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Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 - Con disegni di C. Kunz
Author: Papadopoli Aldobrandini, Nicolò, 1841-1922
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 - Con disegni di C. Kunz" ***

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[Nuova pagina]

NOTE DEL TRASCRITTORE.

Il titolo del libro indica il nome "Nicolò Papadopoli Aldobrandini",
assunto dall'autore nel 1905 utilizzato nei volumi successivi e/o
nelle edizioni successive dell'opera.

Il sottotitolo "Parte prima. . .", assente nella edizione trascritta,
è ripreso dalle edizioni successive dell'opera.

Le citazioni evidenziate nel testo originale con il segno di
virgolette ripetuto ad ogni linea sono qui formattate come paragrafi
rientrati e tra virgolette.

Nell'edizione qui trascritta, le iscrizioni delle monete sono stampate
utilizzando caratteri non apaprtenenti alla tavola "Latino standard"
Unicode: in questa trascrizione in formato testo, sono stati
utilizzati i seguenti nomi per rappresentare i caratteri speciali
utilizzati dall'autore per rappresentare lettere latine medievali,
legature e/o segni della moneta.

CARATTERI SPECIALI UNICODE.

CON = Latin Extended D+A76E -- Latin capital letter CON.

EPSILON LUNA = Greek and Coptic U+03F5 -- Greek lunate epsilon
symbol.

EZH = Latin Extended B+01B7 -- Latin capital letter EZH.

H SEGNO = Latin Extended A+0127 -- Latin small letter h with
stroke.

OI = Latin Extended B+01A2 -- Latin capital letter OI.

P SEGNO = Latin Extended D+A750 -- Latin capital letter P with
stroke through descender.

QUAM = Latin Extended D+A756 -- Latin capital letter Q with stroke
through descender.

RUM TONDA = Latin Extended D+A75C -- Latin capital letter RUM
rotunda.

CARATTERI SPECIALI NON UNICODE.

ALFA CEDILLA. Lettera alfa minuscola con cedilla.

C QUADRATA. Lettera C maiuscola scritta con tre segmenti di retta.

C QUADRATA SEGNO. Lettera C quadrata con segno diagonale.

C SEGNO. Lettera C maiuscola con segno diagonale.

D SEGNO. Lettera D maiuscola con segno diagonale.

EZH CODA. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
B+01BA -- Latin small letter EZH with tail.

I SEGNO. Lettera I maiuscola con segno diagonale.

L SEGNO. Lettera L maiuscola con segno diagonale.

N SEGNO. Lettera N maiuscola con segno diagonale.

RUM. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
D+A776 -- Latin letter small capital RUM.

T SEGNO. Lettera T maiuscola con segno diagonale.

LEGATURE.

Le legature di coppie di lettere latine vengono indicate con la
parola "legatura" seguita dalla coppia di lettere tra loro legate.
Le coppie usate nel testo sono:

AR, AV, HE, HL, HR, HT, MA, MP, MR, NE, NP, NR, TH, VA, VE.

Viene poi indicata con "legatura H, C QUADRATA SEGNO" la legatura
tra i due caratteri H e C QUADRATA SEGNO.

PUNTEGGIATURA.

Con "un punto sopra due punti" si indica una punteggiatura latina
medievale simile al carattere unicode U+2234 -- Therefore.

Con "due punti in verticale" si indica una punteggiatura latina
medievale simile al carattere unicode U+2236 -- Ratio.

Con "quattro punti in quadrato" si indica una punteggiatura latina
medievale simile al carattere unicode U+2237 -- Proportion.

Con "tre punti a destra" si indica una punteggiatura latina
medievale simile al carattere Unicode U+2234 -- Therefore ruotato
di 90 gradi in senso orario.

Con "tre punti a sinistra" si indica una punteggiatura latina
medievale simile al carattere Unicode U+2235 -- Because ruotato di
90 gradi in senso orario.

La parola "ruotata" nella descrizione delle iscrizioni significa una
rotazione di 90 gradi in senso orario, se non indicato diversamente.

La parola "capovolta" nella descrizione delle iscrizioni significa una
rotazione di 180 gradi.

La parola "simmetrica" nella descrizione delle iscrizioni significa
una trasformazione speculare lungo l'asse verticale.

Le elencazioni delle monete sono state rese omogenee utilizzando lo
standard dei primi capitoli: nome, titolo e peso di ogni moneta
precedono l'elenco numerato delle varianti.

Le note a piè di pagina sono riportate a fine di ogni capitolo, e sono
state rinumerate.

Le punteggiature delle citazioni bibliografiche sono state rese il più
possibile omogenee.

Le punteggiature decimali sono state rese omogenee e coerenti con la
notazione moderna: il punto separa le migliaia e la virgola separa i
decimali.

Per la rappresentazione dei segni dei massari si è utilzzata la
seguente notazione:
- campo 1 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a sinistra;
- campo 2 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a destra;
- campo 3 = segno posto presso le gambe a sinistra;
- campo 4 = segno posto presso le gambe al centro;
- campo 5 = segno posto presso le gambe a destra.

Per consentire l'uso di programmi di lettura digitale, sono state
sciolte le abbreviazioni (ad esempio: "gr. ven." in "grani veneti").

Il testo è stato modificato come da "Errata . . . Corrige", che
comprendono anche quelle originarie.

Le nuove pagine sono indicate con l'indicazione [Nuova pagina].

Le parole in greco sono precedute dalla notazione [Greco[,
e seguite dalla notazione ]Greco].

[Nuova pagina]

ERRATA . . . CORRIGE.

1. "Prefazione", nota (2):

grammi 238,4994 . . . grammi 233,4994.

2. Vari punti del testo:

oncie . . . once.

3. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Naturalmente fu uno scrittore. . .":

dipendenza dell'impero . . . dipendenza dall'impero.

4. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Indipendentemente da questo pregio. . .":

traccie incancellabili . . . tracce incancellabili.

5. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Altra conferma. . .":

cominciô . . . cominciò.

6. Vari punti del testo:

Galliccioli . . . Gallicciolli.

Galliciolli . . . Gallicciolli.

7. Vari punti del testo:

Museo Brittanico . . . Museo Britannico.

8. "Lorenzo Tiepolo", paragrafo che inizia con "Da tutto ciò. . .":

è la regione . . . è la ragione.

9. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Questa monetina, . . .":

un'esame . . . un esame.

10. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Intanto sta il fatto
che . . .":

un'aspetto . . . un aspetto.

11. "Giovanni Dandolo", ultimo paragrafo:

e precisamente nel 1352 . . . e precisamente nel 1354.

12. "Giovanni Soranzo", paragrafo che inizia con "Anche in questo
periodo. . .":

_grossis tondis_ . . . _grossis tonsis_.

13. "Antonio Venier", paragrafo che inizia con "Allo scopo di
impedire. . .":

più di 61, né meno di 66 . . . meno di 61, né più di 66.

14. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):

Marin Sanudo . . . Marino Sanuto.

15. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):

Quarantia . . . Quarantìa.

[Nuova pagina]

LE
MONETE DI VENEZIA
DESCRITTE ED ILLUSTRATE
DA
NICOLÒ PAPADOPOLI ALDOBRANDINI
COI DISEGNI DI C. KUNZ.

Parte I.

Dalle origini a Cristoforo Moro.

1156-1471.

Venezia.

Ferdinando Ongania, editore.

1893.

[Nuova pagina]

PREFAZIONE.

_Allorquando dopo un lungo periodo di barbarie l'Europa poco a poco si_
_ridestò come da un sonno penoso e cominciò a sentire il soffio_
_benefico della nuova civiltà, assieme agli studî severi, sorse come_
_per incanto l'amore per le arti ed il culto dell'antico e del bello._

_In Italia fu ancor più sorprendente che altrove il rapido svolgersi_
_di questa epoca gloriosa, nella quale un popolo povero, ma_
_intraprendente, rozzo, ma sapiente, raccogliendo le tradizioni antiche_
_e le aspirazioni novelle, creò quel rinascimento intellettuale ed_
_artistico che forma l'ammirazione di tutti._

_Anche le monete furono studiate e raccolte in tempi remoti. Troviamo_
_già nel 1335 una memoria dove sono notati, da un appassionato cultore,_
_libri, bronzi e monete esistenti a Venezia._

_Ma ben presto i raccoglitori vennero insidiati da falsificatori e le_
_monete dei tempi antichi furono imitate da artisti valenti, che più_
_tardi si diedero a lavorare secondo il proprio sentimento e_
_riprodussero i personaggi ed i fatti dei loro tempi. Questa nobile_
_arte mandò i primi vagiti nella nostra regione: Padova, Venezia e_
_Verona videro le prime opere di questi grandi, ricercatissime al_
_giorno d'oggi dai musei e dai raccoglitori, studiate da italiani e_
_forestieri, che formano una collana preziosa di piccoli capolavori,_
_conosciuti col nome di medaglie artistiche italiane del rinascimento._
_La medaglia di Francesco Foscari che adorna il frontespizio del_
_presente volume, opera di_ ANTONELLO DELLA MONETA _intagliatore_
_della zecca nostra, è la più antica riproduzione metallica della testa_
_di un doge, e concorda per l'epoca e per le fattezze, col ritratto di_
_Gentile Bellini e con una miniatura dell'epoca, esistenti entrambi nel_
_Museo civico di Venezia._

_Da prima ogni cura fu rivolta alle monete greche e romane, restando_
_affatto neglette le antichità medioevali. Soltanto in epoca piuttosto_
_recente si studiarono le monete delle città e dei principi italiani,_
_che sono pure tanta parte della nostra gloria._

_La zecca di Venezia fu tra le prime che attrassero l'attenzione dei_
_dotti italiani e stranieri. Fu tosto veduta e trattata la questione_
_più ardua e più interessante che la riguarda, perché già nel 1610_
_Petau (Petavius) pubblicava il disegno del denaro di Lodovico il Pio_
_col nome di Venezia, e nel 1612 l'autore dello_ SQUITINIO DELLA
LIBERTÀ VENETA _se ne serviva come di arma principale ed invincibile_
_contro la pretesa di indipendenza originale dei veneziani._

_Nello scorso secolo alcuni studiosi, anche valenti, si occuparono_
_della numismatica veneziana; ma i migliori superficialmente, e quelli_
_che vollero addentrarsi nelle indagini sul valore della moneta, a_
_Venezia ancora più importante che altrove, si smarrirono in_
_supposizioni e fantasie, che complicarono maggiormente una materia già_
_per sé non facile né semplice._

_Si aggiunsero le insidie di alcuni impostori, che cercavano di_
_sorprendere la buona fede dei raccoglitori, le idee preconcette e_
_l'amore esagerato del luogo natìo, che non lasciavano vedere quant'era_
_più naturale e più vero. Nell'epoca forte e serena, nella quale,_
_mediante lo studio della storia e delle lettere, si preparava il_
_risorgimento della patria, si formarono nuove raccolte, e vi_
_applicarono la moderna critica storica i migliori cultori della_
_numismatica veneziana Angelo Zon, Vincenzo Lazari e Carlo Kunz. Però_
_il primo appena poté compiere un lavoro breve e succinto, gli altri_
_due si occuparono di studî speciali, e per colmo di sventura Vincenzo_
_Lazari fu rapito da morbo crudele in fresca età, prima di_
_intraprendere quell'opera complessiva sulle monete veneziane, di cui_
_aveva concepito il pensiero. Spariti questi valorosi, poiché a me la_
_buona fortuna permise di trar profitto dalle annotazioni raccolte da_
_Lazari e dai disegni e dalle note di Kunz, sebbene comprendessi la mia_
_insufficienza di fronte a così grandioso soggetto, mi accinsi_
_coraggiosamente all'opera. Ora dunque, dopo aver pubblicato alcune_
_parti staccate di questo lavoro, presento al pubblico il primo volume_
_della illustrazione delle monete di Venezia. A questo, col tempo,_
_terranno dietro altri due, se il favore degli studiosi e degli_
_intelligenti accoglierà con benevolenza un tentativo, che può essere_
_superiore alle forze, non alla buona volontà che mi anima._

_Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca_
_veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d'Oriente e d'Occidente;_
_indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da_
_Vitale Michiel II sino a Cristoforo Moro, dove si arresta il còmpito_
_prefisso alla prima parte dell'opera. Ogni capitolo comincia con brevi_
_cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto_
_può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete_
_coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la_
_fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco_
_dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo_
_il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la_ denominazione _ed_
_il_ valore_, reca l'indicazione del_ metallo_, del_ titolo _e del_
peso_: la_ descrizione _poi è completata dalle_ tavole_, che_
_riproducono i bellissimi disegni di Carlo Kunz_ (1).

_Speciale attenzione ho posto all'esattezza delle denominazioni e del_
_titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei,_
_ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete_
_assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi_
_dell'assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato_
_la notizia colla parola_ circa_, essendo l'esattezza di tale prova_
_soltanto approssimativa._

_Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di_ argento _e_
_quali di_ mistura_, non ho potuto seguire il sistema indicato da_
_Domenico Promis, che classifica nell'argento solamente quelle che_
_hanno più della metà di fino, né quello, ottimo per le romane, che_
_annovera tra le monete d'argento tutte quelle che contengono anche una_
_minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto_
_dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle_
_antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro_
_nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l'intrinseco_
_corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o_
_poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari_
_nell'argento finché essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il_
_tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed_
_i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando_
_così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto _
_dell'intrinseco, perché serviva solo a compensare le frazioni dei_
_pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete_
_di mistura tenendo il limite di 250 millesimi di fino, sotto il quale_
_si devono considerare monete basse o divisionarie._

_Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono_
_tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo_
_osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e_
_ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di_
_esemplari bene conservati._

_Ho scelto l'antico peso veneziano, perché è quello usato nei_
_documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi_ (2)_;_
_invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi,_
_mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di_
_indicare i carati di lega accompagnati dalla parola_ peggio_. Ciò_
_vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la_
_moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla_
_parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il_
_poeta_ (3)_, di_ mondiglia_._

_Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle_
_monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o_
_furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho_
_trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si_
_trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare_
_inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi_
_degli autori e le opere che parlano o dànno disegni di monete,_
_esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del Lazari e del Kunz._
_Non oso sperare che l'elenco sia completo, potendo essere sfuggito_
_alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono_
_occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso_
_spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella_
_bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine_
_dell'opera completa._

_Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle_
_monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e_
_specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono_
_soltanto approssimativi, perché variano in questa materia gli_
_apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come_
_sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che_
_prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione_
_perfetta, perché, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare_
_una proporzionata riduzione._

_Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che_
_infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei_
_primi tempi e di minor mole, ma l'argomento è difficile a trattarsi e_
_non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e_
_col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini._

_Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i_
_principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato,_
_consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di_
_essi sono già scesi nella tomba, e cioè Vincenzo Lazari, Rinaldo_
_Fulin, Carlo Kunz e Bartolomeo Cecchetti, ai quali debbo tutto il poco_
_che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e_
_degli studî storici, come il comm. Nicolò Barozzi, il cavalier Antonio_
_Bertoldi, il cavalier abate Giuseppe Nicoletti, il professor Alberto_
_Puschi, il signor Luigi Rizzoli e principalmente il cavalier Riccardo_
_Predelli ed il comm. Alessandro Pascolato, che mi furono cortesi di_
_benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia_
_perenne riconoscenza._

N. P.

[Nuova pagina]

NOTE A "PREFAZIONE".

(1) Alcune poche monete, i sigilli dei dogi P. Ziani, G. Soranzo, M.
Falier, M. Steno, F. Foscari, P. Malipiero e C. Moro, e la
medaglia che figura nel frontespizio sono ottimi lavori del
valente e diligentissimo disegnatore signor Vincenzo Scarpa.

(2) Il _marco_ di Colonia era adoperato da tempo antichissimo a
Venezia e si divideva in 8 once, ogni _oncia_ in 141 carati, il
_carato_ in 4 _grani_. Il marco corrisponde a grammi 233,4994 e
quindi il grano a grammi 0,05175.

(3) Dante. _Inferno_. Canto XXX.

[Nuova pagina]

PARTE PRIMA.

DALLE ORIGINI A CRISTOFORO MORO.

1156-1471.

[Nuova pagina]

ORIGINI DELLA ZECCA
E
PRIME MONETE DI VENEZIA.

Arduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi
di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per
la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile
altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse
quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche
tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene
far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che
possa far intravedere un tratto del difficile cammino.

Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo
nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno
rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra
conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede.
Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle
monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che
non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la
molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per
l'intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che
le rende preziose all'universalità, le monete possono più facilmente
d'ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti
coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del
passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed
arricchiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso
sotterranei, e l'abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è
prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che
furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal
mercante timoroso, dall'avaro inquieto, e persino dal colpevole, che
cercava nascondere il corpo del delitto.

Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato
sicuro per conoscere l'epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o
gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la
nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può
dire, della vita del suo tempo, di cui porta le tracce incancellabili,
ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche
economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di
maggior volume.

Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete
possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria
e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano
la assoluta indipendenza della loro città e repubblica sino dalla sua
origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il
governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l'alta sovranità
dell'impero prima greco, poi occidentale.

Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall'oro spagnuolo,
che, nell'interesse di quella politica fatale all'Italia, citò le
monete di Lodovico il pio, quali prove incontestabili di dipendenza
dall'impero (1). Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da
altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la
rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di
patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica
e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi,
non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a
Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre (2), ovvero alla città
di Vannes nella Armorica, come il senatore D. Pasqualigo (3) e G. G.
Liruti (4); ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia
aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta (5),
ed alcuno come il Sandi (6), affermò perfino non esistere alcuna sua
moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o
latini, o con quella dei re d'Italia.

Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di
questo periodo della moneta veneziana. Lo Zon non osa combattere il
pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni
incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o
dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca
cominciasse a lavorare solo nel secolo nono o decimo (7). Il conte di
San Quintino, discorrendo di questo argomento con profondità di
dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che
le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute
nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede
del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che
il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o
supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d'occidente erano
sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani (8). Cartier (9) e
Barthelemy (10) riproducono le idee di San Quintino e credono potersi
attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza.
Finalmente Vincenzo Promis, in una saggia ed erudita memoria (11),
riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina
l'attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente, e sul
quale resta ben poco da dire.

Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più
grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l'età e
l'attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle
premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente
poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi
era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.

Infatti Romanin suppone (12) che i Veneziani stabilissero, col
consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che
avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo
Magno fece chiudere molte officine dell'impero per far coniare
soltanto in _Domo palatii_, la zecca veneziana continuasse ad
esistere. Anche Cecchetti e Padovan ritengono che prima delle monete
ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana (13). Citando
documenti del X ed XI secolo, che parlano di _denari nostri_ o
_veneziani_, Padovan (14) respinge l'idea, che le monete uscite dalla
zecca veneta sino al 1156 fossero _soltanto_ le imperiali, parendogli
impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza,
fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solita
tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse
più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai
primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica,
perché le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie
fasi della vita, dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza, prima
di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e
piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua
esistenza, cercando l'appoggio dei più potenti, e crebbe poi
rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo,
coll'attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza
bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua
indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non
furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.

Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più
evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti
dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in
modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio,
l'affermazione del Gallicciolli, che a Venezia siano state coniate
monete d'oro dette _redonde_ in un'epoca in cui non si coniava moneta
d'oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e
Benevento, è bastevolmente contrastata dal Promis (15), il quale (16)
ha pure a sufficienza risposto al Sandi: imperocché, se è giusto alla
lettera che non si trova sulle monete veneziane l'effigie e il
ritratto degli imperatori, si trova però secondo l'uso del tempo,
impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale
importanza.

Il Conte di San Quintino ha dimostrato, coll'approvazione di tutti gli
studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull'argomento,
essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di
"V E N E C I A S" fossero coniate a Vannes in Francia.

Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal
Promis (17) sopra il sistema architettato dal Carli (18) e seguito dal
Filiasi (19), e cioè che i Veneziani avessero per i commerci
coll'Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli
imperatori franchi e coniassero per l'Oriente _bisanti_ dei tre
metalli, mentre poi per l'interno si servissero di speciali denari,
che sono quelli colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R A T".
Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si
comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto
valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per
assicurarsi che sono più antichi di quelli con "C R I S T V S spazio I
M P E R A T", i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a
quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo
bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene
quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano
a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.

Mi tratterrò invece brevemente sull'errore più diffuso ed in cui
cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi
immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo
Zon ed il Lazari sono forse i soli che non credono anteriore al secolo
nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli
altri ripetono, senza nemmeno l'ombra del dubbio, le stesse parole, e,
sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia
ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo
quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti
quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali
(20).

Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il coniare
moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio
di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo
della propria sovranità è un'idea che comincia solo nell'epoca civile,
e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde
troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo
quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando
Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.

Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla
dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che
in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani
non avevano né la potenza, né l'autorità di aprire una zecca, e questa
verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso Romanin (21).

Durante l'impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava
esclusivamente dall'imperatore, e lo stato era così geloso di questa
sua importante prerogativa, che a nessun altro l'accordò giammai, e
persino nell'epoca della decadenza e della rovina dell'impero
d'occidente, il prestigio dello stato romano e l'idea del potere
imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori
non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del
proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in
latino, lasciando sempre sul diritto l'effigie dell'imperatore romano
residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero
l'autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei
vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto
degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch'era
sempre il continuatore ed il rappresentante dell'impero romano.

Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e
ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri
pescatori e modesti naviganti sfuggissero all'invasione per le difese
naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell'epoca sola le
nostre isole cominciarono ad avere un'importanza e ad organizzare un
governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli
abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed
avere i loro sguardi rivolti verso l'imperatore, trovando la naturale
protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale
in tutte quelle parti d'Italia, che non furono invase dai barbari.

Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun
documento ci resta di quell'epoca interessante; la raccolta delle
lettere di Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, è uno dei pochissimi
raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani,
ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e
sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non
sarà inutile rammentarla, perché è una descrizione così viva ed
interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a
Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l'attività robusta
dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.

  "Con un comando già dato, ordinammo che l'Istria mandasse
  felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che
  ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di
  essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di
  devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi
  studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il
  favore dell'adempimento, mentre l'una cosa dall'altra dissociata,
  non più si avrebbe l'effetto. Siate dunque prontissimi a tal
  viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi,
  navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri
  alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si
  apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per
  l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via
  per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii,
  toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì
  frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo
  avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e
  camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme
  alle gomene; cosicché, mutata condizione, gli uomini a piedi
  ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza
  fatica, e in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei
  nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre
  abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso
  mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità
  del lido jonio, dove l'alternante marea ora chiude, ora apre la
  faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici
  uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato
  l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle
  abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma
  fondate dall'industria degli uomini. Perciocché la solidità della
  terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e
  voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare,
  quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque,
  non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli
  abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi
  convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre
  tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli
  altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto
  il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i
  cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete
  ogni prodotto, perché di là avete anche quel che non fate, e in
  certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall'arte
  vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l'oro, ma non è
  chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perché a
  questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta
  io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che
  stanno ne' vostri cantieri, come altrove la domestica armenta
  nella stalla del contadino".

Cassiodoro si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede
un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente
avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con
frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo
stile enfatico e declamatorio dell'illustre retore. Il ministro di
Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa
con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di
una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa
lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare
tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione
dell'impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare
i buoni rapporti.

Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perché
Cassiodoro dice ai Veneziani:

  "Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus
  omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis.
  Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis
  fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui
  salem non desideret invenire...".

Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile
figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come
mezzo di pagamento, né che a Venezia esistesse una speciale moneta
denominata _victualis_, come fu creduto da alcuno; ma non occorre
insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità
del Muratori (22) e di San Quintino (23).

Intanto però l'Imperatore Giustiniano cominciava a porre ad effetto i
suoi progetti; nel 539 Belisario sconfigge gli Ostrogoti e conquista
Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 Narsete
prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende
Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l'Italia ritorna
in potere dell'imperatore romano d'oriente, ma per breve tempo, perché
nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, conquistano quasi senza
colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l'Italia sino a
Spoleto e Benevento.

Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che
dipendono da' due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento
tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono
rivolti a conquistare l'Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e
ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne
fatto né ai Longobardi né ai Franchi loro successori. È naturale però
che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e
ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che
avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per
tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.

Già nell'epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto
vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell'esercito imperiale si
tennero lungo la costa, ch'era per la massima parte dipendente dai
Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da
quell'epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più
i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata
considerata come parte dell'impero d'oriente. Invero qualche cronista
forestiero (24) tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori
bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere
nelle mani di Pipino (25) ma tali di fatto non furono mai, perché
nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia
propria. Però essi riconoscevano l'alto dominio dell'imperatore, ne
ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle
idee dell'epoca, mentre l'imperatore romano era riconosciuto come
l'alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, _conservator
totius mundi_, come si dice in un documento veneziano (26), e
giudicherebbe colle idee del giorno d'oggi chi credesse
differentemente.

Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell'ingerenza dei
Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma (27);
ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e
debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti
coi nomi e cogli anni degl'imperatori (28), pregava nelle chiese per
la salute dell'imperatore (29): l'imperatore negoziava e stipulava i
trattati per conto di Venezia (30). In fatti la posizione di Venezia
non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro
primordî riconobbero la protezione di un qualche potente monarca,
conservando intera l'autonomia della amministrazione interna e
giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa
indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami
con Costantinopoli non furono mai troppo stretti né troppo duri, e non
incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene
spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli
eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.

L'organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella
stabilita dall'imperatore Giustiniano, quando ordinò l'amministrazione
delle provincie liberate dai Goti colla _pragmatica sanctio_ del 554
(31). I _tribuni_, i _duci_ sono eletti dal clero, dai magistrati e
dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti
veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma
da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il
_magister militum_ è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono
quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come _ipati_,
_spatari_ e _protospatari_ ed altri, che talvolta nei documenti sono
anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra
l'oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll'imperatore,
e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge
all'imperatore d'oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a
Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i
Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma
dell'imperatore romano di Costantinopoli (32). Anche Carlo Magno
nell'803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che
avevano serbato fede e devozione all'impero, egli non ha alcun diritto
(33), e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato
di Aquisgrana nell'810 (34).

Il cumulo di tutte queste circostanze non può a meno di colpire
chiunque non abbia il deliberato proposito di chiudere gli occhi; lo
stesso Romanin, così tenero nel seguire la tradizione degli storici
veneziani, conviene (35) che Venezia era sotto la protezione
dell'impero d'oriente con proprie leggi e proprî magistrati, ed
Agostino Sagredo con nobili parole proclama che si può ben confessare
una mediata dipendenza antica, se l'indipendenza assoluta si acquista
col sangue e colla vittoria.

Non è quindi strano che per tutta l'epoca in cui regnarono i
Longobardi in Italia, e durante il regno di Carlo Magno, non si trovi
moneta veneziana, e che, mentre abbiamo denari delle principali città
italiane col monogramma o col nome di Carlo, manchino quelle di
Venezia. Finché Venezia si considerò parte dell'impero romano
d'oriente essa non poté battere moneta, perché tale diritto a nessuno
fu mai concesso dall'imperatore, e non si trovano monete autonome
delle città sottoposte ai Greci: se mai si potesse citare qualche
eccezione, essa sarebbe evidentemente una usurpazione, dovuta ai tempi
in cui l'imperatore non aveva la forza di far rispettare le sue
prerogative.

Sino a quest'epoca nessuna prova diretta ci può venire dalle monete,
ma la loro assenza conferma l'opinione esposta poc'anzi, e, benché
debole, reca un raggio di luce. Ora invece entrano in lizza anche le
monete, e al raccoglitore non è difficile di trovare i denari di
Lodovico e di Lotario del peso e della bontà ordinati da Carlo Magno,
perfettamente uguali a quelli di Pavia, di Milano, di Treviso e di
Lucca, nei quali il nome di queste città è sostituto da quello di "V E
N E C I A S".

Ho già riportato più sopra il parere del Conte di San Quintino, che
cioè le monete tutte di Lodovico e di Lotario sieno uscite dalla zecca
Palatina, e che quindi il nome di Venezia impresso su talune di esse
non sia la prova di reale sovranità, ma solo della pretesa degli
imperatori che questa città fosse ad essi legata da vincoli di
sudditanza e di vassallaggio. Due quindi sono le questioni di cui
dobbiamo occuparci, entrambe assai importanti e meritevoli di studio
speciale. La prima è di sapere se effettivamente i denari di questa
epoca sieno coniati tutti in una officina imperiale (_in domo
palatii_) ovvero in varie zecche poste nelle città di cui portano i
nomi: la seconda se il nome di una città come Venezia, che sino a
Carlo Magno era stata considerata non appartenente all'impero
d'occidente, sia stato segnato sulle monete solo per pretensione ossia
per far mostra di un diritto contestato, ovvero, secondo le giuste
regole internazionali, perché Venezia avesse riconosciuto l'alto
dominio imperiale e sovra di essa gli imperatori d'occidente avessero
un diritto accettato da tutti, e dagli stessi Veneziani non impugnato.

Quanto alla prima di queste ricerche, l'opinione sostenuta con tanta
acutezza di critica storica, con tanta delicata circospezione dal San
Quintino, fu oggetto di discussioni fra i numismatici italiani e
forestieri, ebbe difensori valenti, ma fu combattuta da quelli che
desideravano assicurare una origine così illustre alle zecche dei loro
prediletti, e di cui distruggeva i sistemi architettati con tanta
cura. Ora questi naturali avversarî hanno trovato un ajuto tanto
poderoso quanto insperato nel dotto illustratore della zecca di Pavia,
il quale ritiene che i denari di Lodovico e di Lotario sieno battuti
nelle città di cui portano i nomi (36). Sono perfettamente d'accordo
col Cavalier Camillo Brambilla, che il rinvenimento in Francia di
monete carolingie null'altro prova se non che ivi avevano corso e
forse più tardi che in Italia, come oggi si troverebbero più
facilmente in Austria che fra noi quelle monete che furono coniate
nelle zecche di Milano e di Venezia secondo la monetazione austriaca.
Convengo con lui nel ritenere opera di officine italiane, piuttosto
che francesi, i nummi di cui parliamo; ma credo in pari tempo che non
si possano trascurare gli altri argomenti di somma importanza addotti
dal San Quintino.

I capitolari di Carlo Magno dell'805 e dell'808, hanno lo scopo
evidente di impedire gli abusi e le irregolarità nella fabbricazione
della moneta e stabiliscono saggiamente _ut nullo loco percutiatur
nisi ad curtem_, ovvero _nisi in palatio nostro_ (37): nessuna
circostanza ci autorizza a credere che essi sieno rimasti senza
effetto, anzi sono confermati da un altro capitolare emanato da Carlo
il Calvo in Pistes nel 854 (38), il quale dimostra che i sovrani
carolingi, anche in questa materia, seguirono le tradizioni del loro
grande avo. Non si può certo da tali disposizioni trarre la
conseguenza che, per un così vasto regno, una sola fosse la zecca
palatina, e che tutte le monete si coniassero in Francia; si deve anzi
supporre che almeno nella città capitale di Pavia, ove risiedeva di
spesso il sovrano, esistesse un'altra officina che fabbricasse le
monete occorrenti per il regno d'Italia. Non sono lontano
dall'ammettere che più di una zecca esistesse tanto in Francia che in
Italia, ma tutte dove il sovrano aveva corte e palazzo, e solo per
autorità regia. Si può anche supporre che la zecca palatina seguisse
l'imperatore nelle sue peregrinazioni, e di queste officine ambulanti
parlano il nostro autore ed altri del pari autorevolissimi, ma non
credo che il nome di una città posta in questa epoca sulle monete
imperiali sia ragione sufficiente per essere sicuri che in essa sia
stata coniata. La prova più convincente sta nel trovarvi precisamente
il nome di Venezia, città che, a quanto sembra, riconobbe l'alta
sovranità imperiale, ma dove l'imperatore non ebbe mai potere diretto,
né tenne corte o palazzo, di cui sarebbe rimasta traccia o memoria.

Altra conferma di questa opinione si trova nel fatto che Lodovico II,
abolito il nome delle varie città sulle monete, vi sostituì il tempio
tetrastilo coll'iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O".
In ciò si riconosce l'evoluzione storica e naturale: dapprima gli
inconvenienti e gli abusi fecero restringere a poche e sorvegliate
officine il lavoro di tante zecche, conservando il nome delle più
illustri città che vantavano questo diritto per antica consuetudine,
poi si soppresse anche il nome in epoca in cui l'autorità regia non
era maggiore che nei tempi di Carlomagno, e ciò perché l'onore aveva
perduta ogni importanza non corrispondendo più alla realtà delle cose.
Finalmente, quando cominciò la decadenza e diminuì la potestà degli
imperatori, le città chiesero ed ottennero gli antichi privilegi e
misero nuovamente i nomi sulle monete, che da quel giorno non ebbero
più uniformità di tipo, e più tardi nemmeno uguaglianza di intrinseco.

Sono quindi fermo nel ritenere che i denari di Lodovico e di Lotario,
i quali portano il nome di Venezia sieno coniati a Pavia od in altra
zecca imperiale: né la osservazione del cavalier Brambilla (39) sulla
croce patente, che precede il nome di Venezia nelle monete di Lodovico
e non si trova nelle altre di questo principe, basta a farmi credere
che esse sieno lavorate in una zecca particolare differente dalla
palatina. In tali denari troviamo due rovesci affatto diversi: gli uni
rarissimi hanno scritto "V E N E C I A S spazio M O N E T A", gli
altri, più facili a ritrovarsi, hanno semplicemente "V E N E C I A S",
e tutte e due le iscrizioni sono precedute da una croce patente. Io
ritengo le prime più antiche fatte ad imitazione di quelle che portano
l'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", e la croce mi fa
credere, più che a una differenza di zecca, a una differenza di epoca
fra i denari coi nomi di "P A P I A", "M E D I O L A N V M", "L V C
A", "T A R V I S I V M" e quelli portanti per la prima volta il nome
di una città, che si voleva far sapere a tutti aver dovuto riconoscere
l'alta sovranità imperiale.

Resta ora da vedere se il diritto vantato dagli imperatori era
incontestabile e riconosciuto dagli stessi Veneziani, o se era
soltanto una pretesa, come suppone il Conte di San Quintino. Gli
storici che discussero nei tempi passati tale questione erano troppo
occupati della politica del momento per essere imparziali, ed anche i
moderni scrittori veneziani vi dedicano poche parole, accettando con
qualche restrizione la supremazia dell'impero greco, e respingendo o
sottacendo affatto l'alta sovranità degli imperatori d'occidente, che
a me sembra quasi più evidente.

Dal trattato di Aquisgrana (810) in poi la situazione politica dei
Veneziani cambia sensibilmente: mediante gli estesi traffici essi
crescono in ricchezza ed in prosperità, e con una prudente politica
guadagnano di autorità e di forza. Il governo da Malamocco si
trasporta a Rialto, sede più quieta e più sicura, come lo aveva
dimostrato la resistenza ai Franchi condotti da Pipino, per la quale
si erano sviluppati nei Veneziani la confidenza nelle proprie forze ed
il sentimento della dignità nazionale.

Noi non abbiamo il testo del trattato di Aquisgrana, ma è certo che,
dopo il riconoscimento dell'impero d'occidente per parte dei
Bizantini, Venezia fu il principale argomento delle discussioni. A me
sembra che entrambi gli imperî si sieno serviti di questo giovane
stato allo scopo di non aver conflitti e contatti pericolosi fra loro.
Venezia fu posta come un cuscinetto fra l'Oriente e l'Occidente, per
fare quell'ufficio che oggi adempiono le potenze neutrali fra gli
stati belligeri e turbolenti, e si dice che in allora i Greci
inventassero il proverbio (40): _Noi vogliamo il Franco per amico, ma
per vicino non mai in eterno_, proverbio che non manca d'opportunità,
nemmeno al dì d'oggi.

Per le affermazioni concordi dei cronisti più autorevoli (41), sembra
che Venezia rimanesse sotto la protezione dell'impero d'Oriente,
sebbene non manchino quelli che raccontano Venezia esser stata ceduta
all'imperatore carolingio (42). Taluno, per conciliare le opposte
opinioni, credette che Venezia, restando sotto la protezione
dell'impero d'Oriente, riconoscesse l'alto dominio dell'impero latino
per quelle possessioni in terraferma, sul lembo della laguna, ch'erano
di ragione del regno d'Italia. Qualunque però fosse la loro posizione
legale, è chiaro che da quel giorno in poi i Veneziani non ebbero che
una sola idea, un solo scopo, tanto nella loro interna sistemazione,
quanto nella loro politica coi potenti vicini, quello di scuotere ogni
legame di soggezione e diventare indipendenti non solo di fatto, ma
anche di diritto.

Talvolta i dogi per ambizione cercarono l'appoggio dell'uno o
dell'altro impero, ed allo scopo di rendere ereditario il potere nella
loro famiglia fecero dei tentativi di infeudare Venezia; ma i
cittadini e l'aristocrazia dominante opposero ogni sforzo a questi
progetti, limitando l'autorità personale del principe coi consigli.
Come avviene negli stati giovani, i Veneziani sentirono la loro forza,
indovinarono l'avvenire ed approfittarono di tutte le circostanze per
ottenere la completa indipendenza, sapendo talvolta cedere nelle
apparenze, senza abbandonare mai la meta delle loro aspirazioni. La
politica loro in questo periodo fu di appoggiarsi ora all'uno ora
all'altro dei due imperi, traendo profitto dalle difficoltà e dalla
debolezza di entrambi per migliorare la propria posizione; dando
appoggio a chi ne aveva più bisogno per guadagnare terreno,
consolidando i vantaggi ottenuti, senza perdere di vista lo scopo
principale; insomma tenendo quella politica che seguirono sempre tutti
gli Stati, che da piccoli inizî giunsero a grande altezza.

Manca ogni dato per sapere in quale momento i Veneziani abbandonassero
l'impero d'Oriente per legarsi più strettamente a quello d'Occidente;
ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo
cambiamento era già avvenuto. Gfrörer crede che, durante gran parte
del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta
legata all'impero d'Oriente (43). Il professor G. B. Monticolo, nel
suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni,
ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio
dell'XI secolo (44), che mutassero soltanto poco a poco le condizioni
politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci
decadevano e Venezia acquistava nuove forze (45); egli crede però che
l'annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna
soggezione nemmeno di forma all'impero d'Occidente, ma che i favori
accordati pel territorio d'Eraclea, pel taglio della legna, per
l'amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei
commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella
contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia (46).

Ciò dimostra che l'illustre storico tedesco ed il dotto critico
italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere
e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo
dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure
e contemporanee conservate all'argento monetato, dove non v'è pericolo
di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un
amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi
scomparso.

Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la
protezione dell'imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel
trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale
vassalla dell'impero (47). Lo storico ne trae la conseguenza che il
doge abbia giurato fedeltà all'imperatore (48), notizia che avrebbe
bisogno di essere confermata e che non si può dedurre dalle sole
parole del trattato. Io penso che la protezione dell'imperatore fu
accordata alla proprietà ed alla persona di Giovanni Partecipazio II,
dietro domanda dello stesso doge, che non aveva molta fiducia nei suoi
sudditi; ma del resto il trattato è la solita conferma usata dai suoi
predecessori, e non credo che sieno stati alterati i rapporti che
esistevano fra i due Stati. Si dovrebbe quindi anticipare di alcuni
lustri l'epoca, in cui Venezia fu costretta a cercare il suo appoggio
nell'Occidente, ed esaminando con attenzione la storia di quest'epoca,
e cercando d'indovinare ciò che i cronisti non conoscono interamente,
o non vogliono dire, crederei conforme al vero, l'attribuire i primi
passi di questo nuovo indirizzo della politica veneziana a quel figlio
di Agnello Partecipazio, Giovanni I, innalzato alla ducale dignità nei
primi anni del regno del padre, e poscia deposto per l'influenza dei
Bizantini (49). Da Costantinopoli, ove si trovava quasi in ostaggio,
fu richiamato dal fratello, che, prima di morire, lo associò al
ducato. Tutto l'insieme della sua storia lo dimostra avversario della
politica greca. Rimasto solo principe dopo la morte del fratello e
scacciato per una congiura, cerca rifugio presso l'imperatore franco;
tornato poscia a Venezia, viene nuovamente deposto dal partito avverso
e chiuso in un convento, tagliandoglisi la barba ed i capelli, come
usavano i Franchi, mentre invece a Caruso, che nel frattempo usurpa il
potere e probabilmente rappresenta gli amici dei Greci, vengono tolti
gli occhi, secondo il barbaro costume bizantino.

Oltre a questo abbiamo altri dati che ci confermano nelle nostre idee,
e prima di tutto le monete coi nomi di Lodovico e Lotario, che, sino a
prova contraria, dobbiamo ritenere testimonianze di sovranità
legittima. Abbiamo il tentativo fatto dal concilio di Mantova (827) di
sopprimere il patriarcato di Grado (50), e di far diventare questa
sede suffraganea di quella di Aquileja; ma l'argomento più importante
è quello del concilio di Roma, che diede origine allo scisma
d'Oriente, in cui si scomunicò il patriarca Fozio; concilio al quale
fu invitato ed intervenne il patriarca di Grado (51). Ora è certo che
gl'imperatori d'Oriente, che prendevano tanta parte alle questioni
religiose, non avrebbero mai permesso ai loro sudditi d'intervenire ad
un concilio fatto contro di loro, ed i Veneziani, se fossero stati in
quell'epoca sotto la protezione di Costantinopoli, avrebbero preso
partito coi Greci, come avvenne all'epoca dello scisma dei tre
capitoli. D'altra parte invece non trovasi nei rapporti coll'Oriente
nessun fatto, dall'830 in poi, che dimostri un riconoscimento formale,
e che non possa interpretarsi come inspirato dai rapporti di amicizia
e di relazioni commerciali. Più tardi forse, e precisamente nell'epoca
che segue la caduta di Carlo il Grosso, i Veneziani sembrano avere
rapporti più stretti coll'Oriente, ma questo corrisponde a ciò che più
sopra abbiamo detto sulle alternative della politica veneziana, e non
contraddice punto all'idea che ci siamo fatta di questo periodo.

Lasciando da parte le altre fonti e restringendoci alle sole monete,
abbiamo un documento assai valido, che dà un concetto abbastanza
chiaro della posizione dei Veneziani verso l'impero. La migliore
conferma del nostro assunto sta nel denaro coll'iscrizione "X P E
spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che nessuno ha mai dubitato
sia stato coniato a Venezia (52), e che nella sua piccola mole è assai
eloquente.

Esaminiamolo con un po' di attenzione. Il suo aspetto afferma
apertamente la nazionalità franca, perché ha il titolo, il peso e
l'aspetto dei denari coniati secondo il sistema carolingio da Lodovico
II, ed è talmente simile nella forma ed apparenza alle monete di
questo imperatore, che chi non legge la iscrizione può facilmente
esser tratto in errore come dimostra il disegno delle due monete.

Questa somiglianza non lascia alcun dubbio, che la moneta fosse
coniata in quell'epoca e che l'imitazione avvenisse ad arte, perché in
un secolo in cui il leggere non era comune non lo si distinguesse
facilmente dalle monete dell'imperatore. Nel diritto vi è la croce
accantonata di quattro punti, e l'iscrizione "D S spazio C V N S E R V
A spazio R O M A N O spazio I M P" (53), che somiglia e finisce
esattamente come quella dei denari di Lodovico II. Il rovescio poi
attorno al tempietto carolingio ha le parole "X P E spazio S A L V A
spazio V E N E C I A S", che sono combinate a bella posta per fingere
le parole "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O", introdotte in tale
epoca, a differenza del nome delle varie città che esisteva
precedentemente.

Messo in chiaro che il tipo è _franco_ e che la imitazione è fatta
allo scopo di trarre in errore e non per lucro, avendo la moneta lo
stesso valore di quelle che si vogliono imitare, ne viene per logica
conseguenza, ch'essa è un tentativo d'indipendenza fatto dai Veneziani
nell'epoca fra l'855 e l'880, e tradisce apertamente la politica degli
abitanti delle lagune in quel tempo. Essa porta il nome di Venezia,
mentre sulle altre monete si era soppresso quello delle altre città,
ed invece del nome del sovrano vi è semplicemente una invocazione a
suo favore. Il tentativo, timido come conviene a un primo passo, è
però chiaro, e mostra che i Veneziani non volevano inimicarsi quel
principe, col quale erano in ottimi rapporti, ma nello stesso tempo
non lo temevano, perché troppo occupato in altri affari e non molto
potente nemmeno nel centro del suo Stato.

Se i Veneziani avessero avuto la coscienza del loro diritto, non
avrebbero usato un simile artificio: il tentativo prova che le monete
di Lodovico I e di Lotario non sono state battute per semplice
ostentazione, ma con vera autorità riconosciuta; autorità cui i
Veneziani tentarono di sottrarsi appena fu loro possibile, e che non
ebbe influenza sull'autonomia interna, essendo spesso più di nome che
di fatto.

Nello stesso tempo questa moneta e questo tentativo mi confermano
nell'idea, che da lungo tempo professo in tale materia, che il diritto
di zecca non sia stato in origine conceduto dagli imperatori a
nessuno, e che solo quando essi lo videro usurpato dalle città e dai
principi ne abbiano fatta la concessione per conservare almeno il
diritto astratto; da ciò in origine il passaggio di questo sovrano
privilegio dalle mani dell'imperatore in quelle di coloro, che,
riconoscendone l'autorità suprema, andavano mano mano spogliandolo
della potenza reale.

Gli esemplari di questo bel denaro con "X P E spazio S A L V A spazio
V E N E C I A S" non sono molto comuni nelle raccolte e si trovano
difficilmente in commercio, sebbene se ne conoscano più varietà:
queste però hanno poca importanza, e sono più che altro varietà di
conio, dove l'incisore, per non aver preso bene la misura dello
spazio, dovette fare qualche nesso fra le lettere dell'iscrizione.
Però l'aspetto ed il carattere assai somiglianti dimostrano che
probabilmente furono coniate a breve distanza di tempo. Io inclino a
credere che tali monete appartengano all'epoca che seguì la morte di
Lodovico II (875), ed in cui i suoi successori si disputarono colle
armi alla mano le provincie dello Stato, e siano probabilmente
anteriori all'ultima riunione dell'impero nelle mani di Carlo il
Grosso, il quale avrà forse fatto comprendere che tale velleità
d'indipendenza non gli era gradita. Infatti non troviamo traccia di
moneta veneziana, né autonoma né coi nomi degli imperatori, per lungo
tempo. Anni tristi furono quelli per l'Italia e per tutta l'Europa,
che ripiombò in una nuova barbarie, quasi più completa di quella che
aveva seguìto le invasioni dei Goti e dei Longobardi. Il grande
impero, fondato da Carlo Magno e riunito per breve tempo nelle mani di
Carlo il Grosso, crollava da tutte le parti. In Italia i duchi,
parenti od affini del morto imperatore, si disputavano gli avanzi del
suo Stato, spargendo le stragi e la desolazione per tutta la penisola
e chiamando in aiuto le armi straniere, finché l'Italia tutta intera
cadde nelle mani di Ottone. Anche i Veneziani, sebbene meno legati
agli avvenimenti che turbarono così gravemente il nostro paese, furono
costretti a difendersi colle armi dai pirati e dalle invasioni degli
Slavi, dei Saraceni e degli Ungari; ebbero gravissime divisioni
interne, di cui ci restano memorie nelle lotte fra Morosini e
Caloprini, nella rivolta del figlio di Pietro Candiano contro il
padre, ed in quella contro l'ultimo Candiano, che finì coll'incendio
del palazzo ducale e coll'eccidio del doge e del figlio bambino. Tutte
queste discordie davano tema a ricorsi all'imperatore e
all'intromissione sua negli affari interni della Repubblica, certo con
poco vantaggio della indipendenza di questa. Però il più grave
pericolo per Venezia fu quello di cadere nelle mani dell'una o
dell'altra delle potenti famiglie che tenevano il ducato e si
studiavano di conservarlo nei propri discendenti, cercando di rendere
ereditario il potere coll'appoggio dei sovrani stranieri dominatori
d'Italia.

Salvarono Venezia la maggiore civiltà e la speciale configurazione
delle isole, che mettevano i cittadini al sicuro dalle invasioni delle
orde armate, la potenza e le ricchezze che i principali cittadini
avevano acquistato nei commerci e che davano loro la forza di
resistere ai dogi nei consigli ed anche colle armi alla mano.

Solo verso la fine del secolo X la posizione di Venezia divenne più
stabile e più forte, per opera del doge Pietro Orseolo II. Questo
principe saggio strinse i legami coll'Oriente, ed ottenne grandi
vantaggi commerciali col _crisobolo_ dell'anno 992 (54); né dimenticò
le buone relazioni coll'Occidente, siffattamente che dell'imperatore
Ottone III egli fu amico più che alleato: conquistò la Dalmazia,
aggiungendo, primo, al nome di doge di Venezia quello di duce della
Dalmazia, e preparò con politica sagace e fortunata la grandezza della
Repubblica e il predominio sui mari.

Prima però di proseguire e di varcare il mille, bisogna soffermarsi
alquanto sui celebri trattati tra i dogi di Venezia e gli imperatori,
tanto discussi da tutti coloro che si occuparono della moneta
veneziana. Essi furono tirati in campo dal Liruti, che li trovò in un
manoscritto della biblioteca di San Daniele in Friuli, e largamente
commentati dallo stesso autore (55), da Girolamo Zanetti (56) e dal
conte Carli (57), che vollero con ciò provare, essere il diritto di
zecca pressoché contemporaneo alle origini della Repubblica.

Il più antico di tali documenti è quello attribuito all'imperatore
Lotario I colla data del febbraio 840, nel quale non fa parola del
diritto di zecca, ma si parla dei _denari mancosi_ e della _lira
veneziana_ (58). Questo diploma fu impugnato dal San Quintino (59) che
volle dimostrarlo apocrifo od almeno interpolato; ma l'illustre
numismatico piemontese doveva ignorare che il manoscritto di San
Daniele fosse una copia antica di documenti esistenti nella raccolta
dei _Patti_ e precisamente del _Liber Blancus_, ove sono raccolti i
diplomi che risguardano i rapporti coll'Italia e coll'Occidente (60),
altrimenti egli non avrebbe supposto che quel trattato fosse opera di
un falsario, caldo oltre il bisogno di patrio amore (61).

Il _Liber Blancus_ giaceva quasi dimenticato dagli studiosi nell'I. R.
Archivio di Casa, Corte e Stato a Vienna, ove lo vide e lo studiò
Samuele Romanin, che nel primo volume della sua storia documentata
riporta la bellissima Patente del Doge Andrea Dandolo, con cui ordina
la compilazione della raccolta e lo stesso diploma di Lotario
preceduto da una difesa della autenticità dello stesso documento (62).
Non persuadono completamente le ragioni del San Quintino né quelle del
Romanin, giacché non si può credere che un documento riportato nella
celebre raccolta dei patti compilata dal doge Andrea Dandolo fosse ad
arte alterato e nemmeno sembrano accettabili le ragioni addotte dal
Romanin, che si appoggia principalmente sugli argomenti di Girolamo
Zanetti. Entrambi però sono d'accordo che la data è inesatta e che gli
anni del regno di Lotario non corrispondono al febbraio 840. Trovando
tale convinzione anche nel più strenuo difensore del trattato, mi
occorse il dubbio ch'esso fosse bensì genuino, ma copiato male e messo
fuori di posto. La raccolta ordinata dal Dandolo è del 1344, e perciò
di oltre cinquecento anni posteriore alla data presunta del diploma in
questione, epoca sempre lontana ma per quei tempi lontanissima. La
raccolta fu ordinata per impedire le dispersioni e per conservare quei
documenti che probabilmente cominciavano a deperire. Non è quindi
difficile supporre che alcuno di quei preziosi manoscritti fosse già
guasto e danneggiato dal tempo e dagli incendi del palazzo ducale, e
ciò è tanto più probabile per il documento di cui parliamo, che manca
dell'ultima parte, che è scorretto in tutta la dizione, e che ha gli
errori più importanti nei primi versi: ora ciascuno sa che il
principio ed il fine un foglio sono più facili ad essere guastati.
Vedendo che anche a San Quintino non era sfuggita la somiglianza di
questo diploma con quello di Ottone II (983), studiai, confrontando
tra loro i documenti di quel secolo, se, indipendentemente dalla data,
si potesse argomentare l'epoca col confronto delle diverse diciture.
Mi accorsi allora che il documento attribuito a Lotario I somiglia
intieramente, e quasi direi letteralmente, ad altri simili patti del
secolo decimo, e principalmente a quelli stipulati dai Veneziani con
Berengario II nell'anno 953 (63), e con Ottone I nel 967, mentre non
ha alcuna somiglianza coi diplomi firmati dagli imperatori Lotario I,
Lodovico II, Carlo il Grosso, Guido ecc. ecc. sino alla metà del
secolo decimo. Tutti questi documenti, che si seguono dal numero II in
poi della raccolta del _Liber Blancus_, non hanno il carattere d'un
trattato fra potenze uguali, ma bensì quello di una concessione
dell'imperatore, quale supremo monarca, e si copiano letteralmente,
conservando quasi le stesse parole. La parte più importante è la
conferma dei privilegi dei Veneziani convenuti in Aquisgrana da Carlo
Magno coi Greci, aggiungendosi soltanto di tempo in tempo un nuovo
paragrafo, una nuova convenzione, che meno rare eccezioni, si ripete
in tutte le rinnovazioni posteriori.

Berengario II nel 953 (64) stringe un nuovo patto coi Veneziani, che,
nonostante le forme umili dell'introduzione, ha il carattere della
reciprocità e risguarda i rapporti dei popoli del regno d'Italia
confinanti cogli abitanti del territorio veneziano, che vengono
stabiliti d'accordo fra l'imperatore ed il doge. Anche nella
intestazione di questi documenti, che non è sempre contemporanea, ma
che per la maggior parte dev'essere copiata dall'intestazione
dell'epoca, vi è grave diversità, perché i diplomi del primo genere
sono chiamati _privilegium confirmationis imperatoris_, mentre quelli
di Berengario, di Ottone e anche il controverso di Lotario sono
intitolati _pactum inter. . ._ ecc, il che assai bene definisce la
loro diversità essenziale.

I diplomi del primo tipo continuano da Lotario I nell'841, senza
interruzione, sino ad Ugo re, e si ripetono ad ogni cambiamento di
sovrano. L'ultima rinnovazione è di Ottone I nel 964 sul testo
originario del primo Lotario senza tener conto delle aggiunte fatte
posteriormente. Il patto invece di Berengario si riproduce per
un'epoca assai lunga con quelle modificazioni ed aggiunte che vengono
suggerite dalla politica del momento, ma continua per molti sovrani,
anche quando Venezia aveva raggiunto una completa indipendenza ed una
potenza ragguardevole. È dunque assai probabile che il documento in
questione appartenga al tempo dei documenti che gli sono consimili,
piuttosto che a quelli di un secolo prima, e precisamente non più
tardi del 980, perché somiglia interamente ai due trattati del 953 e
967, e non ha quelle modificazioni che furono aggiunte al testo
originario, e particolarmente una specie di proemio che fu introdotto
nel trattato con Ottone II (983) quando vennero sopite le dissensioni
fra i Veneziani e l'impero per causa dell'uccisione di Candiano.
Esaminiamo dunque tranquillamente i punti controversi del trattato
contestato attribuito a Lotario I.

Cominciamo dalla data posta in principio del documento, come in quelli
di Berengario in poi, e non in fine come nei documenti più antichi. Il
documento dice:

  "Hlotarius divina ordinante providentia imperator augustus. Anno
  imperij ejus vigesimosexto, octavo kalendas Marcij. Papiae
  civitatis palatio. Hoc pactum, suggerente ac supplicante pro
  gloriosissimo duce veneticorum, inter veneticos et vicinos eorum
  constituit ac describere iussit, ut ex utraque parte de
  observandis hijs constitutionibus sacramenta dentur, et postea,
  per observationem harum constitutionum, pax firma inter illos
  perseveret".

Ora San Quintino osserva giustamente che l'anno 840 non può essere il
ventesimosesto, né contando dall'817, in cui Lotario fu associato
all'impero dal padre, né dall'823 quando fu incoronato; di più Lotario
non avrebbe potuto sanzionare questo trattato senza il concorso od
almeno la menzione di Lodovico il Pio suo padre e collega. Inoltre,
afferma San Quintino, Lotario nel febbraio di quell'anno era in
Germania nella Turingia, e non venne in Italia se non dopo la morte
del padre (65).

La seconda osservazione del San Quintino si è, che al doge non
conveniva il titolo di _gloriosissimo_ nel tempo stesso ch'egli
supplicante implorava il favore degli imperatori, e ciò è tanto più
giusto in un'epoca in cui non si faceva abuso di titoli, ed allo
stesso imperatore non si dava altra onorevole qualifica che quella di
_augusto_ (66). D'altronde questo titolo di "gloriosissimo" non fu mai
adoperato dai Veneziani né in epoche più antiche né in quelle più
recenti: io inclinerei a credere che sia piuttosto un nuovo errore del
copista, il quale abbia sostituito con quel titolo, o il nome di
battesimo del doge che si trova nel diploma di Berengario, o meglio
ancora quello di _provinciarum dux_ che esiste in quello di Ottone, e
che probabilmente era guasto ed indecifrabile nell'originale. È da
avvertirsi anche che Pietro Tradonico, doge di Venezia nell'840,
s'intitolava sempre _dux et spatarius_, e che in tal modo viene
nominato nei trattati genuini ed incontrastati; per cui è probabile
che il doge nominato nel trattato in questione sia uno dei tanti
Pietri che coprirono il soglio ducale, ma non Pietro Tradonico.

La terza osservazione poi, per me più importante, sta nel fatto che si
parla del documento sospetto di _soldi mancosi_ e di _lira veneziana_
(67). Ora i soldi mancosi non sono nominati prima del secolo decimo, e
quanto a lire veneziane nessun documento ne fa parola prima del
trattato di Berengario ove esiste lo stesso paragrafo; ma il
contributo dovuto da Venezia all'impero, viene stabilito in denari
pavesi: solo in quello di Ottone II dell'anno 983 anche la
contribuzione è fissata in denari veneziani. Così pure nelle carte
private degli antichi tempi, che esistono nei nostri archivi, si parla
di _libbre d'argento_, di _libbre d'oro_, di _denari imperiali_; ma
solo negli ultimi trenta anni del secolo decimo si comincia a trattare
in _denari veneziani_. In mezzo a tale armonia trovare un documento
solo che parli di moneta veneziana, un secolo prima degli altri, non
sembra dunque un argomento per credere, che tale moneta abbia esistito
più anticamente, ma piuttosto per supporre che il trattato in
questione appartenga a un'epoca più recente, tanto più quando questa
supposizione sia suffragata da altri non ispregevoli argomenti, come
nel caso nostro.

Io voglio anzi esprimere nettamente il mio pensiero e formare un'altra
ipotesi che varrebbe ad appianare tutte le difficoltà. Nel secolo
decimo abbiamo appunto un altro sovrano di nome Lotario, ed è il
figlio di quell'Ugo di Provenza che venne in Italia nel 926 e fu dal
padre associato al potere nel 931. Cacciato da Ottone, Ugo ritorna
fuggiasco in Provenza e lascia in Italia il figlio Lotario, che regna
fino alla sua morte, e cioè fino al 950. Lotario II ebbe assai poca
autorità, ma per ciò appunto non è improbabile che i Veneziani
stringessero con lui un trattato più vantaggioso di quello che avevano
coi suoi predecessori, e siccome egli regnò immediatamente prima di
Berengario II, la somiglianza dei due trattati mi conduce naturalmente
alla supposizione che si tratti di questo Lotario, tanto più che sul
seggio ducale era anche allora un Pietro (Candiano III, 942-59), e che
quindi facilmente il copista poteva far confusione per l'uguaglianza
dei nomi dei due sovrani contraenti, riportando all'imperatore
Lotario, più conosciuto e più antico, quel documento che egli aveva
più difficoltà a decifrare, e che essendo forse più guasto degli
altri, gli sembrò per ciò solo più vecchio.

Romanin suppone che l'amanuense abbia unito le due penultime linee del
XXIII per averne un XXVI, si può invece credere che abbia letto XXVI
dove era scritto XVI, perché l'anno sedicesimo di Lotario II
corrisponderebbe all'anno 947, nel quale egli regnava senza il padre,
tenendo la sua abituale residenza in Pavia (68) e battendo moneta col
solo suo nome in Pavia, Milano e Verona. Aggiungo anche che mentre la
lettura del trattato in questione e di quello di Berengario II fa
subito venire l'idea che i due diplomi sieno di data assai vicina,
quello col nome di Lotario ha la frase: _hoc pactum. . . constituit ac
describere jussit, ut_ etc.; mentre quello di Berengario dice: _hoc
pactum constituit ac renovandum describi et competenter ordinari
jussit_ etc., per cui è evidente che il primo diploma è più antico, e
l'altro non è che una rinnovazione del primo, tanto più probabile che
la distanza fra il 947 e il 953 è di poco maggiore del periodo di
cinque anni convenuto per la durata del trattato.

Gli altri trattati ritrovati dal Liruti (69) e discussi dallo Zanetti
(70) e dal Carli (71) sono quelli di Rodolfo di Borgogna (72) e del
suo successore Ugo di Provenza (73), nei quali si concede a Venezia il
diritto di usare moneta propria. Non ostante le obbiezioni di Vincenzo
Promis (74), non ho dubbio che tali documenti sieno perfettamente
autentici, e che la copia esistente nel _Liber Blancus_ del nostro
archivio sia tratta dall'originale che ora più non esiste. Non saprei
anzi come si potrebbe dubitarne, perché in tal caso converrebbe
rifiutare l'opera del doge Dandolo, e credere la raccolta dei patti
un'invenzione moderna. D'altronde abbiamo un fatto importante che
conferma le parole dei diplomi, e cioè che, mentre nessun documento né
pubblico né privato parla di moneta veneziana prima di quell'epoca,
dalla metà del secolo decimo in poi si comincia a farne menzione e con
una progressione che dimostra il nascere ed il crescere di una novella
istituzione.

Il primo documento in cui si parli di _denari veneziani_ è il trattato
di Berengario II del 953 (75), e precisamente quel passo dove si
tratta del giuramento da prestarsi a seconda della somma che viene
espressa in _soldi mancosi_ od in _lire veneziane_. Questo passo, che
abbiamo già citato (76), si riproduce anche nel trattato di Ottone I
nel 967 ed in quello di Ottone II nel 983, invece il pagamento della
contribuzione dovuta dai Veneziani è fissato in 25 lire di _denari
pavesi_ od _imperiali_ nei due sopradescritti trattati 953 e 967,
mentre in quello del 983 esso tributo è determinato in 50 _lire di
denari veneziani_, variazione che deve interpretarsi nel senso che il
denaro veneziano fosse uguale a metà del denaro imperiale (pavese, o
milanese), e non già che la contribuzione fosse aumentata.

Oltre a ciò nelle carte private dei Veneziani troviamo nominati
_denari nostri_ o _veneziani_ solo verso la fine del secolo decimo, ed
il più antico ricordo sarebbe la locazione fatta nell'anno 972, da
Rodoaldo patriarca d'Aquileja ad Ambrogio vescovo di Bergamo, di
alcune terre fra l'Adda e l'Oglio, pubblicata per la prima volta dal
De Rubeis (77). In essa leggesi: _. . . et persolvere ei inde debeant
singulis annis per omnem missam sancti Martini argenteos denarios
bonos mediolanenses solum quinque, aut de Venecia solum decem_ (78).

Altro documento è la locazione fatta dal vescovo di Treviso Rozo o
Rozone al doge Pietro Orseolo II della terza parte del teloneo e del
ripatico, per cui il doge promette di dare ciaschedun anno quattro
bisanti d'oro, ovvero _libras duas denariorum suorum_ (79). Più
chiaramente ancor si parla di moneta veneziana nel testamento di
Pietro Orseolo II, che lascia al suo popolo _mille ducentarum
quinquaginta librarum nostrae monetae denariorum parvorum_ (80).

Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente
facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di
adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: _. . ._
_simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum_
_provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt_; ma io
non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei
tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in
circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una
moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi
è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per
le circostanze economiche.

Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli
perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82):
_Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum_
_potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces_
_hoc continuatis temporibus perfecisse_. Per me la cosa non è dubbia; i
Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di
batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio
S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La
dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e
che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di
questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a
concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel
diritto che si è disposti a concedere nel momento.

Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del
diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano,
che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:

  _Multa Berengarius mihi privilegia fecit,_

  _Is quoque monetam cudere posse dedit._

Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo
di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non
si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per
tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.

Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi
di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P
E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti
_nostrae monetae denariorum parvorum_ (85), _monetae Venetiarum_ (86),
_libras nostrorum denariorum_. Per monete nostre non bisogna credere
s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi,
ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e
dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi
degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una
completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale.
In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal
punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare
all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo
compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea
che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al
diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso
del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo
coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò
sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da
quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più
antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel
quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed
invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è
un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.

Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete
fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i
Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al
tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca,
colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto
per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi
nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai
tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato.
Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo
tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni
sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità
che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo
delle sue monete.

Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X
fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari,
furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità
di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei
nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni
dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore
Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori
al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del
terzo Enrico.

Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio
e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma
delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in
un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la
prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle _Novelle letterarie_
del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita
all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché
il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose
d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo
imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal
Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece
vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso
nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali
spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con
lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro
differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che
non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad
Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più
ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari
coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche
modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.

Quanto poi alle monete colla leggenda "C R I S T V S spazio I M P E
R", molte e svariate furono le opinioni esposte dai diversi autori che
vollero spiegarle; non si può convenire col Liruti (93) e collo
Zanetti Girolamo (94), che le ritengono di un'epoca più antica di
Carlo Magno, e nemmeno col Carli (95), che le riporta ai primi anni
del secolo IX, perché il loro tipo ed i loro caratteri sono quelli
della fine del secolo X e del principio dell'XI, come bene avvertì
l'illustre Muratori (96).

Né posso accordarmi con Vincenzo Promis (97), che crede tali monete
coniate nell'epoca tra la morte di Enrico V e la elevazione al trono
imperiale di Federico I di Svevia, perché in quell'epoca il denaro era
assai diminuito di peso e di valore. La somiglianza poi del tipo e del
peso indica certo che tali monete sono assai vicine per tempo alle due
coi nomi di Corrado e di Enrico, restando solo a decidere se si debba
collocarle prima o dopo di questi imperatori. L'opinione più naturale
sarebbe quella dell'illustre maestro Guidantonio Zanetti (98), e cioè
che sieno state battute posteriormente alle imperiali e non già
anteriormente; e ciò perché è più facile ad immaginare che sia stata
sostituita la divinità al nome dell'imperatore da un popolo che amava
la propria indipendenza, ed anche perché il nome di _Cristus_ è
scritto in modo da confondersi assai facilmente con quello di
_Enricus_. Ma altre circostanze di non lieve importanza mi conducono
ad opposto avviso, e cioè mi fanno credere le monete col nome di
Cristo anteriori a Corrado ed Enrico. La prima è che le monete di
questi due sovrani sono meno pesanti di quelle col nome di Cristo
(99), mentre le prime pesano ordinariamente da 16 a 18 grani e solo
raramente 20 grani; quelle col nome di Cristo pesano invece fra i 19 e
20 grani, e talvolta persino 22: ora in questi tempi, in cui la moneta
andava progressivamente diminuendo di peso e di intrinseco, è da
credersi che le monete più pesanti siano più antiche, e le meno
pesanti più recenti.

La seconda ragione si è, che assegnando alle monete col nome di Cristo
l'epoca precedente al regno di Corrado, si trova facilmente il momento
ove collocarle, quando il potere imperiale aveva perduto quasi ogni
valore in Italia, e si capisce facilmente che negli ultimi anni
dell'imperatore Ottone III e durante le lotte fra Arduino ed Enrico I,
i Veneziani abbiano potuto tentare nuovamente di sopprimere il nome
degli imperatori sulle monete, e che poi sotto il vittorioso Corrado,
tanto avverso agl'Italiani e che non volle nemmeno accordare i soliti
privilegi a Venezia, si conformassero alle prescrizioni ed agli usi
comuni, ponendo sulle monete il nome del temuto sovrano.

Non saprei vedere nella storia fra Enrico II ed Enrico III un'epoca
favorevole ad un ritorno di tal genere, e siccome i denari attribuiti
ad Enrico III gli appartengono indubbiamente, e per le ragioni
anzidette non posso assegnare il denaro con "C R I S T V S" ai tempi
posteriori ad Enrico III, conviene per forza ammettere, che il nome
dell'imperatore fu rimesso sulle monete veneziane dopo di averlo
tolto, e non vi è nessun'altra epoca meglio corrispondente a questa
incertezza, a questo cambiamento repentino, che quella precedente il
regno di Corrado; e l'essere poi ammessa questa ipotesi da uno storico
così acuto come il San Quintino (100), mi fa coraggio a perseverare in
questo convincimento.

Io reputo quindi di assegnare alle monete con "C R I S T V S spazio I
M P E R A T" gli ultimi lustri del secolo X, di collocare poi i denari
di Corrado, e finalmente di attribuire quelli col nome di Enrico
all'epoca dell'imperatore Enrico II. Può essere poi che il tempo
dimostri che il ragionamento di Guidantonio Zanetti era giusto, e che
si trovino delle monete veneziane col nome di Ottone, ed in tal caso
il sospetto che ho già fatto conoscere, si troverebbe completamente
confermato.

Il secondo gruppo comprende le ultime monete veneziane del periodo
imperiale. Queste hanno un solo tipo, sebbene siano coniate durante un
numero abbastanza lungo di anni, perché ce lo accusano le varietà di
conio, le differenti forme di lettere e sopratutto il peso vario e
decrescente. I primi di questi denari furono certamente coniati nel
tempo in cui, trovato il corpo di San Marco, questo santo fu
riconosciuto come protettore della repubblica e l'imperatore Enrico
III si recò a Venezia per venerarne le reliquie. Oltre alle altre
circostanze, lo prova la esistenza di alcuni esemplari nella cassa in
cui fu deposto allora il corpo del santo, i quali furono rinvenuti nel
1811, scoprendosi per la prima volta quella cassa. Infatti è stato
sempre costume in tali occasioni di seppellire monete contemporanee,
per conservare memoria esatta del tempo. Il tipo però fu continuato
anche dopo la morte di Enrico III, e probabilmente durante tutto il
regno di Enrico IV, come crede anche Promis (101).

Non posso invece accettare il parere di San Quintino, che alcuni di
tali pezzi sieno _mezzi denari_, opinione alla quale sembra accostarsi
anche il Promis (102), mentre non credo che collo stesso tipo e
fisonomia possa essere stata coniata una moneta ed il suo spezzato.
Penso invece che la differenza notevole di peso che s'incontra in tali
monetine non sia che la prova del peggioramento della moneta, che è
caratteristica di quest'epoca. Infatti i nummi senza aureola, e colla
croce simile alla croce dei denari di Enrico II, pesano 15 e 16 grani,
ed invece quelli colle leggende scorrette e colla croce ancorata, che
sono i meno antichi, pesano appena 8 a 9 grani, anche bene conservati.
È però da osservarsi che i più gravi pesano meno sempre dei denari di
Enrico II, e che i più leggeri hanno sempre un maggiore intrinseco dei
denari coniati posteriormente coi nomi dei dogi.

Dopo questo tempo non troviamo più monete col nome degli imperatori,
ed è probabile che la zecca veneta rimanesse inoperosa per qualche
anno, sinché il sentimento di indipendenza e di nazionalità,
risvegliato nelle lotte con Federico Barbarossa, e la coscienza della
propria forza persuasero i Veneziani a porre sulle monete i nomi dei
loro dogi, cominciando da Vitale Michiel II.

Queste idee già da qualche anno io aveva esposto in una lettura al
Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, ed il non vederle
combattute finora mi dà a sperare che esse abbiano ottenuto il
consenso degli studiosi, i quali non avrebbero facilmente lasciato
libero il passo ad errori in questione di tanta importanza.

In ogni caso mi conforta il pensiero, che il modo da me adottato per
isciogliere le gravi difficoltà del quesito, concorda assai bene coi
risultati della storia di Venezia e dei paesi vicini sino al secolo
XII. Mentre infatti Venezia era nei suoi primordi debole e piccina, e
le sue aspirazioni erano pur esse modeste, noi non troviamo moneta
veneziana. Dopo la morte di Carlo Magno vengono i tempi più oscuri, e
non ostante le parole dei cronisti, non si riesce a comprendere con
esattezza i rapporti tra Venezia e gli imperatori. Solo le monete ci
avvertono che Lodovico e Lotario avevano pretensioni di sovranità
anche sulle Lagune, e il denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E
N E C I A S" conferma la supremazia degli imperatori latini e
l'aspirazione dei Veneziani a liberarsene.

Dopo vengono le monete coniate a Venezia coi nomi degli imperatori
germanici, ed un nuovo tentativo d'indipendenza non coronato da
completo successo; finalmente all'epoca in cui in Italia si
costituiscono i Comuni, in cui si prepara una lotta giustamente
gloriosa, Venezia si astiene dal porre i nomi degli imperatori, e
soltanto dopo di essersi unita colla Lega lombarda, adotta un sistema
conforme alla sua completa indipendenza. Ma i tempi erano maturi:
Venezia non riconosceva più la supremazia di nessuno, anzi era giunta
a tale grado di potenza e di forza, che dopo aver regolato con onore e
vantaggio le questioni coll'Occidente, ebbe l'ardire di misurarsi
anche coll'impero greco, riuscendo a piantare lo stendardo di San
Marco vittorioso sulle vecchie torri della metropoli bizantina.

[Nuova pagina]

NOTE A "ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA".

(1) _Squittinio della libertà veneta_. Mirandola, 1612, pagina 43 e
seguenti.

(2) Fontanini G. _De sancto Petro Urseolo duce venetorum etc_. Romæ,
1730, pagine 81-83.

(3) _Spiegazione di tre antichissime monete veneziane_. Venezia, 1737;
e nella _Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici_.
(Calogerà), Tomo XXVIII, pagine 506-507.

(4) Liruti G. G. _Della moneta propria e forestiera ch'ebbe corso nel_
_Ducato di Friuli etc_. Venezia, 1749, pagine 132-133; ed in
Argelati F. _De monetis Italiæ etc_. Parte II, pagine 144-145.

(5) Zanetti Girolamo. _Dell'origine e della antichità della moneta_
_viniziana_, ragionamento. Venezia, 1750, pagine da 1 a 26; ed in
Argelati. Parte III, Appendice, pagine 1-7.

Tentori C. _Saggio sulla storia civile politica ecclesiastica etc.
della repubblica di Venezia_. Venezia, 1785-1790, Tomo II, pagine
25-36.

Gallicciolli G. B. _Delle memorie venete antiche profane ed
ecclesiastiche_. Venezia, 1795, Tomo I, pagine 366-370.

Filiasi G. _Memorie storiche de' Veneti primi e secondi_. Padova,
1811-1814, volume VI, pagine 56-59.

Cappelletti G. _Storia della repubblica di Venezia_. Venezia, 1848-
1855, volume I, pagina 186.

(6) Sandi Vettor. _Principj di storia civile della repubblica di_
_Venezia etc_. Venezia, 1755, volume I, pagine 307-308.

(7) Zon A. _Cenni istorici intorno alla moneta veneziana_. -- _Venezia_
_e le sue lagune_. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagine 6-8.

(8) Giulio di San Quintino. _Osservazioni critiche intono all'origine_
_ed antichità della moneta veneziana_. Dalle memorie della Regia
Accademia di scienze, Serie II, Tomo X, Torino, 1847.

(9) Cartier R. _Observations sul les deniers Carlovingiens portant le_
_nom de Venise. -- Revue numismatique française_. Blois, 1849,
pagine 190-216.

(10) Barthelemy J. B. A. A. _Nouveau manuel complet de numismatique du_
_moyen âge et moderne_. Paris, 1851, pagina 353.

(11) Promis Vincenzo. _Sull'origine della zecca veneta_. Torino, 1868.

(12) Romanin S. _Storia documentata di Venezia_. Venezia, 1853-1861,
volume I, pagine 224-228.

(13) Padovan V. e Cecchetti B. _Sommario della nummografia veneziana_
_etc_. Venezia, 1866, pagina VIII.

(14) Padovan V. _Le monete della repubblica veneta etc. _Venezia,
1879, _Sommario_, pagina 94.

(15) Promis. Opera citata, pagina 12.

(16) Promis. Opera citata, pagina 11.

(17) Promis. Opera citata, pagina 11.

(18) Carli Rubbi G. R. _Delle monete e dell'istituzione delle zecche_
_d'Italia etc_. Aja, 1754, tomo I, pagine 124-127.

(19) Filiasi. Opera citata, volume VI, pagine 58-59.

(20) _Archivio veneto_, volume XII, pagina 81.

(21) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 225.

(22) Muratori. _Antiq. med. aevi_. Volume II, pagina 647.

(23) San Quintino. Opera citata, pagina 5.

(24) Eginardo. -- Paolo Diacono. -- _Annales Laurissenses_ (all'anno
803, PERTZ MON: GERM: HIST: SCRIPT I.).

(25) Costantino Porfirogenito. _De Amministratione imperii_. Presso il
Banduri, Imp. orientale, Volume I, 84, capitolo XXVIII.

(26) Atto di fondazione del Convento di San Zaccaria. Romanin. Opera
citata, Volume I, pagina 347.

(27) Romanin. Opera citata, Volume I, pagine 132 e 140 e seguenti. --
Gfrörer A. F. _Storia di Venezia dalla sua fondazione fino_
_all'anno 1084_. Traduzione del professor Pinton, Venezia,
Visentini, 1878.

(28) Gfrörer. Opera citata, pagina 87. -- Monticolo, professor G. B.
_La cronaca del Diacono Giovanni etc._ Pistoja, 1882, pagina 94.

(29) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 162, nota 2 (Cornaro).

(30) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 149, nota 5.

(31) Gfrörer. Opera citata, pagina 24.

(32) Costantino Porfirogenito. _De amministrando imperio_. Capite
XXVII, ed. bononiensis, III, 122.

(33) Dandolo. Nel Muratori, volume XII, pagina 151. -- Romanin. Opera
citata, I, 135. -- Gfrörer. Opera citata, pagina 64.

(34) Gfrörer. Opera citata, pagina 73. -- Romanin. Opera citata, pagina
149.

(35) Romanin. Opera citata, pagina 82 e seguenti.

(36) Brambilla. _Monete di Pavia etc_. Pavia, 1883, pagina 80.

(37) Le Blanc. _Traité historique des monnaies de France_. Paris,
1690, pagina 85.

(38) Le Blanc. Opera citata, pagina 111.

(39) Brambilla. Opera citata, pagina 80.

(40) Gfrörer. Pagine 78 e 86. -- Eginardo. _Vita di Carlo_. Capitolo
XVI.

(41) Dandolo. Nel Muratori, XII, 176. -- Eginardo. Nel Pertz, I, 197.

(42) Adon (évêque de Vienne). _Chron. in anno 810_. Ediz. Basilea,
pagina 224. -- Abericus. _Cronic_. Pagina 153.

(43) Gfrörer. Opera citata, pagina 84.

(44) Monticolo. Opera citata, pagina 25.

(45) Monticolo. Opera citata, pagina 95.

(46) Monticolo. Opera citata, pagina 105.

(47) Gfrörer. Opera citata, pagina 133 e seguenti.

(48) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.

(49) Gfrörer. Opera citata, pagina 91.

(50) Gfrörer. Opera citata, pagina 99. -- Romanin. Opera citata, volume
I, pagina 167.

(51) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.

(52) Il terreno in Parrocchia di San Bartolomeo venduto nel 1112, dove
si lavorava la moneta, di cui parla Cecchetti (Padovan e
Cecchetti. _Sommario_. Pagina VII) potrebbe essere quello in cui
esisteva il fabbricato dove si coniò il danaro con "X P E spazio
S A L V A spazio V E N E C I A S".

(53) Girolamo Zanetti, che primo illustrò questa moneta, lesse:
_Domine cunserva Polano Imp_. Questo granchio gli valse il nome
di Zanetti _Fiaba_, come assicura nelle sue schede, da me
possedute, il Lazari che lo seppe per memoria orale
autorevolissima.

(54) _Crisoboli_ (dalla bolla d'oro di cui erano fregiati) si
chiamavano i diplomi concessi dagl'imperatori bizantini. Nel
crisobolo dell'anno 992 gl'imperatori Basilio e Costantino
accordavano ai Veneziani nuovi privilegi e favori specialissimi.
-- Romanin. Opera citata, volume I, pagina 267. -- Gfrörer. Opera
citata, pagina 228.

(55) Liruti. Opera citata, pagina 130 e seguenti.

(56) Zanetti Girolamo. Opera citata, Venezia, 1750.

(57) Carli. Opera citata, volume I, pagina 115 e seguenti.

(58) Il passo è il seguente: _Volumus ut pro sex manc. sol'. ab uno_
_homine sacramentum recipiatur, et si plus fuerit usque ad_
_duodecim manc. duorum hominum juramentum sit satisfactum, et ita_
_usque ad duodecim libras veneticorum semper addendum per duodecim_
_electos juratores. Nam si ultra duodecim librarum quaestio_
_fuerit, juratores ultra duodecim non excedant_.

(59) San Quintino. Opera citata, pagina 27.

(60) I Registri originali del _Liber Albus, Liber Blancus, Libri_
_Pactorum_ furono pubblicati da Tafel et Thomas, Monaco, 1855.

(61) San Quintino. Opera citata, pagina 31.

(62) Romanin S. Opera citata, volume I, pagina 351.

(63) Romanin sostiene che la data deve essere 951: nel documento però
è scritto 953.

(64) Romanin. Opera citata, volume 1, pagina 240.

(65) San Quintino. Opera citata, pagine 29 e 30.

(66) San Quintino. Opera citata, pagina 31.

(67) San Quintino. Opera citata, pagine 30 e 31.

(68) Nella grande opera _Historiæ patriæ monumenta_, Augusta
Taurinorum, 1855, vi ha il diploma 27 Giugno 947 _Actum Papiae_,
nel quale Lotario, per officio di Manasse Arcivescovo di Milano,
fa una donazione all'amabile sua sposa Adelaide. Ivi Chart, tomo
I, Doc. XCVII, colonna 159.

(69) Liruti. Opera citata, pagina 144.

(70) Zanetti G. Opera citata, pagina 3.

(71) Carli. Opera citata, pagina 113 e seguenti.

(72) Documento I.

(73) Documento II.

(74) Promis. Opera citata, pagina 21 e seguenti.

(75) Il passo citato esiste anche nel trattato che io attribuisco a
Lotario II, e sarebbe quindi di pochi anni precedente quello di
Berengario ed il più antico documento che parli di moneta
veneziana.

(76) V. sopra, pagina 25.

(77) De Rubeis. _Monumenta Ecclesiæ Aquil. etc._ Pagina 474.

(78) Anche qui troviamo che il denaro veneziano è valutato per metà
del denaro milanese od imperiale, come nel trattato con Ottone
II.

(79) Liruti. Opera citata, pagina 142. -- Zanetti G. Opera citata,
pagina 6.

(80) Liruti. Opera citata, pagina 143. -- Carli. Opera citata, volume
I, pagina 399.

(81) Padovan. _Le monete dei Veneziani_. Pagina XVII, nota 2.

(82) Dandolo. _Chronicon_. In Muratori. _Rer. Ital. Script._ Tomo XII,
colonna 200.

(83) Sanuto. _Vitae Ducum Venetorum_. In Muratori. _Rer. Ital._
_Script._ Tomo XXII, colonna 462.

(84) Sansovino F. _Venetia città nobilissima et singolare_. Venezia,
1604, pagina 367.

(85) Testamento del doge Pietro Orseolo II sopracitato.

(86) Brunacci. _De re nummaria Patavinorum_. Venetiis, Pasquali, 1744,
pagine 5 e 6, cita due documenti in cui si parla di lire e soldi
_monetae Venetiarum_.

(87) Lami. _Novelle letterarie_. Anno 1757, coll. 188.

(88) È comunemente chiamato Enrico II, perché tale come re di
Germania, ma di fatto è il primo di questo nome che cinse la
corona imperiale, mentre Enrico l'Uccellatore non l'ebbe mai.

(89) San Quintino. Opera citata, pagine 52 e 56.

(90) Zon. Opera citata, pagina 14.

(91) Padovan. Opera citata, pagine 2, 3.

(92) Promis. Opera citata, pagine 25 e 26.

(93) Liruti. Opera citata, pagina 136 e seguenti.

(94) Zanetti Girolamo. Opera citata, pagine 39 e 40.

(95) Carli. Opera citata, pagine da 121 a 123. All'autore non è
sfuggito che il "C quadrata" fatto in questa forma si vede anche
nelle monete di Corrado II.

(96) Muratori. _Antiqu. Ital. Medii aevi_. Tomo II, Dissertazione
XXVII, colonna 648.

(97) Promis. Opera citata, pagina 27.

(98) Zanetti Guid'Antonio. _Nuova raccolta delle monete e zecche_
_d'Italia_. Bologna, 1775-89, volume II, pagine 405 e 406.

(99) Questa circostanza non era sfuggita a G. A. Zanetti, volume II,
pagina 406.

(100) San Quintino. Opera citata, pagina 52.

(101) Promis. Opera citata, pagina 27.

(102) Promis. Opera citata, pagina 26.

[Nuova pagina]

MONETE DI LODOVICO I. IL PIO.

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

814-840.

Denaro (un dodicesimo del soldo, un duecentoquarantesimo della lira).
Argento, titolo 0,900 circa (1). Peso, grani veneti 34 (grammi
1,759) (2).

1. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M P".

Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M O
spazio N E T A" (3).

Gabinetto numismatico di Sua Maestà in Torino (grani veneti 33 e
mezzo).

Tavola I, numero 1.

Raccolta Papadopoli, Venezia (grani veneti 29).

2. Dritto. Come il precedente.

Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M
spazio O, legatura NE, T A".

Regio Museo di Parma (grani veneti 23).

Tavola I, numero 2.

3. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M P".

Rovescio. Su due linee "V E N spazio E C I A S", "C" più piccolo
delle altre lettere.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 3.

4. Dritto. Come il precedente, "H" senza linea fra le due aste, "O"
piccolo.

Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola I, numero 4.

5. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Museo Bottacin, Padova (grani veneti 29).

Tavola I, numero 5.

6. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, un punto in mezzo alla moneta, uno in mezzo al
"C".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola I, numero 6.

7. Dritto. Come sopra, quattro punti in croce dopo l'iscrizione.

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Regio Museo Britannico, Londra (grani veneti 27 e mezzo).

Disegnato nelle _Osservazioni critiche intorno all'origine ed
antichità della Moneta Veneziana_ di G. di San Quintino, Tavola I,
numero 4.

8. Dritto. Come sopra, punto triangolare sopra l'"O".

Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola I, numero 7.


9. Dritto. Come sopra, punto nel mezzo dell'"O".

Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".

Regia Biblioteca di San Marco, Venezia (grani veneti 28).

Tavola I, numero 8.

10. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I, legatura MP".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 33).

Disegnato nella tavola I, numero 6 dell'opera citata di San Quintino
(grani veneti 29).

11. Dritto. Come il numero 10, punto sotto la linea che unisce le due
aste della "M".

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola I, numero 9.

12. Dritto. Come sopra, "S" rovescia, punto nel mezzo della curva del
"P".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 10.

13. Dritto. Come sopra, punto triangolare sull'"O".

Rovescio. Punto triangolare nel mezzo della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 11.

14. Dritto. Come sopra, un punto triangolare sotto l'"O".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola I, numero 12.

15. Dritto. Come sopra, due punti triangolari ai lati del secondo "V",
un altro punto triangolare ai piedi del "P" ed un punto rotondo
dopo l'iscrizione.

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 1.

16. Dritto. Come sopra, punto sotto la linea che unisce le due aste
della "M".

Rovescio. Come sopra, punto fra le braccia della croce, e fra le aste
della "A", punto nel centro della moneta.

Dalle schede del signor C. Kunz (grani veneti 34).

Tavola II, numero 2.

17. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D V V I C V S spazio
I, legatura MP", punto triangolare sotto la linea che unisce le
due aste della "M".

Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N", punto nel centro
della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).

Tavola II, numero 3.

18. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio M P".

Rovescio. Come sopra.

Museo Correr, Venezia (grani veneti 29).

Tavola II, numero 4.

19. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio, legatura MP" (4).

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 5.

20. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.

Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 24).

Tavola II, numero 6.

21. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M".

Rovescio. Come sopra.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).

Tavola II, numero 7.

22. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I N".

Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 28).

Tavola II, numero 8.

23. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio M".

Rovescio. Come sopra.

Museo Bottacin (grani veneti 33).

Tavola II, numero 9.

24. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I N P".

Rovescio. L'inscrizione è in senso inverso.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29 e mezzo).

Tavola II, numero 10.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LODOVICO I.

PETAVIUS P. -- _Antiquariæ suppellectilis portiuncola veterum nummorum_
_[Greco[Gnorìsma]Greco]_. Parisis, 1610; ed in A. H. DE SALLENGRE.
_Novus thesaurus antiquitatum romanarum_. Hagæ Comitum, 1718, Tomus
II, pagina 1034.

(WELSER M.). -- _Squitinio della libertà veneta_, nel quale si adducono
anche le raggioni dell'Impero Romano sopra la Città e Signoria di
Venezia. Mirandola, 1612, pagina 77.

WORMIUS O. -- _Danicorum monumentorum libri sex_. Hafniæ, 1643, Libro
V, pagina 440.

_Museum Wormianum_. Amstelodami, 1655, Libro IV, Capitolo VI, pagina
361.

LE BLANC F. -- _Traité historique des monnoyes de France_. Paris, 1690,
Tavola a pagina 102 _b_, numero 33. -- Amsterdam, 1692, tavola a
pagina 108, numero 2, 33.

KÖHLER. -- _Historische Münz-Belustigung_. Nürmberg, 1729-65, Tomo
VIII, pagina 193, numero 2.

FONTANINI J. -- _De Sancto Petro Urseolo etc_., Romæ, 1730, pagine 81-
82.

HARDUINUS J. -- _Opera varia_. Amstelodami, 1733, pagina 591, numero
22, Tavola XII, pagina 679, numero 22.

(PASQUALIGO D.). -- _Spiegazione di tre antichissimo monete veneziane_.
Venezia, 1737, pagina VIII; e nella _Raccolta di opuscoli
scientifici e filologici_ (CALOGERÀ). Tomo XXVIII, pagina 508.

(VETTORI). -- _Il fiorino d'oro antico illustrato_. Firenze, 1738,
pagine 13 e 170.

MURATORI L. A. -- _Antiquitates italicæ medii ævi_. Mediolani, 1738-42,
Tomo II, Dissertazione XXVII. _De moneta sive jure condendi nummos_,
colonne 754, 761-762, numero V; ed in ARGELATI F. _De monetis Italiæ
etc_. Mediolani, 1750-59, Parte I, pagina 93, tavola LXXX, numero V.

LIRUTI G. G. -- _Della moneta propria e forastiera ch'ebbe corso nel
ducato di Friuli etc_. Venezia, 1749, pagine 131-132; ed in
ARGELATI, Parte II, pagina 144.

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità della moneta
viniziana ragionamento_. Venezia, 1750, pagina 36, numero IV della
tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero
IV.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete e dell'istituzione delle zecche
d'Italia etc_. A l'Aja (Venezia), 1754, Tomo I, pagina 123, tavola
III, numero 6.

GRADENIGO G. A. -- _Indice delle monete d'Italia raccolte ed
illustrate_, in ZANETTI G. A. _Nuova raccolta delle monete e zecche
d'Italia_. Bologna, 1775-89, Tomo II, pagina 165, numeri II e III,
nota (_b_).

BALUZIUS S. -- _Capitularia regum francorum_. Parisiis, 1780, Tomus II,
colonna 1272, numero I.

APPEL J. -- _Repertorium zur Münzkunde des Mittelalters und der neuern
Zeit_. Wien, 1820-29, Tomo III, pagina 1116, numero 3900.

LELEWEL J. -- _Numismatique du Moyen Age etc_. Paris, 1835, Parte I,
pagine 121-122.

SAULCY F. (DE). -- _Deniers carlovingiens déterrés à Belzevet_. --
_Revue de la Numismatique françoise_. Blois, 1837, pagine 347-359.

FOUGÈRES G. e COMBROUSE F. -- _Description complète et raissonée des
monnaies de la deuxième race royale de France_. Paris, 1837, pagine
9 e 48, numero 105 e numero 480.

SAN QUINTINO G. (DI). -- _Osservazioni critiche intorno all'origine ed
antichità della moneta veneziana_. Torino, 1847, pagine 6-21 e 54,
tavola I, numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

ZON A. -- _Cenni istorici intorno alla moneta Veneziana_. -- _Venezia e
le sue lagune_. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagina 12, tavola
I, numero 1.

LONGPÉRIER A. (DE). -- _Notice des monnaies françaises composant la
collection de M. J. Rousseau etc_. Paris, 1848, pagina 246, numero
588.

SCHWEITZER F. -- _Serie delle monete e medaglie d'Aquileja e di
Venezia_. Trieste, 1848-52, Volume I, pagina 60 (82-83) e numero 1
della tavola.

CARTIER E. -- _Observations sur les deniers carlovingiens portant le
nom de Venise_. -- _Revue Numismatique_. Blois, 1849, pagine 190-210,
tavola VI, numeri 1, 2, 3, 4, e 9.

ROMANIN S. -- _Storia documentata di Venezia_. Venezia, 1853-60, Tomo
I, pagina 226.

MORBIO C. -- _Quinto Catalogo dei duplicati_. Milano, 1860, pagina 8.

PADOVAN V. e CECCHETTI B. -- _Sommario della Nummografia Veneziana_.
Venezia, 1866, pagina 5.

PROMIS V. -- _Sull'origine della Zecca Veneta_. Torino, 1868, pagina
16, numeri 1 e 2 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- _Versuch einer systematischen Beschreibung der
Venezianer Münzen nach ihren Typen_. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Wien, 1870, Volume II, pagine 217-218.

PADOVAN V. -- _Le monete della Repubblica Veneta dal secolo IX al XVIII
etc. Sommario_. Venezia, 1879, pagina 1; -- idem, _Le monete dei
Veneziani, Sommario, Archivio Veneto_. Tomo XII, pagina 85; -- idem,
terza edizione, Venezia, 1881, pagina 1.

PAPADOPOLI N. -- _Sulle origini della Veneta Zecca e sulle antiche
relazioni dei veneziani cogli imperatori etc_. Atti del Regio
Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, Tomo VIII, serie V, Venezia,
1882, pagine 1507-1512, 1535-1539; -- idem, edizione in ottavo,
Venezia, 1883, pagine 16-19, 37-40, tavola I, numeri 1 a 12, tavola
II, numeri 1 a 10.

GARIEL E. -- _Les monnaies royales de France sous la race
carolingienne_. Première partie, Strasbourg, 1883, pagine 64, 67,
tavola V, numero 54 e tavola VI, numeri 55 e 56. Deuxième partie,
Paris, 1885, pagina 187, tavola XIX, numero 140, 141, 142 e 143.

[Nuova pagina]

NOTE A "MONETE DI LODOVICO I. IL PIO".

(1) Il saggio fatto a Parigi da valente artefice dà il seguente
risultato: 0,898 d'argento e 0,0005 d'oro.

(2) Dall'esemplare di maggior peso descritto al numero 16.

(3) Ho collocati per primi questi denari, che ritengo più antichi,
perché somigliano a quelli coll'iscrizione "P A L A T I N A
spazio M O N E T A", nella quale Zecca sono a mio avviso battuti,
e perché l'iscrizione loro è corretta e senza abbreviature:
mentre i denari con "croce V E N E C I A S" presentano invece dei
nessi fra le lettere, segno di coniazione abbondante ed
affrettata e portano i punti e contrassegni con cui soleva
indicarsi lo zecchiere responsabile del valore della moneta.
Tutto ciò dimostra che questo nummo veniva coniato in quantità
rispondente ai bisogni di una vera circolazione e non per
semplice ostentazione di sovranità.

(4) È la stessa moneta da cui fu tratto il disegno della tavola I,
numero 3 dell'opera citata di San Quintino; credo bene
riprodurla, perché meglio disegnata.

[Nuova pagina]

MONETE DI LOTARIO I.

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

840-855.

Denaro. Argento, titolo 0,720 circa. Peso, grani veneti 29 (grammi
1,500) (1).

1. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L O, legatura TH, A R I
V S spazio I, legatura NP, spazio A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, N E C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).

Tavola II, numero 11.

2. Dritto. Croce come il precedente "croce, legatura HL, O, legatura
HT, A R I V S spazio I M P A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 26).

Tavola II, numero 12.

Regio Museo Britannico (grani 25).

3. Dritto. Come sopra "croce, legatura HL, legatura HT, O A R I V S
spazio I, legatura MP, spazio A V".

Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 22), esemplare guasto.

Tavola III, numero 1.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LOTARIO I. IMPERATORE.

LE BLANC F. -- Opera citata, Paris, 1690, tavola a pagina 108, numero 3
-- Amsterdam, 1692, tavola a pagina 113, numero 3.

FONTANINI J. -- Opera citata, pagina 82.

HARDUINUS J. -- Opera citata, pagina 592, numero 3, tavola XIII, pagina
681, numero 3.

(PASQUALIGO D.). -- Opera citata, pagina IX, ed Opuscoli CALOGERÀ, Tomo
XXVIII, pagina 508.

ZANETTI GIROLAMO. -- Opera citata, pagina 36, numero V; ed ARGELATI,
Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero V.

ZANETTI GUID'ANTONIO. -- _Nuova raccolta delle monete e zecche
d'Italia_, già citata, Tomo II, pagina 165, nota (_c_).

LELEWEL J. -- Opera citata, Parte I, pagine 121-122.

FOUGÈRES e COMBROUSE. -- Opera citata, pagina 17, numero 240.

ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo I, pagina 226.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 6-21 e 54, tavola I,
numero 7.

ZON A. -- Opera citata, pagina 12.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 60 (84) (85) e numero 2
della tavola.

CARTIER E. -- Opera citata. -- _Revue Numismatique_ 1849, pagine 194 e
209, tavola VI, numero 5

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 5.

PROMIS VINCENZO. -- Opera citata, pagina 17, numero 2 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 218-219.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 86; -- terza edizione, 1881, pagina 2.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1507-1512 e 1540; -- edizione in
ottavo, pagine 16-19 e 41, tavola II, numeri 11 e 12.

GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 324, tavola LX, numero 28.

[Nuova pagina]

NOTE A "MONETE DI LOTARIO I".

(1) Il peso regolare dovrebbe essere almeno di 32 grani, ma tutti gli
esemplari da me conosciuti sono deboli e consumati dall'uso.

[Nuova pagina]

DENARO ANONIMO CON XPE SALVA VENECIAS.

855-880?

Denaro. Argento, titolo 0,700 circa. Peso, grani veneti 32 (grammi
1,656).

1. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "D punto S
spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio con 4 colonne a base e capitello semplice, croce
fra le colonne, sopra il tempio croce che divide l'iscrizione "X P
E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".

(grani veneti 29).

Disegnato nella tavola I, numero 9 dell'opera citata di San Quintino.

2. Dritto. Croce come sopra "croce D punto S spazio C V N S E R,
legatura VA, spazio R O, legatura MA, N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

(grani veneti 32).

Disegnato nella tavola I, numero 8 dell'opera citata di San Quintino.

3. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio
P O, legatura MA, N O spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).

Tavola III, numero 2.

4. Dritto. Croce come sopra "croce D S spazio C V S E R V A spazio R O
M A N O spazio, legatura MP, punto".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S punto".

Regio Museo Britannico (grani veneti 24 e mezzo).

Tavola III, numero 3.

5. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V S E R V A spazio P
O M A N O spazio, legatura MP, punto".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio
V E, legatura NE, C I A S".

Museo Bottacin (grani veneti 28 e mezzo).

Tavola III, numero 4.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "croce D S
C W S E R V A spazio R O M A N spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S".

Dalle schede del signor C. Kunz.

Tavola III, numero 5.

7. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio
R O M A N O spazio M".

Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.

Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 31 e mezzo).

Tavola III, numero 6.

8. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C W S E R V A spazio P
O I A N O spazio I, legatura MP".

Rovescio. Tempio come sopra con le colonne a base e capitelli
doppî "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".

Museo Correr (grani veneti 30).

Tavola III, numero 7.

9. Dritto. Croce come sopra, "croce D punto S spazio C W S E R,
legatura VA, spazio R O M A N O spazio, legatura MP".

Rovescio. Tempio come al numero 8, "X P E spazio S A L, legatura VA,
spazio V E N E C I A S".

(grani veneti 31).

Disegnato nella tavola 1, numero 10 dell'opera citata di San
Quintino.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DEI DENARI ANONIMI CON XPE SALVA VENECIAS.

(ZANETTI GIROLAMO). -- _Di una moneta antichissima, e ora per la prima_
_volta pubblicata, del Doge di Venezia Pietro Polani, Dissertazione_
_di G. F. Z. V._ Venezia, 1769.

GRADENIGO G. A. -- _Indice_ citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine
166-167, nota (_a_).

ZANETTI G. A. -- _Delle monete di Faenza_, nel Tomo II, _Nuova raccolta
delle monete e zecche d'Italia_, pagina 406.

(MENIZZI A.). -- _Delle monete de' veneziani dal principio al fine_
_della loro Repubblica_. Venezia, 1818, pagina 75.

CARTIER E. -- _Lettres sur l'histoire monétaire de France. Monnaies de
la deuxième race_. -- _Revue de la Numismatique françoise_. Blois,
1837, pagina 273, tavola VIII, numero 20.

FOUGÈRES e COMBROUSE. -- Opera citata, pagina 53.

ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo I, pagina 227.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 22-27, nota XIII, pagine
49 e 54, tavola I, numeri 8, 9 e 10.

ZON A. -- Opera citata, pagina 12, Tavola I, numero 2.

LONGPÉRIER A. (DE). -- Opera citata (_Collection Rousseau_), pagina
258, numero 607.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 64 (89) e tavola.

CARTIER E. -- Opera citata. -- _Revue Numismatique_ 1849, pagine 211-
216, Tavola VI, numeri 6, 7 e 8.

FILLON B. -- _Considérations historiques et artistques sur les monnaies
de France_. Fontenay-Vendée, 1850, pagine 61 e 64.

CICOGNA E. ed altri. -- _Biografia dei Dogi di Venezia_, con centoventi
ritratti incisi in rame da A. Nani, Edizione seconda, corretta ed
accresciuta colla serie incisa delle più pregievoli medaglie e
monete per essi coniate. Venezia, Grimaldo, 1855 e 1857.

(PASINI professor PIETRO). -- _Numismatica Veneta, o serie di monete e_
_medaglie dei Dogi di Venezia_. Venezia, Grimaldo, 1854 e 1863. È la
parte numismatica del precedente lavoro tirato separatamente. Due
disegni al Doge X e due al Doge XXXVI.

DE COSTER. -- _Explications faisant suite aux précédentes notices sur
l'attribution à Charlemagne de quelques types monétaires_. -- _Revue
de la Numismatique Belge_, série III, tome I, Bruxelles, 1857,
pagina 51.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagine 5-6.

PROMIS V. -- Opera citata, pagina 17, numero 4 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 219-221.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2; -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 86; -- terza edizione, 1881, pagina 2.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1512-1515, 1540-1541; -- edizione
in ottavo, pagine 20-22, 41-42, tavola III, numeri 1, 2 e 3.

GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 334, tavola LXI, numero 14.

ENGEL A. e SERRURE R. -- _Traité de Numismatique du Moyen-Age_. Paris,
1891, Tome I, pagina 283, figura 507.

[Nuova pagina]

DENARO ANONIMO CON CRISTVS IMPERAT.

970-1024?

Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 22 (grammi
1,139).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
globuli o bisanti "croce C R I S T V S spazio I M P E R
apostrofo".

Dritto. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle
colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I",
sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".

In tutte le Raccolte.

Tavola III, numero 8.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DEL DENARO CON CRISTVS IMPER.

(PASQUALIGO D.). -- Opera citata, pagina III; e negli Opuscoli
CALOGERÀ, Tomo XXVIII, pagina 495.

MURATORI L. A. -- Opera citata, Tomo II, _Dissertazione_ XXVII, colonne
648, 651-652, numero I; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola
XXXVII, numero 1.

LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagine 136-142, tavola VI, numero 60; ed
in ARGELATI, Parte II, pagine 146-149, tavola III, numero 60.

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità etc_. Opera
citata, pagine 32-33, numero 1 della tavola; ed ARGELATI, Parte III,
Appendice, pagine 8 e 14, numero 1.

ARGELATI F. -- Opera citata, Parte III, Appendice. _Editoris additiones_
_ad nummos variarum Italiæ urbium_, pagina 69, tavola VII, numero 1.

CARLI RUBBI G. R. -- _Dell'Origine e del Commercio della moneta etc_.
Haja (Venezia), 1751, pagina 125, tavola I, numero 1.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle Monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
121-122, tavola I, numero 1.

BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini nelle _Novelle
Letterarie_. Firenze, Tomo VIII, anno 1757, colonne 76-77 e 188.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165,
numero I, nota (_a_).

MADER J. -- _Kritische Beiträge zur Münzkunde des Mittelalters_. Prag,
1803-1813, volume I, pagine 192-201.

SALVAGGI. -- _De nummo argenteo S. Zaccariæ P. M. aliisque
vetustissimis_. Romæ, 1807, pagina 495.

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 54.

MANIN L. -- _Esame ragionato sul libro delle monete dei Veneziani, dal
principio al fine della loro Repubblica_; -- nelle _Esercitazioni
scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Venezia_, Tomo I, 1827,
pagine 172 e 174, numero 3 della tavola.

LELEWEL J. -- Opera citata, Paris, 1835, Parte I, pagina 122, tavola
XIV, numero 38.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagina 52, nota XV, pagina 55,
tavola II, numeri 1 e 2.

ZON A. -- Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 3.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 58 (81) e tavola.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. -- Opera citata, pagina 27, numero 8 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 224-225.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 4; -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 88; -- terza edizione, 1881, pagina 4.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, Atti dell'Istituto, pagine 1527-1532,
1542; -- edizione in ottavo, pagine 31-35, 42, tavola III, numero 4.

GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 346, tavola LXV, numero 3
(Berengario).

ENGEL e SERRURE. -- Opera citata, pagina 283, figura 508.

[Nuova pagina]

MONETE DI CORRADO I. (II.).

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

1024-1039.

Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi
1,035).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
bisanti "croce C O N R A D spazio I M P E R".

Rovescio. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle
colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I",
sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".

Museo Correr (grani veneti 15).

Tavola III, numero 9.

Museo Bottacin (grani veneti 20).

2. Dritto. Croce come sopra "C O R A D apostrofo spazio I M P E R
apostrofo".

Rovescio. Tempio come sopra.

Gabinetto numismatico di Sua Maestà (grani veneti 19).

Tavola III, numero 10.

Raccolta Papadopoli (grani veneti 17 e mezzo).

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI CORRADO I.

BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini, nelle _Novelle
letterarie_ già citate, anno 1757, colonna 188.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
165, numero IV, nota (_d_).

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 3.

ZON A. -- Opera citata, pagine 13 e 14.

SCHWEITZER. -- Opera citata, pagina 60 (87).

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. -- Opera citata, pagina 24, numero 5 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 221-222.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 3. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagina 87; -- terza edizione, 1881, pagina 3.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1527-1529 e 1452; -- edizione in
ottavo, pagine 31-33 e 43, tavola III, numeri 5 e 6.

[Nuova pagina]

MONETE DI ENRICO II. (III.).

IMPERATORE E RE D'ITALIA.

1039-1056.

Denaro. Argento, titolo 0,250 circa (1). Peso, grani veneti 18 (grammi
0,931).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Tempio come nei due denari precedenti, invece di colonne le
lettere "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al
tempio "I I O spazio O I I".

In tutte le Raccolte.

Tavola III, numero 11.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO II.

BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini, nelle _Novelle
Letterarie_ già citate, anno 1757, colonne 75-76 e 188.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
165, numero V.

MADER J. -- Opera citata, Tomo I, pagine 192-201, tavola VIII, numero
111; Tomo II, pagine 22-23.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1117, numero 3902.

ZON A. -- Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 4.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 4.

SCHWEITZER. -- Opera citata, Volume I, pagina 60 (88).

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.

PROMIS V. -- Opera citata, pagine 23-26, numero 6 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 222-223.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagine 86-87; -- terza edizione, 1881, pagine 2-3.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1527-1531 e 1542-1543; -- edizione
in ottavo, pagine 31-35 e 43, tavola III, numero 7.

[Nuova pagina]

NOTE A "MONETE DI ENRICO II. (III.)".

(1) L'esame chimico fatto a Parigi dà il seguente risultato: 0,242
d'argento e 0,0019 d'oro.

[Nuova pagina]

MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.).

IMPERATORI E RE D'ITALIA.

1056-1125.

Denaro. Argento, titolo vario da 0,250 a 0,220 (1). Peso decrescente,
secondo l'epoca, da grani veneti 16 ad 8 (grammi 0,828 a 0,414).

1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
globuli, o bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola e
vestimenta riccamente decorate, al collo il pallio dei
metropolitani "croce S spazio M A R C V S spazio V E, legatura NE,
C I A".

Regio Museo Britannico (grani veneti 14 e mezzo).

Tavola III, numero 12.

L'esemplare è bene conservato, ma manca di un pezzettino per cui
rimane deficiente nel peso.

2. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto di faccia rozzamente disegnato, senza aureola, ma col
pallio "croce M A D C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 16).

Tavola IV, numero 1.

3. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".

Rovescio. Busto simile al numero 2, "croce S spazio M A R C V S
spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 15).

4. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto di faccia, senza aureola né pallio, le due linee che
formano l'ornamento del vestito s'intersecano a croce "croce S
spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 15 e mezzo).

Tavola IV. numero 2.

5. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R
apostrofo".

Rovescio. Busto come sopra, un punto sul vestito del Santo "croce S
spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".

Museo Bottacin (grani veneti 13).

Tavola IV, numero 3.

6. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto come al numero 5, "croce S spazio M A R C V S spazio,
legatura VE, legatura NE, C I A punto".

Regia Biblioteca di San Marco (grani veneti 11) logoro.

Tavola IV, numero 4.

7. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".

Rovescio. Busto di San Marco con punti stretti attorno alla testa,
sul vestito tre punti "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura
VE, legatura NE, C I A".

Museo Correr (grani veneti 16).

Tavola IV, numero 5.

8. Dritto. Croce patente sottile, accantonata da quattro bisanti
"croce E N R I C V S spazio I M P E P apostrofo, due punti in
verticale".

Rovescio. Busto come al numero 7, "croce S spazio M A P C V S spazio,
legatura VE, legatura NE, C I A".

Museo Bottacin (grani veneti 14 e mezzo).

Tavola IV, numero 6.

9. Dritto. Croce patente come sopra "croce E N P I C V S spazio I,
legatura MP, un punto sopra due punti".

Rovescio. Busto del Santo come sopra, con aureola di stelle, ossia
punti "croce S spazio M A D C V S spazio V E N".

Museo Correr (grani veneti 10 e mezzo).

Tavola IV, numero 7.

10. Dritto. Croce patente simile alle precedenti, ma più rozza "croce
E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura NP, un punto sopra due
punti".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Dalle schede Kunz (grani veneti 8).

Tavola IV, numero 8.

11. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I M P, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Museo Bottacin (grani veneti 8 e mezzo).

12. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura MP, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".

Dalle schede Kunz (grani veneti 8).

Tavola IV, numero 9.

13. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura MP, punto".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".

Museo Bottacin (grani veneti 11).

14. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura NP, punto".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, N punto".

Museo Bottacin (grani veneti 10).

15. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NP, I C V S
spazio I, legatura MP".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio H H D C V S V C I I
I".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).

Tavola IV, numero 10.

16. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura NP, due punti in verticale".

Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio, legatura MR, C V S
spazio, legatura VE, legatura NE".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).

Tavola IV, numero 11.

17. Dritto. Croce ancorata, accantonata da 4 bisanti "croce E I I R I
C, legatura, MP N P".

Rovescio. Busto come al numero 9, leggenda scorretta "croce S spazio,
legatura HR, I, C quadrata, legatura HE, M P, legatura NE".

Raccolta Papadopoli (grani veneti 8 e mezzo).

Tavola IV, numero 12.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO III. E IV.

CORNER FLAMINIO. -- _Ecclesiæ Venetæ antiquis monumentis nunc etiam
primum editi illustratæ, etc_. Venetiis, 1749, Decadis XIII, pagina
76.

LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagine 149-150, tavola X, numero 105; ed
in ARGELATI, Parte II, pagina 153, tavola V, numero 105 (2).

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagine 32-33, numero III della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 8-9 e 14, numero III.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
123-126, tavola III, numeri 5, 7 e 8.

CORSINI O. -- _Relazione dello scuoprimento e ricognizione fatta in
Ancona dei Sacri corpi di San Ciriaco, Marcellino e Liberio, etc_.
Roma, 1756, pagine 6-7 e 14.

BIANCHI D. GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini nelle _Novelle Letterarie_
già citate, colonne 76-78.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 166,
numeri VI, VII, VIII e IX e nota (_a_).

TERZI B. -- _Osservazioni sopra alcune monete inedite d'Italia_.
Padova, 1808, pagina 23, tavola 1, numero 9.

BECKER W. G. -- _Zweihundert seltene Münzen des Mittelalters etc_.
Dresden, 1813, pagina 50, tavola III, numero 78.

MANIN L. -- _Memorie storico-critiche intorno la vita, traslazione e
invenzione di San Marco_. Venezia, 1815, pagina 32, tavola V, figura
4 A; -- seconda edizione, Venezia, 1835, pagine 27-28, tavola V,
figura 4 A.

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagine 55 e 71.

MANIN L. -- _Esame ragionato, etc_. Opera citata, pagine 172 e 174,
numero 4 della tavola.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1117, numeri 3903 e 3904.

LELEWEL J. -- Opera citata, Parte I, pagina 122, Parte III, pagina 17,
tavola XIV, numero 49.

PFISTER J. G. -- _The coins of Venice_. -- J. Y. AKERMAN, _The
Numismatic Journal_, Volume II, 1837-1838, tavola a pagina 201.

WELZL VON WELLENHEIM L. -- _Verzeichniss der Münz _-_ und Medaillen _-_
Sammlung_, Wien, 1844, Volume II, Parte I, pagina 168, numeri 2951-
2960.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 52-53 e 55, tavola II,
numeri 5, 6, 7 e 8.

ZON A. -- Opera citata, pagina 15, tavola I, numeri 5 e 6.

SCHWEITZER. -- Opera citata, pagine 76 e 77 (105, 106 e 107), numeri 6,
7, 8 della tavola (3).

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 7.

PROMIS V. -- Opera citata, pagine 26-27, numero 7 della tavola.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 223-225.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 3. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagine 87-88; -- terza edizione, 1881, pagine 3-4.

PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1528, 1532-1533, 1543-1545; --
edizione in ottavo, pagine 32, 35, 43-45, tavola III, numeri 8, 9,
10, 11, 12 e 13.

GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 269, tavola XLI, numero 30.

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NOTE A "MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.)".

(1) Questi denari sono posti nell'ordine di cui si crede sieno stati
coniati, ritenendo più antichi quelli di maggior peso e più
recenti i leggeri.

(2) Il Liruti avendo esaminato forse un esemplare di cattiva
conservazione, invece di "E N R I C V S" lesse "K N D N V S
spazio I M P E R A" che interpretò _Kristus noster Dominus
Imperat_ e fu seguito in tale lettura dal G. Zanetti, dal Carli,
dal Menizzi, dal Lelewel e da altri, sebbene l'errore fosse stato
rilevato dal Padre O. Corsini sino dal 1756.

(3) Lo Schweitzer attribuisce alcuni di tali denari ad Enrico Dandolo,
dicendo che il titolo d'Imperatore poteva ben essergli lecito,
quasi Maestà, dopo la conquista di Costantinopoli.

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VITALE MICHIEL II.

DOGE DI VENEZIA.

1156-1172.

Vitale Michiel II, trentaottesimo doge, tenne il supremo governo dello
stato in un'epoca assai torbida e pericolosa. Dall'una parte la lotta
grandiosa fra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda cui era
intimamente legata Venezia; dall'altra i dissapori e la guerra
coll'impero d'Oriente, che ebbe fine colla disfatta della flotta
veneziana e portò la conseguenza della uccisione del doge in una
sommossa popolare. Però non era esausta la giovane repubblica, anzi in
tale momento sentì più vivamente le proprie forze e le proprie
aspirazioni, per cui non è da sorprendersi che la prima moneta su cui
è solennemente affermata la indipendenza porti il nome di Vitale
Michiel.

Questa monetina, di poco volume e di poco valore, mostra da un lato la
croce accantonata da quattro punti, con attorno il nome, cognome e
titolo del principe; dall'altro il busto di San Marco visto di fronte
e somiglia in tutto, tranne che nell'intrinseco, ai denari coniati a
Venezia dagli ultimi imperatori del nome di Enrico. Monetine dello
stesso tipo si trovano pure coi nomi dei dogi che successero a Vitale
Michiel, e per il peso, per l'aspetto e la forma scodellata,
somigliano assai ai denari colla croce, che furono coniati dalla zecca
veneziana con tipo uniforme durante quasi tre secoli, da Sebastiano
Ziani a Francesco Foscari. Questa somiglianza fu causa che molti
raccoglitori ed anche valenti numismatici confondessero le due specie,
chiamando gli uni denari colla croce e gli altri denari col busto di
San Marco. Non è però credibile che un governo saggio ed illuminato
avesse contemporaneamente delle monete dello stesso valore con diversa
impronta, e siccome l'intrinseco dei pezzi colla protome di San Marco
è di molto inferiore a quello dei denari, è naturale supporre che essi
sieno una frazione del denaro. Potrebbero essere la metà od il terzo,
ma la rarità degli esemplari non permettendo un esame chimico,
conviene giudicare per analogia. Siccome in altri paesi dell'Italia
superiore (1) si coniava nella stessa epoca l'obolo, o mezzo denaro,
vi è tutta la probabilità, e quasi la certezza, che la nostra monetina
sia la metà del piccolo o denaro. Pare che Venezia informando il
sistema monetario proprio, abbia riprodotto nel suo denaro con poche
modificazioni, il tipo dei primi imperatori, prendendo a modello del
mezzo denaro quelli di Enrico III e IV, col busto dell'evangelista:
questo rapporto di uno a due era quello che probabilmente correva fra
le antiche monete che si trovavano ancora in circolazione.

Negli antichi documenti oltre alle denominazioni già note di lire,
soldi e denari, di grossi e di piccoli per le monete d'Occidente e
quelle di bisanti, iperperi e romanati per quelle di Oriente, troviamo
talvolta adoperato anche il nome di _bianco_, come per esempio, in un
atto di donazione (2) del vescovo Stefano Lolino al Sacerdote
Cristoforo della Chiesa Torcellana di Sant'Antonio Abate nel mese di
giugno 1225, ove si parla di _quindecim blancos_. Però non essendovi
alcun altro dato di confronto, non è possibile rilevare quale moneta
effettiva, quale valore potesse essere quello che corrispondeva al
nome di _bianco_. Solo allora che le memorie scritte cominciano a
farsi più frequenti e più dettagliate, e cioè nella prima metà del
secolo XIV, troviamo occasione di illuminarci su tale proposito.

Primo in ordine di età è un documento riportato dal canonico Rambaldo
degli Azzoni Avogaro (3), che si trova negli atti del rinnovamento
della zecca trevigiana; in data 7 settembre 1317 un mercante di
Treviso offre al Podestà ed ai Consoli della Città di coniare
bagattini uguali nella bontà e migliori di quelli di Verona e di
Brescia, per supplire alla deficienza di denari piccoli buoni, in
forza della quale _blanchi de Venetiis et alie pessime monete parve
expenduntur pro bagatinis_. Siccome noi sappiamo che in tutti i tempi
la lira usata a Treviso era uguale a quella di Venezia, ne viene per
conseguenza che il bianco di Venezia doveva essere una moneta che
facilmente si confondeva col denaro, ma di minor valore ed intrinseco,
se in Treviso si muove lagnanza perché essa viene spesa come denaro.

Vengono poscia tre documenti dei quali ebbi comunicazione
dall'infaticabile e liberalissimo comm. B. Cecchetti, di cui tutti
deploriamo la fine immatura.

Il primo di questi documenti, del 23 febbraio 1334 more veneto ossia 1335
(4), contiene copia di una attestazione di Pietro Pino del dicembre
1334, che, mentre l'8 od il 9 stesso, assieme a ser Andrea Marioni di
Santa Maria Formosa, egli tornava dall'aver visitato ser Nicolò
Marioni

  "Dum. . . et intraremus porticum domus dicti ser Nicolai,
  superveniente domina Lavinia uxore dicti ser Nicolai, dictus ser
  Andreas dixit ser. . . _Io voio che vui oldè certe parole che io_
  _voio dir a Lavinia_. Et sic vocavit ipsam ad partem angulariam
  dicte porticus, et me presente dixit: _Ve Lavinia, el me se stade_
  _dite certe parole, e per zo inchià che ser Nicolò è vivo et che tu_
  _li pos favelar, io te digo cossì che del so io non tanto che vaia_
  _un _bianco".

Altri due documenti sono tolti dal libro delle _Grazie_, che
riportiamo qui sotto:

  1340, 27 gennajo m. v. _v_. (5).

  "Quod fiat gratia Albuyno vendericulo sancti Luce, quem officiales
  tarnarie condempnaverunt in libris tribus, quas jam solvit. Et
  insuper quod non audeat vendere oleum pro eo quod ejus filia ut
  dicunt vendidit cuidam unum quarterium olei de quo dati sibi
  fuerunt parvi VIII, et dum ipsa non haberet unum _blanchum_ pro
  refundendo emptori, dedit nucellas XVI de quibus emptor fuit
  contentus. Cum autem sit pauper homo absolvatur, et de cetero
  vendere valeat oleum sicut antea faciebat".

  1349, 27 settembris (6).

  "Quod fiat gratia Johanni spiciario Sancti Julliani condempnato
  per officiales tarnarie in libris decem parvorum quia, sicut
  dicit, quidam puer accipiens oleum ab eo quodam sero videlicet
  unum quarterium, dimissit _blanchum_ quem sibi dederat dictus
  Johannes super disco stationis, ob quod per famulos dicti officii
  euntes inquirendo pro suo officio invenerunt dictum puerum,
  petentes ab eo quantum dederat de dicto quarterio olei, qui
  simpliciter respondit septem denarios, non habens _blanchum_ quem
  habere debebat, considerata condictione facti et sua paupertate,
  solvendo soldos centum parvorum a reliquo misericorditer
  absolvatur".

Dal primo di questi documenti si rileva chiaramente che il _bianco_ è
un pezzo di infimo valore, giacché in dichiarazione di questo genere,
quando uno vuoi asserire che nulla possiede di pertinenza di altra
persona, sceglie sempre la moneta di minor prezzo.

Nel secondo e nel terzo documento, oltre al confermare il minimo
valore della monetina, riconosciamo che il _bianco_ non è la stessa
cosa del piccolo, giacché tanto il _venderigolo_ di San Luca, che lo
_spiciario_ di San Giuliano, adducono a loro discolpa di non possedere
il _bianco_ per dare il resto al compratore di un quarto d'olio, per
il quale aveva pagato sette od otto piccoli.

Ogni giorno vediamo ripetersi lo stesso fatto, ed anche oggi il
guardiano di un pedaggio, ovvero il venditore di frutta o di altre
cose di poco prezzo, approfitta della scarsezza dei piccoli centesimi
per farne illecito guadagno, che per la poca importanza si trascura
dal passeggiero o dal compratore.

In quei tempi patriarcali gli ufficiali della Ternarìa erano
severissimi per siffatti abusi ed i fanti sorvegliavano attentamente
l'esecuzione dei durissimi editti, per cui i venditori colti in
flagrante, erano puniti con multe e colla proibizione di vendere;
ond'è che i colpevoli per ottenere una diminuzione di pena, si
scusavano sia per la acquiescenza del compratore, sia per averlo
indennizzato con altra merce.

Intanto sta il fatto che noi troviamo menzionata nei documenti
veneziani del secolo XIV, un'altra moneta oltre a quelle già
conosciute, e poiché sappiamo positivamente a quali monete si debbano
attribuire i nomi di piccolo, di grosso, di mezzanino e di tornese,
non possiamo concedere questo nome di _bianco_ se non che a quella che
n'era priva, tanto più che al minutissimo intrinseco corrisponde il
minimo valore della monetina. Anche la scarsezza dei piccoli pezzi nei
secoli in cui avevano corso, giustifica la loro estrema rarità al
giorno d'oggi; piuttosto sembra strano che a una moneta, che conteneva
piccolissima quantità di argento e facilmente anneriva, sia stato dato
il nome di _bianco_. È bensì vero che le monete di mistura avevano,
quando erano fresche di conio una patina argentea, come si può vedere
in un esemplare a fior di conio del _bianco_ di Renier Zeno nella
raccolta del Museo Correr: e lo stesso nome di _bianco_ fu dato a
moneta di simile apparenza in altri paesi, anche in epoche più
recenti. Pare che si volesse con ciò denotare, più che il colore
permanente della moneta, quello che essa aveva quando era nuova, e che
quindi volesse piuttosto riferirsi all'imbianchitura data, che al
metallo dell'intrinseco. Non bisogna poi confondere tale minima
frazione del denaro con altra moneta chiamata pure _bianco_ nel
principio del secolo XVI, perché questa ha maggior valore, ottimo
intrinseco ed un aspetto veramente bianchissimo, ma è necessario
riflettere che tra l'una e l'altra vi è oltre un secolo di distanza, e
che si era già perduta la memoria del primo _bianco_, quando
l'abitudine popolare impose questo nome al secondo.

Se ad alcuno poi rimanesse qualche dubbio, citerò un paragrafo del
Capitolare dei _Signori di notte_ (7) il quale nell'anno 1318, al 19
maggio dice:

  "cum die secundo dicembris nuper elapsi captum fuerit in isto
  consilio, quod masarii monete habere debeant octo Ovrarios et octo
  monetharios pro faciendo monetam parvam, scilicet denarios parvos
  albos et quartarolos. . .".

Evidentemente si tratta di tre qualità di monete che vengono comprese
sotto la comune denominazione di _moneta parva_ e cioè denari parvi,
albi e quartaroli; l'albo è la stessa cosa che il bianco o, per meglio
dire, è la sua traduzione nel latino burocratico, giacché sarebbe
stato inutile aggiungere un'altro aggettivo al denaro, ch'era già
accompagnato da quello solitamente usato di _parvus_.

L'ultima volta che a Venezia, troviamo nominato il bianco è nel 26
agosto 1348, in una parte della Quarantìa (8) che autorizza il Massaro
di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che credesse
conveniente; dopo quel giorno non se ne trova più menzione e ciò
corrisponde anche alle monete che si conservano nelle raccolte, dove
l'ultimo bianco porta il nome del doge Andrea Dandolo.

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MONETE DI VITALE MICHIEL II.

Mezzo denaro, o Bianco (un ventiquattresimo del soldo). Mistura,
titolo 0,070 circa. Peso (9), grani veneti 8, (grammi 0,414):
scodellato.

1. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari
entro due circoli di puntini, altri due circoli di puntini
chiudono l'iscrizione "croce punto V punto M I C, legatura H, C
quadrata segno, spazio D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola di nove
punti o stelle, due cerchi concentrici di puntini separano la
figura dall'iscrizione, altri due chiudono l'iscrizione "croce
punto S punto M, legatura AR, C V S spazio V, legatura NE".

Regio Museo, Parma.

Tavola V, numero 1.

Civico Museo, Trieste.

Dottor C. Gregorutti, Fiumicello presso Aquileja.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI VITALE MICHIEL II.

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagina 46, numero VII della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 11 e 14, numero VII (Il disegno della moneta,
tolto da un'esemplare probabilmente di cattiva conservazione è
diverso affatto da quello che dovrebbe essere, avendo la croce da
entrambi i lati e l'iscrizione incompleta ed inesatta).

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 77 (Il disegno copiato da quello
di G. Zanetti è completato in modo fantastico).

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 68 (91) e tavola. (La
moneta non è disegnata bene e l'iscrizione non è fedele).

_Biografia dei Dogi_. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è
copiata dal fantastico disegno del Menizzi).

_Numismatica Veneta_. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è
copiata dal fantastico disegno del Menizzi).

KUNZ CARLO pose il disegno di questa preziosa moneta sopra un suo
viglietto d'indirizzo, allorché dimorava a Venezia.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 9.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non
è esatta).

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 9. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 92, -- terza edizione, 1881, pagina 8.

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NOTE A "VITALE MICHIEL".

(1) Promis D. _Monete della zecca d'Asti_. Torino, 1853, pagine 20-21.

(2) Ughelli F. _Italia sacra_. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.

(3) Azzoni Avogaro R. _Della zecca e delle monete ch'ebbero corso in_
_Trivigi fin tutto il secolo XIV_; in Zanetti Guid'Antonio. _Nuova_
_raccolta etc_. Volume IV, pagine 138 e 165.

(4) Archivio di Stato. _Petizion_. Pergamena, busta III.

(5) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 8, carte 82.

(6) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 12, carte 49 tergo.

(7) Museo Correr. _Manoscritti_ III, 349, carte 62 tergo.

(8) Archivio di Stato. _Quarantia criminale, Parti_. Registro II,
carte 26 tergo.

(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei
di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo
potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è
di migliore conservazione.

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SEBASTIANO ZIANI.

DOGE DI VENEZIA.

1172-1178.

Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse
saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo
il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu
segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.

Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina
scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto
ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e
sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in
che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del
sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente
uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a
Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi,
come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva
mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i
veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano
considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora
accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai
documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla
croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla
luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso
doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore
Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed
è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto
che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani;
tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da
poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che
viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in
quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla di
_veronesi_ senz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i
soldi vengono chiamati _libras veronenses_, _solidos veronenses_ (3).

La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano
dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza
di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in
venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu
istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei
Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo
Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma
soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta
che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città
del vasto impero.

Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri
uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed
in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è
giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto
di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono
riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore
esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro
sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso
dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi
successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della
fantasia.

Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse
repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi
volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once
adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del
marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del
marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo
probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre
misure, considerando le molte _libbre_ ed i molti _marchi_ esistenti
in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso
sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.

Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento
merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837
all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8),
nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova
libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana
aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi
e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.

Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia
delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di
Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed
il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza
graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII
secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due
grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal
Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io
piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un
saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto
Veneto (13).

L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di
dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il
Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di
Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a
me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti
secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi.
Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine
raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di
aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche
esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla
circolazione e fuso dagli speculatori.

Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di
Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i
35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che
mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto
del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso
naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che
il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di
Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta
dal Fossati.

Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso
quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma
decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per
cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di
Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo
inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana,
essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od
imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.

Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed
infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio
(Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di
Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola
di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il
titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei
grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e
mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con
quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più
tardi.

Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro,
ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non
finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e
costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli
esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i
legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china
fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del
volume fecero dare il nome di _piccolo_ al denaro veneziano, e poco a
poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo
dimenticare. Col tempo il nome di _piccolo_ od il suo equivalente
latino di _parvus_ divenne ufficiale e rimase nelle scritture anche
quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.

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NOTE A "SEBASTIANO ZIANI".

(1) Brunacci J. _De re nummaria patavinorum_. Venetiis, 1744, pagine
31-42. --  Brunacci J. _Della beata Beatrice d'Este_. Padova,
1767, pagina 51.

(2) Cecchetti B. _Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia in_
_Venezia, 1862_. Pagina 48 e seguenti.

(3) Documento III.

(4) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata. Tomo I, pagina
248.

(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.

(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.

(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.

(8) Guérard B. _De système monétaire des Francs sous les deux_
_premières races_, Revue Numismatique française, Blois, 1837,
pagina 406.

(9) Fossati. _De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis sub_
_primæ et secundæ strpis regibus_. Atti della Regia Accademia
delle Scienze. Torino, 1842.

(10) _Mélanges de Numismatique_. Paris, 1882, pagina 52.

(11) Promis D. _Monete dei romani Pontefici avanti il mille_. Torino,
1858, pagina 47.

(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.

(13) _Atti del Regio Istituto Veneto_. Tomo III, serie VI, 1885.

(14) Papadopoli N. _Sulla origine etc_. Opera citata, pagina 29.

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ORIO MALIPIERO.

DOGE DI VENEZIA.

1178-1192.

Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema
dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli
quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò
saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero
bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei
Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza
ed il commercio dei veneziani in Oriente.

Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane
riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio
Malipiero chiamata _Aureola_, dal nome del doge, la quale era
adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena di _quinque libras_
_auri_. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della
specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento,
altri di moneta d'oro e finalmente le _Memorie di Zecca_ notano
all'anno 1178:

  "Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento
  nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi
  due L'uno".

Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile
interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle
parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono,
perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del
1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero
ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima
volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli
e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei
nostri Musei.

Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che
la multa di _quinque libras auri_ era imposta ai prevaricatori dei
contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del
Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per
vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che
chi violasse la legge _componat in palatio nostro auri obrizi libras
quinque_, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico
Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con
queste parole:

  "Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire
  temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis
  heredibus _auri libras quinque_, et hec donacio maneat in sua
  firmitate" (4).

È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma
bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei
secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle parole _auri_
_libras_, _auri obrizi libras_, _auri optimi libras_, _auri purissimi_
_libras_, _auri cocti libras_, e che continuarono ad essere usate anche
più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le
formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di
usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta
col nome del doge che latinamente si diceva _Aurio_, e di ciò sono
persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica
a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la
fantastica _Redonda d'oro_.

Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia
formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna
cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in
epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da
Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta
nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la
postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in
epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV
intitolato _Chronicum venetum ab U. C. ad annum 1360_, che si conserva
nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:

  "Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret
  nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena
  apponitur V libre auri fit mentio singularis".

I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse
parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:

  "Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per
  la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia
  metevano in pena soto i lhoro instrumenti".

Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu
fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a
coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi
predecessori.

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MONETE DI ORIO MALIPIERO.

Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti
7 (grammi 0,362): scodellato.

1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".

Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto
M A R C V, S ruotata".

2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata, punto".

3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata".

Tavola V, numero 3.

4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S
ruotata".

5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola V, numero 4.


Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani
veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R
I O punto D V X".

Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V
punto punto".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Tavola V, numero 5.

(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre
quasi interamente l'immagine del Santo).

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ORLO MALIPIERO.

LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; ed
ARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine, etc_. Opera citata, pagina 47,
numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice,
pagine 11 e 14, numero IX e X.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
401-402, tavola VI, numero II.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167,
numero XI. e XII.

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 79.

APPEL J. -- Opera citata, pagina 1118, numero 3906.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II,
numero 10.

ZON A. -- Opera citata, pagina 17.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99)
e tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XL.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XL.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 10.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227-228, 572-576.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 10. -- _Archivio_
_Veneto_, Tomo XII, pagina 93, -- terza edizione, 1881, pagina 9.

Bolla in piombo di Orlo Malipiero conservata nella Raccolta
Papadopoli.

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NOTE A "ORIO MALIPIERO".

(1) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, pagina 404,
Volume I.

(2) Gallicciolli. _Delle memorie etc_. Opera citata, Volume II, pagine
14-16.

(3) Romanin S. Opera citata, Tomo I, pagina 370.

(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 48, Classe VII, ital.

(5) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 36, Classe X, lat.

(6) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800 (autografo), Classe VII,
ital.

(7) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,268.

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ENRICO DANDOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1192-1205.

Quando Enrico Dandolo fu assunto al principato, Venezia era prospera e
rigogliosa, le sue flotte varcavano i mari, la sua alleanza era
cercata dai maggiori potentati d'Europa. La modesta città sorta dalle
lagune aveva fatto rapidi progressi nel secolo fra Pietro Orseolo ed
Enrico Dandolo. Quest'ultimo doge, ottuagenario e quasi cieco,
conquistò Trieste, Zara e finalmente portò l'ultimo colpo all'Impero
d'Oriente, entrando assieme ai crociati nella superba Bisanzio, altre
volte padrona del mondo. Baldovino di Fiandra ebbe la corona
imperiale, ma nella divisione delle spoglie, Venezia ebbe la parte
migliore e conservò il predominio commerciale su tutto l'Oriente, che
fu la sorgente della prosperità e della grandezza della repubblica.

In quest'epoca remota, in cui l'Europa usciva appena dalla barbarie,
Venezia primeggiava per la sua civiltà: non vi è quindi da
sorprendersi che nella sua zecca si iniziasse una delle più importanti
riforme monetarie del secolo, qual è la istituzione del _grosso_. Sino
allora non esistevano in circolazione se non i denari, assai
deteriorati dall'originario valore, differenti di peso e di bontà,
incomodi a maneggiarsi; la varietà e l'incertezza del valore,
aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al
commercio, per cui la istituzione di una moneta più pesante, di ottimo
argento, mantenuta sempre fedelmente dalla zecca nel peso e nel titolo
stabiliti, fu un vero progresso, nel quale Venezia ebbe il vanto di
precedere gli altri stati. Tale progresso fu accolto con immenso
favore in Italia ed in Oriente, ed il grosso ebbe dovunque una
grandissima diffusione: lo provano le molteplici imitazioni del
concetto ed anche del tipo, lo provano le memorie che il grosso ha
lasciato e che durano ancora dopo tanti secoli, cosicché in Oriente si
sente parlare di grossi ed a Venezia il popolo continua a valersi del
nome di questa moneta in molte contrattazioni.

Non sono concordi gli antichi cronisti sull'epoca della prima
coniazione del _grosso_. Andrea Dandolo la fissa all'anno 1194 colle
parole:

  "Subsequenter Dux argenteam monetam vulgariter dictam _grossi_
  _Veneziani_ vel _Matapani_ cum imagine Jesu Christi in Throno ab
  uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci, et Ducis, valoris
  vigenti sex parvulorum primo fieri decrevit" (1).

Marino Sanuto antecipa l'epoca della fabbricazione al 1192 (2); invece
Martino da Canale, cronista quasi contemporaneo, asserisce che questa
moneta fu coniata dai Veneziani solo nell'anno 1202, quando si
preparavano all'impresa della conquista di Costantinopoli, colle
parole

  "Mesire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li
  charpentiers, et fist erraument apariller et faire chalandres et
  nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent
  por doner as maistres la sodee (_soldo, salario_) et ce que il
  deservoient: que les petites que il avoient, (_intendi i denari o_
  _piccoli_) ne lor venoient enci a eise. Et dou tens de Monseignor
  Henric Dandle en sa, fu comencie en Venise a faire les nobles
  mehailles d'argent que l'en apele _ducat_, qui cort parmi le monde
  por sa bonte" (3).

Senza discutere quale di queste date sia veramente la giusta, a noi
basta sapere che a Venezia, prima della partenza dei crociati, e non a
Costantinopoli, o durante il viaggio, come taluno sospettò, fu
iniziata la coniazione del grosso, nel che sono concordi questi
autorevolissimi cronisti. Anche il tipo e l'aspetto della moneta,
attentamente esaminati, confermano quest'opinione. Ogni moneta, per
quanto nuova, ha pure alcuni legami intimi ed apparenti con quelle
coniate nelle epoche precedenti, per cui, non riuscendo a scoprirli
subito nella stessa zecca, è necessario indagare nei paesi vicini od
in quelli avvicinati da rapporti commerciali. Ora il grosso non ha
alcuna affinità colle monete d'Occidente né per il peso né per
l'aspetto, e conviene cercare i suoi legami in quell'Oriente con cui
Venezia aveva florido commercio; infatti colà esistevano monete
d'argento di maggior peso che in Occidente, colà si conservavano le
tradizioni dell'arte e della civiltà antica. Studiando i pezzi che
hanno qualche affinità col grosso, si riconosce facilmente ch'esso ha
per base e per prototipo l'arte greca, ma passata per il sentimento e
per la mano degli antichi veneziani. Sul rovescio vediamo disegnato il
Redentore seduto sopra un trono, che tiene il libro appoggiato sul
ginocchio e la destra alzata in atto di benedire. Questa sacra
immagine si vede in tutte le antiche chiese di origine greca e si
trova nel soldo d'oro bizantino dei secoli X, XI e XII, da cui fu
copiata con fedeltà religiosa. Sul diritto della moneta sono disegnati
due personaggi, che tengono insieme una lunga asta, la quale divide in
due parti eguali il disco della moneta. Anche da questo lato il grosso
ricorda i nummi bizantini di quei tempi, dove talora sono disegnati
due o tre principi della casa imperiale, il Redentore o la Vergine
pongono sul capo la corona al sovrano, ovvero l'Arcangelo Michele
consegna il labaro all'imperatore, od altre analoghe rappresentazioni
allegoriche e religiose. Questo concetto non è però copiato
direttamente ed in modo servile dalle monete bizantine, ma adottato
con qualche modificazione e diventato veneziano per l'uso fattone
durante un lungo corso d'anni. San Marco che rappresenta e, per così
dire, personifica l'idea del Comune indipendente di Venezia, consegna
al capo dello stato lo stendardo, sul quale è disegnata la Croce,
ricordo del tempo in cui tutti si decoravano di questo simbolo sacro;
entrambi sono vestiti di lunghi paludamenti di foggia orientale con
pietre preziose; la testa però non è coperta dalle bende e dai diademi
gemmati dei sovrani orientali, bensì i capelli lunghi sono la sola
decorazione del capo e ricordano gli usi franchi e longobardi, presso
i quali questo distintivo era quello dei principi e dei grandi
personaggi. Questa composizione caratteristica, che fu conservata con
lievi modificazioni di forma nella moneta veneziana di tutti i tempi,
è tolta di pianta dalle bolle di piombo che i dogi usavano attaccare
ai diplomi per antichissima consuetudine. Basta vedere le poche bolle
che esistono anteriori all'istituzione del grosso, e cioè quelle di
Pietro Polani, di Sebastiano Ziani, di Orio Malipiero e quella dello
stesso Enrico Dandolo, per riconoscere che l'intagliatore dei conî
copiò le due figure rappresentate sul sigillo facendovi un leggiero
cambiamento, che è la soppressione della sedia o cattedra del Santo,
raffigurandolo in piedi anziché seduto. Non è un fatto nuovo né
isolato nella storia numismatica del medio evo, che le monete traggano
il concetto ed il disegno dai sigilli, e lo dimostra il dotto signor
C. Piot in una notevole monografia intitolata: "_Etude sur les Types_"
pubblicata nella _Revue de la Numismatique Belge_ (4), con esempî
tolti dalle monete della Francia e dei Paesi Bassi, a cui se ne
potrebbero aggiungere altri di altri paesi. Per rimuovere ogni dubbio,
basta osservare la bolla in piombo del doge Orio Malipiero, che ho la
fortuna di possedere nella mia raccolta, e il disegno esattissimo che
si trova alla fine del capitolo dedicato al doge Malipiero servirà
meglio delle parole a dimostrare la giustezza del mio assunto.

È degno di essere notato il modo insolito con cui sono disposte le
iscrizioni su questo sigillo. Presso al Santo ed al doge sta scritto
il nome e la qualifica di ognuno dei due personaggi, ma parte
dell'iscrizione è posta a destra, parte a sinistra della stessa
figura, ciocché lascia supporre che in tempi più antichi essa dovesse
correre tutt'attorno la testa come si vede in alcune immagini di santi
bizantini. Nel grosso e nei sigilli posteriori fu ancora modificata la
forma delle iscrizioni, ma lungo l'asta dello stendardo restarono le
tre lettere "D V X", l'una sotto l'altra, in una posizione che non ha
altri esempi e tale che non si saprebbe indovinarne l'origine, se non
si conoscessero questa ed altre bolle, che mostrano la genesi e le
successive modificazioni di tale scritta.

Come abbiamo visto, la nuova moneta istituita da Enrico Dandolo ebbe i
nomi di _Ducato_ e di _Matapan_, ma il suo nome proprio usato in tutti
i tempi ed in tutti i luoghi e che riscontrasi esclusivamente nei
documenti, fu quello di _Grosso_: onde mi par bene conservarlo a
preferenza di tutti gli altri, avendo esso attraversato, senza
alterazioni, tanti secoli nella bocca del nostro popolo.

Il valore originario del grosso fu di ventisei piccoli o denari, come
affermano i cronisti Andrea Dandolo e Marino Sanuto e come ci vien
confermato dall'esame del peso e dell'intrinseco della moneta.
Possiamo esattamente rilevare il peso del grosso da un documento
autentico ed ufficiale, quale è il _Capitolare dei Massari della
moneta_, compilato nel 1278 (5), dove sono raccolte le deliberazioni
dei Magistrati che si riferiscono alla zecca. Alla fine del primo
capitolo troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano
tagliare da ogni marco d'argento, colle seguenti parole:

  "item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem
  et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marca".

e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e un
terzo sino a denari 1 e e mezzo ossia denari (grossi) 109 e un terzo
sino a 109 e mezzo, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra
grani veneti 42 e 14 centesimi e 42 e 8 centesimi e può ridursi alla
media di grani veneti 42 e un decimo, peso assai vicino a quello
rilevato da Lambros (6) dall'autorevole volume del Pegolotti: _La
pratica della Mercatura_.

Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e
dell'argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73:

  "Preterea tenor et debeo ligare et bullare vel facere bullare
  totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de
  sterlino, etc".

Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la
migliore del medio evo, istituita dai mercanti tedeschi dell'Hansa.
Pegolotti nel Capitolo LXXIII (7), intitolato _A che leghe di monete_,
assegna ai viniziani grossi once 11 denari 14, titolo che colla
formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché
vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca, 40 soli erano rame
o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo
corrisponde a 0,965 e quindi sulla media di grani veneti 42 e un
decimo, il fino del grosso rimane grani veneti 40 e 62 centesimi di
buon argento, che diviso per 26 dà per ogni denaro o piccolo un peso
d'argento puro di grani veneti 1 e 56 centesimi, che è
approssimativamente la quantità di metallo che si è ritrovata nelle
analisi da me istituite su tali monetine.

Altra moneta coniata per la prima volta da Enrico Dandolo è il
_Quartarolo_ o quarto di denaro, pezzo di rame con poco argento,
creato per servire alle minute contrattazioni. Così ne parla Andrea
Dandolo nella sua cronaca dell'anno 1264 (8), narrando la prima
costruzione del ponte di Rialto in legno;

  "Civitas quoque Rivoaltina, quae mediatione Canalis hactenus
  divisa fuerat, nunc ex lignei pontis constructione unita est, et
  appellatus est Pons ille de _Moneta_, quia priùsquàm factus esset
  transeuntes monetam unam vocatam _Quartarolus valoris quartæ_
  _partis unius denarii Veneti_ nautis exsolvebant".

Carli (9), che riporta questo passo, incorse, traducendolo, in una di
quelle sviste non impossibili anche ad un uomo dotto, e prendendo il
denaro per soldo, diede al quartarolo il valore di un quarto di soldo.
Meno scusabili sono invece tutti gli altri, i quali, dopo di lui
trattando del quartarolo, copiarono religiosamente l'errore, senza
accorgersi mai di una differenza tanto rilevante, che dà al quartarolo
un valore di tre piccoli, cioè dodici volte maggiore del reale.

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MONETE DI ENRICO DANDOLO.

Grosso (_26 denari, o piccoli_). Argento, titolo 0,965 (peggio 40).
Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco a destra ritto in piedi, cinto il capo di
aureola, col libro dei Vangeli nella mano sinistra, consegna colla
destra al Doge un vessillo con asta lunghissima, che divide la
moneta in due parti pressoché eguali. A sinistra il Doge, vestito
di ricco manto ornato di gemme, tiene colla sinistra un rotolo
(volumen), che rappresenta la promissione ducale, e colla destra
regge il vessillo, la cui banderuola colla croce è volta a
sinistra. Entrambe le figure sono di faccia, le teste colla barba
sono scoperte; quella del Doge ha i capelli lunghi che si
arricciano al basso; a sinistra "croce punto H punto D A N D O L
apostrofo", lungo l'asta sotto l'orifiamma "D V X" in senso
verticale colle lettere sottoposte l'una a l'altra; a destra
"punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Gesù Cristo seduto in trono col libro appoggiato sul
ginocchio sinistro. Il Redentore ha il capo avvolto da largo nimbo
colla croce, a destra e a sinistra della testa "I C sopralineati,
spazio, XC sopralineati".

Tavola V, numero 6.

Denaro, o piccolo. Argento, titolo 0,250 circa (10). Peso, grani
veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.

2. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce E N R I C apostrofo
punto D V X".

Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R
C V, S ruotata".

Tavola V, numero 7.

3. Varietà nel Dritto. "croce E N R I C punto D V X".

4. Varietà nel Dritto. "croce, H minuscola, N R I C punto D V X".

Tavola V, numero 8.

Mezzo denaro, o bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani
veneti 10 (grammi 0,517): scodellato.

5. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari
"croce E N R I C O spazio D V X".

Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata, M
A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Museo Correr, Venezia.

Tavola V, numero 9.

Dott. C. Gregorutti, Fiumicino.

Quartarolo (_un quarto_ _di denaro_). Mistura, titolo 0,003 circa.
Peso, grani veneti 15 (grammi 0,776).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
con un punto nel mezzo, un cerchio divide l'iscrizione "croce
punto E punto D, omega scritto in alto, A D V L O spazio D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli in un cerchio "croce,
S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Regia Biblioteca di San Marco, Venezia.

Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Regio Museo Britannico, Londra.

Tavola V, numero 10.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO DANDOLO.

SANTINELLI S. -- _Dissertationes, orationes, epistolæ et carmina_.
Venetiis, 1734. Epistolæ VII, _De vetere moneta veneta vulgo
mattapana vocata_, pagine 269-280; ed in ARGELATI, Parte I, pagine
299-302.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 648, 651-
652, numero II; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII,
numero II. (la leggenda è invertita).

SCHIAVINI F. -- _Observationes in venetos nummos, etc_., in ARGELATI,
Parte I, pagine 271-273.

ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagina 47, numero VI della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 12 e 14, numero VI.

ZANETTI GIROLAMO. -- _De nummis regum Mysiæ seu Rasciæ ad venetos tipos
percussis_. Venetiis, 1750, numero I della tavola; ed in ARGELATI,
Parte III, Appendice, pagina 22, numero I.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
406-407, tavola VI, numero V.

BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese di marchesini, etc_. Ferrara,
1754, pagina 5.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ medii ævi etc. Dissertatio I_.
Ferraræ, 1755, pagine 99 e 107, numero II; ed in ARGELATI, pagine 29
e 31, tavola numero II.

BELLINI V. -- _Delle monete di Ferrara_. Ferrara, 1761, pagina 43.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine
167, 168, numeri XIII, XIV e XV.

TENTORI C. -- _Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica,
etc_. Venezia, 1874, Tomo II, pagine 45-46.

GALLICCIOLLI G. B. -- _Delle memorie venete antiche, profane ed
ecclesiastiche_. Venezia, 1795, Tomo II, pagine 33-36.

BECKER W. G. -- Opera citata, pagina 50.

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagine 81, 85.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3907.

PFISTER J. G. -- Opera citata. -- _The Numismatic Journal_, Volume II,
1837-38, pagine 210-211, tavola a pagina 201.

SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 3, 33, 55, tavola II,
numero 11.

ZON A. -- Opera citata, pagine 17 e 21-23, tavola I, numero 8.

SCHWEITZER. -- Opera citata, Volume I, pagina 76 (100) (101) (102)
(103) e (104), numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tavola.

ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo II, pagina 320.

ORLANDINI G. -- Opera citata, pagina 2.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge XLI.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge XLI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 10.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227-228, 230 e 577, Volume V, 1873, pagina
191.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 10-11. -- _Archivio_
_Veneto_, Tomo XII, pagina 93, -- terza edizione, 1881, pagina 9.

Bolla in piombo di Enrico Dandolo conservata nella Raccolta
Papadopoli.

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NOTE A "ENRICO DANDOLO".

(1) _Andrea Danduli Chronicon_, in Muratori, _Rerum Ital. Script_.
Tomo XII, pagina 316.

(2) Sanuto M. _Vitæ Ducum Venetorum_, in Muratori, _Rer. Ital._
_Script_. Tomo XXII, pagina 527.

(3) _Archivio storico italiano_. Volume VIII, pagina 320.

(4) _Revue de la Numismatique Belge_, Tome IV, Bruxelles, 1848.

(5) Documento IV.

(6) Lambros. _Le Monete inedite dei Gran Maestri dell'Ordine di San_
_Giovanni di Gerusalemme in Rodi_. Traduzione dal greco di C.
Kunz, Venezia, 1865, pagina 20.

(7) Pegolotti. _La pratica della Mercatura_. Lisbona e Lucca, 1766,
pagina 292.

(8) _Andrea Danduli Chronicon_, in Muratori, _Rerum Ital. Script_.
Tomo XII, pagina 372.

(9) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, Volume I,
pagina 401.

(10) L'esame chimico fatto all'ufficio del Saggio di Venezia, dà il
fino di 0,247.

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PIETRO ZIANI.

DOGE DI VENEZIA.

1205-1229.

Morto a Costantinopoli Enrico Dandolo, fu chiamato a succedergli
Pietro Ziani, figlio di Sebastiano, prudente e valoroso, che ebbe il
compito di consolidare i possessi ottenuti in Oriente, di sedare i
torbidi dei nuovi sudditi e le scorrerie dei pirati, aggiungendo nuovi
territori allo stato, fra cui la vasta isola di Negroponte. Depose il
principato dopo averlo tenuto ventitré anni e morì pochi giorni dopo
essersi ritirato a vita privata.

Sotto questo doge si continuò a coniare il grosso, il bianco ed il
quartarolo, che troviamo cogli stessi tipi del predecessore; manca
invece il denaro, del quale pare sia stata in questo tempo sospesa la
coniazione. Probabilmente era più proficua all'erario la fabbricazione
dei grossi, che furono emessi in grande quantità, così da inondare
tutto l'Oriente, usandosene quasi esclusivamente nelle transazioni
commerciali.

Questo fatto, unitamente alla mancanza di monete degli imperatori
latini di Costantinopoli, ai quali non si attribuiscono se non poche
anonime di rame, suggerì al dottor Cumano (1) l'idea che un qualche
accordo segnato tra Veneziani e Franchi avesse dato il diritto di
zecca alla Signoria di Venezia: egli crede pur anche che le imitazioni
del grosso fatte in Oriente dagli altri principi avessero una base
comune ed una convenzione di uniformità monetale. Quanto alla prima
supposizione a me sembra che, come si conoscono gli altri patti
convenuti, dopo la conquista fra crocesignati, si avrebbe conservata
la memoria anche di questo se avesse esistito: con apparenza di
maggior ragione gli autori francesi ritengono che l'essere in mano dei
Veneziani la maggior parte del metallo nobile e l'avere essi
fabbricato molta moneta abbia impedito agli imperatori franchi di
battere coi loro nomi. Quanto alla seconda opinione del dottor Cumano,
essa corrisponde piuttosto alle idee moderne che a quelle del tempo;
il grosso veneziano si diffuse per tutto l'Oriente solo in causa della
sua bontà sempre costante, mentre gli altri stati adulteravano la
moneta. Visto il successo del grosso, i piccoli principi delle isole e
dei feudi franchi d'Oriente, come altri stati d'Italia, si misero ad
imitarlo da prima forse con peso giusto e metallo buono, poi allettati
dal guadagno, con lega inferiore, per cui i Veneziani ne mossero lagno
e proibirono queste monete chiamandole a buon dritto falsificazioni,
come vediamo nella parte:

  MCCLXXXII, Indictione X, die tercio Maii, in Majori Consilio (2).

  "Capta fuit pars quod addatur in capitulari Camerariorum Communis
  et aliorum officialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod
  teneantur diligenter inquirere denarios regis Raxie contrafactos
  nostris venetis grossis, si ad eorum manus pervenerint; et si
  pervenerint, teneantur eos incidere. Et ponantur omnes campsores,
  et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a
  XII annis supra, ad sacramentum, quod inquirant diligenter bona
  fide predictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus
  teneantur eos incidere. Et si alicui persone inventi fuerint de
  predictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi
  fuerint perdat decem pro centenario de omnibus qui eis inventi
  fuerint de illis denariis, et debeant incidi. Et hoc stridetur
  publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C., quod a
  XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat penam
  predictam, et medietas pene sit invenientis et medietas sit
  Communis, et deveniat in camera Communis. Et mittantur littere de
  precepto per sacramentum omnibus rectoribus preter Comitem
  Ragusii, et addatur in commissionibus illorum rectorum, qui de
  cetero ibunt, preter dictum Comitem Ragusii, quod omnes denarios
  predictos qui ad eorum manus pervenerit, vel eorum offitialium,
  teneantur, incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant
  gentem suam, per illos modos quibus eis melius videbitur, quod
  predicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si
  invenientur".

Oltre a questo documento, per conoscere quale era il pensiero dei
contemporanei su questa adulterazione della moneta, che fu una delle
piaghe più sanguinose della circolazione metallica nel medio evo, ci
illumina il giudizio dell'Alighieri che colloca fra i principi che
avranno giudizio severo nell'altro mondo per i loro peccati, Filippo
il Bello di Francia

. . . . . . e quel di Rascia

che male aggiustò il conio di Venezia

_Paradiso_, Canto XIX 140-141.

Nelle carte manoscritte di Vincenzo Lazari trovo la seguente nota, di
cui non posso defraudare il lettore:

  "Nel citato verso di Dante merita attenzione il verbo _aggiustare_
  che la Crusca con goffa interpretazione fe' in questo caso
  sinonimo d'imitare. Ma il verbo _aggiustare_ disusato, nel senso
  che allegheremo, nella lingua italiana, si mantiene ancora nella
  francese e nella, tedesca".

Esattissima definizione del verbo aggiustare si trova nella
_Explication des termes techniques_ che fa seguito alla pregiata opera
_Histoire monétaire de Genève par Eugène Demole_, nel quale è detto

  "Ajuster les flans, ou ajuster carreaux, opération par laquelle on
  affranchit à coups de cisailles les angles des carreaux".

Anche nella zecca veneziana la stessa operazione si chiamava _zustar_
e l'operaio che la faceva _zustador_. Se oggi la parola è disusata, si
è perché tale operazione si ottiene meccanicamente e quindi in modo
affatto diverso da ciò che si usava nel medio evo.

Nel più antico registro di atti ufficiali che si conserva nel nostro
Archivio di Stato, conosciuto col nome di _Liber Communis_ o _Liber
Plegiorum_, il quale raccoglie alcune deliberazioni prese dal Doge
assieme al Consiglio Minore, troviamo la seguente nota:

(1224) "Die XIII exeunte marcio. -- Illi homines qui faciunt fieri
monetam coram domino duce et omnibus consiliariis eius, excepto M.
Superancio, predicto die juraverunt supra capitulare quod
continetur de moneta facienda vel fieri facienda, et illo
suprascripto die intromiserunt in nomine Domini" (3).

È la prima memoria di quegli ufficiali soprastanti alla zecca che più
tardi furono chiamati _Massari della moneta_, ed è probabilmente
quello di cui si parla il più antico Capitolare di tale magistrato,
che però non è giunto fino a noi e del quale si ignorerebbe perfino la
esistenza, senza questo cenno prezioso nella sua brevità.

[Nuova pagina]

MONETE DI PIETRO ZIANI.

Grosso. Argento, titolo 0,965 (4). Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge, come nel grosso di
E. Dandolo "croce punto P punto Z I A N I", lungo l'asta "D V X",
a destra "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola V, numero 11.

2. Varietà nel Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I".

Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,050, circa. Peso, grani
veneti 8 e mezzo (grammi 0,440): scodellato.

3. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce punto
P punto Z I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regio Museo, Parma.

Tavola V, numero 12.

4. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D
V X punto".

Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto V
punto N punto".

Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.

Tavola VI, numero 1.

Museo Civico, Trieste.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi
1,035) circa.

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto P punto Z I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata".

Tavola VI, numero 2.

6. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D
V X punto".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".

Tavola VI, numero 3.

7. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z con asta centrale
verticale, I A N I punto D V X punto".

Rovescio. Come al numero 6.

Tavola VI, numero 4.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI PIETRO ZIANI.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 271-272, 275, 277 (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 299-300, 302.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 648, 651 e
652, numero III; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII,
numero III.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
413, tavola VI, numero IX.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ, etc_. Opera citata, _Dissertazione
I_, pagina 98 e 107, numero I; ed in ARGELATI, Parte V, pagine 29 e
31, tavola numero I (erroneamente attribuita a Sebastiano Ziani).

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
168, numero XVI.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3908.

GEGERFELT G. (VON). -- _Numi ducum reipublicæ venetæ in nummiphilacio_
_academico Upsaliensis_. Upsaliæ, 1839, pagine 6 e 7, numero I.

LELEWEL J. -- Opera citata, Parte III, pagine 33-34, tavola XV, numero
2.

_Trésor de numismatique et de glyptique etc. Histoire par les_
_monuments de l'art monétaire chez les modernes_. Paris, 1846, pagina
60, numero 1, Tavola XXX, numero 1.

GIOVANELLI B. -- _Intorno all'antica zecca trentina_. Trento, 1818,
pagina 96.

ZON A. -- Opera citata, pagina 17 (s'inganna, credendo che Pietro Ziani
abbia coniato il _piccolo_).

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 79 (108) (109) (110)
(111) e tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 11.

WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagina 227, 228, 230. Volume V, 1875, pagine 191-
192.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 11, -- _Archivio_
_Veneto_. Tomo XII, pagina 94, -- terza edizione, 1881, pagina 10.

[Nuova pagina]

NOTE A "PIETRO ZIANI".

(1) Cumano dottor C. _Illustrazione di una moneta argentea di Scio_
_etc_. Trieste, 1852.

(2) Maggior Consiglio, Deliberazioni. _Registro Commune II_, carte 129
tergo.

(3) _Liber Communis_ (Plegiorum), carte 26 tergo.

(4) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
fino di 0,964.

[Nuova pagina]

JACOPO TIEPOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1229-1249.

Appena eletto, Jacopo Tiepolo dovette rivolgere tutte le sue cure
all'isola di Candia, insofferente del dominio veneziano. Anche il
nuovo impero latino di Costantinopoli trascinava vita debole e
travagliata, perché i greci di Nicea e dell'Epiro non lasciavano
tregua a quell'ordine di cose artificioso che mancava di base e di
prestigio in Oriente. Il giovane imperatore Baldovino implorava il
soccorso dell'Europa, ma trovò solo un aiuto interessato nei
Veneziani, che sconfissero le flotte greche ed ebbero in compenso
nuovi vantaggi commerciali. Né più fortunato era l'Occidente:
gravissime discordie e lotte sanguinose dilaniavano l'Italia, ove
l'imperatore Federico II ed il papa Gregorio IX si contendevano la
supremazia. I Veneziani dapprima esitavano, ma quando Federico II fece
uccidere il podestà di Milano, Pietro Tiepolo, figlio del Doge, si
collegarono col pontefice e con altre città italiane contro
l'imperatore.

Jacopo Tiepolo seppe in tutte le circostanze difendere l'onore e
l'interesse di Venezia, conchiuse trattati e convenzioni commerciali,
tanto colle vicine città, quanto coi principi dell'Asia e dell'Africa.
Migliorò gli ordinamenti interni, istituì nuove magistrature e diede
ordine alle leggi civili e criminali, che fu una delle maggiori glorie
del suo regno. Nel libro della _Promissione del Maleficio_, che
concerne specialmente il diritto Criminale, il Capitolo XX si occupa
dei falsificatori colle seguenti parole:

  "Item statuimus ut si quis sigillum nostrum, aut salis falsaverit
  aut nostræ monetæ falsator extiterit, quod manum perdere debeat,
  si de hoc confessus fuerit, aut convictus per testes".

Di Jacopo Tiepolo possediamo le stesse monete che furono coniate anche
dal suo predecessore. Comune è il _grosso_, in alcuno dei quali si
cominciano a vedere i punti segreti o segni posti dagli zecchieri per
conoscere chi avesse sorvegliata la coniazione; raro il _quartarolo_ e
più ancora il _bianco_, di cui non si conosce che un solo esemplare,
che dalla raccolta Koch è passato a Londra nel Museo britannico.

Proveniente dal legato del senatore Domenico Pasqualigo esiste nel
Museo di San Marco un pezzo d'oro col conio del grosso di Jacopo
Tiepolo. Molti numismatici fra cui Carli (1) e Zon (2) prestarono fede
alla genuinità di tale nummo e ritennero anteriore al 1284 la
monetazione dell'oro nella zecca veneziana. Sfortunatamente il grosso
d'oro di Jacopo Tiepolo della Marciana, come quello di Francesco
Foscari nominato pure dal Carli e dallo Zon e che probabilmente è lo
stesso che si trovava nella Raccolta Montenuovo, sono gettoni, ossia
fusioni eseguite sopra impronte del grosso d'argento (3), per cui
cadono tutti i ragionamenti fatti per provare che prima del ducato si
coniasse a Venezia moneta d'oro.

[Nuova pagina]

MONETE DI JACOPO TIEPOLO.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge, come nei grossi di
E. Dandolo e P. Ziani, "punto I A punto T E V P, L SEGNO, punto",
lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T
I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati" (4).

2. Varietà nel Dritto. "punto I A spazio T E V P, L SEGNO, punto", a
destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola VI, numero 5.

3. Varietà nel Dritto. "punto I A spazio T E V P, L SEGNO, punto", a
destra "croce S spazio M punto V E N E T I punto".

4. Varietà nel Dritto. "punto I A punto T E V P, L SEGNO, un punto
sopra due punti", a destra "punto S spazio M spazio V E N E T I
punto".

Non si può in quest'epoca tener conto di tutte le varietà di
punteggiatura nelle iscrizioni dei _grossi_, per cui accennerò
solo le principali e più comuni. È invece necessario notare i
punti o segni dei Massari esistenti sul rovescio dei _grossi_, e
per indicarli in un modo pratico e facile a ricordare, ho scelto
un sistema grafico ideato dal signor Carlo Kunz, ed usato nel
Museo Bottacin di Padova ed in quello civico di Trieste. -- I due
campi superiori indicano i segni posti sotto i gomiti del
Redentore, quelli inferiori i segni posti presso alle gambe. -- La
maggior parte dei _grossi_ di Jacopo Tiepolo, non ha alcun segno;
in alcuni si trovano i seguenti:

Punti, o segni dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 2: un punto.

Segno 3. Campo 2: due punti.

Segno 4. Campo 2: un punto sopra due punti.

Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani
veneti 11 (grammi 0,569): scodellato.

5. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto I punto T E
O P V, L SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regio Museo Britannico.

Tavola VI, numero 6.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 21 (grammi
1,086) circa.

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto I punto T E O P V, L SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VI, numero 7.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI JACOPO TIEPOLO.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 270-271, 275 (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 299, 302.

(VETTORI.). -- _Il Fiorino d'oro, etc_. Opera citata, pagina 139.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 648-649,
651 e 652, numero IV; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola
XXXVII, numero IV.

ARGELATI P. -- Opera citata, Parte III, Appendice, _Editoris_
_additiones, etc_. pagina 69-70, tavola VIII, numero III (5).

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
409 e 413.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione I_,
pagina 99 e 107, numero III; ed in ARGELATI, Parte V, pagine 29 e
31, tavola numero III.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
168, numeri XVII e XVIII, e pagina 169.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1119, numero 3909.

GEGERFELT (VON) G. -- Opera citata, pagina 7, numero 2.

ZON A. -- Opera citata, pagina 21.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 81 (112) (113) (114) e
tavola.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 24.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLIII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLIII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 11.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagine 227-228, 230, Volume V, 1873, pagine 192-193.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 11-12. -- _Archivio_
_Veneto_. Tomo XII, pagina 94, -- terza edizione, 1881, pagina 10.

Bolla in piombo di Jacopo Tiepolo conservata nel Museo Correr.

[Nuova pagina]

NOTE A "JACOPO TIEPOLO".

(1) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
409.

(2) Zon A. Opera citata, pagina 21.

(3) Anche di Giovanni Soranzo mi venne offerto un grosso d'oro, fuso
esso pure sopra impronta tratta dal grosso d'argento.

(4) Il _grosso_ in oro esistente nella Regia Biblioteca e Museo di San
Marco è fuso, e quindi falso.

(5) Il testo nomina Jacopo Tiepolo, ma sul disegno si legge "L A punto
T E V P L punto".

[Nuova pagina]

MARINO MOROSINI.

DOGE DI VENEZIA.

1249-1253.

Dopo che Jacopo Tiepolo ebbe deposto il potere, i correttori
introdussero non poche modificazioni ed aggiunte alla Promissione
Ducale, fra cui un articolo che imponeva al principe di perseguitare e
punire i falsificatori della moneta colle parole:

  "et si aliquis monetam falsaverit, erimus studiosi ut justificetur
  et condempnetur falsator" (1),

che fu riprodotto nelle successive Promissioni.

Fu poscia eletto Marino Morosini, il quale ebbe regno di breve durata
e senza avvenimenti d'importanza, tranne la crociata del Santo re
Luigi IX di Francia, che cominciò colla presa di Damiata e finì senza
alcun risultato utile per la cristianità. Si provvide alla sicurezza
della città, ed in quell'epoca vennero istituiti i Signori di notte al
Criminale.

Le monete di questo doge sono le stesse coniate dai suoi predecessori,
ma per la brevità del principato, sono assai più difficili a trovarsi.
Il _quartarolo_ ed il _bianco_ sono monete di esimia rarità, e non
sono comuni nemmeno i _grossi_ col nome di Marino Morosini. Sopra di
essi si vedono i punti segreti o contrassegni degli zecchieri, già
posti su alcuni grossi di Jacopo Tiepolo ed ordinati nel capitolo nono
del Capitolare dei massari della moneta, capitolare formato solo nel
1278, ma che conteneva disposizioni in vigore anche prima. Tali segni,
che si vedono sul rovescio della moneta, e si distinguono per la
differente forma e per la diversa posizione in cui sono collocati,
continuarono ad essere usati per circa un secolo, più tardi furono
sostituiti dalle lettere e dalle stelle, e finalmente dalle iniziali
dei massari.

Anche di questo doge, come dei suoi predecessori Pietro Ziani e Jacopo
Tiepolo e del suo successore Jacopo Contarini, manca il _piccolo_, o
_denaro_; egli è perciò che l'industria malsana dei falsificatori si è
specialmente dedicata a queste monetine, e conviene mettere in guardia
i raccoglitori inesperti perché esaminino con tutta diligenza i pezzi
di poco valore, come _piccoli_, _bianchi_, _quartaroli_ e _tornesi_
dei secoli XIII e XIV che furono imitati nella famosa officina di L.
Cigoi di Udine in modo assai perfetto, e tale da ingannare persino
qualche esperto conoscitore che non abbia la opportunità di quei
confronti, coi quali si può sorprendere e conoscere la malafede dei
falsarî.

[Nuova pagina]

MONETE DI MARINO MOROSINI.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto M punto M,
legatura AV, R O C, E ruotata", lungo l'asta "D V X", a destra
"punto S punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

2. Varietà nel Dritto. "punto M spazio M punto, legatura AV, R O C, E
ruotata", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola VI, numero 8.

Segni, o punti dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 3: un punto.

Segno 3. Campo 5: un punto.

Segno 4: Campo 3: un punto; campo 5: un punto.

Segno 5. Campo 2: due punti.

Segno 6. Campo 2: quattro punti in quadrato.

Segno 7. Campo 2: quattro punti in quadrato; campo 5: un punto.

Segno 8. Campo 2: quattro punti in quadrato; campo 4: un punto.

Bianco. Argento, titolo 0,050 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi
0,465): scodellato.

3. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto M punto M,
legatura AV, R O C E punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Raccolta Papadopoli.

4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata, punto V punto N punto".

Museo Bottacin.

Tavola VI, numero 9.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 16 (grammi
0,828).

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" posti in croce
"croce punto M punto M, legatura AV, R O C E N CON punto D V X
punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VI, numero 10.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MARINO MOROSINI.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
168, numero XIX.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1119, numero 3910.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 83 (115) (116) (117)
(118) e tavola.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge XLIV.

_Numismatica_. -- Opera citata, Doge XLIV.

PADOVAN E CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 11.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagine 229-230, Volume V, 1873, pagine 193-194.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 12 -- _Archivio
Veneto_, Tomo. XII, pagina 94, -- terza edizione, 1881, pagina 10.

[Nuova pagina]

NOTE A "MARINO MOROSINI".

(1) _Promissione Ducale_, 13 giugno 1249, carte 6.

[Nuova pagina]

RANIERI ZENO.

DOGE DI VENEZIA.

1253-1268.

Morto Michele Morosini, i voti degli elettori si raccolsero su Ranieri
Zeno, allora Podestà a Fermo, il quale ebbe regno glorioso, ma
travagliato da gravi difficoltà. In Italia fervevano le lotte fra
Guelfi e Ghibellini, cui i veneziani presero parte quando il papa
Alessandro IV bandì la crociata contro Ezzelino ed Alberico da Romano.
Indi fra genovesi e veneziani, rivali nel commercio d'Oriente, si
accese la guerra per il possesso della chiesa di San Saba in Acri
(Siria). Dopo parecchi scontri favorevoli ai veneziani, s'intromise il
papa e persuase i due popoli fratelli a deporre le armi; ma intanto
cadeva il debole impero latino di Costantinopoli sotto i colpi dei
greci condotti da Michele Paleologo, che concedeva favori speciali ai
genovesi. Ciò fu occasione di nuova e ferocissima guerra fra le due
città marittime, nella quale, dopo varie vicende, riuscirono ancora
vittoriosi i veneziani.

Ranieri Zeno morì il 7 luglio 1268. Nulla di speciale abbiamo da
registrare relativamente alla moneta durante questo periodo; i pezzi
che giunsero fino a noi, conservati nelle raccolte, e quelli che
l'Oriente ci rimanda, mostrano che la Zecca continuò a coniare con
abbondanza i _grossi_, mentre sono scarsi i _bianchi_ ed i
_quartaroli_ e mancano completamente i _denari_ o _piccoli_.

[Nuova pagina]

MONETE DI RANIERI ZENO.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto R A punto G
E N O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M
punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola VI, numero 11.

Segni, o punti dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 5: un punto.

Segno 6. Campo 4: un punto.

Segno 7. Campo 1: un punto; campo 2: un punto.

Segno 8. Campo 2: un punto; campo 3: un punto.

Segno 9. Campo 3: un punto; campo 5: un punto.

Segno 10. Campo 4: un punto; campo 5: un punto.

Segno 11. Campo 1: un anello.

Segno 12. Campo 2: un anello.

Segno 13. Campo 3: un anello.

Segno 14. Campo 5: un anello.

Segno 15. Campo 4: un anello.

Segno 16. Campo 1: un anello; campo 3: un anello.

Segno 17. Campo 2: un anello; campo 3: un anello.

Segno 18. Campo 2: un anello; campo 4: un anello.

Segno 19. Campo 1: un triangolo.

Segno 20. Campo 3: un triangolo.

Segno 21. Campo 2: un triangolo; campo 3: un triangolo.

Segno 22. Campo 3: una goccia sottile.

Segno 23. Campo 1: un punto sopra due punti.

Segno 24. Campo 3: un punto sopra due punti.

Segno 25. Campo 1: un triangolo; campo 4: un punto.

Segno 26. Campo 1: un triangolo; campo 5: un anello.

Segno 27. Campo 1: un punto sopra due punti; campo 2: un punto; campo
3: un triangolo.

Segno 28. Campo 1: una stella a 5 punte; campo 4: un anello; campo 5:
un anello.

Bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi
0,465): scodellato.

2. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto R A punto G
E N O spazio D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte  "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Tavola VI, numero 12.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 21 (grammi
1,086).

3. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto R A punto G E N O punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VII, numero 1.

4. Varietà Dritto. "croce punto R A punto G E N O spazio D V X punto".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S simmetrica e
ruotata, punto".

Tavola VII, numero 2.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI RANIERI ZENO.

(VETTORI). -- _Il fiorino d'oro etc_. Opera citata, pagina 139.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 649-651,
652, numero V; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII,
numero V.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle Monete etc._ Opera citata, Tomo I, pagina
413.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc._ Opera citata, _Dissertazione I_,
pagina 99 e 107, numero IV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 e 31,
tavola numero IV.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
168-169, numeri XX e XXI.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1119-1120, numeri 3911-
3912.

GEGERFELT (VON) G. -- Opera citata, pagina 7, numero 3.

_Trésor de numismatique, etc_. Opera citata, pagina 60, numero 2,
tavola XXX, numero 2.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 85 (119) (120) (121)
(122) (123) (124) (125) e tavola.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 3.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, doge XLV.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, doge XLV.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 12.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-230, Volume V, 1873, pagina 194.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 12, -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 95, -- terza edizione, 1881, pagina 11.

Bolla in piombo di Ranieri Zeno conservata nel Museo Correr.

LORENZO TIEPOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1268-1275.

Appena Lorenzo Tiepolo, figlio del doge Jacopo, fu eletto col favore
del popolo alla dignità ducale, Venezia fu travagliata da carestia ed
inondazione. Nel tempo in cui egli tenne il potere non vi furono fatti
di armi, né avvenimenti di importanza. Questo periodo pacifico giovò
alla Repubblica, che aumentava ogni giorno di prosperità e di potenza,
come dimostrano i molti trattati di amicizia e di commercio stipulati,
e le spontanee dedizioni di città e paesi specialmente nell'Istria e
nella Dalmazia.

Durante il principato di Lorenzo Tiepolo fu ricominciata la coniazione
del _piccolo_, sospesa da oltre mezzo secolo, e fu mutata la
proporzione fra questa moneta ed il _grosso_, portandola da 26 a 28
_denari piccoli_ per ogni _denaro grosso_. Si trovano facilmente i
_piccoli_ di questa epoca, simili nella forma e nell'aspetto, agli
antichi, dai quali non differiscono sensibilmente nella lega, bensì
nel peso alquanto inferiore: essi recano scritto il nome e cognome del
doge, mentre gli antichi non avevano che il nome di battesimo del
principe. Ci mancano invece i documenti pubblici veneziani relativi a
questi provvedimenti, e le cronache contemporanee non ne parlano; ma
ci assistono alcuni documenti, conservati nella vicina città di
Padova, dai quali si rileva non solo quanto basta ad accertare i
fatti, ma anche a riconoscere taluna delle ragioni intime di siffatto
cambiamento, che può dirsi il primo passo sulla via della diminuzione
dell'intrinsico della moneta.

Dimostra il Brunacci (1) nel capitolo VI, dove parla delle monete
usate a Padova nel XIII secolo, che il _grosso_ aveva aumentato il suo
originario valore sino a 27 _piccoli_ nel 1265, e che più tardi, nel
1274, esso era portato a 28 _piccoli_; ma i documenti riferiti a
suffragio di tali asserzioni sono di diversa natura, perché il primo,
e cioè quello del 1265, è semplicemente un atto di ricevuta in cui il
grosso è ragguagliato a 27 _piccoli_, mentre il documento del 1274 è
un atto pubblico, tratto dagli Statuti di Padova, che riportiamo (2):

  "Potestate domino Jacopino Rubeo. Millesimo ducentesimo
  septuagesimo quarto. Nulla moneta expendi debeat in civitate
  Padue, exceptis monetis grossis veronensibus, paduanis et
  tridentinis grossis, et exceptis denariis parvis venetis, paduanis
  et veronensibus, qui expendi possint ut est actenus consuetum, et
  omnes alie monete, predictis exceptis, forbaniantur de Padua et
  paduano districtu, et exquiratur sacramento a gastaldionibus
  frataliarum, campsoribus et mercatoribus quod non accipiant
  aliquas alias monetas, preter predictis nisi pro argento rupto. Et
  denarii veneti grossi accipiantur et expendantur pro denariis
  vigintiocto parvis pro uno, secundum quod expenduntur Venetiis, et
  non currant cum aliquo alio lazo".

Da tutto ciò si rileva che il _grosso_ veniva preferito dal pubblico e
dal commercio, ed era pagato più del suo prezzo reale ed ufficiale:
questa evidentemente è la ragione per cui la zecca veneta aveva dovuto
cessare la coniazione dei _piccoli_, moneta deprezzata, che valeva
meno di ciò che sarebbe costato il fabbricarla. Ma dopo lungo corso
d'anni, anche tale astensione della più pregiata officina monetaria
aveva i suoi danni ed i suoi pericoli, mancando così una moneta di
giusto peso, necessaria alle minute contrattazioni in un tempo in cui
abbondava la moneta falsa e scadente, mentre faceva difetto la buona.
Per rimediare a tali inconvenienti fu scelto il mezzo che parve più
facile e meno pericoloso, di scemare cioè di alcun poco il peso del
denaro portando il valore del _grosso_ a 28 _piccoli_, colla
proibizione dell'aggio, che era il male più grave. Infatti il decreto
del comune di Padova, dove la monetazione era la stessa di quella di
Venezia, si riporta al corso di questa città commerciale e riproduce
disposizioni che probabilmente esistevano nei decreti pubblicati a
Venezia, facendo proibizione di ogni aggio nella nuova valutazione.

Nell'8 dicembre 1269 (3) il Maggior Consiglio deliberava di nominare
due esperti ufficiali per sorvegliare la fusione e lavorazione
dell'oro e dell'argento. In pari tempo furono stabilite le norme colle
quali si permetteva di fondere ed affinare i metalli nobili secondo il
titolo fissato, che era di 23 e mezzo carati per l'oro e quello del
_grosso_ per l'argento: registrandosi su apposito quaderno la quantità
dell'oro e dell'argento, il titolo, il proprietario ed il compratore.
Nel 14 novembre 1273 lo stesso Maggior Consiglio (4) aggiungeva a tale
ufficio due massari per pesare l'oro. Non si possono confondere questi
ufficiali, che dovevano sorvegliare la bontà ed il commercio dei
metalli nobili, coi massari della moneta, sia perché i loro incarichi
erano di diversa natura, sia perché la zecca era a San Marco, mentre
questo nuovo ufficio doveva piantarsi a Rialto.

[Nuova pagina]

MONETE DI LORENZO TIEPOLO.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge, "punto L A punto T
E V P, L SEGNO", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola VII, numero 3.

Segni, o punti dei massari alla moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 3: un anello.

Segno 4. Campo 2: un triangolo.

Segno 5. Campo 3: un triangolo.

Segno 6. Campo 5: un triangolo.

Segno 7. Campo 4: un triangolo.

Segno 8. Campo 1: un triangolo; campo 3: un triangolo.

Segno 9. Campo 2: un triangolo; campo 3: un triangolo.

Segno 10. Campo 2: un triangolo; campo 4: un triangolo.

Segno 11. Campo 4: un triangolo; campo 5: un triangolo.

Segno 12. Campo 2: un triangolo; campo 4: un triangolo; campo 5: un
triangolo.

Segno 13. Campo 1: un rombo.

Segno 14. Campo 2: un rombo.

Segno 15. Campo 3: un rombo.

Segno 16. Campo 2: un rombo; campo 3: un rombo.

Segno 17. Campo 1: un rombo; campo 3: un rombo.


Piccolo, o denaro. Argento, titolo 0,250 circa (5). Peso, grani veneti
5 e 60 centesimi (grammi 0,289) circa: scodellato.

2. Dritto. Croce in un cerchio "punto L A punto T E punto D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tavola VII, numero 4.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani
veneti 8 (grammi 0,420): scodellato.

3. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto L A punto
T E V P, L SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regio Museo di Parma.

Tavola VII, numero 5.

Museo Correr.

Doppio quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 45
(grammi 2,328).

4. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
con un punto nel mezzo. "croce punto L A punto T E V P, L SEGNO,
punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S simmetrica e ruotata, punto".

Tavola VII, numero 6.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 28 (grammi
1,449).

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto L A punto T E V P, L SEGNO, punto D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "punto, S ruotata,
punto M A R C V, S simmetrica e ruotata, punto".

Tavola VII, numero 7.

6. Varietà Dritto. "croce punto L A punto T E V P, L SEGNO, punto D V
X punto".

Rovescio."croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S simmetrica e
ruotata, punto".

Tavola VII, numero 8.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LORENZO TIEPOLO.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagine 270-271, 275, (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagine 299, 302.

MURATORI L. A. -- Opera citata, Dissertazione XXVII, colonne 649, 651 e
652, numero VI; ed in ARGELATI, Parte I, pagine 47-48, Tavola
XXXVII, numero VI.

ARGELATI F. -- Opera citata, Parte III, Appendice, _Editoris_
_additiones, etc_., pagine 69-70, tavola VIII, numero III (6).

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ et_c. Opera citata, Dissertazione I,
pagina 99, 100 e 107, numero 5; ed in ARGELATI, Parte V, pagine 29 e
31, tavola numero V.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 169,
numeri XXII e XXIII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1120, numeri 3913 e 3914.

FONTANA C. D' O. -- _Illustrazione d'una serie di monete dei Vescovi di
Trieste_, Trieste, 1832, pagina 37, numero 21 della tavola.

GEGERFELT (VON) G. -- Opera citata, pagina 8, numeri 4 e 5.

_Trésor de numismatique etc._ -- Opera citata, pagina 60, numero 3,
Tavola XXX, numero 3.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 87 (126) (127) (128) e
tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, doge XLVI.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, doge XLVI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 12.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatiche Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 227-231, Volume V, 1875, pagine 194-195.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 13. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 95, -- terza edizione, 1881, pagina 11.

[Nuova pagina]

NOTE A "LORENZO TIEPOLO".

(1) Joannis Brunatii. _De re nummaria patavinorum_. Opera citata,
pagina 42 e seguenti.

(2) _Statuti del Comune di Padova_, Padova, Sacchetto, 1878, pagina
274.

(3) Documento V.

(4) Documento VI.

(5) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
fino di 0,249.

(6) Il testo nomina Jacopo Tiepolo, ma sul disegno si legge "L A punto
T E V P L".

[Nuova pagina]

JACOPO CONTARINI.

DOGE DI VENEZIA.

1275-1280.

Dopo la morte del doge Lorenzo Tiepolo si trovò necessario di
modificare e di inasprire le pene minacciate ai falsari, e lo
rileviamo da un decreto di quest'epoca, riportato nel libro VI,
Capitolo LXXX degli Statuti e Leggi Venete, che condanna al fuoco
chiunque falsificasse in Venezia la moneta veneziana, e quel veneto
che in qualunque luogo commettesse lo stesso reato. Nello stesso senso
furono fatte le correzioni alla Promissione Ducale (1), con la quale
il doge doveva giurare di mantenere intatta _nostram monetam magnam et
parvam sicut nunc est_, e di perseguitare i falsificatori.

Dopo ciò fu eletto Jacopo Contarini ottuagenario, che durò solo
quattro anni, in tempi assai difficili. I Veneziani erano in lotta
cogli Anconetani per la supremazia dell'Adriatico in causa di certe
gabelle imposte ai naviganti del golfo, e le sorti della guerra non
furono nei primi tempi favorevoli ai Veneziani. Alcune città
dell'Istria rifiutavano i soliti tributi, e Venezia dovette ricorrere
alle armi per condurle all'obbedienza. Anche Candia si agitava e,
sebbene repressa, la rivolta alzava ripetutamente la testa, né poté
essere domata se non dopo lungo tempo e ripetute spedizioni di navi e
di armati.

Nell'Archivio di Stato ai Frari si conserva un Capitolare dei massari
della moneta, compilato nel 1278 ed abrogato nel 1376 (2), il più
antico che si conosca, non però il primo che resse la zecca di
Venezia, perché, come abbiamo già raccontato, gli ufficiali della
moneta prestavano giuramento sul loro Capitolare fino dal 1224.

Probabilmente fra l'uno e l'altro di questi Capitolari non vi era
differenza sostanziale, perché il fino dell'argento ed il peso del
_grosso_ non avevano variato, ma certo nelle disposizioni di ordine
amministrativo e regolamentare si introdussero quelle modificazioni
che l'esperienza aveva nel frattempo mostrate necessarie ed utili.

Questo importante documento è esteso nella forma solita ai Capitolari,
e comincia dal giuramento che fa il massaro di esercitare il suo
ufficio per il profitto e l'onore del Comune di Venezia, fabbricando
assieme ai soci, od almeno con uno di essi, moneta grossa, buona e di
buona fede; di osservare e far osservare ciò che è prescritto dal
Capitolare e quanto sarà ordinato dal doge e dalla maggior parte del
suo consiglio. Ciascun massaro deve fare per turno la quindicina
assieme ad un compagno, mentre il terzo è chiamato in caso di dubbio o
di necessità.

Il massaro di quindicina deve avere le chiavi delle volte e delle
porte dove si pesa e si custodisce l'argento; deve assieme ai colleghi
fare l'acquisto degli argenti e delle monete, a seconda di ciò che
torna più utile al Comune, col concorso di tutti due, od almeno di uno
dei soci, deve comporre le leghe, e coll'assistenza dei pesatori e
degli affinatori consegnare il metallo ai fonditori, e controllare il
peso ed il fino. Egli deve sorvegliare tutti i particolari della
fabbricazione ed invigilare, anche col mezzo di un inquisitore,
affinché tutti i maestri facciano esattamente il debito loro; deve
registrare gli acquisti e le rese dell'argento sopra apposito
quaderno, ed alla fine del suo servizio dare conto esatto dell'avere
del Comune e dei privati, e consegnare le chiavi al successore. Tutto
è preveduto e determinato con esattezza e minuziosità forse eccessiva;
si stabilisce il numero e la qualità degli operai, le ore di ufficio
per i magistrati e la quantità del lavoro degli operai secondo la
stagione, e persino il minimo del lucro che deve fruttare allo Stato
la fabbricazione della moneta, cioè di due soldi per ogni marca
d'argento lavorato.

I massari devono avere uno scrivano laico, che non abbia altro
incarico alla zecca e che sia veneto, come veneti devono essere tutti
coloro che lavorano alla moneta, tranne gli affinatori. Così i
massari, come tutti gli altri funzionari ed operai devono riferire ai
superiori se venisse a loro conoscenza qualche frode nella
fabbricazione, qualche falsificazione o deterioramento delle monete. I
massari devono, ogni sei mesi, rendere conto della loro
amministrazione a coloro che sono preposti alle ragioni del Comune,
con penalità per coloro che non lo rendessero nei tempi prefissi, ed
esclusione dagli uffici retribuiti di quelli che non saldassero il
loro debito verso lo Stato.

Altre sagge disposizioni provvedono affinché i massari e gli altri
addetti alla zecca non abbiano utili illeciti, non ricevano doni o
denari dagli interessati e non facciano società coi mercanti che
speculavano sulle monete e sui metalli. Speciale cura avevasi per
l'esattezza del peso e del fino, ed anche per la bellezza e regolarità
del conio e della battitura. Ogni massaro era tenuto a fare un segno
sulla moneta per riconoscere chi era responsabile della fabbricazione.

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MONETE DI JACOPO CONTARINI.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto I A punto
CON T A R I N punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

2. Varietà nel Dritto. "I A punto CON T A R I N punto".

Tavola VII, numero 9.

Segni, o punti dei massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 5: un punto.

Segno 6. Campo 4: un punto.

Segno 7. Campo 2: un punto; campo 3: un punto.

Segno 8. Campo 3: un punto; campo 4: un punto.

Segno 9. Campo 3: un punto; campo 4: un punto.

Segno 10. Campo 2: un anello.

Segno 11. Campo 1: un anello; campo 3: un punto.

Segno 12. Campo 2: un anello; campo 5; due punti.

Piccolo, o denaro. Argento, titolo 0,250 circa. Peso, grani veneti 5 e
60 centesimi (grammi 0,289) circa: scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto I A punto CON T punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R
C V, S ruotata, punto".

Tavola VII, numero 10.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani
veneti 8 (grammi 0,414): scodellato.

4. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto I A punto
CON T A R E punto D V X".

Rovescio. Busto di San Marco in faccia "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regio Museo Britannico.

Tavola VII, numero 11.

Raccolta Papadopoli.

Doppio quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 32
(grammi 1,656).

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce.
"croce punto I A punto CON T A R E punto D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S simmetrica e ruotata, punto".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola VII, numero 12.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003, circa. Peso, grani veneti 16
(grammi 0,828).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce.
"croce punto I A punto CON T A R E punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli  "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S simmetrica e ruotata, punto".

Museo Correr.

Tavola VIII, numero 1.

Museo Bottacin.

Raccolta Papadopoli.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI JACOPO CONTARINI.

SCHIAVINI F. -- Opera citata in ARGELATI, Parte I, pagine 283 e 287,
numero I.

ARGELATI E. -- Opera citata, Parte III, Appendice, _Editoris_
_additiones, etc_., pagina 70, tavola VIII, numero V.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
169, numeri XXIV e XXV.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1120, numero 3915.

LELEWEL J. -- Opera citata, Parte III, pagina 34, tavola XV, numero 3.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 9 (129) (130) (131) e
tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLVII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLVII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 13.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 227-231.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 13. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 95, -- terza edizione, 1881, pagina 11.

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NOTE A "JACOPO CONTARINI".

(1) _Promissione Ducale_, 6 settembre 1275, carte 27.

(2) Documento IV.

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GIOVANNI DANDOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1280-1289.

Dopo che Jacopo Contarini ebbe deposto il potere, i voti degli
elettori si raccolsero su Giovanni Dandolo, di antica ed illustre
prosapia. Egli fece la pace cogli Anconetani, ma continuò la guerra
contro Trieste e le città insorte dell'Istria, sostenute dal Patriarca
di Aquileja, guerra dapprima sfortunata, ma in fine coronata d'esito
felice, con l'occupazione di Trieste e delle altre città. Erasi
stretto un trattato con Carlo d'Angiò e con Filippo di Francia per la
conquista di Costantinopoli, ma i vespri siciliani fecero abortire la
spedizione progettata, ed anzi non avendo i veneziani lasciato bandire
la crociata contro Pietro d'Aragona, il Pontefice li colpì di
scomunica. Venezia in quel tempo, oltre ai danni della guerra e
dell'interdetto, ebbe a soffrire carestia, inondazione, terremoto e
pestilenza, ma tutte queste disgrazie non impedirono che fosse
migliorata l'amministrazione interna e curato l'abbellimento della
città.

Il principato di Giovanni Dandolo, sotto l'aspetto numismatico, è
sopratutto famoso per la istituzione del ducato d'oro. Prima però di
trattare di questo importante argomento, conviene soffermarsi un poco
su due _parti_ del Maggior Consiglio, che riguardano le monete
d'argento già esistenti, del seguente tenore:

  "Millesimo, ducentesimo, octuagesimo secundo. Indictione decima.
  Die XXVIII Maij. Pars fuit capta quod denarius grossus debeat dari
  a modo ad parvos pro denariis XXXII et quilibet debeat ipsum
  recipere pro denariis XXXII ad parvos de omnibus rebus que current
  ab hodierna die in antea, tam de illis rebus que sunt modo in
  terra, quam de illis que de cetero intrabunt in terram" (1).

  "Millesimo, ducentesimo LXXXII. die VI octubris. Capta fuit pars
  quod denarii parvi debeant fieri secundum scriptum massariorum. Et
  si illis vel aliis aliquod melioramentum videbitur fiat; et ipsi
  teneantur facere. Scriptum autem massariorum est istud. Videtur
  nobis quod in unziis VI et dimidia minus uno grosso de pondere de
  rame, et unza una et dimidia et grosso uno de peso de argento de
  grosso sumat totum marcham unam et fiant denarii qui vadant soldos
  VIII et denarios II per unziam qui sumabunt libras III et soldos V
  et denarios IIII pro marcha. Et sic ibant alii novi qui fuerunt
  batuti; et taliter fieri possint denarii parvi stando in capitali
  Commune nichil inde perdendo. Et isti denarii erunt deteriores
  quam primi fuerunt sol. V et denar. II ad grossos pro marcha" (2).

Il primo di questi decreti ordina che il _grosso_ debba essere dato
per 32 _piccoli_, e che per tal prezzo sia ricevuto _a modo ad
parvos_. Che cosa sia la valutazione _ad grossos_ e quella _ad
parvos_, sarà argomento di studio successivo: basti per ora sapere che
il valore del _grosso_ era così portato a 32 _piccoli_ e che questo
ragguaglio si usava nelle contrattazioni di tutti i giorni, dove è
necessaria la moneta effettiva.

Il secondo documento fa sapere che la zecca non poteva utilmente
continuare la battitura dei _piccoli_ collo stesso intrinseco di
prima. Era questa una conseguenza naturale della precedente
deliberazione 28 maggio, perché dandosi 32 invece di 28 _piccoli_ per
_grosso_, se questi avessero contenuto la stessa quantità di metallo
nobile, l'erario avrebbe risentito una perdita rilevante. Infatti il
decreto del 6 ottobre più sopra riportato, ne diminuisce il fino ed il
peso. Esso stabilisce che la lega dei nuovi denari sia composta di
3702 grani veneti di rame, e di 906 grani veneti d'argento per marca,
e cioè meno di un quinto di fino, mentre quelli precedentemente
coniati ne avevano circa un quarto, come risulta da un assaggio
istituito sopra un _piccolo_ di Lorenzo Tiepolo. Di più da ogni marca
della nuova composizione dovevasi ricavare 3 lire, 5 soldi e 2 denari
e cioè 784 pezzi, mentre lo stesso documento osserva che tale ricavo è
superiore a quello avuto precedentemente di soldi 5 e denari 2 per
marca. Senza riportare qui tutto il conteggio, si possono riassumere i
dati in questo modo: i _denari_ di Enrico Dandolo pesavano oltre 6
grani veneti, e contenevano approssimativamente grani veneti 1,56
d'argento; quelli di Lorenzo Tiepolo pesavano meno di sei grani ed
avevano di fino circa grani veneti 1,40, mentre quelli fatti secondo
il decreto 6 ottobre non avevano che grani veneti 5,877 di peso, e
1,155 di fino.

Abbiamo dunque tre qualità di _denari_ che corrispondono alle diverse
epoche ed alle differenti proporzioni fra il _grosso_ ed il _piccolo_,
e cioè quando il _grosso_ valeva 26 _piccoli_, quando ne valeva 28 e
quando 32; non era dunque il _grosso_ che avesse aumentato il suo
valore, ma bensì il _denaro_ che andava perdendo del suo pregio
intrinseco.

Oltre a questa indispensabile e naturale diminuzione conviene notarne
un'altra, anch'essa assai rimarchevole; che cioè mentre i _piccoli_
dell'epoca più antica, esaminati colla bilancia col crogiuolo,
contengono tanto argento che corrisponde esattamente a quanto si trova
nei _grossi_, quelli delle epoche posteriori hanno una quantità di
fino notevolmente minore di quella che dovrebbero avere, anche tenuto
conto della mutata proporzione fra le due monete. Infatti 26 _piccoli_
di Enrico Dandolo a grani veneti 1,56 di fino, contengono più di 40
grani veneti d'argento puro, mentre 28 _piccoli_ di Lorenzo Tiepolo
non vi arrivano, e 32 _piccoli_ di Giovanni Dandolo, secondo il
decreto 6 ottobre 1282, a grani veneti 1,155, fanno grani veneti
36,960 ed e grani veneti 1,121, come fu stabilito più tardi, soltanto
35,872. Ciò vuol dire che anticamente, esistendo il solo denaro, era
desso il termine di confronto per il valore delle cose e la base della
monetazione, mentre dopo l'istituzione del _grosso_, questa nuova
moneta rimasta sempre costante nel peso e nell'intrinseco, diventava
la misura del valore commerciale ed il piccolo era ridotto ad una
moneta spicciola di importanza secondaria.

Questa condizione di cose andò peggiorando sempre più, e già nell'11
dicembre 1289, una deliberazione della Quarantìa, che si trova nel
capitolare dei massari della moneta, affida agli ufficiali della
moneta grossa la coniazione della moneta minuta. Nei paragrafi 80, 81
ed 82 sono raccolte le disposizioni relative alla fabbricazione dei
_piccoli_, nelle quali il fino è bensì migliorato di 6 grani per
marca, ma è aumentato il ricavo tenendolo fra lire 3, soldi 5 e mezzo
e lire 3, soldi 10 per marca, con una media di 813 pezzi per marca, e
cioè un lieve miglioramento di lega, ma una maggiore diminuzione di
peso, per cui il denaro fabbricato secondo questa norma dovrebbe
pesare grani veneti 5,667 ed avere di fino 1,121.

Veniamo ora al ducato d'oro, istituito con una legge del Maggior
Consiglio, che giova riprodurre integralmente, sebbene da lungo tempo
pubblicata e conosciuta da tutti gli studiosi:

  "1284 die ultimo octubris. Capta fuit pars quod debeat laborari
  moneta auri communis videlicet LXVII pro marcha auri tam bona et
  fina per aurum vel melior ut est florenus accipiendo aurum pro
  illo precio quod possit dari moneta pro decem et octo _grossis_ et
  fiat cum illa stampa que videbitur domino duci et consiliariis et
  capitibus de quadraginta et cum illis melioramentis que eis
  videbuntur, et si consilium est contra sit revocatum quantum in
  hoc: pars de XL et erant XXVIIII de quadraginta congregati ex
  quibus voluerunt, hanc partem XXII et septem fuerunt non sinceri
  et nullus de non" (3).

Dopo la grande riforma della monetazione fatta da Carlo Magno,
l'Europa non aveva quasi più specie d'oro, tranne quelle che erano
rimaste in circolazione dei tempi longobardi e del basso impero, e
quelle che si coniavano nei paesi occupati dagli Arabi. Federico II
per il primo fece stampare (1231) l'_Augustale_, moneta che, per il
metallo e per il conio, ricorda i bei tempi dell'impero romano; poscia
nel 1252 Firenze decretò il _fiorino_, che imitato da altre città
italiane, si diffuse in tutti i paesi Commerciali del mondo, e la
moneta d'oro di Firenze e di Venezia, conservandosi per lungo corso
d'anni sempre uguale di peso e di bontà, divenne una specie di moneta
universale in un tempo, in cui non erano popolari le scienze
economiche, ma una buona e savia pratica non era ignota ai
commercianti accorti ed intraprendenti. L'importanza del fatto non
isfuggì nemmeno allora e ne fanno menzione tutti i cronisti e storici
contemporanei, anzi Marino Sanuto nelle sue vite dei Dogi (4) riporta
un'iscrizione posta per ricordare il grande avvenimento.

Come risulta dalla lettura del documento, lo scopo del decreto 31
ottobre 1284, era quello di creare una moneta di oro fino buona quanto
e più del forino fiorentino. Così fu fatto, perché nel ducato si
adoperò l'oro più puro che si potesse avere coi mezzi chimici di
allora; gli assaggi moderni provano il titolo 0,997, per cui si può
calcolare che l'oro migliore del medio evo avesse per lo meno tre
millesimi d'impurità.

Per il tipo e per il conio il Maggior Consiglio si rimette al parere
del doge, dei consiglieri e dei capi della Quarantìa, i quali
adempirono l'incarico con tutta coscienza e con buon risultato,
riproducendo sulle nuove monete le stesse figure e lo stesso concetto
che era diventato tradizionale del grosso, ma l'arte veneziana aveva
fatto grandi progressi negli ultimi ottant'anni e si era liberata
dalle pastoje della scuola bizantina, per cui il conio di questa
moneta è superiore a tutti i contemporanei, e mostra che gli artefici
della zecca di Venezia erano in un epoca remota, arrivati a notevole
altezza nel gusto e nella finitezza del disegno. In luogo delle due
figure tozze e stecchite di un'arte imbarbarita, vediamo sul diritto
del nuovo ducato, il Santo protettore vestito di ampio paludamento, il
quale offre il patrio stendardo al doge inginocchiato che riverente lo
prende colla destra. Il principe ha sul capo la berretta ducale di
forma antica con cerchio di gemme e la cuffia o camauro allacciato
sotto il mento. La testa e gli ornamenti sono finamente lavorati, il
manto ornato di pelliccia cade artisticamente sul corpo; solo le gambe
del doge genuflesso hanno una certa piegatura alquanto primitiva, che
mostra l'infanzia dell'arte, ma non è priva di grazia e di ingenuità.

Sul rovescio il Redentore non ha più il seggiolone, sul quale siamo
soliti vederlo seduto in tutte le manifestazioni più importanti
dell'arte e del culto bizantino, ma ritto in piedi, abbandona le forme
abituali per prendere un ampio vestito drappeggiato con buon gusto.
Non ostante queste mutazioni, dal libro che tiene nella mano sinistra,
dalla destra che benedice, e sopra tutto dal greco nimbo colla croce,
si riconosce, che l'artista ebbe per modello non solo il rovescio del
_grosso_, ma anche la tradizione dell'arte religiosa bizantina e le
successive modificazioni ad essa recate dai primi albori del
rinascimento italiano. La figura del Redentore è chiusa in un aureola
elittica, o per dir meglio composta di due archi di cerchio che si
uniscono a sesto acuto. È questa una concezione poetica ed allegorica
prediletta del medio evo, che si vede nelle antichissime tavole di
soggetto mistico e religioso ed anche in alcuni mosaici che esistevano
nella facciata della chiesa di San Marco, fedelmente riprodotti dal
pennello di Gentile Bellino. Se fossero conservati i disegni di tutti
quelli che nell'interno della basilica furono sostituiti da lavori più
recenti, si avrebbe forse una serie completa, da cui studiare la
graduale trasformazione del pensiero religioso ed artistico. Essa
rappresenta una parte e precisamente un fuso delle sfere celesti, che
sul rovescio del ducato è cosparso di stelle per far comprendere
meglio l'idea dove manca il colore. Questa bella moneta ha molta
rotondità e rilievo ed è superiore a tutte quelle coniate nella stessa
epoca, perfezione che durò pochi anni, essendosi più tardi trascurato
assai il lavoro d'intaglio per la fretta causata dall'abbondantissima
fabbricazione.

Firenze che prima istituì la moneta d'oro, la fece di un peso che
corrispondeva all'ottava parte di un'oncia e di un valore esatto e
perfetto, vale a dire una lira fiorentina di 20 soldi; Venezia che
volle approfittare della diffusione e della celebrità acquistata dal
forino, dovette conservarne il peso e la bontà, decretando che da ogni
marca si tagliassero 67 monete, ognuna delle quali risultava del peso
di grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi. Il ducato all'epoca della
sua creazione (1284) fu valutato 18 _grossi_, con una proporzione fra
l'oro e l'argento di 1 a 10 e sei decimi; più tardi l'argento diminuì
di prezzo grado a grado, e nei primi lustri del secolo XIV, il ducato
fu portato a 24 _grossi_ ed il rapporto fra i due metalli come 1 a 14
circa.

Nel 2 giugno 1285, il Maggior Consiglio (5) ordinava che il ducato
d'oro fosse valutato 40 soldi _ad grossos_. Per comprendere questo
decreto e per avere un'idea del prezzo del _Ducato_, che ha tanta
importanza nella storia del valore, conviene addentrarsi un poco nel
sistema monetario veneziano e studiare le differenti maniere colle
quali si conteggiava nel secolo XIII. Due lire erano usate in quel
tempo a Venezia, entrambe divise in 20 soldi, ed ogni soldo in 12
denari; la sola differenza era il valore del denaro, che nell'una era
il _piccolo_ e nell'altra il _grosso_, per cui si chiamavano: la prima
_lira di denari piccoli_, la seconda _lira di denari grossi_.

La moneta di conto principale e più diffusa fu sempre la lira di
_piccoli_ e durò quanto la Repubblica, dalla fine del X° secolo, in
cui si trovano i più antichi conteggi espressi in denari veneziani
fino alla caduta del governo col quale si era, per così dire
immedesimata. Nel 1806 fu introdotto nel regno d'Italia il sistema
decimale, poi la moneta Austriaca, e finalmente ritornò la italiana,
ma la lira di _piccoli_, ovvero lira _veneta_ non è ancora
completamente scomparsa nel territorio veneto, quale lira di conto. Ho
già parlato di questa lira, della sua origine, del suo valore
intrinseco e della diminuzione subìta dall'epoca di Carlo Magno in cui
fu istituita, fino a quella di Enrico Dandolo. Da questo tempo in poi
una nuova falcidia era avvenuta nella quantità d'argento contenuta in
una lira. Infatti quando fu creato il _grosso_, esso equivaleva a 26
_piccoli_ e per formare una lira di piccoli erano necessari grossi 9 e
sei ventiseiesimi, corrispondenti a grani veneti 388 e 61 centesimi di
argento buonissimo a peggio 40 sistema veneto, che equivale a grammi
20,110 a titolo 965 millesimi, e cioè a circa italiane lire 4,31 della
nostra moneta. Quando si ricominciò a coniare il _piccolo_, ducando
Lorenzo Tiepolo il valore del grosso fu portato a 28 _piccoli_ e nel
1282 a 32 _piccoli_. Nel primo caso occorrevano 8 _grossi_ e 16
ventottesimi a formare una lira, nel secondo bastavano _grossi_ 7 e
mezzo, e siccome il _grosso_ aveva sempre lo stesso titolo e lo stesso
peso, ne viene naturalmente che nella prima epoca, la lira conteneva
grammi 18,024 d'argento puro, quanti circa si trovano in 4 lire
italiane; nella seconda invece 15,771, quanti si trovano in lire 3,50
circa della nostra moneta.

Verso la metà del secolo XIV il _grosso_ fu valutato 4 soldi ossia 48
_piccoli_, più tardi lo stesso _grosso_ peggiorò di peso e di fino,
ciò che equivaleva ad una continua diminuzione di pregio della lira.
Per maggiore chiarezza darò in fine alcune tabelle ove saranno riuniti
i dati di peso e di fino di ogni singola moneta, e così pure il valore
del ducato e le conseguenti variazioni sul metallo contenuto in una
lira nelle differenti epoche; così si avrà sott'occhio lo svolgersi di
questo interessante fenomeno che fu detto volgarmente accrescimento
del forino o ducato, ma, come il Carli (6) giustamente osserva, fu
accrescimento numerario e non reale, perché di quanto crescevano in
numero le lire contenute nel ducato, di tanto diminuivano nel peso, e
peggioravano nell'intrinseco.

L'altra lira di conto adoperata dai veneziani nelle maggiori
valutazioni era la _lira di grossi_ o, per dire più esattamente, la
_lira di danari grossi_. Questa moneta ideale si divideva essa pure in
20 soldi composti di 12 denari, ma ognuno di questi denari era un
_grosso_, per modo che questa lira conteneva 240 _grossi_ invece di
240 _piccoli_. Il rapporto fra la lira di _grossi_ e quella di
_piccoli_, corrispondeva naturalmente alla proporzione fra il _grosso_
ed il _piccolo_: originariamente essa valeva 26 lire di _piccoli_, ma
quando aumentarono i _piccoli_ contenuti in un _grosso_, aumentarono
pure le lire di _piccoli_ che corrispondevano ad una lira di _grossi_.

La _lira di piccoli_ e la _lira di grossi_ erano pure usate a Padova,
Verona, Treviso e nei loro territori, dove le monete veneziane avevano
corso ed erano pregiate al pari di quelle locali, come insegnano il
Brunacci (7) il Dionisi (8) e l'Azzoni Avogadro, (9), e come mostrano
i documenti dell'epoca anteriore alla dominazione veneziana, che si
conservano in quei paesi.

In tutti i documenti riguardanti Venezia e le città del Veneto la lira
di piccoli viene indicata coi nomi di _libra parvorum_, _libra_
_denariorum_, _libra venetorum parvorum_, _libra denariorum venetorum_
(10) e quella di _grossi_, coi nomi di _libra grossorum_, _libra_
_denariorum grossorum_ e _libra denariorum venetorum grossorum_; quando
poi si trova scritto: _lira_, _soldo_ e _denaro_ senza altra
indicazione, si intende la lira di piccoli.

Come fu già detto la lira di grossi ebbe dapprima il valore di 26 lire
di piccoli, ma aumentò mano mano che crescevano i piccoli contenuti
nel grosso, così che la lira di grossi fu portata a 28 lire di
piccoli, quando il grosso ebbe il valore di 28 piccoli. Nel 1282
quando il grosso fu portato a 32 piccoli, la lira di grossi arrivò al
valore di 32 lire di piccoli, che le viene attribuito anche nel
principio del secolo XIV da Marino Sanuto detto Torsello nel _Liber
Secretorum fidelium crucis_, Liber II, Pars IV, Capitolo X, pagina 64,
ove dice:

  "Valet enim grossus venetus de argento parvos denarios venetos
  XXXII. Ita quod septem grossi cum dimidio XX soldorum parvorum
  summam perficiunt et XX soldi grossorum venetorum ad summam XXXII
  librarum parvorum ascendunt".

Allorché fu istituito il primo _ducato_ d'oro, col decreto 31 ottobre
1284, esso fu ragguagliato a 18 grossi, ma più tardi crebbe
notevolmente di pregio in confronto dell'argento, sinché un decreto
della Quarantìa del 12 settembre 1328, che si conserva nel Capitolare
dei Signori di notte, confermò tale aumento (11) ordinando che i
ducati dovessero spendersi ed essere ricevuti per 24 grossi. Da questo
ragguaglio ne venne un modo di conteggiare la lira di grossi assai
facile e semplice, che incontrò così grande favore nel pubblico da
resistere a tutte le mutazioni posteriori, di guisa che la lira di
grossi divenne sinonimo di 10 ducati. Difatti, essendo il ducato 24
grossi, corrispondeva a due soldi di grossi e così ogni soldo di
grosso era mezzo ducato e dieci ducati formavano 240 grossi effettivi,
uguali alla lira di grossi, allora quasi universalmente adottata a
Venezia.

Verso la metà del secolo XIV, durante il principato di Andrea Dandolo,
il peso del soldo fu nuovamente diminuito ed il valore del grosso,
elevato a 48 piccoli, ossia 4 soldi. Da ciò due differenti lire di
grossi; una di queste conservava il valore di 32 lire di piccoli, e in
essa il grosso, unità, era diventato convenzionale e di minor peso
dell'effettivo, come in proporzione era diminuito anche il valore
della lira di grossi, perché quelle 32 lire contenevano tanto minor
quantità di metallo, quanto era cresciuto il valore nominale del
grosso.

L'altra lira di grossi si basava sopra l'unità del grosso effettivo e
sopra il valore di dieci ducati per lira, e cioè rimaneva uguale
all'antica lira di grossi nel peso del metallo, tanto in argento,
quanto in oro: ma aveva acquistato il ragguaglio convenzionale di 48
lire di piccoli. In questo secondo modo di conteggio si mantenne la
divisione del grosso in 32 piccoli che naturalmente non si trovavano
in ispecie, ma divennero ideali e di un valore maggiore di quello dei
veri piccoli. Questo modo di conteggiare, che aveva la sua base nel
valore del ducato d'oro, diede origine alla _lira di grossi a oro_, al
_grosso a oro_ ed al _piccolo a oro_, così chiamati per distinguerli
dalle monete dello stesso nome che si usavano nella lira di piccoli e
che erano materialmente in circolazione.

Nei documenti contemporanei abbiamo esempi numerosi dell'una e
dell'altra lira, e le _Memorie di zecca_ ricordano che nell'anno 1408
le _lire di grossi_ valevano _L. 32 et a oro L. 48_.

Ecco adunque una complicazione singolare, due lire di comune origine e
di uguale suddivisione, ma di differente valore, delle quali una ha il
grosso ideale, l'altra ha ideale il piccolo. La minore però ebbe poca
durata, perché le contrattazioni popolari si facevano in valuta di
piccoli e nelle maggiori si preferiva la lira di grossi a oro.

Questa maniera di calcolare la lira di grossi a oro che prese piede
nella seconda metà del secolo XIV, dava un ottimo assetto alla
monetazione veneziana, lasciando uno speciale campo di azione a
ciascuno dei due metalli. La moneta di piccoli aveva la sua base nel
grosso, e più tardi nella lira d'argento, ed era destinata al piccolo
commercio ed alle transazioni giornaliere e di poca importanza, ove
gli inconvenienti della instabilità e del lento ma progressivo
deprezzamento presentavano minori pericoli per la poca entità del
valore, per la grande suddivisione e breve durata delle transazioni.
Invece la lira di grossi, quando abbandonò l'antica base d'argento per
prendere un valore fisso ed immutabile di 10 ducati d'oro, ebbe il
grande pregio di rendere più sicure le operazioni commerciali di
maggiore importanza o di lunga scadenza, i prestiti e le operazioni
finanziarie dello stato, nello stesso tempo che rendeva più facili e
semplici le scritturazioni in quei conti nei quali alla cifra romana
non erasi ancora sostituita l'arabica.

Questo risultato tanto soddisfacente non si ottenne in breve né senza
tentativi che non raggiunsero completamente l'intento. Sino dai primi
tempi si sentì il bisogno di sottrarre le principali contrattazioni
agli inconvenienti, gravissimi nel medio evo, dell'aggio e delle
oscillazioni di valore. A tale scopo furono introdotti due modi di
conteggiare che entrambi avevano per punto di partenza il grosso
effettivo, sola base di valore costante prima del ducato e cioè la
lira di grossi e la lira _ad grossos_, le quali sparirono quando
divenne generale l'uso di valersi della lira di grossi a oro e fu
necessario abolire il grosso diminuito e deprezzato.

Avendo già parlato della lira di grossi è duopo occuparsi della _lira_
_ad grossos_ o per meglio dire di due modi di conteggiare la lira di
piccoli che cominciarono ad usarsi nella seconda metà del secolo XIII.
Il primo e più antico è quello _ad parvos_ sul quale poco resta da
dire, perché è quello che ha per base la moneta effettiva del piccolo
o denaro, e corrisponde al valore effettivo di 240 piccoli come
uscivano dalla zecca. Così il decreto 28 maggio 1282 già citato
stabilisce

  "quod denarios grossos debeat dari a modo ad parvos pro denariis
  XXXII".

Naturalmente in questo modo la lira diminuiva di valore ogni volta che
i piccoli diminuivano di pregio, così che la lira di piccoli, la quale
al tempo di Enrico Dandolo superava 19 grammi d'argento puro, al tempo
in cui furono soppressi i grossi e coniata la lira Tron, non ne aveva
che 6 e un quarto circa e nel 1797 soltanto 2,352.

Quando incominciarono a fiorire in Italia gli studî storici ed
economici, gli illustri scienziati che piantarono le basi della
numismatica medioevale del nostro paese, si avvidero che a Venezia,
nel secolo XIII esistevano una lira ed un soldo _ad grossos_, che non
potevano confondersi colle lire e coi soldi già conosciuti. Fu
precisamente nel cercare di chiarire il decreto 2 giugno 1282, che
attribuiva al ducato il valore di 40 soldi _ad grossos_, che si
constatò questo fatto. Ma non seppero darne soddisfacente spiegazione,
né quel profondo storico del valore che fu il Conte Carli (12) né
l'Azzoni Avogadro (13) che studiò con amore tale argomento, portando
lumi e documenti nuovi, e nemmeno Guidantonio Zanetti (14) nelle note
sapienti ch'egli soleva aggiungere ai lavori della sua raccolta.

Il Gallicciolli (15) ed altri scrittori, appoggiandosi ad una nota
esistente nelle carte del Savio Cassier e tratta nel 22 marzo 1703 da
Domenico Brusasette da una simile esistente nel Capitolar del
Magistrato Eccellentissimo de' signori _Provveditori sopra ori e
monete in Cecca_, asseriscono che il ducato alla sua origine fu
apprezzato 60 soldi dei piccoli, e quindi che tale somma è pari a 40
soldi _ad grossos_. L'illazione è naturale perché due cose eguali ad
una terza sono eguali fra di loro; ma allora dovrebbero allo stesso
valore corrispondere i 18 grossi fissati nel decreto che ordina la
coniazione del ducato nel 1284. Ora qui incominciano gli imbarazzi,
perché noi sappiamo che il grosso era valutato 32 piccoli e che questo
ragguaglio si conservò per tutto il secolo XIII e fino alla metà del
XIV: moltiplicando 18 per 32 abbiamo 576 e cioè 48 soldi invece di 60
indicati nella nota citata dal Gallicciolli, la quale sebbene
documento autorevole, non può meritare intera fede quando si trova in
contraddizione coi documenti autentici contemporanei e per ciò ritengo
la stessa cosa i 40 soldi _ad grossos_ ed i 18 grossi (ossia 48 soldi
di piccoli) scritti nei decreti che si trovano nel registro originale
del Maggior Consiglio che porta il nome _Luna_.

Eliminato questo errore di fatto, osservo che il decreto 2 giugno 1285
non fa menzione del primitivo valore di 18 grossi, attribuito al
ducato, ma si esprime così:

  "quod ducatus aureus debeat currere in Venetiis et ejus districtus
  pro soldis XL _ad grossos_ et omnis persona tam veneta quam
  forensis debeat ipsum ducatum auri pro suo pagamento accipere pro
  soldis XL _ad grossos_, sub ea pena et banno etc. etc.".

Sembra quindi ch'esso voglia definire un prezzo ed un ragguaglio, sul
quale tutti non eran d'accordo, ma che si riferiva ad un conteggio
speciale, quale era la lira _ad grossos_. Troviamo infatti un'altro
decreto del Maggior Consiglio del 16 luglio 1296 (16), nel quale si
ordina ai massari della moneta di dare il ducato non a 39 e mezzo ma a
40 soldi _ad grossos_ e nel 9 marzo 1338 (17) una deliberazione della
Quarantìa, dalla quale risulta che la zecca faceva pagamento dell'oro,
che veniva condotto _dai siti entro_ il golfo, in ragione di 39 e
mezzo soldi per ducato e di quello che veniva _da fuori_ del golfo in
ragione di 39 soldi a grossi. Finalmente nel 24 marzo 1352 (18) si
ordina ai massari di rendere i conti al Comune a 39 soldi per ducato
come si fanno i pagamenti. Anche il Pegolotti (19) afferma che l'oro
messo alla zecca di Venezia era pagato a 39 soldi per ducato, e
Giovanni da Uzzano (20) fa testimonianza che, anche molti anni dopo,
la _Zecca di Vinegia_ rendeva per una marca d'oro ducati 66: 18 di
soldi 39 il ducato. Ciò mostra che il prezzo di 40 soldi a grossi era
un valore di aggio, ossia quello attribuito alla nuova moneta dalla
preferenza commerciale, ma che il valore originario, quello
considerato in zecca come ufficiale era di soli 39 soldi. Infatti 39
soldi sono il valore esatto di 18 grossi al primo originario
ragguaglio di 26 piccoli per grosso, e la lira a grossi altro non è
che la solita lira di piccoli, valutata secondo l'antico peso
d'argento, quando il grosso si divideva in 26 denari, e per poterlo
calcolare dello stesso intrinseco valore, invece di numerare i piccoli
decaduti, si numeravano i grossi rimasti sempre dello stesso peso, e
cioè grossi 9 e sei ventiseiesimi per lira. Da questo fatto di contare
i grossi che componevano la lira, venne il nome di _lira ad grossos_,
come il metodo più volgare di contare i piccoli fu detto _ad parvos_.

La _lira a grossi_ continuò ad essere adoperata dal governo nella sua
contabilità, ed anzi ho dovuto persuadermi che di essa, assieme alla
lira di grossi, si servissero lo stato ed il grande commercio,
lasciando la lira dei piccoli soltanto alle contrattazioni popolari,
per cui quando il valore del ducato raggiunse i 24 grossi, esso
divenne _a grossi 52 soldi_, valutazione che ci viene confermata dal
Pegolotti in diversi capitoli della sua Pratica della Mercatura. Ogni
volta ch'egli parla di moneta veneziana per ragguagliarla alla moneta
degli altri paesi, adopera sempre la lira dei grossi, ovvero quella a
_grossi_ e mai la lira dei piccoli; p. e. si esprime chiarissimamente
sul valore della lira a grossi, quando parla del cambio del _perpero_
in moneta veneziana (21) colle parole:

  "e vagliendo in Gostantinopoli il forino, ovvero ducato d'oro
  _soldi 2 di grossi_, come si mette a pagamento di mercatanzia di
  cambi, e vogliendo cambiare di Gostantinopoli a Vinegia, sì
  varrebbe il perpero a denari per denari tanti _soldi a grossi di_
  _Vinegia_, _di soldi 52 a grossi di Vinegia_ uno forino d'oro
  ovvero ducato, di denari 26 a grossi, il grosso di Vinegia, quanto
  etc. etc.".

Una delle stranezze di questa lira _ad grossos_, ch'è pur uno degli
ostacoli a ritrovarne il valore, è il suo ragguaglio colla lira di
grossi. In questo trasporto la lira dei grossi perde un grosso per
lira, e non si può dubitarne, perché lo dice chiaramente un documento
da me trovato nel _Libro d'oro_ (22). In esso si stabilisce che lo
stipendio del Conte di Zara e dei suoi consiglieri debba essere pagato
nella stessa forma, nello stesso modo che si usa nei pagamenti a
Venezia, e cioè 20 soldi di grossi _meno un grosso_ per ogni 26 lire.
Tale differenza è confermata da una ducale (23) del 13 febbraio 1315
(more veneto), la quale stabilisce:

  "che lire _CC_ denariorum venec. ad grossos, que valunt ad
  denarios_ parvos libras CCXLV soldos duos, denarios octo, secundo_
  _morem nostræ patriæ_",

e così pure dagli antichi registri della Procuratia di San Marco (24)
ove la provvisione annua dei Procuratori nel secolo XIII è valutata
200 lire a grossi, che importano ducati 76, grossi 14 e mezzo, che
fanno egualmente a piccoli Lire 245:2:8 (calcolando il ducato a 24
grossi, ed il grosso a 32 piccoli) e più precisamente da un decreto
del Maggior Consiglio del 10 giugno 1254, riportato negli statuti,
dove è scritto che _omnis libra ad grossos valet grossos 9 par. 5_
(25). Io non poteva persuadermi che esistessero lire di 239 e non 240
denari, perché moltiplicando i 9 grossi per 26 si ha 234, che uniti ai
5 fanno 239 piccoli per ogni lira; e rispettivamente 20 soldi meno un
grosso, fanno pure 239 grossi per ogni lira di grossi, ma dovetti
convincermi che si trattava di una moneta ideale, la quale aveva avuto
vita da prima, e che nel ragguaglio erasi formata una consuetudine,
che non corrispondeva all'esatto valore primitivo, ma ad un prezzo
approssimativo e convenzionale accettato da tutti.

Prima di abbandonare il doge Giovanni Dandolo, è necessario ricordare
alcune leggi relative all'ordinamento della Zecca che furono votate
dal Maggior Consiglio durante il suo principato. La prima è del 27
settembre 1283 (26), nella quale si ordina ai massari di fabbricare e
coniare la moneta grossa e la piccola, secondo gli ordini del doge,
assistito dal suo consiglio. Questo decreto è in armonia cogli
articoli 14 e 78 del vecchio Capitolare dei massari alla moneta e
colle consuetudini, giacché in questo primo periodo della zecca
veneta, il Maggior Consiglio si occupava della parte più importante
legislativa, fissando il valore, il peso delle monete, mentre il doge
e la signoria avevano l'ingerenza diretta e l'amministrazione che
esercitavano col mezzo dei massari, cui spettava la sorveglianza e
l'esecuzione degli ordini ricevuti. Un'altra parte è del 14 dicembre
1288 (27), colla quale il supremo consiglio delega i suoi poteri sulla
zecca e sulla moneta al doge, ai consiglieri e al consiglio dei 40,
ordinando che le deliberazioni prese da questo consesso, avessero la
stessa autorità che quelle emesse dal Maggior Consiglio.

I massari della moneta erano in origine tre, ma quando fu istituito il
ducato, se ne aggiunsero due nuovi all'oro, come racconta una
cronachetta di Donato Contarini citata dal Sanuto dove è scritto:

  "Nel dicto tempo (1285) fo facto i primi Ofiziali a far far ducati
  Ser Zuane Bondimier e Ser Matio de Rainaldo e per èl so bon operar
  fo confermado quelo nel 1286".

La nomina di tali magistrati era certamente di spettanza del Maggior
Consiglio, ma un decreto del 21 agosto 1287 (28), stabilisce che la
elezione dei massari all'oro ed alla moneta (29) e degli stimatori
dell'oro, possa esser fatta dal doge unitamente ai consiglieri ed alla
Quarantìa. Più tardi, e precisamente nel 1354, una deliberazione
riportata nel loro Capitolare (30) determina che i massari all'oro
debbano essere nominati ad una mano dal doge, consiglieri e capi, e a
due mani dal Maggior Consiglio.

[Nuova pagina]

MONETE DI GIOVANNI DANDOLO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. A sinistra San Marco cinto la testa di aureola, vestito di
ampio paludamento e col vangelo nella mano sinistra, si volge a
destra porgendo al doge genuflesso un'orifiamma su cui è la croce.
Il doge con ricco manto, ornato di pelliccia, il capo coperto dal
berretto ducale, stringe l'asta con ambe le mani. Dietro il doge
"punto I O punto D A N D V, L SEGNO", lungo l'asta in caratteri
collocati verticalmente "D V X", dietro il Santo in lettere
sottoposte l'una all'altra  "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Gesù Cristo in piedi di fronte, con nimbo crociato di
forma greca, ravvolto in lunga vesta, tiene colla sinistra il
vangelo e colla destra benedice. Il Redentore è collocato in
un'aureola elittica, cosparsa di stelle, quattro a sinistra,
cinque a destra, in giro "punto S I T punto T punto X P E punto D
A, T SEGNO, punto QUAM punto T V spazio R E G I S punto I S T E
punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola VIII, numero 2.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto I O punto D
A N D V, L SEGNO, punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola VIII, numero 3.

Segni, o punti del massari della moneta.

Segno 1. Campo 1: un punto.

Segno 2. Campo 5: un punto.

Segno 3. Campo 1: un punto; campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 1: un anello; campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 2: un anello.

Segno 6. Campo 3: un anello.

Segno 7. Campo 1: un anello; campo 2: un anello.

Segno 8. Campo 1: un anello sopra due anelli.

Segno 9. Campo 2: un anello sopra due anelli.

Segno 10. Campo 3: un anello sopra due anelli.

Segno 11. Campo 4: un anello sopra due anelli.

Segno 12. Campo 1: un anello sopra due anelli; campo 2: un anello
sopra due anelli.

Segno 13. Campo 2: un anello sopra due anelli; campo 4: un anello
sopra due anelli.

Segno 14. Campo 3: un anello sopra due anelli; campo 4: un anello
sopra due anelli.

Segno 15. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 16. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due
segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 17. Campo 2: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 3: due
segni a forma di gamma maiuscola.

Segno 18. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due
segni a forma di gamma maiuscola; campo 3: due segni a forma di
gamma maiuscola.

Segno 19. Campo 1: due segni a forma di gamma maiuscola; campo 2: due
segni a forma di gamma maiuscola; campo 4: un anello sopra due
anelli.

Piccolo, o danaro. Mistura, titolo 0,196 e 0,198. Peso, grani veneti 5
e 87 centesimi, e 5 e 66 centesimi (grammi 0,303 e 0,292):
scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto I O punto D A punto D V
X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 4.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani
veneti 6 e mezzo (grammi 0,336): scodellato.

4. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto I O punto D
A N D V, L SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata, punto
M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola VIII, numero 5.

Doppio Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 29
(grammi 1,500).

5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto I O punto D A N D V, L SEGNO, spazio D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto".

Regio Museo Britannico (31).

Tavola VIII, numero 6.

Raccolta Papadopoli.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 21 (grammi
1,086).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto I O punto D A N D V L punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 7.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI GIOVANNI DANDOLO.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 649-651,
652, numero VII; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola XXXVII,
numero VII.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
409-411, tavola VI, numero VIII.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 100 e 107, numero VI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 e
31, tavola numero VI.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
169-170, numeri XXVI, XXVII e XXVIII.

(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 91.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1120, numero 3916.

MANIN L. -- _Esame ragionato etc_. Opera citata, pagina 274, numero 7
della tavola (32).

GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 8.

MAZZUCHELLI L. -- _Il monetario del commercio_, Milano, 1846.

ZON A. -- Opera citata, pagina 23-26 e 33, Tavola I, numero 10.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 91 (132) (133) (134)
(135) (136) (137) (138) e tavola.

ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo II, pagine 320-321.

KUNZ C. -- _Primo catalogo degli oggetti di Numismatica etc_., Venezia,
1855, pagina 7.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagine 3 e 4.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLVIII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLVIII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagine 13 e 14.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 227-231, 249, Volume V, pagine 195-198.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 14-16. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagine 96, 97, -- terza edizione, 1881, pagine 12,
13.

AMBROSOLI S. -- _Numismatica_. -- _Manuali Hoepli_, Milano, 1891, pagina
124.

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NOTE A "GIOVANNI DANDOLO".

(1) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_. Deliberazioni,
Registro Comune I, carte 55.

(2) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, tenuto dall'Avogaria
del Comun, Registro Cerberus, carte 106 tergo.

(3) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Luna, carte
48 tergo.

(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800, Classe VII, ital.,
carte 138.

(5) Documento VII.

(6) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, Volume I,
pagina VII e 417.

(7) Brunacci. _De re nummaria patavinorum_. Opera citata, pagina 5-7 e
59-60.

(8) Dionisi Gianjacopo. _Della Zecca di Verona e delle sue antiche_
_monete_, in Zanetti G. A., Tomo IV, pagina 342, 370-371, 376-377.

(9) Azzoni Avogadro R. Opera citata, in Zanetti G. A., Tomo IV, pagina
109-120.

(10) Nei secoli XI e XII si scrisse _libra denariorum veneticorum_.

(11) L'aumento deve essere stato anteriore a quell'epoca, perché
Marino Sanuto, il vecchio, il quale presentò il libro sopracitato
al Pontefice nel 1321, afferma che il forino (eguale al ducato)
valeva 24 grossi.

(12) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I,
pagina 142.

(13) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 145, 152-154.

(14) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 152, nota 94.

(15) Gallicciolli. Opera citata, volume I, pagina 371 e seguenti.

(16) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Deliberazioni,
_Pilosus_, carte 61 tergo.

(17) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro. Capitolo
XXXVIII, carte 13 tergo.

(18) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro. Capitolo
LIIII, carte 20.

(19) Pegolotti. Opera citata, pagina 136.

(20) G. Da Uzzano. _La pratica della mercatura_. Lisbona e Lucca,
1776, pagina 142.

(21) Pegolotti. Opera citata, pagina 34.

(22) Documento VIII.

(23) Zanetti G. A. Opera citata, Volume IV, pagina 145 e 165.

(24) Zanetti G. A. Opera citata, Volume IV, pagina 153.

(25) _Novissimum statutorum ac Venetorum Legum_. Venetiis, typ.
Pinelliana, 1729, in quarto, carte 221.

(26) Documento IX.

(27) Documento X.

(28) Documento XI.

(29) I Massari alla moneta, furono col tempo chiamati Massari
all'argento.

(30) Capitolare dei Massari all'oro, Capitolo 66, carte 20 tergo.
Questo paragrafo è riprodotto nel Capitolare dei Massari
all'argento a pagina 11.

(31) I due esemplari citati, che soli conosco, sono entrambi assai
guasti e deficienti di peso.

(32) Il _quartarolo_ di cui si parla in quest'opera, non è esattamente
riprodotto nella tavola; il disegno fu tratto probabilmente
dall'esemplare poco conservato del _quartarolo_ di Enrico
Dandolo, che si conserva nel Gabinetto numismatico di Sua Maestà
in Torino, proveniente dal Museo Gradenigo.

[Nuova pagina]

PIETRO GRADENIGO.

DOGE DI VENEZIA.

1289-1311

Appena rimasto vacante il ducato, Jacopo Tiepolo, conosciuto per
imprese militari e per prudenza civile, era designato dal favore
popolare alla suprema dignità, ma gli elettori non vollero cedere a
tale pressione e nominarono invece Pietro Gradenigo, uomo ancora
giovane, di non comune capacità ed esperienza, ma di animo risoluto e
valido sostenitore del partito che tendeva a restringere il potere
nelle mani degli ottimati.

In Oriente le cose volgevano alla peggio per le vittorie del Sultano
di Egitto, le quali facevano scomparire gli ultimi avanzi dei
principati latini, istituiti dai crociati. Per gelosie di dominio e di
commercio, rinacquero i dissapori fra Genova e Venezia, e, dopo lunga
guerra e varia fortuna, i Veneziani furono sconfitti nelle acque di
Curzola da Lamba Doria. Si intromise allora Marco Visconti e riuscì a
stipulare una pace onorevole e vantaggiosa per entrambi i contendenti.

Anche nella penisola Venezia ebbe a lottare per le saline ed i forti
eretti dai Padovani sul margine della laguna, e per sostenere il
marchese d'Este contro i Bolognesi, Veronesi e Mantovani, che gli
volevano togliere il possesso di Ferrara. Ma l'atto più importante,
per cui si rese celebre il principato di Pietro Gradenigo, fu quello
conosciuto sotto il nome di _Serrata del Maggior Consiglio_ (1297).
Forse questa legge fu creata allo scopo di escludere dal potere quelli
che non appartenevano al partito dominante, forse coloro che la
decretarono non ne compresero tutta la portata: certo è però che fu
lungamente studiata e discussa, fu presentata più volte e fu voluta da
quella parte che desiderava conservato il potere nelle mani dei severi
e fermi aristocratici, ed ebbe per risultato la oligarchia che resse i
destini di Venezia per ben cinque secoli senza interruzione.

Questa legge fu causa di discordie e di gravi torbidi nello stato; la
congiura di Marin Bocconio (1300), quella di Bajamonte Tiepolo e Marco
Querini (1310) dovettero essere vinte colle armi e colla severità; per
cui il ducato di Pietro Gradenigo finì assai tristemente, sia per
lotte intestine, sia per la guerra sfortunata di Ferrara e per la
conseguente scomunica inflitta dal Pontefice, che recò non pochi danni
a Venezia.

Nei registri del Maggior Consiglio e nei Capitolari dei massari si
trovano non poche leggi e decreti relativi alla zecca, tutti però di
indole amministrativa e di lieve importanza, non essendosi fatta
alcuna novità nelle monete e nei valori. Nel suo importante lavoro
sulle monete dei possedimenti veneziani Vincenzo Lazari (1) riporta
una legge in data 7 marzo 1305 del Maggior Consiglio (2) che prescrive
si debbano battere a Corone e Modone quelle specie di monete, che al
doge e alla Signoria, unitamente ai provveditori, sembrassero più
convenienti, essendo diminuiti i proventi di quei forti castelli, in
causa delle monete fabbricate dai principi di Acaja e da altri di
Romania, e danneggiati pure i commercianti. Non abbiamo alcun dato per
sapere se quest'ordine abbia avuto esecuzione, e quali monete sieno
uscite da tali officine. Non è però da ammettersi la supposizione
espressa in forma assai riservata dal dottor Cumano (3), che ivi siano
stati fabbricati quei nummi scodellati, che si rinvengono facilmente
in Grecia e particolarmente in Morea, foggiati a modo di grossi e coi
nomi dei dogi, anche antecedenti alla data di questo decreto. A me
sembra che questi grossi, tanto doppi che semplici, nonché quelli
piani, tutti di un titolo inferiore e talvolta anche di un peso minore
dei veneziani, sieno prodotti di una malsana fabbricazione ad opera
dei piccoli principi franchi poco scrupolosi, che si erano piantati
sulle coste e nelle isole del Levante, i quali non possedevano un
territorio abbastanza esteso per avere una circolazione propria ed
imitavano con profitto la moneta veneziana, stimata e conosciuta da
tutti.

L'infaticabile e fortunato signor Paolo Lambros è riuscito ad
interpretare in modo soddisfacente alcune lettere, poste talora in
modo aperto e chiaro, e tal'altra abilmente dissimulate in mezzo delle
iscrizioni; le quali dànno la chiave della provenienza di alcuni
ducati, grossi e soldini battuti in Oriente ad imitazione dei
veneziani. Carlo Kunz ha richiamato l'attenzione dei numismatici su
dei punti, che interrompono le iscrizioni di alcuni grossi e mezzi
grossi di provenienza orientale, ma che a prima giunta erano stati
creduti di fabbricazione veneziana, e probabilmente si riuscirà a
scoprire il segreto di altri consimili enigmi, ma certo non si troverà
la chiave per ispiegarli tutti, perché quei segni di riconoscimento
sono fatti per celare la provenienza di tale fraudolenta operazione,
non già per farne conoscere l'origine.

Più attendibile mi è parsa invece l'opinione del Lazari, che il
decreto 7 marzo 1305 avesse di mira, più che altro, la fabbricazione
dei torneselli abbondantissimi in quei tempi a Chiarenza nelle altre
piccole zecche del Levante, progetto che non fu attuato, se non ai
tempi di Andrea Dandolo, trattando dei quali avrò occasione di
parlarne più diffusamente.

Allo scopo di completare le notizie intorno ai grossi, imitati nel
Regno di Rascia, e di dimostrare quali erano le cure assidue del
governo veneto per distruggere e togliere dalla circolazione le
falsificazioni orientali ed italiane, ricorderò due decreti, che ci
vengono tramandati dal Capitolare dei massari della moneta. Col primo,
che porta la data del 24 giugno 1291 (4), il doge e la Signoria
ordinano di tagliare per mezzo (per traversum) i denari grossi di
Brescia e di Rascia, e tutte le altre monete fatte ad imitazione delle
veneziane. Col secondo, del 24 giugno 1294 (5), si prescrive ai
cittadini di portare alla zecca i grossi summentovati, i quali
potranno, durante 15 giorni dalla pubblicazione dell'ordine, essere
spesi per 28 piccoli nel distretto di Venezia, da Grado a Cavarzere.
Passato questo termine, ognuno debba portarli alla zecca, che li
pagherà 11 lire e 5 soldi per marca, con obbligo ai massari di fare
gli assaggi e di rendere conto al doge ed alla Signoria dell'utile e
del danno risultante da siffatta operazione.

[Nuova pagina]

MONETE DI PIETRO GRADENIGO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, come nel ducato di G.
Dandolo "punto P E punto G R A D O N I C O punto", lungo l'asta "D
V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa
di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto QUAM punto T V spazio R E G
I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola VIII, numero 8.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge "punto P E punto G
R A D O N I C O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola VIII, numero 9.

Segni, o punti dei massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 1: un anello.

Segno 6. Campo 2: un anello.

Segno 7. Campo 2: un punto; campo 3: un anello.

Segno 8. Campo 5: un anello.

Segno 9. Campo 1: un anello; campo 2: un anello.

Segno 10. Campo 2: un punto sopra due punti.

Segno 11. Campo 2: tre segni a formare una Y.

Segno 12. Campo 2: un grosso segmento.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66
centesimi (grammi 0,292) circa: scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto P E punto G R A punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 10.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani
veneti 7 e mezzo (grammi 0,388): scodellato.

4. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto P E punto
G R A D O N I C punto D V X".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte  "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".

Tavola VIII, numero 11.

5. Varietà Dritto. "croce punto P E punto G R A D E punto D V X".

Rovescio. "croce S spazio M A R C V S punto V punto N".

Museo Bottacin.

Doppio Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 60
(grammi 3,105).

6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto P E punto G R A D O N I, C SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "croce punto, S
ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".

Tavola VIII, numero 12.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 19 (grammi
0,983).

7. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce.
"croce punto P E punto G R A D O N I, C SEGNO, punto D V X".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli. "punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto".

Museo Civico, Trieste.

Tavola IX, numero 1.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI PIETRO GRADENIGO.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 649, 651 e
652, numeri VIII e IX; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola
XXXVII, numeri VIII e IX.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 100, 101 e 108, numeri VII e VIII; ed in ARGELATI, Parte V,
pagina 29 e 31, tavole numeri VII e VIII.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or qui composent une des différentes_
_partie du cabinet de S. M. l'Empereur_, Supplément, Vienne, 1769,
pagina 78.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
170, numeri XXIX, XXX, XXXI, e XXXII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1120-1121, numeri 3917 e
3918.

GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 8.

_Trésor de numismatique etc_. -- Opera citata, pagina 60, numero 4,
Tavola XXX, numero 4.

ZON A. -- Opera citata, pagina 33, tavola I, numero 9.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 93 (139) (140) (141)
(142) (143) (144) (145) (146) e tavola.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 7.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 4.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLIX.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLIX.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 14.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 227-228, 230-231.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 16. -- _Archivio
Veneto_, Tomo III, pagina 97, -- terza edizione, 1881, pagina 18.

LENORMANT F. -- _Monnaies et Medailles_. -- _Bibliothèque de
l'enseignement des beaux artes_. Paris, Quantin, pagina 226.

[Nuova pagina]

NOTE A "PIETRO GRADENIGO".

(1) Lazari V. _Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e_
_terraferma_, Venezia, 1852, pagina 98.

(2) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Magnus
Capricornus, carte 17 tergo.

(3) Cumano dottor C. Opera citata, pagina 29-31.

(4) Capitolare dei massari della moneta; dopo il Capitolo 116, carte
101 tergo.

(5) Capitolare dei massari della moneta; dopo il Capitolo 116, carte
101 tergo.

[Nuova pagina]

MARINO ZORZI.

DOGE DI VENEZIA.

1311-1312.

Il pio doge Marino Zorzi, che successe a Pietro Gradenigo, fece ogni
sforzo per porre rimedio ai mali che affliggevano la patria; si
adoperò perché fosse levata la scomunica; cercò di ridurre
all'obbedienza Zara, ribellata coll'appoggio del re d'Ungheria: ma il
breve regno non gli permise di vedere la riuscita delle sue
aspirazioni; solo ottenne di fare la pace coi Padovani.

Dopo soli dieci mesi di principato, morì nel luglio 1312, ragione per
cui le sue monete sono assai rare e pregiate.

[Nuova pagina]

MONETE DI MARINO ZORZI.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto M A punto G E O
R G I O punto",  lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S
punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola IX, numero 2.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto M A punto G E O
R G I O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola IX, numero 3.

Segno del Massaro della moneta.

Segno 1. Campo 2: tre segni a formare una Y.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 16 (grammi
0,828).

3. Dritto. Nel campo "punto V punto N punto C punto E punto" poste in
croce, "croce punto M A punto G E O puntino puntino puntino
puntino punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto".

Museo civico, Trieste.

Tavola IX, numero 4.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MARINO ZORZI.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., pagina 170.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1121, numero 3919.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 95 (147) (148) e
tavola.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 4.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, doge L.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, doge L.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 14.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 230.

KUNZ CARLO. -- _Le collezioni Cumano_. -- _Archeografo Triestino_,
Volume V, fasc. IV, Volume VI, fasc. I, pagina 5 e 21, numero 1
della tavola.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 16. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 97, -- terza edizione, 1881, pagina 13.

[Nuova pagina]

GIOVANNI SORANZO.

DOGE DI VENEZIA.

1312-1328.

Eletto in tempi assai calamitosi, Giovanni Soranzo, che si era già
distinto nelle magistrature e più ancora nelle armi, ebbe miglior
fortuna del suo predecessore. Sua prima cura fu di condurre a termine
la guerra di Zara, ove concentrò tutte le forze veneziane, riducendo
quella città a capitolare nel settembre 1313. Papa Clemente V,
soddisfatto nella sua domanda di centomila fiorini d'oro, levò la
scomunica ed accolse favorevolmente gli ambasciatori della Repubblica.
Nei sedici anni del regno di Giovanni Soranzo, Venezia vide prosperare
i commerci e le industrie, sorgere nuovi e decorosi edifici,
migliorare le leggi per la sicurezza pubblica, la salute e la morale,
in modo che quando egli venne a morte fu lodato e rimpianto da tutti.

Anche in questo periodo non mancano le leggi ed i provvedimenti
destinati sopratutto ad impedire la diffusione delle monete false e
scadenti, ed a punire coloro che falsificavano e danneggiavano le
specie metalliche. Un decreto del 26 novembre 1321 (1) revoca una
disposizione precedente, che permetteva di dare i grossi a peso, ed
incarica gli ufficiali istituiti _super grossis tonsis_ (grossi
tosati) di sorvegliare i banchi _campsorum_ (dei cambiatori di
monete), affinché non tenessero, spendessero o contrattassero grossi
falsi, stronzati o diminuiti col ferro, coll'acqua od in _altro malo
modo_, incaricandoli di frequenti visite ai banchi, alle case ed ai
navigli dei cambisti, minacciando pene pecuniarie a coloro che
esercitassero tale fraudolento commercio.

Nel 6 maggio 1314 (2) il Maggior Consiglio dichiara che i _Giudici del
proprio_ sono competenti a procedere contro i falsificatori di monete,
ma nell'11 settembre 1320 (3) l'inquisizione ed il giudizio dei
falsari è deferito ai _Signori di notte al Criminal_, magistrato che
aveva già ingerenza nelle trasgressioni denunciate dai massari
dell'oro e dell'argento (4) ed a cui fu concessa la facoltà (5) di
arrestare e di sottoporre alla tortura i prevenuti di fabbricazione di
monete false, conî, stampe ed altri oggetti relativi alle
falsificazioni di qualsiasi genere. Nel capitolare di questo
magistrato, che si conserva nel Museo Correr, sono raccolti molti
decreti del Maggior Consiglio e della Quarantìa, che proibiscono
monete forastiere o scadenti (6), che ordinano di tagliare a mezzo le
monete deteriorate (7) e che incaricano i Signori di notte di
applicare le pene minacciate dalle leggi ai colpevoli di fabbricazione
e danneggiamento di moneta, ovvero di detenzione e spedizione di tali
specie (8). Nello stesso capitolare è vietato a chi è Veneto od
abitante a Venezia (9) di fare o far fare conio, ferro od intaglio, od
altre cose pertinenti alla fabbricazione della moneta, senza il
permesso degli ufficiali di zecca, e nel capitolare dei massari
all'argento si trova un decreto del 1328 (10), che proibisce ai Veneti
od abitanti a Venezia, di tenere od acquistare per sé o per altri in
alcun modo zecca, dogana, muda, dazio, gabella o grazia, che non
appartengano al dominio di Venezia, o di avervi parte.

Altre leggi furono emanate per regolare il commercio dell'oro e
dell'argento (11) per vietare dalla parte di terra l'esportazione dei
grossi appena coniati, mentre dalla parte di mare essa era permessa ai
soli Veneti (12), e per istabilire le competenze dei diversi
magistrati che avevano l'incarico di impedire le frodi (13) in fatto
di moneta o di commercio di metalli, come estimatori dell'oro e
dell'argento, ufficiali sopra i grossi tosi, ufficiali sopra i grossi
di Rascia ed ufficiali del Levante. Le due disposizioni più importanti
sono: una legge del Maggior Consiglio in data 15 novembre 1327 (14)
che incarica la Quarantìa di sopraintendere ad ogni cosa attenente
all'oro ed ai grossi tosi, con autorità uguale a quella del Maggior
Consiglio; ed un decreto della Quarantìa del 12 settembre 1328 (15),
il quale ordina che i ducati debbano correre e valere 24 grossi. Tale
disposizione doveva avere la durata di due anni, ma restò definitiva,
e mentre altri ordini, che avrebbero dovuto avere efficacia perpetua,
durarono assai poco, questo, fissato per due anni, divenne la base
della lira di _grossi_ _a oro_, o lira degli imprestiti, che durò fino
alla caduta della Repubblica.

Nessun cambiamento fu fatto nelle monete, che continuarono ad essere
coniate coi tipi soliti; solo va ricordato un peggioramento nella
incisione del ducato d'oro. Infatti chi esamina attentamente può
rilevare differenze degne di nota nei vari pezzi che portano il nome
del doge Soranzo, alcuni dei quali sono lavorati coll'usata finitezza
e collo stesso rilievo che si osservano in quelli dei dogi precedenti,
mentre altri, sebbene fedelmente imitati nelle linee e nelle figure,
appariscono rozzi, volgari e senza alcun rilievo. È probabile che in
quel tempo sia morto o sia stato sostituito il primo intagliatore
della zecca, che potrebbe essere un certo Giovanni Albico od Albizo il
quale nel 7 maggio 1308 chiedeva ed otteneva dal Maggior Consiglio
(16) una anticipazione del suo salario.

[Nuova pagina]

MONETE DI GIOVANNI SORANZO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto I O punto S V, P
SEGNO, A N T I O punto", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo
"punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S
punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola IX, numero 5.

Alcuni esemplari somigliano, per rilievo e finitezza, ai ducati dei
dogi precedenti, altri invece hanno minor rilievo e disegno più
duro e volgare.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto I O punto S V, P
SEGNO, A N T I O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola IX, numero 6.

3. Varietà nel Dritto. dietro il santo "quattro punti in quadrato S
punto M punto V E N E T I punto".

Segni, o punti dei Massari alla moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: un punto.

Segno 3. Campo 2: un punto.

Segno 4. Campo 3: un punto.

Segno 5. Campo 1: un anello.

Segno 6. Campo 2: un anello.

Segno 7. Campo 5: un punto.

Segno 8. Campo 3: una barretta in diagonale.

Segno 9. Campo 2: tre segni a forma di Y.

Segno 10. Campo 2: una stella a cinque punte.

Segno 11. Campo 2: un punto sopra due punti sopra un punto.

Segno 12. Campo 2: sei segmenti a formare una raggiera.

Segno 13. Campo 3: un anello sopra due anelli.

Segno 14. Campo 1: due barre in verticale; campo 2: un punto.

Segno 15. Campo 1: un punto; campo 2: un punto sopra due punti sopra
un punto.

Segno 16. Campo 2: un anello; campo 3: un punto spostato a sinistra.

Segno 17. Campo 2: cinque segmenti a formare una raggiera; campo 3:
un punto spostato a sinistra.

Segno 18. Campo 2: sei segmenti a formare una raggiera; campo 3: un
punto spostato a sinistra.

Segno 19. Campo 2: cinque segmenti a formare una raggiera; campo 3:
un punto spostato a sinistra; campo 5: un punto spostato a destra.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66
centesimi (grammi 0,292): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce I O spazio, S ruotata, V, P
SEGNO, spazio D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Museo civico, Trieste.

Museo Correr.

Tavola IX, numero 7.

5. Varietà nel Dritto. "croce I O punto S V, P SEGNO, punto D V X
punto".

Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Bottacin.

I. R. Gabinetto numismatico, Vienna.

Tavola IX, numero 8.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani
veneti 8 (grammi 0,414): scodellato.

6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti. "croce punto I O punto
S V, P SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto S spazio M A R C
V, S ruotata, punto".

Museo Bottacin.

Museo Correr.

Regio Museo Britannico.

Tavola IX, numero 9.

Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 16 e mezzo
(grammi 0,854).

7. Dritto. Nel campo "punto V punto N punto C punto E punto" poste in
croce. "croce punto I O punto S V, P SEGNO, A N punto D V X
punto".

Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata".

Regio Museo Britannico. Tai. IX, numero 10.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI GIOVANNI SORANZO.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 101 e 108, numero IX; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 29 t.,
30 e 31 t., numero IX.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, Vienne,
1759, pagina 274.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
170, numeri XXXIII e XXXIV.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1121, numero 3920.

JELLOUSCHEK J. -- _Das Münzwesen Krain's im Mittelalter_. -- _Archiv für
Landesge schichte des Herzogthums Krain_. Heft II, III, Laibach,
1854, pagina 66, tavola IV, numero 40.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 97 (149) (150) (151) (152) (153)
e tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LI.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 15.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 227-228 e 230.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 16-17. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagina 97-98, -- terza edizione, 1881 pagina 13-
14.

Bolla in piombo di Giovanni Soranzo conservata nel Museo
Correr.

[Nuova pagina]

NOTE A "GIOVANNI SORANZO".

(1) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
19 tergo.

(2) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Presbyter,
carte 122.

(3) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Fronesis,
carte 50.

(4) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § LXXXXIII (1299), carte 29 tergo.

(5) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § CVI (28 aprile 1300), carte 34 tergo; §
CCXXXVI (4 novembre 1323), carte 81; § CCLXXVIII (22 maggio
1330), carte 97.

(6) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § CXV (21 giugno 1302), carte 36 tergo; § CCXX
(26 febbraio 1321-22), carte 75; § CCCI (17 novembre 1338), carte
110; § CCCIII (18 gennaio 1338-39), carte 112.

(7) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § CCXVII (26 novembre 1321), carte 74 tergo; §
CCXXIII (5 ottobre 1328), carte 90 tergo.

(8) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § CVI (28 aprile 1300), carte 34 tergo; §
CCXVII (26 novembre 1321), carte 74 tergo; § CCXXXVI (4 novembre
1323), carte 81; § CCXXXIX _bis_ (21 maggio 1325), carte 86
tergo; § CCCI (17 novembre 1338), carte 110; § CCCIII (18 gennaio
1338-39), carte 112.

(9) Museo Correr. Manoscritti III, 349, Capitolare dei Signori di
notte al Criminal, § CCLXXI (20 dicembre 1328), carte 94; e
Capitolare dei massari all'argento, carte 23, colla data 20
dicembre 1329.

(10) Capitolare dei massari all'argento, carte 22.

(11) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_. Registro Presbyter
(7 marzo 1314), carte 115 tergo. -- Capitolare dei massari
all'argento (12 maggio 1314), carte 18. --  Capitolare dei massari
all'argento (17 ottobre 1317), carte 18 tergo.

(12) Capitolare dei Signori di notte, Quarantia, § CLXXVIII (16 dic.
1315), carte 59.

(13) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Presbyter
(21 giugno 1313 e 23 giugno 1313), carte 98.

(14) Documento XII.

(15) Capitolare dei Signori di notte, § CCLXI, carte 90.

(16) Archivio di Stato. _Maggior Consiglio (secreta)_, Registro
Capricornus, carte 69.

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FRANCESCO DANDOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1329-1339.

Morto il doge Soranzo, i voti degli elettori si raccolsero su
Francesco Dandolo, che era stato ambasciatore presso il Pontefice
quando fu tolta la scomunica. L'avvenimento più importante del suo
principato fu la guerra contro Mastino della Scala signore di Verona,
padrone di Vicenza, di Padova, di Treviso e di molte altre importanti
città, e che in quel momento era forse il più temuto sovrano d'Italia.
Egli molestava i commerci colla terra ferma ed usava della sua potenza
a danno di Venezia; per cui la Repubblica, stretta alleanza coi
Fiorentini, coi Visconti, coi d'Este, coi Gonzaga e con quanti altri
si dolevano di Mastino, o lo temevano, gli mosse aspra guerra. Il
comando delle truppe alleate fu dato a Pietro De Rossi già signore di
Parma, che avea fama di essere il migliore condottiere del suo tempo
ed era stato spodestato dallo Scaligero. La guerra fu lunga e con
varie vicende, ma finalmente Mastino della Scala, vinto e tradito,
segnò una pace, nella quale, oltre a molte condizioni onerose e
cessioni di territorio, dava Padova ai Carraresi e Treviso ai
Veneziani, che fu il primo possesso della Repubblica in terra ferma.

Nei capitolari dei massari all'oro ed all'argento ed in quello dei
Signori di notte si conservano alquanti decreti di questo tempo, che
regolano la stima e l'affinamento dell'oro, il prezzo del metallo,
l'utile proveniente dalla fabbricazione, la resa dei conti che ciascun
massaro deve fare agli ufficiali _de le Razon_, ed altri meno
importanti particolari nell'amministrazione della zecca (1). Altri
decreti della Quarantìa si occupano di vasellami e di altri lavori di
argento fatti dagli orefici, i quali devono prima avere il bollo
dell'artefice, e quando, saggiati, sieno trovati di giusta lega,
devono essere segnati col bollo di San Marco (2). Gli estimatori
dell'oro a Rialto ed i soprastanti all'arte degli orefici hanno
l'obbligo di sorvegliare all'esatto adempimento di tali prescrizioni,
come pure al divieto di vendere argenti forestieri.

Merita pure di essere ricordata una legge, con cui il Maggior
Consiglio nel 18 luglio 1331 (3) autorizza il Senato a trattare le
cose dell'argento e delle monete assieme alla Quarantìa.

Mancano i registri della Quarantìa di quest'epoca, e quelli misti del
Senato non cominciano se non dal 1332, per cui non abbiamo i decreti
che ordinano la emissione di due nuove monete coniate da Francesco
Dandolo esistenti in tutte le raccolte di monete veneziane, l'una
delle quali rappresenta per la prima volta il _soldo_, ventesima parte
della lira, l'altra la metà del grosso, detta perciò _mezzanino_.
Entrambe sul diritto hanno il doge tenente in mano lo stendardo della
croce, raffigurato in piedi nel mezzanino ed in ginocchio nel soldo;
sul rovescio San Marco, nel mezzanino a mezzo busto, colla destra che
benedice, e nel soldo _in forma di lion_; questo non è però disegnato
in quel modo che più tardi divenne classico, ma è senza ali, rampante
e col vessillo fra le zampe anteriori.

Le memorie storiche suppliscono alla deficienza di documenti, e
pressoché tutte le cronache contemporanee, o fatte sopra memorie
dell'epoca, notano il fatto con leggere varianti. Una _Cronaca Veneta_
del secolo XVI, che si conserva nella Regia Biblioteca di San Marco
(4) lo ricorda colle seguenti parole:

  "Lanno de Xpo MCCCXXXIX el ditto missier Francesco Dandolo dose
  primieramente fese bater et cugnar una moneda chiamada _mezanini_,
  li qual valeva pizoli XVI l'uno et ancora soldini e questa moneda
  fo ditte vechie".

Un altro Codice esistente pure nella Biblioteca Marciana (5) pone
all'anno 1328:

  "ancora in sto tempo questo doxe fece cuniar tre sorte de monede
  una che si chiamava _matapan_, l'altra _mezzanini_ che valeva
  piccoli 16 et la terza _soldini_ de piccoli 12 l'uno".

La cronaca Magno (6) nomina soltanto il _mezzanino_ e dimentica il
_soldino_: Marino Sanuto (7) ricorda entrambe le monete, ma s'inganna
nel prezzo del mezzanino, che dice equivalente ad un soldo e mezzo;
mentre al tempo di Francesco Dandolo il grosso valeva 32 piccoli, e
quindi la sua metà non poteva valerne che 16.

Nemmeno sull'epoca sono concordi i vari autori: le due cronache
anonime più sopra citate stabiliscono la emissione, una nel 1328,
l'altra nel 1339, Marino Sanuto nel 1337; ma nessuna di queste date
dev'essere esatta, a quanto sembra, perché il Dandolo fu eletto doge
nel 4 gennaio 1328 secondo l'usanza veneta, che corrisponde al 1329
dall'uso comune, e non è probabile che abbia coniato le nuove monete
nel primo mese del suo regno. È certo però che la loro emissione fu
ordinata assai prima del 1337, come lo dimostrano due documenti
riportati dall'Azzoni Avogadro nella appendice del suo dotto lavoro
sulle monete di Trevigi. Essi portano la data del 7 ed 8 novembre 1332
(8) e contengono la consultazione degli anziani del Comune di Treviso,
e la lettera di quel podestà a Guglielmo Bevilacqua rappresentante i
signori della Scala, dove si lamenta la introduzione di _moneta nuova_
veneziana da 16 denari chiamata mezzanino, e molto più dell'altra da
12 denari, chiamata ginocchiello, perché si valutavano più del giusto
loro pregio e sulla forma dei medesimi se ne fabbricavano di false.
Per mettere in chiaro l'attendibilità dell'accusa, feci assaggiare le
due monete e trovai che il mezzanino ha il titolo di 780 millesimi, ed
il soldino 670 millesimi; i Trevisani avevano dunque ragione di
lagnarsi delle due nuove monete, perché, sebbene il loro peso,
relativamente al grosso, fosse eccedente, l'intrinseco era troppo
scarso.

Essendo l'intrinseco deficiente, la zecca vi trovava largamente il suo
conto, e coniava più volentieri il mezzanino ed il soldo che il
grosso, ma la stessa ragione produsse di seguito perturbazioni nel
valore relativo di queste monete fra loro, in modo che il grosso
dovette aumentare di prezzo.

Non era infondato nemmeno l'altro lagno dei Trevigiani, che cioè sul
modello delle nuove monete corressero delle falsificazioni, e ce lo
conferma un decreto della Quarantìa del 17 novembre 1338 (9) che
proibisce certi _soldadini_ (soldini) fabbricati in grande quantità
nella Slavonia ed in altre località ad imitazione dei veneziani, e che
ordina ai pubblici ufficiali di confiscarli e di distruggerli. Pochi
mesi dopo, nel 18 gennaio 1339, lo stesso Consiglio rinnova gli ordini
e ricorda queste ed altre pene minacciate dalle leggi contro coloro
che avessero e tenessero scientemente _moneta de soldadini mala et
falsa_ (10). Finalmente se ne occupò il Senato colla seguente parte:

  1339. die viij. Maij.

  "_Cum moneta falsa de soldadinis qui fiunt in partibus Slavonie_
  multiplicet nimis in damnum nostris comunis, et alias fuerit
  missus ambaxator ad comitem Bartholum, in cujus terris predicta
  fieri dicuntur, et ipse responderit de cessando, et peius fiat;

Capta fuit pars, quod mittatur alius ambaxator ad dictas partes
Slavonie cum illa commissione, et verbis gravibus et opportunis,
que videbuntur domino, consiliarijs, capitibus et provisoribus,
vel maiori parti eorum; qui habeat libras tres grossorum pro sua
provisione pro ista materia, et vadat ad expensas communis, de
grossis . xviij . in die. Insuper cum comes Duymus non venerit ad
faciendum sacramentum fidelitatis, dato ei termino usque ad pasca
resuretionis elapsum, et ipse non videatur curare de veniendo;
commitatur dicto ambaxatori etiam quod precipiat dicto comiti,
quod veniat personaliter usque ad sanctum Michaelem proximum, et
si non venerit, quod nos faciemus fieri et mitti executioni
secundum formam concessionis" (11).

Questo documento interessante ci fa conoscere una nuova officina in
cui si batteva moneta scadente ad imitazione di quella di Venezia, ed
indica un nuovo campo di ricerche ai numismatici. I conti Frangipani,
contro i quali il Senato si mostra giustamente indignato, e che
tenevano in feudo l'isola di Veglia da Venezia, e Segna dai re
d'Ungheria, diedero spesso motivo a lagni, sia per questa che per
altre colpe. Allorché i veneziani presero possesso di Veglia (1481),
chiamati dagli abitanti che non potevano tollerare la tirannia del
conte Zuane, Antonio Vinciguerra nella sua relazione (12) muove
terribili accuse al principe spodestato, e, fra le altre, anche quella
di fabbricare moneta falsa.

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MONETE DI FRANCESCO DANDOLO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto F R A punto D A
N D V L O punto", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S
punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto QUAM punto T V spazio R E G
I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto" (13).

Tavola IX, numero 11.

2. Varietà nel Rovescio. La stella superiore a sinistra è di poco più
grande e con un circoletto interno.

3. Varietà nel Rovescio. La mano del Redentore è fra la prima e la
seconda stella a sinistra.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

4. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto F R A punto D A
N D V L O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola IX, numero 12.

5. Varietà nel Dritto. "F R A spazio D A N D V L O", "S spazio M
spazio V E N E T I".

6. Varietà nel Dritto. "F R A punto D A N D V L O", "punto, due punti
in verticale, S punto M punto V E N E T I punto".

Segni, o punti dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 2: un anello.

Segno 3. Campo 5: un anello.

Mezzanino, o mezzo grosso. Argento, titolo 0,780 circa (14). Peso,
grani veneti 24 (grammi 1,242).

7. Dritto. Il doge in piedi a sinistra, col berretto ducale e manto
ornato di pelliccia, tiene con ambe le mani l'asta di uno
stendardo colla croce, che svolazza a destra "punto F R A punto D
A N punto spazio punto D V L O punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte, cinto di aureola, che
benedice colla destra avendo nella sinistra il vangelo "punto S
punto M A R, C SEGNO, punto spazio punto V E N E T I punto".

8. Varietà nel Dritto. "punto F R A punto D A N spazio D V L O punto D
V X punto".

9. Varietà nel Dritto. "F R A spazio D A N spazio D V L O spazio D V
X".

Tavola IX, numero 13.

In alcuni esemplari del _mezzanino_, fra le pieghe del vestito di San
Marco si osserva il seguente segno "punto punto punto anello" che
probabilmente indica il massaro della moneta.

Soldino (soldo, un ventesimo della lira). Argento, titolo 0,670 circa
(15). Peso, grani veneti 18 e mezzo (grammi 0,957).

10. Dritto. Il doge inginocchiato e volto a sinistra, con ricco manto
e berretto ducale, tiene con ambe le mani l'asta di un'orifiamma
colla croce the gli svolazza sul capo "punto croce punto F R A
punto D A N spazio D V L O punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, cinto il capo di aureola, tenente nelle
zampe anteriori un vessillo colla banderuola volta a destra, il
tutto chiuso in cerchio che divide dall'iscrizione "croce S spazio
M A R C V S spazio V E N E T I".

11. Varietà Dritto. "punto, croce in basso, punto F R A punto D A N
spazio D V L O punto D V X punto".

Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola IX, numero 14.

12. Varietà Dritto. "punto croce F R A punto D A N spazio D V L O
spazio D V X".

Rovescio. Come il numero 11.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66
centesimi (grammi 0,292): scodellato.

13. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto F R A punto D A punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

14. Varietà al Dritto. ed al Rovescio. quattro piccoli punti posti
alla estremità della croce, fra questa ed il cerchio che racchiude
la parte centrale.

Tavola X, numero 1.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani
veneti 7 (grammi 0,362).

15. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce punto F R A
punto D A punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata,
spazio M A R C V, S ruotata, punto".

Museo Correr.

Tavola X, numero 2.

Civico Museo Trieste.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI FRANCESCO DANDOLO.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 271-272, (disegno pagina 271); ed
in ARGELATI, Parte I, pagina 300.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
413, tavola VI, numero IV.

BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina
98.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ, etc_. Opera citata, _Dissertazione_
I. pagina 101, 102 e 108, numeri X, XI e XII; ed in ARGELATI, Parte
V, pagina 30 e 31 t., numeri X, XI e XII.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO III, pagina
170 e 171, numeri XXXV, XXXVI e XXXVII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1121, numero 3921.

ZON A. -- Opera citata, pagina 80, 79 e tavola I, numeri 11 e 12.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 99 (154) (155) (156)
(157) (158) e tavola.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 7.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 4 e 5.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, doge LII.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, doge LII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 15.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 231, Volume V, 1875, pagina 198-200.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 17-18. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 98, -- terza edizione, 1881, pagina 14.

[Nuova pagina]

NOTE A "FRANCESCO DANDOLO".

(1) Capitolare dei massari all'oro, § XXXVII, XXXVIIII, XL, XLI, XLII,
XLIII, XLIIII, XLV, XLVI, XLVII e XLVIII, carte 13-17.

(2) Capitolare dei massari all'argento (23 ottobre e 11 dicembre
1335), carte 23-26.

(3) Documento XIII.

(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 519, classe VII, Ital.,
carte 82.

(5) Regia Biblioteca di San Marco._ Eletioni, Deliberazioni, Decreti,_
_Istituzioni, Accordi, Privilegi, creation di Magistrati, Ordini,_
_Corretioni, Parti delli Consigli et altro_, estratte da una
cronaca anonima manoscritta, Codice 1800, classe VII, Ital.,
pagina 136.

(6) Regia Biblioteca di San Marco, Codice 513, classe VII, Ital.,
Volume I, carte 91.

(7) Sanuto M. _Vitæ ducum Venetorum_, in Muratori, _Rerum Ital._
_Script_., Volume XXII, colonna 601.

(8) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 166-167.

(9) Capitolare dei Signori di notte, § CCCI, carte 110.

(10) Capitolare dei Signori di notte, § CCCIII, carte 112.

(11) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, Registro 18, carte 33.

(12) V. Solitro. _Documenti storici sull'Istria e la Dalmazia_.
Venezia, 1844. -- _L'ultimo conte di Veglia_. Relazione del
segretario Antonio Vinciguerra.

(13) Nei ducati di questo ed altri dogi della stessa epoca manca
talvolta il segno di abbreviatura sulla coda del Q.

(14) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,780.

(15) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,670.

[Nuova pagina]

BARTOLOMEO GRADENIGO.

DOGE DI VENEZIA.

1339-1342.

I correttori della Promissione ducale, nominati dopo la morte di
Francesco Dandolo, imposero nuove restrizioni al potere del doge,
ciocché dimostra come si temessero gli esempi che venivano dalle
vicine città d'Italia, ove principi ambiziosi avevano usurpato il
potere assoluto coll'aiuto delle fazioni popolari e col favore della
plebe. Dopo ciò fu eletto Bartolomeo Gradenigo, uomo già invecchiato
nel servizio dello stato ed allora procuratore di San Marco.

La storia di questo principato non registra avvenimenti importanti,
tranne la rivolta di Candia, rapidamente domata, ed alcuni disastri
atmosferici. Venezia in quel tempo era ricca e prosperosa, sentiva già
il desiderio di abbellirsi e di migliorare le condizioni delle sue
fabbriche. Si costruì in pietra una fondamenta in Terranova, dove oggi
si trova il giardinetto reale; si allargò la via che da San Giovanni
Grisostomo conduce a San Bartolomeo, si ordinò la rifabbrica della
sala del Maggior Consiglio ed altri lavori nel Palazzo Ducale. Anche
le leggi suntuarie allora decretate mostrano ch'era già sentito il
desiderio del comodo e del lusso, sebbene non si nascondesse il
pericolo che veniva alla Repubblica dal rapido aumento della potenza
dei Turchi, pericolo che i Veneziani addussero al re di Inghilterra
scusandosi dallo stringere alleanza con lui nella guerra contro il re
di Francia.

Nessuna novità troviamo relativamente alla zecca, che continuava a
coniare le monete già conosciute; si lamentavano sempre più le
falsificazioni e le imitazioni dei conî veneziani, donde il decreto 17
gennaio 1342 (1343) della Quarantìa Criminale (1), che autorizzava i
Signori di notte al Criminal a procedere contro quel suddito dello
stato che fabbricasse moneta falsa anche fuori del territorio
veneziano, nello stesso modo con cui si procedeva contro chi lo faceva
nell'interno dello stato.

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MONETE DI BARTOLOMEO GRADENIGO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "B A spazio G R A D O N
I C O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
spazio V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S
spazio I S T E spazio D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola X, numero 3.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto B A punto G R A
D O N I C O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto
M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola X, numero 4.

Segni, o punti dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 5: un punto.

Segno 3. Campo 5: un anello.

Soldino. Argento, titolo 0,670 circa. Peso, grani veneti 18 e mezzo
(grammi 0,957).

3. Dritto. Il doge inginocchiato, tiene con ambe le mani il vessillo
"punto, croce in basso, punto, B A sopralineati, punto G R A D O
spazio N I C O punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S spazio V E N E T I punto".

Tavola X, numero 5.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66
centesimi (grammi 0,292): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto B A punto G R A punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Museo Bottacin.

Tavola X, numero 6.

Museo Correr.

Museo Britannico.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI BARTOLOMEO GRADENIGO.

BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina
98.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ, etc_. Opera citata, _Dissertazione_
I, pagina 101, 102, numeri XIII e XIV; ed in ARGELATI, Parte V,
pagina 30 e 32, numeri XIII e XIV.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 171,
numero XXXVIII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1122, numero 3922.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 101 (159) (160) (161) e tavola.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge LIII.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge LIII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 16.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-229, 231.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 18. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 99, -- terza edizione, 1881, pagina 15.

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NOTE A "BARTOLOMEO GRADENIGO".

(1) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro I,
carte 6 tergo.

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ANDREA DANDOLO.

DOGE DI VENEZIA.

1343-1354.

Morto Bartolomeo Gradenigo, fu eletto a succedergli, a soli 36 anni,
Andrea Dandolo uomo dotto e cultore degli studi: principe saggio ed
amantissimo della patria raccolse gli antichi documenti e scrisse le
cronache, monumento imperituro di storia veneziana.

Appena assunto al dogado prese parte alla crociata indetta da Clemente
VI, nella quale le armi latine riuscirono ad impadronirsi di Smirne,
ma in breve tempo perdettero il territorio conquistato e sciolsero
l'alleanza senza alcun risultato. Zara sollevatasi per la settima
volta fu ricondotta all'obbedienza, ma altre e più gravi sventure
colpirono allora Venezia; prima un terremoto violentissimo che fece
cadere case e campanili; poi la terribile peste nel 1348, nella quale
perirono tre quinti della popolazione e si estinsero cinquanta
famiglie patrizie, e finalmente la guerra fratricida fra Genova e
Venezia. Le flotte più poderose ed i migliori capitani del tempo
lottarono accanitamente nelle acque del Bosforo, della Sardegna e
nello stesso Adriatico, con vittorie e sconfitte sanguinose, le quali
ebbero il solo risultato di indebolire le repubbliche rivali, senza
che una delle due ottenesse l'ambita supremazia. Non valsero a placare
gli animi la parola e gli scritti dell'immortale Petrarca ambasciatore
di pace. Senza vedere la fine di questa guerra sciagurata, Andrea
Dandolo morì nel 1354, ultimo doge sepolto a San Marco.

Anche dal punto di vista del numismatico, il principato di Andrea
Dandolo è ricco di fatti degni di essere notati; nei registri del
Maggior Consiglio, in quelli della Quarantìa e nei Capitolari dei
magistrati sono trascritti provvedimenti diretti a migliorare
l'andamento amministrativo della zecca, a diminuire le spese ed a
togliere alcuni abusi che erano di pregiudizio al pubblico erario. Fra
gli altri ricorderò, dal Capitolare dei massari all'argento, l'ordine
in data 7 maggio 1344 (1), di portare ai massari dell'oro tutto quel
metallo in cui si doveva partire l'oro dall'argento; dal libro dei
Commemoriali (2) l'atto solenne (3 agosto 1345) di deposizione, in un
banco ferrato della Cancelleria, di una verga d'oro, colla bolla di
San Marco impressa sopra uno dei capi, la quale verga _est sazium
ducatorum_. Nei registri della Quarantìa Criminale si trova, com'è
naturale, il maggior numero di documenti relativi alla moneta, ma
disgraziatamente la raccolta non è completa e mancano alcuni volumi
dei primi tempi, per cui sono deficienti le memorie su taluni
avvenimenti che ci interessano, ed incompleti gli elenchi dei massari
e dei pesatori all'oro ed all'argento, che in quei tempo erano
nominati da questo magistrato.

Nei volumi che ci rimangono, merita di essere citata la terminazione
del 26 agosto 1348 (3), che autorizza il massaro di quindicina a far
fabbricare quella quantità di _bianchi_ che trovasse conveniente,
dandone conto al suo successore, tanto nelle spese quanto
nell'entrata, perché questa è l'ultima volta in cui si parla di una
simile moneta, come è di questo doge l'ultimo bianco conosciuto. Nel 5
ottobre 1349 (4), la Quarantìa allo scopo di studiare la riforma della
zecca, nomina tre savi (Giovanni Grimani, Michieletto Duodo e Donato
Onoradi). Con lodevole sollecitudine essi presentano le loro proposte
nel 15 ottobre (5), le quali vengono dallo stesso Consiglio approvate,
e riguardano il ricevimento dell'argento, la consegna delle monete ai
mercanti, l'utile che dalla coniazione deve ritrarre il Comune, i
conti che devono presentare i massari ed altre disposizioni di minore
importanza. Altro decreto della Quarantìa del 29 ottobre 1349 (6), il
quale, constatando che la separazione testé fatta della zecca dell'oro
da quella dell'argento, è più utile che dannosa al Comune, e che in
tal modo si soddisfano più prontamente i mercanti, mantiene la
divisione delle due zecche. Nel 21 novembre 1351 (7), lo stesso
magistrato ordina che gli argenti forastieri inferiori di lega ai
veneziani, non possano essere venduti a Venezia, ma sieno rotti, e nel
febbraio 1353-1354 (8) proibisce di far fabbricare o coniare a Venezia
e nello Stato moneta che sia collo stampo o forma della moneta
forestiera.

Un provvedimento, di cui non posso darmi una spiegazione esatta e
sicura, si è quello prescritto da una legge del Maggior Consiglio, in
data 24 febbrajo 1352, che ordina a tutti gli ufficiali del Comune di
non ricevere ducati se non bollati, essendo gli altri inferiori. Ora è
strano che con una disposizione così generica e tassativa, riprodotta
in diversi Capitolari (9), non si trovi sopra i ducati di quell'epoca
alcun segno che possa interpretarsi per il bollo prescritto. Conviene
però osservare che nel medio evo, ed anche dopo, si usò raccogliere in
sacchetti o cartocci le monete, sia per non avere la fatica di
enumerarle, sia per essere sicuri della perfezione e qualità dei
pezzi. A Firenze, precisamente nel secolo XIV, si chiudevano in una
piccola borsa i fiorini autentici e perfetti, e vi si poneva il
suggello dell'autorità, per cui erano preferiti agli altri e si
chiamavano fiorini di suggello. A Venezia non abbiamo memoria di una
simile costumanza nelle monete d'oro, ma è possibile che si facesse
anche qui per i ducati quello che si faceva a Firenze per i fiorini,
tanto più che certi usi si generalizzano facilmente in luoghi e tempi
vicini, e può darsi anche che si chiamassero ducati bollati non solo
quelli chiusi in un sacchetto, ma tutti quelli buoni e perfetti in
modo da meritare di esservi collocati.

Non mi fu possibile invece trovare tutti i documenti relativi a fatti
della massima importanza per coloro che si occupano della storia
numismatica di questo periodo, e cioè il decreto che eleva il valore
del _grosso_ a 4 soldi, e quello che istituisce il nuovo _mezzanino_.
Questi fatti sono però ricordati nelle memorie storiche e nelle
cronache con piccole differenze nei particolari, ed hanno la più
valida conferma nelle monete che esistono col nome del doge Andrea
Dandolo.

L'antico manoscritto che abbiamo già citato, intitolato _"Eletioni,
Deliberationi, Decreti etc., etc."_ riporta che nell'anno 1346 (10) il
doge Andrea Dandolo fece battere una moneta che si chiamava
_mezzanino_ e valeva 16 piccoli, e che nel 1353 (11) si coniò una
nuova moneta chiamata _soldino_. Altre due cronache, appartenenti pure
alla Marciana, l'una delle quali è attribuita a Daniele Barbaro (12)
l'altra è chiamata Bemba (13), raccontano che nell'anno 1347 fu
decretata la coniazione di due sorta di monete, e cioè _mezzanini_ e
_soldini_.

Marino Sanuto (14) non parla dei mezzanini e si limita a notare la
stampa dei nuovi soldi colle seguenti parole:

  "nell'anno (1353) vedando venetiani i soi soldi erano stronzati
  atorno per tuorli l'arzento feno una nova sorte cuniar cum uno
  zerchio atorno aziò i non se podesse stronzar et quelli non
  haveano el ditto zerchio atorno non voleano si potesse spender".

Così altre cronache, senza occuparsi dei _mezzanini_, ricordano la
coniazione dei _soldini_ nell'anno 1353.

Anche le memorie di Zecca fanno menzione:

  "Anno 1343 Prencipe D. D. Andrea Dandolo li _Aurelij_ cressetero
  fino a soldi quatro l'uno et si nominarono _grossoni_. -- 1343,
  Prencipe detto fu stampado moneta nova nominata _quartaroli_ che
  era un quarto di grosson, valeva soldi uno l'uno".

La compilazione di epoca relativamente recente, che va sotto il nome
di _Memorie di Zecca_ (15), fatta dal Fedel Francesco Marchiori
maestro di zecca, se non merita cieca fede rispetto ai tempi remoti o
quando vi contraddicono i fatti e cronache, è però tratta da antiche
carte e può servire di ajuto, allorché i documenti e le monete vi
corrispondono. Essa cade in errore quì come altrove, nel dare a monete
conosciute nomi inesatti, come quelli di _aureli_ e _grossoni_ ai
grossi e di _quartaroli_ ai soldi: cade in errore nell'ascrivere la
riforma monetaria al 1343, anno della elezione del Dandolo, quasi ad
indicare piuttosto il principato sotto cui furono coniate le monete,
che la data vera dell'emissione. Noi però dal confronto colle altre
notizie e dall'esame delle monete, possiamo rilevare che il nuovo
_mezzanino_ si cominciò a coniare nel 1346 o 1347, e che era valutato
16 piccoli. Esso ha il peso di 15 grani veneti abbondanti, di ottimo
argento, e quindi il valore intrinseco di poco più di tre ottavi del
grosso, per cui, correndo esso per 16 piccoli, ne viene naturalmente
che il grosso aveva aumentato di pregio, o per dir meglio, il piccolo
era rinvilito in modo, da non essere più un trentaduesimo del grosso,
ma bensì un quarantesimo od un quarantaduesimo, e però è assai
probabile che in questo tempo il grosso valesse 40 o 42 piccoli. Non
essendo il _mezzanino_ la metà del grosso effettivo, fu mutato il suo
tipo in modo da non confonderlo con quello coniato da Francesco
Dandolo, ma siccome alla nuova moneta fu conservato il valore di 16
piccoli, si può arguire che sino dai primi anni del principato di
Andrea Dandolo si cominciasse ad usare del grosso ideale di 32 piccoli
effettivi, di cui ho già parlato a proposito della lira di grossi, e
di cui avrò occasione di occuparmi anche in seguito.

In mezzo a tanta scarsezza di documenti storici, abbiamo la fortuna di
possedere il decreto, che ordina la coniazione del soldino, conservato
nei registri della Quarantìa Criminale, ed io qui lo pubblico per la
prima volta.

  "(1353) die VIII mensis aprilis.

  Capta

  Cum inquirendus sit omnis bonus modus qui inducat utilitatem
  communi et destrum merchatoribus navigantibus et conversantibus in
  partibus Romanie, et modus monete infrascripte verisimiliter
  redundare debeat, si fiat, in utilitatem tam communis quam
  dictorum merchatorum;

  Vadit pars, quod fiat una moneta de eo argento quo fiunt mezanini
  et in eamet stampa qua fiebant soldini, que vadat ad soldos XXXVI
  pro marcha, et valeat quilibet denarius dicte monete parvos XII.
  Et quod omnes mercatores qui volent ponere argentum in Zecha pro
  faciendo fieri de dicta moneta debeant habere a communi, seu ab
  officialibus deputatis ad monetam, soldos XII grossos VI
  proqualibet marcha argenti quam posuerint in zecha. Et sculpiri
  debeat in ipsa moneta prima sillaba nominis massarii.

  De parte 26" (16).

Dalla lettura di questo interessante documento si rileva che lo scopo
principale della deliberazione era quello di recare vantaggio ai
traffici colla Romania, dove pare che avesse trovato favore anche
l'antico soldino. Ciò è pure dimostrato da una proposta trascritta
nello stesso foglio, in seguito alla parte qui sopra riportata: in
essa Andrea Gabriel chiedeva si coniassero soldini dell'antica bontà e
dell'antico modello per comodo dei naviganti e commercianti in
Romania. La proposta non fu accolta per ragioni facili ad indovinarsi,
ma mostra quali erano i desideri ed i bisogni delle classi
interessate.

La deliberazione notata ordina che il nuovo soldino abbia bensì lo
stesso disegno dell'antico, ma la bontà del mezzanino, e che porti
scolpita nel campo la lettera iniziale del nome del massaro. Il valore
della moneta è determinato in 12 piccoli, e se ne devono trarre da una
marca soldi 36; mentre l'erario è tenuto a pagare 12 e mezzo soldi di
grosso al mercante che porta l'argento in zecca.

Non vi è bisogno di discutere il valore delle nuove monete fissato
dalla legge in 12 piccoli; esse devono rappresentare il soldo della
lira di piccoli e sono perciò chiamate _soldini_ ed anche _dodesini_.
Invece è necessaria qualche illustrazione alle altre cifre; perché non
si capisce a prima giunta di che specie sieno quei 36 soldi che si
devono ottenere da una marca: sono troppi per appartenere alla lira di
grossi, e pochi, ma molto pochi, per essere della lira di piccoli. La
frase che segue _. . .et valeat quilibet denarius dicte monete. . ._
dà la chiave dell'enigma; perché, se viene chiamato denaro una unità
di tale moneta, è evidente che soldo vuol dire l'agglomerazione di 12
pezzi; quindi da una marca si devono cavare 12 volte 36, e cioè 432
pezzi, il che corrisponde esattamente al peso del soldino di questo
tempo. Anche il prezzo di 12 e mezzo soldi di grossi pagati
dall'erario pubblico ai portatori dell'argento merita qualche breve
osservazione, perché da una marca di argento fino, secondo il
capitolare antico dei Massari alla moneta, si dovevano ottenere grossi
109 e mezzo o 109 e un terzo, i quali non fanno che soldi 9 e denari 1
e mezzo od un terzo di grossi. Ciò vuol dire che il grosso era già in
questo tempo, e pochi anni prima del presente decreto, elevato al
valore di 48 piccoli, e che il computo dei soldi si faceva non sopra i
grossi effettivi, che erano di uguale bontà e peso degli antichi, ma
sui piccoli, dei quali 32 si valutavano per un grosso nominale.
Infatti soldi 12 e mezzo sono 150 grossi ideali inferiori agli
esistenti, e la differenza fra questo prezzo e quello ricavato
effettivamente dalla coniazione è evidentemente il compenso delle
spese e l'utile della fabbricazione. Le memorie di zecca, sebbene
sotto una data soltanto approssimativamente vera, ricordano il nuovo
ragguaglio che rimase definitivo e tradizionale, perché anche oggi,
nell'uso del nostro popolo, il grosso equivale a 4 soldi veneti.

Tanto il nuovo _mezzanino_ che il nuovo _soldino_ di ottimo argento
sono incisi e coniati con molta cura e diligenza ed hanno una
perfezione di forma rotonda affatto sconosciuta fino allora. Il Sanuto
ricorda che un cerchio posto nel contorno faceva tosto conoscere se le
monete avessero subìto quella tosatura o stronzatura, di cui si
lagnano non pochi documenti del tempo: e vediamo per la prima volta
sostituiti gli antichi punti o segni dalle iniziali dei massari, per
mezzo delle quali si possono rilevare gli anni della battitura, quando
non sono interrotti gli elenchi di quei magistrati, che ci furono
tramandati dagli antichi registri, di cui mancano alcuni volumi.

Per completare la storia numismatica di questo periodo è necessario
parlare di altra nuova moneta coniata dai veneziani per comodo del
commercio e dei loro possessi orientali: è il _tornese_, che, poco
conosciuto dagli studiosi del secolo scorso, fu degnamente illustrato
da Cumano e da Lazari dopo un fortunato rinvenimento seguìto in Morea
nel 1849.

Le monete francesi, e principalmente quelle di Tours, erano divenute
assai popolari in Levante durante le crociate, e gli avventurosi
cavalieri che si erano impadroniti dell'Acaja, di quasi tutto il
Peloponeso e di altre provincie vicine, avevano introdotti negli
effimeri principati, conquistati con poveri mezzi, ma con molto
ardire, una moneta che imitava perfettamente il denaro tornese, avendo
da un lato la croce e dall'altro il celebre ed emblematico castello
che si vede sulle monete di Tours. Attorno al castello si leggono i
nomi delle principali signorie franche della Grecia come Tebe, Damala,
Lepanto, Corfù, Tino, Scio ecc., ma la officina più antica e più
importante fra esse era certamente quella di Chiarenza, capitale
politica ed amministrativa del principato di Acaja, fondato da
Goffredo di Villehardouin, che divenne sotto i suoi successori una
città prosperosa, residenza di una corte feudale celebre per la sua
magnificenza. Della antica grandezza oggi non rimane, presso l'umile
villaggio, cui fu tolto perfino il nome, che una torre diroccata e le
rovine del Castello Tornese, dove senza dubbio era piantata la zecca,
da cui uscivano abbondantissimi quei denari, che nei secoli XIII e XIV
ebbero rinomata diffusione in tutto l'Oriente.

Torna opportuno, a proposito dell'origine del tornese levantino,
riprodurre le parole con cui Marino Sanuto, nella _Istoria del Regno
di Romania_ (17), racconta il viaggio di Guglielmo di Villehardouin a
Cipro per fare omaggio a San Luigi re di Francia, che si recava in
Palestina nell'inverno 1249:

  "Intendendo il principe Guglielmo che il Re passava in persona,
  volse andar egli a passarvi con circa 24 tra gallere e navilj e
  con 400 boni cavalli passò al Re. E dicendo egli al Re: Signor Sir
  tu sei maggior signor di me e puoi condur gente dove vuoi e quanta
  vuoi senza denari: io non posso far così. Il Re gli fece gratia
  ch'el potesse battere torneselli della lega del Re mettendo in una
  libbra tre onze e mezza d'argento".

Senza occuparci di quanto possa esservi di vero nella leggenda o
tradizione ricordata dal celebre diarista veneziano, l'epoca ivi
segnata concorda colle monete, non sembrando che il tornese sia stato
coniato in Acaja se non dopo il 1250.

Altre notizie importanti delle monete che correvano in quei paesi
possiamo rilevare dal diligentissimo Pegolotti, il quale dedica a
Chiarenza il capitolo XIII, ove dice:

  "In Chiarenza e per tutta la Morea vanno a perpero sterlini 20, e
  gli sterlini non vi si vendono, né vi si veggiono, ma spendonvisi
  torneselli piccioli che sono di lega oncie due e mezza d'argento
  fine per libbra, ed entrane per libbra soldi 33 denari 4 a conto e
  ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno
  sterlino; e gli tre sterlini un grosso viniziano di zecca di
  Vinegia e gli 7 grossi un pipero (iperpero). . . La moneta di
  Chiarenza. . . chiamasi tornesella picciola" (18).

Da questo paragrafo importante si rileva che il tornesello era la sola
moneta reale coniata nel paese e la vera base del sistema monetario,
che 4 torneselli formavano uno _sterlino_, moneta meramente ideale, e
che 20 sterlini formavano un _iperpero_, il quale doveva essere una
moneta di conto, che aveva il valore di un bisante di Costantinopoli,
o forse lo stesso bisante degli imperatori greci, il quale continuava
ad essere in corso in tutti i paesi che avevano fatto parte
dell'antico impero.

I veneziani, che dopo la conquista di Costantinopoli avevano ottenuto
il predominio commerciale e monetario in Oriente, si trovarono
danneggiati nei loro interessi dalla introduzione del denaro tornese,
che soddisfaceva al bisogno di moneta spicciola. Di questa
preoccupazione si scorgono le traccie nei lagni espressi in parecchi
documenti della prima metà del secolo XIV, non solo per le imitazioni
di monete veneziane, ma anche per le nuove monete introdotte dai
principi di Romania.

Dopo di avere provveduto ad una migliore sistemazione della moneta
piccola di argento fino, colla emissione dei nuovi _mezzanini_ e dei
nuovi _soldini_, il Senato, o la Quarantìa, pensarono che sarebbe
tornato vantaggioso al Comune di fabbricare anche delle monetine di
poco valore sul tipo del tornesello dell'Acaja; fabbricazione alla
quale si mirava forse fino dal giorno in cui si pensò di aprire una
officina in Corone o Modone, ma che non fu posta in esecuzione se non
negli ultimi anni del principato di Andrea Dandolo, quando le
circostanze erano più favorevoli per le guerre e l'anarchia che
desolavano il Peloponeso.

I _torneselli_ veneziani somigliano a quelli di Chiarenza nel peso,
nella forma ed anche nella lega, alquanto inferiore a quella indicata
dal Pegolotti. Sul diritto hanno la croce patente col nome del
principe; ma, invece del castello da cui traggono il nome, portano il
Leone di San Marco per la prima volta colle ali, accosciato in quella
forma che dal nostro popolo fu detta leone in molleca, ed in termine
di zecca leone in soldo, colla leggenda espressiva "V E X I L I F E R
spazio V E N E T I A R V M".

Sebbene non si conosca la legge con cui fu ordinata la coniazione del
_tornese_, possiamo essere certi che nella zecca di Venezia e non
altrove essa fu cominciata dopo la metà del secolo XIV. Ne abbiamo la
prova in una istanza del 20 giugno 1354 (19) di Giovanni intagliatore

  "che da cinque anni lavora ad incidere i conî secondo gli ordini
  ricevuti, ed ora è occupato da mattina a sera per i tornesi che in
  questo momento si fanno in zecca".

In breve tempo il tornese incontrò tanto favore e se ne coniò tale
quantità, che uno dei massari fu detto massaro ai torneselli, perché
destinato a sorvegliare quella fabbricazione, e così pure troviamo
nominati uno scriba _ad tornesellos_ ed un pesatore _ad tornesellos_.

[Nuova pagina]

MONETE DI ANDREA DANDOLO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto A N D R punto D
A N D V L O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto
M spazio V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S
punto I S T E spazio D V C A, T SEGNO".

Tavola X, numero 7.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto A N D R punto D
A N D V L O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto
M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola X, numero 8.


Segni, o punti dei Massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 2: quattro linee a formare una croce.

Segno 3. Campo 1: quattro linee a formare una croce; campo 2: quattro
linee a formare una croce.

Mezzanino di nuovo tipo (16 denari o piccoli). Argento, titolo 0,965
(20). Peso, grani veneti 15 e mezzo (gram. 0,802).

3. Dritto. A sinistra San Marco, nimbato in piedi, vestito di abiti
sacerdotali ed il vangelo nella sinistra, colla testa di tre
quarti si volge a destra e riceve dal doge, pur in piedi, ma di
profilo, un cereo che questi gli porge con ambe le mani. Il
principe con ricco manto, ornato di pelliccia, ha il capo coperto
dal berretto ducale. Nel campo sotto il cereo, fra le due figure,
una lettera, che è l'iniziale del massaro. Dietro il doge "A N
punto D A D V, L SEGNO, punto", in mezzo "D V X", dietro il santo
"punto S punto M punto V E N E punto".

Rovescio. Gesù Cristo di fronte, con nimbo crociato di forma greca,
sorge dal sepolcro ponendo a terra la gamba destra. È coperto di
lunga veste che gli svolazza sul fianco, stringe nella sinistra la
croce e nella destra un vessillo che ondeggia a sinistra. Sul
sepolcro sono scolpite quattro croci, attorno "punto X P E punto R
E S spazio V R E S I T punto".

Tavola X, numero 9.

Iniziali dei massari. "A, legatura AR, B D F, M corsivo, OI, N
corsivo, P, S, EZH capovolta".

Soldino vecchio. Argento, titolo 0,670 circa. Peso, grani veneti 18 e
mezzo (grammi 0,957).

4. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"croce punto A N D R spazio D A N spazio D V L O spazio D V X".

Rovescio. Leone rampante, coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S punto V E N E T I punto".

Tavola X, numero 10.

Soldino nuovo. Argento, titolo 0,965 (21). Peso, grani veneti 10 e 66
centesimi (grammi 0,552).

5. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"punto croce punto A N D R punto D A N punto D V L O punto D V X
punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma in un cerchio, attorno "croce
punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto", nel campo
l'iniziale del massaro.

Tavola X, numero 11.

Iniziali dei massari "OI, S, ALFA CEDILLA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190 (22) circa. Peso, grani
veneti 6 e mezzo (grammi 0,336): scodellato.

6. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto A N spazio D A N spazio D
V X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tavola X, numero 12.

Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani
veneti 7 (grammi 0,362).

7. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce A N D R punto D A
N punto punto punto D V X".

Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto S punto M A R C V
S punto".

Raccolta Papadopoli.

Tavola X, numero 13.

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

8. Dritto. Croce patente in un cerchio, attorno "croce, due punti in
verticale, A N D R, due punti in verticale, D A N D V L O, due
punti in verticale, D V X, due punti in verticale".

Rovescio. Leone accosciato sulle gambe posteriori, tenendo colle
anteriori il vangelo, il tutto in un cerchio, attorno "croce V E X
I L I F E R, due punti in verticale, V E N E C I A, RUM TONDA".

Tavola X, numero 14.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ANDREA DANDOLO.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 271-272 e 274 (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 300 e 301.

KÖHLER I. D. -- Opera citata, Tomo XIV, pagina 153-160.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 649-652,
numeri X, XI e XII; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola
XXXVII, numeri X, XI e XII.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
414, tavola VI, numero III.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 102 e 108, numero XV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 e
32, numero XV.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

GAETANI P. A. -- _Museum Mazzuchellianum_. Venetiis, 1761-63, Tomo I,
tavola VII, numeri 7, 8.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
171-172, numeri XXXIX, XL, XLI, XLII, XLIII, XLIV, XLV, XLVI, XLVII,
e XLVIII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1122-1123, numeri 3923,
3924, 3925.

PFISTER J. G. -- Opera citata. -- _The Numismatic Journal_, Volume II,
1837-1838, pagine 214, 215, tavola a pagina 201.

BELLOMO G. -- _La pala d'oro considerata sotto i riguardi storici,
archeologici ed artistici, etc_. Venezia, 1847, pagina 42 e 64-65
(nota 39), tavola II, numero 1.

ZON A. -- Opera citata, pagina 30, tavola I, numero 13.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 103-104 (162 a 196) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo del foglio "_L'Istria_",
Anno V, numero 11, sabato 16 marzo 1850.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione da una moneta argentea di Scio, sul
disegno del Matapane di Venezia_. Trieste, 1852, pagina 32, 38, 40 e
43. (In questo opuscolo è riprodotto l'articolo del giornale
"_L'Istria_").

LAZARI V. -- _Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di
terraferma_. Venezia, 1851, pagina 65-69 e 169.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 8.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 5.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LIV.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LIV.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 16 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-231, 254. Volume V, 1873, pagina 200-201 e
Volume XI, 1879, pagina 130.

SCHLUMBERGER G. -- _Numismatique de l'Orient latin_, Paris, 1878,
pagina 312, 471-472.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 18-19 e 123-124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 99 e Tomo XIII, pagina 147, --
terza edizione, 1881, pagina 15 e 89.

[Nuova pagina]

NOTE A "ANDREA DANDOLO".

(1) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
27.

(2) Regio Archivio di Stato. _Commemoriali_, registro IV, carte 88
tergo.

(3) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 26 tergo.

(4) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 47.

(5) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 48 a 51.

(6) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 51.

(7) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
27 tergo.

(8) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 85.

(9) Capitolare dei massari all'argento, carte 28 tergo. -- Capitolare
Uff. del Levante (Codici ex Brera 263), carte 63. -- Capitolare
del Cattaver, capit. XXXIV, carte 94.

(10) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 1800, Classe VII, Ital.,
pagina 138.

(11) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 1800, Classe VII, Ital.,
pagina 140.

(12) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 40, Classe VII, Ital.,
pagina 257.

(13) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 125, Classe VII, Ital.,
carte 531 (88).

(14) Regia Biblioteca di San Marco. M. Sanuto. _Cronaca Veneta o Vite_
_dei Dogi_, Codice 800, Classe VII, Ital., carte 194 tergo.

(15) Archivio dei Provveditori in Zecca, Registro 18: Scartafaccio di
Memorie di Francesco Marchiori maestro di zecca, 1748, carte 18.

(16) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro
II, carte 75.

(17) Hopf Charles. _Chroniques gréco-romanes inédites ou peu connues_
_etc_. Berlin, 1873, pagina 98. -- Regia Biblioteca di San Marco,
codice DCCXII, It., cl. VII.

(18) Pegolotti F. B. Opera citata, pagina 106-108.

(19) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio, Grazie_, Registro
XIII, carte 46 tergo.

(20) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,968.

(21) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,973.

(22) L'esame chimico fatto dai Morin Frères di Parigi dà il titolo di
0,190.

[Nuova pagina]

MARINO FALIER.

DOGE DI VENEZIA.

1354-1355.

Marino Falier, che succedeva nel ducato al compianto Andrea Dandolo,
apparteneva ad una delle più antiche ed illustri famiglie; era stato
più volte podestà, rettore, ambasciatore, provveditore, ed anche
quando gli elettori raccolsero i loro voti sul suo nome, si trovava in
Avignone, legato della repubblica presso il papa Innocenzo IV.

La guerra continuava contro i Genovesi e con tristi risultati, essendo
stata sconfitta e quasi completamente distrutta dinanzi all'isola
della Sapienza l'armata veneziana. Il re di Ungheria, da una parte,
minacciava la Dalmazia, dall'altra i Genovesi si assicuravano
l'influenza in Costantinopoli e si impadronivano delle migliori
posizioni commerciali dell'Oriente, ma più grave ancora era il
pericolo che all'interno correva la repubblica. Marino Falier di
carattere violento ed ambizioso, sia perché spinto dal desiderio del
potere assoluto, sia perché offeso, non gli paresse d'essere
sufficientemente rispettato dall'aristocrazia dominante, congiurò per
cambiare la forma di governo, assieme ai molti malcontenti che
naturalmente, in momenti così tristi, esistevano a Venezia.
Fortunatamente la trama fu scoperta, ed il doge ebbe mozzo il capo in
quello stesso sito, ove prima di cingere la corona ducale, aveva
prestato giuramento di osservare la promissione.

Poche sono le monete di questo doge e cioè il ducato, il soldino ed il
tornese, e tutte assai rare, ciò che è facile a spiegarsi con la breve
durata del suo principato, senza aver bisogno di cercare altre
speciali ragioni, essendo egli rimasto sul trono soltanto sette mesi.
Per la stessa ragione non posso ricordare se non alcuni provvedimenti
deliberati dalla Quarantìa nel 21 ottobre 1354 (1), per impedire la
diffusione delle monete false che si introducevano a Venezia, fatte ad
imitazione di tipi forestieri, e specialmente dei _carrarini_, dei
_frisachesi_ e dei _denari_ a XXII.

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MONETE DI MARINO FALIER.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "M A I, N SEGNO, punto
F A L E D R O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S
punto M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T I
B I punto X P E punto D A, T SEGNO, spazio Q punto T V spazio R E
G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XI, numero 1.

Soldino. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi
(grammi 0,552).

2. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"punto croce punto M A R I, N SEGNO, punto F A L spazio E D R O
punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S spazio V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.

Tavola XI, numero 2.

3. Varietà nel Dritto. "punto croce punto M A I, N SEGNO, punto F A L
spazio E D R O punto D V X".

Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XI, numero 3.

Iniziali dei massari. "OI, S".

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

4. Dritto. Croce patente "croce punto M A R I, N SEGNO, punto F A L E,
D SEGNO, punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA, punto".

Museo Civico, Trieste.

Tavola XI, numero 4.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MARINO FALIER.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
172, numero IL.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1123, numero 3926.

STROZZI C. -- _Memorie intorno ad una moneta inedita argentea di Marino
Falier_,  Firenze, 1834.

SCHWEITZER F. -- Opera citata. Volume I, pagina 106 (197 a 200) e
tavola.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 5.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 16, 17 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 231, 249 e 254, Volume V, 1873, pagina 201.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 19 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 99-100, e Tomo XII, pagina 147, -- terza
edizione, 1881, pagina 15, 16 e 89.

Bolla in piombo di Marino Falier conservata nella raccolta
Papadopoli.

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NOTE A "MARINO FALIER".

(1) Regio Archivio di Stato. Capitolare degli Ufficiali di Levante,
carte 19 tergo.

[Nuova pagina]

GIOVANNI GRADENIGO.

DOGE DI VENEZIA.

1355-1356.

Dopo tante commozioni e così gravi pericoli, Venezia aveva bisogno di
un principe savio e prudente come fu Giovanni Gradenigo, che tutti gli
storici dipingono amante della patria e geloso osservatore delle sue
leggi. Aderendo agli inviti dei Duchi Visconti, signori di Genova,
mandò ambasciatori a Milano, i quali firmarono un trattato che pose
fine alle guerre fratricide fra le due potenti rivali del mare, e vi
furono compresi i Signori di Padova, di Verona, di Mantova, di Ferrara
e di Faenza. I beneficii della pace non tardarono a farsi sentire a
Venezia, che vide nuovamente prosperare i suoi traffici e veleggiare i
suoi navigli per i mari d'Oriente: ma i tempi erano torbidi, e la
repubblica si trovò impegnata in una nuova guerra contro Lodovico re
d'Ungheria, che penetrava in Dalmazia ed in Friuli, spingendo i suoi
soldati fino sotto le mura di Treviso. Dopo soli sedici mesi di regno,
Giovanni Gradenigo morì stimato e compianto da tutti.

Gli antichi raccoglitori di monete veneziane, non conoscevano che il
ducato ed il soldino di questo doge: più tardi furono trovati il
tornese ed il piccolo, e solamente da qualche anno il grosso, ma
sempre assai raro. Sembra infatti che la fabbricazione di questa
celebre moneta, rallentata da prima, cessasse completamente durante
quattro o cinque lustri, per ricomparire nell'anno 1379 con piccole
modificazioni nel disegno, ma una sensibile diminuzione di peso. Anche
l'aspetto del grosso di Giovanni Gradenigo svela una emissione
limitata ed eccezionale, essendone lo stile stentato ed arcaico, che
lascia indovinare l'imitazione di un pezzo che non si lavorava
ordinariamente.

Non conosciamo le ragioni della diminuzione e poi della cessazione
della battitura del grosso: forse in passato se ne era coniata troppo
grande quantità, ma più probabilmente le imitazioni avevano scemato il
pregio di questa reputatissima moneta. Ve n'ha indizio nei molti
provvedimenti fatti in questo torno di tempo contro i falsificatori e
traboccatori di monete. Durante il breve ducato di Giovanni Gradenigo,
troviamo, nel 22 giugno 1355 (1), confermate le disposizioni relative
alle monete false e scadenti (frisachesi, carrarini e denari a XXII),
bandite l'anno prima, e nel 21 novembre dello stesso anno inasprite le
pene comminate ai contravventori della legge 27 febbraio 1353-1354,
colla quale si vietava l'imitazione di monete forestiere a Venezia e
nello stato. Perfino i correttori della promissione ducale, raccolti
in un momento tanto agitato, come quello che correva tra la condanna
del Falier e la elezione del Gradenigo, pensarono di completare le
disposizioni che riguardavano i falsificatori di monete veneziane,
proponendo che anche ai forestieri fosse applicata la pena del fuoco
minacciata ai veneti, tanto se il reato fosse commesso a Venezia come
altrove, ed il Maggior Consiglio nel giorno 19 aprile 1335 (2)
approvava la proposta.

[Nuova pagina]

MONETE DI GIOVANNI GRADENIGO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "I O punto G R A D O N
I C O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T I
B I punto X P E punto D A, T SEGNO, spazio Q punto T V spazio R E
G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XI, numero 5.

Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "I O punto G R A D O I
C O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto
V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".

Tavola XI, numero 6.

Segni, o punti dei massari della moneta.

Segno 1. Nessun segno.

Segno 2. Campo 1: una croce; campo 2: una croce; campo 3: una croce.

Soldino. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi
(grammi 0,552).

3. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"punto croce punto I O, H SEGNO, S punto G R A D spazio O N I C O
punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "punto S punto M A R C V S
punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.

Tavola XI, numero 7.

4. Varietà nel Rovescio. "croce punto S punto M A R punto C V S punto
V E N E T I punto".

5. Varietà nel Dritto. "punto croce punto I O H S punto G R A D spazio
O I C O punto D V X punto".

Rovescio. Come il numero 3.

Tavola XI, numero 8.

6. Varietà Dritto. "punto croce punto I O, H SEGNO, S punto G R A D
spazio O I C O punto D V X".

Rovescio. "croce punto S punto M A R C V punto S V E N E T I punto".

Iniziali dei massari. "A, OI, S, ALFA CEDILLA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190 circa. Peso, grani veneti 5 e
mezzo (grammi 0,284): scodellato.

7. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto I O punto G R A punto D V
X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tar. XI, numero 9.

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

8. Dritto. Croce patente "croce punto I O, due punti in verticale, G R
A D O I C O punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
punto V E X I L I F E R punto V E N E C I A R, RUM TONDA".

Tavola XI, numero 10.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI GIOVANNI GRADENIGO.

BELLINI V. -- _Della antica lira ferrarese etc_. Opera citata, pagina
32.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 102, 103 e 108, numero XVI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina
30 e 32, numero XVI.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_., Supplément, 1769. Opera
citata, pagina 78.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
172, numeri L, LI e LII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1123, numero 3927.

ZON A. -- Opera citata, pagina 23 e 79.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 10 (201 a 214), e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione, etc_. Opera citata, pagina 32, 38-
40.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 69 e 169.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LVI.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LVI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 17 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 202.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 472.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 19 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 100 e Tomo XIII, pagina 147, -- terza
edizione, 1881, pagina 16 e 89.

Sigillo di Giovanni Gradenigo donato da me al Museo Correr.

[Nuova pagina]

NOTE A "GIOVANNI GRADENIGO".

(1) Archivio di Stato. Capitolare degli ufficiali di Levante, carte 21
tergo.

(2) Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, Registro Novella, carte 37
tergo.

[Nuova pagina]

GIOVANNI DOLFIN.

DOGE DI VENEZIA.

1356-1361.

Dopo la morte del Gradenigo, fu eletto doge Giovanni Dolfin, che si
trovava Provveditore a Treviso stretta d'assedio dalle armi di
Lodovico re d'Ungheria. Gli venne fatto d'uscirne ed alla testa di
alcuni prodi poté farsi strada fino a Mestre, dove fu ricevuto da
dodici nobili che lo accompagnarono a Venezia. La guerra prendeva
cattiva piega per l'ajuto dato agli Ungheresi dai signori della Marca
Trevigiana e da Francesco da Carrara: ma avendo il Papa cercato di
metter pace fra i contendenti, fu conclusa per la sua interposizione
una tregua di cinque mesi, dopo la quale si ripresero le armi in
Dalmazia e nel territorio di Treviso, sempre con poca fortuna.
Finalmente fu segnata la pace a condizioni onerose per Venezia, che
riebbe i luoghi occupati nel Trevigiano, ma dovette rinunciare ai
possessi in Dalmazia e Schiavonia dalla metà del Quarnero fino a
Durazzo. Il doge Dolfin morì nel 1361, dopo cinque anni di principato,
funestato dalle guerre e dalle pestilenze.

Nulla di nuovo fu introdotto sotto questo principato in fatto di
monete. Si continuarono a coniare ducati, soldini, denari e tornesi
come precedentemente: mancano solo i grossi, dei quali la coniazione,
da qualche tempo diminuita, pare sia stata definitivamente sospesa.

Fra i documenti dell'epoca troviamo nei nostri archivi un decreto del
Senato, 15 dicembre 1356 (1), che proibisce di far società o compagnia
a fine di comperare l'argento che si conduce a Venezia per essere
fuso, affinato, coniato e bollato colla Bolla di San Marco, e lo
proibisce più specialmente a coloro che, per il loro ufficio, devono
occuparsi delle operazioni di affinamento e partizione dei metalli in
zecca. Una terminazione della Quarantìa del 5 maggio 1357 (2)
stabilisce che non si possa comprare argento se non all'incanto (a
campanella a Rialto) e proibisce agli affinatori, partitori e
smaratori di argenti di entrare nel Fondaco dei Tedeschi allo scopo di
evitare i contratti di società fra i negozianti e gli impiegati della
zecca. Nel 12 giugno 1357 (3), la Quarantìa si occupa di quelli che
stronzano, od in altro modo danneggiano le monete (ducati, grossi,
mezzanini e soldini), tanto a Venezia che fuori, e stabilisce che ai
colpevoli, se uomini, sia tagliata la mano destra, se donne, il naso,
oltre al bando ed alla pubblicazione della sentenza. Nel 6 febbraio
1358-1359 (4), si ripetono le minacce contro gli stronzatori e
maliziatori di monete, a cui, oltre il taglio della mano, ordina sieno
cavati gli occhi, chiudendo in carcere perpetuo le donne: oltre a ciò
nel 16 ottobre 1358 (5) la Quarantìa proibisce ai cambisti ed ai loro
agenti e servi di dare o possedere monete stronzate e guastate nella
forma o nel peso.

[Nuova pagina]

MONETE DI GIOVANNI DOLFIN.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "I O punto D E L P h Y
N O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
spazio V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E spazio D A, T SEGNO, spazio, Q apostrofo punto T V
spazio R E G I S spazio I S T E spazio D V C A, T SEGNO".

Tavola XI, numero 11.

Soldino. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi
(grammi 0,552).

2. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"punto croce punto I O, H SEGNO, S punto D E L P spazio h Y N O
punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.

Tavola XI, numero 12.

Iniziali dei massari. "A, I, OI, S, ALFA CEDILLA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190 circa. Peso, grani veneti 5 e
mezzo (grammi 0,284): scodellato.

3. Dritto.  Croce in un cerchio "croce punto I O punto D E L punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R
punto C V, S ruotata".

Tavola XI, numero 13.

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

4. Dritto. Croce patente "croce punto I O punto D E L P h Y N O spazio
D V X".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
punto V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA".

Tavola XI, numero 14.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI GIOVANNI DOLFIN.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 650-652,
numeri XIII e XIV; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola
XXXVII, numeri XIII e XIV.

BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina
82.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc. Supplément_, 1769, pagina
78.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 172
e 178, numeri LIII, LIV, LV e LVI.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1123-1124, numero 3928.

BELLOMO G. -- Opera citata, pagina 42, 64-65, nota 39, tavola II,
numero 2.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 12, numeri (215 a
230), e tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 32, 38-
40.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 69 e 169.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LVII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LVII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 17 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 231 e 254.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 472, tavola XVIII, numero 5.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 19-20 e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 100 e Tomo XIII, pagina 147, --
terza edizione, 1881, pagina 16 e 89.

[Nuova pagina]

NOTE A "GIOVANNI DOLFIN".

(1) Senato. _Misti_, registro XXVII, carte 102 tergo. -- Capitolare dei
massari all'argento, carte 28 tergo.

(2) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
29 tergo.

(3) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
31 tergo.

(4) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'argento, carte
33.

(5) Regio Archivio di Stato. Capitolare del Magistrato del Cattaver,
cap. XXXVIII, carte 95.

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LORENZO CELSI.

DOGE DI VENEZIA.

1361-1365.

La falsa notizia della cattura di alcuni pirati genovesi fatta da
Lorenzo Celsi, Capitano del golfo, decise gli elettori, che pendevano
incerti fra quattro illustri candidati, a portare i loro voti sul
fortunato guerriero. Lorenzo Celsi fu principe di animo grande ed
amante della gloria; accolse con molta solennità e grandi feste il
duca d'Austria ed il re di Cipro venuti a Venezia. Concluse coi
Carraresi un accordo per definire alcune vertenze nate per la
giurisdizione di Sant'Ilario, appianò altri dissensi cogli Scaligeri,
e rinnovò per cinque anni la tregua con Giovanni Paleologo,
conservando i vantaggi dei cittadini veneziani nell'impero di Oriente.
Ma questi nobili sforzi per ridonare la pace e la prosperità alla
patria furono turbati dalla insurrezione di Candia, una delle più
serie e pericolose, avendovi presa parte non pochi dei coloni
veneziani stabiliti in Candia: riusciti vani i tentativi di
conciliazione e di pace, la rivolta fu domata colla forza e furono
presi provvedimenti per impedirne il rinnovarsi.

Il doge Celsi morì nel luglio 1365 e durante il suo regno nulla di
importante abbiamo da registrare, che possa interessare il
numismatico. Fra le deliberazioni del Senato, troviamo una
terminazione del 22 gennajo 1361-62 (1) colla quale si accordano
alcune facilitazioni ai tedeschi che portano oro a Venezia,
assolvendoli dal pagamento di due grossi per marca che davano per
mettere oro in zecca dalla guerra di Genova in poi, del grosso _per no
dar campanella_ e dei grossi 3 e mezzo che pagavano per ogni cento
libbre. Il mercante avrà facoltà di mettere l'oro in zecca o di
venderlo all'incanto; portandolo in zecca è pagato dopo quattro
giorni, ed intanto riceve dal doge e consiglieri una cedola di tre o
quattromila ducati, i quali non possono essere adoperati ad altro
scopo. Nel 29 aprile 1363 (2) vista l'importanza e la gelosia
dell'ufficio, il salario dei massari all'oro, da Lire 7, soldi 13,
denari 2 e piccoli 6, si porta a Lire 8 di grossi all'anno. Quanto
alle monete, si coniarono col nome del doge Celsi ducati, soldini,
piccoli e tornesi, ma non grossi che mancano totalmente in questo
periodo.

[Nuova pagina]

MONETE DI LORENZO CELSI.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "L A V R punto C E L S
I punto", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, spazio, QUAM, spazio T V spazio R
E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XII, numero 1.

Soldino. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi
(grammi 0,552).

2. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"croce L A V R punto C E spazio L S I punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.

Tavola XII, numero 2.

Iniziali dei massari. "A, I, L, M, N, S".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190 circa. Peso, grani veneti 5 e
mezzo (grammi 0,284): scodellato.

3. Dritto. Croce in un cerchio "croce L A spazio C E L spazio D V X
punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata, punto".

Tavola XII, numero 3.

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

4. Dritto. Croce patente "croce punto L A V R punto C E L S I punto D
V X punto".

Rovescio. Il Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori
"croce V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA, punto".

Tavola XII, numero 4.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LORENZO CELSI.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 103 e 108, numeri XVII e XVIII; ed in ARGELATI, Parte V,
pagina 30, 30 t. e 32, numeri XVII e XVIII.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
173, numeri LVII, LVIII e LIX.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1124, numero 3929.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 14 (231 a 243) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 32, 38-
40.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 69 e 169.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 34.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LVIII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LVIII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 17 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 231 e 254.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 472.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 20 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 100 e Tomo XIII, pagina 147, -- terza
edizione, 1881, pagina 16 e 89.

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NOTE A "LORENZO CELSI".

(1) Senato. _Misti_, Registro XXX, carte 51 tergo. -- Capitolare dei
Massari all'oro, Capitolo XXI e LIII.

(2) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, Registro XXXI, carte 1
tergo.

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MARCO CORNER.

DOGE DI VENEZIA.

1365-1368.

Il successore del Celsi fu Marco Corner, che era stato vice doge
all'epoca della congiura di Marino Falier ed aveva speso tutta la
lunga sua vita in servizio dello Stato. Morì nella grave età di 85
anni, dopo aver occupato per quasi tre anni il trono ducale in epoca
di pace. Soccorse il duca di Savoja contro i Turchi e mandò le galere
della repubblica ad accompagnare il Papa, che da Avignone faceva
ritorno a Roma; protesse le arti e fece decorare il palazzo ducale con
dipinti storici e coi ritratti dei dogi.

Nulla di nuovo in questo triennio in fatto di monete, basta notare che
il Senato, nel 13 maggio 1367 (1) deliberò alcune norme per la vendita
dell'argento a campanella, vietando ai compratori di far società; che
nel 19 ottobre successivo (2) fece altri provvedimenti contro i ducati
fabbricati all'estero ad imitazione dei veneziani, e nel 22 ottobre
dello stesso anno (3), proibì di far grazia a coloro che fossero
incorsi in qualche pena per aver comperato e venduto argento
abusivamente o contro le leggi sovra ciò stabilite.

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MONETE DI MARCO CORNER.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "M A R C apostrofo
punto C O R N A R I O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo
"punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A T punto QUAM spazio T V spazio R E G I S
punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XII, numero 5.

Soldino. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi
(grammi 0,552).

2. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"croce M A R C apostrofo spazio C O R spazio N A R apostrofo
spazio D V X punto".

Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C
V S punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.

3. Varietà nel Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S punto V E N
E T I".

Tavola XII, numero 6.

Iniziali dei massari. "A, F, L, N, S, EZH CODA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190. Peso, grani veneti 5 e mezzo
(grammi 0,284): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto M A punto C O R punto D V
X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, punto M A R punto C
V, S ruotata, punto".

I. R. Gabinetto numismatico, Vienna.

Tavola XII, numero 7.

Regio Museo Britannico, Londra.

Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

5. Dritto. Croce patente "croce punto M A R C apostrofo spazio C O R N
punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA, punto".

Tavola XII, numero 8.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MARCO CORNER.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagine 103 e 109, numeri XIX e XX; ed in ARGELATI, Parte V, pagina
30 t. e 32, numeri XIX e XX.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
173, numeri LX e LXI.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1124, numero 3930.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 16 (244 a 258) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagine 32, 38 e
39.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LIX.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LIX.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 17 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 231 e 254.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 472, tavola XVIII, numero 6.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 20 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 100 e Tomo XIII pagina 147, -- terza
edizione, 1881, pagina 16 e 89.

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NOTE A "MARCO CORNER".

(1) Senato, _Misti_, Registro XXXII, carte 49. -- Capitolare dei
Massari all'argento, carte 36.

(2) Senato, _Misti_, Registro XXXII, carte 93 e 93 tergo.

(3) Senato, _Misti_, Registro XXXII, carte 97 tergo.

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ANDREA CONTARINI.

DOGE DI VENEZIA.

1368-1382.

Morto il Doge Corner, i voti di tutti gli elettori si riunirono sopra
il nome di Andrea Contarini, che, reluttante, fu costretto dal Senato
ad accettare la suprema dignità.

La pace che avea durato per alcuni anni non tardò ad essere turbata,
ma nei primi tempi il successo delle armi fu favorevole ai veneziani.
I Triestini ribelli, che avevano implorato soccorso dagli Austriaci,
furono ridotti all'obbedienza: nella guerra col Signore di Padova, che
aveva edificato due fortilizi minacciosi a Venezia, rimasero
soccombenti le armi dei Carraresi unite a quelle del re d'Ungheria: ed
anche ai Duchi d'Austria fu tolta la chiusa di Quero.

Ma le rivalità commerciali ed il desiderio di preponderanza in Oriente
avevano gettato semi di discordia profonda fra Genova e Venezia.
Nonostante le premure ed anche le minacce dei Pontefici, nonostante la
coscienza dei mali gravissimi inevitabili da ambe le parti, ognuno si
preparava per la guerra e cercava i propri alleati fra i nemici dello
stato rivale. Il comando della flotta fu dato a Vettor Pisani, che da
prima ebbe qualche successo, ma poi rimase completamente sconfitto
dinanzi a Pola, così che l'armata genovese si avanzò terribile
occupando Chioggia e minacciando nel cuore lo stato veneziano. Nel
gravissimo pericolo i veneziani diedero splendidi esempi di amore alla
patria; tutti gli uomini validi servirono colla persona e colle
sostanze, le donne ebbero cura dei feriti, sacrificando gioje e
monili. Liberato dal carcere Vettor Pisani, ritenuto dal popolo il più
valente ammiraglio, richiamato Carlo Zeno dai lidi lontani, ove faceva
sventolare gloriosamente lo stendardo di San Marco, il doge si pose a
capo degli armati e dopo un lungo assedio riuscì a prendere
prigioniero in Chioggia il presidio genovese. Finalmente il duca di
Savoja offerse la sua mediazione, e dopo molte difficoltà, fu conclusa
la pace in Torino col trattato 8 agosto 1381. Poco dopo moriva il doge
Andrea Contarini, compianto da tutti e considerato sempre come uno dei
più valorosi e sapienti principi veneziani.

Sotto l'aspetto economico e finanziario il tempo di Andrea Contarini e
gli eventi della guerra di Chioggia offrono campo a studi ed
osservazioni interessanti. I documenti contemporanei mostrano quali
enormi sacrifici abbiano sopportato i cittadini veneziani e lasciano
argomentare a quanta prosperità e ricchezza fosse giunta Venezia e
come fossero perfezionati i meccanismi della sua amministrazione
finanziaria. Gli stessi libri destinati a raccogliere soltanto le
deliberazioni relative alla zecca ci conservano la memoria di alcuni
provvedimenti eccezionali adottati in questi momenti di supremo
pericolo della patria. Nel capitolare delle Brocche trovasi una
terminazione del Senato del 14 aprile 1379 (1), che ordina a tutti i
nobili ufficiali, giudici ed avvocati eletti dal Maggior Consiglio, o
da altro Consiglio, di rinunciare alla totalità del loro stipendio ed
a metà delle competenze inerenti alle cariche, mentre agli scrivani e
notai di tutti gli uffici è imposto di lasciare la metà delle paghe e
delle utilità: sotto la data del 9 luglio dello stesso anno (2)
trovasi un ordine di prendere a mutuo i denari che sono fatti e si
fanno in zecca, dando al possessore l'aggio dei ducati in ragione di
13 soldi, garantendo il pagamento col ricavo dell'imposta ordinata di
100,000 ducati.

Anche prima delle difficoltà gravissime, politiche e finanziarie che
travagliavano Venezia in quest'epoca, si erano già manifestati i
sintomi di un disagio monetario, che si aggravò cinquant'anni più
tardi, e non fu risolto se non colla riforma del doge Tron e colla
coniazione in argento della lira. Dell'apparizione di questo disagio e
della ricerca del rimedio si scorgono i primi segni nella terminazione
della Quarantìa del 12 settembre 1369 (3) dove, lamentandosi la
scarsità della moneta nostra d'oro e d'argento ed osservandosi che la
buona e pesante se ne va all'estero appena coniata, mentre resta in
paese solo la vile e cattiva, si conchiude col nominare tre savi allo
scopo di studiare e proporre i rimedi.

Probabilmente il parere dei savi fu di diminuire il peso dell'unità
monetaria, perché questo appunto fu il provvedimento adottato dal
Senato nella parte del 19 dicembre 1369 (4) con cui si regolava la
coniazione dei soldini da farsi colla quinta parte dell'argento
condotto a Venezia, la quale doveva essere consegnata dai mercanti
alla zecca per riceverla ridotta in moneta. Da ogni marca si devono
ricavare 14 e mezzo soldi di grossi invece di 13 e mezzo che se ne
ottenevano da prima, ed ai mercanti devesi corrispondere 12 soldi e 3
grossi per marca, invece degli 11 e 3 grossi dati in passato. Affinché
questi nuovi soldini si distinguano dagli antichi, si ordina di farli
con quel conio che sarà scelto dal doge, dai consiglieri, dai capi
della Quarantìa e dai savi. A questo scopo fu mutato il rovescio, ed
il leone, invece che rampante, fu disegnato seduto, colle ali aperte
in quella forma che era già in uso nei torneselli e che divenne una
delle più caratteristiche rappresentazioni dell'araldica veneziana.

Questa legge doveva rimanere in vigore due anni, per esperimentarne
gli effetti; ma soddisfatto del risultato, il Senato la confermava con
decreto in data 16 dicembre 1371 (5).

Colla diminuzione della valuta erasi bensì impedita la emigrazione
delle specie metalliche e si erano ottenuti altri vantaggi momentanei;
ma si recava una sensibile alterazione al valore del grosso che,
rimasto sempre eguale dai tempi di Enrico Dandolo, serviva di base a
molte contrattazioni. Egli è perciò che il Maggior Consiglio (6) nel
27 dicembre 1375 votava una legge, colla quale, osservandosi che vi
era molta confusione nelle commissioni dei Rettori, nei capitolari
degli ufficiali e nei registri che conservavano le parti adottate nei
Consigli, si nominavano cinque savi coll'incarico di esaminare questi
libri e con facoltà di cancellare quelle disposizioni, il cui termine
fosse spirato o che mancassero di efficacia e di valore, e di proporre
quelle aggiunte e modificazioni che reputassero convenienti ed utili,
ordinando che il partito proposto ed approvato dal Senato, avesse la
stessa forza come se fosse emanato dal Maggior Consiglio. I cinque
savi, valendosi di detta facoltà, nel 25 settembre 1376 annullarono il
vecchio capitolare, che contava quasi un secolo di vita, ed ordinarono
la compilazione di un nuovo, facendone annotazione e firmandosi
assieme al notajo della curia Giovanni Vido (7).

Tolto così l'ultimo vincolo che aveva, relativamente all'intrinseco
del grosso, una importanza legale e tradizionale, si pensò di
riprenderne il conio, modificando il peso in proporzione a quello che
si era trovato conveniente di fare per il soldo con nuova, sebbene
piccola diminuzione. Un decreto del Senato, in data 4 maggio 1379 (8),
ordina che la moneta coniata in zecca coll'argento dei quinti deposti
dai mercanti, debba andare a 15 soldi di grossi per marca, invece che
a 14 e 6 grossi, e che una metà debba coniarsi in soldini e l'altra
metà in grossi somiglianti agli antichi. Tali grossi devono avere il
valore di quattro soldini e la stessa bontà: sì gli uni che gli altri
devono essere contraddistinti con una stella, che infatti è visibile
in tutti i pezzi coniati dopo il 1379. Anche in questo decreto, come
in quelli 8 aprile 1353 e 19 dicembre 1369, che ho a suo tempo
riportati, il modo di calcolare la lira di grossi è sempre di 32
piccoli per grosso: con ciò, dopo che il grosso era stato valutato
quattro soldi, si creava un grosso immaginario assai inferiore al
grosso reale. Se infatti i grossi nuovi fossero stati coniati sulla
stessa base del conteggio, e cioè a 15 soldi (180 pezzi) per marca,
essi avrebbero pesato grani 25 e 60 centesimi per ognuno mentre invece
pesano grani 38 e 40 centesimi, cioè colla proporzione di 120 pezzi
per marca.

Questo fatto unitamente al prezzo del ducato, che per concordi
testimonianze di cronisti contemporanei od assai vicini (9) si
valutava Lire 3 e soldi 4 sino ai tempi della guerra di Chioggia, e
cioè allo stesso prezzo nominale che aveva prima della riforma
monetaria dei tempi di Andrea Dandolo, nella quale si portava il
grosso a 48 piccoli, questo fatto, dico, ci dà la chiave della
situazione monetaria di questo periodo e ci mostra che l'argento era
cresciuto di pregio in confronto dell'oro, perché il ducato equivaleva
bensì ad un numero eguale di lire, ma queste lire avevano solo due
terzi dell'antico valore d'argento. Tale fu molto probabilmente il
motivo che indusse il Governo ad aumentare nel 1353 il valore del
grosso; tale probabilmente fu la causa della cessazione della
battitura del grosso. In questo modo la lira di grossi valeva sempre
32 lire di piccoli, ed era sempre eguale a 10 ducati, consolidandosi
l'uso di trattarla in oro: infatti non abbiamo memoria nel secolo XIV
di lira di grossi uguale a 48 lire di piccoli, che si cominciò ad
usare solo quando l'oro tornò aumentare, e ce ne fa fede il nome
stesso di lira di grossi a oro, perché nel periodo dal 1350 al 1382,
alla lira di grossi maggiore avrebbe spettato piuttosto il nome di
lira di grossi ad argento, mentre in quel tempo l'argento di 240
grossi effettivi corrispondeva a 48 lire di piccoli, e 10 ducati
invece corrispondevano a sole 32 lire di piccoli.

Sulla prima pagina cartacea della cronaca di Andrea Dandolo, codice
del principio del secolo XV esistente nella Biblioteca di San Marco
(10) che il Valentinelli dichiara _vetus codex summo pretio habendus_,
si trova scritto da mano contemporanea o di poco posteriore alcune
interessantissime notizie sull'oscillazione del valore del ducato
negli anni 1380-1382, raccolte da un patrizio che esercitava la
mercatura.

  "El se fa nota come del 1380 fino al 1381 el ducato correva a L. 4
  soldi 5 et da ottobre fino a decembre el corea L. 4 soldi 6.

  Et dal 1381 da dì 3 lugio fino ai 8 luio 1382 corea Lire 4 soldi 2
  piccoli 6 et Lire 4 soldi 2 piccoli 9 et poi adi 6 dito mese corea
  Lire 4 soldi 2 piccoli 6 et adi 11 corea L. 4 soldi 2 p. 3 et adi
  23 pur del dito mese corea Lire 4 soldi 2 p. 8.

  Del 1382, veramente el ducato corea dal dì 8 luio fino 25 dito
  L. 3 s. 19 p. 7, et da 25 fin tutto el mese L. 3 s. 19 p. 6, che è
  segno che el ducato non stava sempre ad uno segno, anzi se variava
  secondo li tempi il che si attrova notado in diverse parti di
  sopra i libri de merchadanti di quelli tempi".

Sebbene queste informazioni non si accordino con quelle tratte dalle
cronache poc'anzi ricordate, mi sembra che si possano con esse
conciliare e sieno quindi meritevoli di fede e di attenzione. Il
prezzo di 3 lire e 4 soldi, è senza dubbio, il valore legale del
ducato, valore mantenuto durante alcuni lustri, ed in questa
circostanza, in cui si tratta di conservare la memoria dei prezzi dei
commestibili durante la carestia, i cronisti ne fanno menzione
speciale per mostrare di essersi basati sopra di un valore fisso e
normale. Invece i vari prezzi segnati dal patrizio negoziante si
riferiscono, secondo ogni probabilità all'aggio, che in tempi tanto
calamitosi era naturale facesse la migliore moneta d'oro ricercata dai
banchieri e dagli speculatori. Questo aumento di prezzo del valore del
ducato è tanto più facile a spiegarsi, perché l'oro in quel tempo era
assai basso relativamente all'argento, ed anzi cominciava a riprendere
la via dell'aumento con quelle oscillazioni che accompagnano
ordinariamente simili spostamenti di proporzioni monetarie.

Oltre agli importanti provvedimenti, che avevano lo scopo di regolare
la moneta d'argento con notevoli mutamenti nel peso e nel tipo del
grosso e del soldo, si trovano nei registri del Senato e nei
capitolari dei magistrati, altri decreti di minore importanza, ma pur
meritevoli di essere ricordati. È per esempio interessante la
deliberazione del 18 gennaio 1378 (1379) che bandisce i Carrarini
coniati di fresco a Padova (11), perché tale moneta _est cum magna
utlitate nostri inimici et damno terre nostre_, e mostra quale era lo
stato degli animi durante una guerra fraterna.

Nel capitolare dei massari all'oro, trovansi alcune altre disposizioni
di ordine interno e tra esse le seguenti: 2 dicembre 1376 (12), si
accorda agli ufficiali della zecca dell'oro di poter intervenire al
Maggior Consiglio nelle feste solenni come è concesso agli ufficiali
della zecca dell'argento: -- 4 maggio 1379 (13), si incaricano gli
ufficiali della moneta dell'argento di far cambiare ogni tre mesi i
pesi dei ducati, e così pure devonsi visitare le bilance ed i pesi dei
_cambiadori_ a Rialto ed a San Marco; i pesi abbiano un bollo dal
quale risulti che sono stati verificati: -- 4 maggio 1379 (14),
creazione di due nuovi massari all'argento col salario di ottanta
ducati annui. -- Finalmente il 16 settembre 1381 (15) una legge del
Senato riduce gli stipendi di tutti i magistrati ed ufficiali dello
stato; quelli degli addetti alla zecca restano modificati come segue:
ai massari all'argento, invece di lire otto di grossi all'anno si
danno lire sei, oltre gli utili consueti; a quello che fa i tornesi
lire due di grossi, invece di quattro; al pesatore dei torneselli
ducati cinquanta, invece di sessantacinque; all'altro pesatore lire
quattro di grossi, invece di cinque; ai massari dell'oro lire sei di
grossi, invece di dieci, e così al pesatore dell'oro.

Dalla gentilezza del cavalier Riccardo Predelli mi venne comunicato un
documento assai importante per la storia delle imitazioni del ducato
veneziano e tale da meritare di essere riportato:

  "Exemplum litterarum missarum per dominum Ducam Crete. . .

  Serenissime domine. Ducali Excellentie serie presentium patefiat
  quod die XXVIIII mensis septembris nuper preteriti nobilis vir
  Iohannes Moro, ambaxiator olim missus ad parte Theologi, redivit
  Candidam. Ipse enim ambaxiator, secundum quod scriptum et
  commissum sibi fuit, firmavit pacem cum domino illarum partium cum
  pactis et capitulis consuetis, et cum additionibus infrascriptis
  videlicet: quod idem dominus contentus fuit delere cunim
  ducatorum, et precipere quod in terris suis, vel aliqua ipsarum
  terrarum, non stampentur amplius ducati ad formam ducatorum
  vestrorum. Et hec promisit, attendere et observare con iuramento
  specialiter modo facto. . .

  Date Candide, primo octubris, none Indictionis (1370)" (16).

_Dominus Theologi_ era l'emiro di Aidin, nome dato dai mussulmani alla
provincia dell'Asia Minore che comprende la maggior parte dell'antica
Jonia ed una porzione della Lidia. Questo territorio formava, nel XIV
secolo, uno dei dieci principati indipendenti in cui si smembrò il
grande impero fondato dai Sultani Selgiucidi in Icona, per l'invasione
dei Tartari Mongoli e la morte di Aladino (Ala-Eddyn III, 1299).

La capitale del principato era Theologo, l'antica Efeso, che aveva
cambiato il suo nome in onore di San Giovanni apostolo detto dai greci
il santo Theologo, [Greco[Aghiòs Theologòs]Greco] che i turchi, per
difetto di pronuncia, cambiarono in Ayasoluk. Theologo fu nel medio
evo una capitale fiorente ed un centro commerciale importante,
frequentato principalmente dai Genovesi di Metelino e di Scio, e dai
veneziani, che vi tenevano un console; menzionato dal Pegolotti che vi
dedica parte d'un Capitolo (17) dove segna le derrate che vi si
desiderano e le misure che vi si usano, chiamandolo col nome di
Altoluogo di Turchia, con cui era conosciuto dai mercanti italiani.

Paolo Lambros in una sua pubblicazione stampata in Atene (18) e poscia
riprodotta nella Revue Numismatique (19) ha fatto conoscere per la
prima volta un gigliato anonimo coniato a Theologo: sono pur note
monete dello stesso genere dei principi mussulmani di Magnesia e di
Caria, ma nessuno sin'ora aveva sospettato che il ducato veneziano
fosse stato anch'esso imitato in quelle regioni. Le monete preferite
in levante e particolarmente nelle isole dell'arcipelago e sulle coste
dell'Asia Minore, dove erano frequenti i contatti coi mercanti latini,
erano in quel tempo i ducati di Venezia ed i gigliati napoletani che
si imitavano nelle zecche di Cipro, di Rodi, di Mitilene e di Foglie.
È noto che nel 1357 il senato di Genova, in seguito alle rimostranze
dell'inviato veneziano, Raffaele Caresini, aveva scritto una lettera
energica a Francesco Gattilusio signore di Mitilene, per fargli
conoscere i lagni dei veneziani in causa delle monete d'oro coniate
nei suoi possessi coll'aspetto del ducato, ma con metallo meno
perfetto (20). Siccome l'esperienza c'insegna che le monete imitate in
una zecca sono facilmente riprodotte in quelle dei paesi vicini, che
si trovano nelle stesse condizioni geografiche ed economiche, così non
deve sorprenderci che i principi mussulmani dell'Asia Minore, i quali
non avevano respinta l'idea di porre la croce di Cristo sulle monete
coniate per ordine loro, facessero disegnare sul ducato l'effigie del
Redentore ed il principe inginocchiato dinanzi a San Marco. Resta ora
a vedersi se di queste contraffazioni sieno rimaste le traccie, e
quali tra i tanti ducati di origine manifestamente orientale possano
ritenersi coniati a Theologo od Altoluogo.

[Nuova pagina]

MONETE DI ANDREA CONTARINI.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "A N D R punto CON T A
R E N O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
spazio V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, spazio QUAM spazio T V spazio R E
G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XII, numero 9.

In alcuni esemplari sotto il braccio dell'evangelista, invece del
solito punto, havvi una crocetta × che probabilmente è il segno
del massaro.

Grosso, secondo tipo. Argento, titolo 0,952 (21) (peggio 55). Peso,
grani veneti 38 e 40 centesimi (grammi 1,987).

2. Dritto. San Marco in piedi di fronte, disegnato come negli antichi
grossi, porge il vessillo al doge di profilo, vestito con manto
fornito di pelliccia ed il capo coperto dal berretto ducale, a
sinistra dietro il doge "A N D R punto CON T A R E N O", lungo
l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I
punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati". Nel campo a sinistra una stella di cinque raggi, a
destra l'iniziale del massaro.

Tavola XII, numero 10.

3. Varietà nel Rovescio. "A N D R punto CON T A R E N".

Iniziali dei massari. "C, F, P".

In alcuni esemplari del grosso, sul rovescio, sotto il braccio del
Redentore, si vedono tre anellini riuniti, in altri sul diritto
una crocetta × presso al lembo del vestito del santo.

Soldino col leone rampante. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti
10 e 66 centesimi (grammi 0,552).

4. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo
"croce A N D R apostrofo CON spazio T A R spazio D V X".

Rovescio. Il Leone rampante, coll'orifiamma "croce punto S punto M A
R C V S punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del
massaro.

Tavola XII, numero 11.

Iniziali dei massari. "D, F, I, S, EZH CODA".

Soldino col leone seduto. Argento, titolo 0,952 (peggio 55). Peso,
grani veneti 9 e 93 centesimi (grammi 0,513), legge 19 dicembre
1369.

5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "punto
croce A N D R apostrofo CON spazio T A R apostrofo spazio D V X",
nel campo, dinanzi al doge l'iniziale del massaro.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tenendo nelle
anteriori il vangelo, il tutto chiuso in un cerchio, attorno
"croce S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XII, numero 12.

Iniziali dei massari. "B, C, D, F".

Soldino col leone seduto e la stella. Argento, titolo 0,952. Peso,
grani veneti 9 e 60 centesimi (grammi 0,496), legge 3 maggio 1379.

6. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce
A N D R punto CON spazio T A R punto D V X", nel campo dinanzi il
doge una stella, dietro il doge l'iniziale del massaro.

Rovescio. Come al numero 5. "croce S punto M A R C V S punto V E N E
T I punto".

Tavola XII, numero 13.

Iniziali dei massari. "C, F, I, P".

La stella posta nel campo del Diritto è talora di cinque raggi, ma
più spesso di sei. In molti esemplari del soldino col leone alato,
tanto di quelli descritti al numero 5 che al numero 6, si trovano
delle crocette × e dei gruppi di anelli che sostituiscono i punti
nell'iscrizione del Rovescio.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111 (peggio 1024) (22). Peso, grani
veneti 14 (grammi 0,724).

7. Dritto. Croce patente "croce punto A N D R apostrofo spazio CON T A
R apostrofo spazio D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo fra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA, punto".

8. Varietà nel Rovescio. "V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM
TONDA".

Tavola XII, numero 14.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ANDREA CONTARINI.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 650-652,
numero XV; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola XXXVIII,
numero XV.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
415, tavola VI, numero XI.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 103 e 109, numero XXI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t.
e 32, numero XXI. -- _Dissertazione_ III, Ferrariæ, 1774, pagina 98,
tavola XIX, numero 1. -- _Dissertazione_ IV, Ferrariæ, 1779, pagina
88-89, tavola XIV, numero 1.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata,
_Supplément_, 1769, pagina 78.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 173
e 174, numeri LXII, LXIII, LXIV, LXV, LXVI e LXVII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1124-1125, numeri 3931,
3932, 3933 e 3934.

ZON A. -- Opera citata, pagina 23, 30 e 34.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 19 (259 a 275) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione, etc_. Opera citata, pagina 32 e 39.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 70 e 169, tavola VI, numero 29.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 9.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 6.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LX.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LX.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 17-18 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 229, 231 e 254. Volume V, 1873, pagina 202-203.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 473, tavola XVIII, numero 7.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 20-21 e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 101, Tomo XIII, pagina 147, Tomo
XXI, pagina 136 e Tomo XXII, pagina 292, -- terza edizione, 1881,
pagina 17, 89, 334 e 356.

[Nuova pagina]

NOTE A "ANDREA CONTARINI".

(1) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Broche, carte 3.

(2) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Broche, carte 3 tergo.

(3) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti registro II,
carte 85 (153).

(4) Documento XIV.

(5) Regio Archivio di Stato, _Senato_, Misti, re. XXXIII, carte 144
tergo.

(6) Documento XV.

(7) Documento IV.

(8) Documento XVI.

(9) In una cronaca anonima dei primi anni del secolo XV, conservata
nella Regia Biblioteca di San Marco (Codice 324, classe VII,
Ital.), che arriva sino all'anno 1385 si trovano le seguenti
notizie all'anno 1382.

Et in Venetia el si haveva pagado

el ster de formento grosso ducati 5, a lire 3 soldi 4 per ducato.

el ster de megio ducati 2 men soldi 8

el sorgo ducati 1 e soldi 36 e cuxì le cexere

el vin de Marcha e Romania la quarta ducati 4 men soldi 16

la ribuola ducati 2 soldi 12

el vin terran ducati 2 men soldi 8

el miro de oio ducati 3 soldi 14, la lira soldi 8

le legne ducati 2 men soldi 8 el caro

la carne salada soldi 8 la lira

la fresca soldi 6

el formazo dolze soldi 10 la lira, el salado soldi 7

el sal soldi 6 el quartarol

le carobe ducati 2 soldi 12 el ster

le castegne soldi 6 la lira

le ceriexe soldi 4 la lira

i pomi soldi 3 la lira

le rave march. (marchetti) 4 el 100

i ravaneli soldi 2 l'uno

le lentize soldi 2 el torso

le zevole soldi 2 l'una

l agio soldi 12 al cento

i meloni soldi 6 l'uno

i cogumori soldi 2 l'uno

le fige fresche 3 al soldo

le limone soldi 2 l'uno.

Altre cronache della stessa epoca riproducono le stesse informazioni
con poche differenze: ma il valore del ducato è sempre a 3 lire e
4 soldi.

(10) Regia Biblioteca di San Marco. Codice CCLIX, Classe X lat.

(11) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 2 tergo.

(12) Regio Archivio di Stato. _Senato_, Misti, registro XXXV, carte
142 tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, cap. LIX, carte 22
tergo.

(13) Regio Archivio di Stato. _Senato_, Misti, registro XXXVI, carte
78. -- Capitolare dei massari all'oro, cap. 63, carte 24.

(14) Regio Archivio di Stato. _Senato_, Misti, registro XXXVI, carte
77 tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, cap. 68, carte 27
tergo.

(15) Regio Archivio di Stato. _Senato_, Misti, registro XXXVII, carte
4. -- In parte riportata nel Capitolare delle Brocche, carte 4.

(16) Regio Archivio di Stato, Commomoriale VII, carte 145 tergo.

(17) Pegolotti F. B. Opera citata, pagina 40 a 42.

(18) [Greco[ Pàulos Làmpros, Anékdoton nomìsma Sarukhàn émiron tes
Ionìas kopèn èn Efèso. En Athenàis ]Greco], 1870.

(19) _Revue Numismatique_, nouvelle serie, tomo XIV, pagina 335-343,
Paris 1869-1870.

(20) Nani Bernardo, _De duobus imperatorum Rasciæ nummis_, Venezia,
1752, pagina 25.

(21) L'esame chimico fatto dai Morin Frères di Parigi dà il titolo di
0,951 con 0,002 di oro.

(22) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo 0,112.

[Nuova pagina]

MICHELE MOROSINI.

DOGE DI VENEZIA.

1382.

Compiute le solenni esequie di Andrea Contarini, fu elevato alla
suprema dignità dello stato Michele Morosini, uomo danaroso, che era
stato uno degli ambasciatori della Repubblica alla pace di Torino. Non
ebbe il tempo di fare cose memorabili durante il suo principato,
perché venne a morte pochi mesi dopo, nella terribile pestilenza che
colpì in quel tempo Venezia e ne decimò la popolazione.

Le monete di questo doge sono assai ricercate in causa della brevità
del suo regno, e più di tutte è raro il grosso, del quale ignoravasi
l'esistenza fino a pochi anni fa.

[Nuova pagina]

MONETE DI MICHELE MOROSINI.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "M I C h, L SEGNO,
punto M A V R O C", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, spazio QUAM spazio T V spazio R E
G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XIII, numero 1.

Sotto il braccio dell'evangelista in alcuni esemplari vi è una
crocetta semplice × in altri una croce con doppia linea
trasversale.

Grosso, secondo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 38 e
40 centesimi (grammi 1,987).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "M I C h L punto M A V
R O C", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E
N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati". Nel campo a sinistra una stella di cinque punti, a
destra l'iniziale del massaro.

Museo Bottacin.

Tavola XIII, numero 2.

Principe Ernesto di Windischgrätz.

Iniziale del massaro. "P".

Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 9 (grammi 0,496).

3. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce
M I C h, L SEGNO, spazio M A spazio V R O C spazio D V X", nel
campo dinanzi al doge una stella di sei raggi, dietro il doge
l'iniziale del massaro.

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
punto S punto M A R C V S, tre anelli, V E N E T I, tre anelli".

Tavola XIII, numero 3.

Iniziali dei massari. "F, P".

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

4. Dritto. Croce patente "croce M I C h L apostrofo punto M A V R O C
apostrofo spazio D V X".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".

Tavola XIII, numero 4.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MICHELE MOROSINI.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 21 (276 a 282) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 70 e 169.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 6.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXI.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge LXI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 18 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 231 e 254.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 273, tavola XVIII, numero 8.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 21 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 101, Tomo XXI, pagina 136 e Tomo XXII,
pagina 292, -- terza edizione, 1881, pagina 17, 334 e 356.

[Nuova pagina]

ANTONIO VENIER.

DOGE DI VENEZIA.

1382-1400.

Morto Michele Morosini, fu eletto a succedergli Antonio Venier, che si
trovava capitano in Candia. Tutti gli sforzi di lui furono diretti a
riparare i danni causati da guerre lunghe e disastrose, ed a ristorare
il commercio e le industrie veneziane, nobile missione in cui fu
secondato dal favore degli avvenimenti. Il più fiero e potente nemico
della repubblica, Lodovico re di Ungheria, venne a morte, e le lotte
cagionate dalla sua successione liberarono Venezia da ogni pericolo da
quella parte. In Oriente si rinnovò la tregua coll'imperatore e si
cercò di ricuperare alcuni punti importanti, riuscendo ad innalzare la
bandiera di San Marco a Napoli di Romania, ad Argo, a Corfù, e,
nell'Adriatico, a Scutari e a Durazzo.

Nella terraferma vicina dava non poca ombra alla Repubblica, Francesco
da Carrara, sempre potentissimo, che aveva comperato dal duca Leopoldo
d'Austria il Trevigiano, e sosteneva il patriarca di Aquileja nominato
dal Papa, che gli Udinesi ed il Parlamento friulano non volevano
riconoscere. I Veneziani naturalmente parteggiarono coi signori del
Friuli, ed alleati con Giangaleazzo Visconti tolsero ogni dominio al
Carrarese, recuperando il possesso di Treviso e del suo territorio.
Così Antonio Venier, morendo nel novembre 1400, dopo dieciotto anni di
regno lasciava Venezia in uno stato di prosperità e di pace.

Anche il lavoro della zecca fu molto attivo in quest'epoca fortunata,
e possiamo riconoscere dai documenti contemporanei la cura amorosa con
cui si trattavano dai governanti gli affari relativi alla moneta ed al
commercio dei metalli preziosi. Si conoscono i provvedimenti
legislativi intesi a perfezionare i congegni amministrativi ed a
curare l'esatto adempimento delle molte prescrizioni e cautele, che
per essere troppo minuziose e complicate, cadevano facilmente in
dissuetudine. Sono interessanti a vedere le precauzioni dirette ad
impedire gli abusi, a frenare le spese, ad aumentare i redditi dello
stato, e così pure le pene severe minacciate a coloro che
trasgredissero le leggi o cercassero di frodare lo stato per favorire
i mercanti che portavano oro ed argento in zecca per farne moneta o
per ridurlo in verghe, che nei documenti veneziani sono chiamate
_pezze_. Era prescritto che gli ufficiali della zecca, dovessero fare
con diligenza i pesi dei metalli in tutte le varie trasformazioni,
registrandoli di volta in volta su appositi quaderni, rendendo conto
della gestione agli ufficiali delle _Ragioni_ alla fine del loro
turno, che si chiamava _quindicina_, perché originariamente durava
quindici giorni. Volevasi sopratutto mantenuta nell'oro quella purezza
che ai ducati coniati a Venezia dava una fama di superiorità durata
fino ad oggi. A questo scopo la Quarantìa deliberava, nel 16 luglio
1394, alcuni provvedimenti che formano i capitoli dal LXXI all'LXXXIV
del capitolare dei massari all'oro (1), i quali si occupano delle
fusioni, degli assaggi, dei cimenti e dei pesi dell'oro e dei ducati.
Analoghe disposizioni sono ordinate anche per l'argento, affinché le
prove e gli assaggi sieno fatti con diligenza e sicurezza, in un
decreto del 16 novembre 1400 (2), il quale comincia colle seguenti
sagge parole: _Abudo respeto che una peza bolada de la bolla de san
Marcho vien ad esser moneda chuniada etc_. Dallo stesso documento
rileviamo che il titolo del grosso e dell'argento era disceso a peggio
55 e cioè a 0,952; ma questo peggioramento datava già dall'epoca
dell'abolizione dell'antico capitolare dei massari alla moneta e dalla
coniazione del nuovo grosso durante il principato di Andrea Contarini.

Troviamo anche due deliberazioni del Maggior Consiglio, 26 settembre
1389 (3) e 5 luglio 1395 (4), relative alle nomine dei massari
all'argento, colle quali si permette la conferma, dopo i due anni di
carica, di questi gentiluomini senza la prescritta contumacia, purché,
provati in Quarantìa, ottengano più della metà dei voti, e ciò allo
scopo di avere persone esperte e pratiche; ma contemporaneamente si
ordina ai provveditori del Comune ed agli ufficiali delle Ragioni, di
investigare sulla loro condotta e sugli utili ricavati dalla zecca
durante la loro amministrazione, riferendo ogni cosa al Consiglio
prima della votazione.

I primi decreti emanati dal Senato dopo l'elezione di Antonio Venier,
in rapporto alla fabbricazione della moneta, trattano di quanto si
doveva dare ai mercanti in compenso della quinta parte dell'argento
portato in zecca per essere affinato e ridotto in verghe o pezze. Tale
quinto doveva essere monetato, ed era sino allora rimborsato con 14
soldi di grossi per ogni marca, mentre il decreto 13 gennaio 1384
(1385) (5) ordina che la zecca paghi 13 e mezzo soldi di grossi per
marca, ed un secondo del 2 gennajo 1385 (1386) (6) soltanto 13 soldi e
3 grossi, e che tutto l'utile ricavato sia versato al tesoro per le
spese delle guerre. Ma queste disposizioni, che rendevano meno
vantaggiosa la speculazione dei mercanti, avevano diminuito il lavoro
delle officine, per cui la Quarantìa nel 1 agosto 1387 (7), allo scopo
di favorire la coniazione dei grossi e per vantaggio degli operai,
concede ai possessori di argento franco di bolla di far coniare
qualunque quantità di grossi, ricevendo per marca 14 soldi, 8 denari
di grossi e 20 piccoli, esclusi da questo beneficio i banchieri,
coloro che acquistano argento agli incanti, ed i forestieri.

Erano di grave danno in quel momento al commercio ed alle finanze
dello stato alcuni inconvenienti nella circolazione monetaria, di
quelli che si verificarono in tutti i tempi, e cioè le monete false,
quelle pur genuine che venivano tosate o stronzate, e finalmente
l'artificio di alcuni speculatori, che sceglievano le monete più
pesanti per fonderle, lasciando in circolazione le più leggere.

Ai danni provenienti dalle monete false e dalle stronzate, erasi molte
volte tentato di provvedere con minuziosa sorveglianza e colla
minaccia di gravi pene, ed anche nel 12 novembre 1389 (8) si cercò di
incoraggiare lo zelo degli ufficiali che dovevano investigare sopra
tali faccende presso i banchieri ed i cambisti, coll'aumentare la
quota di utile che spettava loro nelle pene pecuniarie e colla
proibizione di condonare tali multe. Nel 19 maggio 1391 (9) si ordina
che tutte le monete false, le quali venissero presentate alle casse
pubbliche, sieno tagliate in quattro pezzi, e quelle stronzate sieno
tagliate in due; queste ultime poi si potevano portare alla zecca, che
rimborsava l'argento con 14 soldi, 8 denari di grossi e 20 piccoli per
marca.

Allo scopo di impedire che le monete più pesanti fossero distrutte con
danno del pubblico e dell'erario, il Senato nel 30 maggio 1391 (10)
delibera che un solo peso regoli tutti i soldi colla maggior esattezza
possibile, e questo sia tale che da ogni oncia si debbano tagliare 62
pezzi. Il valore della marca potrà oscillare fra lire 24 soldi 16 e
lire 25 soldi 4, distruggendo tutte le fusioni che eccedono questi
limiti, ed ordinando di porre un punto sovra ogni conio per poter
conoscere il gastaldo responsabile del peso. Siccome poi con tale
disposizione i soldini si trovavano più leggeri in proporzione dei
grossi, la Quarantìa ordina che a quelli che portano le monete
tagliate alla zecca per deficienza di peso si dia 14 soldi 8 grossi e
20 piccoli, se si paga in grossi; ma pagando in soldini, si dia 15
soldi e 3 grossi (11). La legge del 30 maggio però non era di
possibile esecuzione, e la zecca protestava di non poter fare i soldi
tutti eguali, per cui nell'11 luglio 1391 (12) il Senato vota che la
tolleranza nel taglio sia portata fra i 62 ed i 65 pezzi per oncia, e
tutta la fusione debba dare un peso che oscilli fra 63 e 64; ma anche
questo era troppo difficile in pratica, per cui il Senato nuovamente
si raccoglie nel 20 luglio (13) e delibera che da un'oncia d'argento
non si taglino meno di 61, né più di 66 soldi, e che il valore di ogni
marca stia fra lire 25 e 6 soldi, e lire 25 e 10 soldi.

In seguito a queste disposizioni, che avevano per risultato una
leggera diminuzione nel peso dei soldini, il valore del grosso era
diventato esuberante, per cui il Senato, allo scopo di trattenere in
paese la moneta d'oro, fu costretto a ridurre anche il peso del
grosso. Un decreto in data 4 giugno 1394 (14) ordina che i grossi
sieno fabbricati allo stesso titolo, colle stesse prescrizioni e con
un peso proporzionato a quello dei soldini, in modo che da una marca
si ottengano da 126 e mezzo a 127 e mezzo pezzi, lasciando ad un
collegio la scelta del conio, affinché si distinguano i vecchi dai
nuovi grossi. Raccoltisi il giorno dopo il doge, i consiglieri, i
capi, i savi ed i provveditori del Comune, che componevano il
collegio, deliberano che i grossi sieno coniati con lettere e stelle
secondo il modello presentato, come vediamo ricordato (15) nel
capitolare delle Brocche.

È questo il terzo tipo del grosso che, attorno alla figura del
Redentore seduto in trono, ha le parole "T I B I spazio L A V S spazio
E T spazio G L O R I A"; ma non fu l'ultima diminuzione di peso di
questa nobile moneta, nemmeno in questo secolo, giacché il 7 ottobre
1399 (16) si deliberò che, invece di 127 grossi, se ne ricavassero 131
circa da ogni marca, come era già la pratica da due anni, e si diminuì
in proporzione il peso dei soldini, in modo che quattro soldini
equivalessero ad un grosso.

La coniazione dei torneselli per l'Oriente era assai copiosa durante
il principato di Antonio Venier, ed arrivava a dodicimila marche per
anno, del valore di quattordici mila ducati, come rileviamo da un
documento del 25 gennaio 1385 (1386) (17), il quale destina tutto
l'utile ricavato da tale gestione, che si valutava un terzo del
valore, alle spese della guerra nel Veronese e nel Friuli. Meno
abbondante deve essere stata la coniazione dei piccoli oggi difficili
a ritrovarsi; un decreto dei Pregadi del 4 giugno 1385 (18),
lamentando le invasioni di piccoli _pessimi e rei forestieri_, ordina
che un maggior numero di operai sia destinato alla fabbricazione di
tali monetine coniate secondo una legge del 4 maggio 1379, che fissava
la lega dei piccoli 1 oncia e 16 carati d'argento, 6 once 3 quarti e
20 carati di rame, ed il ricavo di soldi 3 denari 1 e mezzo di grossi
per marca, e cioè 1200 pezzi. Per diffonderli nel pubblico si ordina
che, nei pagamenti dei quinti dell'argento, un soldo di grosso sia
rimborsato in piccoli, e si bandiscono contemporaneamente i piccoli
forestieri che devono essere tagliati e distrutti. Nel 29 aprile 1390
(19) la Quarantìa limita a soli 9 grossi di piccoli ciò che si deve
dare in moneta minuta nel pagamento di quinti, e trovando decoroso di
avere piccoli del _nostro stampo_, ordina che debbano essere coniati
in quella forma e dimensione che sarà ordinata dalla Signoria. La
Signoria esaurisce tale mandato nell' 8 giugno 1390 (20) ordinando
agli ufficiali della moneta di fare i piccoli in ragione di 10 soldi e
con 16 carati d'argento per oncia, cioè più pesanti, ma meno buoni dei
precedenti; pesano infatti grani 4 e otto decimi invece di 3 e 84
centesimi, e contengono 128 carati d'argento invece dei 160 per marca,
che avevano secondo le proporzioni indicate dal decreto del 4 giugno
1385.

Oltre alle notizie relative alla fabbricazione delle monete, possiamo
conoscere dai documenti dell'epoca come si pagavano gli operai, e la
cura costante di dar loro occupazione, quando per circostanze
imprevedute diminuiva o mancava il lavoro. Rileviamo pure le
competenze degli ufficiali e degli operai, e le modificazioni portate
dai tempi e dalle circostanze, nonché le paghe ed i nomi degli
intagliatori della zecca, che non è senza utilità ricordare. Nel 21
dicembre 1391 (21) il Maggior Consiglio accorda 50 ducati annui di
salario ad _Antonio dalle forbici_, che lavora da 16 anni facendo
_ferri a moneta pro fabbricandis monetis_, ed anticamente aveva 60
ducati, ridotti a 40 per la guerra di Genova. Nel 31 marzo 1394 (22)
lo stesso Maggior Consiglio concede il salario di 20 ducati all'anno a
_Lorenzo e Marco di Bernardo Sesto_ intagliatori di ferri da monete,
che si adoperano per coniare grossi, soldini, piccoli e tornesi: -- nel
13 settembre dello stesso anno (23), lo aumenta a 30 ducati annui per
ognuno, in vista del gravoso lavoro quotidiano.

[Nuova pagina]

MONETE DI ANTONIO VENIER.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "A N T O apostrofo
punto V E N E R I O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto
S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo spazio T V
spazio R E G I S punto I S T E spazio D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XIII, numero 5.

Sotto il braccio dell'Evangelista in alcuni esemplari vi è un grosso
punto, negli altri una crocetta ×.

Grosso, secondo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 38 e
40 centesimi (grammi 1,987).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "A N T O apostrofo
spazio V E N E R I O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati". Nel campo a sinistra una stella di cinque punti, a
destra l'iniziale del massaro.

Tavola XIII, numero 6.

Iniziali dei massari. "F, I, OI, P, R".

Grosso, terzo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 36 e 28
centesimi (grammi 1,877), legge 4 giugno 1394 e grani Veneti 35 e
17 centesimi (grammi 1,820), legge 7 ottobre 1399.

3. Dritto. San Marco in piedi di fronte porge il vessillo al doge di
profilo, entrambe le figure disegnate come nel grosso del secondo
tipo. A destra ed a sinistra, nel campo tra le figure e
l'iscrizione, due stelle di sei raggi; dietro il doge "A N T O
punto V E N E R I O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto
S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore in trono, attorno "punto croce punto T I B I
punto L A V S punto spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIII, numero 7.

Soldino, colla stella dinanzi alla figura del doge. Argento, titolo
0,952. Peso, grani veneti 9 e 60 centesimi (grammi 0,496).

4. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "croce
A N T O punto V E N spazio E R I O spazio D V X", nel campo,
dinanzi al doge, una stella di sei raggi, dietro al doge
l'iniziale del massaro.

Rovescio. Leone accosciato che tiene il vangelo tra le zampe
anteriori "croce punto S punto M A R C V S, tre anelli, V E N E T
I, tre anelli".

Tavola XIII, numero 8.

Iniziali dei massari. "C, F, OI, P, R".

Soldino, colla stella dietro la figura del doge, sopra l'iniziale.
Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 9 e sette centesimi
(grammi 0,469), legge 20 luglio 1391, e grani veneti 8 e 79
centesimi (grammi 0,454), legge 7 ottobre 1399.

5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce
punto A N T O punto V E N spazio E R I O punto D V X punto", nel
campo dietro il doge l'iniziale del massaro, sormontata da una
stella di sei raggi.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tenendo nelle
anteriori il vangelo, il tutto chiuso in un cerchio "croce punto S
punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XIII, numero 9.

Iniziali dei massari. "A, C, F, I, OI".

In alcuni soldini manca la stella che sta sopra l'iniziale del
massaro.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,138 (peggio 992). Peso, grani
veneti 3 e 84 centesimi (grammi 0,198), legge 4 giugno 1385, e
titolo 0,111 (peggio 1024). Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi
(grammi 0,248), legge 9 aprile 1390: scodellato.

6. Dritto. Croce in un cerchio "croce A N T punto V E spazio D V X
punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, M A R C V, S
ruotata".

Tavola XIII, numero 10.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

7. Dritto. Croce patente "croce punto A N T O apostrofo spazio V E N E
R I O punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
punto V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".

Tavola XIII, numero 11.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ANTONIO VENIER.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
415, tavola IX, numero VIII.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 104 e 109, numeri XXII e XXIII; ed in ARGELATI, Parte V,
pagina 30 t. e 32, numeri XXII e XXIII. -- _Dissertazione_ II,
Ferrariæ, 1767, pagina 133, 135, numero I e II. -- _Dissertazione_
IV, pagina 89, tavola XIV, numero 2.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
174-175, numeri LXVIII, LXIX, LXX, LXXI, LXXII e LXXIII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1125-1126, numeri 3935,
3936 e 3937.

GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 8-9.

_Trésor de numismatique etc_. -- Opera citata, pagina 61, numero 5,
Tavola XXX, numero 6.

ZON A. -- Opera citata, pagina 22, 23 e 31.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 23 (283 a 297) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 70-71 e 169.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 9.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 7.

_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge LXII.

_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge LXII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 18-19 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 203-
205.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 473, tavola XVIII, numero 9.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 21-22 e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagine 101-102, Tomo XXI, pagina 136 e
Tomo XXII, pagina 292, -- terza edizione, 1881, pagine 17, 18, 334 e
356.

[Nuova pagina]

NOTE A "ANTONIO VENIER".

(1) Biblioteca Papadopoli, Capitolare dei massari all'oro, carte 28
tergo e seguenti.

(2) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XLV, carte 39
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 10 tergo.

(3) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Leona_,
carte 33 tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 6. -- Capitolare
dei Massari all'argento, carte 36 tergo.

(4) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Leona_,
carte 79. -- Capitolare delle Brocche, carte 9 tergo. -- Capitolare
dei Massari all'argento, carte 37 tergo.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XXXIX, carte
34. -- Capitolare delle Brocche, carte 4 tergo.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XL, carte 18. --
Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(7) Regio Archivio di Stato. Quarantia criminale, _Parti_, registro 3,
II parte, carte 80. -- Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LXI, carte 46
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 7.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LXI, carte
141. -- Capitolare delle Brocche, carte 7 tergo.

(11) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 7 tergo.
(9 giugno 1391).

(12) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XLII, carte 8.
-- Capitolare delle Brocche, carte 8.

(13) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XLII, carte
13. -- Capitolare delle Brocche, carte 8.

(14) Documento XVII.

(15) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 8 tergo.

(16) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XLIV, carte
128. -- Capitolare delle Brocche, carte 10.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XL, carte 16.
-- Capitolare delle Brocche, carte 5 tergo.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XXXIX, carte
87 tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 5.

(19) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo.

(20) Regio Archivio di Stato. Collegio, _Notatorio_, registro IV,
carte 164 tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 6 tergo,

(21) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, _Grazie_, registro
XVIII, carte 25. -- Capitolare delle Brocche, carte 8.

(22) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 9.

(23) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, _Grazie_, registro
XVIII, carte 84 tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 9.

[Nuova pagina]

MICHELE STENO.

DOGE DI VENEZIA.

1400-1413.

Il principato di Michele Steno fu ricco di memorabili avvenimenti e di
gloriosi fatti d'armi, tanto in mare, quanto in terra ferma. Fra
Modone e Zanchio, in prossimità della Morèa, le navi di Carlo Zeno si
scontrarono con quelle capitanate da Boucicault governatore di Genova
pel re di Francia, con vantaggio dei Veneziani, che ottennero 180.000
ducati in compenso dei danni recati dai Genovesi a Bairut, Famagosta e
Rodi.

Francesco II Novello di Carrara, approfittando della debolezza della
vedova di Giovan Galeazzo Visconti e della reggenza che governava il
ducato, cercò di farne suo pro, ed alleato con Guglielmo della Scala
prese possesso di Vicenza e di Verona. I Veneziani, chiamati in aiuto
dalla duchessa di Milano, non si lasciarono sfuggire questa occasione
di abbassare la potenza del Carrarese e di vendicare le offese patite.
La guerra fu lunga ed accanita, ma finalmente i Veneziani si
impadronirono di Padova (1405) imprigionarono i Carraresi e li
condannarono a morte, giudizio severo ma conforme allo spirito dei
tempi ed alla ragione di stato.

Venezia divenne in tal modo uno degli stati più potenti d'Italia,
anche per la estensione dei suoi possessi in terra ferma, che
comprendevano presso che tutto il Veneto colle città di Verona,
Vicenza, Rovigo, Padova, Treviso, Feltre e Belluno. Ricomprò Zara da
Ladislao di Napoli mediante l'esborso di 100.000 fiorini d'oro, ma ciò
fu causa di guerra con Sigismondo imperatore e re d'Ungheria, guerra
funesta al Friuli ed al Trivigiano, ove fu strenuamente combattuta, e
finita colla tregua del 1413, quando i due belligeranti furono esausti
di uomini e di denari.

Anche in questo periodo la zecca fu operosa e non mancano i documenti.
Trascurando alcuni provvedimenti di lieve importanza, ricorderò che
nel 16 giugno 1404 (1) fu abolito il massaro ai torneselli e dato
l'incarico di sorvegliare quella fabbricazione ai massari
dell'argento.

L'argento scarseggiava sebbene non crescesse di pregio, perché una
legge votata dal Senato il 10 maggio 1407 (2) dietro proposta dei Savi
sopra la mercanzia, lamenta che l'argento solito ad essere portato a
Venezia, abbia presa altra via, per la preferenza data in Oriente al
ducato d'oro. Allo scopo di richiamare alla dominante questa merce, da
cui traggono non poco utile i privati e lo stato, si concede ai
cittadini e forestieri che portano argento in zecca di poter coniare
coll'argento franco, avente la bolla di San Marco grossi o soldini a
piacimento, ricevendo peso per peso verso il solo indennizzo delle
spese di fabbricazione calcolate nel modo più limitato. Nello stesso
decreto il taglio dei grossi, ed in proporzione quello dei soldini,
viene portato a 136 pezzi per marca, con nuova e sensibile
diminuzione. Si concede pure a tutti, cittadini e forestieri di
esportare l'argento da Venezia per la via di terra, purché una quinta
parte sia lasciata in zecca; alle stesse condizioni è permesso ai
forestieri di esportare l'argento per la via di mare, ma solo per le
parti di ponente, mentre i Veneziani possono navigare per le parti di
ponente e di levante e prendere argento senza lasciarne alcuna
quantità in zecca.

L'anno dopo, 16 giugno 1408 (3), allo scopo di conservare a Venezia ed
alla zecca le utilità del commercio dell'argento, si proibisce ai
cittadini sudditi e fedeli di portare argento, se non tolto a Venezia,
e si ordina che da nessun luogo del golfo si possa levare argento se
non per condurlo a Venezia.

Per le provincie di terra ferma nuovamente aggregate alla repubblica
troviamo un complesso di provvedimenti rivolti a regolare il corso dei
valori usati nei territori di Verona e Vicenza ed a stabilire il
rapporto colle monete veneziane e con quelle estere, che vi si
trovavano in circolazione. Con un decreto del 14 febbraio 1404 (1405)
(4) si ordina, che in tutti i livelli, pensioni ed ogni altro debito,
il grosso debba essere ricevuto per 3 soldi, il mezzanino per 1 soldo,
ossia dodici denari, ed il soldo nostro (veneziano) per nove denari.
Ciò dimostra che a Verona ed a Vicenza duravano la antica lira e
l'antico soldo, mentre nei territori di Padova e di Treviso
adoperavasi lo stesso conto e la stessa moneta di Venezia ridotta di
un quarto all'epoca di Andrea Dandolo. Infatti la lira veronese valeva
un terzo più della veneziana ed ebbe per lungo tempo tale valore, che
fu ridotto in moneta effettiva nel bellissimo _testone_ di
Massimiliano imperatore, coniato in quella città, il quale pesa un
terzo più del _mocenigo_: se ne conservò la memoria negli antichi
contratti e nelle contabilità fino a mezzo il secolo XVII, come pure
negli antichi libri di aritmetica e di commercio sempre nella stessa
proporzione di quattro a tre (5).

Nello stesso giorno (6) si ordina ai massari la coniazione del
_mezzanino_, il quale doveva pesare un terzo del grosso ed avere in
proporzione il valore di 16 piccoli, moneta che fu richiamata in
vigore per rappresentare il _soldo veronese_. Con altro decreto in
pari data (7) si ordina ai massari di fabbricare _piccoli_ della
stessa lega dei torneselli, in modo che da ogni marca se ne cavino 770
pezzi, 12 dei quali abbiano il valore di un soldo a Verona e Vicenza.
Tale deliberazione corrisponde ai conti, che si trovano nel Capitolare
delle Brocche nella data del 19 settembre 1405 (8) per le spese
necessarie a fabbricare monete per Verona, ed all'aumento di salario
al maestro Marco da Sesto (9) (29 settembre 1405) perché incida gli
stampi delle monete da coniarsi in zecca per Verona e Vicenza. Ora tre
monete vengono nominate in quel conto; la prima d'argento, che non può
essere se non il _mezzanino_ di cui abbiamo parlato poc'anzi; la
seconda è un _quattrino_, di cui non conosciamo l'esistenza e che
probabilmente non fu coniato, perché non è nominato nei decreti
surriferiti; la terza è il _piccolo_, e cioè quella monetina che nel
diritto porta la croce perlata a lunghe braccia, che divide a due a
due le lettere dell'iscrizione col nome del doge, e nel rovescio una
testina di San Marco colle solite parole "S punto M A R C V S spazio V
E N E T". Per l'aspetto e per il peso essa corrisponde a quella
indicata nel decreto 14 febbrajo 1405, perché ha lo stesso colore del
metallo dei torneselli e pesa poco meno di 6 grani veneti, che è
quanto si ottiene dividendo per 770 i 4608 grani che compongono la
marca.

Il valore di un soldo veronese dato al mezzanino risorto nella zecca
di Venezia è anche confermato da un altro interessante decreto del 13
maggio 1410 (10) nel quale si stabiliscono i valori proporzionali fra
le monete veneziane, le imperiali e quelle estere che correvano nella
parte della Lombardia appartenente a Venezia, e nel quale, in mezzo
alle varie monete enumerate, si trova _Mezaninus venetus, sive soldus
de Verona_. In questa tariffa, in cui si determinano i prezzi delle
monete in circolazione nella Lombardia veneta, si attribuisce alla
lira imperiale propria di quella regione, un valore doppio della lira
veneziana. Tale rapporto si conservò costante, e troviamo menzione
anche nel secolo XVI (11) di una lira bresciana uguale due lire
venete.

Abbiamo di questo tempo una monetina d'argento, coniata per Zara e
Dalmazia, che ha stuzzicato la curiosità dei numismatici per il suo
valore e per lo stemma che vi è raffigurato; ma essa va collocata in
un capitolo speciale dedicato alle monete anonime, che, mancando della
data e del nome del doge, non possono sempre con sicurezza essere
attribuite ad un principe piuttosto che ad un altro.

Venezia nel 1404 acquistava il possesso di Scutari nell'Albanìa, dove
esisteva già una zecca, che continuò a battere monete secondo i
sistemi monetari ed i tipi locali, con Santo Stefano protettore della
città da un lato e dall'altro il leone in soldo colla iscrizione "S
punto M A R C V S spazio V E N E T I A R V M". Lazari, nel suo lavoro
sulle monete dei possedimenti, dubitava della esistenza di quella
officina e riteneva lavorate a Cattaro le monete col nome di Scutari,
ma alcuni documenti, rinvenuti più tardi dimostrano chiaramente che la
zecca di Scutari lavorò per ordine del Senato sino alla metà del
secolo XIV.

Non è mia intenzione di occuparmi per ora della zecca di Scutari, né
di quella che ebbe Cattaro, venuta in possesso dei veneziani nel 1420;
forse, potranno esse dare argomento ad appendici speciali, che saranno
non inutile complemento allo studio delle monete della zecca di
Venezia.

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MONETE DI MICHELE STENO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "M I C h A E L punto S
T E N apostrofo", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S
punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo spazio T V
spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO".

Tavola XIII, numero 12.

Grosso, terzo tipo. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 35 e 17
centesimi (grammi 1,820) e grani veneti 33 e 88 centesimi (grammi
1,753), legge 10 maggio 1407.

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge; nel campo due stelle
fra le figure e l'iscrizione, dietro il doge "M I C h A E L punto
S T E N apostrofo", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto
M punto V E N E T I punto".

Rovescio. Il Redentore in trono "croce punto croce T I B I punto L A
V S punto spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIII, numero 13.

Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 8 e 79 centesimi
(grammi 0,454) e grani veneti 8 e 47 centesimi (grammi 0,438),
legge 10 maggio 1407.

3. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce
M I C h A E L punto S T E N apostrofo D V X", nel campo dietro il
doge l'iniziale del massaro, sormontata da una stella di sei
raggi.

Rovescio. Leone accosciato che tiene tra le zampe anteriori il
vangelo, "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I
punto".

Tavola XIII, numero 14.

Iniziali dei massari. "C, D, F, M, OI, P, EZH capovolta".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 4 e 80
centesimi (grammi 0,248): scodellato.

4. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto M I, S ruotata, T E punto
D V X punto".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C
V, S ruotata, punto".

Tavola XIV, numero 1.

Un esemplare di questo _piccolo_ conservato nel Museo Bottacin ha
nella parte concava (rovescio) le traccie incuse dell'impressione
del diritto.

Mezzanino, o soldo per Verona e Vicenza. Argento, titolo 0,952. Peso,
grani veneti 11 e 72 centesimi (grammi 0,606).

5. Dritto. A sinistra San Marco in piedi, vestito di abiti
sacerdotali, colla testa di tre quarti si volge a destra e riceve
dal doge in piedi un cereo, che questi porge con ambe le mani. Nel
campo, sotto il cereo, l'iniziale del massaro. Dietro il doge
"punto M I C spazio S T E N apostrofo", in mezzo "D V X", dietro
il santo "S punto M punto V E N E".

Rovescio. Gesù Cristo di fronte, con nimbo di forma greca, sorge dal
sepolcro ponendo a terra la gamba destra. È coperto da lunga veste
e stringe nella sinistra la croce, nella destra il vessillo che
svolazza a sinistra: sul sepolcro sono scolpite quattro croci,
attorno "punto X P E punto R E S spazio V R E S I T punto".

Tavola XIV, numero 2.

Iniziale del massaro. "EZH capovolta".

Piccolo, o denaro per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111. Peso,
grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

6. Dritto. Croce a braccia uguali, divise longitudinalmente in tre
parti, quella di mezzo perlata, accantonata da quattro anellini:
alle estremità delle braccia quattro punti dividono l'iscrizione
"M I spazio S T spazio E punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio, attorno "croce punto S
punto M punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 3.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

7. Dritto. Croce patente "croce punto M I C h A E L punto S T E N
apostrofo punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo fra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA, punto".

Tavola XIV, numero 4.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI MICHELE STENO.

_Die Billionsche en ogeualueirde gaude en silvere mute etc_. -- Les
monois d'or et d'argent du billyon et no evaluez de plusieurs
princes Royaulme pays et villes. -- Gedruckt zu Nürmberg, durch
Johann vom berg und Ulrich Newber. -- XXVI die mensis martii anno
M . D . LI, pagina 219.

_Het Thresoor_ oft schat van alle de speciem figuren etc., Tantwerpen,
1580, pagina 507.

SANTINELLI S. -- Opera citata, pagine 271, 273 e 274 (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 301.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 104 e 109, numeri XXIV e XXV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina
30 t. e 32, numeri XXIV e XXV. -- _Dissertazione_ II, pagine 133 e
135, numero III.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
175-176, numeri LXXIV, LXXV, LXXVI, LXXVII e LXXVIII.

TERZI B. -- Opera citata, pagine 25-27, tavola I, numero 10.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1126, numeri 3938, 3939 e
3940.

CICOGNA E. -- _Delle iscrizioni veneziane, etc_. Venezia, 1824-53,
Volume VI, pagina 76.

GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 9.

ZON A. -- Opera citata, pagine 30 e 34.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 25 (298 e 309) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 71 e 169.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 9.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 7.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXIII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXIII.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagine 19 e 85.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-231 e 254, Volume V, 1875, pagine 206-207.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 473-474.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 22-23 e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 102, Tomo XIII, pagina 147 e
Tomo XXI, pagina 136, -- terza edizione, 1881, pagine 18, 89 e 334.

Bolla in oro di Michele Steno che si conserva nel Museo
Bottacin, appesa ad un diploma in pergamena.

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NOTE A "MICHELE STENO".

(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro XLVI, carte
150.

(2) Documento XVIII.

(3) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LXVIII, carte
17 tergo.

(4) Documento XIX.

(5) Zanetti G. A. _Nuova Raccolta delle Monete etc_. Opera citata,
Volume IV, pagina 343, nota 190. -- Piermaria Erbisti.
_Osservazioni sopra le lire e monete veronesi_, Argelati F.,
Parte II, pagina 46. -- Mariani. _Tariffa perpetua_, Venezia,
Rampazzetto, 1567.

(6) Documento XIX.

(7) Documento XIX.

(8) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo

(10) Documento XX.

(11) Mariani Giovanni, _Tariffa_ citata.

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TOMASO MOCENIGO.

DOGE DI VENEZIA.

1414-1423.

Tomaso Mocenigo, trovavasi a Lodi, oratore di Venezia presso il re
Sigismondo, quando fu chiamato all'onore di reggere il ducato. Fu
principe saggio, che promosse e curò la prosperità del paese:
rifuggiva dalla guerra, ma dovette spedire contro i Turchi, che
molestavano il commercio veneziano, l'armata comandata da Pietro
Loredan, che riportò una splendida vittoria nelle acque di Gallipoli e
ridusse il nemico ad una pace vantaggiosa. Anche cogli Ungheri non fu
possibile venire ad un accordo, e dopo di avere tentato inutilmente di
riunire in una lega le potenze italiane, i Veneziani dovettero
combattere da soli contro Sigismondo alleato al patriarca di Aquileja.
Essi sostennero Tristano Savorgnan nemico del patriarca e finirono col
restare padroni del Friuli ed anche della Dalmazia, approfittando del
momento in cui il nemico era impacciato dalle guerre in Boemia e
contro i Turchi, per togliere per sempre quei paesi alle pretese dei
re d'Ungheria.

Durante il suo principato Tomaso Mocenigo si occupò indefessamente a
riordinare le finanze e l'amministrazione dello stato. La moneta fu
pure oggetto della sua sollecitudine, anzi questo periodo si distingue
per ripetuti studi e per modificazioni continue alle leggi che
riguardavano la affinazione dei metalli e la coniazione delle monete.
Il primo atto è del 10 febbraio 1413 (1414), solo di un mese
posteriore all'elezione del doge: in esso il Senato delibera (1) di
nominare tre savi col mandato di esaminare tutte le cose relative alla
zecca, di prendere le necessarie informazioni dai massari e dagli
estimatori dell'oro e dell'argento, e di proporre quindi quelle
riforme e quei provvedimenti che credessero atti a migliorare questo
importante servizio. Giovanni Garzoni, Francesco Girardi e Marco da
Molin eletti a tale incarico fecero nel 18 aprile successivo le loro
proposte per la zecca dell'oro, le quali vennero approvate e si
trovano trascritte nei registri del Senato e nel capitolare dei
massari all'oro (2). Esse contengono molte minuziose prescrizioni, che
riguardano principalmente la stima del metallo prezioso portato dai
mercanti, la perfetta affinazione, la custodia, il peso ed il calo
dell'oro durante le molteplici operazioni che esso subiva fino a
trasformarsi in tanti bei ducati. Si raccomanda di tener conto di
tutto, di registrare diligentemente i pesi e, non reputandosi
sufficienti tre estimatori, se ne istituisce un quarto, e così ai due
massari dell'oro se ne aggiungono altri due col salario annuo di
ottanta ducati.

Sembra però che il Senato non fosse contento dei risultati ottenuti,
giacché il 25 gennaio 1415 (1416) delegava i propri poteri (3) ad uno
speciale collegio, composto del doge, dei capi della Quarantìa, dei
savi del Consiglio, dei savi _ad recuperandam pecuniam_, dei savi agli
ordini, dei tre savi delegati alla riforma della zecca, degli
avogadori del Comune e degli ufficiali alle ragioni nuove, ordinando
che le loro deliberazioni avessero la stessa forza che se fossero
emanate dal Consiglio dei Pregadi, purché raccolti nel numero di 28.
Pochi giorni dopo, il 30 gennajo, riunitosi questo consesso delibera
(4) che i mercanti, i quali portano l'oro in zecca, debbano sottostare
al calo della fusione, dopo della quale sia fatta la stima a Rialto
con ogni cautela e segretezza. Si riducono nuovamente a tre (5) collo
stipendio di ducati 60 annui gli estimatori, i quali non possono
stimare se non uniti, né mandare l'oro alla zecca se due non sieno
concordi. Anche i massari dell'oro sono ridotti a due (6), come
anticamente, collo stipendio di 120 ducati e colle solite utilità:
devono fare per turno le quindicine; saldare il quaderno ed attenersi
al loro capitolare, dànno pieggieria e durano in carica due anni. Si
portano a due i pesatori alla moneta (7) con 60 ducati ed altri
incerti: questi devono tenere le chiavi, fare i pesi, ed ajutare i
massari a tenere le scritture.

Nel 30 giugno 1416 il Senato si occupa nuovamente (8) della fiorente
fabbricazione dei ducati e procura di frenare alcuni abusi: minaccia
gravi pene a coloro, che cercano di ridurre la zecca nelle loro mani,
temendo il danno che potrebbe venire al Comune, se nelle parti di
Alessandria e di Soria, ove esistono esperti conoscitori, si
sospettasse che la moneta d'oro veneziana non si facesse più della
solita bontà. Per incoraggiare tutte le persone, eccetto quelle che
per ufficio non possono occuparsi di tale commercio, a portar oro in
zecca, il prezzo fino allora pagato si aumenta di 3 grossi per marca e
di 4 a chi lo dà fuso.

Altre deliberazioni del Senato si trovano in data 19 giugno 1421 (9)
relative alla _stimaria_ ed alla zecca dell'oro, ma sono in massima
parte ripetizioni di ordini, che esistono nei decreti precedenti, e
prescrizioni di poca importanza, che non meritano di essere riportate,
e mostrano solo il grande interesse, che si poneva a mantenere la
purezza del ducato.

Anche per ciò che riguarda la moneta d'argento non mancano i
provvedimenti durante il principato di Tomaso Mocenigo. Nel 22 aprile
1414 (10), visto il danno che reca al Comune la parte presa nel 1406,
di rendere moneta dello stesso peso dell'argento posto in zecca, si
stabilisce di far pagare ai mercanti 10 soldi di piccoli per fattura
di ogni marca di grossi, e 14 soldi per ogni marca di soldi, quando si
tratti di argento franco, e cioè di quell'argento che abbia adempiuto
l'obbligo del quinto, che si doveva per legge tradurre in moneta.

Mancando i massari all'argento ed essendosi soppresso il posto di
quello ai torneselli, il Senato delibera nel 30 aprile 1416 (11) di
portare a tre i massari alla zecca dell'argento, col salario di 100
ducati annui e colle solite utilità annesse all'ufficio: essi durano
in carica due anni, devono fare per turno le quindicine, alternando le
mansioni ogni mese sotto la sorveglianza dei provveditori del Comune.
Nel 5 giugno successivo (12), a quel massaro che sorveglia la
fabbricazione dei torneselli, si accordano quattro mesi per regolare i
conti, mancandogli il tempo di farlo in termine più breve.

Il Senato rammenta ai massari nell'11 giugno 1416 (13) che i soldi
coniati in zecca devono farsi in modo da averne lire 27 soldi 4 per
marca, e non più, come si è fatto talora contrariamente alle leggi:
stabilisce che la zecca non possa ricevere le monete coniate da essa
stessa e che i pagamenti dei quinti debbano esser fatti a conto e non
a peso.

Nel 26 febbraio 1416 (1417) vengono nominati tre savi (14) per
istudiare e proporre le riforme della zecca e della moneta d'argento:
riescono eletti Scipione Bon, Pietro Bragadin e Cristoforo Soranzo.

L'11 novembre dello stesso anno (15) il Senato vota provvedimenti per
la zecca dell'argento, i quali si riassumono così: che sia abolito il
sistema dei quinti sin allora in vigore tanto nella presentazione al
peso che nell'affinamento del metallo; che tutto l'argento introdotto
a Venezia debba essere presentato al peso a Rialto e registrato
esattamente, e che per la affinazione si debba pagare grossi 4 e un
quarto a oro per marca. I tre massari debbano alternare le loro
occupazioni in modo che uno riceva l'argento per fabbricare le monete,
l'altro sopraintenda alla affineria, il terzo ai tornesi ed ai
piccoli, cambiando ogni quattro mesi le loro funzioni, tenendo
registro esatto delle operazioni e rendendone conto agli ufficiali
delle ragioni nuove. Di tutto l'argento affinato la quarta parte si
riduce in moneta, dando al mercante peso per peso, ma del rimanente
egli è libero di fare ciò che vuole: può venderlo e portarlo via da
Venezia senza spesa; però se desidera invece farne moneta, può averne
peso per peso pagando la fattura. Considerato che non è più possibile
mantenere gli ordini dati, di fabbricare la moneta nella misura di
lire 27 soldi 4 per marca, fissata quando il ducato valeva 93 soldi,
perché i mercanti ci troverebbero una perdita e non porterebbero più
argento a Venezia, ora che il ducato vale 100 soldi, si delibera che
la moneta sia tagliata in modo da ricavare per ogni marca lire 29
soldi 9, e ciò sulla base del calcolo che l'argento costa 5 ducati 18
grossi per marca, che il ducato vale 100 soldi e che la spesa di
fabbricazione dev'essere valutata 12 soldi per una marca di grossi e
16 soldi per una marca di soldi (16). Si raccomanda alla zecca la
maggiore possibile esattezza nel peso e nella fattura, e, per favorire
la condotta dell'argento a Venezia, si ordina di far pagare solo 8
soldi per marca per la spesa di fabbricazione, dando peso per peso,
metà grossi e metà soldi, mentre l'erario potrà rifarsi di tale
perdita coll'utile della affinazione.

I risultati di questi provvedimenti corrisposero così poco alle
speranze, che nel 22 dicembre 1419 (17) il Senato, osservando che le
riforme fatte non hanno riuscito a far venire l'argento a Venezia,
essendo arrivate solo diecimila marche in confronto di quarantamila
all'anno che ne giungevano in passato, delibera che si debbano
rivedere le fatte riforme da un collegio composto del doge, dei
consiglieri, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, alla
guerra ed agli ordini, degli avogadori del Comune, degli ufficiali
delle ragioni nuove e di quelli della moneta d'oro e d'argento,
accordando alle deliberazioni prese da tale consesso, la stessa
autorità che se fossero state votate dal Senato.

Nel 4 gennaio 1419 (1420) (18) questo collegio, lamentando la
diminuita vendita dell'argento in Venezia sopprime, l'obbligo di
venderlo _alla campanella_ a Rialto, secondo le antiche leggi e
costumi, e permette di venderlo a qualunque persona, purché sia
denunziato il contratto per le solite registrazioni che si mantengono.
Collo stesso decreto riduce a soli 2 grossi per marca il dazio
dell'argento introdotto a Venezia, invece dei 4 grossi ed 8 piccoli
che si pagavano precedentemente.

Se non che la scarsezza degli arrivi dell'argento a Venezia e la
conseguente decadenza della zecca dipendevano da fatti esterni e da
cause economiche, che non potevano essere cambiate nemmeno dai più
avveduti e solerti amministratori dello stato. Per cui nel 27 gennaio
1420 (1421) (19) il Senato, trovando necessario di provvedere _super_
_facto argenti et super factis monete et ceche nostre_, che vanno così
male da non poter andar peggio, convoca nuovamente il collegio
composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa e dei
savi del Consiglio, dei provveditori del Comune, degli ufficiali della
zecca, a cui si aggiungono i savi per investigare sopra i fatti del
Friuli e delle terre nuovamente acquistate, coll'incarico di studiare
quei provvedimenti e di dare quegli ordini, che reputassero migliori
all'interesse della zecca e del Comune.

I provvedimenti pubblicati da tale Collegio nel 6 febbraio successivo
(20) costituiscono una nuova diminuzione della moneta nel peso, che
viene ridotto a lire 29 e soldi 16 per marca, e nel titolo, che si
conserva nominalmente a peggio 55, ma tollerando le pezze d'argento di
poco inferiore, purché non superino il peggio di 60 carati;
provvedimento che deve condurre in breve tempo alla adozione del
titolo inferiore come regolamentare. Oltre a ciò, per economia di
spesa, si ordina di dare ai mercanti tre quarti del peso in grossi ed
un quarto in soldi, invece di metà grossi e metà soldi, e per lo
stesso motivo si sospendono le nomine dei titolari di alcuni posti
rimasti vacanti, fra cui uno dei tre massari.

Come si vede, il governo veneto perseverava nella via in cui si era
messo, la quale conduceva ad un peggioramento continuo del soldo e
conseguentemente della lira nominale: questo provvedimento, certamente
non favorevole a rialzare il credito della moneta d'argento
anticamente tanto ricercata, aveva per conseguenza l'aumento di prezzo
della moneta d'oro, conservata perfetta con tutte le cure.

Molte antiche monete erano ancora in circolazione e naturalmente
avevano maggior prezzo delle nuove più leggere, per cui il Senato fu
costretto a emanare, nel 7 marzo 1422 (21), un decreto, il quale,
osservando che l'antica moneta è cresciuta a 108 soldi, ordina di
raccogliere tutti i pezzi di conio antico e di fonderli nuovamente,
dando al pubblico, peso per peso, nuove monete per un quarto soldi e
per tre quarti grossi, provvedimento che fu in pari data (22) esteso
alla terra ferma veneta.

Sebbene dai documenti, che abbiamo riportati più sopra, si rilevi che
uno dei tre massari fosse specialmente destinato alla sorveglianza
della fabbricazione dei piccoli e dei tornesi e che quindi si
coniassero tali monetine in gran copia e lo stato ne ritraesse non
poco utile, non pare però che la emissione fosse superiore al bisogno,
ed infatti poche di tali monete arrivarono fino a noi, tanto che sono
dai raccoglitori molto ricercate. Rarissima poi è una bella ed
elegante monetina col nome di Tomaso Mocenigo, della stessa pasta dei
tornesi e dei piccoli destinati a Verona e Vicenza, ma di peso
alquanto superiore, giacché i due esemplari conosciuti superano di
poco i sette grani. Dal lato dove si trova il nome del principe è
disegnata la croce accantonata da quattro punti triangolari e
dall'altro il busto di San Marco di fronte, che ricorda il disegno
degli antichi bianchi, da quasi un secolo abbandonati. Questa moneta
esiste ancora coi nomi di Francesco Foscari, Pasquale Malipiero,
Cristoforo Moro e qualche altro posteriore, lavorata con molta
accuratezza e di ogni doge se ne trovano soltanto uno o due esemplari,
anche in quelle epoche in cui vi furono abbondanti emissioni di monete
di mistura. Probabilmente fu coniata per una provincia od una comunità
determinata, in seguito ad accordi stabiliti: supposizione che pare
confermata dal fatto che i _piccoli_ di questa specie, col nome di F.
Foscari e dei suoi successori, pesano notevolmente di più di quelli
del Mocenigo, ciò che fa credere si volesse così compensare la
differenza proveniente dalla diminuzione del fino, deliberata nel 1442
per tutte le monete di bassa lega. Ora essendo avvenuta durante il
principato di Tomaso Mocenigo l'annessione del Friuli, e trovandosi
anzi a far parte del Collegio istituito dal Senato per i provvedimenti
relativi alla zecca nel gennaio 1420-21, anche i Savi per investigare
sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, è lecito
sospettare che questa nuova monetina fosse destinata a quella
importante provincia. Questa misura infatti avrebbe grande analogia
con quanto dallo stesso veneto governo venne fatto per i denari di
Verona dapprima, e per quelli di Brescia più tardi.

Non essendomi stato possibile rinvenire alcun documento che parli di
una moneta speciale per la patria del Friuli, non posso fare se non
delle ipotesi per analogia, aspettando dal tempo e dalla fortuna
qualche nuovo lume su questa interessante ricerca.

Raccontano i cronisti che Tomaso Mocenigo, sentendosi vicino a morte,
chiamò a sé la Signoria per raccomandare a quegli illustri cittadini
di scegliergli a successore un uomo degno e desideroso di continuare
una politica prudente e pacifica, e per dissuaderli dal portare i loro
voti sopra Francesco Foscari di cui temeva il carattere irrequieto e
guerriero. Nel suo discorso vantò i benefici della pace e con visibile
compiacenza riportò dati statistici interessantissimi sulla ricchezza
e sul commercio veneziano, allora floridissimo, sul debito pubblico
pagato e sulle finanze dello stato ristorate. Riporteremo soltanto
quei dati che a noi interessano sul lavoro della zecca, la quale
batteva ogni anno

  "d'oro un millione e duecento millia ducati, e d'argento tra
  _mezanini_, _grossi et soldi_ 800 millia all'anno, dei quali
  cinque millia marche escono tra Egipto e la Soria de' _grossetti_,
  in li vostri luoghi da terra ferma ne va ogni anno tra _mezanini e_
  _soldini_ ducati centomillia" (23).

È da osservarsi che il cronista parla in questa occasione di
mezzanino, moneta che non fu coniata da Tomaso Mocenigo. Io inclino a
credere che il Dolfin, il quale era bensì contemporaneo, ma
probabilmente scriveva alquanto più tardi, abbia confuso le epoche,
attribuendo al Mocenigo questo pezzo, che fu battuto in altra epoca
per i bisogni della terra ferma, come nello stesso discorso dice
talora _grossetto_ per _grosso_, parola che venne in uso solo dopo il
decreto del 9 luglio 1429, con cui si istituivano i grossi da otto
soldi, chiamati _grossoni_, per distinguerli dai grossi soliti da 4
soldi, che da allora in poi ebbero il nome di _grossetti_.

Per completare le notizie sulle imitazioni dei ducati veneziani,
ricorderò che in una commissione data con deliberazione del Senato del
24 febbraio 1422 (1423) (24) ad un notaro della Cancelleria ducale
inviato presso il gran maestro di Rodi, si legge:

  "Insuper volumus quod dicto reverendissimo domino Magistro Rodi
  dicere et exponere debeas nostri parte quod nuper intelleximus,
  quod paternitas sua reverendissima _cudi fecit et facit in terra_
  _Rodi ducatos ad stampam et cunium nostrum Venetiarum_, quod
  displicenter audivimus considerata importantia hujus facti. . .".

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MONETE DI TOMASO MOCENIGO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "T O M punto M O C E N
I G O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio
R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XIV, numero 5.

Grosso, terzo tipo colle stelle. Argento, titolo 0,952. Peso, grani
veneti 33 e 88 centesimi (grammi 1,753), e grani veneti 31 e 29
centesimi (grammi 1,619), legge 11 novembre 1417.

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, nel campo due stelle
tra le figure e l'iscrizione; dietro il doge "T O M spazio M O C E
N I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "S punto M punto V E N E
T I".

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L A
V S punto spazio punto 7 spazio G L O R I A punto".

Tavola XIV, numero 6.

Grosso, terzo tipo colle iniziali. Argento, titolo 0,952 sino a 0,949
(peggio 60). Peso, grani veneti 30 e 92 centesimi (grammi 1,600),
legge 6 febbraio 1420-21.

3. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "T O M spazio M O C E N
I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E
N E T I", nel campo, fra le figure e l'iscrizione, due lettere che
sono le iniziali del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L A
V S spazio punto 7 punto G L O R I A punto".

Tavola XIV, numero 7.

Iniziali dei massari. "P OI, T S".

Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 8 e 47 centesimi
(grammi 0,438) e grani veneti 7 e 82 centesimi (grammi 0,404),
legge 11 novembre 1417.

4. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "croce
T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo,
dietro al doge, l'iniziale del massaro sormontata da una stella di
sei raggi.

Rovescio. Leone accosciato che tiene il vangelo tra le zampe
anteriori "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I
punto".

Tavola XIV, numero 8.

Iniziali dei massari. "A, B, D, F, I, M, OI, P, T".

Soldino, colle iniziali dei massari. Argento, titolo 0,952 sino a
0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi (grammi
0,400), legge 6 febbraio 1420-21.

5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce
T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo,
dietro la figura del doge, le iniziali del massaro, una sotto
1'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle
anteriori il vangelo, attorno, "punto S punto M A R C V S punto V
E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 9.

Iniziali dei massari. "P sopra OI, T sopra S, EZH capovolta sopra B".

Sul rovescio di questo soldino il cerchio attorno il leone non
esiste, od è così sottile che riesce appena visibile.

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 4 e 80
centesimi (grammi 0,248): scodellato.

6. Dritto. Croce in un cerchio "croce T O punto M O C punto D V X".

Rovescio. L'impronta del diritto incusa.

Museo Correr.

Tavola XIV, numero 10.

Altro esemplare del Museo Correr ha il nome del principe in rilievo
nella parte concava, ed incusa la stessa impressione nella parte
convessa della monetina. Si trovano _piccoli_ senza impronta
visibile nella parte concava.

Piccolo, o denaro per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111. Peso,
grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

7. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini:
alle estremità delle braccia quattro punti dividono l'iscrizione
"T O spazio M O spazio C punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M
punto V E N E T I punto".

Tavola XIV, numero 11.

Piccolo, o bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,111. Peso,
grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).

8. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di
raggi, entro un cerchio, attorno "croce T O M spazio M O C E N I C
O spazio D V X".

Rovescio. Busto di San Marco con aureola di perline in un cerchio,
attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Bottacin.

Tavola XIV, numero 12.

Regio Museo Britannico.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi
0,724).

9. Dritto. Croce patente  "croce punto T O M spazio M O C E N I G O
spazio D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".

Tavola XIV, numero 13.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI TOMASO MOCENIGO.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 104 e 109, numero XXVI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t.
e 32, numero XXVI. -- _Dissertazione_ III, pagina 99, tavola XIX,
numero 2. -- _Dissertazione_ IV, pagina 90, tavola XIV, numero 3.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
176, numeri LXXIX, LXXX, LXXXI e LXXXII.

TERZI B. -- Opera citata, pagina 25-27, tavola II, numero 11.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1126-1127, numeri 3941 e
3942.

BELLOMO G. -- Opera citata, pagina 42 e 64-65, nota 39, tavola II,
numero 3 (25).

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 27 (310 a 321) e
tavola.

CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.

CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 39.

LAZARI V. -- Opera citata, pagine 71-72 e 169.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXIV.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXIV.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 19 e 85.

LITTA P. -- _Famiglie celebri d'Italia_. -- STEFANI F. Famiglia
Mocenigo, disegni di C. Kunz, Milano, 1868-72.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228, 229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 206-
207.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 474.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 23 e 124. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 102-103, Tomo XIII, pagina 147 e Tomo XXI,
pagina 136, -- terza edizione, 1881, pagina 18-19, 89 e 134.

[Nuova pagina]

NOTE A "TOMASO MOCENIGO".

(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 70.

(2) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 96 e
seguenti. -- Capitolare dei massari all'oro, rubriche 85, 86, 87,
88, 89, 90, 91 e 92.

(3) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 89
tergo.

(4) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 90
tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 93.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91. --
Capitolare dei massari all'oro, rubrica 94.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91
(rimangono massari all'oro Piero Ghisi e Michele Contarini). --
Capitolare dei massari all'oro, rubrica 95.

(7) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91. --
Capitolare dei massari all'oro, rubrica 97.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 143
tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 98.

(9) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte
154. -- Capitolare dei massari all'oro, rubriche 101 a 108.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 99
tergo.

(11) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 122
tergo. -- Capitolare dai massari all'argento, carte 48 tergo.

(12) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 133
tergo. -- Capitolare dei massari all'argento, carte 49 tergo.

(13) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 140.

(14) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 189
tergo.

(15) Documento XXI.

(16) Infatti a lire 29 soldi 9, da una marca si ricavano 589 soldi,
mentre a 100 soldi per ducato cinque ducati e 18 grossi fanno 575
soldi; i 14 soldi di differenza corrispondono alla spesa media di
fabbricazione.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte
18.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte
19. -- Capitolare dei massari all'argento, carte 56.

(19) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte
104 tergo.

(20) Documento XXII.

(21) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 6
tergo.

(22) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 7.

(23) _Cronaca Veneta_ di Zorzi Dolfin q.m ser Francesco, fino all'anno
1458. Regia Biblioteca Marciana, It., cl. VII, Codice 794.

(24) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 85
tergo e 86.

(25) È Tomaso e non Giovanni Mocenigo.

[Nuova pagina]

FRANCESCO FOSCARI.

DOGE DI VENEZIA.

1423-1457.

Con lunga e contrastata elezione fu creato doge Francesco Foscari, che
tenne il seggio ducale per ben trentaquattro anni, in una delle epoche
più avventurose della nostra repubblica. Si avverarono così i timori
del prudente predecessore: l'ingrandimento dei possessi in terraferma
costò a Venezia dure lotte e penosi sacrifici, di cui si sentirono per
lungo tempo le conseguenze nelle finanze e nella prosperità dello
Stato. Non si può, senza ingiustizia, darne tutta la colpa al doge
Foscari, il quale aveva energia ed avvedutezza non comuni e sentiva
altamente di sé e della repubblica, ma conviene attribuirne gran parte
ai principi vicini, ambiziosi e senza fede, ed alle condizioni
generali dell'Italia in quei tempi tristissimi. Filippo Visconti
agognava il dominio di tutta la penisola e le due repubbliche di
Firenze e di Venezia dovettero allearsi per difendere la loro libertà
contro il nemico comune. Aspre ed accanite lotte si pugnarono sui
campi di Lombardia, sotto il comando dei più illustri capitani di
ventura, con varia vicenda; più volte fu segnata la pace, ma si
riprese poco dopo la guerra, e solo dopo la morte del Duca Filippo i
Veneziani poterono concludere una pace durevole colla cessione
definitiva di Cremona, oltre a Brescia e Bergamo ottenute nei
precedenti trattati.

Gli sforzi fatti nelle lunghe guerre d'Italia impedirono di tutelare
validamente gli interessi veneziani in levante, dove i Turchi si
avanzavano minacciosi molestando continuamente l'impero greco ed i
principi cristiani. Nel 1430 presero Salonicco, di cui gli abitanti
s'erano dati pochi anni prima a Venezia, e nel 1453, dopo una
memorabile difesa, entrarono in Costantinopoli, con gravissimo danno
del commercio e dell'influenza dei Veneziani, che non avevano potuto
recare efficace soccorso ai Greci, per l'abbandono di tutte le potenze
europee e per la mancanza di forze militari ed economiche stremate
nelle guerre d'occidente.

Gli ultimi anni del vecchio doge furono amareggiati da sventure e
dolori, e principalmente dalla condanna del figlio Jacopo, che si era
reso colpevole di gravi infrazioni alle leggi dello stato. Finalmente
la deposizione dal dogado, consigliata da crudele ragione di stato, o
da altri motivi assai difficili ad apprezzarsi, a distanza di secoli,
affrettò la fine di quel principe elettivo, che aveva avuto più lungo
regno.

Quanto alla zecca, pochi fatti importanti sono da notare in questo
periodo, meno forse che in altri regni più brevi, ma più calmi.
Relativamente al più prezioso dei metalli non si conoscono che due
soli documenti: un decreto del 18 settembre 1453 (1) con cui il Senato
delibera di eleggere tre nobili per istudiare e proporre quelle misure
che credessero più utili ad aumentare il concorso e la coniazione
dell'oro, ed una legge del 1 dicembre 1454 (2), colla quale il Maggior
Consiglio incarica il Senato di fare all'ufficio del saggio dell'oro
quelle riforme che stimasse convenienti a mantenere il ducato in
quella perfezione, per la quale è reputato in tutto il mondo. Non
havvi memoria che gli studi ordinati e le proposte, che dovevano
esserne la conseguenza, abbiano avuto un pratico risultamento, anzi è
da ritenere che nessun provvedimento sia stato adottato, non
trovandosene traccia nel Capitolare dei massari all'oro. Dalle
considerazioni che precedono il decreto 18 settembre 1453, in cui è
detto che la quantità dell'oro portato in zecca era minima, mentre
abbondantissimo era l'argento che si coniava in moneta, si può
facilmente argomentare che gli inconvenienti lamentati dipendevano
dall'abbondanza del ricavo delle miniere d'argento, mentre era scarso
il prodotto di quelle d'oro. Non era quindi in potere dei savi
consultori della repubblica rimuovere le cause di questo fenomeno
economico, mentre abbassando continuamente e progressivamente il
valore dell'argento si otteneva d'impedire l'esportazione della
ricercatissima moneta d'oro.

Alcuni provvedimenti troviamo quindi in questo senso e, prime in
ordine di data, due parti sancite dal Senato nel giorno 9 luglio 1429;
nella prima (3) si ordina che coll'argento del quarto che i mercanti
avevano obbligo di consegnare alla zecca per farne moneta, debbano
essere coniati _soldi_ della forma usata e due nuove monete, l'una da
_8_, l'altra da _2 soldi_, in uguali proporzioni, e cioè un terzo di
ogni qualità. Il grosso da _4 soldi_ viene mantenuto, ed i mercanti
possono farne coniare per la Soria e per gli altri paesi del levante
col rimanente dell'argento, dopo francato l'obbligo del quarto. Sì le
nuove che le antiche monete dovevano avere la lega e la bontà usata
fino allora e andare al taglio di lire 31 per marca, ed in modo che
104 soldi valessero un ducato, aggiungendo calde raccomandazioni per
l'esattezza del peso e della fabbricazione. Tale decreto, motivato
dalla invasione di monete forastiere nelle nuove provincie di Brescia
e Bergamo, prescrive che le monete da 1, da 2 e da 8 soldi sieno
spedite in quei territori, conservando i grossi per i commerci
dell'Oriente. È questa la ragione per cui nei ripostigli che si
rinvengono nella terraferma, dove la Repubblica estendeva i suoi
possessi, troviamo più facilmente i grossoni ed i pezzi da 1 e da 2
soldi, mentre i grossi vengono ai raccoglitori dai ritrovamenti fatti
in Oriente.

La seconda parte presa in quel giorno (4) revocava la deliberazione 4
gennaio 1419 (1420), nella quale si abolivano tutte le restrizioni e
si permetteva di vendere l'argento in qualsiasi luogo ed a qualsiasi
persona, e richiamava in vigore l'antica legge 28 settembre 1374, la
quale ordinava che tutto l'argento condotto a Venezia fosse venduto a
_campanella_ a Rialto.

Nel 1442, 24 maggio (5), quando più grande era il bisogno di denari a
cagione delle guerre, si ordina che ogni marca di argento posta in
zecca debba pagare due grossi per indennizzare le spese per la fusione
e per le altre operazioni. Nel 15 gennaio 1443 (1444) (6) si rinnovano
le prescrizioni per la vendita dell'argento, emanate nel 1429,
minacciando, a quelli che contravvenissero, la perdita del metallo, da
dividersi fra i denunciatori ed il Comune. Con decreto del 23 gennaio
dello stesso anno (7) il Senato porta il taglio della moneta a 34 lire
per marca, con nuova e sensibile diminuzione, determinando che si
stampino soldi, e non grossoni né altre monete: la quale disposizione,
trovata troppo gravosa per i lavoranti della zecca, si modifica nel
giorno dopo, 24 gennaio (8), deliberando che una terza parte sia
ridotta in grossi da 4 soldi, e gli altri due terzi in soldi, ferme le
altre disposizioni. L'aumento del taglio induceva naturalmente i
mercanti a portare in zecca l'antica moneta più pesante, per avere la
nuova e lucrare la differenza; per cui nel 2 febbraio 1443 (1444) (9),
ottenevano che si abolisse il pagamento dei 2 grossi per marca, in
quanto si trattasse dei grossoni e di altre vecchie monete, e, per
evitare i lamentati ritardi nella consegna delle nuove monete
lavorate, fu accordato che l'argento fosse ridotto metà in soldi, metà
in grossi. Non bastando per questa trasformazione il termine fissato
da prima a tutto aprile, fu prorogato nel 26 giugno (10) fino a tutto
agosto dello stesso anno.

I bisogni delle esauste finanze fecero ricorrere a frequenti emissioni
di monete di bassa lega, le quali davano alla zecca non pochi
guadagni, destinati ad alleviare le spese delle guerre lunghe e
costose. I pezzi di questo genere, abbondantissimi anche oggi, col
nome di Francesco Foscari, sono vari di tipo e di peso, per cui viene
naturale il sospetto che sieno stati creati per località e monetazioni
differenti; ma siccome non hanno alcun segno che chiarisca
l'attribuzione, non si seppe fin'ora trovare una soddisfacente
spiegazione. Su ciò le cronache e le storie sono mute, ond'è
necessario ricorrere ai documenti, che in quest'epoca si susseguono
numerosi e ordinati.

Nei primi anni del dogado del Foscari non havvi alcun cenno di moneta
minuta, per cui è probabile si continuasse la coniazione dei piccoli e
dei tornesi col peso e col titolo usato precedentemente.

Solo nel 22 febbraio 1441 (1442) (11), si trova il primo decreto del
Senato, il quale delibera di diminuire l'intrinseco dei piccoli, che
si battono in zecca per Brescia, Bergamo, Verona e Vicenza, _sub
diversis stampis secundum corsum locorum_, essendo necessario, per la
strettezza della guerra, far denari in tutti i modi onesti. Quasi a
giustificazione si osserva che quelle provincie sono invase da moneta
del ducato di Milano detta _Sesino_, che di sopra è imbianchita, ma
del resto è tutta rame, e, per sostituirla, si ordina che i bagattini
colle stampe usate per _Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza e Venezia_,
contengano una diciottesima parte di argento, invece di un nono come
avevano precedentemente.

Il 24 maggio dello stesso anno 1442 (12) osservando il Senato che,
provveduto per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, nulla sia espresso
per Padova, Treviso ed altre terre, determina che i massari della
moneta d'argento _mittere debeant Paduam, Tarvisium et ad alias terras
nostras a parte terre et in patriam Foro Julii_, i bagattini che
vengono usati in tali siti, fatti colla lega fissata precedentemente,
e stabilisce che i rettori delle provincie debbano in ogni pagamento
dare, per ogni ducato, almeno cinque soldi di tali monetine, e tutti
gli utili sì di questa che della precedente fabbricazione debbano
essere mandati allo Sforza, che comandava le armi veneziane in
Lombardia, per gli stipendi delle truppe. Con decreto dello stesso
giorno (13) s'incaricano i governatori delle entrate di riscuotere
dalle provincie l'equivalente dei piccoli spediti e di rifondete alla
zecca il capitale esborsato, destinando l'utile alle spese di guerra.

Questi provvedimenti confermano che la stessa lega era adoperata per
le diverse monetine, che con tipi variati si usavano nelle provincie:
bisogna dunque ricercare nel solo peso a quali lire corrispondano i
denari coniati in quell'epoca. A Padova ed a Treviso erasi sempre
adoperata la stessa lira che a Venezia, e quindi i piccoli o denari
veneziani avevano corso tutti quei territori, nei quali era anche
comune la tradizione della forma concava o scifata. Infatti, tra gli
esemplari che si conservano nei medaglieri, alcuni sono di buon
aspetto ed hanno la consueta quantità d'argento, altri invece sono
neri e di lavorazione negletta. I primi sono quelli coniati avanti il
decreto, gli altri colla nuova lega più scadente, ma tutti hanno lo
stesso peso, che supera di poco i quattro grani e non raggiunge i 4 e
mezzo. A Verona e Vicenza correva invece la lira veronese, la quale,
come fu detto precedentemente, valeva un terzo più della veneziana, e
quindi per quelle provincie si continuavano a coniare i denari colla
croce a lunghe braccia, che divide a due a due le lettere
dell'iscrizione, simili a quelli per la prima volta coniati da Michele
Steno, che pesano scarsi 6 grani. I territori di Brescia e della
Lombardia veneziana usavano la lira imperiale, doppia della veneziana,
come rilevasi anche da un documento poc'anzi riferito, e quindi ad
essi deve attribuirsi quel _piccolo_ assai comune, che da un lato ha
il leone accosciato senza iscrizione e dall'altro, fra le braccia
della croce, le lettere "F F D V", il cui peso, abbastanza variabile
fra pezzo e pezzo ha però una media di 8 grani e mezzo. È questa la
prima volta che nei documenti veneziani s'incontra la parola
_bagattino_, che invece a Padova è adoperato sino dall'ultimo quarto
del secolo XIII (14) ed a Treviso anche prima, e precisamente nel
decreto 7 settembre 1317, in cui si ordina la coniazione del piccolo
ossia _bagattino_ (15).

Il Pegolotti, riportando i cambi ed i prezzi della piazza di Venezia,
li traduce sempre in lire e soldi di grossi, lire e soldi di piccoli o
denari, ma non nomina mai i bagattini, tranne quando fa il ragguaglio
fra la moneta friulana e la veneziana (capitolo XXXIII), dove parla di
bagattini piccioli di Venezia. In tal modo quell'esattissimo scrittore
di usi commerciali mostra che il bagattino ed il denaro erano bensì
una stessa cosa, ma che il nome di bagattino era adoperato nelle
vicine provincie, non a Venezia.

Anche a Venezia se ne parla per la prima volta quando si tratta di
coniare i piccoli per la terraferma. Senza occuparmi dell'origine di
questa parola né della sua etimologia, osservo solo che in Lombardia
si usa tutt'ora _bagai_ per dinotare un essere singolarmente piccolo,
_bagatti_ per significare un valore minimo, e nel giuoco del tarocco
si chiama _bagatto_ la carta più piccola; le quali voci tutte, hanno
la radice comune con _bagattella_, parola usata in italiano ed in
francese.

Alla data del 18 luglio 1442 (16), e cioè pochi mesi dopo i
provvedimenti relativi alla moneta minuta per le provincie della parte
di terra, troviamo inscritto, nel libro risguardante le faccende del
mare, un decreto del Senato, che ordina la coniazione di _quattrini_ e
_mezzi quattrini_ per Ravenna, secondo la lega ed il modello
presentato dai massari dell'argento, e prescrive al provveditore di
Ravenna di adoperare, in tutti, i pagamenti fatti in quei territori,
tali monete nella misura di un cinque per cento.

Il Lazari nella piccola moneta col nome di Ravenna e coll'immagine di
Sant'Apollinare credette vedere il quattrino coniato in quest'epoca.
Però nelle sue memorie, che conservo manoscritte, egli giustamente si
ricrede, osservando che la fattura di questo pezzo, perfettamente
uguale a quello coniato per Rovigo, li mostra entrambi incisi dalla
stessa mano e battuti nella stessa epoca, che per Rovigo non si può
antecipare dal 1484, seconda occupazione veneziana di quella città.
Aggiungerò che non sarebbe naturale che la zecca di Venezia, soltanto
in questo caso per Ravenna, avesse messo il santo protettore ed il
nome della città, uso introdotto più tardi, e che il volume ed il peso
di tale monetina non permettono di supporre un mezzo quattrino, che
sarebbe riuscito troppo piccolo e troppo leggero. D'altronde la lira
ed il quattrino di Ravenna erano uguali a quelli adoperati nelle città
di Rimini, Pesaro ed altre vicine, ma i quattrini di quel tempo e di
quei luoghi sono più pesanti e stanno fra i 14 ed i 16 grani. Crederei
piuttosto riconoscere il quattrino decretato sotto Francesco Foscari
in quel rarissimo nummo, che ha da un lato la croce ornata e
dall'altro il leone rampante senza ali, colla banderuola fra le zampe
anteriori, il cui peso si avvicina assai a quello dei quattrini
battuti nelle città della Romagna, ed è tale da permettere la
coniazione di un mezzo quattrino di sufficiente volume.

Il quattrino a Ravenna e nelle Romagne valeva due denari piccioli
della lira usata in quelle provincie come dimostra G. A. Zanetti, per
cui il mezzo quattrino era uguale alla duecentoquarantesima parte
della lira. Credo poterlo identificare in quella moneta esistente nel
Museo di San Marco, che Lazari credette un tornese. Siccome più tardi
si sono ritrovati degli esemplari del vero tornese di Francesco
Foscari e di Cristoforo Moro, con la solita croce, non si può
ammettere che la zecca abbia lasciato un tipo antico e popolare, come
quello del tornese, per riprenderlo più tardi. Un esemplare meglio
conservato, che da poco è stato acquistato dalla raccolta Bottacin, mi
fa credere, tanto per l'aspetto quanto per il peso di circa 7 grani,
ch'esso sia il mezzo quattrino desiderato.

Resta ancora da interpretare una singolare monetina assai comune,
avente sul diritto una croce patente col nome del doge e sul rovescio
un leoncino rampante e le sole lettere "S punto M". Essa è tanto
tenue, tanto leggera, che riesce difficile a comprendersi come abbia
potuto essere praticamente adoperata. Ne troviamo la spiegazione in un
decreto dei Pregadi del 21 giugno 1446 (17), che abolisce l'antico
modello dei _piccoli_ ed ordina una nuova stampa, la cui scelta affida
al Collegio, ma colla stessa lega e colla stessa bontà. Lo scopo di
questo cambiamento era quello di liberarsi da molte falsificazioni che
infestavano il paese, e, sebbene non sia espresso, è facile intendere
che si tratta di quei piccoli scodellati, che si coniavano per Venezia
e che avevano corso nel dogado e nei territori vicini di Padova e di
Treviso. Infatti questi denaretti hanno lo stesso intrinseco e lo
stesso peso dei precedenti denari scodellati, sebbene seguano la
tendenza comune delle monete di quest'epoca, e cioè vadano
insensibilmente scapitando nel peso, dacché si cercava di aumentare
quant'era possibile il largo guadagno, che la fabbricazione recava al
pubblico erario, essendo lo stato travagliato da bisogni sempre
crescenti. Così finisce e scompare una delle più antiche monete
veneziane, che era stata la prima base della nostra monetazione; ma il
piccolo nummo chiamato a sostituirla era destinato a breve vita,
perché la sua esiguità conduceva naturalmente ad adoprare il puro
rame, come avvenne più tardi.

Nel 18 dicembre 1453 (18) il Senato ordina alla zecca di coniare colla
massima sollecitudine, per la somma di 20.000 ducati, _quattrini_ da 4
piccoli l'uno, i quali sieno spesi in tutto lo Stato, ad eccezione
della città di Venezia, proibendo però di eccedere quella somma senza
autorizzazione dello stesso Consiglio. Tali quattrini si trovano assai
facilmente anche oggi, ed hanno sul diritto la croce col nome del doge
e sul rovescio un leone rampante senza ali, che tiene nelle zampe
anteriori la spada. Servivano utilmente per avere una comune moneta
nei conteggi delle varie lire adoperate nella terra ferma veneziana,
giacché a Padova ed a Treviso valevano quattro piccoli e con tre pezzi
si aveva il soldo veneziano; a Verona ed a Vicenza il quattrino valeva
tre denari di quella lira e quattro quattrini formavano un soldo
veronese. La comodità di tali monete era tanto apprezzata che la
Comunità di Verona nel 1493 (19), e quella di Vicenza nel 1498 (20)
chiesero al Consiglio dei Dieci di far coniare in zecca quattrini da
tre al marchetto ed oboli da nove al marchetto, per servire alle
minute contrattazioni. A Brescia gli stessi quattrini avevano un
valore doppio del bagattino o denaro locale, per cui si dicevano
_quattrini-duini_, nome che viene adoperato in un decreto del 29
agosto 1458, di cui parleremo più tardi, ed in un contratto conchiuso
in Collegio (19 ottobre 1474) (21) per la vendita di monete fuori
d'uso a certo Antonio Agostini, a cui restava vietato di spenderle,
contratto ove sono specificati i _quattrini duini da Brescia ed i
pizzoli vecchi dal lion, le qual monede non se possino in alchuna
parte del mondo spender_.

Data così soddisfacente spiegazione di pressoché tutte le monete di
bassa lega, che portano il nome di Francesco Foscari, una sola ci
resta da chiarire, ed è quella lavorata accuratamente, che da un lato
reca la testa del Santo Evangelista e dall'altro una croce accantonata
da quattro punti triangolari, la quale esiste anche col nome di Tomaso
Mocenigo, per cui ne ho già parlato nel capitolo che riguarda quel
doge. Sia per l'epoca in cui fu introdotto questo tipo, sia per non
poterlo ad altra regione attribuire, sospettai che questo denaro sia
stato coniato per la provincia del Friuli, conquistata dai veneziani
precisamente ai tempi di Tomaso Mocenigo. Il decreto 24 maggio 1442,
riferito più sopra, ordina che i _Masseri nostri della moneda de
largento mandar debiano a padoa, trevixo e ale altre tere nostre da
parte de tera et in la patria del friul di bagatini, i qual vien spesi
in li diti luogi_. Tale dizione sembra confermare che si coniassero
anche pel Friuli bagattini di una stampa speciale, avendo quella
provincia una monetazione differente da quella usata a Padova ed a
Treviso: altrimenti il decreto avrebbe semplicemente ordinata la
coniazione e la spedizione di un solo tipo di denari, sapendosi che la
stessa lira era adoperata a Venezia, Padova e Treviso, e che alle
monete speciali di Verona e Vicenza, di Brescia e Bergamo, erasi
provveduto coll'altro decreto 22 febbraio 1441 (1442).

Così abbondanti e ripetute emissioni di monete scadenti, il cui pregio
era di gran lunga inferiore al valore ed al ragguaglio colle
principali d'oro e d'argento, recavano non pochi danni al commercio ed
a tutti i cittadini, producendo, fra gli altri inconvenienti, anche
quello di incoraggiare le imitazioni e le falsificazioni. In tale
epoca ai volgari falsificatori, che sono e furono sempre, si
aggiungevano alcuni principi e governi, i quali non avevano scrupolo
di copiare i tipi più conosciuti e più pregiati e di riprodurli con
lievi modificazioni in metallo scadente, ricavando non iscarso
guadagno da tale disonesta operazione. Il ducato ed il grosso
veneziano erano stati copiati in Italia ed in Levante, ma era ben più
facile imitare piccole monetine di fabbricazione molto trascurata,
approfittando della negligenza che si osserva nel pubblico di tutti i
tempi, nelle cose di poco valore. Infatti il Senato si preoccupa dei
piccoli falsi che infestano il paese, ordinando nel 7 maggio 1446 (22)
a tutti i cittadini di presentarli alle autorità, per essere
indennizzati del solo valore del rame, e chi avesse piccoli falsi e
non li denunciasse deve perderli. Visto che gli altri rimedi non sono
sufficienti ad estirpare il male, si decide di cambiare il tipo dei
denari veneziani, come abbiamo raccontato più sopra, prescrivendo a
tutti di portare agli ufficiali della zecca i piccoli della vecchia
forma, per avere in cambio quelli nuovamente coniati (23). Pochi mesi
dopo, 9 settembre 1446, si minacciano pene e multe a chi introduce
monete false nello stato, con proibizione di far grazia, ed il decreto
(24) parla principalmente di soldi e di piccoli. Finalmente nel 15
dicembre 1454 il Senato (25), trovando troppo miti e non adequate alla
colpa le punizioni sino allora comminate, estende anche a quelli, che
portano o fanno portare dall'estero monete false, le pene stabilite
per i falsificatori, che non erano certamente leggere, giacché si
trattava della perdita della mano destra e di tutti due gli occhi,
oltre a multe gravissime, delle quali una parte era devoluta ai
denunciatori.

Collo stesso scopo il Senato (28 agosto 1447) sancisce una legge (26)
secondo la quale gli intagliatori della zecca devono essere cittadini
originari di Venezia, per isfuggire il pericolo che i conî possano
cadere nelle mani dei Signori forestieri, che imitano le monete
veneziane, e poco tempo dopo (29 novembre 1447), essendo vacante il
posto dell'intagliatore delle stampe delle monete d'argento, per la
morte di Gerolamo Sesto, il Collegio prescrive (27) che la elezione
debba farsi assieme dagli ufficiali della moneta dell'argento con
quelli della moneta d'oro, tanto in questo caso, quanto in quello che
mancasse il maestro delle stampe dell'oro.

Indipendentemente dalle falsificazioni, i danni causati da sì grande
copia di moneta inferiore erano tanti e così manifesti, che il Senato
più volte ne fu compreso e sospese la coniazione dell'uno o dell'altro
genere di monetine, quando troppo si era abusato di questo ripiego
finanziario. Ma si tornava a ricorrervi sotto la pressione delle
necessità di una guerra lunga e dispendiosa, sostenuta da truppe di
ventura, che smungeva le finanze dello Stato e le risorse del paese.
Per esempio nel 23 novembre 1443, dopo segnata la pace, sperandosi
tempi più tranquilli, si proibisce la coniazione di piccoli per
Brescia, Padova ed altre terre (28) ma nel 13 marzo 1447, quando più
urgente era il bisogno di denaro, si ordina ai massari dell'argento di
fabbricare tremila marche di piccoli per Brescia, per ricavare 3500
ducati di utilità, che sono destinate agli armamenti (29). Nel 25
settembre 1451 si sospende nuovamente la fabbricazione di piccoli per
Brescia (30), e nel 12 novembre successivo (31) si ordina alla zecca
di far uscire in qualsiasi modo i piccoli di Brescia già pronti e che
non si possono spedire costà per la proibizione fatta, consegnando il
ricavato all'arsenale per provviste di guerra, ma nel 29 dicembre
dello stesso anno si delibera la coniazione di 7000 ducati di _piccoli
da Brescia_, non ostante tutti gli ordini contrari (32). Nel 18
settembre 1453 il Senato proibisce agli ufficiali della zecca di
coniare _piccoli da Venezia_ (33) sotto pena di 200 ducati di multa da
infliggersi dagli Avogadori del Comune: tre giorni dopo, questo
provvedimento viene sospeso per ordine della Signoria (34) finché sia
completata la somma di 18,000 lire di tali denari decretata nel 22
agosto precedente (35), il cui ricavato doveva essere consegnato
all'arsenale per l'armamento di cinquanta galere.

Giunte le cose a questo punto, vi si ingerisce il Maggior Consiglio,
il quale in una legge del 16 marzo 1456 (36) osserva che nel tempo
della guerra, e per le necessità delle terre e per le molte spese,
furono ordinati e coniati nella zecca quattrini e piccoli di varia
sorte, e si sono continuati a coniare anche dopo la pace, ed ora sono
talmente moltiplicati che nella terraferma sembra che non vi sia altra
moneta se non di rame, e comincia ad esserne infestata anche la città,
ciò che è causa di questioni, di confusioni e di altri gravi
inconvenienti. Per cui proibisce agli ufficiali della zecca di coniare
quattrini o piccoli senza il permesso dello stesso Maggior Consiglio,
minacciando la privazione dell'ufficio, pene pecuniarie e personali,
agli ufficiali ed agli stampatori che contravvenissero a questi
ordini.

Nel 20 febbraio successivo 1456 (1457) (37), essendovi circa 2500
marche di rame legato coll'argento giacente in zecca con danno del
Comune, il Maggior Consiglio ordina di fabbricare quattrini con quella
pasta e di adoperare in preparativi di guerra la utilità risultante,
calcolata in 1500 ducati, e ciò solo per la materia esistente e non
più, rimanendo ferme le disposizioni e le pene stabilite dal
precedente decreto.

Con sifatti provvedimenti si chiude questo periodo importante della
storia numismatica veneziana. Per lungo tempo non si coniarono più
dalla nostra zecca monete di bassa lega, se non nella quantità
strettamente necessaria ai bisogni.

[Nuova pagina]

MONETE DI FRANCESCO FOSCARI.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A C punto F O S C
A R I", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T
punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio
R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XV, numero 1.

2. Varietà nel Dritto. "F R A C apostrofo punto F V S C A R I".

Grossone da 8 soldi. Argento, titolo 0,949 (peggio 60). Peso, grani
veneti 59 e 45 centesimi (grammi 3,076).

3. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani
l'asta di un'orifiamma ed è chiuso in un cerchio di perline, oltre
il quale sporge la banderuola volta a destra "punto F R A N C I S
C V S punto F O S C A R I spazio D V X".

Rovescio. San Marco di fronte, mezza figura, cinto il capo d'aureola,
tiene il vangelo colla mano sinistra e colla destra benedice: un
cerchio di perline divide dall'iscrizione "croce punto S A N C T V
S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 2.

4. Varietà. Dritto. Il doge in ginocchio, volto a sinistra, tiene con
ambe le mani l'asta di un'orifiamma, la cui banderuola, volta a
destra, divide l'iscrizione. Il diametro della moneta è minore e
manca il cerchio di perline. "F R A N C I S C V S punto F O S C A
R I punto punto punto V X punto".

Rovescio. San Marco di fronte, come sopra, manca il cerchio di
perline.

Tavola XV, numero 3.

L'esemplare del Museo Correr, solo conosciuto, è bucato e consumato
dall'uso, per cui non pesa che grani veneti 55 (grammi 2,846).

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 30 e 92
centesimi (grammi 1,600), grani veneti 29 e 72 centesimi (grammi
1,538), legge 9 luglio 1429 e grani veneti 27 e 10 centesimi
(grammi 1,402) legge 22 gennaio 1443-44.

5. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A punto F O S C A
R I", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N
E T I punto", nel campo, tra le figure e l'iscrizione, le iniziali
del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono "croce T I B I spazio L A V S spazio
7 punto G L O R I A".

Tavola XV, numero 4.

Iniziali dei massari. "A P, B S, D I, D EZH CODA, F L, L G, L L, M
corsivo B, OI L, M M, OI M, M P, N B, N C, N F, N f corsivo, P P,
EZH capovolta B, EZH CODA EZH CODA".

6. Varietà nel Dritto. "F R A C punto F O S C A R I".

Mezzo Grosso (2 soldi). Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 14 e
86 centesimi (grammi 0,769).

7. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani
un vessillo, la cui banderuola svolazza a destra "punto F R A
punto F O S C spazio A R I punto D V X".

Rovescio. Marco di fronte, mezza figura con aureola, tiene il vangelo
con la mano sinistra e colla destra benedice "punto S punto M A R
C apostrofo spazio V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 5.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi
(grammi 0,400) e grani veneti 7 e 43 centesimi (grammi 0,384),
legge 9 luglio 1429 e grani veneti 6 e 77 centesimi (grammi 0,350)
legge 23 gennaio 1443-44.

8. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "F R A
punto F O S C A spazio R I punto D V X punto", nel campo, dietro
alla figura del doge, le iniziali del massaro una sopra l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle
anteriori il Vangelo: la iscrizione è qualche volta divisa da un
leggero cerchietto, che manca completamente in altri esemplari
"croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 6.

Iniziali dei massari. "B sopra S, D sopra I, E sopra P, F sopra L, F
sopra OI, G sopra OI, K sopra Q, M sopra B, M corsivo sopra B, M
cosrivo sopra B simmetrica, OI sopra L, M sopra M, M sopra P, OI
sopra P, N sopra B, N corsivo sopra B, N sopra C, N sopra D, N
sopra F, N corsivo sopra V, R sopra B, EZH capovolta sopra B, EZH
capovolta sopra L, EZH CODA simmetrica sopra B, EZH CODA sopra EZH
CODA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111 e 0,055 (peggio 1088). Peso,
grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.

9. Dritto. Croce in un cerchio "croce F R A C punto F O spazio D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S
ruotata".

Tavola XV, numero 7.

10. Varietà Dritto. "croce F R A punto F O punto D V X".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata,
punto".

Per la negligenza degli stampatori della zecca, i _piccoli_ di questo
doge, come quelli di Michele Steno e Tomaso Mocenigo, sono
talvolta incusi da un lato, tal altra mancano di ogni impressione
sul rovescio.

Piccolo, o denaro, nuovo tipo. Mistura, titolo 0,055. Peso, grani
veneti 4 e mezzo (grammi 0,232) circa.

11. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce punto F R A punto F O
punto D V X punto".

Rovescio. Leone nimbato, senza ali, rampante a sinistra, nel campo "S
punto spazio punto M".

Tavola XV, numero 8.

Quattrino per la terraferma (4 denari). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani veneti 18 (grammi 0,931) circa.

12. Dritto. Croce patente, colle braccia divise longitudinalmente in
tre comparti, quello di mezzo di perline, il tutto chiuso in un
circolo, attorno "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V
X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, che tiene la spada nella
zampa destra anteriore, volgendosi a sinistra, chiuso in un
circolo "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 9.

13. Varietà nel Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, che
somiglia a quella del numero 13.

Tavola XV, numero 10.

Quattrino per Ravenna (due piccioli). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani veneti 12 (grammi 0,621).

14. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, chiusa in un
circolo "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, volto a sinistra, che
nelle zampe anteriori tiene un'orifiamma, la cui banderuola esce
dal circolo che separa l'iscrizione "S punto M A R C V S punto V E
N E T I".

Gabinetto di Sua Maestà. Torino.

Tavola XV. numero 11.

Regio Museo Britannico.

Conte Antonio de Lazzara. Padova.

I tre esemplari conosciuti sono consumati e quindi deficienti di
peso.

Mezzo Quattrino per Ravenna (picciolo). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).

15. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, in un cerchio
"croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori, in un
cerchio "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola XV, numero 12.

Museo Bottacin.

Raccolta Papadopoli.

Piccolo, o Bagattino per Brescia. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso,
grani veneti 9 (grammi 1,465) circa.

16. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata dalle quattro lettere
"F F D V".

Rovescio. Leone accosciato, che tiene il vangelo tra le zampe
anteriori, senza iscrizione.

Tavola XV, numero 13.

Piccolo, o Bagattino per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111 e
0,055. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

17. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini "F
R spazio A punto F spazio O punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M
punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 14.

18. Varietà nel Dritto. "F A spazio F O spazio S punto D spazio V X".

Piccolo, o Bagattino pel Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani veneti 11 (grammi 0,569).

19. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di
raggi, entro un cerchio, attorno "croce punto F R A C punto F O S
punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco, con aureola di perline in un cerchio,
attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Correr.

Tavola XV, numero 15.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 14
(grammi 0,724).

20. Dritto. Croce patente "croce F R A, C SEGNO, spazio F O S C A R I,
due punti in verticale, D V X".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori "croce
V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA".

Tavola XV, numero 16.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI FRANCESCO FOSCARI.

MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 650-652,
numero XVI; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48 e 49, tavola XXXVIII,
numero XVI.

SCHIAVINI F. -- Opera citata, in ARGELATI, Parte I, pagina 283 e 287,
numero II.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
420, Tavola VI, numero VI e X.

BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina
6, nota 1.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I,
pagina 104, 105 e 109, numero XXVII, XXVIII, XXIX, XXX; ed in
ARGELATI, Parte V, pagina 30 t., 31 e 32 t., numero XXVII, XXVIII,
XXIX e XXX. -- _Dissertazione_ II, pagina 133-135, numero IV, V e VI.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
176-178, numeri LXXXIII, LXXXIV, LXXXV, LXXXVI, LXXXVII, LXXXVIII,
LXXXIX, XC, XCI, XCII, XCIII, XCIV, XCV, XCVI e XCVII.

TERZI B. -- Opera citata, pagina 26-30, tavola II, numero 12.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1127-1128, numeri 3943,
3944, 3945, 3946, 3947 e 3948.

MANIN L. -- _Esame ragionato etc_. Opera citata, pagina 180, numero 11
della tavola.

GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 9.

ZON A. -- Opera citata, pagina 25, 31, 34-36, tavola I, numero 14.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 29 e 30 (numeri 322 a
373) e tavola.

LAZARI V. -- Opera citata, pagina 72, 136-137 e 144-147, tavola VI,
numero 30 e tavola XIV, numero 70.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 9 e 10.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 7.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXV.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXV.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 20-21, 85 e 96.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-233, 254-255. Volume V, 1873, pagina 207-210.
Volume XI, 1879, pagina 130 e 158.

SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 474, tavola XVIII, numero 10.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 23-25, e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 103-104, Tomo XIII, pagina 147,
Tomo XXI, pagina 136 e Tomo XXII, pagina 292, -- terza edizione,
1881, pagina 19-20, 89, 335 e 356.

Bolla in piombo di Francesco Foscari.

[Nuova pagina]

NOTE A "FRANCESCO FOSCARI".

(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro III, carte 79.

(2) Regio Archivio di Stato. _Maggior Consiglio_, registro Ursa, carte
191.

(3) Documento XXIII.

(4) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LVII, carte 126
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 25. -- Capitolare dei
Massari all'argento, carte 65 tergo.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 67
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 113
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo. -- Capitolare
dei Massari all'argento, carte 67.

(7) Documento XXIV.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 115. --
Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 116
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 134.
-- Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(11) Documento XXV.

(12) Documento XXVI.

(13) Documento XXVI.

(14) Verci G. B. -- _Delle monete di Padova_, in Zanetti G. A. _Nuova_
_Raccolta etc_. Tomo III, pagina 374. -- Brunacci J. _De re_
_nummaria Patavinorum_. Opera citata, pagina 46.

(15) Azzoni Avogaro R. _Delle monete di Trevigi_. Opera citata in
Zanetti G. A. _Nuova Raccolta, etc_. Tomo IV, pagina 181.

(16) Documento XXVII.

(17) Documento XXVIII.

(18) Documento XXIX.

(19) Regio Archivio di Stato. Consiglio dei Dieci, _Misti_, registro
XXVI, carte 3.

(20) Regio Archivio di Stato. Consiglio dei Dieci, _Misti_, registro
XXVII, carte 183 tergo.

(21) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 44.

(22) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 190.
-- Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(23) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 195.
-- Capitolare delle Brocche, carte 31 (21 giugno 1446).

(24) Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro II, carte 2. --
Capitolare delle Brocche, carte 31 tergo.

(25) Regio Archivio di Stato. Avogaria dei Comune, _Deliberazioni del_
_Maggior Consiglio_, registro C. 11, carte 61 tergo. -- Capitolare
dei Massari all'argento, carte 68.

(26) Documento XXX.

(27) Regio Archivio di Stato. Collegio, _Notatorio_, registro XVI,
carte 66. -- Capitolare delle Brocche, carte 31 tergo,

(28) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro I, carte 111
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo

(29) Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro II, carte 24 tergo.
-- Capitolare delle Brocche, carte 31.

(30) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro III, carte 2.
-- Capitolare delle Brocche, carte 33.

(31) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 33.

(32) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro 111, carte 13.
-- Capitolare delle Brocche, carte 33 tergo.

(33) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro III, carte 79.
-- Capitolare delle Brocche, carte 33 tergo.

(34) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 34.

(35) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 33
tergo.

(36) Documento XXXI.

(37) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Regina_,
carte 10 tergo.

[Nuova pagina]

PASQUALE MALIPIERO.

DOGE DI VENEZIA.

1457-1462.

Il principato di Pasquale Malipiero fu un breve periodo di pace, e se
in esso la storia non trova da registrare fatti d'armi, o conquiste
gloriose, il paese potè riaversi dai danni patiti e migliorare le sue
condizioni economiche. Si riordinarono alcune magistrature, si
concluse un trattato commerciale vantaggioso col Soldano d'Egitto,
prosperarono le industrie ed il commercio, cominciarono a fiorire gli
studi e le arti.

Anche sotto il punto di vista numismatico abbiamo poche notizie e
nessun fatto importante da registrare. La maggior parte dei
provvedimenti adottati sono di semplice amministrazione, come quello
che le utilità provenienti dall'esercizio della zecca debbano servire
a pagare le ciurme delle galere sottili (1), altro per mettere ordine
alle paghe degli impiegati e degli operaj, e per tutelare la esattezza
degli assaggi fatti alle pezze di metallo che si portavano in zecca
dai mercanti per la affinazione. È da notarsi la tendenza ad escludere
i non veneziani dai lavori di zecca, prescrivendosi nel 10 marzo 1460
che anche i quattro fanti sieno veneziani, _fioli de persone da ben_
(2) e che tutti gli uomini da prendersi nella zecca dell'oro, tanto
quelli che battono la moneta, che gli altri, siano veneziani, salvo
gli affinatori, che devono essere scelti dai massari assieme ai due
pesatori riuniti in consiglio (3).

Si continuarono quindi a coniare zecchini, grossi e soldini coi tipi
usati. Quanto alla moneta di bassa lega fu rispettato il decreto del
Maggior Consiglio, che ne sospendeva la coniazione, anzi nel 29 luglio
1458 (4), troviamo una deliberazione del Senato, che, per provvedere
agli inconvenienti occorsi a Brescia e nel territorio bresciano,
proibisce i piccoli falsi e ne decreta la distruzione: ordina poi ai
cittadini di portare alla Camera di Brescia tutti i piccoli buoni di
nostro conio, dei quali si debba conservare un valore di quattromila
ducati e gli altri sieno fusi e ridotti in _quattrini sive duine_.
Prescrive poi che i piccoli conservati non possano essere ricevuti
dalle Camere, ma debbano correre a Brescia e nel territorio bresciano,
per comodità di tutti e specialmente dei poveri, senza però che alcuno
sia obbligato a riceverne in pagamento per un valore maggiore di un
soldo. Le Camere poi devono pagare e riscuotere in monete d'oro e
d'argento ed in quattrini ossia duini, e cioè metà in oro ed argento e
metà in duini, ma questi devono contarsi e non essere pagati _in
scartocciis_. Infatti esistono nelle raccolte delle monete veneziane i
quattrini di Pasquale Malipiero col leone rampante che tiene fra le
zampe anteriori la spada, uguali a quelli ordinati negli ultimi anni
di Francesco Foscari. Questo provvedimento, che cambia la forma, ma
non la quantità della moneta inferiore, destinata alle minute
contrattazioni nel territorio bresciano, dimostra che non si voleva
continuare in tempo di pace un sistema dannoso agli interessi dei
cittadini, al quale si era ricorso solo in causa delle strettezze
finanziarie cagionate dalle lunghe guerre. Difatti col nome di questo
doge non si trovano nemmeno tornesi ed esistono due soli esemplari del
bagattino colla testa di San Marco.

Erano ancora in circolazione nei territori veneti, eccettuata Venezia,
i quattrini di bassa lega, emessi in quantità superiore ai bisogni nei
tempi difficili di Francesco Foscari, ed aumentava il disordine
l'invasione di monete estere e false della stessa apparenza, per cui
movevano lamento i rettori di Verona, e la Comunità di Padova mandava
oratori alla dominante, per chiedere provvedimenti. Su tale argomento
due parti furono prese dal Senato; colla prima del 26 luglio 1459 (5)
ordinava ai rettori delle città venete della parte di terra d'invitare
tutti i cittadini a portare i quattrini innanzi ad un consesso di
persone esperte e fidate, che dovevano scegliere i buoni dai falsi e
forestieri, restituendo i primi ai proprietarî e tagliando gli altri
per mezzo; ferme sempre le pene comminate a coloro che fabbricassero
od introducessero nello stato moneta falsa o proibita. Col secondo
decreto del 28 dello stesso mese (6) si delegano tre maestri di zecca,
i quali debbano recarsi a spese dello stato nelle varie città per fare
coscienziosamente la scelta, affinché nessuno possa addurre ignoranza
a sua discolpa.

Del 13 marzo 1461 (7) troviamo un ordine della Signoria all'incisore
Antonello di fare i conî pegli _aspri_ della Tana. Nulla possiamo dire
di queste monete, perché il decreto prescrive soltanto che si facciano
secondo quanto riferirà ser Nicolò Contarini, che va Console alla
Tana. Probabilmente non si trattava d'una moneta che avesse nomi ed
emblemi veneziani, ma bensì di una imitazione degli _aspri_, che si
usavano in quei lontani paesi, con cui Venezia aveva importanti
traffici. Però manca ogni indizio, ogni traccia, per sapere se tale
moneta sia stata effettivamente coniata, abbia avuto corso ed a quali
segni possa essere riconosciuta.

[Nuova pagina]

MONETE DI PASQUALE MALIPIERO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "P A punto M A R I P E
T apostrofo", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "S punto M
punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "S I T punto T punto X
P E punto D A T punto Q spazio T V punto spazio R E G I S spazio I
S T E punto D V C A T".

Tavola XVI, numero 1.

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 27 e
dieci centesimi (grammi 1,402).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "P A punto M A R I P E
T R O", lungo l'asta "D V X", a destra "S punto M punto V E N E T
I", nel campo, tra le figure e l'iscrizione, le lettere iniziali
del Massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono "croce punto T I B I punto L A V S
punto spazio E T punto G L O R I A punto".

Tavola XVI, numero 2.

Iniziali dei massari. "A T, D L, F M, P EZH CODA, S T, EZH CODA P".

I _grossi_ di questo principe sono quasi tutti stronzati, e quindi
inferiori al peso legale.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 6 e 77 centesimi
(grammi 0,350).

3. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "punto
croce P A punto M A R I P E spazio T R O punto D V X", nel campo,
dietro la figura del principe, le iniziali del massaro una sopra
l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, che tiene il
vangelo nelle anteriori: senza traccia di circolo attorno "croce
punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Museo Bottacin.

Tavola XVI, numero 3.

Iniziali del massaro. "d sopra d".

Quattrino, o Duino (4 denari di Venezia, 2 denari di Brescia).
Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931) circa.

4. Dritto. Croce patente, colle braccia divise longitudinalmente in
tre comparti, quello di mezzo perlato, attorno "croce punto P A
punto M A R I P E T R O punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, colla spada nella zampa
destra anteriore, volto a sinistra, attorno "croce punto S punto M
A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XVI, numero 4

Piccolo, o Bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani 11 (grammi 0,569).

5. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di
raggi entro un cerchio, attorno "croce punto P A punto M A R I P E
T R O punto".

Rovescio. Il Busto di San Marco con aureola di perline in un cerchio,
attorno "croce punto S spazio M A R C V S punto".

Tavola XVI, numero 5.

Museo Bottacin.

Regio Museo Britannico.

[Nuova pagina]

OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI PASQUALE MALIPIERO.

BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_
II, pagina 134-135, numero VII.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata,
_Supplément_, 1769, pagina 79.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
178, numero XCVIII.

APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1128, numero 3949.

ZON A. -- Opera citata, pagina 22, 23, 36 e 79.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 32 (274 a 381) e
tavola.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXVI.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXVI.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 21.

KUNZ C. -- _Il Museo Bottacin etc_. -- _Periodico di Numismatica e
Sfragistica etc_., Firenze, 1868-1874, Volume II, pagina 76, tavola
III, numero 6, -- tiratura a parte, pagina 59.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 228-232, Volume V, 1873, pagine 210-211.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 25-26, -- _Archivio
Veneto_, Tomo. XII, pagina 104-105, Tomo XXI, pagina 137, -- terza
edizione, 1881, pagina 20-21 e 335.

Impronta del sigillo di Pasquale Malipiero esistente nel Museo
Correr.

[Nuova pagina]

NOTE A "PASQUALE MALIPIERO".

(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Mare_, registro VI, carte 44
tergo. -- Capitolare delle Brocche, carte 34 tergo. (1 dicembre
1457).

(2) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 34 tergo.

(3) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro, carte 45,
rubrica 111.

(4) Documento XXXII.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro IV, carte 115.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro IV, carte 110.

(7) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35.

[Nuova pagina]

CRISTOFORO MORO.

DOGE DI VENEZIA.

1462-1471.

Successe al Malipiero il doge Cristoforo Moro, che aveva già
onorevolmente servito la patria in molti importanti uffici. Nei primi
anni del suo principato per lievi cagioni scoppiò la guerra contro i
Turchi, la cui forza d'espansione minacciava tutta l'Europa. Venezia
per la sua naturale posizione geografica, per i suoi estesi possessi
in Oriente, era la prima a sopportarne l'urto, e sebbene lungamente e
valorosamente tenesse testa all'invasione musulmana, finì
coll'esaurire il meglio delle sue forze in questa lotta secolare ed
ineguale.

Bandita la crociata, Pio II era riuscito a concentrare in Ancona una
flotta poderosa, nella quale altri principi cristiani avevano unito le
loro galere a quelle della Chiesa e di Venezia, ma la morte improvvisa
del Pontefice disperse quel grandioso apparato di guerra. I veneziani
furono costretti a combattere da soli con varia fortuna, ma mentre si
possono raccontare non pochi esempi gloriosi di energia e di valore,
pur troppo si cominciano a vedere i primi sintomi di una decadenza,
che non dipendeva solo dalle vicende e dai fatti esterni, ma aveva la
sua causa nell'abbassamento del vigore e dello spirito di sacrificio,
che era nel cuore degli antichi veneziani.

Questo primo periodo della lotta coi Turchi non ebbe fine se non dopo
che Cristoforo Moro era già disceso nel sepolcro, ma durante il suo
regno la Repubblica subì la perdita di Negroponte, dolorosissima anche
per le circostanze tristissime che l'accompagnarono.

Tranne il ducato, che pur non è comune, le monete tutte di questo doge
sono rare e pregiate, e facilmente s'indovina il perché; nei nove anni
del suo regno si stava studiando e maturando quella riforma, che fu
messa in atto subito dopo l'elezione di Nicolò Tron. Ad essere esatti
convien dire che da molto tempo il governo era preoccupato dalle
gravissime perturbazioni e dai danni che alla circolazione monetaria
recavano le falsificazioni, sopra tutto delle monete di poco valore e
il deterioramento delle monete di maggior pregio per la tosatura. I
magistrati competenti studiavano i modi di combattere sì grave danno;
gli ufficiali della zecca avevano fatto preparare delle prove di nuove
monete e le avevano lasciate vedere ad alcuni nobili e cittadini. Tale
novità non incontrava l'approvazione di molti, che desiderosi di
conservare i vecchi costumi, non volevano alcun cambiamento, nemmeno
nella moneta, per cui nel 18 giugno 1459 il Senato (1) adottava a
grande maggioranza che non si facessero altre stampe per le monete, e
che si distruggessero le nuove già preparate.

Coerentemente a tali idee, subito dopo l'elezione del doge Cristoforo
Moro, e cioè il 14 maggio 1462, la Signoria (2) approva il conio del
grosso, _fato per man de Maistro Antonello, sì da la banda del
Christo, chome da la banda de san Marcho e del doxe. . . purché el no
ce entri più Arzento ne mancho del consueto_, e prescrive che nel nome
del principe si debbano mettere tante lettere, quante sono state
deliberate per il ducato.

Per altro non erano abbandonati gli studî ed i progetti, cosicché nel
Capitolare delle Brocche, sotto la data del 21 giugno 1462 (3) trovasi
l'ordine ai massari di consegnare 12 fiaoni (4) a ser Piero Salomon,
capo dei quaranta, il quale desiderava battere alcuni grossi colle
nuove stampe, che egli aveva fatto incidere da Antonello. Nei mesi di
giugno e luglio 1462, sono registrati altri ordini della Signoria di
consegnare allo stesso incisore fiaoni da grossi e da grossoni per
stampe nuove (5). Finalmente nello stesso prezioso libro, che
raccoglie oltre ai decreti anche gli ordini, verbali e le annotazioni
degli ufficiali di zecca, troviamo (6):

  "Adj 7 lugio 1462. Noto io, Jachomo de Antonio d'Alvise, schrivan,
  chomo vene qui alla, zecha Miser Triadan Griti Savio grando, disse
  da parte de la Signoria se dovesse far far certi _pizoli grandi_,
  per mostra, di rame puro, e chussì fo fato: e fato che i fono,
  fono dati al dito mis Triadan, i quali pizoli haveva da una banda
  la testa del dose, e da l'altra san Marcho".

Nonostante tutti questi studi e queste prove, che riguardavano tanto
le monete d'argento che quelle di poco valore, si esitava a prendere
un partito, ed il Maggior Consiglio, il 10 agosto 1463 (7), delegava i
suoi poteri al Senato, incaricandolo di provvedere affinché cessassero
le falsificazioni dei _piccoli_, che si moltiplicavano con grave danno
dei sudditi. Il Senato se ne occupa subito e nel 14 agosto (8)
prescrive che non si possano coi piccoli fare pagamenti, se non di
cose minute, che i banchieri non possano tenerli al banco od altrove,
_in scarnutiis_ (9) od in altro modo, darli a prestito o farne
mercato: i cittadini siano tenuti a portare tutti i piccoli nei luoghi
che saranno indicati per ogni città, ove persone intelligenti
sceglieranno quelli buoni, di conio veneziano, e faranno distruggere
col fuoco i bagattini falsi, restituendo al proprietario il metallo
fuso.

Il 26 dello stesso mese, respingono i Pregadi (10) il progetto di
coniare monetine d'argento da _do_ e _tre per soldo_, ossia da sei e
quattro denari; e finalmente il 3 settembre (11) prendono una
definitiva determinazione sull'argomento dei piccoli, ponendo ai voti
due proposte, colla prima delle quali si ordina di fondere in tavole
3000 marchi di quattrini di conio veneziano, che esistono in zecca e
che hanno la solita lega ai rame con poco argento, e da queste tavole
fare _pizoli copoludi_ i quali non devono essere spesi né cambiati con
moneta fina, ma custoditi in una cassa forte per darli in luogo di
piccoli buoni, che devono essere portati al cambio dai cittadini a
Venezia, a Padova ed a Treviso, fino al 15 di questo mese, dopo il
quale termine non possono spendersi se non piccoli copoludi. Si
ripetono oltre a ciò le disposizioni del precedente decreto 14 agosto,
che proibiscono di adoperare i piccoli se non al minuto e per un
valore non maggiore di 5 soldi. Colla seconda parte messa ai voti
contemporaneamente (12), si respinge la proposta di coniare una moneta
di rame a forma di medaglia, secondo il progetto studiato ed ordinato,
la quale sarà spesa a 12 per marchetto come i piccoli. Né l'una né
l'altra di queste deliberazioni è riportata nel Capitolare delle
Brocche, dove si legge soltanto l'ordine della Signoria di coniare i
piccoli di lega colle seguenti parole:

  "+ adi 6 settembre. Referì miser Piero Dandollo de miser Marco, e
  miser Bernardo Bondomier massari alla zecha chel cholegio li
  chomando i fesse far i pizolli chopoludi, zoe marche 3000 di
  quatrini consignadi per quelli da le Chamere dela liga che i se
  trova, la qual e K.ti 54 per marca. -- 1463 die VI Septembris. -- De
  commandamento de la Serenissima Signoria referì Jo Domenego Stella
  ducal secretario a questi Magnifici Signori de la zecha che i
  debiano supplir al bater dei bagatini fino a la summa de LX carati
  a zo tuti i pizoli se farà sia de LX carati per marcha" (13).

In tal modo sappiamo che l'intrinseco della lega dovea essere
migliorato fino a 60 carati di fino per marca, ma la qualifica che ci
resta da spiegare è quella dei _copoludi_ data a tali bagattini, la
quale indica evidentemente una caratteristica essenziale che li
differenzia da quelli coniati precedentemente, esprimendo il decreto 3
settembre chiaramente che, passato il termine accordato al cambio
delle antiche monete, non si possono spendere se non piccoli
_copoludi_. Ora questa caratteristica, che distingue a colpo d'occhio
i piccoli di Cristoforo Moro dai precedenti, senza pericolo di errare,
è una sola, e cioè la forma leggermente scodellata che ricorda quella
degli antichi denari d'argento. Infatti nei migliori dizionari
italiani si trova _coppoluto_ nel senso di alto, rotondo e fatto a
forma di cupola; in molti paesi d'Italia ed anche nel nostro estuario
si chiama _coppola_ quella beretta sferica, che portano i pescatori; e
finalmente il Pegolotti (14) l'adopera precisamente nel significato di
moneta scodellata, quando annovera fra le monete d'oro _i bixanti
copoluti di Cipri_.

Essendosi presentate al cambio più di 7000 marche di piccoli, il
Senato ordina nel 2 dicembre 1463 (15) la coniazione di altre 3000
marche di bagattini del nuovo tipo, accordando a coloro che avessero
piccoli falsi, il pagamento del solo valore del rame in ragione di
otto soldi per marca.

Sembra però che tutti non fossero contenti delle decisioni prese,
giacché nel 24 novembre 1464 (16) si propone nuovamente di ritirare i
piccoli esistenti e di sostituirli con monete di puro rame del peso di
18 carati, le quali dovevano essere spese in ragione di 12 pezzi per
marca. Anche questa volta il partito fu rigettato ed il Senato (17)
incaricò il Collegio di ritirare dalle persone più bisognose i piccoli
buoni al prezzo di 12 per soldo, assegnando a tale scopo prima 500
ducati, poi altri 500, ed autorizzando con altro decreto del 1
dicembre (18) dello stesso anno a coprire la deficienza cogli utili
della zecca dell'oro e dell'argento.

Così fu respinta per la seconda volta la riforma che tendeva ad
abolire la moneta di mistura, facile ad essere falsificata con metallo
cattivo; ma resta il sospetto che la ragione della poca fortuna di un
tale progetto fosse, più che altro, il ritratto del doge che vi era
scolpito, il quale sembrava a molti una grave infrazione ai costumi
dei padri ed ai tipi tradizionali delle monete veneziane.

Però nelle raccolte numismatiche si conservano piccoli di puro rame,
colla testa del principe, che corrispondono esattamente ai campioni
ordinati alla zecca da Triadan Gritti colla nota già citata, dove sono
chiamati col nome espressivo di _Piccoli grandi_. Essi portano le
traccie di essere stati in circolazione, e, sebbene sieno assai rari,
se ne conoscono di due varietà affatto distinte, con differenze di
conio, che autorizzano a supporre una emissione sufficientemente
abbondante. Non potendosi credere che un'altra votazione abbia
approvato quello che prima era stato ripetutamente rigettato, sarei
disposto a ritenere che la prova delle monete di rame sia stata fatta
in una misura più larga del consueto, e che, prima di domandare
l'approvazione del Senato, il Collegio, da cui dipendeva direttamente
la zecca, e che forse era convinto della opportunità della proposta,
abbia messo in circolazione una certa quantità di piccoli colla testa
del doge. Ne abbiamo un indizio nelle ripetute proibizioni di coniare
bagattini senza il permesso del Senato, ovvero di eccedere la quantità
fissata per legge, e nella intimazione conservata nel Capitolare delle
Brocche (19) in data 5 ottobre 1464, colla quale la Signoria vieta ai
massari di battere o far battere bagattini senza suo ordine.

Non ostante le votazioni contrarie del Senato, mi pare che non si
possa negare ai reggitori della zecca di Venezia il vanto di una
iniziativa, che fu poscia seguìta da tutta l'Europa. Questa priorità,
che Fusco (20) aveva attribuita ai cavalli di Ferdinando di Aragona,
coniati a Napoli nel 1472 per consiglio del duca d'Ascoli (21), fu
rivendicata da Lazari a Venezia (22), dove fu pensata e posta in
esecuzione dieci anni prima.

Per completare le notizie relative alle monete di poco valore,
ricorderò che nel 17 maggio 1464 (23) il Senato ordinava la coniazione
di tornesi per i bisogni della flotta e dei possessi del Levante,
assegnando 300 ducati per comperare l'argento necessario per comporli.

Gli inconvenienti che avevano fatto pensare ad una riforma della
moneta d'argento non erano cessati e se ne risentivano il commercio e
la zecca, che vedeva diminuire i suoi lavori e quindi i suoi redditi.
La questione fu portata in Senato il 27 settembre 1468 (24), ma la
discussione riuscì tanto agitata ed i pareri così divisi, che non fu
possibile prendere un partito, per cui il nobile consesso fu costretto
a deliberare che per un anno non si parlasse di fare monete nuove né
di abolire le vecchie, sotto pena di cento ducati. Intanto fu ordinato
alla zecca di non coniare grossi, né grossoni, ma soltanto soldini,
provvedimento che nel 21 ottobre 1468 (25) fu sospeso per quei
mercanti che avevano già depositato l'argento in zecca.

Passato l'anno, non havvi memoria che la questione sia stata ripresa,
solo nei manoscritti di V. Lazari trovo il seguente cenno:

  "1471 22 marzo. C. X. Provision de monede, grossi, grossoni,
  borri",

tratto forse da qualche cronaca che non seppi rinvenire. In ogni caso
fu una semplice discussione che non ebbe risultato, perché la riforma
monetaria fu decretata nel 20 maggio 1472, quando Nicolò Tron si
trovava già da sei mesi sul trono ducale.

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MONETE DI CRISTOFORO MORO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52
sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "C R I S T O F
apostrofo punto M A V R O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo
"S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di
stelle, quattro a sinistra, cinque a destra, "S I T punto T punto
X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E G
I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XVI, numero 6

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 27 e 10
centesimi (grammi 1,402).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "C R I S T O F
apostrofo M A V R O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S
punto M punto V E N E T I", nel campo tra le figure e l'iscrizione
le lettere iniziali del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L A
V S punto spazio E T punto G L O R I A punto".

Tavola XVI, numero 7.

Iniziali dei massari. "d B,  d d,  M tre punti, P D".

I grossi di questo tempo sono quasi tutti stronzati e deficienti di
peso.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 6 e 77 cnetesimi
(grammi 0,350).

3. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "C R I
tre punti M A V spazio R O spazio D V X", nel campo dietro la
figura del principe le iniziali del massaro una sopra l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori che tiene il
vangelo nelle anteriori, attorno senza traccia di circolo "croce
punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Museo Correr, Legato Molin.

Tavola XVI, numero 8.

Iniziali dei massari. "C sopra 7".

Piccolo, o bagattino. Rame. Peso, grani veneti 35 (grammi 1,811).

4. Dritto. Busto del doge di profilo a sinistra, con manto e corno
ducale; un circoletto, interrotto, dalla figura, separa
l'iscrizione " C R I S T O F O R V S punto M A V R O punto D V X".

Rovescio. Leone accosciato nimbato col libro dei vangeli nelle zampe
anteriori, in un circolo, attorno "croce punto S punto M A R C V S
punto V E N E T I, tre punti a destra".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola XVI, numero 9.

5. Varietà nel Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S spazio V E N
E T I punto".

Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà. Torino (grani veneti 69 e
mezzo).

I. R. Gabinetto Numismatico, Vienna (grani veneti 37).

Conti Morosini San Giovanni Laterano, Venezia (grani veneti 31).

6. Varietà Dritto. manca il circolo attorno la testa del doge "C R I S
T O F O R V S punto M A V R O punto D V X".

Rovescio. Il leone prende tutto lo spazio e manca l'iscrizione.

Museo Correr (grani veneti 38).

Raccolta Papadopoli (grani veneti 39).

Tavola XVI, numero 10.

7. Varietà nel diametro che è di soli millimetri 13, mentre i numeri
4, 5 e 6 hanno oltre 15 millimetri di diametro.

Museo Correr, legato Molin (grani veneti 46).

Tavola XVI, numero 11.

Piccolo copoluto. Mistura, titolo 0,052 (peggio 1092). Peso, grani
veneti 5 e mezzo (grammi 0,284) circa: scodellato.

8. Dritto. Croce patente, accantonata da quattro bisanti, alle
estremità delle braccia altri quattro bisanti; le lettere "C M D
V" fra le braccia della croce.

Rovescio. Leone accosciato nimbato, col vangelo fra le zampe
anteriori entro un circoletto, attorno "croce punto S punto M
punto V E N E T I punto".

Tavola XVI, numero 12.

Piccolo, o bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso,
grani veneti 15 e mezzo (grammi 0,802).

9. Dritto. Croce accantonata da quattro bisanti, entro un cerchio di
perline, attorno "croce punto C R I S T O F O R V S punto M A V R
O punto".

Rovescio. Busto di San Marco con aureola in un cerchio di perline,
attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Correr.

Tavola XVI, numero 13.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 12
(grammi 0,621) circa.

10. Dritto. Croce patente "croce C R I S T O F punto M A V R O punto D
V X".

Rovescio. Leone accosciato col Vangelo fra le zampe anteriori  "croce
punto S punto M A R C V S punto V E N E T I".

Raccolta Papadopoli.

Tavola XVI, numero 14.

Museo Bottacin.

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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI CRISTOFORO MORO.

CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
420.

(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
178-179, numero IC.

ZON A. -- Opera citata, pagina 22, 36 e 80, e tavola I, numero 16.

SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 34 (382 a 391) e
tavola.

KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 10, numero 1 della tavola.

ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 8.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXVII.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXVII.

LAZARI V. -- _Notizia sulle medaglie e monete del doge Cristoforo
Moro_. -- CICOGNA E. -- _Delle iscrizioni veneziane etc_. Opera
citata, Tomo IV, pagina 733-736.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 21-22 e 105.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 229-233 e 255 e Volume V, 1875, pagina 210-213.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 26-27, 110 e 124. --
_Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 105-106; Tomo XIII, pagina 137 e
147; Tomo XXI, pagina 137; e Tomo XXII, pagina 292; -- terza
edizione, 1881, pagina 21-22, 79, 89, 335 e 356.

Bolla in piombo di Cristoforo Moro conservata nel Museo
Correr.

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NOTE A "CRISTOFORO MORO".

(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro IV, carte 110.

(2) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35.

(3) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35 tergo.

(4) _Fiaoni_, o _fiadoni_ (flaones) si dicevano quei dischi di metallo
a cui, subìte già le operazioni dette _zustar_, _pesar_ e
_mendar_ (emendare, ossia correggere i difetti di forma e di
peso), non mancava che l'impronta del conio per diventare monete.

(5) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35 tergo.
e 36.

(6) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 37 tergo.

(7) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Regina_,
carte 45 tergo.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 49
tergo.

(9) Nei tempi in cui il territorio veneto era invaso da una grande
quantità di monete minute, erasi introdotta l'abitudine di
chiuderle in borse, o cartocci per evitare l'incomodo di
contarle. In seguito ad abusi, questo sistema fu proibito e la
forma adoperata nel presente decreto che vieta tenere i piccoli
_in scarnutiis_, mi sembra equivalente a quella che altra volta
ordinava di contarli e non di darli _in scartociis_.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 49.

(11) Documento XXXIII.

(12) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 70
tergo.

(13) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 37
tergo.

(14) Pegolotti F. B. Opera citata, Capitolo X, pagina 291.

(15) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 62.

(16) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 100.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 100
tergo.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 103.

(19) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 38.

(20) Fusco G. V. -- _Sulla introduzione delle monete di rame nel Regno_
_di Napoli_. -- Memoria detta alla sezione di archeologia e
geografia del VII Congresso degli scienziati.

(21) Sambon A. -- _I cavalli di Ferdinando I. d'Aragona re di Napoli_.
-- Rivista italiana di Numismatica. Anno IV, 1891, pagina 326-327.

(22) Lazari V. -- _Zecche e monete degli Abruzzi nei bassi tempi_.
Venezia, 1858, pagina 14.

(23) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro V, carte 78
tergo e 79.

(24) Regio Archivio di Stato. Senato, _Terra_, registro VI, carte 36.
-- Capitolare delle Brocche, carte 40.

(25) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 40.

[Nuova pagina]

MONETE ANONIME.

Questo capitolo è destinato a raccogliere le notizie intorno quelle
monete che non portano scritto il nome del doge e che per ciò sono
dette anonime. Nel primo periodo della zecca veneziana, di cui si
occupa il presente volume e che si chiude col principato di Cristoforo
Moro, s'incontra soltanto una moneta di questo genere, della quale si
può determinare con tutta sicurezza l'epoca di emissione e che quindi
potrebbe essere collocata con quelle coniate contemporaneamente. Ciò
però non si può fare per altre monete anonime di epoca posteriore, le
quali stanno meglio aggruppate fra loro che poste insieme con quelle
che hanno il nome del doge. Allo scopo quindi di conservare una certa
armonia fra le diverse parti del mio lavoro, ho pensato di cominciare
la serie delle anonime colla moneta che porta, in caratteri
semigotici, la iscrizione "M O N E T A spazio D A L M A T I E".
Ignorata dai primi cultori della numismatica veneziana e accennata
vagamente dallo Zon, fu per la prima volta illustrata da V. Lazari
nella sua opera: _Le monete dei possedimenti veneziani d'oltremare e
di terraferma_, che può servire di modello a tutte le pubblicazioni di
questo genere. Sgraziatamente la fretta con cui fu scritto il libro,
per circostanze indipendenti dalla volontà dell'autore, e la cattiva
conservazione dell'esemplare della moneta esistente nel Museo di San
Marco, che solo si conosceva allora, misero l'illustre scienziato
sovra una cattiva strada, ed egli credette ravvisare in tale moneta un
_tornese_ (1) battuto per quella provincia che aveva costato tanti
sacrifici alla Repubblica. Lazari combatte argutamente la prima
obbiezione che si poteva fare ad una simile denominazione, e cioè che
non vi ha memoria di tornesi coniati per la Dalmazia, ma non riesce a
persuadere; perché i crociati avevano reso popolare il tornese in
Oriente, ove era diventato una moneta nazionale, ma di esso invece non
si trova traccia in Dalmazia, né nei documenti contemporanei, né nelle
monete che si conservano nelle raccolte. In epoche diverse fu ordinata
alla zecca di Venezia la coniazione di tornesi, indicando quasi sempre
le località dove dovevano essere spediti, e troviamo che erano
destinati sempre ai possedimenti veneziani del Levante, ma non alle
coste dell'Adriatico.

Più tardi altri esemplari di questo interessante nummolo furono
rinvenuti presso i raccoglitori triestini e dalmati, e finalmente un
tesoretto, abbandonato presso il Monte di Pietà di Treviso, mise alla
luce quattro altri pezzi, tutti di migliore conservazione di quello
esistente nella Raccolta Marciana. Ne parla Carlo Kunz nella sua
"Miscellanea Numismatica" (2), dimostrando che l'argento in essi
contenuto è di una lega più fina assai di quella dei tornesi e di poco
inferiore a quella usata nei soldini, per cui lo ritiene un mezzanino
di grosso del valore di due soldi veneziani. Pure esso non è né un
tornese né un mezzanino, come risulta da una deliberazione del Senato
in data 31 maggio 1410 (3), nella quale, lamentando, che nella città
di Zara e nel suo territorio corrano monete forestiere, e cioè Grossi
di Crevoja (4) ed altri di buon argento del valore di tre soldi e meno
che si spendono per quattro, soldini ungheresi che non valgono se non
otto denari e si spendono per un soldo, e frignacchi (5) che non
tengono tre once d'argento per marca e si spendono pure per un soldo,
allo scopo di impedire questo danno, delibera di coniare una moneta
contenente tre once di argento per marca, che vada a 42 pezzi per
oncia, avente da un lato l'immagine di San Marco e dall'altro uno
scudo alto _in quo sit nihil_.

È curioso il modo con cui questo decreto esprime quel concetto, che
oggi è quasi un assioma della pubblica economia, e cioè che la cattiva
moneta caccia da un paese la buona, con queste pratiche parole:

  "Et hoc modo moneta nostra, videlizet, grossi nostri, qui valent
  quatuor soldos, et soldus noster exeunt de bursis nostris et
  dantur venientibus Jadram et ad partes illas, qui ipsam monetam
  nostram imbursant et dimittunt monetas suas, quae sunt multo
  minoris valoris, cum tanto damno nostro".

Nel 27 aprile 1414 (6) un altro decreto del Senato fa conoscere che la
esecuzione del precedente era stata sospesa, ed assunte informazioni
da chi veniva da Zara, ordina nuovamente la coniazione della moneta
per la Dalmazia col fino di tre once e un quarto per marca,
tagliandone da ogni oncia 44 pezzi, descrivendola nello stesso modo,
col San Marco da un lato e lo scudo vuoto dall'altro.

Il tenore di questi due documenti mostra esattamente il valore della
moneta emessa per i bisogni della circolazione in Dalmazia, giacché,
secondo il decreto 31 maggio 1410, essa avrebbe dovuto pesare grani
veneti 13,714; secondo quello del 27 aprile 1414, avrebbe dovuto
pesarne 13,09, ma siccome in quest'ultimo si migliorava la lega, poca
ra la differenza dell'intrinseco, che sarebbe stato di grani veneti
5,142 nel primo caso, e grani veneti 5,317 nel secondo, per ogni
pezzo, e quindi due terzi circa del fino contenuto nel soldo
veneziano, che in quel tempo pesava grani veneti 8,47 e conteneva
grani veneti 8,063 d'argento puro.

Da ciò si scorge il pensiero del Senato, che intendeva creare una
moneta, la quale sostituisse i soldi ungheresi che valevano otto
piccoli ed i denari frisacensi ossia di Aquileja che avevano molto
favore in quei paesi e si spendevano per un uguale valore. A me sembra
di riconoscere in questo pezzo il soldo di una lira speciale,
probabilmente adoperata nel Regno di Servia e comune a tutti i vicini
paesi slavi, la quale fu conservata dagli ungheresi e dai veneziani e
restò per molto tempo ancora come lira di conto col nome di _lira
dalmata_. Anche il Lazari parla di questa lira (7), che si usava anche
nel secolo XVIII; a proposito delle monete di Cattaro (8) egli osserva
che il grossetto di quella terra corrispondeva a due terzi del grosso
veneziano, e da varie circostanze accessorie arriva alla supposizione,
che questo grossetto si dividesse in quattro soldi minori, equivalenti
a due terzi dei veneziani, che erano quindi soldi di una lira
particolare a quei paesi ed inferiore di altrettanto alla lira
veneziana.

Tanto nel primo decreto 31 maggio 1410, quanto in una successiva
deliberazione della Quarantìa 13 agosto 1410 (9), in cui si
stabiliscono le competenze ed i cali a proposito _delle monete che si
fanno per Zara_, non è mai adoperata la parola soldo, ma quella più
generica di moneta, che è pure incisa sul nummo. Invece nel decreto 27
aprile 1414 si ordina il taglio di 44 _soldi_ per oncia: il che mi
sembra sufficiente per mutare il dubbio in certezza, visto che il
secondo partito era votato dopo aver conferito col notajo Giovanni de
Bonisio che conosceva la Dalmazia, essendo appena ritornato da una
missione in quei luoghi.

Anche lo scudo raffigurato sopra uno dei lati nella moneta fu
argomento di discussione. Zon lo disse ignoto, Lazari non seppe
trovare una soddisfacente spiegazione, e si smarrì in ipotesi credendo
vedervi l'arma Contarini, ma un'opera intitolata "Storia dei Dogi di
Venezia" (10) a cui è unita una parte "numismatica" rilevò essere
questo lo stemma della famiglia Surian. Infatti lo _scudo d'oro con
una banda a tre ordini di scacchi d'argento e di negro_ appartiene ad
una delle due case patrizie Surian (11), e si vede anche oggi scolpito
in un marmo del quattrocento sopra un fabbricato al Malcanton, che dà
accesso ad un sottoportico e ad una calle Surian. Ma non bastava avere
rilevato lo stemma, era anche necessario sapere chi fosse l'illustre
uomo di stato o di guerra, cui venne concesso l'onore singolare di
porre le insegne sopra una moneta coniata nella zecca di Venezia. Le
storie sono mute a questo proposito e non ricordano alcun personaggio
della famiglia Surian che abbia avuto in quell'epoca una parte
importante in Dalmazia. Qualche anno fa il cavalier V. Padovan (12)
pubblicò un documento, dal quale risulta che un Jacopo Surian era
capitano a Zara nel 16 luglio 1416, essendogli in tal giorno assegnata
una piccola somma dal Senato per alcuni lavori da farsi nella casa di
sua abitazione. Sebbene fra questa data e quella del decreto, che
ordina la coniazione della moneta per la Dalmazia corressero oltre due
anni, epoca più lunga di quella che ordinariamente era la durata di
simili cariche, e malgrado che a tutti sia nota la cura gelosa, colla
quale il governo repubblicano vigilava perché nessun personaggio, per
quanto eminente, eccedesse nei poteri e negli onori, pure mi sembra
assai probabile che a questo oscuro capitano delle armi a Zara sia
toccato il vanto di porre il suo stemma sulla moneta in questione. Non
conviene confondere questo caso eccezionale colle iniziali e cogli
stemmi di alcuni Conti e Rettori veneziani a Cattaro ed a Scutari,
perché queste erano zecche secondarie, governate da propri statuti e
lontane dalla sorveglianza dei principali corpi dello Stato, e meno
ancora si deve confondere con le monete coniate da alcuni Provveditori
generali o da altri comandanti delle armate in epoca di necessità. Per
la moneta della Dalmazia si tratta di un'epoca più antica, nella quale
non vi erano precedenti, e di un fatto che non può essere ad altri
paragonato; lo stemma Surian è disegnato chiaramente, ed in modo da
non poter essere confuso con altri, in quello scudo che il Senato
aveva decretato dovesse rimanere vuoto. Cercando pertanto quale abbia
potuto essere la ragione che fece cambiare tale proposito, io credo
indovinarla nel timore che la nuova moneta non fosse gradita ai paesi
dove era destinata, timore che trasparisce dalle parole dei decreti e
dall'indugio frapposto all'esecuzione della prima deliberazione. Allo
scopo quindi di rendere più facile a quei popoli rozzi ed ignoranti
l'accettazione di una nuova moneta, bisognava farla, quanto più fosse
possibile, simile a quella che essi adoperavano e ciò si ebbe di mira
nello scegliere il tipo, che ricordava in parte il denaro di Aquileja,
favorevolmente conosciuto in quelle regioni, il cui intrinseco
corrispondeva a quello della nuova moneta, e cioè a due terzi del
soldo veneziano. Anche lo scudo era stato posto sul rovescio della
moneta per la Dalmazia, per ricordare quello che portava le insegne
degli ultimi patriarchi, e probabilmente lo stemma Surian fu preferito
ad ogni altro, perché poteva facilmente essere confuso con quello del
Patriarca Antonio II Panciera, che pure aveva una banda scaccata, con
differenze le quali facilmente sfuggivano alla maggior parte del
pubblico.

Altre due monete anonime sono attribuite da alcuni numismatici ai
tempi che precedono il 1472: e cioè al regno di Francesco Foscari il
bagattino colla testa di San Marco e nel rovescio l'iscrizione "V E N
E T I" sopra un cippo od ara, e a quello di Cristoforo Moro il piccolo
scodellato, che da un lato mostra la croce e dall'altro un leone in
molecca senza alcuna iscrizione. A me invece sembra che queste due
monete appartengano ad un'epoca posteriore e mi riservo di parlarne
nel secondo volume, quando tratterò delle monete di quel tempo.

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MONETA PER LA DALMAZIA.

1410-1414.

Soldo della lira dalmata. Argento, titolo 0,406 (peggio 684). Peso,
grani veneti 13 e nove centesimi (grammi 0,677).

1. Dritto. San Marco in piedi di prospetto colle braccia aperte; il
santo veste abiti sacerdotali ed ha il nimbo di perline "punto S A
N T V S punto spazio punto M A R C V S punto".

Rovescio. Scudo con banda scaccata in un cerchio di perline; fra lo
scudo ed il cerchio tre gruppi, ciascuno di tre anellini
accompagnati da sei punti "croce punto M O N E T A punto D A L M A
T I E punto".

Tavola XVI, numero 15.

2. Varietà nel Rovescio. ove l'arma è disposta a rovescio e quindi la
banda diventa una sbarra.

Tavola XVI, numero 16.

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OPERE CHE TRATTANO DELLA MONETA ANONIMA PER LA DALMAZIA.

ZON A. -- Opera citata, pagina 69.

LAZARI V. -- Opera citata, pagine 11-13, Tavola I, numero 1.

KUNZ C. -- _Miscellanea Numismatica_, Venezia, 1867. -- III di un
piccolo ripostiglio di monete, pagine 20, 23-25.

_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge CX.

_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge CX.

PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagine 77 e 108.

WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume
III, 1871, pagina 254; Volume XI, 1879, pagina 119.

PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 111. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XIII, pagina 138, e Tomo XXII, pagina 290; -- terza
edizione, 1881, pagine 80 e 354.

PAPADOPOLI N. -- _Moneta Dalmatiæ_. -- _Rivista italiana di
Numismatica_, Anno II, fascicolo III.

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NOTE A "MONETE ANONIME".

(1) Lazari V. _Monete dei possedimenti etc_. Opera citata, pagine 12 e
13.

(2) Kunz C. _Miscellanea Numismatica_. Venezia, 1867. -- III di un
piccolo ripostiglio di monete, pagine 20, 23-25.

(3) Documento XXXIV.

(4) Grossi coniati a Spalato, dal Duca Hervoja tra il 1403 ed il 1412.

(5) Denari di Aquileja chiamati _frisacensi_, _frisacchi_, e
_frignacchi_.

(6) Documento XXXV.

(7) Lazari V. _Monete dei possedimenti etc_. Opera citata, pagina 16.

(8) Lazari V. _Monete dei possedimenti etc_. Opera citata, pagine 48 e
49.

(9) Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 16 tergo.

(10) _Biografie dei Dogi di Venezia, etc. (Numismatica Veneta)_. Opera
citata. Doge CX.

(11) Freschot. _La nobiltà veneta_. Venezia, 1707, pagina 409.

(12) Padovan. _Le monete dei veneziani_. Opera citata, pagina 80.

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DOCUMENTI.

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DOCUMENTO I.

(Origini della zecca e prime monete di Venezia, nota 65).

Privilegium confirmationis Rodulfi imperatoris factum domino
Ursio duci Veneciarum.

In nomine domini nostri Yesu Christi Dei eterni. Rodulfus rex. Dignum
est ut celsitudo regalis quantum ceteros honores ac potestatis
fastigium antecellit, tantum erga omnes fideles pietatis sue munus
impendere satagat. Igitur omnium fidelium sancte Dei ecclesie, silicet
nostrorumque, presentium videlicet ac futurorum, comperiat solercia,
quia Ursus Veneticorum dux per legatos suos, Dominicum silicet
venerabilem madamaucensis episcopum atque stephanum Coloprinum,
nostram deprecatus est clementiam, ut cum ex rebus sui ducatus quamque
et ex sua proprietate, quam in Venetia obtinere videtur, vel quo infra
dictione regni nostri scita esse noscuntur, ei confirmationis nostre
preceptum fieri iuberemus, per quod ipse suique heredes ac patriarcha,
pontifices quoque et abbates, atque populus sibi subiectus,
proprietates suas sibi debitas res absque cuiuspiam contrarietatem seu
refragationem retinere securiter queant, quemadmodum temporibus domini
Karoli, per decretum cum grecis sanccitum, possiderunt. Petiit etiam
Celsitudinem nostram ut in quibuscumque patriis ac provintiis regni
nostri quispiam veneticus esset, sue potestati maneret subiectus atque
omni fide vel obedientia summissus. Cuius petitionibus, ut nobis
celestis suffragatio copiosior adsit, libenter adquiescentes, hos
Excelentie nostre apices decrevimus fieri, per quos statuentes
decrevimus: ut nemo ex nostro regno in finibus Civitatis Nove vel
Millidisse, sive in villa que dicitur Caput Argelles, vel in finibus
atque possessionibus eius, vel etiam vineis, terris, pratis pascuis,
silvis atque piscationibus ipsius, aut in ceteris locis in quibus in
pacto eorum relegitur, vel ubi infra dictionem regni nostri
proprietates habere videntur, vel habere potuerint, aliquam venationem
aut pabulationem exerceant, unde homines eius qui in eo amitu
(_ambitu_) circuminhabitant, aliquam sustineant molestationem vel
contrarietatem, et securiter atque in pace vivere queant. Imo per loca
et flumina cuncto nostro in regno libere sua peragant negocia. Ita
tamen ut nullum gravamen sentiant populus eius _vel eius
negociatores_, nisi quod equum est tantummodo telonaria et ripatica
solvant. Nam vero predictus dux suique heredes _suique negociatores_
nullo in loco persolvant de quacumque re, sed ex nostra largitate
quieto more ubique sua persolvant. Statuimus etiam ut nullus in
territoriis, locis peculiaribus aut ecclesiis, domibus seu rebus, et
reliquis possessionibus presignati ducatus a sua proprietate quam in
Venetia obtinere videtur, vel que in potestate regni nostri sita esse
noscuntur, unquam ingerere presumat inquietitudinem, vel
diminorationem seu calumniosam contradictionem aut subtractionem
nephandam. Silicet at eas prefato duci ac patriarche, episcopis,
abbatibus vel populo sibi subiecto, seu successoribus eorum, ac
heredibus, quiete absque cuiusquam insultantis machinationem aut
sinistram quippiam terga versationem regubernare et gubernando, pro ut
liquidius in presignato decreto continetur, legaliter continere.
Itemque precipimus de proprietatibus sive possessionibus predicti
ducis, quas in territoriis regni nostri habere videtur, ut si de eas
aliqua contentio orta fuerit et ad iuramentum causam pervenerint,
secundum seriem pacti diffiniantur per electos duodecim iuratores, et
cuiuscumque gentis sit homo ille cum quo predictus dux contentiones
habuerit, iuratores de illo comitato tamen eligantur ubi causa
requiritur. Concessimus quoque sancte metropolitane eius Ecclesie, vel
episcopatibus subiectis atque monasteriorum zenobiis iustitiam
requirendam de suis rebus in annos legales secundum quod sanctam
romanam habet Ecclesiam. Sed et hoc constituimus, atque per hoc
nostrum perceptum inviolabiliter mansurum confirmamus, ut in quacumque
patria regni nostri quislibet Veneticorum fuerit, eius sit potestate
constringendus eiusque per omnia debeat obedire preceptis, adeo ut
nulla maior vel minor persona contra eum quempiam veneticum deffendere
presumat. Insuper etiam et concedimus per hoc regie auctoritatis
preceptum, ut tam nos quam nostri decessores nichil amplius eos
cogamus pacti causa persolvere, nisi tantum annualiter denariorum
libras XXII; simul que eis numis monetam concedimus secundum quod
eorum provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt.
Ita ut nullo umquam tempore repetantur aut exigantur per aliquem,
neque ab ipso Urse duce neque a successoribus eius, sed in ea qua in
presenti concedimus perpetualiter donacione consistant. Si quis autem
contra hoc, quod in presenti per huius dicti tenorem Veneciarum duci
ac populoque ipsius concessimus, agere presumpserit, ut instituta
nostra violet aut infringat, ne quod temptavit perficere possit, sciat
se compositurum auri obrizi libras centum, medietatem camere nostre et
medietatem duci Venetiarum qui per tempore fuerit. Et ut hoc cercius
credatur et ab omnibus inviolabiliter conservetur, manu propria
roboravimus et annuli nostri impressione subter iussimus insigniri.

Signum (_monogramma_) domini Rodulfi serenissimi regis.

Data II. kalendas marcii, anno dominice incarnationis DCCCC. XXIIII,
domini Rodulfi invictissimi regis hic in Italia IIII, indictione
tercia decima.

Actum Papie, in Christi nomine feliciter, amen.

(Archivio di Stato in Venezia, _Liber Blancus_, carte 14 tergo).

DOCUMENTO II.

(Origini della zecca e prime monete di Venezia, nota 66).

Simile privilegium confirmationis Ugonis imperatoris factum
predicto domino Ursio duci.

In nomine domini nostri Yesu Christi Dei eterni. Hugo Dei gratia rei.
Dignum est ut celsitudo regalis quantum ceteros honores ac potestatis
fastigio antecellit, tantum erga omnes sospitatis sue munus impendere
satagat. Igitur omnium fidelium sancte Dei ecclesie, nostrorum
presentium silicet ac futurorum comperiat solertia, quia Ursus
Veneticorum dux per legatos suos Johanem Fabianicum et Stephanum
Coloprinum nostram deprecatus est clementiam, ut cum ex rebus sui
ducatus proprietates obtinere videntur et infra dictione regni nostri
sita esse noscuntur, ei confirmationis nostre preceptum fieri
iuberemus, per quod ipse suique heredes, ac patriarca, pontifices
quoque et abbates, atque populus sibi subiectus, proprietates suas,
sibi debitasque res, absque cuiuspiam contrarietate seu refragatione
retinere securiter queant, quemadmodum a temporibus domini Karoli, per
decretum cum grecis sanccitum, possiderunt. Peciit etiam Celsitudinem
nostram, ut in quibuscumque patriis ac provintiis regni nostri
quispiam veneticus sue potestati maneret subiectus, atque omni fide
vel obedentia submissus. Cuius petitionibus, ut nobis celestis
suffragatio copiosior adsit, libenter adquiescentes, hos Excelentie
nostre apices decrevimus fieri, per quos statuentes decrevimus: ut
nemo ex nostro regno in finibus Civitatis Nove vel Milidisse, sive in
villa que dicitur Caput Argelles, vel in finibus atque possessionibus
eius, vel etiam vineis, terris, pratis, pascuis, silvis atque
piscationibus ipsius, aut in ceteris terris in quibus eorum pacto
relegitur, vel ubi infra dictione imperii nostri proprietates ipse aut
sui videntur habere, vel invenire potuerint, aliquam venationem aut
pabulationem exerceat, unde homines eius vel negociatores qui in eo
ambitu circumhabitant aliquam sustineant molestationem vel
contrarietatem, sed securiter atque in pace vivere queant. Imo per
loca et flumina cuncto nostro regno libere sua peragant negocia. Ita
tamen ut nullum gravamen sentiat populus eius vel eius negociatores,
nisi quod equum est tantummodo celonaria et ripatica solvant.
Predictus vero dux et heredes illius, et proprii negociatores eorum,
in omnibus habeant libertatem suam propria peragendi absque ulla
publica functione. Statuimus etiam, ut nullus in territoriis, locis
aliquibus peculiaribus aut ecclesiis, domibus seu rebus, et reliquis
possessionibus presignati ducatus a sua proprietate, que in potestate
regni nostri sita esse noscuntur, vel in Venetia optinere videtur,
unquam ingerere presumat inquietudinem, vel diminorationem, seu
calumniosam contradictionem, aut nephandam subtractionem. Sed liceat
eos, prefato duci ac patriarche, episcopis, abbatibus vel populo sibi
subiecto, et heredibus ac successoribus eorum, quiete, absque
cuiusquam insultantis machinatione aut sinistre quippiam
tergaversatione, regubernare, et gubernando, pro ut liquidius in
presignato decreto continetur, legaliter continere. Itemque precipimus
de proprietatibus sive possessionibus predicti ducis quas in
territoriis regni nostri habere videtur, ut si de eis aliqua contentio
orta fuerit, et ad iuramentum causa pervenerit, secundum seriem pacti
diffiniatur per electos duodecim iuratores, et cuiuscumque gentis sit
homo ille cum quo predictus dux contentiones habuerit, de illo
comitatu eligantur ubi causa requiritur. Concessimus quoque sancte
metropolitane eus Ecclesie suisque episcopatibus subiectis, atque et
monasteriorum zenobiis, iustitiam requirendam de suis rebus in annos
legales secundum quod sancta romana habet Ecclesia. Sed et hoc
constituimus, atque per hoc nostrum preceptum inviolabilliter mansurum
confirmamus, ut in quacumque patria regni nostri quislibet Veneticorum
fuerit, eius sit potestate distringendus eiusque per omnia debeat
obedire preceptis, adeo ut nulla maior vel minor persona contra eum
quempiam veneticum defendere presumat. Insuper et concedimus per hoc
regie auctoritatis preceptum, tam nos quam nostri decessores, nichil
amplius eos cogam pacti causa persolvere nisi tantum annualiter
denariorum libras XXV. Simulque eis numorum monetam concedimus
secundum quod eorum provintie duces a priscis temporibus consueto more
habuerunt. Ita ut nullo unquam tempore repetantur aut exigantur per
aliquem, neque ab ipso ut se duce, neque a successoribus eius, sed in
ea, quam in presenti concessimus perpetualiter, donatione consistant.
Si quis autem contra hos quod in presenti, per huius dicti tenore,
Veneticorum duci populoque ipsius concessimus, agere presumpserit, ut
instituta nostra violet aut infringat, ne quod temptavit perficere
possit, sciat se compositurum auri obrizi libras centum, medietatem
camere nostre et medietatem duci Veneticorum qui per tempera fuerit;
et ut hoc cercium credatur et ab omnibus inviolabilliter observetur,
manu propria roboravimus et annuli nostri impressione subter iussimus
sigillari.

Signum (_monogramma_) Hugonis gloriosissimi regis.

Data anno Domini incarnacionis DCCCC XXVII. IIII Kalendas marcii,
indictione quintadecima. Anno domini Hugonis gloriosissimi regis
primo. Actum Papia in Christi nomine feliciter. Amen.

(Archivio di Stato in Venezia, _Liber Blancus_, carte 16).

DOCUMENTO III.

(Sebastiano Ziani, nota 3).

In nomine domini dei et salvatoris nostri iesu christi. Anno domini
millesimo centesimo septuagesimo tercio mense Novembris Inditione
Septima rivoalto. Honore et privatis commodis quamvis quislibet
gaudeat in providendo comuni et utilitati totjus provincje saluti. si
minus providus extiterit; sua nullatenus bona sibi reputantur ad
gloriam. si ex ipsius negligentia patrie secuntur incommoda. Igitur
Nos Sebastianus ziani dei gratia venecie dalmacie atque chroatie dux.
profectum et honorem patrie nostre de bono in melius augere volentes;
cum iudicibus et sapientibus nostris collaudatione atque confirmatione
populi venecie per huius nostri decreti promissionem. stabilientes
stabilimus. et sub gravi comminatione et pena mandantes iniungimus,
quod ab hac die in antea nullus tabernarius massculus neque femina
neque aliquis per eos. libram Vini ultra duos veronenses vendere
presummat. preter vinum deromania. et neque aliquod vinum quod
vendendum sit fraudare. neque cum illo aquam vel aliud vinum misscere
audeat. sed cum iusta libra. cum ea videlicet quam vicedominus vel
gastaldio illi dederit. vinum vendere debeat. et neque timore vel
fraude vitare debeat vinum recipere ad vendendum ab aliquo homine.
Furtum etiam nullum scienter suscipere debeat. nec faciat suscipi.
Nullus autem iactans vinum in tabernas, aliquod vinum iactandum in
tabernas fraudare neque cum illo aquam vel aliud vinum misscere
presumat. nec misscere neque illud fraudare faciat. sed sicut purum
illud comparaverit. sic in tabernam illud iactare debeat sine aliqua
fraude. Nullus autem venditor blave. aliquam de cetero blavam in toto
districtu venecie comparare aliquo ingenio presumat ad revendum
(_sic_) illam et neque eam fraudare audeat. neque faciat illam
fraudare. Cum iusto quoque stario vendat illam et vendere faciat. Et
cum iusta rosoria et rotunda radat et radere faciat. Foris vero
veneciam nullus aliquam blavam que in navi sit posita ad veniendum in
veneciam aliquo modo comparare audeat. ad revendendum illam. Nec
liceat deinceps alicui incanovare aliquam blavam pro incarire illa.
neque sit ausus aliquis portare blavam foris veneciam in aliquam
partem sine nostra et aliorum ducum qui post nos futuri sunt licencia.
Ad hec quoque precipimus ut nullus pistor non massculus neque femina
de cetero in sua potestate tenere audeat. neque tenere faciat inter
frumentum et farinam ultra unum modium. Et panem ad illam pensam
facere et vendere debeat quam vicedominus aut gastaldio illi dederit.
Nullus preterea biccarius; bone carnis vacine seu bovine libram ultra
duos veronenses. et minus bone, duas libras ultra tres veronenses. et
porcine carnis recentis libram ultra tres veronenses aliquo ingenio
vendere sit ausus. nec vendere faciat. Junctam quoque de eisdem
carnibus ipse det vel dare faciat. Sicce vero carnis de romania et de
sclavinia libram ultra tres veronenses. et de lombardia carnis sicce
libram. ultra quattuor veronenses nullus vendere presumat. nec aliquo
ingenio vendere faciat. Et iuste atque cum iusta statera predictas
omnes carnes pensare debeat et pensare faciat. Nulli quoque licitum
sit iniustas stateras. nec pensas. nec Bellacias a modo secum tenere.
nec cum eis quocumque modo pensare. Nec etiam presummat aliquis. ultra
quadraginta solidos veronenses anphoram alicuius vini emere neque
vendere. preter vinum de romania. Pissces autem nullus ultra hunc
ordinem aliqua ratione vendere presummat. videlicet libram sturionis.
et trote. et rumbi; non plus de tribus veronensibus. libram Vairoli.
et aurate. et megle. et Barbonum. et scorpenum. et de lusernis. et de
grandis passeris. atque de grandis sfolliis. seu de grandis anguillis.
non plus de duobus veronensibus. libram de gradis (_sic_) luciis
cavedagnis friskis et salavadis non plus de duobus veronensibus. duas
libras de grandis tenkis non pus (_sic_) de tribus veronensibus.
reliquorum autem omnium pisscium aque salse et dulcis libram; non plus
de uno veronense vendere presumat. Stabilientes ad hec publica
auctoritate sanccimus. ut ab hac die in antea. nulli sit licitum.
ultra viginti quinque libras veronenses miliarium olei aliquo ingenio
comparare pro incanovare illud. et hoc volumus perpetuis temporibus
firmiter observari. ut omni tempore sicut a nobis et a ducibus venecie
qui per tempora erunt. mandatum fuerit per bannum. sic ternarii et hii
qui oleum incanovatum habuerint. sine omni conditione illud vendere
debeant. Nullus quoque aucas. nec aucellas. nec pullos in venecia ad
revendendum emere audeat. Poma insuper ad revendendum; nullus in
venecia in venecia (_sic_) emere presummat. Et quia suprascripta omnia
sine aliqua diminucione integra et illibata perpetuis temporibus
volumus observari. per presentis nostri publici instrumenti
promissionem sancimus. ut nullus de cetero neque massculus neque
femina. aliquem de suprascriptis ordinibus sibi assummere presummat.
nisi prius notum fecerit nobis et eis qui nobis sunt ducibus
successuri et curie. Si quis igitur temerarius neglecta suprascripta
publica nostra costitucione. que dicta sunt non ohservaverit. vel
alicui cause de supra memoratis causis obvius extiterit; liceat
iusticiariis quos nunc ordinavimus. et qui per tempora ordinati a
ducibus erunt. bannum et res vendendas quas illi invenerint. semper
cum offenderit auferre. et insuper offensor pro tanta culpa et
presumcione; omnia que in hoc mundo habuerit amittat. que omnia in
domnicalem nostrum deveniant. et presentis publici decreti promissio;
inconcusso robore. perpetuis temporibus in sua permaneat firmitate.
Libram vero de luciis sicis non plus de tribus veronensibus nullus
vendere presummat et si quis fecerit subiacebit suprascripte pene.

+ Ego sebastianus Ziani dei gratia dux manu mea subscripsi.

+ Ego aurio mastro petro iudex m. m. s. s.

+ Ego petrus fuscareno iudex m. m. s. s.

+ Ego andreas dandulo iudex m. m. s. s.

+ Ego Jacobus contarenus iudex m. m. s. s.

+ Ego vitalis faletro avocatori comuni m. m. s. s.

+ Ego michael citinus avocator comuni m. m. s. s.

+ Ego Phylippus faletro camararius comuni m. m. s. s.

+ Ego philipus greco camararius comuni m. m. s. s.

+ Ego Rainero batiauro vicedomino m. m. s. s.

+ Ego matheo tarvisianus vicedomino m. m. s. s.

+ Ego dominicus maureceny comes Jadre m. m. s. s.

+ Ego stefanus baroci m. m. s. s.

+ Ego aureus dauro m. m. s. s.

+ Ego marcus martinacius m. m. s. s.

+ Ego petrus quirinus m. m. s. s.

+ Ego petrus vilioni m. m. s. s.

+ Ego Henrico gradonico m. m. s. s.

+ Ego petrus teupulo m. m. s. s.

Fuit in diebus Illis. aurio mastro petro. Judex. petro baroci m. m. s.
s.

+ Ego annanias quirinns m. m. s. s.

+ Ego henricus civrano m. m. s. s.

+ Ego marcus fuscareni m. m. s. s.

+ Ego Johannes Viloni m. m. s. s.

+ Ego leonardus benacci m. m. s. s.

+ Ego dominicus faletro m. m. s. s.

+ Ego Johannes maureceno m. m. s. s.

+ Ego dominicus maurecenus testis subscripsi.

+ EgoVido de equilo t. t. s. s.

+ Ego dominicus mengulo t. t. s. s.

+ Ego henricus fuscari m. m. s. s.

+ Ego marcus istrigo m. m. s. s.

(_Fra la I.a e la II.a colonna_).

+ Ego Stefanus ruibulo m. m. s. s.

(_Nella II.a colonna_).

+ Ego petrus belli m. m. s. s.

+ Ego Johannes regini m. m. s. s.

+ Ego stefanus de equilo m. m. s. s.

+ Ego Giberto dandulo m. m. s. s.

+ Ego andrea capellexi m. m. s. s.

+ Ego leonardus navigaioso m. m. s. s.

+ Ego marcus dequilo m. m. s. s.

+ Ego Johannes dacanale m. m. s. s.

+ Ego Jacobus badovario m. m. s. s.

+ Ego Johannes tanoligo m. m. s. s.

+ Ego gracianus gradonicus m. m. s. s.

+ Ego vitalis citinus t. t. s. s.

+ Ego Johannes faletro m. m. s. s.

+ Ego petrus badovario m. m. s. s.

+ Ego Johannes contarenus m. m. s. s.

+ Ego jacobus badovario m. m. s. s.

+ Ego leo truno s. s.

+ Ego barbadicus m. m. s. s.

+ Ego . p. venancio m. m. s. s.

+ Ego marcus longo m. m. s. s.

+ Ego bonabile dondulo m. m. s. s.

+ Ego petrus bozzo (o bello?) m. m. s. s.

+ Ego dominicus rainnaudo m. m. s. s.

+ Ego dominicus caravello m. m. s. s.

+ Ego stefanus calbo m. m. s. s.

(_Segno tabellionare_). Ego Johannes Navigaiosus subdiaconus et
Notarius complevi et Roboravi.

(Pergamena originale nell'Archivio di Stato in Venezia. -- Ducali e
atti diplomatici, busta VI, a. 2).

DOCUMENTO IV.

(Enrico Dandolo, nota 5; Jacopo Contarini, nota 2; Andrea Contarini,
nota 7).

Capitulare Massariarum monete.

(1). Juro ad evangelia sancta Dei profficuum et honorem Veneciarurm,
et quod a die qua intravero in hoc officio ad unum annum studiosus ero
super facto et laborerio monete, et ad faciendum fieri simul cum
sociis meis, vel uno eorum, monetam grossam bonam bona fide. Et quod
somparabo simul cum eisdem sociis meis, vel uno eorum, argentum et
bulzonos seu monetam, que utilia videbuntur pro communi ad faciendum
fieri dictam monetam; et faciam fieri monetam istam grossam de tam
bono argento, quod non callet ultra medium quarterium pro marcha vel
indei inferius, ad racionem boni argenti. Et argentum istius monete
non alegabo nisi ambo socii mei huius officii presentes fuerint, vel
ad minus unus eorum, si forte tercius meus socius tale impedimentum
habuerit quod interesse non possit. Similiter, ad hoc, ut dicta moneta
recte et legaliter efficiatur sine aliquo defectu, sicuti esse debet,
quando argentum proiectum erit in virgas, faciam quod de ipsis virgis,
antequam dentur ad laborandum magistris, quod ipsi debeant extrahere
sazum vel sazios de ipsis virgis, et examinare diligenter virgas illas
cum pondoratoribus, vel ad minus unus eorum; et ipsas virgas cum
pondere dare ante sazatorem, et ipso argento affinato recipere ab eo
cum pondere, si ille virge fuerint de tam bono argento ut debent esse
ad faciendum dictam monetam; et si non forent de sic bono argento ut
debent esse pro facere dictam monetam, quod debeant facere reverti
dictas virgas ad ignem tantum quod veniant ad rectam ligam ut esse
debent, et ad hoc ut ipsa moneta fieri debeat ita finis et bona sicut
esse debet. Item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis
novem et uno denario et tercia usque ad medium denarium pro marcha.

(2). Et massarius cuius erit quindena nec aliquis alius de massariis
non debeat trahi sazum nec sazos de virgis communis nec de virgis
mercatorum, sine uno de pesatoribus vel ambobus; et qualibet vice qua
pesator vel pesatores voluerit trahere sazum vel sazos denariorum de
peso et de conto, aut de virgis, teneantur masanius vel massarii illud
argentum, vel illos denarios qui erunt eis requisitum per pesatores
pro trahere illos sazos, dare eis; et si massarius vel massarii non
concordaret cum ponderatore qui faciet quindenam de sazis, teneantur
mittere pro alio ponderatore, et de ipsis duobus ponderatoribus cum
massario qui associat illum qui facit quindenam, vel cum illo qui non
associat, ubi maior pars fuerit concordes, ita debeat observari per
massarium cuius erit quindenam.

(3). Et sexto mense primo venturo faciam et reddam racionem simul cum
sociis meis illis qui prefuerint racionibus communis Veneciarum, et
predictis ponderatoribus, vel uni ipsorum, de toto argento quod
batutum fuerit in moneta; et de lucro quod inde factum fuerit
similiter eis raciones reddam et faciam simul cum dictis meis sociis
infra quindecim dies post complementum mei officii. Et infra alios
quindecim dies, sub pena librarum XXV pro quolibet; et si per defectum
ponderatorum remanserit, debeant ponderatores perdere libras X pro
quolibet; et si transierit terminus quindecim dierum ultra ut dictum
est, et infra unum mensem postmodum non fecerint raciones et non
assignabunt, et non dabunt bona communis, perdere debeant libras C pro
quolibet supra pena dictarum librarum XXV; et ponderatores, si per eos
remanserint, amittere debeant alias libras X pro quolibet.

(4). Et teneantur dicti massarii ostendere racionem de argento non
rendente soldos duos pro marcha qualibet, et plus si plus lucrabitur;
et si accideret quod deficeret eis ad soldos duos pro marcha,
teneantur refundere communi de suis denariis; et raciones eorum non
recipiantur quousque satisfecerint communi ad terminum sopradictum, et
sub pena superius ordinata de complere suas raciones.

_De racionibus faciendis et clavibus redendis sociis infra_
_complementum quindene_.

(5). Et die penultimo infra complementum quindene mee, faciam et
reddam racionem sociis meis de omnibus que habuero, tam de avere
communis quam aliarum personarum; et die sequenti ipsis meis sociis
dabo et assignabo claves dicte monete; et totum avere et bona communis
huius monete que superfuerint, dabo integre et consignabo simul cum
sociis camerariis monete qui constituti erunt, vel aliis personis,
sicut preciperit dominus dux cum maiori parte sui consilii.

_De bono et statu monete trattando, et retinere magistros ad_
_laborandum_.

(6). Preterea tractabo et operabor bonum et statum monete, et illos
magistros monete retinebo ad laborandum monetam qui mihi et sociis
meis et ponderatoribus vel maiori parti nostrun boni et utiles atque
legales videbunt pro opere monete.

_De argento seu moneta non comprando_.

(7). Et nullum argentum, bulzonos seu monetam, que videbuntur mihi
esse pro moneta, ad meam utilitatem nec ad utilitatem alicuius persone
comparabo nec faciam comparari; nec consulam alicui persone, nec
consuli faciam quod comparet per totum tempus mei officii; et nullam
fraudem comitam in comparando argentum pro moneta.

(8). Et si mercator aliquis habebit argentum vel aurum, ipsum argentun
vel aurum non comparabo. Salvo si dictus mercator aut mercatores
vendidisset illud aurum vel argentum quod aduxisset Veneciis aliis
personis de extra moneta, tunc sit licitum mihi vel sociis meis emere
dictum aurum vel argentum.

_De signo faciendo in moneta_.

(9). Item cum sociis meis vel altero eorum faciam fieri signum in
moneta quam fieri faciemus, ad hoc ut cognoscatur quod facta sit
tempore nostri officii de moneta.

_De argento rendente scribendo_.

(10). Et totum argentum rendens communi, quod cum sociis meis vel
altero eorum, sicut est ordinatum, comparavero pro moneta, scribam pro
se ad hoc ut possim reddere racionem de ipso argento per se.

(11). Et si sciero aliquem in domo mone (sic, _monete_) vel extra, in
Veneciis, falsos denarios vel monetas facere vel stronzare, ipsum
manifestabo domino duci et maiori parti sui consilii infra tercium
diem.

(12). Et constituam simul cum sociis meis vel altero eorum in moneta
unum inquisitorem qui inquirere debeat omnes magistros artis si bene
fecerint suum officium vel suum magisterium monete, secundum quod mihi
et sociis meis vel duobus nostrum bonum videbitur; et ipse inquisitor
debeat mihi et socii meis vel altero eorum manifestare, ad hoc ut inde
dampnum debeat astinere, sic (_sicut_) mee et sociorum meorum vel
unius eorum discrecioni videbitur.

(13). Item quod omnes massarii, vel ad minus duo eorum, cum scribano
teneantur facere suas raciones in capite cuiuslibet quindene; et
massarius cuius fuerit quindena debeat facere notum de racione sue
quindene sociis suis, ad hoc ut quilibet eorum possit scire racionem
cuiuscumque sociorum.

(14). Hec omnia que superius dicta sunt, et alia que dominus dux cum
maiori parte sui consilii addere vel minuere voluerit, attendam, et
faciam et observabo bona fide sine fraude.

(15). Et si pro communi Veneciarum extra Venecias in regimine electus
fuero, et ad ipsum regiminem ire voluero, vel si ad mercatum per mare,
videlicet usque Traynum vel Ragusium ab inde in antea ire voluero, XXX
dies ante, vel post dies XXX postquam disposuero exire de Veneciis,
hoc meum officium domino duci et suo consilio resignabo ad hoc ut
alius eligatur loco mei.

(16). Et salarium meum non accipiam nisi in fine quinque mensium huius
mei officii pro medio anno; et sic pro alio medio anno sequenti
observabo de accipiendo aliam medietatem mei salarii; quod sallarium
est librarum C in anno et in racione anni.

(17). Et si racionem, secundum quod dictum est superius, non fecero,
et bona et habere communis non reddidero, secundum quod dictum est
superius, si ellectus essem in officio sallarii, tam in Veneciis quam
extra Venecias, racione non facia et non redditis bonis et havere
communis, sicut dictum est, electio illa non valebit nec tenebit sicut
dictum est.

(18). Preterea, societatem nec partem habebo cum aliqua persona in
facto monete in aliqua terra nec in aliqua parte modo aliquo vel
ingenio.

(19). Item si infirmus stetero ultra dies octo, ita quod non veniam ad
officium meum exercendum, non debeo de tanto quanto stetero ultra dies
octo Iinfirmus accipero meum salarium nec habere; et si recepissem
ipsum, reddam camerariis communis. Et si infirmus stetero per unum
mensem, ita quod non veniam et non stabo ad meum officium exercendum,
ero foris de meo officio ab ipso mense in antea; nec sub specie
infirmitatis stabo nec remanebo de veniendo ad meum officium
exercendum occasione exeundi de ipso officio, nisi iustam occasionem
infirmitatis habuero.

(20). Item quod de omnibus rebus que vendentur in moneta, sive parve,
sint sive magne, videlicet carbones, rame, plumbum, et alias omnes,
denarii qui inde extrahentur ponantur in continenti in cassitula que
manet super tabula massariorum, que cassitula habere debeat duas
claves, quarum una tenere debeat ille massarius qui associat illum
cuius est quindena, et alia tercius massarius de extra, videlicet non
cuius est quindena; et quolibet capite quindene, illi duo qui habebunt
claves debeant circare quot denarii erunt in dicta cassella; et omnes
massarii et scribanus eorum teneantur scribere dictos denarios, et
quot erunt, in suis quaternis; et debeant de dictis denariis facere et
ostendere racionem illis qui sunt super racionibus super se.

(21). Item quod affinatores argenti non monete (_sic_) possint nec
debeant per se vel per alios ullo modo vel ingenio comparare nec
comparari facere argentum nec monetas nec ceneracios, nec habere
partem de eis, sub pena perdendi soldos X pro marcha de argento vel de
monetis, quod vel quas emerent, vel haberent partem de ceneracio
soldos II pro marcha.

(22). Item quando massarii dant argentum infonditoribus causa faciendi
denarios grossos, illud argentum non possit nec debeat ponderare ille
massarius cuius erit quindena, sed pesare debeat ille qui eum
associat, presentibus infonditore et duobus pueris vel uno, ipso
argento ligato et ponderato, ut dictum est, dari debeat dicto
infonditori et pueris ante quam socius secedat inde, ad hoc ut nihil
intus iungatur per sacramentum; et teneatur massarius scribere et
facere eciam scribi per eorum scribanum dictum argentum ut questio non
possit verti inter ipsum et funditorem et pueros de pondus dicti
argenti.

_Quod massarii non possint facere infundi nec trahy sazum post_
_campanam marangonorum_.

(23). Et non possint vel debeant dicti massarii facere infundi nec
trahi sazum postquam pulsatum erit ad tintinnabulum marangonum; et si
inveniretur argentum in crusolo quando pulsatur ad dictam campanam,
debeat proicere illud argentum foras, et non plus, postquam illud
argentum erit proiectum in virgis, ipsum recipiam ab infonditore;
salvo si esset ita sero quod non possem ipsum ponderare, tunc debeam
ponere dictum argentum in uno de banchis volte, et dare clavem ipsius
banchi infonditori qui infonderit dictum argentum usque ad alteram
diem; et alia die sequenti ipsum argentum accipiam, et de qualibet
infonditura extraham sazum et sazia, sicut mee et ponderatoribus
discrecioni utilius videbuntur pro moneta; et si primum sazus non bene
iret, facere debeant postmodum usque ad tres et non plus; et si omnes
quatuor irent male, teneantur massarius cuius erit quindena, et ille
qui eum associat, reverti dictas vergas in ignem et reducere eas ad
suprascriptam ligam.

_De denariis dandis pro infonditore pueris_.

(24). Et teneantur massarii dicti dare infonditori et pueris pro
centenario marcharum denarios XII pro comestione, vino, et oleo et
candelis.

(25). Et sazatores habeant grossum unum pro sazio, et quandocumque
massarii miterent pro eis ad faciendum dictum sazum et non venerit,
massarii teneantur accipere unum grossum illi qui non venerint et non
steterit ad faciendum ut dictum est; et scribanus teneatur hoc
scribere.

_Quod massarius non possit comedere in moneta_.

(26). Et dicti massarii non debeant comedere in moneta de suo nec de
illo communis, nec alicui persone, salvo quod de suis denariis possint
comedere panem vel fructus, et possint expendere de illo communis
soldos XX pro vino in quindena et non plus.

(27). Item quod quilibet massarius teneatur facere suam quindenam pro
se, et debeat esse associatus ab uno suorum sociorum; et ille
massarius cuius erit quindena, debeat habere claves volte et illas
porte ubi ponderant argentum; et illi duo massarii, scilicet ille
cuius erit quindena et ille qui debet eum associare, teneantur venire
ad locum monete antequam campana officialium pulsari cesset, et ibi
stare usque ad terciam, et plus si necesse fuerit, et post nonam ante
vesperas, et stare usque ad vesperas et plus si necesse fuerit,
exceptis festivitatibus sollempnibus et occasionibus aliis
officialibus specificatis; et ille vel illi qui non venerint et non
stabunt sicut dictum est supra, perdere debeant salarium suum illius
diei, et insuper soldos X; et ipsi teneantur et debeant scribere in
suo quaterno illum vel illos qui non venerint et non stabunt, vel
(_ut_) superius dictum est; et teneantur eciam facere scribi per eorum
scribano in suo quaterno; et teneantur dare infra tercium diem pena de
qua ceciderint cum non venerint et non stabunt ad officium suum,
videlicet pena soldorum X, et salarium illius diei in quo non fuerint
et steterint ad dictum officium exercendum.

(28). Et quandocumque per nos aliquid comparatum fuerit, statim
scribemus in nostris quaternis id quod comparabimus, simul cum uno
sociorum meorum ad minus, ita quod tercius infra tercium diem scribere
teneatur; et semper erimus tres vel duos ad minus ad emendum vel
ligandum.

(29). Item quod isti massarii teneantur habere unum scribanum laycum,
qui sit venetus, apud se, nec habeat seu habere possit aliud officium
in moneta nisi scribanum; et hoc intelligitur tam de illo scribano qui
nunc est, quam de illo qui pro tempore erit; qui scribanus teneatur
scribere in suo quaterno totum illud quod dicti massarii scribent in
suis quaternis; et ille scribanus teneatur sacramento scribere et
notare tam lucrum quam dampnum quod dicti massarii facient per
quindenas sua; et iste scribanus non possit mutari nisi cum voluntate
domini ducis et consiliariorum et capitum de XL.

(30). Et omnibus magistris qui laborant ad dictum officium monete
debeant accipi sacramentum, quod si sciverint aut scire possent quod
aliquis defectus efficeretur per aliquem laboratorem mone (_monete_),
tam si denarius efficeretur de peiori argento quam debent esse, quam
de pondere, quam de furto, quam de alio defectu, modo aliquo vel
ingenio, quod domino duci et suo consilio et capitibus de XL
manifestabunt quam cicius poterunt bona fide sine fraude.

(31). Et si contingerit quod fieri debeat aliquis laborator vel
aliquis officialis quod pertineat ad officium monete, debeat elligi
per massarios et per ponderatores monete insimul, et sit firmum per
IIII ipsorum; et debeat fieri ipsa eleccio cum busolis; et si ipsi non
poterunt esse concordes infra tercium diem, quod ipsi teneantur
sacramento quarta die requirere illos tres XL qui erunt ad officium,
et eligere cum ipsis per maiorem parte cum busolis, et quem per
maiorem partem elegerimus sit firmum; et non possum dicere: accipe
meum et ego accipiam tuum; et quandocumque veniam ad faciendum istas
ellectiones, accipiam illum vel illos, quos credidero esse utiliores
pro moneta.

(32). Item omnes homines qui accipientur in moneta, tam monetarii,
quam alii, sint veneti, salvo de affinatoribus qui accipi debeant per
me et socios meos et per ponderatores sicut nobis melius videbitur; et
hoc per ellectionem, ita videlicet, quod de nobis tribus massariis et
duobus ponderatoribus, quattuor nostrum sint concordes; nec aliquem
cambiabo nec cambiari faciam aliquo modo vel ingenio nisi secundum
formam consilii.

(33). Donum aliquod aliquo tempore non recipiam nec recipi faciam
occasione uius officii, et si sciero quod aliquis recipiat pro me,
ipsum faciam reddi quam cicius potero.

(34). Insuper illis qui argentum vendiderit et denarios suos XXX si
denarii fuerint, eis dabimus sicut exeunt de moneta, videlicet
denarios XXX quam cicius poterimus.

(35). Denarios quidem non trabucabo nec trabucari faciam modo XXX
ingenio, nec havere communis de moneta extraham nec extrahi faciam XXX
eo utar ad meam utilitatem nec ad utilitatem alicuius persone per XXX
modum vel ingenium, nisi tantum pro moneta.

(36). Item quod non debeant vel possint dicti massarii ponderare XXX
argentum quod ement vel extimabunt, nisi primo erit ponderatum per XXX
res; et postquam erit ponderatum, massarii aut massarius teneantur XXX
illud argentum per illud pondus quod pesatores eis dabit.

(37). Item quod massarius cuius erit quindena non debeat comparare XXX
tantum argentuin quantum potest facere laborari in sua quindena,
secundum XXX dinem eis datum per Maius Consilium, ad hoc ut denarii
veniant pulcriores XXX si argentum superaret, debeat illud dimittere
alteri massario cui venit XXX et si denarii superarent qui non essent
cuniati, non possit facere ipsos XXX sub quindena alterius massarii,
ad hoc ut non misclent una racio cum XXX et ad hoc ut denarii melius
cunientur et informentur.

(38). Item si scient vel credent quod aliquis cambiator vel aliqua
alia persona sit in moneta quando voluerit circhare argentum pro
comparare, qui cambiatores vel alie persone starent et expectarent
etiam causa comparandi dictum argentum, teneantur massarii eos
licenciare de moneta; et si nollent exire, teneantur illis tribus XL
qui erunt pro tempore dicere.

(39). Item si quis venetus voluerit ire extra Veneciis, vel Duracium,
vel in Romania, vel ultra mare, vel in Pulia, et voluerit cambire
denarios veteres pro novis, tenemur sibi cambire, scientes prius per
fidanciam sibi acceptam quod vadat ad aliquam parcium predictarum; et
quando cambiabimus denarios, tentabimus et videbimus si erunt tonsi
vel minus boni quam esse debent, et incidemus tonsos vel minus bonos
ita quod esset non possit abere defectum.

(40). Propterea gastaldionem, in diebus quando laborabitur ad monetam,
stare faciam usque ad terciam, et tamtum plus quantum mihi et sociis
meis aut socio meo probono monete videbitur, et eodem modo stare
faciam nisi remanserit occasionibus specificatis aliis officialibus;
et si gastaldio non venerit ad campanam, amitat unum grossum.

(41). Item quando quindena erit mea, teneor et debeo superstare
mendatoribus quod bene emendet et valide, et operariis quod faciant
pulcros fladonos et bene rotundos et bene ad modum; et recipiam
fladonos de qualibet fornace per se; et temptabo si bene facti erunt,
et si non bene facti erunt, per eos qui ipsos fecerint faciam
reconzare; et quocienscumque faciam reverti fladonos ad fornacem pro
reconzare, accipiam pro pena magistris illius fornacis qui eos
fecerint soldos V antequam compleat mea quindena; et sicut recipero
ita scribam, et faciam venire in comune dictos soldos V. Insuper
teneor et debeo minus dare ad laborandum illis magistris qui non bene
laboraverint dictos fladonos quam aliis, et mendatoribus qui non bene
emendaverit diminuere eorum partes sicut ponderatoribus et uni meorum
sociorum videbitur.

(42). Item non dabimus alicui magistro fornacis in die ultra marchas
XV argenti, et hoc ab introitu maii usque ad festum sancti Michaelis;
et monederiis ultra libras VIIII grossorum per diem; et ab introitu
octubris usque per totum fabruarium non dabimus ultra marchas X pro
magistro in die; et monederiis ultra libras VI; et ab introitu marcii
usque per totum mensem aprilis non dabimus ultra marchas XII in die,
et monederiis ultra libras VII in die.

(43). Item teneor et debeo, quando quindena erit mea, facere
blanchizare fladones cuiuslibet fornacis per se; et quando blanchizati
erunt, dabo soldos X pesatori de qualibet fornace per se, qui debeat
eos trabucare cum suis manibus cum balanzolis; et quolibet die quo
laborabitur, et de qualibet fornace per se, simul cum socio meo et cum
pesatore cuius erit quindena, circabo dictos fladones, et si accideret
quod inveniretur nimis graves, non possint mesclari cum levibus nec
facere mesclari; et si invenirent nimis leves, non debeant mesclare
cum grevibus; qui fladoni debeant trabucari, et extrahantur foras illi
qui erunt nimis graves et illi qui erunt minis leves, et leves
destruant et graves accentur, ita quod moneta sit magis iusta et
melius ad pontum; et hoc fiat cum uno de pesatoribus vel ambobus; et
faciam venire gastaldionem mendatorum, et inquiram quis mendator
fecerit illos qui non bene steterint, et eum qui eos fecerint
compellam ad solvendum tantum quantum erit dampnum quod erit de illis
fladonis qui non steterint; et si gastaldo nesciverit dicere quis
mendator fecerit illos denarios, totum dampnum quod inde erit faciam
solvere gastaldionem integre ante quam compleat meam quindenam; et
scribam quod inde recepero ad hoc ut veniant in commune.

(44). Et si accideret eciam quod massarius cuius erit quindena vel
eius socius non concordarent cum ponderatore de dictis fladonis, et
dicerent quod ipsi fladoni bene starent de pondere et de conto, et
ponderatori viderent quod non bene starent, teneantur mittere pro alio
ponderatore et pro massario qui non associat massarium qui facit
quindenam, vel cum illo qui associat, et de istis duobus
ponderatoribus cum uno ex dictis massariis ubi maior pars fuerint
concordes ita debeat observari per massarium qui facit quindenam.

(45). Item accipiemus duos mendatores pro una quaque fornace, qui
mendatores teneantur trabucare omnes denarios sue fornacis donec
emendati erunt per alios mendatores, et non possint esse dicti
mendatores plures XXVIII, si de illis qui nunc sunt deficerent.

(46). Item teneor et debeo super stare monetariis quod faciant pulcros
denarios, et bene positos in medio, et bene tractos extra, et non
referitos; et teneor et debeo in quindena mea dare fladones cuiuslibet
fornacis per se ad monetandum, ad hoc ut cognoscere possim cui
monetario dedero fladones cuiuslibet fornacis.

(47). Et teneor et debeo in quindena mea temptare denarios grossos
quando recipiam eos a monetariis, et si invenero aliquem male factum,
rupam ipsum; et illi monetario qui non fecerint pulcros denarios debeo
ei diminuere medietate sue partis, si mihi et ponderatoribus vel uni
eorum bonum videbitur, et plus si bonum nobis videbitur; et si mihi
ponderatori videretur quod ille monetator non se emendabit ad
faciendum pulcros denarios, dicam domino duci et capitibus de XL; et
si aliquis fladonus erit qui non sit bene factus, monetarii ponant per
se et non debeant ipsum laborare seu monetare.

(48). Item non possum vel debeo dare licentiam alicui monetario standi
extra monetam ultra tres menses; et si aliquis monetarius stabit extra
monetam ultra tres menses, debeat esse extra monetam, et alius
accipiatur loco eius; et dicti monetarii qui informant denarios
grossos dent plezariam de libris CC pro quolibet in manibus
massariorum; et quando ipsi laborant denarios, quando ibunt ad
prandium, duo ipsorum ad minus expectare et stare debeant usque dum
massarii venient. Item teneantur massarii dicti solvere monetaniis
omni ebdomadada deo (_de eo_) quod laboraverint, salvo si offenderint
in ipsis massariis eos possit condempnare sicut eis iustum videbitur.

(49). Item omnes fladonos qui refutabuntur a monetariis non possint
reconzari nec de ipsis fiat aliqua solutio dureris (_sic_).

(50). Item non permittam quod aliquis de monetariis, die qua
laboraverit denarios grossos, possit laborare denarios parvos, nec die
qua laboraverit denarios parvos possit laborare denarios grossos; et
si aliquis de monetariis steterit extra Veneciis, de tanto quanto
steterit non possit ei aliquid esse refusum; et si per nos diminuta
erit pars alicui ita quod non possit plus adimpleri, quod socius eius
non possit ei refundere aliquid.

(51). Et si aliquis magister monete iverit extra Veneciis absque
licencia dominorum massariorum, et steterit ultra dies IIII, quod non
possit esse in officio monete per totum tempus dictorum massariorum
existencium.

(52). Et si invenerimus aliquem defectum in aliquos istorum monete, et
videretur nobis eos licenciare de moneta pro ipso deffetu, ipsos
licenciabimus cum buxolis sicuti cum busolis ipsis nos accepimus.

(53). Item tenemur semper fieri facere in primo mense quo intrabimus,
videlicet infra dies XV intrant (_sic_), torsellos XXIIII et pillas
XVI, et dictos torsellos et pillas faciemus fieri faber qui laborat ad
monetam, et pro quolibet alio mense habebimus para XII ferrorum de
superfluo a fabro predicto, et si de ipsis ferris acciperentur
occasione taliandi, tenemur facere fieri tot quot acciperentur, ita
quod semper remaneant para XII; et hoc fieri debeat infra XV dies; et
quandocumque faber predicta non attendet, nisi occasione infirmitatis
remanserit, tenemur ei accipere soldos XX.

(54). Item est sciendum quod tres de XL semel in ebdomada venire
debent ad videndum dictam monetam, ad hoc ut dicta moneta efficiatur
pulcra et polita et rotunda; et ad hoc ut massarii accipiantur boni et
legales, ellectio eorum fieri debet per dominum ducem et consiliaros
et capita de XL cum busolis; et debeat esse dicta ellectio firma per
maiorem partem ipsorum; et ipsi massarii dare debeant plezariam de
libris M pro quolibet.

(55). Item quod omnia zenaracia que massarii habebunt tam de argento
communis vel alia zeneracia, que emerent ab aliis personis pro
communi, et granaia de cruxolis, et bataduris de argento, omnes
massarii et scribanus eorum teneantur scribere in suis quaternis totum
id quod dicte rea constiterint, vel id quod computabunt in suis
racionibus; et ad affinandum res predictas teneantur omnes massarii
scire totum illud quod exibit de dictis rebus, et quot denarii
extrahentur de ipsis, et totum illud quod extrahetur plus de eo quod
constiterint; et scribatur per omnes massarios et per eorum scribanum
hoc totum quod dictum est in suis quaternis per se; et ostendere
debeant racionem per se illia de racionibus, non mesclando istam
racionem cum racione de lucro laborerii; Et omnes suprascripte res
ponantur in uno banco vel arcella que habere debeat duas claves, unam
quarum habere debeat ille cuius erit quindena, et aliam qui eum
associabit; et nihil de dictis rebus possit poni vel extrahi de dicto
banco vel arcella, nisi erunt simul illi qui habebuut claves; et non
possint ponere de omnibus suprascriptis rebus in suis racionibus nisi
solum de zeneraciis, de quibus possint ponere soldos II pro marcha,
secundum veterem consuetudinem. Et massarii non possint nec debeant
vendere zeneracia monete, sed debeant omnes tres vel ad minus duo
eorum, si tercius haberet iustum impedimentum, affinare dicta
ceneracia (1).

(56). Teneantur eciam dicti massarii facere fieri unum fornellum in
moneta, si erit locus ad faciendun ipsum, occasione affinandi
zeneracos communis pro melioramento communis; et si non erit locus in
moneta ad faciendum dictum furnellum, teneantur invenire unam domum in
qua debeat affinari omnes zeneraci communis, et pro ponere carbonum,
si oportuerit; que domua accipiatur in insula Sancti Marci vel ultra,
sicut melius videbitur pro communi; quam domum debeant accipere infra
unum mensem postquam intraverint in officio suo pena librarum XXV.

_De partibus concedendis magistris in moneta_.

(57). Item omnes partes que dabuntur in ipsa moneta alicui vel
aliquibus, dari non possint nisi nos tres erimus simul, ita quod ex
tribus nostrum duo ad minus sint concordes de ipsis porcionibus
contendendis (_sic_).

_De magistris qui non iurabunt ordinamenta massariorum_.

(58). Item si quis magister monete non iuraverit ordinamenta
massariorum infra tercium diem postquam per massarios sibi requisitum
fuerit, quod illis qui non iuraverit, sicut dictum est, non debeat
esse in ufficio monete per totum tempus massarii existent in officio
monete.

(59). Item quod una stangata debeat fieri extra apud tabulam ubi stant
massarii, et illa stangata taliter fieri debeat quod porta volte ubi
ponitur havere remaneat de intus.

_De plezariis puerorum_.

(60). Et quod pueri qui ponunt et extrahunt habere communis dare
debeant plezariam de libris C, et infonditorum qui infondit virgas et
lite qui infondit platas argenti dare debeant plezariam de libris CC
pro quolibet.

_Quod massarii non possint esse de Maiori Consilio nec de aliquo alio_
_officio_.

(61). Item non possum esse de Malori Consilio nec de aliquo alio
ufficio usque quo ero in officio monete.

(62). Item est sciendum quod si aliquis nostrum quod aliquo sociorum
vel ponderatorem miserit occasione officii, et non venerit ille pro
quo miserit, amitere debeat salarium illius diei in duplum; et
quilibet nostrum teneatur scribere illum qui non venerit, et dare eum
in scriptis illis de racionibus, et salarium quod amiserit; et
scribanus teneatur eciam scribere in suo quaterno, salvo si haberet
impedimentum per quod non possit venire secundum occasiones
specificatas; et si ponderator, cuius erit quindena, miserit pro
tercio massario qui non associat illum qui facit quindenam, teneatur
venire, et si non venerit, perdat salarium illius diei in duplum,
salvo si non haberet talem impedimentum per quod non posset venire
secundum occasiones speciflcatas.

(63). Item quod massarii teneantur habere duos pisonos masizos de
duabus marchis pro quolibet, quos facere debeant iustare per
extimatores auri cum marcha matre communis; unus quorum manere debeat
continue in volta, et cum alio zirchare debeant denarios; et in
quolibet capite quindene debeant omnes tres massarii, vel ad minus duo
eorum simul; probare pesum de extra cum illo de volta, si erit bene de
illo peso, bene quidem, sin autem teneantur in continenti de facere ei
adiungi et ipsum iustare (2).

_De denarsis tonssis cambi andis_.

(64). Item debemus et tenemur accipere ab omnibus hominibus Veneciarum
omnes denarios tonsos vel incisos quos nobis aduxerint, et dare
cuilibet de bonis denariis grossis, penssum pro pensso, secundum
formam consilii capti. Item omnibus forinsecis qui nobis aduxerint
denarios incisos quos ipsi receperint in Veneciis pro suo pacamento,
tenemur et debemus eis cambiare sicut dictum et supra.

(65). Item de omnibus scovaduglis et omnibus lavaturis, tam de cinere
quam de focario, de omnibus reddam racionom pro se quando ibo ad
faciendum racionem illis qui debent recipere racionem pro communi
Veneciarum; et hec debeant vendi in Rivoalto ad incantum sicuti fiunt
scovaduge auri.

(66). Item teneor dicere callum mee quindene socii meis et scribano id
callabunt infonditure mee.

Item non possint dicti massarii dare aliquod argentum ad affinandum
nisi sint duo ad minus, qui esse debeant ad ponendum et ad extrahendum
ipsum argentum de igne; et hoc ut ambo sciant quod lucrabitur inde et
quod amitetur; teneantur eciam preffati massarii incontinenti scribere
in quaternis suis lucrum et dampnum, et facere eciam quod eorum
scribanus scribere debeat in suo quaterno lucrum et dampnum; et si non
dederit ipsum argentum in continenti ad affinandum, ponatur in volta
in banco vel arcella per ambos massarios, et clavem vel claves tenere
dabeat massarius qui associabit illum cuius erit quindena donec dictum
argentum dabitur ad affinandum sicut superius dictum est.

(67). Item teneantur non adiuvare se unus alterum de suis racionibus
de havere communis tam de lucro quam de dampno.

(68). Item non debeant facere nec fieri facere solucionem alicui
persone nisi de denariis novis sicut exeunt de moneta, videlicet de
denariis non trabucatis, salvo si ipsi haberent denarios veteres
cambitos a venetis, sicut ordinatum est pro veteribus, do ipsis facere
possint solucionem.

(69). Item teneor non facere laborare cum alliis ferris nisi cum illis
qui intaiabuntur intaiatore monete, et si esset aliquis monetarius qui
laboraret cum aliis ferris in moneta quam cum illis qui ei dabuntur a
nobis, perdere debeant soldos XL; insuper teneor dicere domino duci et
capitibus de XL.

(70). Item si aliquis monetarius esset qui monetaret alios fladonos
quam illos qui per massarios dabuntur cuius erit quindena vel cum
voluntate ipsius, perdere debeant soldos XL; et insuper teneor dicere
domino duci et capitibus de XL per sacramentum.

(71). Et insuper denegabo quod aliquis monetarius non adiuvet alium ut
moneta pulcrior efficiatur.

(72). Item quod aliquis non possit nec debeat aliquo modo vel ingenio
facere preces nec recordaciones, nec dare aliquam cedulam per se vel
per alios massarios monete pro aliquo monetario sub pena C soldorum,
et quod massarii teneantur accusare illis de nocte infra tercium diem;
et illi de nocte dictam penam excutere teneantur, et habeant terciam
partem pene que excucietur; et hoc publice debeat stridari, et addatur
in suo capitulari quod dictam penam excutere teneantur.

(73). Preterea teneor et debeo ligare et bullare vel facere bullari
totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de
sterlino, et illud precium accipiam vel accipi faciam quod per dominum
ducem et eius consilium fuerit ordinatum.

(74). Item quod non possint esse ad monetam ultra XX monetarii qui
sint veneti.

(75). Et quandocumque affinatores argenti monete, vel alteri eorum,
comparaverit argentum vel monetas seu ceneracia, aut haberent partem
in eis, vel consuleret alicui quod emerent, prout superius dictum est;
teneantur massarii, infra tercium diem postquam fecerint contra
predicta, accipere ipsis affinatoribus vel affinatori penam superius
ordinatam, scilicet penam soldorum X pro qualibet marcha argenti vel
monetis, et soldorum II pro qualibet marcha de cenenaciis; denarios
quos massarii inde receperint dare debeant infra tercium diem
eainerariis communis, et scribere in suis quaternis quot erunt.

(76). Item observabo formam Maioris Consilii cuius tenor talis est:
Capta fuit pars in Maiori Consilio: quod si aliquis officialis iverit
extra terram pro aliquo facto, et steterit ita quod non venerit ad
suum officium ut tenetur per suum capitulare, perdere debeat suum
salarium de eo die quo non venerit et non steterit ad suum officium ut
dictum est; et si steterit per dies XV, perdat officium; tamen
teneatur non exire occasione exeundi de officio. Salvo quod licitum
sit cuilibet officiali stare extra per totum tempus sui offici per
dies VIII non perdendo salarium ipsorum VIII dierum, exceptis
consiliariis et electoribus in tantum quod propterea non perdant
officium (3). Item est sciendum quod si aliquis propinqus meus
habuerit placitum seu cassam (_sic_, causam) coram curia de qua ero
iudex, non possum vel debeo placitum sive questionem illam audire nec
diffinire; et secedam de placito, et loco mei debeat esse unus de
iudicibus per consilium ordinatis.

(77). Item cum electi fuissent per capita de XL nobiles viri Jacobus
Steno, Michael Buldu, Johannes Lauretanus, qui deberent facere
capitulare pesatorum de moneta, et ad videndum et faciendum tam in
addendo quam in minuendo totum illud quod eis videbitur in capitulari
massariorum monete et extimatorum auri, pro melioramento monete; et
ipsi abita diligenti deliberacione fecerunt scribi ea que utilia eis
visa fuerunt super hiis, et legi fecerint inter XL et in Maiori
Consilio, et posita fuit pars inter XL et Maiorem Consilium, et capta
quod ea que fuerunt leta et inventa per eos sint firma sicut
continetur.

(78). Hec et alia quecumque dominus dux cum majori parte sui consilii
huic officio addere minuere vel mutare voluerit, atendam et observabo
bona fide.

Factum est hoc capitulare currente anno Domini millesimo CC.LXXVIII
mense marcii.

(79). Item quod massarii monete teneantur reddere racionem et dare
denarios superatos de argento de virgis mercatorum quos proiecerint
camerariis communis sicut faciunt de illo monete.

(80). Teneor et debeo, pro facere fieri monetam parvam, ponere unciam
unam et dimidiam et karatos duodecim argenti tam boni sicut est
grossus, et uncias sex et dimidiam minus karatis duodecim de rame, et
sumat marcham unam; et vadant isti denarii per marcham unam, libras
III et soldos V ÷ usque ad denarios X; et non possum nec debeo facere
aliquam ligam nisi fuerit ad minus unus sociorum meorum mecum; et
quando erit ligatum, dabo incontinenti, cum uno sociorum meorum,
infonditori per pondus; et quando illud argentum erit infonditum et
proiectum in virgis, non possum neo debeo dare ad laborandum nec
recipere ab infonditore, nisi erit primo extractum sazum de illis
virgis per unum de ponderatoribus monete; quod sazum debet esse de
uncia una de illis virgis; et debet remanere ad extrahendum de igne
argentum tam bonum sicut est denarius grossus karatorum XXVIII de
marcha.

(81). Et quando fiet aliqua liga de istis denariis parvis, teneor
scribere cum sociis meis, et scribam et faciam scribi per scribanum
qualibet ligam per se tam de argento, quam de monetis, quam de rame;
et scribam precium cuiuslibet rei per se, tam de argento, quam de
monetis et quam de rame. Et non faciam extrahi de istis virgis plus de
tribus saziis, et si omnes illi tres sazii irent male, debeant reverti
ille virge in ignem et reduci ad supradictam ligam. Et non permitam
aliquos denarios extrahi de moneta nisi primo circati sint per unum de
ponderatoribus monete; et si denarii irent plns de libria tribus et
soldis V ÷ usque ad denarios X pro marcha, non dabo extra monetam.
Item teneor et debeo, quandocumque fuero requisitus a ponderatoribus,
dare et dari facere per monetarios denarios parvos occasione circandi
eos sicut est ordinatum.

(82). Item faciam laborari istam monetam cum ovreriis VIII et
monederiis VIII, et non pluribus; et non dabo ad laborandum ovreriis
plusquam marchas VI per diem, et monederiis plusquam V per diem; et
hoc a kalendis februarii usque per totum aprilem. Et a kalendis madii
usque per totum augustum, ovreriis marchas VII et monederiis marchas
VI et non ultra; et a kalendis septembris usque per totum octubrem,
ovreriis marchas VI et monederiis marchas V et non ultra; et a
kalendis novembnis usque per totum Ianuarium, ovreriis marchas V et
monederiis marchas IIII et non plus.

(83). Item teneor et facere et faciam racionem de denariis parvis
sicut faciam de denariis grossis racionem suprastantibus racionum et
ponderatonibus monete.

Millesimo CC.LXXXVIIII, die XI septembris, tercie indicionis. Capta
fuit pars in Consilio de XL, quod comittatur officium faciendi monetam
parvam illis officialibus qui faciunt monetam argenti grossam, qui
debeant et teneantur omni anno facere racionem de utraque moneta per
se, scilicet de grossa per se, et de parva per se; et debeant eis dare
de denariis mensis libras C omni mense usque quod habeant libras D pro
utilitate dicte monete parve.

(84). Item quod sicut pesatores monete auri et argenti erant quatuor,
ita debeant esse de cetero solum tres; et massarii monete dividant eos
ad aurum et argentum sicut eis videbitur pro tempore.

Millesimo CC.LXXXXI, mense madii, die XXI. Capta fuit pars inter XL,
quod massarius monete teneatur laborare seu facere laborare monetam
parvam cum hac condicione, videlicet quod ipsi massarii debeant facere
dictam monetam ea liga et sazo quod continetur in suo capitulari, et
quod dicta moneta debeat ire per marcham secundum eam quantitatem quod
continetur in suo capitulari; et quod ipsa debeant incidi seu laborari
magis equalis quam poterit, ad hoc ut ipsa non possit trabuchari. Item
quod dicti massarii teneantur facere fieri de dicta moneta parva ad
minus omni quindena marcha CCL; et si fecerit laborari a dicta
quantitate marcharum supra, habere debeant denarium unum parvum pro
marcha de eo quod laboraverit ultra dictam quantitatem; et in capite
anni veniant massarii ad dominum ducem et consiliarios et capita, et
dicant condiciones et facta ipsius monete; et si domino duci et
consiliariis et capitibus videbitur quod debeat sic stare, bene
quidem, sin autem, ponant inter XL illas partes que sibi videbitur.
Item quod si dicti massarii fecerint ligam argenti cum rame, quod ipsi
teneant dare seu facere racionem de bono et nepto capitale sine aliquo
dampno communis; et si fecerint ligam cum vianali, teneantur ad minus
reddere racionem de soldis XXIII ad grossos pro centenario de marchis
de prode communi; et si fecerint ligam cum inperialibus, quod ipsi
debeant dare de prode ad minus nostro communi pro zentenario de
marchis libras V et soldos VII ad grossos; et si fecerit ligam de
mezanis, quod ipsi debeant dare de prode ad minus nostro communi pro
centenario de marchis libras VII et soldos V ad grossos.

(85). Item observabo formam consilii infrascripti, currente anno
Domini millesimo CC septuagesimo octavo, die VIII intrantis octubris,
que talis est (4): Capta fuit pars in Maiori Consilio, quod aliquis
mercator non audeat vendere nec emere aut videre aurum a duobus unciis
superius, vel argentum a marca una superius in aliquo loco, salvo
inter pedem pontis et scalam Rivoalti, vel ad Sanctum Marcum, ad
incambium ad monetam. Et extimatores teneantur ponderare; et non
possit ponderari nisi ad tabulas extimatorum qui sunt (5) per Venecias
constituti (6) vel ad monetam, sub pena duorum soldorum pro libra.
Salvo quod quilibet mercator Veneciarum qui voluerit portare argentum,
vel mittere cum caravana, possit vendere vel emere in omni loco dictum
argentum, et facere forum. Salvo quod faciat ponderare ad dicta loca
constituta. Et dicti extimatores teneantur scribere totum argentum
quod ibi ponderabitur, et nomen emptoris et venditoris, et scribere
similiter omnes monetas de bulzono, et dare omni ebdomada in scriptis
illis qui sunt constituti super aurum et argentum. Salvo quod quilibet
peregrinus possit vendere et ponderare (7) in omni loco. Et si aliquis
peregrinus inveniretur faciendo fraudem, sit in potestate dominorum
suprascriptorum condempnandi vel absolvendi. Et hoc sit pro eo quod
commune Veneciarum portat de hoc magnum defectum de sua racione, quia
illi qui dicunt (8) argentum tenentur dare dacium communi, et
defrandant dacium. Et qui emunt et portant iliud extra terram
absconse, quod argentum portatur ita [quod mercatores habent inde
deffetum, et propter hoc] (9) mercatores invenient magis ad plenum et
melius forum. Et si aliquis ceciderit in dictam penam, illi constituti
super officium (10), debeant excutere dictam penam. Et si aliquis
fuerit rebellis solvendi dictam penam, debeant dare pro caduto in
duplum illis (11) dominis de nocte, qui teneantur exigore dictam penam
infra octo dies postquam habuerint ab ipsis officialibus in scriptis,
et habeant terciam partem dicte pene. Et si quis accusaverit, habeat
terciam partem, et alia tercia pars deveniat in commune; et ipsi (12)
officiales per suum sacramentum debeant habere eum vel eos in secreto
vel in credencia; et hoc ponatur in capitulari dominorum de nocte,
quod debeant excutere supradictas (13) penas secundum quod (14) dictum
est superius; ac eciam suprascripti officiales debeant hoc bannum
facere stridari in omni capite duorum mensium. Et hoc addatur in
capitulari dictorum extimatorum quod teneantur scribere et pesare
dictum argentum, et nomen emptoris et venditoris secundum quod est
dictum; et teneantur omni ebdomada dare in scriptis ipsis officialibus
quibus jungatur hoc in suo capitulari. Item quod (15) campsores
teneantur per sacramentum de hiis; et postquam hec pars fuerit capta
in Maiori (16) Consilio, dicti campsores (17) teneantur iurare domino
duci infra octo dies postquam (18) fuerit eis denunciatum, sub pena
librarum denariorum venecialium L pro quolibet de observare quod
dictum est superius; et dominus dux debeat facere tolli sacramentum
eisdem campsoribus. Item quod unus scribanus stare debeat ubi
proiectum fuerit, et habeat pro suo salario omni mense libras IIII ad
grossos; et teneantur scribere totum argentum quod proiectum fuerit,
et nomen emptoris et venditoris; que omnia teneantur (19) dare in
scriptis omni ebdomada dictis dominis constitutis super aurum et
argentum; qui scribanus eligatur in illo modo quo eliguntur illi de
camera auri. Item quod (20) scribanus massariorum monetarum (21) dare
teneatur in scriptis dictis officialibs totum argentum quod ibi fuerit
proiectum, et nomen emptoris et venditoris. Item non possit proicere
argentum nec proici facere aliquis in aliquo alio loco nisi ad monetam
et ad locum constitutum in Rivoalto sub pena librarum CC.

Anno Domini millesimo ducentesimo septuagesimo octavo, die XXII
decembris; capta fuit pars in Maiori Consilio quod monetarii qui
informant denarios parvos possint et debeant monetare denarios grossos
in die quando non laborabitur moneta parva secundum discretionem
massariorum; et si consilium est contra, sit revocatum quantum in hoc.

(86). Item observabo formam consilii capti currente anno Domini
millesimo CC.LXXX, die XXIIII aprilis, que talis est: Capta fuit pars
quod omnes officiales communis qui recipiunt pecuniam pro communi
Veneciarum teneantur scribere in suis quaternis sic a sex denariis
inferius omnes denarios quos recipiunt pro comuni sicut teneantur
scribere a sex denariis superius.

(87). Item observabo formam consilii infrascripti que tali est: Capta
fuit pars quod aurum et argentus quod venditur et emitur debeant
ponderari ad tabulam extimatorum Veneciarum et non alibi; verumtamen
dicti extimatores teneantur dare per scriptum quantum fuerit aurum et
argentum et monete predictis officialibus de quarantesimo, de Portu
Groario, Latisana, et aquilegiensis Liguencia, et de omni alia parte
Foroiulii quando pecierint, et eciam nomen empioris et venditoris, et
simile teneantur facere massarii monete.

(88). Item teneor dare de denariis nostris grossis omnibus qui
adduxerint nobis de denariis de Bresco, pondus per pondus.

(89). Item observabo formam consilii que talis est: Millesimo
CCLXXVIIII, indictione septima, die quarto decimo exeunte iunio. Capta
fuit pars in Maiori Consilio quod addatur in capitulari omnium
officialium qui recipiunt pecuniam pro communi, quod teneantur facere
racionem de omnibus denariis quos recipient quocumque modo veniant, et
de expensis similiter; et eciam teneantur omnes officiales conservare
quilibet per se suos quaternos sub clavibus et serraturis quando
recedunt ab officia; et fuit pars de XL.

(90). Item observabo formam consilii que talis est: anno Domini
millesimo CCLXXXII, indictione octava, die tercio intrantis octubris:
Capta fuit pars in Maiori Consilio quod iniungatur in capitulari
omnium officialium qui recipiunt pecuniam pro communi, quod ipsi
teneantur scribere in suis quaternis millesimo, mense et die, et
quantitatem pecunie, a quo vel a quibus recipiunt, et quare, et cui
dant, et quando intrant in officia; et debeant scribere die quo
intrant similiter in suis quaternis.

(91). Millesimo CCLXXXIIII, die XVII septembris. Capta fuit pars in
Maiori Consilio quod addatur in capitulari cancellariorum et aliorum
notariorum desuper palacio, quod teneantur iniunxisse in omnibus
capitularibus omnium officialium de Veneciis et suorum, quod non
possint recipere donum, vel presens, vel mutuum aliquo modo vel
ingenio ab aliqua persona que habeat facere coram eis pro suis
officiis; et teneantur domini accusare scribanos facientes contra, et
scribani officiales, advocatoribus communis; et hoc infra XV dies
postquam pars ista capta fuerit in Maiori Consilio, in pena C soldorum
pro quolibet; videlicet in illis capitularibus in quibus non est hec
addicio (22).

(92). Et quod addatur in capitulari omnium officialium qui recipiunt
pecuniam pro comuni, quod ipsi teneantur scribere de sua manu vel
facere scribi et dare in scriptis illis qui pressunt racionibus
recipiendis quantam pecuniam ipsi dant camerariis communis nostri; et
ipsi de super racionibus teneantur scribere in presencia ipsorum
dancium in libro dictam quantitatem; et ad minus unus de camerariis
communis sit presens quando ipsi scribent.

(93). Nos dux cum nostro consilio vobis nobilibus viris super monetam
constitutis dicendo mandamus: quod infrascriptum consilium in vestro
capitulari addi facere debeatis, cuius tenor tali est: Capta fuit
pars, quod omnes iudices palacii et officiales Rivoalti teneantur
scribere unus eorum ad ebdomada omnes dies quibus eorum scribani, tam
clerici quam laici, non venerint ad eorum officia ad campanam, ut
tenentur per eorum capitulari; et illi qui faciunt solvere suis
scribanis, quando debent facere eis solutionem debeant eis tantum
minus dare per ratam. Et illi qui non faciunt solutionem suis
scribanis, teneantur dare in scriptis camerariis communis de quanto
fefelerint eorum scribani; et addatur in capitulari camerariorum quod
teneantur eis tantum munus dare per ratam; et addatur in capitulari
iudicum et officialium qui faciunt solutionem nisi in sexto mense de
medio anno ut fit illis quibus fit solutio per cameram communis; et si
consilium est contra sit revocatum quantum in hoc.

(94). Die XXIII septembris capta fuit: addatur in capitulari omnium
officialium qui recipiunt pecuniam pro communi quod teneantur, cum
requisiti fuerint per camerarios communis quod ipsi eis dare debeant
denarios quos habebunt, et quod teneantur eis dare illo die vel
altero, quo requisiti fuerint, in pena duorum soldorum pro libra de
omnibus denariis quos habebunt et non dabunt eis ut dictum est; non
ostante aliquo capitulis (_sic_) suorum capitularium quod quantum in
hoc sit revocatum.

(95). Capta fuit pars inter XL cum domino duce et consiliariis: cum
contineatur in capitulari massariorum monete quod teneantur semper
habere XII paria superflua de ferris, ita dicatur et addatur in suo
capitulari XII para ferria intaglata in volta.

(96). Item quod teneantur visitare monetariis omni die quo
laborabitur, ad minus unus eorum, si ferra sunt bona; et si invenerit
aliquod deffetum, in ferris, debeant ipsum facere reconzare quam
cicius poterunt bona fide.

(97). Item quod aliquis monetarius non possit se cambirem (_sic_)
facere poni alium loco sui; et addatur in capitulari massariorun
monete et ponderatorum monete, quod teneantur nullum cambire nec
promittere alicui persone accipiendi aliquem monetarium loco alicuius
monetarii qui refutaret; et hoc dicitur quia fuerunt monetariorum pro
temporibus qui vendiderunt suam monetariam pro denariis; et si aliquis
inveniretur de cetero qui intraret pro denariis, sit extra moneta.

(98). Item quod in ipsa moneta non possit esse aliquis massarius qui
sit propinqus alicuius ponderatoris secundum formam consilii, nec
ponderator massarii; et hoc dicitur quia massarii sunt in sentenciam
ponderatorum.

(99). Ad hoc ut pecie refutate non possint reverti ad extimandum per
fraudem, addatur in capitulari massariorum quod teneantur signare vel
signare facere pecias refutatas ut possint cognosci.

(100). Millesimo CC. optuagesimo septimo, indictione prima, die sabati
XXXI novembris: Capta fuit pars in Maiori consilio: quod addatur in
capitulari massariorum monete, argenti, scilicet grossorum et
parvorum, quod de duabus millibus libris quas ipsi habent pro
faciendis dictis monetis, deputentur libre MCC pro moneta parva, et
libre DCCC pro moneta grossa; ei quod de cetero non possit extrahi
extra monetam nec de parvis nec de grossis aliquo modo vel ingenio,
nisi prius receperint solutionem de ea quantitate que voluerit trahi
foras. Item quod dicte libre MM debeant teneri in una capsela que
habeat tres claves; quarum clavium quilibet massariorum predictorum
habeat unam. Et illi duo massarii quorum fuerit quindena, possint
extrahere ipsas libras MM pro utilitate dicte monete, et ipsas in
capsellam reducere quociens fuerit opportunum, non extrahendo eas
extra monetam ut predictum est aliquo modo. Et in hoc tercius
massarius eis obedire teneatur, ita quod si non veniret ad socios
quociens vocaretur ab eis, perdat grossum I pro qualibet vice,
exceptis occasionibus specificatis; et si non posset venire pro
occasionibus specificatis, teneatur mittere clavem sociis sub dicta
pena. Et completa dicta quindena, teneantur dicti duo facere racionem
alii vel aliis qui intrabunt in dictam quindenam infra tercium diem
post completam quindenam de dictis denariis. Et si ille qui intrabit
in quindena voluerit recipere cisuras tam grossorum quam parvorum pro
illo precio quo alius massarius eas dare voluerit, teneatur ipse qui
eas dare vellet bullare eas statim cum sua bulla propria, et ponere
eas in dicta capsella. Et in prima quindena, que eidemmet postea
evenerit, teneatur dictas cisuras tollere el infundere. Item quod
dicti massarii teneantur dare de parvis cuilibet veneto qui eis parvos
pecierit non dando alicui ulira libras L de ipsis parvis pro quolibet
die (23).

(101). Addatur in capitulari massariorum monete auri ei argenti quod
ipsi teneantur solvere tam intaiatori quam fabro de suis salariis,
dando cuilibet eorum quartam partem sui salarii in principio anni, et
in capite trium mensium aliam quartam partem, et sic in quilibet
tribus mensibus usque ad finem cujuslibet anni; et si capitulare est
contra sit revocatum quantum in hoc.

(102). Item teneantur accipere penas tam intaiatori quam fabro
contemptas (_sic_) in suis capitularibus, si ipsi non observaverint
que continetur in eisdem capitularibus.

(103). Item si aliquis actinens alicui dictorum massariorum, secundum
formam consilii super hoc editi, habuerit facere coram eis pro suo
officio, ille massarius qui sibi pertinerit non possit stare ad illud
iudicium, loco cuius debeant esse ad iudicium discernendum
ponderatores auri, si fuerit super monetam auri, vel ponderatores
argenti, si fuerit factum super facto argenti, vel saltim unus ipsorum
ponderatorum.

(104). Item quod sicut dicti massarii tenentur venire in mane ad suum
officium antequam campanam officialium pulsare cesset, sic teneantur
venire post nonam ante quam campanam consiliariorum pulsari cesset, et
stare; et si dicta campanam consiliariorum non pulsaret, teneantur
venire bona fide consueta, et stare ut dictum est supra.

(105). Addatur in capitulari predictorum massariorum monete auri et
argenti: quod si carbones poterunt inveniri, teneantur semper emere
tantam quantitatem que possit sufficere dicte monete usque ad medium
annum ad minus, ita quod moneta sit semper varnita carbonibus pro
medio anno.

(106). Item quod quando massarius monete argenti voluerit proicere
argentum in virgas, que virge debuerint extrahi de Veneciis, teneantur
accipere secum unum de massariis monete auri ad minus, tam ad ligam
faciendam quam ad accipiendum sazum dictarum virgarum; et dicti
massarii auri teneantur esse cum eis per unum ad faciendum predicta
quando de hoc ab eis fuerint requisiti.

(107). Item quod si aliquis monetarius, ovrerius vel mendator non
fecerit bonam operam, dicti massarii teneantur dare eis ad laborandum
solummodo medietatem unius alius magistri donec ipse fecerit bonam
operam.

(108). Item quod dicti massarii teneantur dare tantum ferrum fabro,
quam erit sufficiens pro laborerio dicte monete.

(109). Item quod dicti massarii teneantur reddere raciones de
comdempnacionibus quas fecerint sicut de aliis rebus tenentur.

(110). Item quod massarii monete auri et argenti teneantur deputare
locum in quo verberentur argentum quod emerint ad monetam, ad hoc ut
homines non amitant terram.

(111). Item quod dicti massarii deinceps non accipiant monetarios, ad
informandum tam ducatos quam denarios grossos, habentes a XXV annis
supra.

(112). Item quod massarii monete argenti non possint amodo accipere
aliquod argentum factum in Veneciis, quod sit peius de denariis sex
pro marcha.

(113). Item omnes qui fuerunt massarii monete communis a X annis hinc
retro, teneantur suas raciones fecisse illis de supra racionibus et
illis tribus XL qui erunt deputati supra monetam, infra unum mensem
postquam inde fuerint requisiti, sub pena librarum L pro qualibet
vice, qua sibi preceptum fuerit, exceptis occasionibus exceptatis.

(114). Item quod pueri qui custodiunt et serviunt ad monetam argenti,
teneantur venire et stare ad monetam ad sonum campane secundum quod
massarii veniunt et tenentur, et plus si necesse fuerit, et eis
ordinatum fuerit pro utilitate communis. Item quod dicti pueri non
debeant exire extra monetam sine licenciam massariorum ante horas ad
quas tenetur stare massarius, ac ante horas sibi ordinatas a dictis
massariis, sub pena unius grossi pro qualibet vice qua contrafecerint;
et massarius teneatur exigere dictam penam. Item quod duo ipsorum
puerorum ad minus teneantur semper dormire in monetam, et inter
monetam intrare ante primam campanam, et inde non exire ante ortum
solis, sub pena duorum grossorum pro quolibet qualibet vice que fuerit
contrafactum: quam penam massarius cuius erit quindenam, et ille qui
eum associabit, exigere teneatur, scribendo et scribi faciendo per
eorum scribanum dies in quibus fallabitur et penas quas accipientur,
faciendo de ipsis penis racionem quando facient suas raciones illis
qui sunt super racionibus.

(115). Millesimo CCLXXXX, indicione quarta, die XXVIII mense
decembris. Capta fuit pars in Maiori Consilio, quod monetarii, quando
non laborant ad monetam, possint cum licencia massariorum monete alibi
laborare alias artes; si consilium est contra, sit revocatum quantum
in hoc.

(116). Millesimo CCLXXXXI, die XVI intrante aprili. Capta fuit pars
inter XL, quod massarii monete argenti possint facere soluciones
secundum consuetudinem de salario ponderatorum monete, intaiatori,
scribani, fabrorum, et puerorum monete, et emere ea que sunt oportuna
pro laborerio dicte monete; silicet carbones, crusolos, ferrum,
azales, patellas de rame, zaponos et retortas, canevazam pro sachis ad
sblancandum, bancas, claves et seraturas; et possint facere aptari
portas et balcones, et domum operariorum que nuper fuit combusta; et
hoc addatur in eorum capitulari; et raciones eorum debeant recipi tam
de preterito quam de futuro in istis expensis.

Die XXIIII Iunii, V indictionis. Ordinatum fuit per dominum ducem et
suum consilium minus, de XL, quod omnes officiales Veneciarum
astringantur et teneantur per sua capitularia omnes denarios grossos
de Brescoa et de Rassa, et aliam monetam factam ad similitudinem
nostre monete non batutam in Veneciis, que ad eorum tabulas et officia
pervenerit pro suo officio, teneantur incidere totam ultra per
traversum.

Millesimo CCLXXXXIII, sexte indictionis, die nono mensis maii. Capta
fuit pars in Maiori Consilio: quod sicut massarii monete auri tenentur
facere sazios virgarum argenti antequam permitant exire de cecha, ita
massarii monete argenti teneantur facere sazios virgarum auri antequam
permittant exire de cecha (24).

Millesimo CCLXXXXIII, sexte indicionis, die penultimo aprilis. Capta
fuit pars, quod addatur in capitulari massariorum monete auri et
argenti et ponderatorum, ac omnium officialium et laboratorum in
moneta, quod de cetero non possint, per se nec per alios, modo aliquo
vel ingenio, ab aliqua persona emere cineracia facta in dicta moneta,
nisi emerent ea pro nostro communi. Item quod nulla alia persona
possit nec debeat emere de cetero dicta cineracia, nisi extra dictam
monetam, sub pena soldorum C pro qualibet vice fuerit contrafactum. Et
iniungant illis de nocte quod debeant exigere dictam penam, et propter
hoc habeant tercium et tercium accusator, si per eius acusationem
veritas cognoscetur, et teneatur de credencia; et si consilium est
contra sit revocatum quantum in hoc.

Millesimo CCLXXXVIII. Capta fuit pars inter XL, quod addatur in
captulari intaiatoris monete, quod ad modo usque ad medium annum
teneatur fecisse tot ferra intaiata que sufficiant omnibus monetariis;
et insuper paria de superfluo; que paria XII permanere debeant in
volta monete ubi manet argentum, sicut continetur in capitulari
massariorum; et quot accipient de dictis XII pariis tot teneatur
facere dictus intaiator, ita quod semper sint in dicta volta paria XII
superflua: et massarii monete semper, quando intrabunt in quindenam,
teneantur inquirere si dicta paria XII erunt in dicta volta; et si ea
non invenerint, teneantur dicere intaiatori quod debeat facere tot
quot defecerint; et dictus intaiator teneatur ea fecisse infra dies
XXX postquam sibi dictum fuerit sub pena soldorum duorum grossorum pro
quolibet pari; et massarii teneantur excutere dictam penam. Et si per
defectum fabri dictus intaiator non poterit adimplere quod dictum est,
faber amitat soldos XX pro quolibet pari, et massarii teneantur
exigere ipsam penam.

Millesimo CCLXXXXIIII, mense junii. die penultimo. Capta fuit pars:
quod omnes qui habent denarios grossos de Brescoa vel de Rassa
teneantur eos portare ad cecam infra dies quindecim postquam hoc
fuerit stridatum, et massarii teneantur eos accipere pro libris XI et
soldis V marcham. Item teneantur dicti massarii scribere tam prode
quam dampnum quod habebunt de ipsis denariis; et omni quindena debeant
dare in scriptis domino duci et consiliariis, et capitibus de XL,
prode vel dampnum quod inde habebunt. Et similiter teneantur omni
quindena facere sazum de dictis grossis, ut possit cognosci bonitas
ipsorum. Et a predictis XV diebus in antea nullus venetus vel forensis
in districtu Veneciarum, hoc est a Grado ad Caput Aggeris, audeat
accipere vel dare dictos grossos nisi pro XXVIII denariis quemlibet
grossum. Item a predictis XV diebus in antea quicumque habuerit de
predictis grossis pro XXVIII denariis unum teneantur eos portare ad
cecham ex tunc usque ad dies VIII, et dare eos massariis; et massarii
teneantur eos accipere pro libris XI et soldi V marcham. Et quicumque
fecerit contra predicta vel aliquod predictorum, perdat IIII denarios
parvos pro quolibet grosso. Et qui accusaverit contrafacientes habeat
tercium, si per eius accusacionem veritas scietur, et teneatur de
credencia; et addatur in capitulari dominorum de nocte quod debeant
exigere dictam penam et propter hoc habeant tercium, et reliquum
tercium sit communis. Et hoc debeat stridari in Sancto Marco et in
Rivoalto, et ubicumque videbitur domino duci et suo consilio et
capitibus; et si consilium est contra sit revocatum quantum in hoc
(25).

Millesimo CCLXXXXV, die ultimo marcii. Capta fuit pars inter XL, quod
frater Franciscus, qui olim fuit ad officium monete, et quia stetit
ultra terminum extra terram fuit extra officium, quod ipse esse debeat
in dicto officio; et si consilium est contra sit revocatum quantum in
hoc.

Millesimo CCLXXXXV, die XXVII mensis aprilis, VIII indictionis. Capta
fuit pars in Maiori Consilio: quod addatur in capitulari massariorum
monete quod de toto argento et monetis quod portabitur eis, et quod
ipsi ement, tam pro monetando quam pro prohiciendo in virgis,
teneantur accipere soldos XXVIII pro centenario librarum; salvo si
illi, quorum erit, ostendent quod ipsi satisfecerint dictis soldis
XXVIII pro centenario locis deputatis, videlicet fontico teotonicorum,
vel tabule ternarie, vel tabule lombardorum, vel tabule maris.

Millesimo CCLXXXXV, indictione VIII, die VI mense madii. Capta fuit
pars inter XL, quod Benesutus nepos Marini Alberto sit monetator ad
nostram cecham cum condicionibus cum quibus sunt alii monetatores, si
ipse est bonus et sufficiens.

Millesimo CCLXXXXVI, mense madii, die XVIII intrante. Capta fuit pars
inter XL, quod Andreas Fusculo, qui essendo ad postam Lugnani fecit
iuxta preceptum domini ducis quoddam bonum servicium communi, sit
stampator ad monetam, si aliquis deest; alioquin sit primum vacantem;
et si consilium est contra sit revocatum quantum in hoc.

Millesimo CCLXXXXVI, die XXX madii, none indicionis. Cum per consilium
foret ordinatum quod de argento solverent (_sic_) soldos III pro
dacio, de quo nostrum commune magnum dampnum huc usque recepit. Capta
fuit pars, quod non solvant de ipso dicti tres soldi, sed reducatur ad
illum statum in quo erat ante ipsum consilium; et si consilium est
contra sit revocatum quantum in hoc.

Millesimo CCLXXXXVIII, die XI octubris. Capta fuit pars inter XL, quod
Michael Tervisanus massarius monete argenti debeat esse ad officium
monete auri loco Petri Nichola donec providebitur de alio massario
eligendo; et reliqui duo massarii monete argenti teneantur facere
officium suum sicut nunc faciunt; et non intelligatur pro hoc quod
dictus Michael habeat aliud salarium quam modo habet; et si consilium
est contra sit revocatum.

Quod intaiator monete non possit recedere de terra sine licencia
massariorum, et massarii non possint sibi dare licenciam exeundi de
terra ultra octo dies; et si ipse exibit de terra cum licencia, et
steterit ultra licentiam sibi datam, perdat salarium in duplum pro
quolibet die qua steterit plus. Et si iverit sine licenciam, perdat
soldi II grossorum pro quolibet die quo steterit foras; et hec addatur
in capitulari massariorum intaiatorum monete.

Quod sicut factum argenti et auri est comissum illis de super
racionibus de foris, sic de cetero factum argenti comitatur massariis
monete argenti et suis ponderatoribus; et factum auri comitatur
massariis monete auri et suis ponderatoribus. Et sicut extimatores
auri tenebantur dare in scriptis aurum et argentum illis de super
racionibus, sic de cetero teneantur dare in scriptis aurum massariis
monete auri, et argentum massariis monete argenti. Et predicti
massarii monete argenti cum suis ponderatoribus teneantur omni mense
inquirere racionem illorum qui emerint aurum et argentum, silicet
massarii auri ad aurum, et massarii argenti argentum, et scire si
datum erit ad monetam vel quid inde factum erit. Et eciam si aliquis
dedisset aurum vel argentum quod non esset ponderatum ab ipsi
estimatoribns, et in locis constitutis; et teneantur eciam inquirere
unde venerit et unde habuerit ipsum aurum et argentum; et quodlibet
aurum et argentum quod intrabit in Veneciis; et possint ponere
personas ad sacramentum, et imponere penam et penas, sicut sibi
videbitur pro predictis inquirendis et examinandis. Quicumque fecerit
contra predictam vel aliquod predictorum cadat in penam soldorum II
pro libra quociens contrafecerint. Et qui accusaverit contrafacientes
habeat quartum, si per eius accusacionem veritas cognoscetur, et
teneatur de credencia, et aliud quartum sit predictorum massariorum et
ponderatorum, et residuum sit communis. Et hec omnia addantur in
capitularibus predictorum massariorum et ponderatorum et extimatorum,
et iniungantur in capitulari dominorum de nocte, quod debeant exigere
dictas penas et habeant inde talem partem quale habeant de aliis penis
quas excuciunt.

Ego Iohannes Nicholaus Rubeus manu mea subscripsi.

Ego Nicholaus Zinano manu mea subacripsi.

Ego Daniel Chocho manu mea subscripsi.

Ego Nicholaus Delfino manu mea subscripsi.

Ego Franzischus Contareno manu mea subscripsi.

(_S. T._) Ego Iohannes Vido notarius curie istud capitulare monete
argenti de mandato suprascriptorum dominorum ad hec costitutorum
cancellavi in MCCCLXXVI, die XXV septembris. Quia per dictos dominos
vel maiorem partem ipsorum dictum capitulare reformatum est, et in
alio volumine reductum ex autoritate et arbitrio eis attributis a
maiori consilio.

(Archivio di Stato in Venezia. Miscellanea Codici, numero 133, carte
93-102 tergo).



DOCUMENTO V.

(Lorenzo Tiepolo, nota 3).

Offitialibus super auro cocto et argento.

_Millesimo ducentesimo. LXVIIII, indictione XIII, die VIII intrantis_
_decembris_.

Capta fuit pars quod eligantur duo utiles homines super facto auri et
argenti cocti, quod coquitur et quod percutitur, qui sciant cognoscere
aurum et argentum; et eligantur sicut eliguntur alii offitiales; qui
debeant accipere unam stationem in Rivoalto ad fictum, ubi eis
videbitur, ad quam stationem ire teneantur omni die, exceptis, festis
et occasionibus aliis offitialibus exceptatis, ante quam campana
offitialium cesset pulsari, et stare usque ad terciam, et post nonam
usque ad vesperas, et plus si necesse fuerit; qui etiam teneantur
observare ordinamenta que eis dabuntur per Iustitiarios, et habeant
pro suo sallario libras LXV in anno pro quolibet; et accipere debeant
unum scribanum laycum, qui sit cum eis in offitio, cui dare debeant
pro sallario tres libras in mense, et minus si eis videbitur. Et
stridetur quod nullus audeat facere aurum coctum sine licentia
dominorum qui preerunt isti offitio, in pena librarum XXX et soldorum
XII ÷, et plus ad voluntatem eorum. Et ponatur in eorum capitulari,
quod omnibus illis quibus dabunt licentiam faciendi aurum coctum
accipere sacramentum et plezariam de libris D, quod aurum quod faciet
coctum sit de karatis XXIII ÷ vel inde supra, in pena librarum XXX et
soldorum XII ÷, et plus ad voluntatem dominorum. Et quod totum aurum
quod coquetur et argentum quod finabitur pro isto opere faciendo,
debeant coqui et finari ad istam stationem; et si ement argentum
finum, quod portent ipsum ad ipsos dominos ut videant si erit finum,
et hoc in pena librarum XXX et soldorum XII ÷ et plus ad voluntatem
eorum. Et teneantur ipsi domini inquirere si erit ita finum duabus
vicibus in mense, et facere ipsum extimari per extimatores communis,
et si aliquod invenerint non esse de karatis XXIII ÷ vel plus,
accipiant illi cui dederint licentiam faciendi libras XXX et soldos
XII ÷, et plus ad voluntatem eorum. Et faciant sibi fieri rationem
omni mense quid fecerint de isto auro cocto illi qui faciunt ipsum
coctum. Item totum aurum quod dabunt pro facere aurum coctum scribatur
in uno quaterno per se, et nomen et supranomen illius cui dabunt
licentiam faciendi ipsum coctum, et quantum ponderabit, et de quot
karatis erit. Et teneatur ille cui dabitur aurum ad coquendum ducere
quando erit finum ad illos dominos, et ipsi videbunt si erit tantum
quantum debebit esse per rationem; et si erit tantum ut debebit,
scribent ipsi domini: talis homo habet tantum aurum coctum; et
precipient ei, in pena soldorum V pro libra, quod non vendet ipsum
alicui a duabus unziis supra, si ante illos dominos non conducet
emptorem; et ipsi examinabunt emptorem quid ipse vellit de eo facere;
et ipsi dabunt ei postea licentiam emendi si eis videbitur; et facient
scribi in quaterno auri cocti: talis homo emit tantum aurum coctum a
tali homine. De argento vero ipsi domini accipiant sacramentum et
plezariam librarum D illis qui faciunt ipsum batere, quod non facient
batere argentum minus finum de denario grosso, et facient ipsum
indaurari de ita fino auro ut dictum est supra, in pena librarum XXX,
soldorum XII ÷, et plus ad voluntatem eorum. Item illis qui batunt et
illis qui indaurant accipiant sacramentum et precipiant eis, in pena
librarum X, quod non batent argentum nec indaurent cum auro minus fino
de eo quod dictum est supra. Et si sciunt quod indauretur vel batetur,
debeant manifestare dominis quam cicius poterunt. Item teneantur
domini ire ad inquirendum argentum et aurum bis in mense, et facere
extimari extimatores; et si non invenietur ita finum ut dictum est
supra, accipiant libras XXX soldos XII ÷ et plus ad voluntatem eorum.
Et quod illi qui batunt argentum debeant mittere unum sazum et quartam
auri fini pro marcha argenti. Et quod aurum batutum dare debeant pro
tali pretio quali hodie dant. Et quod illi qui faciunt batere argentum
debeant solvere communi soldos V pro marcha de toto argento quod
facient batere pro expensis opportunis in isto officio. Salvo quod si
de illo argento folliaretur vel incideretur de latere quod illud
ducant ad cameram et scribatur. Et si voluerint ipsum gitare, quod
nichil solvant de eo; et illi qui erunt super isto offitio recipiant
istos denarios et faciant expensas necessarias pro suo officio, et
faciant rationem de intrata et exuta, ut faciunt alii officiales. Et
habeant libertatem imponendi penam et penas ad inquirendum quod
spectabit ad offitium suum, et etiam ponere personam et personas ad
sacramentum pro suo offitio; et penam et penas quas imposuerint domini
de nocte excutere teneantur ab illis qui ceciderint in easdem; et
habeant ipsi domini quartum pene, et tres partes deveniant in commune.
Capte fueriunt die V intrantis decembris.

(Archivio di Stato in Venezia. -- Maggior Consiglio, registro _Commune_
II, carte 140; e Avogaria del Comun, Delib. del M. C., _Bifrons_,
carte 60 tergo).

DOCUMENTO VI.

(Lorenzo Tiepolo, nota 4).

De Duobus Massariis ad ponderandum aurum.

_Millesimo ducentesimo LXXIII, indictione II, die XIIII intrantis_
_novembris_.

Fuit capta pars inter XX constitutos super mercancia, quod tollantur
duo massarii qui sciant scribere et bene ponderare super statione
auri; qui habeant pro suo sallario soldos denariorum venecialium
grossorum L pro quolibet in anno, et cum illo capitulari quod
videbitur XX predictis. Et habeant ipsi duo massarii bonas bellanzas
et bona pondera, et debeant scribere et ponderare totum aurum quod
intraverit et exiverit de dicta statione. Item tollantur etiam
similiter duo proiectores qui debeant prohicere seu effundere aurum,
qui habeant pro suo sallario soldos denariorum venecialium grossorum
XL pro quolibet in anno, cum illo capitulari quod videbitur predictis
XX; et si aliquod consilium fuerit contra hoc, revocetur quantum in
hoc. Item quod quilibet massarius et proiector auri qui fuerit electus
super statione auri det plezariam de libris D, et qui fuerint plezii
sint proprii debitores et paccatores, et qui non dederit plezariam non
sit in officio.

(Archivio di Stato in Venezia. -- Avogaria del Comun. Deliberazioni del
Maggior Consiglio, _Bifrons_, carte 62 tergo).

DOCUMENTO VII.

(Giovanni Dandolo, nota 5).

_MCCLXXXV, Indictione XIII, die secundo Junii_.

Quod _Ducatus aureus_ debeat currere in Venetiis et ejus districtu pro
soldis XL ad grossos, et omnis persona, tam veneta quam forensis,
debeat ipsum ducatum auri pro suo pagamento accipere pro soldis XL ad
grossos sub ea pena et banno que vel quod videbitur domino Duci; et ab
omnibus, tam venetis quam forensibus, qui voluerint dare aurum finum
ad probam Communis, massarii dicte monete auri teneantur ipsum
accipere, et dare ipsis uenditoribus libras centum triginta unam pro
marcha; et sit in discretione dictorum massariorum facere pagamentum
dicto venditori vel venditoribus aut de denariis auri supradictis, aut
de denariis grossorum argenti. Et istam libertatem damus massariis ad
hoc ut aurum non montet ad encantum. Et ab omnibus tam venetis quam
forensibus, qui voluerint dare aurum massariis supradictis pro libris
V et soldis VIII, caratum, ipsi massarij teneantur ipsum accipere pro
ipso precio, videlicet pro illa estimatione et pondere cum quo ipsum
emerint ad encantum Rivoalti. Excepto quod si predicti emptores ipsum
aurum posuissent vel poni fecissent ad ignem, dicti massarij illud
aurum non teneantur emere amplius ullo modo, nisi primo ipsum aurum
affinarent ad probam communis. Et ipsis pacamentum facere debeant ut
dictum est supra. Preterea si aliquis venetus voluerit dare aurum
finum supradictis massariis ad probam communis, et ipsum aurum ipse
voluerit portare in Apuliam aut extra Culfum, iurando etiam quod ita
sit rei veritas, dicti massarij teneantur ipsum aurum accipere et
ipsum aurum reducere in ducatos, et ipsi massarij debeant accipere ab
illa persona cuius fuerit aurum ipsum pro laboratura et expensis
denarios grossos V argenti pro marcha. Et hoc Capitulum intelligatur a
kalendis Junii usque ad recessum caravane. Et ad hoc quod ipsi
massarij valeant bene satisfacere ad plenum pacamentum forinsecorum,
habere debeant sufficiens capitale a communi, videlicet libras VIII
millia ad grossos.

(Archivio di Stato. -- Maggior Consiglio, registro _Luna_, carte 62
tergo).

DOCUMENTO VIII.

(Giovanni Dandolo, nota 22).

_MCCLXVIII, die XII februarii, in M. C_.

Capta fuit, pars quod Comites Jadre qui electi fuerint, et qui de
cetero eligentur, et etiam consiliarii, debeant recipere eorum
solutionem de eorum salario sicut fit solutio in Venetiis, videlicet
soldos XX denariorum grossorum minus uno grosso pro libris XXVI et non
aliter.

Item, quod nulla pignora que pertineant communi Jadre debeant recipi
per Comitem vel per aliquem de sua familia, sed omnia veniant in
manibus camerariorum vel procuratorum Jadre. Et si receperint, quod
ipsa die qua receperint dare debeant in manibus camerariorum
predictorum, vel dari facere teneantur.

(Maggior Consiglio, registro _Commune II_, carte 184; e _Libro d'oro_,
carte 78 tergo.)

DOCUMENTO IX.

(Giovanni Dandolo, nota 26).

_(1283). Die XXVII septembris_.

Capta fuit pars quod massarii monete qui nunc sunt, et etiam illi qui
de cetero eligentur, teneantur facere cudi vel fieri monetam grossam
et parvam ad voluntatem domini ducis et sui consilii. Et si consilium
est contra sit rovocatum quantum in hoc.

(Maggior Consiglio, registro _Luna_, carte 26.)

DOCUMENTO X.

(Giovanni Dandolo, nota 27).

_(1288). Die XIIII decembris_.

Capta fuit pars, quod illud quod fiet per dominum ducem et
consiliariis in Consilio de XL super facto monete, tam de corrigere
capitularia quam de omnibus aliis, sit firmum sicut si factum foret
per Maius Consilium.

(Maggior Consiglio, registro _Zaneta_, carte 54 tergo.)

DOCUMENTO XI.

(Giovanni Dandolo, nota 28).

_MCCLXXXVII, die XXI augusti_.

Capta fuit pars, quod electio massariorum monete auri et alterius
monete, et extimatorum auri possit fieri per dominum ducem et
consiliarios et XL, sicut videbitur, et cum illo salario quod
videbitur; et iliud quod per eos factum fuerit (sit) sicut si factum
foret per Maius Consilium.

(Maggior Consiglio, registro _Commune II_, carte 86.)

DOCUMENTO XII.

(Giovanni Soranzo, nota 14).

_1327, die XV novembris_.

Cum negocium auri sit commissum plene Consilio de XL, et nunc appareat
necessarium aliqua provideri pro bono communis et officii auri, que
satis creduntur posse fieri per Consilium XL; sed ut omnia clare
procedant: Capta fuit pars, quod omnia et singula quod (_sic_, que?)
nunc et alias fient in Consilio de XL super facto auri et officio
ipsius, et de numero officialium, et ordinibus et aliis pertinentibus
dicto officio, sint firma ac si facta forent per Maius Consilium, et
de expendere, et de revocare consilia, et omnibus aliis.

Et insuper, cum compleat nunc officium grossorum tonsorum, et videatur
melius ipsum coniungere officio auri, quod Consilium predictum de XL
habeat etiam libertatem faciendi super inde quod sibi videbitur.

(Maggior Consiglio, registro _Spiritus_, carte 25.)

DOCUMENTO XIII.

(Francesco Dandolo, nota 3).

_1331, die XVIII mensis Julij_.

Quod facta argenti et monetarum, que solita sunt fieri in Consilio de
XL, quia specialiter necessarium est provideri de facto argenti,
possint eciam fieri cum Consilio de Rogatis et XL, sicut et quando
videbitur melius. Et totum quod fiet in ipso Consilio Rogatorum et XL
sit firmum sicut factum esset per istud consiliuin etc., non obstante
quod aliquid esset iam inceptum in Consilio de XL.

(Maggior Consiglio, registro _Spiritus_, carte 51.)

DOCUMENTO XIV.

(Andrea Contarini, nota 4).

_1369, Indictione octava, die decimo nono decembris_.

_Capta in Rogatis et Additione_.

Soldini novi.

Capta. -- Quod in bona gratia, pro ubertate et bono terre nostre et
totius communitatis Venetiarum, et ut sit copia monetarum, quibus
terra nostra multum eget; ordinetur quod de cetero de quinto argenti
quod ponitur in cecha Venetiarum, et de quo fiunt soldini, qui vadunt
pro marca soldos XIII cum dimidio, et commune dat soldos XI, denarios
tres grossorum; In Christi nomine fiant soldini, qui vadant soldos XIV
cum dimidio pro marca; et de dictis soldinis dentur illis qui ponunt
quintum in cecha soldos XII, denarios tres grossorum pro marcha. Et ut
isti soldini novi cognoscantur, ordinetur quod stampa fiat sicut
videbitur domino, consiliariis, capitibus et sapientibus vel maiori
parti; declarando quod si ibunt, ab uno soldo vel uno cum dimidio pro
marca, vel plus vel minus forent, habeantur ad pondus debitum et
ordinem supradictum.

Et quia dicta provisio sola non est sufficiens ad dandum nobis
ubertatem, ordinetur in bona gratia quod quilibet teneatur argentum
quod conducet presentare secundum usum, sed pro bono communitatis
nostre nulla examinatio fiat alicui, cuiuscumque conditionis existat,
de argento quod fuerit presentatum, videlicet unde habitum fuerit
argentum nec aliter ullo modo, sicut antiquitus servabatur. Quintum
vero ponatur in cecha secundum usum (26).

(Senato, _Misti_, registro 38, carte 43.)

DOCUMENTO XV.

(Andrea Contarini, nota 6).

_MCCCLXXV, die XXVII decembris_.

Capta de XL:

Ser Gilbertus Dandulo.

Ser Donatus Delphyno.

Ser Petrus Bolani.

Capta. -- Cum maxima confusio sit in commissionibus rectorum nostrorum,
et in capitularibus officialium nostrorum intus et extra, et in libris
consiliorum nostrorum, occasione partium que quotidie capiuntur in
consiliis de revocando et corrigendo preterita; que confusiones in
tantum multiplicaverunt quod inducunt maximam obscuritatem, ita quod
rectores, judices et officiales nostri nesciunt ad quod se tenere
debeant; super quibus, pro vitando confusiones et redducendo
commissiones rectorum nostrorum, et capitularia officiorum nostrorum
et alia consilia nostra sub brevitate et bono ordine, est omnino
providendum, et terra semper fuerit solita providere super hoc, licet
a bono tempore citra non fuerit provisum, in elligendo sapientes ad
correctionem consiliorum;

Vadit pars, pro bono istius utilis operis, quod elligantur in Maiori
Consilio V Sapientes, qui incipiant et debeant examinare primo omnes
Commissiones rectorum nostrorum, et postea Capitularia officiorum
nostrorum intus et extra. Et omnia et singula consilia et partes
captas in nostris consiliis. Et ubi invenient aliqua consilia expirata
et nullius efficatie vel valoris, habeant libertatem per maiorem
partem eorum fatiendi ipsa cancelari tam de commissionibus rectorum
nostrorum, quam in capitularibus officiorum nostrorum, et de aliis
libris nostris, sicut alias solitum est fieri in simili casu. Verum si
videretur ipsis Sapientibus vel alicui eorum de addendo, minuendo,
corrigendo vel mutando aliquid in aliquibus commissionibus rectorum
nostrum, tam de salariis, familia, quam aliter, vel in capitularibus,
vel in aliquibus aliis consiliis et ordinibus nostris, tunc debeant
facere notari suum consilium et oppinionem, et venire ad Consilium
Rogatorum et Addictionis, et fiet sicut videbitur. Et quilibet possit
ponere partem. Et id quod captum fuerit in Rogatis et Zonta sit firmum
sicut si per Maius Consilium captum foret. Et consiliarii teneantur
eis dare consilium ad suam requisitionem quandocumque requisiverint,
sub pena librarum X pro quolibet eorum. Et vocetur omni vice consilium
ad suam petitionem sub pena sol. C pro quolibet de ipso consilio. Ed
debeant isti Sapientes omni die de mane esse insimul in aliqua camera
pallacii sub pena sol. X pro quolibet non veniente. Et notarius qui
eis deputabitur teneatur per Sacramentum apunctare illos qui non
venient ad campanas ut dictum est, et mittere illos pro cadutis
Advocatoribus communis, qui exigant penas habendo partem ut de aliis
sui officii. Et si aliquis ex dictis Sapientibus quoquo modo
deficeret, elligatur alius vel alii loco eius. Et nichilominus
remanentes interim procedant in factis predictis per tres eorum ad
minus in concordia. Et non possint refutare sub pena librarum C. pro
quolibet eorum.

Et elligantur dicti Sapientes per duas manus ellectionum in Maiori
Consilio, et unam per scrutinium inter dominum, consiliarios et
capita. Et respondeant die qua elligentur vel altera per diem; et sint
per unum annum, habendo ducatos X pro quolibet in mense ut adimpleatur
intentio terre. In fine quorum per unum mensem ante provideatur per
ducale dominium ut videbitur melius, vel de elligendo sapientes de
novo, vel de ellongando eis terminum sicut utilius videbitur pro bono
terre. Et si consilium etc. De parte 420; -- de non 43; -- non sinceri
17.

Item fuit dicta pars primo capta in XL, ubi fuerunt

de parte 35; -- de non 3; -- non sinc. 0.

Electi Sapientes primo:

Ser Johannes Nicolaus Rubeo.

Ser Johannes Bembo ser Marci.

Ser Andreas Gradonicho.

Ser Daniel Cornario et

Ser Bernardus bragadino.

et sucessive de aliis.

(Maggior Consiglio, registro _Novella_, carte 155; e _Saturno_, carte
98.)

DOCUMENTO XVI.

(Andrea Contarini, nota 8).

_MCCCLXXVIIII, die IIII maij_.

Cum moneta argenti que exit de cecha nostra pro quinto vadat soldi
quatuordecim denarii sex grossorum pro marcha;

Vadit pars, quod dicta moneta decetero ire debeat soldi quindecim
grossorum pro marcha, declarando quod si dicta moneta ibit ab uno
soldo, vel ab uno usque duos parvorum pro marcha, plus vel minus
forent, habeatur quod sit ad pondus debitum et ordinem soprascriptum;
faciendo dictam monetam medietatem de soldinis, et alteram medietatem
de grossis, sub forma et stampa qua erant nostri grossi veteres. Qui
vero grossi esse debeant ponderis soldorum quatuor, et eiusdem fineze.
Et currere debeant ad dictum precium soldorum quatuor. Et soldini
predicti pro parvis duodecim pro quolibet, faciendo dictis monetis,
tam grosse quam minute, aliquod contrasignum de una stelleta, vel
aliter, sicut videbitur domino, consiliariis, capitibus et sapientibus
guerre, et sapientibus monetarum, vel maiori parti eorum. Et predicte
monete debeant currere in Veneciis et in omnibus terris et locis
subditis communi Veneciarum, nec refutari possint per aliquem.

Et cuilibet ponenti argentum in cecha pro quinto dentur soldi duodecim
et denarii tres grossorum pro marcha de supradicta moneta, sicut
fiebat, observando illos ordines et modos qui observantur ad presens.
Verum quia posset videri necessarium habere plures monetas de una
sorte quam de altera, remaneat in libertate domini, consiliariorum et
capitum, aut maioris partis eorum, de faciendo fieri de predicta
moneta grossa et minuta in maiori et pauciori quantitate, aut de una
sorte sola prout eis videbitur pro bono terre.

(De parte) 60, de non 17, non sinceri 25.

(Senato, _Misti_, registro 36, carte 75 tergo.)

DOCUMENTO XVII.

(Antonio Venier, nota 14).

_MCCCLXXXXIIII, die IIII Junii_.

Capta.

Quod pro utilitate et bono civitatis et comodo mercatorum, et ut
moneta aurea hic remaneat, et non extrahatur nisi in quam minori
quantitate fieri potest; Vadit pars quod grossi de cecha qui de cetero
cudentur in cecha nostra, sicut fuit intentio terre quando provisum
fuit de soldinis, reducantur ad scandaium, pondus, modum, regulam et
ordinem soldinorum in omnibus et per omnia; sed debeat responderi
pondus pro pondere, non valentes pauciores grossis CXXVI 1/2, nec
plures CXXVII 1/2 pro marcha, solventibus mercatoribus officialibus
ceche omnes expensas et callum. Intelligendo et declarando quod
expense et callum sint in totum soldi VIIII parvorum pro marcha, sicut
esse debent, prout inferius particulariter est notatum. De diversitate
vero stampe remaneat ad examinationem et deliberationem Collegii
domini, consiliariorum, capitum, sapientum et provisorum communis vel
maioris partis.

Callum et expense sunt iste:

Primo pro callo soldi 2, parvuli 2

pro operariis soldi 3, parvuli -

pro mendatoribus soldi 1, parvuli -

pro stampitoribus soldi 1, parvuli 4

pro fonditoribus soldi 0, parvuli 2

Duobus gastaldionibus soldi 0, parvuli 4

Officialibus, sive massariis

et ponderatoribus soldi 0, parvuli 4

Pro gurzolis et carbonibus soldi 0, parvulis 8

pro marcha in monetis.

(Senato, _Misti_, registro 43, carte 10.)

DOCUMENTO XVIII.

(Michele Steno, nota 2).

_1407 die decimo maij_.

Sapientes super mercationes. -- Capta.

Cum ab uno tempore citra argentum quod totum solebat conduci Venetias
ceperit aliam viam, nec conducatur ut conducebatur per elapsum, et hoc
est quia argentum non navigatur, ad presens, ad partes Levantis, prout
navigari solebat, quoniam tota Syria vult ducatos auri et non
argentum; et propter hoc deficiunt emptores argenti in tali manerie
quod non habet precium aliquod racionabile; et hac de causa argentum
predictum, sicut dictum est, sumpserit aliam viam, in maximum damnum
terre nostre et mercationis argenti. Et super omnia sit providendum
quod mercantia argenti revertatur et fiat Venetiis, ut fieri solebat
per elapsum; Vadit pars, quod totum argentum quod deinceps conducetur
Venetias teneatur ad quintum, ut tenetur ad presens, cum ista
conditione, quod quelibet persona, tam terrigena quam forensis
cuiuscumque conditionis existat, que portabit argentum franchum,
videlicet bullatum bulla sancti Marci, ad zecham nostram, habere
debeat pro qualibet marcha argenti de bulla quam ponet in zecha,
pondus pro pondere, habendo solutionem suam de moneta grossorum qui
debeant cuniari ex argento quod ponet in zecha, solvendo nostrum
commune facturam grossorum predictorum. Et si aliquis ex argento
predicto quod ponet in zecha volet monetam minutam, videlicet soldos,
habere debeat ut dictum est pondus pro pondere, solvendo dictum
mercatorem id plus facture quod solvitur de soldis quam de grossis,
ita quod commune nostrum pro dictis soldis solvat solum quantum est
factura grossorurn; declarando quod nostri officiales zeche faciant
ire monetam grossorum et soldorum centumtrigintasex manus (_sic_) pro
marcha, ut vadunt ad presens, adherendo semper dicto ponderi quantum
plus poterunt. Et pro dando causam omnibus quod conducant argentum
Venetias, ordinetur et ex nunc captum sit, quod quelibet persona,
cuiuscumque conditionis existat, tam terrigena quam forensis, possit
extrahere omni tempore argentum bulle de Venetiis per viam terre ad
beneplacitum suum, cum hac conditione, quod de quibuslibet quatuor
marchis quas extrahere voluerit, ut dictum est, teneatur ponere
marcham unam in zecha, habendo a nostra zecha, pondus pro pondere, de
grossis sive soldis qui cuniabuntur ex suo argento, solvendo nostro
communi pro dictis grossis sive soldis quantum est factura grossorum
ut dictum est supra; et sit in libertate sua de accipiendo soldos vel
grossos ad beneplacitum suum. Et ut commune nostrum non defraudetur,
teneantur omnes qui volent estrahere argentum per viam terre, prout
dictum est, de accipiendo bulletam ab officialibus nostris de grossis
tonsis, qui debeant tenere computum cum omnibus qui volent extrahere
argentum per viam terre, et mittere illos in nota officialibus nostris
monethe, ut sciant se intelligere de quantitate argenti que debebit
poni in zecha de ista ratione. Et habeant termninum trium dierum, illi
qui extrahent argentum per viam terre, postquam fecerint bulletam,
posuisse in zecha id quod ponere debent; et preterito dicto termino
trium dierum, si non posuerint in zecha id quod ponere habent, cadant
ad penam quarti, et nihilominus teneantur ponere dictum argentum in
zecha prout dictum est. Et pena predicta dividatur ut dividuntur alie
pene officii monethe. Et si quis invenietur qui extrahat argentum sine
bulleta, sit dictum argentum totaliter perditum et habeatur pro
contrabanno, et dividatur ut dividuntur ad presens omnia alia
contrabanna que inveniuntur. Et quando nostri officiales de grossis
tonsis facient bulletam de argento extrahendo, accipiant bonam
plezariam de argento ponendo in zecha, ut commune nostrum non
fraudetur. Ceterum ordinetur per viam maris, quod quilibet forensis
possit extrahere argentum bulle per mare pro Ponente solum quo
forenses possunt navigare, ponendo in zecha, prout dictum est supra de
illis qui extrahent argentum per viam terre, accipiendo etiam bulletam
sicut dictum est supra. Veneti vero possint extrahere argentum per
viam maris pro Ponente et pro Levante sine bulleta et sine ponere
aliquid in zecha, ut possunt ad presens et sicut poterant antequam hec
pars foret capta. Et si aliquis venetus extraheret per viam maris
argentum in nomine veneti, et dictum argentum in parte vel toto esset
forensis, cadat ad penam sicut si tanxasset havere forensium;
declarando quod de cetero de toto quinto quod ponetur in zecha, nostri
officiales monete faciant cuniari solum soldos et non mezaninos, nec
debeant deinceps dare parvulos alicui, sed solum debeant sibi facere
solutionem suam de quinto in soldis integre. Et hoc ut mercatores
habeant causam de conducendo totum argentum Venetias, ut facere
solebant per elapsum, non revocando ex hoc aliquem alium ordinem quem
haberent nostri officiales argenti et zeche ad eorum officia ultra
predicta, sed potius confirmando. Et durent suprascripta per unum
annum et tantum plus donec fuerint revocata. Ceterum quia in presenti
in manibus quorumdam mercatorum reperitur et est magna quantitas
argenti, ordinetur quod predicti mercatores in dicto argento habeant
beneficium huius partis, excepto quod de monetis que cuniabuntur ex
dicto argento quod ponent in zecha per modum superius dictum, non
habeant beneficium facture, ita quod commune nostrum de grossis sive
soldis quos fieri facient non solvat aliquam facturam. -- de parte 37.

Ser Petrus Gauro Consiliarius.

Vuol la parte dei ditti Savii per tutto, excepto chel vuol che le
monede vada man 136 per marcha al pluy, et al men 135, et non passar
tra l'una et l'altra redugandole plu i pora a 136 man et non passar
quelle. Et se i gastoldi fesse andar plui le monede de quello è dito,
i avogadori de comun faza observar como è dito. Ancora perché
l'arzento del quinto se receve a peso, el pagamento vien fatto a
conto, sia ordenado che fatto lo ditto pagamento, avanti che le ditte
monede se parta da la cecha sia pesade, e che sia scripto suso i
quaderni di officiali da la moneda el conto el peso azo chel se possa
veder de rason de comun.

De parte 20. -- De non 9. -- non sinceri 5.

(Senato, _Misti_, registro 47, carte 111 tergo.)

DOCUMENTO XIX.

(Michele Steno, note 4, 6 e 7).

_MCCCCV, die XIIII februarii, indictione XIIII (more veneto)_.

Capta in Collegio.

Quod commitatur massariis ceche nostre quod omnes illi qui
presentabunt argentum franchum in cecha, et de ipso velint fieri
facere mezaninos, debeant fieri facere argenti de bulla ad stampam
mezaninorum, faciendo illos ire unum quartum minus eo quod valent
soldi pro quaque marcha, videlicet quod mezanini tres ponderare
debeant quantum ponderant soldi quatuor; faciendo illos ita equali
pondere prout faciunt soldi, sub illis penis, ordinibus et stricturis,
quibus subiacent per partem soldorum; faciendo pagamentum mercatoribus
pondus pro pondere, retinendo predictis solummodo soldos VIII pro
quaque marcha, videlicet mezaninos sex pro factura, callo et expensis;
intelligendo quod illud plus quod habent expensarum dicti mezanini
ponatur ad computum nostri communis; committendo etiam predictis
masariis quod quicumque amodo in antea ponent suos quintos in cecha
nostra, prout habebant solutiones suas soldorum, ita habeant
solutiones suas medietatem soldorum et medietatem mezaninorum ad
parvulos XVI pro quoque, eo modo quo habebant soldos. Et hec pars
habeat locum per totum mensem septembris proximi, et transacto dicto
termino omnes illi qui ponent argentum in cecha, servum vel franchum,
debeant habere in solutionem unum quartum mezaninorum et alia tria
quarta grossorum vel soldorum, prout fuerit sue libito voluntatis;
solvendo de mezaninis illammet expensam quam solvitur ad presens de
soldis, videlicet soldi XIII pro quaque marcha argenti franchi; de
servo vero habeant illam conditionem quam habent ad presens soldi. Et
hec pars habeat locum, donec erit revocata. Quam partem cridari debeat
in locis solitis. -- De parte omnes; de non 0; -- non sinceri 0.

_Die dicta_.

Capta.

Quod publice cridetur in locis solitis, quod quicumque, bancherius et
forensis, ac quilibet alius cuiuscumque conditionis existat, qui velit
ponere argentum franchum in cecha nostra pro cuniando mezaninos,
possit et valeat ponere eum per totum mensem septembris proximi futuri
modis, formis et conditionibus suprascriptis. -- De parte omnes; de non
0; non sinceri 0.

_Die dicta_.

Capta.

Quod mandetur massariis ceche nostre, quatenus liga tornesellorum
fieri faciant _parvos_, qui vadant  LXX pro quaque marcha, qui currant
et vadant in civitatibus nostris Verone et Vincentie. XII. pro soldo.

_Die dicta_.

Capta.

Quod committatur nostris rectoribus Verone et Vincentie, quatenus
publice in locis solitis suorum regiminum faciant cridari, quod omnes
illi qui habere deberent fictus, penssiones et livellos, ac
generaliter omnia debita monetarum argenti, teneantur accipere in
solutione grossum nostrum pro soldis tribus, et mezaninum pro soldo
uno, et soldum pro parvis VIIII, et parvos XII pro soldo, non essendo
tamen astricti accipiendi in solutione suorum debitorum parvos, nisi
soldos rotos. Monete vero forenses, que pro presenti currunt pro
dictis regiminibus permittantur expendi secundum portionem nove
monete, videlicet, quod Sexinum suum quod expendebatur pro XVI
denariis, nunc expendi debeat pro uno mezanino nostro, videlicet pro
XII denariis novis; et Ottinum quod expendebatur pro octo denariis,
nunc expendi debeat pro parvis sex novis, et sic omnes alie monete
solite expendi in dictis regiminibus, et eorum districtibus eadem
ratione concurere debeant. Et hec pars habeat locum per totum mensem
septembris proximum, et transacto dicto termino, non volumus quod
expendatur alia moneta, quam moneta facta in cecha nostra, videlicet
_grossum pro soldis iribus, et mezaninum pro soldo uno, et soldum pro_
_parvis novem, et parvos XII pro soldo_. Et hoc committi debeant
omnibus qui exigunt denarios pro nostro communi quomodocumque quod non
debeant pro presenti tempore accipere in solutione nisi unum quartum
monete forensis quantitatis exigende, et residuum monetarum nostrarum
auri et argenti pretiis specificatis. Que pars cridari debeat in
predictis regiminibus per totum mensem martii proxime futurum.

De parte omnes; de non 0; non sinceri 0.

(Senato, _Misti_, registro 47, carte 41.)

DOCUMENTO XX.

(Michele Steno, nota 10).

_MCCCCX, die XIII mensis maii_.

Capta in Collegio.

Cum mutatio monetarum que facta fuit in locis dominationis nostre
partium Lombardie, videlicet in Bersilio, Casalimaiori, Turicella et
Sissa, nec non in toto Parmensi et Regino territorio, que quidem
mutatio fuit reducere ducatuin valentem soldos quinquaginta Imperalium
ad soldos triginta octo Imperialium, et subsequenter monetas argenteas
et hereas ad ipsum computum reducere et ordinare prout nunc valent,
damnosa fuerit et sit introitibus comrnunis, videlicet sal
dominationis nostre non expeditur, nec per Padum transeunt
mercationes, ymo per terram, et mercatoribus subditisque nostris
partium illarum dicta mutatio incomodum parit et damnum, bonumque sit
providere; Vadit pars, secundum quod nostro dominio memorat ser Petrus
Duodo qui fuit in ipsis partibus provisor noster, quod reduci debeat
et expendi in partibus illis _ducatus pro soldis quadragintaocto
Imperialium_, et omnes argentee et heree monete reducantur et in iliis
partibus expendantur ut infra particulariter est notatum; quo quidem
modo correspondebit ista monetarum mutatio monete nostre venete, et
moneta nostra in illis partibus absque damno poterit expendi. Denarii
qui de sale extrahuntur haberi poterunt qui aliter haberi non possent
in bona moneta, datia Padi nostro communi plus utilitatis affererent,
forensibus mercatoribus et subditis nostris deinde mutatio seu
reductio hec in maximum comodum redundabit. Mutationes autem monete
argentee et heree sunt hec, videlicet: primo pichionus antiquus factus
tempore domini Bernabonis et ducis Mediolani veteris, qui nunc valet
Imperiales decemnovem, valere debeat, quia bonus, soldos duos.
Pichionus autem novus qui fit per ducem Mediolani, qui similiter valet
denarios decem novem, valeat Imperiales XX. _Grossus venetus qui valet
denarios decem novem, valere debeat soldos duos_. Bononinus antiquus
qui valet denarios duodecim, valere debeat Imperiales quindecim.
Bononinus ferariensis, mantuanus et quilibet alius bononinus, qui nunc
valet soldum unum, valere debeat Imperiales tresdecim. Aquilinus
antiquus et bononinus papalis qui valent denarios decem, valere
debeant soldum unum Imperalium. Aquilinus mantuanus qui valet denarios
decem, valere debeat Imperiales decem. _Mezaninus venetus sive soldus
de Verona qui valet denarios septem, valeat Imperiales octo_. Octinus
qui valet denarios septem, valeat Imperiales octo. Sexinus antiquus de
Mediolano qui valet denarios quinque, valeat Imperiales sex. _Soldus
venetus qui valet denarios V, valeat Imperiales sex_. Quatrinus
antiquus factus usque in tempore mortis ducis Mediolani veteris, qui
nunc valet denarios tres, valeat Imperiales quatuor. Imperiales
veteres a literis, qui nunc valent denarium unum, et Imperiales
veteres facti tempore dominorum Bernabonis et ducis Mediolani veteris,
qui nunc valent duo pro uno bono Imperiali, valere debeant Imperialem
unum. Reliqui vero Imperiales qui valent duo pro uno, sic valere
debeant duo videlicet pro uno. Verum quia dictus noster provisor de
mense decembris nuper elapsi affictavit datia communis que debebant
incipere annum die primo Januarii tunc sequentis, et monete mutationem
fecerunt in Parmensi et Regino territoriis et eorum districtibus,
ipseque provisor noster noluit quid in mutatione ipsa innovare sine
nostri dominii declaratione et mandato quod habuit die primo februarii
preteriti, et sexto eiusdem fecit publice divulgari; committatur
nostris Capitaneo et Camerlengo Berselii etc. quod datia nostra
exigere et exigi facere debeant a datiariis pro mense januarii
preteriti, prout tunc monete valebant ad rationem soldorum L pro
ducato; pro mense autem februarii et martii et aprilis preteritorum ad
rationem soldorum triginta octo pro ducato, prout tunc temporis
valuerunt; et a primo presentis mensis in antea exigi debeat secundum
quod monete current, ad rationem soldorum quadraginta octo pro ducato
ut supra dictum est. Et sic intelligi debeat esse decetero exigenda
datia nostra Padi ad rationem predictam soldorum quadraginta octo pro
ducato. Ita tamen quod si datia aliquarum mercationum transeuntium per
Padum summam excederent soldorum XLVIII, exigi debeant datia ipsa ad
aurum et non ad monetam.

Omnes de parte; -- de non 0; -- non sinceri 0.

(Senato, _Misti_, registro 48, carte 149.)

DOCUMENTO XXI.

(Tomaso Mocenigo, nota 15).

_MCCCCXVII, die XI novembris_.

Capta.

Cumzosiaché la nostra cecha da l'arzento bexogne de grandissima e
notabel reformation, perché da molti mexi in qua la è andà in
dessolution e reduta quasi a niente, e per questo l'è anche desviado
el corso e la mercadantia de l'arzento in Veniexia, la qual cossa è
retornada et ogni di pluj retorna a danno grandissimo del nostro
comun, si cercha la utilità che se soleva recever de la cecha, chomo
di datii nostri, e de la università de la merchadantia e de molte
fameie le qual viveva de quel mestier, le qual se desperde; e oltra de
questo le monede che se fa al presente se fano cum sì pocha raxon e
ordene, che l'è cum grandissima infamia de la nostra Signoria e pocho
contentamento de tuti i nostri subditi; Et el sia utilissima cossa e
honor nostro a far bona provision, sì per redur el corso de l'arzento,
como per che el nostro comun non sia fraudado e chel se faza bone
monede; Anderà parte che da mo avanti el se debia observar li ordeni
infrascritti:

Prima, per che li ordeni e muodi di quinti i qual se oserva al
presente, sì in lo affinar de l'arzento como in lo apresentar al pexo
de comun a Rialto, son sì scuri che solo Dio porave guardarsse chel
non fosse fato grandissimo dano al nostro comun; Sia ordenado che da
mo avanti non se meta pluj quinti in cecha, ma debiasse observar como
qui de soto se noterà.

Che tuto l'arzento che serà conduto a Veniexia se debia apresentar al
pexo de Rialto, segondo li ordeni che se contien in lo capitolar del
dito offitio, i quali son utili e boni, e quelli se debia in tuto
oservar cum le pene e muodi che in quelli se contien. Dechiarando che
cussì como l'arzento che se apresenta al dito pexo de Rialto, è uxado
de scriverse per man del scrivan del dito pexo, cussì se debia anche
notar e scriver per man de uno di officiali nostri del dito pexo. Et
chadaun de lor sia tegnudi, de quatro in quatro mexi, notar insembre
cum el scrivan, como è dito, suxo un quaderno tuto l'arzento che serà
apresentado al so offitio. E oltra questo sia tegnudo el scrivan notar
tuto el dito arzento ordenadamente suxo un libro grando over mare, che
romagna sempre in lo offitio a caxon che perdandosse i diti quaderni
sempre se possa veder l'arzento che serà apresentado.

Item che tuti quelli che apresentarà arzento al pexo de Rialto, per
portarlo a affinar ala moneda, e per simele queli che avesse comprado,
debia portar quelo ad afinar cum li muodi e ordeni che se al dito
offitio del pexo de l'arzento de Rialto. E azò che le cosse vada pluj
ordenadamente, sia tegnudi i diti offitiali dal pexo de Rialto notar
su i suo libri quelo argento che se porterà ad affinar ala moneda, e
de che sorta arzento el sera, e far una cetola cum la suo bolla a
queli che porterà l'arzento ad affinar. Su la qual sia notà le marche,
le onze e li quarti che pexerà el dito arzento. Notando la qualità
over sorta de cadaun arzento da per si, e altramente non se possa
portar algun arzento ad affinar per algun muodo. La qual cetola se
debia apresentar ai masseri de la moneda da sen Marcho, over a quello
a chi tocherà star ala affinaria de l'arzento, el qual debia notar sul
so libro, e per simele el so scrivan, tuto l'arzento camerado che serà
portado ad affinar chomo se contignerà suxo la cetola che farà e
manderà i officiali dal pexo de Rialto. E debia notar cadauna persona
de chi serà el dito arzento da per si. E quando el dito arzento serà
affinado e bolado e batudo, debiasse pexar a ponto, presente el masser
da la finaria. Et coluj de chi serà l'arzento debia de presente pagar
al masser che serà a recever l'arzento per far moneda, grossi quatro
et un quarto a oro per marcha, che vien ducati tre e grossi do a oro
per cento. E no se debia muover el dito arzento sel non serà pagado
como è dito.

Et infin da mo sia ordenado chel se debia far un sufficiente scrivan
ala dita affinaria de l'arzento per scrutinio de misser, consejeri,
cavi e masseri da l'arzento, perché altramente non se poria far, el
qual sia pratico in tegnir de le raxon et in lo pexar de l'arzento; el
qual habia de salario ducati LXXX a l'ano per aver persona ben
sufficiente, cumzosiaché tuto el fondamento de questi fati
principalmente consiste a regolar la affinaria de l'arzento ala moneda
per muodo che le cosse vada sì chiare che algun ingano non possa esser
fato.

Et azò che le cosse vada cum ordene e qualitade, debia i diti tre
masseri partirse in questo muodo, zoè l'un a recever l'arzento del
qual se farà moneda, l'altro ai tornexi e ai pizoli, e l'altro a la
affinaria de l'arzento. E de quatro in quatro mexi se debia cambiar da
offitio a offitio cadaun de lor. E quel masser che serà ala affinaria
de l'arzento per i suo 4 mexi debia notar suxo uno quaderno tuto
l'arzento camerado che se porterà ad affinar ala moneda; e simelmentre
el scrivan suxo un altro quaderno como de sovra è dito. E oltra de
questo el dito scrivan debia notar simelmente suxo una mare azò che
sempre se possa ben veder quelo che serà fato ala dita affinaria. E
azò che, le cosse se scontre e sia ben chiare, debiasse principiar a
notar in uno medemo tempo tute queste cosse al pexo de Rialto, e ala
affinaria de l'arzento, sì che l'un offitio e l'altro se possa ben
intender e scontrar. E sia tegnudo el dito masser da la affinaria,
subito complidi i suo 4 mesi, e per simele queli dal pexo de Rialto,
mandar i suo libri ai officiali da le raxon nuove azò chel se possa
veder chiaramente sel nostro comun averà recevudo algun ingano.

E simelmente el masser che receve l'arzento per far moneda, complidi i
suo 4 mexi, debia pluj presto che se porà soldar le suo raxon e portar
i suoi libri ai diti officiali de le raxon nuove azò che i possa veder
la raxon del nostro comun.

E perché molte volte vien apichado de le peze che se affina ala dita
moneda, le qual se convien voltar perché a quelli de chi serà
l'arzento bexogna ale fiade aver monede basse per acompagnar quele
peze apichade; sia ordenado chel non se possa recever algun arzento
camerado ad affinar senza la poliza de quelli dal pexo de Rialto, como
è dito; el qual arzento apichado abia termene ad esser voltado e fato
de bola infra otto dì. E quando el dito arzento serà bolado e batudo
como è dito, se debia pexar per lo muodo predito, e pagar grossi 4 e
uno quarto per marcha; et per algun muodo non se possa recever questo
pagamento sel non serà prima bolado e batudo a raxon che tuto vada
regoladamente.

Item, perché molte volte se porta ad affinar arzento che tien oro, sia
ordenado che quando el serà afinado, el se debia pexar aponto como è
dito de sovra, e pagar per ogni marcha i diti grossi 4 1/4. E perché el
dito arzento dorado se convien partir, e un altra volta se convignerà
portar ad affinar, debiasse de questo tal arzento far chiareza suxo i
libri de la affinaria per muodo chel nostro comun non sia inganado.

Et de tuti i deneri che receverà el masser che lavora l'arzento, zoè i
diti grossi 4 e un quarto per marcha de l'arzento de bola afinado a la
moneda, se debia far e seguir como se feva de la utilitade de quinti,
zoè in far quelle spexe che bexognerà. E lo resto, complidi i suo
quatro mexi, debia dessignar segondo uxanza al masser di tornexi e di
pizoli, per far tornexi e pizoli como se contien in le parte et ordeni
che parla sovra de zo.

Anchora, che l'arzento che serà portado ad affinar ala moneda non se
possa meter in fuogo ad affinar senza parola del masser o del scrivan
dala affinaria, sì che sempre al men uno de lor sia presente quando se
deverà meter ad afinar. E se algun affinador metesse in fuogo ad
affinar senza parola, como è dito, caza in pena de libre X de pizoli
per cadauna fiada. E cadaun mercadante che metesse o fesse meter
contra l'ordene predite, caza de libre L per zascaduna fiada; le qual
pene debia scuoder i masseri sovraditi de la cecha da l'arzento, de le
qual el terzo sia del nostro comun, e i altri do terzi se parta entro
i diti masseri e tutti i scrivani de la dita cecha, zoè de la
affinaria e de l'arzento e di tornexi e pizoli, segondo chomo se suol
partir le altre suo utilitade.

E debia el dito masser da la affinaria, e el so scrivan, tegnir sì
chiaramente tuto il conto e le raxon de l'arzento camerado che se
porta ala finaria, e per simel de quello che romagnerà de bola, che el
nostro comun non possa per algun muodo esser inganado.

E de tuto l'arzento che serà affinado e bolado e averà pagado i diti
grossi 4 e un quarto per marcha, sia tegnudi quelli de chi el serà
meter un quarto in cecha per far moneda, azò che la nostra moneda non
manche. E se i vorà meterne pluj, questo sia in so libertade, e debia
pagar la fatura deputada segondo li muodi e ordeni infrascriti; e
habia pexo per pexo; e questo quarto debia haver messo fra otto di
dapuò chel serà affinado e bolado soto pena del quarto per cadaun che
contrafesse e zaschaduna fiada, la qual pena se scuoda e parta como è
dito de le altre de sovra.

Item, che zaschaduna persona, sì teriera como forestiera, possa
comprar argento francho, e quelo possa trar de Veniexia per zaschaduna
parte e luogo, per mar o per terra, senza pagar alguna cossa, e anche
possa meter in cecha a far moneda, habiando pexo per pexo, e pagando
le fature ordenade del lavorar de la dita moneda como se fa del quarto
sovradito.

Et azò chel sia dado materia a tuti de condur arzento a Veniexia, e
che i mercadanti forestieri veza esser ben tractadi, sia prexo e
ordenado: che algun over alguni compradori de arzento non possa far
conventicole né compagnie contra over a dano de queli che conduxe
l'arzento a Veniexia per vender; e anchora che subito vendudo e pexado
l'arzento, se faza i pagamenti segondo i ordeni e soto quele pene che
se contien in lo capitolar de queli dal pexo de Rialto; li qual
ordeni, sì de le compagnie como del pagamento e in tute altre cosse, i
diti officiali dal pexo debia del tuto observar e mandar ad execution
soto pena de libre CC in li suo proprii beni. E zaschadun li possa
acusar, sì ai Avogadori de comun como ai provededori, e a tuti
officiali de contrabandi, se i contrafarà; de la qual pena la mitade
sia del acusador e l'altra mitade se parta tra el nostro comun e queli
officiali a chi serà fata la cusa, e non se possa far alguna gratia
soto quela medema pena.

Perché l'è ordene ala cecha de la moneda, che le monede che se lavora
debia andar libre XXVII soldi IIII per marcha, el qual ordene fo fato
quando el ducato valeva soldi 93; el qual ampuo za bon tempo non è sta
oservado né se poria oservar, perché zustandosse le monede segondo
quel ordone, algun non poria meter arzento in cecha, vaiando el ducato
soldi cento, per che li ne perderia grossamente, e cussi l'arzento no
seria mai conduto in Veniexia. E benché la cecha habia lavorado in fin
per tutto 1415, questo è stado perché le monede non se mendava né
zustava; e le monede che insiva de la cecha era sì varie e inequal che
tute se trabuchava; e da le grieve a le leziere iera tanta deferentia
che le leziere che romagniva e che se spendeva in questa terra andeva
da Livre 32 infina 32 1/2 per marcha, e questa iera et è pessima moneda
e cum infamia de la nostra Signoria e pocho contento de tuti. E
fazando provision che le monede vada soldi C per ducato, seguirà molti
beni, prima che la nostra moneda serà bela e bona, e la cecha
lavorerà, e tanta maistranza cum le suo fameie viverà, e serà
principal caxon de far condur arzento a Veniexia, e porasse meter in
cecha cum avantazio e sostignerasse l'arzento al corso uxado de ducati
V e grossi XVIII la marcha. Pertanto sia ordenado che da mo avanti le
monede se debia far e lavorar per muodo che le vada livre XXVIIII
soldi VIIII per marcha; le qual, metando l'arzento ducati V grossi
XVIII la marcha, e metando la spexa de la fatura, vien a ponto soldi C
per ducato. Dechiarando che la mitade se faza in grossi e la mitade in
soldi, pagando i grossi de spexa, de fatura, soldi XII per ogni
marcha; e i soldi, soldi XVI per marcha, che vien a esser soto sovra
soldi XIIII de spexa per ogni marcha. E debiasse observar queli muodi
e ordeni a zustar, pexar, e mendar e lavorar la dita moneda, li qual
mo nuovamente son stadi trovadi e ordenadi per li masseri de la cecha
e per ser Alvise Corner e ser Antuonio Miorato, azò che le monede se
faza zuste, bone et egual, sì che le non se possa trabuchar. E ben che
ogni moneda al mondo se possa trabuchar, senza dubio, observandosse li
muodi e ordeni prediti, questa moneda serà sì zusta e cum tanta raxon,
che pur trabuchandosse, la utilità serà sì pizola, che serà a dir
niente, et algun non vorà perder tanto tempo per sì minima cossa. E
azò che la sia sempre lavorada cum li muodi e ordeni debiti, sia
tegnudi i officiali da le raxon nuove, o almen un de lor, andar una
fiada al mexe almen a veder chel sia lavorado e observado l'ordene
soprascrito, e referir ala Signoria nostra azò che questo dura, e che
sel serà bexogno far alguna provision, la se possa far.

Item chel sia fati do gastoldi de puovolo, i qual sia pratichi in lo
mestier de mendar e zustar la moneda, e de bona fama; i qual se faza
tra missier, consejeri, cavi e masseri de la moneda de l'arzento per
scrutinio, cum salario de ducati XXX a l'ano per cadaun, e habia le
soe regalie. Dechiarando che li non possa far in la dita cecha algun
lavorier che apartegna ala dita maneda, azò che i sia pluj soliciti e
atenti a far el so offitio. E questi gastoldi, sempre quando se
menderà e zusterà la moneda, debia esser ai luogi deputadi, dove se
menda e zusta la moneda, e debia molte fiade al dì guardar se i diti
mendadori e zustadori lavorerà la moneda cum i muodi e ordeni che li
serà dadi per li masseri de la moneda. E se i diti gastoldi troverà
algun mendador o zustador che non lavorasse le dite monede per li
muodi prediti, debia quelli manifestar a masseri soto pena de
privation del hoffitio; i qual masseri debia condenar queli che non
farà el so dover libre X de pizoli per cadauna fiada. E se i serà
trovadi in fallo da tre volte in suxo, sia privadi per uno anno de non
poder lavorar ala moneda. E de le dite pene non possa esserli fato
gratia per algun muodo. E le pene pecuniarie predite se parta tra i
masseri e gastoldi e scrivani.

E quando la moneda serà mendada e zustada, avanti che la sia dada ala
maistranza di ovrieri a lavorarla, debia i diti gastoldi un'altra
volta solenemente examinarla se la serà ben lavorada; e trovando algun
fallo, se debia conzar a le spexe de quelli che serà stadi colpeveli,
e condenarli per lo muodo dito de sovra. E da può che la moneda serà
stada in man di ovrieri, quando la serà complida per dar a stampir,
debia anchora esser ben examinada per li diti gastoldi, e per un di
masseri de la moneda, se la sta ben chomo la die; e trovando algun
fallo, se debia conzar a spexe de queli che ne serà stadi colpevelli,
e caza a quelle pene che s'è dite di mendadori e zustadori.

I stampidori che stampisse la moneda sia tegnudi stampirla per lo
muodo che li serà commesso per i masseri; e se i serà trovadi in algun
fallo, che quela moneda sia desfata e refata a le spexe de queli che
averà falido. E se i cazerà in questo defeto da tre volte in suxo, sia
privadi per uno ano che li non possa lavorar algun lavorier in la dita
moneda.

E se i diti masseri de la moneda trovasse algun di prediti in algun
fallo, e a queli non desse la pena predita, incora a pena de livre C
per zaschadun, e zaschaduna fiada; la quale pena se scuoda per li
officiali da le raxon habiando parte como de le altre del so offitio.

E per dar materia a zaschadun che conduga arzento a Veniexia, per lo
gran benefitio che siegue a la terra nostra, sia ordenado che
zaschaduna persona, sì terriera como forestiera, che meterà arzento in
Cecha li sia dado pexo per pexo e mezi grossi e mezi soldi; e debia
pagar per fatura soldi VIII de pizoli solamente, e lo resto, che è
soldi VI, vada a spexe del nostro comun per la utilità che l'a da
grossi IIII 1/4 per marcha de tutto l'arzento che vien affinado a la
cecha como è dito de sovra.

L'ordene che die dar i masseri de la moneda ai lavoradori si è questo:

Prima ai mendadori sia dadi i pexi i qual sono fati per la pruova fata
nuovamente. E apresso quante monede die andar per marcha che son per
numero Libre 29 soldi 9 pizoli.

Quello che die far li ovrieri si è che la moneda sia ben tonda e ben
fata como la die esser de raxon.

Ai stampidori che la sia ben e diligentemente stampida chomo la die
esser de raxon.

Spexe de fature per i soldi per ogni marcha:

per i masseri per marcha soldi 1 pizoli 0

per lo pexador per marcha soldi 0 pizoli 3

per i gastoldi per marcha soldi 0 pizoli 4

per i scrivani per marcha soldi 0 pizoli 3

per i fondadori per marcha soldi 0 pizoli 6

per i ovrieri per marcha soldi 5 pizoli 0

per i mendadori per marcha soldi 3 pizoli 0

per i stampidori per marcha soldi 3 pizoli 0

per i cali del fondedor e altri cali uxadi

per marcha soldi 2 pizoli 6

Suma soldi 15 pizoli 10.

Spexe de fature per i grossi per ogni marcha:

per i masseri per marcha soldi 1 pizoli 0

per lo pexador per marcha soldi 0 pizoli 3

per i gastoldi per marcha soldi 0 pizoli 4

per i scrivani per marcha soldi 0 pizoli 3

per i fondadori per marcha soldi 0 pizoli 6

per i ovrieri per marcha soldi 3 pizoli 0

per i mendadori per marcha soldi 1 pizoli 4

per i stampidori per marcha soldi 1 pizoli 4

per i cali del fondedor e altri cali uxadi

per marcha soldi 2 pizoli 6

Suma soldi 10 pizoli 6.

Suma la spexa de la fatura di soldi e grossi, soldi 26 pizoli 4, che
vien per metà soldi 13 pizoli 2 per marcha. Avanza al nostro comun
pizoli 10 per marcha.

De parte 95; -- de non 14; -- non sinceri 4.

(Senato, _Misti_, registro 52, carte 54 tergo.)

DOCUMENTO XXII.

(Tomaso Mocenigo, nota 20).

_MCCCCXX, die VI februarii (more veneto)_.

Capta in collegio deputato super reformatione ceche arzenti, vigore
partis capte in Rogatis.

Cumzosia chel sia de besogno a proveder che la nostra cecha bata maor
quantitade de moneda che far se può, sì per honor de la nostra
Signoria, chomo per sustentamento de la povera zente, et etiandio chel
se dia ogni caxon possibele ai marcadanti che conduga arzento a
Veniexia; Vadit pars che chomo al presente se fa de ogni marcha
d'arzento L. 29, soldi 10, cossì da mo avanti se debia far moneda che
vada L. 29, soldi 16 per marcha. E perché l'è do mare in l'azustar de
le monede, sia ordenado che la mare che è più leziera non se possa
muover, azò che la nostra moneda non se possa per algun muodo over
condizion sminuir. E chomo al prexente se bate la mitade soldi e la
mitade grossi, cossì da mo avanti se bata i tre quarti grossi e un
quarto soldi.

De parte 22, -- de non 3, -- non sinceri 0.

Item, perché l'è utel cossa a far ogni aseveleza e destro ai
marcadanti i qual conduxe arzento a Veniexia, e molte fiade occorre
che per un over do charati che passa l'arzento el qual se affina de la
fineza che la terra a limitado, zoè de carati 55, el dito arzento non
vien azetado per bon, e i marchadanti cum so gran danno e spexe
convien quello da chavo far afinar; Vadit pars, romagnando l'ordene de
la nostra fineza in charati 55, chomo la è al prexente, che per
subvention di marchadanti, i nostri massari de l'arzento debia e possa
azetar chadauna peza d'arzento affinado che sia de tegnuda de charati
55 fina 60, e da là in suso non se possa acceptar soto le pene e
streture contegnude in lo capitolar di diti nostri massari de la
cecha. Et perché l'è gran fatto a cognoscer la fineza de l'arzento a
ochio pontalmente, e leziermente se può falir in danno de la nostra
cecha et ancor di marchadanti, e ben, anzi utel sia a proveder sora de
zò; In fin da mo sia preso, chel sia commesso ai nostri masseri de la
cecha et ai provededori nostri de comun, et ai savi nostri ad utilia,
che i debia procurar de haver un sazador a copella, al qual i debia
dar quel salario el qual i parerà esser rasonevel et honesto; et oltra
el dito salario, habia dai marchadanti de chi serà l'arzento asazado
soldi VIII per sazo chomo l'a al presente. Et in quanto el dito
sazador non asazasse lialmente e commetesse alguna fraude, o veramente
non dixesse la veritade, debia star un anno in una de le prexon de
soto, et esser perpetuamente bandizado de tute terre e luogi subditi a
la nostra Signoria. Et azò che meio se possa sazar el dito arzento,
sia ordenado chel sia fato in la nostra cecha, dove parerà più abele,
i fornelli dove se faza i sazi e la prova del dito arzento, e non se
possa far i diti sazi altrò per algun muodo; e sia comesso ai nostri
affinadori de la cecha che i non debia né possa far alguna peza
d'arzento de plui pexo de marche 25 over da là in zoso, e se i la farà
de maor peso, non possa esser acceptada ni bollada per algun muodo.

De parte 15.

Ser Franciscus Lauredano sapiens consilii.

Vult partem suprascriptam, salvo chel vuol che la fineza de l'arzento
romagna ferma de karati 45, chomo l'a al presente.

De parte 10; -- de non 0; -- non sinceri 0.

(Senato, _Misti_, registro 53, carte 106.)

DOCUMENTO XXIII.

(Francesco Foscari, nota 3).

_MCCCCXXVIIII, die nono julii_.

Capta.

Quoniam expedit omnino dare modum et regulam habendi monetas argenteas
que possint expendi et habere cursum in terris et districtibus nostria
Brixiensi et Pergamensi et in aliis locis nostris, et quod monete
forenses, et presertim de Mediolano, in tanta quantitate non
multiplicent cum damno nostri dominii et subditorum nostrorum, ac
etiam faciat pro honore nostro providere quod monete nostre
principalem locum obtineant in omnibus locis nostris;

Vadit pars; Quod illa regula seu obbligatio per quam omnes conducentes
sive ementes argentum in Venetiis tenentur ponere quartam partem in
cecham nostram pro faciendo monetas, firma remaneat et observari
debeant in hunc modum, videlicet: Quod de illo quarto quod obligatum
est poni in cecham fieri debeant decetero infrascripte monete argentee
ad cuneum seu formam que ordinabitur, videlicet soldi veneti ad cuneum
solitum, qui sint talis ponderis quod intrent seu vadant libre
triginta et una pro qualibet marcha argenti, et expendantur ad
rationem soldorum centumquatuor pro ducato; Et fiat alia moneta que
valeat duos ex dictis soldis, fiantque grossi qui valeant octo ex
dictis soldis ad formam que ordinabitur. Et fiant per tercium,
videlicet de unaquaque sorte tertia pars dicti quarti quod ponetur in
cecham. Sintque omnes iste monete eius qualitatis sive sazii et
bonitatis cuius sunt grossi et soldi qui presentialiter cuduntur in
dicta cecha. Debeantque omnes iste monete taliter justari et mendari,
quod non possint trabuchari vel viciari. Et pro factura cuiuslibet
marche dictarum monetarum commune nostrum, seu zecha nostra, habere
debeat soldos duodecim parvorum. -- Preterea sit in libertate
cuiuscumque, ultra dictum quartum obligatum ut supra, fieri facere ad
ipsam cecham, de quocumque argento quod ponere volet in cecham, de
grossis nostris solitis, qui sint illius qualitatis, bonitatis et
ponderis cuius sunt et fiunt ad presens, ut expediri possint tam pro
partibus Sirie quam aliter, sicut videbitur et placebit illis qui de
his grossis fieri facere volent, et sicut faciunt ad presens; et in
his non fiat aliqua innovatio. Et similiter sit in libertate
cuiuscumque fieri facere de suprascriptis monetis novis ultra quartum
obligatum ad libitum suum cum condictionibus tamen suprascriptis.

De suprascriptis autem tribus sortibus seu qualitatibus monetarum
mitti debeat nunc et de tempore in tempus ad partes brixienses et
pergamenses illa quantitas que erit expediens, in numero pecuniarum
que de tempore in tempus mittentur pro pagis gentium nostrarum
armigerarum, ut per hunc modum ille partes nostre fulciantur monetis
nostris, utque ipse monete recipiant cursum debitum tam pro honore
quam pro utilitate nostra et contentamento subditorum nostrorum.

Et ex nunc sit captum, quod de pecuniis deputatis ad mittendum ad
partes brixienses et pergamentes Collegium debeat emere illam
quantitatem argenti que videbitur oportuna pro dando principium et
fieri faciendum de dictis monetis novis.

De parte 84; -- de non 24; -- non sinceri 24.

(Senato, _Misti_, registro 57, carte 126 tergo.)

DOCUMENTO XXIV.

(Francesco Foscari, nota 7).

_MCCCCXLIII, die XXIII januarii (more veneto)_.

Cum, ut omnes intelligunt et per experientiam cognoscunt, sit penitus
necessarium celerem fieri provisionem circa factum monetarum que hic
currunt cum ignominia terre nostre, utque etiam illi qui habent et
habituri sunt argentum in cecha intelligant quid agere habent; Vadit
pars, quod de cetero de omuibus illis quartis argenti qui sunt et
ponentur in cecha nostra pro monetis conficiendis, stampiri et cuneari
debeant solummodo soldi, et non alia moneta neque grossoni modo
aliquo; et hoc observetur per menses sex. Qui quidem soldi cunientur
et stampiri debeant ad libras XXXIIII pro qualibet marcha.

Et ex nunc captum sit, quod dicti soldi et moneta nova que stampiri
debent, nullo modo, forma vel ingenio portari seu navigari possint a
parte maris, sub pena amissionis omnium monetarum predictarum que
quomodolibet reperirentur portari extra contra ordinem suprascriptum.

Que quidem monete sint pro medietate accusatoris, seu patroni aut
scribe alterius qui portaret monetas predictas, et alia medietas sit
advocatoris conimunis seu aliorum officialium nostrorum quibus primo
fieret conscientia. Et non possit aliquis patronus vel scriba navium
aut aliorum navigiorum nostrorum, seu alina, sit quis velit, portare
seu portari facere extra Venetias a parte maris de dictis monetis
novis, sub pena privationis patronie et scribanie navium et navigiorum
nostrorum per annos quinque, et amittendi totidem, pro pena, totius
eius quod portarent. Et duret hec prohibitio monetarum non
extrahendarum a parte maris per menses sex proxime secuturos, et tunc
veniatur ad istud consilium et provideri debeat tam circa monetas
extrahendas quam circa alias monetas cuniandas, sicut melius et
utilius videbitur isti consilio.

De parte 71.

(Senato, _Terra_, registro 1, carte 114 tergo.)

DOCUMENTO XXV.

(Francesco Foscari, nota 11).

_MCCCCXLI, die XXII februarii (more veneto)_.

_Provisiones sapientum ad utilia_.

Cum faciat pro nostro dominio, hoc tempore penurie pecuniarum
recuperare pecunias per omnem modum et viam honestam, et in zecha
nostra argenti alias fierent _parvuli_ sive _bagatini_ pro Brixia,
Pergamo, Verona et Vincentia sub diversis stampis secundum cursum
locorum, qui quidem bagatini tenebant marchas octo raminis et unam
argenti. Et quia dicti bagatini defecerunt, nunc quedam moneta ducis
Mediolani, vocata sesini, qui desuper sunt dealbati et totum residuum
est ramen, cepit cursum per totum territorium nostrum a Mentio ultra.
Et si fierent de dictis bagatinis qui tenerent marchas octo cum
dimidia raminis et dimidiam argenti, commune nostrum maximam
utilitatem et lucrum reciperet;

Vadit pars, Quod massarii nostri monete argenti fieri facere debeant
de dictis _bagatinis_ secundum solitas stampas Pergami, Brixie,
Verone, Vincentie et Venetiarum, ponendo dimidiam marcham argenti in
marchis octo cum dimidia raminis. Et ut dicti bagatini consummentur,
captum sit, quod de tempore in tempus mittatur de parvulis predictis
rectoribus locorum predictorum, qui teneantur et debeant dare soldos
quinque pro ducato de parvulis predictis in omnibus solutionibus et
subventionibus quas quomodolibet facient. Teneanturque dicti rectores,
sub pena ducatorum quingentorum, remittere nostris massariis argenti
de tempore in tempus in auro vel argento valorem parvulorum quos
recipient. Ut autem dicti parvuli capiant cursum, captum sit et
firmiter ordinatum, quod rectores nostri non debeant amplius recipere,
nec permittere quod recipiantur per cameras nostras usque duos menses,
neque per speciales personas, dicti sesini, ita quod totaliter
banniantur. Et si, elapsis dictis duobus mensibus, aliquis expenderet
dictos sesinos, perdat illos et totidem plus pro pena. Omnes autem
pecunie que extrahentur de utilitate predicta, teneantur massarii
nostri monete argenti portare nostris gubernatoribus introituum de
tempore in tempus pro solutione Illustris Comitis Francisci (27).

De parte 95; -- de non 1; -- non sinceri 3.

(Senato, _Terra_, registro 1, carte 59 tergo.)

DOCUMENTO XXVI.

(Francesco Foscari, note 12 e 13).

_MCCCCXLII, die XXIIII maii_.

Cum pridie captum fuerit in isto consilio, quod in cecha nostra
argenti fiant de bagatinis pro Pergamo, Brixia, Verona et Vincentia,
et nihil expressum sit de Padua, Tervisio, et aliis terris nostris,

Vadit pars, quod massarii nostri monete argenti mittere debeant
Paduam, Tervisium, et ad alias terras nostras a parte terre et in
Patriam Foriiulii, de _bagatinis_ qui expenduntur in dictis locis,
factis ad ligam, sicut captum est in isto consilio. Et rectores nostri
dari facere debeant soldos quinque pro ducato de camera de _parvulis_
predictis in omnibus solutionibus et subventionibus quas facient et
fieri facient, sicut pridie captum fuit de aliis terris nostris.
Rectores vero Padue dari facere debeant in solutionibus que fient per
cameram illam de parvulis predictis illam partem que solita est dari,
dummodo sit maior soldorum quinque pro ducato. Et non possint rectores
sive camerarii omnium terrarum et locorum nostrorum dare in
solutionibus predictis alios bagatinos sive parvulos, quam illos quos
habebunt a massariis nostris monete argenti, sub pena contenta in
parte furantium; teneanturque rectores predicti, sub pena ducatorum
quingentorum, remittere de tempore in tempus in auro vel argento
valorem dictorum parvulorum quos recipient nostris massariis argenti.
Et teneantur dicti massarii tenere computum ordinatum in uno quaterno
separate de expensis et utilitatibus dictorum bagatinorum. Et sub pena
ducatorum ducentorum in bonis suis propriis teneantur dicti massarii
argenti portare nostris gubernatoribus introituum pecunias que
extrahentur de utilitate dictorum bagatinorum pro solutione Illustris
Comitis Francisci.

(Senato, _Terra_, registro I, carte 67 tergo.)

DOCUMENTO XXVII.

(Francesco Foscari, nota 16).

_MCCCCXLII, die XVIII julii_.

Cum captum sit in isto consilio quod fiant de bagatinis ad ligam novam
pro terris nostris a parte terre, et bonum sit etiam providere quod
fiant de quatrinis et semiquatrinis pro Ravena, ad ligam et secundum
monstram dictorum quatrinorum factam per massarios nostros monete
argenti et missam provisori nostro Ravene, qui laudat quod fiat de
quatrinis predictis quia placent civibus Ravene;

Vadit pars, quod massarii nostri monete argenti fieri facere debeant
de _quatrinis_ et _semiquatrinis_ predictis ad ligam et secundum
monstram per dictos massarios factam, in illa summa et quantitate que
necessaria erit pro Ravena, mittendo de illis de tempore in tempus
provisori nostro Ravene, qui teneatur et debeat dare, in omnibus
solutionibus et subventionibus que fient per cameram nostram Ravene,
illam partem dictorum quatrinorum que sibi videbitur, non possendo
dare minus quinque pro cento, dando dictos quatrinos secundum cursum
ducati. Et teneatur dictus provisor noster, sub pena ducatorum CC auri
in suis bonis propriis, remittere de tempore in tempus nostris
gubernatoribus introituum in auro vel argento valorem dictorum
quatrinorum quos recipiet de tempore in tempus.

(Senato, _Mar_, registro 1, carte 106.)

DOCUMENTO XXVIII.

(Francesco Foscari, nota 17).

_MCCCCXLVI, die XXI junii_.

Cum per hoc consilium sub die VII mensis maii nuper elapsi facta
fuerit certa provisio super facto parvulorum falsorum presentandorum
et cetera, prout in ea latius continetur, que utilis fuit acque bona.
Sed cum in civitatibus et terris nostris a parte terre propter magnam
moltitudinem parvulorum, et maxime in civitate nostra Padue, sit
exorta maxima confusio in facto ipsorum parvulorum, adeo quod nedum
utile, sed necessarium sit super ipsis parvulis facere talem
provisionem qnod unusquisque se valeat intelligere;

Vadit pars, quod in nomine Dei de novo fiat et fieri debeat _una nova
stampa et forma ipsorum parvulorum_, sicut collegio melius videbitur.
Sed quod ipsi parvuli de novo stampandi sint illius lige et bonitatis
cuius sunt parvuli stampe presentis, et quod de cetero parvuli huius
presentis stampe non fiant neque stampentur. Sed ut provideatur
inconvenientiis presentibus, ex nunc sit captum, quod omnes et singuli
qui habent parvulos in hac civitate nostra, teneantur et debeant illos
presentare officialibus nostre monete. . .

(Senato, _Terra_, registro 1, carte 195).

DOCUMENTO XXIX.

(Francesco Foscari, nota 18).

_MCCCCLIII, die XVIII decembris_.

Item quod ad officium Ceche nostre cuniari debeant, in _quatrinis_ a
parvulis quatuor pro quatrino, ducati XX millia, incipiendo die primo
januarii proximi; qui quatrini dispensentur in omnibus terris nostris,
excepta hac civitate. Et ad hoc deputentur apotece quatuor. Verum post
factam dictam summam, non possint amplius fieri quatrini sine licentia
et ordine huius consilii.

(Senato, _Terra_, registro 3, carte 92.)

DOCUMENTO XXX.

(Francesco Foscari, nota 26).

_1447, die XXVIII augusti_.

Cum notum sit omnibus quanto studio et quanta arte multi domini
forenses, elapso tempore et modo nuper, enixi sunt contrafacere
ducatos, et soldos et alias nostras monetas, et licet nunquam fieri
potuerit tanta similitudo stamparum, quin semper cognita fuerit, tamen
querendum est et providendum, quod proprius et verus cunius ceche
nostre non possit unquam pervenire in manus alicuius forensis aut
hominis levis conditionis, propter periculum quod sequeretur in
ducatis et grossis, propter similitudinem stamparum: Et propterea,
Vadit pars, quod nemo possit unquam accipi magister cuniorum aut
stamparum nostrarum in cecha nostra, qui non sit civis origine
Venetiarum, sub pena officialibus qui eligerent ducatorum centum.

De parte omnes alii; -- non sinceri 0; -- de non 1.

(Senato, _Terra_, registro 2, carte 43.)

DOCUMENTO XXXI.

(Francesco Foscari, nota 36).

_MCCCCLVI, die XVI martii_.

Quia tempore belli, ob necessitates terre et multas expensas
occurrentes, provisum et ordinatum fuit quod ad cecham nostram fierent
quatrini et parvuli diversarum sortium, et de eis etiam facti sint
tempore pacis, qui adeo multiplicati sunt, ut nulla alia quasi
appareat vel expendatur in terris nostris moneta quam raminis. Et hoc
idem etiam inceptum est fieri in hac civitate, et propterea subditi
nostri permaxime graventur, nec cessent, sed in die magis multiplicent
eorum querelle. Et insuper ob multiplicationem dictarum monetarum alie
multe sequantur confusiones et inconvenientia ac nostro dominio damno;
sitque pro honore Dei et nostro etiam, et propria utilitate camerarum
nostrarum, et pro sedandis predictis querellis subditorum nostrorum,
omnino providendum;

Vadit pars quod mandetur, auctoritate huius consilii, officialibus
nostris ceche, et sub pena perpetue privationis ipsius officii, et
solvendi penam ac si refutassent, et ultra hoc libras quingentas pro
quolibet eorum, exigendas per advocatores communis, sine alio
consilio, habentes partem ut de aliis sui officii, (quod) fieri et
cuniari non faciant, neque consentiant fieri vel cuniari, nec
permittant etiam extrahi de cecha nostra, ullo modo, forma vel
ingenio, de suprascriptis quatrinis, parvulis, vel aliis monetis
raminis alicuius sortis vel maneriei, sine licentia huius consilii. Et
similiter stampatores non possint ex dictis monetis raminis stampire
sub pena privationis et standi sex menses in carceribus. Et hec pars
addatur in capitulari ipsorum officialium ceche. Et si pars vel
capitulare est contra sit revocatum quantum in hoc. Et cridetur hec
pars in cecha nostra. Hoc tamen declarato, quod unicuique qui
posuisset ad cecham nostram ramina, tornesios vel alias monotas
raminis forenses, restituantur sua.

De parte 357; -- de non 76; -- non sinceri 78.

(Maggior Consiglio, registro _Regina_, carte 5 tergo.)

DOCUMENTO XXXII.

(Pasquale Malipiero, nota 4).

_MCCCCLVIII, die XXVIIII julii_.

Expedit omnino, prout omnes intelligere possunt, providere et
occurrere inconvenientiis hucusque secutis in Brixia et Brixiensi
districtu, occasione parvulorum, propter multas fraudes in re ista
commissas; propterea

Vadit pars, quod omnes parvuli falsi qui quomodolibet inveniri seu
haberi poterunt, incidantur omnino et totaliter extirpentur, nec
aliqualiter acceptari, dari seu expendi possint. Et si quis inventus
fuerit quoquomodo contrafecisse cadat in penam ammittendi X parvulos
bonos pro uno quoque parvulo in quo fuerit contrafactum; cuius pene
medietas sit accusatoris, et alia medietas rectorum, camerariorum
Brixie; remanentibus etiam firmis aliis conditionibus et stricturis
alias in parte super hoc capta contentis.

Statuatur preterea et mandetur, Quod omnes teneantur et debeant per
totum mensem augusti proximum presentare ad cameram nostram Brixie
omnes parvulos bonos cunei nostri, sub pena predieta; de quibus
reservari debeant ducatos quatuor mille. Alii vero omnes fundantur et
de eis fiant _quatrini sive duine_. Cum hoc tamen, quod illi quorum
erunt dicte _duine_, habeant seu solvant, sicut honestum est, expensas
reformationis et stampe predicte. Prefati autem parvuli qui
reservabuntur nullo modo acceptari possint ad cameram nostram, sed
solummodo expendantur et currant in Brixia et Brixiensi pro comoditate
omnium, presertimque pauperum personarum. Cum hoc tamen quod in una
vice expendi non possit ultra unum soldum ipsorum parvulorum, et
abinde infra. Ad ipsam vero cameram nostram solvi et acceptari debeant
solum monete auri, et argenti ac quatrini seu duine predicte,
videlicet medietas in auro et argento, et alia medietas in duinis, que
nullo modo dari, acceptari seu solvi possint in scartociis, sed in
contatis, ut bene videri possint pro fraudibus evitandis, sub pena
amittendi tantumdem cuilibet contrafacienti.

Utque res ista melius et diligentius per plures vias inquiratur, et
contrafacientes puniantur, committatur rectoribus Brixie, quod
provideant cum deputatis nomine illius fidelissime communitatis quod
ad hoc eligat aliquas personas idoneas, sicut se facturam obtulit pro
bona et votiva executione huius deliberationis nostre.

De parte 113; -- de non 3; -- non sinceri 5.

Facte fuerunt littere.

(Senato, _Terra_, registro 4, carte 78 tergo.)

DOCUMENTO XXXIII.

(Cristoforo Moro, nota 11).

_Hec sunt due partes que remanserunt a mense Septembris, diei tercii,_
_1463_.

Per la parte prexa i di preteriti in questo conseio, tra le altre
cosse fo provisto che tuti, si qui chome altrove dove se spende
bagatini, fosseno tegnudi portar tuti quelli i qual havesseno ala
zecha et ai luogi da esser deputadi, azò che i boni bagatini fosseno
cernidi da i falsi; et necessario sia che essa parte sia reformada;
per tanto, l'andera parte

Che perché ala cecha nostra se truova bona summa de quatrini cuniadi
del cunio nostro, ne i qual sono karati d'argento per marcha, como è
la liga di nostri pizoli, da mo sia prexo che per i nostri massari de
la cecha sia tolto marche III di quatrini sopradicti, e quelli sia
fondudi in tavole et de quelle sia fatto pizoli copoludi; i qual
pizoli, stampidi che i serano, siano messi in casson et de quelli per
algun modo non se possa cambiar, per far né oro, né arzento, ma solo
se debia dar a tuti quelli che porterà pizoli boni cuniadi del nostro
cunio, e sia dadi daner per daner. Né altramente possa insir de la
cecha nostra. Et per più execution de questa nostra intention, da mo
sia prexo che i nostri massari de la cecha non possa cambiar né far
cambiar pizoli a oro né ad argento, soto pena de ducati V et privation
del officio; et per il simel i soprastanti fondadori o fanti de quel
officio, che savesse chel fosse sta cambiado pizoli a oro over argento
per i nostri massari, e quelli non accusasse al officio di nostri
avogadori di chomun, subito sia cassi del suo officio né mai più possa
esser in officio algun de quella cecha.

De le manifature del far di dicti pizoli, sia pagado di pizoli, i qual
pizoli che per i maistri de quella cecha i haverà habudo per sua
manifatura, quelli fuor de la cecha possi cambiar per oro e per
argento chon le condicion infrascrite.

E perché el non se chunia piu de marche III.m chome è dicto, sia
dechiarido, che pesando tanti quatrini che sia marche III.m quelli sia
fondudi in tavole, e quelle sia consignade per pexo, chome se fa a i
nostri massari de la cecha del argento, e quelle sia dade fuora a
lavorar ala maistranza e lavorade. E perché nel lavorar di dicti
pizoli ne va assai in cesare, quelle se possa refonder tante volte,
quanto se salda el conto de le dicte marche III.m di pizoli fatti, né
più per algun modo se possa fonder senza licentia de questo conseio,
soto pena a quelli fondadori de ducati cento per un, et d'esser
privadi del officio.

Tutti siano tegnudi da questo dì in avanti, fino per tutto dì XV del
presente, portar i pizoli de zascaduna sorta i haverano alla cecha qui
in Veniexia. A Padoa veramente e a Treviso, ai luogi che sarano
ordenadi; a i qual tuti per i boni pizoli che sarano cernidi dai
falsi, serano dadi tanti pizoli copoludi quanti boni pizoli del nostro
cunio passado i haverano presentado, i qual siano desfati, et de quei
poi siano facti pizoli copoludi in quella summa che parerà a questo
conseio. E i pizoli falsi similiter siano desfati, et la massa loro
sia restituida a quelli de chi la serà.

E passado el termine suprascripto, sì qui, chome in Padoa et ne i
altri luogi nostri predicti, non se possi spender per algun muodo se
non pizoli copoludi et del nostro cunio, soto pena de perder quelli;
et oltra questo, per zascadun pizolo pizoli 6 per pena, segondo le
lege nostre. E i prefati pizoli copoludi che de cetero se spenderano,
non se possino spender se non a menudo, zoè da soldi 5 et da lì in
zoso, soto pena de perder quelli et el dopio più per pena. Né in
manifature over altre mercedi da esser pagadi per zascadun modo, over
ad imprestedo o altramente, dicti pizoli copoludi dar o spender se
possino, soto la predicta pena. E sia in libertà de chi torà questi
pizoli retegnirli per soi, habiando anchora la pena ut supra.

I banchieri sì de questa cità, chome de Padoa e d'altri luoghi nostri
dove se spendeno pizoli, non possino tegnir ne i suo banchi over
altrove questi pizoli, sì in scarnuzi come altramente, né comprar né
vender quelli, né dar ad imprestedo, over de quelli far marchadantia
per algun muodo, soto la pena et stricture dechiaride de sopra. E
questa parte, qui et ne le altre terre et luogi predicti, debia esser
publicada azò che la sia nota a tutti.

De parte 84; -- de non 6; -- non sinceri 11.

(Senato, _Terra_, registro 5, carte 70.)

_MCCCCLXIII, die tercio septembris_.

Dudum, prout ah ipsis effectibus cognitum est, multe fraudes
diverseque falsitates in parvulis nostris commisse fuere, tam hic quam
in aliis civitatibus et locis nostris in quibus parvuli nostri cunei
expenduntur, non sine nota et onere nostri dominii subditorumque
nostrorum dispendio et jactura. Et licet pluries contra huiusmodi
falsitates severissima justitia facta fuerit, non tamen id profuit. Et
sit providendum, propter maximum numerum pauperum personarum que
dietim et minutum lucrantur, ut ea que ex labore suo et elemosinis et
aliter recipiunt expendere possint absque aliquo eorum interesse et
damno;

Vadit pars, Quod de cetero cudi debeat moneta raminis que nichil
teneat argenti, ut per consequens, cum nichil exinde lucri pervenire
possit, nemo eam defraudare seu falsificare querant. Que quidem moneta
sit ad instar medalee, juxta formam et stampam jam excogitatam et
ordinatam; expendantur monete ipse ad duodecim pro marcheto, sicut
fiebant parvuli. Declaretur etiam et mandetur officialibus ceche, quod
in medaleis sive monetis predictis poni faciant in 128 medaleis tantum
raminis quantum sit valoris soldorum septem. In manifatura et reliquis
omnibus expensis intrent solum soldi tres cum dimidio pro summa et
valore ducatorum duorum millium, ut pauperes persone et alii qui
minutim lucrantur et ex elemosinis vivunt vitam ducere possint.

Capta autem presenti parte, deveniri debeat ad hoc consilium, ut circa
parvulos bonos, et falsos qui hactenus expenditi fuerunt, fieri
possint ille utiles et necessarie provisiones que isti consilio
videbuntur.

De parte 37 (28).

(Senato, _Terra_, registro 5, carte 70 tergo.)

DOCUMENTO XXXIV.

(Monete Anonime, nota 3).

_MCCCCX, die ultimo maij_.

Capta. -- Cum in civitate nostra Jadre et partibus illis currant et
expendantur alie monete quam nostre, videlicet monete trium
condicionum, videlicet: moneta quam cudit Creuoia et aliqui alii,
videlicet grossos de bono argento valoris soldorum trium et minus, et
expenduntur pro soldis quatuor; et soldini hungari qui non valent
denarios VIII, et expenduntur pro uno soldo; et frignachi qui non
tenent tres uncias argenti pro marcha, et etiam expenduntur pro uno
soldo. Et hoc modo moneta nostra, videlicet grossi nostri qui valent
quatuor soldos, et soldus noster, exeunt de bursis nostris, et dantur
venientibus Jadram et ad partes illas, qui ipsam monetam nostram
imbursant et dimittunt monetas suas, que sunt multo minoris valoris,
cum tanto damno nostro; ita quod bonum ymo necessarium est providere,
consideratis magnis expensis deinde, et quod in omni parte mondi
(_sic_) quilibet dominus et quodlibet dominium multam advertentiam et
provisionem semper habet ad factum monetarum;

Vadit pars, quod possint ed debeant cudi et fieri una moneta, que
teneat tres uncias argenti pro marcha, et vadant XLII pro uncia,
faciendo figuram Sancti Marci apparati ab uno latere, et ab altero
latere unum schutum altum, in quo sit nihil, ita quod erit ita modica
differencia, quod considerato, quod de dictis fringnachis fiunt et
cudiuntur cum diversis stampis, dicta nostra moneta capiet subito
cursum. Et mandetur rectoribus Jadre, quod teneant modum quod
expendatur dicta moneta, faciendo etiam ipsa recipi in solutionem
nostrorum introytuum. Et ut fiat de ipsa experiencia, debeant cudi et
fieri pro nunc de dictis frignachis usque ad ducatos mille, mittendo
ad partem ad partes Jadre sicut erunt facti. Et secundum quod
videbitur dictam monetam novam respondere utilitati nostre, poterit
provideri per hoc consilium prout bonum videbitur.

(Senato, Deliberazioni _Secrete_, registro 4, carte 118 tergo.)

DOCUMENTO XXXV.

(Monete Anonime, nota 6).

_MCCCCXIIII, die XXVII aprilis_.

Capta.

Cum alias provisum foret in hoc consilio, propter diversas monetas que
expendebantur in Jadra forenses cum danno nostri communis et monetarum
cunij nostri, ac captum quod deberet cudi et fieri una moneta que
teneret tres uncias argenti pro marcha, et irent XLIIII soldi pro
untia, faciendo figuram Sancti Marci apparati ab uno latere, et ab
altero unum scutum altum in quo nichil sit. Et ut dicta experientia
videri posset, cudi deberet usque ducatos mille de dictis monetis
novis et mitti ad partes Jadre, expendendo de ipsa et recipiendo in
solutionem introytuum, ut daretur cursus ipsi monete; postea vero
positum foret ad hoc consilium et captum de revocando ipsam partem,
dubitando quod factum ipsius monete non deberet bene succedere. Et sic
hucusque dilata est res, sed tamen continue moneta predicta expendita
fuit, in tantum quod, secundum informationem quam habemus per Johanem
de Bonisio notarium nostrum qui nuper venit a rectore Jadre, capit tam
optimum cursum, quod non repperitur una moneta in Jadra, nam tota
portata est per morlacos infra terram. Et propterea multum fuimus
confortati ut fatiamus fieri de alia; et quod omnes contentantur ipsam
recipere et expendere. Et considerato quod talis moneta venit
redundare ad utilitatem et comodum nostri communis, bonum est quod,
sicut inceptum fuit, sic dari debeat executio ad fatiendum fieri et
cudi de ipsa moneta cum stampa suprascripta, que moneta tenere debeat
tres untias et quartum unum; et de tempore in tempus facere laborari
in illa quantitate que placuerit dominio, et mittere ad partes Jadre
et Dalmatie ut ibidem expendentur, Et quod factum dictarum monetarum
melius succedat de die in diem.

De parte omnes alii; -- de non 10; -- non sinceri 2.

(Senato, _Misti_, registro 50, carte 102 tergo.)

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NOTE A "DOCUMENTI".

(1) La lezione di questo articolo fu rettificata su quella portata dai
registri del Maggior Consiglio, _Commune_ I, carte 62 tergo, e
_Bifrons_, carte 46 tergo (Deliberazione 22 dic. 1276).

(2) Rettificata la lezione, come sopra.

(3) Parte del M. C. 17 novembre 1269, Registro _Bifrons_, carte 43
tergo.

(4) La Lezione di questo articolo fu rettificata secondo il testo
recato dal registro _Commune I_ del Maggior Consiglio, carte 63
tergo.

(5) Registro _Commune I_: "sunt consueti".

(6) Registro _Commune I_: "_constituti_" manca.

(7) Registro _Commune I_: "pesare".

(8) Registro _Commune I_: "adducunt".

(9) Registro _Commune I_: mancano le parole fra i segni [ ].

(10) Registro _Commune I_: "officio ante".

(11) Registro _Commune I_: "_illis_" manca.

(12) Registro _Commune I_: "predicti".

(13) Registro _Commune I_: "suprascriptas".

(14) Registro _Commune I_: "supra".

(15) Registro _Commune I_: "infra octo dies".

(16) Registro _Commune I_: "Magno".

(17) Registro _Commune I_: "_dicti compsores_" manca.

(18) Registro _Commune I_: "eis".

(19) Registro _Commune I_: "teneatur".

(20) Registro _Commune I_: "_quod_" manca.

(21) Registro _Commune I_: "_monetarum_" manca.

(22) L'originale si trova a carte 46 del registro _Luna_ del Magg.
Cons. (Archivio di Stato).

(23) La deliberazione originale nel Registro _Zaneta_ (Maggior
Consiglio), carte 37 tergo, colla data 22 novembre.

(24) L'originale a carte 31 del Registro _Pilosus_ (Deliberaz. del
Magg. Cons.).

(25) L'originale a carte 43 tergo del registro _Pilosus_ del Magg.
Cons.

(26) In margine di questo articolo si legge: _Cridata in scalis_
_Rivoalti secundum usum_.

(27) Lo stesso decreto, tradotto in volgare, è riportato nel
_Capitolare delle Brocche_ a carte 29, coll'aggiunta del seguente
conto delle spese di fabbricazione:

  "Spexa entra nela fatura deli soraditi pizioli per nui officiali dela
  moneda dada in nota ai signori da la utilia chomo qui soto apar

  prima per i ovrieri, soldi 5 per marcha

  per stampidori, soldi 2 pizoli 8

  per 2 fondedori, soldi 0 pizoli 5

  per tuto challo, soldi 3 pizoli 0

  per due masseri a pizoli 3 per uno, soldi 0 pizoli 6

  per el pexador, soldi 0 pizoli 2

  per el scrivan e pexador, soldi 0 pizoli 3

  per 2 gastoldi, soldi 0 pizoli 3.

  Summa questa spexa de fatura e chalo in tuto lire 0 soldi 12 pizoli 3
  per marcha, non metando carbon, chorzuoli e altre spexe menude
  che ocore".

(28) Questa seconda parte che conteneva la proposta di coniare i
denari di puro rame fu respinta non avendo raccolto che 37 voti.

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APPENDICI.

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APPENDICE I.

VALORE DELLA MONETA VENEZIANA.

1200-1472.

Allo scopo di facilitare lo studio e le ricerche dei valori
comparativi del denaro e delle cose nei tempi di mezzo, ho pensato di
far seguire questo lavoro numismatico da alcune tavole, ove sono
notate esattamente le quantità di oro o di argento che contengono le
unità monetarie, tenendo conto delle variazioni succedute col volgere
degli anni nel peso e nel titolo delle specie metalliche, e mettendo a
confronto l'intrinseco loro valore con quello delle monete moderne,
secondo i criteri ai quali è informato il nostro sistema decimale.
Nella descrizione di ogni singola moneta, che si trova nel corso
dell'opera, ho segnato il peso e il fino, quali risultavano dai
documenti contemporanei controllati da assaggi chimici, ma mi pare che
col riassumere questi dati e col riportarli alle unità monetarie, che
servono di base ai conteggi, si rendano più facili le indagini anche a
chi non ha familiari codesti calcoli.

Ricorderò di avere a suo tempo dimostrato, che due erano le _lire_
adoperate a Venezia, entrambe divise in venti _soldi_ da dodici
_denari_ per soldo. La più antica e popolare era la _lira dei_
_piccoli_, di cui vivono ancora la memoria e l'uso col nome di _lira_
_veneta_: per conoscerne il valore, conviene prendere a base nei tempi
più antichi l'intrinseco del denaro, più tardi quello del grosso, e
dal 1472 in poi quello della lira d'argento. Trascurando il breve
periodo, nel quale a Venezia non si coniava che il solo denaro, la
prima tavola, che si occupa delle monete d'argento, principia col
secolo XIII, e quindi colla istituzione del grosso, del quale, per
documenti sicuri, si conoscono tanto l'intrinseco quanto il valore.
Nella prima colonna segno il peso della lira, relativamente al valore
del grosso, tanto in grani veneti, quanto in grammi metrici, poi,
tenendo conto del titolo, reco nella terza l'argento puro, che a norma
dei tempi formava la lira, e finalmente nell'ultima colonna pongo il
valore, che tale quantità d'argento rappresenta nella nostra
monetazione attuale.

L'altra lira di conto, adoperata da tempi assai remoti, era la _lira
di grossi_, che nel primo secolo della sua esistenza aveva anch'essa
la sua base nel metallo bianco, perché la sua unità era il grosso, il
quale per tale motivo fu detto _denaro grosso_. Dodici denari grossi
erano il _soldo di grossi_, e venti di tali soldi formavano la lira di
grossi, che perciò aveva il valore corrispondente all'argento
contenuto in 240 grossi. Il vantaggio più notevole di questa moneta,
per cui essa veniva preferita dal commercio e dallo stato nei conti da
regolarsi a lunga scadenza, era la stabilità, che mancava invece alla
lira di piccoli, perché il grosso rimase per lungo tempo dello stesso
peso e dello stesso titolo, mentre il piccolo e la lira, che da esso
prendeva il nome, diminuirono più volte di valore, mutandosi il
rapporto fra il grosso ed il piccolo sempre in favore del grosso.
Infatti dapprima il grosso corrispondeva a 26, più tardi a 28, e
finalmente a 32 piccoli, e così la lira di grossi equivaleva a 26, 28
o 32 lire di piccoli, secondo le modificazioni avvenute
nell'intrinseco del denaro o del piccolo.

Nel 1284 fu creato il ducato d'oro, che in breve tempo ebbe favore e
diffusione grandissima anche fuori di Venezia. Fu ragguagliato in
origine a 18 grossi d'argento, ma quando nei primi lustri del secolo
XIV salì al valore di 24 grossi (1), il calcolo della lira di grossi
divenne semplice e molto comodo, perché 10 ducati corrispondevano alla
lira, e mezzo ducato al soldo di grossi. La facilità del conteggio, la
stabilità ed il favore della nuova moneta consolidarono l'uso di
trattare la lira di grossi in ducati, e quando le oscillazioni del
mercato alterarono le proporzioni fra l'oro e l'argento, si conservò
l'abitudine di calcolare in argento la lira di piccoli ed in oro la
lira di grossi, con un bimetallismo speciale, ben diverso da ciò che
sotto questo nome intendono i moderni economisti. Mentre la moneta
d'argento subì molte modificazioni ed una progressiva diminuzione
d'intrinseco, quella d'oro rimase immutabile ed inalterata, per cui la
lira di grossi, uguale a 10 ducati o zecchini, si mantenne fino alla
caduta del governo veneto, prendendo anche i nomi di _lira di banco_ e
di _lira degli imprestiti_.

La seconda tavola espone il valore del ducato d'oro o zecchino ed il
peso in metallo, che corrisponde ad ogni lira di piccoli nelle diverse
epoche, in relazione al numero delle lire e dei soldi, a cui veniva
ragguagliato il ducato. Così si rende manifesto il decadimento della
lira di piccoli, la quale nel 1284 era rappresentata da un pezzo d'oro
del peso di grani veneti 28 e due terzi, e nel 1797 corrispondeva a
poco più di grani veneti 3 dello stesso prezioso metallo, senza aver
riguardo alle mutazioni di rapporto fra l'oro e l'argento, delle quali
è tenuto conto nella terza tavola.

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NOTE A "APPENDICE I".

(1) Non avendolo fatto prima, diamo qui il testo del decreto 12
settembre 1328, che forma il § CCLXI del _Capitolare dei Signori
di notte al Criminal_, conservato nel Museo Correr al numero A.
6. 17. carte 90.

  "_1328. indic. 12. die 12 septembris_.

  Capta fuit pars infrascripta in consilio de XL quod ducati currant
  pro grossis xxiiij usque ad duos annos et recipi debeant pro
  omuibus vendicionibus et omnibus solucionibus tam mercacionum
  quam aliarum quarumcumque rerum. Et nostrum comune idem obseruet
  tam in dando quam in recipiendo et nullus possit nec debeat
  recusare ipsos recipere ad dictum cursum sub pena denariorum xij
  pro libra quam penam exigant officiales grossorum tonsorum et
  habeant tercium dicte pene et accusator tercium si inde fuerit et
  teneatur de credencia et comune tercium".

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TAVOLA I.

VALORE E PESO DELLE MONETE D'ARGENTO.

Data. 1200 circa.

Valore e peso delle monete d'argento. Il grosso istituito al tempo di
Enrico Dandolo pesava grani veneti 42 e un decimo e valeva 26 piccoli,
per formare una lira erano necessari grossi 9 e sei ventiseiesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 388,61. Metrico, grammi: 20,110.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 40. Metrico, o decimale: 0,9652.

Argento puro per lira veneta in grammi. 19,410.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
4,313.

Data. 1270 circa.

Valore e peso delle monete d'argento. Il grosso fu valutato 28
piccoli: grossi 8 e 16 ventottesimi per ogni lira.

Peso della lira. Veneto, grani: 360,85. Metrico, grammi: 18,674.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 40. Metrico, o decimale: 0,9652.

Argento puro per lira veneta in grammi. 18,024.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
4,005.

Data. 1282 maggio 28.

Valore e peso delle monete d'argento. Il denaro grosso fu ragguagliato
a 32 piccoli: grossi 7 e mezzo per lira.

Peso della lira. Veneto, grani: 315,75. Metrico, grammi: 16,340.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 40. Metrico, o decimale: 0,9652.

Argento puro per lira veneta in grammi. 15,771.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
3,504.

Data. 1350 circa.

Valore e peso delle monete d'argento. Il grosso valeva 48 piccoli: 5
grossi formavano la lira.

Peso della lira. Veneto, grani: 210,50. Metrico, grammi: 10,893.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 40. Metrico, o decimale: 0,9652.

Argento puro per lira veneta in grammi. 10,513.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
2,336.

Data. 1369 decembre 19.

Valore e peso delle monete d'argento. Da una marca d'argento si devono
ricavare 14 e mezzo soldi di grossi. Ogni soldino pesa quindi grani
veneti 9 e 93 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 198,60. Metrico, grammi: 10,277.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 40. Metrico, o decimale: 0,9652.

Argento puro per lira veneta in grammi. 9,919.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
2,204.

Data. 1379 maggio 4.

Valore e peso delle monete d'argento. La moneta d'argento deve andare
a 15 soldi di grossi per ogni marca e perciò il grosso del _secondo_
_tipo_ pesa grani veneti 38 e 40 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 192,00. Metrico, grammi: 9,936.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 9,461.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
2,102.

Data. 1379 maggio 4.

Valore e peso delle monete d'argento. La moneta d'argento deve andare
a 15 soldi di grossi per ogni marca e perciò il grosso del _secondo_
_tipo_ pesa grani veneti 38 e 40 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 192,00. Metrico, grammi: 9,936.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 9,461.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
2,102.

Data. 1394 giugno 4.

Valore e peso delle monete d'argento. _Terzo tipo_ del grosso. Da una
marca si devono ottenere non meno di 126 e mezzo grossi, né più di 127
e mezzo e quindi in media 127 pezzi del peso di grani veneti 36 e 28
centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 181,40. Metrico, grammi: 9,387.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 8,938.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,986.

Data. 1399 ottobre 7.

Valore e peso delle monete d'argento. Il taglio dei grossi è fissato a
131 pezzi circa per marca d'argento e il peso quindi a grani veneti 35
e 17 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 175,85. Metrico, grammi: 9,100.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 8,665.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,925.

Data. 1407 maggio 10.

Valore e peso delle monete d'argento. Il taglio è portato a 136 grossi
per marca del peso di grani veneti 33 e 88 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 169,40. Metrico, grammi: 8,766.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 8,346.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,854.

Data. 1417 novembre 11.

Valore e peso delle monete d'argento. Da una marca si devono ricavare
in media lire 29 soldi 9 e quindi il grosso pesare grani veneti 31 e
28 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 156,40. Metrico, grammi: 8,093.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 55. Metrico, o decimale: 0,9522.

Argento puro per lira veneta in grammi. 7,706.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,712.

Data. 1420 (21) febbraio 6.

Valore e peso delle monete d'argento. Da una marca si devono ricavare
in media lire 29 soldi 16 e quindi ogni grosso pesare grani veneti 30
e 92 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 154,60. Metrico, grammi: 8,000.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 60. Metrico, o decimale: 0,9479.

Argento puro per lira veneta in grammi. 7,583.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,685.

Data. 1429 luglio 9.

Valore e peso delle monete d'argento. Regolazione della moneta per la
quale da una marca si devono ricavare lire 31 di monete ed il grosso
pesare grani veneti 29 e 72 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 148,60. Metrico, grammi: 7,690.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 60. Metrico, o decimale: 0,9479.

Argento puro per lira veneta in grammi. 7,289.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,619.

Data. 1443 (44) genn. 28.

Valore e peso delle monete d'argento. Il Senato ordina che i grossi e
i soldi sieno coniati e stampati in ragione di lire 34 per marca ed il
grosso pesa grani veneti 27 e 50 centesimi.

Peso della lira. Veneto, grani: 135,50. Metrico, grammi: 7,012.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 60. Metrico, o decimale: 0,9479.

Argento puro per lira veneta in grammi. 6,646.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,476.

Data. 1472 maggio 20.

Valore e peso delle monete d'argento. Il Consiglio dei Dieci ordina la
coniazione della lira del peso di carati 31 e mezzo.

Peso della lira. Veneto, grani: 126,00. Metrico, grammi: 6,520.

Titolo. Veneto, carati (peggio): 60. Metrico, o decimale: 0,9479.

Argento puro per lira veneta in grammi. 6,180.

Valore corrispondente all'argento puro della moneta decimale (Lire).
1,373.

[Nuova pagina]

TAVOLA II.

VALORE DEL DUCATO D'ORO.

Data. 1284 ottobre 31.

Valore del ducato d'oro. Il ducato è valutato 18 grossi di 32 piccoli
e cioè 48 soldi.

Valore in lire venete. 2 Lire e 8 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 28 e 65 centesimi.
Grammi: 1,482.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 5,104.

Data. 1328 settembre 12.

Valore del ducato d'oro. La Quarantìa ordina che il ducato debba
correre per 24 grossi, ossia 64 soldi.

Valore in lire venete. 3 Lire e 4 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 21 e 49 centesimi.
Grammi: 1,112.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 3,830.

Data. 1379 luglio 9.

Valore del ducato d'oro. Si prendono a mutuo i ducati che sono fatti e
si fanno in zecca con l'aggio di 13 soldi per ducato, e cioè 77 soldi.

Valore in lire venete. 3 Lire e 17 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 18 e 86 centesimi.
Grammi: 0,924.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 3,182.

Data. 1380.

Valore del ducato d'oro. Durante la guerra di Chioggia il ducato
valeva Lire 4 soldi 5.

Valore in lire venete. 4 Lire e 5 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 16 e 18 centesimi.
Grammi: 0,837.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,833.

Data. 1380 ottobre.

Valore del ducato d'oro. Durante la guerra di Chioggia il ducato
valeva Lire 4 soldi 6.

Valore in lire venete. 4 Lire e 6 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 15 e 99 centesimi.
Grammi: 0,827.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,848.

Data. 1381 luglio 3.

Valore del ducato d'oro. Durante la guerra di Chioggia il ducato
valeva Lire 4 soldi 2 piccoli 6.

Valore in lire venete. 4 Lire, 2 soldi e 6 piccoli.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 16 e 67 centesimi.
Grammi: 0,862.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,969.

Data. 1382 luglio 25.

Valore del ducato d'oro. Il ducato valeva Lire 3 soldi 19 piccoli 6.

Valore in lire venete. 3 Lire, 19 soldi e 6 piccoli.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 17 e 30 centesimi.
Grammi: 0,895.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 3,082.

Data. 1399 ottobre 7.

Valore del ducato d'oro. Il ducato valeva 93 soldi.

Valore in lire venete. 4 Lire e 13 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 14 e 79 centesimi.
Grammi: 0,765.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,635.

Data. 1408.

Valore del ducato d'oro. Le lire di grossi valevano Lire 32 di
piccoli, ed a oro Lire 48, cioè il ducato 96 soldi.

Valore in lire venete. 4 Lire e 16 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 14 e 32 centesimi.
Grammi: 0,741.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,552.

Data. 1417 novembre 11.

Valore del ducato d'oro. Il ducato d'oro valeva soldi 100.

Valore in lire venete. 5 Lire.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 13 e 75 centesimi.
Grammi: 0,711.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,449.

Data. 1429 luglio 29.

Valore del ducato d'oro. Il ducato d'oro è ragguagliato a 104 soldi.

Valore in lire venete. 5 Lire e 4 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 13 e 22 centesimi.
Grammi: 0,684.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,356.

Data. 1443 (44) genn. 23.

Valore del ducato d'oro. Il ducato d'oro era salito a 114 soldi.

Valore in lire venete. 5 Lire e 14 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 12 e 6 centesimi. Grammi:
0,624.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 2,149.

Data. 1472 marzo 20.

Valore del ducato d'oro. Il ducato d'oro è ragguagliato a 124 soldi.

Valore in lire venete. 6 Lire e 4 soldi.

Peso della lira veneta in oro. Grani veneti: 11 e 9 centesimi. Grammi:
0,574.

Valore della lira veneta corrispondente al peso dell'oro in moneta
decimale. 1,977.

[Nuova pagina]

TAVOLA III.

PROPORZIONE FRA IL VALORE DELL'ORO E QUELLO DELL'ARGENTO.

1284. La lira in oro pesava grani 1,482; la lira d'argento grani
15,771; il rapporto quindi era di 1 a 10,641.

1328. La lira in oro pesava grani 1,112; la lira d'argento grani
15,771; il rapporto quindi era di 1 a 14,182.

1350. La lira in oro pesava grani 1,112; la lira d'argento grani
10,513; il rapporto quindi era di 1 a 9,454.

1379. La lira in oro pesava grani 0,924; la lira d'argento grani
9,461; il rapporto quindi era di 1 a 10,239.

1380. La lira in oro pesava grani 0,827; la lira d'argento grani
9,461; il rapporto quindi era di 1 a 11,440.

1399. La lira in oro pesava grani 0,765; la lira d'argento grani
8,665; il rapporto quindi era di 1 a 11,326.

1408. La lira in oro pesava grani 0,741; la lira d'argento grani
8,346; il rapporto quindi era di 1 a 11,263.

1429. La lira in oro pesava grani 0,684; la lira d'argento grani
7,291; il rapporto quindi era di 1 a 10,659.

1444. La lira in oro pesava grani 0,624; la lira d'argento grani
6,646; il rapporto quindi era di 1 a 10,650.

1472. La lira in oro pesava grani 0,574; la lira d'argento grani
6,180; il rapporto quindi era di 1 a 10,766.

[Nuova pagina]

APPENDICE II.

I MASSARI DELLA MONETA.

Mancano le memorie e i documenti per conoscere come fosse in origine
regolata l'amministrazione della zecca e quali magistrati vegliassero
al suo andamento. La più antica notizia è un breve cenno in data 13
marzo 1224, che si legge nel _Liber communis_ o _Liber plegiorum_, in
cui sono raccolte le deliberazioni del doge assistito dal Consiglio
minore. Ivi si ricorda il giuramento prestato sul loro _Capitolare_
dai sorveglianti della zecca, i quali non sono chiamati con alcun
titolo speciale, ma semplicemente _illi homines qui faciunt fieri
monetam_ (1). Il capitolare di cui si parla in quella notizia non è
giunto fino a noi, ma si può con fondamento supporre che, almeno nelle
linee generali e più importanti, esso non fosse dissimile da quello
compilato nel 1278, ch'è il più antico che si conosca. Questo
importante documento, simile ad altri congeneri, è una raccolta delle
leggi e degli ordini, a cui dovevano informarsi i magistrati
nell'esercizio del loro ufficio, e contiene capitoli scritti in varie
epoche e con diversi intendimenti. A chi si ponga a leggerlo con
attenzione non isfuggirà che i paragrafi immediatamente seguenti la
formula del giuramento, e parecchi altri qua e là, sono in prima
persona, mentre altri si dirigono ai massari o agli addetti alla zecca
in terza persona. Tale diversità di redazione induce facilmente a
supporre che gli articoli in prima persona siano conservati dal
capitolare primitivo, e quelli in terza siano disposizioni introdotte
nelle compilazioni successive.

I _massari_ in origine erano tre, assistiti da due _pesatori_, ed
avevano il salario annuo di lire cento, metà del quale era pagato dopo
cinque mesi. Si chiamavano _della moneta_, perché sovrastavano alle
faccende della zecca, e rimanevano in carica due anni, durante i quali
non potevano essere del Maggior Consiglio né di alcun altro ufficio.
Più tardi fu concesso ai massari (2) ed a quei pesatori che fossero
eleggibili di intervenire al Maggior Consiglio nelle feste solenni
(3).

Allorché fu creato il ducato si istituirono due nuovi _massari_, che
si dissero _all'oro_; mentre poco a poco gli altri perdettero l'antica
denominazione, per prendere quella di _massari all'argento_.

Per legge 23 marzo 1306 (4) del Maggior Consiglio i massari ed i
pesatori della moneta potevano portare qualunque sorta di armi per
ragioni del loro ufficio: lo stesso diritto fu accordato più tardi
agli scrivani (5) ed ai fanti (6) della zecca, i quali lo reclamavano
per l'art. 67 di un vecchio capitolare, che più non esiste.

I massari all'oro, divenuti quattro in progresso di tempo, tornarono
due nel 1347 (7), e, vista l'importanza e la gelosia dell'ufficio, il
Senato nel 29 aprile 1363 (8) elevava il loro salario, da lire 7 soldi
13 denari 2 di grossi e piccoli 6, a lire 8 di grossi, ossia 80 ducati
all'anno.

Il Senato deliberava il 4 maggio 1379 (9) di creare due nuovi massari
all'argento: nel 16 giugno 1404 (10) aboliva l'ufficio di massaro ai
_torneselli_, che aveva lo stipendio di lire 8 di grossi, ordinando
che tale incarico fosse assunto dagli altri massari per turno.

Ai tempi della guerra contro i Genovesi si ordinò (14 aprile 1379)
(11) di sospendere tutte le paghe dei nobili investiti di cariche
pubbliche e di avocare allo Stato metà delle competenze inerenti alle
cariche: invece nel dicembre 1411 e nel gennaio 1412, quando si
preparavano le armi contro Sigismondo imperatore e re d'Ungheria, si
diminuirono gli stipendi di tutti i funzionari, e troviamo nel
registro XLIX dei _Misti_ del Senato un lungo elenco degli uffici
colle paghe e riduzioni.

Notiamo per la zecca i massari all'oro, che avevano 20 lire di grossi
all'anno per ciascuno, ridotti a lire 12 di grossi; i due pesatori
all'oro, da lire 6, a lire 4 di grossi; i massari all'argento ed al
rame, che avevano 8 lire di grossi, portati a 5 lire di grossi, così i
pesatori all'argento. Sono anche nominati in questo elenco Bernardo e
Marco Sesto intagliatori di zecca (12).

Nel 18 aprile 1414 (13) ai due massari all'oro ne sono aggiunti due
nuovi con 80 ducati annui di salario, e si permette che vecchi e nuovi
possano, alla scadenza dell'ufficio, essere confermati in carica. Nel
30 gennaio 1415 (1416) i massari all'oro si riducono nuovamente a due
soli, con 120 ducati all'anno, e, votati i quattro esistenti, si
confermano Pietro Ghisi e Michele Contarini, che raccolgono il maggior
numero di voti (14).

Mancando i due massari all'argento, ed essendo stato soppresso quello
ai torneselli, il Senato, nel 30 aprile 1416 (15), ordina che sieno
nominati tre massari col salario di 100 ducati e le solite utilità, e
l'11 novembre 1417 (16) si regolano alternativamente le mansioni in
modo che uno dei tre debba sorvegliare la fabbricazione dei torneselli
e dei piccoli.

Altre modificazioni nel numero e nello stipendio dei massari furono
deliberate in vari tempi, ma durarono poco, ritornandosi al numero
primitivo di due per l'oro e tre per l'argento; così talora fu
concesso di rinominare gli uscenti, ma si finì coll'ordinare la
contumacia di due anni, secondo il sistema tradizionale nelle
magistrature veneziane.

Non è chiarito chi eleggesse anticamente i massari delle monete, che
dipendevano dal doge e dal Consiglio Minore: una legge del Maggior
Consiglio del 21 agosto 1287 (17) stabilisce che la elezione dei
massari all'oro ed alla moneta possa esser fatta dal doge unitamente
ai consiglieri ed alla Quarantìa, e nel 1327, 15 novembre (18), il
Maggior Consiglio ordina che tutti gli affari che riguardano l'oro e
gli uffici relativi, come pure quello dei _grossi tonsi_ (tosati),
sieno trattati e deliberati dalla Quarantìa, a cui delega i suoi
poteri. Il 1 aprile 1354 il Maggior Consiglio delibera che i massari
all'oro siano eletti ad una mano dal doge, consiglieri e capi, ed a
due mani dal Maggior Consiglio, ma non più dalla Quarantìa (19).
Ognuno degli eletti debba presentare sei mallevadori per lire 1000
ciascuno, e colle stesse formalità siano eletti i massari all'argento.

Nel capitolare dei massari della moneta è prescritto, all'articolo 9,
che sulle monete sia fatto un segno per conoscere in qual tempo sieno
state coniate.

Il costume di segnare le monete con punti, ora rotondi ora d'altra
forma, collocati in vario posto, per conoscere lo zecchiere che era
responsabile della fabbricazione, è antichissinio. Tali punti o segni
si trovano pressochè in tutte le monetazioni di governi potenti ed
estesi, dove molte erano le zecche ed abbondanti le emissioni, ed
appariscono anche su molti denari carolingi coniati in Francia ed in
Italia. Appositi registri tenevano nota dei nomi corrispondenti ai
segni, il cui significato era ignorato dal pubblico e che perciò si
dicevano _punti secreti di zecca_.

Le prime monete veneziane non avevano alcun segno; ma quando la
coniazione del grosso divenne assai copiosa, per controllare la bontà
di una così importante moneta, che formava il vanto e l'utile della
zecca, si dovette ricorrere a tale pratica; ed infatti vediamo alcuni
segni, prima semplici poi alquanto complicati, che nel campo del
rovescio, presso alla figura seduta del Redentore, distinguono i
grossi di tutti i dogi da Jacopo Tiepolo in poi, per oltre un secolo.
A questa consuetudine venne fatta una sensibile modificazione verso la
metà del secolo XIV, sostituendo ai punti o segni le lettere
dell'alfabeto, che distinguono i mezzanini ed i soldini riformati al
tempo di Andrea Dandolo. Non conosciamo il decreto che istituisce il
mezzanino, ma una deliberazione della Quarantìa del 9 febbraio 1345
(1346), fortunatamente conservata da Marino Sanuto, essendosi perduti
i registri originali (20), ci avverte che, posta la questione se le
nuove monete progettate si dovessero fare di argento fino come il
grosso, o misto con rame, il Consiglio si pronunciò per l'argento
fino, con 27 voti contro 7. Queste monete sono evidentemente i
_mezzanini_, che devono essere stati decretati poco tempo dopo, ed i
soldini, di cui conosciamo il decreto in data 8 aprile 1353 (21) dove
è ordinato che sulla moneta sia scolpita la prima lettera (_sillaba_)
del nome di battesimo del massaro. Così si continuò a segnare la
moneta d'argento per tutto il secolo XIV e per buona parte del XV; ma
quando fu modificato il peso ed il fino del grosso e del soldo, col
decreto 6 febbraio 1420 (1421) (22), si introdussero alcuni
cambiamenti nell'aspetto ditali monete, fra cui principalissimo quello
di indicare le iniziali del nome e del cognome del massaro
all'argento, uso che venne continuato poi sempre nella zecca
veneziana.

Eguali prescrizioni incombevano ai massari all'oro, come si rileva
dalla rubrica XI del loro capitolare (23) che dice: _Item semo tegnudi
de far far segno in la moneda, la qual nu faremo far azò che lo sia
cognosudo che la sia fata a lo tempo delo nostro ficio de moneda, e
quelo segno lo qual serà fato scrivere mo in ti nostri quaderni_. Non
ostante il maggior pregio del metallo, i massari all'oro non diedero a
tale pratica minuziosa l'importanza che vi avevano accordata i loro
colleghi preposti all'argento, per cui, tratte poche eccezioni,
adottarono lo stesso segno ponendo sotto il gomito di San Marco un
punto rotondo, e solo raramente una crocetta. In tal modo, perduto lo
scopo che aveva informato sifatto provvedimento, si finì per
abbandonarne l'uso, e la moneta d'oro veneziana non ebbe alcun segno,
tranne le doppie, gli scudi e loro frazioni coniate negli ultimi
tempi, sui quali pezzi erano notate le iniziali dei massari.

Sarebbe molto interessante conoscere la spiegazione dei segni che si
trovano sui grossi del XIV e XV secolo, ma ignoriamo i nomi dei
massari, come pure la corrispondenza dei segni. Anche la spiegazione
delle lettere ci riesce incompleta, perché gli elenchi dei massari non
cominciano se non tardi e, toltine i nomi che si trovano nei registri
della Quarantìa e del Segretario alle Voci, conviene cercar gli altri
nei documenti e nei registri dove sono casualmente nominati.

Darò l'elenco che ho potuto compilare, alquanto più completo di quelli
che furono stampati sin qui, notando la fonte dove ho trovato la
notizia e le iniziali stampate sulle monete che corrispondono ai nomi
dei massari.

[Nuova pagina]

TAVOLA I.

MASSARI ALLA MONETA, POI ALL'ARGENTO.

Nome. Michele Trevisan.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Capitolare dei massari della moneta.

Epoca. Cessa 11 ottobre 1298.

Nome. Marin Stornado.

Titolo dell'ufficio. All'argento.

Fonte. Parti della Quarantìa trascritte da M. Sanuto.

Epoca. Eletto 18 febbraio 1333.

Nome. Paolo Papaziza.

Titolo dell'ufficio. All'argento.

Fonte. Parti della Quarantìa trascritte da M. Sanuto.

Epoca. Eletto 18 febbraio 1333.

Nome. Nicolò Venier.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Era tale 18 dicembre 1342.

Nome. Filippo Venier.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 8 gennaio 1342.

Nome. Marco Navager.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 2 maggio 1343.

Nome. Giovanni Magno.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 9 giugno 1343.

Nome. Andreolo Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Ad argentum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 1 settembre 1343.

Nome. Nicolò Barisan.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad argentum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Cessa 14 luglio 1348.

Sigle. N corsivo.

Nome. Marco Navager.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad argentum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Cessa 14 luglio 1348.

Sigle. M corsivo.

Nome. Pietro Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 2 luglio 1348.

Sigle. P.

Nome. Giovanni Navager.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad argentum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 14 luglio 1348.

Sigle. EZH capovolta.

Nome. Pietro Marin.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad argentum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 14 luglio 1348.

Sigle. P.

Nome. Nicoletto Albizo.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 9 febbraio 1348.

Sigle. N corsivo.

Nome. Benedetto Mazaman.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 3 giugno 1349.

Sigle. B.

Nome. Giovanni Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 16 giugno 1349.

Sigle. ALFA CEDILLA.

Nome. Secondo Aventurado.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam argenti.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 16 giugno 1350.

Sigle. S.

Nome. Nicoletto Steno.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam argenti.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 9 luglio 1350.

Sigle. N corsivo.

Nome. Giannino Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massatius ad monetam argenti.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Confermato 25 luglio 1350.

Sigle. ALFA CEDILLA.

Nome. Pietro Orio.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 24 luglio 1358.

Nome. Giovanni Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda.

Fonte. Parti della Quarantìa trascritte da M. Sanuto.

Epoca. Eletto 27 ottobre 1361.

Sigle. ALFA CEDILLA.

Nome. Secondo Aventurado.

Titolo dell'ufficio. Oficial a la moneda.

Fonte. Parti della Quarantìa trascritte da M. Sanuto.

Epoca. Eletto 1362.

Sigle. S.

Nome. Nicoletto Badoer.

Titolo dell'ufficio. Massarius argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 8 giugno 1362.

Sigle. N.

Nome. Nicolò Corner.

Titolo dell'ufficio. Massarius argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 15 dicembre 1362.

Sigle. N.

Nome. Secondo Aventurado.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 14 aprile 1364.

Sigle. S.

Nome. Justo Foscarini.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 12 gennaio 1367.

Sigle. I.

Nome. Secondo Aventurado.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Confermato 12 gennaio 1367.

Sigle. S.

Nome. Donato Quintavalle.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti et tornesellorum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 10 maggio 1370.

Sigle. D.

Nome. Filippo Barbarigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti et tornesellorum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 10 maggio 1370.

Sigle. F.

Nome. Pietro Magno.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad monetam Sancti Marci.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 1 luglio 1371.

Nome. Donato Quintavalle.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Confermato 24 maggio 1372.

Sigle. D.

Nome. Filippo Barbarigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Confermato 24 maggio 1372.

Sigle. F.

Nome. Pietro Viaro.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 30 maggio 1385.

Sigle. P.

Nome. Antonio Tiepolo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 6 giugno 1385.

Nome. Daniele Dandolo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 17 agosto 1385.

Nome. Marco Baffo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 20 agosto 1385.

Sigle. OI.

Nome. Fantino Morosini.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad cecham argenti.

Fonte. Senato, Misti.

Epoca. Era stato 27 marzo 1416.

Sigle. F.

Nome. Daniel Canal.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad cecham argenti.

Fonte. Senato, Misti.

Epoca. Era stato 27 marzo 1416.

Sigle. D.

Nome. Andrea Nani.

Titolo dell'ufficio. Massaro a la zecha de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Cessa 6 febbraio 1420.

Sigle. A.

Nome. Francesco Pesaro.

Titolo dell'ufficio. Officialis monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 10 agosto 1421.

Sigle. F.

Nome. Tomaso Mocenigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 20 aprile 1423.

Sigle. T S, T sopra S.

Nome. Paolo Michiel.

Titolo dell'ufficio. Nassarius monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 24 giugno 1423.

Sigle. P OI, P sopra OI.

Nome. Marin Caravello.

Titolo dell'ufficio. Offitialis super moneta argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 12 agosto 1423.

Nome. Zuan Boldù.

Titolo dell'ufficio. Massaro a la moneta de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 14 luglio 1429.

Sigle. EZH capovolta B, EZH capovolta sopra B.

Nome. Nicolò Venier.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 14 luglio 1429.

Sigle. n sopra V.

Nome. Nicolò Venier.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 12 aprile 1432.

Sigle. n sopra V.

Nome. Zuanne Barbo.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 12 aprile 1432.

Sigle. EZH CODA sopra B.

Nome. Raffaele Barisan.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 15 aprile 1434.

Sigle. R sopra B.

Nome. Ettor Pasqualigo.

Titolo dell'ufficio. Masser a la moneda de l'arzento.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 15 aprile 1434.

Sigle. EPSILON LUNA sopra P.

Nome. Lodovico Loredan.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 31 dicembre 1439.

Sigle. L L.

Nome. Marco Valier _major_.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 31 dicembre 1439.

Nome. Andrea Corner.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 24 settembre 1441.

Nome. Marco Paruta.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 24 settembre 1441.

Sigle. M P, M sopra P, OI sopra P.

Nome. Alessandro Pasqualigo.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 25 novembre 1443.

Sigle. A P.

Nome. Giacomo Pizzamano.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 25 novembre 1443.

Nome. Carlo Querini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 27 dicembre 1443.

Sigle. K sopra Q.

Nome. Zuanne Zorzi.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 29 settembre 1445.

Sigle. EZH CODA EZH CODA, EZH CODA sopra EZH CODA.

Nome. Francesco Lando.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 29 settembre 1445.

Sigle. F L, F sopra L.

Nome. Nicolò Balastro.

Titolo dell'ufficio. massarii Monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 9 luglio 1447.

Sigle. N B, N sopra B, n sopra B.

Nome. Dario Zusto major.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 24 settembre 1447.

Sigle. D I, D EZH CODA, D sopra I.

Nome. Marin Morosini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 22 giugno 1449.

Sigle. M M, OI M, M sopra M.

Nome. Venceslao da Riva.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 31 dicembre 1449.

Nome. Marco Barbarigo.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 26 magg. 1450.

Sigle. M corsivo B, M sopra B, M corsivo sopra B simmetrica, M corsivo
sopra B.

Nome. Nicolò Foscarini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 22 luglio 1450.

Sigle. N F, N f, N sopra F.

Nome. Benedetto Soranzo.

Titolo dell'ufficio. mMassarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 14 maggio 1452.

Sigle. B S, B sopra S.

Nome. Natale Corner.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 24 settembre 1452.

Sigle. N C, N sopra C.

Nome. Marco Gradenigo.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 23 giugno 1454.

Nome. Marco Venier.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eleggesi 29 giugno 1455.

Nome. Polo Zancariol.

Titolo dell'ufficio. Masseri a l'ofitio de la moneda.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 24 dicembre 1461.

Sigle. P EZH CODA.

Nome. Marin Memmo.

Titolo dell'ufficio. Masseri a l'ofitio de la moneda.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 24 dicembre 1461.

Sigle. M . . .

Nome. Zuanne Paruta.

Titolo dell'ufficio. mMasseri a l'ofitio de la moneda.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 24 dicembre 1461.

Sigle. EZH CODA P.

Nome. Domenico Bondumier.

Titolo dell'ufficio. Signori de la zecha.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 14 maggio 1462.

Sigle. d B.

Nome. Daniele Da Lezze.

Titolo dell'ufficio. Signori de la zecha.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 14 maggio 1462.

Sigle. d d.

Nome. Piero Dandolo.

Titolo dell'ufficio. Masseri a la zecha.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 6 settembre 1463.

Sigle. P D.

Nome. Bernardo Bondumier.

Titolo dell'ufficio. Masseri a la zecha.

Fonte. Capitolare delle Brocche.

Epoca. Era tale 6 settembre 1463.

Nome. Michele Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 1 dicembre 1464.

Nome. Francesco Erizzo.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 10 aprile 1466.

Nome. Caterino Darmer.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 21 aprile 1466.

Nome. Bernardo Giustinian.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 11 agosto 1467.

Nome. Piero Caravello.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 20 luglio 1467.

Nome. Filippo Boldù.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 28 gennaio 1467.

Nome. Stefano Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 13 marzo 1468.

Nome. Nicolò Michiel.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 29 maggio 1469.

Nome. Francesco Bembo.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 26 luglio 1469.

Nome. Piero Griti.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 20 settembre 1470.

Nome. Nicolò Foscarini.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete argenti.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 31 gennaio 1470.

[Nuova pagina]

TAVOLA II.

MASSARI ALL'ORO.

Nome. Zuanne Bondimier.

Titolo dell'ufficio. Ofiziali a far far ducati.

Fonte. Cronachetta di Donato Contarini.

Epoca. Eletto 1285.

Nome. Mattio de Rainaldo.

Titolo dell'ufficio. Ofiziali a far far ducati.

Fonte. Cronachetta di Donato Contarini.

Epoca. Eletto 1285.

Nome. Zuanne Bondimier.

Titolo dell'ufficio. Ofiziali a far far ducati.

Fonte. Cronachetta di Donato Contarini.

Epoca. Confermato 1287.

Nome. Mattio de Rainaldo.

Titolo dell'ufficio. Ofiziali a far far ducati.

Fonte. Cronachetta di Donato Contarini.

Epoca. Confermato 1287.

Nome. Michele Trevisan.

Titolo dell'ufficio. Officium monete auri.

Fonte. Capitulare massariorum monete.

Epoca. Eletto 11 ottobre 1298.

Nome. Pietro Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Cessa 9 luglio 1348.

Nome. Paolo Steno.

Titolo dell'ufficio. Ad massariam auri.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 18 giugno 1348.

Nome. Dardi de Lorenzo.

Titolo dell'ufficio. Ad massariam auri.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 18 giugno 1348.

Nome. Costantino Nani.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 9 luglio 1348.

Nome. Pietro Baffo.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 9 luglio 1348.

Nome. Giovanni Navager.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Cessa 4 agosto 1348.

Nome. Giovanni Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 4 agosto 1348.

Nome. Marco Marmora.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad mon. auri.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 24 maggio 1350.

Nome. Costantino Nani.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 17 dicembre 1353.

Nome. Dardi de Lorenzo.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 20 dicembre 1353.

Nome. Donato Quintavalle.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 21 dicembre 1363.

Nome. Luca Viadro.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 30 maggio 1365.

Nome. Jacopo Bollani.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 2 novembre 1365.

Nome. Zuanne Valaresso.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 10 novembre 1365.

Nome. Donato Quintavalle.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 5 gennaio 1365.

Nome. Piero Calbo.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 12 luglio 1366.

Nome. Zuanne Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 15 dicembre 1367.

Nome. Nicolò Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Registri della Quarantìa.

Epoca. Eletto 21 novembre 1375.

Nome. Piero Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius ad aurum.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 29 marzo 1383.

Nome. Marco Zancani.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 12 aprile 1383.

Nome. Zuanne Giustinian.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 7 luglio 1383.

Nome. Antonio Tiepolo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 12 luglio 1383.

Nome. Giacomo Trevisan.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 16 luglio 1385.

Nome. Cristofolo Zancani.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 17 agosto 1385.

Nome. Lodovico Moro.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 4 novembre 1386.

Nome. Donato Da Lezze.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 11 novembre 1386.

Nome. Piero Papaziza.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 18 novembre 1386.

Nome. Cristofolo Zancani.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 2 dicembre 1386.

Nome. Donato Quintavalle.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 23 aprile 1387.

Nome. Pietro Ghisi.

Titolo dell'ufficio. Massari all'oro.

Fonte. Senato, _Misti_, registro 51, carte 91.

Epoca. Confermato 30 gennaio 1415.

Nome. Michele Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massari all'oro.

Fonte. Senato, _Misti_, registro 51, carte 91.

Epoca. Confermato 30 gennaio 1415.

Nome. Tomaso Mocenigo.

Titolo dell'ufficio. Massari all'oro.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 15 dicembre 1419.

Nome. Pietro Ghisi.

Titolo dell'ufficio. Massari all'oro.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 15 dicembre 1419.

Nome. Pietro Lando.

Titolo dell'ufficio. Officialis monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 5 ottobre 1421.

Nome. Orsato Giustinian.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 18 ottobre 1421.

Nome. Biagio Venier.

Titolo dell'ufficio. Officialis monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 14 dicembre 1421.

Nome. Vettor Duodo.

Titolo dell'ufficio. Offic. super mon. auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 21 settembre 1423.

Nome. Paolo Malipiero.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 22 giugno 1438.

Nome. Giacomo Corner.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 28 dicembre 1439.

Nome. Nicolò Giustinian.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 26 giugno 1440.

Nome. Michele Lion.

Titolo dell'ufficio. massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 22 luglio 1441.

Nome. Antonio Zen.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 24 settembre 1441.

Nome. Bernardo Donà.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Cessa 31 marzo 1443.

Nome. Orsato Giustinian.

Titolo dell'ufficio. Massarii monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 25 novembre 1443.

Nome. Antonio Querini.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 13 marzo 1445.

Nome. Michele Lion.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 29 settembre 1445.

Nome. Francesco Dandolo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 27 dicembre 1445.

Nome. Andrea Venier.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 24 settembre 1447.


Nome. Gerolamo Foscolo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 24 settembre 1447.

Nome. Bortolomeo Barbarigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 28 dicembre 1449.

Nome. Leonardo Calbo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 28 dicembre 1449.

Nome. Zaccaria Bembo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 25 ottobre 1450.

Nome. Antonio Loredan.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 17 ottobre 1451.

Nome. Bernardo Cappello.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 7 gennaio 1452.

Nome. Pietro Pizzamano.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 7 gennaio 1452.

Nome. Lorenzo Barbarigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 27 marzo 1453.

Nome. Gerolamo Querini.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 24 agosto 1455.

Nome. Stai Balbi.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 2 novembre 1455.

Nome. Antonio Contarini.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 22 gennaio 1464.

Nome. Gerolamo Bernardo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 25 gennaio 1465.

Nome. Marino Da Canal.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 19 maggio 1466.

Nome. Benedetto Sagredo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 24 maggio 1467.

Nome. Francesco Bragadin.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 21 settembre 1467.

Nome. Marco Bollani.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 22 dicembre 1467.


Nome. Gerolamo Malipiero.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 4 gennaio 1467.

Nome. Marco Memo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 23 settembre 1468.

Nome. Zusto Gradenigo.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 26 maggio 1469.

Nome. Andrea Vitturi.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 26 gennaio 1469.

Nome. Alvise Trevisan.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 26 settembre 1470.

Nome. Lorenzo Falier.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 28 maggio 1471.

Nome. Gerolamo Corner.

Titolo dell'ufficio. Massarius monete auri.

Fonte. Segretario alle voci.

Epoca. Eletto 27 settembre 1471.

[Nuova pagina]

NOTE A "APPENDICE II".

(1) Il passo è riportato nel capitolo "Pietro Ziani", penultimo
paragrafo.

(2) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'oro, rubr. XLIX.

(3) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, 27 settembre 1300,
registro _Magnus_, carte 11.

(4) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro
_Capricornus_, carte 8 tergo e Capitolare dei massari all'oro,
rubrica XXVI.

(5) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'oro, rubr.
XXVII.

(6) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 1 tergo.

(7) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'oro, rubr. XLIX.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 31, carte 1
tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 36, carte 77
tergo.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 46, carte 150.

(11) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 3.

(12) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 49, carte 81.

(13) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 50, carte 96.

(14) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 51, carte 91.

(15) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 51, carte 122
tergo.

(16) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 52, carte 54.

(17) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Commune_
_II_, carte 86.

(18) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Spiritus_,
carte 25.

(19) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registro _Novella_,
carte 28 tergo.

(20) Regio Archivio di Stato. Parti della Quarantìa Criminale
trascritte da Marino Sanuto, carte 14.

(21) Regio Archivio di Stato. Quarantìa Criminale, _Parti_, registro
II, carte 75.

(22) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro 53, carte 106.

(23) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei massari all'oro, carte 5
tergo.

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APPENDICE III.

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TAVOLA I.

RARITÀ E PREZZO ATTUALE DELLE MONETE VENEZIANE SINO AL 1471.

MONETE DEGLI IMPERATORI.

Moneta. Lodovico I denaro con VENECIAS MONETA.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Lodovico I denaro con VENECIAS.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Lotario denaro.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Denaro anonimo con XPE SALVA VENECIAS.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Denaro anonimo con CRISTVS IMPERAT.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 10.

Moneta. Corrado I denaro.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Enrico II.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Enrico III e IV.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

MONETE DEI DOGI.

Moneta. Vitale Michiel II bianco (mezzo denaro).

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Sebastiano Ziani denaro o piccolo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 3.

Moneta. Orio Malipiero piccolo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Orio Malipiero bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Enrico Dandolo grosso.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Enrico Dandolo piccolo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Enrico Dandolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Enrico Dandolo quartarolo (un quarto di denaro).

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Pietro Ziani grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Pietro Ziani bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Pietro Ziani quartarolo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 4.

Moneta. Jacopo Tiepolo grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.


Moneta. Jacopo Tiepolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Jacopo Tiepolo quartarolo.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 6.

Moneta. Marino Morosini grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Marino Morosini bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Marino Morosini quartarolo.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Ranieri Zeno grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Ranieri Zeno bianco.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Ranieri Zeno quartarolo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 4.

Moneta. Lorenzo Tiepolo grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.



Moneta. Lorenzo Tiepolo piccolo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 3.

Moneta. Lorenzo Tiepolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Lorenzo Tiepolo doppio quartarolo.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Lorenzo Tiepolo quartarolo.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Jacopo Contarini grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Jacopo Contarini piccolo.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Jacopo Contarini bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Jacopo Contarini doppio quartarolo.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Jacopo Contarini quartarolo.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 40.

Moneta. Giovanni Dandolo ducato.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Giovanni Dandolo grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 3.

Moneta. Giovanni Dandolo piccolo.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Giovanni Dandolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Giovanni Dandolo doppio quartarolo.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Giovanni Dandolo quartarolo.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Pietro Gradenigo ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Pietro Gradenigo grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 3.

Moneta. Pietro Gradenigo piccolo.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 10.

Moneta. Pietro Gradenigo bianco.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Pietro Gradenigo doppio quartarolo.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Pietro Gradenigo quartarolo (1).

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Marino Zorzi ducato.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 400.

Moneta. Marino Zorzi grosso.

Rarità. R5.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Marino Zorzi quartarolo.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Giovanni Soranzo ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Giovanni Soranzo grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Giovanni Soranzo piccolo.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Giovanni Soranzo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Giovanni Soranzo quartarolo.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Francesco Dandolo ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Francesco Dandolo grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 4.

Moneta. Francesco Dandolo mezzanino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Francesco Dandolo soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Francesco Dandolo piccolo.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 10.

Moneta. Francesco Dandolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Bartolomeo Gradenigo ducato.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Bartolomeo Gradenigo grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 6.

Moneta. Bartolomeo Gradenigo soldino.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Bartolomeo Gradenigo piccolo.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Andrea Dandolo ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Andrea Dandolo grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 6.

Moneta. Andrea Dandolo mezzanino nuovo tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Andrea Dandolo soldino vecchio tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Andrea Dandolo soldino nuovo tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Andrea Dandolo piccolo.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 10.

Moneta. Andrea Dandolo bianco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Andrea Dandolo tornesello.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Marino Falier ducato.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 400.

Moneta. Marino Falier soldino.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Marino Falier tornesello.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Giovanni Gradenigo ducato.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Giovanni Gradenigo grosso.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Giovanni Gradenigo soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Giovanni Gradenigo piccolo.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Giovanni Gradenigo tornesello.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Giovanni Dolfin ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Giovanni Dolfin soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Giovanni Dolfin piccolo.

Rarità. R5.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Giovanni Dolfin tornesello.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Lorenzo Celsi ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Lorenzo Celsi soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Lorenzo Celsi piccolo.

Rarità. R5.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Lorenzo Celsi tornesello.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Marco Corner ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Marco Corner soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Marco Corner piccolo.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 40.

Moneta. Marco Corner tornesello.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Andrea Contarini ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Andrea Contarini grosso secondo tipo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Andrea Contarini soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Andrea Contarini simile nuovo tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Andrea Contarini tornesello.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Michele Morosini ducato.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Michele Morosini grosso.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 200.

Moneta. Michele Morosini soldino.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Michele Morosini tornesello.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Antonio Venier ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Antonio Venier grosso secondo tipo.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Antonio Venier simile terzo tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Antonio Venier soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Antonio Venier piccolo.

Rarità. R5.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Antonio Venier tornesello.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Michele Steno ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Michele Steno grosso.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Michele Steno soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Michele Steno piccolo.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Michele Steno mezzanino (soldo per Verona).

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 4.

Moneta. Michele Steno piccolo per Verona e Vicenza.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 8.

Moneta. Michele Steno tornesello.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Tomaso Mocenigo ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 18.

Moneta. Tomaso Mocenigo grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 4.

Moneta. Tomaso Mocenigo soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 1.

Moneta. Tomaso Mocenigo piccolo.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Tomaso Mocenigo simile per Verona e Vicenza.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 20.

Moneta. Tomaso Mocenigo piccolo col busto di San Marco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Tomaso Mocenigo tornesello.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Francesco Foscari ducato.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Francesco Foscari grossone da 8 soldi.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. 2.

Moneta. Francesco Foscari simile, varietà.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 150.

Moneta. Francesco Foscari grosso, o grossetto.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Francesco Foscari mezzo grosso.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 3.

Moneta. Francesco Foscari soldino.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Francesco Foscari piccolo, o denaro.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 10.

Moneta. Francesco Foscari simile di nuovo tipo.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Francesco Foscari quattrino per la terraferma.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Francesco Foscari simile, varietà.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Francesco Foscari quattrino per Ravenna.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Francesco Foscari mezzo quattrino per Ravenna.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Francesco Foscari piccolo, o bagattino per Brescia.

Rarità. C.

Prezzo in Lire italiane. C.

Moneta. Francesco Foscari piccolo, o bagattino per Verona e Vicenza.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Francesco Foscari piccolo, o bagattino colla testa di San
Marco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Francesco Foscari tornesello.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Pasquale Malipiero ducato.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Pasquale Malipiero grosso, o grossetto.

Rarità. R3.

Prezzo in Lire italiane. 15.

Moneta. Pasquale Malipiero soldino.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Pasquale Malipiero quattrino, o duino.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Pasquale Malipiero picoclo colla testa di San Marco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Cristoforo Moro ducato.

Rarità. R.

Prezzo in Lire italiane. 25.

Moneta. Cristoforo Moro grosso.

Rarità. R5.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Cristoforo Moro soldino.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Cristoforo Moro piccolo di rame col busto del doge.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 80.

Moneta. Cristoforo Moro piccolo di rame col busto del doge senza
iscrizione.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 60.

Moneta. Cristoforo Moro piccolo copoluto.

Rarità. R2.

Prezzo in Lire italiane. 5.

Moneta. Cristoforo Moro piccolo colla testa di San Marco.

Rarità. R8.

Prezzo in Lire italiane. 100.

Moneta. Cristoforo Moro tornesello.

Rarità. R7.

Prezzo in Lire italiane. 50.

Moneta. Moneta anonima per la Dalmazia.

Rarità. R4.

Prezzo in Lire italiane. 30.

Moneta. Moneta anonima per la Dalmazia. Varietà.

Rarità. R6.

Prezzo in Lire italiane. 50.

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NOTE A "APPENDICE III".

(1) Un più accurato esame dell'esemplare, esistente nel Museo civico
di Trieste, dimostra che esso è un doppio quartarolo sciupato.
Nelle schede manoscritte di C. Kunz è notato come esistente
presso la Collegiata di Cividale il quartarolo di Pietro
Gradenigo. Recatomi appositamente a Cividale, non trovai la
moneta, e non potei averne alcuna notizia.

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INDICE ALFABETICO.

[Nuova pagina]

A.

Aggiustare. -- Termine tecnico di zecca, che indica quell'operazione,
con cui si tagliano gli angoli dei quadrelli di metallo per farne
i dischi, sui quali dev'essere improntata la moneta. In veneziano
_zustar_.

Anonime. -- Monete senza nome di doge. Sono raccolte in un capitolo
speciale.

Aspri per la Tana ordinati nel 1461. Non si conosce se sono stati
coniati.

Aureola. -- Moneta che dovrebbe chiamarsi in tal modo dal nome del doge
Orio od Aurio. Non ha mai esistito.

B.

Bagattino. -- Nome dato ai piccoli o denari in Lombardia e nelle città
del Veneto. A Venezia per la prima volta usato in pubblici
documenti nel 1442. -- Bagattini per Brescia, Bergamo, Verona e
Vicenza, Padova, Treviso e Friuli. Vedi _Piccoli_.

Bianco. -- Moneta veneziana, frazione e probabilmente metà del danaro.
-- Ultima menzione del bianco ai tempi di Andrea Dandolo.

Bolle ducali. -- Secondo l'uso comune nei bassi tempi i dogi usavano il
sigillo di piombo detto bolla, perché fatto da una sfera di piombo
che compressa da due conî si trasformava in un disco colla
impronta da entrambi i lati. In rarissimi casi si usavano le bolle
d'oro e d'argento. Ho riprodotto alcune delle bolle ducali, perché
meglio delle monete rappresentano le successive trasformazioni del
costume del doge: Bolla in piombo di Orio Malipiero, -- di Enrico
Dandolo, -- di Jacopo Tiepolo, -- di Ranieri Zeno, -- di Giovanni
Soranzo, -- di Marin Falier. -- Bolla in oro di Michele Steno, -- in
piombo di Francesco Foscari, -- di Cristoforo Moro.

Bollo di San Marco posto sui lavori di orificeria, quale prova di
essere stati saggiati e trovati di giusta lega. -- Bollo con cui si
controllavano le bilancie ed i pesi dai cambiadori.

Brescia. -- Grossi di Brescia, fatti ad imitazione dei veneziani,
proibiti. -- _Piccoli_ o _bagattini_ per Brescia -- _Quattrini_ per
la terraferma, a Brescia valevano 2 piccoli e si chiamavano
_quattrini duini_. -- Piccoli di Brescia, sono in parte ritirati o
fusi par farne quattrini duini.

C.

Campanella. -- L'oro e l'argento condotto a Venezia doveva vendersi
all'incanto a Rialto, ciocché si diceva _a campanella_ od _alla
campanella_. -- Si abolisce. -- Si ripristina. -- I tedeschi pagavano
un grosso ad ogni marca d'oro per _no dar campanella_, ossia per
essere liberati da tale obbligo.

Capitolare. -- Libro ove erano scritti i doveri ed i diritti dei
Magistrati. Prima notizia dei Massari sorveglianti la zecca e del
loro Capitolare. -- _Capitolare dei massari della moneta_,
compilato nel 1278, conservato all'Archivio di Stato. -- Documento
IV. -- Abolito. -- _Capitolare delle brocche_, codice membranaceo
del secolo XIV esistente nel Regio Archivio di Stato, dove, oltre
i decreti, sono ricordati gli ordini verbali e le memorie relative
alla zecca. -- _Capitolare dei massari all'oro_, codice membranaceo
del secolo XIV, esistente nella Biblioteca Papadopoli. --
_Capitolare dei massari all'argento_, compilato nell'anno 1691,
esistente nella biblioteca Papadopoli.

CARLO MAGNO. -- Durante il regno di Carlo Magno, a Venezia non fu
coniata moneta. -- _Lira carolingia_ istituita da Carlo Magno.

Carrarini, coniati a Padova, sono banditi.

Cattaro. -- Città venuta in possesso dei veneziani nel 1420, ebbe prima
e conservò il diritto di zecca, coniando monete secondo il sistema
monetario locale.

CELSI LORENZO, LVIII doge. -- Facilitazioni ai mercanti tedeschi che
portano oro alla zecca. -- Descrizione delle monete di Lorenzo
Celsi. -- Bibliografia.

CONTARINI ANDREA, LX doge. -- Guerra contro i genovesi ed assedio di
Chioggia. -- Provvedimenti finanziari ed economici. -- Diminuzione
del peso dei soldini e mutazioni nel conio. -- Annullamento
dell'antico Capitolare dei massari alla moneta. -- _Grosso del
secondo tipo_ minore di peso e di titolo dell'antico. -- Prezzi dei
generi di necessità durante la guerra di Chioggia. -- Valore del
ducato. -- Carrarini, coniati a Padova, sono banditi. -- Ducati
veneziani, imitati a Teologo od Altoluogo (Efeso). -- Descrizione
delle monete di Andrea Contarini. -- Bibliografia.

CONTARINI JACOPO, XLVII doge. -- Nella promissione ducale, il doge deve
giurare di mantenere intatta la moneta e di punire i
falsificatori. -- Capitolare dei massari alla moneta. -- Descrizione
delle monete di Jacopo Contarini. -- Bibliografia.

CORNER MARCO, LIX doge. -- Provvedimenti contro i ducati fabbricati
all'estero ad imitazione dei veneziani. -- Descrizione delle monete
di Marco Corner. -- Bibliografia.

Corone e Modone. -- Castelli della Morea, ove un decreto del Maggior
Consiglio ordinava di aprire una zecca.

CORRADO I, imperatore e re d'Italia, II come re di Germania. --
Descrizione del denaro di Corrado. -- Bibliografia.

D.

Dalmazia. -- Moneta coniata per Zara e la Dalmazia, -- è il soldo della
lira dalmata. -- Descrizione e bibliografia.

DANDOLO ANDREA, LIV doge. -- Saggio o campione dei ducati. -- Ultima
deliberazione che riguarda i bianchi. -- Ducati bollati. -- Valore
del grosso elevato a 4 soldi. -- Nuovo _mezzanino_ e nuovo
_soldino_. -- Origine e diffusione del _tornese_. -- _Tornesello_
veneziano. -- Descrizione delle monete di Andrea Dandolo. --
Bibliografia.

DANDOLO ENRICO, XLI doge. -- _Grosso_, nuova moneta, -- epoca della sua
istituzione. -- Nomi, valore, peso ed intrinseco del grosso. --
_Quartarolo_, altra nuova moneta di quel tempo. -- Descrizione
delle monete di Enrico Dandolo. -- Bibliografia.

DANDOLO FRANCESCO, LII doge. -- Saggio e bollo sui lavori degli
orrefici. -- Nuove monete d'argento, una detta _mezzanino_ del
valore di mezzo grosso, l'altra _soldino_ del valore di 12 danari.
-- Lagni dei Trevisani per le nuove monete. -- Imitazione di monete
veneziane in Slavonia (Veglia). -- Descrizione delle monete di
Francesco Dandolo. -- Bibliografia.

DANDOLO GIOVANNI, XLVIII doge. -- Il valore del grosso è portato a 32
piccoli. -- Nuova lega del piccolo diminuito. -- Creazione del
_ducato d'oro_. -- Tipo del ducato. -- Bontà, peso e valore del
ducato. -- _Lira di piccoli_. -- _Lira di grossi_. -- Lira di grossi
_a oro_. -- Lira di piccoli _ad parvos_. -- Lira di piccoli _ad_
_grossos_. -- Il Maggior Consiglio delega i suoi poteri al doge, ai
consiglieri ed alla Quarantìa per le faccende della zecca. --
Nomina dei massari all'oro ed alla moneta. -- Descrizione delle
monete di Giovanni Dandolo. -- Bibliografia.

Denaro. -- Dodicesima parte del soldo e quindi la duecentoquarantesima
parte delle lire. -- Sola moneta coniata dagli imperatori ed a
Venezia fino a tutto il XII secolo. -- Suo peso ed intrinseco
durante i sovrani Carolingi. -- Denaro di Lodovico I imperatore, --
sua descrizione, -- bibliografia. -- Denaro col nome di Lotario I, --
sua descrizione, -- bibliografia.  -- Denaro con XPE SALVA VENECIAS,
-- sua descrizione, -- bibliografia. -- Denaro con CRISTVS IMPERAT, --
sua descrizione, -- bibliografia. -- Denaro di Corrado I imperatore,
-- sua descrizione, -- bibliografia. -- Denaro di Enrico II
imperatore, -- sua descrizione, -- bibliografia. -- Denaro di Enrico
III e IV colla il protome di San Marco, -- sua descrizione, --
bibliografia. -- Denaro o _piccolo_ veneziano, -- suo peso ed
intrinseco al tempo di Sebastiano Ziani, -- sospesa la coniazione
durante i dogi P. Ziani, J. Tiepolo, M. Morosini, e R. Zeno, -- si
ricominciano a coniare i denari. -- Detto _bagattino_. -- Vedi
_piccolo_ e _bagattino_. -- _Denaro grosso_.

Dodesino. -- Nome dato al soldino.

DOLFIN GIOVANNI, LVII doge. -- Proibizione agli ufficiali della zecca
di negoziare nelle materie preziose. -- Nuove e più gravi pene a
coloro che danneggiano le monete. -- Descrizione delle monete di
Giovanni Dolfin. -- Bibliografia.

Ducato. -- Nome dato anticamente al grosso.

Ducato d'oro. -- Creato col decreto 31 ottobre 1284. -- Tipo del ducato,
-- bontà, peso e valore. -- Ragguaglio fra l'oro e l'argento. --
Valutato 40 soldi _ad grossos_. -- Il prezzo del ducato è portato a
24 grossi d'argento. -- Saggio o campione dei ducati. -- Ducati
bollati. -- Valore del ducato durante il principato di Andrea
Contarini. -- Nel 1407 il ducato valeva 93 soldi, mentre nel 1417
valeva 100 soldi. -- Si ordina il taglio delle monete d'argento nel
1429, in modo che il ducato equivalga a 104 soldi. -- _Ducati_
_veneziani_ imitati all'estero, -- in levante, -- a Mitilene e
Foglie, -- a Teologo od Altoluogo, -- a Rodi, -- ed oltre a ciò a
Chiarenza, a Scio ed a Pera.

E.

ENRICO II, imperatore e re d'Italia, III come re di Germania. --
Descrizione dei denari di Enrico II. -- Bibliografia.

ENRICO III e IV, imperatori e re d'Italia, IV e V come re di Germania.
-- Descrizione dei ducati di Enrico III e di Enrico IV colla
protome di San Marco. -- Bibliografia.

F.

FALIER MARINO, LV doge. -- Proibizione di monete false coi tipi dei
carrarini, frisachesi e denari a XXII. -- Descrizione delle monete
di Marino Falier. -- Bibliografia.

Falsificatori delle monete puniti dalle leggi. -- Nella promissione
ducale il doge deve giurare di perseguitare e punire i
falsificatori di monete. -- Provvedimenti contro i falsari e
danneggiatori delle monete. -- Pene stabilite per i falsificatori,
estese ai forestieri, -- ed a coloro che introducono monete false
nello Stato.

Falsificazioni delle monete, proibite. -- Le monete false che venissero
alle casse pubbliche sieno tagliate in quattro pezzi. -- Piccoli
pessimi e rei forestieri banditi e distrutti. -- In causa delle
falsificazioni si cambia il modello dei piccoli. -- Si invitano i
cittadini a presentare i piccoli alle autorità per distruggere i
falsi e cambiare i vecchi. -- Pene estese a chi introduce monete
false nello Stato. -- Preoccupazioni e progetti di riforma
monetaria in causa delle falsificazioni. -- Provvedimenti per
distruggere i bagattini falsi e sostituirli con buoni, differenti
di tipo dagli antichi.

Fiaoni o Fiadoni, in latino _flaones_. -- Dischi di metallo a cui, dopo
le operazioni dette _zustar_, _pesar_ e _mendar_, non mancava che
l'impronta o stampa per diventare moneta. -- L'operaio che
improntava il conio si diceva _stampidor_.

FOSCARI FRANCESCO, LXV doge. -- Scarsezza dell'oro. -- Ordine di coniare
_grossoni_ da 8 soldi, e _mezzi grossi_ da 2 soldi, oltre ai
grossi per l'Oriente con una proporzione di peso inferiore a
quanto si faceva fino allora. -- Monete di bassa lega, coniate per
lucro diminuendo il fino. -- _Piccoli_ per Venezia, Padova e
Treviso, -- per Verona e Vicenza, -- per Brescia. -- _Bagattini_, --
_quattrini_ e _mezzi quattrini_ per Ravenna. -- Nuovo _piccolo_ per
Venezia. -- _Quattrino_ per la terraferma. -- _Quattrino-duino_. --
Piccolo colla testa di San Marco. -- Provvedimenti contro le
falsificazioni. -- Pene contro chi introduce nello Stato moneta
falsa. -- Gli intagliatori della zecca devono essere cittadini
veneziani. -- Disagio per la troppa abbondanza di moneta bassa. --
Il Maggior Consiglio proibisce di coniare quattrini e piccoli
senza la sua autorizzazione. -- Descrizione delle monete di
Francesco Foscari. -- Bibliografia.

G.

Ginocchiello. -- Nome dato al soldino.

Goti. -- Durante la dominazione dei Goti in Italia, non si coniarono
monete a Venezia.

GRADENIGO BARTOLOMEO, LIII doge. -- Descrizione delle monete di
Bartolomeo Gradenigo. -- Bibliografia.

GRADENIGO GIOVANNI, LVI doge. -- Pene dei falsificatori inasprite ed
estese ai forestieri. -- Descrizione delle monete di Giovanni
Gradenigo. -- Bibliografia.

GRADENIGO PIETRO, XLIX doge. -- Decreto che ordina di coniare monete in
Corone e Modone. -- Opinione del dottor Cumano sulle monete che
possono essere state coniate in quelle zecche. -- Proibizione ed
ordine di distruzione dei grossi di Rascia e Brescia. --
Descrizione delle monete di Pietro Gradenigo. -- Bibliografia.

Greco impero. -- Vedi _Impero d'Oriente_.

Grosso. -- Moneta per la prima volta coniata da Enrico Dandolo. -- Nomi
e tipo. -- Valore originario di 26 piccoli. -- Peso e bontà del
grosso. -- Il valore del grosso è portato a 28 piccoli. -- Nel 1282
è elevato a 32 piccoli. -- Il valore del grosso è ragguagliato a 4
soldi. -- Sospesa la coniazione del grosso. -- _Secondo tipo_ del
grosso diminuito di peso e peggiorato nel titolo. -- _Terzo tipo_
con diminuzione di peso. -- Nuova diminuzione ai tempi di Michele
Steno, -- ed a quelli di Tomaso Mocenigo. -- Diminuzione di peso e
di fino nei nuovi grossi colle iniziali dei massari. -- Diminuzione
ulteriore di peso al tempo di F. Foscari. -- Dopo la coniazione dei
_Grossoni_ da 8 soldi, i grossi furono volgarmente detti
_grossetti_. -- _Lira di grossi_ e _lira ad grossos_ (Vedi _lira_).
-- Grossi imitati in Italia ed in Levante, -- nel regno di Rascia, --
a Brescia. -- _Grossi d'oro_, ossia monete col tipo del grosso
battute in oro sono fuse, e quindi devono ritenersi fabbricazione
dolosa del secolo scorso. Così quello di J. Tiepolo, esistente nel
Museo di San Marco, come quelli di G. Soranzo e di F. Foscari.

Grossone da 8 soldi. -- Moneta decretata nel 1429. -- Varietà esistente
al Museo Correr.

I.

Imitazione di monete veneziane in Italia ed in Levante. -- Grossi
imitati nel regno di Rascia, -- a Brescia. -- Soldini imitati in
Slavonia. -- Ducati imitati all'estero, -- in Levante, -- a Mitilene
e Foglie, -- a Teologo od Altoluogo, -- a Rodi, -- ed oltre a ciò a
Chiarenza, Scio e Pera.

Impero d'occidente. -- Relazioni dei Veneziani coll'Occidente. --
Trattato d'Aquisgrana. -- Politica veneziana fra i due Imperi. --
Quando Venezia riconobbe la suprema autorità dell'Impero
d'occidente. -- Primo tentativo d'indipendenza. -- Pericoli della
Repubblica. -- Savia politica di Pietro Orseolo II. -- Nuova moneta
autonoma di Venezia. -- Indipendenza di Venezia. -- Monete col nome
dei dogi.

Impero d'oriente. -- Relazioni dei Veneziani cogli Imperatori greci. --
Finché i Veneziani si consideravano parte dell'Impero orientale
non coniarono moneta. -- Trattato d'Aquisgrana. -- Epoca in cui
Venezia riconobbe la supremazia degli Imperatori latini.

Intagliatori della zecca veneta. -- Antonio delle Forbici, Bernardo
Sesto, padre di Lorenzo e Marco. -- Gerolamo Sesto. -- Devono essere
cittadini veneziani. -- Antonello della Moneta.

L.

Lira. -- Unità monetaria istituita da Carlo Magno, divisa in 20 _soldi_
da 12 _denari_ l'uno. -- Peso e valore della _lira carolingia_. --
Diminuì d'intrinseco durante gli Imperatori germanici. -- _Lira di
denari veneziani_, primi documenti che ne parlano. -- Considerata
metà della lira imperiale. -- Di uguale valore della _lira
veronese_. -- Chiamata _lira di piccoli_. -- Valore della lira di
piccoli. -- Modo di contare la lira di piccoli _ad grossos_ e _ad
parvos_. -- _Lira di grossi_, ossia lira di denari grossi. -- Valore
della lira di grossi. -- Elevato il ducato a 24 grossi, il valore
della lira di grossi è uguale a 10 ducati. -- Lira di grossi a
_oro_. -- _Lira di Verona_ e _Vicenza_ nel secolo XV, maggiore di
un terzo della lira veneziana. -- _Lira di Brescia_ doppia della
veneziana. -- _Lira dalmata_ due terzi della lira di piccoli.

LODOVICO I IL PIO, imperatore. -- Denari di Lodovico col nome di
Venezia. -- Opinione di Giulio di San Quintino che tali monete
siano coniate a Pavia, -- combattuta da Carlo Brambilla. -- Parere
dell'autore. -- Descrizione delle monete di Lodovico I. --
Bibliografia.

Longobardi. -- Durante il regno dei Longobardi, Venezia non coniò
moneta.

LOTARIO I, imperatore. -- Denari di Lotario col nome di Venezia. --
Opinione di Giulio di San Quintino che tali monete sieno coniate a
Pavia, -- combattuta da Carlo Brambilla. -- Parere dell'autore
Descrizione delle monete di Lotario I -- Bibliografia.

LOTARIO II, re d'Italia, a cui si deve attribuire il trattato coi
Veneziani, considerato sin qui stipulato con Lotario I.

M.

MALIPIERO ORIO, XL doge. -- Moneta chiamata _Aureola_, dal nome del
principe, non ha mai esistito. -- Descrizione delle monete di Orio
Malipiero. -- Bibliografia.

MALIPIERO PASQUALE, LXVI doge. -- Si ritirano in parte i piccoli di
Brescia per farne quattrini duini. -- Proibizione di pagare _in
scartociis_. -- Provvedimenti contro i quattrini falsi. -- Ordine di
coniare _aspri_ per la Tana. -- Descrizione delle monete di
Pasquale Malipiero. -- Bibliografia.

Massari alla moneta. -- Magistrati che sorvegliavano la zecca ed
eseguivano gli ordini del doge e della Signoria, primo documento
che ne parla. -- Segni dei massari sui grossi. -- Nomina dei
massari. -- Chiamati più tardi _massari all'argento_. -- Iniziale
del nome di battesimo del massaro, posta sulle monete d'argento. --
Riforme nella nomina dei massari all'argento. -- Appendice II.

Massari all'oro, per la prima volta istituiti nei 1285. -- Nominati dal
doge unitamente ai consiglieri della Quarantìa, più tardi ad una
mano dal doge, consiglieri e capi, ed a due mani dal Maggior
Consiglio. -- Appendice II.

Matapan. -- Nome dato al grosso.

Mendare (emendare). -- Operazione con cui si correggevano i difetti dei
dischi di metallo destinati a diventare moneta: gli operai
occupati in tale lavoro si chiamavano _mendadori_.

Mezzanino. -- Moneta d'argento del valore di mezzo grosso, ossia 16
piccoli, coniata al tempo di Francesco Dandolo. -- Mezzanino
d'argento fino e di _nuovo tipo_, del valore di 16 piccoli,
coniato da Andrea Dandolo. -- Coniato nuovamente ai tempi di
Michele Steno, per farne il soldo della lira usata a Verona e
Vicenza, che, essendo un terzo più del veneziano, equivaleva a 16
piccoli. -- _Da 2 soldi_, o mezzo grosso, coniato ai tempi di F.
Foscari sul tipo del mezzanino di F. Dandolo.

MICHIEL VITALE II, doge XXXVIII. -- Prima moneta veneziana col nome del
principe. -- _Bianco_. -- Descrizione della moneta. -- Bibliografia.

Mitilene e Foglie. -- Zecche dove fu imitato il ducato veneziano. -- I
Veneziani se ne lamentano al Senato di Genova, che ne fa
rimostranza a Francesco Gattilusio, signore di Mitilene.

Moneta veneziana. -- Primo documento che parla di moneta veneziana. --
Altri antichissimi documenti che parlano di moneta veneziana. --
Considerata metà della imperiale (pavese o milanese). -- Derivata
dalla moneta carolingia ed eguale alla veronese. -- Valore della
moneta veneziana.

Monete antiche rifuse.

Monete false. -- Vedi _Falsificazioni_.

Monete stronzate. -- Vedi _Stronzate_.

Monete tosate. -- Vedi _Tosate_.

MOCENIGO TOMASO, LXIV doge. -- Riforme e provvedimenti, relativi alla
zecca. -- Diminuzione del peso dei grossi e dei soldini. -- Nuova
diminuzione di peso e di titolo. -- _Piccolo colla testa di San
Marco_, coniato forse per il Friuli. -- Lagni dei Veneziani per le
imitazioni dei ducati fatta in Rodi. -- Descrizione delle monete di
Tomaso Mocenigo. -- Bibliografia.

MORO CRISTOFORO, LXVII doge. -- Studi per riformare la moneta. -- Ordine
di distruggere le stampe preparate e di continuare la battitura di
grossi. -- Provvedimenti contro le falsificazioni dei piccoli e
proibizione di darli _in scarnutiis_. -- Respinta la proposta di
coniare monetine da 2 o 3 per soldo, si ordina la coniazione di
_piccoli copuluti_ e si nega di fare piccoli di puro rame. -- Altra
simile proposta è nuovamente respinta dai Senato. -- A Venezia si
devono attribuire le più antiche monete di rame puro. -- Ordine di
coniare tornesi per il Levante. -- Il Senato ordina di sospendere
ogni discussione sulla riforma monetaria. -- Descrizione delle
monete di Cristoforo Moro. -- Bibliografia.

MOROSINI MARINO, XLIV doge. -- Nella promissione ducale è imposto al
doge di perseguitare e punire i falsificatori delle monete. --
Descrizione delle monete di Marino Morosini. -- Bibliografia.

MOROSINI MICHELE, LXI doge. -- Descrizione delle monete di Michele
Morosini -- Bibliografia.

O.

Origini della zecca veneta. -- Opinioni degli storici sulle origini e
sulla antichità della zecca veneta. -- Parere dell'autore.

P.

Parva. -- Moneta parva, o _minuta_, erano i piccoli, i bianchi ed i
quartaroli. -- Il doge deve giurare di mantenere intatta _monetam
magnam et parvam_.

Pesatori. -- Funzionari che erano incaricati della delicata operazione
di pesare la moneta. Erano nominati nello stesso modo dei massari
e con essi si chiamavano _ufficiali alla moneta_.

Piccolo. -- Nome dato al denaro per la sua esiguità. -- Sospesa la
coniazione durante i principati di P. Ziani, J. Tiepolo, M.
Morosini e R. Zeno. -- Si ricominciano a coniare i piccoli
diminuiti di peso al tempo di L. Tiepolo. -- Il pregio del piccolo
è ancora diminuito nel 1282. -- Nuova lega del piccolo. -- Elevato
il valore del grosso a 4 soldi, l'intrinseco del piccolo è
nuovamente diminuito. -- Lega e peso del piccolo nel 1379 e 1390. --
_Piccolo per Verona e Vicenza_. -- _Piccolo o bagattino colla testa_
_di San Marco_, coniato per la prima volta ai tempi di T. Mocenigo,
forse per il Friuli. -- Ai tempi di F. Foscari. -- Col nome di P.
Malipiero. -- L'argento contenuto nei piccoli è ridotto ad un
diciottesimo del peso. -- _Piccolo o bagattino per Brescia_. --
Abolizione dei piccoli scodellati e sostituzione d'altro tipo. --
_Piccoli grandi_ di puro rame col busto del doge, ordinati alla
zecca per mostra da Triadan Gritti. -- Proposta di coniare piccoli
di rame respinta dal Senato -- Nuova ripulsa della stessa proposta
presentata l'anno dopo. -- _Piccoli copoluti_ ordinati nel 1483.

Punti segreti di zecca, ossia segni dei Massari della moneta. --
Sostituiti dalle iniziali.

Q.

Quarto. -- Vedi _Quinto_.

Quartarolo. -- Moneta di valore di un quarto di denaro, coniata per la
prima volta ai tempi di Enrico Dandolo.

Quartarolo doppio. -- Moneta dello stesso tipo del quartarolo, ma di
doppio peso, coniata dai dogi L. Tiepolo, -- J. Contarini, -- G.
Dandolo, -- P. Gradenigo.

Quattrino. -- Moneta ordinata nel 1453, per comodo della terraferma,
valeva 4 piccoli a Padova e Treviso, 3 piccoli della lira usata a
Verona e Vicenza, e 2 piccoli della lira di Brescia. -- Quattrino e
mezzo quattrino per Ravenna.

Quattrino duino si diceva a Brescia il quattrino che valeva 2 denari o
piccoli di quella lira -- Ritirati e fusi in parte i piccoli di
Brescia per farne quattrini duini.

Quinto. -- Una quinta parte dell'argento condotto a Venezia, doveva
essere consegnata alla zecca, la quale ne coniava monete che erano
date ai mercanti in pagamento del quinto dell'argento ricevuto. --
Abolizione del sistema dei quinti. -- Si ordina che una quarta
parte dell'argento portato a Venezia sia coniata, dando al
mercante altrettanto peso di monete quanto aveva consegnato
d'argento.

R.

Rascia o Serbia. -- Grossi, imitati sul modello veneziano, sono
proibiti e tagliati. -- Urosio, re di Rascia, è dannato da Dante
per avere falsificato la moneta di Venezia.

Ravenna. -- _Quattrino_ e _mezzo quattrino_ coniati per Ravenna.

Rodi. -- Veneziani muovono lamento al gran maestro dei Cavalieri per i
ducati coniati a Rodi ad imitazione dei veneziani.

S.

Saggio o campione dei ducati.

Scarnutiis. -- E proibito tenere i piccoli _in scarnutiis_, sistema
simile a quello, pure vietato, di darli _in scartociis_.

Scartociis. -- Nel medio evo, quando abbondava la moneta minuta, era
uso di chiuderla in borse o cartocci, su cui era scritto il numero
dei pezzi contenuti: in seguito ad abusi, tale consuetudine fu
vietata.

Scutari. -- Città dell'Albania ceduta a Venezia da Giorgio Balsa, aveva
zecca, dove i Veneziani continuarono a battere moneta.

Sigillo di Giovanni Gradenigo, -- di Pasquale Malipiero.

Slavonia. -- Soldini contrafatti a Veglia, proibiti a Venezia.

Soldo. -- Ventesima parte della lira, pari a 12 denari, non fu coniato
ai tempi dei sovrani carolingi. -- Per la prima volta a Venezia
coniato in argento, ai tempi di Francesco Dandolo. -- _Soldino
nuovo_ di argento fino, coniato da Andrea Dandolo. -- Nuovo tipo
del soldino col leone alato. -- Diminuito di peso ai tempi di
Andrea Venier, -- nel 1407, -- e nel 1417. -- Nel 1420 peggiorato il
titolo e scemato il peso del soldino colle iniziali dei massari. --
_Soldo per Verona e Vicenza_, coniato col tipo del mezzanino, che
valeva a Venezia 16 piccoli. -- _Soldo della lira dalmata_. --
Soldini veneziani imitati in Slavonia. --_Soldo di grossi_.

SORANZO GIOVANNI, LI doge. -- Provvedimenti contro la diffusione delle
monete false e contro i falsificatori e danneggiatori delle
monete. -- Incisione dei ducati meno accurata. -- Descrizione delle
monete di Giovanni Soranzo. -- Bibliografia.

STENO MICHELE, LXIII doge. -- Altra diminuzione del grosso. --
Provvedimenti per le monete di Verona e Vicenza. -- _Mezzanino_,
ovvero _soldo veronese_ e _piccolo_ per Verona e Vicenza. --
_Moneta_ per Zara e Dalmazia. -- Zecche di Scutari e Cattaro. --
Descrizione delle monete di Michele Steno. -- Bibliografia.

Stronzate. -- Monete stronzate, tosate o danneggiate col ferro o col
fuoco, devono tagliarsi per mezzo.

Stronzatori, o maliziatori di monete, puniti. -- Si ripetono le minacce
di pene gravi contro gli stronzatori e maliziatori di monete.

Surian. -- Stemma della famiglia patrizia Surian sulle monete anonime
per la Dalmazia.

T.

Tana. -- Ordine di coniare aspri per la Tana.

Teologo od Altoluogo di Turchia si chiamava nel medio evo l'antica
Efeso, dove i Sultani di Aidin tenevano la loro residenza. --
Promessa di quel Sultano di non più imitare il ducato veneziano.

TIEPOLO JACOPO, XLIII doge. -- Nell'ordinamento delle leggi sono puniti
i falsificatori delle monete. -- Il grosso in oro, che esiste nel
museo di San Marco, è falso. -- Punti o segni dei massari alla
moneta. -- Descrizione delle monete di Jacopo Tiepolo. --
Bibliografia.

TIEPOLO LORENZO, XLVI doge. -- Si riprende la coniazione del piccolo
portando il valore del grosso a 28 piccoli e diminuendo in
proporzione il peso del denaro. -- Documento padovano sul valore
del grosso. -- Apertura d'un ufficio a Rialto per fondere e
affinare i metalli. -- Descrizione delle monete di Lorenzo Tiepolo.
-- Bibliografia.

Titolo dell'argento e della moneta veneziana (grosso) peggio 40 carati
sino al 1379. -- Dal 1379 sino al 1421, peggio 55. -- Dal 6 febbraio
1420-21, sono tollerate le pezze sino a carati 60 di peggio,
titolo che rimane normale nella zecca veneziana. -- Titolo
_dell'oro_, che dovrebbe essere senza lega e ne contiene solo una
minima frazione per le imperfezioni dei sistemi di affinamento.

Tornese, ossia denaro di Tours, ebbe favore in Oriente. -- Fu coniato
nel principato di Acaja, dalla metà del secolo XIII in poi.

Tornesello coniato a Venezia per sostituire i tornesi, dopo la metà
del secolo XIV. -- Abbondante coniazione di torneselli ai tempi di
Antonio Venier.

Tosate. -- Monete tosate, stronzate o danneggiate col ferro o col
fuoco, devono tagliarsi per mezzo. -- Gli ufficiali sopra i grossi
tosati (_grossis tonsis_) devono invigilare presso i cambisti e
loro servi.

Trattati di Venezia cogli imperatori d'Occidente. -- Trattati con
Lotario I. -- Il più antico impugnato da San Quintino, -- difeso da
Romanin, -- da me attribuito a Lotario II. -- Trattato con
Berengario II. -- Trattato con Rodolfo di Provenza, nel quale si
riconosce a Venezia il diritto di zecca. -- Documento I. -- Trattato
con Ugo di Provenza, nel quale si riconosce a Venezia il diritto
di zecca. -- Documento Il.

Trattato di Aquisgrana, fra l'impero d'Oriente e quello d'Occidente.

U.

Urosio, re di Rascia, falsificatore del grosso di Venezia.

V.

Valore della moneta veneziana considerata metà della imperiale. --
Uguale alla veronese. -- Appendice I.

Valore attuale delle monete antiche di Venezia, Appendice III.

Veglia. -- Isola che i Frangipani tenevano in feudo da Venezia. --
Soldini coniati a Veglia, ad imitazione di quelli veneziani.

VENIER ANTONIO, LXII doge. -- Provvedimenti per l'amministrazione della
zecca, -- per il diligente affinamento dei metalli, -- per la nomina
dei massari, -- contro le monete false e stronzate. -- Diminuzione
del peso del soldino. -- _Terzo tipo_ del grosso. -- Regolamento sul
peso ed intrinseco del piccolo. -- Stipendi degli intagliatori
della zecca. -- Descrizione delle monete di Antonio Venier. --
Bibliografia.

Verona aveva la moneta di uguale valore della veneziana nei secoli XII
e XIII. -- Allorché Verona e Vicenza furono occupate dai Veneziani,
nel 1404, la lira usata in quei territori era maggiore di un terzo
della lira veneziana. -- Ordine di coniare a Venezia _soldi_ e
_piccoli_ per Verona e Vicenza.

Vicenza usava la stessa moneta di Verona.

Z.

Zara. -- Moneta coniata per Zara e la Dalmazia.

Zecca. -- Opinioni dei diversi storici sulle origini e sull'antichità
della zecca veneziana. -- Parere dell'autore. -- Separazione della
zecca dell'oro da quella dell'argento.

ZENO RANIERI, XLV doge. -- Descrizione delle monete di Ranieri Zeno. --
Bibliografia.

ZIANI PIETRO, LXII doge. -- Diffusione del grosso in Oriente ed in
Italia. -- Prima notizia intorno ai massari delle monete. --
Descrizione delle monete di Pietro Ziani. -- Bibliografia.

ZIANI SEBASTIANO, XXXIX doge. -- _Denaro_ o _piccolo_ di questo
principe, primo conosciuto, base del sistema monetario veneziano,
uguale al veronese. -- Deriva da quello di Carlo Magno. -- Valore
della lira di Carlo Magno. -- Decaduta di peso e di valore. --
Descrizione delle monete di Sebastiano Ziani. -- Bibliografia.

ZORZI MARINO, L doge. -- Descrizione delle monete di Marino Zorzi. --
Bibliografia.

Zustar, era quell'operazione con cui si tagliavano gli angoli dei
quadrelli di metallo e si dava la rotondità voluta ai dischi
destinati a diventar moneta; _zustadori_ si chiamavano gli operai
occupati in tale lavoro.

[Nuova pagina]

ERRATA CORRIGE.

Pagina 136, linea 10: 1352 . . . 1354.

Pagina 150, linea 19: grossis tondis . . . grossis tonsis.

Pagina 226, linea 12: più di 61, né meno di 66 . . . meno di 61, né
più di 66.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 - Con disegni di C. Kunz" ***

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