Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Eh! la vita....
Author: Capuana, Luigi, 1839-1915
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Eh! la vita...." ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



                            LUIGI CAPUANA


                            EH! LA VITA....


                               NOVELLE

                           SECONDA EDIZIONE



                                MILANO
                      SOCIETÀ ANONIMA EDITORIALE
                          DOTT. R. QUINTIERI


PROPRIETÀ LETTERARIA

_Ogni copia deve portare il «timbro a secco» della_ Società degli Autori
_di Milano_

Premiata Tipografia AGRARIA — Milano, Via Agnello, 8



      _A MICHELE LA SPINA, fedele amico, con immutata ammirazione
      e con intenso affetto._

        22 _di Settembre_ 1913.

                                            LUIGI CAPUANA



PASQUA SENZ'ALLELUJA


Nessuno se n'era mai accorto; ma quasi ogni notte Maria Ledda, dalla
finestra, e Nino Sbrizza, dalla parte del vicolo, si comunicavano a
bassa voce le loro pene di cuore.

Nino era geloso del figlio di mastro Paolo Barreca che, ogni domenica
notte, conduceva i suonatori sotto i due balconi della casa di massaio
Ledda e cantava, per lo meno, mezza dozzina di _canzuni_, una dietro
l'altra, facendo sfoggio della bella voce di cui era orgoglioso.

C'erano volute tutte le preghiere e tutte le calde raccomandazioni di
Maria per ottenere da Nino Sbrizza che lasciasse sbraitare il Barreca
come gli pareva e piaceva. Non era sicuro di essere il preferito?

— Ma lui si vanta...

— Di che?

— Che tua sorella gli ha assicurato...

— Mia sorella non ha assicurato e non può assicurar niente a nessuno.

— Te n'ha parlato però!

— Mai! E se mi dicesse qualcosa, le risponderei: bada ai fatti tuoi.

— Pizzuto, che fa all'amore con tua sorella, è amico intimo di Barreca.
Gli ha promesso: Ci penso io!

— Infatti!...

Lei si sporgeva dal davanzale della finestra; lui si rizzava sulla punta
dei piedi, salito sopra un pezzo d'intaglio della casa in costruzione là
di faccia; ma non si potevano toccare neppur la punta delle dita. Pel
vicolo stretto, buio, passò un cane randagio, che die' due o tre abbai,
e scappò a una pedata di Nino. Dopo breve pausa, la conversazione
ricominciò:

— E tuo padre?

— E' in collera con mia sorella, appunto per Pizzuto.

— Io ho in casa la lima sorda di mia madre che vuol darmi la figlia di
Garozzo.

— Sposala!

— Lo so; non ti dispiacerebbe: sposeresti Barreca...

— C'è lui solo in questo mondo?

— Che cosa hai detto?

Parlavano così basso che talvolta le parole di lei arrivavano giù come
un confuso mormorio, e quelle di Nino si dileguavano per l'aria quasi
fossero un po' di fumo.

Maria si era ritirata improvvisamente e aveva chiuso la finestra. Egli
attese mezz'ora, lusingandosi che lei ricomparisse. Accadeva spesso che
un rumore interno dèsse un falso allarme. Ma quella volta Maria non si
fece vedere neppure dietro i vetri, a picchiarvi su leggermente con la
punta delle dita, per saluto. Cominciava a piovigginare.

La mattina dopo, Nino, appena uscito di casa, si trovò faccia a faccia
con Pizzuto che pareva lo attendesse.

— Posso dirti una parola?

— Anche due.

— Tu vuoi sposare Maria Ledda.

— C'è qualcuno che non vuole?

— Precisamente, come dispiace a te che ci sia un altro...

— Ognuno per sè, Dio per tutti.

— Vorresti, forse... Perchè si dice: Fra due litiganti il terzo gode.

— Lo sai bene che il mio boccone non può toccarmelo nessuno.

— O dunque?

— Parlo per voialtri.

— Chi ha più forza vince.

— E' quel che dico io. Bisognerebbe fare una scommessa, per finirla
presto.

— Quasi noi fossimo padroni della volontà altrui!

— Dire alla ragazza: Mettici alla prova.

— Io, se tu non lo sai, ci sono alla prova da due anni. Barreca ha
voglia di sgolarsi con le notturne! E se tu credi che la protezione
della sorella, che è la tua _zita_[1], possa far cambiar Maria di
volontà, la sbagli grossa. Di' piuttosto al tuo amico che si metta il
cuore in pace. E la finisca con le _notturne_[2] se no, qualche domenica
notte succederà uno sbaraglio. Sono sei mesi che tenta. Credevo che egli
ignorasse che il posto è preso. Ora, però, che non posso più dubitare...

  [1] Amorosa.

  [2] Serenata.

— Non ti scaldar tanto!

— Che diresti tu se io tentassi di guastarti il nido?

— Con me è un'altra cosa.

— E' un'altra cosa anche con me. E facciamo conto che non ci siamo
visti, se sei un uomo, e se hai stomaco.

                                  *
                                 * *

Lo stesso giorno, Nino si presentò a mastro Tano il _suonatore_ che
accompagnava le _notturne_ di Saro Barreca.

— Per tre, quattro nottate, di domenica...

— Impossibile. Sono impegnato.

— Vi pago il doppio. Non faticherete niente. Dovrete sparire; e _càlia_
e vino quanto ne vorrete, voi e i vostri compagni.

— Che mi fate fare!

— Questa è la caparra.

Senza mastro Tano era impossibile di combinare una _serenata_. Il suo
violino parlava: — Buona sera! Buona sera! — con la voce di un
cristiano. E se, smesso il violino, egli prendeva a suonare lo zufolo di
canna, altro che il flauto del farmacista Arcurio quando egli vi
soffiava: _Mira Norma, ai tuoi ginocchi_.... e la gente si affollava
davanti alla farmacia!

Saro Barreca, quella domenica, pareva pazzo. Andava di qua, di là, su e
giù anche pei viali fuori Porta, domandando a chi incontrava: — Avete
visto mastro Tano, il suonatore? — Nessuno lo aveva visto. Neppure la
_maestra_, come chiamavano sua moglie, ne sapeva niente. E il secondo
violino? E il contrabasso? Spariti tutti! Poteva immaginare che era un
tiro fattogli da Nino Sbrizza?

E, la notte del lunedì Nino diceva a Maria:

— Sei dispiacente; non hai avuto la _notturna_.

— Vuol dire che ha capito.

— Gliel'ho fatta capire io. Che è?... Piangi?

Maria singhiozzava.

— Parla più forte. Non aver paura! Con questo vento....

Il vento urlava nel vicolo, scoteva i tetti delle case e le imposte,
quasi volesse portar via tutto, giù, nella vallata. Nino stentava a
tenersi ritto sul solito pezzo d'intaglio che gli serviva da
piedistallo. Il vento, che spazzava il vicolo, spazzava via pure le
parole della ragazza, un po' soffocate dai singhiozzi.

— Tuo padre?... Che vuole tuo padre?

— Gli hanno parlato...

— Che importa?... Se tu mi vuoi bene...

— Anche mia sorella...

— Chi le tocca il suo Pizzuto? Ah!... Tu dovresti darmi retta!... La
notte del sabato santo.

— No! Questo no!...

— Sai? E' tornata la _gnà Vicenza_. Suo figlio è morto. Verrà a
trovarti. Con lei, possiamo fidarci, come prima...

Quella vecchietta, filatora di lino, era stata la loro confidente, la
loro ambasciatrice. Da che se n'era andata a Grammichele, in casa del
figlio, maritato colà, essi avevan dovuto adattarsi a quelle
conversazioni notturne, tremando sempre di essere scoperti; spesso, come
quella nottata, col vento che infuriava, non riuscendo a intendersi, e
anche con la paura di buscarsi un malanno.

Alla notizia della visita della vecchietta, Maria ripetè:

— Questo, no! Questo, no! Ti saluto!...

                                  *
                                 * *

Con la filatora Nino si sfogava:

— Non c'è altro verso. Se vuol farmi fare la buona Pasqua! Ora, con Saro
Barreca guerra dichiarata. Un dispetto lui a me, due io a lui; botta e
risposta! Finora ci ha avuto poco gusto. Dice che sta per indurre suo
padre a far la richiesta a massaio Ledda.

— Dispone forse della volontà della figlia?

— Ah, _gnà Vicenza_! Voi sapete come sono le ragazze.

— Maria è buona, assennata...

— Niente; non c'è altro verso! Io poi dirò a suo padre: Fate come
volete. Non è per la dote...

— E' necessaria anche questa!

La _gnà Vicenza_ si era ripresentata in casa di massaio Ledda col
pretesto di chiedere lavoro, lino da filare; e aveva portato con sè la
rocca con un grosso pennecchio e il fuso; c'era così bel sole su la
terrazza! Maria e sua sorella andavano e venivano, per le faccende di
casa. Maria ora indugiava a innaffiare i garofani e le viole a ciocche,
e la _gnà Vicenza_, pur continuando a filare, quasi non badasse ad
altro, le diceva:

— Fàllo contento. Non è giovane da abusarsi delle circostanze.

— Sua madre vuol dargli la figlia di Garozzo.

— Sua madre sarà felice del cambio... Mentre nessuno è in sospetto, nè
tuo padre, nè tua sorella... Andresti via con S. Giovanni, santo
glorioso, a suon di campanella benedetta...

Alludeva alla scommessa che correva tra i giovani massai per suonare, la
notte di sabato santo, la campanella detta di San Giovanni e poi nella
processione della _Inchinata_, la domenica di Pasqua. Saro Barreca aveva
giurato: — Dovrò sonarla io! — E Nino Sbrizza, saputolo, aveva giurato:
— Non la sonerai!

Maria era rimasta perplessa. Quella fuga, accompagnata dal suono della
campana di san Giovanni, le aveva acceso l'immaginazione. La gnà
_Vicenza_ insisteva per la risposta.

— Gliela darò domani, alla benedizione delle Palme. Io, mia sorella e le
nostre cugine saremo davanti al ballatoio del _Sordo_. Egli prenda di
mira l'albero più vicino, per buttarlo giù quando sarà il momento e
s'impossessi della palma benedetta. La gitti per aria, verso di noi. Io
l'afferro, e se la bacio... vuol dire di sì!

— E se non riesci ad afferrarla?

— Mi bacio una mano. E vuol dire di sì. Se lui non butta per aria la
palma benedetta, significa...

— Non significa nulla, con le zuffe che accadono. Palma o non palma,
vado a farlo felice. La Madonna ti aiuti, figliuola mia!

E vedendo entrare _Rica_, la sorella di Maria, con un corbello di ulive
nere salate da asciugare al sole, la _gnà Vicenza_ disse:

— Per Pasqua ne voglio un pugno!

— Intanto, tenete.

La vecchia sporse il grembiule e Rica gliene versò due giumelle colme.

— E questa per me... — soggiunse Maria.

                                  *
                                 * *

Il piano davanti alla chiesa rigurgitava di gente. Allato alla porta
maggiore, chiusa perchè la cerimonia voleva così, il rozzo altare di
pietra era parato a festa. Durante la nottata il piano aveva cambiato
aspetto: un gran viale fiancheggiato da alberi improvvisati — lunghi
pali di aloè confitti al suolo rivestiti di rami di querce e di olivo
con in cima una piccola palma inargentata — si allungava, facendo gomito
dalla via, fino alla porta maggiore della chiesa.

Le Ledda e le cugine erano tra la folla in attesa della processione.
Nino Sbrizza, vestito di panno azzurro scuro, col berretto alla
marinara, un garofano rosso all'occhiello e un sigaro in bocca
passeggiava assieme con due amici lungo il viale, divorando con gli
occhi Maria, che lo guardava a tratti, fuggevolmente, per non farsi
scorgere dai curiosi. E mentre Nino scendeva da un lato del viale, Saro
Barreca, vestito anche lui di panno azzurro scuro, col berretto alla
marinara, con una rosa all'occhiello e il sigaro in bocca, veniva su
dall'altro lato, fermandosi a ogni po' assieme con Pizzuto e un altro
amico di rimpetto al posto dov'erano le Ledda e le cugine, cavando di
tasca a riprese il fazzoletto di seta a vivaci colori, come per segnale
convenuto, allo scopo di far arrabbiare Nino Sbrizza, che tornava
indietro in quel punto.

Poi Sbrizza e i suoi amici si erano fermati presso uno degli alberi,
quasi per prenderne anticipatamente possesso. Giacchè la processione,
coi confrati e la banda musicale e i canonici che cantavano si avanzava,
un fremito correva tra la gente, specie tra gli uomini che dovevano, al
momento della benedizione, atterrare gli alberi e afferrare la palma
benedetta attaccatavi in cima.

Fu un attimo. Parve che una ventata li scotesse e li abbattesse da una
punta all'altra del viale. Nino Sbrizza, con due poderose spinte, aveva
sradicato il palo di aloè e già stendeva la mano ad afferrare la palma
argentata, quando Saro Barreca, con un salto, gli si precipitò addosso,
strappò dall'albero la palma e trionfalmente, la lanciò per aria, verso
il punto dove erano le Ledda. Cento braccia si tesero in alto per
afferrarla ma una delle cugine Ledda fu la più lesta di tutti. La
baciava, la dava a baciare come cosa benedetta. Quando toccò a Maria,
però essa si baciò più volte la mano. E Nino Sbrizza, che stava per
perdere il lume degli occhi per la soverchieria del Barreca, alla vista
di quei baci alla mano, si frenò, diè un grande respiro di sodisfazione,
e raccattò da terra il sigaro che gli era cascato nella breve lotta.

— Ah!... Era di sì! Non gli occorreva altro!

La gente si riversava in chiesa dalla porta maggiore spalancata tutt'a
un tratto; e mentre la processione s'inoltrava per la navata di mezzo,
un frate agitando le braccia, si sporgeva dal pulpito gridando:

— _Benedictus qui venit in nomine Domini!_

Ma il rumore della folla era tale che il predicatore pensò bene di
smetter quasi sùbito.

Nino, addossato a una colonna, approfittando della gran confusione,
faceva cenni, con gli occhi, a Maria, che volevano significare:

— Grazie! Grazie!

Maria, quasi atterrita dell'assenso dato, sorrideva tristemente.

                                  *
                                 * *

Ora la lotta era presso il Parroco. La campanella di San Giovanni si
concedeva al miglior offerente.

Il Parroco spiegava:

— Capisci, figliuolo mio. Tu rappresenteresti il più amato discepolo di
Gesù Cristo, San Giovanni evangelista. Gesù è risuscitato. La Madonna e
le Marie non lo hanno trovato nel sepolcro; lo cercano dappertutto dopo
che l'Angelo ha detto a Maria Maddalena: — Non è qui! — E così san
Giovanni va attorno per avere notizie del Signore risuscitato. _'Ntio!
'Ntio! 'Ntio!_ Il suono della campanella significa: — Lo avete visto? Lo
avete incontrato? — per portar la notizia alla Madonna che piange il
figliuolo morto crocifisso. _'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!_ E' come se tu fossi
San Giovanni!... Dunque che daresti?

E il parroco notava il nome e l'offerta.

— Scriva — disse Saro Barreca: — Mezza salma di farro. E se ce ne vorrà
di più, metterò di più. La campanella dev'essere mia.

— Eccola là! — rispose il Parroco. — Appoggiata al muro.

Il manico della campanella, incastrato in bilico su un grosso bastone
colorato in rosso, era già ornato di rose finte; e lasciava pendere fino
a terra il laccio che doveva permettere di fare quei rintocchi di rito:
_'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!_

Saro volle provarsi.

— Bravo! — disse il Parroco. — Ma bisogna attendere fino a venerdì sera,
per la certezza. Si tratta dell'interesse della chiesa; le offerte non
servono per me ma per le spese del culto.

Nino Sbrizza volle arrivare proprio all'ultimo momento, e soverchiare
tutti. Andò, di sera, in casa del Parroco per parlargli a quattr'occhi.
Nella sagrestia c'era sempre gente, o il sagrestano; e Nino non voleva
testimoni.

— Dica, _vossignoria_; io accetto la sua parola.

— Ma, figliuol mio...

— Niente! Pago sùbito, in contanti anche. Dica vossignoria!... E pago io
pure la banda.

— Sogliono far cena a mezzanotte. Un montone al forno, e vino e
_càlia_... Lo sai!

— Due montoni, se occorrono... E quel che vossignoria comanda!

Nino, con le braccia dietro la schiena, in piedi davanti al Parroco
attendeva la risposta decisiva, che questi pareva cercasse nel breviario
aperto sul tavolino per dire l'uffizio.

— E _vossia_ farà la buona Pasqua col tacchino che riceverà sabato
mattina...

— Oh, per me, nulla! Io non c'entro! Io non c'entro! — protestò il
Parroco. — Per la chiesa, per la campanella... una salma di farro o il
prezzo. Sei contento? Faccio una particolarità, per riguardo di tua
madre che è una gran devota.

— E il tacchino... lo manderà mia madre. Le bacio la mano!

La _gnà Vicenza_, col pretesto delle funzioni religiose della settimana
santa, stava attorno a Maria Ledda per riportare notizie, per battere il
ferro, come lei diceva, mentre era caldo, perchè quella benedetta
ragazza riguardo alla fuga, aveva un cuor d'asino e un cuor di leone,
secondo i momenti e le piccole circostanze. E Nino le andava dietro da
una chiesa all'altra, facendo le viste di visitare i santi Sepolcri. E
più tardi, durante la processione del Cristo alla Colonna, si strizzava
rabbiosamente le mani e si mordeva le labbra, per quella malombra di
Saro Barreca, che, assieme con Pizzuto, ora seguiva, ora precedeva le
Ledda. Poi Nino pensava che tra due giorni, Maria sarebbe scappata di
casa con lui, e si rasserenava e faceva l'indifferente.

Quando Saro apprese che la campanella di Pasqua era toccata al suo
rivale, andò a prendersela col Parroco, minacciando, bestemmiando nella
sagrestia, quasi si trovasse in una taverna. Il Parroco ch'era un omone,
lo aveva preso per le spalle e messo fuori dell'uscio, ripetendo:

— Nella mia chiesa faccio quel che mi pare!

                                  *
                                 * *

In quei giorni, Maria Ledda sembrava una mosca senza capo. Si aggirava
per la casa, cominciava una faccenda, smetteva, ne principiava un'altra,
e rimaneva come incantata, con le braccia ciondoloni, guardando per
aria.

— Che hai? — le domandava la sorella.

Rispondeva con una spallucciata; e se ne andava su la terrazza, quasi
nelle stanze sentisse mancarsi il respiro. Ormai aveva detto di sì! Ma
che sarebbe avvenuto dopo? Le pareva che non dovesse più rivedere la
casa dove era nata e cresciuta; la sua cameretta imbiancata a calce, coi
santi appiccicati al cappezzale, la candela della Candelora e la piletta
di terraglia per l'acqua benedetta.

Nel vuoto del muro, riparato con una vecchia coltre, stavano appesi i
vestiti, e giù, su una tavoletta, le scarpe, gli stivaletti, assieme con
un cofanetto di paglia, a colori, ripieno di sete, di aghi, di scampoli,
di fettucce, di cordelle, e tra essi, un paio di forbicine. La cassa,
tinta di verde, a piè del letto, con la biancheria sua particolare, due
scialli, uno nero e l'altro di seta gialliccia, per l'estate,
fazzoletti, calze, nascondeva, sotto sotto, i regalucci di Nino, che non
poteva mostrare ai parenti: due anelli e una collana di corallo.

Maria, tirava da parte la coltre e rimaneva a guardare i vestiti,
rivoltati, appesi ai chiodi; apriva la cassa verde, metteva sossopra la
biancheria, gli scialli, e tastava la carta dov'erano involtati gli
anelli e la collana.

— Non ti prepari, per la visita ai santi Sepolcri e per la processione?
C'è, di là, la _gnà Vicenza_ che si accompagnerà con noi. Che stai a
rimestare? — venne a dire _Rica_.

— Su, _lagnusazza_![3]. Io che sono vecchia sono già pronta.

  [3] Pigrona

E la _gnà Vicenza_, entrata nella cameretta, appena si vide sola con
Maria, la rimproverò:

— Dovresti, anzi, mostrarti più allegra degli altri giorni! Infine, non
vai alla morte. Quel poveretto smania, non vede l'ora. Passerà due volte
con la banda e la campanella; alla terza volta sarà solo, mentre gli
altri mangeranno il montone al forno e si ubbriacheranno nella taverna
di Scatà. Un vestito, due camicie, due paia di calze... Butterai
l'involto dalla finestra... e scenderai le scale! Se non fosse pel buon
fine.... Figurati, figliuola mia, se penso a dannarmi l'anima! Allegra!
Coraggio!... Vuoi che ti pettini io?

— Farò più presto da me. — rispose Maria.

E aveva il pianto nella voce, e le lacrime che le gonfiavano gli occhi.

— Non farti scorgere!... Allegra!

Di là si sentiva la parola grave e lenta di massaio Ledda:

— Io devo tenere le maniglie della barella del Cristo alla Colonna. E'
devozione di famiglia: da padre in figlio. Voialtre spicciatevi.

Appunto quella sera Maria, che avrebbe voluto vedere il padre alle
maniglie della barella del Cristo alla Colonna, dovette voltarsi
dall'altra parte, irritata dalla sfacciata insistenza con cui Saro
Barreca la guardava, quasi avesse qualche diritto di perseguitarla in
quel modo.

E mentre il Cristo, tutto piagato, legato da un cordone dorato alla
colonna di argento, con le mani dietro la schiena, barcollava sulla
barella, in mezzo alle torce accese davanti alla raggiera che lo
circondava, la _gnà Vicenza_, stringendo una mano di Maria, pregava in
modo che questa la udisse:

— Signore Gesù, aiutate le anime in pena che si rivolgono a voi! Date ad
esse forza e coraggio per quel che devono fare; così, con la vostra
divina grazia, potranno servirvi santamente in questa vita e
glorificarvi, dopo morte, nell'altra!

                                  *
                                 * *

Nino era in grandi faccende per via della cena nella taverna di Scatà.

Dalle due di notte — allora si contava così — fino alla mezzanotte, la
banda andava dietro a colui che sonava la campanella di San Giovanni,
con gran rumore di tamburo, di gran cassa e di piatti. Poi fatto onore
al montone al forno — pietanza tradizionale in quella occasione — veniva
ripresa la passeggiata per le vie, dietro il _'Ntio! 'Ntio!_ della
campanella, con rinforzo di passi doppi, allegramente stuonati e grida
degli sfaccendati che li seguivano:

— Viva la Misericordia di Dio!

Nino voleva fare le cose alla grande.

Lo zi' Scatà, il tavernaio, in maniche di camicia con le mani incrociate
sul pancione, proponeva:

— E se cuocessimo due fili di maccheroni?

— No, si andrebbe troppo per le lunghe.

— Anzi! Il sugo li fa scivolare giù per la gola meglio di ogni altra
cosa.

— Vada pei maccheroni!

— Vino di Vittoria, arrivato fresco fresco!

— E senza battezzarlo, mi raccomando.

— Lo zi' Scatà è cristiano, ma il vino lo vuole turco...

— Per sè. Ma per gli altri?

— E _càlia_ e fave arrostite a disposizione dei bevitori.

— Tutto pronto per la mezzanotte.

— Non è la prima volta, compare Nino... Io — scusate il consiglio —
aggiungerei le cassatelle di ricotta col miele. Mia moglie, che è stata
nel Monastero, le prepara meglio delle monache.

— Non mi dispiacciono, zi' Scatà!

Voleva farsi onore. Voleva che, ogni anno, si ricordassero della cena di
Nino Sbrizza, quando scappò con Ledda, la notte del Sabato Santo. E
mentre dava gli ordini, gli pareva che Maria fosse presente e
l'approvasse, perchè la campanella di San Giovanni, e il montone al
forno, e i maccheroni e le cassatelle di ricotta col miele, erano in
onore di lei, una festa di amore!

Glielo ripetè la notte appresso:

— Una festa di amore per te!... Hai tutto pronto?

— Ah, Nino! Che mi fai fare!

— Ti sei pentita? Non mi vuoi bene?

— Ti avrei detto di no, come da principio. Penso a mio padre. Non mi
perdonerà!

— Fra due mesi, saremo marito e moglie! Non devi pensare ad altro!

— _Rica_ forse sospetta qualcosa. Mi ha detto: — Quella _gnà Vicenza_!
Certe vecchie portano alla perdizione! — Per chi mi hai presa? — le
risposi. — Poveretta! Vorrebbe un paio di scarpe vecchie!

— E' la nostra provvidenza! Le regaleremo un vestito nuovo. Se lo
merita. Hai capito bene? Passerò due volte colla campanella e la banda.
Poi li lascerò a ubriacarsi da Scatà. Due soli _'Ntio! 'Ntio!_ da
sentirsi appena; butterai il fagotto giù dalla finestra, io sarò davanti
alla porta...

— Zitto!... Mi è parso...

Maria accostò l'imposta; Nino si addossò al muro. Nella fitta oscurità e
nel silenzio egli sentiva il battito accelerato del cuore.

Maria riaperse lentamente l'imposta. Nino, con un salto, fu sul pezzo
d'intaglio che gli serviva da piedistallo proprio sotto la finestra.

— Sii pronta, per carità!

— Sì, sì! Buona notte!

— Buona notte.

E Nino si avviò, zufolando, verso casa, strofinandosi le mani
dall'allegrezza perchè quello era l'ultimo loro segreto colloquio
notturno!

                                  *
                                 * *

La festa dell'_Inchinata_, dalla notte del Sabato Santo alla mattina
della Domenica di Pasqua, poteva dirsi una specie di rappresentazione,
di Mistero Sacro, dove facevano da personaggi la campanella di San
Giovanni, la Madonna avviluppata col manto di lustrino nero, e il Cristo
risorto, col braccio destro levato in alto, il pennone tramato d'oro,
attaccato all'asta, nel pugno sinistro.

Per ciò ogni anno don Giuseppe il sacrestano ripeteva le istruzioni a
colui che doveva fare da San Giovanni, e ai quattro giovani massai che
regalavano due tumoli di frumento ciascuno per portare a spalla la
leggera barella della Madonna col manto.

— Nella nottata, è niente: _'Ntio! 'Ntio 'Ntio_ per le vie; ma, domenica
mattina, quando vien la Madonna in cerca del Signore resuscitato e va ad
attendere nella chiesetta di San Rocco, voi, figliuolo caro, dovete
correre su e giù, tra le due ale di confratelli schierati in piazza;
andare come uno sperduto che non sa più dove dar la testa; sempre più
lesto, sempre più lesto, perchè vorreste consolare la Madonna: —
Finalmente! L'ho trovato! — Intanto il Signore resuscitato vien portato
nella Piazza, con la testa alta, con quegli occhi da spiritato che
mettono paura... E appena voi lo vedete, un bell'inchino con la
campanella e con tutta la persona e, addietro, di corsa. _'Ntio! 'Ntio!
'Ntio!_ Voialtri, con la barella della Madonna accorrerete alla notizia,
a precipizio; io tiro il laccio che fa andar giù il manto e... tre volte
avanti, tre volte indietro, tre inchini tra Madre e Figlio. Poi si
fermano l'uno di faccia all'altro, fino a che non arriva il clero col
Santissimo Sacramento, e non si avvia la processione, la Madonna
innanzi, il Signore resuscitato dietro, e San Giovanni con la
campanella: _'Ntio 'Ntio! 'Ntio!_ quasi per invitare a gridare: _Viva!
Viva!_

Non c'era bisogno di queste istruzioni; ma don Giuseppe avrebbe creduto
diminuita la sua autorità se non avesse riuniti nella sagrestia Nino
Sbrizza e gli altri quattro giovani massai. Il suo zelo, però, non era
proprio disinteressato. Nino infatti gli disse:

— Verrete a prendere un boccone assieme coi bandisti, da Scatà, domani
notte.

E gli altri:

— Scusate, don Giuseppe. Bevete un bicchiere di vino alla nostra salute.

Don Giuseppe stese la mano e intascò, senza fiatare, quel pugno di
soldi.

                                  *
                                 * *

— Sissignore! Col camice da confratello!

E Nino, al lume del mozzicone di torcia accesa da don Giuseppe su un
piccolo candelabro della sagrestia, indossava il camice e la mantellina
rossa; ma sopra di esso infilava il giubbone di panno, foderato di lana
verde, col cappuccio, per garantirsi dal freddo di quella nottata di
marzo, che era proprio di quello che _penetra fin il corno del bue!_

Appena l'orologio della chiesa finì di sonare i cento colpi — _din!
don!_ — delle due ore di notte. Nino si mise alla testa della banda,
tirando il laccio che pendeva dal manico della campanella infiorata:
_'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!_

Si udiva per le vie il grande scalpitio degli scarponi dei contadini che
seguivano la banda, e il picchiare dei loro bastoni sul selciato, quasi
per battere la solfa, e, di tratto in tratto, le grida:

— Viva la Misericordia di Dio!

Maria aveva dovuto fingere di andare a letto dopo che la campanella era
passata per la via, tornando indietro. Tendeva l'orecchio per
convincersi che il padre e la sorella fossero nel primo sonno; e non
osava di accendere il lume, di mettere i piedi a terra, con le sole
calze, per non fare il minimo rumore. Nel gran silenzio della notte, le
arrivava, ora sì, ora no, il lontano _'Ntio! 'Ntio!_ della campanella,
la voce di Nino, le pareva, che si raccomandava: Tienti pronta; tra
un'ora sarò costì!

Tra un'ora! Oh, per amore di lui si sarebbe buttata viva nel fuoco. Ma
quella fuga diventava per lei qualcosa di peggio. Lei stessa aveva
terrore che, all'ultimo momento, non le venissero meno la forza e il
coraggio....

Ed ecco — mettevano i brividi, quasi lanciassero per l'aria un
malaugurio — ecco i cento colpi dell'orologio — _din! don!_ — che
suonavano la mezzanotte dal campanile della Matrice. Arrivavano da
lontano, fiochi, lenti... non finivano più. Tra mezz'ora, tra un quarto
d'ora, Nino avrebbe lasciato gli altri nella taverna di Scatà...
L'avrebbe condotta da una parente di lui, e sarebbe tornato a riprendere
il giro con la campanella e la banda, fino all'alba, come se niente
fosse stato!

Nella casa e nella via silenzio profondo.

Acceso il lume, preparò il fagottino, infilò le scarpe, si buttò addosso
lo scialle, e si sedette accosto alla finestra socchiusa, soffocando i
singhiozzi con un fazzoletto, col cuore in tumulto, trasalendo a ogni
piccolo rumore.

Udì lievi passi sotto la finestra. Spense il lume, aprì metà
dell'imposta, e tossì leggermente. Le fu risposto allo stesso modo.

— Tieni! Scendo!

Il fagotto non era caduto per terra. L'imposta fu socchiusa, il lume
riacceso; e due minuti appresso per la via dove ancora non erano
lampioni, nella fitta oscurità della notte, risuonarono i passi dei
fuggitivi... Immediatamente, allo svolto della cantonata, un gran grido
di donna che chiamava: Aiuto! Aiuto!

Poi niente.

                                  *
                                 * *

Pietro Chitella, inteso _Lasagna_, si era precipitato nella taverna di
Scatà come se fosse stato inseguito, pallido, con la voce strozzata
nella gola:

— Hanno ammazzato... qualcuno!

— Dove?

— Lassù.... vicino a casa mia. Un grido: Aiuto! Aiuto!

— E' il vino di Pasqua! Eh? — disse lo zi' Scatà che non voleva
disturbata la festa.

Il brigadiere dei carabinieri però ordinò di preparare le lanterne e con
due militi e parecchi della banda che volevano vedere il morto: —
Torniamo sùbito! — si affrettarono dietro a Lasagna che ripeteva, senza
andar oltre nella narrazione:

— Volevo accendere la pipa dopo di aver chiuso la porta... Erano tre,
quattro alla svolta della cantonata... Andavano di fretta, si capiva dal
rumore dei passi... E tutt'a un tratto: Aiuto! Aiuto!... Lasciai di
accendere la pipa... Mi parve voce di donna!

Nino era rimasto inchiodato su la seggiola, sbalordito dal contrattempo.

— Quel _Lasagna_! E' il vino di Pasqua!... Allegria, signori miei!...

Lo zi' Scatà andava da un punto all'altro della tavola per rianimare la
festa; ma pure quelli che eran rimasti là si sentivano impressionati
dalle parole di _Lasagna_.

— Anche voi, compare Nino. Dove volete andare?

Nino, che si era tolto la mantellina rossa e il camice da confratello,
s'infilava in fretta in fretta il giubbone di panno, e scappava via,
senza rispondere una parola, quasi uno gli avesse sussurrato
all'orecchio... non capiva che cosa, ma una cosa trista assai!

E a mezza strada, incontrò il brigadiere e gli altri che tornavano
addietro ridendo:

— Niente! Niente! Una ragazza rapita, pare. Sentiremo domani!

Lo avevano visto sparire nel buio, e lo attesero invano da Scatà. Don
Giuseppe il sagrestano, all'ultimo, prese lui la campanella e uscì per
le vie, seguìto dalla banda: _'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!_

Nino intanto, come un cane da fiuto, andava; gli pareva di seguire una
traccia, dopo che aveva trovato aperta la porta di massaio Ledda e Maria
non aveva risposto alla chiamata nel vicolo.

— Com'è stato? Com'è stato?

Si fermava, origliava, riprendeva a correre all'impazzata.

E l'alba lo trovò seduto a pie' di un ballatoio, in una straducola, coi
gomiti su le ginocchia, con la testa tra le mani, quasi rantolando:

— Scellerata! Scellerata!

                                  *
                                 * *

Due giorni dopo, Pizzuto si presentava al brigadiere:

— Creda, creda, signor brigadiere! E' stato per caso. Chi ne sapeva
niente? Io avevo detto a Saro Barreca: — Vuoi scommettere che Nino
Sbrizza penserà di far assaggiare alla Ledda le cassatelle con la
ricotta preparate da Scatà? — E andammo ad appostarci in fondo al
vicolo, per mettergli paura e portargli via almeno le cassatelle... Fu
così, signor brigadiere!... Chi ne sapeva niente? Ora, però, bisogna
accomodare la faccenda. La _picciotta_ dice ancora di no! Ma, capisce?
Saro, che n'era innamorato pazzo... Capisce?... Non è giovane per
nulla... Vedrà. Si aggiusterà ogni cosa. Venga con me. Intanto bisogna
tener d'occhio Nino Sbrizza, che non vuol credere al caso e minaccia di
ammazzare, di squartare!...

Dovette crederci, povero Nino, quando seppe che la sua Maria, non
potendo sopportare l'orrenda fatalità e la violenza patita, si era
conficcata nella gola un paio di forbici, ed era morta proprio mentre
Pizzuto diceva al brigadiere:

— Venga! Si aggiusterà ogni cosa! Saro è pronto!....



IL SEGRETO DI DORA


Dovevano rivedersi dopo sette anni. E da parecchie notti tutti e due non
chiudevano occhio, ossessionati dal ricordo della terribile scena che li
aveva divisi: egli smaniante sul giaciglio del carcere che ora gli
sembrava imbottito di spine; ella nella camera dove si era rifugiata,
come una vedova, dopo di avere fin fatto sigillare e murare l'uscio
della camera maritale, quasi non volesse lasciarsi mai vincere dalla
tentazione di entrarvi.

Sette anni di carcere per lui, sette anni di austera solitudine per lei
avevano ammortito, se non dissipato interamente, i sentimenti di odio e
di sdegno da cui erano state travolte le loro giovani vite. E le
esortazioni, i buoni uffici dei parenti e degli amici avevano finalmente
ottenuto che il pentimento e il perdono iniziassero un'esistenza nuova
per quelle due sventurate creature.

Soltanto, il padre di lui nè la mamma di lei non avevano potuto indurre
la nuora e la figlia a far smurare l'uscio della camera maritale chiuso
così da sette anni. Con inesplicabile risoluzione, ella avea voluto che
quell'atto fosse compiuto sotto gli occhi del Giudice istruttore del
processo, facendo notare in un verbale firmato dal magistrato e da
quattro testimoni che tutto era rimasto nella camera come si trovava nel
momento del delitto, sotto la sorveglianza delle guardie di questura.

— Non volete dunque dimenticare, figliuola mia? — Permettetemi di
chiamarvi sempre così. — Non avete dunque perdonato? — le diceva il
commendatore Loveni, invecchiato più dai dispiaceri che dagli anni.

— Sì.

— Perchè vuoi che rimanga ancora quel triste ricordo? — insisteva la
signora Marozzi con le lacrime agli occhi. — Non hai dunque sinceramente
perdonato?

— Sì! Sì!

— Perchè, intanto?...

— Perchè!

Dora Loveni rispondeva risolutamente così, senza spiegare la ragione che
la faceva ostinare a non accondiscendere alle preghiere del suocero e
della madre.

Parenti ed amici parlavano di dimenticare, di perdonare; la stessa cosa
ripetevano da un mese a Gabriele Loveni, già sul punto di finir di
scontare la pena a cui era stato condannato per omicidio.

— Dimenticare non si può; noi non siamo padroni della nostra memoria —
aveva detto Dora alla madre. — Perdonare, sì... Anche quando non si ha
bisogno di essere perdonate.

Ma la signora Marozzi, che in sette anni, neppure nei più dolorosi
momenti, aveva potuto strappare alla figlia una sola parola di
confessione o di difesa, ed era rimasta sotto il peso dell'angoscia
dell'altero silenzio che ella non sapeva come interpretare, quel giorno,
crollando la testa rispose:

— Tutti abbiamo bisogno di perdono, figliuola mia!

Parve che Dora volesse rispondere qualcosa.

Fece un breve gesto con le mani, un lampo di protesta le si accese negli
occhi e, tutt'a un tratto, le si sbiancò estremamente l'ordinario
pallore del viso, quel fine pallore di avorio che distingueva la sua
bellezza anche ora, dopo sette anni di raccolto dolore che avrebbero
fatto sfiorire qualunque altra giovane donna.

Rimase muta e chiusa. Soltanto, dopo alcuni minuti di silenzio, disse:

— Sarà domani, mamma! Ogni ora che passa diminuisce il mio coraggio. E
per andargli incontro e non mostrargli che tu, suo padre, tutti gli
amici ed io non abbiamo mentito, occorre che mi stordisca, che non
pensi. Spesso noi presumiamo troppo delle nostre forze.

— Avete sofferto molto tutti e due!

— Abbiamo anche scontato, tu intendi dire; è vero?

— No, figlia mia! Io non giudico. Se tuo padre fosse vivo ripeterebbe...

— Lo ricordo: Non giudicate per non essere giudicati! Ma tu sei tale che
nessuno oserebbe di pensar male di te anche vedendoti commettere un
fallo. Sei stata, per l'intelligenza e pel cuore superiore a ogni
sospetto... Come sono passati presto questi sette anni!

— Presto? Ah, figlia mia! Egli... non dirà mai così!

— Hai ragione, mamma!

— Nessuno sa del suo arrivo. Sarà qui con l'ultimo treno della notte.
Suo padre e l'avvocato Nerucci sono partiti sin da ieri per riceverlo
all'uscita dal carcere. E' irriconoscibile, dicono.

— Tanto meglio, mamma! Troverà invecchiata anche me.

— E' irriconoscibile perchè senza baffi e incanutito.

— Che sbaglio questa riconciliazione! Più si avvicina il momento del
nostro incontro e più sento la resistenza dell'ostacolo che ci terrà
divisi, l'uno estraneo all'altra. Ci sarà sempre... quel cadavere tra
noi!

— I morti, figlia mia, perdonano meglio dei vivi.

— Si sente dunque assolto?... Lo ha detto?

— Ha scontato con gran dignità la sua pena. Mai un condannato si è tanto
volontariamente segregato dal mondo! In sette anni non ha dato notizie
di sè a nessuno, neppure a suo padre. Ha rifiutato lettere e visite,
anche di suo padre. Soltanto da poche settimane in qua...

— Ha voluto assaporare meglio la sua condanna.

— Con che amarezza dici questo!

— Conosco il suo orgoglio.

Le parole delle due donne, pronunziate a bassa voce, si dileguavano
nell'ombra della sera che aveva invaso il salotto. Madre e figlia
parevano assorte nella contemplazione di quel lembo di cielo inquadrato
nel vano d'una finestra, limpido, rapidamente cangiante dal puro
smeraldo in una tinta smorta, quasi lattea, dove nuotavano due nuvolette
ancora rosee degli ultimi riflessi del tramonto.

Parvero morire anch'esse e disperdersi come lievi ondate di fumo. E
nella crescente oscurità del salotto si sentivano due respiri affannosi,
di persone che avrebbero voluto piangere e si trattenevano a stento.

Dora si rizzò tutt'a un tratto da sedere. Si udì il secco scatto della
chiavetta della luce elettrica, che brillò sùbito dall'alto del
lampadario.

— Dora, — fece la signora Marozzi — nè allora... nè dopo io non ti ho
mai interrogata. Il mio cuore di madre ha sofferto il lungo tormento di
non volerti accusare e di non saperti assolvere, poichè tu ti sei chiusa
nel più impenetrabile silenzio. Ma in questi momenti dai quali dipende
la tua pace — non oso di dire la tua felicità — tu dovresti avere
assoluta confidenza in colei che ti ha dato la vita, che ti ha nutrita
col suo latte, che ti ha sempre ispirato i più nobili sentimenti con la
parola e con l'esempio. Dora mia! Vorrei vederti davanti a lui a fronte
alta, con l'orgoglio della donna che non ha peccato neppur col pensiero,
o vederti — se è così — con l'umiltà di chi è stata vinta dalla
prepotenza di una passione e non ha ingannato vigliaccamente, per
calcolo... Tu non hai voluto essere, finora, orgogliosa o umile neppure
con me.

— Cara mamma, una persona come te, che scrive libri dove scruta in ogni
pagina il cuore della donna, dovrebbe sapere che noi non siamo per
nessuno quel che veramente siamo, ma quel che appariamo a traverso certi
atti che tradiscono e ingannano. È inutile difendersi.

— Non sempre è vero. Il cuore di una madre...

— Neppure il tuo, — la interruppe Dora — neppure la tua nobile
intelligenza, nè la tua esperienza della vita son riusciti a penetrare
la verità. C'è quella che ha creduto mio marito; c'è quella che potrei
affermare io; c'è quella che risulta, per gli altri, dalla
contradittoria testimonianza dei fatti.... Sono sette anni, mamma, che
io trambascio sotto il peso di questo orrore: e oggi me ne sento
oppressa più che mai. Quale sarà il nostro avvenire?

— La vita ha risorse e compensi che nessuno può prevedere.

— Forse, mamma!

                                  *
                                 * *

— C'è stato un momento — continuò il Direttore del carcere — che ho
avuto gravi apprensioni per lui. Il suo mutismo dei primi mesi, la sua
decisa avversione a ogni lavoro manuale mi facevano supporre un'interna
azione della coscienza che avrebbe potuto produrre qualche fatale
esplosione: la pazzia o il suicidio, che è un atto di vera pazzia. Lo
facevo sorvegliare notte e giorno. Noi abbiamo tante responsabilità.
Spesso ci assale l'impreveduto, ma pochi sanno la lotta che sosteniamo
per non lasciarci sorprendere. Un giorno egli chiese un'udienza. Fui
contento di trovarmi faccia a faccia con uno che non era un condannato
volgare.

— Non volle difendersi — disse l'avvocato Nerucci. — Altri che han fatto
peggio di lui sono stati assolti.

— La colpa è di voialtri avvocati — replicò il Direttore, sorridendo. —
Avevo avuto soltanto una volta l'occasione di vederlo. Sono passati
parecchi anni, ma ricordo benissimo l'impressione che mi produsse la
persona di suo figlio — si rivolse al commendatore Loveni accasciato su
la poltrona accanto all'avvocato — quantunque indossasse la tetra
casacca carceraria. Parlò dimessamente; si lagnò della continua
sorveglianza a cui si vedeva sottoposto. Glie ne spiegai la necessità. —
Senta, — mi disse — sono un galantuomo e un gentiluomo, benchè qui porti
al braccio il numero di un condannato che ha ucciso. Le do la mia parola
d'onore: non medito niente per sottrarmi alla pena che devo scontare. So
di averla meritata davanti agli occhi della Giustizia se non a quelli
della mia coscienza. — La vita di un uomo è cosa sacra — risposi. —
Anche l'onore dovrebbe esser sacro; ma è inutile discutere. Io la prego
di sottrarmi a una sorveglianza che m'irrita mio malgrado. Ripeto: le do
la mia parola d'onore che sarò il più rassegnato dei suoi ospiti, il più
tranquillo. Voglio esser dimenticato da tutti e dimenticare. — Il
regolamento le permette.... — Non voglio usufruire di nessun benefizio
del regolamento — mi interruppe. — Lei non può obbligarmi a scrivere, a
ricevere lettere e visite. Voglio essere lasciato in pace. Non sono più
Gabriele Loveni; ma il numero 614. Quando verrà il momento, se verrà...
— Ecco: è arrivato. Suo figlio sarà qui tra pochi minuti. Non lo vedrà
vestito da condannato.

Gabriele si fermò, esitante, su la soglia e girò rapidamente lo sguardo
attorno come in cerca di qualcuno che si attendeva di trovar là; poi,
quasi barcollante, si precipitò tra le braccia del padre.

— E... lei? — domandò, dopo di aver abbracciato anche l'avvocato.

— Era troppo agitata, troppo commossa da poter affrontare lo scomodo di
questo viaggio — si affrettò a rispondere il commendatore Loveni.

— Mi sono state consegnate ieri tutte le lettere indirizzatemi durante i
sette anni della mia pena... Non ne ho trovato neppur una di... lei!...
E' giusto!

— Vita nuova! Vita nuova! — esclamò l'avvocato Nerucci. — Il passato non
deve più esistere tra voi due.

— La scienza non ha saputo trovar niente per far dimenticare!

La sua voce era divenuta roca, la sua lingua un po' impacciata, quasi il
lungo, volontario silenzio l'avesse alquanto irrigidita.

— E' sempre... bella? — domandò al padre.

— Anche la sua vita è stata una segregazione. Sì, ancora bella,
austeramente bella, figlio mio.

Parve scosso da un brivido; e rapidamente si accomiatò dal Direttore.
Scendendo le scale, di tratto in tratto si fermava, si voltava indietro.

— Non si vive sette anni fuori della società senza sentire una specie di
ribrezzo nel momento di rientrarvi.

— Via! Bando ai tristi pensieri! — gli rispose l'avvocato. — Vede com'è
indulgente il sole? Si vela in questo momento per non offenderle gli
occhi.

Infatti Gabriele Loveni batteva rapidamente le palpebre sotto la falda
del cappello di feltro grigio abbassata nel percorrere il breve tratto
per montare in carrozza.

L'avvocato osservava che sette anni di vita carceraria avevano lasciato
un'indefinibile impronta nell'aspetto, nei movimenti e nel gesto del suo
cliente, rimasto muto, assorto lungo il tragitto dal carcere alla
stazione, e durante le tre ore passate in un angolo del «buffet»
aspettando l'arrivo del treno che doveva portarli via. Il Commendatore,
assaggiando appena le pietanze, guardava suo figlio con l'ansia di chi
teme un pericolo e vorrebbe sviarlo, ora, con la sodisfazione di aver
raggiunto lo scopo per cui aveva desiderato ancora di vivere in questi
ultimi anni.

Gabriele Loveni, lasciata spegnere fra le labbra la sigaretta avidamente
cominciata a fumare, pareva smarrito dietro l'inseguimento di un
fantasma fuggente.

Si udì il fischio del treno che arrivava.

                                  *
                                 * *

Dora indovinò sùbito, dal primo sguardo di suo marito, che astio e
livore repressi fermentavano nel cuore di quell'uomo non ostante la
replicata domanda:

— Mi hai perdonato? Mi hai perdonato?

— Altrimenti non sarei qui! — ella rispose, fissandolo.

La prese per una mano, accarezzandogliela, premendola tra le sue, fredde
come il ghiaccio, stringendola forte.

— Mi fai male!

Dora dovè ritirarla quasi con uno strappo.

Li avevano lasciati soli intanto che di là preparavano la tavola per la
cena. Si erano immaginati che quei due, dopo sette anni, avessero molte
intime cose da dirsi a quattr'occhi. Invece pareva che le parole gli si
arrestassero in fondo alla gola, e si mutassero talvolta in un sommesso
gorgoglìo, allorchè Gabriele si fermava in quell'andare da un punto
all'altro del salotto con cui tentava di vincere la evidente sua
esaltazione.

— Parla! Che vuoi dirmi? Sono disposta ad ascoltare tutto.

Egli faceva cenno con la mano: Niente! Niente!

E quando la signora Marozzi e l'avvocato Nerucci vennero a chiamarli,
furono maravigliati di trovarli seduti, lei in un angolo del canapè, lui
su una seggiola accanto al tavolino nel centro del salotto come due che
avessero esaurito quel che dovevano dirsi.

Attraversando il corridoio che conduceva alla sala da pranzo, Gabriele
si era fermato davanti a l'uscio della camera maritale tastando con una
mano la muratura, facendo il gesto di buttarla giù; ed era passato
oltre.

A tavola si mostrò inattesamente gaio, con strane intermittenze di
ironici sorrisi, affermando che certe pietanze del carcere, quelle più
comuni, avevano un sapore speciale, un profumo speciale che il palato,
per l'assuefazione, ritiene e comunica per qualche tempo ai cibi di
fuori; lo aveva sentito dire da parecchi recidivi che lo avevano
sperimentato.

All'ultimo cominciò a divagare, tra un sorso e l'altro di caffè,
aspirando deliziosamente una sigaretta.

— Avvocato, ricorda il dramma del Calderon «La vida es sueño»? Niente di
più vero. Sogno futile, insipido spesso; bello, soave talvolta; atroce e
terribile, più incubo che sogno... ordinariamente.

— No, no! Protesto! — rispose l'avvocato!

— Dora, dillo tu: che sogno è la vita?

— Non è sogno, pur troppo! — gli rispose sua moglie.

— Lei, mamma, dirà che è una novella, una fiaba non sempre degna di
essere trascritta, è vero?

La signora Marozzi si rivolse al commendatore Loveni:

— Il miglior giudice è lei.

— Discutere è dubitare. La vita, cara signora, per un vecchio come me, è
quasi un ricordo e un rimpianto.

Gabriele accesa un'altra sigaretta e, sorbito l'ultimo sorso di caffè,
stiè un momento ritto su la persona, con gli occhi socchiusi, poi fece
un cenno all'avvocato lo trasse in un angolo e gli parlò sottovoce.

— Sì, domani — egli rispose. — Stranezza di signora; non sono mai
riuscito a spiegarmela. La sua giustificazione, suppongo.

Il viso di Loveni si oscurò, parve acquistare una durezza che l'assenza
dei baffi e della barba rendeva più notevole.

— Ha bisogno di riposo; vada sùbito a letto — suggerì l'avvocato.

                                  *
                                 * *

Abbattuta la muratura, e fatto osservare al marito che i sigilli erano
intatti, Dora aveva aperto l'uscio ed era entrata nella stanza maritale
per spalancare la finestra e far dissipare il tanfo di rinchiuso.

Gabriele rimaneva fuori torcendosi le mani, mordendosi le labbra davanti
allo spettacolo di quella camera un po' in disordine, con una seggiola
ancora rovesciata, i cocci della boccetta e dei vasetti del lavamano
sparsi sul tappeto, una tenda dell'uscio strappata e pendente a metà
dall'asta che la reggeva. Tutto gli faceva rivivere il terribile momento
in cui, perduta la testa alla vista di quell'uomo che, datogli uno
spintone, tentava di scappare, lo aveva rincorso pel corridoio e per le
scale, sparandogli dietro parecchi colpi di rivoltella, uno dei quali
gli aveva fracassato il cranio, giù al portone, dove lo aveva raggiunto.

E di fuori, quasi un ostacolo gl'impedisse di entrare, egli guardava,
con occhi stralunati, Dora che apriva le cassette interne di un armadio
e ne traeva alcuni pacchetti di lettere, depositandoli sul letto là
vicino, assieme con tre scatolini di pelle scura.

Balzò dentro con un salto, mise il paletto all'uscio e si precipitò su
uno dei pacchi di lettere, sciogliendone il nastro con mani convulse.

— Senti — gli disse Dora. — Tu stai per apprendere un segreto che non ci
appartiene e che noi dobbiamo conservare religiosamente. Giurami!... Io
l'ho conservato a costo del mio onore.... Giurami!... Giura!

Egli non l'ascoltava; apriva febbrilmente quelle lettere, dava ad esse
un'occhiata, fissava Dora un istante, e riprendeva a leggere, mandando
fuori, di tratto in tratto, ringhi e ghigni sarcastici, gettando per
aria i fogli quasi provasse un'amara delusione o vi scorgesse un puerile
tentativo d'inganno.

— Giura! — ella insisteva. — Non vuol dire che ora sia morta: anzi!

— Morta! Morta! — ringhiava lui, lanciando alla moglie terribili
occhiate.

— Prima della loro penosissima rottura — riprese Dora — io era stata
fida depositaria di queste lettere compromettenti. Quell'uomo voleva
riaverle, chi sa perchè, e quel giorno osò di trascinarmi per un braccio
qui dove egli sapeva che fossero gelosamente conservate, cercando di
riaverle con la violenza... Leggi leggi le ultime, queste qui...

Egli non osava di credere ai suoi occhi. Quel nome di donna ripetuto
tante volte, in ogni lettera, appassionatamente, non era di sua moglie.

— Chi, chi scriveva? — egli urlò. Io veggo! Io indovino! Io sento!...

E fiutava le lettere brancicandole.

— C'è il profumo del tuo corpo! C'è il fluido del tuo spirito, sì, sì,
non m'inganno... Non mi sono addestrato sette anni inutilmente per
acquistare la veggenza che non inganna!

Dora indietreggiava, indietreggiava a quel lento avanzarsi di belva che
sta per slanciarsi. Con gli occhi sbarrati, le braccia protese, le mani
aperte e le dita curve come grinfie, pareva ch'egli provasse la feroce
voluttà di atterrire la vittima al punto di assalirla.

— Gabriele! Gabriele!

A così acutissimo grido di angoscia, nella turbata intelligenza di lui
accadde dunque una scossa, una sosta, quasi nella tenebra che la
occupava in quel momento scoppiasse tutt'a un tratto un lampo di luce?

Egli si fermò, portò le mani alla fronte, stiè pochi istanti come in
ascolto; la tensione di tutti i nervi che gli aveva alterata
l'espressione della fisonomia e concitata tutta la persona, si rilassava
lentamente, e l'infelice cascava bocconi da quella parte sul letto,
gorgogliando inintelligibili parole.

Dora stava per precipitarsi verso l'uscio e gridare al soccorso, ma
quelle lettere sparse là, aperte, brancicate, non avrebbero, in quella
circostanza, fatto conoscere un segreto custodito finora con tanti
sacrifici? E si diè frettolosamente a raccoglierle, a calcarle alla
rinfusa, nelle cassette assieme coi tre scatolini contenenti tre piccoli
gioielli... Poi, invece di gridare: soccorso! si chinò su lui con gesto
materno, di immensa pietà, e, chiamandolo sommessamente a nome, lo
baciava sui capelli umidi di sudorino ghiaccio.

Egli si lasciò prendere per una mano e condurre verso il canapè
all'angolo della camera. Guardava attorno, trasognato, quasi non
riconoscesse il luogo dove si trovava nè la persona che gli stava
davanti, in piedi, un po' china verso di lui, e sorridente con visibile
sforzo tra le lacrime che cominciavano a rigarle le gote.

— Qui!... Qui!... — balbettò. — Sette anni... fisso qui!... Un terribile
chiodo!... Notte e giorno!

— Zitto! Sii tranquillo! Non t'agitare!

— Sì... — egli riprese. — Era dunque quella... Marina Falchi colei che
tradiva? E' morta?

— E' morta, sì, la mia amica. Per ciò il suo segreto dev'esserci
maggiormente sacro! Ora distruggeremo ogni cosa. Ho voluto conservarle
per te quelle lettere; per giustificarmi soltanto davanti a te....

— Può essere? Può essere? Ed hai aspettato sette anni!

— Ho sofferto quanto te!... Oh Dio! Dubiti ancora?

— Non si strappa facilmente un chiodo infisso qui... da sette anni!...
Notte e giorno!

Girava attorno la sguardo smarrito, parlava quasi rivolgesse le parole a
se stesso. Poi si raccolse in cupo silenzio, chiuse gli occhi, reclinò
il capo sul petto, e Dora, sedendoglisi cautamente a lato, ascoltava con
ansia il profondo respiro di lui già vinto dal sonno.

                                  *
                                 * *

Nessuno in famiglia, neppure la madre di lei, seppe quel che era
accaduto in quella appartata camera maritale.

Dora passò due terribili giorni, dissimulando a tutti l'angoscia del
dubbio che la straziava. Suo marito, a intervalli, ricadeva in uno stato
di eccitazione mentale molto vicino alla pazzia. Poi, quasi destandosi
da una specie di dormiveglia, di stupore, ripeteva desolatamente:

— Sto male!... Sto male! Non guarirò più!... Povera Dora!

— Se tu permettessi di consultare il nostro dottore!...

— No!... Non voglio la compassione di nessuno, neppure di un dottore!

— Ma già tu ti allarmi per una lieve depressione nervosa.

— Stavo meglio... colà... in carcere. Colà... avevo almeno la certezza!

— Quale certezza?

— Vedi?... Ancora non so abbracciarti... nè baciarti come una volta...
Ho paura di trovare su le tue labbra le traccie... Perchè ho ucciso
dunque? Perchè sono stato condannato?

— Gabriele!

Bastò questo dolce richiamo per farlo rientrare sùbito in sè, per
calmarlo in quell'angolo di canapè dove egli, da due giorni, passava le
ore fumando continuamente, con un mucchio di libri nuovi su una
seggiola, dei quali scorreva soltanto qualche pagina con paurosa
repugnanza. Aveva trovato in uno di essi: — Noi non sappiamo niente
della realtà delle cose. Siamo vittime dell'apparenza.

E n'era rimasto sconvolto.

Il terzo giorno Dora lo trovò sdraiato sul canapè con le mani strette
alla fronte, quasi per comprimere un gran dolor di testa. Teneva chiusi
gli occhi.

— Sei tu, Dora?

— Che hai?

— Dora! Dora! Quel segreto mi uccide.... Che m'importa di colei?...
Tanto peggio per la morta!

— Perchè dici così, Gabriele?

— Perchè tu ed io siamo vittime dell'apparenza. Non dev'essere! Non
voglio che sia così!

— Ormai!...

— Non dev'essere così!... Non voglio che sia così!... Quel segreto mi
uccide!

Si era fermato ad ascoltare. Dalla via saliva un rumore confuso di
evviva misto al suono della banda cittadina che soffiava quasi
rabbiosamente l'inno reale.

— Tanto peggio per la morta!

E prima ch'ella potesse impedirglielo, Gabriele era corso all'armadio,
aveva afferrato il mucchio delle lettere ancora aperte e sgualcite come
vi erano state calcate in fretta e furia quella mattina, e,
stringendosele al petto con tutte e due le mani, le versava sul marmo
della finestra, di lato, per poter spalancare metà della vetrata e
buttar giù tra la folla che passava plaudente per la via il segreto che
lo uccideva.

— Non devo saperlo io solo che tu sei innocente! Devono saperlo anche
gli altri...

E si opponeva agli sforzi di Dora; le strappava di mano quei fogli
ch'ella tentava di sottrarre, e li sparpagliava fuori, per l'aria,
ripetendo:

— Tanto peggio per la morta! Tanto peggio per la morta!

E aveva negli occhi la feroce gioia di un folle.



SANGUEDOLCE


— E vi chiamate _Sanguedolce!_ — esclamò il Pretore.

— Per colpa di mio nonno — rispose il vecchio contadino così
rimproverato. — Ora però voglio diventare _Sangueamaro_, eccellenza.

— Lasciate stare l'eccellenza; non sono ministro.

— E' un galantuomo, un uomo di giustizia.

— Non tutti la pensano come voi in questo paese.

— Paesaccio, eccellenza! Che mi consiglia dunque?...

— Niente. Vi domando. Insistete nella querela?

— Se la ritirassi, penserebbero che ho avuto paura; ed io non ho paura
di nessuno, neppure del diavolo. Di Gesù Cristo soltanto, che non son
degno di nominarlo; di lui soltanto ho paura!

— Gesù Cristo ha detto: perdonate ai vostri nemici.

— Quando lo disse? Ai suoi tempi. Oggi il mondo è cangiato.

— Insomma, insistete?

— Insisto, eccellenza, sì!

— Vi saluto.

_Sanguedolce_ portò una mano al mento, abbassò il capo e stette un
momento a riflettere.

— In caso... — poi disse, esitante, — chi paga le spese?

— Le pago io — rispose il Pretore ridendo.

— Che c'entra _voscenza?..._ Non ci mancherebbe altro!

— Per levar di mezzo ogni difficoltà. Il matrimonio di vostro nipote...
Bravo giovine! Gli voglio bene...

— Non me ne parli, signor Pretore! Non deve farsi; e non si farà finchè
campo io. Mio nipote è più che un figlio per me; e appunto per questo...
E se quella stregaccia della matrigna della ragazza...

— Che interesse può avere? Non è sua figlia.

— L'interesse di levarsela di casa. La dia a chi vuole; a mio nipote no.
Vedremo chi la vince. Io intanto la mando in galera.

— Bisogna prima sapere...

— Come? Può vomitarmi addosso tanti vituperi e passarsela liscia?

— Dar querela ad una donna, via!

— Ha la lingua lunga, troppo lunga!

— Dovreste ammirarla. Per matrigna, è un'eccezione.

— Apparentemente, eccellenza! Troppo zelo, eccellenza! Ci dev'essere
qualcosa sotto... E poichè mio nipote è cieco dalla passione, voglio
aver quattro paia d'occhi io, se pure bastano!.... Ma prima la mando in
galera la stregaccia! Con quei testimoni...

— Testimoni! Lo sapete come usa qui; con un par di lire c'è gente che
giurerebbe....

— Ormai si sa chi sono i falsi testimoni di mestiere: Faccia-di-morto,
Ciaula, Nino Pricocu, Virtuoazza... Ma dunque uno non può più aver fatta
giustizia? Deve farsela con le proprie mani?

— E vi chiamate _Sanguedolce!_ — tornò ad esclamare il Pretore.

Voleva fare il cattivo, ma era proprio _Sanguedolce_. E per ciò nessuno
sapeva spiegarsi la sua violenta opposizione al matrimonio del nipote
con la figlia di _Lagnusazzu_. Bella, giovanissima, con discreta dote,
massaia, di quelle che sanno far tutto: filare, tessere, cucinare,
impastare il pane, tutto, insomma, come oggi se ne trovan poche, perchè
fin le figlie di zappatori vogliono parere signorine — così gli dicevano
conoscenti ed amici — dove poteva trovarla una meglio di Tana La Mira?
Sarebbe stato un'infamia dire: — la figlia di _Lagnusazzu_ — che poi era
infingardo unicamente se si trattava di fare un po' di bene al prossimo;
per questo ingrassava da sembrare una botte.

_Sanguedolce,_ appena qualcuno cominciava a parlargli del matrimonio del
nipote, lo guardava in viso con certi occhi da fulminarlo, se fosse
stato possibile; poi, secondo le persone, o rispondeva una parolaccia o
faceva una furiosa voltata di spalle, o pure, per esempio: — col notaio
Mancuso, col canonico Spano, col cavaliere Dipietro — supplicava a mani
giunte:

— Mi lascino stare, per carità! Credono che sia un capriccio? Un
dispetto? So io perchè! So io perchè! Mi lascino stare!

Infatti da qualche tempo in qua, soltanto il canonico Spano si
permetteva di dirgli con quella sua voce lemme lemme:

— Lo facciamo, sì o no, questo matrimonio? Venite a confessarvi; è un
pezzo che non vi accostate al santo tribunale della penitenza.

— Voglio mettere insieme un bel mucchio di peccati e scaricarmene tutt'a
una volta... Ma di quella cosa non ne parliamo, signor canonico!

E, finalmente, neppur lui gli disse più niente.

Ma, ecco, una mattina — era domenica e _Sanguedolce_ si preparava ad
uscir di casa per andare a sentir la messa — ecco Luciano, il nipote,
che entra in camera di lui, gli si pianta davanti rispettoso ma
risoluto, con le sopracciglia aggrottate e le labbra aride che quasi gli
impedivano di formar le parole.

— Che c'è? — domandò _Sanguedolce_.

— C'è, zio, che io chiedo di sapere per qual ragione vi opponete al mio
matrimonio con Tana La Mira. Voglio mettermi il cuore in pace. Per
me.... o lei, o lei! Devo perdervi di rispetto? Siete stato il mio
secondo padre.

— Che ti figuri? Che io mi impaurisca di cotest'aria minacciosa?

— Ma che v'ha fatto quella povera figlia? Perchè ce l'avete con lei?

— Non l'ho con nessuno. Dico di no, e no dev'essere. Se fosse vivo tuo
padre, e fosse lui a dir di no che faresti?

— Mio padre certamente mi spiegherebbe: No... per questo e per questo. E
sarebbe finita. Almeno saprei!

— Ringrazia Dio che tuo padre non sia vivo!...

— Vo a domandarglielo nell'altro mondo, nell'inferno o nel paradiso,
dov'è.

— Sai la via?

— La so, zio!

_Sanguedolce_ non potè ridere a questa strana risposta del nipote; ma
fece la sua solita spallucciata pur vedendolo andar via gesticolando con
le mani nei capelli come un disperato.

Durante la messa, però, invece di recitare il rosario, tenne la corona
avvolta attorno a una mano e si mise a parlare internamente, rivolto al
gran crocifisso dell'altare dove il prete celebrava:

— Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Levategliela voi di mente! Non
deve accadere! Non deve accadere! _Libera nos domine!_ Io mi opporrò
finchè potrò... Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Non ve l'ha detto
il mio povero fratello? Non ve l'ha confessato anche... lei, quando sono
arrivati al vostro cospetto per essere giudicati?... Già, voi, Signore,
che vedevate, che sapevate tutto ve li siete chiamati in cielo tutti e
due... E volete lasciarmi addosso questo peso? Pensateci voi, Gesù
crocifisso!

E restò là a guardare il Crocifisso tutto piagato, tutto insanguinato,
con la testa coronata di spine abbandonata su la spalla destra, quasi
attendesse da esso una parola, un cenno di risposta, che lo assicurasse:
Ci penserò io!

Si scosse tutt'a un tratto, maravigliato di non essersi accorto che la
messa era terminata e che il sagrestano aveva già spento i ceri
dell'altare.

Ah! Fu certo un'ispirazione di Gesù crocifisso quella che lo spinse ad
entrare nella stalla dalla porta interna! Diè un urlo alla vista del
nipote che penzolava dalla corda legata a un trave, dando gli ultimi
tratti agitando le gambe e le braccia. Montare su lo sgabello rovesciato
per terra, cavar di tasca il coltello, tagliar la fune e cascar giù
assieme col disgraziato fu l'affar di un momento.

— Chi mi diè la forza di liberarmi del suo peso — raccontava
_Sanguedolce_, poco dopo, alla gente accorsa ai suoi gridi — e di
slegargli il nodo della corda attorno al collo?

Non osava di rimproverare il nipote che, steso sul letto, respirava
ancora affannosamente. Poi, quando lo vide in piedi, con le lagrime agli
occhi pel dispetto di essere stato salvato, gli disse soltanto:

— Non dubitare. Vado ora stesso da _Lagnusazzu_ e torno sùbito con la
risposta.

E andò difilato, quasi di corsa.

— E' vero? — gli domandò _Lagnusazzu_.

— Verissimo. Voi... che ne dite?

Gli tremava la voce, aveva gli occhi smarriti.

— Per me...

— Acconsentite dunque?... Con la coscienza tranquilla?

— Se Tana dice di sì...

— Lo sapete bene che dice di sì!... Parlo per voi.

— Io?... Li benedico con tutte e due le mani. E anche sua matrigna... E
se volete far presto, tanto piacere.

— Dice che siete voi che non volete — intervenne la seconda moglie di
_Lagnusazzu_.

— Giacchè vostro marito... ha la coscienza tranquilla!...

— Ma che discorso è questo? — fece _Lagnusazzu_ — spiegatevi...

— Niente. Lo avete visto: è mancato poco che mio nipote non si
ammazzasse. Vuol dire... che c'è la volontà di Dio!

E portò la lieta risposta.

Da quel giorno in poi però _Sanguedolce_ parve diventato un altro. Aveva
detto al nipote:

— Non voglio mescolarmi di niente; fa' tu, a modo tuo, disponi tu. Tu
sei padrone del tuo e del mio. Da oggi in poi, per questi ultimi pochi
mesi, non voglio più essere tutore. Alle faccende di campagna baderò io.
Tu fa lo _zitu_[4].

  [4] _Zitu_, fidanzato e anche sposo novello.

Luciano era così felice che non si accorgeva della grande amarezza che
c'era nelle parole e nel tono della voce di suo zio. Non si accorgeva
dell'aria trasognata del povero vecchio, che gesticolava e borbottava
senza far capire che cosa gli passasse pel capo; e pareva che cascasse
dalle nuvole se qualcuno gli domandava:

— Che avete, zi' _Sanguedolce_?

— Che volete che abbia? La vecchiaia che trascino.

Infatti pareva invecchiato tutt'a una volta. Prima, aveva il motto
allegro, la barzelletta pronta. Durante la mietitura o l'abbachiatura
delle olive, durante la vendemmia, zi' _Sanguedolce_ rallegrava gli
uomini e le raccoglitrici con certe sue storielle maliziose che facevano
sbellicar dalle risa. Ora, o stava muto, con gli occhi fissi,
sbalorditi, quasi vedesse chi sa che brutte cose, o scoteva il capo e
borbottava parole inintelligibili di risposta a qualcuno che lo
interrogasse non visto.

Si cominciò a spargere la voce che a zi' _Sanguedolce_ avesse dato di
volta il cervello. Il canonico Spano, incontrato Luciano gli disse:

— Tu hai la testa alla _zita,_ e non ti curi di tuo zio. E' venuto da me
questa mattina. Mi ha fatto pietà. — Che abbiamo, compare _Sanguedolce?_
Non vi dispiaccia se vi chiamo così. — Abbiamo... che quando c'è la
volontà di Dio è inutile opporsi; avviene quel che deve avvenire... E'
vero, signor canonico? — Certamente, compare. — Anche nelle cose storte,
è vero, signor canonico? — Non sono storte, se Dio le permette; sembrano
storte a noi. — Sarà!... Sarà!... Ma io dico che sono storte. Stiamo a
vedere, fino all'ultimo... Ci penserà lui a rimediare... Ero venuto per
confessarmi. Stiamo a vedere! — A vedere che cosa? — Parlava come se le
parole gli uscissero di bocca senza che egli comprendesse quel che
diceva. Mi ha fatto pietà.

— Che posso farci, signor canonico? E' l'età, forse... E poi ce l'ha con
me per via del mio matrimonio. Perchè? Mi ci perdo. Ho fin sospettato...
Quando si è vecchi... Avrebbe voluto sposarla lui?

Il canonico lo fissò, colpito.

— Tutto può darsi... Mi ha fatto pena, ti dico!

Vedendo che lo zio non gli accennava più alle nozze imminenti, Luciano,
quasi per provarlo, gli annunziava:

— Oggi siamo stati al Municipio per la richiesta.

— Quando c'è la volontà di Dio!...

— Oggi se n'è detto in chiesa la seconda volta.

— Quando c'è la volontà di Dio!...

Rispondeva con una specie di ringhio, alzando le spalle.

— Ah, zio! Mi fate il malaugurio! — gli disse Luciano col pianto nella
gola. — Ci sposiamo domani!

Quella sera, tardi, il canonico Spano che diceva in camera l'uffizio —
ed era in maniche di camicia con lo zucchetto in testa, dal gran
scirocco — vide arrivare lo zi' _Sanguedolce_, torbido in viso, che gli
si buttò in ginocchio dal lato del seggiolone a bracciuoli.

— Voglio confessarmi!

— Tanta fretta?

— _Confiteo_ Dio onnipotente...

— Chiudete almeno quell'uscio.

— Non importa. Dunque... sigillo di confessione. Prima fu mio fratello
che mi disse: — Questo figlio mi è cascato dal cielo! — Non ne sapeva
niente, poveretto!... Voleva fare, voleva dire.... Ammazzare,
squartare.... Fu prudente; e il dolore gli fece groppo allo stomaco: ne
morì.

— Lasciamo andare — lo interruppe il canonico. — Veniamo ai vostri
peccati.

— Poi — continuò _Sanguedolce,_ con la voce che gli tremava — fu lei,
sua moglie, due mesi dopo, in punto di morte: — Badate, cognato! Luciano
è figlio di... _Lagnusazzu_. Badate, cognato!... Peccato grande! L'ho
scontato. — Ecco perchè!... Ecco perchè!...

E scattò in piedi, guardandosi attorno, atterrito che qualcuno avesse
potuto udirlo.

— Non c'è più, dunque, Gesù Cristo lassù? No, non c'è più?

— Non bestemmiate!

Il canonico non sapeva che credere. Quel pazzo diceva la verità o
ripeteva una orrenda fissazione? Tentò di calmarlo, di convincerlo che
s'ingannava. Ma _Sanguedolce_ rispose soltanto:

— Glielo dica lei, nella messa, a Gesù Cristo. Che ci fa dunque là, in
croce, su l'altare?

— Non bestemmiate!

Il vecchio era scappato via, barcollante, senza neppur salutarlo.

— Che misera cosa è la nostra mente! — esclamò il canonico Spano,
rinvenendo dallo stupore.

E riaperse il breviario.

                                  *
                                 * *

Gli sposi, i parenti e il corteo degli amici, in attesa che il parroco
uscisse di sagrestia, si comunicarono sottovoce, maravigliati:

— C'è zi' _Sanguedolce!_ C'è zi' _Sanguedolce!_

Lo avevano scoperto, rannicchiato dietro una colonna.

Luciano, commosso, andò a prenderlo per una mano, dicendogli:

— Grazie, zio!

Gli amici lo circondarono, _Lagnusazzu,_ col pancione sporgente dalla
giacca nuova di panno blu, lo invitò a sedersi accanto a lui,
ripetendogli: — Bravo! Bravo! — sodisfattissimo.

_Sanguedolce_ agitava lentamente la testa, senza dire una sola parola,
come se avesse un meccanismo nel collo.

E si lasciò condurre a braccetto in casa della sposa.

Tutti mangiavano dolci, càlia[5], bevevano vino di Vittoria, facevano
brindisi: lui, zitto, con gli sguardi fissi su gli sposi quasi ne
sorvegliasse ogni movimento. Quando però vide Luciano che, abbracciata
la sposa stava per baciarla al cospetto di tutti, scattò come una belva
e si lanciò su la giovine, urlando: No! No! E' sacrilegio!... Dio non
vuole!

  [5] _Càlia,_ ceci abbrustoliti.

Nella gran confusione, credettero che Tana fosse svenuta dallo
spavento... Un fiotto di sangue le usciva dalla gola squarciata.

_Sanguedolce_ aveva buttato via il coltello e gridava a _Lagnusazzu:_

— Infame! Tu lo sapevi, tu lo sapevi, tu lo sapevi!... Fratello e
sorella! E li hai fatti sposare!

E sùbito si batteva violentemente con una mano su la bocca, imprecando a
se stesso:

— Ah! Doveva cascarmi la lingua, doveva!



RINNOVAMENTO


In certi giorni di quel marzo nebbioso e piovoso, Leone Leoni, chiuso
nella modesta stanza della casa rustica dove abitava da anni, si sentiva
più facilmente spinto verso quello che egli soleva chiamare il luminoso
paese dei sogni.

Nessuno dei suoi compagni di scapataggini avrebbe ora riconosciuto in
quell'uomo grigio di capelli, con prolissa barba quasi bianca, un po'
curvo, il bel giovane vestito sempre secondo l'ultima foggia di Parigi o
di Londra e che aveva fatto parlare tanto di sè per le sue stravaganze,
pei suoi eccessi di ogni sorta in fatto di giuoco e di donne.

Ricordando, però, il suo sogno a occhi aperti cominciava immancabilmente
dalla terribile settimana in cui, per l'improvvisa morte del padre,
tutto gli era crollato attorno, fin l'amore della madre che lo accusava
di aver cagionato con la sua cattiva condotta la disgrazia del marito e
la distruzione del patrimonio di famiglia disperso in mano degli
strozzini.

Sua madre era partita pel paese nativo due giorni avanti che la loro
casa fosse stata invasa dagli uscieri, dagli avidi compratori dei mobili
messi all'asta, e non aveva voluto neppure rivedere il figlio prima di
andar via.

Così ora, ripensando, egli si vedeva camminare, camminare come un
sonnambulo lungo un polveroso stradale, tra i campi verdi di seminati,
senza sapere verso qual luogo fosse diretto, nè che intendesse di andare
a farvi. Non aveva un soldo in tasca e non mangiava dal giorno avanti.

La notte si era riposato sul ciglione dello stradale, attutendo i crampi
dello stomaco masticando foglie di erbe selvatiche strappate là attorno;
e, all'alba, aveva ripreso a camminare, a camminare, infilando una
strada traversa, tra le colline, stordito più che mai dal colpo di quei
gravissimi avvenimenti contro i quali non sapeva che opporre all'infuori
del suicidio.

Per far questo non gli mancava il coraggio; lo tratteneva intanto una
vaga coscienza di non meritare la liberazione che, almeno
apparentemente, salda tutto con una palla di rivoltella o con qualunque
facile mezzo che tronchi la vita.

Era cascato a terra, estenuato dalla insolita fatica e dalla fame, in
pieno meriggio, vicino a una casa di contadini...

E dopo tanti anni — venticinque! — il ricordo assumeva ancora sembianza
di sogno, quasi neppure il sapersi già maestro elementare, stimato e
voluto bene nonostante la sua vita appartatissima in quel ridente
paesetto nascosto tra le colline, quasi neppur questo riuscisse talvolta
a convincerlo che proprio si trattasse di avvenimento reale.

E allora, coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino, e la testa tra
le mani, si lasciava trascinare dalla immaginazione verso quegli inizi
della sua nuova esistenza, quando, rifocillato dal cibo apprestatogli
dai due vecchi contadini, marito e moglie, accorsi a sollevarlo da terra
e a trasportarlo sul letto, e, più, ristorato da parecchie ore di sonno,
si destava salutato da un signore non più giovane, accompagnato da
quattro ragazzi che lo chiamavano babbo, già informato dal mezzadro di
quanto era accaduto.

Venticinque anni addietro! E gli sembrava caso di ieri, tanto ogni
minuto particolare gli si era fissato nella memoria.

Quel signore, Sindaco del paesetto vicino, aveva avuto la delicatezza di
interrogarlo da solo, profferendogli la sua opera se potesse giovargli.
Leone Leoni era scoppiato in un gran pianto, e non gli aveva nascosto
niente, come a un confessore.

— Vorrei rinnovarmi!... Vorrei redimermi!...

Egli stesso si era maravigliato di queste parole uscitegli dalle labbra
in quel momento di profonda commozione.

Fortunatamente si era incontrato in una brava persona, in un vero
galantuomo che lo aveva soccorso e gli aveva offerto il posto di maestro
elementare di quarta classe, vacante per la recentissima morte del
titolare.

— Ma io non ho il diploma! — aveva risposto.

— L'otterrà. Le faciliterò le pratiche. Se però avesse altro di
meglio...

— Niente! Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!

Aveva poi appreso per lunga esperienza quanti e quali sforzi di volontà
son necessari per riuscire in questo intento.

Dapprima, l'occupazione della scuola elementare ottenuta; la solitudine
da cui era circondato nella casetta rustica concessagli gratuitamente
dal Sindaco per alloggio; lo svago, in certe ore della giornata e
durante i giovedì e le domeniche, di coltivare a orto il terreno attorno
alla casetta, lo avevano distratto da ogni rimpianto della
concitatissima vita di piaceri troncata dal disastro economico della sua
famiglia. Per venerazione della memoria del padre, non voleva neppur
ricordarsi che questi vi aveva contribuito in gran parte con la
disordinata amministrazione e parecchie speculazioni sbagliate.

Provava la dolce sensazione di un bagno fresco che gli accarezzasse la
persona, che lo mondasse da ogni cattivo contagio rimastogli attaccato
alla pelle; dolce sensazione che gli si insinuava intimamente nel cuore,
nello spirito, con gran maraviglia di lui che non si sospettava capace
di tanta rassegnazione.

— Si annoierà, si stancherà di questa sua vita eremitica! — gli diceva
il Sindaco ogni volta che lo incontrava.

— Anzi, mi sento fortificare — egli rispondeva orgogliosamente. — Ha
visto che lattughe, che baccelli, che carciofi riesco a produrre? Mi son
permesso di mandargliene piccoli saggi.

— Grazie! Ma tutto questo non può bastarle. Sia, scusi, meno orso.... —
insisteva il brav'uomo.

— Ho poi le altre pianticine umane da coltivare: i miei scolari. Non ho
tempo di annoiarmi.

                                  *
                                 * *

Non era vero.

Di tratto in tratto, lo assaliva una raffica del non lontano passato. Il
cuore gli sobbalzava, i suoi sensi si ribellavano; figure di donne amate
un po' o semplicemente possedute gli passavano davanti agli occhi
invitandolo, irridendolo anche e compassionandolo con languide occhiate,
con pietosi sorrisi.

E allora egli saltava giù dal letto anche nella nottata, e, al lume di
luna o nella penombra notturna, tentava di sfuggire all'improvvisa
ossessione zappando, sarchiando, innaffiando le erbe dell'orto, con un
accanimento di lavoro che riusciva a calmarlo; e la mattina si trovava
estasiato di fronte allo spettacolo dell'aurora e del sole nascente mai,
mai goduto in città durante quella vita di stravizi con gli amici e le
facili amiche, che ora dovevano crederlo morto o lontano, assai lontano
e forse, anzi certo, più non si ricordavano di lui. E riprendeva,
assaporandola meglio, la vita quasi eremitica rimproveratagli
affettuosamente dal Sindaco: casa e scuola; scuola e orto, notando con
triste compiacimento che tra i baffi — ancora non si era lasciato
crescere la barba — e tra i capelli, verso le tempie, già fossero
apparsi parecchi peli bianchi, precoci indizi di vecchiezza; e non aveva
oltrepassato i trent'anni!

Da qualche tempo però le raffiche del passato, come egli le chiamava, si
erano fatte più frequenti, più insistenti; duravano intere settimane,
riprendendolo appunto quand'egli credeva di aver domato dentro di sè
l'uomo vecchio e si rallegrava della vittoria.

— Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!

Aveva perdurato in questa risoluzione con ostinatezza forse eccessiva,
con mezzi un po' rudi, un po' bruschi; e per ciò vedeva con un senso di
terrore la probabilità che dovesse, alla fine, tutt'a un tratto, perdere
il beneficio dei grandi sforzi fatti, delle lotte sostenute, se ogni
volta usciva moralmente estenuato da queste inattese prove di tentazioni
e poco rassicurato per l'avvenire.

— Venga, segga qui, prenda una bibita — gli aveva detto il Sindaco,
vedendolo passare frettoloso davanti ai tavolini del Caffè allineati sul
marciapiedi.

Aveva accettato; e stava per accomiatarsi quando gli era parso di
provare non sapeva bene se un violento abbaglio o se un urto che lo
faceva ricadere su la seggiola. Gli era passata poco distante... — No!
Non poteva essere! — Ma il Sindaco, sorridendo, gli diceva:

— Ecco la merce che noi mandiamo, rozza, in città e che ci vien
restituita — fortunatamente per poco — così trasformata! Era un'operaia;
ora è... una bella, già matura mondana; si dice così? E' la prima volta
che torna in paese.

Non era stata, dunque, un'allucinazione?

Se ne convinse poco dopo, quando la carrozza, ripassando, si fermò
davanti al Caffè, e la bellissima ed elegantissima donna, che vi era
quasi sdraiata sui cuscini, ordinò una bibita.

L'assaggiò appena. E il Sindaco disse, sottovoce, a Leoni:

— E' stato un pretesto per farsi ammirare.

Leoni, turbatissimo, si domandava:

— Mi ha riconosciuto anche lei?

Non uscì di casa in quei tre giorni di vacanze per la festa del Patrono,
evitando così il pericolo di essere incontrato e di vedersi
imprudentemente fermato. Si stupiva di non desiderare di avvicinarla.
Era stata la sola ragazza a cui egli aveva voluto realmente bene, e che
gli aveva voluto davvero bene, senza secondi fini, con la ingenuità di
chi si dà a un uomo per la prima volta. Ed egli l'aveva indegnamente
abbandonata, dalla paura di attaccarsi troppo a lei e finire con
sposarla, come era accaduto a un suo amico e con una donna immeritevole
affatto di questo onore.

                                  *
                                 * *

Si era rassicurato. Le feste pel santo Patrono terminavano appunto
quella sera, ed egli stava affacciato alla finestra fumando una
sigaretta per godersi i fochi di artifizio che tra poco sarebbero stati
sparati in cima alla collina del paesetto tutto punteggiato di lumi.

Trasalì vedendo inoltrare quella figura di donna, avvolta in uno scialle
nero, che si era fermata un istante allo svolto del breve viale davanti
alla casa, come per riconoscere il posto; e si protese fuori del
davanzale ansiosamente.

— Leone! Leone! Sono io, Giulia! Vieni ad aprire la porta. Non mi ha
visto nessuno!

Ella gli era saltata si collo; e vedendolo rimanere freddo, inerte,
disse:

— Oh, non dubitare! E' un bacio d'amicizia... Nient'altro.

E seguitò:

— Chi si aspettava d'incontrarti qui? Dopo la disgrazia, nessuno ha più
saputo notizie di te. Anch'io ti ho creduto in America a far fortuna.
Stai bene. Sei un po' ingrassato, con qualche pelo bianco! Povero
Leone!... Maestro elementare! Ti ammiro.... Tutti ti vogliono bene nel
paese.... Sì! Sì! Il mondo va preso come viene. Ti ho riconosciuto
sùbito, sai? E dovetti fare uno sforzo per contenermi. Ti avrei
compromesso. Vedi? Sono venuta di notte, dopo di essermi bene informata,
e con questo travestimento.... altrimenti sarebbe stato uno scandalo.
Qui quasi tutte mi invidiano, e quasi tutte fanno le viste di non
conoscermi, anche le donne peggiori di me!

Egli rimaneva in piedi di faccia a lei, commosso, balbettando appena:

— Grazie! Grazie!... Quanto sei buona!

— Come ti trovo male alloggiato! Neppure una poltrona! Neppure un
piccolo tappeto! Neppure uno straccio di tenda! Questa è una cella da
frate! Tu forse ignori quel che si fantastica di te, della tua vita
segregata. Oh, tante cose buone! Dicono che il tuo è l'orto dei poveri;
che tu fai l'ortolano per essi. E dicono che sei orso, orso, orso! Tu!
sembra impossibile... Mah! Tutto accade al mondo. Ti saresti mai
immaginato di incontrarmi quasi ricca e divenuta un po' avara? Che gran
piacere questa visita! Anche pel modo. Chi sa quando ci rivedremo
un'altra volta? Io ho paura di morire ora che sono arrivata... dove sono
arrivata. Vorrei invecchiare, venire a ritirarmi quassù. Mi rimane
soltanto la nonna; ha ottantasei anni, e sembra che ne abbia addosso
soltanto cinquanta! Dice: — Sei nel peccato!... Ma è la volontà di Dio!
— E mi consiglia: — Fa molta carità, molta carità, figlia mia! — E tu
non mi dici niente? Ti è dispiaciuta la mia visita? Spero di no.

Egli stava ad ascoltarla con un gran senso di tenerezza non come antica
amante, ma come una affettuosa sorella venuta a consolarne la
solitudine! Infatti nessun rimprovero del suo gran torto! Nessun accenno
al passato! Così dagli occhi, dalle labbra, da tutto quel corpo, ancora
tanto mirabile, non si sprigionava la minima vibrazione di sensualità,
ma uno splendore di bellezza che imponeva ammirazione e rispetto.
Inconsapevolmente — se ne accorse dopo — l'idea che ora ella era ricca e
lui povero servì a farlo rimanere quasi gelido, davanti a quella viva
evocazione di un passato che, nei giorni di raffica, tornava a
sconvolgerlo atrocemente e minacciava di disperdere l'opera di
rinnovazione e di redenzione a bastanza inoltrata.

— Parlami di te — ella soggiunse.

Leone fece un gesto che significava: Non mette conto!

Allora Giulia riprese lo scialle buttato, entrando, su una seggiola.

— Vado via.... Ecco i fochi!

Si affacciarono alla finestra. I razzi solcavano la oscurità; le bombe
si sgranavano in pioggia di scintille d'oro, in getti di globuli di
mille colori, quasi pietre preziose dalle mani di una fata e che
sparivano sùbito sgranate. E lo spettacolo continuava incalzando.

— Ecco la vita! — esclamò Giulia con voce commossa. — Vado via. Non
voglio che qualcuno mi veda. Ti nocerei molto, e ne avrei rimorso.
Addio... Ah! Dimenticavo di dirti che giorni fa ho veduto tua madre. So
che ogni relazione è rotta tra voi. Una madre dovrebbe perdonare; è
vero?... Addio!

— Addio! — balbettò Leoni su la soglia della porta: e a Giulia parve che
quella parola le arrivasse da gran distanza.

Egli si era affrettato troppo a rallegrarsi della sua forza di
resistenza! Il giorno appresso e per parecchi giorni di sèguito la
raffica imperversò violentissima nel suo cuore e nella sua mente. Ne
uscì quasi malato.

Un mese dopo fu stupìto di veder fermare davanti a la sua casetta un
gran carro di quelli che fanno il servizio dei trasporti a domicilio. La
spedizione era ordinata a nome di sua madre, Ersilia Leoni; ma egli
indovinò sùbito il gentile sotterfugio di Giulia.

— Come ti trovi male alloggiato! — gli aveva detto quella sera.

E mandava ad arredargli un po' la nuda cella: un canapè, due poltrone,
quattro seggiole, una bella scrivania, un calamaio di bronzo, ornato da
un amorino che, sdraiato, pareva si specchiasse in una fonte, un tappeto
per la tavola da pranzo, due grandi tappeti pel pavimento, un elegante
portafiori giapponese.

Si sentì turbato dal sospetto che Giulia tentasse di riprendere possesso
di lui. Ma la lettera giuntagli per posta lo stesso giorno, così umile,
così piena di scuse, invocante perdono dell'invio, gli fece venire le
lacrime agli occhi.

Ringraziandola, con lunga risposta diretta al falso indirizzo
indicatogli per evitare le indiscrezioni dell'ufficio postale, — altra
delicatezza di Giulia! — egli le dichiarò:

— Basta, ti prego. — Non accetterei altro.

E non gli giunse altro; neppure una lettera di quando in quando, come ne
aveva espresso il desiderio. Giulia aveva, dunque, mal interpretato il
divieto: — Basta, ti prego: non accetterei altro!

Se ne afflisse per un pezzo.

                                  *
                                 * *

Erano passati... quant'anni? Egli non li contava più. Si lasciava
invecchiare: — Ormai! Ormai! — Lo ripeteva spesso, quasi non si
trattasse di lui; e per ciò ebbe una forte scossa apprendendo che sua
madre era morta perdonandogli e lasciandogli la discreta eredità in
cartelle di rendita ricevuta da un parente poco prima.

— Ci abbandonerà? — gli domandò il Sindaco. — Che disgrazia per le
nostre Scuole!

— Sarebbe da parte mia il colmo dell'ingratitudine — rispose Leoni. — E
poi, a che pro?

Rompendo in questa occasione il volontario esilio, egli andò in città,
irriconoscibile per la folta barba e i capelli brizzolati, dai pochi
amici superstiti e non dispersi pel mondo. Quando ebbe ridotto le
cartelle in biglietti di banca, la sua prima spesa fu quella di comprare
un ricchissimo servizio da toletta in argento finemente cesellato, da
regalare a Giulia: in ogni pezzo aveva fatto incidere le parole _In
memoriam_. Glielo spedì a Bellagio, sul lago di Como, dove ella era
andata a villeggiare.

Un fonografo, una macchina da proiezioni, altri arnesi per la scuola; un
volume di fiabe, rilegato, da dare in dono a tutti gli scolari della sua
classe, per ricordo; un magnifico album da fotografie pel _Sindaco
perpetuo_, come egli stesso compiacentemente si chiamava; molti libri
nuovi per sè... E così aveva già speso qualche migliaio di lire. Se non
tornava sùbito al paesetto divenuto sua seconda patria, chi sa che altre
spese pazze avrebbe fatte!

— Il denaro non guadagnato con fatica ci fa diventare sciuponi — rispose
al Sindaco che lo ringraziava dell'album e dei doni alla Scuola.

Si sentì preso da gran febbre di far più bene che poteva.

E una sera si presentava al vecchio Parroco e gli consegnava mille lire
pei poveri. Il prete, che lo conosceva soltanto di vista, ne fu
profondamente maravigliato. Aveva promesso di non dir niente a nessuno;
ma gli era parso di commettere una cattiva azione non confidando ai
beneficati da che mani provenivano quei soccorsi.

Anche il Medico condotto fu pregato:

— Si ricordi di me pei suoi malati che hanno maggior bisogno di medicine
e di alimenti. Mi farà una grazia!

Leone Leoni ora sentiva un solo rammarico.

— Un giorno o l'altro, le cinquantamila lire dell'eredità sarebbero
esaurite!

E mentre egli, era incanutito, un po' curvo, continuava la sua vita di
isolamento, più ortolano e più orso che mai, in paese non c'era
famiglia, farmacia, negozio, caffè dove non si parlasse di lui.

I suoi più caldi ammiratori, oltre il Sindaco, erano il vecchio Parroco
e il Medico condotto. Il Parroco concludeva sempre:

— E' un santo all'antica!

— Ma non viene mai in chiesa, non si confessa! — gli obbiettava
qualcuno.

E il Parroco dolcemente:

— Fa qualcosa di meglio: pratica il bene!



DON MIGNATTA


Andava attorno da mattina a sera per tutte le viuzze del paesetto,
lentamente, come uno che non ha fretta, fermandosi a discorrere con le
donne che filavano al sole, picchiando con discrezione a un uscio,
entrando in qualche casa con un melato «Deo gratia» prima di varcare la
soglia della porta trovata aperta: e tutti sapevano perchè quello
spilungone magro, nero come il pepe, con pochi capelli che gli coprivano
appena la nuca si aggirasse per le vie, vero fantasma di malaugurio. Per
questo gli avevano appiccicato il soprannome di «Don Mignatta»; andava
qua e là a succhiar il sangue della povera gente, peggio di una
mignatta, tanto alla settimana, tanto a ogni quindici giorni, tanto a
ogni mese! Ed era il termine più lungo che egli solesse accordare.

Vedendogli cavar di tasca il portafoglio unto e bisunto, pieno zeppo di
pezzetti di carta che sembravano ricette, le povere donne, specialmente,
si sentivano venire i brividi. Egli cercava, brontolando, il nome
scritto in testa al quadretto di carta, che a furia d'essere passato e
ripassato umettando l'indice per facilitare l'operazione, portava agli
angoli giallastri le impronte del polpastrello; un sudiciume! E appena
lo aveva trovato, esclamava, con un sospirone:

— Eccoci qua!

Voleva mostrarsi scrupoloso, rifare i conti, dar ragione fin dell'ultimo
centesimo esatto la settimana scorsa, quindici giorni fa, un mese
addietro; era suo dovere; e cominciava a masticare, a spazientirsi se
vedeva che gli altri non facevano il loro dovere come lui, cavando fuori
i soldi, le lire di quei miseri interessi che non bastavano a pagargli
le scarpe logorate «tessendo» le vie del paese, poichè era inutile
attendere che i debitori si scomodassero un po' andando da lui!

Pestava i piedi, si metteva a piagnucolare, s'irrigidiva su la seggiola:
— Non mi muovo di qui! Soldi devono essere!... O vendo l'anello, o gli
orecchini, o la crocetta, o la spilla! — Non dava nulla senza pegno, e i
pegni li valutava lui, a modo suo. E quando aveva detto: tanto! non lo
smoveva nessuno.

Stava in casa fino alle dieci, anche per sorvegliare la stracciona orba
di un occhio che gli faceva i servigi ripulendogli le stanze,
preparandogli il desinare. Le persone costrette a ricorrere da lui
sapevano di trovarlo in casa fino a quell'ora.

— Per prendere, vengono; per restituire, non trovano mai la via! E devo
far lo svegliarino, l'esattore, il servitor loro!

Dicevano che era «manesco» con le donne, nel senso di intraprendente. Ma
non era vero. Per lui, gli affari innanzi tutto. Non gli dispiaceva però
che lo credessero audace. Si mostrava tale quando andavano da lui tre o
quattro donne a una volta, quasi avessero paura a presentarsi sole.
Diceva delle barzellette, delle porcheriole, secondo le persone; rideva
lui il primo, faceva ridere: intanto non perdeva di vista gli oggetti da
valutare, li pesava con la bilancetta, prendendo delicatamente tra due
dita uno, due chicchi di grano per l'esattezza del peso.

Se si trovava però da solo a solo con la bella moglie di qualche operaio
o contadino, rimaneva serio, teneva gli occhi bassi, per paura di
sentirsi trascinato a fare qualche sciocchezza: non si sapeva mai! E lui
sciocchezze che potessero costargli quattrini non voleva farne, perchè,
diceva, le donne non ci rimettono niente e i quattrini buttati via per
esse non ritornano più in tasca.

Erano insinuanti quelle malefiche bestie! Si mettevano a piangere, gli
si buttavano ai piedi se egli resisteva, soltanto, s'intende, quando non
era ben sicuro della puntualità dei pagamenti settimanali, o
quindicinali, o raramente mensili.

Coi contadini, con gli operai invece si mostrava di una brutalità che
voleva sembrare affettuosa.

— Avete voluto ammogliarvi? Peggio per voi... Via! Via! Per sfamare la
famiglia! Andate a contarlo a qualch'altro!... Di che si tratta? D'una
veste di vostra moglie per Pasqua? D'uno scialle per le feste della
Madonna? E vi fate infinocchiare! Già, io parlo contro il mio interesse.
Che me ne importa se v'indebitate? Anzi! Purchè siate puntuali... C'è il
pegno! Sicuro! Se non facessi così, potrei andare a chiedere l'elemosina
di porta in porta, con la malafede del giorno d'oggi.

A qualcuno diceva anche:

— Lo so; mi chiamate _Don Mignatta_! Ma dovete ringraziar Dio che don
Mignatta esista. Don Provvidenza dovreste chiamarmi!... Ah!... Sì, è
vero?

Nonostante i pegni coi quali avrebbe potuto pagarsi il triplo di quel
che aveva prestato, a ogni nuova operazione provava sempre, dopo tanti
anni, la sensazione di una piccola stretta al cuore nel contare il
denaro, quasi non dovesse rivederlo più. E si rimproverava: Ti fai la
jettatura da te stesso!

Si metteva però di buon umore tutte le volte che veniva da lui quel
nanetto con due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, ma tutto
lisciato, tutto agghindato, con aria spavalda, da conquistatore di
donne, quasi fosse convinto che le donne non avessero occhi.

Per don Mignatta il cavalier Giunta era proprio un portafortuna. Lo
accoglieva a braccia aperte, se lo faceva sedere vicino:

— Caro cavaliere, in che posso servirla? Ai suoi comandi.

— Ecco qui: al solito!

E il cavaliere si toglieva dal panciotto la catena con l'orologio d'oro,
e li deponeva su la scrivania — come segnale e non altro — fingeva di
scusarsi. Don Mignatta, che intanto aveva cavato dal cassetto una
scatola per riporvi orologio e catena:

— Guardi: è la sua. La tengo a posta da parte.

Ogni volta, accompagnando il cavaliere fino all'uscio, don Mignatta
faceva in modo di palpargli la gobba di dietro, pel buon influsso.
Quella mattina appunto don Mignatta si era rallegrato di vederlo
arrivare nel momento in cui non sapeva decidersi ad accettare une
proposta di prestito più rilevante delle ordinarie sue operazioni.

— Il cavaliere! — aveva esclamato dentro di sè. — L'affare andrà bene!

E perchè andasse benissimo eccesse nel palpargli la gobba; fu quasi
sgarbato. Il cavaliere, che aveva capito, s'indignò, come se quello gli
avesse detto: Siete un gran gobbaccio!

— Dovrei insegnarvi l'educazione e spaccarvi la testa con questo qui! —
brandiva l'esile bastoncino. — Prendete! Rendetemi catena e orologio!
Non ho più bisogno del vostro sporco denaro!

Gli aveva buttato su la scrivania tre biglietti di banca da dieci lire e
aveva steso la mano alla scatola dove erano stati conservati catena e
orologio.

— Ma perchè?... Ma perchè? Che si è figurato? — balbettava don Mignatta,
mentre il cavaliere rimetteva all'occhiello del panciotto la catena e
l'orologio nel taschino. — Ma scusi, perchè? — insisteva accompagnandolo
fino all'uscio, tentando di fermarlo e sfiorandogli involontariamente la
gobba con la punta delle dita della mano sinistra, per ultimo scongiuro.

Il cavaliere era andato via a testa alta tra le due gobbe, senza
voltarsi addietro. E a don Mignatta era parso che la sua buona fortuna
fosse sparita con lui.

                                  *
                                 * *

— E gli imbecilli dicono che non è vero! — pensava don Mignatta scotendo
compassionevolmente la testa!

Maggior prova di questa che da quel giorno in poi gliene erano accadute
tante, una peggio dell'altra?

Tardi si accorse che la più grande disdetta se la era preparata con le
sue stesse mani, la mattina che venne a casa sua la bella moglie di
Zùccaro, erbivendolo e rivenditore di formaggio al minuto.

Era la prima volta che comare Grazia Zùccaro, ricorreva a lui. Di
nascosto del marito, dichiarò sùbito.

— Male! Male! — la rimproverò don Mignatta sorridendo, mangiandosela
cogli occhi.

— Glielo dirò dopo. Cinquanta lire. Lascio in pegno questi orecchini.

E se li cavò con quelle belle mani bianche, delicate, che sembravano
mani di principessa al povero don Mignatta, quantunque egli non avesse
mai visto mani di principessa di nessuna sorta.

— Belli! — egli fece, osservandoli. — Regalo di nozze, eh?

Tutt'a un tratto, irriflessivamente, aperse il gancio di uno degli
orecchini e, con un po' di tremito nella voce, disse:

— No: devono stare al lor posto! Permettete; voglio rimetterveli io.

Ella lo guardò stupìta, e lo lasciò fare.

— E' pratico, si vede. E così...?

— Queste son le cinquanta lire; me le riporterete a comodo vostro.

— Che dirà mio marito? Non le accetto.

— Se non sa nulla!

— Sa. Ho detto: di nascosto di mio marito, perchè — capisce — un
bottegaio come lui... E' vero che i quattrini possono mancare al re che
li stampa. Gli è andato per aria un affare...

— Accettatele senz'altro. Fate onore al vostro nome. Non vi potevano
chiamar meglio: Grazia! E Zùccaro per giunta!...

E siccome ella stendeva la mano, esitante, per riprendere il biglietto
da cinquanta lire, don Mignatta soggiunse: — A vostro comodo!

Ci mancò poco che non si chinasse per darle un bacio sui capelli.

O ch'era impazzito tutt'a un tratto? Se ne maravigliò durante una
settimana. Se la vedeva davanti, seduta là, con le mani da principessa
che sganciavano gli orecchini, bianca e rosea, delicata, che era un
peccato mortale fosse moglie di un erbivendolo e rivenditor di formaggio
al minuto! Pensava anche alle cinquanta lire che tardavano a tornare a
casa, quantunque in quei giorni Zùccaro, vedendolo passare davanti alla
bottega, lo avesse salutato in maniera significativa, quasi per
rassicurarlo: Non dubiti: le riavrà!

Infatti, all'ottavo giorno, don Mignatta diventò fin spiritoso
all'arrivo della donna:

— Ecco la Grazia che mi porta lo zucchero! Troppa fretta!

— Ora viene mio marito — rispose quella mettendosi a sedere.

Don Mignatta si sentì buttare addosso un catino d'acqua fredda. Per
darsi un contegno, spiegò il biglietto guardandolo contro luce.

— E' di quelli falsi — disse comare Grazia, un po' piccata di quest'atto
di diffidenza. — Non ne abbiamo altri.

E diè in una bella risata che parve illuminasse quella brutta
stanzaccia.

Entrò il marito:

— Deve scusarmi. Io non avrei mai osato, quantunque non ci fosse stato
niente di male. Uno domanda: Acconsentite a questo e questo? E l'altro
può rispondere: Sì! No! E amici più di prima. Ma questa qui — le donne,
quando si mettono in testa una cosa, picchia, ripicchia, non ci lasciano
in pace! — questa qui: Io ne parlerei a don... Calogero — ci corse poco
che non gli scappasse detto don Mignatta! — Lui può favorirci, se vuole;
senza suo interesse, s'intende... E' stato così gentile, figurati! Non
ha voluto neppure il pegno!

Don Mignatta spalancava gli occhi e gli orecchi sentendo che c'entrava
lui...

— Se posso... con le mani e coi piedi, come suol dirsi!

Allora parlò la donna, coi gesti, con gli occhi, col sorriso delle belle
labbra tumide e voluttuose, modulando la voce come un gorgheggio,
incalzando di mano in mano che don Mignatta, da rigido mentre parlava il
marito, era già arrivato a scotere lievemente la testa approvando.

— Ah! Se vossia mi dà questa sodisfazione!

E a don Mignatta parve che, così parlando, gli promettesse tutte le
gioie del paradiso.

E fu davvero una bella sodisfazione per comare Grazia lo stare dietro il
bancone della merceria rilevata dalle mani di mastro Ignazio Cerasa, con
gli scaffali ripuliti a nuovo, rifornita di merci di ogni genere, con le
vetrine mobili ai lati della porta, dove stavano esposte tante belle
cosette che facevano fermare la gente e servivano di richiamo.

Don Mignatta era socio, ma nessuno, da principio, lo sospettava. Zùccaro
non aveva smesso, per ora, la bottega di erbivendolo e di rivenditore di
formaggio a minuto. La merceria era pochi metri più in là, nel centro
della Piazza: e don Mignatta che vi passava lunghe ore seduto a covare
con gli occhi la bella merciaia, cominciava a seccarsi di vederlo
comparire, di tratto in tratto, in maniche di camicia, o sbracciato con
addosso il puzzo dei cavoli, delle lattughe, delle cipolle e degli agli
rimestati, con le mani che sitavano di pecorino o di piacentino col
pepe!

E, tra la ressa degli avventori e la presenza di lui, erano già passati
parecchi mesi senza che don Mignatta trovasse un momento opportuno per
rammentare alla merciaia le parole che gli erano parse come una
promessa.

— Se vossia mi dà questa sodisfazione!...

Sì, ogni sera facevano i conti di cassa: gli affari andavano benone; poi
Zùccaro ritirava le vetrine mobili, chiudeva la merceria. — Buona sera!
Buona sera! — e marito e moglie andavano via!

Intanto don Mignatta trascurava i suoi piccoli affari, i più fruttuosi.
Faceva un giretto per le vie, picchiava all'uscio di una debitrice
morosa, entrava — Deo gratia! — in una casa dove trovava la porta
aperta; ma pareva si stancasse sùbito di «tessere» vicoli e vicoletti; e
andava a prendere il suo posto davanti al bancone dal lato della lucida
bilancia di rame; e talvolta aiutava comare Grazia a pesare lo zucchero,
il caffè, a fare il cartoccio con la carta straccia azzurra. Gli
avventori cominciarono a diffidare di quella mano d'intruso. Qualcuno
ebbe a dirgli:

— E voi che c'entrate?

— C'entro.... giacchè c'entro!

Veniva a far spesa anche il cavalier Giunta, con le due gobbe una
davanti e l'altra di dietro, lisciato, agghindato più che mai, con la
consueta sua aria spavalda: non si degnava di salutare don Mignatta, e
mentre la maestra — ora la chiamavano anche così perchè moglie di mastro
Zùccaro — gli pesava un quarto di zucchero o un quarto di caffè, il
cavaliere le diceva tante cosine amabili, impertinenti, che la facevano
ridere, e la divertivano, a quel che pareva, se indugiava tanto nel fare
i pacchetti e legarli; e gli dava la mano, poichè il cavaliere le
porgeva la sua.

— Grazie! A rivederla!

E il cavaliere andava via a testa alta fra le due gobbe, soddisfatto,
senza salutare don Mignatta che gli borbottava dietro:

— Gobbaccio maleducato! Non dovreste dargli l'onore di stendergli la
mano....

— I gobbi portano fortuna! — rispondeva la merciaia.

Ed era quasi dargli una pugnalata, tanto don Mignatta ora odiava il
cavaliere.

Un giorno che don Mignatta non si trovava là, il cavaliere disse alla
bella merciaia:

— Come non la scacciate via quella malombra? Vi porterà sfortuna. Sapete
che si dice in paese? Che è innamorato di voi, che vi fa la corte...
perchè vi ha prestato i quattrini per rilevare la bottega dalle mani di
maestro Ignazio Cerasa.

— Lui? Grazie a Dio, non abbiamo bisogno di nessuno — ella protestò
vivacemente. — E' quell'infamaccio di Cerasa che sparge queste voci, per
invidia!...

Invece era lui che, da gobbo malizioso, aveva capito prima degli altri
la compartecipazione di don Mignatta nella merceria di Zùccaro, e voleva
guastargli le uova nel paniere a quel marcio usuraio. Non immaginava, oh
no! che la merciaia fosse capace... No! No! Ma quello si lusingava... E
poi con le donne non c'è da scommetterci sopra. Perciò ripetè, dopo, le
stesse parole al marito:

— Sapete che si dice in paese?

— E voi, cavaliere, ci credete? — rispose Zùccaro, accigliato.

— Io?... Ve la prendete con me?

Il gobbo ebbe paura, e non fiatò più, con nessuno.

Zùccaro, il giorno appresso, si presentò in casa di don Mignatta, con
faccia burbera, e occhi aggrottati.

— Facciamo i conti!

— Quali conti?... Perchè?

— E trovatevi un'altra bottega da andarvi e sedere; nella mia, fateci il
crocione.

— Anche questo?... Perchè?

— Ottocentosessanta lire. Ve le restituirò a cinquanta lire al mese.

— E gli interessi? — balbettò don Mignatta.

— E lo zucchero, e il caffè, e le altre cose che avete prese nella
merceria non contano niente?

— Ma i danari li ho messi fuori io!... Devo sorvegliare io la bottega...
quel che entra, quel che esce...

— Cinquanta lire al mese... e non fiatate più!

— Vostra moglie però...

— Zitto! — lo interruppe Zùccaro. — Non siete degno neppur di nominarla.
Che vi eravate messo in testa?... Che vi eravate messo in testa?...

Don Mignatta si era sentito salire tutto il sangue al cervello. E
vedendo che Zùccaro gli agitava, minacciosamente, i pugni sul viso, fu
preso da tale terrore, che cominciò a indietreggiare vacillando,
annaspando con le braccia, balbettando:

— Sì! Sì!... Cinquanta lire al mese!... E gli.... interessi?.... Eh? Eh?
Eh?

— Don Calogero! Oh Dio! — esclamò Zùccaro, spaventato alla sua volta. —
Don Calogero!

Lo mise a sedere su la seggiola a braccioli davanti a la scrivania,
scotendolo per farlo rinvenire.

C'era mancato poco che don Mignatta non fosse andato improvvisamente a
succhiare il sangue dei poveri dell'altro mondo, se questo accade anche
colà.

Invece, riavendosi, cominciò lui a minacciare:

— La bottega è mia!... E' sangue mio! C'è la giustizia per farvelo
ricordare.

— Vi ho detto: cinquanta lire al mese, perchè sono persona onesta.
Potrei rispondervi: Chi vi ha visto prima d'oggi? Avete forse carte? Ci
sono testimoni?

— Ah! Vi abusate della mia buona fede!

— E voi... che vi eravate messo in testa, voi? Dovrei gridare in piazza:
— Ecco cinquanta lire di quel ladro di don Mignatta! — E spartirle tra i
poveretti che avete strozzati... Non temete: ve le porterò,
puntualmente, a ogni primo di mese. E se durante questo tempo... — la
vita e la morte sono nelle mani di Dio — vi farò dire tante messe con
quel che rimarrò a darvi.... se pure vi gioveranno!

— Grazie! Grazie!... Fate bene a questo mondo; ve lo rendono così!... Ma
ride bene chi ride l'ultimo. Voglio essere io! Domani mi pianterò
davanti alla bottega...

— Provateci!

— Non ho paura di nessuno!... Che vi figurate?

Rosso in viso, quasi con la schiuma alla bocca, sembrava diventato più
don Mignatta del solito.



AL SANTUARIO


Visto che la signora Gina era uscita su la terrazza, Andrea Collini
accese un'altra sigaretta e la seguì lasciando Rosselli in preda di
Tonghi — povero Rosselli!... — Ma se lo meritava quel martirio; pareva
quasi contento di sorbirsi la interminabile chiacchierata, perchè, se si
sapeva quando Tonghi cominciava, non si sapeva mai quando avrebbe
finito.

La signora Gina, coi gomiti appoggiati su un pilastretto e il mento tra
le palme, guardava quella falce lunare che si elevava lentamente su le
colline, sparendo e riapparendo tra la nuvolaglia che ingombrava il
cielo.

— A che pensa? — le domandò Collini.

— A niente. Mi godo questa tiepida serata.

— Ma dunque... vuol proprio farmi impazzire?

— La prego... non ricominci!

— Non ricomincio perchè non cesso un istante. Come sarei felice di
compensarla di tutte le delusioni della sua vita!

— Presume troppo! E poi, chi le ha detto che io abbia avuto delusioni?

— Si vede! Tonghi è un brav'uomo, ma intollerabile, asfissiante, anche
per coloro che lo avvicinano a intervalli; figuriamoci quale dev'essere
per lei che ha avuto la sventura!...

— E' una sua sciocca supposizione.

— All'occhio di chi vuol bene non sfugge niente!

— Certi occhi travedono, secondo il proprio interesse. La prego; non mi
costringa a ricorrere a mezzi che mi repugnano... Glielo dico per
l'ultima volta.

— Da quasi un anno sto in adorazione davanti a lei...

— E' troppo ostinato.

— Come tutti coloro che amano davvero... Non mi spinga a commettere
qualche pazzia!

— Non so in che modo potrei impedirglielo.

— Con l'avere pietà di me!... Con l'amarmi un po'!

— E lei... finge di essere amico di mio marito!

— E' l'unico mezzo per avvicinarla. Me lo rimprovera?

— Se io dovessi tradire mio marito, la prima cosa che farei sarebbe di
abbandonare la sua casa.

— Ah! Che grande felicità!

— Non si lusinghi! Questo non avverrà mai. Io mi sento mortificatissima
della sua insistenza. Come devo farglielo intendere?

— Dovrei strapparmi il cuore per dimenticarla!...

Si sentì il rumore dei passi di Rosselli e del marito che venivano
anch'essi nella terrazza.

— Ve lo immaginate — disse la signora Tonghi, ridendo — un Collini...
poeta? Pare che sia un po' turco; gli piace più la mezza luna che non la
luna piena.

— L'ho sempre detto che Collini è imbecille! — esclamò il signor Tonghi.
— Non te l'avere a male, caro mio!

— Hai ragione — rispose Collini, aggrottando le sopracciglia.

E buttò via la sigaretta che gli si era spenta tra le dita.

Due volte al mese, Tonghi invitava a desinare i due amici Collini e
Rosselli che, per l'identica ragione, si mostravano condiscendenti alle
stranezze di lui; con la sola differenza che Collini era l'innamorato
respinto della signora Tonghi, mentre Rosselli godeva tutte le grazie di
essa, senza che nessuno mai avesse avuto il minimo sospetto della loro
intimissima relazione.

Avevano adottato un _modus vivendi_ da ingannare chiunque. La signora
Gina non pronunciava il nome di Rosselli senza aggiungervi: —
Quell'antipatico di!... — oppure: — Quell'opprimente di!... — E
Rosselli, parlando di lei con Collini e con altri amici, diceva spesso:
— Quella leziosa! o: quella pretenzionosa della Tonghi! — E non
aggiungeva mai: signora, quasi fosse di troppo.

Così era accaduto che Collini aveva spesso creduto suo dovere di
prendere le difese di lei.

— Leziosa? Ma se è di una semplicità straordinaria!

— Voluta, ricercata; per questo mi dà ai nervi. E poi, quell'aria di
rassegnata, di vittima!... Oh! certamente Tonghi con le sue manie, con
le sue meticolosità di ordine e di pulizia, non è tale da render felice
una donna; ma, d'altra parte, vedersi davanti, da mattina a sera, quel
viso da funerale, deve essere così nell'intimità; — noi vediamo la
rappresentazione, la parata — è cosa da far perdere la pazienza anche a
un santo.

— Viso da funerale? Io non ho visto un viso più sorridente, più lieto!

— Sorridente con quella specie di ghigno che le contrae le labbra?

— Vuol dire che i nostri occhi vedono diversamente. Sei invidiabile. Per
me, invece...

E Collini, una sera, uscendo di casa Tonghi dopo il solito desinare,
credendo di confidarsi con uno che non avrebbe mai potuto essere un
rivale, gli aveva rivelato le sue pene di cuore.

— Povero Collini! Ti compiango. Quella donna è un pezzo di ghiaccio.

— Spero di scioglierlo, un giorno o l'altro...

— Amor che a nullo amato amar perdona! Cose che si dicono in versi,
perchè in prosa, con rispetto di Dante, farebbero ridere i polli. Lascia
andare! Mancano belle e compiacenti donne in questo mondo? E poi, te lo
avverto, Tonghi non è un marito comodo.

— Mi amazzerebbe?

— Ammazzerebbe pure lei anche pel solo sospetto.

— Lei, no! Lei, no!

Si vedeva che Collini era innamorato davvero, se protestava a quel modo,
quasi ci fosse proprio pericolo che il geloso marito arrivasse a
quell'estremo.

                                  *
                                 * *

Se avesse saputo come ridevano di lui i due amanti, nella cameretta
fuori mano, dove si rifugiavano due volte la settimana!

Ridevano, ma spesso non erano tranquilli, specialmente lei. Aveva tristi
presentimenti, senza saper spiegarsene la ragione.

— Ho dovuto fingere un forte malessere, consultare il nostro dottore...
Sembra ripreso da un impeto di brutale passione... Cosa insolita. Ho
dovuto quasi lottare per resistergli... Oh, tu non puoi immaginare come
mi repugna di essere sua!

Egli diventava pallido, si stirava le mani, minacciante.

— Sua, mai più! Mai più!

La serrava fortemente tra le braccia, la copriva di baci, quasi per
difenderla. Lei gli si abbandonava sul petto, singhiozzante:

— Ha parlato anche di un viaggio in Svizzera!

— Ah, se tu volessi!

— Uno scandalo, no! Per mia madre. Ne morrebbe!

— E forse il nostro amore perderebbe la sua più grande attrattiva,
uscendo dal mistero che ora lo circonda!

— Non dire così. Anche al cospetto del cielo e della terra!... Soltanto
per mia madre!

— Perchè vuol condurti via? E' impossibile che io viva, anche per
qualche mese, lontano da te.

— Resisterò... Mi ammalerò... più gravemente. E così dicendo sorrideva.

Allora, a poco a poco, il cielo delle loro anime si schiariva, assumeva
una limpidezza raggiante di sole; e tutti e due dimenticavano il mondo,
come se quella camera, quell'appartamentino (a cui si accedeva da due
vie e sembrava fatto apposta per eludere i sospetti della gente)
rimanesse così lontano lontano da dar l'illusione che essi fossero i
soli esseri viventi in un'isola, in un continente, in un pianeta
sperduto nello spazio.

E quando la piccola soneria dell'orologio, mezzo soffocata da un drappo
per attutirne lo squillo, li destava dal dolcissimo sogno, ella spesso
ripeteva:

— Sì, sì, basta! Si può morire di felicità!

— Sarebbe il più bel morire! — rispondeva Rosselli!

— Vivere dobbiamo. Per morire c'è sempre tempo!

E lei gli faceva un inchino:

— Addio... antipatico! Addio... opprimente!

— Addio... leziosa! Addio... pretenziosona!

Si staccavano a stento.

Era stato un colpo improvviso, e le loro due giovinezze si eran esaltate
sempre più in quel mistero che le circondava.

Ella gli aveva detto parecchie volte:

— Non ho rimorsi. L'ho sposato per amore, ed egli ha fatto di tutto per
stancarmi, per allontanarmi da sè. Non credo ci sia mai stato al mondo,
o che ci sia, un tiranno peggiore di lui; tiranno dalle piccole cose,
dalle inutili manie, dalle continue, irritanti esigenze che ti tolgono
il respiro. Sin dalle prime settimane. Non posso ricordare senza fremere
il nostro viaggio di nozze: venti giorni... un'eternità! Continuamente:
— Ma Gina! Ma Gina! — quasi lo spostare un oggetto, il trascurare il
riporne uno dove, secondo lui, era indispensabile riporlo... fosse stato
un delitto! Da principio ridevo, rimettevo l'oggetto al suo posto,
eseguivo allegramente la manovra da lui voluta... Ma che? Dovevo ridurmi
un meccanismo pronto ai suoi stupidi voleri? Mi sentii chiudere il
cuore. Una irritazione sorda; poi odio a dirittura! Andavo a piangere in
casa di mia madre. La cara e buona mamma non sapeva dirmi altro: — Fa'
la volontà di Dio! — Era Dio forse lui? Dio sei stato tu, tu la luce,
l'amore la vita! Ah, se non fosse per la mamma!... Non ho rimorsi. Sono
orgogliosa di quel che faccio. Se occorresse, glielo griderei in viso!

Lui tentava di rabbonirla, d'impedirle di commettere un'imprudenza, nei
giorni in cui ella arrivava nel loro rifugio più irritata del solito.
Ormai aveva voluto staccarsi completamente dal marito; non sapeva più
vincere la repugnanza ch'egli le ispirava. E in questo Rosselli era
d'accordo con lei: tremava al solo pensiero di saperla alla mercè della
violenza di colui che l'aveva in potestà sua, protetto dalle leggi umana
e divina. La vera legge umana era il loro amore; la vera legge divina il
loro amore, sempre, il loro amore! Non era anche troppo sacrificio il
mentire davanti a lui, davanti alla società? Non era un miracolo di
amore il non essersi mai traditi un solo istante?

Per un nonnulla, al suo solito, Tonghi aveva fatto una gran scenata con
la moglie. Essa, già pronta per andar fuori, non aveva risposto una sola
parola, terminando di aggiustarsi la veletta davanti allo specchio,
quasi suo marito non parlasse con lei.

Egli aveva interpetrato quel silenzio a modo suo, come un'acquiescenza
alla sua sfuriata, abituato a credere di aver sempre ragione. Si era
accorto da un pezzo, che qualcosa era venuto meno tra loro, ma pensava
che, pur troppo, doveva esser così nel matrimonio. Non gli passava pel
capo che fosse colpa del suo strambo carattere se quel qualcosa era
avvenuto. Sofisticava intorno a tutto, riteneva che, per esempio, il
lasciare un volume su una seggiola invece che sul tavolino dov'egli
l'aveva posato, o nello scaffale dov'era stato collocato, fosse una
storditezza imperdonabile da scompigliare tutto l'ordine della casa; non
sapeva persuadersi che con l'interminabile trovar da ridire su ogni
piccola cosa, con l'esagerazione degli sfoghi, che diventavano spesso
escandescenze, egli era l'artefice della sua e dell'altrui infelicità;
no, non gli passava pel capo. Fortunatamente il suo orgoglio non gli
permetteva di dubitare che sua moglie potesse tentar di cercare altrove
quelle dolcezze, quella tranquillità che ormai non trovava più in
famiglia.

— Va a dir male di me da sua madre!

Il suo più nero sospetto era questo.

Perciò accolse con un scettico sorriso la rivelazione di Collini che
quella mattina, a bruciapelo, venne a dirgli:

— Tua moglie ha un amante!

Collini si era lasciato cascare su una seggiola, quasi lo sforzo per
quest'accusa avesse esaurito le sue forze.

— Che interesse hai tu di farmi tale rivelazione?... — disse Tonghi. E
soggiunse sùbito: — Di calunniare mia moglie?

— Sono un miserabile! — esclamò Collini. — Che interesse? La ho amata
inutilmente un anno, più. Credevo che mi resistesse per dignità di donna
onesta. Ma ora che ho scoperto.... Nè io, nè lui!

— Se tu mentisci!...

E Tonghi gli si slanciò addosso, mettendogli le mani alla gola.

— Nè io, nè lui! — replicò Collini. — So che commetto un'infamia....

— Chi, lui?

— Rosselli! E' stato un caso... Potrai sorprenderli quando vorrai.

— Se tu mentisci!... Va' via! Sei un gran vigliacco; mi fai schifo! Non
comparirmi più dinanzi! E non ti sfugga con altri una sola sillaba di
quel che sei venuto a dirmi. Al mio onore penserò io, provvederò io. Va'
via!

Collini, atterrito, si era mosso per uscire; ma Egidio Tonghi lo fermò
per un braccio.

— Prima, dimmi tutto!

Gli era parso che un profondo abisso gli si fosse spalancato davanti e
ch'egli stesse per precipitarvi.

Che fare? Sorprenderli? Ucciderli?... Andar in carcere per loro?

Si aggirava in casa come una belva nella sua gabbia di ferro, pensando
che in quel momento essi erano là, nel loro nido, felici, senza
sospetto!...

Si fermò tutt'a un tratto davanti a una stampa che rappresentava il
Santuario dell'Immacolata in cima alla rupe di Raceno. Un'idea diabolica
gli balenò nel cervello, e rimase assorto, quasi vedesse già compiuto
quello che fantasticava da un'ora.

Per questo potè dominarsi vedendo rientrare con qualche ritardo sua
moglie.

— La mamma sta poco bene... — ella disse, per scusarsi.

— Niente di grave, spero.

— Oh! Niente di grave.

                                  *
                                 * *

Il vecchio frate, custode del Santuario, li aveva ammoniti:

— Non s'inoltrino troppo avanti da quella parte. L'altezza dà la
vertigine.

— Non siamo bambini — aveva risposto Egidio Tonghi.

Pochi scalini e poi una piccola spianata semicircolare, senza nessun
riparo, aperta sul gran vuoto della ristretta vallata dove la roccia
scendeva a picco.

— Avremmo dovuto far colazione qui — disse la signora Gina — invece che
nel refettorio dell'eremo.

S'inoltrava cautamente, dopo aver preso il braccio di Rosselli.

— Sarà buono a trattenermi se mi prenderà la vertigine?

— Le verrò dietro, in ogni caso.

— Oh! Così cavalleresco!

Era felice di poter passare una giornata intera assieme con lui, sotto
gli occhi del marito.

Tonghi, risalito gli scalini, aveva tirato fuori dalla tasca la
rivoltella, e con gli occhi quasi fuori dell'orbita, iniettati di
sangue, con voce roca, imperiosa, gridò alla moglie e all'amico:

— Buttatevi giù! Vi ho condotti qui apposta.... Buttatevi, o vi ammazzo!

I due amanti improvvisamente impalliditi, capirono che non si trattava
di un'allucinazione, di uno scherzo di cattivo genere, di una minaccia
da burla, e si voltarono stringendosi, disperatamente, l'uno all'altro.

— Buttatevi!... O vi ammazzo!... Il turpe inganno è finito!

— Inganno?

— Zitta!

— Inganno? — riprese la signora Gina non dando retta a Rosselli che le
stringeva forte il braccio.

— Ma è stato unicamente...

— Zitta! Zitta!

— ... per mia madre!... Sì, ci butteremo giù, felici di morire insieme,
al tuo cospetto, in un abbraccio e in un bacio supremo!...

— Sputandoti in viso il nostro odio, il nostro disprezzo! — soggiunse
Rosselli.

Non c'era via di scampo; si sentivano presi; qualunque loro movimento in
quel ristrettissimo spazio voleva dire la morte. E colui, brandendo
l'arma, minacciava, ripetendo:

— Buttatevi! Buttatevi!

Senonchè la sua voce più non era imperiosa, sicura. Di fronte a quel
deciso contegno, davanti a quell'altera proclamazione del loro amore e
alla gioia di morire insieme si sentiva sfuggire la piena sodisfazione
della vendetta; e quando li vide, avvinghiarsi in un abbraccio e
incollare in un violento bacio le loro labbra, chiudendo gli occhi,
indietreggiando, indietreggiando lentamente, quasi per assaporare in
quel modo la dolcezza della morte imminente, Egidio Tonghi buttò la
rivoltella e, senza sapere quel che facesse, emise un rauco grido:

— No! No! Fermatevi!

Troppo tardi!

                                  *
                                 * *

Il vecchio frate, vistolo ricomparire solo, domandò:

— E gli altri due?

— Sono scesi giù; risaliranno dall'altra parte. Li attendo qui.

E si sedè sul banco di pietra davanti a la chiesetta, borbottando:

— Han fatto il salto! Io non volevo.... Risaliranno dall'altra parte...
Li attendo qui!

Egidio Tonghi era impazzito.



I SOLILOQUI DI BICCI


Peccato che Bicci non fosse meno ignorante di quel che era! Con quella
sua vivacissima immaginazione per cui un qualunque indizio si sviluppava
rapidamente, diventava fatto concreto da commuoverlo, da rallegrarlo, da
farlo disperare, quasi si fosse trattato di una innegabile realtà, con
quella sua vivissima immaginazione, egli avrebbe potuto diventare un
novelliere, un romanziere di prim'ordine.

Che gli mancava? Un po' d'italiano, un po' di grammatica, un po' di
stile, forse un po' di... Ma no! Ma, no! Non gli mancava altro; e per
ciò le sue novelle, i suoi romanzi rimanevano inediti, riserbati
soltanto a lui che li rimuginava e non sapeva apprezzarli. Infatti,
quando aveva vissuto — bisogna dire così — un'avventura che era proprio
una novella o un romanzo, — e in questo caso si trattava di settimane di
fantasticamento, — Bicci, invece di rallegrarsi con se stesso, invece di
ammirarsi, si buttava in viso una violenta serie di ingiuriosi epiteti:
— Stupido!... Imbecille!... Cretino!... Bestia!... Bestione!... — i
quali però, da lì a qualche giorno, non gli impedivano di ricominciare
daccapo.

Ed era la sua fortuna; perchè così non gli accadeva mai di annoiarsi. La
sua vita passava in continui soliloqui.

Da due giorni ora stava sotto l'ossessione di una lettera di suo zio
Tommaso Bicci.

— Viene per far testamento!... E perchè me lo annunzia? Vuol trovare un
notaio onesto, come se i notai portassero l'etichetta: Guardatevi dalle
contraffazioni! I notai sono tutti onesti fino al momento in cui i
depositi dei clienti non li tentano di diventare l'opposto. Ma allora
scappano, e non occorre informarsi della loro moralità negli affari...
Già, mio zio è stato sempre un omo... un omo... come dire? — un po'....
forse più di un po', di cervello balzano. E' andato ad esiliarsi in
campagna; chi sa perchè? Per economia, no di certo. Le grasse rendite se
le gode fino all'ultimo centesimo, e spesso gli accade di dover fare
qualche piccolo debito, una, due cambialette a tre, a sei mesi... tanto
— assicurava una volta, ridendo — per provare l'emozione di mettere la
propria firma su quella striscia di carta filigranata, e poi l'altra
emozione più forte, dell'imminente scadenza e del pericolo del protesto.
Bisogna provare tutto a questo mondo. Eh sì! La teorica è bella per chi
può permettersi di cavarsi certi capricci, tutti i capricci, come è
facile a lui che, regolarmente, ogni sei mesi... Ah! Dev'essere una gran
delizia, tagliare i cuponi della rendita e intascare i quattrini con
l'unico scomodo di presentarsi due volte all'anno al cassiere della
Banca d'Italia!...

Ed ora vuol fare testamento! Se non avesse intenzione... Infine, io sono
il suo più stretto parente. Ebbene.... Non capisco perchè far beccare al
Notaio, al Ricevitore del Registro, allo Stato, per la tassa di
successione, parecchie centinaia di lire, che potrebbero esser
risparmiate a beneficio dell'erede, o degli eredi.... Quali? I parenti
di terzo grado?... Vorrei vedere che c'entrassero anche loro. Che! Che!
Altrimenti lo zio Tommaso non mi avrebbe annunziato: Vengo pel mio
testamento!

Com'è stupido il codice riguardo ai testamenti! Se ne possono fare due,
dieci, venti, uno diverso dall'altro; ed è soltanto l'ultimo quello che
ha valore! Invece, testamenti e donazioni avrebbero dovuto essere
tutt'una cosa. — Pensateci bene prima di far testamento; ma una volta
fatto «quo scripse, scripse», come diceva quello. — Invece, uno sa, per
esempio: Mio zio mi ha steso nel suo testamento; e, pur augurandogli
cent'anni di vita — cento sono troppi: infatti non si avverano quasi mai
— pensa, ripensa, fantastica, fa mille castelli in aria intorno a
quell'eredità... E poi, quando lo zio se n'è andato all'altro mondo,
scappa fuori un testamento che nessuno si aspettava! Oh, il codice è
stupido! Significa che chi l'ha fatto non aveva nessun parente e nessuna
eredità da attendersi, altrimenti ci avrebbe pensato due volte prima di
permettersi la balordaggine...

— Tu parli da grullo, caro mio! E se l'ultimo testamento è il meglio? Se
corregge uno sbaglio, una cantonata presa nel primo?

Sarà! Sarà! Ma io preferirei che mio zio, ora, mi dicesse: Tu porti il
mio nome, sei destinato a continuare la lunga generazione dei Bicci
autentici; gli innumerevoli Bicci sparsi pel mondo non contano niente...
Ed ecco qui, da mano a mano, senza testamento, senza neppure un rigo di
ricevuta — a che scopo la ricevuta? — prendi; queste sono le cartelle di
rendita che dovresti ereditare alla mia morte. E siccome non si sa mai
quando nè come si muore, e ci potrebbero essere degli indiscreti da
frugare prima di te nei miei cassetti... Prendi! Comincia a godertele
fin da ora!

Figuriamoci se mio zio Tommaso Bicci potrebbe indursi a un atto così
semplice, diretto, con quel suo cervello balzano che non gli ha permesso
di ricordarsi di me in tant'anni, neanche per cavarsi la curiosità di
sapere se ero vivo, morto, scapolo, ammogliato, ricco, povero,
galantuomo, farabutto, quasi il figlio di suo fratello non fosse mai
esistito! Ora, tutt'a un tratto: — Vengo per fare testamento. Trovami un
notaio onesto!

L'ho qui vicino, accanto al portone, uno studio notarile molto
accreditato, a giudicare dalla folla dei clienti che entrano ed escono
durante la giornata. Studio, perchè? A meno che la denominazione
«studio» non voglia significare: Luogo dove si studia il miglior modo
d'imbrogliare la gente. Conosco il notaio, vecchietto rubizzo, soltanto
per saluto ogni volta che esco di casa, e lui arriva, alla stessa ora,
regolarmente. — Buon giorno, signor notaio! — Buon giorno, signooor....
— Non c'è verso che mai si ricordi del mio nome. — Condurrò mio zio da
lui.

Il guaio è che io non so dissimulare; tutto mi si legge sul viso come in
un libro stampato. Ed ecco Marco Tanzi:

— Bicci... che c'è di nuovo? Ti sorridono gli occhi.

Posso rispondergli: — C'è il testamento dello zio in mio favore? Mi
direbbe sùbito: — Bravo! Ora prenderai moglie! — Io, zitto. E lui: —
Senti: se è vero che hai messo gli occhi addosso alla signorina Viola...
— Sempre lo stesso discorso! A furia di ripetermelo, mi ha fatto davvero
metter gli occhi addosso alla signorina Viola. Chi ci aveva mai pensato?
Sì, la guardavo, dicevo, qualche volta, come tutti: — E' carina, e pare
che abbia una discreta dote. — Potrebbe darsi dunque che il suo sospetto
provenga da ciò. Prima, mi domandavo: — Ma a lui che glien'importa?
Faccio quel che mi pare e piace e non devo render conto delle mie azioni
a nessuno. — Dopo, ho capito: la signorina Viola e la sua dote fanno
gola a lui. E per questo l'insistenza di Marco m'irrita, m'indispone. Il
bello è che la signorina se ne sta a casa sua, tranquilla, ignara di me
e di Tanzi, forse col cuore interessato di qualcuno che nè io nè Tanzi
sospettiamo, perchè all'ultimo accade così: tra due litiganti, il terzo
gode. — Hai delle pretese? — dico io. — Fatti avanti! — Tu devi
lasciarmi libero il posto! — Io non lascio libero niente: chi è più
forte vince! — Se si trattasse di farla a pugni, il più forte sarebbe
lui, che è un omaccione; ma ha un cuore di coniglio... E' impertinente
però; mi mette con le spalle al muro: devo dargli una lezione. Vedete?
Un galantuomo si trova così nel rischio di ammazzare o di farsi
ammazzare! Giacchè io non posso ingollarmi in santa pace le provocazioni
di Marco Tanzi. E voglio dargli la prova che, se mi ci metto seriamente,
riesco meglio di qualche altro, di lui sopratutti. Se la sente? E vada a
presentarsi al signor Viola: — Vi chiedo la mano di vostra figlia! — Gli
riderà in viso il signor Viola. Ma già, prima dovrebbe presentarsi alla
signorina Ernesta. E' inutile far la richiesta al babbo, se non si ha la
certezza anticipata del consenso della figlia.

E' il mio piano. Non già che io sia innamorato della signorina. Mi
piace; è carina; dicono anche che sia istruita; via, si sa, istruzione
da donne! Ha frequentato le stesse scuole che ho frequentato io. Sono
istruito io? Tanzi, forse, ne sa più di me? Ingegno naturale si
richiede; ma è un'altra questione. Carina, dunque, è innegabile.
L'amore... ci vuol poco a farlo nascere. Uno si mette in testa una
signorina, ci pensa, ci ripensa; la guarda, torna a guardarla, e, certe
volte, — dicono quelli che sono stati innamorati — si ha appena il tempo
di riflettere che già la signorina ha preso possesso del cuore. Finora,
a me, non mi è accaduto. E, in verità, mi seccherebbe se dovessi
trovarmi, che è, che non è, una signorina installata nel cuore, senza
sapere come ci sia entrata. Per la signorina Viola, è un altro paio di
maniche. Porta aperta. Ben venuta! Passi! Passi!... Per dispetto di
Marco Tanzi. Quando uno c'è tirato pei capelli... e, sì: un duello,
piuttosto che patire una soperchieria! Ernesta me ne sarà grata, ne sarà
orgogliosa... — No! no! Non esporre la vita per me! — Lacrime,
abbracci... E io, con bel gesto: — Devo dargli una lezione! — Tutto
questo, s'intende, dopo dell'arrivo dello zio, e dopo che il testamento
sarà in mano del notaio. Voglio andare a colpo sicuro.

Ah, quello zio! Se la è goduta la vita!... Quando si dice: gli stravizi
della giovinezza! Ecco là il signor Tommaso Bicci, che ne ha fatto di
tutti i colori, in Italia e fuori d'Italia, nel Vecchio e nel Nuovo
Mondo... — è stato anche in America, a far quattrini, pare. — Dovrebbe
essere un carcame, una rovina... Invece, a settant'anni, sembra quasi un
giovanotto... Si tinge molto bene; non s'indovina, bisogna saperlo.
Quando si dice gli stravizi! Erano fabbricati meglio i nostri parenti di
un secolo fa! Solidi, solidissimi. Non lo vedo da un pezzo; ma non sarà
mutato, fisicamente. Moralmente, sì. — Vengo per far testamento. — E'
un'idea triste quella del testamento, e può significare un atto di
prudenza, di preveggenza, e, anche, un presentimento di prossima fine.

Non sarà male intanto far qualche approccio verso la signorina Viola. La
incontro spesso con la sua mamma. Vanno pei negozi ogni giorno; sempre
con pacchi, pacchetti, pacchettini in mano: spendono troppo. — Eh, cara!
Noi non possiamo continuare questo genere di vita! — Che vita? — Capisci
che le nostre risorse... — E la mia dote? — Non buttarmela in faccia la
tua dote. — Devo dunque privarmi... — Privarti di niente! Quel che è
necessario. Il superfluo...

Ma fate intendere a una donna, a una moglie, che c'è al mondo anche il
superfluo! Per la moglie il superfluo non esiste. Tutto è necessario,
anzi, urgente. Devo continuare a bisticciarmi con Ernesta? Eppure,
quando eravamo fidanzati sembrava così buona, così condiscendente, così
remissiva! Incredibili, le donne! Come se dentro ognuna di esse ce ne
fossero due, tre, una l'opposto dall'altra, che scattano fuori secondo
le circostanze. Combattete con tutte e tre, se vi riesce!... E se non
era per fare un dispetto a Marco Tanzi...!

Già, ne ragiono come se la cosa fosse bella e conclusa!... Al solito
mio!... Mi sono arrabbiato, ho la bocca amara, quasi avessi davvero
leticato con mia moglie... che non ho! Tutto dipende dal testamento
dello zio: dipende che Tanzi non mi annoi più col dire: La signorina
Viola qua, la signorina Viola là... O che non ci sono altre signorine a
questo mondo? Troppe! Troppe! Dicono che ogni maschio potrebbe sposarne
almeno tre in una volta... e rimarrebbero ancora delle zittellone da
collocare.

In ogni modo, bisogna preparare il terreno: non lasciarsi cogliere alla
sprovvista. Ma quel Tanzi! Se sapesse che è stato lui, proprio lui, a
buttarmi tra le braccia della signorina Viola! Tra le braccia per modo
di dire; perchè, devo confessarlo, la signorina Viola è divenuta ormai
il mio sogno ad occhi aperti, e credo che, da qualche settimana in qua
se non sono diventato il suo sogno anch'io, poco deve mancarci. Si
tratta di occhiate, di sguardi insistenti. Certe volte mi sembra che
ella si domandi: — Ma che vuole da me costui che mi guarda a quel modo?
— Via signorina!... Finge di non aver capito? Se fosse vero, il fatto
non farebbe onore alla sua intelligenza... — Certe volte, al contrario,
sembra che lei mi risponda: — Ma parli al babbo! Che aspetta?

Un momento, signorina. Lasci che arrivi lo zio Tommaso, tra giorni. —
Vengo per far testamento; cercami un notaio onesto. — Se la cosa non
riguardasse me, perchè tutta questa premura di annunziarmi l'intenzione
di far testamento? Mancano notai al suo paese? E' vero: lui abita in
campagna; ma potrebbe risparmiarsi il viaggio fino a qui; alla sua età è
sempre uno scomodo anche viaggiare in prima classe o in _sliping-car_.
Dunque c'è una nascosta ragione che lo fa muovere, che lo spinge a
preavvisarmi: — Vengo per fare testamento; trovami un notaio onesto. —
Per me, signorina, tutti i notai sono onesti, se devono ricevere un
testamento in mio favore. Che onestà occorre per questo? Si detta il
testamento davanti ai testimoni, si legge, si firma, e tutto è finito.
E' olografo? Si consegna in busta chiusa con cinque o più suggelli...
Busta? No; un foglio di carta bollata. Mi sono informato bene....
Testatore, testimoni, notaio firmano l'involucro... e tutto è finito.
Solamente, in questo caso, non si sa quel che il testatore ha scritto.
E' seccante. Chi sa che diamine ha combinato?

E' una stupidaggine supporre che lo zio Tommaso voglia farsi beffa di
me. Gli ho mai chiesto qualche cosa? Ho sempre detto soltanto, tra me e
me, e non può essergli giunto all'orecchio: — Quel maiale dello zio
Tommaso! — Esclamazione scherzosa, che lo avrebbe fatto sorridere se
avesse potuto udirla. Per fortuna quel che si pensa rimane dentro di
noi, e la parola può dire una cosa e l'altra parola, quella che ci parla
sottovoce nella testa, dire, nello stesso momento, precisamente
l'opposto.

Così, ora, se Marco Tanzi, quel gran seccatore, mi domanderà... —
Figurati! — gli risponderò. Io penso alla signorina Viola come alla
figlia del Gran Turco! — E intanto avrò lavorato sott'acqua, avrò fatta
la mia brava dichiarazione, poi la mia solenne richiesta al babbo, e una
mattina... Peggio di uno schiaffo! Peggio di un pugno su la bocca dello
stomaco! E Tanzi dovrà star zitto, se non vorrà far ridere la gente. Non
c'è persona più ridicola di un pretendente che si vede levato, per modo
di dire, il boccone di bocca, e rimane a bocca aperta! Eh? Eh? —

Quasi una settimana di soliloqui, interrotti, ripresi, alla passeggiata,
a colazione, a desinare in quel cantuccio appartato della trattoria dove
faceva pensione, e nella camera mobiliata a un terzo piano, ch'egli si
compiaceva di chiamare il suo nido; la mattina lavandosi, pettinandosi,
spazzolando il vestito prima di avviarsi all'ufficio; la sera, fumando
la pipa affacciato alla finestra, preparandosi ad andare a letto, e,
infine, a letto, al buio, rivoltandosi da un fianco all'altro perchè si
addormentava con qualche difficoltà, con tanti soliloqui da smaltire.

— E lo zio Tommaso che fa? Si è pentito? Non si degna neppure di
avvisarmi che ha rimesso il viaggio a un altro giorno, a un'altra
settimana, a un altro mese! Intanto...

Intanto, quell'acqua cheta di Marco Tanzi, zitto zitto, senza che Bicci
si accorgesse di niente, aveva lavorato, lavorato: era entrato nelle
grazie della signorina Viola, aveva fatto la richiesta al suo babbo che,
non scorgendo nulla di meglio in vista, non si era fatto pregare molto.
Le nozze erano già stabilite alla chetichella, quando un indiscreto
disse al Bicci:

— Tanzi sposa la signorina Viola!

Diciamolo sinceramente in sua lode: Bicci fu ammirabile. Nonostante lo
schiaffo, nonostante il pugno su la bocca dello stomaco, che questa
volta toccarono a lui, si sforzò di sorridere e rispose:

— Me ne rallegro!... Sono una coppia bene assortita!

Non appena fu solo si sfogò:

— Stupido! Imbecille! Cretino! Ben ti stia! Bestia! Bestione!

Ci volle una settimana, prima di darsi pace e di ricominciare daccapo...
un'altra novella, un altro romanzo....

Peccato! E dire che con un po' d'italiano, un po' di grammatica, un po'
di stile, pochino, egli sarebbe potuto diventare un novelliere, un
romanziere di prim'ordine!



L'INCONSOLABILE


La morte di Emma Flores era stata vivamente compianta anche da coloro
che conoscevano soltanto di vista la giovane signora, sposa appena da
diciotto mesi a colui che le aveva dato il suo nome, le sue ricchezze,
il suo cuore, preferendola tra tante con gran dispetto delle rivali.

Tutti avevano ricordato in questa luttuosa occasione l'apparizione quasi
luminosa di lei, uscendo dalla chiesa dove era stato celebrato il
matrimonio religioso, tanta ineffabile gioia le vibrava dagli occhi,
tanta lietezza di sorriso le infiorava la bella bocca, così profondo
senso di felicità animava l'agile, slanciata persona che si appoggiava
al braccio dell'elegantissimo sposo con soave gesto di abbandono e di
possesso.

Al loro ritorno dal viaggio di nozze a traverso mezza Europa, parecchi —
specialmente i più intimi — poterono notare qualcosa che pareva
stendesse una lieve nebbia di tristezza attorno alla giovane coppia.

I maliziosi non si perdettero in vaghe supposizioni. — Si sono
imprudentemente stancati. Hanno avuto troppa fretta. Basta guardarla in
viso; i sintomi sono evidentissimi. Avremo tra poco l'annuncio del così
detto felice evento...

Sembrava un po' preoccupato anche lui, quasi la prossima paternità
l'obbligasse ad assumere un'aria alquanto severa, per mostrare che ormai
la frivolezza della sua vita di scapolo aveva dovuto cedere il posto a
cure e intendimenti più elevati e più seri.

Per un pezzo parve che la gente non trovasse altro di meglio da fare che
occuparsi dei fatti dei giovani sposi, quantunque essi evitassero di
dare in pascolo alla curiosità degli sfaccendati l'intimità della loro
vita.

A poco a poco, infatti, i Flores si erano ritirati dal prender parte a
feste, a ricevimenti, a spettacoli; viaggiavano da città in città, o
passavano lunghi mesi in una loro villa sempre soli.

— Sono giovani, sono innamorati; lasciamoli fare. Si annoieranno
finalmente!

— La delusione della maternità forse entra per qualche cosa in questo
loro contegno...

— Eh, via! hanno tanto tempo davanti a loro!

— Un po' di posa, per rendersi più interessanti!

— Non ne hanno bisogno, confessiamolo!

— Ed io posso dirvi che la sposina è gravemente malata!

A queste parole del dottore Tarozzi, in casa della contessa Starani, le
signore gli si erano affollate intorno.

— Di che male, dottore?

— Non tradisco un segreto di professione.

— E quand'anche? Non si tratta di peccati....

— D'un male strano, inesplicabile, che sfida tutte le indagini della
scienza.

— Hanno fatto dei consulti?

— Parecchi. Ripeto: io non tradisco un segreto di professione. Me ne han
parlato i colleghi come di un caso nuovo. Un rapido deperimento....

— Tisi, dunque!

— No. La malata non avverte nessun sintomo, all'infuori di una
depressione di forze che, talvolta — e qui consiste la stranezza! —
sembra le produca un senso di sodisfazione, quasi di gioia. — Egli n'è
desolato, e intanto deve fingere di esser tranquillo, conducendo
attorno, in rapide corse, da una provincia all'altra, quella che può, in
un momento, spirargli improvvisamente tra le braccia.

— Spirargli?... E lei non si accorge del suo stato?

— Almeno non lo dimostra.

— Che tormento dev'essere per tutti e due!

Lisa Bretti, che era stata compagna di collegio con Emma, cercò di
vederla appena seppe che i Flores erano tornati in città, ma non fu
ricevuta. E poche mattine dopo si sparse fulminea la notizia: La Flores
è morta! All'improvviso!

— Erano troppo felici! Non poteva durare a lungo!

Tutta la compassione si riversò sul superstite. Signore e signorine
parvero prese da un grande impeto di carità per confortare il giovane
vedovo, che sembrava l'immagine del dolore più concentrato e più
profondo anche dopo un anno e più di strettissimo lutto.

Intimi amici avevan dovuto fargli forza per strapparlo dalla solitudine
in cui si era chiuso.

— Caro mio — gli aveva detto Beraldi — bisogna darsi una ragione di
tutto. Se a ogni perdita di persona cara la gente dovesse seguire il tuo
esempio, in pochissimo tempo il mondo si ridurrebbe peggio dell'antica
Tebaide.

— Ah! tu non puoi intendere....

— Intendo benissimo, anzi. Il tuo è un caso eccezionale, lo so. Ma,
infine, tutti i casi sono eccezionali per chi n'è colpito. E sai che
cosa diceva poco fa una signora amica della cara estinta e tua, parlando
della tua sparizione? Diceva: Vuol dire che non è sicuro di sè. Ha paura
di mostrarsi consolato troppo presto, o di consolarsi davvero con un
nuovo matrimonio.

— Questo è impossibile. Ormai, mi sopravvivo!

— E va bene; ma fare il morto anticipatamente, scusa, mi sembra un
eccesso.

                                  *
                                 * *

La rientrata d'Icilio Flores nella vita sociale fu uno dei più notevoli
avvenimenti della cronaca mondana.

Era rimasto il bell'uomo impeccabilmente elegante di una volta, con
qualcosa di più che proveniva dalla bionda barba lasciata crescere dopo
la disgrazia, quantunque tagliata su l'ultimo modello e accuratamente
pettinata; dal lieve pallore della pelle del viso e da un'aria di
concentrata tristezza nello sguardo che sembrava rivelasse la profonda,
irrimediabile desolazione del cuore.

Nessuno osava di accennare alla povera morta; ma lui la ricordava a ogni
po', in questa o quella occasione:

— Emma diceva... Emma faceva... Emma pensava....

Sempre qualcosa di caro, di gentile, di pietoso: e nella voce gli
tremava una commozione così viva, quasi non fossero ormai passati due
anni dal giorno della disgrazia; e le palpebre si agitavano, come ad
impedire che le lacrime sgorgassero per quel dolore che sembrava appena
di ieri e assumeva, nel ricordo, il valore di ineffabile consolazione.

Quando la gente si accorse che il vedovo cominciava a sentire il fascino
della grazia e dello spirito della signora Lizarri, stette ad osservare
con vivo interesse tutte le fasi di questo avvenimento che si svolgeva
nei ricevimenti della baronessa Starani, in casa dei Rossi, in casa
Bretti, dove, su per giù, si incontravano sempre le stesse persone, e
dove la Lizarri era lietamente accolta per la vivacità dei suoi modi,
nonostante certe spregiudicatezze che la sua sincerità le faceva
perdonare fin dalle invidiose; parecchie.

— Sì, — ella gli disse una sera in casa Rossi, sul punto di andar via —
sì, io ho una piccola corte di amiche e di amici, di amici sopratutto.
Bisogna intrattenersela attorno, per non accorgersi d'invecchiare.

— Invecchiare? Coi vostri venticinque...?

— Trent'anni; non mi addossi un'ipocrisia che abborro. Ma so anche
allontanare i miei cortigiani e rimaner sola per godermi la
conversazione di un amico che mi par degno di essere distinto così.
Domani l'altro, per esempio, io sarei tutta per voi, se non vi
dispiacesse di essere per qualche ora tutto per me. Capisco; chiedo
troppo. Ma se vi affermassi che lo chiedo più per voi che per me,
dovreste credermi.

Soltanto Lisa Bretti, la compagna di Emma Flores, disse a un'amica che
la signora Lizarri era invadente.

— E' vero, — rispose maliziosamente l'amica. Tanto il marito lei lo ha,
quantunque sia quasi come se non lo avesse.

— E' vero — rispose non meno maliziosamente l'altra.

Lisa aveva avuto la malaccortezza di far scorgere che avrebbe volentieri
occupato il posto dell'estinta nella vita del vedovo, e perchè
l'ingegnere Lizarri, pei suoi affari, viveva così lontano dalla moglie,
da essersene cercata — si sapeva da tutti — una provvisoria, come la
moglie pensava a rifarsi — dicevano le male lingue — delle lunghe
assenze di lui.

Icilio Flores, entrando nel salotto della signora Lizarri, si accorse
che tutto era abilmente preparato per impressionarlo. Una soave penombra
invadeva la stanza; l'aria era greve di preziosi profumi, e non emananti
soltanto dai molti fiori freschi, profusi nei vasi e sparsi anche per
terra.

Una nuova ondata di sottile profumo parve spandersi attorno appena la
signora Lizarri si mostrò tra le tende di un uscio, facendo una graziosa
mossa di maraviglia.

— Siete venuto davvero? Ero così incredula, che mi son lasciata
sorprendere in una toeletta quasi indecente.... Non ho voluto farvi
attendere per farmi bella, alla meglio, in fretta.... Vi ringrazio.

Flores le baciò, inchinandosi, la mano.

Era tutt'altro che indecente lo splendido kimono che dava alla bella
persona il fascino artistico dell'esoticità.

— Siete venuto davvero? — ripetè con lieve punta d'ironia nella voce. —
Giacchè ora voi sembrate assente anche quando siete presente col corpo.
In questo momento ci sono forse io davanti ai vostri occhi? Mi guardate,
ma non mi vedete; devo dire così, se l'intimità con cui ho avuto la
cattiva idea di ricevervi vi fa rimanere muto, quasi rannicchiato su
quell'angolo di divano, in atteggiamento di difesa.... Oh! non dubitate;
nessuno vuole assalirvi: io meno di tutte, che non sono vostra amica
recente. Non ho dimenticato — mi supponete un'ingrata? — che nei bei
tempi della nostra libertà mi faceste l'onore di un tantino di corte: di
un tantino, devo dire, perchè voi siete stato sempre un po' prezioso; vi
è parso di accordare troppo, quando accordavate appena appena qualcosa.
Esagero?

— Il mio gran difetto è la timidezza.

— Si dice che parecchie donne vi abbiano trovato tutt'altro che timido.
Avete avuto un'amante ufficiale per la quale facevate delle pazzie....
Non vi biasimo.

— Non mi fate ricordare, vi prego, cose che mi fanno arrossire!

— Volete esser compianto? Vi comprendo; certi casi della vita turbano da
cima a fondo un'esistenza; ma la giovinezza non c'è per niente. Si fa un
po' di sosta e si ricomincia, più insistentemente, più trionfalmente.
Voi siete in questo caso. Non dovrei dirvelo io; posso sembrare
interessata....

— Ah! — rispose Flores — Voi dovreste capire quel che è mancato tutt'a
un tratto al mio cuore.

— E' inutile rimpiangere il perduto. Non si può riavere. Si può però, si
deve sostituire, con qualcosa che appunto avrà il grande pregio di esser
diverso, e talvolta — può darsi — anche meglio.

— Se pensassi questo, mi parrebbe di compiere un atto di vigliacca
profanazione.

— Eh, via, caro Flores!

— Non lo nego: posso dimenticare per qualche momento; specialmente
quando odo parole e veggo sguardi di viva pietà che sembra mi ridestino
alla vita, come le parole e gli sguardi di cui vorrei saper ringraziarvi
quanto meritate....

— Non mentite. Le mie parole, i miei sguardi vi lasciano abbastanza
freddo; ed è bene. Ora voi siete più pericoloso di una volta. Sono stata
imprudente, invitandovi a venire a trovarmi, promettendovi di essere
tutta per voi.... No, no; non aggiungete finzioni a finzioni.... No;
lasciate stare queste povere mani. Che volete farmi credere...? Tutt'a
un tratto?... Oh! Dovevo prevederlo.... Come siamo sciocche noi donne!

Lo vide rizzar da sedere, balbettando:

— Scusate!... Perdonate!... Ho abusato della vostra cortesia....
Addio.... No; a rivederci!

— Sbagliate uscio.... Di lì si va nella mia camera da letto. A
rivederci!

La signora Lizarri non si mosse, e diè in una risata dietro a Flores,
che pareva avesse fretta di scappare, risata di sdegnosa ironia e di
mortificante delusione.

Come mai, intanto, nei ritrovi, egli affettava di nuovo le arroganti
maniere del conquistatore, tanto da far credere che volesse sùbito
rifarsi del po' di tempo perduto? Tanto da sembrare che ora intendesse
anche di smettere quella squisita apparenza di riserbo col cui fascino
aveva soggiogato il cuore della poverina morta di eccessi di amore per
lui, come tutti tenevano per certissimo?

Erano simulati o sinceri queste interruzioni, quei pentimenti che
sembravano di sorprenderlo di tratto in tratto, quando più appariva sul
punto di ricordarsi che la giovinezza reclamava i suoi diritti e che al
culto di un affetto indimenticabile e di un immenso dolore non era
ragionevole nè giusto sacrificare il presente e l'avvenire, più quello
che questo?

Ciò turbava profondamente Lisa Bretti, che in certi giorni credeva di
aver raggiunto il colmo delle sue speranze, e che le vedeva
all'improvviso abbattute, quasi il fantasma della morta insorgesse per
riprendere possesso dell'anima e del corpo del marito con gelosa
violenza.

Allora Icilio Flores sembrava ritornare ai giorni più desolati del suo
lutto, e abbandonarsi alla sopraffazione di esso con una specie di
rabbiosa voluttà.

Ne era maravigliata anche la signora Lizarri, che si spiegava con uno di
questi improvvisi assalti di malata sentimentalità la scena di quella
visita così stranamente interrotta. Si erano riveduti dopo più volte, e
Flores aveva avuto l'audacia o la sfrontatezza — ella non sapeva quale
delle due — di dirle che le sue parole confortevoli di quel giorno gli
tornavano a ogni po' alla memoria e gli facevano bene quasi sentisse
davvero ripeterle dalla gentile sua bocca.

— Peccato — aveva audacemente e sfrontatamente soggiunto — che io non
possa formarmi in casa mia l'illusione di un'immagine, di un profumo da
farmi credere alla apparizione, a un passaggio della vostra persona
colà!

Un'ammenda? Un invito? Anche la signora Lizarri aveva perduto con
quell'uomo la sicura padronanza del suo animo equilibrato.... E
sorridendo e con l'aria di chi accetta una sfida, rispose:

— Se non è che questo!

Egli non se l'attendeva. In quel fosco pomeriggio di aprile, con quella
pioggiolina che veniva giù fitta, uguale e metteva tanta tristezza,
Icilio Flores sussultò sentendo annunziare dal cameriere la visita di
una signora, e rimase interdetto vedendo la Lizarri, sfolgorante di
eleganza, in piedi, quasi fosse lei che riceveva nel suo salotto.

— Vi ho portato la mia immagine e il mio profumo — disse, stendendogli
la mano. — Non potrete dire che non sono generosa con voi, per quanto
tutto ciò valga poco.

La prese per tutte e due le mani, baciandogliele ripetutamente; e
invitandola a sedere, soggiunse:

— Ecco la Primavera da me!

— Lasciate stare la poesia, Flores! Una primavera che arriva con l'uggia
del cattivo tempo, senza un sorriso di azzurro, senza un raggio di
sole... e forse in un momento inopportuno....

— No, credetemi!

— Vi veggo star in orecchio, impacciato....

— Ho gente... di affari... nel mio studio; ma possono attendere.

— Io non ho fretta; a meno che la mia presenza non vi disturbi....

— Che dite mai?

— Sarò indiscreta intanto: ammirerò il vostro appartamento fin dove è
lecito... penetrare.

— Stimatevi in casa vostra... Oh! Non potevo prevedere; mi sbrigherò
presto....

Dapprima la signora immaginò di aver disturbato un'avventura; e, tra
lieta e indispettita, si inoltrò, sperando di sorprendere un indizio;
decisa a qualunque crudele vendetta.... Niente! In una stanzina un
armadietto a muro la tentò; esitò un momento, stese la mano alla chiave,
la ritirò; poi si risolse; la curiosità ne potè più di qualunque
sentimento di delicatezza....

Oh! Oh!... Un vero ripostiglio farmaceutico; boccette, boccettine, in
gran parte vuote; barattoli di ogni specie, programmi, fascicoli....

Credendo che si trattasse di articoli di toelette, sorrise della vanità
maschile, e volle scoprire i misteri cosmetici di Icilio Flores...
Spalancò gli occhi dallo stupore e buttò via con ribrezzo le due
boccette, i barattoli dei quali aveva voluto leggere l'etichetta.... Poi
un riso irrefrenabile la vinse, un riso che la faceva quasi contorcere,
e insieme col riso un senso di pietà che non poteva però sopraffare la
gaia impressione della scoperta.

Dimenticò di chiudere l'armadietto, e tornando in salotto non potè fare
a meno di fermarsi, fortemente commossa, davanti al ritratto di Emma
Flores.

— Povera creatura! Che atroce disinganno dev'essere stato! E n'è
morta!... N'è morta!....

— Andate via? — esclamò Flores, riapparendo.

— Questo ritratto mi fa capire che nessuna donna potrà mai
consolarvi.... Per certi tremendi dolori non ci sono.... farmaci di
sorta alcuna. Voi rimarreste sempre l'Inconsolabile! Dovete
rassegnarvi....

E c'era tanta velata perfida ironia nella voce di lei, e tale equivoco
sorriso su le labbra, che il disgraziato trovando, poco dopo, aperto lo
sportello di quell'armadietto, ne ebbe, per un momento, così profondo
senso di avvilimento da pensare al suicidio.

— Ma è possibile che la scienza.... finalmente?...

Questo filo di speranza, come tutte le vane speranze, resistette a ogni
delusione. E Icilio Flores morì, a sessant'anni, «Inconsolabile»,
qual'era vissuto.



L'ULTIMA LUSINGA


— E dopo tutto, che doveva importargli se suo fratello si rovinava? Gli
dispiaceva per quella buona donna di sua cognata, per la ragazza buona
quanto la mamma, bellina, istruita, che avrebbe potuto fare un magnifico
matrimonio — magnifico era l'aggettivo prediletto di don Vito Li Pani —
se suo padre non avesse sciupato anche metà della dote della moglie pel
maledetto viziaccio del gioco. Tressetti, primiera, zecchinetta; cento
lire oggi, duecento, trecento domani... quando non si trattava di
qualche migliaio. E bisognava trovarle sùbito, se non le aveva in casa,
perchè — dicono — i debiti di gioco devono essere pagati nelle
ventiquattr'ore; quasi, mettiamo, quarantott'ore dopo, perdessero la
loro qualità di debiti di onore! Ed ora, ecco che quell'imbecille
ammattiva con le cabale pel Gioco del Lotto! E ogni settimana presentava
al botteghino una gran filza di giocate per questa o quella _ruota_, per
tutte le _ruote_, da tener occupato lo scrivano una buona mezz'ora, con
dispetto degli altri giocatori che avevano fretta più di lui!

Sissignore, suo fratello don Pietro Li Pani si era ridotto a questo: di
contare su un terno, su una quaderna, su una cinquina; e non si avvedeva
che ogni settimana buttava via trenta, quaranta lire, con le quali
avrebbe potuto provvedere alle piccole spese giornaliere, e non far
tribolare la moglie e la figlia che soffrivano in silenzio perchè egli
diventava di giorno in giorno più intrattabile.

Non era stato un modello di dolcezza neanche prima; ne sapeva qualcosa
sua moglie, donna Michela — la prudenza e la bontà in persona — che
aveva dovuto chiudere un occhio o tutti e due su certe marachelle del
marito: e questi se n'era abusato.

Poi la passione del giuoco lo aveva preso tutto. La povera moglie si era
lusingata che sarebbe passata anch'essa, com'era già passata la pazzia
per le donne. Si era ingannata.

Don Pietro aveva avuto la disgrazia di una serie di vincite che gli
avevano fatto perdere la testa.

In quelle sere tornava a casa col portafoglio ricolmo di biglietti di
banca, con le tasche piene di monete di argento e di soldoni; e si
metteva a contarli in un angolo della tavola apparecchiata per la cena,
disponendoli a gruppi, in bell'ordine per impressionare l'immaginazione
della moglie e della figlia. Poi cavava fuori il taccuino dove segnava
le vincite, faceva l'addizione con le somme precedenti e soggiungeva:

— Centosessanta lire da questo, cinquanta da quello, trentacinque da
quell'altro....

Erano i crediti su la parola.

— Serviranno per domani sera!

Dall'aria con cui tornava a casa, le due donne capivano se don Pietro
aveva vinto o no.

Aveva vinto sera per sera, in quel mese, ed entrava zufolando un
motivetto di valzer. Fatta la rassegna della vincita, si metteva a
cenare con grande appetito, raccontando le vicende della serata, quasi
si trattasse di battaglie campali; e prima di rizzarsi da tavola, appena
accesa la pipa, prendeva due o tre pezzi da cinque lire, una monetina
d'oro da dieci, e diceva alla moglie e alla figlia:

— Questi per te; questa per te. Metteteli da parte o spendeteli come vi
piace.

Parve che la fortuna si fosse stancata, tutt'a un tratto, di farlo
vincere e stravincere. Per mesi e mesi di sèguito, don Pietro tornò a
casa muto, col viso smorto.

Cavava fuori il taccuino, ma per risommare i quattrini perduti sulla
parola; tanto a questo, tanto a quello!... E una mattina disse alle due
donne:

— Per qualche giorno.... Mi avete detto che non le avete ancora
spese.... A te, Matilde, pagherò anche gli interessi.

Si sforzava di ridere accarezzando il mento alla figlia.

Moglie e figlia attesero per un pezzo quelle dugentosettantacinque lire,
e non ne riparlarono più, dopo che don Pietro era andato su tutte le
furie l'ultima volta che Matilde per ischerzo, gli aveva detto:

— Almeno gli interessi, papà!

Ah, se avessero saputo quante altre centinaia e centinaia di lire erano
volate dietro a quelle da due anni in qua! E le cambiali scontate presso
uno strozzino, rinnovate con interessi su gli interessi! E le iscrizioni
ipotecarie su i fondi di Cancello e di Margarone per due prestiti
spariti anch'essi nei gorghi della zecchinetta!

Ne seppero qualcosa la mattina che don Vito Li Pani venne a sgridarle:

— Ma come? Ve ne state zitta zitta, cara cognata, quasi non si trattasse
pure dalla vostra dote e dell'avvenire di questa povera ragazza? Non lo
sapete dunque che il mio signor fratello è rovinato? Che, durando così,
dovrà andare tra poco, con una canna in mano a chiedere l'elemosina
uscio per uscio, se vorrà farvi mangiare e mangiare due soldi di pane?
Ah! Cascate dalle nuvole? Se egli si figura che io debba spendere il mio
per aiutarlo, ha fatto male i suoi conti! Mentre lui si è divertito....
mi capite? e ora si diverte col libro di quaranta fogli, io, cara
cognata, mi sono privato di un po' di fumo di tabacco nella pipa, fin di
un sorso di caffè, anche di quello che spaccia mastro Cola nella sua
lurida bottega! Perchè ve lo vengo a dire? Per mettervi su l'avviso.

                                  *
                                 * *

Troppo tardi!

Don Pietro, ora, non maneggiava più il libro di quaranta fogli, come suo
fratello chiamava il mazzo delle carte da gioco, ma _La smorfia_, il
_Libro dei Sogni_, il _Rutilio_ e certi vecchi scartafacci dàtigli in
prestito da suo compare Giammona, a cui li aveva confidati un frate
cappuccino che aveva fatto vincere, in vita sua, ambi, terni, quaderne a
tante persone.

Se non che con quegli scartafacci unti e bisunti, zeppi di numeri, di
calcoli, di astruse operazioni aritmetiche, nè lui, nè suo compare
Giammona riuscivano a raccapezzarsi. E per ciò don Pietro attendeva un
sogno, un bel sogno rivelatore che gli permettesse di combinare una
quaderna o una cinquina; di un terno, di un miserabile terno non sapeva
che farsene!

Da qualche mese in qua, appena sveglio, prima di saltar giù dal letto,
domandava alla moglie:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— E' impossibile. Non sogni mai? Vedi di ricordartene.

— Niente, ti dico.

— Come si fa a non sognar mai?

— E tu, dunque?

— Io? Che ne sai? Non devo dirlo a te se sogno o no.

— Tu fai come quello che aveva perduto le mule e andava in cerca delle
cavezze. Non parlo per me; ormai ho bisogno di così poco! ma per nostra
figlia.

— E' appunto per lei...

— Ah! Ti lusinghi col lotto? Un'altra rovina! Come non te n'avvedi?

Don Pietro saltava giù, e si vestiva brontolando. Gli pareva che sua
moglie, dicendo del lotto: — E' un'altra rovina! — gli facesse la
jettatura, e gli guastasse tutti i calcoli della cabala secondo
_Rutilio_ e secondo gli scartafacci del frate cappuccino.

E appena vedeva la figlia che si era alzata mattiniera e preparava, in
cucina, il caffè, le domandava:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— Vedi di ricordartene. Non sogna nessuno in questa casa! E' una
fatalità.

— Non sogni neppur tu!

— Tua madre, niente! Tu, niente!

— Ah!... Ora mi sembra...

— Dici.

— Sì, mi sembra di avere sognato...

— Brava!

— Ma non ricordo che cosa. Mi pareva di essere.... dove? Non so più
dove.

— Non importa. Che facevi?

Don Pietro aveva ragione; era una fatalità: in casa sua nessuno sognava!
E se qualcuna sognava, sveglia, non rammentava che cosa avesse sognato!

Compare Giammona, invece, soleva fare due, tre sogni ogni notte, ma
inconcludenti, da non poter ricavarne numeri che portassero fortuna.

C'erano gli avvenimenti della settimana, le grandi disgrazie riferite
dai giornali, le piccole disgrazie che accadevano in paese.

Don Pietro e il compare perdevano intere giornate per cavarne i numeri
infallibili. E quando li avevano scelti, restavano a contemplarli,
estatici, scritti, anzi, sgorbiati dal compare su un pezzo di carta.

E don Pietro, sodisfatto, esclamava:

— Questa volta sono parlanti! Mi par di leggerli su la tabella del
botteghino.

— Sono parlanti! — ripeteva compare Giammona.

E la sera del sabato si mordevano le mani, tiravano qualche moccolo.
Invece del 35 era venuto il 36! Invece dell'82 era uscito l'83! Invece
del 68, il 69! Pareva che lo avessero fatto per dispetto quei numeri
infami!

Non era stato anche un vero dispetto...?

Don Pietro e il compare non potevano rammentarsene senza sentirsi
soffocare dalla rabbia!

Don Vito, venuto a fare una visita alla nipote che stava a letto con
febbre, passando davanti all'uscio dello studio del fratello, aveva
picchiato con le nocche delle dita:

— E' permesso?

Si era fermato su la soglia, ridendo alla vista impacciata dei due
cabalisti che tentavano di nascondere alcune carte.

— Oh! Io non cerco di sapere i vostri numeri... _veri_, quelli che non
escono mai! Li so meglio di voialtri, ma mi astengo di giocarli; non
voglio arricchire senza fatica. Per l'estrazione ventura? 16, 37, 46.
Uno più bello dell'altro. Ve li regalo. Se avete quattrini da
sciupare... Terno secco, sicuro!

Ed ecco, alla immediata estrazione, tutti e tre i numeri in fila, come
quegli li aveva annunziati per chiasso. Don Pietro e il compare non se
ne davano pace!

Don Vito si presentava, tutti i giorni, in casa del fratello, ora che la
povera Matilde andava di male in peggio con quelle febbri che le
bruciavano il sangue e le carni e resistevano a qualunque medicina.

— Come va? Che ne dice il dottore? — domandava alla cognata.

— Quella figliuola è stata sempre un libro chiuso per tutti. Non mi è
mai riuscito d'indovinare che c'è nella sua testa e nel suo cuore!

— Un amore deluso?

— Una gran pena certamente. Ho paura di scoprirla.

— E siete sua madre!

— Che consolazione potrei darle? Siamo ridotti quasi alla miseria.

— Lasciatemi parlare a quattr'occhi con lei.

Entrò nella camera di Matilde tutto rannuvolato, quasi fosse venuto a
posta per sgridarla, per farle una gran lavata di capo. Si premuniva
così contro la tenerezza e la bontà della sua indole, perchè — soleva
dire — anche il bene bisogna saper farlo a tempo e luogo, altrimenti non
è più bene.

La cameretta era tenuta in una dolce penombra, dove risaltava il
biancore della coperta del lettino e dei guanciali, e, su i guanciali,
la macchia nera dei capelli di Matilde.

— Ancora febbri? — brontolò. — Non vogliamo finirla?

— Se stesse a me, zio! — rispose Matilde.

— Quando non facciamo niente per star meglio! Quando ci ostiniamo a
pensare... a pensare! Il pensiero è il maggior veleno.

— Ma io non penso a niente, zio!

— Pensi.... a lui! Che ti figuri? Che nessuno abbia capito?

— Oh, zio! Oh, zio!

— Lascia stare gli oh! E' naturale, alla tua età. Avresti dovuto
confidarti con tua madre... o con questo zio che ti vuol bene, e tu lo
sai. Tuo padre è.... un animale irragionevole; possiamo far a meno di
lui e dei suoi terni al lotto... che non si decidono a venir fuori!
Dunque? Su, come al confessore. Chi è? Voglio entrarvi in mezzo io.

— Nessuno!... Non è nessuno!

— E c'è bisogno di piangere per questo? Si dice: è il tale! — Vuole la
dote? E' giusto. Avrà la dote. Già, se fosse persona intelligente,
dovrebbe contentarsi di possedere un tesoro di ragazza come te.... Ma la
dote non guasta. La troveremo. Lo zio don Vito non potrà portarsi
nell'altro mondo il poco che ha e che ha saputo conservare... Comincerà
dal fare un po' di bene anche da vivo, al contrario del suo signor
fratello.... E per ciò lo zio don Vito vuol sapere.... E' qui per
ricevere la confessione. Dunque?... Dunque?

Matilde, rannicchiata sotto le coperte, piangeva silenziosamente.

Don Vito si rizzò tutt'a un tratto dalla seggiola, sbuffando.

— Con voialtre ragazze si perde il ranno e il sapone! Avete certe
teste!... Tu almeno dovresti pensare a quella madonna addolorata di tua
madre. Non vedi che è ridotta uno scheletro? Confidati con lei, almeno
con lei!

E uscì dalla cameretta deluso, indispettito. Si sfogò col fratello
incontrato nel corridoio assieme col compare Giammona.

— Ma non ti accorgi che tua figlia muore non si sa di che pena? Sei
allegro. Hai delle belle giocate in vista?... Non mi maraviglio tanto di
lui, quanto di voi, signor Giammona, che potreste essere suo nonno, e
aver senno anche per due! Voi però non siete padre, non avete una
figlia, figlia unica, che languisce a letto da tre mesi e va peggiorando
di giorno in giorno!...

— Che posso farci io, con le febbri? — balbettò don Pietro assalito alla
sprovveduta.

— Le febbri, certe febbri, non vengono per caso. Te ne sei forse
preoccupato?

— Ho chiamato il dottor Mèusa.

— Che dovrebbe fare il lustrascarpe, non il medico. Hai chiamato lui
perchè si contenta di poco, perchè ammazza quasi per niente i poveri
malati che gli càpitano per mano. E' miracolo se tua figlia è ancora
viva dopo tre mesi di visite. Tu pensi alla Càbala, ai terni da
vincere... Sai quale sarebbe il vero terno per tua figlia? Un marito,
sarebbe! Muore di passione la povera figliuola! Un marito, al giorno
d'oggi, se non c'è una bella dote, non lo trova neppure una principessa
di nascita; e la tua scioperataggine....

— Oramai, caro don Vito — disse il Giammona — ormai è inutile parlarne!

— E intanto voi lo aiutate a far peggio col Lotto!

— Non posso procurargli un marito per la figlia!

— Non si tratta di procurarlo, scusate.

E rivolto sdegnosamente al fratello, soggiunse:

— Va', va' a vederla! Sono uscito dalla sua camera col cuore sconvolto;
piange, ma non parla. E' ridotta irriconoscibile. Quell'asino di dottor
Mèusa non ha capito niente. E tu... e tu... tu, coi tuoi terni, le tue
quaderne, non avrai tanto da farle una bella cassa da morto! Dio
disperda le mie parole!

                                  *
                                 * *

Don Pietro era diventato, improvvisamente, tutto premure per la figlia.
Aveva detto alla moglie:

— Chiamerò il dott. Cassisi.

— Bisognerà prima pagare il dott. Mèusa.

— Per quel che ha fatto!

— Tre mesi di visite, e qualche volta due al giorno.

— Le pagherò.... Ma, dunque, non sei riuscita neppur tu a saper niente?

— Neppure il confessore.

— Bisogna buttarsi a indovinare.

— E quando avremo indovinato?

— Tu hai detto che qualche volta parla nel sonno.

— Parole sconclusionate. — Sì!... No!... Basta! — Non si capisce nulla.
Mai un nome, mai!

Don Pietro passava lunghe ore nella cameretta della figlia, attendendo
che si addormentasse e che parlasse. Compare Giammona gli aveva detto
che i malati, se sognano, sono veggenti. Se poi parlano nel sonno... Il
difficile è interpretar bene quel che dicono; ma con un po' di buona
volontà e di studio...

Perciò don Pietro stava come in agguato, seduto a piè dei lettino dove
Matilde smaniava, voltandosi e rivoltandosi da un fianco all'altro, o
rimaneva immobile sotto le coperte, con gli occhi chiusi, facendo
sentire appena l'ansimare del suo respiro.

Il dott. Cassisi veniva due volte al giorno, impassibile, e si grattava
il mento col gesto caratteristico con cui soleva significare che era
poco contento di un malato. Non ordinava niente; lasciava che la
malattia facesse il suo corso. Strana malattia! Sì un po' di febbre, un
po' di anemia, un po' di alterazione nella circolazione del sangue e
quindi nelle funzioni del cuore; ma come? ma perchè? E siccome il dottor
Cassisi non credeva alla volgare stupidaggine — egli diceva —
dell'anima, non poteva ammettere che il male provenisse da essa. E
quando donna Michela gli accennò timidamente, sottovoce... il sospetto
suo e del cognato don Vito, il dottore cessò di grattarsi il mento e con
la sua brutale sincerità disse alla malata:

— Ho scritto una santa ricetta; medicina infallibile: _Recipe_, un bel
tocco di marito!... Sei contenta?

Uno scoppio di singhiozzi e di pianto fu la risposta di Matilde.

E da quel giorno diè un tracollo.

Don Pietro, sopraffatto dalla pietà per la figlia, in certi momenti,
dimenticava che stava seduto, ore e ore, là a piè del lettino, per
sorprenderle nel sonno qualche parola. Come il respiro di lei si faceva
più tranquillo, più uguale, egli si rizzava da sedere, si chinava
cautamente su lei, stava in orecchio, trattenendo il fiato. E a ogni
sillaba, a ogni parola da lei mormorata, dava uno sbalzo, attendendo un
motto rivelatore, una breve frase che egli avrebbe tradotti, lì per lì,
in numeri, senza consultare il _Libro dei Sogni_; ormai lo sapeva a
memoria!

Matilde si agitava, mugolava parole inintelligibili, si destava di
soprassalto; e allora lui:

— Hai fatto un brutto sogno?

— No, papà.

— Eppure smaniavi, pareva che non ti riuscisse di parlare...

— No, papà.

— Ma che hai, figlia mia? Che hai? Parla!

— Ho... Non ti rattristare... Anzi! Ho... che fra tre giorni sarò
morta!... Non dir niente alla mamma!

Don Pietro si sentì stringere il cuore, gli salirono le lacrime agli
occhi.

— Che ti metti in testa queste sciocchezze?

— E' venuto a dirmelo la nonna.

— Ma che nonna, figliuola mia! Una ragazza intelligente come te non deve
credere alle fandonie dei sogni....

— Perchè sarebbe venuta ad ingannarmi?

— Non è venuta!

La contradiceva per spronarla a parlare. Nonna, 17; morta che parla, 47;
e... e... e... Non potè andare più innanzi; gli pareva di profanare
quella santa creatura che, forse, tra giorni, sarebbe morta davvero. E
corse a nascondersi nel suo studio, con la testa tra le mani, inorridito
di aver potuto calcolare, quasi speculare su la malattia della figlia.
Involontariamente, però, quei due numeri se li sentiva ronzare a un
orecchio; più avrebbe voluto dimenticarli, e più divenivano insistenti.

Compare Giammona lo sgridava:

— Siete un ragazzo? Due oggi, due domani...

— No! Che m'importa più di arricchire? Se ho tentato, se volevo tentare,
era per lei, per riparare il male che ho fatto a lei e a mia moglie... e
pure a me. Ma io me lo son meritato!

— E se non muore? com'è certo; se non muore, dovreste ammazzarvi con le
vostre stesse mani! Siete un ragazzo? Io metterei anche il 3; è indicato
chiarissimo. E metterei gli anni della ragazza.

— Ventidue...

Pronunziò il numero quasi gli avesse scottato le labbra e tornò a
ripetere:

— No! Non m'importa più di arricchire!

                                  *
                                 * *

La mattina dopo, il dottor Cassisi dichiarò:

— Non verrò più.

E incontrato per la scala don Vito, lo fermò:

— E' questione di qualche giorno, forse di ore!

— E porta via il suo segreto! — esclamò don Vito.

Don Pietro in due giorni pareva invecchiato di dieci anni. Si aggirava
per la casa come un fantasma; e nell'esagerazione del rimorso pel
patrimonio dilapidato, strizzandosi le mani, si rinfacciava:

— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato!

Ragionava meglio don Vito, dicendo che la nipote portava via nell'altro
mondo il suo segreto.

Matilde, ora, sorrideva alla mamma, sorrideva al padre come persona che
sa prossima la sua liberazione. E, infatti, di vivo le rimanevano
soltanto gli occhi, i begli occhioni neri, che avevano scintillato quasi
in continuo sorriso quando andava per casa, canticchiando, aiutando la
madre nelle faccende domestiche. Don Pietro non poteva sostenere quello
sguardo con cui ella pareva chiedesse perdono di morire, di abbandonare
padre e madre in tristissime circostanze.

Per questo egli si fermava poco nella cameretta della malata; andava e
veniva come una mosca senza capo; e se, involontariamente, gli
attraversava il cervello l'idea che la figlia avrebbe potuto suggerirgli
un bel terno, una quaderna, come compare Giammona sosteneva che i
moribondi son capaci di fare; se, involontariamente, si sedeva su la
seggiola a piè del lettino, e guardava Matilde con aria di attesa quasi
supplicante, si riscoteva tutt'a un tratto, indignato contro di sè; e
andava di là, nel suo studio, per rinfacciarsi:

— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato! Ed ora pretenderesti
anche... Scellerato!

Fu verso l'alba del funestissimo giorno.

Don Pietro che aveva mandata quella larva di sua moglie a riposarsi un
pochino dopo mezza nottata di veglia, interrogata la figlia a bassa
voce, con un tremore di tenerezza nell'accento, chino su lei,
carezzandole lievemente i capelli:

— Come ti senti? Come ti senti?

— Bene, papà. Non ho bisogno... di nulla! Egli si era seduto dapprima al
solito posto, poi aveva collocato la seggiola vicino al capezzale, e
teneva la mano su quella fronte scottante, madida del sudore della
febbre che consumava le ultime forze di tanto fiore di giovinezza.

— Papà! — ella disse con un filo di voce. — I santi sacramenti,
presto... E tu, non dubitare: verrò a darti in sogno... quel che tu
desideri. Sì, sì, papà!

Egli la baciò tutta su le coperte, dal capo ai piedi, delicatamente,
come una santa reliquia, col cuore pieno d'immensa gratitudine per
quella promessa che egli non avrebbe rivelato a nessuno fino a che non
si fosse avverata.

E quando la collocò con le sue mani nella cassa mortuaria, che don Vito
aveva fatta fare a sue spese, foderata di raso bianco internamente e di
velluto azzurro, fuori — povera creatura! Era leggera come una piuma! —
e quando la casa parve vuota, schiacciata sotto il silenzio della
desolazione, ed egli si trovò finalmente solo con la moglie vestita a
lutto, dopo tre giorni di _visitu_, in cui erano accorsi amici,
conoscenti per prender parte al loro dolore — entravano, senza dire una
parola, rimanevano seduti, si rizzavano, muti, per far posto ai
sopravvenienti — dopo tre giorni di doloroso stupore, durante i quali
aveva tentato di consolarsi ripensando le parole della figlia: — Verrò a
darti in sogno, quel che tu desideri. Sì, sì, papà! — la moglie e il
fratello lo videro andare in cucina con una bracciata di libri e di
scartafacci, accendere il fuoco e buttare sui carboni divampanti i fogli
dei diversi libri dei Sogni, strappati, sparpagliati perchè bruciassero
meglio, i fogli del _Rutilio_ e gli scartafacci del frate cappuccino che
non erano stati buoni a fargli vincere neppure un terno!

Don Vito, maravigliato e contento, vedendo salire per aria, portati via
dall'impeto della fiamma i neri residui del fogli che s'ingolfavano nel
camino e sembravano tanti uccellacci di malaugurio messi in fuga, gli
disse: — Hai fatto bene! Dovevi pensarci prima.... Meglio tardi che mai!
— Don Pietro avrebbe voluto rispondergli: — Non ne ho più bisogno....
Verrà Matilde! — Ma si mordeva le labbra per non parlare.

E attese.

Un mese, tre mesi, un anno! Attanagliato dall'angosciosa agonia di
quella speranza, di quella promessa che la morta si era dimenticata di
mantenere — nonostante le preghiere, nonostante le messe fàttele dire in
suffragio! — egli declinava rapidamente, quantunque il fratello don Vito
fosse venuto a coabitare da lui, col caritatevole pretesto di fargli
l'amministratore del poco che gli era rimasto.

Don Vito, qualche volta, si lasciava scappare un lieve ironico accenno
al passato; e allora don Pietro scoteva amaramente il capo e rispondeva:

— Se fosse venuta!... Ma non è venuta!

— Chi? La quaderna?

E un giorno, convinto che ormai fosse inutile tenere il segreto, al
rimpianto del fratello che, alla risposta: — Se fosse venuta! — tornava
a domandare: — Chi? La quaderna? — egli scoppiò in lacrime ed esclamò:

— Perchè lusingarmi? Perchè promettere?

Don Vito, nell'udire il racconto, pensava con spavento: — Mio fratello
impazzisce!



L'IDEALE


Alberto Coscia non poteva soffrire questo suo volgarissimo cognome.

— Scegli un pseudonimo — gli diceva Rocchi, il pittore di anitre e di
oche. — A furia di ripeterlo...

— Perchè? Come? Non rappresento nulla in niente. Mangio, dormo,
passeggio, faccio qualche partita al bigliardo... Chi vuoi che prenda
sul serio il mio pseudonimo?

— Dovrebbero prenderlo sul serio? Sei buffo, sai? lo, vedi? non ho
adottato un cognome di battaglia. Ho battagliato con le mie anitre, con
le mie oche. Le conduco, stavo per dire, a pascolo in tutte le
Esposizioni, e ormai sono più conosciuto sotto il titolo di pittore di
anitre e di oche, o soltanto di oche — quasi la gente abbia in uggia le
povere anitre! — conosciuto più assai che non col mio nome di Filiberto
Rocchi. Credi tu, forse, che questo ridicolo Filiberto mi abbia mai
fatto piacere? L'ho annullato così.

— Quando penso che mia moglie dovrebbe essere chiamata: la signora
Coscia... mi sento correre i brividi per tutta la persona.

La invincibile fissazione era questa: — Sua moglie sarebbe chiamata: la
signora Coscia!

— Ah! Ah! — sbuffava a volte in camera — Certi sconci cognomi andrebbero
proibiti per legge!

E dire che Alberto Coscia non era solamente un buon giovane, una
gentilissima persona, ma pure un giovane colto, a cui l'agiatezza
ereditata dal babbo e, più, da uno zio, permettevano di menare quella
ch'egli qualificava vita di niente, per significare non occupata in una
professione, in un negozio, in un'impresa industriale qualunque!

— Mangio, dormo, passeggio!...

Oh! Esagerava, per modestia, e anche per delusione di non sapere in che
modo raggiungere un certo suo mistico ideale. Proprio: mistico! Quel
cognome — Coscia! — per ciò gli pareva la disastrosa influenza, il motto
cabalistico di iettatura che incombeva su la sua vita.

— Tant'è vero — concludeva il pittore di anitre e di oche — che uno,
quando non ha nessun guaio addosso, va a cercarselo col lumicino, e dei
peggiori che avrebbero potuto capitargli!

Veramente Alberto Coscia il guaio non se lo era cercato col lumicino;
gli era stato apportato dal testamento dello zio, pel quale egli godeva
di un largo patrimonio, da usufruttuario, in vista del futuro piccolo
Nicola Coscia che sarebbe stato il vero erede, se Alberto si fosse
deciso di prender moglie e di metterlo al mondo, e così perpetuare la
stirpe dei Coscia, che, in caso diverso, si sarebbe estinta con lui.

— Gran disastro! — egli esclamava ironicamente.

Ed era ingiusto verso le due generazioni dei suoi che, a furia di onesta
attività, di economie, avevano messo insieme una sostanza da permettere
a lui, ultimo dei Coscia, di menare una vita senza preoccupazioni di
sorta alcuna, e di fare quel che voleva, cioè, niente!

Era rimasto solo, libero, a diciotto anni mentre cominciava il suo corso
di filosofia e lettere all'Università. Lo aveva scelto tanto per dire:
ho una laurea anch'io. Laurea che, infine, non gli imponeva nessun
esercizio professionale, come quelle di avvocato, di medico, di
farmacista.

Permetteva, tutt'al più, di concorrere a una cattedra di Ginnasio, di
Liceo e, tardi, anche di Università.

Le tre, le cinquemila lire all'anno, che essa avrebbe potuto fruttargli,
le aveva già, senza grattacapi, dalle rendite del suo patrimonio; e, se
gli fosse piaciuto, non gli sarebbe stato difficile di duplicarle, di
triplicarle con oculate speculazioni. Ma, a quale scopo?

La Natura gli aveva dato un'anima gentile, la filosofia — sembra strano
— gliel'aveva ridotta fantastica. Giacchè, ottenuta la laurea, egli
aveva continuato ad occuparsi di filosofia, volendo foggiarsi una vita
razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito — con
l'esse maiuscola, come lo canzonava il terribile Filiberto Rocchi che
gli voleva bene disinteressatamente. E intanto, egli, che avrebbe potuto
cavarsi cento piccoli capricci, e godere la giovinezza meglio di
qualunque altro, viveva quasi da eremita, ridottosi al terzo piano della
vasta casa dov'era nato, per non aver disturbi dagli inquilini, sui
quali poi non voleva far pesare l'incubo della sua presenza di padrone
di casa.

— Vita razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito!

— Quale? — gli domandava Filiberto Rocchi suo amico d'infanzia, che
andava spesso a trovarlo, o a scovarlo, come soleva dir lui, in quel
silenzioso terzo piano elegante e severo, quale si conveniva a filosofo
giovane, ma proprietario, cosa che ai filosofi accadeva di rado.

— Quale? — ripeteva Alberto Coscia — Quasi io lo sapessi! Studio, cerco:
qualcosa di assolutamente diverso dalla stupida vita attuale.

— La chiami stupida perchè l'hai appena assaggiata, da studente. Poi,
quel can barbone del tuo professore di filosofia ti ha guastato la
testa; e si può dire che ti sei chiuso in quest'eremo.... Ah! Te lo
invidio! Me ne farei uno studio principesco, e forse non dipingerei più
anitre ed oche, ma animali più nobili, se ce ne sono... Ti sei chiuso in
quest'eremo a ringrullirti dietro l'Ideale! L'Ideale, caro mio, è la
realtà che si tocca e si mangia e si beve; è la piena sodisfazione dei
sensi tutti, con le grandi impressioni dello spettacolo della Natura,
della musica, delle altre arti, comprese le mie anitre e le mie oche,
che tu avresti dovuto comprare per avere qui, nel tuo studio, una
sensazione di colore passata a traverso il cervello di un tuo amico.
L'Ideale è la donna amata e posseduta, in qualunque maniera... Non
scandalizzarti perchè il tuo Spirito non ha mai detto se si deve amare
così e così o cosà e cosà...

— L'ha detto.

— Per bocca di chi? Di quel can barbone del tuo professore di filosofia?
E a lui perchè non gli hai detto che non prender moglie e far funzionare
da moglie quella povera contadina della sua serva, non è precisamente
l'Ideale?

— Chi lo sa? L'Ideale è così infinito, che ognuno può appropriarsene una
parte e adattarlo ai bisogni del suo organismo, del suo intelletto.

— E allora? Tagliatene una gran fetta per te, e vivi la vita vera, la
vita vivente; scusa se mi esprimo male. Mi ispiri pietà. Ti voglio tanto
bene, che non so che farei per vederti commettere un magnifico
sproposito, di quelli che permettono di assaporare l'esistenza e
lasciano indolcita la bocca per un gran pezzo.

                                  *
                                 * *

Ah, se Alberto avesse avuto il coraggio dì rivelare al suo amico quel
che teneva chiuso, sprofondato, da quasi cinque anni, in fondo al cuore!
Ma Alberto era un gran timido, e nessuno se n'era mai accorto; il Rocchi
meno di tutti, forse perchè lui, di carattere vivace, non poteva affatto
capire che si potesse essere timidi fino a quell'eccesso.

Aveva notato, è vero, da qualche tempo in qua che la corsa di Alberto a
l'inseguimento dell'Ideale non era più, come prima, una specie di
_sport_, con lunghe intermittenze di riposo e di ristoro; ma continua,
celere e, in certi giorni, quasi affannosa. E questo gli sembrava buon
segno, da un lato. Dall'altro però gli faceva sospettare che Alberto gli
nascondesse qualcosa, un segreto doloroso, del quale avrebbe voluto
sbarazzarsi, e non ne trovava la via.

Di tratto in tratto, con quella sua sarcastica imperturbabilità, il
Rocchi lo interrogava:

— Quanti chilometri abbiamo filato in questi giorni verso l'Ideale?
Parecchi, credo: mi sembri un po' stanco.

Rocchi fu stupito, una mattina, di sentirsi rispondere:

— Non ne posso più! O sono un imbecille, o sono un pazzo, o sono in via
di diventare qualcosa di peggio dell'uno e dell'altro!

— Cominci ad accorgertene ora?

— Meglio tardi che mai!

— Me ne rallegro sinceramente con te. E... si può sapere di che si
tratta?

— Si tratta... che l'intelligenza è il peggior dono che ci sia stato
fatto dalla Natura, da Dio, da non sappiamo chi.

— Il can barbone del tuo professore di filosofia dovrebbe saperlo.

Lo chiamava così per la straordinaria somiglianza della testa di lui con
quella di un cane di questa razza.

— Ma, più precisamente, di che si tratta, se è lecito domandarlo? —
insistè Rocchi.

— Sono nel bivio, o di rinunciare alla vistosa eredità di mio zio e
ridurmi quasi povero, o prender in moglie, per forza, la prima femmina
che càpita, ed essere infelice per tutta la vita.

— Senti: prender in moglie la prima femmina che càpita non è poi, come
tu immagini, un'idea cattiva. Con le donne non si sa mai! Indovinala
grillo! Ma che c'entra qui l'eredità di tuo zio?

— Tu non sai! Fra cinque mesi io compio trent'anni. E il testamento di
mio zio dice che se al trentesimo anno non avrò ancora preso moglie, il
suo patrimonio va interamente devoluto alla Congregazione di carità....

— E tu, per far dispetto a cotesto tuo zio nell'inferno dove si trova —
giacchè uno che commette l'infamia di un tal testamento dev'essere con
certezza all'inferno! — tu, per fargli dispetto, prendila subito, la
prima femmina che ti càpita tra' piedi. Forse avrai la fortuna di
sposare la migliore delle mogli possibili. Il caso spesso... Vincere un
terno al lotto è meno difficile di trovare una buona moglie. Non dire
che sono pessimista. Ho l'esempio di mio padre. Mio padre era un gran
originale...

— Lascia stare le storielle!

— No, questa è opportuna, ed ha il rarissimo pregio di esser vera. Mio
padre era rimasto scapolo fino a quarantacinque anni. Bellissimo — non
badare a me, non gli somiglio punto, — aveva avuto una giovinezza
avventurosa, in tutti i sensi.... Una notte — raccontava spesso — misi
senno tutt'a un tratto (non sapeva spiegarselo nemmen lui) e prima che
spuntasse l'alba avevo già deliberato:

— Sposerò la donna che passerà davanti alla mia porta allo spuntar del
sole. Attesi. Passò una donnina che andava a messa. Non era giovane, non
era bella, era anche gobbetta. Ma non esitai. E fu la mia fortuna. — Mia
madre infatti è stata una santa. Con questo non intendo di affermare che
il caso sia sempre così benigno.

— Ma io amo, da cinque anni, una creatura divina!

— Sposala dunque: che aspetti?

— Lei non sa niente!

— Faglielo sapere; ci vuole tanto poco! Se occorre un messaggero... Non
ho mai fatto questo mestiere; ma per te son pronto a tutto.

                                  *
                                 * *

L'aveva vista a una fiera di beneficenza. Bionda, alta, snella, con
certi occhi sognanti... indimenticabili; voce soavissima, musicale...
indimenticabile; e una lieve andatura di tutta la persona quasi
sfiorasse il terreno coi piedi... indimenticabile! Infatti non aveva
dimenticato nulla di quanto potè osservare quella sera, l'unica volta
che aveva avuto l'occasione di starle vicino, confuso tra la folla,
pauroso di farsi scorgere, bevendosela tutta con gli occhi, e sentendosi
ristorare l'anima e il cuore proprio come un assetato che riesca ad
accostar le labbra a una limpida e fresca fonte.

Un altro, dopo otto giorni di attivissimo fantasticamento, avrebbe preso
disperatamente la risoluzione di avvicinare, a ogni costo, quella
signorina, di farle sapere l'opera di sconvolgimento prodotta dalla sola
vista di lei in un povero cuore. La risposta non avrebbe potuto essere
dubbia se la signorina era libera di scegliere; ma egli si sentiva così
indegno della felicità di possedere quel tesoro da rassegnarsi
anticipatamente a un possibile rifiuto.

Voleva almeno non meritarlo. E fece questo calcolo:

— La Divina — non la chiamava altrimenti — ha poco più di sedici anni:
io ne ho ventiquattro. In due tre anni, potrò fare lo sforzo di rendermi
non del tutto indegno di lei, spiritualmente, non fosse altro; giacchè
non abbiamo nessun potere di modificare il corpo e le sembianze ricevuti
nascendo. C'è l'azzurro del cielo nei suoi occhi; c'è la più paradisiaca
melodia nella sua voce; m'ispirerò ad essi per arrivare a penetrare, ad
intendere il cuore e l'anima della Divina e conformare ogni mio
sentimento, ogni mio pensiero, ogni mio atto alla benefica ispirazione
che mi verrà da lei.

E per ciò si era quasi segregato dalla società, tutto intento a
quell'opera di purificazione che lo esaltava ogni giorno più, come più
credeva che essa servisse ad accostarlo a lei.

C'erano ore e spesso giornate, nelle quali il suo misticismo filosofico
gli faceva immaginare che certi influssi, certe correnti sprigionate
dalla sua volontà dovessero arrivare fino a lei, farle vagamente sentire
che qualcuno, da lontano, le stava attorno, in una specie di adorazione
continua; e, forse, farle anche indovinare chi fosse; perchè,
certamente, ella avea dovuto notare gli sguardi dello sconosciuto che,
tra la folla, la sera della Fiera di beneficenza non aveva cessato un
sol momento di fissarla con avida ammirazione.

Poi, tutt'a un tratto, il bel sogno del suo Ideale gli crollava davanti
alla maligna insinuazione parsagli suggerita da qualche spirito
irrisore:

— E la tua Divina dovrà venir chiamata: signora Coscia?... Signora
Coscia!

Una mazzata sul capo gli avrebbe fatto minore impressione.

Corse dal suo avvocato:

— Vorrei mutar cognome.

— Occorre un decreto reale, ma c'è un ostacolo.

— ...?

— Il testamento di suo zio. Appena lei diventasse mettiamo il signor
Alberto Manzoni — scegliamo un cognome illustre — la Congregazione di
carità vorrebbe sùbito mettersi in possesso del patrimonio che non
servirebbe più a continuare la stirpe dei Coscia. Non ci ha pensato?

Fece e rifece parecchi calcoli.

— Che mai poteva rimanergli, se avesse rinunziato alla maledetta eredità
dello zio?

Poco, assai poco! Suo padre era stato uno sciupone sbadato. Fin la casa
era inclusa in quella eredità!

Lui, come lui, avrebbe fatto il sacrifizio a occhi chiusi: ma avrebbe
poi potuto pretendere dalla Divina: — Vieni a condividere la mia
povertà, se ti sembra che il mio amore valga qualcosa? — Lei e i parenti
gli avrebbero riso in faccia!

                                  *
                                 * *

Fu appunto in una di quelle terribili giornate di angoscia che gli
scappò detto al Rocchi:

— Non ne posso più! O sono un imbecille o sono un pazzo!

Il Rocchi, che gli voleva veramente bene, allora si credette in dovere
d'insistere. E quando potè strappargli, a poco a poco, una mezza
confessione, lo prese per le mani, e guardandolo negli occhi, gli disse:

— Ma è possibile che tu sia fanciullo fino a questo punto? E la
filosofia a che giova dunque? Non capisco perchè Coscia ti debba
sembrare cognome indecente. E tutti i Bocca, i Bracci, i Nasi, i Denti,
i Gamba, i Panza, dei quali è popolato lo Stato civile? Hai dimenticato
quel nostro collega di Università che si chiamava... No, no! Con quel
cognome, quantunque un po' modificato, una signora avrebbe dovuto
arrossire di sentirsi nominata... Eppure... Via! via! Io credo che la
tua Divina, se non è una sciocca, se è ancora libera... — Sì? tanto
meglio! — dovrà dichiararsi felice di poter chiamarsi Coscia; siine
certo, fanciullo mio!

Alberto sentiva lo sbalordimento dì chi vien destato improvvisamente nel
meglio del sonno e di un sogno. La semplice ipotesi espressa dal Rocchi,
che la Divina potesse adattarsi a quel cognome, gli annebbiava nella
mente la bionda figura snella, dagli occhi sognanti!

Rocchi poi fu più feroce riguardo alla rinunzia della eredità.

— Caro mio, l'amore, l'Ideale, ne convengo, sono bellissime cose, ma ti
lasciano morire di fame, se non hai altro con cui rimediare. L'amore,
disgraziatamente, non è eterno; l'Ideale si trasforma, tramonta, e non
somiglia al sole che rispunta la mattina dopo. Se la filosofia non
insegna questo, che... filosofia è? Il can barbone del tuo professore,
quello ah! la sa lunga. Filosofo su la cattedra, nei libri — ne ha
scritti? Non lo so; — ma nella vita è uomo pratico. Impara dunque da
lui. Credi a me; non c'è donna al mondo che valga trecentomila lire,
quando esse sono tutto quel che un galantuomo possiede. E poi, l'Ideale
te lo sei goduto cinque anni; dovresti già esserne sazio; sei ingordo,
intendi? Come sono contento di aver potuto finalmente penetrare il
mistero! Ma sai che sei stato davvero a tocca e non tocca con la pazzia?
Ora, lesto, richiesta, fidanzamento, nozze... con fulminea rapidità!
Figùrati se quelli della Congregazione non stanno con tanto d'occhi
aperti, contano i giorni, le ore, i minuti! Mi ero profferto, ma
riconosco che non sono l'uomo più adatto per un messaggio matrimoniale.
Il tuo avvocato è persona savia, garbata; quel che ci vuole. E non aver
quest'aria sbalordita! O scendo giù, nella via, prendo per la mano la
prima signorina che passa, e te la conduco qui: Ecco tua moglie!

                                  *
                                 * *

— E se accetta... di chiamarsi...? E se non accetta?

Tre giorni di terribili ansietà.

Anche l'avvocato gli aveva detto ridendo:

— Andiamo! Un uomo come lei si preoccupa di queste sciocchezze?

Ma per lui era tuttavia cosa suprema che l'Ideale, la Divina rigettasse
sdegnosamente di essere profanata da quel vilissimo cognome.

E non volle, non seppe attendere; gli parve che, in ogni caso, gli era
già venuta meno ogni ragione di vivere.

La palla del suo revolver fu però più intelligente di lui; non lo
ammazzò.

Quando, dopo due mesi di alternativa tra vita e morte, egli entrò in
convalescenza, Rocchi, che lo aveva assistito notte e giorno da
infermiere affettuosissimo, fu felice di sentirlo esclamare:

— Com'è bella la vita anche... quando è cattiva!

Alberto Coscia si alzò da letto già guarito dalla ferita al fianco, e
dalla malattia dell'Ideale. Il tentativo del suicidio aveva impedito
all'avvocato di eseguire l'incarico avuto; e proprio in quei giorni la
bionda creatura dagli occhi sognanti si lasciava rapire da un galante
_chauffeur_.

Alberto non ne fu scosso. Disse soltanto:

— Infine, non è gran male l'aver sognato tanti anni!

Il giorno delle sue nozze con una buona e modesta signorina propostagli
dall'avvocato, Rocchi fece all'amico il regalo di un simbolico quadro:
_L'Ideale_: Dalla cresta d'un caminetto che si scorgeva appena, in
basso, salivano larghe ondate di denso fumo che dileguavano
disperdendosi in fondo, lontano, su la vasta campagna illuminata dal
sole.



UN SOGNO


— E dove lo mettiamo quel caro Natale Mirone che si farebbe in quattro
per un amico?

— Lo ha messo a posto il becchino.

— Morto?

— Quattro giorni fa.

— E non me ne avete detto niente!

— Non era una bella notizia che avrebbe potuto farti piacere.

— Oh, povero Natale! Lo avrei accompagnato volentieri ai Camposanto.

— Gran consolazione pel morto!

— Non scherziamo su certe cose. Era una brava persona, quantunque...

— Già, quantunque....

— Ma la colpa non è stata sua. Si può essere il primo galantuomo del
mondo e aver la sventura....

— Sua moglie appunto suol dire: Si può essere la più buona donna del
mondo e aver la sventura....

— Di che si lagna?

— Va' a domandarglielo. Io non sono curioso. Il mio metodo è di
attenermi alle apparenze. Che ne sappiamo di quel che c'è sotto?

— Le apparenze ingannano.

— Ed io mi lascio ingannare.... Buono questo capretto al forno!

— Mi è passato l'appetito.... Gli volevo bene al povero Natale.
Ricordo....

— Eh, via! Sei in un momento di estrema tenerezza!

— Voi non potete capire. Si arriva dopo lunga assenza; ci si fa
anticipatamente una festa di rivedere questo, di abbracciare quello;
tutta la nostra vita, a una cert'epoca, consiste nelle memorie della
giovinezza, nelle testimonianze viventi, i compagni di allora; ed ecco,
uno è morto, l'altro è andato in America, il terzo... insomma, spariti
tutti! Questa di Natale non me l'aspettavo!

— Hai trovato noi.

— Voialtri siete della seconda generazione.

— Ma come ti è venuto in testa di ricordarlo?

— Finiamo di cenare. Non voglio contristarvi il piacere di quest'ora di
dolce intimità che avete voluto procurarmi. Si può bere.... alla salute
di un morto?

— Alla salute eterna! — direbbe il parroco.

— Beviamo alla sua cara memoria.

— Beviamo!

Così i quattro amici finirono di festeggiare quella sera il ritorno di
don Ciccio Lanuzza al paese nativo d'onde mancava da più di dieci anni.

La cena avveniva nell'«Albergo Nuovo» di cui uno degli amici era
azionista. Nuovo sì, ma piccolo: otto stanze in tutto, compresa la sala
da pranzo. E quella sera don Ciccio Lanuzza era l'unico passeggero.

Preso il caffè, accesi i sigari, dopo alcuni momenti di silenzio, egli
tornò a parlare del morto.

— Povero Natale! Che malattia lo ha ucciso?

— Mah!...

— Si dicono tante cose....

— Se ne dovrebbe, forse, mescolare la Giustizia.

— La Giustizia? Perchè?... Che mi fate sospettare!

— Non sei solo a sospettarlo.

— La moglie?

— O il ganzo.

— O tutt'e due!

— Come? Dopo tant'anni? Che noia gli dava?

— Appunto, forse, perchè accettava tranquillamente il fatto compiuto.

— E' un'infamia! E nessuno li denunzia?

— Non ci sono interessati a farlo. Si è trovato un testamento di
parecchi anni fa, col quale egli istituiva sua erede universale la
moglie.

— E così, ora, don Neli Tasca sposerà la vedova e si godrà....

— Don Neli Tasca è furbo: non sposerà. Con quella donna, non si sa
mai....

— E dire che è stato un matrimonio di amore! I parenti di lei non
volevano. — Chi sposi? Uno che ancora non ha nè arte ne parte? — Allora
Natale Mirone era studente di terz'anno in legge. Vista l'ostinatezza di
lei, i parenti, all'ultimo, acconsentirono. La cerimonia religiosa fu
quasi lugubre. A sera avanzata, non eravamo una diecina nell'ampia
chiesa di cui poche candele accese sull'altare di una cappella
rischiaravano l'oscurità. La sposa vestita dimessamente, con l'abito di
tutti i giorni, accompagnata soltanto da una zia e dalla madre di lui,
tutte e tre con quegli scialli neri che io non ho potuto mai tollerare e
che mi mettono di malumore anche oggi quando li rivedo. Scortammo la
sposa fino all'uscio di casa sua. Il matrimonio civile fu celebrato un
anno dopo, con qualche sfoggio. I parenti di lei ormai si erano
rabboniti: e gli sposi che, dalla sera della cerimonia religiosa, si
erano sempre visti lei dal balcone, lui dalla via, come due innamorati,
andarono ad abitare una casetta di quattro stanze, arredate
semplicemente, quella con la facciata verde pisello, non ancora
sbiadita, perchè una volta le cose si facevano con coscienza, quella
dirimpetto alla chiesuola di Santa Lucia; l'ho riveduta questa mattina,
arrivando.

— Don Natale Mirone da cinque anni non abitava più là. Aveva comperata
la palazzina dei Nolfo, col giardinetto dietro.... E' morto proprio nel
giardinetto.

— E non era un vigliacco, posso assicurarvelo. Quella sua incredibile
tolleranza è rimasta un gran mistero per me. Una sola volta, da
principio, gli ho veduto, momentaneamente, perdere la padronanza di se
stesso e con uno che metteva paura ai più arrischiati. Lo avete forse
conosciuto: Mastro Nitto, il ferraio, quello che faceva chiavi false pei
ladri, e «temperini» di due spanne per gli assassini. Un colosso, con
certe braccia, e certi pugni.... Basta! Passavano davanti alla sua
bottega. Egli era seduto al sole, senza berretto, con la zucca pelata
che stralucciacava. Mi par di vederlo. E Natale, sbadatamente, gli
disse: — E che, Mastro Nitto? Ve le cuocete al sole? — E Mastro Nitto,
passandosi la lingua su le labbra, rispose: — Voscenza, le sue, e fa
bene, se le custodisce col cappellone di paglia. — Non so chi mi diè,
quel giorno, la forza di trattenerlo. Un luccicore di belva apparve e
sparve nei suoi occhi. Un lampo! Un istante! Poi egli prese il mio
braccio e disse: — Grazie!... Ha ragione!... — Ebbi la ingenuità di
dirgli: Tu dunque sai? — Abbassò il capo e lo rilevò immediatamente: —
Da un pezzo!... Come ignorare? — Fece un'alzata di spalle e non disse
altro. Peccato! Un gentiluomo come lui! Un cuor d'oro come lui! Chi non
ha sperimentato la sua bontà?

— Bontà fino a un certo punto! Si lasciava sfruttare, senza mai
accorgersi che abusavano di lui.

— Altro, se se n'accorgeva!

— Dicono però che in casa, a quattr'occhi, con la moglie era terribile.

— In che modo? Fandonie! Avrebbe potuto prenderla per le spalle e
buttarla in mezzo di una strada. Peggio: farla arrestare in flagrante,
lei e il suo complice, specialmente dopo che lei si era assestata con
don Neli Tasca, e facevano il comodo loro come se il marito non
esistesse. Per questo non capisco perchè se lo siano tolto davanti.

— La ragione c'è. Si temeva che facesse un altro testamento.

— Non doveva prendere il permesso da lei.

— Si dice anzi che ili testamento esista, non si sa in quali mani o
presso quale notaio.

— Intanto la moglie ha messo fuori quello di anni fa. Non ci sono
parenti dalla parte di Don Natale, per far ricerche e tentar di
scoprire...

— E il Pretore? I carabinieri? Nessuno ha pensato di aprire gli occhi
alle Autorità.

— Chi vuoi che s'impicci con don Neli Tasca?

— Ma com'è avvenuto il fatto?

— Semplicemente. Don Natale faceva la sua solita partita a tresetti
nello studio del notaio Radice. Non era allegro; si sentiva indisposto.
Io mi trovavo là per caso e stavo a guardare i giocatori. Tutt'a un
tratto don Natale si rizzò da sedere, pallido, barcollante. Disse: —
Scusate: vado a casa. — Lo accompagnò il giovane del notaio. Egli tornò
dopo un quarto d'ora, atterrito, balbettando a stento: — E' morto! E'
morto! — Poi, riavutosi un po', raccontò che il povero don Natale era
andato a sedersi su una panca, sotto un albero di arancio dei
giardinetto, perchè non si sentiva in forze di far le scale. Accorse la
signora. Insisteva domandando: — Che vi sentite? Spericolone! Che vi
sentite? — Quasi lo maltrattava. — Su, venite a prendere una tazza di
caffè! Spericolone! — E se non c'era il giovane del notaio, il povero
don Natale cascava per terra.

— Ora pochi credono al colpo apoplettico, al male cardiaco. Si è
osservato che la vedova ha avuto troppa fretta di farlo seppellire;
mah!...

— Come... mah?! Bisogna avere il coraggio di avvertire la Giustizia, per
scrupolo di coscienza.

— Per buscarsi probabilmente una querela di calunnia?

Don Ciccio Lanuzza quella sera andò a letto commosso e indignato, e
stentò a prender sonno. Ma quando si svegliò, tardi, la mattina, non
sapeva persuadersi di aver sognato.

                                  *
                                 * *

Il sogno era stato questo.

Gli era parso di vedersi davanti al letto l'amico, entrato senza far
rumore, quantunque l'uscio della camera fosse rimasto chiuso col paletto
interno.

— Tu? E mi hanno detto che sei morto!

Si era rizzato a sedere sul letto, tendendogli le mani.

— Non si muore; sono più vivo di prima.

La voce era esile e le parole parevano tremolare, quasi ondulare dietro
la gola prima di uscire dalle labbra smorte che si movevano appena.

— Son venuto per ringraziarti di quel che hai detto ieri sera di me. E'
vero: mi hanno avvelenato!...

— Dunque sei morto!

— Non si muore, ti ripeto. Si sparisce, perchè gli occhi nostri non
riescono a vedere.

— Che posso fare per te? Denunziarli?

— E' inutile.

— Dovranno godersi il tuo patrimonio gli assassini? Hai lavorato tanto!
E' una infamia!

— Non se lo godranno. Vedi? Questo è il mio ultimo testamento. L'amico a
cui era affidato è morto due giorni dopo di me. Sono andato a
riprenderlo dalla cassetta dove stava riposto. Vuoi leggerlo?

Il foglio di carta, spiegato, si agitava nell'aria quasi la mano che lo
porgeva stentasse a sostenerlo.

— Non importa!

Lanuzza cominciava ad avere paura di trovarsi faccia a faccia col
fantasma del suo amico.

— Andrò a rimetterlo dov'era. Lo ritroveranno.

— Ma... spiegami, come mai tanta tolleranza da parte tua?

— Dovevo scontare. Quel che ho sofferto nessuno lo saprà mai.

— Scontare che?

— Non puoi capirlo.

— E ora, che vuoi da me?

— Dovrai dire al Pretore: C'è un testamento in casa degli eredi di don
Tino Lo Faro, in fondo alla terza cassetta a sinistra della sua
scrivania. Andate a cercarlo. Grazie... Addio! Addio!

Don Ciccio Lanuzza, destatosi di soprassalto, si trovò a sedere sul
letto, con le gambe penzoloni dalla sponda, con brividi per tutta la
persona, e un gran sgomento nel cuore.

Dalle fessure dell'imposta già penetrava nella camera la luce del sole.
Saltò giù dal letto e principiò a vestirsi.

— Sogno?... Realtà?...

Egli era un po' scettico, un po' libero pensatore, quantunque intorno a
certe cose pensasse assai poco. Ma il ricordo di quel che aveva visto e
udito in sogno era così vivo e così netto che, udito e veduto da
sveglio, non avrebbe potuto essere più netto e più vivo.

Ordinariamente, nel sogno c'è sempre qualcosa di indeciso, di confuso,
di scucito. Invece egli rivedeva l'amico un po' pallido, un po'
dimagrito; aveva nell'orecchio l'accento alquanto fievole ma chiaro, con
cui quello aveva parlato, e gli pareva di sentirsi ripetere le precise
indicazioni: — Nella terza cassetta a sinistra.

Ma, aperta la finestra, lavatosi, terminato di vestirsi, l'impressione
del sogno si attenuava, lo faceva sorridere. Ieri sera avevano parlato
tanto del povero Natale Mirone, del sospetto di avvelenamento, della
probabile esistenza di un ultimo testamento; e, nella nottata,
l'immaginazione aveva lavorato, aveva lavorato.... Via! Quando si muore
è per sempre! E gli parve fin ridicolaggine il parlarne agli amici che
vennero a trovarlo all'albergo quantunque provasse nell'animo
l'incitamento continuo di dire:

— Sentite che sciocchezza ho sognato!

La notte appresso, però, riecco l'amico Natale. La sua persona emanava
una sottile fosforescenza che la faceva distinguere benissimo nel buio
fitto della camera.

— Mi fai soffrire! Perchè non sei andato dal Pretore?

— Scusa, mi è parso...

— Come siete vanitosi e ignoranti voi vivi! Andrai? Giurami che andrai!
Dammi la mano.

— Te lo giuro!

La sensazione del ghiaccio di quella mano lo fece destare tutt'a un
tratto.

— Ma dunque non era sogno? Possibile?

E la mattina dopo andò dal Pretore, giovanotto quasi imberbe che faceva
le sue prime prove giudiziarie, da incaricato.

Si era fatto presentare da uno dei suoi amici, il quale aveva voluto,
prima, esser rassicurato ohe non si trattava di denunziare il sospetto
di avvelenamento.

— No; si tratta di un sogno.

— E vuoi raccontarlo al Pretore?

Il giovane magistrato sospese l'istruttoria di un processo di furto e
ricevè con aria di grande curiosità la visita del Lanuzza che già
conosceva di nome.

Don Ciccio cominciò a parlare un po' imbarazzato.

— Non vorrei che il signor Pretore credesse a uno scherzo di cattivo
genere. Ho esitato, anzi non ho voluto, ma poi... Nei casi come questo è
pericoloso credere e non credere. Pericoloso veramente no. Infine,
tentando, non si nuoce a nessuno.

— Parli pure, tagli corto i preamboli.

Durante il racconto di don Ciccio, il Pretore aveva fatto uno sforzo per
mantenersi serio. All'ultimo, disse ridendo:

— E lei presta fede ai suoi due sogni?

— Per dire la verità.... Ma ho letto, non so dove, di sogni veridici che
si sono verificati punto per punto....

— E' forse spiritista?

— Oh, no! — protestò don Ciccio. — Se lei però volesse provare....
Sarebbe bella che si trovasse davvero il testamento in casa dei Lo Faro!
Non si può sospettare di un trucco. Io manco da dieci anni da questo
paese. Fino a due giorni fa ignoravo la morte del mio amico. E poi...
due notti di sèguito: — Nella tale cassetta! — Facciamo come san
Tommaso, che credette dopo ch'ebbe toccato....

— Mette in gran curiosità anche me.

Andarono di sera, Pretore, Cancelliere e i due amici, zitti zitti, con
grand'allarme della famiglia Lo Faro.

— Scusino; si tratta semplicemente di ritrovare una carta affidata
all'amicizia e all'onestà del loro rimpianto capo di famiglia. Terza
cassetta, a sinistra: numero e posto precisi.

Silenzio profondo; tutti ansiosissimi attorno alla scrivania.

Al Pretore, che poco prima faceva il bello spirito, tremava la mano
nell'infilare la chiave nella toppa.

La cassetta era piena zeppa di carte: lettere, ricevute, note di
fornitori. All'ultimo, proprio addossata al fondo, ecco una busta
gialla, con cinque suggelli e la soprascritta: _Testamento olografo del
signor Natale Mirone, consegnato all'amico don Tino Lo Faro._

Tutti si sentirono correre un gran brivido per le ossa.

Il Pretore strappò la busta, e aperse il foglio, Don Ciccio Lanuzza
impallidì riconoscendolo per quello veduto in sogno.

— Un pezzo di carta, inutile! — esclamò il Pretore. — Manca la firma.
Dice: — Io qui sottoscritto, sano di corpo e di mente... — Di mente no,
perchè ha dimenticato l'essenziale.

— E' la sua scrittura! Ma se non c'è la firma....

La delusione fu grande. Don Ciccio, dopo questa gran prova, attese
inutilmente, tante nottate, che l'amico Natale venisse a dargli qualche
schiarimento.

E ogni volta che raccontava il suo veridico sogno, soleva aggiungere:

— Anche i morti sbagliano! Sbagliano tutti! E dire che se non mancava la
firma, a quest'ora la vedova e il suo ganzo non riderebbero alle spalle
dell'assassinato! La giustizia di questo mondo va così; e — soggiungeva
a bassa voce — anche quella dell'altro, a quel che pare!



ARME RITORTA


Non lo poteva soffrire... indovinate perchè? Per la estrema gentilezza
delle sue maniere. A ogni suo atto, a ogni sua parola, a ogni suo gesto
bisognava dirgli: Grazie! Grazie! Sorridergli, stringergli la mano... Ed
era, per Rocco Biagi, un'oppressione, un soffocamento!

Non già che egli fosse duro di cuore, incapace di apprezzare un favore,
una cortesia; lo irritava l'eccesso. E Bortolo Giani — bisogna
riconoscerlo — eccedeva.

Rocco glielo diceva a modo suo, con tono di voce tra serio e scherzoso:

— Tu dovresti apprendere a fare qualche piccola sgarberia, per
intermezzo, per dar più valore e sapore alla squisitezza dei tuoi modi.
Una grossa sgarberia non guasterebbe. Anzi! Anzi!

— Ma io....

— Sta' zitto! Tu somigli a certe paste.... troppo dolci. Il guaio è che
mentre nessuno può forzarci a mangiarne più di una, invece, con te non
si sa come rifiutare....

— Ma io....

— Sta' zitto! Prova. Vedresti che mirabile effetto! Un'impertinenza, una
sgarberia di Bortolo Giani! Impagabili!

— Intanto, scusa....

— Ci siamo!

— L'altro giorno tu dicevi...

— Dio mio! Con te non si può neppur fiatare!...

— Chiami fiatare lo esprimere un desiderio, così, senza
nessun'intenzione di incomodare qualcuno?

— Mi metti paura!... Che cosa ho detto l'altro giorno?

— Che avresti pagato un occhio....

— E' un modo di dire.

— Lo so. Ed io, per caso, ho trovato, senza che tu sia costretto.... a
pagarlo un occhio. Ecco qua!

Ogni volta così. Rocco Biagi si sentiva annichilito davanti a tanta
cortesia.

Gli altri compagni di ufficio ne abusavano: — Giani, scusa.... questo!
Giani, scusa, quello! — Giani era diventato il servitore di tutti, ma lo
faceva così volentieri, ma sembrava così deliziato di poter rendere un
servigio, che quasi sarebbe parso villania risparmiarlo. Ne abusavano e
ne ridevano tra loro. Qualcuno aveva tentato anche di sfruttarlo; ma su
questo punto dei quattrini, Bortolo Giani trovava sempre modo di
scusarsi, specialmente se la somma richiesta superava le dieci lire. E
la scusa era sua moglie.

— Quella benedetta donna!... Mi fa i conti addosso! Non posso disporre
di venti lire a modo mio!

— Ribèllati! Infine sono sangue tuo!

— Ribèllati! Ci vuol poco a dirlo. E la pace domestica?... Quella
benedetta donna!

E ripetendo queste ultime parole pareva masticasse tossico.

Tutti ne convenivano: Giani aveva una bella moglie; quasi non se la
meritava.... Ma quella benedetta donna doveva esser tutt'altro che
benedetta nella intimità della casa.

Giani, sospettavano, n'era forse geloso. Sospettavano di gelosia anche
lei. Probabilmente, quella che Giani chiamava la pace domestica era
proprio il contrario. Li spiavano, tutte le domeniche, quando i due
coniugi facevano la passeggiata pel Corso, per via Nazionale, o stavano
seduti a un tavolino davanti a un caffè, sorbendo una bibita, prendendo
un gelato, scambiando poche parole, quasi non avessero niente da
comunicarsi.

I colleghi passavano, salutavano e non osavano di accostarsi con qualche
pretesto, tanto l'aspetto serio, rigido della signora sembrava poco
incoraggiante. E neppur Giani faceva un gesto, nè diceva una parola di
cortesia. Marito e moglie mostravano evidentemente di non voler essere
disturbati nel godimento di quella intimità al cospetto di tutti.

Perciò, una domenica, i colleghi furono molto maravigliati d'incontrare
per via Nazionale Rocco Biagi che dava il braccio alla signora Giani, e
di vederli poi seduti a un tavolino, sul marciapiede; la signora e Rocco
intenti a prendere uno schiumone identico, di pistacchio, e Giani che
sorseggiava deliziosamente un gran bicchiere di birra, uno _scioppe_,
egli diceva.

Che cosa era avvenuto?

Soltanto questo. Giani aveva fatto a Rocco Biagi una gentilezza tale...
che lo aveva proprio messo fuori della grazia di Dio. Strano tipo quel
Biagi! Un altro avrebbe dimostrato all'amico tutta la sua immensa
gratitudine; non si trova a ogni piè sospinto chi, zitto zitto, senza di
esserne richiesto, va a pagare alla Banca una nostra cambiale sul punto
di essere protestata.

Biagi si era lasciato cogliere alla sprovveduta. Non si trattava di
somma enorme; ma accade anche a un banchiere di non avere qualche volta
in cassa poche centinaia di lire. Se non che il banchiere sa dove andare
a trovarle, e lui, Biagi, aveva fatto quattro inutili tentativi per
cavarsi d'impaccio. Da due giorni, era di tristissimo umore. Giani gli
si aggirava attorno, senza avere il coraggio di domandargli.

— Che hai? Ti senti male?

Attendeva una confidenza.

Biagi, che paventava l'assalto di una cortesia, restava muto,
imbronciato, al tavolino, masticando la punta del sigaro che gli si era
spento fra le labbra.

Giani gli vide cavar di tasca una busta gialla con intestazione
stampata, e poi estrarre dalla busta un fogliolino stampato anch'esso;
un avviso di pagamento bancario; non c'era da ingannarsi... Ah! Per
questo il povero Biagi era impensierito, agitato.... Ma come dirgli:

— Ho capito: tu hai un effetto da pagare e non hai con che pagarlo! Se
non si trattasse di somma rilevante!...

Era un mescolarsi degli affari altrui.... E Biagi non transigeva su
questo punto; la sua estrema delicatezza faceva cascar le braccia a
chiunque. Povero Biagi!

Un usciere entrò a chiamarlo. Quel Capo-sezione arrivava in mal punto.

— Accidenti!

Biagi era scattato dalla seggiola a bracciuoli con tale impeto di stizza
da sembrare che corresse a strozzare chi lo aveva disturbato.

Così Giani potè indiscretamente osservare l'avviso di pagamento del
Banco di Napoli lasciato da Biagi sul tavolino, impossessarsene,
chiedere sùbito il permesso di un'ora per un affare urgente, e tornare
in ufficio con la cambiale ritirata; si trattava di trecentocinquanta
lire!

E fece un po' di commedia.

Trovò Biagi che metteva sossopra le carte del tavolino, rabbiosamente.

— Scusa, che cerchi?

— Un fogliolino. L'ho avuto tra le mani poco fa....

— Permetti? Ti aiuto a cercare.

— No, grazie! Non occorre.

Intanto continuava a frugare febbrilmente.

Giani, prese in mano una _pratica_, finse di sfogliarla e poi disse:

— Questo, forse?...

Come vide la sua cambiale già pagata, Biagi diè uno sbalzo:

— Ma, Giani!... Ma Giani! Questo è troppo!

— Ti sei offeso? Ho creduto....

— Grazie!... Ma è troppo!... Avevo tempo fino alle tre di domani.
Grazie!... Oh! Con te non c'è verso!... Ora sono tuo debitore....
Ecco!... La Banca non è una persona.... Grazie, sì, grazie, ti dico!...
Intanto, capisci.... è troppo!... Tieni tu la cambiale, finchè.... No!
No! Giani! E' troppo!

E tentò d'impedirgli che la facesse in minutissimi pezzi!

Un altro sarebbe saltato al collo del generoso salvatore; ma Biagi si
sentiva così sopraffatto da quella non richiesta gentilezza, così
mortificato — diceva tra sè — da quella gratitudine imposta, da quella
schiavitù morale che, anche dopo il pagamento, sarebbe durata ancora, da
non accorgersi che, nonostante le belle parole e i: — Grazie! Grazie! —
si comportava, per lo meno, da ineducato verso il buon Giani, rimasto
là, confuso, un po' stupìto di quel contegno inatteso.

— Scusa, Biagi, se mi son permesso....

— Chiedi anche scusa? Ma, Giani!... Giani!...

E parve gli tenesse il broncio durante i tre o quattro giorni che gli
occorsero per trovare da uno strozzino le trecentocinquanta lire da
restituirgli, lieto che per esse, in sei mesi, dovesse renderne
cinquecentotrenta.

La cosa aveva irritato tanto più Biagi quanto più insolito era l'atto di
Giani, sempre pronto, prontissimo a rendere ai colleghi e agli amici
piccoli o grandi servigi di qualunque sorta, all'infuori di servigi che
riguardassero danaro. Arrivava, con alcuni, fino al prestito di dieci
lire, ma se il debitore fingeva di scordarsene, Giani era là per
rammentarglielo, protestando.

— Con quella benedetta donna! Mi fa i conti addosso!

Come mai ora non aveva esitato di metter fuori trecentocinquanta lire,
spontaneamente? Forse perchè lui, Biagi, non gli aveva mai detto:
Prestami due soldi, neppur per ischerzo? Voleva, dunque, obbligarselo a
ogni costo?

Più ci pensava e più Biagi diventava furibondo contro il povero Giani,
dimenticando che quel giorno di scadenza egli era stato il suo
salvatore. In certi momenti si accorgeva di aver torto e si proponeva di
mostrarsi meno scortese, meno burbero con lui; ma a un nuovo atto di
gentilezza — e Giani era inesauribile, era incorreggibile! — la
soperchieria del pagamento della cambiale gli tornava alla gola, come
cosa indigesta, quantunque già fossero trascorsi parecchi mesi.

E spesso, a ogni nuova piccola cortesia, Biagi si sorprendeva a
fantasticare brutalmente un potentissimo mezzo di sbarazzarsi di Giani,
d'inimicarselo, se pure quell'uomo era capace di diventare nemico!

Aveva trovato! Almeno, gli era parso di aver trovato, giacchè su Giani
si poteva contare fino a un certo punto.

E quella domenica che i colleghi lo avevano incontrato per via Nazionale
con a braccetto la signora Giani e il marito dall'altro lato, e li
avevano poi visti tutti e tre seduti a un tavolino davanti un Caffè,
Biagi aveva iniziato il suo terribile progetto, soffocando nella
coscienza ogni tentativo di anticipato rimorso, anzi rallegrandosi
internamente di vedere che il suo progetto trovava meno ostacoli di
quelli ch'egli non avesse immaginati.

Biagi era un bell'uomo, si poteva quasi dire un bel giovane, a trentadue
anni. Giani, che aveva due anni meno di lui, ne mostrava più di
quaranta.

Nel presentarlo alla moglie, Giani aveva soggiunto:

— Il più gran scavezzacollo del nostro ufficio!

Non era vero; ma godeva di questa fama, e Biagi lasciava dire,
protestando appena con un oh! pieno d'ipocrisia, ogni volta che
qualcuno, per adularlo, gli ripeteva quella frase.

Giani aveva creduto a un incontro fortuito, non potendo immaginare che
Biagi li avesse seguìti un bel pezzo e avesse già preparato
quell'incontro faccia a faccia.

— Dunque è pericoloso mostrarsi in pubblico assieme con lei!

La signora Giani aveva preso un grazioso atteggiamento di paura.

— Oh, signora! Si accorgerà sùbito che sono l'uomo più innocuo di questo
mondo.

E siccome, sorbendo il gelato, ella aveva insistito su quel pericoloso,
Biagi, quasi sottovoce, le aveva ripetuto:

— Il pericolo è.... altrove!

Complimento che le aveva fatto abbassar gli occhi e abbozzare un lieve
sorriso di modesta compiacenza.

Da certe mosse, da certe parole quasi involontariamente scambiate, Biagi
capì che tra marito e moglie non potevano esserci quelle cordiali
relazioni supposte da tutti, vedendo la vita appartata che i Giani
menavano.

— Probabilmente — pensò — la povera donna è soffocata sotto il peso
delle cortesie, delle amabilità, delle tenerezze del marito! Se è
asfissiante fuori, con gli amici, figuriamoci che deve egli essere in
casa!

Era bella, fresca la signora Giani, ma un po' goffina, un po'
impacciata, e con qualcosa di grossolano, di rozzo in certi atti, in
certe espressioni della voce; ma per Biagi però era la moglie di Giani,
quasi come dire del suo più fiero personale nemico, dell'opprimente, del
soffocante, dell'inevitabile, gentilissimo, cortesissimo Giani! E questo
bastava per fargli scorgere soltanto i pochi pregi esteriori della donna
e non curarsi del resto.

Tardi Biagi si avvide che invece di prendere era stato preso.

La signora Giani — Làlia, come era già arrivato a chiamarla — non aveva
opposto molta resistenza.

— Fo male, lo so; ma se lo merita!

Possibile? Bortolo Giani, il mellifluo, il cortesissimo, il gentilissimo
era un brutale tiranno nell'intimità? Làlia rappresentava dunque una
schiava che rompeva le sue catene, una vittima che prendeva la sua
rivincita?

E se la sentiva tremare fra le braccia come scossa da terribili
presentimenti, e cominciava a provare anche lui certi brividi, quando
Làlia sembrava di divertirsi nell'immaginare tranelli, nel supporre
raffinate combinazioni di vendetta da parte del marito che, per ora,
fortunatamente non si era accorto di nulla o fingeva di non essersi
accorto di nulla.... a fine di rassicurare i colpevoli e sorprenderli
quando meno se lo sarebbero atteso.

Quel che Làlia ideava per deviare i sospetti del marito era proprio
incredibile: una specie di corsa vertiginosa da appartamentino ad
appartamentino, da camera mobiliata a camera mobiliata, da albergo ad
albergo fuori mano.

E ciò contribuiva ad accrescere per Biagi il valore della vendetta.
Aveva pensato, quando la realtà presente era un semplice maligno
progetto, aveva pensato anche alla tragica scena finale, alla rottura
irrimediabile con cui sarebbe riuscito a levarsi di torno l'oppressione,
il soffocamento di quell'uomo, e sarebbe stato per sempre.

Ma ora cominciava a riflettere:

— Va bene! Va bene! E quando mi sarò liberato, di lui, anche a costo di
un duello — vado agli estremi — come dovrò poi fare per liberarmi dalla
moglie?

Giacchè non poteva rimanere con quel laccio al collo, laccio che
cominciava ad essere impaccioso per le pretese, le esigenze, i capricci,
le testardaggini con cui, a poco a poco, veniva fuori una Làlia molto
diversa da quella che si era mostrata nelle prime settimane della loro
relazione. Allora Biagi non aveva punto badato a certe rozzezze, a certe
grossolanità; ma ora, dopo otto mesi — la cosa si era prolungata troppo!
— la vendetta contro Giani gli sembrava comprata un po' caramente.

Spesso, davanti a quell'uomo che non cessava, in tutte le occasioni, di
colmarlo di cortesie, di gentilezze di ogni specie, Biagi si sentiva
avvilito, mortificato; ma quasi sùbito si lasciava vincere dalla
incoercibile irritazione che le troppe cortesie e gentilezze gli
producevano, e una volta, fu sul punto di gridargli, davanti ai colleghi
di ufficio:

— Ma lo sai che cosa ho fatto? Ti ho fatto!... Ti ho fatto!...

E lui stesso non sapeva com'era riuscito a frenarsi.

Da qualche giorno, Biagi aveva notato certi misteriosi confabulamenti
dei colleghi di ufficio, dai quali egli era escluso. Giani andava da un
tavolino all'altro, da una stanza all'altra, tirava in disparte ora uno,
ora l'altro dei colleghi. E siccome Biagi, insospettito, — aveva la coda
di paglia — domandò: — Io sono scartato? — Giani, con aria di insolita
serietà, aveva risposto: — Appunto! Appunto! Quantunque.... si tratti di
te.

— Di me? Ma io non permetto...

— Permetti o non permetti...

— Permetterai, fino a domattina — intervenne un collega ridendo.

Si era dimenticato che il 16 di agosto avveniva il suo onomastico. Giani
aveva organizzato una piccola festa di fiori e una colazione al _Pozzo
di S. Patrizio_. Biagi trovò su la sua cartella un cumulo di carte da
visita con augurii e l'invito a colazione disegnato a penna da uno dei
colleghi che aveva pretese artistiche.

Ma quando seppe che tutto questo era stato affettuosamente organizzato
da Giani, fu preso da un incredibile impeto di collera misto a brevi
scoppi nervosissimi di risa. Voleva protestare, e non riusciva a dir
altro:

— Ma.... Giani! E' troppo!... Ma, Giani!

— Troppo? Troppo?... Niente a petto del servizio che tu mi hai reso!

Giani lo abbracciava, lo baciava, tornava ad abbracciarlo.... E rivolto
agli amici poi disse:

— Si è preso mia moglie!... Mi ha liberato di mia moglie!... Da oggi in
poi, ritornerò scapolo!... Non ne potevo più! Grazie, grazie, caro
Biagi! Non ne potevo più!

Biagi, pallido come un morto, stringeva i pugni, tremando da capo a
piedi sentendosi ridicolo davanti a Giani e ai colleghi. I quali si
erano guardati in faccia domandandosi con gli sguardi se Giani non era
improvvisamente impazzito.

Alcuni, per evitare un malanno, lo condussero via.

— C'è un malinteso, Giani! Biagi non è capace.... E tua moglie poi....

Allora Giani si sfogò rivelando che terribile donna fosse sua moglie
nell'intimità: villana, prepotente, inesorabile, testarda, una lingua
che non riposava mai, che assaliva da tutte le parti. Egli non sapeva
spiegarsi come mai Rocco Biagi si fosse indotto.... E, in ogni modo, gli
era grato, gratissimo di quel che gli aveva fatto, qualunque fosse stata
la sua intenzione. Povero Biagi!... Lo compiangeva!...

— Sarà difficile che se ne sbarazzi — soggiunse. — Io, per non
commettere una enormità, ho dovuto far provvista di bontà, di cortesia,
di amabilità fuori di casa; per distrarmi anche. Povero Biagi! Non saprò
mai, mai, ringraziarlo abbastanza!... L'ho abbracciato e baciato
sinceramente. Diteglielo, per confortarlo. E ditegli che, per evitare
d'incontrarci in ufficio, mi son fatto mutare di sezione.

Biagi non si aspettava questo strano risultato.

— L'arme si è ritorta contro di me! — disse a un amico che gli accennava
dalla lontana quello che era avvenuto. Intanto, finalmente, mi sono
liberato dalle asfissianti cortesie del marito!

Non avrebbe confessato, per puntiglio, a qualunque costo, che ora lo
avrebbe preferito volentieri a la moglie!



LA TRAGEDIA CHE....


— Accadono tutte a me! — soleva esclamare Coraldi ogni volta che gli
capitava qualcosa un po' fuori dell'ordinario.

Quel _tutte_ era, evidentemente, un'esagerazione. Che ne sapeva lui di
quel che toccava agli altri in questo mondo di guai? Ma la mattina che
l'amico Borelli lo vide arrivare a casa sua alle sei e mezzo, con quel
diluvio che veniva giù, interminabile, dalla sera precedente, inzuppato
d'acqua nonostante l'ombrello e così sconvolto che le parole gli
uscivano a stento di bocca, non osò neppur di sorridere sentendolo
esclamare desolatamente:

— Accadono tutte a me, caro Borelli!

In altra circostanza Borelli lo avrebbe mandato al diavolo. Gli aveva
interrotto, sul meglio, un sogno così significativo che, pur sognando,
egli pensava; — Se ne possono cavar tre numeri per l'estrazione di
Napoli, infallibili! — Svegliato di soprassalto, il sogno gli si era
intorbidato nella mente da non fargli più raccappezzare i numeri da
cavarne. E chi sa la gran debolezza di Borelli pel Lotto, quantunque
giocatore costantemente disgraziato, comprenderà l'impressione ricevuta
dall'aspetto sconvolto di Coraldi, se riflette che gli rispose soltanto:

— Non mi spaventare!... Che ti accade?

— Ho mutato casa da otto giorni.

— Ti trovi già male nella nuova abitazione?

— No. Anzi! Padrona di casa un'amabile signora, quasi vecchia, vedova di
un capitano di marina. Pensione discreta. Ma... caro Borelli, stammi a
sentire e consigliami. Si tratta di cosa gravissima!

— Allora, permetti che mi vesta. Intanto la donna ci preparerà una tazza
di caffè, e potremo discorrere con comodo. Faccio in un batter
d'occhio.... Che tempaccio!

La pioggia sbatteva violenta sui vetri della finestra.

Pur sapendo che Coraldi desse, molte volte, grande importanza a cosine
da niente, l'ora, la pioggia, l'aspetto e la voce turbata dell'amico
avevano messo Borelli in grandissima curiosità.

E perciò, seduto davanti al tavolinetto dove la donna aveva posato il
vassoio con le tazze, la zuccheriera e il bricco del caffè, cominciando
a sorbire la bevanda versata, disse a Coraldi, seduto di faccia a lui:

— Dunque.... cosa gravissima?

— Che non riguarda me direttamente. — rispose Coraldi. — Ma la mia
coscienza dai galantuomo vi si trova implicata, perchè non so se devo
denunziare un delitto o lasciare che l'ignoto autore di esso rimanga
impunito.

— Senti: _a priori_, come dice il nostro comune amico Ratti, io penso
che di delitti e di assassini deve occuparsi la polizia. Perchè lo Stato
paga questori, commissari, guardie, carabinieri, senza contare i
confidenti che guadagnano più degli altri? Quando un privato se ne
mescola, è come se dicesse a quella gente: — Che ci state a fare? — _A
priori_ dunque ti consiglio: fa conto di non saper niente.

— Ma io, per caso, mi trovo in mano un terribile documento.

— Distruggilo. Cotesto tuo delitto...

— Mio?

— Cotesto delitto di cui tu possiedi il segreto non sarebbe il primo nè
l'ultimo che rimarrebbe impunito. E' spaventevole: la statistica degli
assassini dei quali non si scopre nessuna traccia supera il settanta per
cento di quelli che la giustizia arriva a punire!

— Possibile?

— Bevi il caffè; ti si fredda. Cito a memoria — continuò Borelli: — un
centinaio di meno o di più non vuol dire. Ed ora non dovrei domandarti
neppur io: — Che documento? — Ma poichè tu vuoi un fraterno
consiglio....

— Ecco qua!

Coraldi trasse dallo sparato del panciotto una busta gialla ripiena di
carte. Erano cinque fogli di formato diverso, coperti da fitta e minuta
scrittura, già rabbiosamente sbrancicati e avvoltolati.

— Ho dovuto quasi stirarli per poterli leggere, e andare poco oltre la
metà. Poi ho avuto paura, e son corso da te. Ho interrogato la padrona
di casa: — Scusi, che persona era l'inquilino di cui ho occupato la
camera? — Strano, orso! — ha risposto. — Passava le giornate in casa,
scrivendo e leggendo giornali; ne comprava sei o sette, anche francesi e
inglesi. Verso le sei desinava, faceva pensione da me, e poi andava
fuori fino alla mezzanotte. Per un uomo della sua età — pareva, ma non
era vecchio — questo genere di vita mi faceva una certa impressione. Ma
pagava puntualmente, non sofisticava intorno al servizio. In due mesi
che ha abitato qui mi ha rivolto appena venti parole. La gente chiusa mi
piace poco; per ciò sono stata contenta di vederlo andar via. — Avrei
voluto sapere — continuò — qualcosa di più, dopo che nella cassetta di
fondo del cassettone avevo trovato impigliati questi fogli in maniera
che soltanto aprendo molto la cassetta potevano essere scoperti.
Cominciai a leggere stentatamente; la calligrafia era minuta e non
chiara. Da principio mi era parso di aver trovato l'abbozzo di una
novella, di un racconto, con tutte le scancellature e i rifacimenti
della introduzione; ma poi mi son convinto che si tratta di una specie
di auto-denuncia, come sogliono farne certi assassini per invincibile
bisogno di confessare; per smargiasseria di gente che crede di poter
rimanere impunita, per audace sfida alla polizia, o con l'intenzione di
sviarla, d'ingannarla. Giudica te.

Coraldi porse i fogli a Borelli, dimenticando che egli era miope.

— Leggi tu; risparmiami questa fatica — disse Borelli.

Accese una sigaretta, si sdraiò su la poltrona, invitando l'amico a
sedersi sul canapè, e stette ad ascoltare Coraldi che leggeva a bassa
voce, quasi avesse paura di essere udito da un Commissario di polizia.

                                  *
                                 * *

— Leggo tutto, anche le cancellature; sono importanti per comprendere lo
stato d'animo di colui che ha scritto:

  «_Signor Questore_,

Mi denuncio da me per evitare che qualche innocente potesse essere
imputato....»

Pensò meglio, scancellò e riprese daccapo:

  «_Signor Procuratore del Re_,

«Sto per commettere uno degli atti che voialtri uomini di Giustizia
chiamate delitti. Per me è un atto di Giustizia più sicuro e più sincero
di quelli che emanano dalla vostra autorità. Vi sono circostanze nella
vita in cui l'individuo diventa, per diritto naturale, giudice e
giustiziere, e forse dovrei dire: per diritto divino. Ho inquisito, ho
fatto il processo con imparzialità; ho condannato con piena coscienza;
più tardi eseguirò...».

Non fu contento neppure di guasto esordio. Vi diè un frego rabbioso —
guarda — e ricominciò con scrittura agitata, rapida, un po' deformata.

  «_Signor Procuratore del Re_,

«Tra poche ore compirò un atto di vendetta, cioè di giustizia, perchè la
vostra Giustizia, infine, non è altro che l'ipocrisia della vendetta
sociale. Non cadrò nelle vostre mani. Ho già preso le più sicure
precauzioni per sviare le vostre ricerche. Non avrò bisogno di
nascondermi, di fuggire. Vi passeggerò sotto gli occhi, verrò nelle
vostre aule, assisterò alle vostre discussioni per vedervi brancolare
nel buio.... E forse dovrò fare uno sforzo per non gridarvi in viso....»

O manca qualche pagina, o egli si sentì spinto a buttar giù alcuni
particolari per fissarli e non dimenticarli.

«Sì, lo so: l'amore non s'impone; ma chi l'aveva mai costretta a
fingere? Le ero stato dietro otto mesi, implorando più con gli occhi che
con le parole, perchè la passione mi aveva reso timido più di un
fanciullo. E la mattina che ella mi domandò, maravigliata: — Ma dunque
mi amate davvero? — io non seppi rispondere neppure: — Sì, vi amo
davvero; — tanta fu la commozione prodottami dalla soave ingenuità che
mi parve di sentire nella sua voce e di scoprire nel suo sguardo!

«Ha occhi neri, grandi, ombrati da lunghe ciglia. Sono stati questi
occhi che han prodotto l'incantamento. Saranno chiusi, tra poche ore, e
per sempre.

«Che gran dono ha fatto la natura all'uomo dandogli in balìa la vita
altrui! Se non si potesse uccidere, il mondo sarebbe il peggiore degli
inferni. In questo momento io assaporo un'immensa felicità pensando che
è in mio arbitrio spezzare il filo della malefica esistenza che mi ha
fatto soffrire le...»

Ha scancellato fittamente; credo che aveva scritto: _le pene più atroci_
e che non gli fosse sembrato di aver detto abbastanza.

«E' un'infamia! Perchè ci è stato messo nel cuore questo assurdo bisogno
dell'esclusivo possesso della persona amata? L'amore è l'attimo,
l'istante.... Ah! Ragiono bene! E intanto mi preparo a smentirmi col
fatto.

«Non lo nego: ella mi aveva confessato tutto. Prima che io la
conoscessi, era stata di parecchi. Aveva abbandonato, l'avevano
abbandonata, brutalmente. Con certe donne noi non ci crediamo obbligati
neppure ad essere persone educate, non dico indulgenti. La colpa era
stata un po' sua; molto di altri che l'avevano stimata cosa, non
creatura umana. Così la perversione si era insinuata nel suo cuore, nel
suo carattere. Credevo di essere arrivato a scancellarne ogni traccia.
Eh, sì! La donna è un abisso senza fondo.

«Non ne potevo più. Il sospetto finalmente era diventato certezza!
Eppure osavo ancora di lusingarmi.

«Ho pensato sempre che la donna che tradisce è un rettile sozzo — anche
l'uomo, s'intende; non voglio accordarmi privilegi. Bisogna schiacciarli
col piede. Ma quando si ama! Il terribile è appunto questo: quando si
ama!... —

«Lidia doveva credersi sicura di non poter essere non che scoperta,
sospettata. Era allegra; canticchiava, diceva cose buffe delle quali
rideva anche prima di metterle fuori; non si accorgeva del mutamento
avvenuto in me, da qualche giorno. Che significava? Che non glie ne
importava niente.

«Ieri le dissi a bruciapelo:

«— Tu mi tradisci!

«— Ti tradisco? — rispose. — Faccio quel che mi pare. Non sono una
schiava.

«E siccome io le sbarravo gli occhi in viso, quasi atterrito di tanta
spudoratezza, soggiunse:

«— Perchè sono la tua amante? Anche tu hai goduto di avermi indotta a
tradire un altro! Vuol dire che è lecito, che è permesso. Non fare il
ragazzo.

«— Lidia! — le gridai. — Lidia!

«Riprese a canticchiare, come se il mio grido di suprema angoscia non le
fosse penetrato negli orecchi, non fosse arrivato al suo cuore!

«Il momento era quello: un lampo mi aveva attraversata la mente e fatto
fremere da capo a piedi; le mie dita si erano contratte come artigli che
si apprestavano ad afferrare, a stringere, a dilaniare.... Non avrei
dovuto lasciar trascorrere quel momento di bestiale ferocia; e a
quest'ora!... Si vede che fin nelle più grandi crisi della nostra
intelligenza veglia, potentissimo, l'istinto della personale
conservazione. Mi vidi arrestato, condannato....»

— Qui ci sono otto righi scancellati in maniera da non potersi affatto
leggere.

— Non importa; prosegui — disse Borelli. — Insomma, l'ha ammazzata? Non
l'ha ammazzata?

— Ho letto soltanto fino a questa quinta cartella. Ha mutato penna e
inchiostro. Qui si parla dei preparativi; mette i brividi addosso per la
freddezza con cui scrive:

«No; deve accorgersi che sconta una colpa; deve _vedersi morire_ e
sapere perchè, — _Desdemona, avete detto le vostre orazioni?_ — Lidia
forse non ha pregato mai. Forse nessuno le ha mai fatto comprendere che
si possa, che si debba pregare. Meglio così. Non ci saranno indugi. La
giovinezza? Ci son donne invecchiate senza aver mai provato nè goduto la
più piccola parte di quel che ha goduto e provato costei; donne oneste,
donne buone che invece hanno sofferto, hanno pianto.... _Lidia, avete
detto le vostre orazioni?_ Le parrà una parodia, e sarà una tragica
verità. Perchè queste parole dello Shakespeare mi tornano
insistentemente alla memoria? Non morrà soffocata come Desdemona, tra
due guanciali; sarebbe troppo onore per lei far la fine della buona
moglie del Moro di Venezia.... Morrà annegata, precipitata tra gli
scogli.... Ho visitato questa mattina la località....»

«_Signor Procuratore del Re_...»

— Ecco disse Coraldi. — Arrivato fin qui non ho avuto il coraggio di
andare avanti, anche perchè ieri sera ho letto nel giornale il
rinvenimento del cadavere di una bella giovane annegata non si sa ancora
se per suicidio o per delitto.

— La povera Lidia?... Leggi, leggi! — fece Borelli.

Coraldi aperse la penultima cartella scritta su mezzo foglio di carta
protocollo. Gli tremavano le mani nel tenerla spiegata:

«_Signor Procuratore del Re._ Giustizia è stata fatta! — come si diceva
una volta.

«— Che bel chiaro di luna! — ella esclamò.

«— E' l'ultimo che tu vedi!

«— Perchè l'ultimo?

«— Perchè devi morire! Non tradirai più nessun altro!...

«Eravamo in cima agli scogli: la spiaggia era deserta. Il mare un po'
agitato, pareva assalisse gli scogli con ondate di spuma.

«Dalla cupezza della mia voce, dal mio viso sconvolto, ella ha capito
che non si trattava di una stupida finzione.

«Si è afferrata al mio braccio, ha tentato di tornare indietro, di
sfuggirmi... Una vigorosa spinta... Stetti a guardarla, quasi non fosse
la creatura che ho più amata in vita mia: mi pareva di assistere ad uno
spettacolo, a una finzione d'arte. Le ondate la sballottavano,
l'avvolgevano, la sopraffacevano. Due o tre volte mi chiamò per nome;
poi si abbandonò, affondò lentamente, non ricomparve più!... Giustizia
era stata fatta!

«Era bruna di capelli, ma aveva voluto ridursi bionda... Il sale marino
forse corroderà la tintura; l'avverto di questo, signor Procuratore del
Re, pel riconoscimento del cadavere, se mai dovesse accadere!»

Coraldi era così commosso da non aver coraggio di continuare la lettura.

— E il cadavere trovato è di una bionda?

— No; di una bruna — rispose Coraldi.

— Ma costui è pazzo! — esclamò Borelli. — Ragiona troppo freddamente.
C'è la sua firma in fondo?

— No.

— Finisci di leggere.

Coraldi prese in mano l'ultima cartella, mezzo foglietto di carta da
lettera e:

  «_Signor Procuratore del Re_,

«Le ho descritto l'annegamento... come, secondo il mio progetto, avrebbe
dovuto accadere. Per fortuna mia, della sciagurata, e un po' anche di
lei, magistrato, che così non avrà noie per cagion mia, durante la
nottata ho lungamente riflettuto. Mi son detto: — Non ti basta di
sentirla morta nel tuo cuore? Dovrebbe bastarti!

«Mi sembra di essere diventato un altro, un uomo, mi sembra... Sono
quarantotto ore che non prendo cibo.... Vado alla trattoria....»

— L'ha fatta finire così? Brava, Lidia! Non ti meritava!

Borelli era indignato.

Coraldi non rinveniva dallo stupore.

— Atterrito tanto! Conciato dalla pioggia! — pensava con rabbia. — E se
ne va alla trattoria!

Non sapeva darsene pace!



L'AMICO RAMAGLIA


Da qualche tempo in qua Edmondo Peretti, in quella stanza d'ufficio dove
avrebbe dovuto lavorare assieme col suo collega Taranzi, si distraeva a
leggere gli avvisi economici del _Giornale d'Italia_ ed a protestare
contro l'immoralità di certe corrispondenze private.

— Che te n'importa? — gli disse un giorno Taranzi. — Costano, sai? Vuol
dire che c'è gente che può spendere quattro, cinque lire e anche dieci,
e che le risparmierebbe se fosse in caso di servirsi del mezzo ordinario
della posta. Io, con cinque centesimi, mando alla mia sartina un
letterona di due fogli. Vuol dire...

— Vuol dire — lo interruppe Peretti — che è uno scandalo e che il
Governo dovrebbe impedirlo!

— Chi ti obbliga a leggere quelle corrispondenze? Io non le leggo mai.
Bado ai fatti miei.

— Come sei bestia! Non capisci che è una gran tentazione per certe
donne?... «La signora bianco-vestita incontrata, ecc.». «La signora a
cui nel tram ho mostrato questo giornale, ecc.». E poi: «Sono ancora
sotto l'infuocata impressione delle tue labbra!...» quando non c'è
peggio, con dei puntini che dovrebbero far arrossire fin la carta!

— Ripeto: che te ne importa?

— Ah!... Tu non hai moglie, nè figlie! — lasciò scapparsi di bocca
Peretti.

Taranzi diè in una gran risata.

— Non parlo per me — si corresse Peretti. Non ho figlie... ma non sono
un egoista. Penso a tante brave persone che non sospettano l'insidia che
portano a casa col giornale.

— Eh, via! Accadevano le stesse cose quando gli avvisi economici e le
corrispondenze private non erano ancora inventati! Le donne! Ne sanno
più del diavolo. Tu, intanto, per cautela, non portare a casa nessun
giornale.

— Non ho bisogno di questa precauzione! — pretestò dignitosamente
Peretti. — Non parlo per me.

Invece, appunto in quei giorni, era roso dal sospetto che certa
corrispondenza — _Tre garofani_ — fosse indirizzata proprio a sua
moglie. Egli aveva notato che la sua Letizia era andata fuori, o era
tornata a casa, con tre garofani in mano. Nè lo aveva tranquillato la
risposta: «Non mi seguite più, ve ne prego», ripetuta due volte, nè il
vedere che la sua Letizia, invece di garofani, ora portava in mano un
bel mazzolino di rose. — Le donne! Ne sanno più del diavolo! — aveva
detto Taranzi.

— Non mi seguite più!

Questa volta non c'era il «ve ne prego!» Dunque colui insisteva a
perseguitarla!

Senza dir niente a nessuno, Peretti aveva chiesto ed ottenuto quindici
giorni di permesso. Con la moglie fingeva d'andare alla solita ora
all'ufficio, e si metteva in agguato per tenerle dietro, non visto, e
scoprire se mai... Chi sa che quell'imbecille non avesse l'ardire di
fermarla!... E se Letizia si fosse già lasciata lusingare? Fremeva da
capo a piedi... Avrebbe fatto uno sterminio!

Era, per dir così, in servizio d'ispezione da parecchi giorni, pedinando
la moglie che pareva, in certi momenti, tentasse di sviarlo. Molti si
voltavano a guardare la bella donnina che passava a testa alta, con quel
gran cappellone bianco torno torno fiorito di mammole, e sostava davanti
a tutte le vetrine dei negozi di stoffe, di modiste, di calzature.
Nessuno la seguiva... o almeno nessuno dava a vedere che la seguisse con
qualche intenzione. E Peretti un po' se ne rallegrava, un po' ci si
arrabbiava, pensando che i giorni di permesso stavano per terminare,
senza che egli fosse riuscito a scoprir niente.

L'ultimo giorno, Peretti non ne poteva più. Non già che sua moglie lo
avesse costretto a camminar molto; lo aveva stancato con le lunghe
attese in vedetta davanti ai negozi, quasi si divertisse a farlo
smaniare indugiando nella scelta, spesso finendo col non comprar nulla,
uscendo da un negozio per entrare in un altro non molto distante, e
ripetere le stesse lungaggini di sosta che dovevano, certamente, far
spazientire i commessi... Compassionava anche i commessi.

Si sentì chiamare:

— Peretti! Sei tu?

— Ramaglia! E' vero?

— Sì; siamo un po' invecchiati...

— Pur troppo!... Non tanto però!

Peretti stava per abbracciarlo.

— Scusa!

E guardò i due lati della via, lontano...

— Attendi qualcuno? fece Ramaglia.

— No... Che piacere! E come mai sei qui?

— Dovrei domandarlo a te. Sono a Roma da sei mesi. Ti credevo ancora a
Firenze.

— Sempre alla Banca d'Italia?

— Sempre. E non ci siamo mai incontrati!

— Roma ha questo di particolare: uno può vivervi ignorato senza cercare
di nascondersi.

— Scapolo?

— Impenitente!

— Donnaiolo come prima?

— Si fa quel che si può. Tu devi avere due o tre figli.

— Nemmeno uno, per fortuna!

— Se avessi moglie non direi così. Muoviamoci; accompagnami.

Peretti esitò un istante: fece una lieve spallucciata visto che sua
moglie s'era immobilizzata in quel negozio di modista, e prese il
braccio di Ramaglia per dimostrargli la vivissima gioia di averlo
incontrato.

Erano amici d'infanzia, educati nello stesso collegio; poi, sempre
insieme, all'Università di Pisa... Laureati nello stesso anno, uno in
Lettere, l'altro in Legge; e ora Peretti era segretario di seconda
classe al Ministero della Pubblica Istruzione; Ramaglia non so che cosa
alla Banca d'Italia.

— Le lauree ci son servite bene! — disse Ramaglia, ricordando quelli
ch'egli chiamava i bei tempi! — Mah! Tu avresti potuto farti nominare
professore, ora che hai le mani in pasta.

— Sto meglio dove sono. Che t'immagini?

Scesero per via Nazionale, infilarono il corso Vittorio Emanuele,
rievocando allegramente il passato, tornarono indietro, sempre
discorrendo come due scolari in vacanza.

— Domenica, vieni a far penitenza da me: ti presenterò a mia moglie.
Trovati davanti al portone del Ministero alle dodici precise. Ti
piacciono tuttora i gnocchi?

— Più di prima! — fece Ramaglia, ridendo.

                                  *
                                 * *

La signora Letizia era molto seccata di quell'invito a desinare,
specialmente di quei gnocchi che non le sembravano piatto delicato da
offrire a uno che veniva per la prima volta in casa loro.

La curiosità di conoscere quest'intimo amico, di cui suo marito le
intronava gli orecchi da due giorni, l'aveva fatta affacciare alla
finestra, dietro le persiane di quel secondo piano di via Sardegna dove
essi abitavano.

— Oh, Dio! — ella esclamò, portando una mano al cuore.

Suo marito, in pieno sole, era apparso in capo alla via accompagnato
da... Le pareva impossibile! Aveva creduto a un'allucinazione! Ma che!
Era proprio lui! E parlavano tranquillamente, ridendo... forse di lei
che aveva preso sul serio la corrispondenza privata _Tre garofani_!

Fece lo sforzo di ricomporsi; e, alla scampanellata, del marito, corse a
rifugiarsi in camera per velare con un po' di cipria rosea il pallore
che si sentiva sul volto.

Vedendola apparire su la soglia dell'uscio del salotto, Ramaglia era
rimasto interdetto. Gli balenò in mente l'assurdo sospetto di un
tranello, ma si rassicurò sùbito, vedendo con quale affettuoso sorriso
Peretti lo presentava alla moglie:

— Edmondo Ramaglia — si chiama Edmondo come me — l'amico d'infanzia di
cui ti ho tanto parlato!

Ramaglia fece un grande inchino.

Letizia gli porse la mano guardandolo fisso negli occhi.

— Ti stupisce che mia moglie sia così giovane? — fece Peretti.

— No — rispose Ramaglia. — Notavo una strana rassomiglianza... con la
sorella di un mio collega.

— Può darsi — e Peretti rideva un po' grossolanamente di quel che stava
per dire — può darsi che la debolezza ti faccia travedere. Io, quando ho
fame....

— La signora è servita — annunciò la cameriera.

Ramaglia diè il braccio alla signora, che vi si appoggiò leggermente con
la mano che le tremava. Egli non sapeva come comportarsi in quella
strana circostanza. Distratto, stava per commettere la balordaggine che
la vita di trattoria rende abituale agli scapoli, quella cioè di
ripulire col tovagliolo il bicchiere e la posata. Si arrestò in tempo e
guardò rapidamente la signora che non gli sembrava meno impacciata di
lui.

Intanto Peretti diceva:

— Ti tratto alla buona, senza cerimonie. A tavola faccio le parti io;
non è elegante; ma mia moglie non se ne trova male.... Troppi? Via! So
che i gnocchi ti piacciono ancora... me lo hai confessato ieri l'altro.
Li ho ordinati a posta... Mia moglie s'è ribellata. Come se ci fossero
pietanze aristocratiche e pietanze volgari!... Per me, tutto è buono
quel che piace e che vien digerito facilmente... secondo gli stomachi.
Non badare a mia moglie; mangia quanto un uccellino; ha paura
d'ingrassare.

— Quante sciocchezze ti scappano dalla bocca!

— Vedi? Letizia vorrebbe che io ti trattassi come una persona... seria.
Non è un capo-ufficio, un commendatore... Non è neppure cavaliere: è un
altro me stesso.... Oggi mi sembra di essere tornato addietro di
quindici, diciassette anni... Ringiovanito addirittura. Tu, confessalo,
hai un po' di soggezione di mia moglie. Sai? Le ho raccontato certe tue
prodezze... Hai riso! Hai riso!

— Signora, la prego; sua marito esagera...

— Ho detto metà della metà!

— Sarebbe enorme!

La signora Letizia sorrise; e, quasi improvvisamente rinfrancata,
soggiunse sùbito:

— Io sono indulgente. Compatisco gli scapoli... fino a un certo punto.

— Sentiamo: fino a che punto?

Peretti aveva fatta questa domanda perchè sì era accorto che la
conversazione languiva.

— Il signor...

— Ramaglia — suggerì il marito.

— ... non ha bisogno che io gli spieghi fin dove possa arrivare la mia
indulgenza.

— Io, invece, con gli scapoli, se stesse a me, sarei feroce — disse
Peretti. — Passato un limite d'età, sono imperdonabili; diventano un
pericolo sociale... Non hanno grattacapi di famiglia; non sanno come
passare il loro tempo... Tu, per esempio, sei più pericoloso ora che non
a vent'anni.

— Che c'entro io?...

— Mangia intanto; ne ragionaremo dopo.

Così il ghiaccio fu rotto. La signora Letizia volle scusarsi pel
desinare.

— Mio marito ha voluto farla rivivere vent'anni addietro come quando
desinavano a non so quale trattoria...

— Un giorno lo inviterai tu — la interruppe Peretti, piccato — e potrà
fare il confronto. Nei pranzi moderni accade di levarsi da tavola con
più appetito di prima di sedervisi. Tutto è delicato, idealizzato...
Questione di stomachi. Io divoro... all'antica.

Erano andati nel salotto pel caffè, quando la cameriera portò il
_Giornale d'Italia_. Peretti se ne impadronì e corse sùbito con gli
occhi alle «Corrispondenze private».

— Ancora!... Cretino!

Non aveva potuto trattenere questa esclamazione, leggendo: «_Tre
garofani_. Perchè si è rifugiata in quel negozio? Seguivola umilmente.
Nessuna imprudenza da parte mia. Invoco. Attendo».

— Che c'è? — domandò Ramaglia, che stava per avvicinarsi a Letizia e
susurrarle qualche parola di scusa.

— Niente... — rispose Peretti. — Da un mese e mezzo mi diverto a seguire
un'imbastitura di romanzetto nelle «Corrispondenze private» del
_Giornale d'Italia_. Sono sempre là: non vanno avanti. _Tre garofani_
tien duro; non ne vuol sapere.

— E ti diverti a queste stupidaggini?

— Spesso le stupidaggini sono quelle che più attirano.

— Meno male se tu facessi come Righini.... Ricordi? Quel matto di
Righini! Rispondeva lui; dava appuntamenti; la rompeva, insomma si
divertiva a imbrogliare quei poveri innamorati... E chi sa che non sia
responsabile di qualche tragedia! Perchè spesso quelle corrispondenze
sono più serie che tu non immagini. S'incontra per via, si vede in
teatro, una persona che ti lascia nel cuore un solco di fuoco. Tu non
conosci chi sia, non sai come poter avvicinarla e ricorri agli avvisi
economici... Economici per modo di dire. Parecchie volte non ricevi
risposta. Quando ti si risponde anche con una repulsa, tu non sai come
intenderla. Giacchè la signora si è scomodata, può significare... Che ne
dice lei?

— Non so... — fece la signora Letizia. — Non mi è accaduto mai. Dico
soltanto che mi sembra una bella imprudenza, una bella sfacciataggine
quella di mettere sul giornale una signora...

— Ma come deve fare un povero diavolo che ha la disgrazia d'innamorarsi
perdutamente?...

— Perdutamente! Sono cose che si dicono.

— Sì, signora, perdutamente. Io conosco qualcuno...

— Ripenso a quel che faceva Righini! — esclamò Peretti. — Doveva essere
un gran divertimento!

— Che gli costava parecchio. Ma lui era ricco e poteva permettersi...

— Via! La spesa di due, tre lire, può permettersela chiunque. Ecco: non
so perchè, questo _Tre garofani_ mi dà ai nervi. Che dici?

— Io?...

— Mi è parso che tu abbia fatto una mossa e... che volessi parlare.

— Signor Ramaglia, non badi alle fissazioni di mio marito.

— Lasciamoli divertire... Divertiamoci un po' anche noi. Che tiro
vorresti fare a quel povero _Tre garofani_?

— Dargli un appuntamento... in piazza del Popolo, attorno all'obelisco.
Noi dalla terrazza del Pincio staremmo a vederlo passeggiare su e giù, a
guardare di qua, di là... Così scopriremmo...

Mentre Peretti, infatuato di quest'idea, andava a prendere carta e penna
per formulare la corrispondenza, Ramaglia, concitatamente, diceva alla
signora Letizia...

— Mi perdoni... Se avessi saputo!...

— Mio marito deve avere qualche sospetto!

— Bisogna sviarlo... Sia buona, sia compiacente, mi scriva ferma in
posta.

— Ma...

Quantunque la signora Letizia lo guardasse severamente, Ramaglia non si
sentì punto scoraggiato.

                                  *
                                 * *

Due giorni dopo Peretti leggeva, con gran sodisfazione, nel giornale, la
sua corrispondenza privata. Rideva, si stropicciava le mani. Taranzi,
dal tavolino di faccia, lo guardava meravigliato.

— Hai vinto un terno al lotto?

— Lo vincerò, domenica.

— Sabato, vuoi dire.

— Il mio terno esce domenica.

Domenica, alle 10, Peretti, sua moglie e Ramaglia erano già al loro
posto su la terrazza del Pincio che guarda in Piazza del Popolo. A farlo
apposta, attorno all'obelisco non c'era anima viva. Poi si vide arrivare
uno zoppetto, giovane, ben vestito, che si mise a far la ronda; si
fermava, squadrava le donne che passavano, riprendeva a passeggiare.

— E' lui! Zoppetto per giunta!

Peretti rideva, rideva!

— Sei stato crudele! — gli disse Ramaglia.

— Eh. sì! Ora che lo vedo arrancare a quella maniera... sarei capace di
andare laggiù e dirgli: — Smetta... non si affatichi; è uno scherzo!

— Ti salterebbe agli occhi, e avrebbe ragione.

Ramaglia aveva dato cinque lire al figlio di un usciere della Banca
d'Italia perchè rappresentasse la parte dell'innamorato che attende; e
aveva scelto apposta lo zoppetto.

Ma quella mattina egli non era allegro, quantunque avesse ricevuto dalla
signora Letizia una letterina che diceva e non diceva, e lasciava perciò
campo a fantasticare, a cercar d'indovinare, specialmente per un uomo
così esperto, come lui, delle faccende d'amore.

La signora Letizia stava su la sua, resisteva. Forse, ora, se Ramaglia
non fosse stato intimo amico di suo marito, ella avrebbe presa
un'attitudine assai più dura ancora. Da quella lettera infatti
s'intravvedeva che l'amicizia di Ramaglia poteva essere una circostanza
da dare più squisito sapore all'avventura, una tentazione acre,
raffinata. La signora Letizia mostrava di paventar ciò e di voler
difendersene a ogni costo.

E fu questo che spinse Ramaglia a riflettere. La moglie del suo amico
gli piaceva moltissimo. Probabilmente essa era alla sua prima avventura,
anzi all'inizio della sua prima avventura, e non pareva donnina da
rinunziare a cavarsi, un giorno o l'altro, il capriccio di un'escursione
fuori dei limiti del contratto nuziale. Aveva dovuto provare un po' di
gusto nel rispondere: «Non mi seguite più, ve ne prego!» Perchè non
aveva finto di non essersi accorta della corrispondenza _Tre garofani_?

E quel Peretti! Sospettoso, geloso, e inutilmente furbo, come tutte le
persone destinate a far parte della categoria dei mariti ingannati!

Dopo la farsetta con lo zoppetto di Piazza del Popolo, Peretti,
rassicurato, diventato espansivo, aveva confidato a Ramaglia il vano
sospetto da cui era stato tenuto in grande agitazione per più di un
mese.

— Quando si dice: Pare impossibile! Non c'è niente d'impossibile al
mondo. Certe coincidenze fanno strabiliare. _Tre garofani!_ E mia moglie
appunto, in quei giorni, usciva di casa e tornava con tre garofani...
Che avresti pensato tu? Pensa male ed opra bene: è una gran norma nella
vita! E lo zoppetto? Ci vuol coraggio a far il galante con quella
cianca!

Ramaglia provava fastidio e insieme compassione del buon umore
chiacchierino di Peretti. Gli voleva bene davvero, ma ciò nonostante...
pensava.

Le teoriche di lui intorno alle donne degli altri erano molto scettiche:
— Ogni lasciata è persa. Se non sarò io, sarà un altro; e allora perchè?
— E questa riguardava le mogli degli amici.

Ma altro è dire, altro è fare. Ramaglia, per quanto scapolo impenitente
com'egli amava di qualificarsi, non mancava di essere una persona
onesta, un galantuomo. Le sue avventure amorose non erano poi state
tante, nè così straordinarie da meritargli davvero la reputazione che
godeva presso conoscenti ed amici.

Ora, ecco, quella donnina bellina, elegante, con un misto d'ingenuità e
di furberia che la rendeva più attraente dopo di averla praticata da
vicino, lo teneva da più giorni in grande perplessità. Egli capiva che
se si fosse lasciato prendere, sarebbe potuto arrivare troppo oltre. In
certe avventure amorose si sa come si comincia, e non si sa mai come si
potrà finire. — Se non sarò io, sarà un altro. E allora.... — Ma se lo
ripeteva fiaccamente. Non gli sembrava una bella ragione riguardo
all'amico Peretti.

Avrebbe dovuto rispondere alla lettera della signora Letizia che portava
in tasca da tre giorni e che aveva riletto più volte per indovinare il
vero significato. Le ripugnava o non le ripugnava di tradire il marito
col suo più intimo amico?

A traverso qualche piccolo errore d'ortografia e qualche periodo rimasto
per aria, Ramaglia non era riuscito ad afferrare il senso preciso. Non
importava niente l'atteggiamento austero che la signora Letizia assumeva
davanti a lui in presenza di Edmondo. Aveva scritto: dunque... Tanto più
che le lettere buttate giù a quel modo gli piacevano assai più di quelle
_stilizzate_ o copiate da qualche _Segretario galante_.

Non gli era avvenuto mai di esitar tanto.

— Che ti accade? — gli domandò Peretti. — Sei di cattivo umore.
M'inganno?

— Indovini. Sono... mezzo innamorato.

— Al solito!... C'è qualche ostacolo?

— Nessuno, tranne quello che la donna appartiene a.... un mio superiore
ed amico.

— Se è destino! Perchè in questi casi, credo che ci entri il destino.

— Che mi consigli?

— Tira via!

— Com'è feroce l'uomo — stette a riflettere Ramaglia — quando non si
tratta personalmente di lui! Quasi, quasi! E se un giorno dovesse
rimproverarmi, potrei rispondergli: — Non mi hai detto: Tira via?

Ramaglia però si trovava in un buon quarto d'ora; in un cattivo quarto
d'ora, com'ebbe a correggersi da lì a due giorni, dopo che la onesta
azione di rinunzia ottenne questo bel risultato: La signora Letizia,
alla lettera di lui che le chiedeva scusa di sacrificare il proprio
cuore all'amico, rispose soltanto con una parola: _Imbecille!_ Peretti,
certamente messo su da la moglie chi sa con quale scaltra perfidia
femminile, cominciò a trattarlo freddamente, fino a voltarsi dall'altra
parte per non salutarlo incontrandolo.

— Com'è buffo questo mondo! — concluse Ramaglia. — Ho commesso tante...
non belle nè buone azioni in fatto di donne, e me la son passata sempre
liscia! Ho fatto una veramente buona azione in pro dell'onore di un
amico, e mi sono buscato l'_imbecille!_ dalla moglie e la inimicizia del
marito! E' proprio buffo questo mondo!



L'«OMO SELVAGGIO»


E dire che era stato un bel giovane!

Poi si era ingrassato, si era lasciato crescere la barba, e si faceva
aggiustare i capelli due volte l'anno. Quella selva irta, folta,
arruffata gli faceva un testone grosso così, da vero «omo selvaggio»,
come i suoi concittadini lo avevano ribattezzato. «Omo selvaggio» anche
per la trascuratezza dei vestiti, che sembravano vecchi fin quand'erano
nuovi, e gli piangevano addosso, tagliati alla carlona e cuciti alla
peggio.

Pareva ch'egli si compiacesse di mostrarsi trasandato in tutta la
persona, e l'ostentasse seduto davanti alla sua bottega di merciaio, di
tabaccaio, di panettiere, con le gambe larghe, la pipa in bocca, e il
continuo brontolio su le labbra contro i giovani di bottega, gli
avventori e i passanti che lo salutavano.

— Buon giorno! Buona sera! Che c'è di nuovo, «omo selvaggio»?

Ormai glielo dicevano in viso e non si offendevano delle brutali
risposte.

Era stato pure un buon giovane, di carattere allegro, servizievole,
intento a far prosperare il suo negozio, che, da piccola merceria, come
l'aveva gestita suo padre, era divenuta la migliore merceria del paese,
fornita di tutto; e poi tabaccheria, con rivendita di sigarette e sigari
esteri; e poi, per completarla, spaccio di pane e paste delle migliori
qualità.

Allora stava egli stesso dietro il banco, orgoglioso di servire gli
avventori che aumentavano di giorno in giorno, esattissimo nel peso,
scrupoloso nei prezzi, con grande rabbia dei colleghi che lo accusavano
di voler rovinare il commercio.

— Mi basta di non rovinare i clienti! — egli rispondeva a coloro che gli
riferivano le lagnanze degli altri rivenditori. — Basta anche a te,
mamma, è vero?

La vecchietta agucchiava in un angolo, interrompendosi se occorreva di
aiutarlo a servire un avventore, e approvava con una mossa della testa e
un bel sorriso le parole del figlio, che per lei era un oracolo.

Le pareva un sogno la trasformazione della bottega, con gli scaffali
dipinti in verde, con le cassette torno torno, e le vetrine, e tutti
quegli arnesi, appesi negli spazi tra uno scaffale e l'altro, che le
confondevano un po' la mente, e non davano un momento di riposo a quel
povero figliuolo, sempre con le braccia all'aria, sempre con le mani
occupate a pesare, a involtare, a legare i pacchetti coi nastrini a due
colori; novità quest'ultima che non si praticava in nessun'altra bottega
in paese.

Due anni addietro, verso le sette e mezzo o le otto, secondo la
stagione, bisognava chiudere la bottega con catenacci e spranghe di
ferro e portar via il denaro della giornata, per evitare certe visite
notturne che ormai erano diventate frequenti, visto che anche i signori
ladri avevano perfezionato i loro strumenti di scasso.

Ora non più, dopo che suo figlio aveva comprato la bottega e la casa
soprastante, e praticata una comoda scaletta interna. Chiuso con
spranghe e serratura inglese l'uscio della bottega, dalla porta interna
tutti e due montavano su, e ispezionate minuziosamente le quattro
stanze, la cucina, e fatta una cenetta sbrigativa, se n'andavano a
letto.

L'ultima a coricarsi voleva essere la mamma. Aveva sempre qualche cosa
da dire, da ricordare, da raccomandare pel giorno dopo. E, da qualche
tempo in qua, quasi per fare come i salmi che finiscono tutti in gloria
— glielo diceva ridendo il figlio — ella gli rispondeva:

— Quando penserai a darmi una bella nuorina? Ogni giorno che passa vale
più di un anno per me. Voglio vederti ammogliato prima di chiudere gli
occhi.

— Sì, mamma. Trovami una bella moglina nel sonno. Ne riparleremo domani.

Senza quel fuggi fuggi, la sera della festa di Sant'Anna, mentre il
popolo era radunato nella Piazza della Fontana in attesa dello sparo dei
fuochi, chi sa quando ne avrebbero riparlato! Ma quella sera la bottega
fu invasa dalla gente che voleva salvarsi dal pericolo di essere
travolta dalla gran rissa scoppiata nessun sapeva dir come e perchè, e
Pietro La Rocca dovette stentare per riuscire a chiudere la porta ed
attendere che i carabinieri avessero sedato il tumulto.

Si erano trovate là dentro una diecina di persone, donne la più parte,
che urlavano e piangevano quasi fosse arrivato il finimondo. Alcune,
scavalcato il banco, si erano rifugiate nel piccolo retrobottega. Sul
banco, sorretta da una donna vestita di nero, era distesa una giovine
bellissima che sembrava anche più bella pel gran pallore del viso, con
gli occhi chiusi, le labbra sbiancate; e sarebbe parsa morta senza gli
sbalzi che dava, quasi volesse singhiozzare e non potesse.

— Non è niente, signori miei! Tutto è terminato. Aria! Aria! Per questa
poveretta... Aria! Aria!

Pietro La Rocca ributtò indietro due donne che volevano impedirgli di
aprire la porta della bottega, e spalancò i due battenti con impeto.

Nella Piazza poca gente. Doveva essere accaduto qualcosa di grave. I
carabinieri invitavano, con le buone, gli uomini rimasti ad andar via. I
fuochi erano rimandati alla domenica prossima.

Egli non si era fermato a chieder altre notizie. Tornato indietro,
vedendo che la svenuta apriva gli occhi, domandò alla donna vestita di
nero:

— E' vostra figlia?

— Nipote, orfana di padre e di madre.

La giovane guardò attorno con occhi spaventati, e pregò:

— Non ci mandate via!

— Nessuno vi manda via. Ma qui state scomoda. Mamma, conducila su. Vi
calmerete. Avete avuto paura, eh?

— Si sono ammazzati?

— Pare. Ho inteso dire: un morto e quattro feriti.

— Oh, Dio! Oh, Dio!

— Ci sono sempre i guasta-feste in questo mondo. Ormai siete al sicuro.

E così avvenne che la bella moglina non gliela cercò la mamma nel sonno,
ma se la trovò da se, dopo quella nottata passata conversando, perchè la
ragazza aveva continuato a pregare: — Non ci mandate via! — e aveva
spiegato perchè. Non erano del paese. La zia aveva voluto svagare la
nipote facendola assistere alla caratteristica processione per
Sant'Anna, processione a cui potevano prender parte soltanto le donne in
istato interessante, e vi accorrevano dai paesetti vicini e anche da
lontano, per voto. La gente si divertiva a vedere quei _bauli_ portati
attorno con una torcia in mano; e per questo la processione era famosa
nella provincia.

La ragazza si chiamava Caterina, come la mamma di lui.

— Che ne dici, mamma?

— Sei tu che devi scegliere.

Egli aveva già scelto, senza por tempo in mezzo, quando fu l'aurora. La
ragazza sembrava un'altra, allegra, chiacchierina, come se i La Rossa,
madre e figlio li avesse conosciuti da anni. Si era lavata, pettinata,
ravviata, ripetendo spesso:

— E' stata una fortuna per noi! Un morto e quattro feriti, dunque!...
Oh, Dio! Oh, Dio!... Che bella bottega, è vero, zia? Vengano da noi per
la festa del nostro patrono San Cipriano; anche senza il pretesto della
festa... Capisco: non può abbandonare la merceria... Che peccato!

Ogni parola di lei Pietro La Rocca se la sentiva scendere in fondo
all'anima, lieto, commosso anche delle espressioni più insignificanti. E
quando le due donne furono andate via, Pietro rimase mezzo intontito; se
qualcuno degli avventori gli diceva:

— Don Pietro, dove avete la testa?

Rispondeva sorridendo:

— Su le spalle, caro amico.

Ma non sapeva risolversi.

— Che ne dici, mamma?

— Sei tu che devi scegliere.

Si decise tutt'a un tratto.

— Anche perchè si chiama Caterina, come te, mamma.

Questo gli parve di buon augurio.

                                  *
                                 * *

Due anni di felicità, di prosperità. La buona vecchietta avea potuto
assistere a un'altra trasformazione della bottega e della casa, quasi la
bella nuorina avesse rinnovato con la sua presenza ogni cosa, quasi gli
oggetti toccati dalle sue bianche mani avessero acquistato doppio,
triplo valore. Poi era venuta la consolazione di una bambina, a cui
Pietro avrebbe voluto imporre il nome della madre. Ma sua moglie aveva
esclamato:

— Troppe Caterine in una casa!

Ed era stata battezzata con quello di Rosaria, come la zia di lei.

— Aspetto che arrivi il maschietto e poi me ne vado... figlio mio!

Il maschietto tardò a venire, e lei se n'andò, portata via da una fiera
polmonite in pochi giorni.

Per Pietro fu un terribile colpo. La moglie vedendolo triste,
inconsolabile, gli si rivolse in tono di rimprovero.

— Sarebbe stato meglio se fossi morta io!

— Tu non le volevi bene!

— Non mi voleva bene neppur lei.

— T'inganni.

— Era gelosa di me. Pareva sorvegliasse ogni mio atto, diffidasse d'ogni
mia parola, specie in questi ultimi mesi. Che si figurava? Non te n'ho
parlato mai. Che si figurava?

— T'inganni.

Era vero; la morta non era arrivata a voler molto bene a quella nuora,
vivace, ardita, la quale si compiaceva di fare a botte e risposte con
certi avventori che venivano a comprare sigari o sigarette, e
indugiavano nella scelta, evidentemente per intrattenersi con lei.
Verissimo: la morta era diventata diffidente del figlio che sembrava
incantato di qualunque cosa dicesse o facesse la moglie, e rideva di
ogni risposta piccante di lei a qualche avventore, senza adombrarsi
dell'insidia che le parole dell'avventore potessero nascondere.

— Se al suo paese usa di parlare così con gli uomini, tu dovresti
avvertirla che qui non usa.

— Parole, mamma! Parole di scherzo, mamma!

— Dalle parole ai fatti ci suol correre poco.

L'estrema bontà del suo cuore non gli permetteva di concepire il minimo
cattivo sospetto contro la moglie; ma da quel giorno in poi ebbe
qualcosa nell'animo — una lieve nebbia, un sordo ronzio — non avrebbe
saputo spiegarlo — che gli turbò a poco a poco la serenità dello
spirito, specialmente dopo la morte di sua madre. Caterina se ne accorse
sùbito e non glielo nascose. Egli, dispiacentissimo, tentò di
disingannarla, ma fece peggio quando le disse:

— Questo, in ogni caso, vuol dire che ti voglio estremamente bene.

— Voglio essere rispettata anche!

— Nessuno ti rispetta più di me.

Pareva che il malinteso fosse stato dissipato, ed era come un fuoco che
cova sotto la cenere; basta rimescolarla perchè esso divampi. Pochi mesi
dopo avvenne la malattia della bambina. Deperiva, consumata da una
febbre che il medico non riusciva a vincere. Caterina faceva rare
apparizioni nel negozio. Era venuta dal suo paese la zia, chiamata da
Pietro per aiutarla nell'assistere la bambina. Il dottore faceva tre
visite al giorno: iniezioni la mattina, iniezioni la sera.... Niente!

E quando Pietro vide uscire dal portoncino di casa la bella cassa
rivestita di seta bianca col cadaverino della figlia, si sentì spezzare
ii cuore, quasi egli avesse visto andar via, per sempre, la felicità
della sua casa!

Caterina dalla tristezza delle giornate attorno al letto della malatina,
dal sonno perduto, dal gran dolore per la morte della creatura che già
formava il suo grande orgoglio, «era ridotta uno straccio», come si
espresse la zia. Perciò Pietro acconsentì volentieri che la zia la
conducesse con sè per farla svagare e ristorarla laggiù, nel paese
nativo.

In quei tre mesi — c'era stato anche il pretesto della festa di San
Cipriano — egli era andato parecchie volte a trovarla per alcune mezze
giornate, lasciando affidato il negozio a due garzoni dovuti prender per
servir più lestamente gli avventori.

Ma una mattina egli era su la soglia della bottega, con le mani dietro
la schiena, assistendo a la rissa di due cani che si assalivano a morsi,
ringhiando, e pensava anche che tra due giorni sua moglie sarebbe
tornata. Gli si avvicinò il farmacista di faccia: lo guardava con
curiosità, quasi con stupore.

— Bravo! — gli disse. — Così si fa! Siete davvero un uomo!

— Perchè? Scusate.

— E' inutile fingere con me. L'ho saputo ieri sera da uno di quel
paese....

— Che avete saputo?

— Quel che volete darmi a credere d'ignorare. Bravo! Siete davvero un
uomo!

Era rimasto di sasso, per alcuni momenti, dopo di aver insistito per
strappar di bocca al farmacista la notizia. Poi, incredulo, aveva
risposto ironicamente:

— Tornerà dall'America domani l'altro!

                                  *
                                 * *

Non pianse, non si disperò: solamente si sentì come svaporare dal cuore
ogni bontà, ogni dolcezza, ogni gentilezza; si sentì cambiare da così a
così, quasi lo avessero scorticato e gli fosse venuta su una pelle nuova
affatto diversa. Tanto diversa che quando qualcuno lo chiamava per nome
egli, su le prime dubitava che parlassero con lui, ma con qualche altro
che si chiamava Pietro La Rocca, com'egli forse si era chiamato una
volta.

Era stato uno sconvolgimento terribile, durato parecchi mesi e ch'egli
aveva voluto, per dignità, nascondere a tutti.

Le persone che gli volevano bene non gli accennavano neppur dalla
lontana alla sciagurata che era fuggita con l'amante nell'Argentina; e
avevano la delicatezza di non mostrar nessuna intenzione di voler
consolarlo.

I maligni, gli impertinenti tacquero anche essi, poichè Pietro la Rocca
faceva le viste di non capire le domande:

— Avete avuto notizie? Non se ne parla più!

Era proprio cambiato, da così a così. Chi non aveva provato in altri
tempi il suo buon cuore? Non era mai accaduto che qualcuno si fosse
rivolto alla sua carità e avesse dovuto andar via con le mani vuote.
Anzi, egli soleva ringraziare chi gli dava l'occasione di fare un'opera
buona. Perchè Domineddio gli faceva prosperare il negozio se non per
aiutare i disgraziati? Ed ora, invece, pareva che gli facessero un
insulto ogni volta che lo invitavano a partecipare a un atto di carità.

Poi, a poco a poco, si sparse la notizia che Pietro la Rocca, di notte
tempo, quasi commettesse una cattiva azione, andava a picchiare
all'uscio di questo o di quello e lasciava elemosine, soccorsi di ogni
sorta, raccomandandosi:

— E.... zitto! Altrimenti non riceverete più niente!

Infatti egli faceva ogni sforzo per smentire quella voce; rispondeva
sgarbatamente a chi si azzardava di chiedergli un piccolo favore, come
se il torto della moglie gli fosse stato fatto con la complicità di
tutti, e tutti ne fossero responsabili.

— Ci son mai venuto da voialtri a importunarvi? O dunque? Lasciatemi in
pace!

Smaniava, sbuffava, quasi lo facessero soffrire E dalla volta che una
vecchietta gli rispose: — Che siete diventato? L'omo selvaggio? — il
motto fece fortuna e in breve tempo Pietro La Rocca non fu chiamato
altrimenti.

Sì: omo selvaggio! Per parecchi mesi se ne stette confinato nel
retrobottega, fumando, sorvegliando i due garzoni, brontolando contro la
loro lentezza o la loro poca destrezza nel servire gli avventori,
rispondendo appena ai saluti di questi. Sul tardi, quando la Piazza
della Fontana era deserta, egli usciva a far lunghe sgambate davanti a
la bottega per muoversi, per prendere aria, col pensiero lontano
lontano, a quell'America dove la ingrata, la scellerata era andata a
rifugiarsi con l'amante.

— Peggio per lei! Peggio per lei!

Qualche ritardatario, i carabinieri di ronda non gli si avvicinavano,
non lo salutavano neppure fingendo di non riconoscerlo perchè sapevano
ormai di fargli piacere. Poi egli rientrava, sbarrava la porta e saliva
su, strapazzando la vecchia contadina che aveva preso in casa e che si
ostinava ad attenderlo in piedi per assistere alla cena di lui, caso mai
avesse bisogno di qualcosa.

— Non voglio essere atteso! Non ho bisogno di niente!

Così passarono i mesi, passarono parecchi anni. Il bel giovane di una
volta era diventato irriconoscibile, con quella folta barba che
cominciava a brizzolarsi, con quella arruffata capellatura che provava
soltanto due volte all'anno il benefico lavoro della forbice del
barbiere; trasandato nei vestiti, meno che nella biancheria. Pareva
finalmente che l'«omo selvaggio» cominciasse a mansuefarsi, perchè non
stava più rintanato nel retrobottega, ma prendeva l'abitudine di
sedersi, in certe ore della giornata, davanti al negozio, con le gambe
larghe, con la pipa continuamente in bocca, sempre accigliato, muto, con
aria scontenta e scontrosa, quasi che il tradimento della moglie fosse
avvenuto giorni addietro e lui non potesse nascondere la gran pena che
ne provava.

Pareva impossibile! Avrebbe dovuto, anzi, ringraziare Iddio che quella
donna se ne fosse andata lontana. Poteva far peggio: tradirlo proprio
sotto i suoi occhi, cimentarlo, fargli perdere la ragione, quantunque,
se l'avesse ammazzata, non l'avrebbe pagata neppure due soldi...

Parlavano così perchè nessuno sapeva che cosa bollisse e ribollisse da
cinque anni in quella povera testa, in quel povero cuore. Lo seppe
soltanto il parroco la sera che lo vide arrivare nella canonica con
l'aspetto irritato di chi avrebbe voluto essere lasciato in pace.

— Mi ha mandato a chiamare.... In che posso servirla?

                                  *
                                 * *

Era stato ad ascoltarlo con le mani giunte, le braccia tese tra i
ginocchi, a testa bassa, socchiudendo di tratto in tratto le palpebre,
poi era scattato:

— E che pretende lei ora da me, con la misericordia di Dio? Io non sono
Dio, ma un misero verme della terra, signor parroco.

— Siete un buon cristiano. Riflettete. Dio l'ha tremendamente gastigata,
in quel che formava la sua vanità e che l'ha spinta a perdersi: la
bellezza.

— Avrebbe fatto meglio a impedirle di perdersi!

— Non dite stoltezze. Noi non possiamo intendere le vie del Signore.

— Parlo da ignorante; mi scusi.

— Dopo cinque anni e nello stato in cui si trova, dovreste almeno
perdonarle.

— Che se ne farà del mio perdono?

— Dicono che è ridotta in uno stato orrendo. Il cancro, il terribile
cancro, le ha mangiato quasi intera la faccia. Abbandonata dai seduttore
è vissuta un anno facendo i più umili uffici. Poi è stata accolta in un
ospedale. Ha pregato di essere rimpatriata: le è stato accordato a
stento. E' arrivata, da tre giorni, al suo paese.... Le avete voluto
bene.... allora.

— Ah, signor parroco! Ah, signor parroco! Di me nessuno ha avuto
pietà!... Mi hanno creduto un vigliacco egoista, perchè non son corso
dietro a quei due, imbarcandomi immediatamente — mi mancavano forse i
mezzi? — per andare ad ammazzarli come due cani. Chiedevo di essere
voluto bene, come mi aveva giurato davanti a Dio! Che avrei ottenuto
ammazzandola?... E non ho il minimo rimorso, signor parroco! La sua
volontà era la mia. Non s'è mai dato il caso che io le abbia detto: —
Questo no! — Ed è stato forse il mio torto!

— Non vi pentite di essere stato buono!

— Cinque anni! Notte e giorno! Come se fosse rimasta sempre quella
davanti a me, bella, sorridente, allegra, con la parola pronta,
vivace... E dovevo cacciarla via dicendole la parola più brutale.... per
poter chiudere gli occhi al sonno, stanco, sfinito, quasi avessi fatto
un opprimente lavoro col pensare a lei tutta la giornata e parte della
nottata! Nè il sonno era riposo, ma sogno agitato. Notte per notte la
povera mamma: — Te lo dicevo? Te lo dicevo? — Perchè non mi lascia in
pace neppure mia madre?... Ed ora lei viene a raccontarmi.... Io non so
più perchè campo: odio me, odio gli altri!... Il cancro se la rode viva
viva? Felice lei! Ne avrà per poco.

— Deve morire disperata? Almeno isolarla in una casetta, darle una di
quelle infermiere che sono sostenute nel loro ufficio dall'alto
sentimento religioso nella cura delle malattie più repugnanti; renderle
meno penosi questi ultimi mesi di vita, perchè mi è stato scritto che il
male è rapidamente inesorabile. Pure bisogna fare quel che si può... Ma,
prima di tutto, perdonare.

— Mi chiamano: l'«omo selvaggio». Non voglio smentirli.

Pietro La Rocca si era lasciato ricadere di peso su la seggiola da cui
si era rizzato cominciando a sfogarsi: Ah, signor parroco!

Era pallido come un morto, curvo e si torceva le mani mentre
cominciavano a sgorgargli dagli occhi due rivoletti di lacrime che
s'infiltravano tra i peli dell'ispida barba, senza ch'egli facesse
niente per arrestarle o un gesto per asciugarle.

— Siate forte!... Lasciatevi vincere dal vostro gran buon cuore. Voi
soffrite pel divieto che v'imponete di non fare il bene.... Volete che
vi aiuti?... Volete?

— No!

E mentre egli, scattato in piedi, tentava di ricomporsi, di far sparire
dal viso le tracce delle lacrime, il parroco gli diceva:

— Ricorrerò alla carità dei benefattori che non si rifiutano di aiutare
il prossimo, qualunque esso sia. Dirò: per la moglie di Pietro La Rocca!

— La moglie di Pietro La Rocca — egli rispose, parlando come un
trasognato — non ha bisogno della carità di nessuno!... Ha la sua casa,
ha una stanza, un letto dove potrà morire in pace....

— E il vostro perdono, sopratutto.

— Di notte. Non deve vederla nessuno. La riceverà lei. Venga
accompagnata dalla suora infermiera: c'è una cameretta anche per
essa....

                                  *
                                 * *

La malata aveva pregato insistentemente ch'egli non cercasse di vederla.

— Vi farebbe molto male — gli aveva detto la suora. — Farebbe male pure
alla disgraziata. Sembra che il cancro abbia furore di divorarsela
presto.

Pietro La Rocca non dovette fare molti sforzi per non cedere alla trista
curiosità di vedere come la sua Caterina era ridotta. Voleva conservarsi
intatta nella memoria la bella, fresca figura di lei, quale gli era
rimasta cinque anni in fondo al cuore, incessantemente adorata e
maledetta, più adorata che maledetta, e senza che qualcuno lo avesse mai
sospettato.

La pianse morta, la fece seppellire come se non fosse stata moglie
infedele. Per alcuni mesi mandò fiori a quella tomba su la lapide della
quale aveva fatto incidere soltanto il nome di lei da ragazza, e poi....

Egli credette che fosse stato un miracolo operato dalla sua mamma. La
sognò per l'ultima volta, quasi fosse venuta a dirgli addio!... E poi,
lentamente, una gran pace discendeva a invaderlo: il passato sembrava
allontanarsi, allontanarsi, dileguare nell'ombra; ed egli si lasciava
vivere alla giornata; in apparenza, ancora «omo selvaggio», domandandosi
ad intervalli:

— Perchè campo? Perchè campo?



INDICE


  Pasqua senz'Alleluja           _Pag._ 7
  Il segreto di Dora                   39
  Sanguedolce                          65
  Rinnovamento                         81
  Don Mignatta                        101
  Al Santuario                        121
  I soliloqui di Bicci                139
  L'inconsolabile                     155
  L'ultima lusinga                    173
  L'ideale                            197
  Un sogno                            217
  Arme ritorta                        235
  La tragedia che                     255
  L'amico Ramaglia                    271
  L'«Omo selvaggio»                   293



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (stupito/stupìto, Figurati/Figùrati e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Eh! la vita...." ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home