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Title: Il secolo che muore, vol. II
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico, 1804-1873
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il secolo che muore, vol. II" ***

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                         F. D. GUERRAZZI


                            IL SECOLO
                               CHE
                              MUORE


                            VOLUME II.



                              ROMA
                  CASA EDITRICE CARLO VERDESI E C.
                        Via del Mortaro, 17
                              1885


PROPRIETÀ LETTERARIA

Roma, Tipografia Nazionale.



CAPITOLO X.

CUSTOZA E MONTESUELLO.


Garibaldi! La gioventù italiana si rimescola a questo nome, più che non
faccia il cavallo di battaglia al suono della tromba guerriera; a questo
nome drizzano spaventati le orecchie il destriere di Sileno e il
capitano La Marmora. Forse al solo sentirmi rammentare Garibaldi,
Euterpe e Clio hanno a quest'ora preso la mantiglia per venirmi a
susurrare nelle orecchie un cantico nuovo ad esaltazione dell'eroe. Non
vi scomodate, o Muse, chè quello che col vostro aiuto poteva dire di
lui, io l'ho già detto, nè ci potrei aggiungere parola. Quando mai le
tenebre avessero ad inviluppare la terra, così che la umanità, perduta
ogni idea del giusto e dell'onesto, si fosse ridotta a camminare a
tastoni, ella si volga al luogo in cui Garibaldi vive, ovvero a quello
in cui le sue ossa riposeranno: ritroverà sempre la via della virtù.

Enrico IV, sul punto d'ingaggiar battaglia, ammoniva i suoi soldati:
«Raccoglietevi dove vedrete sventolare il mio pennoncello bianco, perchè
voi lo troverete sempre sulla via dell'onore.» Pei re, il sentiero
dell'onore è quello del trono, traverso la strage di creature viventi, e
poco preme se conterranee, o straniere; pel figlio del popolo, il
sentiero dell'onore è quello della pace: nati tutti da un medesimo
padre, perchè gli uomini non si dovranno alfine sovvenire come fratelli?
Solo una guerra è giusta, quella contro l'aggressore di casa tua.

Un dì il Garibaldi, per questo nostro cielo italiano, comparve
circondato da altri luminari; noi li credemmo stelle ed erano _lacrime
di San Lorenzo_;[1] esse furono piante; in cielo ci è rimasto Garibaldi,
che di stella diventò sole: tramonterà la sua vita mortale, ma la fama
della sua virtù durerà, finchè si trovi una bocca per magnificarla ed un
cuore per benedirla.

  [1] Corpi erranti che entrando nella nostra atmosfera diventano
  luminosi. Humboldt afferma essere periodici; piovono dal cielo
  tra il 12 al 14 novembre e verso il 10 agosto. Olmested e
  Palmer, americani, in una notte sola, nello spazio di nove ore
  ne videro cadere 240,000. Questo fenomeno riceve dai vari popoli
  diversi nomi; i tedeschi lo chiamano _smoccolatura_ di stelle,
  gli svedesi, _caduta_ di stelle, gli inglesi _scoppio_ di
  stelle, gli indiani dell'Oriente sconciamente _piscio_ di
  stelle, gli italiani _lacrime di San Lorenzo_. Il mito lituano è
  amabile: quando un fanciullo nasce, Werpeia fila per lui il filo
  del destino: ogni filo termina con una stella; al punto di morte
  il filo si rompe e la stella casca.

Pregusti pertanto, egli mortale, la immortalità: esulti nell'altissima
gioia di aver vinto la morte; dacchè da questo premio in fuori altro non
gliene diedero gli uomini, nè egli lo avrebbe voluto.

Però insieme col Garibaldi una schiera di generosi si affaticò in altra
guisa per le fortune della patria: operò meno con le armi, più col
consiglio: più parca gloria acquistava, forse veruna, ma durò pari i
patimenti, e a paragone di lui concorse al risorgimento dell'Italia.

Molti anni si sono accumulati sul capo di questi incliti cittadini; la
loro vita non vediamo arrivata presso al verde, sicchè importa per tutti
che noi la liquidiamo, senza ambagi, prima di depositarla, a mo' di
bilancio, nella cancelleria della morte.

Repubblicani tutti fummo e siamo. Educazione, genio, carità patria e
necessità ci fecero tali, ed anco, mirabile a dirsi, i _frati_, i quali
insegnandoci a leggere il latino sopra Tacito, e il greco sopra
Tucidide, credevano mostrarceli come mummie di Egitto, mentre essi
accendevano nel nostro cuore inestinguibile l'amore per la repubblica.
Come Sansone cavò il miele dalla gola del leone, la schietta tirannide
ci fu maestra di libertà; imperciocchè in verità vi dico ch'è più sana
la tirannide netta, che la libertà menzognera: la tirannide schietta ha
virtù di rinnovare nelle vene degli oppressi il sangue coll'odio; la
libertà menzognera abietta i redenti con la corruzione; non noi lo
diciamo, bensì la storia dei secoli ci mette davanti agli occhi come le
monarchie precipitino i popoli nella viltà e nella inopia; la repubblica
invece li feliciti con la generosità e l'agiatezza.

E poi, proponendoci a scopo di vita affrancare la patria dalla
dominazione straniera, non avevamo potestà di scelta; imperciocchè
l'Austria, oltre il terrore delle armi proprie, si facesse strumento di
impero le tirannidi di seconda mano e le paure sacerdotali intese ad
imbestialire la gente sotto sembianza di religione. E l'anima del popolo
allora, ahimè! giaceva morta dentro il corpo vivo, al contrario di
quanto narra la leggenda di Merlino, il _Savio mago_, di cui lo spirito
viveva dentro il corpo sepolto.

Tutti i camposanti, io l'ho provato, possiedono un'eco; chiama là
dentro, e qualcheduno ti risponderà, ma nelle città fatte cimiteri di
anime vive dentro corpi morti, non affaticarti a gridare; tu perderai la
voce: quivi è ineccitabile il silenzio. Come hai tu cuore di chiamarle
camposanto? Lo infesto e infinito e infame gracidare dei ranocchi nelle
curie, nelle cattedre e nei diari ti fanno fede che le città italiche
non diventarono camposanto, bensì pantano.

No, non è così; camposanto ad un punto, e pantano; camposanto per ogni
voce di virtù e di gloria, pantano agli stridi ribaldi e servili. Oh!
questi odierni saturnali di abiettezza durano troppo; almeno nei
saturnali antichi i servi comandavano un giorno; adesso corrono anni che
il padrone sopporta la pessima delle signorie, quella degli schiavi.

Tre per tanto le tirannidi di allora, ed una servitù sola. In quale dei
principi potevamo confidare? Aspidi tutti, uno peggiore degli altri; il
casereccio, supremo in malignità. Due traditi testimoniarono di lui:
uno, il Santarosa, morendo pose un libro per puntello tra la lapide e la
bocca del suo sepolcro, onde questo aperto perpetuamente raccontasse la
truce storia di colui che lo tradì; l'altro, che fu poeta, insegnò alle
crescenti generazioni l'orrore di quel nome; infelice! Egli,
sopravvissuto alla sua fierezza, disdisse l'ire; ma fece di più, il
Berchet chiese perdono delle sue colpe e l'ebbe: a sè tolse la fama e
non la diede altrui. Benedetta la morte! Deh! lascia, o morte, ch'io ti
baci le mani quante volte chiudi il libro della vita di un uomo, e dopo
avervi scritto in fondo _Ne varietur_ lo consegni all'eternità. Dio mi
guardi da turbare le ceneri nel sepolcro, fossero anche quelle di un re:
la Espiazione pose custode di cotesta tomba la Pietà. Dove il gran
Giustiziere ha percosso, l'uomo deve chinare la testa, ed io la chino;
solo ricordo che noi avevamo buono in mano per non ci fidare del
principe domestico.

Quanto patimmo altri racconterà: intanto il mondo conosce che l'ardua
lampada per alimentare la fiamma della libertà chiedeva sangue non olio,
e sangue fu dato. E tuttavia non fu questo il più grave dei sagrifizi;
l'amore, o piuttosto il furore della libertà impose che ogni altro
affetto, che non fosse il suo, gli si immolasse in olocausto, e noi li
strozzammo tutti come Ercole fanciullo i serpenti entrati dentro la sua
culla. Pane nostro quotidiano lo scherno; bevanda le lacrime; e ciò
nonostante ci consolavamo pensando che anche degli Apostoli di Cristo fu
detto: — E' sono pieni di vino dolce; — che le lacrime sono la migliore
delle preghiere; e che quello che in terra si chiama martirio, gloria si
appella in cielo.

Ecco l'ora in cui i lamenti diventano strepito di cascata e lo superano;
ecco i sospiri si fanno uragano, che abbatte travi secolari e travolge
per le terre d'Italia scettri e corone, come polvere dei campi; ecco
sorgere un prete fra noi, il quale, o illuminato dall'ultimo raggio
dello spirito di Dio, che lo abbandonava, ovvero intenebrito dalla prima
ombra che gettava su lui lo spirito del male (e questo dicevano i preti)
bandisce alle genti: voce di Dio la procella contro di cui argomento
umano non basta; venuti i tempi di rendere al popolo le sue giustizie. I
principi atterriti promettono cessare i costumi di belva, umanarsi; e i
popoli credono ai sacerdoti ed ai re; a cui non credono, e che cosa non
credono le moltitudini?

Ma la caterva dei preti si attacca smaniosa alle fimbrie del piviale del
gran prete pigolando: — O papa, che armeggi? Tu mandi a soqquadro la
ciurma e la galera: o che non sai che il nostro giorno è la notte? Noi
figli del mistero, noi creatori del domma, che non ammette discussione,
noi fabbricanti della regola dell'infallibilità, consentendo libero
l'arbitrio di pensare, ci avveleniamo da noi. Stentammo secoli e secoli
a pigliarci la croce ed avvolgerla dentro una caligine di superstizione,
ed ora, tremenda nella sua divina nudità, ti avvisi restituirla nelle
mani del popolo? Poni mente al vaticinio che noi ti mandiamo: i preti un
giorno conficcarono Cristo sopra la croce; il popolo, appena
impadronitosi della croce, c'inchioderà il prete.

Il prete magno non intese a sordo, e la parola che egli aveva
incominciato con la faccia di benedizione terminò in coda di
maledizione; e da quel giorno non cessa procederci infesto, e a diritto,
imperciocchè non mica la sola Compagnia di Gesù, bensì tutto il
sacerdozio bisogna che sia qual è, o che non sia: ogni argomento torna
inane per necessità, imperciocchè egli non voglia e non possa essere
esaminato; o che vorreste che il prete pigliasse il suo male per
medicina?

Oh! no. Queste cose costumano i preti con gli altri; invero non furono
essi che fecero portare al Nazareno la croce per inchiodarcelo sopra?

La più parte dei nostri andava convinta che dal tenere dietro a coteste
girandole cattoliche non poteva uscirne altro che danno; alla meno
trista, perdita di tempo, come a chi sbaglia cammino, e pure taluno di
noi tacque, altri si spencolò fino a confortare il prete nella magnanima
impresa, profferendogli le lodi serbate ai redentori della patria. Tanto
potè nei petti italiani la paura di sperdere le forze, che unite
dovevano appuntarsi contro lo straniero! Ci volle anco un'altra prova
per persuadere la gente che se le chiavi in mano al prete non ponno
stare come segno della sua facoltà di aprire le porte del paradiso,
molto acconciamente ci stanno per significare il suo intento di
schiudere le porte della Italia ai barbari, quantunque volte ci trovi il
suo pro.

Rispetto a principi, tutti ci accordammo di sostenerli nello assunto
loro; gli antichi sospetti furono messi da parte; ci parve bello il
trovato di distinguere la libertà in _libertà_ ed in _indipendenza_,
mostrando come la prima consistesse principalmente negli ordini civili
interni, la seconda nell'affrancazione della patria dalla servitù
straniera; prestammo impertanto la opera nostra nei consigli e sui
campi. Prima dicevamo: attendiamo ad essere, che al modo di vivere
provvederanno poi il tempo, i costumi e la buona fortuna. Tra noi non si
conobbe Giuda; più tardi taluno dei principi, per onestare il proprio
tradimento, trascorse fino ad accusare altrui di traditore: sciagurato!
Si aguzzò il cavicchio sul ginocchio, e ben gli stette. Pare
impossibile, ma io ho provato che la cosa, la quale a lungo andare
maggiormente si vendica nel mondo, è il pudore offeso. Magistrati che
spolverizzassero la cosa con la cenere di giustizia, non fecero difetto:
suprema ancora della società pericolante, la magistratura! Lo dicono
tutti i libri stampati.

Le armi al cimento inferme, e forse altra causa più rea, prostrarono le
fortune italiche a Novara: allora principi e preti imbandirono la mensa
sopra il cataletto della libertà, e vi si ubbriacarono col sangue dei
martiri: ogni coniglio fatto sicuro della impunità, diventò gatto; ma la
libertà vive anche nel sepolcro, e chiamato a sè l'odio ella gli disse:
— Ripiglia a ordire la trama della vendetta! E l'odio così bene fece il
compito, che indi a dieci anni in ogni villa fu udito suonare a stormo
per la riscossa: cotesti pusilli feroci cascarono come croste secche di
lebbra guarita. Il principe casalingo era rientrato nell'ombra, dalla
quale sarebbe stato meglio non fosse uscito mai: gli subentrava il
figliuolo; senno fosse, o vaghezza, avendo egli tenuto in alto la
bandiera del risorgimento italiano (comecchè improntata della sua marca,
quasi cavallo delle regie mandrie), successe, che a lui il popolo
incerto dei propri destini si voltasse, chiamandolo a parte dei pericoli
e della gloria.

Sarebbe riuscito a noi repubblicani sviare il popolo da cotesto
sdrucciolo, gridandogli dietro: — Mala via tieni! — non so; fatto sta
che ce ne astenemmo, anzi crescemmo il moto alla corrente, sempre fermi
nello intento di raccogliere tutte le forze in un braccio solo per la
redenzione della patria. Ci furono pegno di sicurezza il principe di
stirpe domestica, la eredità delle offese, la vendetta delle ingiurie
proprie, il premio maggiore del desiderio, ed anco la voluttà dell'opera
veramente grande.

Questo eccelso mandato, noi istando, noi sovvenendo, noi minacciando,
noi con ogni estremo conato eccitando, a stento, a pezzi e a bocconi, a
spizzico, a miccino, a male in corpo, a spilluzzico, che peggio non va
biscia allo incanto, fra bene e male, tentennando, cincischiando e
ciondolando, fu nella massima parte conseguito. La monarchia senza noi
non seppe fare, e fare repugnava con noi: s'ingegnò staccare quanti più
potesse raggi dal capo della democrazia, per fregiarne il suo, ma le si
spensero in mano, onde scemò la democrazia di splendore, e a sè non lo
crebbe: se io dicessi che ella ci volle bene come il fumo agli occhi,
non direi mezzo del vero; però il nostro aiuto accettato e ad un punto
aborrito; le vittorie della Italia meridionale astiate e temute,
quantunque i frutti di quelle non con due, con quattro mani agguantati;
le armi volontarie per sospetto congiunte alle stanziali e a disegno
avvilite: le nuove imprese attraversate, comecchè conoscesse i promotori
di quelle non ribelli a lei nel concetto, nè nel modo; al contrario
avessero sempre depositato gli acquisti fatti nelle mani della
monarchia, con l'amore col quale l'uccello porta al nido il cibo ai suoi
nati.

Tali e tanti e così manifesti gli smacchi contro i volontari, che taluno
ebbe a pensare, nè lo pensò solo, ma lo disse, che venissero mandati in
campo per levarli dalle città onde non le mettessero a rumore, e le
cimentassero in fortune pericolose pel principato: insomma fra la
monarchia e la democrazia rinnovata la storia antica di Euristeo e di
Ercole.

I posteri stupiranno della inaudita costanza della democrazia a
promuovere la monarchia, nonostante gli strazi, le prigionie, le ferite
e le morti; più della costanza maraviglieranno della fede per virtù
della quale, in onta alle ingiurie atrocissime, persistesse nel suo
proposito: forse non le capiranno neppure, però che nati liberi, essi
non potranno formarsi idea dello spasimo che mette in cuore ai cittadini
la vista della povera patria lacerata dagli oppressori stranieri. Se i
posteri mediteranno le parole, che certe volte disse l'antico Alberti,
cioè, — ch'egli per la patria avrebbe dato anco l'anima — intenderanno
la nostra pazienza e la dura necessità.

Rammentatevi San Filippo Neri chiedente a due gentiluomini romani un po'
di carità per sollevare una famiglia ridotta in estrema miseria: mandato
con Dio, insisteva; di nuovo dimesso, improntava finchè ad uno dei
gentiluomini saltata la muffa al naso gli affibbiò tale un ceffone, che
per poco il muro non gliene diede un altro: il Santo, tuttochè Santo
fosse, strabuzzò gli occhi, e si sentì le mani chiuse a pugno, pure si
tenne, e umile proseguì: «Questo è per me, ma la povera famiglia aspetta
pane.» Noi per amore di patria abbiamo durato la pazienza del Santo; e
Cristo sa se abbiamo sofferto, e Cristo sa se la pazienza ci costi!

Giunti a questo orlo della nostra vita ci volgiamo indietro ed esultanti
consideriamo scomparso dai nostri occhi il punto donde prima movemmo. La
Italia è quasi compita; l'_upas[2] sacerdotale_ è quasi abbattuto. Ora
la filosofia giova più della scure; e tuttavia vivete tranquilli, il
filo della filosofia non taglia meno di quello dell'acciaio: benigno è
il fuoco, che emana da lei, però non si acqueta se prima non abbia
incenerito l'errore. Se lo stormo dei preti continua a schiamazzare, non
vogliate temerne; quando scendete in una grotta con la torcia accesa, i
pipistrelli accecati fuggono via stridendo e battendovi l'ale in faccia.
Voltate un'altra pagina; questa del papato è letta.

  [2] _Upas pohon_. Albero che stilla presso i Malesi
  terribilissimo veleno; e non pertanto ne cavano altri più
  mortifero dalla _liana tietek_; una tigre punta, trema,
  irrigidisce e in meno di un minuto muore.

Noi non ci lamentiamo del popolo, nè ripeteremo per lui il lagno che
messer Francesco Petrarca moveva contro l'amore:

    Ho servito un Signor crudele e scarso;

grande, anzi maravigliosa noi abbiamo ricevuto mercede nello esercitarci
per tutta la vita in nobilissimo intento, e nel vederlo conseguito:
forse non moriremo interi; e tanto basta; molto meno accuseremo la
monarchia d'ingratitudine, perchè veramente noi tutto operammo per la
patria; nulla per lei: fino al riscatto d'Italia abbiamo potuto andar
con essa d'accordo; dopo no: non ce n'era punto mestieri; pure esempi
nuovi vennero a confermare la esperienza vecchia, che i fini della
monarchia e della democrazia sono essenzialmente diversi, naturalmente
contrari. Chi di noi, o esperto poco, o fiducioso troppo, s'industriò
conciliarle, perse l'opera e il consiglio, e si attortigliò involontario
viticchio alle gambe della umanità, la quale nel suo indefesso cammino
ha bisogno di procedere senza impacci.

Orsù, — è dolorosa l'ora dell'addio; l'orgoglio nostro repugna a
condannarci alla inerzia, mentre il sangue ci pulsa sempre nelle
arterie, ma confessiamolo aperto, il nostro cômpito è fornito. Anco ai
Romani entrati nel _senio_ concedevasi che dalle faccende pubbliche si
appartassero: dopo i sessanta anni le domande dell'ufficio di giudice
vietate; e ci era una legge a posta[3]. La gente non lodava, all'opposto
tentennando il capo, deplorava Mario, il quale fatto vecchio si mesceva
fra i giovani ad armeggiare[4]. Noi abbiamo respirato un'ora l'aria
benedetta della libertà; noi lavata la patria col sangue dei martiri
dalla secolare contaminazione, ella adesso può inalzare con animo sereno
la sua preghiera al padre delle cose, e comparire con dignità nel
concilio dei popoli. Riposiamo; altre menti, altri cuori desiderano le
sorti future. A modo che Giacobbe usciva dal seno di Rebecca, tenendo
agguantato pel calcagno Esaù, così dalla nostr'anima proruppero gemelli
l'odio e l'amore. La nostra voce di troppo ingrossò nel concitato impero
e nella smaniosa maledizione, onde da un punto all'altro diventi blanda
per benedire e per pregare: sovente nelle nostre pupille balenò il
raggio del genio della umanità, ma più spesso parve che le furie vi
agitassero le loro fiaccole: un dì premeva che sopra la bandiera degli
antesignani si leggesse: _Odio_, _Forza_; oggi deve portare lo scritto:
_Amore_, _Scienza_. Riposiamo, riposiamo: è dolce il sonno sopra
l'avello, che chiude la tirannide sacerdotale; giova addormentarci sotto
l'arbore glorioso di cui le fronde ventilate pare che mormorino: —
Salute all'Italia redenta dal pensiero e dal sangue dei suoi figliuoli!

  [3] La legge Servilia.

  [4] PLUTARCO, in Mario.

                                 *

— E ora, via, torni al soggetto, mi ammonisce un lettore.

— Torniamoci pure, rispondo io.

— E tanto più presto ci torni, soggiunge egli, inquantochè a lei non
mancarono i buoni consigli fino dalla gioventù sua prima[5].

  [5] V. ANTOLOGIA del 1827, art. del _Tommaseo_.

— Ella ha ragione da vendere, ma ormai il vizio mi si è fitto nelle
ossa, e rinfacciarmelo adesso che sono vecchio non mi pare discrezione.
I vecchi nestoreggiano, mio caro signore, ed ella sa che essi acquistano
in lingua, quanto persero in denti.

— Certo non si può negare, il vizio da lei fu sempre confessato, ma
senza attrizione, nè contrizione, imperciocchè tornasse sempre a fare
peggio di prima: pensi, che se è suo il peccato, la penitenza è nostra,
e si ravveda una volta.

— Ebbene, signor lettore, senta un po' me: se un giorno, per non
bisticciarmi co' miei critici, e per amore di menare buono per la pace,
convenni con essi, che nei romanzi si ha da ragionare poco, e se punto,
meglio che mai: i drammi senza impaccio devono precipitare al fine; lo
scrittore flagellare il sangue di chi legge, come il fantino il cavallo
che ha sotto se vuol vincere il palio, per poi gelarglielo a un tratto
con la catastrofe inopinata; se un giorno, dico, consentii così, non per
questo affermai cosa giusta, nè vera: parlai a modo degli altri, a patto
che mi lasciassero fare a modo mio.

E primamente, consideri di grazia, le digressioni posi sul principio dei
capitoli, onde a cui piace possa metterle da parte, e proseguire nella
lettura del racconto; come appunto fece l'Ariosto:

    Lasciate questo canto, che senz'esso
    Può star la storia, e non sarà men chiara.

E noti poi la diversità grande che passa fra il dramma e il romanzo; in
quello concorrono le arti del musico, del pittore, del coreografo, del
sarto, del macchinista, e via discorrendo; anzi, si avvantaggia fino
dell'arte di coloro che fanno da _mare_[6]; mentre il romanziere bisogna
che a tutto provveda da sè. Nè il dramma stesso procede scevro da
digressioni, a mo' di esempio dei soliloqui, i quali se levi, co' sogni
e le descrizioni, il dramma ti apparirà un ombrello senza seta. O pensi
un po', che sia benedetto, al Byron e al Balzac per tacere degli altri;
dai sedici canti del _Don Giovanni_, del primo, se levi le digressioni,
gli è bazza se te ne resta in mano la materia di otto; e se il Balzac
non menava il can per l'aia, o come avrebbe potuto fornirti quelle sue
maravigliose e ad un punto desolanti analisi del cuore umano?

  [6] A certo francese, che si vantava artista drammatico, fu
  domandato quali parti facesse, al che rispose superbamente: _je
  fais le flot_, vale a dire l'arte di quelli che, mettendosi
  sotto la tela grigia, coll'alzare e abbassare del groppone danno
  immagine agli spettatori delle onde del mare in burrasca.

La censura della frequente allusione alle vicende della propria vita, ai
suoi nemici, a se stesso per me giudico più che di giustizia priva di
carità; chi reputa nello scrittore elettiva la qualità di obiettivo e di
soggettivo, s'inganna: ella viene di natura, che il Dante, l'Alfieri e
il Byron non potevano essere diversi da quello che furono; e obiettivo
fra i germani fu il Goëthe, non già lo Schiller; nei primi prevale il
cuore, nei secondi il cervello: a chi pertanto sortì da natura
prevalenza soggettiva, la rampogna dell'uso di quella equivale a
criticare l'aquila perchè adopera l'ale. — E perchè redarguite l'offeso,
se di tratto in tratto si lamenta? Voi dite: Le sono piaghe antiche: ma
io vi rispondo che le piaghe dell'anima non sanano mai:

    Piaga per allentar d'arco non sana

Il cuore che non sente più il dolore, è pari alla sorgente inaridita. Da
questa sensibilità squisita scaturiscono le immagini, le fantasie e i
pensieri; malavvisati! non desiderate che cessi; sarebbe lo stesso che
spegnere la candela, voi rimarreste al buio. Il pittore manda dal
droghiere per la varia ragione delle tinte, che stempera poi sopra la
sua tavolozza, ma lo scrittore ci stempera sempre la propria anima,
comecchè ella abbia a somministrargli i moltiplici colori per dipingere
la sua opera. Gl'impedirete che ei si sfoghi? Gl'imporrete che egli,
come il barbiere di Mida, scavi una fossa e ci confidi il segreto che il
re Mida ha gli orecchi di asino? Imbestino nei volgari diletti i suoi
nemici la vita; di tristo padrone durino schiavi peggiori; levando il
muso insanguinato dalla carcassa dello Stato, mostrino i denti, sieno
quanto vogliono adesso codardi, persecutori, astiosi e ignoranti, ma
sentano che noi possiamo inchiodare i loro nomi in cima al patibolo. Noi
vogliamo che i figliuoli si abbiano a vergognare dei loro padri: altre
volte i fiorentini per causa meno dura cambiarono di casato. Il nostro
Dio non ci consentiva altre frecce che quelle con la punta d'infamia; e
noi ne saettiamo i nostri nemici: la vendetta del poeta è la provvidenza
di Dio sopra questa terra.

Il solo diletto non ha offerto mai scopo degno agli scrittori; la natura
ed i maestri insegnano loro a mescere l'utile col dolce; ed io secondo
le mie povere forze mi sono industriato sempre di seguitare questo
precetto: però mi piacque stringere co' miei lettori quasi un patto
dicendo: Io vi diletterò due ore, e tre se volete, ma durante un'ora
state a udire le mie lamentazioni e le mie dottrine: che se vi duole
udirle, lasciatemi significarle, e voi non ci badate.

Ed anco penso: la nuova generazione, nella quale mi affido, ha smesso il
convulso che travagliò la generazione antecedente; ella sospira i
negletti studi; ella ricorda come i grandi capitani dell'antichità
fossero discepoli di filosofi, e filosofi eglino stessi; grande si
manifesta nella presente generazione l'ardore di meditare intorno la
ragione delle cose: certo piace a me, ed alla patria giova, che ella
mediti con le mani appoggiate al pomo della spada, — ma mediti.

Per le quali cose il retto giudizio delle digressioni nei romanzi e nei
poemi si riduce come ogni altro nodo a questo pettine: se ti garbano e
t'istruiscono, e tu tienle care e fanne tuo pro, ovvero ti riescono
sazievoli, e tu, o butta via il libro, o meglio, va' dal libraio a farti
restituire il prezzo pagato per comprarlo, ch'io so di certo ch'ei te lo
renderà con gl'interessi.

                                 *

Antichissimo, noto a tutti, e insopportabilmente avvantaggiato lo scopo
della Francia: più che non sentirsi oppressa in casa, a lei piacque mai
sempre opprimere altrui: tutti i popoli, anzi tutti gli uomini la natura
dotò di ugnoli e di denti _canini_; ai francesi la natura in questo, o
si mostrò parziale, o fu superata dal costume. Per fortuna assai, e più
per delitti, la Francia costituitasi in arnese gagliardissimo da guerra,
remuove i Pirenei e si attacca alla cintura la Spagna, con una catena di
Borboni; poi per virtù di arme e di astutezza frantuma intorno a sè
Italia e Germania; così le ammannisce a diventare, a seconda della
occasione, o facile preda, o facile satellizio.

A parere mio Napoleone III troppo fu esaltato e depresso anche troppo,
massime da noi altri italiani, che dovremmo pure considerare, se
avessimo fior d'intelletto, com'ei promovendo i nostri negozi, non
potesse mandar male i suoi: e questo, bene inteso, io dico per ciò che
concerne il suo contegno verso l'Italia, imperciocchè quanto al modo col
quale s'impose principe, non credo che per molto maledirlo che si
faccia, non possa, e a diritto, essere esecrato assai più. Però, non a
scusa di lui, bensì per tuo governo, lettore, avverti che difficilmente
troverai per le storie un trono, il quale non sia stato murato con
calcina di frode, spenta nel sangue del popolo. Uomo non volgare
pertanto fu codesto Napoleonide, e per essersi a lungo riparato in
Italia, egli conobbe i nostri incliti patriotti, e con taluni di loro
usò con familiare domestichezza; dei nostri indomati proponimenti egli
ebbe non solo notizia, ma ci prese parte; combattè per questi; pianse...
(chiedo perdono al lettore: uomini cavati dalla creta ond'era tratto
Napoleone non piangono; quindi correggi: _perse_) un fratello morto per
noi. Che se diventato imperatore si scappucciava e si genufletteva al
prete, pensa che gli era forza armeggiare con la Francia, nel secolo
scorso ferro arroventato nella fucina del diavolo, in questo, baccalà
messo in molle nell'acqua benedetta. In Francia tutto si muta, ma non si
smette nulla, nè Gesù bambini miniati, nè disegni da postribolo, nè
enormezze da far drizzare i capelli, nè cipria per impolverarli. In ogni
secolo pari la violenza, onde altri la segua nei suoi mostruosi
trabalzi[7]; però se il Bonaparte e i preti si facevano le forche, va'
sicuro che l'uno conosceva l'altro; si sorridevano per mostrarsi i
denti; la passava proprio fra corsaro e pirata. Il Bonaparte, più che
altri, era uomo da sapere che il pensiero si converte in trapano capace
da forare il porfido; e neppure ignorava la natura implacabile di quelli
che lo adoperavano; aveva tocco con mano come la barbarie e la sventura,
i preti del pari che i tiranni a masticare la Italia ci lasciarono i
denti; il macinato macinò la macina; un popolo che non intende morire,
che non si può far morire, gli è pure di necessità che tosto o tardi
rifiorisca nella sua potenza vitale.

  [7] Popolo certamente vario, instabile, leggero, mostruoso e
  vano, e in tutte le più pazze forme cangiabile a' pari delle
  nuvole, dai venti in qua ed in là trabalzate. SALVINI. _Dis._ 2,
  130.

A questi giorni saltò su un Pallavicini _sindaco_ di Roma; a lui non fu
amica la fama, ma s'ella porgesse il vero, o piuttosto il falso, ignoro;
questo so, che avendo egli mandato fuori _una grida_, alla libera ci
affermava: gli uomini d'ingegno essere stati quelli che hanno ristorato
la fortuna italica; dopo tra i fattori della unità nostra, mette ancora
la monarchia: si sa, questa finchè lo Stato nostro duri monarchico, ha
da incastrare dentro tutti gli atti officiali, come il _gloria_ in fondo
ai salmi, e l'_amen_ ai piedi degli _oremus_; nel manifesto del sindaco
Pallavicini bandito in occasione

    del balenar che fece il rege a Roma

ci cascava _come una rima obbligata_. Pertanto il Napoleonide giudicò
oggimai fatale la ricostruzione della Italia a Stato uno e potente.

Nè diverso egli ebbe a giudicare della Germania, tenace anch'essa nei
suoi propositi ed irrequieta per ricuperare potenza da lei più che
dall'Italia prossimamente goduta e perduta. Da parecchio tempo si faceva
palese come o l'Austria, o la Prussia sarebbe spinta dai casi a formare
lo impero germanico, e poichè l'una inciampava l'altra, una delle due
doveva uscire dal campo. L'Austria volle forse, ma certo non potè
pigliare il sopravvento; il suo stato disforme glielo vietò: difatti, o
come un'accozzaglia di gente in tutto e per tutto diversa sentirebbe o
bisogno o vaghezza della nazionalità? L'Austria è una bottega di
pellicciaio; una somma di popoli oppressi: intento ed opera incoerenti
alla sua essenza. Per converso il cômpito della unità germanica, quanto
sconvenevole all'Austria, altrettanto si addice alla Prussia; difatti
non solo i prussiani, bensì i tedeschi degli altri Stati emuli o
avversi, convennero seco lei nel fine comune; e non una classe, ma
tutte, così feudale, come democratica e borghese.

La vecchia politica della Francia, comecchè a lei sommamente garbasse e
ai suoi rettori (qualunque essi fossero) non dispiacesse, ormai cascava
a pezzi; allora il Bonaparte si avvisò astutamente di mettere perpetuo
screzio fra l'Austria e la Prussia, esacerbarle una contro l'altra,
intrigare affinchè la formazione dello impero germanico, poichè impedire
non si poteva, riescisse dopo molto travaglio erachidinosa. Dall'altra
parte, dacchè comprende che in Ispagna la sua dominazione non
cestirebbe, nè quella di verun membro della propria famiglia, osteggia
la candidatura orleanese, si arruffa per la prussiana, e nel concetto di
rendersi mancipio il fanciullo delle Asturie, questo favorisce. Suo
principale fondamento la Italia, onde per un lato bastasse a porgergli
alla occorrenza efficace sussidio, dall'altro non diventasse potente per
guisa da abilitarla a procedere da sè sola, ovvero diversa, peggio poi
contraria ai suoi disegni. E tu, lettore, considera com'egli scendendo
primamente in Italia, allorchè bandiva volerla libera dalle Alpi
all'Adriatico, significasse l'animo suo con bastevole chiarezza; se noi
volemmo intenderlo in altro modo, fu peccato nostro, non già sua
perfidia; se egli avesse voluto intendere della universa Italia, egli,
che di geografia sa di certo, avrebbe detto dalle Alpi al Lilibeo,
ovvero a Girgenti; e ciò chiarisce come il Bonaparte non mirasse mica a
ricostruire intera la nostra patria, bensì a fabbricare pei suoi servizi
un braccio col Piemonte, la Lombardia e la Venezia, capace a contenere,
e, alla occasione, a stringere la Germania. Di vero anche i prussiani la
intesero così, e ne dà prova la repugnanza loro, prima e dopo la guerra
del 1866, alla occupazione del Tirolo meridionale per parte degli
italiani. Se la Italia si trova ridotta oggi nei termini in cui la
vediamo, certo non fu per volontà di Napoleone, il quale si industriò
con ogni maniera accorgimenti innestare sul tronco lorenese della
Toscana un principe della sua famiglia; sperò che il Borbone di Napoli
non venisse schiantato da procella domestica, ed ebbe per certo che
l'ancora della barca di san Pietro non si potesse, nè si dovesse
sgrappare dallo scoglio, dove la tengono fissa la ignoranza dei popoli e
lo interesse dei principi, e si ingannò; imperciocchè sia ben folle chi
crede che i consigli umani commessi in balìa della fortuna si scorgano
meno sbattuti in terra, che in cielo un foglio attaccato alla zampina
della rondine.

Che la Francia provocasse sotto mano, o per lo meno consentisse alla
Italia la guerra contro l'Austria, nel 1866, parmi cosa da non potersi
negare; certo la Italia pigliava più vigore di quello che la Francia
avesse presagito, o che avrebbe sul principio sofferto; ma adesso per la
potenza superlativa nella quale ad un tratto era sorta la Prussia, ella
abbisognava di ausilio più valido, e che stringesse più da vicino la
Germania. Grande spasimo per la Francia Sadowa! Al doppio scopo di
tenersi bene edificati i cattolici in casa e fuori, e la Italia devota,
il Bonaparte giudicò bastevole il ripiego di avere, in virtù di nuove
convenzioni, confermato il papa portinaio preposto all'ufficio di
aprirgli le porte del nostro paese quante volte ne avesse talento.

Il papato ormai sa da parecchi anni e sente essere arnese di governo in
mano ai principi, e ci si adatta; imperciocchè, oggi, malgrado la molta
sua improntitudine, si periti a contendere con gli Stati per
soperchiarli, mentre all'opposto lo miriamo spencolarsi fuori di
finestra per dire: — O principi! o principi! se la mia corda sfilaccica,
la vostra si disfà: oramai siamo diventati due debolezze,
attortigliamole insieme, e vediamo se unite formeranno una forza capace
a tenere legato per le mani e pei piedi anco un secolo il genere umano.
— Non gli danno retta, ed a ragione, perchè promise sempre e sempre
tradì; ed avendo i principi oramai ridotto il prete in servitù, non lo
accettano socio: chi potendo comandare allo sbirro e al prete li
patirebbe compagni? _Chi con chierco si confida, come chierco è senza
guida_, dicevano i nostri vecchi. Tanto, in comunella co' preti, si
corre sicuro il rischio di romperci il collo più presto; meglio vale
perderci soli. Così la pensano parecchi coronati e, a parere mio, con
giudizio, per questa volta.

Lo imperatore di Francia da tutte queste sottilità si aspettava un
solenne sconquasso della intera Germania: era da sperarsi che la Baviera
e gli altri Stati cattolici aborrissero la lega dei protestanti; la
Danimarca cogliesse il destro per vendicare le patite ingiurie; il re di
Annover con gli altri principi spodestati rimuginassero novità per
tornarsene a casa; e pure veruna di queste previsioni si verificò,
perchè, camminando sui trabiccoli, l'uomo finisce quasi sempre col
fiaccarsi le gambe: cotesta politica dura, che fa suo fondamento la
naturale necessità delle cose, governando la logica non i raziocini
soltanto, ma sì e più i successi umani, nei primi si comprende; nei
secondi si sente: in quelli persuade, in questi costringe, e se il
concetto della unità italica ha potuto allignare in onta agli errori e
ad ogni sorte contrarietà, egli è perchè cotesto fatto si palesava
necessario nell'ordine morale e politico, quanto nel fisico la tendenza
dei pesi al centro di gravità. Quanto poi la necessità del concetto
possa sopra il suo buono esito, di leggieri se ne persuaderà chiunque
consideri la Italia conseguisse il fine della sua unità al pari della
Germania, questa vincendo, e l'altra perdendo battaglie: la necessità
del fatto vinse la sventura: che se tu mi opporrai non essere riscattata
tutta la terra italiana, io ti risponderò, che nè anche la Germania potè
fino ad ora costituirsi in uno Stato solo: però quanti sono tedeschi si
sentono inevitabilmente attratti alla unità germanica come l'ago della
bussola al polo, e gli abbracciari, che adesso la fama racconta, dei due
imperatori di Germania e di Austria non sono mica bugiardi; all'opposto
sincerissimi, perchè l'uno tasta l'altro per conoscere dove l'avrà a
stringere, per soffocarlo più presto.

Volete voi vedere qual sia la mente del prete verso la Italia? Il papa
prega Dio, e confida in lui, onde non si riuniscano al capo della patria
le parti, che ne durano avulse! Volete voi chiarirvi che la politica
astiosa della Francia contro noi procede meno dall'uomo che dalla
nazione? Mirate! Cotesta politica sopravvive ai funerali dello impero:
non essa la ereditò da Napoleone, bensì Napoleone l'ebbe a provare parte
della corona che s'imponeva. Dicasi quello che sentiamo, e quello che è
vero: la Francia ustolò la guerra contro la Prussia, quasi esorcismo, il
quale scongiurasse il fantasma di Sadowa, che le rimescolava le viscere
della vanità, poi, ingenerosa, pretese lavarsene le mani a mo' di
Pilato, ed ora più spasimante che mai ne arrovella, forse provocando i
suoi ultimi fati, e certo tenendo in sussulto il mondo per presentimento
di future guerre. Nizza e Savoia l'impero ingordo e fraudolento arraffò:
forse la repubblica magnanima e leale le restituisce? Lo impero per
libidine di dominio ci calcò nel cranio il triregno papale armato di
punte; la repubblica si morde il dito, perchè abbiamo gettato da noi
cotesto supplizio; e di più pigliasi cura di farci sapere che se non
viene a rificcarcelo in capo non è per manco di volontà, bensì di
potestà; rifatte appena le forze, tornerà allo esercizio dell'antica
tirannide: ricresciuti gli ugnoli, ripiglierà a lacerare... e allora,
qual cuore di uomo presumi che possa desiderare la cessazione dello
avvilimento di Francia? Tu conduci il senno e costringi la pietà a
invocare da Dio che colmi la misura della tua miseria, che ti cancelli
dal libro dei popoli... Non maledite ancora, non vi sconfortate, il
verme del passato rotto su la schiena si agita, ma non vive; pare che
scontorcendosi minacci, e lo attortiglia lo spasimo dell'agonia...
pensate a scavargli la fossa. La Francia adesso è in istato di
crisalide, in breve (per quanto ci voglia fede robusta, nondimeno
ardisco sperarlo) rotto lo involucro dell'ira, del cordoglio, della
superbia offesa e della febbre di fastidire il vicino, volerà farfalla,
simbolo della parte divina infusa nell'uomo dal suo Creatore.

                                 *

— Bene sarebbe stato non nascere, ma poichè venni al mondo, il meglio
sta nell'uscirne presto. — Così favellava Curio, e provveduto in fretta
quanto gli parve necessario al bisogno, s'incamminò verso Brescia. Tanto
la passione lo teneva legato, che in andando egli non pose mente ai
mesti volti, nè alle parole dolorose delle persone nelle quali
occorreva: appena giunto a Brescia ei si fece a casa Cammilli amica
vecchia della sua famiglia, e non v'incontrò anima viva; allora si
avvisava recarsi alla dimora della baronessa Olfridi, vedova attempata,
ma per patrii spiriti e per solerte benevolenza sul fiore della vita, ed
anche lì tutto deserto; sceso daccapo sulla pubblica via, considera i
passanti e mira quello reggersi colla mano la fronte, questo con ambedue
farsi visiera agli occhi, uno desolato guarda il cielo, l'altro non ha
balìa di levare la faccia da terra; lamentevoli le madri, dolorose le
fanciulle; spirava da ogni lato un'aura di desolazione: un lutto grave
opprimeva di certo la città.

Curio si accosta a tale, che giudicò alla sembianza cortese, per
domandargli qual fosse la causa di tanto cordoglio; costui non lo badò
neppure, e così gli accadde con altro e con altro fino a cinque, sicchè
ne stava per rinnegare la pazienza; non lo sovvenendo partito migliore,
si lascia trasportare dalla piena, la quale come fu arrivata sopra certa
piazza si biforcò, parte continuando a camminare pel medesimo tramite, e
parte volgendo ad altro lato: di vero taluni andavano alle porte per
accogliere i sorvegnenti, mentre altri si affrettano a soccorrere gli
arrivati all'ospedale. Curio fu co' secondi, e intantochè scorreva la
via, riunite varie frasi tronche, costruiva la fiera notizia della rotta
di Custoza, e quasi fosse poco, ecco aggiungergli trafitte all'anima le
voci dello esercito sbandato; Garibaldi respinto, ferito... taluno
accertava ucciso; immensa la strage degli italiani sopra le sponde
fatali del Mincio. Nel salire le scale, Curio si sentiva sotto mancare
le gambe, tantochè, per non cadere, ebbe ad aggrapparsi al muro; pure,
innanzi di entrare nello spedale dove giacevano i feriti, i moribondi e,
ahimè! anco i morti, ricuperò il coraggio, pensando al debito sacro che
gli correva di frugare se fra quei miseri si trovasse parente od amico,
e, trovatolo, sovvenire.

Stupendo colà l'andare, il tornare, lo strepito dei passi, la polvere
continua sagliente dallo ammattonato al palco, l'afa degli aneliti
fumosi; chi portava materassi, chi biancherie, spugne, secchi, di ogni
maniera arnesi, scansandosi e urtandosi, — pietà ad un punto e
maraviglia a vedere. La schiera delle formiche, arrovellata a riporre la
raccolta nel granaio, quando l'urge lo inverno, non sarebbe similitudine
capace a ritrarre cotesto, più che solerzia, spasimo di solerzia; e
tuttavia non vi notavi confusione; comando e obbedienza, lampi pari; non
pace mai, nè tregua; i chirurghi nonchè il sudore non si asciugavano il
sangue; più prestanti di ogni altro le donne, massime le fanciulle, che
con la intera anima riversata negli occhi attendevano ad adattare
faldelle, a fasciare, a forbire.... La Carità supplice accennava al
Pudore, che pel momento acconsentisse a starsi un po' indietro; ed il
Pudore se ne andava adagio adagio alla porta ad aspettare le fanciulle
quando sarebbero passate per tornarsene a casa.

Curio dardeggiava con gli occhi la faccia dei giacenti in cerca di
persona amica, nè stette un pezzo ch'egli ebbe riconosciuto il maggiore
Mainieri, soldato bravo quanto piacevole e arguto, amico grande di casa,
quasi parente diletto; gli fu accanto di un salto; già lo avevano
medicato; adesso se ne stava come assopito, eccettochè il dolore lo
costringeva di tratto in tratto a far greppo con le labbra, donde però
non usciva gemito alcuno. Vistolo in cotale stato, Curio maledisse alla
sua avventatezza, e per tema di sturbarlo rimase immobile così, che la
moglie di Lot, quando diventò di sale, a petto a lui non ci sarebbe
stata per nulla. Ora a poco a poco due grosse lacrime formatesi nel cavo
degli occhi del maggiore, sgorgano fuori, e dopo essere rimaste per
alcuno spazio di tempo penzole alle sue palpebre come diaccioli ai merli
di una rocca, gli cascano giù per le gote; e sembra che il maggiore se
ne spaventasse, perchè di subito spalancò gli occhi quasi per
trattenerle e per impedire che altri le vedesse, ma nè ei le trattenne,
nè potè impedire che altri le vedesse, e Curio accostando il suo volto
al volto del soldato con due baci gliele bevve, mentre vinto dalla
passione, egli stesso proruppe in pianto, e lo bagnò con le sue.

— Non piango per me, sai; quantunque io senta che non ce la caverò
liscia...

— O Dio, non me lo dite! Come state? Dove siete ferito?

— Una scheggia di mitraglia mi ha fracassato il braccio; ma con un
braccio di meno si vive; si resta soldati con la tara del cinquanta per
cento, ma sempre soldato; la ferita mortale ho ricevuta qui nel cuore...
io ne morrò... e mi piace morire.

— No, voi dovete vivere per gli amici, per la patria...

— Per la patria? Rammenta Curio, che io t'ho detto ch'io non piangeva
per me. In vero io piansi per l'onore militare perduto, per la patria,
dopo tanta speranza, scaraventata nella ignominia; piansi sopra tanto
lume d'intelletti divini diffuso invano; piansi sul sangue di tanta
brava gente sparso per ribattezzare l'antica servitù... Ah!

— Ma che sia proprio vero, ch'io abbia a vedere la fine della mia povera
Italia?

Il maggiore chiuse gli occhi, e singhiozzò; Curio continuava:

— Il popolo non ha dato vite, danaro e tutto quello che aveva? Il popolo
non diede armi, navi, provincie?... Chi è lo sciagurato che si è preso
tutti questi tesori e li ha buttati via, come fanno i ragazzi con le
piastrelle sull'acqua... tre, quattro guizzi per gioco, e poi giù in
fondo per sempre.

— Cause occulte e rimote, onde accadde questo, figliuolo mio, ci hanno
ad essere, anzi ci sono, ma a me non è dato indagarle, nè mi gioverebbe
esporre; le prossime sì, e te le dirò, perchè tu ne faccia senno. Voi
giovani veniste al mondo in tempi brutti; la urgenza del male non lascia
campo ai propri esperimenti; approfittatevi degli altrui. Causa prima
dei nostri disastri io metto la presenza del re alla guerra: i principi
stanno d'incanto a capo degli eserciti, quando si chiamano od Alessandro
Magno, o Federigo II, o Gustavo Adolfo, o Napoleone I, perchè allora
all'autorità del grado aggiungendo la maggiore autorità della molta
perizia, maneggiano gli eserciti come macchine e li avventano come
leoni; diversamente ti riusciranno sempre di impaccio e di pericolo. Di
vero, o concedono che il supremo comandante non li consulti, e allora
faranno meglio a starsene a casa; si vince anche in poltrona, e se non è
vero non importa; per la reputazione del principe basta che il popolo lo
creda; o all'opposto pretendono essi mettere il becco in molle, e
allora, o diranno cose che saranno come portare ghiande alle querce, e
perderai tempo, o come è da supporsi diranno svarioni, e allora il
povero capitano bisogna che procuri renderli capaci, pigliandola alla
larga e con un sacco di precauzioni, le quali, se stanno poco bene in
Corte, in campo poi stanno malissimo, scompigliando i consigli e
ritardando l'azione: ancora il capitano, quando il principe gli cammina
dietro ai calcagni, più che a vincere il nemico, deve attendere a
preservare costui incolume da ogni stroppio: però, senti me, che parlo
schietto, se avessi ad essere capitano supremo, io preferirei avere una
veste di fiasco avviticchiata alle gambe quando cammino, che un principe
per compagno quando combatto. La seconda (ho fatto male a non metterla
prima) sperpetua, il La Marmora; cocomero ingrossato dalle piogge
moderate; imperito costui non si potrebbe dire, se non che, invece di
riporre la scienza nel cranio, la porta sul groppone: e qui se vuoi
ch'ei ce la porti a ceste, a ceste volentieri accorderò che ei ce la
porti. Non ci è numero, non misura, non stadera, che valgano a
calcolare, misurare o pesare la sterminata presunzione di cotesto uomo:
ei farebbe la barba a Carlo Magno, e piglierebbe ad allattare Annibale e
Giulio Cesare, se avesse le poppe: lo hanno abbaiato in tutte le cinque
parti del mondo, in tutte le lingue gli hanno detto che ei vada a fare
il capotamburo, ma egli duro; oramai ei si è ciurmato da sè gran
capitano, e non ci ha più rimedio, però tentenna il capo, e
compassionando leva gli occhi ed esclama: — Sciagurati! non sanno quello
ch'ei si dicano. — Anco la presenza gli nuoce, dacchè egli si muova come
un ragnatelo spaventato: io non so per quale sua disgrazia quanti
disegnatori, illustrando il maggiore romanzo del Cervantes, presero ad
effigiare il _Cavaliere della trista figura_, sembra che si sieno dati
la intesa di pigliare a modello il La Marmora. Non ci è Cristi: guarda
bene il _gran capitano_ di Biella, e ti parrà don Chisciotte nato e
sputato. L'aspetto dell'uomo impressiona più che tu non pensi: mira la
testa di Napoleone primo console, e provati a negarmi che egli sia eroe:
che cosa ti parrà di La Marmora col suo capo a pane di zucchero, e gli
occhiali a cavallo sul promontorio che gli tiene le veci di naso? Io non
lo dirò, se prima non gli avrai messo un filo sotto, facendogli, col
tirarlo, muovere le mani e i piedi a sêsta[8]. Improvvido negli
apparecchi, nè strategico, nè tattico, povero di partiti, nei consigli
incerto, impacciato nei moti; in mal punto sta ed in mal punto corre:
flagello vero della milizia italiana; avrei detto di Dio, ma Attila gli
ha preso il posto. La reputazione di servitore umilissimo, devotissimo e
obbedientissimo di casa Savoia gli procacciò favore inestimabile in
Corte, e per mio avviso a torto, perchè nè prudente assume sopra di sè
gli errori altrui, nè animoso li riversa sopra chi tocca; in somma nè
Strafford, il quale si lasciò decapitare per Carlo I, nè Bava, che
scrisse addirittura il disastro del 1848 doversi attribuire a Carlo
Alberto: della famiglia dei servi per certo egli è, ma spetta più
particolarmente alla specie dei servi insolenti: difatti per iscusarsi
egli va sussurrando lui non esser capitano comandante, bensì capo di
stato maggiore: scusa come ingenerosa fallace, perchè se conosceva i
comandi infelici, dovesse opporsi a spada tratta, o inascoltato
risegnare lo ufficio: ed ho sentito anche spandersi la voce di poca
_connessione_ nello esercito, di salmerie disordinate e confuse, i quali
difetti se furono, e taluni furono, non si dovessero attribuire a lui
per lungo tempo ministro della guerra.

[8]

    Chi vuol veder quantunque può natura
    Nel fabbricare un uom di carta pesta,
    Che par mover le mani e i piedi a sêsta
    A guisa d'ingegnosa architettura.

                                TASSONI, _Son. su Filippo da Narni_.

Quanto valga il suo emulo Cialdini ignoro, ma del La Marmora so tanto,
che sul conto loro io posso in buona coscienza profferire il giudizio di
colui, che avendo a scegliere fra due sonetti, lettone uno disse:
_stampate l'altro_, che peggio non può essere. La emulazione di questi
due soldati forse necessitò il comando supremo del re, onde in lui si
smussassero i puntigli, e, se così fu, anco questo si ha da deplorare
come sciagura.

Pareva dovesse essere studiato con diligenza il campo delle battaglie
imminenti, però che sia naturale guardare bene il luogo dove abbiamo una
volta battuto il naso; ma non fu così: procedemmo a casaccio sul terreno
che intendevamo ricuperare; i tedeschi che non n'erano padroni lo
conoscevano palmo a palmo, noi non avevamo imparato niente; l'esperienza
delle patite sconfitte era trascorsa via per le teste dei nostri
condottieri, come l'acqua piovana per le doccionate, senza lasciarvi
posatura. Tre modi ci si presentavano per condurre la guerra offensiva:
espugnare una per volta o tutte assieme le fortezze, ovvero introdursi
nel mezzo di queste, isolare l'una dall'altra, distruggendo per siffatta
guisa la ragione strategica del quadrilatero; finalmente, irrompere
nell'Austria pel Friuli da un lato e pel Tirolo dall'altro, occupare
Vienna e buttare all'aria la Ungheria: qui grande l'acquisto, pari al
pericolo; ma per concepire e mandare a compimento simili partiti
audacissimi, ci vogliono capitani che si chiamino Scipioni, ed eserciti
composti di romani; e poi alle monarchie non garba sollevare la polvere
delle rivoluzioni, memori sempre che chi semina il vento raccoglie la
tempesta: il disegno di espugnare le fortezze, lungo, pieno di
accidenti, spegnitoio di militare entusiasmo; riprovato dai maestri di
guerra, massime se il nemico tenga con un esercito potente la campagna.
Dei tre concetti elessero il secondo. Pertanto il presidente dei
ministri Ricasoli, il venti del passato mese, lesse alle Camere il
manifesto di guerra contro l'Austria[9].

  [9] Quanto fu la guerra bandita immortale per castronerie di
  tattica e di strategia, altrettanto fu memorabile lo scritto del
  Ricasoli per ispropositi di lingua e di senso comune: di vero,
  tre volte ci occorrono le frasi _al seguito_ delle dimissioni
  date... _in seguito_ della partenza... _al seguito_
  dell'ingiuste minacce; — più oltre: l'Austria _temette_... il
  Governo del Re _credette_... _credette_, che a ciò gli desse
  diritto: il più bello all'ultimo: «per queste aspirazioni
  nazionali troviamo soldati _pronti a spargere sangue e fatiche
  in tutte le parti della Camera_!» Quindi nulla manca a farlo
  detestabile: turpitudine di locuzioni straniere, barbarie di
  dettato, errata assimilazione di sangue e di fatiche da
  _spargersi in tutte le parti della Camera_! Nè anche un
  montanino di Garfagnana si attenterebbe menare tanta strage
  della lingua e del buon senso. _Erat in fatis_, che la monarchia
  in occasione tanto solenne si commettesse a due sciagurati come
  Ricasoli e La Marmora. Quali l'ingegno, le opere, la fama di
  costoro? — Si predicavano avversi al popolo, avversi ai
  volontari, e tanto bastò. Così in grazia del partito moderato e
  dei suoi uomini, noi abbiamo perduto tutto, fino la reputazione
  dello idioma, che sola ci rimaneva conservata in mezzo alla
  secolare molteplice tirannide. La Camera applaudiva: un giorno
  ella sarà giudicata severamente senza _circostanze attenuanti_,
  perchè gli applausi avvennero in giugno, mese di già copioso di
  _proietti vegetali_. Per questa guisa il governo d'Italia, se fu
  argomento di molti sospiri, infinito si attirò eziandio il riso
  della gente stupefatta.

Nel giorno stesso il capitano La Marmora faceva sapere all'arciduca
Alberto, che avrebbe messo mano alle armi tre giorni dopo la data del
manifesto, lasciando in dubbio se il 23 o il 24: difatti doveva
intendersi il 24, perchè il giorno che incomincia il termine non si
comprende nel termine; invece egli principiò il 23, e questi mi paiono
ganci diritti e gherminelle a uso Oudinot, cosicchè il capo di stato
maggiore John rilevò il tiro quasi per uccellare il capitano La Marmora.
Il fine della battaglia di Custoza certo fu dare comodità al Cialdini di
traghettare il Po e stabilirsi sopra la sinistra sponda di quello: ora
considera se si poteva far peggio; il Cialdini prima del 26, per quanti
sforzi ci adoperasse, non poteva essere pronto a passare il fiume; le
ostilità si ruppero il 23, la battaglia s'ingaggiò il 24; dunque vi era
tempo sufficiente per l'arciduca Alberto di prostrare La Marmora diviso
dal Cialdini; ma il capitano La Marmora si era fitto in testa che il
nemico rifuggisse dalle difese del territorio fra il Mincio e l'Adige;
fisima proprio non vera, nè verosimile, essendo stato munito cotesto
territorio, dopo il 1848, da un semicerchio di fortilizi tra Chievo e
Tomba; ma, che vuoi tu? Come madre natura fabbricò i gamberi, così fece
il cervello del capitano La Marmora, perchè entrambi camminassero alla
rovescia. All'opposto l'arciduca Alberto, ottimamente informato, si
avvisa batterci sul terreno che il capitano La Marmora suppone deserto,
ributtarci in Lombardia, poi voltarsi celere e baldanzoso per la
vittoria contro il Cialdini; ed in conformità della presa deliberazione,
lasciate di cheto le stanze lungo l'Adige, ordina ai suoi si facciano
avanti, per occupare le colline tra Salionze e Sommacampagna. Il
capitano La Marmora, che di ciò sa niente, comanda al Della Rocca si
atteli col suo corpo di esercito tra Sommacampagna e Villafranca; al
Cucchiari tenga in soggezione il presidio di Mantova; ai generali
Longoni e Angioletti s'inoltrino fino a Marmirolo, e quivi stieno per
riserva. Durando passi il Mincio, ma la divisione Pianell rimanga sopra
la sponda destra; sulla sinistra il Cerale osservi Peschiera. Il Sirtori
e il Brignone occupino le alture verso Sona. Ormai incaponiti nel
supporre sgombro il paese, in mezzo del quale si avventuravano, comecchè
prossimi ed in vista di due fortezze, procedono senza provvedimento di
possibile battaglia, anzi senza neppure confortare i soldati di cibo e
di bevanda, sicchè parvero padri scolopi che menassero alla prima
comunione gli scolari da ventiquattro ore digiuni, non già capitani
soldati alla battaglia[10]: seguivano le salmerie condotte da gentame di
scarriera, che stava al soldo degli impresari, capace di mettere lo
scompiglio in casa del diavolo. Anche nelle passate guerre si ebbe a
deplorare simile disordine; parecchi generali, e il capitano La Marmora
in particolare, lo seppero, lo videro, e non ci rimediarono.

  [10] Proprio così fu detto, da un soldato ferito, nell'Ospedale
  di Brescia.

A questo modo procedendo, c'imbattemmo alla sprovvista nel nemico, col
quale, appena visto, ci azzuffammo senza concetto di guerra, d'onde
nacque un accapigliamento alla rinfusa, che di mano in mano ingrossando,
per la strage diventò battaglia, per arte militare una baruffa: fu
combattuto in tre gruppi, perchè in tre punti ci percossero gli
austriaci con mosse di fianco; il primo sotto Villafranca, dove si
trovarono il principe Umberto, Bixio e Cugia, credo anche il Govone:
sfolgorati dalle artiglierie, urtati dall'impeto dei cavalli, cotesti
uomini prodi tennero fermo disposti in quadrati, in uno dei quali ebbe a
ricoverarsi il principe Umberto, che, a detta de' suoi commilitoni, in
cotesto giorno fece il debito di soldato italiano: tutta la giornata
essi contennero il nemico: vi ha chi assottiglia, anzi nega addirittura
il merito a quei valorosi, perchè non fecero di più; ma a parere mio fu
grande onore per loro tenere testa finchè durò la battaglia contro un
nemico potente di cavalli e di artiglierie, proteggere la ritirata del
nostro esercito a sera, ributtando in atto di vincitore, piuttostochè di
vinto, due volte gli austriaci, una volta a furia di cannonate, ed
un'altra per isforzo di cariche di cavalleria.

Il corpo del generale Durando s'incamminò mattiniero verso le colline di
Sona; la sua via doveva essere diritta fra Monzambano e Castelnuovo,
senonchè il Cerale, che comandava la prima brigata, temendo dei cannoni
di Peschiera, invece di andare in su, scese per la sponda del Mincio
fino al Borghetto, dove incontrato il traino mosso per la medesima
strada, lo fa ripiegare sopra sè stesso mandandolo sottosopra; nè qui
cessano gli errori del Cerale, che ripigliando la via per Castelnuovo
s'inferra dentro certa via stretta e incassata, senza pigliare alcuna
delle precauzioni che si costumano quando si cammina per paese nemico;
quanto a intrepidezza a tutta prova io tengo dal Cerale, ma per
accorgimento, bisognerebbe si facesse ristagnare il cervello: provata
che egli ebbe la dura batosta, pretese schermirsi dicendo che _senza
rompere uova non si fanno frittate_; pur troppo non si combattono
battaglie senza sperpero di vite umane, ma bisogna evitare le frittate.
Io era con lui, e per lui mi trovo lacero questo mio povero braccio, ma
ciò non dico per rancore, bensì per verità: verun sottotenente di
volontari avrebbe proceduto con sì poca considerazione, ed egli può bene
disprezzare la propria vita, ma come capitano deve pigliarsi cura della
vita altrui.

Le disgrazie nascono sempre gemelle, però il generale Villermosa,
condottiero dell'antiguardia della divisione Sirtori, nell'uscire da
Valleggio, invece di svoltare a destra per Santa Giustina, tira su per
la via di Castelnuovo, e così raddoppia la vanguardia della divisione
del Cerale, e la leva a quella del Sirtori, il quale non addandosi dello
abbandono del Villermosa, quando se lo aspetta meno dà di capo nel
nemico, che lo riceve a suono di cannonate ottimamente disposte su le
alture, e per le strette dei colli[11]: ormai la vittoria impossibile, e
la ritirata rischiosa: vi rimasero feriti Durando, Dho e il Cerale, il
generale Villarey ucciso, ed altri non pochi: i soldati sgomenti di
vedersi condotti al macello, imprecando la stoltezza dei capitani,
sbandaronsi; sì, che serve celarlo? fuggirono. Ciò accadde ai più famosi
soldati, dai romani ai francesi, ed accadrà sempre, quando avvenga che
per errori continuati perdano ogni fiducia nei loro condottieri; se il
generale Pianell non era, al quale sovvenne la ispirazione di varcare il
Mincio, respingere gli assalti nemici, e proteggere la nostra ritirata,
o fuga, prigioni o morti noi ci restavamo tutti. Degli altri gruppi io
non so darti distinta notizia, però anche là e' fu una matassa
arruffata; bastonate da ciechi.

  [11] Il generale Sirtori, con lettera dell'8 febbraio 1867,
  afferma essersi accorto _subito_ della deviazione della
  avanguardia, ed averci provveduto _immediatamente_: dichiara
  avere proceduto con ogni più squisita precauzione di guerra:
  esclude tutta sorpresa: fu lasciato solo; se lo avessero
  soccorso, anco verso le ore 4 pom., avrebbe vinto, egli dice;
  peccato che veruno ci creda.

                                 *

Pur troppo le parole del soldato ferito erano vangelo: giusta quello che
ne sparse la fama, il La Marmora fino dalle ore mattutine se ne andava a
Gherla, e nel cammino imbattendosi nella divisione Brignone, la mena
seco ad occupare le alture di Custoza, donde mira come gli austriaci
abbiano fatto lo stesso su le colline della Berrettara: ciò nonostante
egli ingiunge al Brignone si spinga innanzi, e questi lo fa inoltrandosi
fino a Monte Godio: allora il La Marmora lo pianta lì, e galoppando solo
verso Villafranca, va a vedere come le cose procedano da questa parte,
ed anche per condurre rinforzi al Brignone; di vero torna, ma trova il
Brignone a mal ridotto dallo sforzo degli austriaci incalzanti, e
costretto a ripiegarsi sopra Monte Godio: il terreno compariva ingombro
di morti; si contavano tra i feriti il generale Gozzani e il principe
Amedeo. A Custoza i nostri tentarono resistere, ma neanche in questo
punto la fortuna volle arridere al valore scompagnato dalla perizia;
fummo respinti. Il re, il quale se ne stava a contemplare la battaglia
fra Villafranca e Custoza, visto retrocedere la divisione Brignone,
corre via a Valleggio, di là varca il Mincio e si conduce a Goito: per
questa guisa, se mai ci era stato sul campo di battaglia un comando
supremo, venne affatto a sparire. Il La Marmora, per onestare la cosa,
disse più tardi essere stato suo intendimento sgarrare la prova sopra le
alture di Custoza con le divisioni del secondo corpo, mentre il Bixio e
il principe Umberto sostenevano il terzo corpo nella pianura; sproposito
o bugia che il Rustow gli rimbecca, dichiarando: — dal suo stesso
rapporto si fa manifesto, come ciò non fosse per nulla il caso, o
dimostra la sua testa in balìa _di deplorabile confusione_[12]. — La
verità è, che il La Marmora, perduto il lume degli occhi, povero di
partiti, di animo volgare, giudicando i successi non secondo la realtà,
bensì a norma della sua dabbenaggine, tenne per disperata la fortuna
della guerra, e mandò subito dopo la battaglia di Custoza i due famosi
telegrammi; uno al Garibaldi del tenore: «Disastro irreparabile! Coprite
la ritirata e Brescia;» l'altro al Cialdini concepito così: «Disastro
irreparabile! Coprite la capitale (Firenze).» Da tanto poi che erano
disperate le fortune della guerra, gli austriaci non pensarono manco per
ombra a traghettare il Mincio e ad inseguirci: e questo afferma eziandio
il La Marmora; nondimanco l'esercito intero fu addossato all'Oglio, e il
re pose tranquille le stanze a Torre Malamberti presso Pescarolo.

  [12] _Guerra del 1866_, p. 139.

I giornali italiani tacquero quasi due giorni, e in questo frattempo i
devotissimi, avendo ripreso fiato, incominciarono a sussurrare che la
battaglia veramente perduta non si poteva dire, sì piuttosto non vinta;
con inezia e parola francesi la battezzarono _insuccesso_, e a torto,
imperciocchè perduta la facessero lo scopo mancato della medesima, che
fu mettersi in mezzo alle fortezze del quadrilatero, e il campo
abbandonato; più che tutto, i due telegrammi, non mai abbastanza
_deplorabili_. Se non che qui vennero fuori i devotissimi del La
Marmora, ed a posta loro andarono bisbigliando ch'egli li sconfessava, e
parve bruttissimo tiro, perchè, se non furono sua fattura, non si
rimanga a mormorarlo sottovoce; lo dica chiaro ed aperto; ma vorrà
disdire forse anco il suo rapporto dove significa: «non avendo avuto
buon successo il nostro tentativo di stabilirci tra il Mincio e l'Adige
per separare le fortezze le une dalle altre, la posizione da noi presa
lungo il Mincio diveniva senza scopo.»? Gli intendenti della milizia,
nei giudizi loro discreti, a queste insanie non possono reggersi tanto,
che non siano costretti ad esclamare: Da quando in qua il condottiero,
se non riesce al primo tratto nella sua impresa, l'abbandona? Costumò
così Napoleone a Marengo? Fino alle quattro pom. è fama lo avesse
respinto il vecchio Melas; a codesta ora sopraggiunse il Desaix, il
quale, interrogato, disse sè essere giunto tardo per impedire che una
battaglia si perdesse, sempre a tempo perchè un'altra se ne guadagnasse,
e così fece. Forse era cessato lo scopo di porgere la mano al Cialdini,
varcato che avesse il Po? Da quando in qua si mettono due fiumi in mezzo
tra voi e il nemico che non v'insegue? Il Rustow, per trovare un'aurora
boreale di senso comune in tutto questo garbuglio, immagina che
l'esercito si versasse in disordine maggiore di quello che si
supponesse, e certo tacquesi allora e non si dice neanche adesso, ma è
vero, come il maggiore Mainieri narrava a Curio, che non pochi soldati
fuggirono, gittate le armi, maledicendo gli stolti capitani: però in
breve ripresero animo, e desiderarono ritentare la prova sotto guida
migliore: moltissimi all'incontro durarono ordinati e pugnaci come
quelli del Pianell e gli altri del Bixio; le due divisioni Angioletti e
Longoni intatte, non avendo preso parte al combattimento: inoltre, o il
Cialdini sul Po che ci stava egli a fare?

Eppure comandava a ben quattordici divisioni, esercito più
numeroso di quello del Mincio. Intorno a Custoza furono i nostri
centoquarantaseimila, e di questi combatterono soltanto sessantaseimila.
Settecentoventi ne caddero morti, tremilacentododici si noverarono i
feriti; tra le nostre e quelle del nemico, le perdite si bilanciarono:
perchè dunque ci demmo per vinti? Al fatto di Marengo, di già riportato,
il Rustow aggiunge con legittimo orgoglio l'altro di Ligny, dove i
prussiani sbaragliati poterono in due giorni riordinarsi e battere
Napoleone con la famosa percossa di Waterloo.

_Non si volle vincere_, proruppe un giorno quel fiero uomo che è Nino
Bixio: però io non mi accosto alla terribile sentenza di lui, che è
naturale cosa desiderarsi la vittoria con maggiore anelito da quelli che
si sentono meno capaci ad acquistarla per virtù; ed ella ci viene sempre
feconda di utili resultati: di rado l'uomo renunzia alle sue comodità, e
più di rado alle lusinghe dell'amor proprio appagato; quando poi
l'agonia dell'utile e l'agonia della vanità s'intrecciano in uno
interesse solo, allora poi giudico impossibile che ci renunzi l'uomo:
questo parmi più vero, che tra la speranza generosa, ma piena del
pericolo di perdere, e la ghiottoneria di guadagnare con sicurezza,
prevalse nei nostri guidaioli la ghiottoneria; non si contò la vergogna.
Il capitano La Marmora rinfoderò il brando sul fianco sinistro, e
diventato Scriba cavò fuori dal destro il pennajolo: nelle sue mani
l'uno e l'altro del pari infelici: arduo è sgarrare col calamaio colà
dove fece fallo la spada: non ci fu altri che Lutero, al quale riuscì
vincere col calamaio: e vinse nientemeno che il diavolo in persona, ma
glielo scaraventò nella testa. Ora il La Marmora, professandosi
cattolico, non ha fede che nell'acqua benedetta. In verità di Dio, io
per me penso che quando la monarchia ci schiera davanti agli occhi i
suoi capitani, i suoi ammiragli, i suoi ministri, lo faccia pel medesimo
spirito onde i giocolieri ti mostrano, sopra l'avversa parete, le figure
grottesche della lanterna magica, per tenere allegra la brigata
divertendola dal senso dei mali presenti e dalle apprensioni del futuro.

                                 *

— Oh! sia ringraziato Dio, che ci ha concesso la morte: adesso, se ci
condannassero a vivere, quale strazio sarebbe pari al dolor nostro?

Così lamentava Curio, e il buon maggiore percosso dalla desolazione del
giovane avrebbe volentieri rinnegato le sue parole: pure, voglioso di
rimediare come meglio poteva al mal fatto, soggiunse:

— Coraggio, Curio, sempre coraggio, che tutto quello che ciondola non
casca: ora fa' una cosa, va' fuori, e procura raccogliere qualche
notizia per te ed anche per me.

— Ho paura.

— Paura! E di che?

— Sì, paura da non potersi dire: io tremo tutto nel presagio di
sentirmene contare delle peggio: le forze italiane mi fanno l'effetto
dei birilli del biliardo, che si mettono ritti per essere buttati giù.

— Or via, Curio, pensa che il diavolo non è mai brutto come si dipinge:
va', torna, e fa' presto; rammenta ch'io sto sulle spine, e alla
disgrazia sono uso opporre cuore di rocca: la incertezza mi ammazza.

                                 *

Curio andava per le vie di Brescia speculando onde trovare persona, la
quale dal sembiante gli promettesse accoglienza cortese, allorchè di un
tratto gli si presenta davanti un gruppo, che trasse a sè la sua intera
attenzione: un uomo aitante della persona, di barba e di capelli grigio,
con la camicia rossa dei garibaldini, si portava in collo un altro
soldato del pari garibaldino, di cui il capo gli penzolava sopra la
sinistra spalla: il vecchio tirava innanzi a stento, appoggiandosi con
la destra mano al muro, che non si attentava di abbandonare. La gente
passava senza badarlo, non per mancanza di cuore, figurarsi se questo
può mai avvenire a Brescia! ma perchè si sentiva da più dolenti cure
compresa, e le grandi angosce strozzano le piccole. Curio, nella
speranza di spillare dal soldato qualche novella che facesse al suo
caso, gli si accosta bel bello per profferirglisi, ma appena gli ebbe
sbirciato la faccia, che esclamò:

— Gua'! Filippo, sei tu? Come diavolo ti trovo qui?

E Filippo: — Curio, proprio mi ti manda Dio: dammi una mano per adagiare
su questo muricciolo il poverino che porto.

— Fatti in là, Filippo, che basto solo, e tu barelli: a sorte non
saresti ferito?

— No, grazie a Dio, ma le forze pur troppo mi mancano — e così dicendo
casca giù ginocchioni con le mani in avanti. Curio, aiutato da un
cittadino che di là passava, mise Filippo a sedere accanto all'altro;
poi prese una rincorsa piantando ambidue, e in meno che non si dice un
_credo_, mentre Filippo pur troppo sospettava essere abbandonato (la
sventura, quando si maritò col bisogno, per primogenito partorì il
sospetto) rideccoti comparirgli dinanzi Curio con un palmo di lingua
fuori, carico di berlingozzi, bocce di liquori e di due fiaschi di vino.

Però Curio, andando alla volta di Filippo, mirò da lontano una cosa, che
gli mise la pulce dentro l'orecchio, senza che ei potesse rendersene
ragione. Filippo si era tirato in grembo il soldato, e sciorinando su
lui il fazzoletto _olim_ bianco, gli rinfrescava il capo riarso, gli
cacciava le mosche, e di ora in ora lo andava dolcissimamente baciando.
Il bene è sempre bene, diceva Curio fra sè, ma i troppi _amen_ guastano
le messe. Filippo stese ansioso le mani a ciò che Curio gli porgeva, ma
non sì tosto lo ebbe guardato, esclamò:

— Ohimè! Curio, che è questo che tu hai portato? acqua, acqua... tu me
la vuoi far morire?

— Hai ragione, soggiunse Curio, e via da capo a precipizio; tornò in un
attimo coll'occorrente, ma anco per questa volta riuscì il sussidio
inefficace, però che il giovanetto vagellando sbattesse smanioso di qua
e di là la testa. Filippo mandava giù dalla fronte a quattro a quattro
le gocciole del sudore; in cotesto punto, non sapendo che fare di
meglio, diede di piglio alla boccia dell'acquavite, e sia lode al vero,
ne mandò giù un gran sorso.

— Ah! mi sentivo proprio morire, sospirò restituendo la boccia a Curio:
rinfrancato così, riprese:

— Curio, piglia il capo al ragazzo e tienglielo fermo con più grazia che
puoi: ecco, adesso m'ingegnerò aprirgli le labbra e versarvi un po' di
acqua.... sta' attento.... e fa' adagio.

Certo fu più quella che gli versò sul petto, che nella bocca; pure
cotesto refrigerio di acqua valse per fare aprire gli occhi all'infermo:
e Curio allora, secondo l'usato costume, precipitoso interrogava
Filippo.

— E adesso che almanacchi qui, con questo povero ragazzo?

— Vengo da Montesuello....

— Da Montesuello! Là dove è caduto morto il Garibaldi?

— Che morto! Accidenti a chi lo crede e a chi lo dice. Per Dio! non mi
stringere il collo... Curio, non mi strozzare!

Difatti Curio gli si era avventato al collo, scaricando sopra di lui un
turbine di baci.

— Neanche ferito? Assicurami che non è stato nemmeno ferito.

— Ferito sì, ma gli è un nonnulla... povero uomo! Ogni battaglia a cui
si trova gli lascia il ricordo sul corpo; però egli ha bene altro per il
capo che pensare alle sue ferite; ha bisogno di sentirsi sano, e sano è;
egli ha già ripreso a menare le mani contro i tedeschi.... a quest'ora
si batte.... a quest'ora vince.

— Come, tu credi che costà si combatta e tu stai qui?

— Il generale Garibaldi in persona, saltò su a gridare Filippo avvampato
nel viso... mi ordinò, mi pregò di condurre subito via questo fanciullo
ed acconciarlo in qualche casa perchè si curi....

— È ferito?

— No, travagliato fieramente dalla terzana a cagione delle intemperie e
della soverchia fatica; forse ci ha miscuglio di qualche altro malanno:
almeno il medico del reggimento ne dubita.

— E s'è così, che ci stiamo a gingillare? Su, portiamolo all'ospedale.

— Gli è appunto allo spedale che io non lo voglio portare.

— E perchè?

— Perchè negli spedali è forza vedere e udire cose, delle quali la
verecondia si offende.

— Filippo, che diavolo arzigogoli? Ai giorni nostri un giovanotto di
diciassette anni ha da scandalizzarsi di quanto possa vedere o udire
nello spedale, dopo esser passato per la trafila delle caserme e dei
campi?

— Un giovane forse no, ma una fanciulla di certo sì, e questa è una
fanciulla.

— E, tôcco di disgraziato, in mezzo di strada la baciavi?....

— Silenzio, Curio, ella è mia figlia.

— Oh! tua figlia! E da quando in qua? Io non seppi mai che tu avessi
moglie.

— E che bisogno ci era che tu lo sapessi? Quanto più preziosi i tesori,
più si tengono nascosti. Adesso, ella mi ha abbandonato per vita
migliore, almeno così mi giova sperare; però non le bastò il cuore di
lasciarmi solo, e innanzi di morire mi pose sopra le braccia questa
figliuola.

— Dimmi, Filippo, ed era bella cotesta tua moglie?

— Ella mi amava.

— Donde nasceva, dal popolo? dalla borghesia? Era gentilesca nei modi?

— Ella mi amava: l'amore ch'ella mi portava finchè visse, e che io
portava e porto a lei, non ci lasciarono attendere ad altro. In vita, io
la guardai traverso una contentezza che non era terrena, in morte
traverso un pianto, che pur troppo è terreno: per indole, per sembianza,
per affetto, questa mia creatura è tutta lei.

Curio mirò curiosamente la fanciulla e gli parve che non ci fossero
sfoggi; allo improvviso, come vergognando degli inani propositi, uscì
fuori dicendo:

— Dacchè sei qui, e qui rimanti fintantochè io torni, che spero avere
trovato il fatto tuo.

E via di corsa daccapo: questa volta il suo cammino era indirizzato al
palazzo della egregia donna, la baronessa Olfridi: anco adesso cercò
invano il portinaio; salite le scale a tre scalini per volta, si attacca
al cordone del campanello, e tira giù, che pareva il diluvio.

— Furia! Furia! si sentì gridare per di dentro, date tempo al tempo!
Discrezione, se ce n'è!

Si spalanca la porta.

— Oh, signora baronessa! E come diamine viene ella ad aprire in persona?
La mi scusi, se....

— Curio! Come ti sei fatto grande! E chi vuoi che ti venga ad aprire se
non io? Mi trovo in casa sola: Nisio, il cocchiere, e Bertino, il
cameriere, se ne sono andati col Garibaldi, menando seco i cavalli;
Gaspero, il portinaio, si attaccò alle falde loro ed anch'egli volò via.
Eleuteria, la mia figliuola, guarda a vista suo marito, e dei cinque
figliuoli si serve come di altrettanti uncini per trattenerlo, onde non
pigli insieme con gli altri il cammino verso il Garibaldi: delle mie
quattro donne non posso far capitale; sono a curare gli infermi ed i
feriti per le case, alla stazione, per gli ospizi; appena ne ho il
comodo, una scappata ce la do ancor io; ed ecco perchè ti vengo ad
aprire l'uscio.

— Meglio così!

— Come? No davvero, che non è meglio così: non è meglio per la ragione
che alla vista di quei bravi figliuoli, così malconci dalla rabbia dei
nostri nemici, mi piglia una passione al cuore, che non ti so dire; non
è meglio per me, perchè la vecchiaia è trista e la solitudine mi
uggisce; io sento bisogno, più che del pane quotidiano, vedermi ogni dì
attorno i miei nipotini.... io sono di levata, Curio mio; nella mia
famiglia vivo, e finchè duro me la voglio godere... hai capito?

— Sì, signora; ella parla unicamente, ma io non lo diceva per questo,
avendo il pensiero rivolto a Filippo: lo conosce, signora, Filippo?

— E chi è questo signore? Lo sento per la prima volta nominare adesso.

— Ebbene, vostra signoria sappia ch'egli è un sergente....

— E che me ne importa?

— Ma lasci dire; un sergente, bravo a prova di bomba; nella guardia
nazionale di Milano egli tenne uffizio di sergente istruttore, e di
giunta era maestro d'arme, onde egli ha potuto per questa via insegnare
a tutti i giovanotti di Milano, me inclusivo, il maneggio della
carabina, della spada e della sciabola. Filippo, oltre l'ufficio di
sergente maggiore e di maestro d'arme, teneva eziandio una moglie, che
egli amava, e però non faceva vedere a nessuno: il sergente racconta che
la donna a fare da lampana sotto il moggio ci aveva piacere.

— Male; un tiranno, secondo il solito.

— No, signora, il prelodato sergente afferma sopra la sua coscienza, e
badi ch'egli è galantuomo, questa essere stata la volontà espressa della
moglie, la quale si sentiva contenta dello amore del marito, come il
marito arcicontento dello amore della moglie.

— Allora muta specie e dirò: benissimo.

— La buona donna, sul più bello, essendosi infermata, venne a morte.

— Tribolazioni quotidiane di questo nostro pellegrinaggio sopra la
terra.

— Prima però di chiudere gli occhi, ella gli pose una bambina sopra le
braccia dicendogli: Ecco, ti lascio questa in ricordo di me! La bimba
crebbe e adesso annovera sedici anni. Ora ha da sapere come Filippo alla
chiamata del Garibaldi ha fatto a modo del suo cocchiere, del suo
cameriere e del suo portinaio.... come vorrebbe fare il suo signor
genero, e come avrebbero fatto tutti i suoi figli, se il cielo gliene
avesse concesso.

— Certamente.... che dubbio?

— Veruno. Il pover'uomo, con cotesta figliuola sulle braccia, non sapeva
a qual santo votarsi, un piede aveva fuori dell'uscio e l'altro dentro
per amore della ragazza, cui non gli bastava l'animo abbandonare, e la
figliuola a sua posta non intendeva separarsi dal padre. Allora, senta
che cosa mi stilla Filippo. Nella divina asinità del suo cuore...
avverta, signora baronessa, questo concetto è di mia particolare
invenzione, e come mi esce dalla mente, io, caldo caldo, lo servo a
lei... dunque Filippo, nella divina asinità del suo cuore, trasforma la
figliuola in giovanetto, la veste da garibaldino, e, senza punto badare
alla tenera età, nè alla delicata complessione, la conduce seco a durare
fatiche alle quali anco i più robusti vengono meno, e a cimentarsi in
pericoli che mettono i brividi addosso ai meglio animosi. La giovanetta
ha preso la febbre, e il padre teme di peggio. Il Garibaldi ha comandato
al padre la meni subito qua, e stia a custodirla finchè non risani;
Filippo non la intende così; allo spedale non ce la vuole mettere, e
dalla guerra non si vuole allontanare: io l'ho incontrato testè più
morto che vivo, colla sua figliuola in collo, vagare per la città in
traccia di un asilo fidato dove deporre cotesta parte dell'anima sua, ed
una volta sicuro che le useranno carità di patriotti e di cristiani, se
ne torna al fianco del generale. Sentito appena il suo bisogno, io ho
pensato subito a lei, e ho detto a lui, cioè a Filippo: — Tu sei nato
vestito; non moverti di lì, che ho il fatto tuo: per la qual cosa udendo
adesso come la signoria vostra abbia tutta la sua gente fuori di casa,
ho pensato: tanto meglio così, la signora non si troverà in imbarazzo a
dare un po' di ricovero alla poverina.

— Curio, voi dovevate sapere che quando non avessi avuto libere altre
camere, ci sarebbe stata la mia. Orsù, andate per la ragazza; e intanto
io allestirò alla meglio quello che fa bisogno.

Curio si rovescia, proprio così, verso la baronessa, le bacia e le
ribacia le mani, poi senz'altre parole scappa via: giunto colà dove lo
aspettava Filippo:

— Su, sorgi _et ambula_, e non aggiungo: _tolle grabatum tuum_, perchè
ti toccherebbe a schiantare il muricciolo...

— E dove andiamo?

— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come
madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.

— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si
fa?

— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con
la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la
seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa
si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per
non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.

E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano
sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera
minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la
pena; allora Curio soffiando osservò:

— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato
d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega:
il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano,
tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.

— E se non mi volessi alzare?

— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la
seggiola.

— È matto.

— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per
trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a
braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in
procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si
regge a mala pena in piedi.

— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi
dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la
via.

Filippo aveva contrastato per non cedere ad altri il trasporto della
figliuola, ma poi ci si adattò dietro la osservazione di Curio, che
reggendo lievemente il capo della figliuola per la nuca, le avrebbe
impedito di ciondolarlo sul petto da una parte all'altra.

Il carbonaio, nello ardore della sua benevolenza, non aveva posto mente
alla polvere di carbone onde egli e la sua seggiola andavano imbrattati,
e molto meno ce l'avevano posta gli altri; sicchè Curio, essendosi
asciugato più volte con le mani il sudore, ed avendo anco reso più volte
lo stesso servizio alla inferma che grondava, in breve venne a fare di
sè e di lei un tutto uguale al carbonaio: però giunti che furono al
palazzo Olfridi, la baronessa, che li aspettava a gloria in capo di
scala, al vederli non sapeva più in che mondo si fosse; erano tre cafri
in un gomitolo: già stava per dare di volta, chiudere l'uscio e tirare i
chiavistelli, quando valse a trattenerla la voce di Curio, il quale si
mise a gridare:

— O che scappa, baronessa?

— Aspetto bianchi, e voi mi venite neri.

Nonostante le apprensioni di cui i nostri personaggi andavano compresi,
di tanto non poterono trattenersi che non prorompessero tutti in uno
scoppio di risa; fino la fanciulla, poco prima risentita, rise. Il
carbonaio, che si sentiva in colpa di cotesto caso, si confondeva in
scuse al mal fatto, chiamandosi pronto a sopperire alle spese di ranno e
di sapone; onde le risa crescevano vie più: impertanto appena gli parve
poterlo fare, se la svignò lasciando la seggiola, la quale indi a un'ora
gli fu riportata da parte della baronessa, con cinque lire di mancia,
cui egli da principio rifiutò ferocemente, ma la moglie a poco a poco lo
ammollì, e all'ultimo con una stretta lo vinse, dicendo: «Pigliale,
serviranno a rinnovare la provvisione di polvere e palle, caso mai quei
cani avessero a tornare.» La guerra essendo durata poco, e così remosso
ogni pericolo d'invasione, il carbonaio e la carbonaia, messo in
consulta il da farsi delle cinque lire, deliberarono all'unanimità di
comprare tanto vino e beverlo alla salute del generale Garibaldi.

La baronessa, poichè le fu recata in camera la fanciulla, voltasi agli
astanti piacevolmente lor favellò:

— Ed ora voi altri ve ne potete andare. Curio, tu conosci la casa, al
camino la pentola bolle, in dispensa troverai il bisogno: apparecchiate
da voi, e mangiate. Tu, Curio, a quanto sembra, hai maggiore necessità
di lavarti che di mangiare, il signor Filippo forse più di mangiare che
di lavarsi, ma di ambedue le cose l'uno e l'altro di voi ha certamente
bisogno.

— Grazie, signora mia, grazie, ma veda, se non le fosse d'incomodo, le
darei aiuto a spogliare ed a lavare la ragazza.

— Signor no, la decenza lo vieta.

— O se l'ho fatto tante volte?

— E che rileva cotesto? Quando costringe la necessità, allora va bene
che il padre riunisca alle sue anco le prerogative della madre, a patto
però che tornino a separarsi subito dopo che la madre, od altra donna la
quale ne tenga le veci, soppraggiunga a ripigliarle; e ora ci sono io a
fare da madre.

Filippo chinò il capo, e sospirando soggiunse:

— E quando potrò tornare?

— A suo tempo sarà avvisato: per ora, reverisco; e presolo per mano lo
scortava fino al limitare della porta; voltandosi poi vide come Curio
non si fosse mosso: E lei che fa?

— Aspettava la intimazione di sfratto. Ecco la intimazione, disse
sorridendo la baronessa; e, messagli la mano sopra una spalla, lo cacciò
fuori chiudendogli l'uscio in faccia.

Filippo e Curio lavaronsi e si misero a mensa; se non che Filippo quasi
ad ogni boccone si levava, e con le nocche battuto alla porta della
camera della baronessa, chiedeva con la voce del mendicante:

— Si può entrare?

— No, signore.

Ed egli tutto umile rifaceva i passi: all'ultimo la baronessa un po'
spazientita lo ammonì:

— Senta, non stia a disturbarsi più oltre: sarà chiamato.

La egregia donna, spogliata la giovane, adoperò verso quella le più
delicate mondizie di cui meritamente sono vaghe le gentildonne, e mentre
l'allindiva, secondochè la femminile curiosità la persuadeva, di tratto
in tratto la guardava e viepiù sempre stupiva.

— O Dio! O Dio! ella non rifiniva di esclamare, come sei bella; che
volto! che capo! E come ti chiami, carina mia?

E la fanciulla, fattasi in faccia color di rosa imbalconata, rispondeva:

— Mi chiamo Eufrosina.

— Il nome di una Grazia, e ti sta bene.

Le sciolse i capelli folti e nerissimi, glieli forbì, glieli profumò con
olio lievemente odoroso di ireos, e infine glieli compose a benda lungo
le tempie; non si saziando contemplarla e baciarla. La contentezza della
buona signora superava di mille doppi quella del restauratore di quadri,
al quale fu data a ripulire la rozza tavola dove Leonardo da Vinci aveva
dipinto l'_Angiolo_: narrasi come l'artefice mano a mano che lavando la
lordura scopriva cotesto miracolo dell'arte, si sentisse conquidere
dentro, finchè avendolo disvelato tutto, tanta dolcezza lo vinse, che si
lasciò cadere in ginocchioni per adorarlo. Suprema forza della natura,
bellezza.

In effetto, la baronessa infervorata dall'entusiasmo, andava ripetendo:

— Ma tu sei creatura modellata da Dio, con le sue sante mani: Eufrosina,
vedi, la mia figliuola Eleuteria, che pure è in fama di bella, in faccia
a te parrebbe un moccolo in paragone del sole.

E non cessava stazzonarla: la vestì di finissima camicia di tela
batista, e in capo le pose la più preziosa delle sue cuffiette; la
ricreò con un cordiale, tornò a guardarla, tornò a baciarla, e poi,
lieta così che non capiva nella pelle, spalanca la porta e grida:

— Sor Filippo... o sor Filippo, adesso, se vuole, può venire.

E quegli non aspettò si rinnovasse l'invito. Curio, che gli veniva
dietro, a posta sua domandò peritoso:

— E a me non sarebbe permesso?

— O chi ti para?

    Vieni amore a veder la gloria nostra,
    Beltà sopra natura altera e nuova.

Il padre, comecchè uso a contemplare quel caro sembiante, rimase
estatico a vederla così trasformata, e come i devoti costumano recitare
le orazioni, egli sussurrava sommesso:

— Che maraviglia! quanto bella! quanto buona!

E la baronessa osservava a Curio:

— Ma lo credo io, che il sor Filippo repugnava a metterla allo spedale;
coteste creature si custodiscono, Dio mi perdoni, nel ciborio; Curio, ma
guarda quegli occhi, fammi il piacere di guardarmeli bene, e dimmi poi
se non ti paiono fatti di filo di rasoi; perchè gli occhi tagliano, e di
che tinta!

Non ci era mestieri tanta fiamma per accendere il cuore di Curio, ma ciò
che lo fece andare in visibilio, fu quando la fanciulla in sembianza
umile lo pregò:

— Signor Curio, vorrebbe accostarsi più presso a me...

Non se lo fece dire due volte, ed ella, presolo per la mano, gliela
strinse con immenso affetto dicendo:

— Anche lei il Signore Dio rimeriti della sua carità.

Curio non ebbe balìa di aprire bocca; un formicolio dalla mano stretta
gli corse su pel braccio, e dal braccio gli salì negli occhi, che in un
attimo rimasero assorti in un mare di fuoco: essendosi poi provato ad
articolare parola, dalla gola stretta non valse a cavarne altro che un
singulto; e il poveretto, il quale non sapeva ancora che fosse amore,
credè che gli ci fosse rimasto un ossetto della braciola mangiata
poc'anzi.

Dopo alcuna dimora, la baronessa riprese:

— Ho mandato pel medico, ma, signor Filippo, stia allegro, che non sarà
nulla; alla peggio una terzana, e voi lo sapete il proverbio che dice:
«i vecchi ammazza e i giovani risana.» Se non fossi per passare da
presuntuosa, io piglierei a guarirla da me; giuoco che tra otto giorni o
dieci ella vi torna in fiore, più che non sia mai stata. Adesso poi
bisogna che riposi: vedete come la si sforza a tenere gli occhi aperti;
andate a dormire, a passeggiare: a rivederci a pranzo.

Filippo si china, e, preso un lembo della vesta alla baronessa, glielo
bacia dicendo:

— Signora, voi siete una santa...

E Curio, con quel suo fare avventato, lo interrompe, esclamando:

— Non ci è bisogno di stupirne; qui in Brescia tutte le donne sono
così...

— Non tutte, adulatore, non tutte, riprese la baronessa sorridendo, però
non nego, la massima parte.

                                 *

— E adesso che facciamo?

— A parer mio, il meglio sarà andarcene a dormire, rispose Curio; se non
che subito dandosi un picchio al capo esclamò:

— Ignorante che sono! E il povero maggiore mi era già uscito di mente!
Addio, Filippo, addio; va' a dormire, che a me tocca andare fino allo
spedale a rivedere il maggiore; un bravo uomo, sai? Credendo egli
perduta la guerra, si era dato alla disperazione; io gli ho promesso
portargli notizie fresche, e poichè son liete, giudico crudeltà
ritardargliele; dunque a rivederci.

— Aspetta, Curio, che vo' venire anch'io.

— O la fatica? O il sonno?

— Vedere un patriotta di cuore, e parlare con lui di battaglie, mi fa
più pro che dormire.

Andarono; però, nonostante i bei propositi di Filippo, egli sentendosi
debole di forze, si appoggiò al braccio di Curio, e per un buon tratto
di cammino procederono a maraviglia; di repente Curio si svincolava da
Filippo con tanto buon garbo, che per poco non lo mandò riverso per la
terra; la cagione ne fu lo aver visto Curio una corba di limoni, i quali
pensando potessero essere accetti al maggiore, corse a comprarli alla
sua maniera, cioè a pigliarli per pagarli poi quello che chiedevano. Di
nuovo si rimettono in via, e Filippo di nuovo si regge al braccio di
Curio, finchè a questo non gli frulla pel capo la fantasia che forse il
maggiore mancava di zucchero, e allora i limoni soli a che buoni, se non
che alleghire i denti? Di qui un secondo sbalzo e un altro squasso, che
per questa volta avrebbe di certo stramazzato Filippo, se non dava in
pieno nella pancia ad una massaia, che pareva un pagliaio.

— Buona grazia vinse il palio! gridò la donna stizzita, rendendogli la
spinta col cambio, onde Filippo potè, quantunque traballando, reggersi
in piedi e dirle _grazie_ di cuore. Per la quale cosa la massaia
reputandosi uccellata, piena di rovello si allontanò brontolando un
carro di villanie. Curio intanto, lieto del fatto suo, profferiva il
braccio a Filippo, ma questi respingendolo disse:

— Va' al diavolo, ch'io torrei mettermi in una tasca la tramontana e in
un'altra il grecale, piuttostochè venire a braccetto con te.

                                 *

Accostaronsi al letto del maggiore, dov'egli se ne stava appisolato,
senonchè, udito appena il rumore dei passi che gli si avvicinavano,
aperse gli occhi sospirando:

— Quanto ti sei fatto aspettare!

— Maggiore, non una ma venti scuse potrei addurvi una migliore
dell'altra: ma a che pro? Ecco: io vi ho condotto un'anima di leccio,
che viene adesso dal quartiere del generale Garibaldi.

— Viene! E perchè torna?

— Non istate a farvi il sangue verde, maggiore, questo vi basti, che
stoppa ce ne avanza, nè Garibaldi si rimane da torcerla.

— Sì? Su presto, racconta.

— Il sergente Filippo ve lo racconterà per filo e per segno.

— Se permette, signor maggiore, disse Filippo, salutando coll'alzare
della mano verso il berretto, le domanderò innanzi tratto se sappia dove
diavolo ci abbiano cacciato?

— Dillo a me, che lo conosco a mena dito! Gioghi, che per vederne la
cima bisogna metterci addirittura a pancia all'aria; rupi a strappi
appuntate come le guglie del duomo di Milano: nevi da un anno all'altro,
ghiacciaie eterne, e a giorni per ore e ore un fiato di bocca di forno:
calli poi dove la camozza, dopo averci steso il piede, lo tiene in alto
quasi per deliberare se debba o no avventurarcisi, e all'ultimo non ne
fa niente; fiumi, che menano a rotta di collo macigni come fossero rena,
sempre a guadarli pericolosi, sovente impossibili; dai fianchi del
monte, di sul capo da mille ripari naturali, o condotti ad arte, ti
fioccano palle senza sapere chi ringraziarne: sembra che i demoni del
luogo, impietriti in coteste rocce, sparino a man salva: in mezzo al
terribile laberinto, ai tempi di Andrea Hofer, si dice che ci restassero
morti non meno di quarantamila uomini fra bavari e franchi.

— Proprio così, ed anco adesso, dopo cinquantasette anni, tu miri
biancheggiare di ossa certa valle, che ha nome il _burrone dei morti_:
però al presente è troppo peggio del 1809 e del 1848, perchè da
quest'ultimo anno gli austriaci, in capo ad ogni svolta dei monti, hanno
fabbricato un fortino armato di tutto punto. Cotesti fortilizi, posti là
a sbarrare la strada, paiono mastini che ti mostrino i denti... da un
punto all'altro ti sembra che abbiano a pigliare la rincorsa per
saltarti alla gola. Glielo avevano avvisato a quel coso del La Marmora:
«Generale, badi al Caffaro, al Tonale e allo Stelvio, che da coteste
parti gli austriaci sbucarono sempre.»

Ma ei non la volle capire.

Il Clementi, che è un macellaio di Bormio, mio amico, sulla fine di
maggio si raccomandava, con le braccia in croce, mandassero gente a
guardare i passi; facile impresa presidiando il _Giogo_, il _Casino dei
rottieri_, le cantoniere, la chiesa e la casa del cappellano; più tardi
impossibile; non gli si diede ascolto; precipitando gli eventi, il
Clementi implora: forniteci armi e munizioni che ci difenderemo da noi:
se il governo frigge con l'acqua e non le vuol dare a ufo, ce le metta a
debito, e, se non si fida, da una mano gli schioppi, dall'altra i
quattrini: e' fu predicare ai porri: il dì veniente i tedeschi dallo
Stelvio e dal Tonale irruppero sopra le terre lombarde. Così, un
macellaio alla prova si mostrò più esperto di strategia del capitano La
Marmora. Adesso il Generale ha spedito in fretta e in furia da quelle
parti i colonnelli Guicciardi e Cadolini, e staremo a vedere ciò che
sapranno fare.

— Ma sicuro che bisognava tenere l'occhio sul Tirolo, perchè ecco qua
come i tedeschi possono scendere da codesto lato in Lombardia, e
minacciarci di fianco e alle spalle, intanto che noi c'inoltriamo nel
Veneto; così noi potremmo, a volta nostra, speculandoli in coteste
posizioni, assalirli a tergo ed occupare il Tirolo.

In questa opinione mi conferma l'ottimo sistema immaginato dagli
ingegneri tedeschi, i quali, avendo fatto il castello di Toblino chiave
della vôlta, partirono in due le linee della difesa, di cui la prima
piglia da mezzogiorno scendendo dalla valle inferiore della Sacca verso
la estremità settentrionale del lago di Garda; l'altra dopo avere
rimontato la medesima valle per le Giudicarie conduce al lago d'Idro;
anco da Toblino a Trento, il terreno è munito di forti arnesi di guerra,
che si collegano col quadrilatero e con le altre difese. E a uomini come
state, sergente?

— Io non saprei; chi ne dice una e chi ne conta un'altra. Ella sa quanto
me, come l'arrolamento dei volontari prima fosse aperto, poi chiuso,
all'ultimo riaperto: senza aggravarmi la coscienza, mi è concesso
sospettare che il governo barcamenasse nella speranza di non chiamarli
mai, o, chiamati, rimandarli subito: basta, io credo che da principio, a
farla grassa, saremo giunti a quindicimila; adesso ogni giorno ne
arriva[13]; ma, o signore, che gente! Chi in giacchetta, chi in falda,
taluni persino in manica di camicia; chi con le scarpe, chi scalzo;
quale usa il cappello alto, quale basso; la più parte in berretta, e
queste di tante fogge, stoffa e colori da destare le convulsioni al
capitano La Marmora; giovani imberbi, barbe bianche, maestri con gli
scolari, capi di bottega co' garzoni; e donne in copia travestite da
uomo, o no: breve, immensa e pittoresca disformità, la quale, se mette
tanto di cuore nel patriotta, lo fa diventare vizzo al soldato che sa
chi abbiamo a combattere, ed in quali luoghi.[14]

  [13] Il Rustow afferma fossero 6000 i garibaldini al rompere
  della guerra; a mezzo luglio confessa che gli mandarono
  rinforzo, e allora egli ebbe 10 reggimenti di linea, 2
  battaglioni di bersaglieri, ovvero 5 brigate, 1 squadrone di
  guide a cavallo; alcune batterie di artiglieria gli somministrò
  l'esercito regolare. In tutto 72,000. Altri dice che furono
  40,000.

  [14] UMILTÀ. _I volontari del 1866_, T. 1.

— Ma intanto che viaggiano, il governo penserà a vestirli e ad armarli a
dovere.

— E che dice ella mai, signor maggiore? È proprio una pietà. Le camicie
rosse non bastano, e la stoffa n'è rada così, che sembra straccio
servito a passare pomidoro; se vuole sincerarsene; consideri la mia,
ch'è delle meglio; la si stinge subito pigliando mille colori, veruno
dei quali si trova nell'arcobaleno: aggiungono una coperta leggera tanto
da disgradarne le frittate fiorentine: solo a vederle viene il freddo
addosso. Le munizioni tali, che se toccasse al nemico provvedercele, in
verità di Dio, ce le manderebbe migliori; il vino, una maniera di
minestra mora composta di acido tartarico, miele e campeggio: per me
giuro che lo attingono a brocche a qualche pozzo infernale; di qui
coliche, dissenterie, un rotolarsi bestemmiando per la terra e morire:
fuori del campo gli avvelenatori si condannano in galera; in campo si
pagano, anzi si fanno cavalieri. E bada, che le più volte muoiono di
fame: ho visto io, con questi occhi veggenti, volontari, ai quali toccò
nel corso di 28 ore mezza galletta ammuffita per uno, sicchè sovente
fummo costretti a frugare sotto terra come bestie per trovare radica o
patata, e con queste attutire la fame canina!!![15]

  [15] _Memorie dell'Anonimo_; UMILTÀ loc. cit.

— Eh! caro mio, se Messene piange, Sparta non ride: in questa parte anco
l'esercito stanziale ne ha da contare delle belle: le armi sono buone?

— Qui poi esco dai gangheri; contro le carabine tirolesi, che ti
spaccano il cranio con la palla alla distanza di 1800 metri, ci hanno
mandato catenacci che non piglian fuoco dentro una fornace; sicchè,
senza difesa, noi per un miglio e più siamo esposti alla morte[16]; di
ciò porgono testimonianza molte rocce di coteste alpi, ahimè! vermiglie
di sangue italiano, e invendicato. Di promesse un sacco ma, le carabine
di precisione le hanno di là da venire. Quanto a istruzione, gliene dirò
una e basta: stavamo in procinto di azzuffarci, gli uffiziali avevano
comandato di caricare le armi, quando io mi accorsi, dall'imbarazzo
dimostrato da alcuni volontari, com'essi _non sapessero da che parte
cacciare la cartuccia dentro lo schioppo_; e se io non glielo insegnava,
mettevano _prima la palla e poi la polvere_.[17]

  [16] _Memorie dell'Anonimo_ e tutti gli Autori.

  [17] Rustow. Cadolini, _Memorie dello Anonimo_, ecc.

— O gli uffiziali che ci stanno a fare?

— Signor maggiore, rispose il sergente, rinnuovando il saluto militare
della mano levata verso la berretta, voglia dispensarmi: ella m'insegna
che i superiori hanno sempre ragione, e se torto, ragione al doppio: al
soldato non è concesso neanco lodare, la si figuri se riprendere!

— Eh! via, smetti di fare il gesuita, come se non sapessi che voialtri
siete più mormoratori e brontoloni degli ebrei menati da Mosè nel
deserto: al solo guardarti in faccia conosco che ti struggi di voglia
per dirne male. Su via, sbotta, o che hai paura ch'io ti faccia la spia?

— Allora per santa obbedienza le dirò, che, eccetto pochi, i quali
meriterebbero davvero gli si accendessero i moccoli ai piedi, gli altri
mi paiono, anzi sono, una mano d'intriganti, queruli e ciarlieri: l'uno
astia l'altro: periti di milizia quanto io di turco: ignoranti dei
luoghi, procedono a vanvera avanti e da parte: nelle aule politiche,
granatieri; in campo, predicatori: generali di pentecoste, vo' dire per
virtù dello Spirito Santo, come gli apostoli. A vederli a cavallo tutti
lustranti d'oro, gli è proprio un desio.....

— E ti peritavi a dire? Dio ci scampi, se ne avevi voglia!

— Ormai che ci sono mi vo' sfogare: la si figuri: ci è tale, che per
comparire mirabile con divisa indorata accattò a usura lire 500, per
renderne in capo ad un mese mille; il che fa il ninnolo del 1400 per
cento. Corse fama in quel tempo che la regia università degli usurai
volesse collettarsi, per edificare una cappella e consacrarci la sua
immagine, perchè nel calendario della sgozzatura costui può tenere le
parti di pontefice massimo, e lo avrebbero fatto; ma trovandosi gli
ebrei nel collegio in maggioranza, imbiancarono il partito col pretesto
che la religione mosaica vieta il culto delle immagini. Però è giusto
dire che a repentaglio ci stanno, e questo me li fa sopportare,
altrimenti li avrei in uggia più della quaresima: vero è però che una
volta parve supremo vanto fra noi menare le mani, e fu quando quei
curiosi dei francesi sentenziarono che gl'italiani non si battono, ma
oggi ch'essi hanno mostrato che si battono anche troppo, i giovani
dovrebbero imparare, e se non lo imparano da per loro glielo insegneremo
noi altri vecchi, _come la minima delle virtù militari sia fare il
proprio dovere in campo_. Rispetto ai soldati gregari, o bassa forza,
come la abbia a chiamare, colpa prima del governo, che niente lasciò
intentato per iscreditarli, poi delle Commissioni, che, ravvisando negli
arrolamenti un cauterio onde purgare la città, ci travasarono il meglio
delle galere e dei penitenziari; per ultimo valga il vero, del
Generale...

— Chi Generale?

— Quando si dice generale, o di chi altri può intendersi se non del
Garibaldi?...

— E ti attenti accusarlo?

— E perchè no? I credenti stimano solo Dio perfetto, i miscredenti
nemmanco lui. Garibaldi poi vuol essere benvoluto non già adorato;
difatti se gli si presenta un facinoroso in sembianza compunta e gli
dichiara sentirsi infastidito della infame vita tratta fin lì e volersi
fare ammazzare per la patria, il Garibaldi gli metterà una mano sulla
spalla e con voce soavissima gli dirà: «Sì, caro, fatti ammazzare alla
prima occasione, e procura con la bella morte espiare la tua scellerata
vita; così adoperando ci è caso che tu ritorni in grazia di Dio e della
patria!» Io ho veduto per esperienza simili tratti riuscire, allorchè ci
troviamo in procinto di battaglia, perchè la passione che mosse il
facinoroso si mantiene rovente, anzi cresce fra lo strepito delle armi e
il furore dei cannoni, onde, prima ch'egli si sboglientisca, casca
morto: nel parapiglia i buoni soldati non si accorgono chi sia loro
caduto allato: morì per la patria, e qual sarà il tristo che gli laverà
la faccia intrisa di sangue per ravvisare un furfante? Ma incastrarli
permanentemente nello esercito, gli è un'altra faccenda; scaccia la mala
natura, e ti ritorna più impronta che la mosca sul naso; le costoro
riotte e rapine e male parole e peggiori fatti ti manderanno a soqquadro
ogni cosa: più volte vedemmo venire i gendarmi fra noi e levarne una
funata, e con quanta umiliazione dei buoni e discredito del corpo, ella,
signor maggiore, immagini. Quanto all'artiglieria, a levarla su in
cielo, in coscienza, non sarebbe metterla in alto quanto si merita...

— E' ci è di già, Filippo, e' ci è, e te ne dovresti essere accorto!
Ormai la costellazione del cannone governa il mondo...

— Insomma, Curio, più buona gente dei nostri artiglieri io non ho mai
visto al mondo. Il maggiore Dogliotti, solo, vale un Perù.

— Allora non può essere a meno che alla fine della campagna non lo
eleggano capitano...

— Che diavolo spropositi? Volevi dire colonnello...

— No, Filippo, non erro; poichè quanto vi ha di codardo, d'ignorante e
di birbone, è spinto innanzi; non resta per mercede ai buoni che
mandarli indietro....

— Lasciamo i morsi ai cani, interruppe il maggiore. Ditemi, sergente,
dalle mosse del Generale si argomenta dov'egli intenda venire?

— Non si argomenta, signor maggiore, si legge espresso, perchè nelle
giravolte di coteste giogaie non ci è da sciegliere; egli può bene
tenere segreto il modo di penetrarci, ma, quanto alla strada, essa fu
tracciata dalla natura: certo più facile sarebbe stato per le valli del
Non e del Sol investire Trento, ma il capitano La Marmora non volle che
il Garibaldi sforzasse i passi dello Stelvio e del Tonale; però non
avanza altro che il Caffaro.

Ora non ci è mulattiere, il quale non sappia che tenendo questo sentiero
si arriva al lago d'Idro, donde per le Giudicarie bisogna andare al
ponte del Chiese: di qui si sale sul Bondo, fra Agrone e Tione, per
discendere alla valle del Sacca; da questa poi, per Vezzano e Stenico, a
Trento. Come già le ho detto, furono spedite due colonne al Tonale ed
allo Stelvio per tenere in rispetto i tedeschi, onde non irrompano
un'altra volta. Tuttavia, ecco, maggiore, glielo confesso col cuore in
mano, belle cose noi non facciamo: la si figuri un gruppo di nodi che ci
bisogni sciogliere uno per volta. I tirolesi con la palla delle loro
carabine spaccano una palanca a mille e più metri di distanza, e gli
austriaci, serve assai, al fuoco ci stanno al pari di ogni altro soldato
del mondo.

— È vero; ne buscano in buona fede: ma i montanari, come ci si mostrano?
Furono un dì amici.

— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si
professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera
italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati
sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona
non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più
bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad
affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da
somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri
gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura
contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della
servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i
preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della
religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle
donne...

— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano,
sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?

— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i
palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di
millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a
cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto
aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò
giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del
sole. _Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana_, egli disse, e
senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini
al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo:
bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù
dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle
contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache,
per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi
gloriosi di battaglia[18], _e precisamente in quel punto_ l'austriaco
ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il
re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle
groppe del suo cavallo.

  [18] «Il prode esercito ha corrisposto degnamente alla fiducia
  del re... esso sta cacciando davanti a sè il nostro secolare
  nemico, e sul suolo rigenerato della Venezia già si stringono le
  destre, il glorioso milite della libertà ed il liberato
  fratello.» _Ordine del giorno del generale Garibaldi (24 giugno
  1866)._

Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero
quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono
renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia
ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui
accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo
capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano:
entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la
maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta
che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè
durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il
vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve
costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non
biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un
camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta:
stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il
capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma:
«Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i
garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli
della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato,
a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle
del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una
statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca,
che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si
chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più
stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a
ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da
Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè
chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana,
presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo
opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri
schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il
rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti.
Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni
rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso.
Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani
prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un
ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle
armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco,
infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese:
cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi;
alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo
incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra
persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo;
però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni
adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da
formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non
meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: _aut, aut_, o l'audacia e la
celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un
maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e
fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed
infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti
lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il
Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia,
più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una
palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al
ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma
il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si
adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi
non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo,
però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come
l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la
codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura,
tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i
volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati
dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i
giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra
loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento,
che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la
vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai
credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi
vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io,
vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me:
gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima
non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi
era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro
cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la
quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via
più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai
fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie
del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde
essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di
Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non
disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in
mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al
fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare;
tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come
schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi
sono partito dal campo.

— Come partito? Sul più bello si parte?

E il sergente, con un suo ghigno amaro:

— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a
chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare
una mia creatura di sedici anni, che....

— Che mai?

— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.

— E tu, Curio, a che stai?

— Io non istò per niente, me ne vo con lui a prendere il posto della sua
figliuola.

— Dunque non perdete tempo, andatevene.... ogni minuto perduto è un
delitto, un tradimento.... ma no, aspettate.... voglio venire anch'io.

Immemore dello stato in cui si trovava, il buon maggiore appuntella il
braccio ferito per ispingersi fuori del letto: nell'impeto del moto
manda in pezzi lo apparecchio e sfascia la piaga, con suo inestimabile
spasimo: il sangue scorre a fiume dalle lacere vene, lo invade un freddo
sudore, la immagine delle cose circostanti gli si perde dentro una
caligine sempre più densa, sviene; ma, prima di svenirsi, tanto potè
raccogliere di spirito, che con voce abbastanza sonora esclamò: — Viva
Garibaldi!

Quasi scintilla elettrica questa voce penetrò, circolò in un attimo
nelle ossa di quanti la udirono ed in ogni angolo più recondito dello
spedale: ogni atto, ogni affetto rimasero sospesi; i servigiali,
accorrenti con farmachi od altro, arrestaronsi; i cerusici si fermarono
da medicare le piaghe; una madre stette a mezzo curva sul figliuolo che
si era chinata a baciare; un'amante cessò asciugare il sudore allo amico
per angoscia convulso; gli infermi stessi, dimenticato un momento il
dolore, come se si fossero dati la intesa, con una voce sola
replicarono: «Viva Garibaldi!»

Gran cosa è questa: lo spirito umano esaltato dal divino entusiasmo
domina lo stimolo del bisogno e supera perfino le trafitte del dolore.
Come avviene ciò? In qual modo una parte della materia acquista virtù di
prevalere cotanto sopra l'altra parte? La scienza irride come inane il
vostro postulato e si vanta risolverlo in due palate.[19] Per verità io
meditai molti dei moderni libri sulla materia, ma non sono giunto a
chiarirmi. Se io avessi a dare un consiglio alla scienza, le direi: —
Cerca di molto, e afferma poco e tardi; cerca, poichè io non ti possa
trattenere, ed anco potendo non te lo impedirei; ma cerca tremando di
scoprire che tutta terra siamo: imperciocchè in quel giorno (se fia mai
che venga) sarà spenta ogni poesia dell'anima: invidieremo i bruti, che
camminando col muso chino a terra non sono costretti a funestarsi la
vista con lo immenso inganno del cielo stellato.... le rane dal padule
canteranno le glorie dell'uomo, che, uscito dal fango, tornerà intero
alla mota materna. Oh! di quanto senno fece prova lo antico sapiente,
allorchè disse: «Se tutta la verità mi stesse chiusa nel pugno,
aborrirei aprirlo per la paura di fare un tristo dono all'umanità!»

  [19] _Palata_, s'intende il tratto che il notatore scorre col
  movere le due braccia nell'acqua. La Crusca definisce la palata:
  «il tuffare di tutti i remi della nave a un tempo nell'acqua» ed
  è errore: anco nel moto delle barche, la palata è il tratto che
  la barca scorre in mare per lo impulso dei remi. Nel linguaggio
  pittorico del popolo si dice: _in due palate lo sbrigo_, come
  sarebbe: _facilmente e presto_.

È lecito rinnovare agli scienziati

    Che l'anima col corpo morta fanno,

la domanda mossa da Betto Brunelleschi a Guido Cavalcanti, aggirantesi
pei sepolcreti: «Quando sarete giunti a trovare che Dio non è, qual
profitto ne caverete voi?» Certo confesso infiniti i mali dell'abusata
idea di Dio, ma chi può dirmi quelli che usciranno dalla sua negazione?
Basta, io mi consolo pensando avere veduto passare più sistemi
filosofici sopra questa terra, che nuvoli in cielo.

Poichè il maggiore fu daccapo medicato, Curio e Filippo manifestarono il
desiderio di attendere tanto ch'ei rinvenisse, se non che l'infermiere
ne li distolse mettendo loro sottocchio che, nello stato di debolezza in
cui si trovava, era mestiere risparmiargli ogni subita e gagliarda
commozione, la quale non si sarebbe potuto evitare, quando il maggiore,
tornato in sè, se li fosse veduti dinanzi. Curio pertanto e Filippo se
ne andarono non senza molto raccomandarsi al cerusico, che lo salutasse
per loro e confortasse con ogni maniera di affettuose parole.

                                 *

A casa della baronessa ebbero cibo e riposo. Filippo non voleva
intendere ragione, e comecchè affranto si apparecchiava a partire
subito. Le persuasioni altrui, e più le gambe proprie, misero il veto
all'avventato proposito. Sorsero, appena un po' di chiarore apparve in
oriente; la baronessa già levata li aspettava e li condusse in camera di
Eufrosina, la quale pure seduta sul letto era ansiosa di vederli: appena
le furono comparsi davanti stese le braccia, e con la manca strinse la
mano a Curio, con la destra al padre, e, questo guardando, con
ineffabile affetto gli disse:

— Babbo, ti raccomando il signor Curio.

Poi, rivoltasi a Curio, aggiunse:

— E a voi, signor Curio, raccomando il padre mio; da lui in fuori io non
ho altri al mondo....

Non risposero, perchè piangevano; ella no, quantunque le lagrime le
stessero in pelle in pelle per traboccarle dagli occhi. Filippo le baciò
la mano e il volto, Curio si tenne facoltato a baciarle la mano
soltanto; però a lui solo, mentre passava la soglia, riuscì voltarsi
indietro a dirle:

— A rivederci, Eufrosina.

— Sì, a rivederci, e Dio vi accompagni.

Il povero Filippo non aveva ancora ricuperato la favella; strinse nelle
sue le mani della baronessa e guardò in su; ed ella:

— Ho capito.... Filippo, sono madre anch'io... ed ho provato il dolore
di perdere un figliuolo. Anzi, sentite un po': io temo forte che la
povera Eufrosina non reggerebbe alla incertezza del vostro stato, quindi
vi proporrei imitare lo esempio di quella santissima donna che fu la
contessa Teresa Confalonieri, la quale, sentendosi morire, onde la nuova
della sua morte non levasse gli ultimi spiriti al marito Federigo,
prigione nello Spielberg, scrisse lettere con la data di giorni, mesi ed
anni avvenire, affinchè, dopo defunta, via via gliele consegnassero, ed
egli, credendola viva, non disperasse. Pietoso inganno! Voi poi vivrete
di certo, me lo porge il cuore, che non mi ha tradito mai; pure cento
casi possono avvenire, i quali, o vi toglieranno la comodità di
scrivere, o la occasione per farmi recapitare le lettere, e allora mi
varrò di quelle che mi saranno trasmesse, secondochè vi ho accennato.
Intanto fatevi animo, e state sicuro che la vostra figliuola sarà da me
tenuta come persona caramente diletta.



CAPITOLO XI.

LA BATTAGLIA DI BEZZECCA.


— Ed ora perchè ti fermi? Avanti! avanti! che assai corriamo pericolo di
non arrivare a tempo.

— Lasciami stare, Filippo, perchè è bene tu sappia che adesso penso.

— Di grazia, a che pensi?

— Io penso, vedendo innanzi a me questa formidabile barriera delle Alpi,
come l'uomo, circondando la sua vigna di siepe, potesse impedire che la
volpe ci entrasse; Dio e la natura, con questa muraglia di monti, che lo
straniero penetrasse in Italia non poterono. Col prete in corpo non ci
ha redenzione in questo mondo, nè nell'altro; il prete non conosce
patria, nè famiglia, nè nulla; con tutti sta e con nessuno. Penso a quel
sacerdote, forse più animoso assai di Colombo, che si avventurò su
cotesto oceano di rupi, di tenebre e di ghiaccio, non già per iscoprire
un nuovo mondo, bensì per trovare lo straniero, il quale, scansate le
chiuse di Susa, scendesse libero a calpestare le terre italiche e a
spartirle col papa[20]. Penso all'altro prete, e questa volta è il
maggiore, che per cupidità trae fino in Francia, e quivi, genuflesso
nella polvere, supplica Pipino, ai danni della patria, con le medesime
smaniose preghiere che Volunnia pagana adoperò già verso Coriolano,
affinchè non la guastasse[21]. Non gli bastando una volta, lo chiama la
seconda, e dubitando che alla sua voce obbedisse, non repugna dalla
brutta impostura di fargli scrivere lettere di esortazione e di minaccia
dallo stesso S. Pietro, proprio di paradiso[22]. Ciò dalle Alpi Cozie,
dalle Rezie peggio; di qui calò Ottone alla ruina di Berengario re
d'Italia, pei conforti del prete dissoluto[23], che il marito
oltraggiato scaraventò fuori dalla finestra; su queste rocce i preti,
cacciate le aquile di nido, vi educarono una schiatta d'eroi, eroi sì,
ma del servaggio: qui seminarono le ceneri di Caino per raccogliervi
larga messe di Giuda: per loro queste Alpi diventarono arnie di cagnotti
di straniera tirannide: costoro, quante volte accostarono la bocca alle
mammelle della Italia, lo hanno fatto per mordere. Altrove nascono i
martiri della libertà, qui è vanto generare i martiri della servitù.

  [20] Martino diacono. Vedi la stupenda descrizione
  nell'_Adelchi_, tragedia di A. Manzoni.

  [21] Stefano II.

  [22] Stefano II.

  [23] Giovanni XII.

Cosa incredibile a dirsi e non pertanto vera, gli stessi scongiuri del
padrone non valsero a cessare in queste creature strane la ubriachezza
di combattere per le catene; invano la falce della guerra le ha mietute
come l'erba dei prati, chè vi ripullularono più infeste e più spesse
delle prime; sacerdoti e laici vennero in questi luoghi a gara di
sangue; l'oste Hofer ebbe un emulo solo e fu il cappuccino Haspinger. Ma
allora potevano addurre a scusa di loro la causa comune dei tirolesi
meridionali e di tramontana; non anco risorta la fortuna italica, e
gl'italiani combattenti non per la indipendenza propria, sibbene per la
grandezza altrui; adesso però italiani siamo tutti; con quale consiglio,
o per quale destino dunque gli _ostiari_ d'Italia si votano agli dèi
infernali, per tenere aperte al dominatore forestiero le porte della
casa comune? In che li offendemmo noi? Quanti i benefizi del tedesco e
quali? Forse uno: lo imperatore austriaco li regalò di carabine atte ad
ammazzare i fratelli da lontano.

— Curio, hai detto? Allora, favellò Filippo, adesso ascolta un po' me,
che queste faccende intesi discutere molto, ed io da me ci ho meditato
assai. Curio, quante volte ti disponi ad azioni generose, guidati co'
palpiti del cuore unicamente, e con ambedue le mani chiudi gli occhi
alla tua ragione, o torna a casa. Noi o agita un genio, o strascina il
fato, e se così non fosse, te lo paleso aperto, non saprei trovare la
causa che ci spinge a morire in mezzo a questi orrori. Nota qui: tu hai
detto che lo imperatore di Austria donò i tirolesi di carabine atte ad
uccidere da lontano; or che penserai del nostro governo, il quale non ci
ha provvisto di schioppi neanche capaci per nuocere al nemico da vicino?
Rammenta che a quei di Bormio il governo si rifiutò a dare armi pei loro
danari. Perchè i tirolesi muterebbero padrone? Perchè si daranno alla
monarchia piemontese? Forse perchè questa li butti per giunta sulla
bilancia ad aggiustare i pesi, come adoperò con Nizza? A che giova farla
padrona delle Alpi Carniche? Forse perchè le getti via come adoperò
delle Cozie? Certo l'Austria non fu larga mai, ma per pigliare ai
tirolesi si mostrò sempre parca; e tu sai che la generosità dei principi
consiste nel lasciarti la camicia, o nel _non tôrre_, come insegnò
l'Alfieri. L'Austria, dopo aizzati i popoli a levarsi contro il padrone,
non li consegnò legati per rinfresco, quando fece la pace; molto meno
punì con le morti e con le carceri le passioni che aveva ella medesima
eccitato, quando cessò il bisogno. Ora ti sarai accorto come la
monarchia savoiarda, o chi fa per essa, pretenda, a tenore dei suoi
vantaggi, che in meno di un anno ora siamo mastini ed ora conigli; ora
tagliamo l'orecchio a Malco, ed ora, toccato lo schiaffo, porgiamo la
guancia al secondo; increduli a un punto e superstiziosi, persecutori e
intolleranti, divoratori e idolatri dei preti; ora ci aizza a lacerarci
col ferro, col fuoco e perfino coi morsi; quando poi le fosse piene di
morti fumano sangue, impone che traverso cotesta nebbia cerchiamo a
tastoni la mano del nemico e la stringiamo come se di fratello. Quel
Claudio, che fece nella mattinata ammazzare a legnate la moglie
Messalina, e poi mandava la sera ad invitarla a cena, di petto al nostro
governo è Salomone. L'Austria non fu larga mai, pure si legge come alla
famiglia del Hofer donasse trentamila fiorini, cinquecento alla moglie e
dugento per ognuna delle quattro figliuole, di pensione annua; al figlio
Giovanni comperò un grosso podere e lo commise alle cure del consigliere
di Stato Kugelmayer, onde, come figliuolo, lo allevasse e istruisse. Tu
sai la monarchia savoina in qual modo ricompensasse la famiglia del
Micca, che si consacrò alla morte per la salvezza di lei? Due razioni di
pane; si dà di più ai cani! E al Garibaldi, come si mostrò ella grata?
Il Garibaldi le donò due corone, e sovente penuriò di pane; ma che non
gli desse niente non si può del tutto dire: in Aspromonte ella lo pagò
in moneta di piombo. Rammentati che molti, i quali misero a repentaglio
la vita per costruire il trono italiano, sono morti di fame; taluni, per
eccesso di miseria, con le proprie mani si finirono[24]. Se invece
dell'_io_, che vuol dire un uomo, tu avesti fatto echeggiare queste
balze del _noi_, che denota popolo, tu avresti veduto squagliare i cuori
dei tirolesi come le nevi dei loro monti al tepore di maggio. E, se ti
piace di saperla intera, io ti dirò che altre volte fu abbandonato dalle
armi nostre il Tirolo, nè si desidera adesso, perchè in Trento un dì fu
sciorinata la bandiera rossa, dalla monarchia meritamente odiata, come
quella che presente in lei il suo lenzuolo funerario.... sacra sindone
nel senso di esecrabile.

  [24] Ebbi l'onore di conoscere la consorte di Faa di Bruno,
  l'eroe di Lissa, che non sostenne sopravvivere alla perdita del
  _Re d'Italia_; e seppi esserle stata assegnata tale meschina
  pensione, da sopperire appena alla spesa della educazione del
  figlio. S'ella non avesse di casa, si troverebbe in angustia pel
  mantenimento delle figliuole.

Curio stette un bel pezzo con la faccia china, come per aspettare il
fine della lotta fra il sì e il no, che si combatteva dentro di lui; per
ultimo sospirando disse:

— Ben vedo, Filippo mio, come il mondo morale al pari del mondo fisico
si componga di elementi che si accozzano insieme coll'armonia di tante
bestie feroci legate ad una medesima catena; necessità li costringe;
così quando ognuno ne ha balìa, in mare, in terra, in cielo, dappertutto
combatte. Lo spirito di Caino rimugina pel creato... e guarda, Filippo,
mentre noi ragionavamo, come apparisce affatto mutato l'aspetto del
cielo: le nuvole turbinano pel remolino di venti contrari, poi di corsa
ruinano all'assalto dei monti, respinte si ammonticchiano, si rannodano
e tornano alle offese; lacerate fuggono, ma indi a poca distanza essendo
occorse in un altro grosso battaglione di nugoli neri, si congiungono
con quello: ecco di nuovo le tenebre si spandono sul creato; e
ricomincia la zuffa: dal cozzo terribile ecco prorompere lampi, tuoni ed
acqua a scroscio, appunto come dallo affrontarsi degli eserciti il
baleno e lo strepito delle armi abbarbaglia ed introna: anche il fumo
delle polveri abbuia ogni cosa, e il sangue piove come acqua ad inondare
la terra. Questo lago, dove un'ora fa una fanciulla si sarebbe
specchiata per accomodarsi i capelli, comincia a sentirsi agitato dalle
furie e si apparecchia ad emulare i furori del cielo. Le onde commosse a
qualche poeta parvero cavalli che si urtino in giostra; ad altri diedero
immagine di un esercito, il quale, disperato della vittoria, raccolga la
sua virtù per trovare morte gloriosa e vendetta, precipitandosi a
flagellare la spiaggia: per me in coteste lacere spume, negli spruzzi
fischianti, nello irrequieto sollevarsi ed abbassarsi dei sonagli; vedo
il fiero gruppo di Laocoonte, dei figli e dei serpenti: capi di uomini,
capi di serpi convulsi d'ira, di pietà, di rabbia, scontorcimenti
smaniosi ed urli disperati. E tu, o rôcca di Anfo, che comparisti pur
dianzi agli occhi miei quasi il genio del luogo qui posto dalla natura a
custodire le bellezze severe della Lombardia; fiore dell'Idro aperto ad
ospitare nel tuo calice due cuori amanti, che promettevi di essere
cortese di brezze vitali, di riposo e di oblio, deh! perchè mai, veduta
da presso, mi scuoti dal cervello tutta questa polvere di poesia con la
bacchetta di un caporale tedesco? Ecco: tra le tue due porte miro
appuntato un grosso cannone; le cento feritoie pei moschetti ti guardano
sinistre come gli occhi del basilisco; le artiglierie disposte attorno
ai parapetti in cima la ricingono di una fiera ghirlanda... il bel fiore
dell'Idro ha preso l'aspetto della morte ornata da nozze...

Mentre Curio andava a quel modo fantasticando (a venti anni possiamo
esser poeti, senza incorrere in trasgressione) ecco passare una carrozza
in mezzo ad un nugolo di polvere, e trarle dietro una frotta di persone
veloce e acclamante:

— Pedranzini! Viva Pedranzini!

— Pedranzini? O che coso egli è? domanda Curio; e Filippo:

— Egli dev'essere una stella apparsa di fresco nel firmamento nostro, e
deve smagliare di luce davvero, se giunge a mettere per un istante da
parte il grido di viva Garibaldi. Che vuoi tu? Gli eroi su questa terra
nascono come funghi.

— Ahi! Sciagurato... dovevi, continuando la metafora, dire come le
stelle in cielo, dove una chiama l'altra e pigliansi per mano ad
alternare le danze divine... tu non sei nato poeta.

— Invece nacqui curioso e di molto: affretta il passo, che ci sarà dato
raggiungere la carrozza a S. Antonio.

Nè s'ingannò, chè il Pedranzini co' compagni erano scesi all'albergo per
rinfrescare i cavalli, intantochè una grande adunanza di gente
ingrossava davanti l'albergo e con urli che pareva il finimondo gridava:

— Pedranzini! Fuori Pedranzini!

L'acclamato, non per salvatichezza, bensì per senso di soverchia
modestia, quanto più si udiva chiamare, più s'ostinava a rimanere
dentro: dai compagni, che gli facevano ressa di affacciarsi al balcone e
dire quattro parole, si schermiva allegando non sapere parlare in
pubblico, vergognarsi, sudare dalla pena, e così via: pure non ci fu
rimedio, bisognò mostrarsi: egli compariva al balcone vermiglio come un
rosolaccio, e, salutato il popolo, con voce alquanto tremula incominciò:

— Signori, io li ringrazio tutti, e di grandissimo cuore, ma in
coscienza, ecco, io non vedo perchè le signorie loro mi facciano così
grande onoranza: io ho fatto il debito mio. Grazie da capo, e buona
notte a tutti.

E con un solenne inchino si ritirò chiudendo la finestra.

— Ecco un oratore che non ruberà di certo la mano a Marco Tullio,
mormorò Curio; e Filippo:

— Ma ci metterei pegno sopra ancora io: o voi che lo sapete, questo
signor Pedranzini chi è?

E dei villani, ai quali Filippo indirizzava la domanda, taluno di colta,
e tale altro a caso pensato rispondeva:

— Il Pedranzini? Guà! È il Pedranzini.

Filippo non trovò di meglio che ridursi all'osteria e tentare costà di
scoprire marina: meglio non gli poteva accadere, chè ivi rinvenne
parecchi patriotti, i quali, agguantata la _ordinanza_ del Pedranzini,
si sbracciavano a profferirgli vino a boccali, instando presso lui, onde
contasse le prodezze del suo capitano; e quegli, che forse aveva più
voglia di favellare che gli altri di udire, prese ad esporre:

— Conoscete voi il ponte del Diavolo? Voi non lo conoscete. Cioè; il
diavolo sì, il ponte no: immaginate dunque una muraglia, che a guardarne
la cima di sotto in su vi farebbe cascare la berretta in terra, e che
questa montagna sia spaccata per modo che lo spacco largo in fondo vada
restringendosi in punta, da formare due corni; ma, siccome tra corni e
corni ci corre e voi me lo potreste insegnare, dichiaro accennare a
quelli che arieggiano al primo quarto della luna; or bene, sopra cotesti
due corni è gettato il ponte del Diavolo; giù traverso lo spacco l'Adda
brontola crucciuso a cagione della piccola uscita che gli concedono le
rupi laterali, onde egli si arruffa, e nel suo furore rotola acque
rovinose e nevi e macigni per allargarla, e come succede a cui fa le
cose per rovello, invece di allargarla la stringe. Già a voi altri non
premerà niente sapere la cagione perchè cotesto ponte si chiami del
Diavolo, e me ne rincresce perchè davvero la è una bellissima storia.

— E chi vi ha detto che noi non la vogliamo sentire? All'opposto
contatela, contatela, che Dio vi mandi la buona pasqua e le buone feste.

— Come così è, porgetemi da bagnare la parola e vengo da voi. — Bevve un
tratto, e continuò: — Il ponte è di legno; colui che primo immaginò
fabbricarlo fu uno innamorato, il quale bruciava dalla smania di
portarsi ogni giorno a mattinare la sua amante a Malga, dall'altro lato
del fiume; ammannì le travi, i puntelli per di sotto, le staffe, ogni
cosa per bene, ma a metterle traverso alle due cime era il _busillis_;
più ci pensava e meno ci vedeva il verso; si votò ad uno ad uno ai
santi, ma non intesero; allora implorava il diavolo, il quale, come ci
conta il predicatore, stando sempre alle vedette per rubarci l'anima,
gli comparve subito davanti, e gli disse: conosco la polvere e i
pensieri della polvere; detesto i discorsi lunghi, per lo che non volli
mai accettare la deputazione al Parlamento italiano; patti chiari ed
amicizia lunga; dammi la tua anima ed io ti fabbrico il ponte in un
bacchio baleno. —

— Ma senta, signor diavolo, si fece a notare il povero innamorato, — e
l'altro:

— Qui non ci è diavolo che tenga, o piglia o lascia, chè ho un ritrovo a
Firenze per provvedere di tabacco la regìa cointeressata.

— Ebbene, storto il collo, gemè lo interessato, io prometto l'anima di
chi primo passerà il ponte. — Chiuse gli occhi, aperse gli occhi, e il
ponte era finito.

Il diavolo andò dall'altra parte del ponte aspettando l'innamorato al
passo come una lepre, ma questi allora comincia a dare spesa al suo
cervello, e pensa a cosa, che neppure era cascata in mente al diavolo: —
To', egli diceva, se io passo mi trovo ad avere pescato pel proconsolo,
perdo l'anima, e a casa della dama non ci vado. Allora pensa una nuova
malizia; va a casa il curato, e grida di strada: oe, oe, ecci il curato?
— Che si vuole dal curato? E chi siete voi? — Quegli disse il nome e
aggiunse: Presto, venga via che di là dal fiume è in procinto di morte
Girolamo d'Andreis e vuole confessarsi a voi. — O come volete che a
quest'ora bruciata mi metta giù tra questi scavezzacolli e mi arrischi a
guazzare l'Adda di notte? — Se gli è per questo non si rimanga, che qui
oltre hanno fabbricato un ponte e vostra reverenza potrà passare da una
sponda all'altra, come dalla canonica in chiesa. — O come mai? E chi ce
l'ha fatto? Ce l'ha fatto sua maestà l'imperatore Francesco? — Venga e
vedrà. — Vengo, vengo; piglio la pipa, l'olio santo e l'ombrello e vengo
via. — Andò, maravigliò, e passò; l'innamorato rimase a sbirciare di qua
dal fiume: intanto la notte era diventata buia; il diavolo sente il
rumore dei passi e dice: Attenti, eccolo il bindolo; ora te la darò io
per avermi fatto aspettare tanto. Stende le braccia, acciuffa il curato
e gli dà una zannata; per ventura mise il dente sulla scatola dell'olio
santo e la stiantò di netto; l'olio santo gli si sparse in bocca. — Puh!
che puzzo! questa è roba da preti e questa è anima di prete; sa di
salvatico e non mi basterebbe a digerirla un mese, tanto ha il salcigno
addosso. — E presi alla rinfusa anima e corpo del curato, pipa, olio
santo e ombrello, li scaraventò giù nell'Adda, scappando via scornato
tra un nugolo di fuoco e di zolfo. Ecco come il diavolo fu gabbato e il
ponte costruito. I superiori ordinarono passassimo il ponte notte tempo
e senza fiatare; prima di metterci il piede, chi si fece il segno della
croce, chi no; tutti tenevano il dito sul cane dello schioppo alzato;
non trovammo inciampi; silenzio perfetto. Avanti con coraggio, ci
sussurravano sommesso: gli esploratori hanno percorso fino a Ceppina e
non avvisano incontro; rumore di spari non si sente; gli austriaci o non
occuparono, o sgombrarono i passi. O va' che la indovinava! Allo
improvviso giù sul capo ci si rovescia uno acquazzone di fucilate e di
racchette; chi le mandava? Veruno si accorgeva della presenza del
nemico: le rupi, le roccie, i macigni, le piante balenavano... e noi?
Noi, signori, scappammo. Che cosa vi dirò io? La sorpresa, la notte, il
numero, e se voi signori avete in pronto qualche altra scusa, vi prego a
prestarmela... ma rimarrà pur sempre posto in sodo che noi scappammo.
Ora, signori, tenete bene a mente quello che sono per dirvi: capaci di
confessare la fuga sono solo quelli che si sentono forti a ricattarsi, e
noi ci ricattammo per virtù del nostro colonnello Guicciardi, una perla
di uomo, il quale ci disse: Giovanotti, tutte le ciambelle non riescono
col buco; su dunque da bravi, ed a quest'altra bellissima ottava.
Puntuali gli ordini, celere la obbedienza; di faccia agli austriaci
inseguenti sorge un colle; a questo ripariamo e su questo il colonnello
ci postò in due colonne a catena; un po' più indietro le artiglierie col
sergente Baiotto, il quale noi diciamo che val per otto; difatti ha il
compasso dentro gli occhi. Quando gli austriaci vennero a tiro, pensate
se li servimmo a dovere; fortuna anco volle che una nostra granata
scoppiasse in mezzo al ponte, giusto allora che essi si affrettavano a
traversarlo; cinque o sei ne rimasero infranti, gli altri si
sgominarono. Baiotto picchiò e ripicchiò coi cannoni, talchè pareva il
maestro di cappella che batte la solfa sul leggìo. Gli austriaci, fatta
la prova che ad ostinarsi a rimaner lì, gli era come esporsi alla
pioggia senza ombrello, tornarono indietro più presto che non erano
venuti avanti; così avemmo tregua; ma questo non bastava.

Il nostro Guicciardi, che è nato capitano calzato e vestito, il giorno
innanzi aveva mandato una colonna condotta dal capitano Zambelli e dal
nostro Pedranzini, affinchè, girato Bormio, salisse la ghiacciaia del
Reit, e quinci tentasse scendere sulle alture soprastanti la strada
dello Stelvio, onde tagliare la ritirata agli Austriaci fra la prima
cantoniera e la seconda galleria: fatica lunga e piena di pericolo. Una
seconda colonna ebbe ordine seguitasse la prima fino alla salita del
Reit, lì da lei si partisse, e si conducesse ad agguatarsi nel bosco fra
Bormio e i Bagni vecchi. La colonna terza guidava il Rizzardi, il quale
fino a Ceppina doveva camminare di conserva con la prima e la seconda
colonna; a Ceppina lasciarle per ascendere il monte a sinistra, e girare
alle spalle del nemico verso il passo del Fraele, comparendo poi
all'improvviso sul sentiero che domina i Bagni vecchi e la strada dello
Stelvio. Ancora, furono inviati sessanta uomini di avanguardia, affinchè
si appiattassero a Ceppina per tenere d'occhio i movimenti del nemico, e
porgerne avviso con velocissimi messi; se assaliti da forze
soperchianti, ripiegassero verso le Prese. Quanto restava di forza, cioè
il battaglione 44º, alle due del mattino si mise in marcia dalle Prese
per rinforzare l'antiguardo; e anche a quello comandarono procedesse più
che poteva celato. Intendimento del colonnello era assalire franco i
Bagni vecchi pel piano di Bormio, sicuro appena che le colonne si
fossero trovate al posto; e questo, a giudizio dei savi, fu un tiro da
generale proprio co' fiocchi: però tutte le cose non andarono per filo
di sinopia, e bisognava aspettarcelo a cagione dei calli infernali, del
buio e del freddo ladro. L'avanguardia dei 60 uomini, invece di fermarsi
alla Ceppina, secondo il concertato, volle procedere oltre in compagnia
del Rizzardi: il battaglione 44º gingillò un'ora e mezzo a mettersi in
marcia. Dopo l'avvisaglia del Ponte del Diavolo, il colonnello pendeva
incerto sul da farsi; fin verso il mezzodì non gli giunsero novelle
dagli esploratori; le prime che vennero poi piene di paura. Duecento e
più austriaci in procinto di mostrarsi sulle alture dal lato della valle
di Viola: una colonna di fumo dalle cime dei gioghi opposti era tenuto
indizio di altra colonna nemica in procinto di entrare in battaglia: da
per tutto sgomento; parecchi uffiziali, e dei buoni, consigliano la
ritirata; ma il Guicciardi lì fermo come i suoi monti, e bene avvisò:
più tardi informato meglio conobbe: le tre colonne salve e prossime alle
posizioni che dovevano occupare: gli austriaci respinti al Ponte del
Diavolo ritirarsi alla dirotta: il sospetto di rimanere circondati dal
nemico follìa. Scorti appena gli austriaci ai Bagni vecchi, corremmo ad
assalirli da quattro lati; gli austriaci disposti a schifare battaglia
davano indietro, e per noi era un vero crepacuore a vederceli guizzare
di mano così, però che veruna delle tre colonne fosse proprio giunta al
posto, ed anco lo Zambelli si trovava alquanto in ritardo. Il nemico per
salvarsi dalle molestie appicca il fuoco al ponte della galleria; noi ci
corriamo sopra, calpestandolo lo spengiamo, e sempre alle costole dei
nemici fino alla prima _cantoniera_: qui parecchi dei fuggenti voltano
faccia, ed avvantaggiati dai luoghi adatti per le difese, prendono a
menare le mani, mentre gli altri affrettano il passo. Ecco il capitano
Pedranzini con tanto di lingua fuori arriva sul Reit, si affaccia e mira
gli austriaci sbucare dalla prima cantoniera per ripararsi nella
seconda, e quindi ai gioghi dello Stelvio.

— Ah! mi scappano, urlò, e poi, senza dire nè uno nè due, sdraiato
supino si lasciò andare giù a corpo perso per la ghiacciaia soprastante
alla posizione del _Diroccamento_; noi con le mani chiudemmo gli occhi;
quando gli riaprimmo mirammo il capitano balzare in piedi, che era
giunto in fondo co' calzoni in brandelli, ma col corpo intero, e l'anima
ancor più: impugnato il _revolver_, si slancia dentro la grotta con gran
voce esclamando: Giù le armi, o siete morti tutti! — Era solo: una
cinquantina dei suoi compagni, vergognando di abbandonarlo, e tratti
fuori di sè dallo esempio eroico, giù anch'essi a mo' di muffli dalla
ghiacciaia per sovvenirlo. Come Dio volle giunsero prima che gli
austriaci, rinvenendo dallo sbalordimento, gli sparassero addosso. Dalla
parte opposta i nostri, espugnate le difese della imboccatura, penetrano
a volta loro nella cantoniera; il nemico, preso in mezzo a due fuochi,
chiede ed ottiene quartiere. Di più non potemmo fare; abbiamo combattuto
venti ore senza prendere fiato, e ci fu gloria avere conseguito in un
giorno solo quello che cinquemila uomini in due mesi di travaglio non
poterono ottenere; e gloria anco maggiore ci fu mostrare al mondo come
pochi cittadini sappiano difendere il proprio paese più e meglio delle
milizie stanziali, schianta famiglie, scudo di cartone in guerra,
grandine di manette di ferro in pace.

Filippo, udendo queste notizie, tutto esaltato proruppe, levato il
bicchiere colmo:

— Se queste fossero le guerre della repubblica francese del 1792, anco
per noi sarebbe nato un Hoche. — Piaccia alla fortuna non farlo
affunghire sotto la religione dei regi capitani.... ad ogni modo bevo
per questo animoso; pari in altezza di spiriti all'antico Curzio, ma più
avventurato di lui.

Quietatosi lo schiamazzo, Curio a sua volta interrogò:

— E al Tonale non fu combattuto?

— E donde vieni? Dalla China? Saresti a caso uno dei Sette dormienti?
Anzi lo sei addirittura.

— Beffatemi quanto vi piace, a patto che vogliate istruirmi: nè a voi,
nè a me giova raccontarvi le cagioni, ond'io ignoro tutto quello che fu
operato in questi ultimi giorni; vi basti che io lo ignoro, e che brucio
saperlo.

— Ebbene, favellò uno della brigata, tu hai da sapere, che ci era una
volta un re.... no un Cadolini ciurmato colonnello....

— Ho capito, interruppe Curio, ne abbiamo buscate?

— O che discorso è questo, disse un altro; o che forse il Cadolini è un
codardo?

— No davvero: per me sostengo, rispose Curio, che, rispetto a cuore,
egli può reggere il confronto con qualunque altro italiano; quanto a
cervello poi, sostengo del pari che a riporlo in un guscio di noce, ci
ciottolerebbe dentro; per giunta permaloso e testardo, che è uno
sfinimento.

— Dunque non vuoi saperne di più?

— Al contrario, parla.

— Ebbene, da' retta. Su le alture di Vezza gli austriaci si mostrano
numerosi e pronti alle offese; molti possono essere i loro fini; il più
prossimo percotere di fianco la colonna del Guicciardi; colà furono
mandati i maggiori Castellini e Caldesi, nel comando uguali, nei
concetti e nell'indole dissimili, per non dire contrari, però alieni da
soccorrersi a vicenda. Hai da sapere come il Castellini, lasciata solo
una compagnia di soldati a Vezza, sotto gli ordini del capitano
Malagrida, aveva dato indietro riparandosi nelle linee trincerate. Il
Caldesi, considerando come fosse peggio che pericoloso lasciare così
allo scoperto cotesta compagnia, comanda al Malagrida che anch'egli si
riduca dentro le trincere; il Malagrida ubbidisce: allora il maggiore
Castellini pieno di rovello, tal che pareva il diavolo lo portasse via,
tempesta il Malagrida affinchè rifaccia i passi e torni ad occupare
Vezza; il Malagrida ubbidisce; se non che nel frattempo era accaduto un
caso: gli austriaci avevano preso Vezza; però accolsero la compagnia del
Malagrida con un nugolo di moschettate a pennello aggiustate: la
compagnia rimase scema del tenente Prada ferito a morte. Il Castellini,
vista la mala parata, invia a rincalzarlo a destra una compagnia col
capitano Adamoli, a sinistra una mezza compagnia condotta dal Travelli;
gli austriaci non le aspettano, bensì sortono da Vezza a far giornata;
il Castellini piglia seco le tre compagnie e va a gloria contro il
nemico, respingendolo nel primo impeto fin sotto Vezza. Qui bisogna
confessarlo: se il Castellini fosse stato sovvenuto dal Caldesi,
vinceva; _lo lasciarono solo_. Ne fu cagione il maledetto screzio sorto
fra loro di tenere Vezza, ovvero abbandonarla: più sicuro il partito del
Caldesi, quello del Castellini più generoso; però il Caldesi con le sue
compagnie non si mosse. Per vincere uniti, il Castellini ed il Caldesi
non avevano mestieri operare miracoli, e ce ne fosse stato bisogno i
garibaldini erano usi a farne. Ed invero il colonnello Cadolini ed il
capitano Oliva non bandirono che, se le munizioni non avessero fatto
difetto, avrebbe vinto Castellini? dunque perchè il Caldesi non lo
aiutò? — I volontari fin lì non balenarono: occhio per occhio, dente per
dente; pure il Castellini, non per crescere l'ardore dei suoi, che
questo sarebbe stato impossibile, bensì per mantenerlo vivo, ecco,
brandita la sciabola si mette alla testa dei soldati, gridando: Avanti!
Una palla lo colpisce nel naso: ei se lo fascia alla meglio e continua a
gridare: Avanti! Ora una seconda palla gli fora da parte a parte il
braccio sinistro, ma non per questo gli viene meno l'ardimento, e
insiste a dire: Avanti! Una terza palla lo ferisce in mezzo al petto, ed
egli casca per non rilevarsi più, gorgogliando sangue dalla bocca; nel
punto stesso gli muore accanto il capitano Frigerio. Onore ai caduti!
Lombardi entrambi; il primo padre di quattro figliuoli; l'altro giovane
ricco di virtù e di censo: per ora no, che il fumo dei turiboli presi a
nolo leva la vista, più tardi il primato del valore sarà deferito alla
Lombardia, la quale non so se meriti maggior lode o per quello che ha
fatto, o per quello che non ha chiesto. Gli austriaci arrivavano bene a
quattromila, e noi non eravamo seicento, ma ci ritirammo; ci dissero per
consolarci che la nostra fu ritirata _solenne_, e aggiunsero altresì che
i nemici ci sbraciarono un sacco di lodi: senapismi ai piedi! rettorica
stantia! Peggio di tutto quel cavare vanto (come i nostri guidaioli
fecero) dallo avere noi ripreso le posizioni che avevamo prima. Bella
forza! le ripigliammo perchè gli austriaci se ne andarono via:
riacquistammo coi piedi quanto ci tolsero colle braccia...

— Parte il Pedranzini!

Appena fu udita questa voce, la taverna rimase deserta in un attimo:
taluni, per troppa fretta di uscire, cozzarono insieme riportandone
sconce ammaccature.

Curio e Filippo, presentendo vicino qualche fatto d'arme, tolto a nolo
un mulo ed un cavallo si affrettano verso il campo. Di fatti, mentre
eglino si trattenevano per via, erano successi scontri terribili con
danno ed uccisione dei nostri, dai quali uscimmo sempre vittoriosi mercè
la virtù del Garibaldi e degli eroici compagni suoi. Non è scopo nostro
raccontarli; dove più, dove meno, esattamente occorrono descritti in
parecchi libri; e piacesse a Dio che come molti furono a scriverli, così
molti pure fossero a leggerli; ma la più parte degli italiani incuriosa
gli ha dimenticati, nè le preme che altri glieli rammenti: bisogna avere
il coraggio di confessarlo addirittura: se gli italiani hanno levato una
gamba dall'avello, a levarci anco l'altra par loro fatica; morti non
sono più, ma neanco vivi.

Però a noi importa accennare come il Garibaldi, avendo giudicato
opportuno aprirsi il varco sopra Riva, gli bisognasse impadronirsi di
tutta la strada dal Caffaro ad Ampola: ora questa strada va munita di
quattro fortilizi, che giova in succinto descrivere. Lardaro, nella
valle delle Giudicarie a sinistra del fiume Chiese, armato di sedici
cannoni chiude la via di Brescia per a Trento. Tra Condino e Tiane,
risalendo il fiume Adana, s'incontra il gruppo di tre fortini chiamato
_Renegler_; il primo detto Vegler è munito di sei cannoni e di un muro
bucato di feritoie da cima in fondo, disposto ottimamente pel sicuro
trarre della moschetteria; procedere oltre il fortino nella strada
pubblica non si può, perchè ella passa appunto nel mezzo del fortino
mediante la sua porta maestra: appellano il secondo Dazzolino, il quale
presenta una torre con sei grossi cannoni, che guarda la valle delle
Giudicarie: il terzo finalmente, nominato Larino, è un ammasso di rocce
per altezza formidabile a ponente dell'Adana, donde vigilano la difesa
del ponte di Cimego. Fra i monti Fustac e Cecina il forte Ampola chiude
la valle; il forte Teodosio sorge nel mezzo della valle di Ledro, sulla
via postale che mena a Riva, anche egli munito di gallerie e feritoie,
scavate nella roccia, per bersagliare al coperto.

Il generale Garibaldi, nello intento di venire a capo della impresa,
inviava gente, la quale, riuscendo dalla parte del monte Nota e di
Lamone in val di Ledro, girasse la posizione; ma gli austriaci,
accortisi del concetto del Garibaldi, con molta mano di soldati condotti
dal generale Kaim assaltano con subite mosse i garibaldini su tutta la
linea. Nella notte dal 15 al 16 luglio i cacciatori tirolesi presero a
fulminare i nostri da Rocca Pagana e dalle alture di Storo, pur troppo
con jattura inestimabile a cagione dell'eccellenza delle armi, altre
volte avvertita. Un'altra colonna austriaca non meno gagliarda della
prima si industriava avviluppare la sinistra dei volontari fra Condino e
Cimego.

I garibaldini, sempre pari a sè stessi, si arrampicano su per le schegge
delle pendici a fine di sloggiarne il nemico che riparato, a man salva
dalla lontana li ammazza, e tanto sembra lo favorisca la fortuna, da
potere in breve rompere la comunicazione fra Storo e Condino. Non
volgevano poi sorti migliori alla vanguardia dei volontari venuta a
zuffa mortale colla colonna austriaca uscita da Daone sulla destra del
Chiese, e co' cacciatori tirolesi, i quali la straziavano con le
infallibili carabine dalla sponda sinistra di cotesto fiume.

Accadde qui che uno di quei condottieri piovuti sul capo a Garibaldi,
come talora piovono dal cielo ranocchi nel mese di luglio, ordinò a
parte dei mal capitati commessi alla sua guida, valicassero il Chiese
per combattere gli austriaci attelati sulla opposta sponda; non pochi,
prima di agguantare la riva, travolti dalla corrente rovinosa del fiume,
perirono; quei che passarono ebbero ad attaccarsi alle crepe delle rupi
a mo' di tarantole; per la qual cosa, come il nuovo capitano potesse
sperare che contrasterebbero a cui di sopra li bersagliava a piè fermo e
con le braccia libere, non si comprende.

Taluni, e non erano i più miserandi, uccisi capitombolavano in molto
orribile maniera; davano maggiore affanno i feriti, i quali non potendo
aggrapparsi, ruzzolando, rompevansi di scheggia in ischeggia, con
istridi da fendere il cuore. Rigagnoli di sangue correvano coteste
bricche: non fu possibile mantenersi lassù; costretti a salvarsi,
tracollarono giù a corpo perso: infuriava sopra la testa loro una
paurosa grandine di palle; alcune di queste, rimbalzando dalle pareti
del monte o dai massi del fiume, ferivano orizzontalmente, o di sotto in
su: come pesci guizzavano su le acque; come vipere sibilavano per
l'aria. Il fiume avaro esigeva pel ritorno maggiore pedaggio di affogati
che per l'andata: non ci fu penuria di casi pietosissimi: amici che non
vollero abbandonare amici, tuttochè spiranti o morti si fossero; e surti
appena alla opposta riva del fiume, percossi da una medesima palla,
sparivano nelle onde rovinose. Due fratelli, l'uno dell'altro
innamorati, non ebbero altro conforto che annegare abbracciati. Più
oltre il buon maggiore Lombardi, salito su di un argine, mentre con voce
e con cenni anima i suoi a tenere il piè fermo, rotto nel cuore da palla
tirolese, tombola annaspando con le mani e muore senza dire un fiato.
Tale il destino della guerra; ma perire così senza costrutto, per colpa
di un grullo, è amaro. Per funebre elogio al maggiore Lombardi basti
dire che fu di Brescia; ella madre degna di tanto figlio; egli di tale e
tanta madre degnissimo.

Trovando questi mal condotti chiusa allo scampo ogni via, tutti quelli
che non valsero a traghettare per la seconda volta il fiume si arresero
a quartiere. Pareva ormai battaglia perduta, e non fu così, in grazia
degli estremi sforzi operati dal Garibaldi e dal maggiore Dogliotti, il
quale così bene si valse dei suoi cannoni messi in batteria, che sgominò
e costrinse i nemici a ritirarsi oltre a Cologna. Cara vittoria fu
quella, ma fra le alpi tirolesi non si vince che a prezzo di sangue;
però che sia mestieri col petto scoperto farci contro a nemico riparato
da boschi, da rupi e da ogni maniera di difese naturali, ovvero
dall'arte di lunga mano allestite.

Intanto chiunque voglia sapere che cosa valgano i nostri artiglieri, e
ne tragga auspicî di avvenire meno inglorioso dei tempi passati, dove la
insolenza altrui ci chiamasse alle armi, io glielo dirò con le parole di
un giovane che fu parte di coteste avventure e le narrò, tacendo per
modestia il suo nome:

«Ci sdraiammo su l'erba e raccontammo noi pure le nostre peripezie. Il
sole volgeva al tramonto e andava adagio adagio a nascondersi dietro le
montagne, le quali si colorivano di una tinta rossastra, pigliando le
forme spiccate che vediamo anche noi ne' nostri monti al finire di una
serena giornata, e quando il cielo è tutto sgombro di nuvole. Su, su in
lontananza, al riflesso degli ultimi raggi del sole, brillavano di luce
abbagliante le carabine dei fuggitivi, e si distinguevano anco ad occhio
nudo le torme bianche ed azzurre della fanteria e dei tirolesi. Quando
ecco, mentre ce ne stiamo là chiacchierando e riposandoci, un frastuono
infernale ci fa saltare tutti in piedi, e sentiamo sulle nostre teste il
fischio rumoroso di una granata: «Non è nulla!» esclama un garibaldino:
«è un cannone puntato qui a venti passi che scarica sopra la nostra
testa.» Corremmo tutti nella strada, dove infatti tre o quattro cannoni
incominciarono uno dopo l'altro una musica stupenda.

«Fu spettacolo bellissimo. Gli artiglieri stavano impassibili,
silenziosi, attenti al comando. Un caporale pigliava la mira, ed ogni
volta che vedeva sui monti a 1600 o 2000 metri di distanza un brulichio
di tedeschi, si allontanava due passi e gridava: _fuoco!_ Il cannone
sparava e la botta era sempre sicura. Si vedeva cotesta massa
sbaragliarsi, e saltare in aria tronchi di albero e terra sommossa. Noi
maravigliati battevamo fragorosamente le mani.

«A un tratto si sente venire a corsa un cavallo: era un maggiore di
artiglieria, che aveva saputo come di là dal fiume, nella chiesina dove
stemmo la notte innanzi appiattati noi altri, ci stessero appiattati
moltissimi austriaci: per verificarlo ordinò caricassero le artiglierie
a palla; poi, voltosi al caporale, gli dice: «Cercate subito di mettere
una palla sul lato destro della chiesa: se ci sono hanno da venir
fuori.» La distanza era molta, e ci pareva impossibile che il colpo
avesse a riuscire per lo appunto come il maggiore voleva.

«Il caporale non pronunzia verbo; si china sul pezzo, lo muove nella
direzione indicatagli ed ordina all'artigliere di far fuoco. Lo
credereste? La palla andò a battere sul muro di destra della chiesa: per
altro non si vedeva uscire nessuno. «Ebbene, disse il maggiore,
piantatene un'altra a sinistra, e se vi riesce a cogliere vi prometto la
medaglia.»

«Vidi un sorriso di contentezza lampeggiare sul viso abbronzato del
caporale; si chinò un'altra volta e studiò più lungamente la mira
standosene immobile come il suo cannone. A un tratto si tira indietro e
grida all'artigliere: _fuoco!_ e la botta va via. Un applauso fragoroso
scoppiò nelle file, ma gli austriaci non si vedevano venir fuori. Allora
il caporale si appressa al maggiore, mette la destra al _kepì_ e gli
dice: «Signor maggiore, vuole permettere che io faccia un tiro a
volontà?» — «Ve lo permetto, rispose il maggiore; vediamo se vi riesce a
snidarli.» Allora il caporale infila colle sue mani una granata nel
cannone, ripiglia per la terza volta la mira e lascia andare la carica.

«L'effetto fu miracoloso. Il tetto della chiesa venne sollevato in aria
come il coperchio di una scatola, e intanto che un grido di approvazione
echeggiava fra i volontari, il caporale sorridendo accennava colla mano
che si guardasse la chiesa. Se vi siete mai provati a gettare un sasso
in un bugno, avrete veduto le api prorompere tutte in folla ronzando. Lo
stesso accadeva lassù. Si vedevano scaturire austriaci dalla chiesa,
fitti e serrati, voltare a destra e a mancina e correre su per la
montagna. Allora non più un solo, ma tutti i pezzi piantati sopra la
strada cominciarono a fulminare granate addosso ai fuggenti. Parevano
cannoncini di legno, tanta era la rapidità con la quale si voltavano ora
da una parte, ora da un'altra. Ogni colpo andava nel bel mezzo ai gruppi
dei nemici, come se un demonio raddrizzasse e guidasse per la strada le
granate e le palle. Io potrei giurare che non ci fu un tiro solo
sprecato.

«Intanto che facevamo le nostre congratulazioni al caporale, sentimmo a
qualche distanza un colpo di fuoco e il fischio di una palla. Di lì a
mezzo minuto un altro colpo e un altro fischio e poi un terzo ancora.
«Ah! Ah! (disse il caporale) io l'ho bell'e visto: ci è lassù un
tirolese, che ha una eccellente carabina; ma forse il mio cannone va più
lontano di lui.» E una quarta palla di carabina venne a percuotere nella
ruota dell'affusto. Il caporale con aria sbadata puntò il suo strumento,
e mentre noi ci scostavamo per iscoprire l'effetto, partì la botta e si
vide un gran rimescolìo di terra e sassi, appunto là dove il tedesco
tirava. Non si sentì più nulla; la medicina aveva operato.»

Fuori di Condino si agita un grande brulichio di gente, la quale di
grado in grado quetandosi si ordina in fila, giusta i comandi dei suoi
capitani: quanto meglio potevano s'industriavano a ricomporre le
compagnie, tanto crudelmente decimate al passo e al ripasso del Chiese.
Chi volesse sapere qual tributo di sangue la gioventù italiana pagasse
in questa infelice impresa, gli dirò, che di una compagnia di 187
soldati, 90 appena risposero all'appello; la 24ª poi, rimase con un
sergente, due caporali ed un tenente. Poco oltre si mirava il loro
colonnello a cavallo, tutto inorato che era un desìo; con la sciabola
irrequieta egli trinciava l'euro a fette, come il Conte di Culagna nella
_Secchia rapita_, o ci faceva crocioni da disgradarne il papa. Appena
Filippo l'ebbe scorto esclamò:

— Ecco il capitano famoso!

E siccome tanto non parlò basso, che altri degli accorsi costà non lo
udissero, taluno di loro soggiunse:

— E adesso, che abbaca egli?

— Ha ordinato la rassegna della sua colonna ricomposta, prima di
ricondurla alla mazza.

— Zitti:

    Stiamo Marte a sentir la gloria nostra,

chè a quanto sembra egli è per mettere fuori un'arringa.

— Udiamo! Udiamo!

— Soldati, cominciò a squittire il capitano dei capitani, l'Europa, anzi
il mondo intero vi guarda. A voi spetta restaurare l'onore della milizia
italiana manomesso dalle truppe stanziali, che male ordinate e condotte
peggio, dal 48 in poi, altro non fanno che toccarne; ed è inutile
negarlo! Le lodi a tanto il rigo, che sbraciano loro i giornali
officiosi sono pannicelli caldi.... incenso ai morti. Vedete quei monti
là? Li vedete? Ebbene, noi li sfonderemo, come nei circhi equestri
miriamo un cavaliere sfondare con una capata quattro cerchi e sei
coperti di carta straccia. Quando saremo giunti a Trento, se gli
austriaci ci offriranno pace, io risponderò loro: non è tempo ancora. E
se arrivati a Innspruk, a Salisburgo, a Gratz, a _Buda_, si attentassero
di nuovo a proporcela, interprete degli animi vostri, io la ricuserò
daccapo dicendo: non è tempo ancora; gli è a _Vienna_; proprio nel
palazzo imperiale di Schoenbrunn, che io detterò la pace; a voi, che
manca per conquistare un tanto scopo? Nulla. In voi costanza, in voi
_slancio_ nello assalire ed _a piombo_ per resistere; non fame, non
sete, non geli vi abbattono, nè difetto di _ambulanze_, di vesti, di
calzature. Quando i cannoni tonano, i moschetti fischiano, le racchette
stridono, a voi pare che incominci la orchestra, ed a quei suoni menate
i vostri balli. — Ma ora che io ci penso su, onorevoli signori, devo
confessare che quando affermai che nulla vi manca di virtù soldatesca,
io dissi una solenne bugiarderia; quanto dichiarai voi possedete, e non
mi disdico, ma una cosa vi manca:

             . . . . alla virtù latina
    O nulla manca, o sol la disciplina.

Sì, signori soldati, vi manca la disciplina. La disciplina che rese
tanto illustre e potente il Vecchio della Montagna, il quale avendo
ordinato ai suoi assassini di sentinella sull'alto di una torre, che si
buttassero di sotto, uno ci si precipitò subito, e gli altri stavano per
seguitarlo, se Enrico di Sciampagna, che vi si trovava presente, non lo
avesse impedito. A questi patti, cittadini, si viene a capo del mondo;
nella milizia obbedienza, nella religione fede, cieche entrambe,
passive, aborrenti da qualunque osservazione, aliene da brontolìo, benda
agli occhi ed agli orecchi, e allora nella milizia e nella fede voi
vedrete rinnovare miracoli. Allora Manlio mozzerà il capo al figliuolo
per avere vinto il nemico trasgredendo i suoi ordini; allora con più
stupendo esempio lo spartano che aveva già ficcato due dita buone di
ferro in corpo ad un ateniese, udita di repente la tromba del richiamo,
estrasse _la baionetta_ dal corpo del nemico, la nettò, la rimise nel
fodero e fece per andarsene; della quale novità maravigliando l'ateniese
che stava per morire, domandò: o perchè non finisci di ammazzarmi? — Ti
finirò un'altra volta, rispose lo spartano, adesso mi bisogna andare al
quartiere a cucinare il _rancio_. Capite! Se cotesta perla di spartano
vivesse a questi tempi, la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, o quella
della Corona d'Italia, o l'altra del valore militare di Savoia non gli
poteva mancare. Ci fu una volta un re, e si chiamava Sancio, diverso
dallo scudiero di Don Chisciotte, il quale, stando nella sua tenda a
letto, udì parecchi soldati venire a lite col capitano loro per cagione
della disciplina, ond'egli, tuttochè si trovasse in camicia, uscì fuori
con una picca in mano, infilando in men che si dice _amen_ una mezza
dozzina dei riottosi; per me sono fantino di comparirvi innanzi anco
ignudo. Breve, stringendo le mie parole, io affermo che i soldati
possono fare a meno del pane per mesi e per anni, ma della disciplina nè
manco un'ora. Quando carichiamo un uomo soldato il suo _tic_ è il pane,
il suo _tac_ la disciplina. E adesso esaminiamo un po' come stiamo a
camicie ed a mutande.

Curio, il quale all'udire cotesta filastrocca fu sul punto di prorompere
in uno scoppio di riso, accostatosi all'orecchio di Filippo, bisbigliò:

— Impaglialo addirittura!

Filippo stringendosi nelle spalle soggiunse: — Ce n'è di peggio.

Intanto i soldati avendo estratto dal sacco le biancherie se le stesero
dinanzi ai piedi. Il colonnello, dopo averle con molta gravità
considerate, non senza arguzia notò che biancherie coteste si chiamavano
così per dire, ma con maggiore proprietà si avevano a chiamare
_negrerie_.

— E questa toppa perchè? dimandava severo ad un volontario.

— Questa toppa! Evidentemente per tappare un buco alla camicia.

— E perchè vi faceste un buco alla camicia?

— Lo domandi alla camicia, o meglio ai macigni del Chiese, dove V. S.
facendoci ruzzolare potemmo appena salvarci la pelle.

Il colonnello tacque e tirò di lungo fino alla fila estrema, dove di
botto osserva un volontario, il quale invece della borraccia da
munizione si portava allato certa fiasca di vetro; allora con mal piglio
domanda:

— Ch'è questo mai? Che cosa avete fatto della vostra borraccia?

— L'ho gettata via, perchè l'acqua dentro ci pigliava di cattivo.

Il colonnello allora dando un passo indietro, _le braccia al sen
conserte_, a tutto Napoleone, esclamò:

— E che cosa dirò io al reale Governo, quando mi domanderà conto della
vostra borraccia?

— Eh! signor colonnello, se il Governo avesse a chiedere conto di
qualche cosa a lei, vada franco che non sarebbe delle borracce!

— E di che dunque, temerario?

— Dei tanti poveri fratelli per colpa sua affogati nel Chiese.

— Agli arresti! Disarmatelo, portatelo subito agli arresti! urlava
arrovellato il colonnello, e ne successe un parapiglia da non potersi
con parole significare.

Intanto Curio e Filippo curiosamente osservarono un frequente dimenio
dei piedi, che i soldati di prima linea facevano gettandosi dietro in
fretta le biancherie, le quali i soldati di seconda linea a posta loro
co' piedi si stendevano davanti. Attutito il tumulto continuavasi dal
colonnello la rivista nella 2ª linea, dove egli, confuso per le
insolenze del volontario, procedè meno accurato di prima, non gli
parendo vero di condurla a termine senz'altri scappucci. Poco dopo Curio
e Filippo seppero dal dicace garibaldino, come egli avendo con la più
parte dei compagni suoi venduto, o in altro modo alienato camicie e
mutande da munizione, però che avendole provate ne rimanessero conci
peggio che se gli avessero strigliati co' pettini da lino, egli avvisò
cavarsela netta, facendo per giunta una burla al colonnello, e fu
distribuita tutta la biancheria in essere alla prima fila, perchè di
mano in mano che il colonnello passava, la spingesse alla seconda fila,
e così figurasse due volte. Il tafferuglio poi promosso ad arte, onde
l'attenzione del colonnello fosse distolta dagli ultimi soldati di fila,
che dove non fossero riusciti a farla liscia tutta di un pezzo, di una
pipita ne sarebbe nato un panereccio.

— Certo, aggiungeva il giovane bizzarro, io la pagherò con parecchi
giorni di prigione, e mi toccherà per soprassello chiedere scusa, ed io
fin d'ora me ne dichiaro contento per quattro precipue ragioni; le altre
non si contano. Prima, ed alzò il pollice, perchè se mi avesse trovato
senza le camicie, e le mutande da munizione, in carcere ad ogni modo mi
toccava ire. Seconda, e spiegò l'indice, perchè mi venne fatto
preservare dalla prigione tanti compagni amatissimi. Terza, e sollevò il
medio, per la berta che ho dato a codesto zuzzurullone di colonnello.
Quarta, e drizzò l'anulare, pel gusto matto che avrò quando, dovendo
chiedere scusa, mi fia concesso contemplare a mio agio cotesto.....

— Di grazia, disse Curio, si potrebbe sapere di che paese siete?

— Se foste stato allo inferno lo avreste riconosciuto senza domanda:

                   . . . . ma fiorentino
    Mi sembri veramente quand'i' t'odo.

E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco
non vuole esser losco.

L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la
patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi,
di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste
cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...

— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la
spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più
che mezzo il cammino per ritrovarle.

                                 *

— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di
cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di
Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo
adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.

— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.

— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?

— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere
vicini.

Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va
diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal
tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in
pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza
caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta
allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola,
dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per
ricominciare da capo.

Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un
ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso
lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia:

— O Curio, che miracolo che tu sii qua?

— Miracolo è che ti ci trovi tu, non io.

— E pure ci sono prima di te, e d'ora in poi dobbiamo stare sempre
insieme.

— Sarà più facile desiderarlo che poterlo, avendo assunto l'obbligo di
condurmi dal colonnello Chiassi, amico grande del padre mio.

— Tu hai ora, come sempre, un santo dalla tua, dacchè per lo appunto io
appartenga ad una compagnia del reggimento del Chiassi.

Il lettore avrà di certo notato come Curio non si sia messo in quattro
per far festa al tenente Fandibuoni, e ne aveva le sue buone ragioni:
innanzi tratto le sue spalle calavano giù a sgrondo da parere un
calvario; dinoccolato nella persona, le braccia fuori di misura lunghe,
con certe mestole in fondo da legarsi le scarpe senza quasi chinarsi:
costumava gli occhiali; se non fossero stati questi, nell'ultima cena
del Signore egli avrebbe potuto figurare meglio del Giuda di Lionardo;
ma se gli occhiali lo salvarono da rassomigliare Giuda per di fuori, non
così per di dentro, dove o senza occhiali o con gli occhiali Giuda ei
sempre fu, nato e sputato. Di più Curio si risovvenne come sovente
costui con diversi amminicoli gli levasse di sotto assai quattrinelli,
che non gli aveva mai reso; peggio poi, lo aizzasse a commettere qualche
gherminella di cui egli si pigliava il vantaggio, lasciandolo nelle
peste, se pure non comperava la propria impunità col fargli la spia;
breve, un di quei funghi che nascono spontanei nei cortili della galera
a vita. Ma la gioventù non cura o volentieri perdona; ed i compagni
della fanciullezza ritengono in sè qualche cosa della religione dei
primi anni, la quale fa sì che ci tornano cari spesso, disgradevoli mai.

— O come va che mi sei uscito ufficiale? disse Curio:

    Marte per qual ventura od accidente
    Gittò la rete e ti pescò tenente?

— Che accidente? Virtù di penna e valentia di spada.

— Spada! O se di petto a te un lepre si giudicava Achille in persona.

— Già lepre non fui mai, bensì pubblicista e deputato; e poi _non son
qual fui, morì di me gran parte_, della pera mondata è rimasto...

— Il torsolo. Ma dimmi, sapresti col tuo lume di lucciola farmi capire
qualche cosa in questo ginepraio?

— Magari! Ma prima ti bisogna affacciarti al canto, e arrivato sopra la
strada diritta, quindi considerare per bene quello che ti si presenterà
davanti.

— Vado e torno.

— Sei matto! esclamò il Fandibuoni, trattenendo Curio per un braccio,
non sai che svoltato il canto occorre la strada diritta un quattrocento
metri, che termina ad Ampola, dove i cannoni del forte tirano
d'infilata, spazzando via tutto quello che incontrano?

— O quel giovane tenente non ci va col suo cannone?

— E se egli è stufo di vivere, vuoi romperti il collo per fargli la
scimmia?

— No, entrò di mezzo Filippo, l'Alasia non è pazzo; egli si muove per
senso di dovere; forse un po' dodici once buon peso, ma poichè in tanti
la libbra riscontriamo scarsa, se in altri trabocca non guasta; in te
poi, o Curio, cimentarti a quel modo sarebbe temerità senza sugo.. ed
ora dove vai? Vien qua, per Dio santo!

— Aspettami, che torno in un batter di occhio, rispose quel cervello
strambo di Curio, ed intanto correndo aveva svoltato il cantone:
avvertito tutto a bell'agio, tornò ridendo e disse:

— Andai, vidi, non vinsi; però avvertii quanto è formidabile Ampola;
proprio il Minotauro nel laberinto di Creta, o la Sfinge sopra il
cammino di Tebe: in fondo a due rupi, di cui i fianchi paiono tirati
coll'archipenzolo, per virtù di scalpello, giace un fortilizio che
sbarra da un lato e dall'altro il cammino; per passarlo è mestieri
proprio entrare in mezzo al forte che comparisce chiuso da portone, e
forse dietro avrà la saracinesca con altri ripari. Passato il fortino,
la strada s'inerpica su su pel monte fino ad una spianata, la quale mi
sembrò da lontano munita di artiglierie; come possa espugnarsi Ampola,
per me in coscienza non saprei.

— Tu hai osservato bene, riprese il Fandibuoni, e se ora mi darai retta
ti chiarirò alla lesta; vedi (e levò l'indice) questo è Riva, cardine
della difesa in mezzo: questi altri (e stese il pollice e il medio) sono
a destra Lardaro, a sinistra Ampola, posti avanzati; nello stesso
intervallo di questo triangolo campeggia una brigata austriaca, pronta
al soccorso, secondo il bisogno, o di Ampola o di Lardaro; sconfitta a
Condino ed a Cimego, per ora non dà noia; ma tu fa' conto che presto
riordinata tornerà in ballo. Il nostro generale, per ridurre a partito
Ampola, deve innanzi tratto occupare le pendici delle due rupi, che tu
hai veduto sorgerle a destra ed a sinistra, e si chiamano Funstach e
Santa Croce.

— O come vuoi che si arrampichino lassù? Paiono più aguzze delle aguglie
del Duomo...

— E non solo occuparle, ma anco trasportarvi le artiglierie.

— Attaccando le carrucole al cielo per tirarle su....

— Nè le artiglierie minute solo, bensì le grosse da sedici.

— Il capitolo dedicato da Pietro Aretino a Cosimo I dei Medici
incomincia:

    Nel tempo che volavano i pennati,

ma che volino i cannoni, questo non intesi dire in prosa mai, nè in
rima.

— Ebbene, tutto questo fu fatto con qualche cosa di giunta,
imperciocchè, dopo trainati i cannoni lassù sul Funstach e sul monte
Santa Croce, e' fosse mestieri tramutarli da un luogo all'altro, chè,
essendo di portata diversa, quelli piantati a Santa Croce non facevano
effetto...

— Allora vorrà dire che dall'altra parte dei monti si trova qualche
cammino mulattiero.

— Niente; all'opposto appaiono troppo più scoscesi che da questo lato.

— O dunque?

— Dunque, quando andavamo a scuola tu devi rammentarti avere udito che
Filippo...

— O adesso come ci entro io con la vostra scuola? Interruppe il sergente
Filippo.

— Non s'inquieti, signor sergente, che io non intendo punto parlare di
lei, bensì di Filippo Macedone, padre di Alessandro Magno, col quale
probabilmente ella non avrà parentela alcuna nè per linea retta, nè per
trasversale.

— Di fatti, non credo esser parente di cotesti signori.

— O lo vede? Filippo dunque, sentendo celebrare come inespugnabile la
rocca dell'Acrocorinto, domandò se ci fosse strada bastante per farci
entrare un asino, ed avutane risposta affermativa disse:

— Dove entra un asino, non dovrebbe entrare un re? — Invero ei lo prese,
perchè con le sue parole volle alludere alle sacchette di oro cavato
dalle miniere di Tracia, che egli ci fece portare da un asino per
corrompere il comandante. Il Garibaldi non domanda se nelle fortezze
dell'Austria ci entri un asino, bensì il sole, e se il sole ci entra,
intende entrarci anco _lui_. I volontari si arrampicano con le mani e
co' piedi; ficcano chiodi o pioli; con le ginocchia stringono una
scheggia, con le mani calano le corde, tirano su di un tratto a un segno
dato: per essi un metro di spianata è piazza di arme; basta ci capisca
il carretto, perchè si attentino a montarci la batteria. Il Generale dal
dizionario dei volontari ha cancellato la parola _impossibile_! Già essi
hanno occupato la spianata, che hai notato anche tu, munita di
artiglierie, di lì hanno rovesciato un acquazzone di piombo e di fuoco
sopra Ampola... Aspettati da un momento all'altro alla ripresa delle
armi.

Appena egli ebbe finito di favellare, che ecco ricomincia lo strepito
dei moschetti e dei cannoni, e continua incessante. L'Alasia, ricaricato
il suo pezzo, come tratto fuori di sè dalla ansietà, andava gridando:

— Qua, figliuoli, qua; datemi una mano a muovere il cannone; bisogna
cucire i nostri amici tedeschi a filo doppio, di sotto e di sopra.

Corsero cento; il cannone fu tratto con maravigliosa prestezza sopra la
strada; spara; ma al punto stesso una scarica di artiglieria scopa dalla
strada cotesti animosi; rimasero morti sull'atto l'Alasia e il sergente,
ed ahimè! come lacerati! Quaranta altri, qual più qual meno, feriti; la
terra diventò di un tratto vermiglia, come quando nella processione del
_Corpus Domini_ ci spargono sopra la fiorata di rosolacci.

Commossi dagli urli di dolore, Curio e Filippo, non si potendo reggere,
lanciaronsi al soccorso dei compagni. Il Fandibuoni non solo non si
mosse, ma vie più si rannicchiò dietro al cantone. Curio si curvò, prese
con ambe le sue la mano dell'Alasia e lo tirò a sè come per metterlo
seduto.... non lo avesse mai fatto! Che le ferite strizzate gittarono
tante fontanelle di sangue, e la faccia non anco priva di ogni
sensibilità si contorse tutta in orribile maniera; la mente stette
ferma, se non che Curio sentì mancargli sotto il terreno, ond'ebbe ad
appoggiarsi al cannone per non cadere.

Una nuova scarica per la parte degli austriaci avrebbe finito di
ammazzarli tutti; non venne: all'opposto fu visto levarsi sul forte una
bandiera bianca in segno di resa, mentre lo stendardo imperiale svolgeva
a stento il suo lembo per ricadere penzolone lungo la stacca; pareva che
appenasse nella agonia, e l'aquila grifagna per vergogna dentro le
pieghe di quello si nascondesse. Ai morti non si attese più, e nè manco
ai feriti; anzi questi stessi di sè non pigliano cura, smettono gli omei
per aggiungere la voce loro allo immenso grido, che percosse l'aria
dintorno: Viva Italia! Italia per sempre!

Il comandante del forte sortì per la capitolazione: i patti brevi: si
rendessero ad arbitrio del vincitore: lasciate agli ufficiali le armi e
le robe, per cortesia non per obbligo.

Avendo taluno avvertito il generale Haug perchè facesse al comandante
austriaco affermare con parola di onore che il forte non era minato:

— Lo farò, rispose il generale, quantunque per me lo consideri
perfettamente inutile.

— Inutile! E non vi trovaste a Roma con noi, generale, dove patimmo
tanti e sì strani tradimenti?

— Oh! allora _l'avevamo a fare co' francesi_.

Il comandante austriaco piangeva, e, recatasi in mano la spada, che
generoso l'Haug gli porgeva, si provò spezzarla; impeditone, sospirò:

— Poichè non mi valse per difendere il mio reale ed imperiale padrone,
che mi giova adesso?

— Signor comandante, gli rispose l'Haug con voce che si sforzò mantenere
benigna, come soldato ella adempì d'avanzo il suo dovere, e veruno può
appuntarla in nulla; si consoli e conservi la sua spada, ed accetti lo
augurio che Dio le conceda occasioni di adoperarla in cause più giuste.
La milizia non deve strozzarci la coscienza, la quale ci ammonisce che
la forza non dà diritto; la forza va e viene: siete voi italiani per
vivere alle spalle dell'Italia? O combattete per liberare la vostra
patria dalla oppressione italiana? Andiamo, andiamo, la milizia non deve
strozzarci la coscienza.

Lo austriaco stimò prudente non rispondere verbo; e per fare qualche
cosa ripose nel fodero la spada.

Curio e Filippo ottennero la facoltà di visitare Ampola prima di
partire, e con maraviglia conobbero il misero stato in cui questo forte
si trovava ridotto; egli era aperto come un melagrano; da ogni parte
sdrucito dalle palle e dalle granate: la casamatta crivellata dai colpi
di cannone non offriva più stazione sicura ed era micidiale l'uscirne.
La resa del forte fu deliberata regolarmente da un Consiglio di guerra.
Piccola impresa questa di Ampola, e tuttavia a veruna, comecchè
grandissima, seconda. Dove le camozze si peritano ad avventurarsi, i
volontari garibaldini portarono cannoni grossi e carretti e munizioni.
Il monte Giojello fu preso dai bersaglieri, i quali, secondo il solito,
si diruparono dalle ripe circostanti del Funstach, sicchè gli austriaci,
già sgomenti nel vedere che i loro cannoni puntati di sotto in su non
facevano effetto, scorrendo meno che mezzo lo spazio necessario per
colpire, sentendosi adesso piovere addosso cotesti demoni dal cielo, si
diedero per vinti.[25] Arrogi che altri volontari garibaldini, avendo
sbirciato dall'alto una maniera di cornicione di pietra, che ricorreva
intorno le alture soperchianti il forte a man dritta, ci si
rannicchiarono sopra, scopando a suono di moschettate la piazza del
castello e l'uscita dal lato della porta di Tiarno.

Intanto la bandiera imperiale, sciorinato che ebbe un ultimo svolazzo,
spirò; tre o quattro colpi di scure vibrati con tutta l'anima, a braccia
sciolte, fecero traballare antenna e bandiera, a cui subito con gazzarra
grande surrogarono la bandiera tricolore.

[25]

    Scorse per le ossa ai terrazzani il gelo
    Quando vider costui piover dal cielo.

                                                  ARIOSTO.

Adesso cotesta bandiera non più sventola sulle torri di Ampola; anzi ci
spiega da capo alle brezze delle alpi italiche il suo lembo l'aquila
imperiale. L'abbattè il popolo, la rialzò la monarchia; quanto di gloria
fu scritto col sangue dei patriotti, tanto lo inchiostro obbrobrioso dei
negoziatori scancellò: ed è da credersi che il governo regio, trovando
fra le spoglie di guerra del Garibaldi la vinta bandiera, per tenersi
bene edificato l'imperatore di Austria, gliela restituisse; invano
_laboraverunt_! Vorrei con Fonseca Pimentel ripetere il detto
virgiliano: _olim meminisse juvabit_:

    E fie che giovi rimembrarlo un giorno!

Come da un'urna rotta scorre via l'acqua, così io mi sento fuggire
l'anima dal corpo stanco, e con amarezza di morte tremo sia la nostra
schiatta destinata a disfarsi. Questo pensiero mi perseguita come una
tentazione del demonio, dopochè miro lo stato nel quale sono ridotte la
Francia, l'Italia e la Spagna; argilla mobile, che ruzzola sopra argilla
immobile; terra soprammessa alla terra; fango animato agitantesi sopra
fango senz'anima: parte del popolo si chiude gli orecchi per non
sentire; parte ha tolto a prezzo di aprirglieli per forza, versandoci
dentro parole di veleno; Locuste, Tofane, Brinvilliers, Lafarge
spirituali: gli avvelenatori altrove si condannano, qui si pagano e si
fregiano. Ai nostri imperanti giova più un giorno di lupercali che un
secolo di gloria; parte che pretende condurci alla terra promessa,
discorde in sè si strazia, ed offre lo spettacolo di becchini rissanti
sull'orlo della fossa, dove hanno deposto il cadavere. Ah! felici gli
eroi dell'antichità; operando altamente ciascuno era certo della sua
fama. Parevano gemme conservate in cerchi di oro: ora gli spiriti magni
e le imprese eccelse sprofondano in un mare di fango....

Perpetuo Geremia, la vuoi tu smettere?.. Compatite, via, per amore di
Dio: la lingua batte dove il dente duole; ed a me non è il dente che
duole, bensì il cuore.

                                 *

Ed ora a Bezzecca. Ma perchè io metto mano a ripetere quello che occorre
sparso in cento stampe? Nè speranza mi affida, nè presunzione mi lusinga
che gli scritti miei abbiano a durare più lungo degli altri: adoperando
a questo modo, io faccio come quelli che stanno in procinto di
naufragare, i quali chiudono la storia dell'infortunio imminente dentro
a parecchie bocce di vetro, le quali, dopo chiuse, gittano in balìa del
mare, nel presagio che una almeno delle tante arrivi alla sponda e porga
ai cari lontani la notizia della sventura e gli ultimi saluti.
Qualcheduno pertanto dei nostri racconti perverrà ai tardi nepoti, i
quali non so se maraviglieranno o della perfidia altrui, o della fede
nostra; non importa, purchè imparino ad essere più felici di noi.

E poichè nelle guerre può dirsi che niente fu fatto se non si fece
tutto, così il Garibaldi, appena espugnata Ampola, la quale non fu (come
afferma il Rustow amico agresto, seppure non si ha da tenere addirittura
per nemico delle glorie italiane) impresa di poche ore, bensì resisteva
valorosamente interi tre giorni; concepì il disegno di ridurre in
potestà sua Bezzecca.

Chi da Ampola muova per Bezzecca, sale sempre sentieri montani ora più,
ora meno, ma sempre angusti, e dopo un miglio e mezzo arriva a certa
vallicella chiamata dei Laghetti, proseguendo per la quale ecco
s'incontrano, dopo breve cammino, due villaggi distanti fra loro non
bene un miglio; il primo appellano Tiarno di sotto; il secondo Tiarno di
sopra: ora se pigli la strada di Tiarno di sotto e vai innanzi altre due
miglia ti si parerà davanti Bezzecca.

Considerano a ragione Bezzecca punto capitalissimo in cotesta contrada,
per trovarsi in mezzo alle valli dei Conzei e di Ledro; di cui la prima
gli rimane a manca, la seconda a destra: nella valle dei Conzei
giacciono tre villaggi: Locca, Enguiso e Lensumo, e nella valle di Ledro
le terre di Pieve, Mezzolago, e per ultimo Riva sopra il lago di Garda,
luogo che intendeva espugnare il Garibaldi, o, come si dice in termine
militare, _suo punto obiettivo_. La occupazione di Bezzecca per gli
italiani significava la via aperta per Riva, il nemico impedito di
trapassare dalla valle dei Conzei a quella di Ledro, congiunzione
assicurata dei nostri corpi di milizia operanti nella valle di Aone;
dove, se per ventura si fossero impadroniti di Lardaro, avrebbero avuto
il sentiero sgombro per Roveredo e per Trento, finale punto obiettivo
del Garibaldi. Se all'opposto l'austriaco occupava Bezzecca, egli
avrebbe potuto tagliar fuori dal grosso dell'esercito i corpi italiani
incamminati verso il lago di Ledro; respingere il centro nelle strette
di Ampola, e, cacciatosi come un cuneo nel mezzo, minacciare di fianco i
nostri corpi, divisi nella valle di Ledro e nella valle dei Conzei.

Oltre il naturale talento, persuadeva il Garibaldi ad operare
celerissimo, l'avviso portatogli da esploratori segreti nella mattinata
del 20 di luglio: oltre ottomila austriaci, muniti con due batterie di
cannoni da campagna ed una di racchette, condotti dal generale Kuhn,
scendere a gran passi giù per la valle dei Conzei, onde cogliere alla
sprovvista il generale Haug ed abbatterlo innanzi che si raccogliesse
alle difese, imperciocchè uomini intendenti testimonino come il generale
Haug in cotesta occasione avesse sparpagliato un po' troppo le sue forze
sui colli. Difficile accertare quante per lo appunto le milizie nostre e
le posizioni prese; circa a numero basti saperne questo, che se non
erano meno, neppure eccedevano quelle del nemico; e per ciò che spetta
alle mosse mi guarderò di seguire lo esempio del signor Thiers, il
quale, mentre presume sciorinare scienza di strategica e di tattica
nella _Storia del Consolato e dello Impero_, non soddisfa i periti del
mestiere e stanca la pazienza del comune dei lettori, alterando
malamente ogni proporzione della storia.

Il Garibaldi, chiamato a sè il luogotenente colonnello Chiassi, gli
comanda: con un battaglione del 5º reggimento trascorra oltre ad
occupare Locca, e dove gli riesca gli altri villaggi della valle dei
Conzei, convertendone subito le case in ridotti, donde ributtare o
sostenere il nemico; con un altro battaglione chiuda lo sbocco fra la
Pieve e Bezzecca: gli altri due battaglioni tenga in pronto per
accorrere dove il bisogno lo chieda, e così pure il primo dei
bersaglieri; a modo di riserva il quarto battaglione del sesto
reggimento, tre compagnie del settimo e due del secondo procuri sieno in
Bezzecca.

Il Chiassi, mentre riceveva questi ordini, si permise osservare quanto
sarebbe stato vantaggio durante la notte assicurarsi dei due monti
sovrastanti a destra ed a sinistra la valle dei Conzei; consiglio di
bontà così manifesta, che non aveva mestieri prova; solo gli obiettò il
Garibaldi avvertisse bene le asprezze dei colli, ardue a superarsi anco
a giorno chiaro; al buio poi, per opinione sua, impossibili. A cui il
Chiassi di rimando:

— Il peggio sarà tornarcene indietro.

— Non sempre riesce.

— D'altronde anco i Romani sagrificavano alla buona fortuna: a me sembra
spediente tentare.

— Sia come volete, colonnello, conchiuse il Garibaldi, seguite la vostra
stella.

Intantochè il Chiassi, ridottosi ai quartieri, ordina gli apparecchi per
mettersi senza indugio in cammino, ecco capitargli davanti Curio,
Filippo ed il tenente Fandibuoni; salutato, risalutava; ed a
quest'ultimo con accento un cotal poco severo diceva:

— Tardi, ma in tempo, tenente; ripigliate tosto il comando della vostra
compagnia, fra un'ora saremo in marcia.

— Così al buio?

— Per liberare la patria dalla servitù straniera tutte le ore sono
buone; e voi altri chi siete?

— Mi chiamo Curio; nasco dal vostro amico Marcello, e qua vengo per
imparare la milizia sotto di voi.

— Sta bene; i figli di Marcello ci dovevano venire prima: e voi come
qui? Mi sembra avervi veduto, anzi di certo vi ho già veduto....

— Lo crederei! Mi sono trovato a tutti i fatti di arme di questa
campagna, ma l'occhio dei superiori scorre via sopra i soldati come il
volo della rondine. Basta, non fa caso; sono il sergente maestro di arme
del _nono_ reggimento; mi chiamo Filippo; difficile rinvenire adesso il
mio reggimento, però mi unisco con chi trovo; insieme con questo giovane
mio alunno entrerò nella _compagnia volante_ comandata dal nostro
tenente Fandibuoni.

— Come vi piace. Voi, Curio, fate cuore, che fra poco otterrete quello
che gli animosi talora stanno mesi ad aspettare, — il vostro battesimo
di fuoco; — quanto a me, soggiunse tristo, l'ho ricevuto da molto tempo:
adesso non mi avanza altro che la estrema unzione del ferro.

— _Deus avertat omen_! come dice padre maestro Berretta, soggiunse
Curio; ma io so che spesso alla guerra questi sacramenti ci caschino
addosso tutti di un picchio,... lo so, e non me ne sgomento.

— Ma vedete un po' che gusti fradici, intervenne a favellare il tenente;
non ci è quanto il pensare alla morte, che ce la chiami sul capo alla
lontana: portando l'ale, ella è di natura di uccello ed obbedisce al
fischio.

— Oh! per me poi, se mi è lecito dire la mia, prese a parlare Filippo,
più penso alla morte e più mi ci accomodo: andare a morire io l'ho come
andare a dormire.

— Sicuro, conchiuse il Chiassi, tutte le strade menano al camposanto:
quello che preme, sta nello adempimento del proprio dovere; or via,
andatevene pei fatti vostri; fra un'ora in marcia: buona sera, Curio; ed
accostatosi al giovane gli strinse con molto affetto la mano.

Anche negli eserciti meglio ordinati accade più spesso che non si
vorrebbe che i comandi non si trovino eseguiti con la debita esattezza;
d'onde nasce che, nonostante gli ottimi concetti del capitano, le
battaglie vadano a rotoli, o almeno riescano meno fruttuose del
desiderio; però tanto meno recherà maraviglia, dove si sappia che questo
succedesse non di rado nei corpi dei volontari. Parve all'ufficiale
preposto ad occupare Locca e gli altri villaggi della valle dei Conzei e
a ridurne le case in trincere per combattere riparati, non doverlo fare
se non all'alba, onde tutta la notte si rimase giù nella valle. Anche le
mosse vigilate dal Chiassi non sortirono buon esito, imperciocchè il
battaglione, comandato da lui in persona sulla sinistra, alla punta del
dì si trovasse in ordine di poter combattere, mentre il battaglione a
destra andava sparpagliato così che non si giunse mai ad assembrare, e
male gli incolse, chè, avviluppato dai nemici precipitati giù dai monti
con la foga di una cascata, parte cadde prigioniero e parte ebbe di
catti di ritirarsi a salvamento.

Se la giornata avesse dovuto giudicarsi dal mattino, si prevedevano
guai, e grossi, sicchè fu argomento non piccolo di stupore pei nostri
quando il nemico verso le 5, cessato di un tratto il fuoco, fece
supporre a taluno che egli cessasse l'assalto. In questo intervallo gli
austriaci con avvisato consiglio tentavano girare la diritta degli
italiani scendendo alla Pieve, e quindi percoterli di fianco e alle
spalle, ma trovate le gole difese, non che visto il 2º reggimento in
punto di rinforzare i posti, si ritrasse, e, raccolte tutte le sue forze
in Val di Conzei, verso le 7 del mattino riprese a menare le mani.

Gli italiani respinti duramente sulla destra, lasciando i posti avanzati
di Enguiso e di Lensumo, si ripiegano a Locca: qui sostano, ed essendo
giunte da Bezzecca milizie fresche e due pezzi da campagna a
rincalzarli, deliberano di sostenersi con tutti i nervi; gli austriaci
sopraggiungono, e danno dentro; invano però, chè a volta loro ributtati
andarono indietro fino ad Enguiso. Tuttavia la destra rimaneva sempre
scoperta, ed i pochi del 2º battaglione scampati alla sconfitta nè in
numero ormai, nè per prestanza capaci a resistere; bene il generale Haug
provvide a mandare soccorsi di gente quanta più potè, ma non fece
frutto, massime priva, come si trovava, di artiglieria, mentre
l'austriaco spinse in diligenza da cotesta parte la batteria dei razzi
alla _Congrève_, la quale oggi piglia nome di racchette. In tanto
repentaglio l'Haug spedisce a Tiarno al comandante supremo per avvisarlo
essere la resistenza impossibile, a destra tracollare le cose; ordini al
colonnello Menotti cali col nono reggimento giù dai monti a sinistra,
dove in quel momento si trova, e tenuto il cammino per la valle dei
Conzei percuota alle spalle gli austriaci; ancora, ingiunga al 2º
reggimento di già arrivato alla Pieve si avanzi ed appoggi il Menotti;
quanto a sè egli si porrà coll'arco del dosso per reggersi in mezzo; se
la fortuna si accorda col buon volere, promette prima di mezzogiorno
tenere prigione tutto l'esercito nemico.

E il Garibaldi, secondando la richiesta, ordina al Menotti che scenda
dai monti e si appresti ad assalire; egli stesso a stento entrato in
carrozza si avanza verso Bezzecca.

Le vicende da per tutto mutabili, mutabilissime in guerra; in questo
frattempo di sfavorevoli eransi fatte disperate alle armi italiane: lo
sgomento insinuavasi nell'animo dell'universale; il Chiassi correva
ansante, smanioso qua e là in compagnia dei più arditi, fra i quali
Curio e Filippo, e pregava, rimproverava, minacciava: inutili conati! La
paura, conigliolo senza orecchi, superata ogni vergogna travolgeva i
volontari in turpissima fuga. Il nemico sfolgora i nostri di fianco, e
già si ammannisce ad assaltarli alle spalle: le sue colonne di attacco
in procinto di avventarsi contro il centro: in presentissimo pericolo la
nostra artiglieria.

E in onta a questo non mancarono uomini di cuore piuttosto infinito che
intrepido, i quali ardirono mostrare la faccia al fato; la storia
ricorda l'Haug, campione della libertà in qualsivoglia parte del mondo
ov'ella abbia inalzato la sua bandiera, procedere nel fitto della
battaglia sotto il fuoco nemico, a rannodare quanti più trova e a farli
star fermi con tutti gli argomenti che la ragione gli suggerisce, non
escluse le ferite; poi li sguinzaglia parte alla difesa di Bezzecca e
parte sulle alture a sinistra mezzo perdute, dove occorre il cimiterio.
Indi a breve sopraggiunge lo stesso generale Haug trafelato, e di primo
arrivo vedendo la compagnia chiamata _volante_, annessa al reggimento
Chiassi, la quale per gli ordini già dati aveva a trovarsi altrove, e
precisamente sul colle di faccia a Bezzecca oltre la strada di Tiarno,
con suono alquanto turbato disse al colonnello:

— Ch'è questo? Come qui la _compagnia volante_? La riconduca subito al
posto.

A codesta ora più agevole ordinarne che eseguirne il traslocamento; chè
se scampo ci era, consisteva nel serrarsi; nè l'Haug se soprastava
alquanto lo avrebbe comandato, ma, che che ne affermino in contrario,
anche i costantissimi governa in parte la fortuna, la quale se prospera
non vale ad esaltarli, avversa quasi sempre li esacerba.

Il Chiassi guarda il generale senza fiatare e si pone in assetto di
eseguire il comando: giunto al cancello del cimiterio rifà i passi, ed
accostatosi al conte Pianciani, aiutante di campo dell'Haug, gli stringe
la mano dicendo: _Addio_. A rivederci, rispose l'altro, ma, com'egli
stesso ebbe a dire dopo, lo fece per dargli animo, perchè in quel punto
gli parve un'aura di morte investisse il povero colonnello.

Uscito dal cimiterio, il colonnello si accorse della sua compagnia
essere successo quello che noi vediamo accadere ad una massa di neve
flagellata dal vento, di cui i bioccoli, si sparpagliano da per tutto un
po'; il Chiassi, non potendo più condurre da capitano, combatte da
soldato; di un tratto traballa e cade: Curio e Filippo gli si mettono
attorno: entrambi inginocchiati si chinano sopra la faccia di lui; egli
non disse motto: li guardò, ora l'uno, ora l'altro, quasi per
riconoscerli, e spirò.

Nobilissima creatura fu il Chiassi; di costumi austero, rigido nei
giudizii; alto di forma e segaligno: pallido e di capelli già grigi,
comecchè appena sopra la soglia della virilità; parlatore scarso, per
non dire avaro: gli occhi colore di vetro e soprammodo lucidi; in
massima parte essi gli tenevano luogo di lingua: se udiva cosa la quale
gli paresse o indecente, o strana, o trista, guardava cui l'avesse
profferita, e così pure costumava dove gli accadesse intenderne altra o
arguta, o magnanima: diversi, e quanto, cotesti sguardi! E non di manco
nè i primi corrucciati, nè i secondi blandi; sereni sempre, parevano
piombini calati nell'anima altrui a scandagliarne la sua profondità.

Dura sorte la sua! La pietà sopra la sua tomba non pianse, o se sentì
spuntarsi le lacrime, se le asciugò di un tratto pensando che se il
piombo nemico non lo uccideva adesso, lo avrebbe morto più tardi la
propria vergogna. La giornata, che noi abbiamo consumata in combutta con
la monarchia, cominciò con un mattino di sospetto, ebbe un mezzogiorno
di codardia e tramontò (seppure è tramontata) nell'obbrobrio. Il
cortigiano, iena impaurita che sia per mancarle il cadavere nella fossa,
urli quanto sa e si disperi, ma questo senta: che i soli, quando
declinano verso il vituperio, tramontano per non risorgere mai più.

Ma la fortuna avversa non consentì lasciare in pace il dabbene Chiassi,
quantunque sepolto; — perchè tre sono gli infortuni supremi che
soprastanno all'uomo: morire in terra straniera, — avere sepoltura da
mani sconosciute, — essere obliato da' suoi; eppure vi ha anche di
peggio, e questo è la lode di _persona indegna_.

La lode dell'uomo retto davanti al popolo è libame sacro esalato da
turibolo di oro. La Fama se ne rinfranca l'ale, sicchè ella le spiega
bellissime come quelle dell'uccello di paradiso ai raggi del sole. La
lode dell'uomo indegno sorge come fumo di paglia bagnata: contrista gli
occhi alla Fama e la fa piangere. Ora l'anima del Chiassi ebbe a patire
il preconio di persona non degna. I generosi lombardi pensino seriamente
a purificarne il sepolcro dell'eroe.

Il nemico allaga da per tutto; i nostri, rincacciati dal cimiterio, si
rovesciano giù sopra Bezzecca, e per certo spazio di tempo si trovano
sotto una vôlta di ferro e di piombo, imperciocchè gli austriaci, oltre
lo insistente assalto di fronte, incrociassero i loro fuochi da destra
co' nostri, che battevano in ritirata a sinistra; però non provarono la
vôlta tanto salda, che ad ora ad ora non ne cascasse qualche racchetta a
modo di _bolide_, stritolando il misero che giungeva a percuotere.

Di male in peggio; la ritirata da prima in ordine, poi tumultuaria,
all'ultimo disfatta; giù tutti di sfascio a Bezzecca; la strada chiusa
con ogni maniera impedimenti; i cannoni, cura suprema dei comandanti,
smontati dai carretti vengono tratti via con le corde; gli stessi
generali si mettono alle funi, e così con isforzi incredibili si
salvano.

Sopraggiunge il Garibaldi e si leva su ritto nella carrozza; il volto
dell'eroe, quasi sempre sereno, adesso comparisce oscurato da ineffabile
amarezza; molto lo angustia il dolore del corpo, troppo più quello
dell'anima. Allo agitare che ei faceva delle mani, sembrava uno auriga
della palestra elèa che tentasse ridurre al freno i cavalli
imperversati; difatti lo sgomentava il pensiero che la vittoria gli
avesse rubato la mano. Alla presenza di lui i combattenti ripresero un
po' di balìa, ma e' fu fiato raccolto per ispirare l'anima.

Intanto che un manipolo di audacissimi, fatta punta, si avventano a capo
del paese e ributtano gli austriaci, un migliaio di tirolesi scendono
dai monti laterali, li circondano e li dividono dal grosso del corpo dei
volontari. Chiusa allo scampo ogni via, non vi è tempo da perdere; o
arrendersi o rimanere sterminati.

— Morire! urlano i volontari. — E così sia! risponde il capitano;
spianate le baionette, e addosso ai tirolesi; pochi siamo, ma la via
stretta non concede che ci vengano contro in molti; se li sfondiamo
siamo salvi, che poc'oltre di qui troveremo il Menotti accorrente al
soccorso.

Curio e Filippo, entrambi feriti, sentendosi ardere dalla sete,
trovandosi presso ad una casa aperta, non poterono trattenersi dallo
entrarvi per procurarsi un po' di refrigerio di acqua; acqua non
trovarono, bensì in un sottoscala acchiocciolato il Fandibuoni; gli
furono sopra in un attimo e ad una voce gli domandarono:

— Sei tu ferito?

— Sicuramente.... cioè credo.... sono fuori di me.

— Su, vediamo dove!

Lo visitarono e lo riscontrarono sano più di un pesce, Filippo ammiccò
degli occhi a Curio per passargli la baionetta traverso al corpo; negò
Curio col capo, ma datogli un solennissimo pugno nel petto, gli stridè
piuttostochè non gli favellasse:

— Vien via, poltrone, e bada a non moverti dal mio fianco, perchè se fai
cenno di fuggire, quanto è vero Dio, ti ammazzo come un cane; aspetta un
po', carnaccia da letame, lascia che ti imbratti del mio sangue la
faccia e ti fasci, così parrà che ferito tu sia entrato qua per
fasciarti, e non si scoprirà la tua vergogna.

Il capitano, armate ambedue le mani di sciabola e di rivoltella, con la
voce e con lo esempio eccita cotesto manipolo di consacrati alla morte.
Dopo lui Curio, Filippo e il Fandibuoni, il quale ubbriaco di paura
agitavasi, ululava come uno indemoniato; tutti poi esaltavano l'estrema
sorte, il grido Italia, che unanimi mandarono dal petto come saluto
ultimo alla patria, e le immagini delle creature amate, che lucidissime
e distinte in quel momento come un soffio passarono traverso allo
spirito loro.

— Avanti! Avanti! scaricano le armi, e parecchi tirolesi ruzzolano per
terra; tal sia di loro! Italiani perchè contendono contro Italiani?
Potendo essere liberi, perchè combattono per la servitù?

— Avanti! Avanti!

Ma i nemici scaricano le armi; la prima fila del manipolo balena per il
iscompaginarsi; il capitano con altri parecchi feriti traballano; non
importa; si riannodano; i sorvegnenti incalzano; addosso da capo. I
tirolesi in parte cedono, in parte no; pure tutti tentennano, ma
sentendosi la baionetta nelle costole si riscotono, e scaricano quasi a
brucia pelo nel mucchio dei volontari. — Mi tappo gli occhi per non
vedere la strage; di nuovo feriti, Curio e Filippo caddero; Curio fuori
di sentimento, Filippo in sè, Fandibuoni illeso sempre agitantesi e
sempre urlante.

Quando Curio tornò agli usati uffici della vita, si rinvenne adagiato
sull'erba dietro una siepe poco lungi da Bezzecca: aveva ferite ambedue
le gambe, e comecchè si sentisse debole, pure non provava troppo
spasimo, onde subito gli balenò la speranza di avere le ossa intatte.
Filippo accanto a lui, appena vide che aveva aperto gli occhi, gli
sorrise e disse:

— Sta' di buon animo, che ne caveremo fuori le cuoia; e come ti pare di
sentirti?

— Rifinito di forze, pel resto non ci è male....

— Difatti, interruppe Filippo, ho riscontrato io stesso che, dalla parte
carnosa in fuori, nelle tue gambe non ci è altro di offeso.

— E tu, Filippo?

— Mira un'altra palla nel braccio sinistro, la quale veramente mi dà un
po' di fastidio, ma sarà niente; alla più trista mi rimane il braccio
destro per ammazzarne degli altri....

— Ah! gemè Curio, mi è cresciuta la sete così, che mi brucia la gola;
potessi avere un sorso di acqua, mi parrebbe rinascere.

— Sta' di buon animo, che m'ingegnerò trovartela.... senti.... senti...
la battaglia dura; anzi mi sembra rinfocolata meglio di prima.

— E chi l'ha vinta? Chi ti pare che possa averla perduta? Filippo,
senti, ho paura!

— Che vuoi ch'io sappia, figliuolo; ma dacchè dura vuol dire che per ora
nessun vinse; sicuramente Bezzecca è cascata da capo nelle mani ai
tedeschi, i quali ma' mai si accorgessero di noi, il pezzo più grosso
sarebbe l'orecchio; io vo per acqua carpone carpone, tu qui fai il
morto: se mi riesce, quando torno avrai acqua e notizie, di cui pari ti
tormenta la sete.

Filippo si mosse, e scorso breve tratto di cammino gli occorse per la
terra lo schioppo di Curio; lo raccolse e rifacendo i passi glielo
riportò e gli disse:

— Ho ritrovato il tuo schioppo, Curio, mettitelo allato....

— Perchè? O non devo fare il morto?

— Certo; ma non ci è male che i morti come te siano al caso di ammazzare
qualche vivo: e poi a noi altri soldati il destino parla per via di
segni; avvezzati a non trascurarli mai, e a leggerli se ti riesca.

Passò un'ora forse che Curio se ne stava chiotto sbirciando del
continuo, quando scoperse da lunge Filippo con un laveggio in mano,
ch'egli giudicò avesse raccapezzato in qualche parte ed empito poi di
acqua alla fontana; costui se ne veniva lemme lemme con la barba sopra
la spalla, sempre in ordine di difesa, quando ecco di un tratto salta su
un sergente tirolese, uscito forse dalle peste anch'egli in cerca di
acqua per bere, e gli sbarra il cammino, e lo minaccia. Primo moto di
Filippo fu scaraventare il laveggio contro il tirolese; il desiderio era
romperglielo nella faccia, ma la fece bassa, e riuscì a coglierlo solo
nello stomaco, e non parve piccola pòsola però, che costui pigliasse a
strabuzzare gli occhi bestemmiando in chiave di soprano; però, attutito
alquanto il dolore, con la sciabola levata si avventa contro Filippo, il
quale non istando a gingillare si era già messo in guardia. Il sergente
tirolese aveva la sembianza di un orso tagliato giù con l'ascia; col
viso di mattone cotto ricinto attorno di bioccoli di capecchio: a cose
quiete avrebbe mosso il riso; adesso poi infellonito e digrignante i
denti metteva paura... a tutti altri però che a Filippo, il quale,
sicuro, del fatto suo, per la molta perizia che aveva nell'arme volle
provarlo; se non che due fendenti uno dopo l'altro sul capo e un colpo
vibrato di punta alla gola, lo ammonirono che non era aria di
gingillarla; Filippo in un attimo fece i suoi conti: il compare di
scherma sembra ne sappia quanto tu; del braccio sinistro non puoi
aiutarti, e per giunta t'impaccia anche il destro; qui bisogna venire
subito alla conclusione; la cosa camminerebbe pe' suoi piedi, se egli
non avesse fatto il conto senza l'oste, chè quell'altro non pareva punto
disposto a lasciarsi ammazzare per dargli gusto; Filippo lo aveva
arrivato con un paio di sdruci, ma eglino erano ninnoli, mentre l'altro
ecco lo percuote sul braccio offeso; non lo ferì, ma il colpo gli
rintronò tutte le ossa da capo ai piedi; sebbene fosse di mezzogiorno,
vide più stelle che a mezzanotte, e tanto non potè tenersi, che suo
malgrado non gli scappasse: ohi! Anco balenò cadere. Curio lo tenne ito,
e senza pensarci imbracciò lo schioppo e prese la mira sul tirolese; di
botto però abbassa la canna e ripiglia la parte di spettatore:

— No, Curio, non va bene, egli aveva detto a sè medesimo; guerra è
sempre, ma adesso tra loro diventò duello, il quale si governa con le
sue proprie leggi: debito vuole che tu te ne stia a vedere e sovvenga
l'amico unicamente co' voti.

Intanto Filippo, essendosi riavuto, spicca un salto come un gatto
arrabbiato e cala giù un fendente, sul cranio al tirolese, che glielo
spaccò fin sulla radice del naso, non senza lasciargli intaccata la
sciabola, tanto era duro! Ritirato il ferro, Filippo, da quell'uomo
previdente che si vantava, glielo appunta alla gola per passargliela da
parte a parte e così assicurarsi del fatto suo, quando si sente un
grugnito a breve distanza, e subito dopo comparisce una maniera di
mastodonte umano, che, abbrancata con ambedue le granfie (non mi
permette la coscienza chiamarle mani) la bocca dello schioppo, piglia la
misura per isbatacchiarlo sul capo a Filippo e rendergli la pariglia. Se
mai fu caso per dire: l'indugio piglia vizio, certo era quello. Curio si
trovò di sbalzo a sedere, piglia la mira da quello esperto cacciatore
che egli era, e aggiusta a quel cosaccio la palla nella tempia sinistra:
egli rovina giù addosso a Filippo, Filippo addosso all'altro, onde per
un pezzo sembrarono morti tutti e tre. Da quanta smania fosse preso
Curio non si può con parole significare, che non gli riusciva moversi, e
avria dato una gamba a patto di andare a chiarirsi se a sorte avesse
ammazzato anco Filippo; ma Filippo era solo svenuto, e non suo il sangue
nel quale appariva tutto imbrodolato. In quel mentre crebbe il fragore
della battaglia; il cannone tuona via via più vicino; le palle dei
moschetti scheggiano i macigni e troncano i rami degli alberi; lo
scalpito dei cavalli diventa scompigliato; tumultuario il passo dei
fanti; gli stridi, le imprecazioni, i gemiti, tutto insomma porgeva
argomento a conoscere che la burianata si versava da capo da cotesta
parte. Filippo tornato in sè si nasconde meglio sotto i due uccisi, e
Curio ripiglia la sembianza di morto.

Curio e Filippo passarono un'ora di passione da disgradarne la più
dolorosa che patì Maria a piè della croce dove pendeva il suo figliuolo,
imperciocchè, oltre le ferite del corpo, si sentissero l'anima trafitta
nel presagio della battaglia perduta.

Ma la battaglia non era stata niente affatto perduta; all'opposto fu
riguadagnata, ed ecco come. Dovete sapere come il generale Garibaldi,
respinto da Bezzecca, non si potesse dar pace di aversi a riparare in
Tiarno. Sostenuto sempre sopra le braccia dei suoi, scese di carrozza e
si pose a sedere sopra una ruota di carretto da cannone in sembianza di
uomo il quale volga in mente un pensiero unico, la morte. In silenzio lo
circondano i suoi aiutanti, non meno di lui compresi di amarezza e di
dolore. Al maggiore Dogliotti, il quale in cotesta impresa davvero fu
l'Aiace, non sofferse l'animo accomodarsi alla fortuna del giorno:

    Nè di fato gli cal, nè di fortuna
    Nè di sè molto, forte nacque, e pugna;

epperò tra reverente ed audace accostatosi al Generale, in questa
sentenza gli favellò:

— La disciplina vieta che io non chiesto metta fuori consigli; ma tanto
è, io non posso astenermi di farvi osservare, signor Generale, come
cotesto non sia il vostro posto.

— Perchè? rispose sorridendo mesto il Garibaldi; forse ogni luogo non è
buono per morire?

— No, che non è buono, soggiunse il maggiore, perchè qui si tratta
salvare un cannone, quindi se tale ha disposto la fortuna, qui devono
morire coloro che hanno in custodia i cannoni: voi, che avete in
custodia lo esercito, dovete trovarvi colà dove si tratta salvare o
perdere l'esercito, e salvarvi o perire con lui.

— Lasciatemi in pace.

— Mi punirete più tardi, ma intanto voi, Generale, non mi potete
impedire di portarvi via di qua.

Il Garibaldi udendo sì fatte parole si leva in piedi, guarda a
stracciasacco il maggiore, ma poi cagliando torna a giacersi, e stride
piuttosto che favelli:

— Fate quello che volete.

Sollevatolo sotto le ascelle, lo rimisero in legno e continuarono la via
per a Tiarno.

Avete mai veduto un vascello a tre ponti in mezzo al mare in burrasca?
Cotesto _Leviatan_ dell'Oceano sbattuto dalla procella ecco abbassa la
prua fino a tuffare tagliamare, bompresso e polena, sicchè sembra che
ormai stia per iscomparire nello abisso delle acque: di un tratto si
rialza col garbo dell'alcione che ha bevuto e vola sulla cresta dei
cavalloni, domando la forza materiata con la forza dello intelletto. Lo
avete veduto? Ebbene, proprio a quel modo, il buon Garibaldi risolleva
il capo e gli spiriti, e celere concepisce, e celere comanda partiti
quali la occasione desidera. L'ingegno dell'Haug nel pericolo divampa
come fiamma per vento: sotto fitta pioggia di fuoco egli non posa mai;
da per tutto lo vedi dardeggiare arrestando i fuggitivi, riordinando gli
sbandati; collocando i raccolti in luoghi opportuni, ovvero tenendoli
pronti a voltar faccia e ad assalire lo inseguente nemico.

Il Dogliotti, salito su di un poggiuolo, leva al cielo le mani e grida:

— Compagni, non ho più braccia, perchè le braccia dell'artigliere sono
le artiglierie; vado a ripigliarne dell'altre: giuratemi di tenere fermo
per una mezz'ora, ed io giuro tornare a farvi vedere un bel giuoco: me
lo promettete?

— Sì, giuriamo che ci troverete qui, vivi o morti.

Senza darsi pensiero che cento volte correva pericolo di fiaccarsi il
collo, ecco il maggiore Dogliotti giù a gran galoppo verso Ampola; lì
giunto, e prima anco di giungere, per quanto gli basta la voce, urla:

— Presto; uomini, cavalli e corde; ma presto; questi cannoni tedeschi,
che tanto ci offesero, o facciano adesso un po' di penitenza.

Furono imbracati in un _fiat_, e, cosa che parve impossibile, ed era
vera, di galoppo gli strascinarono fino a Tiarno; gli artiglieri dietro
ai cannoni come segugi alla lepre.

Non più prodezza degli altri mostrò il figliuolo del Garibaldi, Menotti,
ma le sue mosse riuscirono più vantaggiose delle altre, imperciocchè
marciando a passo di carica col suo reggimento in linea parallela al
nemico, che veniva in giù, mentre egli andava in su, gli venne fatto di
rioccupare tutta la sinistra della valle dei Conzei, abbandonata prima;
anche il primo battaglione dei bersaglieri si procacciò lode immortale
salendo di abbrivo il monte di faccia a Bezzecca e rinettandolo dagli
austriaci. I nemici non si ritirarono, bensì ruzzolarono dal monte fino
alla valle.

Ricciotti Garibaldi, giovane tra gli audacissimi audace, impugnata una
bandiera del reggimento del suo fratello Menotti, si avventa contro
Bezzecca; gli fanno spalla il Canzio cognato, di quel valore che tutto
il mondo sa, e il Damiani gentil sangue siciliano, che tra modesto e
prode non sai quale ei sia più; gli altri dietro con irresistibile
impeto.

Il tenente Fandibuoni, che sbirciava come andavano le cose dal buco
della chiave di una casa dov'era tornato ad appollaiarsi, saltò fuori
urlando; lo salutarono i nostri come un redento per miracolo: stette a
un pelo che non lo portassero in trionfo; il Canzio gli ordinò pigliasse
seco gente per esplorare se intorno giacessero feriti, e li sovvenisse.
Andò il nostro glorioso tenente, nè molto si dilungava, che rinvenne il
mucchio dei tirolesi e di Filippo e poco lungi Curio: parevano tutti
morti; costui n'ebbe raccapriccio e terrore, il quale crebbe in lui fino
al delirio quando si sentì chiamare:

— Gua'! Gua'! chi miro? Sei tu, Fandibuoni?

Così aveva parlato Curio, il quale schiusa la coda di un occhio
riconobbe il coraggioso tenente; questi, rimessosi alquanto dallo
sbalordimento, chiedeva a Curio:

— Ma sei proprio vivo?

— Sono vivo, e ci puoi credere, rispose l'altro sorridendo, e così gli
calmava la paura, quando, a farlo basire da capo, ecco agitarsi il
mucchio dei morti e uscirne di sotto Filippo stillante sangue da tutto
il corpo, che diverso non sarà stato il peccatore pagano quando in
espiazione gli versavano addosso il sangue di un toro nel _Taurobolo_:
stette per istramazzarne, senonchè riconosciuto anco lui alla voce, si
tenne e tutto tremante domandò:

— Come diavolo nascosti in cotesta maniera? Avete avuto paura?

Per risposta gli risero in faccia. Non è da dirsi se ei si affrettasse
ad allontanare cotesti odiosi testimoni della sua viltà; per questa
volta la malevoglienza giovò meglio della benevolenza; in meno di
un'ora, stesi entrambi dentro un carro sopra uno strato di paglia,
furono avviati verso Brescia.

Il generale Kuhn, non sapendo consolarsi della inopinata vicenda, riputò
spediente alla sua riputazione pubblicare per via di giornali, infinito
il numero dei garibaldini, di petto a loro un formicolaio essere nulla;
le sono fandonie coteste: tutti, così amici come nemici, gli scrittori
si accordano ad attestare quanto fu già avvertito da noi, che i
garibaldini in quella giornata combatterono contro gli austriaci a
numero pari.

Gli austriaci non tennero fermo a Locca; nè fecero meglio prova ad
Enguiso e a Lensumo; da per tutto sloggiati ripararono a Campi. Nel
medesimo giorno tentarono una sortita a Lardaro, ma furono respinti:
afferma il Rustow come cotesta mossa fosse per una semplice
ricognizione, e s'inganna: agevolmente si comprende essere stata parte
del disegno nemico di metterci dentro ad un cerchio di fuoco.

Ormai nel Tirolo italiano le fortune austriache tracollano, e Garibaldi
sempre più celere instando da Campi e dal monte Cimelo accenna a Riva,
non fallibile acquisto. Già il presidio di Trento volge i passi indietro
a Bolzano, recandosi seco la cancelleria militare; il general Kuhn nel
ritirarsi bandisce cessare le difese del Tirolo italiano, per
consacrarsi intero alla tutela del Tirolo tedesco; — Trento ci stava
aperto dinanzi; bastava per pigliarlo stenderci sopra la mano; e Trento
fu per noi il pomo di Tantalo; ci sfuggì sul punto di afferrarlo; la
favola della mitologia, per mercè del reggimento monarchico, diventò per
l'Italia verità storica.

Pur troppo tutte le fantasie dei mitologhi per noi diventarono dolorose
realtà; ecco il La Marmora mostra ai nostri soldati la Monarchia, come
Perseo al mostro marino il teschio di Medusa, e li impietrisce; costui
da prima comandò si fermassero per otto giorni in virtù di armistizio;
poi lo prorogò altri otto giorni, finalmente per uno.

Intanto con ogni maniera di viltà furbesca, come con ogni balorda
mascagneria i nostri governanti si assottigliavano il cavicchio sul
ginocchio per buscare un'altra toppa da cucirsi al manto di paltoniere,
onde procede magnifico questo regno di Italia.

Napoleone, che si era fatto donare la Venezia da Francesco Giuseppe
imperatore d'Austria, si profferse gittarla in bocca alla monarchia, non
perchè ella smettesse il latrato (che a tanto non le basta la voce)
bensì il cagnolío, e perchè costei perfidiava per avere un altro
catollo, il franco sire levata la frusta con mal piglio disse:

— «Contentati, pitocca, e cessa importunare la gente: ringrazia Dio, se
ti butto la Venezia, e chetati. Questa è la prima volta che per
guadagnare bisognò perdere; nè tu avresti saputo vincere in altra
maniera, perchè non è la prima volta che i tuoi soldati convertirono le
barbute di ferro in pentole per farci bollire la minestra[26]. La tua
ignavia ha troncato le braccia alla Prussia ed a me: sogni partoriti da
indigestione di pan vecciato pretendere il confino allo Isonzo, e
l'Istria di giunta; ed anco quello tra lo Stelvio e Feltre. Tienti
Venezia per caval donato, e non guardargli in bocca.»

  [26] Relazione degli Oratori veneti. Relazione dei tempi di
  Emanuele Filiberto.

Ma il Governo, che se improntitudine valesse la impatterebbe con
Achille, non si sgomenta per repulsa, e insiste per ottenere il Trentino
fino al Lavisco, che nel 1848 aveva proposto lord Palmerston per metter
pace fra l'Austria e l'Italia.

Mentr'egli va così birboneggiando, Francia e Prussia pigliano in uggia
il biante fastidioso; l'Austria, rappattumata alla meglio con la
Prussia, rimanda due corpi di esercito in Italia donde gli aveva
distratti prima per coprire Vienna; intorno allo Isonzo raccoglie forze
novelle; di tiranni e di schiavi generatrice inesausta Vienna! Nelle
fortezze del quadrilatero cresce i presidî; a Riva i cannoni gettati nel
lago ripescansi: le teste all'Idra rinascono: per mille indizi si fa
manifesto come l'Austria, sopportando molestamente la perdita di
Venezia, vada cercando col fuscellino la occasione per gettare all'aria
il convegno fermato.

Allora il Governo regio, _frenetico_ davvero dalla paura di trovarsi
abbandonato sopra le secche, si rimette, a mo' che vediamo
gl'incappucciati a piè delle Madonne di Luca della Robbia, a mani giunte
a piagnucolare: «bastargli la Venezia; se concupì il _Tirolo italiano,
mea culpa_; se l'_Istria, mea culpa_; se _Trieste, mea maxima culpa_:
quanto a sè, proporre fermamente non peccare mai più, e fuggire le
occasioni prossime del peccato. Ma con questo benedetto, o piuttosto
maledetto popolo italiano, intestato a volere tutte coteste terre, come
si rimedia? — Gli è _lui, proprio lui_, che ha la lupa in corpo, non già
l'Aquila di Savoia, usa da secoli a contentarsi di rosicchiare ad una ad
una le foglie di carciofo, come tutto il mondo sa, ed è vero.

E badate che: «quando il Cialdini ebbe passato il Po ed occupato Rovigo,
tanto esso che Garibaldi riceverono una _visita da Ricasoli_, presidente
dei ministri, il quale disse ai due generali: _la diplomazia non
riconoscere se non i fatti compiuti; epperò entrambi si affrettassero a
prendere Trento. La diplomazia poi approverebbe il possesso_».[27]

  [27] RUSTOW. _Guerra del 1866_, p. 381.

Ma d'infamia giammai non fu penuria negli uomini della monarchia: «il
Governo italiano (è sempre uno straniero che parla) con _un milione di
forza di cavalli_ prese a strombettare ai quattro venti co' suoi
giornali salariati, la Italia aversi a contentare della sola Venezia,
non doversi mettere tutto a repentaglio sopra la punta di una spada
debole, ma _debole oltre l'aspettativa dello stesso nemico_[28].
L'_illustre_ Ricasoli telegrafò al Medici e al Garibaldi si ritirassero
immediatamente dal Tirolo; conchiuso l'armistizio; al Medici poi con
menzogna e con minaccia annunziava: Garibaldi pienamente battuto presso
Bezzecca ritirarsi alla dirotta; pensasse bene ai casi suoi, che si
esponeva al pericolo di trovarsi a sostenere solo tutte le forze
austriache.»[29]

  [28] RUSTOW. Op. cit., p. 321.

  [29] RUSTOW. Op. cit., p. 381.

Ed ecco come per onestare la propria viltà s'industriano avvilire
altrui; con la menzogna sgomentansi i cuori, si fiaccano le braccia:
tremano vincere più che altri non tema perdere, però che perdendo si
accertava il rodere; marmeggie, non aquile; ghetto, non Stato; politica
da reggia non già, bensì da castro; Che se con la lancia di Giuda ai
giorni nostri si combattessero le battaglie, che cosa sarebbero le
vittorie di Alessandro, di Cesare e di Napoleone di petto ai trionfi dei
nostri insigni capitani? La Marmora certo più ridevole che abominevole,
viceversa il Ricasoli; entrambi però risibili e odibili: forse, se
costoro come il Castlereagh si fossero con le proprie mani resa
giustizia[30], la misericordia di Dio li avrebbe nascosti sotto un
mucchio di pruni per sottrarli agli oltraggi delle bestie e degli
uomini; adesso non sono più in tempo; se s'impiccassero sciuperebbero la
corda, svergognerebbero la forca.

  [30] Il Castlereagh fu ministro d'Inghilterra ai tempi felici
  della _Santa Alleanza_: rimorso dalla coscienza, si tagliò la
  gola. Il Byron scrisse per questa morte: «Non lamentate il fato
  di costui; non trovando più da tagliare le gole degli altri,
  egli si è tagliato la sua.»

Dopo la proroga dello armistizio, ecco giungere il terzo telegramma; gli
è sempre il capitano La Marmora che lo manda, e comanda perentoriamente
al Garibaldi vada a farsi curare la scalmana di volere guadagnare la
Italia per virtù di armi; dentro _ventiquattro_ ore sgombri tutte le
terre del Tirolo, e non istia a ripetere, perchè egli La Marmora, che di
sgomberi se ne intende, in metà di questo tempo si fa forte di
sgomberare tutta Italia, e Biella.

Al ricevimento di cotesto annunzio che mai pensò il Garibaldi? Chi lo
sa? Chi poteva saperlo se egli non ce lo svelava? Ed egli ce lo svelò
pur troppo, e in due maniere; co' labbri amari disse: _benissimo_! con
gli occhi tristi versò _due lacrime_! Chiunque consideri un uomo qual è
il Garibaldi, ridotto a piangere dagli uomini della monarchia, e lo
schianto del cuore che strappò coteste lacrime al ciglio dell'eroe,
preso da infinito disgusto per tutto e per tutti, si troverà spinto a
prosternarsi, e percotendo la terra a gridare: _coprimi!_

E mesto era il cuore di quanti gli stavano dintorno, eccetto dei
nequitosi i quali si attaccano ai magnanimi come talora la ruggine alla
buona spada guerriera. Questi per pane avevano seguito il Garibaldi, per
pane lo abbandonavano; nè tutti codardi, anzi taluni feroci, ma i feroci
avevano messo a cambio il sangue come i codardi la frode. Tutti si erano
votati alla morte per vivere. Viltà o ferocia non monta, a patto che li
servano da fornaie, da canovaie, da taverniere. Sopra gli altri
improntissimo il Fandibuoni a far brogli, affinchè molti dei suoi
compagni si presentassero al Garibaldi e lo mettessero in croce, per
provocare dal Governo regio a loro pro onorificenze e pensioni.

Il Generale, secondo il suo costume, li guardò lungamente fisso e
tacque: poi placido accese uno zolfanello e mise fuoco alla petizione
che gli avevano presentato: indi a breve allontanandosi dal campo per
tornarsene alla solitudine della sua Caprera, così ammoniva i volontari:

«Il Corpo dei volontari italiani, durante la campagna del 1866, ha fatto
il suo dovere, e nello adempimento di questo dovere trova la più
onorevole delle sue ricompense.

  Brescia, 23 settembre 1866.

                                                      Gen. GARIBALDI.»

I generosi (e non furono i meno) plausero; gli altri dissero: Con
quest'uomo si acquista più piombo che farina; proviamo addirittura se
operando alla rovescia si facesse bene; e famelici si abbatterono negli
uffici dei governanti, pari alle cornacchie sui campanili; taluno cascò
di sotto per morirvi di fame; altri chiappa le mosche a volo e si
nutrisce con quelle: i felici si appollaiarono sulla bandierola del
campanile, e imbarcati sopra essa viaggiano a destra e a sinistra ch'è
un gusto a vederli.

Il misfatto di Giuseppe Garibaldi agli occhi della Monarchia pari a
quello di Prometeo; più acerba la pena; chè Giove tiranno da' cieli
mandò l'avvoltoio a divorare il cuore del figlio di Giapeto, mentre la
monarchia condannò il Garibaldi a divorarselo da sè medesimo.

Maledetto il dubbio quando mi piglia il cervello: è una infermità come
le altre: se mi accertassero ch'è un demonio, vorrei provare anche
l'acqua benedetta, dacchè quella del Tettucio non sarebbe al caso. No,
non dubitate; il sangue così trucemente fatto spargere su cotesto
estremo baluardo d'Italia frutterà. Chi ha da sperare, speri; chi ha da
tremare, tremi. Per fecondare tanto i campi della messe quanto quelli
del pensiero, ormai è provato, veruno stabbio approda meglio del sangue.

A quest'ora è nato chi piglierà in mano la infamia del 1866 per
vendicarla; dove mai dovesse correrci lungo tratto di secolo, non gli
sarà meno infallibilmente rimessa: mirate! ella apparisce come la
_lettera assicurata_ munita di cinque sigilli sinistramente vermigli:

I. Sigillo del Castellini, il quale morendo annoverava i buchi che gli
avevano cagionato le palle nemiche;

II. Sigillo del Chiassi, il quale, vedendo i suoi compagni sbandarsi, si
avventa solo contro i cannoni austriaci per impedire che si avanzino;

III. Sigillo del Lombardi, che para il petto di tutte le sue medaglie il
giorno solo in cui lo deve esporre contro le armi nemiche;

IV. Sigillo dell'Alasia, che spara trenta colpi contro Ampola, e al
trentunesimo cade morto sopra il suo cannone;

V. Sigillo dello Specchi, Cocceio Nerva della milizia italiana, che,
messo fra l'uscio e il muro, o di abbandonare il Garibaldi, o di
seguirlo in guerra da lui come regia, e impresa per interesse regio,
abbominata, delibera tôrsi la vita.

Non dubitate: Nemesi vede e provvede.



CAPITOLO XII.

SI SPEGNE UN AMORE.


Ma la madre e il padre della Eponina, che stillavano essi? Di qui non si
esce; delle due cose l'una: od eglino non erano buoni come ci narrò il
libro, o chi lo scrisse ha commesso un solenne svarione dimenticandoli
fin qui. Ecco come stanno le cose. Marcello ritraeva assai della indole
del suo omonimo romano: impetuoso ed avventato, per la veemenza della
passione si spossava: uomo egli era da tagliare i nodi, non già da
scioglierli. Percosso da tante e sì diverse sventure, non sapeva contro
chi rifarsela, però dallo estremo furore trapassando allo estremo
sgomento diventò taciturno e intenebrito; ne perse il sonno, il cibo gli
increbbe, sentì screpolarglisi la esistenza: cominciò a vedere mezzi gli
oggetti circostanti; anco negli orecchi gli parve molestarlo un perpetuo
tintinnìo; gli si mise addosso una febbriciattola sottile come la
pioggerella, che inganna il villano e lo infradicia fino all'osso. Però
Isabella in tale stato non lo poteva lasciare. E quanto ad Arria non ci
era da farne caso, ingolfata ogni dì più nel mare magno della
beghineria: quantunque ella vivesse in questo mondo, e qui dovesse avere
gli affetti come aveva i bisogni, ella mandava tutto nell'altro: a modo
di chi recapita le sue masserizie fuori di casa quando è in procinto di
mutarla. Comunque giovanissima, ella aveva ridotto l'anima a carta
pecora dove l'apatia andava scrivendo: «Che cosa importa affaticarci? A
che giovano i pianti? Gli omei a che? Tanto non può cadere un capello
senza il permesso di Dio! Tutto sta nelle mani della Provvidenza.»

Ma non è così, neanche per gli iniqui che lo danno ad intendere. Perchè
allora, a che andate amplificando la virtù della preghiera? Orazioni e
preci che ritraggono troppo l'amore terreno, onde possano arrivare fino
al cielo. Piglia un libro di preghiere e sincerati da te, se sostituendo
al nome di Gesù quello dello innamorato, la tua figliuola non trova una
bellissima lettera erotica uscita dalla fucina allora, da consegnarsi
alla pollastriera perchè la porti; simili preghiere temperate al fuoco
dell'amor terreno paiono frecce scoccate contro il cielo: finchè la
forza che le spinse in alto dura, vanno in su, ma poi ricascano sul capo
all'arciere che le saettò.

Aggiungi altresì che ad Isabella davano pensiero anche gli altri
figliuoli: ella non avrebbe saputo dire per lo appunto in che
l'affliggessero, e non pertanto sentiva una oppressione foriera di
calamità; stringendoli al seno le pareva che i palpiti del cuor loro non
corrispondessero a quelli del suo; i loro occhi ormai non sostenevano
più il lampeggiare delle pupille materne; o col tenere le palpebre
abbassate, ovvero torcendole altrove, essi le difendevano dal raggio
materno, a mo' che gli infermi di oftalmia le riparano dai raggi solari.
Inoltre, dove si fosse ridotta la figliuola la signora Isabella non
sapeva, e se, come si buccinava, a Vienna, prima le voci della guerra
vicina, e poi la guerra dichiarata l'avevano distolta da imprendere un
viaggio forse inutile e certamente pericoloso.

Intanto le cose non erano state ferme fra Eponina e Ludovico; mutabile
il cielo, che ci pende sul capo, ma quello dello amore mutabilissimo.
Ogni volta più rade venivano a Ludovico le notizie da casa, e con le
notizie più scarsi gli invii di danari. I danari recapitatigli per via
del locandiere non rese ad Eponina come avrebbe desiderato: anzi, mentre
stabiliva fermamente non accettarne più da lei, la necessità rise, ed
entrata furtiva in casa la superbia, le diede di gambetto facendole
battere uno sconcio stramazzone per terra. La superbia perfidiò un pezzo
a non volersi confessare per vinta, ma quantunque continuasse la lotta,
il di sopra alla necessità non potè ripigliarlo più mai. Non possedendo
modo di procurarsi i consueti svaghi della vita gioconda, nè
conoscendone altri, o se li conosceva non allietandosene, tirava giù
sbadigli a canto fermo; però le antiche consuetudini invece di attutirsi
per lo scarso alimento, riarsero.

Di tanto essendosi accorta Eponina, generosa e innamorata, ci portò
rimedio peggiore del male, perchè prese a buttargli là i danari con la
pala, e per quanto gli desse non le pareva avergli dato abbastanza.

E' ci hanno amori che girano attorno con la bisaccia, ed io ne conosco
parecchi, ma cotesti sono amori da strapazzo, generati da un frate
cercatore e da Venere pandemia sul termine di una via; quello di Eponina
era degli amori che, dal turcasso in fuori, procedono ignudi; quindi
dove riporre i danari non sanno. Ora, leva e non metti, ogni gran monte
scema, nè era gran monte quello di Eponina; mise fondo a tutto il
danaro; ed ormai non le avanzava se non parte dei gioielli, doni dei
parenti, o degli amici.

Intanto le avvenne di sapere quello che tanto desiderava e rifuggiva ad
un punto conoscere, voglio dire la cagione della fuga di Ludovico da
Milano e la ripugnanza di lui a condurla per moglie. Certo giorno,
entrata nella camera di Ludovico, mentre questi si trovava assente, vide
Gaspero intento a mettere in sesto gli abiti del padrone: costui nello
spazzolarli ne aveva lasciato cadere una lettera, la quale, senza che ei
se ne accorgesse, erasi ficcata sotto il divano; ond'ella con bel garbo
mandò per certa sua faccenda Gaspero fuori di casa, e raccolta la
lettera lesse:


  «Amato figlio,

                                                  _Milano, ecc._

«Mi si spezza il cuore pensando che non ti posso scrivere altro che
notizie desolate. L'ebreo Zinfi non intende rendere indietro i biglietti
falsi che tu gli desti in pagamento della cambiale scaduta, se non a
patto che tu gli assicuri il buon fine delle altre che verranno a
scadenza. Dio mio! O come mai hai potuto creare tanti debiti? Capisco
bene che tu, povero figliuolo, dei cento che ti obbligasti a rendere,
forse hai ricevuto cinquanta; ma costui tiene il coltello pel manico:
per cagione di cotesti sciagurati biglietti ci tocca lasciarci sgozzare
senza gemere un ohi!

«Per tranquillarlo gli ho offerto tutto quanto mi resta; nè il saperti
così ignudo di ogni ben di Dio è quello che più mi angustia; non mi dà
tregua il giorno, non mi lascia chiudere occhio la notte il pensiero
che, detratti i pesi che ci gravitano sopra, questi miei beni non
basteranno a saldare i tuoi debiti. Causa poi di angustia acutissima sta
nel doverti dire che te non posso aiutare in nulla; e per me mi trovo
ridotta agli estremi: tutte le biancherie di casa sarebbero appena
sufficienti a metterti insieme cento lire. Oggi farò cuore di rocca (o
Dio! al solo pensarci mi sento accapponare le carni) per condurmi dalla
duchessa Zelmi nostra cugina: mi aprirò con lei: confido che non
rifiuterà sovvenirmi in tanta stretta, e allora ti fornirò di danari:
procura starti più che puoi allo stecchetto; chè ormai non so più a
quale santo votarmi. Ora tocchiamo un altro tasto; tu sai, figlio mio,
come per non darti pena io non mossi mai opposizione al tuo amore per la
figliuola della sig.ª Isabella; ma ora da te stesso comprenderai come ti
sia chiusa la porta a farla tua moglie: lascio la condizione diversa, e
il broncio dei parenti, e le censure degli amici di casa.... questo ed
altro metto da parte, e domando: è egli decente che tu conduca nella tua
onoratissima casa la sorella dell'uomo che ti ha tradito, dandoti in
pagamento della tua cambiale biglietti falsi, ed esponendoti alla
infamia per delitto non tuo? Molto più, che prevedo un fiero tracollo
per la Ditta Boncompagni e Comp., e per consenso andarle dietro gli
Onesti. E tu apprendi, figlio mio, che chi cammina sui trabiccoli
finisce sempre col fiaccarsi le gambe. Mi duole davvero con tutta
l'anima per cotesta fanciulla bella quanto virtuosa, e piena di talento
come di bontà;.... ma ahimè! soffrire e morire è la sorte della massima
parte di noi altre figliuole di Eva. Ella, dove potesse consolarsi,
troverà ricompensa a sollevare la sua casa, cavando costrutto dalla sua
portentosa capacità di cantante, mentre veruno aiuto recherebbe alla
tua, ecc.»

E qui raccomandazioni, e consigli, e precauzioni solite a suggerirsi,
come sarebbe di chiudere bene la stalla quando sono fuggiti i buoi.

Eponina rimise la lettera al posto dove l'aveva raccattata, poi,
agguantandosi alla parete per non cadere, tornò nella sua camera, dove
si gettò boccone sul letto. Sul principio, per quanto si sforzasse, ella
non riuscì a connettere due pensieri insieme: sentivasi il cervello
indolenzito come le avessero dato un fiero picchio sul capo: dopo
trascorsa molta ora, un remolino d'idee rotte e confuse prese a
turbinarle nella mente, il quale ella non riusciva a dominare. Alla
fine, quando se l'aspettava meno, ecco divamparle l'intelletto nella
limpidezza consueta a mo' che le legna verdi fanno, donde dopo molto
fumo guizza fuori la fiamma.

Se per me si volessero riferire tutti i pensieri di cotesta anima
travagliata, mi verrebbero meno l'olio e il lucignolo; basti dire
ch'essi giravano e rigiravano dentro questo cerchio:

«Che fai? che pensi? ella mulinava fra sè; egli è venuto il tempo di
recarti in mano la tua anima e scaraventarla come un sasso contro il
Creatore, il quale ci plasmò così perchè ci sentissimo morire? No; — la
lapide mortuaria è lo scudo dei poltroni. Io non getterò le armi sul
campo. Io vo' serbare quanto più posso di fiato per poter dire in faccia
all'eterno tiranno: — Tiranno, e modello di quanti furono e saranno
tiranni, per requie tua e pace dell'universo disperdi la tua divinità in
brani negli orrori dell'Erebo e della notte: fa di disfarti: soffia
sulla tua luce, e spegnila, poichè tu non la sapesti accendere tranne
per illuminare delitti e sventure. Pari nella desolazione alla Niobe
antica, a me non fia dato sottrarre veruno innocente al tuo saettare
maligno: non importa: trafiggi! Le ferite che farai attesteranno la tua
immanità: le margini di quelle come altrettante bocche aperte ti
urleranno una osanna di maledizione. Io morderò il granito della macina
sotto la quale mi stritoli; io mi industrierò che una scheggia delle mie
ossa infrante ti entri negli occhi e ti faccia lacrimare. Questo
artefice infinito del dolore provi anche egli una volta che sia dolore.
Dunque rimango, e rimanendo, che farò io di cotesta povera creatura di
cui la vita ho intrecciato dentro la mia? — Pongo per fondamento ad ogni
mia risoluzione che se egli non conviene a me, nemmeno io convengo più a
lui. La contessa si affanna pel decoro della sua casa; io popolana mi
arrabatto di più per quello della mia persona: ella bada al di fuori; io
al di dentro: a lei fra il parere e l'essere piace più il parere; a me
preme il parere quanto l'essere. La nobil donna senza addarsene
sofistica, e trova suo pro nello ingannarsi. Supposto vero che mio
fratello Omobono abbia dato in pagamento dei pagherò di Ludovico
biglietti falsi, egli è chiarito ch'egli glieli abbia dati consapevole
della loro falsità? Egli banchiere può riscontrare uno per uno i
biglietti che riscuote? Non paga egli un cassiere preposto a questa
bisogna? È il primo banchiere a cui vennero consegnati biglietti falsi?
Tutto giorno non succede? — E poi, o che cosa fantastica costei? Renda
ella i biglietti ad Omobono, ed Omobono le renderà i pagherò di
Ludovico: nè credito nè debito da una parte e dall'altra: faranno patta
quando la signora contessa voglia: ma no.... perchè rimarrà sempre a
estinguersi il debito verso il giudeo Zinfi. O signora, se infamia ci è
qui dentro, sa ella in che cosa consista? Consiste nel mandare a male il
patrimonio avito; nel commettere spese che non si possono sopportare;
nel contrarre debiti che non si sa come pagare. E quando con infiniti
stenti giungessero lor signori a saldare il giudeo Zinfi, o come
rimarrebbero essi? Costretti a limosinare dai nobili parenti un tozzo
che verrebbe loro negato, o, se non negato, largito duro, a spizzico e
con rinfaccio. Chiamasi nobiltà questa? Ricchezza e bei costumi formano
nobiltà: quella senza questi è veste senza fodera, questi senza quella
sono fodera senza veste. Giacchè questa povera anima di nobile mi si è
rannicchiata in grembo, io la ristuccherò, la invernicerò e metterò a
nuovo, le fornirò danari, stato e fortuna, affetti e mente; non istà in
poter mio negare o concedere. Vedremo accomodarlo nella carriera
diplomatica; onde fare grande cammino per questa via bastano vizi
eleganti, orecchio fino, capacità di giocare una partita di amore come
una partita agli _scarti_ per attrappare fra un bacio e un altro una
confidenza politica. Nobilissime spie galleggianti sopra gli acquitrini
del disprezzo pubblico, in grazia di quattro croci o sei che si mettono
sotto le braccia a modo di sughero. Signor conte, signora contessa, non
vi pare provveduto così al decoro della casa vostra? Credo di sì. Si
lascino pertanto servire. Via questo amore da me. È presto detto, ma ti
basterà l'animo per farlo? Perchè no? Quando un topo s'insinua dentro un
armadio, si agguanta per la coda e si sbalestra fuori del balcone; e non
potrò adoperare così con lo amore, che mi si è fatto canchero nel
cuore?»

Appunto perchè egli è un cancro tu non lo potrai svellere, o lo
svellerai tirandoti dietro il cuore. L'amore di sopra alle spalle della
superbia sogguarda tutto quanto questa tratteggia sopra la lavagna, e
ride: quando ella ha finito, stende la mano e ne cancella ogni cosa.

In questo proponimento pertanto ella calmava l'interno scompiglio, e
côlta la occasione opportuna, disse a Ludovico:

— E' parmi tempo che noi dobbiamo pensare di proposito a partirci da
Vienna: la guerra sta per rompersi, e però non giudico sicura la più
lunga dimora in questo paese; la corrispondenza interrotta; impossibile,
finchè dura la guerra, trovare occupazione utile; restabilita la pace si
sa, dopo lo incendio rimangono le ceneri: ogni giorno lo scarso peculio
si assottiglia; stremato che sia, come rinnovarlo?

E molte altre cose in proposito ella aggiunse tutte savie e discrete,
per cui Ludovico accettò di stianto il partito che gli veniva posto
dinanzi: bisogna però dire che egli ci aveva le sue buone ragioni
particolari, le quali erano che da Milano, dopo l'ultima, non aveva più
ricevuto lettere, e poi perchè perduti mille fiorini alla bisca non
sapeva come pagarli; onde pareva a lui, come a tutti coloro che, o
stanno per corrompersi, o sono corrotti, che la vergogna trasportata
altrove fosse evitata, come se questa non salga teco in carrozza e teco
scenda in locanda, ti si assida a mensa e ti rincalzi a letto.

— E dove, Eponina mia, ti parrebbe che noi avessimo a condurci? con mal
celata ansietà domandava Lodovico.

— Io ci ho pensato su, e giudico che sarà il meglio metterci addirittura
in cammino per Pietroburgo.

— A Pietroburgo? Misericordia! E con quale viatico ci metteremo in
cammino?

— Di questo non ti dare pensiero, Ludovico, ci provvederò io.

— E a Pietroburgo come faremo a camparci?

— Non te ne dare pensiero, provvederò io dando lezioni di canto e di
suono.

— Ma come ti auguri formarti da un punto all'altro la clientela? Non
conosciamo il paese, non conosciamo la lingua.

— Chi ti ha detto che io non conosco la lingua russa? Io la parlo e la
scrivo.

— E dove tu l'hai appresa, burlona?

— Io l'ho appresa qui nelle serate che mi lasciavi sola; sul primo mi
metteva paura, ma poi l'ho rinvenuta alla prova facile a ritenersi,
quanto soave a favellarsi; che vuoi tu che io ti dica? La tedesca mi è
riuscita due cotanti più dura.

E queste furono trafitte all'orgoglio di Ludovico, il quale rispose:

— Come è così, mi stringo nelle spalle; ma quello che dobbiamo fare
facciamolo presto, chè lo indugio potrebbe pigliar vizio.

— Anco domani, se ti piace.

— E domani sia.

Eponina accontatasi coll'onesto Hans, il quale non rifiniva accertarla
che le passioni dei campi di battaglia erano fermate dai gabellini alle
porte: diversi i guerrieri dai borghesi quanto le campane da cui le
suona: continuasse a starsene dentro il suo albergo tranquilla: quando
ce ne fosse stato il bisogno le avrebbe prestato egli stesso sicurtà
_gratis et amore Dei_. Tuttavia, stando la giovine ferma a partire,
volentieri si tolse il carico affidatogli dall'Eponina di vendere le
gioie al suo maggiore interesse.

Il buon viennese, uso a camminare lungo le frontiere della onestà senza
mai sconfinarle, come i topi che girano sull'orlo dei barattoli e non ci
cascano dentro, se ne andò difilato da certo suo amico gioielliere,
affinchè gli stimasse le gioie, informandolo qualmente un forastiero
albergato nella sua locanda, ridotto al verde, volesse disfarsene per
cavarne danari.

Il gioielliere, nel presagio di averle ad acquistare, egli ci disse
sopra parole più che non ne ha un leggìo; e poi conchiuse stimandole un
buon terzo meno del giusto loro valore. Allora l'onesto locandiere, dopo
un monte di ringraziamenti, riprese le gioie e disse che per cotesto
prezzo era intenzionato accollarsele egli per conservarle un pezzo, onde
se il proprietario volesse riscattarle sì il potesse, previo rimborso
del capitale e degli interessi. Il gioielliere gli rispose con un
risolino soave quanto il filo di un rasoio, aggiungendo:

— Compare, voi siete quel fiore di galantuomo, che siete.

L'onesto tedesco si recò a scrupolo avvantaggiarsi di un _kreutzer_ sul
valore delle gioie; esso tenne più dicevole abbrivare il conto, perchè
le riprese dell'albergo sarebbero diminuite di certo; il quale danno era
chiaro come l'acqua che egli lo avrebbe patito per colpa degli italiani,
imperciocchè tutti questi subbugli non nascevano per lo appunto dal
costoro intestarsi a contrastare ai tedeschi il pacifico possesso della
Lombardia e della Venezia? Ora la signora Eponina era amabilissima dama,
ma a fin di conto italiana e nemica.

                                 *

— Oh! a proposito! esclamava Eponina mentre ripiegava una sottoveste di
Ludovico per assettarla dentro la valigia, bisogna portare i passaporti
all'ambasciata russa perchè ci appongano il visto.

— Certo, soggiunse Ludovico, non possiamo farne a meno.

— Ma ora che ci penso su, riprese Eponina, mi sembra che sarà opportuno
per mille ragioni rinnovare alla legazione italiana il nostro passaporto
in nome di ambedue, dandoci la qualità di marito e moglie.

— Io veramente non ci vedrei questa necessità, perchè tu sai che su tale
proposito il mio partito è preso.

— Non dubitare, Ludovico... in ciò ci troviamo d'accordo più che non
credi... lo faccio nel tuo stesso interesse... perchè comprenderai come
il titolo di marito onesti la compagnia che tu mi tieni... e a me il
titolo di moglie agevolerà lo accesso nelle famiglie. Lo sai? La nostra
società beve grosso sull'essere, per rifarsi sul parere. Ancora, noi
andiamo in paese di gente vana della sua nobilea, quindi il titolo di
contessa mi servirà di salvocondotto presso di loro. Però rimane inteso
e stabilito fra noi che noi non siamo, nè saremo mai marito e moglie.

Proprio sul punto di mettere il piè sul limitare per partire, Eponina
stringe pel braccio Ludovico, e tiratolo indietro lo fissa negli occhi e
gli domanda:

— Lodovico, non celare niente alla tua amica, lasci verun debito a
Vienna?

— Io? E che debiti ho da avere? Rispose Ludovico facendosi rosso fino
alla radice dei capelli.

— Tu non mi dici il vero, Ludovico; perchè ti periti ad aprirti meco?
Non sono e sarò sempre la tua migliore amica nel mondo?

— Ma a te che preme se io mi abbia o no debiti?

— Poichè tu mi presti il tuo nome, finchè lo porto mi preme che sia
onorato; e la tua fama è la mia; quando te lo renderò, ne farai quello
che vuoi: per ora no.

E questa fu una nuova trafitta al cuore di Ludovico, che confuso e
umiliato ebbe a confessare che lasciava un debito di giuoco di mille
fiorini con tale che per giudizio universale lo aveva giuntato, avendo
reputazione di baro emerito.

— Questa era buona ragione per non giuocarci, ma non pagarlo è pessima:
mi duole che in simile congiuntura non possiamo sprovvederci di danaro:
aspetta un momento che vedrò di provvedere anco a questo imbarazzo. Il
tuo creditore come si chiama?

Ludovico glielo disse, ed ella condottasi a trovare l'onesto Hans
locandiere, lo chiamò a parte e sì gli disse:

— Mio buon signore, il conte, costretto a partire su due piedi, lascia
dietro di sè un debito di giuoco.

L'onesto locandiere, presentendo una domanda d'imprestito, levò le
spalle mormorando:

— Oh! di questi debiti veruno si dà pensiero; quando se ne ha, si
pagano.

— Ma il vincitore è un cavaliere; certo barone Kircher, ebreo.

— Buono, per Dio! Gli è un truffatore di cartello. Parta pure il signor
conte senza scrupolo di coscienza.

— No signore; ciò non permette al signor conte la sua illibatezza:
voglia, caro signore, essermi cortese di vedere il signor Kircher e
dirgli che il conte non si parte da Vienna come i suoi antenati di
Egitto, sebbene il paragone non sia per lo appunto preciso. Sia
discreto, e non passeranno mesi che riceverà per mezzo suo i mille
fiorini, se pure gli basterà il cuore di pigliarli.

L'onesto Hans, liberato dalla minaccia di un imprestito, rispose:

— Eh! il cuore gli basterebbe per pigliarne anco centomila: viva
tranquilla, che lo persuaderò ad aspettare senza aprir bocca... Poi,
come se dicesse a sè, continuava: che brava gente son questi italiani!
Per me l'ho sempre detto! quando se ne incontra uno, ci sentiamo
ricreare come dal primo fiato di primavera. Peccato che non ci vogliano
lasciare possedere in pace la Lombardia e la Venezia! Peccato che li
dobbiamo persuadere a legnate sul capo! Allo italiano per essere
paragonato al pane non gli manca altro che lasciarsi fare come lui a
morsi senza dire nulla.

                                 *

Giunti a Pietroburgo, si acconciarono di casa assai decentemente, e
siccome Eponina sapeva che mentre il grano cresce spesso l'asino muore,
così si diede subito attorno per rintracciare talune persone da lei
conosciute a Milano e a Torino, dame e cavalieri che andavano per la
maggiore, e di che tinta! Anco da Vienna si era procacciata copia di
commendatizie per gente di alto affare, sicchè dopo pochi giorni si
trovò a navigare in pieno mare col vento in poppa. — Accolta, blandita,
portata in palmo di mano, Eponina, arrendevole ai consigli altrui e per
farsi conoscere ad un tratto, promise che avrebbe cantato in certa
accademia, la quale sotto il patrocinio della imperatrice si dava a
benefizio delle madri impotenti ad allattare i propri nati. L'augusta
donna, penetrandosi della frequente richiesta di figliuoli mossa
dall'augusto imperatore suo marito, per diffondere le delizie del suo
paterno dominio da Varsavia fino al Kamchatka, si metteva in quattro ad
assicurargliene la produzione.

Però Eponina giuocava una grossa posta, non per colpa sua, bensì a
cagione degli amici, che con lodi superlative la levavano a cielo, e
forse un po' più in su: per buona ventura ella non pure vinse, ma
stravinse.

Non mai accadde ai petti russi sentirsi investiti da tanta dolcezza; a
onda sopra onda scorreva sopra loro il piacere. Principi e borghesi,
uomini e donne, preti e soldati manifestavano la intensità del giubilo
in guisa, che tu gli avresti reputati tanti apostoli che uscissero dal
cenacolo[31]: non acclamazioni, ma urli: moti irrequieti delle membra;
un battere palma a palma da levarsi le galle alla pelle; un abbracciarsi
e un baciarsi per tenerezza; chi si rizzava su di stianto come uno
stollo da pagliaio; chi si abbandonava a braccia aperte sopra la
seggiola: poi cominciò un gettito di fiori di ogni ragione, côlti non
già per le aiuole dei giardini, bensì sopra i cappelli delle signore:
non tessuti dalle mani della natura, ma da quelle delle crestaie: e più
infervorandosi per far più presto gittarono cuffie, gittarono piume,
gittarono ventagli, e borse, e fazzoletti, e pendenti, e perfino.... lo
dico o lo taccio? E perfino una parrucca. — Chi si trovò presente al
caso non rinvenne nell'antica o nella moderna storia successo da
poterglisi paragonare: non le convulsionarie di S. Medardo, non quelle
che curò Boerhave nell'ospedale di Harlem; non gli Abderitani, che per
tre giorni durarono matti; non le scapigliate baccanti furenti pei
gioghi di Citerone; forse ci si sarebbero accostati i Coribanti, i quali
tutti, fuori di sè dai salti, dai gridi e dallo strepito delle lancie,
degli scudi e dei tamburi percossi in onore di Ati castrato, si
castravano. Chi se ne intende afferma che di riscontro a cotesto smodato
entusiasmo potrebbe stare unicamente la _frenesia_ da cui (secondochè
raccontano le _Gazzette ufficiali_) si sentono presi gli italiani ogni
qualvolta contemplano le sembianze auguste di Vittorio Emanuele loro re;
conciossiacosachè la frenesia costituisca il grado supremo della pazzia,
anzi a modo che il _pantheon_ conteneva tutti gli Dei, ella comprenda in
sè tutte le varie infermità dello intelletto umano, come sarebbe a dire:
lo _sragionamento_, la _mania_, la _monomania_, la _demenza_, la
_imbecillità_, la _stoltezza_, la _stupidità_, la _scioccheria_;........
Signore! quante mai cose, giusta l'opinione delle _Gazzette ufficiali_,
ha virtù di suscitare negli intelletti degli uomini italiani la
sembianza augusta del re! — E dico intelletti umani, perchè è noto che
la natura, fra tutti gli animali, concesse ai soli uomini la privativa
di diventare matti.

  [31] .... essendosi fatto quel suono... tutti stupivano e si
  maravigliavano.... e dicevano: _sono pieni di vino dolce_.
  (_Atti degli Apostoli_ Cap. II, 13).

La imperatrice volle vedere Eponina ed avendola trovata come valorosa,
modesta e bella, tremante di emozione si tolse un ricchissimo
braccialetto dal polso e lo allacciò a quello della giovane; e siccome
questa, avendo presa la mano alla donna scettrata, con atto umile gliela
voleva baciare, la imperatrice non lo sofferse, ma postele le mani sopra
le spalle, si trattenne alquanto a contemplarla; poi la baciò in fronte
e le disse:

— Benedetta tu sia fra le donne del tuo paese e del nostro.

Ed Eponina in ischietta favella russa le rispose:

— Benedetta sii tu, madre di popoli e gloria di prosapia di eroi.

La imperatrice nel sentire lo idioma russo sulle labbra di Eponina
rimase estatica: se la Corte russa non andasse illustre per esempio
perenne di castità, e se Eponina non fosse stata femmina, quasi quasi ci
era da temere che l'avrebbe inalzata di punto in bianco all'alto ufficio
di favorito.

Veramente dai tempi nei quali Atea re degli Sciti, udendo sonare il
flauto a Ismenia, disse: «per me gli preferisco il nitrire del mio
cavallo,» a quelli di adesso, pei russi gran tratto ci corre. I francesi
un giorno dispensatori del biasimo e della lode dissero per ghiribizzo:
stropiccia un russo e ci troverai sotto un cosacco, ed il frizzo durò
finchè il mondo si accorse i francesi giudicare ordinariamente come
Minos, con la coda. Noi, meno prosuntuosi e più giusti, diciamo che i
russi non possiedono per ora quei supremi intelletti che soglionsi
chiamare Genii: però il Brulow nella pittura e il Pouskine nella poesia
ai tempi nostri furono giudicati eccellenti; e il primo sopra il secondo
assai, e così credo ancora io. I tedeschi si vantano dirittamente popolo
per arti, scienze e lettere a moltissimi primo, secondo a veruno; ma per
_sentire_ il bello, quanto a me, pongo innanzi a lui il russo. Di vero
il tedesco armato di compasso e di scalpello procede al calcolo ed alla
notomia dei suoni, dei colori, dei disegni e degli affetti: per lui
vuolsi conseguire l'estro e la ispirazione per via di regole
matematiche; quindi accade sovente ai tedeschi che, mentre essi credono
aliare pel cielo della poesia, danno senza accorgersene un tuffo nella
metafisica. Quando il poeta tedesco cava la materia dei canti dai
concetti usciti dal cuore del popolo commosso, allora ritrae cose piene
di palpito umano; se diversamente lo desume della propria fantasia, egli
crea un fantasma corruscante di tutti i colori dell'iride, ma nebbia pur
sempre. Ne vuoi la riprova? Piglia ad esempio i due Fausti di Goethe; la
leggenda popolare gli porse il primo; però tu qui vedi, senti e ti
addolori: il secondo è una splendidissima emicrania poetica: un
brulichio irrequieto di atomi luminosi traverso i raggi del sole, nè più
nè meno della musica del Meyerbeer. Metti eziandio il Goetz di
Berlichingen a confronto col Tasso, e ti verrà confermata la esperienza.
L'arte non crea, l'arte abbellisce; la creazione è lampo di Dio
ripercosso dall'intelletto umano. Non fate pagare gabella alla
ispirazione, non la frugate, non vi confondete a guardare che cosa ella
si porti sotto; esponete le fibre del vostro cuore o del vostro cervello
al soffio della passione, ed esse vibreranno armoniche come le corde
dell'arpa eolia. Conservate l'anima giovane, accogliete religiosamente
le impressioni magnanime ed amorose, onde ci calchino bene l'orma, e
molto sentendo riuscirete a fare sentire molto. Il russo si trova in
simile stato; perocchè in lui la natura non sia corrosa dal costume
pravo; nè tanto è barbaro da non comprendere le opere grandi della
natura e dell'arte, nè tanto è incivilito da rimanere indifferente a
tutto pel fradicio della corruzione. La Russia con molti vizi di meno,
con alcune virtù di più di noi, oltre le miniere del rame, dell'oro,
della malachite, possiede nel suo grembo un'altra miniera inesplorata
fin qui, ma forse più copiosa di tutte, quella dei portentosi artisti e
dei poeti, e dubito forte che a quest'ora in lei sia nato il
conquistatore eletto a mutare la faccia del mondo.

Intanto che Lodovico ed Eponina si limavano di agonia intorno agli
ultimi cento franchi, il dono della imperatrice scese sopra di loro
_come rugiada al cespite dell'erba inaridita_; ond'è che Eponina, senza
metterci tempo fra mezzo, chiamata a sè persona amica, s'informava da
lei quali per opinione sua fossero i mercanti di gioie più accreditati
della città, desiderando ella commettere un assortimento di gioie per
fare degno corredo al magnifico braccialetto, dono della imperatrice:
l'amico rispose Pietroburgo andare piena di gioiellieri, principalissimi
due, Anania Caieky e Ivano Rotting, ebreo il primo, cristiano il
secondo, e questi fornitore di Corte. Eponina, com'era naturale, scelse
l'ebreo, e pregò l'amico suo di avvisarlo che le andasse a casa. Anania,
sentendo che ci era da tirare la rezzola con la speranza di averne un
grosso barbio, andò a tiro di ale, ed introdotto da Eponina, prese ad
adorarla con le smancerie servili che gli ebrei sogliono praticare molto
per naturale vilezza e più per eredità di abiezione: certo di avere a
sostenere le parti di venditore nel prossimo contratto, incominciò a
dissertare intorno la scarsità sempre crescente di brillanti di acqua
pura; la più parte di quelli che entrano greggi in commercio, dopo
lavorati si scoprono verdastri, senza raggio, e non vale il pregio
spedirli in Olanda a farli lavorare a forma dei trovati moderni; vado o
mando alle fiere di Brodi, di Nini-Nowogorod, e non mi riesce rinvenire
nulla di buono: qualche cosa di mediocre arriva in Siberia dall'Asia, ma
la terra classica dei diamanti, checchè ne dicano, sarà sempre l'India;
peccato che i Rajah non li vendano, e gli inglesi quando gli agguantano
li fanno vedere traverso una gabbia, come il Koke-noor alla esposizione
di Londra! Pertanto difficile oggi trovare diamanti nell'India, caro ad
acquistarli, pericoloso estrarli di costà. — Quale però non fu la sua
maraviglia, per non dire spavento, quando Eponina, troncatagli ad un
tratto la parola, lo chiarì com'ella non intendesse comprare, bensì
vendere. Si tacque confuso, come uomo che si accorga avere sbagliato
sentiero; e attese poi con industre precauzione a dare indietro non
disdicendo addirittura il detto, chè sarebbe stato un cucire la toppa
nera col filo bianco, ma ponendo innanzi una filastrocca di argomenti, i
quali, comunque procedessero paralleli ai primi, tuttavia avevano virtù
di disfarli.

Eponina per tagliar corto gli mostrò il braccialetto, alla vista del
quale le grinze della fronte di Anania si spianarono, lo invase tanta
dolcezza, che lo sforzò ad esclamare suo malgrado: _magnifici!_ Non ci
era caso, mal giorno correva per Anania; si sarebbe morso la lingua, ma
parola detta e sasso gettato non si possono più tirare indietro: però,
più per debito di coscienza ebrea che con isperanza di rimediare,
aggiunse: magnifici diamanti invero, se non pendessero alquanto allo
scuro, onde scapitano metà prezzo.... per lo meno.... a dire due terzi
non sarebbe troppo....

— Che dite mai? gridò Eponina, levando le mani al cielo come vinta da
orrore; ma non sapete, che sono un dono di S. M. la imperatrice?
Ardireste voi tacciare di spilorceria S. M.? Vi attentereste a
calunniare le sue auguste braccia, come quelle che sarebbero state
contaminate dal contatto di diamanti scuri, di verun pregio, da
bottegaie, anzi da pescivendole?

Anania, spaventato, apriva e chiudeva la bocca senza susurrare parola;
pareva un pesce rosso chiuso dentro una caraffa; di un tratto si appose
il monile alla fronte, poi alle labbra, lo baciò divotamente, e
ripigliati gli spiriti favellò:

— Tutto quello che viene dalla imperatrice e dall'imperatore è sacro; ma
come l'eterno Dio lassù nei cieli è circondato di stelle più o meno
sfolgoreggianti di luce, e senza offesa di lui possiamo osservare che
Venere scintilla più di Saturno, così S. M. può possedere nei suoi
tesori diamanti di pregio minore o maggiore, nè credo mi sia impedito
rilevarlo senz'oltraggio.... piuttosto, _cara lei_, mi pare... se non
isbaglio.... altrimenti mi rimetto, che _lei_ non faccia troppo onore a
S. M. vendendo subito il dono di tanto augusta persona.

Per questa volta toccò ad Eponina a riparare la botta, e la riparò male;
presa a soqquadro rispose: — Necessità non ha legge.

L'ebreo allora, chiappata la mosca a volo, disse: — Cagna di cristiana,
dunque il bisogno ti strozza; questo però fra sè; di fuori raddoppiava
venerazioni ed ossequi. Adesso incomincia un lungo batostare tra il di
più della pretensione e il meno dell'offerta; l'ebreo non voleva
crescere un centesimo dai quindicimila franchi, e ne rubava mezzi.
Eponina uggita della fastidiosa tenzone conchiuse:

— Orsù! Voi mi darete ventimila franchi dei diamanti; mi lascerete il
cerchio di oro, nel quale sostituirete ai diamanti tanti bei cristalli
di quarzo: sostituzione, bene inteso, che pei cristalli quanto per la
mano di opera voi farete a vostre spese, oltre i ventimila franchi, che
mi hanno a venire in tasca senza alcun defalco; e con patto che prima
d'incastonare i cristalli, voi me li farete esaminare e scegliere.

— Mi possano, cara _lei_, cascare gli occhi che ho davanti; possa non
più vedere i tabernacoli di Isdraele, se quello che mi domanda non
supera di un terzo il valore dei diamanti. Ella, mia padrona reverita,
se in bellezza supera Ester, nella sagacità potrebbe dare venti punti ai
sessanta alla regina Saba; ma creda, per vita mia, se Anania facesse
affari come propone _lei_, diventerebbe più povero di Giob. Le parrebbe
giusto che, dopo tanti anni di fatica, avessi a trovarmi ad avere
edificato sopra l'arena del Giordano? Lascio considerarlo a lei.

— Basta così, signore Anania; pregovi a volermi scusare il disturbo, mi
volgerò al signore Ivano Rotting, che spero trovare più ragionevole di
voi: se m'ingannassi, in qualche altro modo provvederò.

— Mia signora, si accomodi; solo vo' dirle una cosa che desidererei mi
fosse creduta senza giuramento; dov'ella pensasse che per essere Anania
circonciso e il signor Ivano battezzato, lo troverà più arrendevole di
me, ella sbaglia, e di grosso: circoncisione o battesimo non genera
differenza nel mercante: sopra la professione che ognuno di loro
professa, ce ne ha una terza, comune ad ambidue loro.

— Mio degno Anania, io penso che voi possiate avere ragione; ma a
provare non si rimette nulla.

— E veda, proseguiva l'ebreo, circa ai cristalli io la potrei servire
unicamente, chè possiedo i più bei quarzi di cristallo che sieno stati
mai raccolti nell'Altai: ci vuole occhio esperto di molto a distinguerli
anco messi accanto ai diamanti genuini; e questo, mi sembra, non dovere
riuscire indifferente alla mia signora.

— Eh! fino a un certo punto non dico di no. — E così dicendo Eponina si
levò in piedi in atto di accompagnare Anania, il quale andando lemme
lemme lasciò cadere queste parole per terra, rade, ad una ad una, perchè
facessero più romore.

— Ivano... gioielliere di Corte... è sicuro che ha fornito il monile...
la indiscrezione dorme a letto con lui... ogni giorno egli si ubbriaca
di acquavite... Anania tiene le labbra chiuse più di un sepolcro.

Vedendosi giunto sopra la soglia della stanza senza che coteste parole
avessero fatto breccia, vi si fermò all'improvviso; solo volgendo il
capo con le spalle disse:

— Vadano ventimila franchi da una mano e il braccialetto, ma libero da
ogni altra spesa o fattura.

— Non si fa nulla: ho bisogno che il monile mi rimanga.

Anania ripose il capo nella prima posizione e si spinse avanti due
passi; di là senza neppure darsi lo incomodo di voltarsi, soggiunse:

— Dove andò il brigantino vada la barca; le rimanga il braccialetto, ma
tocchi a lei la spesa dei cristalli e della incastonatura...

E siccome Eponina, non rispondeva, egli ci appose per glossa: E questo
lavoro, cara signora, eseguirò io per un prezzo da convenirsi.... quasi
per nulla, veda... duemila franchi tutto compreso... cristalli...
legatura... ripulitura.

Ed Eponina zitta; onde l'ebreo, spaurito che ella si fosse partita dalla
stanza, riggiravasi tutto di un pezzo sopra i calcagni, come ventarola
del camino ad un sbuffo di libeccio.

— Dunque, cara _lei_, come vuole; che non possa rivedere la famiglia se
con lei guadagno tanto da fare gli azimi per Pasqua.

— S'intende, Anania, per famiglia la vostra, e per vostri gli occhi che
avete nella fronte; basta così, conosco le espressioni maligne del
vostro odio impotente, e le disprezzo: odiate e tremate: intanto
procurate osservare la promessa e portatemi a far vedere cristalli di
primissima qualità.

— Viva tranquilla... glielo aveva detto ancora io che era cosa della
massima importanza; chi non se ne intende non li distinguerà nè manco
scoperti, i periti non li potranno conoscere sotto i rabeschi delle
trine di Malines...

— Ai ventimila franchi ne aggiungerete duemila che terrò in pegno della
esecuzione dell'obbligo vostro.

— Pare, cara signora, che _lei_ non si fidi?

— Eh! non pare, è.

— Fidati fu un galantuomo, e non ti fidare galantuomo più di lui;
peccato che non sia mia figliuola! Scusi, di che paese è vostra
signoria?

— D'Italia.

— Per vita mia, me ne era accorto.

— Pur troppo; noi vi pratichiamo in Italia assai più che non si
dovrebbe, e però riteniamo del fare vostro più che non si vorrebbe; nè a
vero dire gli ebrei sieno banchieri o mercanti, noi sperimentiamo
peggiori.

— O chi reputate i peggiori?

— Gli ebrei politici, ma non solo in Italia, bensì credo anche nella
Russia, massime in Polonia.

— Finiamo il nostro affare.

— Finiamolo.

Eponina dai ventimila franchi tirò fuori tanta somma quanta, tenuto
conto da piazza a piazza, potesse formare il valore di mille fiorini
austriaci, e mediante rimessa spiccata a nome del conte Ludovico
Anafesti, la spedì all'onesto locandiere di Vienna con la commissione di
pagare l'ebreo Kircher. Ancora fece trarre, sempre a nome di Ludovico,
sopra il banchiere Bellinspilli di Milano, una cambiale di dodicimila
franchi all'ordine della contessa Anafesti: la cambiale ella accompagnò
con una lettera, mediante la quale si fingeva che Ludovico l'avvisasse
della sua presente dimora a Pietroburgo; in breve le avrebbe spedito
altro denaro: del debito con lo Zinfi non si pigliasse travaglio: la
fortuna placata avergli adesso aperto una strada dove potersi
avvantaggiare con onore, negoziando sopra i valori pubblici, dietro la
scorta di persona, in compagnia della quale non poteva perdere. Le molte
occupazioni obbligarlo a valersi, per la corrispondenza, dell'opera di
un segretario; però non aombrasse, se vedeva la lettera scritta con
carattere diverso dal suo. Indirizzasse la risposta sotto fascia al
signor conte Caroti aggiunto alla legazione italiana a Pietroburgo, e
conchiudeva con un geroglifico, che ritraeva bene abbastanza le iniziali
di Ludovico Anafesti.

E già Eponina, sagacissima donna, avendo rinnovato la conoscenza del
conte Caroti, ottenne licenza di fare indirizzare a lui le lettere da
Milano, con promessa di consegnarle tutte quante a lei: anzi, annuente
il conte, s'impossessò di alcuni quaderni di carta con la impronta della
legazione italiana, sopra la quale ella scrisse la lettera che si
fingeva Ludovico spedisse alla madre: e ciò al fine di meglio colorire
la cosa.

L'onesto locandiere di Vienna rispose puntualissimo e presto, chiudendo
dentro la sua lettera ampia ricevuta del barone ebreo per saldo, fine e
quietanza di ogni suo avere, pretensione, ecc. fino al presente giorno;
ed aggiungeva: «Non creda però, mia signora amabile, ch'io glieli abbia
dati tutti, che anzi mi andava proprio il sangue a catinelle per quelli
che io gli ho dato. Avendolo avuto a me, io gli ho discorso così:
Barone, non ti ho chiamato già per dirti che sei un ladro, perchè questo
lo sai da te, ed è un pezzo: non per leggerti la sentenza che ti
condanna alla galera, perchè io non sono giudice, ma locandiere, ed
arrostisco polli, non uomini: non per ribadirti l'anello intorno al
collo del piede, perchè di mio mestiere io non faccio il magnano; bensì
per parteciparti una notizia altrettanto gradita quanto inaspettata:
immagina che invece di darti querela criminale per una truffa commessa,
io ti pagassi il danaro che hai rubato al gioco a quel signore italiano
di nome conte Ludovico Anafesti, quanti me ne ritorneresti indietro per
mancia? — Il barone ha risposto: parole sono piume: sabato non è, e la
borsa non ci è. — Ed io — Certo il giorno che corre oggi è giovedì, ma
la borsa io la tengo. Basta, tu taci; proporrò io. Contentati di
cinquecento franchi. — Egli: — E poi voi dite: queste sono proposizioni
da ebrei! Tu mi vuoi strangolare... e mi do facoltà di sopprimere il
resto. — Barone, rammentati, che se io ti mettessi l'ossa in un sacco
non ti darei il tuo avere; via, non mi far perdere tempo, e scrivimi la
ricevuta. — Egli da capo: — Anzi, io non la scriverò; o perchè il conte
vuol pagarmi? — Che so io? Gusti fradici; i negri non condiscono la
insalata con l'assa fetida? — Non è così, ripicchiava costui; il conte
pei suoi particolari interessi ha bisogno di una mia ricevuta. — Tu
svagelli, barone, la tua ricevuta non sarebbe buona ad altro che a farti
spalancare le porte della galera a vita, senza mandato di giudice: or
su, piglia seicento franchi, e vattene. — I cavalieri, insisteva il
barone, quando vogliono mantenere il loro punto, hanno da pagare a saldo
e a danaro il debito del gioco. — Sicuro, quando è vinto, non già quando
è rubato. — Breve, si è contentato di seicento franchi; però dai mille
fiorini sono giusto avanzati 1900 franchi, i quali, detratti gli
interessi fino al presente giorno, io le ho segnato a credito come
rileverà dal suo conto qui annesso. Con altri 7 od 800 fiorini, vostra
signoria potrà riscattare le sue gioie, che le ho serbate e le serberò
sempre, — cioè, finchè gli interessi non rodano il capitale..... perchè
veda, mia rispettabile signora, sebbene locandiere, ho un cuore da
Cesare, e mi sono fatto a dire: — Giovanni! La giovane, si vede chiaro,
è affezionata alle sue gioie come quelle che le hanno a venire da
persone amate... padre, madre, zii, zie, e così di seguito: assicurato
sei; tienle in mano; bisogna farle trovare alla signora quando venga a
cercarle, e tu glie le restituirai previo rimborso di capitale e
interessi; e se qualche cosa ella ti vorrà dare di mancia, guarda bene
di non metterti sul superbo, e rammentati che italiani e tedeschi sono
fatti a posta per istare d'accordo come pane e cacio, ecc., ecc.»

O bontà somma di locandiere viennese! Imparino gli italiani a seguirlo
fin lì, più oltre no, chè correrebbero rischio di traboccare nel
sublime. Quando le faccende della curia romana comincieranno a
ravviarsi, io per me credo fermamente che il collegio amplissimo dei
locandieri, tavernieri, osti e consorti opererà da pari suo promuovendo
la santificazione del locandiere viennese — o per lo meno la sua
beatificazione.

Dopo questa, a qualche settimana di distanza, sopraggiunse la lettera
della contessa al suo figliuolo. «Incominciava da congratularsi con la
fortuna e con lui. Con la fortuna, perchè alla fine cessando i suoi
rigori si fosse mossa a favorire Lodovico; con questo, perchè attendendo
alacre e diligente ai negozi si dimostrasse degno degli inusitati
favori. Lodava il figlio della discretezza adoperata a celarle il nome
del suo compagno negli affari di Borsa, ma mordendo all'amo apprestatole
da Eponina, aggiungeva averlo indovinato (ella immaginò qualche
segretario della legazione; forse il ministro stesso). Continuava poi,
la cugina duchessa averla così accomodata di danari, ma pochi, come
quella che si versava a posta sua nella penuria a cagione delle
prodigalità commesse nel passato carnevale: prometteva di più in
seguito; però arrivati come manna i dodicimila franchi, mentre quelli
della duchessa soli non sarieno bastati a tranquillare le avare
improntitudini dello Zinfi; aggiunti i suoi, lo avevano persuaso a
starsi fermo nel convincimento di avere ad essere saldato: però
dichiarava che, stante il caro del denaro, quanto a interessi non poteva
contentarsi al 6 per cento. — Alla quale proposta, aggiungeva la
contessa, non ho potuto astenermi da osservargli: — Ma voi avete
imprestato danaro al mio figliuolo incominciando a contare dal sessanta,
sicchè il sei su sessanta fa giusto il 10 per cento. — Egli, cavandosi
la berretta, ha risposto: che con donne, massime con le signore, non
voleva avere discussioni, e mi ha lasciata in asso; ond'io prego Dio con
tutto il fervore dell'anima affinchè comandi alla fortuna di proseguirti
propizia, per liberarci dalle branche del demonio... voleva dire
dell'usuraio ebreo. Dicano quanto sanno i Salomoni della scienza, per me
perfidio a sostenere che i giudei entrarono nella vera terra promessa
allora soltanto che furono abolite le leggi sopra l'usura. Adesso noi
dobbiamo 50 mila franchi di capitale allo Zinfi; 10 mila alla duchessa;
e rimangono fuori gli 80 mila dei pagherò nelle mani di quel furfante
matricolato dell'Onesti, di contro ai quali stanno i pagherò falsi, che
egli ti diede. Speriamo da questo lato non sia per venirci danno; però
ne dubito: quante volte ci penso mi trema il cuore come una foglia.
Dunque il debito ora somma a franchi 62 mila, più i maledetti interessi,
che non dormono mai giorno, nè notte, e mangiano sempre; altri debiti
non ci avrebbero ad essere; almeno io non ne ho, e così spero sarà di
te. Dunque lavora, guadagna ed attendi a fare di ogni pruno siepe,
seppure non vuoi rimanerti pulito come il palmo della mano. Alla buona
duchessa nostra cugina, udendo e vedendo che tu ti sei dato al buono,
sono venute le lacrime agli occhi; povera donna, ella ti vuole proprio
bene! Mi ha raccomandato più volte che io ti scriva: — tu cerchi ad
aiutarti quanto puoi, ella attendere notte e giorno a trovar modo di
levarti di pena; anzi a restituire alla tua nobilissima casa (che è pure
la sua) l'antico splendore. Tirando a indovinare, io immagino che ella
mulini qualche partito per te, proprio coi fiocchi. Dove mai mi
apponessi, badiamo bene, veh! per quanto possa riuscire fruttuoso, non
vo' letame plebeo in casa. A negozio fatto bisogna piegare il capo, ma a
negozio da farsi, se non ci troviamo tutte le nostre convenienze, diamo
di frego; nella quale risoluzione io mi sono tanto più confermata, che
la esperienza mi ha fatto toccare con mano che la plebe o il popolo, per
quanto tu lo stropicci, non piglia mai il lustro, eccetto sulle
sopraccarte: gli è fiato perso, nonostante il suo anfanare, non giungerà
mai a quella rettitudine di sensi e alla gentilezza di modi, retaggio
proprio di noi altri nobili[32]. Quando mi scrivi, io ti prego di
sapermi dire che ne sia di quella _povera creatura_ della Onesti. Ella
non merita il destino a cui la riservano le tristizie dei suoi parenti:
mi era adattata a tenermela per nuora: adesso poi mi è impossibile: deve
sentirlo ella stessa: procura usarle ogni più urbano e gentile riguardo:
come gentildonna te ne prego, come madre te lo comando: proteggila,
assistila in tutto, anche prima di me...»

  [32] Anco il conte Vittorio Alfieri la pensava così. Vedi sua
  lettera al conte Alfieri di Sostegno.

Dopo averla letta, Eponina si ripose la lettera in seno esclamando:

— È la solita storia; il pranzo squisito al condannato quando lo mettono
in cappella.

                                 *

— Cara Eponina mia, senti, tu mi hai a fare un piacere, e non mi dire di
no: stasera sono invitato al _Club_ della Neva, ed ho promesso di
trovarmici; tu sai che lo frequentano principi e boiardi, insomma gente
che va per la maggiore: colà si giuoca alla grossa, ed io non vorrei
scomparire.... forse potrei rifarmi dei tanti che ho perduto: — oh! che
la disdetta non deva cessare mai?

Appena l'alba spunta le tiene dietro l'aurora, dopo l'aurora corre il
sole; così del pari il crepuscolo non si ferma un istante: di vermiglio,
paonazzo e poi nero d'inferno. Nella medesima guisa l'anima dell'uomo si
affretta a salire, o a scendere; le buone qualità sopra i naturali
viziati si posano meno dei colombi su la cuspide dei campanili. Ludovico
di pudibondo eccolo in breve diventato impudente ed impronto, e spera
riuscire nello intento, avendo saputo la vendita fatta da Eponina dei
diamanti donatile dall'imperatrice. Ora la giovane rispose con la sua
voce soave alla domanda molesta:

— Vico mio, con tutto il cuore se potessi: ma vedi, ho spedito fuori
tutto il denaro: mille fiorini mandai in tuo nome a Vienna per pagare il
debito di gioco che tu ci lasciasti con l'ebreo Kircher.....

Ludovico sentì darsi nuova trafitta nel cuore, e, senza attendere che
Eponina aggiungesse altre parole, tutto arruffato andò via sbuffando.

Veruno usuraio sentì mai pungersi dall'aculeo della cupidità di
accumulare danari come adesso Eponina, onde deliberò aprirsene con certo
principe russo, conosciuto da lei per lo passato a Milano, il quale
pareva averle posto straordinario affetto, e veramente era così: —
questi, o acconsentisse al vero, o per zelo dei pregiudizi della Corte e
della nobilea, la dissuase da dare lezioni a pago; stesse al suo posto;
non le mancherebbero inviti di prendere parte ad accademie in casa dei
magnati. S. M. la imperatrice la chiamerebbe ai concerti di palazzo, e
la munificenza russa non patire che chi la letizia con le sue virtù, si
allontani senza segno notabile del proprio gradimento. Eponina si
attenne a cotesto consiglio. Ora il conte Ludovico talvolta fu invitato
insieme ad Eponina, e più spesso no, o per inavvertenza, o perchè lo
considerassero appendice inutile della giovane artista; un gambo di
fiore; ed anche ciò era trafitta al suo cuore vano. Nè quando
accompagnava Eponina soleva gioire di più, chè senza glielo dicessero,
gli facevano comprendere la sua essere la parte dell'ombrello che,
entrati nel portone, si chiude e mettesi da parte per ripigliarlo poi
quando si esce di casa. La sua vita, a canto a quella di Eponina, ignudo
com'era d'ingegno e ricco di vizi, insaccato fino agli occhi di
orgoglio, ricordava la passeggiata favolosa della pentola di terra cotta
a braccetto pei manichi con la pentola di ferro; egli ci si trovava a
suo bell'agio, presso a poco come Regolo dentro la botte cartaginese.

Eponina certo ebbe a provare gli effetti della generosità russa, ma non
corrisposero alla sua aspettativa, la quale, per la passione che la
rodeva, era diventata improntissima; arrogi che quel vendere continuo di
gioie per sostituirvi cristalli, con sicuro scapito d'interesse e con
eventuale perdita della reputazione, se fosse venuto a scoprirsi, forte
la infastidiva: nè punto la tranquillava l'esempio del marchese Massimo
D'Azeglio, che il giorno stesso nel quale gli venne ricapitata per parte
del Sultano la decorazione in brillanti della _medijdiè_ la vendè di
rincorsa, surrogando, com'ella costumava, alle gemme cristalli,
imperciocchè quanto di leggieri era permesso ad uno degli archimandriti
della mandria moderata d'Italia, non si concede a un semplice mortale.
La facoltà di non sentire o non curare il proprio decoro è privilegio
esclusivo dei signori. Difatti vendonsi dal Governo titoli di nobilea,
come dallo speziale cerotti per apporli sulle ulcere e nasconderle alla
vista di chi passa.

Intanto Eponina i denari raccolti spendeva sottilmente per Ludovico e
per sè; gli altri tutti rimetteva nella consueta guisa alla contessa, la
quale rispondeva con lettere sempre uguali, come gli _Oremus_, piene
zeppe di lodi e di promesse; ma siccome queste non vedeva mai Ludovico,
così Eponina, maravigliando della indifferenza di lui circa il silenzio
materno, un bel giorno gli disse:

— O Vico, e di tua madre non hai notizia alcuna?

— Da lei diretto nessuna, ma se capita qui qualche lombardo io ne faccio
ricerca, e così m'avviene sapere di tratto in tratto che ella è viva e
sana, che Dio la benedica. Mi sembra che, tacendo, mia madre operi da
quella discreta gentildonna ch'è. O che vuoi tu ch'ella mi scrivesse?
Miserie; ciò intristisce, e non leva un ragnatelo dal buco: quando potrà
mandarmi un po' di danaro, mi scriverà.

E questo disse con tale una perfetta intonazione di gelo, così
nell'anima come nella voce e nel sembiante, che Eponina ebbe a pensare:
va', tu se' proprio della pezza donde si fanno le giubbe ai diplomatici!

Ora accadde che, avendo Eponina in certa veglia incontrato il signor
Mario di Candia, cantante di quella eccellenza che tutto il mondo sa,
seco lui si trattenesse a lungo, ed ella restasse incantata non solo pei
modi squisitamente gentileschi, ma sì eziandio per la espressione delle
doti che onorano la nostra umana natura. Più che altro, com'era da
credere, favellarono di musica, ed egli le lasciò intendere che si
reputerebbe sommamente onorato di unire la propria alla voce di lei; e
da cotesta sera Eponina si risolvè di presentarsi sul teatro. Nel
presagio di levare via di un tratto, o almeno in brevissimo tempo, i
debiti di Ludovico, ella raggiava di contentezza, sicchè tornando a casa
ella non si potè tenere da fargli motto di cotesto suo proponimento; ma
con sua non piccola maraviglia ella lo trovò renitente; sicchè dopo un
batostare da una parte e dall'altra, egli alla ricisa le disse: avrebbe
desiderato che ella rimanesse lontana dalle scene, ma poichè ci voleva
andare ad ogni modo, nè egli la poteva impedire, egli intendeva che lo
facesse con tutto altro nome che col suo.

— Perchè, egli aggiungeva, vedi, non te ne avere a male, ma, capisci, la
contessa mia madre e tutta la mia nobile casata non vorrei che un giorno
mi movessero rimprovero di non avere conservato nel suo pieno decoro il
nostro nome.

— Ah! Dio volesse che il tuo nome non fosse caduto in peggiori mani
delle mie. Queste parole scoppiarono ratte come fulmine dalle labbra di
Eponina, e quando le volle ritenere era fuori di sua balìa poterlo fare;
però si affrettava aggiungere: — Nondimeno, andando sul teatro,
procurerò non valermi del tuo nome.

Essendo ricorsa Eponina al patrocinio del suo amico principe Platow, per
riuscire più agevolmente nello intento, qui pure incontrava contrasto;
anzi il principe risentito, nel mezzo del colloquio esclamò:

— Io non mi posso capacitare, mia signora, come ella si sia intestata
così di andare sul teatro.

— Perchè ho bisogno... moltissimo bisogno di danaro.

Allora il principe, con gesto di disgusto, riprese:

— Non vi avrei mai creduto così avara; scusate, ciò vi fa torto.

Parve Eponina a coteste parole proprio un apparecchio elettrico di cui
avessero girato la chiave: afferrò il braccio del principe, e
squassatoglielo forte, gli stridè fra i denti:

— Sappi, russo... sappiate, signor principe, che il danaro, il molto
danaro mi fa bisogno per pagare debiti di onore..... e questi debiti non
ho fatto io.... intendete bene, non ho fatto io... e l'onore che voglio
salvare non è il mio, intendete bene, non è il mio.

Il russo sbalordito dalla terribile esaltazione di lei, le chiese
umilissima scusa e la pregò di lasciarsi condurre per suo maggiore
vantaggio. Eponina facilmente placabile glielo concesse, anzi, côlto il
destro, come per aderire ai suoi consigli, gli confessava farle scrupolo
non mediocre esporre sul teatro il nome Anafesti, nobilissimo in Italia
se altri fu mai. Il principe, che era orgoglioso della sua nobiltà una
volta e mezzo più del pavone della sua coda, lodò abbondantemente
cotesto scrupolo, sicchè alla osservazione che Eponina le mosse alquanto
indispettita:

— E sì, che senza biasimo potè salire sopra le scene il signor Mario,
ch'è marchese, gentile sangue italiano dalla Spagna trasfuso nella
Sardegna...

rispose interrompendo:

— Sì, sì; ma un fiore non fa primavera, ed è desiderabile che questi
esempi cessino, piuttostochè si rinnovino.

Venne pertanto statuito fra loro che ella avrebbe segnato la scrittura
col nome di Eponina marchesa di S. Prudenziano; il principe poi,
avendone tenuto proposito col signor Mario, convenne con lui non esser
bene andarsi a profferire; il principe si desse d'attorno per fare
nascere, crescere e divampare il desiderio di sentir cantare sopra il
teatro di Pietroburgo la celebre italiana, marchesa di S. Prudenziano:
egli dal canto suo non si rimarrebbe da movere i mantici nella Direzione
del teatro, per accendere la voglia di mettere sopra le scene la
_Semiramide_ del Rossini ed ottenere a qualunque prezzo che Eponina ci
sosterrebbe la parte di Arsace; tanto più volentieri dare egli di mano a
cotesto accordo, perchè ella ne avrebbe aumentata, se pure era
possibile, la sua reputazione, e la Direzione ne avrebbe tirato una
ripresa superiore ad ogni previsione.

E poichè, come ammonivano gli antichi, con quei di Creta bisogna
cretizzare, così i negoziatori di Eponina si mostrarono alieni da
impegnarla una stagione intera, molto meno un anno; ella acconsentirebbe
per quattro o sei recite, col compenso di duecento rubli per sera, e non
parve caro.

È mestieri dirlo; l'esito non superò solo il presagio del direttore del
teatro, bensì anco quello dello stesso signor Mario: a tanto giunse
l'entusiasmo, che non si rifiniva mai di parlare del nuovo miracolo,
così alla Corte come all'osteria; nelle botteghe dei barbieri come in
chiesa: insomma da per tutto. Il direttore del teatro, con sua
inestimabile contentezza, si trovò, secondo quello che racconta il
cronista Villani, a raccogliere i denari col rastello alla porta del
teatro, come i preti alla porta delle basiliche di Roma nel primo
Giubbileo instituito da Bonifazio VIII: però, venute a termine le
quattro sere, non è da dirsi quale assedio costui mettesse intorno ad
Eponina perchè si obbligasse un anno a cantare sul teatro, o nelle
accademie particolari, o almeno per una stagione; profondevasi in
inchini; ogni giorno un mazzo di fiori, e adesso naturali, ma cresciuti
al tepore delle stufe, non già ai raggi del sole: a tutte le persone
astanti intorno ad Eponina si raccomandava; mesceva mancie ai servi con
lo stecchetto, ma le promesse sbraciava con la pala; di qui Ludovico
venne a sapere come Eponina avesse obbligato la opera sua sotto un nome
che finto non si poteva dire e vero neppure, perchè _temporibus illis_
il marchesato di S. Prudenziano fu feudo di casa; ma i suoi non gli
avevano dato nè anche la consolazione di cui il conte di Cavour fu largo
a' genovesi quando li mandò in Crimea a vedere Caffa; e seppe inoltre,
cosa più importante per lui, che ella si era legata durante sei mesi pel
compenso di 25 mila rubli, di cui per patto il direttore aveva dovuto
anticiparle 60 mila franchi. Udito questo _evangelo_, Ludovico non
corse, non volò, ma come lo struzzo nel deserto parve aiutarsi con le
gambe e con l'ale nel ridursi a casa, dove rinvenne appunto Eponina che
riscontrava i biglietti di banca pagati dal Direttore, ond'è che
postergata ogni vergogna, e forse messo alle strette da qualche suo
segreto bisogno, le disse:

— Oh! adesso il morto è sulla bara; tu non potrai negarmi di avere
quattrini.

— Anzi, ella rispose, io non mi sono mai trovata in penuria come in
questo momento; vieni qua, invece di danaro io ti darò una storia; poca
cosa invero, tuttavia sempre meglio di un canto. — Certo fittaiolo
andava creditore del Fox, che gli aveva fatto una dichiarazione del suo
debito in piena regola; scarrucolato da un giorno all'altro dal nobile
signore sotto pretesto di mancanza di moneta, accadde un dì che egli lo
cogliesse proprio sull'atto di ripassare danaro. Oh! per questa volta,
esclamò il fittaiolo, voi non mi verrete a cantare che non avete
quattrini: io vi piglio con la mano nel sacco; per lo appunto come hai
detto tu; e il Fox gli rispose come io: — Non fui mai povero quanto
adesso perchè, come vedi, riscontro questa moneta per mandarla a lord
Say, il quale me l'ha vinta al gioco. — Oh! il mio, soggiunse il
fittaiolo, non è debito come quello col lord Say, anzi più vecchio, e
però più inquieto per esser pagato. — Niente affatto, disse il Fox; a
sicurezza del tuo credito tu possiedi la mia obbligazione, mentre il
debito di giuoco non ha altra garanzia che quella del mio onore. —
Ludovico, sappi che io ho destinato questo danaro a pagare debiti di
onore.

— Ma dove tu hai mai giocato? Quando hai perduto?

— Ludovico! Io pago debiti d'onore, esclamò percotendo, tutta alterata,
del piè la terra, — pago debiti di onore.... perchè a me premono più i
debiti altrui dei miei.

— Anche io ho i miei debiti di onore.

— E ci credo, però credo ugualmente che tu non abbia mai pensato a
soddisfarli.

Ludovico, quantunque fosse di temperamento linfatico anzichè no,
inasprito dal diniego del denaro, dalle passate trafitte commosso,
esacerbato dalla nuova puntura, si avventa addosso ad Eponina, le
stringe, le travolge il braccio destro violentemente, ond'ella ebbe a
prorompere in urli di dolore, nè si rimase alle strida, chè tolta di sè
dal furore, lo chiamò: _vile!_

E pur troppo ormai egli era fatto tale; ma l'uomo quanto più lo merita e
meno sopporta sentirselo dire in faccia, per la qual cosa Ludovico a
posta sua arrovellato le lasciò andare una ceffata, che coltala nel naso
ebbe virtù di farne spicciare larga vena di sangue: allora Eponina
proruppe nella sua terribile ira di donna; non più gridi cacciò fuori,
ma ruggiti; di uno strettone svincola il braccio, ed afferrato un
pugnaletto che stava sopra la tavola, con quello in mano corse contro di
lui.

Lodovico, sbalordito dal suo atto indegno e dal furore di Eponina, non
faceva difesa, e sarebbe senz'altro rimasto ucciso, se in quel punto il
commissario di polizia del quartiere, tirato dai gridi, non fosse
comparso nella camera. Vista Eponina con lo stiletto in mano, tutta
macchiata di sangue, e Ludovico bianco come un lenzuolo di bucato,
intimava l'arresto ad ambedue.

Eponina però, avendo chiesto licenza di ritirarsi in camera per lavarsi,
ed essendole stato di leggieri concesso, in breve ebbe stagnato il
sangue, terso il volto: acconciò i capelli, mutò vesti, e dopo tolta via
ogni traccia della ignobile baruffa, si ricondusse pacata nella sala,
dove confessò con acconce parole che bisticciandosi col marito avesse
prorotto in parole strambe, di cui egli non a torto si era reputato
offeso; donde il chiasso e lo schiaffo, che il marito avrebbe potuto in
ogni caso risparmiarsi, il quale percotendo il naso era stato cagione
del sangue sparso. Tafferugli che sarebbe bene non avvenissero mai fra
marito e moglie, ma con tutta la buona volontà del mondo non sempre si
possono evitare.

D'altronde simili casi non avrebbero dovuto partorire maraviglia presso
i russi, i quali, se la fama porge il vero, sogliono provare la propria
affezione alle dilette mogli con qualche solenne carpiccio di bastonate;
e le mogli, per quanto se ne sente dire, se a troppa distanza ricevono
queste dimostrazioni di amore, si arrapinano.

— Voi dunque, interrogò tutto abbonito il magistrato, veramente siete
marito e moglie?

— Voi dunque ne dubitereste?

— Il mio ufficio non è dubitare, bensì verificare; per tanto vi
compiacereste somministrarmene la prova?

— Sull'atto; ed Eponina, tornata in camera, ne uscì dopo pochi momenti
col passaporto della legazione italiana a Vienna, il quale avendo
esaminato il commissario, lo rese dicendo:

— Non ho niente da osservare; pure permettano che io li ammonisca
sconvenire altamente a persone ben nate trascorrere in simili eccessi.
Quello poi che voi, signora, avete avvertito intorno ai costumi russi,
un tempo, è vero, accadeva fra noi; ma adesso pare che questa usanza,
sbandita fra noi, abbia trovato albergo presso di voi. Se si va avanti
di questo passo, voi altre razze latine tanto presuntuose della vostra
civiltà vi vestirete della nostra barbarie, come vi vestite delle nostre
pelli.

Partito il commissario, Ludovico capì sarebbe stato inopportuno, forse
pericoloso riappiccare il colloquio, onde cautamente se la svignava.
Eponina rimasta sola si rimise allo scrittoio; le tremava la mano, e
guardandosi il polso del braccio destro marcato attorno da un cerchio
livido, pensò alla Maria Stuarda, quando ebbe a patire simile brutalità
nel castello di Lochleven per parte del lord Lindesay[33]. — Ella
sorrise di un cotale suo riso acerbo, e mormorò: — Ma costui era nemico,
e questi?... E senza più attese a scrivere lettere alla contessa
Anafesti in nome del figliuolo.

  [33] _L'Abate_ di W. SCOTT, c. 22.

La lettera a un di presso parlava in questa sentenza: la fortuna, per le
preghiere materne, essersi convertita in provvidenza; i negozi avere
proceduto di bene in meglio, epperò trovarsi in caso di spedirle in un
botto 60 mila franchi, i quali co' già mandati dovevano bastare pel
saldo dell'ebreo Zinfi, e pel ritiro dei biglietti, che soprattutto
premeva riscattare; non mettesse tempo fra mezzo a porgergliene avviso
per suo governo.

Dopo questa lettera ne scrisse un'altra, la quale doveva arrecarle
inestimabile travaglio, a giudicarne dalle goccie di sudore che le
cadevano a quattro a quattro dalla fronte; la sigillò e la chiuse dentro
un'altra lettera.

Dopo un quarto d'ora, comparve il suo amico principe Platow, che le
portò la cambiale dei 60 mila franchi tratti sopra il banchiere
Bellinzaghi all'ordine del traente, e da questi girata in nome di
Ludovico Anafesti. Eponina nella smania di affrettarsi ci appose subito
di propria mano la gira all'ordine della signora contessa; di che
maravigliando il principe e sottilmente seguendo il moto della penna di
Eponina, si accorse com'ella s'industriasse ad imitare la segnatura di
Ludovico.

Allora balenò alla mente del principe lo intento di Eponina, ma questa,
accortasi della sua inavvertenza, per non lasciargli agio di fermare
troppo il pensiero sopra simile accidente, di subito levandosi lo
pregava di accompagnarla con la sua carrozza fino allo ufficio della
posta, per assicurare le due lettere, che ella spediva in Italia: per
via gli raccomandava le portasse il conto del banchiere per soddisfarlo
del cambio da piazza a piazza, che non poteva essere piccolo. Il
principe, immaginando che da lei simili faccende s'ignorassero, aveva
disegnato non farglielo pagare, ma ella ebbe avvertenza a tutto, e il
modo col quale ella lo chiese parve tale al principe da torgli la voglia
di disobbedire.

Intanto che la nostra egregia donna seguitava la sua carriera luminosa,
le lettere giungevano a Milano, dove sortirono l'effetto da lei
desiderato, conforme conobbe dalla lettera scritta qualche mese dopo
dalla contessa al figliuolo, e da lei secondo il solito intercettata.
Questa lettera da cima in fondo cantava gloria, osanna e alleluja.
Pagato lo Zinfi giudeo; ritirati i pagherò e i biglietti falsi, da
questo lato una pietra sopra ogni cosa; ma le buone al pari delle triste
venture le sono come le ciliegie, però il giorno dopo che si aveva
levato cotesto peso di sul petto, le si era presentato un signore, il
quale, datosi a conoscere pel cassiere della casa O. Boncompagni e C.,
l'aveva chiarita come qualmente la prelodata casa Boncompagni e C.,
fosse stata _vittima_ di un furfante matricolato, il quale aveva seco
lei conchiuso un baratto di un milione circa di valori pubblici con
altrettanti biglietti falsi del Banco di ***: aggiungeva riportarle i
pagherò sottoscritti dal suo signor figliuolo conte Ludovico, a patto
che ella gli retrocedesse i biglietti avuti in pagamento; averle recato
questo disturbo perchè era stato avvertito che i biglietti si trovavano
in possesso della signora contessa, e che ella era dispostissima a
stornare il negozio: «Io, proseguiva la contessa, figurati se l'ho
lasciata bollire e mal cuocere; però sull'atto gli ho dato i biglietti,
e il cassiere mi ha restituito i tuoi pagherò dopo avermi fatto giurare
per me e per te, sul nostro onore, il più assoluto silenzio sopra questa
operazione, per non pregiudicare il credito della banca Boncompagni e
C., e peggio il credito della banca a danno della quale erano stati
falsificati i biglietti; promessa che di leggieri feci per me e per te,
ed alla quale noi non mancheremo di certo. I tuoi pagherò, a scanso di
fastidi, ho gittati sul fuoco. Adesso come piace a Dio non ci è più
debiti in casa, non ci sta più sul collo il pericolo di vedere gettato
ai cani quel po' di bene che ci resta. La cugina duchessa avere ricevuto
consolazione da non potersi dire, dalle notizie che mano a mano le
partecipava sul conto tuo; ti mette al quarto cielo, e se potesse ti
metterebbe più in su: a tutti di te tiene proposito: ti tuffa pel ciuffo
nelle lodi; e tanto si è data e si dà d'intorno, che ha persuaso il
preclaro marchese di Cavedoni a consentire le nozze della sua figliuola
Sofonisba con te: anzi l'altra sera ha parlato aperto, che se questo
matrimonio si può fare, egli ti dà la sua figliuola non con una mano, ma
con due. La dote sarebbe di 500 mila franchi, e di giunta le _speranze_
e due zie quasi decrepite ottimamente provviste e piuttosto sviscerate
che benevole di Sofonisba. Questa poi propriamente un angiolo, capitato
non si sa come sopra la terra e smarrito una sera nel tornarsene a casa
sulla via del paradiso: giglio di purità educato dalle suore del Sacro
Cuore: turibolo di oro, donde s'inalzavano senza posa al cielo profumi
di virtù e di santità: quanto a bellezza, certo in lei avresti cercato
invano quanto di allettatore e di lusinghiero si accoglie nel volto
delle donne mondane, ma nelle sue sembianze, quanto più le contempli e
più ti posi: talenti molti e positivi, non lampeggianti da
abbarbagliarti gli occhi, bensì luminosi di una luce modesta da
rischiararti nei più oscuri laberinti della vita. Aggiungi ancora che il
marchese Cavedoni, essendo coll'attuale ministro Jolicari o Palicari,
come si suol dire, due anime in un nocciolo, egli si faceva forte
ottenere al suo genero di schianto la carica di segretario di Legazione.
La duchessa si mostra tanto infervorita in questo negozio, che ha fatto
cantare un _triduo_ pel suo esito felice. Ora dunque, figlio mio,
considera se ci sia verso di potere onoratamente dare seguito alla
pratica, ammonendoti che dove anco tu avessi assunto impegni _morali_,
quelli tu attenga. Non credo doverti rammentare come il precipuo dovere
del gentiluomo consista appunto nella osservanza delle promesse date;
prima di darle bisogna pensarci due volte, ma ad eseguirle nè manco una.
Tra l'orgoglio offeso delle nozze dispari e l'onore maculato non ha
luogo scelta; ti desidero copioso di beni, ma più di onore. Capisco che
non ti sarà agevole ritirarti dal passo che hai fatto, ma la via retta è
la più piana; apriti con la giovane, e se veramente ella ti ama,
potendolo col suo decoro, ella di gran cuore acconsentirà al tuo bene:
imperciocchè quantunque sia amaro confessarlo a voi altri uomini, per
cagione della vostra superbia, è un fatto che noi donne valiamo troppo
più di voi, ecc., ecc.»

Eponina dalla lettura di questa lettera cavò tre conclusioni. 1ª Che se
la signora Sofonisba non era gobba, sarebbe stato un miracolo. 2ª Che di
finissimo acciaio era stata formata la contessa, ma la ruggine della
vanità l'aveva rôsa più di mezza. 3ª Essere spediente consegnarla senza
far dimora a Ludovico.

Gliela consegnò ella? Non gliela consegnò perchè dal detto al fatto
passa sempre un gran tratto: anche l'anima più risoluta, sul punto di
pigliare irrevocabilmente un partito, il quale di punto in bianco le
scombussola costumanze, abiti di vita, reliquie di affetti e intenti,
che un dì invasero tutto il suo essere, ondeggia, o piuttosto tenzona
con violenza fra il sì e il no; — non gliela consegnò, perchè, essendone
stata distolta un giorno da continue distrazioni, un altro
dall'esaltamento dell'esercizio musicale, un terzo e un quarto dai
trionfi continui, si formò una settimana, dalla settimana il mese, e la
cosa cascò nel dimenticatorio.

Ma quello che ciondola, all'ultimo ha da cascare, sicchè quando Eponina
se lo aspettava meno, ecco venirle addosso una inopinata ventura; certo
giorno che ella se ne stava seduta davanti al piano-forte, dando una
ripassata a certe arie della _Straniera_, che ella si era impegnata a
cantare quella medesima sera, la serva le presenta una carta da visita
dov'ella lesse: «Contessa Anafesti nata Trittolemi.»

Le diede un tuffo il sangue e sentì rimescolarsi dal capo ai piedi;
tutta tremante ordinava alla cameriera:

— Fate entrare la signora contessa nel salotto di rispetto; fra due
minuti sarò da lei.

Corse nella sua camera, e subito si guardò allo specchio; ebbe paura
della sua pallidezza: le labbra aveva pavonazze; il cuore le palpitava
come se lì per lì stesse per ispezzarlesi; ella risoluta ci appose la
mano destra e disse: _chetati!_ Bevve un bicchier di acqua, scosse la
testa e soggiunse: su, andiamo a recitare il quinto atto.

Come i capitani innanzi d'ingaggiare battaglia per via di segreti
esploratori s'industriano riconoscersi, così queste due donne, con
guardi obliqui prima di aprire bocca tentarono scandagliarsi. Noi
conosciamo di già Eponina; le sue sembianze e gli atti percossero forte
la contessa, molto più che le forme della giovane, in grazia dello
esercizio della sua professione, avevano assunto certo garbo di
alterezza virile, che assai le si addiceva; e la nuova emozione animava
al doppio i tratti del suo volto, già vivi anche troppo. La contessa poi
era donna di forme grandiose ed abbastanza attempata; però, sebbene ella
non curasse punto dissimulare i danni della età, da talune parti delle
sue fattezze rimaste intatte, si poteva argomentare quale fosse stato un
dì tutto l'insieme, come da poche colonne, o dal frammento di un
architrave è dato giudicare quale, e quanta fosse la fabbrica caduta per
terra: ma se la benevolenza ideò il sembiante della contessa, per certo
non lo eseguì l'amore: contorni statuari, linee alquanto rigide; di
ossatura potente; nella sveltezza del portamento poteva dirsi giovane:
forse un dì anch'essa sarà stata vulcano, perchè tracce di cenere antica
in lei se ne vedevano; anzi era proprio così; ma il dovere avendoci
soffiato sopra con troppa veemenza, aveva con le passioni meno pure
estinto le pure e le purissime: parlava a spizzico, sicchè, facendo
sospettare che ella scegliesse prima quello che doveva tacersi e quello
che doveva favellarsi, allontanava la confidenza altrui: ma i detti e le
opere la faranno conoscere meglio da sè.

Impertanto ella stese con gesto urbano la destra verso Eponina, mentre
col braccio manco le abbracciava il collo accennando volerla baciare, ma
Eponina nell'atto che corrispose alla stretta di mano, parve studiasse
evitare di corrispondere al bacio, perchè, lasciando scorrere il viso in
giù, accolse il bacio della contessa in fronte.

Così, dopo reiterate più volte le accoglienze oneste, la contessa
favellò:

— Io mi era condotta qui, mia cara signora, nella speranza di trovare
presso di voi il mio figliuolo Ludovico.

— Di fatto, quantunque più rado di una volta, il signor conte frequenta
spesso in casa mia.

— Dunque non abitate insieme sotto il medesimo tetto?

— Ah! sì, rispose sorridendo Eponina, sotto il medesimo tetto abitiamo;
solo il suo quartiere sta accanto al mio.

— Mi avevano assicurato.... e qui la contessa si mise a cercare che cosa
dovesse aggiungere.

— E che cosa le hanno assicurato? Parli pure senza ritegno, nè tema
ch'io abbia ad arrecarmene.

— Mi avevano supposto... mi avevano fatto credere.... che voi vivevate
insieme, come marito e moglie.

— Signora contessa, io non so per lo appunto che cosa intenda il mondo,
nè che cosa intenda significare vostra signoria per marito e moglie:
questo tuttavolta so, e mi giova farle sapere, che io non consentirei a
vivere come moglie con uomo, il quale non fosse mio marito.

— Ma tra voi e il contino Ludovico non è corso un contratto di
matrimonio?

— No.

— Una dichiarazione.... un obbligo.... un vincolo insomma che tiene
legato l'uno all'altro?

— Oh! Ecco, trovandomi a Vienna ed occorrendomi per i miei interessi
condurmi fin quassù a Pietroburgo, proposi al suo signor figliuolo di
accompagnarmi; egli acconsentiva, non avendo nulla che lo trattenesse a
Vienna: allora, per rendere decente per me ed anche per lui la sua
compagnia, ci trovammo d'accordo di pigliare il passaporto in nome di
ambedue, qualificandoci per marito e moglie.

— E avete presso di voi questo passaporto?

— Sissignora.

— E avreste difficoltà alcuna, mia cara figliuola, a farmelo vedere?

— Veruna: si compiaccia di rimanere sola per pochi momenti, che io lo
vado a pigliare.

La contessa assentì col capo; Eponina andò in camera, donde in breve
tornata col foglio, lo porse alla signora. La contessa, dopo averlo
letto con molta attenzione, osservò:

— E non vi sembra questo un obbligo in buona e perfetta regola?

— Io non l'ho mai reputato tale, nè credo ch'ei sia. La legge non mena
buona che una forma sola; le altre non reggono, e noi non abbiamo
praticato quanto prescrive il Codice civile per la validità di simili
obbligazioni.

— Questo può darsi; ma non pertanto simile dichiarazione ingerisce meno
un vincolo morale fra voi altri due.

— E mancando lo scritto, mi scusi, mia riverita signora, secondo il suo
savio parere, verrebbe a mancare la obbligazione?

— Non dirò questo: solo ho voluto accennare che dalla soppressione di
questo documento sarebbe dato desumere la mutata volontà delle parti.

— E a lei, signora contessa, premerebbe molto che cotesta carta
rimanesse abolita? Mi parli chiaro.

— Potendolo fare con onore e con aggradimento delle parti interessate,
sì....

— Ebbene, signora, io le ripeterò le parole che Napoleone I disse alla
moglie del Governatore di Berlino, mentre ella, davanti al caminetto,
teneva in mano le prove della fellonia del proprio marito, ch'egli
stesso le aveva consegnato: — Gettatele sul fuoco coteste carte, ed io
mi guarderò bene di accusarlo per paura di passare per calunniatore.

— Figlia mia, rammentatevi che Napoleone poteva dirlo, imperciocchè
cotesti documenti a lui solo appartenessero, ma il passaporto spetta
soltanto a voi? Per una metà non ci ha diritto Ludovico?

— Non ci aveva pensato. Ella ha ragione; ma l'altra metà io posso dire
mia?

— Sicuramente.

— Ebbene, signora, vorrebbe essermi cortese di rendermi il foglio?

La contessa glielo porse; allora Eponina, sorridendo, lo mise in due
pezzi, uno dei quali gittò sul fuoco, e l'altro rese alla contessa
dicendo:

— Io lo consegno a lei, mia signora, affinchè si compiaccia conservarlo
pel conte suo figliuolo.

La contessa pei detti e pei fatti della giovane donna era rimasta a
bocca aperta come persona trasecolata; in questa si apre l'uscio del
salotto e prorompe dentro Ludovico, il quale a braccia aperte corre
verso la madre, che lo aspetta a braccia aperte; gli amplessi della
madre apparivano, sto per dire, feroci, smaniosi i baci; pianti,
singhiozzi, strida e risa tutto un miscuglio; la nobil donna non
rifiniva esclamare:

— O sangue _mio_, o figlio _mio_, sostegno della _mia_ vecchiezza,
speranza unica di casa _mia_, e così di seguito il _mio_ nei suoi
discorsi si udiva modulato in tutti i tuoni, — ci pigliava troppi più
colori che non ha l'arco-baleno. Cotesta stemperata dimostrazione di
affetto aveva un non so che di famelico, che togliendole ogni aura di
divino la rendeva turpe. Anche gli affetti di madre, meditava Eponina,
avviticchiandosi stranamente sopra interessi materiali, possono
scivolare giù per una scala di cui il primo piuolo è la indiscrezione,
ultimo il delitto; così le perle, a quanto affermano i naturalisti, si
generano da una malattia delle ostriche; e tu, avvenuta che sia questa
confusione, pendi incerto a giudicare se il delitto rimanga irradiato
dallo affetto, o piuttosto lo affetto s'intenebri dal delitto. Gli
affetti appena messe le ali drizzano tutti il volo al paradiso; guai
però se smarriscono la via! che taluni di loro si sono visti
appollaiarsi sulla traversa della forca.

Sboglientita la fornace e ricondotti gli animi alla consueta
tranquillità, la contessa raggiante di contentezza prese ad esporre a
Ludovico, per filo e per segno, quanto la cugina duchessa aveva fatto
per lui, e delle nozze imbastite, e della bontà suprema della damigella
Sofonisba; della pingue dote, delle speranze, del casato illustre, e non
tacque della aspettativa della carica, preludio ad uffici maggiori. La
cara Eponina avere dichiarato spontanea nessun vincolo esserci fra loro,
e quando mai ci fosse stato ella non esigerne lo adempimento: dunque
possiamo tornarcene a casa col cuore lieto. Noi non abbiamo più debiti,
i pagherò di quel malmignatto dello Zinfi giudeo, arsi; arsi anco quelli
posseduti dal Boncompagni: i buoni di banca falsi ritirati, e tutta
accesa continuava: — O figliuolo mio! la tua costanza e la tua virtù ti
hanno guadagnato i cuori di tutti; di me non parlo; ti basti che tua
madre va altera di te. Comprendo che se la fortuna non era, tante belle
cose tu non potevi fare; ma se la solerzia non tiene aperto l'uscio, la
fortuna passa senza entrare mai in casa. Delle somme che tu mi spedisti
io ho qui meco il conto, e vedrai come le furono erogate a tuo
bell'agio.

Ludovico a cotesti discorsi restava come intontito; temeva essere preso
a scherno; ma non si poteva persuadere che la madre amorosissima facesse
di lui così atroce strazio, e poi dal fervore del dire e dai moti delle
membra si conosceva chiaramente ch'ella favellava da senno; bensì non
ardiva levare gli occhi verso Eponina, la quale pure teneva i suoi
abbassati. La madre cagliava l'impeto e perdeva la tramontana; dopo
lunga e affannosa dimora Ludovico con voce strozzata finalmente disse:

— O madre! O madre! Io non ho guadagnato nulla in virtù, nè in danari:
tutto quanto attribuite a me è opera di Eponina.

— Orsù, questa interruppe, dopo avere, giusta il suo costume, scossa per
lo indietro la testa, poichè mi trovo costretta a dire, è vero;
dall'esercizio dell'arte mia ho ricavato il modo di pagare i tuoi
debiti; allorchè ti rifiutai i mille fiorini, e' fu per mandarli a
Vienna al barone ebreo tuo creditore per debiti di gioco; gli altri
danari rimisi tutti in tuo nome a tua madre, perchè riscattasse i tuoi
pagherò dalle mani dell'altro giudeo Zinfi. Allorquando spedii a Milano
tutti i 60 mila franchi avuti in conto della mia scritta, erano pel
ritiro dei biglietti falsi, per la pace della tua povera madre; e tu,
ricordalo, mi percotesti, il mio volto fu da te imbrattato del sangue
mio; le mie braccia portano la impronta della tua brutalità. Io non ti
tengo, va'; se il tuo cammino volge a destra, il mio sarà a sinistra;
cesso guidarti: non ti aspettare impedimento da me: dove mai, nello
incontro della tua vita con la mia tu avessi sofferto danno, parmi
avertene compensato abbastanza: se sia riuscita a emendarti dei vizi,
che a quest'ora ti avrebbero avvilito, non so; so che, se tu non ti
conservassi onesto, tu uccideresti la madre tua, la quale, tu lo vedi,
darebbe per te, non che la vita, l'anima.

Ludovico balenava per cadere e coprendosi gli occhi si lasciò andare
sopra un divano. La contessa, tratta fuori di sè dalla maraviglia e
dalla tenerezza, volle genuflettersi davanti Eponina, la quale a mezzo
l'atto la sostenne e con robuste braccia la rilevò; allora le faccie
loro incontraronsi e si baciarono; l'una stretta nelle braccia
dell'altra confusero il pianto. Appena la contessa potè ricuperare l'uso
della parola, prese il figliuolo per un braccio, esclamando:

— Su, levati, Lodovico, e prostrati davanti a questo miracolo di donna:
pregala... supplichiamola insieme, affinchè ella si degni accettarti per
marito. Del passato, nè parola, nè memoria.... Vieni, mia diletta
figliuola.... un altro abbraccio.... un altro poi.... O Dio! ti piaccia
temperare alquanto l'allegrezza che mi opprime il cuore.... Eponina, tu
mi rendi più che il figlio.... più della vita.... mi hai salvato il
nome, la fama della mia casa.... Io ti giuro da gentildonna che sopra
Dio, no, che sarebbe peccato, ma quanto Dio, tu sarai da me sempre
reverita....

Eponina ecco si pone framezzo alla madre e al figliuolo; trema tutta:
dagli occhi le prorompono scintille di passione e di genio; stupenda a
un punto e terribile a vedersi; con voce velata, che a mano a mano
diventò scoppiettante e poi strepitosa come folgore che i nuvoli
scoscenda, disse:

— Uditemi con animo pacato; io ho da parlarvi parole che non movono già
da senso di orgoglio offeso, nè da baldanza presuntuosa di me: io le ho
librate nelle mie meditazioni notturne e diurne, con diligenza maggiore
di quella dell'orafo, quando pesa le gioie nelle sue bilancie. Noi non
possiamo intrecciare insieme la nostra vita, però che troppo sieno
diverse le nostre nature, sicchè congiunte, invece di aiutarsi si
roderebbero: noi innocentemente c'ingannammo, quando abbiamo creduto
avere col nostro affetto rattorta una corda da confidarci con sicurezza
la nostra felicità, mentr'ella si spezzerebbe al maggiore uopo, mandando
tutti in ruina. Signora contessa, di presente ella è nel suo entusiasmo
sincera, ma crede forse che questo entusiasmo durerà in lei? Crede ella
che la esaltazione, generata da una scossa passeggiera di fibre, valga a
vincere sentimenti scesi come una somma aritmetica dalle nostre
passioni, o se vuol meglio, le nostre passioni, figlie dei nostri
sentimenti? Ah! io ho veduto l'entusiasmo; egli è vento che scaccia le
nuvole, ma si rompe contro le vette dei colli. Ci basti poterci stimare:
evitiamo con tutte le forze il caso di addivenire i nostri scambievoli
carnefici. Veda, signora contessa, ella non lo susurra neanco a sè
medesima, eppure vive in lei qualche cosa che, suo malgrado, avrebbe
desiderato che Ludovico si perdesse piuttosto pei suoi vizi, che si
salvasse per la virtù di una popolana. Questo pensiero si guarderà bene
di affacciarsi sotto questa forma al suo spirito onesto, ma le si
insinuerà nel cuore con sembiante di angiolo; tutti i serpenti quando
vogliono tentare fanno così. Lei educarono a reputarsi, a sentirsi
superiore al comune degli uomini, perchè nata di nobile prosapia; se io
potessi vederle il cuore, ci leggerei com'ella non baratterebbe le sue
perle di contessa co' satelliti di Giove scoperti dal Galilei, nè la sua
corona per la ghirlanda che ornò le tempie del Petrarca. Che posso io
dirle contro questo sentimento oggimai parte del suo sangue, del suo
cuore e del suo intelletto? Parole inani e talvolta, non senza ragione,
attribuite ad astio plebeo. Non ci è dubbio, a pensarci su dobbiamo
confessare che la maggiore offesa alla nobiltà gliel'ha fatta la
monarchia, che, diventata mercantessa, ha riposto nel suo magazzino
tagli di nobilea, come pezze di panno frustagno: i titoli si vendono a
braccia; a vestire un furfante di barone bastano sei braccia, per un
conte dodici, quindici pei marchesi, pei duchi venti. Se vi ha
differenza fra la vendita della pannina e quella della nobilea, ella è
questa una, che nella prima tu puoi accapigliarti con Abram giudeo per
risparmiare sul prezzo, mentre nella seconda il prezzo è fisso. Ma tutto
ciò non crolla i convincimenti di voialtri signori che, di natura di
Mida, proprio nella vostra coscienza credete tutto quello il quale da
voi si tocca diventi oro. Troppo spesso che non era da aspettarci, i
nobili, almeno i moderni, si sono rivoltolati nelle sozzure plebee per
pescar danaro; e se voi li aveste avvertiti della turpe sosta che
facevano nel fango, vi avrebbero risposto: Dio ce ne guardi! Noi
passiamo su questo moticcio in punta di piedi, onde giungere senza
zacchere al festino di Corte. Ella, signora contessa, mi piace
dichiararlo, è quanta onestà vive nel mondo, eppure le godeva l'animo
immaginarsi che Ludovico fosse il sostegno della mia esistenza, e me,
non dirò erba parasita intorno la torre dall'avito castello, ma per lo
meno vite appoggiata all'olmo altrui....; non seduttrice, ma neanco
sedotta.... castellana, che avesse reso la rocca, compìta la resistenza
a pelo, tanto per non offendere l'onore militare; ed ora che trova le
parti del tutto invertite, per generosità della sua indole, non le
duole, anzi ammira; ma una volontà, che chiamerò spontanea in lei, più
forte della sua volontà ragionata, la induce a desiderare che la
faccenda fosse andata diversamente. Ella è onesta, eppure, per naturale
repugnanza contro me, ella si industriava a screditarmi agli occhi di
Ludovico, insinuandogli come dalla conoscenza della mia famiglia e di me
gli fossero derivati tutti i mali che pure non avevano origine da me, nè
dai miei. Era giusto questo? Era gentile? Avevamo noi fomentato in lui
il vizio del giuoco e la dissipazione? Noi, spinto a creare debiti che
non avrebbe potuto pagare? Messo noi in mano agli strozzini? Avesse
tolto o no danari in prestito da mio fratello, forse sussistevano meno
il debito con l'ebreo Zinfi e le cause poco lodevoli che lo avevano
partorito? Voi dite che mio fratello in prezzo delle sue obbligazioni
gli pagò biglietti falsi, ed è vero; ma ditemi, immaginaste neanco un
momento che mio fratello potesse essere stato a posta sua tradito?
Tutt'altro; pare che voi trovaste la vostra compiacenza a credere che
cotesta falsità fosse opera delle sue mani; però non gliene faceste
motto; però v'intoraste nella opinione che egli vi avrebbe negato ogni
cosa; pensaste che la medesima difficoltà che incontraste a pagare lo
Zinfi vi si parava contro per pagare mio fratello? Gli foste grati del
non avervi mai chiesto interesse? Ovvero delle frequenti proroghe al
pagamento? Sotto colore di generosità, voi ne cavaste motivo per
calpestare promesse solenni. Voi lo vedeste, appena io ebbi notizia del
fatto, ne scrissi ad Omobono, ed egli vi rese indietro subito le
cambiali ripigliando i biglietti senza opporsi: dei tanti delusi prima
di me, perchè io sola devo portare il danno? Permetta dunque, signora
contessa, ch'io le renda il suo figliuolo in condizioni meno triste di
quelle in cui egli si trovava quando mi capitò fra mano; se in tutte
queste avventure ci hanno cose che la trafiggono come madre, pensi che
non le ho fatte io, e come donna di alto sentire si consoli,
confermandosi nel suo concetto che noialtre donne siamo migliori degli
uomini.

La contessa si sentì come travolta da un vortice di piacere, di dolore,
di esaltazione, di avvilimento, di verità opprimenti, di lusinghe, di
obbrobrio, di censura, di lode da non sapere proprio più dove darsi di
capo: dentro di sè pensava: «Costei, per certo, ha da essere il diavolo
in gonnella!»

Eponina, tutta avvampata in viso, guardando fiso negli occhi Ludovico,
proruppe:

— E tu, povera creatura, che sei venuto a fare nella mia vita? Anche tu
fossi stato un astro, dovevi aggirarti fuori della mia orbita, e solo
ricambiarmi da lontano un saluto di luce, senza mai desiderare
d'incontrarmi. Non avevi letto di Delia, che, innamoratasi del sole,
perse la vista a contemplarlo? Ti ricordi di Semele che, presumendo
guardare faccia a faccia Giove nella sua onnipotenza, rimase ridotta in
cenere? — Il genio pari allo incendio dove passa brucia. Noi siamo anime
sventurate, ma gloriose; a noi non fu concesso rendere felici noi ed
altrui; il nostro còmpito sta nel fare noi ed altrui famosi. Anime
battezzate col nafta, destinate a vivere la vita del fulmine; noi ci
palesiamo in cielo e in terra con un geroglifico di fuoco, e scompariamo
per sempre. Che cosa importa a noi durare poco, o molto? Tanto il secolo
quanto il minuto sono attimi al cospetto della eternità: appena noi
abbiamo presente, baleniamo e ci dileguiamo, e nondimanco lasciamo per
tempo lunghissimo abbarbagliati i mortali di ammirazione o di odio. Voi
altri poi siete ingollati dalla morte come dal boa, a singhiozzi: già da
due terzi e più siete entrati nel sepolcro, e agitate le mani con
isforzi impotenti per vivere, e guaite come i bambini, imperciocchè voi
non sapete trovare presso la tomba altro che i vagiti abbandonati nella
culla. Noi, noi cogliamo la luce dagli astri, il profumo dai fiori, le
brezze al mattino, la dolce aura alla sera, i colori alla terra, al
cielo, al mare, alla levata ed al tramonto del sole; il più ardente
sospiro allo amore, la più candida preghiera alla fede, la lacrima alla
tenerezza, il bacio alle labbra della madre, il grido di cui combattendo
per la patria si sente ferito nel cuore, i palpiti del vasto petto dei
magnanimi, i gaudi della libertà, tutto quanto lo universo in sè
comprende di bello e di sublime, e a modo di erbe dai sughi portentosi
noi lo pestiamo, lo stilliamo, lo riduciamo in quintessenza, di cui una
stilla sorbita basti a fulminarci di piacere. Forse non vi hanno veleni
capaci di tanto? E se la natura possiede sostanze di tanta potenza nel
male, perchè si sarebbe diseredata di altrettali sostanze potenti di
bene? Ora tu, povera creatura, che hai fatto, e che faresti in seguito
accanto a me? Ogni atomo della mia vita entrerà come una spina nella
tua, i miei detti ti lacereranno, i miei gesti ti scotteranno: umiliato,
sbigottito, sottosopra travolto, a te altro non rimarrebbe che scegliere
fra le varie maniere della pazzia o stupida o furiosa. Va' e ara la tua
felicità, perchè a tirare diritto un solco nella vita, bisogna aggiogare
bovi allo aratro, non aquile: queste tirano a volare in su, e si
rifiniscono a battere le ali invano. — Ci siamo ingannati ambedue, ma la
pena io porto sola. Diventa marito e padre: se ti manterrai onesto, sarà
la sola mercede che io voglio pretendere da te: la onestà è un guanciale
comune dove devono addormentarsi al sonno eterno i grandi come i
pusilli. Tu non puoi imparare altra scienza oltre quella del ben morire;
apprendila bene. Se dalle nozze ti verranno figlie, non imporre il mio
nome a veruna di loro; potrebbe arrecarle sventura; e tu fa' in modo di
dimenticarmi del tutto; io desidero che la mia memoria ti passi davanti
allo spirito come un'ombra a mano a mano diafana quanto più si accosta
l'alba, — e vanità al primo chiarore dell'aurora; te, la mia memoria
turberebbe, e me, il sapermi ricordata non consolerebbe. Vivi; vivete:
porgetemi entrambi la mano, e senza amarezza: addio!

La esaltazione e l'abito dei gesti teatrali, come già avvertimmo,
avevano compartito alla bella persona tale un sembiante d'impero, che
quanto sarebbe stato agevole deridere usciti fuori della sua presenza,
altrettanto difficile non patire stando al suo cospetto. Madre e figlio
si trovarono corti a parole: ed invero tutte quelle che si potevano dire
erano state dette fra loro, senza risparmiarne pure una; anche coteste,
che sarebbe stato prudente tacere.

A faccia china, tenendosi per le mani, la contessa e Ludovico
s'incamminarono verso la porta; dove essi lasciavano l'orma, metteva il
piede Eponina; se tu li avessi visti ti avrebbero porto la immagine dei
primi parenti, che la favola ebrea finge banditi dal paradiso terrestre
dall'angiolo ministro dell'ira del Signore.

Eponina però, contrariamente al suo desiderio, non fu dimenticata; le
_parole sgraffi_ dolgono un pezzo. La contessa andava ripetendo sovente:
— Se fosse stata una Montmorency, non avrebbe messo fuori tanta
superbia. Ludovico poi rabbrividiva quando, pensando alle parole:
_povera creatura!_, tremava gli fossero rimaste sopra la fronte come il
marchio del falsario.



CAPITOLO XIII.

. . . . . . . . . . . . . . . .


Troppa legna sotto la caldaia; troppa passione nell'anima partoriscono
il medesimo effetto; di vero la vampa eccessiva spinge il liquore
spumante fino all'orlo del vaso, donde traboccando spenge il fuoco e lo
scema. Certo Eponina poteva vantarsi di avere saettato cotesta povera
creatura; il suo cuore balestrò l'ira compressa a modo di lava; si era
vendicata; aveva fatto un mucchio di cenere intorno a sè; ma desolando
altrui aveva consolato sè stessa? Ripensando sulle vicende della propria
vita, sovente ella diceva: — Ecco, i miei giorni furono come archi tesi
invano, il mio cuore, il mio nobile cuore mi si è screpolato dentro di
me; simile all'orologio a polvere, che pittori e poeti pongono in mano
al tempo, consumandosi, non mi ha giovato ad altro che a misurare lo
spazio che mi approssimi alla morte.

Infatti ella aveva spento troppo più che un amore: aveva svelto
dall'anima sua la facoltà di amare; ed io fermamente credo che il verace
amore, perduto che abbia una volta le penne, non ripiumi più; ed ora che
l'alito di amore aveva cessato spirarle dintorno, le membra e lo spirito
di lei languivano nella inerzia: non più il balenìo negli occhi, non più
squillo nella voce; bella sempre, ma a modo della camelia, fiore senza
odore. Lo stato in cui ella adesso si versava non ritraeva punto da
quello deplorato dal Parini, voglio alludere alla miseria di persona
dabbene, la quale invischiata dentro laido affetto, lo conosce, lo
abbomina e tuttavia non sa districarsene; ella non si doleva già avere
bandito Ludovico dalla sua vista e dal suo cuore, anzi anche avesse
potuto non lo avrebbe richiamato; se le fosse venuto dintorno, ella
daccapo gli avrebbe detto: — Fratello, passa per la tua strada, il mondo
è largo per tutti. — Ma con terrore sentiva avere costruito il rogo alla
facoltà di amare, e di avervi con le proprie mani appiccato il fuoco; e
dal rogo non rinasce altri che la fenice. Ormai tutto le rincresce:

    Che un'immagin di amor non vi si mesce;

e quando invoca la morte ella chiama: — Madre mia. — In breve ella
l'adornerà di tutte le bellezze con le quali l'amante scialacquatore
inciela la sua innamorata, e si struggerà per lei. Ch'è mai la morte?
Troppo meno che passar l'uscio di casa. Se Seneca sentenziò giusto
allorchè disse: — vita beata esser quella che alla sicurezza accoppia
perpetua tranquillità, — si comprende di leggeri che la morte è la vita,
la vita la morte.

Affermano che anche la statua di granito di Mennone al raggio del sole
crepitasse; qual meraviglia dunque che anco il russo Platow si sentisse
preso dalla consuetudine del giocondo conversare con Eponina? — Importa
sapere come cotesto signore possedesse, o a meglio dire fosse posseduto
da tre vizi o peccati, secondochè ti piaccia chiamarli; era superbo, era
bigotto, era furioso; superbo come un bojardo, bacchettone come un
vecchio moscovita, stizzoso come un orso dei suoi paesi; le quali tre
cose mi è piaciuto distinguere, per sospetto che il lettore non me ne
facesse tutta una matassa. La superbia lo teneva per le falde affinchè
non si lasciasse andare alla passione per femmina plebea, e di giunta
cantante. La religione gli metteva davanti agli occhi, quattro volte al
giorno ed altrettante la notte, Moisè in procinto di rompergli le tavole
della legge sul capo, in causa di quel tale comandamento che si occupa
della fede matrimoniale; la collera finalmente lo scombussolava col
martello che qualcheduno gli portasse via Eponina quando meno se
l'aspettava. Certo egli aveva combattuto aspre battaglie per vincere la
passione, ma la passione aveva vinto lui, come accade sempre in questa
maniera di duelli, imperciocchè l'appassionato picchiando forte la
passione ha paura di farsi male. Il suo rimedio per vincere ci sarebbe
benissimo, e consiste in pane, acqua e legnate: i santi dicono che lo
adoperassero con frutto; io l'ho veduto usare con gli asini, sostituendo
paglia al pane, e attesto che fece loro la mano di Dio; ma i principi
(rammentiamoci che il Platow era principe) con le mani proprie non
pigliano questa medicina, ed altri non si attenta a ministrarla loro.
Tuttavia bisogna confessare che egli quanto potè contrastò di forza, ma
sì, avvenne al povero principe quello che suole accadere annualmente
alla sua Neva natìa in primavera: veruno di quanti vedono la sua
superficie gelata si accorge che l'acqua corrente per di sotto
assottiglia più e più sempre la crosta, finchè di un tratto il ghiaccio
si rompe, e i suoi frammenti mescolati con l'acqua corrono insieme
rapidissimi al mare.

Dall'ammirazione il principe passò alla venerazione, dalla venerazione
all'adorazione, insomma per tutto il _crescendo_ della sinfonia del
diavolo; però, strano a dirsi, avendo egli affidato a diversi sentimenti
del suo corpo la incumbenza di palesare l'amor suo ad Eponina, veruno
volle torne lo incarico. La voce ci si rifiutò recisamente; e gli occhi
traverso le lenti (il principe costumava portare occhiali) non paiono
per ordinario buoni conduttori di calorico amoroso: i vetri possono fare
ottima prova per accendere l'esca, non già i cuori: finalmente, non
sapendo il povero principe che pesci pigliare, argomentò modellarsi
sopra parecchi quadri da lui ammirati in Francia ed in Italia, dove
pittori valorosissimi dipinsero i ritratti di personaggi illustri
genuflessi ai piedi delle Madonne, o dei Santi protettori. Basti
rammentare per tutti il voto di Luigi XII dipinto dall'Ingres ed inciso
dal Calamatta. Impertanto, mentre Eponina se ne stava un dì seduta al
suo pianoforte, il principe, cheto cheto, le s'inginocchia dietro la
sedia a mani giunte, col naso insinuato fra mezzo queste, a guisa di
segno dentro le pagine di un libro, e gli occhi chiusi in atto di devota
meditazione.

Vi chiedo licenza di buttarvi là in quattro schizzi il bozzetto di
questo russo dabbene. Comincio coll'avvertirvi che per russo poteva
sostenersi bell'uomo; una maniera di Apollo tagliato coll'ascia dai
Druidi; portava occhiali, e l'ho già detto, ora aggiungo ch'egli erano
di oro, i quali intorno alle sue tempie parevano una corona; le tempie
poi comparivano di un bel colore di terra cotta, sicchè unendo la terra
cotta con quelli occhiali d'oro tu acquistavi precisa la idea di _un
tegame incoronato da re_. E poichè il dabbene principe aveva sofferto
travagli da cani nelle guerre del Caucaso per la gloria del suo
imperatore e pel bene della umanità, egli aveva guadagnato in ciondoli
quasi quanto aveva perduto in capelli, ond'egli, comecchè con gli anni
della sua vita si trovasse poco sopra lo equinozio, pure era costretto
ad usare in parte una parrucca di capelli sauri, colore ordinario agli
uomini del settentrione e _agli sparvieri_: grandissima importanza
costui metteva a fare sì che veruno penetrasse questo segreto di Stato:
infinita la diligenza a tenersela accomodata, la qual cosa contribuiva a
darla a scoprire anco ai meno osservatori; frequenti e chiazzate ora di
preghiere, ora di minaccie le raccomandazioni al barbiere di nascondere
_l'atroce caso ad ogni uomo_, e questo pure aveva più che tutto altro
contribuito a propalarlo al popolo, al comune e al contado: anche dei
denti aveva perduto parecchi, e i surrogati gli comparivano in bocca
come i deputati italiani sopra i seggi della destra ministeriale —
_legati in oro_. Nel formargli il volto la natura, per via di eccezione,
mise da parte il pomello della gola rilevato, che tanto piacevolmente
agguaglia la faccia del russo genuino con quella del cane da macellaio,
e si tenne alla forma sferica; pareva avesse preso gara con Giotto a
condurre un O; rotondo il contorno del sembiante, rotondo il mento,
tondi gli occhi sporgenti in fuori; anco il naso foggiato a mezzo
cerchio rivolto in su, in atto di pilota che sul cassero della galera
mira le stelle per ispeculare il cammino.

Non solo donne gioconde, bensì uomini sodi, a contemplare cotesto
cristiano, concio a cotesto modo, avrebbero rotto in risate; non già
Eponina, esperta che nelle grandi passioni tutto ciò che spetta al
fisico come al morale può riuscire o stupendo, o terribile, o pietoso, —
ridicolo mai: e però pensando quanta violenza di fato doveva avere
condotto costui al fiero passo, ne trasse argomento di spaventarsi, onde
levatasi e scansatasi alquanto, con mite suono di voce favellò:

— Signor principe, che fate mai?

— Che faccio? — questi rispose senza muoversi: — io prego.

— O che a sorte mi avreste voi scambiato con la _Panagia_?[34]

  [34] _Madonna_, così in greco come in russo: _tutta santa_.

— Non vi ho scambiato: siete; però, Eponina, non mi sturbate, vi prego,
lasciatemi pregare.

Ma non durò un pezzo in quella corrente d'idee, che, all'improvviso
sorgendo, afferra la sedia dove poc'anzi Eponina sedeva, e branditala a
guisa di spada parve che attendesse con quella a scacciare verso terra
la sua passione, che aveva levato troppo in alto il volo, aggiungendo:

— Eponina, io vi amo, e voglio e posso amarvi; che cosa trovereste voi
da opporci?

— Oppongo, signore, non essere affatto generoso tenere simili propositi
a fanciulla sola, priva di protettori.

— Come! Credete voi che io vi possa oltraggiare? Pensate davvero che
abbia avuto intenzione di mancarvi di ossequio? Questo non fu nè sarà.
Oh! perdonatemi; se mi negate il perdono mi brucerò il cervello.

— Lasciamo, di grazia, il cervello al suo posto, e non entriamo neanche
sopra la intenzione, ma egli è sicuro che voi non mi avreste tenuto
siffatto discorso, se mi aveste trovata al fianco della mia genitrice.

— Io?...

— Sì, voi; e voi avete pensato potermelo fare perchè.... perchè.... ve
l'ho a dire? Perchè vi sono parsa vivanda avanzata alla mensa di un
altro.

— Orrore!

— Ed io, principe, sappiate, per mercè di Dio e la mia volontà, mi sento
tale e sono da non ricevere dichiarazioni di amore se non per mezzo di
mia madre.

— Ma, signora Eponina, o che cosa vi ho chiesto io? Nulla dalla parte
vostra. A me basta che vi lasciate amare. Voi avete rammentato la
_Panagia_; bene; forse si è mai sentito dire che questa abbia dato di un
calcio nella faccia al suo devoto, che le stava inginocchiato ai piedi?

— Via, via, principe, noi siamo in età da sapere che l'amore stampa
tutte le sue grammatiche a casa del diavolo. Platone e Petrarca hanno
perduto più anime che tutti i romanzi francesi. Non crediate, che
credereste male, il corpo starsi in potestà dell'anima, come Calibano in
quella di Prospero; all'opposto Calibano si tira dietro la meschinella
Psiche, a mo' che il fanciullo costuma l'uccelletto legato per una
zampa. Amore, se pure può vincersi, si vince in una maniera sola,
fuggendo.

— Ebbene, soggiunse gravemente il principe, quando mi accorgerò che
l'amore pigli troppo a riscaldarmi, io me ne andrò a visitare le mie
miniere in Siberia, e non ritornerò se prima non mi senta rinfrescato.

Eponina non si potè astenere da far bocca da ridere, e piacevolmente
interrogò:

— Ma io, che sono italiana, dove mai mi ricovererò? Nel mio paese, in
terra, in mare, sui monti, nelle pianure tutto avvampa; fuoco nel
Vesuvio, fuoco a Stromboli, nel Mongibello fuoco.

— Diavolo! Non ci aveva pensato: allora andate a Torino; esponete la
vostra faccia alla brezza che spira dalle Alpi, e vi sentirete
rinfrescata.

— Peggio che mai; sarebbe un pigliare il male per medicina. O non vi
giunse all'orecchio che giusto a piè delle Alpi seppero da un pezzo in
qua instituire i semenzai più copiosi di fiori e di amori?

— Ma dunque il clima nulla può sul sangue?

— Sul sangue sì, ma sopra la passione no. E poi, venite qua, principe, e
siamo di buon conto; voi che fate professione di uomo religioso, potete
insegnarmi come il peccato non istia solo nell'atto, bensì ancora nel
pensiero; qui il nostro Redentore parla chiaro; nè avvocati, nè preti
varranno a storcere il senso delle sue parole: «Chiunque riguarda una
donna per appetirla già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore».

— L'Apostolo si è spiegato male; tutti gli altri vangeli danno ad
intendere trattarsi di donna moglie ad altri; ma voi siete libera.

— Certo sì, ma siete voi, principe, che avete moglie.

— Sì, ma un cancro di minuto in minuto me ne mangia un pezzo. I medici
l'hanno sfidata; se tira innanzi un mese sarà un miracolo.

— E perciò appunto voi dovete temere di commettere, più che peccato,
sacrilegio, sottraendo adesso un atomo, un filo, un fiato del vostro
amore a cotesta sventurata. Nel passo tremendo a cui si avvicina, ella
abbisogna sentirsi sostenuta da tutto l'affetto del suo consorte;
sarebbe carità fiorita raddoppiare nella sua anima la fede che durerà
immortale il ricordo di lei nel cuore dello sposo; che innaffiati dalle
lacrime vedovili cresceranno perenni i fiori sopra la sua tomba.
Principe! Avete mai pensato alla spada che la trafiggerebbe, se venisse
a sospettare che voi non l'amate più, peggio, che voi ne amate un'altra?
Morirebbe disperata; e voi ed io saremmo forse colpa della sua eterna
dannazione. Vostra moglie, mi afferma il grido pubblico, santissima
donna ed a voi attaccata con tutte le viscere. Sarebbe questo il
guiderdone che voi le serbate per tanto amore? E quando? Quando la morte
ci ha fatto il segno, come su cosa che abbia di già acquistata. E in che
occasione? Allorchè ella posa il suo ultimo sguardo sopra l'amato volto,
per quinci desumere forza e coraggio di levarlo per sempre in paradiso.

Il principe sudava per la pena; non sapeva andare innanzi nè indietro,
come il cavallo che patisce di restìo, non si muove neppure se gli
accendono una fascina sotto la pancia; nè Eponina si sentiva meno sopra
le spine non potendo indovinare come la sarebbe ita a finire; quando la
fortuna le porse inopinatamente il destro di cavarsi da cotesto pelago.
Il principe nella confusione della sua mente, come uomo che si attacchi
alle funi del cielo, di un tratto mi usciva fuori in queste sciagurate
parole:

— Orsù, Eponina, sentite: dacchè così volete, io cesserò vedervi... io
sospenderò di amarvi... ma ad un patto... che voi vi leghiate con
giuramento meco, di sposarmi quando piacerà a Dio chiamare a sè la
signora principessa mia consorte.

E non ci è rimedio; neppure il senatore Casati se ci pensava un mese
avrebbe saputo accozzare tanti spropositi, quanti costui ne mise insieme
in un minuto.

Eponina riscotendosi si trova presso l'uscio della stanza; allungato il
braccio agguanta la maniglia, e voltasi al principe con voce alterata
gli favellò:

— Dunque sono io tal donna da non potere diventare moglie di un uomo, se
prima non figuro scheletro a piè di un catafalco? Amore egregio davvero
quello del principe Platow, il quale non sa offrire per talamo che un
cataletto!

E aperto l'uscio, scomparve.

Eponina, pensando ai casi suoi, considerò come il partito che le
rimaneva migliore stesse nel partirsi da Pietroburgo più presto che le
fosse stato possibile; molto più che oggimai veruna causa la trattenesse
in cotesta città; però le si fece sentire il bisogno di adoperare
straordinaria cautela, chè la passione del principe le parve pur troppo
di quelle che stanno a un pelo per diventare frenesie, al quale effetto,
deliberata di valersi dell'opera della sua cameriera russa, serva
affrancata di sulle terre dello imperatore, giovane svelta da levare il
pel per l'aria, ed a quanto pareva devotissima a lei; si restrinse con
essa, e prima di aprirsele, per iscoprire marina, la interrogò se si
sarebbe maritata volentieri con Yanni, maestro di casa, in cui Eponina
avendo posto confidenza grande viveva sicura, che l'avrebbe seguitata in
qualunque parte le fosse piaciuto condursi. Katinka, che tale avea nome
la cameriera, rispose subito a faccia tosta di no; onde Eponina,
contrariata, ebbe a dire: sono uscita di casa col piè sinistro. Bisognò
pertanto andare in traccia di altro ripiego, senonchè mentre stava
cercandolo, ecco che le venne fatto di scoprire che Yanni e Katinka di
pienissimo accordo avevano camminato nel medesimo veicolo, più miglia
verso il paese del santo matrimonio, che a lei non sarebbe piaciuto
conoscere; di che assai s'impermalì, e fece alla cameriera una ramanzina
da levarle il pelo; ma la Katinka tutta umile si scusava col dire, lei
avere dubitato che le interrogazioni della signora fossero per tastare
il terreno, e chiarito il dubbio avrebbe dato il puleggio all'una o
all'altro e forse a tutti e due, non garbando ordinariamente ai padroni
tenere per casa marito e moglie. Non parve questa buona ragione ad
Eponina, sostenendo ella che la giovane con lei doveva venirsene liscia;
dopo tante dimostrazioni di affetto meritarsi schiettezza fraterna (come
se il proverbio mancasse di avvertire, che amore di fratelli è amore di
coltelli), e la presente furberia male confarsi con la ingenuità
mostrata per lo innanzi: ai quali rimproveri la Katinka rispose breve
con una sentenza, che Eponina ebbe cura di notare nelle sue effemeridi:
«Signora, io sono serva affrancata, ed ella lo sa. Ora i padroni ben
possono liberare da un punto all'altro i servi dalla catena del
servaggio, non possono dai vizi di quello: la servitù fa all'anima il
medesimo effetto del nero nel corpo; anche dopo tre o quattro
generazioni di neri con bianche, o di bianchi con nere, il nero si
distingue sempre. La finzione è l'unica arme difensiva che il servo
possa adoperare contro il suo signore.»

Meglio che registrarla nel taccuino, bisognava riporsela nella mente; ma
ciò non fece Eponina, e non ne trasse profitto, perchè la superbia
persuade facilmente la creatura umana che incontrando la regola questa
debba scansarsi con una eccezione per lasciarle libero il passo; e
questo è scoglio dove rompono spesso i più perspicaci intelletti.

Pertanto fu stabilito che si sarieno fatti gli apparecchi pel viaggio
colla massima segretezza. Yanni e Katinka avrebbero messo in isquadra il
loro connubio con l'aiuto del papasso, continuando nel servizio presso
Eponina: la mobiglia fu venduta alla rinfusa, ed anco per questa volta
bisognò ricorrere all'ebreo Anania, il quale avendo subodorato il
negozio, fece in un dì le sue vendette della ingiuria patita allorchè
ebbe a pagare un terzo solo meno le gioie del monile donato dalla
imperatrice ad Eponina.

Però giova procedere giusti con tutti; quando l'ebreo compra a taccio,
se non si contenta neppure avere la roba a mezza gamba, quasi lo scuso,
imperciocchè vecchio, io osservai nella sua bottega oggetti che ci vidi
da giovane: limbi di rigattiere privi di speranza di redenzione.

Yanni si raccomandava a mani giunte e poneva ogni sua diligenza ad
osservare il mistero; perchè se il principe avesse preso fumo della
cosa, guai a tutti, massime a lui. Se alla signora talentasse conoscere
di che il principe fosse capace nel male, lo argomentasse dal modo col
quale egli talvolta praticava il bene: trovandosi governatore in
Tartaria, preso dal santo desiderio di guadagnare anime al Signore,
propose a certa tribù di tartari ridursi alla fede di Cristo, e poichè
costoro tentennavano, ei li fece pigliare dai suoi dragoni, spogliare,
legnare, e così ignudi e bastonati scaraventare nel fiume Tehoulima; il
prete intanto recitava la formola del sacramento del battesimo, e così
uscirono dalle acque battendo i denti e cristiani. Il principe raggiante
di giubilo si fregava le mani, esclamando: «Non ci è verso, bisogna
mandarli in paradiso coi dragoni!» Difatti ce ne mandò parecchi, ma
oltre i dragoni ci adoperò l'acquavite, perchè, avendone fatta
ministrare loro un boccale a testa onde celebrassero tanta solennità,
tra il quarto ed il quinto dì la maggior parte basiva per infiammazione.
Di questa razza benefattori della umanità ce ne nasce in Russia. Ed
invero il principe, il quale non era ricco di partiti, si limava in
questo frattempo a cercare modo di assettare il suo amore, ma più ci
pensava e meno ne trovava il bandolo, dove non si risolvesse a rapire
Eponina e trasportarla in qualche suo remoto castello, quivi battezzarla
coi dragoni. Il russo tornava a galla! Ma lo tratteneva la
considerazione che queste imprese anche in Russia non costumavano più,
dove anche in Corte dopo lo esempio della imperatrice Caterina in fatto
di morale si procede in punta di piedi: il principe della morte ne
avrebbe fatto caso quanto di un bicchiere di _cognac_, ma vedersi
cancellato dalla lista dei ciambellani di S. M. era supplizio tale,
ch'egli non valeva a sopportare nè anche in immaginazione.

Mentre il povero principe si tribolava nel martirio che gli innamorati
hanno comune con S. Lorenzo, ecco farglisi contro un servo e dirgli che
la principessa sua consorte mandava per esso, ed egli andò; entrato in
camera la inferma gli disse: avere ricevuto or ora le lettere dalla
posta, e fra queste una che ne chiudeva un'altra per lui, con preghiera
di consegnargliela in proprie mani; cosa ch'ella faceva; ed in così dire
gliela porse.

Al principe diede un tuffo il sangue, e come presago di qualche malanno
si trasse nel vano di una finestra, dove aperta la lettera lesse:


  «_Signore!_

«Mirate bene chi vi porge la lettera e poi mirate chi ve la manda, e
comprenderete inutile ogni altra parola, salvo la preghiera che vi
faccio, di scordarvi di me: riunite con tutte le potenze dell'anima i
vostri affetti sopra la moribonda, per renderle, se è possibile, lieta,
o almeno non trista l'aurora che sta per incominciare la sua giornata
immortale.

                                                      «EPONINA.»


Il principe si ridusse a balzelloni nella sua camera, dove postosi a
meditare sopra l'atrocissimo caso, tanto dolore lo vinse che cadde a
terra percosso da accidente di gocciola; non morì, chè solleciti rimedi
e gagliardi lo riscattarono dalle granfie della morte; non tutto però;
gli rimase la bocca storta, il braccio manco penzoloni: anco il piè
sinistro strascinava malamente per terra: risensato, seppe la moglie
morta, Eponina sparita: a queste notizie buttò giù la faccia sul petto,
grugnì e parve sprofondare nella demenza.

Eponina con i suoi servitori, camminando come costuma la volpe quando
vuol mettere i cani fuori di traccia, dopo molti andirivieni giunse per
ultimo nella Svizzera.

Chi dice male della Svizzera ha torto marcio; per me la giudico uno dei
più bei paesi di questo mondo; ci si respira l'aria di libertà, un po'
fredda, ma pura; ci si trova di tutto: latte, amor del prossimo,
ospitalità e formaggio e carne in copia, veramente tutto un po' caro, ma
di prima qualità, massime la carne.

Eponina si ridusse a vivere, quanto meglio potè di celato, in certo
paesello prossimo ad un lago: piace del paese e del lago tacere i nomi:
e neanco lì parendole stare abbastanza nascosta, cercò e rinvenne una
deliziosa villetta posta a breve distanza dal villaggio a ridosso di un
monte dove appariva incassata come perla dentro un anello. Senza che
ella se ne pigliasse cura primi ad ammobiliargliela furono gli oscuri
rammarichi del passato ed i non meno foschi presentimenti dell'avvenire;
si adattò ad infinite privazioni di cose che sul principio sembravano
più necessarie del necessario, ma che il bisogno mette poi al suo posto,
senza paura di errare. Al difetto del pianoforte supplì con un violino,
essendo suonatrice stupenda anche di questo strumento: un pezzo si svagò
col pensiero che si trovava divisa dall'Italia, da casa sua, mediante
sottilissima parete (veramente ci voleva tutta la immaginazione di un
artista per supporre un'alpe una parete, e per di più sottile) e quindi
godeva della contentezza di coloro, i quali non potendo vedere la faccia
dei propri parenti pure ne odono i passi e la voce; e poichè la sua
fantasia spiegava le ali largo davvero, nè ella attendeva a temperarne
il volo, così delirando accosta il seno a qualche rupe e si consola
nella idea di sentire traverso a quella palpitare il cuore d'Italia sul
suo.

Ma amore è nudrimento dell'anima, in molta parte non diverso dal cibo
corporale; così ve ne ha di quello che, sempre uguale e poco, basta a
saziarci, altro variato ed in abbondanza, aggrava e non approda; però
Eponina, priva del primo, incominciava ad annoiarsi, ma al maggiore uopo
la sovvenne la ventura parandole davanti, in cotesta solitudine, una
fanciulletta di nove o dieci anni, vispa e lieta nella sua miseria come
una lodola mattutina; di vero ella errava pel mondo campando la sua vita
come gli uccelli, col canto: per verità ella si accompagnava
coll'organino, cosa che agli uccelli io non ho veduto fare; ma questo
piuttosto le noceva che giovava, imperciocchè per ordinario chi la stava
a udire le chiedeva cessasse per l'amore di Dio il suono, e con la voce
sola finisse la canzone. Eponina, pari alla rondine, la quale, per farsi
meno disagiato il nido, ogni piuma raccatta, si tolse in casa la
fanciullina e ce la tenne un giorno, poi dieci e poi sempre, tanto le
piacque per la sua gentile leggiadria, e più per la facilità con la
quale apprendeva ogni atto di educazione donnesca: leggere e scrivere
già sapeva di avanzo: in breve conobbe la musica; imparò a suonare il
violino; sempre linda, nelle vesti attillata; e sempre gioconda e
festosa; insomma una cara creatura. La sua storia breve e poco svariata,
tutta un affanno: si chiamava Natalizia perchè i suoi genitori, e certo
la mamma, la notte di Ceppo la espose novellamente nata sul lastrico di
Milano, forse per regalo del Natale che le mamme costumano co'
figliuoli; una donna vedova, senza figli e povera, la rinvenne, la prese
e la tirò innanzi alla meglio: giunta ad otto anni, la vecchia essendo
assicurata che ella aveva voce soave, le permise andare pei caffè a
guadagnarsi la vita, dove la udivano molto volentieri, ma ne cavava poco
costrutto; quando un suonatore vecchio le propose di andarsene con lui
per le Asie e per le Americhe fino a Madrid; ed ella che era vaga di
girare pel mondo, disse: «Magari!» E tenutone proposito con la vecchia,
questa glielo assentì a patto che tornasse presto. A questo modo
camminarono attorno per terre e per villaggi; egli suonando da svegliare
i morti prima del giudizio finale; ella medicando col canto gli squarci
ch'ei faceva negli orecchi altrui e guadagnando i quattrini, ed egli
pigliandoseli e facendole le male spese; e fin lì pazienza! Ma un giorno
egli la volle picchiare, ed ella, non trovandosi altro da vicino, gli
frombolò mezzo pane, che teneva sotto il braccio, nella testa e scappò
via, piantando il vecchio ghiottone che campava alle sue spalle e le
lesinava il vivere; si mise sola pel mondo e girò, girò stentando,
finchè non capitava alla casa dalla sua cara mammina e con lei voleva
vivere e morire, ma le coceva di sapere che ne fosse dell'altra mamma da
lei lasciata a Milano, la quale, vedendola tanto tardare, per certo
stava in pensiero; e poi, o vivere lì, o in Milano tornava lo stesso?
Natalizia non passava dì che con questi od altri simili discorsi non
facesse divampare nella Eponina più intenso il desiderio di tornarsene
in grembo alla propria famiglia; e perchè non ci si sarebbe presentata
con fiducia? Passi dei quali doveva pentirsi ne aveva fatti anche
troppi, ma da arrossire, veruno: e se per sorte l'avessero reietta,
ella, consolandosi di non avere meritato tanto rigore, avrebbe
provveduto ai casi suoi, ritraendo dall'esercizio della propria
professione il modo di vivere.

I romanzieri, quando si mettono a frugare nel cuore umano, procedono
nella stessa maniera dei filosofi moralisti, non mica con norma sicura,
bensì a tastoni, per via di congetture, e però certi di cercare con
coscienza, non già di trovare con certezza; per la qual cosa, tirando ad
indovinare, dico probabile che l'amore di Eponina verso Natalizia
accendesse nei cuori di Yanni e di Katinka la prima favilla di astio, la
crescesse la paura che Eponina rimpatriasse, peggio poi che si
restituisse coi suoi e così li licenziasse; che se anche, conservandoli
al proprio servizio, dovesse cessare il quotidiano saccheggio da loro
esercitato sopra le cose della padrona, non sarebbe stato meno grave lo
stroppio.

Yanni e Katinka, ormai legati coi vincoli del santo matrimonio,
passavano la più parte della notte in letto supini ad abbacare se anche
a loro convenisse tornarsene a casa: veramente i baci gelidi dell'aria
natia capaci a incancrenire il naso degli abitanti, non li allettavano;
braccia tese di amanti congiunti verso loro, da coteste parti non
vedevano, o se le vedevano erano per votare tasche e per rubare valigie.
In tutte le parti del mondo spesso, in Russia sempre, padri, madri e
parenti in linea discendente o trasversale, sino alla quarta, o alla
quinta generazione, _per pigliare darebbero il cuore_.

— Tu sai, cara mia... diceva il marito.

— Tu sai, diletto mio... rispondeva la moglie.

E qui si abbracciavano stretti e ad una voce finivano:... che da vivere
noi non abbiamo.

E nei geniali ragionamenti continuando, toccavano della poca capacità
loro e più della niuna volontà che avevano di lavorare.

— Quando ci vada in poppa, ci toccherà un benservito scritto in carta
velina, un paio di mesi di salario e se vuoi anche una fra le tante arie
che canta la signora: _Ti lascio al ben che adoro_; ovvero: _Separiamci
da forti e non si pianga_.

— Dunque, che cosa stilliamo?

La idea del furto si affacciò dapprima come un fuoco fatuo sopra
l'orizzonte estremo di cotesti due crani; poi ci ricomparve più
insistente; prese forma, prese colore; che più? all'ultimo prese
l'aspetto di spiegazione del vangelo, predicato da un prete: _cosacco_,
diceva la predica, propriamente significa _ladro_, e ciò sta ad
attestare come il russo per naturale propensione tenda al furto. Dio ci
ha fatto, non noi; noi dobbiamo e possiamo combattere gli istinti di
natura e incamminarci per quanto ci è dato sopra il sentiero della
perfezione: ora per mantenerci onesti ci vogliono quattrini; di qui la
necessità di rubare un'ora per durare onesti tutto il tempo della nostra
vita.

Ragionavano giusto come Dante operò: intendevano passare dall'inferno
per andare in paradiso.

Un concetto gittato nella corrente del pensiero è pari ad un tronco
caduto in balìa del fiume: entrambi devono per necessità giungere al
fine; quello col traboccare nell'azione, e quest'altro nel mare; però i
nostri coniugi nel colmo di una notte entrano chetamente nella camera
dove dorme Eponina, aprono con precauzione canterale e armadio, pigliano
a cavarne il buono e il meglio in gemme, in orerie, con tale
disinvoltura che non pareva fatto loro, e siccome fossero entrambi
religiosi, così volendo pigliare con coscienza, prima di appropriarsi un
oggetto formulavano un _attesochè_, come costumano i giudici, anzi, più
scrupolosi di questi, però che essi pongano le ragioni del giudicato
solo innanzi alla parte dispositiva della sentenza, mentre essi le
ponevano prima e dopo: — Tanto ella non ha bisogno; — e finivano: — e
noi necessità estrema. — Tanto ella con quattro trilli se li rifà più
belli; — e finivano: — e noi neanco spaccassimo legna fino alla
consumazione dei secoli; aggiungevano dopo: — e a pensarci su, si può
quasimente sostenere che la è roba nostra, avendola ella raccattata in
Russia, e riportandocela non sarebbe fuori di luogo vantarci che
adempiamo a una regola di buona economia e al debito di amor patrio.
Quando i nostri artisti calmucchi inonderanno i teatri d'Italia, gli
italiani si vendicheranno negando a loro gemme e ghirlande. Si
vendichino pure! Noi ci stiamo; così le borse non impoveriranno e la
morale ci guadagnerà...

O che credono i nostri professori di comunismo possedere eglino soli il
privilegio di ragionare il furto? Anche i cosacchi lo sanno fare, e se
avessero perizia di mettere in carta, essi ci comporrebbero libri, di
petto ai quali quelli di Proudhon sarieno giudicati conservatori.

Però, quantunque i nostri coniugi in coteste loro lucubrazioni ponessero
garbo infinito, tanto non poterono procedere cauti che non movessero
rumore da svegliare Eponina, la quale sollevando il capo interrogò:

— O che fate costì a quest'ora? Perchè senza che io vi chiamassi mi
siete entrati in camera?

_Katinka._ Oh! ecco; la signora si lamentava tanto nel sonno, che
abbiamo ruzzolato il letto per correre ad aiutarla.

_Eponina._ O che credevate mi fossi addormentata nel canterale?

_Yanni._ No, signora; cercavamo biancheria fine per servizio di vostra
signoria illustrissima.

_Eponina._ Ma nel canterale non ci stanno le biancherie, e voi lo
dovreste sapere, Yanni; ad ogni modo lo sa Katinka.

_Katinka._ Dice bene la signora, ma, rimescolata come sono, non ho avuto
capo ad avvertirglielo.

Qui Eponina perse la pazienza e con suono risentito disse loro:

— Sciagurati! Bugiardi! Voi rubavate... uscite subito di casa mia.

E fino a questo punto poteva andare; ci sarebbe stato quasi da
scommettere che i coniugi avrebbero spulezzato mogi mogi, e in cotesta
medesima notte preso il volo per altre contrade; ma no, la smania dello
stravincere pose sempre mai a repentaglio la vittoria, e questo insegna
eziandio il Machiavelli, ond'è che Eponina tutta accesa di collera
aggiunse:

— Andate; domani farà giorno, e voi, furfante, renderete ragione del
vostro operato davanti al tribunale.

Mala ispirazione fu quella; e sì che Eponina doveva ricordarsi la fine
miserabile toccata al Winkelmann, trafitto proditoriamente dal servo
assassino, per derubarlo dei suoi tesori.

I coniugi allora si avviarono di conserva verso il letto: su quello che
fossero per fare non erano ben chiari; si presentava alla mente loro, a
modo di embrione, il quale però stava in procinto di pigliare forma
determinata dalla necessità di condurre, ormai che lo avevano
incominciato, a compimento il furto e di godersi in pace la roba rubata;
ma Eponina avendo scorto cotesti due ribaldi ricambiarsi con gli occhi
una di quelle faville che schizzano proprio da un tizzo di casa del
diavolo, capì dove sarebbero iti a cascare, anche prima ch'essi ci
pensassero; onde non le parve più tempo di gingillarsela e, con la manca
frugato sotto il capezzale, ne trasse fuori una _rivoltella_ che subito
spianò contro Yanni. Sua sventura volle che Yanni si fosse accostato
troppo, sicchè questi, allungata la gamba e steso il braccio, agguantò
la mano di Eponina, strappandole con forza irresistibile la pistola; non
per questo sbigottì Eponina che animosa con la destra cerca e trova
sotto il guanciale il pugnaletto, a lei carissima galanteria, come
quello ch'era dono del suo miglior fratello Curio, che aveva per manico
le figurine di Amore e di Psiche vagamente intrecciate. Curio nel
darglielo le aveva detto sorridendo: «Con questo un giorno ammazzerai
qualcheduno.» Katinka non meno svelta di Yanni afferrò Eponina; nel tira
tira cadde il fodero, e la serva venne a trovarsi ignudo il pugnaletto
in mano, che senza esitare appuntò nella fossetta che fa la clavicola
alla radice del collo ad Eponina.

Yanni urlò: Forte! — Ed Eponina: — Ah! scellerata!

Spruzzò il sangue negli occhi e sulla bocca di Katinka: costei
rabbrividita dal sapore del sangue e cieca, lasciava il ferro nella
ferita e tremante come per paralisia si appigliava con ambedue le mani
alla colonna del letto per non istramazzare.

— Katinka, presto, scappiamo! susurrò Yanni.

— Sì, sì, fuggiamo, acconsentiva premurosa Katinka.

E volsero le spalle alla trafitta, affrettandosi verso l'uscio della
camera; ma giunti presso al canterale la tentazione li riacciuffò pei
capelli, con la man manca l'uomo, con la destra, epperò più forte, la
donna, la quale con voce rantolosa e non pertanto distinta disse:

— Yanni, ci basterà la roba?

— Gua'! o chi ci para di rubarne dell'altra? rispose questi.

E si misero di concerto a grancire più rapaci di prima; ma la paura e la
confusione tanto prevalevano in loro, che con le mani l'uno l'altro
agguantava.

— Oh! chi è che mi agguanta? Urlò Yanni, trasalendo, la prima volta che
questo accadde; e la donna:

— Sono io, zuzzurullone! — E levatigli gli occhi nel viso esclamò: —
Come sei giallo!

Yanni a sua posta mirando lei digrigna fra i denti:

— E tu come rossa!

Katinka abbassando gli occhi con orrore si vide macchiati di sangue il
petto e le braccia.

Di un tratto li percuote uno scoppio di fucile, e subito dopo le strida:
Assassinio! assassinio!

— Ah! siamo scoperti!

— Salviamoci! urlarono a una voce gli scellerati, e via a precipizio
verso la porta dove essendo giunti in un punto, e donde ad un punto
volendo uscire si diedero uno strizzone da sgretolarsi le costole.

                                 *

Ecco uno dei soliti colpi di scena da romanziere arrembato, osserva,
ghignandomi in faccia, la mia censora sdentata, quarantenne e beghina;
ed io paziente:

— Ma signora mia, la si lasci servire, e vedrà come la cosa cammini
naturalmente pei suoi piedi. Ricorda ella l'orfana, sonatrice di
organino, raccolta da Eponina per carità? — Natalizia, via? Se ne
ricorda? Or bene; costumando la Natalizia dormire in certo stambugio
accanto alla camera della sua signora, si accorse dello insolito
rimuginare che si faceva nella camera accanto, e apposto l'occhio alla
serratura si accorse in un attimo del misfatto, che stava per
perpetrarsi: — Se chiamo soccorso, chi mi risponderà? pensava fra sè la
vispa fanciulla: — forse se li lascio fare si terranno contenti a portar
via, mentre se si trovano scoperti ci aggiungeranno l'omicidio: i gatti
spaventati sgraffiano.

La Natalizia aveva pensato a sesto, ma poi la faccenda andò
diversamente, e repentina così, che ella non ci potè fare riparo; ed
anche gliene avessero dato campo, non avrebbe saputo a quale partito
appigliarsi. E nè anche la giovinetta perse il coraggio quando vide la
sua signora tanto fellonescamente trafitta, perchè sperò non lo fosse a
morte, e ad ogni modo sentì il debito di sovvenirla come poteva; certo
le nostre ragazze, fiori tirati su a stento nelle domestiche stufe, per
lo meno sarieno cadute in deliquio; ma la nostra orfana era allieva
della necessità, maestra rigida è vero, ma che per insegnare presto e
bene vale oro quanto pesa. Per la quale cosa ella, guizzando celere e
cheta nella stanza di Giovanni, prese lo schioppo a due canne che costui
si teneva a capo il letto, e poi si calò fuori della finestra: appena
tocca terra si addossava al forno lì presso casa, urlando da spiritata:
«Assassinio!» e al punto stesso esplodendo una delle canne; per buon
rispetto la provvida fanciulla tenne in serbo l'altra. L'esito del
trovato superò la sua speranza, imperciocchè indi a breve vedesse
prorompere fuori della porta di casa i due scellerati e correre a rotta
di collo, come se centomila diavoli ne li portassero.

Allora rientrò in casa dove, avendo prima incatorciato per bene le
imposte dell'uscio, ascese al soccorso di Eponina. Poveretta! non dava
segno di vita; largo lago di sangue aveva lordato le lenzuola e i
tappeti; adesso grondava a stille scarse, perchè più poco gliene restava
nelle vene, ed anco perchè avendo fatto grumo intorno al ferro, le
restava impedito lo sbocco. La fanciulla accorta stava perplessa a
estrarre il pugnale, temendo qualche sgorgo e trovandosi corta a rimedi
per impedirlo; pur si decise a cavarlo, ammannito innanzi un batuffolo
di lini finissimi, di esca e di cotone onde servirsene a modo di stuello
premendolo sopra la piaga; e così fece, avendo la pazienza di tenercelo
fermo per più di un'ora; poi, composto con altri pannilini una maniera
di guancialetto, mediante fasciature condotte in tralice per di sotto
l'ascella destra, lo assicurò con garbo nella fossetta della clavicola
ferita, tanto bene, che meglio non avrebbe saputo fare il cerusico.

Tutto questo compìto, Natalizia pensò se giovasse meglio attendere il
giorno, ovvero recarsi subito al villaggio per soccorso. A lasciare
Eponina sola la dissuadevano il pericolo che gli assassini tornassero, e
l'altro che risensando ella si spaventasse della solitudine, o peggio
ancora, movendosi allentasse la fasciatura e si perdesse
irrevocabilmente quanto sperava avere acquistato con tanta fatica;
aggiungi il risico di smarrire la strada nel buio fitto della notte e
ruinare in qualche precipizio; la combatteva altresì il timore che al
villaggio non si sarebbero svegliati, o che non le avrieno dato retta, o
che non volessero venire: per ultimo non le pareva fuori dei possibili
imbattersi ella stessa negli assassini, i quali non avrebbero mancato
accopparla per distruggere con esso lei il testimonio unico del loro
delitto: tanto è, si fece coraggio e andò; tuttavia al pericolo che gli
assassini rientrassero in casa provvide con lasciare chiuso l'uscio di
casa, ed ella calarsi da capo giù dalla finestra; all'altro
d'incontrarli per via, riparò col caricare anche l'altra canna dello
schioppo e portarlo seco inarcato; come Dio volle, non le nocquero nel
cammino le tenebre, nè le asperità della via; quanto poi alla difficoltà
di svegliare la gente, ebbe un santo dalla sua, che le fece trovare il
Sindaco desto, il quale andava in volta per la casa, col suo decimo nato
in collo, trastullandolo per quietargli la smania della dentizione. Gli
abitanti del villaggio avvertiti in un bacchio baleno, si misero in
assetto per accorrere al soccorso della ferita. Un po' di tempo lo fece
perdere la moglie del Sindaco, la quale, non ci era caso, voleva andare
_lei_, lasciando il Sindaco a ninnolare il bambino; ma il marito glielo
scaraventò nelle braccia, osservando che fuori di casa il Sindaco era
_lui_.

Di subito fu vista una processione di lanterne errare qua e là, a mo' di
lucciole, giù per la vallea, festinante verso il luogo del misfatto.
Ognuno dei lanternisti desiderava con tutta l'anima che Eponina non
fosse rimasta sul tiro, computando il guadagno che per la sua malattia
sarebbe venuto a lui o alla moglie di lui, ovvero ai figli, generi,
cugini di lui, amici e conoscenti a 16 miglia dintorno. Io l'ho già
detto: cuore e formaggio nella Svizzera ci si trovano di prima qualità.
Se io mi trovassi a possedere un cuore svizzero, io non lo baratterei
con la più grande piramide d'Egitto.

                                 *

— O lasci in pace i cuori degli svizzeri e le piramidi di Egitto, e ci
dica un po' come andarono a finire i servi assassini, salta su a dire la
critica bacchettona, e minaccia di non lasciarmi ire innanzi, se prima
non la contento.

— Ma abbia pazienza, questo ella saprà a suo luogo e tempo; dovrebbe pur
capire che la sua continua intromissione mi rompe i concetti e mi
arruffa ogni disegno.

— Ringrazi Dio che mi basti la pazienza di starle al fianco, chè senza
di me, nelle sue diavolerie, non si troverebbe un briciolo di buona
morale, neanco a cercarlo coi lanternoni degli svizzeri da lei poc'anzi
descritti; ci dica subito come la giustizia umana arrivasse gli
assassini; e in ogni caso la giustizia divina, che non può mai fallire.

— Senta. La giustizia umana non li agguantò: i ribaldi scivolarono fra
Stato e Stato senza dare sospetto: anzi alle polizie dei vari paesi
riuscì tanto più difficile rinvenirli, quanto meno essi posero cura a
farsi cercare: in pellicceria ci vanno più pelli di volpe che di asino:
se vuoi gabbare la diplomazia, che campa sulle trappole, usa ingenuità:
e se desideri sgusciare dalle mani delle polizie, solite a camminare pei
traghetti, tira innanzi per le vie maestre: pertanto costoro giunsero a
salvamento in Arcangelo, dove rizzarono su rivendita di acquavite e
furono principali avventori, finchè vissero, della propria bottega.

— Ma la giustizia divina? Dica su della giustizia celeste.

— Della provvidenza, via? Oh, ecco: questa li seguitò un pezzo, ma
siccome a mano a mano che s'inoltrava per coteste contrade boreali,
sentiva per colpa del freddo gelarsi le membra, si fermò a Pietroburgo,
e quivi mentre attende a curarsi i pedignoni la raggiunsero corrieri di
Francia e di Prussia, con ordine fulminante di tornarsene indietro;
volersi ad ogni modo rompere la guerra, nè i popoli potersi capacitare
che senza permesso della divina provvidenza fosse lecito a loro di porre
la mano ai ferri per tagliarsi la gola; avrebbe trovato rifatto il letto
e spazzate le chiese, accesi i moccoli, gonfi i mantici degli organi,
sul turibolo gl'incensi. La provvidenza fece spallucce e significò ai
corrieri che la lasciassero in pace; ma gli impronti le susurrarono
dentro gli orecchi ci pensasse due volte, però che essi avevano
commissione di condurla coi gendarmi. «Co' gendarmi! ella esclamò; e
quale giurisdizione hanno su me i gendarmi? Se presumono ammanettarmi i
gendarmi luterani della Prussia, io sono la provvidenza cattolica; se i
gendarmi cattolici della Francia, io sono la provvidenza luterana; qui
in Russia posso schermirmi da tutti e due proclamandomi provvidenza
greco-scismatica: andate al diavolo voi e chi vi manda. — Ma poi, avendo
levato gli occhi al cielo, pensò ch'egli era spigionato per tutti; onde
per non attizzare scandali, mandando all'aria per sempre casotto e
burattini, si adattò a seguitarli.

Appena giunta a Colonia, la città dei re magi, la provvidenza mandò pei
due imperatori, uno già nato e l'altro che stava per uscire dall'uovo, e
disse loro con voce annuvolata:

— Signori miei, a che giuoco giochiamo? O che questo lavoro non ha da
smettere mai? Voi vedete che moglie di due mariti io non posso essere:
la poliandria si considera peccato così in cielo come in terra; e poi
l'ha da finire questa storia di mettere sopra le mie spalle tutte le
vostre infamie, le truci ambizioni, le maledizioni dell'umanità, i
diluvi di sangue che fate spargere voi altri.

I due imperatori, l'uno fatto e l'altro che stava per rompere il guscio,
ad una voce risposero:

— Dà retta, divina provvidenza, a noi veramente non importa nulla che tu
stia con l'uno o con l'altro ed anco con veruno dei due; noi ci
provvediamo dai noi stessi formandoci i battaglioni più grossi; e' sono
i popoli che non ti vogliono licenziare, sicchè a noi tocca legare
l'asino dove vuole il padrone, fingendo che tu stai con l'uno o con
l'altro: ora, che ci rimetti a lasciarti invocare da tutti e due? Sta'
di mezzo e piglia dalla mano destra e dalla mancina; intanto il cannone
ti darà la pinta per insegnarti da qual parte hai da figurare di esserti
buttata: che se frattanto tu ti uggissi a startene appillottata in casa
o in chiesa, svagati a governare le sorti del giuoco del lotto.

Dov'è la mia critica bacchettona? E' pare che se ne sia scappata da un
pezzo: meglio così, chè senza questa veste di fiasco fra le gambe, il
racconto procederà più spedito.

La ferita fu giudicata mortale, ma il peggiore guaio, per opinione dei
medici, veniva dalla perdita del sangue, per cui si dava come sfidata.
Ora io non dirò che in onta alla scienza, bensì nonostante i responsi
della scienza, la natura pigliò il sopravvento alla morte, ed Eponina
dopo lunga infermità potè riaversi, non senza però lasciare offerte
preziose alla rigida ara di lei. Non le uscì più il pallore dal volto,
onde se egli è pur vero che la sorella di Oreste desumesse il nome dalle
guancie clore, da ora in poi avrebbe dovuto farsi chiamare Elettra; la
voce le rimase limpida come innanzi e sovente anche gagliarda, ma però
soggetta a questo inconveniente, che talora di un tratto le calava giù
giù sempre splendida e poi di subito le si spengeva simile ad una
lacrima del cielo, che noi volgarmente chiamiamo stella cadente. — Più
grave danno di questo, il suo cuore sembrava ad ogni minuto sostasse
alquanto come per ripigliare lena nello esercizio delle sue funzioni di
sistole e di diastole. Ristabilita in salute a questa maniera, dopo
lunghe esitanze si dispose trasferirsi a Milano, dove sua prima cura fu
di cercare la vecchia raccoglitrice della sua diletta Natalizia...

Ma, ahimè! Tu sai, lettore, come la scadenza ordinaria delle cambiali
sia a novanta giorni e quella della vita a sessanta anni. Ora la morte,
che insomma è il creditore puntuale per eccellenza, si era presentata
alla vecchia, molto più che il termine era scaduto da un pezzo, e ne
aveva riscossa la vita.

Sembra che ad Eponina non dovesse parere vero immergersi nel seno della
famiglia, e quivi attingere l'oblìo dei mali sofferti; tutto induceva a
crederlo, eppure questo non fece.

O perchè non lo fece? Lettore discreto e prudente; io te l'ho pur detto:
per penetrare nel cuore umano e dimostrarti i suoi infiniti misteri, mi
farebbe bisogno che Arianna sempreviva dipanasse eternamente gomitoli
per me; ed io calcolo ch'ella deva essere morta da tremila anni e più.

Se avessi a dire la mia, forse ad Eponina rincrebbe aversi a mostrare in
cotesto arnese; ella immaginava un dì tornarsene a casa sfolgorante di
bellezza e di gloria: copiosa di tutti i beni che sono dai mortali
maggiormente invidiati, voleva rientrare in casa sua come uno imperatore
trionfante in Campidoglio, ed ora ella si considerava ridotta quasi al
verde d'ogni cosa. Seppe la sua famiglia stiantata dalla sventura, ed
ella repugnò con la sua presenza crescerle il fascio dei dolori; colà si
piangeva per troppi e pur troppo; le parve debito non partecipare a
coteste lacrime, bensì sollevarle, e questo giudicò potersi eseguire da
lei molto meglio rimanendo sconosciuta e fuori di casa: temeva eziandio
i rimproveri come colei che sentiva averne piuttosto a farne che a
riceverne, ma dall'uno e dall'altro lato, ella rifuggiva del pari: — nè
forse questo solo da lei si mulinava nella mente, ma io non lo so e
lascio ricercarlo a chi legge.

Pertanto ella andò a Torino, dove datasi segretamente a conoscere a
certi suoi fidatissimi amici, quelli pregò a procurarle a patti
vantaggiosi un teatro dove cantare. Iniziate le pratiche lo impresario
la udì e gli piacque; fu stipulato il contratto e stabilito il compenso;
certo per arrivare a quello russo, ci era che ire, ma anche in Italia un
cantante si paga più di dieci Galilei. Eponina sarebbe andata in iscena
con la _Straniera_: quindi ella senza perdita di tempo si mise a
studiare cotesta partitura con l'ansietà del marinaio che, sopraggiunto
dall'uragano, gitta in mare l'ancora della speranza, però che una voce
interna le andasse sussurrando ch'ella si sarebbe salvata o perduta con
lei; quanto l'arte può suggerire di più arguto si adoperò da essa per
incastrare la sua voce fra nota e nota e far comparire magistero la
velatura dei tuoni, odiata sequela della infermità; breve, esultò nella
fiducia di essere giunta a raccogliere i raggi sparsi dell'antica sua
gloria.

Però gli studi della musica non la occuparono soli in cotesto scorcio
della sua vita, bensì attese a vendere con reputazione quanto l'era
rimasto di gioie, parte rinvestendo in rendita pubblica a benefizio
della sua orfana e parte mandando in sollievo della famiglia.

La sua voce operò i consueti portenti; il pubblico si sentì come
travolto in un vortice di piacere; Eponina riconobbe il genio tornare a
batterle con le ale le tempie ed inondarle col suo fuoco le arterie.
Ormai dimentica di ogni passato affanno, fidando pienamente sopra la sua
salute, volle per la sera veniente cimentarsi da capo alla prova.

Ma nella sera successiva la voce a un tratto le si ecclissò; ogni sforzo
fu vano; le si strinse la gola, mentre il cuore con tremendi palpiti le
sobbalzava. In capo a due giorni di riposo le parve esserle tornata la
voce più gagliarda che mai; e poichè la strana intermittenza, invece di
scemarle, le aveva aumentata la popolarità, non è da dirsi se lo
impresario udisse con esultanza, che ella si disponeva per cantare in
cotesta sera: così, per non parere importuno la confortò ad aversi
riguardo, ma si guardò da insistere troppo.

I cedoloni.... ho sbagliato; i cedoloni si costumano dalla Curia romana
per le scomuniche; per gli annunzi teatrali si usano i cartelloni; i
cartelloni dunque avvisavano su tutti i muri per la veniente sera la
_Straniera_ cantata dalla celebre prima donna; la città ne andò in
visibilio; si facevano i capannelli intorno ai manifesti; figurarsi se
la calca la sera fosse grande al teatro! Ognuno si riprometteva che in
cotesta sera il sole non si sarebbe ecclissato; e così pure Eponina, la
quale, a guisa del guerriero che innanzi di avventurarsi nella mischia
prova la spada, scivolando con celeri gorgheggi la scala dei tuoni dal
grave allo acuto e viceversa, conobbe potere starsi sicura della sua
voce.

Piena e stipata la sala, sicchè se fosse piovuto panìco, proprio un
chicco non sarebbe cascato per terra; così profondo il silenzio che tu
avresti udito anco lo zufolio della zanzara, ma zanzare non ci erano; ci
erano spie.

Divina l'onda sonora sgorgò dalle labbra di Eponina, e potente come nei
giorni migliori a dominare sull'anima degli ascoltanti; a seconda del
genio e del temperamento degli individui convenuti costà, all'uno pareva
un balenìo di luce, all'altro un brulichío che gli ricercasse le interne
viscere; a questo parve voluttà del primo bacio d'amore, a quello
dolcezza di lacrima piovutagli sopra la mano dal beneficato; un ghiotto
affermò preferire la voce di Eponina al risotto coi tartufi, il bevone a
un fiasco di barbèra! fino un avaro si attentò dire che lo scudo del
biglietto quasi quasi gli pareva bene speso; breve: dappertutto festa
solenne, pasqua fiorita.

Ad Eponina poi sembrava che Mercurio le avesse fatto omaggio dei suoi
talari; anche un po', e si sarebbe creduta capace di volare; più lucidi
vedeva scintillare i lumi nelle lampade, più sonore sprizzare le note
dagli strumenti; volgendo attorno gli occhi nell'ebbrezza della sua
gloria, le accadde posarli sopra una, piuttostochè donna, statua di
porcellana, bianca, lustra, con certe gote dove in vece di sfumatura
d'incarnato avevano impastato due toppe colore amaranto: gli occhi neri,
tondi e fissi pari a quelli del gallinaccio, stupidissimo fra tutti gli
animali; ella ne provò ribrezzo come alla vista di figura di cera che
ritragga troppo naturalmente la umana sembianza, imperciocchè la vita
simulata induca maggior paura della morte vera; torse lo sguardo, ma
subito dopo si sentì attirata a riguardarla, ed avvertendo meglio le
parve vedere, e vide certo, la faccia severa della contessa Anafesti; e
quindi non fu dato di dubitare che il gentiluomo vôlto con le spalle al
palcoscenico avesse ad essere Ludovico; di vero, quasi subito questi,
atteggiandosi di profilo con gli occhi armati di cannocchiale, si mise a
perquisire l'olimpo teatrale in cerca di costellazioni femminine: astri
e Galileo, gli uni convenienti all'altro.

Notò Eponina cotesto atto ch'ebbe virtù di rimescolarla da capo alle
piante, perchè non poteva mettere in forse che egli l'avesse
riconosciuta, e le sembrava, anzi era certa, che Ludovico intendesse
palesare a quel modo la sua piena indifferenza, o piuttosto il suo
disprezzo per lei.

Il disprezzo!

Agli spiriti alteri può non rincrescere di cadere come i figliuoli di
Niobe sotto gli strali dei figliuoli di Latona, ma rimanere uccisi pel
morso di un granchio nel calcagno, secondochè avvenne al gigante
Morgante, oh! gli è provare la morte due volte. Allora divampò
nell'anima di Eponina la brama, la smania, il delirio, l'agonia (e se tu
sai parola che valga a chiarire più espressa la sconfinata volontà
umana, e tu la metti) di rinnovare la sua vendetta. Già erano presso al
finire dell'opera, e alla Eponina rimaneva cantare la tremenda scena
della Straniera, la quale ode da lontano l'inno del sacro rito che
unisce in matrimonio il proprio sposo con la rivale; ella raccolse
quanto più potè di vita da tutto il suo essere, e con tuono di voce che
commosse dal profondo le viscere di quanti l'ascoltarono, incominciò a
cantare:

    Or sei pago, ciel tremendo,
    Hai vibrato il colpo estremo.

Suo intento fu radunare un nembo di applausi e di fiori, e gli uni e gli
altri sospingere contro la pallida ed ormai trista anima del novello
diplomatico, e soffocarcelo sotto: supplizio usitato a Sibari.

Maraviglia immensa eccitò cotesto canto, imperciocchè la musica non
avesse mai palesato la passione umana in modo così disperatamente
verace; la disperazione armonizzata, balenava simile al fuoco che guizza
fuori della nuvola in procinto di rovesciare sulla terra una procella di
folgori; però insieme a maraviglia, la gente si sentiva compresa da
paura: qualche cosa di sinistro temeva avesse a tener dietro a cotesti
sforzi, i quali, superando ogni termine del naturale, ritraevano del
portentoso.

Quando Eponina cessò il canto, la gente sbigottita tacque irrequieta;
così, stando sopra l'estremo lido del mare, vediamo da lontano comporsi
il volume del cavallone, che irromperà poi ad allagare la spiaggia:
all'ultimo, gittati giù gli argini, i plausi e le grida mandarono
sottosopra ogni cosa. Se in quel punto i corvi avessero volato traverso
il teatro, sarebbero caduti in platea, siccome avvenne nello stadio di
Corinto quando il banditore pubblicò Nerone avere donato la libertà alla
Grecia. O libertà, di quante generazioni tu hai da essere, se anco un
Nerone potè vantarsi sbraciatore di libertà ai popoli; però io ho
raccomandato, fino a perderne la voce, al popolo di squadrare bene la
libertà che presumono donare i principi, innanzi di esultarne. Che
diavolo! Se avete a comprare un mazzo di tordi, voi soffiate loro sotto
il codone per mirare se sieno freschi; e tu, popolo, non adopererai
medesimamente con la libertà che ti cucinano i principi?

La plebe nella foga feroce del suo entusiasmo intende e vuole essere
divertita una seconda volta. «Da capo!» urla con grida sgangherate:
«Replica! replica!» Ed alle grida aggiunge strepito di palme e picchi di
bastone e zampate sul pavimento, donde si levano nuvoli di polvere.

Ma Eponina non ne poteva proprio più; in tutto il suo essere sentiva
avvicinarsi qualche grave trasformazione; le tintinnavano le orecchie;
miriadi di faville le carolavano dinanzi agli occhi; o la terra o le
gambe le mancavano sotto; a balzelloni si accostò alle quinte dove
balbettò una preghiera all'impresario che la scusasse presso il
pubblico: assolutamente non poteva.

L'impresario comparve sul proscenio, e con la sua voce dal dì delle
feste espose lo stato di salute della simpatica prima donna, e supplicò
il rispettabile pubblico per lei, ed anche per sè, affinchè egli si
degnasse dispensarla dalla ripetizione.

No!.. da capo!... no!... replica!... scuse magre! — e qui un turbine di
picchi e di urli da subissare il teatro: per giunta qualche fischio.
Perchè mai pretende il gladiatore ferito sottrarsi alla morte? Gua'! Se
l'agonia è il punto più divertente della rappresentanza! Il popolo per
ora non se la sente di abbassare il pollice, e le vestali molto meno,
chè amore e ferocia quanto trovano più delicati gli stami a cui si
appigliano, maggiormente divampano.

Non ci ha rimedio; bisogna cantare.

Eponina dal fondo della sua stanzuccia udì il rigido impero del popolo
come una sentenza di morte; lo istinto di donna la spinse a guardarsi
allo specchio e si vide pallida come uno spettro; sospettando mettere
paura, tuffò il cotone nel belletto e si tinse fino agli occhi: così
concia si avvia risoluta verso il palco scenico, — e ride.

Appena comparisce sulla scena, ecco scatenarsi un uragano vero di
applausi; un diluvio di fiori; ella si accosta al proscenio, lì presso
ai lumi, e si accinge a sciogliere la voce, ma lo tenta invano, una
tanaglia le stringe la gola: raggrinza le dita dei piedi e delle mani,
raccogliendo in supremo ed ineffabile conato, e tenta di nuovo. Le fauci
le si sturano, sì, ma non per dare adito al canto, sibbene ad un
profluvio bollente di sangue che le trabocca dai labbri e dalle narici.
Una immensa luce abbarbagliò Eponina, seguìta immediatamente da una
immensa tenebra; mosse precipite due o tre passi in avanti, le braccia
stende, e con le mani annaspa come il naufrago presso all'ultimo tuffo,
poi giù di sfascio, ammaccandosi in molto pietosa maniera la fronte e il
naso.

Accorrono a sollevarla.

Eponina tiene gli occhi spalancati e fissi, come vetro lucidi; la faccia
e il seno tutti sordidi di sangue, la bocca _tonda_; i muscoli dello
intero suo corpo, massime quelli della faccia, contratti così, che bene
appariva la morte tenerle gli artigli fitti nel capo come uccello di
rapina.

Il mare della platea si rimugina daccapo in burrasca: confusi
s'intrecciano i gridi: — È svenuta! è morta! Che morta! La ragia si
conosce lontano un miglio; non vuol cantare...

Dai palchi vedonsi spenzolare dove tre e dove quattro donne, abbracciate
insieme come le api quando fanno i grappoli; gli uomini anch'essi
smaniosi di chiarirsi, s'industriano a farsi largo per vedere, ma le
donne, api stizzite, li cacciano addietro a mo' di fuchi; invece di
pungiglioni, gomitate da rompere le costole.

Non è l'amore solo a regnare sopra le donne; se ne divide lo impero con
la curiosità.

In platea la gente sembra presa da febbre infiammatoria per la smania di
sapere come la cosa stia: ci fu chi saltò in piedi sopra la panca, e
dalla panca sopra la spalliera, tentando sostenercisi in bilico, ma di
un tratto perduto l'equilibrio ruina addosso ai seduti davanti, con
istrazio di cappelli e contorsioni di colli; gli offesi si drizzano su
come aspidi e barattano le percosse con una manomessa nuova di pugni,
punzoni, sergozzoni e susorni, che in men che non dico mi ridussero quel
povero diavolo a tale da parere un _ecce homo_; un altro gravaccione,
mentre affrettandosi per levarsi su cerca un punto di appoggio, gli
accade di posare la mano spanta sul cocuzzolo di un cappello, il quale
calca di punto in bianco giù fino al mento al suo possessore, che,
riuscito dopo molta fatica a tirarselo su dal viso, rosso di collera
bestemmia da disgradarne un turco. Il vicino flemmatico, autore del
danno, con voce soave gli dice: Scusi! io non l'ho fatto a posta; — e
l'altro quasi fuori di sè con labbra tremanti: Ringrazia Dio che il
codice penale non si occupa di _ingozzature_, che altrimenti ti manderei
diritto in galera come un cero pasquale.

Costui era uno dei vecchi procuratori del re presso il tribunale
correzionale di Milano, adesso posto da parte come una manetta
arrugginita: marmeggia pensionata, ei si rodeva a Torino la paga.

Più audace di tutti un gobbino; costui aveva davanti a sè una maniera di
mastodonte umano; al povero gobbo pareva proprio essere Giuseppe Ebreo
nella cisterna vuota: ricercando qualche partito per venire a galla
anch'egli, non rinvenne meglio di questo: aiutandosi colla testata di
una panca si arrampica sulle spallaccie del gigante e quivi si
appollaia: pareva una scimmia sulla groppa ad un cammello; ne rise prima
uno, poi dieci, cento, tutto il teatro all'improvviso rimbomba di
altissimi scoppi di risa.

Intanto l'impresario esce da capo di scancìo fuori delle quinte, e fatto
arco della persona, apre le braccia a mo' del prete quando compartisce
ai devoti il _domine vobiscum_, e così saluta il pubblico per la prima
volta; quindi, mutati alquanti nuovi passi sempre a schisa, replica nel
medesimo modo il secondo saluto, per ultimo il terzo proprio sulla buca
del rammentatore.

— Zitto! Silenzio! L'impresario sta per parlare.

— Impossibile!

— Signori! incomincia l'impresario, industriandosi a mettere nella voce
un po' di pianto.

— Perchè impossibile? In Giudea parlarono gli asini.

— Chiedo scusa: era un asino.

— In Roma, prima della seconda guerra punica parlarono i bovi.

— E in Italia i deputati; dunque perchè non può parlare un impresario.

— Signori! Signori! ripete lo imperturbabile impresario, mi reco a
debito notiziare il rispettabile pubblico, come alla nostra simpatica
prima donna sia sopraggiunto un caso... un caso il quale, secondo i
casi, potrebbe... sicuro... potrebbe riuscirle funesto... la simpatica
prima donna è desolata, ed io con lei, non potere appagare i vostri
desiderii più che legittimi: essendo pertanto rimasto mozzo lo
_spettacolo_, io, salva sempre l'approvazione del rispettabile pubblico,
proporrei completarlo col secondo atto del _Don Bucefalo_.

— Sì, sì, _Don Bucefalo_, tanto per annacquare la malinconia... _Don
Bucefalo_... _Don Bucefalo_, e qui battute di mani e picchi da sfondare
il soffitto.

Quando si fu alcun poco quieto l'osceno strepito, una voce di dolore,
scesa dall'alto, investì tutta la sala e domandò:

— Ma finalmente che accadde alla prima donna?

A cui una voce non meno lugubre rispose da basso.

— È morta.

Un silenzio spaventevole subentrò allo schiamazzo: il teatro parve
diventato un camposanto: ognuno sentì agghiacciarsi il cuore: prima a
levarsi fa la contessa Anafesti madre; dietro a lei le altre signore
tutte; dopo loro gli uomini, taciturni e mesti come se tornassero da un
mortorio. Solo Ludovico, nel ripulire le lenti del cannocchiale per
rimetterlo nella busta, esclamò:

— Povera creatura! Poteva fare una fine migliore...

Spensero subito tutti i lumi; i morti non hanno bisogno di vederci; e
poi la economia sta sempre bene. Alzarono il sipario e il teatro parve
la bocca del regno delle tenebre, di facile ingresso e di regresso
disperato; lavarono il pavimento, e raccolta l'acqua sanguinosa con
spugne da cavalli la travasarono dentro un bugliolo... Eponina così come
appariva tutta sordida di sangue distesero sopra una scala messa per
traverso sulla spalliera di due seggiole. Chi di qua chi di là dal
teatro erano spulezzati tutti, soli rimasero i coristi, così uomini come
donne, e le comparse e l'orfana Natalizia, la quale genuflessa ai piedi
della sua signora, col capo nascosto entro le mani piangeva e pregava.

Di un tratto colui che imponeva il coro, o vogliam dire maestro dei
coristi, uomo atticciato, uso a cantare versi all'improvviso, e più a
bevere fiaschi di vino, facile al pianto, facile al riso, tenerone,
buffone, salito su di un trespolo prese a favellare così:

— Signori e signore, per dire come dice il reverendo nostro impresario
quando non ha quattrini per pagarci il _quartale_, questa egregia donna
è morta; ma ella è morta da eroe artista sullo intavolato del teatro,
come l'eroe guerriero muore sul campo di battaglia; questi spira l'anima
in mezzo al fracasso dei moschetti e dei cannoni; ella in mezzo
all'armonia dei violini, dei violoncelli e di tutti gl'istrumenti
dell'orchestra; l'uno si avvolge nel cadere nel mantello della sua
gloria, l'altra si avviluppò nel manto della Straniera. A noi spetta
ornarla di fiori, a noi inghirlandarla di lauri, che troppo bene si
meritò, a noi sermonarla con la orazione funebre, a noi inalzarle un
monumento, certo modesto, perchè sarà di pane convertito in marmo: i
poveri, si sa, di altro non sono ricchi che di cuore, e di appetito.
Intanto, per cominciare, ognuno di voi canterà un _a solo_[35] sopra il
suo corpo, o inventandolo di pianta, ovvero ripetendone alcuni di quelli
che ha tenuto a mente: quello che viene viene; a sfogo del cuore; adesso
copritela di fiori, coronatela di alloro, che io incomincerò:

    L'angioletta che canta da soprana
    Del Padre Eterno fra i beati cori,
    La scorsa settimana
    Chiappò una sbardellata infreddatura.

  [35] _Monodia._

Su voi altri, che state lì a gingillare: ripetete in coro l'ultimo verso
per ritornello; e i coristi avendolo fatto, costui li lodò dicendo: —
Bravi! Da pari vostro, da voi non ci era da sperare di più. — Attenti,
continuo:

    Il mastro di cappella
    Non se ne prese cura
    E fece molto male
    Che si è trovato addosso
    Le feste di Natale,
    E per la messa su in cielo a cantare
    Non sapea il grullo che pesci pigliare.

Su, a voi: Non sapea il grullo che pesci pigliare... Bene. Vi trovereste
a caso un sorso di vino da bagnarmi la gola? No? Ve lo siete bevuto
tutto; bravi patriotti! Come si ama il tradimento e si odia il
traditore, così mi sarei asciugato il vino, ma avrei detestato,
aborrito, calpestato l'infame che invece di berselo lo avesse messo da
parte per me. Ripiglio il canto:

    Quando arriva nei cieli un'angiolina
    Che il _crup_ di stianto si portava via
    Giusto l'altra mattina,
    Che visto del maestro lo imbarazzo:
    La non si stia, gli disse, a ingarbugliare;
    Colà a Torino tutto il mondo è pazzo
    Di una voce celeste
    Che se voi la metteste
    Nei piedi della vostra Angiola fioca
    Vi troverete aver compìto il coro
    E fatto il becco all'oca.
    Per dispaccio mandatela a chiamare
    E la morte lo vada a consegnare:

E il coro ripetè il ritornello:

    E la morte lo vada a consegnare.

Il buffone riprese:

    La morte venne giù per l'ambasciata
    Le disse un motto e via se l'è portata;
    Ella poi la seguì con tutto il cuore
    Certa, com'era, si farebbe onore
    Anco dei cieli infra il beato coro
    Or con la cetra d'oro
    Accompagnando i suoi divini canti
    Fa il Padre Eterno strabiliare e i santi.

— Fa strabiliare, ecc. Ora attenti al comiato:

    Che se talun di voi cotanto ardisca
    Alla novella mia fede negare
    Affinchè si chiarisca
    La vada in paradiso ad ascoltare.
    Ed or mi tarda andare all'osteria
    Dite la vostra che ho detto la mia.

I coristi usi ad obbedire il maestro avevano accompagnato la monodia,
ma, bisogna confessarlo, a contraggenio, perocchè non sapessero
distinguere s'egli celiasse, o facesse davvero, e questo molestamente
sopportassero; allora si levò su Natalizia, la quale, posta la sua mano
sul braccio del maestro, in questo modo gli favellò:

— Agatone, senti: la tua mente ed il tuo cuore erano nati per far casa
insieme; ma non ci pensarono mai, ed ora è troppo tardi; i tuoi occhi
sono gonfi di lagrime e la tua bocca canta in chiave di baccanale. Taci,
che Dio ti perdoni e ti conceda la grazia che stilla di acqua, senza il
tuo consenso, non ti caschi mai nel vino. Voi altri, fratelli e sorelle
mie, alunni dell'armonia, non vi state ad affaticare lo spirito cercando
inni funebri; le ore dell'angoscia non sono quelle che accompagnano il
carro alla fantasia. Noi tutti conosciamo un canto dove le parole
occorrono sublimi ed i numeri divini; inginocchiamoci intorno alla
defunta, e con le labbra, e più col cuore, cantiamo la preghiera del
_Moisè_: io vi dico in verità che ne esulteranno quanti sono beati in
paradiso, e con essi questa cara infelice, la quale così acerbamente si
è partita da noi.

— Sì, facciamo a questa maniera; Dio ha parlato per la bocca della
fanciullina.

Intuonarono la preghiera: _Dal tuo stellato soglio_, e con tale una
effusione di tenerezza che terminò col pianto universale: pianto senza
mistura di amaro, pianto che ricava la sua scaturigine da più alta fonte
che non è il cuore umano, e che consola tanto quello che lo versa,
quanto quello per cui è versato.

Ma pianto e riso, e affanno e gioia si dileguano nel mondo a modo che fa
l'eco. I cantori mano a mano lasciarono il teatro; sul palco scenico
rimasero una candela di sego, che mandava tanta luce quanta bastava a
rendere le tenebre visibili, una guardia di pubblica sicurezza intesa a
passeggiare, a masticare tabacco ed a schizzare la saliva più lontano
che poteva, la morta sempre stesa sulla scala, e l'orfana di nuovo
genuflessa ai piedi della defunta per pregare.

Indi a breve comparve l'assessore di polizia con alcuni uomini a cui
ordinava trasportassero il cadavere nella stanza mortuaria, così come
stava sopra la scala, coprendolo con uno straccio qualunque. Appena egli
ebbe profferite queste parole che una larva uscita di sotto terra,
mostrando la faccia più bianca del marmo, stridè:

— Nessuno la tocchi... è mia.

— Chi è vostra? riprese l'assessore, il quale senza volerlo sentì
corrersi freddo nelle ossa.

— Questa morta.

— E voi chi siete?

— Io? Sono sua madre.

— Madre.... e che volete?

— La voglio accompagnare, la voglio vegliare, la voglio....

— Va tutto bene; ma, donna mia, ora capite che non si può tenere sul
palco scenico; quindi occorre farla trasferire nella stanza mortuaria.

— Sopra la scala? Coperta da uno straccio purchessia?

L'assessore mortificato, si affrettò a rispondere:

— Oh! no: qualcheduno vada all'ospedale per un cataletto; ci riporrete
dentro la morta e la porterete alla stanza mortuaria; se questa donna
insisterà a vegliarla, non glielo vieterete; allora lasciatele una
lanterna e serratecela dentro.

Ciò detto, premuroso di mettere fine a cotesta scena disgustevole, se la
svignò.

Ora vuolsi sapere come la misera madre accovacciata su nella piccionaia
fosse stata presente a tutto; da lei mosse la domanda piovuta dall'alto
intorno alla qualità dell'accidente occorso alla Eponina, come la
funesta risposta si era dipartita dall'orfana. Ella si precipitò senza
indugio per le scale, ma, rinvenuta la porta del teatro, che metteva al
palco scenico, chiusa, si pose lì ritta ad aspettare. Quando i coristi
uscirono e l'assessore entrò, ella, côlto il destro, gli si cacciò
dietro inosservata. Adesso sovvenuta dalle guardie trasse giù il caro
corpo dalla turpe scala, ed ella assettatasi in terra se lo fece deporre
nel grembo. La guardò, e: — Avessi un po' di acqua! — bisbigliò
sommessa. E subito le venne portata l'acqua; gliela porgeva Natalizia.
Trattasi il fazzoletto di tasca lo intrise nell'acqua e prese a lavarle
diligentemente la faccia. — Ah! non basta.... susurrò da capo, e non
aveva anche finito le parole che si rinvenne un altro pannolino in mano:
ella lo prese senza considerare da chi le venisse: viva soltanto nel
rendere gli ultimi uffici alla morta; poi le ravviò i capelli, glieli
spartì sulla fronte, glieli compose con arte; all'ultimo le sollevò il
capo e si mise a contemplarla per lunga ora senza gemito, senza pianto;
guardatala e riguardatala un pezzo, a denti stretti mormorò:

— Ben ti ritrovo, Eponina, ma quanto diversa da quella che mi uscisti di
casa!

L'orfana abbracciava sempre i piedi della sua signora, ed Isabella non
l'aveva ancora avvertita.

Venne la bara, ci adagiarono il cadavere della meschina; la madre
dietro; l'orfana, senza che alcuno ci badasse, si mise sotto la bara, ed
in questo modo potè entrare anche essa nella stanza mortuaria, e
rimanerci anche quando furono partite le guardie.

— Oh! adesso che mi trovo sola con lei, guardiamocela un po' senza
soggezione.

E tolta in mano la lanterna, scoperse la bara e l'infelicissima madre
esaminò sottilmente a parte a parte il cadavere. Rinnuovato quattro
volte o sei l'esame angoscioso, depose la lanterna nel cataletto, ed
ella assettatasi in terra sospirò:

— Non ci ha caso, è morta.

Si abbracciò le ginocchia, sopra esse appoggiò la faccia e non profferì
più parola.

Alla domane, quando un poco di luce si fu messa nella funebre stanza,
avendo levata la faccia, i suoi sguardi vennero a posarsi sopra
Natalizia: non parve ne sentisse maraviglia, o paura; se non che
l'eccesso dell'ambascia e il digiuno prolungato incominciavano a farla
vagellare; le prime parole che disse sonarono delirio:

— Donde vieni, fanciulla? Chi ti manda? Se dalla parte di Eponina, parla
presto, onde io possa contentare la povera figliuola.

— Vengo da me, signora Isabella; io sono una povera orfana che la sua
figliuola raccolse, col suo pane nudrì, col suo spirito educò: la
sventura, ecco, adesso l'ha schiantata; ella, senza volerlo, mi ha
abbandonata, ma io non voglio abbandonare lei; quando la metteranno in
terra, io supplicherò che mi seppelliscano nella medesima fossa e mi
esaudiranno.

— Ah! soggiunse Isabella, anche morendo, o mia Eponina, tu hai pensato a
me, porgendomi dalla bara un fiore.... ben venuto, o fiore di
consolazione, io ti poserò sul seno che ti allattò, o figliuola; dimmi,
vuoi stare con me? Non mi lasciare desolata e sola. L'amore che porto ad
Eponina può bastare anco a te, senza che ei ne rimanga menomato.

Natalizia allora, cingendo alla madre di Eponina col diritto braccio il
collo, disse:

— Sì; io ti starò al fianco, e quando piangerai, io piangerò con te.

Allora Isabella sentì squagliarsi il cuore, che fino a quel momento le
aveva oppresso il petto; e strinto con ambe le mani il capo alla
fanciullina, pianse, e la fanciulla con lei; e piansero tanto e tanto,
che elleno stesse si maravigliarono come sì grande copia di lacrime
potesse versarsi da occhi mortali.

Si apre la stanza mortuaria e vi penetrano parecchi, di cui uno che
pareva essere il _sopracciò_, appressatosi alla signora Isabella, prese
a favellarle di questo tenore:

— Che recapito si ha da dare a questo corpo?

— Io vorrei trasportare questa mia figliuola a Milano per seppellirla
allato ai suoi parenti.

— Ciò va d'incanto, ma quando ha da essere così, non ci è da perder
tempo, perchè in _primis_ conviene ricorrere alla _autorità governativa_
per la debita licenza; poi è mestieri mettersi in regola con l'_autorità
amministrativa_ circa la tassa da pagarsi pel trasporto del cadavere;
inoltre bisogna intendercela con l'_autorità sanitaria_ per
_condizionarlo_ a dovere nelle casse di uso, delle quali due di legno ed
una di zinco; per ultimo occorre pigliare appuntamento con l'_autorità
delle strade ferrate_, la quale, come vedrete, non vorrà assumere
l'incarico di trasportarlo se non di notte col _treno merci_; sicchè voi
potete da per voi stessa comprendere che per fare tutte queste cose
presto e bene, ci vogliono gente e quattrini.

Isabella sentì stringersi il cuore, perchè, venuta via in fretta da
Milano, poca moneta aveva portato seco, e quando pure se ne fosse
partita ad agio, dove procurarsene maggiore non avrebbe saputo; però che
la sventura si era compiaciuta di ridurre al verde cotesta povera
famiglia di ogni sostanza, come in breve mi toccherà a raccontare;
mentre Isabella percossa da nuovo dolore abbassa gli occhi, si vede in
dito il magnifico _solitario_, dono dello zio Orazio, di sempre cara ed
onorata memoria; riprese animo nella certezza di far quattrini, onde
levò la faccia dicendo con garbo signorile al sopracciò:

— Voi intendete, signore, come l'affanno che mi travaglia mi renda
inetta a questi uffici; siatemi cortese di compirli per me; intanto vado
a procacciarmi la moneta necessaria; — ma di un'altra cosa io vi vorrei
pregare, ed è che pigliaste in custodia questa ragazzina fintanto che io
non ritorni.

— Vada, signora mia, e viva tranquilla che la lascia in buone mani; la
condurrò in casa al parroco...

— Parroco! Preti!.... Oh! no.... via preti.... voi non sapete che cosa
siano i preti.... vien qua, fanciulla mia; — ed in così dire la Isabella
tremava a verga.

— La non si rimescoli, signora.... oh! capisco anch'io.... ma, sa,
succede fra i preti come a quei di Lucca, ce n'è dei buoni e dei
cattivi....

Isabella agguanta il sopracciò pel petto, strabuzzando gli occhi, e gli
domanda:

— Sei forse prete?

— No, signora.... in coscienza, no.... no davvero davvero.

— Se non prete, qualche cosa che appartenga a prete?

— Quanto a questo, io non posso negare, fui cuoco nel convento dei
reverendi padri barnabiti.

— Va' all'inferno donde prima sei venuto.

Ed Isabella lo scaraventò lontano da sè. Il sopracciò, riaggiustandosi
le vesti sgualcite, pauroso di perdere il guadagno, che ormai si faceva
sicuro, umilmente favellava:

— Per avere dato a mangiare ai lupi, o che si diventa lupi? Si lasci
servire.... e mi dirà se si sarà trovata contenta. Quanto alla
signorina....

Natalizia, che da prima distratta non aveva posto mente al dialogo,
adesso fattane accorta prese pel braccio Isabella e trattala a parte, le
disse:

— Di che temi? Ormai ne ho viste tante, che nulla mi fa più specie, e
quanto a violenza che mi volessero usare, vedi.... (e qui cavò fuori il
pugnale che estrasse dal collo di Eponina) io saprei difendermi. —
Lasciami qui; ci sto bene; e a separarmi da lei — e additò la bara — tu
mi recheresti dolore.

— Orsù, disse allora Isabella, voi andate a fare l'ufficio promesso.
Natalizia rimane a custodire la mia figliuola.

                                 *

— Eccovi qui un diamante di molto valore, e a me carissimo; fortuna
vuole che io lo abbia a vendere; mi hanno detto che siete un galantuomo
e che vi contentate dell'onesto: datemi quello che mi potete dare e fate
presto.

Così parlò la signora Isabella, entrata in bottega a certo orafo dei
principali di Torino, mettendogli in mano l'anello che si cavò dal dito.

L'orafo, poco uso a codesti modi rotti, guardò la donna e le parve, come
pur troppo era, una figura strana, poi guardò la gemma, riguardò lei, e
diede in uno scoppio di riso; all'ultimo disse:

— Credeva possedere una faccia sola, ma sembra che stamane taluno mi
abbia prestato la faccia di scimunito.... e sarà colpa la barba lunga.
Per chi mi avete preso, tocco di cialtrona? O sta' a vedere che io non
sappia più distinguere i diamanti dai culi di bicchiere? Via di
bottega.... imbrogliona.... e ringrazia Dio che non ti denunzio alla
questura.

La Isabella, comecchè si sentisse abbattuta dal prepotente infortunio,
pure non era femmina da succhiarsi in pace cotesta carta d'ingiurie;
quindi replicò risentita:

— Voi siete screanzato, e a quanto sembra imperito della vostra
professione: buon per voi che altri pensieri mi turbano; altrimenti ve
la darei bene io la questura.

Al gioielliere parendo essere soverchiato a torto, perfidiava più
riottoso che mai, e con voce incollerita ingiuriava la povera Isabella
che stava per averne il danno e lo strazio.

In questa venne a passare la carrozza del conte Anafesti dove si
trovavano la contessa madre col figliuolo Ludovico. Avendo ambedue
scorto il capannello della gente adunata intorno alla bottega
dell'orafo, e questo con gesti concitati minacciare Isabella, si
avvidero che la doveva essere incappata in qualche pelago, donde non
carità o gentilezza, ma obbligo espresso correva loro di liberarla; e
ciò la contessa propose subito al figlio, ma Ludovico con mirabile
sussiego le disse:

— Signora madre, io giudicherei lesivo al mio decoro prendere parte a
simili trivialità; molto più adesso che sono avvisato sua eccellenza il
Ministro degli esteri avermi spedito il diploma di grande ufficiale
della Corona d'Italia.

La contessa lo guardò di sbieco, ed altro non gli rispose:

— Tu hai ragione.

Ordinato quindi al cocchiere che fermasse, scese, e in un momento fu
nella bottega dell'orafo, il quale vista una signorona uscire da una
carrozzona le fece una sberrettata famosa, curvandosi innanzi a lei come
una fetta di popone; ma ella, senza curarsi di coteste cerimonie, prese
a rimproverarlo così:

— Ch'è questo, signor mio, e perchè e come vi attentate a straziare
questa onorata gentildonna, mia pregiatissima amica?

E quegli le narrò umilmente la storia, ed Isabella la confermava per
vera, aggiungendo il fallo del mercante stare in questo, che
supponendola capace di volerlo giuntare le aveva detto villania, senza
considerare ch'era impossibile prendere lui esperto a cotesta frode
manifesta, mentre, se avesse avuto punto di discrezione, doveva
facilmente immaginare lei imperita vittima di qualche truffa.

E poichè la contessa chiese ad Isabella da cui tenesse l'anello, questa
avendoglielo detto, soggiunse:

— Ed ora lascio considerare a lei signora, s'egli è possibile che un
uomo qual fu lo zio Orazio Onesti volesse donarmi un diamante falso?

Il mercante, udendo ricordare il nome di Orazio, vera gloria del paese,
non solo per altezza d'ingegno, bensì per eccellenza di costumi, si
faceva piccino piccino, e se lo avesse potuto si saria rimpiattato nella
cantera del suo banco. Intanto la contessa ripiglia:

— No certo; ma come mai può essere avvenuto questo? Che il gioielliere
sbagli non è da supporsi, e poi... (e qui diede uno sguardo all'anello,
come persona usa a praticare con gemme) la differenza si conosce in un
battere di occhio.

Questo discorso insomma portava a significare: mira, plebea! a me non
l'avrebbero ficcata; ma la povera Isabella aveva ben altro in mente che
abbadare a cotesta trafitta. Sventura è bene di certi animali domestici,
fra cui capitali i nobili, di sgraffiare anche quando accarezzano.

Allora Isabella, essendosi risovvenuta della offerta fatta alla marchesa
Rottan in compenso della restituzione della figliuola, e come le avesse
anticipatamente consegnato l'anello, il quale, non avendo avuto effetto
la restituzione, ella volle ad ogni patto restituirle, il gioielliere
studioso di farsi perdonare il grosso granchio commesso, saltò su a
dire:

— Gioco Torino per Busalla, che i gesuiti, avendone avuto il tempo,
hanno grancito il diamante buono sostituendo il falso. Gli è chiaro come
l'acqua che al furto alla forchetta, all'americana, al tesoro, insomma
alla moltiplice famiglia dei furti, adesso dovremo aggiungere il furto
alla Compagnia di Gesù. Signora, creda che mi sento mortificato....

— Signora Isabella, la prego ad usarmi la gentilezza di accompagnarsi
meco per alcun tratto di via, occorrendomi parteciparle alcun che che la
riguarda.

— Ai suoi comandi, signora contessa; e le due donne uscirono dalla
bottega senza darsi pensiero dell'orafo, il quale adesso si profondeva
in servilissimi inchini, quanto da prima si era mostrato villano.

Poichè ebbero mutati alquanti passi in silenzio, la contessa
soffermatasi allo improvviso così favellò:

— Signora Isabella, io la prego a volere ravvisare nelle parole che sto
per dirle, il sentimento della profonda stima che nutrisco per lei.
Dalla tentata vendita dell'anello, che a lei deve esser caro per tanti
motivi, desumo ch'ella si versi in qualche angustia di danaro: mi
permetterebbe il favore di potergliene offrire? La scongiuro a non
rifiutarlo.... non mi dica di no.... non glie lo voglio mica regalare,
sa? Lo pigli in prestito, me lo restituirà più tardi.

— Signora.... grazie di cuore... ma io non posso creare un debito,
quando non sono sicura di poterlo estinguere.

— Di ciò non si prenda punto pensiero...

— Signora contessa, questo non mi consente la mia natura... manchevole
come mi sento di ogni titolo alla sua benevolenza...

— Creda a me, signora Isabella, replica la contessa, tirata fuori dei
limiti che si era prefissi dalla inopinata resistenza della madre di
Eponina, ella ne ha forse più di quelli che non si potrebbe immaginare.

— Mi professo grata profondamente alla sua squisita cortesia; ma tanto
è, non giunge a vincere la repugnanza di accettare danaro, che davvero
non so come rendere.

Allora la contessa esitò, si fece in volto di fiamma, si calò il velo
sugli occhi, e con voce bassa, e al punto stesso alterata, porgendo ad
Isabella un piccolo portafogli sussurrò queste parole.

— Da dama onorata le giuro che questo danaro è suo.... che non monta
neppure alla cinquantesima parte di quello che la infelice Eponina donò
alla mia casa......

E più non potè dire; strinse la mano ad Isabella e si allontanò,
sentendosi incapace a sostenere più oltre la dura prova.

Certo la contessa Anafesti operando a cotesto modo compì il suo dovere,
e non in tutto; pure, chi voglia considerare la superbia, infermità
ordinaria dei nobili, e i pregiudizi della infelice loro educazione,
dovrà convenire che coteste sue parole furono veramente sublimi; almeno
così parvero, per quanto ho sentito dire, al suo angelo custode, che
cavatasi dall'ala una penna nuova, le scrisse con quella nel libro delle
buone azioni della contessa per mostrarle poi, in punto di morte, come
viatico di conforto allo eterno viaggio.

In questa guisa fu dato alla Isabella sopperire alla traslocazione delle
reliquie della sua figliuola a Milano, dove la depose nel camposanto
comune: non monumento, non lapide sopra la fossa di lei; distingueva le
sue dalle ossa altrui una semplice tavoletta di marmo, dove si leggeva
segnata una parola sola: «_Dolor!_»

Forse Isabella, mentre segnò questa parola, intese gareggiare con colei
che i cattolici salutarono col nome di madonna dei sette dolori; o
piuttosto adoperò così nel presagio di nuove tribolazioni. Chi sa? La
sventura è tale un tarlo, che rode sempre, finchè trova fibra sana; e
alle cose indicate nella Scrittura, che non dicono mai _basta_, aggiungi
l'avversità. — E quanto all'orgoglio, egli si accompagna con tutto,
anche colla estrema miseria.

Per dare ricapito finale ai personaggi che hanno recitato la loro parte
nel presente capitolo, bisogna sapere come:

Il principe di Platow, quando prima n'ebbe balìa, si mise alla ricerca
di Eponina, e la rinvenne... ma polvere. — Mosso dal pertinace affetto,
volle portarne seco il cadavere in Russia, e non gli fu concesso; allora
intese erigerle nel camposanto di Milano un monumento fastoso, e neppur
questo ottenne: chiese in grazia un frammento della marmetta posta sopra
la sepoltura di lei, ed anco ciò gli fu negato: allora per molta moneta
largita al custode del cimitero ebbe un pugillo della terra che copriva
l'amata donna, dentro un reliquario preziosissimo la ripose, e da
cotesto giorno in poi egli costumò dire le sue orazioni dinanzi a
quello. — E quando taluno lo interrogava sopra quella sua eterodossa
devozione, egli soleva rispondere:

— Di altri santi ho sentito parlare, e ci credo, ma questa santa ho
visto e conosciuto io.

Quanto amore sprecato indarno! Ma Dio manda le sacca a chi non ha grano:
veramente questo proverbio non porge buona testimonianza della
provvidenza divina; che volete ch'io ci faccia? Il proverbio dice così.

La povera Natalizia non potè sopravvivere alla sua signora; la distrusse
il non consolabile affanno: ebbe sepoltura nella fossa allato di
Eponina, e su la fossa anch'ella il suo pezzo di marmo col motto:
«_Dolor!_»

O fiori di primavera nati appena, abbattuti dalla falce: veruno si
accorse della vostra nascita come veruno della vostra morte, eccetto il
pietoso che vi coprì di terra. Voi qui giacete polvere indistinta ma
lassù in cielo, Dio, che chiama a nome la moltitudine immensa delle
stelle, serberà (così giova sperare) ad ognuna di voi, povere anime,
mente consapevole, e luce, ed affetti. Poesia! Poesia! mi urla nelle
orecchie, da levarmi di sentimento, una femmina con le chiome
scarduffate, cinta intorno alle tempie con le vipere di Medusa e i
pampini della baccante. — Poesia! grida costei furiando insanita per
terre e per castelli, come lo schiavo libero per un dì dalla catena pei
lupercali a Roma. — Poesia! schiamazza agitando una fiaccola fumosa atta
ad ardere, non già ad illuminare... Bene sta; ma che mi darai tu in
compenso della perduta poesia? Forse la notizia che fra me e la terra
che calpesto non corre divario? Che la mia mente è mota? Che il mio
cuore va composto della medesima materia dello scarabeo, della cimicia,
del lumbrico? Volete sollevare l'anima buttandola giù nel fango? Tolto
all'uomo il senso della sua origine divina, persuasolo che tutto finisce
in lui, la polvere avrà sentimenti di polvere.

Prosunzione e invereconda temerarietà è sostenere che gli uomini sieno
del tutto materia; ma supposto che fosse vero, a buon diritto sapiente
fu giudicato quel filosofo della Grecia che disse: — Se avessi nel pugno
tutte le verità dell'universo, mi guarderei di aprirlo, per timore che
funestassero le generazioni degli uomini abbastanza infelici.



CAPITOLO XIV.

. . . . . . . . . . . . . . . .


Sarebbe stato studio proprio degno del pennello del Rembrandt. Marcello
era solo dentro una stanza, e se ne stava seduto sopra un seggiolone a
bracciuoli; la mano destra gli cadeva giù pendula; con la manca si
agguantava il mento, perchè non gli cascasse interamente sul petto.

La massa della luce che pioveva giù dall'abbaino praticato nel soffitto
colpiva in pieno il cranio calvo di lui; imperciocchè il dolore dove
passa peli più dell'acqua bollente.

La faccia china restava nell'ombra; e, ahimè, qual faccia! Anche qui la
sventura, essendosi compiaciuta a modellarla secondo il suo fiero
talento, in un attimo l'aveva tramutata così, che della sua prima forma
non n'era rimasto tratto.

Non sempre però Marcello si era rassegnato a tenere china la faccia:
all'opposto, sentendosi un dì l'anima fornita di filosofia, e di salute
il corpo, ardiva levarla in alto e lottare contro il destino: gli
accadde come a Giacobbe; i fati e gli angioli non patiscono contrasti, e
al pari di Giacobbe fu tocco, e rimase inaridito.

Certo giorno gli parve che, di sotto all'unghia di qualche dito della
mano destra, gli entrasse un rettile diaccio nelle vene e gli corresse
su dal gomito alla spalla, gli si avventasse al collo, glielo stringesse
e con violentissime scosse tentasse svitargli il capo: allora cervello,
occhi e tutti i muscoli della faccia gli si raggrinzarono; perduta la
conoscenza, stramazzò cacciando fuori dalla bocca alito fumoso e
schiuma; arrotava i denti così, che venne a scompaginarli tutti, ed
alcuni ne cacciò via dall'alveolo; la lingua gli si spartì in due a modo
dei serpi. Nè qui rimase, che dopo l'epilessia sopraggiunse la paralisi,
tartassandolo in maniera da non riaversi più.

Ora poi accade di rado che egli ardisca levare il volto in su; troppo
tardi: doveva pensarci prima; quando ti capita addosso una scionata
bisogna sapersi aggomitolare in tempo: quando il cielo insanisce, non
vuole essere guardato, molto meno provocato; terribili le ire di lui;
egli ti flagellerà con la grandine, e se non basta t'incenerirà con la
folgore.

Marcello mareggiava in tale stato, che dormendo gli pareva vegliare, e
dormire quando vegliava; però mentr'era desto eleggeva un soggetto
speciale di tribolazione, e meditando sopra quello sentiva come forarsi
il cervello dal trapano del marmista; ma nella dormi-veglia le angosce
gli giravano e rigiravano intorno al cranio, dandogli lo spasimo del
taglio della sgorbia del torniaio.

Isabella schiuse piano l'uscio e si pose sopra la soglia a contemplare
quel capo da lei caramente diletto nel tempo felice, e adesso nello
infortunio due cotanti più; poi accostatasi in punta di piedi lieve
sfiorò con un bacio il desolato. Egli però era talmente indolenzito, che
anche un bacio lo trafiggeva acuto come un ago; quindi cessò di un
tratto da mormorare i nomi di Arria, di Eponina, di Omobono, di Curio e
di Fabrizio, com'egli senza intromissione costumava a modo dei devoti,
quando mulinano il turbinìo del rosario; e aperti gli occhi belò:

— Mi hai riportato le mie colombe al nido?

Isabella, côlta alla sprovvista, non si potè reprimere da rispondergli
con impeto:

— Ah! Marcello, Marcello! La morte rende almeno i cadaveri, ma i preti
non rendono mai nulla.

— Come ci entra la morte? Come entra la morte qui?

E siccome Isabella, accortasi del fallo, metteva alcuna dimora a
rispondergli, Marcello presentendo novelle ambascie cadde in deliquio.
Allora Isabella comprese come, essendo impossibile nascondere a Marcello
le dolenti storie, ella fosse la persona meno acconcia a
manifestargliele; la sua passione avrebbe a dismisura cresciuto il
fascio dello affanno di lui: deliberava quindi commettere lo incarico a
taluno amico prudente e affettuoso: ma pensandoci su ella conobbe subito
come avesse poco da scegliere.

Turpe cosa è sempre l'abbandono dell'amico nella miseria, ma non sempre
tu ravvisi maligne le cause che lo provocarono. Amore di sè vince amore
altrui; poi viene la paura; e delle altre passioni non parlo. Gli amici
quantunque buoni si allontanano dalle case degli infelici, come gli
animali domestici dai consueti abituri, nel presentimento del terremoto.

Pertanto Isabella mise l'occhio sul medico, prima perchè medico, e poi
perchè, secondo quello che presentava la piazza, le parve uomo di cuore:
si chiamava Taberni, e veramente oro egli era, però mescolato con
mondiglia, e di molta; pure l'oro prevaleva: l'età, che per molti fa
l'ufficio del crogiuolo, forse a quest'ora lo ha reso, o se non lo ha
reso, lo renderà di ventiquattro carati l'oncia. Questo auguro al dottor
Taberni, e proseguo la storia.

Avendo il dottore volentieri acconsentito ai desideri dell'Isabella,
entrambi si ridussero dentro una cameretta, dove la donna, poichè si
ebbe asciugati gli occhi, e tratto qualche sospiro incominciò così:

— Voi avete a sapere, come innanzi che la misera Eponina avesse
abbandonato la casa paterna, io, nonostante che Curio si fosse posto
immediatamente alla ricerca di lei, deliberai seguitarne a mia volta le
tracce, mossa a ciò dal debito di madre, e pei conforti del mio marito
Marcello: una cosa mi teneva in forse, ed era di lasciare Arria in balìa
di se stessa. Certo, non ve lo nascondo, il pensiero del pessimo effetto
sortito dalle cure indefesse per la buona educazione dei miei figliuoli
mi aveva buttato per la terra, ma ciò mi porgeva argomento di
raddoppiarle, non già di smetterle; quindi mi decisi di confidarla alla
signora Claudia...

— Vale a dire a pigliare il lupo per pecoraio.

— Come! Non è persona dabbene la signora Claudia?

— Anzi prelibata; ma ai conti vecchi diamo di frego, e addio, che di
storie antiche io non sono vago; fatto sta che, o per saldare i debiti
antichi, o per quale altra causa la signora Claudia, smessa ad un tratto
la vita galante, si è data da parecchio tempo a coltivare, operaia
zelantissima, la vigna della Compagnia di Gesù.

— Guardatevi, dottore, dai giudizi temerari, perchè, vedete, la signora
Claudia, in onta delle mie fervorose preghiere, ricusò di pigliarsi
cotesto assunto.

— Eh! signora mia, conosco i miei polli; vuol dire che gatta ci aveva a
covare; beghina e prete non fallano: se l'uno è merlo, l'altro è corvo.

— Insomma la signora Claudia mi persuase tenerne proposito alla signora
marchesa X, patrona del pio istituto di educazione noto col nome di X,
dove si accolgono zitelle civili e si allevano nel santo timore di Dio,
nonchè in ogni buona disciplina conveniente all'ottima madre di
famiglia.

— _De malo in peius_, _venite adoremus_, secondo lo invitatorio del
diavolo; e voi seguitaste il consiglio?

— Lo seguitai.

— Ora mirate furberia di beghina; la signora Claudia non la volle
infornare, ma la mise sopra la pala; insomma, io capisco la ragia: voi
la raccomandaste alla signora marchesa X nota in _Judea_, la marchesa si
fece pregare alquanto, all'ultimo vi risucchiò la povera figliuola, ed
Arria, una volta entrata in cotesta macelleria di anime, non si è potuta
più riscattare: _facile discensus Averni, sed revocare grados... hoc
opus_. Io mi ci sbattezzerei, proseguiva riscaldandosi il dottore; la
legge impose un giorno che sopra le botteghe dove esponevansi in vendita
carni scadenti si ponesse la scritta: _Macelleria di mala carne_, e
lascia che sopra certi conservatorii, educatorii e roba siffatta veruna
iscrizione avverta: _qui si macellano le anime buone_. Più sinceri, i
pontefici romani permettevano a taluni barbieri avvisare il pubblico, a
mo' di privilegio, con un cartello: «_Qui si castrano maravigliosamente
i putti ad uso della cappella del papa._» O che pasticcio ripieno di
contradizioni è questo nostro civile consorzio! Chi porta a zonzo per la
città un quarto di manzo, paghi la multa; a vedere impiccare un uomo
s'invita il pubblico con gli avvisi su i canti. Al boia e al sotto boia
per una impiccatura si pagano 1700 lire e più; per trecento giornate
d'istruzione ad un povero maestro lire 800, quando è grassa. Quando
scavi una fossa, se dimentichi accendere il lume, onde il viandante non
si rompa le gambe, il Municipio ti coglie in trasgressione; preti e
pretesse, di tendere trappole insidiose dove le anime cristiane rompansi
gambe e collo, padroni e padronissime[36].

  [36] Mi sono astenuto, per ragioni facili a comprendersi, di
  nominare il _pio scannatoio_, ma che colpisca giusto imprecando
  a simili istituti si può ricavare dal libro _Sui riformatorii
  pei giovani_, studi del dottore Serafino Biffi, Milano, 1870,
  temperatissimo uomo, il quale si esprime in proposito con queste
  miti parole: «Abolite quelle corporazioni dalle leggi
  dell'attuale regno d'Italia, le più accorte seppero tramutarsi
  in libere associazioni, le quali continuano a possedere i loro
  vecchi istituti, si reggono con le oblazioni dei pietisti e,
  _nonostante la nuova forma assunta, internamente vivono come
  prima_, spiegando un asceticismo di altri tempi, facendo ai loro
  membri emettere _in modo segreto_ gli antichi voti religiosi,
  che, irriti davanti alle odierne leggi nazionali, pure non
  cessano avere pieno vigore per le anime pie e timorate. In
  Milano havvi oggidì qualche riformatorio sorretto dal favore del
  Governo, che accoglie i giovani minorenni condannati per
  oziosità e per vagabondaggio, ma anco questi sono in mano di
  _pie associazioni o di preti_.» (pag. 85).

— Ahimè! dottore, voi avete ragioni da vendere, ma non mi sarei mai
aspettata questo tiro dalla signora Claudia, tanto mostrò dispiacere per
quello che accadde, e tanto parve darsi dattorno affinchè fosse
riparato.

— Ma se ve l'ho detto che la signora Claudia l'è proprio una volpe
cresimata, ovvero una biscottina riformata, che è tutt'uno; tirò il
sasso e poi celò la mano.

— E tuttavia non so capacitarmene. Qual secondo fine poteva avere la
signora Claudia e quale le altre suore a rapirmi la figlia? Se
l'interesse governa i gesuiti e chi dipende da loro, come proporsi
argomento di cupidità Arria mia? Ella non erede e fin d'allora
conosciuta povera.

— O signora mia, mi dia retta; veda qui: lo interesse quanto al fine è
unico, infiniti poi i mezzi per conseguirlo, e i modi coi quali si
manifesta. Mi dica un po', a che mira il cacciatore? A chiappare uccelli
o quadrupedi: or bene, consideri di grazia quali e quante industrie per
ciò sieno state inventate, e quante altre se ne inventeranno: un dì
girifalchi e balestre: oggi reti, schioppi, tagliuole, fosse,
stiacciole, panie, archetti, gabbiuzze, lacci, stringoli, penere,
erpici, lungagnole, strascini, insomma, un flagello. Ora avverta a
questo: la conversione della nipote della illustre memoria di Orazio
Onesti mena chiasso, alla più trista, un anno, cresce reputazione e mena
clientela; molto più che l'Onesti procedè sempre implacabile contro
cotesti avoltoi. Per questa guisa si scredita la dottrina che nuoce;
mettesi a interesse la carità come ci hanno messo la vendetta; si ara
col bue e coll'asino. Gesù perdonò chi lo percosse, i gesuiti hanno
salvato le anime dei discendenti dei loro persecutori! Perchè qui sta il
punto: confondere la religione con le furfanterie pretesche; di Gesù e
dei gesuiti farne tutta una minestra: insomma mescolare in un buglione
brillanti e mochi... e... ed anche... ma non mi attento aggiungere
parola che la potrebbe affliggere, e mi cucio la bocca.

— No, dottore, dite pure, vi prego: a quest'ora io mi sento corazzata a
tutto.

— E sia: col soccorso di lingue dolose affilate con l'olio santo sul
_cornu epistolæ_ dell'altare, si insinua un parallelo fra Arria la santa
ed Eponina perduta... magari, se occorre, alla santa si faranno operare
miracoli... Cristo non si staccò di croce per abbracciare Santa Caterina
da Siena? Santa Brigida non isposò Gesù in virtù di contratto stipulato
per mano di notaro? E così anche sulla fossa de' morti, anzi soprattutto
sulle fosse dei morti si miete l'erba; dalle lacrime della madre si
battono scudi da cinque franchi; la disperazione del padre si baratta in
biglietti di banca. I preti, signora mia, sono per eccellenza
cuori-cultori; agli altri lasciano il vanto di agri-cultori.

— Misera me! io non ci aveva pensato, ed ora pur troppo m'accorgo che
con le mie mani esposi il mio sangue alle fiere. Non è cosa da potersi
ridire le finezze che io mi ebbi: però qualche cosa sembra che non mi
garbasse, imperciocchè, se allora lo notai, a ripensarci sopra più tardi
mi rese la bocca amara: invero rammentai gli amplessi della figliuola
non avermi stretto col consueto abbandono; nè i baci mi scaldarono le
labbra come prima: le lacrime da lei desiderai invano. E, o avvenga che
la mente nostra sia talvolta divina, o che la impressione quantunque
inavvertita governi i nostri affetti, per tre notti consecutive, sul
mattino, quando è opinione che i sogni ci vengano da Dio, mi sognai
Arria in procinto di annegare nel Naviglio grande, ed io sul margine non
la poteva sovvenire. Allora mi cascò addosso il sospetto di averla
perduta; subito dopo il sospetto diventava paura. Scottata, e come!
dall'acqua bollente, era naturale che temessi eziandio della fredda. A
rischio di passare per volubile, per ingrata e peggio, mi sentii
costretta di conferirne con la signora Claudia, supplicandola, per
quanto amore portava a Gesù, di porsi tramezzo, affinchè mi fosse
restituita la figliuola. La signora aggrinzò il naso, ma si astenne da
qualunque osservazione o rimprovero; solo mi pregava notare come questa
parte a lei non convenisse, a me sì, perchè la madre afflitta se nel
tumulto della passione ora vuole ed ora disvuole, merita pietà più che
perdono; le mie parole tornerebbero più efficaci delle sue, perchè io
dove con la persuasione non fossi arrivata, poteva aggiungere
esortazioni e lacrime, mentre a lei questi partiti non avrebbero
sovvenuto.

— Certamente, non istava alla signora Claudia sonare il cembalo in
colombaia.

— Siccome mi parvero le avvertenze di cotesta signora ragionevoli, così
senz'altro indugio mi avviai verso il palazzo della marchesa X. —
Comecchè io avessi camminato in fretta, pure mi accorsi che la doveva
essere stata celermente avvisata, però che appena le comparvi davanti mi
mostrò fosco il sembiante: i modi suoi urbanissimi sempre.

— Zampa di gatto, che per meglio graffiare ritira gli ugnoli...

— Udita la mia istanza, la marchesa adagio adagio prese a dirmi come lo
universale mi avrebbe lodata sempre per avere riposta la mia figliuola
in cotesto fidatissimo asilo, nido di ogni cristiana virtù anche a cose
ordinarie: ora poi dopo il tremendo castigo, che a lei piaceva
qualificare tribolazione, con la quale la Provvidenza aveva voluto
provare casa mia, era sembrato a lei ed alle pie sue sorelle necessità
espressa confidare la fanciulla nelle mani di persone religiose, come
adesso non esitava a giudicare insania espressa ritornarci sopra...

— La gatta piglia a mettere fuori gli ugnoli...

— Ed aggiungeva tutta compunta: consideri lei, ch'è madre, che bel
costrutto ricaverebbe la fanciulla a riparare da capo in casa sua; ella
si renderebbe inabile allo stato così religioso come secolare... Ch'è
mai la zitella, perduto il credito? Coteste parole mi erano tante
stilettate nel cuore, ma tanto in quel momento mi sentivo avvilita dallo
infortunio, che non ebbi balìa di barattare pan per focaccia alla
spietata: pertanto mi strinsi a risponderle: Signora, io credo
fermamente che il Signore placato vorrà cessare per una povera madre i
giorni della sventura: oh! io spero che egli non si appoggerà con tutta
la sua potenza sopra una canna incrinata. Ad ogni modo, contro il
soperchiante infortunio a me misera avanza un conforto supremo, che
veruno può rapirmi, ed è sentire di non averlo meritato. — Oh! via, via,
sempre più blanda soggiunse la marchesa, coteste iattanze rasentano
quasi la bestemmia. Qual giusto potrà dire: io non ho meritato la
penitenza che Dio mi ha imposto? Scusi, ma si attenterebbe ella a
sostenere giusti i suoi figliuoli? Tutte l'erbe, cara mia, si conoscono
dal seme, e per me veruno mi leva di mente che chi tal semina tal
raccoglie. La società ha diritto di vigilare sopra sè stessa, perchè
veda, cara mia, le leggi non sanno fare altro che punire la colpa
commessa, mentre a noi, principali interessati nell'ordinato vivere
civile, preme anzitutto che la non si commetta; però appartiene
capitalmente a noi, ed ai religiosi di santa vita, vigilare con lo
apostolato delle parole, e più delle opere, che i traviati precipitando
dal vizio nel misfatto non vadano a popolare i bordelli e gli ergastoli.

— Ecco, gli ugnoli della gatta si manifestano nella pienezza della loro
gloria!

— La natura, che diede l'ira al verme stesso, fece sì che la mia
pazienza, gittati gli argini, diventasse furore, onde con voce turbata
le favellai: Signora, ella è in casa sua, e non fosse altro che per
questo, avrebbe dovuto come gentildonna astenersi di trafiggere il cuore
di una madre abbastanza desolata. Qui non venni per garrire, bensì per
ripigliarmi la figlia. Si compiaccia pertanto di ordinare alla priora
del ricovero che me la renda. Se sì, io gliene professerò riconoscenza:
se no, duolmi avvertirla che io ricorro difilato al questore perchè
provveda ai termini di legge. — La marchesa allora: Le priore dei pii
istituti, cara mia, non sono mica serve alle quali si possa comandare;
ed io sono patrona, non già padrona del ricovero. Nel confidarle secondo
i suoi desiderii la fanciulla, io non feci contratti, nè io per me
assunsi obbligo di sorta. L'unica cosa che ella possa fare, è
d'intendersela con la priora. — Qui sonò, e comparso subito uno
staffiere, ella gli disse: Giovanni, accompagnate questa signora, — e
con elegantissimo inchino mi licenziò, ritirandosi in altra stanza
innanzi che io le potessi ricambiare il saluto.

Mi avviai frettolosa al Ricovero; sonai il campanello: non risposero;
tornai a sonare fino a quattro volte sempre invano: all'ultimo apersero
lo sportellino, e domandarono chi fossi e che cosa volessi. Dettolo, mi
sbatacchiano lo sportellino in faccia: mi armo di pazienza ed aspetto;
dopo lunghissima ora mi venne conceduto l'ingresso. Allora mi accorsi di
cosa che mi era sfuggita prima; lì dentro l'aria opprimeva immota e
gelata, vero ambiente di sepoltura: anche i mobili presentavano
l'aspetto di desolazione, pari agli alberi dei cimiteri, i quali sembra
che sentano la inutilità di spargere ombra sopra le ossa destinate al
freddo eterno: lì dentro occorre sempre ogni oggetto fermo al suo posto,
non coperto mai dalla polvere, la quale, non fosse altro, attesta che in
cotesta, o camera o sala, qualcheduno si muove: si giurerebbe che
cotesti luoghi sieno deserti, o ci frequentino spettri. Dalla entratura
si scorgeva il giardino uliginoso, dove le piante e i fiori sembravano
starsi condannati a far penitenza. Rabbrividii, e tanto andai innanzi,
che mi rinvenni di un tratto alla presenza della priora. Queste femmine
paiono formate tutte sopra un medesimo modello; taluno le disse composte
di mozziconi di moccoli avanzati ai mortorî: a me piuttosto, considerata
bene la qualità viscosa della loro pelle, parvero fabbricate con la
pasta da vermicelli, e appunto come le paste nel colore diverse, voglio
dire talune bianche, tal'altre tinte di zafferano: gli occhi reverberi
di lumi spenti: insopportabile l'alito, perocchè l'anima, da tanto tempo
morta dentro di loro, le renda troppo più fiatose dei denti fradici: il
gelo della morte le circonda tutte, ghiaccie le mani, ghiaccio lo
sguardo, le parole ghiaccie e chete come falde di neve che senza vento
fiocchi; mi entrò più che mai il raccapriccio nelle ossa, tuttavia vinto
il ribrezzo presi a parlare. A me parve discorrere, anzi, dottore, ve lo
affermo addirittura, discorsi di certo con efficacia; e lo potete
credere, se considerate quanto smaniosa mi agitasse la passione materna;
poteva pretendere, e non di manco le mie parole sonarono affatto umili,
pregai, piansi. La priora non m'interruppe mai, lasciò che nel dire
affannato mi rifinissi, e mi accorsi più tardi questo essere stato
astuto consiglio per ispossarmi: cessato che io mi ebbi di parlare,
ella, ineccitabile, a me terribilmente palpitante rispose in questi
accenti: — Arria non ha potuto resistere alla voce che le venne dal
paradiso di consacrarsi a Dio: tra la voce del Creatore e la sua
creatura, come mai può attentarsi la creta di entrare in mezzo? Se da
lei madre si sentisse verace affetto per la sua figliuola, invece di
affannarsi, dovrebbe esultare nel pensiero che gli angioli l'avessero
assunta al sodalizio della beatitudine eterna.

Cotesto empiastro di zucca essendomi riuscito soprammodo sazievole, la
interruppi dicendo che noi altre donne nate e cresciute per uffici
diversi non ci potevamo intendere: per me giudicare poltrone le femmine
le quali fuggendo il debito di natura e civile si sprofondano nella
inerzia e da per loro si condannano alla sterilità: solo chi ha
combattuto merita lode presso agli uomini e presso Dio. Chi si anticipa
la morte o si sopprime parte della vita non dà prova di virtù. — A
queste parole mi parve che la priora palesasse il suo sconcerto
diventando più bianca, però quando tornava sul discorrere la sua voce
non palesò veruna alterazione; pianamente disse: — Arria avere
manifestato alla madre il suo fermo proposito dentro una lettera chiusa,
la quale ella le avrebbe fatto recapitare in giornata, ma che essendole
ora, fuori della sua aspettativa, capitata dinanzi, si recava a debito
consegnarla nelle mie proprie mani. Apersi la lettera con membra
tremanti, e con l'anima tremante anche più la lessi, e compresi come
l'uredine letale della falsa religione avesse ormai corsi gli steli più
delicati di cotesta povera anima...

— Per caso, interruppe il dottore, avreste conservato cotesta lettera?

— Non me ne separo mai, la porto sempre meco sul seno, nella folle
speranza che, come l'ardore del mio sangue scalda la carta, un giorno
possa scaldare anche il cuore di cui la scrisse.

— Le rincresce mostrarmela?

— Al contrario; prendete.

Il dottore lesse:

  «_Dilettissimi genitori_,

«Per vostra consolazione io vi ho da dire che, appena posto il piede
sopra la soglia di questo asilo di carità e di pace, mi sono sentita
tutta ricreare. Dio pertanto vi rimeriti del benefizio grande che mi
avete fatto, allorchè secondando il mio desiderio voi mi ci avete messo;
e come spontanei mi ci metteste, così spero che volentieri mi ci
lascerete stare, avendo ormai fermamente risoluto di non lasciarlo più.
Varcato di un passo il limitare del piissimo asilo, ecco subito
scendermi sull'anima una quiete di paradiso, una esultanza celeste, che
si può ben sentire, ma non si può ridire, onde io, sovvenuta di certo
dal mio angiolo custode, potei raccogliermi e meditare: — Se tu ti
proponi veracemente albergare nel tuo cuore Gesù, hai da procurare prima
rinettarlo da ogni immondezza, dacchè in modo diverso a lui parrà
ritornare nella stalla ove nacque... Ora come mai puoi presumere di
conseguire questo continuando a vivere in mezzo al mondo, se anacoreti
ed eremiti ci riuscirono a stento ritirandosi nelle solitudini, dove
attendevano notte e giorno nelle discipline, ne' digiuni e nelle
orazioni, per purificarsi al cospetto di Dio? Bisogna avere perduto
proprio il bene dello intelletto, per credere di ottenere la salute
dell'anima vivendo al secolo. Mi sono affacciata sull'orlo della gran
caldaia del mondo ed ho dato indietro piena di terrore e di molta paura,
conciossiachè io ci abbia veduto bollire dentro la Santa Madre Chiesa,
lacerata in pezzi dagli empi, i suoi divini precetti tritati co' si fa
del prezzemolo; ci ho visto bollire altresì eresie e bestemmie da fare
rizzare i capelli sulla testa allo stesso Lucifero; ci ho visto costole,
stinchi e capi dei sacerdoti, semenza preziosissima di Gesù; ci ho visto
l'aceto, il fiele, le battiture, lo schiaffo, i chiodi, le spine e la
lanciata di Longino ammaniti tutti per la passione dell'angelico Pio
nono, martire della fede. Dalla caldaia infernale saltavano su come
sonagli i tradimenti, le rapine, i disordinati appetiti della carne, gli
omicidi, le ire, le vendette; colà vedevi disfarsi per virtù del fuoco
infernale la carità e la fede: fino la speranza ci boccheggiava in
procinto di dare gli ultimi tratti. Sì, dilettissimi, gli scellerati
hanno ucciso perfino la speranza, conciossiachè una volta strappato Dio,
non dai cieli, che tanto non possono gli empi, bensì dal cuore umano, o
che cosa starebbe a fare la speranza sopra la terra? Tutti i flagelli di
Dio si sono scatenati su questa generazione perversa. O Maria refugio
dei peccatori, o Angiolo custode strenuissimo guerriero nostro, o anime
benedette del purgatorio, accorrete in nostra difesa! E a me misera chi
sovviene? La più parte dei miei si è portati via la bufera. La vanità
vinse Eponina, la cupidigia vinse Omobono, la prosunzione Fabrizio,
tutti la irreligione. Di Curio, più degli altri fratelli posseduto dal
demonio, non si sa nulla, e chi sa che fine ha fatto: voi altri
abbracciati al tronco della croce, appena potete reggere, dilettissimi,
alla violenza del temporale. Non mi contrastate dunque che io mi
offerisca intera, anima e corpo, al mio buon Gesù; egli ha patito tanto
per me, che qualunque sacrifizio per parte mia non varrà a compensare nè
manco una gocciola del suo preziosissimo sangue e nessuno si attenti
incolparmi di abbandonarvi, imperocchè, venite qua e ragioniamo sul
sodo: ditemi che cosa vale più agli occhi vostri, l'anima o il corpo?
L'anima di sicuro, così per voi come per me; _ergo_ è forza che voi
lasciate che io intenda intera alla salute dell'anima, e prima di tutto
della mia, conciossiachè la carità, onde sia perfetta, bisogna che
cominci da sè stessa, poi della vostra, quindi dei miei; per ultimo di
quella di tutti i fratelli in Cristo. Con le mie preghiere vi metterò
sotto il patrocinio delle cinque piaghe di Gesù; non rifinirò con
lacrime, orazioni, penitenze e digiuni d'impegnare la beata Vergine
madre del Signore e tutta la corte Celeste, affinchè ai fratelli miei ed
a voi, dilettissimi genitori, non abbia a toccare peggior male che le
fiamme del purgatorio, ed in questa fiducia mi pare che mi si
spalanchino le porte ed io contempli la gloria di Dio, e possa
ringraziarlo di persona della grazia conceduta; o come mi esaltano i
cantici degli angioli, come i sacri timiami fumanti nei turiboli di oro
dei serafini m'inebriano; troni, dominazioni, potenze, cherubini,
arcangioli, io mi abbandono nelle vostre braccia... chi mai dopo avere
contemplato il cielo può riabbassare lo sguardo per rivedere la terra?

                                        «_Suora_ MARIA CROCIFISSA.»

«_P. S._ Suora Maria Crocifissa, vi avverto, che sono io vostra
figliuola; ho rinunciato al nome di Arria, perchè pagano, e un giorno di
femmina, senza dubbio adesso nello inferno, per essersi ammazzata con le
proprie mani, volendo dare coraggio al suo marito per fare lo stesso,
mentre quello di Maria Crocifissa mi mette in certa guisa a parte della
passione del nostro divino Redentore.»

«Secondo _P. S._ Nella divina esaltazione della mia mente mi sono
sentita capace d'improvvisare un inno sacro, e ve lo mando: voi
argomenterete da questo la forza mirabile della potenza di Dio, che di
punto in bianco m'invade di furore poetico, com'egli costumò già

    col rapito di Patmo evangelista,

e come un giorno delegò virtù al legislatore ebreo di fare scaturire con
un colpo di bacchetta la sorgente dell'acqua dalla dura roccia.»

Difatti, compiegati dentro la lettera, occorrevano versi da fare morire
di colica tutte le nove Muse, ed Apollo per giunta.

Il dottore li lesse, e nel restituirli alla Isabella, con un tale suo
ghigno alla trista favellò:

— Conosco queste ricette gesuitiche, bocconcini di arsenico confettati
nella scialappa; ebbene, avanti, che sono impaziente di sentire la fine.

— Povera me! Frenai l'impeto della passione, e più umilmente che per me
si potesse, soggiunsi: — Signora priora, ella mi dà una lettera, mentre
io sono venuta qui per ripigliarmi la figlia, e la voglio, nè mi
rimuoverò di qui finchè la non mi venga restituita.

— La non si alteri, cara sorella, l'ira guasta la salute, e poi è
peccato mortale. Io le renderei con tutto il cuore la Crocifissa, ma non
posso.

— E perchè non può?

— Perchè la Crocifissa non si trova più in questo ricovero.

— Ohimè! E come non ci è più Arria?

— Questo apprenderà dove si compiaccia leggere una seconda lettera che
la nostra diletta figliuola in Cristo, Maria Crocifissa, scrisse prima
di partire, appunto per lei.

— Io per me credo che il supplizio del pillottamento non giunga a pezza
quello che pativa io; sentiva le goccie dell'olio ardente cadermi
addosso ad una ad una ed abbruciarmi le carni; — una lettera — due
poscritti — un inno sacro — una seconda lettera.... ne volete di più? La
lettera, eccola qua.... con questa, insomma, mi dice che, per sospetto
di trovarsi attraversata nella sua vocazione, aveva risoluto partirsi
per Parigi, e quivi nella casa centrale delle suore di carità terminare
il suo tempo di prova. Allora non conoscendo più ritegno diedi in
escandescenze: — menzogne coteste, urlava da spiritata, Arria là dentro;
la seconda lettera scritta allora allora; essermi accorta pur troppo, da
una carrozza uscita dal palazzo della marchesa X, la quale mi passò
fulminando dallato mentre io mi recava al Ricovero, lei essere stata
avvertita della mia venuta; — come dalla lunga dimora a farla aspettare
alla porta prima d'introdurla dentro argomentava l'apparecchio forse di
ambedue le lettere; per certo della seconda. La priora sempre pacata mi
rispose: cotesti essere giudizi temerari, badassi bene che un giorno
avrei dovuto renderne conto a Dio..... e come severo! Forse il dovere
suo e la dignità del Ricovero imporle il rifiuto di qualunque discolpa
alle accuse calunniose; pure per chiarirmi non della sua lealtà, bensì
della mia ingiustizia, frugassi a piacere mio il Ricovero, lo rovistassi
a bell'agio dalle soffitte alle cantine, mi sincerassi pienamente. —
Compresi allora inutile ogni ricerca; ormai l'uccello era volato
altrove. La priora, visto l'affanno che mi faceva tremare come vetta, mi
si accostava carezzevole profferendomi acqua mescolata con elisirvite,
aggiungendo non so che parolette susurrate per modo di conforto.
Respinsi da me la donna ed il bicchiere, esclamando: — Qui tutto è
veleno! Dio, ti piglio in testimonio che io consacro la mia vita alla
ricerca della mia figlia, e mai non mi fermerò fintantochè non l'abbia
ritrovata. Ma voi, dite, che siete donna e dovreste sapere amore e
dolore di madre che sia, perchè congiurate contro di me? Perchè vi unite
con gente iniqua a perseguitarmi? Io non vi offesi mai, e credete
davvero ben meritare di Dio e della religione, sacrificando l'anima
vostra agli interessi mondani dell'empia setta dei gesuiti? — La priora
incrocicchia le dita delle mani, piega alquanto il capo sopra la spalla
destra e, levati al cielo cotesti suoi occhi di triglia cotta, non
risponde altro che questo: — Signore, io vi offro anche queste ingiurie
non meritate in isconto dei miei peccati. — Dio! Dio! E' c'è proprio da
ammattirne; o che cosa guadagnano coteste sciagurate a contristare così
le povere creature per conto altrui?

— E lo domanda a me?

— Sì, a voi come a persona esperta, e mi professerò anche per questo
capo a voi obbligata.

— Ebbene, io le esporrò taluna delle mie opinioni in proposito: abbia la
pazienza d'ascoltarmi. Con rispetto parlando, mi è parso che le donne
sono per ordinario governate molto dal cuore, dal giudizio poco; quindi
penso che nelle azioni loro, non dirò che non ci sia ipocrisia, ma assai
meno di quello che si pensi, però possono talora essere di pessima
indole e religiose ad un punto: l'amore nelle donne si mescola a tutto:
l'amore per esse costituisce la stoffa della vita, le altre passioni ci
fanno la balza: quindi vediamo le donne facili ad amare, tenaci a
perseverare, massime se la pietà, come spesso succede, o preceda
l'amore, od anche gli tenga dietro; nel primo caso la pietà è il
lucifero dell'amore, nel secondo l'espero; stella benigna sempre. Ponete
mente, le donne più di tutti delirarono per le credenze antiche, e più
che tutti insanirono per le nuove: esse non sanno distinguere nulla, nè
vogliono; tanto vale per loro la barba del cappuccino, quanto la
onnipotenza di Dio. La fede che nella religione precedente alla nostra
esse avevano di potere diventare oggetto di tenerezza per gli Immortali,
Giove compreso, le faceva andare in visibilio: che importava lo
infortunio di Semele? Tutte, veruna esclusa nè eccettuata, avrebbero
eletto di stringere nelle proprie braccia il Tonante, vederlo nella
terribilità della sua gloria e poi restare incenerite. O ch'egli è poi
il caso di Dafne lacrimabile davvero? Se le sue membra diventarono
alloro, le fronde di questo albero furono e sono onore d'imperatori e di
poeti. Se le donne si staccarono dai numi antichi e vennero ai nuovi, e'
fu perchè amore più veemente le vinse: piacque Cristo, bellissimo di
forme terrene, spiranti misericordia ed immensa pietà: la tenerezza da
lui sentita e dimostrata pei pargoli gli attirò i cuori delle madri: la
Maria di Magdala perdonata, l'adultera preservata dalla lapidazione, la
Samaritana salutata sorella fecero sì che in lui confidassero quante
donne, aborrita la presente abiezione, volessero rigenerarsi e in lui
sperassero unicamente per tornare a parte della famiglia e del consorzio
umano purificate, riverite ed amate. Però le donne si innamorarono e
s'innamorano davvero di Gesù: considerate le loro orazioni, esse
grondano propriamente delirio di amore: levateci Gesù e sostituiteci o
Nanni, o Gigi, o Tonino, ed ecco che troverete bella e fatta la più
ardente lettera erotica che mai sapesse immaginare donna innamorata:
anzi, bisogna confessarlo, la più parte di loro vergognerebbe
bisbigliare nelle orecchie a Tonino quello che spiattella a Gesù a voce
alta; mirate con quanta insistenza pretendono che egli si pigli di riffa
anima, corpo _et reliqua_: sposo e amante, e adorabile ed adorato non
rifinisce mai appellarlo. Ponete mente anche a questo: i preti, piloti
solenni nei pelaghi donneschi, da prima effigiarono i simulacri di
Cristo e dei Santi orribili a vedersi, ma considerando poi come le donne
torcessero il viso dai Giovambattista, dai Paoli, dai Macari, dagli
Ilarioni e da altri siffatti eremiti affranti dalla penitenza e attriti
dal digiuno, dissero: diamo volta al timone, che queste benedette donne
fanno il callo anche al terrore, mentre dello amore non si saziano mai,
e allora presero ad effigiare i Santi smaglianti di bellezza. Ponetemi
una giovane donna a recitare i sette salmi penitenziali ai piedi degli
angioli dipinti dal Ghirlandajo, da Raffaello e da Lionardo, e mi direte
poi se ella ne diventi devota. I gesuiti, nello scopo di moltiplicare la
pesca, hanno di nobile fatto l'arte plebea, fabbricando un flagello di
Madonne e di Santi da strapazzo, ma però lustri, imbiaccati,
imbellettati e ravviati, come se uscissero allora allora di mano al
barbiere. Nei conventi delle monache, caso mai Giuseppe il falegname si
attentasse comparire senza facciole in mezzo al bue e all'asino, sarebbe
grave scandalo. Non dirò nulla di S. Luigi Gonzaga, nè di S. Stanislao
Kostka ed altri simili cavati fuori dal semenzaio della Compagnia di
Gesù; nella _Novità_ del Sonzogno non comparvero mai figure di femmine
tanto azzimate, come ci presentano i gesuiti questi Santi di loro
manifattura. Un giorno al visconte di Chateaubriand frullò pel capo,
allo scopo di menare chiasso, di dettare i _Martiri_ e il _Genio del
Cristianesimo_, amara radice donde vennero alla Francia amari frutti, ed
eccoti i preti arrabattarsi a fare l'autore amabile in grazia del libro,
e il libro in grazia dell'autore, e però ornare il volume del preteso
ritratto del Visconte, il quale ricavarono non mica dal vero, potendo il
povero uomo, a cagione della sua bruttezza, somministrare testimonianza
a coloro che sostengono l'uomo disceso da progenie scimmiesca, bensì dal
Byron, giudicato empio come il demonio, ma bello come un Dio. Avvertite
altresì come, per insinuare nelle grazie delle signore quel grimo di Pio
IX, in fronte delle varie edizioni della sua vita, dettate dal Plutarco
St. Aubin, si sieno industriati di mettere al tormento la estetica per
dare affetto ed intelletto ad una faccia di vecchia balia, che va a
battezzare un bambino. Dunque poniamo in sodo, movente primo delle donne
faccendiere in materia di amore essere l'amore, il quale quanto più vola
in alto più affatica le penne, sicchè quando ha volato e volato in su e
si crede lontano dal paradiso meno di un tiro di schioppo, nel volgere
lo sguardo in giù si vede rasentare la terra più che non è verecondo
avvertire: le monache di Prato e il laidissimo canonico Ricasoli
informino[37]. Dopo l'amore viene la vanità nel cuore di femmina,
passione fredda quanto quell'altra è calda: supremo intento della
femmina comparire, e siccome per comparire proviamo il dominio
efficacissimo strumento, così per conseguirlo ella si affanna con tutti
i nervi; potendo piglierebbe potestà principesca, e l'ha tenuta talvolta
non meno scelleratamente che sagacemente degli uomini, ma ciò a lei non
concedesi tanto di leggieri, che la vanità maggiore degli uomini glielo
contrasta; per la qual cosa ella cala sopra qualunque prominenza le si
pari dinanzi, che la qualità dello strumento sul quale la passione si
esercita non muta in nulla la natura di lei: tanto sotto la corazza di
ferro di Achille, quanto sotto quella di barbietola dei ranocchi di
Omero, il cuore batte con palpiti eguali: che cosa importa sedere sopra
un guscio di noce o sopra una scranna dorata, a patto però che entrambi
significhino trono? Che rivela stringere uno scettro, ovvero un
mestolino, a patto che ambidue sieno simboli di signoria? Allo scarabeo
che rotola nelle sue zampine la palla escrementizia pare di essere
glorioso quanto Carlo Magno che stringe nelle mani il globo del mondo. I
preti per giunta si studiano indefessi di adulare le donne, e con arte
astuta alterano in loro il retto giudizio delle cose, sicchè alla
perfine esse giungono a confondere le spille con gli stiletti, i veleni
co' biscottini, il fuoco della contrizione col fuoco di legna, e quindi
con leggerezza o gravità pari trattano queste e quelle. Dopo siffatte
considerazioni ne vengono altre più materiate, non però meno
desiderabili: le femmine agiate, dove tengano in convento lo ufficio
supremo di priora e di abbadessa, ovvero uno dei capitali, godono delle
comodità consuete o maggiori a quelle di cui già godevano in famiglia;
le altre poi uscite da basso lignaggio si deliziano in morbidezze non
isperate; dove capiterebbero mai se dimesse dal convento? Le più non
hanno famiglia; l'avessero, esse repugnanti ci si condurrebbero, e le
famiglie repugnanti le accoglierebbero. Uscendo dai conventi, esse se ne
tirano dietro la polvere, trista quanto quella dei sepolcri: non più
impero, nè obbedienza, stanza meschina, pensione grama: solitarie nelle
città, nelle quali esse rientrano a modo dei sette dormienti, non avendo
a spendere altro che monete di cuoio. Oltre queste vi saranno altre
ragioni, ma l'esposte non le paiano poche: amore rinvestito in passione
religiosa, vanità di dominio, saccenteria soddisfatta, bisogno di
conservare il bene presente, paura del male futuro.

  [37] V. POTTER, _Vita di Monsignor Ricci_, o LASTRI,
  _Osservatore fiorentino_ — GALLUZZI, _Storie_.

— Dottore, io sono stata a sentirvi a bocca aperta; tanto è, ho da
dirvela, le vostre ragioni mi bollivano pel capo, ma da me non le avrei
sapute districare mai; gradite le mie grazie; io vi stimava molto come
dottore fisico, ma voi mi avete dimostrato che siete troppo più perito
nelle infermità dell'anima.

— Noi altri medici di rado facciamo distinzione tra corpo e spirito:
però, come adesso soprappongo l'orecchio al cuore umano, un dì ebbi
vaghezza di mettere l'orecchio sopra lo involucro di questo consorzio
che piglia nome di società civile per sentire i palpiti del secolo che
muore... egli muore e non ci ha rimedio che valga a salvarlo. Bene mi è
riuscito estrarre tubercoli e sradicare cancri dallo stomaco, non mai un
errore nè una tristizie dal cuore dell'uomo; e quindi a dritto Omero
saluta la persuasione divina, perchè in verità non mi è occorso fin qui
incontrarla in questo mondo; onde io di quanto ho diminuita la fede alla
parola, altrettanto l'ho cresciuta al _bistorì_; ed ora andiamo innanzi
nel nostro racconto.

La signora Isabella proseguendo disse: — Non potendo tenere dietro a
tutte le mie figliuole, mi proposi seguitare le traccie di Arria, come
quella che a mio credere correva maggior pericolo di perdizione:
provvista di lettere commendatizie mi condussi a Parigi; costà, in vista
di tastare il terreno attesi a vedere subito le persone alle quali mi
avevano raccomandata; ell'erano magistrati, avvocati, banchieri,
mercanti e soldati o vecchi riposati o giovani sotto le bandiere;
esposto il caso, tutti, ma principalmente gli ultimi, e i giovani più
dei vecchi, ad una voce affermavano difficilissimo l'esito della mia
richiesta; anzi stupire come io italiana e cattolica ci potessi
insistere; non sapersi persuadere che una madre credesse adempire il suo
dovere e dare prova di amore alla figliuola attraversandole la strada
onde ella si riducesse in luogo di salute. Ahimè! Quanto ci riesce
insopportabile la stolta beghineria sopra la bocca francese, usi come
eravamo da un secolo e più a sentirci sonare la stolta empietà! Ottanta
anni fa correva l'andazzo in Francia rinnegare Dio[38] e tutto il mondo
per darle gusto doveva confessarsi ateo; adesso il tempo volge di
pellegrinare a Roma, e se i francesi potessero ci aggavignerebbero pel
collo e farebbero batterci il naso per forza sulle ciabatte del papa.
Rinvenuto alla fine il luogo dov'erasi riparata Arria, mi presentai alla
priora. Misericordia! Stetti un momento in forse sul dubbio se fosse
quella medesima di Milano, tanto apparivano gettate dentro una medesima
forma; questa però aveva sopra l'altra il vantaggio di stringere più
spesso le mani e più spesso voltare gli occhi al cielo le pupille di
pesce andato a male, zufolando con una vocina da zanzara: _mon Dieu! mon
Dieu!_ — Però, sotto le sembianze false della umiltà, si vedeva
trapelare la sicurezza di chi sa di essere spalleggiato in tutto quanto
si faccia. Invece di svellerla, i francesi hanno ingrassato l'ortica col
guano; se adesso si sentono pungere le mani, lor danno! Il mio colloquio
con la priora veniva interrotto più spesso che non convenisse dalla
comparsa di Suore vestite di una sargia bigia, con certa maniera di
acconciatura in capo tanto sguaiata, da farle sbagliare co' gabbiani
girondolanti per l'aria quando il mare è torbo; anco qui ai miei gridi
strazianti sentii opporre preghiere e scongiuri; anzi vidi lo sforzo
della priora di mescolarci una lacrima o due, ma non ci riuscì (e credo
non ci sarebbe riuscita nè manco se metteva il capo nello strettoio
dell'ulive) perchè non attraversassi a cotest'angiolo il celeste volo
verso il paradiso; breve, la conclusione fu questa: Suora Maria
Crocifissa avere fatto capo veramente là dentro, ma essersene dovuta
allontanare pochi giorni dopo in obbedienza agli ordini superiori per
condursi a Brusselle, dove l'avrei trovata di certo addetta alla pia
casa di lavoro, o agli ospedali. Ed io misera madre da capo in cammino,
da Caifas a Pilato. A Brusselle adoperai come a Parigi per iscoprire
marina, ma se qui incontrai le porte chiuse, a Brusselle erano
inchiavardate. Ora, mentre io mi arrangolo per trovare il filo della
matassa, la buona femmina presso la quale più che modestamente
albergava, sentendo pietà del mio affanno, mi confidava che se ci era
verso di approdare a qualche cosa di buono, bisognava che io me ne
rimettessi nella marchesa di Grappigny, donna di pietà insigne, famosa
per dottrina, e, da quanto se ne sentiva dire, tenuta in odore di
santità; di credito grande presso i gesuiti (e tutto questo parlò a voce
alta; poi a voce sommessa, e guardandosi attorno con sospetto, aggiunse)
— dei quai le male lingue affermano essere spia, porta polli e alla
occasione vettura da strapazzo; caso mai che le male lingue si
apponessero al vero, bisognava dire che tutto questo formasse la sua
industria segreta, mentre la palese consisteva nel darsi a nolo a
recitare orazioni ed a comunicarsi a profitto delle anime del
purgatorio.... Del purgatorio! esclamai io maravigliata, ed ella: Già,
per lo appunto così, perchè voi avete a sapere che i preti non vendono
solo uffizi e tridui, messe e novene, mortori e indulgenze e via
discorrendo, tutte cose di propria manifattura, sibbene ancora le
comunioni e le orazioni delle loro penitenti, buscandoci su la senseria,
la quale supera sempre il prezzo della merce. Avendomi la buona donna
istruita del modo col quale io dovessi comportarmi, e dettomi il luogo
dove per certo mi sarebbe occorsa la marchesa, mi condussi la mattina
per tempo alla chiesa di S. X.

  [38] È noto come Luigi XVI, udendo eletto all'arcivescovato di
  Parigi un ateo, levando le mani al cielo esclamasse: — Signore!
  almeno l'arcivescovo di Parigi dovrebbe credere in Dio. — Tutti
  gli storici riportano il fatto. V. THIERS, _Storia della
  Rivoluzione di Francia_.

Secondo la descrizione che io ne aveva, non penai troppo a rinvenirla:
ella stava genuflessa sul pavimento co' gomiti appoggiati al paglietto
della seggiola e le mani giunte dirizzate come una lancia verso il cielo
per di sopra al capo, coperto fino al naso di fittissimo velo: la veste
era di raso nero sbiadito, per vetustà pendente al colore che le nostre
donne chiamano di piattola; di trine un profluvio, ma logore anch'esse e
rammendate: ruine d'imperi! Adagio adagio me le feci allato, e la udii
gorgogliare avemmarie e paternostri come pentola che spicchi il bollore;
mentre io stava tra il sì e il no di volgerle la parola, ecco uscire
dalla sagrestia un garzonaccio col muso di faina, i capelli stesi per le
guancie come foglie di canna, e due piedi... due piedi enormi così, da
mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano che patisse di calli:
costui si appressò camminando per traverso alla marchesa, le pose in
mano una cartuccia e le mormorò negli orecchi non so che parole, le
quali ebbero virtù di fare saltare in piedi la donna, e prorompere
stizzita: Come! per cinque franchi una comunione eucaristica secondo la
sua intenzione? Ah! padre Candido non mi vuol dire il nome dell'anima
alla quale intende applicarla? La è chiara come l'acqua, egli me lo tace
per impedirmi di andare dai suoi parenti, e a questo modo io venga a
scoprire quanto ei mi sgallina sopra la oblazione... eh! mi sentirà; eh!
cinque franchi... mi sentirà! Come posso con cinque franchi tirarmi
innanzi con marito e figliuolo? Se padre Candido vuole che preghi,
bisogna pure che mi dia da mangiare... e adesso dov'è cotesto benedetto
uomo? Il garzonaccio a collo torto le rispose: in cella a comporre il
panegirico per domani l'altro primo luglio, che ricorre la festa di S.
Ignazio. — Adesso... adesso mi sentirà, e senza altre parole, via di
corsa. Aveva avuto tempo sufficiente a contemplarla; ella era una beltà
giunta a compieta, l'amor terreno (se pure ce gli aveva spenti) in lei
spense i suoi strali come il fabbro i ferri infuocati nell'acqua; dentro
le rughe e negli angoli delle labbra tu vedevi brulicare i malefizi
quasi lumbrichi per le fosse: gli occhi ardevano sempre di luce
sinistra, sicchè se mai fosse venuto a smorzarsi il fuoco dello inferno,
io per me credo fermamente che il diavolo lo avrebbe riacceso a cotesti
occhi. Ahimè! A quel fiasco bisognava pur bere. Con voce quanto più
seppi umile la chiamai: Signora! Ed ella senza neanche voltarsi, acerba
rispose: Chi siete? che volete? Io le apersi il desiderio di conferire
con esso lei. Ed ella da capo arrovellata: aspettate che abbia fatto le
mie devozioni: orò, si comunicò, tornò di nuovo ad orare; per ultimo mi
disse: venitemi dietro; e così ci riducemmo in un angolo remoto della
chiesa, dove io, dopo averle narrato la compassionevole storia la
richiesi di consiglio e di aiuto. Strana cosa, se togli la mia buona
albergatrice, la provai unica fra tutte le donne di Brusselle a non
darmi torto per le mie premure nella ricerca della figlia, ma nel
medesimo tempo mi palesava le difficoltà quasi insuperabili per riuscire
nel mio intento. Io la supplicai con tutte le viscere a tentare ogni
via, ed aggiunsi che per attestarle la mia riconoscenza le avrei donato
l'anello che io teneva in dito. Ciò udendo ella mi acciuffò la mano ed
esaminato bene il diamante, come persona perita esclamò: certo una
coppia di mila franchi può valere! — Ne costava tremila e più, ma poco
rileva. Allora, al fine di gratificarmela maggiormente, glielo
proffersi: lo tenesse per mercede anticipata; ma ella osservò: e se non
riesco? Allora me lo renderete. In questa essendo stato sonato l'ultima
volta a messa, una frotta di devoti prorompe in chiesa, ed accostatasi
alla pila dell'acqua benedetta lì, presso a noi, ci tuffava la mano,
facendosi poi il segno della croce; ci separammo; molto più che taluno
dei sopraggiunti, gingillandosi, pareva volesse spiare i fatti nostri.
Io non istarò, dottore, a narrarvi a parte a parte il mio supplizio; e
non lo potrei; bastivi che la marchesa un giorno me ne dava una calda ed
una fredda: ora la speranza pigliava forma di certezza, ed ora si
spegneva; di un tratto tornava a risplendere; insomma una vera passione
di dubbio e di esitanza, la quale dopo un lungo ciondolare si conchiuse
con la recisa repulsa di rendermi la figliuola. Dottore, immaginate a
vostra possa l'abisso del mio dolore; io però in verità vi dico che voi
con tutta la vostra immaginazione non giungerete alla millesima parte
del vero; bastivi questo, che la stessa marchesa, la quale pure era
madre, alla vista di tanta desolazione non potè trattenersi da dire: vi
compatisco. Sicuro, cotesta parola era fredda come lo spruzzo dell'acqua
benedetta sopra la bara, tuttavolta la disse. Allora io non aveva il
capo davvero a richiedere l'anello alla marchesa, nè ella lo ricordò; me
ne accorsi più tardi, e giudicandolo perduto quasi mi ci rassegnava;
quando venne a trovarmi a casa la faina clericale che prima vidi in
chiesa fattorino del padre Candido, e mi avvisò: la marchesa di
Grappigny desiderare di parlarmi; andai di volo premendo appena i
battiti del cuore, nella speranza che si trattasse della mia figliuola;
ma la marchesa mi cavò subito dall'incertezza, chè con certo suo fare
signorile mi disse: come rovistando nelle cantere del suo stipo
ell'erasi trovata davanti il suo anello: scusassi per amore del cielo la
dimenticanza; rammentarsi il convegno; correrle obbligo di rendermelo,
poichè con tanto suo dispiacere male esito avevano sortito le pratiche
per riscattare la figlia. Commossa da simile generosità, risposi senza
manco pensarci: le angustie presenti non mi concedere ricompensarla come
avrei desiderato, tuttavia pregarla a volersi incaricare della vendita;
sarebbe riuscito a lei meglio che a me cavarne profitto; del prezzo
ritratto fin d'ora la supplicava accettare la metà in testimonio della
mia riconoscenza. Parve le andasse infinitamente a genio la proposta e
mi ringraziava a mani giunte; però giudicate quale non fu la mia
sorpresa nel vedermela il giorno appresso comparire davanti tutta
spaventata, e dirmi: non volere assolutamente l'anello; esserle cascato
su l'anima uno scrupolo invincibile... d'altronde impossibile vendere la
gioia senza scapitarci tre quarti almeno in Brusselle, città di ebrei
battezzati e di cristiani circoncisi. — Partita la marchesa, la mia
albergatrice, confortandomi alla sua maniera mi favellò: la secchia
cascata nel pozzo, ho sentito dire che un bugiardo la ripesca, ma
un'anima cascata in mano ai gesuiti, non la riscatta nè manco un santo:
non istate a logorare qui invano tempo, salute e quattrini; correte
dietro all'altra figliuola, e di due procurate almeno ricuperarne una.

Pur troppo ella mi consigliava da quella savia donna che ella era; ma
per consiglio cuore appassionato non si arrende: quando mi vidi al verde
di ogni partito, non ascoltando altro che la mia disperazione, mi gettai
allo sbaraglio, e presi a correre la città con urli e pianti per tirare
a me la misericordia del popolo: pensai che i gesuiti avrebbero concesso
per paura quanto avevano negato per pietà; e il primo giorno bene me ne
incolse, che la gente mi si accalcava d'intorno, e mi compiangeva, ed
alla libera gridava: essere infamia cotesta; doversi rendere la figlia
alla madre; a cotesto mo' i falchi portano via le piccione, non i
religiosi le fanciulle dalle loro famiglie. Avrei abbracciato e baciato
tutti; mi ridussi a casa pieno il cuore di dolci presagi; il giorno
veniente tornai alla prova con maggior lena di prima. O Dio! quale
disinganno crudele; appena uscita di casa una mano di straccioni prese a
rincorrermi urlando: è matta! è matta! Mi assordarono i fischi, ed anco
qualche sassata mi ammaccò le costole, onde io mi sarei trovata presto a
mal termine se non mi ricovrava dentro ad un portone. Questa scappata
innanzi tratto mi fruttò lo sfratto dalla casa della mia albergatrice
(perchè buona femmina, ed amica del giusto certamente ell'era, ma
timida, e gatte a pelare non ne voleva, massime entrandoci di mezzo la
paurosa Compagnia di Gesù), in seguito vituperii e insulti da quei dessi
che mi si erano dimostrati fin lì meglio amorevoli. La persecuzione
m'inasprì il sangue: di ora in ora sentiva crescere in me il talento di
fiera; smisi di farmi vedere per la città di giorno, ma quando la notte
diventava buia io usciva quatta quatta per recarmi sotto le finestre del
reclusorio, che io credeva prigione del cuor mio, e quivi, come le
scolte costumano, gridava in capo ad ogni mezz'ora; Assassini!
Assassini! Rendetemi la mia figliuola! Certa sera mi sento abbrivare
alla sprovvista un colpo di mazza impiombata sul capo; caddi come morta;
trasportata allo spedale, ciondolai tra la vita e la morte un bel
tratto. Appena mi fui riavuta, ecco il ministro d'Italia a Brusselle mi
fece accompagnare a Milano, avendo, come disse, ricevute lettere
ortatorie dalla mia famiglia e il danaro occorrente pel viaggio. Giunta
qui, ebbi a conoscere come la mia famiglia non avesse scritto lettere di
sorta, e quanto a danaro trovai che, invece di poterne mandare pel mio
viaggio a Brusselle, non ne possedeva tanto da tirarsi innanzi a Milano.
Il pietoso che mi sovvenne, fin qui rimase ignorato.

— Per lei, per me no; io lo conosco da un pezzo.

— Voi?

— Già, io: ma dirò di più, lo conosce anche lei, e forse più lei di me.
Lo ignoto benefattore sa ella chi fu? Fu la Compagnia dei gesuiti, la
quale non essendo riuscita a farla ammazzare, operò a cotesto modo per
levarla da Brusselle, per paura, che, dai dai, le sue strida non
giungessero a movere il popolo a compassione. Ci fa sapere il
Machiavelli che i francesi, ai suoi tempi, dove non arrivavano con
l'astutezza, ci aggiuntavano un palmo di ferro. I gesuiti, al contrario,
dove lo stiletto si trova corto, ci appongono una coda, due code, cento
code di volpe.

                                 *

Ed ora apriamo un po' l'orologio e speculiamolo dentro per vedere come
abbiano girato le ruote; il giorno che tenne dietro a quello in cui la
marchesa di Grappigny ebbe sfidata Isabella, il reverendo padre Candido
chiamava in cella la marchesa, e quivi, dopo averle rinfacciata la
indebita ritenzione dell'anello della signora Isabella, tali parole vi
aggiunse sotto voce, soavemente come il filo del rasoio penetra nella
carne, che ella, che pure era proterva, si accartocciò tutta, e
genuflessa a mani giunte lo supplicava di perdono. — Egli rispose: Sia
per questa volta; e non dimenticate che di quanto vi ho detto noi
possediamo le prove; ora andate e portatemi senza perder tempo l'anello:
i superiori delibereranno quello che se ne abbia a fare: tornate domani.
— Nel dì veniente padre Candido partecipò alla marchesa i superiori
avere deciso che l'anello si rendesse alla madre di suor Maria
Crocifissa, perchè in questi tempi perversi, nei quali a bigoncie si
versano le calunnie sopra le cose più sacre, perfino sopra la Compagnia
di Gesù, che sarebbe mai se quei pezzi d'ira di Dio dei giornalisti si
fossero potuti attaccare ad un fumo di vero!

Ma poichè vide il pietoso padre che la marchesa per la pena di condursi
a cotesta penitenza, non potendo piangere lacrime, stava per buttare
fuori gli occhi, e sapeva quali sgraffi le desse la miseria, la consolò
con la promessa di farle buscare fra breve, in comunioni per una certa
tal quale anima del purgatorio, qualche cento di lire. Quindi la
marchesa rese il diamante ad Isabella.

Ora è da sapersi che la marchesa aveva bene e meglio tentato, e più
volte, vendere l'anello, anche dopo il truce comando di padre Candido,
ma l'avvertirono che egli era falso, ed ella stessa se ne chiarì
considerandolo con maggiore attenzione, ed in questo nuovo esame si
accorse altresì come avessero sostituito di fresco il cristallo alla
gemma: per la qual cosa volle risolutamente che la madre di Arria
ripigliasse l'anello.

Isabella, dopo che ebbe condotto a termine il racconto delle avventure
di Arria, prese ad esporre quelle concernenti Eponina, le quali essendo
state già da noi descritte, ci passiamo da ripeterle. Solo vogliamo
avvertire che, quando Isabella giunse al punto del caso successo dal
gioielliere di Dora Grossa, il dottore Taberni proruppe nelle medesime
parole di quello: _È un furto alla gesuita_.

Dato che ebbe compimento Isabella al suo doloroso racconto, il dottore
si accorse essersi assunto un impegno per ogni verso ingratissimo,
tuttavia non volle mancare al debito: ci adoperò di ogni maniera
cautele, come colui che temeva le fibre di Marcello indebolite così, che
per ogni po' di peso cresciuto venissero a spezzarsi. L'esito non parve
rispondere al triste presagio, imperciocchè egli assorbisse il nuovo
affanno simile al mare che accoglie in sè qualunque grosso diluvio di
acqua e non se ne commuove. Succede del cuore umano come della fiaccola
della lampada; questa, consumato intero l'umore che l'alimenta, tace
alla luce; su quello il dolore logora che abbia tutta la parte
sensibile, ci può posare il capo come sopra un guanciale. Anche la morte
ha la sua anticamera. Però certo giorno Marcello, quasi desto da lungo
letargo, aperse gli occhi, e vistosi innanzi il dottor Taberni, fattogli
cenno col dito di appressarsi, a lui con un filo di voce gli favellò:

— Dottore, avete mai conosciuto uomo più ricco di mali di me?

— Certo, quegli rispose, grandi, anzi infinite furono le sventure
vostre.

— Ebbene, io ne patisco un'altra, la quale mi travaglia sopra tutte, ed
è questa. Io non credo che il nostro Dio, come i Numi del paganesimo,
pigli a schiantare a colpi di saette i figli di Niobe; e poi io non mi
ricordo avere offeso Dio; quindi io non mi posso capacitare che una
Provvidenza buona e giusta possa acconsentire che la sua creatura venga
straziata fino alla disperazione. O non ci è, e buona notte; ovvero ci
è, e allora non sapendo o non volendo provvedere, io la compiango.

— E chi compiangete?

— La Provvidenza, rispose Marcello, e chinato il capo sul petto non
disse più nulla.

Marcello, come lo zio, fu trovato morto nel letto. La Provvidenza, nel
cessare i suoi affanni, si mostrò vereconda. Isabella contemplò il
cadavere del diletto compagno della sua vita senza lacrime, e come donna
eletta dal fato a superare la Madonna dei sette dolori; e pur troppo le
marmette nel campo santo col motto _dolor_ arrivate fino a quattro, con
quella di Marcello giunsero a cinque. Ella accompagnò il suo dolce
consorte alla fossa, ella provvide a che egli fosse deterso, vestito,
inchiodato nella cassa, insomma a tutto senza stringere le ciglia, senza
corrugare la bocca, a passo lento e tardo; a cui la mirò in cotesto atto
fece quasi credere non fosse favola la comparsa della statua del
commendatore al festino di Don Giovanni. Seppellire i suoi cari, per lei
era diventata faccenda ordinaria.

                                 *

Eccola sola! Povera creatura! Di tanti figli e servi suoi, Isabella si
trova sola; ma no, qualcheduno le sta allato e la consola. Non le si
stacca mai dal fianco una fanciulla di forme egregie, rigogliosa di
gioventù e di salute: soprattutto le sfolgorano gli occhi, i quali pare
che accendano l'aria dintorno: stupendi certo quei divini raggi d'amore;
peccato che patiscano di un mancamento.... e' non vedono! La fanciulla è
cieca: miratela, ella si attenta mutare senza appoggio quattro passi o
sei, di più no, chè si perita, e messa la mano al muro va a tasto. O chi
è mai cotesta infelice? È un nuovo personaggio introdotto nel dramma?
No: la conosciamo da parecchio tempo; ella è la Eufrosina, la figliuola
del sergente Filippo, e come si trovi lì lo saprete a suo luogo e tempo:
intanto non istate a immaginare che io abbia fatto Isabella calamita di
disgrazie, ovvero che ella medesima avesse il costume di murarsi nel
forno; no, il destino l'aveva tolta a bersaglio; come a quella della
Parca alla sua rocca non mancava mai filo; aveva filato a mezzo una
sventura, che la fortuna le ci apponeva subito canapa per un'altra:
eppure durava: per poco tu avessi posato gli occhi su lei, ecco ti
appariva quasi una quercia tocca dal fuoco celeste; la striscia della
folgore ne solca la corteccia; questi sono gli stianti di cui l'ha
ferita la saetta; le foglie ingombrano la valle e il piano, i rami le
giacciono dintorno al tutto morti; certo ella non aspetta più la gloria
delle mêssi primaverili, e nondimanco illesa nella midolla si ripromette
per molti anni ancora offrire ombre contro gli ardori della canicola e
asilo alla rabbia della tempesta.

Anche la speranza talora abbranca tenace come una furia; finchè può,
onde allettarti a continuare nel doloroso tramite, coglie i fiori più
freschi e te ne spruzza la rugiada sul viso; mancati i fiori, onde tu
non cessi, ora ti cava una spina dai piedi, ed ora ti remuove le
pietruzze taglienti dal sentiero, e tanto basta all'uomo per tirare
innanzi, finchè incespichi nel rialto di terra scavato dalla fossa, e ci
trabocchi dentro. E neppure allora si induce a lasciarlo la speranza,
che, seduta sopra la lapide del sepolcro, ci si mette a cantare l'inno
della _risurrezione_. Maligna! Anche sulle fosse dei morti tu drizzi il
paretaio per agguantare i vivi.

Le povere donne passavano i giorni desolate; non si attentavano
favellare a voce alta per paura che la disdetta passando per là non le
avvertisse e tornasse a flagellarle: per tema di recarsi fastidio, rade
si ricambiavano le parole. Tanto è peritoso lo infortunio! Sostegno
unico della vita squallida la speranza che Arria, Curio e Filippo
vivessero: di certo sapevano che non erano morti.

Una sera, mentre Isabella attendeva a ricamare ed Eufrosina ad
intrecciare cordoni, fu udito sul pianerottolo delle scale un
giuramento, che non importa riferire, seguitato da queste parole:

— Se per andare in paradiso mi toccherà a salire altrettanti scalini,
gli è bella e risoluta; io rimango a mezze scale. Ohe, di casa! fate
lume. Ci è una signora Isabella? Una signora Onesti? O mira un po' dove
va a ficcarsi l'onestà! In una soffitta sotto ai tegoli.

Isabella a coteste parole si rimescolò tutta, e fattasi di corsa
sull'uscio, cavò il capo fuori domandando:

— Che volete?

— Ecco qua, ho portato in vettura fin giù una donna, che si dice vostra
figliuola, la quale mi ha ordinato di salire ad avvisarvi del suo
arrivo; dunque venite a pigliarvela.

Isabella non istette a sentire altro, e giù per le scale; ma Eufrosina
pensando che così al buio poteva precipitarsi, le corse dietro col lume.
Poveretta! pensava a far luce altrui senza avvertire che ella era cieca,
ma bene questo avvertì la Isabella quando, giunta a mezzo della scala,
vide chiaro; onde voltatasi, e spaventata dall'atto di Eufrosina in
procinto di mettere il piede sul primo scalino urlò:

— Non ti muovere; fermati....

E si affrettò a ritornare indietro per ricondurre la infelice in casa.
Intanto il vetturino andava dicendo: cotesti essere proprio pensieri del
rosso; o che cerini non ne aveva egli? Di mozziconi di candela era piena
la cassetta; ma Eufrosina insisteva perchè pigliassero il lume.

— Ed io che me ne fo? Tanto sono cieca!

— Non importa: chi più meno vede la luce e più desidera non
iscompagnarsene mai, osservò Isabella; e il vetturino rincalzò:

— E se per le scale si spegnesse il lume, si verrebbe su al buio.

Ciò detto, da capo giù per le scale, e:

— Arria, mugolava la madre ad ogni scalino che scendeva, Arria, sei tu?

— Mamma! mamma! sì, sono io.

Arria scese, l'una si precipitò nelle braccia dell'altra, e piansero.

Quando, dopo un tempo ben lungo, si svincolarono, si accorsero che il
vetturino era sparito: ecco perchè il galantuomo non voleva fare a
fidanza con la luce; costui rubò i panni alla povera Arria, sicchè ella
tornò ignuda nella casa donde era uscita provvista di ogni bene di Dio.
Isabella, fuori di sè per la contentezza, non pensò alla valigia; Arria
molto meno, tutta sossopra per la piena degli affetti. Ora, mentre la
madre saliva le scale al buio, la figliuola le traeva dietro
interrogando:

— E babbo come sta?

— Babbo! non ha più dolori....

— E di Eponina si hanno notizie?

— Sì.

— E sta bene?

— Bene.... ma tu che hai, che salisci a stento?

— Sono stracca, rifinita dal viaggio....

— Poverina! farò adagio.

— Mamma.... mi daresti un po' braccio.

— Magari! Porgimi la mano..... Misericordia! come sudi? Ti senti male?

— Mamma! mamma! reggimi.... casco.

Isabella lì pronta, prima a sorregerla, poi ad assettarla quanto più
potè soavemente sopra gli scalini, e le asciugò il sudore, e co' più
dolci nomi si diede a chiamarla. Dopo pochi momenti Arria con voce fioca
riprese a dire:

— Non ti spaventare, mamma, sai! È stato un deliquio passeggero... la
commozione.... la fatica.... ora è passato.... andiamo pur su!

Ma di levarsi in piedi egli era niente. La madre amorosa la veniva
interrogando:

— Ma da quando è che tu non hai mangiato?

— Saranno ventiquattro ore e più....

— Ma perchè, tu sii benedetta, non ti sei un po' ristorata a tempo?
Perchè mai ridurti in questo stato di debolezza?

E qui, senza nemmanco attendere la risposta, dimentica degli anni e
degli acciacchi cagionati dalle lunghe angoscie, si reca in collo la
figliuola mentre invano questa se ne schermiva dicendo:

— Non fare! non fare!

A cui la madre rispondeva:

— Assettati bene.... procura di stare a tutt'agio.... qui sulla spalla
appoggia il capo.... abbracciami il collo col braccio dritto; da brava,
su.

Era Isabella a posta sua rifinita di forze, e nonostante ciò tanta balìa
le diede la passione, che sarebbe bastata a portare la figlia, non che
di carne, di marmo. Miracoli di amore materno, ai quali egli è forza
credere.

Giunsero nella soffitta, e al primo raggio di luce, bramose di
guardarsi, l'una spinse lo sguardo sopra l'altra, e si fecero paura,
tanto si apparvero mutate da quello che furono; nè tanto si poterono
reprimere, che non prorompessero in un urlo, al quale Eufrosina aggiunse
il suo per consenso di dolore. A quale stato si fosse ridotta Isabella
ogni uomo può facilmente immaginare; Arria poi era uno scheletro; tisica
senza rimedio. Così la pietà dei gesuiti restituiva la figliuola alla
madre. Arrogi che ad Arria aveva messo paura anco Eufrosina, la quale,
smaniante a sua posta di contemplare Arria, le cacciò addosso stralunate
le pupille come due punte di stile, per la quale cosa questa,
abbracciando più stretto il collo alla madre le nascose il volto nel
seno interrogando a voce bassa:

— Mamma, cotesta donna chi è? Perchè mi guarda così truce? Che cosa le
ho fatto?

E l'altra le bisbigliava negli orecchi:

— Ah! figlia mia, ella è tua sorella, promessa sposa di Curzio, e se ti
guarda a quel modo, compatiscila, perchè la poverina è cieca.

Il dottore Taberni, sempre pronto, accorse a visitare Arria; egli
conobbe ad un tratto la gravità del male, e gli parve debito non celarlo
alla madre; la quale, pure a malincuore persuadendosene, preso per un
braccio il dottore, e fissandolo dentro gli occhi, lo interrogò:

— Dunque proprio... proprio non ci è più speranza alcuna?

— Alcuna.

— Dunque, che resta a fare?

— Per me giudicherei carità abbreviarle la vita; per voi ad attenuarle
l'angoscia dell'agonia.

— E quando cesserai di trafiggermi con le tue saette? Digrignò fra i
denti la desolata, voltando gli occhi in su; ma subito dopo, declinando
la faccia in atto di rassegnazione, soggiunse: e sia così!

Il dottore, scendendo i centosei scalini mal connessi, e per giunta bui
sempre, acerbo borbottava:

— Io non so capire come i poveri si arrampichino per rannicchiarsi nelle
soffitte! Se essi lo fanno per accostarsi maggiormente al paradiso, onde
con più facilità Dio veda le loro miserie e ascolti i loro lamenti,
stanno freschi! Ci guadagneranno stridori di verno e bagni di acqua
piovana; gente senza giudizio, scendete nelle cantine, avvicinatevi allo
inferno, almeno sentirete un po' di caldo! Il caldo è principio di vita,
il freddo è morte.

Io per me credo, che se è vero che un angiolo stia al fianco di ogni
creatura per registrare le sue azioni, la storia dei prodigi di amore di
Isabella per la sua infelice figliuola, degli sforzi più che umani onde
adempire le sue voglie rinascenti, delle blandizie affinchè l'anima di
lei per difetto di consolazione non si desolasse, a quest'ora, scritta
su carta velina in caratteri d'oro, dev'essere stata esposta dinanzi al
cospetto eterno. Però se lassù, io spero, che la leggeranno con piacere,
ed anco con edificazione, egli è perchè tempo avanzato non manca ai
beati, a cui la eternità non si misura, mentre a noi il tempo ci è
fornito a braccia. Però mi dispenso raccontare la storia dolorosa ai
miei lettori; basta per questi quanto riferimmo delle tribolazioni di
Arria fino al punto nel quale i gesuiti, calcolando che ormai la povera
giovane era diventata di scapito certo, la rimandarono a morire a casa.
Arria, all'opposto, nelle vigili notti e nei giorni lunghissimi, la
raccontò più volte, per cui la Isabella venne a conoscere come la sua
figliuola non fosse uscita mai da Parigi; menzogna la sua partenza per
Brusselle; ma non bisogna maravigliarsene, imperciocchè la bugiarderia
gli è il sale dei discorsi dei gesuiti. Le accoglienze prime fattele
nella casa di Parigi, piuttosto che oneste, principesche: quivi avere
vestito l'abito in apparenza uguale a quello delle altre suore, ma in
sostanza con sottile arte foggiato così da dare risalto alla sua
persona. Da quanto udiva dire intorno con poca verecondia e meno
santimonia, la gente andava stupita del poderoso suo incesso, dal
colorito caldo, dagli occhi e dai capelli nerissimi, dall'insieme delle
fattezze traboccanti di vita, onde il direttore spirituale della casa
ebbe a prognosticare che ella sarebbe diventata una _strenua
gladiatrice_ della Fede.

Incominciarono a venirla a vedere due o tre vecchie duchesse, le quali
di colta ne andarono in visibilio; e visitatala poi a parte a parte con
diligenza maggiore di quella che costuma l'eunuco quando provvede
odalische pel serraglio del sultano, esclamavano: — Superba! magnifica!
— e ad ogni membro del suo corpo assegnavano peculiare epiteto, e direi
quasi dottrinale, declaratorio le sue qualità. Dietro a quelle la
caterva della plebe titolata, contesse, baronesse e tocca via, la
esaltarono a coro bellissima, anzi divina. Aveva a provarsi la nobile
gentaglia di contraddire a quanto avevano affermato le duchesse!

Dopo delle donne vennero gli uomini, dei quali più tarda la curiosità,
ma più tenace e proterva: questi, chi con un pretesto, chi con un altro,
procuravano introdursi nel convento, dove la superiora non mancava mai
di esporre in mostra la povera fanciulla. Ma poichè l'àncora che gli
uomini calavano non trovava luogo dove appigliarsi, avvenne che anche
essi diradarono; allora la priora, nello intento di mantenere sempre la
brace accesa, incominciò a menare Arria, ovvero Maria Crocifissa, in
giro per le case delle principali patrizie, dove potè essere a bell'agio
ammirata, vagheggiata e ritratta. Arria, assueta alle caste carezze
della madre, rimase scandalezzata dal vedersi menata in giro come l'orso
in fiera, e dal sentirsi posta a mo' di richiamo al paretaio
ecclesiastico. I discorsi delle nobilissime quanto cattolicissime
baldracche valsero ad arricciare la fanciulla dabbene, che non potè fare
a meno di capire come elleno portassero a consumare sopra l'ara dello
amore divino tizzi già accesi nella fucina dello amore terreno e sovente
criminoso. Più che tutto la offese la _spiegazione_ che le suore
provette, e le più volte la priora, davano di lei ai visitanti, come
costumano i mostratori dinanzi alle gabbie delle bestie feroci; e lei
annunziavano come anima riscattata dalle granfie del demonio: sapere, e
saperlo di certo, che non mai l'arcangiolo S. Michele ebbe a durare
aspra battaglia col diavolo come i reverendi padri gesuiti contro la
famiglia, la città, la nazione di suor Maria Crocifissa, imperciocchè la
Italia, eccetto Roma, meriterebbe un diluvio di fuoco come già il mondo
lo patì di acqua; e i congiunti della riscattata dalla servitù dello
inferno tali da disgradarne Tiberio, Caligola e Nerone, quanto a uomini,
e quanto a donne Messalina e Poppea. A lei, udendo simile strazio dei
cari parenti e del paese natìo, spesso andavano le caldane al capo e
stava lì lì per dare di fuori; ma le suore allora in un attimo la
circondavano, con infinito schiamazzo la sbalordivano, e con pronto
pretesto lei ed i visitatori senza indugio di colà removevano: di ciò
essendosi forte lamentata con la priora, ebbe a sentirsi rispondere:
doversi accettare per ottimo tutto che giova alla maggiore esaltazione
della Chiesa, e per tale bisognava tenere tutto che giudicano i
direttori spirituali; d'altronde uno dei rari poeti religiosi d'Italia
avere cantato nel suo poema:

    Così all'egro fanciul porgiamo aspersi
    Di soave licor gli orli del vaso,
    Succhi amari ingannato intanto ei beve
    E dall'inganno suo vita riceve.

Ora per lo appunto il secolo è l'infermo. Arria non potè reggersi
dall'osservare: — Madre priora, o che la Chiesa la rassomiglia a un
purgante? Così non mi sembra che praticasse Gesù. Egli non predicò che
seguitassimo l'utile, bensì il giusto. — E la priora rispose: — Certo:
ma ai tempi di Gesù gli uomini si provavano meno perversi di oggi:
allora si navigava come si voleva, mentre oggi è forza schermirci come
possiamo. — Con reverenza vostra, madre priora, insistè Arria, o come
fate a dire che gli uomini oggi sono più tristi di quelli che vissero in
antico? O non furono appunto i contemporanei di Gesù che lo flagellarono
e misero in Croce? — Allora la priora, per cavarsi fuori da cotesto
salceto, a modo di perorazione conchiuse: — Orsù, figliuola mia, io vo'
che sappiate come nei _nostri piedi_ bisogna deporre la _nostra ragione
nelle mani_ del direttore spirituale come un'offerta che si fa a Dio.
D'altronde, questo prurito di perfidiare su tutto di rado avviene che
non muova dal diavolo, ed abbiatelo per inteso. — Più tardi, la _moda_
tiranna dei tiranni francesi (del popolo non se ne parla nè manco)
stando sul punto di abbandonare Arria, per rinfocolare l'avviamento in
chiesa la torturarono per indurla ad operare un miracolo, e siccome ella
si oppose recisamente di prendere parte in cotesta empia ciurmeria, da
quel giorno in poi cascò di collo prima ai reverendi padri, subito dopo
alla priora, ed in breve alle sorelle tutte, inviperite contro di lei
per l'astio della predilezione di cui fin lì era stata segno. Frati e
monache convengono insieme senza conoscersi, convivono senza amarsi,
muoiono senza compiangersi. Arria pertanto fu lasciata da parte, e in
breve passò di moda così, che di lei non si rammentavano neppure. La
vanità è il grano della Francia, e la moda il molino che gliela macina
pel suo pane quotidiano; ogni altra cosa passa; colà passò Dio; la
libertà, la filosofia, la gloria, l'errore, la tirannide, la
superstizione, il bene e il male stare, tutto gira in ballo tondo,
sicchè tutto sparisce e tutto ritorna. Strano popolo cotesto! Noi non lo
proviamo mai tanto insensato, come quando si mette sul serio; nè tanto
sfarfallone, come quando fa le viste di ragionare; e la cagione è
questa: allorchè si presenta un caso difficile a sciogliersi, egli non
si occupa punto del nodo della quistione, gli gira bravamente d'intorno,
e ti pianta tre o quattro proposte come assiomi, che non hanno bisogno
di dimostrazione, poi giù a tirarne conseguenze alla dirotta, che più
non corre l'acqua dalle grondaie. I francesi galoppano pei campi del
sofisma come i cavalli, i quali tanto più scarrierano quando hanno
mandato il cavaliere a gambe all'aria. Tutti tirano l'acqua al loro
mulino, ma i francesi aggiungono al danno lo strazio. Se ti imbatti alla
spicciolata in taluno di loro, li trovi amabili e di bello ingegno;
mettili insieme, e viene a galla il vecchio celta, di cui istituto fu
_gabbare_, _spergiurare_, e poi _uccellare_; _bugiardi_ poi da far
morire dalla vergogna la stessa bugiarderia.[39] Popolo infelice! La
prosperità lo inebria, la sventura lo accieca; non rammenta e non impara
mai nulla.

  [39] Franci _mendaces_. Salv. l. 7, p. 169. Si _peieret_ Francus
  quid novi faceret? Qui _periurium_ ipsum sermonis genus putat,
  non criminis. _Id._ l. 4, c. 14. Franci quibus familiare est
  _ridendo frangere fidem_. Flav. Vopis in Proculo, l. 1, p. 216.
  Les Galles ont aimé de bonne heure a _gaber_, comme on disait au
  moyen âge. La parole n'avait pour eux rien de serieux. Ils
  promettaient, puis riaient, et tout était dit: «_ridendo
  frangere fidem_». Il trattatello del Segretario fiorentino è
  sempre vivo e verde di verità. Se tanto sta loro a cuore il
  dominio temporale del papa, perchè non incominciano essi a dare
  il buono esempio restituendogli Avignone e il contado Venosino?

Torniamo a bomba. Chi mai potrebbe annoverare le migliaia di punture di
aghi, chi le trafitte dei nugoli di zanzare, le umiliazioni tritatele
nel pane, gli smacchi di che le annacquavano il vino, chi gli strazi, le
scede, le irrisioni, la guerra implacata, irrequieta che mossero contro
Arria? La desolata sentì sgretolarsi dentro cuore e cervello. La sua
salute non resse, e di corto le si manifestò la tisi: forse fino da
principio ella era insanabile, ma la priora cortese, per finirla più
presto, la mandò assistente all'ospedale militare, dove ella ministrando
un giovane militare ferito gravemente, avvenne che lo udisse in mezzo
agli spasimi invocare sempre i nomi del padre e della madre con tanta
dolcezza, da chiamare le lacrime al ciglio; ed avendo aspettato che il
dolore gli desse alcun poco di tregua, gli domandò: — Fratello, o perchè
insieme co' nomi dei vostri parenti non rammentate eziandio quello di
Gesù Redentore? Non siete forse cristiano?

— Sono, il ferito rispose, e nato di popolo; faccio l'ottonaio; non so
di lettere, e tuttavia, dando le spese al mio cervello, di due cose mi
sono convinto: la prima è che amore di famiglia somministra fondamento
ad ogni altro amore; e però amando i miei genitori mi sembra nel
medesimo punto amare Dio, il quale si degnò concedermeli tanto amorosi e
diletti, e mi sembra altresì che essi pregando per me, la preghiera loro
deva accogliersi da Dio più volentieri della mia, perchè di me più
virtuosi assai. La seconda cosa è che il lavoro finchè la salute dura, e
la pazienza finchè la malattia travaglia, sieno la preghiera migliore
che la creatura possa innalzare al suo Creatore. — Arria, sentendosi
come una puntura al cuore per coteste parole del giovane, scosso
alquanto il capo in atto di diniego, replicò: Eppure la prima parte del
vostro ragionamento, per mio avviso, non cammina pei suoi piedi: siamo
di buon conto come sopra questo punto si espresse il nostro Signore?
Ecco, così: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me: e chi
ama figliuolo o figliuoli più di me non è degno di me: _chi non prende
la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me_.» Allora il
giovane, dopo essere stato alquanto sopra di sè meditando, favellò:
Sorella mia, ecco, mi par chiaro che se Gesù profferì coteste parole,
egli volle significare di figli e di genitori pagani, ovvero giudei, i
quali nella falsa loro credenza si ostinassero; e se per reverenza di
padre o per tenerezza di figlio non abbandoneranno la falsa religione
per seguitare la vera, non saranno degni di Gesù. Le parole del precetto
mi confermano in questa sentenza, imperciocchè se le dovessero
intendersi materialmente, ci voleva altro che croci, se tutti i
convertiti se ne dovevano recare una sopra le spalle per tenergli
dietro.

Arria allora soggiunse: — Voi avete detto se Gesù profferì coteste
parole; o che per avventura ne dubitereste voi?

— E a ragione ne dubito, disse il soldato, perchè, date retta, quel
pigliare la croce, e con essa sopra le spalle mettersi sulle orme di
Gesù, fu una forma di dire che non potè avere significato se non dopo la
passione del Redentore, dove per maggiore strazio l'obbligarono a
portare la croce su la quale intendevano conficcarlo; prima di cotesto
fatto, pigliare la croce non significava davvero conversione al
cristianesimo. Ad ogni modo, sorella, per non farvi dispiacere, da ora
in avanti aggiungerò il nome di Gesù a quello dei miei genitori.

Appressandosi la sua fine, narrava Arria, egli mi accennò col capo che
mi accostassi a lui, la quale cosa feci: allora mi bisbigliò negli
orecchi: — Sorella, è l'ora di andare; ponete per carità la vostra mano
qui, sotto il capezzale, ci troverete un libriccino; cavatelo fuori,
apritelo e porgetemi quel ritratto di donna che ci è tra mezzo... è di
mia madre! Bisogna pure che io muoia in sua compagnia.

Allora Arria gli domandò: — Fratello, desiderereste che vi chiamassi il
prete per acconciare le cose dell'anima?

— No; perchè io mi sento Dio più vicino che voi non credete; egli non ha
bisogno di telegrafo per udire subito la voce del mio cuore. La
corrispondenza fra il Creatore e la sua creatura è la brevissima delle
linee; il prete fra mezzo ci fa una spezzata.

Prese il ritratto della madre, se lo strinse al seno mormorando non so
che orazione, certo qualcheduna di quelle che le aveva insegnato
mentr'egli era fanciullo, poi se lo recò alla bocca e lo baciò con tanto
affetto e tanto profluvio di lacrime, che io proprio non sapeva più in
che mondo mi fossi. Quietato alquanto, soggiunse: Udite, sorella, le
novissime parole di un uomo che si muore, e fatene vostro pro. Voi avete
qualche cosa che vi pesa sul cuore, ed io dubito che sia il rimorso di
avere abbandonato i vostri genitori per consacrarvi alla vita ascetica:
ora io vo' che sappiate che chi non ama il padre e la madre non può
amare di amore verace i suoi simili, nè la patria, nè Dio. Se la vostra
madre in questo momento si trovasse ai termini nei quali mi trovo
ridotto io, chi le bagnerebbe le labbra per alleggiarle il singhiozzo
dell'agonia? Chi le chiuderebbe gli occhi al sonno eterno? Pensateci.

Dopo breve ora il giovane bennato aveva reso l'anima al suo Creatore.

Cotesto caso pieno di malinconia attristò tanto lo spirito di Arria, già
vinto dai patimenti sofferti, che si ebbe a mettere in letto, dove
pensando fisso ai suoi genitori, le si destò dentro alla coscienza una
voce pietosa e continua, che le andava ripetendo: «Tua madre ti chiama e
tu non rispondi?» Appena potè reggersi in piedi, sentendosi soffocare,
scese nel giardino, dove le fronde degli alberi, stormendo, pareva le
ripetessero l'appello materno; e le acque gorgoglianti della fontana i
singulti della madre le riportassero. Allora, non potendo proprio più
reggere, si fece coraggio per dire alla priora che, per lo amore di Dio,
le concedesse, almeno provvisoriamente, licenza di tornarsene a casa.
Apriti cielo! Ella ebbe a sostenere uno scroscio di detti acerbi e di
minacce, onde, smarritasi nell'animo, si ricovrò nella sua solitaria
celletta, e quivi, abbandonatasi bocconi sul letto, pianse. Ma quale non
fu mai la sua sorpresa quando nel dì seguente la priora si fece a
trovarla, e dopo un mondo di lisciamenti e di moine le domandò se avesse
intenzione davvero di tornarsene in famiglia; e siccome Arria rispose: —
Magari subito! — la priora la confortò a starsi di buon animo;
prometterle si sarebbe messa coll'arco del dorso per farglielo ottenere;
potersi permettere a lei quello che si negava alle altre, in vista delle
sue virtù, obbedienza, ecc.: — qui da capo di caccabaldole un monte; —
procurasse frattanto di rimettersi in salute per poter reggere alle
fatiche del viaggio, e poi se ne riparlerebbe. Arria, sentendosi tutta
racconsolata, fece quanto stava in lei per ripigliare un poco di balìa,
e ci riusciva, chè anche sopra le infermità disperate l'animo
soddisfatto può molto, e quando le parve sentirsi meglio ne tenne motto
alla priora, la quale le condusse il medico. Questi, visitatala prima
con molta diligenza, sentenziò che il mutamento dell'aria e la gioventù
_interdum in morbis faciunt miracula_, come disse Ippocrate; quindi la
scienza non opporsi a che ella imprendesse il viaggio per l'Italia. —
Così parlò il medico finchè stette alla presenza di Arria, ma
nell'andarsene, comecchè favellasse sommesso alla priora, la voce
percotendo le pareti riportò ad Arria queste parole pronunziate da lui
sopra la soglia della camera: — Al cascare delle foglie è un libro
letto...

Pertanto fu giudicato non si frapponesse indugio alla partenza di lei,
ma, quattro giorni innanzi a quello in cui Arria doveva mettersi in
viaggio, la priora dabbene le portò un foglio da copiare e segnare, il
quale conteneva una dichiarazione amplissima della giovane dei benefizi
ricevuti da tutti in generale, ed in particolare dalla priora, dalla
vicepriora, dal padre direttore del reclusorio, dal padre direttore
delle coscienze del reclusorio; breve, a tante sommavano le specialità,
che tornavano quasi all'universalità; le virtù di tutti i laudati
superavano quelle della bettonica; dilungavasi a sazietà in proteste di
riconoscenza, di devozione, di venerazione profonda; confettata ogni
cosa nello zucchero di sant'Ignazio di prima qualità. Per ultimo
attestava Arria essere stata ospitata nelle varie case pie, e quivi
nudrita e vestita sempre per amor di Dio.

A questo punto Arria, non mica per superbia, bensì per istudio di
verità, volle notare ciò non sembrarle preciso, imperciocchè quando
entrava nel reclusorio ella possedesse collana, orologio, gioielli ed
anco parecchi biglietti di banca; alla quale osservazione la priora
indispettita rispose: — Miserie! miserie! figliuola mia! e poi ne avete
speso il valsente quattro volte e più per voi. — Per me? esclamò Arria
maravigliata. — E la priora, con faccia da batterci su le monete,
soggiunse: — Certo, per voi, dacchè avendo ridotto tutto in danaro, lo
rinvestii in tanto bene, secondo la vostra intenzione, pei vostri poveri
morti, sicchè mi stupisco che non abbiate mai udito i fervidi
ringraziamenti che essi vi mandano fino dal purgatorio.

Il giorno seguente Arria fu messa in viaggio; per via trovò ogni cosa
pagata, perocchè a lei non volesse confidare danaro la previdenza,
sospettosa sempre, dei gesuiti; nelle diverse stazioni ella occorse in
persona che pareva commessa a spesarla e a rimetterla in cammino. A
Milano parimente; perfino la vettura ammannita; il vetturino informato
puntuale del luogo dove l'aveva a condurre.

La vita di Arria se ne andava dal suo corpo cheta e perenne, come
l'acqua cola a goccie a goccie dall'urna incrinata: diversa in questa
dagli altri infermi di mal sottile, ella conosceva benissimo il suo
continuo avvicinarsi alla morte: chè se talora favellava di letificarsi
nei raggi del sole diffuso pei campi aperti, ovvero bagnarsi il petto
nelle aure vitali di primavera, ciò faceva meno per la speranza di
goderne, che per acconsentire allo impulso dei contrasti messo dentro di
noi dalla natura, la quale ha disposto che a maestro Adamo, trangosciato
dalla sete, ricorrano davanti nella immaginazione i ruscelletti freschi
dei colli dell'Appennino.[40]

  [40] Dante, _Inferno_ 30.

Ora accadde, che affannandosi ella a consolare gli altri, quanto gli
altri si studiavano consolare lei, in un dì di settembre, verso la fine,
mentre il sole ormai declinando ad occidente investiva lei, il letto e
ogni altra cosa che si trovava nella camera, ella, tenendo strette nelle
sue le mani della madre e di Eufrosina, che in piedi da un lato e
dall'altro le ministravano, con voce piana e soave prese a ragionare:

— Madre e sorella mia, ho sentito dire spesso, e questo ho ancora letto,
che la creatura, quando si approssima alla morte, acquista la facoltà di
penetrare nell'avvenire. Chi sa? Dio forse, in refrigerio delle tenebre
eterne che ci stanno sopra, dona ai moribondi una passeggera accrescenza
di lume. Certo è che, quanto vive e splende, si spegne in un lungo alito
di vita e di luce; ed io lo provo in me, che, ormai prossima a
lasciarvi, mi sembra leggere nel futuro come in un libro aperto.

— Ah! esclamò Eufrosina, portando la mano libera sugli occhi
ottenebrati, quasi in testimonio della pietosa illusione della sorella.

Isabella poi null'altro potè che increspare le labbra, come costuma il
fanciullo quando fa greppo, non lasciando distinguere se fosse per
piangere ovvero per ridere; ma Arria, avendo notato gli atti delle
donne, accendendosi nel presagio della sua fede, con maggior lena
continuò.

— Eufrosina, in verità io ti dico che tu vedrai il sorriso del bimbo che
primo accosterai al tuo seno per nutrirlo... Ah, tu tentenni il capo?
Non ci vuoi credere? Ebbene, che vuoi tu scommettere meco che Dio ti
farà questa grazia? Tu mi hai a promettere che se quanto ti predìco
avviene, tu deporrai una ghirlanda di fiori sopra la mia fossa... bada,
veh! odorosi li voglio... le semprevive io non posso soffrire... è vero
che non muoiono mai, ma è vero altresì che nè manco paiono aver vissuto
mai, e le tombe si allietano se tu le ornerai con un simulacro, e sia
pur breve, di vita, non aggiungendo simboli di morte là dove la morte
impera nella pienezza della sua desolata dominazione... dunque,
intendiamoci bene, sia una corona di rose... od anco di gelsomini o di
giunchiglie, io mi contento... me lo prometti? Io lo tengo per negozio
conchiuso..... Ed ora perchè piangi? Vedi! i singhiozzi ti levano la
parola, e tu non puoi rispondere: ebbene, io risponderò per te: Arria,
sorella, io ti giuro che quando vedrò sorridere il mio primo bimbo,
allorchè me lo attaccherò al petto per dargli il latte, io verrò a
mettere una ghirlanda di fiori odorosi sopra la tua fossa..... E tu,
mamma, perchè m'irridi? Certo, il tronco dell'albero reciso dalla radice
non germoglierà mai più; ma dalle radici rimaste sotto terra sogliono
uscire rampolli, che, a volta loro crescendo, saranno liberali di ombre
e di frutti. I morti passano presto, o mamma mia, e quantunque voi
porrete in opera ogni studio per non obliare i vostri, pure noi ci
affacceremo di tratto in tratto al vostro spirito, mesta e cara memoria,
mentre i viventi vi letizieranno continui di gaudio attuale: alle
generazioni che cascano inaridite altre ne succedono verdi, foglie
dell'albero della vita; così piacque a Dio. Di poca fede! mamma, io ti
ammonisco a non dubitare... e sappi che l'ira del Signore contro la mia
casa è sodisfatta; io sono l'ultima stilla del calice dell'amarezza; e
sento che con la mia morte il terribile conto aperto lassù con la mia
famiglia resta saldato... Consolatevi, adesso per voi altre incomincia
la giornata del premio.

Il cuore della creatura umana, quantunque talvolta impietri, di granito
non diventa mai, ed ancorchè lo diventasse, le rugiade dei cieli hanno
virtù di penetrare nei suoi pori; tanto più la divina consolazione
giunge a blandire co' tepidi fiati l'anima nostra, comecchè intirizzita
dal sido del dolore; onde le donne si sentirono alquanto sollevate.

Ma il dì veniente, mentre Arria, Isabella ed Eufrosina alla medesima ora
dimoravano nello stesso atteggiamento del giorno innanzi, ecco Arria
prese a battere le palpebre presto presto, come l'uccello l'ale quando
lo punge amore di tornare al nido; strinse le mani, aggrinzò la pelle
negli angoli della bocca, un nervo le saltellò, le guizzò due volte o
tre in mezzo alla sinistra guancia, e dalla gola a stento le uscì un
singhiozzo: pianse da un occhio solo, una lacrima sola, l'ultima.

Arria era cessata. Al cascare delle foglie ella cadde, foglia pure essa,
troppo presto seccata sull'albero della vita. Isabella per questa volta
non levò nè anche gli occhi al cielo in atto di preghiera o di minaccia;
gli torse obliqui, e facendo con la mano destra l'atto di cui si stacchi
qualche cosa che gli dia molestia, borbogliò come mordendo le parole:

— Va' via, aspide di speranza... fuori del mio cuore... intanto che
aspetto i vivi, mi tocca a seppellire i morti!

Il dottor Taberni, commosso alla vista di tanta miseria, volle
profferire soccorso, ma tante volte avendolo fatto invano, adesso si
peritava; pure, vinto ogni ritegno, ci si provò, ma Isabella gli
prendeva le mani e se le portava al petto e gli diceva: — Io non ho più
lacrime.... poca fiducia pongo nella preghiera.... che vi dirò? La
vostra anima ve ne rimeriti.... altri si desolano più infelici di me....
sovvenite quelli.... E con siffatto pretesto ricusava.

Il dottore non sapeva capacitarsi come Isabella avesse sopperito alle
spese del mortorio, ma di corto ne fu chiarito, non vedendo più agli
orecchi delle donne i pendenti conservati fin lì.

Isabella pertanto, verso sera, una sera triste e per giunta
piovigginosa, si condusse dal solito marmista per commettergli una
solita lapide col solito motto «_dolor_».

Il marmista, fissando gli occhi sopra la faccia bianca, marmorea
d'Isabella, n'ebbe paura; onde esitando le domandava:

— Ma sapete, donna, quante di queste lapidi voi mi avete ordinato fin
qui?

— Se lo so! se lo so!.... Sono sei.... e non finiranno qui.

Il buon maestro sentì entrarsi addosso il ribrezzo della febbre
quartana, ma lo esorcizzò con un litro di nebbiolo: fece la sesta
lapide, e tutto tremante sopra la sesta fossa l'adattò. Tornato a casa e
riconfortatosi col medesimo argomento del nebbiolo, si mise dinanzi un
foglio spiegato, che era liscio, ma per voglia di lisciarlo vie più ci
passò sopra la mano, e tutto lo sgualcì; poi, impugnata la penna col
garbo che adoperava lo scarpello, scrisse la seguente lettera:


  «_Signora Isabella_,

«La lapide è al posto; e _addio_; con la presente vengo a _dirgli_, che
non _gli_ mando il conto, perchè non intendo essere pagato — e non
voglio, e in casa mia il padrone sono io; veda, prima di andare a letto
mi butto in ginocchioni per pregare Dio a _volergli_ risparmiare delle
altre tribolazioni; creda che non mi rimango da dirgli: — via, lasciala
stare quella poverina; ora la potresti smettere; chi troppo mangia
scoppia: tu non hai da permettere che delle Marie di sette dolori ce ne
abbiano ad essere due. Spero che intenderà la ragione, ma se non la
volesse capire, allora la vengo a supplicare di servirsi da un altro,
perchè, non se ne abbia a male, ma creda in coscienza, che quando ho
scarpellato una lapide per lei ne perdo il sonno e l'appetito per una
settimana, e mi cresce il bisogno di bere per cacciare la malinconia:
per tutt'altro ai suoi servizi; e _addio_; di tutto cuore, ecc.»

Oh! il popolo ha cuore; così avesse cervello!


  FINE DEL SECONDO VOLUME.



INDICE DEL SECONDO VOLUME


  Capitolo X.                   _pag._   7
  Capitolo XI.                          99
  Capitolo XII.                        183
  Capitolo XIII.                       257
  Capitolo XIV.                        327



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (brulichio/brulichío, còmpito/cômpito, Goethe/Goëthe
e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il secolo che muore, vol. II" ***

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