La collina è tutta coperta di altissime
quercie, che nascondono la torre e impediscono la vista della campagna;
soltanto qua e là, guardando a traverso i rami, si vedono i tetti rossi
di Leida, la pianura rigata di canali, le dune, i campanili delle città
lontane.

Sulla cima di quella torre, all'ombra delle quercie, si sogliono
raccogliere gli stranieri per evocare le memorie di quell'assedio che fu
«la più lugubre tragedia dei tempi moderni,» e che sembra abbia lasciato
nell'aspetto di Leida una traccia incancellabile di tristezza.

       *       *       *       *       *

Nel 1573 gli Spagnuoli, condotti dal Valdez, posero l'assedio a Leida.
Nella città non si trovavano che pochi soldati volontari. Il comando
militare era stato affidato al Van der Voes, uomo valoroso e poeta
latino di bella fama; il Van der Werf era borgomastro. In breve tempo,
gli assedianti costrussero più di sessanta forti in tutti i passi dove
si potesse penetrare per acqua o per terra nella città, e Leida si trovò
completamente circondata. Ma i Leidesi non si perdettero d'animo.
Guglielmo d'Orange aveva fatto dir loro che resistessero almeno per tre
mesi, che in questo tempo egli si sarebbe posto in grado di soccorrerli,
che la sorte dell'Olanda dipendeva da quella di Leida; e i Leidesi gli
avevan promesso di resistere fino agli estremi. Il Valdez mandò ad
offrir loro il perdono del re di Spagna, purchè gli aprissero le porte;
essi gli risposero con un verso latino: _Fistula dulce canit, volucrem
dum decipit auceps_, e cominciarono a far sortite e ad attaccare
combattimenti. Intanto nella città andavano scemando i viveri e il
cerchio dell'assedio si restringeva di giorno in giorno. Guglielmo
d'Orange che occupava la fortezza di Polderwaert, posta fra Delft e
Rotterdam, non vedendo altra via di soccorrere la città, concepì, e
ottenne che fosse approvato dai deputati, il disegno di allagare la
campagna di Leida, rompendo le dighe dell'Yssel e della Mosa, e
scacciando così gli Spagnuoli colle acque, poichè non li poteva
scacciare colle armi. Questa disperata risoluzione fu subito messa in
atto. Le dighe vennero rotte in sessanta luoghi, le cateratte di
Rotterdam e di Gouda furono aperte, il mare cominciò a invadere le
terre, e duecento barconi si tennero pronti a Rotterdam, a Delftshaven e
in altri luoghi per portare provvigioni alla città, appena cominciassero
le grandi cresciute delle acque, che avvengono nell'equinozio d'autunno.
Gli Spagnuoli, atterriti sulle prime dall'inondazione, si rassicurarono
quando ebbero compreso il disegno degli Olandesi, tenendo per certo che
la città si sarebbe arresa prima che le acque giungessero ai forti
principali; e a tal fine strinsero l'assedio con maggior vigore. In
questo tempo i Leidesi, che cominciavano a sentire le strette della
carestia, e a disperare che il soccorso promesso giungesse in tempo,
mandavano lettere, per mezzo di piccioni, a Guglielmo d'Orange, malato
di febbre ad Amsterdam, per esporgli il triste stato della città; e
Guglielmo rispondeva incoraggiandoli a protrarre ancora la resistenza,
chè, appena rimesso in salute, sarebbe volato a soccorrerli. Le acque
s'avanzavano, l'esercito spagnuolo cominciava ad abbandonare i forti più
bassi, gli abitanti di Leida salivano continuamente sulla torre ad
osservare il mare ora sperando ora disperando; senza cessare di lavorare
alle mura, di far sortite, di respingere assalti. Finalmente il principe
d'Orange guarì, e gli apparecchi per la liberazione di Leida, che
durante la sua malattia erano andati a rilento, furono ripresi con
vigore. Il primo di settembre i Leidesi videro dall'alto della torre
apparire sulle acque lontane i primi battelli olandesi. Era una piccola
flotta, capitanata dall'ammiraglio Boisot, la quale portava ottocento
zelandesi, uomini selvaggi, coperti di ferite, avvezzi al mare,
spregiatori della vita, ferocissimi nelle battaglie, che avevano tutti
una mezzaluna sopra il cappello coll'iscrizione: «Piuttosto turchi che
papisti,» e formavano una falange d'aspetto strano e terribile, risoluta
a salvar Leida o a morire nelle acque. I bastimenti s'avanzarono a
cinque miglia dalla città, contro l'estrema diga, ch'era difesa dagli
Spagnuoli. Si attaccò il combattimento, la diga fu assalita,
conquistata, spezzata, il mare irruppe e i battelli olandesi passarono
trionfalmente per le breccie. Era un gran passo; ma non era che il
primo. Dietro quella diga, se ne stendeva un'altra. Si ricominciò la
battaglia; anche la seconda diga fu conquistata e rotta, e la flotta
andò innanzi. Tutt'a un tratto il vento si volge contrario, i battelli
sono costretti a fermarsi; torna a soffiare in favore, e i battelli si
avanzano; si volge contrario un'altra volta, e daccapo la flotta
s'arresta. Mentre questo succede, nella città cominciano a mancare anche
gli animali schifosi di cui i cittadini sono costretti a cibarsi; la
gente si butta in terra a leccare il sangue dei cavalli uccisi; le donne
e i fanciulli frugano nelle immondizie della strada; scoppia l'epidemia;
le case si riempiono di cadaveri; più di seimila cittadini son morti;
ogni speranza di salvamento è perduta. Una turba di affamati corre dal
borgomastro Van der Werff e gli domanda la resa con grida strazianti. Il
Van der Werff rifiuta. La plebe lo minaccia. Allora egli fa cenno col
cappello che vuol parlare, e in mezzo al silenzio generale,
grida:--Cittadini! Ho giurato di difendere la città fino alla morte, e
coll'aiuto di Dio manterrò il mio giuramento. È meglio morir di fame che
morir di vergogna. Le vostre minaccie non mi atterriscono. Io non posso
morire che una volta. Uccidetemi, se volete, e saziate la vostra fame
colle mie carni; ma fin che vivo non mi chiedete la resa di Leida!--La
folla, commossa da queste parole, si disperde in silenzio, rassegnata a
morire; e la città continua a difendersi. Finalmente, nella notte del
primo ottobre, si scatena un violentissimo vento equinoziale; il mare si
solleva, soverchia le dighe rovinate e invade furiosamente la
terraferma. A mezzanotte, nel forte della tempesta, in mezzo a
un'oscurità profonda, la flotta olandese si muove. Alcuni vascelli
spagnuoli le vanno incontro. Scoppia un'orribile battaglia fra le cime
degli alberi e i tetti delle case sommerse, al chiarore dei lampi delle
cannonate. I bastimenti spagnuoli sono sopraffatti, invasi, affondati;
gli Zelandesi saltano nei bassi fondi e spingono innanzi i loro battelli
a forza di spalle; i soldati spagnuoli, presi dal terrore, abbandonano i
forti, cadono a centinaia nel mare, sono uccisi a colpi di pugnale e
d'uncino, precipitati dai tetti e dalle dighe, fulminati, dispersi.
Rimane un'ultima fortezza in potere del Valdez; gli assediati ondeggiano
ancora una volta fra la disperazione e la speranza; anche quella
fortezza è abbandonata; la flotta olandese entra in città.

Qui l'aspettava uno spettacolo orrendo. Un popolo scarno, trasfigurato,
sfinito dalla fame, s'affollava lungo i canali, strascinandosi per le
terre, barcollando, tendendo le braccia. I marinai si misero a gettar
pani dai battelli sulle strade, e allora cominciarono fra quei moribondi
delle lotte disperate; molti morirono soffocati; altri spirarono
divorando quel primo nutrimento; altri caddero nei canali. Quietata
finalmente quella prima furia, saziati i più rifiniti, provveduto ai più
stringenti bisogni della città, si confusero festosamente cittadini,
zelandesi, marinai, guardie civiche, soldati, donne, ragazzi, e quella
turba gloriosa e consunta corse alla cattedrale, dove cantò, con voce
rotta dai singhiozzi, un inno di grazie al Signore.

       *       *       *       *       *

Il principe d'Orange ricevette la notizia del salvamento a Delft, in una
chiesa, mentre assisteva agli uffizi divini. Trasmise subito il
messaggio al predicatore, e questi l'annunziò all'uditorio, che gli
rispose con un grido di gioia. Benchè tuttavia convalescente, e
quantunque l'epidemia infierisse ancora a Leida, Guglielmo volle riveder
subito la sua cara e valorosa città; vi accorse: la sua entrata fu un
trionfo; il suo aspetto maestoso e sereno rincorò il popolo; le sue
parole gli fecero dimenticare tutti i dolori sofferti. Per premiare la
città della sua eroica difesa, le lasciò la scelta fra l'esenzione da
certe imposte e la fondazione d'una Università. Leida scelse
l'Università.

       *       *       *       *       *

La festa d'inaugurazione dell'Università fu celebrata il 5 febbraio
dell'anno 1575 con una processione solenne. Andavano innanzi un
drappello di milizia borghese e cinque compagnie di fanteria della
guarnigione di Leida, alle quali teneva dietro un carro tirato da
quattro cavalli, con su una donna vestita di bianco, che rappresentava
l'Evangelo; e intorno al carro i quattro Evangelisti. Seguiva la
Giustizia cogli occhi bendati, la bilancia e la clava, montata sur un
liocorno, e circondata da Giuliano, Papiniano, Ulpiano e Tribuniano.
Alla Giustizia, succedeva la Medicina, a cavallo, con un trattato in una
mano e nell'altra una ghirlanda di piante medicinali, e l'accompagnavano
i quattro grandi dottori Ippocrate, Galeno, Dioscoride e Teofrasto. Dopo
la Medicina, veniva Minerva armata di lancia e di scudo, scortata da
quattro cavalieri che rappresentavano Platone, Aristotile, Cicerone e
Virgilio. Negli intermezzi camminavano guerrieri vestiti ed armati
all'antica. In coda v'erano alabardieri, mazzieri, musici, ufficiali, i
nuovi professori, i magistrati, una folla infinita. La processione passò
lentamente per parecchie strade cosparse di fiori, sotto archi
trionfali, in mezzo agli arazzi e alle bandiere, fino a un piccolo porto
sul Reno, dove le venne incontro una gran barca splendidamente decorata,
sulla quale, all'ombra d'un baldacchino coperto di alloro e d'aranci,
sedeva Apollo suonando il liuto, circondato dalle nove Muse che
cantavano, e Nettuno, salvatore della città, governava il timone. La
barca s'avvicinò alla sponda, il biondo nume e le nove sorelle
discesero, baciarono l'un dopo l'altro i nuovi professori, salutandoli
con gentili versi latini; dopo di che la processione si recò
all'edifizio destinato all'Università, dove un professore di teologia,
il molto reverendo Gaspare Kolhas pronunziò un eloquente discorso
inaugurale, preceduto dalla musica, e seguito da uno splendido
banchetto.

       *       *       *       *       *

Come quest'Università abbia corrisposto alle speranze di Leida, è
superfluo il dire. Tutti sanno come gli Stati d'Olanda v'abbiano
attirato con larghissime offerte dotti di ogni paese; come la filosofia,
scacciata di Francia, vi si sia rifugiata; come sia stata per molto
tempo la cittadella più sicura di tutti gli uomini che lottarono per il
trionfo della ragione umana; come sia diventata, in fine, la più famosa
scuola d'Europa. L'Università attuale è in un antico convento. Non si
può, senza un sentimento di profondo rispetto, entrare nella gran sala
del Senato accademico dove si vedono i ritratti di tutti i professori
che si succedettero dalla fondazione dell'Università fino ai nostri
giorni: fra i quali Giusto Lipse, il Vossius, l'Heinsius, il Gronovius,
l'Hemsterhuys, il Ruhneken, il Valckenaer, il grande Scaligero, che gli
Stati d'Olanda fecero invitare a Leida per mezzo di Enrico IV; i due
famosi Gomarius e Arminius, che provocarono la gran lotta religiosa
definita dal sinodo di Dordrecht; il celeberrimo medico leidese
Boerhaave, alle lezioni del quale assisteva Pietro il Grande, e
accorrevano a lui malati da tutti i paesi del mondo, e gli era
recapitata una lettera d'un mandarino chinese senz'altro indirizzo che
_all'illustre Boerhaave, medico in Europa_.

Ora, questa gloriosa Università, benchè abbia ancora dei professori
illustri, è decaduta; i suoi studenti, che furono in altri tempi più di
duemila, son ridotti a poche centinaia; l'insegnamento che vi si dà non
può più rivaleggiare con quello delle università di Berlino, di Monaco,
di Weimar. Principalissima cagione di questa decadenza è il numero
soverchio delle università olandesi (chè, oltre quella di Leida, ve n'ha
una a Utrecht e una a Groninga e un ateneo ad Amsterdam); donde segue
che i musei, le biblioteche, i professori eminenti, i quali raccolti in
una sola città potrebbero formare una Università eccellente,
sparpagliati come sono, non bastano ai bisogni. E non è da dirsi che
l'Olanda non sia persuasa che una sola università eccellente le
gioverebbe assai più che quattro mediocri; chè anzi da molto tempo ella
domanda ad alta voce che questo si faccia. E perchè non si fa? O
Italiani, consoliamoci: tutto il mondo è paese. Anche in Olanda, la
patria propone e il campanile dispone. Le tre città universitarie
gridano tutte insieme: Sopprimiamo;--ma ciascuna dice alle altre:
Sopprimete;--e così si va innanzi senza sopprimere, continuando a
sollecitare la soppressione.

Ma benchè decaduta, l'università di Leida è ancora la più fiorente
dell'Olanda, in specie per i molti e ricchissimi musei dei quali
dispone. Nè di questi però, nè delle biblioteche, nè dell'ammirabile
giardino botanico sarebbe decente il discorrere, come solo io potrei
fare, di volo. Non posso però dimenticare due cose curiosissime che vidi
nel Museo di Storia Naturale: una ridicola e una seria. La prima, che si
trova nel gabinetto anatomico (uno dei più ricchi d'Europa), è
un'orchestra formata da una cinquantina di scheletri di piccolissimi
topi, alcuni in piedi, altri seduti sur una doppia fila di banchi, tutti
colla coda ritta, con violini e chitarre fra gli zampini, il libro della
musica davanti, sigaro in bocca, fazzoletto, scatole da tabacco; e il
capo orchestra che si sbraccia sopra una seggiola elevata. La cosa seria
sono alcuni pezzi di legno corroso, bucherellato come la spugna,
frammenti di palafitte e di battenti di cateratte, i quali ricordano il
pericolo d'un'immensa sventura che corse l'Olanda verso la metà del
secolo passato. Un mollusco, una specie di tarlo, chiamato _taret_,
portato, si crede, da qualche bastimento reduce dai mari tropicali, e
moltiplicatosi con meravigliosa rapidità nelle acque del nord, aveva
corroso i legnami delle dighe e delle cateratte a tal segno, che per
poco fosse continuato quel lavoro di distruzione, gli argini si
sarebbero sfasciati e il mare avrebbe sommerso tutto il paese. La
scoperta di questo pericolo gettò lo spavento nell'Olanda, il popolo
accorse alle chiese, il paese intero si mise all'opera; si rivestirono
di rame i battenti delle cateratte, si fortificarono le dighe
pericolanti, si difesero le palafitte con chiodi, con pietre, con alghe,
con muratura; e in parte con questi mezzi, ma specialmente grazie al
rigore del clima che distrusse il terribile animale, la sventura creduta
sulle prime irreparabile fu scongiurata. Un verme aveva fatto tremare
l'Olanda: arduo trionfo, negato alle tempeste dell'oceano e alle ire di
Filippo.

       *       *       *       *       *

Un altro ornamento preziosissimo di Leida è il Museo Giapponese del
dottor Siebold, tedesco di nascita, medico della Colonia olandese
dell'isola di Decima; il quale, secondo narra una tradizione romanzesca,
ottenne per il primo dall'imperatore del Giappone di entrare in quel
misterioso impero, in ricompensa dell'avergli guarito una figliuola; o
secondo un'altra tradizione più credibile, entrò in quel paese di
nascosto, e non ne uscì che dopo aver scontato il suo ardimento con nove
mesi di prigionia, e fatto pagar colla testa ad alcuni mandarini la
colpa d'averlo aiutato. Comunque sia, il Museo del dottor Siebold è
forse la più bella collezione di quel genere che si trovi in Europa.
Un'ora passata in quelle sale è un viaggio nel Giappone. Vi si segue la
vita d'una famiglia giapponese per tutto il corso della giornata: dalla
toeletta alla mensa, dalle visite allo spettacolo, dalla città alla
campagna. Vi si trovan le case, i templi, gl'idoli, gli altari
portatili, gli strumenti di musica, gli utensili di casa, gli arnesi
dell'agricoltura, i vestiari degli operai e dei pescatori; candelieri di
bronzo formati da una cicogna ritta sopra una tartaruga; vasi, gioielli,
pugnali lavorati con una delicatezza prodigiosa; uccelli, tigri,
conigli, bufali d'avorio riprodotti piuma a piuma, pelo a pelo, colla
pazienza propria di quei popoli ingegnosi ed immobili. Fra le cose che
mi rimasero più impresse, è una colossale faccia di Budda, che a primo
aspetto mi fece dare addietro, e che mi par sempre di vedermi dinanzi,
con quella mostruosa contrazione e quell'inesprimibile sguardo tra di
riso, di delirio e di spasimo, che desta ad un tempo lo schifo e lo
spavento. Dietro questa faccia di Budda vedo ancora le marionette dei
teatri di Iava, vere creazioni di cervelli in delirio, su cui l'occhio
si stanca e la mente si confonde: re, regine e guerrieri mostruosi,
misti d'uomo, di bestia e di pianta, con braccia che finiscono in
foglie, gambe che terminano in ornati, fronde che si allargano in mani,
petti che vegetano, nasi che sbocciano, visi traforati, occhi strambi,
pupille nella nuca, membri rovesciati, ali di draghi, code di sirene,
chiome di biscie, bocche di pesci, denti d'elefante, rughe dorate, colli
a zig zag, tratteggiamenti, rabeschi coloriti, ghirigori, di cui nessuna
lingua può dare un'idea, e che è impossibile ritener nella mente.
Uscendo da quel Museo, mi parve di svegliarmi da uno di quei sogni
febbrili nei quali si vede qualcosa che non si sa che sia, che si
trasforma continuamente, con una rapidità furiosa, in altre cose che non
han nome.

       *       *       *       *       *

Non v'è altro da vedere a Leida. Il mulino in cui nacque il Rembrandt
non esiste più. Delle case dove nacquero i pittori Dow, Steen, Metzu,
van Goyen e quell'Otto van Veen ch'ebbe l'onore e la disgrazia d'esser
maestro di Paolo Rubens, non si conserva alcun ricordo. Si può vedere
ancora il castello di Endegeest dove soggiornarono il Boerhaave e il
Descartes; questo per parecchi anni, durante i quali scrisse le sue
principali opere di filosofia e di matematica. Il castello è posto sulla
via che da Leida conduce al villaggio di Katwijk, dove il vecchio Reno,
i cui varii rami si riuniscono in un solo uscendo dalla città, mette
foce nel mare.

       *       *       *       *       *

La seconda volta che fui a Leida, volli andar a veder morire questo
meraviglioso fiume. Fino dalla prima volta ch'avevo passato il Vecchio
Reno, in quella avventurosa passeggiata alle dune, m'ero soffermato sul
ponte, domandando a me medesimo se quel piccolo ed umile corso d'acqua
era veramente quello stesso fiume che avevo visto precipitare con
immenso fragore dalle roccie di Sciaffusa, espandersi maestosamente in
faccia a Magonza, passare in trionfo dinanzi alla fortezza di
Ehrenbreitstein, sbatter l'onda sonora ai piedi delle Sette montagne;
specchiar nella sua corsa cattedrali gotiche, castelli principeschi,
colline fiorite, rupi aeree, rovine famose, città, boschi, giardini, per
tutto carico di navi, sparso di barche e salutato coi canti e colle
musiche; e pensando a queste cose, coll'occhio fisso su quel
fiumiciattolo chiuso fra due sponde piane e deserte, avevo ripetuto più
volte:--Questo è quel Reno?--Le vicende che accompagnano l'agonia e la
morte di questo gran fiume in Olanda, sono tali veramente da destare un
senso di pietà come si proverebbe per le sventure e la fine ingloriosa
d'un popolo altre volte potente e felice. Fin dalle vicinanze di
Emmerich, prima di varcare la frontiera olandese, egli ha perduto ogni
bellezza di sponda, e scorre a grandi curve in mezzo a pianure vaste ed
uggiose, che sembrano annunziargli la vecchiaia che comincia. A
Millingen scorre già interamente nel territorio olandese. Poco più
oltre, si divide. Il braccio maggiore perde vergognosamente il suo nome
e va a gettarsi nella Mosa; l'altro braccio, insultato col nome di
canale di Pannerden, scorre fin presso la città d'Arnehm, dove si
biforca un'altra volta. Un braccio, con un nome d'accatto, si va a
versare nel golfo di Zuiderzee; l'altro, chiamato ancora per
commiserazione il Basso Reno, va fino al villaggio di Durstede, dove si
divide per la terza volta: umiliazione ormai vecchia. L'un dei rami,
cangiando nome anch'esso come un fuggiasco, va a gettarsi nella Mosa
vicino a Rotterdam; l'altro, chiamato ancora Reno, ma col ridicolo
soprannome di _curvo_, giunge faticosamente ad Utrecht, dove per la
quarta volta si divide in due: capriccio di vecchio rimbambito. Da una
parte, rinnegando il nome antico, si strascina fino a Muiden, dove
sbocca nel Zuiderzee; dall'altra, col nome di Vecchio Reno, anzi, per
maggior spregio, di Vecchio, va lentamente fino alla città di Leida,
della quale attraversa le strade senza dar quasi indizio di movimento, e
si riunisce in un sol canale per andar a morire miseramente nel Mare del
Nord.

Ma non sono molti anni che nemmeno questa compassionevole fine non gli
era concessa. Dall'anno 839, nel quale una furiosa tempesta aveva
accumulato alla sua foce dei monti di sabbia, fino al principio di
questo secolo, il Vecchio Reno si perdeva nelle sabbie prima di giungere
al mare, e copriva di stagni e di paludi un vastissimo tratto di paese.
Sotto il regno di Luigi Bonaparte le acque furono raccolte in un grande
canale protetto da tre enormi cateratte, e d'allora in poi il Reno va
diritto alla foce. Queste cateratte sono il più grandioso monumento
dell'Olanda, e forse la più mirabile opera idraulica dell'Europa. Le
dighe che proteggono l'imboccatura del canale, i muri, i pilastri, le
porte, presentano tutti insieme l'aspetto d'una fortezza ciclopica
contro la quale pare che non solo quel mare, ma le forze riunite di
tutti i mari dovrebbero spezzarsi come contro una montagna di granito.
Quando monta la marea, si chiudono le porte per impedire che il mare
invada la terra; quando la marea cala, si riaprono per dar sfogo alle
acque del Reno che vi si sono accumulate; e allora passa per le porte
una massa di tremila metri cubi d'acqua in un minuto secondo. I giorni
di grande tempesta, si fa una concessione al mare, lasciando aperte le
porte della cateratta più avanzata; e allora le onde furiose si
precipitano nel canale, come un esercito nemico per una breccia; ma
vanno a spezzarsi contro le porte formidabili della seconda cateratta,
dietro le quali l'Olanda grida loro:--Voi non andrete più oltre!--Quella
fortezza enorme che sopra una spiaggia deserta difende dall'Oceano un
fiume morente e una città decaduta, ha qualche cosa di solenne, che
comanda l'ammirazione e il rispetto.

       *       *       *       *       *

Rivedo Leida, quale la vidi la sera che tornai dall'escursione, buia e
muta come una città abbandonata, e le dò un addio riverente coll'animo
già rallegrato dell'immagine della vicina Haarlem, la città dei paesisti
e dei fiori.



HAARLEM.


La strada ferrata da Leida ad Haarlem corre sur una lista di terra
compresa fra il mare e il fondo del gran lago che copriva trent'anni fa
tutta la campagna che si stende fra Haarlem, Leida ed Amsterdam. Lo
straniero che percorre quella via con una vecchia carta stampata prima
del 1850, guarda, cerca, confronta, e non trova più il lago d'Haarlem.
Questo accadde a me; e la cosa parendomi un po' strana, mi rivolsi a un
vicino e gli domandai conto del lago sparito. Tutti i viaggiatori
risero, e l'interrogato mi diede questa bizzarra risposta:--Ce lo siamo
bevuto.

       *       *       *       *       *

La storia di questo meraviglioso lavoro sarebbe un soggetto degno d'un
poema.

Il grande lago d'Haarlem, formato dalla riunione di quattro piccolissimi
laghi, e cresciuto per effetto delle innondazioni, aveva già sulla fine
del secolo decimosettimo un circuito di quarantaquattro chilometri, e si
chiamava mare, ed era infatti un mare tempestoso, sul quale avevan
combattuto flotte di settanta navi, e fatto naufragio molti bastimenti.
Grazie alle alte dune che si stendono sulla costa, questa grande massa
d'acqua non aveva ancora potuto congiungersi al Mare del Nord, e
convertir così in un'isola l'Olanda Settentrionale; ma dalla parte
opposta, minacciava le campagne, le città, i villaggi, e costringeva gli
abitanti a una continua difesa. Già nel 1640 un ingegnere Olandese di
nome Leeghwater aveva pubblicato un libro diretto a dimostrare la
possibilità e l'utilità di prosciugare questo lago pericoloso; ma in
parte per le difficoltà che presentava il metodo di prosciugamento da
lui proposto, e più perchè il paese era allora occupato nella guerra
contro la Spagna, l'impresa non aveva trovato promotori. Gli avvenimenti
politici che seguirono la pace del 1648, e le guerre disastrose colla
Francia e coll'Inghilterra, fecero dimenticare ancora il progetto del
Leeghwater sino al principio del presente secolo. Finalmente, verso il
1819, la quistione fu ripresa, e si fecero nuovi studi e nuove proposte;
ma l'esecuzione fu rimandata ad altro tempo; e forse non sarebbe ancora
condotta a termine al dì d'oggi, se non fosse stato un avvenimento
impreveduto che diede l'ultima spinta alle volontà. Il giorno 9 di
novembre del 1836, le acque del mare d'Haarlem, sollevate da un vento
furioso, superarono le dighe, e si slanciarono sino alle porte
d'Amsterdam; e nel mese seguente invasero Leida e tutta la sua campagna.
Fu l'ultima provocazione. L'Olanda raccolse il guanto, e nel 1839 gli
Stati Generali condannarono il mare temerario a sparire dalla faccia
dello Stato. I lavori ebbero principio nel 1840. Si cominciò col
circondare il lago d'una doppia diga e d'un largo canale, destinato a
raccogliere le acque che poi, per altri canali, sarebbero state condotte
al mare. Il lago conteneva settecento ventiquattro milioni di metri cubi
d'acqua; senza contare la piovana e la filtrante che durante il
prosciugamento fu trovata essere di trentasei milioni di metri cubi
all'anno. Gl'ingegneri avevano fatto il conto che si sarebbe dovuto far
passare mese per mese, dal lago nel canale di scolo, trentasei milioni e
duecentomila metri cubi d'acqua. Tre enormi macchine a vapore bastarono
a questo lavoro. Una fu innalzata presso Haarlem, l'altra fra Haarlem ed
Amsterdam, la terza presso Leida. Quest'ultima fu chiamata la
Leeghwater, in onore dell'ingegnere che aveva fatto la prima proposta
del prosciugamento. Io la vidi, poichè non solo fu conservata, ma
funziona ancora, a riprese, per assorbire e versare nel canale di scolo
le acque piovute e filtrate. E così le altre due che sono uguali alla
prima. Le macchine son chiuse in grosse torri rotonde e merlate,
ciascuna delle quali ha un giro di finestre ad arco acuto, da cui escono
undici grandi braccia che alzandosi e abbassandosi con lentezza
maestosa, mettono in moto altrettante pompe, capaci di sollevare, volta
per volta, il peso enorme di sessantasei metri cubi d'acqua. Tali sono
all'aspetto questi tre smisurati vampiri di ferro che hanno succhiato un
mare. La prima a mettersi all'opera fu la Leeghwater, il dì 7 giugno del
1849. Poco dopo cominciarono le altre due. Da quel momento il livello
del lago si abbassò d'un centimetro al giorno. Dopo trentanove mesi di
lavoro la gigantesca impresa fu compiuta; le macchine avevano assorbito
924,266,112 metri cubi d'acqua; il mare d'Haarlem era sparito. Questo
lavoro che costò 7,240,368 fiorini, diede all'Olanda una nuova provincia
di 18,500 ettari di terreno. Da tutte lo parti dell'Olanda vi accorsero
coltivatori. Vi si cominciò a seminar colza che diede un meraviglioso
raccolto; poi ogni sorta di prodotti che vi fecero ottima prova. E come
la popolazione proviene da differenti provincie, così vi si trovano
tutti i sistemi di coltivazione in gara gli uni cogli altri; vi si vedon
fattorie della Zelanda, del Brabante, della Frisia, della Groninga,
della Nord-Olanda; vi si sentono tutti i dialetti delle Provincie unite;
è una piccola Olanda dentro l'Olanda.

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Via via che ci s'avvicina ad Haarlem, spesseggiano le ville e i
giardini; ma la città rimane nascosta dagli alberi, di sopra dei quali
non appare che il campanile altissimo della cattedrale, sormontato da
una gran corona di ferro, della forma d'un bulbo di torre moscovita.
Entrando in città, si vedono da ogni parte canali, mulini a vento,
ponti levatoi, barchette di pescatori, case che si specchian nell'acqua;
e fatto appena qualche centinaio di passi si riesce in una vasta piazza
che fa esclamare con piacevole meraviglia:--Oh! eccoci veramente in
Olanda!--

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In un angolo v'è la cattedrale, edifizio alto e nudo, sormontato da un
tetto della forma di prisma acutissimo, che par che fenda il cielo come
una scure affilata. In faccia alla cattedrale s'alza l'antico palazzo
municipale, coronato di merli, con un tetto simile a un bastimento
rovesciato, e un balconcino che pare una gabbia da uccelli appesa sopra
la porta, e una parte della facciata nascosta da due piccole case d'una
forma bizzarra, tra di teatro, di chiesa e di castello da fuochi
artificiali. Dagli altri lati della piazza ci son case di tutte le più
capricciose forme dell'architettura olandese, pencolanti di qua e di là,
di color nero, rossastro o vermiglio, colle facciate tempestate di bozze
bianche, che paion tante scacchiere, e una fila d'alberi piantati quasi
contro il muro, che nascondono tutte le finestre del primo piano.
Accanto alla cattedrale, un edifizio stravagante, che serve agli incanti
pubblici, un monumento d'architettura fantastica, mezzo rosso e mezzo
bianco, tutto scalini, frontispizi, obelischi, piramidine, bassorilievi,
ornamenti senza nome, della forma di trionfi da tavola, di candelieri e
di spegnitoi che paion buttati là a caso, e presentano tutti insieme
l'immagine d'un pagode indiano trasformato, con un'abberrazione di
gusto spagnuolo, in casa olandese, da un artista esaltato dal ginepro.
Ma la cosa più strana è una brutta statua di bronzo che si vede nel
mezzo della piazza, con un'iscrizione che dice: _Laurentius Johannis
filius Costerus Typographiæ litteris mobilibus e metallo fusis
inventor_. Come!--si domanda lì per lì lo straniero ignaro della
cosa;--che novità è codesta? non è Gutenberg l'inventore della stampa?
Che cosa pretende costui? Chi è codesto Costerus?

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Questo Costerus aveva nome Lorenzo Jauszoon, e fu chiamato Coster perchè
fece il sagrestano, che si dice _coster_ in lingua olandese. La
tradizione racconta che questo Coster, nato in Haarlem verso la fine del
secolo XIV, passeggiando un giorno nel bel bosco che si stende a
mezzogiorno della città, staccò un ramo da un albero, e per divertire i
suoi figliuoli v'intagliò con un coltello alcune lettere, le quali gli
fecero nascere la prima idea della stampa. Infatti, tornato a casa,
intinse quei tipi grossolani nell'inchiostro, li impresse sulla carta,
fece nuove prove, perfezionò le lettere, stampò pagine intere, e
finalmente, dopo una lunga vicenda di studi, di fatiche, di disinganni,
di persecuzioni, delle quali fu fatto segno dai copisti e dai
lucidatori; riuscì a produrre il suo capolavoro che fu lo _Speculum
humanæ salvationis_, stampato in lingua tedesca, a colonne doppie e in
caratteri gotici. Questo _Speculum humanæ salvationis_, che si può
vedere nel palazzo municipale, è in parte stampato con tavole di legno
incise, e in parte con caratteri mobili; e porta la data del 1440; la
data più remota che si possa ammettere per l'invenzione di caratteri
mobili; nei quali consiste veramente l'invenzione della stampa. Stando
dunque a questo _Speculum_ il Gutenberg l'avrebbe tra capo e collo. Ma
le prove? Qui comincia il busilli per l'inventore olandese. Fra gli
oggetti appartenenti a lui, che si conservano nel palazzo municipale,
caratteri mobili non ve ne sono; e manca pure ogni altro strumento, o
documento scritto, o testimonianza qualsiasi, che provi indubitabilmente
che codesto _Speculum_, o almeno la parte stampata con caratteri mobili,
sia stata stampata dal Coster. Come suppliscono a questa mancanza i
fautori dell'inventore olandese? Qui salta fuori un'altra leggenda. La
notte di Natale del 1440, mentre il Coster, vecchio e malato, assisteva
alla Messa di mezzanotte, pregando Iddio che gli desse forza a
sopportare le persecuzioni e a lottare contro l'invidia dei suoi nemici,
un suo operaio, uno di quelli ch'egli s'era associato con giuramento di
non tradire il segreto della sua invenzione, gli avrebbe portato via gli
strumenti, i caratteri, i libri; del che accorgendosi il povero Coster
appena rientrato in casa, sarebbe morto di dolore. Secondo la leggenda,
questo sacrilego ladro sarebbe stato Fausto di Magonza o il fratello
primogenito del Gutenberg; con che si spiegherebbe, e come la gloria
dell'invenzione sia passata dall'Olanda alla Germania, e come la statua
del povero Coster abbia il diritto di rizzarsi in mezzo alla piazza di
Haarlem come uno spettro vendicatore. Su questa quistione, che durò per
secoli, si scrisse in Olanda e in Germania un'intera biblioteca; fino a
pochi anni sono, rimaneva ancora incerto dinanzi a quale delle due
statue, quella di Magonza o quella di Haarlem, il viaggiatore dovesse
levarsi il cappello: la Germania respingeva con supremo disdegno le
pretensioni olandesi; l'Olanda, benchè con voce di meno in meno sicura,
respingeva ostinatamente le pretensioni germaniche. Ma pare ora che il
nodo della quistione sia stato sciolto per sempre. Il dottore Van der
Linde, olandese, ha pubblicato un libro intitolato: _La leggenda del
Coster_, letto il quale, a detta degli stessi Olandesi, non si dà
maggior fede al Coster inventore della stampa che non se ne dia al
Tubalcain inventore dell'uso del ferro od al Prometeo rapitore del
fuoco. Per conseguenza la statua del povero Coster potrà esser fusa
quando che sia in un bel cannone da spedirsi a dar consigli ai pirati di
Sumatra. Ma all'Olanda rimarrà pur sempre, nel campo della tipografia,
la gloria incontestata degli Elzevirs, e l'onore invidiabile d'aver
stampato quasi tutti i grandi scrittori del secolo di Luigi XIV, d'avere
diffuso in Europa la filosofia francese del XVIII, d'aver accolto,
difeso, propagato il pensiero umano proscritto dal dispotismo e
rinnegato dalla paura.

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Nel palazzo municipale v'è un Museo di Pittura che si potrebbe chiamare
il Museo di Franz Hals, poichè i capolavori di questo grande artista ne
sono il principale ornamento. Nato, come tutti sanno, a Malines, sulla
fine del secolo decimosesto, egli visse molti anni in Haarlem, quando vi
fioriva la pittura di paesaggio, e vi soggiornavano, fra gli altri
illustri artisti olandesi, il Ruysdaël, il Winants, il Brouwer, il
Cornelio Bega. La sala principale del Museo, che è vastissima, è quasi
tutta occupata dai suoi grandi quadri. Entrando, si ha per un momento
un'illusione singolarissima. Par d'essere entrati nella sala d'un
banchetto, diviso, come sogliono essere i grandi banchetti, in varie
mense; e che al rumore dei nostri passi, tutti i commensali si siano
voltati per vederci. Son tutti gruppi d'uffiziali degli arcieri e
d'amministratori d'ospedali, di grandezza naturale, quali seduti, quali
in piedi, intorno a tavole splendidamente apparecchiate; e tutti coi
visi rivolti verso chi guarda, come gente atteggiata davanti a una
macchina fotografica. Da qualunque parte uno si volga, non vede che
faccioni pieni di bonomia e di salute, e occhi fissi nei suoi che par
che dicano:--Mi riconoscete?--E v'è tanta verità d'espressione in quei
visi, che par davvero di riconoscerli tutti, di saper chi sono, d'averli
incontrati parecchie volte per le vie di Leida e dell'Aja. Questa verità
d'espressione, la giovialità della scena, il vestiario ampio e ricco del
secolo decimosettimo, le armi, le mense, e il non esservi intorno altri
quadri che chiamino il pensiero ad altri tempi, fa sì che paia veramente
di veder l'Olanda di duecent'anni fa, di sentir l'aura del suo gran
secolo, di vivere in mezzo a quella gente forte, schietta e cordiale.
Non s'è in una sala di Museo; si assiste alla rappresentazione d'una
commedia storica; e non si sarebbe punto meravigliati di veder capitare
tutt'a un tratto Maurizio d'Orange o Federico-Enrico. Il più magistrale
di questi quadri rappresenta diciannove arcieri aggruppati intorno al
loro colonnello, ed è uno dei capolavori dell'alta scuola olandese, d'un
disegno grandioso e libero, d'un colorito caldo e brillante, degno di
stare accanto al famoso _Banchetto della guardia civica_ di Van der
Helst. Fra gli altri quadri d'altri artisti, mi ricordo d'uno di Pietro
Breugel il giovane, che è un'illustrazione comica di più di ottanta
proverbi fiamminghi, a cui non posso pensare senza dare in uno scoppio
di risa. Ma è un quadro che non si può descrivere per molte oneste
ragioni.

In una sala del Museo di Pittura si conserva la bandiera che appartenne
alla famosa eroina Kanau Hasselaer, la Giovanna d'Arco di Haarlem, la
quale combattè nel 1572 alla testa di trecento amazzoni armate, contro
gli Spagnuoli che assediavano la città. La difesa di Haarlem, benchè non
coronata dalla vittoria, non fu meno gloriosa che quella di Leida. La
città era circondata di vecchie mura e di torri cadenti, e non aveva,
oltre la legione delle donne, più di quattromila difensori armati. Gli
Spagnuoli, dopo aver cannoneggiato le mura per tre giorni, andarono con
grande fiducia all'assalto; ma respinti da una pioggia di palle, di
sassi, d'olio bollente, di pece infiammata, dovettero risolversi a porre
un assedio regolare. La città era soccorsa dalla gente della campagna,
uomini, donne e bambini, che scivolando sui ghiacci col favore della
nebbia del decembre, le portavano sulle slitte provvigioni da bocca e da
guerra. Guglielmo d'Orange, dal canto suo, faceva quant'era in lui per
costringer gli Spagnuoli a levar l'assedio. Ma la fortuna non gli
arrideva. Tremila soldati olandesi, mandati innanzi pei primi, furono
sconfitti, i prigionieri impiccati, e un ufficiale fatto morire appeso a
una forca colla testa in giù. Un altro tentativo di soccorso ebbe la
stessa sorte: gli Spagnuoli tagliaron la testa a un ufficiale
prigioniero e la gettarono nella città con un'iscrizione oltraggiosa. I
cittadini, alla loro volta, gettarono nel campo nemico una botte con
dentro undici teste di prigionieri spagnuoli e un biglietto che
diceva:--«Le dieci teste sono mandate al duca d'Alba in pagamento della
sua tassa dei decimi, con una testa d'interesse.»--I combattimenti si
succedevano di più in più feroci, fra lo scoppio delle mine e delle
contrammine, nel seno della terra. Il 28 gennaio arrivarono in città,
per la via del lago di Haarlem, centosettanta slitte cariche di pane e
di polvere. Don Federico, capitano degli Spagnuoli, cominciava a
disperare e voleva levar l'assedio; ma il duca d'Alba, suo padre, gli
ordinò di persistere. Venne finalmente il tempo dello sgelo, diventò
difficile recar provvigioni alla città, gli assediati cominciarono a
patir la carestia. Il 25 marzo fecero una sortita, nella quale arsero
trecento tende e presero sette cannoni; ma questa vittoria fu resa vana
da una sconfitta toccata alla flotta del principe d'Orange venuta a
battaglia nel lago d'Haarlem colla flotta spagnuola. Questa sconfitta
gettò gli assediati nella disperazione. Nel mese di giugno erano già
ridotti agli ultimi orrori della fame. Nei primi di luglio tentarono
inutilmente di venire ad accordi coi nemici. Il giorno otto, cinquemila
volontari olandesi mandati da Guglielmo d'Orange per soccorrere la
città, furono sbaragliati; e un prigioniero fu inviato in Haarlem col
naso e le orecchie tagliate a portare la notizia. Allora gli assediati
risolvettero di formare una legione serrata, colle donne e i bambini nel
mezzo, e di slanciarsi fuori della città per aprirsi un varco in mezzo
al campo nemico. Ciò saputo, don Federico promise ipocritamente il
perdono, purchè la città si rendesse senza indugio. La città si arrese,
gli Spagnuoli entrarono, trucidarono tutti i soldati del presidio,
fecero decapitare mille cittadini, e legatine duecento a due a due li
precipitarono gli uni dopo gli altri nel lago. L'esercito spagnuolo
aveva pagato con dodicimila morti questa vittoria di Pirro strappata col
tradimento e contaminata col boia.

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Dal Museo andai alla cattedrale colla speranza di sentirvi suonare
l'organo famoso di Cristiano Müller, che si dice essere il più grande
del mondo, e conta fra le sue glorie quella d'essere stato suonato dal
celebre Händel e da un ragazzo di dieci anni che aveva nome Mozart. La
chiesa, fondata verso la fine del quindicesimo secolo, è bianca e nuda
come una moschea; e coperta da una vôlta altissima rivestita di legno di
cedro, la quale s'appoggia sopra ventotto leggere colonne. In un muro si
vede una palla da cannone dell'assedio del 1573. Nel mezzo della chiesa
v'è un monumento consacrato alla memoria dell'ingegnere Conrad,
costruttore delle cateratte di Katwijk, e del suo collega Brunings
«_protettore dell'Olanda contro il furore del mare e la potenza delle
tempeste_.» Dietro il coro è sepolto il grande poeta Bilderdijk. A un
arco sono sospesi alcuni piccoli modelli di bastimenti da guerra che
rammentano la quinta crociata, condotta dal conte Guglielmo I d'Olanda.
Vicino al pulpito v'è la tomba del Coster. L'organo, sostenuto da
colonne di porfido, copre tutta una parete dal pavimento al tetto, e ha
quattro tastiere, sessantaquattro registri e cinquemila canne, alcune
delle quali sono alte due volte una casa olandese. In quel momento
v'eran parecchi forestieri: l'organista non si fece attendere, e io
potei sentire, come dice Vittor Ugo, cantare i cannoni di Dio.
Profanissimo all'arte, non saprei dire in che cosa l'organo della chiesa
di Haarlem differisca da quello del San Paolo di Londra o della
cattedrale di Friburgo o della basilica di Siviglia. Ho sentito il
solito squillo che annunzia la battaglia, a cui tien dietro un tumulto
formidabile di colpi di cannone, di grida di feriti e di fanfare
vittoriose che s'allontanano di valle in valle fin che si perdono di là
dai monti; e allora s'alza un'armonia tranquilla di flauti, di chiavine
e di canti pastorali, che infondono nel cuore tutta la dolcezza della
vita dei campi; quando tutt'a un tratto scoppia la folgore, si scatena
l'uragano, treman le fondamenta della chiesa; e poi la tempesta
s'acqueta a poco a poco al suono d'un canto tremolo e solenne d'una
legione d'angeli che arriva lentamente da una sterminata lontananza, e
si sparpaglia nelle nuvole bestemmiata da un esercito di demoni muggenti
nelle profondità della terra. E infine un'arietta della _Fille de madame
Angot_, la quale dice che tutto è stato uno scherzo e che l'organista si
raccomanda alla cortesia degli stranieri.

Dalla sommità del campanile si abbraccia collo sguardo tutta la bella
campagna di Haarlem, sparsa di boschetti, di mulini a vento e di
villaggi; si vedono i due grandi canali che vanno a Leida e ad
Amsterdam, solcati da lunghe file di barconi a vela; si scorgono i
campanili d'Amsterdam, le praterie dell'antico lago d'Haarlem, il
villaggio di Bloemendaal, circondato di villette e di giardini; le dune
brulle che difendono dalle tempeste questo piccolo paradiso terrestre; e
di là dalle dune, il Mare del Nord che appare come una striscia livida e
luminosa a traverso i vapori dell'orizzonte. Uscito dalla chiesa,
infilai una strada e girai per la città alla ventura.

Benchè per molti aspetti somigli a tutte le altre città olandesi,
Haarlem ha un carattere suo proprio, per il quale si stampa assai
distintamente nella memoria. È una città gentile e raccolta, nella quale
il viaggiatore sente più vivo che in tutte le altre il desiderio d'avere
sotto il suo braccio il braccino d'una sposa o d'un'amica. È una città
da donne. Un largo corso d'acqua, chiamato la Spaarne, che serve di
canale di scolo tra le acque dell'antico lago d'Haarlem e il golfo di
Zuiderzee, l'attraversa dividendosi in parecchi rami, e formandole
tutt'intorno un canale che la circonda come una fortezza. I canali
interni sono fiancheggiati da grandi alberi che vi formano sopra quasi
una vôlta di verzura, in modo che ogni canale pare un laghetto di
giardino, e i barconi e le barche scorrono all'ombra coll'aria di andare
a diporto piuttosto che per le proprie faccende. Tutte le strade sono
ammattonate, e tutte le case del colore dei mattoni, così che a destra,
a sinistra, in terra, in alto, da qualunque parte si guardi, non si vede
che rosso, e poi rosso, ed eternamente rosso, come se la città fosse
stata scavata in una montagna di diaspro sanguigno. Un grandissimo
numero di case hanno la facciata con otto, con dieci, e persino con
sedici scalini, come quelle chiesuole di carta che fanno i ragazzi colle
forbici; e non vi si vedono che pochissimi specchi, rare insegne di
botteghe e nessun oggetto appeso alle finestre. Le strade sono pulite
al sogno da peritarsi a lasciarvi cadere la cenere del sigaro. Per
lunghi tratti non s'incontra anima viva, o soltanto qualche ragazzina di
dodici o quattordici anni, che va tutta sola alla scuola, coi capelli
giù per le spalle e il libro sotto il braccio. Non si sente strepito
d'officine, non rumore di carri, non grida di venditori. Tutta la città
ha non so che apparenza di riserbo aristocratico e di pudica civetteria
che desta in singolar modo la curiosità, e fa sì che si gira e si rigira
senza mai stancarsi, come se a furia di girare si dovesse scoprire
qualche gentile segreto che la città intera voglia tener celato agli
stranieri.

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A mezzogiorno si stende un bellissimo bosco di faggi, creduto un resto
dell'immensa foresta che copriva anticamente una gran parte dell'Olanda;
attraversato da viali, sparso di chioschi, di caffè, di casini di
società, e aperto nel mezzo in un grazioso parco popolato di daini e di
cervi. In un punto solitario ed ombroso, c'è un piccolo monumento posto,
il 1823, in onore di Lorenzo Coster, il quale, giusta la leggenda,
avrebbe tagliato là quei famosi rami di faggio, in cui incise le prime
lettere. Girai per tutti i recessi oscuri del bosco, incontrai un
ragazzo che mi salutò con un gentile _Bonjour_, voltando il viso
dall'altra parte; domandai la strada a una ragazza dalla testa cerchiata
d'oro che diventò rossa come un garofano; chiesi del fuoco a un
contadino che leggeva la gazzetta; passai accanto a un'amazzone che mi
guardò con due occhi chiari come il cielo sereno; e tornai verso
l'entrata del bosco, dove c'è un Museo di Pittura olandese moderna, del
quale posso tacere senza rimorso.

       *       *       *       *       *

È però bene di osservare, a proposito di questo Museo, che la pittura
olandese degli ultimi tempi ha fatto, sotto varii aspetti, un progresso
onorevole. Il genere preferito è sempre il piccolo paesaggio, e in
questo nulla è cangiato; ma la pittura intima s'è sollevata in una
regione più alta. Ha lasciato la feccia della società per ritrarre la
classe media, è uscita dalle taverne per dedicarsi amorosamente a quel
sobrio, severo e valoroso popolo di pescatori che lavora e soffre in
silenzio sulla costa olandese da Helder alle foci della Mosa; ha
dimenticato le orgie e le danze plebee, per rappresentare il marinaio
che parte per la pesca dell'aringa, e la moglie che gli dà l'ultimo
addio dalla spiaggia, gridando:--Dio t'accompagni!--; il pescatore che
ritorna dopo un lungo viaggio al suo diletto Scheveningue, e i bambini
che gli corrono incontro colle braccia aperte; il mare agitato dalla
tempesta, e la famigliuola del povero marinaio che dall'alto delle dune
cerca ansiosamente cogli occhi pieni di lagrime un punto nero
sull'orizzonte oscuro. La minutezza eccessiva è scomparsa; la pittura ha
preso un fare più largo e più libero. Pochi artisti vanno a studiar
fuori della loro patria, e questi perdono il loro carattere nativo; ma i
più rimangono, e la loro pittura, il paesaggio sopratutto, è ancora,
come per l'addietro, uno specchio fedele del paese, una pittura
originale e modesta, piena di mestizia, di dolcezza e di pace. Vicino al
bosco si trova il giardino del signor Kvelage, ch'è il più famoso vivaio
di tulipani dell'Olanda.

       *       *       *       *       *

Questa parola «tulipani» rammenta una delle più strane follie popolari
che siano mai state al mondo, la quale si manifestò in Olanda verso la
metà del secolo decimosettimo. Il paese, in quel tempo, aveva raggiunto
il colmo della prosperità: all'antica parsimonia era succeduto il fasto;
le case dei ricchi, ancora modestissime sul principio del secolo,
s'erano trasformate in piccole reggie; il velluto, la seta, le perle
avevano sbandito la semplicità patriarcale del vestire antico; l'Olanda
s'era fatta vana, ambiziosa e dissipatrice. Dopo aver riempito la casa
di quadri, di tappeti, di porcellane, di oggetti preziosi di tutti i
paesi dell'Europa e dell'Asia, i ricchi negozianti delle grandi città
d'Olanda cominciarono a spendere somme considerevoli per ornare i loro
giardini di tulipani; il fiore che risponde meglio d'ogni altro a
quell'avidità innata di colori vivissimi che il popolo olandese
manifesta per tanti segni. Questa ricerca dei tulipani ne promosse
rapidamente la coltivazione; da ogni parte s'apriron giardini, si fecero
studi, si cercarono nuove varietà del fiore prediletto; in breve tempo
fu una gara generale; da ogni parte pullularono tulipani non mai veduti,
di forme bizzarre, di sfumature ignote, di combinazioni di colori
inaspettate, pieni di contrasti, di capricci e di sorprese; i prezzi
crebbero meravigliosamente; una nuova screziatura, una forma nuova
ottenuta in quelle foglie benedette, fu un avvenimento, una buona
fortuna; migliaia di persone si diedero a quello studio con un furore di
maniaci; in tutto il paese non si parlò più che di petali, di colori, di
bulbi, di vasi, di semenze. Questa mania giunse fino al segno di far
ridere l'Europa intera. I bulbi dei tulipani più rari salirono a un
prezzo favoloso; alcuni furono una ricchezza come una casa, un podere,
un mulino; un bulbo equivaleva alla dote d'una ragazza di famiglia
agiata; per un bulbo furono dati, in non so quale città, due carri di
grano, quattro carri d'orzo, quattro buoi, dodici pecore, due botti di
vino, quattro botti di birra, mille libbre di formaggio, un vestimento
completo e una coppa d'argento. Il bulbo d'un tulipano chiamato
l'_Ammiraglio Liefkenskoek_, fu venduto ottomila ottocento lire. Un
altro bulbo, d'un tulipano chiamato _Semper Augustus_, fu comperato al
prezzo di tredicimila fiorini olandesi. Un bulbo _Ammiraglio Enkhuizen_
fu pagato più di duemila scudi. Un giorno, non rimanendo più in tutta
l'Olanda che due bulbi del _Semper Augustus_, uno in Amsterdam, l'altro
in Haarlem, furono offerti per uno di essi quattromila seicento fiorini,
una splendida carrozza e due cavalli pomellati con la bardatura di gala;
e l'offerta fu rifiutata. Un altro compratore offerse dodici jugeri di
terreno, e neanch'egli lo potè avere. Nei registri d'Alkmaar, è
ricordato che nel 1637 si fece in quella città la vendita pubblica di
centoventi tulipani a benefizio della Camera degli orfani, e che questa
vendita fruttò cento ottanta mila lire. Poi si cominciò a trafficare sui
fiori, e specialmente sui tulipani, come sulle rendite dello Stato e
sulle azioni. Si vendevano per somme enormi bulbi che non si
possedevano, impegnandosi a provvederli per un giorno determinato; e si
trafficava così per un molto maggior numero di tulipani che non ne
potesse fornire l'intera Olanda. Si racconta che una sola città olandese
ne vendette per venti milioni di lire, e che un negoziante d'Amsterdam
guadagnò in questo commercio più di sessantotto mila fiorini nello
spazio di quattro mesi. Gli uni vendevano ciò che non avevano, gli altri
ciò che non avrebbero mai avuto; il mercato passava di mano in mano; si
pagavano le differenze; e i fiori per cui molta gente s'arricchiva o
andava in rovina non fiorivano che nella fantasia dei trafficanti.
Infine la cosa giunse a segno che, molti compratori rifiutando di pagare
le somme convenute, e seguendone contestazioni e disordini, il Governo
decretò che questi debiti fossero considerati come debiti ordinarii, e
fatti pagare per via di legge; e allora i prezzi scemarono
improvvisamente sino a cinquanta fiorini per il _Semper Augustus_, e il
traffico scandaloso cessò. Ora quella dei fiori non è più una manìa; ma
un culto amoroso, del quale la città di Haarlem è il principal tempio.
Essa provvede ancora di fiori una gran parte dell'Europa e dell'America
settentrionale. La città è circondata di giardini, i quali verso la
fine di aprile e il principio di maggio si coprono d'una miriade di
tulipani, di giacinti, di garofani, di auricole, d'anemoni, di
ranuncoli, di camelie, di primavere, di cacti, di pelargonii, che
formano intorno ad Haarlem una immensa corona cui i viaggiatori di tutte
le parti del mondo rapiscono un mazzetto passando. Il giacinto, in
questi ultimi anni, è salito in grande onore; ma il tulipano è ancora il
re delle aiuole e il supremo amore dell'Olanda. Converrebbe poter
cangiare la penna col pennello del Van Huysum o del Menendez, per
descriver la pompa di quei colori arditi, lussuriosi, sfolgoranti, i
quali, se le sensazioni dell'occhio si potessero paragonare a quelle
dell'udito, si direbbe che son come grida e risa di gioia e d'amore nel
silenzio verde dei giardini; e che danno al capo come la musica
fragorosa d'una festa. Vi si vede il tulipano duca di Toll; i tulipani
detti precoci semplici, di più di seicento varietà; i doppi precoci; i
tardivi, divisi in unicolori, in fini, in sopraffini, in rettificati; i
fini, suddivisi ancora in violette, in rose, in bizardi; poi i mostruosi
o pappagalli, gl'ibridi, i ladri; classificati in mille ordini di
nobiltà e d'eleganza; tinti di tutte le sfumature che può concepire la
mente umana; macchiettati, striati, orlati, variegati, colle foglie a
onde, a frangie, a festoni; decorati di medaglie d'oro e d'argento;
distinti con mille nomi di generali, di pittori, di uccelli, di fiumi,
di poeti, di città, di regine, e mille aggettivi amorosi e spavaldi, che
rammentano le loro metamorfosi, le loro avventure e i loro trionfi, e
lasciano nella mente una dolcissima confusione d'immagini belle e di
pensieri gentili.

       *       *       *       *       *

Dopo questo, mi pare di poter partire per Amsterdam, dove mi spinge una
curiosità irresistibile; e già metto il piede sul montatoio del treno, e
adocchio un bel posto vicino allo sportello del vagone; quando mi sento
afferrare per la falda, mi volto e vedo lo spettro d'un mio cortese
critico d'Italia, il quale mi dice in tuono di rimprovero: "Ma, e i
commerci, e le industrie, e gli stabilimenti di Haarlem, dove li ha
lasciati?"--"Ah! è vero" rispondo io; "lei è uno di quelli che vogliono
descrizione, guida, dizionario, trattato, indicatore, quadro statistico,
tutto in un libro? Ebbene, la voglio contentare. Sappia dunque che in
Haarlem c'è un ricchissimo museo d'istrumenti fisici, chimici, ottici,
idraulici, lasciato alla città da un Pietro Teyler van der Halst, con
una somma da destinarsi ogni anno a concorsi scientifici;--che c'è una
fonderia celebre di caratteri greci ed ebraici;--che ci sono parecchie
belle fabbriche di cotone fondate sotto il patronato di re Guglielmo
II;--che ci sono dei lavatoi di biancheria famosi in tutta l'Olanda." In
questo momento si sentì il fischio della partenza: "Un momento!" mi
gridò il critico cercando di trattenermi allo sportello, "che dimensioni
hanno le macchine elettriche del museo Teyler? Quanto producono anno
per anno le fabbriche di cotone? Che sapone s'adopera nei
lavatoi?...."--"Eh! mi lasci un po' in pace!" gli risposi, chiudendo lo
sportello mentre il treno era già in movimento; non lo sa il proverbio
che non si può cantare e portar la croce?

       *       *       *       *       *

Ed ora a te, Amsterdam dalle novanta isole, Venezia del nord, regina del
Zuiderzee!



AMSTERDAM.


A due viaggiatori, uno poeta e uno ingegnere, che andassero insieme, per
la prima volta, da Haarlem ad Amsterdam, seguirebbe un caso che credo
non accada sovente: l'ingegnere si sentirebbe un po' poeta, e il poeta
desidererebbe di trovarsi nei panni dell'ingegnere. Tale è questo strano
paese, nel quale lo scrittore, per colpire l'immaginazione e destar
l'entusiasmo, non ha da far altro che noverare i chilometri, i metri
cubi d'acqua e gli anni di lavoro; onde un poema sull'Olanda sarebbe una
meschina cosa senza un'appendice piena di cifre, e una relazione
completa d'un ingegnere non avrebbe bisogno che del verso e della rima
per essere uno splendido poema.

Appena partito da Haarlem, il treno passa sur un bellissimo ponte di
ferro di sei archi, che accavalcia la Spaarne; il qual ponte,
immediatamente dopo il passaggio del treno, si apre, come per incanto,
nel mezzo, e lascia il varco libero ai bastimenti. Due soli uomini,
movendo una macchina a un segnale del cantoniere, staccano, in due
minuti, due archi del ponte, e in un tempo uguale, all'avvicinarsi d'un
altro treno, li ricongiungono. Poco dopo passato il ponte, si vedono
luccicare all'orizzonte le acque dell'Y.

Qui si prova più vivo che mai un certo sentimento d'inquietudine che
turba sovente chi viaggia per la prima volta in Olanda. La strada corre
sopra una striscia di terra che separa il fondo dell'antico mare
d'Haarlem dalle acque dell'Y; prolungamento, così chiamato per la sua
forma, del golfo di Zuiderzee, il quale s'addentra nelle terre, fra
Amsterdam e la Nord-Olanda, sino alle dune del Mare del Nord. Per
costrurre questa strada ferrata, che venne aperta nel 1839, prima del
prosciugamento del lago d'Haarlem, si dovette sovrapporre fascine a
fascine, palafitte a palafitte, pietre a pietre, sabbia a sabbia;
formare una sorta di istmo artificiale a traverso le paludi; comporre,
in una parola, il terreno, sul quale la strada doveva passare; e fu un
lavoro pieno di difficoltà e dispendiosissimo, che richiede tuttora cure
e spese continue. Questa lingua di terra si va assottigliando fino ad
Halfweg, che è la sola stazione compresa fra Haarlem ed Amsterdam. Qui
le acque dell'Y e il fondo del lago prosciugato sono divisi da cateratte
colossali, alle quali è affidata l'esistenza d'una buona parte
dell'Olanda meridionale. Se queste cateratte si aprissero, la città
d'Amsterdam, centinaia di villaggi, tutto l'antico lago, una distesa di
terra di cinquanta chilometri sarebbe invasa e devastata dalle acque. Il
prosciugamento del lago d'Haarlem ha scemato questo pericolo; ma non
l'ha tolto; e però ad Halfweg è stabilita una direzione speciale della
così detta amministrazione delle acque, che custodisce quelle termopili
dell'Olanda, coll'occhio sul nemico e la mano sull'armi.

Passata la stazione di Halfweg, si vede a sinistra, di là dal golfo
dell'Y, un movimento confuso come di migliaia d'alberi di bastimenti
sbattuti dalla tempesta, che si tuffino e si rituffino nel mare; e sono
le braccia di centinaia di mulini a vento mezzo nascosti dalle dighe, i
quali si stendono lungo la riva della Nord-Olanda, nei dintorni della
città di Zandam, in faccia ad Amsterdam. Poco dopo, apparisce Amsterdam.
Al primo aspetto di questa città, anche dopo aver visto tutte le altre
dell'Olanda, non si può trattenere un movimento di meraviglia. È una
foresta di altissimi mulini a vento della forma di torrioni, di
campanili, di fari, di piramidi, di coni tronchi, di case aeree, che
agitano da tutte le parti le loro enormi braccia incrociate, e formano
al disopra dei tetti e delle cupole un roteamento immenso come d'un
nuvolo d'uccelli mostruosi che battan le ali sulla città. In mezzo a
questi mulini, s'alzano innumerevoli torricciuole d'officine, alberi di
bastimento, campanili di architettura fantastica, cime di edifizi
bizzarri, pinacoli, punte, forme sconosciute; più lontano si vedono
altre ali di mulino fitte e intricate, che paiono una vastissima rete
sospesa nell'aria; tutta la città è nera; il cielo basso ed inquieto; è
uno spettacolo grandioso, confuso e strano, visto il quale, si entra in
Amsterdam con una vivissima curiosità.

       *       *       *       *       *

Il primo effetto che produce questa città, appena si sono percorse
alcune strade, è difficile ad esprimersi. Pare una città immensa e
disordinata; Venezia ingigantita e imbruttita; una città olandese, sì,
ma vista a traverso una lente che la faccia apparire tre volte più
grande; la capitale d'un'Olanda immaginaria di cinquanta milioni
d'abitanti; una metropoli antica, fondata da un popolo di giganti sul
delta d'un fiume smisurato, per servir di porto a una flotta di
diecimila navi; una città maestosa, severa, quasi lugubre, che desta un
sentimento di stupore, sul quale s'ha bisogno di pensare.

       *       *       *       *       *

La città, posta sulla riva dell'Y, è fabbricata sopra novanta isole,
quasi tutte di forma rettangolare, congiunte fra loro da circa
trecentocinquanta ponti. La sua figura è un perfetto semicircolo,
percorso da tanti canali in forma d'archi concentrici a quello che
chiude la città, e attraversati da altri canali convergenti al centro,
come i fili d'una tela di ragno. Un largo corso d'acqua, chiamato
l'Amstel (il quale forma colla parola _dam_, diga, il nome d'Amsterdam)
divide la città in due parti quasi uguali, e si va a gettare nell'Y.
Quasi tutte le case sono fabbricate su palafitte per il che suol dirsi
che la città di Amsterdam, rovesciata, presenterebbe lo spettacolo d'una
grande foresta senza fronde e senza rami; e quasi tutti i canali son
fiancheggiati da due larghe strade e da due file di tigli.

       *       *       *       *       *

Questa regolarità di forma per la quale la vista può spaziare da tutte
le parti, dà alla città un aspetto ammirabilmente grandioso. Ad ogni
voltata di strada, si vedono nella nuova direzione, tre, quattro,
persino sei ponti levatoi, quale ritto, quale abbassato, quale in
movimento, i quali presentano all'occhio una fuga di porte, e una
confusione inestricabile di travi e di catene, da far pensare che
Amsterdam sia composta di tanti quartieri nemici fra loro e fortificati
gli uni contro gli altri. I canali, grandi come fiumi, formano qua e là
svolti e bacini spaziosi, intorno ai quali si gira, passando sur una
successione di ponti congiunti gli uni agli altri. Da tutti i crocicchi
si vedono prospetti lontani d'altri ponti, di altri canali, di
bastimenti, di edifizi, velati da una leggera nebbia che fa apparire
maggiore la lontananza.

       *       *       *       *       *

Le case, quasi tutte altissime, rispetto a quelle delle altre città
olandesi, nere, colle finestre e le porte contornate di bianco, colle
facciate a punta e a scalini, decorate di bassorilievi che rappresentano
urne, fiori ed animali; sono quasi tutte difese sul davanti da
colonnette, balaustrate, stecconati, catene, sbarre di ferro, e divise
le une dalle altre da muriccioli ed assiti; e dentro queste specie di
fortezze avanzate che ingombrano una buona parte della strada, vi son
tavolini, panche con vasi di fiori, seggiole, secchie, carrette, ceste,
carcasse di vecchi mobili; così che a guardar le strade da una delle
estremità, pare che gli abitanti abbian portato fuori tutta la roba di
casa per una sgomberatura universale. Moltissime case hanno un piano
sottostante alla strada, al quale si scende per una scaletta di legno o
di pietra; e in quel vacuo tra la strada e il muro, ci sono altri vasi
di fiori, suppellettili, mercanzie esposte in vendita, gente che lavora,
tutto un mondo sotterraneo che brulica ai piedi di chi passa.

       *       *       *       *       *

Le strade principali presentano uno spettacolo unico al mondo. I canali
sono coperti di bastimenti e di barconi; e sulle strade che li
fiancheggiano, si vedono da una parte mucchi di botti, di casse, di
sacchi, di balle; dall'altra una fila di botteghe splendide. Di qui
formicola il popolo in soprabito, le signore, le fantesche, i
merciaiuoli ambulanti, i bottegai; di là il popolo rozzo e vagante dei
marinai e dei battellieri colle loro mogli e i loro bambini. A destra si
ode il vivace cicaleccio cittadino, a sinistra le grida acute e lente
della gente di mare. Da un lato si sente il profumo dei fiori che
adornan le finestre e l'odore ghiotto delle trattorie; dall'altro il
puzzo di catrame e il fumo delle povere cucine delle barche a vela. Qui
si alza un ponte levatoio per dar passo a un bastimento; là si affolla
la gente per passare sopra un ponte spezzato che si ricompone; più oltre
una zattera traghetta un gruppo di persone all'altra riva del canale; in
fondo alla strada, parte un battello a vapore; dall'estremità opposta
entra una fila di barconi carichi; qui si apre una cateratta; lì scivola
un _trekschuit_; poco distante gira un mulino, laggiù si piantano le
palafitte per una nuova casa. Il cigolío delle catene dei ponti si mesce
collo strepito dei carri, il fischio dei piroscafi rompe le ariette dei
campanili, i cordami dei bastimenti s'intralciano colle fronde degli
alberi, la carrozza passa accanto alla barca, la bottega si specchia nel
canale, le vele si riflettono nelle vetrine, la vita di terra e la vita
di mare si rasentano, s'incrociano, passano l'una sull'altra, e si
confondono in uno spettacolo nuovo ed allegro come una festa d'alleanza
e di pace.

       *       *       *       *       *

Se dalle strade principali uno si addentra nei vecchi quartieri, lo
spettacolo cangia affatto. Le strade più strette di Toledo, i vicoli più
oscuri di Genova, le case più squilibrate di Rotterdam, non son nulla in
confronto della strettezza, dell'oscurità e dello scompiglio
architettonico che si vede in quei quartieri. Le strade paiono crepe
aperte dal terremoto. Le case alte e nere, mezzo nascoste dai cenci
stesi sulle finestre e appesi alle corde, sono inclinate a segno da
metter paura; alcune sono ripiegate sopra sè stesse, come se fossero sul
punto di spezzarsi; altre si toccano quasi coi tetti, non lasciando
vedere che un filo di cielo; altre pendono da due parti opposte,
presentando la forma d'un trapezio rovesciato; e paion case da
palcoscenico nell'atto che son portate via per cangiare la scena. Furon
costrutte così appositamente per lo scolo delle acque, o s'inclinarono
perchè cedette il terreno? V'è chi crede la prima e chi la seconda cosa;
ma i più le credon tutte e due, il che mi pare più ragionevole. Ed anche
in quei labirinti, dove formicola una plebe pallida e trista per la
quale un raggio di sole è una benedizione di Dio, si vedono vasi di
fiori, specchietti e tendinette alle finestre, che rivelano una povertà
non scompagnata dal gentile amor della casa.

       *       *       *       *       *

La parte più pittoresca della città è quella compresa nella curva
dell'Amstel, intorno alla grande piazza del Nuovo Mercato. Là si vedono
crocicchi di strade tenebrose e di canali deserti, piazzette solitarie
circondate da muri che sgocciolano acqua, case filigginose, muffose,
screpolate, decrepite, bagnate da acque morte ed immonde; vasti
magazzini, con tutte le porte e le finestre chiuse; barche e barconi
abbandonati in fondo a canali senza uscita, che hanno l'aria di
aspettare dei congiurati o delle streghe; mucchi di materiali da
costruzione, che presentan l'aspetto di avanzi d'incendio o di rovina;
bacini coperti d'erba e chiassuoli fangosi; muri, acqua, ponti, tutto
nero e tetro, da destare in chi passi di là per la prima volta, un
sentimento di inquietudine, come se ci spirasse la minaccia di qualche
sventura.

       *       *       *       *       *

Chi ama i contrasti, non ha che da recarsi da questa parte della città
nella piazza chiamata il _dam_, dove convergono le strade principali, e
si trova il Palazzo Reale, la Borsa, la Nuova Chiesa e il monumento
detto la Croce di Metallo, innalzato in commemorazione della guerra del
1830. Là v'è un movimento fittissimo e continuo di gente e di carrozze,
che rammenta lo _square_ di Trafalgar di Londra, la Porta del Sole di
Madrid e la piazza della Maddalena di Parigi. Stando là un'ora si gode
il più svariato spettacolo che si possa vedere in Olanda. Passano
faccioni rossi e petulanti dell'alto patriziato mercantile, volti
abbronzati delle colonie, stranieri di tutte le gradazioni di biondo,
ciceroni, suonatori d'organetti, ambasciatori della morte col lungo velo
nero, cuffiette bianche di fantesche, panciotti variopinti di pescatori
del Zuiderzee, orecchini a paraocchi delle donne della Nord-Olanda,
diademi d'argento della Frisia, caschetti dorati della Groninga, camicie
gialle dei lavoratori delle torbiere, gonnelle metà nere e metà rosse
delle orfane degli ospizi, vestiti bizzarri degli abitanti delle isole,
_cignons_ spropositati, cappelli da carnovale; grandi spalle, grandi
fianchi, grandi ventri, e tutta questa processione avvolta dal fumo dei
sigari e delle pipe, e accompagnata da un suono di parole tedesche,
olandesi, inglesi, francesi, fiamminghe, danesi, da credere d'essere
capitati nella valle di Giosafat o ai piedi della torre di Babele.

       *       *       *       *       *

Dalla piazza del Dam si arriva in pochi minuti al porto, che offre
anch'esso uno spettacolo grandioso e strano oltre ogni dire. A primo
aspetto, non ci si capisce nulla. Si vedono da ogni parte dighe, ponti,
cateratte, palizzate, bacini, che presentano l'immagine d'un'immensa
fortezza costrutta così astutamente, perchè nessuno riesca a
raccapezzarne la forma; e non ci si riesce infatti che per mezzo della
carta e dopo una passeggiata di parecchie ore. Dal mezzo della città,
alla distanza di mille metri l'una dall'altra, partono in direzione
opposta due gran dighe arcate che abbracciano e difendono dal mare le
due estremità di Amsterdam sporgenti oltre il semicircolo delle sue case
come le punte d'una mezza luna. Queste due dighe che hanno ciascuna una
gran porta munita d'una cateratta gigantesca, racchiudono due bacini
capaci di mille bastimenti d'alto bordo e parecchie isolette sulle quali
son magazzini, arsenali, opificii, dove lavorano migliaia d'operai. Fra
le due grandi dighe s'avanzano parecchie dighe minori, formate di
robuste palizzate, che servono di stazione d'imbarco per i battelli a
vapore. In tutte queste dighe s'innalzano case, tettoie, baracche, fra
le quali formicola una folla di marinai, di passeggieri, di facchini, di
donne, di ragazzi, di carrozze, di carri, chiamati là dalle partenze e
dagli arrivi che si succedono rapidamente dal far del giorno alla sera.
Dai punti avanzati di codeste dighe si abbraccia con uno sguardo
l'intero porto: le due foreste di navigli dalle bandiere di mille
colori, racchiusi nei due grandi bacini; i bastimenti che arrivano dal
gran canale del Nord, e che entrano a vele spiegate nel mare di
Zuiderzee; i barconi e le barche che s'incrociano da tutte le parti del
golfo; la costa verde della Nord-Olanda; i cento mulini di Zandam: la
lunghissima schiera delle prime case di Amsterdam che disegnano sul
cielo le loro mille punte nere; le innumerevoli colonne di fumo
filigginoso, che s'alzano dalla città sull'orizzonte grigio; e quando le
nuvole sono in moto, una continua, rapidissima, meravigliosa variazione
di colori e d'aspetti, per la quale ora sembra di essere nel più gaio,
ora nel più tristo paese del mondo.

       *       *       *       *       *

Ritornando in città, per osservare particolarmente gli edifizii, i primi
a chiamar l'attenzione sono i campanili. In Amsterdam ci sono templi di
tutte le religioni: sinagoghe, chiese per i riformati calvinisti, chiese
pei luterani della confessione Ausburgo strettamente osservata, chiese
per i luterani della confessione d'Ausburgo osservata largamente, chiese
per i rimostranti, per i mennoniti, per i valloni, per gl'inglesi
episcopali, per gl'inglesi presbiteriani, per i cattolici, per i greci
scismatici; e ognuno di questi templi innalza al cielo un campanile che
par stato fatto per vincere tutti gli altri di originalità e di
bizzarria. Quello che dice Vittor Hugo degli architetti fiamminghi, i
quali fabbricarono dei campanili ponendo un'insalatiera rovesciata sopra
un berretto da giudice, una zuccheriera sopra l'insalatiera, una
bottiglia sulla zuccheriera, e un ostensorio sulla bottiglia, si può
riferire in parte anche ai campanili d'Amsterdam. Alcuni son formati di
chioschi o di tempietti sovrapposti, altri di tante torricine che paiono
tirate fuori l'una dall'altra, in modo che a dare un colpo sulla più
alta, tutto il campanile si debba accorciare come un cannocchiale; altri
son sottili come minareti, quasi interamente costrutti di ferro, ornati,
dorati, traforati, trasparenti; altri coronati dal mezzo in su di
terrazzini, di balaustrate, di archi, di colonne; quasi tutti poi
sormontati da un globo o da una corona di ferro della forma d'un bulbo,
sulla quale posa un'altra corona, che regge alla sua volta una palla, la
quale sostiene un'asta, in cui è confitto ancora qualche altro oggetto,
che forse non è l'ultimo neanch'esso; tal quale come le torricciuole che
fanno i ragazzi, sovrapponendo tutti i ninnoli che cascan loro nelle
mani.

Fra gli edifizii monumentali, che non sono molti, v'è il palazzo reale,
il primo dei palazzi d'Olanda, costrutto tra il 1648 e il 1655, sopra
tredicimilaseicentocinquantanove palafitte; grandioso, pesante e nero;
del quale il più bell'ornamento è una sala da ballo che si dice la più
vasta d'Europa, e il maggiore difetto, quello di non avere portone, per
il che vien chiamato comunemente la casa senza porta. Per contrapposto,
l'edifizio della Borsa che gli sorge dirimpetto, fondato su
trentaquattromila palafitte, perchè non ha di notevole che un peristilio
di diciassette colonne, si chiama la porta senza casa; bisticcio che
ogni olandese si fa un dovere di ripetere agli stranieri, sorridendo
impercettibilmente coll'estremità delle labbra. Chi capita ad Amsterdam
nella prima settimana della Kermesse, ch'è il carnevale dell'Olanda, può
vedere in questo edifizio uno spettacolo curiosissimo. Per sette giorni,
nelle ore in cui non si fanno affari, la Borsa è aperta a tutta la
ragazzaglia della città, che v'irrompe, facendo uno strepito infernale
di pifferi, di tamburi e di grida; licenza che, se è vera la tradizione,
sarebbe stata concessa dal Municipio in onore di alcuni ragazzi, i
quali, al tempo della guerra d'indipendenza, giocherellando presso
l'antica Borsa, scopersero gli Spagnuoli che si preparavano a far
saltare in aria l'edifizio con un naviglio pieno di polvere, corsero a
darne avviso ai cittadini, e mandarono così a vuoto il tentativo dei
nemici. Oltre il palazzo reale e la Borsa, sono un bell'ornamento di
Amsterdam il palazzo dell'industria, fatto di cristallo e di ferro, e
sormontato da una cupola leggerissima, che da lontano, quando vi batte
il sole, gli dà l'aspetto d'una grande moschea; e come monumenti
storici, le vecchie torri che s'alzano sulla riva del porto.

       *       *       *       *       *

Fra queste torri ve n'è una che si chiama _Torre dell'angolo dei
piangenti_ o _Torre delle lagrime_, perchè là s'imbarcavano altre volte
i marinai olandesi per lunghissimi viaggi, e le loro famiglie andavano
presso quella torre per salutarli e vederli partire, e piangevano. Sopra
la porta v'è un rozzo bassorilievo segnato della data 1569, il quale
rappresenta il porto, una nave che parte, e una donna che piange; e fu
posto in commemorazione della moglie d'un marinaio, che morì di dolore
per la partenza di suo marito.

È stato osservato che quasi tutti gli stranieri che vanno a veder quella
torre, dopo aver dato un'occhiata al bassorilievo e alla _Guida_ che ne
spiega il significato, si voltano verso il mare come per cercare il
bastimento che parte, e rimangono qualche tempo pensierosi. A che cosa
pensano? Forse a quello che pensai io stesso. Seguono quel bastimento
nei mari artici, alla pesca delle balene o alla ricerca d'una nuova via
per le Indie, e alla loro mente si spiega come una visione l'epopea
tremenda della marina olandese in mezzo agli orrori del polo: i mari
ingombri di ghiaccio, il freddo che fa cadere a brani la pelle delle
mani e del viso, gli orsi bianchi che s'avventano sui marinai, e spezzan
le armi coi denti; i cavalli marini che accorrono a stormi furiosi per
rovesciare le scialuppe; le rocce di ghiaccio mulinate dalle onde e dal
vento, e le vaste pianure ghiacciate e mobili che s'incontrano,
imprigionano e stritolano le flotte; le isole deserte sparse di cadaveri
di marinai, di carcasse di navi, di cinture di cuoio rosicchiate nella
disperazione dell'agonia dagl'infelici che morirono di fame; poi le
frotte di balene che volteggiano intorno ai navigli, le formidabili
contorsioni del mostro ferito nelle acque insanguinate, le barche
rovesciate dai colpi di coda, i pescatori che cascan nel mare, e vi
rimangono irrigiditi, i naufraghi erranti seminudi nella nebbia e nelle
tenebre, le fosse scavate nel ghiaccio e ricoperte col ghiaccio per
ripararsi dalle fiere, i sonni che finiscono colla morte. Poi ancora
sconfinate solitudini bianche e brumose, dove non si sente altro rumore
che quello dei remi delle scialuppe ripercosso dalle caverne e i gridi
lamentevoli delle foche; poi altri deserti dove non è più traccia di
vita, le montagne di ghiaccio incommensurate, gl'immensi spazi ignoti,
le nevi secolari, l'inverno eterno, la tristezza solenne delle notti del
polo, il silenzio infinito in cui l'anima si spaura, i marinai consunti,
trasfiguriti, moribondi, che s'inginocchiano sul ponte, e giungono le
mani verso l'orizzonte infocato dall'aurora boreale, chiedendo a Dio di
rivedere il sole e la patria. Scienziati, mercatanti, poeti, tutti
s'inchinano a quelle umili avanguardie che hanno tracciato coi loro
scheletri sulle nevi immaculate del polo il primo sentiero della vita.

       *       *       *       *       *

Da questa torre, voltando a destra, e seguitando a camminare lungo il
porto, si arriva alla Plantaadije, vasto quartiere composto di due isole
congiunte da molti ponti, nel quale c'è un parco, un giardino zoologico,
un giardino botanico, un passeggio pubblico, che formano una grande oasi
verde ed allegra in mezzo alle acque livide e alle case nere. Là
concerti musicali, là feste notturne, là il fiore della bellezza
amsterdamese; fiore che, per buona fortuna dei viaggiatori di fibra
sensitiva, spande un profumo soave; ma che non dà al capo. Dal qual
pericolo, in ogni caso, non c'è miglior rifugio che il giardino
zoologico, proprietà d'una società di quindicimila soci; il più bel
giardino zoologico d'Olanda, che pure ne ha dei bellissimi, e uno dei
più ricchi d'Europa; nel quale si scorda facilmente in mezzo alle
salamandre massime del Giappone, ai serpenti boa di lava e ai _bradypi
didactyli_ di Surinam, i visetti pallidi e gli occhi azzurri delle belle
calviniste.

Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi
canali, si arriva sulla grande piazza del _Boter Markt_, dove c'è una
statua gigantesca del Rembrandt e l'ufficio del consolato italiano. Da
questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie
di Amsterdam.

       *       *       *       *       *

Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale
mi rispose:--Cammini diritto fin che non si trovi in un quartiere
infinitamente più sudicio di tutti quelli ch'ella ha considerati finora
come il _non plus ultra_ del sudiciume; quello è il ghetto; non può
sbagliare.--Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione;
passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio;
poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il
ghetto. La mia aspettazione fu superata.

È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case
vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel
muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai
chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi
camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli
macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti,
in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie.
Rottami di mobili, frammenti d'armi, oggetti di divozione, brandelli
d'uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti,
cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna
lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il
tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie,
la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i
rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali
trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che
stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati,
destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a
trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella
babilonia d'immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente,
pidocchioso, accanto al quale i gitani dell'Albaicin di Granata son
gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno
preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e
del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli
crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha
parole per dare un'immagine di quella gente. Capigliature in cui non è
mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di
cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena
figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce
più nè colore nè forma nè a che sesso appartengano, dai quali escono, e
s'allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e
di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su
piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i
loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto
di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute
in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo,
scoprendo coll'inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui
lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi,
turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose
di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle
strade, e quando riuscii sulla sponda d'un largo canale, in un luogo
aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed
aspirai con voluttà l'aria impregnata di catrame.

       *       *       *       *       *

In Amsterdam, come in tutte le altre città olandesi, ci sono molte
società particolari, alcune delle quali hanno l'importanza di grandi
istituzioni nazionali; principalissima la _Società d'utilità pubblica_,
fondata nel 1784, che è quasi un secondo governo per l'Olanda. Il suo
scopo è l'educazione del popolo, alla quale provvede colla pubblicazione
di libri elementari, letture pubbliche, biblioteche per gli operai,
scuole d'istruzione primaria, scuole professionali, scuole di canto,
case di asilo, casse di risparmio, premi di buona condotta, onorificenze
per gli atti di valore e di abnegazione. La società, retta da un
consiglio d'amministrazione composto di dieci direttori e d'un
segretario generale, si compone di più di quindicimila soci, divisi in
trecento gruppi, i quali formano altrettante società indipendenti,
sparpagliate nelle città, nei villaggi, nei più piccoli Comuni dello
Stato. Ogni socio paga poco più di dieci lire l'anno. Colla somma
(modesta rispetto alla vastità dell'istituzione) che questa tassa
produce, la società esercita, come disse Alfonso Esquiroz, una specie di
magistratura anonima sui pubblici costumi; stringe insieme col vincolo
d'una beneficenza imparziale tutte le sètte religiose; spande a larga
mano per tutto il paese istruzione, soccorsi, conforti; e come nacque
indipendente, così opera e procede fedele al principio degli Olandesi,
che l'albero della beneficenza deve crescere senza innesti e senza
puntelli. Altre società come l'_Arti et Amicitiæ_, la _Felix Meritis_,
la _Doctrina et Amicitia_, hanno per iscopo l'incremento delle arti e
delle scienze, promuovono mostre pubbliche, concorsi, letture, e sono ad
un tempo splendidi luoghi di ritrovo, forniti di belle biblioteche, e
di quasi tutti i grandi giornali d'Europa.

Sulle istituzioni di carità d'Amsterdam ci sarebbe da scrivere un libro.
È noto quello che Luigi XIV, quando si disponeva ad invadere l'Olanda,
disse a Carlo II d'Inghilterra: "Non abbiate timore per Amsterdam; io ho
ferma speranza che la Provvidenza la salverà, non fosse che in
considerazione della sua carità per i poveri." Là tutte le sventure
umane trovano asilo e lavoro. Mirabile sopra tutti è l'ospizio degli
orfani di cittadini amsterdamesi, che ebbe l'onore di ospitare
quell'immortale Van Speyk, il quale, nel 1831, sulle acque della
Schelda, salvò l'onore della bandiera olandese col sacrifizio della sua
vita. Questi orfani hanno un costume curiosissimo, metà rosso e metà
nero, in modo che guardati di profilo, da una parte paion vestiti per
una festa carnovalesca, dall'altra, per una cerimonia funebre; e questa
bizzarra divisa è stata scelta perchè sian riconosciuti dai tavernai a
cui è proibito di lasciarli entrare a far stravizi, e dagl'impiegati
delle strade ferrate che non debbono lasciarli viaggiare senza il
permesso dei direttori: la qual cosa, sia detto di volo, si sarebbe
potuta ottenere con un vestimento meno ridicolo. Questi orfani bicolori
si vedono per tutto, freschi, puliti e cortesi, che rallegrano il cuore.
In tutte le feste pubbliche, occupano il primo posto; in tutte le
cerimonie solenni si ode il loro canto; la prima pietra dei monumenti
nazionali è posta dalle loro mani; e il popolo li ama e li onora.

Per finir di parlare degli stabilimenti, bisognerebbe rammentare le
industrie particolari di Amsterdam, come il raffinamento del borace e
della canfora e la fabbricazione dello smalto; ma son cose da lasciarsi
ai viaggiatori enciclopedici di là da venire. Merita però un cenno
speciale la pulitura dei diamanti, principalissima delle industrie
amsterdamesi, la quale, come fu per lungo tempo, in Europa, un segreto
degli Ebrei d'Anversa e d'Amsterdam, è tuttora esercitata quasi
unicamente dai circoncisi. Questo commercio ammonta anno per anno alla
somma di centomilioni di lire, e provvede alla vita di più di diecimila
persone. Uno dei più belli opifici è quello posto in Zuanenburgerstraat,
nel quale gli operai medesimi spiegano in francese le tre operazioni del
taglio, della prima pulitura e della pulitura definitiva, fatte sotto
gli occhi dei visitatori, con un garbo e una destrezza ammirabili. È
bello il vedere quelle umili pietruzze, somiglianti a' frammenti di
gomma arabica sudicia, che a trovarsele in casa si butterebbero dalla
finestra insieme coi mozziconi di sigaro, vederle in pochi minuti,
trasformarsi, accendersi, animarsi quasi d'una vita sfolgorante e
festosa, come se comprendessero il destino che li trasse dalle viscere
della terra per farli servire alle pompe del mondo. Di quante strane
vicende sarà testimonio o attore o cagione, quella piccola pietra che
l'operaio stringe fra le dita del suo guanto ferrato! Andrà forse a
brillare sulla fronte d'una Regina, che una notte l'abbandonerà nei
suoi scrigni per sottrarsi alla folla che ha atterrate le porte del
palazzo. Caduta nelle mani d'un comunista, scintillerà dopo qualche
tempo sul tavolo d'una Corte d'Assisie accanto a un pugnale macchiato di
sangue. Passerà per una lunga vicenda di feste nuziali, di conviti, di
danze, e poi trasvolando per la porta del Monte di Pietà o per il
finestrino d'una carrozza assalita, andrà di mano in mano, di paese in
paese, a sfolgorare sulle dita d'una principessa in un palco del teatro
dell'opera di Pietroburgo. Di qui andrà ad aggiungere un punto luminoso
sopra la sciabola d'un pascià dell'Asia Minore; e poi a tentare la virtù
d'una crestaia di sedici anni nel quartiere di Sant'Antonio a Parigi; e
infine, chi sa? a ornare l'orologio d'un pronipote di colui che l'ha
messa pel primo agli onori del mondo; poichè di quegli operai ve n'è
qualcuno che mette tanto da parte da lasciare un capitaletto alla sua
discendenza. Fra gli altri, v'era qualche anno fa, nell'opifizio di
Zuanenburgerstraat, il vecchio israelita che lavorò il famoso diamante
Koynor, il quale, oltre la gran medaglia d'onore dell'Esposizione di
Parigi, gli fruttò una mancia di diecimila fiorini e un bel regalo della
Regina d'Inghilterra.

       *       *       *       *       *

Ad Amsterdam c'è il più bel Museo di Pittura dell'Olanda.

Lo straniero che v'entra preparato all'ammirazione dei due più grandi
capolavori della pittura olandese, non ha bisogno di domandare dove
siano. Appena ha oltrepassato la soglia, vede una piccola sala piena di
gente immobile e silenziosa, entra, e si trova nel penetrale più sacro
del tempio: a destra ha la _Ronda di notte_ del Rembrandt, a sinistra il
_Banchetto della guardia civica_ del Van der Helst.

Dopo aver visto e rivisto questi due quadri, mi divertii sovente a
osservare coloro che entrano in quella sala per la prima volta. Quasi
tutti, appena entrati, si fermano, guardano con stupore di qua e di là,
poi sorridono, e poi si voltano a destra. Il Rembrandt vince.

La _Ronda di notte_, o come altri vorrebbe chiamarla, _L'uscita degli
archibugieri_, od anche _L'uscita della compagnia di Banning Cock_, la
più vasta tela del Rembrandt, è più che un quadro, è uno spettacolo, e
uno spettacolo che sbalordisce. Tutti i critici francesi, per esprimere
l'effetto che produce, si son serviti della stessa frase: _C'est
écrasant_. Un gran movimento di figure umane, una gran luce, una grande
oscurità: col primo sguardo non si afferra altro, e per qualche momento
non si sa dove fissar gli occhi per cercare di rendersi conto di quella
grandiosa e splendida confusione. Sono ufficiali, alabardieri, ragazzi
che corrono, archibugieri che caricano e sparano, giovani che suonano il
tamburo, gente che si china, parla, grida, gesticola; vestiti tutti d'un
costume differente, con cappelli rotondi, cappelli a punta, pennacchi,
caschi, morioni, gorgiere di ferro, collaretti di bisso, giustacuori
ricamati d'oro, stivaloni, calze di tutti i colori, armi di tutte le
forme; e questa frotta disordinata, tumultuosa e luccicante si stacca
dal fondo oscuro del quadro, e s'avanza verso chi guarda. I due primi
personaggi sono Frans Banning Cock, signore di Purmerland e di Ilpendam,
capitano della compagnia, e il suo luogotenente Willem van Ruijtenberg,
signore di Vlaardingen, che camminano l'uno accanto all'altro. Le due
sole figure in piena luce sono questo luogotenente, vestito di una
casacca di bufalo, con ornamenti d'oro, ciarpa, gorgiera, pennacchio
bianco e grandi stivali; e una bambina che gli vien dietro, colla
capigliatura bionda e imperlata, e una veste di raso giallo; tutti gli
altri personaggi sono nell'oscurità o nell'ombra, eccettuate le teste
che son tutte illuminate. Da che luce? Ecco l'enigma. È la luce del
sole? è quella della luna? è quella delle fiaccole? Lumeggiamenti d'oro
e d'argento, riflessi lunari, chiarori infocati, personaggi, come la
bambina dai capelli biondi, che sembrano brillare di luce propria, volti
che paiono rischiarati dalle fiamme d'un incendio, scintillamenti che
abbarbagliano, ombre, crepuscoli e oscurità di sotterraneo, tutto vi si
ritrova armonizzato e contrapposto con un ardimento miracoloso ed
un'arte insuperabile. Vi sono delle stonature di luce? delle oscurità
gratuite? degli accessori troppo rilevati a danno delle figure? delle
figure vaghe o grottesche? delle lacune e delle bizzarrie
ingiustificate? Tutto è stato detto intorno a codesto quadro, argomento
d'entusiasmo cieco e di censure spietate, levato a cielo come una
meraviglia del mondo, e considerato indegno del Rembrandt, discusso,
interpretato, spiegato in mille modi e in mille sensi. Ma non ostante
tutte le censure, tutti i difetti, tutte le opposte interpretazioni,
esso è là da due secoli trionfante e glorioso, e più lo si guarda, più
s'illumina e si avviva; ed anco veduto di volo, rimane per sempre nella
memoria con tutti i suoi splendori e i suoi misteri, come una stupenda
visione.

Il quadro del Van der Helst, (pittore del quale non si sa nulla, eccetto
che nacque in Amsterdam sul principio del secolo decimosettimo, e vi
passò una gran parte della sua vita) rappresenta un banchetto col quale
la guardia civica di Amsterdam festeggiò la pace di Munster il 18 giugno
del 1648. Il quadro contiene venticinque figure di grandezza naturale,
tutte ritratti fedelissimi di personaggi noti, dei quali si conservano i
nomi. Sono ufficiali, sergenti, portabandiere, guardie, aggruppati
intorno a una mensa, che si stringono la mano, si portano brindisi, si
apostrofano; e chi taglia, chi mangia, chi sbuccia aranci, chi mesce. Il
quadro del Rembrandt è un'apparizione fantastica; il quadro del Van der
Helst è uno specchio che riflette una scena reale. Non c'è unità, non ci
son contrasti, non ci son misteri: tutte le cose vi son rappresentate
colla stessa cura e la stessa evidenza. Teste e mani, figure vicine e
figure lontane, corazze d'acciaio e frangie di trina, cappelli piumati e
stendardi di seta, cornucopie d'argento e bicchieri dorati; vasi,
posate, stoviglie, vivande, vini, armi, ornamenti, tutto spicca,
splende, inganna, seduce. Le teste, considerate una per una, sono
ritratti meravigliosamente riusciti, dai quali un medico potrebbe con
tutta sicurezza argomentare il temperamento e prescrivere le cure
preventive per la salute di tutti. Delle mani è stato detto argutamente
e con ragione che, staccate dai corpi e mescolate tutte insieme, si
potrebbero riconoscere e rimettere a ciascuna figura senza pericolo
d'ingannarsi, tanto sono finite, distinte, individuate, per così dire,
colle persone a cui appartengono. Viso per viso, costume per costume,
oggetto per oggetto, più lo si guarda, e più si scoprono particolari,
minuzie, tocchi, nonnulla d'un'esattezza e d'una verità da far
strabiliare. Di più, quella varietà e quello splendore di colori, la
bonomia e la freschezza dei volti, il vestiario pomposo, i mille oggetti
luccicanti, danno tutti insieme a quel gran quadro un'aria di festa e di
allegria, la quale facendo dimenticare la volgarità del soggetto, si
trasfonde in chi guarda, e gli desta un sentimento di simpatia
amichevole e di ammirazione serena, che si rivela in un sorriso affabile
anche sul volto dei visitatori più accigliati.

Del Rembrandt v'è ancora nel Museo il gran quadro intitolato: _I sindaci
dei mercanti di panno_ fatto diciannove anni dopo la _Ronda di notte_,
con minor foga giovanile e meno bizzarria d'immaginazione; ma con tutto
il vigore d'un ingegno maturo; e non meno meraviglioso dell'altro per
l'effetto del chiaroscuro, per l'espressione delle figure, per forza di
colorito, per esuberanza di vita: preferito da qualcuno alla _Ronda_.
Del Van der Helst v'è un altro quadro, _I sindaci della confraternita di
san Sebastiano ad Amsterdam_, nel quale risplendono pure, benchè meno
vivamente che nel _Banchetto_, tutte le meravigliose facoltà del grande
maestro.

Lo Steen ci ha otto quadri, fra i quali il suo ritratto, che lo
rappresenta giovane, bello, lungochiomato, e con un'aria quieta e
meditabonda, che par che dica:--No, stranieri, non fui un dissipato, non
fui un ubbriacone, non fui un cattivo marito: fui calunniato; rispettate
la mia memoria.--I soggetti dei suoi quadri sono una fantesca che
pulisce una pentola, una famiglia di contadini che torna a casa in
barca, un fornaio che fa il pane, una scena di famiglia, uno sposalizio
di villaggio, una festa di ragazzi, un ciarlatano in una piazza; tutti
coi soliti ubbriachi, le solite risatacce, le solite figure grottesche
mirabilmente colorite e lumeggiate. Nel quadro del _Ciarlatano_
sopratutto la sua mania del grottesco raggiunge l'ultimo segno. Le teste
sono deformi, i volti son musi, i nasi son becchi, le schiene son
groppe, le mani son zampe, gli atteggiamenti sono contorsioni, le risa
sono smorfie di maschere; sono personaggi, infine, dei quali non si può
trovare un'immagine che dentro i vasi dei gabinetti anatomici o nelle
caricature animalesche del Grandville. È impossibile trattenere le risa;
ma si ride come dovevan ridere gli spettatori di Gymplaine, dicendo in
cuor loro:--Peccato ch'è un mostro!

Eppure v'è un artista che fece discendere questo genere di pittura anche
più basso che lo Steen, e fu Adriano Brouwer, uno dei più famosi
scapestrati dell'Olanda. Costui fu discepolo di Francesco Hals, e
s'ubbriacava con lui una volta al giorno, finchè perseguitato dai
creditori, fuggì da Amsterdam ad Anversa, dove lo arrestarono come spia,
e lo cacciarono in prigione. Il Rubens lo fece uscire, e lo raccolse in
casa sua; ma il Rubens menava una vita ordinata, e il Brouwer che voleva
correre la cavallina, lo piantò. Andò a Parigi, e là ne fece di tutte le
tinte, finchè ridotto secco come un uscio, tornò ad Anversa, e finì la
sua misera vita in un fondo di spedale all'età di trentadue anni. Come
non bazzicò che le taverne e la canaglia, così non dipinse che scene
grossolane e stomachevoli di donnacce e di mascalzoni ubbriachi, delle
quali è principal pregio il colorito vivo e armonioso, e l'impronta
originale. Il Museo d'Amsterdam ha due quadri suoi; uno che rappresenta
un _Combattimento di contadini_ e l'altro un'_Orgia di villaggio_. In
questo c'è tutto il Brouwer. È una stanza di taverna, nella quale sono
raccolti uomini e donne avvinazzati che bevono e fumano. Una donna è
distesa in terra ubbriaca fradicia, e il suo bambino le piange accanto.

Gerardo Dow ha nel museo d'Amsterdam il quadro famoso: _La scuola della
sera_ o _Quadro delle quattro candele_, degno d'esser posto accanto
alla sua _Idropica_ del museo del Louvre, e fra le gemme più peregrine
della pittura olandese. È un piccolo quadro, il quale rappresenta sul
dinanzi un maestro di scuola con due scolari e una ragazza seduti
intorno a un tavolino; un'altra ragazza intenta a uno scolaretto che
scrive sur una lavagna; e in fondo alla stanza altri ragazzi che
studiano. Ma l'originalità del quadro consiste in questo: che le figure
sono la parte accessoria; e la parte principale, i protagonisti, il
soggetto del quadro, in una parola, sono quattro candele: una che brilla
in una lanterna abbandonata sul pavimento, un'altra che illumina il
gruppo del maestro e dei due scolari; una terza, tenuta dalla ragazza,
che rischiara la lavagna; la quarta sur un tavolino in fondo, in mezzo
agli scolari che leggono. È facile immaginare quanta varietà di luci,
d'ombre, di guizzi, di tremolii, di barlumi, di sfumature, un artista
come il Dow abbia saputo cavare da quelle quattro fiammelle; che
infinite difficoltà siasi create, che infinita cura le sia costato il
superarle, e con che meravigliosa maestria le abbia superate! Questo
quadro, dipinto, come disse un critico, con ciglia di bambino appena
nato, e coperto d'una lastra di vetro come una reliquia, fu venduto nel
1766 per ottomila lire, nel 1808 per trentacinquemila; e certo non
basterebbe aggiungere uno zero a quest'ultima cifra per comprarlo al
presente.

Non si finirebbe più di descrivere, se si volessero rappresentare
soltanto i quadri principali dei grandi artisti che adornano questo
museo. Il melanconico e sublime Ruisdael vi ha una scena d'inverno e
una foresta _piene dell'anima sua_ come dei suoi paesaggi suol dirsi; il
Terburg v'ha il suo celebre _Consiglio paterno_; il Wouvermans dieci
ammirabili quadri di caccie, di battaglie e di cavalli; il Potter, il
Karel du Jardin, il Van Ostade, il Cuyp, il Metzu, il Van de Verde,
l'Everdingen vi sono rappresentati da parecchie delle migliori opere del
loro pennello, delle quali sarebbe fatica sciupata il tentare di offrire
un'immagine colla penna. E non è questo il solo Museo di Pittura della
città di Amsterdam. Un museo lasciato alla città da un Van der Hoop,
antico deputato alla Camera degli Stati, contiene quasi duecento quadri
dei primi artisti olandesi e fiamminghi; ed oltre a questa, vi sono
parecchie altre ricchissime gallerie private.

Ma il Museo della _Ronda di notte_ e del _Banchetto della guardia
civica_, com'è il primo a visitarsi, è anco quello nel quale gli
stranieri, prima di partire da Amsterdam per la Nord-Olanda e la Frisia,
dove non ci son più musei, vanno a dare un addio alla pittura olandese.
In questo momento chiudo gli occhi, e mi par d'essere nella sala della
_Ronda_ e del _Banchetto_, il giorno che v'andai per l'ultima volta.
Penso che fra poco lascierò, forse per non rivederle mai più, tutte
queste meraviglie dell'ingegno umano, e questo pensiero mi rattrista. La
pittura olandese non ha destato in me alcuna emozione profonda; nessun
quadro m'ha fatto piangere; nessuna immagine m'ha levato in alto;
nessun artista m'ha inspirato un sentimento d'affetto vivo, lieto,
riconoscente, entusiastico. Eppure sento che dai musei dell'Olanda ho
portato via un tesoro. M'è rimasto scolpito nella mente tutto un popolo,
tutt'un paese, tutto un secolo. Di più, è un'illusione o un effetto
reale? Tutte quelle immagini di tranquille massaie, di beati vecchioni,
di bimbi paffuti, di ragazze sane e fresche, di stanzine ben chiuse e di
tavole ben fornite, quando me le ravvivo dinanzi agli occhi, mi sento
meglio fra le quattro pareti della mia cameretta, mi rannicchio con
maggior gusto nel mio cantuccio, son più contento del solito di vivere
in famiglia, d'avere delle sorelle e dei nipotini; benedico più
affettuosamente il mio focolare, e mi siedo con più serena allegrezza
alla tavola parca e pulita di casa mia. Non è forse bene, dopo aver
visto angeli e donne divine e amori sovrumani e grandi sventure e grandi
trionfi; dopo aver inorridito, pianto, adorato, sognato; dopo di essersi
slanciati col pensiero e col cuore sopra le nuvole; ridiscendere un po'
sulla terra per persuadersi che tutto non è da sprezzare, che i
sopraccapi bisogna a tempo e luogo saperli buttare dalla finestra, che
in questo mondicino non ci si sta poi tanto male come si dice, che la
vita convien pigliarla come Dio la manda, e che non bisogna essere nè
visionarii, nè turbolenti, nè orgogliosi, nè indiscreti, nè matti? E
questa persuasione m'ha messo nell'animo la pittura olandese, e sia
benedetta la pittura olandese. Studenti d'anatomia, guardie civiche,
archibugieri, sindaci, serve, pescatori, beoni, tori, pecore, tulipani,
mulini a vento, mari lividi ed orizzonti nebbiosi, rimanetemi per lungo
tempo dinanzi agli occhi, e quando non sarete più nella mia mente che
una reminiscenza confusa, mi resti la virtù di lavorare, di viver con
giudizio e di far economia, da bravo olandese, per tornarvi a rivedere,
se Dio lo consente!

       *       *       *       *       *

Napoleone il Grande, in Amsterdam, s'annoiò; ma credo fermamente che sia
stata colpa sua: io mi ci son divertito. Tutti quei canali, quei ponti,
quei bacini, quelle isolette, formano una così grande varietà di
prospetti pittoreschi, che per quanto si giri, non s'è mai finito di
vedere. Vi son mille maniere di passare il tempo piacevolmente. Si va a
veder l'arrivo dei battelli che portano il latte da Utrecht; si seguono
i barconi che trasportano le masserizie per le sgomberature, con le
fantesche dalla cuffia bianca ritte sulla poppa; si passa una mezz'ora
sulla torricina del palazzo reale, di dove si abbraccia con uno sguardo
il golfo dell'Y, l'antico lago d'Haarlem, le torri d'Utrecht, i tetti
rossi di Zaandam, e quella fantastica foresta d'alberi di bastimento, di
campanili e di mulini; si assiste all'estrazione del limo dei canali,
alle accomodature dei ponti e delle cateratte, alle mille cure che
richiede continuamente questa città singolare, costretta a spendere
quattrocentomila fiorini all'anno per governare le sue acque; e quando
non c'è altro, non manca mai lo spettacolo delle serve e dei servitori
che con pompe e schizzetti lavano dalla strada gli usci delle case, le
finestre del primo piano e i panni di chi passa. La sera poi, c'è la
strada chiamata Kalverstraat, fiancheggiata da due file di botteghe
splendide e di caffè metà illuminati e metà immersi nelle tenebre, nella
quale sino a notte tarda formicola una folla fitta e lenta di gente
piena di birra e di quattrini, mista a certi fassimili di _cocottes_
impettite e affagottate, che non guardano, non ridono, non parlano, e
vanno a tre e a quattro insieme, come se meditassero delle aggressioni.
Dalle strade illuminate e affollate si riesce con pochi passi lungo i
canali oscuri, fra i bastimenti immobili, in mezzo a un silenzio
profondo. Di qui, passando sur un ponte, si arriva in un quartiere del
popolo minuto, dove si vedono scintillare i lumi delle botteghe
sotterranee, e si sente la musica dei balli dei marinai; e così si
cangia ogni momento di spettacolo e di pensieri, con buona pace di
Napoleone I.

       *       *       *       *       *

Tale è questa città famosa, la storia della quale non è meno strana che
la sua forma e il suo aspetto. Un povero villaggio di pescatori di cui è
ancora ignoto il nome sulla fine del secolo decimoprimo, diventa nel
secolo decimosesto l'emporio dei grani di tutta l'Europa settentrionale,
spopola i porti fiorenti del mare di Zuiderzee, raccoglie nelle sue mani
il commercio di Venezia, di Siviglia, di Lisbona, d'Anversa, di Bruges,
attira negozianti di tutti i paesi, ricetta proscritti di tutte le
religioni, si risolleva da innondazioni spaventevoli, si difende dagli
anabattisti, manda a vuoto le trame del Leicester, detta la legge a
Guglielmo II, respinge l'invasione di Luigi XIV, e finalmente, come
tutte le cose di quaggiù, declina, brillando ancora una volta della luce
effimera di terza città dell'impero francese, onorificenza ufficiale,
molto somigliante alle croci che si danno agl'impiegati malcontenti, per
compensarli d'una traslocazione rovinosa. È ancora una ricca città
commerciale; ma circospetta, lenta, appiccicata alle tradizioni, amica
più del gioco della Borsa che delle imprese ardite, e che rivaleggia più
brontolando che operando con Amburgo e Rotterdam, piene di giovinezza e
di speranze. Malgrado ciò, ella serba ancora la maestà dell'antica
dominatrice dei mari, è ancora la più bella gemma delle provincie unite,
e lascia allo straniero che l'abbandona, un'immagine severa di grandezza
e di potenza, che nessun'altra città d'Europa cancella.



UTRECHT.


Da Amsterdam si suol fare una gita a quella famosa città d'Utrecht,
della quale abbiamo tutti pronunziato tante volte il nome, da ragazzi,
cercando di stamparci nella testa la data del 1713, quando ci
preparavamo all'esame di storia. Si va a Utrecht, che in sè stessa non
offre nulla di straordinario a chi abbia già visto le altre città
olandesi, non tanto per curiosità, quanto per potere, in avvenire,
riferire a' luoghi veduti il ricordo degli avvenimenti famosi che
seguirono fra le sue mura. Si va a respirare l'aria della città, dove fu
compiuto l'atto più solenne della storia d'Olanda, l'alleanza delle
provincie neerlandesi contro Filippo II; dove fu segnato il trattato che
restituì la pace all'Europa dopo le guerre formidabili per la
successione di Spagna; dove cadde sotto la mannaia del duca d'Alba il
capo innocente della ottuagenaria Van Diemen; dove sono ancora vive e
parlanti le memorie di san Bonifazio, di Adriano VI, di Carlo V, di
Luigi XIV; e ribolle ancora il furore battagliero degli antichi vescovi,
trasfuso nel sangue dei calvinisti ortodossi e dei cattolici
ultramontani.

La strada, partendo da Amsterdam, passa accanto al Dimermeer, il
_polder_ (si chiamano _polder_ i terreni prosciugati) più profondo
dell'Olanda; fiancheggia il braccio del Reno chiamato Vecht, e
trascorrendo fra ville e verzieri, arriva alla città d'Utrecht, che
siede in mezzo a una campagna fertilissima, irrigata dal Reno,
reticolata di canali, e sparsa di giardini e di case.

Utrecht, come Leida, ha l'aspetto triste e solenne d'una gran città
decaduta; vaste piazze deserte, grandi strade silenziose e larghi canali
in cui si specchiano case di forma antica e di color fosco. Ma v'è una
cosa nuova per gli stranieri. I canali sono, come l'Arno a Firenze e la
Senna a Parigi, profondamente incassati fra le strade che li
fiancheggiano; e sotto le strade vi sono officine, magazzini, botteghe,
abituri che hanno le porte sull'acqua e la strada per tetto. La città è
circondata di bei viali, ed ha un passeggio famoso, che Luigi XIV
preservò generosamente dal vandalismo dei suoi soldati: una strada lunga
una mezza lega francese, ombreggiata da otto file di bellissimi tigli.

La storia della città d'Utrecht è in gran parte immedesimata con la
storia della sua cattedrale, che è forse di tutte le chiese d'Olanda
quella ch'ebbe più strane vicende. La fondò verso il 720 un vescovo di
Utrecht; la ricostrusse di sana pianta un altro vescovo verso la metà
del secolo decimoterzo; un uragano le portò via di netto, il primo
agosto del 1674, una grande navata, che non fu più ricostruita; la
devastarono gl'iconoclasti nel secolo decimosesto; la restituirono al
culto cattolico i Francesi nel secolo seguente; vi ristabilirono il
culto protestante gli Olandesi dopo l'invasione di Luigi XIV; infine, le
statue, gli altari, le croci v'entrarono e ne uscirono, vi furono
innalzati e rovesciati, venerati o vilipesi, ad ogni voltare di vento.
Era certo anticamente una delle più vaste e più belle chiese
dell'Olanda; ora è monca e nuda, e ingombra in gran parte di banchi che
le danno l'aspetto d'una camera da deputati. L'uragano del 1674,
distruggendo una navata, separò la chiesa dalla sua altissima torre, di
sulla quale si vede con un telescopio quasi tutta la provincia d'Olanda,
una parte della Gheldria e del Brabante, Rotterdam, Amsterdam,
Bois-le-duc, il Leck, il golfo di Zuiderzee; mentre un orologio munito
di quarantadue campanelle slancia nell'aria, insieme col suono delle
ore, la romanza amorosa del conte d'Almaviva o la preghiera dei lombardi
alla prima crociata.

Accanto alla chiesa v'è la celebre Università, fondata nel 1636, la
quale dà ancora vita alla città, benchè sia decaduta, come quella di
Leida, dalla sua prima altezza. L'Università di Leida ha un carattere
particolarmente letterario e scientifico; quella di Utrecht un carattere
religioso, ch'essa comunica e riceve insieme dalla città, la quale è la
sede dell'ortodossia protestante. Per questo si dice che per le strade
d'Utrecht si vedono delle figure pallide e rifinite di puritani, che
sono scomparse altrove, e che paiono ombre evocate d'altri tempi. Il
popolo ha un aspetto più grave che nelle altre città, le signore
affettano un contegno monacale, e persino fra gli studenti v'è una certa
velleità di vita raccolta e penitente che non esclude nè birra, nè
feste, nè chiassi, nè cattive pratiche. Oltre che sede dell'ortodossia,
Utrecht è ancora una delle più forti cittadelle del cattolicismo,
professato da ventiduemila dei suoi abitanti; e nessuno può aver
dimenticato la tempesta che scoppiò in Olanda quando il Pontefice volle
ristabilire in quella città l'antica sede episcopale; tempesta per la
quale si ridestarono i sopiti rancori tra protestanti e cattolici, e
precipitò il ministero del famoso Torbecke, il piccolo Cavour delle
Provincie Unite.

Ma in fatto di religione, Utrecht possiede una preziosa rarità da Museo,
un avanzo archeologico curiosissimo, la sede principale della sètta
giansenista, la quale non si trova più nello stato di Chiesa costituita,
fuorchè nei Paesi Bassi, dove conta ancora trenta Comunità e qualche
migliaio di fedeli. La Chiesa, decorata della semplice iscrizione Deo,
si alza in mezzo a un gruppo di casette disposte in forma di chiostro, e
unite fra loro da piccoli cortili ombreggiati da alberi fruttiferi; e in
quel ricetto silenzioso e tristo, nel quale non molti anni sono non
v'era che un'entrata, che si chiudeva durante la notte come la porta
d'una fortezza, languisce la dottrina decrepita di Giansenio e
sonnecchiano i suoi ultimi devoti. Oggi ancora, ogni nuova nomina di
vescovo è regolarmente annunziata al Pontefice, che risponde
regolarmente con una bolla di scomunica, la quale vien letta dal pulpito
e poi sepolta e dimenticata. Così questo piccolo Port-Royal, che sente
già il freddo e la solitudine della tomba, prolunga ancora la sua ultima
resistenza contro la morte.

Di istituzioni notevoli Utrecht non ha che la zecca e la scuola pei
medici militari del regno e delle colonie. Le antiche fabbriche di quel
bellissimo velluto, che fu per tanto tempo famoso in Europa, sono
scomparse. Fuor che la Cattedrale, nessun monumento. Il palazzo
municipale, che conserva qualche vecchia chiave e qualche vecchio
stendardo, e la tavola su cui venne firmata la pace d'Utrecht, non è che
un edifizio del 1830. Il palazzo reale, che non vidi, dev'essere il più
modesto de' palazzi reali, poichè i ciceroni olandesi, che non
dimenticano nulla, non mi ci hanno trascinato.

Ma questo palazzo, se la tradizione non è bugiarda, fu testimonio di una
comica avventura seguita a Napoleone il Grande. Durante il suo
brevissimo soggiorno in Utrecht egli occupò la camera da letto di suo
fratello Luigi, ch'era attigua alla stanza da bagno. Si sa che, dovunque
andasse, conduceva con sè un servitore, il quale aveva l'esclusivo
incarico di tenergli pronto un bagno per qualunque ora del giorno e
della notte. La sera ch'egli arrivò ad Utrecht, di malumore, come fu
quasi sempre in Olanda, andò a letto per tempo, e lasciò, se per
inavvertenza o per proposito la tradizione non lo dice, la porta della
camera aperta. Il servitore del bagno, ch'era una buona pasta di
brettone, dopo avergli preparata la tinozza in un'altra stanza, se ne
andò a letto egli pure, in un camerino poco lontano dalla camera
imperiale. Verso la mezzanotte si svegliò improvvisamente assalito da
quei dolori che impongono di pigliare la via più breve per arrivare alla
mèta, saltò giù dal letto, e in camicia com'era, e pien di sonno, si
mise a cercare la porta tastoni. La trovò; ma per il suo malanno, non
conoscendo bene il giro delle stanze, invece di riuscir dove voleva,
capitò dinanzi alla porta dell'Imperatore. Sospinse, la porta s'aperse,
entrò, ed entrando, rovesciò un seggiolone. Una voce terribile, quella
voce! gridò:--Chi è?--Il povero giovane, agghiacciato dallo spavento, si
sforza di rispondere, e la parola gli muore sulle labbra; tenta di
uscire per dove è entrato, non trova più la porta; sbalordito, tremante,
cerca un'uscita da un'altra parte.--Chi è?--ripete l'Imperatore con voce
tonante, balzando in piedi. Il servitore, affatto fuor di sè, gira,
tasta, inciampa in un tavolino, rovescia un'altra seggiola. Allora
Napoleone, non dubitando più d'un tradimento, afferra il suo grosso
orologio d'argento, si slancia addosso al malcapitato, lo agguanta alla
strozza, e gridando aiuto con quanta voce ha nella gola, gli martella la
testa di formidabili colpi. Accorrono i camerieri, i ciambellani, gli
aiutanti di campo, il prefetto di palazzo colle spade e coi lumi, e
vedono.... il Grande Napoleone e il povero servitore, in camicia tutti e
due, in mezzo a uno scompiglio di casa del diavolo, che si guardano a
vicenda, l'uno in atto di profonda meraviglia, e l'altro in atto di
preghiera supplichevole, come in una pantomima da teatro. Si sparse la
voce dell'avvenimento nella città, in Olanda, in tutta Europa; come
sempre, la notizia si alterò propagandosi; si parlò d'un attentato,
d'una congiura, dell'assassinio consumato, di Napoleone seppellito,
dell'universo sconvolto.... e di tutto questo scombussolío fu cagione un
cattivo desinare d'un servitore.

       *       *       *       *       *

Ma il principe che lasciò più ricordi in Utrecht fu Luigi XIV. A
Utrecht, dicono i Francesi, si va per vedere il rovescio della medaglia
del Gran Re; e questo rovescio della medaglia è la guerra del 1670,
durante la quale egli fece un lungo soggiorno in quella città.

Sul rovescio della medaglia di Luigi XIV sta scritta una delle pagine
più gloriose e più poetiche della storia d'Olanda.

La Francia e l'Inghilterra si alleano per conquistare l'Olanda. Per
quale ragione? Non ci sono ragioni. Agli Stati Generali che domandano un
perchè, i ministri del re di Francia rispondono allegando delle
impertinenze di gazzette e una medaglia coniata in Olanda con
un'iscrizione irriverente per Luigi XIV. Il re d'Inghilterra, dal canto
suo, adduce a pretesto un quadro nel quale son rappresentati dei
vascelli inglesi catturati ed arsi, e il non aver la flotta delle
Provincie-Unite salutato un bastimento inglese. Si spendono cinquanta
milioni di lire in apparecchi da guerra. La Francia mette in mare trenta
vascelli carichi di cannoni, l'Inghilterra raduna una flotta di cento
vele. All'esercito francese forte di centomila soldati, disciplinato,
agguerrito e accompagnato da un'artiglieria formidabile, si unisce
l'esercito del vescovo di Munster e dell'Elettor di Colonia, forte di
ventimila spade. I generali si chiamano Condé, Turenna, Vauban,
Lussemburgo; il ministro Louvois presiede allo stato maggiore; lo
storico Pélisson lo segue coll'incarico di scrivere le gesta; Luigi XIV,
il più gran re del secolo, circondato dalla sua splendida Casa,
scortato, come un monarca asiatico, da una falange di gentiluomini, di
cadetti, di svizzeri impennacchiati, inargentati e dorati, accompagna
l'esercito. Tutta questa forza e questa grandezza, che schiaccerebbe un
immenso impero, minaccia un piccolo paese abbandonato da tutti, non
difeso che da venticinque mila soldati e da un Principe di ventidue
anni, sprovveduto di munizioni da guerra, lacerato dalle fazioni,
infestato da traditori e da spie. La guerra è dichiarata, lo splendido
esercito del gran Re intraprende la marcia trionfale, l'Europa lo
segue. Luigi XIV, alla testa d'un esercito di trentamila soldati
comandato dal Turenna, spande oro e favori lungo la via che gli si
spiana dinanzi, come a un nume. Quattro città cadono in un sol tratto
nelle sue mani. Cadono tutte le fortezze del Reno e dell'Yssel. Al
lontano apparire delle pompose avanguardie reali, i nemici si dileguano.
L'esercito invasore passa il Reno senza quasi incontrar resistenza, e
questo passaggio è celebrato come un avvenimento meraviglioso presso
l'esercito, a Parigi, in tutte le città della Francia. Cadono Doesbourg,
Zutphen, Arnhem, Nosembourg, Nimega, Shenk, Bommel. Utrecht manda le
chiavi delle sue porte al Re vincitore. Ogni ora del giorno e della
notte porta la notizia di una conquista. Le Provincie della Gheldria e
dell'Over-Yssel sono sottomesse. Naerden, vicino ad Amsterdam, è presa.
Quattro cavalieri francesi si avanzano fino alle porte di Muiden, a due
miglia dalla capitale. Il paese è in preda alla desolazione, Amsterdam
si prepara ad aprire le porte agli invasori, gli Stati Generali mandano
quattro deputati a implorare clemenza dal Re. A tal segno è ridotta una
repubblica ch'era l'arbitra dei monarchi! I deputati arrivano al campo
nemico, il Re non li ammette alla sua presenza, il Luvois gli accoglie
con scherno. Finalmente s'intimano loro le condizioni della pace.
L'Olanda deve cedere tutte le provincie di là dal Reno e tutte le vie di
terra e di mare, per le quali il nemico può penetrare nel suo cuore;
pagare venti milioni di lire; abbracciare la religione cattolica;
mandare ogni anno al Re di Francia una medaglia d'oro, nella quale sia
scritto che l'Olanda deve la sua libertà a Luigi XIV; e accettare le
condizioni imposte dal Re d'Inghilterra e dai principi di Münster e di
Colonia.--La notizia di queste oltraggiose e insopportabili pretese fa
scoppiare in Amsterdam il furore della disperazione. Gli Stati Generali,
il patriziato e il popolo risolvono di difendersi fino agli estremi. Si
rompono le dighe di Muiden che contengono le acque del mare, e il mare
irrompe nelle terre lungamente vietate, salutato con grida di gioia come
un alleato e un salvatore; la campagna d'Amsterdam, le ville
innumerevoli, i villaggi fiorenti, Delft, Leida, tutte le città vicine
sono inondate; tutto è cangiato; Amsterdam è una fortezza circondata dal
mare e difesa da un baluardo di vascelli; l'Olanda non è più uno Stato,
è una flotta, che quando ogni altra speranza di salvezza sarà perduta,
porterà le ricchezze, i magistrati e l'onor della patria nei porti
remoti delle Colonie. Addio cavalieri impennacchiati, artiglierie
formidabili, stati maggiori pomposi, trionfi da teatro! L'ammiraglio
Ruyter sgomina le flotte d'Inghilterra e di Francia, assicura le coste
dell'Olanda e introduce la flotta mercantile delle Indie nel porto
dell'isola di Texel; il principe d'Orange sacrifica le sue ricchezze
allo Stato, inonda altre terre, scuote la Spagna, muove il Governatore
di Fiandra che gli manda dei reggimenti, guadagna l'animo
dell'Imperatore di Germania, che spedisce in suo soccorso il
Montecuccoli alla testa di ventimila soldati, strappa aiuti
all'elettore di Brandeburgo, dispone alla pace l'Inghilterra. Così tien
fronte ai Francesi fino all'inverno, che copre l'Olanda di ghiaccio e di
neve, e arresta l'esercito invasore. Vien la bella stagione,
ricominciano le battaglie sulla terra e sul mare. La fortuna sorride
qualche volta alle armi francesi; ma nè le cure del gran Re, nè il genio
dei suoi generali famosi, nè gli sforzi del suo potente esercito valgono
a strappar la vittoria alla repubblica. Il Condé tenta inutilmente di
penetrare nel cuore dell'Olanda inondata; il Turenna non può impedire
che il principe d'Orange si congiunga coll'esercito del Montecuccoli;
gli Olandesi s'impadroniscono di Bonn e investono il vescovo di Munster;
il re d'Inghilterra si ritrae dalla lega; l'esercito francese è
costretto a ritirarsi dall'impresa. L'invasione era stata una marcia
trionfale; la ritirata fu una fuga precipitosa; gli archi di trionfo
inalzati a Parigi per festeggiare la conquista non erano ancora
terminati, quando vi giungevano le avanguardie dell'esercito
scompigliato; e Luigi XIV a cui sorrideva l'Europa al cominciar della
guerra, si trovava, dopo la guerra perduta, alle prese coll'Europa
intera. Tale trionfo riportava la piccola Olanda sul grande monarca,
l'amor di patria sul furore di conquista, la disperazione sulla
prepotenza, la giustizia sulla forza.

       *       *       *       *       *

A poche miglia da Utrecht, vicino a un bellissimo bosco, v'è il
villaggio di Zeist, al quale si va per una strada fiancheggiata da
parchi e da ville di ricchi negozianti di Rotterdam. In quel villaggio
v'è una Colonia di quei rinomatissimi fratelli uniti o fratelli di
Boemia o fratelli Moravi, sètta religiosa derivata da quelle di Valdus e
di Giovanni Huss, che misero sottosopra l'Europa. Ebbi anch'io il
desiderio di vedere i discendenti diretti di quei Valdesi e di quegli
Hussiti, «che furono bruciati su tutti i roghi, impiccati su tutte le
forche, inchiodati a tutte le croci, rotti a tutte le ruote, squartati
da tutti i cavalli» e feci una corsa a Zeist. Questa casa di Moravi fu
fondata verso la metà del secolo scorso e contiene circa
duecentocinquanta persone tra uomini, donne e ragazzi. L'aspetto del
luogo è austero come la vita degli abitanti. Sono due vasti cortili,
separati da una larga strada, ciascuno dei quali è chiuso su tre lati da
un grande edifizio nudo come una caserma. In uno di questi edifizi vi
sono i celibi, gli ammogliati e le scuole; nell'altro le vedove, le
ragazze, la chiesa, il pastore e il capo della Comunità. Il pian terreno
è occupato dai magazzini, che contengono mercanzie, parte opera degli
stessi Moravi, come guanti, saponi, candele ec.; parte comperate per
essere rivendute a prezzo fisso e a buonissimo mercato. La chiesa non è
che una gran sala con due tribune per gli stranieri e dei rozzi banchi
per i fratelli. L'interno degli edifizi somiglia a un convento. Non sono
che lunghi corridoi fiancheggiati da piccole stanze nelle quali ogni
fratello vive in un profondo raccoglimento lavorando o pregando. La
loro vita è rigorosissima. Professano, almeno esteriormente, la
confessione d'Ausburgo. Ammettono il peccato originale, ma colla fede
che la morte di Gesù Cristo abbia lavato assolutamente l'umanità.
Credono che l'unità della Chiesa consista più nella carità la quale deve
riunire tutti i discepoli di Cristo in una sola mente e in un sol cuore,
che non nella uniformità della fede. Praticano, in un certo senso, le
comunità dei beni, e formano il tesoro comune con offerte volontarie.
Esercitano fra loro tutte le professioni necessarie: di medici,
d'assistenti, di monitori, di maestri. I superiori possono punire col
rimprovero, colla scomunica e coll'espulsione dalla Comunità. Le
occupazioni della giornata sono regolate come in un collegio: preghiera,
riunioni particolari, letture, lavoro, esercizi religiosi, a quell'ora
fissa e tra i fratelli di quella data classe. Per dare un'idea
dell'ordine che regna in questa società, basta accennare, fra le tante
altre consuetudini strane, che il differente stato delle donne è
indicato con un nastro di vario colore che portano sul capo. Le ragazze
hanno un nastro color di rosa vivo fino a dieci anni; un nastro rosso
fino a diciotto, e uno rosso pallido fino al giorno che si maritano; le
donne maritate un nastro azzurro e le vedove un nastro bianco. Così in
questa società ogni cosa è classificata, prestabilita, misurata; la vita
scorre come una macchina agisce; l'uomo si move come un automa; il
regolamento tien luogo di volontà e l'orologio governa il pensiero.
Quando entrai in mezzo a quell'edifizio, non vidi che due servitori
immobili sulla soglia di una porta e una ragazza col nastro rosso alla
finestra. I cortili erano deserti, non si sentiva ronzare una mosca, non
si vedeva indizio di vita. Dopo aver guardato un po' qua e là, come si
guarda un cimitero a traverso le sbarre della cancellata, ripresi
pensierosamente la via d'Utrecht.



BROEK.


Fin da quando scrivevo le prime pagine di questo libro, solevo animarmi
a proseguire pensando al piacere che avrei provato quando fossi giunto
al villaggio di Broek. Ebbi dei giorni di scoraggiamento e di
stanchezza, in cui avrei buttato sul fuoco tutti i miei scartafacci; ma
da queste prostrazioni d'animo mi risollevò sempre quel pensiero.
L'immagine di Broek era la mia stella polare. "Quanto, prima di arrivare
a Broek?" mi domandavano in casa. E io rispondevo sospirando: "Ancora
due mesi,--venti giorni,--una settimana." Eccomi finalmente al giorno
tanto desiderato. Sono allegro e impaziente; vorrei potermi esprimere
insieme alla penna col pennello e colla voce; ho mille cose da dire e
non so da che verso rifarmi; e rido di me stesso come ne riderà
probabilmente chi legge.

Nelle varie città dov'ero stato, da Rotterdam ad Amsterdam, avevo inteso
parlare più volte del villaggio di Broek, ma sempre di volo, e in
maniera da solleticare, piuttosto che appagare la mia curiosità. Questo
nome di Broek, quando lo pronunziavo in un crocchio, faceva rider tutti.
Qualcuno a cui avevo domandato perchè ridesse, m'aveva risposto
secco:--Perchè è una cosa ridicola.--Un tale, all'Aja, m'aveva detto
così tra l'agro e il dolce:--Oh insomma, quando la vorranno finire gli
stranieri con questo benedetto Broek? Non ci sono altri argomenti per
canzonarci?--Ad Amsterdam, il padrone dell'albergo, tracciandomi sulla
carta la strada che dovevo fare per andare a Broek, rideva sotto i baffi
coll'aria di dire:--Ragazzate.--A tutti avevo domandato delle notizie
particolari e nessuno me n'aveva voluto dare. Scrollavano le spalle e
dicevano:--Vedrà.--Solo da qualche parola sfuggita all'uno e all'altro,
avevo potuto argomentare che fosse un villaggio stranissimo; famoso, per
questa sua stranezza, fin dal secolo scorso; descritto, illustrato,
deriso e preso a pretesto dagli stranieri per spacciare a carico degli
Olandesi un'infinità di favole e di corbellerie.

Lascio immaginare la curiosità che mi tormentava. Basti dire che sognavo
Broek ogni notte, e che avrei da fare un libro se volessi descrivere
tutti i villaggi fantastici, meravigliosi, impossibili, che vidi in quei
sogni. Feci uno sforzo per dare la precedenza alla gita d'Utrecht, e
appena ritornato ad Amsterdam, partii per il misterioso villaggio.

Broek è nella Nord Olanda, a mezza distanza, o presso a poco, fra la
città d'Edam ed Amsterdam, e poco lontano dalla spiaggia del Zuiderzee.
Dovevo dunque attraversare il golfo dell'Y e percorrere un tratto del
canale del Nord.

M'imbarcai la mattina per tempo in uno dei piccoli piroscafi, che
partono ogni ora del giorno per Alkmaar ed Helder, e in pochi minuti
arrivai nel gran canale.

       *       *       *       *       *

È questo il maggior canale dell'Olanda, e una delle più meravigliose
opere che siansi fatte in Europa nel secolo decimonono. Tutti sanno in
che modo ed a che fine sia stato aperto. Altre volte per giungere al
porto di Amsterdam i grandi bastimenti dovevano attraversare il golfo di
Zuiderzee, sparso di banchi di sabbia e agitato da furiose tempeste.
Questa traversata, lunga e piena di pericoli, era sopratutto difficile
nel punto in cui il golfo di Zuiderzee si congiunge a quello dell'Y, a
cagione di un gran banco di sabbia chiamato Pampus, che i grossi
bastimenti non potevano superare se non alleggerendosi d'una parte del
loro carico, e facendosi rimorchiare con molta spesa e molta perdita di
tempo. Per aprire una via più facile al porto di Amsterdam, si costrusse
quel gran canale che va dal golfo dell'Y fino al mare del Nord,
attraversando tutta la Nord-Olanda; lungo quasi ottanta chilometri,
largo quaranta metri, profondo sei. Fu cominciato nel 1819 e finito nel
1825, e costò trenta milioni di lire. Mercè questo canale, quando il
tempo è favorevole, i più grandi bastimenti giungono in meno di
ventiquattr'ore dal Mare del Nord nel porto d'Amsterdam. Ciò nonostante
la città è ancora, rispetto alle altre città marittime, in una posizione
assai svantaggiosa al commercio, poichè l'entrata del canale del Nord,
presso l'isola di Texel, è difficilissima; nel canale stesso i
bastimenti debbono essere rimorchiati, così che il tragitto, su per giù,
costa un migliaio di lire; e negl'inverni rigidi, le acque agghiacciano,
la navigazione è impedita o rallentata, e occorre qualche volta spendere
fino a trentamila fiorini per aprirvi un passaggio. Ma il coraggio degli
Olandesi non si arrestò neanco dinanzi a questa difficoltà, e aperse al
commercio una nuova strada. Un altro canale, intorno al quale si sta ora
lavorando, attraverserà il golfo dell'Y, nella direzione della sua
maggior lunghezza, taglierà le dune e sboccherà nel mare presso il
villaggio di Wyk-aan-zee, separando così la Nord-Olanda dal continente.
Questo canale sarà lungo venticinque chilometri e largo come quello di
Suez; i bastimenti potranno giungere per esso dal mare ad Amsterdam in
due ore e trenta minuti; una gran parte del golfo dell'Y, riempita colla
materia cavata dal canale, sarà convertita in terra coltivabile; e così
verrà chiusa per sempre la via alle inondazioni del mare, dalle quali
Amsterdam è perpetuamente minacciata. I lavori, cominciati nel 1866,
sono pressochè terminati; e già fin dal 25 settembre del 1872 un
bastimento della Società che compie la grande impresa, ha percorso in
trionfo la nuova via, salutato festosamente dalla grande città, come un
araldo annunziatore di prosperità e di fortuna.

       *       *       *       *       *

Appena il piroscafo ebbe oltrepassato le porte monumentali dal Canale
del nord, disparvero ai miei occhi il golfo, il porto, Amsterdam, ogni
cosa; poichè in quel punto le acque del canale sono di quasi tre metri
più basse che il livello del mare; e non vidi più che una miriade di
cime d'alberi di bastimento, di punte di campanili e di estremità d'ali
di mulino, sporgenti oltre le dighe altissime in mezzo alle quali si
scorreva. Di tratto in tratto il piroscafo passava per una stretta
porta, le rive erano deserte, il canale chiuso da ogni parte,
l'orizzonte nascosto; pareva di navigare per i meandri d'una fortezza
inondata. Dopo una mezz'ora di questa navigazione furtiva, si arrivò a
un villaggio, un vero indovinello di villaggio, formato da alcune
casette colorite, schierate lungo una diga, e quasi interamente nascoste
da una fila di alberi tagliati in forma di ventaglio e piantati dinanzi
agli usci, come per difendere dagli sguardi di chi passa i segreti della
vita domestica. Il piroscafo passò per un'altra porta, e riuscì
nell'aperta campagna, dove mi si presentò uno spettacolo affatto nuovo.
Le acque del canale, essendo assai più elevate della campagna
circostante, il bastimento scorreva all'altezza delle cime degli alberi
e dei comignoli delle case che fiancheggiavano le dighe; e la gente che
passava per i sentieri voltava il viso in su per guardare il bastimento
nella stessa maniera che, poco prima, alzavamo il viso noi per guardare
la gente che passava sulle dighe. Incontravamo bastimenti rimorchiati da
cavalli, barconi rimorchiati da famiglie intere, disposte in fila per
ordine d'età, dal nonno al nipote, e dinanzi al nipote il cane;
piroscafi che venivano da Alkmaar e da Helder, pieni di contadine col
cerchio d'oro intorno alla fronte; e vedevamo da tutte le parti della
campagna scorrere delle barche a vela, che, essendo i canali nascosti
dalle dighe verdi, pareva che scivolassero sull'erba dei prati.

Arrivato alla mia mèta, discesi, stetti a veder partire il piroscafo, e
poi solo soletto presi la via di Broek, fiancheggiata a sinistra da un
canale e a destra da una siepe. Dovevo fare un'ora di cammino. La
campagna era verde, rigata da mille canali, sparsa di gruppi d'alberi e
di mulini a vento, e silenziosa come una steppa. Bellissime vacche
bianche e nere erravano o riposavano sulla sponda dei canali, non
custodite da alcuno; stormi d'anitre e d'oche bianche come cigni
sguazzavano nei bacini; e qualche barchetta scorreva qua e là sui canali
tra prato e prato, condotta a remi da un contadino. Quella vasta pianura
animata di codesta vita lenta e muta, m'ispirava un sentimento di pace
così soave, che la più dolce musica m'avrebbe turbato come uno strepito
importuno.

Dopo una mezz'ora di cammino, benchè di Broek non apparisse ancora che
la punta del campanile, cominciai a vedere qualche cosa qua e là che
annunziava la vicinanza del villaggio. La strada correva sopra una diga,
e sul fianco di questa diga vi erano alcune case. Una di queste, una
catapecchia di legno, che arrivava appena col tetto all'altezza della
strada, rozza, sconquassata, sbilenca, da far credere che fosse un
covile piuttosto che una casa, aveva un finestrino con la sua brava
tendina bianca annodata da un lato con un nastro azzurro, la quale
lasciava vedere a traverso i vetri un tavolinetto coperto di tazze, di
bicchieri, di fiori, di gingilli luccicanti come oggetti di vetrina.
Appena oltrepassata quella casa, vedo due pali piantati in terra a
sostegno d'una siepe, tutti e due tinti di colore azzurro e strisciati
di bianco come le antenne da orifiamme che si rizzano per le feste
pubbliche. Un po' più oltre trovo un'altra casupola di contadini,
dinanzi alla quale sono esposti secchiolini, panche, rastrelli, pale,
zappe, ogni cosa colorita di rosso, d'azzurro, di bianco, di giallo, e
strisciata ed orlata di altri colori, come gli attrezzi dei
saltimbanchi. Vado innanzi, e vedo altre case rustiche colle finestre
ornate di trine, di nastrini, di reticelle di ferro, di specchietti
mobili, di gingilli appesi; colle tegole variopinte, colle porte
inverniciate. Via via che procedo, cresce la vivezza e la varietà dei
colori, la pulizia, la lucentezza, la pompa. Vedo tendine ricamate e
nastri color di rosa alle finestre dei mulini; carri e arnesi
d'agricoltura con le lamine, i cerchi e i chiodi risplendenti come
l'argento; case di legno inverniciate; chiudende e stecconati rossi e
bianchi; finestre coi vetri orlati di due o tre striscie di varii
colori; e infine la più strana di tutte le stranezze: alberi col tronco
tinto di color cilestrino dal piede fino al nodo dei rami!

Ridendo tra me di queste bizzarrie, arrivo a un ampio bacino, circondato
d'alberi fitti e frondosi, di là dai quali, sulla sponda opposta, spunta
un campanile. Guardo intorno: non c'è che un bambino sdraiato sull'erba.
Gli domando:--Broek?--Si mette a ridere, e risponde:--Broek.--Allora
guardo meglio e vedo brillare in mezzo al verde degli alberi dei colori
così ciarlataneschi, così impertinenti, così arrabbiati, che mi sfugge
un'esclamazione di stupore.

Giro intorno al bacino, passo sur un piccolo ponte di legno bianco come
la neve, infilo una stradina, guardo.... Broek! Broek! Broek! Lo
riconosco, non ci può esser dubbio, non può esser altro che Broek!

Immaginate un presepio fatto con casette di carta-pesta da un ragazzo di
otto anni, una città fabbricata nella vetrina d'una bottega di
giocattoli di Norimberga, un villaggio costrutto da un coreografo sul
disegno d'un ventaglio chinese, una riunione di baracche di saltimbanchi
arricchiti, un gruppo di villette fatte per servir da teatro di
burattini, una fantasia d'un orientale ubriaco d'oppio, un qualche cosa
che faccia pensare nello stesso tempo al Giappone, all'India, alla
Tartaria, alla Svizzera, allo stile _plateresco_ e al _rococò_
Pompadour, e a quello degli edifici inzuccherati che mettono in mostra
i confettieri; una mescolanza di barbaro, di gentile, di presuntuoso, di
lezioso, d'ingenuo, di sciocco, che nello stesso punto offenda il buon
gusto, provochi le risa e innamori; immaginate insomma la più puerile
stravaganza a cui si possa dare il nome di villaggio, e avrete una
lontana immagine di Broek.

Tutte le case sono circondate da un giardinetto, separato dalla strada
da uno stecconato color cilestrino, della forma d'una balaustrata o
d'una ringhiera, con pomi, mele o aranci di legno sulla punta degli
stecconi. Le strade fiancheggiate da questi stecconati, sono
strettissime e formate di piccoli mattoni di vario colore, messi di
costa, e combinati in ogni sorta di disegni, in modo che da lontano le
strade paiono coperte di scialli turchi. Le case, la maggior parte di
legno, tutte col solo piano terreno, e piccolissime, sono color di rosa,
color nero, colore cenerino, colore di porpora, colore azzurro chiaro,
colore d'erba montanina; hanno il tetto coperto di coppi inverniciati e
disposti a scacchiera; le gronde ornate d'una specie di festone di legno
traforato come una trina; le facciate a punta, con una banderuolina
sulla cima, o una piccola lancia, o qualcosa che somiglia un mazzo di
fiori; le finestre coi vetri rossi o azzurri, ornate di tendine, di
ricami, di nastri, di reticelle, di frange, di nappe, di ninnoli; le
porte dipinte e dorate, e sormontate d'ogni sorta di bassorilievi che
rappresentano fiori, figurine e trofei, in mezzo ai quali si legge il
nome e la professione del proprietario. Quasi tutte le case hanno due
porte: una davanti e una di dietro; questa per l'entrata e l'uscita di
tutti giorni; l'altra che si apre soltanto nelle occasioni solenni della
vita, come nascite, morti, matrimoni.

I giardini non sono meno strani delle case. Paiono fatti per i nani. I
viali sono appena tanto larghi da poterci mettere i piedi, le aiuole si
cingono colle braccia, i capanni contengono a stento due personcine
rannicchiate, le siepi di mortella non arrivano ai ginocchi d'un bambino
di quattr'anni. Fra questi capanni e queste aiuole vi sono dei canaletti
che paion fatti per metterci delle barche di carta, sui quali
s'incurvano dei ponti di legno, puerilmente superflui, con colonnine e
spallette colorite; bacini grandi come una tinozza da bagno riempiti da
una barchetta lilliputtiana, legata con un cordoncino rosso a un palo
color celeste; piccoli scali, piccoli orti, piccoli crocicchi,
pergolatelli, porticciuole, cancellatine, tutte cose che si possono
misurare con una mano, superare con un salto e buttar all'aria con un
pugno. Intorno alle case e ai giardini s'innalzano alberi tagliati in
forma di ventagli, di pennacchi, di dischi, di trapezi, coi tronchi
coloriti di bianco e d'azzurrino, e qua e là casette di legno per gli
animali domestici, variopinte, dorate e scolpite come piccole reggie da
marionette.

Data un'occhiata alle prime case e ai primi giardini, m'inoltrai nel
villaggio. Non c'era anima viva nè per le strade nè alle finestre. Tutte
le porte eran chiuse, tutte le tendine calate, tutti i canali deserti,
tutte le barchette immobili. Il villaggio è costruito in maniera che in
nessun punto si vedono più di quattro o cinque case; e via via che si va
innanzi, una si nasconde, un'altra fa capolino, una terza balza fuori
tutta intera; e da tutte le parti, in mezzo ai tronchi degli alberi,
appariscono e spariscono striscie e tocchi di colori vivissimi, come di
una frotta di maschere sparpagliate che facciano a rimpiattíno. A ogni
passo si scopre un nuovo piccolo prospetto da palcoscenico, una nuova
combinazione strana di colori, un nuovo capriccio, una nuova
ridicolaggine. Par che da un momento all'altro debba uscire da tutte
quelle porte un popoletto d'automi coi piatti turchi e i tamburelli fra
le mani, come quei che si muovono sugli organetti. Con cinquanta passi
si gira intorno a una casa, si passa un ponte, si attraversa un
giardino, si percorre una strada e si ritorna nel luogo di prima. Un
bambino vi pare un uomo e un uomo vi pare un gigante. Tutto è piccino,
compassato, leccato, tinto, contraffatto, snaturato, fanciullesco. Sulle
prime vi vien da ridere; poi vi piglia la stizza pensando che gli
abitanti di quel villaggio crederanno che voi lo troviate bello; quella
caricatura vi riesce odiosa; dareste di scimunito a tutti i padroni di
casa; vorreste persuaderli che il loro famoso Broek è un insulto
all'arte e alla natura, e ch'essi non hanno nè buon gusto nè buon senso.
Ma quando vi siete ben sfogati a invettive, tornate a ridere, e il riso
finisce per prevalere.

Dopo aver girato un po' senza incontrare nessuno, mi venne il desiderio
di veder l'interno di una casa. Mentre guardavo qua e là in cerca
d'un'anima ospitale, m'intesi chiamare:--_Monsieur_--e voltatomi, vidi
una donna sur un uscio, la quale mi domandò timidamente:--_Foulez fous
foir une maison particulière?_--Accettai; la donna lasciò gli zoccoli
sulla soglia, come si usa in tutte le case di quei paesi, e mi condusse
dentro. Era una povera vedova, come mi disse appena fummo entrati, e non
aveva che una stanza; ma che stanza! Il pavimento era coperto di stuoie
pulitissime; i mobili erano luccicanti come l'ebano; le maniglie del
cassettone, la linguetta del baule, i rilievi d'un piccolo stipo, le
bullette delle seggiole, persino i chiodi piantati nel muro, parevano
d'argento. Il camino era un vero tempietto, tutto rivestito di lastrine
di maiolica colorite e nitide come se non avessero mai visto il fumo.
Sur un tavolino c'era un calamaio di rame, una penna di ferro e qualche
gingillo, che avrebbero richiamato l'attenzione nella vetrina d'un
orefice. Da qualunque parte volgessi gli occhi, scintillava qualche
cosa. Non vedendo il letto, domandai alla buona donna dove dormisse. Per
tutta risposta s'avvicinò a una parete ed aperse i due battenti nascosti
dalla tappezzeria. Il letto (come in quella casa, in tutte le altre) è
chiuso in una specie di armadio a muro, e consiste in un materasso e in
un pagliericcio distesi sopra la parte inferiore del muro medesimo,
senz'assi e senza cavalletti; letto che sarà comodo d'inverno, ma che
dev'essere un affogatoio d'estate. Mi fece vedere gli arnesi coi quali
faceva la pulizia. C'era da farne una bottega: scope, scopette,
spazzolini da denti, strofinacci, raschiatoi, rastrellini, scovoli,
frugoni, pelli, mazzetti di piume, acqua-forte, bianco di Spagna pei
vetri, rosso di Venezia per le posate, polvere di carbone per i rami,
smeriglio per i ferri, mattone inglese per i pavimenti, e persino
stecchini per cavar le pagliuzze microscopiche dalle commessure dei
mattoni.

Mi diede notizie curiosissime intorno al furore di pulizia per cui il
villaggio di Broek è famoso in Olanda. Non è lungo tempo che all'entrata
del villaggio si leggeva un'iscrizione concepita in questi
termini:--_Prima o dopo il tramonto del sole nessuno può fumare nel
villaggio di Broek, se non con una pipa munita di coperchio_ (perchè non
si spanda la cenere), _e quando si attraversa il villaggio con un
cavallo, è proibito di stare in sella, e bisogna condurlo a piedi_. Era
pure proibito di attraversare il villaggio in carrozza, o con pecore o
vacche, o qualunque altro animale che potesse insudiciare le strade; e
benchè non sussista più questa proibizione, i carri e gli animali girano
ancora intorno a Broek, per effetto dell'usanza antica. Dinanzi a tutte
le case c'erano, e se ne vede ancora qualcuna, delle sputacchiere di
pietra, nelle quali sputavano i fumatori dalle finestre. L'uso di stare
in casa coi piedi scalzi è ancora in pieno vigore, così che dinanzi a
tutte le porte si vedono scarpe, stivaletti e zoccoli ammonticchiati. È
una fiaba quello che si racconta di sommosse popolari accadute a Broek
contro stranieri che sparsero per la strada dei noccioli di ciliegia; ma
è vero che ogni cittadino il quale veda cadere una foglia o una festuca
portata dal vento dinanzi alla sua casa, la va a raccattare e la butta
nel canale. Che poi si vadano a spolverare le scarpe a cinquecento passi
fuor del villaggio, che ci sian dei ragazzi pagati per soffiare quattro
volte all'ora fra i mattoni della strada, e che in certe case si portino
gli ospiti a braccia perchè non insudicino il pavimento, son cose che si
raccontano,--mi disse quella buona donna,--ma che probabilmente non si
fecero mai. Però prima di lasciarmi uscire, mi raccontò un aneddoto che,
se fosse vero, farebbe quasi credere possibili quelle stravaganze.--Nei
tempi andati,--mi disse,--la manía della pulizia era arrivata a tal
segno, che le donne di Broek trascuravano, per strofinare e lavare,
persino i loro doveri religiosi. Il Pastore del villaggio, dopo aver
tentato inutilmente tutte le vie della persuasione per far cessare
quello scandalo, prese un altro partito. Fece una gran predica nella
quale disse che ogni donna olandese la quale avesse compiuto fedelmente
i suoi doveri verso Dio nella vita terrena, avrebbe trovato nel mondo di
là una casa piena zeppa di mobili, d'utensili e di gingilli
svariatissimi e preziosissimi, nella quale, non distratta da altre
occupazioni, avrebbe potuto spazzolare, insaponare e lustrare per tutta
l'eternità, senza mai poter dire d'aver finito. L'immagine di questa
sublime ricompensa, il pensiero di questa immensa felicità infuse tanto
ardore e tanta pietà nelle donne di Broek, che d'allora in poi furono
sempre assidue agli esercizi religiosi, e non ebbero mai più bisogno di
eccitamento.--

Eppure, nè questo furore di pulizia, nè la bizzarria architettonica che
ho descritta, sono la cagione della semi-seria celebrità del villaggio
di Broek. Questa celebrità derivò da una stravaganza di forme e di
consuetudini, appetto alla quale ciò che ora si vede non è più nulla. Il
Broek d'oggigiorno non è più che una larva del Broek antico. A
persuadersene, basta visitare una casa posta all'entrata del villaggio,
e aperta agli stranieri, la quale è un modello completo delle antiche
case, e vien conservata accuratamente dal proprietario come un monumento
storico delle follie trascorse. L'esterno della casa non è diverso dalle
altre: una baracca da burattini. Il maraviglioso sono le stanze e il
giardino. Le stanze, piccolissime, sono tanti bazar, ciascuno dei quali
richiederebbe un volume di descrizioni. La manía olandese di ammontare
oggetti su oggetti, e di cercar la bellezza e l'eleganza nell'eccesso
degli ornamenti più disparati, là si vede spinta sino al superlativo
grado del ridicolo. Vi sono figurine di porcellana sugli armadi, tazze e
zuccheriere chinesi sopra e sotto le tavole, piatti appesi alle pareti
dal soffitto fino al pavimento, orologi, ovi di struzzo, barchette,
bastimenti, conchiglie, vasi, piattini, calici, ficcati in tutti
gl'interstizi e nascosti in tutti i buchi; quadri che presentano figure
diverse, secondo da che parte si guardano; armadi pieni di centinaia di
ninnoli; ornamenti senza nome, decorazioni senza senso, un ingombro, un
lucicchío, una dissonanza di colori, un cattivo gusto così
innocentemente spietato, che è un piacere e un dispetto a vedersi. Ma
tutte queste stravaganze sono di gran lunga superate dal giardino. Qui
si vedono ponti messi per mostra sopra rigagnoli larghi un palmo, grotte
e cascatelle da presepio, chiesette rustiche, templi greci, chioschi
chinesi, pagodi indiani, statue dipinte, piccoli fantocci colle mani e i
piedi dorati che balzano fuori dai panieri di fiori, automi di grandezza
naturale che fumano e che filano, armadi che s'aprono al tocco d'un
ordigno, e lascian vedere una comitiva di burattini seduti a tavola,
bacinetti dove nuotano cigni e oche di zinco, aiuole coperte di un
mosaico di conchiglie, con un bel vaso di porcellana nel mezzo; alberi
che rappresentano figure umane, cespugli di bosso tagliati in forma di
campanili, di chiesuole, di navi, di chimere, di pavoni che fan la ruota
e di bambini che allargan le braccia; sentieri, capanni, siepi, fiori,
piante, tutto scontorto, manierato, tormentato, imbastardito, stravolto.
E così erano nei tempi andati tutte le case e tutti i giardini di Broek.

Ma ora non solamente l'aspetto del villaggio, anche la popolazione è in
gran parte mutata. Broek era chiamato altre volte il villaggio dei
milionarii, perchè quasi tutti i suoi abitanti erano negozianti
ricchissimi, che si raccoglievan là per amore della solitudine e della
pace. A poco a poco, la noia, il ridicolo di cui furon fatti segno le
loro case ed essi stessi, l'importunità dei viaggiatori, il desiderio di
luoghi più ameni, snidò da Broek quasi tutte le famiglie ricche, e le
poche rimaste, cessando la gara che aveva prodotte tante fanciullesche
meraviglie, non pensarono più a crearne delle nuove, e lasciarono
perdere o sparire le vecchie. Ora Broek ha circa un migliaio d'abitanti,
dei quali la maggior parte fanno formaggi, e gli altri son bottegai,
fattori e artefici che vivon di rendita.

Malgrado che sia decaduto, Broek è ancora visitato da quasi tutti gli
stranieri che vanno in Olanda. In una stanza della casa che ho
descritta, v'è un enorme libro che contiene parecchie migliaia di,
biglietti di visita e di firme manoscritte di gente d'ogni paese. Io
l'ho scorso tutto. Il maggior numero di visitatori sono inglesi e
americani; il minimo italiani, e questi quasi tutti nobili delle
provincie meridionali. Fra i molti nomi illustri vidi quello di Victor
Hugo, di Walter Scott, del Gambetta e del commediografo Emilio Augier.
Fra i ricordi, v'è un calcafogli che l'Imperatore e l'Imperatrice di
Russia regalarono a un cittadino di Broek in segno di gratitudine per
l'ospitalità ch'egli concesse nel 1864 al granduca Nicola di
Alexandrovitch.

A proposito di visitatori illustri, anche l'Imperatore Alessandro di
Russia e Napoleone il Grande furono a Broek. La tradizione locale dice
che così l'uno che l'altro avendo voluto vedere l'interno d'una casa,
dovettero, prima d'entrare, infilarsi certe grosse calze di lana che
porse loro la serva, perchè non insudiciassero i pavimenti cogli
stivali. Non oserei affermare che questo sia vero; ma so, per averlo
letto in certe Memorie del viaggio di Napoleone in Olanda, che a Broek
egli s'indispettì nel vedere le strade deserte, e la gente tappata in
casa che lo guardava di dietro i vetri coll'aria di sorvegliare che non
insudiciasse le cancellate dei giardini. Anche l'imperatore Giuseppe II
fece una visita a Broek; ma, per quello che si narra, non avendo portato
con sè delle lettere di raccomandazione, non potè entrare in nessuna
casa. Un aiutante di campo insistendo presso un padrone di casa, perchè
lasciasse entrare la Maestà Sua:--Io non conosco il vostro
Imperatore,--quegli rispose;--e fosse anche il borgomastro d'Amsterdam
in persona, non ricevo chi non conosco.--

Quand'ebbi visitato la casa e il giardino antico, entrai in un piccolo
caffè dove una ragazza senza scarpe, inteso alla prima il mio linguaggio
da sordomuto, mi portò una mezza forma di buon formaggio di Edam, delle
uova e del burro, ogni cosa posto sotto un coperchio di maiolica,
protetto da una reticella di fil di ferro, e nascosto da una
bianchissima tovaglietta ricamata; e poi scortato da un ragazzo che mi
parlava a gesti, andai a vedere una fattoria. Molta gente, tra noi, che
porta cappello a staio ed orologio d'oro, non ha un appartamento pulito
ed ornato come quello in cui si pavoneggiano le vacche di Broek. Prima
d'entrare bisogna pulirsi le scarpe a una stuoia distesa davanti alla
porta, e se non lo fate, vi pregano di farlo. Il pavimento delle stalle
è di mattoni di vario colore, nitidi da poterci passare sopra la mano;
le pareti son rivestite di legno di abete; le finestre sono ornate di
tende di mossolina e di vasi di fiori; le mangiatoie son dipinte; le
vacche sono strigliate, pettinate, lavate, e perchè non s'insudicino
hanno la coda tenuta su da un cordoncino legato a un chiodo del
soffitto; un rigagnolo che attraversa la stalla, porta via continuamente
le immondizie; fuor che tra i piedi delle bestie, non si vede un
fuscello, nè una macchia; e l'aria è così purgata, che a occhi chiusi si
crederebbe di essere in un salotto. Le camere dei contadini, le stanze
dove si fa il formaggio, i cortili, i bugigattoli, tutto è netto e
luccicante ad un modo.

Prima di partire per Amsterdam feci ancora un giro per il villaggio
badando a nascondere il sigaro quando qualche donna dal diadema d'oro mi
guardava dalla finestra; passai su due o tre ponti bianchi, toccai col
piede qualche barchetta, mi trattenni un po' dinanzi alle casine più
variopinte; e poi, non vedendo comparire anima viva nè per le strade nè
dentro ai giardini, ripresi la mia via solitaria in groppa al cavallo di
san Francesco, con quel sentimento di tristezza che lascian nel cuore
tutte le grandi curiosità soddisfatte.



ZAANDAM.


La maggior parte degli stranieri, dopo aver visitato il villaggio di
Broek e la città di Zaandam, partono per la Frisia o se ne ritornano
all'Aja colla persuasione d'aver visto l'Olanda. Io volli invece
spingermi sino all'estremità della Nord-Olanda, pensando che in questa
provincia posta fuor di mano, non abitata da stranieri, non percorsa da
viaggiatori, avrei veduto costumi, usi ed aspetti antichi più
schiettamente conservati che nelle altre. Il pericolo di non esser
capito, di capitare in cattivi alberghi, di trovarmi solo, impicciato e
malinconico in piccole città delle quali non c'è nemmeno la pianta nelle
_Guide_, e che i viaggiatori più pazienti non fanno che attraversare di
volo; non mi distolse dal mio proposito. Una bella mattina del mese
d'agosto, il diavolo dei viaggi, il più prepotente di tutti i diavoli
che invasano l'anima umana, trasportò me e la mia valigia in un
piroscafo che partiva per Zaandam; m'imbarcò lo stesso giorno per
Alkmaar, la metropoli dei formaggi, e mi diede la stessa sera un
biglietto di seconda classe per Helder, la Gibilterra del nord.

Zaandam, vista dal golfo dell'Y, presenta l'aspetto d'una fortezza
coronata di torri innumerevoli, dall'alto delle quali i cittadini
chiedano soccorso, con segnali affrettati, a un esercito lontano. Son
centinaia di mulini altissimi che si alzano fra le case, sulle dighe,
lungo la spiaggia, per tutta la campagna circostante alla città; una
parte dei quali lavorano al prosciugamento delle terre, altri a far
l'olio di colza, che è una delle più importanti materie di commercio di
Zaandam; altri a ridurre in polvere una specie di tufo vulcanico portato
dal Reno, che serve a comporre un cemento particolare per le opere
idrauliche; altri a segar legna, a mondar orzo, a macinar colori, a
fabbricar carta, mostarda, smalto, corde, amido, paste. La città non si
vede che pochi minuti prima d'entrare nel porto.

È una vera veduta da scenario di ballo pastorale.

La città è fabbricata lungo le due rive d'un fiume, chiamato Zaan, che
si versa nell'Y, e intorno a un piccolo seno formato dall'Y medesimo,
che le serve di porto. Le due parti eguali in cui rimane divisa la
città, sono congiunte da un ponte, che s'alza per dar passo ai
bastimenti. Intorno al porto non ci sono che poche strade e poche case;
la parte principale di Zaandam si stende lungo le rive dello Zaan.

Il piroscafo s'avvicinò fino a toccar la riva: scesi, mi liberai da un
drappello di ciceroni, e in pochi minuti percorsi le strade principali.

Zaandam è un grande Broek, meno puerile e più bello del Broek piccino.

Le case sono di legno, d'un solo piano, colla facciata a punta, e quasi
tutte colorite di verde. Vi sono strade intere, nelle quali non si vede
altro colore, che paiono strade d'una città fatta di bosso e di
mortella. Come a Broek, i coppi dei tetti sono inverniciati, le finestre
ornate di tendine e di fiori, le strade ammattonate e pulite come il
pavimento d'una sala. Nei vetri, nelle lastre d'ottone delle porte,
negli oggetti esposti sui davanzali, da qualunque parte si guardi, si
vede riflessa la propria immagine. Tutta la città spira un'aria
d'allegria, di freschezza e d'innocenza, che innamora. È una città ricca
e popolosa, e sembra un piccolo villaggio. Ha tutti i tratti propri
delle città olandesi, ed insieme un non so che aspetto nuovo ed esotico,
che la fa parere immensamente lontana da tutte le altre.

Essendo giorno di festa, le strade principali eran piene di gente che
andava o tornava di chiesa. La prima cosa che mi colpì fu l'acconciatura
del capo delle donne. Portano, sotto un cappello coperto di fiori, una
specie di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle, dalla quale
escono di qua e di là dalla fronte due nodi di capelli arricciolati e
stretti che paion ciocche di chicchi d'uva. Il cerchio d'oro o
d'argento, che stringe la testa, e luccica attraverso la trina di
codesta cuffia, termina sulle tempie in due lastrine quadrate dello
stesso metallo, rivolte verso chi guarda, con una rosetta nel mezzo.
Un'altra lastrina dorata e cesellata, una sorta di nastro metallico,
legato, non so come, al cerchio, attraversa obliquamente la fronte e
scende quasi fino a toccare la tempia opposta, o l'occhio, o
l'intracciglio, in modo che pare un pezzo del cerchio stesso, rotto e
lasciato spenzolare per negligenza o per vezzo. Due grossi spilloni
confitti verticalmente all'estremità del cerchio s'alzano come due corna
sopra le due ciocche di riccioli. Altri orecchini lunghissimi ciondolano
alle orecchie, il collo è ornato di più giri di collane, il seno di
borchie, di fermagli, di catenelle, da riempirne una vetrina di
gioielliere. Tutte le donne, con leggiere differenze, sono ornate così;
e son tutte bianche, rosee e vestite col medesimo cattivo gusto, in modo
che uno straniero non distingue alla prima la contadina dalla signora.
Non si può dir certo che quell'acconciatura del capo e quella
sovrabbondanza d'ornamenti sia bella ed elegante; ma pure quei visi
bianchi, in mezzo a quella trina e a quell'oro, quel misto di
principesco e di campagnuolo, di opulento e di rozzo, di pomposo e
d'ingenuo, ha una grazia tutta sua, che s'accorda mirabilmente
coll'aria, se così può dirsi, della città, e che finisce per piacere.
Anche le bambine hanno il loro diadema e le loro trine: gli uomini sono
la maggior parte vestiti di nero. Bambine, poi, uomini, ragazze, donne,
giovani, vecchi, hanno tutti un aspetto di gente contenta, un non so che
di primitivo, di verginale, di nuovo, che fa quasi parer strano che
siano europei del tempo nostro; che fa pensare di essere in un altro
continente e in un'altra civiltà; di trovarsi in un paese dove la
ricchezza fiorisca senza fatica, la vita scorra senza passioni, la
società si regga e si muova senz'attriti e senza scosse, e nessuno
desideri altro bene che la pace. E se mentre si pensa a questo,
l'orologio del campanile più vicino canta colle sue note argentine una
vecchia canzone nazionale, allora l'illusione è intera, e si vorrebbe
condurre a Zaandam la famiglia e gli amici, e finire in una di quelle
casette verdi i nostri giorni tranquilli.

Ma se tutta questa beatitudine non è che illusione, è un fatto però che
Zaandam è una delle più agiate città dell'Olanda, che in molte di quelle
casette verdi stanno dei costruttori di navi millionarii, e che non c'è
famiglia senza pane, nè ragazzo senza maestro.

Oltre a questo, Zaandam possiede quello che Napoleone I disse: «il più
bel monumento dell'Olanda» cioè la capanna di Pietro il Grande, in onore
del quale la città fu per un tempo ed è ancora chiamata da molti Czardam
o Saardam. Una squadra di ciceroni sussurra il nome di questa capanna
famosa nell'orecchio a tutti gli stranieri che arrivano a Zaandam, e si
può dire ch'essa è lo scopo unico di tutti coloro che vanno a visitare
questa città.

Quando e perchè il grande Imperatore sia andato a stare in quella
capanna, è noto a tutti. Dopo aver vinto i Tartari e i Turchi, ed essere
entrato trionfalmente in Mosca, il giovane czar volle fare un viaggio
nei principali Stati d'Europa per studiare le arti e le industrie.
Accompagnato da tre ambasciatori, quattro segretarii, dodici
gentiluomini, cinquanta guardie ed un nano, partì nell'aprile del 1697
dai suoi Stati, attraversò la Livonia, passò per la Prussia
brandeburghese, per la Pomerania, per Berlino, la Vestfalia, e arrivò ad
Amsterdam, quindici giorni prima del suo seguito. In questa città,
sconosciuto a tutti, passò qualche tempo negli arsenali
dell'ammiragliato; e quindi per imparare coi propri occhi e colle
proprie mani l'arte della costruzione delle navi, nella quale gli
Olandesi, in quel tempo, primeggiavano, si vestì da marinaio, e si recò
a Zaandam dov'erano i più famosi arsenali. Qui entrò col nome di Pietro
Michaeloff, nell'arsenale di un certo Mynheer Calf, si fece iscrivere
nel numero degli operai, lavorò da falegname, da ferraio, da cordaio, e
per tutto il tempo che rimase a Zaandam, andò vestito e si nutrì come i
suoi compagni di lavoro e dormì com'essi, in una casetta di legno, che è
quella che si vede oggigiorno. Quanto tempo sia stato in quella città,
non si sa di certo. V'è chi dice che ci sia stato qualche mese, v'è chi
crede con maggior ragione, che seccato della curiosità degli abitanti,
non ci sia stato che una settimana. Certo è che, ritornato in Amsterdam
dopo breve tempo, terminò colle sue mani, nell'arsenale della Compagnia
delle Indie, un vascello da sessanta cannoni; che studiò matematica,
fisica, geografia, anatomia, pittura, e che lasciò quella città nel
gennaio del 1698, per andare a Londra.

La famosa capanna si trova a un'estremità di Zaandam, in vista
dell'aperta campagna; ed è come incassata in un piccolo edifizio in
muratura che la regina d'Olanda, Anna Paulowna, russa di nascita, fece
costruire per difenderla dalle intemperie. È una vera casupola da
pescatori, di legno, composta di due piccole stanze, e talmente
sconnessa e sbilenca, che se non fosse puntellata dall'edifizio che la
circonda, un soffio di vento la butterebbe a terra. In una stanza vi
sono tre rozze scranne, una larga tavola, un letto ad armadio ed un
grande cammino dell'antica forma fiamminga. Nella seconda stanza vi sono
due grandi ritratti: uno di Pietro il Grande vestito da operaio, e
l'altro dell'imperatrice Carolina. Sul soffitto sono stese delle
bandiere russe e delle bandiere olandesi. La tavola, le pareti, le
imposte, le porte, le travi sono coperte di nomi, di versi, di sentenze,
d'iscrizioni di tutte le lingue del mondo. V'è una lastra di marmo su
cui è scritto:--_Petro magno Alexander_,--fatta porre dall'imperatore
Alessandro di Russia, in memoria della sua visita del 1814. Un'altra
lapide ricorda la visita fatta dal principe ereditario, ora czar, nel
1839, e c'è sotto una strofa d'un poeta russo che dice:--Sopra
quest'umile abituro aleggiano gli angeli santi. Isarevitch! inchínati.
Qui è la culla del tuo impero, qui nacque la grandezza della
Russia.--Altre lapidi rammentano visite di re e di principi, e colle
lapidi altre poesie e soprattutto iscrizioni russe che esprimono
l'entusiasmo e la gioia di gente arrivata alla mèta d'un sacro
pellegrinaggio. Una di queste iscrizioni ricorda che da quella
catapecchia il falegname Pietro Michaeloff dirigeva le mosse
dell'esercito moscovita, che combatteva contro i Turchi in Ucrania.

Uscendo di là, pensavo che se il giorno più glorioso della vita di
Pietro il Grande fu quello in cui s'addormentò sotto quella capanna dopo
aver lavorato per la prima volta colle proprie braccia, così il più
felice doveva essere stato quell'altro in cui, dopo diciotto anni egli
ci ritornava, nel colmo della sua potenza e della sua gloria, per
mostrare a Caterina il luogo dove facendo l'operaio aveva imparato a far
l'imperatore. Gli abitanti di Zaandam ricordano quel giorno con
orgoglio, e ne parlano come d'un avvenimento di cui sian stati
testimoni. La czarina era rimasta a Vesel per partorire; lo czar arrivò
a Zaandam solo. Ognuno può immaginare con che gioia e che alterezza
l'abbiano ricevuto quei negozianti, quei marinai, quei falegnami, che
l'avevano avuto compagno diciotto anni prima. Per il mondo egli era il
vincitore di Pultava, il fondatore di Pietroburgo, l'incivilitore della
Russia; ma per loro era _Peterbas_, mastro Pietro, come lo chiamavano
famigliarmente quando lavoravano insieme; era un figliuolo di Zaandam
divenuto imperatore; era un vecchio amico che tornava in mezzo agli
amici. Dieci giorni dopo il parto arrivò la czarina e visitò anch'essa
la capanna. Imperatore e Imperatrice, senza seguito, senza pompa,
andarono a desinare in casa di Mynheer Calf, il costruttore di
bastimenti che aveva ricevuto nel suo arsenale il giovane operaio
coronato; il popolo li accompagnò gridando:--Viva mastro Pietro!--e
mastro Pietro, lo sterminatore dei boiardi e degli strelizzi, il
condannatore di suo figlio, il principe formidabile, pianse.

       *       *       *       *       *

Per andare ad Alkmaar m'imbarcai sopra un piroscafo che doveva rimontare
lo Zaan fino al canale del Nord, e così vidi l'Oost Zaandam e la
West-Zaandam,--ossia tutta la parte della città che si stende per quasi
tre miglia lungo le due rive del fiume.

È uno spettacolo che rivende Broek cento volte.

Ognuno si ricorda dei primi paesaggi che si dipingono da ragazzi, quando
il padre o lo zio ci regala una scatola di colori sospirata da molto
tempo. Per il solito si vuol dipingere un luogo delizioso, come quei che
si sognano a scuola, sonnecchiando alle ultime lezioni di latino, sulla
fine del mese di giugno. Per render questo luogo veramente delizioso, ci
sforziamo di fare entrare in un piccolo spazio una villetta, un
giardino, un lago, un bosco, un prato, un orto, un fiume, un ponte, una
grotta, una cascata d'acqua, tutto ben vicino, ben stretto e ben
pigiato; e perchè non sfugga assolutamente nulla all'occhio di chi
guarda, si dipinge ogni cosa coi colori più vivi della scatola e si
fanno dei bei contorni vistosi; e quando s'è finito, colti dal timore di
non aver approfittato di tutto lo spazio, si ficca ancora una casetta
qui, un albero là, una capanna in fondo; finchè non essendo più
possibile di farci entrare un filo d'erba, nè una pietra, nè un fiore,
si smette il pennello soddisfatti dell'opera propria, e si corre a far
vedere il quadro alla fantesca, la quale giunge le mani in atto di
meraviglia, ed esclama che è un vero paradiso terrestre. Ebbene,
Zaandam, vista dal fiume, è tale quale uno di codesti paesaggi.

Sono tutte casette verdi, coi tetti coperti di coppi rossissimi, sui
quali s'innalzano dei chioschi pure verdi, sormontati da banderuole
variopinte o da palle di legno di diverso colore infilate in un'asta di
ferro; torricciuole coronate di balaustrate e di padiglioni; edifizii
della forma di tempietti e di villini; baracche e bicocche di una
struttura non mai vista, capricciosamente sovrapposte, e strette le une
contro le altre, che par che si disputino lo spazio; un'architettura di
ripiego, tutta vanità e tutta apparenza. In mezzo a questi edifizii,
stradine per cui passa appena una persona, piazzette anguste come
stanze, cortili poco più grandi di una tavola, canali dove non può
scorrere che un'anitra; e sul davanti, tra le case e la riva del fiume,
dei giardinetti da ragazzi, pieni di capanni, di casette per le galline,
di pergolati, di cancellate, di mulini a vento da trastullo e di salici
piangenti; e dinanzi a questi giardini, sulla riva del fiume, dei
piccoli porti pieni di piccole barche verdi legate a piccole palafitte
ancora più verdi. In mezzo a questo guazzabuglio di giardini e di
baracche, s'alzano da tutte le parti mulini a vento di grande altezza,
coloriti pure di verde e listati di bianco, o bianchi e listati di
verde, con le braccia dipinte come aste di bandiere e la rotella
dell'asse dorata e ornata di girandole multicolori; campanili verdi e
inverniciati dal piede fino alla punta; chiesuole che paion teatri da
fiera, scaccheggiate e orlate di tutte le tinte dell'arcobaleno. Ma
questo è anche più strano: che gli edifizi, già piccini all'entrata del
fiume, vanno scemando di grandezza via via che si procede, come se la
popolazione fosse distribuita per ordine di statura, tanto che verso la
fine non son più che casotti da sentinelle, stie, topaie, scatole,
nascondigli, che paiono sporgenze d'una città sotterrata;
un'architettura minuscola che è lì a dieci passi, e fa l'effetto di
essere molto lontana; un tritume di città, un vero alveare umano, dove i
bambini paiono colossi, e i gatti saltano dalla strada sui tetti; e là
ancora ci son giardini occupati interamente da un sedile, chioschi
capaci d'una persona sola, padiglioni grandi come ombrelli, e salici
piangenti, e piccoli scali, e piccolissimi mulini a vento, e banderuole
e fiori e colori.

Ma son proprio uomini che han fatto tutto codesto?--uno si domanda
dinanzi a questo spettacolo.--E questa è una città davvero? E ci sarà
ancora l'anno venturo? O non è stata fabbricata per una festa, e la
settimana prossima sarà tutta scomposta e accatastata dentro il
magazzino di un decoratore d'Amsterdam? Ah! burloni d'Olandesi!



ALKMAAR.


Il bastimento, dopo oltrepassata Zaandam, corse ancora per un lungo
tratto in mezzo a due file non interrotte di mulini a vento, toccò
parecchi villaggi, svoltò nel canale di Marker-Vaart, attraversò il lago
di Alkmaar, ed entrò finalmente nel gran canale del Nord. Non riuscirei
mai ad esprimere, per quanto mi ci sforzassi, il sentimento di
solitudine morale, di lontananza, e direi quasi di smarrimento che
provavo io solo in mezzo a una folla di contadine indiademate come
regine e immobili come idoli, su quel piroscafo che scorreva colla
placidità di una gondola a traverso una pianura sconfinata ed uniforme,
sotto quel cielo malinconico. Certi momenti domandavo a me stesso in che
maniera mi trovassi là, dove sarei andato a finire, quando sarei
tornato; sentivo la nostalgia di Amsterdam e dell'Aja, come se il paese
dove passavo fosse tanto lontano dall'Olanda meridionale, quanto
l'Olanda meridionale è lontana dall'Italia; facevo il proponimento di
non viaggiar mai più solo, e mi pareva di non aver mai più da tornare a
casa.

       *       *       *       *       *

In quel punto mi trovavo proprio nel cuore della Nord-Olanda, di quella
piccola penisola bagnata dal Mare del Nord e dal Golfo di Zuiderzee,
ch'è quasi tutta più bassa delle acque che la circondano, ch'è difesa da
una parte dalle dune e dall'altra da immense dighe, e frastagliata da
un'infinità di canali, di laghi e di paludi, che le danno l'aspetto
d'una terra per metà sommersa, e destinata a sparire sotto le onde. Per
tutto lo spazio che si poteva abbracciare collo sguardo, non si vedeva
che qualche gruppo d'alberi, qualche vela di bastimento e qualche
mulino.

       *       *       *       *       *

Il tratto del canale del Nord che il piroscafo percorreva in quel punto,
fiancheggia il Beemster, la più grande distesa di terra che siasi
prosciugata nel secolo decimosettimo, uno dei quarantatrè laghi che
coprivano anticamente la provincia di Alkmaar, e che furono trasformati
in bellissime praterie. Questo Beemster, che abbraccia una superficie di
settemila ettari, e viene amministrato, come tutti gli altri _polders_,
da un Comitato eletto dai proprietari, il quale fa le spese col provento
d'un'imposta ripartita per ettari; è diviso in un gran numero di
quadrati cinti da strade ammattonate e da canali, che lo fanno parere
un'immensa scacchiera. Il fondo essendo quasi tre metri e mezzo sotto
il livello d'Amsterdam, le acque piovane debbono essere continuamente
estratte per mezzo di mulini a vento, che le riversano nei canali, i
quali alla loro volta le conducono al mare. Ci sono, in tutto il
_polder_, quasi trecento fattorie, che posseggono circa seimila bestie
bovine e più di quattrocento cavalli. Non vi si vedono altri alberi che
pioppi, olmi e salici, aggruppati intorno alle case, per difenderle dal
vento. Tutto è prateria, e come il Beemster, tali sono gli altri
_polders_. I soli oggetti che richiamino l'attenzione su quelle verdi
pianure sono le antenne che sorreggono i nidi delle cicogne, e qua e là
qualche enorme osso di balena, antico trofeo di pescatori olandesi,
piantato ritto nella terra, perchè ci si strofinino le vacche. Tutti i
trasporti di derrate da fattoria a fattoria si fanno per mezzo di
barche; nelle case si entra per un ponte che si solleva la notte, come
il ponte d'una fortezza; gli armenti pascolano senza guardiani; le
anitre e i cigni scorrono liberamente per i lunghi canali; ogni cosa
spira sicurezza, abbondanza e pace. Son queste infatti le provincie in
cui fiorisce in tutta la sua bellezza quella famosa razza bovina, alla
quale l'Olanda deve in gran parte la sua ricchezza; quelle vacche enormi
e pacifiche, che danno fino a trenta litri di latte al giorno; i
discendenti di quei gloriosi animali, che nel medio evo furon condotti a
nobilitare le razze in Francia, nel Belgio, nella Germania, nella
Svezia, nella Russia; un armento dei quali, se è vera la tradizione,
attraversò il continente fino ad Odessa, rifacendo all'indietro, passo
a passo, la strada che avean percorsa le grandi invasioni germaniche.
Col latte di questi animali si fa quello squisito formaggio chiamato
d'Edam, città della Nord-Olanda, _alla cui fama è angusto il mondo_. Nei
giorni di mercato tutte le città di questa provincia riboccano di quelle
belle forme rossiccie, ammontate come palle di cannone per le strade e
per le piazze, e mostrate allo straniero con un sentimento d'orgoglio
nazionale. Alkmaar ne vende in un anno più di quattro milioni di
chilogrammi, Horn tre milioni, Purmerende due, Medenblick e Enkhuisen da
settecento a ottocento mila, tutta la Nord-Olanda per più di quindici
milioni di lire. Tutte queste cose faranno sorridere qualche poeta e
qualche signorina; e capisco anch'io che suonerebbero male in un
sonetto; ma non sono per questo men belle, men buone e meno invidiabili
cose.

       *       *       *       *       *

Mentre il bastimento s'avvicinava alla città, io andavo solleticando,
come sempre, la mia curiosità, col richiamarmi alla memoria quanto
sapevo intorno ad Alkmaar; ben lontano, poveretto, dal prevedere in che
brutto impiccio mi sarei trovato fra le sue mura. Me la raffiguravo
distrutta da Giovanni di Avesnes, conte di Olanda, in castigo delle sue
ribellioni. Seguitavo il coraggioso falegname, che attraversa il campo
degli Spagnuoli, va a portare al governatore della provincia l'ordine
del principe d'Orange di rompere le dighe, e perde poi la risposta del
governatore, la quale trovata e letta da Federico, figliuolo del duca
d'Alba, lo induce a levar l'assedio per non morire annegato. Vedevo una
frotta di scolari divertirsi a guardar la campagna coperta di neve a
traverso le scheggie di ghiaccio applicate al tubo dei calamai, e il
buon Mezio intromettersi fra loro, e cavare dal loro gioco la prima idea
del canocchiale. Incontravo allo svolto d'una strada il pittore
Schoruel, col capo ancora segnato dalle bastonate e dai pugni toccati in
rissa nelle taverne d'Utrecht, dove andava a pigliar le cotte con quella
buona lana di Giovanni di Mauberge, suo maestro di pittura e di
scapestrataggine. E infine m'immaginavo le belle alkmaaresi, che colla
loro aria modesta e innocente, ebbero la virtù di sollevare Napoleone il
Grande dalla noia di Amsterdam e dal dispetto di Broek. Intanto il
piroscafo arrivava ad Alkmaar dove un facchino che sapeva tre sole
parole francesi:--_Monsieur_, _hôtel_ e _pourboir_, mi toglieva di mano
la valigia e mi rimorchiava a un albergo.

       *       *       *       *       *

A chi abbia visto le altre città dell'Olanda, Alkmaar non offre gran che
di straordinario. È una città di forma regolare, con grandi canali e
grandi strade, e le solite case rosse colla solita facciata triangolare.
Alcune grandi piazze sono interamente lastricate di piccoli mattoni
rossicci e gialli, disposti in disegni simmetrici, che da lontano paiono
un tappeto; e le strade hanno due marciapiedi, uno di mattoni, per chi
passa, e uno un po' più alto, di pietra, congiunto al muro delle case,
sul quale non bisogna mettere il piede, per non essere guardati con
occhi di falco dalla gente affacciata alle finestre. Molte case sono
imbiancate, non saprei dire perchè, forse per vezzo, soltanto fino a
metà; parecchie sono tinte di nero che paiono parate a lutto; altre sono
inverniciate come carrozze dal tetto al marciapiede. Le finestre essendo
molto basse, si vedono a traverso i tulipani e i giacinti bellissimi che
adornano i davanzali, i salotti smaglianti di specchi e di porcellane, e
le famiglie raccolte intorno a tavolini coperti di bicchieri di birra,
di portaliquori, di biscotti, di scatole di sigari. Per lunghi tratti di
strada non s'incontra nessuno; e cosa strana in una città di più di
diecimila abitanti, la poca gente, uomini, donne e ragazzi, che passano
o che stan sugli usci, salutano cortesemente gli stranieri. Mi passò
accanto un drappello di collegiali, condotti da un istitutore; questi
fece un cenno, e tutti si levarono il berretto; e sì che io ero
tutt'altro che vestito in modo da passare per un pezzo grosso. La città
non ha altri monumenti notevoli che la casa municipale, edifizio del
secolo decimosettimo, mezzo di stile gotico e mezzo di nessuno stile,
che arieggia, in piccino, quello di Bruxelles; e la gran chiesa di San
Lorenzo, della stessa epoca, nella quale è la tomba del conte Florenzio
V di Olanda, e spenzola sopra il coro, a guisa di lampadario, un
fac-simile del vascello-ammiraglio del Ruyter. A oriente della città c'è
un folto bosco che serve di passeggio pubblico, dove si fa in occasione
di grandi feste la così detta _harddraverij_, o corsa al gran trotto,
col premio genuinamente olandese d'una caffettiera d'argento. Ma non
ostante il bel bosco, la chiesa, la casa municipale e i suoi undicimila
abitanti, Alkmaar non ha che l'aspetto d'un grande villaggio, e per le
sue strade regna un silenzio così profondo, che la musica dei campanili,
più selvaggia ancora che nelle altre città, vi si sente da tutte le
parti rumorosa e distinta come nella quiete della notte.

Andando dalle strade solitarie verso il centro della città, cominciai a
vedere un po' più di gente, fra cui molte donne, che essendo giorno di
festa, erano tutte in oro e in fronzoli, particolarmente le contadine.
Per dir la verità, io non so che cosa avesse negli occhi Napoleone il
giorno che arrivò ad Alkmaar. Ci sono certo dei bei visetti di
monachelle che han l'aria di dire:--Non so nulla di nulla;--e
soprattutto delle guancine del più gentile color di rosa che abbia mai
diffuso il pudore sul volto d'una vergine; ma l'effetto di queste tenui
grazie è spietatamente distrutto dalla scellerata acconciatura del capo
e dall'ancor più scellerata foggia del vestire. Oltre i gruppi di
riccioli, gli orecchini a paraocchi di cavallo, la lastrina che
attraversa la fronte e la cuffia bianca che nasconde le orecchie e la
collottola, portano sulla testa, o per dir meglio sul cocuzzolo, un gran
cappello di paglia, di forma quasi cilindrica, con una larga tesa
rivestita di seta verde o gialla o d'altro colore, monca di dietro, e
arrovesciata in alto sul davanti, in modo che tra la tesa stessa e la
fronte ci resta un larghissimo vano simigliante a una di quelle
boccaccie di mostro che si mettevano altre volte sul capo i soldati
chinesi per far paura ai nemici. Oltre a questo, hanno i fianchi
spropositatamente rialzati, non so se con gonnelle o con altro, e il
busto che grossissimo alla cintura, si va via via stringendo fino alle
ascelle, al rovescio delle nostre donne, che si fanno il petto largo e
la vita piccina. E come se questo non bastasse, si premono (lo suppongo,
perchè non posso credere che la natura sia stata così matrignamente
avara con tutte) si premono il seno in maniera, da non lasciar apparire
nemmeno una leggerissima curva, come se per esse fosse una mostra
invereconda o un difetto ridicolo quello che per le donne degli altri
paesi è il più ambito complemento della bellezza. È un gran che se così
incappellate, infagottate e schiacciate, paiono ancora donne anche le
più gentili d'aspetto; onde si può immaginare che cosa paiano quelle
poco favorite dalla natura, che sono anche ad Alkmaar il numero
maggiore.

Passando così a rassegna il bel sesso, arrivai in una vasta piazza piena
di baracche e di gente, da cui m'accorsi ch'ero capitato ad Alkmaar in
un giorno di _kermesse_.

Eccoci al punto più caratteristico e più strano della vita olandese.

La _kermesse_ è il carnevale dell'Olanda: con questa differenza dal
carnevale dei nostri paesi, che essa dura soltanto otto giorni, e che
ogni città ed ogni villaggio la festeggia in un tempo diverso. È
difficile veramente il dire in che cosa consista questa festa. Nel tempo
della _kermesse_ sorge dentro ogni città olandese un'altra città,
composta di caffè, di teatri, di botteghe, di chioschi, di padiglioni,
che terminata la festa, si scompone come un accampamento, si carica sui
barconi e si trasporta in un altro luogo. Gli abitanti di questa città
vagabonda sono commercianti, suonatori, istrioni, ciarlatani, giganti,
donne colossali, ragazzi mostruosi, animali deformi, figure di cera,
cavalli di legno, automi semoventi, scimmie, cani ammaestrati, bestie
feroci. In mezzo alle innumerevoli baracche in cui alberga questa strana
popolazione, vi sono centinaia di casette dipinte, inverniciate e
dorate, tutte composte d'una sala e di quattro stanzine della forma di
un'alcova, nelle quali parecchie ragazze vestite alla frisona, col casco
d'oro e la cuffia trinata, servono agli avventori dei confetti
particolari chiamati _broedertijes_, che sono il mangiare emblematico
della festa, come il panettone per il Natale e la focaccia per
l'Epifania. Oltre le baracche dei saltimbanchi e i caffè, ci sono bazar,
fiere, circhi equestri, grandi teatri in cui si rappresenta l'opera in
musica, e ogni sorta di spettacoli straordinarii per il popolo olandese.
Tale è la città provvisoria in cui si celebra la _kermesse_; ma la festa
propriamente detta è ben altra cosa. In quei caffè, in quelle baracche,
per le strade, nelle piazze, giorno e notte, per tutto il tempo della
_kermesse_, sbevucchiano, s'ubbriacano, saltano, ballano, cantano,
s'urtano, s'abbracciano, si mescolano serve e operai, contadini e
contadine, uomini e donne di tutte le classi del popolo minuto, con un
furore e una licenza appetto a cui sono innocenti ragazzate i disordini
delle nostre notti di carnovale. In quei giorni il popolo olandese si
spoglia del suo carattere in modo da non esser più riconoscibile.
Abitualmente grave, economo, casalingo, modesto, nel tempo della
_kermesse_ diventa chiassoso, si ride della decenza, passa le notti fuor
di casa e spende in un giorno il frutto dei risparmi d'un mese. Le serve
alle quali è concessa in quei giorni una straordinaria libertà, e se non
glie la concedono se la pigliano, sono le attrici principali della
festa. Ognuna si fa accompagnare dal suo fidanzato o dall'amante, o da
un giovane qualunque noleggiato come un pertichino, a un prezzo diverso
se porta il cappello cilindrico o il berretto, se è bello o brutto, se è
un tanghero o un lesto fante. I contadini e le contadine vengono a far
la _kermesse_ alla città o al villaggio in un giorno determinato, che si
chiama il--giorno dei contadini--e fanno d'ogni erba fascio come il
popolino. Il colmo del baccano è la notte del sabato. Allora non è più
una festa, è una ridda, un'orgia, un saturnale, che non ha riscontro in
nessun altro paese d'Europa. Io ricusai per lungo tempo di prestar fede
a certi olandesi, i quali mi dipingevano la _kermesse_ con orribili
colori, e credevo, come altri più indulgenti mi dicevano, che fossero
rigoristi astiosi ed intolleranti. Ma quando udii affermare le stesse
cose da gente spregiudicata, da testimoni oculari, da olandesi e da
stranieri che mi dicevano:--Ho veduto io da questo palco e da questa
finestra;--allora credetti anch'io ai palchi dei teatri convertiti in
alcova, al pudore postergato nelle strade, alle coppie amorose
addormentate sul lastrico, alle guardie di polizia espressamente
incaricate d'impedire il supremo scandalo che si possa dare all'aria
aperta, ai medici che dicono:--Quest'anno non avremo molte balie, perchè
le _kermesses_ dell'anno scorso furono poco animate;--agli Olandesi
stessi che chiamano quelle feste una vergogna nazionale. Convien dire
però che da un tempo in qua le _kermesses_ sono in decadenza. L'opinione
pubblica, su questo punto, è divisa. V'hanno coloro che le favoreggiano,
perchè come attori o come spettatori, ci si divertono, e questi negano o
scusano i disordini, e dicono che la proibizione delle _kermesses_
farebbe scoppiare una rivoluzione. V'hanno altri che le combattono e le
vogliono vedere soppresse, e sollecitano a questo scopo l'istituzione di
spettacoli e di divertimenti onesti e gentili; la mancanza dei quali, a
loro avviso, è la principal cagione degli eccessi a cui s'abbandona il
popolo in quella unica occasione delle _kermesses_. L'avviso di questi
ultimi va di giorno in giorno prevalendo. In parecchie città furon già
presi provvedimenti per frenare i baccanali; in alcune fu determinata
un'ora della notte, oltre la quale le botteghe debbano esser chiuse; in
altre si allontanarono le baracche dal centro della città; il Municipio
d'Amsterdam ha stabilito un certo numero d'anni, trascorsi i quali, la
Sibari provvisoria in cui si fanno le feste, non potrà più essere
rifabbricata. Si può dunque affermare che fra un non lunghissimo tempo,
queste famose _kermesses_ saranno ridotte a un allegro e temperato
carnevale, con grandissimo vantaggio della moralità pubblica e della
dignità nazionale.

Non in tutte le città olandesi, però, le _kermesses_ sono clamorose e
scandalose allo stesso grado. All'Aja, per esempio, lo sono molto meno
che ad Amsterdam e a Rotterdam; e m'immagino (perchè non vi stetti la
notte) che ad Alkmaar lo siano ancora meno che all'Aja; ciò che per
altro non vuol dire che debbano essere un fior di decenza.

La piazza dov'ero riuscito era piena di baracche variopinte, sulla porta
delle quali si sbracciavano a sonare e si sgolavano a chiamar gente,
saltimbanchi vestiti di maglia carnicina e danzatrici di corda in
sottanelle. Davanti ad ogni baracca v'era una folla di curiosi, da cui
di tratto in tratto si staccavano due o tre contadini per entrare a
veder lo spettacolo. Io non ricordo d'aver mai visto gente più semplice,
più mansueta e di più facile contentatura di quella. Tra una sonata e
l'altra, un ragazzo di dieci anni, vestito da pagliaccio, ritto sur una
specie di palcoscenico accanto alla porta, bastava egli solo a
trattenere davanti alla baracca, divertire e far ridere dai precordi una
moltitudine di duecento persone. E con che? Non raccontando delle
storielle, non facendo dei _calembours_ come i saltimbanchi di Parigi,
non spiccando dei salti, non contraendo il viso; nulla di tutto questo;
ma semplicemente facendo di tratto in tratto, colla maggior flemma del
mondo, una piccola freccia di carta, che poi lanciava sulla folla
accompagnando l'atto con un leggero sorriso. Questo bastava a far andare
in visibilio quella buonissima gente. Girando in mezzo a quelle
baracche, incontrai qualche contadina un po' brilla, sentii cantare in
falsetto qualche ragazza malferma sulle gambe, colsi in flagrante
qualche coppia amorosa che si passava le mani sotto il mento, vidi
qualche gruppo di donne che preludevano alla ridda notturna, dandosi
delle spallate e delle fiancate da buttarsi in terra; ma nulla di
criminale. Era veramente una baraonda, come dice Alfonso Esquiroz, di
gente che non ne sa fare. Ma siccome io non ritenevo giusto il giudizio
dell'Esquiroz se non per il giorno, e prevedevo che sull'imbrunire
sarebbe incominciato uno spettacolo molto più drammatico, così, per non
trovarmi solo, di notte, in mezzo alla baldoria d'una città sconosciuta,
che ci sarei morto dall'uggia, decisi di partire immediatamente per
Helder, e me ne tornai per la strada più corta all'albergo.

Quando v'ero entrato, non avevo parlato con nessuno, perchè il facchino
che m'accompagnava, aveva chiesto per me la camera e portato su la
valigia. Perciò io credevo che o il padrone dell'albergo o uno almeno
dei camerieri capisse il francese. Quando rientrai, camerieri e padrone
erano forse andati a trincare in qualche baracca; e nell'albergo non
rimaneva che una vecchia serva, la quale mi condusse in una sala a
terreno, e facendomi capire che non mi capiva, se n'andò pei fatti suoi.
V'era in quella sala una tavolata di grossi alkmaaresi, che avevano
finito in quel punto una mangiataccia solenne, e facevano il chilo in
mezzo a una nuvola di fumo, chiacchierando e ghignazzando con una
vivacità straordinaria. Vedendomi così solo ed immobile in un canto, di
tratto in tratto mi rivolgevano uno sguardo compassionevole, e qualcuno
sussurrava nell'orecchio al vicino qualche parola, che m'immagino
esprimesse lo stesso sentimento che lo sguardo. Non c'è nulla che
sconforti di più uno straniero già sconfortato che il vedersi fatto
oggetto di commiserazione da una comitiva d'indigeni allegri. Lascio
dunque immaginare che faccia derelitta io dovessi aver in quel punto.
Dopo qualche minuto uno dei grossi alkmaaresi si alzò, prese il cappello
e si avviò per uscire. Quando mi fu dinanzi, si fermò, e mi disse con un
sorriso pietosamente cortese, spiccando le sillabe:--_Alkmaar.... pas de
plaisir; Paris.... toujours plaisir._--M'aveva preso per francese. Ciò
detto, si mise il cappello, e credendomi abbastanza consolato, mi voltò
le spalle e uscì a gravi passi dalla sala. Era il solo della brigata che
sapesse tre parole di francese. Sentii un vivo moto di gratitudine per
lui, e poi ricaddi nel mio misero stato. Passò un'altra quindicina di
minuti, e arrivò finalmente un cameriere. Respirai, gli corsi incontro,
gli dissi che volevo partire. Oh delusione! non capiva una saetta. Lo
presi per un braccio, lo condussi nella mia camera, gli mostrai la
valigia e gli feci cenno che me ne volevo andare. Andare! È presto
detto; ma come? per battello? per strada ferrata? per _trekschuit_? Mi
rispose che non mi comprendeva. M'ingegnai di fargli capire che volevo
una vettura. Capì, e mi rispose con un gesto che non c'era vettura.
Ebbene, pensai, cercherò io la stazione della strada ferrata; e
gesticolando, gli domandai se c'era un facchino. Mi rispose che non
c'era facchino. Gli domandai, coll'orologio in mano, a che ora sarebbe
tornato il padrone. Mi rispose che il padrone non sarebbe più ritornato.
Gli accennai che mi portasse la valigia lui. Mi rispose che non poteva.
Gli domandai con un gesto disperato che cosa dovevo fare. Non mi
rispose, e stette a guardarmi in silenzio. In simili occasioni io perdo
la pazienza, il coraggio e la testa con una facilità spaventosa.
Ricominciai a parlare facendo un guazzabuglio inaudito di parole
tedesche, francesi e italiane, aprendo e chiudendo la Guida, tracciando
e cancellando sul mio quaderno linee e ghirigori che volevano
rappresentare bastimenti e macchine a vapore, andando su e giù per la
stanza come uno scemo, finchè il povero giovane, non so se impaurito o
seccato, infilò la porta e mi lasciò nelle péste. Allora afferrai la
mia valigia e scesi le scale. Gli alkmaaresi della tavola, avvertiti dal
cameriere della mia strana agitazione, erano usciti dalla sala, e
vedendomi scendere, s'eran fermati nell'atrio, guardandomi come si
guarda un matto scappato dall'ospedale. Io diventai rosso come una
fragola, il che accrebbe il loro stupore. Arrivato nell'atrio, lasciai
cadere la pesante valigia, e rimasi immobile, guardando le punte dei
piedi dei miei spettatori. Tutti mi tenevano gli occhi addosso e nessuno
parlava. Ero avvilito, come non sono stato mai in vita mia. Perchè poi?
Non lo so. So che mi vedevo una nebbia davanti agli occhi, che avrei
dato un anno di vita per sparire di là come un lampo, che maledivo i
viaggi, Alkmaar, la lingua olandese, la mia stupidaggine, e che pensavo
a casa mia come un profugo abbandonato dagli uomini e da Dio. Tutt'a un
tratto, un ragazzo sbucato di non so dove, prese la mia valigia e si
allontanò rapidamente accennandomi che lo seguissi. Lo seguii senza
domandar altro, attraversai una strada, infilai un portone, passai per
un cortile, e arrivai a un altro portone che dava sur un'altra strada,
dove il ragazzo si fermò, buttò in terra la valigia, si fece dare la
mancia, e senza rispondere alle mie domande, mi piantò su due piedi.
Dove m'aveva condotto? Che cosa dovevo far là? Quanto ci sarei stato?
Che sarebbe seguito di me? Era un mistero. Cominciava a imbrunire.
Passavano per la strada contadini e contadine a braccetto, frotte di
ragazzi che canterellavano, coppie d'amanti che si parlavano
nell'orecchio; tutti brilli e festosi; e tutti passando davanti a me,
così solo e accigliato, mi lanciavano un'occhiata di stupore e di pietà.
Ero dunque alla berlina! m'avevano forse condotto là con quel disegno!
Prima lo sospettai, poi mi parve di non poterne più dubitare, mi si
accese il sangue, mi si strinse il cuore, afferrai la valigia per
tornare all'albergo e vendicarmi a qualunque rischio... In quel momento
vidi comparire una diligenza e mi balenò un raggio di speranza. La
diligenza si fermò davanti al portone, un ragazzo ritto sul montatoio mi
fece un cenno, accorsi, domandai ansiosamente:--Alla stazione della
strada ferrata?--_Oui, monsieur_,--mi rispose francamente,--_pour partir
pour Helder_--Ah! che il buon Dio ti benedica, ragazzo dell'anima
mia!--gli gridai saltando dentro e mettendogli un fiorino in mano;--Tu
mi hai ridato la vita!--La diligenza mi condusse alla stazione e pochi
minuti dopo partii per Helder.

Chi non ha viaggiato, riderà di quest'avventura, e dirà che è
un'esagerazione o una favola; ma chi per poco abbia esperienza di
viaggi, si ricorderà di essersi trovato più d'una volta in simili
impicci, di aver provato gli stessi sentimenti, d'aver perduto la
bussola nello stesso modo, e d'aver forse raccontato l'avventura colle
stesse parole.



HELDER.


La definizione che fu data dell'Olanda «d'una sorta di transazione fra
la terra e il mare» non si può riferire a nessuna parte di quel paese
più opportunamente che allo spazio interposto fra Alkmaar ed Helder. Si
viaggia infatti, andando dall'una all'altra di quelle città, sopra la
terra; ma sopra una terra così minacciata, rotta, allagata dal mare, che
a guardarla dal vagone, si scorda a poco a poco di essere trasportati da
un treno della strada ferrata, e si crede d'essere appoggiati sul
parapetto d'un bastimento. Poco lontano da Alkmaar, tra i due villaggi
di Kamp e di Petten, dalla parte del Mare del Nord, per un lungo tratto
dove si crede che fosse anticamente una delle foci del Reno, la catena
delle dune è interrotta, e la costa flagellata furiosamente dal mare
che, malgrado le forti opere di difesa che gli si oppongono, s'addentra
continuamente nel seno della terra. Un po' più oltre c'è un ampio
_polder_ inondato, a traverso il quale passa il gran canale del Nord.
Di là dal _polder_, intorno al villaggio di Zand, si stende una gran
pianura deserta, sparsa di sterpeti, di stagni e d'alcune casupole di
contadini coperte di tetti piramidali, che da lontano presentano
l'aspetto di monumenti mortuarii. Di là dal villaggio di Zand, un
vastissimo _polder_ (chiamato Anna Paulowna, in onore della moglie di
Guglielmo II d'Orange, granduchessa di Russia) che fu prosciugato fra il
1847 e il 1850. Dopo il _polder_, da capo vaste pianure, sterpeti e
paludi, fino all'estrema punta della Nord-Olanda, dove sorge, velata
dalla nebbia e sferzata dai venti e dalle onde, la giovine e solitaria
città di Helder, la sentinella morta dei Paesi Bassi.

       *       *       *       *       *

Helder ha questa singolarità, che quando vi s'è dentro, si cerca la
città e non si trova. È, si può dire, una sola lunghissima strada,
fiancheggiata da due schiere di piccole case rosse, e protetta da una
diga gigantesca che forma come una spiaggia artificiale sul Mare del
Nord. Questa diga, che è una delle più meravigliose opere dei tempi
moderni, si stende per la lunghezza di quasi dieci chilometri dal
Nieuwediep, dov'è l'entrata del gran canale del Nord, fino al forte il
principe Ereditario, che si trova all'estremità opposta della città; è
costrutta interamente con massi enormi di granito di Norvegia e di
pietra calcare del Belgio; è percorsa sulla sommità da una bella strada
carrozzabile; e scende nel mare, coll'inclinazione di quaranta gradi,
fino alla profondità di sessanta metri. In vari punti è rafforzata da
dighe minori, composte di travi, di fascine e di terra, che s'avanzano
per circa duecento metri nel mare. Le più alte maree non arrivano mai a
bagnarne la sommità; e l'onda infaticabile si spezza vanamente su
quell'immane baluardo che le sorge incontro, quasi più in atto di
minaccia, che di difesa, come una sfida della pazienza umana al furore
degli elementi.

Il Nieuwdiep che s'apre a una delle estremità di Helder, è un porto
artificiale, che protegge con grandi moli e dighe robuste i bastimenti
che entrano nel canale del Nord. Le porte del bacino, chiamate porte a
ventaglio, le più grandi dell'Olanda, si chiudono da sè stesse per
effetto della pressione delle acque. In questo porto sono ancorati un
gran numero di bastimenti, dei quali moltissimi provenienti
dall'Inghilterra e dalla Svezia; e una buona parte della flotta militare
dell'Olanda, composta di fregate e di piccoli vascelli, più puliti
ancora delle più pulite case di Broek. Sulla riva sinistra del Nieuwdiep
v'è un grande arsenale marittimo, dove risiede un contr'ammiraglio.

Sul finire del secolo scorso, nulla esisteva di tutto questo. Helder non
era che un villaggio di pescatori appena segnato sulla carta. L'apertura
del gran canale del Nord e una breve passeggiata fatta da Napoleone I in
un battello di pescatori da Helder fino all'isola di Texel, che si vede
distintamente dall'alto della diga, trasformarono il villaggio in
città. Osservando il tratto di mare compreso fra quell'isola e la riva
olandese, Napoleone concepì l'idea di fare di Helder «la Gibilterra del
Nord» e cominciò coll'ordinare la costruzione di due forti, uno chiamato
allora Lasalle, ed ora Principe Ereditario, e l'altro Re di Roma, ora
ammiraglio Dirk. Gli avvenimenti non gli permisero di mandare ad effetto
il suo grandioso disegno; ma l'opera rapidamente incominciata da lui, fu
lentamente proseguita dagli Olandesi a segno che Helder è ora la prima
città forte dello Stato, capace di trentamila difensori, atta ad
impedire a una flotta l'entrata nel canale del Nord e nel Golfo di
Zuiderzee, e oltre che difesa a una grande distanza da un baluardo di
scogli e di banchi di sabbia, fortificata in maniera da potere, in casi
estremi, inondare tutta la provincia che le si stende alle spalle.

Ma lasciando anche da parte la sua importanza strategica, Helder è una
città degna d'esser veduta per il suo carattere anfibio, che lascia
sempre dubbiosi d'essere sul continente o sopra un gruppo di scogli e
d'isolette mille miglia lontano dalla costa europea. In qualunque verso
si cammini, si riesce in vista del mare. La città è attraversata e
circondata da canali grandi come fiumi, che gli abitanti passano sulle
zattere. Dietro la gran diga v'è una lunga distesa d'acqua stagnante che
s'alza e s'abbassa colla marea, come se comunicasse col mare per via
sotterranea. Da tutte le parti corre acqua, prigioniera, è vero, in
mezzo a due sponde, ma alta e minacciosa, che pare aspetti la prima
occasione per riconquistare la sua spaventosa libertà. La terra, intorno
alla città, è nuda e desolata, e il cielo, quasi sempre nuvoloso, è
attraversato da grandi stormi di uccelli marini. La città stessa,
formata da una sola fila di case, pare che abbia coscienza della sua
postura arrischiata, e aspetti d'ora in ora una catastrofe. Quando il
vento fischia e il mare mugge, si direbbe che ogni buon helderese non
abbia a far di meglio che chiudersi in casa, dire le sue orazioni e poi
ficcare la testa sotto le lenzuola ed aspettare quello che Dio manda.

La popolazione, che conta diciottomila anime, è altrettanto singolare
che la città. È una mescolanza di negozianti, d'impiegati regi,
d'ufficiali di marina, di soldati, di pescatori, di gente arrivata dalle
Indie, di gente che si dispone a partire, e di parenti di chi arriva e
di chi parte, andati là per dare il primo abbraccio o l'ultimo addio;
perchè è quello l'estremo angolo di terra olandese che il marinaio
saluta partendo, e il primo ch'egli vede al ritorno. Ma essendo la città
così lunga e sottile, si vede pochissima gente; e non si sente altro
rumore che le cantilene lamentevoli dei marinai che rattristano il cuore
come grida di naufraghi lontani.

Benchè giovanissima, Helder è ricca di grandi ricordi storici al pari
d'ogni altra città olandese. Essa ha visto il gran pensionario De Vitt
attraversare per il primo, in un piccolo battello, lo stretto di Texel,
scandagliare colle proprie mani la profondità delle acque, e mostrare ai
piloti e ai capitani olandesi, che non volevano avventurarsi a quel
passo, la possibilità di far tragittare la flotta mandata a combattere
l'Inghilterra. In quelle acque gli ammiragli De Ruyter e Tromp tennero
fronte alla flotta francese e alla flotta inglese riunite. Poco lontano
di là, nel polder chiamato lo Zyp, l'anno 1799, il generale inglese
Abercrombie respingeva l'assalto dell'esercito francese e dell'esercito
batavo comandati dal generale Brome. E infine, perchè pare una legge
naturale che ogni città olandese debba aver visto qualche cosa di strano
e d'incredibile, Helder vide una sorta di battaglia anfibia, tra di
terra e di mare, per la quale manca un nome nel linguaggio militare:
vide nel 1795 la cavalleria e l'artiglieria leggera del generale
Pichegru attraversare di galoppo il golfo gelato di Zuiderzee,
slanciarsi verso la flotta olandese imprigionata fra i ghiacci presso
l'isola di Texel, e circondatala come una fortezza, intimarle la resa e
prenderla prigioniera.

Quest'isola di Texel, che, come dissi, si vede distintamente dall'alto
della diga di Helder, è la prima di una catena d'isolette che si stende
in forma d'arco dinanzi a tutta l'apertura del Zuiderzee sino alla
provincia di Groninga; e che si crede formasse, prima dell'esistenza del
gran golfo, una costa continua la quale serviva di baluardo ai Paesi
Bassi. In quest'isola di Texel, che non conta più di seimila abitanti,
sparsi in parecchi villaggi e in una piccola città, ha una rada nella
quale gettan l'áncora i vascelli da guerra e i grandi bastimenti della
compagnia delle Indie. Da questa rada partirono sulla fine del secolo
decimosesto i bastimenti dell'Heemskerk e del Barendz per il memorabile
viaggio che fornì al poeta Tollens il soggetto del suo bel poema
_L'invernata degli Olandesi alla Nuova Zembla_.

Ed ecco in breve quella storia dolorosa e solenne, come fu narrata dal
Van Kampen e cantata dal Tollens.

Non potendo ancora gli Olandesi, sulla fine del secolo decimosesto,
lottare fronte a fronte cogli Spagnuoli e coi Portoghesi per
impadronirsi del commercio delle Indie, pensarono di cercare una nuova
via, a traverso i mari artici, per arrivare in minor tempo ai porti
dell'Asia orientale e della China. Una società di mercanti olandesi
affidò l'impresa avventurosa ad un esperto marinaio di nome Barendz, il
quale partì con due bastimenti dall'isola di Texel, il 6 giugno del
1594, alla volta del polo. Il bastimento capitanato da lui arrivò fino
alla punta settentrionale della Nuova Zembla, e ritornò in Olanda.
L'altro prese la via più conosciuta dello stretto di Waïgatz, si spinse
a traverso i ghiacci del golfo di Kara, e giunse in un mare aperto ed
azzurro, dal quale scoperse la costa russa rivolta verso il sud-est. La
direzione di questa costa fece credere che il bastimento avesse
oltrepassato il capo Tabis, designato da Plinio, autorità allora
incontestata, come l'estremità dell'Asia settentrionale, e che però si
potesse giungere di là, con una breve navigazione, ai porti dell'est e
del sud del continente. Non si sapeva che dopo il golfo dell'Obi l'Asia
si stende ancora per 120 gradi a levante dentro il cerchio polare. La
notizia di questa scoperta, portata in Olanda, vi destò una grandissima
gioia. Sei grandi navigli furono immediatamente allestiti e caricati di
mercanzie da vendersi ai popoli dell'India, un piccolo bastimento fu
destinato ad accompagnare la squadra fin che avesse oltrepassato il
supposto capo Tabis, e poi tornare a portarne la notizia; e la squadra
partì. Ma questa volta il viaggio non rispose alle speranze. I
bastimenti olandesi trovarono lo stretto di Waïgatz tutto ingombro di
ghiacci, e dopo aver inutilmente tentato di aprirsi una via, ritornarono
in patria.

Dopo questo infelice successo, gli Stati Generali, benchè promettessero
un premio di venticinque mila fiorini a chi riuscisse nell'impresa,
rifiutarono di concorrere alle spese di un nuovo viaggio; ma i cittadini
non si scoraggiarono. La reggenza d'Amsterdam noleggiò due bastimenti,
assoldò dei bravi marinai, celibi quasi tutti, perchè il ricordo delle
famiglie non infiacchisse, in mezzo ai pericoli, il loro coraggio, e
affidò il comando della spedizione al valoroso capitano Heemskerk. I due
bastimenti partirono il 18 maggio del 1596. Sull'uno era maestro-piloto
il Barendz, dell'altro era patrono un Van de Ryp. Da principio non
andaron d'accordo sulla via da prendere; ma poi il Barendz si lasciò
persuadere dal Van de Ryp a far vela verso il nord, invece che verso il
nord-est; e fecero vela verso il nord. Arrivarono così al 74° grado di
latitudine settentrionale, presso una piccola isola, alla quale diedero
il nome d'Isola degli Orsi, in memoria d'un combattimento di parecchie
ore che dovettero sostenere contro una frotta di quegli animali. Non
vedevano intorno a sè che roccie altissime e dirupate che pareva
chiudessero il mare da ogni parte. Continuarono a navigare verso il
nord. Il 19 giugno scoprirono un paese che chiamarono Spitsbergen per le
sue roccie tagliate a picco, e che credettero fosse la Groenlandia; e là
videro grandi orsi bianchi, cervi, renne, oche selvatiche, enormi balene
e volpi di tutti i colori. Di qui, essendo giunti oramai fra il 76° e
l'80° grado di latitudine settentrionale, dovettero rivolgersi al sud e
approdare daccapo all'Isola degli Orsi. Il Barendz però non volle più
seguire la direzione settentrionale che il Ryp aveva seguita fino
allora, e si rivolse al sud-est; il Ryp fece vela verso il nord; e così
si divisero.

Il Barendz arrivò il 17 luglio presso la Nuova Zembla, rasentò la costa
settentrionale dell'isola e continuò a navigare verso il sud. Allora
cominciarono le avversità. Via via che procedevano, gli enormi massi di
ghiaccio galleggianti sul mare, divenivano più fitti, si congiungevano
in vastissimi strati, si ammontavano in roccie e montagne scoscese ed
altissime, in modo che il bastimento si trovò in breve in mezzo a un
vero continente di ghiaccio che gli nascose l'orizzonte da tutte le
parti. Vedendo che era impossibile di raggiungere la costa orientale
dell'Asia, pensarono di tornare indietro; ma era già il 25 d'agosto,
tempo in cui l'estate, in quelle regioni, volge alla fine; e non
tardarono ad accorgersi che non era più possibile neanche il ritorno. Si
trovavano imprigionati fra i ghiacci, smarriti in una solitudine
spaventosa, avvolti da un'immensa nebbia, senza disegno, senza speranze,
e in procinto d'essere da un momento all'altro urtati e sepolti dalle
montagne di ghiaccio che galleggiavano e cozzavano con tremendo strepito
intorno alla nave. Non rimaneva loro che una sola via di salute, o
piuttosto un mezzo di ritardare la morte: erano vicini alla costa della
Nuova Zembla, potevano abbandonare il bastimento e ridursi a passare
l'inverno in quell'isola deserta. Era una risoluzione disperata, che non
richiedeva meno coraggio che quella di rimanere a bordo; ma almeno
portava con sè il moto, la lotta, una nuova forma di pericoli. Dopo
qualche esitazione, scesero dal bastimento e approdarono all'isola.

L'isola era disabitata; nessun popolo del nord v'aveva mai posto piede;
era tutta un deserto di ghiaccio e di neve, flagellato dalle onde e dai
venti, sul quale il sole non gettava che raramente un raggio fuggitivo e
senza calore. Nondimeno, i poveri naufraghi mandarono grida di gioia
quando vi posero il piede, e s'inginocchiarono nella neve per
ringraziare la Provvidenza. Dovettero pensar subito a fabbricarsi una
capanna. Nell'isola non v'era un albero; ma per fortuna si trovava là
presso una gran quantità di legno galleggiante, che il mare aveva
portato dal continente. Si misero all'opera, tornarono al loro
bastimento, ne portarono via assi, travi, chiodi, pece, casse, botti;
piantarono le travi nel ghiaccio; col ponte fecero il tetto; sospesero
al tetto le loro brande; tappezzarono le pareti colle vele; riempirono
le fessure colla pece. Ma mentre lavoravano corsero pericoli e
soffrirono patimenti inauditi. Il freddo era tale che quando si
mettevano un chiodo fra le labbra, subito s'agghiacciava, e per levarlo
si laceravano le carni e si empivano la bocca di sangue. Gli orsi
bianchi, spinti dalla fame, li assalivano furiosamente in mezzo ai massi
di ghiaccio, intorno alla loro capanna, persino nell'interno del
bastimento; e li costringevano a interrompere il lavoro per difendere la
propria vita. La terra era talmente indurita che bisognava scavarla come
pietra viva. Intorno al bastimento l'acqua era gelata a tre tese e mezza
di profondità. S'era rappresa la birra dentro le botti e aveva perduto
affatto il sapore: e il freddo cresceva di giorno in giorno. Finalmente
riuscirono a rendere la loro capanna abitabile e furono al riparo dalla
neve e dal vento. Accesero il fuoco e cominciarono a poter dormire
qualche ora, quando non erano svegliati dagli urli delle fiere che
giravano intorno alla capanna. Alimentavano le lampade col grasso degli
orsi che uccidevano a traverso gli spiragli delle pareti, si scaldavano
le mani nelle loro viscere sanguinose, si vestivano delle loro pelli e
mangiavano carne di volpe, aringhe e biscotti ch'eran loro rimasti
delle provvigioni del viaggio. Intanto il freddo cresceva a tal segno
che gli orsi non uscivan più dalle loro tane. Gli alimenti e le bevande
gelavano persino accanto al fuoco. I poveri marinai si bruciavano le
braccia e i piedi senza risentire il menomo calore. Una sera che, per
timore di morire di freddo, avevan chiuso ermeticamente la capanna,
andarono a un filo dal morire soffocati, e dovettero, per non
soccombere, affrontare di nuovo quel freddo tremendo.

A tutte queste calamità se n'aggiunse un'altra. Il giorno quattro di
novembre essi aspettarono inutilmente l'aurora; il sole non apparve più;
la notte polare era cominciata. Allora quegli uomini di ferro si
sentirono mancar l'animo, e il Barendz dovette, dissimulando l'angoscia,
spiegare tutta l'eloquenza che potè trarre dal cuore, per impedire che
si abbandonassero alla disperazione. Il nutrimento e la legna
cominciarono a scarseggiare; i rami d'abete trovati sulla spiaggia erano
buttati sul fuoco quasi con rammarico; il lume era alimentato appena
tanto da rompere le tenebre. Ciò nonostante, la sera, quando riposavano
dalle fatiche della giornata, raccolti intorno al loro piccolo focolare,
avevano ancora qualche momento di allegrezza. Il giorno della festa dei
Re fecero un piccolo banchetto con vino e paste di farina fritte
nell'olio di balena, e tirarono a sorte a chi toccasse la Corona della
Nuova Zembla. Altre volte giocavano, raccontavano vecchie storie,
facevano brindisi alla gloria di Maurizio d'Orange, parlavano delle
loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme,
inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche
volta un'aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano
avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive,
festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una
promessa di salvamento.

Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di
febbraio del 1597. S'erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto
in uno di quei periodi di tempo ch'erano più che mai scoraggiati e
tristi, uno d'essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario,
gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla
capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la
luna smorta, l'aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di
ghiaccio colorate di rosa; l'alba, infine, il sole, la vita, la
benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di
notte e d'angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi,
e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime,
s'abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare
quelle solitudini orrende d'accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma
fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà
gli uni degli altri. Il freddo, l'insonnia, la fame, i travagli
dell'animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non
si riconoscevano. E i loro patimenti non erano ancora finiti! In quello
stesso mese la neve cadde in tanta abbondanza, che la capanna rimase
quasi sepolta, e dovettero uscirne ed entrarci per l'apertura del
cammino. Col diminuire del freddo, ricomparvero gli orsi, e
ricominciarono quindi i pericoli, le notti insonni, i combattimenti
feroci. Scemava il loro vigore, e l'animo, per poco risollevato,
ricadeva.

Avevano però ancora un filo di speranza. Non eran riusciti ad estrarre
dal ghiaccio il loro bastimento, nè quando l'avessero estratto,
avrebbero potuto riassettarlo in modo da renderlo servibile; ma avevano
trascinato sulla riva una barca e una scialuppa, e a poco a poco, sempre
difendendosi dagli orsi che si slanciavano fin sulla soglia della loro
capanna, eran venuti a capo di ripararle alla meglio. Con questi due
piccoli legni essi contavano di dirigersi verso uno dei piccoli porti
della Russia, di rasentare cioè la riva settentrionale della nuova
Zembla, costeggiare la Siberia e attraversare il Mar Bianco; di fare,
insomma, un viaggio di almeno quattrocento miglia tedesche. In tutto il
mese di marzo il tempo variabilissimo li tenne in una continua vicenda
di speranze e di disinganni. Più di dieci volte videro il mare sgombro
fino alla riva e si apparecchiarono alla partenza; ed altrettante volte
una recrudescenza improvvisa di freddo riammontò ghiacci su ghiacci, e
chiuse la via da ogni parte. Nel mese d'aprile i ghiacci furono immensi
e continui. Nel mese di maggio riebbero il tempo incostante. Nel mese di
giugno, finalmente, poterono risolversi a partire. Dopo avere stesa una
minuta relazione di tutte le loro avventure, della quale lasciarono una
copia nella capanna, la mattina del 14 di giugno, con un bellissimo
tempo e il mare aperto da tutte le parti, dopo nove mesi di soggiorno in
quella terra funesta, fecero vela verso il continente. Su due barche
scoperte, sfiniti da tanti patimenti, andavano a sfidare i venti
furiosi, le lunghe pioggie, i freddi mortali, i ghiacci vorticosi di
quel mare immenso e terribile nel quale pareva una disperata impresa
l'avventurarsi con una flotta. Per lungo tempo, durante il viaggio,
ebbero a respingere gli assalti degli orsi marini, soffrire la fame,
nutrirsi di uccelli uccisi a sassate e d'ova trovate sulle coste
deserte, sperare e disperare, rallegrarsi e piangere, dolersi qualche
volta di aver abbandonato la nuova Zembla, invocare la tempesta,
desiderare la morte. Sovente dovettero trascinare le loro barche sopra
campi di ghiaccio, legarle perchè non le portasse via il vento,
stringersi tutti in un gruppo in mezzo alla neve per resistere al
freddo, cercarsi nella nebbia fitta, chiamarsi per nome, toccarsi per
timore d'essersi perduti e per darsi coraggio gli uni agli altri. Non
tutti resistettero a così tremende prove. Qualcuno morì. Il Barendz
medesimo, che si era imbarcato infermo, sentì, dopo pochi giorni, che la
sua fine s'avvicinava, e lo disse ai compagni. Non cessò però un momento
di dirigere la navigazione, e di fare ogni sforzo per abbreviare a
quella povera gente il viaggio tremendo di cui egli sapeva di non poter
vedere la fine. La vita gli mancò mentre esaminava una carta geografica,
il suo braccio cadde irrigidito nell'atto di accennare la terra lontana,
e l'ultima sua parola fu un incoraggiamento e un consiglio. Nella baia
di San Lorenzo, incontrarono, si può immaginare con qual gioia, una
barca russa, che diede loro dei viveri, del vino e del cochlearia,
rimedio per lo scorbuto, di cui s'erano ammalati parecchi marinai, i
quali subito ne guarirono. Costeggiarono la Siberia, e incontrarono
altri legni russi di più in più frequenti, e si provvidero di vivande
fresche colle quali ristorarono le loro forze. All'entrata del Mar
Bianco, una nebbia densissima divise le due barche, che oltrepassarono
però tutt'e due il capo Candnoes, e favorite dal vento, percorsero in
trenta ore un spazio di centoventi miglia, in capo al quale si
ricongiunsero gettando grida d'allegrezza. Ma una gioia ben maggiore li
aspettava a Kilduin. Trovarono là una lettera del Ryp, comandante
dell'altro bastimento, partito insieme con loro dall'isola di Texel, il
quale annunziava il suo arrivo. Dopo breve tempo la barca e la scialuppa
raggiunsero il bastimento a Kola. Era la prima volta che i naufraghi
della Nuova Zembla rivedevano la bandiera della patria dopo la partenza
dall'isola degli Orsi, e la salutarono con un delirio di gioia. I
compagni del Ryp e i compagni del Barendz si precipitarono gli uni nelle
braccia degli altri, si raccontarono le vicende corse, piansero gli
amici perduti, dimenticarono i patimenti sofferti, e tutti insieme
fecero vela verso l'Olanda, dove arrivarono sani e salvi il 29 ottobre
del 1597, tre mesi dopo la partenza dalla capanna. Così finì l'ultima
impresa tentata dagli Olandesi per aprire una nuova via al commercio
colle Indie a traverso i mari del polo. Quasi tre secoli dopo, nel 1870,
il capitano d'un bastimento svedese, cacciato dalla tempesta sulla costa
della Nuova Zembla, vi ritrovava la carcassa di un naviglio e una
capanna con dentro due caldaie, un pendolo, una canna di fucile, una
spada, un'accetta, un flauto, una bibbia, alcune casse riempite di
utensili e dei brandelli di vestimenta putrefatte. Questi oggetti,
riconosciuti dagli Olandesi come appartenenti ai marinai del Barendz e
dell'Heemskerke, furono portati in trionfo all'Aja ed esposti come
reliquie sacre nel Museo di Marina.

       *       *       *       *       *

Con tutte queste immagini nella mente, la sera, dall'alto della gran
diga di Helder, al lume della luna che ora si nascondeva bruscamente
dietro le nuvole, ora si mostrava all'improvviso in tutta la sua luce,
io non potevo saziarmi di guardare la riva sabbiosa di quell'isola di
Texel e quel gran mare del Nord, che non ha più altri confini da quel
lato che i ghiacci eterni del polo; il mare che gli antichi credevano la
fine dell'universo: _illuc usque tantum natura_, come dice Tacito; il
mare su cui apparirono nei giorni di grande tempesta le forme
gigantesche delle divinità germaniche; e spaziando cogli occhi su quel
piano immenso e sinistro, non sapevo esprimere altrimenti a me stesso
il mio sgomento misterioso, che coll'esclamare di tratto in tratto, a
mezza voce:--Barendz!... Barendz!--ed ascoltare io stesso il suono di
questo nome, come se lo portasse il vento da una lontananza sterminata.



IL ZUIDERZEE.


Mi rimaneva a vedere l'antica Frisia, la ribelle indomata di Roma, la
terra delle belle donne, dei grandi cavalli e degl'invitti scivolatori,
la più poetica provincia della Neerlandia: e nell'andarvi, avevo modo di
soddisfare un altro vivissimo desiderio: quello di attraversare il
Zuiderzee, l'ultimo nato dei mari.

Questo grande bacino del Mare del Nord, che bagna cinque provincie e
quadra più di settecento chilometri, seicento anni fa non esisteva. La
Nord-Olanda toccava la Frisia, e dove ora si stende il golfo, c'era una
vasta regione sparsa di laghi di acqua dolce, il maggiore dei quali, il
Flevo, rammentato dal Tacito, era separato dal mare da un istmo fertile
e popoloso. Se il mare abbia per sola sua forza rotto gli argini
naturali di questa regione, o se invece l'abbassamento del suolo
dell'Olanda gli abbia lasciata libera l'invasione, non è sicuro. La
grande trasformazione si compì a diverse riprese nel corso del secolo
decimoterzo. Nel 1205, l'isola di Wieringen, posta all'estremità della
Nord-Olanda, faceva ancora parte del continente; nel 1251 n'era già
separata. Nelle invasioni posteriori, il mare sommergeva in vari punti
l'istmo che separava le sue acque dal lago di Flevo, fin che nel 1282,
apertosi un varco a traverso questo baluardo sfracellato, irrompeva nei
laghi, invadeva le terre, e a poco a poco allargandosi e procedendo,
formava quel vasto golfo che ora si chiama Zuiderzee, o mare del Sud, il
quale si addentra col braccio dell'Y fino a Beverwijk e ad Haarlem. Alla
formazione di questo golfo si collega una storia varia e confusa di
città distrutte e di popoli annegati, col finire della quale ne comincia
un'altra di città nuove sorte sulle nuove rive, divenute potenti e
famose, e alla loro volta decadute, ed ora ridotte a meschini villaggi,
dalle strade erbose e dai porti ingombri di sabbia. Ricordi di sventure
immense, tradizioni favolose, terrori fantastici, costumi ed usi antichi
e stranissimi, si ritrovano sulle acque e sulle rive di questo mare
unico, comparso ieri e già coronato di rovine e condannato a sparire; e
basterebbe appena un viaggio d'un mese a osservarne e raccoglierne la
parte principale; e però la sola idea di vedere da lontano quelle città
decrepite, quelle isole misteriose, quei banchi di sabbia fatali, mi
allettava irresistibilmente la fantasia.

       *       *       *       *       *

Partii da Amsterdam verso la fine di febbraio, con un tempo bellissimo,
sur uno dei piroscafi che vanno ad Harlingen. Sapevo che non avrei più
riveduto la capitale dell'Olanda. Appoggiato al parapetto di prora,
mentre il bastimento si allontanava dal porto, contemplai per l'ultima
volta la grande città, cercando d'imprimermi incancellabilmente nella
memoria il suo fantastico aspetto. Dopo pochi minuti non vidi più che il
contorno nero e dentellato delle sue case, sulle quali s'innalzava
ancora la cupola del palazzo reale e una foresta di campanili traforati
e luccicanti. Poi la città si abbassò; i campanili si nascosero l'uno
dopo l'altro; la punta più alta della cattedrale, soprastata qualche
momento alla generale caduta, si sprofondò anch'essa nel mare; e
Amsterdam non fu più che un ricordo.

Il bastimento passò in mezzo alle dighe gigantesche che chiudono il
golfo dell'Y, e attraversato rapidamente il _Pampus_, il gran banco di
sabbia che per poco non rovinò il commercio di Amsterdam, entrò nel
Zuiderzee.

Le rive di questo golfo son tutte praterie, giardini e villaggi, che
nell'estate presentano un aspetto incantevole; ma viste dal bastimento e
nel mese di febbraio, non appaiono che come una striscia leggera d'un
verde smorto che separa il mare dal cielo. La riva della Nord-Olanda è
la più bella, e questa costeggia il bastimento.

       *       *       *       *       *

Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve
distanza dall'isola di Marken.

Marken è famosa tra le isole del Zuiderzee come Broek tra i villaggi
della Nord-Olanda; ma con tutta la sua fama e benchè non disti che
un'ora di barca dalla costa, sono pochi gli stranieri, e pochissimi gli
Olandesi che vanno a visitarla. Così mi disse il capitano del bastimento
accennandomi il faro della piccola isola, e soggiunse che, a suo
credere, la ragione della cosa era che qualunque straniero arrivi a
Marken, sia anche un Olandese, è seguito dai ragazzi, osservato, fatto
oggetto dei discorsi di tutti, come un uomo cascato dalla luna. La
descrizione dell'isola spiega questa straordinaria curiosità. È un lembo
di terra largo mille, lungo tremila metri, che si staccò dal continente
nel secolo decimoterzo, e rimase, ed è oggi ancora, nell'indole, nei
costumi, nella vita dei suoi abitanti, tale quale era sei secoli sono.
Il suolo dell'isola è poco più alto del mare, e circondato da una
piccola diga, che non basta a salvarlo dalle inondazioni. Le case sono
fabbricate su otto monticciuoli artificiali, e formano altrettante
borgate, una delle quali,--quella che ha la chiesa,--è la capitale, e
un'altra l'asilo dei morti. Quando il mare supera le dighe, gli spazi
tra monte e monte si cangiano in canali, e gli abitanti vanno da una
borgata all'altra colle barche. Le case sono di legno, alcune dipinte,
altre incatramate; una sola è di pietra, quella del pastore, dinanzi
alla quale si stende un piccolo giardino ombreggiato da quattro grandi
alberi, che sono i soli dell'isola. Accanto a questa casa, v'è la
chiesa, la scuola e l'uffizio municipale. Gli abitanti sono poco più
d'un migliaio e vivon tutti della pesca. Fuor che il medico, il pastore
e il maestro, tutti sono indigeni; nessun isolano si marita nel
continente; nessun continentale si va a stabilire nell'isola. Tutti
professano la religione riformata e tutti sanno leggere e scrivere.
Nella scuola, che conta più di ducento ragazzi dei due sessi, s'insegna
la storia, la geografia e l'aritmetica. La foggia del vestire, che dura
inalterata da parecchi secoli, è uguale per tutti, e curiosissima. Gli
uomini paiono soldati. Hanno una giacchetta di panno grigio oscuro,
ornata di due file di bottoni, che sono per lo più medaglie o monete
antiche trasmesse dal padre al figlio. Questa giacchetta entra come una
camicia dentro un par di calzoni dello stesso colore, larghissimi
intorno alla coscia, e stretti intorno alla gamba, di cui lasciano
scoperta quasi tutta la polpa. Un cappello di feltro o un berretto di
pelo, secondo la stagione; una cravattina rossa, le calze nere, gli
zoccoli bianchi o una sorta di scarpe simili a pantofole, completano
questo strano costume. Ma è anche più strano il costume delle donne.
Portano sul capo un enorme berretto bianco della forma d'una mitra,
tutto ornato di trine e di ricami, e legato sotto il mento come un
casco. Da questo berretto, che copre completamente le orecchie, escono
due lunghe treccie, che dondolano sul seno, e sporge una sorta di
visiera di capelli, tagliata in linea retta poco sopra i sopraccigli, la
quale nasconde tutta la fronte. La veste si compone d'un busto senza
maniche e d'una gonnella di due colori. Il busto è rosso di porpora,
coperto di ricami variopinti, che costano anni di lavoro, e che però si
trasmettono di madre in figlia per parecchie generazioni. La parte
superiore della gonnella è cinerina o azzurra, rigata di nero, e la
parte inferiore di color bruno carico. Le braccia sono coperte sin quasi
al gomito dalle maniche d'una camiciola bianca strisciata di rosso. Le
bambine e i bambini sono vestiti presso a poco nella stessa maniera; le
ragazze con qualche differenza dalle donne; i giorni di festa un po' più
riccamente che i giorni di lavoro. Tale è questo costume misto
d'orientale, di guerresco, di sacro; e altrettanto strana che il costume
è la vita degli abitanti. Gli uomini sono straordinariamente sobri e
giungono a un'età molto avanzata. Partono dall'isola, la notte d'ogni
domenica, sui loro battelli, passano la settimana pescando nel golfo di
Zuiderzee, e ritornano il sabato. Le donne educano i figliuoli,
coltivano le terre, fanno i vestiti per tutta la famiglia. Come le donne
di tutte le altre parti d'Olanda, amano la pulizia e gli ornamenti, e
anche nelle loro capanne si vedono tendine bianche, cristallami, coperte
da letto ricamate, specchietti, fiori. La maggior parte muoiono senza
aver visto altra terra che la loro piccola isola. Sono poveri, ma non
conoscendo alcuno stato migliore del loro, e non avendo nè bisogni, nè
desiderii che non possano soddisfare, ignorano la propria povertà. Fra
loro non ci sono nè cangiamenti di fortuna, nè distinzioni di ceto.
Tutti lavorano, nessuno serve. I soli avvenimenti che svarino la
monotonia della loro vita sono le nascite, i matrimoni, le morti, una
pesca abbondante, l'arrivo d'uno straniero, il passaggio d'un
bastimento, una tempesta marina. Pregano, amano, pescano; tale è la loro
vita, e così le generazioni succedono alle generazioni, conservando
inalterata, come una sacra eredità, l'innocenza dei costumi e
l'ignoranza del mondo.

       *       *       *       *       *

Oltrepassata l'isola di Marken si vede sulla costa della Nord-Olanda un
campanile, un gruppo di case rosse, e qualche vela di bastimento. È
Monnickendam, villaggio di tre mila abitanti; altre volte città
fiorente, che insieme con Hoorn ed Enckhuisen vinse e prese prigioniero
l'ammiraglio spagnuolo Bossu, del quale le toccò per trofeo il collare
del Toson d'oro; alle altre due città la spada e la tazza. Dopo
Monnickendam, si vede il villaggio di Volendam; dopo Volendam la piccola
città d'Edam, da cui ebbe il nome quel formaggio dalla crosta rossa,
_fama super aethera notus_.

A questa città si riferisce una leggenda assai curiosa, rappresentata da
un vecchio bassorilievo che si vede tuttora sopra una delle sue porte.
Parecchi secoli fa, alcune ragazze di Edam, passeggiando sulla spiaggia,
videro una donna di strano aspetto che nuotava nel mare e si fermava di
tratto in tratto a guardarle con aria di curiosità. La chiamarono,
s'avvicinò; le fecero cenno che uscisse dall'acqua, ed essa salì sulla
riva. Era una bellissima donna, ignuda nata, e tutta coperta di limo e
d'erbe germogliate sulla sua pelle come il musco sulla corteccia degli
alberi. Alcuni credono che avesse la coda di pesce; ma un grave cronista
olandese che afferma d'aver inteso raccontare il fatto da un testimonio
oculare, dice che aveva le gambe come le altre donne. La interrogarono,
non capì, e rispose con una voce dolcissima in un linguaggio
sconosciuto. La condussero a casa, le raschiarono l'erba di dosso, la
vestirono da donna olandese e le insegnarono a filare. Non si sa bene
quanto tempo sia rimasta in questo nuovo stato, ma la leggenda dice che
quantunque raschiata e vestita, si sentiva trascinata al mare da un
istinto prepotente, e che dopo aver tentato invano parecchie volte di
ritornare al suo elemento nativo, che le facevan la guardia con
cent'occhi, un giorno finalmente vi riuscì, e nessuno ne ebbe più
notizia. Di dov'era venuta? dov'era andata? chi era? Chi lo sa! il fatto
è che sulle coste del Zuiderzee tutti parlano ancora della donna marina
di Edam, e che a dire, come qualcuno l'osò, in un crocchio di contadini,
che quella donna doveva essere una foca, c'è da buscarsi una presa di
impertinente; e trovo che i contadini hanno ragione, perchè non si deve
sputar sentenze su ciò che non s'è visto. Edam, ch'era anticamente una
città floridissima, di più di venticinquemila abitanti, ha toccato la
stessa sorte delle altre città del Zuiderzee, e non è più che un
villaggio.

Andando da Edam a Hoorn non si vede quasi la costa, e perciò rivolsi
tutta la mia attenzione al mare. Sul golfo del Zuiderzee si può
osservare come in un immenso specchio la mobilità meravigliosa del cielo
d'Olanda. È il più giovane dei mari d'Europa, e presenta veramente nel
suo aspetto tutti i capricci, tutte le inquietudini, tutte le variazioni
inaspettate e inesplicabili dell'età giovanile. Quel giorno, come quasi
sempre, il cielo era coperto di nuvole che si squarciavano e si
riunivano continuamente, in modo che nello spazio d'un'ora si
succedevano tutte le variazioni di luce che nei nostri paesi si vedono
appena nel corso d'una giornata. A momenti il mare si faceva tutto nero
da parere un mare di pece, con una lontana orlatura bianca e luminosa,
come una corrente d'argento vivo. Tutt'a un tratto, svaniva il nero, e
il golfo diventava per immensi tratti verdissimo, come se si fosse
coperto d'erba, e le traccie azzurre dei bastimenti rendendo l'immagine
di canali, pareva di vedere galleggiare sulle acque delle praterie
olandesi staccate dal continente. Poco dopo, tutto quel bel verde moriva
in un giallastro fangoso che dava al golfo l'aspetto d'un pantano denso
ed immondo, nel quale dovessero notare degli animali deformi e schifosi.
Un momento si vedevano i campanili e i mulini della costa appena come
ombre lontane a traverso la nebbia, e si sarebbe detto che in quel punto
fosse notte e piovesse. Un momento dopo, i mulini, i campanili, le caso
parevano vicinissimi e brillavano alla luce del sole come se fossero
dorati. Accanto al bastimento, lungo le coste, in mezzo al golfo, era un
continuo guizzare e sparire d'ombre, di luci, di colori, d'oscurità
notturne e di chiarori meridiani, di minaccie di tempesta e d'aspetti
ridenti, da far credere che tutto quel movimento avesse un perchè
misterioso, un significato superiore all'intelligenza umana, degli
spettatori invisibili, in alto, che lo dovessero capire. Qua e là si
vedevano dei battelli colle vele nere che parevano parati a lutto per
trasportare dei morti.

       *       *       *       *       *

Il bastimento passò in vista della città di Hoorn, l'antica capitale
della Nord-Olanda, dove si fece nel 1416 la prima grande rete per la
pesca dell'aringa e dove nacque quell'intrepido Schouten che oltrepassò
per il primo l'estrema punta meridionale dell'America; e poi si rivolse
verso Enckhuisen. Su quel tratto di costa che corre fra le due città, si
stende una catena di villaggi composti di casette di legno e di mattoni,
coi tetti inverniciati e colle porte scolpite, dinanzi alle quali
s'innalzano degli alberi col tronco dipinto. Di tutti questi villaggi,
dal bastimento non si vedono che i tetti, i quali pare che emergano
dall'acqua, o siano essi stessi tante casette prismatiche galleggianti.
Il color rosso di questi tetti, qualche punta di campanile, qualche ala
di mulino, sono i soli colori e le sole forme che svarino di tratto in
tratto la linea della costa uguale e soavissima come il profilo d'un
istmo infinitamente sottile. Poco prima di arrivare a Enckhuisen si vede
la piccolissima isola d'Urk, che si crede formasse anticamente una sola
isola con quella di Schokland, posta a breve distanza dalla foce
dell'Yssel. Urk è ancora abitata, ed è l'isola prediletta dalle foche,
che la notte svegliano gli abitanti russando; Schokland fu disertata
pochi anni sono dagli isolani, che non la potevano più contendere al
mare.

Il bastimento si arrestò ad Enckhuisen.

Enckhuisen è la più morta di tutte le città morte del Zuiderzee. Nel
sedicesimo secolo conteneva quarantamila abitanti, mandava alla pesca
dell'aringa centoquaranta bastimenti, protetti da venti vascelli da
guerra, aveva un bellissimo porto, un grande arsenale, dei sontuosi
edifizi. Ora il porto è ingombro di sabbia, la sua popolazione ridotta a
cinquemila persone, una delle sue antiche porte è a un quarto d'ora di
cammino dai primi edifici della città, le sue strade sono coperte
d'erba, le sue case abbandonate e cadenti, i suoi abitanti poveri e
sparuti. Non le rimane altra gloria che quella d'aver dato la vita a
Paolo Potter. Il bastimento si fermò qualche minuto dinanzi a questa
larva di città. Sul ponte di sbarco non c'era che qualche marinaio
immobile, della città non si vedeva che qualche casa mezzo nascosta
dalle dighe, e un alto campanile, che in quel momento sonava con note
lente come i rintocchi dell'agonia, l'aria _O Matilde, t'amo, è vero_,
del Guglielmo Tell. La riva era deserta, il porto silenzioso, le case
sbarrate, e una gran nuvola nera soprastava alla città come un drappo
mortuario che discendesse lentamente per ricoprirla per sempre. Era uno
spettacolo che metteva compassione e sgomento.

       *       *       *       *       *

Lasciata Enckhuisen, il bastimento arrivò in pochi minuti
all'imboccatura del Zuiderzee, tra la città di Stavoren, posta nel punto
più avanzato della costa di Frisia, e Medemblik, altra città decaduta
della Nord-Olanda, che fu capitale del paese prima della fondazione di
Hoorn e di Enckhuisen. In quel passo il golfo è poco più largo della
metà dello stretto di Calais. Quando si metterà ad effetto la gigantesca
impresa del prosciugamento del Zuiderzee, in quel passo si costruirà la
diga enorme che dovrà separare il golfo dal Mare del Nord. Questa diga
si stenderà da Stavoren a Medemblik, lasciando aperto nel mezzo un
grande canale per il movimento delle maree e lo scolo delle acque
dell'Yssel e del Vecht; e dietro di essa, il gran golfo sarà a poco a
poco trasformato in una fertile pianura, la Nord-Olanda congiunta alla
Frisia, tutte le città morte delle coste rianimate d'una vita nuova,
distrutte isole, trasformati costumi, confusi linguaggi, creata una
provincia, un popolo, un mondo. Questa grande opera costerebbe, giusta
le previsioni degli Olandesi, centoventicinque milioni di lire; da molti
anni ci si sta studiando e forse tra non molto tempo ci si metterà mano;
ma, ahimè! prima ch'ella sia compiuta, noi nati verso la metà del
secolo decimonono avremo le braccia in croce, come dice il Praga, e le
radici delle viole sul capo.

       *       *       *       *       *

Appena s'è oltrepassato Medenblik, si vedono sulla riva opposta del
Zuiderzee i campanili di Stavoren, la più antica città della Frisia,
così chiamata, dicono gli etimologisti, dal dio Stavo che gli antichi
Frisoni adoravano. Questa città, che non è più che un piccolo villaggio
d'aspetto triste, circondato da grandi bastioni e da paludi, era, al
tempo in cui Amsterdam non esisteva ancora, una città grande, bella e
popolosa, nella quale risiedevano i re di Frisia e affluivano tutte le
mercanzie dell'Oriente e dell'Occidente, così che le avean posto il
glorioso nome di Ninive del Zuiderzee. Una strana leggenda, che però è
fondata sopra un fatto vero, l'insabbiamento del porto, spiega la prima
cagione della sua miserabile decadenza. Gli abitanti, spropositatamente
arricchiti col commercio, erano diventati orgogliosi, vani, dissipatori,
e spingevano il loro lusso forsennato sino a dorare le balaustrate, i
chiavistelli, le porte, i più umili utensili delle loro case. Ciò
dispiacque al buon Dio, il quale deliberò di infliggere alla insolente
città un castigo solenne, e n'ebbe ben presto l'occasione. Una ricca
mercantessa di Stavoren noleggiò un bastimento e lo mandò a Danzica a
pigliare un carico di non so che merci preziose. Il capitano del
bastimento arrivò a Danzica, ma non riuscì a trovare le merci che la
mercantessa desiderava, e per non tornare col bastimento vuoto, lo
caricò di grano. Quando rientrò nel porto di Stavoren, la mercantessa,
che era là ad aspettarlo, gli domandò: "Che hai portato?" Il capitano
rispose umilmente che non aveva portato che del grano. "Del grano!"
gridò l'altera mercantessa con un accento di sdegno e di disprezzo.
"Gettalo immediatamente nel mare." Il capitano obbedì, l'ira di Dio
traboccò. Nel punto stesso che il grano cadeva nell'acqua, si formava
dinanzi al porto un grande banco di sabbia, il quale estinse a poco a
poco il commercio della città. Questo banco di sabbia c'è infatti, e si
chiama Vrouwensand, ossia sabbia della Dama, ed è un tale impedimento,
che anche i più piccoli bastimenti mercantili debbono governarsi con
grande prudenza per non darci dentro; nè un gran molo che si costrusse
per riparare a questo danno, cangiò punto le sorti della città
condannata a morire.

       *       *       *       *       *

Quando il bastimento partì da Stavoren, tramontava il sole; ma
nonostante l'ora e la stagione, il tempo era così mite, che io potei
desinare sopra coperta, e ispirato dalla grande idea del prosciugamento
del Zuiderzee, prosciugare fino alle sue più oscure profondità una
bottiglia di vecchio Bordeaux, senza aver bisogno d'alitarmi neanco una
volta sulle punte delle dita. I viaggiatori eran scesi tutti sotto, il
mare era quietissimo, il cielo dorato, il Bordeaux squisito, il mio
cuore in pace. Intanto mi si spiegava dinanzi agli occhi la riva della
Frisia difesa da due ordini di palafitte, sostenute da pezzi enormi di
granito, di trachite e di basalto di Germania e di Norvegia, che danno a
quel paese l'aspetto d'un immenso campo trincerato. Si passò davanti a
Hindelopen, altra città decaduta, che non ha più di un migliaio
d'abitanti, e conserva le stravaganti foggie di vestire di molti secoli
addietro; si rasentò una serie di piccoli villaggi nascosti, che ci
avvertirono della loro presenza alzando di sopra le dighe il dito di
ferro dei loro campanili; e s'arrivò finalmente ad Harlingen,--la
seconda capitale della Frisia,--ancora illuminata dagli ultimi chiarori
dei tramonto.



FRISIA.


Mentre il bastimento s'avvicinava allo scalo, mi ricordai di quello che
m'era accaduto ad Alkmaar, e pensando che forse mi sarei trovato nelle
medesime péste ad Harlingen, per dove non avevo alcuna lettera di
raccomandazione, mi turbai. E avevo ragione di turbarmi, poichè della
lingua frisona, che è una mescolanza d'olandese, di danese e di vecchio
sassone, presso che incomprensibile agli stessi Olandesi, io non capivo
il bellissimo nulla; e sapevo per giunta che nella Frisia non si parla
quasi punto il francese. Mi preparai dunque, con malinconica
rassegnazione, a gesticolare, a far rider la gente e a lasciarmi
condurre come un bambino, e mi posi a cercare cogli occhi in mezzo alla
folla dei facchini e dei ragazzi che aspettavano i passeggieri sulla
riva, una faccia più umana delle altre, a cui affidare la mia valigia e
raccomandare la mia vita.

Prima che avessi trovata questa faccia, il bastimento si fermò e io
discesi. Mentre stavo esitando fra due tarchiati frisoni che volevano
impossessarsi della mia persona, mi sentii sussurrare nell'orecchio una
parola che mi rimescolò il sangue:--il mio nome.--Mi voltai come se mi
fossi inteso chiamare da uno spettro, e vidi un giovane signore, che
sorridendo della mia meraviglia, mi ripetè in francese: "È lei il signor
tale dei tali?"--"Son io," risposi, "o almeno mi pare d'esser io, perchè
a dirle la verità sono talmente stupito d'esser conosciuto da lei, che
dubito quasi della mia identità. Che prodigio è questo?"--Il prodigio
era semplicissimo. Un mio amico d'Amsterdam che m'avea accompagnato la
mattina stessa al porto, aveva mandato un dispaccio, appena partito il
bastimento, a un suo amico di Harlingen, per pregarlo di andare ad
attendere allo scalo un forestiero alto, bruno e insaccato in un
pastrano color cacao, il quale sarebbe arrivato verso sera, e avrebbe
avuto gran bisogno d'un interprete e gran desiderio d'un compagno. Tutti
i miei compagni di viaggio essendo biondi, l'amico dell'amico m'aveva
subito riconosciuto, ed era venuto a cavarmi d'impiccio.

Se avessi avuto in tasca un collare dell'Annunziata, glielo avrei
buttato al collo. Non avendolo, gli espressi la mia infinita gratitudine
con un diluvio di parole, che lo fecero rimanere attonito, come direbbe
il marchese Colombi, _senza potere attribuire_. Dopo di che, entrammo
nella città, dove non intendevo di rimanere che poche ore.

Grandi canali pieni di bastimenti, larghe strade fiancheggiate da
piccole case variopinte e nitide, pochissima gente fuor di casa, un
silenzio profondo e non so qual aria di pace malinconica che fa pensare
a mille cose lontane: tale è Harlingen, città di poco più di diecimila
abitanti, fondata presso il luogo dov'era anticamente un villaggio che
il mare distrusse nell'anno 1134. Fatto un giro per le strade, il mio
compagno mi condusse a vedere le dighe, senza le quali la città sarebbe
già stata cento volte sommersa, poichè tutto quel tratto di costa è
esposto più d'ogni altro alle correnti e alle onde dell'alto mare. Le
dighe sono formate da due file di palafitte smisurate, congiunte le une
alle altre da grossi tronchi traversali, e tutte rivestite di grandi
chiodi colla testa schiacciata, i quali le preservano dai piccoli
animali marini che distruggono il legno. Fra queste palafitte ci sono
delle assi fortissime, o piuttosto delle grandi travi segate in due,
sprofondate nella sabbia, le une accanto alle altre; dietro queste assi
una muraglia di massi ciclopici di granito rosso portati dalla provincia
della Drenta; e dietro questa muraglia, ancora un robustissimo
stecconato, che basterebbe da solo a trattenere le acque di un torrente
furioso. Sopra questa diga si stende un viale alberato che serve di
passeggio pubblico, di dove si vede il mare, qualche casa della città, e
qualche albero di bastimento che sporge oltre i tetti. Quando vi
passammo, l'orizzonte era ancora leggermente dorato da ponente e
oscurissimo dalla parte opposta; non si vedeva nessuna barca in mare e
nessun movimento nel porto; quattro ragazze ci passarono accanto a
braccetto chiacchierando e ridendo, una si voltò; poi disparvero; la
luna uscì da una nuvola; tirava un vento freddo, e noi passeggiavamo in
silenzio. "Siete tristo?" mi domandò il compagno. "Punto," risposi--e lo
ero. Perchè? chi lo sa! Quanto m'è rimasto impresso nella mente quel
luogo e quel momento! Chiudo gli occhi, rivedo ogni cosa, e sento
l'odore del mare.

       *       *       *       *       *

Il mio compagno mi condusse in un _club_, dove c'intrattenemmo fino
all'ora della partenza del treno per Leuwarde, la capitale della Frisia.
Era il primo frisone col quale avessi l'onore di parlare, e lo studiai.
Era biondo, impettito, grave, come quasi tutti gli olandesi; ma aveva
uno sguardo straordinariamente animato: parlava poco, ma diceva quelle
poche parole con una rapidità e una forza, che lasciavano indovinare un
carattere più vivace di quello dei suoi connazionali dell'altra riva del
Zuiderzee. Il discorso cadde sull'antica Frisia e sull'antica Roma, e fu
amenissimo, poichè avendo egli cominciato a parlare degli avvenimenti di
quei tempi con una straordinaria serietà, come di casi seguiti pochi
anni avanti, ed io dandogli spago, finimmo per discorrere tale e quale
come s'egli fosse stato un frisone dei tempi di Olennio ed io un romano
dei tempi di Tiberio, ciascuno facendo l'avvocato del suo paese. Io gli
rinfacciavo i soldati romani messi in croce, ed egli mi rispondeva
pacatamente che i provocatori eravamo stati noi, perchè fino a tanto che
ci eravamo contentati di prelevare il tributo imposto da Druso,
consistente in cuoi pur che fossero, essi non avevano rifiatato; e che
se poi s'erano ribellati, l'avevan fatto perchè Olennio non si
contentava più dei cuoi, e voleva i bovi, i campi, i ragazzi, le donne;
e questo era un volerli assassinare. "_Pacem exuere_, dice lo stesso
Tacito, _nostra magis avaritia quam obsequii impatientes_; e aggiunge
che Druso ci aveva imposto un piccolo tributo, perchè eravamo poveri,
_pro angustia rerum_. E se ai poveri rubavate i buoi e le terre, che
cosa facevate ai ricchi?"--Quando m'accorsi che sapeva Tacito a memoria,
battei in ritirata, e gli domandai amichevolmente se delle prepotenze
dei miei padri egli serbava qualche rancore con me.--"Oh
signore!"--rispose tendendomi una mano, come se gli avessi fatto quella
domanda sul serio: "nemmeno per ombra!"--O sbaglio,--dissi tra me,--o di
questa ingenuità nei nostri paesi non ce n'è più la semenza.--E non
potevo finir di guardarlo, tanto mi pareva d'uno stampo differente dal
mio.

Stemmo insieme fino a notte, e m'accompagnò alla stazione della strada
ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella
piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c'era un
concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti
venire espressamente dall'Aja, per sonare un par d'ore, al prezzo di
duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse, in una
città come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire,
se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella
strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. "Una casa abbastanza
grande c'è," mi rispose:--Una!--pensai. O dove sarà questo colosso di
casa, che non l'ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma
un po' più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. "Non
ci vedremo mai più" mi disse quel franco e simpatico frisone
stringendomi la mano. "Probabilmente mai più," risposi. Stemmo
un po' guardandoci l'un l'altro, e poi ci dicemmo tutti e due
insieme:--Addio!--e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al
concerto, ed io partii per l'interno della Frisia.

       *       *       *       *       *

La Frisia è tutta una pianura, d'un terreno misto di sabbia, d'argilla e
di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di
rado, verso la fine d'autunno, le acque del mare si spandono su grandi
spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a
traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di
Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti
i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi
dell'anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani.
Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno,
chiamati _terpen_, innalzati dagli antichi abitanti per rifugiarvisi
coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti
son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su
palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha
duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento,
ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della
torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi.
Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi;
qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e
di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d'infinite macchie
nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino
l'occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi
nasconde perpetuamente i confini. L'uomo che in quel paese ha fatto
tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l'acqua
viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.

       *       *       *       *       *

Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo
dove si parlava francese.

La mattina per tempissimo--credo che non ci fossero ancora cento persone
levate in tutta la città--uscii, e mi diedi a girare per le strade
deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.

Leuwarde ha l'aspetto d'un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte
spaziosissime, percorse da larghi canali, e fiancheggiate da case
straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di
verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I canali interni si
congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni
della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che
conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da
grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case,
in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano
quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si
ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di
grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da
un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata,
dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le
finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per
un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti
portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le
città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano
dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva
di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta
io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che
pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei
pianoforti, dei libri che anch'io avevo letti, delle carte geografiche
d'Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma. Girando di strada in
strada, passai dinanzi all'antico castello dei governatori della Frisia,
della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia
d'Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso,
sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue,
che gli dan l'aspetto d'un villino principesco; e infine riuscii in una
gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della
quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e
che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per
altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui
rasentavo le gronde coll'ombrello, ritornai nel centro della città.

       *       *       *       *       *

In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia
scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno
può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la
loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della
quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in
tutte le città dell'Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo
ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante;
ma l'avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben
altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale
della Frisia, in pieno giorno, a mio bell'agio. Ma come cavarsi questa
curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta la giornata, le
donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto
aspettare fino alla mattina dopo, e l'impazienza mi divorava. Per
fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni
sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante
della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il
braccio, mi ricordai ch'era l'anniversario della nascita del Re di
Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa
banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne
avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda
come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto
quanto volevo. Dissi a me stesso:--Bravo!--e canterellando l'arietta
«Che invenzione prelibata» del _Barbiere di Siviglia_, seguii il
musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s'andava
raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un
centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il
maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti;
la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al
capo tamburo, ed ero beato.

S'aprirono le finestre delle prime case, e si affacciarono alcune donne
colla testa tutta luccicante d'argento, come se fossero elmate; ed
avevano infatti due larghe lastre d'argento che nascondevano affatto i
capelli e coprivano una parte della fronte stringendo il capo come un
casco di guerriero antico. Un po' più oltre, s'affacciarono altre donne,
quali col casco d'argento, quali col casco d'oro. Il battaglione svoltò
in una delle strade principali, e allora su tutte le porte, a tutte le
finestre, agli svolti delle strade, sulle soglie delle botteghe, dietro
le cancellate dei giardini, comparirono caschi d'oro e d'argento, grandi
e piccini, con velo e senza velo, tersi e sfolgoranti come celate
d'armeria; mamme in mezzo a una nidiata di ragazzine, tutte col casco;
vecchie cadenti, col casco; serve colla casseruola in mano, col casco;
signorine che s'erano alzate allora dal pianoforte, col casco; Leuwarde
pareva una immensa caserma di corazzieri sbarbati, una metropoli di
regine spodestate, una città dove tutta la popolazione si preparasse ad
una grande mascherata medioevale. Non posso dire lo stupore e il piacere
che provavo dinanzi a quello spettacolo. Ogni nuovo casco che vedevo, mi
pareva il primo, ridevo, e mi pareva che il capo tamburo, le guardie
civiche e i monelli che avevo intorno, dovessero riderne con me. Tutti
quei caschi coloravano di riflessi dorati e argentati i vetri delle
finestre e le imposte inverniciate; brillavano confusamente nel buio
delle stanze semi-aperte del pian terreno; apparivano e sparivano
lampeggiando dietro le tendine trasparenti e i fiori dei davanzali.
Passando accanto alle ragazze ritte sul marciapiedi della strada,
rallentavo il passo, e vedevo riflessi sulle loro teste gli alberi, le
botteghe, le finestre, il cielo, le guardie civiche, il mio viso. In
mezzo a tutte quelle teste amabilmente terribili, su cui non si vedeva
una ciocca di capelli, io collo staio e la capigliatura lunga, mi parevo
un uomo imbelle e spregevole, a cui da un momento all'altro una di
quelle austere frisone dovesse porgere per scherno il fuso e la
rocca.--Ma che spedizione hanno in mente tutte codeste donne?--pensavo,
celiando con me stesso.--A chi vogliono far la guerra? A chi intendono
di metter paura?--A ogni passo vedevo qualche scena curiosa. Un ragazzo,
per far stizzire una bambina, le appannava il casco col fiato, e quella
subito s'affannava a ripulirlo colla manica, prorompendo in invettive,
come un soldato a cui il compagno insudici qualche parte dell'armatura
un momento prima della rivista del capitano. Un giovanotto, da una
finestra, toccava colla punta d'un bastoncino il casco d'una ragazza
affacciata alla finestra accanto, il casco risonava, i vicini si
voltavano, la ragazza faceva il viso rosso e spariva. In fondo a un
corridoio, una serva si aggiustava il casco guardandosi in quello d'una
compagna gentilmente inchinata per farle da specchio. Nell'atrio d'una
casa, che doveva essere un collegio, una cinquantina di ragazze, tutte
col casco, si disponevano a due a due, in silenzio, come un drappello di
guerriere che s'apparecchiassero a fare una sortita contro il popolo
ribellato. E in ogni nuova strada che infilava la banda, pullulava da
ogni parte, come a un richiamo di guerra, una nuova legione di
quell'esercito stravagante e gentile.

Da principio, tanto ero assorto nella contemplazione dei caschi, che non
avevo quasi badato ai volti di quelle Frisone, che hanno fama di essere
le più belle donne dei Paesi Bassi, di discendere in diritta linea dalle
antiche sirene del Mare del Nord, e di aver fatto andare in visibilio il
gran cancelliere dell'Impero germanico; il quale non dev'essere di
natura molto facilmente eccitabile. Riavuto dalla prima meraviglia dei
caschi, mi diedi a considerare le persone; e debbo dire che ne vidi,
come in tutti gli altri paesi, pochissime belle, ma queste degne
veramente della fama. Son donne la maggior parte di alta statura, di
larghe spalle, bionde, bianche, diritte come palme e gravi come antiche
sacerdotesse, alcune di mani e piedi molto piccoli, e malgrado la loro
gravità, sorridenti con una dolcezza che par davvero un riflesso lontano
delle loro favolose progenitrici. L'elmetto argenteo, che stringendo e
nascondendo i loro capelli, le priva del più bell'ornamento della
bellezza, le rifà in parte di questo difetto, col mettere in mostra la
nobile forma della loro testa, e col dare al loro viso dei lumeggiamenti
bianchi e azzurrini d'una delicatezza inesprimibile. All'apparenza, non
hanno ombra di civetteria.

       *       *       *       *       *

Mi rimaneva però una grande curiosità, ed era di veder da vicino una di
quelle belle teste elmate, e di sapere come questi elmi fossero fatti, e
in che modo si mettessero, e che norme avesse quell'uso. A questo fine
avevo una lettera per una famiglia di Leuwarde, la portai, fui ricevuto
cortesemente in una bella casetta posta sull'orlo d'un canale, e
scambiati appena i primi saluti, dimandai di vedere un casco, il che
fece ridere di cuore i miei ospiti, perchè quella è immancabilmente la
prima domanda che rivolgono tutti gli stranieri arrivati in Frisia ai
primi Frisoni che hanno la fortuna di conoscere. Per tutta risposta, la
padrona di casa, una signora colta e gentilissima, che parlava con molto
garbo il francese, tirò il cordoncino d'un campanello, e comparve subito
una ragazza col casco d'oro e la veste lilla, a cui essa accennò di
venire innanzi. Era la serva: una ragazza alta come un granatiere,
robusta come un atleta, bianca come un angelo, fiera come una
principessa. Capì di volo che cosa volevo e mi si piantò davanti colla
testa alta e cogli occhi bassi. La signora mi disse che si chiamava
Sofia, che aveva diciott'anni, ch'era promessa sposa e che il casco
gliel'aveva regalato il suo fidanzato.

Domandai di che metallo fosse il casco.

"D'oro!" rispose la signora quasi meravigliandosi della mia domanda.

"D'oro!" esclamai alla mia volta. "Scusi; abbia la compiacenza di
domandarle quanto costa."

La signora interrogò in lingua frisona Sofia, e poi rivolgendosi a me:
"Costa," mi disse, "senza le spille e senza la catenella, trecento
fiorini."

"Seicento lire!" esclamai. "Scusi ancora: vorrei sapere qual'è la
professione del suo fidanzato."

"Segatore di legna," rispose la signora.

"Segatore di legna!" ripetei, e pensai con raccapriccio allo spessore
del libro che avrei dovuto scrivere per poter vincere di splendidezza
quel segatore di legna.

"Non hanno però tutte il casco d'oro," soggiunse la signora. "I
fidanzati che han pochi quattrini ne regalano uno d'argento. Le donne e
le ragazze povere l'hanno di rame dorato, o d'argento sottilissimo, che
costa pochi fiorini. Però la grande ambizione è d'averlo d'oro, e a
questo fine si lavora, si risparmia, si sospira per anni interi. Se poi
dovessi parlarle delle gelosie, io che ho la cameriera col casco
d'argento e la serva col casco d'oro, ne potrei dire qualche cosa."

Le domandai se portavano il casco anche le signore. Mi rispose che non
lo portavano più, fuor che pochissime; ma che tutte, anche delle prime
famiglie, si ricordano d'averlo veduto alle loro nonne e alle loro
madri; ed eran caschi cesellati e tempestati di diamanti che costavano
un subisso. Anticamente però non si portavano caschi, ma solo una sorta
di diademi molto sottili, d'argento o di ferro, senza ornamenti, i
quali, a poco a poco, si andarono allargando fino a coprire tutta la
parte anteriore del capo. Ora, come tutte le mode che cominciano a
decadere quando sono giunte all'esagerazione, anche il casco decade.
Alle donne comincia a rincrescere di non poter mostrare i loro bei
capelli biondi. Oltre questo, il casco produce il triste effetto di
affrettare la calvizie, tanto che molte donne, in età ancor fresca,
hanno già delle piazzate che metton paura. I medici, dal canto loro,
dicono che quella continua pressione sul capo fa male al seno, e molti
affermano che ne arresta lo sviluppo; il che non è difficile a credersi,
poichè in fatti le donne frisone, robuste e carnose come sono, hanno per
lo più un rilievo leggerissimo là dove è bello il vedere una curva
audace. Tutte queste ragioni hanno indotto anni sono parecchie signore
della provincia di Groninga, dove è pure in uso quella copertura di
capo, a formare una specie di propaganda contro quell'uso, smettendolo
esse per le prime; dopo di che moltissime altre lo smisero. Passeranno
però molti anni prima che tutti i caschi siano spariti. Le serve, le
contadine, la maggior parte delle donne del mezzo ceto, lo portano
ancora. V'è la parte pro e la parte contro. Questa guadagna terreno
lentissimamente, e quella si difende con ostinazione.

Desideravo di vedere il casco di Sofia, ma era coperto dal solito velo
di trina, e non osavo farla pregare che se lo togliesse. Le presi il
velo per l'orlo colla punta delle dita e spiegando la parola col gesto,
le domandai se lo potevo alzare.

"Lo alzi pure," mi disse la signora, traducendo la risposta della
ragazza.

Lo alzai.

Dei del cielo, che bianchezza! Paragonai quel collo, ch'era tutto
scoperto, col velo che tenevo in mano, e rimasi incerto di quale dei
due fosse più bianco.

Il casco di Sofia era assai diverso dai caschi di argento che avevo
visti per le strade; anzi, per dire il vero, questo nome di casco non
conviene che a quei d'oro, poichè gli altri, sebbene presentino, a chi
li guarda di fronte, il medesimo aspetto di caschi, non ne hanno punto
la forma. Questi son fatti di due lastre quasi circolari, congiunte da
un cerchietto flessibile di metallo che passa dietro il cocuzzolo, e
ornate di due grandi bottoni cesellati che riescono sulle tempie. Queste
due lastre non coprono che la parte anteriore del capo. I caschi d'oro
invece sono un larghissimo cerchio che abbraccia tutta la testa, fuorchè
il cocuzzolo, e si allarga ancora alle estremità fino a non lasciar più
vedere che una piccolissima parte della fronte. La lamina è sottile e
flessibile come carta di Bristol in modo che si può adattare facilmente
a teste di diversa grandezza. Sotto questo casco (anco sotto quei
d'argento) portano una specie di cuffia nera, che serra i capelli come
un berretto da notte; e sopra il casco, un'altra sorta di cuffia di
trina, che scende fin sulle spalle. Su questa seconda cuffia molte donne
mettono ancora un cappellino indescrivibile, ornato di fiori e di frutti
finti, o un cappello _Pamela_. Prima di mezzo giorno, stando in casa o
uscendo per faccende, le donne del popolo portano il casco senz'altro;
la cuffia e il cappello se lo mettono per andare alla passeggiata.

Mentre osservavo il casco della ragazza, la signora mi parlava di certi
usi singolarissimi che si ritrovano ancora nella campagna della Frisia.

Quando un giovane si presenta in una casa per domandare la mano d'una
ragazza, questa gli fa subito capire se lo accetta o non lo accetta per
sposo. Se lo accetta, esce dalla stanza e vi ritorna poco dopo col
casco. Se non si va a mettere il casco vuol dire che il giovane non le
piace, e ch'essa non acconsente a diventare sua regina. Gli amanti
sogliono regalare alle loro fidanzate dei legacci da calze, sui quali
sono iscritte delle sentenze, delle parole d'amore e degli auguri di
felicità. Qualche volta l'innamorato presenta alla ragazza un fazzoletto
annodato con iscrizioni nel nodo e dentro monete o gingilli. Se la bella
lo scioglie, s'intende che accetta la mano del giovane; se non lo
scioglie, s'intende che la ricusa. L'onore più ambito dagli amanti è
quello di poter legare lo zoccolo, o patino che si voglia dire, al piede
della loro diva; la quale li ricompensa di questa cortesia con un bacio.
Del resto, giovani e ragazze godono della più ampia libertà. Vanno a
passeggiare insieme come marito e moglie, e rimangono sovente soli in
casa, per parecchie ore, di notte, dopo che il padre e la madre sono
andati a letto.--E non si hanno mai da pentire di esserci andati troppo
presto? domandai: "Il fallo," mi rispose la signora "è sempre riparato."

Durante tutti questi discorsi, la bella frisona era sempre rimasta seria
ed immobile come una statua. Prima che se n'andasse, le dissi, per
ringraziarla con un complimento, che era una delle più belle guerriere
della Frisia, e pregai la signora di tradurle quelle parole. Le ascoltò
col viso serio e diventò rossa fino ai capelli; poi, come se ci avesse
pensato meglio, sorrise leggerissimamente, e fatto un mezzo inchino uscì
dalla stanza, ritta, lenta e maestosa come una regina di tragedia.

Grazie alla cortesia dei miei ospiti, vidi un piccolo _Museo d'antichità
nazionali della Frisia_, formato da pochi anni, e già ricco di
moltissimi oggetti preziosi. Profano come sono a questi studi, non feci
che sogguardare le medaglie e le monete, e mi trattenni particolarmente
dinanzi agli antichi zoccoli dei patinatori, ai rozzi diademi da cui
derivarono i caschi, e a certe strane pipe trovate nella terra a una
grande profondità, le quali paiono anteriori all'uso del tabacco, e si
crede servissero a fumare la canapa. Ma il più curioso oggetto del Museo
è un cappello da donna, ch'era in uso sulla fine del secolo scorso, un
cappello così spropositato e così ridicolo, che se l'antiquario che me
lo mostrò, non m'avesse assicurato d'averne visto ancor uno, coi suoi
occhi, sul capo d'una vecchia signora di Leuwarde, non sono molti anni,
in occasione di una festa per l'arrivo del re d'Olanda, avrei creduto
impossibile che delle creature ragionevoli si fossero mai incappellate
in quella maniera. Non è un cappello, è una tenda, un baldacchino, una
tettoia, sotto la quale si potrebbe riparare dalla pioggia e dal sole
un'intera famiglia. Si compone di un cerchio di legno, grande due volte
uno degli ordinari tavolini da caffè, e d'un cappello di paglia munito
d'una tesa della stessa grandezza, mancante da una parte, in modo che
presenta la forma d'un semicircolo. Il cerchio è ornato di una lunga
frangia, ed ha una piccola apertura, nella quale entra la testa, e vi si
assicura non so come. Quando il cerchio è assicurato, il cappello, che è
una cosa a parte, vi si posa su e vi si stende come una tela
sull'armatura d'una baracca, e l'edifizio è compiuto. Quest'edifizio,
quando le signore entravano in chiesa, lo scomponevano, per non
ingombrare troppo spazio, e lo rifabbricavano al momento d'uscire, e il
cappello pareva grazioso, e l'operazione comodissima. Tanto è vero il
proverbio, che tutti i gusti son gusti.

       *       *       *       *       *

Un cortese frisone, al quale ero raccomandato da un amico dell'Aja, mi
condusse in campagna per vedere le case dei contadini. Ci dirigemmo da
Leuwarde verso la città di Freek, a traverso uno dei tratti più fertili
della Frisia, per una bella strada ammattonata e pulita come un
marciapiede di Parigi; e arrivammo, dopo un breve cammino, a una casa
dinanzi alla quale il mio compagno s'arrestò e disse in tuono grave:
"Ecco il _friesche hiem_ del contadino frisone, la vecchia fattoria
degli antenati." Era una casa di mattoni, con le persiane verdi e le
tendine bianche, coronata d'alberi e posta in mezzo a un giardinetto
circondato da un fosso pieno d'acqua. Accanto a questa casetta, c'era
un fienile formato di gigantesche travi di pino di Norvegia e coperto da
un enorme tetto di canne; e in questo fienile la stalla, difesa da una
gran parete di legno. Entrammo nella stalla. Le vacche, come nella
Nord-Olanda, non hanno strame, e sono unite a due a due, colla coda
legata alle travi del soffitto, perchè non s'insudicino. Dietro di esse
corre un rigagnolo profondo che porta via le immondizie. Il pavimento,
le pareti, gli animali stessi sono pulitissimi, e non mandano punto
cattivo odore. Mentre io osservavo in ogni parte quel salotto
animalesco, il mio compagno, che era un erudito agronomo, mi dava dei
preziosi ragguagli intorno alla campagna frisona. In un podere di trenta
o trentacinque ettari si suol tenere un cavallo e settanta bestie
bovine. Per ogni ettare c'è una vacca da latte, e in quasi tutti i
poderi otto o dieci grandi pecore, col latte delle quali si fanno dei
piccoli formaggi cercati come una ghiottoneria sopraffina in tutte le
città della Frisia. Tuttavia il prodotto principale, in Frisia, non è il
formaggio, come nella Nord-Olanda; ma il burro. La stanza dove si fa il
burro è il penetrale sacro della casa dei contadini. C'entrammo, e non
fu piccola concessione quella che ci venne fatta, perchè i profani sono
pregati per il solito di fermarsi sulla soglia della porta. Era una
stanza pulita come un tempietto e fresca come una grotta, nella quale si
vedevano molte file di vasi di rame pieni fino all'orlo di latte munto
allora allora, e già coperto di un denso strato di fiore. La zangola
era messa in movimento da un cavallo, come s'usa in quasi tutta la
Frisia. A una parete era appeso un termometro, le finestre erano ornate
di tendine, e sul davanzale si vedeva un bel vaso di giacinti. Questo
burro di Frisia è così squisito, mi diceva il compagno, che sul mercato
di Londra, dove se ne porta una quantità immensa, si vende a un prezzo
esorbitante. Anno per anno se ne raccolgono nei varii mercati della
provincia da sette a otto milioni di chilogrammi. Il burro è posto in
certi bariletti di quercia di Russia, del peso di venti o quaranta
chilogrammi ciascuno, che vengono portati al Peso Municipale delle città
della Frisia. Qui un perito li esamina, li assaggia, li pesa e poi ci
mette il suggello delle armi della città; dopo la quale operazione sono
trasportati ad Harlingen, e caricati sopra uno _steamer_, che li reca
sulle rive del Tamigi. Questa è la nostra ricchezza, concluse il cortese
frisone, colla quale ci consoliamo della mancanza delle palme e degli
aranci che avete voi, prediletti dalla natura. E terminò, a proposito di
aranci e di burro, raccontandomi di quel generale spagnuolo, che un
giorno mostrò un arancio a un contadino frisone e gli disse con
orgoglio: "Questo è un frutto che il nostro paese produce due volte
all'anno!" e il contadino, ponendogli sotto gli occhi un pane di burro,
gli rispose: "E questo è un frutto che il nostro paese produce due volte
al giorno!" E il generale rimase senza parola.

Il contadino che ci accompagnava, ci permise di dare una capatina in una
stanza dove sua moglie e la sua figliuola, l'una col casco d'oro e
l'altra col casco d'argento, lavoravano sedute di qua e di là d'un
tavolino. Pareva una stanza apparecchiata appositamente per gli
stranieri curiosi. V'erano dei grandi armadi di forma antica, degli
specchi colle cornici dorate, delle porcellane chinesi, dei vasi da
fiori scolpiti, delle argenterie esposte sugli stipi. "E il meno è
quello che si vede," mi susurrò nell'orecchio il mio compagno, vedendomi
dar segno di meraviglia. "Quegli armadi sono pieni di biancheria, di
gioielli, di vesti di seta; e vi son dei contadini che hanno i piatti,
le tazze, le caffettiere d'argento; e ve n'è persino di quelli che si
fan fare le posate e le scatole da tabacco d'oro massiccio. Guadagnano
molto, vivono economicamente, e spendono il frutto dei loro risparmi in
oggetti di lusso." Questo spiega perchè nei più piccoli villaggi ci sian
delle botteghe di gioiellieri quali non si trovano in molte grandi città
europee. Ci son contadine che comprano delle collane di corallo del
valore di mille lire e che hanno nelle loro cassette per più di
diecimila fiorini tra anelli, buccole, spille, gingilli. E vivono
economicamente, è vero, durante la maggior parte dell'anno; ma i giorni
di grandi feste, nelle occasioni di matrimonio, al tempo delle
_Kermesses_, quando vanno in città per divertirsi, s'installano nei
primi alberghi, pigliano i più bei palchi al teatro dell'opera e
stappano tra un atto e l'altro delle brave bottiglie di Champagne. Un
contadino che possegga un capitale di centomila lire non passa punto per
ricco, poichè sono moltissimi quei che ne possedono duecento mila,
trecento mila, un mezzo milione, ed anche molto di più.

Il carattere di questi contadini (e quello che si dice dei contadini si
può dire di tutti i Frisoni) è per testimonianza universale ed antica,
maschio, aperto, generoso.--Che peccato che non siate un
Frisone!--dicono a una persona che stimano. Sono alteri della nobiltà
della loro razza, che credono la prima della grande famiglia germanica,
e si vantano d'essere il solo popolo di quella famiglia, che abbia
conservato il suo nome dopo i tempi di Tacito. Molti credono ancora che
il loro paese sia stato chiamato Frisia da Frisio, figliuolo di Alano,
fratello di Mesa, nipote di Sem, e s'inorgogliscono di quest'origine
antica. L'amore della libertà è il loro sentimento dominante, «I
Frisoni,--dice il loro vecchio codice,--saranno liberi fin che i venti
soffieranno nelle nuvole e fin che durerà il mondo.» È la Frisia,
infatti, che manda al Parlamento i deputati più arditi della parte
liberale. La popolazione è quasi tutta protestante, e gelosissima della
sua fede, e non meno che della fede, della lingua, illustrata da un
grande poeta popolare, e coltivata tuttora con grande amore. Il
contadino in particolare, dice il Laveleye, cita con alterezza gli
uomini illustri che nacquero sotto l'_hiem_ frisone, i due poeti
Gisberto Japhis e Salverda, il filologo Tiberio Hemsterhuis e suo
figlio Frans, l'amabile e profondo filosofo che la signora di Staël
chiamava il Platone olandese.

Strada facendo verso Leuwarde, incontrammo parecchi carri di contadini
tirati da quei famosi cavalli frisoni, che si dicono i primi trottatori
del mondo. Hanno il pelo nero, il collo lungo, la testa piccina e piena
di vita. I più belli son quelli allevati nell'isola di Ameland.
Resistono meravigliosamente alla fatica; servono insieme al tiro e alle
corse, e cosa singolare in un paese dove tutto si muove
placidissimamente, i loro flemmatici padroni li fanno andar sempre di
trotto serrato, anche per tirare i carri del fieno, e quando non han
punto premura di arrivare. Le corse di questi cavalli, che si chiamano
le _harddraveryen_, sono uno spettacolo antico e caratteristico della
Frisia. In tutte le piccole città si prepara un'arena divisa in due vie
parallele e diritte, sulle quali i cavalli corrono successivamente a due
a due, e poi lottano fra loro i vincitori di ciascuna corsa fin che uno
li abbia vinti tutti, e questo ottiene il premio. Il popolo accorre in
gran folla a questo spettacolo, e l'accompagna con applausi e grida
festose, come alle gare dei patinatori.

Arrivando a Leuwarde ebbi il più bello e più inaspettato incontro che
potessi immaginare: un corteo nuziale di contadini. Erano più di trenta
carrozze, tutte colla cassa della forma d'una conchiglia, altissime,
coperte di dorature e di fiorami dipinti, e tirate da robusti cavalli
neri, su ciascuna delle quali stava seduto un contadino vestito in gala,
e una donnina rosea col casco d'oro e il velo bianco. I cavalli andavano
di gran trotto, le donne, strette al braccio dei loro compagni,
gettavano confetti ai ragazzi della via, le trine sventolavano, i caschi
mandavan lampi. Il corteo s'allontanò e disparve come una cavalcata
fantastica in mezzo a un frastuono di risa, di schiocchi e di voci
festose.

       *       *       *       *       *

La sera, a Leuwarde, mi divertii a veder passare dinanzi alla porta
dell'albergo le donne e le ragazze dalla testa luccicante, come un
generale ispettore alla così detta rassegna annuale, quando i soldati
sfilano uno per uno con armi e bagaglio. A un certo punto però,
osservando che andavan tutte dalla stessa parte, seguii la corrente e
riuscii in una vasta piazza, dove suonava una banda musicale, in mezzo a
una gran folla, davanti a un edifizio con tutte le finestre illuminate,
alle quali s'affacciavano di tratto in tratto dei signori in cravatta
bianca, che dovevano essere là per un pranzo ufficiale. Benchè
piovigginasse, la gente rimaneva immobile, e le donne essendo tutte in
prima fila, formavano intorno alla banda un gran cerchio di caschi, che
da lontano, al lume dei fanali e a traverso il velo della nebbia, pareva
davvero una schiera di corazzieri a piedi, che tenesse indietro la
folla. Mentre la banda suonava, una ventina di soldati di fanteria,
raggruppati in un angolo della piazza, l'accompagnavano col canto,
agitando il berretto e saltellando ora sur una gamba ora sull'altra
cogli atteggiamenti grotteschi degli ubbriachi dello Steen e del
Brouwer. La folla li guardava, e m'immagino che lo spettacolo le paresse
straordinariamente bello e dilettevole, perchè rideva dai precordi, si
alzava in punta di piedi, accennava, esclamava, applaudiva. Io mi fermai
a osservare qualche bel viso di Frisona, che quando si vedeva guardata,
mi vibrava uno sguardo pieno di orgoglio guerresco, e poi me n'andai a
far conversazione con un libraio, cosa gradevolissima in Olanda, dove i
librai sono generalmente molto colti e molto cortesi.

       *       *       *       *       *

La notte, all'albergo, non potei quasi chiuder occhio per cagione d'uno
scellerato pianista di campanile, il quale, forse perchè soffriva
d'insonnia, si prese il barbaro piacere di dare alla città addormentata
un saggio di tutte le opere del Rossini e di tutte le canzoni popolari
dei Paesi Bassi. Non ho ancora parlato del meccanismo di questi
organetti aerei, ed ecco com'è congegnato. L'orologio del campanile
mette in movimento un piolo, il quale alla sua volta fa girare una ruota
e un cilindro munito di cavicchi, simile a quello d'un organo di
Barberia. A questi cavicchi, disposti nell'ordine voluto dalla melodia,
sono attaccati dei fili di ferro i quali sollevano i battagli delle
campane e i martelli che le percuotono. Quando suonan le ore, risponde
un'arietta determinata; ma togliendo il cilindro, si possono suonare
tutte le arie che si vuole, per mezzo di molle mosse da due tastiere,
una delle quali si preme colle mani e l'altra coi piedi. Il suonare in
questa maniera richiede una forza e uno sforzo considerevole, poichè
alcuni dei tasti vogliono una pressione equivalente al peso di due
libbre; eppure, è tale il piacere che i campanari trovano in questa
musica, e che suppongono ci trovino anche gli altri, che suonano per ore
intere con un vigore e una passione degna veramente di più grata
armonia. Io non saprei dire se quel campanaro di Leuwarde suonasse bene;
ma son certo che doveva avere dei muscoli erculei e una spaventosa
passione per il Rossini. Dopo avermi addormentato col _Barbiere_, mi
svegliò colla _Semiramide_, poi mi riaddormentò coll'_Otello_, poi mi
fece riaprir gli occhi col _Mosè_, e così di seguito. Era una gara fra
noi due, egli a vibrarmi delle note e io a scagliargli delle
maledizioni. Cessammo tutti due insieme a un'ora molto avanzata della
notte, e non so, se avessimo fatto il conto, quale dei due sarebbe
rimasto creditore. La mattina mi lamentai col cameriere, un olandese
flemmatico, a cui credo che nessun rumore del cielo o della terra aveva
mai turbato la dolcezza del sonno. "Ma sapete" gli dissi, "che questa
vostra musica dei campanili è molto importuna?"--"Come," mi rispose
innocentemente, "non ha osservato che ci sono tutte le ottave coi tuoni
e coi semi-tuoni?"--"Proprio?" gli dissi coi denti stretti. "Allora il
caso è diverso: scusate."

La mattina per tempo partii per Groninga, recando con me, malgrado la
persecuzione della musica, un caro ricordo di Leuwarde e delle poche
persone che ci avevo conosciute, amareggiato però da un rammarico che mi
dura ancora: quello di non aver visto scivolare sul ghiaccio le belle,
ardite e severe figlie del Nord, che passano, come dice Alfonso
Esquiroz, avvolte in una nuvola e coronate d'un nembo d'oro e di trine,
simili a figure fantastiche intravvedute sognando.

       *       *       *       *       *

La pianura olandese, che veduta la prima volta, desta un senso vago e
gradevole di malinconia, e presenta nella sua uniformità mille aspetti
nuovi e mirabili, che divagano l'immaginazione, finisce però col
generare stanchezza e noia anche in chi sia per natura meglio inclinato
a comprendere e a godere la sua maniera particolare di bellezza. Vien
sempre un giorno, in cui lo straniero che viaggia in Olanda, sente
improvvisamente un desiderio irresistibile di altezze che gli facciano
sollevare gli occhi e il pensiero; di curve su cui lo sguardo possa
salire, precipitare, aggirarsi; di forme che l'immaginazione possa
animare con quelle vaghe e meravigliose rassomiglianze di dorsi di
leoni, di fianchi di donne, di profili di visi e d'edifizi, che
presentano i poggi, i monti, le rupi del suo paese. La mente e gli occhi
sono sazi di spaziare e di smarrirsi per quel mare sconfinato di
verzura: hanno bisogno di cime, d'abissi, d'ombre, di azzurro, di sole.
Allora si è veduto abbastanza l'Olanda e si pensa alla patria con amore
impaziente.

Provai per la prima volta questo sentimento andando da Leuwarde a
Groninga, capitale della provincia del medesimo nome. Uggito di vedere,
a traverso la nebbia, praterie dopo praterie e canali dopo canali, mi
raggomitolai in un cantuccio del vagone e mi diedi a pensare ai poggi
della Toscana e alle colline delle sponde del Reno, nello stesso modo
che maestro Adamo di Dante pensava ai ruscelletti del Casentino. A una
piccola stazione posta a mezza strada fra le due città, salì nel vagone
un uomo che mi parve a primo aspetto, ed era infatti un contadino,
biondo, corpacciuto, color di cacio fradicio, come dice il Taine dei
contadini olandesi, vestito pulitissimo, con una gran ciarpa di lana
intorno al collo e una grossa catena d'oro al panciotto. Mi diede
un'occhiata benevola e mi sedette davanti. Il treno ripartì. Io
continuavo a pensare alle mie colline, e di tratto in tratto mi voltavo
a guardar la campagna colla speranza di qualche cangiamento di
paesaggio, e vedendo sempre pianura, facevo, senz'accorgermene, un atto
che voleva dire che ero ristucco. Il contadino guardò per qualche tempo
ora me ed ora la campagna; poi sorrise, e pronunziando le parole con
grande sforzo, mi disse in francese:

"Noioso..... non è vero?"

Gli risposi in fretta di no, che non m'annoiavo punto, che anzi la
campagna olandese mi piaceva.

"Eh no....." riprese sorridendo, "noioso: tutto piano," e accennava con
tutt'e due le mani; "non c'è montagne."

Dopo qualche momento, impiegato a tradurre mentalmente il suo pensiero,
mi domandò, accennandomi col dito: "Di che paese?"

"D'Italia," risposi.

"Italia," ripetè sorridendo. "Ci son molte montagne?"

"Moltissime," risposi, "da coprirne tutti i Paesi Bassi."

"Io," soggiunse, accennando sè stesso, "non ho mai visto una montagna in
vita; non so che sia; nemmeno le colline della Gheldria."

Un contadino che parlava francese per me era già una cosa straordinaria;
ma un uomo che non aveva mai visto nè una montagna nè una collina, mi
pareva una creatura favolosa. Perciò lo interrogai, e gli cavai di bocca
delle cose assai strane.

Egli non era mai stato più lontano che ad Amsterdam, non aveva mai
veduto neanco la Gheldria, che è la sola provincia montuosa della
Neerlandia; e perciò non aveva idea di che cosa fosse una montagna, se
non per le immagini che ne aveva viste nei quadri e nei libri. Le più
grandi altezze a cui si fossero mai sollevati i suoi occhi erano le
punte dei campanili e le cime delle dune. E quello ch'era di lui, è di
migliaia d'Olandesi, i quali dicono:--Vedrei volentieri un monte,--come
noi diremmo:--Vedrei volentieri le piramidi d'Egitto.--Mi disse in fatti
che appena avesse potuto, sarebbe andato a vedere il Wiesselschebosch.
Gli domandai che cosa fosse il Wiesselschebosch. Mi rispose che era una
montagna della Gheldria, vicina al villaggio di Apeldoorn, una delle più
alte del paese. "Quanto è alta?" domandai. "Cento e quattro metri," mi
rispose.

Ma quel buon uomo doveva ben altrimenti farmi stupire.

Di lì a qualche momento mi ridomandò: "Italia?"

"Italia," ripetei.

Stette un po' pensando, e poi disse: "Fu respinta la legge
sull'istruzione obbligatoria, vero?"

Oh cospetto!--dissi tra me;--stiamo a vedere che è abbonato alla
_Gazzetta ufficiale_. In fatti, pochi giorni prima la Camera aveva
respinto il progetto di legge per l'istruzione obbligatoria.

Gli risposi quel poco che sapevo.

Dopo un po', sorrise, cercò, mi parve, una frase, e poi mi domandò:

"E Garibaldi continua....." qui fece l'atto di zappare, e poi soggiunse:
".....la sua isola?"

Un'altra! "Continua," risposi, e lo guardai con tanto d'occhi, stentando
a persuadermi che fosse un contadino, benchè non ci potesse esser
dubbio.

Stette un po' senza parlare e poi disse:

"Voi," e appuntò il dito verso di me, "avete perduto un grande poeta."

A questa uscita, poco mancò che non facessi un salto.

"Sì, Alessandro Manzoni," risposi; "ma come diamine sapete tutte queste
cose?"

Or ora, pensai, costui mi mette sul tappeto la questione dell'unità
della lingua.

"Ma ditemi un po'," gli domandai, "sapreste per caso anche la lingua
italiana?"

"No, no, no," rispose scrollando la testa e ridendo; "niente, niente."

Detto questo, continuò a ridere e ad almanaccare, e mi parve di capire
che mi preparasse qualche sorpresa. Intanto il treno si avvicinava a
Groninga. Quando fummo per entrare sotto la tettoia della stazione, il
buon uomo prese il suo involto, mi guardò di nuovo sorridendo, e
segnando le sillabe coll'indice della mano destra, mi disse in italiano,
con una pronunzia impossibile ad esprimersi, e coll'aria di chi fa una
grande rivelazione:

"Nel mezzo!"

"Nel mezzo?" gli domandai meravigliato. "Nel mezzo di che cosa?"

"Nel mez-zo del cam-min di no-stra vi-ta!" disse facendo un grande
sforzo e saltando giù dal vagone.

"Un momento!" gli gridai; "Sentite! Una parola! Come mai....."

Era scomparso.

Avete capito che razza di contadini c'è in Olanda? E dico, potrei far
sacramento che non ho aggiunto una mezza parola di mio.



GRONINGA.


La Groninga è forse di tutte le provincie dei Paesi Bassi quella che la
mano dell'uomo ha più meravigliosamente trasformata.

Nel sedicesimo secolo, una gran parte di questa provincia era ancora
disabitata. Era un paese di aspetto sinistro, coperto di sterpeti,
d'acque stagnanti, di laghi tempestosi, e inondato ogni momento dal
mare; nel quale erravano frotte di lupi e sciami innumerevoli d'uccelli
acquatici, e non si sentiva altra voce che il canto dei ranocchi e il
lamento dei daini. Tre secoli di lavoro coraggioso e paziente, smesso
più volte senza speranza e poi ripreso con maggiore ostinazione, e
condotto a fine in mezzo a ogni sorta di difficoltà e di pericoli, hanno
trasformato quella regione selvaggia e spaurevole in una terra
fertilissima, intersecata da canali, popolata di fattorie e di ville,
dove fiorisce l'agricoltura, ferve il lavoro, circola il commercio, e
brulica e si espande una popolazione agiata e civile. La Groninga, la
quale nel secolo scorso era ancora una provincia povera, che pagava allo
Stato una metà meno della Frisia e dodici volte meno dell'Olanda
propriamente detta, è ora, rispetto all'estensione del suo territorio,
una delle provincie più ricche del regno, e produce da sè sola i quattro
decimi dell'avena, dell'orzo e della colza che si raccolgono nei Paesi
Bassi.

       *       *       *       *       *

La parte più florida della Groninga è la settentrionale, e lo è a tal
segno, da non potersene formare una giusta idea, se non percorrendo
quelle campagne; nè io potrei, benchè le abbia percorse, descriverle
meglio che aggiungendo le mie osservazioni e quelle che raccolsi dai
Groninghesi, alle descrizioni che ne danno l'agronomo francese Conte di
Courcy, il quale pure non fece che attraversar di volo il paese, e il
belga Delaveleye, autore d'una bell'opera sull'economia rurale della
Neerlandia, ch'ebbi già occasione di rammentare.

       *       *       *       *       *

Le case dei contadini sono straordinariamente grandi, e hanno quasi
tutte due piani, e molte finestre, ornate di ricche tendine. Fra la
strada e la casa v'è un giardino piantato d'alberi esotici e coperto
d'aiuole fiorite; e accanto al giardino un orto pieno di belli alberi
fruttiferi e d'ogni sorta di legumi. Dietro la casa, s'alza un edifizio
enorme, che racchiude sotto un solo tetto altissimo, la stalla, la
scuderia, il fienile, e un grande spazio libero che può contenere il
raccolto di cento ettari. In questo edifizio si vede ogni sorta di
strumenti d'agricoltura d'Inghilterra e d'America, molti dei quali
perfezionati dagli stessi contadini; delle file lunghissime di vacche,
degli stupendi cavalli neri, e una pulizia meravigliosa in ogni parte.
La casa dei contadini, nell'interno, può reggere il confronto di
qualunque casa signorile. Vi si trovan dei mobili di legno d'America,
dei quadri, dei tappeti, il pianoforte, la biblioteca, dei giornali
politici, delle riviste mensili, le più recenti opere d'agricoltura, e
non di rado l'ultimo fascicolo della _Revue des deux mondes_. Benchè
amino il lusso e la vita agiata, questi contadini hanno conservato i
costumi semplici dei loro padri. La maggior parte di essi, possessori
d'un mezzo milioncino di lire, o di poco meno, o di molto di più, non
sdegnano di metter mano all'aratro e di dirigere in persona i lavori dei
campi. Alcuni mandano uno dei loro figliuoli all'Università, il che non
è piccolo sacrifizio, perchè si conta che uno studente costi su per giù
ai suoi parenti quattromila lire all'anno; ma la maggior parte sdegnano
come inferiori al loro stato le professioni di medico, d'avvocato,
d'insegnante, e vogliono che tutti i loro figliuoli rimangano alla
campagna. Questi contadini sono alla testa del paese, e non v'è altra
classe della popolazione che s'innalzi sopra di loro. Fra loro son
scelti quasi tutti i membri dei varii Corpi elettivi, e persino dei
deputati agli Stati Generali. Le cure della campagna non li
distolgono dal pigliare una parte operosa nella vita politica e
nell'amministrazione della cosa pubblica. Non solamente seguono il
progresso dell'arte agricola; ma anco il movimento del pensiero moderno.
Ad Haven, vicino alla città di Groninga, mantengono a proprie spese una
buonissima scuola d'agricoltura, diretta da un agronomo illustre, e
frequentata da più di cinquanta scolari. Anche i piccoli villaggi hanno
musei di storia naturale e giardini botanici, istituiti e conservati a
spese comuni da poche centinaia di contadini. Le contadine stesse, nei
giorni di mercato, vanno a visitare i musei dell'Università di Groninga,
e vi si trattengono lungamente, domandando notizie e istruendosi fra
loro. Alcuni contadini fanno di tratto in tratto un viaggio d'istruzione
nel Belgio o nell'Inghilterra. La maggior parte s'occupano di quistioni
teologiche. Molti appartengono alla sètta dei mennoniti, che sono i
quaccheri dell'Olanda. Il Delaveleye racconta che, avendo visto sulla
strada che congiunge i due bei villaggi di Usquert e di Uythuysen,
quattro bellissime fattorie, domandò a un oste a chi appartenevano, e
questi gli rispose: che appartenevano a dei mennoniti, e soggiunse:--Son
gente comoda: devono avere ciascuno almeno seicento mila lire.--Ho
inteso dire,--ripigliò il Delaveleye--che fra i membri di questa sètta
non ci sono poveri: è vero, per ciò che riguarda questo distretto?--Non
è vero,--gli rispose l'oste;--cioè, sì, a esser giusti, perchè il solo
povero che c'era, è morto pochi giorni fa, ed ora non ce n'è più.--I
costumi severi, l'amore del lavoro e la carità reciproca bandiscono la
miseria da quelle piccole comunioni religiose, nelle quali tutti si
conoscono, si sorvegliano e s'aiutano. La Groninga, insomma, è come una
specie di repubblica governata da una classe di contadini civili; un
paese vergine e nuovo, nel quale nessun castello patrizio alza la testa
sopra le case dell'agricoltore; una provincia dove ciò che la terra
produce, resta nelle mani di chi la fa produrre, e l'agiatezza e il
lavoro sono da per tutto congiunti, e l'ozio e l'opulenza da per tutto
divisi.

       *       *       *       *       *

Ma non sarebbe completa la descrizione, se tralasciassi di parlare del
diritto speciale dei contadini della Groninga, chiamato _beklem-regt_,
il quale si considera come la principale cagione dello Stato
straordinariamente prospero di questa provincia.

Il _beklem-regt_ è il diritto di occupare un podere col pagamento d'una
rendita annua, che il proprietario non può mai aumentare. Questo diritto
passa agli eredi così laterali che discendenti in linea retta, e il
possessore può trasmetterlo per testamento, venderlo, affittarlo,
ipotecarlo persino, senza il consenso del proprietario delle terre.
Però, ogni volta che questo diritto passa da una mano all'altra o per
eredità o per vendita, egli deve pagare al proprietario il fitto di uno
o di due anni. Gli edifizii che son nel podere, appartengono, per lo
più, al possessore del _beklem-regt_, il quale, quando il suo diritto
si estingua, può esigere il prezzo dei materiali. Il possessore del
_beklem-regt_ paga tutte le tasse, non può cangiar la forma della
proprietà, non ne può scemare il valore. Il _beklem-regt_ è
indivisibile. Una sola persona lo può possedere, e per conseguenza uno
solo dei suoi eredi riceverlo. Però, pagando la somma stipulata per il
caso del passaggio del _beklem-regt_ da una mano all'altra, il marito
può far inscrivere sua moglie, e la moglie suo marito, e allora il
consorte superstite eredita una parte del diritto. Quando il fittaiuolo
cade in rovina, o non paga il fitto annuale, il _beklem-regt_ non si
estingue punto di primo diritto: i creditori possono farlo vendere; ma
colui che lo compera deve prima di ogni cosa pagare al proprietario
tutti i debiti arretrati.

L'origine di questo fitto ereditario è assai oscura. Nella Groninga pare
che sia cominciato nel medio evo nei poderi dei conventi. Allora, avendo
la terra pochissimo valore, i monaci accordavano facilmente ai
coltivatori la possessione d'una certa parte dei loro poderi, colla
condizione che pagassero loro ogni anno una certa somma, ed un'altra
somma ad ogni decesso. Questo contratto assicurava al convento una
rendita fissa e lo esimeva dall'occuparsi d'un podere che ordinariamente
non produceva nulla. L'esempio dei conventi fu seguito dai grandi
proprietari e dalle Corporazioni civili. Essi si riserbavano la facoltà
di congedare il fittaiuolo di dieci in dieci anni; ma non si valevano di
questa facoltà perchè, valendosene, avrebbero dovuto pagare il valore
degli edifizii stati costruiti nelle loro terre, e non avrebbero trovato
facilmente un altro fittaiuolo. Durante i torbidi del secolo
decimosesto, il diritto diventò di fatto ereditario, o almeno parecchi
bandi lo dichiararono tale. La giurisprudenza e l'uso determinarono i
varii punti che erano oggetto di contestazione; fu redatta una formola
più chiara, che venne generalmente accettata; e d'allora in poi il
_beklem-regt_ si mantenne accanto al codice civile, sempre rispettato, e
si diffuse a poco a poco in tutta la provincia di Groninga.

I vantaggi che derivano all'agricoltura da questa maniera di contratto,
sono facili a comprendersi. In virtù del _beklem-regt_, i coltivatori
hanno un interesse continuo e fortissimo di fare ogni maggiore sforzo
possibile per accrescere la produzione delle loro terre. Sicuri come
sono, di godere essi soli il frutto di tutti i miglioramenti che possono
introdurre nella coltivazione,--di non aver cioè,--come i fittaioli
ordinari,--da pagare un fitto tanto più elevato, quanto meglio riescano
ad accrescere la fertilità delle terre che coltivano,--essi tentano a
questo scopo le imprese più ardite, introducono le novazioni più ardue,
effettuano i miglioramenti più costosi. La ricompensa legittima del
lavoro è il prodotto intero e certo del lavoro stesso. Quindi il
_beklem-regt_ è un potentissimo stimolo all'opera, allo studio, al
perfezionamento.

Così un diritto bizzarro, ereditato dal medio evo, ha creato una classe
di coltivatori che godono di tutti i beneficii della proprietà, eccetto
che non ne serbano per sè tutto il prodotto netto, ciò che appunto li
disporrebbe dalla coltivazione. Invece di fittaioli continuamente
trepidanti di perdere le loro terre, avversi ad ogni innovazione
costosa, soggetti ad un padrone e sempre intesi a nascondere la
prosperità del loro stato, c'è in Groninga un popolo di usufruttuarii
liberi, dignitosi, semplici di costumi, ma avidissimi d'un'istruzione,
della quale comprendono tutti i vantaggi, e interessati a propagarla in
tutti i modi; una classe di contadini che praticano la cultura, non come
un lavoro cieco e un mestiere disdegnato; ma come una nobile
occupazione, che richiede l'esercizio delle più alte facoltà
dell'intelligenza e loro procura fortuna, importanza sociale, rispetto
pubblico; dei contadini che sono economi nel presente, prodighi per
l'avvenire, disposti ad ogni sorta di sacrifizi per fecondare i loro
terreni, ingrandire le loro case, acquistare i migliori strumenti e le
migliori razze d'animali; una popolazione rurale, infine, che è contenta
del suo stato, perchè la sua sorte non dipende che dalla sua attività e
dalla sua previdenza.

Finchè il possessore dei _beklem-regt_ coltiva le sue terre egli stesso,
il fitto ereditario non produce che buoni effetti. Cessano però questi
buoni effetti dal punto che, valendosi del suo diritto di subafittare,
egli cede ad un altro il diritto di usufruttare il podere per una data
somma, colla quale continua a pagare il proprietario. In questo caso
rinascono tutti gl'inconvenienti del sistema comune, colla differenza
che qui il coltivatore deve mantenere due categorie di oziosi invece che
una. Il subaffitto era rarissimo altre volte, poichè i prodotti della
coltivazione bastavano appena a nutrire la famiglia del possessore del
_beklem-regt_, quando questi coltivava egli stesso il podere. Ma dopo il
rincaro di tutte le derrate alimentarie, e soprattutto dopo
l'istituzione del commercio coll'Inghilterra, i guadagni sono abbastanza
considerevoli, perchè il possessore del _beklem-regt_ possa trovare un
secondo fittaiuolo disposto a pagargli un fitto superiore alla rendita
ch'egli deve fornire al proprietario; e per questo l'uso di subaffittare
comincia a diffondersi, e diffondendosi maggiormente in avvenire,
porterà delle conseguenze dannose.

Frattanto, quando si cerca quale potrà essere lo stato futuro della
società umana, si suol desiderare che avvengano queste due cose: prima,
un aumento crescente della produzione; secondo, una ripartizione della
ricchezza conforme ai principii della giustizia. Ora un fatto che la
giustizia richiede è che al lavoratore sia assicurato il godimento dei
frutti del suo lavoro e dei suoi progressi. È dunque bello e consolante
il vedere sulla riva estrema del Mare del Nord un uso antico, che
risponde in qualche modo a codesto ideale economico, e che frutta a
tutta una provincia una prosperità straordinaria ed equamente divisa.

A questa opinione del Delaveleye fu fatta, tra le altre, un'obbiezione
capitale. La straordinaria proprietà della Groninga, gli si domandò,
deriva veramente dal _beklem-regt_, da codesto affittamento ereditario,
che pure produsse altrove delle conseguenze affatto diverse, o piuttosto
dalla fertilità eccezionale di quelle terre? Il Delaveleye respinge
questo dubbio, dicendo che quella stessa straordinaria prosperità e
quello stesso perfezionamento della cultura esistono nella zona torbosa
della Groninga, che è tutt'altro che fertile; e che non si trovano,
d'altra parte, se non in grado molto inferiore, nella Frisia, dove il
terreno è di uguale natura. Se poi l'affittamento ereditario non ha
prodotto in altri paesi le medesime conseguenze che nella Groninga, gli
è perchè in quei paesi fu od è praticato diversamente, esempio alcune
provincie d'Italia, dove il _condotto di livello_, ch'è presso a poco un
_beklem-regt_, inceppa la libertà del coltivatore, coll'obbligo di dare
ogni anno al proprietario una quantità determinata di un certo prodotto.
Tutti gli economisti olandesi, conchiude, sono concordi nel riconoscere
gli eccellenti effetti di quest'uso, affermando che la Groninga deve al
_beklem-regt_ la sua ricchezza, e nei congressi agricoli che trattano
codesta quistione, prevale il desiderio che siffatta maniera di
contratto venga adottata anco nelle altre provincie.

       *       *       *       *       *

Proseguendo la mia escursione a traverso la campagna groninghese,
arrivai sino alla costa del Mare, del Nord, presso l'imboccatura del
golfo di Dollart. Questo golfo non esisteva prima del tredicesimo
secolo. Il fiume Ems sboccava di punto in bianco nel mare, e la Groninga
era congiunta all'Annover. Il mare distrusse la regione torbosa, che si
stendeva fra quelle due provincie, e formò il golfo il quale dal
sedicesimo secolo si va lentamente restringendo per effetto del limo che
si accumula lungo le sue coste. Già molte dighe, costruite l'una dinanzi
all'altra, segnano le conquiste che fece la terra sul mare, e se ne
innalzano continuamente delle nuove le quali accrescono via via il
dominio agricolo della Groninga, facendo fiorire bellissimi campi d'orzo
e di colza dove pochi anni innanzi infuriavano le onde e naufragavano i
battelli dei pescatori. È bello il vedere dall'alto delle dighe che
difendono quelle coste, come s'incontrano, si confondono e si
trasformano il mare e la terra. Ai piedi della diga si stende un limo
acquoso già coperto in gran parte di erba e di pianticelle verdi; un po'
più in là, una mota rappresa, che già è terra; più oltre, un fango umido
che digrada a poco a poco in un'acqua densa e torbida; e di là da
questa, dei banchi di sabbia, alcuni dei quali si sollevano in modo da
formare delle dune e delle isolette. In una di queste isole, chiamata
Rottum, abitava, anni sono, una famiglia, che viveva della caccia delle
foche; delle altre si raccontano cose strane, come di romiti misteriosi,
di apparizioni, di mostri. Gli stagni d'acqua limosa che si stendono ai
piedi delle dighe si chiamano _Wadden_, ossia _polders_ nello stato di
formazione, e son terreni coperti dall'acqua durante l'alta marea, i
quali si sollevano a mano a mano che le correnti dell'Ems e del
Zuiderzee vanno a deporvi dei nuovi strati di argilla. Durante la marea
bassa, gli armenti li guadano; in qualche punto, vi passan le barche;
dei grandi stormi d'uccelli marini vi scendono per nutrirsi delle
conchiglie che vi ha lasciato il riflusso. Fra meno di cent'anni,
saranno scomparsi uccelli, bassi fondi, barche, stagni, bracci di mare;
le isole saranno dune che difenderanno la costa, e l'agricoltore farà
sorgere da questa nuova terra una vegetazione lussureggiante e benefica.
Così da questo lato l'Olanda s'avanza vittoriosamente nel mare,
vendicando le antiche ingiurie col ferro dell'aratro e colla lama della
falce.

       *       *       *       *       *

Con tutto ciò, non mi sarei formato un concetto della ricchezza delle
campagne groninghesi, se non avessi avuto la fortuna di vedere il
mercato di Groninga.

Ma prima di parlare del mercato, occorre parlare della città.

Groninga, così nominata, secondo alcuni, da Grunio Troiano, e fondata,
secondo altri, centocinquanta anni prima dell'èra cristiana, intorno a
una fortezza romana che Tacito chiama _Corbulonis monumentum_ (tutte
cose affermate e negate, senza conclusione, da parecchi secoli); è la
città più considerevole dell'Olanda settentrionale per vastità e per
commercio; ma forse la meno curiosa per uno straniero. È posta sur un
fiume chiamato Hunse, nel crocicchio di tre grandi canali che la
congiungono con parecchie altre città commerciali; è circondata da alti
bastioni, costruiti nel 1698 dal Coehorn, il Vauban olandese; ed ha un
porto, che sebbene sia lontano parecchie miglia dalle foci dell'Ems, può
ricevere i più grandi bastimenti mercantili. Le strade e le piazze sono
vastissime, i canali larghi come quei di Amsterdam, le case più alte che
in quasi tutte le altre città olandesi, le botteghe degne di Parigi, la
pulizia degna di Broek; nulla di strano nelle forme, nei colori,
nell'aspetto generale. Arrivando da Leuwarde, pare di essersi avvicinati
di cento miglia ai nostri paesi, di essere rientrati in Europa, di
sentir l'aria della Germania e della Francia. La sola singolarità di
Groninga son certe case coperte d'un intonaco grigiastro, incrostato di
piccolissimi pezzetti di vetro, che quando vi batte su il sole, brillano
d'una luce strana, per cui pare che i muri siano tempestati di perle e
di bullette d'argento. V'è un bel palazzo municipale, costruito durante
la dominazione francese, una piazza del Mercato che ha nome di essere la
più grande piazza dell'Olanda, e una vasta chiesa, dedicata anticamente
a San Martino, che presenta vari tratti notevoli delle diverse fasi
dello stile gotico, ed ha un altissimo campanile di cinque piani
rientranti, che par formato di cinque piccole torri di chiese diverse
poste l'una sull'altra.

Groninga ha un'Università, per la quale è onorata dalle città vicine del
nome d'Atene del Nord. Quest'Università, posta in un edifizio nuovo e
vastissimo, non ha che un piccolo numero di studenti, poichè i
contadini, i soli ricchi della provincia, mandano raramente i loro
figliuoli agli studi, e i ricchi signori della Frisia vanno a studiare a
Leida. Ma è tuttavia un'Università degna di stare accanto alle altre
due. V'è un bel gabinetto di anatomia e un museo di storia naturale che
contiene molti oggetti preziosi. Il programma degli studi è poco diverso
da quello delle altre due Università; ne differisce solamente la
direzione, la quale, per la vicinanza dell'Annover, subisce l'influsso
della scienza e della letteratura tedesca, e presenta un carattere
religioso suo proprio. I teologi di Groninga, dice Alfonso Esquiroz nel
suo _Studio sulle Università olandesi_, formano, nel movimento
intellettuale dei Paesi Bassi, una scuola a parte, la quale nacque,
verso il 1833, nel seno stesso della città ortodossa per eccellenza:
Utrecht. Un professore di Utrecht, il signor Van Heusde, cercò di aprire
un nuovo orizzonte alle credenze religiose; il signor Hofstede de Goot,
allievo dell'Università di Groninga, partecipe delle sue idee, gli si
unì; e in tal modo si formò il nucleo d'una società teologica, residente
in questa città, la quale ribellandosi al protestantismo sinodale, e
negando formalmente ogni autorità umana in materia di religione, vuol
iniziare un tipo di cristianesimo proprio della Neerlandia, di cui
sarebbe difficile dare un'idea chiara, per la ragione che ne danno una
molto oscura coloro stessi che lo professano e lo propugnano cogli
scritti. In tutte queste dottrine eterodosse, osserva a tal proposito
l'Esquiroz, le quali possono senza grave pericolo introdursi nel paese,
perchè, in mezzo al movimento continuo delle idee religiose, rimangon
fermi ed immutabili gli usi, le tradizioni, le forme dell'antica fede;
v'è un punto grave e delicato sul quale gli ortodossi cercano di mettere
gli avversari tra l'uscio e il muro, e non ci riescono: la divinità di
Gesù Cristo. Su questo punto, il pensiero degli ortodossi si avvolge in
una nuvola. Gesù Cristo, per loro, è il tipo più perfetto dell'Umanità,
l'inviato di Dio, l'immagine di Dio. Ma è egli Dio in persona? Questa
questione essi la scansano con ogni sorta di sottigliezze scolastiche.
Alcuni, per esempio, dicono di credere alla sua divinità, ma non alla
sua deità: risposta oscura tanto che equivale quasi a una negazione. Per
il che si può considerare la dottrina degli eterodossi olandesi come un
deismo sentimentale, più o meno legato alla poesia delle forme
cristiane. Con tutto ciò l'ardore delle questioni religiose va scemando
da molti anni in qua. Gli studenti dell'Università di Groninga
s'occupano più volentieri di letteratura e di scienza, al quale scopo
formano tra loro delle Società in cui fanno letture e studi in comune,
soprattutto di scienze applicate, la quale predilezione è uno dei
caratteri più notevoli della razza frisona, con cui il popolo
groninghese ha molti tratti di somiglianza e molti vincoli di
parentela. Gli studenti di Groninga sono più quieti e più studiosi di
quei di Leida, i quali, per quanto si può essere scapati in Olanda,
hanno la riputazione di scapati.

Oltre la gloria dell'Università, che data dal 1614, Groninga ha quella
di parecchi uomini illustri nelle scienze e nelle arti, dei quali è
dilettevole udir parlare, col suo stile vivo e forbito, messer Ludovico
Guicciardini, che pare avesse per questa città una particolare simpatia.
Primissimo egli pone Ridolfo Agricola, «al quale, tra li altri autori,
Erasmo nelli suoi scritti dà lodi immense, dicendo che di qua da monti
nelle doti litterali, non è mai stato maggior huomo, nè più complito di
lui, & che non è alcuna honesta disciplina, nella quale egli con qual si
voglia artefice non potesse contendere: intra i Greci Grecissimo, intra
i Latini Latinissimo, in Poesia un altro Virgilio, nell'orationi un
altro Politiano, eloquentissimo, Philosofo, musico, & scrittore di più
Opere degne, con altre gratie & felicità rare che gl'attribuisce.»
Rammenta in seguito «il Vesello, cognominato Basilio, Philosofo
eccellente, di tanta dottrina, virtù & scienza in ogni facultà, come
apparisce per infinite sue opere, scritte & date alla stampa, che si
chiamaua per sopra nome _la luce del mondo_;» e dice che per timore di
non poter lodare degnamente questo Vesello e quell'Agricola, i quali
sono «le due stelle di Groeninghen,» preferisce tacere «& lasciare il
foglio bianco, per chi saprà più di _lui_ esaltare il nome & la patria
loro.» Cita infine il nome «d'un altro grande huomo, cittadino altresì
della medesima terra, appellato Rinieri Predinio, autore degnissimo di
diuersi libri scritti con sommo honore, & laude.» Oltre ai quali si
possono rammentare il famoso orientalista Alberto Schultens, il barone
Ruperda, Abramo Frommins, ed altri.

Nei costumi e nell'aspetto del popolo, non v'è per uno straniero una
differenza molto notevole dalla Frisia. Differiscono soltanto i caschi
delle donne. A Leuwarde la maggior parte sono d'argento; a Groninga son
tutti d'oro, e della forma perfetta d'un casco, che copre la testa
intera; ma se ne vede assai meno. Le signore, s'intende, non lo portano
più; le ricche contadine l'hanno smesso anch'esse, per far come le
signore; e oramai non son più che le serve, le quali possano vantarsi
discendenti legittime delle vergini armate, che secondo l'antica
mitologia germanica, presiedevano alle battaglie.

Riguardo ai costumi, ebbi da un personaggio di Groninga delle notizie
preziose, che credo non si trovino in nessun libro di viaggi. Là le
consuetudini che informano la vita delle ragazze e delle donne maritate
sono affatto diverse da quelle dei nostri paesi. Fra noi una ragazza che
si marita esce da uno stato di soggezione e direi quasi di prigionia,
per entrare in una vita libera, nella quale si trova improvvisamente
circondata dalla considerazione, dagli omaggi e dai corteggiamenti della
gente che prima la trascurava. Là invece la libertà e la galanteria
sono un privilegio delle ragazze, e le signore vivon raccolte, vincolate
da mille riguardi, avvicinate con mille cautele, circondate d'un freddo
rispetto, quasi neglette. I giovanotti non si dedicano che alle
signorine, e in questo è concessa loro una grande libertà. Un giovane,
che frequenti una famiglia, se anche non è un amico dei più intimi,
offre alle ragazze, o pure ad una ragazza, di accompagnarla al concerto
o al teatro, in carrozza, di notte, da solo a sola, e non c'è nè padre
nè madre che vi si opponga; e chi vi si opponesse, passerebbe per
sciocco o per villano, e sarebbe deriso o biasimato. Un giovane e una
signorina rimangon fidanzati per molti anni; e per tutto questo tempo,
si vedono ogni giorno, vanno a passeggiare insieme, stanno in casa soli,
e la sera, prima di separarsi, fanno una conversazione di mezz'ora sulla
soglia della porta, senza testimoni. Ragazze di quindici anni, delle
prime famiglie, attraversano la città da un capo all'altro per andar
alla scuola e per tornare a casa, anche sul far della notte, sole, e
dovunque si fermino e con chiunque parlino, nessuno vi bada.
All'opposto, della menoma libertà che si pigli una signora, si fa un
dire infinito; il che però occorre così raramente, da poter quasi dire
che non occorre mai. "I nostri giovani," mi diceva quel signore, "non
sono punto pericolosi. Sanno fare i galanti colle signorine, perchè le
signorine son timide, e la loro timidità gli incoraggia; ma colle
signore non ci hanno il verso. A mia memoria, in questa città non vi
sono stati che due casi notorii d'infedeltà coniugale." E mi specificò i
casi. "Così è, caro signor mio," soggiunse poi, battendomi una mano sul
ginocchio, "qui non si fanno altre conquiste che in agricoltura, e chi
vuol farne in un altro campo, bisogna che si compiaccia di far attestare
da un notaro, ch'egli ha intenzione di combattere secondo le leggi della
buona guerra e coll'onesto fine della pace." Argomentando falsamente dal
mio silenzio, che quello stato di cose non m'andasse a' versi, "Tale è
il nostro modo di vivere," soggiunse; "noioso, se volete; ma sano. La
vita voi la tracannate, noi la beviamo a lenti sorsi. Voi godrete
qualche volta di più; ma noi siamo più continuatamente contenti."--"Dio
vi benedica," io dissi. "Dio vi converta," rispose.

Ma veniamo al mercato, che è l'ultimo spettacolo vivo ch'io vidi in
Olanda.

La mattina per tempo feci un giro intorno alla città per veder arrivare
i contadini. Ogni ora arrivava un treno che ne versava una folla; da
tutte le strade della campagna venivan carrozze variopinte, tirate da
bei cavalli neri, sulle quali sedevano maestosamente delle coppie
coniugali; per tutti i canali giungevano barconi a vela carichi di
derrate; in poche ore la città fu piena di gente e di rumore. I
contadini son tutti vestiti d'un panno quasi nero, hanno un cravattone
di lana intorno al collo, guanti, catenelle, gran portafoglio di
bulgaro, sigaro in bocca, e un faccione di cor contento. Le contadine
sono infiorate, rinfronzolite, ingioiellate, come le madonne delle
chiese spagnole. Terminate le loro faccende, si spandono per le
trattorie e per le botteghe, non già come i nostri contadini, che
guardano qua e là timidamente coll'aria di chiedere il permesso
d'entrare; ma con viso e piglio di gente che sa di essere da per tutto
desiderata e inchinata. Nelle trattorie, le tavole si coprono di
bottiglie di vino di Bordeaux e di vino del Reno; nelle botteghe, i
fattorini si sbracciano a tirar giù roba. Le contadine vi son ricevute
come principesse e vi spendono infatti principescamente. Seguono, per
esempio, di queste scene, che intesi raccontare da testimoni oculari. Un
mercante dice a una signora di città il prezzo d'una veste di
seta.--Troppo caro,--risponde la signora.--La piglio io;--dice una
contadina che le è accanto, e se la piglia. Un'altra contadina va a
comprare un pianoforte. Il negoziante glie ne fa veder uno che costa
mille lire.--Non ne avrebbe di più cari?--essa domanda;--dei pianoforti
di mille lire ne hanno anche le mie amiche.--Marito e moglie passano
dinanzi alla vetrina di un venditore di stampe, vedono un bel paesaggio
a olio colla cornice d'oro, si fermano, vi scoprono una vaga
rassomiglianza colla loro casa e il loro podere; la moglie
dice:--Compriamolo?--il marito risponde:--Compriamolo!--entrano nella
bottega, mettono sul banco trecento fiorini l'un sull'altro, e si portan
via il quadro. Quando hanno fatto le loro compre, vanno a vedere i
Musei, entrano nei caffè a legger giornali, o fanno un giro per la città
guardando con aria pietosa tutto quel popolo di bottegai, d'impiegati,
di professori, d'uffiziali, di proprietari, che in altri paesi sono
invidiati da chi lavora la terra, e che a loro paion povera gente. Chi
non sapesse come stanno le cose, crederebbe, a veder quello spettacolo,
di essere capitato in un paese dove una grande rivoluzione sociale abbia
tutt'a un tratto fatto passare la ricchezza dai palazzi alle capanne, e
i nuovi ricchi sian venuti dalla campagna in città per beffare i signori
spogliati. Ma il più bello è la sera, quando ritornano alle loro
fattorie e ai loro villaggi. Allora per tutte le strade della campagna
si vedono quei bizzarri veicoli correre rapidissimamente, cercando di
passar gli uni davanti agli altri; le donne stesse stimolano i cavalli,
per riuscir vittoriose nella gara; i vincitori fanno schioccare la
frusta in segno di trionfo: l'aria echeggia di risa e di canti; fin che
il turbinio festoso dispare nel verde infinito della campagna cogli
ultimi barlumi del tramonto.



DA GRONINGA AD ARNHEM.


A Groninga voltai le spalle al Mare del Nord, il viso alla Germania, il
cuore all'Italia, e cominciai il mio viaggio di ritorno attraversando
rapidamente le tre provincie olandesi della Drenta, dell'Over-Yssel e
della Gheldria, che si stendono intorno al golfo di Zuiderzee, fra
quella della Frisia e quella d'Utrecht; una parte dell'Olanda, che,
visitata tratto per tratto, riuscirebbe uggiosa a chi non viaggia con
curiosità d'agronomo o di naturalista; ma che, vista di volo, lascia in
chi abbia sentimento della natura, un'impressione incancellabile. Per
tutto il tempo del viaggio, il cielo fu quale si conveniva all'aspetto
del paese: grigio ed eguale; ed io fui quasi sempre solo. Così godetti
lo spettacolo in tutta la sua trista bellezza, e in silenzio.

       *       *       *       *       *

Uscendo dalla provincia di Groninga, si entra in quella della Drenta, e
si vede un cangiamento improvviso nell'aspetto del paese. Di qua e di
là si stendono a perdita d'occhio campi immensi, coperti di sterpi, nei
quali non si vedono nè strade, nè case, nè rigagnoli, nè siepi, nè alcun
indizio d'abitazione o di lavoro. Qualche macchia di piccole quercie,
che si considerano come traccie dell'esistenza di antiche foreste, sono
la sola vegetazione che s'innalzi al di sopra della sterpaglia; le
pernici, le lepri e i galli selvatici, i soli animali che richiamino il
viaggiatore al sentimento della vita. Quando si crede d'essere alla fine
della landa, la landa ricomincia; agli sterpeti succedono gli sterpeti,
alla solitudine la solitudine. In questa triste pianura, si vedono qua e
là dei monticciuoli, che altri crede siano stati innalzati dai Celti,
altri dai Germani, nei quali, scavando, furon trovati vasi di terra,
seghe, martelli, ossa calcinate, cocche di freccie, pietre da macinare
il grano, anelli che si suppone servissero di monete. Oltre a questi
monticciuoli, si ritrovarono, e rimangono tuttora degli smisurati massi
di granito rosso ammontati e disposti in una forma che rivela
un'intenzione di monumento, come di altare e di tomba; ma senza
iscrizione, nudi, solitarii, come enormi aeroliti caduti in mezzo a un
deserto. Nel paese si chiamano tombe degli Unni, la tradizione li
attribuisce alle bande di Attila, il popolo dice che sono stati portati
in Olanda da una razza antichissima di giganti, il geologo crede che
siano giunti dalla Norvegia sul dorso dei ghiacci antidiluviani, lo
storico si perde in vaghe congetture. Tutto è arcanamente antico in
questa strana provincia. Vi si ritrovano degli usi della Germania
primitiva, la coltura in comune sugli _esschen_, la tromba rustica che
chiama i contadini al lavoro, le case descritte dagli storici romani, e
su questo vecchio mondo il mistero perpetuo d'un silenzio immenso:

    «. . . . . . ove per poco
    Il cor non si spaura.»

Andando innanzi, si comincia a veder paludi, grandi stagni, zone di
terra limacciosa, attraversati da canali d'acqua nerognola, fossi lunghi
e profondi come trincee, mucchi di glebe color di bitume, qualche
barcone, qualche creatura umana. Sono i campi di torba, il cui solo nome
suscita nella mente mille immagini di avvenimenti fantastici: i lenti ed
immensi incendi della terra; le praterie galleggianti coi loro abitanti
e i loro animali sulle acque degli antichi laghi; le foreste erranti pei
golfi; i campi staccati dal continente e turbinati dalle tempeste del
mare; le immense nuvole di fumo che dalle torbiere arse della Drenta, il
vento del nord spande sulla metà dell'Europa, fino a Parigi, in
Svizzera, sul Danubio. La torba, la terra che vive, come la chiama il
contadino olandese, è la principale ricchezza della Drenta, e una delle
principali dell'Olanda. Nessun paese ne è più ricco, e ne trae maggiore
vantaggio. Essa dà lavoro a migliaia di braccia; quasi tutta la
popolazione dell'Olanda ne alimenta il focolare; serve a mille usi:
colle glebe a fortificare le fondamenta delle case, colle ceneri a
infertilire la terra, con la filiggine a nettare i metalli, col fumo a
salare le aringhe. Sulle acque del Wahal, del Leck, della Mosa, per i
canali della Frisia e della Groninga, nel Zuiderzee, per tutto circolano
battelli carichi di questo gran combustibile nazionale. Le torbiere
esaurite si convertono in praterie, in orti, in oasi feconde. Assen, la
città capitale della Drenta, è il centro di tutto questo lavoro di
trasformazione. Un grande canale, a cui metton capo tutti i piccoli
canali delle torbiere, si stende a traverso quasi tutta la Drenta da
Assen fino alla città di Meppel. Da ogni parte si lavora a dissodare il
terreno. La popolazione della provincia ch'era di poco più di trentamila
abitanti sulla fine del secolo scorso, si è quasi triplicata.

       *       *       *       *       *

Appena s'è oltrepassato Meppel, si entra nella provincia
dell'Over-Yssel, che presenta per un certo tratto il medesimo aspetto
della Drenta: sterpeti, torbiere, solitudine; e s'arriva poco dopo a un
villaggio, se pure si può chiamare villaggio, dei più strani che mente
umana possa immaginare. È una fila di case rustiche, colle facciate di
legno e coi tetti di stoppia, che si succedono, a una qualche distanza
l'una dall'altra, per la lunghezza di più di otto chilometri: posta
ciascuna sopra una stretta zona di terra che se le prolunga dietro sin
dove arriva la vista, e circondata da un fosso pieno di piante
acquatiche, sull'orlo del quale s'innalzano dei gruppi di ontani, di
pioppi e di salici. Gli abitanti di questo villaggio, che è diviso in
due parti chiamate Rouveen e Staphorst, sono i discendenti di due
antiche colonie frisone, i quali hanno conservato religiosamente il
vestire, gli usi, le tradizioni agricole dei loro padri, e vivono
agiatamente col prodotto delle terre e di qualche piccola industria loro
propria. In questo singolare villaggio, non ci sono caffè, non ci sono
cammini, poichè gli avi non li usavano, non ci sono strade, perchè le
case sono tutte sur una sola fila, non c'è nulla di simile agli altri
villaggi. Gli abitanti son tutti calvinisti austeri, sobri,
operosissimi. Gli uomini si fanno essi medesimi le calze nei ritagli di
tempo che lascia loro la coltivazione della terra, e abborriscono a tal
segno dall'ozio, che gli stessi amministratori del villaggio, quando
debbono radunarsi a consiglio, portano seco il filo e i ferri da calza
per non istar colle mani in mano mentre si discute. Il Comune possiede
seimila ettari di terreno, divisi in novecento zone lunghe circa
cinquemila metri, e larghe da venti a trenta. Quasi tutti gli abitanti
sono proprietari, sanno leggere e scrivere, hanno un cavallo e una
diecina di vacche, non s'allontanano mai dalla loro colonia, si maritano
dove son nati, e passan la vita nella stessa zona di terra, e chiudono
gli occhi sotto lo stesso tetto dove vissero e morirono i nonni dei loro
nonni.

       *       *       *       *       *

Via via che si va oltre nell'Over-Yssel, la campagna cangia aspetto.
Presso Zvolle, città natale del pittore Terburg, capitale della
provincia, di poco più di ventimila abitanti, presso la quale, nel
piccolo convento di monte Sant'Agnese, visse sessantaquattr'anni e morì
Tommaso da Kempis, il supposto autore dell'_Imitazione di Gesù Cristo_;
si vedono bellissime strade fiancheggiate da betulle, da faggi, da
pioppi, da quercie, che rifanno gratamente gli occhi del paese nudo e
tristo percorso fino allora. Da ogni parte lo sterpeto indietreggia,
s'alzano mucchi di verzura, si stendono praterie, pullulano piantagioni
nuove, sorgono case, si sparpagliano armenti, s'allungano nuovi canali,
che dalle torbiere vanno a sboccare in un gran canale chiamato il
Dedemsvaart, l'arteria vitale dell'Over-Yssel, che ha trasformato quella
terra desolata in una provincia fiorente, dove una popolazione
industriosa procede colla letizia d'un esercito vittorioso, e il povero
trova lavoro, il lavoratore proprietà, il proprietario ricchezza, e
tutti la speranza d'un avvenire migliore. Di qui la strada s'addentra,
fiancheggiando l'Yssel, nel Salland, la Sala degli antichi, dove
soggiornarono i Franco-Salii prima di scendere verso il mezzogiorno per
conquistare la Gallia, dove fu redatta la legge salica, a Saleheim e a
Windoheim, che esistono ancora col nome di Salk e di Windesheim; dove
rimangono tuttavia tradizioni e convenzioni agricole di quei tempi
lontani. E infine tocca Deventer, l'ultima città dell'Over-Yssel, la
città di Giacomo Gronovius, dei tappeti e del pan di spezie, che
conserva nell'edifizio del peso pubblico la caldaia dove si facevan
bollire i monetari falsi, e si compiace della vicinanza del castello di
Loo, la residenza prediletta dei Re d'Olanda. Oltrepassata Deventer, si
entra nella Gheldria.

Qui lo spettacolo cangia. Si fiancheggia la terra abitata dagli antichi
Sassoni, la Veluwe, una regione sabbiosa che si stende fra il Reno,
l'Yssel, e il Zuiderzee, dove non sono che pochi villaggi perduti in
mezzo a vaste lande ondulate come un mare in tempesta. Fin dove giunge
lo sguardo, non sono che colline aride, le più lontane velate da una
nebbia azzurrina, le altre, parte vestite dei colori cupi della
vegetazione selvatica, parte biancastre delle loro sabbie mobili, che il
vento spande sulla faccia del paese. Non si vedono nè alberi nè case;
tutto è solitario, nudo, sinistro, come in una steppa della Tartaria; e
il pauroso silenzio di questa solitudine, non è rotto che dal canto
dell'allodola e dal ronzìo delle api. Pure in alcune parti di questa
regione, gli Olandesi sono riusciti col loro paziente coraggio e a
prezzo d'infinite fatiche, a far crescere il pino, il faggio, la
quercia; a formare bei parchi, a creare boschi interi, a coprire di
piante utili, in meno di trent'anni, più di diecimila ettari di terreno;
a far sorgere dei villaggi popolosi e floridi dove non c'era nè legno,
nè pietre, nè acqua e i primi coltivatori dovevan vivere in tane scavate
nella terra, e coperte colle glebe.

       *       *       *       *       *

La strada passa accanto alla città di Zutphen e arriva in breve ad
Arnhem, la capitale della Gheldria, città illustre e gentile, posta
sulla riva destra del Reno, in una regione coperta di belle colline, che
le valsero il nome di Svizzera olandese, e abitata da un popolo che ha
fama di essere il più poetico dell'Olanda, giusta il proverbio che lo
definisce: «grande di coraggio, povero di beni, la spada alla mano, ecco
il mio blasone.» Ma per questa loro stessa singolarità, non presentano
nè il paese nè il popolo nulla di strano a uno straniero del mezzogiorno
d'Europa, che sia andato in Olanda per vedere l'Olanda; e però tutti i
viaggiatori vi passan di volo colla persona e colla penna. E lo stesso
può dirsi del Limburgo e del Brabante settentrionale, le due sole
provincie dell'Olanda, nelle quali non mi parve necessario di penetrare.
Perciò, visto che ebbi la città di Arnhem, partii per Colonia. Il cielo
era scuro e basso più che non fosse stato mai in tutta quella giornata,
ed io, benchè in fondo al cuore godessi di ritornare in Italia, sentivo
il peso di quel tempo triste, e appoggiato allo sportello del vagone,
guardavo immobilmente la campagna, più coll'aria di chi parte dal suo,
che di chi abbandona un paese straniero. Arrivai senz'accorgermene fin
quasi alla frontiera tedesca, assorto nel pensiero delle fatiche, dei
dubbi, degli sconforti coi quali avrei dovuto lottare per molti mesi in
un cantuccio della mia cameretta per scrivere queste povere pagine; e
solo quando un viaggiatore mi disse ch'eravamo vicini alla frontiera, mi
riscossi, e mi avvidi ch'ero ancora in Olanda. Girai gli occhi sulla
campagna e vidi ancora un mulino a vento. Già il terreno, la
vegetazione, la forma delle case, la lingua dei miei compagni di
viaggio, non eran più olandesi. Mi rivolsi perciò a quel mulino come
all'ultima immagine dell'Olanda, e lo guardai colla medesima curiosità
con cui avevo guardato il primo, un anno innanzi, sulle rive della
Schelda. Dopo un po'che lo fissavo, mi parve di veder qualcosa muoversi
con esso nel vano delle sue grandi ali; il cuore mi battè più forte,
guardai ancora, e vidi infatti le bandierine dei bastimenti, i tigli dei
canali, le facciate a scalini, le finestre infiorate, i caschi
d'argento, il mare livido, le dune, i pescatori di Scheveningen,
Rembrandt, Guglielmo d'Orange, Erasmo, Barendtz, i miei amici, tutte le
più belle e più nobili immagini di quel paese glorioso, modesto ed
austero; e come se davvero le vedessi, vi tenni gli occhi fissi, con un
sentimento di tenerezza e di rispetto, fin che il mulino non mi apparve
più che come una croce nera a traverso la nebbia che copriva la
campagna; e quando anche quell'ombra scomparve, rimasi come chi partendo
per un viaggio che non avrà ritorno, vede svanire la figura dell'ultimo
amico che lo salutava dalla riva.

               FINE.



INDICE.


  DEDICA               Pag.    V

  L'Olanda                     1

  Zelanda                     18

  Rotterdam                   42

  Delft                      111

  L'Aja                      147

  Leida                      245

  Haarlem                    266

  Amsterdam                  289

  Utrecht                    323

  Broek                      337

  Zaandam                    356

  Alkmaar                    367

  Helder                     384

  Il Zuiderzee               402

  Frisia                     417

  Groninga                   450

  Da Groninga ad Arnhem      471



       *       *       *       *       *



NOTA DEL TRASCRITTORE


L'ortografia e la punteggiatura del testo originale sono state
mantenute, eccetto per le seguenti correzioni, (testo originale
sulla prima riga, testo corretto sulla seconda riga):

  del lago di Harlem, che aveva quarantaquattro chilometri
  del lago di Haarlem, che aveva quarantaquattro chilometri

  cha val due lire e centesimi, come noi spendiamo la
  che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la

  quella che fa l'una fa l'altra; quello che il
  quello che fa l'una fa l'altra; quello che il

  basti dire che i barcaioli del _treschkuit_, che
  basti dire che i barcaioli del _trekschuit_, che

  in Germania, in Italia; l'Hemskerk imitava il
  in Germania, in Italia; l'Heemskerk imitava il

  coscenziosi che non iscordano nulla, ci mettono
  coscienziosi che non iscordano nulla, ci mettono

  che fanno gli offici di sotto; il Brouver, rappresenta
  che fanno gli offici di sotto; il Brouwer, rappresenta

  gli assedi di Leida e di Harlem a ispirare, a
  gli assedi di Leida e di Haarlem a ispirare, a

  Questa pittura così varia e così coscenziosa nel ritrarre
  Questa pittura così varia e così coscienziosa nel ritrarre

  bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alalcuni
  bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni

  quella casa aveva le imposte socchiuse, e mi disse
  quella casa avevano le imposte socchiuse, e mi disse

  d'Amsterdam e l'antico lago d'Harlem, la quale
  d'Amsterdam e l'antico lago d'Haarlem, la quale

  Leida, rompendo le dighe dell'Issel e della Mosa, e
  Leida, rompendo le dighe dell'Yssel e della Mosa, e

  trionfi da tavola, di candellieri e di spegnitoi che
  trionfi da tavola, di candelieri e di spegnitoi che

  du Jardin, il Van Ostade, il Cuip, il Metzu, il Van
  du Jardin, il Van Ostade, il Cuyp, il Metzu, il Van

  che restituì la pace all'Europa dopo la guerre
  che restituì la pace all'Europa dopo le guerre

  muro, parevano d'argento. Il cammino era un vero
  muro, parevano d'argento. Il camino era un vero

  cavallo, è probito di stare in sella, e bisogna condurlo
  cavallo, è proibito di stare in sella, e bisogna condurlo

  Zaandam è un grande Broek, meno puerile è più
  Zaandam è un grande Broek, meno puerile e più

  _illum usque tantum natura_, come dice Tacito;
  _illuc usque tantum natura_, come dice Tacito;

  _fama super etera notus_.
  _fama super aethera notus_.

  gli espressi la mia infinita gratitudine con un diluluvio
  gli espressi la mia infinita gratitudine con un diluvio

  in un città come Harlingen, tutta casette liliputtiane,
  in una città come Harlingen, tutta casette liliputtiane,

  di verde chiaro, di tutti i colori di Broeck. I
  di verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I

  senz'accorgemene, un atto che voleva dire che ero
  senz'accorgermene, un atto che voleva dire che ero

  la pulizia degna di Broeck; nulla di strano nelle
  la pulizia degna di Broek; nulla di strano nelle

  popolazione dell'Olanda ne alimenta il focolare
  popolazione dell'Olanda ne alimenta il focolare;


Si dà di seguito un elenco delle grafie alternative mantenute
nel testo:

  Backhuizen / Backuisen
  Barendtz / Barenz
  Barneveld / Barneveldt / Barnevelt / Barnewelt
  Bies-bosch / Biesbosch
  Dow / Dou / Dov
  Enckhuisen / Enkhuisen / Enkhuizen
  Hoorn / Horn
  Medemblik / Medenblik / Medenblick
  Metsu / Metzu
  Middelburg / Middlebourg
  Naaldvijk / Naaldwijk
  Nieuwdiep /Nieuwediep
  Ruysdael / Ruysdaël
  Scheveningen / Scheveningue
  Waal / Vaal
  Werf / Werff
  Wouvermans / Wouvermam / Wouvermann
  Zaandam / Zandam





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Olanda" ***

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