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Title: Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire
Author: Belgioioso, Cristina Trivulzio di
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire" ***

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                            OSSERVAZIONI

                    SULLO STATO ATTUALE DELL'ITALIA

                         E SUL SUO AVVENIRE


                                 DI
                   CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO



                               MILANO
               TIPOGRAFIA DEL DOTT. FRANCESCO VALLARDI.
                                1868.



                        PROPRIETÀ LETTERARIA.



AL LETTORE


Queste pagine non sarebbero state, me vivente, pubblicate, se avessi
minor fiducia nella indulgenza e nella benevolenza de' miei lettori. —
Se le mie osservazioni sembrassero ad essi senza fondamento, male
esposte, inopportune o superflue, essi non sospetteranno almeno la
rettitudine delle mie intenzioni; e questa convinzione basta a
confortarmi, ed a farmi incontrare con mente serena e con animo saldo
qualunque critica, per acerba che sia.

Per la prima volta mi dirigo al pubblico nella mia lingua nativa, in un
momento in cui essa è l'oggetto di sapienti discussioni e di ardui
problemi. Su questo punto ancora debbo confidare nell'indulgenza di chi
mi legge. Nell'esporre i miei pensieri mi prefissi soltanto di essere
facilmente intesa. L'eleganza dello stile non è dote ch'io possegga, e
non ho mai preteso di aspirare a questo vanto. — Scrivo perchè parmi di
avere qualche cosa da dire, che possa per avventura riescire non inutile
al mio paese. — Se tacessi perchè so di non parlare con linguaggio
elegante e forbito, arrossirei di questa mia puerile vanità. — Se chi mi
legge m'intende senza durar fatica, mi terrò per pienamente soddisfatta.
— Se chi mi ha intesa rende giustizia alla rettitudine delle mie
intenzioni, e mi perdona la illimitata ed assoluta schiettezza del mio
dire, sarò sempre più convinta della bontà e della cortesia de' miei
compatriotti.



CAPITOLO PRIMO

SITUAZIONE POLITICA E MATERIALE D'ITALIA


L'Italia non è più una semplice astrazione geografica. — L'Italia esiste
come nazione, nel modo istesso nel quale esistono le altre nazioni
europee o per dir meglio le più potenti e le più incivilite dell'Europa.
— Ristretta intorno ad una sola bandiera, retta a monarchia da un re;
posta sotto l'egida di uno statuto costituzionale che il governo non
tentò mai di frangere, forte e superbo della propria indipendenza, dopo
che l'ultimo soldato straniero ne sgombrò, e voltava le spalle ai
confini di lei; difesa dagli italiani, da italiani amministrata,
governata e rappresentata; solcata in ogni direzione da numerose
ferrovie, corredata di una forte marina, proporzionatamente alla
estensione del di lei littorale; l'Italia coi suoi 26 milioni d'abitanti
e più, guarda con legittima soddisfazione a tuttociò ch'essa compiva nel
brevissimo spazio di sei anni, e si prepara ad eseguire nuovi progressi.

Questi 26 milioni di abitanti sono ripartiti inegualmente sopra una
estensione di circa 24,650,719 ettari quadri. Ognuno conosce la forma
esterna della nostra penisola. Terminata a settentrione da una vasta
catena di altissimi monti, dessa si allarga in ampie pianure, interrotte
da amene regioni di colli e di laghi, occupando così tutto lo spazio che
corre fra le provincie meridionali della Francia e la Dalmazia. — Questa
gran parte di sè, che vien detta l'Italia settentrionale, comprende il
Piemonte, la Lombardia, gli Stati Estensi e Parmigiani ed il Veneto e
conta ad oltre nove milioni di abitanti.

Queste provincie d'altronde possono dirsi le più ricche dell'intero
regno, e non ne sono certamente le meno incivilite. — Il Piemonte che fu
sempre reputato assai povero, si è di recente arricchito per la libertà
di cui godeva vari anni prima che il rimanente d'Italia dividesse tanta
ventura. — Ad arricchirlo concorsero pure altre circostanze; fralle
quali va numerata la cessione alla Francia della più povera fra le
antiche sue provincie, ed il progresso della grande agricoltura, ossia
dell'agricoltura irrigatoria, dei quali progressi vennero a fruire la
Lomellina ed il Novarese, altre provincie dell'antico Piemonte. La
Lombardia che fu sempre reputata assai ricca, perchè il suolo ne è
veramente feracissimo, non ebbe mai una ricchezza stabilita sopra solide
basi, mentre tutto il suo reddito provveniva da una fonte sola, la
agricoltura. — È bensì vero che questo reddito era assai maggiore che
non lo sono negli altri Stati Europei quella parte del pubblico reddito
proveniente dalla stessa sorgente. — Cosicchè l'osservatore superficiale
che metteva in raffronto il prodotto delle terre Lombarde con quello di
qualsifossero altre terre di dimensione eguale e non si informava della
condizione degli altri rami di pubblica prosperità, si formava uno
stupendo concetto delle ricchezze dei lombardi, e le andava poi sempre
magnificando e vantando come prodigiose. — Certo è però che in tutto il
corso del dominio austriaco sulle provincie Lombardo-Venete, sebbene la
Lombardia non avesse ancora soggiaciuto ai flagelli della criptogama e
della malattia dei bachi da seta, e tutte le sue terre fossero in istato
di pieno prodotto e valore; sebbene l'Austria non ristasse
dall'opprimerne con gravissime e sempre crescenti imposte, il governo
austriaco non riescì mai a pareggiare in queste sue provincie il dare
coll'avere, e si vide sempre costretto a spendere per mantenerne
soggetti più di quanto da noi riceveva.

Accadde poi ciò che naturalmente deve accadere di quelle ricchezze
zoppe, cioè squilibrate e dovute ad una unica sorgente. — Questa si
intorbidiva, cessava in parte, e l'intero edifizio della pubblica
prosperità crollava e rovinava. — Se la Lombardia avesse posseduto in
allora un sufficiente numero di stabilimenti industriali e di opificj,
le braccia rimaste oziose per la mancanza degli usati lavori agricoli si
sarebbero impiegate altrimenti, l'attività popolare si sarebbe rivolta
verso quelle vie ad essa aperte, ed i flagelli sopra di noi scatenati
non avrebbero avuto i fatali risultati che ebbero. — Nella condizione in
cui ci trovavamo, invece nessuna risorsa ne fu presentata. — Tutte le
terre situate al settentrione della città di Milano, i colli Euganej, e
Brianzej, il Varesotto, l'intere provincie di Bergamo e di Brescia, ecc.
ecc., sono come colpite di sterilità; cioè producono i loro soliti
frutti, ma questi si corrompono e muojono prima di essere giunti a
maturanza. — I possidenti privi con ciò del loro reddito usato, debbono
inoltre condonare ai contadini l'affitto delle loro case, e provvederli
almeno di grano turco, il che non facendo essi accadrebbe del contadino
Lombardo ciò che accade di tratto in tratto del contadino irlandese,
cioè di morire d'inedia, e di freddo sulle pubbliche strade o sul
limitare delle abbandonate e chiuse loro povere case. — Ciò prevengono i
nostri possidenti col prestare ai loro villici il pane ed il tetto; ma
così facendo scemano le proprie risorse, per essi v'ha lucro cessante e
danno emergente, e la totale loro rovina si fa ogni giorno più
verosimile e più prossima.

La bassa Lombardia sebbene assai meno estesa dell'alta, poichè non
comprende oltre la Lomellina ed il Novarese di cui abbiamo accennato più
su, che il Pavese, il Lodigiano e parte del Cremasco è divenuta oggi
pressochè la sola fonte del pubblico reddito in Lombardia. — I terreni
irrigatorj le case poste nell'interno della città, ed alcuni pochissimi
opifici appartenenti a famiglie plebee che lentamente, e copertamente vi
si arricchirono anche prima del 59 e che ora vanno comperando tutto ciò
che le nostre illustri e cospicue famiglie più non possono conservare,
formando così una nuova aristocrazia, più in armonia colle idee e coi
bisogni della moderna società: ecco le fonti da cui oggi scaturisce lo
scemato e smunto reddito della Lombardia. L'Italia centrale si compone
della Toscana e di una grande parte delle provincie che formavano prima
del 59 o del 60 gli Stati romani.

La Toscana conta presso a due milioni di abitanti; è paese gremito di
piccole, ma belle città, variato da colli ameni, da corsi d'acque, da
sontuose ville, palazzetti, parchi, giardini, e villaggi che nulla
presentano di quello squallore, che disadorna troppo sovente quelli del
rimanente d'Italia. — Nessun angolo della Toscana possiede un aspetto
grandioso e tetro, e le sue campagne fanno tutte presentire la vicinanza
di una città. — Per quanto alcune di esse sieno solitarie e silenziose,
vi si sente sempre che l'uomo è a pochi passi distante; ed il contadino
toscano che vive sobriamente, respira un'aria salubre, lavora
moderatamente ed è in frequente contatto cogli abitanti della città,
nulla ha di rozzo, e non risveglia in chi lo incontra il doloroso
pensiero di una ereditaria ed incurabile miseria. — Le donne o
intrecciano i cappelli di paglia, o coltivano e vendono fiori; due
mestieri che non affaticano le delicate membra, e non abusano delle
forze giovanili, cosicchè le contadine toscane rimangono giovani per
tutto il corso della loro gioventù, e per nulla rassomigliano quelle
altre a cui incombono i più ardui lavori dei campi, e che bellissime a
diciotto anni sembrano spesso decrepite appena passati i venti.

Tanta gentilezza, vaghezza di forme e di costumi, tanta agiatezza di
vita, ed una certa coltura che si estende alle infime classi della
popolazione, farebbe naturalmente supporre che la Toscana sia paese
ricco, e che i suoi abitanti sieno ampiamente dotati di operosità, di
intelligenza, di risoluzione e di perseveranza. — Chi formasse una
simile conclusione, commetterebbe però un gravissimo errore.

L'agiatezza di tutte le classi popolari, la gentilezza dei loro modi e
la durevole bellezza delle loro donne, provvengono da tutt'altra
cagione, cioè dalla proporzione ed armonia esistente fra i desideri o
diciam pure i bisogni, ed i mezzi di cui dispongono i popolani. — Il
toscano non è un popolo ardente ed impetuoso come lo sono gli altri
popoli d'Italia. Desso riflette alla condizione sua, sa che certe
soddisfazioni non si possono ottenere se non col rinunziare a certe
altre, e scieglie fra queste, quelle che più gli convengono,
abbandonando con animo rassegnato quelle che sarebbero un ostacolo alle
prime. — Tutto il sistema economico della Toscana è fondato sopra tale
scelta. — Tra i desiderj o i bisogni più urgenti del popolo Toscano; il
principale è il riposo; un riposo relativo s'intende e non assoluto. Il
popolano ed il contadino Toscano, lavorano quanto è necessario per
guadagnare ogni giorno i pochi bajocchi che bastano al sostentamento di
lui e della famiglia perchè tanto l'uno quanto l'altra sanno di ciò
accontentarsi. — La scarsità del denaro forma la ricchezza delle infime
classi della popolazione, mantenendo bassi i prezzi degli oggetti di
prima necessità. — Se un genio benefico versasse improvvisamente qualche
milione di lire sulla Toscana, desso non riceverebbe in ringraziamento
altro che maledizioni e busse, e produrrebbe in realtà un funesto
squilibrio nella esistenza di quelle popolazioni, poichè gli oggetti di
prima necessità aumenterebbero subito di prezzo. — Egli è ben vero che
la mano d'opera sarebbe rimunerata più largamente, ma la concorrenza
degli operai non toscani, si aggiungerebbe presto alle altre
complicazioni, ed il toscano non conserverebbe il suo posto se non
lavorando più o meglio che per lo passato. Ora il pensiero di lavorare
più e meglio ch'esso non lavora oggidì, è pensiero per lui
dolorosissimo, nè lo consolerebbe la prospettiva di un guadagno maggiore
poichè ha pesato nella mente sua i vantaggi del riposo e della ricchezza
ed ha preferito i primi ai secondi. Con tali sentimenti, e con siffatto
carattere i progressi verso la civiltà ch'è quanto dire nella industria
non possono essere che assai lenti se pure non sono nulli.

Nè vale il dire che la miseria non sentita nè rimpianta non può
considerarsi come vera miseria. — Se il contadino ed il popolano toscano
non deplorano la propria miseria, ma lo accettano come il prezzo del
riposo cui godono, le classi più elevate della toscana società, poste in
contatto coi pari loro di altre parti d'Italia e di Europa, sentono
amaramente la condizione direi quasi subalterna e parassita a cui le
condanna la loro povertà. — Firenze ebbe sempre una corte ed un corpo
diplomatico che traeva dietro di sè molte famiglie straniere illustri e
doviziose. — Queste esercitavano in Firenze la ospitalità, ed i
Fiorentini a cui spettava siffatta parte, la abbandonavano a quelli che
avrebbero dovuto ospitare, accettando invece per sè medesimi la parte
dell'ospitato senza neppur ricambiare le cortesie dagli stranieri
ricevute.

In nessuna provincia d'Italia il bisogno di aprire nuove vie alla
prosperità nazionale è così evidente come in Toscana; ed in nessuna la
introduzione di nuovi strumenti per la operosità della popolazione
sembra a primo aspetto dover incontrare minori difficoltà. Il gran
numero delle città ossia dei centri di popolazione, di operosità e di
civiltà, un certo grado di coltura e di modi civili distribuiti in tutte
le classi sociali, la circostanza che il popolo parla non già un
dialetto non intelligibile per chi nacque una trentina di miglia più in
su o più in giù, ma la lingua scritta leggermente alterata,
l'intelligenza ed il naturale docile e quieto degli abitanti, sono cose
che animar dovrebbero gli speculatori e gli spiriti intraprendenti a
tentare qualche nuovo stabilimento commerciale ed industriale. — Il
felice successo di un tale tentativo non sarebbe però così certo nè così
probabile, come può sembrarlo a prima vista. — Il grande, il formidabile
ostacolo sta appunto nel carattere della popolazione che nessun male
considera come più intollerabile, della fatica e che resiste
passivamente a qualunque sforzo si tenti per vincerne l'inerzia; e vi
resiste senza rimorsi perchè la sua resistenza non è accompagnata da
moti o da espressioni violenti, anzi direi quasi che il toscano
considera quella sua ostinata resistenza come una virtù, detta la
moderazione nei desiderj, la rassegnazione, ed il sapersi accontentare
di poco.

Il governo gran ducale toscano fu sempre il più mite fra i governi
dispotici che fecero per tanti secoli strazio dell'Italia. Il sovrano
che conosceva personalmente una grandissima parte dei suoi sudditi
conosceva e praticava con perfezione quelli artifizj di modi e di
espressioni che toccano il cuore dei semplici, e rivestono agli occhi
loro l'aspetto della benevolenza e della umiltà. Una passeggiata per le
vie della città in abito borghese, e senza seguito apparente; una parola
detta familiarmente ad un popolano, un soccorso largito in tempo
opportuno ad un bisognoso, erano i mezzi con cui si mascherava agli
occhi delle popolazioni il vicerè austriaco, il depositario delle
massime imperiali. Una penna toscana gli strappò la maschera e lo
presentò al popolo deluso in tutta la laidezza di un ipocrita tiranno,
ma il popolo toscano rise della strana figura che gli si mostrava per la
prima volta, ritenne nella memoria il mirabile ritratto di quello; _che
non è, nella lista dei tiranni, carne nè pesce_; ma non cavò
insegnamento alcuno dallo spettacolo, e forse noverò fra le virtù del
sovrano la indulgenza con cui si lasciava dipingere coronato di papaveri
e lattughe e permetteva a lui di ridere del dipinto.

Le popolazioni degli antichi stati romani, ammontano a circa due
milioni; sono povere come tutte le popolazioni italiane, non posseggono
industria di sorta, non si dedicano al commercio; e vivono su di un
suolo quasi interamente incolto. Una gran parte dei poderi rurali, ed il
terreno che circonda i villaggi, erano sino al 59 od al 60 posseduti
dalle manimorte, ossia dalle corporazioni religiose o dalla chiesa. Tali
possidenti non avendo nè molti bisogni, nè aspirazioni ambiziose, ma
accontentandosi per lo più di mangiar bene e di essere al coperto dalle
intemperie delle stagioni, al che provvedeva d'altronde la pietosa
generosità dei fedeli, l'agricoltura era da essi trascurata e negletta,
ed il viaggiatore che attraversava dieci anni sono le Romagne, le
Legazioni, ecc. ecc., vedeva con dolore e con raccapriccio i villaggi
situati nelle vicinanze degli innumerevoli conventi, o monasterj,
squallidi, in rovina, schifosamente sudici, ed abitati da infelici che
sembravano piuttosto cadaveri che viventi. — Piaghe di siffatta natura
non si medicano in pochi anni, e tutto, meno le strade, è tuttora da
farsi in quelle provincie. —

Il difetto principale dei governi costituzionali, è la debolezza della
loro iniziativa. In qualsiasi direzione quei governi intendino di
volgere le popolazioni, dessi trovansi ad ogni passo, o possono trovarsi
in urto colle individuali volontà; e la prospettiva stessa di tali
incontri basta a paralizzare le patriotiche intenzioni dei governi
costituzionali anco più energici. — Non dubito che il nostro il quale
non pretende ad una eccessiva energia, avrà risentito i frigidi effetti
di simili previsioni; ma forse ch'esso incontrerebbe minori ostacoli
fralle popolazioni degli antichi stati Romani che non fra quelle del
rimanente d'Italia. I già sudditi della chiesa hanno sofferto assai, non
solo moralmente, ma fisicamente eziandio e stanno ora aspettando
pazientemente il compenso del lungo passato. — Materialmente la sorte
loro deve aver peggiorato coll'acquisto della libertà poichè sono ora
gravate di forti imposte, e nessuna nuova via fu ad essi aperta per
guadagnare il denaro che pagano allo stato. — Eppure nessuno sintomo di
malcontento apparve mai in quelle provincie. — I Romagnuoli non hanno
speso nè in puerilità nè in frivolezze la esuberante gioja del loro
riscatto. — Se ne rallegrarono e se ne rallegrano tuttavia con maschia
gravità, come gente che non si crede in diritto di ottenere
gratuitamente i due più preziosi doni a cui un popolo possa aspirare, la
libertà e la indipendenza ma è preparato invece a pagarli a caro prezzo.
— Tali erano nel 60; tali sono oggi e gli Italiani tutti potrebbero
senza derogare prendere esempio dal contegno dei già sudditi della
Chiesa.

Delle provincie Napoletane e delle loro popolazioni si è parlato assai,
e parmi, dietro osservazioni troppo superficiali. — Il brigante feroce
superstizioso e stupido, ed il Lazzarone inerte più che mezzo ignudo, e
per tre quarti selvaggio, sono i due tipi dietro i quali ne raffiguriamo
generalmente i Napoletani, seppure non vi si aggiunge un Principe o un
Duca senza denaro, giuocatore, libertino, duellista e poco amante della
guerra. — Non nego che tali tipi si incontrino più frequentemente nelle
provincie Napoletane che altrove; ma in questi si spiegano ingranditi ed
esagerati i difetti di tutti i popoli meridionali, e di quelli in
particolar modo che non conobbero mai i vantaggi risultanti dalle virtù
a tali difetti opposte. — Ma siffatte esagerazioni dei difetti comuni ai
popoli meridionali, non sono da imputarsi al popolo Napoletano in massa.
— Se v'ha una provincia d'Italia in cui la libertà e la indipendenza
abbiano già prodotto dei risultati evidenti, oltre la costruzione di
nuove strade, di nuovi ponti e di nuovi edifizi, quella è la provincia o
per dir meglio lo stato Napoletano. Il tipo Lazzarone che viveva di
maccheroni e di angurie, e dormiva in un canestro, è quasi interamente
scomparso, trasformandosi e confondendosi nei pescatori. — L'immondezza
delle pubbliche vie di Napoli degli atrj, dei cortili e persino delle
scale dei più sontuosi palazzi scomparve anch'essa vinta dalle cure
della edilità municipale, e del concorso che la immensa maggioranza di
ogni classe di popolo gli prestava che se tale concorso non avesse
esistito, o nulla o a ben poca cosa avrebbero giovato le misure della
edilità.

Nel corso dei sei anni passati per Napoli sotto il benefico, ma talora
pericoloso regime della libertà, il popolo Napoletano non ha tentato una
sola volta di abusarne. — Desso ha accettato le leggi, i regolamenti, le
istituzioni, i decreti che gli furono imposti, sottomettendosi al peso
ed agli inconvenienti degli uni, e cavando vantaggi da altri con una
spontanea docilità, ed una costante prudenza che da lui non si
aspettava. — Si è sempre parlato della innata vigliaccheria del
Napoletano, ma qui ancora i vecchi motteggi, ed i rancidi pregiudizii
ebbero una solenne mentita. — La guerra del 66 fu combattuta dai
Napoletani quanto da tutte le altre popolazioni Italiane, e nessun
episodio fu narrato sin qui che testimoniasse della timidezza imputata
ai Napoletani. — Le nostre sventure durante quella guerra furono la
conseguenza della poca esperienza o della incapacità di alcuni capi, non
già del difetto di valore della bassa forza; e fra i generali di una
certa età e di un certo grado, quello che forse più d'ogni altro diede
di sè, del suo sapere del suo valore prove migliori, si fu un generale
Napoletano, il Nunziante, Duca di Mignano. — La classe che in Napoli si
è mostrata sin qui meno intelligente dei proprii interessi, e meno
tenera di quelli del paese, è la così detta aristocrazia. — In Napoli si
trovano meglio distinte che altrove le tre classi sociali che compongono
oggidì le nazioni civili; la aristocrazia cioè; la borghesia, o classe
di mezzo, ed il popolo. — Sotto il dominio dei Borboni, la prima e
l'ultima erano le predilette della corte; quella perchè rassomigliava e
conseguentemente simpatizzava di più coi membri della reale famiglia; sì
gli uni che gli altri ignoravano presso che tutto ciò che avrebbero
dovuto conoscere; consideravano questa loro ignoranza come un privilegio
della elevata loro condizione, e guardavano con ischerno e compassione
agli sforzi che le classi inferiori facevano per acquistare il sapere
ossia come quelli dicevano per guadagnarsi il pane. — La famiglia reale
e la aristocrazia avevano comuni gli interessi, le speranze, i
desiderii, i timori. — Il godimento materiale della vita, l'incremento
delle loro ricchezze; la soddisfazione della puerile loro vanità
componevano lo scopo della loro esistenza. — La nobiltà Napoletana stava
attaccata alla stirpe Borbonica, come a quella inesausta sorgente di
godimenti, e di onori che ne accarezzavano la vanità; mentre il sovrano
e la famiglia di lui si specchiavano nella nobiltà, come in quella
classe di persone che si divertiva dei divertimenti loro, nulla
desiderava di ciò ch'essi temevano, e dalla cui bocca non esciva parola
che contrastasse coi loro pensieri.

La classe infima della plebe Napoletana occupava il secondo posto nelle
reali affezioni. — Romorosa nelle sue dimostrazioni, ma inocua nelle sue
azioni, la plebe dei così detti Lazzari fanatica come presso che tutte
le ignoranti moltitudini, era assolutamente in balìa del clero e dei
frati che la volgevano e rivolgevano a loro capriccio. — Il re sapeva
qual uso facesse il clero di tanto dominio, e si maneggiava in modo da
tenerselo amico. — I Borboni d'altronde superstiziosi anch'essi non meno
della plebe, erano pure un docile strumento nelle mani del clero, la cui
ignoranza presso che eguale a quella dei principi e dei lazzaroni, gli
permetteva di prestar qualche fede ad alcune delle cose ch'esso
insegnava come dommi religiosi. — Tutte queste ignoranze erano fra di
esse alleate, e dirette ad un medesimo fine, il perpetuarsi della
società del medio evo, e l'impedire ogni progresso sì intellettuale,
come morale o materiale. — Perciò ottenere il clero aveva bisogno
dell'appoggio reale; ed il re non poteva sostenersi senza quello del
clero. — Consapevoli l'uno e l'altro di tale reciproca dipendenza, non
ad altro tendevano che a trarne vantaggio nel miglior modo possibile,
per difendersi da quel formidabile progresso che agli occhi loro
rappresentava il più orrendo cataclisma, la distruzione dell'edifizio
sociale, lo scatenamento di tutte le fiere del creato sotto nome di
filosofia, di diritto, di civiltà, di libertà, di indipendenza, di
eguaglianza, di tolleranza, di filantropia, ecc. ecc; e per catastrofe
finale, una guerra accanita contro il sacerdozio, cioè contro Dio e la
religione, un macello di frati e di monache, il saccheggio degli altari,
e le porte dell'inferno spalancate per inghiottire la moltitudine delle
anime feroci ed empie i cui corpi più non potevano contenerle. — Per
coloro che di buona fede vedono il moderno incivilimento sotto tale
aspetto non è da meravigliarsi se mettono tutto in opera per impedirne
il corso. — E non pochi fra i nemici della moderna civiltà, sono di
buona fede, o per lo meno credono ciò che venne loro insegnato, e
trovando in tale credenza il loro vantaggio non si sforzano di scoprire
se riposi quella sul vero o sul falso.

Pei Borboni, per la nobiltà e pel clero napoletano, il progresso era
personificato nel ceto di mezzo ossia nella borghesia. — Una certa somma
di coltura intellettuale è necessaria per formare degli avvocati, dei
medici, degli ingegneri, e persino dei militari; e sebbene i tre corpi
che governavano in Napoli avessero volontieri fatto di meno di tutte
quelle dotte professioni, e si fossero contentati di non avere sotto di
essi altri che lazzaroni, pure conoscendo che la totale soppressione del
ceto medico e della sua coltura intellettuale era cosa impossibile,
dessi si limitarono sebbene con rammarico, a combattere questi
rappresentanti del sociale progresso, perseguitandoli, ponendo ogni
sorta di ostacoli sulla loro strada, mantenendoli per quanto il potevano
nella condizione stessa in cui si erano trovati gli avvocati, i medici,
gli ingegneri, ecc. ecc. dei secoli passati, ed aizzando contro di essi
i pregiudizii e le passioni indomite della plebe.

Sintanto che le cose rimanevano in quello stato, il Re si teneva per
certo di trovare, quando ne abbisognasse, il popolo armato in sua difesa
e nemico dei suoi nemici; e la nobiltà siccome il clero avendo gli
interessi comuni colla corte, fidavano anch'essi nelle armi che
avrebbero consegnate ai lazzari in un momento di crisi rivoluzionaria e
si confortavano pensando che il popolano così affezionato al suo Re e
così devoto al clero avrebbe resistito a tutte le seduzioni del partito
liberale.

Già sul finire dello scorso secolo, i lazzari si erano mostrati quali li
volevano il Re, la nobiltà ed il clero, e se nel Maggio del 48 il sangue
cittadino non fu sparso in tanta copia, quanto nei giorni di
Championnet, non fu quella parsimonia da attribuirsi alla clemenza del
popolo, ma bensì alla debolezza della resistenza che ad esso opposero i
liberali, che in picciol numero erano rimasti in Napoli, mentre
pressochè tutti correvano verso il Po ove speravano combattere e vincere
l'austriaco.

Intanto sì il Re che la nobiltà ed il clero si confortavano colle
dimostrazioni popolari che consideravano come sintomi importantissimi
dello stato della pubblica opinione. — Quando il Re compariva a Chiaja o
a S. Lucia era salutato con acclamazioni frenetiche dei
lazzari-pescatori, ed esso rientrava nel suo palazzo convinto che il suo
popolo lo adorava, e sicuro di trovar sempre una valida difesa contro il
liberalismo ed i liberali, in quei semplici, ma fedelissimi petti. — La
nobiltà divideva le illusioni del sovrano, e ben sapendo, che la
privilegiata di lei condizione si manterrebbe quanto il potere assoluto
del principe, dessa si stimava solidamente stabilita e secura. — Il
clero anch'esso vedeva sempre lo stesso concorso di popolo nella chiesa
di S. Gennaro il giorno del famoso miracolo; udiva le stesse preghiere,
le stesse promesse, improperi ed acclamazioni secondo che il sangue era
più o meno pronto a bollire, vedeva la stessa moltitudine seguirlo nelle
processioni, la stessa calca nelle chiese, ai confessionali, dinanzi
agli altari; vendeva lo stesso numero di reliquie, di messe,
benedizioni, indulgenze, candele o acqua benedetta, ecc. ecc., e si
confortava pensando che la fede non era scemata malgrado i tentativi e
gli sforzi dei liberali, e dicendosi che molti secoli passerebbero
ancora prima che si riescisse a trasformare il lazzaro napoletano, in un
cittadino civile, istruito e spregiudicato.

Erravamo tutti. — Nè il re, nè la nobiltà nè il clero distinguevano ciò
che vi era di semplicemente drammatico in quelle dimostrazioni popolari,
da ciò che vi era di veramente sentito. — Il popolo napoletano era
favorevolmente inclinato al suo re perchè ne riceveva qualche parola o
qualche tratto famigliare, e perchè il despotismo borbonico non pesava
direttamente sopra di lui. — Era disposto verso la nobiltà ad un
dipresso come verso il suo re ed il clero gli appariva come una
categoria di esseri qualche poco soprannaturali, capaci di operare
alcuni miracoli, ed in relazioni segrete ma dirette cogli abitanti del
paradiso.

Sapeva altresì che le sue acclamazioni, e le sue romorose dimostrazioni
riescivano assai gradite a quei tre ordini di persone, la corte cioè, la
nobiltà ed il clero, che le rimuneravano con qualche largizione o con
altri favori, e siccome il porsi in iscena facendo dimostrazioni,
acclamando, urlando e schiamazzando è cosa che nulla costa al popolo
napoletano, così tanto la corte quanto il clero e la nobiltà erano
sempre salutati dalla plebe con eguale entusiasmo.

Ma le società segrete e gli emissarii di esse non trascuravano allora la
educazione politica del lazzarone. — La classe media della popolazione
apparteneva quasi per intiero a quelle società segrete, ed andava
ispirando al popolo con cui mantenevasi in relazioni strette e
famigliari, l'odio dello straniero e dei suoi strumenti, l'amore della
libertà e della gloria, e l'entusiasmo per quel Garibaldi il cui valore
emulava la potenza del clero nel far miracoli, il che eccitava nel cuore
dei lazzaroni un ardente desiderio di vedere e di acclamare quel
prodigioso eroe, ed un certo raccapriccio al solo pensiero che il
Borbone imponesse loro di combatterlo.

I progressi delle istruzioni e delle intimazioni date dal ceto medio al
basso popolo, apparivano nella agitazione che subentrava alla naturale
indolenza del popolo napoletano. — Il governo borbonico confiscava i
giornali che trattavano delle cose d'Italia, e credeva con ciò di
mantenere il popolo in quella assoluta ignoranza di cui si era fatto uno
scudo; ma gli emissarii delle segrete associazioni spargevano a voce le
notizie meglio adatte all'umore ed al carattere di quelle plebi;
raccontavano i combattimenti e le vittorie conseguite sull'austriaco, la
confusione e lo spavento del nemico, le prodezze del re Vittorio e di
Garibaldi che apparivano come altrettanti Orlandi, presentavano alla
immaginazione di quel popolo, un quadro così seducente che al confronto
di questo impallidiva e si oscurava lo splendore delle cerimonie
religiose, i miracoli di S. Gennaro ed altri, ed il magico sfarzo delle
feste di corte.

Ognun sa come Garibaldi entrò a Napoli, accompagnato soltanto dal suo
stato maggiore, e come attraversasse le vie ingombre di popolo e di
soldati borbonici, salutato dalle entusiastiche acclamazioni di quelli
su di cui faceva appunto il re per combatterlo. — Non un colpo di fucile
fu tirato quel giorno a Napoli; e fu questo per noi grande ventura,
poichè cessato l'incanto che attraeva quelle moltitudini a Garibaldi,
troppo facile cosa sarebbe riescita l'impadronirsi di lui e lo
annientare tutti gli effetti della spedizione Siculo-Napoletana.
Fortunatamente però, l'incantesimo non fu rotto. — I soldati borbonici
si ritirarono a Gaeta ove li aspettava il re, ed il popolo lasciato in
balìa di sè medesimo, si abbandonò all'ebbrezza della sua gioja e della
sua ammirazione per quell'eroe ch'era venuto per così dire disarmato a
liberarlo.

Da quel momento sino ad oggi, Napoli ha subìto le varie peripezie che
subiva il rimanente d'Italia; ma non ha dato segno di essersi pentito di
quella sua rapida trasformazione. — Non camminò con passo veloce sulla
via del progresso e della civiltà; ivi, non meno che altrove va
deplorata la inerzia delle classi educate e colte; che poco o nulla
hanno tentato per riscattare la plebe dalla sua secolare ignoranza. —
Pure un certo quale progresso è evidente per chi visita oggi Napoli, e
si ricorda come lo aveva lasciato alcuni anni addietro. — Le vie
principali della città sono sgombre dalle immondezze e dai rottami che
le disonoravano altre volte; alcuni ampj ed eleganti magazzini di
stoffe, di ornamenti in oro o in corallo, adornano invece la città, e
gareggiano già in estensione ed in lusso coi principali magazzeni di
Parigi e di Londra, il popolo quasi ignudo che giaceva disteso in terra
sulla sponda del mare, e sul lastrico delle contrade, è pressochè
interamente scomparso. — I bambini di quei padri non istanno più li
interi giorni rotolati ed aggruppati sui marmi delle chiese per godere
un poco di fresco, intento favorito dal modo loro di vestire che
consisteva nella assenza completa di qualsiasi pezza di tela o di stoffa
che ne coprisse il corpo o le membra. — Da tutto ciò si vede che il
popolo Napoletano, non ignora da qual lato dell'orizzonte spunti il sole
del viver civile, e desidera uniformarsi anch'esso alle leggi della
civile società.

Diciamo ancora che il Napoletano sottoposto per la prima volta a gravose
imposte, condotto sul campo di battaglia per difendervi dei principii a
lui poco noti ed apparentemente estranei ai suoi interessi, non ha mai
dato segno di malcontento; e meno ancora di tendenza alla ribellione.

Tutto ciò ne dà liete speranze per l'avvenire, e poichè Napoli si mostra
così bene disposta a lasciarsi guidare ed a porre la sua fiducia nel
senno altrui, piuttosto che nei suoi naturali istinti, e nelle sue
proprie impressioni, tanto più deploriamo la lentezza con cui il nostro
governo e le classi più colte e più facoltose della popolazione si
occupano di fondare associazioni ed istituzioni dirette alla educazione
ed alla istruzione del popolo. Che cosa non siamo noi in diritto di
aspettare da un popolo che per tanti secoli corrotto e depravato di
proposito da un iniquo ed assurdo governo, acquistata in un giorno la
illimitata libertà che si compete soltanto alle più incivilite nazioni,
non abusa di così gran dono, e si sottopone di buona voglia a tutti i
sacrificii che sono come il prezzo della sua libertà!

Non possiamo tributare le medesime lodi alla Sicilia. — Ivi la
corruzione si mesce alla naturale ferocia di una popolazione derivata in
parte dall'Arabo, e quell'isola che fu un giorno popolare e ricca oltre
ogni credere, non ha fatto sin qui uso della acquistata libertà se non
per compiere atti che non si possono paragonare che alle carnificine del
medio evo, o dei popoli selvaggi. — La camorra che alleata al
brigantaggio nel Napoletano, ritardava il progresso di quelle
popolazioni verso la civiltà, opprime e disonora la Sicilia con una
impudente tirannide che non ha pari. — L'isola che per due terzi della
sua estensione è posseduta dalle corporazioni religiose e dalle
manimorte, è pressochè deserta, ed è del tutto incolta. — La legge si
sforza invano di ridurre sotto il suo scettro i Siciliani, che vi si
sottraggono colla più odiosa violenza, minacciando di morte, e non sono
le loro, vane minaccie, i magistrati, ed i testimonii che potrebbero
convincerli di innumerevoli delitti. — La missione della polizia non può
essere adempita poichè un sistema di falsificazione di tutti gli atti
civili, seguito da lunghissimi anni rende vana qualsiasi vigilanza della
autorità. — I depositarii degli atti civili di nascita, di morte, di
contratto, matrimonio, ecc. ecc. avevano per costume di riempire varii
fogli di carta per ogni uomo che temeva la luce del giorno, e l'esame
della sua condotta. — Sopra uno di quei fogli l'individuo di cui
trattavasi, era presentato come vivo; su di un altro come morto; sopra
un terzo figurava come del sesso femminile; e quando le nuove autorità
mandavano ispettori a verificare lo stato civile di un sospetto, gli si
presentava ora l'uno ora l'altro di quei fogli, secondo lo richiedevano
le circostanze. — La colonna mobile che durante gli scorsi anni ebbe per
missione di purgare la Sicilia dalle orde di briganti che la
infestavano, operò milaottocento catture, ed i catturati erano pressochè
tutti assassini di molte vittime, esseri che dell'umana natura
conservavano appena l'aspetto, e questo ancora corrotto e degradato. —
Non parlerò della strana ostinazione colla quale i Messinesi inviarono
per tre volte al Parlamento il contumace Mazzini sebbene dal Parlamento
stesso avvertiti della illegalità di tale elezione. — Non parlerò degli
ultimi fatti di Palermo in cui un popolo ferocemente fanatico ed
istigato dallo spirito di vendetta che disonora pur troppo una gran
parte di quel clero ignorante e sensuale, commise delle atrocità che non
mi regge il cuore di descrivere; ma osserverò soltanto che un popolo il
quale si vale della recentemente acquistata libertà, per assimilarsi
alle fiere, ha bisogno di una rigorosa tutela, e di severe repressioni.

Pure anche in mezzo a sì luttuose scene, ed a così colpevoli eccessi, il
naturale facile al progresso, e l'ingegno aperto agli insegnamenti
morali e civili, si scorge chiaramente nel popolo Siciliano. — La
vigliaccheria non è un vizio in cui lo trascinano gli altri molti vizii
di cui è preda. — Tutti gli uffiziali che ebbero sotto gli ordini loro
dei soldati Siciliani, li dichiarano valorosi, e riconoscono altresì che
l'indole loro, cupa dissimulata e crudele, si dirada e si emenda sotto
l'influenza della militare disciplina. — Dicono essi che il soldato
Siciliano tornando alle proprie case vi porta dei germi fecondi di
moralità, ed una certa quale inclinazione al bene a cui era affatto
estraneo quando rivestiva per la prima volta la divisa militare.

I soldati licenziati potranno diventare i primi maestri del vivere
civile pei loro concittadini, ma se ad essi è lasciata esclusivamente la
missione di civilizzare la Sicilia, l'ardua impresa non sarà compita in
un secolo. — Un uomo si è distinto in Sicilia per l'ingegno,
l'operosità, la moralità ed il patriottismo, e quest'uomo è oggi
Prefetto di Palermo. — Ciò dimostra che il governo è ansioso di
impiegare gli strumenti di civiltà che gli fornisce il paese. — Ma desso
non può crearli. — Ora spetta a tutti coloro che si sentono superiori
alle basse passioni del volgo e capaci di cooperare fosse pure
menomamente alla riforma di uno stato sociale così miserabile e
vergognoso, il concertarsi fra di essi, ed il dedicarsi a sì nobile e
così sacrosanta impresa.

Fondare delle scuole non solo pei fanciulli, ma per gli adulti altresì,
ed ivi invitarli colla seduzione di insegnamenti variati e dilettevoli a
cui non rimarranno a lungo indifferenti quelle nature curiose, e quelle
menti accessibili ad ogni raggio di luce. — Stabilire dei piccoli centri
di industrie, ove, sì gli uomini come le donne, trovino delle
occupazioni poco faticose ed un guadagno equamente ripartito. — Aprire
dei magazzini così detti cooperativi, in cui il compratore venga messo a
parte dei profitti del venditore, e che rendino impossibile le congiure
fra questi ultimi per ispogliare i primi, raddoppiando e triplicando il
prezzo degli oggetti di prima necessità. — Nè vorrei si trascurasse o si
sdegnasse di procurare a quelle popolazioni qualche opportuno
divertimento che avesse per effetto di rasserenarne gli animi, e di
ammansarne i costumi. — Insegnerei loro un po' di musica e le
addestrerei a cantare dei cori, che il pubblico si recherebbe volontieri
ad udire quando anche non si ammettesse se non pagando una frazione
qualunque di franco, che verrebbe poi distribuita ai cantanti. — Questi
tentativi, queste misure, debbono essere modificate in modo da adattarle
ai variati caratteri delle popolazioni; ma qualunque istituzione avente
per iscopo di occupare quelle genti, e di addolcirne i costumi senza
aggiungere nuovi vizii agli antichi, sarebbe benefica, e la esperienza
indicherebbe presto quali modificazioni convenisse introdurre nel piano
primitivo. — Vediamo ora quali sono i progressi già eseguiti in Italia,
dal 60 in poi, e quali mezzi impiegava il nostro governo per
realizzarli.

I due principali strumenti di civiltà, di cui dispone un governo posto
nelle condizioni in cui trovasi il nostro, sono la costruzione di nuove
strade e lo stabilimento di scuole popolari. — I governi che lo
precedettero, e che avevano per unico oggetto degli atti loro il
mantenersi nella autorità di cui facevano così deplorabile uso,
trascuravano di proposito quei due elementi del nazionale incivilimento,
e perchè avrebbero voluto circondare i loro Stati di un muro
inaccessibile come quello della China, e perchè tanto la costruzione di
nuove strade come lo stabilimento di nuove scuole popolari costano molto
denaro. — Nelle provincie meridionali del Napoletano, siccome nella
Sicilia, le strade esistevano soltanto nei conti del Ministero dei
lavori pubblici; ma in fatto, il percorrere la pittoresca Calabria, era
altrettanto difficile, faticoso e pericoloso, quanto il percorrere il
centro dell'Affrica o dell'Asia. — Nelle parti centrali e settentrionali
d'Italia la stessa condizione di cose non era possibile, e perchè non
poche strade vi erano state costrutte dai precedenti governi, ed in
ispecie dal Napoleonico, e perchè l'incessante concorso di forestieri,
che visitano ogni anno quelle contrade, avrebbe reso impraticabile
l'abbandono dei mezzi di comunicazione dai paesi loro all'Italia, o per
lo meno avrebbero trasformato quell'abbandono in uno scandalo europeo. —
Fu dunque mestieri che l'Austriaco si rassegnasse a lasciare alle sue
provincie d'Italia il benefizio che dalle opere dei suoi predecessori
ricavavano; e lo stesso fece per le scuole comunali, ch'erano
istituzioni dell'imperatrice Maria Teresa, e che ebbero per effetto di
mantenere i contadini lombardi in una condizione morale ed intellettuale
assai meschina per vero dire, ma superiore a quella delle popolazioni
rurali del rimanente d'Italia, tranne però delle toscane.

Le ragioni medesime, che avevano indotto i sovrani assoluti d'Italia a
non costruire nuove strade, e a non aprire nuove scuole, traevano il
governo nostro a dotare senza frapporre indugio il paese così delle une
come delle altre.

Una circostanza speciale rendeva vie più importante pel paese nostro,
che le lacune lasciate espressamente dall'Austriaco nel sistema delle
nostre strade fossero colme. — Voglio dire delle strade ferrate, che
cangiarono radicalmente la condizione materiale, morale, intellettuale
ed economica di tutte le nazioni che le adottarono, e di cui avevano
soltanto alcuni stralci, ed alcuni progetti, contro la cui esecuzione
tanti ostacoli andavano mano mano sorgendo, che un secolo non sarebbe
bastato ad appianarli. — La ferrovia da Milano a Venezia era terminata
nel 59, ma eransi impiegati più di venti anni a costruirla. — Del
rimanente, alcuni chilometri da Milano a Monza, a cui si erano aggiunti
coll'andar dei tempo altri non molti chilometri che mettono a Como: ecco
in che consistevano in quel tempo le ferrovie lombarde. — Il Piemonte
n'era assai meglio fornito; e la toscana, anch'essa, sebbene le sue
ferrovie fossero esclusivamente destinate a facilitare le relazioni e le
comunicazioni dall'una all'altra città toscana, e non importasse di
congiungerle con altre ferrovie delle varie provincie italiane. — Egli è
bensì vero che le ferrovie toscane avrebbero potuto congiungersi
soltanto con quelle dell'Italia settentrionale, o per meglio dire con
quelle del Piemonte; poichè nelle provincie situate al mezzodì della
Toscana le ferrovie erano tuttora limitate a pochi chilometri, i
dintorni di Napoli e gli Stati pontificii serbandosi mondi da quelle
abbominevoli invenzioni della scienza moderna.

Nel 1859 tutte le provincie che formarono il regno d'Italia possedevano
complessivamente 1,472 chilometri di strade ferrate, e fra queste erano
comprese le ferrovie del Piemonte che ammontavano ad una gran parte di
quella intera cifra. — Nel 1863 si erano aggiunti 1,287 chilometri di
nuove strade ai 1,472 del 59; e noverando quelle allora in via di
esecuzione, ammontavano a 4,464 chilometri; e quelle che debbono essere
terminate nel 1869 non saranno al di sotto di 8,057 chilometri, cioè un
terzo di più che non ne possiede la Francia e circa il triplo
dell'Austria, proporzionalmente alla estensione del loro e del nostro
territorio.

Giova poi osservare che la configurazione fisica dell'Italia presenta
molti ostacoli alla costruzione di ciò che chiamasi una rete di strade
di ferro. — Nelle vaste pianure del Belgio e dell'Olanda, come pure in
quelle della Francia, segnate unicamente da leggiere ineguaglianze del
terreno, i bisogni e la convenienza delle popolazioni sono le sole
circostanze che si debbono prendere in considerazione per volgere in
quella o in questa direzione una ferrovia. — Ma nella Italia, ossia su
quella sterminata catena di monti che si chiamano l'Apennino, e che
s'estendono sino a' suoi tre litorali, difficilissima riesce
l'introduzione di una ferrovia fra quelle cime e quelli abissi. — Prova
ne siano le strade da Torino e da Milano a Firenze, nella costruzione
delle quali, sebbene si arrischiassero salite e discese come nessuna
altra ferrovia le aveva prima tentate, si dovette percorrere per lungo
tratto il letto di un fiume o torrente che sia, di modo che i
costruttori medesimi confessavano, che le riparazioni della ferrovia la
toglierebbero per gran parte d'ogni anno alla pubblica circolazione.

Per le strade ferrate del Napoletano, per quelle principalmente che
debbono estendersi nelle Calabrie ed altre provincie situate al
mezzogiorno di Napoli, le difficoltà saranno fors'anche maggiori; e per
parlare soltanto di contrade a tutti ben note, ricorderò quanti ostacoli
incontrano i costruttori delle strade che legano a Genova le sue due
riviere.

Anche in Sicilia le ferrovie in gran parte non sono costrutte; e le
strade ordinarie sono in picciol numero, e senza un concetto che le
leghi fra di esse e le utilizzi. — Ora però si contano in quell'isola
chilometri 114,779 di strade aperte al carreggio, e se ne debbono
eseguire altri 166,840. — Quanto alle ferrovie, la Sicilia già ne
possiede la lunghezza di 708 chilometri: cioè 160 da Palermo a Trapani,
passando per Marsala; 280 da Palermo a Catania; 145 da Messina a Catania
e a Siracusa; 76 da Girgenti a Licata; e 46 da Caltanisetta a Girgenti.

Anche le provincie napoletane posseggono a quest'ora un ricco tesoro di
ferrovie; poichè queste comprendono poco meno di due mila chilometri,
che si legano alle ferrovie dell'Italia centrale e settentrionale, per
cui può dirsi che il problema di ravvicinare le funeste distanze che si
opposero mai sempre all'unificazione d'Italia è stato sciolto nel corso
degli ultimi sette anni. — Simili colossali imprese non si eseguiscono
senza adequati sagrifizii; e le strade italiane, le ferrovie in ispecial
modo, hanno costato e costano tuttora, in guarentigia d'interessi dei
capitali impiegati dalle società, ingenti somme di denaro.

V'ha chi biasima il nostro governo perchè si accinse senza frapporre
indugio ad opere di tale immensità, ed il cui costo oltrepassava i mezzi
dei quali disponeva allora. Ma vi sono delle circostanze in cui la
volgare prudenza è più pericolosa della massima temerità, e coloro, che
avrebbero consigliato al nostro governo di costruire lentamente ed
economicamente le nuove vie di comunicazione fra le varie e distanti
provincie italiane, non riflettono che tali opere dovevano
necessariamente essere compite prima che si pensasse a combattere
l'Austria, e a torle quella parte del nostro suolo ch'essa calpestava
tuttora dopo il nostro riscatto. Chi prese parte, o fu soltanto
spettatore della guerra del 66, può dire di quale vantaggio riescissero
quelle ferrovie, che da una estremità della penisola all'altra
portavano, in poche ore, notizie, reggimenti, artiglierìe, munizioni da
guerra, ecc. ecc. — La guerra fu breve; e sebbene il successo d'ogni
particolare fatto d'armi non fosse a noi favorevole, il successo finale
della guerra stessa oltrepassò le nostre speranze, cosicchè non
esperimentammo grandi rovesci. Ma se le cose fossero andate altrimenti,
se fossimo stati costretti a ritirate forzose e rapidissime dal campo di
battaglia, a cangiamenti repentini di piani, a cercare rifugio e
salvezza dietro le mura delle nostre fortezze, la mancanza di strade
avrebbe potuto cagionare la nostra rovina. Un governo posto a fronte di
eventualità di così gran momento, deve prevedere ogni possibile
accidente e star parato a combatterlo. La guerra dell'Italia contro
l'Austria, fatta prima che l'Italia possedesse i mezzi di comunicazione
fra le sue diverse parti, sarebbe stata una deplorabile follia, e poteva
recarne incalcolabili ed irremediabili pregiudizii.

L'Italia, sebbene abbondi di catene di altissimi monti, e possegga
conseguentemente molte sorgenti, ed i vasti serbatoi che sono le nevose
cime dei monti medesimi, non può comporsi un sistema conveniente di
navigazione interna. — Ciò dipende in gran parte dall'altezza de' suoi
monti, e dal poco spazio lasciato al declivio di essi per giungere al
mare ove tendono. — Per tal modo i nostri fiumi percorrono dalla
sorgente alla foce loro un breve e precipitoso cammino, spinti e
risospinti di balza in balza, senza potersi mai distendere nè
tranquillare le loro acque attraversando una vasta pianura, come avviene
dei fiumi della Francia, dell'Inghilterra, del Belgio e di tante altre
contrade; per cui questo utilissimo sostituto delle strade ordinarie e
delle ferrovie, per quanto almeno concerne il trasporto delle merci, la
navigazione interna dei fiumi o di canali che ne derivano, ne manca, e
probabilmente ne mancherà in perpetuo. — Un parziale compenso a tanta
mancanza possiamo trovarlo nella navigazione marina, detta di
cabotaggio, e che ha luogo lungo le coste del nostro litorale;
navigazione che presenta pochi pericoli, essendo le coste dei nostri
mari piuttosto basse e piane, ed offre grandi vantaggi, per la frequenza
dei porti, rade, ecc. seminati lungo le rive, che rendono l'approdo e lo
sbarco dei piccoli navigli, percorrenti quei mari, facili e securi.

Tutte le cure del nostro governo per far progredire le popolazioni
italiane verso la civiltà, non furono assorte dallo stabilimento dei
nuovi mezzi di comunicazione. — Le scuole popolari sono un potente
istrumento di civiltà, e queste sono ora numerosissime in tutta Italia.
— Già nel 1863 ne esistevano circa 30,000; e sebbene buon numero di esse
fossero di creazione anteriore al 59, nelle provincie meridionali però,
ed in Sicilia particolarmente, quasi tutte le scuole elementari pei due
sessi sono dovute al nostro governo; e gli sono dovute in due modi: e
perchè istituite da lui, e perchè sostenute quasi per intero a spese
dell'erario, mentre nelle altre provincie del regno molte scuole
elementari stanno a carico dei Comuni, ed altre non poche sono sostenute
da doni o da lasciti privati.

Se occorressero prove di fatto per dimostrare che tanta diffusione di
luce intellettuale è cosa assai recente, basterebbe il porre a confronto
di quelle 30 mila scuole il numero di analfabeti, che offuscano tanto
splendore. Fra un 1,397,924 di giovinetti dai 12 ai 19 anni, cioè della
età in cui dovrebbero avere terminati gli studi primarii, ed essere in
grado di passare alle scuole tecniche o alle scuole secondarie, 938,637
di essi sono tuttora analfabeti, mentre 61,800 sanno leggere soltanto, e
361,725 sanno leggere e scrivere. — Speriamo che questi infelici 938,637
siano fra i nati prima del 50, ed avessero per conseguenza oltrepassata
l'età in cui sogliono i fanciulli essere ammessi alle scuole primarie o
comunali, quando il benefizio di codeste scuole fu largito al paese; e
speriamo altresì che codesta enorme e vergognosa macchia nel nostro sole
vada rapidamente impicciolendosi, e venga in breve coperta dai raggi
sempre più splendidi che da esso si diffondono.

Oltre quel numero di scuole primarie, l'Italia contava già nel 63, 81
corpi scientifici ed accademie di scienze, lettere ed arti; 200
biblioteche; 10 osservatorii astronomici; 26 osservatorii meteorologici;
13 musei di archeologia; 13 società per la conservazione e
l'illustrazione dei monumenti; 12 deputazioni di storia patria; 20
istituti speciali di belle arti e di musica; 5 alte scuole di
perfezionamento; 19 università col corredo di 123 licei; 452 ginnasii
pubblici; 177 scuole tecniche; e 65 scuole magistrali pei due sessi;
tralasciando ancora di parlare delle scuole serali e delle festive,
aperte recentemente in pressochè tutti i Comuni rurali di Lombardia,
alle quali concorrono spontaneamente uomini di ogni età, e dove sono
loro gratuitamente insegnate dagli uomini più colti del villaggio, come
sarebbero il medico, il sindaco, il maestro ed il segretario comunale,
le prime nozioni di storia, di geografia, di storia naturale, ecc. ecc.

Giova osservare che alcune delle cifre testè accennate non hanno tutta
l'importanza che sembrano avere a primo aspetto. Quel gran numero di
università non significa precisamente che il numero degli aspiranti
all'insegnamento, che ivi si riceve, sia tale, che non bastino a
contenerlo meno di 19 Università. — Questo numero, veramente smisurato,
provviene dallo sminuzzamento che fece dell'Italia una agglomerazione di
tanti piccoli Stati, gli uni degli altri gelosi e discordi; ognuno dei
quali pretendeva di essere completo e perfetto nella sua picciolezza,
possedendo ogni forma esterna di istituzioni scientifiche e letterarie,
corpi insegnanti, ecc. Il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, la
Venezia, i due Ducati, il Bolognese, l'Umbria, la Toscana, e se non
m'inganno il Principato di Lucca, la Sardegna, il Napoletano, la
Sicilia, e non so se la repubblica di S. Marino, avevano ciascuna non
meno di una Università; ed i riguardi con che il governo nostro
nazionale ha creduto di dover trattare i pregiudizii autonomici delle
provincie italiane sono tali, che non si è peranco accinto a ridurre
questo superfluo numero di Università. — Lo stesso può dirsi
verosimilmente di alcuni degli osservatorii astronomici e delle
accademie letterarie, che erano considerate come un adornamento
distintivo di una capitale; ed ora non si tolgono per non far sentire
agli abitanti di coteste già capitali ch'essi sono decaduti da ciò che
ad essi o ad alcuno di essi può sembrare una situazione assai elevata.
Ma tali riguardi eccessivi non possono essere perpetuati, ed il numero
degli istituti scientifici o insegnanti sarà messo in armonia coi
bisogni del paese, cioè col numero degli studenti di esso.

Certo è però che se quel prodigioso numero di Università non ha tutto il
favorevole significato che gli si potrebbe attribuire, ciò non significa
per nulla che debba o possa farne arrossire; e se il numero dei nostri
corpi insegnanti oltrepassa i nostri bisogni, questo difetto di
proporzione non è cagionato dal recente scemarsi del numero degli
studenti, bensì dalle cangiate circostanze del paese, dal concentramento
nazionale, dalla distruzione di pressochè tutti i confini interni
d'Italia, e dal rapido accrescimento delle vie di comunicazione fra le
varie Provincie. Il numero delle Università italiane sarà
indubitatamente ridotto; dubito però che possa mai esserlo nella misura
della Francia e dell'Inghilterra, perchè la topografia e la figura
stessa della nostra Italia osta ad un sistema troppo assoluto di
concentramento. Se le provincie meridionali d'Italia come le Calabrie,
gli Abruzzi, Terra di Bari e di Otranto, la Sicilia, ecc. dovessero
mandarci i loro studenti a Pavia o a Padova, temo che finirebbero col
rinunziare ai vantaggi di una educazione universitaria.

Prima di procedere alla soppressione di alcune delle nostre Università,
conviene ponderare accuratamente quali fra di esse possono essere
impunemente tolte, cioè senza che si interrompano e facciano sosta i
progressi della pubblica e nazionale istruzione, che è quanto dire del
nazionale incivilimento.

Questo rapido esame dell'incremento, ch'ebbero negli ultimi pochissimi
anni i mezzi di comunicazione e d'istruzione popolare nel nostro paese,
ne presenta in vero molte sorgenti di conforto. Una considerazione però
tempra la soddisfazione, che vorremmo ritrarne; ed è questa la
influenza, anzi la ingerenza piuttosto accresciuta che scemata del clero
negli stabilimenti della pubblica istruzione. Eravamo preparati a
codesta preponderanza nelle provincie meridionali; ma i dati statistici,
ai quali mi riferisco per questo lavoro, non la mostrano minore nel
Piemonte, nella Liguria, nella Lombardia e nella Toscana, che nel
Napoletano e nella Sicilia stessa. — Se di tale scoperta non solo mi
meraviglio, ma mi rammarico, ciò non proviene da avversione al clero
cattolico, e molto meno poi da dispregio per la religione, di cui è
detto il ministro; ma soltanto perchè il clero può essere considerato a
buon diritto, meno qualche eccezione, irremissibilmente ostile
all'ordinamento oggi in vigore in Italia, e perchè tale essendo, i
nostri giovanetti a lui affidati non possono ispirarsi ai sentimenti di
lealtà, di gratitudine e di rispettosa fiducia verso il nazionale
governo, che si richiedono dai cittadini di un paese libero. — Il clero
cattolico è naturalmente avverso alle libertà civili, ch'esso confonde
talora colla libertà di pensiero e di coscienza, e che in ogni caso esso
tiene per indissolubilmente legate fra di loro, e non a torto. Io non
discuterò quì se più felice sia il popolo soggiogato civilmente e
intellettualmente, ma che non sente il peso del giogo a cui è avvezzo,
ed al quale si rassegna confortato da una cieca fede in tutto ciò che
gli insegna il suo clero; o il popolo liberale ed indipendente,
conquistatore dei proprii diritti e di essi pienamente conscio, ma a cui
fu tolto l'intimo conforto, ed il forte sostegno di quella cieca fede. —
Sono queste quistioni le mille volte discusse, senza ricevere una
soluzione che ponesse fine ad ulteriori dibattimenti. — Ma il nostro
popolo ha risoluto il quesito col fatto della sua scelta. Il popolo
schiavo ha voluto essere libero ed indipendente a qualsiasi costo; ed ha
realizzato diffatti questo suo ardentissimo desiderio. Oggi non si
tratta di decidere se a lui convenga di acquistare la libertà, o se sia
meglio per lui di rimanere qual era nel medio evo. — Trattasi d'imparare
a far buon uso dell'acquistata libertà; di preparare la vegnente
generazione al pieno godimento di quei beni che i padri suoi non seppero
che imperfettamente sviluppare. Trattasi di riunire, di fondere tutti
gli Italiani in un pensiero concorde di gratitudine pei singolari
benefizi ricevuti, e nella invariabile risoluzione di sottoporsi ai
maggiori sagrifizi, piuttosto che rinunziare alle conquiste fatte, o che
mostrarsene poco degni. Tale essendo la parte che spetta all'attuale e
alla futura generazione di Italiani, vorrei mi si dicesse che cosa
pensano e quale scopo si prefiggono i parenti che affidano la educazione
dei loro figli al clero, ed al clero regolare in particolar modo, cioè
al nemico delle nostre istituzioni, a quello che vorrebbe ricondurne
indietro sino alla servitù materiale ed intellettuale del medio evo, e
che ha missione dal suo capo spirituale e temporale, da quel capo
riverito e temuto, a cui nessun membro del clero cattolico può sottrarre
la menoma parte di sè stesso, ha missione, dico, di non transigere mai
coll'attuale ordine di cose in Italia, ma di creargli quanti ostacoli e
quanti nemici può. — Molti sono i padri che così pensano e che così
parlano del clero; eppure non pochi fra questi affidano i figli loro ai
Barnabiti, o a qualche altra corporazione religiosa, specialmente dedita
alla istruzione dei giovani. — Di tale singolarità essi si scusano
coll'asserire che i collegi tenuti dai laici sono così male diretti, e
la istruzione dispensatavi così meschina, che nulla può aspettarsi da
educazioni così condotte. Forse non sono senza fondamento tali critiche,
e tali osservazioni: tutto il sistema che ne diresse per tanti secoli, e
che era basato sul più rigido assolutismo, cadde in un'ora, e diede
luogo ad una illimitata libertà ossia ad una generale rilasciatezza. — I
primi effetti di così repentino cangiamento non ponno essere che tristi.
— Ma se invece di condannarli come tali, e di volgersi a ciò che rimane
dell'antico sistema, come se questo potesse convenire ad una nazione
libera, i padri di famiglia delle classi educate si applicassero ad
emendare i difetti dei collegi tenuti da laici, essi non andrebbero
incontro, e non esporrebbero i figli loro ad una serie d'incalcolabili
danni, col risospingerli nel passato; e ciò nel momento appunto che
questo passato crollò, e che ad esso subentrava un avvenire interamente
opposto a quello.

Che che ne sia delle molte imperfezioni ed incapacità nostre, delle
nostre impazienze, diffidenze ed inerzia, ecc. abbiamo fondate speranze
di un felice e glorioso avvenire. — Mettendo a confronto ciò che abbiamo
operato in questi ultimi sette anni, con ciò che operarono durante uno
spazio di tempo assai più lungo, cioè dal 1821 e dal 1831 sino ad oggi,
altri due popoli meridionali, repentinamente usciti di servitù ed
assunti all'onorato seggio di libere nazioni, voglio dire dei Greci e
delli Spagnuoli, troviamo occasione di confortarci, e di rinfrancarci
nelle nostre speranze. — L'Europa tutta parla dell'Italia come di una
nuova potenza di primo ordine, e chi ne avesse predetto dieci anni
indietro che di noi si sarebbe oggi portato siffatto giudizio, sarebbe
stato tenuto o per pazzo o pel più impudente degli adulatori.

Possano realizzarsi così le nostre speranze, come fu di gran lunga
superata sin qui la nostra aspettativa. Poche parole aggiungeremo ancora
sulla situazione d'Italia in quanto concerne la sua politica esterna,
ossia le sue relazioni colle potenze estere.

Nata o, per meglio dire, rinata, per opera della Francia, col concorso
di questa grande e generosa nazione, le altre potenze potevano
considerarla come di lei satellite, e trattarla conseguentemente. con
poco rispetto e poca benevolenza. Così non accade; e di ciò dobbiamo
rendere infinite grazie al nostro governo, e specialmente agli uomini di
stato che diressero la nostra rappresentanza diplomatica, e che seppero
fare all'Italia un posto nuovo negli annali della storia di Europa, un
posto onorevole e degno. Le amicizie politiche sono per lo più di
fragile tessitura, mentre le nimicizie, che ad esse corrispondono, hanno
profonde e saldissime radici. — Era dunque assai da temere che dopo il
59, o nel corso degli anni che gli succedettero, si allentassero, anzi
si rompessero i legami della nostra alleanza colla Francia, e che la
vendetta austriaca, trovandoci spogliati della protezione francese, ne
perseguitasse sin che ne avesse ridotto nel pristino stato di suoi
schiavi. — Se così fosse accaduto, potevamo lottare, e lottare con
gloria, ma presto o tardi avremmo dovuto soccombere.

Accadde appunto tutto all'opposto. — Sebbene noi non tenessimo conto
alcuno degli impegni assunti in nome nostro dall'Imperatore Napoleone
nella pace di Villafranca, la protezione di lui non ne venne mai meno, e
per conseguenza la nostra alleanza colla Francia non subì alterazione di
sorta. — E tale persistenza non ebbe per effetto di indisporre contro di
noi le altre potenze poco benevole verso la Francia o di essa gelose. —
L'Inghilterra si manteneva nostra amica nei limiti da essa tracciati
sino dal 48, vale a dire in tutto ciò che non implicava il di lei
concorso a mano armata. — La Russia, che si astenne dal partecipare ad
impresa alcuna che avesse per oggetto il danno nostro, non indugiò
lungamente a riconoscere la nostra esistenza come nazione indipendente
di diritto e di fatto; la Prussia, versando in gravi emergenze, cercava
la nostra alleanza; e quell'Austria stessa che, un anno fa, sosteneva
colle armi i pretesi o sognati suoi diritti sopra di noi, oggi costretta
a rinunziarvi, li confessa non fondati in ragione, ma protesta di volere
in avvenire farsi un'amica di quella Italia che pretendeva testè ridurre
in ischiavitù. — Forse non si esprimono così apertamente nè l'Imperator
d'Austria, nè i suoi ministri; ma se si leggono i vari periodici
austriaci, si vedranno tali sentimenti e tali concetti espressi nei modi
per noi più lusinghieri. — Insomma l'Europa intera ne porge oggi la
mano. — Quell'Italia soggetta sempre ora dell'uno ora dell'altro, sempre
discorde fra le varie sue parti, da tutti derisa e schernita per la sua
frivolezza, per le sue vane iattanze, e per la sua impotenza a fare ciò
che fecero da moltissimi secoli tutte le altre nazioni, quell'Italia
dall'Europa perseguitata e tenuta come un semenzaio di rivoluzionarii
assassini ciecamente avversi ad ogni idea di ordine e di autorità,
superstiziosi ed empii allo stesso tempo, oggi non solo ha acquistato la
libertà e l'indipendenza, cioè la vita, ma ha ottenuto la benevolenza di
tutte le civili nazioni, che la accolgono nel loro consesso, e con lei
si congratulano delle tante sue venture. Non è guari che l'Europa si
credeva vicina ad una guerra che sarebbe stata generale, ed alla quale
l'Italia avrebbe avuto verosimilmente a prender parte. — In tale
occasione non traspirava in alcuna delle nazioni europee un sentimento
di odio o di disprezzo verso l'Italia, e da qualsiasi parte si fosse
rivolta coll'offerta della propria alleanza, essa non avrebbe certamente
incontrata fredda accoglienza.

Dobbiamo rendere di ciò infinite grazie alla prudenza, alla lealtà e
all'abilità del nostro governo, ed in particolar modo ai nostri ministri
degli affari esteri; ma esaminando la cosa accuratamente in tutte le sue
particolarità, essa ne sembra così portentosa, da doverla attribuire
allo speciale intervento di una benefica Provvidenza che volle, in
compenso dei tanti mali sofferti, dotarne di tutti quei beni che non
abbiamo mostrato di disconoscere, e che non ci siamo resi incapaci di
apprezzare e di serbare. Quanto alla parte che a noi stessi possiamo
attribuire nell'acquisto di codeste generali simpatie, essa si riduce ad
una sola virtù, colla quale abbiamo sorpreso l'Europa che ce ne
supponeva intieramente privi. — Intendo parlare della moderazione. —
L'Europa era stanca delle enfatiche esagerazioni di molti fra i nostri
rifugiati politici; e credeva che gli Italiani tutti parlassero in
quello stile, e dividessero quelle opinioni che non avevano per essa
neppure il pregio della novità, mentre per molti anni le aveva lette ed
udite dalla bocca o negli scritti dei rivoluzionarii francesi del 89, e
poscia da quella di tutti i loro imitatori.

Quando le vittorie del 59 resero alle popolazioni italiane la facoltà di
esprimere i loro pensieri, e di eseguire le loro volontà, l'Europa vide
non senza stupore una nazione sorgere dalle sue stesse ceneri,
confessare ed abiurare, aborrendoli, i proprii errori, ripudiare gli odi
e le gelosie intestine, le esagerate od impraticabili utopie, e
stringersi unanime e concorde sotto una monarchia costituzionale; e
sotto tale monarchia rimanersene costante e soddisfatta per tutto quel
tempo che è già caduto nel dominio della storia, cioè per tutto il tempo
decorso dal 59 sino ad oggi. — L'Europa conobbe allora che gli emigrati
italiani non erano tutta la nazione italiana; che l'Italia poteva godere
di una saggia libertà, ed assumere l'importanza a cui il numero delle
sue popolazioni, l'antica sua storia, ed il carattere de' suoi abitanti
le danno diritto, senza che perciò un'orda di rossi sovvertitori si
scatenasse sulle vicine contrade e togliesse loro la pace e la civiltà;
conobbe che l'Italia riscattata ad un tempo dalla schiavitù, e dalle
viete e funeste assurdità rivoluzionarie, doveva sorgere rapidamente al
livello delle più colte ed incivilite nazioni; e ciascuna delle nazioni
europee pensò di farsela amica, per poi trovarla tale quando il bisogno
se ne facesse sentire.

Oggi l'Italia è senza nemici, e possiamo sperare che così rimanga per
lungo tempo, imperocchè non v'ha occasione per essa di lottare o di
competere colle altre potenze europee. — La nazione italiana non avendo
esistito, come nazione, nel passato, non ha assunto impegni nè con sè
stessa, nè con altre, che oggi le sieno d'inciampo al consolidamento
della pace con l'Europa tutta. — La sola Inghilterra potrebbe vedere in
un lontano avvenire l'Italia sua emula e sua rivale sul Mediterraneo; ma
la potenza marittima dell'Inghilterra è talmente superiore a quella che
noi potremmo acquistare, diciam pure, in un secolo, quand'anche nostra
unica cura fosse appunto l'emularla nel mediterraneo, ch'essa può senza
imprudenza aspettare almeno un mezzo secolo ad ingelosirsi di noi. —
Quanto alle altre potenze europee, l'Italia non scenderà nell'arena per
competere con esse. — Non contesterà alla Russia la signoria sopra
l'Asia, nè alla Francia la signoria sopra l'Africa settentrionale, nè
quella sul Belgio o sulle provincie situate sulla sponda sinistra del
Reno, nè alla Prussia il progressivo assorbimento degli Stati germanici;
nè all'Austria finalmente contesterà il compenso ch'essa tenterà di
ottenere alle molte sue perdite, all'epoca dello smembramento
dell'Impero d'Oriente, in alcuna delle provincie più occidentali di
questo. E neppure al gran Signore si presenta minacciosa ed ansiosa di
affrettare quello smembramento, dal quale nulla spera e nulla ambisce.
Solo la Corte di Roma ne considera con timore, sospetto ed avversione; e
n'ha ben d'onde, poichè essa e il Regno d'Italia non possono convivere
pacificamente sul suolo italiano. Quindi la Spagna ciecamente divota,
non dirò solo alla Chiesa di Roma, al suo pontefice ed alla religione
cattolica, ma al potere temporale altresì, ne guarda anch'essa di mal
occhio, e vorrebbe ricacciarne nel nulla. — Noi non affrettiamo con atti
la caduta del potere temporale, ma lo prevediamo non molto distante, e
non cospireremo certamente per prolungarne l'agonia.

Da ogni lato vediamo segni di futura pace per la patria nostra; nessun
pericolo sembra minacciarla per parte dell'Europa. — Se non fabbrichiamo
a noi stessi pericoli, nemici e catastrofi, abbiamo davanti a noi molti
anni di tranquillità, nel corso dei quali possiamo procedere al nostro
sviluppo e a quello delle nostre libertà.



CAPITOLO SECONDO

INFLUENZA DEL PASSATO


Pressochè tutti gli Stati, e tutte le nazioni europee camminarono sopra
linee parallele, e durante un numero quasi identico di secoli, dalla
barbarie cioè dei bassi tempi alla odierna civiltà. — Alcune camminarono
con più celere passo di altre, aiutate o dalla propria loro indole, o da
circostanze favorevoli, alcune rimasero e tuttora rimangono qualche poco
addietro: ma tutte hanno la faccia volta verso la stessa meta; tutte
incontrarono ostacoli pressochè identici e della medesima natura, li
combatterono con armi simili, e ne trionfarono in modo più o meno
completo, a prezzo di maggiori o minori sacrifizi. Quelle nazioni o
quelli Stati, che ancora non raggiunsero il punto in cui trovasi il più
gran numero delle nazioni e degli stati di Europa, sono però assicurate
di raggiungerlo esse pure in breve, seguendo i passi delle prime, cioè
delle più celeri. Le tappe sono per così dire segnate dalla storia, che
ne addita come i popoli si aggrupparono componendo gli Stati, e tendendo
per prima cosa ad ingrandirsi a dispendio dei vicini; i piccoli gruppi,
essendo come stati assorbiti e trangugiati dai maggiori, scomparvero
dalla scena, e come i capi delle nazioni deposero di quando in quando la
spada per assestare i loro possessi ed afforzare la loro autorità. Tutti
ebbero a combattere il medesimo avversario, il feudalismo. — Quei
potenti baroni dell'età media, che avevano aiutato uno dei loro ad
accumulare armati e ricchezze sufficienti per mantenersi al di sopra
delle altre picciole nazioni, o per incorporarsele, diventarono ben
presto rivali del capo da essi scelto e creato. — Allora cominciò la
interna lotta delle monarchie contro i feudatarii, lotta lunghissima e
tremenda, nella quale le monarchie trionfarono mediante l'abuso della
forza unita alla perfidia e alla crudeltà, e di cui, se non tutte, buon
numero almeno delle Case regnanti di Europa, porta la pena, nella
diffidenza e nella secreta avversione che la loro autorità, e qualche
volta il solo nome di Re desta nei popoli che loro obbediscono.

L'Italia sola ha tenuto altre vie; l'Italia sola ha una storia tutta
propria. — Mentre le altre nazioni europee, formate di elementi
barbarici e di pochi avanzi degli antichi popoli soggetti dell'Impero
Romano, muovevano i primi passi verso la civiltà, l'Italia, già signora
del mondo allora conosciuto, decadeva e deperiva. — Culla di quel popolo
straordinario, che si era fatto una civiltà anzi tempo e prematura, ma
grande e bella, l'Italia fu sempre una eccezione nella storia. — Essa
non ha mai nè dimenticata nè intieramente abbandonata la romana civiltà;
anzi ne serba tuttora quei brani che non contrastano al cristianesimo e
alle moderne nozioni del diritto e della morale.

Le arti e le scienze, che le nazioni barbare versate dal Nord e
dall'Oriente sulla intera Europa ignoravano assolutamente, furono sempre
onorate e coltivate dagli Italiani. — I popoli della nostra penisola non
caddero mai in quel profondo abisso d'ignoranza e di servitù necessario
alla formazione di un potere assoluto ed iniquo nell'esercizio suo, ma
che solo poteva farsi rispettare ed obbedire dalle orde germaniche,
elemento predominante delle moderne nazioni. — Agli Italiani mancò la
barbarie e le sue sfrenatezze, ma loro fecero difetto altresì la cieca
obbedienza a capi avveduti ed ambiziosi, la brutale energia degli odi e
della rapacità, la ignoranza dei propri diritti, tutte quelle passioni e
quei vizi insomma che la Provvidenza volgeva ad uno scopo benefico, e di
cui oggi vediamo e conosciamo i definitivi risultati.

Mentre le nazioni europee si sdegnavano e spogliavano di tutto ciò che
non era virtù guerriera, e guerriere come erano divenute, tremavano
sotto il giogo dei loro capi, più esperti, più accorti, più crudeli e
snaturati delle nazioni stesse; gli Italiani, superbi della loro civiltà
e della loro supremazia intellettuale e civile, guardavano ai barbari
con disprezzo, e credevano annichilarli con beffe e motteggi.

Più tardi, quando impararono a temerli, impararono altresì a volgerli ai
loro fini; e il sentimento nazionale, ai nostri dì sì possente, non
essendo ancora svegliato, accadde che gli abitanti di una città italiana
invocarono le armi dei nuovi popoli europei, per castigare un'altra
delle città italiane, o per trarne vendetta, o per ridurla a non potersi
sostenere da sè. — Quella civiltà così generalmente sparsa ed egualmente
ripartita in tutta la nostra penisola, e in tutte le classi de' suoi
abitanti, si oppose sino da quei primi tempi all'ingrandimento di una
parte di esse a prezzo della indipendenza delle altre parti; ed appena
un cittadino predominava nella città sua e minacciava le città rivali,
queste si riunivano per debellare l'ambizioso; e se a ciò non bastavano
da sole, chiamavano le nazioni guerriere dal di là delle Alpi,
adescandole con promesse di ricca paga o speranze di bottino e di
accresciuto potere. — Il feudalismo stesso, che ebbe sulle prime una
così gran parte nella formazione della nuova società politica
dell'Europa, non potè svilupparsi in Italia fra quelle numerosissime
città, che assorbivano ogni prosperità ed ogni operosità popolare, e
riducevano ad inferiori condizioni i comuni rurali, vera e natural sede
del potere feudale.

Le campagne italiane ebbero sempre poca parte nella vita politica, e
quei signori stessi che dominarono in alcune città, e che corrispondono
fra noi ai feudatari del Nord, erano cittadini, vivevano nelle città,
dovevano assicurarsi il favore de' loro concittadini; e se fallivano in
ciò, erano quasi sempre rovesciati e distrutti, i loro beni confiscati,
e le loro famiglie e i loro aderenti mandati in esilio.

Dalla dissoluzione dell'Impero d'Occidente sino ai giorni nostri
l'Italia tenne sempre le stesse vie, e non ebbe mai pace. — I suoi
popoli vissero costantemente stimolati ed accecati da passioni cupide o
ambiziose, rivaleggiando fra di essi, e vendendo la propria indipendenza
a chi distruggeva quella dei loro vicini. — L'Italia possedeva
ricchezze, energia, operosità, intelligenza, genio per le arti e le
scienze, monumenti, biblioteche, cognizioni, tesori insomma, quanto e
forse più che il rimanente dell'Europa presa in massa a quei tempi. —
Ciò di che difettava l'Italia, non era solo l'elemento di barbara
vigorìa, ma lo spazio. — Gli Stati, che in essa si formavano, non
potevano svilupparsi ed estendersi a seconda dei loro bisogni; perchè a
poche miglia del centro loro incontravano altri Stati, altre popolazioni
egualmente ambiziose, egualmente operose ed intelligenti, spinte dalle
stesse passioni e dagli stessi interessi, che disponevano dei mezzi
medesimi, contro le quali si accendevano d'ira. — Tali infausti e
ripetuti o, per dir meglio, perenni scontri e contatti, erano la cosa
più opposta alla formazione e allo sviluppo di quel naturale istinto di
nazionalità, che sì di buon'ora animò e fra di esse strinse le
popolazioni provenienti da un tronco comune, ricoverate sotto il
medesimo capo; e sebbene non distruggessero quell'altro sentimento ch'è
l'amor di patria, e che si compone di tanti diversi elementi, lo
falsavano, e lo diminuivano, riducendolo a ciò che ora chiamasi
patriotismo di campanile, o municipalismo.

Queste disgraziate tendenze furono da noi seguite sino al principio del
presente secolo. — Il popolo italiano, dotato d'intelligenza così pronta
e così estesa, attraversò l'età di mezzo e l'êra moderna, senza
comprendere ciò che accadeva in ogni dove, e senza scoprire il motivo
delle proprie sventure. — Maestro della intiera Europa in tutto ciò che
si riferisce alle arti ed alle scienze, esso era rimasto ingolfato nella
più profonda ignoranza di tutto ciò che compone la scienza politica. —
Il carattere italiano aveva subíto poche modificazioni. — In esso si
ritrovava tuttora, nei primi anni del secolo decimottavo, quella
pigrizia effeminata ch'è propria delle classi privilegiate, e di quelle
nazioni che si sono innalzate al dominio delle altre, non colla sola
violenza, ma con l'aiuto di una superiore civiltà.

I mirabili fatti dei Romani e del Romano Impero non erano da noi
dimenticati, e li opponevamo con alterigia ai fatti moderni delle altre
nazioni. — L'orgoglio umano è sempre destro nell'accomodarsi agli
istinti ed alle circostanze di chi lo nutre e ad esso si appoggia. —
Avvezzi da tanti secoli ad affidare alle altre nazioni tutta quella
parte dei nostri interessi che richiedeva energia guerriera e materiale
operosità, avevamo serbato il vecchio abito di considerare i fasti
militari e la forza materiale come cose troppo basse e grossolane per
noi, ed andavamo illudendoci col supporre che gli armati, da noi
chiamati a vincere i nostri nemici, fossero tuttora le squadre
mercenarie dei condottieri che ne servivano mediante rimunerazione
pecuniaria, e di cui disponevamo a nostro capriccio, e secondo ne
dettava la nostra avvedutezza e il nostro superiore ingegno. Gli effetti
di una troppo prolungata civiltà pesavano sopra di noi. La giovine
vigoría delle nazioni germaniche non ci aveva rinnovata la tempra
qualche poco sdruscita. — Verso il finire dello scorso secolo, la
coltura italiana abbondava nelle classi superiori della società, ma la
qualità di essa non ne eguagliava la quantità. Le arti e le lettere non
brillavano nè per originalità, nè per profondità o gravità. Si credeva
supplire a questi esausti pregi coll'imitazione degli stranieri, e con
puerilità. — La fede religiosa aveva subíto molti assalti, e non li
aveva sostenuti degnamente, almeno fra la gente colta. — Ma la
superstizione popolare nulla aveva deposto della sua intrinseca
fierezza, nè della proverbiale sua cecità. — Insomma gli effetti di
tanti secoli, vissuti senza che gli Italiani si proponessero un oggetto
degno dell'operosità e dei sacrifizi di una nazione, cominciavano ad
essere sentiti dagli Italiani stessi, che si erano insensibilmente
ridotti ad occupare una situazione inferiore fra le nazioni dell'Europa,
e questa situazione andava sempre più declinando. — Il legame che
stringeva assieme gli abitanti di uno Stato e li costituiva in nazioni
non era mai stato stretto da noi. — I Veneziani vedevano nei Genovesi i
loro più fieri nemici e i loro più intollerabili rivali. — I Lombardi
temevano la rapacità dei Savoiardi e Piemontesi; ed il famoso detto
dell'articiocco li spingeva a cercare ora nel Tedesco ed ora nel
Francese un difensore contro il temuto conquistatore. — La piccola
Toscana, lungamente spezzata in tanti Stati quante erano le sue città,
non aveva cominciato a fondersi in uno Stato solo se non dopo
l'installazione di un arciduca austriaco come suo sovrano. — Il papa
aveva in ogni tempo dato agli Italiani il letale esempio di chiamare lo
straniero a sostenere le sue pretensioni e a difenderlo dai signori
romagnuoli. — Il regno di Napoli, invaso dai Normanni e dagli Angiovini,
non aveva mai conosciuto indipendenze, e non sapeva ancora di far parte
d'Italia. — La Sicilia, greca sulle prime poi saracena, aveva avuto una
monarchia normanna separata dalla napoletana, ed adottava le memorie di
quell'epoca come monumenti della propria indipendenza, ribellandosi
costantemente contro la nuova Corte borbonica che imperava a Napoli. —
Le abitudini e le virtù guerriere non erano mai state nè onorate nè
seguite in Italia; e a poco a poco la molle influenza del nostro clima
aggiungendosi alla effeminatezza che naturalmente risulta dal viver
sempre negli agi, negli ozii, nel lusso, e lunge da ogni pericolo, la
società italiana era diventata oggetto di sarcasmi e di motteggi per gli
stranieri, e per quei pochi virili ingegni che di quando in quando
sorgevano ancora fra noi. — Le gare letterarie e gli intrighi domestici,
che sono i frutti della scostumatezza e della immoralità, simulavano
tuttora in noi come un fantasma di energia, e davano alcune scintille di
passione. Ma l'osservatore avveduto, che avesse percorso l'Italia nella
seconda metà del secolo decimottavo, per conoscere il carattere de' suoi
abitanti e prevederne le future sorti, ne avrebbe fatto i più sinistri
pronostici. — La società italiana sembrava giunta all'ultimo stadio
della decrepitezza; e si poteva crederla destinata a presto scomparire
dalla scena delle moderne società, abbandonando il ferace suolo e i
tesori dei monumenti e delle memorie storiche, accumulati da tanti
secoli, alle nazioni conquistatrici e vigorose che la circondavano. — Il
nome d'Italiano sarebbe diventato pei posteri ciò che sono per noi i
nomi dei Celti, degli Etruschi, degli Armeni, e di tanti popoli un dì
forti e civili, ma che non seppero rinnovarsi e rattemprarsi, accettando
le nuove circostanze che richiedevano nuove doti e nuove facoltà.

A tal punto trovavasi l'Italia quando le prime idee di libertà civile e
politica spuntarono in Europa. Gli abusi del potere assoluto, e gli
eccessi delle aristocrazie, che persistevano a trattare i cittadini ed i
villici come i feudatarii dell'età media avevano trattato i servi della
gleba, vantando impudentemente gli stessi diritti e la stessa
superiorità di natura, avevano, col lungo andare del tempo e il costante
ripetere delle offese, acceso nel cuore delle classi oppresse un
profondo ed indomabile sdegno. — I cittadini ed i popoli delle campagne
non possedevano diritti confessati e riconosciuti nè dalla legge nè
dall'aristocrazia. — La coltura di alcune arti ed industrie avevano
sparso nei cittadini un certo grado di civiltà, che più non tollerava un
trattamento adattato soltanto alle nature brutali ed incolte degli
antichi servi. La riforma religiosa, già da qualche tempo vittoriosa in
Germania, in Inghilterra e nella Svizzera, aveva combattuto e trionfato
della ignoranza dei popolani, e sosteneva la santità dei loro diritti,
promettendo ad essi una completa vittoria sui loro tiranni. — In
Francia, la terra delle novità, la riforma religiosa non aveva goduto
che di un momentaneo favore, e la mano pesante, spietata e mal destra di
Luigi XIV aveva schiacciato i novatori, e condannate le loro dottrine. —
Questo re, che fu chiamato grande perchè il suo regno durò lungamente,
credeva di acquistare la divina indulgenza alla sua scostumatezza,
vendicando il Signore delle pretese offese che gli facevano i
riformisti, e costringendoli, coi supplizi e le torture, a fingere delle
credenze che ad essi ripugnavano. — Ma quando la luce ha penetrato nelle
menti umane, non v'ha nè forza nè violenza che valga a spegnerla. — La
Francia sembrava tranquilla e sommessa; ma quella non fu che una breve
tregua, e la resistenza, che si credeva soffocata per sempre, ricomparve
a suo tempo e fu invincibile.

I governi della Germania non erano molto avversi alle nuove dottrine,
per le quali speravano trovare nelle moltitudini un elemento di difesa
contro i discendenti e gli eredi dei feudatarii e della loro autorità. —
Giuseppe secondo e Leopoldo, furono certamente i più liberali fra gli
uomini che sedettero sopra di un trono. — L'Italia ricevette
regolarmente da essi le prime nozioni della civile libertà, e dei comuni
diritti; e li ricevette come vanno ricevute le idee perchè producano i
loro salutari e legittimi effetti, cioè senza il miscuglio di violenti e
brutali passioni, senza lo sprone della vendetta, dell'ira e della
crudeltà, che spingevano quasi in pari tempo i popoli della Francia ad
adottare, o realizzare ed esagerare quelle nuove dottrine. — E credo sia
stata nostra somma ventura che le idee, dette poi rivoluzionarie, ne
giungessero per quella regolare e pacifica via; poichè non so se la
sempre crescente dissolutezza dei costumi, lo scetticismo dei culti e la
superstizione degli ignoranti, se la smunta e paralizzata energia, che
andava vieppiù spegnendosi negli animi nostri, ne avrebbero concesso di
conquistarle, come fecero i Francesi, e se, supposta pure tale nostra
conquista, non saremmo divenuti preda di una breve frenesia di libertà,
che ne avrebbe lasciato, dopo il febbrile suo eccitamento, più prostrati
ed impotenti di prima.

Che che ne sia, la Provvidenza volle risparmiarci questo pericolo.
Quando l'eco della rivoluzione francese, e delle dottrine che ne
decisero lo scoppio, ebbe varcato le Alpi, esse non portarono a noi,
sudditi di Giuseppe primo, di Leopoldo e di Carlo Borbone, gran che di
nuovo nè d'ignoto. — La parità delle nature e dei diritti, i doveri dei
sovrani verso i popoli, la santità e la inviolabilità della legge,
quando accettata e non imposta, la libertà religiosa e l'assurda
tirannide di chi pretende comandare alle coscienze, i nuovi e svariati
sistemi di pubblica economia e di finanze, tutte queste dottrine e gli
innumerevoli loro corollarii, che piombarono come irresistibili
proiettili sulla società europea, schiacciando e scompigliando e
riducendo al nulla le antiche massime, le viete leggi e le guaste
credenze, eransi gradatamente introdotte in Italia, ed avevano passo
passo educato le classi colte. Il popolo poco vi badava, e rimaneva
all'incirca quale era stato per l'addietro; ma la maggior parte di esso
abitando le città, e le popolazioni della campagna essendo sempre
rimaste al di fuori dei moti politici, nessuno si opponeva, e nessuno
abbracciava impetuosamente le dottrine del secolo decimottavo.

Le passioni rivoluzionarie, che mettevano tutto a soqquadro in Francia,
trassero su quel paese l'ira dei sovrani d'Europa, che consentivano
bensì ad illuminare lentamente le classi più elevate dei sudditi loro,
dalle quali non temevano eccessi rovinosi pel loro potere, ma che
temevano il contagio della ribellione per le classi inferiori sempre
inclinate alla violenza. — Le potenze del nord, del mezzodì e
dell'oriente di Europa si allearono contro il popolo regicida, che dava
agli altri popoli così terribili e così seducenti esempi; ed allora
incominciò la importazione delle dottrine rivoluzionarie in tutta
l'Europa, mediante le armi francesi. — Stretti e minacciati da ogni
banda i Francesi, che tutto stavano distruggendo della loro secolare
società, furono repentemente chiamati alla difesa del loro suolo,
minacciato di pronta invasione da forze infinitamente superiori alle
loro, da nemici collegati con tutte le vittime della rivoluzione
dell'89. A quella notizia, a quell'appello alle armi, raddoppiarono le
crudeltà contro i cittadini sospetti di non applaudire alla rivoluzione,
e giunse al colmo il regno del così detto terrorismo. — Ma al tempo
stesso, ed in pochi giorni, corsero sotto le armi moltitudini di ogni
età e di ogni classe, risolute d'impedire ad ogni costo che la patria
loro diventasse ciò che era divenuta l'Italia, preda dello straniero ed
appannaggio di principi stranieri. — Il popolo francese era a
quell'epoca in tale eccitamento di spirito e di passione, da tentare ed
eseguire prodigi. — Legioni di cittadini mal vestiti ed in parte scalzi,
quasi senza paga, perchè le finanze della rivoluzione francese erano per
così dire rovinate, marciavano piene di entusiasmo e di ardore verso il
confine, ne cacciavano i nemici, sbaragliavano e distruggevano interi
eserciti di Austriaci, di Prussiani, di Inglesi, di Spagnuoli, ecc. e li
inseguivano furibondi nei loro Stati. I soldati della repubblica
francese erano consci di due missioni: vincere le armate della
coalizione, assicurando con ciò la indipendenza, che è quanto dire la
esistenza della patria loro; e chiamare alla riscossa colla sola loro
presenza, colle loro parole e coll'esempio loro i popoli tuttora servi
ed acciecati, che riempivano e componevano le schiere nemiche. — Tale
duplice missione i Francesi la compirono, se non intieramente, in gran
parte almeno. — I combattimenti si succedettero per molti anni, e le
armi francesi trionfarono da per tutto e costantemente. — E sembrò
propriamente che la Provvidenza considerasse allora la Francia come suo
strumento pe' suoi fini futuri, poichè in quel momento appunto vi
suscitò un giovane dell'isola di Corsica, che fu posto al comando di un
esercito e che diventò in breve un colosso di gloria e di potenza. —
Napoleone Bonaparte tornava dall'Egitto, dove avea conquistato i primi
allori, e ne tornava al rimbombo delle prime vittorie delle truppe
rivoluzionarie sull'Europa coalizzata; si tratteneva pochi giorni a
Parigi, e quei pochi giorni gli bastavano per distruggere gli ultimi
avanzi di un governo odiato e sprezzato dagli onesti cittadini, e a
stabilire in sua vece un'autorità regolare che servisse ai bisogni della
guerra e lasciasse respirare il paese; indi si partiva acclamato
freneticamente dai popoli, ed andava ad incominciare contro l'Europa la
sua meravigliosa epopea.

Durante il primo Impero francese, l'Italia fu conquistata e tolta alle
potenze che ne avevano fatto una provincia loro; ma nessuno pensò, nè
l'Imperatore dei Francesi, nè l'Italia stessa, ch'essa potesse o volesse
far altro che cangiar padrone un'altra volta, come già tante volte aveva
fatto. — La parte più illuminata della nostra penisola oscillava da
qualche tempo fra il dominio francese e l'austriaco, mentre il mezzodì
seguiva tuttora le sorti della Spagna, cioè formava come l'appannaggio
del principe ereditario della Casa borbonica seduto sul trono spagnuolo.
— La rivoluzione francese non ebbe in Italia grandi effetti; e non vi
produsse quella commozione che si vide in altre contrade. — Gli ingegni
più svegliati, arditi, ed amanti di cose nuove ripetevano enfaticamente
gli assiomi e le massime rivoluzionarie, ch'erano state messe in così
terribile pratica dai Francesi; ma le accettavano come dottrine
filosofiche o legali, e non con quella entusiastica e robusta fede con
cui le avevano concepite, confessate ed insegnate i Francesi. — Gli
ingegni elevati, colti e profondi avevano scoperte e formulate quelle
stesse verità prima ancora che la Francia le proclamasse; ma le
consideravano come superiori alla intelligenza dei popoli, e pericolose
alla salute sociale. — Le idee rivoluzionarie insomma, che formavano in
Francia la regola imprescrittibile del vivere di ognuno, degli atti
quotidiani, e di ogni umano sentimento, erano pei liberali italiani idee
giuste, vere, ma astratte. — Il Francese voleva praticarle tutte, sempre
e ad ogni costo; gli Italiani le credevano impraticabili. Per gli
Italiani (mi si perdoni il ripeterlo) la principale conseguenza della
rivoluzione e dell'Impero francese era il cangiamento di dominio, la
ritirata dell'Austria, e la occupazione francese; e questi fatti già si
erano prodotti altre volte.

Quando ebbero luogo le prime vittorie dei Francesi in Italia, la
repubblica non si era per anco trasformata in Impero, e i conquistatori
vestivano tuttora la foggia e parlavano il linguaggio di liberatori. — I
liberali italiani composero dunque il partito francese, e gli amici
delle viete cose, quelli che oggi chiameremmo conservatori, si strinsero
intorno all'austriaco vessillo. Tale divisione degli animi durò sino al
1814 e 15, non per altra cagione, se non perchè era nata sotto
l'impressione delle massime rivoluzionarie, che proferivano i
conquistatori dell'anno primo e secondo di questo secolo.

In breve però tacquero quelle massime: cessarono le dimostrazioni
repubblicane; i nomi, gli abbigliamenti, e le mobiglie che i Francesi
avevano raccolto nelle memorie greche, latine, fenicie, frigie,
galliche, ecc. fecero nuovamente luogo a nomi ed oggetti che meglio
convenivano ai costumi moderni. L'Italia non assistette se non al
tramonto di quella rivoluzione, che sembrava dovere svellere dalle
radici il vecchio universo per sostituirvi un altro universo da essa
creato. Le cose condannate come vecchie a scomparire dalla superficie
del nostro globo rientrarono in breve sulla scena sociale, e nei luoghi
da esse anteriormente occupati. L'osservatore superficiale che fosse
giunto dal 5 al 15 di questo secolo in Europa, e l'avesse percorsa senza
conoscerne la recente storia, altro non avrebbe veduto ed inteso, se non
che una nazione belligera e potente si provava a conquistare le altre
nazioni tutte, e sembrava vicina a raggiungerne l'intento. — Non avrebbe
esso certamente sognato che quella nazione conquistatrice aveva giurato
poc'anzi di distruggere il culto, la nobiltà, l'eredità delle ricchezze,
la ineguaglianza delle condizioni sociali, la guerra stessa, e
proclamata la legge agraria, e versato a torrenti il proprio sangue per
raggiungere quell'intento.

Egli è fuor di dubbio che nè la Francia dell'Impero, nè i paesi da essa
conquistati e ad essa incorporati, nulla godevano di quella libertà, che
pochi anni innanzi i Francesi tenevano come altrettanto necessaria alla
loro esistenza, quanto lo era l'aria che respiravano. — I trionfi delle
armi loro li distraevano dalle perdite fatte, ed erano il loro solo
compenso. — Gli Italiani poi, che non avevano partecipato alla febbre
rivoluzionaria dei Francesi, nè divise le loro infinite speranze, non
erano caduti dalla medesima altezza. Quando erano diventati Francesi,
essi avevano inteso soltanto che più non erano Austriaci, e non avevano
prestata molta fede alle promesse di libertà illimitata che ad essi
portavano i conquistatori. — Perciò accettavano il potere imperiale
francese a un dipresso come avevano accettato l'austriaco. — I novatori
o liberali e i conservatori non erano però più così precisamente
ripartiti fra la Francia e l'Austria, come lo erano stati al primo
apparire dei tre colori francesi. Partigiani dei Francesi erano quelli
che amavano le novità, gli ambiziosi di titoli, di autorità e di fama,
le imaginazioni fervide, che inclinano al lusso, allo sfarzo e a tutto
ciò che abbaglia il volgo; gli amatori di conversazioni, di piaceri e di
eleganze, fra i quali si possono noverare un gran numero di giovani e
colte donne; gli animi guerrieri e le menti affette di scetticismo che
vedevano con dolore la superstizione popolare e la suprema influenza
posseduta da un clero ignorante e scostumato; infine tutti coloro che
amavano veramente lo studio e le scienze, e che rifuggivano al tutto da
quello spirito di aristocrazia austriaca, il quale non tiene in alcun
conto il valore morale ed intellettuale dell'uomo, e non gli permette di
contendere coll'antichità della prosapia, nè di pretendere ai privilegi
a quella concessi.

Erano Austriaci i timidi che vedevano nella plebe un serraglio di belve
pronte a divorarli, per poco si allegerisse il giogo che su di essa
pesava. Codesto giogo essendo assestato sul collo mediante il chiodo
della ignoranza, quei paurosi abborrivano dalle nuove dottrine, che
insegnavano essere la istruzione primaria un bene a cui tutti i popoli
avevano un imprescrittibile diritto, ed il distribuirlo un sacrosanto
dovere delle classi educate e colte; i superstiziosi, che attribuivano
alle scienze ed ai scienziati la funesta azione di accendere l'ira
divina, la quale poi non meno cieca a parer loro della collera umana, si
riverserebbe per certo anche sugli innocenti, confondendoli tutti nella
sodisfazione di una barbara vendetta. — Partigiani degli Austriaci
altresì erano coloro che, ricolmi essendo di titoli e di onori, non
sofferivano il pensiero di rinunziare ad essi, o di vederli ottenuti da
chi non li aveva ricevuti nascendo. — Certa classe di ambiziosi, che
adoravano il potere assoluto perchè ne avevano esercitata qualche
frazione, o speravano di esercitarla un giorno. — Gli animi chiusi ad
ogni dolcezza come ad ogni altezza di sentimenti, insensibili alle
altrui sofferenze; duri, egoisti, intolleranti d'ogni verità, e
principalmente di quelle che hanno per oggetto il sollievo e il lento
perfezionamento delle plebi. — E per ultimo ai partigiani degli
Austriaci ora annoverati si unirono a poco a poco tutti quelli ambiziosi
della opposta parte, la cui ambizione non era stata sufficientemente
accarezzata e soddisfatta.

Questi furono in gran numero. Ad essi si strinsero pure tutti i
malcontenti del governo francese. I parenti di tante vittime che avevano
versato il sangue loro per gonfiar maggiormente la insaziabile ambizione
di un uomo. I cittadini smunti dalle ingenti e sempre crescenti tasse;
gli artigiani respinti in una umiliante e rovinosa inferiorità dai
rivali artigiani di Francia; i capi delle famiglie che attribuivano la
rilasciatezza dei costumi della giovane generazione al cattivo esempio e
alla comoda moralità dei Francesi. Per dirla in breve tutti quei
malcontenti che ogni governo, ogni regime produce inevitabilmente, per
la semplicissima ragione che è impossibile contentar tutti, e che tutti
vogliono e pretendono essere contentati. Questo accumularsi del
malcontento italiano contro il governo francese, era un continuo
rinforzo al partito austriaco. Al primo apparire dei Francesi, molti li
avevano accolti con entusiasmo e favore, perchè la pesante monotonia del
governo austriaco li aveva stancati. Ma tutti, o pressochè tutti coloro
che non si erano accostati ai Francesi per altra più seria e più degna
ragione, erano di nuovo arruolati fra i partigiani dell'Austria, e più
non aspettavano se non un'occasione propizia per dichiararsi tali, e per
ricondurre al di quà delle Alpi gli antichi padroni. Se io scrivessi la
storia degli anni 1814 e 15, mostrerei quali e quante misere passioni,
quanti stolidi interessi, e quanti bassi intrighi contribuirono a
procurarci quell'ultima rovina. La guerra di Russia portò all'estremo il
malcontento degli Italiani. E la infausta campagna, che terminò colla
quasi intera disfatta delle armate francesi e con una leva in massa
dell'Europa contro l'esausta Francia, offriva agli Italiani la sospirata
occasione di rientrare sotto il dominio austriaco.

La situazione politica dell'Italia non era però esattamente la medesima
di quelle tante altre volte, in cui l'Italia era passata da un dominio
straniero ad un altro, durante i molti secoli scorsi dalla caduta
dell'Impero di Occidente ai dì nostri. — Le nuove dottrine inoculate
nelle popolazioni dai principi della Casa d'Austria, e da Carlo di
Borbone, non erano rimaste assolutamente sterili ed inoperose. Molti
ingegni studiosi, ed inclinati alle speculazioni astratte, le avevano
ricevute come dottrine filosofiche, di cui cominciavano a travedere la
possibile applicazione. — Nelle file del nostro esercito non pochi erano
saliti a condizione elevata, e dubitavano che l'Austria li conservasse
in quella. Tutti riconoscevano che le promesse di libertà, portate in
Italia dalle legioni repubblicane francesi, non erano state mantenute;
ma le promesse medesime, fatte al popolo francese dal successore del
governo repubblicano, avevano avuto la stessa sorte; e di ciò tanto gli
Italiani quanto i Francesi davano la colpa alla smisurata ambizione
dell'imperatore Napoleone. — Nacque da tale convinzione l'episodio dei
cento giorni in Francia, e in Italia diversi tentativi per sottrarsi
alla tirannide imperiale, mediante la conquista di alcune istituzioni
liberali, e senza ricadere sotto la tirannide austriaca. — Si voleva
ringiovanire e vivificare il governo napoleonico e quello dei suoi
congiunti in Italia coll'introdurvi l'elemento animatore della libertà.
— Questo desiderio, da pochi diviso perchè da pochi inteso, diede
origine alle imprese di Gioachino Murat, e del vicerè Eugenio
Beauharnais, siccome aveva dato origine in Francia alle esigenze
liberali di Beniamino Cousbaut, Lafayette ed altri, che si sforzarono di
conservare Napoleone togliendogli la illimitata autorità, mentre in
Italia cercavasi di mantenere i luogotenenti dell'Imperatore, ma
separandoli da lui e ponendoli alla testa di un governo costituzionale,
altrettanto nuovo o sconosciuto ai proposti principi, quanto ai sudditi
loro. — Ma nessuno, tranne l'Imperatore stesso, intendeva che il regime
imperiale era una cosa sola colla persona dell'Imperatore, e che
togliendogli l'assoluto potere il Napoleone degli anni trascorsi più non
esisteva. — Non si sapeva neppure quanto fossero piccoli i luogotenenti
imperiali, e che a nulla potrebbero giovare quando diventassero
dall'Imperatore indipendenti. — Ciò apparve troppo chiaramente dopo la
battaglia di Waterloo, in cui Napoleone, spogliato di ogni assoluta
autorità, si trovò per la prima volta diffidare di sè stesso e de' suoi,
e fu vinto dall'Europa coalizzata a vendetta.

In quel mentre l'Italia ricadeva sotto l'antico giogo. Ma qui pure debbo
notare una circostanza che non si era manifestata in altre simili
situazioni. Gli Austriaci avevano ripetute le promesse di libertà fatte
dai Francesi agli Italiani nei primi anni di questo secolo. — Le libertà
promesse nel 14 e nel 15 dagli Austriaci non erano le libertà
rivoluzionarie dei Francesi, ma erano tuttavia libertà, libertà
moderate, e perciò appunto dovevano essere più salutari e più durevoli.
— Ebbimo promessa di un governo separato, e fino ad un certo punto
indipendente da quello di Vienna: la Lombardia e la Venezia non
sarebbero più provincie dell'Impero austriaco, ma un regno (il regno
Lombardo-Veneto) annesso all'Impero. — Le nostre imposte dovevano essere
misurate secondo i bisogni del regno e non secondo quelli dell'Impero.
Il nostro esercito difenderebbe i nostri confini, e manterrebbe l'ordine
e la tranquillità interna.

Queste promesse fatte dalla Casa di Absburgo ai deputati dell'alta
Italia, ch'eransi recati tanto a Vienna quanto a Parigi al tempo dei
celebri congressi radunati per dare un conveniente assetto alle cose di
Europa, furono proclamate in Italia dai partigiani del dominio
austriaco, non già come parole e lusinghe che potevano essere realizzate
e potevano altresì non esserlo, ma come benefizi già ricevuti, sicuri,
impossibili a distruggersi, che stabilivano sopra salde basi quella
libertà vanamente promessa dai Francesi. — Nulla si farebbe nell'alta
Italia senza il consenso degli Italiani, e gli Italiani esausti di
ricchezze e di sangue, che facilmente si stancano di ogni giogo, e che
non conoscevano ancora altra forma di reggimento se non il giogo,
accettavano volonterosi un giogo nuovo, purchè fosse loro levato il
vecchio, di cui sentivano il peso e le ammaccature. Nel rimanente
d'Italia, i principi ch'erano stati cacciati dai Francesi mandavano le
stesse promesse, ed ottenevano il medesimo facile successo. — In breve
tutto fu combinato; e l'anno 1815, che vedeva Napoleone a sant'Elena,
lasciava l'Italia nella identica condizione politica in cui trovavasi
prima delle invasioni francesi. La Casa di Savoja, signora assoluta del
Piemonte, del Genovesato, e dell'isola di Sardegna, il cui nome
diventava quello dell'intero regno. — La Lombardia e la Venezia sotto il
diretto dominio dell'imperator d'Austria, che vi teneva un arciduca col
titolo di vicerè. Parma e Piacenza composte a ducato, per dare una
corona alla figlia dell'imperatore d'Austria, che aveva tradito il
marito quando lo tradirono la fortuna e gli alleati. — Modena e Reggio
formarono un altro ducato, che fu presentato in dono ad un arciduca del
ramo d'Este. — La Toscana rientrò sotto il comando de' suoi antichi
padroni, anch'essi austriaci. — Roma cessava di essere un dipartimento
francese, e si ritrovava nuovamente l'ovile del sacerdote re, del
successore di s. Pietro, e di tanti sovrani che nulla avevano avuto di
santo. — Napoli dopo di avere barbaramente ucciso il re napoleonico, che
tentava difendere il suo trono contro i Borboni, aveva tese le
insanguinate sue mani alla real coppia di Ferdinando e Carolina; coppia
degnissima in vero di quel lurido omaggio. — L'Italia era ridiscesa nel
sepolcro. Fra tutte le promesse fatte agli Italiani dai loro antichi
padroni, non una fu mantenuta. — Non so se gl'ingannati partigiani
dell'Austria reclamarono e protestarono; ma suppongo il facessero sulle
prime, poichè non andò guari che diventarono sospetti ed odiosi a quei
principi ch'essi avevano riposti in seggio. — Dopo pochi mesi di
assoluto dominio dall'una parte, e di simulata e cupa obbedienza
dall'altra, ricominciarono i così detti liberali, ossia i malcontenti
del francese dominio, a tramar congiure contro gli Austriaci. — Le prime
congiure ebbero per autori alcuni soldati e generali del disciolto
esercito italiano, che non potevano tollerare la vista dei reggimenti
austriaci (da essi posti tante volte in fuga,) e si vedevano delusi
nella speranza di comandare di nuovo a truppe italiane. — Queste più non
esistevano, nè si vedeva nell'alta Italia altro uniforme che il bianco.
— I generali Lecchi, Demeester ed altri furono scoperti, ed espiarono
nelle carceri di Mantova il fallo di avere prestato fede alle parole
della Casa di Absburgo. — E da quel punto in poi, la storia d'Italia non
ebbe più da raccogliere altri fatti che congiure e supplizi.

La libertà civile e politica è tal bene, che basta averlo traveduto
nell'avvenire o sperato soltanto, perchè non sia possibile il
dimenticarlo e il rinunziarvi. — Di quella libertà gli Italiani non
avevano provato che la speranza; il solo parlarne era stato loro qualche
volta concesso; e perciò quando i regnanti austriaci e i borbonici ne
proscrissero il magico nome, e si mostrarono gli incurabili despoti che
erano, sono e saranno mai sempre, gli Italiani sentirono forse per la
prima volta l'intollerabile peso delle catene, le maledirono, e si
trovarono pronti ai più fieri sacrifici, purchè fosse loro dato di
spezzarle.

Un pensiero balenò allora nella mente di quelli Italiani ch'erano stati
traditi dall'Austria e dalle proprie loro passioni. La Casa di Savoia
nulla aveva di comune nè coll'Austria, nè coi Borboni. — I tre fratelli
che si succedettero rapidamente sul trono sardo non avevano prole
maschile, ed il presuntivo loro erede era un giovane principe del ramo
di Carignano, cresciuto lungi dalle Corti, educato in Francia come un
semplice cittadino ed in mezzo ai figli dei cittadini, colto, di mente
elevata, ed imbevuto delle moderne dottrine civili e politiche. — Se gli
Italiani liberali di quell'epoca fossero stati meno impazienti,
avrebbero aspettato per accostarsi a lui e spingerlo ad alte imprese,
che il corso naturale degli avvenimenti lo avesse portato sul trono di
Savoja. — Ma i cospiratori credono sempre che il tempo sia loro nemico,
che il momento in cui cospirano sia il solo propizio alla realizzazione
dei loro progetti, e che chi non opera presto, non opera bene. — Coloro
che avevano prestato fede alle menzogne dell'Austria, e che mal celavano
l'ira da cui si sentivano divorati contro i menzogneri, fissarono l'anno
ventesimo primo di questo secolo per l'epoca del nostro risorgimento e
della loro vendetta. — Napoli, ch'era stata tradita non meno di noi,
aveva aderito al loro divisamento, e promesso d'insorgere un dato
giorno. — Il principe di Carignano esitava. — I suoi principii politici
erano saldi e retti; ma la condizione sua era dilicata di troppo, e il
suo carattere irresoluto.

I suoi migliori amici, gli uomini per ogni conto più considerevoli del
Piemonte, l'illustre Santa Rosa, il principe della Cisterna, il marchese
di S. Marsano, ed altri molti, insistevano perchè egli si dichiarasse
apertamente il protettore delle libertà italiane; e incapace di
resistere a tali istanze ed al suo proprio cuore, il principe di
Carignano si arrendeva, e valendosi dell'assenza del re suo zio che
avevagli affidato in parte il potere governativo, diede il segnale della
insurrezione, e concesse agli insorti una costituzione; vale a dire
promise loro che l'avrebbero. — Io non iscrivo la storia delle nostre
congiure e delle nostre rivoluzioni dal 14 sino al 59. Faccio solo un
cenno di questa, perchè fu il primo accordo stretto fra i liberali
italiani, e la Casa di Savoja, e perchè dal 1821 in poi tutti gli
Italiani che si sforzarono di dare al nostro paese la libertà e la vita
si volsero con maggiore o minore insistenza, con maggiore o minor
fiducia e successo ai rappresentanti di quella antica e reale stirpe.

La rivoluzione del 21 fu vinta come tutte le altre, perchè erano frutto
di congiure, e perchè le congiure che debbono per natura essere limitate
fra pochi individui, non hanno il carattere che le rivoluzioni debbono
avere per trionfare; cioè la pubblicità e la universalità. — Le congiure
ebbero felice ventura quando i popoli e le passioni loro obbedivano al
comando di pochi, ed erano disposti a servire le cause che non
intendevano. — Ai nostri giorni i popoli non si interessano e non si
muovono se non per idee che essi intendono e per cose che evidentemente
li concernano. — Ma una lunga e crudele esperienza poteva solo
convincere i cospiratori della verità di questa sentenza; e sino a tanto
che tale convincimento non ebbe penetrato tutti gli animi, si volle
imputare ad alcuno la colpa dell'infelice esito di ciascuna di esse. —
La rivoluzione del 21 fallì, e la colpa ne fu data al principe di
Carignano. — Forse difatto egli fu cagione ch'essa fallisse in quel
giorno ed in quel modo. — Egli si era arreso alle istanze de' suoi
amici, ben sapendo che con ciò giuocava la sua corona e l'avvenire
d'Italia, che egli si proponeva di liberare quando fosse assunto al
potere. — Appena scoppiata la rivoluzione, chiaro gli apparve ch'essa
sarebbe repressa. — Due vie gli erano aperte. — Persistere nella
condannata impresa, e cadere, perdendo ogni speranza di succedere allo
zio, e di redimere l'Italia col potere che da quello egli doveva
ereditare; oppure ritirarsi prontamente, abbandonando gli amici e
maneggiandosi in modo che lo zio rimanesse incerto s'egli era stato con
cognizione di causa ribelle, o s'era stato invece vittima della naturale
debolezza del suo carattere e dell'audacia dei liberali. — Quest'ultimo
partito poteva mantenerlo nel posto ch'egli occupava e gli lasciava
qualche speranza di succedere al trono de' suoi avi; ed a questo egli si
attenne, traendo sopra di sè medesimo la diffidenza universale, cioè la
diffidenza dei conservatori, della Corte, dell'Austria, e dei liberali.
— Carlo Felice non gli perdonò mai il suo contegno nel 21, e lo trattò
da quel tempo in poi come un uomo ch'ei tollerava per ragioni sue
proprie, ma pel quale non aveva nè affezione nè rispetto. — La sua
avversione al nipote era così evidente, che nessuno ardiva mostrargli
quella considerazione ch'è dovuta ad un principe ereditario. Sarebbe
esso escluso dalla reale successione? Tutti ne dubitavano, e molti ne
erano convinti. — Ma Carlo Felice era anch'esso della Casa di Savoja. —
Avverso alle nuove dottrine, superstizioso, bigotto e ligio al Papa ed
al clero cattolico, di cuor duro e vendicativo, quasi sempre sordo alle
voci della pietà, Carlo Felice abborriva l'Austria, e il dominio di essa
in Italia. — L'Austria non risparmiò nè lusinghe nè promesse per indurlo
a diseredare il nepote, ed a far suo erede il duca di Modena; un
arciduca austriaco.

Essa ottenne ancora, per quanto si è detto, che il Papa unisse le
proprie istanze alle sue; ma quanto più si mostrava ansiosa di escludere
il principe di Carignano dalla successione dello zio, tanto più questo
rifuggiva dal pensiero di dare all'Austria quella soddisfazione. — La
lotta non fu lunga, ma accanitissima. — Pochi anni dopo il tentativo
infelice del 21, Carlo Felice fu colpito da morbo letale. — Prevedendo
il prossimo suo fine, egli chiamava intorno al suo letto gli uomini più
rispettati della sua Corte e del Piemonte, e loro dichiarava che il
principe di Carignano doveva succedergli, e che tale era l'ultima, la
irremovibile sua volontà. — Carlo Felice morendo, compì un atto che
doveva col tempo mutare le sorti d'Italia.

Un nuovo elemento, che contribuir doveva al risorgimento d'Italia,
comparve in quel tempo sulla scena politica di questa nazione. Verso la
Casa di Savoja cominciavano a volgersi gli sguardi dei liberali delle
classi elevate e colte, che anelavano alla libertà e alla indipendenza
del loro paese, ma che non avrebbero voluto comperarla a prezzo del
disordine, del pazzo furore, e delle miserie che oscurarono il primo
splendore della rivoluzione francese dell'89 e del 93. — In Italia non
erano a temersi gli eccessi di furor popolare che la sete di libertà
aveva svegliato in Francia. — La nostra plebe era pressochè indifferente
alle generose nozioni della libertà e del patriottismo, e le classi
educate, che avevano assistito alle sanguinose scene della repubblica
francese, non ardivano scuotere dal suo letargo il nostro popolo, e
preferivano vederlo indifferente, piuttosto che feroce o frenetico. — Ma
all'epoca nostra non si compiono grandi rivolgimenti politici senza il
popolare concorso. — Sebbene indifferenti alle idee di libertà, di
diritto, di dignità e di onor nazionale, le nostre plebi conoscevano i
loro materiali bisogni, e non si abbandonavano ciecamente fiduciose a
chi non si mostrava capace e volonteroso di soddisfarli. — Chi
prometteva ad esse l'alleviamento delle imposte e della coscrizione, e
l'allargamento delle vie di lucro, ne disponeva a piacer suo; e i
liberali italiani nulla potevano operare senza involgere il paese in
momentanee, ma gravi difficoltà. — Erano dunque, per così dire, certi di
non trovar favore nelle plebi, e di accendere la guerra civile
insorgendo contro gli ultramontani oppressori, che avrebbero trascinate
nelle fila dei loro armati le infime classi delle popolazioni. — Non so
come i liberali italiani di quel tempo avrebbero trionfato di tale
ostacolo, se il nuovo elemento di cui feci testè cenno non fosse
felicemente intervenuto.

Primo a scoprirlo ed a valersene fu un avvocato genovese chiamato
Giuseppe Mazzini. — Chi gli insegnasse il linguaggio del popolo, nol so;
ma certo si è ch'egli seppe farsi intendere dalle masse popolari, e
svegliare in esse sentimenti e passioni ch'erano rimaste intorpidite
sino a lui. — Egli cominciò col volgere le sue parole al solo popolo,
come alla sola classe degna della libertà, e capace di energici sforzi
per ottenerla, lusingando così le passioni popolari, sempre pronte ad
accendersi contro tutti quelli che per ricchezze e per natali stanno in
una sfera più elevata, e godono piaceri ad esso inaccessibili. — I suoi
scritti, che il Mazzini seppe spargere fra le plebi, contenevano poche
idee, ma chiare, ed espresse con enfasi e calore. — Lo stile n'era
talvolta ampolloso e poetico, troppo poetico per essere pienamente
inteso dai suoi lettori; ma vi è un linguaggio che anche imperfettamente
inteso possiede direi quasi un magico potere, e si fa accettare da
uditori già accesi di entusiasmo. — Codesto linguaggio è cosparso di
parole, il cui suono basta a svegliare le appassionate simpatie del
popolo; e questo linguaggio era quello di Mazzini. — Egli parlava al
popolo ch'ei chiamava gli oppressi; sebbene a quel tempo le classi
popolari fossero quelle appunto sulle quali pesava meno ruvidamente
l'oppressione straniera. — Egli parlava altresì ai giovani, agli
ambiziosi, accertandoli che mediante un solo atto di coraggio o di
audacia potevano acquistar fama, autorità, ed emergere dalla folla agli
onori ed al potere; condannava tutto il passato, e chi al passato
apparteneva o il passato studiava. — Egli chiamava la prudenza viltà, la
moderazione debolezza. — Il titolo di Re costituiva un tiranno, e la
sola forma di governo che convenisse ad un popolo degno della libertà
era la repubblica. — Le imposte erano un furto legale mediante il quale
si empivano le tasche dei re e dei cortigiani, alle spese e colla rovina
dei popoli. — I nobili erano altrettanti piccioli tiranni, servilmente
divoti al Sovrano, ed erano oltrecciò ridicoli, ignoranti, boriosi,
deboli di corpo e crudeli. — E così mischiando e confondendo quelle cose
e quelli uomini che il popolo abborriva, con quelle altre cose e quelli
altri uomini su di cui voleva egli rivolgere lo sdegno e l'avversione
popolare, faceva un gran fascio di ogni cosa e buona e pessima purchè
avesse le radici nel passato. — L'universo secondo il Mazzini di quel
tempo aveva sempre camminato per empie vie, progredendo di iniquità in
iniquità. — Nel 89 e nel 93 dello scorso secolo, la nazione francese
erasi ribellata contro l'universo e lo aveva vinto, dando per la prima
volta alla umana famiglia insegnamenti ed esempi salutari e conformi
alla giustizia ed alla verità. — Seguire le orme dei rivoluzionarii
francesi era d'ora in poi il solo dovere che avessero i popoli.

Mazzini al suo primo apparire cercava di farsi un alleato di Dio; ma il
suo Dio era quello dei rivoluzionarii francesi, e non quello che adorano
i popoli d'Italia; era un Dio senza culto, senza ministri, senza tempii,
e quasi senza leggi. Tutto il rimanente era una stupida e perfida
superstizione, gettata sui popoli per accecarli, e renderli obbedienti
ad un clero che si era fatto il primo strumento della tirannide dei re.
Mi si farà osservare forse che tali dottrine nulla hanno di pellegrino
nè di squisito; e sottoscrivo pienamente a tale giudizio. Mazzini però
sapeva con chi parlava, e quale scopo egli si proponeva di raggiungere.
Si è parlato molto di Giuseppe Mazzini, e di lui furono portati i più
opposti ed esagerati giudizi. Fu portato alle stelle come il salvatore e
il liberatore d'Italia; come lo scopritore o l'inventore di nuove
dottrine politiche atte a produrre la rigenerazione italiana; come un
eroe capace e pronto a tutti i sagrifici di cui potesse abbisognare il
suo paese; un uomo dotato di tale potenza di azione sovra i popoli, che
la sola sua presenza, e una sola parola ch'egli ad essi volgesse dovea
bastare a trasformarli, infondendo in essi il suo meraviglioso coraggio
e la sua energica risoluzione.

Altri non videro in Giuseppe Mazzini che un fanatico ambizioso e di
limitato ingegno. Dissero le sue dottrine politiche false e viete, e lo
accusarono di lusingare i popoli per renderli a sè stesso ligi, e per
farli docili e ciechi strumenti della sua ambizione. Alcuni arrivarono
sino a pensare, se pure nol dissero, che qualora il popolo italiano
s'imbevesse realmente delle idee mazziniane, e imprendesse di
realizzarle, minor male sarebbe per le classi colte e civili stringersi
intorno al dominatore straniero, piuttosto che lasciarsi trascinare da
una furibonda plebe in tutte le follie sanguinose che la rivoluzione
francese non seppe evitare.

A me non ispetta di pronunziare fra così variati giudizi. Credo che le
intenzioni di Giuseppe Mazzini fossero pure e rette, principalmente in
quei primi tempi di ciò ch'esso chiama il suo apostolato. E credo
altresì che le sue dottrine altro non sieno che un'eco delle dottrine
rivoluzionarie francesi, ridotte a semplice teoria, e spoglie di quella
violenza che l'azione e la resistenza degli oppositori sono atte a
generare. Ma con queste dottrine false e viete, ma con questo suo
parlare enfatico, ampolloso ed intralciato, Giuseppe Mazzini riescì nel
corso di pochissimi anni a trasformare il popolo italiano, e ad
ispirargli l'odio del dominio straniero, e l'amore della libertà e della
indipendenza e quello della patria. Non so se Mazzini avesse la
coscienza dell'opera sua; ma quest'opera fu da esso condotta al suo fine
con mirabile rapidità ed ordinamento. Quelle popolazioni, che per tanti
secoli non avevano avuto altro oggetto che di procurarsi i comodi della
vita, nè altro furore, se non contro coloro ch'erano favoriti dalla
sorte, abiurarono repentinamente gli odi antichi e le antiche
aspirazioni, per confondersi tutte in un solo amore ed un solo odio:
amor di patria ed abborrimento dello straniero dominatore.

Chi avesse visitata l'Italia negli anni che seguirono dal 40 al 48
avrebbe creduto di sognare. Quelle popolazioni, sepolte nella secolare
ignoranza, che è il più prezioso strumento di qualsiasi tirannide,
quelle popolazioni indifferenti a tutto ciò che non toccava direttamente
i loro materiali e ristrettissimi bisogni o interessi, quelle
popolazioni molli ed effeminate, amanti dei loro comodi, dei loro ozi, e
dei loro personali piaceri o passioni, sorde ad ogni voce che tentasse
ispirar loro l'amore di un bene non tangibile, quali sarebbero la
libertà, l'indipendenza, la gloria; quelle popolazioni erano
trasformate. Un non so che di fiero nobilitava quelle fisionomie pur
sempre belle, ma per lo addietro troppo sensuali e piuttosto accorte che
intelligenti. Gli ozi e gli amori più non assorbivano tutti i desideri
della gioventù. Le proscritte parole di patria e di libertà, erano sopra
tutte le labbra, e si vedeva che ivi erano spinte dai cuori.
L'ignoranza, quella piaga letale imposta dal dispotismo agli schiavi, e
così poco conforme al naturale degli Italiani, l'ignoranza, non era
stata nè combattuta nè vinta regolarmente e scolasticamente; ma alcune
idee fondamentali e chiaramente espresse dai discepoli del Mazzini erano
bastate a distruggerne i più perniciosi effetti e a mettere questa
stessa ignoranza in sospetto di mala cosa. Quasi in tutte le provincie
italiane, e da tutte le classi sociali, si sapeva oramai quali erano a
un dipresso i confini naturali d'Italia, e quali i diritti ed i doveri
di tutti coloro ch'erano nati fra codesti confini. Si sapeva che il
mondo abitato si divide in nazioni; che i popoli componenti queste
nazioni sono fra di loro stretti da comuni interessi, diritti e doveri;
che la sventura d'Italia era stata la ignoranza di queste verità, e
l'aver sempre scambiato l'amore del luogo natio per l'amore di patria,
nutrendo come legittimi e doverosi sentimenti la gelosia e la rivalità
fra Italiani di diverse provincie, e una rispettosa fiducia negli
stranieri che opprimevano una parte qual si fosse d'Italia. — Si sapeva
che la ignoranza di codesti fatti era stata imposta e rigorosamente
mantenuta dallo straniero, onde impedire all'Italia di vivere la vita
delle nazioni indipendenti, e frazionarla in diverse greggie di schiavi.
— Si sapeva che a cangiare simile stato di cose erano mestieri sagrifizi
numerosissimi di ogni genere, e si sapeva che il rimanere nella
condizione presente, piuttosto che esporsi a maggiori sventure o
sottoporsi a costosi sagrifizi era vergogna e disonore. — Si sapeva che
il maggior bene a cui debba aspirare un popolo è l'onore; la maggiore
sciagura che a lui sovrasta, la perdita di quello. — Tutto ciò si sapeva
e si teneva religiosamente per vero; e tali nozioni avevano
siffattamente accese le passioni popolari, che ogni altro eccitamento
era diventato inefficace e vano. Il pensiero del poco conto in cui il
carattere degli Italiani era tenuto all'estero, era come una sferza che
lacerava costantemente i nostri cuori, e il bisogno di riscattare il
nostro buon nome riscattando la nostra libertà, diveniva di giorno in
giorno più imperioso, e non ne lasciava più posa.

Tutto ciò era stato operato da alcune parole di Giuseppe Mazzini; e
quando l'Italia avrà veramente riconquistato il seggio cui ha diritto
fra le grandi nazioni europee, i nostri posteri dovranno scrivere quel
nome sopra tavole di marmo, e ricordarsi sempre di quanto a lui si deve.

Quelle nozioni erano accompagnate, come già dissi, da non poche idee
esagerate o radicalmente false. — L'odio o il disprezzo per tutto ciò
che altre volte era tenuto in grande onore, siccome la nobiltà, la
religione, e la monarchia. — Nessun governo tranne il repubblicano
poteva rispettare la libertà dei popoli, ed ogni re era naturalmente e
necessariamente un tiranno. — A chi si provava di richiamare al vero
questi fervorosi ed inesorabili repubblicani, si rispondeva con degli
squarci di Alfieri o delle strofe di Berchet. — L'idea dominante sopra
tutte le altre in quell'epoca era la necessità della espiazione ed il
valore del sacrifizio, sicchè se uno spirito benefico fosse venuto ad
offrirci in grazioso dono la libertà e la indipendenza, senza chiedere
da noi altro concorso che la nostra accettazione, credo che avremmo
respinto il dono, e certamente avremmo sentito rancore verso il
donatore. — Volevamo la indipendenza e la libertà, ma volevamo più
ancora mostrarcene degni.

Un'altra scuola di liberalismo italiano era sorta contemporaneamente a
quella di Giuseppe Mazzini. I fondatori, e le dottrine di essa in nulla
rassomigliavano nè a Mazzini, nè a' suoi insegnamenti, se non se nel
concetto fondamentale e generale di tutti, ch'era la liberazione
d'Italia, la di lei concentrazione in un solo Stato, e la
imprescrittibile legittimità de' suoi diritti alla indipendenza e alla
libertà. — La scuola di cui parlo non si volgeva al popolo, e non
sarebbe stata da questo ascoltata nè intesa. — Era una scuola di
filosofia applicata alla speciale condizione d'Italia ed al suo
avvenire. — Nata in Piemonte, da piemontesi, dispiegava essa quella
saggia moderazione, quel rispetto per le cose del passato, che non
impedisce di sostituire ad esse le cose del presente e del futuro, che
sono più conformi agli attuali bisogni, quella fermezza e quel
patriottismo che distinsero per tanti anni il liberalismo piemontese da
quello di quasi tutto il rimanente d'Italia. Capi di questa scuola erano
Gioberti, Rosmini, Balbo, e molti altri di minor fama, ma forse di non
minore ingegno e di non minore virtù.

Non so quali frutti avrebbe prodotto quella scuola, se fosse stata sola
a scuotere gli Italiani dal loro letargo; ma contemporanea e per così
dire parallela a quella di Mazzini, essa si trovò riempire un vuoto che
il Mazzini non poteva colmare, e che al momento dell'azione non sarebbe
stato trascurato senza gravi danni del paese. — La scuola filosofica
liberale di cui parlo ebbe d'altronde per effetto di persuadere alla
gente colta e prudente d'Italia, che la liberazione della patria non era
un sogno di fanatici repubblicani, ai quali nulla si poteva togliere
perchè nulla possedevano; bensì l'oggetto delle speranze, delle
aspirazioni, degli sforzi di uomini che meritavano il titolo di _maestri
di color che sanno_. — Così si riconciliava colle idee rivoluzionarie
quella classe di Italiani che vi era stata sino allora invincibilmente
avversa, ossia i timidi, che avevano sempre tenuto come impossibile il
buon successo di una sollevazione popolare a mano armata contro
l'esercito regolare e la tirannide dell'Austria, e di amici quasi
esclusivi dell'ordine e della pace.

Con ciò cessava l'ultimo ostacolo alla perfetta concordia e alla
unanimità delle volontà italiane.

Così disposti ci avvicinavamo al 48. — Le nostre classi elevate non
avevano piena conoscenza della trasformazione accaduta nelle classi
inferiori, o per dir meglio ne ignoravano tutta la estensione e la
importanza. — I più giovani rampolli delle nobili famiglie italiane
erano in gran parte scritti nei ruoli della _Giovane Italia_; ma,
siccome accader doveva, essi erano alieni da quelle esagerazioni che
esercitano una irresistibile azione sulle immaginazioni non assistite da
un'intelligenza coltivata. — Questi membri del nostro patriziato e della
_Giovane Italia_ ad un tempo erano come l'anello che univa quelle due
frazioni dei liberali italiani. — Il loro concorso però non era dubbio
in tutto ciò che i loro congiunti volessero intraprendere in favore
della patria. — Da un capo all'altro della nostra penisola si sognava un
sogno solo: l'indipendenza e la libertà. Del 31 al 48 si erano tentate
molte insurrezioni, parziali e popolari, alle quali avevano cooperato
varii dei giovani discendenti delle nostre più nobili famiglie. — Tutte
queste insurrezioni, figlie di congiure ordite all'estero dai nostri
profughi, il cui capo era sempre Giuseppe Mazzini, avevano avuto il più
infelice successo, e il sangue dei nostri patrioti aveva cosperso tutti
i patiboli d'Italia. — I primi rivi versati avevano accresciuto l'ira
dei popoli contro i principi, e reso più che mai inaccessibile l'abisso
che divideva questi da quelli. — Ma passo passo la disperata natura di
quei tentativi apparve ai cospiratori ed agli insorgenti, e il buon
senso degli Italiani insegnò loro che persistendo su quella via essi
servivano le inique mire dei loro padroni, camminando ad una completa ed
assoluta distruzione, che lascerebbe quelli nell'incontestato esercizio
del loro odiato potere. — Era necessario trovare altri mezzi, altre vie,
era necessario giungere allo scopo.

In quel frattempo i liberali che accostavano le Corti, si sforzavano di
eccitare nel cuore dei principi una generosa ambizione, che trovasse
alimento nell'operare o per lo meno nel contribuire al risorgimento ed
alla esaltazione della comune patria. — Si diceva ad essi: che cosa è un
trono di secondo o di terzo ordine mantenuto colla forza straniera, e
sul quale siete costretti ad obbedire i comandi di chi dispone di quella
forza, a fronte della gloria di essere veramente il liberatore, il
salvatore, il padre insomma della vostra patria? — Se bene vi riflettete
vi sentirete preso dalla nobile ambizione di abdicare una corona che non
portate se non a prezzo dell'onore del paese, e non consentirete a
conservarla, a riprenderla, se non quando vi sarà presentata dagli
Italiani rinati alla indipendenza ed alla libertà, e che sapranno essere
a voi dovuto questo loro risorgimento.

Così per certo due lombardi, Ciro Menotti ed il Misley, avevano parlato
al duca di Modena nel 1830 e nel 31. — Il duca era ambizioso, crudele, e
di nulla curante tranne degli interessi suoi. — Esso aveva creduto
scorgere nella via additatagli dai due imprudenti giovani un mezzo di
allargare i suoi confini e di accrescere la propria importanza. —
D'altronde, mostrandosi inclinato ai consigli di quei due, il duca era
quasi certo di conoscere le trame che ordivano i liberali; e siccome la
finzione non gli costava, finse, e trasse nell'agguato i nuovi suoi
amici. — Ognuno conosce il risultato di quelle mene. — Menotti espiò sul
patibolo il fallo di aver prestato fede ad una creatura dell'Austria; e
Misley con molti altri andarono ad ingrossare le fila di quelli
emigrati, a cui la Francia e l'Inghilterra furono per tanti anni larghe
di ospitalità. —

Ma all'avvicinarsi del 48, l'aspetto delle cose era qualche poco
emendato. — Nel prender possesso delle sacre chiavi, Pio IX aveva
pronunziato parole che risuonarono in tutti i cuori italiani e li
scossero profondamente. Pio IX si dichiarava italiano, amico della
libertà e della indipendenza di tutti i popoli, ed alieno da ogni
violenza. — Ciò bastò perchè gli Italiani vedessero in lui un nuovo
Messia da Dio mandato pel loro riscatto. — Vi fu chi pensò a dargli su
l'Italia intera il poter temporale ch'egli esercitava sovra picciola
parte di essa. — Alcuni membri del clero, chiari per ingegno e per
dottrina, scrissero libri di filosofia e di politica, in cui splendeva
il più puro e il più razionale liberalismo. — Il solo difetto di quei
libri era il non essere scritti in modo da farsi leggere da molti. —

Carlo Alberto era tuttora sul trono di Piemonte, e già da vari anni
aveva manifestato l'animo suo tutto italiano e liberale. — Leopoldo
regnava in Toscana, mentre Lucca era tuttora sotto il dominio del
giovanetto che ivi aspettava la morte della arciduchessa Maria Luisa
alla quale doveva succedere, lasciando Lucca a Leopoldo. A Napoli
Ferdinando di Borbone, assorto dagli amori della famiglia, dai piaceri
della tavola, e dagli scrupoli religiosi, sembrava incapace di
partecipare attivamente in nessuna intrapresa, sia per coadiuvarla, sia
per opporvisi, e lasciava supporre che la naturale indolenza, ed il peso
degli anni avessero spento in lui quella innata crudeltà e
scelleraggine, che mai non aveva abbandonato nessun membro della iniqua
sua razza.

I liberali si divisero gli animi di quei sovrani, e si accinsero a
muoverli verso la nobile passione del patriotismo. — Il popolo italiano
poca parte poteva prendere a tali tentativi, e vi sarebbe rimasto
completamente indifferente qualora fosse stato tuttora ciò ch'era al
principio di questo secolo. — Ma Mazzini lo aveva destato, e i liberali
delle classi colte lo sapevano desto, sicchè non dubitavano che il primo
grido di _fuori lo straniero_ metterebbe a tutti in mano le armi.

E così si andava innanzi, lavorando ed aspettando una occasione per
operare.

A persuadere Carlo Alberto di consacrarsi alla salute ed alla
liberazione d'Italia, non era mestieri nè degli sforzi, nè delle istanze
dei liberali. — Il re di Piemonte non aveva avuto durante la vita sua
altro desiderio, altro scopo alla sua ambizione. — Appena gli fu svelato
l'accordo stretto fra i liberali delle varie provincie d'Italia, ch'egli
abbracciò con trasporto le loro viste, le loro speranze, e pose sè
stesso, la sua famiglia, la sua casa e la sua corona, al servigio
dell'indipendenza italiana.

Dinanzi a lui si apriva un nuovo orizzonte; ed era quello stesso dei
sogni di sua gioventù. — Egli vi si precipitò baldanzoso, senza dare al
passato un ultimo sguardo.

Gli Austriaci, sempre pronti a chiamare su di essi i colpi della avversa
fortuna, nulla avevano imparato di quanto si leggeva a chiare note nel
contegno degli Italiani. — Gli Italiani gemevano da più di 30 anni sotto
il ferreo giogo della Casa di Absburgo; vi obbedivano perchè non era
loro possibile la resistenza. — Dunque sin tanto che il giogo della Casa
di Absburgo non scemerebbe nè di peso, nè di rigore, la obbedienza degli
Italiani non poteva venir meno. — E per accertarsi che il giogo della
Casa di Absburgo non diventava più leggiero, l'Imperatore ed i suoi
ministri vi aggiunsero nuove catene. I pieni poteri delle polizie e dei
loro agenti, i tribunali militari, dinanzi a cui erano condotte persino
le donne, la esorbitanza delle imposte, tasse, multe, prestiti
volontarii o forzosi, che in nulla differivano gli uni dagli altri, i
sequestri, le prigionie, gli ostacoli sempre crescenti allo sviluppo del
commercio e della industria in Italia, quel trattar sempre l'Italia come
paese conquistato, cioè come si trattavano i paesi conquistati quando la
Casa di Absburgo era salita sul trono imperiale, senza riconoscere nè
rispettare in essi alcuno dei diritti da Dio concessi a tutte le umane
incivilite creature: componeva ciò che chiamavasi il sistema del governo
imperiale, e gli Italiani tutti intendevano omai quanto era odioso,
iniquo, inumano quel sistema. — Ma gli Austriaci si ridevano delle
nozioni che gli Italiani avevano sì di recente acquistate. — I nostri
argomenti sono le palle dei nostri cannoni, dicevano a chi tentava far
loro intendere che gli Italiani del 40 non erano più quelli del 15 e del
20; e con questi argomenti metteremo in iscompiglio tutto il sapere di
questi nuovi dottrinarii, rivoluzionarii, ecc. E così andarono diffatti
calcando sempre la via che conduce gli oppressori al precipizio, sino
all'anno 47, quando l'iniquità della tirannide austriaca aveva raggiunto
il culmine della sfacciata sua forza, e non poteva andare più in là. — I
liberali sparsi nelle varie contrade d'Italia, sicuri del concorso
popolare, fiduciosi nella simpatia e nell'appoggio del Pontefice,
soddisfatti delle disposizioni in cui credevano che l'esempio di Pio IX
avesse posto gli animi del gran duca di Toscana e del re di Napoli,
istrutti della prontezza e dello zelo con cui Carlo Alberto
risponderebbe al primo appello degli Italiani, i nostri liberali, dico,
decisero di tentare la sorte senza aspettare nuovi insulti e nuovi
danni.

Le cinque giornate del marzo 1848 in Milano furono il primo colpo
portato alla grandezza della Casa di Absburgo, e ad esse rispose
l'Italia tutta con applausi, con offerte di aiuto, e con dichiarazioni
energiche in favore della libertà e della indipendenza italiana. —
Leopoldo di Toscana e Ferdinando di Napoli proclamarono subito una
costituzione, che solennemente giurarono di conservare e di rispettare
in ogni caso; e Carlo Alberto, che già da qualche tempo li avea
preceduti su quella via, si accinse a compire l'opera gloriosa dei
Milanesi, cacciando colle armi sue, e come si sperava con quelle di
tutta Italia, l'Austriaco dalla intera penisola. — Carlo Alberto soleva
dire: _l'Italia farà da sè_; e noi tutti ripetevamo quelle nobili
parole, senza esaminare se esse fossero l'espressione di un patriottico
desiderio, o di una ben fondata convinzione.

Ognuno conosce la dolorosa storia del 48 e del 49; ma pochi la giudicano
con mente posata e scevra da pregiudizii, come da spirito di parte. —
V'ha chi imputa i nostri rovesci alla perfidia e al tradimento dei
principi; chi, più moderato, li incolpa soltanto di imperizia e di
stoltezza. — I soli Milanesi, disarmati e senza capi, avevano trionfato
degli Austriaci; come mai si può concepire che gli Austriaci vincessero,
pochi mesi più tardi, l'intera Italia? Con questa domanda si credette di
aver provato la esistenza di almeno un tradimento, e molti ripeterono
quella domanda come irrefragabile prova di questo.

Ma le catastrofi pari a quella del 48 e del 49 non accadono mai, se non
per un numeroso concorso di circostanze le quali tendono tutte ad un
medesimo risultato.

In questo nostro particolar caso le circostanze che ne procacciarono la
rovina sono evidenti; ma perchè numerose e richiedenti, da chi le
considera, certa quale tensione dell'intelletto, riescono poco gradite
alle moltitudini, che preferiscono attribuire le sventure nazionali al
tradimento di chi le regge; appunto come vedono ciò accadere sulle scene
teatrali.

Gli Italiani non avevano in comune che una sola passione o due al più:
l'odio dello straniero dominio, e l'amore ossia il desiderio della
libertà. — Ma non erano punto fissati intorno alla condotta da tenersi
per assicurarsi il possesso di un tanto bene, quando lo avessero
ottenuto. — Sembrava difatti che lo avessero afferrato, e con quella
inclinazione alle illusioni, che forma gran parte del carattere
italiano, noi tutti credemmo di aver conquistata l'indipendenza e la
libertà, quando vedemmo i soldati austriaci abbandonare umiliati ed
impauriti la città di Milano, ed i principi satelliti dell'Austria
prodigarne le costituzioni ed i parlamenti, mentre stavano pronti alla
fuga per poco che i sudditi loro non si mostrassero soddisfatti delle
concedute istituzioni. — Gli Italiani si tennero sicuri della loro
libertà, ma si sentivano disorganizzati, e desideravano di costituirsi
nel modo migliore. — Non si pensava allora a contentarsi del possibile,
dell'eseguibile, del praticabile; si voleva giungere col primo passo
alla costituzione più perfetta, a quella cioè che presentava maggiori
garanzie di libertà, di uguaglianza civile e sociale, di prosperità, di
gloria, e di una vita comoda. — Si voleva una costituzione che
trasformasse questa nostra terra in un paradiso, non riflettendo che il
paradiso è la patria degli angeli, e che non v'hanno molti di questi sul
nostro globo. — Chi voleva una federazione, e fra i federalisti, chi
voleva una federazione sul modello della germanica, chi la voleva a modo
della elvetica. — Nel settentrione d'Italia una imponente maggioranza
voleva mantenere la Casa di Savoja e Carlo Alberto sul trono, che si
ambiva soltanto di far più grande. — Altri ricordavano il 21, o ciò che
ne avevano udito raccontare; e dando le loro interpretazioni di quei
fatti misteriosi, come verità storiche documentate ed accettate dal
mondo intero, sognavano tradimenti e gridavano: non vi fidate dei
traditori. — V'era chi ripeteva le viete massime del Mazzini, e credeva
di vincere il mondo e la sorte con poche parolone alto-sonanti, e vuote
di significato; v'era chi sognava l'Italia del medio evo, le repubbliche
di Venezia e di Genova, il vestire alla foggia del 500, e le parlate
degli eroi di Alfieri. — V'era chi sognava la repubblica francese del
93, e protestava che nulla di grande si fonderebbe in Italia, se non si
aprivano certe arterie, dalle quali doveva sgorgare molto sangue
corrotto. — V'era chi sognava il primato di Gioberti, ed un papato
universale politico sotto Pio IX. — Insomma varii ed innumerevoli erano
in quel tempo i pensieri e i voleri degli Italiani; ma fra tanti e sì
svariati pensieri e sistemi nulla vi era di eseguibile, e sembrava che
gli Italiani si fossero spogliati di ogni senso pratico.

Se loro si additavano gli ostacoli, che dovevano necessariamente opporsi
alla realizzazione delle loro utopie, vi rispondevano che la parola
ostacolo era per essi vuota di senso, che non vi era cosa impossibile
per chi voleva fortemente, ecc. — Se loro si chiedeva che cosa avrebbero
fatto quando l'Europa tutta si fosse dichiarata risoluta a finirla con
una nazione che si suppone sempre intenta ad introdurre novità
pericolose per la civile società, essi stringevansi nelle spalle, e
dicevano in tuono di compatimento, che la nazione italiana si componeva
di circa 26 milioni di esseri, che si alzerebbero come un sol uomo
quando fosse mestieri dare all'Europa una salutare lezioncina, e che ad
un popolo così unanime, così valoroso e risoluto in favore di una idea,
non v'era esercito, nè associazione di eserciti che potesse resistere. —
Si pronunziavano sentenze in tuono cattedratico ed entusiastico, e si
credeva aver profferito verità sacrosante, argomenti irresistibili. — Ai
pericoli che ne circondavano, alla rovina che stava per piombare su di
noi, nessuno pensava. — Gli Austriaci avevano abbandonate quasi tutte le
città dell'alta Italia, e quelli fra i principi delle altre parti
d'Italia che non li avevano seguiti sembravano trasformati in
altrettanti liberali, smaniosi di sagrificare sè stessi e le loro
dinastie per contribuire al risorgimento d'Italia. — Tutto ciò era stato
operato dagli Italiani, dalla loro risolutezza o dal loro valore. — Che
più v'era da temere? Come avevano già vinto, vincerebbero ogni volta che
il bisogno della vittoria fosse loro dimostrato.

Intanto gli Austriaci si concertavano coi principi loro satelliti, si
riavvicinavano al Pontefice, e ne guadagnavano l'animo incerto e
titubante; ed intanto l'Europa assisteva al nostro dramma senza neppure
fingere di interessarsi in favor nostro, e simulava ne' suoi fogli
periodici di considerarne come impazziti per l'inaspettato apparente
trionfo, ch'essa non avrebbe permesso qualora lo avesse considerato come
vero e reale. — Presto si vedrebbe a che cosa si ridurrebbero questi
nostri trionfi; ma qualora gli Italiani acquistassero veramente la
libertà e la indipendenza, toccherebbe alle savie e bene ordinate
nazioni dell'Europa il porli in tutela, e l'impedire che le loro pazze
teorie e la loro tracotanza ponessero a soqquadro la civiltà e la quiete
di questa parte del mondo.

Nessuno pensava di prestarci aiuto; nessuno desiderava vederci liberi e
contenti; ma forse meritavamo questa generale malevolenza, poichè ne
andavamo superbi e soddisfatti. — Non abbiamo bisogno nè di amici nè di
alleati. — Bastiamo a noi stessi; ed insegneremo all'Europa ciò che
siamo e ciò che possiamo. — Così parlavamo; e mi ricordo di un tempo in
cui la maggiore nostra paura era quella di essere aiutati a nostro
dispetto da qualche potenza educata alla scuola di Don Quisciotte.

Suonava l'ora dei rovesci. — Con mirabile valore e con deplorabile
spensieratezza, la piccola armata piemontese ed alcune improvvisate
legioni di volontarii, a cui si unirono i corpi universitarii, si
cimentavano contro l'intera forza dell'impero austriaco, accresciuta
ancora da non pochi Russi, che vestivano per obbedienza al loro Czar
l'uniforme bianco. — Già il Borbone aveva deposto la maschera, e
richiamate le truppe, che la paura di una rivoluzione lo aveva costretto
a mandare nell'alta Italia. Già il Pontefice aveva fatto riflessione che
gli Austriaci essendo cattolici erano suoi figli non meno degli
Italiani, e che la nostra guerra essendo per conseguenza una guerra
fratricida, egli non poteva parteciparvi, e richiamava pure le sue
truppe. — Il gran duca di Toscana o non ne mandava, o ne mandava così
parcamente, che non potevano recare gran danno al nemico nostro. —
Attoniti e scorati per sì sfacciato ed inaspettato abbandono, i
difensori che ne rimanevano, combattevano eroicamente, ma sentendosi già
vinti. — In pochi giorni l'Austriaco toccava le porte di Milano, e
dinanzi a lui andavano ritirandosi i nostri soldati umiliati ed
impotenti.

I Lombardi fremevano, ed avrebbero preferito seppellirsi sotto le rovine
delle loro città, piuttosto che vederle nuovamente occupate dall'odiato
oppressore. — L'Italia tutta fremeva; ma i suoi fremiti erano vani. — I
popoli non improvvisano le grandi risoluzioni. — Di nulla erano
convenuti gli Italiani, se non di combattere e di vincere per prima
cosa, e di pensar poi al modo di mettere la vittoria a profitto. La
sorte delle armi ne era stata avversa, e non sapevamo far altro che
fremere, sognare tradimenti, e maledire i traditori. — Chi voleva
cacciare il Borbone, il Pontefice, il gran Duca, e persino Carlo
Alberto, e costituirsi in republica. — Chi voleva ricondurre o per amore
o per forza i principi sulla via del dovere; e rifuggivano dal pensiero
della repubblica. — Mazzini imputava le nostre sventure alla fiducia che
avevamo riposta nei Principi, e li dichiarava tutti, o traditori, o
condannati ad incessanti disfatte per le colpe loro e per quelle dei
padri.

L'ira contro le potenze europee, che ci vedevano cadere sotto la
insanguinata scure dell'Austria senza stenderci la mano e salvarci;
l'ira contro Carlo Alberto, al quale si attribuiva in quei giorni di
avere pel primo profferite le mal augurate parole, _l'Italia farà da
sè_, era generale, e si sarebbe potuto credere che il paese non avesse
mai divisa l'erronea credenza nelle proprie sue forze.

Poniamo fine a queste dolorose ricordanze. — L'Italia non compianta
ricadde sotto gli antichi ed abborriti dominatori, che si prefissero di
opprimerla con sì pesante giogo, che più non potesse neppur sognare
nuove rivoluzioni. L'Italia non cadeva tutta in un giorno stesso. Due
città resistettero più a lungo delle altre, e in queste due città, che
Mazzini o i suoi discepoli reggevano con forma popolare, la diplomazia
esercitava poca influenza, e forse non ambiva di esercitarne una più
grande. Voglio parlare di Roma e di Venezia: esse non caddero nel 48, ma
bensì nel 49; ed in esse l'Italia diede per quella volta almeno gli
ultimi aneliti di vita civile e libera.

Anche Brescia, lasciata in balìa del suo municipio, che è quanto dire di
sè stessa, chiuse le sue porte agli Austriaci, armò tutti i suoi
cittadini, senza eccezione di sesso o di età, e si preparò ad una eroica
ma disperata resistenza. Per ben tre giorni gli Austriaci irrompevano
dalle porte nelle strade della città, ed appena impegnati in queste le
ingombravano dei loro cadaveri, da tutte le case, da tutte le finestre,
dai tetti rovinando su di loro micidiali proiettili d'ogni sorta. Ma
Brescia dovette cessare dalla pugna quando non ebbe più munizioni con
cui tenere a distanza il nemico, e quando non ebbe più difensori che non
grondassero del proprio sangue.

Gli Italiani diedero cospicua prova di animo valoroso e divoto alla
patria; ma ciò non basta a costituire ed a fondare una nazione. — I
Polacchi furono sempre ammirati pel singolare loro valore, ma non col
solo valor militare si acquista un seggio fra le nazioni civili, libere
ed indipendenti; e la storia del popolo polacco basterebbe a convincerne
di ciò quando nol fossimo già a sufficienza.

Per undici anni ancora gli Italiani furono trattati come gli Iloti
dell'antichità. — Derisa e non curata dall'Europa, martoriata, oppressa,
straziata, e munta da' suoi padroni, l'Italia sembrava oramai condannata
ad eterna ed ignominiosa servitù; e gli stranieri così opinavano. — Deve
esservi, dicevano essi, qualche nascosto difetto, qualche pecca
originale nel carattere degli Italiani; poichè ogni loro sforzo per
diventare indipendenti e per ricostituirsi in nazione riesce vano; e
sappiamo oggidì che non si cade se non perchè si difetta della forza
necessaria per reggersi. È inutile tentar nuove prove, soggiungevano
talvolta, e dovete rassegnarvi ad uno stato di cose ch'è evidentemente
il solo cui siate propri.

L'Italia sola non aveva accettata la crudele sentenza; e protestava
contro di essa con parole e con atti ogni qual volta le se ne presentava
la opportunità. In quelli undici anni l'odio dell'oppresso per
l'oppressore, e viceversa, giunse all'apice della violenza. Ma se a ciò
si fossero limitati i nostri progressi, saremmo tuttora schiavi. Un
genio benefico sorse presso ad un principe veramente liberale e
patriota, nel tempo stesso che un amico d'Italia saliva al supremo
potere e prendeva a reggere la più possente e la più energica fra le
nazioni europee. — Una segreta alleanza fu giurata fra l'imperatore dei
Francesi, e il re Vittorio Emanuele, sotto la ispirazione del conte
Camillo di Cavour. — Ma ciò non sarebbe bastato, se una radicale
alleanza non avesse composto in un sol corpo e in una sola volontà gli
Italiani tutti. — Cavour si fece capo di una nuova scuola politica in
Italia. — Egli fece brillare agli occhi degli Italiani queste verità
semplici ed incontestabili: per conquistare la indipendenza e la libertà
è necessario esser forti; e la unione può solo creare la forza.

Questa così ovvia verità fu prontamente afferrata dagli Italiani, che
l'accettarono e la confessarono da quel momento in poi come un dogma,
cioè con fede religiosa. — Tutto il passato apparve allora agli occhi
nostri sotto un aspetto tutto nuovo. Le nostre sventure più non furono
da noi imputate nè ad una sorte avversa e capricciosa, nè al tradimento
di chi doveva guidarci. — La vera e patente origine delle nostre
incessanti sciagure era appunto il difetto di unione e di unità di
vedute, di scopo e di azione. — Sembrava che la segreta cagione dei
nostri rovesci ne fosse stata tutto ad un tratto rivelata; e da quel
momento in poi ogni gara, ogni rivalità, ogni differenza di opinioni, di
tendenze, di gare politiche, fu condannata come delitto verso la comune
patria. — Nessuno tentò più di volgere a suo talento gli avvenimenti che
si succedevano, e una cosa sola si volle considerare: quale fosse la
volontà della maggioranza degli Italiani. — Questa volontà non trovò più
oppositori. — Anche i partigiani dell'assolutismo repubblicano di
Mazzini sospesero la crociata bandita dal loro maestro contro ogni forma
di governo che non fosse repubblicana. — La forma di governo che sarebbe
più accetta al maggior numero degli Italiani, quella che sembrerebbe più
atta a tenerli tutti uniti, e a crear loro interessi comuni, quella che
all'Italia susciterebbe il minor numero di nemici possibile: quella
sarebbe la forma di governo contro cui nessuno ardirebbe protestare. — E
quando si parlava in tal modo, già si sapeva che la forma di governo
necessaria al dì d'oggi era la monarchica. — Alcune città delle Romagne
e della Lombardia avrebbero accettata la repubblica di buona voglia,
quando questa fosse stata l'oggetto della preferenza di tutta Italia; ma
i due principali Stati italiani, quelli che disponevano di eserciti,
senza i quali sarebbe stata follìa l'intraprendere cosa alcuna contro la
dominazione straniera, il napoletano ed il sardo erano affezionatissimi
alla forma monarchica, e non l'avrebbero scambiata colla repubblicana,
se non vi fossero stati costretti. — L'Europa d'altronde non lo avrebbe
concesso; e gli italiani cominciarono a travedere, che le dichiarazioni
e le proteste repubblicane dei nostri emigrati politici erano in gran
parte la cagione della diffidenza che l'Europa manifestava verso di noi,
e del poco conto in cui ne teneva. L'unico scopo a cui tendevano tutti
gli italiani, era il costituirsi in nazione indipendente; e tutto ciò
che facilitava il compimento di questo voto era da tutti accettato senza
discussione e con trasporto.

Un fortunatissimo concorso di circostanze contribuì alla nostra
salvezza. — L'avere sul trono di Francia un amico fedele, che conosceva
l'Italia, e sapeva che cosa si poteva sperare, anzi aspettarsi da essa
quando fosse pervenuta a rompere le sue catene e a costituirsi in
nazione. — Questo amico sapeva altresì che l'Italia, ridotta al misero
stato in cui l'avevano precipitata, e la mantenevano i suoi dominatori,
non poteva muovere il primo passo verso l'indipendenza senza l'aiuto di
una nazione già costituita, sviluppata e forte. — Questo aiuto
iniziatore egli era in grado di darnelo, ed avea deciso che non ne
mancherebbe. — L'avere alla testa di buona parte dell'alta Italia un re
liberale, irremovibilmente schiavo della propria parola, animoso,
risoluto ed onesto. — L'avere questo re alla direzione de' suoi consigli
un ministro come il conte di Cavour, sagace e destro maneggiatore delle
cose politiche, divoto alla salute della patria italiana, che seppe
apprezzare le generose intenzioni ed il genio politico dell'imperatore
Napoleone, come aveva saputo apprezzare il sincero amor patrio del re
Vittorio Emanuele, e come egli medesimo era apprezzato da quei due; che
sapeva persuadere e dirigere gli italiani di tutte le provincie d'Italia
e di tutti i partiti. Intorno a Cavour si stendeva un'atmosfera di
fiducia, tutta nuova per gli italiani, che da tanti secoli erano avvezzi
a diffidare e a sospettare di ognuno. — Cavour fu l'anello che legò
vicendevolmente Napoleone e Vittorio Emanuele, e questo all'Italia;
Cavour fu l'iniziatore della spedizione sarda in Crimea, l'inspiratore
del congresso di Parigi, ove per la prima volta i diritti degli italiani
furono discussi seriamente, e finalmente riconosciuti. — Cavour aveva
fuso gli italiani in un solo pensiero: quello di cacciare al di là delle
Alpi lo straniero, e di costituirsi in nazione; e quando l'Austria,
insospettita di quanto macchinavasi contro di essa tra la Francia e
l'Italia, si accinse a distruggere, cioè a conquistare quel piccolo
Piemonte che aveva l'audacia di dichiararsi protettore dell'Italia
tutta, e suo nemico, Cavour, che aspettava una occasione propizia, si
volse ad un tratto a Napoleone e all'Italia. — Tutti risposero alla sua
voce. Napoleone condusse immediatamente i suoi eserciti nell'alta
Italia, e gli italiani tutti insorsero contro i loro signori, e
protestarono di voler essere italiani liberi ed indipendenti sotto il
governo della Casa di Savoja. — Mentre ancora si combattevano gli
austriaci, le principali città d'Italia, e gli stati italiani, mandavano
deputazioni al re Vittorio Emanuele e al suo ministro, per chiedere di
essere annessi al regno dell'alta Italia.

La pace di Villafranca sembrò sulle prime porsi come insuperabile
ostacolo all'adempimento dei voti degli italiani; ma in breve quella
infausta illusione si dissipava. — Mentre la diplomazia stabiliva a
Villafranca e a Zurigo, che l'Italia rimarrebbe a un dipresso qual era
prima del 59, che la Lombardia sola sarebbe annessa al Piemonte, che la
Venezia sarebbe lasciata all'Austria, che i duchi e i principi scacciati
rientrerebbero al possesso dei loro stati, e che tutti i sovrani
d'Italia compreso l'imperatore d'Austria, formerebbero una
confederazione sotto la presidenza del romano Pontefice; mentre
Napoleone dettava tali condizioni, ed il nuovo ministero di Vittorio
Emanuele le accettava, le annessioni dei ducati, della Toscana, delle
Legazioni si compivano, e si rendeva impossibile il ritorno dei
principi. — Si temeva che l'imperatore dei Francesi si adirasse contro
questa audace resistenza a' suoi voleri; ma tale resistenza sanzionata
dai plebesciti delle provincie, che volevano l'annessione, fu giudicata
legittima e giusta.

Più tardi l'Umbria, la Sicilia e il napoletano invocarono l'annessione;
e Garibaldi co' suoi mille andò a mettere in fuga i soldati borbonici,
che impedivano l'aperta manifestazione della volontà popolare.

L'imperatore Napoleone aveva proclamato due principii, ch'egli imponeva
all'Europa di rispettare. Eran questi, la onnipotenza del suffragio
universale, ed il non intervento. — Tutto ciò ch'erasi operato in Italia
era stato sancito dai plebisciti, ossia dal suffragio universale, ed il
principio del non intervento non permetteva all'Europa di opporvisi. —
Questi principii, che furono la nostra egida, Napoleone li proclamò in
favor nostro; e ciò solo dovrebbe bastare ad assicurargli la nostra
indelebile riconoscenza.

Ma la cessione della Savoja e del contado di Nizza fu per gli italiani
un seme di discordia e di malcontento. — Col tempo impareremo a benedire
quel sacrifizio come il vero fondamento della nostra indipendenza.

Gli italiani vogliono innanzi tutto, ed è ben naturale che così sia,
vogliono, dico, ottenere l'intento loro; ma le loro forze non essendo
sempre adequate alla grandezza dei loro concetti, essi o implorano o
accettano l'aiuto di chi si dice loro amico; e questo aiuto gli italiani
sognano sempre che abbia ad essere gratuito. — Se loro si chiede
schiettamente un compenso, essi si sdegnano, e si tengono per sciolti da
qualsiasi obbligo di gratitudine. — Essi non vedono essere il puntuale
pagamento del compenso richiesto e convenuto la sola via per raggiungere
e per conservare la loro indipendenza. — Dio ne liberi dal peso di un
debito non definito e non pagato! Quel peso è come un fantasma
minaccioso, che si frappone in perpetuo fra il beneficato e ogni atto di
indipendenza ch'egli sta per compiere. Benedetto invece quel benefattore
che fissa il prezzo dell'opera sua, e che ricevutolo, si tiene per
soddisfatto, e dichiara il beneficato sciolto da ogni debito verso di
lui! Ciò pattuiva il conte di Cavour coll'imperatore Napoleone, perchè
l'imperatore doveva alla Francia di non sottoporla a sacrifizi senza
compenso, e perchè il conte di Cavour voleva che l'indipendenza italiana
non fosse più illusoria, ma vera e durevole, non quale era stata tante
volte, il passaggio da una ad un'altra dominazione. — Abbiamo saldato il
nostro debito verso la Francia; e sebbene dobbiamo ad essa i più sinceri
sentimenti di gratitudine, non dobbiamo nè ad essa, nè ad altra potenza
non italiana, il sacrifizio della benchè menoma frazione della nostra
indipendenza.

La nostra nazionalità conta oggi sette anni di vita; e questi sette anni
di goduta libertà, di pubblica tranquillità e di moderazione ne hanno
fruttato il riconoscimento di tutte le potenze europee. — Ne hanno
fruttato un bellissimo esercito, una marina considerevole, un sistema di
ferrovie che rilega fra loro tutte le parti d'Italia, e facilita
l'accomunarsi delle varie popolazioni e dei loro interessi: cospicui
abbellimenti nelle principali città, e la universale simpatia
dell'Europa, a tal segno che quando all'aprirsi della penultima stagione
estiva chiedevamo all'Austria di cederne quella parte della patria
nostra ch'essa teneva tuttora schiava, l'Europa tutta sclamò essere la
nostra domanda giusta e legittima, e dovere la Venezia esser ceduta
all'Italia. Chi ne avrebbe detto dieci anni sono, che i nostri diritti
sarebbero oggi così spontaneamente confessati e sostenuti da quelle
potenze, che per lo addietro dileggiavano le nostre pretese, i nostri
sforzi sempre vani?

La sorte delle armi non ne fu, quanto lo avevamo sperato, propizia, e
l'imperizia e l'inesperienza dei grandi comandi, e delle grandi
battaglie, tanto dei capi militari di terra, quanto di quelli di mare,
ne costò molto sangue, e ne fruttò poca gloria. — Ma nessuno si ingannò
sulle cagioni di cotesti nostri problematici successi; e il valore
dell'esercito intero, l'eroismo dei nostri soldati di marina,
risplendettero così straordinariamente durante la guerra, che gli
stranieri ne rispettarono dopo questa assai più che nol facevano per lo
passato, e ne tributarono meritate, ma non aspettate lodi. — La Venezia
è omai nostra col consenso dell'Austria stessa; e quel formidabile
quadrilatero, perenne minaccia alla nostra libertà ed indipendenza,
diventa ora per noi un baluardo quasi inespugnabile contro qualsiasi
futuro tentativo d'invasione.

Tale è il passato che ne condusse, attraverso tante catastrofi e
peripezie, al felice e glorioso nostro presente. — Ma il carattere dei
popoli si compone delle passioni e dei costumi acquistati sotto
l'influenza del loro passato. — Il passato può essere completamente
distrutto, e trasformato in un presente tutto opposto a quello; ma le
traccie del passato esistono nel carattere e nelle abitudini popolari
che in esso si formarono. — Quando il passato più non esiste, ed ha dato
luogo ad un presente che in nulla gli somiglia, le tendenze morali ed
intellettuali create da quello più non convengono a questo. — Per noi
del resto la necessità di spogliarci di quegli avanzi del passato è
singolarmente evidente, in quanto che siamo stati educati dai nostri
dominatori per compiacerci negli ozi della schiavitù, e per essere
indegni della libertà. — Siamo stati educati a diffidare e a sospettare
di tutto e di tutti; a stancarci di tutto ciò che dura da qualche tempo,
a biasimare e criticare ogni cosa, a giudicare degli uomini e delle cose
colla nostra imaginazione piuttosto che col freddo criterio; ad
esaltarci fuor di misura per tutto ciò che riveste un aspetto drammatico
di sublimità e di eroismo, senza esaminare se la sostanza corrisponde
all'apparenza. — Siamo stati educati ad impiegare parole ampollose ed
enfatiche, e a prenderle per l'espressione di sublimi concetti, a
confondere l'enfiagione della vanità colla coscienza della nostra
irresistibile forza, e non dubitare della nostra superiorità, e dei
trionfi ch'essa ne assicura; e quando invece di trionfi raccogliamo
rovesci, ad esagerarli, a darci in preda all'abbattimento e alla
disperazione, e ad imputare altrui le sventure che la nostra imperizia e
la nostra inesperienza ne hanno procurato. — Siamo stati educati a
disprezzare la scienza e gli studi necessari ad acquistarla, e a
vantarci del nostro ingegno svegliato, che conosce ogni cosa per
intuizione, senza condannarsi alla noia dell'imparare. — Siamo stati
educati da chi voleva mantenerci schiavi, in modo tale da renderne
incapaci di costituirci in nazione libera ed indipendente; incapaci di
compiere i doveri del cittadino, come di sacrificare le private
ambizioni e i privati interessi alla salvezza e alla prosperità della
comune patria.

Il nostro principale studio deve essere omai di spogliarci di tutte le
letali influenze del passato.

Ricordiamoci che il nostro passato fu un'era di schiavitù, e che il
popolo educato alla schiavitù deve trasformare sè stesso, se vuol
diventare atto a godere della libertà e della indipendenza.



CAPITOLO TERZO

CARATTERE DELL'ITALIANO,
SUE VARIETÀ E SUE CONSEGUENZE


L'Italia può oggidì considerarsi come fatta e compiuta. Lo scopo di
tanti sforzi, di tanti sacrifizi, l'oggetto di tante aspirazioni e
speranze, può dirsi raggiunto. — L'Italia ha veduto l'ultimo di quei
soldati stranieri che la tennero sì a lungo soggetta rivarcare le Alpi,
lasciandola erede dell'inespugnabile quadrilatero; e l'Europa tutta
proclama la santità de' suoi diritti, e si dichiara stanca di vederli
conculcati.

Un certo sentimento di orgoglio può essere scusato in noi, quando
pensiamo alle cangiate nostre sorti, alla simpatia acquistata, al nostro
rapido innalzamento al grado di potenza di primo ordine; in noi che otto
anni indietro eravamo considerati come una mandra di servi austriaci. Ma
l'ebbrezza della gioia e dell'ambizione soddisfatta riesce pericolosa a
chi troppo vi si abbandona. — Abbiamo altro da fare che congratularci
vicendevolmente per le conquiste ultimate. — Dobbiamo costituirci
fortemente, e vincere quelle abitudini e quelle tendenze del nostro
carattere, che si oppongono al nostro sviluppo morale, intellettuale e
nazionale.

L'Italia fu sempre riputata ricchissimo paese, e fu questo un equivoco.
Il suolo italiano è certamente il più ferace di Europa, e l'agricoltura
vi è giunta, parzialmente almeno, ad un certo grado di perfezione che
mal si accorda col limitato sviluppo delle scienze e dell'industria. —
Il motivo di tale difetto di armonia è evidente. L'Italia non ha vissuto
sin quì di sua vita propria, nè conformemente ai propri bisogni, ai
propri interessi; ma fu diretta da' suoi padroni, secondo ad essi
conveniva, e secondo risultava più confacente all'insieme di quei corpi
politici mostruosi e diformi, di cui le provincie italiane erano parte.
La frazione d'Italia che dipendeva direttamente dall'Austria (e l'Italia
presso che tutta ne dipendeva indirettamente) fu detta paese agricolo, e
tale è difatto; ma i tempi in cui la ricchezza pubblica delle nazioni si
misurava dalla fecondità del terreno, e dalla salubrità del clima, sono
lungi da noi. La ricchezza degli Stati è oramai la conseguenza dello
sviluppo dell'umana operosità nell'industria e nel commercio, non meno
che dello sviluppo dell'agricoltura.

L'impero austriaco, che si componeva di tante provincie e di popolazioni
fra loro eterogenee ed avverse, considerava le sue provincie italiane
come il suo giardino e il suo granaio. E di fatti nè la Boemia, nè
l'Ungheria, nè la Gallizia, nè la Stiria, nè alcuna di quelle nordiche
contrade possono competere coll'Italia per la feracità del suolo e per
la mitezza del clima. L'Italia fu dunque dall'Austria destinata, o per
dir meglio condannata a fornire all'impero i prodotti agricoli, e a
consumare i prodotti dell'industria delle altre provincie. L'industria
fu interdetta all'Italia, perchè all'impero conveniva di averla
inoperosa ed incapace di sovvenire ai propri bisogni. Nel lungo corso
del dominio austriaco in Italia, più d'una prova fu tentata da
capitalisti italiani, per introdurre nel paese qualche industria che
valesse ad arrestarne il rapido impoverimento. — Il governo austriaco
conosceva la iniquità del suo procedere, e sentiva la necessità di
mascherarlo. Per ciò non si opponeva apertamente a tali esperimenti; ma
ben sapeva renderli vani, ed ottenerne l'abbandono. I capitalisti autori
di quelle prove si vedevano subitamente decaduti dal favore del governo;
incontravano non preveduti ostacoli ad ogni loro mossa; il prezzo degli
oggetti necessari al progredire della industria loro cresceva ad un
tratto smisuratamente. Se ad essi occorrevano macchine che non si
potessero avere che dall'Inghilterra o dalla Francia, l'importazione di
tali macchine era sottoposta a tasse e a difficoltà siffatte, che la
nascente industria non poteva sostenerle, e il tentativo andava fallito.
Certo che un simile procedere non avrebbe ottenuto in Inghilterra il
successo che ottenne in Italia; ma gli italiani sono per natura poco
inclinati al lavoro, e la fredda e pacata resistenza ad una mascherata
persecuzione li stanca. — Essi resistono a qualsiasi costo quando l'ira
li sprona; e in tal caso sdegnano i consigli della prudenza, si
slanciano ad aperto combattimento, e spesse volte sono vinti
dall'avveduto nemico che si era da lungo tempo preparato alla lotta. —
Ma la costante e misurata resistenza ad una coperta persecuzione, il
combattere nascostamente, nelle tenebre, e lungi da ogni spettatore,
lascia l'italiano freddo, e gli toglie coll'ardore della pugna in campo
aperto la forza materiale e l'energia morale. — Gli italiani accettarono
dunque la parte che il governo austriaco loro destinava nella commedia
politica di un impero, e questa parte era quella del compratore di
oggetti manufatturati nelle provincie germaniche e slave. — Gli italiani
ricuperarono in compenso la facoltà di abbandonarsi all'ozio; compenso
fatale, perchè troppo conforme all'indole nostra e dei popoli
meridionali in generale, cosicchè abbandonandosi all'ozio per necessità,
vi si adagiarono senza rimorso, nè vergogna, e ne contrassero
rapidamente l'abito. — Che la parte imposta agli italiani nella
costituzione economica dell'impero dovesse condurli in breve ad una
inevitabile rovina, era cosa preveduta da chiunque rifletteva alle
condizioni finanziarie dell'Italia, e a quelle che i moderni progressi
delle scienze e dell'industria hanno creato in Europa. — Non è da
supporsi neppure che gli uomini di Stato austriaci ignorassero ove
conduceva la via imposta agli italiani; ma al governo austriaco, come a
tutti i governi dispotici, poco importa de' suoi amministrati, e se un
sistema di governo o di amministrazione gli sembra conveniente, esso lo
addotta, quand'anche lo sappia ingiusto, rovinoso e mortale per una
parte qualunque de' suoi sudditi.

L'Italia possedeva tesori in oggetti di belle arti e di antichità, come
sarebbero intagli, avori, smalti, cesellature in metalli, ecc. Le sue
principali città vantavano famiglie nobili di smisurata ricchezza. Le
repubbliche di Genova e di Venezia avevano creato, mediante il
commercio, delle ricchezze private come non se ne conoscevano altrove in
quei tempi, cioè sul principiare del secolo decimonono. Ma tutte queste
dovizie, erano tesori accumulati da lungo tempo, e nessuna nuova
sorgente erasi aperta per riacquistare il denaro che si spendeva con
prodigalità più pazza che altro. — I tesori italiani dovevano dunque
esaurirsi in un dato tempo; ma varie circostanze concorsero ad
abbreviare quel tempo e ad affrettare il compimento della inevitabile
rovina. — La rendita che rimaneva agli italiani traevasi, come ho già
detto, dall'agricoltura; ed era prodotta in gran parte dai bachi da seta
e dalle viti. Ognuno conosce la dolorosa storia di questi due prodotti
agricoli, durante gli ultimi dodici anni. — Un morbo speciale e
misterioso in quanto alla sua origine piombava sui bachi e sulle viti,
nè ha per anco ceduto ad alcuno dei rimedi tentati. E non si vede nè
come nè quando nell'avvenire l'industria sericola riprenderà il suo
corso, e ridonerà qualche valore al suolo, da cui si traeva. — Parecchi
possidenti, che godevano di un'annua rendita di circa cento mila
franchi, cavati dalla coltura dei bachi, si sono trovati subitamente
ridotti ad una pressochè assoluta povertà. — I bachi prosperavano e
sembravano promettere un abbondante raccolto, quando tutto ad un tratto,
mentre stavano avviandosi al bosco, o disponendosi a formare la loro
buccia, cadevano morti, quasi colpiti da morbo pestilenziale. Da dodici
anni queste scene si ripetono ogni primavera, ad onta dei lunghi e
pericolosi viaggi intrapresi da giovani avventurosi nelle più remote e
barbare contrade dell'estremo oriente, per procurare agli allevatori di
bachi da seta, una semente più sana, e non ancora tocca dal morbo
europeo. — Nulla valgono questi generosi tentativi; che dopo due o tre
anni di mediocre raccolto, e di cure indefesse, la semente straniera
risente l'azione della morbosa influenza, ed i bachi che ne nascono
muoiono, come morivano dapprima gl'indigeni. — Si sono fatti studi
variati ed estesi per conoscere la cagione del male, e per trovarvi un
rimedio; ma dopo tanti anni, ancora non si giunse a stabilire con
certezza se il germe infetto sia quello del baco, ovvero quello del
gelso.

La crittogama della vite non è così misteriosa come la malattia dei
bachi; ma è tenace non meno di quella, e la distruzione di quei due
prodotti della nostra industria agricola sembra farsi di giorno in
giorno più probabile. E quei due generi erano veramente e
considerevolmente i due più ricchi prodotti della nostra agricoltura;
quelli che le davano una certa importanza come sorgente della pubblica
ricchezza, ed una certa superiorità sull'agricoltura delle altre
contrade d'Europa. — A noi lombardi rimangono i terreni inaffiati o
paludosi, le praterie a marcite, le risaie, ecc.; ma questi terreni sono
necessariamente assai ristretti, e tutto il rimanente del suolo italiano
è limitato attualmente alla produzione dei cereali, cioè alla produzione
medesima delle altre parti d'Europa; alla produzione di cereali che
possono bene bastare al nutrimento del contadino, ma che a nulla montano
come oggetti commerciabili, destinati ad impedire che il tesoro pubblico
si esaurisca intieramente.

Altre cagioni di rapido impoverimento si sono aggiunte a quelle già
accennate. Il mostruoso incremento del lusso, e il disgraziato abito,
contratto dalla gioventù d'ogni classe, di fuggire qualsiasi occupazione
che non sia di puro divertimento. E siccome il vigore giovanile vuole
uno sfogo, i giovani che hanno imparato a considerare le occupazioni
dello studio o di un impiego, in una parola quelle occupazioni che
compongono una professione, ossia una carriera amministrativa, militare,
magistrale, scientifica o artistica, come un mezzo per guadagnar denaro,
come una necessità per chi non ne ereditava dalla propria famiglia; i
giovani, dico, disgraziatamente imbevuti di tali falsissimi concetti,
non trovano altro pascolo alla loro operosità che nell'imitare
servilmente i costumi dei giovani della aristocrazia inglese, francese e
russa, i quali disponendo di beni di fortuna assai superiori ai nostri,
ne porgono rovinosi esempi. I nostri giovani, i quali ereditarono dai
padri loro una rendita che i padri non riescivano a spendere, la
ricevettero già ridotta dalla parte che la legge garantisce ai fratelli
e dalla dote delle sorelle, gravata inoltre d'imposte che non pesavano
sui padri loro; e si credono tenuti di far onore alla nobiltà della
stirpe coll'eseguire in Italia tutto ciò che i loro pari inglesi,
francesi e russi, eseguiscono a Londra, a Parigi e a Pietroburgo. I
nostri giovani rappresentanti le antiche famiglie della nostra storia,
non sono contenti di possedere dei buoni e bei cavalli, delle carrozze
comode ed eleganti, e tutto ciò che costituisce dei ricchi e convenienti
equipaggi; ma vogliono essere ammirati come gli esatti _fac simili_ dei
giovani inglesi di alto grado; e siccome tanto le importazioni quanto le
imitazioni inglesi non si ottengono in Italia se non si pagano a peso
d'oro, così la soddisfazione degli innocenti e puerili desideri dei
nostri giovani basta talora a mandarli in rovina. Non uno forse degli
eredi delle nostre più cospicue e più doviziose famiglie ha saputo
conservare intatti i suoi beni e la condizione elevata che essi gli
procuravano. Con una rendita ridotta e frazionata, i nostri giovani, a
nulla intenti se non all'esatta riproduzione dei costumi oltramontani,
spendono assai più che non spendevano i loro padri. Nel secolo passato
l'anglomania spuntava appena, e gli uomini di qualche valore morale,
intellettuale o anche soltanto sociale, avrebbero arrossito di scendere
dalla loro elevata condizione per cambiarla con quella d'imitatori delle
straniere singolarità. — Quando gli animali o gli oggetti qualsifossero,
che servivano ai loro comodi o ai loro divertimenti, riempivano di fatto
la missione loro imposta, i nostri antenati non si tormentavano lo
spirito a ricercare se i lord inglesi non avrebbero richiesto di più:
possedevano dei magnifici palazzi, delle ville pressochè reali; ma non
trasformavano queste loro sontuose dimore in una perenne occasione
d'ingenti spese. L'addobbamento dei loro palazzi era in armonia coi
palazzi medesimi, e si componeva in gran parte di oggetti d'arte,
pitture, sculture, bronzi, porcellane e sete; ma nessuno pensava a
rinnovarli prima che il tempo li avesse contaminati e distrutti, perchè
in altri paesi le case dei ricchi si ammobigliano in diverso modo.

Non mi tratterrei così lungamente sopra queste apparenti inezie, se non
si traessero dietro gravi e tristissime conseguenze. Non credo,
ripeterò, siavi nell'Italia del nord un solo dei rappresentanti delle
nostre famiglie illustri, che non abbia più o meno sciupato l'ereditato
patrimonio, e che non sia avviato verso una maggiore rovina; e ciò senza
aver imparato cosa alcuna, senza avere acquistato nè oggetti preziosi,
nè introdotto o tentato d'introdurre nel proprio paese altre novità,
fuorchè le stranezze di oziosi stranieri, che non formano nei paesi loro
che una derisa minoranza. Poichè nè in Inghilterra, nè in Francia, nè
tampoco in Russia prevale quella assurda opinione, che lo studio o la
scelta di una professione o di una pubblica carriera sieno cose
riservate ai poveri, che hanno bisogno di lavorare per guadagnarsi il
vitto. Fatale errore! Il lavoro non è soltanto il mezzo più onesto di
guadagnar denaro, è il dovere di ogni cittadino, o, diciam meglio, di
ogni essere dotato di ragione, che possiede un'anima intelligente, di
cui dovrà un giorno render conto al creatore. Lo studio e il lavoro sono
il mezzo che una benefica provvidenza ne largisce per sviluppare e
perfezionare l'intelletto nostro; sono il mezzo col quale ciascuno può
servire il proprio paese; sono la scala per cui la creatura umana sale
dalla terra al cielo, dalla vita materiale, che ha comune coi bruti,
alla vita spirituale a cui può sola aspirare.

L'avversione al lavoro, e il disprezzo per chi è costretto a
dedicarvisi, sono una inesauribile sorgente di danni pel paese nostro. —
Il popolo, e particolarmente gli abitanti della campagna, inclinano per
la naturale loro pigrizia all'ozio, e non potendo abbandonarvisi
interamente (chè ad essi lo vieta la necessità di procurarsi vitto, casa
e vestimenta), si contentano del puro necessario; e, questo ottenuto,
nessuno al mondo li saprebbe indurre a prolungare di un'ora l'opera
loro. Perciò avviene che ogni nuova imposta, o tassa, per poco gravosa e
per equa che siasi, pare al nostro contadino una misura vessatoria,
iniqua ed intollerabile; solo perchè essa lo toglie momentaneamente a
quell'ozio ch'egli considera come suo privilegio e suo diritto. Come
potrebb'egli giudicare altrimenti, circondato qual è da altri contadini
che la pensano come lui, da un clero che si studia di mantenerlo
nell'ignoranza, e quindi nella soggezione e nella dipendenza de' suoi
voleri, ed alla presenza di un padrone, che lungi dall'inspirargli
l'energia e l'amore al lavoro, come alla unica fonte di ogni prosperità,
gli dà il deplorabile esempio di sprezzare il lavoro e di astenersene
ogni qual volta lo può?

D'altra parte nè l'abilità al lavoro, nè l'attitudine all'applicazione,
non s'acquistano in un giorno. — Un'intera generazione non basta a
formare una nazione laboriosa ed energica, nè ad imprimerle quel
carattere di creatrice, che distingue così eminentemente fra tutte le
altre la inglese, e fa sì che un'impresa industriale da essa tentata, è
giustamente considerata dalle altre nazioni, come una impresa
felicemente compita. — Io pure vorrei che gli italiani prendessero gli
inglesi per modelli; ma non per imitare le puerili stravaganze di alcuni
ricchissimi oziosi, bensì per emulare la maravigliosa operosità delle
moltitudini. E si osservi altresì che quegli stessi ricchissimi oziosi
cui la nostra gioventù tributa tanta ammirazione, non sono poi così
oziosi come lo crediamo, e lo sono in tutt'altro modo di noi. I loro
passatempi, i viaggi, le caccie, le corse e gli esercizi equestri, nulla
hanno per certo di effeminato; anzi allo sviluppo delle forze
intellettuali unendosi così lo sviluppo delle forze fisiche, come a
concepire essi riescono atti a compiere le più ardue imprese. I viaggi
più pericolosi di questo secolo, le scoperte di nuove terre, e di nuovi
passi per recarvisi, sono dovuti in gran parte ai rampolli della inglese
aristocrazia; e quelli poi che non hanno acquistato fama di
grandi viaggiatori, non si sono però addormentati nell'ozio e
nell'effeminatezza; ma o proseguono nei maschi diporti della caccia e
del cavalcare, o si dedicano all'agricoltura, all'industria, al
commercio, o a qualche dotta professione, impiegando così nell'età
matura quell'eccesso di energia che li aveva traviati nella primissima
gioventù. In Inghilterra gli uomini che non si consacrano ad una
occupazione, o ad uno studio, o ad uno scopo di pubblica beneficenza,
insomma che non impieghino la esistenza loro al servizio del loro paese,
formano una impercettibile minoranza; mentre da noi, i giovani forniti
di beni di fortuna, che si dedicano ad un proposito patriottico, formano
la volta loro, rarissime eccezioni. Abbiamo veduto che il numero dei
rappresentanti delle nostre più illustri e più ricche famiglie i quali
abbiano conservato intatto il patrimonio loro, non è superiore a quello
dei giovani che si dedicano ad una virile occupazione; e di ciò siamo
oltremodo dolenti, perchè il rapido deperimento di una classe di
cittadini così importante come la nobiltà italiana, in cui erano
concentrate le maggiori ricchezze del paese e tutta l'autorità e
l'influenza che sono come i corollari delle ricchezze, non può decadere
senza produrre un adequato e funesto squilibrio in ogni classe della
società.

Parlerò meno diffusamente del carattere e dei costumi delle popolazioni
dell'Italia centrale e meridionale, perchè non sono spettatrice costante
dei fatti loro, come lo sono dei nostri. Pure quel poco che ne so non mi
mostra gli italiani di quelle provincie più esperti e più intelligenti
di noi in materia di libertà e di governo costituzionale. Il fatto, per
citarne uno a tutti noto, che la città di Messina, la seconda città
della Sicilia e in realtà eguale alla prima in estensione, in ricchezza,
in coltura e in civiltà, deputò ripetutamente a rappresentarla al
parlamento l'esule Mazzini, prova sufficientemente che i suoi elettori
nulla intendono del sistema di governo detto costituzionale. Se la
Sicilia avesse inteso di protestare contro il governo attuale, doveva
mandare al parlamento insieme con Giuseppe Mazzini altri uomini di fama
repubblicana; e soddisfatta di avere con ciò espresse le proprie
aspirazioni, non ostinarsi in quella espressione dopo che il parlamento
l'avea respinta come incostituzionale. — I messinesi si condussero
altrimenti. Nominarono un solo repubblicano, Giuseppe Mazzini, insieme
con altri molti che avevano protestato della loro divota adesione alla
nostra monarchia; e quegli elettori medesimi che avevano votato con
entusiasmo per Mazzini, facevano pochi giorni dopo una rumorosa
dimostrazione in onore di Vittorio Emanuele, più non ricordo in quale
particolare occasione, togliendo con ciò ogni possibile significato al
singolare loro voto. Poi quando il parlamento, condannando la illegalità
della elezione, la cassò, i messinesi la rinnovarono, mettendosi così in
urto ed in ostilità non più col governo, ma colla rappresentanza
nazionale, che è quanto dire colla nazione e con sè medesimi.

Lo stesso ha fatto più recentemente Palermo, nell'occasione della legge
votata dal parlamento per l'abolizione degli ordini religiosi. Tutti
conoscono le orribili scene che scaturirono dalla fanatica superstizione
dei palermitani, ad istigazione evidente dei frati e delle monache,
inferociti per l'abolizione dei loro privilegi. Nessuno vorrà dire che
un popolo capace di simili eccessi sia maturo per godere di una regolare
libertà; e i più indulgenti confessarono che un poco di educazione
civile e politica, non sarebbe superflua pei siciliani. Ora, questa
educazione chi pensa a darla, e come sarà data?

I napolitani hanno l'aspetto e le forme più civili dei siciliani. Oltre
ciò hanno una intelligenza così aperta ed una fantasia così svegliata,
che prontamente imparano, e si fan proprie le cose, o almeno l'apparenza
delle cose che loro passano sotto gli occhi. Aggiungiamo pure che se non
le idee, le parole di costituzione, di parlamento, ecc. non giungono ad
essi nuove, mentre ebbero un principio di effettuazione nel 21, ed un
altro ne avevano avuto sul finire dello scorso secolo. La presenza di
cospicue famiglie straniere che a Napoli accorrevano, ivi attratte dalla
bellezza del cielo e dalla mitezza del clima, vi avevano introdotto
alcune abitudini civili, e sparso una certa gentilezza di modi sopra una
popolazione naturalmente alla gentilezza inclinata, quando non sia
trasportata da passioni violenti e sfrenate. Napoli diffatto ed il suo
popolo hanno progredito verso la vita civile dal 60 in poi. Certe
immondezze scomparvero dalle pubbliche vie: certe nudità permesse dal
clima, ma vietate dalla civiltà, più non si incontrano per le strade,
sulle piazze e nelle chiese; le scuole normali e popolari sono
frequentate dai figli di padri e di madri analfabetici.

I napolitani non si mostrano avversi alle leggi della vita civile[1]. Ma
tutto ciò non significa ch'essi sieno in grado d'intendere e di
apprezzare i benefizi di un governo costituzionale, nè di compierne i
corrispondenti doveri: ed in varie occorrenze gli antichi sudditi dei
Borboni mostrarono invece di avere inteso soltanto che la dinastia dei
loro re era mutata. Si ricordino i miei lettori certe elezioni avvenute
nel 65, e confesseranno meco che i napolitani anch'essi hanno bisogno di
essere educati alla libertà. Le doti che la natura ha loro compartito
serviranno a rendere la educazione loro più facile e più pronta; ma
converrebbe invero supporre ch'essi possedessero la così detta scienza
infusa, per ammettere che i diritti ed i doveri dei popoli liberi e
civili potessero essere noti a chi non ha mai goduto gli uni, nè avuto
chi gli insegnasse gli altri, ad un popolo che fu sempre retto da un
despota e da un clero fomentatore della superstizione e della ignoranza,
che non conosce insomma via di mezzo fra una cieca obbedienza ed una
sfrenata libertà.

Questa educazione civile e politica, chi pensa a darla ai napoletani? Si
pubblicano giornali, o quotidiani o settimanali o mensili, accessibili
per ogni conto al povero, e in cui si esponga il significato delle nuove
istituzioni ad esso largite? Si sono aperti corsi pubblici e gratuiti in
convenienti locali, ove il povero possa ricoverarsi, imparando a
benedire la Provvidenza per la libertà acquistata ed intesa? Io non
avrei scritte queste pagine, se avessi udito che una sola delle tante
cose da farsi fosse stata fatta. Ma vedo gli anni succedersi
rapidamente; vedo gli effetti della generale ignoranza rallentare e
talvolta impedire il progresso del nostro nazionale sviluppo; e non vedo
che si tenti rimediare a tale ignoranza dell'attuale generazione. Si
insegna a leggere alla generazione futura, e si spera forse che questi
nuovi letterati faranno buon uso della scienza acquisita per istruirsi
in ciò che loro spetta di sapere. Ma parmi questa una vana speranza. I
contadini lombardi hanno tutti, o pressochè tutti, frequentato,
nell'infanzia loro, le scuole comunali; ma sino a che in codeste scuole
non si acquista altro che uno strumento per imparare ciò che veramente è
necessario sapersi, non si può sperare che il giovanetto, licenziato
dalla scuola perchè ha raggiunto il duodecimo anno di sua vita, e
rimandato alle fatiche ed alle sofferenze domestiche col solo vantaggio
di poter leggere, scarabocchiare il proprio nome, ed eseguire le due
prime operazioni dell'aritmetica; non si può sperare, dico, ch'esso
impieghi utilmente il suo magro corredo di cognizioni per acquistarne
altre indispensabili ad un popolo che vuol essere libero. Ciò che deve
invece accadere, e che accade diffatto, si è che il giovinetto stesso
che sapeva leggere a dodici anni più non lo sappia passati i venti.

Della Toscana, e delle provincie che componevano prima del 59 e del 60
gli stati romani, non posso parlare in modo assai diverso da quello con
cui ho parlato sin qui delle altre parti d'Italia. Il toscano ad altro
non aspira che ad un dolce ed innocente riposo. Si accontenta di una
mediocre agiatezza; si accontenta ben anco del puro necessario, purchè
gli si conceda di goderne pacificamente e senza sforzi nè fatiche. Così
ci figuriamo ad un dipresso la vita dei pastori arcadici; ma nulla v'ha
al mondo di meno arcadico dell'attuale società. Già lo dissi più sopra:
chi non lavora, chi non tende ad uno scopo che non può raggiungere senza
sudori, chi si compiace nell'ozio, e soltanto nell'ozio, non trova
spazio ove adagiarsi nel trambusto del perpetuo progresso, e viene
schiacciato sotto il pesante carro di _Zaggernaught_ delle scienze,
dell'industria, del commercio, della civiltà e della ricchezza.

La Toscana è un piccolo e povero paese, abitato da un popolo gentile ed
intelligente, ma pigro, inerte, che non mosse mai passo sulla via che
percorrono oggidì le nazioni libere e civili. — Tutto rimanevagli a fare
quando fu annessa all'Italia, che si veniva allora costituendo. Sono ora
due anni, se non più, che una combinazione per essa fortunata trasportò
sul suo territorio la sede del governo italiano. Firenze fu prescelta
per succedere a Torino; e siccome Torino erasi amaramente risentita di
ciò ch'essa considerava come una sciagura, era naturale che Firenze se
ne rallegrasse come di un acquisto. Ma Firenze prese la cosa in
tutt'altro modo. — Che la sua popolazione si raddoppiasse numericamente
in pochi giorni, che molti nuovi edifizi s'innalzassero nelle sue mura,
che il denaro circolasse in quantità e con rapidità assai maggiore che
per lo passato, che nessun forastiere distinto e ricco che visitasse
l'Italia potesse d'ora in poi trascurare di visitare anche Firenze;
tutto ciò poco ad essa importava, anzi le cagionava rammarico ed
inquietudine. E perchè? Perchè una cosa sola le apparve fra tutte le
altre; e fu che tanta affluenza di nuovi abitanti farebbe crescere il
prezzo degli affitti, ed il prezzo corrente altresì degli oggetti
indispensabili alla vita di ognuno. Egli è pur vero che se le case di
Firenze crescevano di valore, queste essendo proprietà dei fiorentini,
il vantaggio era loro altresì; e lo stesso poteva dirsi degli oggetti
necessari alla vita di tutti, come le farine, le carni, gli ortaggi, i
latticinii, ecc., ecc. I fiorentini non sono punto gonzi, e intendono
tutto ciò come lo intenderebbe l'uomo più versato negli studi economici.
Ma un'altra cosa intendevano pure; ed era, che il cresciuto consumo dei
viveri, ed il cresciuto bisogno di abitazioni, sola cagione dell'aumento
dei prezzi, renderebbe necessario un accrescimento di produzione, e per
conseguenza di lavoro e di fatica. Nè valse far loro osservare, che
insieme coi consumatori verrebbero dal di fuori, cioè dalle altre parti
d'Italia e dallo stesso toscano contado, dei produttori, cioè degli
operai, che si assumerebbero con lieto animo quell'eccesso di lavoro,
che essi fiorentini non potrebbero o non vorrebbero eseguire. — In tal
caso, rispondevano i fiorentini, nascerà la concorrenza: dovremo
contendere coi nuovi arrivati per ottenere quel poco di lavoro che ne
bastava sin quì; l'opera nostra non sarà più così gradita a chi la
riceve; i nuovi arrivati faranno altrimenti, e si dirà che fanno meglio
di noi; dovremo studiare, esercitarci, ecc. E piuttosto che esporsi ad
un accrescimento di occupazione, che produrrebbe loro un sicuro aumento
di guadagno, i fiorentini hanno in gran numero emigrato dalla capitale,
per ritirarsi sui territorii di Pescia, di Prato, di Pistoia, di Lucca,
ecc., come in oasi non ancora invase dalla moltitudine e dalla civiltà,
e dove si può tuttora vegetare placidamente in un ozio decente e
dolcissimo. Il sagrifizio costò loro assai, e non poche maledizioni
salutarono l'arrivo di quelli irrequieti, cupidi ed ambiziosi che nulla
rispettano, e che sconvolgono senza rimorsi il placido andamento degli
affari in Toscana. Ma per amaro ch'ei fosse, il sagrifizio si compì, ed
oggi un certo numero degli opifici più prosperosi della capitale sono
nelle mani di piemontesi o di lombardi; chè a fronte dei fiorentini noi
lombardi siamo prodigi di energia e di ambizione.

Io non mi maraviglio punto che ciò accada in Italia; e saremmo invero
esseri di una tempra più che umana, se la perpetua servitù in cui
vivemmo non avesse lasciato traccia alcuna nel nostro carattere. Nè
suppongo un solo istante che tale nostra piaga sia incurabile. Anzi sono
convinta ch'essa cederà tosto ad una cura conveniente, e che la seguente
generazione sarà fors'anco perfettamente sana e robusta. Ciò che mi
accora si è il non vedere che alcuno si accinga a medicare quella piaga;
e neppure in Toscana, ove la capitale raduna in sè le forze vive della
nazione, ove tanta coltura fu sempre onorata, nessun farmaco fu ancora
proposto e discusso.

Di ciò mi lagno, e non del bisogno che abbiamo del farmaco; il quale
bisogno è la cosa più naturale del mondo.

Le provincie che componevano prima del 59 e del 60 gli stati romani,
come le Legazioni, l'Umbria, ecc., ecc. non hanno dato sin qui segni
manifesti di non intendere i diritti e i doveri di un popolo libero, o
le leggi della moderna civile società. Quelle popolazioni, rette e
tiranneggiate dal clero, non diedero sin qui un solo indizio di
fanatismo o di superstizione: hanno accettato ed eseguito tutti i
sacrifici richiesti, senza dare mai segno di malcontento, e vanno
gradatamente migliorando le loro condizioni coll'apertura di nuove
strade e ferrovie, colla applicazione di un discreto governo comunale,
collo stabilimento di nuove scuole e di nuovi tribunali rispettabili, e
coll'esercitarsi nelle cose della guerra. Quelle popolazioni dovrebbero
in vero servire a tutte le altre di esempio e di modello; ma v'hanno
alcuni passi che i popoli non possono dare, se l'iniziativa non è presa
da qualche individuo o da qualche associazione più di loro esperti e più
ricchi. Le popolazioni degli antichi stati romani sono ad un tempo
maschie e prudenti. — Sanno soffrire, sanno tacere, sanno combattere; e
credo che saprebbero anche studiare ed imparare. — Ma non furono mai ciò
che volgarmente si chiama popolazioni industriali, ossia dedite alla
industria ed al commercio. Debbono però diventar tali e diventarlo in
breve tempo, poichè l'agricoltura non vi si può sviluppare in vaste
proporzioni, per la natura del suolo. Sino al 59 e al 60 quelle
popolazioni vivevano in gran parte della elemosina degli innumerevoli
conventi d'ambo i sessi; ma ora quella è una fonte disseccata ed
esausta. Se alcuno tentasse di fondare stabilimenti industriali,
opifici, ecc., non vedo quali ostacoli incontrerebbe, e sono convinta
che la popolazione andrebbe a gara per prestarvi l'opera sua. Nulla si
ottiene senza lavoro e senza fatica. Ma la buona volontà e l'attitudine
non bastano quando manca la direzione; e la direzione non appartiene
alle moltitudini, bensì all'individuo.

L'Italia può dirsi materialmente fatta, in quanto che la intera o
pressochè intera penisola è raccolta sotto un unico reggimento, e più
non vi sono padroni stranieri. L'Europa tutta ha riconosciuto il diritto
che noi abbiamo di esistere come nazione indipendente. Nel corso dei
sette anni, che compongono l'età nostra come nazione, abbiamo ottenuto
dei mirabili risultati: la distruzione del brigantaggio; l'abolizione
dei conventi; il nuovo assetto che sta per darsi all'asse ecclesiastico;
il traslocamento del governo e della rappresentanza nazionale da Torino
a Firenze; la riunione delle provincie venete al rimanente d'Italia; e
la probabilità di trovarci fra poco in condizione di trattare
direttamente col Santo Padre; la cessione del potere temporale, e i
compensi che può meritare simile cessione. E l'avere ottenuto tutto ciò
senza attraversare quelle tristissime e sanguinose crisi di rivoluzioni,
di reazioni e di guerre civili, che lasciano indelebili tracce e
dolorose memorie nelle popolazioni che vi soggiacquero, sono benefizi di
cui non possiamo mai essere abbastanza grati alla Provvidenza ed agli
uomini che la Provvidenza scelse per suoi strumenti. Ma appunto perchè
siamo stati così evidentemente e gratuitamente protetti sin quì,
dobbiamo mostrarci degni di tale protezione, porci arditamente e
devotamente all'opera, e nulla lasciare intentato, nè stancarci, nè
disgustarci od annoiarci di ciò che può contribuire a porre il nostro
paese fra i più inciviliti e i più rispettati del mondo.

Quali sono gli ostacoli che si oppongono al nostro progresso? Due sono i
principali.

1.º La depravazione lasciata nel carattere delle popolazioni da una
tirannide di tanti secoli, astuta ed iniqua, che non contenta di ridurci
colla violenza e coi mali trattamenti ad una cieca obbedienza, lavorava
a renderci incapaci di usare, senza però abusarne, di una saggia
libertà.

2.º La scarsezza del denaro, mentre avremmo così ingente bisogno di
abbondanti ricchezze, per dotare il nostro paese di tutte quelle
conquiste della scienza e della industria moderna, strade ferrate,
canali navigabili, opifici, macchine, ponti, per mantenere un poderoso
esercito, una forte marina: cose tutte che i nostri antichi padroni non
si curarono di procurarci.

Il primo di questi due ostacoli, è certamente il più grave e il più
difficile a superarsi; potendo il secondo considerarsi come conseguenza
del primo.

Ma per trovare la via di vincere questi ostacoli è primieramente
necessario di studiarne attentamente la natura, il carattere, la potenza
e l'azione sull'indole e sui costumi delle popolazioni italiane. Abbiamo
veduto come la secolare oppressione, sotto cui visse l'Italia sino al
59, ne ha spogliati della energica operosità, che è forse la prima delle
condizioni indispensabili alla vita di una nazione, ed è propriamente
ciò che corrisponde alla forza vitale dell'individuo. Ma questo difetto
di vitalità si strascina dietro di sè una deplorabile sequela d'infiniti
danni. Il despotismo ha fra gli altri effetti quello di offuscare e di
traviare il sano giudizio delle sue vittime. I fatti e gli avvenimenti
non portano più con essi le naturali loro conseguenze, che sono altri
fatti ed altri avvenimenti. L'uomo ignorante non aspetta di veder
succedersi i futuri eventi, a seconda della tendenza degli eventi
anteriori. Le nozioni di causa e di effetto si confondono nella mente di
lui, poichè a sconvolgere il corso regolare delle cose, sempre
interviene la capricciosa volontà del despota, che di nulla tien conto,
fuorchè della soddisfazione delle private sue mire. Un uomo tenta una
pazza speculazione, e la tenta senza possedere alcuni di quei mezzi che
potrebbero renderla meno rovinosa; ed il pubblico argomenta
accuratamente che una terribile catastrofe sta per piombare sul
temerario speculatore. Ma questi gode la protezione di qualche oscuro
membro della casa del padrone; il quale conosce le vie ingannevoli e
tenebrose che conducono all'orecchio di quello, e se ne vale in favore
del pericolante amico. — Ed ecco che all'ultima ora, quando il
precipizio si apre sotto i piedi dell'imprudente, quando la sua caduta è
certa, la mano onnipotente del despota lo afferra, lo solleva, e lo
depone sovra un solido terreno; e di ciò non contento, impedisce
talvolta a' suoi creditori di costringerlo al rimborso del danaro che
loro è dovuto. Il principale insegnamento che i popoli traggono da tali
fatti è questo: che il favore del principe è la sola áncora di salvezza
su cui è ragionevole di affidarsi. La quotidiana esperienza nulla
insegna oltre ciò. La imprudenza non è più una sorgente di disastri, la
sapienza, l'avvedutezza, la moderazione, la precisione delle vedute, la
fecondità degli spedienti, la puntualità nell'adempire gli assunti
impegni, non sono più una garanzia di felice successo. Il favore del
sovrano tien luogo di qualsiasi dote, e senza di quello nulla si
ottiene. Quando viene repentinamente a cessare la onnipotenza di tal
favore, o quando una costituzione vieta ad esso d'intervenire negli
affari dei cittadini, a chi si rivolge per ottenere una direzione o un
appoggio il popolo educato da più secoli a non fare assegnamento che
sulla protezione del padrone?

Così avviene di noi. — Dal 59 in poi si sono tentate molte cose; ma si
sono tentate come se il felice o l'infelice successo di esse fossero
accidenti di nessun conto, indipendenti dal modo con cui si dirigono e
si conducono gli affari. Si suol dire che gli speculatori italiani si
affidano nella stella d'Italia; ma il fatto è questo, che la immensa
maggioranza dei nostri speculatori non ha mai studiato le condizioni in
cui deve esser posta una speculazione perchè se ne possa sperare un
favorevole risultato. V'ha di peggio. Benchè nulla attendano dal sovrano
favore, gli speculatori che soggiacciono a qualche sventura, ne
incolpano nel segreto de' loro cuori la poca benevolenza del governo. Il
ministro non ha mai veduto di buon occhio questa infelice impresa,
dicono a chi li interroga sulla loro sventura; non so che cosa il
segretario generale abbia contro di me, ma egli non mi ha mai dimostrato
nè interessamento, nè simpatia; e se la mia impresa andò fallita, ciò
accadde perchè il governo nulla fece per salvarmi, mentre egli poteva
facilissimamente impedire la mia caduta. E mentre lo speculatore fallito
parla con tale apparente moderazione, esso accusa sovente in suo cuore
il governo di mala fede, di animo vendicativo, di venalità, di
corruzione, ecc., ecc.; perpetuandosi in tal modo fra i cittadini e i
membri del governo quella diffidenza e quel malumore, che sono di sì
grande impedimento al regolare sviluppo della nostra prosperità.

Lo speculatore non si inganna però sempre, quando dice che il governo
avrebbe potuto salvarlo se lo avesse voluto. Ma il governo avrebbe
allora oltrepassato i limiti della sfera di azione a lui prescritta. Il
governo di un paese libero non deve intervenire nelle faccende dei
privati, se non per far eseguire le leggi che possono riferirsi ad essi.
Un governo costituzionale non deve assumere il carattere paterno: il
governo è il delegato della nazione, non ne è il tutore, e molto meno il
padrone. Questo è quello che non sappiamo ancora intendere. Dai
precedenti governi, tanto dall'austriaco pretto, quanto dagli altri più
o meno indirettamente austriaci, non aspettavamo che persecuzioni,
vessazioni, ingiustizie, violenze, ecc. e la nostra aspettativa era
sovente superata dal fatto. Ora aspettiamo dal nostro governo tutto
l'opposto di ciò che aspettavamo dall'Austria, e ci troviamo
necessariamente delusi nelle nostre speranze; perchè non abbiamo
imparato ancora che da un governo costituzionale si richiede
principalmente che esso si astenga da qualsiasi intervento negli affari
dei privati, almeno sino a tanto che le leggi non sono da questi
violate. Quel costante bisogno di appoggio, di protezione, di favore e
di direzione, è la più profonda piaga che ci abbiano lasciato le nostre
infrante catene. È questo un sintomo troppo evidente della debolezza del
nostro carattere, del nostro criterio e della nostra volontà; è una
tentazione pel governo, il quale vedendosi implorato dai cittadini
perchè intervenga negli affari loro, e sentendo che il suo rifiuto
eccita mali umori e risentimento, è necessario che conosca perfettamente
i propri impegni, e sia fornito di singolare onestà per non cedere, e
per non trasformarsi insensibilmente in ciò che chiamasi governo paterno
ossia dispotico.

L'ignoranza in cui vegetiamo e in cui ci mantennero scientemente i
nostri padroni, combinata colla naturale indolenza, propria a tutti i
popoli meridionali, ci rese sin qui incapaci di competere colle nazioni
vicine nelle industrie e nel commercio, e ne lascia senza difesa contro
la superstizione, l'assoluto, il tirannico e talvolta immorale dominio
del clero, non meno ignorante, è vero, e non meno inerte dei laici, ma
che riceve le sue istruzioni e la sua parola d'ordine da Roma. L'Italia
meridionale è per così dire esclusivamente ligia al suo clero, e a
quelle torme di frati e di monache che la divorano. L'Italia
settentrionale non è così acciecata, o almeno gli abitanti delle sue
città si sono sottratti alla tutela clericale; ma le popolazioni delle
nostre campagne sono nelle mani del clero tanto quanto le popolazioni
del mezzodì. Il clero delle provincie settentrionali d'Italia è meno
sensuale e meno ignorante del clero napoletano e siciliano, e della
moltitudine di frati che occupavano tutte quelle contrade; ma in
compenso esso è forse meno sincero. Obbediente ad alcune sommità
clericali, le quali sono in perenne ribellione contro il governo
italiano, e sempre intento a macchinare congiure contro il medesimo, il
clero delle nostre campagne dispone come gli piace de' suoi popolani, e
mentre finge tendenze liberali, mentre deplora di essere impotente a
fare il bene, si oppone copertamente a tutto ciò che potrebbe sollevare
il contadino dalla sua secolare ignoranza, e illuminarlo sui veri suoi
interessi, e lo mantiene in uno stato di stolida ostilità contro i
naturali suoi protettori.

I possidenti delle campagne dell'Italia settentrionale avrebbero cento
mezzi per combattere l'influenza del clero e per sostituirvi la loro. Ma
nulla si ottiene senza qualche sforzo e senza qualche fatica. Ora la
fatica è la cosa che più ripugna all'attuale generazione italiana. Le
terre più produttive, quelle che danno tuttora qualche valore alla
possidenza fondiaria, sono situate in quella parte che chiamasi la bassa
Lombardia, e che comprende il Lodigiano, il Pavese, il Cremasco, il
Piacentino, il basso Novarese e la Lomellina: paese tutto di pianura, e
spoglio di quelle attrattive di cui abbondano i paesi di montagna. Oltre
a ciò l'aria di quei fertilissimi luoghi è sovente impregnata di miasmi
palustri, e gli abitanti vi sono esposti a ricorrenti febbri
intermittenti, che degenerano talvolta in perniciose, e forniscono ai
possidenti di quelle terre un plausibile pretesto per non visitarli.
Tali poderi, che formano ora tutta la ricchezza effettiva dei signori
dell'Italia settentrionale, poderi assai più estesi di quelli situati
sulle sponde dei nostri laghi, o sui colli della Brianza o del
Varesotto, sono affittati ad una classe di cittadini che non esiste
forse altrove che in Lombardia ed in alcuni stati dell'America.

Parte della classe degli affittaiuoli della bassa Lombardia trae la sua
origine dalla classe dei contadini, ed ha tuttora comune con questi la
profonda ignoranza e un eccessivo amore del lucro.

Alcuni affittaiuoli emergono dalla moltitudine degli uomini di contado,
quando uno di essi, o più fortunato o più accorto o meno tenero di
coscienza de' suoi compagni, è riuscito a mettere insieme qualche
migliaio di lire. — Esso prende un piccolo podere in affitto, e vi si
stabilisce colla sua famiglia, incominciando una nuova esistenza. Ogni
legame di consanguineità o di amicizia cogli antichi suoi pari è da lui
spezzato. Da quel momento in poi il contadino diviene il renitente,
l'infedel servo dell'affittaiuolo; e questi assume il carattere di
tiranno volgare, brutale, e talvolta crudele.

Il contadino che riesce a salire in più elevata sfera e a prendere posto
tra gli affittaiuoli, deve necessariamente possedere qualche dote
naturale di cui sieno privi i compagni de' suoi primi anni. Queste doti
sono per lo più l'accortezza, la dissimulazione, l'avidità di lucro, ed
un certo istinto che lo strascina verso alcune speculazioni piuttosto
che verso certe altre. Convien pure ch'egli non sia nè trattenuto nè
incomodato da delicatezze o da scrupoli di coscienza, nè da pietosi
riguardi per le sofferenze de' suoi dipendenti, o pel danno ch'ei
cagiona altrui affine di giovare a sè medesimo.

Queste facoltà naturali non sono già quelle che formano e che
distinguono l'onesto uomo ed il cristiano; e le ricchezze, che vanno
cumulandosi nelle mani di siffatti uomini, sono e rimangono sterili pel
paese. A quelle facoltà, che meglio sarebbero chiamate vizi, si aggiunge
a poco a poco l'orgoglio e la vanità generale del successo; poi
l'ambizione di ulteriori successi ed un odio acerbissimo contro tutto
ciò che gli si oppone, o che giova ad altrui piuttosto che a sè stesso.

Avvezzo dalla più tenera infanzia alle privazioni dell'estrema povertà,
il contadino arricchito tratta col massimo disprezzo i lamenti che gli
fanno i contadini rimasti poveri; ma ritiene di avere acquistato il
diritto di compensare a sè medesimo le sofferenze antiche colla più
ampia soddisfazione di tutti gli istinti materiali. Siccome però le
delicatezze, e le ricercatezze del lusso elegante, sono ad esso
sconosciute, gli istinti ch'ei vuol soddisfatti sono limitati al
mangiare, al bere, al fumare, all'annusare tabacco. I contadini che da
esso dipendono non hanno agli occhi suoi diritto alcuno di voler
migliorata la loro sorte. Perchè non seguono essi il suo esempio? Perchè
non seppero arricchirsi? Il povero deve patire; tale è la moralità del
contadino arricchito.

Un'esistenza così spoglia di aspirazioni elevate, di tenere affezioni e
di onesti propositi, deve necessariamente corrompere e degradare la
condizione morale di chi se ne accontenta; ed è cosa veramente
deplorabile che la sola industria in cui l'italiano abbia progredito con
qualche successo anche sotto il dominio straniero, la sola industria che
produce qualche vantaggio al paese, sia in parte almeno affidata ad una
classe d'uomini sì poco degna della sua missione. Nè v'ha speranza che
quel senso di religiosa fede, che regna generalmente negli animi dei
poveri abitanti delle campagne italiane e li mantiene entro certi
limiti, possa produrre simili effetti anco sui contadini arricchiti.
Questi ultimi si credono superiori alla semplice legge di Cristo, e si
assicurano della tolleranza e della condiscendenza del loro curato con
qualche dono o qualche invito alla loro mensa.

Ma se il contadino arricchito è il naturale nemico del contadino rimasto
povero, cotale inimicizia non è la sola che turbi ed avveleni l'animo
del primo; anzi è questa notevolmente superata dal timore e dall'odio
che l'affittaiuolo nutre verso il possidente del fondo da lui coltivato,
o come esso lo chiama, verso il padrone. Il povero contadino è
considerato dall'affittaiuolo come uno strumento, di cui si vale per
arricchirsi, ed al quale concederà qualche frazione delle ricchezze
acquistate per mantenerlo in istato di servirlo con eguale efficacia ed
alacrità. Ma il così detto padrone è il possessore delle ricchezze da
lui ambite, e di cui esso pretende spogliarlo. Al cospetto del padrone
il contadino arricchito si maschera e simula principii e sentimenti di
cui ride nel cuor suo. Col povero contadino il ricco non si cura di
sembrare diverso dal vero; e questa libertà di cui gode col povero,
posta a confronto della dissimulazione che gli è forza usare verso il
ricco, fa sì che esso abborre l'ultimo assai più del primo. Questo è
d'altronde compiutamente in sua balìa, mentre il padrone può
interrompere ad ogni momento il corso de' suoi guadagni. Dunque il
contadino arricchito teme il padrone, ed è temuto dal povero; per cui
ella è cosa naturalissima che il padrone sia l'oggetto dell'odio più
acerbo di cui è capace il cuore dell'affittaiuolo.

Non dovrebbe essere necessario di notare, che codesta pittura del
carattere di alcuni fra i nostri ricchi agricoltori non va applicata ad
ognuno di essi. Non solo v'hanno delle eccezioni, ma ve n'hanno molte;
ed eccezioni sarebbero forse meglio dette quei primi. Gli agricoltori
che prendono in affitto dei grossi tenimenti, non sono contadini
arricchiti, e non pochi fra questi appartengono a famiglie benestanti e
civili, poichè debbono necessariamente essere forniti di grossi capitali
per procacciarsi le così dette scorte del fondo, ossia le mandre, e il
bestiame da tiro e da soma, oltre il denaro occorrente per
l'anticipazione di un anno d'affitto, e per far fronte alle eventualità
di uno o di più falliti raccolti. Questi agricoltori ebbero naturalmente
un'educazione non inferiore a quella dei cittadini che si dedicano alle
professioni dell'ingegnere, dell'avvocato e del medico; e di tale
educazione le leggi ed i principii morali di onestà e di onore formano
parte integrante. Questi non ambiscono disonesti guadagni, e per ciò non
considerano il padrone del fondo come il nemico loro. Tali eccezioni
però non sono numerose abbastanza, perchè pochi sono gli uomini, che
cresciuti fra la gente colta, e le agiatezze della vita civile, scelgano
di rinunziare a queste e a quelle, per condurre una vita faticosa,
scevra d'ogni dolcezza civile, fra gente rozza, ignorante, e più
propensa al male che al bene. Alcuni, spinti da circostanze speciali o
da inclinazioni possenti, abbracciano la professione dell'affittaiuolo.
Avviene allora non di rado una trasformazione, che vale sempre più a
provare come la classe sociale degli affittaiuoli non sia in armonia coi
bisogni e coi progressi della nostra vita civile. Accade sovente che
l'uomo colto, educato per esser membro di una società colta, trovandosi
tutto ad un tratto fuori di essa, lasciato digiuno di ogni alimento
intellettuale, costretto ad applicarsi esclusivamente alla realizzazione
del maggior lucro che ottenere ei possa, non va guari che si vede
rapidamente cadere negli andamenti dei rozzi suoi compagni, cercarsi
delle distrazioni nei piaceri più volgari, e dimenticare a poco a poco
l'abito più elevato e spirituale de' suoi primi anni.

Altre eccezioni e più numerose s'incontrano in una categoria di ricchi
agricoltori, degni dell'universale rispetto. Evvi delle famiglie di
affittaiuoli che rimasero tali per più e più generazioni, il padre
morente affidando al primogenito l'incarico di proteggere e di reggere
l'orbata famiglia, questi assumendo l'autorità paterna, e i minori
fratelli sottomettendosi di buon animo alla sua autorità.

Codeste famiglie si sono serbate quasi intatte per più generazioni; ed
ebbero l'origine al tempo stesso in cui la stretta osservanza della
morale cristiana e cattolica, e il vivere al di fuori del turbine
cittadino una vita operosa e tranquilla, bastava a preservarle da ogni
corruzione di costumi e di principii.

Esse rimangono tuttora come monumenti di una età che lasciammo lungi
dietro di noi; le rispettiamo perchè rispettabili; non temiamo da esse
raggiri, nè perfidie, nè atti crudeli verso i poveri giornalieri; ma
sappiamo che la esistenza loro è oramai vicina al suo termine. Tali
esistenze patriarcali non ponno riprodursi nell'età nostra. Nessuna
campagna, per remota che sia, può difendersi ormai dalla invasione della
vita cittadina. Altre volte la società progrediva a lentissimi passi, e
le generazioni si sviluppavano a seconda della educazione ricevuta nella
infanzia, quando questa educazione fosse onesta e comprendesse gli
acquisti già compiuti della civiltà. Il padre poteva servire di esempio
e di modello al figlio. Oggi tutto è cangiato: l'educazione anche la più
completa non basta alla vita naturale dell'uomo, se questi non la
perpetua, ma commette l'errore di crederla sufficiente e di chiuderla.

I progressi delle scienze a cui si appoggia la civiltà sono ora così
rapidi, incessanti ed infiniti, che la vita di un uomo basta appena a
seguirli e a registrarli. L'età del riposo era aspettata dai nostri
padri, e giungeva per essi colla vecchiaia; oggi chi vuol riposare deve
isolarsi assolutamente dalla società, chiudere gli occhi, turarsi le
orecchie, ed ignorare le sorti de' suoi simili, perchè in tutto il
consorzio umano non v'ha più un angolo dedicato al riposo. Siamo entrati
nella sfera del progresso continuo, del moto perpetuo e sempre più
rapido. — Colui che dopo un decenne riposo rientrasse nella società
umana, troverebbe ogni cosa così cangiata, che gli sembrerebbe di stare
fra gente che non ha comune con lui neppure la origine.

L'era delle famiglie e dei costumi patriarcali è chiusa. Me ne duole
perchè erano monumenti di moralità, di doveroso affetto, e di pietà
sincera. Ma la società, che tende a' suoi fini, ha bisogno di altri
strumenti. Non mi estenderò più lungamente a parlare di questa categoria
di ricchi agricoltori italiani, sebbene sia oggidì non poco numerosa,
perchè la credo destinata a scomparire in breve dal nostro suolo. Non
vedo per essa nè posto, nè missione nella moderna società industriale.

Un problema che tutti i nostri ricchi agricoltori sono chiamati a
risolvere, e che dà loro molto da pensare, si è quello della educazione
dei figli.

Alcuni fra i padri di famiglia vogliono arricchire i figli del bene di
una educazione cittadina, e si preparano dei successori dottori in legge
o in medicina, che hanno imparato molte cose, ma nessuna di quelle a cui
sono destinati ad attendere. Altri padri al contrario si sdegnano al
solo pensiero che i figli loro abbiano da sapere ciò ch'essi ignorano, e
trasmettono loro esattamente la somma di cognizioni che ricevettero dai
padri loro.

Codeste educazioni hanno i peggiori risultati. L'ignoranza ch'era
pressochè innocua nei padri, perchè posti in un'atmosfera in armonia con
quella, diviene deplorabile e direi quasi mostruosa nel figlio, quando
esso trovasi in contatto con cose e con individui di troppo a lui
superiori. Ogni passo ch'esso muove, ogni via ch'esso tenta, lo rende
l'oggetto del pubblico scherno. Esso non sa difendere sè medesimo, nè i
propri interessi, se non coll'astuzia, colla bugia; e non potendo
misurare la propria inferiorità, nè giudicare accuratamente il valore
delle sue risorse, le adopera tutte, persuaso che danneggiando altrui,
giova a sè stesso.

Mi sono trattenuta così a lungo sulla classe dei nostri ricchi
agricoltori, perchè essa forma realmente uno degli strumenti principali
della nazionale prosperità; l'industria agricola essendo la sola che
possa sostenere il confronto colle industrie straniere, e trovandosi
essa assolutamente abbandonata alla classe dei ricchi agricoltori. Non è
superfluo che il paese, e la classe dei possidenti in particolare,
sappia su chi riposa la ricchezza della nazione.

Quando la nuova legge comunale italiana fu promulgata ed attivata nelle
nostre campagne, alcuni dei nostri affittaiuoli si accinsero ad una
ambiziosa intrapresa. Un certo numero di essi concepì il pensiero di
impadronirsi delle autorità che lo Statuto concedeva alle classi
popolari rurali. In molte località i voti dei contadini furono o
comperati o strappati con minaccie, ed andarono a favorire
l'affittaiuolo più ardito, più ambizioso del luogo. Volevano gli
affittaiuoli occupare tutti i sindacati, riempire i consigli comunali di
creature ad essi ligie e divote, imporre a loro capriccio i comuni,
impedire le riforme e i progressi della pubblica istruzione, la
costruzione di nuove strade che favoriscono le relazioni fra le varie
provincie italiane, farsi eleggere deputati, nutrire ed invigorire il
goffo malcontento dei contadini, mantenendoli oppressi sotto il triplice
flagello della miseria, della ignoranza e della superstizione, e
preparare il ritorno della dominazione straniera, ch'essi desiderano,
non per altro se non perchè considerano gli austriaci come i nemici
della classe dei possidenti.

Queste avare, ambiziose, e poco oneste mire non ebbero sin qui effetto
per varie ragioni. In qualche località furono tacitamente combattute da
alcuni uomini dabbene, che svelarono al popolo le trame ordite, e li
protessero contro le minacciate conseguenze della loro ribellione. Ma
nel maggior numero dei casi le congiure andarono a vuoto, perchè
concepite senza prudenza nè abilità di sorta. Il più vivo desiderio
degli agricoltori ambiziosi era il farsi eleggere deputati. Ciò
credevano di conseguire trascinando al collegio elettorale la
maggioranza dei voti del loro comune, maggioranza che si trasformava in
una impercettibile minoranza quando trovavasi a fronte dei votanti
dell'intero collegio.

Il perno dell'ambizione del nostro contadino arricchito essendo appunto
la deputazione, lo scacco toccatogli nelle elezioni gli tarpò le ali. Ma
questo sgomento non si perpetuerà; ed il ricco agricoltore, risoluto di
rappresentare al parlamento gli interessi agricoli, tesserà nuove trame
per rendersi gradito agli elettori. Se un certo numero di codesti
ambiziosi si fa strada nel parlamento, gli interessi agricoli della
nazione (interessi interamente estranei ai possidenti fondiari) verranno
presentati sotto falsi colori al pubblico e all'assemblea; i pretesi
rappresentanti di questi interessi acquisteranno una notevole influenza
sui loro colleghi, perchè saranno da essi considerati a priori come i
soli che bene li conoscano, e che abbiano ragione di volerli protetti.
Nessuno sognerà che l'agricoltore voglia arricchirsi rovinando
l'agricoltura e il paese; e ciò non accadrebbe diffatto, se la ignoranza
e la malignità del contadino arricchito non fossero del pari
grandissime, e se la noncuranza dei possidenti non le uguagliasse.

Importa assai che mentre le cose sono ancora in questo stato, i
possidenti prendano cognizione della condizione delle loro terre e
dell'agricoltura, dei trattamenti a cui soggiacciono i loro contadini,
delle conquiste operate nelle scienze naturali dalle vicine nazioni e
dei loro effetti sull'agricoltura, delle leggi economiche e finanziarie,
alle quali deve uniformarsi una nazione che voglia prosperare e non
sentirsi inferiore alle altre. In una parola il possidente deve assumere
per conto proprio quella parte della società agricola che l'agricoltore
tenta di usurpare per fini suoi privati e dannosi. Perchè permettere che
fra il contadino ed il signore, fra il popolo e la classe dei cittadini
colti, direi volontieri tra il padre e il figlio, sorga un intruso, il
cui intento è di seminar zizzania fra questo e quello, di presentare
l'uno all'altro sotto falsi e calunniosi colori, per rovinare il ricco e
per dominare il povero, e ciò perchè vittime anch'essi della più
profonda ignoranza e delle perverse passioni generate da questa, credono
(ed a torto il credono), di potersi innalzare sulle universali rovine?

Facciamo tutti ed ognuno di noi il nostro dovere. Ricordiamoci che in un
paese libero, governato dalla nazione stessa per mezzo de' suoi
rappresentanti, ogni uomo, per grande o per infima che sia la condizione
sua propria, è un servitore del pubblico, e non v'ha colpa o sciagura
nazionale di cui non debba sentire anch'esso rimorso e danno.
L'oppressione, sotto cui abbiamo troppo a lungo trascinata la vita, ne
ha insegnato a considerare il riposo come il degno oggetto delle nostre
legittime aspirazioni.

Fatale errore è quello che trova nella nostra costituzione fisica, come
popoli meridionali, un deplorabile ausiliario. Nessuno ha il diritto di
riposare, mentre la nazione sta componendosi ed ha bisogno di aiuto. Gli
infingardi sogliono giustificare la infingardaggine loro dicendo, che
v'hanno braccia sufficienti per compiere le opere incominciate, e per
portare il peso delle pubbliche faccende. Tale asserzione è falsa. Il
cittadino che non deve alla patria una parte delle sue facoltà, non può
essere che un uomo privo affatto di facoltà; ma colui che è capace di
operare qualche bene, non può rifiutare alla sua patria una parte de'
suoi talenti, della sua operosità, delle sue forze. Nè la nazione, nè il
governo non sono esseri distinti e divisi dal singolo cittadino, chè il
cittadino forma parte integrante dell'una e dell'altro. I governi
despotici hanno un'esistenza indipendente da quella della nazione
governata, e per conseguenza da quella degli individui di cui questa si
compone. Vi è quasi sempre un latente antagonismo fra il governo
despotico e la nazione governata dispoticamente; ma tale antagonismo non
si manifesta se non per accessi intermittenti, e negli intervalli di
calma l'osservatore superficiale può figurarsi che il governo e la
nazione altra relazione non abbiano oltre quella del padrone col servo.
— Ma in un paese libero, che si governa da sè medesimo, mediante i suoi
rappresentanti, non vi è atto governativo, non vi è vicenda nazionale a
cui un cittadino possa rimanere estraneo ed indifferente. Ognuno porta
la parte sua della responsabilità delle risoluzioni governative, siccome
ognuno divide e risente le conseguenze delle sciagure nazionali e dei
nazionali vantaggi.

Questo è quello che molti fra gli italiani ignorano, o fingono
d'ignorare, per non essere costretti dalla loro stessa coscienza ad
abbandonare le dolcezze dell'ozio ed arruolarsi fra gli operosi.

Pur troppo v'hanno fra noi molti giovani nati da illustri e cospicue
famiglie, educati a tutte le eleganti delicatezze della vita civile, che
menano vanto della loro inerzia e della loro indifferenza per le
pubbliche cose, che si dichiarano spettatori neutri dello svolgimento
nazionale, e credono di dar prova della superiore natura dell'ingegno
loro, criticando e deridendo tutto ciò che nel paese e dal paese si
opera. Non sanno essi forse che deridendo l'Italia e chi la rappresenta,
deridono sè stessi? E come possono essere rispettati dallo straniero, se
gli insegnano a sprezzare l'Italia? Se ad essi sembra che i
rappresentanti del paese nostro non lo rappresentano degnamente, lo
dichiarino schiettamente, ed espongano ad un tempo come dovrebbe essere
rappresentato, si dispongano a rappresentarlo, e facciano ogni sforzo
per mostrarsi più saggi e più benefici di chi li precedeva. Ma starsene
colle mani alla cintola, pavoneggiandosi della propria inerzia, e
contenti di versare biasimo, sospetto e ridicolo sopra coloro che alla
patria e al dovere hanno consacrato la vita e le facoltà, è questo un
contegno così odioso, che la innata generosità della giovinezza dovrebbe
bastare a preservarne la crescente generazione.

Quella tendenza al biasimare e al volgere in ridicolo qualsiasi cosa o
persona che a noi si presenti con aspetto grave, è una delle piaghe
d'Italia.

L'uomo educato e colto non sa frenare la vena sarcastica, e crede far
prova d'ingegno fino ed accorto, lasciandole libero il corso. Il
popolano che vede il nobile, il ricco, il potente trattare ogni cosa con
ischerno e leggerezza, impara a tenere in poco o nessun conto le cose
così derise. Quando venne pubblicato il nuovo codice italiano, non vi fu
legge o capitolo di esso che potesse sottrarsi alla sferza, non dirò dei
giureconsulti, ma di tutti coloro che sanno o che non sanno che cosa sia
un codice. I giornali criticavano ogni espressione del nuovo libro, e la
critica loro non era già la critica grave e ragionata che si conveniva
al soggetto; era la critica esagerata e contorta del Pasquino e
Marforio, ed era ripetuta da gran parte dei lettori, non perchè giusta,
vera e coraggiosa, ma perchè atta a promuovere le risa. Che cosa ne
risultò? Ne risultò questa deplorabile conseguenza, che una gran parte
del popolo non ha per la legge del suo paese quel rispetto, nè quella
cieca obbedienza, senza la quale il buon ordine e la moralità pubblica
sono impossibili. Mi si dirà forse, che se il popolo non rispetta la
legge, ciò avviene perchè gli esecutori della stessa non sanno farla
rispettare, o perchè la legge medesima non è rispettabile. — Vane
asserzioni. Il popolo non è in grado di giudicare del merito della
legge, e non dovrebbe creder lecito il tentarlo. Quanto alla taccia che
si appone agli esecutori di essa, l'accusa è facilmente rintuzzata;
poichè se gli esecutori della legge non la impongono con sufficiente
autorità e fermezza, ciò proviene dal disprezzo con cui la vedono
accolta da coloro che dovrebbero ciecamente seguirla. Se gli esecutori
della nostra legge meritano la taccia di debolezza, nessuno sapeva che
essi la meriterebbero, quando appunto fu pubblicato il codice, e la
derisione della legge non aspettò per manifestarsi che tale debolezza
fosse conosciuta. Se il popolo non si cura della legge, si è perchè vide
i suoi maggiori deriderla e farne soggetto dei loro motteggi. Se il buon
senso nazionale non pone rimedio a questa malaugurata condizione di
cose, verrà un giorno che il disprezzo popolare della legge produrrà
delitti e disordini infiniti; e la colpa di questi peserà sul cuore e
sulla coscienza dei beffeggiatori spensierati e frivoli, che non sanno
por freno alla sbrigliata loro lingua. — Lo stesso accadde per le nuove
imposte. Ella era cosa generalmente intesa e conosciuta che il peso
delle imposte, cadendo tutto intero ed esclusivamente sulla possidenza
fondiaria, era un'enorme ingiustizia, e rendeva impossibile il progresso
dell'agricoltura. La tassa sulla ricchezza mobile, cioè sui capitali e
sulle professioni, era desiderata e acclamata da tutti coloro che
possedevano le prime nozioni della pubblica economia, e considerata come
un futuro sollievo per la possidenza fondiaria, che è quanto dire per
l'agricoltura. Eppure non appena fu promulgata la legge che imponeva la
ricchezza mobile, ecco levarsi da ogni banda un coro di lamenti e
d'invettive, come se la nuova tassa fosse destinata a rovinare l'intero
paese, e giungesse improvvisa ed a tutti inaspettata. Egli è vero che la
legge era male concepita in alcune sue parti, e che il regolamento per
l'applicazione di essa, aggiungeva altri errori a quelli contenuti nella
legge stessa. Egli è vero, a cagion d'esempio, che il minimum della
rendita tassabile, fu stabilito troppo basso, poichè colui che guadagna
col lavoro delle sue mani 400 franchi all'anno, ed ha una famiglia da
mantenere, non può sottrarre una parte anche minima dal suo meschino
guadagno per soddisfare l'esattore, senza risentirne un grave danno.
Egli è vero altresì che i poveri non sono mai stati esonerati dal
pagamento delle imposte; che ogni capo di famiglia, per povero ch'ei
fosse, pagava altre volte il così detto testatico, ossia tassa
personale, dalla quale erano esclusi i soli mendicanti, e che il
testatico ammontava ad una somma pressochè tripla della tassa sul
minimum della rendita, tassa che non giunge a due franchi annui. — Ma
chi riflette a queste cose? La tassa sulla ricchezza mobile era
nuovamente imposta; e d'altra parte nessuno ama di spendere il suo
denaro altrimenti che per l'uso suo proprio. Dunque la nuova tassa
spiacque a tutti quelli che vi soggiacquero; e perchè spiaceva loro, non
si volle riconoscerne nè la giustizia nè la necessità, e si gridò contro
il governo come tiranno e spogliatore. La tassa era stata stanziata dai
rappresentanti della nazione; che importa? al solo governo fu imputata,
e chi avesse giudicato secondo quanto si vociferava nelle conversazioni,
sulle piazze e nei caffè, avrebbe concluso che il governo aveva ordinata
arbitrariamente questa nuova imposta per arricchire sè stesso, e non per
mettere il paese in condizioni tali che si potesse mantenere libero ed
indipendente. — La nazione italiana attraversa ora una difficile prova,
per acquistare e consolidare la sua libertà. Questa libertà, essa la
possiede, e ne gode così pienamente, che non potrebbe oltrepassarla,
senza cadere nel disordine e nell'anarchia. Ma l'acquisto di tanta
libertà le costò caro, ed ora essa ne sta pagando il prezzo. — Nulla
v'ha di più naturale, di più inevitabile. In sei anni abbiamo dovuto
raggiungere sulla via della civiltà tutte le nazioni che vi camminavano
da secoli, mentre noi eravamo rimasti immobili nelle tenebre
dell'ignoranza e della servitù, in cui ci tenne il dispotismo straniero.
Se gli italiani riflettessero freddamente, intenderebbero senza fatica
che le conquiste operate debbono costare sagrifizi ingenti, ed avendo
risoluto di operare tali conquiste, ne pagherebbero il costo senza
lagnarsi e senza accusare alcuno. Ma gli italiani, per quanto appare,
non sanno riflettere freddamente, e si consolano delle loro angustie,
imputandole ora a questo ed ora a quello. Somigliano in ciò i bambini,
che urtando in qualche mobile, si adirano contro lo stesso, e lo battono
fieramente, o per castigarlo o per dare sfogo all'ira loro e al loro
dispetto. Si direbbe che nessuno o quasi nessuno in Italia avesse
preveduto di dover comperare e pagare la sospirata libertà e
l'indipendenza, altrimenti che con pochi giorni di combattimento e di
entusiasmo. Occorrono invece lunghi e numerosi sacrifizi; e chi non sa
incontrarli con animo sereno e tranquillo, non è degno di quei sommi
beni, che sono la libertà e l'indipendenza. Ed è appunto la perpetua
ribellione contro la necessità di tali sacrifizi che li rende più gravi
e meno fecondi. La tassa sulla ricchezza mobile non era soltanto un atto
di giustizia e di convenienza; era altresì e principalmente un atto di
necessità, poichè senza un aumento determinato della rendita pubblica,
il paese era esposto ad un disonorevole fallimento. La commissione pel
riparto dell'imposta doveva raccogliere la somma voluta; ma essa non
poteva regolarne la distribuzione se non fondandosi sulle dichiarazioni
dei possessori di ricchezze mobili. Se questi avessero tutti operato
onestamente, dichiarando senza menzogna i capitali da essi posseduti, o
la rendita prodotta tanto dai capitali quanto dall'industria loro, la
tassa sarebbe caduta su quelli ch'erano atti a portarla, e che appena ne
avrebbero sentito il peso. Ma, cosa dolorosa e vergognosa a dirsi, pochi
furono quelli che non ricorsero alla menzogna. Persone che spendono una
grossa rendita, ne dichiarano la terza o la quarta parte. Molti
possessori di carte pubbliche si astennero dal dichiararle, e menarono
vanto di questa loro simulazione. Eppure la somma totale prefissa doveva
trovarsi, perchè necessaria alla conservazione del credito pubblico; e
molti di coloro ch'erano in grado e in obbligo di pagarla, essendosi
disonestamente sottratti all'adempimento del loro dovere, i poveri si
trovarono naturalmente assai più gravati che non dovevano esserlo.
Quindi lagnanze, malcontento ed accuse contro il governo spogliatore,
che levava il pane di bocca ai miseri. Chi diceva loro che il governo
non avea parte nella distribuzione della tassa, che le menzogne dei
ricchi e non la crudeltà del governo, erano la cagione dei loro
patimenti, non era ascoltato, e taluni cadevano in sospetto di
intendersela col governo, per ingannarli e spogliarli impunemente.

Nelle campagne abbandonate all'influenza dei contadini arricchiti, vi fu
di peggio. Gli affittaiuoli riescirono facilmente a farsi nominare
membri delle commissioni di riparto, dai consigli comunali che loro
obbediscono ciecamente; ed una volta in possesso della tassa, essi
trattarono sè medesimi e gli amici loro con tale indulgenza e
predilezione, che non pochi fra i poveri artigiani o mercantucci di
contado, infelici che non arriverebbero a mantenere le loro famiglie, se
la carità del padrone non venisse loro in aiuto, si videro tassati di
maggior somma che gli stessi ricchi agricoltori membri della
commissione. La nequizia di tale distribuzione era evidente, e doveva
essere imputata agli autori di essa, cioè ai membri delle commissioni;
ma questi insinuarono ai contadini che le vessazioni di cui erano le
vittime emanavano dal governo; e siccome il contadino sa di poter
maledire il governo impunemente, e teme di porsi in ostilità colla
classe degli affittaiuoli, perciò credette o finse di credere alle
menzogne dei commissari, e proruppe contro il governo in improperi e in
minacce, sapendo altresì che così facendo otteneva il favore del suo
clero. Il governo italiano rispetta la libertà del cittadino, direi
quasi con troppo scrupoloso rigore, e non si prende la libertà
d'intervenire nelle faccende che la costituzione ha riservate al
cittadino, e che al cittadino spetterebbero giustamente, quando esso
fosse onesto, sensato ed illuminato. Ma simili cittadini sono in picciol
numero fra di noi. Il cittadino, a cui viene affidata tanta parte del
governo nazionale, commette errori o colpe, o è vittima di accorti
raggiratori; e quando ha rovinato sè stesso e le cose a lui affidate,
accusa il governo dell'universale rovina, e biasimando amaramente
quello, si dispensa dal biasimare e dal correggere sè stesso.

Così accadde pure in proposito della emissione dei biglietti di banca a
corso forzoso. Simili misure, che pur troppo sono talvolta necessarie,
traggono sempre dietro di sè molti guai e molti disastri. Spetta ad ogni
cittadino di scemare la gravità di quelle tristi conseguenze, accettando
la propria parte nel danno comune, ed evitando di far pesare sugli altri
più di quanto deve agli altri toccare. Se tutti sentissero la necessità
di tal dovere, il danno prodotto dall'emissione della carta moneta non
sarebbe intollerabile per nessuno. Ciò che costituisce la ricchezza dei
facoltosi, non è il valore intrinseco del denaro ch'essi posseggono;
bensì il valore convenzionale che al denaro viene attribuito. Sì fatto
valore può essere trasportato ed applicato ad altri oggetti, senza
cagionare direttamente un gran turbamento nella condizione finanziaria
degli individui. Ciò che rende codeste misure pericolose, si è il
discredito che nasce dalle medesime, mentre tutti sanno che nessun
governo si appiglia ad esse se non per mancanza di altre risorse. E
questo gli nuoce ne' suoi negozi colle banche straniere, e
conseguentemente può arenare il commercio e l'industria. Ma quanto agli
effetti immediati della carta moneta sul ben essere dell'individuo
cittadino, questi sarebbero appena sensibili, se tutti vi si
rassegnassero onestamente. Ma così non accade. Non solo v'hanno molti
che non vogliono soggiacere nè a danni nè ad incomodi, ma v'hanno pure
di quelli che non esitano a trar profitto della sventura altrui, e che
speculano su di essa. Quanti comperarono immediatamente tutto il denaro
coniato già in circolazione, e negarono di cangiarlo coi biglietti di
banca se non ricavavano una somma assai maggiore dalla somma che davano,
attribuendo così alla carta un valore arbitrario assai al di sotto di
quello che le dava la legge! Allora incominciarono gli imbarazzi, i
danni reali, la confusione dei valori e dei loro surrogati. Il corso
forzoso della carta non valse a mantenerne il valore, poichè i mercanti
quasi tutti ricusavano di rimborsare, sia in denaro sia in carta, il di
più del valore degli oggetti che si pagavano colla carta. Voglio dire
che se uno voleva comperare un oggetto stimato cinquanta franchi, dando
un biglietto di cento franchi, e ricevendone indietro cinquanta, questi
incontrava un'invincibile resistenza nel mercante, e si vedeva costretto
o a pagare cento ciò che valeva cinquanta, o a comperare un supplemento
di mercanzia che lo addebitasse di cento franchi, o a costituirsi
debitore per l'oggetto di cinquanta, o a rinunziare all'acquisto di
esso.

Sulle prime s'imputavano questi inconvenienti all'inavvertenza del
governo, che aveva emessi soltanto dei biglietti di cento franchi,
invece di emetterne di venti, di dieci, di cinque, e persino di un
franco. Il governo si decise dunque di aderire al pubblico voto e di
emettere biglietti di minor valore. Ma appena questi comparvero, che di
bel nuovo sparirono: gli speculatori se n'erano impadroniti, e
l'illecito mercato, che li aveva arricchiti col cambio della carta
contro il denaro, ricominciò sul cambio dei grossi biglietti contro i
piccoli. Ed il pubblico, poco intelligente delle vere cagioni de' suoi
danni, si adirava contro il governo, che sebbene avesse promesso di
emettere gl'indicati biglietti, li emetteva in così piccola quantità che
diventava quasi impossibile di ottenerne. Certo che il governo avrebbe
potuto farne una nuova emissione; ma a che pro? Gli speculatori che
avevano fatto monopolio dei primi, lo avrebbero fatto anche dei secondi,
e la condizione del popolo non sarebbe punto migliorata.

Poscia fu promulgato il prestito forzoso. La somma chiesta dal governo
fu assai minore di quella generalmente aspettata. Le condizioni fatte ai
fornitori del denaro erano così favorevoli, che un capitalista avrebbe
trovato difficilmente un migliore impiego de' suoi capitali. I
capitalisti non hanno durato fatica ad intendere il loro interesse; ma
non soddisfatti del lecito profitto ad essi riservato dalla legge,
alcuni di essi, sotto il manto di una lodevole sollecitudine pel
pubblico bene, hanno come preso ad appalto il debito di certe località,
anticipando i capitali a chi ne difettava (e questi disgraziatamente
sono molti), vendendo il loro denaro a caro prezzo, ed usurpando con ciò
il profitto che la legge aveva destinato a tutti. Quando i ricchi, e
generalmente parlando le persone poste in condizione eminente, danno
l'esempio della cupidità e della rilasciatezza nei principii di
moralità, tale esempio è seguito con ardore da ogni classe di persone.
Ella è cosa dolorosa e vergognosa ad un tempo il vedere i pubblici
impiegati, sia delle ferrovie, sia d'altre pubbliche aziende, rifiutare
la carta che vien loro presentata, e rispondere ai meritati rimproveri
che loro si fanno con un ghigno malizioso ed insolente, che tali sono
gli ordini del governo, che al governo debbono rivolgersi per ottenere
giustizia, risarcimento, ecc. ecc. E le vittime della disonestà
cittadina maledicono il governo, che altra parte non ebbe nei loro
danni, se non col forse soverchio rispetto dell'individuale libertà, e
coll'astenersi d'intervenire nelle private convenzioni quando non ne era
richiesto da alcuna delle parti. Il nostro governo, il ripeto, rispetta
la cittadina libertà, come va rispettata da un governo costituzionale,
in un paese libero, le cui popolazioni apprezzano il benefizio della
libertà, e se ne mantengono degne, seguendo i dettami di una rigorosa
moralità. Disgraziatamente il paese nostro non corrisponde al rispetto
che a lui mostra il governo. Questo tratta il paese come degno e capace
di una libertà pressochè illimitata; ma il paese non è per anco nè degno
nè capace di esercitare senza tutela i privilegi di tanta libertà. In
certe classi cittadine l'amore del lucro domina ogni altro sentimento, e
la libertà è impiegata ad ottenerne gli intenti con qualsiasi mezzo. In
altre l'amore dell'ozio si è impadronito dei cittadini, riducendoli alla
indecorosa condizione di spettatori dei pubblici eventi, mentre
dovrebbero prendere in essi la loro parte. Tutte le istituzioni che
assicurano la patria libertà, cadono in disuso e sono neglette per la
pigrizia di chi dovrebbe difenderle.

Vedete la guardia nazionale, che arma il paese contro qualsiasi
usurpazione, sia del governo, sia delle fazioni; che mette l'ordine e la
sicurezza pubblica sotto la salvaguardia dei cittadini, e li avvezza al
maneggio delle armi, sicchè possano, quando ne nasca il bisogno,
trasformarsi prontamente in soldati. Gli amatori dell'ozio, fanno le
beffe di così bella istituzione, per iscusarsi di non assumerne i pesi;
e le file della milizia nazionale vanno di giorno in giorno diradandosi.
— Vedete l'istituzione dei giurati. Le liste dei cittadini, destinati a
sentenziare sulla colpabilità degli accusati, si compongono in gran
parte di persone ignoranti, o svogliate, che considerano questo
privilegio e questo diritto cittadino come un attentato contro i loro
comodi e quell'altro loro diritto di starsene colle mani alla cintola. —
Vedete il più importante, il più prezioso di tutti i diritti cittadini;
quello cioè che concede alle popolazioni di mandare al parlamento i loro
deputati, ch'è quanto dire di esercitare mediante i loro rappresentanti
la sovrana autorità. Tale istituzione anch'essa fu prima beffeggiata e
poi negletta; per modo che ai collegi elettorali non interviene ormai
che una piccola frazione degli elettori iscritti, e la deputazione forse
nulla più rappresenta, che i maneggi di alcuni ambiziosi e la colpevole
indifferenza dei più. Ed anche di ciò si scusano i pigri, trattando con
disprezzo quell'istituzione, prima colonna della nazionale libertà.
Udite con che scherno parlano gli oziosi della rappresentanza nazionale!
I deputati altro non fanno che ciarlare ed attendere ai privati loro
interessi. Se si risponde loro che, ciò supposto vero, tanto più corre
ad essi l'obbligo di scegliere con maggior accuratezza i nuovi deputati,
alzano le spalle, affermando che tutti gli aspiranti alla deputazione
sono della medesima tempra, che l'occuparsi di elezioni altro non è che
un perditempo, ecc. ecc.

Sembra a vederli e ad udirli che in questi sei anni essi abbiano
penetrato nelle profondità del governo costituzionale, e ne abbiano
riconosciuta tutta la inanità. Le istituzioni che l'Inghilterra difende
e mantiene con gelosa cura da tanti secoli; le istituzioni che la
Francia ha comperato con tante rivoluzioni e tanto sangue, che non seppe
conservare, e dietro le quali sospira con rammarico e dolore; le
istituzioni che l'Europa intera si sforza di ottenere, e che ottenute
soddisfano le aspirazioni liberali dei popoli più civili; le istituzioni
che nel corso di due secoli crearono l'America, e la resero l'oggetto
dell'universale meraviglia; queste benefiche, queste nobili istituzioni,
noi, nati ieri, le abbiamo giudicate nello spazio di sette anni, e le
abbiamo condannate come cose puerili, vane ed indegne del nostro
rispetto. Mi perdonino i miei compatrioti, se dico loro che un tale
giudizio è indegno di una nazione che rispetta sè medesima, e che vuol
essere libera ed indipendente.

La guerra del 66 ha messo in chiaro una verità importantissima, ed è che
la scienza, l'intelletto e la coltura intellettuale valgono più del
numero, della forza e del coraggio anche sui campi di battaglia. A qual
cagione si attribuiscono i mirabili trionfi della Prussia? Alla scienza
de' suoi generali, e al fatto che nessun cittadino è ammesso nelle file
dei difensori del paese, se non ha seduto pel corso di sei anni sulle
panche delle pubbliche scuole. Questa verità, questa superiorità del
sapere sovra la forza materiale fu confessata da tutti; e si confessava
altresì che il poco successo delle nostre armi deve essere imputato alla
nostra ignoranza. Ne gioverà essa questa lezione? L'avvenire risponderà;
ma quanto al passato fa d'uopo avvertire che in questi ultimi sei anni
l'ignoranza nostra andò sempre crescendo. Gli studenti disertano le
università, i professori, stanchi di professare nelle aule vuote,
disertano le cattedre; e l'ultimo ostacolo posto alla prepotenza
dell'ignoranza, il rigore dei pubblici esami, è rovesciato dagli
studenti, che tratto tratto si ribellano, si rifiutano agli esami, ed
esigono che il governo abbandoni il sistema che li costringe ad aprire
qualche libro. E il governo cede a tali deplorabili esigenze, per
evitare il disordine, gli scandali e la taccia di pedantesca tirannide.
Il governo dovrebbe resistere, punire i rivoltosi, e mantenere la regola
stabilita; ma egli è pur troppo vero che l'intolleranza degli oziosi è
giunta a tale estremo, che la resistenza e la fermezza del governo
darebbe luogo sulle prime ad ogni sorta di calunniose imputazioni e
forse anco a scene scandalose. Il governo in questa occasione, come in
tante altre, si comporta come dovrebbe comportarsi verso una nazione
civile e degna della libertà: lascia che la nazione si governi da sè,
seguendo i proprii lumi, le proprie facoltà. Ma si è egli assicurato che
noi siamo in grado di governarci da noi? Se il governo volesse
sciogliere questo problema, scoprirebbe tosto la nostra insufficienza;
ma esso non si crede in diritto di varcare i confini stabiliti dallo
statuto. Lo statuto costituzionale suppone una nazione civile,
intelligente ed onesta; perciò ha fissato al governo certi limiti, oltre
i quali esso non si è mai spinto. Esso si mantiene scrupolosamente
fedele al giuramento prestato, e nessuno può di ciò biasimarlo: la
nostra disgrazia consiste nell'avere uno statuto forse troppo largamente
liberale; ma quando questo fu promulgato doveva reggere una sola
provincia italiana, una delle più incivilite ed illuminate, se non la
più civile e colta. La libertà di cui questa non avrebbe abusato,
diventa eccessiva quando concessa all'intera nazione.

Noi non pretendiamo che i componenti il nostro governo non abbiano
commesso errori, ed errori gravi. Ne abbiamo notati parecchi, e li
abbiamo amaramente deplorati. — Ma ciò che vorremmo chiarire agli occhi
della nazione si è il fatto, che codesti errori non furono commessi da
un ente morale da essa distinto e ad essa estraneo. Il governo italiano
altro non essendo se non una rappresentanza della nazione italiana, da
questa stessa emanata, i difetti che si osservano nel nostro governo,
sono i difetti nostri; i suoi errori, gli errori nostri, ai quali esso
partecipa come partecipa alle nostre virtù.

La più cospicua di queste ultime, quella però da cui sorgono per noi e
pel governo nostro molti danni, si è l'immaculato rispetto delle
nazionali libertà, e dello statuto che a noi le assicura e le
garantisce. — Vi è chi parla ancora del governo repubblicano come del
solo sotto cui sieno sicure codeste libertà; ma nessuno che non sia
traviato ed illuso dal vano rimbombo di sonore parole, nessuno che non
abbia interamente perduto il senso comune, non vede che le libertà
nostre sono piuttosto eccessive che imperfette. — La prova ne sta
appunto nell'abuso che di esse facciamo, e nella costanza con cui il
governo si astiene dall'approfittare dei nostri falli per abolirle. Chi
può dire che vi sia maggior libertà nei cantoni elvetici (la sola
repubblica esistente in Europa), o che si godessero maggiori libertà in
Francia, quando questa reggevasi a repubblica, e i suoi cittadini
espiavano col sangue la terribile colpa di chiamare i loro figli coi
nomi dei padri loro, o di pregare Iddio nel modo che ad essi era stato
insegnato dalle loro madri? La stampa non è forse piuttosto licenziosa
che libera? Il diritto di riunione non fu esso sempre rispettato, sino a
che non divenne sinonimo di disordine? Ed oggi ancora, dopo tanti
sfortunati esperimenti, un tal diritto non è forse mantenuto, e
ristretto soltanto in particolari circostanze, in casi affatto
eccezionali? Le elezioni dei deputati al parlamento non sono esse così
libere, che vediamo poi la camera stessa, formata da quelle, cassarne un
gran numero? Non parlerò della stranezza delle opinioni così
rappresentate nel parlamento: ricorderò solo che vi fu una elezione
cassata dalla camera, perchè l'eletto aveva subìto condanne infamanti,
non già per delitti politici, ma per delitti ordinari, e che il governo
italiano non era intervenuto ad impedirla, fidando pazientemente nella
revisione parlamentare. Credo che così facendo il governo seguisse
religiosamente la via che gli tracciava lo statuto e la legge
elettorale; ma, lo ripeto per la centesima volta, vi sono dei paesi e
dei tempi in cui la stretta legalità può essere fonte di gravi danni.

Una gran parte degli uomini che ne governano, e la real famiglia intorno
alla quale va stringendosi l'Italia, governarono sino al 59 un picciol
paese, una picciola, ma forte e saggia popolazione: quindi si trovarono
quasi magicamente trasportati alla testa di una nazione di oltre venti
milioni di anime, sparse lungo la penisola italica, colla missione di
formare uno stato compatto di tanti stati divisi, e spesso stati nemici
fra di loro; di comporli a nazione; di correggere, o, diciamo meglio, di
distruggere i letali effetti di tanti secoli di servitù e di pessimo
reggimento; di dotare le provincie annesse dei benefizi di una civiltà,
da cui i loro governi assoluti e tirannici le avevano tenute
deliberatamente lontane, e al tempo stesso di difendersi dai nemici che
tuttora rimanevano sul nostro territorio, e di metterci in grado di
scacciarnelo al più presto. Tutto ciò richiedeva ingenti somme di
danaro; attività straordinaria; acutezza d'intelletto, prudenza
instancabile, impero assoluto sulle proprie passioni, che mai non
debbono dominare l'uomo di stato; coraggio a tutta prova, sì morale che
fisico, sagacità, perspicacia, prontezza e sicurezza di concetto,
fermezza e precisione nell'esecuzione dei ponderati disegni,
disinteresse personale, probità riconosciuta, onoratezza, lealtà,
veracità, ossia avversione invincibile alla menzogna. Tali sono, (e ne
ho tralasciate altre molte) le doti, in parte naturali ed in parte
acquisite, che debbono distinguere i ministri di uno stato retto
costituzionalmente. Uomini siffatti sono poco numerosi in qualsiasi
contrada: rarissimi tra noi, così di recente nati alla vita sociale e
politica. — Uno ne avevamo, che sarebbe stato il primo fra i sommi delle
nazioni più incivilite e colte, come la Francia e la stessa Inghilterra.
Si sarebbe detto in vero che la Provvidenza ne aveva fatto dono di uno
di questi, per sottrarci a quella secolare servitù, che ci disonorava, e
minacciava di perpetuarsi a nostro danno. Ma se la Provvidenza ce lo
aveva dato, convien dire ch'essa ce lo ha ritolto; e lo ritolse prima
ch'egli provasse nella sua piena amarezza l'ingratitudine di una nazione
che da lui teneva l'esistenza, ossia l'indipendenza e la libertà. Forse
che la Provvidenza volle farne conoscere, e toccare con mano, quanto era
per noi malagevole il guidarci nei torbidi mari della politica, della
diplomazia, e dello spirito di parte. — Fra tanti ministri che si sono
succeduti al nostro governo dopo la morte del conte Cavour, non credo
che si possa senza ingiustizia condannarne un solo come assolutamente
inetto, o come disleale e traditore. E difatto nessuno fra i più
accaniti oppositori che alcuni collegi elettorali mandarono al
parlamento colla espressa missione di rovesciare almeno un gabinetto,
nessuno fra quegli stessi deputati che ricevono da Giuseppe Mazzini le
loro inspirazioni, si provò d'intentare una formale accusa contro un
ministro. Se i nostri ministri commisero errori, chi non ne avrebbe
commessi al loro posto? Gli errori di coloro che reggono uno stato,
vanno annoverati fra le piaghe inerenti alla natura degli uomini e delle
cose, che nessuna umana prudenza e previdenza potrà mai cicatrizzare o
evitare. Al governo italiano spettava il dovere di fare un'Italia,
dotandola di libertà e d'indipendenza. L'Italia è fatta, libera ed
indipendente. Si dovrebbe condurre il nostro governo al Campidoglio,
piuttosto che alla Rupe Tarpea.



CAPITOLO QUARTO

SPIRITO DI PARTE


Con questa locuzione, _Spirito di parte_, intendo accennare ad un
sentimento che lega fra loro i partigiani di una dottrina, o i seguaci
di un uomo qualunque egli siasi, quando questo sentimento abbia
raggiunto l'esaltamento della passione, a tal segno da acciecare chi da
esso è dominato, da offuscarne l'intelletto, e far sì che la dottrina, o
l'uomo oggetto di quella idolatria, si anteponga ad ogni altra cosa, e
che il sostenere questo o quella sembri il primo, anzi l'unico dovere
imposto al partigiano.

Una fazione composta di uomini così fatti è sempre pericolosa pel paese
dove si è formata. I cittadini che ad essa appartengono non conoscono
più nè patria, nè patriottismo, e più non si curano nè di libertà, nè di
nazionalità, nè d'indipendenza; o, per dir meglio, confondono tutte
queste cose, le credono concentrate nella loro stessa fazione, e
pretendono che adoperandosi al suo trionfo, adempiono ai loro più
imperiosi doveri verso la patria, e le procurino ogni sorta di beni,
libertà cioè, nazionalità, indipendenza, prosperità, fama, ecc. ecc.

Convincere dell'error suo un uomo invaso dallo spirito di parte, è cosa
pressochè impossibile; ed è perciò che, non solo gli uomini di opinioni
moderate, i patriotti, e gli amici dell'ordine nell'amministrazione
delle pubbliche cose, rifuggono da tutto ciò che riveste l'aspetto di
fazione, ma che i faziosi stessi, i meno accecati ad ogni evento, si
mostrano bene spesso desiderosi di non essere confusi con quelli che
accettano il titolo di faziosi; e vanno ripetendo: che non appartengono
a fazione veruna; che sono indipendenti da qualsiasi legame di parte;
che parlano per convinzione loro propria, e non perchè così parlano i
loro amici, ecc. ecc.; e tali proteste hanno per iscopo di ottenere
l'attenzione di chi li ascolta o li legge, essendo a tutti noto che le
opinioni dettate dallo spirito di parte non sono generalmente tenute in
alcun conto. — Il che solo dovrebbe bastare ad emancipare dallo spirito
di parte ogni uomo di sano intelletto e di buona volontà.

Ma appunto perchè dallo spirito di parte si ripetono molti scandali,
disordini e sciagure, non di rado avviene che ad un fantasma di fazione
o di spirito di parte s'imputino i poco fondati malcontenti, le assurde
pretese, le esagerate opinioni, la intolleranza di ogni salutare
disciplina, il negato rispetto alla legge, e tutte quelle pecche civili
e politiche, a fronte delle quali riesce troppo difficile il governare,
e diventa pericolosa la libertà, mentre l'accusato spirito di parte non
esiste di fatto. Ciò si verifica sovente in Italia, e ne vediamo ogni
giorno gli esempi.

Molti sono da noi i malcontenti. — Ambiziosi, delusi nelle loro
speranze, animi poco generosi e poco divoti alla patria, feriti nei loro
interessi, e costretti a pagare le sempre crescenti imposte, senza le
quali non sussisterebbe l'Italia; oziosi, turbati nel pacifico godimento
degli agi loro; timidi, che sentono per la prima volta rossore della
loro codardia; impazienti, che vorrebbero seminare e raccogliere nello
stesso giorno; stolti, che non intendono perchè occorra di aver seminato
per raccogliere; fanatici, che sognavano la creazione spontanea di un
nuovo paradiso terrestre. Tutti questi e molti altri ancora, che
tralascio di nominare per amore di brevità, sono e si dichiarano
malcontenti del modo con cui siamo governati, perchè al governo
s'imputano sempre gli errori dei governati. Codesti malcontenti, che
malcontenti sarebbero sotto qualunque reggimento o forma di reggimento,
si sforzano di dare al malcontento loro un certo aspetto di
disinteresse, che lo nobiliti e lo innalzi al di sopra delle puerili
loro lagnanze.

Essi cercano inoltre di appoggiarsi ad altri malcontenti, che sappiano
farsi un'arma del loro malcontento, e collegarlo a certe dottrine
politiche, imputando le sventure di cui si lagnano al poco gradimento
che codeste dottrine incontrarono nel maggior numero degli italiani. —
In tal modo quei pochi repubblicani, che si mantengono ostili al nostro
governo e all'Italia, perchè sono divoti alla forma di reggimento
repubblicana più che all'Italia stessa, si vedono sovente seguiti,
ascoltati, invocati, e portati alle stelle, da una turba di malcontenti,
che loro si stringono intorno, perchè da essi sperano udire parole di
conforto, in armonia coi loro sentimenti; e per parlare schiettamente e
senza velo, perchè sono certi di udirsi dire che hanno ragione di
maledire l'attuale ordinamento di cose, e gli uomini posti al governo
del paese. Così si compongono le moltitudini che assistono ai così detti
_meetings_, tenuti da qualche famigerato repubblicano che trovasi di
passaggio nelle nostre città. Così si fanno le elezioni, quando gli
amici delle agitazioni politiche affiggono sulle mura delle città o dei
borghi cartelloni, su cui sta scritto il nome di un agitatore con simili
raccomandazioni: Elettori! se volete por fine agli abusi, alle
illegalità, alle malversazioni, ecc. ecc. di cui a ragione vi lagnate,
scegliete per vostro rappresentante il cittadino N. N. Così acquistano
abbonati e lettori i fogli periodici, qualunque ne sia il valore ed il
merito, che si diedero la missione di biasimare e di condannare ogni
atto governativo.

Ma se alcuno da questi fatti credesse di concludere che la moltitudine
accorsa ad udire le parole di un ben noto repubblicano, o gli elettori
che lo scelsero a loro rappresentante, o tutti quelli che leggono
avidamente le sue quotidiane diatribe contro il governo, ne approvano, e
ne dividono le opinioni e le dottrine; egli commetterebbe un madornale
errore, e mostrerebbe di non conoscere la natura di quelle genti. —
Credo che da per tutto i malcontenti tendano ad associarsi ad altri
malcontenti, senza indagare se la cagione del comune malcontento sia la
stessa per gli uni come per gli altri; ma nel nostro paese questa
tendenza deve essere più diffusa ancora che altrove, perchè le passioni
vi sono più ardenti, impetuose e spensierate, che nei paesi più freddi e
meglio assestati. — Se ai partigiani delle dottrine repubblicane non si
unissero i partigiani di ciò che non esiste, ossia gli oppositori di
tutto ciò che esiste, si vedrebbe a che si riduce da noi la fazione
repubblicana. — E lo vedrebbero ben tosto i pochi repubblicani che
tuttora si mantengono tali, e sono per così dire monumenti dell'epoca
dei lunghi esilii politici, e della patria servitù, se per uno di quelli
accidenti, impossibili a prevedersi, si trovassero un giorno assunti al
potere: vedrebbero ben tosto, con qual fondamento supposero che i
malcontenti di un governo monarchico dovessero essere partigiani divoti
di un governo repubblicano. E siccome i repubblicani, che ora suppungo
assunti al potere, non potrebbero nè prodigare gli onori e gli impieghi
agli oziosi, nè contentarsi delle spontanee largizioni di coloro che si
sdegnano contro il regolare sistema delle imposte, nè pesare ed
apprezzare il valore di ogni singolo cittadino colla bilancia della sua
individuale ambizione; i repubblicani saliti in seggio si vedrebbero
tosto abbandonati da coloro che li seguivano un tempo, non perchè ne
dividessero le opinioni, ma perchè li consideravano come malcontenti di
ciò che non era di loro soddisfazione.

A parer mio lo _spirito di parte_ propriamente detto non esiste in
Italia, per quanto si riferisce alla fazione repubblicana.

In tutti i paesi che furono subitamente sconvolti da rivoluzioni
politiche, e che mutarono rapidamente un reggimento in un altro affatto
opposto, rimangono certe memorie, certe abitudini, certe tendenze a
vedere e a giudicare ogni cosa sotto l'aspetto in cui si sarebbero
vedute e giudicate altre volte, certa facilità di obliare gli
inconvenienti del distrutto governo, e di anteporlo a quello che gli è
subentrato, i cui difetti, perchè presenti, appaiono assai più odiosi di
quelli di cui più non esiste che la memoria; e da tutte queste
abitudini, da queste tendenze, da queste memorie nasce una fazione
politica, che ha per oggetto il ritorno al passato, e da cui si dà nome
di retrograda, o di partito della reazione, perchè i suoi seguaci
reagiscono difatti contro il primo e forse esagerato amore dei mutamenti
e delle novità che producono le rivoluzioni. — Questo ritorno alle idee
e al modo di sentire del passato, fu quasi sempre la vera cagione degli
eccessi a cui si portarono troppo sovente i novatori, o rivoluzionari,
perchè il pensiero di ricadere nell'abisso, da cui con tanti sacrifizi,
e con tanti sforzi riescirono di recente ad uscire, sembra ad essi la
maggiore sventura e la più vergognosa catastrofe che mai possa loro
accadere; cosicchè i _retrogradi_ sono dai _novatori_ considerati come
propri nemici e nemici della pubblica salvezza, e fra gli uni e gli
altri si accendono le ire più implacabili e violenti.

Da noi non esiste la fazione politicamente retrograda, e perciò non sono
neppure da temersi gli eccessi dei novatori. — V'hanno bensì taluni che
confrontando l'amministrazione dei cessati governi, o il regolare
andamento della procedura civile, o tale altra frazione del vecchio
ordinamento, con ciò che fu loro sostituito, giudicano le prime
superiori alle seconde; e se tale confronto è fatto da chi abbia
appartenuto all'antica e non appartenga all'attuale amministrazione, può
darsi che la inferiorità di quest'ultima non sia da lui riconosciuta
senza un segreto contento. Ma nessuno fra gli italiani, neppure fra
coloro che hanno perduto, per gli avvenimenti del 59 e del 60, potere e
ricchezze, rimpiange il cessato dominio, ed ardisce desiderarne il
ristabilimento, foss'anco nel più segreto del cuor suo. — Dicesi che fra
i principi e i duchi della corte Borbonica si trovano dei dolenti per
quella antica casa reale, e degli invincibili renitenti all'ordine
attuale delle cose nostre. — Di ciò sono ignara; ma ciò di cui sono
convinta si è, che quei renitenti (supposto che ve ne sieno di fatto)
non sanno precisamente nè che cosa rimpiangono, nè che cosa desiderano.
E se stesse nelle mani di uno di essi l'avvenire del regno d'Italia,
dubito assai che gli reggesse l'animo di distruggerlo. Molte cose si
dicono, che non si direbbero se le parole avessero l'importanza dei
fatti. — Il piangere sulle sventure di una casa caduta dal trono nel
nulla, ha un non so che di poetico e d'innocuo, che può sedurre chi non
ha mai veduto oltre l'esterno delle cose, e non ha mai pensato alla
parità dei diritti concessi da Dio a tutte le sue creature, e per
conseguenza alla somma di benefizi necessari perchè il potere assoluto
dei sovrani sia legittimo o per lo meno giustificato. Ma chi parla senza
riflettere, non opererebbe sempre colla egual leggerezza ed
inconsideratezza. D'altra parte questi divoti agli antichi padroni non
saranno mai in numero sufficiente per formare neppure un nucleo di
fazione politica. Il passato non ha lasciato fra noi che amarissime
memorie, dolorosissime cicatrici; e se a quei malcontenti, che più
aspramente si lagnano del governo italiano, venisse dimostrato che colle
loro lagnanze essi rendono possibile il ritorno del passato, tutti
farebbero silenzio, ed in questo persisterebbero quanto lo permetterebbe
il loro naturale, oltremodo inclinato alla critica ed al biasimo. — Il
solo partito che potrebbe far valere alcun titolo al nome di fazione
politica, ed i cui membri siano veramente sostenuti, animati, e condotti
dallo spirito di parte, si è il partito così detto _clericale_. Questo
sa che cosa vuole, e perchè lo vuole, riconosce dei capi, e da questi si
lascia guidare.

Ogni fazione politica si divide in due categorie: l'una comprende gli
uomini di buona fede, che si sforzano di conseguire un risultato, perchè
lo credono giusto e salutare; l'altro si compone di ambiziosi o di
cupidi, che dal trionfo della loro fazione aspettano il privato loro
vantaggio. — Di questi ultimi non occorre parlare, poichè sono in ogni
tempo e in ogni condizione i medesimi; ma i primi hanno un carattere
proprio, che li distingue dai clericali politici di qualsiasi altro
paese, e di questi parlerò con qualche estensione.

La _fazione clericale_ è naturalmente e in ogni dove la più formidabile
delle fazioni politiche: non solo perchè ne è la più compatta, la meglio
disciplinata, la più docile ai comandi de' suoi capi, e quella i cui
capi sono più prudenti, più accorti e più illuminati di tutti; ma
altresì perchè i faziosi che ad essa appartengono credono, mantenendosi
tali ed operando come tali, di compiere un sacrosanto dovere, e sono
convinti di riceverne quindi una rimunerazione che di gran lunga avanza
ogni terrena, ogni mondana prosperità o ventura. La superiorità di tale
fazione sopra qualsiasi altra è dovuta inoltre alla sua tendenza ad
unirsi e ad associarsi a tutti coloro che piangono altri beni perduti, e
che per un motivo o per l'altro sono a buon diritto annoverati fra i
retrogradi. — Questo nome di retrogradi si applica generalmente ai
clericali, che vorrebbero ricondurre le moderne società ai tempi in cui
il clero primeggiava per la sua superiore istruzione e coltura, e gli
venivano attribuite autorità e virtù speciali, come suoi esclusivi
privilegi. Questa tendenza della fazione clericale ad impossessarsi e ad
inscrivere su' suoi roli tutti i retrogradi, non si verifica nei
clericali italiani del secolo decimonono. — In primo luogo il rinforzo,
che i retrogradi fornirebbero alla fazione clericale coll'unirsi ad
essa, sarebbe di pochissimo momento; ma il discredito in cui sono fra
noi caduti i retrogradi è tale, che la loro alleanza colla suddetta
fazione potrebbe riescirle dannosa ed indebolirla, distaccando da essa
molti de' suoi partigiani, i quali essendo di buona fede vogliono
conservare i beni politici acquistati nel 59, cioè la libertà e
l'indipendenza, segnando loro per limite le prerogative e le immunità
ecclesiastiche o clericali; quelli insomma che sottoscrivono alla
massima del Cavour, _libera Chiesa in libero Stato_, dando però a quelle
parole un significato assai diverso da quello che loro dava lo stesso
Cavour, cioè confondendo la libertà della Chiesa coll'autorità e col
potere de' suoi ministri. — Cavour intendeva dire, che il capo dello
Stato non doveva considerarsi come capo della Chiesa, nè seguire in ciò
l'esempio di Enrico VIII d'Inghilterra, nè quello degli Czar della
Russia, nè di alcuni altri sovrani di nazioni che professano la
religione cristiana riformata; ma che la Chiesa italiana doveva essere
indipendente nelle sue relazioni colle coscienze dei fedeli, e in tutte
quelle cose che non cadono sotto il dominio della legge civile; mentre i
clericali che sottoscrivono al detto, _libera Chiesa in libero Stato_,
intendono che la Chiesa, ossia il clero sia libero di modificare
l'ordinamento politico e civile, opponendosi ad esso quando ciò gli
sembra opportuno, e debba conservare nella sua qualità di clero quelle
immunità e privilegi, di cui godeva nel passato, ed a cui nessun laico
pretende. — Ognun vede quale differenza passi fra codesti clericali ed i
retrogradi, i quali vorrebbero richiamare il passato con tutte le sue
sciagure e le sue vergogne. Ed i nostri clericali sentono così
fortemente il bisogno di appoggiarsi a tale differenza, loro
salvaguardia rispetto alla pubblica opinione, che ne menano gran vanto;
e quand'anco i retrogradi fossero assai più numerosi che non lo sono di
fatto fra noi, credo che i clericali ne respingerebbero l'alleanza,
piuttosto che correre il pericolo di essere confusi con loro.

La rivoluzione, o per meglio dire il risorgimento della nazione
italiana, ha creato un inevitabile antagonismo fra il clero e la parte
laica di essa. — La più apparente origine di tale antagonismo si fu la
quistione romana, cioè la pretesa (giusta a parer nostro) di considerar
Roma come qualunque altra città italiana, di lasciare ai romani la
facoltà di disporre di sè stessi, e di scegliere se vogliono rimanere
sudditi del Pontefice, o unirsi a tutto il rimanente d'Italia, di cui la
città loro sarebbe necessariamente, perchè naturalmente, la capitale. —
Contro sì fatta pretesa insorgeva e protestava la Corte romana,
asserendo esserle il potere temporale affidato dallo stesso Supremo
ordinatore delle cose create, non altrimenti che le affidava l'autorità
spirituale come capo della Chiesa, per gli stessi fini, e per tutto il
tempo che si manterrà questo nostro pianeta e questa nostra razza di
esseri organizzati.

Di tale asserzione si sdegnava alla sua volta l'Italia, e più
fervorosamente sosteneva i diritti dei romani a disporre di sè medesimi
come tutti gli altri popoli inciviliti, a cui la moderna società
riconosce gli eguali diritti. — Così nacque l'antagonismo che tuttora
esiste fra il clero ed i laici d'Italia; e nel suo nascere poteva
trascinarci ad atti violenti, se la Francia non fosse intervenuta a
porre il Pontefice sotto l'egida della propria bandiera. — Ed ora,
sebbene gli abbia levata una tale protezione, la suppliva mediante una
convenzione che ci preclude ogni via di fatto in favore dei diritti del
popolo romano. — Ma questi diritti sussistono, sebbene non sieno
apertamente confessati dalla maggioranza delle nazioni cattoliche, alle
quali conviene verosimilmente che il capo della chiesa cattolica sia in
una condizione elevata e in apparenza indipendente, e non le richiegga
di protezione o di sussidio ogni qual volta l'esigessero le sue
circostanze. — Tale convenienza può essere discussa e sostenuta con
argomenti che hanno certo il loro valore, e si può mettere in bilancia
coi diritti della popolazione romana e cogli interessi dell'Italia
tutta, senza suscitare fra i difensori di quella e dell'altra opinione
nè atti, nè sentimenti di nimicizia. — Ma ciò che eccita lo sdegno degli
italiani, è appunto quel confondere la convenienza politica degli uni e
degli altri coi doveri del cristiano, e quel far intervenire la santità
della religione, e tutto ciò che ad essa ne lega, in una quistione tutta
mondana e politica, benchè interessi il ben essere del clero, e le
prerogative a cui esso non vuol rinunziare. — Di ciò appunto si sdegnano
gli italiani; e se la quistione politica non è degenerata in quistione
dommatica, in uno scisma o in una eresia, dobbiamo renderne grazia al
profondo senso religioso della nazione italiana, che si mantenne sin quì
non meno salda nella convinzione e nella difesa de' suoi diritti civili
e politici, che nella integrità della sua fede. La religione cattolica è
tuttora professata e rispettata dagli italiani, ma il clero è da essi
veduto con diffidenza e sospetto. — Da ciò risulta che la fazione
clericale, sebbene comprenda nelle sue file pressochè tutto il clero,
non conta molti partigiani nella parte laica della nazione, ed ha poca
probabilità di farsi mai più numerosa. — Ora, sino a tanto che il clero
solo propugna i propri interessi, la fazione clericale non può dirsi
veramente fazione politica, o per lo meno non può essere come tale di
molta importanza e gravità. — Il clero superiore, che guida e regge il
basso clero, non manca di prudenza nè di destrezza nella condotta degli
affari di questo mondo; e giudica con bastevole accorgimento lo stato
suo, e le conseguenze che potrebbero avere le mosse avventurate che
alcuni gli consigliano. — Esso intende benissimo che non può tentare
alcun passo sulla via della resistenza aperta, se non ha ottenuto in
prima il concorso di buona parte della società laica; e tale concorso si
sforza di ottenerlo operando sulle coscienze più timorose, ed in
particolare sulle coscienze femminili, e su quelle dei giovanetti, la
cui educazione è ad esso affidata. Ma tali sforzi, sebbene sostenuti con
zelo indefesso, non sono però confortati dalla speranza di un prossimo e
felice successo. — I capi della fazione clericale, e molti dei loro
militi altresì, giudicano assennatamente la condizione loro, e vedono
che l'opinione pubblica, sebbene oscillante e malferma in molte
quistioni che si riferiscono alla nuova vita civile e politica a cui
testè rinacquero gli italiani, non si volge però mai verso di essi con
fiducia e favore. Coloro, i quali difendono i propri privilegi dicendoli
a loro concessi da Dio stesso e per tutti i secoli avvenire, non possono
ispirare confidenza alle nostre popolazioni, tutte intente ad
affrancarsi o rinforzarsi nel possesso dei loro diritti, contro ogni
potere che vanta per sua origine il diritto divino. — Le pretensioni
pontificie ad una teocrazia senza limite e senza fine, suonano agli
orecchi degli italiani come l'ultima e la più esagerata espressione di
quelle consimili pretensioni, sostenute sino ai giorni nostri da tutti i
sovrani assoluti, la cui caduta fu la nostra salvezza.

La fazione clericale ha dunque poche eventualità di felice successo; ed
i suoi capi, saggi ed avveduti, sentono come vacilla il suolo su cui
posano, ed agiscono quindi con somma prudenza e cautela. Noi dobbiamo
aspettarci dai clericali una guerra coperta, mascherata, senza tregua;
ma nulla abbiamo a temere da essi che sappia di violenza, e che ad essi
soltanto imputare si possa. — In una parola, l'ora del risorgimento
d'Italia fu per essi l'ora della decadenza come corpo civile e politico;
al che non si rassegneranno, se non quando alla rassegnazione si
vedranno costretti dalla necessità. Sino a quel momento essi saranno
irreconciliabili nostri nemici; ma nemici prudenti, nemici non per
passione di nimicizia, ma soltanto in quella misura che richieggono gli
interessi loro come classe privilegiata della società e della nazione.

Prima di chiudere questo esame delle fazioni politiche contro cui
l'Italia deve stare in guardia, è necessario ch'io dica alcune parole in
proposito di una di esse, nata recentemente, inaspettatamente, laddove
appunto sembrava che nessuna fazione potesse germogliare; fazione che
nel breve corso di sua esistenza è già stata di grave danno all'Italia,
creando nuovi ostacoli alla libera azione del suo governo, e
risvegliando nelle estere nazioni una certa diffidenza del carattere
italiano, di cui avevano salutato la trasformazione con favore e
simpatia.

Voglio parlare della fazione conosciuta sotto il nome della
_Permanente_, e che si compose sulle prime di un gran numero di
cittadini torinesi, sdegnati sino al delirio dall'inaspettato annunzio
della convenzione stabilita fra i governi d'Italia e di Francia, per la
quale la sede del nostro governo si trasferiva da Torino a Firenze. —
Gli animi inaspriti, le menti offuscate e forviate dall'ira, non
ascoltarono che la voce della passione, e giunsero sino a sospettare,
che dico? ad affermare come cosa provata e certa, che il Piemonte era
ceduto alla Francia, e che la partenza di Vittorio Emanuele da Torino
altro non era che il prologo alla entrata che vi farebbe in breve
Napoleone. — Lodi sieno rese al Piemonte, che non seguiva l'impulso dato
dalla sua capitale, ma rimaneva freddo e dolente spettatore delle
lugubri, sebbene puerili scene, che insanguinarono Torino nel settembre
del 1865.

Il grosso della popolazione torinese però non durò lungo tempo in quel
delirio, e riparò degnamente i suoi errori di un giorno, facendo ciò che
avrebbe dovuto far subito, e che avrebbe fatto se non lo avessero
trascinato i direttori del movimento; cioè esaminò coraggiosamente i
danni che ad esso poteva produrre il trasferimento della capitale, e
ricercò le vie aperte alla notevole sua energia, per rimediarvi,
bilanciarli e compensarli. — Le burrascose discussioni, che seguirono in
quegli stessi giorni nel parlamento, e dalle quali i malevoli speravano
nuove provocazioni e nuove catastrofi, non eccitarono la minima
agitazione popolare; e il popolo torinese col suo contegno dignitoso
diede il più sicuro indizio che il pentimento era stato in lui piuttosto
contemporaneo che posteriore all'offesa, e che sulla sua sagacità come
sul suo patriottismo l'Italia poteva tuttora e doveva fidare. E di tanta
moderazione e virtù ricevette prontamente la meritata mercede;
imperocchè chi vuol essere veritiero e di buona fede riconosce, che la
città di Torino non ha sofferto dal trasferimento della sede governativa
tutti quei danni che la minacciavano sulle prime; che essa non è
rovinata ad un tratto dalla condizione di capitale di uno stato di primo
ordine a quella di città di provincia, come sono le città francesi; ma
che la energica ed intelligente operosità della sua popolazione le ha
creato parecchie fonti di prosperità, parecchi centri d'industria, che
tirando a sè i forestieri coi loro capitali formano un abbondante
compenso al movimento ed alle ricchezze piuttosto apparenti che reali e
sostanziali che circondano le Corti. — La fazione detta la Permanente
non si compone dunque più che di pochi signori torinesi, fra i quali
v'hanno dei partigiani del passato, dei così detti retrogradi, che
dissimularono sulle prime il loro rammarico e il loro dispetto, perchè
temevano appunto di essere additati come retrogradi, e che oggi credono
di aver trovata una maschera sotto la quale possano dare sfogo ai loro
odi e alle loro avversioni, senza che alcuno sospetti la vera origine
degli uni e delle altre. Come in ogni fazione, v'hanno anche in questa
degli uomini forviati, accecati, ma di buona fede, che credono o che si
sforzano di credere che avversano il trasferimento della capitale per
motivi patriottici; perchè il trasferimento della capitale a Firenze ne
ritarda il trasferimento definitivo a Roma, perchè l'allontanamento
della sede governativa dal Piemonte abbandona questa parte importante
d'Italia alle ambiziose mire della Francia, ecc.

Ma tali pretesti non possono illudere lungamente chi li adopera per
giustificare i propri errori; e la sola conclusione che possiamo da essi
cavare si riduce a questo: che se col trasferimento della capitale a
Firenze il nostro governo si è esposto a qualche imbarazzo o qualche
pericolo, spetta a' suoi veri amici, agli amici cioè del paese ch'esso
rappresenta, di stringersi vie più a lui d'intorno, di prestargli
vieppiù valido aiuto; mentre il creare nuovi ostacoli alla sua libera
azione, per fargli sentire che alienandosi l'animo di alcuni suoi vecchi
amici, esso si è spogliato di gran parte della sua forza, altro non è
che una puerile ed ingiusta soddisfazione, procurata all'amor proprio di
alcuni pochi, a spese dello stesso governo, ossia del paese.

La fazione detta la Permanente, nata dal dispetto di un certo numero di
cittadini torinesi, è condannata dalla stessa sua origine e natura alla
sterilità, cioè a non estendersi mai al di là del piccol centro che le
diede la vita; e se la opposizione piemontese nel parlamento spiega
talvolta proporzioni ragguardevoli, ciò accade per circostanze fortuite,
e non già perchè s'ingrossi il numero dei Permanenti. Il numero di
questi andrà anzi sempre più scemando, secondochè si stancheranno
dell'isolamento in cui si sono posti, e dell'obblìo in cui vanno
cadendo. Un pronto ed aperto ritorno a sentimenti migliori, un abbandono
esplicito delle loro indebite pretese, e dell'aria minacciosa che
presero in faccia al governo, possono solo redimere ancora quelli che
persistono a presentarsi come i direttori e i capi della Permanente.

Da questo rapido esame dello stato delle fazioni politiche in Italia
parmi si possa concludere, che lo spirito di parte non vi giunse ad un
grado di sviluppo e di forza tale da svegliare i timori dei veri amici
d'Italia. — Il fatto è che gli italiani si lasciano trasportare dalla
vivacità del loro carattere e delle loro passioni, e dalla naturale loro
disposizione a criticare e censurare tutto ciò che viene presentato al
giudizio loro; a proferire delle parole spesse volte violenti ed amare,
che fanno supporre in essi sentimenti ostili al governo ed all'ordine di
cose esistenti: sentimenti che in verità non esistono, o che si spengono
nelle parole stesse che li esprimono. — Ciò che distingue gli italiani
dagli altri popoli meridionali è questo, che alla vivacità della
fantasia e delle passioni, comune ad essi tutti, gli italiani accoppiano
una forte dose di buon senso pratico, come si suol dire, che non appare
sempre nei loro discorsi, ma fa sentire il suo impero quando si vuol
passare dalla sfera delle parole a quella degli atti. Nonostante i
lamenti degli uni, e le declamazioni degli altri, non v'ha per così dire
italiano, che non sappia che tutte le piaghe di cui soffre oggi il
paese, non sono imputabili al governo, e nulla hanno che fare con questa
o quella forma di costituzione. Un paese che si regge e si governa coi
propri rappresentanti, non può accusare de' suoi danni che sè stesso, o
le circostanze a sè stesso avverse. Gli italiani ben sanno che se il
numero degli uomini di stato a cui si possa affidare la direzione degli
affari nazionali è ristretto, esso non si accrescerebbe perchè alla
monarchia subentrasse la repubblica, e perchè un presidente occupasse il
seggio ora riserbato al re. Gli italiani ben sanno che la composizione
delle camere, in cui nessuno riesce a formare una maggioranza durevole,
è l'effetto dell'ignoranza e della indifferenza degli elettori, e non
già dell'azione governativa. Gli italiani sanno inoltre che la virtù ad
essi negata sin qui dall'Europa tutta, quella che per la prima volta fu
in essi riconosciuta dopo il 59, e che ottenne loro la simpatia e la
benevolenza delle estere potenze, è la costanza, e la moderazione nella
costanza; e che quand'anco fosse per noi evidente, il che non è, che i
plebisciti di quell'epoca erano basati sopra una erronea nozione di ciò
che all'Italia occorreva e conveniva, il confessarlo oggi, ed il
mostrarci disposti ad un nuovo cangiamento di stato, sarebbe poco
onorevole per noi, e ne toglierebbe ad un tratto tutto ciò che abbiamo
acquistato dal 59 in poi nella pubblica opinione. — Tutte queste
riflessioni, che riescirebbero forse impotenti a combattere uno spirito
di parte quale lo abbiamo veduto in altri tempi ed in altri paesi, hanno
bastato sin qui, e spero che basteranno ancora nell'avvenire, a
trattenere gli italiani da qualsiasi atto, che potesse scuotere nelle
sue basi il nostro governo, il governo da tutti acclamato or sono sette
anni, o che solamente facesse credere ai nostri vicini che tale sarebbe
il nostro desiderio.

Il governo rappresentativo ossia parlamentare lascia un vasto e libero
campo alla diversità delle opinioni. — Le dottrine più svariate e
contradditorie possono manifestarsi e conquistare il primato sopra le
altre, purchè coloro che le sostengono giungano a renderle accette alla
maggioranza dei cittadini, senza che l'edificio supremo governativo nè
crolli, nè minacci di crollare. Il più eminente fra i pregi della
monarchia costituzionale è questo appunto, che essa non è il frutto del
trionfo di una fazione, e non è necessariamente legata ad un assieme di
dottrine politiche, ma le domina tutte coll'accettarle alla prova, senza
dare alle estere potenze il temuto scandalo di ripetuti sconvolgimenti.
Se le opinioni del partito che dicesi d'azione non furono sinora
applicate dal nostro governo, ciò non dipende da incompatibilità nessuna
di quelle colla forma monarchica di questo; ma soltanto dal fatto, che
nessuno fra i rappresentanti di tali opinioni si è sentito sin qui
abbastanza forte e sicuro di una maggioranza nel parlamento come nel
paese, da indurlo ad accettare il potere che ad alcuni di essi fu più di
una volta offerto.

Gli italiani o la immensa maggioranza degli italiani sanno tutte queste
cose; e se la scienza loro non li trattiene dal proferire parole poco
assennate e per nulla in armonia coi loro serii pensieri, essa ha però
un'azione sufficiente per impedire che dalle parole si passi ai fatti.

Riflettiamo altresì, che la sola fazione che meriti veramente un tal
nome, e che potrebbe suscitare ne' suoi membri il pericoloso spirito di
parte, è così specialmente costituita, che il suo desiderio più ardente
è quello di nascondere sè stessa, di farsi dimenticare dal pubblico, e
di non accrescere di troppo il numero dei suoi partigiani, per timore di
venire da essi compromessa. La fazione clericale aspetta il suo trionfo
dal tempo, da scaltri maneggi diplomatici e segreti, non da lotte
materiali e violenti. — Noi crediamo al contrario che il tempo impiegato
da essa in intrighi, dissimulazioni e maneggi, sarà il suo più fiero
nemico. — Ma in ogni caso, e qualunque sia l'esito che l'avvenire serbi
alle nostre dissensioni, vero è però che oggidì quella fazione non ne
minaccia imminenti pericoli, ed è totalmente assorta nella conservazione
di sè medesima. Ricordiamo ora a qual segno di acciecamento e di
passione erano giunte le popolazioni della Francia, dell'Inghilterra,
dell'America e di tutti i paesi che attraversarono le burrascose regioni
di un politico sconvolgimento, e renderemo grazie a Dio che maggiori
sciagure non abbia chiamato sul nostro paese lo _Spirito di Parte_.[2]



CAPITOLO QUINTO

NOSTRI DOVERI


Nel descrivere il carattere dei popoli d'Italia, accennando alle cause
che lo hanno prodotto, ed agli effetti che ne derivano, ho spesse volte
ragionato dai doveri che ne spettano; per cui temo di cadere nel corso
di questo capitolo in frequenti ripetizioni dello stesso pensiero. Per
sottrarmi in parte almeno a simile inconveniente, altro non mi rimane
che di ristringermi quanto più posso, e compendiare ciò che dovrò pure
ripetere. — Ho detto, e parmi di averlo dimostrato, che una parte
considerevole delle popolazioni italiane, non è abbastanza educata ad un
libero e civile reggimento; anzi, ch'essa è tuttora ingolfata nei vizi
che risultano da una lunga servitù ad un potere straniero e nemico, che
le tolse o paralizzò a bello studio in essa ogni nazionale e patriottica
virtù, nella scellerata speranza di renderla cieca ed insensibile al
proprio avvilimento, pervertendola a tal punto che fosse incapace di
vivere libera e civile.

Se non riescì interamente nel suo proposito il dispotismo che
dall'Austria si diffuse sull'Italia, vi riescì però in parte; e questo
infelice risultato è appunto ciò che oggi fieramente ne travaglia, e che
dobbiamo distruggere. — Non riescì il dispotismo a farci amare la
schiavitù, la quale al contrario ci divenne di giorno in giorno più
abborrita, in modo che primo nostro pensiero, nostro sogno, nostro
impaziente desiderio, era l'infrangere le secolari catene, e cacciare al
di là delle Alpi ogni satellite del dominio straniero. — Non vi era
sagrifizio che a noi sembrasse tale quando avesse per iscopo la fine
della nostra cattività; e cotesta nostra accanita e costante resistenza
che ci opprimeva, questo nostro inveterato abborrimento del giogo, fu
appunto ciò che ne tenne luogo per molto tempo di ogni altra civile
virtù, che ne ottenne finalmente la simpatia dei generosi, e ne diede la
forza di combattere e di vincere i nostri tiranni.

Riescì in parte nell'iniquo suo intento il dispotismo; poichè partendo
ci lasciò molte piaghe, che le sue catene e le sue sferzate ne avevano
aperte. — Ci lasciò un criterio confuso di ciò che merita il nostro
rispetto o il nostro disprezzo, cosicchè ci fidiamo e diffidiamo di
tutti, secondo il capriccio del momento; un folle amore dell'ozio, che
sotto il dispotismo straniero vestiva agli stessi occhi nostri l'aspetto
di resistenza passiva al non legittimo Signore, d'invincibile ripugnanza
all'idea di servire l'odiato governo, ma che oggi dovremmo gettare lungi
da noi. — Ed invece di ciò, questo sciagurato amore dell'ozio lo
conserviamo gelosamente; e, ciò ch'è peggio ancora, tentiamo di
onestarlo col medesimo pretesto che nei tempi passati poteva essere
giusta ragione per astenerci da ogni ufficio. — E diciamo tuttora, che
siam mal governati, che non abbiamo tutta la libertà che eravamo in
diritto di aspettare; oppure diciamo (ciò che più si avvicina al vero),
che abbiamo troppa libertà, che il governo difetta di forza, di
fermezza, di coraggio, di sagacia, di risolutezza, d'ogni dote insomma
necessaria a ben reggere una nazione; e ne concludiamo, che il nostro
concorso, che l'opera nostra a nulla rimedierebbe, e che non dobbiamo
consumarci senza frutto pel paese. — Pretesti miserabili, pretesti
creati al solo scopo di non ispogliarci di un abito che lusinga il
nostro istinto, nel quale si compiace l'indole nostra.

Altra piaga lasciataci dal dispotismo straniero, come già dissi, è
l'inclinazione ad imputare ogni nostro danno, ogni sventura, ogni
calamità al governo. — Durante la dominazione straniera, il governo
portava l'azione sua in ogni direzione e sopra ogni cosa che gli
sembrasse di tale azione meritevole o bisognosa, senza essere trattenuto
dal rispetto dei diritti altrui nè delle altrui libertà, in una parola
senza essere frenato da legge, da istituzione o costituzione di sorta. —
Un individuo che al governo diventasse sospetto, era tosto o arrestato
ed indefinitamente tenuto prigione, o esiliato, o confinato in qualche
povera borgata di una remota provincia. — Un opificio industriale che
potesse giovare al paese, ma che poteva recare eziandio qualche danno ad
un'altra provincia dell'impero, era dichiarato pericoloso e soppresso. —
Un libro, un dramma destinato a risvegliare nelle popolazioni qualche
scintilla di amor patrio, erano proibiti, e l'autore spietatamente
perseguitato. — In quei tempi si poteva, senza pericolo di errare,
vedere difatto la mano del governo in tutte le sventure che ne toccava
di subire. Ma ora le cose camminano in modo al tutto diverso. — Il
governo non interviene nelle faccende dei privati individui, se non
quando le leggi sono da questi violate; e d'altra parte il governo
costituzionale non è un essere a sè, un essere sui generis, diviso dalla
nazione: egli è il rappresentante della nazione, eletto in modo più o
meno diretto da essa; mutabile di giorno in giorno, non si regge e non
esiste se non col concorso e l'appoggio della maggioranza dei
rappresentanti del paese. — Che cosa significano dunque queste
incessanti accuse che si muovono al governo, come s'egli esistesse a
nostro dispetto o per nostra sventura? Significano una cosa sola: cioè
che noi non intendiamo ciò che sia un governo nazionale, costituzionale
e rappresentativo.

Queste sono le piaghe più profonde e d'indole più maligna che ne lasciò
il passato, rimettendo per brevità di parlare della ignoranza, della
superstizione, e di altri malanni, che ereditammo dai nostri padri, i
quali vissero e morirono schiavi.

Non però tutti gli italiani sono infetti di cotai morbi. — Ve n'hanno
molti, che dalla natura favoriti d'ingegno singolarmente docile e sano,
o di una educazione eletta, o di fortuite e fortunate circostanze,
pensano, sanno e sentono, come pensano, come sanno e come sentono gli
uomini rispettabili dei paesi più inciviliti e più liberi. — Che di tali
uomini non difetta l'Italia, chiaro risulta da tutto ciò che abbiamo
tentato e condotto a buon fine nel corso degli ultimi sette anni. — A
questi uomini spettano ora doveri immensi: ad essi spetta il salvare la
patria dai molti pericoli che le sovrastano, ed a cui la espongono gli
ignoranti, gli oziosi ed i malevoli, funesti prodotti del dispotismo
straniero. — Non v'ha uomo dotato di qualche criterio e di una dose
qualunque di senso comune, che non sia sino ad un certo punto
responsabile dei pericoli che minacciano la patria, e dei danni che a
lei ne possono risultare. Quando gli italiani decisero di strappare
l'Italia allo straniero, e di rimaner padroni della loro terra natia,
assunsero il dovere di guidare il paese in modo tale, che esso potesse
mantenersi indipendente, e prosperare nella sua libertà. — Altrimenti,
cioè se gli italiani assennati ed amanti della patria, che tanto
sacrificarono per dare ad essa l'indipendenza, avessero pensato di
rimanere poi inoperosi e di lavarsi le mani dell'uso che le moltitudini
starebbero per fare della acquistata indipendenza, essi sarebbero
colpevoli non solo, ma positivamente indegni di perdono.

Essi avrebbero esposto scientemente la patria a pericoli maggiori di
quelli che le sovrastavano nel passato, e le avrebbero preparato un
avvenire funesto, che chiamerebbe su essa ad un tempo il disprezzo dei
contemporanei, la pietà dei posteri, e servirebbe di esempio alle future
generazioni.

Mi si risponderà forse che singoli individui, per operosi e desiderosi
del bene che sieno, nulla possono sulle moltitudini. — Io credo invece
che chiunque, per debole che naturalmente sia, acquista una
ragguardevole autorità sulle masse, quando cammini a faccia scoperta ed
a fronte alzata sulla retta via. — Del resto non vedo perchè gli
individui che hanno opinioni, volontà e sentimenti comuni, debbono
rimanere isolati gli uni dagli altri. — Riuniscano le loro forze, si
associno, come già si associarono segretamente quando intrapresero di
liberare la patria. — Quella era una impresa in cui l'individuo era
pressochè impotente, poichè non poteva essere condotta a buon termine se
non colla forza. Allora le associazioni erano interdette; e cionullameno
una trama nascosta ordivasi in tutta Italia, e non so se un solo fra i
patrioti italiani possa dire di non avere appartenuto ad una delle tante
società che avevano per oggetto la liberazione del paese. — Oggi le
associazioni fra i cittadini sono permesse non solo, ma raccomandate e
protette; per cui nessun individuo può scusare la propria inazione col
pretesto che gli sia vietato di operare.

Non registrerò qui per minuto i vari oggetti che tali associazioni
potrebbero e dovrebbero proporsi, variando essi ad ogni passo, perchè in
ogni città, in ogni provincia d'Italia, vi sono dei bisogni speciali.
Dirò soltanto che i popoli sono suscettibili di progresso; e che con
quella medesima facilità con cui gli italiani furono corrotti e
pervertiti dal dispotismo, possono essere emendati ed illuminati dalla
libertà e dalle istituzioni a cui questa serve di base. Osservino gli
uomini assennati di ogni città, di ogni provincia italiana, quali più
funesti effetti produsse nei loro concittadini il dispotismo straniero;
e quindi riuniti, stretti fra loro da patriottico nodo, si accingano a
combatterli, chiamando in loro sussidio il buon senso popolare, che in
Italia così facilmente si risveglia, e dimostrino a tutti la falsità
delle loro credenze, la vanità dei loro sospetti e dei loro pregiudizi,
l'assurdità delle loro esigenze e delle loro pretese, le conseguenze
inevitabili e funestissime della loro condotta, la necessità delle
civili virtù, fra le quali la più cospicua è forse la tolleranza dei
mali individuali, quando questi abbiano per risultato il maggior bene
del maggior numero. — Facciano noto a chi lo ignora, che la libertà e
l'indipendenza di una nazione, già schiava dalla caduta del romano
impero sino ai giorni nostri, non sono beni che si acquistano con poca
spesa e con poca fatica; e che il perdersi d'animo perchè pagandoli si
scema il nostro avere, è un condursi da vile o da spensierato. — E
mentre insegnano a chi le ignora le prime e più semplici verità
fondamentali della vita nazionale e civile, si applichino a rimediare in
qualche parte almeno ai danni reali che cagionano il malcontento delle
moltitudini. — Si aprano dei negozi cooperativi, delle banche popolari,
ed altre simili istituzioni, atte a combattere gli intrighi di certi
capitalisti, che si arricchiscono speculando sulla miseria e sulla
ignoranza del volgo, e mentre l'erario o i varii municipi sono costretti
a gravare di qualche imposta gli oggetti di prima necessità, ne
esagerano pel proprio loro illecito guadagno i prezzi correnti, e fanno
credere al popolo che tale aumento rovinoso per lui sia opera del
governo.

Insomma io vorrei che si formasse in Italia una vastissima associazione,
nella quale s'inscrivessero tutti gli uomini dotati di buon senso, di
patriottismo e di onestà, allo scopo di mettere in comune le loro
facoltà, i loro mezzi ed i loro pensieri, per sollevare il povero dalla
sua miseria, l'ignorante dalle sue tenebre, e per procurare a tutti
l'opportunità di lavorare e di fruire dei vantaggi dell'industria e del
commercio. — E finchè tale immensa associazione sia formata ed eserciti
l'opera sua, vorrei che gli uomini più operosi, più esperti e più colti
delle varie città d'Italia, si unissero e formassero delle associazioni
parziali, tendenti tutte a quel medesimo fine, non tralasciando al tempo
stesso di adoperarsi, anche come semplici individui, a persuadere gli
ignoranti ed i forviati dei loro errori, e del danno che ad essi e al
paese tutto risulta dai pregiudizi loro. — Quando ogni uomo di senno ed
amico del proprio paese abbia scolpito nella mente l'idea de' suoi
doveri verso il paese stesso, quando questa idea gli sia sempre
presente, avrò ottenuto il fine ch'io mi prefissi scrivendo questi
fogli; chè i mezzi non verranno meno a chi persiste nel cercarli, ed è
risoluto di adoperarli quando ad esso si presentino. — Ciò di cui
difettiamo è la costanza della volontà e della risoluzione.



CAPITOLO SESTO ED ULTIMO

RISULTATI VERSO I QUALI TUTTI DOBBIAMO TENDERE


Lo scopo che ogni italiano deve prefiggersi, è la conservazione e la
consolidazione della nostra indipendenza, insieme collo sviluppo delle
nostre libertà, le quali produr debbono la nazionale prosperità.

Queste però sono nozioni troppo generali, e su di cui ognuno conviene,
differendo poi sul significato dei vocaboli libertà, indipendenza e
prosperità nazionale, come pure sui mezzi più atti a procurarne lo
sviluppo. — Credo perciò di dover definire che cosa intendo di
raccomandare a' miei compatriotti, quando li esorto a consolidare la
nostra indipendenza e le nostre libertà, sviluppando queste ultime in
modo da produrre alla nazione il ben essere e la prosperità.

Una nazione può dirsi indipendente, quando nessuna parte del suo
territorio è occupato e soggetto allo straniero, e quando essa possiede
forze e volontà sufficienti per difendersi efficacemente contro chiunque
tentasse invaderne i confini. Perchè una nazione possa dirsi a buon
dritto indipendente, non occorre ch'essa ripudii qualunque influenza
straniera: il che la porrebbe tosto o tardi in ostilità con questo o con
quell'altro de' suoi vicini, ed avrebbe per conseguenza più o meno
remota, di esporre a gravi pericoli la stessa di lei indipendenza. — Ciò
osservo, perchè v'ha in Italia una scuola politica di fierissima
indipendenza, la quale considera ogni atto di condiscendenza verso gli
alleati come un principio di soggezione, e lo biasima come intollerabile
viltà. — Codesti fanatici della indipendenza, vorrebbero che la nazione
camminasse sempre nella direzione che più spiace, più offende, o più
minaccia le nazioni vicine; e se l'una di esse ne fu un giorno benefica,
veggono nella nazionale gratitudine un pericolo per la patria
indipendenza, ed appunto verso quella benefica potenza si volgono con
sospetto e con avversione maggiore, e sono più ansiosi di mostrarsele
nemici.

Le pacifiche relazioni fra le potenze, che si dividono questa parte del
mondo chiamata Europa, sono necessarie alla generale prosperità, e si
alimentano e si mantengono mediante reciproche concessioni, sagrifici e
buoni uffizi. — L'urtarsi di proposito contro chi non ha provocato
l'offesa, non è atto d'indipendenza, bensì di assurda jattanza, e di non
giustificata prepotenza. — L'esagerazione di qualsiasi virtù, così delle
politiche e civili, come delle famigliari o domestiche, si avvicina al
vizio opposto, piuttosto che alla stessa esagerata virtù. — Virtù
significa forza, e non vi è vera forza senza moderazione e giustizia.

Una nazione può dirsi a buon dritto libera, quando non è richiesta di
obbedire ad altri che alla legge, e quando nessun comando abbia forza di
legge sinchè non sia stato dichiarato tale ed approvato dalla
maggioranza dei rappresentanti la nazione. — Queste sono le basi di una
bene ordinata libertà, e possono trovarsi parimenti sotto qualsiasi
forma di governo, cioè monarchico o repubblicano. Se ci scostiamo da
codesta massima, se oltrepassiamo questa linea di confine tra il vero ed
il falso, cadiamo nella confusione e nella contraddizione di noi stessi
e delle nostre dottrine. — Qualunque resistenza incontrino i desideri di
un cittadino, sarà da questo dichiarata tirannica, e gli sembrerà tanto
più intollerabile, quanto è più ardente (non già più legittimo) il
desiderio combattuto. — Si chiamerà dispotica e tirannica la volontà dei
rappresentanti della nazione, che è quanto dire la volontà della nazione
stessa, dimenticando così che l'indelebile carattere del dispotismo, ciò
che distingue l'arbitrario comando dalla legge, è appunto il non essere
quello sancito dalla nazione. — Una legge emanata dal parlamento può
essere improvvida, mal concepita, diciam pure ingiusta, chè non vi ha
modo quaggiù di prevenire radicalmente e sicuramente gli errori o i vizi
degli uomini; ma una legge così fatta non sarà mai, ed in nessun caso,
arbitraria o dispotica. — Gli ultra liberali, che non si accontentano
della libertà come l'ho testè definita, non hanno peranco scoperto il
rimedio specifico contro la umana fallibilità, nè credo sieno avviati
verso tale mirabile scoperta. — Il criterio del giusto e dell'ingiusto
considerati in modo assoluto non esiste quaggiù; esiste bensì quello del
legittimo e dell'illegittimo, ossia arbitrario comando, e ciò è appunto,
come già dissi, l'essere il primo sancito dalla volontà nazionale, e il
non esserlo il secondo.

E di ciò dobbiamo contentarci, per una semplicissima ragione; cioè
perchè è impossibile l'ottenere di più. — Non già perchè la libertà,
quale la sognano gli ultra liberali, sia circondata da tali ostacoli,
difesa e gelosamente custodita da chi vorrebbe defraudarne i popoli, che
impossibile ci riesca l'impadronircene; ma non possiamo ottenerla perchè
non esiste; e ciò che da lungi ne simula l'aspetto, altro non è
veramente che un fantasma, una illusione, che si trasforma in
confusione, in nebbia, nella peggiore delle tirannidi, l'anarchia, ossia
nel libero esercizio di ogni individuale volontà. Di ciò fecero
memorabile esperimento i Francesi quando nell'89 e nel 95 stabilirono,
come criterio e misura della nazionale libertà, la libertà di ogni
singolo individuo.

La libertà come io la intendo sagrifica in una certa misura l'individuo
alla nazione, e non considera quello se non come parte integrale o come
rappresentante di questa. — La libertà come la intendono gli ultra
liberali, la libertà non definita e non definibile, non confessa la
necessità di sagrificare nè l'individuo alla nazione, nè la nazione
all'individuo, ma di fatto li sagrifica ambedue ad una illusione, ad una
falsa dottrina. — L'esercizio dell'assoluta libertà dell'individuo, e di
tutte quelle individuali libertà radunate come in un fascio che
comporrebbero la nazionale libertà, è una di quelle teorie belle e
seducenti per sè stesse, ma che non reggono alla pratica, perchè la
libertà sfrenata di un individuo si urta necessariamente colla libertà
sfrenata di un altro individuo, e tutte queste libertà osteggianti fra
loro, formano non già la nazionale e universale libertà, ma un caos
tenebroso, ove si combatte ciecamente, e si perdono in breve persino le
nozioni del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del diritto e
del dovere. Dio ne salvi da una siffatta libertà! — La libertà come io
la intendo è oggi rispettata e stabilita fra noi in tutta la sua
pienezza, e direi anche con troppo rigore per parte del nostro governo,
che ha accettato lealmente la missione affidatagli nello Statuto; e
segue la via che questo gli ha tracciata, senza dipartirsene mai di una
linea. — Lo Statuto, che fu sulle prime accordato al solo Piemonte,
ammette come fatto incontestabile ch'esso debba reggere una popolazione
civile, ordinata, e discretamente istruita, una popolazione insomma
degna delle più liberali istituzioni. — Parmi avere dimostrato nel corso
di questo volumetto, che alcune parti dell'Italia meridionale non sono
ancora giunte a quel grado medesimo di civiltà, che già da molti anni si
osservava nel Piemonte. — Vorrei dunque che le istituzioni, le quali
debbono reggere il Piemonte non solo, ma tutta Italia, fossero
leggermente modificate in guisa da potersi adattare ai vari stadii di
civiltà a cui sono giunte le varie popolazioni. — Nè vorrei che tale
riforma fosse operata dall'autorità governativa; bensì dal parlamento,
che riconoscesse il bisogno di proteggere le popolazioni contro i
proprii loro errori, mentre si stanno educando al governo di sè medesime
e del paese nostro. Nè vorrei che codeste leggieri modificazioni
rivestissero un aspetto di stabilità, ma quello soltanto di misure
provvisorie, e destinate a brevissima vita. — E ciò vorrei, perchè temo
che le nostre popolazioni agricole, non comprendendo il significato e lo
scopo delle nostre istituzioni, si stanchino della parte che ne venne ad
esse affidata, e considerandola come l'effetto di un capriccio
dell'autorità, si astengano affatto dal concorrervi, rompendo così il
buon accordo che risultar doveva dalla esatta osservanza delle
istituzioni nostre. L'Italia, abbiam detto, deve aver cura di mantenersi
libera, e deve far uso di questa sua libertà come di uno strumento per
attivare lo sviluppo delle sue facoltà, o disposizioni naturali, che
spingere la debbono a successi commerciali ed industriali non minori di
quelli che compiono ogni giorno le nazioni più civili e più ricche del
mondo.

Di molti elementi di prosperità difetta però l'Italia. La mancanza
considerata sin qui come incurabile di carbon fossile, ed il caro prezzo
a cui dobbiamo procurarcelo da lontane contrade, è un grave ostacolo
allo sviluppo di ogni industria, e specialmente delle industrie
metallurgiche, le quali richiedono un eccesso di calore, che non si
ottiene se non dal carbon fossile. E questo ostacolo al progresso delle
industrie metallurgiche è una sorgente di danni per tutte le altre
industrie, perchè ne costringe ad acquistare all'estero le varie ed
innumerevoli macchine, che sono il principale elemento della industriale
prosperità di ogni paese. — Altro ostacolo alla nostra commerciale
prosperità, è la circostanza dell'aver noi respinto il sistema
commerciale protettore, come tirannico e vessatorio, e adottato in sua
vece il principio del libero scambio: principio che fruttò
all'Inghilterra vantaggi infiniti, perchè le nazionali sue industrie
essendo già pervenute ad un alto grado di perfezione e di superiorità,
rispetto alle corrispondenti industrie dei continenti europeo ed
americano, essa non teme da queste nè concorrenze nè rivalità. E di
fatto la facoltà concessa alle nazioni tutte, di mandare i loro prodotti
industriali in Inghilterra, senza sottoporli a tassa alcuna, implicando
naturalmente per l'Inghilterra un diritto reciproco, essa si trovò ad un
tratto signora e padrona di tutti i mercati esteri, che invase co' suoi
superiori prodotti industriali. Per tal modo il principio del libero
scambio diventò per l'Inghilterra una ricchissima fonte di lucro e
d'influenza. — Ma la condizione intrinseca dell'Italia essendo appunto
tutto all'opposto di quella dell'Inghilterra, gli effetti che risultare
debbono per essa dall'attuazione del principio della illimitata libertà
di commercio, sarebbero dei più funesti, imperocchè nessuno fra gli
italiani stessi si accontenterebbe dei proprii prodotti, imperfetti,
poco durevoli, costosissimi, quando sapesse di potersi procurare i più
eccellenti prodotti esteri, senza perdere nè più tempo, nè più denaro. —
Quando i prodotti delle industrie straniere ingombrassero le nostre
piazze ed i nostri mercati, le industrie nazionali d'Italia sarebbero
condannate a certa ed imminente rovina, nè potrebbero prolungare d'alcun
poco la loro agonia, se non imitando e falsificando i prodotti degli
altri paesi, cioè vendendo i proprii prodotti come fossero prodotti
stranieri. Ma simili mezzi non valgono ad assicurare la prosperità di
una nazione, nè quella tampoco di una provincia o di una singola
industria.

Perchè un popolo sia veramente soddisfatto della sua condizione politica
e civile, conviene ch'esso si accorga di progredire sulla via della
prosperità materiale, come su quella dello sviluppo intellettuale. Se
malgrado le compiute conquiste della libertà, della indipendenza e di un
seggio onorevole fra le altre potenze, il popolo riscattato conosce di
scendere di giorno in giorno più rapidamente il funesto pendìo della
povertà; se si avvede della inutilità dei mal diretti e mal concepiti
suoi sforzi per migliorare la sua sorte; quando pure questo popolo non
avesse contratto sotto il già franto giogo il malaugurato vizio della
intolleranza, e la tendenza ad imputare tutte le sue sventure al
governo, ed a' suoi maggiori in generale; quando pure fosse libero da
ogni pregiudizio e da ogni preconcetto errore, non saprebbe obbliare i
suoi patimenti per godere degli acquistati beni. E qualora il possesso
di quelli stessi beni gli venisse contestato, esso non ne risentirebbe
nè quel dolore, nè quello sdegno, che avrebbe risentito se i patimenti
suoi proprii non ne avessero assorbito pressochè tutta la sensibilità. —
L'eroismo che ne fa dimenticare noi stessi e gli attuali nostri dolori,
per godere della prospettiva delle gioie e dei trionfi che l'avvenire
serba in premio ai pazienti, non è tal cosa che si possa chiedere alle
moltitudini; e perchè queste non sono dotate della facoltà
dell'astrazione, e perchè difficilmente sanno imaginare ciò che ad esse
prepara l'avvenire. Se dunque vogliamo vedere le popolazioni italiane
affezionarsi alle istituzioni che le reggono, ed alla nobile, alla
splendida esistenza che le aspetta, dobbiamo applicarci senza indugio a
medicare ed a cicatrizzare le loro piaghe, ed a guidarle verso uno stato
materiale meno penoso di quello in cui si trovino oggidì. Quando avremo
fatto qualche passo su questa nuova via, quando avremo condotto le
moltitudini in luoghi da cui sia ad esse dato di scorgere il ridente
aspetto delle contrade ad esse destinate, le vedremo prender lena e
coraggio; come fece un tempo il popolo ebreo, quando stanco e scorato
del suo lungo pellegrinaggio attraverso il deserto, fu da Mosè condotto
sulle alture in vista della terra promessa, ed ammirò schierate fra le
sue tende i maravigliosi prodotti del paese di Canaan. — Che facciamo
noi? Perchè non seguiamo l'esempio del legislatore ebreo? Noi tentiamo
di condurre le nostre popolazioni attraverso il deserto che circonda la
terra fertilissima della libertà e della moderna civiltà; ma siamo guide
silenziose e maestri intolleranti; facciamo le meraviglie perchè
l'ardore di chi ne segue non si sostiene al pari del nostro,
dimenticando che l'aspettativa del futuro, la quale alimenta la nostra
costanza, non conforta le moltitudini. — Noi tolleriamo di buon animo le
privazioni e i sacrifizi, perchè ne vediamo il termine, e sappiamo che
cosa ne debbono fruttare; ma il popolo lo ignora, e quando esso ci vede
camminare innanzi, ed invitarlo a seguirci per le balze e dirupi sotto
la sferza del cocente sole, che asciuga i ruscelli e le fontane, quando
ci vede innoltrarci nel deserto con fronte serena e con passo animato,
esso ne sospetta di pazzia, o talvolta ancora di tradimento. Perchè non
lo confortiamo? perchè non cerchiamo di rianimare le sue forze con quel
farmaco stesso che sostiene le nostre? Noi gli abbiamo detto: siete
liberi, e la libertà è la bella cosa che vedete. Perchè non dirgli
invece: queste sono le vie che conducono al libero ordinamento della
civile società, questi sono i confini che dividono le schiavitù dell'età
di mezzo dalla bene regolata libertà dell'età nostra e dell'avvenire?
Varchiamoli animosi, con passo veloce, senza cedere nè agli stenti, nè
alla stanchezza, sicuri di trovare conforti e compensi non appena saremo
giunti al termine del nostro viaggio. — Se così gli parleremo, lo
vedremo tosto rasserenarsi; e forse fra non molto troveremo in lui,
nelle sue forze, naturalmente superiori alle nostre, quell'appoggio che
ora siamo in debito di prestargli, e di cui per avventura potremmo
quando che sia alla nostra volta abbisognare.

Ricordiamoci dunque, che le moltitudini non possono mantenersi
costantemente affezionate ad un ordine di cose da cui non traggono alcun
benefizio materiale, nè qualche fondata speranza di futuri e prossimi
vantaggi. — Sforziamoci di migliorare la sorte delle classi più povere
delle nostre popolazioni; e sino a tanto che tale miglioramento non sia
da esse effettuato e conosciuto, mostriamo loro le conseguenze che
risultar debbono dalle istituzioni nostre, e come fra non molti anni
possiamo sperare di porre in fuga gli ultimi avanzi della popolare
miseria, della popolare ignoranza e barbarie. — Presentiamo al nostro
popolo una imagine succinta e fedele della società a cui lo vorremmo
guidare; mostriamogli nell'avvenire l'unione delle varie classi sociali,
ossia l'associazione loro all'intento di sollevare il povero dal peso
della sua miseria e della sua ignoranza: non già col vieto e
limitatissimo mezzo dell'elemosina, che operata largamente, come
dovrebbe esserlo per ottenere un sensibile cangiamento nelle condizioni
del povero, avrebbe per effetto d'impoverire il ricco, con che si
porrebbe fine all'intero sistema dell'elemosina; ma con ciò che a quel
sistema deve sostituirsi nell'avvenire, ossia coll'associazione dei
capitali, degli elementi industriali, e degli artigiani che forniscono
al commercio i prodotti dell'industria loro. Il principale oggetto di sì
fatta associazione sarebbe di sopprimere le spese superflue, e i
disonesti guadagni di coloro che oggi dispongono dei capitali, e che
dirigono l'industria al solo fine di arricchire sè medesimi, ingannando
i compratori, a cui dispensano mercanzie guaste o scadenti, non
concedendo al povero artigiano che quella minima paga che basti a
sostenergli miseramente la vita, per abbandonarlo poi alla carità degli
ospedali e dei luoghi di ricovero, tosto che la gioventù e la forza ne
sono esaurite.

L'Inghilterra maestra di tutto ciò che tende al perfezionamento
dell'industria, ed allo sviluppo della carità bene intesa, (non già
della elemosina), possiede un gran numero di tali associazioni; ed il
concetto loro è così penetrato nella intelligenza di ogni classe di
persone, che la miseria non vi si trova quasi mai, se non unita ad un
eccesso d'immoralità, di perversità e di corruzione, che ne spiegano
abbastanza la torbida sorgente. — Un artigiano laborioso ed onesto, la
cui famiglia, per quanto possa essere numerosa, segua l'esempio dal suo
capo, è sicuro di non trovarsi mai al disotto di una modesta agiatezza;
e per poco che la sua intelligenza si apra e si eserciti, o che le
circostanze gli sieno favorevoli, egli può sperare di giungere in breve
tempo ad un certo grado di ricchezza, al quale pervenuto ch'ei sia,
nulla osta al suo innalzamento fra quei Cresi della industria britannica
che destano la meraviglia del mondo intero. Imitando le associazioni
filantropiche dell'Inghilterra, ed adattandole al carattere ed alle
speciali condizioni nostre, noi otterremo i medesimi effetti, senza
sagrificare altro che i disonesti speculatori e i loro illeciti
guadagni. — E partecipando sin d'ora alle nostre popolazioni l'intento
nostro, le nostre mire e le nostre speranze, infonderemo loro il
coraggio di seguirne attraverso gli sterpi e le spine, che ingombrano
tuttora la nostra e loro via.

Quando il popolo sia convinto che il risultato finale dei nostri sforzi
e l'oggetto delle nostre istituzioni, è il suo maggior bene, cesserà
senza alcun dubbio dal mostrarsi indifferente e dal mettere in dileggio
quelle istituzioni e tutto ciò che noi difendiamo, sosteniamo e
comprendiamo sotto il nome di libertà. Egli si affretterà al contrario
di studiare il significato delle parole da noi usate e delle cose da noi
commendate, per conoscere in qual modo gli è concesso di prendervi
parte, affine di agevolare il compimento dei nostri disegni, e gli
elettori si recheranno puntualmente ai loro collegi, per dare a sè
medesimi dei rappresentanti atti ad ordinare delle buone e provvide
leggi, che assicurino il destino della nazione. — L'istituzione della
Guardia Nazionale, invece di essere considerata come una vessazione
governativa, sarà giustamente considerata come una garanzia pel paese, e
cesseranno dal maledirla. E così di tutti i funesti pregiudizi, che ora
offuscano la mente delle nostre popolazioni, e le rendono intolleranti
di un civile reggimento.

Quando il nostro popolo abbia imparato a giudicare sanamente le
intenzioni degli speculatori disonesti, che vorrebbero trasformare il
nostro nazionale riscatto in una illimitata prerogativa che li autorizzi
a spogliare impunemente altrui di ogni cosa che risvegli la loro
cupidigia, non si lascerà più ingannare da essi come al presente, e più
non crederà che le vessazioni e le spogliazioni, di cui è vittima, sieno
combinate e ordinate dai ministri del re per arricchire sè stessi. —
Quando gli occhi delle popolazioni italiane fossero bene aperti sopra i
raggiri e le menzogne di siffatti speculatori, i loro trionfi avrebbero
fine; e quando essi tentassero di prolungarli, il popolo, conscio dei
loro inganni, potrebbe dar loro una lezione che li disgutasse da nuovi
colpevoli tentativi. Allora, cessando quelli illeciti ed immensi
guadagni, la sorte del povero, alle cui spese si fanno per la massima
parte, sarebbe mirabilmente migliorata.

Per riassumermi dirò, che lo scopo a cui dobbiamo tendere innanzi tutto,
si è lo spargere luce nelle menti delle povere classi delle nostre
popolazioni, onde renderle consapevoli dei loro diritti e dei loro
doveri, e dar loro i mezzi di sfuggire ai sanguinosi artigli degli
spogliatori di ogni genere, che oggi le fanno loro preda. — Le nostre
popolazioni ricevettero dalla natura una intelligenza tanto pronta
quanto retta, che le sforza a seguire il giusto, tosto che lo hanno
veduto e conosciuto. — Con questi due doni della natura, che formano la
parte più elevata del carattere del popolo italiano, come si spiega
l'infinita serie di errori e di pregiudizi, che lo dominano oggi ancora,
e che lo fanno traviare ad ogni passo? Non è questa una irrefragabile
prova che nessuno si è accinto a dir loro la verità? Andiamo sempre
ripetendo, che le nostre popolazioni agricole ed artigiane sono nelle
mani del clero, che le istruisce a modo suo, ed a cui credono
ciecamente; sappiamo che la maggioranza del clero vede di mal occhio,
anzi biasima e condanna tutto ciò che fu fatto in Italia dal 59 in poi,
e nulla tentiamo per togliere al clero le menti ed i cuori delle nostre
popolazioni, e per sostituirci ad esso nella loro confidenza. Di chi
dunque è la colpa, se il nostro popolo è così poco informato delle
massime fondamentali del vivere civile?

Un piccol numero dei nostri possidenti fondiarii incomincia a sospettare
che nessuno possa avere tanto a cuore l'interesse loro quanto essi
stessi. — E perciò, e perchè inoltre il vivere in città è più
dispendioso che il vivere in campagna, questo picciol numero dei nostri
signori abbandona per tempo i conforti e i diletti dei teatri, delle
conversazioni, dei ritrovi, ecc., e si ritira in mezzo a' suoi campi,
nelle sue ville, e fra i suoi villici, per accudire ai lavori che
procurare gli debbono un aumento di entrata. È questo un progresso
compito da questi nostri possidenti; ma il profitto che ne trarrebbero e
i possidenti ed il paese intero, sarebbe di gran lunga maggiore, se un
altro intento aggiungessero a quello di dirigere la coltura dei terreni.
— I contadini di un paese libero non sono unicamente gli strumenti
dell'agricoltura, come gli aratri, le vanghe, i mulini, i trebbiatoi,
ecc. Essi sono le membra del corpo sociale e politico, i possessori di
ogni diritto civile, i produttori della pubblica prosperità, i difensori
della indipendenza nazionale e del buon ordinamento civile, e possono
diventare i rappresentanti della nazione e gli amministratori delle sue
ricchezze.

Queste moltitudini, destinate a così nobile e così splendida missione,
sono quelle appunto che più si lagnano, direi quasi che più abborrono i
rivolgimenti accaduti dal 59 sino ad oggi, e che oppongono una ostinata,
una disperata forza d'inerzia al conseguimento delle nostre mire. — È
egli possibile di attribuire tale stranezza ad altra cagione, se non ad
un equivoco, ad un difetto d'intelligenza in quelle moltitudini
pregiudicate e sdegnate contro chi vuol farsi loro benefattori, e contro
gli stessi benefizi ad esse offerti?

Ora poichè tale equivoco, oltre all'essere evidente, è pure
singolarmente assurdo, e minaccia di diventare funesto alla patria ed
alla nazione stessa, non è forse un preciso, un assoluto dovere per
quelli, a cui spetta d'illuminare le moltitudini perchè istrutti ed in
grado di guidarle rettamente, non è forse loro sacrosanto dovere di
tutto porre in opera affinchè cessi l'equivoco, e cessi al più presto?

Si suol dire, per iscusare la inerzia delle classi educate, nulla
esservi di più difficile, che il mostrare la luce ai ciechi, di
sottomettere alla ragione i zotici, d'insegnare agli ignoranti.
L'impresa può essere ardua, e deve apparire doppiamente tale a chi non
ha mai tentato passo alcuno in quella direzione. Ma le difficoltà non
sono però tali da disanimare la buona volontà di un vero filantropo, di
un vero patriotta, di un vero cristiano. — Ricordiamoci che acquistando
la libertà e l'indipendenza, costituendoci in nazione, ed ottenendo come
tale un posto onorato fra le potenti e civili nazioni europee, abbiamo
acquistato dei diritti non solo, ma abbiamo contratto altresì dei doveri
verso le vicine potenze, e verso noi medesimi. — Siamo stati rispettati
sin quì, dobbiamo mostrarci degni di rispetto. Dobbiamo tollerare con
forte pazienza i mali inseparabili da ogni sociale rivolgimento; non
perdere il tempo e la lena in vani lamenti, in puerili ed irate
recriminazioni, in urti ed assalti reciproci, in garruli od inutili
dibattimenti; ma prefiggerci per iscopo d'ogni nostro atto la
consolidazione di quanto abbiamo fatto, e perchè non potevamo far cosa
migliore, e perchè ciò che abbiamo fatto liberamente non possiamo
ripudiarlo senza confessarci inetti e bisognosi di severa tutela:
confessione che sarebbe troppo umiliante per una nazione come la nostra,
che per tanti anni aspirava ai beni di cui gode oggidì, e che acquistati
appena non ha il diritto di sprezzarli, o di dichiararsene stanca. —
Ricordiamoci che il pentimento nelle nazioni non è virtù, ma debolezza,
leggierezza, o indizio dell'una e dell'altra.

Sforziamoci d'inspirare ai nostri compatriotti, a qualunque classe di
persone appartengano, la tolleranza, la costanza e l'energia. —
Scacciamo le tenebre della ignoranza, che tolgono al povero delle
campagne, come a quello delle città, la necessaria luce; ma mentre
ammaestriamo il povero, non trascuriamo di ammaestrare noi medesimi.

Chi semina la discordia fra i cittadini non è il povero. — Chi sparge
sospetti, proteste e calunnie sui nomi sin qui più onorati del paese
nostro, sì che più non si trovi un uomo meritevole di stima e di
rispetto che assumere si voglia di succedere a chi sottostava alle
ingiuste ed alle assurde accuse de' suoi concittadini; chi operava
simili nefandità non è il povero nè l'incolto. — Chi consiglia agli
elettori di scegliersi a loro rappresentante un avversario dell'attuale
ordine di cose, che non accetta l'incarico affidatogli, o lo accetta per
aggiungere nuovi ostacoli a quelli che già ingombrano la via ove
camminar debbono il governo e il paese, non è nè il povero nè
l'ignorante. — Chi biasima gli operosi, senza additar mai ciò che
sarebbe da farsi, e senza por mano ad opra alcuna, non è il povero, che
si accontenta di ripetere le insulse diatribe de' suoi maggiori. Chi
profetizza, ed annunzia come imminenti, rovinose catastrofi, senza dir
mai come si potrebbero evitare, eccitando così il terrore, lo
scoraggiamento e la diffidenza nell'animo delle moltitudini, non è il
povero. — Dobbiamo farci maestri del popolo, ma dobbiamo altresì
correggere noi stessi, sicchè egli possa vedere in noi il modello di ciò
che esser deve il cittadino di un paese libero.

Mi si potrebbe opporre ch'io raccomando ad un tempo due cose che non
possono camminare di pari passo; cioè che raccomando alle classi più
elevate della nostra società di farsi educatrici delle più povere e più
rozze, mentre dichiaro che le prime abbisognano non meno che le seconde
di una educazione politica, e si potrebbe ancora soggiungere che codesta
educazione io non accenno chi debba ad esse compartirla.

Poche parole basteranno a chiarirmi su tale apparente contraddizione. Se
le modificazioni, ch'io vorrei suggerire alle classi più colte ed
illuminate de' miei concittadini, richiedessero lungo tempo ed ardui
studii per essere effettuate, meriterei invero la taccia di proporre
degli scolari per maestri delle classi più povere e più ignoranti. — Ma
le modificazioni di cui parlo dipendono unicamente dalla volontà di
coloro che dovrebbero eseguirle. — Gli italiani educati e colti sanno
benissimo, che un paese non può governarsi costituzionalmente, se i
cittadini di questo non partecipano al maneggio degli affari suoi; che
non v'ha linea stabile di confine tra i governati e i governanti, ma che
l'autorità passa dagli uni negli altri, secondo le varie circostanze,
secondo pure che si scoprono nuovi cittadini atti ad assumerla e ad
esercitarla. E se gli italiani capaci di partecipare al governo del loro
paese, se ne stanno inoperosi, fuori della sfera in cui si trattano gli
affari, contenti di biasimare chi assunse l'incarico di governare, non è
già perchè essi non sappiano che quando tutti i cittadini se ne stessero
come essi stanno colle mani alla cintola, il governo parlamentare o
rappresentativo sarebbe pel nostro paese una utopia. Non è neppure che
ad essi poco o nulla importi che esista o non esista il governo
parlamentare: ma perchè vanno dicendo a sè medesimi, che gli aspiranti
all'esercizio del potere non sono mai in numero troppo ristretto; che la
loro propria cooperazione non sarebbe di vantaggio alcuno al paese, e
che a loro è concesso di starsene oziosi, sicuri essendo che l'autorità
non difetterà mai di esercenti. — Se v'ha un solo fra i nostri censori
inoperosi, che rimproverato da qualche amico per la sua inerzia, non
abbia tentato di giustificarsi adducendo per argomento la propria
incapacità, e la certezza che non mancano cittadini disposti ad
accettare la responsabilità del governo ed atti a sostenerla degnamente,
si faccia innanzi, e mi dimostri la falsità del mio supposto.

Quando fosse vinta l'inerzia che opprime e domina una gran parte degli
italiani più colti ed illuminati, sarebbero sanate molte delle piaghe
che ne lasciarono i nostri antichi padroni. — Il cittadino, assorto
negli affari dello stato o in quelli dell'amministrazione, non avrebbe
nè il tempo, nè la volontà di volgere in ridicolo e di biasimare tutto
ciò ch'egli vede; e quando avesse contratta l'abitudine di occuparsi di
cose serie, non crederebbe più che gli manchi il tempo di applicarsi
alla educazione delle classi povere ed incolte. Insomma le nostre classi
illuminate ed istrutte sono atte a reggere lo stato, ed a guidare la
pubblica opinione, che abbandonata a sè medesima, troppo spesso è
soggetta ad errare; sono atte in una parola ad educare il popolo ed a
perfezionare sè medesime, purchè così vogliano. — Così risolva la
volontà loro, e le sorti del nostro paese seguiranno un corso regolare e
placido, nè inciamperanno ad ogni passo negli ostacoli che loro
suscitano pochi spensierati o maligni oppositori.

Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, e tosto vedremo chiarirsi il
nostro orizzonte. Gli elettori si recheranno ai rispettivi loro collegi,
e manderanno al parlamento, non già dei nomi in qualsiasi guisa famosi,
ma degli uomini assennati, versati nel maneggio degli affari, onesti e
prudenti. — Allora il parlamento si dividerà in una maggioranza
compatta, e in una minoranza che servirà a mantenere la maggioranza
sulla retta via. — Allora i ministeri sapranno su chi possono
appoggiarsi, e formeranno progetti che spereranno di condurre a buon
fine. — Allora cesseranno le deplorabili scene di violenza e di
disordine, che alcuni degli attuali nostri deputati suscitano a bello
studio, perchè le considerano come una incontestabile prova del loro
ascendente. — Furono eletti perchè avevano fatto parlare di sè, ed ora
mettono sottosopra il parlamento per mostrarsi non inferiori a sè
stessi. — E gli uomini assennati di cui abbonda l'Italia permettono tali
scandali!

Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, ed il popolo imparerà a
fidare ne' suoi rappresentanti, e nei maestri che a lui spontaneamente
si offriranno per renderlo atto a trarre dalla libertà la materiale
prosperità a cui ha diritto. — Allora saremo veramente liberi ed
indipendenti, quando pure Roma dovesse rimanere, per qualche tempo
ancora, in balìa del Pontefice. — Allora saremo ricchi, perchè non
avremo bisogno di spendere ingenti somme per combattere la noia compagna
dell'ozio, e perchè la ricchezza dello stato ci consolerà delle scemate
nostre ricchezze. — Allora avremo degli speculatori onesti, e delle
speculazioni che arricchiranno i singoli leali speculatori, e con essi
il paese. — Allora progrediranno le nazionali industrie, perchè i
capitalisti le sosteranno, e gli artigiani vi lavoreranno con zelo
indefesso.

Gli stranieri conosceranno quali tesori di forza, di costanza e di
patriottismo serbi tuttora questa povera terra, tanto calunniata e
derisa, e che sembra talvolta voler giustificare le accuse di cui è
fatta bersaglio. Vere ed incalcolabili sarebbero le conseguenze di
questo primo passo sulla via della pubblica salvezza. — Faccia ognuno
ciò che sa e sente di poter fare, e nel giudicare della propria
attitudine non si lasci ingannare dall'amore dell'ozio, ma faccia di sè
uno scrupoloso e serio esame.

Questi sono i risultati verso i quali tutti dobbiamo tendere, nella
misura delle nostre forze e della nostra capacità. — Abbiamo creduto
troppo ingenuamente che, dopo le vittorie del 59 e del 60, le cose
nostre avessero a progredire da sè sole, senza forviarsi mai, e senza
che alcuno si prendesse la briga di guidarle. — Da quell'epoca in poi
abbiamo deviato non poco; e se non vi si pone pronto rimedio, potremo
trovarci in breve smarriti nel deserto. Per buona sorte però non abbiamo
ancora perso di vista la diritta via. — Torniamo senz'altro indugio ad
essa, e non consentiamo mai più che vizio o passione ce ne allontani. —
Cessiamo una volta dallo scambiare fra di noi accuse, sospetti e
rimproveri; ma risolviamo invece unanimi e concordi di conservare i beni
conquistati, educando noi stessi ed il popolo ad accrescerli sempre più,
e a trarne quei vantaggi materiali e morali, che simili beni producono
alle nazioni che già da molti anni ne godono, e che sanno giustamente
apprezzarli.


NOTE

  [1] Quando io scriveva quelle righe, già si sussurrava di una
  tacita resistenza al pagamento delle nuove imposte; ma si sperava
  che in essa non vorrebbero persistere ed ostinarsi i napoletani. —
  Si cercavano ad essi scuse, e si trovavano facilmente nel fatto,
  che sino al 59 i sudditi dei Borboni non sapevano per così dire
  che cosa fossero le imposte, nè perchè si decretassero, nè a qual
  uso servissero. Tanta ignoranza doveva diradarsi rapidamente, ed
  era o sembrava impossibile che una popolazione intelligente e
  svegliata come la napoletana non intendesse che le strade non si
  aprono, che le scuole non si creano, che la sicurezza e la
  tranquillità pubblica non si ottengono senza denaro, e che il
  denaro a ciò impiegato deve essere fornito dal popolo che fruisce
  di siffatte opere ed istituzioni.

  Forse che la indulgenza usata verso i primi che si astennero dal
  pagare le nuove imposte persuase ai napoletani che, persistendo
  essi nella loro resistenza, si manterrebbero immuni da ogni
  disturbo fiscale. — Il fatto si è che le nostre provincie
  meridionali pagano in effetto circa il 20 per cento della quota
  che ad esse spetterebbe di pagare. — I deputati napoletani sono
  però fra i più accaniti detrattori del governo italiano, perchè
  esso non propone un mezzo facile ed economico di ragguagliare
  l'avere ed il dare dell'annuo bilancio. — Nè è da supporre ch'essi
  ignorino la principale cagione di quella pretesa incapacità del
  nostro governo; ed un bambino non durerebbe fatica a convincersi
  che quando il consuntivo non giunge al 50 per cento del
  preventivo, il deficit non può essere evitato.

  La conseguenza necessaria di tale dissesto è la creazione
  incessante dì nuove imposte, le quali non rendendo allo stato
  nemmeno la metà della somma aspettata, e ciò perchè circa una metà
  degli abitanti del regno non paga la parte sua, rimangono e
  rimarranno in perpetuo insufficienti. Intanto l'Italia
  settentrionale che, di mala voglia sì ed imperfettamente paga, ma
  pure paga, va impoverendosi di giorno in giorno, e potrà fors'anco
  cadere in rovina, se le cose continuano su questo piede.

  Chi ha pagato i molti milioni impiegati a costruire strade
  carreggiabili e ferrovie, a stabilire telegrafi elettrici, a
  fondare nuove scuole primarie in tutti i comuni delle provincie
  meridionali? chi, se le provincie meridionali stesse non li hanno
  pagati, e non li pagano? — Noi non siamo fra quelli che si
  figurano il governo come un essere _sui generis_, possedente beni
  suoi propri e tesori inesauribili, indipendenti dalle imposte e
  dalle somme che ne ritrae. — Se dunque i napoletani fruiscono
  gratuitamente dei lavori eseguiti nelle loro provincie, siccome il
  denaro che costarono non può provenire da altra fonte che dal
  pagamento delle imposte, dobbiamo concludere, che i benefizi
  largiti ai napoletani furono pagati dall'Italia settentrionale in
  gran parte, e dall'Italia centrale nella misura delle sue forze.

  Noi non avremmo desiderato che il governo sospendesse i lavori
  intrapresi nell'Italia meridionale, ed aspettasse per condurli a
  buon fine che i suoi abitanti si adattassero a pagare le imposte.
  — Le opere eseguite e le istituzioni attivate erano necessarie
  alla fusione delle varie popolazioni, che è quanto dire al
  consolidamento della nostra unità politica, ed è questo uno scopo
  che deve essere raggiunto a qualunque costo. Nè ci rifiuteremmo di
  pagare i conti dei napoletani anche nell'avvenire, se credessimo
  la cosa possibile; ma camminando di questo passo, andremo in
  rovina, senza vantaggio alcuno pel paese. Ciò che a noi sembra
  urgente si è di ristabilire l'equilibrio tra le finanze delle
  varie provincie, insieme con quello degli annui bilanci,
  costringendo i napoletani a pagare la quota che ad essi spetta. —
  Tosto o tardi sarà necessario adottare tale partito; e le
  dilazioni altro effetto non hanno se non di persuadere ai
  napoletani che, durando nella loro resistenza, rimarranno
  vincitori.

  [2] Mentre io stava scrivendo queste pagine, gli avvenimenti
  sembravano disposti a darmi una solenne e decisiva mentita. — Un
  pugno di giovani imprudenti, sedotti da irreconciliabili nemici
  dell'attuale ordinamento delle cose nostre, e guidati da un uomo
  il cui nome esercita un fascino singolare sulle giovanili
  imaginazioni, fidando sul fatto che la Presidenza del Consiglio
  dei Ministri era caduta nelle mani di chi sa persuadere a tutti i
  partiti di essere cosa loro, e la cui presenza al Ministero fu
  sempre seguita da una sciagura nazionale, levavano lo stendardo
  della ribellione, ed irrompevano sul territorio pontificio. —
  Confesso che i partigiani del generale Garibaldi formano una
  fazione politica, che si appoggia, non già ad un corpo di dottrine
  politiche, ma ad un uomo di cui si sono fatti un idolo, quantunque
  lo riconoscano scevro di criterio politico, di prudenza, di
  sagacità, di tutte le doti infine che costituiscono l'uomo di
  stato, e ne lodano soltanto il coraggio, la lealtà ed il
  patriottismo: virtù che bastano a meritargli la erezione di una
  statua sulla pubblica piazza, ma non ad ottenergli il titolo ed i
  diritti di un dittatore. — Il generale Garibaldi ed i suoi
  partigiani pretendevano impadronirsi di Roma, cacciarne il
  Pontefice, stabilirvi verosimilmente la dittatura repubblicana, e
  sostenere quindi la guerra contro la Francia. — L'impresa era così
  disperata, così rovinosa, che i romani stessi lo conobbero, e si
  astennero dal parteciparvi. — Il successo non era dubbio; ma i
  pericoli che tanta caparbietà minacciava alla patria erano grandi
  e numerosi. — Il governo nostro trovavasi nella più critica
  situazione. — Legato dai trattati, e costretto dalla più volgare
  prudenza a non partecipare a tentativi violenti contro il governo
  pontificio, esso non poteva nè attaccarlo nè difenderlo, e perchè
  la pubblica opinione si sarebbe opposta così all'uno come
  all'altro partito, e perchè i trattati non lo autorizzavano ad
  intervenire negli stati romani, nè in favore del Pontefice nè in
  favore de' suoi avversarii. — D'altra parte, se le nostre truppe
  avessero occupato il territorio pontificio, e più ancora se si
  fossero portate dentro le mura di Roma, un tal passo ci avrebbe
  condotto alla guerra civile, ed alla guerra contro la Francia, che
  avrebbe considerato la nostra occupazione a mano armata di Roma
  come una sfacciata infrazione ai trattati testè conclusi, e come
  un atto di violenza contro il Papa, in una parola come una
  conquista; mentre dall'altro lato il nostro governo non poteva
  accettare e sanzionare la dittatura del generale Garibaldi, nè
  tutti gli atti e le illegalità che da tale dittatura sarebbero
  derivati. Le due armate trovandosi a fronte l'una dell'altra, e le
  volontà dei rispettivi capi essendo fra loro discordi, non vedo
  come si sarebbe evitata la guerra civile, o forse anche lo
  smembramento d'Italia.

  A tali estremi pericoli ne esponeva la ostinazione e la singolare
  imprudenza del generale Garibaldi; e la sagacità che giunse ad
  allontanarli non fu per certo volgare prudenza. Anche questa volta
  però il grandissimo numero degli italiani, ed i romani pressochè
  tutti, diedero nuova testimonianza del buon senso che predomina
  nelle nostre popolazioni; poichè nessuno, tranne gli agitatori
  incorreggibili cresciuti ed educati nelle lunghe e ripetute
  emigrazioni politiche, tranne pochi giovani la cui fantasia si
  accende in guisa che ne offusca totalmente il criterio, ed alcuno
  forse di quei sciagurati che non si sentono al sicuro se non nel
  disordine e nella illegalità; nessuno, dico, approvava l'impresa
  del generale Garibaldi e ne desiderava il successo, sebbene lo
  scopo di essa, cioè la riunione di Roma al rimanente d'Italia, sia
  oramai il principale oggetto dei voti degli italiani.

  Questa crisi per buona sorte giunse al suo fine, senza avere
  cagionato la rovina che sembrava ne minacciasse; del che devesi
  render grazie alla moderazione dell'Imperatore dei francesi, e al
  sincero desiderio, anzi al bisogno di pace, che predomina tanto in
  Italia quanto in Francia. — Che il governo italiano non potesse
  operare come ausiliario di un branco di giovani indisciplinati,
  inspirati dai meetings di Ginevra, di Milano e di altre città
  d'Italia, di poche bande di volontari le quali portavano inscritti
  sulle loro bandiere principii e sentimenti rivoluzionari, e si
  dichiaravano seguaci di Mazzini e de' suoi luogotenenti, creando
  nelle borgate da essi occupate dei governi provvisorii, che
  sapevano di repubblica assai più che di monarchia costituzionale,
  ed operando come avrebbero operato prima del 59, cioè come se la
  nazione italiana ed il regno d'Italia non esistessero, o ne
  ignorassero la esistenza; che il governo acclamato dalla intera
  Italia, e che la rappresenta, non potesse entrare in campo come
  ausiliario delle bande dette garibaldine, è cosa troppo evidente
  perchè possa mettersi in discussione. — E tale evidenza appare
  maggiormente ancora, se si riflette che le popolazioni degli stati
  pontificii, e la romana in particolare, non si mostrarono per
  nulla consenzienti ai tentativi fatti sotto pretesto di liberarle,
  e che il successo degli assalitori non avrebbe avuto luogo senza
  spargimento di sangue italiano per mano italiana. — Se dunque il
  nostro governo, il governo di Vittorio Emanuele, si fosse indotto
  ad unirsi ai garibaldini, esso avrebbe mancato ai trattati,
  avrebbe condotto i suoi soldati contro gente italiana; e tutto ciò
  per assicurare il trionfo di una fazione a lui avversa, e così
  debole ed impotente, che a nulla poteva riescire se non coll'aiuto
  del regno d'Italia. — D'altra parte il governo del nostro re non
  poteva combattere direttamente le bande garibaldine, senza
  incorrere in una guerra civile ed imbrattarsi di sangue italiano;
  e ciò per difendere diritti ch'esso non riconosce, e contro la cui
  legittimità egli si è dichiarato. — Le cose stando in tale stato,
  l'intervento francese, sebbene pieno anch'esso di pericoli, era
  però il solo mezzo di evitare a noi la guerra civile, e di mettere
  il Pontefice al sicuro da una catastrofe, la cui responsabilità
  sarebbe ricaduta sulla nazione italiana e sul suo governo. — Ora
  che la tranquillità ed un certo buon ordine, compatibile con un
  pessimo governo, sono ristabilite, le truppe francesi lasceranno
  il paese ove sono una vivente violazione del principio che la
  Francia stessa proclamava del non intervento nelle dissensioni
  intestine dei vari stati europei. Ma siccome i recenti avvenimenti
  hanno dimostrato che la convenzione del 65 tra la Francia e
  l'Italia, nei termini in cui fu concepita e redatta, non produce
  quei risultati che da essa si aspettavano; siccome il governo
  italiano, a cagion d'esempio, non può impedire che il territorio
  pontificio sia assalito da bande di volontari, senza combatterle,
  ciò che ripugna ad ogni cuore avverso alla guerra civile; nè può
  impedire che la città di Roma cada difatto nelle mani dei
  volontari o delle popolazioni insorte, mentre i trattati gli
  vietano di occupare esso medesimo quel territorio; per questi e
  molti altri motivi, la cui enumerazione riescirebbe troppo lunga,
  si comporrà un nuovo trattato che ponga al sicuro la persona del
  Pontefice da ogni offesa, e garantisca il rispetto dovuto alla
  religione della civiltà, a tutto ciò che si riferisce ad essa,
  come sarebbero i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi ministri,
  ecc.

  Possiamo dunque sperare, malgrado le immeritate invettive e le
  imprudenti dichiarazioni di alcuni fra i ministri ed oratori della
  Francia, che codesta nazione, più sensata e più giusta di que'
  suoi rappresentanti, rispetterà le costanti e legittime
  aspirazioni dell'Italia; e si terrà soddisfatta d'intervenire in
  ciò che vi è veramente di universale nella così detta quistione
  romana, cioè di assicurare la conservazione della religione
  cristiana e cattolica, e di quanto la concerne, lasciando agli
  italiani la cura d'intendersi col Pontefice su ciò che appartiene
  esclusivamente all'Italia, cioè sulla questione dell'annessione di
  Roma, purchè ci asteniamo dall'uso della forza materiale, della
  violenza. Riconosciuti una volta i nostri diritti, e posti alcuni
  limiti all'esercizio loro, spetterà a noi l'approfittare con somma
  prudenza dei nostri vantaggi, mostrarci capaci di contenere i
  nostri desideri, e aspettare il momento opportuno per soddisfarli.
  — Se l'Italia sa mantenersi nazione libera ed indipendente,
  ordinata e tranquilla, sotto un governo costituzionale ed
  italiano, che l'Europa ha riconosciuto e rispetta, non v'ha per me
  dubbio che Roma debba in breve entrare a parte delle nostre sorti.
  L'incertezza si riferisce soltanto al come e al quando sarà
  compiuto questo finale e solenne avvenimento; e a tale incertezza
  dobbiamo rassegnarci sinceramente, come ad una invincibile
  necessità politica e sociale.

  Ma perchè tale rassegnazione sia possibile, e porti i suoi frutti,
  dobbiamo rientrare nelle vie di una regolare ed ordinata libertà,
  e rinunziare alla politica sentimentale, che già troppo sovente ne
  fuorviava. — Nessun paese può dirsi libero, se concede ad un uomo,
  sia pur esso il più virtuoso ed il più amato, di mettere in non
  cale la legge, e di seguire soltanto la propria volontà. — Il re è
  sottomesso alla legge, ed alla legge obbedisce. Perchè si permette
  al generale Garibaldi di sprezzarla, e di non tenerla in alcun
  conto? Egli non aveva che un solo mezzo per conservarsi in una
  condizione così eccezionale, ed era l'usarne assai di rado, ed il
  non abusarne mai. — Garibaldi invece si è fatto lo stromento di
  Mazzini e dei Mazziniani in Italia, e si accinse a realizzarvi i
  loro sogni. — Con ciò ne ha posto due volte sull'orlo della guerra
  civile e della guerra contro la Francia. — Questi due fatti,
  quello di Aspromonte e quello di Monterotondo, lo hanno balzato
  dal trono fantastico su cui lo aveva posto la nostra gratitudine,
  e ridotto alla condizione di semplice cittadino di un paese
  libero; condizione, di cui, mi sia permesso il dirlo, non v'ha
  eroe che non possa e non debba tenersi per soddisfatto ed onorato.

  Sia dichiarato una volta, e nessuno lo contesti, che Garibaldi
  deve obbedire alla legge come ogni altro cittadino d'Italia, non
  solo quando l'obbedienza non gli pesa, ma sempre ed in
  qualsivoglia circostanza, e che qualora egli tentasse una terza
  volta d'infrangerla, sarà richiamato al dovere coi mezzi stessi
  dalla legge prescritti. — L'uguaglianza dei cittadini innanzi alla
  legge è la prima fra le grandi conquiste che la rivoluzione
  francese dell'89 compì sulla tirannide dei governi assoluti, il
  principio più fecondo e più benefico della moderna civiltà, e chi
  non sa contentarsene e rendergli omaggio, si mostra indegno di far
  parte di un consorzio civile e libero.


FINE



INDICE


  Al lettore                                             pag.   3
  Cap.  I. — Situazione politica e materiale d'Italia     »     5
   »   II. — Influenza del passato                        »    35
   »  III. — Carattere dell'italiano, sue varietà e
              sue conseguenze                             »    75
   »   IV. — Spirito di parte                             »   113
   »    V. — Nostri doveri                                »   127
   »   VI. — Risultati verso i quali tutti dobbiamo
              tendere                                     »   133
  Note                                                    »   149



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (qui/quì, subìto/subíto e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire" ***

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