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Title: La Repubblica partenopea - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Author: Pompilj, Guido
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La Repubblica partenopea - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero" ***

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                                  LA
                            VITA ITALIANA

                              DURANTE LA
                   Rivoluzione francese e l'Impero


                _Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

                                  DA

        Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili,
          Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti,
       E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi,
        Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi,
                           Enrico Panzacchi.



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI

                                 1897.



                        PROPRIETÀ LETTERARIA

                     _Riservati tutti i diritti_.

                        Tip. Fratelli Treves.



                      LA REPUBBLICA PARTENOPEA


                             CONFERENZA
                                 DI

                           GUIDO POMPILJ.



_Signore e Signori_,


La rivoluzione francese, attraverso dieci anni di ruinose vicende,
alternanti tra efferata anarchia e gloriosi eroismi, andò a finire, come
tutte le rivoluzioni, che mai potranno essere istituzioni permanenti, in
balia di un dittatore vittorioso e imperioso.

Ma la nuova bandiera, sempre grondante sangue, o che facesse il giro del
patibolo, o che dal Manzanare al Reno volasse trionfale per la terra, o
che precedesse fatidica Carnot o che seguisse vindice Napoleone, ai
popoli (perocchè ai re, e non a loro, secondo la sentenza di Danton,
annunziava la guerra) doveva, con aperto contrasto, simboleggiare la
libertà, la fraternità, l'eguaglianza.

Questi erano i principî della filosofia o, come nel gergo di allora
chiamavasi, della filantropia, predicata poi autentica genitrice di un
commovimento sopra ogni altro di qualunque tempo procelloso e
memorabile. Moto che, impetuosamente scoppiando, parve inopinato e
impreparato, mentre era lentamente cresciuto e rimasto latente per tutto
un secolo, che Carlyle chiamò paralitico, ma fu il secolo delle idee e
della gestazione della democrazia. Moto che non poteva essere così
subitaneo e accidentale se, cominciato allora, non è ancora finito; se
non solo nelle istituzioni e nel pensiero se ne ritrovano tuttavia le
reliquie non incenerite e la scintilla non spenta, ma si agitano altresì
intorno ad esso giudizi e sentimenti così pugnacemente contrari, come,
non i figli della rivoluzione, ma fossimo quasi i suoi contemporanei; e
se celebrandone cento anni dopo, tra un misto di orgoglio e di
rimpianto, di riconoscenza e di ribrezzo, di baldanza e di sconforto, il
gran parentale, sentiamo la verità della superba profezia di Barère, a
cui sul campo di Valmy faceva eco il sommo Goethe, che da quel giorno
ricominciava la storia del mondo.

“En fait d'histoire il vaut mieux continuer que recommencer„, dice
Taine, ma questa volta ciò che si andava disfacendo in un corrompimento
senile era tutto un organismo civile e politico, il quale non poteva più
reggersi senza correggersi, doveva o trasformarsi dalle viscere o
sprofondare.

E sebbene alcuni scrittori timidi e pacifici, fra gli altri il nostro
Manzoni, sostengano che quel rivolgimento, mosso e alimentato da uno
spirito riformatore, avrebbe non solo potuto, ma dovuto, non tralignare
in rivoluzionario per incarnare veramente la pienezza del suo ideale,
pure non può disconoscersi la profonda avvertenza dell'acutissimo
Tocqueville, che, intrecciato com'era quell'organismo con quasi tutte le
leggi politiche e religiose di Europa, abbarbicati come erano ad esso,
quale edera serpeggiante a tronco annoso e tarlato, con infinite
ramificazioni, pensieri, sentimenti, costumi, interessi, solo un colpo
violento e reciso poteva schiantarlo ed abbatterlo.

Era una febbre di crescenza, era un fato della storia, a cui non manca
certo lo spirito inventivo, che ha le sue vie e le sue mire arcane non
soggette ai riposati calcoli sulla lavagna, e come è giustiziera e
ultrice infallibile, così è mirabile e inesausta creatrice.

Quando si raccolsero gli Stati Generali il giorno per sempre memorabile
del 5 maggio 1789, a cui doveva fare amaro riscontro un altro 5 maggio,
nessuno forse di quei mille deputati dei tre ordini voleva la
rivoluzione; nessuno dei _Cahiers_ (che, come disse Mounier, chiedevano
distruggere gli abusi e non rovesciare un trono) l'invocava; nessuno la
presagiva almeno così vicina e terribile. Chi avesse in quei giorni
annunziato il Terrore o predetto Napoleone, sarebbe passato per un
burlone o un mentecatto.

Ma la rivoluzione era nell'aria, e il turbine scoppiò in fulmini e tuoni
e pioggia di sangue, mettendo a soqquadro l'Europa, conquassando una
società secolare. Ammonimento a chi non sa preparare a tempo i
parafulmini! a chi vaneggia che simili procelle mandino sempre innanzi
araldi visibili per dar agio agli ignavi di aprir gli occhi o di
mettersi in salvo! Il centenario della rivoluzione era bene di
celebrarlo, ma piuttosto che a panegirici sperticati o sterili
invettive, a paragoni parlanti e a fruttuose meditazioni.

Non si tratta di architettare demolizioni simmetriche e di sana pianta;
ma di capire e sentire, per dir così, i tempi; meditare coi pensatori e
palpitare col popolo; accompagnare, affrontando e regolando le
trasformazioni, il cammino lacrimoso e pur luminoso del genere umano.

Ma perchè la rivoluzione era nell'aria e perchè divampò da ogni parte?

Essa fu il mare ove andarono a confondersi, come rivi e torrenti, tutte
le rivoluzioni passate; e le cause che la suscitarono furono quelle che,
più o meno, sogliono istigarle tutte: cioè il dissidio fra le dottrine,
gl'istituti, i privilegi, i costumi, avanzi di un'epoca volta alla sera,
e il pensiero nuovo, i bisogni, le aspirazioni, i conati, preludio a
un'altra che albeggia. E in pari tempo il conflitto dei particolari
interessi tenacemente difesi da ciascuna classe, che non sa chiedere il
temperamento armonico negli angustiosi trapassi allo spirito di
sacrifizio; che non sa gittare a tempo una parte del carico per
ritrovare il salutare equilibrio, e salvarsi, all'ingrossar dei marosi,
col senso storico per bussola e l'amore umano per vela.

Ma forse nessuna filosofia, come questa della rivoluzione, fu talmente
fertile e anche, spesso, talmente vacua e fallace.

Raramente a indagar le cause di un avvenimento fu messo tanto ingegno
reso cieco da tanta passione, o tanto studio armato di sì forte pazienza
e avvalorato da sì erudita e sottile critica.

Dai contemporanei ambasciatori veneti e Vincenzo Coco, passando per
Thiers, Carlyle, Michelet, Quinet, Manzoni, a Gervinus, Sorel, Sybel e
Taine, c'è da scegliere e da stordirsi.

Ma, perciò appunto, oramai chi sappia spogliarsi, o anche meglio non
siasi mai vestito, di passioni che sono la ruggine di ogni sincerità, e
molto più di quella della storia, ha guide bastevolmente sicure per
penetrare l'oracolo di questa.

Una massima intanto possiamo stabilire, conforme in tutto al principio,
che ogni evento storico, specialmente se è di quelli destinati a
rimescolare il mondo moderno, è cosa infinitamente complessa, e tale da
non ammettere che se ne alambicchi colla storta qualche causa
ideologicamente una e semplice: la massima, cioè, che fu errore,
dimenticando molti altri moventi politici, attribuire quasi intieramente
a Rousseau e agli enciclopedisti il merito o la colpa tanto della
comparsa della rivoluzione in Francia quanto della sua diffusione e
azione al di fuori.

Filosofia, scienza, letteratura, sono certo un gran fomite di
rinnovamento, e gli scrittori che divinano insieme ed eccitano
gl'impulsi popolari, che Manzoni chiamava le anime della folla, sono
mirabile strumento di apostolato. Ma i rivolgimenti hanno sempre in
fondo natura sociale e politica, appunto perchè sono fatti dal popolo,
che non è spinto se non dai bisogni e dai sentimenti. Le idee, come non
pagano dazio, così, per essere troppo alte, a guisa delle stelle, e
troppo fredde a guisa del sole d'inverno, non abbagliano e non
infiammano.

La rivoluzione ebbe il suo focolare spontaneo in Francia, perchè,
nazione composta da secoli a bronzea unità di stato che ne avea fatto la
grandezza e la preponderanza, i nodi politici dovevano ivi prima che
altrove arrivare al pettine; perchè l'indole della sua gente la fa
proclive alle novità e irrompente ai partiti estremi; e perchè la sua
lingua universale era il naturale strumento a quella specie di civiltà
comune che s'era andata formando, a quella comune patria intellettuale,
come l'ha chiamata il Tocqueville, che aveva abolito tutti i vetusti
confini, facendo talora nemici i concittadini e fratelli gli stranieri;
una patria fatta apposta per collocarvi a dimora l'uomo di natura
rievocato da Gian Giacomo Rousseau, l'uomo astratto che nessuno ha mai
conosciuto e a cui poi, per una delle tante contradizioni che sono
l'ironica vendetta delle cose, doveva darsi per antonomasia il nome di
cittadino.

Ma i germi sotterranei della rivoluzione, tanto nel campo filosofico
quanto nel campo politico, andavansi maturando, più o meno vivamente e
rapidamente, in ogni parte d'Europa, onde mentre quel novello
accomunamento degli spiriti creava in Germania con Lessing, Schiller e
Goethe la nuova letteratura, apriva alla Russia la finestra
sull'occidente, risvegliava in Italia il pensiero speculativo e virile
affratellando i popoli in una maniera di pensare europea, secondo la
dissero Pietro Verri e Madame De Staël; i principi e i ministri, molti
dei quali allora dimostrarono una avvedutezza profetica, qualche volta
inascoltata, come accadde al Bogino in Piemonte, entravano con nobile
gara nella via delle riforme.

Al che contribuiva un diffuso istinto di aspirazioni sociali, un moto
sentimentale che integrava l'intellettuale, quando vent'anni prima di
Robespierre _tout le monde aimait tout le monde_, perocchè mai risveglio
più terribile fu precorso da sonno più dolce e sogni più soavi. E anche
questo derivava dalla scuola di Rousseau che alla fede nella potenza
della ragione dell'uomo accoppiava quella nella bontà della sua natura;
onde alle svenevolezze della nuova Eloisa facevano eco i madrigali e
l'egloghe del Trianon, e in una società di cortigiani e di favorite, di
cipria e di minuetti, veniva di moda l'idillio, e la filosofia, come
dissi, si struggeva in filantropia.

Ma la storia che su questa terra, chiamata da Dante

    L'aiuola che ci fa tanto feroci,

non è nè l'una cosa nè l'altra, a tale arcadia politica dava, col suo
fato ironico, per epilogo proprio il Terrore, quando l'idillio di Andrea
Chenier era troncato a mezzo dalla scure che, recidendo una testa,
insanguinava un alloro.

La filosofia non basta a cambiare le condizioni sociali che, con tutta
quella comunanza intellettuale, rimanevano differenti; come i cittadini
veri e non nominali (non quelli variopinti che il tedesco Anacarsi
Clootz, oratore del genere umano, menò al cospetto dell'assemblea)
rimasero cittadini, e ciascuno della loro patria e del loro clima,
coll'indole della propria razza, colle tradizioni della propria storia,
colle necessità del proprio governo. Onde diversi furono così gli
stimoli e i fini dei rivolgimenti dei vari popoli, come gli affetti e i
propositi suscitati in essi dal grande incendio francese.

Diversi furono in America, dove pure la dichiarazione dei diritti
dell'uomo precorse di 13 anni il giuramento della Pallacorda. Diversi
furono in Inghilterra, tuttochè fosse la patria non solo della famosa
filosofia volgarizzata in Francia di seconda mano, ma eziandio di quel
governo libero e rappresentativo che s'invocava ad esempio; e dalla
quale pertanto sarebbe parso ragionevole, a stregua di filosofia,
attendere aiuto e favore, mentre invece da Pitt a Burke, da Nelson a
Wellington ivi si trovarono i più arrabbiati nemici, coloro che dettero
l'alto là, e riuscirono a fiaccare una forza che per un momento era
parsa indomabile. Diversi infine furono, come noi dobbiamo vedere, a
Napoli nel '99, sebbene di laggiù Tanucci desse la mano a Necker,
Galiani a Voltaire, Filangeri e Giannone a Montesquieu e a D'Alembert.

Ma se non poteva farsi a meno di accennare in iscorcio le ragioni della
distinzione tra quello che fu la rivoluzione in Francia, e quello che
poteva essere nei varî luoghi dove, non già scoppiò, ma venne portata,
certo è che intanto di fuori uscì, e, rotte le dighe, effetti universali
ne ebbe, dovuti appunto e alla parentela delle dottrine, e alla analogia
qua e là delle condizioni civili, morali e politiche, e forse più di
tutto ai suoi stessi nemici.

Perocchè la sua azione europea, e specialmente italiana, fu determinata,
più che dalle speranze e le simpatie degli oppressi, dai timori e dalle
viltà degli oppressori, i quali, collo sfidarla, la cambiarono di guerra
civile in guerra nazionale, e, in luogo di abbassarla, l'ingrandirono.
E, assai più che i libri e i bandi altisonanti, strumento per essa di
apostolato, come compresero i Girondini, erano le armi, che, sempre per
una delle notate contradizioni, mentre dicevansi imbrandite per quella
civiltà cosmopolita, furono rese invitte e onnipotenti dall'amor
passionato della patria e dal sentimento della sua salvezza e grandezza;
furono sacrate alle più prodigiose vittorie dalle più stolte e folli
provocazioni.

Finchè, quando le parti della salvezza e della provocazione vennero
invertite, s'invertì anche il successo. Ma intanto i popoli dei due
campi avversi avevano una cosa nuova imparato: a combattere, non per i
re, ma per le patrie. E questo, il sentimento nazionale di un solo
riscatto e d'una incoercibile indipendenza, fu forse il più prezioso e
più incontroverso retaggio della rivoluzione, al quale non sarebbe
bastata, come all'eguaglianza civile e alla libertà politica, la
evoluzione pacifica e riformatrice.

L'Italia perciò non ha da lamentare, ma da benedire quei tempi
fortunosi. L'Italia che sapea le tempeste fin dalle sue gloriose
repubbliche, che dava nel rinascimento al mondo la cultura moderna, che
avea nelle tradizioni domestiche la signoria universale dell'Impero e
della Chiesa, ma, per non essersi mai potuta comporre a salda unità, era
stata costretta

    A servir sempre o vincitrice o vinta.

Ludibrio a ogni voglia rea degli stranieri, bersaglio alle ambizioni dei
loro potentati, arena perpetua ai conflitti dei loro eserciti, teatro
agli abusi e alla corruzione più sfacciata dei loro proconsoli, mercato
aperto alle più svergognate cupidigie dei loro diplomatici, se c'era
contrada che avesse sovra tutte patito le oppressioni e le angherie di
ogni fatta, sofferto della burbanza e della tracotanza dei privilegiati,
preda lacerata, spogliata, conculcata, mentre più che qualunque altra
doveva sentir fremere, pur soffocata e dormente in fondo all'anima,
l'ansia e l'agonia della libertà, questa certo era la patria di Dandolo,
di Ferruccio, di Micca.

E la sua debolezza e divisione da un lato, le sue condizioni politiche e
sociali dall'altro, facevano sì che sovr'essa principalmente si
riversasse il nembo di Francia, e in essa trovasse il terreno più
propizio quel seme celeste e fecondo che vi cadde, mescolato alla
grandine fosca e sterminatrice.

E, poichè in questi geniali e gentili ritrovi, geniali e gentili come
tutto ciò che è fiorentino, dovevasi quest'anno dare una corsa alla vita
italiana nel secolo XVIII, che sarà in eterno chiamato il gran secolo
della rivoluzione, mi parve che sarebbe mancata qualche cosa, se non si
fosse toccato affatto dell'eco e del contraccolpo che ebbe in Italia, di
quei sollevamenti che ne uscirono e furono, come a dire, il proemio
delle tante rivoluzioni che finalmente, attraverso una iliade di
sciagure e un poema di olocausti e di ardimenti, ci hanno ridato una
patria.

Anche da noi ribollì tutto, e quasi da per tutto, i popoli, per molti
dei quali la repubblica era o un vanto avito, o un rimpianto mesto, o
un'invidia acerba, poterono levarsi il gusto di vederla risorta,
ribattezzata alla francese, per qualche giorno.

Le repubblichette di allora, effimere, ebbero la vita fuggevole di chi
non nasce vitale; durarono tutte pochi mesi, mesi peraltro pieni di
eventi e di passioni, di scelleraggini abbominande e di virtù sublimi,
memorie sacre che ancora parlano all'animo dei cittadini.

E a narrarne qualcuna il più chiaramente e compiutamente possibile,
anche a costo di abusare della pazienza di un così eletto uditorio al
quale chiedo indulgenza, tutto portava a prescegliere quella che ebbe i
casi più infelici e più rei, che, unica, dette prova di virtù civile e
di morale grandezza, quella sprigionata laggiù a piè di un vulcano, nel
paradiso dove fiorisce l'arancio, e dove allora, inaffiata dal sangue
dei generosi, germogliò una palma immortale.

Episodio insieme lugubre e radioso, dove la storia s'intreccia al
romanzo, il dramma epico sospira nella tragedia piena di lacrime e
insieme di ammaestramenti solenni e di conforto virile a noi, che, in
un'ora infausta e triste, sentiamo più che mai il bisogno di richiedere
al vaticinio cruento dei padri nostri, alla lezione dei loro errori e
all'esempio delle loro sventure, qualche anelito di concordia e di
sacrifizio, qualche palpito di carità della patria, qualche raggio del
morente ideale.

Se, per le idee e la conquista intellettuale, la rivoluzione poteva
dirsi, al pari che in Francia, nata negli animi di lunga mano anche in
Italia; per i fatti, da noi non prese piede se non nel terzo periodo.
Quando, cioè, scaturito dalle lotte interne, ultimo e triste portato, il
trionfo dei giacobini, salito sul palco il re, proclamata dalla
convenzione la repubblica, questa, mentre colla diplomazia e ogni
maniera di propaganda cercava di adescare popoli e governi, colle armi
provocate prima a difesa, e cogli eserciti resi invincibili dal genio
allora sorgente di Bonaparte, andava incarnando la missione quasi ideale
attribuitasi con un solenne decreto, che alla sua volta era provocazione
e sfida a tutti i governi, dove ingiungevasi ai generali francesi di
proteggere i popoli che insorgessero e i cittadini che per la causa
repubblicana patissero; la missione, dicevo, che sarebbe stata magnanima
se non avesse covato nessun pensiero egemonico, sublime se in tutto
sincera, ma in ogni modo storicamente impossibile, di comporre una sola
famiglia umana sotto l'egida della libertà.

Belli propositi generati dalla filosofia del secolo, da quello spirito
di democrazia cosmopolita per il quale Bourget crede che l'Europa morrà,
e destinati a seminare molte illusioni. Ma forse allora, negli albori,
la rivoluzione illudeva sè medesima, mentre poco di poi, trascinata, al
pari dei monarchi, dalla sete di dominio e di conquista, dall'amor
patrio e dallo stesso fanatismo, doveva cercare qualche utile materiale,
qualche accrescimento di potenza dai suoi trionfi, che finirono ad
imporre una nuova dominazione, non sempre più giusta nè meno
spogliatrice. Onde Alfieri che aveva detto di voler per la libertà
spiemontizzarsi e disvassallarsi, salutava il giorno della restaurazione
in Toscana come il giorno della purificazione.

La rivoluzione non poteva essere subito compresa, misurata nella sua
importanza; se tutti dovevano esserne stupiti o sgomenti, per
l'inopinata audacia e violenza, pochi erano tali in alto e in basso da
impensierirsene e da sperarne sul serio. In fondo, non ci si credeva.
Non si credeva dai re che non potesse venir domata o sopita in casa sua,
molto meno che dovesse entrare a forza in casa loro; non si sperava dai
popoli di scuotere il giogo, o si temeva di cambiarlo e non altro.

Era _l'alterius spectare labores_ dalla riva tranquilla; era uno
spettacolo nuovo e gigantesco da seguire da lontano con curiosità mista,
sia pure, a voti trepidi o ansie inquiete, ma da non considerarsi se non
un elemento di più nei calcoli, nei disegni, e nei consigli della
diplomazia europea, a cui se ne accrescevano le cupidigie, le contese, e
le insidie reciproche. A scuoter l'abbandono venne il fatto più atroce e
più colpevole di quella storia epicamente miseranda, il supplizio di
Luigi XVI e lo scatenarsi della belva umana, che pure ai confini sapeva
ruggire la sfida leonina di un popolo che si leva alla conquista
dell'avvenire.

Mai forse come in quei giorni la reazione potè addurre tanto a propria
scusa il significato del proprio nome divenuto più tardi giustamente
esecrato e obbrobrioso, quando le vendette cieche e furibonde, le
persecuzioni spietate, il delirio di stragi, la sete di sangue
innocente, mostrarono che quella belva è anche più feroce e più insana
quando trovasi ai piedi o sopra di un trono.

Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla
perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà
mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le
altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria
Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia
filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta
dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di
virtù, di fratellanza e di emancipazione.

Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato
Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare
la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i
benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello
zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè
stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non
disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo
e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui,
perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei
privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo,
se non accrescendo, gli altri.

Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si
pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva
rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non
nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla
rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le
energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni
selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.

All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione,
guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un
audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo,
fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina,
passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di
benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe
riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e
fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di
ammirazione e di gratitudine.

Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella
di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che,
se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.

Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur
destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in
eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante,
e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso
patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia,
l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui
la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile
scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto
estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle
traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e
lettere d'amore.

La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai
coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza
era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica
Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di
difensiva in offensiva e conquistatrice.

E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico,
ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.

Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia.
E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria
a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia:
Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue
isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di
una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e
si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si
colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le
potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o
per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli
stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il
disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento
d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non
v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di
Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per
quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia;
oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di
favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare
il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.

Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e
dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una
serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino,
Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri
mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco;
erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente
dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del
secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e
inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida,
incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè,
per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da
temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la
rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per
la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le
loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri
e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.

Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per
primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia,
già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della
passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di
perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la
neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una
politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a
Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a
rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini
alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e
più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a
frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì
Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi
di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con
diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia,
di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di
sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi
interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli
avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere
non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la
guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento
capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo
scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro
al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento,
attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente
abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria
follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson,
carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni
di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più
incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre
mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei
romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la
storia.

Tanto vero che Alessandro Dumas nel 1860, venuto a Napoli al seguito di
Garibaldi, fece di quella storia, credendo di colorirla, un cattivo
romanzo. Ma i nomi di Re Nasone, di Carolina, di Acton, di Lord
Hamilton, di Emma Liona, di Nelson, di Speciale, di Guidobaldi, di Fra
Diavolo, di Pronio, di Rodio, di Sciarpa, di Mammone, del cardinale
Ruffo, del prete Toscani, di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di
Manthoné, dell'ammiraglio Caracciolo, del conte di Ruvo, di Eleonora
Fonseca-Pimentel, della duchessa San Felice, sono rimasti nella storia,
e molti anche nella leggenda popolare, come ricordo di un'epoca
straordinariamente avventurosa e sventurata, con un'impronta di
grandezza mostruosa o misteriosa nel male e nel bene.

Un'êra che, sebbene consolata anche da esempi di aurea lealtà e di virtù
antica, è piena peraltro di tradimenti nefandi, di dolori e supplizi
ineffabili, che avranno sedici anni dopo il ferale epilogo giù al Pizzo,
nel cuore venale e vipereo di Barbarà e Trentacapilli, nel cuore
generoso e ambizioso di Gioachino Murat, rotto, sul fior degli anni, dal
piombo borbonico.

Questo, o un altro di quei portentosi generali napoleonici, che
cavalcavano superbi e impavidi al fuoco alla testa della vittoria,
Michelet chiamò con frase michelangiolesca: _Un grand drapeau vivant_.

Come si potrebbe invertire la frase per quel re Ferdinando fuggiasco di
professione, che scappa sempre, scappa da Roma, scappa e riscapperà da
Napoli, sfumerà da per tutto dove fischiano le palle e sventola una
fulminata bandiera?

Fosse stato almeno soldato, poichè re di fatto non era lui, ma sua
moglie, cui Napoleone, ripetendo un detto di Mirabeau a proposito della
sorella Maria Antonietta, chiamò l'unico uomo della corte di Napoli.
Invero tra le due figlie di Maria Teresa, come tra i due loro mariti,
correvano parecchie somiglianze, e tanto l'imperiosa inframmettenza
delle une quanto la debolezza frolla degli altri ebbero non ultima parte
nei casi funesti che contristarono i rispettivi regni.

Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della
coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della
sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo,
l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato,
della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe
fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli
spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia
presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca
contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel
libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più
di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva
consolato l'asilo della Conca d'oro.

Ma la politica di Maria Carolina ebbe a strumenti e suggeritori,
complici e indettatori nel tempo stesso, stante la potenza che, per
cagioni varie, alcune delle quali non confessabili, esercitarono
sull'animo suo, tre personaggi, tutti e tre inglesi, due dei quali in
ciò trovarono la loro non invidiabile celebrità, e l'altro appannò la
sua, la più fulgida e bella di tutte, perchè eroicamente acquistata a
prezzo della vita e in servizio della patria.

Essi furono Acton, Nelson ed Emma Liona divenuta Lady Hamilton, che fu
la vera anima dannata della regina, e anche dopo morta non le ha reso un
buon servizio. Perocchè si è appunto il carteggio tra loro, conservato
nel Museo britannico, che ha distrutto i tentativi di apologia e
riabilitazione fatti nel passato da varii scrittori borbonici e più
recentemente dall'Ulloa e dal Barone di Helfert, dei cui libri del resto
fece ragione da par suo un mio amico, pieno d'ingegno operoso, che ha
cercato il ricovero tranquillo agli studi, il _secessum scribentis_ qui
a Firenze, voglio dire Giovanni Boglietti.

E poichè di questi personaggi che, colla politica sbagliata, fecero
nascere infelicemente una repubblica infelice, e, colla politica
insensata e feroce, le dettero modo di divenire gloriosa cadendo, e
fatidico esempio alla succedente generazione, è impossibile non
tratteggiare in succinto l'indole e la figura, non ho bisogno di dire
che in un discorso viene meno la prova dei giudizi e la critica dei
documenti. S'intende quelli essere improntati a questi che abbondano e,
vagliati a dovere fra attestazioni spesso discordi e partigiane, danno
la verità serena e imparziale, che oramai c'è facile di professare.
Imperocchè abbiamo almeno dalla libertà ricevuto questo precetto e
questo benefizio, di dovere e potere essere imparziali anche con quelli
che tentarono strozzarla sul nascere col capestro del manigoldo.

E, insieme ai caratteri dei personaggi, non è possibile non toccare,
anche di sfuggita, gli eventi politici che precorsero la repubblica, e
che ne coloriscono il significato intimo e i destini.

Coi trattati di Utrekt, di Rastadt, di Vienna e di Acquisgrana, che
chiusero il cinquantenne periodo delle guerre di successione, venne meno
dopo circa due secoli e mezzo, al nord e al sud la dominazione spagnola;
al nord sottentrò l'austriaca, al sud la borbonica.

Carlo Borbone aveva conquistato il trono, non per patti o contratti, ma
per vittorie, dovute al valore del suo esercito e dell'eccellente capo,
il Duca di Castropignano. I napoletani, dopo secoli di servitù
straniera, per la prima volta avevano sparso il sangue per un re che
loro promise dinastia domestica, indipendenza dello Stato, conservazione
dei privilegi, giustizia, prosperità.

E la promessa fu abbastanza mantenuta. Nei venticinque anni del suo
regno lo Stato che più progredì fu appunto il napoletano, cui
apparecchiò civiltà nuova il marchese Tanucci casentinese di Stia,
venuto al seguito di Carlo dalla Toscana, che aveva dato a Napoli anche
Bartolomeo Interi, primo fondatore dell'insegnamento dell'economia
pubblica.

Tanucci diventato primo ministro, mentre negli otto lustri di pace
fiorivano gl'ingegni, volti così agli studi severi, come alle savie e
moderate riforme, secondò queste, salvo che ebbe il torto anch'egli di
trascurare la milizia stanziale giusta il suo aforisma: _principoni,
soldati e cannoni; principini, ville e casini_. Ma più che altro mirò a
consolidare il potere regio infrenando gli altri due rivali: il
feudalismo e la teocrazia. E qui fu la sua gloria e di re Carlo, che gli
prestò le orecchie, e di Giannone, Genovesi, Filangeri, Pagano che
l'ispirarono e lo sostennero colla potenza dell'ingegno e il vigore
degli argomenti e della dottrina.

Una profonda mutazione era incominciata nell'opinione pubblica dal dì
che Pietro Giannone diè alla luce la storia civile del regno di Napoli
che, se gli ha valso la lode eterna dai posteri, gli tirò addosso allora
al solito la furia del popolo aizzato, il rischio della vita, e
l'esilio.

Ma, abbandonando la patria, vi lasciava il germe fecondo che doveva
fruttificare.

Nello stesso tempo l'abbate Genovesi, uno dei pochi che vagheggiassero
l'unione italiana, svegliava le aspirazioni democratiche e precorreva
gli enciclopedisti. E Filangeri e Pagano compivano l'opera; il primo
celebrando l'antichità ed esaltando le gesta di Grecia e di Roma, e il
secondo traendone argomento a pennelleggiare i benefizi e i diritti
della libertà politica e personale. Onde anche quivi, colle diversità
storiche e nazionali, si andava elaborando la coscienza giacobina delle
classi colte mercè i due ingredienti, così argutamente scrutati dal
Taine, il progresso scientifico e lo spirito classico.

E intanto i figli della plebe, che gli Spagnuoli avevano, con viva
immagine, chiamato _loz Lazzaros_, i lazzaroni, perchè allampanati e
digiuni come lazzari quatriduani, languivano sempre più nella
superstizione paziente e nella inedia selvatica. Erano materia da
anarchia regia e non da _jacquerie_ come in Francia, erano semenzaio di
Fra Diavoli e non di Desmoulins.

Mancando un vero e proprio ceto medio, lo rappresentavano i curiali che,
nella depressione dei nobili, acquistavano ingerenza e potenza lamentata
dal Colletta e dal Balbo, e, mentre in Francia come suole
s'impadronivano delle assemblee colle frasi, qui almeno si gittarono a
operare, e seppero morire.

Ma l'analogia con la Francia ricominciava in una cosa che fu sempre
cagione precipua e irresistibile delle rivoluzioni (e lo ricordino bene
certi odierni spensierati saccomanni del bilancio), voglio dire le
condizioni della finanza, la penuria del pubblico erario.

Della quale pur comuni erano le intime cause nella cattiva
amministrazione e negli sperperi della Corte.

Carlo I abbellì molto il regno, creando quei monumenti che, se ancora
splendono come ricordo di fasto e munificenza per le arti, salvo quelli
caduti tra le unghie al Demanio come la Favorita e la reggia di Portici,
pure potevano anch'essi dirsi, secondo un famoso epigramma, opere di
qualche splendido Segato, essendo sangue di poveri pietrificato.

Mentre le provincie lontane rimanevano senza strade, e poche di queste
erano per il pubblico, se ne facevano magnifiche attorno a Napoli per le
caccie del re, che al tempo di Ferdinando divennero caccie alle
forosette più che ai fagiani o ai cinghiali.

In mezzo a tali condizioni diveniva maggiorenne e assumeva lo scettro
Ferdinando che allora si intitolò IV, e nel 1814 in Sicilia III, e nel
1816 quando, spergiurando, lacerò la costituzione, I, sicchè i
Napoletani ebbero a dire che, andando di quel passo, tra poco avrebbero
avuto sul trono Ferdinando Zero.

Rimasto a nove anni senza genitori passati in Spagna, confidato a una
reggenza e all'aio principe di San Nicandro, si mostrava fisicamente e
moralmente proprio il contrario di quello che fu più tardi: gracile e
cagionevole, mentre poi divenne un toro; bonario e mantenitore della
parola, mentre appresso fu barbaro e spergiuro per eccellenza,
inaugurando quei metodi, pei quali fino al '60 rimasero tristamente
celebri i Borboni di Napoli.

All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise
l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto
dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè
coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo
orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo,
mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di
passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di
giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro
bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a
bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre,
ebete e impotente a regnare.

Grossolano e sensuale, non conobbe gentilezza di affetti nè di costumi.
Essenzialmente, fu volgare; proprio la negazione del re in tutto: non
soldato, non gentiluomo. Un vero tipo di lazzarone nato per isbaglio e
cresciuto nella reggia di Federico II e di Manfredi. Un altro dei re di
quei tempi, rampollo alquanto degenere di quella gran stirpe sabauda
nell'aspetto e nel contegno de' cui figli, gentiluomini e galantuomini
di razza, si è sempre invece sentito il re, Ernesto Masi chiamò
_parrucca coronata_. Questi fu una coppola coronata; il suo diadema, un
berretto da cuoco.

Il quale infatti si poneva in testa nel campo di Portici facendo da
oste, da pescivendolo, e da pagliaccio tra lazzari e soldati di nome
come lui, che perciò lo amavano e lo beffeggiavano insieme; andando in
visibilio a far di sua mano frittelle, le zeppole, come diceva, gravide
di alici e caciocavallo. Quelle della cucina furono le sole batterie al
cui fuoco rimanesse intrepido; e quei cacicavalli gli erano così fissi
nella mente e nel cuore (ossia.... non parliamo di cuore!) che gli
servirono più tardi, per la loro forma ben nota, a una similitudine, a
cui forse non sarebbe arrivato Falaride o Nerone, quando annunziava alla
moglie le infami impiccagioni dei patriotti delle isole flegree con
questo motto anche più infame: oggi si sono fatti molti cacicavalli!

E a questo triviale e fatuo Sardanapalo, che arrivò ad avere un istante
una fantasia di riformatore socialista, nella quale pure anche il
Sardanapalo entrava per qualche cosa, fondando la famosa colonia di San
Leucio di trenta famiglie di setaiuole cantata dai poeti adulanti e
discussa sul serio dagli economisti, fu data in moglie una donna superba
e scaltra, _sexu fœmina, ingenio vir_, un raggio di bellezza dalle
chiome bionde, dalla gola di cigno, dagli occhi sfavillanti, dalla
sembianza greca o fiamminga.

Maria Carolina aveva ricevuto dalla madre Maria Teresa, per la quale gli
Ungheresi tuonarono il famoso giuramento: _moriamur pro rege nostro
Maria Theresia_, insieme a fermezza di propositi e ingegno perspicace,
le passioni smodate d'intrigo politico e di esclusiva dominazione. E,
oltre a ciò, l'esempio di annullare l'autorità del marito, l'imperatore
Francesco pur teneramente amato da lei sposa e madre esemplare, ma
ridotto a proletario nel vero senso della parola, perchè le dette sedici
figlie, per far qualche cosa d'altro, a fabbricante di panni che vendeva
perfino agli eserciti nemici.

Qual meraviglia che Ferdinando divenisse un automa docile e obbediente
nelle braccia di una Circe che aveva per dominarlo la duplice magìa
della grazia e dell'astuzia, il duplice impero dell'ingegno e della
beltà?

Inoltre, operosissima, mentre il marito non scriveva neppure la firma
degli atti ufficiali pei quali adoperava una stampiglia, essa fu uno
scriba instancabile, e buon per lei che avesse scritto meno, che allora
meno e meglio si sarebbe scritto e si scriverebbe di lei. La volontà
ebbe dura, l'indole virile, nello stesso tempo che divampava nelle più
bollenti e femminili passioni. Ma queste non erano gentili e generose.
Si è detto che le passioni hanno ali e non piedi: o strisciano o volano.
Lo sue strisciavano! Non erano di quelle che, anche stimolate dai sensi,
rapiscono in un oblio soave, addolciscono e incelano l'anima. Questa
ella aveva arida; aveva il cervello anche qui dentro! Onde la religione,
delle cui pratiche fu osservantissima, prese in lei la forma della
superstizione spigolistra; e l'ordine e la tradizione, della pedanteria.
Ministri del re dovevano essere i favoriti della regina, ma i suoi
disegni dovevano essere i favoriti dei favoriti, pena la disgrazia. E se
uno di essi seppe mantenersi a galla, fu perchè con lui il giuoco era da
pirata a marinaro.

Quanto ai costumi, si sa che le gettarono in faccia e sopra la lapide
tutti gli obbrobri. Napoleone in un famoso proclama, molto imperiale ma
poco cavalleresco, la bollò col nome di Fredegonda. Michelet e cento
altri le dettero peggior nome, la chiamarono Messalina. E questo è
troppo, perchè nessun Giovenale ha potuto narrarla ebbra, sfidando lo
scandalo, di brutale lussuria.

Ma è certo che, quando lo stesso Sir Paget, inviato dell'alleata
Inghilterra, in un rapporto al governo, la dice donna piena di vizi
innumerevoli, e quando parlano tanti irrefutabili fatti e documenti, non
si può dipingere come immune da ogni labe. Ma, dato l'esempio quasi
generale delle corti di quel secolo che, se fu il secolo delle idee, fu
anche il secolo della corruzione e della licenza; la natura fragile e
sensibilissima; l'educazione falsa; e sopratutto il sangue viziato della
famiglia, tanto che anche l'imperatore Leopoldo, il grande riformatore
toscano, morì in due anni di stravizi, rimpetto ai quali erano nulla
quelli di Luigi XV e del Parc-au-cerfs, si sarebbe potuta perdonare, e,
in ogni modo, dovuta rispettare e risparmiare la donna, se le sue
incomposte passioni non avessero inquinata la politica italiana e
precipitate le sorti di un popolo sventurato.

Sulle quali invece le donne, appunto per pravi istinti, ebbero tanta e
sì sciagurata parte!

_Cherchez la femme_ è, checchè si dica, un gran canone di critica
storica e politica. E perciò le donne elevate, pietose, che, invece di
avere il cervello qui, abbiano il cuore quassù, sono la più sicura
malleveria di bontà per gli uomini e il più prezioso e celeste dono per
i popoli.

Ma quella torbida regina almeno non era volgare come suo marito, del
quale parlò sempre con affetto e rispetto che, anche come marito, non
meritava. E anzi pur l'apparenza dello scandalo e del libertinaggio
l'offendeva. Salda e costante negli affetti di madre, ai figli e alle
figlie diede un'educazione rigorosamente pura ed onesta.

Da principio erasi anche mostrata giudiziosa, caritatevole, umana, e,
come dissi, liberaleggiante. Sorella di sovrani riformatori e filosofi,
mostrava di caldeggiare il progresso, di proteggere le scienze e le
arti. Onde, mentre Nicolini declamava versi alla sua corte, le
dedicavano incenso e poesie quel Luigi Serio che doveva morire in difesa
della repubblica al ponte della Maddalena, e quell'Eleonora Fonseca che
per la stessa causa doveva pendere dalla forca ignominiosa. Ciò che
scavò un abisso fra lei e il suo popolo, che ne fece una tigre sotto
l'aspetto di bianca colomba, fu il terrore di Francia e lo scempio della
famiglia reale. E questo, in parte, attenua le sue colpe.

Una donna nervosa, a cui l'applicazione al lavoro, la foga degli
intrighi e dei piaceri avevano turbata la mente e scossa la salute, che,
amantissima della famiglia, sente caduto sotto la mannaia il capo
diletto della propria sorella, e perfino straziato un innocente
fanciullo; una regina superba, che vede insultati e trascinati al
macello i monarchi, merita qualche scusa se concepisce orrore e odio
atroce per la rivolta e i suoi complici. Ma non è scusabile che
quell'odio sia cieco e ferino, che a sfogare la vendetta adopri il
tradimento, quando altri sovrani seppero almeno nella reazione mantener
la fede e astenersi dal sangue.

E, in ogni modo, gli errori della sua politica cominciarono prima.
Cominciò prima la sostituzione dell'influenza austriaca a quella
spagnola, e de' legami artificiali di famiglia a quelli veri e storici
degl'interessi dello Stato. Cominciò prima l'abdicazione, nel ritorno da
Vienna ove ordì un triplice matrimonio di tre suoi figli con tre figli
del fratello imperatore, l'abdicazione ai piedi del Papa della politica
del Tanucci che, per sua opera, a malgrado i lunghi e intemerati
servigi, era stato levato di seggio, e che ebbe il solo torto, comune ad
altri strenui ministri anche recenti, di mostrarsi da principio querulo
e scontento della disgrazia. I grandi uomini, quantunque dicano di no,
devono trovare molto gusto al potere, se il perderlo li fa dimentichi
della propria grandezza in faccia alla storia! Cominciò prima infine il
suo favore per il cavaliere Acton, un bell'uomo e una brutta anima,
ignobile per private ingordigie e frenetica ambizione, che a poco a
poco, da lei spalleggiato, da ministro della marina divenne ministro
della guerra, maresciallo di campo, senza avere, come il sovrano, mai
visto il fuoco sul campo, e infine una specie di gran cancelliere
onnipotente.

Egli era nato a Besançon di famiglia oriunda inglese, ma stabilita in
Olanda. Dalla Francia, dove aveva preso servizio nella marina, per
dissapori rimasti sempre misteriosi, passò in quella ducale toscana e
servì vittoriosamente Carlo III, nel purgare il Mediterraneo dai corsari
d'Algeri.

Per questa fama nel '77 fu chiamato a riordinare la marina napoletana,
la quale, sebbene il regno fosse bagnato da tre mari, era in condizioni
miserevoli. Operoso e avido, vi fece buone riforme con grandi sprechi.
Ma, sottile e volonteroso, entrò pian piano nelle grazie della regina,
apprezzandone i vezzi, agevolandone col denaro del suo dicastero le
prodigalità, e sopratutto secondandone la politica austriaca.

Vero è che questa, come bene osservò uno scrittore che tutto quel
periodo ha studiato con grande amore, il Conforti, nel ventennio
precedente al 1790, quando l'Austria era riuscita a farsi la Francia
alleata e poco meno che soggetta, e la Spagna ridotta impotente, era
quasi imposta dalle circostanze. Bisognava solleticare l'Austria per
sfuggire alle sue mire sull'Italia.

Le quali peraltro non scemarono per questo, tanto che l'Austria,
mostrando di temere più che la rivoluzione francese l'unione italiana,
impedì, anche dopo l'arresto di quei monarchi, l'ardito disegno di
vigile confederazione a difesa che il Napione aveva suggerito al re di
Sardegna, e che fu ripreso, contro alle solite tergiversazioni della
decrepita Venezia, dall'Acton, unico atto politicamente elevato della
sua dittatura.

La Francia se ne insospettì temendo che Napoli volesse uscire dalla
neutralità; che non fu mai sincera, fu una commedia rappresentata per
interesse, paura, e impotenza, ma mordendo il freno e aspettando
l'occasione. “Neutrales de nom et jamais de sentiment,„ scriveva la
regina. La perfidia e la doppiezza furono allora e poi la politica tanto
riprovevole quanto vile e stolta di quella corte.

Agli utopisti di tutto il mondo, come Carlo Botta, che era dei loro,
chiamava quelli che aspettavano dalla Francia la nuova êra di libertà,
apparteneva la parte più dotta e migliore di Napoli, dove nel 700, come
in genere in ogni tempo, erasi raccolto, da Vico a Pagano, il fiore dei
pensatori, l'avanguardia del progresso intellettuale italiano.

Onde il governo cominciò a sospettare e dimostrarsi cupo e vigile,
qualche volta in modo ridicolo, come quando, alcuni giovani nobili
facendo le corse dei cavalli da Chiaia ai Bagnoli, Giovanni Acton, che
non era un Pindaro, li fece ammonire, perchè, diceva egli, imitavano le
corse olimpiche!

Fu istituito un magistrato di polizia con a capo, col nome antico di
reggente della Vicaria, Luigi Medici dei principi di Ottaiano, anch'egli
oriundo per famiglia di Toscana e discendente da quel Bernardetto dei
Medici cugino di Cosimo e di Giulio. Era giovane ardito, scaltro,
ambizioso, di maniere attraenti, di bella persona, e perciò assai
gradito alla regina, e perciò anche sacrato a sventura, quando l'Acton,
che non pativa rivali, ordì più tardi contro lui una iniqua calunnia di
tradimento, che lo perdè.

Il reggente, col qual nome il Medici passò nella storia di quel tempo,
esercitava anche la polizia politica, ma in seconda riga e sotto
l'ingerenza minuta dell'Acton, che pendeva dai cenni della regina; la
quale inaugurò l'età dell'oro della spia, di cui diceva essere a torto
il nome infame, mentre essa l'inalzò a ordigno precipuo di governo e
colonna dello Stato. Le sue dame di palazzo, i suoi amici tutti dovevano
essere delatori per lei, e quindi fu giusto compenso se un governo
alleato le mise la spia in casa. Questo fu l'inglese che, quando il
ministro Pitt levò il vessillo di una generale coalizione contro la
Francia, seppe attrarre e annodare indissolubilmente la Corte di Napoli
nelle spire della sua politica.

Tale politica potea parere assurda fatta da una nazione libera contro
un'altra che levava la bandiera della libertà, per imitare appunto,
diceva, le sue istituzioni. Balbo anzi assegna alla rivoluzione francese
questo significato, di ripristinamento delle istituzioni
rappresentative. Perciò che abbiamo detto da principio, questo suo
troppo angusto concetto non può accettarsi, ma comunque l'Inghilterra
sapeva che le teoriche astratte senza contenuto storico e le forme
parlamentari senza le relative istituzioni civili sono proprio la
negazione della libertà inglese, come ne sarebbe stata la negazione una
politica non consentanea agli interessi nazionali e nelle colonie e nel
Mediterraneo.

Alla regina e ad Acton non parve vero veder partecipato da una sì grande
potenza il loro odio, e inoltre, a renderli proni strumenti della
politica inglese, ebbero gran parte due personaggi che l'avranno
grandissima sullo scioglimento finale del dramma, l'ambasciatore inglese
Sir Guglielmo Hamilton e sua moglie.

Egli era un ricco signore d'antica stirpe scozzese e fratello di latte
del re Giorgio IV. Artista e studioso, epicureo e dotto, (due cose che
non fanno a pugni, tutt'altro!) contemplava la bellezza morta negli
ipogei, di fresco risuscitati al sole, di Pompei e di Ercolano, e non
era insensibile a quella viva e palpitante. A Napoli, ove rimase 26
anni, ora assai stimato e ben voluto. Ebbe gran dispiacere quando seppe
che un suo nipote, Carlo Grewille del _Foreign-Office_, discendente del
gran Warwick _le faiseur de rois_, aveva dato fondo al patrimonio
paterno per una donna di malaffare, Emma Lyon, nata da poveri lavoratori
di campagna, poi a volta a volta bambinaia, cameriera, donna di servizio
in una taverna, modella, che aveva già rovinato alcuni altri e che egli
aveva ricevuto dalle braccia del ciarlatano dottor Graham. Questo
Cagliostro inglese, che si diceva inventore della _Megalantropogenesia_
ossia dell'arte di procreare grandi uomini, faceva conferenze magiche al
teatro Adelfo di Londra sulla salute e sulla bellezza, valendosi a
dimostrazione viva e parlante di Emma, con un metodo che Frine
sperimentò buono e valevole anche coi giudici dell'antica Grecia.

Grewille voleva sposarla, e lo zio si opponeva per orgoglio di razza e
sentimento di onore, finchè, quando l'ebbe veduta, ne fu talmente arso e
soggiogato, che pensò bene di sposarla per sè, pagando in cambio al
nipote i debiti, che non erano pochi. E così, a prezzo di un vergognoso
mercato, nell'autunno del 1791 Emma Liona, di appena trent'anni, divenne
moglie dell'ambasciatore che ne aveva 68. Lady Hamilton, non ricevuta
dalla corte di Londra, potè farsi presentare a quella di Napoli per
interposizione di Pitt che ne fece la propria spia, una spia di
cartello, per la quale potè perfino avere le lettere originali del re di
Spagna al fratello Ferdinando contro l'imperatore, onde nacque il
bombardamento di Cadice e la battaglia del Capo San Vincenzo. In breve
tra lei e la regina si strinse una estrema confidente intimità, che la
fe' divenire il più abile e sicuro strumento di influenza e
comunicazione tra la corte e l'ambasciatore prima, tra la corte e
l'ammiraglio Nelson poi.

Questi approdò a Napoli la prima volta nel settembre del '93, poco dopo
pattuita l'alleanza coll'Inghilterra, a recar notizia della presa di
Tolone, e a chiedere, per tenerla, pronto rinforzo di soldati
napoletani. Non era ancora ammiraglio ma semplice capitano della nave
_Agamennone_; aveva uno splendido stato di servizio attestato da un
occhio perduto e da molte cicatrici; e nutriva per la Francia un odio
punico ereditato, egli diceva, dalla madre. Giovane di 35 anni, marito
ad una creola vedova con un figlio, piccolo, smilzo, dall'aria di un
ragazzo goffo, giallo di febbre coloniale, ma tempra indomita,
squisitamente sensibile, occhi ardenti, cuore avvampante ai due amori
che scaldano tutte le anime grandi: la donna e la gloria. Ospite di Lord
Hamilton fu subito preso di Emma, ammaliante ognuno, non solo per la
divina figura che il primo colorista del tempo, il pittore Romney,
diceva “la cosa più bella uscita dalle mani della natura,„ e la celebre
pittrice Brun “figura staccata dal sarcofago del Belvedere,„ ma non meno
per il tono della voce soave nel canto, per le maniere eleganti e
seducenti che le aveva procurato a forza di lunga educazione e di grandi
spese il povero Grewille. Il fascino della nuova Cleopatra, della sirena
del golfo, il cui incanto era stato tante volte messo all'incanto, non
abbandonerà più il dominatore dei mari, e per lei sarà l'ultima parola
del suo testamento, dove la raccomanderà come sacro legato
all'Inghilterra; per lei l'ultimo pensiero sulla tolda della nave
vittoriosa a Trafalgar!

Ma ora il dovere lo chiamava altrove, al Capo San Vincenzo, a Teneriffa
dove perderà il braccio destro, e infine a dar la caccia pel disputato
Mediterraneo a Bonaparte. E intanto la Francia, che non avrebbe avuto nè
volontà nè interesse di attaccare Napoli, stanca dalle mene e finzioni
di una corte che non sapeva nè far la guerra nè vender la pace, inviava
il naviglio del Truguet a imporre la rottura delle relazioni
coll'Inghilterra e la neutralità. Tutto fu promesso in fretta e furia
per viltà, e i rappresentanti francesi Mackau e Latouche colsero
l'occasione dello sbarco per accontarsi col partito liberale che
cominciava arditamente a organizzarsi e manifestarsi.

Quel partito, il cui vessillo onorato era tenuto in alto da Mario
Pagano, si faceva adulto specialmente per l'esosa persecuzione, e
cominciava a pensare alla rivoluzione e alla repubblica, senza badare
all'abbrutimento in cui giaceva il popolo. Nei clubs e nell'accademia
dei Filomati, che raccoglievano il fiore dei patriotti, come allora
presero a chiamarsi, per la prima volta si palesarono fra gli altri
Eleonora Fonseca Pimentel, e Ettore Carafa conte di Ruvo. La massoneria
lavorava segretamente. Nel '700 si ebbe un ricorso dello spirito di
misticismo, e fu il secolo dei Weishaupt, dei Mesmer, dei Cagliostro,
degli Svedemborg. Così nei primi anni surse in Inghilterra la massoneria
e di là penetrò in Francia, Germania, Italia. Parecchi sovrani vi
appartennero. Il governo napoletano da principio la sbandì, ma poi nelle
lotte con Roma ne affievolì la persecuzione. Da ultimo ne avea
rinverdito il culto un abbate (oggi parrebbe impossibile!), l'abbate
Jerocades che fu in pari tempo una specie di Metastasio, di poeta
cesareo, poichè la regina, iniziata ai misteri massonici per trarne
profitto, l'invitò a corte. Ma più tardi lo mandò a gemere nelle segrete
dei Granili, dove lo trovò lo storico Colletta.

Avvenuta la morte di Luigi XVI, fu risoluta apertamente all'estero la
guerra e all'interno il terrore regio colla terribile classificazione di
fedeli e di reprobi, e colla creazione d'una nefanda e sanguinosa giunta
di Stato. E per la prima volta si mormorarono a spavento e ribrezzo i
nomi di Castelcicala, di Vanni, di Guidobaldi, di Giaquinto, e a orrore
e pietà quello di un povero pazzo attanagliato, Tommaso Amato, e di tre
innocenti, colpevoli solo di speranze e d'opinioni, Vincenzo Giuliani,
Vincenzo Vitaliani, Emanuele Dedeo, la cui memoria non morrà sopra
quella terra che uno di essi baciò prima di salire il patibolo.

Dal giorno dello sfratto dato al Mackau e della rottura colla Francia
cominciò un periodo che sempre più confermò la cecità e la brutalità
della corte. Mentre pur la milizia faceva buona prova di sè a Tolone,
dove per la prima volta si rivelò Bonaparte, che indi a poco doveva
rendere in eterno memorabile l'anno 1796 per i suoi incomparabili
prodigi; mentre la marina teneva alta la bandiera della patria allato
alla flotta inglese principalmente per virtù di quel Caracciolo che tra
non molto doveva pendere dall'albero di una delle proprie navi, vittima
augusta; e mentre più onore di tutti si faceva la diplomazia napoletana
specialmente per opera del principe di Belmonte e del marchese di Gallo,
ministro a Vienna, che dette tali prove di sagacia e abilità da
meritargli un posto cospicuo nella storia invidiata degli ambasciatori
italiani. A prova della sua sapienza civile, che pareggiava l'abilità
diplomatica, valga questo aneddoto. Quando ebbe letto l'elenco dei
prigionieri per cospirazione, ridendone, disse al Re: “se sono
giacobini, mandateli a viaggiare in Francia, torneranno realisti.„

Se l'avessero ascoltato, i suoi avvertimenti avrebbero dato sicurezza al
regno in mezzo a quell'imperversare di eventi. Ma il governo era sordo,
fremeva sempre la guerra pur giocando, secondo le occasioni e le
necessità, d'astuzia e di malafede, e pur avendo colla pace del '96
ripromesso la neutralità. Abbandonò perfino l'Austria dopo le disfatte
di Wurmser, e tradì il Papa che dovè subire il trattato di Tolentino.

Questi si era affidato all'Austria e a Napoli, ma l'una voleva Ferrara,
l'altro qualche cos'altro; e così i due governi che dal 1792 al 1796
s'erano intitolati i difensori della Santa Sede, non miravano che alle
proprie ambizioni e ai propri interessi. Non è da tutti e non era certo
da loro combattere per un'idea o una bandiera!

Avvenuto il fatto di Basseville a Roma, da un lato il popolo napoletano
faceva un manifesto di fedeltà al re e di guerra ai francesi (strano
all'indomani di pace e di fermata neutralità), e dall'altro Mackau,
ministro di Francia a Napoli, proponeva al re una spedizione contro lo
Stato romano da compensarsi con parte del territorio pontificio.

E invero doveva sorridere alla repubblica di debellare il trono papale
colle armi di un borbone, e trascinare la sorella di Maria Antonietta e
suocera dell'imperatore d'Austria in una alleanza colla Francia.

E il re, se avesse potuto prendere parte alle spoglie del Papa, si
sarebbe accomodato anche alla spedizione, ma i maneggi dell'ambasciatore
Giuseppe Bonaparte e l'uccisione del generale Duphot precipitarono gli
eventi, e poco dopo Berthier proclamò in Campidoglio la Repubblica
romana. Tanto poco occorse a distruggere un vecchio governo teocratico
tra l'indifferenza generale, che era forse il maggior sintomo della
rivoluzione compiutasi negli animi!

Questa repubblica alle porte del regno e la presa di Malta inasprirono
all'ultimo grado la regina che a sua volta, in offesa della neutralità,
concesse a Lady Hamilton di far rifornire a Siracusa i vascelli di
Nelson, rendendo così possibile la strepitosa vittoria di Abukir.

La corte ne andò in visibilio, richiamò a sè con tutti i lenocini di
Emma il trionfatore. Questi, ringraziando Lady Hamilton di aver messo a
sua disposizione la fonte d'Aretusa, le aveva scritto di voler tornare o
coronato d'alloro o coperto di cipresso. O l'alloro o il cipresso, in
questo dilemma è il segreto non solo dei trionfi militari, ma di ogni
vittoria morale. Ora esitava; un chiaroveggente presentimento lo
tratteneva; ma le parole della sirena furono tali che non seppe
resistere, e il vincitore d'Abukir venne a Napoli a essere vinto da una
donna, la quale del prode

    Che tronca fe' la trionfata nave
    Del maggior pino e si scavò la bara

fece un carnefice erotico, sempre senza paura, ma non più senza macchia.

Quando la regina fu oramai sicura di avere incatenato Nelson al suo
carro, credè giunta l'occasione, gettò la maschera, e fece partire il
ministro di Francia, il regicida Garat, stringendo alleanza anche colla
Russia, e volendo assolutamente la guerra, che fu decisa in un consiglio
da cui venne escluso il marchese di Gallo che seguitava nella sua
politica onesta, seria e accorta, e leggeva nel futuro.

Il 24 novembre 1798 Mack si mosse alla testa di un esercito
raccogliticcio dove eransi arruolati anche i forzati, e obbligato
Championnet, che comandava Roma, per la sproporzione delle forze a
momentaneamente ritirarsi, Ferdinando v'entrò suscitando da una parte e
dall'altra vendette e rappresaglie feroci. Pare che la presenza di quel
re plebeo bastasse a eccitare dovunque la plebe. Del resto anche quella
che aveva lasciato dietro a Napoli, sobbillata in ogni modo, sempre più
ribolliva contro i patriotti, che a loro volta s'invelenivano e
s'accendevano di speranza all'udire a mano a mano il sorgere delle
repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana, all'udire i miracoli
di Bonaparte e l'appressarsi delle armi, che oramai per loro erano
davvero, non in senso filosofico, ma in senso politico e materiale,
liberatrici.

Le province giacenti in preda al brigantaggio; la miseria e la penuria
dovunque resa più acerba dalle continue imposizioni a scopo di guerra e
dallo sfrontato sfarzo della corte, arrivato al colmo nelle feste pel
matrimonio dell'erede del trono con un vago giglio del nord, che doveva
in breve tra le procelle di quegli anni infelici sfiorire laggiù
all'ombra dei palmizi palermitani; tutti i posti lucrosi accaparrati da
avventurieri d'oltre alpe senza fede e senza ingegno; il merito
nazionale disprezzato sempre, spesso perseguitato. E quando era
rimandato il sotto ufficiale istruttore Augerau più tardi maresciallo di
Francia, si metteva a capo dell'esercito Mack, il Mack del tradimento di
Dumourier e della capitolazione d'Ulma, uno di quei secentisti della
guerra, come il Balbo li chiama, condannati a perder sempre dinanzi alla
nuova tattica scoperta dal genio di Bonaparte, e attuata dal cuore dei
suoi generali e soldati.

E il Mack perdè, e dopo quella campagna che fece ridere tutta l'Europa,
perchè il re di Napoli in poco più di un mese trovò modo di conquistare
un nuovo regno e di riperderlo aggiungendovi il suo, i Francesi non
incontrarono più alcun ostacolo al dominio pieno della penisola.

Appena due settimane erano trascorse da che Carlo Emanuele IV aveva
abbandonato la reggia di Torino per la Sardegna, quando Ferdinando IV
sul _Vanguard_, nave ammiraglia di Nelson, morso durante la traversata
tempestosissima d'invidia per Caracciolo che lo scortava con grande
bravura, fuggiva da Napoli per la Sicilia perdendo nel viaggio il figlio
terzogenito. Pari ambedue i sovrani nella sventura e nell'inettitudine,
ma troppo diversi di tempra morale.

Così, per singolar congiuntura, i due maggiori principi d'Italia,
cacciati quasi contemporaneamente dai loro stati di terraferma per
l'invasione delle armi francesi e delle teoriche democratiche, trovavano
rifugio sicuro nelle due isole che sole avevano serbato le ultime
reliquie delle assemblee politiche medioevali.

I Siciliani, malgrado avessero gravi ragioni di malumore contro il
governo napoletano violatore delle vetuste franchigie, quando videro nel
loro seno il re affranto e la regina piangente, si commossero, e
riebbero le franchigie che la viltà allora ridiede e l'impenitente e
ingrata perfidia tornò più tardi a violare.

Ferdinando a Palermo tornò subito alla vita allegra a malgrado il
proclama da lui lanciato come freccia del parto, che aveva bandito un
nuovo genere di anarchia, forse laggiù solo possibile e solo colle
condizioni di quel regno spiegabile, al cui appello si sollevavano le
bande degli Abruzzi cominciando una lotta feroce contro gli invasori,
lotta che durerà per tutto il tempo della repubblica con spaventevoli
esempi da una parte e dall'altra, che dal sacco di Isernia a quello di
Andria e di Altamura gelano l'anima di raccapriccio.

Il brigantaggio politico è un sistema borbonico inventato allora e che
ha costato sangue fino ai tempi nostri.

Alle gesta inaudite delle bande nelle province, rispondeva il
sollevamento dei lazzaroni dentro la città, onde la venuta dei Francesi
oramai era desiderata da tutti i buoni, non per il concetto giacobino o
repubblicano ma per salvezza dallo sbrigliato furore della plebe. E
malgrado che i patriotti si fossero impadroniti di Sant'Elmo, d'onde
fuggì il vicario generale Pignatelli, Championnet dovè lottare corpo a
corpo in due giornate terribili, dove essi e i soldati si comportarono
da eroi.

Questo prova maggiormente quanto fosse stolta, non necessaria, e codarda
la fuga del re, che fu davvero il primo inconscio repubblicano, perchè,
come dice Coco, fece egli nascere la libertà quando meno si sperava.

Il 23 gennaio 1799, un decreto reso a nome della Repubblica francese
dichiarava lo Stato di Napoli eretto in repubblica indipendente chiamata
Partenopea, come un manifesto di Championnet prometteva chiamare
l'esercito armata di Napoli, e altre cose che i fatti posteriori
crudelmente smentirono. Intanto una taglia da lui messa per spese di
guerra fu il primo segno del malumore, stillato in mezzo alle feste e
attorno l'albero della libertà! Mario Pagano dal governo provvisorio
ebbe ufficio di fare la costituzione, non arrivata, come nelle altre
brevi repubbliche d'allora, ad essere attuata, altro essendo scrivere
una costituzione come un bel componimento, altro fondare sul serio e
durevolmente un nuovo ordine politico. Vincenzo Monti gonfiò per la
repubblica Partenopea l'inno “chi è quel vile che vinto s'invola?„
musicato da Paisiello. Eleonora Fonseca Pimentel, letterata, poetessa, e
con attitudini di giornalista nel senso moderno della parola, fondò il
_Monitore_, il primo giornale che abbia avuto Napoli, rimasto anche oggi
curioso e precipuo documento di quei tempi travagliati. Uscì la prima
volta il 2 febbraio e l'ultima il 13 giugno quando cadeva la sorte
dell'infelice repubblica che, inaugurata con tali auspici, ebbe nobili
propositi, brevi vicende, e, dopo aspra lotta, fine eroica e fatidica.

Il passaggio dal governo dispotico al governo libero fu l'opera di un
giorno, e i governi non s'improvvisano; onde, malgrado il nuovo
entusiasmo ufficiale, le moltitudini rimanevano incredule e diffidenti.
I 25 cittadini scelti avvedutamente da Championnet a governare, erano,
per intelletto e virtù, il fiore della nazione. Ma imbevuti delle
massime delle repubbliche antiche non avevano pratica di affari nè
sentimento della realtà moderna.

Innamorati del loro ideale, credevano in buona fede di poterlo
trasfondere colle belle parole e la bontà dei propositi nel popolo
abbrutito, e fondare una specie di repubblica platonica in mezzo ai
selvaggi.

Ma inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito degli arcadi, perchè
fu anche il partito dei morti!

Carlo Colletta nel 1863 pubblicò la raccolta degli atti ufficiali della
repubblica datati col nuovo calendario francese, compiuta recentemente
dal Conforti, e quivi appare l'opera legislativa e amministrativa del
Direttorio napoletano, improntata certo a sollecitudine del pubblico
bene, a larghi concetti di riforme che vissero e morirono sulla carta.

Le province rimasero sorde agli emissari del governo provvisorio, sicchè
la repubblica potè dirsi ristretta alla sola capitale mentre, per opera
principalmente del clero e della plebe, di fuori imperversava per ogni
dove la controrivoluzione al grido di guerra ai nobili e ai ricchi, nei
quali soli la regina vedeva i giacobini. Una strana guerra sociale dei
poveri contro i signori in nome del re e della fede!

La santa fede fu oramai il segnacolo in vessillo e il nome del partito
regio che, calunniando d'ateismo la repubblica, accaparrò a sè la gran
forza delle credenze popolari e del fanatismo religioso.

Da ciò si scorge quale peculiare indole, ben diversa da quella di
Francia, avesse quivi la improvvisata e importata repubblica, sogno di
poeti idealisti virtuosi contro uno sterminato numero di pervertiti. E
il pervertimento venuto a galla nudo, come suole in quei sobbollimenti,
sorpassa e sgomenta qualunque immaginazione.

Nelle Puglie l'insurrezione (parola che, invece che alla rivoluzione,
qui si addice al suo contrario) ebbe per capi quattro traditori corsi,
De Cesare, Boccheciampe, Corbara, Colonna, che, per meglio trascinare la
gente, si finsero uno principe ereditario e gli altri aiutanti e
cortigiani; e l'episodio è un gustoso romanzetto, a cui prese parte
anche una sorella della regina di Francia che passava per Sicilia. La
Terra di Lavoro era occupata da Michele Pezza detto Fra Diavolo, un
brigante feroce, le cui avventure strane, dal convento alla selva e al
campo di battaglia, furono al solito alterate nel romanzo di Dumas e nel
dramma di Scribe.

Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle
vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda
Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.

E a tali mostri re Ferdinando scriveva: mio generale, mio colonnello e
mio amico!

A domarli la repubblica, dopo un sonoro proclama naturalmente rimasto
inascoltato, spedì, ma invano, generali ed armati. Sopra la Puglia
marciarono i legionari di Ettore Carafa conte di Ruvo che con
altrettanta crudeltà (perchè parve un'epoca di rinascimento della
barbarie!) fe' dare un sacco spietato alla propria patria Andria, e
ridurre il proprio feudo coll'incendio un mucchio di cenere.

Tale gesta naturalmente ha dato luogo e tuttavia dà ai giudizi più
disparati, chi esaltando nel conte di Ruvo un uomo di Plutarco, un Bruto
novello, chi vedendo in lui una furia da libidine e da preda, il Fra
Diavolo e il Mammone della repubblica.

La critica ha stabilito oramai che egli non fu nè l'una cosa nè l'altra,
che fu un repubblicano fanatico e un soldato d'istinti generosi ma
fieri, che trascese per domare un'accanita resistenza.

E mentre nelle province ferveva la spietata guerra civile, il Direttorio
aveva da guardarsi in città dalle cospirazioni messe in luce
dall'episodio non meno drammatico della San Felice e dei Baccher. Questi
erano d'origine svizzera, banchieri accaniti sanfedisti, ed erano
entrati in una congiura d'intesa colla squadra britannica per la quale
dovevano contrassegnarsi le case da colpire dando ai fedeli una carta di
riconoscimento. Uno di essi, innamorato della duchessa San Felice, la
fe' consapevole della congiura che essa a sua volta rivelò a un
repubblicano che a lei stava più sul cuore, e questi la fe' palese al
governo, producendo la prigionia dei Baccher.

Ogni episodio, può dirsi, di quella breve epoca ha dato luogo a studi,
libri, polemiche infinite. Figuriamoci questo! Dumas, della San Felice,
semplice comparsa nel gran dramma, fa l'eroina principale della
rivoluzione napoletana; mentre invece, tutto considerato, può dirsi che
la sua memoria non andrebbe scevra da ogni macchia, se non l'avesse
lavata il sangue che anche da lei volle uno spietato carnefice del suo
sesso.

E intanto la Francia, in luogo di aiutare la repubblica sua creatura,
mandava a spogliarla meglio l'intendente Faipoult. Championnet, che era
insieme uomo onesto e generale e statista avveduto, mentre stracciava i
decreti che rendevano la libertà un'arpia, proponeva una spedizione
contro la Sicilia per colpire al cuore la monarchia e troncarne le mene.
Per tutta risposta, il Direttorio di Parigi, il cui ministro degli
affari esteri, si badi bene, chiamavasi Talleyrand, gli ordinò di cedere
il comando a Macdonald. E poco dopo, la Francia, declinando alquanto le
sue fortune in Europa, si ritirava del tutto, aggiungendo nel proclama
di congedo la spudorata ironia, che i popoli liberi non devono aver
bisogno dell'appoggio delle armi straniere!

Partiti i Francesi, la repubblica fu davvero indipendente, ed i suoi
capi non si smarrirono, fecero appello alla concordia generale,
mitigarono i pesi, composero alla meglio un esercito di difesa,
affidandone il comando al generale Gabriele Manthoné.

Ma intanto ben diverso e strano esercito la regina aveva da Palermo
spedito alla riconquista di Napoli, capitanato, in qualità di Vicario
generale del regno, da un cardinale vestito di porpora, che aveva per
colonnelli quei feroci capi banda che a lui si rannodavano da ogni
parte. Chi avesse detto che, poco più di mezzo secolo dopo, quelle
medesime spiaggie Calabre avrebbero veduto ugualmente sbarcare da
Palermo un ben altro fatato capitano, vestito anch'egli di rosso,
ugualmente volto alla conquista di Napoli, ma seguìto dal fiore della
gioventù italiana dietro al vessillo tricolore, in nome del più leale
dei re, del primo re d'Italia, che dovea passar per sempre la spugna sui
vizi e gli spergiuri borbonici?

Il cardinale Ruffo, a cui l'Acton aveva fatto affidare la scabrosissima
impresa per la solita rivalità, credendo di perderlo, era invece
carattere indomito e animo pronto, un misto anch'egli di male e di bene.
E se a Napoli fu forse l'unico dei borbonici che fece prova di mitezza e
di lealtà, la sua marcia per arrivarvi è bruttata da indelebili macchie
di sangue. Checchè anche qui abbiano voluto commentare i critici e gli
apologisti, le stragi e i saccheggi di Cotrone, di Tito, di Altamura,
specialmente per un cardinale, gridano vendetta al cospetto di Dio.

Vero è che questo non c'entrava, perchè dopo la carneficina, Ruffo
assolveva i peccati, e tirava innanzi.

In mare l'ammiraglio Caracciolo, che mal corrisposto a Palermo dal re, e
avutane volontaria licenza, s'era forzatamente ascritto al servizio
della repubblica, cercava di guardarla il meglio possibile. Ma mentre
Suwarow, il famoso generale dello tzar Paolo I, dava a Nelson, obliatosi
nelle lascivie di Palermo, la famosa staffilata: Palermo non è Citera;
questi, per provare al burbero russo di non aver bisogno di lui, aveva
fatto prendere le isole di Ischia e di Procida dal capitano Toubrig;
feroce anch'egli (perchè la ferocia dovè aleggiare forse in quell'anno
nell'aria imbalsamata!) e a cui poi la regina avea mandato per degno
strumento il giudice Speciale che scrisse, nelle isole Flegree, la prima
pagina del santo martirologio.

Ma intanto, superati col ferro e fuoco tutti gli ostacoli, il cardinale
arrivava, e risolveva di dar l'assalto alla città il giorno del suo
patrono Sant'Antonio, il 13 giugno.

Giornata gloriosa! La resa al ponte della Maddalena fu illustrata dal
celebre episodio di Vigliena, tanto anch'esso discusso, ma, per la
critica specialmente del Turiello e del Pometti, chiarito ormai
abbastanza, dove un prete, Toscani, imitando le gesta eroiche di Micca,
fece sì che 300 calabresi si seppellissero, sotto le rovine, piuttosto
che arrendersi.

Anche i cattolici si dividevano in due campi, e tra il cardinale Zurlo
arcivescovo di Napoli ed il cardinale Ruffo vi fu uno scambio di
scomuniche. E mentre la spada della Francia avrebbe potuto e dovuto far
traboccar la bilancia, l'ultimo avanzo dei Francesi rimasto, il Mejean
comandante di Sant'Elmo, si vendè proditoriamente al nemico. Altro fatto
in mille modi controverso, ma dai documenti posto fuori di discussione.

Il cardinale, divenuto a un tratto mite, o per umanità o per scaltrezza,
credendo doversi rifondare il trono stabilmente sulla clemenza e sul
perdono, propose egli per primo una onorevole capitolazione. I
repubblicani, che consideravano la loro causa come perduta, salvo
Manthoné, entrarono in trattative che approdarono alla resa dei castelli
Nuovo e dell'Uovo, pattuita onorevolmente la salvezza delle vite e delle
sostanze dei repubblicani. Tali patti furono sottoscritti da tutti i
rappresentanti stranieri, compreso il comandante inglese.

Ma la regina, dal suo covo di Palermo, spiava e vegliava. Le trattative
del cardinale Ruffo la misero fuori di sè e mulinò subito d'impedirle o
rinnegarle. La politica di Maria Carolina domina in tutte le fasi di
quest'epoca: prima contro Tanucci, poi contro Gallo, ora contro Ruffo.
Essa pensava la monarchia francese essere caduta per debolezza; non
voleva pattuire ma debellare, non perdono ma vendetta; i repubblicani
seppelliti colla repubblica.

Nelson assunse sopra di sè l'impresa e corse a Napoli avendo a bordo la
sua trista egeria Lady Hamilton, a cui la regina avea dato le segrete
istruzioni spietate per i ribelli.

All'alba del 24 giugno la flotta di Nelson apparve all'altezza di Capri.
Il cardinale che era al ponte della Maddalena offrì ai patriotti, chiusa
oramai la via di mare, di scampare dalla parte di terra. Essi stettero
fermi al loro posto, fedeli alla parola data, confidenti nella parola
ricevuta. Esempio eroico! Il modo comodo e tutelare dello spergiuro e
della fuga non era il loro! Basterebbe questa eterna lezione di
confronto che, a repentaglio della vita, ponevano ai posteri, per render
non inutile ai destini d'Italia quell'êra breve e sciagurata.

E se in quei sei mesi saranno stati platonici, ora furono plutarchiani,
se avranno commesso errori, non commisero colpe, salvo forse la
fucilazione (colpa perchè crudeltà inutile) dei Baccher fatta a
Castelnuovo al momento che le ore della Repubblica erano contate.

Furono vane tutte le preghiere, le ragioni, le ammonizioni del cardinale
Ruffo, i cui colloqui con Nelson vennero da Lady Hamilton, che serviva
da interprete, e li falsava ai suoi fini, bruscamente troncati. L'eroe
di Abukir si era smarrito sventuratamente a Citera! Solo accettò di
mandare alla regina la capitolazione. La risposta, che non si fece
attendere, diretta a Lady Hamilton, riboccante di frasi affettuose e
carezzevoli per lei e per Nelson e di fremiti da sciacallo per i miseri
e ingenui repubblicani, fa ribrezzo e raccapriccio. Era accompagnata da
una copia di decreto del re che cassava la capitolazione, istituiva una
Giunta di Stato che condannasse a morte i capi del moto, i subalterni
alla prigione e all'esilio, tutti alla confisca dei beni. La procedura
doveva essere segreta e rapida; ristabilita la tortura; soppressa la
difesa; accettati come testimoni le spie. Le istruzioni erano di
condannare a morte chiunque avesse accettato la repubblica od opinato
per lei. Il che significava far morire almeno 40 mila napoletani! La
regina vi aggiunse la sua lista di proscrizione impinguata de' suoi
nemici personali, e per la Giunta di Stato, in luogo di uomini proposti
con accorgimento e probità dal Ruffo, e che si dichiararono pel rispetto
della pace convenuta, impose i suoi tutti siciliani scelti fra coloro
che avevano fatto miglior prova di lasciva crudeltà come Speciale, o
d'imperturbabile ferocia come Damiani e Guidobaldi. E non dimenticò il
carnefice, che per ironia si chiamava Paradiso!

Qui naturalmente tra gli storici e i polemisti la disputa delle dispute;
la violazione della capitolazione ebbe luogo per ordine della regina e
del re o per spontanea volontà di Nelson? Storcendo i racconti e
stiracchiando le date si è da Ulloa, dallo Helfert e da altri, tentato
fare invalere questa seconda opinione. Ma i documenti del museo
britannico, il carteggio della regina con Emma che, ripeto, è nefando, e
pare impossibile sia corso fra due donne, ha tolto ogni dubbio su questo
punto. E, in ogni modo, bisognava sempre considerare due cose: prima,
Nelson non era padrone della sua volontà e del suo animo, altrimenti la
voce dell'onore e l'immagine della patria e della posterità gli
avrebbero impedito di sputar sangue così sopra la sua gloria! Sicchè,
anche quando l'azione sua fosse parsa spontanea, in fondo sarebbe stata
sempre d'altri, di quella orribile coppia femminile che gl'infondeva
l'inconscia suggestione.

In secondo luogo, mentre il cardinale Ruffo, il riconquistatore del
regno, cadde in disgrazia solo per la capitolazione e i consigli, Nelson
fu creato Duca di Bronte con 75 mila ducati annui trasmissibili agli
eredi, che per altro nè egli nè gli eredi videro mai.

Vuol dire che egli avrebbe potuto non secondare e secondò, non obbedire
e obbedì, superando nell'obbedienza la slealtà e l'inumanità del
comando.

Ai martiri delle isole Flegree andò per primo a far compagnia il vecchio
ammiraglio Caracciolo penzolante dall'albero della Minerva, spettacolo a
Lady Hamilton che girava attorno in una lancia, e poi gettato in mare.

In breve seguirono tutti. La storia della Giunta di Stato è rimasta
oscura perchè tutti quei processi vennero più tardi distrutti per ordine
del re che pare cominciasse a sentire, non la paura del cielo, non il
rimorso della coscienza, ma il timore della storia.

Alla gran vendetta, di cui la regina mostra nelle sue lettere un'ansietà
quasi delirante, il re, chiamato da Nelson, che voleva colla sua
presenza dividere almeno l'obbrobrio, venne ad assistere da vicino;
mentre Maria Carolina, che si sapeva odiata come unica cagione della
politica funesta che aveva condotto il regno a tali estremi e tali
miserie, rimase a Palermo. Dove il re stesso non tardò a raggiungerla
per la nostalgia della vita allegra che non potea fare a bordo, e per
uno spavento che gli successe. Un giorno, stando in coperta, scorse una
figura umana quasi dritta sull'onde, come fantasma galleggiante venire
al suo vascello, e riconobbe l'ammiraglio Caracciolo. “Che vuole questo
morto?„ esclamò con voce fremente nella strozza rabbrividendo di
sgomento e di orrore. Uno degli astanti rispose, “credo che chieda
sepoltura cristiana„ “L'avrà!„ E così al povero Caracciolo, gittato in
mare con 250 libbre di peso ai piedi, e che aveva implorato a Nelson
sepoltura nelle viscere del suolo natale, la rivendicarono le forze
della natura, creatrici di questo aneddoto pietoso che pare un racconto
di fate, mentre testimoni oculari lo propagarono, documenti sicuri
l'hanno confermato.

A malgrado la distruzione dei processi, l'ecatombe, dove fu reciso il
fiore dell'intelligenza e della virtù napoletana, venne ricostruita per
documenti amorosamente ricercati da molti e specialmente dal D'Ayala e
da ultimo, perfino negli archivi della confraternita dei Bianchi della
giustizia, dal mio caro amico e collega Giustino Fortunato.

L'elenco di quei traditi, primi martiri del risorgimento italiano, che
la libertà per cui combatterono onorarono anche in morte; non ribelli,
perchè il re era fuggito; non vinti, perchè guarentiti dalla
capitolazione e dalla pace, comprende novantanove nomi per i capi,
migliaia essendo stati gli assassinati nelle prigioni e nei forti
senz'ombra di processo. Diciotto principi o duchi; due dame, Eleonora
Fonseca Pimentel, e Luigia Molines San Felice, a cui il dubbio della
gestazione non risparmiò, anzi rese più dolorosa, la morte procrastinata
per lungo tempo in mezzo a traversie e sevizie inaudite; quindici ricchi
possidenti; quattordici generali; tre vescovi; undici preti; undici
avvocati; otto letterati e professori; due magistrati; due studenti; un
notaio. Morirono tutti intrepidamente; e il mondo conosce l'eroismo
antico degli ultimi momenti di Manthoné, di Velasco, del conte di Ruvo,
di Domenico Cirillo, di Mario Pagano.

Colla repubblica erano seppelliti anche i repubblicani; e delle loro
sostanze si premiarono con pensioni, titoli, gradi di maresciallo e di
barone i Toubridg, i De Cesare, gli Sciarpa, i Panedigrano, i Fra
Diavoli!

Ma l'espiazione, specialmente per la nefasta Hamilton, doveva venir
presto! Tornata in Inghilterra con Nelson, che le chiese e ne ebbe
(felice degnazione) licenza di rispondere all'appello della patria, per
la quale morì a Trafalgar, annientando la potenza navale della Francia;
diseredata nel testamento da Lord Hamilton; respinta dall'Inghilterra
come legato troppo vergognoso del testamento di Nelson; destituita di
soccorsi invano implorati perfino da quella ingrata regina, che pur le
aveva scritto di dovere a lei il ricupero del regno, e di cui, dopo
amicizia sì intima, si vendicò con infami libelli; attraversò varie
scandalose vicende, in tutto simili a quelle del principio della sua
carriera; morì all'Havre, arrabbiata e miserabile, da tanti maledetta, e
da nessuno compianta.

Nè la restaurazione de' vecchi governi fu per allora meno effimera delle
repubbliche cadute. La spada di Napoleone imperatore in breve ne fece
giustizia.

Ferdinando e Maria Carolina, riprendendo le loro ignobili fughe, videro
sul loro trono assisi i re _parvenus_, l'ultimo dei quali ebbe almeno
per un istante l'epica e generosa ambizione dell'unità d'Italia.

Quei moti del 1799, che in apparenza non fruttarono nulla se non
ribadimento di catene, in effetto apparecchiarono i più fortunati eventi
a una nazione stata sempre infelice, ridestando quelle virtù che,
spesso, come certe piante, nascono solo sulle ruine.

Da quel giorno cominciò a comunicarsi, osò venire in luce il sospiro
dell'indipendenza e dell'unità, palpito segreto di tutta la nostra
storia, dono divino che sarebbe meglio apprezzato dagli Italiani se un
poco più la leggessero e la studiassero. Da quel giorno si fece comune
il sentimento e bisogno di libertà, di cui oggi, per merito di quegli
eroi, godiamo, e pur troppo talora, per colpa nostra, abusiamo.

L'età plutonica e scettica, poichè il mondo, come disse Carlyle, ha
cessato di essere spirituale e s'è fatto meccanico, nelle logomachie
degli ignoranti erigentisi a giudici dei pochi che si sanno ancora
affinare nel crogiuolo del pensiero, nelle batrocomiomachie dei rettili
gorgoglianti nel pantano dell'indecenza, del ricatto gioviale (gioviale
nel doppio senso, perchè fu Paolo Giovio a dire che aveva una penna
d'oro per chi lo pagava, e per gli altri una di ferro), smarrisce lo
spirito della storia divenuto, secondo la frase di Goethe, _l'esprit de
ces messieurs_.

Eppure l'unità, la libertà hanno tanto costato ai padri nostri che, come
i Napoletani del 1799, morirono sorridendo, perchè, affacciati alla
visione della seconda vita, divinarono che il loro esempio sarebbe stato
eterna fiaccola ai buoni, eterna remora ai tristi, eterna malleveria di
grandezza alla patria.

Sarebbero invece morti piangendo, se avessero potuto credere che, un
secolo dopo, Italiani, all'Italia fatta libera, una e indipendente,
rimprovererebbero l'ambizione di parer grande!

Ma ella _deve_ essere grande! Qualche cosa dobbiamo pur restituire a
coloro che per lei e per noi s'immolarono. Avendo la patria in cima di
ogni nostro pensiero, per essa lavorando con tenace perseveranza, e con
candida e cavalleresca lealtà combattendo, potremo riscattarci da una
nuova servitù morale che ci travaglia; e creare la vera repubblica, la
repubblica degli animi onesti, liberi e sinceri, dove verranno ad
abitare con noi, recandoci ammonimento di memorie meste, conforto di
speranze liete, coloro che l'ideale consociato della libertà e della
virtù suggellarono col sangue proprio, e non d'altrui, nel nome santo
d'Italia.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (vari/varî e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La Repubblica partenopea - La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero" ***

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