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Title: Napoli a occhio nudo - Lettere ad un amico
Author: Fucini, Renato
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Napoli a occhio nudo - Lettere ad un amico" ***

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                            RENATO FUCINI

                           (NERI TANFUCIO)


                        NAPOLI A OCCHIO NUDO

                         LETTERE AD UN AMICO.



                               FIRENZE.
                        SUCCESSORI LE MONNIER.
                                1878.


                       Proprietà degli Editori.



                            ALLA MEMORIA

                                 DI

                          RAFFAELLO FORESI.



LETTERA I.

Dove si parla della città.


                                        Napoli, 5 maggio 1877.

Eccomi a Napoli; eccomi finalmente in questa terra promessa ad incarnare
il sogno dorato della mia vita. Non ti ho scritto subito, perchè la
confusione del mio povero cervello, appena piovuto in questa enorme
voragine, è stata tale da non permettermi di farlo. Ora però che ho
ripreso fiato e che ho cominciato a riordinarmi le idee fino ad oggi
sparpagliate e frullate in tondo come foglie secche dal vento, mi faccio
una festa di mantenerti la promessa e di scriverti qualche cosa da
questo paese. La sera stessa del mio arrivo, vidi il nostro caro Enrico
che m'era venuto incontro alla stazione. Cascammo l'uno nelle braccia
dell'altro come due feriti al core; ci abbracciammo, ci stringemmo come
pazzi e dopo un breve, ma furioso assalto di domande che non aspettavan
risposta, si montò di volo in una vispa carrozzella e subito, per non
perder tempo, senza pensare a valige, a stanchezza, a nulla, una corsa
attraverso alla immensa città. — Vetturino, a Mergellina! — e giù, a
trotto serrato per Toledo, Chiaja e la Villa Reale, trasportato come in
sogno fra la romba e il brulichìo vertiginoso d'una folla compatta che
si apriva a stento al nostro passaggio e si richiudeva subito dietro
alla carrozzella come una massa liquida, su la quale galleggiassero
migliaia e migliaia di cappelli e di teste umane. Che brio, che vita,
che baraonda, amico mio, che maraviglioso disordine era quello per il
nuovo e piccolo arrivato! Mi parve a un tratto d'esser diventato
invisibile, e mi sentii là dentro come un grano di miglio turbinato nei
vortici d'una enorme pentola a bollore! Ma ero troppo stanco da
potermela godere. Mi doleva il capo, mi frizzavano gli occhi ed avevo
tanto bisogno di riposo, che nulla potei intendere nè gustare del troppo
lauto banchetto così improvvisamente offerto a' miei sensi.

Di questa prima corsa per le vie di Napoli ne ho un ricordo confuso come
d'una cosa accadutami anni ed anni indietro. Ho negli orecchi il ronzìo
di serenate che incontrammo lungo la riviera di Chiaja; mi pare di
rammentarmi di fiammate in mezzo alla via, intorno alle quali ballavano
strillando centinaia di ragazzi mezzi nudi, e dei lumi del gas che mi
bucavano gli occhi, e della luna e delle stelle che brillavano
cullandosi nel mare, e di Capri tuffata nei vapori del crepuscolo, e del
Vesuvio! Dio, Dio, il Vesuvio! il suo pennacchio, i suoi bagliori
sanguigni! Ma tutto confuso, tutto annebbiato come il ricordo d'un ballo
fantastico veduto da fanciullo, o come le idee d'un nebuloso poeta del
Nord che viaggia ispirato attraverso al regno dei sogni.

Mi domandi di Roma. Ma che posso io dirti d'una città di quella natura,
dopo avervi passato appena tre giorni, e dopo averla appena sfiorata al
di fuori girando disperatamente dalla mattina alla sera per le sue
strade intrigate? Roma è troppo grande per la mia piccolezza; non mi
domandare di Roma. All'insetto che portatovi dal vento ha vagato per tre
giorni su le cupole di Santa Sofia, chiederesti con lo stesso profitto
le sue impressioni a proposito di Moschee.

I suoi giganteschi ruderi che sbucano dal terreno come costole
petrificate d'un enorme colosso male interrato o come avanzi d'un immane
pasto di Ciclopi, mi hanno empito di sgomento e di terrore; la Roma dei
Papi, dalla quale temevo trovarmi abbagliato, ha raccolto gli avanzi del
suo fasto orientale e dorme ad occhi spalancati nel Vaticano; la Roma
nuova, la Roma italiana l'ho appena avvertita in un ristretto spazio,
dove, timida e chiacchierona, si striscia ai piedi del padron di casa e
si arrabatta e brulica e sgambetta con la rettorica in una mano e la
pila elettrica nell'altra, affaticandosi invano a galvanizzare un
cadavere, che resta immobile sotto i suoi sforzi impotenti. Che posso io
dirti di Roma? Dio assista i galvanizzatori e, nella sua immensa
misericordia, non confonda le loro favelle!

Ed ora parliamo di Napoli.

Io non conosco i paesi dell'Oriente, nè conosco la Spagna altro che
dalle descrizioni dei viaggiatori, dai libri letti, dai dipinti e dalle
fotografie; ma se questo può servire, come io credo, a dare una idea
abbastanza esatta di quelle regioni, l'aspetto della città di Napoli mi
sembra tale, fuorchè in otto o dieci delle principali vie, da porre
addirittura il visitatore italiano nella illusione di trovarsi mille
chilometri lontano dalla sua patria, balestrato per incantesimo su
qualche porto della Valenza o della Catalogna.

Vie strette, fiancheggiate da case generalmente altissime con facciate
sopraccariche di balconi e che vanno a terminare, senza aggetto di
gronda, in una linea tagliente e spezzata sul fondo del cielo;
profusione in ogni parte di ornamenti barocchi e di vivaci colori
malamente accozzati fra loro; tipi e modi degli abitanti; clima, nomi di
alcune strade e persino molti vocaboli passati intatti nel loro dialetto
dalla lingua spagnola, e tante e tante altre particolarità che ora mi
sfuggono, tutto ricorda quel paese, da ogni lato ti corrono all'occhio o
all'udito schiettissime tracce della lunga occupazione spagnola.

Domandai ad un catalano di mia conoscenza, e glie lo domandai da vero: —
Sembra spagnolo anche a voi l'aspetto di questa città? — Mi rispose: —
Bendate un mio compatriotta, toglietegli la benda dopo averlo condotto
in qualcuno dei _vichi_ o delle _rue_ di questo paese, e griderà: sono a
casa mia. —

Più sopra ho rammentato anche l'Oriente nè credo d'essermi ingannato. I
fabbricati, il sudiciume e la ristrettezza delle vie; il genere di
vegetazione che si vede nei giardini della città e nei dintorni;
l'abitudine che questa plebe ha di vivere sulla strada; la miseria
cenciosa e pigolante, in mezzo alla quale ci troviamo continuamente,
tante cose insomma ti mettono in questa illusione che spesso potrai
sognare di trovarti ad Alessandria od al Cairo in mezzo ai loro Fellah,
ai loro buricchi e buriccai, con la sola differenza della lingua, che là
saresti importunato per il _bascisch_ e quaggiù non ti lascian pelle
indosso per il soldo. Il movimento della folla poi in alcuni punti della
città e in certe date ore ricorda addirittura, se non che in proporzioni
minori per la varietà dei costumi, quella moltitudine che intricandosi e
aggomitolandosi brulica, si sviluppa e turbinando passa sempre folta e
compatta sul ponte della Sultana Validè, quale ce la descrive il
De-Amicis nel suo _Costantinopoli_.

Ma lasciando da parte i confronti, vieni con me, osserviamo Napoli quale
è; percorriamo le sue strade nel modo che più ti piace: in carrozzella,
in omnibus, in _tramway_, in curricolo, a piedi.... ingolfiamoci in
questo laberinto, in questo formicaio umano; tuffiamoci in questa
allegria contagiosa, in questa vitalità febbrile e lasciamoci trascinare
nella vertigine di questa ridda, dove i sensi non bastano alla faticosa
opra, verso la quale irresistibilmente si sentono attrarre e dove spesso
rimangono sopraffatti e spossati sotto l'attrito continuo d'un
eccitamento eccessivo.

La prima impressione che si riceve entrando in Napoli, è quella d'una
città in festa. Quel chiasso, quello strepito, quella turba di veicoli e
di pedoni che si affollano per le vie, ti sembra, a prima vista, che
debba essere cosa transitoria, un fatto fuori dell'ordinario, una
sommossa, una dimostrazione o che so io. Volti gli occhi in aria: una
miriade di finestre ed altrettanti balconi e tende che sventolano al
sole e fronde e fiori e persone fra quelli affacciate, ti confermano
nella illusione. Il frastuono, le grida, gli scoppi di frusta ti
assordano; la luce ti abbaglia; il tuo cervello comincia a provare i
sintomi della vertigine, i tuoi polmoni si allargano; ti senti portato a
prender parte alla entusiastica dimostrazione, ad applaudire, a gridare
— evviva! — ma a chi? La scena che si svolge davanti ai tuoi occhi non
ha nulla di eccezionale, nulla di straordinario; la calma è perfetta,
nessuna forte passione politica agita questo popolo, ognuno va per le
sue faccende, parla de' suoi affari; è una giornata come tutte le altre,
è la vita di Napoli nella sua perfetta normalità e nulla più.

Strano paese è questo! Quale impasto bizzarro di bellissimo e di
orrendo, di eccellente e di pessimo, di gradevole e di nauseante.
L'effetto che l'animo riceve da un tale insieme è come se si chiudessero
e si riaprissero continuamente gli occhi: tenebre e luce, luce e
tenebre. Accanto alla elegantissima dama, un gruppo di miserabili
coperti di luridi cenci; immondizie e sudiciume fra i piedi, su in alto
un cielo di smeraldo; da un lato una fresca veduta della marina,
dall'altro pallide facce di miserabili che si affollano su l'apertura
della loro tenebrosa spelonca; là in fondo, un gruppo di azzimati
_dandy_ fa cerchio intorno al cestello odoroso della fioraia, accanto
uno sciame di _guaglioni_ in camicia si svoltola tra le immondizie; qui
un'onda profumata dal fiore d'arancio t'inebria, due passi più avanti la
padella del friggitore ti strazia l'olfatto; la mesta canzone della
comarella, che dolcissima scende dal balcone fiorito t'inebria, il
raglio potente d'un somaro ti fracassa gli orecchi. E così potrei
seguitare all'infinito.

La straordinaria ed abbagliante varietà di tutto quello che dà
nell'occhio a chi è nuovo di questo paese è tale da far credere che
tutti si siano dati le intese, per non fare la stessa cosa nella stessa
maniera. Lo spirito di una indipendenza primitiva regna assoluto; ognuno
fa quello che crede e che più gli accomoda senza curarsi se sarà
ridicolo o se arrecherà ad altri molestia. Le guardie municipali sono
impotenti o quasi in tanta baraonda. Il fabbro ferraio porta la sua
fucina in mezzo della via ed altrettanto fanno tutti gli altri
artigiani; gl'inquilini dei _bassi_ o piani terreni, scacciati dalla
oscurità o dalla malaria delle loro tane, si scaricano su la via coi
loro mobili, coi loro cani, col gatto, col _ciuccio_, coi polli, con la
pecora, e lì stanno a chiacchierare, a grattarsi, a lavorare, a dormire,
a mangiare, a digerire, a..., e così dal fare del giorno al calare della
notte la intera città assume l'aspetto d'una immensa bottega di
rigattiere.

In alcune vie il cielo è quasi nascosto da migliaja di panni stesi ad
asciugare e ventilarsi su corde tirate da una parte all'altra della
strada, che sgocciolano e brillano schioccando al vento come se
anch'essi godessero di vedersi finalmente puliti davanti alla luce del
sole. In altre vie la circolazione è qualche volta preclusa da ogni
sorta d'ingombri, eppure a forza di lanci, di zig-zag, si passa, si tira
avanti e si ride, e nessuno brontola e nessuno si lamenta, perchè
nessuno è rimproverato nè ascolta lamenti se fa altrettanto dal canto
suo.

Ma quanto è bello, amico mio, quanto è seducente per chi ha una dramma
d'artista nell'anima, l'effetto pittoresco di questo spettacoloso
disordine! Specialmente per colui che vi si trova framezzo, arrivando
dalle altre provincie d'Italia, dove gli è necessario un permesso
bollato anche per poter fare ciò che legalmente gli è stato imposto, e
dove mille elaborati regolamenti ti vessano, ti tormentano e
t'impacciano più di tutti gl'ingombri del più affollato vico di Napoli,
l'effetto è tanto grande che spesso ti senti sfiorare le labbra da un
sorriso di maliziosa compiacenza, quando arrivi ad accorgerti che in
fine dei conti tutti gli estremi si toccano. Per carità non dire a
nessuno di questa eresia, se no m'impalano. Ed anche tu siimi indulgente
e compatisci questo povero diavolo che diventa barbaro provvisoriamente,
per eccessivo amore a un ideale d'incivilimento, il quale forse non ha
altro difetto che d'essere un po' troppo a modo suo.

Pur troppo verrà anche per questi aridi appunti l'ora delle dolenti
note, e mi toccherà chiudere gli occhi spensierati dell'artista, quando
mi accadrà d'ingolfarmi nei reconditi falansteri dell'abbrutimento e
della miseria; ma ora lasciami caracollare a modo mio, lasciami
respirare a larghi polmoni la voluttà di quest'aura marina che mi
accarezza con le sue ali di velluto, lasciami vivere e godere, che io mi
sbizzarisca fino alla sazietà, se non vuoi che in cambio di una gioja
fanciullesca, ma schietta, ti ponga davanti la falsificazione di una
serietà che ho perduta tra la folla e che inutilmente andrei ora a
ricercare.

Chi prova dispetto o non si eccita piacevolmente dinanzi a un tale
spettacolo, invochi e presto i soccorsi dell'arte salutare, perchè il
suo sangue è guasto.

L'incontrare una faccia mesta in questa agitata marea di carne umana, è
raro assai. Eppure le anime afflitte certo non mancheranno in tanta
moltitudine di figli d'Adamo; ma il riflesso della gajezza che predomina
su tale scena ti abbarbaglia per modo che le particolarità sfuggono a'
tuoi occhi o, se le noti, l'impressione dolorosa che potresti riceverne,
è così momentanea che le corde gentili dell'animo tuo non possono
mantenere una sensibile vibrazione. È più facile sentirsi provocare una
risata omerica dal frate che ti chiede il soldo, offrendoti in cambio i
numeri per il lotto, che provare intiera la pietà di una madre, che
pallida fino su le labbra ti stende la mano per la sua creatura che ha
fame. — L'osservatore crede assistere ad una splendida pantomima; sfiora
con l'occhio la superficie di tutto, e in ogni pezzo della maravigliosa
macchina, in ogni comparsa che ride o piange sotto i suoi occhi, non
vede altro che la fantasia del coreografo, e de' corifei che gli ballano
davanti, altro non scorge che le vesti e la faccia rischiarata dai lumi
della ribalta. —

Per colui che voglia presto acquistarne una idea generale e vedersi
sfilare davanti tutti i personaggi della commedia di Napoli, la via di
Toledo è, fra tutte le strade della città, quella che più si presta a
tale scopo. La linea retta che questa mantiene per un lungo tratto fino
alle sue estremità, dove sensibilmente s'incurva; il leggiero declivio
del suo piano rotabile, per mezzo del quale, come dalla platea di un
teatro, si può da qualunque punto dominarne il movimento al di sopra ed
al di sotto di noi senza trovarci affogati tra la folla, si prestano
mirabilmente al nostro desiderio, tanto più che da ogni quartiere, da
ogni rione lontano si scarica e passa tumultuosamente confuso in questa
arteria massima lo svariato popolo della città, che contiene entro la
sua cerchia tutte sfumature della scala sociale, dal lezzo
dell'_Imbrecciata_ ai profumi del _Pizzo Falcone_.

Percorrendo questa bellissima via e voltandosi ora a destra ed ora a
sinistra ad osservare le numerose vie secondarie che vi fanno capo,
notabili specialmente in quell'intersecato gruppo compreso tra le strade
_Trinità degli Spagnoli_ e _Montecalvario_, le quali dopo i _Gradoni di
Chiaja_, _Rua Catalana_, _Borgo Loreto_ ed altre minori sono per me le
più originali di Napoli, tu puoi anche formarti una esatta idea del
materiale della città, poichè da questo centro di circolazione che resta
incassato profondamente nella massa enorme dei fabbricati, di rado
l'occhio e l'attenzione restano distratti dalla vista dei circostanti
colli e della marina.

Nessun paese al mondo, io credo, conserva al pari di Napoli così scarsa
e non pregevole quantità di tracce monumentali delle dinastie che vi si
sono succedute nel dominio. La ragione di questo fatto credo non possa
ripetersi altro che dalla breve durata delle singole occupazioni, e, più
che da questo, dalle lotte continue che gl'invasori hanno dovuto
sostenere fra loro per contrastarsi accanitamente questa agognata
regione, tantochè le arti della guerra mai non hanno dato una tregua
abbastanza lunga, da permettere l'incremento di quelle della pace, che
ogni invasore avrebbe potuto, buone o cattive, trapiantarvi dal proprio
paese. Dei Bisantini e dei Normanni qualche rara ed informe traccia,
fuor che nei dintorni; degli Svevi e degli Angioini qualche chiesa e le
loro solide reggie, meglio paragonabili a robusti fortilizi che a
principesche dimore; degli Spagnoli molte chiese goffissime e pochi
obelischi oscenamente barocchi. Una sola cosa di buono operarono costoro
e fu di demolizione, quando aprirono la via Toledo. I soli Borboni
avrebbero potuto decorare la città di un monumento importante e forse ne
avranno avuta l'intenzione, ma non vi sono riusciti. Il loro capolavoro
che sarebbe il San Francesco di Paola, malgrado di tutte le pretensioni
che ha di somigliare il Pantheon nel suo corpo centrale e di ricordare
molto felicemente il porticato del San Pietro nelle ali, non giunge ad
altro che a rammentarti, con la scialba sua faccia e con la fredda
monotonia delle sue linee, il goffo bigottismo di colui che spaventato
all'idea della morte ne decretò la costruzione votiva fra la bevuta
d'una pozione diuretica e il _Memento homo_ del prete che gli
risciacquava l'anima più citrulla che sporca.

Ho rammentato a preferenza questo edifizio come quello che scrocca una
fama troppo superiore al merito, e perchè più d'ogni altro dà
nell'occhio per l'aperta posizione, nella quale si trova e che tanto
contribuirebbe ad arricchirne i pregi se qualcuno ne avesse. Non parlo
dei Palazzi reali che a giustificare il loro titolo altro non hanno che
la mole, poichè tanto nell'esterno quanto nell'interno non sono che case
comuni in proporzioni colossali.

Ma neanche ai Borboni concessero i fati e l'invidia dei rivali lunghi
periodi al godimento tranquillo della preda. Fughe vergognose, guerre
fratricide e sanguinosi ritorni si alternarono a brevi intervalli sotto
il loro infausto dominio. Ed intanto che faceva il povero orso dalle
cinquecento mila teste tartassato in mezzo alla barbara tempesta? Si
esauriva applaudendo a colui che baldanzoso arrivava; riceveva i colpi
di colui che si tratteneva; fischiava dietro a quello che rabbiosamente
fuggiva, e così, o sotto la livrea o sotto le verghe del padrone,
perduto ogni sentimento di estetica, le abitazioni private che fece
sorgere, se si eccettuano i palazzi Maddaloni, Gravina e qualche altro
minore, non furono che nude o mal frastagliate pareti all'esterno ed
intricati laberinti internamente. Opere da castori o da termiti e nulla
più. E fa veramente maraviglia il notare come l'Architettura sia restata
tanto negletta quaggiù in questi ultimi tempi, mentre la Pittura e la
Scultura napoletana sono già salite a tanta altezza, da non temer
confronti in Europa. Fabbriche modernissime ne ho vedute qualcuna di
fuori e non mi sono piaciute; di dentro non ne ho viste, ma mi
assicurano che oggi si costruisce assai bene. Tanto meglio per il decoro
dei costruttori napoletani e per le venerate ombre dei Palladio, degli
Scamozzi, degli Ammannati, dei Brunelleschi e della lunga schiera di
grandi che tanto videro trascurati in questo paese i loro splendidi
esempii! — Dopo le ragioni sociali di tanta povertà architettonica,
altra più potente ed efficace la troverai passeggiando in un giorno
sereno lungo le magiche rive del Golfo, quando ti sentirai forzato ad
esclamare con l'animo commosso: «E a che scopo lottare coi nostri
piccoli cervelli mortali contro la più bella opera della natura?»
Immaginati la cupola di Brunellesco all'ombra del Vesuvio e pensa.

Mentre, ieri sera, mi perdevo dietro a tali fantasticherie, osservando
dal parapetto della _Via del Gigante_ la bruna mole del vulcano che
tranquillo mandava al cielo la sua bianca nubeola di fumo, sentii dietro
alle mie spalle un rumore nuovo come di molti e forti e lunghi sospiri.
L'illusione mi fece credere ad un tratto fossero le ombre dei grandi
evocate poco fa dal mio pensiero e mi voltai trepidante per
salutarle.... Era una mandra di dodici vacche in carne e ossa, sciolte e
guidate da un solo guardiano, che tranquillamente scendevano a Santa
Lucia, mescolate alla folla dei _landaux_ principeschi, che scintillanti
di borchie e di stemmi argentini movevano maestosamente verso la riviera
di Chiaja.

Quella apparizione improvvisa mi ricondusse bruscamente alla realtà, ed
avendo gettato di nuovo lo sguardo sulla svariata moltitudine, rimasi
qualche tempo ad osservarla ed entrando poi in una carrozzella, mi
allontanai per diporto. Queste carrozzelle, quasi tutte incrostate
profusamente di piastre d'ottone, sono comode, abbastanza eleganti e
tirate da cavalli generalmente piccoli, ma di aspetto robusto; corrono
regolatamente, ma assai celeri sotto le redini dei più esperti guidatori
d'Europa dopo quelli inglesi. Il cavallo più selvaggio diventa un
agnello nelle loro mani, il che deve anche attribuirsi all'esser tenute
queste focose bestiole, invece che sul morso, sopra una forte seghetta
munita lateralmente di due lunghe aste di metallo che formano due
potenti bracci di leva, per mezzo dei quali ogni cavallo è trattato
indistintamente come nelle altre provincie d'Italia si trattano per
eccezione i più indomiti. Ma in ogni modo i cocchieri sono eccellenti.
Con queste carrozzelle corrono, si insinuano in ogni più angusto
passaggio e strisciano e s'incrociano continuamente in ogni verso. Ora
si ficcano a trotto serrato giù per le più ripide chine ed ora si
arrampicano come tarantole su per montate fortissime, e sempre vispi e
sempre allegri, animando i loro ronzini con un diluvio di _Iaah! Iaah!_
E mai uno scontro, mai un urto, mai un'arrotatura fra loro, in mezzo
alla baraonda continua di altri legni, di pedoni, di cavallerizzi, di
mandre di pecore, di capre e di somarelli carichi d'ogni ben di Dio che
sgambettano, ragliano, sculettano e fanno tante altre cose che è un vero
prodigio il sentire che noi pestiamo tanta roba senza esser mai pestati
da loro.

Spesso calando per una rapida scesa accade di sentire che il cavallo non
cammina più, ma patina andandosene giù a rotta di collo di sdrucciolone
in sdrucciolone.... — Ci siamo! — dici subito fra te — San Venanzio
miracolosissimo, eccomi nelle vostre braccia, assistetemi voi.... Ehi!
vetturino.... ma che lavoro è questo? vetturino! — Il vetturino ti
guarda e non risponde. — Bà.... bada! bada a quella signora, a quel
ciuco, a quel ragazzo, a quel ragazzo!... — Chiudi gli occhi per non
vedere un eccidio e ti volti in dietro, ma in quel momento senti
rallentare la corsa, il cavallo ha smesso di patinare, cammina
regolarmente e siamo in fondo, aaah! — Non hai anche finito il sospiro
di consolazione che incomincia una salita del trentacinque o quaranta
per cento. Il cavallo s'inerpica meglio d'una capra, si divincola, si
ripiega su se stesso, dà falcate e scatta com'un ranocchio, ma il suo
piede non attacca sulla lava lustra dall'incessante attrito.... —
Cocchiere, cotesto cavallo non ce la fa fino in cima. Vuoi tornare
indietro, devo scendere? — Cavallo napoletano, signorino, non dubitate
di nulla, cavallo napoletano — ei ti risponde, e a forza di tirate di
briglia, di _iaaah!_, e di pizzicotti sotto la pancia, lo rallegra, lo
tien ritto prodigiosamente e ti trovi arrivato in cima a certe pettate,
dove se i cavalli avessero un po' di religione dovrebbero inginocchiarsi
e nitrire un _Teddeum_ a Sant'Antonio miracoloso. San Gennaro e
Sant'Antonio devono essere in eccellenti relazioni fra loro.

E da questo attrito, da questa enorme agglomerazione di popolo e da
qualche cos'altro, resulta tutto quel lordume che ingombra le vie e che
fa di Napoli una delle città più sudice d'Europa. Mi è stato detto da
qualcuno che da dieci anni in poi è tanto rimpulizzita da non
riconoscersi più. Me ne rallegro tanto tanto e non metto in dubbio
quanto mi viene assicurato, ma confesso che la mia fantasia, s'arrabatti
pur quanto vuole, non arriva ad immaginarsi un sudiciume più sudicio del
sudiciume. — Se un cacciatore mi avesse detto che i corvi, dieci anni
fa, eran molto più neri di quel che son ora, mi troverei nello stesso
imbroglio.

La monotonia non annoia per certo in questo paese. Ad ogni passo
incontri qualche cosa di strano e di bizzarramente nuovo che attira la
tua attenzione. Il sistema, per esempio, di utilizzare ogni quadrupede
domestico come bestia da tiro, e l'originalità de' connubii che si
vedono posti in atto con questi pazienti animali, somministra
larghissimo campo al curioso osservatore. Certo non si troveranno i lupi
e gli agnelli, i falchi e le colombe aggiogati allo stesso carro, ma un
bove e un can mastino che gli faceva da trapelo io gli ho veduti da
vero, come ho veduto un bufalo e un microscopico somaro tirare la stessa
carretta. Ma questi casi non sono molto comuni. Comunissimi però sono
quelli di altri accoppiamenti come: una vacca ed un mulo; un cavallo ed
un somaro; due somari e un bove ed altri simili, dove questi filosofi
diseredati se ne vanno d'amore e d'accordo, mugliando, nitrendo e
ragliando senza rider mai, come se anch'essi la trovassero la cosa più
naturale di questo mondo. — E nemmeno gli ovini sfuggono alla
utilizzatrice poltroneria dell'_Homo sapiens_ di questi paraggi. Su per
una delle gradinate che conducono a Sant'Elmo, vidi una capra bardata di
tutto punto con sella all'inglese e briglie e staffe elegantissime che
caracollava sotto un cavallerizzo settenne, e in una via del basso porto
una pecora che trascinava un piccolo carretto carico d'ortaggio. —
Questo parrebbe il _non plus ultra_ dell'originale, parrebbe che tutti
dovessero fermarsi e sbellicarsi dalle risa davanti ad ognuna di queste
apparizioni grottesche, ma nulla di tutto ciò. Ed è naturale, perchè se
ad ogni originalità che ci capita sott'occhio ci dovessimo fermare, si
farebbero forse venti passi in tutta la giornata in un paese, dove, fra
le altre cose, possono vedersi esposti insieme alla vendita: acque
ferruginose e fetz turchi; pane e reggiòle di maiolica; Gesù morti e
olive indolcite; e poi miracoli bell'e fatti, eppoi ritratti senza testa
e perfino botteghe di barbieri flebotomi, dove in pochi minuti e per
pochi soldi ti levano il sangue, i calli, la barba, i capelli e la
voglia di tornarvi, e chi sa quante altre belle cose che in tanta
baraonda mi saranno sfuggite.

Venite, correte, o pittori del passato, del presente e dell'avvenire;
calate, calate a sfamarvi, o titani dell'arte, ai quali manca un
soggetto; qui c'è pane per tutti i denti, perchè senza escire dalla
città, anzi senza allontanarvi dal centro, troverete e motivi e soggetti
da empir tele quante ne fabbrica l'Olanda. Anfore greche, pompejane ed
etrusche; carriaggi andalusi; tipi di beduini e di ateniesi; costumi
europei del Seicento come lettighe, portantine e rococò d'ogni genere;
trasporti funebri spartani; _cocottes_ parigine; cafoni e mandre della
Sila e via e via e via. — Calate, calate, scegliete, scegliete e se
avete occhi, mani e pennelli, arruotateli, strusciateli, consumateli
fino alle barbe, perchè ora è tempo.

Fermiamoci un momento ad osservare i venditori ambulanti: ma chi può
tener dietro a questa fantasmagoria? Il numero di tutti questi urloni
che, dal levar del sole a tarda notte, girano continuamente colla loro
merce sulla testa o guidando per la coda piccoli somarelli stracarichi
d'ogni ben di Dio, è favoloso. E venditori d'ortaggio, e pescivendoli e
ostricari, e maruzzari e acquafrescai, e venditori d'ananassi, e di
castagne, e di carubbe; e limonai, e aranciai, e ciabattini ambulanti, e
venditori di giornali, di numeri del lotto, di stampe, di libri, di
chincaglierie, di mazze, di burattini.... ma chi è buono a contarli? E
tutti urlano e nessuno si ferma e nessuno si cheta mai, mai, mai. Ogni
dieci passi un versetto della loro piagnucolosa cantilena e via! e sopra
ogni trivio una brevissima fermata, dove, guardando in aria e
arroncigliando le labbra, berciano e gesticolano, finchè non vedono
calare il panierino della loro cliente del settimo piano. Allora
solamente si chetano, ma non per stare zitti, veh! Dio ne guardi! ma per
contrattare la vendita a venticinque o trenta metri di distanza.

È tale l'abuso che si fa di questo sistema, che assolutamente non mi
avrebbe fatto maraviglia l'incontrare un chirurgo a tagliar gambe per la
via o un sacerdote con l'altare ad armacollo dire la Messa correndo e il
chierico e il popolo dietro per ascoltarla. O che non sarebbero intonate
anche queste con tutto il resto? Io dico di sì.

Il lustrascarpe urla invitandoti e fa tonfi battendo la spazzola su la
cassetta; il vetturino passa schioccando e se non ha persone sul legno,
non cessa mai di sibilare e gridare a destra e a sinistra: — _Scì, scì,
scì, scì! a vulite, a vulite?_ — (la volete, la volete?) Facchini
carichi come bestie; operai che portano o riportano lavoro, i quali
gridano per farsi largo tra la folla; e se a tutto questo si aggiungano:
campanacci che tintinnano al collo di capre e pecore in truppe numerose;
e belati, e ragli, e nitriti, e muggiti, e organini che suonano correndo
continuamente, e corni e cornette di omnibus e tramway, e sonagliere di
carriaggi della campagna e strepiti di venditori di giornali coi loro
incessanti: — _o Pì, o Pun_ — (il _Piccolo_, il _Pungolo_) e la romba
continua di migliaja di veicoli; e tonfi e botte e schianti di magnani,
falegnami, carrozzieri e centinaja di altri operai che lavorano su la
via strillando e gesticolando come pinzati dalla tarantola, si capirà
come le persone più tranquille siano costrette, se vogliono intendersi
fra loro, ad urlare, e quelle accanto ad urlare più forte di loro, e
quell'altre più che mai; e così tutta Napoli è costretta a strillare con
un crescendo tale che qualche volta, arrivandomi alle orecchie intronate
il suono di campane, le ho benedette e fissandomivi con l'attenzione, mi
hanno servito di riposo e ne ho preso refrigerio e conforto.

    . . . . . . In un bollente vetro
    Gittato mi sarei per rinfrescarmi.

Quante volte dal folto di questo pandemonio, allorchè udivo appena il
cannone di Sant'Elmo scaricato a mezzogiorno negli orecchi di Napoli, ho
mandato un pensiero e un sospiro alla languida signora dell'Adriatico,
ai suoi vuoti palazzi ed al silenzio de' suoi canali che lascia
intendere il fiotto dei remi d'una gondola lontana e il tubare de'
colombi su le cuspidi delle sue torri affilate! — Bellissime ambedue
queste regine del mare, ma quanto diversamente belle! — Su la laguna
posa languidamente la bellissima e pallida matrona, stanca sotto il peso
degli anni, povera in mezzo alle sue gemme, ma ricca d'orgoglio per
antica nobiltà. Ai piedi del Vesuvio, la voluttuosa e procace Almea,
balla in ciabatte la tarantella, e canta e suda povera di tutto, ma
ricca di speranze, di giovinezza e di sangue. Quella si nutrisce di
mestizia e di gloria; questa, di maccheroni e di luce. Quella coperta di
laceri broccati, ma lindi; questa seminuda e lercia, dalle ciabatte
sfondate alla folta chioma nerissima ed arruffata.



LETTERA II.

Dove si parla della popolazione.


                                        Napoli, 8 maggio 1877.

S'io ti dovessi dipingere i colori del camaleonte o disegnarti le forme
di Proteo, in verità mi sentirei meno imbrogliato che a darti una netta
definizione di quello che mi è sembrato essere il carattere di questo
popolo.

È così instabile, così pieno di contradizioni; si presenta sotto tanti e
così disparati aspetti dagli infiniti punti di vista da cui può essere
osservato, che su le prime è impossibile raccapezzarsi. Ad un tratto ti
sembreranno ingenue creature e ti sentirai portato ad amarle; non avrai
anche finito di concepire questo sentimento che ti appariranno furfanti
matricolati. Ora laboriosissimi per parerti dopo accidiosi; talvolta
sobrii come Arabi del deserto, tal'altra intemperanti come parasiti;
audaci e generosi in un'azione, egoisti e vigliacchi in un'altra.
Passano dal riso al pianto, dalla gioja più schietta all'ira più
forsennata, con la massima rapidità, per modo che in un momento li
crederesti deboli donne o fanciulli, in un altro, uomini in tutto il
vigore della parola; insomma, la loro indole non saprei in massima
definirla altro che con la parola: _anguilliforme_, poichè ti guizza, ti
scivola così rapidamente da ogni parte che quando credi d'averla
afferrata, allora proprio è quando ti scapola e ti lascia con tanto di
naso e con le mani in mano.

Spieghiamoci subito. Sappi dunque che dicendoti tutto quello che ti dirò
di questo popolo, intendo soltanto parlarti dell'ultima plebe. In un
paese, dove i quattro quinti della popolazione sono rappresentati da
questo ceto, è naturale che un viaggiatore, il quale, come me, non se ne
proponga uno scopo di studio, non veda altro che quello. L'aristocrazia
l'ho appena osservata a Chiaja nell'ora del passeggio, e non ne conosco
altro che lo sfarzo vistoso degli abiti e degli equipaggi. Di quello che
si chiama il medio ceto, ho avvicinato soltanto una ventina di
rispettabili e care persone, delle quali non saprei dir mai tutto quel
bene che si meritano, e non mi son curato d'altro e non sono andato più
in là.

La plebe sola, questa massa enorme di straccioni, in mezzo ai quali
quasi si perdono e sembrano ospitalmente tollerati gli altri ceti, mi ha
dato nell'occhio ed ho preso diletto ad osservarla, come ora mi
divertirò a dirtene quello che me ne è sembrato, buttando da parte
quella rancida lira che ogni rispettabile citrullo, capitando in questo
paese, agguanta insatirito per cantare il vieto inno di moda alla
Sirena, senza capire che è tempo di smetterla, perchè di Grazielle, di
chitarre e di Sirene se n'è detto già tanto che ora basta.

Di tutte le plebi, in mezzo alle quali mi son ritrovato girellando per
l'Italia, quella di Napoli è senza dubbio la più originale e la più
grottesca di tutte. Basta guardare in viso questa gente per capire che
son furbi come gatti; serve dare un'occhiata alle loro membra per
ammirarne la eleganza delle proporzioni e per ridere del modo, col quale
le adoperano negli usi più comuni della vita. Allorchè parlano, la
lingua è il membro che soffre minore attrito di tutti. Chiudono gli
occhi, li riaprono e li battono come bertucce; sgualciscono le labbra;
con le mani affettano l'aria in tutti i sensi; si scuotono, si torcono
su la vita in modo che qualche volta la lingua si mette in riposo
assoluto e conversano ed esprimono i più riposti sentimenti dell'animo
con un gergo tacito che chiamerei _semaforico_, corrugando la fronte,
stralunando gli occhi e lavorando di braccia, di mani e di dita come
allievi perfetti del più accreditato istituto di sordomuti.

Siamo a Santa Lucia davanti al banco di Salvadore Capezzuto _ostricaro
fisico_. — «Avete vongole, compare?» Il compare alza la testa e chiude
gli occhi. Dopo un momento, non avendo capito che il signor Salvadore vi
ha risposto, ripetete la domanda correggendone la forma e: «Volevo un
mezzo franco di vongole, ne avete?» Nuova alzata di testa e nuova
chiusura di occhi del compare con una tirata di fiato significante che
vuol dire: m'avete rot...... «Vongole, volevo un mezzo franco di
vongole, vongoleee» alzando la voce. Ora poi il compare è pieno fino
alla gola; v'ha preso per uno stupido e ve lo vuol dimostrare. Rialza la
testa, richiude gli occhi e interrompendovi dignitosamente indispettito,
vi grida con voce robusta: — _Non ne dengooo!_ — Ha ragione, povero
signor Salvadore! E chi è quel piemontese di Firenze tanto imbecille da
non capire che una alzata di testa e una chiusura d'occhi, in buon
italiano vuol dire «non ne ho?»

Che questo risparmio di fiato sia effetto d'indolenza? Non t'importerà
di saperlo, ma se anche fosse questa la causa, mi somiglierebbe alla
economia del prodigo, il quale risparmia ora un franco in una spesa
utile, per darne via mille poi in cose superflue.

Il loro vestiario non saprei dirti quale sia. Sparito il pretto tipo del
Lazzaro, il quale aveva stabilito quasi un costume, nelle sue brachette
fino al ginocchio, camicia aperta sul petto, maniche rimboccate e
tradizionale _scazzetta_ in capo, quello de' suoi eredi non ha nulla di
uniforme altro che negli strappi e nel sudiciume. Un grosso volume
parlerebbe meno del loro abbrutimento, di quel che lo facciano i luridi
cenci che questi atleti della miseria hanno il coraggio di portare
addosso sorridendo. Una balla da carbone lacera in mano di cotesta
gente, parlo sempre dell'infima plebe, con pochi colpi di forbice si
trasforma in una comoda sottana per signora; con pochi stracci
raccattati fra le immondizie della via e qualche metro di spago di
diverse qualità, la madre di famiglia ha trovato stoffa e guarnizione
per provvedere di un intero _tout-de-mème_ da ogni stagione il marito e
i suoi _guaglioncelli_, che fino ad ora hanno avuto abiti un po' troppo
di confidenza: o una sola camicia con poco davanti e meno di dietro, o
un abito adamitico addirittura, tranne l'incomodo della foglia.

Di questi vestiarii ho avuto occasione di notarne di tutti i generi.
Vidi un bambino in Borgo Loreto, che se ne passeggiava allegramente in
mezzo alla via, avendo addosso per unico vestito un panciotto da uomo
tutto sbottonato che gli ciondolava fino ai calcagni; un altro aveva
soltanto due mezze trombe di calzoni, che rette da spaghi gli coprivano
le gambe dal ginocchio in giù: il resto della persona era nudo affatto.
Altri ne ho veduti, non solo bambini, ma uomini e donne adulti, con
abiti così laceri, formati da tante cinquantine di pezzi, retti da tanti
fili, ciondolanti e spenerati da tante parti, da volerci un archeologo
per capire approssimativamente a che tempo rimontino ed un matematico
che risolva un problema di statica, per arrivare a comprendere come
facciano a reggerseli addosso. Abbondano poi nelle giovinette i
vestiarii alla _Belle Hélène_, voglio dire: una sottana sola aperta da
cima a fondo su i fianchi da due strappi, dentro i quali l'occhio del
curioso ha libero accesso in compagnia del _maestrale_ che apre le
cortine e del Sole che compiacente illumina co' suoi raggi la scena.

La dolcezza del clima favorisce la semplicità del vestiario e la perdita
del pudore, per modo che io credo che la puntura del freddo potrebbe
persuadere quelle giovinette a nascondere la loro nudità, ma il senso
della vergogna mai.

Quanto è portentosa la prolificità di questa gente, altrettanto sono
facili i matrimonj. Il pensiero dell'avvenire degli sposi e dei figli
non deve recare sgomento. Una tana, dove un lupo morirebbe asfittico,
sarà la loro abitazione; una stoja e pochi stracci, il talamo; i
ragnateli e un mucchio di paglia, la mobilia. Verranno poi i figli.
Tanto meglio. I rigetti dei banchi d'ortolani e di pescivendoli, e le
tasche dei passanti, dove la piccola destra troverà quasi sempre un
oggetto qualunque da ghermire, mentre la sinistra si stenderà a chiedere
il soldo dell'elemosina, provvederanno all'esistenza ed alla educazione
loro. Che razza di genìa scaturisca da questo genere di palestra, tu
puoi figurartelo senza torturarti molto il cervello.

Eppure, anche con tutto questo, non riescono antipatici, nè sgarbati nè
di rozze maniere; anzi, per la persona decentemente vestita e che non
abbia con loro altro che relazioni superficiali, hanno modi gentili e
sono addirittura simpatici. Sono vispi, pronti d'ingegno, spensierati e
docili per natura; il turpiloquio e la bestemmia che tanto qualificano
la plebe della nostra gentile Toscana, sono sconosciuti o quasi per
loro. Qualche parola sconcia l'ho udita escire dalle loro bocche nel
parossismo dell'ira, ma questa sconcezza non si accosta nemmeno da
lontano alle oscenità che è capace vomitare un nostro vetturino, non
solo nella rabbia, ma anche quando, ad alta voce perchè sia notato il
suo spirito, scherza piacevolmente con un compagno.

Scaltro e ladruncolo per eccellenza, il Lazzaro rubacchia
indubitatamente quando gli si presenti facile l'occasione; ma dove ci
sia da mettere a repentaglio la pelle, Pulcinella difficilmente si
espone. Scamotta colla massima facilità l'orologio, il fazzoletto, il
portasigari che fa capolino dalla tasca di petto e gli basta, ed è
contento perchè, quando _s'è abbuscato_ qualche cosa con la sua
destrezza, corre subito dal camorrista manutengolo che gli dà forse il
quinto del suo _guadagno_, e con que' pochi vola al primo de' millemila
botteghini di lotto; ne deposita lì una parte e con quell'altra celebra
subito in qualche bettola la voluttuosa _scialata_.

Ciarliero e millantatore implacabile, allorchè narra le sue gesta,
racconta dieci ed ha compiuto uno. — Quando attacca litigio, però, prima
di venire alle mani ci pensa. Strilla, impreca e gestisce con una mimica
sublime, forse per far paura alla paura che ha. S'avanza se l'avversario
si ritira, e si ritira subito se l'avversario s'avanza, ed
ordinariamente i suoi litigi finiscono in grida, mentre i due litiganti
si partono in direzione opposta, brontolando e ostentando di mordere il
freno, ma in fondo contenti come pasque d'essersela cavata a quella
maniera. Se vengono alle mani, però, son cattivi. Alla paura succede la
reazione, ed a non scompartirli a tempo, facilmente verranno al sangue.

Ferocemente gelosi, sfregiano in volto la donna del loro amore anche nel
dubbio d'infedeltà. Un rasoio o una moneta arrotata sono gli strumenti,
dei quali si servono, e di questo barbaro trattamento in generale le
donne vanno liete e orgogliose, riguardandolo come una prova sicura
dell'affetto dei loro amanti.

Provvisto per natura di uno spirito d'indipendenza quasi selvaggio,
muore di fame, muore sul lastrico delle vie o nel tanfo delle spelonche
dove abita, ma non vuole intendere nè di spedali, nè di ricoveri, nè di
benefizii che gl'impongano il minimo legame. Potrei citare, per prova di
quanto asserisco, mille esempj che mi sono noti, ma per non perdermi in
lungaggini, te ne dirò uno solo che mi sembra abbastanza eloquente. Una
signora napoletana di mia relazione prese a soccorrere, facendogli
settimanalmente la elemosina, un piccolo orfano di circa nove anni, il
quale in mezzo a privazioni di ogni genere durante la giornata andava la
sera a dormire in un forno se d'inverno, ed al sereno se d'estate.
Questa signora seguitò per qualche tempo ad usargli in tal modo la sua
carità; ma volendo da ultimo provvedere efficacemente ai bisogni di
quella infelice creatura, ottenne per lui un posto, non mi ricordo più
in quale asilo di beneficenza. Comunicò tutta lieta la buona notizia al
suo protetto; gli parlò dei vantaggi e dei comodi che avrebbe trovati là
dentro; gli dipinse a colori seducenti il suo avvenire e fissò il giorno
nel quale lo avrebbe aspettato, per condurlo all'asilo. Il
_guaglioncello_ dimostrò molta compiacenza nell'ascoltare tutte le
oneste cose che gli furono dette; promise di non mancare
all'appuntamento; si allontanò e non si è fatto più rivedere.

Per questa medesima ragione, non è facile trovare fra loro persone di
servizio. Ogni lavoro che gli obblighi lo scansano con ribrezzo, e non
vi si adattano finchè il bisogno non gli abbia presi per la gola. Da
questa tendenza della loro indole e dalla scarsità di opificj che
potrebbero accogliere quelli che stretti dalla necessità vi si
adatterebbero, resulta quella enorme moltitudine di semioziosi, che si
dànno al lavoro avventizio nei luoghi di maggior movimento commerciale o
al piccolo commercio ambulante per le vie della città, tormentando il
prossimo in centomila maniere dalla mattina alla sera.

Le loro occupazioni perciò sono intermittenti. Fra l'arrivo e la
partenza dei convogli della strada ferrata e fra quello di battelli
postali e navi mercantili nel porto, il lavoro cessa e negl'intervalli
migliaia di persone restano disoccupate. Alla stanchezza per il lavoro
fatto si aggiunge l'influenza del clima, e allora chi casca di qua e chi
di là, e tutti si buttano allo sdraio sui muriccioli, sui marciapiedi,
giù per gli scali, lungo la marina, sui carri, su le balle, su le casse,
in qualunque luogo insomma dove ci sia da schiacciare un pisolino in
pace, presentando così agli occhi dei passanti quel pittoresco, ma
ributtante spettacolo che forse ha fatto alquanto esagerare l'idea che
generalmente si ha della fiaccona e della indolenza di questo popolo.

Son troppi quelli che abbisognano di lavoro, di fronte al movimento
industriale e commerciale del paese, onde molti, lo ripeto, rimangono
involontariamente inoperosi; ma quando offriamo loro da lavorare, è
un'atroce calunnia, almeno ora, il dire che lo ricusino, perchè hanno
mangiato. Sono stato troppe volte e sul molo e nei quartieri poveri,
dove abbondano gli sdraiati e gli addormentati e troppe volte ho fatto
la prova, destandoli e incaricandoli di qualche piccola commissione e
qualche volta anche grossa e faticosa, e mai mi son sentito rispondere
il famoso _aggio magnato_. Sorgono in piedi come se scattassero per una
molla, si stropicciano gli occhi e per pochi centesimi si mettono alle
fatiche più improbe, fanno due chilometri di strada correndo, e
ritornano ringraziandovi, domandandovi se comandate altro, e
scaricandovi addosso un diluvio di _eccellenze_ e di _don_, come se
avessero da voi ricevuto il più grosso favore del mondo.

Gli ho osservati nelle loro botteghe, passando per le vie, ed ho visto
che lavorano; sono stato a visitare opificj e ne sono uscito con le mie
convinzioni più radicate che mai. Non contento de' miei occhi, ne ho
domandato ad alcuni direttori di stabilimenti manifatturieri, non
napoletani e perciò non pregiudicati, e tutti mi hanno confermato nella
mia scismatica opinione. Chi ha gambe venga e chi ha occhi veda, e dopo,
se è onesto, dovrà convenire con me che lo sbadiglio lungo, sonoro,
spasmodico, che quell'aspetto di prostrazione fisica, che quelle
fisonomie assonnate e quasi sofferenti per la noia che s'incontrano
specialmente nelle città di secondo ordine delle altre provincie, fra le
quali non ultima la nostra leggiadra Toscanina, a Napoli non le troverà
certamente; e giri, e cerchi, e osservi pure a suo piacere,
assolutamente non le troverà.

Il temperamento di questa gente è troppo nervoso, è troppo adusto da
poter la linfa concorrere efficacemente insieme col clima a spossarli
del tutto, per cui quando hanno da lavorare lavorano, e la loro opera è
intelligente e produttiva al pari di quella di qualunque altra
popolazione della penisola. — Mi sarò anche ingannato, ma non lo credo.

_Date Caesari quod Caesaris est_, c'insegnò il Cianchi bon'anima maestro
di rettorica, e giacchè sono entrato nello sdrucciolo delle eresie, mi
scappa la voglia di seguitare e seguito. La seconda eresia la comincerò
in forma di preghiera, pregandoti che, quando capiterai in questo paese
benedetto dalla Provvidenza, in questa terra privilegiata del canto e
del sentimento musicale, tu sfoderi gli orecchi, tu giri nei quartieri
del popolo e tu ascolti. Principierai la tua peregrinazione
immaginandoti di dover inciampare ad ogni svoltata di via in comitive di
giovani spensierati, i quali se ne vadano rallegrando la poesia della
notte coi loro canti, con le loro armonie di chitarre, di flauti e
d'organini, come ti accadrà ad ogni passo in Toscana, e come ci accadeva
incontrare tanto spesso a Milano, a Venezia e su i laghi, ma tutte le
illusioni presto ti spariranno. Non ti parrà d'affacciarti a una vasca
per sentir cantare i pesci, ma poco meno. Qualche truppa di suonatori e
cantatori la incontrerai verso le locande o intorno ai caffè, dove
vengono per danaro, anzi dove vengono in troppi e troppo spesso, ma chi
canti per solo piacere di cantare le stupende e poetiche ariette che
questi maestri di musica compongono a tavolino e non il popolo lungo la
marina, come generalmente si crede, non lo incontrerai mai o molto,
molto di rado. Una plebe che si diletta quasi esclusivamente del cembalo
e della caccavella, due strumenti che dànno rumore monotono e non
armonia, a mio parere, non può nè deve avere quello squisito sentimento
musicale che da tutti, e senza rendersi conto del perchè, le si è voluto
sempre attribuire. Un mezzo secolo addietro, quando l'Italia era da vero
la terra del canto, la plebe di Napoli sarà stata per la musica tutto
quello che si racconta; ma ora che questa terra del canto è diventata la
terra degli urlacci, può darsi benissimo che anche quaggiù le cose
vadano diversamente. Avrò preso un granchio anche questa volta? Speriamo
di sì.

Tutte le volte che ripenso a questa specie di disinganno procuratami da
un pregiudizio che è universale, forse perchè i suonatori e cantatori
napoletani (che non sono di Napoli) inondano i trivj della Terra, mi
torna in mente la leggenda del cigno. Tutti i poeti hanno esaltato a
cielo le dolcissime note e il canto melodioso di questo taciturno
abitatore dei laghi, senza averne mai udita la voce. Bugiardi! Io l'ho
sentita questa voce incantevole, l'ho udito davvero il canto di questo
voluttuoso amico di Leda, e non ho saputo somigliarlo ad altro che allo
strepito roco d'una canna secca stroncata bruscamente.

Ma tutto questo non tolga nulla ai lati pregevoli di queste disgraziate
ed allegre creature; anzi, dopo aver trovati martiri della fatica dove
non credevo trovare che sbadiglianti bighelloni, voglio accennarti altre
buone qualità che ho notate con piacere fra costoro, e gentili passioni
portate qualche volta fino all'eccesso dalla loro natura meridionale.

L'amore e gli affetti di famiglia li sentono con violenza; si soccorrono
in caso di sventura e sono fra loro ospitali e caritatevoli fino al
sacrifizio; hanno venerazione pei vecchi e li rispettano e li
accarezzano affettuosamente; contentabili in modo che è raro udire un
lamento dello stato di miseria più che bestiale, nella quale la maggior
parte languiscono; non dediti all'ubriachezza; non punto turbolenti,
almeno nei periodi di calma sociale, e questo lo prova il fatto che
spesso l'Arsenale e l'officina di Pietrarsa hanno messo fuori
cinquecento ed anche mille operai e la città non si è accorta
minimamente di questo avvenimento; non facili alla rissa ed al coltello,
sono dotati poi di molte altre qualità che non voglio rammentare,
sebbene appaiano buone, perchè figlie troppo spontanee di quel fango
morale, in cui sono tenute sommerse queste misere scimmie a due mani.

Ma sotto quale enorme farragine di difetti restano soffocate le loro
poche virtù! — Con la più feroce usura si strozzano fra loro. La
passione per il giuoco in genere ed in specie per il Lotto giunge fino
alla frenesia, e forse il desiderio di soddisfare a questa sfrenata
libidine, se si volessero ricercare le cause di ciò che asserivo poco
fa, è quello che gli agita, che gli accapiglia e li porta a lavorare
rabbiosamente, per poi più rabbiosamente che mai correre a gettare i
loro miseri guadagni in quel baratro d'immoralità, che insieme colla
usura concorre a spolpare questi iloti e a mantenerli nel puzzo delle
loro tane, dove come porci s'imbragano e gavazzano.

Dissimulatori esimii, scaltri come volpi, timidi come lepri e bugiardi
come cacciatori, la loro esistenza è una continua scherma di piccole
frodi e d'inganni. Sudici un po' per necessità e molto per istinto,
manca loro assolutamente il senso della nettezza. Il dare un'occhiata
alle cucine della plebe, alle loro pietanze ed alle mani, con le quali
se le portano alla bocca, basterebbe a travagliare uno stomaco che non
fosse d'acciaro. Pròvati a far loro qualche osservazione, e vedrai. Ti
guardano e ridono credendo che tu scherzi.

Una sera passando presso allo scalo di Santa Lucia, mi dette nell'occhio
un gruppo di persone non indecentemente vestite che, sedute su panche
disposte intorno ad un piccolo pozzo senza spallette e scoperto, stavano
a bere, frescheggiando, bicchieri d'acqua che mi parve vedere attingere
da quel pozzo. Spinto dalla curiosità, scesi e domandai. Il pozzo era
quello della sorgente d'acqua ferruginosa, della quale mezza Napoli si
abbevera ai mille tabernacoli d'acquajoli posti su quasi tutte le
cantonate delle vie. Assistei a questo attingimento e con me vi
assisterono anche gli amatori del piccolo Montecatini. Ed ecco come si
attinge quest'acqua. Si levano le scarpe, tirano fuori un par di piedi
come sono, ma veramente come non dovrebbero essere; si calano nel pozzo
mettendo questi piedi in buchette scavate nelle sue pareti, finchè non
giungono ad avere l'acqua a mezza gamba, tuffano allora l'anfora
ficcandola sotto con le relative mani e dopo escono fuori a dispensare
in giro _'u refrisch_ (il rinfresco). Il concorso degli attingitori è
giornalmente di qualche centinaio ed il sistema è sempre il medesimo. A
te, come a me, correrà subito al pensiero questa domanda: una tromba? o,
per lo meno, una secchia, un brandello di fune, una carrucola, un
ammenicolo qualunque, non renderebbe l'operazione e l'acqua più pulite,
anzi meno ributtantemente laide? Io direi di sì, ma va' a dirlo a loro.
Ne ricusai un bicchiere che mi venne offerto e dissi le mie ragioni, ma
fu lo stesso che pestar l'acqua nel mortaio. — _Si nun facimmo accussì,
comm'avimmo a fà, neh, signurì?_ — Ecco quel che mi fu risposto.

Addentrandosi poi ad osservare più da vicino e più minutamente le
condizioni morali, il disordine delle idee di questa gente e le sue
conseguenze, il senso che si prova, dopo averne ammirate le fiacche
virtù e sorriso su i piccoli difetti, è davvero di profondo sconforto,
quando siamo arrivati a convincerci che il sentimento della dignità
umana è lettera morta per costoro. Per arrivare a levarti un soldo di
tasca, son capaci perfino di scendere a leccarti le scarpe, senza
mostrare di sentirsi minimamente umiliati da questo atto di ultima
degradazione.

Un giorno, mentre me ne stavo seduto su la marina presso Piedigrotta,
leggendo un giornale, mi si accostò un giovinetto col solito: —
_Signurì, u soldo._ — Io che conoscevo un poco l'insistenza degli
accattoni, mi proposi, non avendo altro da fare, di metterla a prova con
questo disgraziato. Gli dissi, in modo da lasciarlo sperare, la
sacramentale parola _vattènn!_ — e seguitai a leggere. Allora lui, per
muovermi al riso o alla compassione, cominciò a far capriole, a gonfiare
il torace e ad imitare voci d'animali, eppoi: — _Signurì, u soldo_ — Ed
io: — _Vattènn!_ — e lui daccapo alla mozione degli affetti. Tirò fuori
la lingua che lasciava ciondolare fuori della bocca come un cane
trafelato, si arrovesciò le palpebre degli occhi, si mise a corrermi
d'intorno con le mani e coi piedi e di nuovo: — _Signurì, u soldo_ — E
io daccapo: — _Vattènn!_ — Dopo tre quarti d'ora (avevo guardato
scrupolosamente l'orologio) mi alzai annoiato, ma sempre insistendo nel
negare la elemosina. Non si perse di speranza. Mi si mise dietro per
qualche ventina di passi, rinforzando la dose delle capriole e delle
smorfie; e io: no! A che cosa ricorse questo miserabile, quando vide
esaurito ogni mezzo per muovermi a tenerezza? Mi si buttò inginocchiato
ai piedi, mi spolverò le scarpe col suo berretto e cominciò a baciarmele
ed a leccarmele, abbracciandomi strettamente le gambe. Mi balenò l'idea
di dargli un calcagno sulla testa, ma poi pensai: Perchè debbo punirti
d'una vergogna che non è tua? Gli detti il soldo e tirai avanti.

E questa prostrazione morale, questo non senso del proprio decoro non
appartiene soltanto agli ultimi straccioni, ma l'ho trovato anche più in
su.

Un operaio, al quale ebbi occasione di fare un piccolo piacere, venne
per ringraziarmi. L'effusione, con la quale principiò a dimostrarmi la
sua gratitudine perchè nel fondo questi manierosi erbivori la stoffa del
cuore non l'avrebbero cattiva, mi fece quasi tenerezza, ma rimasi
bruttamente nauseato, quando, con l'aria della più spontanea ingenuità,
mi disse: — Eccellenza, comandate un vostro servo; io sono pronto a fare
per voi i più _sporchi_ servigi. — Hai capito? I padroni, a forza di
frustate e di dieta morale, hanno saputo addomesticarsi il cane
mirabilmente, e con quanto amore badano che non si guasti!

Tutto quello che si racconta della famosa iettatura non è favola. E da
questo pregiudizio non è attaccato il solo volgo, ma, tolte rare
eccezioni, la intera città. Corna nelle botteghe; corna nelle case;
amuleti alle catene degli orologi, agli anelli, ai pomi delle mazze,
amuleti da per tutto. Famiglie intere di oneste e rispettabili persone
sono rigettate dal consorzio civile perchè sospette di comunicare il
malefico influsso. Passa un gobbo, un cieco, uno storpio, c'è lo
scongiuro particolare da farsi per scansare l'atroce pericolo. Vi
passano da destra, il tal segno è opportuno; da sinistra, il tale altro.
E chi sa poi quante raffinatezze vi saranno che all'audace profano non è
dato conoscere!

La loro scienza è la superstizione; la loro fede l'idolatria. Il ridurre
il culto della divinità a idolatria non è un privilegio di costoro, ma
appartiene alla intera umanità. Però fra questa gente ha le sue
manifestazioni più spiccate. Ho assistito a qualche funzione religiosa
ed ho potuto notare come siano stati ammaestrati anche intorno a questo
soggetto. L'idea di materializzare la divinità e di figurarsi l'Ente
supremo in carne ed ossa, con ampia tunica, lunga barba ed occhio
fulmineo, provvisto in grado eminente di quattro almeno dei sette
peccati mortali, è comune, è radicata in ogni classe di devoti; ma il
lazzaro Napoletano va più in là, ed il suo Dio, o meglio il suo Santo se
lo immagina addirittura un cialtrone della sua stampa e come lui
cedevole davanti alla prepotenza. Egli lo prega fino ad un certo punto e
se non ottien subito la grazia richiesta, lo impreca e lo minaccia con
urli rabbiosi e strida selvagge: lo deride, gli fa corna e boccacce,
finchè ottenuto l'intento, e credendo che il Santo abbia ceduto alla
paura, si pente dell'abuso, si scusa e lo ringrazia col viso inondato da
lacrime di tenerezza.

Le idee: Dio, Diavolo, numeri del lotto, streghe, iettatura, Santissima
Trinità, onore, lenocinio, coltello, guadagno, furto, ec., dal modo, col
quale sembrano conciliarle, non devono avere nel loro cervello un posto
fisso: — _Signurì, famme guadagna' 'nu soldo_ — te lo ripetono
continuamente chiedendoti l'elemosina. Ricorrere ad una fattucchiera,
per avere i numeri del terno ed accendere il lume alla Madonna, perchè
sortano dall'urna, è, fra questa gente, un fatto de' più comuni. Di
patria, d'Italia, di nazionalità non occorre parlarne. Essi sono
napoletani e basta, ed il resto degl'Italiani, dal lato Nord son
Piemontesi, dal lato Sud cafoni e niente altro; ma del rimanente,
neppure per il loro nido sentono nobile affezione, non hanno altre
aspirazioni che il godimento tranquillo della loro miseria. Lasciateli
svoltolarsi nel loro fango e date loro chiocciole e maccheroni a poco
prezzo, non chiederanno mai qual forma di Governo regga il loro paese.

Amanti all'eccesso degli ornamenti baroccamente sfarzosi, adornano a
profusione e di fiori e di foglie le merci che tengono in mostra alla
vendita, anche se del genere più vile. Il gonfio _caballero_ che fa, in
pubblico, maggiore ostentazione delle sue migliaia, forma l'ammirazione
entusiastica di questi poveri iloti.

Concetta e Gennaro e i loro figli Peppiniello e Nennella e Totonno e
Carminiello e Cannatella e il piccolo Cicillo, hanno passato la notte
accatastati sopra un pagliericcio muffito, succhiati dalle cimici e dai
pidocchi, intirizziti dall'umido, molestati dalle talpe e mezzi
asfittici dal tanfo respirato; eppure a vederli, quando sbucano dai loro
vichi che fanno capo su qualche pubblico passeggio, sembrano contenti
come le anime più agiate della terra. E quando scorgono passarsi davanti
i più lussureggianti equipaggi, guardano, sorridono e si crogiolano
mezzi affascinati, dandosi nel gomito e accennando e dicendosi fra loro:
— _U bì! u bì! u nostro duca! u nostro conte! u nostro parone!_... — Se
li sono ammaestrati, ti dico, se li sono ammaestrati in un modo
maravigliosamente maraviglioso.

Il Re non è nelle buone grazie di costoro, perchè sotto il suo regno i
viveri sono rincarati; ma se Vittorio Emanuele attraversasse i quartieri
bassi della città adornato di penne di pappagallo, di campanelli e di
gemme di Murano, come il capo d'una tribù selvaggia, si prostrerebbero
ad adorarlo. Non per questo tutta l'ammirazione che potessero concepire
per un tal pennuto corifeo, varrebbe a sradicare dalle loro convinzioni
che Governo vuol dire oppressione; autorità, arbitrio; amministrazione,
ladronerìa. «Coi quattrini sarei ascoltata, ma non ne ho; e allora che
volete che vada a ricorrere se non son più nè giovine nè bella?» Così mi
disse una povera donna che sosteneva d'aver sofferto angheria non so da
quale autorità. E credo di non ingannarmi dicendoti che questo è il vero
caso di ripetere _ab uno disce omnes_.

Il Medio Evo, ormai evirato dal dominio spagnolo, e colpito gravemente
dalle riforme di Carlo III, pareva dovesse allontanarsi per sempre da
questo felice paese, quando allettato dalle sanguinose carezze di
Ferdinando I, cambiò consiglio e rimase. Imbattutosi poi nei trent'anni
di regno di Ferdinando II, abbandonò qualunque idea di fuga, rialzò le
tende sgualcite e ritrovando in parte la quiete e la salute perduta, si
trattenne beato fra gli amplessi del più brutale e pauroso tiranno, a
cui tenevan bordone un clero fanatico e prodigiosamente ignorante, e la
fetida caterva dei birri alti e bassi, i quali tutti insieme, reggendosi
per mano, si dettero a spargere, ciascuno pel proprio utile, terrore,
ignoranza e la più abbietta corruzione, senza neanche l'ombra di quel
ritegno, dietro al quale cerca onestare le sue azioni anche il più
sfrenato birbante. — Un cerchio di ferro chiuse la città, o meglio,
l'intero Regno delle due Sicilie, all'apparire di questo fatale monarca.
Questo cerchio dopo il 1848 fu anche rinforzato e ribadito maggiormente,
essendosi maggiormente rinforzata la paura nell'amato sovrano, e
l'isolamento divenne allora assoluto. Il nuovo pensiero che, ingrandendo
ad ogni passo, svegliava l'Europa, incontrata la ferrea muraglia cadeva,
o spaurito la penetrava in forma di contrabbando mortalmente pericoloso.
Una grave nebbia si addensava su tutte le intelligenze; si mettevano i
bracchi dietro alle nuove idee e, scovatele, si strozzavano con voluttà.
Bastava ostentare devozione al Governo, perchè non aveste più nulla da
temere, quantunque depravata la vostra coscienza. Lo spionaggio divenne
accortezza; l'arbitrio, zelo; la prepotenza, energia; il pregiudizio,
fede. La frode, il furto, la truffa furono incoraggiati ed anche
legalizzati, se a questa frode, a questo furto, a questa truffa poteva
partecipare l'autorità incaricata di reprimerla. Il sotterfugio diventò
sistema; dal sistema sorse la generale diffidenza, la quale, giungendo
al suo colmo, non si restrinse fra estraneo ed estraneo, ma fra parenti
e parenti e perfino fra padre e figli. Ognuno riguardò il suo simile
come un nemico, disposto a tendergli l'agguato, ogni uomo diventò una
macchina per conto proprio; la simulazione, la malafede e l'inganno
sotto tutte le forme, e un egoismo necessario e spontaneo vegetarono
rigogliosi in un terreno così ben preparato. L'isolamento fisico si
accompagnò all'isolamento morale e così la intera città, in alcuni
periodi, prese l'aspetto di paese attaccato da contagio pestilenziale.
D'istruzione e di educazione per il popolo non se ne parlava o, se se ne
parlava, era data nelle mani di coloro che non volevano, che non
sapevano, o ai quali veniva imposto di compartirla secondo le teorie di
chi dichiarava opere diaboliche il vapore, il telegrafo, la fotografia e
tutte, insomma, le più grandi manifestazioni dell'ingegno umano. Il vero
ingegno, se rivolto alla luce delle scienze, era soffocato sotto la
persecuzione; l'onestà sospetta e tenuta d'occhio.

In mezzo alla putredine di una società costituita su tali basi, la
peggiore anarchia morale trovò il suo alimento, ed in tempo che da un
lato rare ed eroiche individualità sorgevano sdegnose a fare intendere
il loro grido di ribellione fra le torture, le galere e gli esilii, la
gran massa degli oppressi volgari, irritata contro tutto e contro tutti
dalle continue e minute sevizie d'una sbirraglia selvaggia, prepotente e
brutale, ribollì nel suo fango, e la camorra che fino allora aveva
strisciato umile e scalza nei bassifondi sociali, alzò ardita la testa;
ferocemente oppose la prepotenza de' suoi muscoli e de' suoi coltelli
alla prepotenza legale, spesso con quella si accoppiò e giunse allora al
mostruoso apogeo della sua grandezza.

Tanti hanno detto di questa terribile associazione e con profonda
conoscenza di causa, che io non m'impancherò ora a parlartene. Ti dirò
soltanto che da quel tempo in poi la camorra non ha mai cessato di
esistere e che non cesserà mai, nonostante le sfuriate di persecuzione
che si è preteso farle, finchè non sarà affatto scomparsa l'ultima delle
cause che le dànno vita.

La plebaglia ne ha paura, ma la rispetta, perchè da questa specie di
prepotenti che la opprimono, è sicura di esser difesa, quando la
prepotenza e l'abuso le cadano addosso da altre parti. In qualche
momento potrà anche odiarla, ma la difenderà sempre, riguardandola come
la sola, come l'unica autorità, dalla quale possa sperare qualche cosa
che somigli alla giustizia, fino a quando non avrà appreso per
esperienza e palpato con mano che i tempi e le cose sono cambiati in
meglio anche per lei.

Capisco che la gravità di quest'ultimo sproloquio è una stonatura di
fronte alla leggerezza, con la quale ti ho parlato di altre cose; ma
credi pure che una volta veduta da vicino ed annusata questa lebbra,
siamo presi da tal malumore, che non è possibile fare diversamente.

O prima o poi accadrà qualche cosa di grave, e allora vedrai le nuove
sfuriate di persecuzioni. Leggeremo tutti i giorni sui fogli pubblici
che è stata fatta una _razzìa_ di camorristi, ed avranno fatto bene e ci
crederò. Dopo un certo tempo sarà anche annunziato a grandi lettere: —
La camorra è estirpata. — Nossignori, non vi crederò. I camorristi hanno
polsi e perciò si possono ammanettare; hanno corpo e figura e perciò si
possono imprigionare e deportare, ma la camorra non si ammanetta, non si
carcera, nè si deporta.

Io ho veduto i camorristi, ho parlato con loro, gli ho veduti
nell'esercizio delle loro funzioni in Napoli, nei dintorni, a bordo dei
bastimenti; gli ho guardati, ho parlato con loro, gli ho perfino
toccati, gli ho perfino veduti giocare a briscola con chi aveva il
dovere d'intimar loro l'arresto, ma la camorra non l'ho veduta mai. Mi è
parso vedere qualcuna delle sue mille cause e mi basta di averle
accennate a te come meglio ho saputo; al resto ci pensi chi vi vorrà
pensare.

Proposte di rimedj non te ne faccio per la grande ragione che non saprei
farne. Soltanto mi contenterò di osservare, e sempre in linea
d'impressioni di viaggio, che nelle condizioni morali di questa plebe
altro non m'è parso scorgere che un pericolo manifesto e una vergogna
per l'Italia intera.

Saluta al solito e addio.



LETTERA III.

Dove si parla di Sorrento, d'Amalfi e di Pompei.


                                        Napoli, 11 maggio 1877.

.... No, amico mio. Chi ti ha detto che è possibile, o non ha mai veduto
questo paese, o t'ha ingannato. Napoli coi suoi dintorni è l'unica terra
d'Italia, io credo, che non ha delusioni anche pel viaggiatore che ci
capiti inebriato, dopo averne sentito parlare da un pazzo! La
descrizione più pittoresca; il quadro di un pennello prodigioso; il
capitolo d'una penna sublime, impallidiscono davanti alla realtà. È così
grande questa bellezza, e tanti elementi vi concorrono che occhio e
cervello umano non possono esser capaci di afferrarla intera, non che di
descriverla. La più pittoresca descrizione che un uomo possa farne, la
ebbi l'altro giorno dalla bocca di un modesto fraticello di Camaldoli. —
Vedete, signore, — mi disse, — son cinquant'anni che tutte le mattine
vengo su questa terrazza a dare un'occhiata al Golfo, e tutte le mattine
lo guardo e mi rattrista come se non l'avessi veduto mai. — E intanto la
fresca brezza del mare mi rinfrescava la fronte, mentre affacciato alla
finestra del vagone, mi bruciavo gli occhi guardando il sole che
sfacciatamente bello si slanciava nel cielo dalle criniere dei lontani
Appennini.

Fortunatamente i miei tre compagni di viaggio erano allo stesso grado
d'entusiasmo, se no, avrebbero riso delle mie smanie. — Che festa
incantevole! che dovizia di colori e di luce! che sterminato sorriso di
natura è questo! Se Egli stesso mi dicesse di no, non ci crederei. Dio
si deve esser pentito d'essersi lasciato cadere questo pezzo di paradiso
su la terra. Per correggere lo sbaglio, ha aperto quaggiù gole d'inferno
che vomitan fiamme e minacciano distruzione da ogni parte, ma, per il
suo scopo, ha fatto peggio che a lasciar correre. — Ormai lo sbaglio è
fatto e non si rimedia, e questi abitanti ridono, cuocendo le bistecche
al fuoco delle lave, e questo mare e questo cielo e queste piante
ridono, ridono e ridono come nelle ore del chilo devon ridere i beati a
pancia all'aria, per le viottole del paradiso.

Il treno strisciando turbinoso per la pianura allargava i polmoni ad un
lungo sibilo che pareva d'allegrezza, attraversando le polverose borgate
tanto fitte tra Napoli e Torre del Greco, da sembrare una continuazione
della vecchia città. — E noi si guardava maravigliati. Da una parte il
Vesuvio che taciturno fumava la sua vecchia pipa, e sopra a' suoi
fianchi gli sterminati campi di lava che a distanza sembrano, in mezzo
al verde smagliante della campagna che li contorna, ombre immobili
portate da grosse nubi; giù nella valle, affondate in un soffice tappeto
di verdura, centinaia di casette rurali o solitarie o raggruppate
intorno a goffe chiesuole, alle quali mancavano soltanto i minaretti,
per aspettare da un momento all'altro che la voce del Muezzin si alzasse
misteriosa dalle loro cime, per chiamare i fedeli alla preghiera. E
tutti questi edifizj bruni e smantellati come avanzi d'incendio, pareva
che dicessero al vulcano: Vuota su noi le tue viscere di fuoco; non
avrai nè fatica nè rimorsi; guardaci, siamo preparati. — Ritirando lo
sguardo da questa scena secca e abbrustolita, compariva dall'altro lato
il mare biancheggiante di spuma e di vele, e in lontananza i villaggi di
Vico, Mèta, Sant'Aniello e Sorrento, tuffati fra i boschetti d'aranci e
candidi come gruppi di piume che potevan credersi quelle cadute dalle
ali degli Angeli, quando scesero ad amoreggiare colle figlie della
Terra, e poi Capri con le sue pergamene di granito, e Ischia e Procida e
la nebulosa Ponza, dietro alla quale la dubbia caligine del mare lontano
diceva agli occhi insaziabili: Ora basta.

I miei compagni erano tre: il pittore _S._ di Firenze, il _B._ di
Bologna, anche egli pittore, e la sua signora; una bella figlia della
animosa Romagna, i cui occhi bruni e lucenti stavano su quel viso
ridente come due tormaline nere incassate in un cristallo di quarzo
roseo. Chiassoni, allegri e spensierati come me; pieni di voglia di
godere, e capaci d'intendere tutto il linguaggio di quella natura
divina. Migliori compagni non avrei potuto desiderare.

Arrivammo a Castellammare. La patria dei più arditi navigatori di queste
coste, del famigerato _Duilio_ e dei più abili costruttori navali
d'Italia, è un pezzo di Napoli portato in quella cala e nulla più, ma le
montagne che le stanno a ridosso e il panorama del Golfo che si gode di
là, è stupendo. Conservo uno spiacevole ricordo di quella città. Appena
che fummo scesi dal treno ed assaltati da uno sciame di ciceroni,
ciucai, vetturini, accattoni _et cætera animalia_, m'accorsi di non aver
più addosso il portafogli. Non volevo mettere gli amici a parte del mio
disturbo, ma non avendo potuto nasconder loro l'imbarazzo, nel quale mi
trovavo e l'alterazione della mia faccia, mi domandarono con ansietà che
cosa avessi. — Mi hanno rubato il portafogli! — Ma come! ma dove? ma
quando? — Ora, ora nel momento; due minuti fa l'ho tirato fuori per dare
qualche cosa a quel vecchio.... — E ci avevi molto? — Ci avevo tutto —
Ma ti sei cercato bene addosso? — Ho frugato da per tutto e non l'ho
più. Guardate: qui, niente; qua nemmeno.... non l'ho, non l'ho più
assolutamente. Addio, amici; proseguite pure per Sorrento; io torno
indietro; divertitevi e compatitemi se.... Uno scoppio di risa sonore
interruppe le mie parole d'addio. Domandai alquanto indispettito il
perchè di quel riso e mi risposero con un'altra risata più grossa della
prima. E perchè quelle risa così crudelmente inopportune? Avevo il
portafogli in mano.

Dileguata la breve, ma rabbiosa tempesta, mi scusai ad alta voce con gli
amici, per aver loro procurato quel disturbo, e nell'animo mio chiesi
scusa anche ai ciucai, vetturini, ciceroni e accattoni castellammaresi,
dei gravi dubbj che per dieci minuti avevo avuto su la loro onestà, e
proseguii il cammino lungo la marina tutto umiliato, parendomi di
scorgere in ogni occhio languido che mi fissava, il dolce rimprovero di
Cristo a Pietro: _amice, quare dubitasti?_ Per questa volta avevo avuto
torto.

La giornata non era riuscita degna della fama di questo cielo, ma
considerato che la monotonia finisce con lo stancare, anche se del
genere migliore, non ci dispiacque punto che certi bianchi farfalloni di
nebbia, volando celeri per l'aria come cigni giganteschi, ci
riparassero, di quando in quando, dalle carezze un po' troppo calde d'un
sole, che mezz'ora fa aveva arrostito le palme di Siria; ma altri nuvoli
un po' troppo compatti e forse troppo terrestri, ci facevan pagar caro
il benefizio di quelli aerei.

Il nuvolo dei parasiti ambulanti che ci ronzavano d'intorno, pigolando
vigliaccamente l'eterno soldo, era anche troppo nauseante, e siccome tra
questi brillava molestissimamente l'ottava piaga del genere umano,
voglio dire un vetturino che non si chetava mai, mai alla lettera, di
offrirci i suoi _disinteressati_ servigi, e che ci avrebbe seguiti
indubitatamente fino a Sorrento, invitandoci nella sua vettura, se ci
fosse piaciuto di far la gita a piedi, insaccammo finalmente nella sua
carrozza che, del resto, era comoda e bella, e ci mettemmo in cammino
per la desiderata Sorrento.

Attraversato rapidamente il breve piano della marina di Castellammare,
incomincia subito lo stupendo tratto di strada incassato fra dirupate
scogliere. Questa via per me è quella che contribuisce essenzialmente
alla grandissima e giustificata fama delle bellezze di Sorrento, il
quale di per se stesso altro non è che un meschino e sparpagliato
villaggio che, abbordato dalla via di mare, piuttosto che soddisfare al
desiderio del visitatore, mostrando una bellezza sorridente, gentile ed
intonata col grato effluvio de' suoi cedri fioriti, presenta invece
l'aspetto d'un castello da burattini, collocato in cima a un rozzo
muraglione ciclopico. Il Sorrento dei poeti non è Sorrento, ma la strada
che conduce a Sorrento.

E questa strada è maravigliosa. È un succedersi continuato di punti di
vista uno più stupendo dell'altro. Dopo aver attraversato un tratto di
via di un orrido pittoresco, irto di scogliere maestose e di precipizj,
in un momento ci troviamo in fondo a graziose vallicelle, in una specie
di giardini d'Armida, sparse di ameni casolari rimpiattati fra boschetti
di cedri giganteschi, sopra i quali passando la brezza del mare
c'investe e ci ricrea con un'onda di profumo e ci ricopre, con una
pioggia di petali bianchi. È una scena delle più fantastiche, è un
idillio soave della Natura cantato dalla voce del vento.

La _madreselva_ e il _glicene_ flessuosi, attorcigliandosi alle
cancellate dei giardini, s'inerpicano di balcone in balcone, e correndo
lungo le facciate delle case, vanno a nasconderle sotto una coltre di
verdura e di fiori; agave colossali, fichi d'india, palme, carubbi e
olivi dalla foglia scura come quella dei lecci, ed ai quali l'acqua del
mare bagna di spuma i tronchi sottili, slanciano le loro braccia in aria
e si affollano sull'orlo dei dirupi, sollevando le loro chiome uno al di
sopra dell'altro, come se anch'essi volessero bearsi nella vista del
mare e del paese divino che li circonda.

Che sogno fantastico, che gioja dell'anima era quella! Io me la bevvi a
larghi sorsi e mi trovai felicemente beato, ripetendomi l'ottava
dell'Ariosto:

    Vaghi boschetti di soavi allori,
      Di palme e d'amenissime mortelle,
      Cedri ed aranci ch'avean frutti e fiori
      Contesti in varie forme e tutte belle,
      Facean riparo ai fervidi calori
      De' giorni estivi con lor spesse ombrelle;
      E tra que' rami, con securi voli,
      Cantando se ne gìano i rosignoli.

I rosignoli mancavano; il resto c'era tutto.

A quando a quando s'incontrano gruppi festosi di giovanetti che vi
salutano strillando e gesticolando, invitandovi quasi istintivamente coi
loro _u bì! u bì!_ (guardate! guardate!) a contemplare la scena
incantevole che vi sta davanti. Pare che tutto brilli, che tutto si
muova, che tutto intuoni una dolcissima armonia intorno a noi; pare che
il cielo e la terra siano impazzati e che sorridano delle nostre faccie
melense perdute in un oceano di estasi contemplativa.

A brevi intervalli, una borgata piena di bighelloni inconsci del
privilegio loro dato dalla natura, d'averli fatti nascere sotto questo
cielo meraviglioso, anima il paese tranquillo che si percorre.

Tutto è intonato in questa beata regione: il cielo, il mare e la terra
rivaleggiano di splendore, di luce e di vita; l'uomo solo rimane
inferiore in questa artistica gara e quanto al di sotto! Sarò stato
sfortunato ne' miei incontri, ma quello che dico è precisamente quello
che ho visto, senza coda nè amputazioni. Le donne della campagna,
specialmente, sono addirittura brutte, e Dio sa se questa delusione è
dolorosa, quando non si dubita neanche per ombra che la Natura non abbia
voluto fare compiuta quaggiù la sua opera, popolando di angeli questa
regione divina. Dio che angioli decaduti! Sono brutti i loro visi, ma
più brutti poi se li riducono, perchè avendo il costume di tenere in
testa una pezzola che contorna loro la fronte fermandola con un nodo
alla nuca, sono costrette dai raggi cocenti di un sole mezzo africano a
tener gli occhi bassi ed accigliati, ed a guardare di sotto in su in un
modo che dà alla loro espressione qualche cosa di bestiale e di feroce.
Ah! una bella figlia degli uomini l'avrei incontrata con tanto
entusiasmo in mezzo ad una selva d'aranci! ma non ebbi l'onesta
soddisfazione. Gli uomini sono emaciati (quelli che ho visto io, veh!
perchè il caso potrebbe avermi fatto veder lucciole per lanterne),
pallidi e di forme così grossolane, che tuttora mi rimane il dubbio
d'essermi ingannato, perchè mi pare impossibile tale anomalia in mezzo
alla vita sana e gentile che spira da ogni foglia, da ogni sasso di
questo paese benedetto. Oh! Amalfi, Amalfi! In mezzo allo splendore dei
colli di Sorrento, rammentai Amalfi ai miei amici con questa
esclamazione: Oh! Amalfi, Amalfi! — Sei già stato ad Amalfi? — mi
domandarono subito. — Sì. — Diccene, diccene qualche cosa, perchè prima
di tornare alle nostre case, vogliamo andarvi anche noi. — Andatevi e
farete bene, ma andatevi dopo d'aver visto tutte le bellezze dei
prossimi dintorni di Napoli, perchè la costiera d'Amalfi vi farà lo
stesso effetto che a guardar fissi nel disco del Sole; vi troverete
abbagliati e per qualche tempo non sarete capaci di veder altro.

Se poi mi domandate in che consiste tanta bellezza, io vi risponderò
come se mi aveste domandato: perchè i poemi d'Omero sono belli? I poemi
d'Omero son belli, perchè sono belli, e se qualcuno volesse provarvelo
con altri argomenti, ditegli che non capisce nulla e non avrete
sbagliato.

Nel tragitto da Vietri ad Amalfi, uno che sia un po' facile
all'entusiasmo, corre rischio d'impazzare. E io ebbi dei momenti, nei
quali credetti di perdere il cervello da vero. La strada che corre lungo
la riviera alla metà dei fianchi di montagne scoscese, o meglio, di
enormi scogliere, in qualche tratto è sospesa addirittura sul mare
profondo, e su la superficie di questo mare, che sembra un tappeto di
cobalto, vedevo sotto di me grosse navi mercantili filare con l'intera
velatura spiegata e formicolare la ciurma sul ponte di piroscafi che la
distanza faceva sembrare immobili e piccoli come balocchi da fanciulli.
Provai la voluttà di una navigazione aerea senza l'orrore del pericolo.
Di tratto in tratto s'incontrano deserte rovine di castelli Normanni che
abbandonati all'opera del tempo cadono a pezzi, e qua e là, accucciate
fra gli scogli in mezzo a piccole oasi di verdura, solitarie casette
bianche bianche, pulite pulite, i felici abitatori delle quali salendo
alla cima del monte colgono i frutti del castagno, la pianta che segna
il principio delle zone frigide, e scendendo verso la marina, il dolce
fico d'india, il fiore d'arancio per profumare le loro stanzuccie ed i
rami della palma che incrociati su la porta di casa, allontanano i
fulmini e le streghe.

Le marine di Majori, Minori e Atrani, la patria di Masaniello, che
s'incontrano per via, sono quel che può esservi di più ameno e di più
pittoresco su la terra. Nel contemplare quei tranquilli e ridenti gruppi
di case che partendo dal mare s'inerpicano come caprette su per i dirupi
della montagna; le cupole delle loro chiese che coperte di maioliche
colorate luccicano alla luce del sole; i boschetti di agrumi che le
contornano; i viottolucci scoscesi che scendono serpeggiando fino alla
spiaggia, dove una popolazione tranquilla di pescatori lavora e canta
fra lunghe file di reti che brillano al sole, si prova una gioja
ineffabile, una pace serena, un tal senso di beatitudine che posandosi
sul core lo stringe, e lo stringe con tanta dolcezza che a poco a poco
ci sentiamo nascere il desiderio doloroso di passare su quelle spiagge
serene la nostra vita, magari anche di morirvi, quantunque l'idea della
morte sembri tanto strana su quelle magiche rive che, incontrando un
trasporto funebre, c'è da maravigliarsene credendolo una finzione. Il
giorno del giudizio, per gli Amalfitani che andranno in Paradiso, sarà
un giorno come tutti gli altri.

Come deve esser dolce l'ozio all'ombra d'un olivo d'Amalfi! In verità,
se quegli abitanti sono capaci di guadagnarsi il pane col sudore che
tutti chiamano soltanto della fronte, bisogna riconoscere in loro una
grande virtù, poichè l'unico bisogno potente che si fa sentire in quel
clima è il bisogno di non far nulla; la vita d'Adamo prima dello sbaglio
e niente più. Povero Adamo!

All'accesso di estasi contemplativa davanti a tanto lusso di quella
splendida natura, tenne dietro un altro accesso d'entusiasmo rumoroso. E
non so quello che avrei detto e che avrei fatto, se non mi avesse tenuto
in freno l'aspetto taciturno dell'unico mio compagno di viaggio che non
aprì bocca, altro che sul principio della nostra gita, per chiedermi se
gli permettevo di fare abbassare il mantice della carrozza. — Mio
padrone, gli risposi, purchè non si tenga offeso se per godermi questo
sole, scendo subito e vado a cassetta. Non me lo permise. Era un
Francese e tanto basta, per capire che doveva essere una persona
gentile; ma, del resto, non capiva nulla. Era biondo, era grasso ed era
pallido! che potevo io pretender da lui? — Ma non pare anche a lei
impossibile che questo sole abbia il coraggio di tramontare dopo essersi
veduto tanto bello nello specchio di questo mare? — mi guardava e
sorrideva. — Ma guardi Salerno, le prime catene della Calabria col suo
Cilento nevoso! ma contempli quelle isolette che si perdono quasi in un
velo di nebbia infuocata; quella casetta lassù in cima, dove pare che
non si possa andare altro che con l'ali; ma si serva degli occhi, Dio lo
benedica, davanti a quel gruppo di giovinette che ci vengono incontro
coi busti dai colori orientali e coi capelli nerissimi arricchiti di
fiori di ginestra; quei pescatori, guardi quei pescatori laggiù in fondo
in fondo che fanno matanza nella tonnara; se non vuole urlare com'ho
urlato io poco fa «fuori l'autore!» mi dica almeno che qualche cosa è
bello, che qualche cosa le piace, mi dia un segno, un segno solo
d'ammirazione, ed alla prima occasione non mancherò di raccomandarlo
alla misericordia del Signore, ma mi dica qualche cosa se no scoppio. —
Mi guardò di nuovo sorridendo, e per mostrarmi quanta parte prendeva al
mio entusiasmo mi disse che quel sole era intollerabile, e dètte
un'occhiata tenera al mantice calato. — Ebbi pietà del suo cervello; il
mantice fu tirato su ed io me n'andai a cassetta. Non ne ho l'ombra del
dubbio, io devo esser sembrato a lui un grande imbecille, ma non mai
quanto egli sembrò felice a me. Ma dove avrà rimpiattato colui i suoi
_charmant_, i suoi _éclatant_, e tutti i rimbombanti _étonnant_, coi
quali i febbricitanti figli della Gallia _étonnano_ le strade di questa
piccola Italia ammirandone le infinite maraviglie? Chi sa! Lo scusai in
parte, perchè seppi poi che andava ad annunziare ad un nipote d'Amalfi
la morte d'uno zio di Napoli. Ed infatti conobbi al ritorno anche il
nipote, il quale, viaggiando in nostra compagnia, ostentò con molta
disinvoltura un profondo dolore e si mostrò abbastanza soddisfatto della
irreparabile perdita sofferta.

Arrivammo ad Amalfi. L'arrivo d'una carrozza in quel remoto cantuccio
della terra è un mezzo avvenimento. Tutti si affollano intorno ai nuovi
arrivati; li guardano, li osservano, ma stando però a distanza e
mantenendo un contegno semplice e rispettoso; vi si offrono per servigi,
vi esibiscono indirizzi di locande, vi domandano notizie dei paese, dal
quale venite e se volete cavalcature per visitare i dintorni, ma tutto
con garbatezza di modi, con un sorriso onesto su la faccia, e....
inarcate le ciglia, amici miei, non vi domandano l'elemosina! Crediate
pure che nel trovare, uscendo di Napoli, un paese dove non ci chiedano
l'elemosina, c'è da sentirsi venire un accidente dalla consolazione.
«Signurì, u soldo» Dio eternamente misericordioso!

Amalfi, nella sua solitudine, è gaia. In mezzo a tanta profusione di
caldo, di luce e di colori, non è possibile concepire l'idea di
mestizia. Le sue case sono bianche e pulite, il mare che strepita fra le
ghiaie della sua spiaggia è limpido e azzurro come il suo cielo;
soltanto le rupi che protendono su la piccola città le loro masse brune
e minacciose, si proverebbero ad essere orride pei loro profili scabrosi
e taglienti, ma i bracci montuosi dei caseggiati che s'inerpicano su
quelle come tralci di edera bianca, e i ciuffi di verdura che ne
smussano le aspre sinuosità, le contornano, le avviluppano e se le
stringono con tanto affetto fra loro che, quasi soffocate, anche esse
son costrette a sorridere sotto un profluvio di carezze, di baci e
d'allegria.

L'unica strada di Amalfi che possa veramente chiamarsi una strada, ha
usurpato il corso del torrente che dovrebbe scaricarsi giù per la
stretta forra, dentro la quale è incastrata la capricciosa città; le
altre arterie di comunicazione non sono che lunghi e stretti antri
percorsi da scalinate, i quali s'internano bui e profondi nel corpo dei
fabbricati, dando origine ad altre scalinate secondarie, finchè non
fanno capo a qualche scosceso viottolo che serpeggiando si perde su per
i dirupi della montagna.

Non credo che fantasia di scenografo possa immaginare nulla di più
pittoresco. Nessuno dei rumorosi prodotti dell'incivilimento: carrozze,
omnibus, _tramway_, corni, trombe, e il Diavolo che se li porti, turba
la quiete serena di quelle spiagge; ed anche il vizio non deve esser
giunto laggiù alla sua ultima espressione, poichè il sangue di quei
pacifici marini è fresco e colorito. L'antica razza dei robusti e feroci
pirati non ha perduto nella discendenza altro che la ferocia; la
robustezza v'è rimasta intatta. Belle carni, bei capelli, belli occhi e
bellissimi denti, sono i connotati distintivi dei fortunati abitatori di
quella fantastica regione, uomini e donne. L'aureola di gloria che
contorna i ricordi di Amalfi, ispira anche un senso di ammirazione per
quegli umili pescatori, quando si misura con l'occhio la piccolezza di
quel nido che sembra ora di falchi, ma che è stato di aquile, di poche
aquile e dalla vita breve, ma aquile ardite che in piccolo stuolo, o
correndo sui mari o meditando sul loro inaccessibile scoglio, hanno
arricchito con le armi di fatti gloriosi le vergogne del Medio Evo, dato
alla scienza una delle più grandi invenzioni umane, la bussola, e
serbato attraverso al bujo di secolare ignoranza i codici di
Giustiniano, la più ricca eredità che sia giunta a noi dell'antico
incivilimento, e davanti alla quale ognuno dovrebbe inchinarsi
reverente, se, contrariamente al suo scopo, non servisse tuttora da
inesausta miniera di laidi cavilli alle coscienze più agguerrite che
vestan carne sotto la cappa del sole.

Chiusi con questa eresia il racconto delle mie impressioni d'Amalfi,
perchè eravamo già arrivati a Sorrento. Ti saluto, bellissima Sorrento;
ti saluto, o patria, per caso, del sublime e languido cantore degli
amori di Olindo e Sofronia; e ti saluto, o patria degli accattoni più
petulanti che si battezzino fra i quattordici milioni d'analfabeti del
regno beato! e scendendo dalla carrozza segnai sul mio taccuino:
arrivato a Sorrento il dì 10 maggio 1877 a ore 11 antimeridiane precise.
Mentre scrivevo, mi si accostò una faccia torva domandandomi: —
Eccellenza, state scrivendo le vostre memorie? — (cominciò di lì per
chiedermi _u soldo_.) — Sì, — gli risposi — e tu le tue prigioni quando
le scriverai? — «Ah! eccellenza, nun saccio a scrittura.» — E questa
risposta me la fece con tanto abbandono, con tale intrigliatura delle
pupille che mi avrebbe fatto tenerezza, se accompagnato da un suono
speciale del suo rimpianto non avessi visto un lampo della sua anima
falsaria schizzargli un palmo fuori degli occhi. Scendemmo alla marina,
visitammo i giardini e i più prossimi dintorni del paese tutti
bellissimi, e dopo andammo ad ammirare l'abitazione che fu della
Imperatrice di Russia. Che vi trovammo da ammirare? Mah! Quattro mura
che son celebri, perchè vi ha alloggiato una Imperatrice, la quale è
celebre, perchè è Imperatrice!

— Ah! signorino, — mi diceva una donnicciuola, — che gran signora era
quella! — Quando le si offriva un mazzo di fiori ci diceva grazie, e ci
guardava ridendo. — Corpo di settantamila cosacchi, non mi burlate! —
Davvero, signorino, — e mi presentò una rosa. Povere creature! abituati
a non vedersi guardare altro che in cagnesco da tutti quelli che essi
chiamano _li galantomini_, non rammentano le elemosine della danarosa
Czarina; rammentano invece i suoi «grazie» e i suoi umani sorrisi. Il
nostro cicerone che non mancava mai di levarsi il cappello e di
_eccellenzarci_ ogni volta che ci volgeva la parola, pretendeva d'esser
tanto pratico nel riconoscere di che provincia erano gl'Italiani che gli
capitavano sotto, che non sbagliava mai. Allora io lo invitai a dirmi di
dove credeva che fossi. — Piemontese, — mi rispose subito. — No. —
Lombardo. — Nemmeno. — Romagnolo. — Neanche. — Veneziano. — Meno che
mai. — Stette un po' a pensare e non gli venendo detto altro, gli dissi
che ero Toscano; e deridendo la sua presunzione, gli domandai come mai
non mi aveva riconosciuto per tale. Mi rispose: — Eccellenza, non avete
bestemmiato il nome d'Iddio e non m'avete detto _figlio d'un cane_. —
Oh! — Mandando in burla la cosa, risposi che non gli avevo detto niente
di tutto questo, perchè non me ne aveva presentata l'occasione, ma il
viso mi deve esser diventato leggermente rossiccio, quando pensai alla
gentilezza della mia Toscana così ingenuamente confutata da un cicerone
di Sorrento. —

Cercai ricordi e tradizioni del Tasso, ma non mi fu possibile trovarne
traccia. Nessuno di quei popolani seppe rispondermi quando rammentai
quel nome; nessuno canta le sue ottave, e ne fui maravigliato
ricordandomi che i navicellai del mio piccolo Arno le cantano
innamorati, rompendo la magra corrente, e i contadini delle mie
solitarie campagne le intonano a gola spiegata, facendo la foglia su la
cima dei pioppi. Il _nemo prophæta in patria sua_ a nessuno è meglio
applicabile che all'infelice poeta. Il cicerone stesso, che dopo i
dottissimi del luogo poteva esser creduto il più dotto, almeno per ciò
che riguarda le memorie storiche del paese che illustra co' suoi
spropositi, conducendomi verso la casa del Tasso mi disse che avrei
visto poco, e che la fabbrica era stata da poco tempo rimodernata,
inquantochè quel signore, del quale domandavo, era molto tempo che non
_ce stava chiù_. Indispettito di tanta stupidaggine, lo trattai
d'ignorante. Se n'ebbe per male e si allontanò ringhiando.

    Superbi, formidabili, feroci
    Gli ultimi moti fûr, l'ultime voci.

Principale scopo della nostra gita era l'isola di Capri, alla quale ci
eravamo proposti di andare, imbarcandoci sul piccolo piroscafo che da
Napoli fa le sue gite giornaliere toccando Sorrento. Ma il battello non
venne. Era domenica e la fede puritana degl'Inglesi che formano sempre
la quasi totalità dei passeggeri per una tal gita, aveva impedito al
capitano di trovarvi il suo tornaconto, facendola presso a poco a vuoto,
onde se n'era rimasto nelle acque di Santa Lucia col suo puledrino
acquatico, il quale, non dandogli biada, lascia strillare i regolamenti
e l'orario, ma non si muove. Che si fa?

Andiamo a Pompei! Fu accolta con acclamazione la mia proposta, e dopo
aver girellato qualche altro poco intorno a Sorrento, raggiungemmo la
nostra vettura e partimmo per la morta città.

Eccoci a Pompei! ecco portato alla realtà un altro de' miei sogni
dorati. Tutto quello che se ne era letto e sentito dire, diventò per noi
un inganno, appena messo il piede dentro alle sue mura, perchè Pompei è
più bella, è più attraente di tutto quello che ce ne era stato detto e
di tutto quello che ci eravamo immaginati. I miei compagni guardavano e
non muovevano labbro, percorrendo le sue vie silenziose e deserte, ed io
pure, occupato da un vago senso di piacevole mestizia, guardavo
maravigliato e tacevo. Eppure la vista di tanta desolazione non
rattrista. Bisogna che la mente del visitatore faccia uno sforzo
vigoroso, per convincersi che quelle lastre suonanti sotto i suoi passi,
e, quelle mura coperte di così allegri colori sono gli avanzi, le membra
inanimate d'un cadavere. Nessuna delle squallide e disgustose apparenze
della morte colpisce gli occhi. Più che una morta, sembra una bella
addormentata, e quei lunghi solchi formati sui selciati dalle bighe che
ve li tracciarono diciotto secoli or sono, quelle cellette, quei
letticciuoli, intorno ai quali si vedono su l'intonaco delle pareti le
tracce dei dormienti, che milleottocento anni fa si erano alzati da
quelli senza tornarvi, pare che riposandosi aspettino sempre. Ogni volta
che s'incontra qualche altro visitatore vien voglia di crederlo un
vecchio abitante misantropo, che è sceso appunto su la via, perchè gli
altri Pompejani son fuori delle mura; e l'illusione qualche volta giunge
a tal segno, che si sarebbe tentati di credere che domandandogli de'
suoi concittadini ci risponderebbe: «Sono tutti scesi stamani ad
Ercolano, ove il Divo Augusto assiste allo spettacolo di una battaglia
navale. Stasera torneranno.»

Pompei è la città che ha saputo morir meglio di tutte le altre sue
bellissime sorelle della Magna Grecia, poichè la morte violenta per
asfissia è l'unica morte che si addice alla bellezza. Sui giganteschi
ruderi di Agrigento e di Siracusa, sui loro scheletri corrosi dal tempo,
l'archeologo non può studiare che osteologia, mentre il cadavere di
Pompei ha tutte le sue membra intatte; il suo sangue è fermo, ma non ha
perduto il suo roseo colore che trasparisce sotto la pelle gentile.
L'anima è partita ed il corpo non si è corrotto.

Se si eccettuano le impalcature e le coperte delle case che erano
formate da terrazzi, quasi tutti gli edifizi di Pompei potrebbero essere
anche oggi comodamente abitabili. Gl'impiantiti delle stanze, per la
massima parte fatti a mosaico, sono tutti al loro posto perfettamente
conservati; gl'intonachi delle pareti e i loro dipinti sono così freschi
da sembrare impossibile che il Tempo e l'Oblio vi abbiano per tanti
secoli battute sopra le ali, quando ne ammiriamo la forza e la vivacità
del colorito. Molte case sono tanto compiutamente conservate, che
perfino alcune sottili e delicatissime cornici di stucco a scagliola,
lavorate a minute membrature di fogliame, di vovoli e di fusarole in
alto rilievo, vi si trovano intatte. Ed è così fresca l'aura di vita che
regna tuttora in quelle anguste ed eleganti casette che fra tutte le
immagini che dolcemente tumultuose si sollevano nel core, ultima è
quella delle strida e dei rantoli disperati delle misere vittime che
sorprese dalla pioggia infernale cadevano abbrustolite per le strette
vie o soffocate nel fondo dei sotterranei. Si ritorna invece a viver con
loro; ne vediamo le gioie intime, le pubbliche feste e par di intendere
ancora le voci allegre dei crocchi domestici, lo strepito dei festini
imbanditi nelle ricche sale di Diomede e la romba della voce del popolo
sollevarsi confusa dalle traboccanti gradinate dell'Anfiteatro.

In mezzo alla vita imbevuta di gentilezza greco-romana che si respira là
dentro, ed in tempo che si ammira stupefatti la cura che è stata presa
per il perfetto mantenimento di tante maraviglie, dispiace soltanto il
vedere come a nessuno ancora sia venuta la felice idea di ripristinare
una casa, una sola basterebbe, corredandola di tutti i suoi mobili, che
nessuno scapito verrebbe a risentirne il già troppo ricco Museo,
preparando così intero l'inganno al taciturno visitatore.

Anche la posizione, su cui si è addormentata questa città, non è quella
che noi ci eravamo immaginati e che tutti s'immaginano. All'idea di una
città sepolta succede subito l'idea o di bassura umida o di orizzonte
limitato. Non è vero. Pompei siede sul colmo di un colle; da ogni parte
l'occhio spazia in un largo orizzonte e quei bastioni di terra che ci
eravamo figurati dovessero incontrarsi ad ogni estremo delle sue vie
dissepolte, e dovessero serrarla come nel fondo di una vastissima
cisterna, non gl'incontrammo. Tutto è luce, spazio ed allegrezza quello
che si scorge di lassù. Il Vesuvio solo ha cambiato aspetto vedendolo da
quelle mura. Il Vesuvio che osservato da qualunque altra parte si mostra
sempre severo, ma non mai sinistro, veduto da Pompei è truce. La sua
massa apparisce da quel lato più scabrosa, più tormentata e più nera;
rare abitazioni si vedono soltanto giù alle sue falde e la vegetazione
manca affatto. Scendendo per la via dei Sepolcri, lo guardavo con paura
e me ne dispiaceva per lui. Il mio Vesuvio che da ogni altro luogo non
avevo mai guardato senza sentirmi battere il core dolcemente commosso,
come alla vista d'un burbero e benefico vecchio, mi fece allora
ribrezzo, e mi sentii raccapricciare come alla vista d'un omicida, che
ferocemente tranquillo fuma ed osserva il cadavere della sua vittima.

Non ci trattenemmo lungo tempo in Pompei. Accompagnati da una folla di
pensieri lontani lontani, calammo alla prossima stazione della strada
ferrata, dove una numerosa comitiva dei soliti pellegrini faceva un
baccano diabolico. Dopo un quarto d'ora, durante il quale ci fu
strappata malamente ogni poetica illusione, partimmo, ed ora eccomi qui
in Napoli a scriverti questa lettera che non voglio chiudere senza
raccontarti, giacchè mi capita la palla al balzo, un aneddoto originale
a proposito di questi pellegrini, che sono stati il mio incubo dalla
partenza da Firenze fino ad oggi.

Ne ebbi sei, maschi e femmine, per compagni di viaggio da Chiusi a Roma;
e con quanto piacere gli udissi sbuffare per tutta la via e dir male di
tutto e di tutti in tre o quattro lingue, te lo puoi figurare. Quando
fummo in mezzo al nudo squallore della campagna romana, dove il Tevere
sprovvisto di argini e di ripari, corre alla ventura per lo sconfinato
piano come un torello scapestrato, e dove la vita animale è
rappresentata soltanto da qualche sparpagliata mandra di bufali, su le
cui groppe affossate s'appollaiano in cerca di cibo gli storni, o dal
volo di una gazza che, lasciato il nido, fugge spaventata dal fischio
della locomotiva, mi abbandonavo ad una folla di tristissime
riflessioni, domandandomi se realmente mi accostavo alla Capitale d'uno
de' più inciviliti regni di Europa o piuttosto ad una colonia da poco
fondata nell'interno della Nuova Zelanda, quando uno di costoro si
affacciò allo sportello del vagone. Mandò un grido d'all'arme e subito
tutti si affollarono allo stesso sportello pestandomi pietosamente i
piedi e scuotendomi negli occhi il tabacco dei loro fazzoletti, mentre
gli sventolavano gridando: — Romà, Romà! — verso un pagliajo che avevano
preso per la cupola del San Pietro. Risi in corpo di questa scena
grottesca, e dell'osservazione che mi venne fatta in quel momento, cioè
che tutte le pellegrine hanno la barba e gli uomini no; ma risi più che
mai quando la cupola del San Pietro spuntò da vero svelta e maestosa
sull'orizzonte sereno. La guardarono fissi per qualche tempo; stettero
un pezzo a disputare, accennando verso la sua mole imponente e da
ultimo, mentre m'aspettavo che scoppiassero in un _urrà_ di
entusiastiche acclamazioni, li vidi invece tornarsene mogi mogi a
sedere, senza dar segni di vita. — L'avevan presa per un pagliajo.



LETTERA IV.

Dove si parla dei quartieri de' poveri.


                                        Napoli, 14 maggio 1877.

Quando, per la prima volta, mi dettero nell'occhio quelle numerose turbe
di cenciosi vestiti del colore della lodola, che si confonde con quello
del terreno, dentro al quale si svoltolano e che a migliaja sbucano alla
sera dai loro tenebrosi vicoli, aggruppandosi agli sbocchi di quelli
come mosche su gli usci d'una fabbrica di colla, grattandosi,
spulciandosi e spidocchiandosi voluttuosamente, mi tornò alla memoria il
verso del Belli:

    O come fa a magnà tutta 'sta ggente?

A questa domanda avevo già trovata la risposta nell'osservare come un
buon figlio della vecchia Partenope si lecchi ghiottamente le labbra,
dopo aver desinato con un torzolo di cavolo o con un cesto di lattuga,
senza pane, senz'olio, senza aceto e senza sale, e ringraziando mille
volte la Provvidenza della grazia ricevuta. Ma volli aggiungere un'altra
interrogazione, per conto mio, e la espressi formulandola per imitazione
in un endecasillabo romanesco, chiedendomi:

    O dove va a dormi' tutta 'sta ggente?

Non potendomi risponder subito, mi risposi ieri ingolfandomi attraverso
allo squallore dei loro desolati quartieri.

Se tu mi avessi visto partire per questa specie di viaggio, avresti
pensato che io andassi per lo meno a scovare una masnada di briganti nel
fondo di una foresta.

Il vestito serrato dal primo all'ultimo bottone; sprovvisto di qualunque
oggetto di valore, come sarebbero anelli, orologio, catena ec., il
portafogli appena fornito di qualche franco, e la destra
sull'impugnatura della rivoltella che mi pendeva dalla cintola, parevo
addirittura una corazzata di casimirra inglese che si preparasse a
toccarne. Guàrdati, m'era stato detto prima che venissi a Napoli, son
luoghi pericolosi. Ed io mi guardai.

Ora poi sono in grado di assicurarti che un pane di quattro libbre o una
tascata di soldi sono le uniche armi, delle quali occorre provvedersi in
simili congiunture, per aver poi tante benedizioni da volare in paradiso
di punto in bianco, anche se un accidente ci levasse lì per lì da questo
mondo, senza i conforti della religione. Rimbóccati i calzoni, túrati il
naso e vieni con me.

I vichi di quel gruppo di case addossate al colle del Pizzofalcone, che
formano il quartiere di Santa Lucia, sono cinque, lunghi ciascuno in
media una trentina di metri e larghi due, e in questi vichi si rintanano
la sera dalle quindici alle venti mila persone, il qual numero equivale
presso a poco alla popolazione di una grossa città di second'ordine.

Le case che li fiancheggiano sono alte; la luce ci filtra appena
attraverso alla enorme quantità di panni tesi ad asciugare, ed alla
miriade di altri oggetti come reti, nasse, canne da pesca, zucche,
staggi da bilance, cappotti attaccati a chiodi o spenzolati ai balconi,
ingombrando le pareti da terra all'ultimo piano; l'aria non vi ha libera
circolazione, perchè priva di sfondo dal lato della collina; il lastrico
o non esiste, o è mal connesso, o non si vede, perchè nascosto sotto uno
strato umido d'immondizie di ogni genere in putrefazione; l'aria è
grave; il puzzo qualche volta insopportabile.

Ieri volli levarmi la curiosità di fare una gita di _piacere_ là dentro
e vidi quello che ti racconto.

Appena messo il piede nel primo chiassuolo, credetti ad un tratto di
assistere ad una scena diabolica del _Macbeth_ o della _Notte di
Valpurga_. Una folla di spettri cominciò a sbucare da ogni parte come di
sotto terra, e gesticolando e parlando tutti insieme con voci rauche, in
una lingua che non intendevo, mi corsero incontro e mi si affollarono
addosso.

Il loro aspetto mi fece ribrezzo; mi tirai al muro e con un cenno
risoluto feci loro intendere che si tirassero indietro. Intesero, e
guardandomi stupidamente coi loro occhi infossati, si misero in disparte
sbigottiti e confusi a guardarmi con stupida curiosità. Allora potei
osservare tutta l'orrida realtà di quei fantasmi umani.

Erano tutte donne e la maggior parte vecchie, magre e sparute come
cadaveri. I loro visi non avevano fisonomia, o, per non dir troppo,
l'avevano, ma quella della maschera, quella fisonomia fissa, su la quale
non si riflette nessun sentimento dell'animo; fredda ed inerte appunto
come le loro anime accasciate sotto il peso enorme della più squallida
miseria. Molte erano ammalate d'occhi ed avevano la faccia deturpata da
bolle schifose o da uno strato di lordume ributtante. La loro
occupazione, in tempo che mi guardavano trasognate, come se fossi stato
una bestia rara, consisteva nel tirarsi addosso, ora di qua ora di là, i
lerci brandelli, di cui erano malamente coperte, o nel grattarsi
accanitamente la testa ficcandosi con rabbia le unghie nei capelli
infeltriti. Qualche donna giovine teneva al petto uno scheletrino umano
che piangeva o succhiava smanioso a una mammella vuota e cascante.

Soddisfatta la prima curiosità, fissai gli occhi addosso alla più oscena
di quelle miserabili, la quale appena s'accorse d'esser presa di mira,
smise di grattarsi e stese una mano d'Arpia verso di me.

— Che vuoi? — le dissi. — Mi rispose facendomi il cenno della fame col
girarsi in tondo davanti alla bocca il pollice e l'indice aperti.

— Fammi vedere la tua casa e poi ti darò qualche cosa. —

Fu come buttare polvere sul fuoco. Mi saltarono tutte addosso e, tira di
qua, tira di là, ognuna mi voleva procurare lo stesso benefizio.

— Signorino, venite a vedere la mia. — Venite con me, venite con me. —
Io io: la mia, la mia. — Ora, ora, — badavo a dire io, — ora, ora; se
darete tempo verrò da per tutto, ma non v'accostate tanto, per Dio! —

E in quel mentre cercavo di schermirmi meglio che potevo, ma non bastò.
Arrivato a casa potei accertarmi che i loro contatti non erano stati
infecondi.

Fatti pochi passi, la donna, alla quale avevo domandato della sua casa,
si fermò davanti ad un'apertura tenebrosa, di cui l'affisso ed i
pietrami cascavano a pezzi, e accennandola mi disse: — Servitevi,
eccellenza. — Mi voltai a lei facendo un atto come per dirle: — Tu
m'inganni. — Intese benissimo e insistè: — Servitevi, servitevi, passate
nel mio _palazzo_. — Aveva anche il coraggio di scherzare!

Entrai. Il suo palazzo consisteva in un'unica stanza, due scalini più
bassa del terreno. L'impiantito era formato di terra umida e di
sudiciume; il buio, fuorchè in prossimità dell'uscio, che lasciava
passare la scarsa luce colata dall'alto, era assoluto; il puzzo che
sbucava di là dentro non saprei dire di che fosse; era puzzo d'ogni
cosa, e tanto acuto e tanto grave che durai fatica a vincere la nausea
che mi buttava indietro.

Se non avessi avuto fiammiferi, neanche con la fantasia del Dickens mi
sarebbe stato possibile descrivere l'aspetto di quella sepoltura di
vivi, tanta era l'oscurità che regnava là dentro. Ne accesi uno ed
allora potei scorgere tutto il lusso asiatico del _palazzo_, nel quale
era capitato.

Il terreno era ingombro di lordure d'ogni genere; le pareti e il palco
erano coperti di ragnateli e di una patina lucida e viscosa; la mobilia
consisteva in qualche pietra che teneva il posto di seggiola rasente al
muro ed in un pagliericcio color del terreno, steso in un canto.

Una figura umana, rintanata nell'angolo più buio della stanza, mi dette
nell'occhio. Le andai incontro per osservarla con passo lesto, perchè
non vedevo l'ora d'uscire dal tanfo che mi levava il respiro, quando
sentii partire da quel mucchio d'ossa e di sozzure una voce rantolosa
che diceva qualche parola che non intesi. — Chi è? — domandai a quella
donna che mi accompagnava. — _Vavama_ (la mia nonna) — mi rispose — che
vi dice che gli avete scacciato le _zoccole_ (le talpe). — Guardai per
terra e vidi infatti qua e là alcune talpe grasse bracate che sedute
dignitosamente si lustravano le basette, aspettando che quest'importuno
avesse loro levato l'incomodo. M'impostai per dare una pedata a quella
che m'era più vicina, ma la vecchia mandò un grido fioco e disperato. —
Che t'è seguito? — le domandai. — Non le scacciate, — mi rispose
brontolando, — non le scacciate, son creature di Dio anche loro.

— Ma come! E saresti proprio affezionata a quelle bestie? — Son
trent'anni che ci ajutiamo fra noi, signorino. Date un soldo a questa
povera vecchia, — e stese verso di me un braccio mummificato. In tempo
che mettevo mano a tasca, la volli osservare. Era cieca da un occhio; la
carne del suo viso e delle sue braccia era a squamme color del tabacco
per una malattia della pelle; aveva una larga piaga in una gamba, che
non le permetteva di camminare, onde senza muoversi dal sedile di pietra
su cui stava da qualche giorno, faceva lì i suoi pasti luculliani e lì
intorno deponeva i suoi escrementi. L'amicizia delle talpe non era tutta
disinteressata.

Non credere, amico mio, che ti racconti novelle. Ti scrivo, è vero,
dalla Magna Grecia, ma la mia, lo sai per prova, non è — _græca fides_.
—

Su quel pagliericcio ammuffito veniva a dormire la sera il resto della
famiglia, composta di otto persone. Due le avevo conosciute, le altre
sei, quando io mi trovavo là dentro, erano per le vie di Napoli a
_guadagnare_ la giornata. Gl'inquilini di questo maraviglioso locale
pagano nove lire al mese! Eppure nessuno ancora si è dato per inteso di
questa specie di crudele rapina!

Appena ebbi messo qualche soldo nella mano della vecchia, cominciò un
baccano diabolico nel gruppo di donne, che affollate mi stavano ad
aspettare su la porta, per voler qualche cosa anch'esse. Uscii fuori
inorridito, presi una larga boccata d'aria meno peggio e promettendo
soldi a condizione, seguitai con le altre megere il disgustoso
pellegrinaggio. Non starò a farti una descrizione particolareggiata di
quello che vidi in appresso, per non allungar troppo questa lettera, ma
per sommi capi cercherò di dartene una idea.

In una specie di _fondaco_ che esiste nell'interno di questo vico, dove
i piani terreni o _bassi_ sono tutti dello stesso genere di quello che
ti ho descritto, volli salire ad un primo piano e per una scoscesa
gradinata che molti anni addietro deve esser sembrata una scala, capitai
in un vespaio di altre spelonche fetide e buje. Traballando ora per gli
avvallamenti dell'impiantito, ora per aver inciampato in un monte di
spazzatura, in uno de' soliti pagliericci stesi per terra, feci un giro
alla lesta, perchè il tanfo e il caldo umido mandato dai corpi d'una
moltitudine d'infelici che languivano là dentro, era insopportabile. Nel
fondo d'uno di questi antri mi arrivò al core una voce fioca e
lamentevole. Cercai con gli occhi nell'oscurità, ma non potei scorgere
l'infelice che la mandava. Domandai allora di che si trattasse. Mi fu
risposto: — È una povera partoriente che chiede la vostra carità. —
Sola! — osservai. — No, guardate, ci stanno d'appresso due comari. —

Mi fecero premura perchè la vedessi, ma con qualche scusa potei scansare
quella vista dolorosa. Domandai soltanto se fra quelle donne che
l'assistevano v'era la levatrice, ma non intesero nemmeno il vocabolo.
In un'altra stanza trovai un bambino di tre in quattro anni addormentato
sopra un mucchio di spazzatura. Mi chinai ad osservarlo alla luce d'un
fiammifero, e vidi che aveva le gote nere affatto dalle cimici; i
capelli poi si muovevano addirittura sotto il brulichìo di altri
insetti. Fui scosso tanto dolorosamente da quella vista che, vinta ogni
repugnanza, mi chinai e con una mano mi misi a pulirgli le gote. La
madre, che fino allora io non aveva saputo qual fosse, in mezzo
all'orrida tregenda che mi faceva ala e corteggio, mi si avventò
furibonda al braccio, gridando come una cornacchia e me lo tirò
indietro. Io m'alzai indispettito e la guardai arcigno. Essa mi ficcò in
viso due occhi che schizzavano faville di rabbia, e alzando i pugni in
aria di minaccia, mi disse, digrignando i denti e tremando di rabbia,
che non toccassi la sua creatura. Alcune donne del gruppo ed un vecchio
che avevano capito la mia intenzione, furono subito intorno a noi,
cercando persuaderla, ma su le prime non fu possibile farle intender
ragione; seguitò a guardarmi inferocita ed a gridare che non toccassi la
sua creatura.

Allora nacque un bisbiglio diabolicamente animato. Chi la riprendeva per
me, chi per lei. Io pure m'adopravo a dire le mie ragioni, ma predicavo
al deserto, perchè non ero inteso; ma finalmente le vidi ammansire la
collera e, dopo poco, accostossi a me raumiliata, quasi a chiedermi
scusa, pregandomi però di non toccare il suo figlio, perchè aveva la
febbre e appena desto, si sarebbe messo a strillare. Io cedei volentieri
alle sue preghiere, e feci le viste di credere a quanto mi diceva, ma
dalla scena violenta che aveva avuto luogo senza un motivo plausibile e
dalla paurosa diffidenza, con la quale seguitò a guardarmi, non mi ci
volle molto per capire che il timore della jettatura avea suscitato quel
disgustoso parapiglia.

Che impasto orrendo di stupidità, d'amore e di ferocia!

Visitai anche gli altri chiassuoli e da per tutto lo stesso umido, lo
stesso fetore, la stessa nuda miseria.

Una vecchia che stava seduta come un orso spelèo su la soglia della sua
tana, rosicando una lisca di pesce, raccattata poco fa fra i rigetti
d'un'osteria, fermò la mia attenzione e le chiesi di visitare il suo
appartamento. Sul principio mostrò diffidenza e restò un pezzo a darmi
risposte evasive, squadrandomi sospettosa da capo a piedi. Ma
finalmente, persuasa dalle mie dolci compagne, mi fece segno che
passassi. Il suo letto era una vecchia imposta d'uscio su due seggiole
sconquassate. Finsi di non credere che essa dormisse lì sopra e intanto,
ricordandomi della nostra comune amica signora X, la quale stette tre
notti intere senza chiuder occhio, perchè il tappezziere tardò a
riportarle il suo letto di piuma con le molle che aveva preso ad
accomodare, sentii un sorriso doloroso passarmi su la faccia.

Alla vecchia non sfuggì il mio sorriso che credè fatto per sè. Allora
per darmi una prova evidente di quanto mi asseriva, distese sopra
all'imposta qualche straccio che andava raccattando qua e là per la
stanza, ed una stuoja di giunchi ridotta in brani, e quando ebbe tutto
disposto, giurandomi su la Madonna che quello era il suo letto, e
stendendo le braccia verso un immagine che pendeva irriconoscibile ad
una parete, vi si sdrajò supina, mandando un _Oooh!_ lungo lungo di
compiacenza. Quando fu scesa mi disse che provassi a sdraiarmivi
anch'io, ripetendomi che non vi si stava poi tanto male, quanto pareva
che io mi fossi immaginato. Come puoi credere, non feci altre
osservazioni in contrario, anzi per liberarmi dalla terribile prova,
convenni addirittura che per lo meno nell'estate doveva essere una
fortuna l'avere un letto così ventilato e salubre. E a lei non balenò
neanche l'idea che io scherzassi, perchè indicandomi un spazio libero in
terra, in mezzo a due letti che erano in fondo alla stanza, mi disse: —
Guardate, signorino, chi starà peggio di me stanotte! — E mi raccontò
che essa, con gli altri quattordici inquilini della stanza, faceva la
carità ad una vedova che rimasta sul lastrico per la morte del marito,
sarebbe venuta per qualche tempo a dormire lì sul terreno nudo coi suoi
cinque figlioli, il maggiore dei quali aveva dodici anni. Non rifiatai;
la vecchia aveva ragione.

Eh, Dio mio! Ma se volessi seguitare a raccontarti di questi graziosi
episodj non la finirei più.

In un sottoscala, al solito buio, trovai una giovinetta orfana di circa
sedici anni, che preparava il desinare per sei fratellini e sorelline
tutti minori a lei. Questo desinare si componeva di _ventidue_
chiocciole che bollivano in una pentola sbocconcellata, e di altrettante
castagne secche che aveva date a rinvenire ad una sua vicina, perchè a
lei mancava un recipiente qualunque per fare quella operazione. I sette
fratelli e sorelle dormivano sopra un pagliericcio tanto corto e tanto
stretto (non dico tanto lercio, perchè si sa) che appena due esili
persone ci sarebbero potute entrare rannicchiandosi. Come avranno fatto
a entrarvi tutti? Non lo so. E le conseguenze di questo guazzabuglio
mascolino e femminino? Maestro Raffaele, non te ne incaricà. Eh! ma n'ho
viste anche delle peggio, e di queste ti parlerò a voce al mio ritorno.

Ho visitato anche la famosa grotta alle Rampe di Brancaccio. È una
caverna, divisa in quattro o cinque ambienti, tutti in comunicazione fra
loro, scavata nel tufo della collina.

È una specie di caverna ossifera; una tana da coccodrilli, dove una iena
morirebbe di puzzo e di paura. Eppure anche là dentro, accatastate alla
rinfusa, fra le tenebre rotte soltanto qua e là da due o tre aperture,
mi pare, e non più, tra 'l puzzo de' cessi aperti a capo dei letti, e
l'umidità che cola dalle pareti, languiscono quaranta famiglie composte
di circa dugento individui, che hanno il coraggio di sorridere e di
scherzare. Vi fu un giovinotto, il quale conducendomi attraverso ad una
quarantina di letti divisi fra loro da cenci d'ogni colore distesi su
corde, volle menarmi in ogni modo a vedere quella ch'ei chiamava la sua
_galleria_, cioè il ramo di caverna, dove aveva il suo letto, e seguitò
a scherzare chiedendomi scusa se non apriva «le finestre che non
v'erano.» Una cosa sola mi fece maraviglia là dentro, e fu di non
trovare che un solo malato, un povero operajo d'un grado un po'
superiore ai suoi rumorosi coinquilini, il quale vergognandosi di me,
stette sempre rannicchiato nel suo canile, nascondendosi la faccia fra
le mani.

Ma se avessi avuto almeno il gusto di sentirmi dire una insolenza, di
sentirmi lanciare un insulto su la mia faccia di salute o su i miei
abiti decenti, sarei escito di là dentro meno disgustato. Ma nulla!
Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosa da ogni parte; nulla
che mi facesse intendere che erano uomini anch'essi. E tale
l'abbattimento fisico e morale di questi infelici, che non sanno
comprendere, nonchè aspirare ad un miglioramento qualunque delle loro
misere condizioni. L'abitudine di vivere in quello stato è così
profondamente radicata fra loro che, anche arrivando o col lavoro o con
la camorra a conseguire i mezzi per liberarsene, non lo fanno.

Jeri visitai anche i centri del Pendino e del Porto, l'Imbrecciata ed
altri simili letamai, e da per tutto le stesse delizie: bujo, fetore,
umido, cessi rotti, fogne traboccanti, erpeti, oftalmie, piaghe, tigna,
glandule ed altre gioie dell'umanità su larghissima scala in mezzo alle
quali, non un numero ristretto, ma migliaja e migliaja di tribolati,
come animali immondi, languiscono in silenzio ed in silenzio muojono,
rassegnati alla sorte che la società ha voluto loro serbare. Vidi un
giovinetto, al quale mancava un occhio che gli avevan mangiato le talpe
da piccolo. In un'altra stalla umana che trovai, non mi rammento in
quale altro quartiere, ma mi pare di certo nel Vico Grotta a Santa
Lucia, mi fu raccontato che circa quattro anni fa una madre, dopo aver
lasciato solo per qualche ora un suo figliolino in fasce, lo trovò
ammazzato da queste stesse talpe, che gli avevan rosicato il naso e le
labbra. A te farà ribrezzo e maraviglia il sentir dire di queste cose; a
me, sì, fa ribrezzo, ma in quanto a maraviglia, neanche per ombra. La
maraviglia dopo aver visto di che si tratta, la provo soltanto nel
pensare come di questi fatti non se ne ripetano in maggior quantità, e
come non nasca una pestilenza o una lebbra da infettare anche i
pipistrelli, che a mezzo giorno svolazzano là dentro ingannati come in
pieno crepuscolo. Ma dunque, tu mi domanderai, non ci sono ricoveri, non
ci sono case ospitaliere? Sicuro che ci sono! ma quando tu le avessi
viste, capiresti come la maggior parte di quelle non siano tali da
invogliar troppo i miserabili, e come alcune poi non valgano da vero la
libertà che rimane a questi disgraziati, di potere almeno sguazzare nel
sudiciume natìo senza rimanere obbligati a nessuno, o crepare di stento
a loro comodo, per andarsene dopo a battere in pace l'ultima capata
nelle cisterne del Camposanto Vecchio. Ci sono anche le case da operai.
Sicuro che ci sono! Ne fu costruito un gruppo assai grosso sulle altura
di Capodimonte, ma quando furon finite, parvero tanto belle anche
agl'intraprenditori di quel lavoro, che crederon bene d'andar essi ad
alloggiarvi. Ma dunque nessuno, proprio nessuno s'occupa di questa
inezia? Questo non saprei dirtelo; so che intanto si fanno molti e
graziosi giardinetti lungo la marina; so che si profondono candelabri a
gas dove non ve n'era assolutamente bisogno; e allora vedrai che qualche
cosa scapperà fuori, giacchè quando si vede molto fumo per la casa, si
può star certi che un po' d'arrosto, o prima o poi, comparirà anche in
tavola.

L'unico essere, il quale s'occupi sul serio della questione e che
provveda instancabilmente abiti nell'inverno, medicamenti e
disinfettanti nelle altre stagioni, e cure e carezze di ogni maniera,
con quell'amore, con quell'affetto disinteressato che qualifica il vero
filantropo, è questo Sole; Lui! questo meraviglioso assessore d'igiene,
che da tanti secoli brilla benefico su le miserie dell'umanità, senza
aver ancora trovato un cane che vi soffi e lo spenga.



LETTERA V.

Dove si parla della festa di Montevergine.


                                        Napoli, 21 maggio 1877.

Una di queste mattine, avanti giorno, fui destato in sussulto da una
forte botta d'arme da fuoco esplosa a pochi passi dalla mia casa. Mi
alzai sul letto; stetti un po' in orecchi.... silenzio perfetto. Un
suicidio! pensai, e il cuore mi batteva forte forte, immaginandomi la
vittima là, in mezzo alla via, boccheggiante nel proprio sangue. Che
faccio? mi vesto? vado alla finestra? corro nella via? e intanto
rimanevo inchiodato sul letto a pensare. Chi sa? qualche amore
sfortunato.... qualche cambiale in scadenza.... qualche.... Un altro
colpo sparato proprio sotto la mia finestra, mi fece fare uno schizzo
che mi alzò un palmo su la materassa. Due omicidj! e nel tempo stesso
udii dei passi accelerati nella via che nel momento mi fecero credere ad
una aggressione, ma il non aver udito nessun grido, nessun lamento....
Un altro scoppio più forte dei primi! Oh! tre omicidj poi a quest'ora mi
cominciavano a parere un po' troppi! Ma pure tante esplosioni in così
breve spazio di tempo, a quest'ora.... Mi parve sentire qualche leggiero
rumore nella camera accanto, dove dormiva la mia padrona, e chiamai: —
Donna Maria? — Donna Maria, avendo supposto la ragione della mia
chiamata, dètte in un solenne scoppio di risa e mi domandò: — Avete
avuto paura? — Sì; o che è stato? — Fanno allegria per la festa di
Montevergine, non temete di nulla. — Montevergine.... Montevergine! Non
occorse che mi dicesse altro. Avevo tanto parlato e sentito parlare di
questa festa e tante volte avevo fatto proponimento di andarvi, che
pochi minuti dopo ero al tavolino con la candela accesa davanti,
l'orologio da una parte, l'orario delle strade ferrate dall'altra e il
lunario nel mezzo facendo studj comparativi, dei quali ognuno può
intendere facilmente la profonda gravità. Erano le 4; il treno per Laura
ed Avellino partiva alle 5¼, un po' di colazione trovando un caffè
aperto bisognava farla in tutti i modi, dunque non c'era tempo da
perdere. — Che vi levate già? — mi domandò la padrona, sentendomi
romicciare per la camera. — Vado a Montevergine, Donna Maria. — Fate
bene; Dio v'accompagni. — V'occorre nulla di lassù? — Dite una _Salve
Regina_ anche per me a quella bella Madonna. — Fate conto d'avergliela
già detta da voi. — Dio ve ne renda merito. — Addio, Donna Maria. —
_Stateve buono._ — E mi sbacchiai dietro l'uscio di casa.

Posta a guisa di sella su la groppa di una montagna a sei chilometri
circa da Avellino è la pittoresca borgata di Mercogliano notabile anche
storicamente per il doloroso ricordo dell'eccidio che lassù fu commesso
nel 1799 di un drappello di soldati dell'infelice Championnet, dei quali
si trovano anche ora le misere ossa scavando negli orti del villaggio, e
per la morte che vi trovarono nel 1821 gli ufficiali napoletani Morelli
e Silvati, i quali, essendo corsi con la loro truppa a dar man forte ai
Carbonari colà riuniti, furono presi dopo un breve combattimento e
fucilati all'istante su la piazza che ora porta i loro nomi onorati. Ah!
quanto sangue è costata questa Italia alla canaglia, perchè se la
godessero poi le persone per bene! ma lasciamo correre e diciamo
piuttosto che la Badia di Montevergine, la quale sta sopra a Mercogliano
in vetta ad un picco di granito, ha pure una storia ed una leggenda
assai degne di nota.

Di lassù, dall'antico _Mons Virgilianus_, dove nei tempi pagani sorgeva
un tempio a Cibele ridotto poi a chiesa cristiana, fu nell'anno 1497
portato in Napoli il corpo di San Gennaro, che dal cardinale Caraffa
venne poi proclamato protettore della città, facendolo succedere così
con la sua boccetta di sangue a Virgilio mago, ed all'altra boccetta di
Porta Capuana tenuta fino a quel tempo come il palladio della città.

Nella chiesa di Montevergine trovansi ora esposti all'adorazione: una
immagine bizantina di Madonna dipinta, come dicono, da San Luca ed il
braccio col quale il santo la dipinse, portativi nel 1310 da Caterina II
di Valois, reduce da Costantinopoli, che ivi è sepolta con suo figlio.

Questo è il Montevergine, verso il quale io m'incamminai tutto allegro e
curioso e dove per tre giorni consecutivi accorrono ogni anno con sfarzo
clamoroso di cavalli, di veicoli, di vesti, di provvisioni da bocca e,
se vogliamo, anche di devozione, venti o trentamila popolani grassi di
Napoli.

Arrivato ad Avellino, dopo avere attraversato allegre e feraci campagne,
coperte d'una vegetazione quasi tropicale e dove, in mezzo ad una
fantasmagoria di quadri uno più dell'altro pittoresco, altro non sentivo
mancarmi che il mare ed il Vesuvio, presi appena tempo per dare una
occhiata alla graziosa città, perchè il tempo minacciava un po' d'ogni
cosa, con apparato solenne di vento, fulmini e tuoni, e insaccatomi solo
in una discreta carrozzella, pronunziai al vetturino la magica parola,
per la quale da un'ora mi seguiva a passo a passo come la mia ombra: — a
Mercogliano! — D'Avellino non posso dirti quasi nulla, perchè ebbi
appena il tempo di girarla a corsa per non correre il pericolo di
trovarmivi imprigionato dal pessimo tempo. È una piccola, ma ridente
città, che sorge in mezzo ad un ubertoso altipiano incassato fra
montagne scoscese e severe. Il vino vi è buono, l'aria eccellente, le
strade ariose e assai bene selciate; il clima mite e gli abitanti non lo
so. Vi sono due belle piazze, qualche monumento ed un magnifico viale
alberato che serve come pubblico passeggio, e per il quale il mio
Automedonte si slanciò a trotto precipitoso per arrivare, se era
possibile, a Mercogliano prima della burrasca che verso sera ci
rincorreva brontolante e minacciosa. — Hai un gran bravo cavallo! —
Eccellente introduzione per cattivarsi l'animo d'un vetturino, quando si
vuole attaccar discorso. Mi accennò di sì con un sorriso angelico e con
un dolce movimento della testa.

Avendo così di volo sentito dire della ruggine che esisteva fra
Mercoglianesi ed Avellinesi, volli tastare il mio egregio Febo, per
passare meno peggio il tempo e: — E tu sei d'Avellino? gli dissi. —
Credei ad un tratto d'avergli domandato: — Siete voi cristiano? — perchè
a bruciapelo mi rispose un — Per grazia di Dio — da buttarmi in terra.
Ah! è inutile: se hai bisogno di dieci campanili, sbuzza dieci Italiani
e gli avrai subito con le campane e tutto.

— E Mercogliano, dimmi, è veramente un bel paese? —

— Lo vedrete.

— Ma a te piace, vi staresti volentieri?

— Io! — Ma quell'_io_ lo disse con un movimento tanto energico di tutta
la persona, che la cuspide del campanile gli deve aver battuto di certo
nel palato.

Così seguitammo un pezzetto a parlare di varie cose e stetti con grande
attenzione ad ascoltare i suoi racconti, dei quali il più bizzarro mi
parve la storia di un certo santo, di cui ho dimenticato il nome e che,
_temporibus illis_, fu dai Mercoglianesi rubato a quelli d'Avellino per
gelosia de' gran miracoli che faceva. Ma l'onesto taumaturgo, per
mostrare il suo sdegno a coloro che avevan commesso il sacrilego ratto,
seppe rifiutarsi con tale insistenza alle preghiere de' suoi nuovi
devoti, che finalmente i poveri Mercoglianesi, inaspriti fino al
trabocco, lo rimandaron via _ipso facto_, fra i fischi e le sassate
della plebaglia, che lo rincorse facendogli dietro la bajata. —

Ma l'originalità della nostra conversazione giunse al colmo, quando il
mio nobile auriga mi si confessò di punto in bianco ateo.

Ateo! Ah! come me la godo, come me la godo! o di dove diavolo è
scaturito questo Lucrezio a cassetta? Ma un ateo tutto d'un pezzo con la
frusta in mano mi pareva impossibile, ed infatti, dagli, picchia e mena,
fruga di qua, fruga di là, ed ajutato dai primi goccioloni e da una
razzaia di saette che cominciò a serpeggiarci su la testa e d'intorno,
la magagna la trovai, facendogli confessare che per San Modestino, quel
santo medesimo che fu scacciato tanto brutalmente da Mercogliano, ora me
ne rammento, aveva una devozione speciale. — Per lui solo, veh! — Ah!
s'intende bene, — risposi io; e intanto che l'uragano ci pigliava nel
mezzo, lo vedevo trinciare segni di croce e scappellature, bada davanti,
ad ogni saetta che guizzava come una lingua d'aspide intorno alla sua
persona sacrilega. — Ah! sciagurato, che cosa hai fatto! — Che ho fatto?
— Guarda come siamo conciati per colpa tua! guarda che grandine su i
raccolti di questi poveri cafoni che avrebbero ragione di mangiarti il
core se sapessero.... — Ah! Madonna, Madonna santissima di Montevergine!
— Che è stato? — Una saetta aveva picchiato proprio in un albero alla
distanza d'una ventina di passi davanti a noi. Il cavallo s'era fermato
a secco, il mio egregio ateo era sceso da cassetta con un gran lancio ed
era venuto a rifugiarsi sotto il mantice accanto a me, tutto tremante
dalla paura e masticando giaculatorie precipitosamente. — E ora
seguiterai sempre a non credere in nulla? neanche in quest'acqua che
pare il diluvio universale? — Credo in ogni cosa, signore, credo in ogni
cosa. — E allora come mai dianzi ti vantavi tanto? — Si fa per dire,
signore, si fa per dire. — E il mio egregio ateo, modificato sotto
l'azione del fulmine e ridotto ozono credente da ossigeno ateo che era,
mi raccontò che novantanove per cento la causa di quell'uragano era
qualche birbante che aveva portato seco della carne a Montevergine. —
Come, come! a portar carne a Montevergine...? — Sì signore, a portar
carne lassù, viene la tempesta. — E ci credi? — Signore, è la verità! —
Sei un eroe! e giacchè è smesso di piover forte, torna al tuo posto e
andiamo, chè non voglio far notte per la strada; animo! —

E il buon Lucrezio tornò mogio mogio a cassetta, tutto tremante,
seminando i frasconi fradici come uno zimbello cascato nel beriòlo.

Arrivammo sani e salvi a Mercogliano che il cielo s'era rifatto tutto
sereno, e dopo avere attraversato il paese per quasi tutta la sua
lunghezza, in mezzo ad una enorme folla impillaccherata dai piedi alle
punte dei capelli, giunsi alla casa dei miei ospiti, dove fui ricevuto
in un modo per me anche troppo lusinghiero. Queste eccellenti persone
che non mi conoscevano nè punto nè poco, appena ebbi loro mostrato un
piccolo talismano in forma di biglietto di presentazione, mi accolsero
con quella ospitalità larga, piena e spontanea, la quale, almeno per noi
persone civili, è diventala ormai qualche cosa che va cercata come il
fungo porcino: O ne' boschi o nulla. — Fate il vostro comodo, signore, e
finchè vi piacerà trattenervi con noi, sarete parte della nostra
famiglia. — Così mi disse il capo di casa, lasciandomi su la soglia
della cameretta che mi aveva destinata. — Io conservo di queste care
persone il più affettuoso ricordo. —

La vetta dell'Appennino, sulla quale è situata l'Abbazia di
Montevergine, era l'unico mio scopo, ma fino alla mattina dipoi non mi
era possibile andare, essendo già vicina la notte.

Mostrai allora desiderio di scendere in paese ed infatti accompagnato
da' miei buoni ospiti, me n'andai a dare una occhiata al grosso
villaggio di Mercogliano e ad ammirare la folla, che tumultuando per le
vie e crapulando per le case e per le bettole, si preparava umanamente
allo spirituale viaggio. Il trambusto che regnava allora nell'unica via
lunga, storta e scoscesa, era spaventoso. A molte finestre sventolavano
bandiere con immagini di santi, iscrizioni e rabeschi, le quali
indicavano sfida alla folla da parte dei così detti poeti
improvvisatori, dei quali ogni decorosa comitiva ha il dovere di portar
seco almeno uno da Napoli, perchè canti le lodi delle sue donne e de'
suoi cavalli, e perchè descriva le avventure della gita, e le
scarrierate e le strippate fatte lungo la via, difendendosi poi dagli
attacchi di chi negasse la verità di quanto egli va cantando. Alcuni di
questi poeti, seduti sui davanzali delle finestre, con le gambe
spenzolate, il viso acceso e il bicchiere alla mano, erano già alle
prese con la marmaglia, la quale applaudendoli se arguti, o fischiandoli
se sciocchi, berciava dalla via e smanacciava alternativamente e senza
riposo. E in mezzo a tutto quel frastuono, non un suono piacevole, non
una voce simpatica, un'armonia di strumento gradito che rallegrasse gli
echi della pittoresca montagna! Rumore, rumore, eppoi rumore, e in mezzo
a questo rumore: insegne di venditori, cartelloni di saltimbanchi, tele
dipinte di cantastorie, tende su i carri, bastoni forcuti, pali e mille
altri arzigogoli si vedevano correre ed agitarsi al vento sopra la
folla. E tutto questo quadro fantastico nuotava in un ambiente di fumo
denso denso, che portato giù dai camini dal vento temporalesco, o
sollevandosi dalle padelle strepitanti dei numerosi friggitori occupati
per la via, avviluppava la salvatica scena dentro un folto velo di
puzzolente caligine. I lati dell'unica strada erano, alla lettera,
assiepati di vetture d'ogni genere, di cavalli, di muli e di somari, che
la ristrettezza dei locali non permetteva di mettere al coperto,
formando due lunghe file interrotte soltanto dinanzi ai banchi di
venditori di zoccoli, immagini di santi, banderuole, rami di abete,
penne colorate, secchioli di legno ed altri fronzoli, tutti oggetti
aventi un significato attinente alla solennità festeggiata e dei quali
ogni fedele faceva acquisto, per ascendere alla sacra montagna e per
riportarli poi a Napoli come ricordi del compiuto pellegrinaggio. Fra le
due file di veicoli e di banchi, restava libero uno spazio di strada
capace appena di dar passaggio ad una carrozza, ed in questo spazio
circolava a stento la folla compatta ed ululante. Eppure ad ogni momento
un veicolo tirato da focosi cavalli carichi di penne, di campanelli e di
nastri, animati dalle grida e dagli scoppi di frusta d'un ossesso
guidatore, andando alla carriera come nella strada più spaziosa e
solitaria, passava turbinando. Un eccidio di gambe e di costole pareva
imminente, ma tutti sapevano tanto ingegnosamente badarsi, che la
furibonda meteora passava senza intoppi disastrosi e l'allegro vocìo non
era interrotto per nulla, anzi in quei momenti era fatto più festoso e
maggiore dalle acclamazioni entusiastiche e dagli evviva ai nuovi
arrivati. Un chirurgo vi avrebbe fatto la figura di Tantalo. Giudico che
l'egoismo di questa gente debba essere il gran talismano che li preserva
dai pericoli. Ognuno pensa tanto alla propria salute e tanto poco a
quella degli altri, che ne resultano gl'identici effetti, come se
ognuno, senza badare alla propria, cercasse soltanto la salute altrui.
Quando il resultato finale torna, anche se il problema è impostato male,
accettiamolo e cantiamo le Lodi della Provvidenza.

Portato in collo piuttosto che camminando, mi trovai in fondo al paese a
respirare un po' liberamente sopra un piazzale erboso, presso al quale
mi fu indicato il punto della via che viene da Napoli e dove qualche
anno addietro, durante il tempo della festa, stavano sedute non rammento
se due o più persone incaricate di aggiudicare un premio d'onore
all'equipaggio che meglio di tutti e più riccamente compariva addobbato,
o al guidatore che faceva il suo ingresso nel paese, percorrendo a
carriera la lunga e ripida salita che lo precede. Chi mi faceva il
racconto di questa particolarità, deplorava che tale cerimonia fosse
andata in disuso, tanto più che era divertentissimo, mi diceva, il
vedere ogni tanto qualche cavallo che spossato dall'eccessivo strapazzo,
appena arrivato, cadeva morto attraverso alla via — Che peccato che una
così _graziosa_ usanza sia stata dimenticata! — dissi al mio nuovo
amico, e la mia nobile esclamazione commosse dolcissimamente quelli che
l'ascoltarono.

In fondo a questa piazza si trova la chiesa parrocchiale, un edifizio
qualunque che non richiamò la mia attenzione altro che per il tumulto
che faceva il popolo davanti alla sua porta. Non avendo potuto
incontrare ancora nulla che mi facesse accorgere di trovarmi in mezzo ad
una radunata di popolo che si preparava a festeggiare una solennità
sacra, fui contentissimo di quella vista e m'incamminai pieno di
curiosità verso quella parte.

A rischio di farmi stroncare le costole, potei penetrarvi. Se hai visto
far la ruffa ai ragazzi, quando qualche vigliacca creatura si diverte a
buttar loro soldi nella via, ti sarà meno difficile farti una idea della
pietosa gazzarra che si faceva là dentro dai fedeli lottatori. Dico
lottatori, perchè una vera lotta sostenuta a suon di gomitate, pettate e
spallate, si faceva presso un piccolo getto d'acqua che scaturiva da una
cannella posta in un pilastro della navata a sinistra di chi entra.

La montagna rocciosa che sta a ridosso di Mercogliano fa sì che questo
paese sia ricchissimo di limpide sorgenti, che da ogni parte zampillano
fresche e salubri, senza avere però altra virtù che quella di calmare
l'arsura agli assetati, ma quella lì aveva tali pregi particolari, da
giustificare tutto il fracasso che si faceva intorno a lei, per
abbeverarsi al suo preziosissimo getto. Questa sorgente scaturisce da un
ginocchio di San.... non me ne ricordo, onde, dopo essersi imbevuta di
quella portentosa sinovia ed aver filtrato attraversando fra osso e osso
la rotula del pazientissimo taumaturgo, sbuca da una cannella di rame e
quella che non va dispersa giù per i fossati del monte, a benefizio dei
ranocchi e delle bucataje, entra negli stomachi dei fedeli e
mescolandosi ai polli mal digeriti, ha la modesta virtù di risanare
tutte le malattie e credo qualchedun'altra. Il popolo che lo sa, non
scherza: venti o venticinquemila persone, fra sane e ammalate, si
avventano in tre giorni ad annacquare il vino bevuto all'unico bugliolo
di rame che è incatenato presso alla cannella. Ridono d'Esculapio,
bevono e si inoculano fra loro erpeti, rogna, ulceri ed altre giocondità
della vita; chi è sano torna spesso infetto di lue, chi l'aveva già, se
l'aggrava per lo strapazzo; cantano le lodi dell'acqua miracolosa e si
rubano tra loro gli orologi; inneggiano al ginocchio portentoso, tutti
lasciano una elemosina e finalmente, pesti e macolati, escono
soddisfatti come uscii io: essi per continuare il baccanale per le vie
del paese, io per andare a bere e dopo a riposarmi fra i profumi di
giaggiolo esalati dalle lenzuola di bucato, che i buoni ospiti miei
avevano fatto distendere sul morbido letto che m'aspettava.

Ma per gran parte della nottata non mi fu possibile chiudere occhio, a
causa del frastuono diabolico che si faceva in paese. Poco dopo la
mezzanotte però si fece silenzio assoluto e m'addormentai; ma fu breve
il mio riposo, perchè alle tre della mattina si levò di nuovo e più
tormentoso il rumore della folla. Trovando allora inutile il mantenere
la mia posizione orizzontale, saltai dal letto, apersi la finestra e
guardai la campagna. Lo spettacolo che mi si presentò dinanzi era de'
più solenni. Il bujo era sempre folto; uno strato di nuvoloni neri neri
ingombrava il cielo, appoggiandosi sulle più alte groppe delle montagne;
giù da ponente l'aria era infuocata dai fulmini d'un temporale che si
avanzava lucente come una massa di fosforo in fiamme, e illuminata dalla
sua luce violetta, la turba di già incamminata per la cima della
montagna, portando torcie accese e fastelli di paglia e di piante
resinose infilzate su la cima di pertiche, si allungava fino alla vetta
della montagna in lunghe spire luminose che, risaltando fra le tenebre,
prendeva l'aspetto di un enorme serpente di fuoco che lento lento si
divincolasse strisciando su per i suoi bruni dirupi.

Non potei resistere alla tentazione e scesi nella via; mi fu facile
noleggiar subito un Pegaso ragliante e mossi anch'io per il disagevole
pellegrinaggio.

Fin verso alla metà del cammino, la passeggiata fu piacevolissima; la
burrasca che si era presentata tanto minacciosa, era andata a sfogarsi
attraverso alle gole di altre montagne; i nuvoli sul far del giorno si
erano diradati, ed ogni tanto il sole di primavera si affacciava giallo
e sorridente a sferzare le nostre groppe irrigidite dalla sizza umida
della notte. — Il cicaleggio della folla era piacevole; alcuni gruppi di
insaziabili s'erano già accoccolati all'ombra degli ultimi castagni o a
ridosso delle rupi ed arruotavano il dente su gli avanzi delle loro
provviste, mentre altri, affollandosi intorno a capanne erette
provvisoriamente dai pastori lungo la via, bevevano bicchieri di latte
freschissimo o mangiavano ricotte e giuncate distese sul pane. Qualche
rado lamento o qualche spasimoso — ahi! — messo da malati che seguivano
la folla o da poveri infelici che per voto fatto salivano scalzi,
ferendosi malamente i piedi sulle punte acute dei macigni, rompeva di
tanto in tanto l'allegro mormorio dei pellegrini, ma rimaneva presto
soffocato dalle grida festose e dalle sonore risate delle allegre
comitive, che raccontandosi fra loro piacevoli storie, ingannavano la
fatica della via.

La scena cambiò malamente all'improvviso. Con quella rapidità con cui
sogliono addensarsi i vapori su le montagne, il cielo si oscurò ad un
tratto dietro un nuvolone che, rammulinandosi vorticosamente, anneriva e
gonfiava minaccioso; alla tepida brezza tenne dietro un vento frigido e
impetuoso; una batteria di fulmini accompagnata da scoppi formidabili,
cominciò a bersagliare le punte che ci stavano d'intorno, e un vero
diluvio d'acqua e di grandine si scaricò su le nostre misere pelli. Uno
scompiglio generale tenne dietro alla furiosa bufera; chi correva di là,
chi di qua in cerca d'un riparo qualunque, ma ripari non ve ne erano,
perchè l'ultima zona della montagna è affatto calva di vegetazione. Ogni
palmo di terreno riparato dalla sporgenza di una rupe è preso d'assalto;
grida e pianti si alzano commoventi intorno a quel derisorio riparo e
tra la fradicia moltitudine che vi si affolla, fanno senso di pietà
alcune povere donne, che coi loro bambini in collo si raccomandano o
imprecano, mostrando le loro pallide creature tremanti e spaurite. Una
capanna assalita con furore, non potendo contenere la moltitudine che vi
si è riparata, scoppia dai fianchi e manda fuori uomini ed urli; alcuni
inginocchiati in mezzo alla via, pregano e singhiozzano tenendosi il
capo fra le mani, ed altri caduti si lamentano e chiedono pietà alla
Madonna, tendendo le braccia verso il santuario. Era una scena di vera
desolazione, una scena capace di dare idea esattissima di quelli strazi
efferati, ai quali dovettero soggiacere tornando di Russia le misere
mandre umane del Primo Napoleone. Vi furon momenti di un tale scompiglio
doloroso e in cui provai tanta pietà dei vecchi, dei poveri bambini e
degli ammalati che, quantunque grondante acqua e intirizzito dal freddo,
sentii amaramente il dolore di non poter soccorrere altri che una
miserabile vecchia, la quale scalza e febbricitante si era impegnata
sola alla disastrosa ascensione, facendola sedere sotto la pancia del
mio somaro.

Ma pure non mancarono le scene comiche in mezzo a questa alpina
tragedia. Un gruppo di persone credendo d'essersi poste al sicuro in una
cavità del terreno, senza pensare che appunto era stata scavata dalle
acque d'un rigagnolo che andavano a sbacchiarvi in tempo di pioggia, si
smascellavano dalle risa canzonando quelli rimasti di fuori, quando il
rigagnolo, gonfiato a un tratto, scaricò addosso a que' disgraziati una
cateratta di broda color cioccolata, conciandoli in modo da far pietà,
fra le risate grandissime e i fischi dei reprobi che non ammessi dentro
al provvidenziale riparo, erano rimasti fino allora a supplicare
smaniosi inutilmente. Un individuo che a pochi passi da me s'era
riparato sotto il ventre del suo cavallo, dove se ne stava fumando
voluttuosamente la pipa e ridendo evangelicamente delle sofferenze del
prossimo suo, ebbe una doccia animale così improvvisa che insiem con la
pipa, si trovò spento il riso su le labbra che restarono mute ad un
tratto, sotto l'abbondante lavacro che la più tepida delle Ninfe si
compiacque somministrargli sapientissimamente. Le cadute poi di quelli
che fuggivano, e le inzaccherature in mezzo a quel motriglio quasi nero,
a volte erano tali da fare slogar le mascelle al fradicio spettatore.
Fra queste fu prodigiosa quella di una donna che scivolando, cadde
supina e rimase impaniata con le spalle nella mota della via; incominciò
a strillare sgambettando e berciando, mentre il vento indiscreto le
portò sulla faccia le sottane, lasciandole allo scoperto.... le tracce
di chi sa quante altre cadute!

Alla pioggia d'acqua tenne dietro una bufera di neve. Allora, alla
peggio, si riordinò la sgominata processione, e coi vestiti e le idee
ciondoloni come salci piangenti umani, riprendemmo tutti il cammino in
silenzio.

A mano a mano che ci andavamo accostando alla cima, le file dei
pellegrinanti si diradavano. Molti trattenuti dalla stanchezza si
fermavano dove un riparo qualunque poteva difenderli dalla bufera
indiavolata; altri e sopra tutti le donne o incinte o vecchie o
soverchiamente adipose, prese dallo sgomento o dal tremito della febbre,
si lasciavan cadere su gli arginelli della via e intorno a loro i
parenti e gli amici si trattenevano per assisterle. Alcune di queste
femmine compassionevoli spinte da una forza di volontà superiore e dal
fanatismo che le accecava, coi piedi sanguinanti e quasi trascinate dai
parenti che amorosamente le sorreggevano, sostenendole sotto le ascelle,
venivano avanti piangendo su per il doloroso Calvario.

Ogni volta che raggiungevo uno di cotesti gruppi, mi sentivo prendere da
un senso di pietà che si convertiva subito in disgusto e ribrezzo, e
affrettavo allora il passo, perdendoli presto fra la densa caligine del
nembo che ci avviluppava.

Non meno disgustoso era lo spettacolo dei mendicanti, dei quali era
seminata la via. Tutte le piaghe, tutte le miserie, tutte le membra
storte, mutilate o rotte di quei falsi o veri miserabili, erano messe
allo scoperto e quasi buttate in faccia ai passanti, a dispetto del
rigore del freddo. Muti o finti muti stralunando gli occhi e agitando in
aria le braccia, ululavano chiedendo pietà; finti indemoniati si
svoltolavano sul terreno fradicio e motoso, mandando ora rantoli
bestiali, ora fingendo di cadere in deliquio, e mordendo la terra e
rosicando erba che strappavano dal terreno portandosela con avidità alla
bocca bavosa; gobbi con la groppa nuda che stando a bocconi sopra un
canile di paglia si contorcevano e strepitavano accennando la loro
deformità; storpi, monchi, ciechi che si buttavano a baciare il terreno
sacro o i piedi dei passanti, attraversavano la via recitando preghiere,
o esaltando le virtù della miracolosa immagine di Maria; vecchi con le
membra coperte di ulceri e di piaghe che si fasciavano e si sfasciavano
continuamente, gridando e scuotendo all'aria i loro luridi cenci verso
la sacrosanta Abbazia, che già si cominciava a scorgere attraverso ai
fiocchi della neve: e ognuno di costoro aveva un motto speciale, che
ripeteva continuamente, per lodare le virtù di Maria Vergine o per
dipingere le sofferenze delle anime del Purgatorio, o per rammentare i
meriti che si acquistano presso Dio con quella elemosina che
domandavano. Sopra un crocicchio che faceva la via, incontrandosi con
altri viottoli che venivano dalla pianura, stava un uomo di aspetto
lugubre incappato di nero, il quale suonando continuamente con la
sinistra una grossa campanella, chiedeva pietà ed elemosina per le anime
sante del Purgatorio, mostrando con la destra ai passanti un vassoio con
sopra un teschio umano annerito, mezzo nascosto fra i soldi di rame e la
neve; e molti si avventavano a baciare quel teschio e a deporre il loro
obolo nel vassojo, mentre dagli altri viottoli della montagna giungevano
ad ingrossare la turba fanatica altri drappelli di processionanti
aggruppati dietro a bandiere o a crocifissi, cantando salmi,
lamentandosi e presentando le solite scene desolanti di vecchi spedati,
donne scapigliate portanti in collo bambini lattanti che strepitavano, e
ammalati sostenuti a braccia ed altri quadri ugualmente pietosi,
nauseanti e compassionevoli.

Quando fummo a poche centinaja di passi dall'Abbazìa, il cielo si
rasserenò ad un tratto; il sole tornò a sfavillare ed a posarsi tepido e
sorridente su le nostre povere groppe ed il panorama delle sottoposte
vallate si aprì ampio e luminoso quasi sotto ai nostri piedi. Mi fermai
un momento ad osservare, e correndo con lo sguardo le enormi distese di
boscaglie che ingombrano il principato Citra, quasi non interrotte fra
Avellino, Nola e Frigento, dove pochi anni or sono correva libero con le
sue bande feroci Cipriano La Gala, misurai con l'occhio quello spazio
immenso e mi sentii involontariamente stringere il core, pensando al
core di Cipriano, quando mi venne fatto il confronto fra l'ampiezza
sconfinata di quell'orizzonte e l'angustia della cella, dove pochi
giorni addietro lo avevo incontrato visitando il Bagno penale di
Portoferrajo. Mi venne voglia in quel momento di figurarmelo un eroe
leggendario, uno di quei tanti generosi che, inaspriti dalla sventura in
forma di giustizia umana, corrono intolleranti alla macchia a muover
guerra da belve all'umanità che come belve li caccia; volli figurarmelo
montato sul suo puledro, carico d'armi e di vesti fantastiche, galoppare
fra quelle balze, seguìto dalla sua donna animosa o accoccolato
all'ombra d'una quercia in mezzo ai suoi, novellare delle sue gesta, del
suo ribrezzo alla volgare rapina e delle sue speranze di gloria, ma ogni
illusione mi cadde, quando mi si riaffacciò alla mente la sua ghigna
pallida e feroce e quando mi ricordai che appunto il giorno che lo vidi,
era accatenato più corto in un carcere della Linguella, per aver
ghermito quaranta lire a un suo sventurato compagno di pena.

L'orizzonte si richiuse fra la nebbia, la neve cominciò a cadere più
folta, ed io ripresi il cammino, giungendo dopo pochi minuti nel cortile
dell'Abbazia.

Mi parve d'entrare in mezzo ad un campo militare dopo una sconfitta. Non
starò a descriverti le scene che mi accadde vedere là dentro e sotto i
porticati che circondano il piazzale, essendo presso a poco dello stesso
genere di quelle che ti ho descritte fin qui; ti dirò invece di quello
che accadeva in chiesa.

Appena presentatomi su la porta di quella, mi tornò in mente la
profanazione del Tempio e le sante funate.... la profanazione v'era, ma
le funate dolorosamente mancavano. Pur troppo!

Davanti alla miracolosa immagine si ripetevano presso a poco le medesime
scene, alle quali mi ero trovato assistendo al miracolo di San Gennaro.
Dopo essersi trovati ad una di queste funzioni religiose, bisogna
credere che i fedeli di questi paraggi s'immaginino sordi addirittura
tutti i loro celesti avvocati, tali e tanti sono i berci e le strida,
con cui si raccomandano a loro. Quante volte sentendomi fare una
vociaccia negli orecchi, mi veniva voglia di persuadere il mio devoto
vicino a dire più adagio e a fargli capire che in casa degli altri e
specialmente in quella di Dio, quelle non eran le maniere; ma poi
sentendo che mi sarebbe scappato da ridere, lo guardavo, lo ammiravo e
stavo zitto.

Lungo i muri delle due navate laterali s'era fatto un vero accampamento.
Una gran parte dei pellegrini sdrajati per terra dormivano e russavano;
altri si levavano e scuotevano le scarpe e le calze inzuppate d'acqua e
di melma; parecchi s'erano quasi spogliati ed avevano teso ad asciugare
i loro panni su bastoni appoggiati al muro; mucchi folti e numerosi di
bambini, che devono esser portati lassù con qualche fine, perchè ve
n'eran troppi, ingombravano tutta la chiesa o sdrajati, o saltellanti o
accovacciati qua e là in liquide e solide occupazioni in mezzo a un
continuo strillare, che mi faceva credere d'esser capitato nel Limbo. Il
terreno era ingombro d'una viscida poltiglia, e questo terreno era
percorso nel modo seguente da alcuni devoti peccatori, che dovevano
averle fatte grosse, ma grosse davvero.

Arrivavano alla porta della chiesa cantando salmi, e appena giunti alla
soglia vi si buttavano inginocchiati, piegando fino a terra la testa. Un
loro parente o amico che fosse, legava loro al collo o una corda o un
fazzoletto e quasi trascinandoseli dietro, muoveva verso il tabernacolo
della Madonna fra la folla che gli faceva ala, mentre il penitente si
trascinava in ginocchio strisciando la lingua sul terreno!

Non ne voglio più, non ne voglio più. Tornai nel cortile, m'ingozzai un
pezzo di tonnina e un altro di baccalà crudo, chè carne nè altro v'era
per sfamarsi lassù, e dopo poco, pensando che quella festa insieme con
un'altra dello stesso genere, che vi si ripete nel corso dell'anno,
assicurano a que' poveri monaci l'annua rendita di circa 120 mila lire,
ripresi frettoloso la via, impaziente di risalutare la Primavera che mi
aspettava tepida fra i vigneti di Mercogliano.

In mezzo al profluvio di laida prosa, sotto al quale erano rimaste
soffocate le mie dolci illusioni accorrendo a quella festa, una cosa
sola, un solo segno di gentile poesia scaturito dai petti di quelle
goffe creature, mi fece in parte riconciliare con loro, perchè era
gentile da vero.

Lungo la via avevo osservato che quasi ogni pianta di ginestra era
legata ad un'altra, per mezzo di un nodo intrecciato con le loro cime. E
queste ginestre annodate fra loro non le vedevo soltanto lungo la via,
ma in alcuni punti ne vedevo anche in lontananza disseminate qua e là
perdersi giù per le balze della montagna. Domandai notizie di questo
fatto e seppi che quei nodi venivano composti dai promessi sposi che
accorrono alla festa, quasi emblema del nodo che già stringe i loro
cuori o come promessa di fedeltà fatta dinanzi alla Regina degli Angeli.
Questi nodi vengono poi sciolti dalle coppie felici che vi tornano dopo
il matrimonio. Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire da menti
volgari un pensiero così altamente gentile, nè sotto forma così
dolcemente poetica. Alcuni di quei nodi erano secchi, ed intristite le
piante su le quali erano stati intrecciati. Che sarà avvenuto delle
coppie che non erano tornate a scioglierli? Mi feci questa domanda e
seguitai la discesa tutto occupato da pensieri malinconici.

Jeri sera ero già tornato in Napoli ed ebbi agio di assistere al ritorno
dei pellegrini, la qual cerimonia si fa con uno sfarzo alquanto
grottesco.

Ad una certa ora, i pellegrini, che tornando si son riuniti fuori di
Porta Capuana, credo, a spolverarsi, a strigliarsi e a rammagare tutte
le avarìe dei legni, dei cavalli e delle persone, fanno il loro ingresso
in città in una lunga fila, percorrendo a trotto serrato le vie della
Marinella, del Piliero, Largo del Municipio, San Carlo, Castello, strada
Santa Lucia, ec., in mezzo al popolo che gli attende e fa ala lungo il
loro cammino.

La corsa sfrenata e l'aspetto brillante dei loro equipaggi però ha
qualche cosa di originale e di fantastico. Le donne sono cariche dei
loro più ricchi giojelli e delle loro vesti più sfarzose e brillano e
luccicano come pappagalli al sole; gli uomini hanno i cappelli carichi
di gingilli di talco o sormontati da penne di fagiano e passano
sventolando bandiere, ma serj però e pieni di goffo orgoglio della
invidia che credono poter destare in chi sta ad osservarli; fumano tutti
un sigaro lungo lungo rinnovato per l'occasione e sputano maestosamente.

Le carrozze, i cavalli e le loro bardature da un certo aspetto sono
belle da vero e degne d'essere osservate. Questi focosi animali che a
due e spesso a quattro compariscono scalpitando furiosamente, attaccati
a stupende carrozze, sono quasi nascosti sotto i loro fantastici
ornamenti. Ciuffi di penne, mazzi di fiori e trofei di campanelli
d'ottone su le teste e sui pallini delle selle, nastri di seta di varj
colori e camelie, o vere o finte, intrecciate e annodate alle criniere
svolazzanti e alle code, placche d'ottone lucidissimo e borchie e
banderuole che si agitano e scintillano sotto i loro colpi d'anca, li
fanno sembrare, piuttosto che cavalli, mostri favolosi che scaturiscano
infuocati e lucenti dalle caverne del vulcano. Le carrozze pure son
guarnite di fronzoli d'ogni maniera, come alberelli d'ottone carichi di
campanelli messi in luogo dei lampioni, bandiere con immagini di santi,
mazzi di fiori e lembi di vesti delle odalische che le occupano, le
quali lasciano a bella posta sventolare alla mostra scialli variopinti e
nastri e penne colorate, mentre sono occupate a sostenere in alto i
forcuti trofei che hanno riportato da Montevergine, sopraccarichi su la
cima dei noti secchioli, zoccoletti, ciuffi di piume e di talco e fiori
di ginestra e cento altri fronzoli, che non saprei enumerare anche
ricordandomene.

La scena ha del teatrale, ma sotto un certo aspetto è bella.

Tutto questo sonaglìo, e luccichìo e strepito assordante per qualche
momento abbaglia e stordisce piacevolmente, ma presto annoia e mette
voglia di voltargli le spalle.

La gazzarra con questi equipaggi che vanno e vengono, che arrivano e
tornano indietro e s'incrociano e s'arruffano, dura fino a calata di
sole, andando sempre ad assottigliarsi, finchè tutti spariscono, per
spingersi: i più agiati fino allo scoglio di Frisio a ribere e a
rimangiare impippiandosi fino al gorguzzule; gli altri per fermarsi al
Gran Caffè o a Santa Lucia ad ingozzare vistosamente ostriche e gelati,
e per andarsene poi tutti a digerire l'indigestione o a meditare sopra i
sacrifizj che costerà loro per tutta l'annata un'orgia di tre giorni.



LETTERA VI.

Dove si parla del Camposanto vecchio.


                                        Napoli, 22 maggio 1877.

Sere sono, essendo montato in una carrozzella per prendere una boccata
d'aria di campagna, dopo aver percorso un par di chilometri circa della
strada di Poggio reale fuori di porta Capuana, attaccai questo colloquio
col mio Automedonte.

— Dimmi, compare; che cos'è quel gruppo di fabbricati lassù in alto a
mezza collina...?

— Il Camposanto nuovo, eccellenza.

— No, no; quello lo conosco. Domandavo di quell'altro più in basso a
sinistra....

— Ah! ho capito quale volete dire. È il Camposanto vecchio, il
Camposanto dei poveri, dove sotterrano a macchina....

— Svolta, e conducimi lassù.

— Io vi conduco dove volete, signorino, ma non troverete nulla di bello
da vedere.

— Tanto meglio. Svolta, svolta. —

Il vetturino, maravigliato di un genere di curiosità che non sapeva
spiegarsi, mi guardò quanto ero lungo e lentamente fece voltare il
cavallo. Dopo un quarto d'ora circa mi trovai alla porta del Cimitero.

Appena messo il piede dentro alla soglia, le parole del vetturino «non
troverete nulla di bello da vedere» mi tornarono alla mente e quasi mi
pentii d'esservi andato.

Non v'era assolutamente nulla da vedere. Due corpi di fabbrica
lateralmente all'androne d'ingresso contenenti la chiesa, il quartiere
del prete ed altre stanze destinate a varj usi; un largo piazzale
lastricato di forma presso a poco quadrata, con un lampione nel centro
sormontato da croce; un'alta muraglia di cinta decorata internamente ad
arcate in grossezza di muro, ed una piccola Grù collocata sopra piano
mobile che al mio arrivo stava inoperosa in un angolo del piazzale; ecco
tutto quello che mi dètte nell'occhio al primo giungere nello squallido
carnajo, dove il Municipio di Napoli manda ogni anno circa 7000 _capi_
di bestiame umano a putrefare in combutta. Un uomo di piacevole aspetto,
ma coperto di abiti cenciosi, che stava seduto presso la porta, mi si
annunziò come il custode; ma siccome esitavo ad entrare, mi disse che
passassi pure, ed accennandomi alcuni meditabondi straccioni che
erravano là dentro, mi fece sapere che senza alcuna cerimonia l'ingresso
era libero a tutti in quel recinto. — Entrai. Fatti alcuni passi, però,
tornai indietro per fargli questa domanda: — Scusate, custode, che cosa
sono quelle lapide tonde lì sul lastrico e numerate una per una con lo
scalpello?

— Le sepolture, signore, — mi rispose. — In tutte sono 365, appunto
quanti i giorni dell'anno. 360 sono qui, come vedete, ed altre 5 nella
chiesa. Alle 6½ della sera se ne apre ogni giorno una e lì si
seppelliscono, con quella macchina laggiù, i morti che sono arrivati
nella giornata e quelli che arrivano nella notte. Si richiude alle 6½,
della mattina; ma se vi piacesse vedere come si fa, trattenetevi o
tornate stasera verso le sette, chè vi _divertirete_. —

Nel tempo che il custode mi dava queste notizie io gli badavo appena.
Fissatomi su quel piano uniforme, nudo come l'idea della morte, sotto al
quale milioni di cadaveri imputridivano accatastati, mi sentivo prendere
adagio adagio da una noja, da un malessere, da così fredda tristezza,
che volentieri me ne sarei andato, se una strana curiosità non m'avesse
inchiodato là dentro. Era una tale scena di desolazione da mettere i
brividi addosso al cinico più ributtante. — Io ti racconto quello che
vidi e nulla più. —

Due vecchi, a capo scoperto sotto la sferza di un sole infuocato,
percorrevano il piazzale in su e in giù lungo le file di sepolture,
recitando salmi a bassa voce e mandando ogni tanto qualche lamento, ora
battendosi il petto, ora facendosi segni di croce, ora aprendo le
braccia con gli occhi rivolti al cielo. Presso una lapide, poco discosta
da me, era un gruppo composto di una donna adulta, una giovinetta e tre
bambini, di certo madre e figli, che ad intervalli pregavano e
piangevano in silenzio dirottamente. Avrei fatto volentieri qualche
interrogazione a quei disgraziati, ma mi guardai bene dal disturbare il
loro doloroso raccoglimento. La madre era inginocchiata col capo
abbandonato su le spalle della figlia maggiore che le sedeva accanto;
dei tre bambini, il maggiore prendeva parte alla preghiera e al dolore;
il secondo dormiva col capo fra i ginocchi della sorella, ed il terzo si
gingillava con una lucertola legata per la coda. In un angolo dormivano
due straccioni, russando saporitamente; in un altro, un branco di
monelli schiamazzavano e facevano gazzarra, gettando sassi in aria. Ma
era così fredda la tinta del quadro, che quelle grida d'allegrezza non
ne turbavano minimamente la intonazione; avrei giurato che piangevano
anch'essi. Nel mentre che osservavo taciturno, comparve su la porta un
uomo scamiciato e coi calzoni a mezza gamba, il quale portava qualche
cosa su la testa che da lontano non potei subito riconoscere. Entrò
canterellando, con una mano su i fianchi e l'altra all'oggetto che
recava in capo. Era svelto ed elegante come una figura pompejana.
S'inoltrò qualche passo, e dopo essersi guardato d'intorno chiamò:
«Treonce!» Treonce, che era uno dei facchini di servizio addormentati in
un canto, si alzò, gli corse incontro ed io feci altrettanto. —
L'oggetto che il nuovo arrivato teneva su la testa, era una piccola
cassa da morti. In tempo che il custode preparava quella di deposito, i
due facchini ne schiodarono il coperchio e misero allo scoperto lo
scarno cadavere di un bambino di circa due anni. Era rinvoltato in pochi
e laceri cenci, ma una povera ghirlanda di frasche gli contornava
l'esile corpicino, ed una rosa di maggio gli si vedeva pendere fuori
dalla bocca. Mi passò attraverso al pensiero la mano che aveva
accomodato quella rosa, e mi sentii serrar la gola, mentre i ragazzi che
schiamazzavano là in fondo, erano corsi pizzicottandosi, e saltavano
intorno a noi distratti e sorridenti. Preparata in un momento la cassa
di deposito, il piccolo cadavere fu preso da un facchino per una gamba e
sbatacchiato lì dentro. La ghirlanda volò da una parte, la rosa da
un'altra, e due righe di sangue uscirono dalle narici a solcare le gote
di quella misera creatura. — I monelli si strapparono fra loro le
frasche e la rosa, ed intanto l'industrioso Treonce, finita di schiodare
a suon di pedate la cassa, si allontanò coi pezzi sotto il braccio,
fischiando allegramente l'aria della _Palumbella_.

Così vidi arrivare altre casse con cadaveri di adulti, o su barrocci o
portate a mano o sul cielo di carrozze, ed a tutti ho visto dare presso
a poco lo stesso trattamento. Ad un cadavere di vecchia vidi cadere, nel
levarlo dalla bara, l'unico brandello di panno che le copriva il ventre
e restar nuda affatto sotto gli occhi di una folla di curiosi; ad un
altro di uomo attempato, che scivolò dalle mani di chi lo sosteneva per
le spalle, vidi battere il cranio su le lastre, con quel rumore sinistro
che non si scorda e non si confonde mai con altri. Ma non è nulla!
Napoli è distante; i satrapi sono a pranzo, e questo piccolo rumore non
arriverà certo a disturbare il loro placido chilo. Superato il primo
ribrezzo, però, mi sentii sempre stonato, ma guardai con crescente
indifferenza ogni nuovo cadavere che giungeva, e capii che se, come quei
ragazzi, avessi passato le mie giornate là dentro, in poco tempo mi
sarei ridotto a prenderla in chiasso e a ballare e ridere come loro.

Chiamato da parte il custode, gli domandai:

— A che ora il seppellimento?

— Principiamo alle 6½, ve l'ho detto dianzi. Verrete a vedere,
eccellenza?

— Non è difficile. —

Appena uscito, il cocchiere mi chiese: — Ebbè, signorino, che avete
visto?

— Nulla.

— Ve l'aveva detto! —

La sera stessa mi fu impossibile tornarvi, ma tre giorni dopo, alle 6
precise, ero al posto. Per la via che conduce al Camposanto, e più
specialmente nell'ultimo tratto di salita selciata, incontrai molti
gruppi di persone, la maggior parte delle quali se ne venivano
conversando e ciarlando allegramente. Mi sorprese tanta folla ed il suo
contegno, ma seppi dopo che, essendo venerdì, vi accorreva numeroso il
popolo minuto per procurarsi il terno, ricavando le combinazioni dal
numero dei morti, dal loro sesso od età, e seppi anche che alcuni
_dotti_ esercitano là dentro la nobile industria di studiare e spiegare
i casi più difficili a chi gl'incarica della delicata operazione,
ricevendone in cambio un piccolo onorario. — Utilissima notizia per quei
padri di famiglia che volessero avvantaggiarsene, per uscire dalle loro
ristrettezze economiche. — Come troppo spesso il ridicolo è vicino allo
spaventoso!

La macchina stava già al posto accanto alla sepoltura che doveva
scoprirsi fra poco, e nove cadaveri dentro casse scoperte si vedevano
collocati a raggio intorno alla lapide Nº 145: cinque vecchi, tre
bambini ed un giovane dell'apparente età di trent'anni, intorno ai quali
un cento di persone circa stavano stupidamente contegnose ad osservare.
Accostandomi a quel gruppo, mi dètte nell'occhio una giovine donna di
bella figura, ma della quale non potei distinguere i lineamenti del
viso, perchè avendo passato le sue braccia sul collo di altre due donne
che le stavano ai fianchi sorreggendola, lasciava ciondolare il capo in
avanti, nascosto affatto sotto una folta pioggia di capelli arruffati.
Tremava a foglia a foglia e si contorceva, mentre le compagne le
asciugavano il sudore coi grembiuli, e le dicevano sotto voce qualche
parola che non potevo intendere. L'arrivo del prete mi distrasse e la
persi di vista. —

La folla si aprì in due ali per dargli passaggio, e subito gli si
richiuse dietro affollandoglisi intorno. Il silenzio era allora
perfetto; soltanto a lunghi intervalli giungeva fino a noi la romba
della città, portata dalla brezza della sera, e quel rumore confuso mi
pareva come un respiro cavernoso, mandato dalle migliaja di polmoni che
disfatti tacevano sotto a' miei piedi.

Vi sono impressioni che non si raccontano, ma si pensa e si tace, perchè
la parola è insufficiente. Il vecchio sacerdote recitò la preghiera dei
morti; benedisse i cadaveri, e si ritirò, facendo un cenno agli uomini
di servizio che messero subito mano al _lavoro_.

— Iam! — gridò uno di loro, e in un istante la lapide dell'immane
carnajo fu sollevata. Un'ondata di tanfo nauseante buttò indietro in un
momento le cento facce dei curiosi che vi stavano sopra, ma cento facce
improntate di stupida curiosità, di ribrezzo e di paura si riaffollarono
subito su la fetida buca. I monelli restati di fuori gridavano facendosi
largo fra le gambe dei curiosi; quelli rimasti serrati strillavano,
sentendosi soffocare, ed intanto gli uomini addetti alla macchina non
cessavano di raccomandarsi gridando: — Indietro! cascherete dentro! via!
via! finiamo! — Bisognò lasciar correre un quarto d'ora buono per dare
sfogo alla bestiale curiosità della folla, e cominciò subito dopo la
funebre operazione. Il sinistro ordigno fece cigolare le sue ruote e la
cassa metallica sospesa alle sue catene venne a posarsi orizzontale sul
terreno. In quel tempo mi affacciai alla tenebrosa apertura, ed
arruotando gli occhi scorsi nel fondo una massa informe di ossa
biancheggianti e di panni muffiti. Il ribrezzo mi buttò indietro. Il
primo cadavere tolto dalla bara venne in pochi secondi collocato nella
cassa metallica che sotto la forza degl'ingranaggi fu sollevata qualche
linea sopra il terreno e calata lentamente nella fossa. La folla vi si
spenzolò sopra di nuovo per osservarne la discesa, quando ad un certo
punto scattò una molla, il fondo della cassa si era aperto e la prima
carogna umana, con un tonfo sordo, era andata ad occupare il suo posto
nel letamajo assegnatole per ultima dimora. La cassa ritornò in su, e
questa volta toccava all'uomo giovine a dare il funesto spettacolo. Due
facchini, prendendolo uno per le gambe e l'altro sotto le ascelle, lo
depositarono nella cassa della macchina. L'aspetto del cadavere di un
uomo giovine, che si disponeva a fare la lugubre discesa, aveva
impressionato anche i più stupidi. Nessuno fiatava, e in mezzo al
silenzio generale la Grù fece sentire il suo strepito sinistro. Un grido
soffocato m'arrivò alle orecchie, e vidi comparire affannata ed
avventarsi su la buca, entro la quale scendeva il cadavere, la giovane
donna che poco fa aveva fermato la mia attenzione. Le due amiche le
corsero dietro e l'agguantarono per le vesti, per paura che si
precipitasse nella tenebrosa cisterna, ma si fermò invece spenzolata
sull'orlo di quella con gli occhi invetrati, finchè, al tonfo che fece
quel corpo battendo sul fondo, piegò, come se le fosse caduto sul core,
e si abbandonò fra le braccia delle sue compagne.

Mi voltai ad un vecchio che mi stava vicino osservandola e gli domandai:
— La conoscete? — Robba de lupanare, eccellenza... — Basta. — Un cupo
mormorio di compassione e di paura si levò a quella scena, ed alcuni di
noi ci muovemmo per soccorrere quell'infelice, ma non fummo in tempo,
perchè barcollando ed agitando convulsamente in aria le braccia, la
vedemmo sparire come un fantasma attraverso alla luce del lampione che
illuminava l'androne d'ingresso, sorretta dalle sue compagne che quasi
se la portavano in collo.

In quel momento un ragazzo che, per veder meglio, s'era ficcato
attraverso alla macchina cominciò a gridare: — Ahi! Ahi! la mano, la
mano! — (gli era rimasto un dito fra gl'ingranaggi) e la folla e gli
uomini di servizio: — Indietro, indietro le rote! — Stiamo facendo — Ah!
mi si tronca, mi si tronca! — La lanterna, la lanterna! — Levate il
piede dalla catena! — È una creatura d'Iddio! — Così non si farà niente!
— Ah! madonna, madonna! E tu dove vai? — Ci cascherete dentro; indietro,
indietro! — Ed altre esclamazioni ed altri urli e un turbinìo di teste,
di braccia e di mani, che tumultuosamente si affollavano in un punto. In
quel mentre altre grida partivano da persone spaventate, che fuggendo
inciampavano e inciampando cadevano attraverso alle casse dei cadaveri
ancora insepolti.... Dio, Dio, Dio! Fu una scena d'orrore, una scena
d'inferno, ed io coi capelli ritti e la pelle increspata, uscii di là
dentro inorridito, nè valse a mitigare la mia tristezza paurosa la pazza
allegria dei nuovi giardini alla Marinella, dove corsi affannato per
divagarmi.

Qualche anno fa, il figlio d'un potentato d'Europa, dopo aver sentito
parlare di questo cimitero, osservava non so a quale Autorità
napoletana:

— Spero che sarà stato soppresso?

— E potete dubitarne, Altezza Imperiale? — gli fu risposto.

Quel giorno stesso, venti carogne umane andavano una dopo l'altra a capo
fitto, a stroncarsi le costole contro le ossa di chi le aveva precedute
nell'immonda voragine.



Lettera VII.

Dove si parla d'una gita a Capri.


                                        Napoli, 25 maggio 1877.

Quante serate ho passato, con gli occhi fissi e l'ansia degl'innamorati
nel core, a contemplare quell'isola incantatrice!

Appoggiato alla spalletta lungo la marina al Chiatamone, posavo i miei
sguardi desiderosi su le sue balze romite, e data la via a tutta la
suppellettile di romanticismo che ogni buon realista deve portar seco
necessariamente per le occasioni straordinarie, mi perdevo in un oceano
di dolcissime fantasie, concludendo col domandarle: — E quando mi sarà
possibile salutar Napoli dalla cima del tuo Solaro, o Capri
maravigliosa? — Capri non mi rispondeva ed io, voltandomi indietro ogni
tanto a darle un'altra occhiata, mi allontanavo adagio adagio, finchè,
dopo aver destato con un caldo addio gli Echi del Castel dell'Ovo,
correvo a spegnere i miei bollori romantici intorno alla mole
parallelepipeda d'un gelato partenopeo.

Sono stato finalmente a Capri, dove ho passato due giorni di delizia, ed
ora voglio dartene qualche ragguaglio.

La traversata fu abbastanza monotona, perchè il mare era troppo
tranquillo e la compagnia non troppo adatta alla mia indole ed alla
circostanza. Una banda di sei camorristi mascherati da suonatori che
strapazzarono il Verdi, il Rossini e le mie orecchie, finchè non fummo
arrivati, ed una comitiva numerosa di pellegrini francesi e tedeschi,
che presi crudelmente dal mal di mare miagolarono per tutta la
traversata, erano i compagni che la sorte m'aveva regalati e mi vi
rassegnai. Me ne corsi a prua, mi accavalciai sull'albero di bompresso,
lontano dalle armonie e dai conati, e lì sognando di cavalcare un mostro
marino, padrone dei venti e dell'Oceano che mi brontolava timido ai
piedi, bevvi a sorso a sorso il fascino di quell'isola agognata, che mi
rivelò ad uno ad uno i misteri de' suoi seni profondi, delle sue
vallicelle fertili e solitarie e de' suoi picchi severi, correndomi
incontro su le acque, ed ingrandendo a' miei occhi ad ogni passo la sua
mole tranquilla.

Avevo trovato la pace, ma per un momento fu seriamente minacciata.

Un vecchio ossuto e brontolone che aveva già avuto che dire col secondo
e con lo sguattero di bordo, mi raggiunse anche lassù. Mi si accostò
adagio adagio, e quando mi fu vicino mi raccontò, ma col tono solenne di
chi ha fatta una grande scoperta: — Divino questo cielo d'Italia! — Le
dieci e mezzo precise, — risposi io, tirando fuori l'orologio. — E lui:
— Eeeh? — E io: — Eeeh? — Divino questo cielo d'Italia! — ripetè
forzando la voce. — Dite più forte, non v'intendo, — e m'accennavo
l'orecchio. Lo feci sgolare per una diecina di minuti, dopo i quali,
come Dio volle, ebbi la gioja di vederlo allontanare non soddisfatto, ma
tutto pace e compunzione, ed ottenni così il mio scopo di restarmene
solo, lontano dalle distrazioni ed in compagnia delle mie stravaganti
illusioni. Ma Dio non paga il sabato. C'incontrammo lo stesso giorno
alla locanda a tavola rotonda, e me lo trovai proprio accanto! Che si
fa? Per liberarmi da spiegazioni che potevano essere nojose, mi toccò
fare il sordo tutto il tempo del desinare, e se soffrissi non lo so
altro che io con la voglia che avevo addosso di espandermi e di parlare
da per tutto e con tutti, di tutto e di tutti, e di ridere e di
chiassare strepitosamente. Ma me l'ero meritato.

Il battello intanto filava allegramente, e presto arrivammo in
prossimità d'una riva solitaria, irta di scogliere maestose, dove,
appena dato fondo, una folla di piccole barche ci si avventò incontro,
per condurci in quella caverna fatata, in quel fantastico gineceo delle
Nereidi, che tutto il mondo conosce sotto il nome di Grotta Azzurra.

Che natura meravigliosa è questa! che prodigio della creazione è questo
golfo superbo, questo cielo, queste isole, questo mare, dove non è
lecito muovere un passo o guardarsi d'intorno, senza incontrar sempre
nuove cause d'entusiasmo e di stupore! La Grotta Azzurra deve essere un
inganno per le anime volgari che la vedono la prima volta. Avvezzi tutti
a sentirla cantata ed a vederla dipinta come uno scenario a festoni
imbevuti nel turchinetto, lunga lunga e azzurra azzurra, devono trovarsi
necessariamente sconcertati, quando si accorgono che non è nè spaziosa
nè azzurra come l'idea che se n'erano formata, ma raccolta e colorata di
un verde mare metallico a riflessi d'argento lucentissimi, e più bella e
più poetica di quello che fantasia umana possa immaginare. Io pure ho
provato questa prima impressione, e ne sarei escito malcontento, se
trattenendomi là dentro non mi fossi sentito, a poco a poco, trasportare
in uno stato di estasi dolcissima.

La luce scaturiva dalle acque profonde, ma era luce che mi pareva
soprannaturale; era una luce fosforescente, in mezzo alla quale
vagavano, lenti lenti, gruppi di pesci fantastici, vestiti dei colori
dell'iride, e su le pareti e sul fondo incerto della vôlta vedevo
strisciare danzando fantasmi d'argento alati, e dissolversi e ricomporsi
rapidamente in mille forme bizzarre. Le mie idee cominciarono a
smarrirsi, e non sapendo più credere che quelli erano i riflessi delle
onde leggermente agitate, mi trovai perso in un mare di sogni soavi.
Sognai di Fate e di palazzi incantati, dove mi pareva trovarmi in forza
di qualche magìa; pensai al lago fragrante del Profeta e mi addormentai
all'ombra odorosa del Taba, aspettando la voce melodiosa d'Izzafril, che
mi chiamasse alle eterne voluttà del Genna; sognai i letti di musco e di
canfora e i lunghi amplessi delle Huris dalla nera pupilla, e chi sa che
capata avrei battuto negli scogli della bassa apertura che mette alla
grotta, se il barcarolo non mi avesse strappato a' miei sogni
strillandomi: _Signurì, Signurino, abbasciate 'a capa!_ ed uscii
meditabondo e confuso dalla fatata caverna.

Sbarcati alla marina di Capri, i miei compagni si allontanarono presto,
chi a piedi, chi facendo dama su un branchetto di somarelli che
aspettavano presso lo scalo, e rimasi finalmente solo.

Che quiete beata mi contornò allora! Pochi pescatori stavano a sedere su
la rena, rassettando reti, i quali cantando sotto voce pareva non
volessero turbare il silenzio di quella riva solitaria, ed un gruppo di
bambini saltellanti e di giovinette fresche e gentili mi furon subito
intorno, offrendomi pietruzze colorate e rose. Ero in uno stato di
assoluta beatitudine. Mi voltai al mare. Il Vesuvio lontano fumava, e
Napoli con una sottilissima striscia biancastra segnava il limite fra i
due campi sterminati d'azzurro, del cielo e del mare. Messomi a sedere
sopra uno scoglio davanti al grande spettacolo, quello che godessi non
lo so; che cosa si dicessero fra loro in quei momenti il mio core e il
mio cervello, nemmeno saprei dire; ma so che il core mi doleva, e che le
grandi gioje dell'animo somiglian troppo al dolore, tanto è impastata
male questa povera creta umana.

Mi alzai dopo poco, e prendendo su per una straduzza ripida e tortuosa,
accompagnato dalla mia dolorosa contentezza, m'incamminai verso la
piccola città di Capri. Andandomene su su, e ripensando alla storia di
quest'isola singolare, e più che altro alla sinistra figura di Tiberio,
non mi sarei mai immaginato che quel po' di ridicolo che avrei trovato
per divagarmi su quelle spiaggie malinconiche dovesse appunto venirmi da
lui. Tutto là è Tiberio, o meglio _Temberio_, come lo chiamano quei
pacifici isolani: _Hôtel_ Temberio; Villa di Temberio; Bagno di
Temberio, Piazza di Temberio, Salto di Temberio, Temberio insomma da
tutte le parti, ed io ne ho riso di grandissimo core, quando per
curiosità o per sentirmelo ripetere domandavo spesso a quella buona
gente: — E quelle rovine? — Il castello di Temberio. — E quella casa? —
_Hôtel_ Temberio. — Lo strapazzo che si fa del nome di Tiberio su
quell'isola non ha confronto con altri di simil genere.

Povero Tiberio, quanta ferocia sprecata per render pauroso col suo nome
questo romantico teatro delle sue ultime orgie sanguinose! Presso la
rupe, dove il voluttuoso assassino precipitava in mare le sue vittime, è
ora una bianca casetta, e presso a questa casetta un fresco pergolato,
all'ombra del quale vidi due brune e spensierate figlie dell'isola
ballare al suono di cembalo e di nacchere la _tarantella_.

Ogni cosa è piccola in quest'isola: le strade strette; le case piccine
piccine, i muri di cinta, bassi bassi; le piante rigogliose, ma piccole
anche quelle, e fa meraviglia che anche gli uomini non si siano misurati
al metro di tutto ciò che li circonda. Le loro casuccie rimpiattate fra
i ciuffi di cedri e di olivi sembrano bianche scatolette, appena capaci
di contenere una famiglia di pigmei, ed ho riso della stonatura che
facevano coi loro abitanti, tutte le volte che scorgevo comparire su la
porta d'uno di questi edifizj lilliputtiani un uomo, che fregando le
spalle agli stipiti e toccando con la testa l'architrave sembrava due
volte almeno più grande del vero. Quando poi qualcuno si affacciava alle
finestre, mi parevano addirittura ritratti di figure colossali,
incastrati in un'angusta cornice.

Tutta questa piccolezza poi diventa notabilissima nella piccola città di
Capri (Crape per quegli abitanti), girando per la quale mi pareva
trovarmi dentro una casa, di cui la gran piazza rappresentasse una
modesta sala d'ingresso, e le strade, gli anditi di comunicazione fra
quella e le altre sue piccole e luminosissime stanzette. Le comarelle
che stanno a filar seta su la porta di strada, si porgono fra loro le
bionde matasse e si dicono negli orecchi i loro innocenti segreti, da un
lato all'altro della via, senza muoversi da sedere. Sembra tutta una
famiglia; una buona famiglia ordinata e pulitissima, in mezzo alla quale
ci troviamo cordialmente ospitati, perchè tutti vi guardano, o vi
salutano o vi sorridono piacevolmente. Quanto debbono esser buoni i
Capresi, che riuniti in così numerosa famiglia vivono in tanta pace ed
hanno negli occhi tanta allegrezza serena! Avrei abbracciato tutti e
soffrivo realmente non potendomi espandere con nessuno.

Quando andai a visitare la piccola cattedrale, fermò la mia attenzione
un chiodo piantato nel muro presso una piletta d'acqua santa. Domandai
di quel chiodo, e seppi che smarrendo per l'isola un qualunque oggetto,
anche di gran valore, non s'ha da far altro che andare dopo un dato
tempo a quel chiodo, dove certamente ritroveremo l'oggetto, che sarà
andato ad appendervi colui che l'avrà ritrovato. Non ci credo, — dissi.
— È la verità, signore, — mi fu risposto. Credei di sognare. Mi saltò
allora in testa un'idea gigantesca. Se tanti chiodi simili si
piantassero nelle cattedrali di tutte le metropoli d'Europa! Se si desse
ai popoli un segno di tanta fiducia! chi sa? Gli uomini, in fin de'
conti, non sono che fanciulli adulti, e nei fanciulli caparbii non è
raro osservare sublimi reazioni, di fronte ad un atto improvviso di
altissima stima che gli umilii. Si tenti dunque la prova; si metta il
chiodo maraviglioso, ed io son qua per scommettere che se è di ferro e
bene aggrappato, nessuno lo porterà via. —

Tutto ho veduto di questa pittoresca isoletta. Assistito dalle mie gambe
di ferro, perchè là grazie a Dio non vi sono carrozze, e dalla mia
volontà, non ho lasciato inesplorato un palmo di quel terreno. Dai
Faraglioni al Capo Campetiello; dalla Grotta Azzurra alla Cala del
Tuono, ora inerpicandomi con le mani e coi piedi, ora sdrucciolando giù
per un piano inclinato, ora saltando da uno scoglio all'altro, in
compagnia del mio vispo Peppino, un giovinetto che mi fu dato per guida
dal mio locandiere in Capri, la girai tutta, e in tutti i versi
l'attraversai cantando, ridendo e propinando ai Genj di quelle piccole
solitudini, col baciare ripetutamente la mia fiaschetta di Cognac, ed
ammettendo al mistico bacio anche il sospettoso Peppino, il quale,
abbandonato dopo poco ogni ritegno, si slanciò fino a cantare con me
quel soave rispetto della Montagna pistojese:

    Quanti ce n'è che mi senton cantare,
    Diranno: Bon per lei ch'ha il cor contento.
    S'io canto, canto per non dir del male:
    Faccio per isfogar quel ch'ho qui drento,
    Faccio per isfogar l'afflitta doglia:
    Sebbene io canti, di piangere ho voglia.

La nostra gita però non era affatto solitaria, perchè era caso raro che
nei luoghi più pittoreschi non incontrassimo, intenti al lavoro sotto i
loro ombrelli di tela, qualche pittore o pittrice, i quali ci salutavano
in tutte le lingue d'Europa, tolta l'italiana, giacchè pittori italiani,
forse perchè avranno trovato da far meglio in altre regioni, a Capri è
difficile vederne. E questo non incontrare là nessun mio compatriotta,
tanto più mi rincresceva, perchè il contegno di quegli ultramarini e
ultramontani seguaci d'Apelle, fra quegli scogli, dei quali credono aver
acquistato ormai il diritto di proprietà, è talmente altero da
rattristare un povero Italiano che approdi su quell'isola, credendola in
buona fede un frammento della sua patria. Anche gli abitanti, per lunga
consuetudine e per così frequenti contatti con gli stranieri, tanto nei
modi, quanto nella lingua, hanno quasi perduto il carattere italiano,
che è loro rimasto solo nel tipo. Ma rispettiamo i decreti della
Provvidenza, la quale si sarà forse servita di questi mezzi per far
migliori i buoni Capresi.

Quando entrai nella piccola Ana-Capri, mi fu rammentata Pompei dalla
solitudine delle sue bianche viuzze. Mi maravigliò tristamente tanto
silenzio, ma poi seppi che quella popolazione di romiti agricoltori era
tutta dispersa giù per gli scoscesi vigneti, che contornano la città. La
girai silenzioso anch'io, parendomi villanìa il disturbare il riposo di
quelle casette, che per la scarsità delle loro aperture e per la
bianchezza abbagliante delle loro pareti mi davano tutte insieme l'idea
come d'un mausoleo di neve innalzato dal Silenzio al Dio della luce. Non
trovai altre immagini che mi contentassero.

Degli abitanti d'Ana-Capri vidi una sola donna dalle forme egizie e non
bella, ed ebbi a rimanere estatico davanti alla bellezza strana del
quadro che quella figura compose davanti ai miei occhi. Era
sull'_astrico_ della sua casetta a tender panni, ed io dalla via la
vedevo campeggiare nell'azzurro del cielo. Il suo viso aveva la tinta di
quel bruno lascivo della _nigra_ fanciulla del Cantico de' Cantici;
nerissimi i capelli avviluppati in una pezzuola gialla e rossa; il resto
del suo vestiario bianco, bianchi i denti, bianchi i panni che tendeva
al sole, bianca la sua casetta, e bianca mi pareva la sua voce, perchè
cantava. Ah! non sapevo dipingere!

Avanti, avanti, Peppino! e riprendendo la via per certe strade, che
parevano selciate dalla Società di mutuo soccorso fra i calzolari del
Regno, ci avviammo alla cima del Monte Solaro, la più alta punta
dell'isola.

Sentii su in alto un suono di trombe, e mi parve di vedere in lontananza
alcune persone che si muovevano fra quelle rupi in mezzo al luccichio di
armi o di altri strumenti di ferro, che parevano agitare all'aria. Erano
soldati di linea, una piccola truppa di così detti discoli relegati
nell'isola, i quali stavano occupati su quell'altura a costruire un
fortino di terra. Anche quest'isola può essere un luogo di pena!
riflettei. E che inventeremo allora per le ricompense? Ma non è
possibile, pensai, che quei giovani non siano beati di un gastigo che
somiglia tanto ad un premio. Non era vero. Lassù non si trovano nè
bettole, nè bische, nè lupanari, e allora che cosa è la vita su quel
maledetto scogliaccio? Così battezzava l'isola di Capri uno di quei
rompicolli, il quale mi parlò, dando in escandescenze, ed invocando
fervorosamente un terremoto che la inabissasse con tutta la canaglia che
c'era sopra. Io non desiderai altro in quel momento che d'entrare per
dieci minuti nell'animo suo. Gli dètti un sigaro prima che me lo
chiedesse, e tirai avanti pel mio viaggio.

Si dissiparono presto le impressioni del disgustoso incontro, e vidi più
bello che mai il _maledetto scogliaccio_, sul quale passeggiavo.

Il viottolo che percorrevo era fiancheggiato di gigli e di ginestre in
fiore, e dal mezzo di queste ginestre, aprendole davanti a sè con le
delicate manine, escì venendo verso noi la piccola Narella, la sorellina
di Peppino, la quale con l'abbecedario sotto il braccio e tutta
sorridente se ne tornava dalla scuola. Corse incontro al suo fratello,
che da qualche giorno non vedeva, perchè Peppino sta a Capri e Narella
ad Ana-Capri; lo salutò amorosamente coi suoi occhiolini lustri, eppoi
rimase timida a guardarmi.

— Come ti chiami?

— Narella.

— E dove vai?

— Ad _Ana-Crape_.

— Di dove torni?

— Da scuola.

— Sai leggere?

— Sì.

— Sentiamo. —

Apri franca il suo libretto e incominciò. Dopo che l'ebbi lasciata un
po' sfogare coi suoi: _bab_, _bib_ e _bub_, le dètti un bel bacione su
le sue gotuzze brune e la lasciai, pensando con dolore che forse non
avrei più riveduto la piccola e graziosa Narella.

Più che belle, le femmine di Capri sono piacevoli e gentili per la
gajezza che lampeggia nei loro occhi lascivi. La loro statura è
piuttosto piccola, ma sono tanto proporzionate, che in tutta l'isola si
cercherebbero inutilmente quei seni _gloriosi_ che ingoffiscono alquanto
le belle Napoletane.

Dagli avanzi petrificati che ho veduto delle graziose Pompejane, mi pare
di poter credere che le calde figlie di Capri molto abbiano ereditato da
quelle delle ravviate fattezze e dei delicati ed eleganti contorni.

La loro briosa intelligenza, poi, è qualche cosa di incantevole. Ed ora
che le ho conosciute, intendo facilmente come spesso succedano matrimonj
fra queste brune ammaliatrici e gli artisti che capitano nell'isola, i
quali raramente hanno da pentirsene, perchè la facilità con la quale
queste piccole pescatrici imparano le lingue e la musica, e la loro
disinvoltura nell'acquistare modi e grazie signorili è tale, che in
pochi messi la loro trasformazione è tanto compiuta da porle in grado di
gareggiare in cultura e gentilezza con le più eleganti dame di Parigi,
di Londra e di Pietroburgo.

Mi fu indicato il padre d'una di queste fortunate isolane e lo invidiai,
perchè quando lo vidi era a sedere al sole sopra uno scoglio, fumando la
sua pipa di gesso, mentre accomodava i sugheri ad un tramaglio.

Dopo un faticoso cammino di circa due ore, per un sentiero che negli
ultimi tratti è una vera e precipitosa scala intagliata nel masso a
larghi gradini, giungemmo alla chiesetta dell'Eremita posta sull'orlo
d'un precipizio in cima alla montagna.

Avevo già conosciuto due eremiti di questi paraggi, e per dire il vero
non ero rimasto molto edificato nè del loro aspetto, nè dei loro modi,
nè del loro sapere. Uno di questi è l'eremita del Vesuvio, la cui
serietà non impedisce ai monelli dei dintorni di chiamarlo col
soprannome di _Ventidue_, che nel libro dei sogni fa pazzo. Costui non è
nè prete nè frate, ma un bighellone qualunque che si maschera da
cappuccino la mattina verso le nove, quando incomincia il passaggio dei
forestieri, per vender loro, affettato, pane, caciocavallo e
lacrimacristi, dice lui, e per prenderli dopo per il collo con ogni
riguardo possibile e sopra tutto col santo timor di Dio. Un secondo
della medesima stoffa lo trovai in Capri su la punta di Santa Maria del
Soccorso, ma l'aspetto venerando e i modi austeri e dignitosi di
quest'ultimo mi riconciliarono affatto con la specie e fui dolcemente
toccato dalla onesta parola e dalla spontanea cortesia, con la quale mi
accolse nel suo romitorio il buon padre Anselmo.

La chiesuola, nella quale egli uffizia e presso alla quale ha poche
stanzucce, dove abita solo solo, si chiama Santa Maria a Cedrella, e
sorge nel punto più pittoresco dell'isola.

Dalla punta di quello scoglio, che si slancia nudo nell'aria scaturendo
fra bassi boschetti di sondro, d'assenzio, di rosmarino e di mortella,
si gode in pianta il panorama intero dell'isola, e tutto il vasto
orizzonte fino a perdita d'occhio, dal Monte Circello alle catene della
Calabria, che si possono accompagnare con lo sguardo, finchè non si
pèrdono nella nebbia della lontananza.

È una di quelle tante posizioni, di cui abbondano i dintorni di Napoli,
e che non si possono descrivere altro che dicendo: «Son troppo belle!»

Mi trattenni col buon romito in piacevole conversazione circa due ore,
nel qual tempo mi mostrò il suo orticello, i suoi fiori e mi serbò da
ultimo la sorpresa dell'immenso panorama che di lassù si gode,
conducendomi e portandomi da sedere e da rinfrescarmi sopra una
terrazzetta scoperta, che sporgeva sopra un profondo burrone dalla parte
del golfo. A quella vista rimasi come incantato, e senza pronunziare una
parola stetti per qualche momento a guardare stupefatto ora la marina
ora la faccia dell'eremita, che taceva e sorridendo ammirava,
compiacendosene, lo stato di estasi, nel quale mi trovavo.

Non potei più contenermi. Padrino, — esclamai, — vuole un novizio?
eccomi qua. — Fece una grassa risata ed accennandomi gli occhi, mi
rispose: — C'è troppo fuoco costì dentro, vi annojereste dopo tre
giorni. — Non è vero! — ripetei. — Datemi la mia famiglia, una buona
stanza da studio, una ricca libreria, un cane ed un fucile per dar
dietro alle quaglie di questi masseti, un buon cavallo da sella, una
barca, un.... — Credetti a un tratto che quel povero monaco volesse
scoppiare dalle risa; io feci altrettanto, e, senza sapere di che,
altrettanto fece Peppino di sul tetto della chiesa, sul quale s'era
arrampicato per far qualche cosa anche lui.

Le nostre risa però durarono poco. Il riso non è fatto per destare gli
echi delle montagne ed in specie quelli del Solaro e della sua Cedrella.
La conversazione continuò taciturna per mezzo di monosillabi e di
occhiate, che volevano dire tutto quello che un volume non direbbe,
finchè non cambiò aspetto, quando di parola in parola venimmo a parlare
dell'eruzione del 72.

La descrizione che il monaco me ne fece, dopo avervi assistito dall'alto
del suo romitorio, fu sublime. Io stavo incantato ad ascoltarlo, mentre
con enfasi meridionale di gesto e di parola mi descriveva il maestoso
spettacolo; e il buon Peppino che stava attento anche lui di su la cima
del tetto, ogni volta che mi vedeva fare atti di meraviglia, non mancava
mai di ripetere: — È vero, signore, me ne ricordo anch'io. —

Il sole vicino al tramonto era già sparito dietro alla chiesuola che
campeggiava in un'aureola di luce dorata, quando m'alzai a malincuore
per dire addio a quel romantico soggiorno di pace.

Il monaco mi accompagnò fino su la porta, facendo voti per la mia
salute, che io gli contraccambiai di grandissimo core, e prima di
lasciarmi m'indicò, lì di fianco alla chiesa, un piccolo recinto, dove
si vedevano 24 croci di legno uscir fuori fra i ciuffi di rose e di
gigli fioriti.

— È il cimitero dei colerosi d'Ana-Capri, — mi disse il monaco, — se
volete una rosa, prendetela. — Ci stringemmo la mano e partii.

Tutte le sere vado a passare un'ora su la marina al Chiatamone, e
guardando l'isola illuminata dagli ultimi raggi del tramonto, penso al
mio Peppino, alla piccola Narella, al buon padre Anselmo ed alle rose
del Monte Solaro.



LETTERA VIII.

Dove si parla di una gita notturna al Vesuvio.


                                        Napoli, 29 maggio 1877.

Per non dimenticare una delle più forti impressioni ricevute nella mia
vita, ho scritto il racconto della gita notturna che sere sono feci al
Vesuvio, e che qui sotto ti trascrivo. Leggilo prima tu, se avrai la
pazienza di farlo, e dopo fammi il piacere di passarlo alla signora
Zeffirina, la quale, quando seppe che venivo a Napoli, mi parlò tanto di
questa montagna da farmela prendere a noja, se fosse stato possibile.


Togliete a Napoli il Vesuvio, e la voce incantata della sirena avrà
perduto per voi le sue più dolci armonie. Nelle notti stellate, quando
la bruna verruca manda i suoi sospiri di fuoco a riflettersi in una
lucida striscia sul mare silenzioso; nei giorni sereni, allorchè gli
ultimi ciuffi della sua chioma sparpagliati dal vento si stendono come
un velo diafano fra i dardi del sole e il profumo dei colli di Sorrento,
piovono su i vostri sensi onde così sature di altissima poesia che,
ammaliato davanti al sublime spettacolo, l'animo vostro a poco a poco si
confonde, e va a perdersi in un mare d'ineffabile malinconìa.

Il fascino di questo abbrustolito Prometeo, che ravviva con la sua anima
di fuoco tutte le membra della bellissima sfinge, posata voluttuosamente
a' suoi piedi, è qualche cosa di strano, qualche cosa d'irresistibile.

Scendete alla riva di Santa Lucia, o a Mergellina; salite alla ròcca di
Sant'Elmo, al Vomero, a Posilippo, a Capodimonte, od in qualunque altro
luogo, donde si scorga la sua mole fantastica, e contemplate.

Le vostre pupille si avventeranno inebriate, come baccanti aeree,
attraverso al duplice azzurro del cielo e del mare; voleranno
insaziabili fra tanti prodigi della creazione, dal solitario Miseno
all'addormentato Epomèo, e giù per il mare biancheggiante di vele,
all'arido scoglio di Tiberio ed alle balze di Sorrento, eternamente
avviluppate nel loro poetico manto di verdi aranceti, e voleranno e
voleranno affascinate in una corsa senza freno, finchè incontrata la
fumante cima del vulcano si poseranno stordite.

Il Vesuvio è il core, è l'anima, è il sunto di tutti gli splendori del
Golfo; è il rubino gigantesco che sta come il fermaglio in questa
collana di perle composta nel cielo, forse per adornarne il seno di
Venere, e smarrita fra le alghe dal Genio della spensieratezza.

Non v'è sguardo umano, io credo, in questa regione, che alla sera si
chiuda senza aver guardato la cima della montagna. Il marinaro la guarda
prima di sbrogliare la vela della navicella per leggere nel suo
pennacchio la direzione del vento. L'agricoltore vede dalle nubi che si
affollano intorno ai suoi fianchi se una pioggia benefica scenderà
presto a rinfrescare i suoi campi; il dotto la osserva per misurare la
sua piccolezza di fronte ai grandi misteri della natura; l'ignorante vi
posa volentieri lo sguardo, perchè tanta bellezza è accessibile anche
all'anime più ottuse; tutti infine vi si rivolgono con quel vago dubbio
dell'anima, col quale diciotto secoli or sono, ai primi sintomi della
fatale eruzione, vi si saranno rivolti i concittadini di Diomede, dai
terrazzi della desolata Pompei.

Egli possiede il fascino della ferocia tranquilla, le attrattive della
bellezza ruvidamente accoppiata alla modestia; è il gran delinquente
dalle bellissime forme che tutti ammirano, perchè è feroce, che tutti
amano, perchè è bello.

L'Arcangelo Michele è un poliziotto volgare; Lucifero è un eroe.

Questi pensieri mi passavano per la testa una sera, mentre mezzo
assonnato mi cullavo mollemente nel vagone del _tramway_, che fra le
undici e la mezzanotte faceva la sua ultima corsa giornaliera da Napoli
a Portici.

D'una ventina d'amici, dei quali doveva comporsi la comitiva, il cielo
torbo e minaccioso all'ora della partenza ci aveva ridotti a sei soli,
accompagnati da un certo malumore, ma pieni di speranza in quella
fortuna che ajuta gli audaci, provvisti di buone gambe e di buoni
polmoni, ed animati dalla più ferma volontà d'inerpicarci ad ogni costo
a salutare il nuovo giorno dall'orlo dell'infuocato cratere. Il
Lacrimacristi per le libazioni di rito lo avremmo trovato lassù.
Cominciammo a piedi la nostra salita abbastanza taciturni, perchè
l'oscurità del cielo, che ci avrebbe impedito di ammirare nel suo pieno
splendore lo spettacolo che le nostre fantasie già pregustavano
avidamente, quantunque se lo fingessero mille volte inferiore alla
realtà, cominciava ad indisporci assai molestamente, quando uno dei
nostri compagni gridò: — Io vedo una stella! — e un altro: — Io due — e
io quattro.... e sei e otto e mille.... — All'apparire della luna le
nebbie si squarciarono come per incanto, e con una rapidità
straordinaria le vedemmo tuffarsi in giro sotto l'orizzonte, e mezz'ora
dopo l'unica nube che interrompeva l'intatta serenità della notte, era
il denso pennacchio del vulcano. — Il paradiso e l'inferno si guardavano
maravigliati!

Quella certa tinta di malumore che ci era stata compagna fin'allora, non
si rischiarò, come si sperava, col dissiparsi delle nubi. Ogni tanto un
frizzo o un epigramma ci usciva sbiadito dalle labbra; un riso di
convenienza lo seguiva breve breve, e dopo, silenzio perfetto. L'aspetto
del Vesuvio, quella notte, era troppo solenne. La insolita vivacità che
lo animava, presentava ai nostri sguardi uno di quei grandi spettacoli
della natura, davanti ai quali ci sentiamo forzati a contemplare
attoniti e silenziosi.

Sotto ai nostri passi risuonavano le lave d'Ercolano, echeggiando su le
brune pareti delle casupole che a lunghi intervalli fiancheggiano la
via, entro le quali, in mezzo a tanta desolazione e a tanto pericolo, i
poveri abitanti riposavano tranquilli. San Gennaro vegliava per loro in
molti tabernacoli, alla luce di piccole lampade, imponendo alla montagna
con la destra alzata verso la sua cima. Davanti all'immensità della
natura, quanta tristezza in quei piccoli lumi! La sterminata fede di
questi felici sfortunati è qualche cosa di prodigioso! Venti volte il
vulcano ha vomitato le sue viscere di fuoco su le loro misere
abitazioni, venti volte ha ingojato ne' suoi torrenti di lava le mura,
il tabernacolo, la lampada e perfino la immagine del santo, e per la
ventesima volta hanno ricostruito la casa e il tabernacolo; hanno
ricollocato la immagine ed accesa la lampada, ed ora dormono sicuri come
all'ombra della più esperimentata e valida protezione. Beati loro! Se la
prossima eruzione distruggerà ogni cosa, che importa? Si ricostruirà il
tabernacolo, si riaccenderà la solita lampada e si tornerà a dormire
sotto i ruggiti del vulcano, più tranquilli di prima. San Gennaro, o
prima o poi, la grazia la farà.

Il vigore lussureggiante della vegetazione, in mezzo a tanta aridità del
terreno bruno e polveroso, specialmente al confronto coi banchi di lava,
sui quali l'occhio erra inutilmente in cerca d'un filo di verdura, è
davvero maraviglioso. Pare quasi che quelle povere piante abbiano inteso
la precarietà della loro esistenza e che facciano sforzi titanici per
viver molto in poco tempo. Affrettatevi, affrettatevi, infelici
condannate! chi sa che il nuovo autunno, invece che ad accarezzare i
vostri frutti odorati, non vegga le sue brezze correre trepidanti
attraverso ad un mare di scorie abbrustolite!

Il Piano delle ginestre ce lo siamo lasciato alle spalle; ecco i primi
campi di lava! Dio, quanta desolazione e quanto silenzio! Il trovarsi di
notte dispersi in quelle brune solitudini, dove la Distruzione e la
Morte vegliano sole fra le tenebre, è cosa che abbatte l'animo, poichè
ad ogni passo vi torna alla mente una lunga storia di disastri,
premendovi al core con una folla di tristissimi pensieri. Se la luna non
avesse mandato la sua pallida pioggia di luce, avrei creduto trovarmi,
nomade Selenita, in mezzo ad una gelida landa del suo _Mare
Tranquillitatis_, tanto era l'aspetto di morte siderea che mi stava
d'intorno. — Inoltrandomi in quella regione selvaggia ed osservandone i
particolari e la infinita varietà di forme assunte dalla lava nel
raffreddamento, provai un senso che mi parve di paura e dimenticando il
mondo lunare, m'immaginai, ad un tratto, d'inoltrarmi fra gli avanzi
torrefatti di una battaglia di Giganti, e mi guardai dintorno spaurito.
Membra di colossi umani intatte o schiacciate pareva sbucassero di sotto
a masse enormi di macerie; torsi, cosce e braccia apparivano disseminati
alla rinfusa in quel vasto campo di morte; e rettili giganteschi, parte
distesi, parte aggomitolati in larghissime spire, o aggrovigliolati
strettamente fra loro come dagli spasimi della morte; e groppe e fianchi
di cavalli, e d'animali mostruosi spezzate e sparse in mezzo ad avanzi
di tende, e vestimenta lacere e carbonizzate; e affusti, e bombe, e
mortai e fortini diroccati, e ammassi di funi, e mille altre forme
paurose di oggetti e di fantastiche figure ci contornavano da ogni lato,
mentre sembrava che su la cima del cono fumante si combattesse ancora
l'ultimo assalto della feroce e sanguinosa battaglia.

Accelerando i passi in questo diabolico paesaggio, giungemmo
all'Osservatorio, ossia al quartiere dei domatori della ignivoma belva.
Il Palmieri e Don Diego, dopo avere annunziato all'Europa che quella
notte 27 maggio 1877 il vulcano dava segni d'insolita vivacità,
dormivano. Nondimeno trovandomi all'ombra di quell'edifizio mi sentii
sicuro, perchè il sismografo vegliava. Il pensare che anche scoppiando
la montagna e scagliando nel sottoposto golfo l'Osservatorio, il
Palmieri, Don Diego e la mia comitiva, quello strumento, subito dopo, ci
avrebbe annunziata la catastrofe, mi dava tanta tranquillità che ripreso
il mio buon umore cominciai a pensare a cose allegre, e mi tornò in
mente un fattarello che volli raccontare agli amici, accaduto nella
Maremma toscana e precisamente l'anno 1844. Una famiglia di contadini
dormiva, una notte, tranquillamente sotto il suo povero tetto, quando il
capoccia fu destato dall'insolito schiamazzìo che facevano le galline in
pollajo. Dètte una gomitata alla massaja che gli russava accanto e.... —
Senti nulla? — O la volpe o i ladri fanno man bassa su le nostre
galline. — Saltarono il letto senza accendere il lume; dettero l'allarme
al resto della famiglia, e qualche minuto dopo, tutti armati di
schioppi, di frullane e di roncole correvano verso il pollajo un trenta
passi discosto dalla loro abitazione.

Non erano anche arrivati a mezza strada, che una terribile scossa di
terremoto avea trasformato la casa in un monte di macerie. I polli
avevano presentito il fenomeno, e dandone coi loro schiamazzi l'avviso
avevano salvato un'intera famiglia da morte sicura. Il fatto è vero; ora
fateci sopra quelle riflessioni che crederete migliori. I miei compagni
impressionati dal racconto si lasciarono andare a così strane
argomentazioni, che ne restai dolorosamente maravigliato.

Si giunse perfino a sostenere che un pollo valeva un sismografo, anzi vi
fu uno tanto esaltato, il quale pretese dimostrare che in certi casi un
pollo morto vale un sismografo vivo. Qui feci le mie osservazioni
alquanto indispettito e mi riuscì deviare la conversazione, perchè son
troppo nemico di mandare in burla le cose, non solamente quando sono, ma
anche quando pajono serie.

Al nostro giungere al piccolo casolare che precede di pochi passi
l'edifizio dell'Osservatorio, alcune guide che dormivano all'aria aperta
intorno ad una fiammata di sterpi, destate dai latrati d'un cane che
annunziò il nostro arrivo, ci salutarono invitandoci a prender posto
intorno al fuoco. Accettammo con piacere, poichè la sizza notturna a
quell'altezza era piuttosto pungente. Ivi prendemmo qualche ristoro;
scegliemmo fra loro un robusto giovinotto per dirigerci nell'ascensione
e poco dopo, fumando saporitamente i nostri sigari, ci rimettemmo in
cammino.

Percorso un mezzo chilometro circa di un sentiero abbastanza facile e
pianeggiante, cominciò il faticoso cammino attraverso alle lave. La
guida avanti e noi in fila dietro a lui, dopo un'ora di faticosissimo
cammino fra grossi detriti di lava scabrosa e tagliente, traballando ad
ogni passo e scorticandoci i piedi e le mani ogni volta che eravamo
costretti a valerci anche di quelle per ritrovare l'equilibrio,
giungemmo finalmente alla base del cono.

L'aspetto orridamente pittoresco del paesaggio che ci contornava allora,
era superiore alle immagini della più ardita fantasia. Nessuna traccia
di vegetazione sotto i nostri passi; da un lato il ripidissimo cono, in
cima al quale una enorme nuvola (che tale pareva da vicino il
pennacchio) tinta dalla luna ai suoi ciuffi estremi in un bianco
perlaceo, bruna nella parte centrale che rimaneva ombreggiata dalla
chioma, e rossa sanguigna alla base, rifletteva in larghi palpiti il
lavorìo che si compieva nella immane fucina, dalla quale vorticosamente
sbucava.

Dall'altro lato le groppe dei colli di lava tinte di un nero metallico,
che frastagliate e seghettate acutamente sembravano, attraverso
all'azzurro del mare, schiene di enormi ittiosauri, che si affollassero
verso di quello per andarvisi a tuffare. Noi eravamo entrati sotto
l'ombra del pennacchio e dall'oscurità, nella quale eravamo, ogni tinta
assumeva per i nostri occhi il suo più forte valore. Il verde delle
campagne lontane; la massa biancastra della città addormentata in mezzo
a migliaja di fiammelle; la luna che nascosta ai nostri sguardi ci si
mostrava coi suoi riflessi d'argento nello specchio della marina; le
isole del golfo illuminate e visibili come in pieno meriggio, e dietro a
quelle lo sterminato piano del mare luccicante pei riflessi di una
miriade di stelle come un altro firmamento disteso ai nostri piedi,
formavano un tale insieme di contrasti e di armonie, offrivano tali
bruschi passaggi dal chiaro più luminoso allo scuro più forte, e tali
lievissime sfumature sotto un cielo di una trasparenza cristallina, che
io credo insufficiente qualunque mezzo umano a darne anche una pallida
idea. Il silenzio che ci contornava era spaventoso, e in mezzo a questo
silenzio il vulcano mandava a larghi intervalli i suoi rantoli profondi.

In quel punto la nostra guida c'indicò un ammasso di lava, sotto al
quale, cinque anni or sono, trovarono la morte due giovani coppie: una
di sposi novelli, l'altra di promessi sposi. Questi infelici
spensierati, partiti allegramente dall'Osservatorio, s'erano inoltrati
fino a quel punto per osservare più da vicino il torrente di lava che
correva a destra di chi guarda il cono dal colle di San Salvatore,
quando investiti da un getto di gas deleterj caddero asfittici e i loro
cadaveri rimasero miserando spettacolo alla infernale solitudine, finchè
un torrente di fuoco non gli ebbe travolti nelle sue onde divoratrici.
Una lapide di marmo posta sopra un muro presso l'Osservatorio rammenta
insieme con quelli di altre vittime i nomi di questi infelici, empiendo
l'animo dello stanco viaggiatore di profonda ed ineffabile malinconìa.

Principiammo la salita del cono. Se Ercole avesse intrapreso
quell'ascensione, io non dubito punto che l'avrebbe registrata fra le
altre sue fatiche. Il declivio è ripidissimo ed il terreno che si
calpesta è formato da minutissimi frammenti di lava scabrosi e
vetrificati, dove la gamba affonda fino al ginocchio, tantochè dopo aver
fatto dieci passi, con fatica inaudita, la via percorsa è appena di un
metro. Nonostante si va, si rampica e ci sentiamo tornare nelle membra
un vigore, nel quale non avremmo osato sperare pochi minuti avanti,
tanta è la febbre dell'entusiasmo e della curiosità che s'impossessa di
noi quanto più andiamo accostandoci alla cima paurosa.

Uno de' nostri compagni, un poco indisposto di salute, che fino allora
aveva potuto farsi superiore alla fatica con la sua forte volontà, fu
vinto da quest'ultima prova e chiese che lo lasciassimo riposare,
pregandoci di proseguire, chè ci avrebbe raggiunti più tardi. Noi non lo
volemmo subito lasciare ed aspettammo che alquanto rinfrancato
riprendesse il cammino. Dopo qualche momento si rialzò, riprese la via,
ma ricadde di nuovo a sedere, insistendo perchè si andasse avanti senza
pensare a lui. Cedemmo alle sue preghiere, ma rimasero presso di lui due
compagni e la guida che aveva addosso alcune provvigioni da bocca,
perchè all'occorrenza avesse potuto ristorarsi.

L'andare senza guida incontro ad un ignoto di quella natura; sopra un
terreno che cominciava a scottare i piedi, ed in mezzo a fumaroli che ci
soffiavano intorno da ogni parte, era cosa che cominciava a darmi
sgomento, onde rimasi per qualche minuto indeciso se avessi dovuto
attendere o seguire il più robusto dei nostri compagni che vedevo già
lontano e quasi arrivato alla cima del monte. — Quando egli si accorse
della mia oscitanza e capì quale poteva, molto probabilmente, esserne la
cagione, cominciò a gridare, animandomi, che non v'era alcun pericolo;
che troppe volte aveva fatta quella ascensione e che era pratico più
della guida. Io gli risposi che non dubitavo punto di quanto mi diceva,
ma che non avrei proseguito in nessun modo senza la compagnia della
guida e mi fermai. Il pennacchio che sbattuto dalla prima brezza
dell'alba cominciava a sparpagliarsi su i fianchi del monte, più che
qualunque altra cosa, mi dava sospetto.

— Potremo respirare avviluppati in quella cappa di vapori sulfurei? —
badavo a domandarmi. — Siamo veramente sicuri che quel vapore, jeri
innocuo, non abbia cambiato oggi le sue proprietà? — In pochi discorsi
mi trovai preso dal timor pánico ed ebbi un momento assai triste,
quando, rinforzato un po' il vento, vidi piegare rapidamente la enorme
massa della chioma, scaricarsi sul fianco della montagna e corrermi
incontro, rotolando vorticosamente giù per la nuda e ripidissima china.

Ebbi paura, sì, ebbi paura, nè me ne sento umiliato! Davanti alle grandi
convulsioni della natura, dove mezzi di difesa non esistono, la parola
_coraggio_ è una parola che non arrivo a comprendere altro che in bocca
dei vanagloriosi e degli sciocchi.

In pochi istanti mi vi trovai avviluppato interamente; gli occhi mi
cominciarono a lacrimare; qualche starnuto, qualche colpo di tosse...;
ah! ma si respira! Cambiò subito scena nel disordine momentaneo delle
mie idee. Cominciai a gridare, a cantare ed a chiamare gli amici che non
vedeva più attraverso alla grossa caligine. Mi fu risposto di sopra: —
Corri, è meraviglioso! — e dal basso: — Eccoci, ci siamo anche noi — e
in quattro slanci giunsi alla cima, dove poco dopo ci trovammo tutti
riuniti. — Il nostro entusiasmo diventò allora frenesìa. Parole
concitate, grida di maraviglia, strette di mano, bicchieri all'aria e un
correre di sotto e di sopra in mezzo ai richiami della guida che ci
gridava continuamente: — Costà no.... tornino indietro.... non si
azzardino tanto da cotesta parte.... — Dio, Dio! che soddisfazione, che
maraviglioso spettacolo era quello! — Gridai salute ai miei parenti, a'
miei amici, anche ai miei nemici, perchè in quelle condizioni d'animo
non mi pareva d'averne, e avrei voluto tutti con me a partecipare delle
piacevoli, ma troppo violente impressioni di quel momento, ed a
lasciarsi stringere ed abbracciare, perchè avrei stretto ed abbracciato
anche Lucifero stesso, se fosse apparso a deriderci avviluppato nel suo
mantello di fiamme.

Il fumo rabbuffato e sbatacchiato dal vento al di sopra dell'enorme
crepaccio era foltissimo al di dentro; onde di tutto il lavorìo che si
faceva nel fondo altro non potevamo scorgere che un incessante bagliore
e udire una romba ottusa a quando a quando interrotta da sordi ruggiti e
urli rauchi ed altri rumori così potenti e così strani, da non trovare
raffronto altro che pallidissimo in quelli d'un furioso uragano.

Immaginate lo strepito d'un enorme getto d'acqua che ricade sopra un
piano incandescente; una raffica di vento temporalesco che striscia
attraverso ad una selva di abeti; la romba di scariche elettriche
sotterranee; colpi tirati con maglio poderoso in una gigantesca lamina
di rame.... ingrandite tutte queste immagini per quanto è capace la
vostra fantasia, ed avrete qualche cosa che somiglierà al vero della
gola satanica che vomitava urli e fiamme in fondo alla orrenda voragine.

Non potendo appagare interamente la nostra febbrile curiosità, fummo
presi dal fascino e sentimmo irresistibile il desiderio di calare in
quell'abisso.

La guida ricusò decisamente di accompagnarci.

— Andremo senza di te; insegnaci la via.

— Non ve la insegno.

— La troveremo da noi.

— Aspettate almeno il giorno.

— Subito.

— Ebbene, se volete calare, io vi conduco, ma non più di due per volta e
su la vostra responsabilità.

— O tutti, o punti.

— Non vi conduco. —

Persistendo nel nostro proponimento e buttandogli in gola un altro
bicchiere di Lacrimacristi, finalmente si dichiarò vinto con queste
parole.

— Ebbene, signori, volete andare da vero? andiamo. —

Come arrivammo in fondo non lo so; so che scottandoci i piedi e le mani,
che trovandoci ora sospesi ai fianchi tormentati d'una rupe che sporgeva
instabile sull'abisso, ed ora vedendo una rupe sospesa sopra di noi,
mezzi accecati da soffioni di vapori aciduli in ebullizione, arruffati e
sudanti, giungemmo ad una larga piattaforma posta circa alla metà del
profondo imbuto fra l'orlo del cratere e l'infernale crogiuolo che
vedevamo gorgogliare a pochi metri sotto di noi e lì ci fermammo, perchè
era assolutamente impossibile andare più innanzi.

Quale scena sublime! mille occhi non ci sarebbero bastati per afferrarne
con uno sguardo tutta la tetra bellezza. Mi sentivo tanto piccolo, che
avrei giurato non essere il mio corpo più grosso di un grano di arena. I
miei compagni poi non mi parevano più loro, ma ombre fantastiche
attraverso a un sogno di febbre. Pensai a Dante, a Shakespeare, a tutti
i grandi della terra, e tutti mi passarono attraverso al pensiero come
pimmei, tanto era gigantesco l'orrendo spettacolo della orribile bolgia,
entro alla quale ci eravamo cupidamente avventurati.

Allora non più paure, non più dubbj di pericolo; la vertigine ci aveva
presi, eravamo ubriachi di ruggiti e di fuoco, e se un getto di lava ci
avesse ricoperti, saremmo caduti gridando di gioja come il pazzo che
vede bruciarsi addosso la veste; i nostri corpi avevano perduto il
sentimento della loro individualità, e ci sentivamo nulla più che
invisibili atomi confusi e dispersi nel turbine della tempesta.

Le pareti della mostruosa caverna, incrostate su tutta la loro scabra
superficie di cristallizzazioni di zolfo, ed illuminate ora dai bagliori
del fuoco, ora dalla luna che filtrava attraverso alla densa nuvola di
fumo, riflettevano umide e luccicanti tutti i colori dell'iride. Lassù
in alto una rupe gialla stava sospesa sopra un ammasso di lapilli di un
turchino carico; accanto, una muraglia a picco tutta screpolata e
fumante da larghe fenditure orlate da cristallizzazioni di altri colori
vivacissimi andava a nascondere la sua base nel fondo del baratro. Su la
nostra sinistra l'immensa breccia, dalla quale traboccarono le lave del
72, e di fronte l'altra apertura, dalla quale la nera e irsuta cresta
del Somma, la montagna, su la quale Spartaco alzò il grido dei ribelli,
si vedeva attraverso alla nebbia di centinaja di fumaroli che in linee
parallele mandavano piccoli getti di vapore grigiastro che si svolgevano
all'aria come tante code di cavallo fitte nel terreno ed agitate dal
vento, e sul fondo di questo maraviglioso scenario passavano velocemente
e si rincorrevano e si azzuffavano per l'aria, inerpicandosi o
strisciando rapide sulle pareti del precipizio, frotte di demoni alati,
che altro non sembravano ai nostri sensi instupiditi le ombre portate
dai nembi di fumo che sbucavano vorticosamente dal fondo.

E intanto noi, mentre in mezzo a quella scena orridamente selvaggia, il
Globo faceva intendere la sua voce potente, che facevamo? Rannicchiati
sopra una rupe che si spenzolava nel vuoto, si ascoltava e si guardava
in silenzio.

La bocca d'eruzione che vedevamo pochi metri al di sotto di noi, era il
punto più spaventoso. Dai formidabili ruggiti che si levavano dal fondo
pareva che un branco di leoni spirassero urlando tra le fiamme di una
mostruosa fornace. — Il fluido che si agitava nel gorgo, abbassando e
rialzando a brevi intervalli la sua massa vorticosa, gorgogliava e
brontolava cupamente, finchè gonfiandosi nel centro si sollevava a poco
a poco rompendo in grosse bolle alla superficie e lanciando da ultimo in
aria, con una esplosione violenta, vortici di fumo infuocato e lava in
forma di lacerti sanguinanti, che giungendo quasi alla nostra altezza
ricadevano parte sempre liquidi e parte raffreddati, o nel crogiuolo o
al di fuori, con lo strepito sinistro di una pioggia di pietre.
Gl'intervalli fra un boato e l'altro, in alcuni momenti erano
brevissimi, per modo che spesso un getto che ricadeva ne incontrava un
altro che saliva, urtandosi e spezzandosi in faville, e ad ognuno di
questi boati corrispondeva un bagliore come di scarica elettrica che
andava a riflettersi brillando sul pennacchio e ad infuocarne la base.

Non so quanto tempo ci trattenessimo laggiù; ma so che mai non ce ne
saremmo staccati, malgrado dei ripetuti inviti della guida, se non ci
fossimo accorti che il sole incominciava già ad indorare la cima del
cono. La sola idea di non perdere il panorama del golfo al sorgere del
sole poteva rompere l'incantesimo che ci teneva incatenati là in fondo.
Dopo un quarto d'ora di faticosa ascensione, uscimmo dal cratere....
Dio, Dio! è troppo! sono impazzato? son vittima fortunata d'un
incantesimo? Che sublimità di spettacolo era quella! Credei d'aver
fumato l'oppio, d'aver bevuta l'_Haschisch_.... io non so che cosa
credei, ma in verità, con la mente già ubriacata dallo spettacolo di
poc'anzi, ebbi un momento, nel quale mi parve d'essere impazzato
davvero. Badavo a tastarmi le membra, a passarmi le mani su gli occhi e
su la fronte, nè potevo persuadermi che quello che mi stava dinanzi era
opera della natura. Pareva il lavoro delicato d'una Fata gentile; veniva
voglia di temere che l'aleggio d'un insetto lo potesse disfare e si
tratteneva il respiro, quasi temendo che anche l'alito più lieve potesse
turbare quel diafano incanto.

Non credo a spettacolo più sublime.

Quando dalla cima di un vulcano che freme, gettando la sua ombra sul
mare, i nostri occhi hanno dinanzi il sole che sorge fra le criniere
nevose degli Appennini; la baja di Castellammare, tutta la riviera di
Sorrento fino al capo Campanella; e Capri e Ischia e Procida coi loro
picchi tinti di rosa dalla prima luce del giorno; e la pianura e Napoli
tuffata nelle onde, che stende al mare, come una Ninfa innamorata, le
sue bianche braccia da Posilippo a Resìna, la fantasia si smarrisce,
l'animo si riempie di tanta malinconìa, le forze nervose cadono in tale
abbattimento, che di tanta folla di sensazioni altro ricordo non resta
che confusione e dolcissima tristezza.

Il popolo solo ha scolpito le bellezze di questa sua Italia fatata,
nella malinconìa de' suoi canti.

L'aspetto del panorama si cambiava intanto rapidamente. La luce del
giorno, dalla cima delle montagne scendeva rapida giù pei loro fianchi
violetti; i vapori lievissimi della pianura sparivano; la vita si
ridestava sulla terra e sul mare con migliaja di torrette che fumicavano
e di barche che si staccavano spumeggiando dalle coste, e pochi momenti
dopo anche la immensa città, simile ad un banco di lava biancastra
solcato da profondi crepacci, brillò sommersa in un oceano di luce.

— Ah! godi, godi, Napoli mia, perchè davvero è grande la tua bellezza.
Quante volte scorrendo la tua storia sanguinosa ho imprecato alle avide
ombre di Corradino e di Murat, ma ora dall'alto di questa torrida roccia
le scuso e le compiango. Godi, godi nel tuo letto di alghe e di fuoco, o
bellissima Salamandra. Cuma, Baja e Miseno caddero tra i boati della
Zolfatara e le scosse del formidabile Tifèo, ma erano meno belle di te.
Morì, è vero, la rosea Pompei e la bruna Ercolano sotto la furia del tuo
Vesuvio, ma il tuo Vesuvio ti guarda e sospira; anche lui deve amarti,
sei troppo bella. —

Era tempo di discendere. Rotolandoci su i lapilli, in pochi minuti
calammo all'Atrio del Cavallo; di lì, attraversando le lave che alla
luce del giorno parvero meno micidiali alle nostre povere membra,
giungemmo presto all'Osservatorio. Una breve fermata, un sorso di vino e
di nuovo in viaggio, ma questa volta per la sospirata via rotabile.

Poco sotto alla casetta dell'eremita incontrammo una comitiva di signori
in un ricco _landau_ tirato da quattro cavalli. Ci guardarono ridendo,
forse dei nostri aspetti rabbuffati, e, mi parve, con una certa aria di
commiserazione. Guardai loro e ridendo io pure sotto i baffi. — Ah! no,
signori miei, avete torto, — dissi fra me: — quando c'incamminiamo al
Vesuvio strascicati da quattro cavalli, con le lenti affumicate, coi
guanti _glacés_ e gli ombrellini da sole, non si dovrebbe ridere altro
che passando davanti ad uno specchio. —



LETTERA IX.

Spigolature.


                                        Napoli, 30 maggio 1877.

Ho finito d'annojarti. Una malaugurata matassa di combinazioni mi s'è
intrigata fra le mani inaspettatamente, e stasera in qualunque modo
debbo lasciar Napoli, e con Napoli tanti cari desiderj che forse
resteranno insoddisfatti per tutta la vita. Sono di pessimo umore.
Rivedrò la famiglia, rivedrò i vecchi amici e i miei luoghi, ma lascio
Napoli! Chi non la conosce, amico mio, o quei diseredati che
conoscendola non hanno gustato i vezzi di questa Circe, non possono
intendere il core dell'amante ammaliato che, improvvisamente costretto,
deve abbandonarla. Ed io mi cheto e guardando il mucchietto de' miei
pochi bagagli lì in un canto che fra poco verranno con me a bordo del
_San Piero_ della Compagnia Valery, e le bocche spalancate e vuote del
cassettone che mi guarda come se volesse anche lui brontolarmi un addio,
ti scrivo, per annunziarti la mia partenza, queste ultime righe, che
precederanno di qualche giorno il mio arrivo costà, perchè ho intenzione
d'andare fino a Genova e di rientrare nella nostra poetica Toscana dalla
via dell'Appennino.

Avrei molte altre cose da dirti di questo paese, ma ormai lo farò a
voce; ed intanto ti faccio grazia d'una descrizione che doveva chiamarsi
l'Imbrecciata, non disgustandoti così col racconto delle più oscene
brutalità, nelle quali mi sia mai imbattuto passando in rivista le
vergogne di Napoli, dell'Italia e del genere umano; risparmio la tua
pazienza col racconto di altre gite che ho fatte a Pozzuoli, a
Camaldoli, a Caserta ed in altri luoghi incantevoli, e ti lascio anche
desiderare qualche parola che potevo averti scritta del _San Carlino_ e
del suo Pulcinella, riserbandomi a farti sentire tutto il meglio che sia
stato detto di questo arguto e povero filosofo, di questa sottile
personificazione dell'indole napoletana, portandoti un opuscolo d'un
certo Arcoleo che leggerai con grande compiacenza. Ti risparmio tante e
tante altre cose, e ti stringo la mano e ti saluto.


Sono già a bordo. Il battello che secondo l'orario doveva salpare alle
quattro, partirà invece verso le sette a causa della enorme quantità di
mercanzie che vi sono ancora da caricare. La stiva è già piena fino ai
boccaporti, ed otto barconi stracarichi di botti e di balle son qui
intorno per consegnarcele. Dove vorranno cacciare tutta questa roba e a
che ora s'anderà via, non lo so, nè me ne dispiace. Riapro la lettera
che consegnerò poi, perchè te la imposti, al nostro Enrico che è qui a
bordo tutto addolorato per la mia partenza, e finchè vi sarà tempo te la
infarcirò alla rinfusa del meno peggio che potrò raccapezzare fra gli
appunti dell'inseparabile taccuino.


U SOLECHIANIELLE.

Un essere, per il quale le maraviglie del firmamento rientrano nella
categoria delle cose superflue (fremi, ombra onorata di Galileo), è il
povero _Solechianielle_, vulgo, Ciabattino ambulante. Tutto il suo
armamentario è rinchiuso in una cesta di truciolo, che tiene dietro alle
spalle, dentro alla quale si possono vedere: tacchi vecchi, tomai
accartocciati, elastici sfilaccicati, tramezzi sfondati, bullette
vecchie, spago vecchio, pece vecchia, aghi rotti, lesine spuntate,
trincetti intaccati, martelli smanicati, ed altre molte cose tutte
_otte_, _ecchie_ e _acce_, che formano il patrimonio o meglio la miseria
mobile del povero ciabattino. Ha una ciabatta in mano e, come fanciulla

    Umilemente d'onestà vestuta,

passa tra la folla con l'occhio abbassato pudicamente al suolo, nè si
distrae, nè parla, nè grida, ma va e va e va, continuamente assorto in
quelle che parrebbero sue meditazioni dolorose. La prima volta che dà
nell'occhio uno di questi esseri, muove quasi a pietà, perchè vi desta
subito nell'animo qualche dubbio doloroso. Spesso pare che corra
affannato in cerca d'un oggetto smarrito e di grandissimo valore per
lui, e qualche altra, sembra un'anima preoccupata che fugge davanti ad
un rimorso che la perseguita, quando non v'immaginiate che cerchi la
gemella smarrita della sua anima o di quella incompresa ciabatta che ha
costantemente in mano. Ma alla pietà succede subito lo sdegno, se le
vostre scarpe si fossero per caso magagnate a vostra insaputa, e peggio
poi se avessero una di quelle screpolature che fino ad ora avete
nascoste tanto gelosamente a furia d'inchiostro, e che non sono
rimediabili altre che con la così detta sardina o con la famosa dentiera
di spago.... Succede lo sdegno, dicevo, perchè a lui non sfuggirà di
certo il guajo che affligge tanto molestamente le vostre basse
estremità. Non un tacco dolcemente inclinato, non un sorriso lievissimo
di tronchetto passerà inosservato alla sua vigile pupilla.

Perfino le avarìe delle suola, quelle leggerissime avarìe sotto la
pianta, che sono uno dei vostri più curati segreti, a lui non
sfuggiranno, come se i vostri piedi si muovessero sopra ad uno specchio,
ed inesorabilmente ve le accennerà stendendo il braccio e l'indice verso
la parte vulnerata.

Quando ha adocchiato la preda è implacabile. Egli conosce perfettamente
i suoi polli; si mette dietro alla vittima continuando ad accennare
straziantemente il membro ammalato, ed è capace di seguitarla per un
chilometro intero, per due se occorre, finchè non l'abbia fatta sua.

Questa volta ha chiappato un pretonzolo di campagna. Gli ha già levato
la scarpa, vi ha già sostituito la misteriosa ciabatta, perchè il
paziente non resti scalzo in mezzo alla via, e tutti e due seduti,
questo sul marciapiede e quello su la sua cesta, incomincia l'opera
riparatrice. Allora il ciabattino cambia affatto natura. Da taciturno
che era diventa ilare ad un tratto; accende subito un mozzicone, attacca
discorso con la vittima, e raccontando piacevoli storielle ride e fa
ridere, e tutto distratto briosamente, mette pece dove dovrebbe andar
cuojo, steccoli dove ha levato bullette e in quattro e quattrotto la
scarpa rotta è diventata peggio di prima; il prete è contento come una
pasqua e, uno per un verso, uno per l'altro, tutti e due si allontanano
allegramente, sognando ognuno per conto proprio: mortorj, scarpe rotte e
benefizj vacanti.


IL MIRACOLO DI SAN GENNARO.

Il famoso miracolo di San Gennaro si è ripetuto quest'anno otto volte, a
benefizio dei pellegrini stranieri. L'occasione era bellissima, ed io
non potevo perderla a costo di qualunque sacrifizio. Quando v'è un Santo
che per amore del suo popolo è capace di mettere in bollore il proprio
sangue per otto volte consecutive, senza perder la pazienza, bisogna
dire che è un Santo sul serio, un Santo che merita tutti i riguardi
possibili ed io volli salutarlo.

La folla era compatta nella chiesa; intorno all'altare formicolavano un
par di centinaja di pellegrini mascolini, femminili e neutri, che
correvano, gridavano, smanacciavano, stabaccavano, ridevano, piangevano
e masticavano pasticcini, preghiere e polpe d'arance. A me era riuscito
d'intrudermi fra costoro, ma più prudente della cornacchia della favola
seppi tanto bene portare la mia mascherata che nessuno s'accorse del
finto pavone, imbrancatosi temerariamente con loro.

In mezzo ad un silenzio solenne incomincia la commoventissima funzione.

Il sacerdote di servizio, mentre presenta al popolo l'ampolla, simile ad
un piccolo lampione da carrozza, la guarda, e incominciando subito a
girarsela tra le mani, esclama con voce stentorea: — È duro! —

A quel fatale annunzio il popolo dà in uno scoppio di strida così
disperate, che ad un tratto pare d'esser cascati in uno scannatojo
d'agnelli. I pellegrini si spaventano credendola una sommossa; alcune
pellegrine minacciano uno svenimento, una accenna di cadermi fra le
braccia, ma poi non vi cade ed io taccio, osservo e me la godo. Il Santo
tarda a fare il miracolo; allora raddoppiano le strida e lacrime
desolate si vedono scorrere in tal quantità su tutte le gote che ho dei
momenti, nei quali corro serio pericolo d'intenerirmi. Vedevo intorno a
me certe fisonomie e certe fronti, su le quali posava tanta pace soave e
tanta serenità di fede, che in verità pareva mandassero raggi di luce;
vedevo spargere lacrime tanto sincere e tanto spontanee, che io mi sarei
positivamente commosso, se l'insieme della scena non avesse avuto
assolutamente l'aria d'un baccanale dei più nauseanti.

Delle famose imprecazioni al Santo, però, non ne ho sentite nemmeno una.
Pianti, sospiri, caldissime raccomandazioni e niente di più. Da un
branchetto di commarelle, che mi stavano alle spalle, uscivano
continuamente queste preghiere: — Faccela, faccela, la grazia, San
Gennarino mio bello. — E se il chierico accennava di no, ripigliavano: —
È duro! Oh! quanto ci metti stamattina, San Gennarino mio benedetto. Ah!
faccela, faccela, questa divina grazia; faccela, faccela, San Gennarino
bello, bello, bello — ed altre esclamazioni consimili e tutte di
sconforto, di pietà e di preghiera.

I pellegrini cantavano, il popolo berciava nella cappella del miracolo,
ed intanto nella navata massima un rimbombante predicatore strapazzava
la memoria del Santo, ossia ne raccontava la vita, commentandola. E
questo rumore grandissimo aveva i suoi alti e bassi, ogni volta che il
cherico accennava lontana la consumazione dell'incanto o dava speranze
di prossimo bollore.

Dopo 29 minuti finalmente vedemmo il sacerdote, il cherico e gli
spettatori più vicini a loro, ficcare attentissimi gli occhi
all'ampolla, e far de' moti con le braccia tese verso la turba ululante,
come per dire: — Forse.... un altro momento.... ci pare.... chi sa...? —
Vi fu allora un istante d'ansia generale ed un breve intervallo di
silenzio rotto qua e là da sospiri e da singhiozzi mal soffocati. I
cenni seguitarono per qualche secondo, facce lagrimose e mani tremolanti
si agitavano sulla folla genuflessa, quando ad un tratto alzaron tutti
le braccia all'aria, serrando le palme; il cherico sventolò, in segno di
gioja, un panno bianco, e come scoppio d'uragano, gli organi dettero
nelle loro armonie a pieni mantici, le campane suonarono a distesa, e le
vôlte del tempio, investite da una nuvola d'incensi, risposero rombando
all'urlo poderoso delle turbe che intuonarono l'Inno Ambrosiano.

Il miracolo era fatto; il sangue bolliva; Napoli era salva! Io potei
accertarmene coi miei occhi, e non restandomi allora più alcun dubbio su
la verità del pauroso mistero, uscii rattristato di là dentro per
ossigenarmi all'aria aperta i polmoni e le idee.


Ripensando nei giorni seguenti alla scena selvaggia, della quale ero
stato spettatore, non me ne maravigliai più tanto, dopo che dalla
osservazione di tanti altri pregiudizj che allignano fra questa gente,
ebbi capito meglio l'animo dei fanatici che vi operavano.

Fino dai primi giorni che ero in Napoli mi avevano dato nell'occhio
alcune persone che vestivano abiti tutti d'un colore, dalle scarpe al
cappello: qualcuno tutto verde, qualche altro tutto rosso, altri tutti
gialli, ed altri di molti altri colori, che io badava a guardare in viso
per vedere se mi riusciva persuadermi che non erano pazzi. Finalmente,
non essendo riuscito a raccapezzarmi, ne domandai e seppi che erano
devoti, i quali avendo attraversata qualche grave malattia, avevan fatto
promessa ai loro santi di vestirsi a quella maniera per un certo dato
tempo, ed ora, guariti, scioglievano il voto.

Ho incontrato spesso alcune madri, portanti in collo monachine e fratini
cuccioli d'un anno o due, ed ho saputo che anche la causa di queste
innocenti mascherate è la medesima. Non mi ricordo se i pagani avessero
qualche cosa di simile, ma è probabile di no, perchè erano tanto meno
inciviliti, e più poeti di noi.

Per mezzo dello stesso filo d'Arianna sono arrivato anche a spogliarmi
della pietà che mi destava la vista di alcune monache occupate nelle
botteghe e nelle vie in opere servili, in mezzo ad altre operaje, alla
cui vista quasi ho imprecato alla così detta soppressione dei conventi,
finchè le ho credute vittime di quella legge; ma avendo trovata la
ragione di tali goffe consuetudini, sono giunto poi a ridere amaramente
anche del ribrezzo che m'avevan fatto alcuni fraticelli bigi dalla
ghigna sinistra, che agitati da Mercurio spesso mi hanno susurrato
all'orecchio pitture enfatiche di brune e di fulve Citère Trivie e
Cloacine, e patetici inviti con tale untuosa insistenza, che non cedeva
altro che dinanzi alla perentoria minaccia d'una larga pedata nelle
pieghe deretane della tonaca bigia.

Nè mancano fra loro alcuni ingegnosi scrocconi che, approfittando della
semplicità fanatica dei più gonzi di loro, la sfruttano impunemente a
loro vantaggio, in un modo che sembra innocente, ma che, se è meno
cinico, non è meno vigliacco e disonesto. Per le vie dei quartieri
poveri non è raro inciampare ad ogni piè sospinto in una seggiola posta
sul marciapiede o su la soglia d'una bottega, su la quale è un aborto di
gesso che rappresenta San Gennaro, due moccoli accesi ai lati della
superba immagine ed in mezzo un mucchio di soldi non sempre vecchio nè
piccolo. Che cos'è tutto quell'amminnicolo? È un paretajo, nulla più e
nulla meno che un paretajo. Il Santo fa da richiamo, i gonzi che vi
calano lasciando l'elemosina, da tordi, e da capanno la bettola vicina,
dove il tenditore mangia e beve allegramente alla barba dei citrulli,
senza altra pena che d'andare di quando in quando a rivedere la tesa, la
quale raramente è sprovvista di selvaggina.

Ma quando, tacendo di tante altre, ti avrò detto che soltanto da dieci
anni si è cessato di portarsi in occasione d'una certa festa che non
ricordo, con apparato solenne e concorso dei Reali di Borbone,
d'autorità civili e militari, deputazioni, rappresentanze, ec., ec.,
nella chiesa del Carmine per tagliare i capelli ad un Crocifisso, e che
questi capelli ricrescevano poi a poco a poco nel corso dell'anno,
perchè ritornassero in taglio l'anno seguente, capirai con facilità che
non è po' poi tutta colpa di questi disgraziati la loro bestiale
ignoranza, nè tutta nostra modestia quel sentimento che ci spinge a
cantare all'Europa in tutti i toni che siamo tanto avanzati nelle vie
dell'incivilimento. Grazie a Dio, da qualche tempo si va di carriera,
anzi si vola; ma avanti d'essere arrivati in fondo, almeno quaggiù, c'è
che ire.


I RINALDI.

Percorrendo una mattina la via della Lanterna mi dettero nell'occhio due
folti gruppi di persone, in mezzo ad ognuno dei quali vedevasi un uomo
agitarsi e declamare con un libro in mano. Erano due Rinaldi, cioè due
del popolo che all'aria aperta sul lastrico della via declamano e
commentano alla turba estatica i poemi eroici della _Gerusalemme_, del
_Guerrin Meschino_ e dei _Reali di Francia_. Mi accostai al primo di
questi e l'osservai. È un uomo che ha varcato la cinquantina, robusto di
forme, acceso di volto, dalla voce _avvinata_ e dall'eloquio largo e
maestoso. Non ha giacchetta, ha rimboccate le maniche della camicia, il
capo scoperto, e siede sopra una seggiola impagliata in fondo al circolo
degli uditori, ove impostandosi a Giove Tonante, sorride olimpicamente,
e girando intorno l'injettato occhio porcino, pare che dica a sè ed agli
altri: — Come son bello! —

L'anfiteatro, dentro al quale egli declama, è formato di carne umana. La
prima linea, che rappresenterebbe la massa delle gradinate, è fatta di
piedi e di ginocchi di ragazzi, che seggono in terra; dietro a loro
viene subito l'ordine nobile, ossia una panca in giro, su la quale,
pagando un soldo, seggono i Cresi del Porto e i protettori delle
lettere, col diritto di grattarsi finchè rimanga loro cotenna sotto i
capelli, e dietro a questi sta in piedi la folla dei diseredati,
incominciando dai più bassi di statura, e su su fino ai cappelli bisunti
dei più lunghi che ammirano estatici sbadigliando in silenzio.

Per passar meno peggio il tempo d'aspetto tutti hanno trovato una
occupazione. Gli ultimi, quelli in piedi, masticano saporitamente la
cicca acquistata poco fa dal vicino negoziante all'ingrosso; i Cresi
sbuccian semi di zucca o succiano arance; i ragazzi mastican le buccia e
si pizzicottano fra loro; tutti si grattano.

A proposito di questo grattarsi, perchè non sembri che io esageri, non
mi pare inutile rammentare qui la sentenza di quel gran filosofo, il
quale disse che se la plebe di Napoli fosse di cacio, tempo ventiquattro
ore non ci resterebbero che l'unghie. È azzardata, ma potrebbe esser
vera.

In mezzo al circo sta il venditore d'arance e di semìne con le sue
paniere alla mostra, il quale è anche incaricato del buon ordine. Con
una mano dispensa i generi venduti, con l'altra riscuote le somme; con
l'altra dispensa scapaccioni ai monelli più sguaiati, mettendo alla
_porta_ i recidivi, e con quell'altra si gratta quando non ha altro da
fare. Le due mani di più che ho rammentate, appartenevano al suo
ajutante di campo. Il nume intanto s'è preparato a dare l'oracolo, ha
squadrato per la decima volta il brillante uditorio, e dopo avere
accennato con la mano di non poter più reggere il _verbo_, che è vicino
a traboccargli dalle labbra, tutto agitato incomincia:

    _Canto_ d'Erminia _che_ infra le _sue_ ombrose _biande_....

Misericordia! Mi basta, me n'avanza.

Via, via subito da quell'altro, ma spicciamoci, per l'amor di Dio, chè
se m'arriva con un altro di quegli _endecasillabi_, son morto!

Il Rinaldo che declama proprio sotto la torre del Fanale, è un altro
tipo; è meno maestoso, ma i suoi tratti sono tanto onesti e delicati,
che se non lo denotano una persona culta, ci manca poco. Quella
giacchetta che il Rinaldo volgare di poco fa sdegna indossare, egli la
tiene decentemente sotto il braccio; ha un libro manoscritto nella
sinistra e nella destra una bacchetta sbucciata a spirale. I suoi occhi,
se non sembrassero due giuramenti falsi, potrebbero parere benissimo due
ecclissi totali di luna, perchè, quando declama, spesso ripone
addirittura le pupille dentro la palpebra superiore, dove a volte le
tiene qualche secondo, imitando maravigliosamente lo sguardo del dentice
lesso. Deve sentir tanto quell'uomo! Sputa continuamente, cambia
alternativamente il posto alla mazza, al libro e alla giacchetta; fa due
passi avanti a sinistra, due indietro a destra; guarda la terra, eppoi
il cielo, e quand'ha guardato il cielo, riguarda la terra e rimuta il
posto alla mazza, al libro e alla giacchetta, e risputa con tanta
simmetria e con un tal metodo, che in verità stupisce il vedere come in
mezzo a tanta complicanza di faccende non s'imbrogli mai.

La statura sua è piuttosto bassa; ha il torace peloso, le braccia
pelose, il berretto di pelo e la barba a corona. Non si può dire
veramente un bell'uomo, ma senza dubbio è qualche cosa fra il sagrestano
smesso e il gorilla addomesticato.

Incomincia a declamare; ascoltiamo.

Anche a lui gli endecasillabi pajono corti, onde, animato anche dalle
licenze poetiche che vede prendere agli autori dei testi, su i quali si
appoggia, ha preso addirittura il _patentino_ per poter declamare anche
in tempo di divieto, e aggiunge, e allunga, e accomoda di suo, in un
modo così sublime, che il Tasso nelle sue mani diventa tutt'un'altra
cosa, un po' più oscuro è vero, ma con le sue illustrazioni in lingua
Greco-Arabo-Italo-Cofta rimedia a tutto e così bene, che anche gli
addormentati, quando si svegliano, ne sanno quanto quelli che sono stati
desti o poco più.

Chetiamoci e stiamo attenti sul serio, perchè ora è il vero momento; il
nume s'è impossessato di lui, lui s'è impossessato del senso comune e se
le dànno a morte.

    Ma nol farà: prevenirò quest'empj
      Disegni loro, e sfogherommi appieno;
      Gli ucciderò, faronne acerbi scempj:
      Svenerò i figli alle lor madri in seno;
      Arderò i loro alberghi e insieme i tempj:
      Questi i debiti roghi ai morti fièno;
      E su quel lor Sepolcro in mezzo ai voti
      Vittime pria farò de' sacerdoti.

Così, per bocca del buon Tasso, ragiona il rabbioso Aladino, e, per dire
il vero, trovo che le sue idee (quelle d'Aladino) per gobbe son fatte
bene; ma il mio Rinaldo, lui, quello che sputa, per non confonderlo con
l'eroe omonimo del poema, lui, non ne conviene, ed ha ragione. Quella
eccessiva chiarezza e più che altro quella eterna monotonia
dell'endecasillabo è una cosa che ammazza. L'amico se n'è accorto e co'
suoi commenti corregge, allunga, scorcia, taglia, stronca, sdruce,
insomma accomoda e rimedia a tutto, con tanto garbo che è un amore.

— Ma no, non lo farà (_se ne vene a di' chillo sfelenze i Saladine_),
non lo farà: prevenirò me tutti chisti embj.

E li disegni di loro, e sfogherommi, abbieno. (_Se vuleva sfogà a raggia
ill'anema soja, stu cane!_)

L'ucciderò tutti, faronne acerbi e scembj. (_Che puozze morì accise tu',
nfamone!_)

Svenerò li figli colle loro madri in seno. (_I vuleva scannà i vene!
accussì avria succedere che creperebbe mammata, cane i sarracine
rinnegate!_)

Arderò tutti li loro alberghi e insieme li tembj. (_Pecchè nun ce
restasse cchiù nè a magnà nè a durmì pi Cristiani, abbruciava i taverne,
i lucanne, i lupanare e nsine a casa i nostro Signore. — A te, guaglio'!
Uhe! t'aggio ritto; abbascia a scazzetta a u nomme du Signore, o te
caccio l'anema.... Bravi, accussì! spaccatele a capa a chillo
muccusiello i galera._) —

(Qui è bene avvertire che l'ira del Rinaldo contro il _guaglione_ che
non s'è levato di capo la _scazzetta_ al nome del Signore, è tre volte
giustificata, perchè il rituale porta che tutto l'uditorio a quella
parola si scopra, anche trattandosi del _Signore_ di Montalbano, al cui
nome il Rinaldo è primo sempre a togliersi il berretto ed a fare una
breve pausa ed un inchino in segno di reverenza.)

— Ed io arderò li diebbiti in coppa alli roghi (_pe nun paga' a
nisciuno, avite capito!_), e alli morti fieno (_le vuleva da' u fieno!
tratta' i morte comme a' ciucce!_)

E in quel loro sandissimo Sepolcro in miezzo alli voti,

Vittime prima farò di tutti li sacerdoti.

(_Doppe accise a tutti, vo' accidere primma li prievete! Che figli i
'nfame avevane a essere a gente a chilli tiembi. E chisto era lu Re!
Figurammece chilli vajassune i suddete!_) —

Così l'iniquo....

Oh! un'altra ottava, poi, no. Quando il pane della sapienza viene
spezzato a tòcchi così grossi, uno solo basta, anzi qualche volta
n'avanza per il giorno dopo.


IL MARUZZARO.

Il Maruzzaro o venditore di chiocciole, considerato dal punto di vista
artistico, è una delle figure più originali dei miserabili di Napoli. Il
Maruzzaro si può quasi dire che al pari della lucciola abbia due
esistenze: una il giorno ed una la notte. Durante la giornata è un
essere comune, un venditore di commestibili come tutti gli altri, che
passa le sue ore lungo la marina e specialmente lungo la via che conduce
alla Lanterna, seduto davanti alla sua pentola fumante, senza mandar
grida speciali, senza darsi moto, senza far nulla insomma che lo
distingua fra gli altri infiniti e rumorosi suoi colleghi. Affetta il
pane, lo distende su piccole scodelle, ci versa sopra chiocciole e brodo
col suo romajolo di latta; fornisce gli avventori, risciacqua i piatti,
si soffia il naso con le dita modestissimamente e tace. Ma appena scende
la notte, il Maruzzaro cambia affatto il suo aspetto, e da vero
chirottero umano e ragionevole cambia le sue abitudini, veste le sue
piume più belle, alza il suo canto e corre le vie della città.

La sua figura, generalmente, è elegante come quella di tutti i
discendenti dei vecchi Osci e Campani. Veste un pajo di calzoni
rimboccati fin sopra al ginocchio, una camicia e niente altro. Di dove
esca, di dove sbuchi, dove vada a compiere la sua metamorfosi, non lo
so; ma il fatto si è che ai primi bagliori notturni del Vesuvio, quando
i pipistrelli scaturiscono zirlando dalle gretole dei muri, comparisce
il Maruzzaro a fare intendere alla notte la sua mesta cantilena.

Ha una cesta di giunco in capo e su questa cesta sono disposte tre
marmitte di rame lucide, terse e pulite, come è difficile veder altra
cosa in Napoli. — Una marmitta nel centro; due laterali. Sotto quella
del centro arde un fornello che fumica e scoppietta; nelle due laterali
sta il pane affettato e non so quale altro ingrediente della sua ghiotta
pietanza. La cesta poi è sormontata da un arco formato da un verga
d'ottone lucidissima, alla quale sono attaccati e sospesi: catenelle,
medaglie e immagini di santi, e quest'arco, alla sua volta, è sormontato
da un lampione acceso, che scintillando ondeggia secondo le movenze
della svelta figura che lo trasporta. La mano destra mantiene in
equilibrio il luminoso trofeo, la sinistra sul fianco, e via in cerca di
buongustaj dalla Lanterna a Sant'Elmo, da Mergellina alla Marinella,
percorrendo in ogni verso dalla via Toledo ai vichi più remoti la
immensa città. Sopra ogni quadrivio questa elegante figura, dai contorni
arabo-greci, si ferma e canta lungamente annunziando ai ghiotti la sua
merce.

Ho fatta una osservazione che non è del tutto priva d'interesse. — Le
voci dei venditori di Napoli messe insieme in mezzo al tumulto e
mescolate al frastuono della folla concorrono a dare allegrezza e
festività al rumore generale, senza che alcuno si accorga menomamente
del loro accento di tristezza, ma udite separatamente sono meste e
lamentose, come di persone che piangendo si dolgano senza speranza di
conforto.

Le prime mattine che passai in Napoli, trovandomi destato per tempissimo
dalle grida dei venditori, mi scuotevo e stavo in pena ascoltando, come
se temessi di una disgrazia accaduta; poi imparai, ma non sono stato mai
capace di liberarmi da un senso di profonda mestizia, ogni volta che un
ortolano mattiniero, fermando il suo somarello sotto la mia finestra,
annunziava alle comari del vicinato che la sua insalata era freschissima
e bella.

Il Maruzzaro ha la più mesta di tutte le cantilene. Si ferma su i
quadrivj; modula la sua voce, e girando lentamente in tondo sopra sè
stesso, empie il silenzio relativo della notte col suo verso
malinconico. Un poeta direbbe che sembra un cigno morente, che inganna
col canto la sua ultima ora; io no: amo il pallido Maruzzaro ed il suo
grido lamentoso, che nel tardi della notte mi racconta al core tante
confuse leggende di sospiri e di lacrime.


SUL MOLO.

Di sul casseretto di poppa, dove sono a scriverti in furia queste ultime
righe, osservo ed appunto. In cielo ed in mare è calma perfetta; in
terra imperversa la tempesta umana. Fra centinaja di legni a vela,
diciotto grossi piroscafi sono nel porto. Contemplando questi mostri
natanti che uno dopo l'altro si avventeranno sull'Oceano a sventolare la
bandiera italiana per tutti i mari della terra, a me, piccolo acaro del
globo, par d'avere il globo tra le mani. Uno di questi ansa, fuma,
fischia e sbuffa prima di slanciarsi nella sua rotta a Palermo, e pare
come un formidabile cetaceo che tirato in terra dal rampone del
baleniere sospiri smanioso alle profonde caverne del suo mare lontano.
Quanto volentieri mi lascerei ingojare, Gionata redivivo, nel suo comodo
ventre per salutare la dorata Palurmus, le silenziose tombe d'Agrigento
e di Siracusa, e i tremuli papiri dell'Anapo! Ma altri forse più degni
di me vi anderanno, ed io li guardo e li invidio.

Gruppi di bersaglieri che salutano e abbracciano amici ed amorose
piangenti, si affollano su la riva; bersaglieri stivati in barche vanno
al piroscafo che li condurrà in Sicilia, e il ponte del bastimento
formicola già di questi bruni folletti che gridano e cantano, e
sventolando all'aria bianche pezzuole mandano alla spiaggia il loro
saluto d'addio, mentre dalla spiaggia si risponde. Il vento agita le
penne dei loro cappelli e il sole inebriato, pazzamente scintilla sul
disordinato agitarsi di piume, di bajonette e di lacrime.

In questo tempo un altro vapore arriva fischiando, ed una smotta di
piccole barche gli si affollano incontro come gabbiani addosso a una
balenottera morente. Il disordine intorno a lui si fa prodigioso: uomini
e merci calano e cascano alla rinfusa; strilli umani e latrati di cani
che abbajano dalla riva o affacciati all'opera morta dei bastimenti
vicini, empiono l'aria d'un'armonìa diabolica; altre barche accorrono;
altre vengono a riva; trilli e suono di campanelle annunziano i comandi
per le manovre, ai quali rispondono le voci cadenzate dei marinari;
bandiere che salgono e discendono cigolando riempiono l'aria, e le
fiamme sottili schioccano al vento in cima ai pennoni. Tonfi di ancore
buttate nell'acqua e d'ormeggi lanciati alla riva, cigolìo d'argani e di
taglie, e suono di catene, e centinaja di altri rumori e tutti diversi e
insieme confusi si partono intanto dalla piccola città galleggiante. —

A terra il lavoro aumenta di proporzioni. Carri che partono e che
arrivano; ammassi di balle, di casse, di carbone e d'infinite altre cose
che in un momento si ammontano e si smonticano e spariscono; bòtti
rotolate che scricchiolano su la breccia; cavalli che abbandonati un
momento si son dati alla fuga fra le grida del popolo; altri impennati
sotto un peso enorme fanno sforzi prodigiosi, animati dalle frustate e
dagli urli de' carrettieri, e in mezzo a questa babele, sberci di chi
chiama il compagno lontano, di chi impreca al santo Diavolo, di chi
invoca la Madonna, di chi chiama San Gennaro in suo soccorso. E intanto
col nuovo bastimento è arrivato un carico di cembali e di nacchere.
Quattro barche stivate di questi strumenti e gremite di persone si son
mosse e vengono alla riva suonando tutti e strillando come anime
spiritate. Nel forte vicino molti gruppi di soldati incominciano a
suonar trombe, ognuno per conto proprio, in modo che la presa di Gerico
sarebbe sembrata uno scherzo a chi si fosse ritrovato in mezzo a questa
nuova tregenda. E ancora non è finito.

Il piroscafo per Palermo si è mosso con apparato maestoso di fumo, di
suoni e di canti, e in questo momento un legno da guerra ha incominciato
a tuonare in lontananza il suo saluto, al quale risponde subito la romba
delle artiglierie dal porto militare.... Io non ne posso più; i miei
nervi sono consumati. Guardo d'intorno, ed una folta caligine di polvere
sollevata e di fumo pregno d'un odore acuto di catrame e di fossile
ingombra l'aria giallastra attraversata da una luce calda e abbagliante.
Mi sento stanchi gli occhi ed il cervello.

Anche sul ponte del mio bastimento è lo stesso casa del diavolo. Sono
moralmente spossato, ma non mi annojo. Penso al vuoto che avrò da
riempire ne' miei sensi appena lasciata questa romantica ed impazzata
regione, e intanto osservo, mi rattristo e godo.

Attraverso ad una selva d'antenne scorgo il Vesuvio che insensibile al
doloroso saluto dell'amico che parte, fuma e tace, ed io pure taccio,
fumo e lo guardo, ed invidio due gabbiani che rotano altissimi e
tranquilli su la marina di Portici....

— Addio, addio, diabolica e divina montagna; un adoratore del tuo fuoco
ti saluta commosso; addio, addio! Domani all'apparire del giorno
cercherò inutilmente nello spazio la tua cima fumante e mi domanderò con
tristezza: rivedrò più il Vesuvio?

— Addio, poetici colli del Vomero, di Pompei e di Sorrento. Addio,
placide marine del golfo, che lontane tornerete assidue, come sogni
tristissimi e soavi, alla memoria ed al core dell'amico lontano; addio,
addio! — Il bastimento ha cominciato a fremere al gorgoglìo della
caldaja che ribolle nel suo ventre; i segnali dell'imminente partenza
sono dati e già è principiato lo sgombro di tutti coloro che son qui per
affari o per addii, fra i quali il nostro Enrico che sarà l'ultimo ad
allontanarsi.

— Si parte! addio, mio buon amico, e addio, addio a te dal profondo del
core, o Napoli maravigliosa, addio! Io non ti ho certo adulata come
tutti gli altri tuoi amanti, ma tu non volermene male, perchè forse più
di tutti gli altri ti amo. Addio, Napoli mia, e, se l'ira del tuo
vulcano non ti tocchi in eterno, vogli compatire il piccolo figlio d'una
delle tue cento fortunate sorelle, che limpida e sconfinata, come la
serenità del tuo cielo, vorrebbe la purezza della tua grande anima di
fuoco. —



INDICE.


  Lettera    I. Dove si parla della città                     Pag.  1
  Lettera   II. Dove si parla della popolazione                    19
  Lettera  III. Dove si parla di Sorrento, d'Amalfi e di Pompei    41
  Lettera   IV. Dove si parla dei quartieri de' poveri             62
  Lettera    V. Dove si parla della festa di Montevergine          75
  Lettera   VI. Dove si parla del Camposanto vecchio               97
  Lettera  VII. Dove si parla d'una gita a Capri                  106
  Lettera VIII. Dove si parla di una gita notturna al Vesuvio     121
  Lettera   IX. Spigolature                                       139



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (edifizi/edifizj, frenesia/frenesìa e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Napoli a occhio nudo - Lettere ad un amico" ***

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