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Title: Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Author: Michelangelo Buonarroti
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le lettere di Michelangelo Buonarroti" ***

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                              LE LETTERE
                                  DI
                       MICHELANGELO BUONARROTI

                           EDITE ED INEDITE
                COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI.



              EDIZIONE ORDINATA DAL COMITATO FIORENTINO
             PER LE FESTE DEL IV CENTENARIO DALLA NASCITA
                           DI MICHELANGELO.



                              LE LETTERE

                                  DI

                       MICHELANGELO BUONARROTI


                              PUBBLICATE
                COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI

                               PER CURA
                                  DI

                           GAETANO MILANESI.



                              IN FIRENZE,
                 COI TIPI DEI SUCCESSORI LE MONNIER.
                            M. DCCC. LXXV.



PREFAZIONE.


Pubblicando le LETTERE DI MICHELANGELO, mentre Firenze si appresta a
celebrare il Quarto Centenario dalla sua nascita, ha creduto il Comitato
a ciò eletto, non solo di onorare meglio e più degnamente la memoria del
grande artista, ma di lasciare altresì ai posteri bella e più durevole
ricordanza di tanta solennità.

Dopochè da quattro secoli di Michelangelo Buonarroti si ragiona e si
scrive, e solenni critici hanno del divino ingegno, delle mirabili opere
e dell'altissimo grado che tiene nell'arte, ampiamente discorso; certo
non passerebbe senza nota di presunzione, che io non artista, nè
dell'arte intendente, pigliassi la presente occasione, in cui si
pubblicano le sue Lettere, per dirne nuovamente, e volessi aggiungere il
mio agli autorevoli giudizi altrui. Il che, oltre essere per la detta
ragione superfluo, riuscirebbe ancora tanto inopportuno, quanto la
natura stessa del Libro pare che meno il richiegga; nel quale mentre
scarseggiano i particolari dell'artista, abbondano invece quelli
dell'uomo. Per le Lettere infatti di Michelangelo, tutte più o meno
importanti, e talune bellissime e piene di sentimento e di forza, dove
il pensiero è più che espresso, scolpito; e dove, se la passione il
commuove, egli s'innalza fino all'eloquenza; noi possiamo acquistare
dell'animo suo, delle qualità del suo cuore e de' suoi sentimenti, assai
migliore e più intiera notizia, che dai passati Biografi non s'abbia. Da
esse apparisce con quale affettuosa reverenza onorasse il padre; col
quale avendo avuto più volte, per cagione d'interessi, screzi e
questioni assai vive, giammai i termini della modestia non trapassò,
comportandosi sempre da figliuolo amorevole e rispettoso. Ed eguale
amore portava ai fratelli, ai quali, sebbene fossero di natura molto
diversa dalla sua, cercò con ogni sollecitudine di procacciare un onesto
avviamento, e di buone somme di denari per questo effetto gli aiutò. E
quando la morte gli tolse l'uno e gli altri, nell'unico nipote tutta la
sua affezione raccolse; lui riguardò come il conforto della sua
vecchiezza e d'ogni suo avere lo fece erede, perchè onorevolmente
tirasse innanzi la casa. De' suoi servitori, che furono molti e sempre
da lui trattati amorevolmente, sebbene pochi gli corrispondessero,
nessuno fu più dell'Urbino amato da Michelangelo: e quando con suo
grandissimo dolore gli fu rapito dalla morte, egli, come padre
amorevole, ebbe cura de' suoi figliuoli.

Ma per quanto rarissime fossero in lui queste belle doti dell'animo,
pure egli pagò talvolta il debito all'umana fralezza. Fu Michelangelo
costante nelle amicizie, ed ebbe amici provati che gli serbarono fede
fino alla morte. Pure nel lungo corso della sua vita gli accadde due o
tre volte di rompersi con alcuno: il che fu piuttosto per la natura sua
sospettosa che lo portava a dare troppo facile orecchio alle altrui
maligne parole, che per vera cagione che ne avesse. Resta ancora una
lettera assai fiera e di fieri rimproveri ripiena, che gli scrisse
Iacopo Sansovino. Se le accuse che egli dà a Michelangelo sieno in tutto
o in parte fondate, è difficile accertare. Vero è che il Sansovino si
duole di lui con troppa passione, credendo che gli fosse stata tolta
un'opera, già promessagli, e data ad altri per consiglio di
Michelangelo. Chi non sa che amico svisceratissimo gli fosse Sebastiano
del Piombo? eppure la loro amicizia durata tant'anni, a poco a poco si
raffreddò, e di poi in tutto cessò, senza che se ne possa assegnare la
cagione. Certo di questa amicizia nè nel Vasari, nè nelle Lettere di
Michelangelo dopo la sua andata a Roma abbiamo più segno o ricordo
alcuno. Erano gli sdegni suoi nel primo impeto terribili, e parlando o
scrivendo, sapeva dire benissimo e con grande efficacia l'animo suo;
come può vedersi nelle sue Lettere, e massime in quella a Giovan Simone
suo fratello[1] e nell'altra a Luigi del Riccio,[2] tanto suo amorevole
e serviziato amico. Ma questi sdegni ed impeti furono in lui
passeggieri. L'animo suo era vòlto alla benevolenza; gli dispiacevano
gli uomini doppi o _fognati_, com'egli diceva, cioè con due bocche, ma
chiunque gli mostrava affetto, era da lui con altrettanto corrisposto.

Onde è certo che coloro i quali da ora innanzi piglieranno a scrivere di
Michelangelo, conoscendo quanto a meglio intendere l'artista aiuti lo
studio dell'uomo, faranno capitale di questo nuovo e prezioso libro che
oggi si pubblica; dove sovente egli dipinge se stesso così al vivo; dà
molti particolari della sua vita intima, ignoti a' Biografi, e delle
fatiche per tanti anni durate nell'arte fatta _suo idolo e monarca_, e
de' dolori che n'ebbe, spesso ragiona. Che se dalle ingiurie degli
emoli, dai morsi degl'invidi, e dai capricci de' potenti fu talvolta
fieramente turbato; più dell'ira e risentimento potè in lui la natural
bontà dell'animo, che all'usata benevolenza in breve lo riconduceva.

Ma se queste domestiche virtù abbondarono in Michelangelo, certo non gli
fecero difetto le cittadine: perchè quando un Papa ambizioso e crudele
colle armi proprie e colle straniere si apprestava ad assaltare Firenze,
egli dapprima spontaneo e senza speranza o promessa di premio, pose il
divino ingegno a prepararne le difese, e cogli argomenti ed industrie
d'un'arte nuova per lui, e per più mesi, vi si affaticò. La qual sua
nobilissima azione, che i Biografi contemporanei raccontano appena e per
ragioni che è facile intendere, è oggi e meritamente tenuta in gran
conto, e con altissime lodi celebrata.

Pure le sorti di Firenze alfine rovinarono, più per tradimento di chi
era preposto alla sua difesa, che per sforzo delle armi nemiche. E che
dolore provasse Michelangelo vedendo la cara patria venuta alle mani
d'un tiranno, mostrano, se non ci fosse altro testimonio, il suo
epigramma per gli esuli fiorentini, e i versi fatti dire alla figura
della _Notte_.

Dicono alcuni che ricercato del disegno d'una fortezza che il duca
Alessandro intendeva innalzare nella città, egli sdegnosamente vi si
rifiutasse; e che per questo il Duca non lo vedesse mai più di buon
occhio, e che volentieri gli avrebbe fatto dispiacere, se non fosse
stato difeso dal Papa. Ma di questo negli scrittori della sua vita non è
ricordo nessuno. Aggiungono altri, che riuscendo a Michelangelo sempre
più intollerabile il governo del Medici, e giudicando che colla morte
del Papa verrebbe a mancargli un potentissimo protettore, risolvette di
partirsi di Firenze, ed andare a Roma. Ma di questa sua risoluzione
forse più vera cagione è l'esser egli stato chiamato dal Papa, che
voleva servirsene per la pittura della Sistina: sebbene io creda che
altra cagione segreta il movesse; la quale fu l'ardente amore per una
donna, forse conosciuta da lui nella sua andata a Roma dell'agosto 1533.
E di questo egli parla chiaramente in una sua lettera frammentata
all'amico Angiolini.

Andato a Roma, quivi accarezzato dai Papi, ricercato dai principi e gran
signori, riverito e ammirato da tutti, trapassò gli ultimi trent'anni
della sua vita tra le fatiche dell'arte, che nuove glorie e nuovi dolori
gli riserbava, cantando in nobilissime rime un amore alto e i santi
pensieri di Dio e della morte, conversando dolcemente con gli amici, e
rivolgendo le cure alla famiglia lontana, che de' suoi consigli ed aiuti
ancora abbisognava.

Venendo ora alle LETTERE DI MICHELANGELO, che occupano la maggior parte
del presente volume, alla loro provenienza, e a' modi da me tenuti nel
pubblicarle, dirò, che esse sommano a 495, e sono tratte le più dagli
autografi dell'Archivio Buonarroti, e del Museo Britannico: quelle del
primo, meno qualcuna, erano tutte inedite; non così le seconde, in
generale assai meno importanti, chè il Grimm nella sua _Michelangelo's
Leben_, e il Piot nel _Cabinet de l'Amateur_, Année II, ne avevano
stampate tra ambidue da una quarantina. Di alcune delle edite nelle
_Pittoriche_ e nel _Carteggio_ del Gaye, ho fatto riscontro cogli
autografi, e in difetto loro, con copie antiche dell'Archivio Buonarroti
e di quello di Stato in Firenze; non senza vantaggio della lezione,
spesso negli stampati corrotta. Quanto alle Lettere di Michelangelo a
Giorgio Vasari, io mi chiamo fortunato di averle potute riscontrare,
colle copie fatte da Michelangelo Buonarroti il Giovane, sopra gli
originali, allora presso gli eredi del Vasari: e si vedrà col confronto
quanto sciattamente fossero stampate nella _Vita di Michelangelo_ dal
Biografo Aretino.

Rispetto a' modi da me seguiti nel condurne la stampa, io ho cercato di
tenermi in una via di mezzo tra la pedanteria degli uni, i quali
vorrebbero con servilità eccessiva veder riprodotti i documenti con
tutti i nessi, le abbreviature e le forme ortografiche; e la licenza
degli altri, che correggono, mutano, aggiungono, e tutto vestono alla
moderna.

Io dunque la prima cosa ho sciolto tutti i nessi e le abbreviature,
levato la _h_, dove era lettera aspirata, mutato il _ct_ nel doppio
_tt_; stimando che per questo cambiamento, il suono e il significato
della parola rimanga il medesimo. Certi errori di ortografia proprii di
Michelangelo, come _gugnio_, _Gorgo_, _page_, _largi_, per giugno,
Giorgio, paghe, larghi, ho lasciato stare, e lo stesso ho fatto di
alcune parole, scritte secondochè portava la favella fiorentina; come
_scriverrò_, _librerria_ e _liberria_, _amunizione_, per scriverò,
libreria, munizione. Insomma, sperando che questo libro vada per le mani
di molti, ho procurato che nessuno dalla stranezza e novità
dell'ortografia sia svogliato o noiato dal leggerlo. Ma ogni mia maggior
diligenza e cura è stata posta nel dare il testo di esse Lettere,
intiero e corretto il più possibile.


Dopo le Lettere vengono i RICORDI, scritti la più parte dalla mano
stessa di Michelangelo, e tratti dal Museo Britannico, dall'Archivio
Buonarroti e dalle stampe: ed in ultimo i CONTRATTI ARTISTICI,
abbondante e preziosa raccolta di documenti proprii ad illustrare la
vita artistica di Michelangelo e le sue Lettere. Sono anch'essi per la
massima parte inediti, e si conservano nell'Archivio suddetto.[3]


  [1] Vedi la Lettera CXXVII, a pag. 150.

  [2] È la Lettera CDLX, a pag. 520.

  [3] E qui per soddisfazione dell'animo mio riconoscente e per
  sentimento di giustizia debbo dichiarare che nella fatica del
  copiare le Lettere del Carteggio di Michelangelo nell'Archivio
  Buonarroti, mi hanno prestato non piccolo aiuto i miei cari amici
  cav. Carlo Pini, e cav. Iacopo Cavallucci; e che il padre don
  Gregorio Palmieri benedettino, a mia preghiera, e coll'annuenza
  cortese del padre abate di San Paolo suo superiore, si è
  sottoposto amorevolmente al disagio del viaggio da Roma a Londra,
  per copiare i Ricordi ed altre scritture, meno le Lettere, che si
  conservano tra i manoscritti di Michelangelo nel Museo Britannico.
  A' quali tutti io rendo pubblicamente le maggiori e migliori
  grazie.



LETTERE ALLA FAMIGLIA.



A LODOVICO SUO PADRE

DAL 1497 AL 1523.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di luglio 1497.

I.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._


  Al nome di Dio. A dì primo di luglio 1497.

Reverendissimo e caro padre. Non vi maravigliate che io non torni,
perchè io non ò potuto ancora aconciare e' fatti mia col Cardinale,[4] e
partir no mi voglio, se prima io non son sodisfatto e remunerato della
fatica mia; e con questi gra' maestri bisognia andare adagio, perchè non
si possono sforzare: ma credo in ogni modo di questa settimana che
viene, essere sbrigato d'ogni cosa.

Avisovi come fray Lionardo ritornò qua a Roma, che dicie che gli era
bisogniato fuggire da Viterbo e che gli era stato tolto la cappa: e
voleva venire costà: onde io gli detti un ducato d'oro che mi chiese per
venire, e credo che 'l dobiate sapere, perchè debe esser giunto costà.

Io non so che mi vi dire altro, perchè sto sospeso e non so ancora come
la s'andrà: ma presto spero essere da voi. Sano: così spero di voi.
Racomandatemi agli amici.

                                      MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [4] Raffaello Riario, detto il Cardinale di San Giorgio. Era
  Michelangelo da poco più d'un anno in Roma, statovi condotto da un
  gentiluomo del detto Cardinale, al quale Baldassarre del Milanese
  aveva venduto per cosa antica un _Cupido_ di marmo scolpito dal
  Buonarroti. Il Condivi ed il Vasari dicono che il Cardinale, per
  essere persona poco intendente, ma invero molto affezionata alle
  cose dell'arte, non aveva fatto fare nulla a Michelangelo: ma da
  una lettera dell'artista a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici,
  scritta da Roma ai 2 di luglio del 1496, la quale sarà
  ripubblicata più innanzi, si raccoglie invece che il Cardinale,
  comprato un pezzo di marmo, gli aveva commesso di scolpirvi una
  figura al naturale; e dalla presente lettera si conosce che egli
  restava ancora ad avere da lui per conto di questo lavoro; il
  quale, non sapendosi che cosa rappresentasse, è difficile di poter
  rintracciare se sia ancora in essere, e dove oggi si trovi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 d'agosto 1497.

II.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._


  Al nome di Dio. A dì 19 d'agosto 1497.

Carissimo padre, ec. Avisovi come venerdì giunse qua Bonarroto; e io
come lo sepi, andai all'osteria a trovallo; e lui mi raguagliò a boca
come voi la fate, e diciemi che Consiglio[5] merciaio vi dà una gran
noia e che non si vuole acordare i' modo nessuno, e che vi vuole far
pigliare. Io vi dico che voi veggiate d'accordalla e di dàgli qualche
ducato inanzi; e quello che voi rimanete d'accordo di dargli,
mandatemelo a dire, e io ve gli manderò, se voi no' gli avete; benchè io
n'abbi pochi, come io v'ò detto, io m'ingiegnierò d'acattargli, acciò
che non s'abbi a pigliare danari del Monte, come mi dicie Bonarroto. Non
vi maravigliate che io v'abbi scritto alle volte così stizosamente, che
io ò alle volte di gran passione per molte cagione che avengono a chi è
fuor di casa.

Io tolsi a fare una figura da Piero de' Medici[6] e comperai il marmo:
poi noll'ò mai cominciata, perchè no' mi à fatto quello mi promesse: per
la qual cosa io mi sto da me, e fo una figura per mio piaciere; e
comperai un pezo di marmo ducati cinque e non fu buono: ebi buttati via
que' danari: poi ne ricomperai un altro pezzo, altri cinque ducati, e
questo lavoro per mio piaciere: sì che voi dovete credere che anch'io
spendo e ò delle fatiche: pure quello mi chiederete, io ve lo manderò,
s'io dovessi vendermi per istiavo.

Buonarroto è giunto a salvamento e tornasi all'osteria, e à una camera e
sta bene e non gli mancherà mai nulla, quant'e' vorrà stare. Io non ò
comodità di tenello meco, perchè io sto in casa altri, ma basta ch'io
non gli lascierò mancar nulla. Sano: così spero di voi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lodovico_)

    Dicie aiutarmi pagare Consiglio.


  [5] Questo Consiglio d'Antonio Cisti merciaio aveva un credito di
  novanta fiorini d'oro larghi contro Lodovico Buonarroti, e per
  questo conto era lite tra loro. Finalmente a' 14 d'ottobre del
  1499 si accordarono nel modo stesso che Michelangelo disapprovava,
  cioè che Lodovico pose condizione, che così si chiamava la
  cessione della riscossione delle paghe, a favore del detto
  Consiglio, per altrettanta somma sopra 312 fiorini che Lodovico
  aveva al Monte della dote di Madonna Lucrezia Ubaldini da Gagliano
  sua seconda moglie. Pare che Consiglio fosse poi pagato del suo
  credito; perchè si trova che il primo di marzo del 1502 rinunziò
  alla detta condizione.

  [6] Il Vasari non ricorda altri lavori fatti da Michelangelo per
  Piero de' Medici, se non una statua di neve nel cortile della sua
  casa. Ma da questa lettera si caverebbe che Piero gli avesse
  commesso una figura di marmo, il cui soggetto non si conosce. Si
  può congetturare che la figura che Michelangelo cavava per suo
  piacere nel pezzo di marmo da lui comprato, fosse il _Cupido_ che
  poi acquistò quell'Jacopo Gallo, al quale il Buonarroti scolpì
  ancora il _Bacco_, oggi nella Galleria di Firenze, quivi pervenuto
  fino dal 1572 per acquisto fattone dal principe Don Francesco de'
  Medici collo sborso di dugento quaranta ducati dagli eredi del
  detto Jacopo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 di gennaio 1507.

III.[7]

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
Dogana di Fiorenza._


Padre reverendissimo. I' ò inteso per una vostra, come lo Spedalingo non
è mai tornato di fuora; per la qualcosa non avete potuto venire alla
conclusione del podere come desideravi: io n'ò avuta passione anch'io,
perchè stimavo voi l'avessi oramai tolto. Dubito che lo Spedalingo non
sia andato fuora a arte, per non s'avere a spodestare di quella entrata
e per tenere e' danari e el podere. Avisatemi: perchè se così fussi, gli
caverei e' mia danari di mano, e terre' gli altrove.

De' casi mia di qua io ne farei bene, se e' mia marmi venissino: ma in
questa parte mi pare avere grandissima disgrazia, che mai poi che io ci
sono, sia stato dua dì di buon tempo. S'abattè a venirne più giorni fa
una barca che ebbe grandissima ventura a non capitar male, perchè era
contratempo: e poi che io gli ebbi scarichi, subito venne el fiume
grosso e ricopersegli i' modo, che ancora non ò potuto cominciare a far
niente, e pure do parole al Papa e tengolo in buona speranza, perchè e'
non si crucci meco, sperando che 'l tempo s'aconci ch'io cominci presto
a lavorare; che Dio il voglia!

Pregovi che voi pigliate tutti quegli disegni, cioè tutte quelle carte
che io messi in quel saco che io vi dissi, e che voi ne facciate un
fardelletto e mandatemelo per uno vetturale. Ma vedete d'aconciarlo bene
per amor dell'aqua; e abbiate cura, quando l'aconciate, che e' no' ne
vadi male una minima carta; e racomandatela al vetturale, perchè v'è
cierte cose che importano assai; e scrivetemi per chi voi me le mandate,
e quello che io gli ò a dare.

Di Michele,[8] io gli scrissi che mettessi quella cassa in luogo sicuro
al coperto, e poi subito venissi qua a Roma e che non mancassi per cosa
nessuna. Non so quello s'arà fatto. Vi prego che vo' gniene rammentiate
e ancora prego voi che voi duriate un poco di fatica in queste dua cose,
ciò è in fare riporre quella cassa al coperto in luogo sicuro; l'altra è
quella Nostra Donna di marmo,[9] similmente vorrei la facessi portare
costì in casa e non la lasciassi vedere a persona. Io non vi mando e'
danari per queste dua cose, perchè stimo che sia picola cosa; e voi se
gli dovessi acattare, fate di farlo, perchè presto, se e' mia marmi
giungono, vi manderò danari per questo e per voi.

Io vi scrissi che voi domandassi Bonifazio a chi e' faceva pagare a Luca
quegli cinquanta ducati che io mando a Carrara a Matteo di Cucherello, e
che voi iscrivessi el nome di colui che gli à a pagare, in sulla lettera
che io vi mandai aperta e che voi la mandassi a Carrara al detto Matteo,
acciò che e' sapessi a chi egli aveva a andare in Luca per e' detti
danari. Credo l'arete fatto: prego lo scriviate ancora a me, a chi
Bonifazio gli fa pagare in Luca, acciò che io sappia el nome e possa
scrivere a Matteo a Carrara, a chi egli à andare in Luca, per e' detti
danari. Non altro. Non mi mandate altro che quello che io vi scrivo, e
e' panni mia e le camicie li dono a voi e a Giovan Simone. Pregate Dio
che le mie cose vadino bene; e vedete di spendere a ogni modo per insino
in mille de' mia ducati in terre, come siàno rimasti.

  A dì trentuno di giennaio mille cinque ciento sei.[10]

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


Lodovico: io vi prego che voi mandiate questa lettera, che è fra queste
che io vi mando, che va a Piero d'Argiento, e prego che voi facciate che
e' l'abbi. Credo che per la via degl'Ingiesuati l'andrebbe bene, perchè
spesso vi suole andare di que' Frati. Io ve la racomando.


  [7] Questa lettera è stata pubblicata, ma non intiera, tra i
  _Documenti_ alla _Vita di Michelangelo_ scritta da Ermanno Grimm,
  Annover, 1864, pag. 696.


  [8] Michele di Piero di Pippo detto Battaglino, scarpellatore da
  Settignano, che poi fu a Carrara a cavare i marmi per conto della
  facciata di San Lorenzo.

  [9] Questa _Nostra Donna_ di bassorilievo, alta poco più d'un
  braccio, nella quale Michelangelo, secondo il Vasari, volle
  contraffare la maniera di Donatello, fu donata da Lionardo suo
  nipote al duca Cosimo, avendone prima fatto fare un getto di
  bronzo. Ritornò poi in casa Buonarroti, dove tuttavia si conserva
  insieme col getto di bronzo, per dono fattone nel 1617 dal
  Granduca a Michelangelo il Giovane.

  [10] Dalle cose dette in questa lettera, apparisce che
  Michelangelo seguita, contro il suo costume, il computo romano
  piuttostochè il fiorentino.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 8 di febbraio 1507.

IV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozzi, arte di lana in Porta Rossa._


  A dì otto di febraio 1506.

Reverendissimo padre. Io ò ricevuta oggi una vostra per la quale intendo
come voi siate stato raguagliato da Lapo e Lodovico.[11] Io ò caro che
vo' mi riprendiate, perchè io merito d'essere ripreso come tristo e
pecatore quant'è gli altri e forse più. Ma sappiate che io non ò pecato
nessuno in questo fatto di che voi mi riprendete, nè con loro nè con
nessuno altro, se non del fare più che non mi si conviene: e sanno bene
tutti gli uomini con chi mi sono mai impacciato, quello che io do loro;
e se nessuno lo sa, Lapo e Lodovico son quegli che lo sanno meglio che
gli altri; che l'uno à avuto in uno mese e mezo ducati venti sette e
l'altro diciotto largi, e le spese: e però vi prego non vi lasciate
levare a cavallo. Quando e' si dolfono di me, voi dovevi domandare loro
quanto gli erano stati con meco e quello che gli avevano avuto da me; e
poi aresti domandato di quello che e' si dolevano. Ma la passione loro
grandissima, e massimamente di quel tristo di Lapo, si è stata questa;
che gli avevano dato a 'ntendere a ognuno che erono quegli che facevano
quest'opera, overo che erono a compagnia meco: e non si sono mai acorti,
massimamente Lapo, di non essere el maestro, se non quand'io l'ò
cacciato via: a questo solo e' s'è aveduto ch'egli stava meco: e avendo
già intelate tante faccende e cominciato a spacciare il favore del Papa,
gli è paruto strano che io l'abbi cacciato via com'una bestia. Duolmi
che gli abbi di mio sette ducati: ma s'io torno costà, e' me gli renderà
a ogni modo: benchè e' mi doverrebe ancora rendere gli altri che gli à
avuti, s'egli à coscienza: e basta. Io non mi distenderò altrimenti,
perchè de' casi loro ò scritto a messer Agnolo[12] abastanza; al quale
io prego che voi andiate, e se potete menare el Granaccio[13] con esso
voi, lo meniate e facciate leggere la lettera che io gli ò scritta, e
'ntenderete che canaglia e' sono. Ma pregovi che voi tegniate segreto
ciò che io iscrivo di Lodovico, perchè se io non trovassi altri che
venissi qua a fondere, vedrei di ricondur lui, perchè in verità io non
l'ò cacciato di qua; ma Lapo, perchè gli era troppo vitupero a venirne
solo, à sviato anche lui per alleggerirsi. Intenderete dall'Araldo ogni
cosa e come ve n'avete a governare. Non fate anche parole con Lapo,
perchè ci è troppa vergognia; ch'el fatto nostro non va con loro.

De' casi di Giovansimone, a me non pare che e' venga qua, perchè 'l Papa
si parte in questo carnovale e credo che verrà alla volta di Fiorenza, e
qua non lascia buon ordine: qua (_sic_) ci sia qualche sospetto, secondo
che si dice, il che non è da cercare nè da scrivere: basta che quand'e'
nulla avenissi, chè nol credo, io non voglio avere obrigo di frategli
alle spalle. Di questo none pigliassi amirazione e none parlassi a uomo
nessuno del mondo, perchè avendo bisognio d'uomini, non troverrei chi ci
venissi; e poi credo ancora che le cose anderanno bene. Io sarò presto
di costà e farò tal cosa, che io contenterò Giovansimone e gli altri:
che a Dio piaccia! Domani vi scriverò un'altra lettera di certi danari
ch'io vo' mandare di costà, e quello n'avete a fare. Di Piero[14] ò
inteso: lui vi risponderà per me, perchè gli è uomo da bene, come è
sempre stato.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Bolognia.


Ancora v'aviso per rispondere alle straneze che Lapo dice che io gli ò
fatte. Io ve ne voglio scrivere una, e questa è, che io comperai sette
cento venti libre di cera; e innanzi che io la comperassi, dissi a Lapo
che cercassi chi n'avea e che facessi el mercato e che io gli darei e'
danari che la togliessi. Lapo andò e tornò: e dissemi che la non si
poteva aver per manco un quattrino di nove ducati largi e venti
bolognini el centinaio; che sono nove ducati e quaranta soldi; e che io
la togliessi presto, poichè io avevo trovato tal ventura. Io gli
risposi, e dissigli che andassi a 'ntendere se poteva levare que'
quaranta soldi al centinaio, e che io la torrei. Mi rispose: questi
bolognesi son di natura che non leverebbono uno quattrino di quello che
e' chiegono. In questo punto presi sospetto e lasciai andar la cosa. Poi
el dì medesimo chiamai Piero in disparte e dissigli segretamente che
andassi a vedere per quanto e' poteva avere el centinaio della cera.
Piero andò a quel medesimo di Lapo, e mercatolla otto ducati e mezo: e
io la tolsi, e di poi mandai Piero per la senseria, e ancora gli fu data
questa. È una delle straneze che io gli ò fatte. Veramente io so che gli
parve strano che io m'acorgessi di quella gunteria. Non gli bastava otto
ducati largi el mese e le spese, che ancora s'è ingegniato di guntarmi e
puommi avere guntato molte volte, che io no' ne so niente, perchè mi
fidavo di lui: nè mai vidi uomo avere più colore di buono che à lui,
ond'io credo che sotto la sua bontà e' n'abbi gabato degli altri. Sì che
non fidate di lui di cosa nessuna e fate le vista di nol vedere.


  [11] Lapo d'Antonio di Lapo, scultore fiorentino, fino dal 1491
  era tra i maestri agli stipendii dell'Opera del Duomo di Firenze.
  Scolpì nel 1505 la sepoltura di marmo di messere Antonio da
  Terranova, Spedalingo di Santa Maria Nuova. A' 10 di dicembre del
  1506 ebbe licenza dagli Operai di assentarsi dall'Opera per andare
  a Bologna. Nato nel 1465, visse fino al 1526 in circa.

  Lodovico di Guglielmo del Buono fu di cognome Lotti, e nacque in
  Firenze nel 1458. Nella sua prima gioventù stette all'orafo nella
  bottega di Antonio del Pollaiuolo; poi si diede a far di getto, e
  fu maestro delle artiglierie della Repubblica fiorentina. Nel 1516
  fuse una campana, e due candelieri di bronzo pel Duomo. Da lui
  nacque Lorenzo, detto Lorenzetto, scultore, del quale scrisse il
  Vasari.

  [12] Messer Angelo di Lorenzo Manfidi da Poppi in Casentino era
  stato eletto secondo araldo fino dal 1500 per aiuto di messer
  Francesco Filareti, primo araldo e suo suocero; e morto, poco dopo
  il 1505, messer Francesco, eragli succeduto in quell'ufficio, nel
  quale durò fino ai 18 di settembre 1527, che morì.

  L'Araldo della Signoria, che faceva parte della famiglia di
  Palazzo, era un ufficiale, nel quale in processo di tempo si
  riunirono le incombenze che avevano in antico il Sindaco e
  Referendario del Comune, ed il Cavaliere di Corte o Buffone della
  Signoria. A questo ufficio erano sempre eletti uomini che avessero
  qualche spirito di poesia, perchè era loro commesso di comporre
  canzoni morali o storiche da recitarsi alla mensa dei Signori. E
  restano ancora poesie, parte a stampa e parte a penna, composte e
  recitate dagli Araldi; i quali cominciando dal 1350 durarono fino
  al 1539, e tra questi, come componitori di versi, sono più noti,
  Antonio di Matteo di Meglio, Anselmo Calderoni, Gio. Batta
  dell'Ottonaio e maestro Jacopo del Bientina, che fu l'ultimo.
  Negli ultimi tempi l'ufficio dell'Araldo consisteva più
  specialmente nel guidare tutte le cerimonie occorrenti per
  ricevere i grandi personaggi che capitavano con ufficio pubblico
  in Firenze, e gli ambasciatori de' Potentati e delle Signorie; e
  nel tenere un libro, dove brevemente era registrata la venuta e il
  ricevimento loro. Tra gli Araldi, Francesco Filarete, il primo a
  cui fu commesso di formare questo registro, fu anche intendente di
  architettura, e si trova che egli nel celebre concorso del 1490
  per la facciata di Santa Maria del Fiore, presentò un suo disegno;
  e comparisce insieme col detto messer Angelo tra coloro che furono
  chiamati a dire del luogo più conveniente pel _David_ di
  Michelangelo.

  [13] Pittore ed amicissimo del Buonarroti, dal quale ebbe
  commissione di trovare de' giovani pittori che volessero andare a
  Roma per mostrargli il modo del lavorare in fresco, avendo egli
  allora a dipingere la vôlta della Sistina.

  [14] Forse Piero d'Argenta.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del giugno 1508).

V.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre reverendissimo. Intendo per l'ultima vostra come costà s'è detto
che io son morto. È cosa che importa poco, perchè io son pur vivo. Però
lasciate dir chi dice, e non parlate di me a nessuno, perchè e' c'è di
mali omini. Io attendo a lavorare quanto posso. Non ò avuto danari già
tredici mesi fa dal Papa e stimo infra un mese e mezzo averne a ogni
modo, perchè àrò francati molto ben quegli che i' ò avuti. Quando non me
ne dessi, mi bisognierebe acattare danari per tornar costà; chè io non ò
un quattrino. Però non posso esser rubato. Idio lasci seguire il meglio.

Di mona Cassandra[15] ò inteso. Non so che me ne dire. Se mi trovassi
danari, m'informerei se si potessi condurre qua 'l piato sanza mio
danno, ciò è di tempo, e bisognierebemi fare un procuratore, e io non ò
da spendere per ancora. Avisatemi quando è tempo, come la cosa va, e se
e' vi bisognia danari, andate a Santa Maria Nuova allo Spedalingo, come
già vi dissi. Non ò da dirvi altro. Io mi sto qua malcontento e non
troppo ben sano e con gran fatica, senza governo e senza danari: pure ò
buona speranza che Dio m'aiuterà. Racomandatemi a Giovanni da Ricasoli,
a messere Agniolo Araudo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [15] Monna Cassandra di Cosimo Bartoli, rimasta vedova fino dal 18
  di giugno del 1508 di Francesco Buonarroti fratello di Lodovico,
  aveva un piato col cognato e coi nipoti, per cagione della sua
  dote, non ostante che Lodovico e i figliuoli avessero rinunziato
  all'eredità del fratello e dello zio. Come finisse questo loro
  piato, non si sa. Morì monna Cassandra a' 3 di luglio del 1530.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del luglio 1508).

VI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre reverendissimo. Io vi risposi per l'ultima mia com'io non ero
morto, benchè non mi sia sentito troppo bene: pure adesso pure adesso
(_sic_) sto assai bene, grazia di Dio, del male.

Ò inteso per l'ultima vostra, come el piato va: dammi passione assai,
perchè conosco che con questi notai bisognia perdere a ogni modo e
essere agirato, perchè e' sono tutti ladri. Nondimanco io credo pure
ch'ella spenda anch'ella. Io vi conforto, non possendo avere ragionevole
acordo, che voi vi difendiate quanto potete, e sopra tutto quello che
voi fate, fatelo senza passione, perchè e' non è sì gran faccenda, che
faccendola sanza passione non paia picola. In questo caso non bisognia
guardare alla spesa: e quando e' non ci fia da spendere, Idio ci
aiuterà.

Del condurre qua il piato, se si può farlo, io lo farò, perchè so che
qua bisognierà che la spenda altrimenti che costà, e verrebe ancora a
chieder misericordia a noi. Vero è che non potrei cominciare fino che io
non ò danari dal Papa. Avisatemi: e se voi potete fare acordo, non
guardate in picola cosa. Ma s'ella vi volessi far fare cosa che a voi
paia disonesta, non lo fate, perchè piglierèno qualche partito da
difenderci a ogni modo. Avisatemi, e non guardate che io non vi
risponda, perchè molte volte non posso.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'agosto 1508).

VII.[16]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io ò inteso per l'ultima vostra come le cose vanno
di costà e come Giovansimone si porta. Non ebi, è già dieci anni, la più
cattiva novella, che la sera che io lessi la vostra lettera, perchè mi
credevo avere aconcio i casi loro, ciò è i' modo che egli sperassino di
fare una buona bottega col mio aiuto, come ò loro promesso; e sotto
questa speranza attendessino a farsi dassai e a imparare, per poterla
poi fare quando il tempo venissi. Ora io vego che e' fanno el contrario,
e massimamente Giovansimone; ond'io ò visto per questo che il fargli
bene non giova niente: e se io avessi potuto il dì che io ebbi la vostra
lettera, montavo a cavallo, e àrei a questa ora aconcio ogni cosa. Ma
non potendo fare questo, io gli scrivo una lettera[17] come pare a me, e
se egli da qui inanzi non si muta di natura, overo se lui cava di casa
tanto che vaglia uno steco o fa altra cosa che vi dispiaccia, vi prego
che voi me l'avisiate, perchè vedrò d'avere licenza dal Papa, e verrò
costà e mosterrogli l'error suo. Io voglio che voi siate certo che tutte
le fatiche che io ò sempre durate, non sono state manco per voi che per
me medesimo, e quello che io ò comperato, l'ò comperato perchè e' sia
vostro i' mentre che voi vivete; che se voi non fussi stato, non l'àrei
comperato. Però quando a voi piace d'apigionare la casa e d'afittare el
podere, fatelo a vostra posta; e con quella entrata e con quello che io
vi darò io, voi viverete com'un signore; e se e' non venissi la state,
come viene, io vi direi che voi lo facessi ora, e venissivi a star qua
meco. Ma non è tempo, perchè ci viveresti poco la state. Io ò pensato di
levargli e' danari che egli à in sulla bottega e dargli a Gismondo, e
che lui e Buonarroto si tornino insieme il meglio che potranno, e che
voi apigioniate coteste case e 'l podere da Pazolatica, e con quella
entrata e con quello aiuto ancora che io vi darò io, che voi vi
riduciate in qualche luogo che voi stiate bene e possiate tenere chi vi
governi o in Firenze o fuor di Firenze, e lasciar cotesto tristo col
culo i' mano. Io vi prego che voi pensiate al caso vostro e in tutti
que' modi che voi volete fare che vi sia il vostro, in tutti vi voglio
aiutare tanto, quant'io so e posso. Avisate. De' casi della Cassandra io
mi sono consigliato del ridur qua el piato. Èmmi detto che io spenderò
qua tre volte più che non si farà costà: e così è cierto; perchè quello
che si fa costà con un grosso, non si farà qua con dua carlini. L'altra,
che io non ci ò amico nessuno di chi mi fidare, e io non potrei
attendere a simil cosa. A me pare quando voi vogliate attendere, che voi
andiate per la via ordinaria, secondo che vole la ragione, e che voi vi
difendiate quanto voi potete e sapete, e de' danari che bisogna spendere
io non vi mancherò mai i' mentre che io n'àrò; e abbiate manco paura che
voi potete, perchè e' non son casi che ne vadi la vita. Non altro.
Avisatemi, come v'ò detto di sopra.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [16] Vedi più innanzi una fierissima e stupenda lettera di
  Michelangelo a questo suo fratello.

  [17] La più parte delle lettere di Michelangelo manca di data. E
  noi l'abbiamo supplita, o desumendola da alcuni fatti, a cui esse
  accennano, o congetturandola per altri riscontri. Di più vogliamo
  avvertire che esse lettere scritte secondo il computo fiorentino,
  che cominciava l'anno _ab incarnatione_, cioè a' 25 di marzo, sono
  state ridotte allo stile comune.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'agosto 1508).

VIII.[18]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io ò avuto a questi giorni una lettera da una
monaca che dice essere nostra zia, la quale mi si racomanda, e dice che
è molto povera e che è in grandissimo bisognio e che io le facci qualche
limosina. Per questo io vi mando cinque ducati larghi, che voi per
l'amor de Dio gnene diate quattro e mezzo, e del mezzo che vi resta,
pregovi diciate a Buonarroto che mi facci comperare o da Francesco
Granacci o da qualche altro dipintore un'oncia di lacca o tanta quanta
e' può avere per e' detti danari, che sia la più bella che si trovi in
Firenze; e se e' non ve n'è, che sia una cosa bella, lasci stare. La
detta monaca nostra zia, credo che sia nel munistero di San Giuliano. Io
vi prego che voi vegiate d'intendere s'egli è vero che gli abbi sì
grande bisognio, perchè la mi scrive per una certa via che non mi piace.
Ond'io dubito che la non sia qualche altra monaca e di non esser fatto
fare. Però quando vedessi che e' non fussi vero, toglietegli per voi. E'
detti danari vi pagerà Bonifazio Fazi.

Non v'ò da dire altro per ora, perchè non sono ancora risoluto di cosa
nessuna che io vi possa avisare. Più per agio v'aviserò.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [18] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 704.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di novembre (1508).

IX.

_A Lodovico di Lionardo Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come avete dato alla
madre e alla moglie di Michele sei staia di grano a venticinque soldi lo
staio, e come siate per dargli loro, mentre aran bisognio, quello che
potrete: e io vi dico che voi non diate loro altro; e quando
domandassino altro, rispondete, che non avete di poi altro aviso da me.

De' panni mia intendo come me gli manderete presto: io ve ne prego: e
scrivetemi la spesa che avete fatta, e io subito vi manderò e' danari
del grano e questi insieme. La minuta fatela aconciare secondo la
coscienzia vostra, e io subito vi manderò la procura e farèno quello che
è scritto altre volte.

Ancora àrei caro che voi intendessi se costà fussi qualche fanciullo,
figliuolo di buone persone e povero, che fussi uso agli stenti, che
fussi per venire a star qua meco per fare tutte le cose di casa, cioè
comperare e andare attorno dove bisognia; e 'l tempo gli avanzassi,
potrebbe imparare. Quando trovassi, avisatemi, perchè qua non si trova
se non tristi: e ònne gran bisognio. Non altro. Io sto bene, grazia di
Dio, e lavoro. A dì cinque di novembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 27 di gennaio (1509).

X.[19]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io ò ricevuta oggi una vostra, la quale intendendo, ò
avuto dispiacere assai. Dubito che voi non vi mettiate più timore o
paura che non bisognia. Àrei caro che voi m'avisassi di quello che voi
stimate che la vi possa fare, cioè del peggio, quando la facessi tutto
suo sforzo. Non v'ò da dire altro. A me fa male che voi istiate in
cotesta paura; ond'io vi conforto a prepararvi bene contro alle sua
forze, con buon consiglio, e dipoi non vi pensar più: che quand'ella vi
togliessi ciò che voi avete al mondo, non v'à a mancare da vivere e da
star bene, quando non fussi altri che io. Però state di buona voglia. Io
ancora sono in fantasia grande, perchè è già uno anno che io non ò avuto
un grosso da questo Papa, e none chiego, perchè el lavoro mio non va
inanzi[20] i' modo che a me ne paia meritare. E questa è la dificultà
del lavoro, e ancora el non esser mia professione. E pur perdo el tempo
mio sanza frutto. Idio m'aiuti. Se voi avete bisognio di danari, andate
allo Spedalingo e fatevi dare per insino a quindici ducati, e avisatemi
quello che vi resta. Di qua s'è partito a questi dì quello Iacopo[21]
dipintore che io fe' venire qua; e perchè e' s'è doluto qua de' casi
mia, stimo che e' si dorrà ancora costà. Fate orechi di mercatanti: e
basta: perchè lui à mille torti e àre'mi grandemente a doler di lui.
Fate vista di non vedere. Dite a Buonarroto che io gli risponderò
un'altra volta.

  A' dì venti 7 di giennaio

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [19] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 702.

  [20] Intendi la pittura della vôlta della Cappella Sistina.

  [21] Jacopo detto l'Indaco fu uno de' pittori chiamati da
  Michelangelo a Roma, perchè gli mostrassero il modo del lavorare
  in fresco. Questo Jacopo, di cui scrive il Vasari, fu figliuolo di
  Domenico di Stefano Rossegli: nacque nel 1466, e morì l'8 di
  maggio del 1530. Fra i _Ricordi_ di Michelangelo nell'Archivio
  Buonarroti è la bozza de' patti a' pittori che sarebbero andati a
  Roma per detto effetto; essa dice così: _Pe' garzoni della pittura
  che s'ànno a far venire da Fiorenza, che saranno garzoni cinque,
  ducati venti d'oro di Camera per uno: con questa condizione, cioè,
  che quando e' saranno qua, e che saranno d'accordo con esso noi,
  che i detti ducati venti per uno che gli àranno ricevuti, vadino a
  conto del loro salario; incominciando detto salario il dì che e'
  si partono da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno
  d'accordo con esso noi, s'abbi a esser loro la metà di detti
  danari per le spese che àranno fatto a venire qua e per il tempo._



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, di giugno (1509).

XI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Più giorni fa vi mandai cento ducati largi di
quelli che io m'ero serbati qua per vivere e lavorare; e questo feci,
perchè mi paion più sicuri costà che qua. Credo gli abbiate ricievuti.
Pregovi gli portiate allo Spedalingo e fategli mettere a mio conto come
stanno gli altri. A me è restato qua ottanta ducati: credo mi dureranno
quatro mesi, e io ò da fare qua sei mesi ancora, innanzi che io abia a
avere danari dal Papa: però son certo mi mancherà danari, e stimo che e'
mi mancherà cinquanta ducati. Però vi prego che de' cento che voi avete
promesso di rendermi, voi me ne rendiate cinquanta: el resto vi dono:
con questo che infra quattro mesi voi gli abiate a ordine a ogni modo,
perchè n'àrò bisognio qua. E' cento che io ò mandati costà, mi voglio
ingegniare di salvargli per rendergli a quegli del cardinale di
Siena,[22] come sapete che gli ànno avere di quegli che sono in Santa
Maria Nuova. Vi prego veggiate a ogni modo comperarne un podere, perchè
m'è detto che stanno male. Così io resto avere ancora, finita la mia
pittura qua, mille ducati dal Papa, e se la gli va bene, spero avergli a
ogni modo. Però pregate Idio per lui, pel suo bene e pel nostro.

Scrivetemi subito.

A' dì.... di giugnio

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [22] Con contratto del 5 giugno 1501, Michelangelo s'era obbligato
  col cardinale Francesco Piccolomini di Siena, che fu poi papa Pio
  III, di scolpire quindici statue di marmo per la sua cappella nel
  Duomo senese. Tra le condizioni del contratto l'una era, che il
  Cardinale prestava a Michelangelo cento ducati d'oro in oro
  larghi, i quali egli avrebbe scontati nelle tre ultime figure. Ma
  non avendo finito il lavoro, Michelangelo restava tuttavia
  debitore cogli eredi del Cardinale di que' cento ducati, nè gli
  pagò se non negli ultimi anni della sua vita. Il contratto di
  questa allogazione è pubblicato a pagina 19 del tomo III de'
  _Documenti per la Storia dell'Arte Senese, raccolti ed illustrati
  dal dottor Gaetano Milanesi_. Siena, per Onorato Porri, 1856,
  in-8º.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1509).

XII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima, come lo Spedalingo v'à
messo dua poderi per le mani, uno suo, uno d'altri. A me pare da
comperare più presto da lui che da altri, e 'l podere sia di chi si
vole, purchè lo Spedale sodi. Quello di Pian di Ripoli, secondo il
vostro scrivere, è bella cosa: non so io se e' s'è bello per esser ben
tenuto, o pure che le sieno buone terre. Nondimanco a me, quando fussi
buono, per la spesa a me piacerebbe, perchè è comodo e massimo avendo
buona casa da oste. Voi siate in sul fatto e vedete. Io non vi posso
consigliare per esser qua; ma ben vi dico che quello che voi comperate,
sarà ben fatto. Però non abiate rispetto nessuno, purchè e' sia buon
sodo: e quello che a voi piace di tôrre, a me piacerà che voi l'abiate
tolto: sia che si vole. Non m'acade altro. Fate quello che vi pare el
meglio. Io verrò costà a ogni modo come ò finito qua la mia pittura, che
sarà infra dua o tre mesi.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del settembre 1509).

XIII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima come lo Spedalingo v'à
straziato e come vi dà parole assai. Abbiate pazienzia e fate vista di
non vedere, tanto che io tornerò e aconcierò ogni cosa. Io stimo aver
finito qua infra dua mesi, e poi verrò o tornerò costà. Non ò che dirvi
altro. Se io non vi scrivo più spesso, non vi maravigliate, perchè non
posso, e anche non ò chi porti le lettere: nè anche voi non mi scrivete
troppo per questo tempo che io ci ò a stare, perchè io non vo per le
lettere e ànnomi a essere portate e dassi noia a altri. Pregate Dio che
la mia cosa abi qua buon fine.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del settembre 1509).

XIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi sabato passato che voi non vi curassi di
scrivermi troppo spesso, e questo perchè io sto lontano dal banco e el
più delle volte m'ànno a essere portate le lettere, e parmi piu presto
dar noia che altro: pur nondimanco acadendo da scrivermi, pregovi mi
scriviate, e massimamente quando voi fussi per comperare, fate che io il
sapi. Intesi come lo Spedalingo v'avea straziato. Non me ne maraviglio,
perchè se fussi buono, non sarebbe tenuto in quello luogo; pur
nondimanco fategli buon viso, e mostrate di non avedere: forse gli verrà
voglia inanzi che io torni di darci qualche cosa: e se nol fa, com'io
torno, piglierèno qualche partito che lui non abbia a godere e' danari e
'l podere. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di ottobre 1509).

XV.[23]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I' ò inteso per l'ultima vostra come avete riportati e'
quaranta ducati allo Spedalingo. Avete fatto bene: e quando voi
intendessi che gli stessino a pericolo, pregovi me n'avisiate. Io ò
finita la capella che io dipignievo:[24] el Papa resta assai ben
sodisfatto: e l'altre cose non mi riescono a me come stimavo: incolpone
e' tempi che sono molto contrari all'arte nostra. Io non verrò costà
questo Ogni Santi, perchè non ò quello che bisognia a far quello che
voglio fare, e ancora non è tempo da ciò. Badate a vivere el meglio che
potete, e non v'impacciate di nessun'altra cosa. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [23] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.

  [24] La vôlta della Cappella Sistina cominciata a dipingere il 10
  di maggio 1508, come si ha da un Ricordo di Michelangelo, fu
  scoperta dopo diciassette mesi e venti giorni di lavoro, la
  mattina d'Ognissanti del 1509.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del dicembre 1509).

XVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Per l'ultima mia vi risposi, come a me parea da
comperare: però se 'l podere che voi m'avisate di Girolamo Cini vi par
cosa buona e che abbi buon sodo, toglietelo; e se non vi par così,
comperate da Santa Maria Nuova e spendete tutti e' danari, se potete
aver cosa buona; se non, lasciàno stare tanto che e' si truovi: e quando
trovassi, avisate, che io vi mandi la procura. De' fatti della casa
credo acconciarla in buona forma che la sarà mia e àrò buona sicurtà.
Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di gennaio (1510).

XVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi per l'ultima come mi parea da comperare.
Ora voi m'avisate che avete per le mani, oltra quello di Girolamo Cini,
un altro podere a Pazolatico. Io gli comperei amendua, se e' sodi son
buoni: ma vedete d'aprir gli ochi, che e' non s'abi poi a piatire. Fate
con ogni diligenzia d'esser ben sodi. De' casi della casa[25] m'è dato
buone parole. Non è cosa che importi: perchè io so e' non me ne va altro
che la pigione del tempo che io ci starò. Non bisognia averne passione
altrimenti. Buonarroto mi scrive del tôr donna: io vi scrivo la mia
fantasia come è; e questa è, che io fo disegno infra cinque mesi o sei
liberarvi tutti e donarvi ciò che voi avete di mio insino a questo dì; e
poi che voi facciate tutto quello che vi pare: e di quello che io potrò,
sempre v'aiuterò a ogni modo tutti quanti. Ma bene conforto Buonarroto
che per tutta questa state non togga moglie; e se io vi fussi apresso,
vi direi el perchè: poi che è stato tanto, non sarà più vechio per istar
se' mesi.[26] Pur scrivemi Buonarroto che Bernardino[27] di Pier Basso à
desiderio di venir qua a star meco: se vol venire, venga adesso, inanzi
che io tolga altri, perchè voglio cominciare a far qualcosa. El salario,
gli darò quello mi scrivesti, cioè tre ducati el mese e le spese. Vero è
che io vivo semplicemente in casa e così voglio stare. Avisatenelo e non
indugi; e infra otto dì, se non gli piacerà l'esser mio, potrà tornarsi
in costà e io gli darò tanti danari che torni. Non m'acade altro.

  A dì cinque di giennaio.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [25] Fino dal tempo che Michelangelo cominciò in Roma la sepoltura
  di papa Giulio, egli era tornato in una casa avuta dal Papa, della
  quale pagava la pigione e dove lavorava i marmi fatti condurre per
  quell'opera da Carrara. Ma per la nuova convenzione stipulata agli
  8 di luglio del 1516, tra il Buonarroti e gli esecutori
  testamentari di papa Giulio, fu concesso a Michelangelo di abitare
  quella casa gratuitamente, per nove anni (che tanti doveva durare
  quel lavoro fino all'ultima sua perfezione), cominciando dal 1513,
  ossia dal tempo che per conto della detta sepoltura fu stipulata
  la seconda convenzione, la quale restò annullata colla nuova. Nel
  cui transunto scritto in volgare dalla mano stessa di
  Michelangelo, la casa è così descritta: _Una chasa con palchi,
  sale, chamere, terreni, orto, pozzi, e sui altri habituri, posta
  in Roma in nella regione di Treio_ (Trevi) _apresso alle cose di
  Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de'
  Rossi, dinanzi la via pubblica, adpresso a Santa Maria del Loreto:
  confini dirieto, apresso le cose delli figlioli di messer Carlo
  Crispo, apresso le cose di messer Pietro Paluzzi, e la via
  pubblica dirieto risponde la piaza di San Marco._ Il suo possesso
  fu poi contrastato a Michelangelo, quando nel 1525 e nel 1542
  furono stipulati nuovi contratti con Francesco Maria e Guidobaldo
  duchi di Urbino.

  [26] Buonarroto indugiò più che non desiderava Michelangelo a
  pigliar moglie, perchè solamente nel 1516 sposò la Bartolomea di
  Ghezzo della Casa con dote di 500 fiorini di suggello, da lui
  confessata a' 19 di maggio del detto anno per strumento rogato da
  Ser Andrea Caiani.

  [27] Scultore da Settignano, che poi lavorò nella Sagrestia nuova
  di San Lorenzo. Morì nel 1551.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del gennaio 1510).

XVIII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Reverendissimo padre. Io vi risposi de' casi di Bernardino, com'io
volevo prima aconciar la cosa della casa che voi sapete: e così vi
rispondo adesso. Io mandai prima per lui, perchè mi fu promesso infra
pochi dì che la s'aconcierebbe e che io cominciassi a lavorare.[28]
Dipoi ò visto che la sarà cosa lunga, e cerco in questo mezo se io ne
truovo un'altra al proposito per uscirmene, e non voglio far lavorare
niente, se prima non sono aconcio. Però raguagliatelo come sta la cosa.
Del fanciullo che venne, quel rubaldo del mulattiere mi guntò d'un
ducato: prese el giuramento che era restato così d'acordo, cioè di du'
ducati d'oro largi; e tutti e' fanciugli che vengono qua co' mulattieri
non si dà più che dieci carlini. Io n'ò avuto più sdegnio che se io
avessi perduti venticinque ducati, perchè vego che è cosa del padre che
l'à voluto mandare in sur un mulo molto onorevolmente. Oh io non ebi mai
tanto bene, io! L'altra che 'l padre mi disse e 'l fanciullo insieme,
che farebbe ogni cosa, e governerebe la mula e dormirebbe in terra se
bisogniassi: e a me bisognia governallo. Mancavami faccienda oltre
quella che i' ò avuta poi che io tornai! che ò avuto el mio garzone che
io lasciai qua, amalato dal dì che io tornai per insino adesso. Vero è
che adesso sta meglio, ma è stato in transito, sfidato da' medici, circa
un mese, che mai sono intrato in letto; sanza molte altre mie: ora ò
avuto questa merda seca di questo fanciullo che dice, che dice (_sic_)
che non vuole perder tempo, che vole imparare: e dissemi costà, che e'
gli bastava dua o tre ore el dì: adesso non gli basta tutto el dì, che
e' vuole anche tutta la notte disegniare. Sono e' consigli del padre. Se
io gli dicessi niente, direbbe che io non volessi che egli imparassi. I'
ò bisognio d'esser governato: e se e' non si sentiva da farlo, non
dovevano mettermi in questa spesa. Ma son fagnioni, ma son fagnioni[29]
e vanno a un certo fine, che basta. Io vi prego che voi me lo facciate
levar dinanzi, perchè e' m'à tanto infastidito, che io non posso più. El
mulattiere à avuti tanti danari, che e' lo può molto bene rimenare in
costà: e' è amico del padre suo. Dite al padre che rimandi per esso: io
non gli darei più un quatrino; che io non ò danari. Àrò tanta pazienzia
che e' mandi per esso; e se e' non manda, lo manderò via: benchè io lo
cacciai el secondo dì via e po' altre volte ancora, e non lo crede.

De' casi della bottega, io manderò a voi costà cento ducati sabato che
viene; con questo, che se voi vedete che gli attendino a far bene, voi
gli diate loro e che me ne faccino creditore, com'io restai con
Buonarroto, quando partì: quanto che e' non attendessino a far bene,
mettetegli in Santa Maria Nuova a' mia conti. Del comperare non è ancora
tempo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


Se voi parlassi al padre del fanciullo, ditegli la cosa con buon mo',
modo,[30] che gli è buon fanciullo, ma che gli è troppo gientile, e che
e' non è atto al servizio mio, e che si mandi per esso.


  [28] Parla della sepoltura di papa Giulio.

  [29] Così è replicato nell'autografo.

  [30] Così sta nell'autografo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di gennaio 1510).

XIX.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi mando cento ducati d'oro largi, con questo che
gli diate a Buonarroto e agli altri e facciatemene far creditore alla
bottega; e se gli attenderanno a far bene, io gl'aiuterò di mano in mano
quanto potrò: ditelo loro: però andrete, visto la presente, a Bonifazio,
o a Lorenzo Benintendi, voi e Buonarroto, e lui ve gli pagerà: vi pagerà
cento ducati d'oro largi per tanti n'à da me qua Baldassare Balducci. Io
vi risposi del comperare non era tempo. Delle mie cose di qua farò el
meglio che io potrò: Idio m'aiuterà. Scrissivi del fanciullo che 'l
padre si rimandassi per esso e che io non gli dare' più danari; e così
vi rafermo: el vetturale è pagato ancora per rimenarlo in costà. El
fanciullo è buono costà per istarsi a imparare e tornarsi col padre e
co' la madre: qua non vale un quatrino, e fami stentare com'una bestia e
l'altro mio garzone non escie ancora di letto. Vero è che io non l'ò in
casa, perchè quando fu' straco, che io non potevo più, lo mandai in
camera d'un suo fratello. Io non ò danari. Questi che io vi mando, me
gli cavo dal cuore e anche non mi par lecito domandarne, perchè io non
fo lavorare e io solo lavoro poco. Come ò aconcio questa mia facenda
della casa, spero cominciare a lavorare forte.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 di settembre (1510).

XX.[31]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I' ò avuta una vostra stamani adì 5 di settembre, la
quale m'à dato e dà gran passione, intendendo che Buonarroto sta male.
Pregovi, visto la presente, m'avisiate come sta; perchè se stéssi pur
male, io verrei per le poste insino costà di questa settimana che viene,
benchè mi sarebe grandissimo danno: e questo è che io resto avere cinque
cento ducati di patto fatto guadagniati e altrettanta me ne dovea dare
el Papa per mettere mano nell'altra parte della opera.[32] E lui s'è
partito di qua[33] e non m'à lasciato ordine nessuno, i' modo che mi
trovo sanza danari, nè so quello m'abbia a fare. Se mi partissi, non
vorrei che sdegniassi e perdermi el mio; e stare, mal posso. Ògli
scritto una lettera e aspetto la risposta: pure se Buonarroto sta in
pericolo, avisate, perchè lascierò ogni cosa. Fate buoni provedimenti, e
che e' non manchi per danari per aiutarlo. Andate a Santa Maria Nuova
allo Spedalingo, e mostrategli la mia lettera se non vi presta fede, e
fatevi dare cinquanta e cento ducati, quegli che bisogniano, e non
abiate rispetto nessuno. Non vi date passione, perchè Dio non ci à
creati per abandonarci. Rispondete subito, e ditemi resoluto se ò a
venire, o no.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [31] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.

  [32] Dopo la vôlta, Michelangelo doveva dipingere anche le facce
  della Cappella, com'era di patto: ma poi, perchè papa Giulio fu da
  altre e più gravi faccende distratto, ed in ultimo se ne morì, la
  cosa non andò più innanzi.

  [33] Il Papa era partito di Roma ai primi giorni di settembre del
  1510 per andare all'impresa di Ferrara.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di settembre 1510.

XXI.[34]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. I' ò per l'ultima vostra avuto grandissima passione
intendendo come Buonarroto sta male: però subito visto la presente,
andate allo Spedalingo e fatevi dare cinquanta o ciento ducati,
bisognandovi, e fate che e' sia provisto bene di tutte le cose
necessarie e che e' non manchi per danari. Avisovi come io resto avere
qua dal Papa ducati cinquecento guadagniati, e altrettanta me ne dovea
dare per fare el ponte e seguitare l'altra parte dell'opera mia. E lui
s'è partito di qua e non m'à lasciato ordine nessuno. Io gli ò scritto
una lettera. Non so quello si seguiterà. Io sarei venuto, subito ch'io
ebbi la vostra ultima insino costà, ma se partissi senza licenza, dubito
el Papa non si crucciassi e che io non perdessi quello che ò avere. Non
dimanco se Buonarroto stéssi pur male, avisate subito, perchè, se vi
pare, monterò in sulle poste e sarò costà in dua dì; perchè gli uomini
vagliono più che e' danari. Avisate subito, perchè sto con gran
passione.

  A dì 7 di settembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [34] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 15 di settembre (1510).

XXII.[35]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I' ò dato qua a Giovanni Balducci ducati trecento
cinquanta d'oro largi, e' quali facci pagare costà a voi. Però, visto la
presente, andate a Bonifazio Fazi, e lui ve gli pagerà, ciò è vi darà
ducati trecento cinquanta d'oro largi. Poi che gli avete ricevuti,
portategli allo Spedalingo, e fategli aconciare, come voi sapete che gli
à aconcio l'altri per me. Rèstavi cierti ducati spicciolati e' quali vi
scrissi che voi ve gli togliessi: se non gli avete presi, pigliategli a
posta vostra; e se avete bisognio di più, pigliate ciò che voi avete di
bisognio; che tanto quanto avete di bisognio, tanto vi dono, se bene gli
spendessi tutti; e se bisognia che io scriva allo Spedalingo niente,
avisate.

Intendo per l'ultima vostra, come la cosa va: n'ò passione assai: non ve
ne posso aiutare altrimenti: ma per questo non vi sbigottite, e non ve
ne date un'oncia di maninconia, perchè se si perde la roba, non si perde
la vita. Io ne farò tanta per voi, che sarà più che quella che voi
perderete: ma ricordovi ben, che voi none facciate stima, perchè è cosa
fallace. Pure fate la diligenzia vostra e ringraziate Idio, che poi che
questa tribulazione aveva a venire, che la sia venuta in un tempo che
voi ve ne potete aiutare meglio, che non àresti fatto pel passato.
Attendete a vivere e più presto lasciate andare la roba che patire
disagi, che io v'ò più caro vivo e povero; chè morto voi, io non àrei
tutto l'oro del mondo: e se coteste cicale costà o altri vi riprende,
lasciategli dire, che e' sono uomini sconoscienti e senza amore.

  A dì quindici di settembre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Quando voi portate i danari allo Spedalingo, menate con voi Buonarroto,
e nè voi, nè lui none parlate a uomo del mondo, per buon rispetto; ciò è
nè voi, nè Buonarroto non parlate che io mandi danari, nè di questi, nè
d'altri.


  [35] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 704.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3 d'ottobre 1510).

XXIII.[36]

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. Io andai martedì a parlare al Papa: il perchè v'aviserò
più per agio: basta che mercoledì mattina io vi ritornai, e lui mi fece
pagare quatro ciento ducati d'oro di Camera, de' quali ne mando costà
trecento d'oro largi, e per trecento ducati d'oro largi ne do qua agli
Altoviti che costà sien pagati a voi dagli Strozi. Però fate le quitanze
che stien bene e portategli allo Spedalingo e fategli aconciare come gli
altri, e ramentategli el podere: e se lui vi dà parole, ingiegniatevi
comperare da altri, quando veggiate essere sicuro, e per insino a mille
quatro ciento ducati vi do licenzia gli possiate spendere. Menate con
voi Buonarroto, e pregate lo Spedalingo che ci voglia servire. Fate il
possibile comperare da lui, perchè è più sicuro.

Io vi scrissi che le mie cose o disegni o altro non fussino toche da
nessuno. Non me ne avete risposto niente. Par che voi non legiate le mie
lettere. Non altro. Pregate Idio che io abi onore qua e che io contenti
el Papa, perchè spero se lo contento, arèno qualche bene da lui: e
ancora pregate Dio per lui.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [36] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 707.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 d'ottobre (1510).

XXIV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi mandai sabato trecento ducati d'oro largi per gli
Altoviti, che costà vi fussino pagati dagli Strozzi, e così credo gli
àrete ricievuti e fatto quanto vi scrissi. Però n'avisate, e avisatemi
quello che fa lo Spedalingo, se e' vi dà parole. Non altro. Non ho tempo
da scrivere. Pregovi m'avisiate di qualcosa, che qua si dice molte
favole.

  A dì undici d'ottobre.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io non risposi sabato alla vostra, perchè non ebi
tempo. Circa e' casi dello Spedalingo, a me pare che lo scrivergli che
vi pagi e' danari a vostra posta, sia quel medesimo che non gli
scrivere; perchè lui adesso sa per certo che voi non anderete a levare
e' danari se non quando àrete comperato, e quel medesimo si saperà
quand'io gli àrò scritto. Pure avisatemi del nome suo e com'io gli ò a
scrivere: e tanto farò. Delle cose che voi avete per le mani, io risposi
a Buonarroto, che e' non mi dava noia nè presso nè lontano, pur che
avessino buon sodo. Della cosa di Luigi Gerardini non me ne fido, perchè
se fussi cosa sicura, stimo a questa ora sarebbe venduta. Non so perchè
sia più riservata a noi, che a altri; e parmi che la sua necessità lo
facci risicare in questa cosa. Non mi acade altro. Andate adagio: forse
verrà voglia a lo Spedalingo di darci qualche cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXVI.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Padre carissimo. Io non ò potuto prima rispondere alle vostre. Intendo,
intendo[37] per l'ultima, come avete molte cose per le mani, ma triste,
e così credo: e parmi esser certo non si possa comperare fuor di Santa
Maria Nuova cosa senza pericolo. Però mi pare d'aspettare ancora qualche
mese lo Spedalingo, perchè forse ancora lui aspetta qualche tempo per
servirci; e se pure in questo mezo trovassi qualche cosa sicura e buona,
toglietela e non guardate in cento ducati al pregio: e se non comperrete
nè dallo Spedalingo nè da altri, io spero d'essere costà in questa
Pasqua d'agniello e piglierèno qualche partito: che io non voglio che lo
Spedalingo tenga e' danari mia e ci istrazi. Io ebbi più giorni fa una
di Buonarroto, e non gli ò potuto dipoi rispondere. Fate mia scusa.
Risponderò com'io potrò. Non mi acade altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [37] Così sta nell'autografo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 8 di marzo 1511.

XXVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io no' risposi all'ultima vostra, perchè avevo avisato
Buonarroto di quello che a me parea che voi facessi, potendo; dipoi di
nuovo per l'ultima che io scrissi a Buonarroto gli scrissi il medesimo,
e che lui ve la leggiessi: e così credo abbiate inteso: non dimanco non
potendo voi, non domando niente. Quello che mi parea che voi facessi,
solo era per poter meglio aiutare o fare quello che ò promesso a
cotestoro. Fate quello che potete, e non pigliate amirazione nessuna del
mio scrivere, perchè sono disposto verso tutti voi, come sempre sono
stato.

  A dì 8 di marzo 1510.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXVIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io ò ricevuto dua vostre lettere e una di Buonarroto
d'un medesimo tenore. Vero è che per quella di Buonarroto intendo come
siate iti a vedere un podere in quello di Prato, che è una cosa bella, e
come siate dietro al sodo, e se fie buono, farete 'l mercato. A me
piacerebbe assai che e' si comperassi, ma io conosco di chi e' gli è, e
non mi va per la fantasia che la sia cosa netta. Però aprite gli ochi e
non ve ne impacciate, se non siate sicuro. De' casi di Roma c'è stato
qualche sospetto, e ancora c'è, ma non tanto. Stimasi che le cose
s'aconceranno: che Dio ce ne dia la grazia. Non v'ò da dire altro.
Questa state stimo esser costà a ogni modo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXIX.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi risposi per l'ultima mia, come a me non andava
per la fantasia che quel podere che è per la via di Prato avessi buon
sodo. Dipoi mi sono informato meglio, e parmi, se io non mi inganno, da
non se ne impacciare. Voi m'avisate di nuovo come lo Spedalingo v'à
mandato a vederne uno dua miglia discosto da Firenze, e come vi pare
molto caro, e oltra di questo, non viene a cunclusione nessuna. Io vi
dico, che quando si comperassi più cinquanta o ciento ducati da lui un
podere che da altri, non sare' malfatto; ma non ci ò speranza, perchè io
credo che sia un gran ribaldo. Quello che voi dite aver per le mani al
piano della Fonte in Valdarno, quando fussi cosa buona, non mi
dispiacerebbe: pure fate quello che pare a voi e comperate quello che vi
piace, perchè quello che piacerà a voi, piacerà anche a me, e sia dove
vole, purchè gli abi buon sodo. Io non v'ò da dire altro. In questa
state verrò a ogni modo costà, se a Dio piacerà, e leverèno el gioco
allo Spedalingo, se non ci dà qualcosa in questo mezo. Di Francesco di
Consiglio[38] non bisognia che voi m'avisiate, perchè suo padre non fe'
tal piacere a voi, che io abbi da farne a lui: e chi vuol far male, suo
danno.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Quando voi mi scrivete, non mi mandate più le lettere per via degli
Altoviti. Mandatele come solevi al banco di Balduccio; e se le mandate
per altri banchi, scrivete in sulla lettera: data in bottega di Baccio
Bettini: e la mi sarà data.


  [38] Figliuolo di quel Consiglio merciaio che piatì con Lodovico,
  come è stato detto indietro.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXX.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io v'avisai di quello che io m'ero informato qua, e
quello che n'aveo inteso; ciò è come l'era cosa più presto pericolosa
che no: dico del podere che è in quel di Prato: pure voi siate in sul
fatto e vedete e intendete meglio di me. Fate quello che a voi pare.
Della fede che voi volete che io facci allo Spedalingo, fate conto che
io sia lo Spedalingo e fatemene una apunto colla soprascritta, e con
ogni cosa, e io la copierò apunto, e manderòvela, perchè io non so el
nome suo e non la saprei fare. Sichè non abbiate paura: che quando voi
avessi comperato, non volendo lo Spedalingo darvi e' danari, io verrei
costà in persona a farvegli dare. Se comperate, non togliete presso a
Arno o altro fiume cattivo: abiate cura quello che lo Spedalingo vi vol
dare: se lo potete tirare a prezo ragionevole, toglietelo; e ancora
quando fussi un poco disonesto, ma non tanto, sare' da torlo. Non mi
acade altro. Qua non si vede ancora quel pericolo che costà si crede, e
Dio ci dia grazia che la vadi bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


Mandatemi quella copia della fede apunto, come voi volete che la stia, e
io subito ve la manderò: e portatela allo Spedalingo e àròllo caro,
acciò che e' vega che no' vogliàno comperare a ogni modo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXXI.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Poi che io vi scrissi, ò inteso che solo per una fede
di mia mano lo Spedalingo se ne farebbe befe: e però io ò fatto fare una
procura e màndovela in questa che voi possiate mostrarla allo Spedalingo
e come mio procuratore possiate farvi dare de' mia danari tanti, quanto
monterà la possessione che voi comperate: e così credo che lui farà: e
s'ella non vale, avisatemi.

La detta procura à fatta qua uno notaio fiorentino che si chiama ser
Albizo. Io vi fo mio procuratore in questa cosa, ciò è nel risquotere
dallo Spedalingo, overo farsi dare da lui tanti de' mia danari che e'
tiene, quanto monterà la possessione che voi compererete, con la
gabella; con questo, che in nessuna altra cosa non dobbiate ispendere un
quatrino di mio sanza mia licenzia, nè levarne più che quello che
bisognia per la detta compera dal detto Spedalingo. Di questa medesima
sentenzia credo che sia la procura, perchè così ò informato il notaio.

Se voi comperate, sopra tutto abbiate cura al sodo e avisatemi quello
che fate, overo quando avete comperato. Non altro. Questa state sanza
manco nessuno ne verrò costà: el più che io possa indugiare sarà infino
a settembre; ma non credo star tanto.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXXII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. I' ò inteso per l'ultima vostra, come le cose vanno
bene di costà e come la procura che vi mandai stette bene. Tutto mi
piace. Ora io àrei caro, che voi intendessi dallo spedalingo di Santa
Maria Nuova se e' volessi vendere qualche possessione buona di prezo di
dumila ducati largi, perchè io ò questi danari qua in sul banco di
Balduccio e non mi fanno frutto nessuno. Sono stato in fantasia di
spendergli qua per farmi una entrata che m'aiuti a far questa opera:
dipoi ò disposto com'io ò finiti questi marmi che io ò qua, venire a
fare il resto costà. Però mi pare da comperare costà: però intendete e
rispondetemi più presto che potete; e se e' vi pare che io gli facci
pagare questi danari costà e dipositargli in Santa Maria Nova inanzi che
l'uomo comperi, acciò che ci venda poi più volentieri. Ancora avisate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXXIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io ò ricevuto dua vostre d'un medesimo tenore e ò
inteso el tutto, ciò è dello Spedalingo e di Raffaello sensale.[39] Io
non so che mi vi dire, perchè chi non vede coll'ochio, può ma' gudicare.
Però fate quello che pare a voi e quello che voi farete, sarà ben fatto:
solo vi ricordo che abbiate cura grandissima al sodo, perchè questi non
son tempi da perdere; che quand'e' ciò avenissi, non credo trovassi più
via da rifarmi: e se voi non vedete cosa a vostro modo, abbiate
pazienzia, poi che noi siàno stati tanto, ancora si può stare dua o tre
mesi. No' v'ò da dire altro. Pregate Idio che le cose mia vadino bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [39] Raffaello di Giorgio Ubaldini da Gagliano, parente di
  Lodovico Buonarroti.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (di maggio 1512).

XXXIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io ò inteso per l'ultima vostra del podere che avete
avuto da Santa Maria Nuova, e come è cosa buona:[40] ond'io n'ò avuto
piacere grandissimo; e benchè e' costi assai, credo che voi abbiate
visto che e' sia cosa che vaglia; e quando fussi sopra pagato cento
ducati, avendo el sodo che à, non è cara. Io ringrazio Idio che io sono
fuora di questa faccienda. Ora me ne resta sola un'altra; e questa è di
fare fare una bottega a cotestoro; chè non penso a altro el dì e la
notte. Dipoi mi parrà avere sodisfatto a quello che sono ubrigato; e se
mi resterà più da vivere, mi vorrò vivere in pace.

Giovanni da Ricasoli m'à scritto una lettera, alla quale non ò tempo da
rispondere. Pregovi facciate mia scusa. Questo altro sabato gli
risponderò. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [40] Michelangelo comprò dallo Spedale di Santa Maria Nuova un
  campo che era di Piero Strozzi, di staia otto, posto nel popolo di
  Santo Stefano in Pane, luogo detto Stradella, con strumento del 20
  maggio 1512, rogato da ser Giovanni da Romena; e pe' rogiti dello
  stesso notaio, sotto dì 28 del detto mese ed anno, comprò dal
  medesimo Spedale un podere con casa da signore e da lavoratore
  posto nel detto popolo, luogo detto la Loggia.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1512).

XXXV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io vi scrissi di fare quello avevo promesso a
cotestoro, e non me ne pento, anzi n'ò più voglia che non hanno loro; ma
crediate a me, che e' non è tempo. Voi troverrete assai che vi
consiglieranno, ma fidatevi di pochi. A me pare avendo aspettato tanto,
che noi lasciàno a ogni modo passare tre mesi. Questa non è sì gran cosa
che non si possa fare; e se voi vedessi che e' danari portassino
pericolo o stessino male dove stanno, avisatemi. Non altro. Non ò da
scrivervi per ora altrimenti.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra, come io mi guardi di non
tenere[41] danari in casa e di none portare addosso, e ancora come costà
è stato detto che io ò sparlato contra a' Medici.

De' danari, quegli che io ò, gli tengo nel banco di Balduccio e non
tengo in casa nè adosso se non quegli che io ò di bisognio dì per dì.
Del caso de' Medici, io non ò mai parlato contra di loro cosa nessuna,
se non in quel modo che s'è parlato generalmente per ogn'uomo, come fu
del caso di Prato;[42] che se le pietre avessin saputo parlare,
n'àrebbono parlato. Dipoi molte altre cose s'è dette qua, che udendole
dire, ò detto: s'egli è vero che faccino così, e' fanno male: non già
che io l'abi credute: e Dio il voglia che le non sieno. Ancora da un
mese in qua qualcuno che mi si mostra amico, m'à ditto di molto male de'
casi loro: che io gli ò ripresi e ditto che e' fanno male a parlare
così, e che non me ne parli più. Però io vorrei che Buonarroto vedessi
sottilmente d'intendere donde colui à inteso che io abbi sparlato de'
Medici, per vedere se io posso trovare donde la viene; e se la viene da
qualcuno di quegli che mi si mostrono amici, acciò che io me ne possa
guardare. Non v'ò da dire altro. Io non fo ancora niente, e aspetto che
el Papa mi dica quello che io abbia a fare.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [41] Nell'autografo: _tere_.

  [42] Allude al miserando sacco di Prato, dove entrarono
  gl'Imperiali, mossi per rimettere i Medici in Firenze, il 29 di
  agosto del 1512, e vi stettero fino al 19 settembre seguente. Di
  questo sacco si legge in tutte le storie del tempo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Per l'ultima vostra ò inteso come vanno le cose costà,
benchè prima ne sapevo parte. Bisognia avere pazienzia e racomandarsi a
Dio, e ravedersi degli errori; chè queste aversità non vengono per
altro, e massimamente per la superbia e ingratitudine: che mai praticai
gente più ingrate nè più superbe che e' fiorentini. Però se la iustizia
viene, è ben ragione. De' sessanta ducati che voi mi dite avere a
pagare, mi pare cosa disonesta e ònne avuto gran passione: pure bisognia
avere pazienzia tanto quanto piacerà a Dio. Io scriverrò dua versi a
Giuliano de' Medici, e' quali saranno in questa: leggietegli, e se e' vi
piace di portargniene, portategniene: e vedrete se gioverranno niente.
Se non gioveranno, pensate se si può vendere ciò che noi abbiàno: e
andrèno a abitare altrove. Ancora quando vedessi che e' fussi fatto
peggio a voi che agli altri, fate forza di non pagare e lasciatevi più
presto tôrre ciò che voi avete: e avisatemi. Ma quando faccino agli
altri nostri pari, come a voi, abiate pazienzia e sperate in Dio. Voi mi
dite avere provisto a trenta ducati: pigliate altri trenta de' mia, e
mandatemi el resto qua. Portategli a Bonifazio Fazi, che me gli facci
pagare qua da Giovanni Balducci, e fatevi fare da Bonifazio una poliza
della ricievuta de' detti danari e mettetela nella lettera vostra quando
mi scrivete. Attendete a vivere; e se voi non potete avere degli onori
della terra come gli altri cittadini, bastivi avere del pane e vivete
ben con Cristo e poveramente come fo io qua; che vivo meschinamente e
non curo nè della vita nè dello onore, ciò è del mondo, e vivo con
grandissime fatiche e con mille sospetti. E già sono stato così circa di
quindici anni che mai ebbi un'ora di bene e tutto ò fatto per aiutarvi,
nè mai l'avete conosciuto, nè creduto. Idio ci perdoni a tutti. Io sono
parato di fare ancora il simile i' mentre che io vivo, pur che io possa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come siate ribenedetti: che
n'ò avuto piacere assai. Ancora intendo come lo Spedalingo vi dà
speranza e come vi pare d'aspettare: e così pare a me: perchè non è da
fidarsi comperare da altri; e non credo, lui avendo più volte rafermo
darvi qualche cosa, che e' vi strazi: però è buono aspettare. Giovanni
da Ricasoli mi richiede d'una certa cosa che io non la voglio fare: e
non ò tempo stasera da scrivergli: però vi prego diciate a Buonarroto
facci mia scusa seco, e dicagli non stia a mia bada: lui intenderà.
Ancora vi prego mi facciate un servizio; e questo è, che gli è costà un
garzone spagnuolo che à nome Alonso[43] che è pittore, el quale
comprendo che sia amalato: e perchè un suo o parente o amico spagnuolo
che è qua, vorrebbe sapere come gli stà; m'à pregato che io deba scriver
costà a qualche mio amico e far d'intenderlo e avisarlo. Però vi prego,
o voi o Buonarroto, intendessi un poco dal Granaccio che lo conoscie,
come gli stà, e avisassimi di cosa certa, acciò che paia che io abbia
voluto servire costui. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [43] Forse costui è quell'Alonso Berrugnete, o Berughetta, come lo
  chiamavano gl'Italiani, pittore, scultore ed architetto celebre,
  nato nel 1480. Essendo in Firenze, fece una copia del cartone di
  Michelangelo, e tirò innanzi, ma non finì del tutto, una tavola
  cominciata da Filippino Lippi per l'altare maggiore della chiesa
  di San Girolamo alla Costa di San Giorgio.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze,    (1516).

XXXIX.

_A Lodovico a Settigniano._


Carissimo padre. Io mi maravigliai molto de' casi vostri l'altro dì,
quando non vi trovai in casa; e adesso sentendo che voi vi dolete di me,
e dite che io v'ò cacciato via, mi maraviglio più assai; perchè io so
certo che mai dal dì che io nacqui per insino adesso, fu nell'animo mio
di far cosa nè picola nè grande che fussi contra di voi, e sempre tutte
le fatiche che io ho soportate, l'ò soportate per vostro amore: e poi
che io sono tornato da Roma in Firenze, sapete che io l'ò sempre presa
per voi, e sapete che io v'ò rafermo ciò che io ò; e' non è però molti
dì quando voi avevi male, che io vi dissi e promessi di non vi mancar
mai con tutte le mia forze i' mentre che io vivo, e così vi rafermo. Ora
mi maraviglio che voi abiate sì presto dimenticato ogni cosa. Voi
m'avete pure sperimentato già trenta anni, voi e' vostri figliuoli, e
sapete che io ò sempre pensato e fattovi, quand'io ò potuto, del bene.
Come andate voi dicendo che io v'ò cacciato via? Non vedete voi fama che
voi mi date, che e' si dica che io v'ò cacciato via? Non mi manca altro,
oltra gli afanni che ò dell'altre cose, e tutti gli ò per vostro amore!
Voi me ne rendete buon merito! Ora sia la cosa come si vuole: io voglio
darmi ad intendere d'avervi fatto sempre vergognia e danno; e così come
se io l'avessi fatto, io vi chieggo perdonanza. Fate conto di perdonare
a un vostro figliuolo che sia sempre vissuto male e che v'abi fatti
tutti e' mali che si possono fare in questo mondo: e così di nuovo vi
prego che voi mi perdoniate, come a un tristo che io sono, e non
vogliate darmi costassù questa fama che io v'abbi cacciato via, perchè
la m'importa più che voi non credete: io son pur vostro figliuolo!

L'aportatore di questa sarà Rafaello da Gagliano. Io vi prego per
l'amore di Dio e non per mio, che voi vegniate insino a Firenze, perchè
ò andar via, e òvi a dire cosa che importa assai e non posso venire
costassù. E perchè io ò inteso di Pietro[44] che sta meco, per le sua
parole propie certe cose che non mi piacciono, io lo mando stamani a
Pistoia e non tornerà più dove me, perchè io non voglio che e' sia la
rovina di casa nostra: e voi tutti che sapevi che io non sapevo e' sua
portamenti, dovevi più tempo fà avisarmi e non sarebe nato tanto
scandolo.

Io son sollecitato d'andar via, e non son per partirmi se io non vi
parlo e non vi lascio qui in casa. Io vi prego che voi lasciate andar
tutte le passione, e che voi vegniate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [44] Pietro d'Urbano da Pistoia, garzone di Michelangelo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, (dopo il 20 di settembre 1516).

XL.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. A questi dì ò avuto per un fratello del Zara[45] una
lettera di Gismondo, per la quale ò inteso come siate tutti sani, salvo
che Buonarroto che à pure esso male della gamba. N'ò avuto passione,
perchè dubito con medicine non se la guasti: e come io dissi a lui, non
farei altro che tenerla calda e riguardarsi e lasciar fare alla natura.

Delle cose mia di qua per ancora non ò fatto niente. Ò messo a cavare in
molti luogi e spero, se sta buon tempo, infra dua mesi avere a ordine
tutti e mia marmi. Dipoi piglierò partito di lavorargli o qua, o a Pisa,
o io me n'anderò a Roma. Qua sarei stato volentieri a lavorargli, ma mi
è stato fatto qualche dispiacere; i' modo che io ci sto con sospetto.
Non altro. Attendete a stare in pace, che io ò speranza che le cose
anderanno bene. Una lettera che sarà in questa, vi prego la suggiellate
e fatela dare a Stefano sellaio che la mandi a Roma.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [45] Lo Zara da Settignano si chiamava per proprio nome Domenico,
  e noi crediamo che egli sia Domenico di Sandro di Bartolo
  Fancelli, valente scultore, il quale nacque nel 1469, e morì in
  Saragozza di Spagna nel 1519, dopo aver fatto il suo testamento
  rogato a' 19 d'aprile del detto anno da ser Michele da Villanuova,
  notaio spagnuolo. Domenico è l'autore del superbo monumento
  sepolcrale inalzato nella chiesa di San Tommaso de' Domenicani
  d'Avila al principe Giovanni, figliuolo unico del re Ferdinando il
  Cattolico. Ebbe commissione nel 15 di luglio 1518 di scolpire pel
  prezzo di 2100 ducati d'oro un altro monumento non meno magnifico
  pel cardinale Ximenes, arcivescovo di Toledo. Ma egli appena aveva
  cominciato a farne il disegno, che se ne morì, e quel lavoro fu
  allogato al celebre Bartolommeo Ordognez, scultore spagnuolo, il
  quale non potè condurlo a fine, essendosi infermato a Carrara, e
  quivi morto a' 10 dicembre del 1520. Fratello di Domenico Fancelli
  fu Giovanni parimente scultore che aiutò ne' detti lavori Domenico
  e l'Ordognez, e morì nell'aprile del 1522, lasciando erede Sandro
  suo figliuolo che seguitò l'arte del padre e dello zio. (Vedi
  Andrei canonico Pietro: _Sopra Domenico Fancelli e Bartolomeo
  Ordognez Spagnuolo_, ec. _Memorie estratte da documenti inediti_.
  Massa, tip. Frediani, 1871, in-8º; e Campori Giuseppe: _Memorie
  biografiche degli Scultori, Architetti, Pittori_, ec., _nativi di
  Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa_, ec. Modena,
  Vincenzi, 1873, in-8º.)



  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara,    (1517).

XLI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Carissimo padre. Io mando costà Piero che sta meco, pel mulo. Prego
gniene diate, e come torna qua con esso, me ne verrò costà a starmi
tutto agosto per fare el modello di San Lorenzo,[46] e mandarlo a Roma,
come ho promesso. Non altro.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [46] Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo il modello
  di legname, secondo il suo disegno, della facciata di S. Lorenzo.
  Ma essendo quel lavoro riuscito, come dice lo stesso Michelangelo,
  _una cosa da fanciulli_, egli ne fece uno di terra, e per mezzo di
  Pietro d'Urbano suo garzone lo mandò a Roma al Papa e al Cardinale
  de' Medici gli ultimi di dicembre del 1517.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, di luglio 1517.

XLII.

_A Lodovico Buonarroti in Firenze._


Carissimo padre. I' ò ricevuto per maestro Andrea[47] una vostra
lettera, per la quale intendo come avete avuto un poco di male: e 'l
simile di Buonarroto. N'ò avuto passione: pure bisognia aver pazienzia.
Riguardatevi più che potete. Io ò mandato costà Pietro che sta meco, pel
mulo, perchè mi voglio partire di qua. Però vi prego gniene diate. Non
altro. Delle cose mia fo el meglio che io posso. Infra venti dì spero
esser costà.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [47] Ferrucci, scultore da Fiesole, il quale a' 12 di luglio era
  partito da Firenze e andato a Carrara per intendere da
  Michelangelo i particolari dei fondamenti da farsi alla facciata
  di San Lorenzo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (di giugno 1523).

XLIII.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._


Reverendissimo padre. I' ò stamani per una vostra una buona nuova, e
questo è che e' mi pare che voi non vi contentiate del contratto[48] che
s'è fatto a questi dì tra noi. Io me ne contento molto manco, e priegovi
che voi acordiate questi altri, che io son sempre parato a disfarlo,
perchè io non ò el modo a pagare e' danari a Gismondo e non àrei
aconsentito a tal contratto, se voi non mi avessi promesso d'aiutargli
pagare. Però sanza andare a ufficiali, venite a posta vostra, che voi mi
fate un gran piacere, e cavatemi d'un grande alberinto; e non bisognierà
che voi andiate a altro ufficiale, perchè i' ò più bisognio di danari
che di vostri poderi. Non vi rispondo alle altre cose, se non che voi
facciate tanto quant'e' ben vi viene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


Io vi mando Mon'Agniola a posta, per non avere altri, acciò che voi
sapiate presto che a me torna un gran danno questo contratto; e sapete
che io non lo potevo fare, ma fècilo per farvi bene: se non vi torna
bene, io vi prego che e' si disfaccia, perchè i' ò bisognio de' mia
danari, come è detto.


  [48] Nel contratto tra Michelangelo e Gismondo suo fratello,
  rogato da ser Niccolò Parenti sotto dì 16 di giugno 1523, per
  cagione della parte che spettava a Gismondo ed agli altri suoi
  fratelli sopra l'eredità della loro madre; Michelangelo si obbligò
  di pagare dentro due anni al detto Gismondo 500 fiorini d'oro in
  oro larghi, i quali poi sborsò a' 5 di maggio del 1525.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (del giugno 1523).[49]

XLIV.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._


Lodovico. Io non rispondo a la vostra, se non a quelle cose che mi
paiono necessarie; dell'altre io me ne' fo' beffe. Voi dite che non
potete riscuotere le vostre page del Monte, perchè io ò fatto dire el
Monte in me. Questo non è vero, e bisognia che a questo io vi risponda,
perchè voi sappiate che voi siate ingannato da chi voi vi fidate, che
l'à forse riscosse e aoperatosele, e a voi fa intender questo per sua
comodità. Io non ò fatto dire el Monte in me, nè lo potrei fare, quando
volessi; ma è ben vero che presente Rafaello da Gagliano, el notaio mi
disse: io non vorrei ch'e' tua frategli facessero qualche contratto di
questo Monte, che doppo la morte di tuo padre tu non ce lo trovassi: e
menommi al Monte e fecemi spendere quindici grossoni e fecevi porre una
condizione che nessuno lo potessi vendere i' mentre che voi vivevi: e
voi ne siate usofruttuario mentre che voi vivete, come dice el contratto
che voi sapete.

Io v'ò chiarito del contratto, ciò è di disfarlo a posta vostra, poi che
voi non ve ne contentate. Io v'ò chiarito del Monte e potetelo vedere a
posta vostra; io ò fatto e disfatto sempre come voi avete voluto: io non
so più quello che voi volete da me. Se io vi dò noia a vivere, voi avete
trovato la via di ripararvi, e rederete quella chiave del tesoro che voi
dite che io ò; e farete bene: perchè e' si sa per tutto Firenze come voi
eri un gran rico e come io v'ò sempre rubato, e merito la punizione:
saretene molto lodato! Gridate e dite di me quello che voi volete, ma
non mi scrivete più, perchè voi non mi lasciate lavorare: che a me
bisognia ancora scontare ciò che voi avete avuto da me da venticinque
anni in qua. Io non ve lo vorrei dire: non posso fare che io non ve lo
dica. Abbiatevi cura e guardatevi da chi voi v'avete a guardare; chè e'
non si muore più d'una volta, e non ci si ritorna a raconciar le cose
malfatte. Avete indugiato alla morte a fare simil cose! Idio v'aiuti.

                              MICHELAGNIOLO.


  [49] La lettera, secondo il solito di Michelangelo, non ha nota nè
  di luogo nè di tempo: pure si può stabilire essere stata scritta
  nel giugno del 1523, perchè il contratto o lodo, di cui qui si
  ragiona, fu rogato a' 16 del detto mese da ser Niccolò di Antonio
  Parenti, come si rileva dal Libro del Monte segnato C. 2, N. 976,
  dell'anno 1514, dove sotto il 22 di giugno 1523 fu posta
  condizione a' fiorini 312, 10 larghi della dote della Lucrezia di
  Antonio da Gagliano, moglie di Lodovico Buonarroti, che non si
  potesse fare contratto di detta somma senza licenza di detto
  Michelangelo, il quale dopo la morte di Lodovico potesse di tal
  credito e posta fare in ogni tempo la sua volontà.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (del giugno 1523).

XLV.


[50]Lodovico! A quelle cose che la ragione vuole che io vi risponda, io
vi rispondo: dell'altre io me ne fo beffe. Voi dite che io ò fatto dire
el Monte i' me e che voi non potete avere le vostre page. El Monte, non
è vero che io l'abbi fatto dire in me, nè potrei senza voi farlo, e le
page vostre io non ve le posso impedire. Sì che andate per esse, e
vedrete che io dico el vero. È ben vero che 'l Monte non lo potete
vendere, perchè l'avete venduto a me. L'altre cose fatele come voi dite,
perchè e' si sa per tutto Firenze che voi eri rico e che io v'ò sempre
rubato, e merito la punizione.


  [50] Questo non è altro che il principio un po' diverso della
  lettera precedente.


FINE DELLE LETTERE AL PADRE.



A BUONARROTO SUO FRATELLO

DAL 1497 AL 1527.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, del marzo 1497.

XLVI.

_Prudente giovane Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._


A nome di Dio. A dì    di marzo 1497.

Caro fratello; che così ti stimo etc. Da Michelagnolo tuo ò auto una
lettera tua, della quale ne ò preso grandissimo conforto; masime
intendendo de' casi di frate Jeronimo vostro sarafico, el quale fa dire
di lui per tuto Roma, e dicesi ched è eretico marcio; tanto che bisognia
che venga in ogni modo a profetezare un poco a Roma, e poi sarà
calonizato; sichè istiàno di bona voglia tuti e' sua.

Fratello, io t'ò molto bene a mente, sichè sta' di buona voglia e atendi
a imparare, come tu fai. Al Frizi[51] ò detto tuto e à inteso bene ogni
cosa. Frate Mariano[52] dice di molto male del vostro Profeta. Non
altro. Per quest'altra ti raguaglierò meglio, perchè adesso ò fretta.
Non c'è nuove, se none ieri fu fatto 7 vescovi di cartagine,[53] e 5 ne
fu impicati per la stroza. Racomandami a tutti voi, e massime a Lodovico
mio padre, che così lo stimo; e quando tu scrivi qua, raccomandami a
Michelangniolo. Non altro. Fatta al buio.[54]

                              Tuo PIERO in Roma.


  [51] Federigo di Filippo scultore fiorentino, il quale poi
  racconciò la statua del Cristo risorto che è alla Minerva di Roma,
  fatta da Michelangelo, e stata guasta da Pietro da Pistoia suo
  scolare.

  [52] Da Genazzano, generale degli Agostiniani.

  [53] Intendi che furono condannati alla gogna, colla mitera di
  carta in capo.

  [54] Questa lettera parla, come è chiaro, del Savonarola, ed è
  scritta, sebbene sia con carattere contraffatto ad arte, da
  Michelangelo, sotto il falso nome di Piero. Il dire _caro
  fratello, che così ti stimo_, _Racomandami a tutti voi e massime a
  Lodovico mio padre, che così lo stimo_, ci scopre quel che
  vorrebbe e non vorrebbe nascondere Michelangelo, cioè che egli
  stesso è colui che scrive.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1497).

XLVII.

_Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._


Sappi Bonarroto, come i' ò dati qua dua ducati a Baldassarre[55] che te
gli facci dare costà da Francesco Strozi: sichè, come tu ài la lettera,
va' e tròvalo, e lui te gli darà. Attendi a 'mparare, come io ti
dissi.[56] Raguaglia Lodovico, come io ti dissi, e così consiglio. Non
altro. Idio t'aiuti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [55] Balducci fiorentino, mercante in Roma.

  [56] Vedi la lettera precedente scritta sotto nome di _Piero_,
  dove appunto è detto a Buonarroto che attenda ad imparare.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 19 di dicembre (1506).

XLVIII.[57]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ò ricevuto oggi questo di diciannove di dicembre una
tua, per la quale mi raccomandi Pietro Orlandini[58] e che io lo serva
di quello che lui mi domanda. Sappi che lui mi scrive che io gli facci
fare una lama d'una daga e che io facci che la sia una cosa mirabile.
Per tanto io non so com'io me lo potrò servire presto e bene: l'una si
è, perchè e' non è mia professione; l'altra, perchè io non ò tempo da
potervi attendere. Pure m'ingiegnierò infra uno mese che ei sia servito
el meglio che io saperò.

De' fatti vostri e massimo di Giovansimone, ò inteso il tutto. Piacemi
che lui si ripari a bottega tua e che egli abbi voglia di far bene,
perchè io ò voglia d'aiutar lui come voi altri; e se Dio m'aiuta, come à
fatto sempre, io ispero in questa quaresima avere fatto quello che io ò
a fare qua, e tornerò costà e farò a ogni modo quello che io v'ò
promesso. De' danari che tu mi scrivi che Giovansimone vuole porre in
sur una bottega, a me parrebbe che gli indugiassi ancora quattro mesi e
fare lo scoppio e il baleno a un tratto. So che tu m'intendi, e basta.
Digli da mia parte che attenda a far bene, e se pure ei volessi e'
danari che tu mi scrivi, bisognierebbe tôrre di cotesti costà, perchè di
qua non ò ancora da mandarli, perchè ò picolo prezo di quello che io fo
e anche è cosa dubbia, e potrebbemi avenire cosa che mi disfarebbe del
mondo. Per tanto vi conforto a star pazienti questi pochi mesi, tanto
che io torni costà.

De' casi del venire qua Giovansimone, non ne lo consiglio ancora, perchè
son qua in una cattiva stanza, e ò comprato un letto solo, nel quale
stiàno quattro persone, e non àrei el modo accettarlo come si richiede.
Ma se lui ci vuole pur venire, aspetti che io abbi gittata la figura che
io fo[59] e rimanderònne Lapo e Lodovico che m'aiutano, e manderògli un
cavallo, acciò che ei venga e non com'una bestia. Non altro. Pregate
Idio per me e che le cose vadino bene.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


  [57] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 697.

  [58] Così nell'autografo, ma deve dire _Aldobrandini_, come
  apparisce dalle lettere seguenti a Buonarroto.

  [59] Dopochè Michelangelo, pieno di sdegno per l'ingiuria ricevuta
  da papa Giulio di averlo fatto cacciare bruttamente di palazzo, si
  fu partito a furia da Roma, e ritornato a Firenze; nè i brevi del
  Papa, nè le lettere degli amici e de' cortigiani, nè le
  esortazioni del gonfaloniere Piero Soderini avevano potuto per
  parecchi mesi ottenere che egli si risolvesse ad affrontare la
  grande _ira di Secondo_. Ma entrato il Papa trionfalmente a
  Bologna il 10 di novembre 1506, dopo la cacciata de' Bentivogli,
  bisognò all'ultimo che Michelangelo si arrendesse alla volontà di
  Giulio, ed a' consigli del Soderini; il quale, per vincere la
  paura dell'Artista, lo accompagnò con lettera pubblica del 27 di
  quel mese. La partenza dunque di Michelangelo alla volta di
  Bologna deve essere stata o nel medesimo giorno o nel seguente.
  Giunto egli alla presenza del Pontefice, e chiestogli umilmente
  perdono, fu da Giulio restituito nell'antica grazia, e commessogli
  di fare di bronzo la sua immagine per essere posta sulla facciata
  di San Petronio. Dalle lettere di Michelangelo al padre ed al
  fratello Buonarroto si rileva che egli, messosi tosto all'opera,
  aveva già condotto di terra la sua figura nell'aprile del 1507;
  che negli ultimi giorni del giugno seguente la gittò; che il getto
  gli riuscì non troppo bene, essendochè, sia per difetto di
  metallo, sia per la mala sua fusione, la figura non era venuta che
  dal mezzo in giù: onde gli convenne rigittare di sopra, e finire
  di riempire la forma.

  La statua di papa Giulio, di grandezza più d'un uomo e del peso di
  17 mila libbre, fu lavorata da Michelangelo in una stanza del
  Paviglione vecchio dietro a San Petronio, e fusa col metallo d'una
  campana che era nella torre de' Bentivogli e di una bombarda del
  Comune di Bologna. Fu tirata su nella facciata di San Petronio a'
  21 di febbraio del 1508, e poi a' 30 di dicembre del 1511 venne
  gettata a terra, e spezzata per ordine degli Otto della guerra del
  Comune di Bologna. (Vedi Potestà Bartolomeo, _Intorno alle due
  statue erette in Bologna a Giulio II_. ATTI e MEMORIE della Regia
  Deputazione di Storia patria per le provincie di Romagna. Anno
  VII, pag. 105.)



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 22 di gennaio 1507.

XLIX.[60]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, dirimpetto allo speziale della
Palla, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ebbi una tua lettera più giorni fà, per la quale intesi
come Lodovico aveva mercatato con Francesco il podere di mona Zanobia; e
di Giovansimone ancora m'avisasti come si riparava in bottega dove tu
stai, e come aveva disidèro di venire infino qua a Bolognia. Non t'ò
risposto prima, perchè non ò avuto tempo, se non oggi.

De' casi del podere sopra ditto tu mi di' che Lodovico l'à mercatato e
che lui m'aviserà. Sappi che se lui me n'à scritto niente, che io non ò
mai avuto lettera, che ne parli: però sappigniene dire, acciò che e'
none pigliassi amirazione non avendo risposta, se m'à scritto.

Di Giovansimone io ti dirò il parer mio, acciò che tu gniene dica da mia
parte; e questo è, che a me non piace che e' venga qua innanzi che io
gitti questa figura che io fo; e questo fo per bon rispetto: non volere
intendere il perchè: basta, che subito che io l'àrò gittata, che io lo
farò venire qua a ogni modo e sarà con manco noia, perchè m'àrò levato
da dosso queste spese che io ò ora.

Io credo intorno a mezza quaresima avere a ordine da gittare la mia
figura; sì che pregate Idio ch'ella mi venga bene; perchè se mi viene
bene, spero avere buona sorte con questo Papa: sua grazia: e se io la
gitto a mezza quaresima e la venga bene, spero in queste feste di Pasqua
essere costà, e quello che io v'ò promesso, farò a ogni modo, se voi
attenderete a fare bene.

Di'a Piero Aldobrandini che io ò fatto fare la sua lama al migliore
maestro che sia qua di simil cose, e che di questa settimana che viene
m'à detto che io l'àrò. Avuta che io l'ò, se mi parrà cosa buona, io
gniene manderò; se non, la farò rifare: e digli non si maravigli se non
lo servo presto come conviensi, perchè ò tanta carestia di tempo, che io
non posso fare altro.

  A dì venti dua di gennaio 1506.

                              MICHELAGNIOLO DI LODOVICO BUONARROTI
                                      scultore in Bolognia.


  [60] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 698.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 1 di febbraio 1507.

L.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze. Data nella bottega degli
Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — I' ò inteso per una tua come è ita intorno a' casi di quel
poderino: ònne avuto grandissima consolazione e piacemi assai, purchè la
cosa sia ben sicura.

De' casi di Baronciello io mi sono informato assai bene, e per quello
che io ò inteso, è molto più grave cosa che voi non la fate; e io per
me, non sendo cosa gusta, non la domanderei. No' siàno obrigati tutti
noi fare assai per Baronciello, e così faremo e massimamente di quelle
cose che sono in nostro potere.

Sappi come venerdì[61] sera a ventuna ora papa Julio venne a casa mia
dov'io lavoro, e stette circa a una meza ora a vedere, parte[62] ch'io
lavoravo; poi mi dètte la benedizione, e andòssene: e à dimostrato
contentarsi di quello che io fo. Per tanto mi pare che noi abbiàno
sommamente da ringraziare Idio: e così vi prego faciate e pregiate per
me.

Avisoti ancora, come venerdì mattina ne mandai Lapo e Lodovico che
stavano qua meco; Lapo cacciai via, perchè egli è uno mal fagnione e
cattivo, e non faceva el bisonio mio. Lodovico pure è meglio, e àre'lo
tenuto ancora dua mesi; ma Lapo, per non essere vituperato solo, lo
sobillò in modo, che amendua ne son venuti. Io t'iscrivo questo, non
perchè io facci conto di loro, che e' non vagliono tre quatrini fra
amendua, ma perchè se e' venissino a parlare a Lodovico, che e' non ne
pigliassi ammirazione; e digli che non presti loro orechi per niente: e
se tu ti vuoi informare de' casi loro, va' a messere Agniolo Araldo
della Signoria, che a lui ò scritto ogni cosa: e lui per sua umanità ti
raguaglierà.

Di Giovansimone ò inteso: piacemi e' si ripari a bottega de' tua maestri
e ch'egli attenda a far bene; e così lo conforta: perchè, se questa cosa
viene bene, i' ò speranza di mettervi in buono grado, se voi sarete
savi. De' casi di quell'altre terre che sono a canto a quelle di mona
Zanobia, se a Lodovico piace, digli che v'attenda e che m'avisi. Credo,
anzi si dice qua, che 'l Papa si partirà di qua intorno a carnovale.

  A dì primo di febraio 1506.

                    MICHELAGNIOLO DI LODOVICO DI BUONARROTA SIMONI
                                 scultore in Bolognia.


  [61] Cioè a' 29 di gennaio, se sta bene il conto.

  [62] Intendi, _mentre che io lavoravo_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 1 di febbraio 1507.

LI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi in Porta Rossa, Arte di lana._


Buonarroto. — I' ò inteso per una tua lettera come avete fatto fatti
intorno a' casi del podere di mona Zanobia; è cosa che mi piace assai,
pur che sia sicura. Voràssi attendere a quel resto, quando fia tempo.

[63]De' casi del Baronciello io mi sono informato assai bene, e per
quello che m'è detto, la cosa è molto più grave che voi non la fate: per
tanto io non sono per domandarla, perchè se non la ottenessi, ne sarei
malcontento, e se io la ottenessi, mi fare' danno grandissimo e ancora
alla casa. Credi che io non àrei aspettato le seconde lettere, se questa
cosa fussi possibile a me; perchè e' non è cosa nessuna che io non
facessi per Baronciello.

El Papa fu venerdì a ventuna ora a casa mia dov'io lavoro, e mostrò che
la cosa gli piacessi: però pregate Dio ch'ella venga bene: che se così
fia, spero riacquistar buona grazia seco. Credo che in questo carnovale
si partirà di qua, secondo che si dice, infra la plebe però.

La lama di Piero, come esco fuora cercherò d'uno fidato per
mandargniene. Se Lapo che stava qua meco o Lodovico[64] venissino a
parlare costà a Lodovico nostro, digli che non presti orechi alle loro
parole, e massimamente di Lapo e none pigli amirazione, che più per agio
aviserò del tutto. Di Giovansimone ò inteso: ò caro attenda a fare bene
e così lo conforta, perchè presto spero, se sare' savi, mettervi in buon
grado.

  A dì primo di febraio 1506.

  MICHELAGNIOLO DI BUONARROTA SIMONI
             in Bolognia.


  [63] Di qui la presente lettera (la quale è dello stesso giorno e
  non fa che ripetere le cose dette nella precedente) è pubblicata
  dal Grimm, Op. cit., pag. 699.

  [64] Di Lapo d'Antonio di Lapo scultore e di Lodovico di Guglielmo
  Lotti orafo e maestro di getti, e delle cagioni per le quali essi
  furono cacciati via, è stato discorso lungamente dallo stesso
  Michelangelo nella lettera IV a Lodovico Buonarroti suo padre.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 13 di febbraio 1507.

LII.

_A Buonarroto di Lodovico Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Questa fia per coverta di dua lettere; una che va a Piero
Aldobrandini e l'altra va a Roma a Giovanni Balducci. Questa fa' che tu
la dìa a Bonifazio Fazi che la mandi, e l'altra dà' al detto Piero.

Del fatto di que' dua tristi, io non ò tempo da scrivere interamente le
loro ribalderie, e priegovi tutti voi, e così fa' che dica a Lodovico,
che voi non parliate de' casi loro i' modo nessuno, perchè 'l fatto
nostro non va con loro: e basta. A dì tredici di febraio 1506.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 24 di febbraio (1507).

LIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io mandai cierti danari costà a Lodovico con cierta
comessione già quindici dì sono e mai non ò avuto risposta. Somi molto
maravigliato: però di' a Lodovico, che m'avisi se gli à ricevuti, e se à
fatto quello gli comessi: m'avisi a ogni modo, perchè ne sto di mala
voglia e maravigliomi della sua poca discrezione: è uomo da commettergli
un'altra volta una cosa che importi! crederrei avessi scritto cento
lettere, perch'io n'avessi almanco una. Fa' che lui mi avisi a ogni modo
di quello che à fatto e condanni la lettera, i' modo ch'ella mi sia
data.

Della daga di Piero, io vi mandai ieri a vedere s'ell'era fatta; l'aveva
ancora a dorare: àmi dileggiato uno mese, ma in vero non à potuto fare
altro, perchè in su questa partita della Corte à avuto a servire d'arme
tutti e' cortigiani e à avuto grandissima faccienda: però m'à prolungato
tanto. Di' a Piero che non dubiti; che in fra pochi giorni l'àrà a ogni
modo. El Papa si partì lunedì mattina a sedici ore:[65] e se tu vuoi
saper l'ordine che gli à lasciato della cosa mia, va' all'Araldo, e lui
ti raguaglierà. Non ò tempo da scrivere. A dì ventiquatro febraio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [65] Che fu a' 22 di febbraio di quell'anno.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 6 di marzo 1507.

LIV.

_A Buonarroto di Lodovico Buonarroti in Firenze. Data nella bottega di
Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io non ò risposto prima alla tua e a quella di Piero
Aldobrandini, perchè io avevo disposto non iscrivere, se prima non avevo
la daga del detto Piero. Egli è dua mesi che io la dètti a fare a uno
che à nome di essere el migliore maestro che ci sia di simile arte, e
benchè lui m'abbi straziato insino a ora, non ò po' voluto farla fare a
altri, nè anche tôrre cosà fatta. Per tanto, se Piero sopra detto si
tiene straziato da me, à ragione; ma io non ò potuto fare altro.

Ora ò riscossa o vero avuta la detta daga pure stamani, e con gran
fatica, i' modo che Piero mio fu per batterla in sulla testa al maestro,
tanto ve l'à fatto tornare. E sappi che l'aportatore di questa sarà el
Chiaro di Bartolomeo battiloro, el quale àrà la detta daga. Fa' pagare
al detto Chiaro la vettura, quello che se ne viene, e dàlla a Piero. E
se la non gli piacessi, digli che m'avisi, che io gniene farò rifare
un'altra; e digli che qua, poi che ci venne la Corte, ogni artefice e
ogni arte è salito in gran pregio e condizione; però non si deba
maravigliare, se io ò tardato tanto a mandargniene, perchè così sono
stato straziato ancora io: chè questo maestro solo (à) avuta tanta
faccienda poi che ci fu la Corte, che innanzi non ebbe mai tanta tutta
Bolognia. Non ò tempo da scrivere. Iscrissi a Lodovico com'io avevo
avute le sua lettere e com'io ero stato gabato, come lui àrà inteso. A
dì 6 di marzo 1506.

                              MICHELAGNIOLO DI LODOVICO BUONARROTI
                                          in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 26 di marzo (1507).

LV.

_A Buonarroto di Lodovico di Bonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ebi più giorni fà una tua, per la quale intesi il tutto
della daga e di Piero Aldobrandini. Io ti fo avisato, che se non fussi
stato per tuo amore, che io lo lasciavo cicalare quanto voleva. Sappi
che la lama che io ò mandata e che tu ài ricievuta, è fatta in sulla
misura sua, ciò è del detto Piero; perchè lui me ne mandò una di carta
in una lettera e scrissemi che io la facessi fare apunto a quel modo: e
così feci: e però se lui voleva una daga, non mi doveva mandare la
misura d'uno stoco: ma io ti voglio iscrivere per questa, quello che io
non ò più voluto scrivere; e questo è, che tu non pratichi con lui,
perchè non è pratica da te: e basta. E se lui venissi da te per la sopra
detta lama, non gniene dare per niente; fagli buon viso, e digli che io
l'ò donata ad uno mio amico: e basta. Sapi che la mi costò qua
diciannove carlini e tredici quatrini della gabella.

Le cose mia di qua vanno bene, grazia di Dio, e spero infra uno mese
gittare la mia figura: però pregate Idio che la cosa abbi buon fine,
acciò che io torni presto costà, perchè sono disposto di fare quello che
v'ò promesso. Conforta Giovansimone e digli che mi scriva qualche volta,
e di' a Lodovico com'io sto bene e che inanzi che io gitti la mia
figura, che lo saprà a ogni modo. Racomandami al Granaccio, quando lo
vedi. Non ò da dirti altro. Qua comincia la moria ed è della cattiva,
perchè non lascia persona dov'ella entra, benchè per ancora non cie n'è
molta; forse quaranta case, secondo che m'è detto. A dì ventisei di
marzo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


Se tu avessi data la daga a Piero, non gli dire altro; ma se non gniene
ài data, non gniene dare per niente.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 29 di marzo 1507.

LVI.[66]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa, o all'Araldo
nel Palazzo de' Signori in Firenze._


Buonarroto. — Questa perchè io (ò scritto) a messere Agniolo: la quale
lettera sarà con questa: dàlla subito, perchè è cosa che importa. Non ò
da dirti altro. Io t'avisai pochi giorni fà pel Riccione orafo. Credo
l'àrai avuta. Le cose di qua vanno bene. Di' a Lodovico che quando fia
tempo da gittare la mia figura, che io l'aviserò.

  A dì venti nove di marzo 1506.[67]

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.


  [66] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [67] Così sta; ma è evidente che doveva dire 1507, anche secondo
  il computo fiorentino, usato quasi sempre da Michelangelo, fuorchè
  nelle lettere a Lionardo suo nipote e ad altri scritte da Roma
  negli ultimi suoi anni.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 31 di marzo 1507.

LVII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — I' ò ricievuta oggi una tua lettera con una di Lodovico:
non fo risposta a quella di Lodovico, perchè non ò tempo; ma tu
intenderai com'io sto per questa, e così lo informerai: e basta.

Sappi com'io sto bene e ancora come la cosa mia va bene, Dio grazia.
Vero è che ci va uno mese di tempo più che io non estimavo, e però non ò
ancora scritto a Lodovico el tempo che io la gitto, overo che io la
voglio gittare, perchè non è ancora venuto: però none pigli amirazione,
che quando sarà il tempo, l'aviserò; che stimo sarà per di qui a uno
mese vel circa.

De' fatti dell'aviarvi a bottega, overo del fare compagnia, io voglio
farlo a ogni modo, ma bisognia abbiate pazienza tanto che io torni
costà.

Tu mi avisi come Piero non à voluto la daga. Io l'ò avuto molto caro che
e' non l'abbi voluta e che la non gli sia piaciuta, perchè forse la sua
sorte non era che lui la portassi a cintola e massimamente sendotella
istata domandata da altr'uomini che non è lui, ciò è da Filippo Strozi.
Però se tu vedi che la gli piaccia, va' e fagniene un presente come da
te e non gli dire niente quello che la costa. Sapi che la lama io non
l'ò vista: però se la non fussi recipiente, non gniene dare: chè tu non
paressi una bestia: perchè a lui si convene altra cosa, che a Piero. Con
questa sarà una che va a Roma al Sangallo. Ingiègniati di mandargniene.
Credo se tu la déssi a Baccio d'Agniolo,[68] la manderebe bene; e a lui
mi racomanda. A dì ultimo di marzo 1507.

                    MICHELAGNIOLO BUONARROTI scultore in Bolognia.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1507, da Bologna, a dì 14 d'aprile: de l'utimo di marzo.


  [68] Baglioni, nato nel 1462 e morto nel 1543. Fu intagliatore
  eccellentissimo di legname, e buono architetto, del quale si può
  vedere quello che scrive il Vasari.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 14 d'aprile (1507).

LVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Questa per coverta d'una che va a messere Agniolo; fa' che
tu la dia a lui súbito. Non ò tempo da scrivere altro, nè da rispondere
a Giovansimone. Io sto bene, e la cosa mia va bene, grazia di Dio. Più
per agio vi scriverò: e basta.

  A dì quatordici d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Bolognia.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 20 aprile (1507).

LIX.[69]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa in Firenze._


Buonarroto. — Io ò oggi una tua dei diciassette d'aprile, per la quale ò
inteso il viaggio grande che fanno le mie lettere a venire costà. Non
posso fare altro, perchè ci è cattivo ordine intorno a ciò. Io ò inteso
per la tua più cose, alle quali non rispondo, perchè non accade. Duolmi
tu (ti) sia portato di sì piccola cosa sì pidochiosamente con Filippo
Strozi: ma poichè è fatto, non può tornare a dietro.

De' casi mia io scrivo a Giovansimone e lui t'aviserà come io la fo, e
così avisate Lodovico.

Vorrei che tu andassi all'Araldo e che gli dicessi che io non avendo mai
avuto risposta da lui de' casi di maestro Bernardino,[70] ò stimato che
il detto maestro Bernardino non sia per venire qua, per amore della
peste: onde io ò tolto uno francioso in quello scambio, il quale mi
servirà bene: e questo ò fatto, perchè non potevo più aspettare.
Fagniene a sapere, ciò è a messere Agniolo e racomandami a lui e digli
che mi racomandi alla signoria del Gonfaloniere.[71] Racomandami a
Giovanni da Ricasoli quando lo vedi.

  A dì venti d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [69] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [70] È questi maestro Bernardino d'Antonio dal Ponte di Milano, il
  quale nel 1504 fu condotto agli stipendi della Repubblica di
  Firenze, come maestro d'artiglieria: e stette in questo servizio
  fino al 1512. Doveva essere persona assai valente nell'arte sua,
  se Michelangelo diedegli a gettare di bronzo la sua statua di papa
  Giulio, e Gio. Francesco Rustici gli allogò nel 1509 il getto di
  quelle che egli fece per una delle porte di San Giovanni. Nel 1512
  gettò di bronzo la graticola della nuova Cappella del Palazzo
  pubblico, e parimente rifece di bronzo il cartoccio della base del
  _David_ del Verrocchio. La licenza data a maestro Bernardino di
  andare a Bologna da' Signori e Collegi, è del 7 di maggio 1507.

  [71] Piero Soderini, gonfaloniere perpetuo della Repubblica.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 26 di maggio (1507).

LX.[72]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa in Firenze._


Buonarroto. — Io ebbi una tua per maestro Bernardino, il quale è venuto
qua: per la quale ò inteso come siate tutti sani, salvo Giovansimone che
ancora non è guarito; n'ò dispiacere assai e duolmi non lo potere
aiutare. Ma presto spero essere di costà e farò cosa che gli piacerà a
lui e a voi altri. Però cònfortalo e di' che stia di buona voglia.
Ancora di' a Lodovico che a mezzo quest'altro mese io credo gittare la
mia figura a ogni modo; però se vuole far fare orazione o altro, acciò
che la venga bene, fàccialo a quel tempo, e digli che io ne lo prego.

Non ò tempo da scriverti altrimenti. Le cose vanno bene.

  A dì venti sei di maggio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [72] In parte pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 20 di giugno (1507).

LXI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io non t'ò scritto più giorni sono, perchè non volevo
scrivere, se prima non avevo gittata la mia figura, credendo gittarla
più presto che non m'è riuscito.

Sappi come ancora non è gettata, e sabato che viene a ogni modo la
gettiamo; e in fra pochi dì credo essere di costà, se la viene bene,
com'io stimo.

Non ò da dirti altro. Sono sano e sto bene, e così stimo di voi tutti.

  A dì venti gunio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 1 di luglio (1507).

LXII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Istrozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Noi abiàno gittata la mia figura, ed è venuta i' modo che
io credo afermativo averla a rifare. Io non ti scrivo particularmente il
tutto, perchè ò altro da pensare: basta che la cosa è venuta male.
Ringràzione Dio, perchè stimo ogni cosa pel meglio. Io saperò infra
pochi dì quello che io abia a fare e aviseroti. Avisane Lodovico: e
state di buona voglia. E se aviene che io l'abbi a rifare, e che io non
possa tornare costà, io piglierò partito di fare a ogni modo quello che
io v'ò promesso, in quel modo che meglio potrò.

  A dì primo di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 6 di luglio (1507).

LXIII.[73]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Sappi come noi abbiamo gittata la mia figura, nella quale
non ò avuta troppa buona sorte; e questo è stato che maestro Bernardino
o per ignoranza o per disgrazia non à ben fonduto la materia; il come
sarebbe lungo a scrivere: basta che la mia figura è venuta insino alla
cintola; il resto della materia, cioè mezzo il metallo, s'è restato nel
forno, che non era fonduto; in modo che a cavarnelo mi bisognia far
disfare il forno: e così fo, e faròllo rifare ancora di questa
settimana; di quest'altra rigitterò di sopra, e finirò d'empire la forma
e credo che la cosa del male anderà assai bene, ma non sanza grandissima
passione e fatica e spesa. Àrei creduto che maestro Bernardino avessi
fonduto sanza fuoco, tanta fede avevo in lui; non di manco non è che lui
non sia buon maestro e che egli non abbi fatto con amore. Ma chi fa,
falla. E lui ha ben fallito a mio danno e anche a suo, perchè s'è
vituperato in modo, che egli non può più alzar gli ochi per Bolognia.

Se tu vedessi Baccio d'Agniolo, leggigli la lettera e pregalo che
n'avisi il San Gallo a Roma e racomandami a lui, e a Giovanni da
Ricasoli e al Granaccio mi racomanda. Io credo, se la cosa va bene, in
fra quindici o venti dì esser fuora di questa cosa e tornare di costà.
Se non andassi bene, l'àrei forse a rifare: di tutto t'aviserò.

Avisami come sta Giovansimone.

  Ai dì sei di luglio.[74]


Con questa sarà una che va a Roma a Giuliano da San Gallo. Màndala bene
e presto quanto tu puoi: e se lui fussi in Firenze, dagniene.


  [73] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.

  [74] Manca la sottoscrizione.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 10 di luglio (1507).

LXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Fiorenza. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ò inteso per una tua come siate sani e state bene. Mi
piace assai. La cosa mia di qua credo che del male anderà assai bene,
benchè per ancora none so niente. Noi abbiàno rigittato di sopra quello
che mancava, com'io ti scrissi e non ò ancora potuto vedere come la cosa
si stia, perchè è calda la terra i' modo, che ancora non si può
scuoprire. Di quest'altra settimana sarò chiaro e aviserotti. Maestro
Bernardino si partire[75] ieri di qua. Quando lui ti facessi motto,
fa'gli buon viso: e basta.

  A dì dieci di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [75] Così nella lettera autografa, e doveva dire, _si partì_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, (18? di luglio 1507).

LXV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Buonarroto. — La cosa mia poteva venire molto meglio e ancora molto
peggio: tant'è ch'ella è venuta tutta, per quello che io posso
comprendere; chè ancora non l'ò scoperta tutta. Stimo ci sarà qualche
mese di tempo a rinettarla, perchè è venuta mal netta: oh pure bisognia
ringraziare Idio! perchè, come dico, poteva venire peggio. Quando ti
fussi ditto niente da Salvestro del[76] Pollaiolo o da altri, di' loro
che io non ò bisognio de persona, a ciò che qua non s'aviassi qualcuno
sopra le spalle mia; perche i' ò speso tanto, che e' non mi resta apena
da poterci stare io, non che tenere altri. Di quest'altra settimana
t'aviserò; chè io àrò scoperta tutta la figura.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [76] Salvestro, figliuolo di Giovanni e nipote di Antonio e di
  Piero del Pollaiuolo, nacque nel 1472. Pare che esercitasse
  l'orafo, e fosse anche maestro di getti. Era già morto nel 1533.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 2 d'agosto 1507.

LXVI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io non t'ò iscritto questa settimana passata per non avere
potuto. Sapi come la figura mia quant'e' più l'ò scoperta, ò trovato che
meglio è venuta e vego che e' fia manco male che io non estimavo, e
parmi averne buona derrata, a rispetto di quello che poteva avenire:
però abiàno da ringraziare Idio. Io per quello che mi pare, credo a ogni
modo averci uno mese e mezo di faccenda a rinettarla; sì che poi che
avete avuta tanta pazienza, bisognia che abiate questa poca ancora.
Conforta Giovansimone per mia parte e avisami come egli sta e gli altri
ancora. Raguaglia Lodovico del tutto. Racomandami agli amici, ciò è a
Giovanni da Ricasoli, al Granaccio e a messere Agniolo.

  A dì secondo d'agosto 1507.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 3 d'agosto (1507).

LXVII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Questa sarà per coverta d'una che va a Roma a Giuliano da
Sangallo. Prègoti la mandi per buona via, perchè è cosa che importa
assai. Non ti scrivo altro, perchè pure stamani t'ò mandato un'altra
lettera, per la quale intenderai come la cosa va bene. A dì tre
d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 10 d'agosto (1507).

LXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Istrozi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Buonarroto. — Io ò ricievuta oggi una tua, per la quale intendo come
siate tutti sani: n'ò piacere assai: similmente ancora io sono sano, e
stimo la cosa mia anderà bene: vero è che e' c'è delle fatiche assai;
pure io sono sicuro che io non ò a correre più pericoli, nè a avere più
troppe grande ispese, perchè non sono obrigato se non a darla finita
dove ella è. Al Sangallo ò risposto a una sua lettera; e la lettera sarà
con questa: dagniene. Vorrei che tu trovassi messere Agniolo Araudo, e
gli dicessi che io non gli ò ancora risposto per non aver potuto, e che
la cosa va bene; e racomandami a lui e a Tomaso comandatore.[77] Tu mi
scrivi del caldo che è costà e del caro: ancora sappi che qua è stato
quel medesimo, perchè poi che io ci sono, non ci è mai piovuto, altro
che una volta, e ècci istati caldi che mai più credo che al mondo
fussino. El vino ci è caro come costà, ma tristo quant'e' può, e
similmente ogni altra cosa, i' modo che e' c'è un cativo essere, e a me
par mille anni di venirne.

  A dì dieci d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [77] Tommaso di Balduccio di Rinaldo Balducci, uno dei comandatori
  di Palazzo. I comandatori (_praeceptores_) erano sei, ed in antico
  si cavavano dai berrovieri del capitano della Famiglia di Palazzo.
  Il loro ufficio era di portare ambasciate, e comandamenti de'
  Priori e del Gonfaloniere così a' cittadini, come agli ufficiali
  della Repubblica. La Famiglia di Palazzo si componeva dell'araldo,
  dello spenditore, dello speziale, del barbiere, del maestro
  temperatore dell'orologio pubblico, di dodici mazzieri, di nove
  donzelli, di sei trombatori, di otto trombetti, di tre pifferi, di
  un cennamellario, di un naccherino, d'un appuntatore, di
  sessantotto famigli del Rotellino, portati poi fino a novanta, di
  quattro famigli de' Cancellieri, di dodici custodi di Palazzo, di
  quattro campanari, di un cuoco, di due guatteri, d'uno zanaiuolo e
  di un acquaiuolo. Tommaso Balducci aveva oltre a ciò la custodia
  delle spalliere e degli arazzi della Signoria, e teneva insieme
  coll'Araldo le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella,
  dove si conservava il cartone di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 29 di settembre (1507).

LXIX.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Fiorenza. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io non ò avuto tuo' lettere già più d'un mese fà: non so
la cagione: però prègovi mi scriviate qualche cosa o tu o Giovansimone,
e avisatemi come la fate. Io non vi scrivo spesso, perchè non ò tempo,
perchè nella opera mia è cresciuta tuttavia la faccenda i' modo, che se
e' non fussi la gran sollecitudine, io ci sarei ancora per sei mesi:
pure stimo a Ognissanti averla finita, o poco mancherà, sollecitando
com'io fo; che apena posso pigliare tempo da mangiare. State di buona
voglia e abiate pazienza questo tempo, perchè la cosa anderà bene.
Avisatemi come la fate. Fa' mia scusa con Sangallo del non gli scrivere
e con l'Araudo, quando gli vedi. Non altro.

  A dì ventino(ve) di settembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (16) di ottobre 1507.

LXX.[78]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io non ò tempo da rispondere all'ultima tua come si
converrebbe; ma sapi com'io sono sano e àrò finito presto, e stimo avere
grandissimo onore: tutta grazia di Dio: e subito finito che àrò, tornerò
costì e acconcierò tutte le cose di che tu mi scrivi, in forma che voi
sarete contenti, e similmente Lodovico e Giovansimone. Prègoti vadi a
trovare l'Araldo e Tomaso comandatore: di' loro, che per questo non ò
tempo da scrivere loro, o vero da rispondere alle loro lettere a me
gratissime; ma per quest'altro gli aviserò a ogni modo di qualche cosa
per risposta delle loro. Ancora ti prego che vadi a trovare el San Gallo
e dicagli, che io stimo avere finito presto; e intenda come egli sta, e
che per quest'altra ancora scriverrò a lui come la cosa va. Non altro.

  A dì.... d'ottobre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [78] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (19 di ottobre 1507).[79]

LXXI.[80]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ò ricievuto una tua, per la quale ò inteso come sta el
San Gallo. Non farò altra risposta alla tua, perchè non acade: basta che
io sono a buon porto della opera mia, sì che state di buona voglia. Con
questa saranno cierte lettere: dàlle bene e presto. Non so a quanti dì
noi ci siamo, ma ieri fu Santo Luca. Cièrcane da te.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [79] Per fuggire inutili e noiose ripetizioni, vaglia qui di
  dichiarare una volta per sempre, che alla mancanza di data nelle
  lettere di Michelangiolo; copiate dagli autografi del Museo
  Britannico in servigio della presente edizione; abbiamo supplito
  con quella che dietro la lettera si trovava segnata dalla mano di
  Buonarroto.

  [80] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 10 di novembre (1507).

LXXII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io mi maraviglio che tu mi scriva tanto di rado. Credo pur
che tu abbi più tempo da scrivere a me, che io a te: però avisami spesso
come la fate.

Io ò inteso per l'ultima tua come per buona cagione desideravi che io
tornassi presto: la qual cosa m'à fatto stare con sospetto parecchi dì:
però quando mi scrivi, scrivimi risoluto e chiarisci le cose bene, acciò
che io intenda: e basta.

Sappi che io desidero molto più che non fate voi di tornare presto,[81]
perchè sto qua con grandissimo disagio e con fatiche istreme e non
attendo a altro che a lavorare e el dì e la notte, e ò durata tanta
fatica e duro, che se io n'avessi a rifare un'altra, non crederrei che
la vita mi bastassi, perchè è stato una grandissima opera; e se la fussi
stata alle mani d'un altro, ci sarebbe capitato male dentro. Ma io stimo
gli orazioni di qualche persona m'abbino aiutato e tenuto sano, perchè
era contro l'opinione di tutta Bolognia che io la conducessi mai: poichè
la fu gittata, e prima ancora, non era chi credessi che io la gittassi
mai. Basta che io l'ò condotta a buon termine, ma non l'àrò finita per
tutto questo mese, come stimavo; ma di quest'altro a ogni modo sarà
finita, e tornerò. Però state tutti di buona voglia, perchè io farò ciò
che io v'ò promesso a ogni modo. Conforta Lodovico e Giovansimone da mia
parte e scrivimi come la fa Giovansimone, e attendete a imparare e a
stare a bottega, acciò che voi sapiate fare quando vi bisognierà; chè
sarà presto. A dì dieci di novembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [81] Di qui è pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, 21 di dicembre (1507).

LXXIII.[82]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Io ti mando una lettera in questa, la quale è d'importanza
assai, e va al cardinale di Pavia[83] a Roma: però subito che l'ài
ricevuta, va' a trovare el San Gallo, e vedi se lui à modo di mandarla
ch'ella vadi bene; e se San Gallo non è in Firenze, o non la può
mandare, falle una coverta e mandala a Giovanni Balducci e prègalo per
mia parte che la mandi a Pavia, ciò è al detto Cardinale, e scrivi a
Giovanni che in questa quaresima io sarò a Roma e racomandami a lui.
Racomandami ancora al San Gallo e digli, che i' ò a mente la sua
faccienda e che presto io sarò costà. Manda la detta lettera a ogni
modo, perchè non posso partire di qua, se non ò risposta.

  A dì ventuno di dicembre.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [82] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 702.

  [83] Francesco Alidosi.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Bologna, (5 di gennaio 1508).

LXXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — I' ò inteso per l'ultima tua come ài fatto buon servigio
della lettera di Pavia. L'ò avuto caro, perchè stimo sarà andata bene.
Duolmi assai che tu abbi male, come scrivi, pure abbi pazienza e sta' di
buona voglia, perchè di corto sarò costà e faròvi fare quello che voi
vorrete o con Lorenzo[84] o da voi, come vi parrà più utile e sicuro. Io
non vi dico l'apunto quando mi partirò di qua, perchè io non lo so
ancora; ma io credo a ogni modo infra quindici dì partire, overo essere
a ordine da partire: e parmi mille anni, perchè istò qua i' modo che se
tu 'l sapessi, te ne increscierebe. Non altro. Non mi scriver più a
Bolognia, se non è cosa che importi, perchè delle lettere n'è fatto
cattivo servigio. Conforta tutti gli altri per mia parte. Non so a
quanti dì noi ci siamo, ma so che domani è Befania.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [84] Strozzi, nella bottega del quale stava Buonarroto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, (18 di febbraio 1508).

LXXV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Buonarroto. — Egli è già quindici dì che io credetti essere costà,
perchè io stimavo súbito finita la mia figura, che costoro la mettessino
in opera. Ora costoro mi dòndolano e non ne fanno niente: e io ò
comessione dal Papa non mi partire, s'ella non è in opera: i' modo, che
e' mi pare essere impacciato. Starò a vedere ancora tutta questa
settimana: e se e' non dànno altro ordine, io me ne verrò a ogni
modo,[85] sanza osservare la comessione.

In questa sarà una che va al cardinale di Pavia, nella quale gli replico
questa cosa, acciò che e' non si possa dolere. Però fa'gli una coverta e
dirizala a Giuliano da Sangallo per mia parte, e prègalo che la dia in
propria mano.[86]

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1507, da Bologna, a' dì 18 di febraio: ricevuta dì detto.


  [85] Tre giorni dopo questa lettera, ossia a dì 21 di febbraio del
  detto anno, la figura del Papa era tirata su e posta nella
  facciata di San Petronio.

  [86] Manca in questa lettera la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 2 di luglio (1508).

LXXVI.[87]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — L'aportatore di questa sarà uno giovine spagnuolo, il
quale viene costà per imparare a dipigniere, e àmmi richiesto che io gli
facci vedere el mio cartone che io cominciai alla Sala;[88] però fa' che
tu gli facci aver le chiavi a ogni modo e se tu puoi aiutarlo di niente,
fallo per mio amore, perchè è buono giovane.

Giovansimone si sta qua, e questa settimana passata è stato amalato; che
non m'à dato picola passione, oltre a quelle che i' ò: pure ora sta
assai bene. Credo si tornerà presto costà, se farà a mio modo, perchè
l'aria di qua non mi pare facci per lui. Racomandami a Tomaso
comandatore, e all'Araudo.

  A' dì dua di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Racomandami a Giovanni da Ricasoli.


  [87] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 703.

  [88] Il cartone della guerra di Pisa.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (di luglio 1508).

LXXVII.

_Buonarroto di Lodovico Buonarroti. Firenze._


Buonarroto. — I' ò inteso per una tua come di costà le cose vanno: della
qual cosa n'ò dispiaciere assai, e più ancora vegiendo nel bisognio che
voi siate, e massimamente di Lodovico, che tu mi scrivi com'egli àrebbe
bisognio di farsi qualche cosa indosso.

Io scrissi più giorni fa a Lodovico, come io avevo marmi qua per
quatrociento ducati largi, e com'io ci ò debito su ciento quaranta
ducati largi, e com'io non ò un quatrino; e così lo scrivo a te, perchè
tu vega che per adesso non vi posso aiutare, perchè i' ò a pagare questo
debito e ancora mi bisognia vivere, e oltr'a questo, pagare la pigione.
Sì che ò delle fatiche assai: ma spero d'uscirne presto e potervi
aiutare.

Tu mi scrivi che io cierchi d'uno aviamento per te: io non saperrei che
mi trovare, nè che mi ciercare. Io manderò più presto che io potrò per
te, e starai tanto a Roma, che tu troverai qualche aviamento a tuo modo.
Non altro. Con questa sarà una del Granaccio. Priègoti gniene dia, e
ricordagli che mi facci il servizio che io gli domando.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 di luglio (1508).

LXXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ti mando la rifiutagione ch'io ò fatta per man di
notaio, come Lodovico mi manda a chiedere, della redità di
Francesco:[89] però súbito che tu l'ài, dàlla a Lodovico, che e' sappi
che la sarà in questa lettera. Avisoti come Piero Basso[90] si partì di
qua martedì mattina amalato, o volessi io o no: e' me n'è saputo male,
perchè sono restato solo, e anche perchè ò paura non si muoia per la
via: ma e' s'era cacciato tanta paura nel capo di questa aria, che mai
non ce l'ò potuto tenere e credo sarebe guarito in quatro dì, se ci
fussi stato, per quel che m'era detto da altri. Però avisami s'egli è
gunto costà.

In questa sarà una lettera che va a uno che si chiama Giovanni Michi, el
quale volse già stare meco qua e ancora mi scrive che starebbe: e io per
questa lettera gli rispondo quello che gli à a fare se e' vòle. Però ti
prego che tu vadi in San Lorenzo, dove lui mi scrive che sta, e fa' di
trovarlo e da' gli la lettera e fa' d'avere risposta resoluta, perchè io
non posso star solo: e anche non si truova di chi fidarsi. Avisami
subito.

Io ti scrissi come voi fermassi quel pezzo di terra di Nicolò della Buca
e facessiti far tempo un mese. Così credo che àrete fatto: e io ò a
mandare intorno a mezo agosto danari costà per comperare azurro, infra
quali manderò ancora quegli di Nicolò. Raguaglia Lodovico. Non ò tempo
da scrivere.

Intesi come lo spagnuolo non aveva avuto la grazia d'andare alla Sala.
L'ò avuto caro; ma prègagli[91] per mia parte quando gli vedi, che
faccino così ancora agli altri: e racomandami ancora a loro.

  A dì ultimo di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Ancora con questa fia una del Granaccio. Dàlla, perchè importa.


  [89] La ripudia dell'eredità di Francesco Buonarroti suo zio,
  morto il 18 di giugno 1508, fu fatta da Michelangelo a' 27 di
  luglio dello stesso anno, con strumento rogato da ser Giovanni di
  Guasparre da Montevarchi, notaio fiorentino. La medesima ripudia
  avevano fatta il giorno innanzi Lodovico padre di Michelangelo, e
  i suoi fratelli, per carta rogata da ser Antonio di ser Stefano da
  Portico.

  [90] Scarpellino e padre di Bernardino nominato indietro nelle
  lettere a Lodovico.

  [91] Cioè, messere Angelo Araldo e Tommaso comandatore che
  tenevano le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella,
  dove si conservava il cartone della guerra di Pisa.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'agosto (1508).

LXXIX.[92]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi._


Buonarroto. — Io mandai, oggi fa otto dì, la rifiutagione: credo l'àrete
avuta. Tu mi di' che m'ài scritto di Baccino; io non so quello ti voglia
dire, e se tu ài scritto, io non l'ò avuta. Lodovico mi scrisse, è forse
un mese, di Baccio di Mariotto. Non so se tu ti vuoi dire di quello.
Avisa quello vuoi dire.

Di Bastiano lavoratore non dico altro: se lui volessi far bene, non
sare' da mutarlo: ma io non vo' che e' si dia a intendere che l'uomo sia
una bestia. Io fu' cagione che Lodovico lo mettessi lassù, per le cose
grandi che e' mi disse di fare in quel podere; ora l'à dimenticato il
tristo, ma io non l'ò dimenticato io. Digli da mia parte, che se e' non
fa el debito suo, che non mi vi aspetti, che per aventura potrei essere
presto di costà.

Io ti scrissi come Piero Basso s'era partito di qua amalato, o volessi
io o no. Avisami se gli è giunto ancora costà. Non ò tempo da scrivere.
A dì.... d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [92] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (17 d'ottobre 1509).

LXXX.[93]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebi el pane: è buono, ma non è però da farne incetta,
perchè ci sarebbe poco guadagnio. Io dètti al fante cinque carlini, e
apena che me lo volessi dare. Resto per l'ultima tua avisato come
Lorenzo[94] passerà di qua e come io gli debba fare buona ciera. Mi pare
che tu non sappi com'io sto qua. Per tanto t'ò per iscusato. Quello che
io potrò, lo farò. Di Gismondo intendo come vien qua per ispedire la sua
faccenda. Digli per mia parte che non facci disegnio nessuno sopra di
me, non perchè io non l'ami come fratello, ma perchè io non lo posso
aiutare di cosa nessuna. Io son tenuto a amare più me che gli altri, e
non posso servire a me delle cose necessarie. Io sto qua in grande
afanno e con grandissima fatica di corpo, e non ò amici di nessuna
sorte, e none voglio; e non ò tanto tempo che io possa mangiare el
bisonio mio: però non mi sia data più noia, che io none potrei soportar
più un'oncia.

Della bottega vi conforto a essere solleciti; e piacemi che Giovansimone
si sia aviato a fare bene: ingegniatevi d'acrescere gustamente o
mantenere quello che voi avete, acciò che voi vi sappiate poi reggiere
i' maggiore cosa; perchè ò speranza, come torno di costà, che voi farete
da voi, se sarete uomini da ciò. Di' a Lodovico che io non gli ò
risposto, perchè non ò avuto tempo: e non vi maravigliate quando non
scrivo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [93] Pubblicata nel _Cabinet de l'Amateur_ del Piot, vol. II, ed
  in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.

  [94] Strozzi: quel medesimo nella cui bottega di arte di lana si
  riparava Buonarroto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1509).

LXXXI.[95]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Intendo per l'ultima tua come siate sani tutti e come
Lodovico à avuto un altro uficio. Tutto mi piace, e confortolo acettare,
quando la sia cosa che per e' casi che possono avenire, lui si possa
tornare a suo' posta in Firenze. Io mi sto qua all'usato e àrò finita la
mia pittura per tutta quest'altra settimana, ciò è la parte che io
cominciai; e com'io l'ò scoperta, credo che io àrò danari e ancora
m'ingiegnierò d'aver licenza per costà per un mese. Non so che si
seguirà: n'àrei bisognio, perchè non sono molto sano. Non ò tempo da
scrivere altro. V'aviserò come seguirà.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [95] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 26 d'ottobre 1510.

LXXXII.[96]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebbi ieri cinque ciento ducati d'oro di camera dal
Datario[97] del Papa e ònne dati qua a Giovanni Balducci quatrociento
sessantatrè e mezo, perchè costà me ne facci dare, overo pagare da
Bonifazio Fazi quatro ciento cinquanta d'oro in oro largi. I' ò ordinato
che e' sieno pagati a te. Però, visto la presente, anderai a Bonifazio,
e lui te gli pagerà, ciò è ti darà ducati quatrociento cinquanta d'oro
largi: e se lui non potessi pagartegli per insino i' dieci dì, abbi
pazienza: dipoi te gli fa' dare a ogni modo e portagli a Santa Maria
Nuova allo spedalingo e fa' gli mettere a mio conto, come stanno gli
altri, e mena teco o Giovansimone o Gismondo o tutt'a dua, e non levare
i danari dal banco, se lo Spedalingo non è in Fiorenza. Dipoi, quando
gli ài fatti aconciare allo Spedalingo a mio conto, avisami subito
l'apunto di quanti danari io v'ò: e non parlare a nessuno di simil cosa.
A Lodovico scriverrò per quest'altro. Se tu vedi Michelagniolo Tanagli,
digli per mia parte, che da dua mesi in qua i' ò avuta tanta noia e
passione, che io non ò potuto scrivergli niente, e che io farò quanto
potrò di trovare qualche corniola o qualche medaglia buona per lui, e
ringrazialo del cacio: e di quest'altro sabato gli scriverrò. A dì venti
sei d'ottobre 1510.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [96] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 708.

  [97] Lorenzo Pucci, fiorentino, poi cardinale del titolo de'
  Santiquattro.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 23    1510.

LXXXIII.[98]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — In questa sarà una di messere Agniolo.[99] Dàlla subito.
Io credo che e' mi bisognierà infra pochi dì ritornare a Bolognia,
perchè el Datario del Papa con chi io venni da Bolognia, mi promesse
quando partì di qua, che subito che e' fussi a Bolognia, mi farebbe
provedere, che io potrei lavorare. È un mese che andò: ancora non ò
inteso niente. Aspetterò ancora tutta quest'altra settimana. Di poi
credo, se altro non c'è, andare a Bolognia e passerò di costà. E non
altro. Avisane Lodovico e di' che io sto bene.

  A dì venti tre.... 1510.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [98] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708.

  [99] L'Araldo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 di gennaio (1511).

LXXXIV.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana._


Buonarroto. — Io gunsi qua martedì sera a salvamento, Idio grazia. Dipoi
ò avuto e' danari qua, come mi fu scritto costà che io àrei; e in questa
sarà una prima di cambio di ducati dugento venti otto d'oro largi da
Lanfredino Lanfredini. Fa' d'averne promessa e pagamento al tempo, e
come tu gli ài avuti, portali allo Spedalingo e fa' gli aconciare a mio
conto, e fa' aconciare ancora gli altri ultimi che io mandai allo
Spedalingo propio, e piglia el libro e le carte; dipoi m'avisa del
numero, tutto che v'è.

Se tu vedi l'Araudo, digli che ringrazi per mia parte la signoria del
Gonfaloniere, e a lui mi racomanda. Io non ò stasera tempo: questo altro
sabato gli scriverrò. Quando vai allo Spedalingo, mena teco uno di
cotestoro e none parlate con altri. Non altro. Tieni serrato el cassone,
che e' mie' panni non sieno rubati come a Gismondo. A dì undici di
gennaio.

                              MICHELAGNIOLO DI BONARROTA SIMONI
                                      iscultore in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di gennaio (1511).

LXXXV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebi più giorni fà una tua lettera, per la quale ò
inteso l'animo tuo apunto; e perchè sarebbe lungo a rispondere
pienamente a ogni cosa, ti dirò brevemente il parere mio. De' casi della
bottega io son d'animo di fare tanto quanto v'ò promesso, come torno
costà; e benchè io abi scritto, che adesso si compri una possessione, io
son d'animo ancora di far la bottega, perchè finendo qua e risquotendo
quello che io resterò avere, ci sarà per fare quello v'ò promesso. Del
trovar tu ora chi ti vole mettere in mano dua o tre mila ducati largi e
che tu facci una bottega: questa è migliore borsa che la mia. Parmi che
tu accetti a ogni modo; ma guarda di non essere ingannato, perchè e' non
si trova chi voglia meglio a altri che a sè. Tu mi di' che questo tale
ti vorrebbe dare una sua figliuola per moglie; e io ti dico che tutte
l'oferte che e' ti fa, ti mancheranno, dalla moglie in fuora, quando e'
te l'àrà apicata adosso; e quella àrai più che tu non vorrai. Ancora ti
dico, che a me non piace impacciarsi per avarizia con uomini più vili
assai che non se' tu: l'avarizia è grandissimo pecato e nessuna cosa ove
sia pecato, può aver buon fine. A me pare che tu dia buone parole e
intrattenga la cosa per insino che io abi finito qua, che io vega come
io mi trovo. E questo sarà infra tre mesi, vel circa. Ora fa' quanto a
te pare. Io non t'ò potuto prima rispondere.

  A dì dieci di gennaio.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Di mano di Buonarroto._)

    1510, da Roma; a dì 15 di gennaio ricevuta.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 26 di gennaio 1511.

LXXXVI.

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ti mandai ogi fa quindici dì dugento venti otto ducati
d'oro largi, e' quali detti qua a Francesco Perini. Lui mi fece la
lettera del cambio che costà ti fussino pagati da uno degli Orlandini, e
la detta lettera méssi in una mia e manda'tela. Dòvevone avere risposta
ieri: non l'avendo avuta, stimo la lettera non ti sia stata presentata,
e se pure, quella di oggi fa quindici non t'è stata presentata, overo è
ita male. Francesco Perini mi fece oggi fà otto dì un'altra di cambio,
che vi si conteneva il medesimo e messila in una mia e manda'tela. Però
súbito visto la presente, se non ài avuto le lettere o danari, avisami
in ogni modo e manda le lettere per Bonifazio Fazi, perchè me n'è fatto
migliore servigio. E se tu ài avuti e' danari, va', portagli allo
Spedalingo e fa' aconciare da lui propio questi e gli altri ultimi che
tu rimettesti a mio conto, e avisa.

Io ebi el fardello. Ancora ò inteso di Baccio: parmi da tôrle[100] a
fitto a ogni modo. Non ò tempo da scrivere: rispondimi a ogni modo,
perchè m'importa, e presto come più puoi. A dì venti sei di gennaio
1510.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [100] Intendi, _le terre_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (24 di luglio 1512).

LXXXVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io non ò tempo da rispondere alla tua, perchè è notte, e
ancora quand'io avessi tempo, non ti posso rispondere resoluto per
insino che io non vego la fine delle cose mia di qua. Io sarò questo
settembre costà e farò tanto quant'io potrò per voi, com'io ò fatto
insino a ora. Io stento più che uomo che fussi mai; mal sano e con
grandissima fatica; e pure ò pazienzia per venire al fine desiderato.
Ben potete avere pazienzia dua mesi voi, stando diecimila volte meglio
che non sto io.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, a dì 28 di luglio: de' dì 24 detto, da Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, di luglio (1512).

LXXXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Intendo per la tua come àresti caro intendere dove a me
piacessi che e' si comprassi: io intesi il simile per l'ultima di
Lodovico, ma non ò avuto prima tempo da scrivere.

A me pare che sopra tutte le cose si cerchi buon sodo, sia poi dove si
vòle la possessione; che io non me curo niente: come piace a voi, così
piace a me. Ancora abiate cura comprare da giente che a un bisognio
l'uomo possa combattere con esso lui. Di Luigi Gerardini non so che mi
dire: s'ella non è buona entrata, nè anche buon sodo, io non so quello
che s'abbia a comprare altro: tant'è che a me non dà noia nessuna in
qual luogo voi vi compriate: e di questo non bignia[101] più scrivere,
purchè la cosa sia sicura: e non correte a furia, che noi non fussimo
gabati. Non mi acade altro. Quando vedi Giovanni Da Ricasoli,
racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma:
                                di luglio, non so a quanti.


  [101] Idiotismo fiorentino per _bisogna_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (21 d'agosto 1512).

LXXXIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ò avuta una tua lettera, alla quale rispondo brevemente
per non aver tempo. Del mio tornare costà, io non posso tornare, se io
non finisco l'opera, la quale stimo finire per tutto settembre; vero è
che è sì gran lavoro, che non mi so aporre a quindici dì. Basta che
nanzi Ognisanti sarò costà a ogni modo, se io non muoio in questo mezo.
Io sollecito più ch'io posso, perchè mi par mille anni eser costà.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, a dì 25 d'agosto: de' dì 21 detto, da Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 di settembre 1512).

XC.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io non t'ò scritto più dì fa, perchè non mi è acaduto: ora
intendendo di qua come costà passono le cose, mi pare di scrivervi
l'animo mio, e questo è, che sendo la Terra in mala disposizione,[102]
come si dice qua, che voi tutti veggiate di ritrarvi in qualche parte
che voi siate sicuri, e abandonare la roba e ogni cosa; perchè molto più
vale la vita che la roba; e se non avete danari da levarvi di costà,
andate allo Spedalingo e fatevene dare; e se io fussi in voi, io leverei
tutti e' danari che lo Spedalingo à di mio, e verrei a Siena e tôrei una
casa e starei lì tanto, che costì s'assettassino le cose. Credo che la
procura che io feci a Lodovico, non sia ancora finito el tempo suo che
lui possa ancora risquotere e' mia danari; però se bisognia, pigliategli
e spendete in simili casi di pericoli quello che bisognia; el resto mi
serberete: e de' casi della Terra non vi impaciate di niente nè in fatti
nè in parole, e fate come si fa alla morìa; siate e' primi a fugire. Non
altro. Avisami di qualcosa più presto che tu puoi, perchè sto con gran
passione.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512, da Roma, a dì 9 di settembre: de' dì 5 detto.


  [102] La mossa alla volta della Toscana delle genti spagnole, la
  presa e il miserando sacco dato da loro a Prato, e la deposizione
  del gonfaloniere Piero Soderini, avevano portato grandissima
  alterazione in Firenze. Alle quali cose accenna Michelangelo in
  questa lettera.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di settembre (1512).

XCI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io intesi per l'ultima tua come la Terra stava in gran
pericolo; onde n'ò avuta gran passione. Ora s'è detto di nuovo che la
Casa de' Medici è entrata in Firenze[103] e che ogni cosa è aconcia: per
la qual cosa credo che sia cessato il pericolo, cioè degli Spagnuoli, e
non credo che e' bisogni più partirsi; però statevi in pace, e non vi
fate amici nè familiari di nessuno, se non di Dio; e non parlate di
nessuno nè bene nè male, perchè non si sa el fine delle cose: attendete
solo a' casi vostri.

E' quaranta ducati che Lodovico à levati da Santa Maria Nuova, io vi
scrissi l'altro dì una lettera che in casi di pericoli della vita voi ne
spendessi non che quaranta, ma tutti: ma da questo in fuora, io non v'ò
dato licenza che voi gli tochiate. Io v'aviso che io non ò un grosso e
sono si può dire scalzo e gnudo e non posso avere el mio resto, se io
non ò finita l'opera: e patisco grandissimi disagi e fatiche. Però
quando voi ancora soportassi qualche disagio, non vi incresca, e i'
mentre che voi potete aiutare de' vostri danari, non mi togliete e' mia,
salvo che in casi di pericoli, come è detto. E pure quando avessi
qualche grandissimo bisognio, vi prego che prima me lo scriviate, se vi
piace. Io sarò costà presto. Non mancherà a modo nessuno, che io non
facci l'Ognisanti costà, se a Dio piacerà.

  A dì 18 di settembre.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1512; da Roma, a dì 23 di settembre: de' dì 18 detto.


  [103] Rientrarono in Firenze a' 12 di quel mese.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (30 di luglio 1513).

XCII.[104]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Michele scarpellino[105] è venuto qua a stare meco e àmmi
richiesto di cierti danari per le sue giente costà: e' quali io te gli
mando. Però subito va' a Bonifazio, e lui ti darà ducati quatro largi, e
dàgli a Meo di Chimenti scarpellino[106] che lavora nell'Opera,[107] e
dàgli e dàgli[108] la lettera che fia con questa, che va a lui, e fatti
fare una fede di sua mano, come e' gli à ricievuti da me per Michele: e
màndamela.

Il detto Michele m'à ditto come tu gli ài mostro che ài speso a
Settigniano circa sessanta ducati. Io mi ricordo che tu me lo dicesti
anche qua a tavola, che avevi speso del tuo dimolti ducati. Io feci le
vista di non ti intendere e non mi maravigliai niente, perchè io ti
conosco. Io credo che tu gli abbi scritti e che tu ne tenga conto per
potercegli un dì domandare. E io vorrei sapere dalla tua ingratitudine
con quali danari tu gli ài guadagniati; l'altra vorrei sapere, se tu
tien conto di quegli dugiento venti otto ducati che voi mi togliesti da
Santa Maria Nuova, e di molte altre centinaia che io ò speso in casa e
in voi, e de' disagi e degli stenti che io ò avuti per aiutarvi. Vorrei
sapere, se tu ne tien conto. Se tu avessi tanto intelletto che tu
conosciessi el vero, tu non diresti: io ò speso tanto del mio: e anche
non saresti venuti qua a sollecitare con meco il fatto vostro, vegiendo
com'io mi sono portato con voi pel tempo passato; anzi àresti detto:
Michelagniolo sa quello che e' ci à scritto, e se e' non lo fa così ora,
debe aver qualche impedimento che noi non sapiàno: e star pazienti:
perchè e' non è bene spronar quello cavallo che corre quanto e' può, e
più che e' non può. Ma voi non m'avete mai conosciuto, e non mi
conosciete. Idio ve lo perdoni! perchè lui m'à fatto la grazia che io
rega a quello che io rego, overo ò retto, acciò che voi siate aiutati:
ma lo conoscierete quando non m'àrete.

Io t'aviso come non credo poter venire questo setembre costà, perchè
sono sollecitato i' modo i' modo[109] che io non posso aver tempo da
mangiare. Idio voglia che io possa reggiere: però io voglio, com'io
posso, fare la procura a Lodovico, com'io scrissi: chè io non l'ò mai
dimenticato, e vogliovi mettere i' mano mille ducati d'oro largi, com'io
v'ò promesso, a ciò che cogli altri che voi avete, voi cominciate a fare
da voi. Io non voglio niente di vostri guadagni, ma io voglio esser
sicuro che in capo di dieci anni, voi, vivendo io, mi consegniate in
robe o in danari questi mille ducati, quand'io gli rivolessi; che non
credo che questo abia a venire; ma quando mi venissi il bisognio, io gli
possa riavere, come è detto. E questo sarà un freno a voi, che vo' non
gli manderete male: però pensate e consigliatevi e scrivetemi come voi
volete fare. E' quattrociento ducati che voi avete di mio, voglio che si
dividino in quatro parte, e che e' ne tochi ciento per uno: e così ve
gli dono. Ciento a Lodovico, ciento a te, ciento a Giovansimone, e
ciento a Gismondo; con questo con questo,[110] che voi non possiate
farne altro che tenergli insieme in sulla bottega. Non altro. Mostra la
lettera a Lodovico, e resolvetevi di quello che volete fare, e
assicuratemi, come v'ò scritto. A' dì trenta di luglio. Abbi a mente di
dare e' danari che io ti mando di Michele.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1513; da Roma, a dì XI d'agosto: de' dì 30 di luglio ricevuta.

    (_Di mano di Lodovico._)

    De' 100 ducati dà a' sua frategli e a me, che non gli ebbi mai.


  [104] Di questa lettera è una copia lacera di mano forse di uno
  de' fratelli di Michelangelo, nella quale è posto dopo il 30
  luglio l'anno 1513.

  [105] Michele di Piero da Settignano, detto Battaglino, del quale
  è stato parlato indietro.

  [106] Abbiamo ragione di credere che questi sia Bartolommeo di
  Chimenti di Frosino da Settignano.

  [107] Nell'Opera di Santa Maria del Fiore.

  [108] Così nell'autografo.

  [109] Sta così nell'autografo.

  [110] Ripetizione dell'autografo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (31 di marzo 1515).

XCIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — In questa sarà una lettera di cambio di ducati novecento
d'oro largi, e' quali m'ànno a pagare i Benintendi, cioè Lorenzo
Benintendi, visto la presente: fa' d'averne la promessa in questo mezo,
se io non fussi gunto costà: che credo partirmi domattina. A dì ultimo
di marzo.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    Da Roma: a dì 5 d'aprile 1515 ricevuta.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 28 di aprile (1515).

XCIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io son gunto adesso in Roma a salvamento, grazia di Dio.
Prègoti che tu mi mandi quel perpigniano più presto che tu puoi e tô'lo
di quello colore pieno che tu mi mostrasti un saggio, e fa' sopr'ogni
cosa che sia bello: e tônne cinque braccia e fa' di mandarlo o pel fante
o per altri, pur che e' venga presto: e intendi poi dallo Spedalingo se
e' mi può far pagar qua quegli trecento novanta cinque ducati; e
ritienti di questi quello che costerà il detto perpigniano; e prègoti lo
mandi presto, e dirizalo a me o a Domenico Boninsegni in palazo in casa
el cardinale de' Medici. Non ò da dire altro per adesso. A dì venti 8
d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (19 di maggio 1515).

XCV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — I' ò ricevuto el perpigniano: è buono e bello. La lettera
del cambio che tu mi mandasti, none sta bene, perchè la dice che e' Gadi
mi pagino ducati di camera e io gli ò avere d'oro largi: però non gli ò
voluti pigliare: e rimàndoti la lettera in questa. Fàttene fare un'altra
che stia bene e rimàndamela. Non altro. Non ò tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (2 di giugno 1515).

XCVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — I' ò ricevuti e' danari da' Gadi, ciò è trecento novanta
tre ducati largi. Tu mi scrivi che vorresti che io t'aiutassi qua di
quella cosa che tu mi parlasti costà quando v'ero. A me non basta
l'animo aiutarti di simil cosa, perchè non ci ò mezo; che se io
l'avessi, m'aiuterei delle cose mia che importano molto più. Dello
scrivere costà a Filipo,[111] io non ci ò tal familiarità, che io lo
facessi, e ancora so che lui non farebbe conto di mia lettere: pure se
tu vuoi che io gli scriva, scrivimi una lettera tutta intera come tu la
vòi, e io la farò come quella apunto.

In questa sarà una che va a Carrara: prègoti che tu vega di mandarla
segretamente che e' non lo sappi nè Michele,[112] nè nessuno dell'Opera,
nè altri. Vedi se Luigi Gerardini avessi modo da mandarla bene: e
racomandami a lui e digli che io lo ristorerò. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [111] Strozzi.

  [112] Da Settignano.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 16 di giugno 1515.

XCVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ò scritto la lettera a Filipo Strozi: guarda se ti
piace e dàgniene: quando non stéssi bene, so che m'àrà scusato, perchè
non è mia professione: basta che e' ti serva. Io vorrei che tu trovassi
lo spedalingo di Santa Maria Nuova e che tu mi facessi pagar qua mille
quatro cento ducati di quegli che gli à di mio, perchè qua mi bisognia
fare sforzo grande questa state di finire presto questo lavoro,[113]
perchè stimo poi avere a essere a' servizi del Papa.[114] E per questo ò
comperato forse venti migliaia di rame per gittar certe figure.
Bisogniami danari: però visto la presente, fa' con lo Spedalingo che e'
me gli facci pagare; e se tu potessi fare con Pier Francesco Borgerini,
che è costà, che lui me gli facessi pagare qua da' sua, l'àrei molto
caro, perchè Pier Francesco è mio amico e mi servirebe bene: e non far
rumore, perchè vorrei mi fussino pagati qua segretamente: e di quello
che resta a Santa Maria Nuova, pigliane buona cautela dallo Spedalingo,
per buon rispetto. Io aspetto e' danari. Non altro.

  A dì 16 di gugnio 1515.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [113] Intendi quello della sepoltura di papa Giulio, ripreso da
  Michelangelo dopo la morte del detto Papa.

  [114] Da ciò si rileva che papa Leone aveva già cominciato a
  ragionare del lavoro della facciata di San Lorenzo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (30 di giugno 1515).

XCVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Passando io a questi dì dal banco de' Borgerini, mi disse
el cassiere avermi a pagare cierti danari e ch'erono a mia posta. Non
gli ò voluti pigliare, se prima non ò lettere da te della quantità.
Scrissi la lettera che tu mi domandasti. So che non stava bene, perchè
non è mia professione e non ò 'l capo a simil cose. Altro non m'acade.
Con questa sarà una lettera che va a Michele. Prègoti che la dia a lui
propio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (7 di luglio 1515).

XCIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — I' ò ricievuto e' danari da' Borgerini e ànnomi servito
bene. Ora io vorrei che tu pigliassi e' libro e le carte del resto de'
danari ch'egli à[115] e che tu me lo mandassi per tenerlo apresso di me,
benchè io gli vo' cavar di mano presto ciò che gli à di mio, per buon
rispetto: e basta.

Intesi per la tua ultima, come la lettera che io ti mandai[116] stava
bene e come la potrebbe giovare ne' casi dell'albitrio. Dio il voglia!
Manda'ti pel passato in una tua, una di Michele: vorrei mi facessi
rispondere, acciò che io possa pigliare altro partito. Benchè e' non sia
da fondar cosa nessuna sopra Michele, pure questa cosa che io gli
domando, credo che la sappi, ciò è se io son per avere marmi questa
state da Pietra Santa; perchè qua m'à detto Domenico Boninsegni che
intende che la strada[117] è presso è fatta: però di' a Michele che mi
risponda. Non altro. Badate a' fatti vostri e massimo dell'anima, perchè
oggi par che bisognia.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [115] Intendi de' denari depositati presso lo Spedalingo di Santa
  Maria Nuova.

  [116] Scritta da Michelangelo a Filippo Strozzi.

  [117] Era la strada che i Consoli dell'Arte della Lana avevano
  fatto fare per condurre i marmi dalle cave di Pietrasanta e di
  Seravezza, scoperte allora e cominciate ad esercitare. Ed in
  questa impresa erano molto incaloriti papa Leone e il cardinale
  Giulio de' Medici, volendo non esser più obbligati a servirsi de'
  marmi di Carrara. Ma Michelangelo vedeva la cosa per altro verso,
  e si piegava di mala voglia al desiderio del Papa e del Cardinale,
  stimando che i marmi di Carrara fossero di altra qualità e
  migliori di quelli di Pietrasanta, e dubitando di non dispiacere
  al marchese Alberigo Malaspina; il quale poi che seppe la cosa,
  n'ebbe tanto sdegno, che voltò in odio la benevolenza fino allora
  sempre dimostrata verso Michelangelo, che ne ebbe poi a patire per
  questa cagione molti dispetti e soperchierie.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (28 di luglio 1515).

C.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io t'avisai pel passato come avevo ricievuto e' danari da'
Borgerini: ancora ti scrissi com'io volevo presto levare el resto: però
se ti pare da dare un toco allo Spedalingo, come infra quindici me ne
bisognia un'altra parte, mi farai piacere. Intesi come la lettera che io
ti scrissi per Filipo,[118] à giovato allo sgravo: n'ò avuto piacere.
Quando sarà di qua lo ringrazierò. Non altro. Non ò tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [118] Strozzi.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (1 d'agosto 1515).

CI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ò visto per la tua ultima come stanno e' danari, e'
libro e le carte: òll'avuto caro, benchè ò fantasia di levarnegli
presto, come t'ò scritto: e quando sarà tempo t'aviserò. In questa sarà
una che va a Michele: fa' di dargniene. Io non gli scrivo, perchè io non
sappi che gli è pazo, ma perchè io ò di bisognio d'una certa quantità di
marmi e non so come mi fare. A Carrara non voglio andare io, perchè non
posso, e non posso mandar nessuno che sia el bisognio, perchè si e' non
son pazi, e' son traditori e tristi; come quel ribaldo di
Bernardino[119] che mi peggiorò cento ducati in quel che gli stette qua,
sanza l'essere ito cicalando e dolendosi di me per tutto Roma: che l'ho
saputo, poi che io son qua. Egli è un gran ribaldo: guardatevi da lui
come dal fuoco, e fate che non entri in casa per conto nessuno. Sono
uscito di proposito. Non m'acade altro. Darai la lettera a Michele.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [119] Bernardino di Pier Basso, ricordato altre volte.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 4 d'agosto (1515).

CII.

_A Buonarroto di Lodovico di Lionardo Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Perchè i' ò inteso qua certe cose dello Spedalingo che non
mi piacciono, tu che se' costà più apresso debbi veder overo intender
meglio la cosa, che non fo io; però quando ti paressi che e' mia danari
corressin pericolo nessuno, fa'megli pagar qua. Va a Pier Francesco
Borgerini e lui me gli farà pagar qua: e se ti par da farlo, fa' presto,
subito visto la presente, e non aver rispetto nessuno: se non,
rispondimi quello che ti pare. Àrei caro ancora che tu intendessi un
poco, se quella strada de' marmi[120] si fa da Michele o da altri e che
tu m'avisassi. Prègoti mi risponda presto, perchè sto in gielosia, e
avisami come sta Lodovico, perchè è assai non m'à scritto.

  A dì quatro d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [120] Di Pietrasanta e di Seravezza.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'agosto (1515).

CIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Per l'ultima tua intendo come lo Spedalingo ti disse che
non avea finiti di riscuotere ancora e' mie' danari: questo mi pare un
mal segnio: dubito non avere a combatter seco. Io poi che tornai di
costà non ò mai lavorato: solo ò atteso a far modegli e a mettere a
ordine e' lavoro, i' modo che io possa fare uno sforzo grande e finirlo
in dua o tre anni per forza d'uomini: e così ò promesso:[121] e sono
entrato in grande ispese, solo sopra 'l fondamento di cotesti danari che
io ò costà; stimando avergli a mia posta, come vòle la ragione e come si
fa de' dipositi: e che adesso e' mi mancassino, io stare' fresco! Però
subito, visto la presente, anderai a trovar lo Spedalingo e di' che e'
mi bisogniono adesso a ogni modo, e che io crederrei, quando non gli
avessi di mio, che e' me gli prestassi e che e' me ne servissi del suo,
avendo tenuti tanti danari tanto tempo sanza interesso nessuno; e quando
gli voglia contare, fa'megli pagare qua da Pier Francesco Borgerini; e
quando lui me gli voglia far pagar qua lui, faccimegli pagare: con
questo, che io gli abbi súbito. Rispondimi quello segue, e io t'aviserò
quello àrai a fare: e fa intendere allo Spedalingo, che io ò ordinato
inanzi che passi quattro mesi, fargli dipositare nelle sua mane sei mila
ducati d'oro. Non altro. De' marmi che mi scrivi, non è cosa da te: io
farò ben tanto o in un modo o in un altro, che io sarò servito. Intendo
come costà non si fa niente. Statevi in pace temporegiando me' che
potete, e non vi impacciate se non de' casi vostri. Rispondimi presto.

  A dì undici d'agosto.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


In questa sarà una che va a Carrara al Zara:[122] non sarà suggellata;
prègoti ne scriva qualcuna a quel modo, e che me ne mandi tante, che
n'abi qualcuna: e poi sugiella la mia, e anche quella gli manda per
miglior via che tu pòi.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a dì 16 d'agosto: de' dì 11 ricevuta.


  [121] Dopo la morte di papa Giulio, Leonardo Grosso Della Rovere
  detto il Cardinale Aginense, e Lorenzo Pucci, datario, poi
  cardinale Santiquattro, avendo come suoi esecutori testamentarii
  avuto commissione di procurare che la sepoltura del Papa si
  facesse, fermarono a questo effetto con Michelangelo per
  istrumento del 6 di maggio 1513, rogato da Francesco Vigorosi
  notaio dell'Auditore della Camera Apostolica, una nuova
  convenzione, colla quale egli si obbligava di finire quel lavoro
  dentro sette anni, per il prezzo di sedicimila cinquecento ducati,
  computati i tremila ducati avuti innanzi da papa Giulio; col patto
  che di questi danari gli dovessero essere pagati ducati dugento al
  mese per due anni, e per gli altri cinque anni che restavano,
  ducati centotrenta mensuali, fino al compimento della detta somma.
  La forma della sepoltura era un quadro veduto solamente da tre
  faccie, appiccandosi la quarta al muro. In essa dovevano andare
  ventotto figure di tutto tondo e maggiori del naturale, oltre tre
  storie di marmo o di bronzo, secondochè meglio fosse piaciuto. Ma
  tre anni dopo, e così a' dì 8 di luglio del 1516 con contratto
  stipulato tra i detti esecutori testamentarii e Michelangelo,
  rogato da Albizo di Ser Francesco Seralbizi notaio fiorentino
  dimorante in Roma, fu fatta nuova convenzione, cassando la
  precedente, nella quale Michelangelo prometteva di dare finita
  l'opera, secondo un nuovo modello e disegno da lui presentato, per
  il medesimo prezzo di sedicimila scudi, e dentro lo spazio di nove
  anni. In questo nuovo disegno le figure di tutto tondo erano
  ventidue, oltre cinque storie di bronzo in bassorilievo. Ma questa
  magnifica opera andò poi per le successive convenzioni del 1532 e
  del 1542 tanto ristringendosi, che all'ultimo le 28 statue della
  prima convenzione, e le 22 della seconda furono ridotte a sette, e
  delle storie non se ne fece niente.

  [122] Domenico Fancelli, scultore fiorentino, ricordato altre
  volte.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 d'agosto 1515).

CIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io non ò tempo da scriverti a lungo; solo questi dua versi
per dirti com'io aspetto e' danari, come ti scrissi per l'ultima mia.
De' campi che tu mi di' che Lodovico ti fa scrivere, digli che io gli
tôrrò, ma lasciàno passare prima dua mesi. Non altro. Attendete a far
bene, perchè bisognia.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 d'agosto 1515).

CV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebi dua lettere di cambio: e' Borgerini l'ànno
accettate e ànnomi fatto fede come gli ànno in diposito di mio e' detti
danari, e stanno a mia posta. Di quest'altra settimana me gli farò dare.
Tu mi scrivi che Pier Francesco mi manderà el resto: io ti dico che se
Pier Francesco non à modo di farmegli pagare qua adesso sanza suo danno,
che tu gli rimetta súbito in Santa Maria Nuova e piglia e' libro e le
carte e màndamelo. Prègoti che questa faccenda tu la facci presto: e
avisami de' casi tua e della bottega. Abbi pazienza e ingiegniati con
ogni diligienza mantenere quel capitale che voi avete. Non altro. Sabato
non scrissi, perchè 'l fante si spacciò venerdì, che io nol seppi.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (1 di settembre 1515).

CVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebbi le lettere e porta'le a' Borgerini e lascia'vi e'
danari in diposito. Ogi, o lunedì, anderò per essi. Un'altra volta non
levare da Santa Maria Nova e' danari, se tu non sai prima di potermegli
far pagar qua; e none levare se non quant'e' tu me ne fai pagare; però
el resto, se tu non me gli ài mandati, rimettigli súbito in Santa Maria
Nova, e fa d'avere e' libro e le carte e màndamelo, e fa' presto
quant'e' puoi, e non lasciare e' mia danari in man d'altri; chè io non
conosco uomo che viva. Tu ti duoli meco de' casi della bottega: abbi
pazienzia: per tutto è delle passione più che tu non credi e non sai.
Questi tempi io gli ò aspettati già più anni sono, e òvene sempre
avisati, che e' non era tempo da entrare in simil cosa. Pure ingegniati
mantenere el capitale e attendete all'anima, perchè le cose potrebbono
ire più là che tu non credi. Rispondi al padre di Betto[123] da
Rovezzano, che io non ò marmi da lavorare; che io l'àrei accettato
volentieri: e non gli dare altra speranza. Con questa sarà una che va a
messere Antonio, cancelliere del marchese di Carrara. Fanne buon
servigio e avisa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a dì 5 di settembre: de' dì primo di detto
    ricevuta.


  [123] Benedetto di Bartolommeo da Rovezzano, scultore.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (8 di settembre 1515).

CVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Intendo per l'ultima tua come il resto dei danari sono in
Santa Maria Nova. Io ti scrissi che tu ve gli rimettessi, credendo,
secondo che tu m'avevi scritto, che tu gli avessi dati a Pier Francesco
che me gli mandassi per un mulattiere; e perchè e' non mi piaceva, ti
scrissi gli rimettessi dove s'erano. Ora tu mi di' non gli avere levati:
la cosa sta adunche bene: non bisognia più parlarne. Quando n'àrò di
bisognio, t'aviserò. Tu mi scrivi in un modo, che par che tu creda che
io abi più cura delle cose del mondo, ch'e' non si conviene: eh io n'ò
più cura per voi che per me medesimo, com'io ò sempre fatto. Io non vo
drieto a favole, e non son però pazzo afatto, come voi credete; e credo
che voi gusterete meglio le lettere che io v'ò scritto da quattro anni
in qua, di qui a qualche tempo, che voi non fate adesso, se non mi
inganno; e s'io m'inganno, i' non mi inganno in cose cattive, perchè io
so che d'ogni tempo è buono aver cura di sè e delle sua cose. Io mi
ricordo che tu volevi pigliar certo partito circa diciotto mesi fà, o
più o meno non lo so; io ti scrissi che e' non era ancora tempo; che tu
lasciassi passare un anno per buon rispetto. In questo tempo, pochi dì
poi morì el re di Francia: tu mi rispondesti overo scrivesti dipoi, che
el re era morto e che in Italia non era più pericolo di cosa nessuna, e
che io andavo drieto a frati e a favole, e facestiti befe di me. Vedi
che 'l re non è però morto:[124] e sare' molto meglio per noi che voi vi
fussi governati a mio modo già parechi anni sono: e basta. Io ò avuta
con la tua una lettera che viene da Carrara dal Zara[125] e mostra aver
desiderio di servirmi: io non gli scrivo niente, perchè io ò scritto a
messer Antonio da Massa, cancelliere del marchese di Carrara, per
l'ultima che io ti mandai. Credo gliene àrai mandata: e non vo' dare
altra comessione a altri, se prima non ò risposta da lui. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

    (_Dietro, di mano di Buonarroto._)

    1515. Di Roma, a dì 12 di setembre: de' dì 8 detto ricevuta.


  [124] Perchè morto Lodovico XII, era succeduto Francesco I.

  [125] Domenico Fancelli, scultore, soprannominato il Zara, come è
  stato già detto indietro.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 22 di settembre 1515.

CVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io t'ò scritto più volte el parer mio e così sono per far
sempre, perchè fo per bene vostro ciò che io fo, e benchè tu abi un
altro opinione, questo non importa niente: vero è che e' non è da farsi
befe di nessuno, e lo star con timore in questi tempi e provedersi per
l'anima e pel corpo non può nuocere niente.

Io àrei caro che tu mi facessi pagar qua de' danari, quando tu
intendessi che e' fussi tempo che e' non se ne perdessi niente. Non
altro. Attendete a stare in pace e quel che non si può fare, non si
facci: s'e' tempi sono cattivi, bisognia avere pazienza; e pensate che
ciò che io fo, fo per voi, come per me.

  A dì 22 di settembre 1515.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (20 d'ottobre 1515).

CIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io t'ò scritto che tu mi facci pagar qua que' danari, e
così ti scrivo di nuovo, quando e' torni bene a chi tu me gli fai
pagare; perchè come t'ò scritto, non voglio obrigi, o manco che io
posso. E' primi danari che tu mi facesti pagar qua, ne guadagniò dua per
cento chi me gli pagò; e' secondi, ne perdè: chè non fu mia intenzione,
perchè non m'intendo di queste cose. Stimavo che e' si facessi quel
medesimo. Ora di questi fa come tu voi, purchè e' mi sieno pagati quando
ti vien bene. Sappi che io non voglio dar carico nè noia nessuna a Pier
Francesco Borgerini, perchè io gli voglio essere manco obrigato che io
posso, perchè io gli ò a fare una certa cosa di pittura,[126] e parrebe
che io ricercassi el pagamento inanzi: però non voglio obrigo seco,
perchè io gli voglio bene e non voglio niente da lui e vo'lo servire per
amore e non per obrigo: e servirollo, se io potrò, più volentieri che
uomo che io servissi mai, perchè gli è veramente giovane da bene: e s'io
non m'inganno, di Fiorentini qua non à pari. Intendo come di costà
presto farete festa dell'acordo.[127] L'ò molto caro, perchè el nostro
bene mi piace assai; pur non di manco attendi alle cose tua e non ti
impaciar di niente, e quel che per altre lettere t'ò scritto, non te ne
far befe. Non altro.

Con questa sarà una: prego la mandi bene a Carrara.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [126] È certo che Michelangelo aveva promesso di fare un quadro di
  pittura a Pier Francesco Borgherini, e di questo si parla anche
  nelle lettere di Buonarroto suo fratello e di Lionardo sellaio:
  però il soggetto è ignoto. Ma poi si vede che Michelangelo non ne
  fece altro; anzi propose al Borgherini di dare a fare il quadro ad
  Andrea del Sarto, del quale pare che egli non restasse troppo
  soddisfatto. Nondimeno diede a dipingere a lui, al Pontormo e al
  Granacci per ornamento d'una sua camera alcune tavolette con i
  fatti di Giuseppe Ebreo. Delle quali tavolette, quattro sono oggi
  nella R. Galleria degli Uffizi comprate nel 1584 dal Granduca
  Francesco: le due d'Andrea per 360 scudi e le altre del Pontormo
  per 90.

  [127] Cioè l'accordo tra Francesco I e papa Leone, nel quale erano
  compresi, oltre la Repubblica di Firenze, ancora Giuliano e
  Lorenzo de' Medici.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3 di novembre 1515).

CX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — I' ò avuto la letera del cambio del resto de' danari. Non
son ito ancora al banco de' Borgerini: v'anderò di quest'altra
settimana. Credo mi serviranno bene, com'ànno fatto altre volte. Tu mi
scrivi, che lo Spedalingo s'è doluto di me, che io abbia levati tanti
danari in sì poco tempo: parmi che e' sia un gran matto a dolersi di
simil cosa, facendom'io rendere el mio che gli à goduto tanto, e più
ancora avendomi oferto cinque cento ducati del suo, quando bisogniassi.
Ma io non mi maraviglio, perchè io so chi egli è.[128] Tu mi richiedi di
danari, e di' che ora le cose sono aconcie e che e' si comincia a
riscuotere e a lavorare. Io mi rido del fatto tuo, e maràvigliomi di
certe cose che tu mi scrivi. Ora io non sono per replicare altro: de'
danari io non posso, perchè a me bisognia lavorare du' anni inanzi che
io sia del pari con costoro; tanti danari ò avuti. Sì che andate
temporegiando e non vi manca da vivere: e atendi a riscuotere el più che
tu puoi, e non entrare in più faccende per tutto questo verno, e non dar
niente a credenza. Queste cose io te l'ò a scrivere, perchè io sono
obrigato, intendendola a questo modo: so ben che tu te ne fai befe. Non
altro.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [128] Era Spedalingo di Santa Maria Nuova messer Lionardo
  Buonafede.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (6 di novembre 1515).

CXI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Tu mi scrivi che ài parlato allo Spedalingo, e che come e'
torna dice che farà 'l bisognio. Tu mi di' che anderai a trovare el
garzone di Pier Francesco e che me gli farai pagar qua. Io ti scrissi
che quando tu trovavi da potermegli far pagare, che tu lo facessi. Pier
Francesco dice che ne perde: io non gli voglio far danno, nè che patisca
per mio amore, perch'io non voglio esser obrigato a nessuno: però non
gli sendo comodo, nè a lui nè a altri, làsciagli più presto stare dove
e' sono. Non m'acade altro. El Papa s'è partito da Roma e qui si dice
che viene costà.[129]

                              MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [129] Papa Leone entrò in Firenze a dì 30 di novembre, e ne partì
  a' dì 3 del mese seguente.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Carrara, 23 di novembre 1516.

CXII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ò inteso per le tua ultime[130] come Lodovico è stato
per morire, e come ultimamente el medico dice, non acadendo altro, che
gli è fuora di pericolo: poichè così è, io non mi metterò a venire
costà, perchè m'è sconcio assai: pure quando ci fussi pericolo, io lo
vorrei vedere a ogni modo inanzi che e' morissi, se io dovessi morire
seco insieme. ma io ò buona speranza che gli starà bene, e però non
vengo: e quando pure avenisse che egli ricascassi; che Dio lui e noi ne
guardi; fa che e' non gli manchi niente delle cose dell'anima e de'
sacramenti della Chiesa, e fatti lasciare da lui se e' vuole che noi
facciamo cosa nessuna per l'anima sua; e delle cose necessarie al corpo,
fate che e' non gli manchi niente: perchè io non mi sono afaticato mai
se non per lui, per aiutarlo ne' sua bisogni inanzi che lui muoia, e
così fa che la donna tua attenda con amore quando bisogni al suo
governo, perchè la ristorerò e tutti voi altri quando bisogniassi. Non
abbiate rispetto nessuno se vi dovessi mettere ciò che noi abbiàno. Non
m'acade altro. State in pace, e avisami, perchè sto con passione e
timore assai.

Una lettera che sarà in questa, dàlla a Stefano sellaio che la mandi a
Roma ne' Borgerini. Fanne far buon servizio, perchè son cose che
importano.

  A dì venti tre di novembre 1516.


  [130] Buonarroto scrisse a Michelangelo a' 7 di novembre che
  Lodovico loro padre a' primi di quel mese si era ammalato d'un
  _trabocco di scesa_, cioè d'una portata di catarro al petto, come
  si direbbe oggi; ma che allora era un po' migliorato. E in
  un'altra lettera del 18 dello stesso mese dice che, secondo
  l'avviso del medico, egli era fuori di pericolo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, 13 di marzo 1517.

CXIII.[131]

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


_Buonarroto._ — Io non ò prima risposto a una tua per non aver da mandar
le lettere .... o che ò dell'altre faccende che mi danno più noia.
_Dell'uficio_ .... che tu mi di' avere avuto, fanne come ti pare a te,
che io non me ne _intendo_: che ò tempo da pensare a simile cose! _Tu mi
avisi_ che ài venduto el mio cavallo e che ai pagato per Luigi
_Gerardini e'_ danari: ài fatto bene: serbami el resto. _Io ti aviso
che_ non credo venire costà per parechi mesi, perchè ò auto
_commessione_ dal Papa fare la facciata di San Lorenzo, come _àrai
inteso_. _Non bisognia_ che io venga a veder più che Baccio d'Agnolo
_solleciti il modello_, perchè n'ò fatto qua uno io a mio modo .... e
non ò più bisognio di lui. Però come è de_tto_ .... avessi modo di
mandare qua pel vostro m_ulo, avisami_ per chi l'ò mandare: e non lo
posso tenere per_chè non ò comodità nè_ di biada nè di paglia nè di
fieno. Parmi .... voi, manda súbito per esso, e io darò a colui .... mi
scriverrai. Se non mandi, lo rimanderò .... _vo_rrei avere a mandare
costà per non .... _Non acade_ altro. Siate sani. Cristo vi guardi ....

  A dì tredici di marzo 1516.

                              MICHELAGNIOLO in Carrara.


  [131] Il foglio è lacero e frammentato. Quel poco che si vede
  stampato in corsivo ci siamo ingegnati di supplirlo per via di
  congettura e coll'aiuto del contesto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Pietrasanta, 2 d'aprile (1518).

CXIV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io vorrei che tu mi avisassi se Iacopo Salviati à fatto
fare el partito a' Consoli dell'Arte della lana secondo la minuta, come
mi promesse, e se non l'à fatto fare, prègalo per mia parte che lo
facci; e quando tu vedessi che e' non fussi per farlo, avisami, acciò
che io mi ritraga di qua, perchè mi son messo in una cosa da impoverire
e anche non mi riesce come stimavo: pur nondimanco, quando mi sia
osservato quello ch'è detto, sono per sequitare la impresa con
grandissima spesa e noia, senza certezza nessuna per ancora.

Circa a' casi della strada[132] qua, di' a Iacopo, che io farò tanto
quanto piace alla sua Magnificenzia, e che quello mi commetterà, non se
ne troverrà mai ingannato, perchè io non cerco l'utile mio in simile
cose, ma l'utile e l'onore de' padroni e della patria: e se io ò chiesto
al Papa o al Cardinale che mi dieno alturità sopra questa strada, l'ò
fatto solo per potere comandare e farla dirizare in que' luoghi dove
sono e' marmi migliori; che non gli conoscie ognuno: e non l'ò chiesta
per farla fare per guadagniare, che io non penso a simile cosa; anzi
prego la magnificenzia di Iacopo che la facci fare a maestro
Donato,[133] perchè vale assai in questa cosa, e ò che e' sia fedele; e
che a me dia alturità di farla adirizare e aconciare come mi pare,
perchè conosco dove sono e' marmi migliori e so che strada bisognia a
carregiare e credo megliorarci assai per chi spenderà. Però fa'
intendere quello ti scrivo a detto Iacopo e racomandami a sua
Magnificenzia, e prega quella mi racomandi a Pisa a' sua uomini che mi
faccino favore a trovare barche per levare e' mia marmi da Carrara. Sono
stato a Gienova e ò condotto quattro barche alla spiaggia per
caricargli. E' Carraresi ànno corotti e' padroni di dette barche e ànno
pensato d'assediarmi, i' modo che io non ò fatto conclusione nessuna, e
credo oggi andare a Pisa per provedere dell'altre. Però racomandami,
com'è detto, e scrivimi. A dì dua d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


Fate di Piero,[134] che sta meco, come faresti di me; e se gli bisognia
danari, dategli, e io vi sodisfarò.


  [132] La strada che facevano fare i Consoli dell'Arte della lana e
  gli Operai di Santa Maria del Fiore per condurre alla marina i
  marmi della nuova cava di Seravezza. Michelangelo domandava che i
  Consoli con loro partito dessero a lui il cottimo, e tutta la cura
  di quel lavoro.

  [133] Donato Benti, scultore fiorentino, e molto amico di
  Michelangelo.

  [134] Pietro d'Urbano da Pistoia suo garzone.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Pisa, 7 d'aprile (1518).

CXV.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ero assediato, come ti scrissi, di condurre e' mia
marmi; e gunto a Pisa, col favore di Iacopo Salviati gli ò allogati qua
da un padrone di barca per gusto prezo e sarò servito: e tutto à fatto
Francesco Peri per amore di Iacopo, come è detto. Però ti prego mi
racomandi alla sua Magnificienza e ringrazi quella, perchè riconosco da
quella grandissimo servizio e tutti noi gli dobiamo essere obrigati
insino della vita. Io ò una sua lettera e non rispondo a quella per non
essere sofiziente, ma infra quindici dì sarò costà e a boca spero
risponder meglio che in iscritto non saperei fare. La strada e ogni cosa
spero anderà bene. Fallo intendere e ringrazia e racomandami, come è
detto. Io mi parto adesso e vo a Pietra Santa, e Francesco Peri mi dà
cento ducati che io gli porti al Comessario[135] di Pietra Santa per la
strada.

  A dì sette d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Pisa.


  [135] Messer Vieri de' Medici.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Pietrasanta, (18 d'aprile 1518).

CXVI.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Intendo per la tua el partito[136] non è fatto ancora: io
n'ò passione assai: però io mando costì un mio garzone a posta, solo per
questo, che stia a vedere tutto giovedì se 'l partito si fa, e venerdì
mattina si parta e vengami a rispondere: e se 'l partito sarà fatto
com'io l'ò chiesto, seguiterò la impresa; quando non sia fatto per tutto
giovedì, come tu mi scrivi, non stimerò però che Iacopo Salviati non
abbi volontà di farlo, ma che e' non possa; e monterò súbito a cavallo e
anderò a trovare el cardinale de' Medici e el Papa, e dirò loro el fatto
mio, e qui lascierò la impresa e ritorneromi a Carrara; chè ne sono
pregato come si prega Cristo. Questi scarpellini che io menai di costà
non si intendono niente al mondo nè delle cave nè de' marmi. Còstonmi
già più di cento trenta ducati e non m'ànno ancora cavata un scaglia di
marmo che buona sia, e vanno ciurmando per tutto che ànno trovato gran
cose e cercono di lavorare per l'Opera[137] e per altri co' danari che
gli ànno ricevuti da me. Non so che favore s'abino: ma ogni cosa saperà
el Papa. Io poi che mi fermai qui ò buttato via circa trecento ducati, e
non vego ancor nulla che sia per me. Io ò tolto a risucitar morti a
voler domesticar questi monti e a mettere l'arte in questo paese; che
quando l'Arte della lana mi déssi, oltre a' marmi, cento ducati el mese,
che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare
el partito. Però racomandami a Iacopo Salviati e scrivi pel mio garzone
come la cosa e' va, acciò che io pigli partito súbito, perchè mi consumo
a star qui sospeso.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere
stato ucciellato: e così mi vanno tutte le cose. Oh maledetto mille
volte el dì e l'ora che io mi parti' da Carrara! Quest'è cagione della
mia rovina: ma io vi ritornerò presto. Oggi è peccato a far bene.
Racomandami a Giovanni da Ricasoli.


  [136] Finalmente i Consoli dell'Arte della lana e gli Operai di
  Santa Maria del Fiore, adunatisi la mattina del 22 d'aprile di
  quell'anno, vinsero il partito, che la esecuzione della strada di
  Pietrasanta per condurre i marmi della nuova cava, scoperta da
  pochi anni, fosse commessa a Michelangelo, dandogli piena autorità
  di fare tutto quello che egli avesse riputato utile ed opportuno
  per questo effetto.

  [137] L'Opera di Santa Maria del Fiore.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (12 d'agosto 1518).

CXVII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Se io non fussi costà a tempo di pagare la gabella del
terreno che io comperai,[138] vedi d'acordarla in qualche modo che io
non caschi in contumacia, per tanto che io torni; che sarà infra un
mese. Le cose mia di qua stimo anderanno bene, ma con grandissima noia.
Io mando costà Michele[139] acattare certe cose dall'Opera:[140] se gli
bisogniassi un mulo per portarle qua, aiutagniene trovare, che e' si
spenda el manco che e' si può.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [138] Il terreno da Santa Caterina comprato dal Capitolo di Santa
  Maria del Fiore. Vedi a pag. 141.

  [139] Di Piero da Settignano nominato più volte.

  [140] Di Santa Maria del Fiore.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (    d'agosto 1518).

CXVIII.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Degli scarpellini che vennon qua, solo c'è restato Meo e
Ciecone;[141] gli altri se ne sono venuti: ebbono qua da me quatro
ducati e promessi loro danari continuamente da vivere, acciò che e'
potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e con dispetto, i' modo che
quel tristerello di Rubechio[142] m'à presso che guasto una colonna che
ò cavata. Ma più mi duole che vengono costà e danno cattiva fama a me e
alle cave de' marmi per iscaricare loro, in modo che volendo poi degli
uomini, none posso avere. Vorrei almeno, poichè e' m'ànno gabato, che e'
si stessino cheti. Però io t'aviso, acciò che tu gli facci star cheti
con qualche paura o di Iacopo Salviati, o come pare a te, perchè questi
giottoncegli fanno gran danno a quest'opera e anche a me.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [141] Francesco scarpellino da Corbignano.

  [142] Maso di Simone di Matteo detto Rubecchio, scarpellino da
  Settignano. Morì nell'ottobre dell'anno 1525.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (2 di settembre 1518).

CXIX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Io ebi per una tua come Donato Caponi t'avea messo per le
mani una certa possessione, e ancora come el Capitolo[143] voleva
vendere quel resto delle terre. Io non ti posso rispondere nè all'una
cosa nè all'altra, perchè non sono resoluto. Parleremo poi costà
insieme.

Gli scarpellini che vennono qua, non iscontorono niente: lavororono
solamente per que' pochi danari che io dètti loro: poi s'andorono con
Dio. Vero è che Meo e Ciecone sarebono stati e àrebon fatto ciò che
avessino potuto, ma non potevano così soli far niente; i' modo che io
dètti loro licenzia.

Sandro[144] s'è partito ancora lui di qua. È stato qua parechi mesi con
un mulo e con un muletto in sulle pompe, atteso a pescare e a
vaghegiare. Àmmi buttato via cento ducati: à lasciato qua una certa
quantità di marmi con testimoni che io pigli quegli che fanno per me. Io
non ve ne trovo tanti per me che vaglino venti cinque ducati, perchè
sono una ribalderìa. O per malizia o per ignioranzia e' m'à trattato
molto male. Com'io sono costà voglio essere sodisfatto a' ogni modo. Non
altro. Credo ancora starò un mese di qua.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


Una lettera che sarà in questa, prègoti la sugielli e fagli una coverta
colla sopra scritta che dica: _A maestro Piero Rosselli[145]
architettore in Roma_; e dirizala al Banco de' Borgerini in Roma.


  [143] Con contratto del 17 d'aprile del 1517 Michelangelo comprò
  dal Capitolo di Santa Maria del Fiore un pezzo di terreno di 144
  braccia, posto in Via Mozza, oggi Via San Zanobi, presso la Piazza
  di Santa Caterina, per fabbricarvi sopra stanze da tenere e
  lavorare i marmi che aveva fatto condurre per l'opera della
  facciata di San Lorenzo. E un anno dopo, non bastandogli al
  bisogno quel terreno, Michelangelo ne comprò dal detto Capitolo un
  altro pezzo.

  [144] Sandro di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da
  Settignano, fratello di quel Domenico detto Topolino, che, come
  racconta il Vasari nella _Vita del Buonarroti_, aveva fantasia di
  essere valente scultore, ma era debolissimo; nato nel 1457, morì
  l'anno 1521.

  [145] Fiorentino. A costui Pier Soderini, che dopo il suo esilio
  da Firenze dimorava in Roma, aveva commesso che facesse un disegno
  di un tabernacolo di marmo da inalzarsi nella chiesa delle Monache
  di San Salvestro in Roma, per mettervi la testa di San Giovanni
  Battista. Ed il disegno piaceva al Soderini; ma prima di
  risolversi a farlo mettere in opera, egli ed il Rosselli di comune
  accordo vollero intendere il giudizio di Michelangelo. Intorno a
  questo lavoro ci sono parecchie lettere al Buonarroti del Soderini
  e del Rosselli.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Seravezza, (16 di settembre 1518).

CXX.

_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._


Buonarroto. — Intendo per la tua come ài per le mani un podere di là da
Fiesole poco, che è cosa buona, e ancora Pier Francesco Borgerini t'à
parlato della casa.

Io ti dico della casa di Pier Francesco che io son per tôrla per gusto
prezzo, quando l'aria non sia cattiva.

Del podere ancora sono per tôrlo, se ti pare cosa buona; però se puoi
tenere le cose sospese, fa'llo tanto che io sia costà; che stimo tornare
infra quindici o venti dì.

Di Ciecone tu mi di' che s'io voglio che e' venga adesso che gli è
guarito, che e' verrà volentieri. Rispondigli, che adesso comincia qua
el verno, che non ci fa se non piovere e non si può stare nelle montagne
a lavorare: però non mi pare che e' sia da venire ora, chè butteremo el
tempo e' danari.

Io scrivo a Berto[146] quello m'ocorre. Racomandami a lui.

Avisami quando mi scrivi come sta Gismondo, e di' a Pietro[147] che
attenda a imparare e che io sarò costà presto.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [146] Da Filicaia.

  [147] Suo garzone.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Settignano?,    (1518?).

CXXI.

_A Buonarroto in Firenze._


Buonarroto. — Io àrei caro che tu intendessi quante staiora sono quelle
terre da Santa Caterina e quello che le montano. Le non sono le terre
che noi andiamo a vedere; le son quelle di sopra. Io l'ò segniate a
Pietro e lui ti mostrerà quali son desse: e questo ti priego facci
presto, perchè mi bisognía rispondere a Giovanni da Ricasoli che le tien
sospese per mio conto.

Della casa di Pier Francesco, se io fussi certo averla, io l'aspetterei
qualche mese; ma bisognierebe farne ora el contratto, e io darei adesso
e' danari in diposito: quanto che no, non è da parlarne più. Rispondimi
più presto che puoi.

                              MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 22 d'agosto 1527.

CXXII.

_A Buonarroto a Settignano._


Buonarroto. — I' ò avuto oggi uno uficio: scrivano strasordinario de'
Cinque del Contado.[148] Dice che e' dura un anno, e che e' s'à quatro
ducati el mese, e che e' si può fare fare a chi l'uomo vuole. Io non so,
e non posso attendervi: bisogniami o rifiutarlo o darlo, overo farlo
fare a altri. Guarda se fa per te.... che a questi tempi io non ti
consiglio che tu venga a Firenze: pure te l'ò voluto fare intendere,
inanzi che io lo rifiuti; chè ò quattordici dì di tempo. Rispondi.

  A dì 22 d'agosto 1527.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [148] I Cinque Conservatori del Contado erano un Magistrato, al
  quale era commesso il mantenimento e la difesa della
  giurisdizione, confini, giuspadronati, ragioni, beni e proventi
  delle Comunità, Terre e Popoli del Dominio fiorentino. Nella
  Riforma del 1559 i Cinque del Contado e gli Otto di Pratica furono
  aboliti, ed in loro luogo si creò colla medesima loro autorità un
  altro Magistrato, che fu detto de' Nove Conservatori della
  Giurisdizione e Dominio.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, (    di luglio 1527).

CXXIII.[149]

_A Buonarroto a Settignano._


Buonarroto. — Io sono andato a trovare messere Antonio Vespucci:[150]
àmmi detto che io non posso secondo le leggie fare fare l'uficio che io
ò avuto a un altro, e che sebene e' si fa fare a altri, che e' si fa per
consuetudine e non per leggie: che se io mi voglio arristiare accettarlo
per farlo fare a altri, che io m'arristi, ma che io potrei essere
tanburato[151] e averne noia. Però a me parrebbe di rifiutarlo, non
tanto per questo, quant'e' per conto della peste che mi pare che la vadi
tutta via di male in peggio, e non vorrei che a stanza di quaranta
ducati tu mettessi a pericolo la vita tua. Io t'aiuterò di quello che io
potrò. Rispondimi presto quello che ti pare che io facci, perchè domani
bisognia che io sia resoluto, acciò possino rifare un altro, se rifiuto.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


Non toccare le lettere che io ti mando con mano.


  [149] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 722.

  [150] Cancelliere dell'ufficio delle Tratte.

  [151] Dicevasi _tamburare_, l'accusare segretamente un cittadino
  con denunzia scritta e messa dentro una cassetta, chiamata
  _tamburo_, appiccata presso la porta d'un ufficiale.


FINE DELLE LETTERE A BUONARROTO.



A GIOVAN SIMONE SUO FRATELLO

DAL 1507 AL 1546.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 20 d'aprile (1507).

CXXIV.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._


Giovan Simone. — Io non ò fatto risposta a una tua, ricievuta già più
giorni sono, per non avere avuto tempo. Ora t'aviso per questa, come la
cosa mia[152] di qua va bene infino a ora, e così spero àrà buon fine;
che a Dio piaccia: e quando così sia, ciò è che io esca a bene di questa
cosa, io verrò súbito, overo tornerò di costà, e farò tanto, quanto ò
promesso di fare a tutti voi, ciò è d'aiutarvi con quello che io ò, in
quel modo che voi vorrete e che vorrà nostro padre. Però sta' di buona
voglia e attendi a bottega, come o quanto puoi, perchè spero presto
farete bottega da voi e del vostro: e se intenderete dell'arte e
saperrete fare, vi gioverà assai. Però attendi con amore.

Tu mi scrivi d'un certo medico tuo amico, il quale t'à ditto che la
morìa è un cattivo male e che e' se ne muore. Ò caro averlo inteso,
perchè qua n'è assai, e non si sono acorti ancora questi bologniesi che
e' se ne muoia. Però sarebe buono e' venissi di qua, che forse lo darebe
loro ad intendere colla sperienza: la qual cosa a loro gioverebbe assai.
Non ò da dirti altro. Io sono sano e sto bene, e spero presto essere di
costà. A dì venti d'aprile.

Non avevo più carta.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [152] Cioè il lavoro della figura di bronzo di papa Giulio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 28 d'aprile (1507).

CXXV.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in
bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._


Giovan Simone. — Io risposi a una tua lettera già più giorni sono. Credo
l'abi avuta e inteso l'animo mio: e se non l'avessi avuta, per questa
intenderai quel medesimo che per quella ti scrivevo.

Io credo che Buonarroto t'abbi raguagliato qual sia l'animo mio, e così
è certo; e súbito che io sarò costà, sé a Dio piace, io sono per farvi
fare o da voi o a compagnia, come vorrete voi, in quel modo che più
sicuro ci parrà. Però sta di buona voglia e credi afermativo quello che
io ti dico. Non ò tempo da scrivere; però scriverrò più pienamente
un'altra volta. Io sto bene, e ò finita la mia figura di cera: di questa
settimana che viene comincerò a fare la forma di sopra, e credo che in
venti o venticinque dì la sarà fatta: dipoi darò ordine da gittarla, e
se vien bene, in fra poco tempo sarò costà.

  A dì ventiotto d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Bologna, 2 di maggio (1507).

CXXVI.

_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella
bottega di Lorenzo Strozzi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._


Giovan Simone. — Io ebbi più giorni fa una tua lettera, della quale ebi
piacere assai. Dipoi t'ò scritto dua lettere: e per la buona fortuna che
io soglio avere nell'altre, similmente la credo avere avuta ancora in
queste, ciò è che tu non l'abbi avute.

Io t'aviso come e' non passeranno dua mesi che io sarò costà: che a Dio
piaccia; e quello che io v'ò promesso a Buonarroto e a te, quello son
disposto di fare. Io non ti scrivo particularmente l'animo mio, nè
quanto è il mio desiderio d'aiutarvi; perchè non voglio che altri sappi
e' fatti nostri: ma sta' di buona voglia, perchè gli è aparechiata per
te maggiore, overo miglior cosa che tu non pensi. Non ò da dirti altro
intorno a questo. Sappi come qua s'afoga nelle coraze, e è già con oggi
quatro giorni, che la terra è istata tutta in arme e in gran romore e
pericolo, e massimo per la parte della Chiesa; e questo è stato per
conto de' fuoriusciti,[153] cioè de' Bentivogli, e' quali ànno fatto
pruova di rientrare con gran moltitudine di giente; ma l'animo grande e
la prudenzia della signoria del Legato, col suo gran provedimento che à
fatto, credo che a questa ora abbi liberata da loro un'altra volta la
Terra; perchè a ventitrè ore stasera c'è nuove del campo loro, che e' si
tornavono adietro con poco loro onore. Non altro. Priega Idio per me, e
vivi lieto, perchè tosto sarò di costà.

  A dì dua di maggio.

                              MICHELAGNIOLO in Bolognia.


  [153] Annibale Bentivogli, raccolti nel Ducato di Milano seicento
  fanti, aveva in que' giorni tentato di rientrare in Bologna; ma
  Francesco Alidosi, detto il Cardinal di Pavia, che vi era legato
  per la Chiesa, col far tagliare la testa ad alcuni cittadini che
  tenevano pratica co' Fuorusciti, aveva fatto cadere d'animo i
  Bentivogli e i loro partigiani, e così quietato la città.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di luglio 1508).[154]

CXXVII.

_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Giovan Simone. — E' si dice che chi fa bene al buono, el fa diventare
migliore, e al tristo, diventa peggiore. Io ò provato già più anni sono
con buone parole e con fatti di ridurti al viver bene e in pace con tuo
padre e con noi altri: e tu pèggiori tuttavia. Io non ti dico che tu sia
tristo; ma tu se'i' modo, che tu non mi piaci più nè a me nè agli altri.
Io ti potrei fare un lungo discorso intorno a' casi tua, ma le sarebon
parole, come l'altre che t'ò già fatte. Io per abreviare, ti so dire per
cosa cierta, che tu non ài nulla al mondo, e le spese e la tornata di
casa ti do io e òtti dato da qualche tempo in qua per l'amor de Dio,
credendo che tu fussi mio fratello, come gli altri. Ora io son certo che
tu non se' mio fratello; perchè se tu fussi, tu non minacceresti mio
padre; anzi se' una bestia: e io come bestia ti tratterò. Sappi che chi
vede minacciare o dare al padre suo, è tenuto a mettervi la vita: e
basta. Io ti dico che tu non ài nulla al mondo: e com'io sento u' minimo
che de' casi tua, io verrò per le poste insino costà e mosterrotti
l'error tuo e insegnierotti straziar la roba tua, e ficar fuoco nelle
case e ne' poderi che tu (non) à' guadagniati tu: tu non se' dove tu
credi. Se io vengo costà, io ti mostrerrò cosa che tu ne piangierai a
cald'ochi e conoscierai in su quel che tu fondi la tua superbia.

Io t'ò a dir questo ancor di nuovo; che se tu vòi attendere a far bene e
a onorare e riverir tuo padre, che io t'aiuterò come gli altri e faròvi
infra poco tempo fare una buona bottega. Quando tu non facci così, io
sarò costà e aconcierò e' casi tua i' modo, che tu conoscierai ciò che
tu se', meglio che tu conosciessi mai, e saperai ciò che tu ài al mondo
e vedra'lo in ogni luogo dove tu anderai. Non altro. Dov'io manco di
parole, superirò co' fatti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Io non posso fare che io non ti scriva ancora dua versi; e questo è, che
io son ito da dodici anni in qua tapinando per tutta Italia; sopportato
ogni vergognia; patito ogni stento; lacerato il corpo mio in ogni
fatica; messa la vita propria a mille pericoli, solo per aiutar la casa
mia; e ora che io ò cominciato a rilevarla un poco, tu solo voglia esser
quello che scompigli e rovini in una ora quel che i' ò fatto in tanti
anni e con tante fatiche; al corpo di Cristo che non sarà vero! che io
sono per iscompigliare diecimila tua pari, quando e' bisognierà. Or sia
savio, e non tentare chi à altra passione.


  [154] La lettera è degli ultimi di luglio o de' primi d'agosto
  1508. Vedi quella che scrive Michelangelo a Lodovico suo padre che
  è la VII, dove si parla appunto dei cattivi portamenti di
  Giansimone e de' disordini fatti da lui in casa, e delle minacce
  contro suo padre.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    d'aprile 1532).[155]

CXXVIII.

_A Giovan Simone Buonaroti in Firenze._


Giovan Simone. — E' mi bisognia stamani andare insino a Roma per cosa
che m'importa assai; però io ti mando quattro ducati per mona Margerita,
acciò che tu ti possa aiutare, e quando àrai di bisognio, mentre che io
non ci sono, farmelo scrivere: e io t'aiuterò sempre dovunche io sarò.
Non ti posso venire a vedere, perchè non ò tempo. Prega Iddio per me e
sta' lieto il più che puoi.

                              MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.


  [155] La presente lettera, mancante al solito di data, si crede
  scritta ne' primi giorni d'aprile del 1532, supponendo che
  l'andata di Michelangelo a Roma fosse per trattare, cogli agenti
  del Duca d'Urbino, la faccenda della sepoltura di papa Giulio. Ed
  infatti a' 29 di quel mese ed anno fu stipulato nuovo contratto,
  col quale Michelangelo, tra gli altri patti, si obbligò a fare di
  sua mano sei statue, e a dare finito tutto il lavoro nello spazio
  di tre anni.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1533).

CXXIX.

_A Giovan Simone Buonarroti a Settignano._


Giovan Simone. — Mona Margerita non l'à intesa bene: parlando l'altra
mattina di te e di Gismondo, presente ser Giovan Francesco,[156] io
dissi, che avevo fatto per tutti voi sempre più che per me medesimo e
patiti molti disagi, perchè non ne patissi voi, e che voi non avevi mai
fatto altro che dir male di per tutto Firenze. Questo è ciò che io
dissi: e così non fussi vero in vostro servigio! che vi siate fatti
tenere bestie. Dello star costì, io ò caro che tu vi stia e pigli le tua
comodità e attenda a guarire; che io di quel ch'io potrò, non vi
mancherò mai, perchè guardo al debito mio e non alle vostre parole. Àrei
ben caro che tu vi conducessi da dormire, acciò che mona Margerita vi
potessi stare anch'ella: e perchè mio padre alla morte me la racomandò,
non la abandonerò mai.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [156] Fattucci, cappellano di Santa Maria del Fiore, ed amicissimo
  di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1533).

CXXX.[157]


Giovan Simone. — Io ò per le mani un giovane per la Ceca,[158] il quale
è de Sachetti e à nome Benedetto, e à uno fratello che à per moglie una
de' Medici, e un altro che è prigione nella cittadella di Pisa, un altro
n'ebbe che ebbe nome Albizo che morì a Roma. Se gli conosci, àrei caro
inanzi facessi altro, sapere quello che te ne pare; e puoi mandarmelo a
dire per mona Margerita, e non ne parlare con altri.

                              MICHELAGNIOLO in San Lorenzo.


  [157] Manca l'indirizzo.

  [158] Sua nipote, e figliuola di Buonarroto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'agosto 1540.

CXXXI.[159]


Giovan Simone. — Io ò conto stamani adì sette d'agosto 1540 a Bartolomeo
Angelini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e' quali gli rimetta
costà a Bonifazio Fazi per riscuotere il podere di Pazzolatica; però
come l'avete fatto intendere a Michele,[160] e che Bonifazio gli abbi
detto avere da pagarli settecento ducati di sette lire l'uno, ogni volta
che dia sodo recipiente, súbito potete entrare in sul podere. Però tu e
'l prete potete andare a parlare a Bonifazio e vi dirà quello che
occorre.

Ancora ti fo intendere, come poi che io sono a Roma, ò mandato costà
circa due mila ducati con questi ultimi, e tutti quant'io n'ò mandati,
sempre inanzi gli ò dati di contanti a Bartolomeo Angelini; e perchè io
non tengo scrittura di cosa nessuna, e perchè noi siàn mortali e vien
gente nuova, vorrei per bene di chi resta di noi, che sempre si potesse
vedere che detti danari sono usciti da me. Però vorrei, se è cosa
lecita, parlarne con Bonifazio, a chi gli ò sempre fatti rimettere, che
gli conci in modo, che sempre si vegga che sono usciti da me. Altro non
ò che dire circa questo. Abiate riguardo a mona Margerita e ditegli, che
se si rià questi dua poderi, che la potrà tenere una serva, come gli
scrissi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [159] Anche in questa, come nella precedente, manca l'indirizzo.

  [160] Michele di Niccolò Guicciardini, marito fino dal 1537 della
  Francesca sua nipote.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di dicembre 1544).

CXXXII.

_A Giovan Simone e Gismondo._


Io ò pensato più tempo fa di porre in sur una arte di lana a Lionardo a
poco a poco per insino a mille scudi, portandosi lui bene; con questa
condizione, che senza vostra licenzia non gli possa levare nè farne
altro; e ò ordine di cominciare tal cosa con dugento scudi, e' quali
farò pagare ora costà, se mi rispondete che io lo facci; e quando vi
paia che io lo facci, vi bisognia aver cura che e' non si mettino in
luogo di pericolo, perchè io non gli ò trovati per la strada. Rispondete
quello che vi pare da fare: vo' potete meglio di me conoscere e vedere i
portamenti di Lionardo, e se è da impacciarsene.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1547).

CXXXIII.

_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Giovan Simone. — I' ò avuto da ser Giovan Francesco più lettere del tuo
male; di che n'ò avuto dispiacer grandissimo: e più, per non esser
costà, per non ti potere aiutare, come mi son sempre ingegniato di fare:
pure farò quello che io potrò, o ingegnierommi che e' non ti manchi
niente: e ora per questa ti mando dieci iscudi, e promèttoti ancora che
per l'avenire non ti lascierò mancare niente di quello che potrò, stando
qua. Però confortati e ingegniati di guarire e non pensare a altro; che
a quell'ora mancherà a te che a me; che per quello che e' mi par vedere,
al fine ci sarà più roba che uomini. Altro non mi acade. Racomandati a
Dio che ti può aiutare più che non poss'io, e fammi scrivere e' tuo'
bisogni quando t'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


FINE DELLE LETTERE A GIOVAN SIMONE.



A GISMONDO SUO FRATELLO

DAL 1540 AL 1542.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1540?).

CXXXIV.

_A Gismondo di Lodovico Buonarroti in Firenze._


Gismondo. — Io mando costà venti ducati di sette lire l'uno, e' quali ò
dati qua a Bartolomeo Angelini che te li facci pagare costà da Bonifazio
Fazi: però visto la presente, va' per essi e to'ne dieci per te e cinque
ne dà a mona Margerita; gli altri cinque da'gli a Lionardo, se si porta
bene, se non, ispendigli per casa in quel che fa bisognio, e avvisa
della ricieuta e dà la lettera al banco di Bonifazio o a chi ti pare
altri, e dirizzala a Bartolomeo Angiolini alla Dogana.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1542.

CXXXV.

_A Gismondo di Lodovico Buonarroti Simoni in Firenze._


Gismondo. — Io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro, e' quali ò dati
oggi a' dì sedici di dicembre qua in Roma al banco di messer Salvestro
da Monteaguto, che ti sien pagati costà in Firenze: però anderai al
banco de' Capponi e ti saranno pagati: fanne i tuo' bisogni, e quando
fai la quitanza, di': per tanti n'à dati Michelagniolo in Roma al banco
di messer Salvestro da Monteaguto: come è detto; e avisami della
ricevuta.

  A dì sedici di dicembre 1542.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


FINE DELLE LETTERE A GISMONDO.



A LIONARDO SUO NIPOTE

DAL 1540 AL 1563.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1540?).

CXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò una lettera da Gismondo che dice che vorrebbe che io
gli facessi dare costà da' mia ministri nove staia di grano. Io non so
chi si sieno costà e' mia ministri, ma io so bene che del mio io non ò
fatto più parte a uno che a un altro: però di' a mona Margerita, che gli
dia qualche cosa di quello che si può, e a lui digli da mia parte, che
e' ci fa poco onore a esersi fatto un contadino. Ancora di' a mona
Margerita che per mio conto non dia nulla a persona, fuor che di quegli
di casa; perchè io non vorrei che qualcuno gli andassi a mostrare di
fare e' fatti mia e facèssila fare di qualche cosa, come un par di
Donato del Sera; perchè e' non à ditto per me parola, che e' non abbi da
me avuto uno scudo. Però àvisala da mia parte e di' che stia di buona
voglia: e tu fa' d'essere uomo da bene.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    del luglio 1540).

CXXXVII.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricievuto con la tuo' lettera tre camice e sonmi molto
maravigliato me l'abbiate mandate, perchè son sì grosse che qua non è
contadino nessuno che non si vergogniassi a portarle; e quando ben
fussino state sottile, non vorrei me l'avessi mandate, perchè quando
n'àrò bisognio, manderò i danari da comperarne. Del podere da
Pazzolatica infra quindici o venti dì farò pagare costà a Bonifazio Fazi
settecento ducati per riscuoterlo; ma bisogna prima vedere in che modo
Michele gli soda, acciò che la tua sorella, quando avenissi caso
nessuno, volendo, ne possa cavare la dota che à dato. Però pàrlane un
poco con Gismondo, e rispondetemi; perchè, se non veggo che e'
settecento ducati sien ben sodi, non lo risquoterò. Altro non mi acade.
Conforta mona Margerita a star di buona voglia e tu trattala bene di
fatti e di parole, e fa' d'essere uomo da bene, altrimenti io ti fo
intendere che tu non goderai niente del mio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    del novembre 1540).

CXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto._


Lionardo. — Michele mi scrive che vorrebbe che io facessi costà un
procuratore a chi e' rinunzi il podere di Pazzolatica: io ò fatto
procuratore Giovansimone e Gismondo e a loro lo può rinunziare:[161] e
con questa sarà la procura. Sì che dàlla loro che ricevino detto podere
da Michele e la quitanza de' danari che à ricievuti.

Ò inteso la morte di mona Margerita e ònne grandissima passione, più che
se mi fussi stata sorella, perchè era donna da bene e per essere
invechiata in casa nostra, e per essermi stata racomandata da nostro
padre, ero disposto, come sa Iddio, fargli presto qualche bene. Non gli
è piaciuto che l'aspetti: bisognia aver pazienzia. Circa il governo di
casa, vi bisognierà pensarvi, e non isperare in me, perchè son vechio e
con grandissima fatica governo me. Voi avete tanto, che se state uniti
in pace insieme, potrete tenere una buona serva e vivere da uomini da
bene: e io mentre che vivo v'aiuterò; quanto che nol facciate, io me ne
laverò le mani.

Ancora vorrei che fussi con detto Michele a vedere che restano i danari
che gli à spesi ne' buoi di Pazzolatica e nella casa, cavando le
gravezze che si son pagate, come lui mi scrive.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [161] Michelangelo aveva assegnato per dote alla Francesca sua
  nipote il podere di Pozzolatico, detto Capiteto. Ma poi se lo
  riprese nel 1540, mediante lo sborso di 700 ducati.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1541).

CXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto in Firenze._


Lionardo. — I' ò dati qui cinquanta ducati di sette lire l'uno a
Bartolomeo Angelini che gli rimetta costì ne' Fazi: però va', truova ser
Giovan Francesco[162] e andate al banco insieme, e la prima cosa fa
ch'el banco gli renda i danari del campo che i' ò comperato, che gli à
pagati per me; e ch'el banco scriva per che conto io gli rendo detti
danari, acciò che e' sien renduti per terza persona e aparisca sempre
come à fatto lui: e quello che vi resta di detti danari, fategli pagare
al Guicciardino nel medesimo modo, che si dica per che conto: e quello
che mancherà per sodisfarlo come vuole, come m'acade di mandare altri
danari, gli manderò insieme con quegli, perchè non ò comodità ora. Altro
non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [162] Fattucci.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1541)

CXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuto i ravigguoli, cioè sei coppie, i quali credo che
costà eron begli, ma qua eron molto guasti: credo c'avessin dell'aqqua:
però cose tanto tènere non son da mandare. In soma, basta, io gli ò
avuti. Non acade dirne altro.

Che le cose vadin bene, come mi scrivi, e delle possessione e della
bottega, mi piace assai. Bisognia ringraziarne Idio, e attendere a far
bene. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    d'agosto 1541).

CXLI.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. — Per la tua intendo come desideri venire a Roma questo
settembre: a me pare ch'el tempo del venire sia la quaresima: però,
poichè ài indugiato tanto, puoi aspettare insino al detto tempo; e in
questo mezzo vedrò come seguiranno le cose mia, perchè non mi vanno a
mio modo. Attendi a farti uomo da bene, e ricòrdati di quel che ti
lasciò tuo padre, e di quel che tu ài ora, e ringraziane Iddio. A
Michele Guicciardini vorrei che andassi e gli dicessi com'io ò inteso
per la sua com'egli sta bene e quanto si contenta di tre figluoli masti
che à; di che ò piacer grandissimo: e benchè la Francesca, come mi
scrive, non sia in buona disposizione, digli da mia parte, che e' non si
può avere in questo mondo le felicità intere, e che abbi pazienza e mi
racomandi a lei, e che io non gli risponderò per ora altrimenti, perchè
non posso: e racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO Buonarroti in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Da Roma, 1541.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 d'agosto 1541.

CXLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi che vuoi venire a Roma questo settembre col
Guicciardino. Io ti dico che e' non è tempo ancora, perchè non sarebbe
altro che acrescermi noia, oltra gli affanni che io ò. Questo dico
ancora per Michele, perchè sono tanto ocupato, che io non ò tempo da
badare a voi, e ogni altra picola cosa m'è grandissimo fastidio, non
c'altro, pure a scriver questa. Bisognia indugiare a questa quaresima,
che io manderò per te e manderòtti danari che tu ti metta a ordine, che
tu non venga qua com'una bestia. Io scrissi ancora a Michele e
consiglia'lo che anche lui indugiassi a questa quaresima, per poterlo
intratenere, perchè sarò libero; ma forse gli à qualche faccenda a Roma,
che gli bisognia eserci questo settembre; io non lo so; ma quando questo
non sia, di nuovo lo consiglio, non venga prima che questa quaresima,
perchè questo settembre non àrò tempo non c'altro da parlargli, e
massimo che Urbino, che sta meco, va questo settembre a Urbino, e
làsciami qui solo in tanta noia. Non mi mancherebe altro, che avervi a
far la cucina! Leggi questa lettera a Michele e prègalo che indugi a
questa quaresima, come è detto. Impara a scrivere, che mi pare tu
pèggiori tuttavia.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1541, da Roma, addì 25 d'agosto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di gennaio 1542.

CXLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Benchè io abi scritto al prete,[163] pensavo scrivere il medesimo a te;
dipoi non ò avuto tempo, e ancora perchè lo scrivere mi dà noia. Ti
mando in questa, aperta quella del prete, per la quale intenderai il
medesimo ch'i' volevo scrivere a te, cioè com'io ti mando cinquanta
scudi d'oro in oro e quello che tu n'ài a fare, volendo venire a Roma, e
come gli ài a serbare, tanto ch'i' te ne mandi altri cinquanta, non
volendo venire. E' detti cinquanta scudi che io ti mando d'oro in oro,
io gli ò mandati stamani a dì diciannove di gennaio per Urbino, che sta
meco, a Bartolomeo Bettini, cioè a' Cavalcanti e Giraldi; e in questa
sarà la lettera: andrai con essa a' Salviati, e te gli pageranno: fa' la
quitanza in modo che stia bene, cioè per tanti ricevuti da me in Roma.

Leggi la lettera del prete e poi gniene dà o vero dagniene prima, e lui
te la leggerà e fa' quello che la ti dice del venire o del non venire; e
se fai disegnio di venire, avisamene prima, perchè parlerò qua con
qualche mulattiere, uomo da bene, che tu venga seco: e quando tu voglia
pur venire, fa' che nol sappi Michele, perchè non ò il modo
d'accettarlo, come vedrai se vieni.

Michele detto mi à scritto che vorrebbe che io gli mandassi nove ducati
e dua terzi, che dice che restò avere quand'io riscossi il podere di
Pazzolatica. Un'altra volta me gli chiese, e 'l prete mi scrisse, che
facendo conto seco, gli mostrò che e' non gli aveva avere: però prega il
prete che ti dica o mi scriva se io gnien'ò a mandare o sì o no.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Da Roma, 1541, adì.... di gennaio: de' dì 19 detto.


  [163] Fattucci.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di febbraio 1542.

CXLIV.

_A Lionardo di Buonarroto._


Lionardo. — Tu mi scrivi che non ti par da venire e che serbi i
cinquanta scudi tanto ch'i' mandi gli altri cinquanta per mettere in
sulla bottega. Io gli manderò ora, ma voglio prima il parer di Giovan
Simone e di Gismondo, perchè voglio che e' sien presenti al mettergli in
sulla bottega, e che le cose s'acconcino bene, e per le loro mani, e con
lor parere, come ti scrissi, perchè son mia frategli; però io lo scrivo
loro; fa' che e' mi rispondino il parer loro, e io non mancherò di quel
c'ò scritto.

Io ti scrissi ch'el Guicciardino mi chiedeva nove scudi over ducati e
dua terzi, che dice che restò avere, quand'io riscossi el podere di
Pazzolatico, e che tu m'avisassi se gli aveva avere o sì o no. Tu non mi
ài risposto niente: però prega messer Giovan Francesco che ti dica, se
io gnien'ò a dare di ragione: e scrivimelo, acciò gniene mandi. Altro
non acade.

  A dì 4 di febraio 1542.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1541, da Roma: addì 11 di febraio (de' dì detto) ricevuta.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di marzo 1543).

CXLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi sabato sera il contratto, e con questa sarà la
retificagione. Non s'è fatta prima, perchè prima non è venuto il
contratto, che è stato ritenuto costà da coloro a chi lo davi che mi
fussi mandato. Altro non ò che dire, nè ò tempo da scrivere, nè ò letto
ancor le lettere. Ringrazia il prete per mia parte, perchè à durato gran
fatica per noi e fàttoci gran servigio, e massimo a voi costà.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    dell'aprile 1543).

CXLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò fatto cercare tutti e' banchi di Roma e non truovo che
qua sia venuto altro contratto che l'ultimo, di che io ò mandata la
retificagione: però noi crediamo che e' sia stato ritenuto costà. Se non
v'era cose o lettere che importassino, non è da pensarvi più; e se
v'erano, bisognia aver pazienzia. La retificagione scrivi aver ricevuta
e data al prete; che l'ò caro, poi che none sta male: ancora, lei credo
che la stia bene. Altro non m'acade. Racomandami a lui, ciò è a messer
Giovan Francesco, e ringràzialo da mia parte. Ò caro che abbi parlato al
Bettino, e ancora a lui mi racomanda e ringràzialo, quando lo riscontri.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di aprile 1543.

CXLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io intendo per la tua e del prete dove désti il contratto,
perchè mi fussi mandato: qua non è venuto; e sonne certo, perchè 'l
Bettino me l'àrebbe mandato insino a casa: però io stimo che sia stato
ritenuto costà dal banco ove lo désti. Se volete che io l'abbi, datelo a
Francesco d'Antonio Salvetti che l'adirizi qua a Luigi del Riccio, e
sarammi dato súbito, e io retificherò. Altro non mi acade. None scrivo
al prete, perchè non ò tempo: racomandami a lui e ringràzialo delle
fatiche e noie che gli diàno: e quando mi scrivi, non far nella sopra
scritta: _Michelagniolo Simoni_, nè _scultore_; basta dir: _Michelagniol
Buonarroti_: che così son conosciuto qua: e così n'avisa il prete.

  A dì quattordici d'aprile 1543.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Messer Francesco Salvetti date in propria mano et ne ricuperate
    risposta.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1543, a dì 19 d'aprile: de' dì 14 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (29 di marzo 1544).

CXLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua, come i marmi sono stati stimati cento
settanta scudi,[164] e quello che s'à a fare dei danari quando vi sieno
pagati. A me pare, quando paia a' mia frategli, che e' si mettino per te
in sun una bottega, dove pare a loro, e che tu ne tiri il frutto che è
onesto, e che senza licenzia loro tu none possa disporre altrimenti.
Ancora mi pare, che la stanza dove son detti marmi, che voi cerchiate di
venderla, e e' danari che n'àrete, con la medesima condizione porli dove
quegli de' marmi; dipoi potrò aggugniervi altri danari, secondo che ti
porterai; chè mi par che ancora non abbi imparato a scrivere.

A messer Giovan Francesco ò risposto circa la testa del duca[165] che io
non vi posso attendere, come è vero che io non posso per le noie che ò,
ma più per la vechiezza, perchè non veggo lume.

Del comprare il podere di Luigi Gerardi, di che mi fai scrivere, a me
non pare d'avere altro a Firenze che quello che io v'ò, perchè l'avervi
assai, non è altro c'avervi assai noie, e massimo non possendo io
servire; però mi pare da comperare qualche cosa altrove, che io ancora
ne potessi cavar frutto in mia vechiezza, perchè quello che m'à dato il
Papa mi potrebbe esser tolto, non servendo; e già dua volte l'ò avuto a
difendere. Sì che rispondi di detto podere al prete che me ne scrive.
Altro non ò che dirti. Attendi a far bene.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Messer Francesco Salvetti date in propria mano et mandate
    risposta.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, da Roma, del 3 d'aprile: de' dì 29 di marzo.


  [164] Erano i marmi che Michelangelo aveva nella sua stanza di Via
  Mozza, comprati in questo anno dal duca Cosimo de' Medici, e che
  servirono a Baccio Bandinelli per il lavoro del Coro del Duomo.
  Pe' quali fu sborsato il prezzo che si dice nella lettera, finito
  di pagare al Buonarroti nel settembre del 1559.

  [165] Intendi del ritratto del duca Cosimo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (11 di luglio 1544).

CXLIX.[166]


Lionardo. — Io sono stato male: e tu a stanza di ser Giovan Francesco
se' venuto a darmi la morte, e a vedere s'i' lasco niente. Che non v'à
tanto del mio a Firenze che ti basti? tu non puoi negar di non somigliar
tuo padre, che a Firenze mi cacciò di casa mia. Sappi che io ò fatto
testamento in modo, che di quel ch'i' ò a Roma, tu non v'ài più a
pensare. Però vatti con Dio e non m'arrivare innanzi e non mi scriver
ma' più, e fa' a modo del prete.

                              MICHELAGNIOLO.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544. Ricevuta addì 11 di luglio in Roma.


  [166] Manca l'indirizzo. Si vede bene che questa lettera fu
  scritta da Michelangelo, quando Lionardo andò a Roma a visitarlo
  dopo la grave sua malattia: il che Michelangelo ebbe molto per
  male.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di dicembre 1544).

CL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non vo' però mancare di quello che più tempo ò pensato; e
questo è d'aiutarti, quando intenda che tu ti porti bene: però in questa
sarà una che va a Giovan Simone e a Gismondo, dov'io scrivo loro quello
che mi pare da fare per te; ma non lo voglio fare se non me ne
consigliono: però dàlla loro e di' che mi rispondino.

                              _Michelagniolo Buonarroti_ in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544. Ricevuta addì 11 di dicembre: de' dì 6 di detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (27 di dicembre 1544).

CLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò dato qui nel banco degli Covoni scudi dugento d'oro in
oro che vi sien pagati costà, per farne quello che per l'ultima mia vi
scrissi: però anderai a' Capponi con Gismondo, o con Giovan Simone, e e'
vi saranno pagati; cioè vi sarà dati scudi dugento d'oro in oro, com'io
ò dati qua. E la intenzione mia è, che Giovan Simone e Gismondo gli
mettano in lor nome per te in su l'arte della lana, che pare a voi sien
sicuri; e che io non ne sia nominato in conto nessuno: con questa
condizione, che i frutti sien tua e che di detti danari non se ne possa
mai disporre, nè levare, nè fare altro, se voi non siate tutti a tre
d'acordo, cioè Giovan Simone e Gismondo e tu. E quando gli mettete in su
la bottega, circa all'aconciare bene le scritture, acciò non si facci
errore, vorrei che tu chiamassi Michele Guicciardini che vi fussi
presente con Giovan Simone e Gismondo; perchè credo che intenda: e da
mia parte verrà volentieri. E dipoi fammi scrivere da Giovan Simone e da
Gismondo la ricevuta di detti danari, e come avete aconcio la cosa: e
racomandami a Michele. E quando o Giovan Simone o Gismondo non possino
venire teco a pigliare detti danari, saranno dati a te solo e
porter'agli loro, che se ne facci come di sopra è ditto.

E quando fate a' Capponi la ricevuta di detti danari, fatela per tanti
ricevuti gli Covoni da Michelagniolo in Roma.

Con questa sarà la lettera de' Covoni che va a' Capponi, per la quale vi
saranno pagati i detti danari.

Mandami copia della partita che fate aconciare dove mettete i danari.

In Roma a dì venti sette di dicembre mille cinque cento quaranta
quattro, ad Incarnatione.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, di Roma, addì primo di gennaio: de' dì 27 del paxato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di gennaio 1545).

CLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuta la ricevuta de' dugento scudi da Giovan Simone e
da te; e del mettergli più in un luogo che in un altro, io non ve ne so
dar consiglio, nè posso, perchè non son costà e non me ne intendo.
Francesco Salvetti, parente qua di messer Luigi del Riccio, à scritto
qua che i maestri tua son molto sicuri e uomini da bene; pure fate
quello che voi credete non perdere.

Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1544, di Roma: ricevuta a dì 16 di gennaio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15 di febbraio 1545).

CLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per le tua lettere, come non trovate ancora dove
porre i danari ch'io vi mandai, perchè, secondo che mi scrivi, chi à 'l
modo a fare l'arte col suo, non vuole danari d'altri. Adunche chi piglia
i danari d'altri, è segnio che non à il modo a far del suo: dunche è
pericoloso: però a me piace che voi andiate adagio a porgli in ogni
luogo, purchè voi non gli straziate; perchè sarebbe vostro danno. Io
quando potrò, a poco a poco, come v'ò scritto, per insino a mille scudi
vi manderò; dipoi vo' pensare alla vita mia, perchè son vechio e non
posso più durar fatica. El porto[167] che mi dètte il Papa, lo voglio
rinunziare, perchè tengo a disagio troppi, e per buono rispetto non mi
piace tenerlo; e però mi bisognia fare qua una entrata da poter vivere
con miglior governo che io non fo. Però sappiate tener quello che avete,
che io non posso più per voi.

Michele intendo che à avuto un figluolo mastio, e che lui e la Francesca
stanno bene: n'ò grandissimo piacere. Credo che n'abbi già quattro: Idio
gniene dia consolazione. Racomandami a lui e ringràzialo da mia parte
della fatica che dura per te, perchè non è manco per me; di che gli
resto obrigato. Non rispondo alla sua, perchè male intendo la sua
lettera, e ancora perchè credo che questa farà il medesimo effetto: però
leggigniene.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Lionardo del Riccio fate dare in propria mano.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Ihesus, da Roma. Ricevuta a dì 20 di febraio 1544.


  [167] Ossia il provento del porto del Po a Piacenza.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 d'aprile 1545).

CLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua come non avete ancor fatto niente: io
dico che non è d'aver fretta, nè anche da farne molto rumore con gli
amici, perchè pochi si truova de' buoni.

Io ò pensato in fra dua mesi mandare altrettanta[168] danari, ma non mi
piace gli abbiate a tenere in casa, perchè son pericolosi; pure farò
quello che tutti voi mi scriverrete; e perchè io non son costà e non
posso giudicare qual sia meglio farne in questi tempi, la rimetto in
voi: se vi par di poterne far cosa più sicura e utile, fate come volete:
io m'ingegnierò in fra un anno mandarvi tutta la quantità che v'ò
promessa. Altro non v'ò che dire. Racomandami a Michele e alla
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Ricevuta addì 9 d'aprile 1545.


  [168] Così nell'autografo. Intendi: _altrettanta somma di danari_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (9 di maggio 1545).

CLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non credo che e' si possa tener danari in luogo nessuno a
guadagnio che non sia usura, se none stanno al danno come all'utile.
Quand'io vi scrissi che se voi volevi fare altro de' danari che io vi
mandavo, che vi paressi più sicuro, intendevo di comperare qualche cosa,
come quella terra di Nicolò della Buca o altro che vi paressi, e non
porre in su banco nessuno, che son tutti fallaci.

Ancora vi scrissi che avevo a ordine altrettanta danari,[169] e che
tutti voi mi scrivesti se volevi ch'i' gli mandassi ora o no, per non
avere ancora trovatone partito: però rispondete, e tanto farò.

Tu mi scrivi dell'uficio che ài avuto; io ti dico che tu se' giovane e
ài viste poche cose; io ti ricordo che l'andare inanzi, a Firenze è
peggio che tornare adietro.

A Giovan Simone di', che un comento di Dante d'un Luchese,[170] che c'è
di nuovo, non è molto lodato da ch'intende, e non è da farne stima;
nessuno altro ce n'è di nuovo che io sappi.

A Michele Guicciardini mi racomanda, e digli che io son sano, ma con
molta noia e tanta, ch'io non ò tempo da mangiare; però fa' mie scuse se
io non gli rispondo. Tu puoi leggergli questa, e fia il medesimo: e alla
Francesca di', che prieghi Iddio per me.

Ancora ti dico, quando ti fussi scritto niente per mio conto, non gli
credere se non v'è un verso di mia mano.[171]

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1545, a dì 13 di maggio: de' dì 9 detto.


  [169] Sta così nell'autografo. Ma vale l'osservazione fatta nella
  lettera precedente.

  [170] Alessandro Vellutello, il cui _Comento alla Divina Commedia_
  fu stampato la prima volta in Venezia dal Marcolini nel 1544.

  [171] La sottoscrizione manca.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (23 di maggio 1545).

CLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò dato oggi questo dì ventitre di maggio 1545 a' Covoni
in Roma scudi dugento d'oro in oro, che e' vi sieno pagati costà. Però
andate a' Capponi tu e Giovan Simone o Gismondo, come volete, e e' vi
saranno pagati, cioè vi saranno pagati scudi dugento d'oro in oro, come
ò dati qua: e così fate la quitanza, e mandatemi la copia.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Lionardo del Riccio date bene.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1545, addì 27 di magio: de' dì 23 detto ricevuta.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1545).

CLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi sabato passato che àrei avuto più caro dua
fiaschi di trebbiano, che otto camice che tu m'ài mandate. Ora t'aviso
come ò ricievuto una soma di trebbiano, cioè 44 fiaschi, de' quali n'ò
mandati sei al Papa e a altri amici, tanto che gli ò allogati quasi
tutti, perchè io none posso bere; e benchè io ti scrivessi così, non è
però che io voglia che tu mi mandi più una cosa che un'altra. A me basta
che tu sia uomo da bene, e che ti facci onore e a noi altri.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di luglio 1545).

CLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Del trebbiano io feci la ricevuta al vetturale che lo portò,
di quaranta cinque fiaschi, e scrissiti che tu non mi mandassi niente, e
così ti scrivo di nuovo, se io non te ne richieggo. Del trovare partito
de' danari, e' mi pare che Giovan Simone la 'ntenda meglio di te, perchè
nell'andare adagio si fa manco errori. Voi avete da vivere e non siate
cacciati; però bisognia aver pazienzia e far poco romore, acciò che e'
non vi sien tolti; e quando potrò, ve ne manderò degli altri insino al
numero promesso.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Addì.... del luglio 1545.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (31 di dicembre 1545).

CLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi che ài inteso di più case da comperare, in fra
le quali mi scrivi di quella che fu di Zanobi Buondelmonti, e questa mi
pare più onorevole che tutte l'altre; però mi pare da intendere l'ultimo
prezzo e se e' v'è sicurtà buona, tôrla; ma non ti fidare di Bernardo
Basso:[172] mostra di prestargli fede, ma non gli creder niente, perchè
è un gran fellone. Sì che fa d'esser savio, che bisognia, e massimo nel
comperare. Nel Quartier nostro in via Ghibellina, mi piacerebbe assai,
ma le vôlte[173] ogni verno s'empion d'aqqua: sì che pensa e cònsigliati
bene, e quando sarai resoluto co' mia frategli insieme, m'aviserai della
spesa e io tanto farò pagare costà quanto bisognierà.

Io ebbi circa un mese fa una lettera da messer Giovan Francesco con
un'altra inclusa che non conteneva niente; però fa' mie scusa se io non
risposi e racomandami a lui.

Quando scrivi, dirizza le lettere al Bettino, cioè a' Cavalcanti o a
Girolamo Ubaldini. Altro non acade. Racomandami a Michele e alla
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta addì 7 di gennaro: de l'ultimo di
    dicembre.


  [172] Bernardino di Piero Basso, scarpellino.

  [173] Le cantine.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 9 di gennaio 1546.

CLX.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Fiorenza._


Lionardo. — I' ò oggi questo dì nove di gennaro 1545, dato qui in Roma a
messer Luigi del Riccio scudi secento d'oro in oro, e' quali te li facci
pagare costì in Firenze, per finirvi il numero de' mille scudi
promessivi: però anderete a Piero di Gino Capponi e vi saranno pagati;
fàtene la quitanza per tanti pagàtine qua, come è detto.

E messer Luigi detto scriverrà qui disotto l'animo mio verso di voi,
perchè non mi sento bene e non posso più scrivere;[174] però sono
guarito[175] et no' harò più male, Iddio grazia: così lo prego: il
simile farai tu.

Io sono resoluto, oltre alli sopradetti danari, provedere costì a Giovan
Simone, Gismondo, et a te scudi tremila d'oro in oro, cioè scudi mille
per uno, ma a tutti insieme; con questo che si investischino in beni
stabili o in qualche altra cosa che vi porti utile, e che resti alla
casa. Però andate pensando di metterli in qualche cosa stabile et buona,
et quando havete qualcosa che vi paia a proposito, avisatemelo, che vi
farò la provisione de' danari. Et questa lettera fia comune a tutti a
tre voi. Et non mi occorrendo altro, mi vi raccomando. Iddio ec. ec.

  In Roma, il dì sopradetto.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma, addì.... del dì 9 detto, cioè de' dì 9 di
    gennaio, da Michelagnolo Buonarrotti.


  [174] Di qui scrive il Del Riccio. Però Michelangelo sottoscrive.

  [175] Michelangelo era stato gravissimamente malato, in modo che
  era venuta la nuova in Firenze della sua morte. Stette in casa
  degli Strozzi, ed il Del Riccio, loro ministro ed amico di
  Michelangelo, lo governò ed assistè con grandissima cura ed
  amorevolezza.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (16 di gennaio 1546).

CLXI.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Firenze._


[176]Lionardo carissimo. — Io ti scrissi sabato passato alli 9, et ti
rimissi scudi 600 da Piero Capponi per via di Luigi del Riccio, come
harai visto, che ne attendo risposta.

Ancora ti dissi come io mi ero resoluto provedere a Giovansimone,
Gismondo et a te scudi tremila, ogni volta trovassi da rinvestirli in
cosa buona e stabile da rimanere alla casa: che andrete cercando et
aviserete alla giornata.

Ora io intendo qui da uno mio amicissimo che e' si vendono li stabili di
Francesco Corboli, che abita a Vinezia et fallì più mesi sono; e quali
mi è detto, sono una casa antica posta costì nel quartiere di Santo
Spirito et certe possesioni tutte insieme con para sei di bovi et con
una buona casa o palazotto da oste poste a Monte Spertoli, che sarebbono
d'una spesa vel circa a questa. Però vorrei che Giovansimone e tu ve ne
informassi bene, intendendo quanto hanno di decima, di che bontà sono et
rendita, come sono in ordine e se vi è sopra lite o imbrogli et quello
vi pare vaglino: et di tutto mi date, quanto prima possete, risposta.

[177]Messer Luigi del Riccio, non mi sentendo io bene, m'à servito di
scrivervi di certe possessione che mi sono state messe qua per le mani,
come intenderete: però abbiate cura che cosa sono, e rispondete presto.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Luigi del Riccio._)

    Di grazia messer Piero Capponi fate dar súbito.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma a dì.... di gennaio ricevuta: de' dì 9 (_sic_)
    detto. Di messere Michelagnolo Buonarroti.


  [176] La lettera è scritta da messer Luigi del Riccio.

  [177] Di qui scrive Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di febbraio 1546).

CLXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu se' stato molto presto a darmi aviso delle possessione
de' Corboli: io non credetti che tu fussi ancora a Firenze. Che à' tu
paura che io non mi penta, come forse se' stato imburiassato? e io ti
dico che voglio andare adagio, perchè e' danari gli ò qua guadagniati
con quella fatica che non può sapere chi è nato calzato e vestito come
tu.

Circa all'esser venuto a Roma con tanta furia, io non so se tu venissi
così presto, quand'io fussi in miseria e che e' mi mancassi il pane:
basta che tu gitti via e' danari che tu non ài guadagniati. Tanta
gelosia ài di non perdere questa redità! e di' che gli era l'obrigo tuo
venirci per l'amore che mi porti: l'amore del tarlo! Se mi portassi
amore, m'àresti scritto adesso: _Michelagniolo, spendete i tremila scudi
costà per voi, perchè voi ci avete dato tanto, che ci basta: noi abbiam
più cara la vostra vita, che la vostra roba_.

Voi siate vissuti del mio già quaranta anni, nè mai ò avuto da voi, non
c'altro, una buona parola.

Vero è che l'anno passato fusti tanto predicato e ripreso, che per la
vergognia mi mandasti una soma di trebbiano; che non l'avessi anche
mandata!

Io non ti scrivo questo, perchè io non voglia comperare; io voglio
comperare per farmi una entrata per me, perchè non posso più lavorare;
ma voglio andare adagio, per non comperare qualche noia: sì che non abbi
fretta.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Quando costà ti fussi detto o chiesto niente da mia parte, se non vedi
un verso di mia mano, non credere a nessuno.

E' mille ducati overo scudi che io t'ò mandati, se tu consideri che fine
ànno le bottege o per via di cattivi ministri o d'altro, tu comprerrai
più presto la possessione, perchè è cosa più stabile. Pur consigliatevi
insieme e fate quello che meglio vi pare.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, da Roma. Ricevuta addì 11 di febraio: de' dì 6 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15 di febbraio 1546).

CLXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa al comperare o al porre in sur una bottega i danari
che io v'ò mandati, consigliatevene fra voi, e fate quello che voi
conoscete che sia il meglio, perchè io non me ne intendo.

Delle possessione de' Corboli n'ò un certo aviso che non mi piace, cioè
che e' v'è su un albitrio di venticinque scudi: quando fussi vero, non
mi mancherebbe altra noia, comperandole. E ancora m'è ditto, che certi
loro parenti ci ànno su qualche ragione.

Io non m'intendo di queste cose: però bisognia andare adagio e aprir ben
gli ochi, e quando si trovassi che le fussi cose sicure, per giusto
prezzo sarei per comperarle, se sono cose buone, e massimamente insieme
e ben confinate.

Però attèndivi e avisami quello che ne 'ntendi, e quello che è gudicato
che vaglino. Altro non ò che dire. Racomandami al Guicciardino e alla
Francesca.

Io ò bisognio di farmi una entrata, perchè quella che io ò avuta insino
a ora dal Papa, non possendo più lavorare, non è gusto che io la tenga:
e le dette possessione mi farebono parte di detta entrata: e più presto
per vostro amore mi par da comperare a Firenze che altrove o dette
possessione o altre.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta addì 20 di febraio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (6 di marzo 1546).

CLXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi che avete trovato da far certa compagnia con un
del Palagio e altri, e che io me ne informi. Io non conosco e non ò modo
nessuno da 'nformarmi di simil cosa; ma perchè oggi non c'è se non
fraude, e non si può fidar di persona, vi consiglio che andiate adagio,
e massimo non vi mancando il pane; e nell'andare adagio si scuopre di
molte cose, e massimo che chi apre una bottega d'un'arte che e' non vi
sia dentro valente, rovina presto: e non bisognia pensar di potersi più
rifare in questi tempi.

Delle terre de' Corboli, io n'ò vari avisi; e perchè io per la lunga
sperienza son sospettoso, io l'ò licenziate, acciò che in mia vechieza
io non entri in qualche briga, e dopo me vi lasci altri: però non vi
attender più.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1545, di Roma. Riceuta addì 11 di marzo: de' dì 6 detto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 29 d'aprile (1546).

CLXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — La casa della via de' Martegli non mi piace, perchè non mi
pare che sia strada da noi: quella dell'Arte della lana nella via de'
Servi, poi che v'è buon sodo, se è al proposito di stanze e d'altro,
pigliàtela: e avisatemi de' danari che vi mancano e io súbito ve gli
farò pagare. Ma abiate cura di non esser fatti fare; che questo romore
del volere comperare una casa non facci l'incanto artifizioso. A me
parrebbe di vederla, ciò è che voi la vedessi prima molto bene, e
informarsi della valuta: e quando vedessi che 'l prezzo non fussi gusto,
lasciarla a chi la vuole: perchè i danari non si truovon per le strade.
Pure, come ò detto, io vi manderò i danari che mancheranno, e dòvi
libera commessione di tôrla e non la tôrre, come a voi vi pare. Altro
non m'acade. Avisatemi quello avete fatto.

  A dì venti nove aprile.


Io non dico circa la compera che e' s'abbi a guardare in dieci scudi, ma
in una cosa disonesta.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (30 d'aprile 1546).

CLXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi le camice: dipoi intesi per un'altra tua d'una
entrata d'un mulino che si poteva comperare, e ultimamente mi scrivi
d'un'altra possessione presso a Firenze. El mulino non mi piaqque,
perchè non mi fido d'entrata in su l'aqqua, e anche questo di che mi
scrivi ora mi par troppo in su le porte. Quando si trovassi qualche cosa
discosto otto o dieci miglia, mi parrebbe più al proposito, ma non ci è
fretta. Però none far tanto romore. Altro non mi acade. Quand'io non
rispondo alle tua, pensa che io ò il capo a altro che a scrivere.
Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma. Riceuta a dì 4 di magio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di maggio 1546).

CLXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricevuto il contratto e parmi che stia bene; però
ringrazia messer Giovan Francesco, perchè m'à fatto piacer grande, e
prègalo che ringrazi Bernardo Bini e racomandami a lui. Altro non mi
acade; chè per l'ultima mia vi scrissi, cioè che voi facciate circa il
comperare quello che vi pare, pur che siate ben sodi e che non s'abbi a
piatire. In questa sarà una di messer Giovan Francesco: dà' e
racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 30 di magio: de' dì 26 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (5 di giugno 1546).

CLXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò fatto copiare la minuta della procura senza senza[178]
vederla altrimenti, e fo procuratore te e màndotela. Fàtela veder voi e
se la sta a vostro modo, mi basta: che io ò il capo a altro che a
procure: e non mi scriver più; chè ogni volta che io ò una tua lettera
mi vien la febbre, tanta fatica duro a leggierla! Io non so dove tu
t'abbi imparato a scrivere. Credo che se avessi a scrivere al maggiore
asino del mondo, scriveresti con più diligenzia. Però e' non m'agugniete
noie a quelle che io ò, che n'ò tante che mi bastano. La procura voi
l'avete a far vedere e studiare; e se nol farete, vostro danno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 9 di gugnio: de' dì 5 detto.


  [178] Sta così nell'autografo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 di settembre 1546).

CLXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu m'ài scritto una gran bibbia per picola cosa: che non è
altro che darmi noia. De' danari, de' danari[179] che mi scrivi quello
che n'avete a fare, consigliatevene tra voi e spendetegli in quello che
v'è più bisognio. Altro non m'acade, nè ò anche tempo da scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, a dì 9 di settembre: de' dì 4 detto.


  [179] Così si legge.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (13 di novembre 1546).

CLXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non t'ò scritto, poichè tu m'avisasti della pratica che
tu avevi circa al far bottega. Io ti dico, che tu non abbi fretta: e
quando tu indugiassi ancora uno anno, non credo che fussi mal nessuno,
avendo da vivere. Io ò pensato a questi dì, che e' sare' bene comperare
una casa costà onorevole di mille cinquecento scudi vel circa, o più se
più bisogniassi; perchè quella ove state, avendo tu a tôrre donna, non è
capace, e ancora perch'io son vechio, dar luogo a questi danari: sì che
cerca e avisa.

Ò ricevuto a questi dì una lettera della Francesca: vorrei che tu
andassi a dirgli che io farò quanto mi scrive, e che io, benchè non gli
scriva, non ò però dimenticato nè Michele nè lei; ma sono in troppe
ocupazione e non ò tempo da scrivere. Racomandami a Michele e a lei.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Datela bene Ser Olivieri.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1546. Riceuta addì 20 di novembre: de' dì 13 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 di dicembre 1546).

CLXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricevuto sedici marzolini, e quattro iuli pagato al
mulattiere. Tu debbi aver ricevuta la lettera che ti scrissi del
comperare una casa onorevole, e ora, mentre che scrivo, m'è stata
portata una tua della ricevuta di detta, dove mi di' che anderai a
vicitare Michele e la Francesca e farai l'ambasciata: e racomandami a
loro. Circa il comperare la casa, io vi raffermo il medesimo, cioè che
cerchiate di comperare una casa che sia onorevole, di mille cinquecento
o dumila scudi e che sia nel Quartier nostro,[180] se si può; e io,
súbito che àrete trovato cosa al proposito, farò pagare costà i danari.
Io dico questo, perchè una casa onorevole nella città fa onore assai,
perchè si vede più che non fanno le possessione, e perchè noi siàn pure
cittadini discesi di nobilissima stirpe. Mi son sempre ingegniato di
risucitar la casa nostra, ma non ò avuto frategli da ciò. Però
ingegniatevi di fare quello che io vi scrivo, e che Gismondo torni
abitare in Firenze, acciò che con tanta mia vergognia non si dica più
qua, che io ò un fratello che a Settigniano va dietro a' buoi: e quando
àrete compera la casa, ancora si comperrà dell'altre cose.

Un dì che io abi tempo, v'aviserò dell'origine nostra e donde venimo e
quando a Firenze,[181] che forse nol sapete voi; però non si vuol tôrsi
quello che Dio ci à dato.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Messer Giovanni Olivieri di grazia fàtela dare.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 11 di dicembre: del dì 4 detto.


  [180] Ossia nel Quartiere di Santa Croce.

  [181] Da queste parole s'intende che Michelangelo credeva che
  veramente l'origine della sua famiglia fosse da' Conti di Canossa.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di dicembre 1546).

CLXXII.[182]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — E' mi venne alle mani circa un anno fa un libro scritto a
mano di cronache fiorentine, dove trovai circa dugento anni fa, se ben
mi ricordo, un Buonarroto Simoni più volte de' Signori, dipoi un Simone
Buonarroti, dipoi un Michele di Buonarroto Simoni, dipoi un Francesco
Buonarroti. Non vi trovai Lionardo, che fu de' Signori, padre di
Lodovico nostro padre, perchè non veniva tanto in qua. Però a me pare
che tu ti scriva _Lionardo di Buonarroto Buonarroti Simoni_. Del resto
della risposta alla tua non acade, perchè non ài ancora inteso niente
della cosa ti scrissi, nè della casa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [182] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 737.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (22 di gennaio 1547).

CLXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua come ài messo un mezano overo sensale per
conto della casa de' Buondelmonti, e come intendi che la spesa è 2400
scudi. Di così mi scrivesti per l'altra. Parmi un gran numero di danari,
e non credo se cercon di vendere, che in questi tempi gli truovino di
contanti, come farei io. Però tu anderai intendendo e avisera'mi, e in
questo mezo potrai cercare d'altro; e come ti scrissi nel Quartier
nostro mi piacerebbe; ma l'empiersi le vôlte d'acqua, non mi pare di
poca importanza. Circa il cominciare a mandare costà danari, vorrei
mandargli per la via usata, come a tempo di messer Luigi,[183] cioè che
e' vi fussino pagati costà da' Capponi, e sapere a chi io gli ò a dare
qua; però se lo puoi intendere da' detti Capponi, avisa, perchè
comincierò[184] a poco a poco i danari per detta casa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_D'altra mano._)

    Ser Olivieri date súbito ch'è di amico e importa.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 27 di gennaio: de' dì 22 detto.


  [183] Del Riccio, morto sul finire del 1546.

  [184] Mancano le parole: _a mandare_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di febbraio 1547.

CLXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò portato oggi adì 11 di febbraio 1546 scudi cinquecento
d'oro in oro a messer Bindo Altoviti, che tanti ne facci pagar costà; e
così vi saranno pagati da' Capponi. Però in questa sarà la lettera del
cambio. Andrete tu e Gismondo per essi, e fate la ricievuta che stia
bene; cioè che tanti n'ò dati qua di contanti: e màndami la copia: e
quando mi scrivi, adirizza le lettere a messere Girolamo Ubaldini: e se
tenete danari in casa, l'una mana non si fidi de l'altra, perchè è
grandissimo pericolo. Circa il comperare la casa, non andate dietro a
chi non vuol vendere, perchè non vagliono manco i danari che le case: se
non quella, un'altra.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 17 di febraio: de' dì 11 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di marzo 1547.

CLXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua come ài ricievuti i cinquecento
scudi che ti mandai, e la copia della quitanza: e stamani a dì cinque di
marzo 1546 ò portati a messer Bindo Altoviti altri cinquecento scudi
d'oro in oro, che te gli facci medesimamente pagare costà da' Capponi o
a te o a Gismondo o amendua voi: e in questa sarà la lettera del cambio.
Però anderete per essi: e fa' la quitanza che stia bene e màndami la
copia: e quando àrete comperata la casa, vi manderò quello che mancherà,
secondo che m'aviserete. Quello ch'i' fo, è solo perchè avendo tu a tôr
donna, la casa ove state non mi pare al proposito. A questo lascierò
pensare a te e a' mia frategli; però quando sia vòlto a simil cosa,
fàmelo intendere e dove, acciò possa dire il parer mio: e credo sare'
bene, perchè morendo senza reda, ogni cosa ne va allo Spedale. Altro non
m'acade. Racomandami al prete.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1546, di Roma, addì 10 di marzo: de' dì 5 detto riceuta.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di marzo 1547).

CLXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuto la quitanza degli scudi che avete ricevuti da'
Capponi per quegli che contai qui agli Altoviti, e sòmi maravigliato che
Gismondo nè per questi ultimi nè pe' primi sie venuto teco per essi,
perchè ciò che io mando,[185] non manco per loro che per te; e tu mi
scrivi che mi ringrazi del bene che io ti fo, e à'mi a scrivere: _noi vi
ringraziamo del bene che voi ci fate_. Con quelle medesime condizione
che io ti scrissi, quando ti mandai i danari per porre in sur una
bottega, t'ò mandato questi, ciò è che tu non faccia niente senza il
consenso de' mia frategli. Circa il comperare casa, io te l'ò scritto,
perchè quando ti paia di tôr donna, come mi par necessario, la casa ove
state non è capace del bisognio, e non trovando voi da comperare cosa al
proposito, penso dove siate in via Ghibellina vi potessi allargare, ciò
è finire i becategli della casa insino in sul canto e rivoltargli per
l'altra strada, comperando la casetta che v'è sotto, se fussi abastanza.
Pure quando troviate da fare una compera sicura e onorevole, mi pare che
sarà meglio; e io vi manderò quello che mancherà. Circa il tôr donna,
qua me n'è stato parlato da più persone; qual m'è piaciuta e qual no.
Stimo che ancora ne sia stato parlato a te. Però se se' vòlto a ciò,
avisami; e se ài fantasia più a una che a un'altra: e io ti dirò il
parer mio. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [185] Manca una parola; forse, _mando_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — L'apportatore di questa sarà uno scarpellino da Settigniano
che à nome Iacopo, il quale dice che vuole vendere certe terre vicine a
noi, luogo detto Fraschetta. Però dillo a Gismondo, e vedete che cose
sono; e quando sia bene il comperarle e che e' vi sia buon sodo, che e'
non si comperi un piato, avisatemi, e della spesa; e quando non sia
molto grande, vi manderò i danari. Circa della compera della casa, non
credo che abiate poi fatto altro. Di quell'altra cosa[186] te n'ài a
contentar tu: basta a me che tu me n'avisi prima. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [186] Intendi: _del tôrre moglie_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò inteso per le vostre, del podere del Fraschetta: basta,
non bisognia più pensarvi. Tu mi scrivi che la casa della via de' Servi
s'è venduta allo incanto e che la non era a ogni modo al proposito: e
pur par che vi fussi piaciuta prima, secondo mi scrivesti; ma se è
venduta, sia pel meglio. Di quella di Giovanni Corsi, di che ora mi
scrivi, intendo di quella che è in sul canto della piazza di Santa
Croce, riscontro la casa degli Orlandini, la quale a me piace, se piace
a voi: ma dubiterei forte del sodo quando si vendessi: però vendendosi e
facendo noi disegnio di comperarla, bisognia aprir ben gli ochi. Se è in
vendita, avisatemi di quel se ne domanda. Io so che è casa antica, e
credo che dentro sia molto mal composta. Ò ricievuto una soma di
trebbiano, manco sei fiaschi, di quaranta quattro; tre rotti e tre n'è
restati a la dogana, e dieci n'ò mandati al Papa. Dio voglia che e'
riesca buono. Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino, a la
Francesca e a messer Giovan Francesco.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di settembre 1547).

CLXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Stasera al tardi ò una tua lettera, e ò poco tempo da
scrivere. Circa la casa de' Corsi, mi fu detto l'altra volta che me ne
scrivesti, che v'era un vicino rico che era per tôrla, e non la
togliendo, dubito non sia cosa pericolosa: però aprite gli ochi, che non
comperiate qualche piato. Del resto se vi piace, per gusto prezzo
pigliatela, se la potete avere. Circa la limosina a me basta esser certo
che l'abiate fatta, e basta aver la ricievuta dal Munistero, e di me non
avete a far menzione nessuna. Del bambino del Guicciardino n'ò avuto
quella passione che se fussi mio figliuolo: confortagli a pazienzia e
racomandami a loro. A messer Giovan Francesco mi racomanda e ringrazialo
e digli, che s'io non fo verso di lui il debito, che m'abi per iscusato,
perchè sono in troppe noie e massimo ora che ò perduto il porto,[187]
resto a vivere in su' danari sechi.[188] Idio ci aiuti. Altro non mi
acade. Di' a messer Giovan Francesco che mi racomandi al
Bugiardino,[189] se è vivo.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [187] Il porto del Po a Piacenza era stato concesso a Michelangelo
  da Paolo III con Breve del dì 1º di settembre 1535, affinchè colla
  sua entrata, che si stimava di 600 ducati all'anno, potesse
  essergli assicurata la metà della pensione vitalizia di 1200
  ducati, assegnata a lui da papa Clemente VII. Di questa entrata
  però non potè Michelangelo conseguire il formale possesso prima
  del maggio 1538. E perchè egli, per dimorare in Roma, non poteva
  riscuotere i proventi di quel porto, avevalo dato in affitto a
  Francesco di Giovanni Durante da Piacenza. Ma Michelangelo non
  godè quel possesso senza contrasti e litigi: e prima per parte
  della signora Beatrice Trivulzio, la quale, pretendendo diritti
  sul fiume, vi aveva aperto un nuovo passo, e ne riscuoteva il
  pedaggio, con non piccolo scapito di Michelangelo; e ci volle
  tutta l'autorità della Camera Apostolica, perchè fosse tolto di
  mezzo questo inconveniente. Venne dipoi il Comune di Piacenza, che
  desiderava di assegnare in benefizio del proprio Studio pubblico i
  frutti del porto; ed in ultimo si presentarono i fratelli
  Baldassarre e Niccolò della Pusterla, i quali affermavano avervi
  diritto per concessione imperiale; e ne mossero lite, che andò
  assai in lungo con grande noia e sdegno di Michelangelo; sebbene
  Pier Luigi Farnese duca di Parma procurasse di quietarlo con buone
  promesse. Ma dopo la morte violenta di quel Duca, e la conseguente
  caduta di Piacenza nelle mani di Carlo V, la Camera Imperiale
  prese per suo il porto del Po, e così Michelangelo restò privato
  per sempre di quel contrastato provento. Intorno a questo fatto,
  vedi Amadio Ronchini; _Michelangelo e il Porto del Po a Piacenza_:
  negli ATTI E MEMORIE DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE
  PROVINCIE MODENESI E PARMENSI.

  [188] Cioè, _consumando il capitale senza frutto, per non
  esercitarlo_.

  [189] Giuliano, pittore. Morì d'anni 79, a' 17 di febbraio 1554.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa la casa de' Corsi, tu mi scrivi che la vendita non
sarà così presta per rispetto dell'avervi a murare, e che per ora ti
parrebe d'atendere alla bottega, e che ài trovato uno da far compagnia
seco. A me pare, che se la detta casa à il guscio delle mura di fuori
sano, e che e' vi sia buon sodo, che la si debba tôrre, per dar luogo a
que' danari. El di dentro si può poi aconciare a poco a poco. Dipoi
comperata detta casa, ti resta tanto che tu potrai bene acompagniarti a
bottega, benchè non mi par che sien tempi da mettere danari in aria: e
non truovo che a Firenze sien durate le famiglie, se non per forza di
cose stabile: però cònsigliati meglio: e ciò che farete, farete per voi.
Circa la limosina, mi pare che tu la stracuri troppo: se tu non dài del
mio per l'anima di tuo padre, manco daresti del tuo. A messer Giovan
Francesco racomandami e ringrazialo e digli che circa al darti donna,
che io aspetto un amico mio che non è in Roma, che mi vuol mettere
inanzi tre o quatro cose: e io ve n'aviserò; e vedrem se vi sarà cosa
per noi.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per quel ch'io intendo per l'ultima tua della casa de'
Corsi, a me pare che vi sia poco del buono e assai del cattivo: e queste
case vechie, se non se n'à un gran mercato, mi par che non s'abino a
tôrre; perchè come si comincia a volerle rassettare, si truova tuttavia
più cattiva materia, in modo che sare' meglio farne una tutta di nuovo:
e ancora mi dispiace, per non esser casa sana per rispetto de l'umidezza
del terreno. Penso che peggio sia la vôlta; di che non mi scrivi niente,
e secondo mi scrivi, solo il sodo è cosa buona. Del prezzo tu mi di'
mille secento fiorini: io non intendo che fiorini; ma come si sieno, io
credo che vi si spendere' più che la non si comperassi a restaurarla.
Nondimeno sendo in luogo onorevole, io non vi dico però resolutamente
che voi non la togliate, e massimo se v'è buon sodo, come mi scrivi.
Però consigliatevi bene, e quello che farete, riputerò che sia sempre il
meglio; perchè tener danari è cosa pericolosa. Altro non m'acade, se non
che quand'e' pur siate vòlti al tôrla, fatela ben vedere e tirate il
prezzo basso il più che potete.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi circa il tôr donna: che t'avisai di tre che
m'era stato parlato qua, l'una è una figluola d'Alamanno de' Medici,
l'altra figluola di Domenico Gugni, e l'altra figluola di Cherubin
Fortini. Io none conosco nessuno di questi: però non te ne posso dir nè
ben nè male, nè consigliarti più dell'una che dell'altra. Però se
Michele Guicciardini volessi durarci un poco di fatica, potrebbe
intender che cose sono e darcene aviso; e così se avessi notizia
d'altro. Però prièganelo da mia parte e racomandami a lui. Circa il
comperar casa, a me pare che innanzi al tôr donna sia cosa necessaria,
perchè quella dove state so che non è capace. Però quando me ne scrivi,
fa' ch'i' possa intendere le lette[190] se vuoi ch'i' ti risponda del
parer mio. Messer Giovan Francesco ancora circa a questi casi potrebbe
dar qualche buon consiglio, perchè è pratico e vechio: racomandami a
lui. Ma sopra tutto bisognia il consiglio di Dio, perchè è gran partito:
e ricòrdoti ancora che dalla moglie al marito almen vuole esser sempre
dieci anni di differenzia, e aver cura che oltre alla bontà sia sana.
Altro non ò che dire.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [190] Così dice per svista, invece di _lettere_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricievuti quattordici marzolini, e dicoti quello che
altre volte t'ò scritto, che non mi mandi niente, se io non te lo fo
intendere.

Circa la casa de' Corsi i' dubito che 'l mostrare che altri la voglia
non sia per farti saltare. A me pare che detta casa, sendo dentro come
è, che l'oferta che ài fatta stia bene: però statevi un poco a vedere.

Circa l'altra casa che tu di' verso il canto agli Alberti, mi par troppa
spesa a la grandezza e al non essere anche finita: pure io dico che non
posso far giudicio delle cose che io ne son sì lontano; e così ti
rispondo ancora del far bottega; che la non è mia professione e non te
ne so parlare. Il bene e 'l male che voi farete, à esser vostro.

Io ti scrissi circa il tôr donna di tre, di che m'è stato parlato qua:
non ti consiglio di nessuna, perchè non ò notizia de' cittadini
fiorentini. El Guicciardino in simil casi ti potrà aiutare. Racomandami
a lui e a la Francesca.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma,    (1547).

CLXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò la ricevuta della limosina, che mi piace. Circa la casa
de' Corsi se e' v'è vicini che la voglino, lasciala lor pigliare, e di'
che tu non vuoi dar noia a persona, e statti a vedere e aspetta
d'esserne pregato. A messer Giovan Francesco racomandami e ringrazialo
da mia parte, perchè gli son molto obrigato; e digli che quell'uomo da
bene che gli rispose che io non ero uomo di Stato, non può esser se non
gentile e discreto, perchè disse il vero: che tal pensiero mi dessino le
cose di Roma, che quelle degli Stati!

D'un'altra casa che tu mi scrivi, la lettera per non la potere
intendere, non ti posso anche rispondere: io non ò mai lettera da te che
non mi venga la febre inanzi che io la possi leggiere: io non so dove tu
t'ài imparato a scrivere. Poco amore!

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di luglio 1547).

CLXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io intendo per l'ultima tua circa il comperar della casa,
come Giovanni Corsi è morto, e come non sai che se ne faranno le rede
della casa sua; e ancora mi scrivi che credi che quella di Zanobi
Buondelmonti si venderà: e a me non piacere' manco che quella de' Corsi;
ma qual si possa aver de l'una delle dua, a me pare che la si debba
pigliare e non guardare in cento scudi, pur che con ogni diligenzia si
cerchi buon sodo: e questo mi par da far più presto che si può, perchè
avendo o volendo tu tôr donna, per ogni rispetto fa più per te tôrla,
mentre son vivo, che dopo la morte mia. Io per finire di mandarvi i
danari, che io stimo che possa mancare a la valuta d'una di dette case,
comincierò forse di quest'altra settimana a mandarvi qualche scudo; e
perchè nella tua mi mandi una lettera di qualche limosina, darai di quel
che vi manderò a quella donna quello che ti parrà. Altro non m'acade.
Racomandami al Guicciardino e a la Francesca. A messer Giovan Francesco
ancora mi racomanda e fa' mie scusa, che se non fo il debito mio, è che
io sono in troppo afanno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


[191]Vorrei che per mezzo di messer Giovan Francesco tu avessi l'altezza
della cupola di Santa Maria del Fiore, da dove comincia la lanterna
insino in terra, e poi l'altezza di tutta la lanterna, e màndassimela: e
màndami segniato in su la lettera un terzo del braccio fiorentino.


  [191] Questo che segue è pubblicato dal Grimm, Op. cit., pag. 739.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 6 d'agosto 1547.

CLXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io mando cinque cento cinquanta scudi d'oro in oro, che così
ò conti qui a messer Bartolomeo Bettini. Tu ài andare per essi a'
Salviati, come dice la poliza che sarà in questa. Farete la quitanza che
stia bene, ciò è per tanti che n'à ricievuti qui di contanti detto
messer Bartolomeo in Roma; e màndamene la copia. I detti cinque cento
scudi io ve gli mando per conto di quegli che mancheranno a mille che vi
mandai per la compera della casa; e di quello che ancora mancherà per
detta compera, ve gli manderò quando me n'aviserete. De' cinquanta scudi
dànne quattro o sei a quella donna, di chi mi mandasti una lettera per
la ultima tua, se ti pare; del resto, per insino in cinquanta, quando mi
manderai la ricevuta, io t'aviserò quello voglio che se ne facci. A dì
sei d'agosto 1547.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    d'agosto 1547).

CLXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua la ricievuta de' cinque cento cinquanta
scudi d'oro in oro, com'io contai qua al Bettino. Tu mi scrivi che ne
darai quattro a quella donna per l'amor de Dio: che mi piace: el resto
per insino in cinquanta ancora voglio che si dieno per l'amore di Dio,
parte per l'anima di Buonarroto tuo padre e parte per la mia. Però vedi
d'intendere di qualche cittadino bisognioso che abbi fanciulle o da
maritare o da mettere in munistero, e dàgniene, ma secretamente, e abi
cura di non essere gabbato, e fàttene far ricievuta e màndamela, perchè
io parlo de' cittadini e che io so che a' bisogni si vergogniono andare
mendicando. Circa il tôr moglie, io ti dico che non ti posso dare[192]
più una che un'altra, perchè è tanto che io non fui costà, che io non
posso sapere in che condizione vi sieno i cittadini: però bisognia vi
pensiate da voi: e quando àrete trovato cosa che vi piacia, àrò ben caro
averne aviso.

Tu mi mandasti un braccio d'ottone, come se io fussi muratore o
legnaiuolo che l'abbi a portare meco. Mi vergogniai d'averlo in casa e
dèttilo via.

La Francesca mi scrive che non è ben sana e che à quattro figluoli e che
è in molti afanni del none esser ben sana. Me ne sa male assai:
dell'altre cose, io non credo che gli manchi niente. Circa gli afanni,
io credo averne molti più di lei e òvi aggunto la vechiezza e non ò
tempo da intrattenere parenti: però confortala a pazienzia da mia parte
e racomandami al Guicciardino.

De' danari che io v'ò mandati, vi consiglio a spendergli in qualche cosa
buona o possessione o altro, perchè è gran pericolo a tenergli, e
massimo oggi. Però fate di dormire con gli ochi aperti.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [192] Forse, _dire_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (17 di dicembre 1547).

CLXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua d'un piato che n'è stato mosso di certe
terre a Settigniano, e che io vi mandi una procura che voi possiate
difenderle. La procura sarà in questa, e credo che bisogni che io vi
mandi un libro di contratti che io feci fare in forma propia a ser
Giovanni da Romena, che mi costò diciotto ducati; dove non può essere
che e' non vi sia il contratto di dette terre; e con esso libro manderò
più contratti e retificagione e altre scritture che importano ciò ch'io
ò al mondo. Però vorrei che tu trovassi un vetturale fidato, e che tu lo
mandassi a me quando viene a Roma; e io gli darò un fardello delle dette
scritture, il qual sarà circa venti libre; e vorrei che tu facessi seco
patti e non guardassi in un mezzo scudo, acciò che te le porti a
salvamento: e digli che quando porterà la tua lettera della ricievuta,
che ancora io gli donerò qualche cosa. Della bottega, el Guicciardino mi
scrive che tu l'ài pregato ch'egli entri a compagnia; e tu mi scrivi che
se' stato pregato: sie come si vuole, pur che facciate cose chiare,
perchè siàn poveri d'amici e parenti, e non c'è il modo a combattere.
Del nome della casa io vi metterei quel _Simone_ a ogni modo,[193] e se
è troppo lungo, chi nol può leggere, lo lasci stare.[194]


  [193] Parla del suo cognome, il quale voleva si dicesse de'
  _Buonarroti Simoni_, per essere stati nella sua famiglia parecchi
  individui col nome di Simone e di Buonarroto, sebbene egli si
  sottoscriva sempre _Buonarroti_.

  [194] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 24 di dicembre 1547.

CLXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi che siate stati citati per conto del Monte che
sta per sodo del podere che io comperai da Pier Tedaldi, che ne voglion
comperare terre che stien pure pel medesimo sodo, e che voi non potete
consentire a questo senza mia licenzia. Io vi do licenzia che voi
facciate tanto quanto vi pare che sia bene, quant'e' farei io se fussi
costà. Della settimana passata ti mandai la procura che mi chiedesti, e
scrissiti che tu trovassi un vetturale fidato, e che quando e' venissi a
Roma, tu lo mandassi a me con una tua lettera, perchè gli voglio dare
uno fardelletto di scritture che sarà circa venti libre, nel quale sarà
un libro di contratti che feci fare a ser Giovanni da Romena, con altri
contratti e scritture di grandissima importanza. Però fa' il mercato
costà col vetturale e non guardare in un mezzo scudo e pagera'lo costà,
acciò che lo porti più fedelmente. Altro non m'acade. A dì venti quattro
di dicembre 1547.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (6 di gennaio 1548).

CXC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Egli è stato oggi a me con una tua lettera uno che dice che
è figliuolo di Lorenzo del Cione vetturale, per il fardello de'
contratti che io scrissi di mandarti. Io non lo conosco, ma credendo che
e' sia quello che tu mi mandi per essi, gniene do, e pure con sospetto,
perchè è cosa che 'mporta assai. Alla ricievuta mi scriverrai per il
medesimo e io gli donerò qualche cosa, come ti scrissi. Io l'ò messo in
una scatola e rinvóltola bene doppiamente in panno incerato, in modo è
ammagliato, in modo che l'aqqua non gli può far danno. Altro non ò che
dire. A dì non so, ma oggi è Befania.

Nel libro de' contratti v'è una lettera del conte Alessandro da
Canossa,[195] che io ò trovato in casa a questi dì; il quale mi venne
già a visitare a Roma come parente. Àbine cura.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [195] La lettera è scritta da Bianello de le quattro Castella il
  dì 8 d'ottobre 1520. In essa dice il Conte, che ricercando nelle
  cose antiche di sua casa aveva trovato un messer Simone da Canossa
  essere stato nel 1250 Potestà di Firenze. Da questo messer Simone
  si pretendeva aver avuto principio in Firenze i Buonarroti Simoni.
  Pare che Michelangelo credesse a questa sua parentela coi Conti di
  Canossa, e il Condivi, che si sa avere scritto la _Vita del
  Buonarroti_, secondo le informazioni avute in gran parte da lui,
  racconta la stessa cosa; come pure il Vasari, sebbene
  dubitativamente, il Borghini nel suo _Riposo_, il Varchi
  nell'_Orazione funebre_, il Mazzucchelli negli _Scrittori
  italiani_, ed il Litta nella _Famiglia Buonarroti_, seguitando
  semplicemente la tradizione. Ma la vanità di questa credenza, e
  come essa contraddica alla verità storica, è stata ultimamente
  mostrata con buone ragioni ed argomenti dal marchese Giuseppe
  Campori nel suo _Catalogo degli Artisti italiani e stranieri negli
  Stati Estensi_. Modena, 1855, in-8º.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (16 di gennaio 1548).

CXCI.[196]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per l'ultima tua la morte di Giovansimone.[197] N'ò
avuto grandissima passione, perchè speravo, benchè io sia vechio,
vederlo inanzi ch'e' morissi, e inanzi che morissi io: è piaciuto così a
Dio: pazienzia! Àrei caro intendere particularmente che morte à fatta, e
se è morto confessato e comunicato con tutte le cose ordinate dalla
Chiesa; perchè quando l'abbia avute, e che io il sappi, n'àrò manco
passione.

Circa le scritture e' libro de' contratti che io ti scrissi che tu
mandassi il mulattiere per essi, io le dètti a quello che venne con la
tua lettera, e fu el dì di Befania, se ben mi ricordo, che credo che
sieno oggi dieci dì; e dèttigniene in una scatola grande rinvolta in
panno incerato, amagliata e bene aconcia: però cerca d'averla e avisami
della ricievuta, perchè importa assai. Altro non ti posso dir per
questa, perchè ò ricievuta la lettera tardi e non ò tempo da scrivere.
Racomandami al Guicciardino e a la Francesca e a messer Giovanfrancesco.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [196] La prima parte di questa lettera è pubblicata dal Grimm, Op.
  cit., pag. 731.

  [197] Morì a' 9 di gennaio del 1548, e fu sepolto nell'avello
  gentilizio in Santa Croce.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di gennaio 1548).

CXCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua la ricievuta della scatola co' libro de'
contratti, e come a tempo: e così pensavo che bisogniassi. Della casa
de' Corsi mi pare da stare a vedere più che si può, per non essere fatto
saltare. Della compagnia non acade che mi mandi copia, perchè non me ne
intendo. Se tu farai bene, tu farai per te.

Circa la morte di Giovansimone, di che mi scrivi, tu la passi molto
leggiermente, perchè non mi dài aviso più particolare d'ogni cosa e di
quello che gli à lasciato. Io ti ricordo che gli era mio fratello, e
come e' si fussi, e' non è che non mi dolga, e voglia che e' si facci
del bene per l'anima sua, com'io ò fatto per l'anima di tuo padre: sì
che guarda a non essere ingrato di quello ch'è stato fatto per te, che
non avevi nulla al mondo. Mi meraviglio di Gismondo che non me n'abbi
scritto niente, perchè toca a lui come a me; e a te toca quello che noi
vogliàno e non più niente.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    del febbraio 1548).

CXCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Poi che ultimamente io t'ebbi scritto, trovai una lettera in
casa, dove m'avisi di tutto quello che s'è trovato di Giovansimone.
Dipoi n'ò un'altra che m'avisa particularmente della morte che à fatta:
di quello che è restato del suo, me ne potevi dare aviso per la prima,
che io non l'avessi a sapere da altri prima che da te, com'io n'ebbi:
però n'ebbi sdegnio grandissimo. Della morte, mi scrivi, che se bene non
à avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, che pure à avuto buona
contrizione: e questa per la salute basta, se così è. Di quello che à
lasciato, secondo la ragione n'è reda Gismondo, non avendo fatto
testamento: e di questo io vi dico che voi ne facciate quel bene che voi
potete per l'anima sua, e non abbiate rispetto a' danari, perchè io non
vi mancherò di quello che farete. Circa e' contratti e le scritture che
io vi mandai, riguardatele con diligenzia, perchè ancora potrebbero
bisogniare. Della casa de' Corsi a me pare che tu stia in su l'oferta
che tu ài fatta, perchè se la vorranno vendere, sendo come m'ài scritto,
non credo che ne truovi più ne' tempi che siàno. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (23 di febbraio 1548).

CXCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi come avevo dipoi ricievuto una tua di tutto
quello che aveva lasciato Giovansimone, e di tutto, secondo la ragione,
n'à a essere reda Gismondo; e così gli fate quel bene a l'anima che
potete, e io ancora non mancherò. Per tôr moglie, io t'avisai di tre, di
che m'era stato parlato qua; no' me n'ài risposto niente: a te sta il
tôrla o non la tôrre, o più una che un'altra, pur che sia nobile e bene
allevata, e più presto senza dota che con assai dota, per poter vivere
in pace. Altro no' mi acade. Ringrazia la Francesca e confòrtala a
pazienzia, e racomandami a Michele e a lei.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    del marzo 1548).

CXCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò caro che tu m'abbi avisato del bando,[198] perchè se mi
sono guardato insino a ora del parlare e praticare con fuorusciti, mi
guarderò molto più per l'avenire. Circa l'essere stato amalato in casa
gli Strozzi,[199] io non tengo d'essere stato in casa loro, ma in camera
di messer Luigi del Riccio, il quale era molto mio amico, e poi che morì
Bartolomeo Angelini, non ò trovato uomo per fare le mia faciende meglio
di lui, nè più fedelmente; e poi che morì, in detta casa non ò più
praticato, come ne può far testimonanzia tutta Roma, e di che sorte sia
la vita mia, perchè sto sempre solo, vo poco attorno e non parlo a
persona e massimo di Fiorentini; e s'io son salutato per la via, non
posso fare ch'i' non risponda con buone parole; e passo via: e se io
avessi notizia quali sono e' fuoriusciti, io non risponderei in modo
nessuno: e come ò detto, da qui inanzi mi guarderò molto bene, e massimo
che io ò tanti altri pensieri, che io ò fatica di vivere.

Circa il far bottega, fate quello che a voi par di far bene, perchè non
è mia professione e none posso dar buon consiglio; solo vi dico questo,
che se voi mandate male i danari che avete, che voi non siate più per
rifarvi.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [198] Pare che accenni alla crudele legge mandata fuori dal duca
  Cosimo l'undici di marzo del 1548 contro i cospiratori, i ribelli
  e i discendenti loro: la quale legge per essere stata compilata,
  secondo gl'intendimenti del Duca, da Jacopo Polverini da Prato,
  auditore fiscale, fu chiamata _La Polverina_.

  [199] Michelangelo, quando nel luglio del 1544 fu gravemente
  ammalato, stette in casa degli Strozzi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'aprile 1548.

CXCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non ò risposto prima a l'ultima tua, perchè non ò potuto.
Circa al tôr donna, tu di' che ti par da lasciar passare questa state:
se a te pare, pare ancora a me. Dell'andare a Loreto dell'andare a
Loreto[200] per tuo padre, se e' fu boto, mi pare da sodisfarlo a ogni
modo; se gli è per bene che tu voglia far per l'anima sua, io darei più
presto quello che tu spenderesti per la via, costà per l'amor di Dio,
per lui, che fare altrimenti: perchè portar danari a' preti, Dio sa quel
che ne fanno; e ancora il perder tempo, facendo bottega, non mi pare a
proposito. Però e' ti bisognia, se tu ne vuoi far bene, stare in
grandissima servitù, e por da canto i pensieri della giovanezza. Altro
non m'acade. Circa la casa de' Corsi, vorre' sapere se ma' poi te n'è
stato parlato. Racomandami al prete, al Guicciardino e a la Francesca.

  A dì 7 d'aprile 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 11 d'aprile: de' dì 7 detto.


  [200] Ripetuto così nell'autografo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 d'aprile 1548.

CXCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò con una tua la copia della scritta della Compagnia
dell'arte della lana che avete fatta. Non acadeva, perchè non me ne
intendo. Credo che l'abbiate considerata bene e che la stia bene: e così
piaccia a Dio. Della cosa che mi scrivi da Santa Caterina, fate quello
che pare a voi, pur che facciate cose chiare, che e' non s'abbi a
combattere. Della casa de' Tornabuoni, è vero che è fuor del nostro
Quartiere, pure il prezzo e l'esser sicuro potrebbe aconciare ogni cosa:
però àvisamene. Altro non m'acade. Vorrei che mi mandassi la mia
natività,[201] come mi mandasti un'altra volta, appunto come sta in su
libro di nostro padre, perchè l'ò perduta. Adì 14 d'aprile 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 19 d'aprile: de' dì 14 detto.


  [201] Tra le carte dell'Archivio Buonarroti è una copia del tempo
  di Michelangelo della sua natività, cavata dalle _Ricordanze_ di
  Lodovico suo padre. Noi la riferiamo nella medesima forma sua,
  parendoci documento di qualche importanza:

  «Ricordo come ogi questo dì 6 di marzo 1474 mi nacque uno fanciulo
  mastio: posigli nome Michelagnolo; et nacque in lunedì matina
  innanzi di 4 o 5 ore, et nacquemi, essendo io potestà di Caprese,
  et a Caprese nacque e compari furno questi di sotto nominati.
  Battezossi addì 8 detto nella chiesa di S.to Giovanni di Caprese.
  Questi sono e' compari.

  »Don Daniello di Ser Bonaguida da Firenze, rettore di Santo
  Giovanni di Caprese.

  »Don Andrea di.... da Poppi, rettore della Badia di Diariano
  (_Larniano?_).

  »Giovanni di Nanni da Caprese.

  »Jacopo di Francesco da Casurio.

  »Marco di Giorgio da Caprese.

  »Giovanni di Biaggio da Caprese.

  »Andrea di Biaggio da Caprese.

  »Francesco di Jacopo del Anduino da Caprese.

  »Ser Bartolomeo di Santi del Lanse, nottaro.»

  Nota che addì 6 di marzo 1474 è alla Fiorentina _ab incarnatione_,
  et alla Romana _ab nativitate_ è 1475.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (28 d'aprile 1548).

CXCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io rifiuto la redità di Giovansimone, e in questa ne sarà il
contratto. Circa la casa della via de' Servi, o d'altra, io vi do
licenzia che voi facciate tutto quello che vi pare il meglio e a posta
vostra, purchè abiate buone sicurtà e togliate cosa onorevole e non
guardate in danari. A messer Giovan Francesco mi racomanda e digli, che
poi che e' mi s'è offerto di far fare a Bernardo Bini quella fede che io
gli ò chiesta, per via di contratto; che io l'àrò molto cara e farammi
grandissimo piacere: e tu pagerai il contratto che sarà picola cosa e
màndamela, e ringràzialo e racomandami a lui.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548. Di Roma, riceuta addì 4 di magio: de' dì 28 paxato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (2 di maggio 1548).

CXCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi il caratello delle pere che furono ottantasei;
manda'ne trentatre al Papa: parvo'gli belle e èbele molto care. Del
caratello del cacio, la Dogana dice che quel vetturale è un tristo, e
che in dogana non lo portò; in modo che, com'io posso sapere che e' sia
a Roma, io gli farò quello che merita, non per conto del cacio, ma per
insegniarli far poca stima degli uomini. Io sono stato a questi dì molto
male per non potere orinare, perchè ne son forte difettoso; pure adesso
sto meglio: io te lo scrivo, perchè qualche cicalone non ti scriva mille
bugie per farti saltare. Al prete di' che non mi scriva più _a
Michelagnolo scultore_, perchè io non ci son conosciuto se non per
Michelagniolo Buonarroti, e che se un cittadino fiorentino vuol far
dipigniere una tavola da altare, che bisognia che e' truovi un
dipintore: che io non fu' mai pittore nè scultore, come chi ne fa
bottega. Sempre me ne son guardato per l'onore di mie padre e de' mia
frategli, ben io abbi servito tre Papi: che è stato forza. Altro non
acade. Per l'ultima del passato àrai inteso l'openione mio circa la
donna. Di questi versi ch'i' ò scritti del prete, non gniene dir niente,
ch'i' vo' mostrar di non avere avuto la sua lettera.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548. Di Roma, addì 7 di magio: de' dì 2 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di maggio 1548.

CC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io v'ò scritto più volte della casa e delle terre da Santa
Caterina e d'ogni altra cosa, che voi facciate quello che pare a voi;
dico circa il comperare, pur che d'ogni cosa v'assicuriate in modo che
e' non s'abbi a piatire. Ricòrdovi che le terre che io comperai da Santa
Caterina, le comperai libere e così l'ò tenute in sino a oggi; che voi
non le sottomettessi a tanto l'anno, come quelle che volete comperare:
però fate destinzione dall'una parte a l'altra. Altro non m'acade.
Ringrazia messer Giovan Francesco, perchè mi fa gran piacere, benchè e'
none importi molto. Abbi cura grandissima d'ogni picola cosa delle
scritture della scatola che io ti mandai, perchè importano assai. A dì
dodici di maggio 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 16 di magio: de' dì 12 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di giugno 1548).

CCI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricievuto una soma di trebbiano e òlla avuta cara;
nondimeno io ti dico, che tu non mi mandi più cosa nessuna, se io non te
la mando a chiedere, perchè ti manderò i danari di quello che vorrò.
Circa la bottega àrei caro m'avisassi come ti riescie. Altro non ò che
dire. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e a messer Giovan
Francesco.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì.... di giugno: de' dì.... detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (28 di luglio 1548).

CCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi come se' ricerco che comperi la casa de'
Buondelmonti e con che patti; io ti rispondo che la casa mi piace, ma 'l
modo del comperarla non mi pare altro che prestarvi su danari: però io
licenzierei chi te la mette inanzi, perchè comperare una casa e non
sapere se l'uomo se l'à a tenere o sì o no, mi pare una pazzia. Altro
non m'acade. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 2 d'agosto: de' dì 28 paxato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 d'agosto 1548.

CCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi che avete per le mani un podere di mille
trecento fiorini fuor della Porta al Prato. Se gli è cosa buona, a me
pare che voi lo togliate a ogni modo, purchè abiate buon sodo, che e'
non s'abbia a combattere: e bisognia aver cura che e' sia in luogo che
Arno non gli possa nuocere. Quando si trovassi da fare qualche spesa
grossa in una possessione lontana da Firenze dieci o quindici miglia,
cioè di tre o quattro mila scudi, io la tôrrei, quando ne potessi aver
l'entrata io; perchè, avendo perduto il Porto,[202] m'è di bisognio
farmi qualche entrata che non mi possa esser tolta; e più volentieri la
farei costà che altrove. Io ti scrivo questo, perchè, quando intendessi
di qualche cosa buona o di più o di manco prezzo, me ne dia aviso e non
ne fare romore. Altro non m'acade. Saluta tutti da mia parte e
racomandami a messer Giovan Francesco. Adì dieci d'agosto 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 17 d'agosto: de' dì 10 detto.


  [202] Il porto del Po. Vedi quel che è stato detto alla nota 1
  della Lettera CLXXIX.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    d'agosto 1548).

CCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — L'ultima tua lettera per non la potere nè sapere leggere, io
la gittai in sul fuoco: però io non te ne posso risponder niente. Io t'ò
scritto più volte, che ogni volta che io ò una tua lettera, che e' mi
vien la febre, inanzi che io impari a leggierla. Però io ti dico, che da
qui inanzi tu non mi scriva più, e se tu ài da farmi intender niente,
togli uno che sappi scrivere, che io ò il capo a altro che stare a
spasimare intorno alle tua lettere. Messer Giovan Francesco mi scrive
che tu vorresti venire a Roma per qualche dì: io me ne son maravigliato,
perchè avendo tu fatto la compagnia, come m'ài scritto, che tu ti possa
partire. Però abbi cura di non gittare via i danari che io v'ò mandati:
e similmente ancor Gismondo ne debbe aver cura, perchè chi non gli à
guadagniati, non gli conoscie; e questo si vede per isperienza, che la
maggior parte di quegli che nascono in richezza, la gitton via e muoion
rovinati. Sichè apri gli ochi e pensa e conosci in che miserie e fatiche
vivo io, sendo vechio come sono. A questi dì un cittadin fiorentino m'è
venuto a parlare d'una fanciulla de' Ginori, della quale mi dice che n'è
stato parlato costà a te, e che la ti piace. Io non credo che e' sia
vero, e anche non te ne so consigliare, perchè no' n'ò notizia. Ma non
mi piace già che tu tôgga per donna una, che se 'l padre avessi da
dargli dota conveniente, non te la darebbe. Vorrei che chi ti vuol dar
moglie, pensassi di darla a te, non alla roba tua. A me pare che gli
abbi a venir da te il non cercar gran dota al tôr moglie, e non da altri
volèrtela dare, perchè la non à dota. Però tu ài solo a desiderare la
sanità dell'anima e del corpo a la nobiltà del sangue; e de' costumi e
che parenti ell'à: che importa assai.

Altro non ò che dire. Racomandami a messer Giovan Francesco.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 di settembre 1548.

CCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — E' non m'acade scriverti per questa per altro, che per far
coverta a una risposta di una di Guliano Bugiardini: però dàgniene; e se
non lo conosci, fàttelo insegniar da messer Giovan Francesco. Sono stato
un poco di mala voglia per non potere orinare, pure ora sto assai bene.
Avisami come la fai circa la bottega, e se uomo che venga di qua ti
parlassi di niente da mia parte, non creder se non ne vedi mia lettere.
Adì quindici di settembre 1548.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1548, addì 20 di settembre: de' dì 15 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (20 d'ottobre 1548).

CCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua delle possessione che son per vendersi in
quel di San Miniato al Tedesco. Io dico che non è paese nessuno nel
contado di Firenze che manco mi piaccia, per molti rispetti; pur non di
meno non è da mancare d'intendere che cose sono, perchè potrebbono esser
tale e tal sodo che e' sarie da pigliarle. Però intendi, ma più
segretamente che puoi. Altro non m'acade per ora, e ò poco tempo da
scrivere.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 25 d'ottobre: de' dì 20 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 29 di dicembre 1548.

CCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — A questi dì m'è stato parlato di nuovo, per conto di darti
donna, di dua fanciulle, le quale credo che ancora te ne scrivessi
l'anno passato: e queste sono una figluola d'Alamanno de' Medici,
l'altra figluola di Cherubino Fortini: in quella de' Medici credo che
non sian molti danari e che anche sia troppo attempata. Dell'altra ne so
manco parlare; in modo che mal ti posso consigliare più d'una che
d'un'altra, perchè n'ò poca notizia: ma ben mi pare che non ci sendo di
noi altri che tu, debba tôrla; ma siàno in tempi che per più conti
bisognia aprir bene gli ochi: però pènsavi, e quando tu abbi più una
fantasia che un'altra, avisami. Tu mi scrivesti circa un mese fa d'una
certa possessione: io ò avuto, come t'ò scritto più volte, voglia di
fare una entrata costà per poter viver qua senza durar fatica, perchè
son vechio e non posso più; ma da un mese in qua me n'è mezzo uscita la
voglia. Penserò qualche altro modo da vivere, e spero Dio m'aiuterà.
Altro non acade. A' ventinove di dicembre 1548.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 3 di gennaio: de' dì 29 pasato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 gennaio 1549.

CCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — La casa che tu mi scrivi, mi par che tu dica che la sia di
quegli da Gagliano, e' quali solevano stare nella via del Cocomero, come
mi scrivi, a man ritta andando verso San Marco, apresso al canto della
piazza di San Nicolò. Se è questa, io no' n'ò notizia nessuna: però
cercate di vederla, e se è cosa al proposito e che il luogo vi
sodisfaccia, toglietela: e sopratutto bisognia aver cura del sodo e che
sia casa onorevole. Circa il tôr donna, io ò inteso come le dua di che
ti scrissi, son maritate. Àsi a pensare che non avea a essere: àssi a
racomandarsi a Dio e aver fede che Lui t'aparechi cosa al proposito. Io
son vechio, come sapete, e perchè ogni ora potrebbe esser l'ultima mia,
e avendo qua un certo capitale, benchè non sia gran cosa, non vorrei
però che andassi male, perchè l'ò guadagniato con molta fatica: però io
ò pensato se a metterlo costà in Santa Maria Nuova fussi sicuro, per
tanto se ne pigliassi qualche partito e che ancora a' mia bisogni me ne
potessi servire, come per malattie o altre necessità, e che e' non mi
fussi tolto. Pàrlane con Gismondo, e avisatemi del vostro parere.

Poi che ebbi scritto, parlando con uno amico mio della casa di quegli da
Gagliano, me la lodò molto; se è quella di che mi scrivi, mi pare da
tôrla ad ogni modo e non guardare in cento scudi, pur che 'l sodo sia
buono: e avisatemi de' danari che bisogniano e a chi io gli ò a dar qua,
che e' vi sien pagati. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

  A dì diciotto di gennaio 1549.

A messer Giovan Francesco digli che da un mese in qua io sono ito poco
attorno, perchè non mi son sentito troppo bene, ma che io troverrò il
Bettino che à più pratica in Corte che non ò io, e vedrò che noi insieme
gli gioviàno il più che si può. Io ò pochissime pratiche in Roma e non
conosco quegli che lo possono servire; e se io richieggo un di questi
d'una cosa, per ogniuna richieggon me di mille. Però mi bisognia
praticar pochi: pure farò quello che potrò. Racomandami a lui.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, addì 25 di gennaio: de' dì 18 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (25 di gennaio 1549).

CCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Il cacio che tu m'ai mandato, io ò avuto la lettera, ma non
ò già avuto il cacio: credo che 'l mulattiere che l'à portato là l'abbi
venduto a qualcun'altro, perchè ò mandato più volte alla Dogana per
esso. Detto mulattiere à trovato mille favole e à dato tante parole, che
se n'è andato: in modo che io dubito che e' non sia un tristo. Però non
mi mandar più niente, che m'è più noia che utile.

Della casa m'avisasti, se è quella di quegli da Gagliano, come risposi a
la tua, mi par da tôrla, come ti scrissi, perchè m'è lodata assai. Circa
al tôr donna, stamani ò uno aviso di più fanciulle che s'ànno a
maritare: credo che sia un sensale quello che scrive, benchè non vi
metta il nome suo: e detto aviso te lo mando in questa, acciò se no'
n'ài notizia, tu lo intenda, e io per quest'altra ti scriverrò il parer
mio, perchè ora non ò tempo. Non mostrare a nessuno ch'io t'abbi mandato
il detto aviso.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, a dì 31 di gennaio: dei dì.... detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di febbraio 1549.

CCX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mandai per l'ultima mia una nota di più fanciulle da
marito, la quale mi fu mandata di costà, credo da qualche sensale, e non
può esser se non omo di poco giudicio, perchè send'io stato sedici overo
diciasette anni fermo a Roma, dovea pur pensare che notizia io possa
avere delle famiglie di Firenze.

Però io ti dico, che se tu vuoi tôr donna, che tu non stia a mia bada,
perchè non ti posso consigliare del meglio; ma ben ti dico che tu non
vadi dietro a' danari, ma solo a la bontà e alla buona fama.

Io credo che in Firenze sia molte famiglie nobile e povere, che sarebbe
una limosina a 'mparentassi con loro, quand'e' bene non vi fussi dota;
perchè non vi sarebbe anche superbia. Tu ài bisognio d'una che stia teco
e che tu gli possa comandare, e che non voglia stare in su le pompe, e
andare ogni dì a conviti e a nozze; perchè dove è corte, è facil cosa a
diventar puttana, e massimo chi è senza parenti. E non è d'aver rispetto
a dire che e' paia che tu ti voglia nobilitare, perchè gli è noto che
noi siàno antichi cittadini fiorentini e nobili quant'è ogni altra casa;
però racomandati a Dio e prègalo che t'aparechi il bisognio tuo: e io
àrò ben caro quando truovi cosa che ti paia il proposito, innanzi che
stringa il parentado, me n'avisi.

Circa la casa di che mi scrivesti, io ti risposi che la m'era lodata e
che tu no' guardassi in cento scudi.

Ancora m'avisasti di un podere a Monte Spertoli: ti risposi che e' me
n'era uscito la voglia, non perchè così fussi, ma per altro rispetto.
Ora ti dico che quand'e' tu truovi cosa buona, e che io possa goder
l'entrata, che tu me n'avisi; perchè se sarà cosa sicura, io la torrò: e
della casa, quando la tolga, avisami de' danari che ò a mandare; e far
presto quel che s'à da fare, perch'el tempo è brieve.

Di quello che ti scrissi di Santa Maria Nuova ne sono sconsigliato: però
non vi pensate. A dì primo di febbraio 1549.[203]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1548, di Roma, a dì 7 di febraio: de' dì primo detto.


  [203] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 9 di febbraio 1549.

CCXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò mandato Urbino più volte a la Dogana per conto del
cacio che mi mandasti. Gli uomini della Dogana dicono che 'l vetturale
l'à venduto in su l'osteria, o vero lo lasciò costà, perchè qua non
misse in dogana se non cinque carategli di cacio, e' quali la Dogana
tutti consegnò a' lor padroni. È forza che detto vetturale sia un gran
giottone, perchè in Roma à fuggito Urbino più che gli à potuto, finchè
s'è partito. Ma se ci ritorna, tu mi dirai novelle!

Della casa tu mi ài avisato del sodo che non vi sodisfa: io dico che gli
è meglio non comperare niente, che comperare un piato. Di Santa Maria
Nuova, io resto informato non bisognia più parlarne. Del tôr donna, io
ti mandai la nota che ài ricevuto. La lettera fu portata in casa e non
so da chi: e quando tu avessi qualche fantasia più d'una che d'un'altra,
àrò caro me n'avisi inanzi che facci altro. Altro non m'acade e non ò
anche tempo per ora. Adì nove di febbraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 16 di febbraio 1549.

CCXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — In questa sarà una della Francesca, la quale, secondo che mi
scrive Michele, sta molto mal contenta. Io la conforto il meglio ch'i'
so: però pòrtagniene e racomandami a lei. Della casa e del podere non ò
da scriverti altro: e benchè io scrivessi che gli era da far presto,
perchè il tempo è breve, non è però da far sì presto, che l'uomo facci
qualche errore; e quel che non si può far bene, non si debba fare. Per
ora non ò tempo da scrivere altro.

  A dì sedici di febraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 21 di febbraio 1549.

CCXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io t'ò scritto più volte circa il tôr donna, che tu non
creda a uomo nessuno che te ne parli da mia parte, se tu non vedi mia
lettere. Io di nuovo te lo replico, perchè Bartolomeo Bettini[204] è più
d'un anno che cominciò a tentarmi di darti una sua nipote. Io gli ò dato
sempre parole. Ora di nuovo m'à ritentato forte per mezzo d'un mio
amico. Io ò risposto, che so che tu ti se' vòlto a una che ti piace e
che tu ài dato quasi intenzione, e che io non te ne voglio stôrre. Io
t'aviso, acciò che tu sappi rispondere, perchè credo che costà te ne
farà parlare caldamente. Non ti lasciare pigliare al bocone, perchè
l'oferte sono assai, e tu resterai in modo, che tu non àrai bisognio.
Bartolomeo è uomo dabene e servente e dassai, ma non è nostro pari, e tu
ài la tua sorella in casa e' Guicciardini. Non credo che bisogni dirti
altro, perchè so che tu sai che e' val più l'onore che la roba. Altro
non ò che dirti. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e digli da
mia parte che si dia pace, perchè l'à di molti compagni nelle
tribulazione e massimo oggi, che chi è migliore più patiscie.

  A dì 21 di febraio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [204] Per costui fece Michelangelo il cartone della _Venere
  baciata da Amore_, dipinto poi stupendamente in tavola da Jacopo
  da Pontormo: ed ora si conserva nella Reale Galleria di Firenze.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 15 di marzo 1549.

CCXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Quello che io ti scrissi per la mia ultima, non acade
riplicare altrimenti. Circa il male mio del non potere orinare, io ne
sono stato poi molto male, muggiato dì e notte senza dormire e senza
riposo nessuno, e per quello che gudicano e' medici, dicono che io ò il
mal della pietra. Ancora none son certo: pure mi vo medicando per detto
male, e èmi data buona speranza. Nondimeno per essere io vechio e con un
sì crudelissimo male, non ò da promettermela. Io son consigliato
d'andare al bagnio di Viterbo, e non si può prima che al prencipio di
maggio; e in questo mezzo andrò temporeggiando il meglio che potrò, e
forse àrò grazia che tal male non sarà desso, o di qualche buon riparo:
però ò bisognio dell'aiuto di Dio. Però di' alla Francesca che ne facci
orazione e digli che se la sapessi com'io sono stato, che la vedrebbe
non esser senza compagni nella miseria. Io del resto della persona son
quasi com'ero di trenta anni. Èmi sopraggunto questo male pe' gran
disagi e per poco stimar la vita mia. Pazienzia! Forse anderà meglio
ch'io none stimo, co' l'aiuto di Dio; e quando altrimenti, t'aviserò:
perchè voglio aconciar le cose mia dell'anima e del corpo, e a questo
sarà necessario che tu ci sia; e quando mi parrà tempo, te ne aviserò: e
senza le mia lettere non ti muover per parole di nessun altro. Se è
pietra, mi dicono i medici che è in sul prencipio e che è picola: e
però, come è detto, mi dànno buona speranza.

Quando tu avessi notizia di qualche estrema miseria in qualche casa
nobile, che credo che e' ve ne sia, avisami, e chi; che per insino in
cinquanta scudi io te gli manderò che gli dia per l'anima mia. Questi
non ànno a diminuir niente di quello che ò ordinato lasciare a voi: però
fallo a ogni modo.

  A dì 15 di marzo 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 23 di marzo 1549.

CCXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi per l'ultima mia del mio male della pietra, il
quale è cosa crudelissima, come sa chi l'à provato. Dipoi sendomi stato
dato a bere una certa aqqua, m'à fatto gittar tanta materia grossa e
bianca per orina con qualche pezzo della scorza della pietra, che io son
molto megliorato; e abiàno speranza che in breve tempo io n'abbi a
restar libero; grazia di Dio, e di qualche buona persona: e di quello
che seguirà, sarete avisati. Della limosina che ti scrissi, non acade
replicare: so che cercherai con diligenzia.

Questo male m'à fatto pensare d'aconciare i casi mia dell'anima e del
corpo più che io non àrei fatto: e ò fatto un poco di bozza di
testamento come a me pare, la quale per quest'altra se potrò ve la
scriverrò, e voi mi direte il parer vostro: ma vorrei bene che le
lettere andassino per buona via. Altro non m'acade per ora.

  A dì 23 di marzo 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 29 di marzo 1549.

CCXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò mandato stamani per Urbino, a dì ventinove di marzo
1549, a Bartolomeo Bettini scudi cinquanta d'oro in oro, acciò ne facci
quello che ti scrissi. Tu m'ài avisato d'uno de' Cerretani[205] che à a
mettere una fanciulla in munistero: io no' n'ò notizia nessuna. Guarda
di dare dove è 'l bisognio e non per amicizia nè per parentado, ma per
l'amore di Dio, e fa' d'averne ricievuta, e non dir donde si vengino. In
questa sarà la poliza del Bettino di detti danari. Va per essi e avisa.

Àrei a scriver più cose, come ti scrissi, ma lo scrivere mi dà noia,
perchè non mi sento bene: pure a rispetto a quello che sono stato, mi
pare essere risucitato; e perchè ò cominciato a gittare qualche poco
della pietra, ò buona speranza.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [205] In un _libro di Ricordi_ di Lionardo Buonarroti, segnato
  _A_, che tira dal 1540 al 1565, si legge a carte 92 verso, che la
  limosina di 50 ducati d'oro fu pagata per la figliuola di Niccolò
  di messer Giovanni Cerretani, accettata per monaca nel monastero
  di Santa Verdiana di Firenze.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'aprile 1549.

CCXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Della settimana passata mandai per Urbino al Bettino scudi
cinquanta d'oro in oro, i quali ti facessi pagare costà. Credo gl'àrai
ricievuti e che ne farai quel tanto che ti scrissi, o a quello de'
Ceretani o a altri, dove vedrai il bisognio: e dara'ne aviso. Circa
l'aconciare i casi mia di che ti scrissi, io non volevo dire altro, se
non che per esser vechio e amalato, che mi pareva di far testamento. E
'l testamento è questo: ciò è di lasciare a Gismondo e a te ciò che i'
ò, in questo modo: che tanto n'abbi a far Gismondo mio fratello, quante
tu mio nipote, e che delle cose mia none possa pigliar partito nessuno
l'uno senza il consenso dell'altro; e questo, quando vi paia far per via
di notaio, io sempre retificherò.

Circa la malattia mia, io sto asai meglio. Noi sia' certi che io ò la
pietra, ma è cosa picola e per grazia di Dio e per virtù dell'aqua ch'i'
beo, si va consumando a poco a poco, in modo ch'i' spero restarne
libero. Ma pure, perchè son vechio e per molti altri respetti, àre' caro
quel mobile che ò qua tenerlo costà, che stéssi a' mia bisogni e poi
restassi a voi: e questo sarebbe un circa quattro mila scudi; e
massim'ora, che avendo andare al bagnio, mi vorrei star qua più spedito
ch'i' potessi. Sie con Gismondo e pensateci un poco e avisate, perchè è
cosa che non fa manco per voi che per me.

Circa il tôr donna, stamani m'è stato a trovare uno amico mio e àmi
pregato ch'io ti dia aviso d'una figluola di Lionardo Ginori, nata per
madre de' Soderini. Io te ne do aviso come sono stato pregato, ma non te
ne so parlare altrimenti, perchè no' n'ò notizia: però pènsavi bene e
non aver rispetto a cosa nessuna; e quando se' resoluto, rispondimi,
acciò ch'i' possa rispondere o del sì o del no a l'amico mio.

  A dì cinque d'aprile 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

Io àrei bene avuto caro che inanzi che avessi tolto donna, avessi
comperato una casa più onorevole e capace che quella ove siate, e io
v'àrei mandati i danari.

Questo ch'io ti scrivo di quella de' Ginori, te lo scrivo solo perchè
sono stato pregato, non perchè pigli più una che un'altra. Fa' pure
secondo che ti va a fantasia e non aver rispetto nessuno, come altre
volte t'ò scritto. A me basta saperlo inanzi al fatto: però cerca e
pènsavi e non indugiare, quando abbi il capo a simil cosa.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 13 d'aprile 1549.

CCXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuto la ricievuta de' cinquanta scudi dal Munistero.
Piacemi che gli abbi allogati bene, nè acade dirne altro. Per l'ultima
mia ti scrissi come ero stato pregato ti déssi aviso d'una figluola di
Lionardo Ginori; e così feci. Àspettone risposta, per rispondere a
l'amico mio: e benchè io t'abbi dato questo aviso, non fare però se non
tanto, quanto a te piace e non guardare al mio scrivere. Cònsigliati
bene, e se non te ne contenti, rispondimi senza rispetto, acciò possa
licenziare l'amico. Io ti scrissi che àrei avuto caro di tener costà
certi danari, come àrai inteso, per istar qua con manco pensieri, e
massimo sendo io vechio: però, quando si possa fare che io ne sia
sicuro, lo fare' volentieri, ma non vorrei uscir della padella e cascar
nella brace. Credo, quando si trovassi da mettergli in beni, cioè in
terre o in case, che non ci sia altro modo sicuro: sì che pensatevi,
perchè fa per voi. Circa la casa di che mi scrivi apresso al Proconsolo,
il luogo a me non sodisfa, come fa quella della via del Cocomero. Quando
si fussi potuta avere con buon sodo, non mi par si sie trovato meglio.
Del mio male io ne sto con buona speranza, perchè vo pur megliorando,
grazia di Dio; ma pur credo mi bisognierà andare al bagnio: che così
dicono i medici. Io ebbi nella tua una del Bugiardino:[206] un'altra
volta non mettere in tua lettere quelle di nessuno altro, per buon
rispetto. El Bugiardino è buona persona, ma è sempice uomo: e basta.
Quando tu fussi richiesto di mandarmi lettere nelle tua, di' che non
t'acade scrivermi.

  A dì 13 d'aprile 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [206] Giuliano, pittore.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 d'aprile 1549.

CCXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non ti potetti scrivere sabato, perchè ebbi la tua troppo
tardi, e oggi a' dì 25 d'aprile 1549 ò un'altra tua dei venti di detto
del medesimo tenore. Circa il podere di Chianti, io dico che a me piace
più presto di comperare, che tener danari; e se detto podere è cosa
buona, a me pare da tôrlo a ogni modo e massimo sendo buon sodo, come mi
scrivete. Ma ben mi par da vederlo prima; e piacendovi, tôrlo a ogni
modo e non guardare in cinquanta scudi: e così vi do commessione, che,
piacendovi, voi lo togliate a ogni modo e non guardiate in danari e
avisiate; e súbito vi farò pagare costà quello che monterà: e quando ne
fussi in vendita qualcun'altro d'altrettanta spesa, con simil sodo, dico
che v'attendiate, e manderò ancora i danari di quello, perchè è meglio
che tenergli perduti: overo in una casa, quando si truovi.

Circa 'l mio male, io ne sto assai meglio, e spero, con maraviglia di
molti; perchè ero tenuto per morto, e così mi credevo. Ò avuto buon
medico,[207] ma più credo agli orazioni che alle medicine. Non altro.
Per quest'altra ti scriverrò altre cose.[208]


  [207] Realdo Colombo, medico celebre.

  [208] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (2 di maggio 1549).

CCXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Com'io t'ò scritto un'altra volta, così ti raffermo per
questa, cioè che voi andiate a vedere il podere di Chianti, di che m'ài
scritto, e se è cosa che vi piaccia, lo togliate a ogni modo e non
guardate in cinquanta scudi: e così vi do commessione libera, cioè che
sendo cosa buona, lo togliate a ogni modo e non guardate in danari: e
avisatemi, perchè vi manderò súbito quello che monterà.

Circa il tôr donna, io ti scrissi d'una figluola di Lionardo Ginori,
com'io fu' pregato qua da uno amico mio. Tu mi rispondesti, ricordandomi
quello di tal cosa ti scrissi l'anno passato. Io te lo scrissi, perchè ò
paura delle pompe e delle pazzie che vògliano queste case di famiglia, e
perchè tu non avessi a essere stiavo d'una donna. Nondimeno quande la
cosa ti piacessi, non àresti a guardare al mio scrivere, perchè de'
cittadini di Firenze io ne sono igniorantissimo. Però se ti piace tal
parentado, non avere cura a quel ch'i' scrissi, e se non ti piace, none
far niente; perchè della donna t'ài a contentar tu: e quando ne sarai
contento tu, ne sarò contento anch'io. Rispondi liberamente, che io non
ò interesso qua con amico nessuno, perch'io abbi a fare più che per te.
Del mal mio crudele che io ò avuto, send'io stato tenuto morto, isto
tanto bene, che mi pare esser risucitato. Altro non m'acade. Rispondi
quando se' risoluto, e non far mai cosa a stanza di nessuno, che
interamente non ti contenti.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 11 di maggio 1549.

CCXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io resto avisato per l'ultima tua del podere di Chianti.
Però, poi che è cosa buona, fate che e' vi resti a ogni modo e non
guardate i' danari. Tu mi scrivi di nuovo di quello da Monte Spertoli e
d'una bottega che si vende in Porta Rossa; e io vi dico, che se voi
trovate buon sodo, che voi togliate ancora la bottega e 'l podere se è
cosa buona, e dòvi commissione libera, che per insino in quattro mila
scudi d'oro in oro, che voi gli spendiate e non abbiate rispetto se non
a' sodi: e questo fia meglio che tenere in su i banchi, perchè non me ne
fido; e sia qual si voglia. Del tôr donna, di quella che io ti scrissi
che m'avea parlato un mio amico, non me n'avendo tu risposto altrimenti,
io ò licenziato l'amico e dittogli che cerchi suo ventura. Altro non
m'acade. Come ò detto di sopra, comperate liberamente dove i sodi son
buoni, e più presto che si può, e avisate.

  A dì undici di maggio 1549.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 di maggio 1549.

CCXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come vi sono restate le possessione
di Chianti.[209] Mi pare che tu dica per dumila trecento fiorini di
sette lire l'uno. Se son cose buone, come mi scrivi, avete fatto bene a
non guardare in danari. Io ò portato a Bartolomeo Bettini scudi cinque
cento d'oro in oro che te gli facci pagare costà per principio del
pagamento, e quest'altro sabato per gli Altoviti ne manderò altri cinque
cento; e come e' c'è Urbino, che andò più dì fa a Urbino, che ci sarà
infra otto o dieci dì, vi manderò il resto. Gli scudi d'oro in oro che
io vi mando, vaglion qua undici iuli l'uno. Della possessione di Monte
Spertoli, quando sia cosa buona e che e' la vendino in popilli, fate che
anche quella vi resti, e non guardate in danari. Altro non m'acade. Va'
pe' detti danari, e avisa. E in questa sarà la poliza del cambio.[210]

  A dì venti cinque di maggio 1549.


  [209] Questa possessione era posta ne' popoli di San Giorgio e di
  San Lorenzo a Grignano, podesteria di Radda. Michelangelo la
  comprò per la detta somma dagli Uffiziali de' Pupilli, curatori
  dell'eredità di Pierantonio di Gio. Francesco de' Nobili, per
  contratto rogato sotto dì 18 giugno 1549 da ser Piero dell'Orafo,
  notaio fiorentino.

  [210] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 1 di giugno 1549.

CCXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Stamani a dì primo di gugnio 1549 ò portato agli Altoviti
scudi mille d'oro in oro e cinquecento n'ò portati a Bartolomeo Bettini,
che te gli faccino pagare costà per conto del pagamento del podere di
Chianti. Le polize del cambio e degli Altoviti e del Bettino saranno in
questa. Però va' per essi e scrivimi quello che manca, acciò si facci
presto per rispetto della ricolta come mi scrivi. Del podere di Monte
Spertoli, dicovi che v'attendiate se è cosa buona e non guardiate in
danari, ma non dico però che per averlo si pagi il doppio più che e' non
vale, com'io credo sie fatto di questo di Chianti; ma che e' non si
guardi in cinquanta scudi. Del mio male sto assai meglio, che non si
credeva. Altro non m'acade. Scrivi quel che bisognia.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (8 di giugno 1549).

CCXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa il podere da Monte Spertoli, avendo a pagare più che
non vale, quattro cento scudi, mi par cosa disonesta. Dubito che e' non
paia che voi n'abbiate troppa voglia e che voi non siate fatti saltare.
Io non credo che sievi chi lo comperre' tanti scudi più che e' non vale.
In cinquanta o cento scudi non è da guardare: pure io la rimetto in voi,
se vi par di tôrlo, toglietelo, che ciò che voi farete, sarà ben fatto.
La procura io non l'ò potuta fare, ma intendo sì male le tua lettere che
mi fanno ogni volta venire la febbre a leggierle. Vedrò di farla in
quest'altra settimana, se intendo come. Io ò avuto il trebbiano: il
fardelletto di che mi scrivi, non è ancora venuto. Del mio male io ne
sto assai bene, a rispetto a quel che sono stato. Io ò beuto circa dua
mesi sera e mattina d'una aqqua d'una fontana che è quaranta miglia
presso a Roma, la quale rompe la pietra: e questa à rotto la mia e
fàttomene orinar gran parte. Bisògniamene fare amunizione[211] in casa e
non bere nè cucinar con altra, e tenere altra vita che non soglio.[212]


  [211] _Munizione_, ossia, _buona provvista_.

  [212] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (15 di giugno 1549).

CCXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi il ruotolo della rascia: parmi che sia molto bella:
ma era meglio che tu l'avessi data per l'amor di Dio a qualche povera
persona. Circa al contratto di che mi scrivi, io dico che l'Uficio de'
popilli suole essere un male uficio: però bisognia aprir gli ochi, e
sare' buono farlo volgare, acciò che ogn'uomo l'intendessi. E' danari
che io t'ò fatti pagare dal Bettino, credetti gli avessi costà súbito; e
io credo che e' sieno ancora qua, in modo che la ricolta che tu mi
scrivesti di quest'anno non s'àrà. Del podere di Monte Spertoli ti
scrissi a bastanza. Quattro cento scudi di più che e' non vale, sarebbe
un altro podere. Però mi pare d'andare adagio. La procura che mi chiedi
sarà in questa.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (12 di luglio 1549).

CCXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Le terre di che mi scrivi che sono in Chianti apresso
apresso[213] c'avete comperato, mi pare da tôrle a ogni modo, quando vi
sia buon sodo per dugento cinquanta scudi: che come mi scrivi della
copia del contratto e d'altri conti, a me basta che le cose sien fatte
fedelmente e che le stien bene: non mi curo d'altro: e avisate di quel
che bisognia. Non ò tempo da scrivere altrimenti.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [213] Così sta nell'autografo. Intendi: _appresso a quelle_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 19 di luglio 1549.

CCXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per l'ultima tua tutte le spese fatte nella possessione
di Chianti: la qual cosa non acadeva, perchè se son bene spesi, come mi
scrivi, ogni cosa sta bene. Delle terre che confinano con detta
possessione, di che mi scrivesti, ti risposi che le togliessi se v'era
buon sodo. Di Monte Spertoli non è poi seguìto altro. Sarà buon tôrlo,
quando fussi in vendita, sendovi il sodo de' popilli, come mi scrivesti.
A questi dì ò avuto una lettera da quella donna del Tessitore che dice
averti voluto dare per moglie una per padre de' Capponi e per madre de'
Nicolini, la quale è nel munistero di Candeli; e àmmi scritto una lunga
bibbia con una predichetta che mi conforta a viver bene e a far delle
limosine: e te dice aver confortato a viver da cristiano, e dèbbeti aver
ditto che è spirata da Dio di darti detta fanciulla. Io dico che la
fare' molto meglio attendere a tessere o a filare, che andare spacciando
tanta santità. Mi par che la voglia essere un'altra suor Domenica:[214]
però non ti fidar di lei. E circa al tôr donna, come mi par che sia
necessario, io di più una che un'altra non ti posso consigliare, perchè
non ò notizie de' cittadini, come tu puoi pensare e come altre volte t'ò
scritto: però bisognia che tu stesso bisognia[215] vi pensi e cerchi con
diligenzia e pregi Idio che t'acompagni bene: e quando trovassi cosa che
ti piacessi, àre' ben caro, inanzi l'effetto, me n'avisassi. Altro non
m'acade.

  A dì 19 di luglio 1549.

                              MICHELAGNOLO in Roma.


  [214] Di questa Suor Domenica parla il Busini nelle sue _Lettere
  al Varchi_, e la dice donna dabbene, sensata e ben parlante. Essa
  si credeva profetessa, ed era per la sua bontà ascoltata
  volentieri e assai favorita dagli uomini più riputati che
  maneggiarono le cose della Repubblica nel tempo dell'assedio.

  [215] Dice così nell'autografo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (3) d'agosto 1549.

CCXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi del podere di Monte Spertoli che
e' non è al proposito: non bisognia più pensarvi. Circa la casa, non
trovando da comperarne una, mi di' che si potrebbe rassettar la nostra
dove state, e che sarebbe una spesa di sessanta scudi. Io dico che se a
te pare, che tu lo facci, acciò che questo non tenga adietro il tôr
donna. Ma perchè la casa è in cattivo luogo per rispetto del fiume, non
mi par però da spendervi molto, avendone a comperare un'altra. Pure fa'
tanto quante conosci il bisognio. Altro non m'acade, nè ò tempo da
scrivere.

  A dì.... d'agosto 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 d'agosto 1549).

CCXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Oggi fa quindici dì ti risposi circa la casa di via
Gibellina che tu l'aconciassi come ti pareva, per tanto che se ne truovi
un'altra; e così ti rafermo. Altro non ti scrivo per ora, perchè non ò
tempo.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 d'agosto 1549).

CCXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Questa è per coverta d'una della Francesca. Dàlla súbito.
Non mi acade altro. Dell'aconciare la casa, ti scrissi che tu facessi
tanto quanto ti parea necessario. Delle terre di Chianti vicine a le
comperate, ti scrissi per giusto prezzo le togliessi, quando vi fussi
buon sodo: e così ti rafermo.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 21 di dicembre 1549.

CCXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per risposta dell'ultima tua, egli è vero che i' ò avuto
grandissimo dispiacere e non manco danno della morte del Papa,[216]
perchè ò avuto bene da Sua Santità e speravo ancora meglio. È così
piaciuto a Dio: bisognia aver pazienzia. La morte sua è stata bella, con
buon conoscimento in sino all'ultima parola. Idio abbi misericordia
dell'anima sua. Altro non mi acade circa questo. Le cose di costà credo
vi vadin bene, e de' casi del tôr tu donna non mi pare che se ne parli
più: penso che tu vi pensi e che non vegga ancora cosa al tuo proposito.
Circa l'esser mio, io mi sto col mio male il me' ch'i' posso, e a
rispetto agli altri vechi non ò da dolermi, grazia di Dio. Qua s'aspetta
d'ora in ora il Papa nuovo. Iddio sa 'l bisognio de' Cristiani e basta.
Racomandami al prete. Altro non m'acade. A dì ventuno di dicembre 1549.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [216] Paolo III, morto a' 10 di novembre 1549.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di febbraio 1550.

CCXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa le terre di Chianti di che mi scrivi, io non ti posso
rispondere, se io non so come voi state a danari.

Tu mi scrivesti più tempo fa, che volevi rassettar la casa di via
Gibellina, non trovando altra casa da comperare; dipoi non so quello che
t'abbi fatto o speso o che ti resta.

Se tu ricerchi le mia lettere, tu troverrai che già molti mesi sono che
io ti scrissi, che dubitando che 'l Papa per la vechiezza non mi
mancassi, volevo far costà, più presto che altrove, una entrata che in
mia vechiezza non avessi a mendicare, e massimo avendo fatto rico altri
con grandissimi stenti. Però àvisami come le cose stanno e io ti
risponderò. Qua mi truovo poco capitale, e quel poco se lo spendessi
costà, mi potre' qua morir di fame. Però, come è detto, avisa e come le
cose vanno, e io penserò anch'io al fatto mio e risponderotti. Altro non
acade.

  A dì sedici di febraio 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1549, di Roma, a dì 21 di febraio: de' dì 16 predetto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di marzo 1550.

CCXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non ti scrissi che tu mi rendessi tanti conti, ma che io
non ti potevo rispondere delle terre di Chianti, se non mi avisavi come
voi vi trovavi danari, perchè del capitale che mi restava qua ne volevo
fare qualche entrata per me. Ora mi pare, secondo che m'avisi, che e' vi
resti danari da potere comperare dette terre: però attendetevi; e se
trovate che vi sia buon sodo, toglietele a ogni modo, se vi pare che le
sien cosa buona e a proposito: e io penserò qua a' casi mia.

Vero è che quando avessi trova(to) costà da farmi una entrata di cento
scudi l'anno, l'àrei fatta, e fare'la ancora quando potessi o credessi
valermene a' mia bisogni: ma credo none sare' niente, come ti scrissi.

  A dì primo di marzo 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 d'agosto 1550.

CCXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Poi la ricevuta del trebbiano e delle camicie non m'è
acaduto scriverti; ora, perchè mi tornerebbe bene avere dua Brevi di
papa Paolo,[217] dove si contiene la provigione che Sua Santità mi fa a
vita, stando a Roma al suo servizio: i quali Brevi mandai costà con
l'altre scritture nella scatola che tu ricevesti, e gli ànno a essere in
certi stagniati: so che gli conoscerai: però gli puoi involtargli 'n un
poco d'incerato e mettergli 'n una scatoletta bene amagliata: e se vedi
di potermegli mandare per un fidato, che e' non vadin male, màndamegli e
condànnagli in quel che ti pare, acciò che mi sien dati. Io gli voglio
mostrare al Papa, acciò che vegga che secondo quegli io son creditore,
credo, di più di dumila scudi di suo' Santità: non già che tal cosa
m'abbi a giovare, ma per mio contento. Credo che 'l procaccio gli
potrebbe portare, perchè son picola cosa.

Del caso del tôr donna non se ne parla più, e a me è detto da ognuno che
io ti die moglie; come se io n'avessi mille nella scarsella. Io non ò
modo da pensarvi, perchè non ò notizia de' cittadini. Àrei ben caro e
sare' necessario che tu la togliessi; ma io non posso far altro, come
più volte t'ò scritto.

Altro non m'acade. Racomandami al prete e agli amici. A dì 7 d'agosto
1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, adì 13 d'agosto: de' dì 7 detto.


  [217] Di questi Brevi, l'uno è del primo di settembre 1535, col
  quale il Pontefice elegge Michelangelo a supremo architetto,
  scultore e pittore del Palazzo Apostolico; e più gli concede il
  passo del Po presso Piacenza, che si stimava fruttare 600 scudi
  all'anno, e così la metà della pensione annua vitalizia di 1200
  scudi assegnatagli da papa Clemente VII. L'altro è del 18 di
  dicembre 1537 per cagione della pittura della Sistina e della
  sepoltura di papa Giulio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 d'agosto 1550.

CCXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi, come il Cepperello vuol vendere
il podere che confina co' nostri a Settigniano, e che quella donna che
l'à a vita; se ben è forza che lo tenga insino a la morte; trovando
detto Cepperello da venderlo ora, le verebbe del prezzo quel tanto che
si conviene di quel tempo che detta donna può vivere; entrando dopo la
morte sua in possessione. A me non pare che la sia cosa da fare per
molti casi che possono avenire, che sarien pericolosi, non sendo in
possessione: però bisognia aspettare che la muoia: e se 'l Cepperello mi
viene a parlare, gli dirò l'animo mio: non son già per andare a trovar
lui.

Ti scrissi de' dua Brevi, come àrai inteso: se vedi di potermegli
mandare per un fidato che io gli abia, màndamegli; se non, làsciagli
stare.

Circa il tôr donna, tu mi scrivi che vuoi prima venir qua a parlarmi a
boca: io circa al governo sto molto male e con grande spesa, come
vedrai; per questo non dico che tu manchi di venire, ma parmi che e' sia
da lasciar passare mezzo settembre, e in questo mezo se mi trovassi una
serva che fussi buona e netta; benchè sie difficile, perchè son tutte
puttane e porche; avisami: io do dieci iuli il mese; vivo poveramente,
ma io pago bene.

A questi dì m'è stato parlato per te d'una figluola d'Altovito Altoviti:
non à padre nè madre, e è nel munistero di San Martino. Non conosco e
non so che mi ti dire intorno a ciò. A dì 16 d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, addì 20 d'agosto: de' dì 16 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 d'agosto 1550.

CCXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricevuto i Brevi, e pagato tre iuli come mi scrivi.

Del podere del Cepperello ti risposi che comperarlo e pagarlo ora, e non
entrare ora in possessione, non mi parea cosa da farla: non ò poi inteso
altro.

Scrissiti ultimamente d'una serva: ora credo essermi provisto: però none
cercare altrimenti.

Del tôr donna, mi scrivesti che prima mi volevi parlare a boca; ti
risposi che da mezzo settembre in là potevi venire a tua posta; benchè
potresti far di manco, perchè tanto ti saperrò io dire de' cittadini di
Firenze a boca qua, quant'io te ne so scrivere; che none so niente;
perchè non pratico con nessuno, nè con altri. Altro non mi acade.

Saluta la Francesca da mia parte e digli che come posso risponderò a la
sua, e che attenda a star sana.

  A 22 d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, addì 27 d'agosto: de' dì 22 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 d'agosto 1550.

CCXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa il podere del Cepperello, tu mi scrivi che lo potrebbe
comperare tale che no' l'àremo per male; di questo io me ne fo beffe,
perchè so che a Firenze si fa buona iustizia. Ma perchè e' vi sta bene,
se vi si truova buona sicurtà, toglietelo; ma non so come vi troviate
danari, perchè non son per mandarvene più: chè quel capitale che m'è
rimasto, ne voglio fare qua entrata per me.

Ti scrissi la ricievuta del Breve, e secondochè abiàn visto, resto
creditore di più di dumila scudi d'oro: non so che si seguirà: non ci ò
speranza nessuna.

Della serva, ti scrissi come m'ero provisto. Avisami del sopra detto
podere quello che ne domanda.

  A dì ultimo d'agosto 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, addì 4 di setembre: de' dì 31 del passato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 6 di settembre 1550.

CCXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivesti del podere del Cepperello che lo comperrebbe
qualcuno che lo àremo per male; e io per l'ultima ti risposi che voi lo
comperassi, ma che io non ero per mandarvi più danari. Non ò poi inteso
altro da voi. Circa al venire qua; quanto al venire qua per vicitarmi,
queste vicitazione oramai io so di che sorte le sono; se none avessi a
venir per altro, potresti per tal conto non venire: ma poi che ti piace
venire, per quello che mi scrivi, vien più presto che puoi, acciò che
nanzi le piove sia ritornato costà. Altro non m'acade. A dì sei di
settembre 1550.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, addì 11 di setembre: de' dì 6 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (4 d'ottobre 1550).

CCXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima m'avisi che se' a ordine per venire a Roma, e
che innanzi che parta, aspetterai una mia e poi partirai. Non m'acade
dirti altro. Ricievuta questa, pàrtiti a tu' posta. Credo sapra' in Roma
trovar la casa, cioè a riscontro a Santa Maria del Loreto presso al
Macello de' Corvi.

  A dì 4 d'ottobre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, addì 10 d'otobre: de' dì 4 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di novembre (1550).

CCXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebi la tua da Aqualagnia, e tanto si fece, quanto
scrivesti; e oggi a' 14 di novenbre ò la tua dell'essere arrivato a
Firenze con buon tempo: di tutto sie ringraziato Iddio.

Circa a' ravigguoli, io gli ebbi, ma tutti apicati insieme e guasti.
Credo gl'incassasti troppo freschi, o forse ebon dell'aqqua per la via:
peraltro eron molto begli. Altro non ò che scriverti per ora.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Ieshus. 1550. Da Roma, addì 21 di novembre: de' dì 15 detto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 20 di dicembre 1550.

CCXLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi e' marzolini, cioè dodici caci. Sono molto begli: ne
farò parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v'ò scritto,
non mi mandate più cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di
quelle che vi costano danari.

Circa il tôr donna, come è necessario, io non ò che dirti; se non che tu
non guardi a dota, perchè e' c'è più roba che uomini: solo ài aver
l'ochio a la nobiltà, a la sanità, e più alla bontà, che a altro. Circa
la bellezza, non sendo tu però el più bel giovane di Firenze, non te
n'ài da curar troppo, purchè non sia storpiata nè schifa. Altro non
m'acade circa questo.

Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io ò
cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218] Vorrei che tu gli dicessi
che io cercherò e risponderògli sabato che viene; benchè io non credo
aver niente: perchè quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di
molte cose. Àrei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di
qualche cittadino nobile e massimo di quelli che ànno fanciulle in casa,
che tu m'avisassi, perchè gli farei qualche bene per l'anima mia.

  A dì 20 di dicembre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [218] Vittoria Colonna.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di febbraio 1551.

CCXLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima tua, circa il tôr donna, intendo come ancora
none se' a cosa nessuna: mi dispiace; perchè è pur cosa necessaria
tôrla, e come altre volte t'ò scritto, non mi pare che tu, avendo quel
che tu ài e quel che tu àrai, che tu abi a guardare a dota, ma solo a la
bontà, a la sanità e a la nobilità, e far conto quando una bene
allevata, buona, sana e nobile non abbi niente, di tôrla per fare una
limosina; e quando questo facessi, non saresti obrigato a le pompe e
pazzie delle donne; onde ne seguiteria più pace in casa: e del parer di
volersi nobilitare, come già mi scrivesti, questo non è cosa valida,
perchè si sa che noi siàn antichi cittadini fiorentini. Però pensa a
quello che io ti scrivo, perchè tu non se' anche di sorte e di persona,
che tu sia degnio della prima bellezza di Firenze. Racomandati, acciò
che tu non ti inganni.

Della limosina che io ti scrissi far costà, tu mi rispondesti ch'i'
t'avisassi quant'io volevo dare, come se io avessi 'l modo a dar qualche
centinaio di scudi. Quand'e' tu fusti qua ultimamente, mi portasti un
pezzo di panno, il quale mi parve intendere che ti fussi costo da venti
a venti cinque scudi, e questi e questi,[219] pensai allora di dargli in
Firenze per l'anime di tutti noi. Dipoi per la carestia grande che c'è
qua, si son convertiti in pane e anche se non c'è altro socorso, dubito
non ci moriàno tutti di fame.

Altro non mi acade. Racomandami al prete e quando potrò, risponderò a
quel che già mi domandò.

  A dì ultimo di febraio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1550, di Roma, addì 5 di marzo: de' dì 28 paxato.


  [219] Così nell'autografo.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di marzo 1551.

CCXLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi le pere, cioè novanta sette bronche, poi che così le
battezzate. Non mi acade altro circa questo. Del caso del tôr donna, te
ne scrissi sabato passato il parer mio, cioè che tu non abbi rispetto a
dota, ma solo all'esser di buon sangue, nobile, e bene allevata e sana:
altro non so che dirti di cose particulare, perchè di Firenze io ne so
quel che uno che non v'è mai stato. Èmmi a questi dì stato parlato d'una
degli Alessandri, ma non ò inteso particular nessuno. Se ne intenderò,
per quest'altra te ne darò aviso.

Messer Giovanfrancesco mi richiese circa un mese fa di qualche cosa di
quelle della Marchesa di Pescara, se io n'avevo. Io ò un libretto in
carta pecora che la mi donò circa dieci anni sono, nel quale è cento tre
sonetti, senza quegli che mi mandò poi da Viterbo in carta bambagina,
che son quaranta; i quali feci legare nel medesimo libretto e in quel
tempo li prestai a molte persone, in modo che per tutto ci sono in
istampa.[220] Ò poi molte lettere che la mi scrivea da Orvieto e da
Viterbo. Ecco ciò ch'io ò della Marchesa. Però mostra questa a detto
prete, e avisami di quello che ti risponde.

Circa i danari ch'i' ti scrissi già dar costà per limosina, com'io credo
ti scrivessi sabato, mi bisognia convertirgli in pane per la carestia
che c'è, in modo che se non ci aparisce altro socorso, dubito che non
abbiàno a morir tutti di fame.

  A dì 7 di marzo 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [220] Le _Rime_ della Vittoria Colonna furono stampate la prima
  volta nel 1538 in Parma. Poi, con una giunta di stanze, nel 1539,
  senza luogo e stampatore. Una terza edizione colla giunta di 16
  sonetti spirituali, è quella di Firenze del suddetto anno.
  Finalmente una quarta, colla giunta di 24 sonetti spirituali e del
  _Trionfo della Croce_, fu fatta in Venezia nel 1544. Le posteriori
  non si notano. Delle molte lettere che deve avere scritto la
  Colonna a Michelangelo, oggi sei sole se ne conoscono, e sono
  tutte pubblicate. Cinque da copie tratte da' loro originali
  conservati nell'Archivio Buonarroti, furono stampate dal marchese
  Giuseppe Campori nelle _Lettere artistiche inedite_: Modena,
  Soliani, 1867 in-8º, ed una dal Grimm, dall'originale che è nel
  Museo Britannico.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 di maggio 1551.

CCXLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa il tôr donna; della medesima cosa che mi scrivi ora,
me ne parlasti qua quando ci fusti, e allora me ne informai e none
trovai se non bene; però ti dico, che la fanciulla per padre e per madre
mi piace assai. L'altre cose, cioè di sanità e di tempo, le puoi
intendere meglio costà: però se ti pare di farne parlare come mi scrivi,
io la rimetto in te, e Dio ci facci grazia del meglio.

Circa i' libretto de' sonetti della Marchesa, io non lo mando, perchè lo
farò copiare prima, e poi lo manderò. Altro non acade.

  A dì 8 di maggio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1551; addì 14 di magio: de' dì 8 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di maggio 1551.

CCXLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti risposi pel passato com'io m'ero informato della cosa
de' Nasi, e che io non avevo trovato se non bene. Dipoi m'è stato di
nuovo riparlato d'una figluola di Filippo Girolami, per madre d'una
sorella di Bindo Altoviti: io non ò notizia che cosa si sia; pure non ò
voluto mancare di dartene aviso. Questa de' Nasi, per la informazione
ch'io n'ò, quando sia così, mi piace, e così ti scrissi. Però
attendendoci tu, àrò caro m'avisi quello che ne segue, e ancora m'avisi
quello che intendi dell'altra de' Girolami.

  Di maggio a dì 22 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, di Roma, a dì 27 di magio: de' dì 22 decto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di giugno 1551.

CCXLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi, oggi fa otto dì, una soma di trebbiano, cioè
quaranta 4 fiaschi; ònne presentato a più amici: è stato tenuto il
meglio che quest'anno sia venuto a Roma. Ti ringrazio, nè altro ò che
dir circa questo.

Della cosa de' Nasi tu mi scrivi che non ài ancora avuto risposta da
Andrea Quaratesi: io non credo che per simil cose sia da fondarsi molto
ne' casi sua; e 'l tempo con questo aspettare passa e non ritorna. A me
pare, quand'e' si truovassi una fanciulla nobile, bene allevata e buona
e poverissima; che questa sarebbe, per istare in pace, molto a
proposito; tôrla senza dota per l'amore di Dio; e credo che in Firenze
si truovi simil cose: e questo a me piacerebbe molto, acciò che tu non
ti obrigassi a pompe e a pazzie, e che tu fussi ventura a altri, come
altri è stato a te: ma tu ti truovi rico, e non sai come. Non mi vo'
distender più a narrarti la miseria in che io trovai la casa nostra,
quand'io cominciai aiutarla; che non basterebbe un libro; e mai ò
trovato se non ingratitudine: però fa di riconoscer da Dio il grado in
che tu se', e non andar drieto a pompe e a pazzie.

  A dì 28 di gugnio 1551.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, addì 2 di luglio: de' dì 28 del paxato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (17) d'ottobre 1551.

CCXLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come ti se' informato di quella de'
Girolami, e che none senti altro che bene; però quando vi fussi le parte
buone che si debbe desiderare in simil cosa, non mi pare che la dota
debba guastare il parentado: però pensavi bene, perchè il parentado mi
pare assai onorevole, e a me piacerebbe, quando vi fussi le parti buone,
come ò detto, cioè ben allevata e di buona fama e costumi, come si
desidera: e questo puoi andare intendendo con diligenzia e credere a
pochi. Altro non mi acade. Desidero asai che di voi resti qualche reda.
Ricòrdoti che quando ti fussi parlato da mia parte di cosa nessuna, se
non vedi mie lettere, non prestar fede. A dì.... d'ottobre 1551.

                              MICHELAGNOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, di Roma, addì 23 d'otobre: de' dì 17 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di dicembre 1551.

CCXLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua della corta vista, che non mi
pare picol difetto; però io ti rispondo, che qua non ò promesso niente,
e non avendo ancora tu promesso costà niente, che mi pare da non se ne
impacciare, essendone tu certo; perchè, come mi scrivi, e' va per
redità. Ora io ti dico di nuovo quel che altre volte t'ò scritto, che tu
cerchi d'una che sia sana, e più per l'amor di Dio che per dota, purchè
sia buona e nobile; e non ti die noia l'esser povera, perchè si sta più
in pace; e la dota che sarebbe conveniente, te la darò io. Circa questo
non mi acade altro. Io mi truovo vechio e un poco di capitale, il quale
non vorrei spender qua: però quando trovassi costà una buona casa o
possessione che fussi cosa sicura per una spesa di mille cinquecento
scudi, sarei per tôrla: però cèrcane, perchè morendo io qua, come può
avenire ogni ora, che non vadin male.

  A dì 19 dicembre 1551.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Addì.... di gienaio: de' dì 19 passato.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 19 di dicembre (1551).

CCXLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Di quella cosa che mi scrivi, sendone tu certo, e non avendo
promesso costà niente, nè io qua, non mi pare che sia cosa da
impacciarsene; e come t'ò scritto altre volte, cercare d'una che sia
sana e tôrla più per l'amor di Dio, che per altro, pur che sia nobile e
buona; e non ti die noia che sia povera, perchè si sta più in pace. Non
ò tempo da distendermi altrimenti, ma ò scrittoti più appieno per uno
scarpellino che si chiama il Fantasia, che si parte di qua domattina.
Truòvalo, e fatti dar la lettera.

  A 19 di dicembre.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di febbraio 1552.

CCL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Parlando io a questi dì qua col tio[221] di quella cosa, mi
disse che si maravigliava molto che la fussi tornat'a dietro, e che
stimava che qualche magrone l'avessi impedita, per entrare in quella
roba o per redarla: m'è parso di darti aviso di dette parole.

Ora mentre scrivo, m'è stata portata una tua, per la quale intendo di
una figluola di Carlo di Giovanni Strozzi. Giovanni Strozzi conobbi che
io ero fanciullo, e era un uomo da bene: altro non ò che dirtene:
conobbi anche Carlo; e credo che possa esser cosa buona.

Circa le possessione che m'avisi, non mi piaccion presso a Firenze: in
Chianti mi pare che sarebbe più a proposito; però quando vi si trovassi
cosa sicura, sare' da farlo, e non guardare in dugento scudi.

Circa il tôr donna, io non ò qua modo d'intendere di cosa nessuna,
perchè non ò pratica di Fiorentini nessuna, e manco d'altri.

Io son vechio come per l'ultima mia ti scrissi, e per levar la speranza
vana a qualcuno, quando la sia, io penso di far testamento e lasciar ciò
ch'io ò costà a Gismondo mio fratello e a te mio nipote, e che l'uno
none possa pigliar partito di nessuna sorte senza il consenso
dell'altro; e che restando voi senza reda legittima, ogni cosa redi Sa'
Martino, cioè che l'entrate si dieno per l'amor di Dio a' vergognosi,
cioè a' cittadini poveri, o altrimenti che sia meglio, come mi
consiglierete. A dì venti di febraio mille cinquecento cinquanta dua.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' dì 20 deto.

    (_D'altra mano._)

    Dàtela bene, perchè è di messer Michelagniolo Buonaruoti.


  [221] Dice così, forse per scorso di penna, invece di _zio_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'aprile 1552.

CCLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa al tôr donna, io ò un aviso da uno amico mio, che quel
difetto che ti fe' tirare adrieto da quella che ti scrissi, non è vero,
cioè della corta vista, ma che t'è stato ditto da uno tuo amico per
darti una sua cosa; e perchè la non è ancora da marito, à fatto per
intrattenerti tanto che la sia per dartela. Però quando quella cosa
della vista non sia vera, e che e' non vi sia altro difetto, a me pareva
che la fussi cosa per farla. Però abi cura di non esser menato pel naso
da gente molto inferiore che quella. Io non t'ò che dire altro circa
questo. Ricòrdati che 'l tempo passa, e che io non vorrei essermi
afaticato tutto il tempo della mie vita per gente strana: ma 'l
testamento spero provegga.

  A dì primo d'aprile 1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, addì 7 d'aprile: de' dì primo detto, 1552.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 23 d'aprile 1552.

CCLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi dell'aviso che io avevo avuto di costà, cioè
che quel difetto della vista non era vero, e d'altre cose, come
intendesti. Ora tu mi rispondi che ne se' certo, ma che se io voglio,
che la tôrrai; e io ti dico, che sendo la cosa come mi scrivi, che e'
non se ne parli più, e che tu cerchi di tôr donna a ogni modo e non
guardare a dota, purchè sia cittadina e buona; e non stare a bada di
parenti, che forse non piace loro che tu la tôgga; e ingégniati di
trovare una di sorte che non si vergogni, quando bisogni, di rigovernar
le scodelle e l'altre cose di casa, aciò che tu non t'abbi a consumare
in pompe e in pazzie. Io intendo che in Firenze è gran miseria e massimo
ne' nobili; però non guardando a dota, io credo che si possa trovar cosa
al proposito: come t'ò scritto altre volte, far conto di fare una
limosina. Adì 23 d'aprile 1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 24 di giugno 1552.

CCLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, cioè quaranta quattro fiaschi; di
che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perchè
dato ch'i' n'ò agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi dì
s'inforza. Però un'altr'anno s'io ci sarò, basterà mandarne dieci
fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.

A questi dì fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222] e riscontrandolo con
messer Giorgio pittore,[223] mi domandò di te e circa al darti donna: di
che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche
non s'avea a tôrla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perchè mi
parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua
t'ànno parlato costà e confortàtoti a tôr donna, e dittoti che io n'ò
gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t'ò più
volte scritte, e così ti raffermo, acciò che l'esser nostro non finisca
qui; benchè non sare' però disfatto il mondo: pure ogni animale
s'ingegnia conservare la suo' spezie. Però io desidero che tu tolga
donna, trovando cosa al proposito, cioè sana e bene allevata, d'uomini
di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil
caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi
della sanità della persona da tôr donna, meglio è ingegniarsi di vivere
che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perchè io
veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza
cosa che fussi contra te medesimo, perchè non àresti mai bene e io non
sarei mai contento.

Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non
sia al mondo in simil caso, perchè non ò pratica nessuna, e massimo de'
Fiorentini; ma àrò ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani,
m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non ò da dirti. Prega Dio che
ce la die buona. A dì 24 di gugnio 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.


  [222] Bernardetto, vescovo d'Arezzo, morto nel 1574.

  [223] Vasari.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (d'ottobre 1552).

CCLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuto piacere grande, avendo inteso per la tua come
quella cosa ti sodisfa. Ma abbi cura che non sendo certo delle dua che
tu à' viste insieme, qual si sie quella di che si parla, che e' non te
ne sia data una per un'altra, come fu fatto già a uno amico mio. Però
apri gli ochi, e non aver fretta. Circa alla dota io soderò e farò ciò
che tu mi dirai: ma a me è stato detto qua che e' non v'è dota nessuna.
Però vacci col calzar del piombo, perchè non si può mai tornare adrieto,
e io n'àrei grandissima passione, quando o per la dota o per altro non
te ne sodisfacessi. El parentado, come ti scrissi, mi piace assai, e
essendovi poi le parte che si desiderano in simil caso, non mi par da
guardare nella dota quand'ella non sia come desideri. Io t'ò detto che
tu apra gli ochi, perchè sèndone sollecitato, mi par che non debbe esser
così, sendo chi e' son da ogni parte, bisognia farne e farne fare
orazione, acciò che segua il meglio, perchè simil cose si fanno solo una
volta.

                              MICHELANGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 d'ottobre 1552.

CCLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — In questa sarà la risposta ch'i' fo a Michele Guicciardini
circa al tôr tu donna; e scrivogli com'io son parato a sodar la dota in
su le cose mia, come o dove a te pare, e pregolo che in questa cosa duri
un poco di fatica: però pórtagli la lettera e lui ti mostrerà circa 'l
sodo come mi par da fare, o altrimenti come a te parrà: e a te dico, che
tu non compri la gatta in saco, che tu facci di veder cogli ochi tuo'
molto bene, perchè potrebbe esser zoppa o mal sana, da non esser mai
contento; però úsaci diligenzia quanto puoi e racomàndatene a Dio. Altro
non m'acade, e lo scriver m'è gran fastidio. A dì 28 d'ottobre 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, addì 28 otobre: a dì 22 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di novembre 1552.

CCLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò una tua con una di Michele, a le quali non mi pare da
rispondere altrimenti che quello ch'io vi scrissi, oggi fa otto dì; e
queste credo l'abbiate avute; e così raffermo per questa: cioè che io
per non esser stato costà, non ò notizia delle famiglie di Firenze; ma
che io ò tal fede nel Guicciardino, che io non credo che ti consigliassi
di cosa che non fussi al proposito: ma che tu facessi di vederla cogli
ochi tuoi: e della dota, ti scrissi che tu la sodassi in su le cose mia
dove ti pare, e mandassimi il contratto, che io retificherei a ciò che
tu facessi. Credo le lettere l'abiate avute. Altro circa a questo non ò
da dirti.

Àrei caro che quando tu trovassi da comperare una casa di mille per in
sino in dumila scudi, me ne déssi aviso. Cèrcane e fanne cercar con
diligenzia. Non ò or tempo da scrivertene altro.

  A cinque di novembre 1552.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del 21 novembre 1552).

CCLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — E' mi par che le cose che ànno cattivo prencipio non possino
aver buon fine. Io resto avisato per l'ultima tua, come circa quella
cosa t'è mancato di quello che volontariamente t'era promesso; io ti
dico, che benchè più volte t'abbi scritto che tu non guardi in danari,
non mi par però che t'abbia a eser mancate le promesse; e perchè
l'isdegnio à gran forza, a me parrebbe di non ne parlar più, se già tu
non vi vedessi tante altre cose al proposito tuo, che non ti paressi da
guardare in picola cosa. Di questo non intendendo particularmente le
cose, non so che me ne dire: racomandarsene a Dio, e stimar che quel che
segue sia il meglio: nè credo abia a mancar d'aconciarsi bene con la sua
grazia.

Per l'ultima mia ti scrissi che tu cercassi di comperare una casa
onorevole e in buon luogo, perchè pur quando acadessi ch'i' tornassi a
Firenze, vorrei aver dove stare, e ancora perchè son vechio, e' vorrei
dar luogo a quel poco del capitale che ò qua e starci più leggiermente
ch'i' posso. Altro non mi acade. Non rispondo al Guicciardino, perchè
non ò ancora saputo leggier la sua; io non so dove voi v'abbiate
imparato a scrivere. Fa' mie scuse, e racomandami a lui e alla
Francesca.[224]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, riceuta a dì 26 di novembre.


  [224] Manca la sottoscrizione.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 17 di dicembre 1552.

CCLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi di dua partiti che ti son messi inanzi: a me
piacciono molto più che quel di prima, ma perchè non ò da chi
m'informarmi di tal cosa, non te ne posso scrivere particularmente cosa
nessuna: bisognia che tu cerchi tu e pregi Iddio che ti dia il meglio. A
me pare che tu abbi aver cura alla bontà e sanità, più che a
nessun'altra cosa. Non ti posso dire altro circa a questo.

Della casa che io ti scrissi, dico, che quando se ne trovassi una in
buon luogo che fussi onorevole e con buon sodo, ch'io non guarderei in
danari, per insino alla quantità che ti scrissi. A dì 17 di dicembre
1552.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1552, di Roma, addì 22 di dicembre: de' dì 17 deto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (18 di marzo? 1553).

CCLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivesti già d'una figluola di Donato Ridolfi, per
madre di quegli del Benino, e ora per quella che rispondi a Urbino, di
nuovo me lo ramenti. Io non te ne posso nè consigliare nè sconsigliare,
perchè, come t'ò scritto altre volte, io non ò notizia di famiglia
nessuna di Firenze, e qua non pratico con nessun fiorentino: ma stimo
bene, che avèndotene parlato il Guicciardino, che la possa esser cosa al
proposito, sendo parente e di pura e buona coscienzia. Però io ti dico
che tu lo pregi da mia parte che per l'amor di Dio s'afatichi un poco
per simil cosa, o di questa de' Ridolfi o d'un'altra, tanto che si
truovi cosa al proposito; restandogli obrigatissimo: e così prega la
Francesca e racòmandami loro. Io t'ò scritto più volte che tu non guardi
a dota, ma solo a nobilità, sanità e bontà; e quando si truovi queste
cose, non ài aver rispetto a nessuna altra, perchè sendo tu uomo da bene
non ti può mancare.

Urbino ti scrisse quello che gli era stato detto qua di te: che n'ebi
passione: però non praticar cogl'uomini di Settigniano, che tu none
caverai altro che vergognia.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di marzo 1553.

CCLX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per l'ultima tua come tu ài circa il tôr donna
rappicato pratica per quella de' Ridolfi. E' debbe esser quattro mesi o
più, che io ti risposi di dua partiti di che mi scrivesti, che mi
piacevono, e tu non me n'ài poi scritto altro; in modo che io non ti
intendo e non so che fantasia si sia la tua: e questa pratica è già
durata tanto, che la m'à straco, per modo che io non so più che mi ti
scrivere. Questa de' Ridolfi, se tu n'ài buona informazione che ti
piaccia, tò'la, e quello che io t'ò scritto altre volte del sodo, quel
medesimo ti raffermo: e se e' non ti piace di tôr questa nè nessuna
altra, io ne lascio il pensiero a te. Io ò atteso sessanta anni a' casi
vostri; ora son vechio e bisògniami pensare a' mia: sichè pigliala come
a te pare; che ciò che tu farai, à a esser per te e non per me, che ci ò
a star poco. Quando ebbi la tua, n'ebbi un'altra del Guicciardino, e
perchè è del medesimo tinore, non m'acade rispondergli altrimenti.
Racomandami a lui e alla Francesca. Altro non m'acade. A dì 25 di marzo
1553.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 d'aprile 1553.

CCLXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua come la pratica rappicata per conto della
figluola di Donato Ridolfi è venuta a effetto: di che ne sia ringraziato
Idio; pregandolo che ciò sia seguito con la sua grazia. Circa il sodo
della dota, io ò fatto dire la procura in te, e così con questa te la
mando, acciò che sodi la dota che mi scrivi di mille cinquecento ducati
di sette lire l'uno, dove a te pare delle cose mia. Ò parlato con messer
Lorenzo Ridolfi e fatto le parole conveniente meglio che ò saputo. Altro
non m'acade per ora. Scriverra'mi poi come la cosa seguirà, e io penserò
di mandar qualche cosa, come s'usa.

  A dì 22 d'aprile 1553.

                              MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 d'aprile 1553.

CCLXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Súbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la
procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225] cioè mille
cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella
stia bene; el notaio che l'à fatta è d'alturità, perchè è notaio del
Consolato de' Fiorentini e di Camera.

Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di
tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino,
che sarà infra quindici dì, farò il debito mio.

  A l'ultimo d'aprile 1553.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [225] La confessione della dote di 1500 ducati fu fatta da
  Lionardo a' 16 di maggio del 1553 per strumento rogato da ser
  Ottaviano da Ronta, notaio fiorentino.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 20 di maggio 1553.

CCLXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come tu ài la donna in casa e come tu
ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non ài
ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'ài, n'ò grandissimo
piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa
e può. Del sodar la dota, se tu non l'ài, non la sodare e tien gli ochi
aperti, perchè in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia.
Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto
aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il
salutarmi da sua parte, ringràziala e fagli quelle oferte da mia parte
che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio
pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non ò potuto farne
ancora segnio, perchè non c'è stato Urbino. Ora è tornato due dì fa:
però io penso di farne qualche dimostrazione. Èmmi detto che un bel
vezzo di perle di valuta starebbe bene. Ò messo a cercarne uno orefice
amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se
altro ti par ch'i' facci, avisàmene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e
pon mente e considera, perchè molto è sempre maggiore il numero delle
vedove che de' vedovi.

  A dì venti di maggio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 di giugno 1553.

CCLXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricievuto la soma del trebbiano che m'ai mandato, cioè
quaranta quattro fiasci:[226] è molto buono, ma è troppo, perchè non ò
più a chi ne donar come solevo; però se sarò vivo quest'altro anno, non
voglio me ne mandi più.

Io ò provisto a dua anelli per la Cassandra, un diamante e un rubino;
non so per chi mandartegli. Àmi ditto Urbino che si parte di qua dopo
San Giovanni uno Lattanzio da San Gimigniano[227] tuo amico: ò pensato
di dargli a lui che te gli porti, o vero tu mi adirizzi qualcun fidato,
acciò che non sien cambiati, o che non vadin male. Avisami più presto
che puoi quel che ti par ch'i' faccia. Come gli àrai, àrò caro gli facci
stimare, per vedere se sono stato gabbato, perchè no' me ne intendo.

  A dì 21 di gugnio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [226] Dice così.

  [227] Forse Lattanzio Cortesi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di luglio 1553.

CCLXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mando pel procaccio i dua anelli, cioè uno diamante e
uno rubino, e màndogli in una scatoletta amagliata, come mi scrivesti.
Al procaccio darai tre iuli pel porto, e tre iuli gli ò promessi, se mi
porta la ricievuta; però fàgniene; e àrò caro che detti anegli gli facci
vedere, e m'avisi di quello che sono stimati. Altro non m'acade.

  A dì 22 di luglio 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Dietro sotto l'indirizzo è parimente di mano di
    Michelangelo_.)

    tre iuli ài a dare pel porto al procaccio.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 5 d'agosto 1553.

CCLXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi le camice, cioè otto camice: sono una cosa bella e
massimo la tela: l'ò care assai. Ma pure ò per male che le togliate a
voi, perchè a me non manca. Ringrazia la Cassandra da mia parte e fagli
oferte di ciò che io posso qua, delle cose di Roma o d'altro, che io non
sono per mancarli. Ò avuta la ricievuta de' dua anelli e quello che sono
stati stimati: l'ò caro, perchè son certo non essere stato ingannato: e
benchè io abbi mandato picola cosa, un'altra volta superiréno in qualche
altra cosa che e' l'abbi fantasia, secondo che tu m'aviserai. Altro non
m'acade circa questo. Fa' di vivere e sta' in pace.

  A dì 5 d'agosto 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 24 di ottobre 1553.

CCLXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua, come la Cassandra è gravida; del che n'ò
piacer grandissimo, perchè spero pur che di noi resti qualche reda o
femina o mastio che si sia; e di tutto s'à a ringraziare Idio. A questi
dì è tornato di costà il Cepperello e à ditto a Urbino che mi voleva
parlare; penso che sia per conto del suo podere che confina co' nostri.
Avisami se n'à parlato costà niente con esso voi, perchè quando si
potessi avere, sarebbe molto a proposito.

Altro non mi acade. Saluta messer Giovan Francesco da mia parte, e
avisami come (la fa).

  A 24 d'ottobre 1553.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del marzo 1554).

CCLXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi una tua della settimana passata, dove mi scrivi la
contentezza che tu ài continuamente della Cassandra: di che ne abbiamo a
ringraziare (Idio), e tanto più quanto è cosa più rara. Ringràziala e
racomandami a lei; a quando delle cose di qua gli piacessi niente,
dàmene avviso. Circa al por nome a' figluoli che tu aspetti, a me
parrebbe che tu rifacessi tuo padre, e se è femina, nostra madre, ciò è
Buonarroto e Francesca. Non di manco io la rimetto in te. Altro non
m'acade. Riguàrdati e fa' di vivere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'aprile 1554).

CCLXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua come la Cassandra è presso al parto e come
vorresti intendere il parer mio del nome de' putti: della femina, se sia
così, tu mi scrivi esser risoluto, per e' sua buon portamenti; del
mastio, quando sia, io non so che mi ti dire. Àrei ben caro che questo
nome Buonarroto non mancasse in casa, sendoci durato già trecento anni
in casa. Altro non ò che dire, e lo scrivere m'è noia assai. Attendi a
vivere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 d'aprile 1554.

CCLXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua come la Cassandra à partorito un bel
figluolo e come la sta bene, e che gli porrete nome Buonarroto. Di tutto
n'ò avuto grandissima allegrezza. Idio ne sia ringraziato; e lo facci
buono, acciò ci facci onore e mantenga la casa. Ringrazia la Cassandra
da mia parte e racomandami a lei. Altro non m'acade. Son breve allo
scrivere, perchè non ò tempo. A dì ventuno d'aprile 1554.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (8 di dicembre 1554).

CCLXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ho ricevuto i caci che m'ài mandati, cioè dodici
marzolini; son molto begli e buoni: n'ò fatto parte agli amici, e 'l
resto per in casa. Altro non m'acade circa a questo. Del mio essere,
secondo l'età, non mi pare di stare peggio che gli altri della medesima
età; e di voi tutti stimo bene e così della Cassandra. Racomandami a
lei, e digli ch'i' prego Iddio che la facci un altro bel figluolo
mastio. Altro non m'acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1554, addì 14 di dicembre: de' dì 8 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 di gennaio 1555.

CCLXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ho mandati costà cento scudi d'oro in oro e' quali ò
pagati qua, overo mandati per Urbino che sta meco a messer Bartolomeo
Bussotti in Roma, che ti sieno pagati costà a tuo piacere. Però anderai
a trovare messere Simone Rinuccini con la poliza che sarà in questa, e
lui te gli pagerà; e di detti danari vorrei ne comperassi diciannove
palmi di rascia pagonazza scura, la più bella che truovi, per fare una
vesta a la moglie d'Urbino; del resto, vorrei che ne facessi limosine,
ove ti pare che ne sia più bisognio, e massimo per fanciulle.

Io ti scrissi della ricievuta de' marzolini. Altro non m'acade: àvisami
del seguito di detti scudi, e manda la detta rascia più presto che puoi.
A dì 26 di gennaio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 9 di febbraio 1555.

CCLXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Intendo per la tua come ài ricevuti i cento scudi che io ti
ò mandati, e come ài inteso per la mia quello che tu n'ài a fare, cioè a
mandarmi dicianove palmi di rascia pagonazza scura, e del resto farne
limosine dove e come pare a te, e darmene aviso.

Circa al bambino che tu aspetti, tu mi scrivi che ti parrebbe porgli
nome Michelagniolo. Io dico che se così piace a voi, piace anche a me;
ma se sarà femina, non so che mi dire. Contentavi[228] voi, e massimo la
Cassandra, alla quale mi racomanderai. Altro non m'acade. Circa le
limosine di che ti scrivo, fanne poco romore. A dì 9 di febraio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1554, addì 16 di febraio: de' dì 9 detto.


  [228] Così nell'autografo, e voleva dire: _contentatevi_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di marzo 1555.

CCLXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi la rascia: è molto bella, e a torla qua sarebbe
costa molto più e non sare' stata sì bella: del che Urbino te ne
ringrazia quanto sa e può.

Circa a quel de' Bardi, mi piace quel che ài fatto e così séguita del
resto senza romore. Qua si dice che costà è gran carestia e miseria;
però è tempo, il più che l'uomo può, di guadagniare qual cosa per
l'anima. Altro non m'acade. Séguita e àvisami. Altro non m'acade.[229] A
dì 2 di marzo 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [229] Così è scritto nell'autografo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1555).

CCLXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò per l'ultima tua la morte di Michelagniolo, e tanto
quanto n'ebbi allegrezza, n'ò passione; anzi molto più. Bisognia aver
pazienza e stimar che sia stato meglio che se fussi morto in vechiezza.
Ingegniati di viver tu, perchè sarebbe con tanta fatica la roba senza
uomini.

Il Cepperello à ditto a Urbino che vien costà, e che la donna che avea a
vita il podere, di che già si parlò, è morta; credo sarà con esso teco.
Se lo vuol dare pel gusto prezzo con buona sicurtà, piglialo e avisami,
e io ti manderò i danari.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di marzo 1555.

CCLXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Messer Francesco Bandini m'à domandato s'io voglio vendere
le terre ch'io ò da Santa Caterina, che à uno suo amico che le
comperrebbe volentieri. Io gli ò ditto che ogni cosa mia costà è vostra,
e che voi ne farete, sarà ben fatto: e così vi rafermo. Però siate
insieme tu e Gismondo e vedete che vi torna meglio, o danari o tenere le
terre; e rispondi resoluto, acciò possa rispondere a detto messer
Francesco. Altro non m'acade circa questo.

Un manovale della Fabrica qua di Santo Pietro m'à dato qua due scudi
d'oro, che io gli mandi alla madre; però leggierai la poliza che sarà in
questa, e dara'gli a chi la dice, perchè non ò da mandargli altrimenti.

  A dì 30 di marzo 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di maggio 1555.

CCLXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi circa un mese fa che tu déssi dua scudi d'oro
alla madre di Masino da Macìa che sta qua per manovale, che tanti n'avea
qua dati a me, che io gniene mandassi. Non ò mai avuto risposta. Àrei
caro m'avisassi se avesti la lettera e se gli à' dati o sì o no. Altro
per questa non m'acade.

In questa sarà una di messer Giorgio pittore. Àrei caro che la déssi in
sua propia mano, perchè è cosa che m'importa assai. A dì dieci di maggio
1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di maggio 1555.

CCLXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa le terre di Santa Caterina, io ti scrissi che tu fussi
con Gismondo, e che voi ne pigliassi quel partito che fussi più utile
per voi. Ora mi scrivi che a voi par da venderle e a me non potrebbe più
piacere; sichè vendete e non aspettate altro, e de' danari
acordavene[230] insieme. Ài dati i danari alla madre di Masino? Altro
non ò che dire: riguàrdati: e Dio ci aiuti. Adì 25, 1555 di maggio.[231]

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [230] Scrive così per svista, invece di _acordatevene_.

  [231] Così sta.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di giugno 1555.

CCLXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mando in questa una lettera che tu la dia a messer
Giorgio Vasari e racomandami a lui.

Delle terre di Santa Caterina io ti scrissi, che a me piacea assai che
voi le vendessi, e che vendendole, i danari ne facciate quello che vi
pare, come di cosa vostra: però quando siate d'acordo con chi le vuole,
datemene aviso, acciò che io vi mandi la procura. Altro non m'acade.
Attendi a star sano e vivere. A dì 22 di gugnio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto, 1555.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 5 di luglio 1555.

CCLXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua esser d'accordo con lo
Spedalingo di Bonifazio delle terre mia da Santa Caterina, cioè di
dargniene per trecento venti scudi, e che io ti mandi la procura. Io te
la manderò di questa settimana che viene a ogni modo. Non ò potuto prima
per ragione di crudelissimo male che io ò avuto in un piede, che non m'à
lasciato uscir fuora e àmi dato noia a più cose: dicono ch'è spezie di
gotte: non mi manca altro in mia vechiezza! pure ora ne sto assai bene:
e come ho detto, di questa settimana che viene, te la manderò a ogni
modo. Tien fermo l'acordo, perchè mi piace assai. Altro non m'acade. A
dì cinque di luglio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1555, addì 11 di luglio: de' dì 5 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di luglio 1555.

CCLXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mando la procura che tu possi dare le terre dette da
Santa Caterina allo Spedalingo, e a chi altri ti pare; e de' danari, che
tu e Gismondo ne facciate quello che vi pare il meglio. Delle terre che
furno di Niccolò della Buca, a me piacerebbe come mi scrivi, quando vi
fussi buon sodo.

In questa sarà una a Gismondo: confòrtalo da mia parte a pazienza, e
digli che degli affanni i' n'ò anch'io la parte mia: e non gli mancar di
niente. A dì 13 di luglio 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  RACCOLTA GIÀ BUSTELLI.      Di Roma, 28 di settembre 1555.

CCLXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._[232]


Lionardo. — Io ho inteso per l'ultima tua come il Duca[233] è stato a
vedere i dua modegli della facciata di San Lorenzo[234] e come Sua
Signoria gli à domandati. Io ti dico che avevi súbito a mandargli, dove
Sua Signoria gli voleva, senza scrivermene altrimenti: e così àresti a
far d'ogni altra cosa nostra, quando avessimo cosa che gli piacessi.

Con questa sarà la risposta di quella di messer Giorgio, e circa la
scala della Libreria[235] io gnene do notizia, come per un sogno di quel
poco ch'i' mi posso ricordare: e màndoti la lettera sua aperta, acciò
che tu la legga e così aperta gniene dia.

Mi piace che stiate bene tu e la Cassandra e 'l putto, ma di Gismondo
n'ho gran passione e duolmi assai; ma non sono anch'io senza difetti e
con molte brighe e noie, e di più ch'io ho già tenuto Urbino tre mesi
nel letto malato e èvvi ancora; che m'è stato d'un gran fastidio e noia:
ringraziare Dio d'ogni cosa. Confortalo da mia parte e aiutalo quanto tu
puoi. A dì 28 di settembre 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [232] Copiata da Michel.º Buonarroti il giovane.

  [233] Cosimo de' Medici.

  [234] Sono da gran tempo perduti.

  [235] Di San Lorenzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di novembre 1555.

CCLXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per la tua la morte di Gismondo mio fratello[236] e non
senza grandissimo dolore. Bisognia aver pazienza: e poi ch'è morto con
buon conoscimento e con tutti e' sacramenti che ordina la Chiesa, è da
ringraziarne Idio.

Io son qua in molti affanni, e ancora ò Urbino nel letto molto mal
condotto; non so che se ne seguirà: io n'ò quel dispiacere che se fussi
mio figluolo, perchè è stato meco venticinque anni molto fedelmente; e
perchè son vechio, non ò più tempo a fare un altro a mio proposito: però
mi duol molto: però se ài costà nessuna persona divota, ti prego facci
pregare Idio per la sua sanità.

  A dì trenta di novembre 1555.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1555, addì 7 di dicembre: de' dì 30 passato.


  [236] Morì il 13 di novembre di quest'anno.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di dicembre 1555.

CCLXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa alle sustanze che à lasciate Gismondo, di che mi
scrivi, io dico che ogni cosa à restare a te. Fa' d'osservare il suo
testamento e di fare orazion per l'anima sua, che altro non si gli può
fare.

Àvisoti come iersera, a dì tre di dicembre a ore 4 passò di questa vita
Francesco detto Urbino,[237] con grandissimo mio affanno; e àmmi
lasciato molto aflitto e tribolato, tanto che mi sare' stato più dolce
il morir con esso seco, per l'amore che io gli portavo: e non ne
meritava manco; perchè s'era fatto un valente uomo, pieno di fede e
lealtà; onde a me pare essere ora restato per la morte sua senza vita: e
non mi posso dar pace. Però àrei caro di vederti: ma non so come tu ti
possa partire di costà per amor della donna. Àvisami se infra un mese o
un mese e mezo tu potessi venire insino qua, intendendo sempre con
licenzia del Duca. I' ò ditto che 'l tuo venire sie con licenzia del
Duca, per bene: ma non credo che bisogni: gòvernala come ti pare, e
rispondi. Scrivi se tu puoi venire, e io ti scriverrò quande tu t'àrai a
partire, perchè io voglio che prima sia partita di casa la moglie
d'Urbino.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [237] Fra le carte dell'Archivio Buonarroti esiste la copia del
  testamento che Francesco del fu Bernardino degli Amatori da Castel
  Durante, infermo di corpo, fece sotto il dì 24 novembre (per
  svista del copiatore è scritto 24 di dicembre) 1555 pei rogiti di
  ser Vitale Galgani, notaio. Noi ne daremo il seguente transunto:

  Lascia di esser seppellito, dopo la sua morte, nella chiesa della
  Minerva.

  Dice che da madonna Cornelia di Guido dei Colonnelli da Castel
  Durante, sua moglie, ebbe fiorini 700 per parte della dote di
  fiorini mille promessigli ed assegnati sopra una certa casa posta
  in Castel Durante nel Quartiere di San Cristofano: i quali danari
  vuole che sieno pagati ad essa madonna Cornelia sopra la detta
  casa.

  Lascia alla detta sua moglie 50 fiorini, che il testatore pagò a
  Guido padre di lei, al tempo della divisione di essa casa fatta
  tra lui e il detto Guido.

  Vuole che 200 fiorini avuti sopra la detta casa sieno pagati a
  madonna Cornelia da' suoi eredi, i quali sono Michelangelo suo
  figliuolo, e il figliuolo che nascerà da madonna Cornelia gravida.
  Nel caso poi che di lei nascesse una figliuola, vuole che al suo
  tempo essa sia maritata con dote di 500 fiorini.

  Lascia che dopo quattro anni dalla sua morte il suo erede sia
  tenuto a maritare due fanciulle povere.

  Sostituisce nel caso di morte de' suoi eredi la Confraternita di
  Santa Caterina di Castel Durante, volendo che i frutti della sua
  eredità sieno dispensati a' poveri.

  Nomina suoi esecutori testamentari e tutori de' figliuoli pupilli,
  messer Michelangelo Buonarroti, Roso de' Rosi e Pier Filippo
  Vandini da Castel Durante.

  Fatto in Roma nel Rione di Trevi, nella camera del detto
  testatore, nella casa di messer Michelangelo Buonarroti, alla
  presenza de' testimoni: ser Sebastiano del fu Pietro Marianetti da
  San Gimignano in Toscana, soprastante della Fabbrica di San Pietro
  di Roma; Francesco di Gio. Filippo Perfetti da Castel Torchiaro da
  Parma, pizzicaiuolo al Macello de' Corvi; maestro Paolo del fu
  Bartolommeo Ducci dal Borgo San Sepolcro, scarpellino; Mario di
  Bartolo, scarpellino dal Borgo San Sepolcro; Vitale di Girolamo da
  Urbino, scarpellino; Antonio di Bisino da Carona Ghiringhelli
  della Diocesi Milanese, muratore, abitatore in Borgo, e Stefano di
  Giovanni da Romano, Diocesi di Brescia, muratore.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di gennaio 1556.

CCLXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi della settimana passata la morte d'Urbino[238]
e com'io ero restato in gran disordine e molto malcontento, e come àrei
caro che tu venissi insino qua. E così ti scrivo di nuovo, che quando tu
possa acomodar le cose tua costà senza pericolo o danno per un mese, che
tu ti metta a ordine per venire. Quando non ti tornassi bene, o che
fussi per seguirne danno o per sospetto di strade o per altro, indugia
tanto che ti paia tempo da venire; e quando ti par tempo, vieni, perchè
i' son vechio e ò caro parlarti inanzi ch'i' muoia. Altro non m'acade.
Se altro ti fussi scritto, no' prestar fede se non alle mie lettere. A
dì undi(ci) di gennaio 1556.[239]

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [238] L'Urbino morì, come s'è veduto, il 3 di dicembre 1555.
  Michelangelo ne aveva scritto da più d'un mese.

  [239] Nell'autografo era dapprima stato segnato l'anno 1556, e poi
  corretto nel 1559; ma non è dubbio che deve dire 1556.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 7 di marzo 1556.

CCLXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò per la tua come siate gunti a salvamento, di che n'ò
piacere grandissimo, e più stando bene la Cassandra e gli altri. Io qua
mi sto nel medesimo termine che mi lasciasti, e del riavere le cose mia
ancora non è seguito altro che parole. Starò a veder quello che segue
quante potrò.

Dello spender costà dumila scudi, come ti dissi qua, o in casa o in
possessione, io son del medesimo parere; però quando trovassi cosa al
proposito, dànne aviso.

La moglie d'Urbino mi manda a chiedere sette braccia di panno nero che
sia bello e leggieri, e che súbito mi manderà e' danari del costo: però
io àrei caro che tu me lo mandassi; e pàgalo: e quel manco che costerà,
darai come restàmo: e come acade che io t'abbi a mandar danari, te gli
rimetterò nella somma de' cento. Altro non m'acade. Ringrazia la
Cassandra e racomandami a lei.

  Adì 7 di marzo 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Addì 14 di marzo: de' dì 7 detto; di Roma, 1555.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'aprile 1556.

CCLXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu t'abbattesti bene a dare a un gran tristo quel panno; io
l'ò aspettato qua un mese e fattolo aspettare a altri, con grandissimo
dispiacere. Io ti priego, che intenda quel che questo tristo mulattiere
n'à fato: e se si ritruova, màndalo più presto che tu puoi; se non si
ritruova, se si tiene ragione, fa gastigare cotesto tristo e fàgniene
pagare e màndamene altre sette braccia. E' non mi mancava afanni! io n'ò
avuto e ò tanta noia e dispiacere, che non si potrebbe dire.

A la Francesca io risponderò a la sua un'altra volta, perchè adesso non
mi sento da scrivere. Racomandami a lei e a Michele e a tutti gli altri.
A dì undici d'aprile 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 d'aprile 1556.

CCLXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avuto il panno, grazia di Dio, e come truovo un
mulattier fidato lo manderò alla Cornelia.[240]

Io non t'ò mai risposto della casa che mi scrivesti per compera, perchè
ò avuto da pensare a altro. Ora ti dico, che in quello luogo la non mi
piace, perchè mi par troppo streto e maninconico: la vorrei in luogo più
arioso e aperto: e non guardare in ispesa: e se non casa, possessione:
perchè mi vorrei alleggerire qua quant'io posso di quel poco del
capita(le) che io ci ò, perchè son molto diminuito, poi che morì Urbino,
e ogni ora potrebbe esser la mia, e Dio sa come andassino poi le cose
mia: però pensa a quello che io ti scrivo, perchè t'importa asai.

Vorrei e àrei caro mi déssi un poco d'aviso come ài governata la cosa
delle limosine e come vi sarebbe ancor da farne, chi potessi. Altro non
m'acade. Racomandami a la Cassandra e cerca di vivere el più che puoi,
che la roba non resti senza le persone. Adì 25 d'aprile 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [240] La moglie dell'Urbino.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 di maggio 1556.

CCLXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò con la tua di molte ricevute; io no l'ò volute vedere e
òllo avute[241] molto per male, perchè e' par che tu creda che io non mi
fidi di te. Io avevo caro sapere in che modo l'avevi distribuite e dove,
per sapere in che persone è la povertà, e bastava darmene un po' d'aviso
per la lettera.

Tu mi scrivi che la Cassandra non si sente bene; n'ò passione e duolmi
assai: però non mancar di cosa nessuna, e se posso far niente, àvisami,
e racomandami a lei.

Della casa di che mi scrivi, non mi piace il luogo; meglio è star così,
che non se ne contentare. Io ti scrissi che àrei voluto dar luogo a un
poco di capital ch'io ò, pe' casi che possono venire, send'io vechio e
mal condizionato: io non ò poi voluto tôr porzione per più rispetti che
non acade dire.

  A dì 8 di maggio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [241] Così si legge.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di maggio 1556.

CCXC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non risposi a l'altra tua, perchè non potetti. Ora ti
dico circa il podere del Cepperello che quando s'acosti a prezzo
ragionevole, che tu lo togga a ogni modo; e ancora dico, che oltre al
podere del Cepperello, che tu spenda dumila scudi in quello che pare a
te, perchè della casa, se io non truovo cosa al proposito, cioè in luogo
aperto e spazioso, io voglio più presto che tu toga una possessione.

Ò avuto una lettera dalla Francesca, per la quale mi prega ch'i' facci
una limosina di dieci scudi a un suo confessore per una povera fanciulla
che mette nel munistero di Santa Lucia. Io la voglio fare per amor della
Francesca; perchè so che se non fussi buona limosina, che non me ne
richiederebbe; ma non so come me gli far pagar costà: però vorre' ch'el
detto confessore, se avessi qua un amico di chi si potessi fidare, che
io gniene darei, quando me ne désse aviso.

Che la Cassandra stia bene, come mi scrivi, n'ò grandissimo piacere.
Racomandami a lei, e ingegniatevi di vivere.

  Adì ultimo di maggio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (del giugno 1556).

CCXCI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi il caratello de' ceci bianchi e rossi e de' pisegli
e delle mele. Se non te l'ò scritto prima, non m'è paruto cosa che
importi, e perchè lo scrivere m'è di gran noia e fastidio. Altro non mi
acade. Attendi a vivere. Io son vechio e malsano: e quando m'acaderà
niente di pericolo, te lo farò intendere, se àrò tempo. Se trovassi
messer Giorgio[242] digli, che della cosa sua io non lo posso aiutare;
che lo farei volentieri, e che io n'ho parlato con messer Salustio,[243]
e che m'à risposto averci durato fatica e che non ci vede ordine. Mi
pare a me che bisogni farsi a messer Piergiovanni.[244]

                              MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [242] Vasari.

  [243] Vedi una lettera di Michelangelo al Vasari del 28 di maggio
  1556. Messer Salustio è il figliuolo di Baldassarre Peruzzi,
  anch'esso architetto morto annegato in Germania.

  [244] Aleotti, chiamato dal Buonarroti il _Tantecose_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di giugno 1556.

CCXCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mando[245] d'oro in oro che tanti n'ò dati qua a
messer Francesco Bandini che te gli[246] pagar costà, e la poliza sarà
in questa. Pòrtagli a la Francesca che gli dia per quella fanciulla, di
che m'à scritto.

Del Cepperello tu ài a pensare, ch'egli è certo che tu desideri di
comperare quel podere, e ingegnierassi di farti fare di cento scudi
almeno: sì che fa' il me' che tu puoi. Di quello che tu potevi spendere
in quel che a te pareva, io te lo scrissi per l'altra. Non acade, non
acade[247] altro.

  Adì venti 7 di gugno 1556.

                              MICHELANGNIOLO in Roma.


  [245] Manca, _dieci scudi_.

  [246] Manca, _faccia_ o _farà_.

  [247] Queste parole sono così ripetute ancora nell'autografo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di luglio 1556.

CCXCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non ti scrissi del trebbiano per la fretta. Io l'ebbi,
cioè trentasei fiasci. È il migliore che tu ci abbi mai mandato: io te
ne ringrazio, ma duolmi che tu sia entrato in questa spesa e
massimamente, perchè, mancati tutti gli amici, e' non ò più a chi ne
dare.

Del podere del Cepperello tu à' mostro d'avere troppa voglia; tutto il
contraro di quello che io ti dissi qua: basta che la vedova di mala vita
ne vuol dare un tesoro: astuzie goffe da farmi correre: pure sia come si
vuole: fa' il meglio che tu puoi e to'lo, e avisami come e dove io t'ò a
far pagare i denari, co' manco romore che si può. Altro non m'acade. Mi
piace che tutti stiate bene: ringraziato sie Dio.

  Adì 4 di luglio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di luglio 1556.

CCXCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io intesi per l'ultima tua come eri d'acordo col Cepperello
e del prezzo. Ora io ti dico che benchè sia caro cento scudi, che tu ài
fatto bene: ma vorrei inanzi che io facessi pagare costà i danari, che
tu t'assicurassi del sodo con diligenzia, e che tu non corressi a furia
come à' fatto in sino a ora, e che tu m'avisassi dell'appunto de' danari
che io t'ò a far pagare costà, cioè di quanti scudi io t'ò a far pagare
costà o d'oro o di moneta. Lo scudo d'oro qua sono undici iuli, e di
moneta, dieci. E se io indugiassi qualche dì a farti pagare i danari,
non posso fare altro; perchè c'è da pensare a altro più che tu non
credi, e non ò chi mi serva di simil cose. Bastiano[248] è forte
ammalato, e dubito non si muoia. Tien fermo il mercato con Cepperello.
Altro non m'acade. Credo stiate tutti bene e similmente la Cassandra.
Racomandami a lei e pregàmo Iddio che ci aiuti, che ce n'è di bisognio.

  Adì venticinque di luglio 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [248] Malenotti da San Gimignano, entrato nel luogo dell'Urbino
  morto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'agosto 1556.

CCXCV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — La tuo' furia mi pèggiora almeno cinquanta scudi d'oro: ma
più mi duole che ài fatto più stima d'un pezzo di terra, che delle mie
parole. Tu sai quel che io ti dissi; che tu mostrassi che io non lo
volevo, e che noi ci facessimo pregar di comperarlo: e tu súbito che
fusti costà vi mettesti su i sensali con gran sollecitudine. Ora poi
ch'è fatto, fa' di vivere e goderlo.

Ieri ebi una tua, venuta molto in fretta, dove mi scrivi che se' per
fare il contratto, e che 'l tutto monta secento cinquanta scudi d'oro in
oro,[249] e che io dia detti scudi a messer Francesco Bandini che te li
farà pagar costà da' Capponi; e così farò: ma non posso prima che
quest'altra settimana, che Bastiano, sendo megliorato, comincierà a
uscir fuora e verrà al banco a contargli, perchè non ò altri che mi
serva. Altro non m'acade.

  Adì primo d'agosto 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [249] Il podere, con casa da signore e da lavoratore, era posto
  nel popolo di Santa Maria da Settignano, in luogo detto _Scopeto_.
  Comprollo Michelangelo da messer Giannozzo di Gherardo da
  Cepperello per 650 scudi, con strumento rogato da ser Niccolò
  Parenti, sotto dì 28 luglio 1556.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 8 d'agosto 1556.

CCXCVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Bastiano à cominciato a uscir fuora, e lunedì o martedì
verrà a' Bandini a contare i danari, e così ti saranno pagati costà nel
modo che tu m'ài scritto. Circa la compera, tu l'ài governata a tuo modo
e non a mio; à'mi peggiorato almeno cinquanta scudi. Egli è ben vero che
l'amor propio inganna tutti gli omini. Ricòrdati di tuo padre e della
morte che fece,[250] e io, Dio grazia, sono ancor vivo. Altro non
m'acade.

  Adì 8 d'agosto 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [250] Buonarroto, fratello di Michelangelo e padre di Lionardo,
  morì, per quanto pare, di peste a' 2 di luglio del 1528, e, come
  si narra, fra le braccia di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 d'agosto 1556.

CCXCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io portai iermatina al banco de' Bandini scudi secento
cinquanta d'oro in oro, e in questa sarà la lettera: va' e pàgagli, come
se' d'accordo. Tu mi scrivi de' danari ch'i' ti scrissi che tu spendessi
a tuo modo: tu sai bene che non si intendeva nel podere del Cepperello,
che è cosa vechia, praticata già più di venti anni e già col pensiero
era comperato: ma tu l'ài voluta intendere e governare secondo
l'appetito tuo. La cosa è fatta. Attendi a vivere e fa' poco romore, e
massimo a Settigniano: che non ci manca altro che essere in voce di
Settignianesi tu e la donna tua qua e costà. Io non ti scrivo a caso,
perchè tu ài un cervello molto contrario al mio. Altro non m'accade. Adì
15 d'agosto 1556.

La lettera di detti scudi sarà[251] sarà in questa.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [251] Così dice.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    di settembre 1556.

CCXCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Circa il soddisfare il boto di che mi scrivi, io ti dico che
a me non par tempo d'andare attorno: e parmi per ora. Del pore nome
Michelagniolo a la creatura che tu aspetti, a me piace, o altro nome,
purchè sia di casa: e Giovansimone ancora starebbe bene. Fa' come a te
pare, che io ne son contento. Altro non m'acade.

  Adì.... di settembre 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 31 d'ottobre 1556.

CCXCIX.

_A Lionardo Buonarrotti Simoni, nipote carissimo. In Firenze.
Raccomandasi alli Cortesi che la diano súbito. In Firenze._


Lionardo nipote carissimo. — Più giorni sono ricevei una tua, alla quale
prima non ho fatto risposta, per non aver auto comodità: et ora
sopperirò al tutto, acciò non ti maravigli, et perchè intendi.
Trovandomi più d'un mese fa che la fabrica di San Pietro s'era allentata
del lavorare, mi disposi andare fino a Loreto per alcuna mia divozione:
così trovandomi in Spoleti un poco stracco, mi fermai alquanto per mio
riposo: cosicchè quivi non possetti conseguire l'intenzion mia; chè mi
fu mandato un homo a posta che io mi dovessi ritornare in Roma. Il che,
per non disubbidire, mi mossi e ritornai in Roma: dove io, grazia del
Signore, mi trovo, et qui si sta come a Dio piace, rispetto ai frangenti
che ci sono:[252] sì che io non mi stenderò in altro, se non che qui ci
sono buone speranze della pace: che a Dio piaccia sia. Attendi a star
sano, pregando Dio ci aiuti. Di Roma, addì ultimo d'ottobre 1556.

  Tuo come padre,

                    (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [252] Di questa gita a Spoleto scrive Michelangelo al Vasari in
  una sua lettera del 18 di settembre del medesimo anno. Egli era
  partito da Roma per fuggire i pericoli, da' quali era minacciata
  la città per la mossa dell'esercito spagnuolo guidato dal duca
  d'Alva, il quale partito da Napoli fino dal 1 di settembre, aveva
  invaso gli Stati della Chiesa, governata allora da Paolo IV.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 19 di dicembre 1556.

CCC.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi della mia ritornata a Roma. Dipoi ebbi una
tua, dove intesi come la Cassandra aveva partorita una bambina e che in
pochi dì la s'era morta; di che n'ò avuto dispiacere assai: ma non me ne
maraviglio, perchè noi abiàn questa sorte di non avere a multiplicare in
famiglia a Firenze. Però prega Idio che e' viva quello che tu ài, e fa'
di vivere anche tu, acciò che ogni cosa non abi a rimanere allo Spedale.
Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e a Dio, ch'i' n'ò
bisognio.

In questa sarà una di messer Giorgio pittore: dàlla più presto che puoi.

  Adì 19 di dicembre[253] 1556.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [253] Pare che debba dire: _novembre_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 6 di febbraio 1557.

CCCI.

_Al suo carissimo Lionardo Buonarroti nipote carissimo in Firenze._


Lionardo carissimo. — Ho riceuto la vostra lettera et visto quanto mi
scrivi circa sua Eccellenzia, imperò darai la inclusa a messer
Lionardo[254] et scusami; che io non sono per mancare a sua Eccellenzia
della promessa, et come vedrò il tempo, non mancherò; ma non posso così
súbito, perchè bisogna dar ordine alle cose mie di qua: sì che io non ti
dirò altro per adesso, per avere auto le lettere in sulle 24 ore di
sabato. Così atendi a star sano et Dio ti guardi.

  Di Roma, il dì 6 di febraro 1557.

                              (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO.


  [254] Marinozzi d'Ancona, cameriere del duca Cosimo de' Medici.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di febbraio 1557.

CCCII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Venendomi a trovar qua in Roma circa du' anni sono messer Lionardo,[255]
uomo del duca di Firenze, mi disse che sua Signoria àrebbe avuto
grandissimo piacere ch'i' fussi ritornato in Firenze, e fecemi molte
oferte da sua parte. Io gli risposi, che pregavo suo Signoria che mi
concedessi tanto tempo che io potessi lasciare la fabrica di Santo
Pietro in tal termine, che la non potessi esser mutata con altro
disegnio fuori dell'ordine mio. Ò poi seguitato, non avendo inteso
altro, in detta Fabrica, e ancora non è a detto termine; e di più m'è
agunto che m'è forza fare un modello grande di legniame con la cupola e
la lanterna,[256] per lasciarla terminata come à a essere finita del
tutto; e di questo son pregato da tutta Roma, massimamente dal
Reverendissimo Cardinale di Carpi: in modo che io credo che a far questo
mi bisogni star qua non manco d'un anno; e questo tempo prego il Duca
che per l'amor di Cristo e di Santo Pietro me lo conceda, acciò ch'io
possa tornare a Firenze senza questo stimolo, con animo di non aver a
tornar più a Roma. Circa l'esser serrata la Fabrica, questo non è vero,
perchè, come si vede, ci lavora pure ancora sessanta uomini fra
scarpellini, muratori e manovali, e con speranza di seguitare.

Questa lettera io vorrei che tu la leggiessi al Duca, e pregassi suo
Signoria da mia parte, che mi facessi grazia del tempo sopra detto,
ch'i' ò di bisognio inanzi ch'i' possa tornare a Firenze; perchè se mi
fussi mutato la composizione di detta Fabrica, come l'invidia cerca di
fare, sare' come non aver fatto niente insino a ora.[257]

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta addì 18 febraio 1556: de' dì 13 istante.


  [255] Il Marinozzi nominato nella precedente.

  [256] Questo bellissimo modello di legname si conserva ancora
  nell'Archivio della Fabbrica di San Pietro. È alto metri 5,40,
  compresa la croce, e largo metri 3,86. Da esso si rileva che
  Michelangelo aveva disegnato la chiesa ed in special modo alcune
  parti della cupola e della lanterna, in maniera diversa da quella
  che dopo la sua morte fu fatta dagli architetti che la seguitarono
  e compirono.

  [257] Manca la sottoscrizione.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 4 di maggio 1557.

CCCIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mando costà per messer Francesco Bandini scudi
cinquanta d'oro in oro, perchè tu mi mandi otto braccia di rascia nera
la più legiera e bella che tu truovi, e dua braccia d'ermisino. Queste
cose m'à mandato a chiedere la moglie d'Urbino: però mandamele più
presto che puoi, e avisami della spesa; e del resto de' cinquanta scudi
che io ti mando, fanne limosine dove ti pare che sie più bisognio. Altro
circa questo non mi acade.

Io son vechio, come sai, e ò molti difetti nella persona, in modo che io
mi sento poco lontan dalla morte, in modo che questo settembre, se sarò
vivo, àrò caro che tu venga insin qua per aconciar le cose mia e nostre:
e fa' pregare Idio per me; s'intende s'i' non sono prima costà. In
questa sarà la lettera de' danari e una di messer Giorgo Vasari. Dàlla
più presto che puoi e racomandami a lui, e avisami d'ogni cosa. Altre
volte t'ò scritto, che tu non creda a nessuno che parli di me, se tu non
vedi mia lettere.

Per farmi tornar costà, forse per ricuperare l'onore della sua partita
di qua, dico di Bastiano da San Gimigniano, à ditto costà molte bugìe,
forse a buon fine. A dì 4 di maggio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_D'altra mano._)

    D. (_Donato_) Capponi di grazia fàtela dar bene.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di giugno 1557.

CCCIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricevuto la rascia e l'ermisino: come truovo chi la
porti, la manderò, e súbito mi manderà i danari.[258] Del resto de'
danari m'aviserai, quando n'àrai fatto quello che io ti scrissi.

Circa l'esser mio, sto male della persona, cioè con tutti i mali che
sogliono avere i vechi; della pietra, che non posso orinare; del fianco,
della schiena, in modo che spesso non posso salir la scala; e peggio è,
perchè son pieno di passione; perchè lasciando le comodità ch'io ò qui
a' mia mali, non ò a viver tre dì: e non vorrei perder per questo la
grazia del Duca, nè vorrei mancar qua alla fabrica di Santo Pietro, nè
mancare a me stesso. Prego Dio che m'aiuti e mi consigli; e se mi
venisse male, cioè febre di pericolo, súbito manderei per te. Ma non ci
pensare e non ti mettere a venire, se non ài mia lettere che tu venga.

Racomandami a messer Giorgio, che mi può giovare asai se vuole, perchè
so che il Duca gli vuol bene.

  A dì sedici di gugnio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [258] Cioè, la Cornelia moglie d'Urbino.



  RACCOLTA GIÀ BUSTELLI.      Di Roma, 1 di luglio 1557.

CCCV.[259]


Lionardo. — Io vorrei più presto la morte che essere in disgrazia del
Duca. Io in tutte le mie cose m'ingegno d'andare in verità, e se io ho
tardato di venir costà come ho promesso, io ho sempre inteso con questa
condizione di non partire di qua, se prima non conduco la fabbrica di
San Pietro a termine che la non possa esser guasta nè mutata della mia
composizione, e di non dare occasione di ritornarvi a rubare come
solevano e come ancora aspettano i ladri: e questa diligenzia ò sempre
usata e uso, perchè come molti credono e io ancora, esservi stato messo
da Dio. Ma 'l venire al detto termine di detta fabbrica non m'è ancora,
per esser mancati i danari e gli uomini, riuscito. Io perchè son vechio
e non avendo a lasciare altro di me, non l'ò voluta abbandonare, e
perchè servo per l'amor di Dio e in lui ho tutta la mia speranza.[260]
Acciò che 'l Duca sappia la cagion del mio ritardare, la scrivo in
questa con un po' di disegnio dell'errore, acciò ne dia notizia al Duca
messer Giorgio.

  A dì primo di luglio 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.[261]


  [259] La presente è cavata dalla copia fatta dall'originale da
  Michelangelo il giovane.

  [260] Quel che segue manca negli stampati.

  [261] Pubblicata nelle _Lettere pittoriche_, e nella nuova
  edizione delle _Rime_ e _Lettere_ di Michelangelo fatta dal
  Barbèra in Firenze nel 1858, in-24º.



  RACCOLTA GIÀ BUSTELLI.      Di Roma, 17 d'agosto 1557.

CCCVI.[262]


Lionardo. — Per l'ultima tua come per l'altre mi solleciti al tornare
costà; e io ti dico che chi non è qua e non m'ode e non mi vede, non sa
che starmi sia il mio qua. Però non bisognia dirmi altro. Io fo ciò
ch'i' posso fare di me ne' termini ch'io mi trovo.

Circa la cortesia e amore e carità grandissima del Duca, io resto tanto
vinto, ch'io non so che mi dire. Bisognia che messer Giorgio m'aiuti,
perchè sa quanto bisognia ringraziare, e con che parole, uno che stima
la mia vita più che non fo io medesimo, e massimo un senza pari. Altro
non mi acade. Lo scrivere m'è di gran fastidio per esser vechio e pien
di confusione. A dì 17 di agosto 1557.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


Spicca la metà di questo foglio e dàllo a messer Giorgio, perchè va a
lui. Non ho scritto altrimenti, perchè non avevo più carta in casa.


  [262] Da una copia di mano di Michelangelo Buonarroti il giovane,
  il quale vi pose questa avvertenza: _Questa qui indiretta a
  Lionardo era nel medesimo piego del foglio, come è qui e nella
  medesima lettera (cioè in quella dove è la pianta della Cupola)._



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, di settembre 1557.

CCCVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua la gran rovina de' ponti e de'
munisteri e delle case e de' morti che à fatto costà la piena,[263] e
come voi a rispetto agli altri l'avete campata assai bene. Io l'avevo
inteso prima, e così credo che abiate inteso di qua voi, che abiàno
avuto il simile delle rovine e de' morti dalla piena del Tevere: e noi
per essere in luogo alto l'abiam campata assai bene a rispetto agli
altri. Prego Idio che ci guardi di peggio, com'io temo per e' nostri
pecati.

Le cose mia di qua vanno non troppo bene: io dico circa la fabrica di
Santo Pietro, perchè non basta ordinare le cose bene, ch'e' capomaestri
o per ignioranza o per la malizia fanno sempre il contrario, e a me toca
la passione dell'error mio. Dell'altre cose, tu 'l puoi considerare,
sendo nell'età ch'i' sono. Altro non mi acade.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [263] Di questa terribile piena d'Arno, avvenuta il 13 di
  settembre del 1557, la quale dopo aver rovinato ponti, mulini e
  gualchiere nel Casentino e nel Mugello, inondò Firenze, ruppe il
  Ponte a Santa Trinita, parte di quello delle Grazie, e fece altre
  rovine, alzando l'acqua per le piazze quasi due metri, parlano gli
  storici di quel tempo. Poco tempo innanzi anche il Tevere aveva
  traboccato ed inondato tutta Roma, con la rovina del Ponte
  Sant'Angelo, e di altri edifizi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1557.

CCCVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua, che bisogniandomi o serve o
altro per mio governo, che io te n'avisi, che mi manderai tutto quello
che mi bisognia. Io ti dico che per ora non mi acade altro, perchè ò dua
buon garzoni che mi servono tanto che basta.

Altro non ò da scriverti. Da vechio sto assai bene e con buona speranza:
fa' di vivere, e pregàmo Dio che c'aiuti. A dì sedici di dicembre
1557.[264]

    (_Di mano di Lionardo._)

    1556, di Roma, ricevuta adì 22 di gennaio: de' dì 16 detto.
    (_sic._)


  [264] Manca la sottoscrizione.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (25 di giugno 1558).

CCCIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, e non senza vergognia e passione,
perchè senza assaggiarlo n'ò presentato, credendo che fussi buono. Dipoi
n'ò avuto il mal grado: quando bene e' fussi stato, no' lo avevi a
mandare, perchè non son tempi da ciò. Attendi a vivere e non pensare a
me; che quando m'acadessi cosa alcuna, te lo farei intendere. Io non t'ò
risposto a più tuo' lettere, perchè lo scrivere m'è gran fastidio e
noia, e perchè ò 'l capo a altro; e non importando, l'ò trascurato: e
così farò per l'avenire.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di luglio (1558).

CCCX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi della ricievuta del trebbiano e come senza
assaggiarlo prima, ne presentai parechi fiaschi, credendo che fussi come
l'altro, che m'ài più volte mandato; ond'io n'ò avuto vergognia e
passione. Se tu lo togliesti costà buono, è forza che 'l mulattiere abbi
fatto qualche ribalderia per la via. Però non mi mandar più niente, se
io non te ne richiego, perchè ogni cosa mi fa noia. Bada a vivere e
governarti el meglio che puoi, e non pensare di qua a' casi; e quando
m'acadessi più una cosa che un'altra, io te lo farò intendere.

  A dì 2 di luglio.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1558. Riceuta addì 7 di luglio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (16 di luglio 1558).

CCCXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebi della settimana passata una tua, per la quale intendo
come stai bene, e 'l putto ancora. Idio gli dia lunga e buona vita, e di
tutto sia ringraziato.

Circa il trebbiano di che mi scrivi, non acade farne scusa, e un'altra
volta i danari che tu spenderesti a mandarmene, àrò più caro che tu gli
dia per l'amor di Dio, perchè credo che vi sia de' bisogni, e secondo
che si dice qua, avete gran carestia; e anche qua par che cominci il
medesimo. Altro non m'acade. Ingégniati di vivere e star sano, e
racomandami alla Cassandra.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 2 di dicembre 1558.

CCCXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò inteso la morte della bambina: non me ne maraviglio,
perchè non fu mai in casa nostra più che un per volta. Io ti scrissi già
di comperare costà una casa che fussi onorevole e in buon luogo: son
della medesima voglia, perchè comperai qua circa novecento scudi di
Monte, del quale me n'uscirei volentieri, e con la casa che io ò qua, e
comperar costà: però m'avisa, quando trovassi cosa al proposito per
insino in dumila scudi.

Altro non m'acade. Son vechio e qua duro gran fatica mal conosciuta, e
fo per l'amor di Dio, e in quello spero e non in altro.

  A dì 2 di dicembre 1558.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1558. Riceuta adì.... di dicembre: del 2 deto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1558.

CCCXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Bartolomeo Amannato, capomaestro dell'Opera di Santa Maria
del Fiore, mi scrive e domanda consiglio da parte del Duca d'una certa
scala che s'à fare nella Librerria di San Lorenzo. Io n'ò fatto così
grossamente un poco di bozza picola di terra, come mi par che la si
possa fare, e ò pensato d'aconciarla qua in una scatola, e darla qua a
chi lui mi scriverrà che gniene mandi: però pàrlagli e fàgniene
intendere come più presto puoi.

Io ti scrissi per l'ultima d'una casa, perchè se di qua mi posso
disobrigare innanzi la morte, vorrei saper d'avere costà un nido per me
solo e mia brigate: e per questo fare, penso fare di qua danari di ciò
che io ci ò: e se prima potessi con buona licenzia e di costà e di qua,
prima lo farei; perchè, come ti scrissi, ci ò cattiva sorte.

  A dì sedici di dicembre 1558.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1558, di Roma, addì 23 di dicembre: de' 16 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 15 di luglio 1559.

CCCXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricievuto le camicie con tutte l'altre cose che dice la
lettera. Ringrazia la Cassandra da mia parte, come saperrai fare.

I' ò avuto dua lettere che molto caldamente mi priegano ch'i' torni a
Firenze. Io credo che tu non sappia, che circa quattro mesi fa, per
mezzo del cardinale di Carpi, che è de' deputati della fabrica di Santo
Pietro, io ebbi licenzia dal Duca di Firenze di seguitare in Roma la
fabbrica di Santo Pietro; in modo che ne ringraziai Dio e ébine
grandissimo piacere. Ora quello che tu mi scrivi sì caldamente, come è
detto, non so se s'è pel desiderio che tu ài ch'io torni, o se pur la
cosa sta altrimenti; però ciarisci un poco meglio, perchè ogni cosa mi
dà passione e noia.

Òtti per buon rispetto a fare intendere, come i Fiorentini voglion fare
qua una gran fabrica, cioè la lor chiesa, e tutti d'acordo m'ànno fatto
e fanno forza ch'io ci attenda. Ò risposto che son qua a stanza del Duca
per le cose di Santo (_Pietro_), e che senza sua licenzia non son per
aver niente da me.

  A dì quindici di gugnio[265] 1559.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


Lo scrivere m'è di grandissima noia alla mana, alla vista, e alla
memoria. Così fa la vechiezza!

    (_Di mano di Lionardo._)

    Riceuta adì 29 di luglio: de' dì 15 detto.


  [265] Di mano di Lionardo è scritto sopra, _di Luglio_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    di dicembre 1559).

CCCXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avute tutte le cose che dice la lettera: di che ti
ringrazio: e ònne fatto parte agli amici. L'altra cosa, di che mi
scrivi, s'aconcierà presto e bene: e manderòti ogni cosa chiara.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 16 di dicembre 1559.

CCCXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricevuti i dodici marzolini che tu mi mandi: son molto
begli: faronne parte a qualche amico: e te ne ringrazio; e piacemi
intendere che tutti state bene. Io qua son molto vechio e con molti
difetti, come fa la vechiezza; però questa primavera àrò caro che tu
venga insin qua per più rispetti, come ti scriverrò, e non prima. Altro
non mi acade. A dì sedici di dicembre 1559.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1559, addì 22 di dicembre.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 7 di gennaio 1560.

CCCXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per le man di Simon del Bernia quindici marzolini e
quattordici libre di salsiccia: l'ò avute care e similmente e'
marzolini, perchè è carestia di simil cose; ma non vorrei già che
entrassi più in spesa per simil cose, perchè qua la minor parte è la
mia.

Io ti scrissi d'una casa per ridur costà ciò che io ò qua inanzi alla
morte: non so che si seguirà, perchè ci son molto impacciato.

A l'Ammannato vorrei che gli dicessi, che sabato gli manderò il modello
della scala della Libreria o per le man del parente o del procaccio,
come più presto e meglio si potrà.

Poi che ebbi scritto, rimasi col parente, cioè col padre della sua
donna,[266] che lui lo mandassi per un mulattiere ieri o oggi che è
sabato, perchè pel procaccio si sarebbe guasto: e detto suo parente per
insino adesso ch'è sera, non s'è lasciato ritrovare. Ò mandato a casa
sua: non è in Roma. Come torna, gniene darò, come ò commessione.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


Fa' intender questo a l'Ammannato, e racomandami a lui.


  [266] Cioè, Laura di Gio. Antonio Battiferro da Urbino, celebre
  poetessa de' suoi tempi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di gennaio 1560.

CCCXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Ier mattina si partì il mulattiere che porta costà a
l'Ammannato quel modelletto che gli promessi, e detto mulattiere si
domanda Marco da Luca. Quello Battiferro, a chi io avevo commessione di
darlo che lo mandassi, non è stato mai in Roma, se non poi che io l'ò
mandato: e quando detto Marco ti viene a truovare con la scatola legata
dov'è il modello, fàlla pigliare a detto Amannato acciò s'egli volessi
donar qualche cosa; che qua non à avuto altro che un iulio: e
racomandami a lui. A dì 14 di gennaio 1559.[267]

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1559, addì 23 di gennaio: de' dì 14 detto.


  [267] Qui Michelangelo segna l'anno secondo il computo fiorentino,
  già dismesso da lui, come abbiamo veduto, nelle lettere precedenti
  scritte al Nipote.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 10 di marzo 1560.

CCCXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò avuti i ceci rossi e bianchi e piselli e faguoli: ògli
avuti molto cari, benchè istia in modo che mal posso far quaresima per
esser vechio come sono. Io ti scrissi più mesi sono, che àrei caro che
tu venissi insino qua; e così ti raffermo: cioè che passato mezzo maggio
che viene, t'aspetterò: e se non ti senti da venire o non puoi, avisa.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta addì 16 di marzo, 1559.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (15) di marzo 1560.

CCCXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non risposi sabato all'ultima tua, perchè non ebbi tempo:
ora ti dico che ò avuto piacere grande della femina che ài avuta, perchè
sendo noi soli, sarà pur buona a fare qualche buon parentado. Però
abbiàtene cura, benchè io non m'abbi a trovare a quegli tempi. Io
scrissi del venire tu a Roma: quando sarà tempo t'aviserò, come per
altra volta t'ho scritto. Sappi che la maggior noia che io abbi a Roma,
è d'avere a rispondere alle lettere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma. Riceuta addì 21 di marzo, 1559.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 d'aprile 1560.

CCCXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Tu mi scrivesti che questa primavera volevi andare a Loreto;
e che passeresti di qua. A me pare che sare' meglio andare prima a
Loreto e al tornare, passare di qua: e potrai star qui qualche dì. Però
scrivimi il dì che partirai, e fa' d'aver buona compagnia, perchè non
nuoce d'ogni tempo. Altro non mi acade. Parmi che tu vadi inanzi a'
caldi.

  A dì undici d'aprile mille cinquecento sessanta.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560: addì 19 d'aprile: de' dì 11 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di maggio (1560).

CCCXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come se' tornato da Loreto. Io
t'aspettavo a Roma, tornando; ma veggo non avesti la mia lettera inanzi
che partissi di Firenze. Ora poi che è seguito così, e che oramai siàno
distante, mi pare per più rispetti che sie meglio indugiare a settembre
il tuo venire, e allora t'aspetterò. Non mi acade altro per ora. Io vo
sopportando la vechiezza el meglio ch'i' posso con tutti i suo' mali e
disagi che porta seco: e raccomando a chi mi può aiutare.

  A dì.... di maggio.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, addì 22 di magio 1560: de' dì 18 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 di giugno 1560.

CCCXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Poichè non se' venuto qua al tornar da Loreto, per non avere
avuto la mia lettera, inanzi che partissi di Firenze, è meglio lasciar
passar questa state e venire questo settembre. Altro non ò da scriverti
per ora.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma. Riceuta a dì 5 di gugno: de' dì primo detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di luglio (1560).

CCCXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi una tua pochi dì sono con la morte di Lessandra tua
figluola. N'ò avuto passione assai; ma mi sarei maravigliato se fussi
campata, perchè in casa nostra none sta mai più che uno per volta.
Bisognia aver pazienzia, e tanto più aver cura a chi ci resta. Altro non
mi acade. Passati e' caldi, se potrai, verrai insin qua, come t'ò
scritto altre volte; e quando ti parrà tempo, da'mene prima aviso.

  A dì 27 di luglio.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560, addì 31 di luglio: de' dì 27 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (27 d'ottobre 1560).

CCCXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi più mesi sono, che àrei caro che tu venissi
qua. Ora (ò) inteso per la tua, come ti parrebe indugiare insino a
ottobre. Io ti dico che 4 mesi o più o meno non dànno noia: però sarà
buono indugiare a questa primavera, che sarà miglior tempo da venire, e
da tornare. Altro non mi acade. Quando sarà tempo, te lo farò intendere.
Alli.... d'ottobre 1560.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    Di Roma, 1560. Riceuta addì 31 d'otobre.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di gennaio 1561.

CCCXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ebbi più dì sono da te dodici marzolini: sono stati begli
e buoni: di che ti ringrazio. Non te n'ò scritto prima, perchè non ò
potuto, e perchè lo scrivere, sendo vechio come sono, lo scrivere[268]
m'è di gran fastidio. Altro non mi acade. Del venire ora qua non è
tempo, perchè sto in modo, che sarebbe uno acresermi[269] noia e
affanno. Quando sarà tempo, te n'aviserò.

  A dì dodici di gennaio 15sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma, addì 17 di gennaio: de' dì 12 detto.


  [268] Così è ripetuto nell'autografo.

  [269] Dice così.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 18 di febbraio 1561.

CCCXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io t'aspetto qua in queste feste di Pasqua. Non m'è paruto
tempo prima. Però se ti torna bene, non mancare.

  A dì 8[270] di febbraio 15sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1560, di Roma, addì 23 di febbraio: de' dì 18 detto.


  [270] Michelangelo per svista, o per difetto di memoria, ha
  segnato il dì 8 di febbraio: mentre dal ricordo del Nipote si
  rileva che veramente la lettera fu scritta il 18 di quel mese.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 22 di marzo 1561.

CCCXXVIII.

_A Lionardo Buonarroti in Firenze._


Lionardo. — Io t'aspetto dopo le feste o quando t'è comodo, perchè non è
cosa che importi. Fa' d'aver buona compagnia, e non menar teco gente che
io abbia a tener qua in casa, perchè ci ò donne e poche masserizie; e in
fra due o tre dì ti potrai ritornare a Firenze, perchè con poche parole
ti farò intendere l'animo mio.

  Al venti dua di marzo mille cinque cento sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, addì 27 di marzo: del 22 detto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (22 di giugno 1561).

CCCXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ò ricievuto oggi a dì venti dua di gugnio fiaschi
quarantadua di trebbiano; di che ti ringrazio. È molto buono: faronne
parte agli amici. El nome del mulattiere è Domenico da Feggine. E de'
dua cappelli ti ringrazio. Àrei caro che m'avisassi come la fa la
Francesca.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 18 di luglio 1561.

CCCXXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti scrissi la ricievuta del trebbiano e ultimamente
com'io avevo caro d'intendere come sta la Francesca, e non ò avuta
risposta nessuna. E ora perchè son vechio come sai, vorrei fare costà
qualche bene per l'anima mia, ciò è limosine; che altro bene non ne
posso fare, nè so. E per questo vorrei far pagare in Firenze una certa
quantità di scudi, che tu gli andassi pagando overo dando per limosina
dove è maggior bisognio. E' detti scudi saranno circa trecento. Ònne
richiesto il Bandino, ciò è che me gli facci pagare costà; m'à risposto
che infra quatro mesi gli porterà lui. Non voglio indugiar tanto: però
se ài qualche amico fiorentino a chi io possa dargniene sicuramente che
te gli dia costà, dàmene aviso, e tanto farò: e avisera'mi della
ricevuta.

  A dì diciotto di luglio mille cinque cento sessantuno.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di settembre 1561.

CCCXXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io vorrei che tu cercassi fra le scritture di Lodovico
nostro padre, se vi fussi la copia d'un contratto in forma Camera, fatto
per conto di certe figure ch'i' promessi seguitare per papa Pio
Secondo,[271] dopo de la morte sua; e perchè detta opera, per certe
differenze restò sospessa circa cinquant'anni sono, e perchè io son
vechio, vorrei aconciar detta cosa, a ciò che dopo me ingustamente non
fussi dato noia a voi. Parmi ricordare che 'l notaio che fece in
Vescovado detto contratto, si chiamassi Ser Donato Ciampelli. Èmi detto
che tutte le sua scritture restassino a Ser Lorenzo Violi; però non
trovando in casa detta copia, si potrebbe intendere dal figliolo di
detto Ser Lorenzo e se l'à e che vi si trovassi detto contratto in forma
Camera, non guardare in spesa nessuna averne una copia.

  A dì venti di settembre 1561.

                              Io MICHELANGIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, addì 25 di settembre: del 20 detto.


  [271] Con strumento del 5 di giugno 1501 il cardinale Francesco
  Piccolomini, che poi fu papa Pio III, aveva allogato a
  Michelangelo quindici statue di marmo di Carrara per ornamento
  d'una sua cappella nel Duomo di Siena. A' 15 settembre del 1504 fu
  confermato il detto contratto da Jacopo ed Andrea Piccolomini,
  fratelli ed eredi del detto Papa, e poi ratificato agli 11 di
  ottobre del medesimo anno da loro e da Michelangelo con strumento
  rogato da ser Donato Ciampelli. Questo strumento fu pubblicato da
  Domenico Manni nelle _Addizioni alle Vite di Michelangiolo
  Buonarroti e Pietro Tacca_: Firenze, per il Viviani, 1774, in-4º.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 30 di novembre (1561).

CCCXXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avuto dua delle tua lettere e una d'Antonio Maria
Picoluomini e un contratto. Io non ti posso dire altro, perche
l'Arcivescovo di Siena,[272] sua grazia, s'è messo a volere aconciare
questa cosa, e perchè è uomo da bene e valente, credo ch'àrà buon fine;
e quello che seguirà, t'aviserò. Non altro.

  Di Roma, a dì ultimo di novembre.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, di Roma, riceuta addì 4 di dicembre: de' dì ultimo di
    novembre.


  [272] Francesco Bandini Piccolomini, il quale, dopochè Siena cadde
  in potere degli Spagnuoli e di Cosimo de' Medici, s'era riparato a
  Roma, e quivi poi morto; protestando di non voler più ritornare
  alla sua sede, se prima la patria non fosse stata restituita alla
  libertà.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 12 di gennaio 1562.

CCCXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io ti mandai, già più anni sono, una scatola di scritture di
grande importanza, perchè non andassino qua male, per certi pericoli che
c'erano. Ora m'acade per mia utilità e onore mostrarle al Papa: però
vorrei che ora più presto che puoi per uomo fidato me le rimandassi; e
condannale in quel che tu vuoi senza rispetto; che tanto gli (farò) dar
qua. Di Roma, a dì dodici di gennaio mille cinquecento sessanta dua.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

    (_Di mano di Lionardo._)

    1561, riceuta a dì 15 di gennaio: de' dì 15[273] detto.

    (_D'altra mano._)

    D. (_Donato_) Capponi fàtene di grazia servizio.


  [273] Così dice per svista, invece di _12_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di gennaio 1562.

CCCXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò avuto la scatola delle scritture. Òvi trovate più cose
a proposito di quello ch'i' voglio poter mostrare, come ti scrissi.
Vorrie fare copiare quelle che i' ò di bisognio, e poi rimetterle
insieme e rimandartele. Altro non acade. Adì ultimo di gennaio in cinque
cento sessanta dua; di Roma.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 14 di febbraio 1562.

CCCXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Io non ti rimando ancora le scritture che mi mandasti,
perchè non ò potuto fare cosa nessuna di quello che io volevo, per
rispetto del carnovale e del sentirsi male della vita. Ò avuto dolori
colici molto crudeli: ora sto bene: e come ò aoperato dette scritture,
me ne serberò la copia e rimanderoti ogni cosa, con quelle che io avevo
prima. Riguàrdale, perchè è buono averle in casa.

  A dì quattordici di febraio mille cinquecento sessanta dua.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 20 di febbraio 1562.

CCCXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricevuto un bariglione con tre sachetti di civaie, ceci
rossi e bianchi e pisegli verdi; di che ti ringrazio. Altro no' mi
acade. Sono stato un poco male di dolor colici: son passati, e sto assa'
bene.

  Adì venti febraio mille cinquecento sessanta dua.

                              Io MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 27 di giugno 1562.

CCCXXXVII.


Carissimo Nipote. — Per questa vi aviso come ho recevuto il trebbiano,
che furno fiaschi 43, il quale mi è stato, al solito, grato. Non vi
maravigliate, se io non vi scrivo, perchè sono vechio come sapete, et
non posso durar fatica a scriver. Io sono sano; il simile sperando de
voi tutti. Pregate Iddio per me. Se la Cassandra fa figliolo, póreteli
nome Buonarroto; se sarà figliola, póretili nome Francesca. Altro non
scrivo. Il Signor Iddio da mal vi guardi et me insieme con voi. Di Roma,
il dì 27 de giugno 1562.

                    (_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO BUONARROTI.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 31 di gennaio 1563.

CCCXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — I' ò ricevuto il panno per Simon del Bernia mulattiere. Io
ti ringrazio. Del venire a Roma, non mi serebbe c'aggugnier noie alle
mie passione, per ora. Altro no' mi acade. A dì utimo di gennaio del
sessanta 3.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 25 di giugno 1563.

CCCXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


A dì 25 di gugnio 1563.

Lionardo. — Io ò ricevuto il trebbiano con altre tua lettere e della
Francesca. Non ò risposto prima, perchè la mano non mi serve a scrivere;
el simile dissi al signore Imbasciatore[274] del Duca. Della lettera di
messer Giorgo, io ti ringrazio; e fa' mie scuse con messer Giorgo,
perchè son vechio. A voi mi racomando.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [274] Averardo Serristori.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 21 d'agosto 1563.

CCCXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Veggo per la tua lettera che tu presti fede a certi
invidiosi e tristi, che non possendo maneggiarmi nè rubarmi, ti scrivono
molte bugìe. Sono una brigata di giottoni: e se' sì scioco, che tu
presti lor fede de' casi mia, come s'io fussi un putto. Lèvategli
dinanzi come scandalosi, invidiosi, e tristamente vissuti. Circa il
patir del governo che tu mi scrivi e d'altro: quanto al governo, ti dico
che io non potrei star meglio, nè più fedelmente esser in ogni cosa
governato e trattato; circa l'esser rubato, di che credo voglia dire, ti
dico che ò in casa gente che me ne posso dare pace e fidarmene. Però
attendi a vivere, e non pensare a' casi mia, perchè io mi so guardare,
bisogniando, e non sono un putto. Sta' sano. Di Roma, a dì 21 d'agosto
1563.

                              MICHELAGNIOLO.

    (_D'altra mano._)

    A Jacopo Buonsigniori che ne faci servitio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 28 di dicembre 1563.

CCCXLI.[275]

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._


Lionardo. — Ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni; te ne
ringrazio: rallegrandomi del vostro buon essere, e 'l simile è di me. E
avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato
perchè la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io
sottoscriverò. Altro non m'acade. Di Roma, a dì 28 di dicembre 1563.

                              Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [275] Con questa finiscono le lettere di Michelangelo al Nipote
  che sono pervenute fino a noi. Dal 28 di dicembre del 1563, fino
  al 18 di febbraio del 1564, che fu l'ultimo della sua vita, non se
  ne trova neppure una scritta a Lionardo; il che non pare
  possibile: onde bisogna credere che sieno andate smarrite.


FINE DELLE LETTERE ALLA FAMIGLIA.



LETTERE A DIVERSI.



LETTERE A DIVERSI

DAL 1496 AL 1561.



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.[276]      Di Roma, 2 di luglio 1496.

CCCXLII.[277]

(_A Lorenzo di Pier Francesco de' Medici in Firenze_).


                    Christus. Adì ij luglio 1496.

Magnifico Lorenzo etc. — Solo per avisarvi come sabato passato giugnemo
a salvamento, e súbito andàmo a visitare il cardinale di San
Giorgo,[278] e li presentai la vostra lettera. Parmi mi vedessi
volentieri, e volle incontinente ch'io andasse a veder certe figure,
dove i' ocupai tutto quel gorno, e però quello gorno non dètti l'altre
vostre lettere. Dipoi domenica el Cardinale venne nella casa nuova, e
fecemi domandare: andai a lui, e me domandò quello mi parea delle cose
che aveva visto. Intorno a questo li dissi quello mi parea; e certo mi
pare ci sia molte belle cose. Dipoi el Cardinale mi domandò se mi
bastava l'animo di fare qualcosa di bello. Risposi ch'io non farei sì
gran cose, ma che e' vedrebe quello che farei. Abiàmo comperato uno pezo
di marmo d'una figura del naturale; e lunedì comincerò a lavorare. Dipoi
lunedì passato presentai l'altre vostre lettere a Pagolo Rucellai,[279]
el quale mi proferse que' danari, e 'l simile que' de' Cavalcanti. Dipoi
dètti la lettera a Baldassarre,[280] e domanda'gli el bambino, e ch'io
gli renderia e' sua danari. Lui mi rispose molto aspramente, e che ne
fare' prima cento pezi, e che el bambino lui l'aveva comperato e era
suo, e che aveva lettere come egli avea sodisfatto a chi gnene mandò, e
non dubitava d'àvello a rendere: e molto si lamentò di voi, dicendo che
avete sparlato di lui: éccisi messo qualcuno de' nostri fiorentini per
acordarci, e non ànno fatto niente. Ora fo conto fare per via del
Cardinale: che così sono consigliato da Baldassarre Balducci.[281] Di
quello seguirà, voi intenderete. Non altro per questa. A voi mi
raccomando. Dio di male vi guardi.

  MICHELAGNIOLO in Roma.

    (_Di fuori._)

    Sandro di Botticello in Firenze.[282]


  [276] Trovasi nella Filza 68, a c. 316, del Carteggio privato de'
  Medici innanzi il principato.

  [277] Pubblicata la prima volta da Michelangelo Gualandi nelle
  _Memorie originali di Belle Arti_, Serie terza, pag. 112, e di
  nuovo nella _Nuova Raccolta di lettere pittoriche_, vol. I, pag.
  18, e ripubblicata nel _Prospetto cronologico della Vita di
  Michelangelo_ nell'edizione del Vasari fatta dal Le Monnier, vol.
  XII, pag. 339, e finalmente nella edizione delle _Rime e Lettere
  di Michelangelo Buonarroti_ fatta da Enrico Guglielmo Saltini in
  Firenze nel 1858, coi tipi del Barbèra, in-24º.

  [278] Raffaello Riario. Vedi quel che è stato detto intorno a lui,
  ed a' lavori commessi a Michelangelo, nella nota a pag. 3 di
  questa Raccolta.

  [279] Paolo di Pandolfo fiorentino, morto nel 1509.

  [280] Baldassarre del Milanese che aveva venduto al cardinale di
  San Giorgio il _Cupido dormiente_ di Michelangelo per cosa antica,
  e del prezzo cavatone truffato lo scultore. Vedi quel che di
  questo fatto parlano il Condivi ed il Vasari. Il _Cupido_ passò
  poi nelle mani del duca Valentino, e poi in quelle della marchesa
  Isabella Gonzaga di Mantova. Oggi non si sa dove sia andato.

  [281] Mercante fiorentino nel banco di Iacopo Gallo romano, ed
  amicissimo del Buonarroti.

  [282] La lettera apparisce di fuori essere indirizzata al pittore
  Alessandro Botticelli, ma veramente è scritta a Lorenzo di Pier
  Francesco de' Medici. Poteva essere allora di un qualche pericolo
  il mostrare di scrivere apertamente ad uomo che apparteneva ad una
  famiglia, della quale era Piero, figliuolo di Lorenzo il
  Magnifico, stato da poco tempo cacciato da Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 2 di maggio 1506.

CCCXLIII.[283]

_A maestro Guliano da Sangallo fiorentino, architettore del Papa in
Roma._


Guliano. — Io ò inteso per una vostra come 'l Papa àuto a male la mia
partita, e come sua Santità è per dipositare e fare quanto fumo
d'accordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.

Della partita mia, egli è vero che io udi' dire el Sabato Santo al Papa,
parlando con uno goelliere a tavola e col maestro delle cerimonie, che
non voleva spendere più un baioco nè in pietre picole nè in grosse:
ond'io ne presi amirazione assai: pure inanzi che io mi partissi, gli
domandai parte del bisognio mio per seguire l'opera. La sua Santità mi
rispose, ch'io tornassi lunedì: et vi tornai lunedì e martedì e
mercoledì e giovedì; come quella vide. All'ultimo, el venerdì mattina io
fui mandato fuora, ciò è cacciato via; e quel tale che me ne mandò,
disse che mi conoscieva, ma che aveva tal commissione. Ond'io avendo
udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l'effetto, ne
venni in gran disperazione. Ma questo solo non fu cagione interamente
della mia partita; ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere;
basta ch'ella mi fe' pensare s'i' stavo a Roma, che fussi fatta prima la
sepultura mia, che quella del Papa. E questa fu cagione della mia
partita súbita.

Ora voi mi scrivete da parte del Papa; e così al Papa legierete questa:
e intenda la sua Santità com'io sono disposto, più che io fussi mai, a
seguire l'opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, no' gli
debbe dare noia dov'io me la facci, purchè in capo de' cinque anni che
noi siàno d'acordo, la sia murata in Santo Pietro, dove a quella
piacerà, e sia cosa bella, come io ò promesso: che son certo, se si fa,
non à la par cosa tutto el mondo.

Ora se vuole la sua Santità seguitare, mèttami il detto diposito qua in
Fiorenza, dov'io gli scriverrò, e io ò a ordine a Carrara molti marmi,
e' quali farò venire qui e così farò venire cotesti che io ò costà:
benchè mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua:
e manderei di mano in mano le cose fatte in modo, che sua Santità ne
piglierebe piacere, come se io stéssi a Roma o più, perchè vedrebbe le
cose fatte, sanza averne altro fastidio. E de' detti danari e della
detta opera m'obrigherrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà
che domanderà qua in Fiorenza. Sia che si vole, ch'io l'assicurerò a
ogni modo: e tutto Fiorenze basta. Ancora v'ò a dire questo: che la
detta opera non è possibile la possa per questo prezzo fare a Roma: la
qual cosa potrò fare qua per molte comodità che ci sono, le quali non
sono costà; e ancora farò meglio e con più amore, perchè non àrò a
pensare a tante cose. Per tanto, Guliano mio carissimo, vi prego mi
facciate la risposta e presto. Non altro. Adì dua di maggio 1506.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Fiorenze.


  [283] Lettera importantissima, perchè aggiunge qualche altro
  particolare intorno al fatto della fuga di Michelangelo da Roma,
  narrato più o meno largamente da tutti i suoi Biografi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 13 di maggio (1508).

CCCXLIV.

_Al Reverendo in Cristo padre, frate Iacopo Iesuato in Firenze._


Frate Iacopo. — Avendo io a fare dipigniere qua cierte cose, overo
dipignere, m'acade fàrvene avisato, perchè m'è di bisognio di cierta
quantità d'azzurri begli: e quando voi abbiate da servirmene al
presente, mi tornerebe comodità assai. Però vedete di mandare qua a'
vostri frati quella quantità che voi avete, che sieno begli, e io vi
prometto per gusto prezzo di tôrgli. E innanzi ch'io levi gli azzurri,
vi farò pagare io vostri danari qua o costà, dove vorrete.

  A' dì tredici di maggio.[284]

                              Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.


  [284] Gli azzurri richiesti da Michelangelo a frate Iacopo, è
  certo che dovevano servire per la pittura della vôlta della
  Sistina, e perciò la lettera deve essere del maggio 1508. Essa fu
  pubblicata per la prima volta da Gio. Batt. Uccelli nella sua
  operetta: _Il Convento di San Giusto alle Mura e i Gesuati._
  Firenze, 1865.

  E qui parmi opportuno di avvertire che la massima parte delle
  lettere scritte da Michelangelo a varii, mancano, per essere in
  bozza, di qualunque indicazione di data; e quella che io ho
  cercato di assegnare a loro, è stata per lo più desunta dalle
  lettere indirizzate al Buonarroti, o da' riscontri de' fatti
  accennati in quelle.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    1512.

CCCXLV.

_A Baldassarre (di Cagione da Carrara)._


Baldassarre.[285] — Io mi maraviglio molto di voi, perchè avendomi
scritto già tanto tempo fa avere a ordine tanti marmi, e avendo avuto
tanti mesi di tempo mirabile e buono per navicare; avendo avuto da me
cento ducati d'oro; non vi mancando di cosa nessuna; non so da che si
venga che voi non mi servite. Io vi prego che voi súbito carichiate
quegli marmi che voi mi dite avere a ordine, e vegniate quante più
presto, meglio. Io v'aspetterò tutto questo mese: dipoi procedereno per
quelle vie che noi sarèno consigliati da chi à più cura di queste cose
di me: solo vi ricordo, che voi fate male a mancare della fede e a
straziare chi vi fa utile.

                              MICHELAGNIOLO in Roma.


  [285] Credo che questo Baldassarre sia figliuolo di Giampaolo di
  Cagione, e fratello di Bartolommeo detto _il Mancino_ da Torano,
  il quale aveva venduto il 18 di novembre 1516 a Michelangelo in
  Carrara varii pezzi di marmo bianco della cava del _Polvaccio_. E
  di questa vendita e del prezzo pagato al detto Bartolommeo esiste
  nell'Archivio Buonarroti di mano di Michelangelo un contratto del
  18 di novembre 1516, fatto alla presenza di maestro Domenico
  Fancelli, scultore fiorentino, e di Stefano di Gio. Batt.
  Guerrazzi suo discepolo. Mancando ogni indicazione di tempo o di
  luogo, è assai difficile il determinare la data di questa lettera.
  È per mera congettura che le si è assegnato l'anno 1512, sapendosi
  che Michelangelo, finita la pittura della vôlta della Sistina,
  riprese a lavorare nella sepoltura di papa Giulio, per la quale
  dovevano certamente servire i marmi che maestro Baldassarre di
  Cagione aveva promesso di condurgli a Roma.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (20 di marzo 1517).

CCCXLVI.

_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._


Messer Domenico. — Io sono venuto a Firenze a vedere il modello[286] che
Baccio à finito, e ò trovato che gli è quel medesimo, cioè una cosa da
fanciulli. Se vi pare si mandi, scrivete. Io parto domattina e ritornomi
a Carrara, e son rimasto con la Grassa[287] fare là un modello di terra,
secondo il disegno e mandargniene. E lui mi dice ne farà fare uno che
starà bene: non so come s'anderà: credo bisognerà all'ultimo che io lo
facci da me. Duolmi questa cosa per rispetto del Cardinale e del Papa.
Non posso fare altro.

Avvisovi com'io m'usci' della compagnia che io vi scrissi aver fatta a
Carrara,[288] per buon rispetto, e allogato a quei medesimi cento
carrate di marmi co' prezzi che io vi scrissi o poco meglio. E a
un'altra compagnia, che io ò messa insieme, n'ò allogate altre cento e
ànno tempo un anno a darmegli posti in barca.


  [286] Il modello della facciata di San Lorenzo che Michelangelo
  aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo.

  [287] Cioè, Francesco di Gio., scarpellino da Settignano, detto
  _La Grassa_.

  [288] Questa compagnia fu fatta con contratto del 12 di febbraio
  1517 tra Michelangelo, e i carraresi Lionardo di Cagione e
  Giandomenico di Marchiò, per cavare insieme i marmi in un'antica
  cava posseduta dal suddetto Lionardo: la qual compagnia doveva
  durare tanto tempo, che esso Michelangelo si fosse fornito de'
  marmi che aveva di bisogno per l'opera della facciata di S.
  Lorenzo. E la nuova compagnia fu fatta co' medesimi a' 14 di marzo
  del detto anno.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (di aprile 1517).

CCCXLVII.

_A Domenico Buoninsegni in Roma._


Messer Domenico. — Bernardo Nicolini m'avisa avermi mandate certe vostre
lettere, le quali io non ò avute. Credo parlino de' casi del modello.

Poi che io vi scrissi ultimamente, feci fare un modelletto a un che sta
qui meco, picolo, per mandarvelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (2 di maggio 1517).

CCCXLVIII.

_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._


Messer Domenico. — Poi che ultimamente io vi scrissi, non ò potuto
attendere a fare modello, come vi scrissi fare: il perchè sarebe lungo a
scrivere. Io n'avevo bozzato prima uno picoletto che servissi qua a me,
di terra, il quale benchè sia torto com'un crespello, ve lo voglio
mandare a ogni modo, acciò che questa cosa non paia una ciurmerìa.

Io v'ò da dir più cose: leggiete con pazienzia un poco, perchè importa.
E questo è che a me basta l'animo far questa opera della facciata di San
Lorenzo, che sia d'architettura e di scultura lo spechio di tutta
Italia; ma bisognia che 'l Papa e 'l Cardinale si risolvino presto, se
vogliono ch'io la facci o no. E se vogliono che io la facci, bisognia
venire a qualche conclusione, ciò è o d'allogarmela in cottimo, e
fidarsi interamente di me d'ogni cosa, o in qualche altro modo ch'e'
penseranno loro, che io non lo so: il perchè questo lo intenderete.

Io, come vi scrissi, e poi che io vi scrissi, ò allogato molti marmi e
dati danari qui e qua, e messo a cavare in vari luoghi. E qualche luogo
dov'io ò speso, non mi sono poi riusciti e' marmi a mio modo, perchè
sono cosa fallace, e più in queste pietre grande che io ò di bisognio,
volendole belle come io le voglio; e in una pietra che io ò di già fatta
tagliare, m'è venuto certi mancamenti di verso el Poggio che non si
potevono indovinare, in modo che dua colonne che io vi volevo fare, non
mi riescono, e òvi buttato la metà delle spese. E così di questi
disordini non me ne può avenire sì pochi infra tanti marmi, che non
montino qualche centinaio di ducati; e io non so tener conti e non posso
mostrare all'ultimo avere speso, se non tanto quant'e' saranno e' marmi
che io consegnierò. Farei volentieri come maestro Pier Fantini,[289] ma
io non ò tanto unguento che bastassi. Ancora perchè io sono vechio, non
mi pare per megliorare dugiento o trecento ducati al Papa in questi
marmi, perderci tanto tempo; e perchè io sono sollecitato di costà del
lavoro mio,[290] mi bisognia pigliare partito a ogni modo.

E 'l partito si è questo. Sapendo io avere a fare el lavoro e 'l prezo,
non mi curerei buttare quatro cento ducati, perchè non àrei a render
conto, e capperei qua tre o quatro uomini de' meglio che ci sono, e
allogerei loro tutti e marmi; e la qualità de' marmi avessi a essere
come quegli che io ò cavati per insino adesso, che son mirabili, benchè
io n'abi pochi. E di questo e de' danari che io déssi loro, n'àrei buona
sicurtà in Luca, e co' marmi che io ò, darei ordine condurli a Firenze e
andare a lavorare e pel Papa, e pel lavoro mio. E non avendo fatta
questa conclusione soprascritta col Papa, a me non acade; e non potrei,
quando volessi condurre e' marmi del mio lavoro a Firenze per averli poi
a condurre a Roma, ma bisognierebemi venire a Roma presto a lavorare,
perchè sono sollecitato, com'è detto.

La spesa della facciata, nel modo che io intendo di farla e metterla in
opera, fra ogni cosa, che il Papa non s'abbi a impacciare più di niente,
non può esser manco, secondo l'esamina che io ò fatta, che di trenta
cinque mila ducati d'oro: e per tanto la piglierò a fare io in sei anni:
con questo, che infra sei mesi, per rispetto de' marmi, mi bisognierebe
almanco altri mille ducati; e quando questo non piaccia fare al Papa,
bisognia, o che le spese ch'io ò cominciate a fare qua per la sopradetta
opera, vadino per mio conto e a mio danno, e che io restituisca e' mille
ducati al Papa, o che e' ci tenga uno che séguiti la impresa, perchè io
per più rispetti mi voglio levar di qua a ogni modo.

Del detto prezo; ogni volta cominciata l'opera, che io conosciessi che
la si potesse fare per manco, io vo verso el Papa e 'l Cardinale con
tanta fede, che io ne gli aviserei molto più presto, che se 'l danno
venissi sopra di me: ma più presto intendo farla, in modo che il prezo
non sia a bastanza.

Messer Domenico, io vi prego che voi mi rispondiate resoluto dell'animo
del Papa e del Cardinale, e questo mi fia grandissimo piacere, oltre a
tutti gli altri che voi m'avete fatti.


  [289] Si diceva per proverbio di chi nel condurre una faccenda
  pigliasse sopra di sè la fatica e la spesa, che egli faceva come
  maestro Pier Fantini, medico, il quale nella cura de' suoi malati
  vi rimetteva, oltre l'arte sua, ancora l'unguento e le pezze.

  [290] La sepoltura di papa Giulio; e le sollecitazioni venivano
  dal cardinale Aginense.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Pietrasanta, (    di marzo 1518).

CCCXLIX.

_A Pietro Urbano da Pistoia in Firenze._


Pietro. — Io intendo per una tua[291] come se' sano e attendi a
'mparare. Piacemi assai: afàticati, e non mancar per niente di
disegniare e d'aiutarti di quello che puoi. E' danari che tu ài di
bisognio, chiedigli a Gismondo per mia parte e tienne conto. Avisoti
com'io sono stato per insino a Gienova a cercare delle barche per
caricare e' marmi che io ò a Carrara e òlle condotte all'Avenza, e e'
Carraresi ànno corrotto e' padroni di dette barche e ànnomi assediato in
modo, che e' mi bisognia andare a Pisa a provedere dell'altre; e pàrtomi
oggi: e come ò dato ordine a caricare e' detti marmi, súbito ne vengo:
che stimo sarà in fra quindici dì. Attendi a far bene. Non bisognia che
tu venga qua per ora. Non altro.

                              MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.


  [291] Scritta da Firenze nel marzo del 1518.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di marzo 1518).

CCCL.

(_A Domenico Buoninsegni in Roma_).


Domenico. — Come e' marmi mi sono riusciti cosa bella e come quegli che
sono buoni per l'opera di Santo Pietro, sono facili a cavare e più
presso alla marina che gli altri, cioè in luogo detto la Corvara; e da
questo luogo alla marina non s'à a fare spesa di strada, se non in quel
poco di padule che è apresso alla marina. Ma a vuolere de' marmi per
figure, come ò di bisognio io, bisognia allargare la strada fatta, dalla
Corvara insino sopra Seraveza circa dua miglia, e circa un miglio o
manco ne bisognia far di nuovo tutta, cioè tagliarla nel monte co'
piconi insino dove si possono caricare e' marmi detti. Però quando el
Papa non facci aconciare se non quello che à di bisognio pe' marmi sua,
cioè el padule, io non ò el modo aconciare el resto, e non potrei aver
de' marmi pel mio lavoro. E nol faccendola, non potrei aver parte cura
a' marmi per Santo Pietro, com'io promessi al Cardinale: ma facendola el
Papa tutta, potrei fare tanto, quanto promessi.

Tutto v'ho scritto per altre lettere. Ora voi siate savio e prudente, e
so che mi volete bene: però vi prego che aconciate la cosa a vostro modo
col Cardinale e che voi mi rispondiate presto, acciò che io possa
pigliar partito; e non sendo altro, tornarmi costà all'usato. A Carrara
non andrei, perchè non àrei e' marmi ch'i' ò di bisognio, in vent'anni.
Dipoi ci ò acquistato gran nimicizia per rispetto di questa cosa, e
sarammi forza, s'i' torno costà, far di bronzo, come parlammo insieme.

Avisovi come gli Operai[292] ànno già fatto gran disegnio sopra questa
cosa de' marmi poi che e' furono raguagliati da me, e credo che gl'abino
già fatto e' prezzi e le gabelle e passi, e che e' notai, arcinotai,
proveditori, sotto-proveditori abino già pensato di radoppiare e'
sugniacci[293] in quel paese. Però pensateci, e fate quanto potete che
questa cosa non balzi loro in mano, perchè sarebe poi più dificile
averne da loro, che da Carrara. Io vi prego che voi mi rispondiate
presto quello vi pare che io facci, e racomandatemi al Cardinale. Io
sono qua come suo omo: però non farò se non quello mi scriverrete,
perchè stimerò che sia sua intenzione.

Quand'io vi scrivo, se io non scrivessi così rettamente come si
conviene, o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale,
abiatemi per iscusato, perchè i' ò apicato un sonaglio a gli orechi, che
non mi lascia pensar cosa ch'io voglia.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [292] Gli Operai di Santa Maria del Fiore.

  [293] Proventi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Pietrasanta, 29 di marzo (1518).

CCCLI.

_A Pietro Urbano a Firenze._


Pietro. — Tu ài a pagare gli scafaioli quando vengino a te e presentino
la lettera di Donato, e ài a dar loro quello che dirà la lettera che
ciascuno àrà di mia mano; e serba le lettere che e' ti dànno di Donato.

Pagerai ancora e' carradori, quando portino pezzi grossi, a ragione di
venti cinque soldi el migliaio, e de' pezzi picoli, venti soldi: e tien
conto e a chi tu pagi e di quello che portano.

Paga la gabella di novanta lire a' Contratti, e piglia el libro e le
carte.

Dà a Baccio di Puccione i danari che e' ti domanda e tienne conto.

Compra delle canne e fa' acconciar le vite dell'orto; e se ti trovassi o
terra o altra cosa asciutta da fare riempiere la stanza, fallo.

Compra un pezo di canapo di trenta braccia che non sia fracido, e pàgalo
e tienne conto.

Cónfessati e attendi a 'mparare e abi cura alla casa.

Fa 'l conto con Gismondo e pàgalo, e fàtti dare 'l conto.

Làscioti ducati quaranta oggi questo dì venti nove di marzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1518).

CCCLII.

_Al mio caro maestro Donato Benti scultore in Pietra Santa._


Maestro Donato mio caro. — Io vi prego mi racomandiate al comessario, e
dite a sua Signoria che io ò fatto qua quello m'impose.

De' casi nostri, egli è stato qua Cecone[294] a me per danari: io non
gli ò voluto dare niente, perchè io non so quello che e' s'abino fatto
costà: però vi prego diciate loro, che m'avisino quello che ànno fatto,
perchè se ànno avere, gli voglio dar loro; perchè non son mai per
mancare di quello che dice el contratto.

Circa a' casi vostri, detto Cecone mi dice che voi gli tenete adietro
con le misure, e che non possono lavorare e che e' Pietrasantesi che io
messi a cavare, ànno lasciata l'impresa, e non fanno niente: le qual
cose non credo. Presto sarò di costà. A voi mi racomando.

                                       Vostro fedelissimo
                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [294] Francesco da Corbignano, scarpellino.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1518).

CCCLIII.

_A Niccolò (Quaratesi) in Firenze._


Niccolò. — Io non potetti iersera al Canto de' Bischeri rispondervi
resoluto, come era l'animo mio di fare, perchè sendo colui per chi voi
mi parlavi, presente, e forse avendogli voi dato qualche speranza di
quello che lui da me desidera, dubitai non vi fare vergognia. E benchè
io mi scotessi più volte, non dissi però recisamente quello ch'àrei
ditto a voi solo. E ora per questa ve lo fo intendere: e questo è che io
non posso pigliare nessuno garzone per un certo rispetto, e tanto manco,
sendo forestiere. Però io vi dissi che non ero per far niente infra dua
o tre mesi, perchè e' pigliassi partito, cioè perchè l'amico vostro non
lasciassi qua el figliuolo sotto la mia speranza: e lui non la intese,
ma rispose, che se io lo vedessi, che non che in casa, io me lo caccerei
nel letto. Io vi dico che rinunzio a questa consolazione e non la voglio
tôrre a lui. Però per mio conto voi lo licenzierete, e stimo lo
saperrete fare e farete in modo, che e' se ne andrà contento. A voi mi
racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di maggio 1518).

CCCLIV.

(_Al Capitano di Cortona_).


Signor Capitano. — Send'io a Roma el primo anno di papa Leone, vi venne
maestro Luca da Cortona pittore[294a] e riscontrandolo un dì apresso a
Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere non
mi ricordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliato la
testa per amore della Casa de' Medici, e che gli parea come dire non
essere riconosciuto: e dissemi altre simil cose che io non mi ricordo: e
sopra a questi ragionamenti, mi richiese di quaranta iuli e mostrommi
dov'io gniene avevo a mandare, cioè in bottega d'uno che fa le scarpe,
dov'io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari acanto, m'ero
offerto di mandargniene: e così feci. Súbito che io fui a casa, io gli
mandai detti quaranta iuli per uno mio garzone che si chiama, ovvero à
nome Silvio,[294b] el quale credo sia oggi in Roma. Dipoi forse non
riuscendo al detto maestro Luca el suo disegno; passati alquanti giorni,
venne a casa mia dal Macello dei Corvi, nella casa che io tengo ancora
oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo, ritta, alta
quatro braccia, che à le mani drieto,[294c] e dolfesi meco, e richiesemi
d'altri quaranta iuli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in
camera, e porta'gli quaranta iuli, presente una fante Bolognese che
stava meco, e anche credo che e' v'era el sopra detto garzone che gli
aveva portati gli altri: e preso detti danari, s'andò con Dio. Non l'ò
mai poi rivisto. Ma send'io allora mal sano, inanzi che detto maestro
Luca si partissi di casa, mi dolfi seco del non potere lavorare; e lui
mi disse: non dubitare che e' verranno gli Angioli da cielo a pigliarti
le braccia e ti aiuteranno.

Questo vi scrivo io, perchè se dette cose fussino riplicate a detto
maestro Luca, se ne ricorderebbe e non direbbe avermeli renduti (_come
la_)[295] .... vostra Signoria scrive a Buonarroto che lui dice, e più
che voi .... ancora che credete che e' me gli abbi renduti. Questo non è
(_vero_) .... che io sia uno grandissimo ribaldo e così sarebe (_se io
cercassi_) .... di riavere quello che io avessi riavuto: ma la vo(_stra
Signoria penserà_) .... ciò ch'ella vuole: io gli ò a riavere e così
giuro. (_E se la vostra Signoria mi vorrà_) .... fare ragione, lo può
fare; quanto che no, ac .... Capitano.


  [294a] Luca Signorelli.

  [294b] Silvio Falcone da Magliano nella Sabina.

  [294c] Doveva essere una delle figure dette _dei prigioni_ che
  andavano nella sepoltura di papa Giulio.

  [295] La lettera è stracciata da un lato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 15 di luglio 1518.

CCCLV.

(_Al cardinale Giulio de' Medici in Roma_).


A dì xv di luglio 1518.

Monsignore Reverendissimo. — Sperando avere questo anno qualche quantità
di marmi per l'opera di Santo Lorenzo in Firenze, e non trovando drento
in Santo Lorenzo nè fuora appresso stanze al proposito per lavorargli,
mi sono messo per farne una a comperare un pezzo di terreno da Santa
Caterina dal Capitolo di Santa Maria del Fiore:[296] el quale terreno mi
costa circa a trecento ducati d'oro larghi: e sono stato dreto a detto
Capitolo due mesi, per avere detto terreno. Ànnomelo fatto pagare
sessanta ducati più che non vale, mostrando che ne sa loro male, ma
dicono non potere uscire di quello che dice la Bolla del vendere ch'egli
ànno dal Papa. Ora se 'l Papa fa Bolle da potere rubare, io prego vostra
Signoria Reverendissima ne facci fare una ancora a me, perchè n'ò più
bisognio di loro; e se non s'usa di fare, io prego quella mi facci fare
ragione in questo modo, cioè: questo terreno che io ò tolto, non è assai
a quello ò di bisogno; ànne il Capitolo drieto a questo certa quantità:
onde che io prego V. S. me ne facci dare un altro pezzo, nel quale io mi
rifacci di quello che m'ànno tolto di più di quello che io ò comperato:
e se resteranno avere, non voglio niente di loro.

Circa l'opera, e' principii sono difficili....


  [296] Avevalo comprato a' 14 di luglio del detto anno.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, (    d'agosto 1518).

CCCLVI.

_A Berto da Filicaia in Firenze._


Berto. — Io mi raccomando a voi, e ringraziovi de' servizi e benefizi
ricevuti, e son sempre con tutto quello che io posso e ò e so al vostro
comando. Le cose di qua vanno assai bene. La strada si può dire che sia
finita, perchè resta a fare poco, cioè resta a tagliare certi sassi o
vero grotte: l'una è dove sbocca la strada che escie del fiume nella
strada vecchia a Rimagno; l'altra grotta è poco passato Rimagno per
andare a Seraveza, un sasso grande che attraversa la strada; e l'altra è
a l'ultime case di Seravezza, andando verso la Corvara. Di poi s'à
spianare col piccone in qualche luogo: e tutte queste cose perchè son
breve, sarebon fatte in quindici dì, se ci fussino scarpellini che
valessino qualche cosa. Del padule è forse otto dì non vi sono stato;
allora andavano pure riempiendo el peggio che potevano. Stimo, se ànno
seguitato, che a quest'ora sia finito. De' marmi, io ò la colonna cavata
giù nel canale e presso alla strada a cinquanta braccia, a salvamento. È
stata maggior cosa che io non stimavo a collarla giù: èccissi fatto male
qualcuno nel collarla, e uno ci s'è dinocolato e morto súbito, e io ci
sono stato per mettere la vita. L'altra colonna era quasi bozata: trovai
un pelo che me la troncava: èmmi bisogniato rientrare nel poggio tanto
quanto l'è grossa per fugire quel pelo, e così ò fatto, e stimo che
adesso la vi sarà: e bòzasi tutta via. Non m'acade altro, se non pregovi
parlando alla magnificenzia di Iacopo Salviati facciate mia scusa del
non scrivere, perchè non ò ancora da scrivere cosa che mi piaccia: però
nol fo. El luogo da cavare è qua molto aspro, e gli uomini molto
ignoranti in simile esercizio: però bisognia una gran pazienza qualche
mese, tanto che e' si sieno domesticati e' monti e amaestrati gli
uomini; poi faremo più presto: basta che quello che io ò promesso, lo
farò a ogni modo, e farò la più bella opera che si sia mai fatta in
Italia, se Dio me n'aiuta.

Poi ch'io ò scritto, ò risposta da quegli uomini di Pietrasanta che
tolsono a cavare una certa quantità di marmi circa sei mesi fa, che non
vogliono cavare nè rendermi e' cento ducati che io dètti loro. Parmi
abino fatto una grande impresa, in modo che io e' so, che non l'ànno
fatta senza favore, in modo che io fo disegno di venirmene costà agli
Otto e domandare loro danni di questa giunteria: non so se si può fare:
spero che la magnificenzia di Iacopo Salviati m'aiuterà della ragione.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, (    di settembre 1518).

CCCLVII.

_A Pietro Urbano (in Firenze)._[297]


Pietro. — Se tu se' guarito del dito e che ti paia di venire insino qua
con Michele,[298] puoi venire, e portami dua camice. Se non ti pare di
venire, màndamele per Michele, e avisami come tu stai.

                              MICHELAGNIOLO in Seraveza.


  [297] È in risposta ad una lettera di Pietro Urbano del 3
  settembre 1518.

  [298] Michele di Pietro detto _Battaglino_, scarpellino da
  Settignano, già ricordato altra volta.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di settembre 1518).

CCCLVIII.

_A Monsignor Reverendissimo de' Medici in Roma._


Monsignore Reverendissimo. — Per l'opera di San Lorenzo a Pietra Santa
si cava forte, e trovando e' Carraresi più umili che e' non sogliono,
ancora ò ordinato cavare la gran quantità di marmi, in modo che alle
prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo mancar
niente di quello che ò promesso io. Dio me ne dia grazia, perchè non fo
stima d'altro al mondo che di piacervi. Credo àrò bisognio infra un mese
di mille ducati: prego vostra Signoria Reverendissima non mi lasci
mancare danari.

Ancora aviso vostra Signoria Reverendissima, com'io ò cerco e non ò mai
trovato una casa capace da farvi tutta questa opera, cioè, le figure di
marmo e di bronzo; e Matteo Bartoli a questi dì m'à trovato un sito
mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera: e quest'è la
Piazza che è inanzi alla chiesa d'Ogni Santi: e e' Frati, secondo mi
dice Matteo, son per vendermi le ragioni v'ànno su, e 'l popolo tutto se
ne contenta, secondo detto Matteo, che è de' Sindachi. Non ci è altri
che ci abbi da far niente, se non gl'ufitiali della Torre, che sono
padroni del muro d'Arno, al quale sono apoggiate tutte le case di
Borg'Ogni Santi; e questi mi daranno licenzia, con la stanza ch'io farò,
mi v'appoggi ancora io. Resta solo che e' Frati àrebbon caro una lettera
della vostra Signoria Reverendissima, che mostrassi che questa cosa gli
è in piacere: e sarebe fatto ogni cosa. Però quando paia a quella farne
scrivere dua versi o a' Frati o a Matteo, lo facci.

                    Servo della Vostra Signoria Reverendissima

                                  MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (21 di dicembre 1518).

CCCLIX.

_Al mio caro amico Lionardo,[299] sellaio ne' Borgerini, in Roma._


Lionardo. — Io sono sollecitato da voi per l'ultima vostra, e òllo molto
caro, perchè vego che voi lo fate per mio bene; ma io vi fo bene
intendere, che tal sollecitamenti per un altro verso mi sono tutti
coltellate, perchè io muoio di passione per non potere fare quello che
io vorrei, per la mia mala sorte. Stasera fa otto dì tornò Pietro[300]
che sta meco, da Porto Venere, con Donato[301] che sta meco là a Carrara
per conto del caricare e' marmi, e lasciorno a Pisa una scafa carica, e
non è mai comparita, perchè non è mai piovuto, e Arno è secco afatto: e
altre quatro scafe sono in Pisa soldate per questi marmi; che, come e'
piove, verranno tutte cariche e comincierò a lavorare forte. Io sto per
questo conto peggio contento che uomo che sia nel mondo. Io sono ancora
sollecitato da messer Metello Vari della sua figura,[302] che è anche là
in Pisa e verrà in queste prime scafe. Io non gli ò mai risposto, nè
anche voglio più scrivere a voi, finchè io non ò cominciato a lavorare;
perchè io muoio di dolore e parmi essere diventato uno ciurmatore contro
a mia voglia.

Ò a ordine qua una bella stanza, dov'io potrò rizare venti figure per
volta: non la posso coprire, perchè in Firenze non ci è legniame e non
ne può venire se e' non piove, e non credo oramai e' piova ma' più, se
non quando mi àrà a far qualche danno.

Del Cardinale[303] non vi dico gli diciate altro, perchè so che gli à
cattiva impressione de' fatti mia; ma la sperienzia lo farà presto
chiaro. Racomandatemi a Sebastiano[304] e io a voi mi racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [299] Lionardo di Compagno, fiorentino, era di mestiere sellaio e
  amicissimo di Michelangelo, e stava in Roma nella bottega o banco
  de' Borgherini. Di lui sono nel Carteggio del Buonarroti molte
  lettere.

  [300] Pietro Urbano.

  [301] Benti.

  [302] Il _Cristo risorto_ allogato a Michelangelo per 200 ducati
  da messer Metello Varj, romano, con contratto del 14 di giugno
  1514.

  [303] Lionardo Grosso Della Rovere, detto il _Cardinale Aginense_,
  nipote di papa Giulio II, il quale aveva allogato a Michelangelo
  la sepoltura dello zio, come uno de' suoi esecutori testamentarii.

  [304] Del Piombo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 22 di dicembre (1518).

CCCLX.

_Al mio maggiore Francesco Peri ne' Salviati in Pisa._


Carissimo mio maggiore. — Io non son venuto a far conto, come più volte
m'avete scritto, perchè non sono stato bene; ora son sano e gagliardo, e
súbito che io ò una risposta che m'importa assai, che io aspetto da
Roma, come l'ò, súbito monto a cavallo, e vengo costà a far conto e ciò
che voi volete. Io vi priego, poi avete avuta tanta pazienza, l'abiate
ancora questi pochi dì, e non pigliate ammirazione de' casi mia, perchè
non ò potuto fare altro.

Dei servizii m'avete fatti e delle noie avete ricevute, io lo so, e
conosco e restovi ubrigato in eterno, ofrendovi, benchè picola cosa sia,
me con tutto quello che io ò e posso. E come è detto, in fra pochi dì
sarò costà e aconcieremo le cose con consiglio vostro, in modo che e'
non vi si dia più noia.

  A dì ventidua di dicembre.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 26 di dicembre 1518.

CCCLXI.

(_A maestro Donato Benti in Seraveza_).


Donato. — Io vi scrissi per Domenico detto el Zucca, compagnio di
Andrea, come io sarei costà súbito fatto le feste. Ora sendo qua
Francesco Peri, mi dice che vuole ancora stare qua per certe sua
faccende, quattro o sei dì; e io avendo a far conto seco in Pisa, son
rimasto d'aspettarlo per andar seco da Pisa e poi venirmene costà. E
perchè in questo mezo che io tarderò qua, vi mando pel sopradetto Zucca,
compagnio d'Andrea, ducati dieci largi, acciò che se fussi tempo da
caricare, voi il possiate fare: e Francesco Peri m'à promesso che in
Pisa saranno pagati e' noli di quanti marmi voi vi condurrete; e io,
passati questi pochi dì, ne verrò con Francesco e farò conto a Pisa, e
poi verrò costà e darovvi e' danari che voi vorrete. Io ò scritto a Roma
della gabella di Pisa come mi avvisasti, e ancora come siate trattati
costà; e spero avere risposta innanzi che io mi parta. Delle fatiche
vostre io ne sono ultimamente avisato da Francesco Peri, benchè prima lo
sapevo e conoscevo, di che io vi ringrazio e restovi ubrigatissimo, e
son certo, vivendo questo Papa, che questa opera abbia a essere buona
per voi.

  A dì 26 di dicembre 1518.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (26 di dicembre 1518).

CCCLXII.

_A Donato Benti in Seraveza._[305]


Donato. — Poichè io vi scrissi per il compagno d'Andrea, ò trovato
Francesco Peri, e lui m'à pregato che io l'aspetti ancora sei o otto dì,
perchè à qua in Firenze certe faccende, che non può partire ancora. Io
l'aspetterò per esser seco a Pisa per far conto e poi ne verrò costà. E
in questo mezzo, perchè voi possiate seguitare el caricare quando fia
tempo, io vi mando dieci ducati: e quando sarò costà, vi darò quello che
vorrete; e Francesco Peri scriverrà a Pisa che e' saranno pagati e'
noli, se caricassi innanzi che noi venissimo. Però seguitate quando
potete, e sapiate che voi....


  [305] È un'altra bozza della medesima lettera precedente.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1519).

CCCLXIII.

(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).


Messer Domenico. — Io m'acorgo per la vostra che Bernardo Nicolini v'à
scritto ch'io mi sdegniai un poco seco per un vostro capitolo, che
diceva, come el Signore di Carrara mi caricava assai e come el Cardinale
si doleva di me: e questo è che io mi sdegniai, perchè in bottega d'un
merciaio me lo lesse in publico a uso di processo, acciò che e' si
sapessi per quello che io andavo a morire: e perchè io gli dissi: perchè
non scriv'egli a me? Io vego che voi scrivete a me: però scrivete pure a
lui o a me, come vi vien bene, e dopo la iustizia, quando sarà, vi prego
non manifestiate il perchè, per onore della patria.

Io intendo per l'ultima vostra, come io farei bene allogare e' marmi di
San Lorenzo. Io gli ò allogati già tre volte e tutte a tre sono restato
gabato: e questo è, perchè gli scarpellini di qua non s'intendono de'
marmi, e visto che e' non riesce loro, si vanno con Dio. E così ci ò
buttato via parechi centinaia di ducati: e per questo m'è bisogniato
starvi qualche volta a me a mettergli in opera, e a mostrar loro e'
versi de' marmi e quelle cose che fanno danno e quali sono e' cattivi; e
'l modo ancora del cavare, perchè io in simil cose vi son dotto.

Ancora fu necessario che ultimamente io vi stéssi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, 20 d'aprile (1519).

CCCLXIV.

_A Pietro Urbano in casa Michelagniolo scultore in Firenze._


Pietro. — Le cose sono andate molto male, e questo è che sabato mattina
io mi messi a fare collare una colonna con grande ordine: e non mancava
cosa nessuna, e poi che io l'ebbi collata forse cinquanta braccia, si
ruppe uno anello dell'ulivella che era alla colonna, e la colonna se
n'andò nel fiume in cento pezzi. El detto anello l'avea fatto fare
Donato a un suo compare Lazzero ferraro; e quanto all'essere recipiente,
quando fussi stato buono, era per reggere quatro colonne, e a vederlo di
fuora non ci parea dubbio nessuno. Poichè s'è rotto, abbiàno visto la
ribalderìa grande: che e' non era saldo drento niente e non v'era tanto
ferro per grossezza che tenessi quant'è una costola di coltello; in modo
che io mi maraviglio che reggessi tanto. Siàno stati a un grandissimo
pericolo della vita tutti che eravamo attorno: e èssi guasto una mirabil
pietra. Io lasciai questo carnovale questa cura di questi ferri a
Donato, che andassi alla ferriera e togliessi ferri dolci e buoni: tu
vedi come e' m'à tratato. E le casse delle taglie che e' m'à fatte fare
sono anche nel collare questa colonna crepate tutte nell'anello, e sono
anche loro state per rompersi; e son dua volte maggiore che quelle
dell'Opera: chè, se fussi buon ferro, reggierieno un peso infinito. Ma
il ferro è crudo e tristo e non si poteva far peggio: e questo è che
Donato si tien con questo suo compare, e à mandato lui alla ferriera, e
àmmi servito come tu vedi. Bisognia aver pazienza. Io sarò costà queste
feste e comincerèno a lavorare, se piacerà a Dio. Racomandami a
Francesco Scarfi.

  A dì venti d'aprile.

                              MICHELAGNIOLO in Seravezza.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Carrara, (    di aprile 1519).

CCCLXV.

_A Pietro Urbano in Carrara .... Michelagnio .... in Firenze._[306]


.... stare una bel_la_ cosa di pietra i mo_do_ .... di dolore; l'altra
che resta loro bozz_ata_ .... settimana, e perchè e' non mi pare che
.... mi bisognia starci e così mi prega .... prima dua dì che e' non
avenia el det .... dì e colleronne forse dua: però ti p_rego_ .... e
carica in sur uno navicello o .... girelle di bronzo che io feci fare a
go .... Francesco Peri e fa' 'l mercato e scriv_i_ .... pregoti me le
mandi súbito: fàttele .... consegniate: parla ancora agli _Operai_ ....
marmi e di' loro, che io non ò potuto es_sere_ .... loro per quello m'è
avenuto e che non ....

Circa a' denari, fa' e' conti col Sbietta .... el più che tu puoi in
Firenze e r .... fa fare ancora dua o tre maz_uoli_ .... ferri e una
lettera che sarà in _questa_ .... _man_dàla el meglio che puoi, perchè
m'impor_ta_ ....

                              MICHELA_gniolo_ .... _in Seravezza_.


Suggella la lettera che va a Ro_ma_ .... sta e màndale ....


  [306] Questa lettera, dove tra l'altre cose si parla della colonna
  che si ruppe, è mancante per tutta la metà della lunghezza del
  foglio. A questa rispose Pietro Urbano con una sua del 6 (forse
  26) d'aprile del detto anno. Le stesse cose suppergiù dice
  Michelangelo nella precedente.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di maggio 1519).

CCCLXVI.

_A Pietro Urbano in Firenze._


Pietro. — Tu ài andare in Pietra Santa a ser Giovan Badessa e fara'ti
dare il contratto[307] in forma propia che io ò fatto co' Carraresi, ciè
col Pollina e con Leone e col Bello, di otto figure che m'ànno a fare,
ciò è marmi per otto figure: quatro di quatro braccia e mezo, e quatro
di cinque braccia, colla largezza e grosseza che dice el contratto. E
detto contratto dice, overo credo che dica, che a mezo maggio io abbia a
dare a' detti Carraresi ducati trenta d'oro largi, con questo che e'
debino avere cavato a detto tempo figure quatro delle sopra ditte, dua
di quatro braccia e mezo, e dua di cinque. Fara'ti leggiere el detto
contratto e intenderai meglio quello che ài a fare: e se e' non ànno
cavate dette quatro figure non ài a dar loro danari, e puoi dir loro che
le càvino e poi me lo faccino intendere, e darò loro danari. E se l'ànno
cavate, che sieno come dice il contratto, darai loro trenta ducati come
dice el contratto, e daragli loro in Pietra Santa; e fànne far contratto
al detto Ser Giovanni Badessa: e in Carrara faratti fare una fede, con
testimoni, come tu vi se' stato a mezo maggio a portare a' detti
cavatori danari per osservare el contratto.

Sarai con Marco, el quale à avuto dua ducati per bozzare la pietra che
io avevo a Sponda, e farne una figura di quatro o cinque braccia; e vedi
se l'à bozzata, e se puoi fargniene condurre alla marina e fare caricare
quella che è in sulla spiaggia, che io ebbi da Leone, e questa, fallo: e
Marco troverà le barche a condurre in Pisa per e' noli usati. E ancora
una figura di dua braccia ch'io ebbi da Cagione. Donato mi dice che
dètte e' danari a Marco che la facessi condurre alla marina. Ser Giovan
Badessa à avuto per levare el sopra detto contratto barili tre:
finiscigli el pagamento, che credo sarà per insino in un ducato. Fa' el
meglio che puoi.


  [307] Il contratto è del 13 d'aprile 1519, e fu rogato da Ser
  Giovanni del fu Paolo della Badessa. In esso Iacopo di Tomeo detto
  _Pollina_ abitante in Torano villa di Carrara, Antonio detto
  _Leone_ d'Iacopo Puliga da Puliga, e Francesco detto _Bello_ di
  Iacopo Vannelli da Torano, si obbligarono di cavare dalla cava
  appartenente al detto _Leone_ dodici pezzi di marmo di più
  grandezze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Seravezza, 6 d'agosto (1519).

CCCLXVII.

_A Girolamo del Bardella in Porto Venere._[308]


Girolamo. — Tornando a questi giorni da Roma, trovai una vostra lettera
in Firenze scritta da' Salviati in Pisa, della quale non avete avuta
risposta da me per non essere io stato in luogo che io l'abbia avuta.
Ora avend'io inteso l'animo vostro per la detta lettera, cioè come
àresti fatto l'impresa del condurre e' mia marmi dall'Avenza e da
Pietrasanta in Pisa; m'è parso, send'io qui a Pietrasanta, scrivervi
questi pochi versi per intendere se siate più d'animo di pigliare la
detta condotta; e quando abiate animo di farlo, io sono in Seraveza.
Piacciavi avisarmi dove ò a essere, acciò che ci troviamo insieme,
perchè stimo resteremo d'acordo. Pregovi mi rispondiate presto e
risoluto.

  A dì sei d'agosto.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Seraveza.


  [308] Stampata la prima volta nei _Monumenti del Giardino Puccini_
  a pag. 579 (Pistoia, tipografia Cino, 1846, in-8º gr. fig.); e poi
  nel _Prospetto cronologico della Vita e delle Opere di
  Michelangelo Buonarroti_ posto in fine alla Vita sua scritta dal
  Vasari, nell'edizione Le Monnier, vol. XII, pag. 354.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 17 di settembre (1519).

CCCLXVIII.

_A Pietro Urbano in Pistoia._


Pietro. — Io ti mando el saione, un paio di calze, la cappa e il feltro
per uno che si chiama il Turchetto che sta in bottega di Buonarroto.
Àvisami come tu stai,[309] e se ti bisognia niente. Io sarei venuto
costa a vederti, ma io son tanto occupato, che io non mi posso partire:
pure, se bisognia che io venga, avisa: e quando tu ti senti da venirne,
manda di costà qualcuno fidato pel mulo, e scrivimi quello che io gli ò
a dare, e io lo pagerò. Sta' sano e di buona voglia, e se puoi scrivimi
la ricevuta de' sopradetti panni.

  A dì diciassette di settembre.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [309] Pietro Urbano si trovava da qualche giorno in Pistoia, per
  rimettersi in sanità, dopo la grave malattia che lo aveva assalito
  a Carrara, dove era andato di commissione di Michelangelo per
  pagare gli scarpellini, che cavavano colà i marmi per conto delle
  statue della facciata di San Lorenzo. Michelangelo appena ebbe
  nuove del male di Pietro, si partì di Firenze in poste, e fu a
  Carrara, e trovato il suo garzone molto grave, lo fece levare di
  là e portare sulle spalle degli uomini a Seravezza, e quivi
  lasciatolo al governo di Domenico detto _Topolino_, scarpellino,
  gli commise che, tostochè Pietro fosse alquanto migliorato,
  facesselo condurre a Pistoia. Dice Michelangelo in certi suoi
  ricordi, che per questa gita a Carrara, per il medico e le
  medicine, e per condurre Pietro da Carrara a Seravezza si trovò
  avere speso trentatre ducati e mezzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1519).

CCCLXIX.

(_A Meo delle Corte_).


Meo. — I' son di nuovo sollecitato che io lavori, e che io mandi più
presto che io posso a ricavare e' marmi che non son buoni: però io vi
prego, che domattina un poco a migliore ora che l'usato, voi siate in
sulla piazza di San Lorenzo, acciò che noi possiàn vedere dua pezzi di
marmo che vi sono, se v'è mancamento, innanzi che 'l sole ci dia noia,
che noi gli mettiam drento e che voi andiate via. Chiamate qualcun degli
altri con esso voi, e fate chiamare el Forello, acciò si possa entrare
dentro pe' ferri.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1519).

CCCLXX.

_Al detto Meo._[310]


Meo. — Io ò di nuovo lettere che io cominci co' marmi che io ò, e che io
mandi súbito a ricavare quegli che non son buoni: però vi prego che
(_voi siate_) domattina un poco a migliore ora che l'usato, acciò che 'l
sole non ci dia noia a vedere dua pezzi che vi sono, se v'è mancamento,
e che noi gli mettiàn dentro e che voi andiate via.

_Altra variante._

Meo. — Io vi prego che siate domattina un poco a migliore ora che
l'usato a San Lorenzo, acciò che 'l sole non ci dia noia, a vedere e'
mancamenti de' marmi.


  [310] È una variante della lettera antecedente.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1519).

CCCLXXI.

(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).


Domenico. — Io sono parato ogni ora a metere la persona e la vita,
quando (_occorre_)ssi[311] pel cardinale de' Medici. Io parlo circa casi
delle sepulture e de' marmi che si sono allogati o vero dati a cavare a
Carrara. Voi (_sapete_) circa questo la volontà del Cardinale molto
meglio che non so io; però (_avisate_) tanto quanto vi pare che io
facci, tanto farò. Io da me non ò m(_odo_) a cavalcare, nè danari da
spendere. Che se avessi el modo, senza dire (_altro farei_) quello ch'io
pensassi che fussi utile e piacere del Cardinale.


  [311] Sono state supplite di corsivo le parole che per essere
  lacero il foglio mancavano.



  RACCOLTA GIÀ BUSTELLI.      Di Firenze, (    di ottobre 1519).

CCCLXXII.

_A Pietro di Michelagniolo scultore in Seraveza._


Pietro. — E' viene costà certi scarpellini e staranno un dì a vedere la
cava. Alla tornata loro avisami come tu stai e quando tu vuoi che io ti
mandi il mulo: avisami a ogni modo; e se non puoi scrivere, fa' che io
sia avisato a boca perchè sto con gielosia, non t'avendo io lasciato
molto bene, come àrei voluto. Non altro. Riguardati.

                              MICHELAGNIOLO in Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del giugno 1520).

CCCLXXIII.

(_Al Cardinale Bernardo Dovizi in Roma_).


Monsignore. — Io prego la vostra Reverendissima Signoria, non come amico
o servo, perchè io non merito esser nè l'uno nè l'altro; ma come omo
vile, povero e matto, che facci che Bastiano Veniziano pittore abi, poi
ch'è morto Raffaello, qualche parte de' lavori di Palazo: e quando paia
a vostra Signoria in un mio pari gittar via el servizio, penso che
ancora nel servire e' matti, che rare volte si potrebe trovare qualche
dolceza; come nelle cipolle per mutar cibo fa colui ch'è infastidito de'
caponi. Degli uomini di conto ne servite el dì: prego vostra Signoria
provi questo a me: e 'l servizio fia grandissimo, e Bastiano detto è
valente omo: e se fia gittato in me, non fia così in Bastiano, perchè
son certo farà onore a vostra Signoria.[312]


  [312] Sebastiano del Piombo in un capitolo di una sua lettera a
  Michelangelo, scritta da Roma a' 3 di luglio 1520, dice così: «Io
  portai quella (_lettera_) al Cardinale (_Dovizi da Bibbiena_), el
  qualle mi fece molte careze et offerte, ma di quello che io
  domandavo, lui mi disse che 'l Papa hauea dato la salla de'
  Pontiffici a li garzoni di Raphaello, et che costoro hauea facto
  una mostra de una figura a olio in muro, ch'era una bella cossa,
  de sorta che persona alcuna non guarderia le camere che ha facto
  Raphaello; che questa salla stupefaria ogni cossa, et che non sarà
  la più bella opera facta da li antichi in qua de pictura. Et da
  poi mi domandò, se io hauea lecta la vostra littera. Io li disse
  de nonne. Lui se ne rise molto; quasi che ne faceva beffe: et con
  bone parolle me partii. Da poi io ho inteso da Bacino de
  Michelagnolo (_Bandinelli_) che fa el Laoconte, che 'l Cardinale
  li ha mostrato la vostra littera, et àlla mostrata al Papa: che
  quasi non c'è altro sugieto che rasonar in Palazo, se non la
  vostra litera: et fa ridere ogn'omo.»



  MUSEO DI BERLINO.      Di Firenze,    (1520).

CCCLXXIV.

_A Sebastiano del Piombo? in Roma._[313]


Send'io a Carrara, per mia faccende, cioè per marmi per condurre a Roma
per la sepultura di papa Iulio nel mille cinque cento sedici, mandò per
me papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo che voleva fare in
Firenze. Ond'io a dì cinque di dicembre mi parti' di Carrara e andai a
Roma, e là feci un disegno per detta facciata, sopr'al quale detto papa
Leone mi dètte commessione ch'io facessi a Carrara cavare marmi per
detta opera. Dipoi send'io tornato da Roma a Carrara l'ultimo di
dicembre sopradetto, mandommi là papa Leone, per cavare e' marmi di
detta opera, ducati mille per le mani di Iacopo Salviati, e portogli uno
suo servitore detto Bentivoglio: e ricevetti detti danari circa a otto
dì del mese vegnente, cioè di gennaio: e così ne feci quitanza. Dipoi
l'agosto vegnente sendo richiesto dal Papa sopradetto del modello di
detta opera, venni da Carrara a Firenze a farlo: e così lo feci di
legname in forma propria con le figure di cera, e mandagniene a Roma.
Súbito che lo vide mi fece andare là: e così andai, e tolsi sopra di me
in cottimo la detta facciata, come apparisce per la scritta che ò con
sua Santità:[314] e bisogniandomi per servire sua Santità condurre a
Firenze e' marmi che io avevo a condurre a Roma per la sepultura di papa
Iulio, com'io ò condotti, e dipoi lavorati, ricondurgli a Roma; mi
promesse di cavarmi di tutte queste spese, cioè gabella e noli: che è
una spesa di circa ottocento ducati, benchè la scritta non lo dica.[315]

E a dì sei di febraio mille cinque cento diciassette tornai da Roma a
Firenze, e avend'io tolto in cottimo la facciata di San Lorenzo
sopradetta, tutta a mie spese, e avendomi a fare pagare in Firenze detto
papa Leone quattro mila ducati per conto di detta opera, come apparisce
per la scritta; a' dì circa venticinque ebbi da Iacopo Salviati ducati
ottocento per detto e feci quitanza, e andai a Carrara. E non mi sendo
là osservato contratti e allogazione fatte prima di marmi per detta
opera, e volendomi e' Carraresi assediare; andai a far cavare detti
marmi a Seraveza, montagna di Pietrasanta in su quello de' Fiorentini, e
quivi avend'io già fatte bozzare sei colonne d'undici braccia e mezzo
l'una e molti altri marmi, e fattovi l'aviamento che oggi si vede fatto;
che mai più vi fu cavato innanzi; a' dì venti di marzo mille cinque
cento diciotto venni a Firenze per danari per cominciare a condurre
detti marmi, e a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi
fece pagare el cardinale de' Medici per detta opera per papa Leone, da'
Gaddi di Firenze, ducati cinque cento: e così ne feci la quitanza. Dipoi
in questo tempo medesimo el Cardinale per commessione del Papa mi fermò
che io non seguissi più l'opera sopradetta, perchè dicevono volermi
tôrre questa noia del condurre e' marmi, e che me gli volevano dare in
Firenze loro, e far nuova convenzione: e così è stata la cosa per insino
a oggi.

Ora in questo tempo avendo mandato per gli Operai di Santa Maria del
Fiore una certa quantità di scarpellini a Pietrasanta, overo a Seraveza
a occupare l'aviamento e tormi e' marmi che io ò fatto cavare per la
facciata di San Lorenzo, per fare il pavimento di Santa Maria del Fiore,
e volendo papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo, e avendo el
cardinale de' Medici fatta l'allogazione de' marmi di detta facciata a
altri che a me, e avendo dato a questi tali, che ànno preso detta
condotta, l'aviamento mio di Seraveza, senza far conto meco; mi sono
doluto assai, perchè nè il Cardinale nè gli Operai non potevono entrare
nelle cose mia, se prima non m'ero spiccato d'accordo dal Papa: e nel
lasciare detta (_facciata_) di San Lorenzo d'accordo col Papa, mostrando
le spese fatte e' danari ricevuti, detto aviamento e marmi e masserizie
sarebbono di necessità tocche o a sua Santità o a me; e l'una parte e
l'altra dopo questo ne poteva fare quello voleva.

Ora sopra questa cosa il Cardinale m'ha detto che io mostri e' danari
ricevuti e le spese fatte, e che mi vuole liberare, per potere e per
l'Opera[316] e per sè tôrre que' marmi che vuole nel sopradetto
aviamento di Seraveza.

Però i' ò mostro avere ricevuti dumila trecento ducati ne' modi e tempi
che in questa si contiene, e ò mostro ancora avere spesi mille ottocento
ducati: che di questi ce n'è spesi circa dugento cinquanta in parte ne'
noli d'Arno de' marmi della sepultura di papa Iulio, che io ò condotti
qui per servire papa Iulio a Roma; che sarà una spesa di più di
cinquecento ducati. Non gli metto ancora a conto il modello di legname
della facciata detta, che io gli mandai a Roma; non gli metto ancora a
conto il tempo di tre anni che i' ò perduti in questo; non gli metto a
conto che io sono rovinato per detta opera di San Lorenzo; non gli metto
a conto il vituperio grandissimo de l'avermi condotto qua per far detta
opera, e poi tôrmela: e non so perchè ancora; non gli metto a conto la
casa mia di Roma che io ò lasciata, che v'è ito male, fra marmi e
masserizie e lavoro fatto, per più di cinque cento ducati. Non mettendo
a conto le sopradette cose, a me non resta in mano de' dumila trecento
ducati, altro che cinquecento ducati.

Ora noi siamo d'accordo: papa Leone si pigli l'aviamento fatto co' marmi
detti cavati, e io e' danari che mi restano in mano, e che io resti
libero; e cònsigliomi ch'io facci fare un Breve e che 'l Papa lo
segnerà.

Ora voi intendete tutta la cosa come sta. Io vi prego mi facciate una
minuta di detto Breve, e che voi aconciate e' danari ricevuti per detta
opera di San Lorenzo, in modo che e' non mi possino essere mai
domandati; e ancora aconciate, come in cambio di detti danari che io ò
ricevuti, papa Leone si piglia il sopradetto aviamento, marmi,
masserizie....


  [313] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 711.

  [314] Mandollo a Roma per mezzo di Pietro Urbano nel dicembre del
  1517, come abbiamo detto indietro.

  [315] Il contratto tra papa Leone X e Michelangelo per il lavoro
  della facciata di San Lorenzo fu stipulato in Roma il 19 gennaio
  1518. Michelangelo si obbligò di fare la detta facciata a tutte
  sue spese in tempo di otto anni, e per il prezzo di quaranta mila
  ducati d'oro in oro larghi.

  [316] L'Opera di Santa Maria del Fiore.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di marzo 1521).

CCCLXXV.

_A Giusto di Matteo calzolaio in Pistoia._


Gusto. — Intendo per la vostra come el marito della Masina, cioè Iulio
Forteguerri, venderebbe la casa che à qua in Via Mozza, quando avessi
della lira venti soldi. E' debbe essere oramai l'anno che io ve ne
parlai, e non avendo dipoi intesone mai niente, m'ero vòlto al murare in
un orto che io ò lassù vicino. Ora se e' sonno per vendere detto Iulio e
la Masina la detta casa per giusto prezo, io la piglierò e lascierò
stare el murare. Però vi prego mi rispondiate presto, e avisatemi quello
che ne vogliono: e io la farò vedere; e se sarà iusto, non sono per
discostarmene. Altro non m'acade. Pietro[317] credo sarà giunto stasera
a Roma, e presto stimo sarà di tornata.

  A dì .... di marzo.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [317] Pietro d'Urbano, il quale ne' primi giorni del marzo del
  1521 s'era mosso da Firenze alla vòlta di Roma, per condurvi la
  figura del _Cristo risorto_, che doveva esser posta nella Minerva.
  Giunta la statua in Roma nell'aprile seguente, Pietro, avendo
  commissione di ritoccarla, la stroppiò in alcune parti, come nel
  piede destro e nella mano destra, onde Michelangelo pregò Federigo
  Frizzi, scultore fiorentino dimorante in Roma, che volesse
  rimediarvi; ed egli in questo si portò tanto bene, che in tutto
  soddisfece al Buonarroti.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del febbraio 1522).

CCCLXXVI.

_Al prudente giovane Gherardo Perini in Pesaro._


Tutti gli amici vostri meco insieme, Gherardo mio carissimo, si sono
molto rallegrati, e più quegli che voi sapete che più v'amano,
intendendo della sanità e del buono esser vostro per l'ultima vostra dal
fedelissimo Zampino; e benchè la vostra umanità per la detta mi sforzi
alla risposta, non mi sento però soffiziente a farla: solo vi dico
questo: che noi amici vostri siamo il simile, cioè sani, e tutti ci
racomandiamo a voi e massimamente ser Giovan Francesco, e 'l
Piloto:[318] e la risposta, intendendo che presto avete a esser di qua,
spero più pienamente farla a boca e sodisfarmi meglio d'ogni
particularità, perchè è cosa che m'importa.

  Adì non so quanti di febraio, secondo la mia fante.

                              Vostro fedelissimo e povero amico[319]


  [318] Giovanni di Baldassarre, bravo ed ingegnoso orafo
  fiorentino, detto _il Piloto_, fu amico di Michelangelo, e lo
  accompagnò fino a Venezia nella sua fuga da Firenze al tempo
  dell'assedio. Fu anche amico del Cellini, il quale parla di lui
  più volte nella sua _Vita_, come pure lo ricorda il Vasari. Morì
  di ferite nel 1536.

  [319] Michelangelo fa il proprio nome e il cognome, schizzando un
  angelo, cioè testa e ali, e tre palle, due appaiate ed una che sta
  loro sopra.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1522).

CCCLXXVII.

_Al mio caro Ser Giovan Francesco,[320] cappellano in Santa Maria del
Fiore. Firenze._


Ser Giovan Francesco mio carissimo. — Perchè il primo sarto, come
sapete, non può attendere, e essendo quest'ultimo che io ò preso vostro
amico, vi prego mi raccomandiate a lui e gli diciate, non facci domenica
che viene, come la passata, che non mi volse mai vedere quel giubbone in
dosso: che forse l'àrebbe raconcio in modo mi starebbe bene; perchè
questi pochi dì ch'io l'ò portato, m'à stretto molto forte e massimo nel
petto. Non so se me l'avessi guasto per rubarne: benchè a me pare pure
omo da fidarsene. Ora questo è fatto: per quest'altre cose, vi prego gli
rammentiate un poco el caso mio, e che abi gli ochi seco quando un'altra
volta mi coglie più misure; che io non vorrei avere a mutar più
botteghe. Piglio sicurtà in voi. A riservire.

  A ore venti tre e ogn'una mi pare un anno.

                                 Vostro fedelissimo scultore
                              in Via Mozza presso al canto alla[321]


  [320] Fattucci, altre volte nominato.

  [321] E qui disegna con la penna una macina.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del luglio 1523).

CCCLXXVIII.

_Al mio caro amico Bartolomeo Angelini in Roma._


Bartolomeo amico carissimo. — I' ò ricevuto in una vostra una del
Cardinale:[322] di che mi son maravigliato, che per sì piccola cosa
abbiate fatto scrivere, e tanto in fretta: alla quale non risponderò
altrimenti, perchè non posso resoluto, come vorrei. A voi rispondo il
medesimo che per l'altra, cioè come sono desideroso di servire suo
Signoria Reverendissima, e ingegnierommene quanto potrò e più presto che
potrò.

Io ò grande obrigo, e son vechio e mal disposto; che se io lavoro un dì,
bisognia che io me ne posi quatro; però io non mi fido promettere di me
molto resoluto. Ingegnierommi di servire a ogni modo, e dimostrarvi che
io conosco l'amore che mi portate.

Altro non acade. Son sempre vostro. Racomandatemi a Sebastiano
Veniziano.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [322] È questi il cardinale Domenico Grimani, veneziano, patriarca
  d'Aquileia e vescovo di Porto, al quale Michelangelo aveva
  promesso di dipingere un quadretto per tenere nel suo studio. La
  lettera del Cardinale al Buonarroti è dell'undici di luglio 1523.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze,    (1523).

CCCLXXIX.

(_A Ser Giovanni Francesco Fattucci in Roma_).


Ser Giovanni Francesco. — E' sono ora circa dua anni ch'io tornai da
Carrara d'allogare a cavare e' marmi delle sepulture del Cardinale, e
andandogli a parlare, lui mi disse che io trovassi qualche buona
risoluzione da far presto dette sepulture: io gli mandai scritti tutti
e' modi del farle, come voi sapete che gli leggiesti, ciò è che io le
farei in cottimo e a mesi e a giornate e in dono, come piacessi a sua
Signoria, perchè desideravo di farle. Non fui acettato in modo nessuno.
Fu detto che io non avevo el capo a servire il Cardinale. Dipoi
riappiccando el Cardinale, gli offeri' di fare e' modelli di legniame
grandi apunto come ànno a essere le sepulture, e farvi dentro tutte le
figure di terra e di cimatura, della grandezza, e finite apunto come
ànno a essere; e mostrai che questo sarebbe un breve modo, e una poca
spesa a farle: che fu quando volemo comperare l'orto de' Caccini. Non fu
niente, come sapete. Andando poi el Cardinale in Lombardia, andai súbito
che lo 'ntesi a trovarlo, perchè desideravo di servirlo. Mi disse che io
sollecitassi e' marmi e ch'io trovassi degli uomini, e che io facessi
tanto quant'io potevo, che e' trovassi fatto qualche cosa, senza
domandargli più di niente; e che se e' vivea, che farebbe ancora la
facciata, e che lasciava a Domenico Boninsegni la commessione di tutti
e' danari che bisogniavano. Partito el Cardinale, io scrissi tutte
queste cose che m'avea dette a Domenico Boninsegni, e dissegli com'io
ero parato a far tutto quello che desiderava el Cardinale; e di questo
mi serbai la copia, e scrissi con testimoni, acciò che ognuno sapessi
che e' non restava da me. Domenico mi venne súbito a trovare, e dissemi
che non avea commessione nessuna, e che se io volevo niente, che lo
scriverrebbe al Cardinale. Io gli dissi che non volevo niente.
All'ultimo alla tornata del Cardinale, el Figiovanni mi disse che gli
avea domandato di me. Io vi andai súbito, stimando volessi parlare delle
sepulture; lui mi disse: «Noi vorrèmo pure che in queste sepulture fussi
qualcosa di buono, cioè qualcosa di tuo mano.» E non mi disse che
volessi che io le facessi. Io mi parti', e dissi che tornerei a
parlargli quando e' marmi ci sarebbono.

Ora voi sapete come a Roma el Papa è stato avisato di questa sepultura
di Iulio, e come gli è stato fatto un moto propio per farlo segniare e
procedermi contro e domandarmi quello che io ò avuto sopra detta opera,
e danni e interessi: e sapete come el Papa disse, che questo si facci,
se Michelagniolo non vuole fare la sepultura. Adunque bisognia ch'io la
facci, se non voglio capitar male, come vedete che è ordinato. E se 'l
Cardinale de' Medici vole ora di nuovo, come voi mi dite, che io facci
le sepulture di San Lorenzo, voi vedete che io non posso, se lui non mi
libera da questa cosa di Roma; e se lui mi libera, io gli prometto
lavorare per lui senza premio nessuno tutto 'l tempo che io vivo; non
già che io domandi la liberazione per non fare detta sepultura di Iulio,
che io la fo volentieri, ma per servirlo: e se lui non mi vuole
liberare, e che e' voglia qualche cosa di mia mano in dette sepulture,
io m'ingegnierò, mentre lavorerò la sepultura di Iulio, di pigliar tempo
di far cosa che gli paccia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 25 di novembre (1523).

CCCLXXX.[323]

_Al mio caro amico maestro Domenico,[324] detto Topolino, scarpellino in
Carrara._


Maestro Domenico mio carissimo. — L'aportatore di questa sarà Bernardino
di Pier Basso, che viene costà per certi pezi di marmo che à di
bisognio. Prègovi che voi l'indirizzate dove e' sia servito bene e
presto: io ve lo racomando quanto so e posso. Altro non m'acade intorno
a questo. Àrete inteso come Medici è fatto papa:[325] di che mi pare si
sia rallegrato tutto el mondo; ond'io stimo che qua, circa l'arte, si
farà molte cose: però servite bene e con fede, acciò che e' s'abbi
onore.

  A dì venticinque novembre.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [323] Fu già pubblicata per la prima volta nei _Monumenti del
  Giardino Puccini_: Pistoia, tip. Cino, 1845, in-8º, e poi nel
  _Prospetto cronologico della Vita e delle opere di Michelangelo
  Buonarroti_. Vedi Vasari, Le Monnier, vol. XII, pag. 361.

  [324] Domenico di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da
  Settignano, nato nel 1464. Costui aveva fantasia di voler essere
  scultore, e qualche volta Michelangelo si pigliava spasso di lui,
  vedendolo lavorare.

  [325] Il cardinale Giulio de' Medici, eletto papa col nome di
  Clemente VII il 19 di novembre 1523.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1524).

CCCLXXXI.

_A papa Clemente VII in Roma._[326]


Beatissimo padre. — Perchè e' mezzi spesse volte sono cagione di grande
scandali, però io ò preso ardire, senza quegli, scrivere a vostra
Santità circa le sepulture qua di San Lorenzo. Io dico che non so qual
si sia meglio, o 'l mal che giova, o 'l ben che nuoce. Io son certo,
così pazzo e cattivo com'io sono, che se io fussi stato lasciato
seguitare, come aveva cominciato, che oggi sarebbono tutti e' marmi per
dette opere in Firenze, e con manco spesa che non s'è fatto insino a
ora, bozzati al proposito; e sarebbon cosa mirabile, come degli altri
che io ci ò condotti.

Ora io veggo la cosa andare a lungo, nè so come la si vadi. Però io mi
scuso con vostra Santità, che se cosa avvenissi che non piacessi a
quella, non ci avendo io alturità, non mi pare anche d'averci colpa: e
priego quella, che volendo che io facci cosa nessuna, che non mi dia
nell'arte mia uomini sopracapo, e che mi presti fede, e diemi libera
commessione; e vedrà quello che io farò, e 'l conto che a quella renderò
di me.

La lanterna qua della cappella di detto San Lorenzo, Stefano[327] l'à
finita di metter su e scopertola, e piace universalmente a ogni uomo; e
così spero farà a vostra Santità quando la vedrà. Facciàno fare la palla
che viene alta circa un braccio: e io ò pensato, per variarla
dall'altre, di farla a faccie: e così si fa.

                                   Servo della Vostra Santità

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [326] Di questa lettera è un'altra bozza, di poco variata, nel
  detto Archivio Buonarroti.

  [327] Stefano di Tommaso, il quale lasciata l'arte sua del miniare
  si era dato all'architettura; e Michelangelo si servì di lui nel
  muramento della Cappella de' sepolcri medicei, non senza averne
  ricevuto dispiaceri, come vedremo più innanzi. Morì il 10 dicembre
  del 1534.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1524).

CCCLXXXII.

_Al mio maggiore Giovanni Spina (in Firenze)._


Giovanni mio caro. — Perchè la penna è sempre più animosa che la lingua,
vi scrivo quello che più volte a questi dì non mi sono ardito per
rispetto dei tempi dirvi a boca: e questo è, che visto e' tempi, come è
detto, contrarii all'arte mia, non so se io m'ò da sperare più
provigione. Quand'io fossi certo non l'avere più avere, non resterei per
questo che io non lavorassi e facessi per el Papa tutto quello che io
potessi, ma non terrei già casa aperta per rispetto del debito che voi
sapete che io ò, avendo dove tornarmi con molto manco spesa: e a voi
ancora si leverebbe la noia della pigione. E quando la mia provvigione
pur séguiti, io starò qui come sono stato e ingegnieromi fare el debito
mio. Però io vi prego che voi mi diciate quello che voi ne intendete,
acciò che io possa pensare a' fatti mia, restandovi obrigatissimo. Io vi
rivedrò queste feste in Santa Maria del Fiore.

                              Vostro MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXIII.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. — Voi mi ricercate per una vostra come stanno
le cose mia con papa Iulio. Io vi dico che se potessi domandar danni e
interessi, più presto stimerei avere avere, che avere a dare. Perchè
quando mandò per me a Firenze, che credo fussi el secondo anno del suo
Pontificato, io avevo tolto a fare la metà della sala del Consiglio di
Firenze,[328] cioè a dipignere; che n'avevo tre mila ducati; e di già
era fatto el cartone, come è noto a tutto Firenze; che mi parevon mezzi
guadagnati. E de' dodici Apostoli che ancora avevo a fare per Santa
Maria del Fiore[329] n'era bozato uno, come ancora si vede; e di già
avevo condotti la maggior parte di marmi. E levandomi papa Iulio di qua,
non ebbi nè dell'una cosa nè dell'altra niente. Dipoi sendo io a Roma
con detto papa Iulio, e avendomi allogato la sua sepultura, nella quale
andava mille ducati di marmi, me gli fece pagare e mandòmi a Carrara per
essi; dov'io stetti otto mesi a fargli bozzare, e condussi quasi tutti
in sulla piazza di Santo Pietro, e parte ne rimase a Ripa. Dipoi finito
di pagare i noli di detti marmi e mancandomi e' danari ricevuti per
detta opera, forni' la casa che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro
di letti e masserizie del mio, sopra la speranza della sepultura, e fe'
venire garzoni da Firenze, che ancora n'è vivi, per lavorare; e dètti
loro danari inanzi del mio. — In questo tempo papa Iulio si mutò
d'oppenione e non la volse più fare: e io non sapendo questo, andandogli
a domandare danari, fui cacciato di camera: e per questo isdegno mi
parti' súbito di Roma; e andò male ciò che io avevo in casa; e e' detti
marmi ch'io avevo condotti, stettono insino alla creazione di papa Leone
in sulla piazza di Santo Pietro: e dell'una parte e dell'altra n'andò
male assai. Fra gli altri di quel ch'io posso provare, me ne fu tolti
dua pezzi di quatro braccia e mezo l'uno da Ripa da Agostino Ghigi, che
m'erono costi a me più di cinquanta ducati d'oro: e questi si potrebbon
risquotere, perchè ci è e' testimoni. Ma per tornare a' marmi, dal tempo
che io andai per essi e che io stetti a Carrara, insino a che io fui
cacciato di Palazo, v'andò più d'un anno: del qual tempo non ebbi mai
nulla, e messovi parecchi decine di ducati.

Dipoi la prima volta che papa Iulio andò a Bolognia, mi fu forza andare
là con la coreggia al collo a chiedergli perdonanza; onde lui mi dètte a
fare la figura sua di bronzo, che fu alta a sedere circa a sette
braccia. Domandandomi che spesa la sarebbe, io gli risposi che credevo
gittarla con mille ducati; ma che e' non era mia arte e che io non mi
volevo obrigare; mi rispose: «Va, lavora e gitterella tante volte che la
venga, e daremti tanto che tu sarai contento.» Per abreviare, la si
gittò dua volte, e in capo di du' anni ch'io vi stetti, mi trovai
avanzati quattro ducati e mezo. E di questo tempo non ebbi mai altro; e
le spese tutte ch'io feci, ne' detti dui anni furno de' mille ducati con
che io avevo ditto che la si gitterebbe: e' quali mi furono pagati in
più volte da messere Antonio Maria da Legnia(_me_) bolognese.

Messo su la figura nella facciata di San Petronio e tornato a Roma, non
volse ancora papa Iulio che io facessi la sepultura, e missemi a
dipignere la vôlta di Sisto, e facèmo e' patti tre mila ducati. E 'l
disegno primo di detta opera furono dodici Apostoli nelle lunette, e 'l
resto un certo partimento ripieno d'adornamenti, come si usa.

Dipoi cominciata detta opera, mi parve riuscissi cosa povera, e dissi al
Papa, come facendovi gli Apostoli soli mi parea che riuscissi cosa
povera. Mi domandò perchè: io gli dissi, perchè furon poveri anche loro.
Allora mi dètte nuova commessione ch'io facessi ciò ch'io volevo, e che
mi contenterebe, e che io dipignessi insino alle storie di sotto. In
questo tempo quasi finita la vôlta, el Papa ritornò a Bologna: ond'io
v'andai dua volte per danari che io aveva avere, e non feci niente, e
perde' tutto questo tempo, finchè ritornò a Roma. Ritornato a Roma, mi
missi a far cartoni per detta opera, cioè per le teste e per le faccie
attorno di detta cappella di Sisto, e sperando aver danari e finire
l'opera. Non potetti mai ottenere niente: e dolendomi un dì con messer
Bernardo da Bibbiena e con Attalante,[330] com'io non potevo più stare a
Roma e che mi bisogniava andar con Dio; messer Bernardo disse a
Attalante che gniene rammentassi, che mi voleva far dare danari a ogni
modo. E fecemi dare du' mila ducati di Camera; che son quelli con que'
primi mille de' marmi ch'e' mi mettono a conto della sepultura; e io
stimavo averne aver più pel tempo perduto e per l'opere fatte. E de'
detti danari, avendo messer Bernardo et Attalante risucitatomi, donai a
l'uno cento ducati, all'altro cinquanta.

Dipoi venne la morte di papa Iulio: e a tempo nel prencipio di Leone,
Aginensis volendo accrescere la sua sepultura, cioè far maggiore opera
che il disegno ch'io avevo fatto prima, si fece uno contratto.[331] E
non volendo io ch'e' vi mettessino a conto della sepultura i detti tre
mila ducati ch'io avevo ricievuti, mostrando ch'io avevo avere molto
più; Aginensis mi disse, che io ero un ciurmadore.


  [328] È noto che nell'anno 1503 Pietro Soderini, gonfaloniere
  perpetuo della Repubblica di Firenze, allogò a dipingere l'una
  metà della Sala del Consiglio nel palazzo della Signoria a
  Lionardo da Vinci, e l'altra a Michelangelo; e che per fare queste
  loro opere aveva il Buonarroti disegnato il famoso cartone con un
  episodio della guerra di Pisa, e il Vinci dipinto il suo, dove era
  un gruppo di cavalieri che combattevano per l'acquisto d'una
  bandiera. Una delle cose più notabili in questo racconto è il
  dirsi che Giulio II mandò un uomo apposta a Firenze a richiedere
  Michelangelo, e condurlo a Roma. Il che non si legge in nessuno
  de' suoi biografi.

  [329] Allogati a Michelangelo con deliberazione de' 24 di aprile
  1503. Ma di queste dodici figure che dovevano andare in Santa
  Maria del Fiore in luogo delle antiche pitture degli Apostoli
  fatte da Bicci di Lorenzo, è noto che Michelangelo non ne cominciò
  che una sola, la quale è il San Matteo, oggi conservata, appena
  abbozzata, nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.

  [330] Atalante, figliuolo naturale di Manetto Migliorotti
  fiorentino, nacque nel 1466 e fu scolare di Lionardo da Vinci nel
  sonare il liuto. Giovanetto di circa sedici anni fu condotto dal
  Vinci a Milano, allorchè egli andò alla corte di Lodovico il Moro.
  Atalante fino dal 1513 era uno de' soprastanti alla fabbrica di
  San Pietro, nel qual ufficio durava ancora nel 1516. Le sue
  memorie non vanno oltre il 1535.

  [331] Il contratto è dell'8 di luglio 1516, e fu stipulato tra
  Lionardo Grosso, detto _il Cardinale Aginensis_, nipote di papa
  Giulio, e Lorenzo Pucci, cardinale del titolo de' Santi Quattro,
  esecutori testamentari di papa Giulio, da una parte, e
  Michelangelo dall'altra; il quale si obbligò di fare la detta
  sepoltura secondo un nuovo disegno e modello, dentro il termine di
  nove anni e per il prezzo di sedici mila cinquecento ducati,
  compresi i 3500 già ricevuti.



  _Museo Britannico._      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXIV.

_A messer Gio. Francesco Fattucci in Roma._[332]


Ne' primi anni di papa Iulio, credo che fossi el secondo anno ch'io
andai a star seco, dopo molti disegni della sua sepultura, uno gniene
piacque, sopra 'l quale facemo el mercato: e tolsila a fare per dieci
mila ducati, e andandovi di marmi ducati mille, me gli fece pagare,
credo da' Salviati in Firenze: e mandommi pe' marmi. Andai, condussi e'
marmi a Roma e uomini, e cominciai a lavorare el quadro e le figure: di
che c'è ancora degli uomini che vi lavororno: e in capo d'otto o nove
mesi el Papa si mutò d'openione, e non la volse seguitare; e io
trovandomi in sulla spesa grande e non mi volendo dar suo Santità danari
per detta opera, dolendomi io seco, gli dètti fastidio, in modo che mi
fe' cacciar di camera. Ond'io per isdegno mi parti' súbito di Roma: e
andò male tutto l'ordine che io avevo fatto per simile opera: che del
mio mi costò più di trecento ducati simil disordine, senza el tempo mio
e di sei mesi che io ero stato a Carrara: che io non ebbi mai niente: e
e' marmi detti si restorno in sulla piazza di Santo Pietro. Dipoi circa
sette o otto mesi che io stetti quasi ascoso per paura, sendo crucciato
meco el Papa, mi bisognò per forza, non possendo stare a Firenze, andare
a domandargli misericordia a Bologna; che fu la prima volta che e'
v'andò: dove mi ritenne circa du' anni a fare la sua statua di bronzo,
che fu alta a sedere sei braccia: e la convenzione fu questa.
Domandandomi papa Iulio quello che si veniva di detta figura; gli dissi
che e' non era mia arte el gittar di bronzo, e che io credevo con mille
ducati d'oro gittarla, ma che non sapevo se mi riuscirebbe. E lui mi
disse: «Gitteremla tante volte che la riesca, e daremti tanti danari
quanti bisognierà.» E mandò per messere Antonio Maria dal Legnia(_me_),
e dissegli che a mio piacere mi pagassi mille ducati. Io l'ebbi a gittar
dua volte. Io posso mostrare avere speso in cera trecento ducati, aver
tenuto molti garzoni, e aver dato a maestro Bernardino,[333] che fu
maestro d'artiglierie della Signoria di Firenze, trenta ducati el mese e
la spesa e averlo tenuto parecchi mesi. Basta che all'ultimo messa la
figura dove aveva a stare, con gran miseria, in capo di dua anni mi
trovai avanzati quattro ducati e mezzo: di che io di detta opera sola
stimo giustamente poterne domandare a papa Iulio più di mille ducati
d'oro; perchè non ebbi mai che e' primi mille, com'è detto.

Dipoi, tornando a Roma, non volse ancora che io seguissi la sepultura, e
volse che io dipigniessi la vôlta di Sisto: di che fumo d'accordo di tre
mila ducati a tutte mie spese con poche figure semplicemente. Poi che io
ebbi fatti certi disegni, mi parve che riuscissi cosa povera: onde lui
mi rifece un'altra allogagione insino alle storie di sotto, e che io
facessi nella vôlta quello che io volevo: che montava circa altrettanto:
e così fumo d'accordo. Onde poi finita la vôlta, quando veniva l'utile,
la cosa non andò innanzi, in modo che io stimo restare avere parecchi
centinaia di ducati....


  [332] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708. Altra bozza della
  precedente.

  [333] Vedi quello che intorno a maestro Bernardino è stato detto a
  pag. 75, nota 2, di questa Raccolta.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXV.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. — Intendo per l'ultima vostra come la Santità
del nostro Signore vuole che 'l disegnio della Libreria sia di mia mano.
Io non ò notizia nessuna, nè so dove se la voglia fare: e se bene
Stefano[334] me n'à parlato, non ci ò posto mente. Come torna da
Carrara, io m'informerò da lui, e farò ciò che io saprò, benchè non sia
mia professione.

Della pensione che voi mi scrivete, io non so di che voglia io mi sarò
di qui a uno anno; e però non voglio promettere quello, di che io mi
potrei pentire. Della provigione io ve n'ò scritto.


  [334] Stefano miniatore, andato a Carrara per conto dei marmi
  delle sepolture medicee.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del gennaio 1524).

CCCLXXXVI.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Per darvi qualche nuova, poi che gli è tanto che io non vi scrissi,
sapiate che 'l Guidotto, come sapete, avea mille faccende, e in pochi dì
s'è morto e à lasciato el suo cane libero a Donato, e Donato ha
comperato per portare bruno una cioppa a linia masculina; la qual
vedrete se vien costà, perchè è buona ancora a cavalcare.

Altro non m'acade. De' casi mia, poi che siate mio procuratore, come à
voluto el Papa,[335] vi prego mi trattiate bene, come sempre avete
fatto, che sapete che io ò più debito con esso voi pe' benefizi
ricievuti, che non ànno, come si dice a Firenze, e' crocifissi di Santa
Maria del Fiore col Noca calzaiuolo.[336]


  [335] Questa bozza di lettera è scritta dietro una di Lionardo
  sellaio, del 28 dicembre 1523.

  [336] Si chiamava per proprio nome Andrea di Cristofano, e fu
  famigliare, commensale e calzaiuolo di papa Leone, colla
  provvisione di sei ducati al mese, accresciuta poi fino a otto e
  mezzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 26 di gennaio 1524.

CCCLXXXVII.

(_A Piero Gondi in Firenze_).[337]


Piero. — El povero ingrato à questa natura, che se voi lo sovvenite ne'
sua bisogni, dice che quel tanto che gli date, a voi avanzava: se lo
mettete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri
forzato, e per non la saper far voi, v'avete messo lui: e tutti e'
benefizi che e' riceve, dice che è per necessità del benificatore. E
quando e' benefizi ricevuti sono evidenti, che e' non si possono negare;
l'ingrato aspetta tanto, che quello da chi egli à ricievuto del bene,
caschi in qualche errore publico, che gli sia ocasione a dirne male, che
gli sia creduto, per isciorsi dall'obrigo che gli pare avere. Così è
sempre intervenuto contra di me: e non s'impacciò mai nessuno meco (io
dico d'artigiani), che io non gli abi fatto bene con tutto el cuore: poi
sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e' dicono che io ò, che non
nuoce se non a me, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi: che
è el premio di tutti gl'uomini da bene.

Io vi scrivo sopra e' ragionamenti di iersera, e sopra e' casi di
Stefano:[338] io insino a qui non l'ò messo in luogo, che se io non vi
potevo essere io, i' non n'avessi trovato un altro da mettervi: tutto ò
fatto per fargli bene e non per mia utilità, ma per sua; e così
ultimamente. Ciò che io fo, fo per suo bene, perchè ò fatto impresa di
fargli bene, e non la posso lasciare: e non creda o non dica che io lo
facci per mia bisogni, chè grazia di Dio non mi manca uomini: e se l'ò
stimolato a questi dì più che l'ordinario, l'ò fatto perchè io sono
ancora io più obrigato che l'ordinario: e èmmi forza intendere se e' può
o se vuole, o se e' sa servirmi, per potere pensare a' casi mia. E non
veggendo molto chiaro l'animo suo, richiesi iersera voi che fussi mezzo
a farmi intendere l'oppenione suo, e se e' sa fare quello di che io lo
richiego, o se e' può o se e' vuole, o se e' sa e vuole e può: che voi
intendessi da lui quello che e' vuole el mese a essere sopra e' garzoni
e insegnare lor fare la materia e quello che io ordinerò: e e' garzoni
gli ò a pagare io. Io vi richiesi iersera di questo, e di nuovo ve ne
priego che voi mi facciate intendere, come è detto, l'animo suo: e non
vi maravigliate ch'io mi sia messo a scrivervelo, perchè e' m'importa
assai per più rispetti, e massimo per questo: che se io lasciassi sanza
gustificarmi e mettessi in suo luogo altri, sarei publicato in fra e'
Piagnioni per maggior traditore che fussi in questa terra, benchè io
avessi ragione. Però priego mi serviate. Io vi do con sicurtà noia,
perchè voi mostrate volermi bene.

  Adì venti sei di gennaio 1523.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [337] È scritta dietro il disegno di numero 112.

  [338] Stefano miniatore.



  DAI MSS. ASHBURNHAM.      Di Firenze, 6 di febbraio 1524.

CCCLXXXVIII.[339]

_A Giovanni Spina in Firenze._


Giovanni. — L'apportatore di questa sarà Stefano miniatore, al quale
darete ducati quindici per conto de' modegli ch'io fo per papa Clemente,
come per l'altra vi dissi.

  Adì sei di febbraio mille cinque cento venti tre.

Ricievuti detto dì.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [339] Di questa lettera, il cui originale è tra gli altri preziosi
  manoscritti posseduti da Lord Ashburnham, io debbo la copia alla
  molta cortesia del detto nobilissimo signore, al quale per tanta
  liberalità non posso fare a meno di rendere qui quelle pubbliche
  grazie e maggiori che io so.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del luglio 1524).

CCCLXXXIX.

_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Messer Giovan Francesco. — Per l'ultima vostra son ito a trovar lo Spina
per intendere se à commessione di pagare per la Libreria, come per le
sepulture; e visto ch'ei non l'à, non ò dato prencipio a detta opera,
come m'avvisate; perchè non si può fare senza danari: e quando pur
s'abbia a fare, pregovi facciate costà, che qua paghi lo Spina; perchè
non si potrebbe trovare uomo più accomodato nè che facci con più amore e
grazia simil cosa.

Del cominciare a lavorare, bisognia che io aspetti che e' marmi
venghino, che non credo che venghino mai, tal ordine s'è tenuto! Àrei da
scrivere cose che vo' stupiresti, ma non mi sare' creduto: basta, che
l'è la mia rovina; perchè se fossi inanzi con l'opera più che io non
sono, forse che 'l Papa àrebbe aconcio la cosa mia[340] e sarei fuora di
tanto affanno: ma e' comparisce molto più lavoro a chi guasta, che non
fa a chi aconcia. Trovai ieri uno che mi disse che io andassi a pagare,
se non che all'ultimo di questo mese i' cascherò nelle pene. I' non
credetti che ci fusse altre pene che quelle dell'inferno, o dua ducati
d'albitrio, s'i' facessi un fondaco d'un'arte di seta o un battiloro, e
'l resto prestassi a usura. Abbiàno pagato trecento anni le gravezze a
Firenze: almanco foss'io stato una volta famiglio del Proconsolo![341] E
pur bisognia pagare. Sarammi tolto ogni cosa, perchè non ò el modo e
verrommene costà. Àrei, se la cosa mi fussi aconcia, venduto qualche
cosa e comperato Monte[342] che m'avessi pagato le gravezze, e potre'
pure stare a Firenze.[343]


  [340] Della sepoltura di papa Giulio.

  [341] Il Rettore dell'Arte de' Giudici e Notai.

  [342] Cioè, _crediti di Monte_.

  [343] A questa rispose il Fattucci con una del 21 di luglio del
  detto anno dove parla del mandare a Carrara pe' marmi e delle
  sepolture de' Papi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (8 d'agosto 1524).

CCCXC.

_A Giovanni Spina in Firenze._


Giovanni. — L'apportatore di questa sarà Niccolò di Giovanni detto il
Sordo, al quale pagerete ducati tre per conto della pietra forte ch'egli
à tolto a cavare per la Liberria di San Lorenzo. Pagategli a buon conto:
e per le prime carrate vedrèno come servirà e del prezzo giusto e della
bontà della pietra: e io pe' tre ducati detti prometto per lui.

                              Vostro MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 29 d'agosto 1524.

CCCXCI.

_A Giovanni Spina._


Giovanni. — Poi che io parti' ieri da voi, andai ripensando a' casi mia,
e visto quanto el Papa à a cuore quest'opera di San Lorenzo, e quanto
sono sollecitato da sua Santità; e avendomi quella volontariamente
ordinata buona provigione, acciò che io abbia più comodità di servirlo
più presto, e visto che el non la pigliare, mi ritarda, e che io non
àrei scusa nessuna non servendo; mi sono mutato di proposito, e dove
insino a ora non l'ò domandata, ora la domando; stimando che e' sia
molto meglio e per più rispetti che non acade scrivere; e massimo per
tornare nella casa a San Lorenzo che avete tolta, e aconciarmivi da omo
dabene: che dà che dire e fammi danno assai el non vi tornare. Però io
vorrei che voi mi déssi quella quantità di provigione che mi toca dal dì
che la mi fu ordinata insino a ora: e se avete commessione di farlo,
pregovi lo diciate a Antonio Mini che sta meco, aportatore di questa, e
quando volete che io venga per essa.

  Copia fatta el dì di San Giovanni dicollato 1524.[344]

       _Nell'altra parte del foglio è scritto d'altra mano:_

✠ 1524.

  Per mille ottociento braccia di vôlta in botte,
    a lire una, soldi dua el braccio, monta           L. 1880.
  Per tremila cinqueciento venti braccia di mura
    grosse dall'ammattonato insino al tetto, a
    soldi sedici el bracio fornite, montano        fior.  402. lire 2.
    d'oro in oro.

Di verso el chiostro.

  Per dumila braccia di risega a soldi sette el
    braccio, monta in tutto                        fior.  100.
    d'oro in oro.

Di verso el chiostro.

  Per otto pilastri che vano dal fondamento insino
    al piano delle vôlte della Libreria, a venti
    ducati d'oro in oro l'uno, montono in tutto    fior.  100.
  Per dumila braccia di risega di verso l'orto,
    montono                                        fior.  160.
  Per otto pilastri di verso l'orto, montono       fior.  160.
  Monta tutta la somma                             fior. 1090. lire 6.
  Il braccio del pilastro lire sette, la
    manifattura, disfare e rifare montono          fior.  200.
    d'oro in oro.


  [344] Scritto con matita rossa a grandi lettere.



  DAI MSS. YOUNG. OTTLEY.      Di Firenze, 18 d'ottobre 1524.

CCCXCII.

(_A Giovanni Spina_).


[345].... arà, perchè io non ne voglio essere debitore. Ultima(_mente_)
.... Antonio Mini che sta meco, le giornate di San Lorenzo gli
(_paga_)sti la quantità de' danari che io volevo, che non avevi ....
essi al banco. Io vi dico che e' danari e la provi(_gione che io ò_) dal
Papa, io gli piglierò, per poterlo servire meglio et .... ro fo e per
potere entrare nella casa che n .... San Giovanni detto; e se 'l Papa le
dètte principio, lui .... me ne dia, io mi contento di quel di che la
sua Santità si (_vorrà contentar_), e per ch'io credo che e' facci bene
ciò che e' fa a non la (_co_)minciare altrimenti nè prima nè poi. E la
pri(_ma paga_) ch'io n'ebbi fa ora otto mesi. Guardate se (_riscontra
con_) la vostra e se avete commessione, datemela (_in quella_) quantità
che mi toca in sino a oggi: se non l'ave(_te_) .... n'abbiate arrossire
con me: basta che e' non si possa (_dire ch'i'_) non l'abbi chiesta: e
così m'è forza farlo in(_tendere_) per mia gustificazione.

La copia della lettera che io Michelagnio(_lo_) Buonar(_roti_) (_ò
manda_)ta stamani a dì 18 d'ottobre 1524 a Giovanni (_Spina_) e
Salviati. L'apportatore è stato Antonio Mini che (_sta meco_, _scritta_)
in sur una carta come questa.


  [345] Frammento di lettera pubblicato dal Duppa in _fac-simile_
  nella _Vita di Michelangelo_: Londra, 1807, e ristampato da
  Domenico Campanari nella sua _Illustrazione del ritratto di
  Vittoria Colonna_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 24 di dicembre 1524.

CCCXCIII.

(_A Giovan Francesco Fattucci a Roma_).


Messer Giovan Francesco. — Per l'ultima vostra intendo come sarete
spedito presto e tornerete; chè vi pare mill'anni. Io vi prego che voi
torniate ora, e non indugiate, perche la cosa mia[346] non si può
aconciare bene, se io non son costà in persona. E già è presso che
l'anno che io cominciai a scrivervi, che se voi non avevi altra faccenda
che la mia a Roma, che voi la lasciassi e tornassi, perchè io non volevo
che si dicessi, che io vi tenevo costà per le cose che possono avenire.
Dipoi visto che voi non tornavi, vi feci scrivere a ser Dino, che vostra
madre non si sentiva bene e che voi tornassi presto a vederla.
Ultimamente per messere Ricciardo Del Milanese vi mandai a dire che voi
tornassi a ogni modo e lasciassi la mia faccenda; e pochi dì fa per
Lionardo sellaro v'ò mandato a pregare del simile. Però io di nuovo vi
prego, se voi non avete altra faccenda che la mia, che voi la lasciate e
torniate súbito.[347]

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [346] Della sepoltura di papa Giulio.

  [347] In testa di questa lettera si legge di mano di Michelangelo:
  «A dì 24 dicembre. Copia d'una mandata a ser Giovan Francesco, a
  Roma nel 1524.»



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 19 d'aprile 1525.

CCCXCIV.

(_A Giovanni Spina in Firenze_).


Giovanni. — A me pare circa la sepultura di papa Iulio che e' non sia da
mandare procura, perchè io non voglio piatire. Non si può per me
piatire, se io confesso d'avere el torto. Io fo conto d'avere piatito e
perduto, e d'avere a sodisfare: e così mi sono disposto fare, se io
potrò. Però se 'l Papa mi vuole aiutare in questa cosa, che mi sare'
grandissimo piacere, visto che io non posso finire la detta sepultura di
Iulio o per vechiezza o per mala disposizione di corpo; come uomo di
mezzo, può mostrare di volere che io restituisca quello che io ò
ricievuto per farla, acciò che io sia fuora di questo carico, e che e'
parenti di detto papa Iulio con questa restituzione la possino far fare
a lor sodisfazione a chi e' vogliono; e così può la Santità del nostro
Signore giovarmi assai: e in questo ancora che io abbia a restituire 'l
manco che si può; non si partendo però dalla ragione; facciendo
acciettare qualcuna delle ragioni mia, come del Papa di Bologna e
d'altri tempi perduti sanza premio nessuno, come sa Ser Giovan
Francesco, che è informato d'ogni cosa. Ed io súbito che è chiarito
quello che io ò a restituire, piglierò partito di quello che io ò:
venderò, e farò in modo che io restituirò e potrò pensare alle cose del
Papa e lavorare: che a questo modo non vivo, non che io lavori. E nessun
modo si può pigliare che sie più sicuro per me, nè che mi sia più caro,
nè che più scarichi l'anima mia: e puossi fare con amore, senza piatire.
E prego Dio che al Papa venga voglia d'aconciarla a questo modo, perchè
non mi pare che e' ci sia el carico di nessuno. E così vi prego
scriviate a messere Iacopo,[348] e scrivete in quel modo che meglio
sapete, acciò la cosa vadi innanzi, che io possa lavorare.

Copia d'una minuta che io ò fatta a Giovanni Spina, ch'egli scriva a
Roma.

  A dì 19 d'aprile 1525.

                              MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [348] Salviati.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1525).

CCCXCV.

_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._


Ser Giovan Francesco. — Perchè e' non si creda che io abbi a fare una
sepultura di nuovo,[349] co' dumila ducati che dice il contratto, vorrei
che voi facessi intendere a ser Niccolò che la detta sepultura è più che
mezza fatta, e delle sei figure, di che fa menzione il contratto,[350]
n'è fatte quattro, come voi sapete, che le avete viste nella casa mia a
Roma, la quale mi donano, come pel contratto si vede.


  [349] Intendi: _della sepoltura di papa Giulio_.

  [350] Di questo contratto non si trova lo strumento nell'Archivio
  Buonarroti, nè altrove, che io sappia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (dell'aprile 1525).

CCCXCVI.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).


Sebastiano compare e amico carissimo. — Qua s'aspetta e non solamente
per me, ma per più altri che vi amano e conoscono per la vostra buona
fama, un quadro di pittura di vostra mano fatto per Anton Francesco
degli Albizzi,[351] il quale stimiamo che sia fornito e con allegrezza
desideriamo vederlo.


  [351] Credo il ritratto di esso Anton Francesco, stupenda opera,
  che oggi si crede perduta; se forse non è quello dipinto da
  Bastiano, che si vede a' Pitti nella camera _della Giustizia_
  sotto il num. 409.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del maggio 1525).

CCCXCVII.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).


Sebastiano mio carissimo. — Iersera il nostro amico capitano Cuio[352] e
certi altri gentilomini volsono, lor grazia, che io andassi a cena con
loro; di che ebbi grandissimo piacere, perchè usci' un poco del mio
malinconico, overo del mio pazzo: e non solamente n'ebbi piacere della
cena che fu piacevolisima, ma n'ebbi ancora e molto più che di quella,
de' ragionamenti che vi furno. E più dipoi ne' ragionamenti mi crebbe el
piacere, udendo dal detto capitano Cuio mentovare il nome vostro: nè
bastò questo: e più dipoi, anzi infinitamente mi rallegrai circa
all'arte, udendo dire dal detto capitano, voi essere unico al mondo e
così essere tenuto in Roma. Però ancora se più allegrezza si fossi
potuta avere, più n'àrei avuta. Dipoi visto che il mio gudicio non è
falso; dunche non mi negate più d'essere unico, quando io ve lo scrivo,
perchè n'ò troppi testimoni, e écci un quadro[353] qua, Idio grazia, che
me ne fa fede a chiunche che vede lume.


  [352] Di cognome Dini, morto nel sacco di Roma.

  [353] Forse il già detto ritratto dell'Albizzi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 4 di settembre 1525.[354]

CCCXCVIII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messer Giovanfrancesco. — Io ò scritto costà altre volte che avend'io a
servire papa Clemente di cose che vogliono lungo tempo a condurre, e
essend'io vechio, ch'io non spero di potere fare altro, e che io per
questo desidero, non possendo fare la sepultura di Iulio, se ò a rifare
di quello che n'ò ricievuto, non avere a rifare di lavori, ma più presto
di danari, perchè non sarei a tempo. Non so che mi vi rispondere altro,
perchè non sono in fatto e non intendo i particulari a che voi siate.
Del fare detta sepultura di Iulio al muro, come quelle di Pio[355] mi
piace, e è cosa più breve che in nessuno altro modo. Altro non m'acade,
se non dirvi questo: che voi lasciate stare la faccienda mia e le vostre
ancora, e che voi torniate, perchè intendo che la peste ritorna a gran
furia, e io ò più caro voi vivo, che la faccenda mia aconcia: però
tornate. Se muoio innanzi al Papa, non àrò bisognio d'aconciare più
niente; se vivo, son certo che el Papa l'aconcierà, se non ora, un'altra
volta: però tornate. Iersera stetti con vostra madre e consiglia'la,
presente el Granacio e Giovanni tornaio, che la vi facessi tornare.

  A dì 4 di settembre 1525.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.


  [354] Copia di mano d'Antonio Mini.

  [355] Dei papi Pio II e Pio III, le quali allora erano in San
  Pietro, ed oggi si vedono in Sant'Andrea della Valle.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    d'ottobre 1525).

CCCXCIX.[356]

_Al mio caro amico messere Giovan Francesco, prete di Santa Maria del
Fiore di Firenze in Roma._


Messer Giovan Francesco. — Se io avessi tanta forza, quant'io ò avuto
allegrezza dell'ultima vostra, io crederrei condurre e presto tutte le
cose che voi mi scrivete; ma perchè io non ò tanta, farò quello che
potrò.

Circa al colosso di quaranta braccia, di che m'avvisate,[357] che à a
ire, overo che s'à a mettere in sul canto della loggia dell'orto de'
Medici a riscontro al canto di messer Luigi della Stufa, io v'ò pensato
e non poco, come voi mi dite; e parmi che in su detto canto none stia
bene, perchè ocuperebe troppo della via; ma in su l'altro dove è la
bottega del barbiere, secondo me, tornerebbe molto meglio, perchè à la
piazza dinanzi, e non darebbe tanta noia alla strada. E perchè forse non
sare' sopportato levar via detta bottega, per amore dell'entrata, ò
pensato che detta figura si potrebbe fare a sedere, e verrebe sì alto el
sedere, che facendo detta opera vota dentro, come si conviene a farla di
pezzi, che la bottega del barbiere vi verrebbe sotto, e non si
perderebbe la pigione. E perchè ancora detta bottega abbi, come à ora,
donde smaltire el fummo, parmi di fare a detta statua un corno di
dovizia in mano, voto dentro, che gli servirà per cammino. Dipoi
avend'io el capo voto dentro di tal figura, come l'altre membra, di
quello ancora credo si caverebbe qualche utilità, perchè e' c'è qui in
sulla piazza un trecone molto mio amico, el quale m'à ditto in segreto
che vi farebbe dentro una bella colonbaia. Ancora m'ocorre un'altra
fantasia che sarebbe molto meglio, ma bisognierebbe fare la figura assai
maggiore: e potrebbesi, perchè di pezzi si fa una torre: e questa è che
'l capo suo servissi pel campanile di San Lorenzo, che n'à un gran
bisognio: e cacciandovi dentro le campane, e usciendo el suono per boca,
parrebbe che detto colosso gridassi misericordia, e massimo el dì delle
feste, quando si suona più spesso e con più grosse campane.

Circa del fare venire e' marmi per la sopra detta statua, che e' non si
sappi per nessuno, parmi da fargli venire di notte e turati molto bene,
acciò che e' non sieno visti. Saracci un po' di pericolo alla porta: e
anche a questo piglierèno modo; al peggio fare, San Gallo[358] non ci
manca, che tien lo sportello insino a dì.

Del fare o del non fare le cose che s'ànno a fare, che voi dite che ànno
a soprastare, è meglio lasciarle fare a chi l'à fare, ch'io arò tanto da
fare ch'i' non mi curo più di fare. A me basterà questo, che fia cosa
onorevole.

Non vi rispondo a tutte le cose, perchè lo Spina vien di corto a Roma, e
a boca farà meglio che io colla penna e più particularmente.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


  [356] Di questa lettera è nell'Archivio Buonarroti una bozza della
  mano di Michelangelo.

  [357] Questa strana idea era veramente venuta in mente al Papa, il
  quale ne scrisse a Michelangelo e ne fece scrivere dal Fattucci.
  Ma poi non se ne fece altro.

  [358] Intendi: _la porta a San Gallo_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 24 d'ottobre 1525.

CD.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. — Alla vostra ultima, le quattro figure
conciate non sono ancora finite, e évvi da fare ancora assai.[359] Le
quattro altre per Fiumi non sono cominciate, perchè non ci sono e'
marmi: e pure ci sono venuti. Non vi scrivo come, perchè non mi acade.
Delle cose di Iulio mi piace fare una sepultura come quella di Pio in
Santo Pietro, come m'avete scritto, e farolla fare qua a poco a poco,
quando una cosa e quando una altra e pagherolla del mio, avend'io la
provigione e restandomi la casa, come m'avete scritto; cioè la casa
dov'io stavo costà in Roma, co' marmi e le cose che vi sono; cioè ch'io
non abbi a dare loro, dico alle rede di papa Iulio, per disobrigarmi
della sua sepultura, altro di cosa che io abbi avuto insino a qui, che
la sepultura detta, come quella di Pio in Santo Pietro; e mettasi per
farla un tempo conveniente; e farò le figure di mia mano; e dandomi la
mia provigione, come è detto, io non resterò mai di lavorare per papa
Clemente co' quelle forze che io ò; che son poche, perchè son vechio:
con questo che e' non mi sia fatti e' dispetti che io veggo farmi,
perchè possono molto in me: e non m'ànno lasciato far cosa ch'io voglia,
già più mesi sono: chè e' non si può lavorare con le mani una cosa, e
col ciervello una altra, e massimo di marmo. Qua si dice che son fatti
per ispronarmi; e io vi dico che e' son cattivi sproni quelli che fanno
tornare adietro. I' non ò preso la provigione già è passato l'anno, e
combatto con la povertà: son molto solo alle noie, e ònne tante, che mi
tengono più ocupato che non fa l'arte, per non potere tenere chi mi
governi, per non avere el modo.


Questa è la copia della lettera che Michelagniolo scultore à mandato
oggi questo dì 24 d'ottobre 1525 a papa Clemente; e io Antonio di
Bernardo Mini ò fatto questa copia di mia propia mano.


  [359] Era fantasia di Michelangelo, e in questo il Papa
  s'accordava volentieri, di fare nella Cappella di San Lorenzo sei
  sepolture: due de' Magnifici, ossia di Lorenzo vecchio e di
  Giuliano suo fratello; due de' Duchi, Lorenzo d'Urbino e Giuliano
  di Nemours; e due dei papi, Leone e Clemente. Ma perchè il luogo
  non pareva tanto capace, e perchè Michelangelo fu dipoi in altri
  lavori occupato, egli fece solamente le sepolture de' Duchi colle
  figure sopra i cassoni; e delle tre statue che dovevano andare
  sull'altare della detta Cappella, abbozzò appena quella della
  Nostra Donna, e le altre due de' Santi Cosimo e Damiano fece
  condurre di marmo, secondo il suo disegno, dal Montorsoli. Oltre
  le figure che dovevano ornare i cassoni per le dette sei
  sepolture, aveva pensato Michelangelo di porre in terra quelle di
  quattro Fiumi. Ed un modelletto di terra di uno di questi Fiumi io
  credo, senza nessun dubbio, che sia quello posseduto dal
  chiarissimo cav. Emilio Santarelli, scultore fiorentino.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    d'ottobre 1525).

CDI.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. — Piero Gondi m'à mostro una vostra lettera
che è per risposta d'una sua scrisse a voi più dì fa: e per quella
intendo vorresti sapere da chi io sono stato richiesto, come v'à scritto
Piero, che v'à scritto il vero. Però sono stato richiesto da più
persone, ma di quelli a chi s'apartiene, Lorenzo Morelli è uno di quelli
che à voluto intendere l'animo mio in questo modo. Francesco da Sangallo
venne a me e dissemi, che Lorenzo detto àrebbe avuto caro d'intendere se
io ero per servirgli, quando lui ne facessi impresa: io risposi che
visto la benevolenzia loro e di tutto el popolo, che io non gli potevo
rimeritargli, se non col farla e farla in dono, come già fu' obrigato,
quando al Papa piacessi; al quale send'io obrigato, non posso fare altro
che le cose sua, sanza sua licenza. Messer Luigi Della Stufa m'à ancora
lui più volte ricerco del medesimo: e ò fatta la medesima risposta. Non
ò mai poi parlato altrimenti, nè n'àrei parlato prima; ma sendo
domandato, m'è stato forza rispondere. Ancora a questi dì, di nuovo
certi m'ànno ditto che gli Operai ànno avuto a dire, che non darebbe lor
noia aspettare dua o tre anni, tanto che io avessi servito el Papa,
perch'io la facessi.[360]


  [360] Pare che in questa lettera si parli del gruppo di _Sansone
  che abbatte un Filisteo_, tre anni dopo allogato a Michelangelo,
  cioè nel luglio del 1528; e che egli non fece. Ebbelo poi a fare
  il Bandinelli: ed è il gruppo d'_Ercole e Cacco_, che si vede
  ancora presso le scale del Palazzo Vecchio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (dell'aprile 1526).

CDII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. — Di questa settimana che viene, farò coprire
le figure di Sagrestia che vi sono bozzate, perchè io voglio lasciare la
Sagrestia libera a questi scarpellini de' marmi, perchè io voglio che
comincino a murare l'altra sepultura a riscontro di quella che è murata;
che è squadrata tutta, o poco manca. E in questo tempo che e' la
mureranno, pensavo si facessi la vôlta, e credevo io che con gente assai
la si facessi in dua o in tre mesi: non me ne intendo. Passata questa
settimana che viene, Nostro Signore potrà a sua posta mandare maestro
Giovanni Da Udine se gli pare che la si facci ora, perchè sarò a ordine.

Del ricetto, di questa settimana si è murato quattro colonne e una n'era
murata prima. Terranno un poco adietro e' tabernacoli: pure in quattro
mesi da oggi, credo sarà fornito. El palco si comincierebbe ora, ma
tigli non sono ancora buoni; solleciterèno che e' si secchino el più che
si potrà.

Io lavoro el più che io posso, e in fra quindici dì farò cominciare
l'altro Capitano: poi mi resterà di cose d'importanza, solo e' quattro
Fiumi. Le quattro figure in su cassoni, le quattro figure in terra che
sono e' Fiumi, e dua Capitani e la Nostra Donna che va nella sepultura
di testa, sono le figure che io vorrei fare di mia mano: e di queste n'è
cominciate sei: e bastami l'animo di farle in tempo conveniente e parte
far fare ancora l'altre che non importano tanto. Altro non acade:
racomandatemi a Giovanni Spina, e pregatelo che scriva un poco al
Figiovanni, e preghilo che non ci togga e' carradori per mandargli a
Pescia, perchè noi resteremo senza pietre: e ancora che non ci incanti
gli scarpellini, per farsegli benivoli con dir loro: «Costoro ànno poca
discrezione di voi, or che le notte sono dua ore, a farvi lavorare
insino a sera.»

Abbiàno fatica con cent'occhi di farne lavorare uno, e anco quell'uno
c'è guasto da chi è sviscierato. Pazienza! Non voglia Iddio che e'
dispiaccia a me, quello che non dispiace a lui.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 1 di novembre 1526.

CDIII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).


Messere Giovan Francesco. — Io so che lo Spina à scritto costà a questi
dì molto caldamente sopra e' casi mia della cosa di Iulio. Se à fatto
errore rispetto ai tempi in che noi siàno, l'ò fatto io che l'ò pregato
importunamente che scriva. Forse che la passione m'à fatto metter troppa
mazza. Io ò avuto uno raguaglio a questi dì della cosa mia detta di
costà, che m'à messo gran paura: e questa è la mala disposizione che
ànno e' parenti di Iulio verso di me: e non senza ragione: e come el
piato séguita, e domandonmi danni e interessi, in modo che e' non
basterebbon cento mia pari a sodisfare. Questo m'à messo in gran
travaglio e fammi pensare dov'io mi troverrei, se 'l Papa mi mancassi,
che non potrei stare in questo mondo. E questo è stato cagione che ò
fatto scrivere, com'è detto. Ora io non voglio se non quello che piace
al Papa: so che non vuole la mia rovina e 'l mio vituperio. Io ò visto
qua l'allentare della muraglia, e veggo che le spese si vanno limitando
publicamente, e veggo che per me si tiene una casa a San Lorenzo a
pigione e la provigione mia ancora: che non sono piccole spese. Quando
tornassi bene limitare anche queste e darmi licenzia che io potessi
cominciare o qua o costà qualche cosa per la detta opera di Iulio,
l'àrei molto caro; perchè io desidero uscire di quest'obrigo più che di
vivere. Nondimeno non sono per partirmi mai dalla volontà del Papa, pure
che io la intenda. Però io vi prego, inteso l'animo mio, che voi mi
scriviate la volontà del Papa, e io non uscirò di quella: e pregovi
l'abbiate da lui e da sua parte me la scriviate, per poter meglio e con
più amore ubidire, e anche per potermi un dì, quando acadessi, con le
vostre lettere giustificare.

Altro non m'acade. Se non so scrivere quello che voi saprete intendere,
non vi maravigliate, che ò perduto el cervello intieramente. Voi sapete
l'animo mio: saprete quello di chi s'à a ubidire. Rispondete, ve ne
priego. A dì primo di novembre 1526.

          Vostro MICHELAGNIOLO scultore a San Lorenzo in Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 10 di novembre 1526.

CDIV.

(_A Giovanni Spina in Firenze_).


Giovanni. — A me pare che si dia licenzia a Piero Buonacorsi, perchè qui
non è più di bisognio. Se voi lo volete tenere per fargli questo bene,
tenetelo quanto a voi pare. Io ve lo scrivo, perchè io non voglio essere
quello che lo tenga, nè quello che gitti via e' danari del Papa, come è
stato detto. Però vi prego l'avisiate, quant'è più presto, meglio, acciò
che e' pensi a' casi sua: che e' non s'abbi poi da dolere, non gniene
avendo fatto intendere.[361]

                    Vostro MICHELAGNIOLO a voi si racomanda.


  [361] In testa della presente lettera è scritto dalla medesima
  mano di Michelangelo: «Copia d'una mandata a Giovanni Spina, a dì
  dieci novembre del 1526.»



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze,    (1529).

CDV.

_A Ser Marcantonio del Cartolaio._[362]


Ser Marcantonio. — Io son certo che voi eleggierete uomo da bene e
sofficente, molto più che non saprei fare io; però volentieri dò la voce
mia, con questo che e' me ne resti tanta, ch'i' possi poi favellare
anch'io.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


Patrone osservantissimo. — Avendo la Signoria vostra datomi commissione
che io aluogassi la boce vostra pel Proveditore, di che l'ò data a
Pagolo di Benedetto Bonsi, uomo da bene e di sorte che la Signoria
vostra penso ne resterà sodisfatta, et ad causa sappia la Signoria
vostra se ne contenti, desiderrei quella mi rispondessi per il presente
aportatore. E a quella mi raccomando.

                    Vostro SER MARCANTONIO Cancelliere a' Nove.


  [362] È la risposta di Michelangelo alla lettera di ser
  Marcantonio, che è sotto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Venezia, (25 di settembre 1529).

CDVI.

_Al mio caro amico Batista della Palla in Firenze._[363]


Batista amico carissimo. — Io parti' di costà, com'io credo che voi
sappiate, per andare in Francia, e gunto a Vinegia, mi sono informato
della via, e émmi detto che andando di qua, s'à a passare per terra
tedesca, e che gli è pericoloso e dificile andare. Però ò pensato
d'intendere da voi, quando vi piaccia, se siate più in fantasia
d'andare, e pregarvi, e così vi prego me ne diate aviso, e dove voi
volete che io v'aspetti: e anderemo di compagnia. Io parti' senza far
motto a nessuno degli amici mia e molto disordinatamente: e benchè io,
come sapete, volessi a ogni modo andare in Francia, e che più volte
avessi chiesto licenzia, e non avuta, non era però che io non fussi
resoluto senza paura nessuna di vedere prima el fine della guerra. Ma
martedì mattina, a dì ventuno di setembre, venn'uno fuora della porta a
San Nicolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orechio mi disse, che e' non
era da star più a voler campar la vita: e venne meco a casa, e quivi
desinò, e condussemi cavalcature, e non mi lasciò mai, che e' mi cavò di
Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo
quello che si sia stato, io non lo so.

Pregovi mi rispondiate al di sopra della lettera, e più presto potete,
perchè mi consumo d'andare. E se non siate più in fantasia d'andare,
ancora vi prego me n'avisiate, acciò pigli partito d'andare el meglio
potrò da me.[364]

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [363] Questa lettera è importantissima sotto ogni rispetto,
  conoscendosi chiaramente per essa e dalla bocca medesima di
  Michelangelo, che egli fuggì di fatto da Firenze, non perchè gli
  mancasse l'animo a durare nella difesa della patria; ma perchè
  temè di capitar male per opera de' suoi nemici di dentro.

  [364] Michelangelo il Giovane ha scritto dietro la lettera:
  «Dettemela non mi ricordo chi: credo il canonico Nori.»



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di giugno 1531).

CDVII.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).[365]


Sebastiano mio caro. — Io vi do troppa noia: portate in pace, e pensate
d'avere a essere più glorioso a risucitare morti che a fare figure che
paino vive. Circa la sepultura di Iulio io v'ò pensato più volte, come
mi scrivete, e parmi che e' ci sia dua modi di disobbrigarsi: l'uno è
farla, l'altro è dare loro e' danari che la si facci per le lor mane; e
di questi dua modi non s'à a pigliar se non quello che piacerà al Papa.
El farla io, secondo me, non piacerà al Papa, perchè non potrei
attendere alle cose sue: però sarebbe da persuader loro; io dico chi è
sopra tal cosa per Giulio; che pigliassino e' danari e facessino farla
loro. Io darei disegni e modelli, e ciò che e' volessino, co' marmi che
ci sono lavorati. Aggiugnendovi dumila ducati, io credo che e' si
farebbe una bella sepultura; e ècci de' giovani che la farebbon meglio
che non farei io. Quando si pigliasse quest'ultimo modo di dar loro e'
danari che e' la facessin fare, io potrei contar loro ora mille ducati
d'oro, e in qualche modo poi gli altri mille; purchè e' si risolvino di
cosa che piacci al Papa: e quando e' sieno per mettere a effetto
quest'ultimo, io vi scriverrò in che modo si potranno far gli altri
mille ducati, che credo non dispiacerà.

Io non vi scrivo lo stato mio particolarmente, perchè non acade: solo vi
dico questo, che tremila ducati che portai a Vinegia[366] tra oro e
moneta, diventorno, quand'io tornai a Firenze, cinquanta, e tolsemene el
Comune circa mille cinquecento. Però io non posso più; ma troverassi de'
modi; e così spero, visto el favore che mi promette el Papa. Sebastiano,
compare carissimo, io sto saldo nei detti modi e pregovi ne tocchiate
fondo.


  [365] Pubblicata dal Gaye. _Carteggio inedito d'Artisti_, ec.,
  tomo III, pag. 373.

  [366] Quando, fuggito da Firenze, fu sul finire del settembre 1529
  a Venezia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di luglio 1531).

CDVIII.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).[367]


Frate Sebastiano compar carissimo. — I' ò avuto tre vostre lettere: alle
dua prime risposi, e la risposta della prima vi mandai per mezzo di
messer Bartolomeo Angiolini costà a un suo amico, il quale scrisse qua
averla data in persona nelle vostre mani; dipoi la seconda risposta
della seconda vostra mandai per quello avisasti, la quale intendo per
questa da voi, sola quella abbiate ricievuta.


  [367] È tolta dal codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo
  conservato nell'Archivio Buonarroti, ed è scritta sotto il
  madrigale che comincia: _Se 'l fuoco alla bellezza fusse equale_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (del marzo 1532).

CDIX.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).


Frate Sebastiano. — Io vi prego per carità che diciate a messer Lodovico
del Milanese, overo lo preghiate, che mandi a ser Giovan Francesco la
sua pensione. Farete grandissimo piacere a me, e maggiore a lui, perchè
à a pagare assai danari e non à il modo. Ve lo raccomando.[368]


  [368] A questa lettera Sebastiano rispose a' 25 di marzo del 1532.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di maggio 1532).

CDX.

(_Ad Andrea Quaratesi in Pisa_).


Andrea mio caro. — Io vi scrissi circa un mese fa com'io avevo fatto
vedere e stimare la casa, e per quanto la si poteva dare in questi
tempi: e scrissivi ancora che io non credevo che voi la trovassi da
vendere; perchè avend'io a pagare per la mia cosa di Roma[369] dumila
ducati; che saranno tremila con certe altre cose; ò voluto, per non
restare ignudo, vendere case e possessione, e dare la lira per dieci
soldi: e non ò trovato e non truovo. Però credo sare' meglio indugiare,
che gettare via.


  [369] Intendi per conto della sepoltura di papa Giulio, avendone
  Michelangelo fatta in Roma nuova convenzione cogli agenti del Duca
  d'Urbino mediante strumento del 29 d'aprile 1532.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).


Inconsideratamente, messer Tomao signor mio carissimo, fui mosso a
scrivere a vostra Signoria, non per risposta a alcuna vostra che
ricievuta avessi, ma primo a muovere, come se creduto m'avesse passare
con le piante asciutte un picciol fiume, overo per poca aqqua un
manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol
fiume abbi trovato, ma l'oceano con soprastante onde m'è apparito
innanzi; tanto che se potessi, per non esser in tutto da quelle
sommerso, alla spiaggia ond'io prima parti', volentieri mi ritornerei.
Ma poi che son qui, faréno del cuor rocca e anderéno inanzi: e se io non
àrò l'arte del navicare per l'onde del mare del vostro valoroso ingegno,
quello mi scuserà, nè si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, nè
desiderrà da me quello che in me non è: perchè chi è solo in ogni cosa,
in cosa alcuna non può aver compagni. Però la vostra Signoria, luce del
secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi di opera d'alcuno altro,
non avendo pari nè simile a sè. E se pure delle cose mia, che io spero e
prometto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più avventurata
che buona; e quand'io abbi mai a esser certo di piacere, come è detto,
in alcuna cosa a vostra Signoria, il tempo presente, con tutto quello
che per me à a venire, donerò a quella: e dorràmi molto forte non potere
riavere il passato, per quella servire assai più lungamente, che solo
con l'avenire, che sarà poco, perchè son troppo vechio. Non ò altro che
dirmi. Leggiete il cuore, e non la lettera, perchè «la penna al buon
voler non può gir presso.»

Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del
vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perchè ò conosciuto poi in
quanto errore i' fui; perchè quanto è da maravigliarsi che Dio facci
miracoli, tant'è che Roma produca uomini divini. E di questo l'universo
ne può far fede.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 1 di gennaio (1533).

CDXII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[370]


Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria e fui il
primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella,
per debito l'avessi a fare; e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio,
quanto ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra; e non che appena mi
parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte
al mondo: e io non nato, o vero nato morto mi reputerei, e direi in
disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e
creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di
che n'ò auto maraviglia grandissima e non manco piacere: e se è vero che
quella così senta di dentro, come di fuora scrive, di stimare l'opere
mie; se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a lei piaccia, la
chiamerò molto più avventurata che buona. Non dirò altro. Molte cose
alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, è
perchè so che Pierantonio apportatore di questa saprà e vorrà suprire a
quello che io manco. A dì primo per me felice di gennaro.


                    Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo
                    dona, a chi le riceve: ma per buono rispetto non
                    si fa in questa.[371]


  [370] Altra bozza della lettera precedente.

  [371] Forse intende di dire che sarebbe lecito di chiamare _amico_
  colui, al quale si è donata la propria amicizia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXIII.

_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma._[372]


Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria, e fui il
primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella per
debito l'avessi a fare: e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio,
quante ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra: e non che appena mi
parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte
al mondo; e io non nato, overo nato morto mi reputo, e direi in
disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e
creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di
che n'ò avuto maraviglia grandissima e non manco piacere. E quando sia
vero che quella così senta di dentro come di fuora mi scrive, di stimare
l'opere mie, se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a quella
piaccia, la chiamerò molto più aventurata che buona. Per non vi tediare,
non scriverrò altro. Molte cose conveniente alla risposta restano nella
penna, ma Pierantonio amico nostro, che so che saprà e vorrà suprire a
quel che io manco, le finirà a boca.


                    Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo
                    dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non
                    si fa in questa.


  [372] Altra bozza della medesima lettera.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 19 di marzo 1533.

CDXIV.

_A Francesco Galluzzi_ (_in Firenze_).[373]


Francesco. — L'apportatore di questa sarà Bernardo Basso, capomaestro
dell'Opera di San Lorenzo, al quale io vi prego pagiate la pigione
m'avete a dare: ònne bisognio grandissimo, e saranno ben pagati. A voi
mi racomando.

  A dì 19 di marzo 1532.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI a San Lorenzo.


  [373] Francesco di Bernardo Galluzzi fino dal 1525 teneva a
  pigione una casa in via Ghibellina, che fu già abitazione di
  Michelangelo, e ne pagava 22 fiorini larghi d'oro in oro l'anno.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di luglio 1533).

CDXV.

(_A frate Sebastiano del Piombo in Roma_).


Compar mio caro. — I' ò ricievuto i dua Madrigali, e ser Giovan
Francesco gli à fatti cantare più volte, e secondo che mi dice, son
tenuti cosa mirabile circa il canto: non meritavano già tal cosa le
parole. Così avete voluto: di che n'ò avuto piacere grandissimo, e
pregovi m'avisiate come m'ò a governare circa a questo verso di chi à
fatto, ch'i' paia manco igniorante e ingrato che sia possibile.

Dell'opera[374] qua non iscriverrò altro per ora, perchè mi pare averne
a questi di scritto assai, e sonmi ingegniato quant'ò potuto di imitare
la maniera e lo stil del Figiovanni in ogni particularità, perchè mi par
molto a proposito a chi vuol dire di molte cose. Non mostrate la
lettera.

Avete data la copia de' sopradetti Madrigali a messer Tomao; che ve ne
resto molto obrigato e pregovi, se lo vedete, mi raccomandiate a lui
infinite volte; e quando mi scrivete, ne diciate qualche cosa per
tenermelo nella memoria; che se m'uscissi della mente, credo che súbito
cascherei morto.[375]


  [374] Delle sepolture medicee.

  [375] Questa bozza di lettera pare che sia del 28 luglio 1533,
  leggendosi in una di Sebastiano del 25 luglio che i detti
  Madrigali erano stati musicati da Costanzo Festa e dal Concilion,
  eccellentissimi maestri di quei tempi, e cantori della Cappella
  papale: de' quali Madrigali aveva Sebastiano dato due copie a
  messer Tommaso de' Cavalieri.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).


Signore mio caro. — Se io non avessi creduto avervi fatto certo del
grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare' paruta
cosa strana, nè mi sare' maraviglia il gran sospetto che voi mostrate
per la vostra avere avuto per non vi scrivere, che io non vi dimentichi.
Ma non è cosa nuova, nè da pigliarne ammirazione, andando tante altre
cose al contrario, che questa vadi a rovescio anch'ella: perchè quello
che vostra Signoria dice a me, io l'àrei a dire a quella: ma forse
quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se
maggior può essere: ma sia come si vuole: io so bene che io posso a
quell'ora dimenticare il nome vostro, che 'l cibo di che io vivo; anzi
posso prima dimenticare el cibo di ch'io vivo, che nutrisce solo il
corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e
l'anima, riempiendo l'uno e l'altra di tanta dolcezza, che nè noia nè
timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire. Pensate se
l'ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

        _Dall'altra parte del foglio è la seguente variante:_

.... e se pur certo n'eri e siate, dovevi e dovete pensare che chi ama à
grandissima memoria, e può tanto dimenticar le cose che ferventemente
ama, quant'uno affamato il cibo di che e' vive: anzi molto meno si può
l'uomo dimenticar le cose amate, che 'l cibo di che l'uom vive; perchè
quelle nutriscono il corpo e l'anima: l'uno con grandissima sobrietà, e
l'altra con felice tranquillità et con aspettazione d'eterna salute.

                           _Altra variante:_

Anzi molto più può dimenticar l'uomo il cibo, di che 'l corpo si
nutriscie e vive, perchè quello spesso il conduce in somma miseria e
gravezza; che e' non può dimenticar le cose amate, che con tranquilla
felicità gli promettono eterna salute.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[376]


Messer Tomao, signor mio caro. — Benchè io non rispondessi all'ultima
vostra, non credo che voi crediate che io abbi dimenticato o possa
dimenticare el cibo di che io vivo, che non è altro che 'l nome vostro:
però non credo, benchè io parli molto prosuntuosamente, per esser molto
inferiore, che nessuna cosa possa impedire l'amicizia nostra.[377]


  [376] Altro principio della precedente lettera.

  [377] Se queste lettere fossero veramente, come appariscono,
  indirizzate al Cavalieri, noi non sapremmo spiegare certe
  espressioni usate da Michelangelo; come: _Luce del secol nostro
  unica al mondo: che non ha pari nè simile a sè_; anzi rispetto al
  Cavalieri, giovane ancora, e sebbene non senza qualche ingegno,
  pure di troppo minore di quelle lodi, esse ci parrebbero non che
  eccessive, ma ancora strane. Solamente, tenendo che in realtà le
  lettere, o almeno il loro contenuto, dovessero per mezzo di messer
  Tommaso essere comunicate alla Vittoria Colonna, quelle
  espressioni si spiegano. Certo Michelangelo non poteva con verità
  dire di essere _molto inferiore_ al Cavalieri, come benissimo
  poteva e con ragione riconoscersi tale appetto alla Colonna. Pure
  sarà sempre in qualche modo oscuro, come Michelangelo per far
  conoscere l'affetto suo, che egli non dubita di chiamare
  _grandissimo, anzi smisurato amore_, verso quella nobilissima e
  virtuosa donna, stimasse migliore espediente, almeno in su i
  principii di quello, di significarlo per lettere scritte ad altri,
  piuttostochè indirizzate a lei. La quale non si può credere che
  non accogliesse volentieri le dichiarazioni d'amicizia di
  Michelangelo; perchè alla Colonna più che le lodi del mondo
  dovevano fare più dolce forza, e meglio contentare il suo cuore di
  donna e di letterata, quelle sincere e spontanee del grande
  artista, al quale avevano portato e portavano altissima reverenza
  ed amore fino i Papi ed i Monarchi.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (11 di ottobre 1538).

CDXVIII.

(_A Bartolommeo Angiolini in Roma_).[378]


la gatta e .... pace e triegua .... che le bestie mia .... da
maravigliarsi di m .... glierei quand'io potessi fa .... ma di vivere
solamente .... anima mia a messer Tomao com .... pensare quanto come
senza essa io possa stare (_non che vivere, avendogli_) prima dato il
core. Potete ancora considerare .... come resta, e com'io viva, sendo sì
lontano dall'uno .... però se io desidero come senza alcuna
entermissione giorno e n(_otte_) di esser costà, non è per altro che per
tornare in vita, la qual cosa non può esser senza l'anima: e perchè il
core è veramente la casa dell'anima, e essendo prima il mio nelle mani
di colui a chi voi l'anima mia avete data, natural forza era di
ritornalla al luogo suo. (_variante_:) natural forza v'à fatto
ritornarla al suo proprio loco. Così avessi voi potuto fare del corpo!
che volentieri sarebbe ito nel medesimo loco ito (_sic_) e con l'anima
sua, e non sarei qua i tanti affanni: ma se non è stato, possa essere
quante più presto, meglio, nè possa in eterno vivere altrove.

Bartolomeo mio caro, benchè e' paia ch'io motteggi con esso voi,
sappiate che io dico pur da buon senno, che son venti anni e venti
libbre invechiato e diminuito, poichè sono qua, e non so se 'l Papa si
parte di costà, quello s'abbi (_a far_) di me, nè dove si vorrà ch'i'
stia.


  [378] La lettera è stracciata da una parte. A questa rispose
  l'Angiolini con una sua de' 18 ottobre.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, 15 di ottobre 1533.

CDXIX.

(_A messer Giovambattista Figiovanni in Firenze_).


Messer Giovanbatista, patron mio caro. — All'ultimo di questo mese
finiscono i quatro mesi che io giunsi a Firenze per conto del Papa: e 'l
primo de' detti quatro mesi voi mi portasti la provigione; io non la
volsi, e dissivi che voi me la serbassi. Voi mi rispondesti se avevi a
scrivere al Papa, che io l'avessi avuto: vi dissi, che voi scrivessi il
vero: dipoi mi mostrasti una lettera del Papa, che diceva che voi non
guardassi alle mia parole e che voi me la déssi. Ora io vorrei fare più
danari che io posso per isbrigar più presto la cosa mia di Roma; e
domandassera àrò finiti dua modelli picoli che io fo pel Tribolo, e
martedì vo' partire a ogni modo. Però la provigione vi dissi mi
serbassi, vi prego me la diate; cioè me la diate di dua mesi; e gli
altri dua mesi donerò al Papa. Faretemi grandissimo piacere, restandovi
sempre ubrigato.

  Addì 15 d'ottobre 1533.

          Vostro MICHELAGNIOLO in casa i Macciagnini in Firenze.[379]


  [379] Sotto Michelangelo stesso vi ha aggiunto: «Copia d'una
  lettera al Figiovanni il sopradetto dì.»



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di dicembre 1533).

CDXX.

_A Febo_ (_di Poggio?_).


Febo. — Benchè voi mi portiate odio grandissimo; non so perchè; non
credo già per l'amore che io porto a voi, ma per le parole d'altri, le
quale non doverresti credere, avendomi provato; non posso però fare che
io non vi scriva questo. Io parto domattina, e vo a Pescia a trovare il
cardinale di Cesis e messer Baldassarre:[380] andrò con loro insino a
Pisa; dipoi a Roma:[381] e non tornerò più di qua: e fòvi intendere, che
mentre ch'i' vivo, dovunche io sarò, sempre sarò al servizio vostro con
fede e con amore, quanto nessuno altro amico che abbiate al mondo.

Prego Iddio perchè v'apra gli ochi per un altro verso, acciò che voi
conosciate che chi desidera il vostro bene più che la salute sua, sa
amare e non odiare come nemico.


  [380] Turini da Pescia.

  [381] Partì per Roma sul fine di quel mese.



  RACCOLTA DI B. PINO.      Di Roma, (del settembre 1537).

CDXXI.

(_A messer Pietro Aretino in Venezia_).[382]


Magnifico messer Pietro, mio signore e fratello. — Nel ricever della
vostra lettera ho avuto allegrezza e dolore insieme; sonmi molto
allegrato per venire da voi, che siete unico di virtù al mondo: et anco
mi sono assai doluto, perciò che avendo compìta gran parte della
istoria, non posso mettere in opera la vostra immaginazione, la quale è
sì fatta, che se 'l dì del Giudizio fosse stato, et voi l'aveste veduto
in presenzia, le parole vostre non lo figurerebbono meglio. Or per
rispondere allo scrivere di me, dico che non solo l'ò caro, ma vi
supplico a farlo; da che i Re e gli Imperatori hanno per somma grazia,
che la vostra penna gli nomini. In questo mezzo, se io ho cosa alcuna
che vi sia a grado, ve la offerisco con tutto il cuore. Et per ultimo,
il vostro non voler capitare a Roma non rompa, per conto del veder la
pittura che io faccia, la sua deliberazione, perchè sarebbe pur troppo.
Et mi raccomando.

                              MICHEL'AGNOLO BUONAROTI.


  [382] È stampata nel libro I a pag. 287 della _Nuova scelta di
  Lettere di diversi nobilissimi ingegni_, ec., fatta da messer
  Bernardino Pino: Venezia, 1574, in-8º. Fu poi ristampata nel vol.
  II delle _Pittoriche_: ed è in risposta ad una dell'Aretino del 13
  di settembre del detto anno, dove vorrebbe che Michelangelo
  seguisse un suo concetto circa al modo di rappresentare in pittura
  il _Giudizio_.



  BIBLIOTECA NAZIONALE IN FIRENZE.      Di Roma, 20 di gennaio 1542.

CDXXII.

(_A messer Niccolò Martelli in Firenze_).[383]


Messer Niccolò. — I' ò da messer Vincenzo Perini una vostra lettera con
dua sonetti et uno madrigale. La lettera e 'l sonetto diritti a me sono
cosa mirabile, tal che nessuno potrebbe essere tanto ben gastigato, che
in lor trovassi cosa da gastigare. Vero è che mi dànno tante lodi, che
se io avessi il paradiso in seno, molte manco sarebbono a bastanza.
Veggo vi siate immaginato ch'io sia quello che Dio 'l volessi ch'io
fussi. Io sono un povero uomo e di poco valore, che mi vo afaticando in
quell'arte che Dio m'à data, per alungare la vita mia il più ch'io
posso; et così com'io sono, son servitore vostro et di tutta la casa de'
Martelli; et della lettera et de' sonetti vi ringrazio, ma non quanto
sono ubbrigato, perchè non aggiungo a sì alta cortesia. Son sempre
vostro. Di Roma alli XX di gennaio l'anno XLII.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [383] È in risposta ad una del Martelli, e si trova copiata nel
  Libro de' _Capitoli dell'Accademia degli Umidi_: manoscritto
  originale nella Nazionale di Firenze, classe VII, codice IV, 2. Si
  legge ancora tra le _Pittoriche_, vol. VI, pag. 98 (Edizione del
  Silvestri): ma oltre essere un po' rammodernata, manca dell'anno e
  del luogo. Nella stampa la lettera dal Martelli diretta a
  Michelangelo è del 4 dicembre 1540. Perciò o è sbagliata la data
  di questa, o di quella di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXIII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Questo[384] mandai più tempo fa a Firenze. Ora perchè l'ò rifatto più al
proposito, ve lo mando, acciò che piacendovi lo diate al foco, cioè a
quello che m'arde. Ancora vorrei un'altra grazia da voi, e questa è che
mi cavassi d'una certa ambiguità in che io son rimasto stanotte, che
salutando l'idolo nostro in sognio, mi parve che ridendo mi minacciassi;
e io non sappiendo a qual delle dua cose m'abbia a tenere, vi prego lo
intendiate da lui, e domenica riveggiendoci, me ne ragguagliate.

                              Vostro con infiniti obbrighi e sempre


Se vi piace, fatelo scriver bene e datelo a quelle corde che legan gli
uomini senza discrezione, e racomandatemi a messer Donato.[385]


  [384] Intendi: _Madrigale_.

  [385] Giannotti.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXIV.

_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._


Messer Luigi. — Io vi mando un sacco di carte scritte, acciò che vostra
Signoria vegga quale è quella che s'à a mandare al Cortese, e quella che
è dessa, prego dica a Urbino che la facci copiare e che l'aspetti e
paghi, e dipoi la porti al detto Cortese: e non possendo oggi vostra
Signoria attendere a ciò, Urbino mi riporti dette scritte, e
rimanderovele un'altra volta quando sarà tempo.

Ancora prego vostra Signoria mi mandi la mia poliza e quella del Perino
overo di Pierino, e ancora quel sonetto che io vi mandai, acciò che io
lo racconci e faccigli dua ochi, come mi dicesti.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    d'agosto 1542).

CDXXV.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. — D'un grandissimo piacere vi prego
quanto so e posso: e questo è, che veggiate certo scritto che à fatto
per me il Cortese, perchè io non lo intendo, e non vi posso andare, come
vi raguaglierà Urbino. E per non gli parere ingrato, vi prego
ringraziate sua Signoria e racomandatemegli; e voi mi perdonate della
troppa sicurtà.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXVI.[386]

_A messer Luigi del Riccio, signor mio caro e amico fedele._


Messer Luigi, signor mio caro. — El mio amore à retificato al contratto
che io gli ò fatto di me; ma dell'altra retificagione[387] che voi
sapete, non so già quello che me ne pensi: però mi racomando a voi e a
messer Donato e al terzo, poi o prima come volete.

          Vostro pieno d'affanni MICHELAGNIOLO BUONARROTI, Roma.


Cose vechie dal fuoco senza testimone.


  [386] È nel codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo sotto
  il madrigale: _Per c'al superchio ardore_.

  [387] Parla della ratificazione del contratto stipulato
  coll'oratore del Duca d'Urbino a' 20 d'agosto 1542 per conto della
  sepoltura di papa Giulio II.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXVII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).[388]


Messer Luigi. — Voi c'avete spirito di poesia, vi prego che m'abreviate
e raconciate uno di questi madrigali quale vi pare il manco tristo,
perchè l'ò a dare a un nostro amico.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [388] Nel Codice detto, sotto il madrigale: _Non è senza periglio
  Il tuo volto divino_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXVIII.

_A messer Luigi del Riccio in Banchi_.[389]


Messer Luigi, signor mio caro. — Il canto d'Arcadente[390] è tenuto cosa
bella; e perchè secondo il suo parlare non intende avere fatto manco
piacere a me, che a voi che lo richiedesti, io vorrei non gli essere
sconoscente di tal cosa. Però prego pensiate a qualche presente da
fargli o di drappi o di danari, e che me n'avisiate; e io non àrò
rispetto nessuno a farlo. Altro non ò che dirvi: a voi mi racomando, e a
messer Donato, e al cielo e alla terra.

                              Vostro MICHELAGNIOLO un'altra volta.


  [389] Nel Codice detto, sotto la poesia: _Spargendo il senso il
  troppo ardor cocente_.

  [390] Arcadelt o Arcadente, musico eccellente fiammingo, il quale,
  al pari del Festa e del Concilion, aveva messo in musica alcuni
  madrigali di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXIX.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. — E' mi parebbe di far di non parere ingrato verso
Arcadente. Però se vi pare usargli qualche cortesia, súbito vi renderò
quello che gli darete. Io ò un pezzo di raso in casa per un giubbone,
che mi levò messer Girolamo. Se vi pare, ve lo manderò per dargniene.
Ditelo a Urbino o a altri, quello che vi pare. Di tutto vi sodisfarò.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1542).

CDXXX.

_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._


Messer Luigi. — Chi è povero e non à chi 'l serva, fa di questi errori.
Io non potetti ieri nè venire nè rispondere alla vostra, perchè le mia
brigate tornorno di notte a casa. Però mi scuso con esso voi; e voi
prego mi scusiate con messer Silvestro,[391] e racomandatemi a
Cechino.[392]


  [391] Da Montauto.

  [392] Bracci.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del luglio 1542).

CDXXXI.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. — Io vi mando per Urbino che sta meco,
scudi venti che vostra Signoria gli dia a maestro Giovanni per l'opera
che sapete; e cavando di detta opera ancora detto Urbino, mi bisognia
darne altri venti a lui, che saranno quaranta: che àrò già speso cento
quaranta scudi: e di detta opera non è fatto per sessanta. Settanta
cinque scudi àrà avuti maestro Giovanni, che ve ne guadagnia su trenta,
e 'l resto de' cento che io dètti prima, da cinquanta cinque che prese
maestro Giovanni per insino in cento, à speso Urbino in giornate e in
marmi, poichè la compagnia si divise: e non à auto in dua mesi niente;
che àrebbe aver di guadagnio il medesimo che maestro Giovanni, cioè
trenta scudi, cavandolo dell'opera; ma con venti lo contenterò.[393]

Poichè fu fatto e scritto el giudicio della quantità fatto di sopradetta
opera, l'ò misurata da me, e non trovo che ne sie fatta la decima parte.
Ma ò ben caro che gli uomini che giudicorno, dicessino la settima in
favore di maestro Giovanni, perchè non si potessi dolere. Ma non v'è
rimedio: e se nessuno avessi da dolersi, sarei io più che gli altri, che
ci ò perduto dua mesi di tempo per impacciarmi con ....[394] ma più mi
duole lo sdegnio del Papa, che dugento scudi.

Piglio troppa sicurtà in vostra Signoria. Iddio mi dia di poterla
ristorare.

Maestro Giovanni à a liberare i marmi che son rimasi a Campidoglio;
quegli che poi che e' ne fu pagato, non gli lasciò levare: che fu una
delle cagioni della questione nata tra loro: e così à a fare fine d'ogni
altra cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO: Roma.


  [393] Con contratto del 16 di maggio 1542 il Buonarroti aveva
  allogato a maestro Giovanni de' Marchesi da Saltri, scarpellino
  abitante in Roma, ed a Francesco d'Amadore detto _l'Urbino_, suo
  servitore, il resto del lavoro del quadro della sepoltura di papa
  Giulio che doveva andare in San Pietro in Vincoli. Ma essendo nata
  differenza fra maestro Giovanni e Francesco, ed avendo essi di
  comune consenso ceduto a Michelangelo la detta opera; egli di
  nuovo la riallogò a loro nel giugno di detto anno, con altri patti
  e convenzioni. E perchè la differenza che era tra loro consisteva
  più che in altro nella quantità del lavoro che ciascuno pretendeva
  di avere fatto in quell'opera, furono chiamati a stimarlo tre
  maestri, i quali dettero il loro lodo agli otto di luglio
  seguente. Ma siccome di questo lodo pare che non fossero in tutto
  rimasti contenti Giovanni e l'Urbino, restando sempre qualche
  cagione di lite tra loro; così Michelangelo vi mise di mezzo Luigi
  del Riccio, perchè vedesse modo di accordarli. Il secondo
  contratto e il lodo sono riferiti dal Gaye nel vol. II del
  _Carteggio inedito_, ec., pag. 293 e seg.

  [394] Questo spazio è nell'originale.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di luglio 1542).

CDXXXII.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


Messer Luigi Signior mio caro. — Vostra Signoria à maneggiata questa
discordia che è nata fra Urbino e maestro Giovanni, e per non ci avere
interesso, ne potrà dare buon giudicio. Io per fare bene all'uno e
all'altro, ò dato loro a fare l'opera che sapete. Ora perchè l'uno è
troppo tacagnio, e l'altro non è manco pazzo, è nata tal cosa tra loro,
che ne potre' seguire qualche grande scandolo o di ferite o di morte; e
quando tal cosa seguissi o nell'uno o nell'altro, mi dorrebbe di maestro
Giovanni, ma molto più di Urbino, perchè l'ò allevato. Però mi parrebbe,
se la ragione lo patisce, cacciar via l'uno e l'altro e che l'opera mi
restasse libera, acciò che il lor cattivo cervello non mi rovini e che
io la possa seguitare. E perchè è stato detto che la detta opera io la
divida, e diene una parte all'uno e una all'altro, questo io non lo
posso fare e a darla[395] .... a un solo di lor dua, farei ingiuria a
quello a chi io non la déssi. Però non mi pare che e' ci sia altro
riparo che lasciarmi l'opera libera, acciò la possa seguitare; e de'
danari, cioè cento scudi che io ò dati e delle fatiche loro, se
l'acconcino tra loro in modo che io non perda. E di tal cosa vostra
Signoria prego gli metta d'acordo il meglio che si può, perchè è opera
di carità. E perchè forse ci sarà qualcuno che vorrà mostrare d'aver
fatto quel poco che è fatto, tutto lui, e di restare avere, oltre a'
ricevuti, molti altri danari; quando questo sia, io potrò mostrare
ancora io d'avere nella detta opera perduto un mese di tempo per la loro
ignioranza e bestialità, e tenuto adrieto l'opera del Papa, che m'è
danno di più di dugento scudi; in modo che molto più àrò aver io da
loro, che loro dall'opera.

Messer Luigi, io ò fatto questo discorso a vostra Signoria in iscritto,
perchè a farlo a boca presente gli uomini mi spargo tutto in modo in
loro, che non mi resta fiato da parlare.

          Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI al Macello de' Poveri.


  [395] Il foglio è lacero.



  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, 20 di luglio 1542.

CDXXXIII.

_Supplica a papa Paolo III._[396]


Avendo messer Michelagnolo Buonarroti tolto a fare più fà la sepoltura
di papa Iulio in Santo Piero in Vincola con certi patti et conventioni,
come per uno contratto rogato per messer Bartolomeo Cappello sotto dì 18
di aprile 1532 appare; et essendo di poi ricerco et astretto dalla
Santità di N. S. papa Paulo Terzo di lavorare e dipignere la sua nova
cappella, non possendo attendere al fornire della sepoltura et a quella;
per mezo di sua Santità di nuovo riconvenne con lo illustrissimo signor
duca di Urbino, al quale è rimasta a cura la prefata sepoltura, come per
una sua lettera de' dì 6 di marzo 1542 si vede; che di sei statue che
vanno in detta sepoltura, detto messer Michelagnolo ne potessi allogare
tre a buono et lodato maestro, il quale le fornissi et ponessi in detta
opera; et le altre tre, fra le quali fussi il Moises, le havessi lui a
fornire di sua mano et così fussi tenuto far fornire il quadro, cioè il
resto dell'ornamento di detta sepoltura, secondo il principio fatto.
Onde per dare esecuzione a detto accordo, il prefato messer Michelagnolo
allogò a fornire le dette tre statue, quali erano molto innanzi, cioè
una Nostra Donna con il Putto in braccio, ritta, et uno Profeta et una
Sibilla a sedere, a Raffaello da Montelupo, fiorentino, aprovato fra e'
migliori maestri di questi tempi, per scudi quattrocento, come per la
scritta fra loro appare; et il resto del quadro et ornamento della
sepoltura, eccetto l'ultimo frontispitio, alsì allogò a maestro Giovanni
de' Marchesi et a Francesco da Urbino, scarpellini et intagliatori di
pietre, per scudi settecento, come per obrighi fra loro apare.
Restavagli a fornire le tre statue di sua mano, cioè un Moises et dua
prigioni: le quali tre statue sono quasi fornite. Ma perche li detti dua
prigioni furno fatti quando l'opera si era disegnata che fussi molto
maggiore, dove andavano assai più statue; la quale poi nel sopradetto
contratto fu risecata et ristretta; per il che non convengono in questo
disegno, nè a modo alcuno ci possono stare bene; però detto messer
Michelagnolo per non mancare a l'onore suo, dètte cominciamento a dua
altre statue che vanno dalle bande del Moises, la Vita contemplativa et
la attiva, le quali sono assai bene avanti, di sorta che con facilità si
possono da altri maestri fornire. Et essendo di nuovo detto messer
Michelagnolo ricerco, et sollecitato dalla detta Santità di N. S. papa
Paulo Terzo a lavorare et fornire la sua cappella, come di sopra è
detto; la quale opera è grande et ricerca la persona tutta intera et
disbrigata da altre cure; essendo detto messer Michelagnolo vechio, et
desiderando servire sua Santità con ogni suo potere; essendone alsì da
quella astretto e forzato, nè possendo farlo se prima non si libera in
tutto da questa opera di papa Iulio, la quale lo tiene perplesso della
mente e del corpo; suprica sua Santità, poi che è resoluta che lui
lavori per lei, che operi collo illustrissimo signor duca d'Urbino, che
lo liberi in tutto da detta sepoltura, cassandogli et anullandoli ogni
obrigazione fra loro con li sottoscritti onesti patti. In prima detto
messer Michelagnolo vuole licenzia di possere allogare le altre due
statue che restono a finire, al detto Raffaello da Montelupo o a
qualsivoglia altri a piacimento di sua Eccellenzia, per il prezo onesto
et che si troverrà, che pensa sarà scudi 200 in circa, et il Moises vuol
dare finito da lui; et di più vuole dipositare tutta la somma de' danari
che andranno in fornire del tutto la detta opera; ancora che li sia
scommodo et che in la detta opera abbia messo in grosso; cioè il resto
di quello che non avesse pagato a Raffaello da Montelupo per fornire le
tre statue allogatoli, come di sopra, che sono circa scudi 300, et il
resto di quello non avesse pagato della fattura del quadro et ornamento,
che sono circa scudi 500, et li scudi 200, o quello bisognerà per
fornire le dua statue utime et di più ducati cento che andranno in
fornire l'utimo frontispizio dell'ornamento di detta sepoltura: che in
tutto sono scudi 1100 in 1200 o quelli bisognerà, quali dipositerà in
Roma in sur uno banco idoneo a nome del prefato illustrissimo signor
Duca, suo et de l'opera, con patti espressi che abbino a servire per
fornire detta opera et non altro; nè si possino per altra causa toccare
o rimuovere. Et è, oltre a questo, contento, per quanto potrà, avere
cura a detta opera di statue et ornamento che sia fornita con quella
diligenzia che si ricerca: et a questo modo sua Eccellentia sarà sicura
che l'opera si fornirà e saprà dove sono i danari per tale effetto; et
potrà per sua ministri farla di continuo sollecitare et condurre a
prefezione: il che à a desiderare, essendo messer Michelagnolo molto
vechio et occupato in opera da tenerlo tanto, che a fatica àrà tempo a
fornirla, non che fare altro. Et messer Michelagnolo resterà in tutto
libero et potrà servire et sadisfare al desiderio di sua Santità, la
quale suprica che ne facci scrivere a sua Eccellenzia, che ne dia qua
ordine idoneo et ne mandi proccura sufiziente per liberarlo da ogni
contratto et obrigazione che fussi fra loro.[397]


  [396] È scritta di mano di Luigi del Riccio, e trovasi nel codice
  303 della classe XXXVII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fu
  pubblicata dal Gaye nel vol. II del _Carteggio inedito_, ec., pag.
  297.

  [397] _Nell'occhietto_: «1542. Copia d'una scritta data messer
  Michelagnolo Buonarroti a messer Piergiovanni, guardaroba di
  Nostro Signore, a dì 20 di luglio 1542.»



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (dell'ottobre 1542).

CDXXXIV.

_A messer Luigi del Riccio._


Messer Luigi, amico caro. — Io son molto sollecitato da messer Pier
Giovanni[398] al cominciare a dipigniere: come si può vedere, ancora per
quattro o sei dì non credo potere, perchè l'aricciato non è secco in
modo che si possa cominciare. Ma c'è un'altra cosa che mi dà più noia
che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e
questa è la retificagione che non viene, e conosco come m'è date parole,
in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore
mille quattro cento scudi, che m'àrebbon servito sette anni a lavorare,
che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo ò fatto per potere
stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco
i danari e con più guerra e afanni che mai. Quello che ò fatto circa i
detti danari, l'ò fatto col consenso del Duca, e col contratto della
liberazione; e ora che io gli ò sborsati, non vien la retificagione: in
modo che si può molto ben vedere che significa questa cosa, senza
scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi
donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la
scultura, la fatica e la fede m'àn rovinato, e va tuttavia di male in
peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare
zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra
Signoria, perchè come uno che mi vuol bene e che à maneggiata la cosa e
sanne il vero, la farà intendere al Papa, acciò che e' sappi che io non
posso vivere non che dipigniere: e se ò dato speranza di cominciare, l'ò
data con la speranza della detta retificagione; che è già un mese che ci
aveva a essere. Non voglio più stare sotto questo peso, nè essere ogni
dì vituperato per giuntatore da chi m'à tolto la vita e l'onore. La
morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [398] Aliotti, guardaroba del Papa, e vescovo di Forlì.



  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, (    d'ottobre 1542).

CDXXXV.[399]

_A Monsignore_....................


Monsignore. — La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non
dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con
le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però fin
che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione
dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente
Clemente,[400] sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo.
Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa
Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il dì
medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401] imbasciadore fu
col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io
tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su più mille ducati che non si
era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto, et cierti altri uncini da
rovinarmi; che Clemente non gli àre' sopportati: et frate Sebastiano ne
può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e
fare appiccare il notaio: io non volsi, perchè non restavo obrigato a
cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro
che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che
disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li
abbia havuti, poi che io gli ò confessati, et che io non mi posso
partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi
una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch'ò fatto per papa Iulio a
Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto
il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che
io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi
dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia
scudi. Io dico ancora questo: che (_se_) io ò avuto tal premio delle mie
fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare;
che se non fussi quello che m'à dato papa Pagolo, io morrei oggi di
fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito,
et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei
trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria
imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402] poi che fu fatto il contratto
sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a
lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran
piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di
sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora
conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi
andare via et saltarvi dentro con quel vigore: sì che si vede a quel che
ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che è
venuto adesso,[403] ciercò prima quello ch'io avevo a Firenze, che e'
volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta
tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'ò
potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta
conosciere m'à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con
dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima
fatica m'ingiegno d'impoverire.

Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo:
io dipignerò malcontento e farò cose malcontente. Ò scritto questo a
vostra Signoria, perchè quando accaggia, possa meglio dire il vero al
Papa; et anche àrei caro che il Papa l'intendessi, per sapere di che
materia tiene questa guerra che m'è fatta. Chi à intendere, intenda.

                              Servitore della vostra Signoria

                                       MICHELAGNIOLO.


Ancora mi occorre cose da dire: e questo è, che questo imbasciadore
dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono
fatto ricco con essi: come se papa Iulio mi avessi innanzi conti otto
milia ducati. I denari che ò auti per la sepultura vuole intendere le
spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s'apressa
alla somma che àrebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente;
perchè il primo anno di Iulio che m'allogò la sepultura, stetti otto
mesi a Carrara a cavare marmi et condussigli in sulla piazza di Santo
Pietro, dove avevo le stanze dreto a Santa Caterina; dipoi papa Iulio
non volse più fare la sepultura in vita, et messemi a dipignere; dipoi
mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto;
poi tornai a Roma, et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa
aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de' denari della
sepultura: che non avevo altra entrata. Poi dopo detta morte di Iulio,
Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma maggior cosa; ond'io
condussi e' marmi al Maciello de' Corvi, et feci lavorare quella parte
che è murata a Santo Pietro in Vincola, et feci le figure che ò in casa.
In questo tempo papa Leone non volendo che io facessi detta sepultura,
finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a
Aginensis; onde e' mi dètte a forza licenzia, con questo, che a Firenze
io facessi detta sepultura di papa Iulio. Poi che io fui a Firenze per
detta facciata di San Lorenzo, non vi avendo marmi per la sepultura di
Iulio, ritornai a Carrara et stettivi tredici mesi, et condussi per
detta sepultura tutti e' marmi in Firenze, et mura'vi una stanza per
farla, et cominciai a lavorare. In questo tempo Aginensis mandò messer
Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d'Aleria,[404] a
sollecitarmi, et vidde la stanza, et tutti i detti marmi e figure
bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo,
cioè ch'i' lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che
fu poi papa Clemente, non mi lasciò seguitare: et così stetti impacciato
insino che Medici fu Clemente: onde in[405] sua presenza si fe' poi
l'ultimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d'ora,[406] dove
fu messo ch'io avevo ricieuti gli otto milia ducati ch'e' dicono che io
ò prestati a usura. Et io voglio confessare un peccato a vostra
Signoria, che essendo a Carrara quando vi stetti tredici mesi per detta
sepultura, mancandomi e' denari, spesi mille scudi ne' marmi di detta
opera, che m'avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o
vero per tenermi occupato: et a lui dètti parole, mostrando dificultà;
et questo facievo per l'amore che portavo a detta opera: di che ne son
pagato col dirmi ch'i' sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al
mondo.

Io scrivo questa storia a vostra Signoria, perchè ò caro giustificarmi
con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi
scrive messer Piergiovanni, che dicie che m'à avuto a difendere; e
ancora che quando vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione
una parola, lo facci, perchè io scrivo il vero: apresso degli omini, non
dico di Dio, mi tengo uomo da bene, perchè non ingannai mai persona, e
ancora perchè a difendermi dai tristi bisogna qualche volta diventare
pazzo, come vedete.

Prego vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia, et
serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scritte ci sono ancora
testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l'àrei caro, et che la
vedessi tutto il mondo, perchè scrivo il vero, et molto manco di quello
che è, et non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino,
nobile, e figliolo d'omo dabbene, et non sono da Cagli.

Poi ch'io ebbi scritto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello
imbasciadore d'Urbino, cioè, che s'io voglio che la retificazione venga,
ch'io acconci la coscienzia mia. Io dico che e' s'à fabricato uno
Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e' v'ha dentro.

Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che poi
ch'ei si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et
venendo certe barche di marmi a Ripa, che più tempo inanzi avevo
ordinato a Carrara, non possendo avere danari dal Papa, per essersi
pentito di tale opera; mi bisognò per pagare i noli, o cento cinquanta o
vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il
banco di messer Iacopo Gallo, per pagare e' noli dei sopradetti marmi;
et venendo in questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali avevo
ordinati per detta sepultura, de' quali ne è ancora vivi qualcuno, et
avendo fornita la casa che m'aveva data Iulio dietro a Santa Caterina,
di letti et altre masserizie per gli omini del quadro et per altre cose
per detta sepultura, mi parea senza denari essere molto impacciato; et
stringiendo il Papa a seguitare il più che potevo, mi fecie una mattina
che io ero per parlargli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un
palafreniere. Come uno vescovo luchese che vidde questo atto, disse al
palafreniere: «Voi non conosciete costui?» E 'l palafreniere mi disse:
«Perdonatemi, gentilomo, io ò commessione di fare così.» Io me ne andai
a casa, e scrissi questo al Papa: — «Beatissimo Padre: io sono stato
stamani cacciato di Palazzo da parte della vostra Santità; onde io le fo
intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a
Roma.» — E mandai questa lettera a messere Agostino scalco che la déssi
al Papa; et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et
facevami masserizie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che
stava pur meco, et dissi loro: «Andate per un giudeo, e vendete ciò che
è in questa casa, et venitevene a Firenze;» et io andai, et montai in su
le poste, et anda'mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la
lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e' quali mi giunsono a
Poggi Bonzi circa a tre ore di notte, e presentornomi una lettera del
Papa, la quale diceva: — «Súbito vista la presente, sotto pena de la
nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma.» — Volsono i detti cavallari
che io rispondessi, per mostrare d'avermi trovato. Risposi al Papa, che
ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei;
altrimenti non sperassi d'avermi mai. E standomi di poi in Firenze,
mandò Iulio tre Brevi[407] alla Signoria. All'utimo la Signoria mandò
per me e dissemi: — «Noi non vogliamo pigliare la guerra per te contra
papa Iulio: bisogna che tu te ne vadi; et se tu vuoi ritornare a lui,
noi ti faremo lettere di tanta autorità, che quando faciessi ingiuria a
te, la farebbe a questa Signoria.» — Et così mi fecie: et ritornai al
Papa: et quel che seguì sarie lungo a dire. Basta, che questa cosa mi
fecie danno più di mille ducati, perchè partito che io fui da Roma, ne
fu gran rumore con vergogna del Papa; et quasi tutti e' marmi che io
avevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i
pezzi piccoli; ond'io n'ebbi a rifare un'altra volta: in modo ch'io dico
e afermo, che o di danni o interessi io resto avere dalle rede di papa
Iulio cinquemila ducati: et chi m'à tolta tutta la mia giovineza et
l'onore et la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scritto innanzi,
l'imbasciadore d'Urbino mi manda a dire che io aconci la coscienza
prima, e poi verrà la retificagione del Duca. Innanzi che e' mi facessi
dipositare 1400 ducati, non diceva così. In queste cose ch'io scrivo,
solo posso errare ne' tempi dal prima al poi, ogni altra cosa è vera,
meglio che io non scrivo.

Prego vostra Signoria, per l'amor di Dio e della verità, quando à tempo,
lega queste cose, acciò quando acadessi mi possa col Papa difendermi da
questi che dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e che m'ànno
messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo con le false
informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la
invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che
non seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene
cagione Raffaello, che ciò che aveva dell'arte, l'aveva da me.


  [399] Questa lettera, nella quale Michelangelo dà un minuto
  ragguaglio delle cose che gli accaddero per conto della sepoltura
  di papa Giulio II, si trova in copia, forse di mano di Luigi del
  Riccio, nel cod. 1401 della cl. VIII della Biblioteca Nazionale di
  Firenze. Essa fu pubblicata per la prima volta da Sebastiano
  Ciampi (Firenze, Passigli, 1834, in-8º), e poi ristampata nel
  _Commentario alla Vita di Michelangelo Buonarroti_, vol. XII, pag.
  312, dell'Opera del Vasari, edita in Firenze dal Le Monnier. Il
  Ciampi, mancando la lettera di data, argomentò che fosse stata
  scritta tra il 1535 e il 1536; ma è chiaro per certissimi
  riscontri che essa è dell'ottobre 1542. Quanto al Monsignore, al
  quale pare che sia indirizzata, fu congetturato che fosse Marco
  Vigerio, vescovo di Sinigaglia, stato mediatore tra Michelangelo e
  il Duca d'Urbino, perchè questi si risolvesse a mandare la
  desiderata ratificazione del contratto stipulato in Roma a' 20
  d'agosto 1542, per la sepoltura suddetta. Forse potrebbe essere il
  cardinale Ascanio Parisani, il quale per commissione del Papa
  aveva scritto al Duca, perchè désse qualche assetto alla faccenda
  di Michelangelo. Ma forse questa lettera fu scritta ad uno de'
  tanti prelati che erano nella Corte di Paolo III; forse fu data
  allo stesso Del Riccio, perchè poi la leggesse al Papa. Non è poi
  dubbio che essa non fosse veramente dettata da Michelangelo,
  apparendovi manifesta la forma che egli soleva dare a' suoi
  pensieri; e che solamente al copiatore, cioè al Del Riccio, si
  possono attribuire certe dichiarazioni oziose ed inutili, le quali
  misero in sospetto il Gaye della sua autenticità.

  [400] È quello del 29 d'aprile 1532.

  [401] Giovanmaria Della Porta, che ebbe parte principale nella
  stipulazione di quel contratto.

  [402] Francesco Maria Della Rovere.

  [403] Girolamo Tiranno.

  [404] Creato vescovo di Corsica nel dicembre del 1520.

  [405] Manca nel codice questo _in_ necessario.

  [406] Cioè, il contratto del 20 d'agosto 1542.

  [407] Di questi tre Brevi non si conosce che quello degli 8 luglio
  1506, col quale Michelangelo è invitato a ritornare a Roma,
  assicurandolo che non sarebbegli dato molestia.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    d'ottobre 1542).

CDXXXVI.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. — Io credo che vostra Signoria abbi comodità d'intendere
in Palazzo a che termine è la cosa mia circa la retificagione che
sapete: però prego quella, possendo, il facci; chè mi sarà grandissimo
piacere; perchè, come ve n'ò scritto un'altra volta, non posso vivere
non che dipigniere; e penso, sendo mandato qua uno dal Duca, e non la
avendo portata, che l'abbia a esser cosa lunga, e che sie messo nel capo
al Papa qualche cosa da ritardarla. Però, quando potete, vi prego
m'avisiate di qualche cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    d'ottobre 1542).

CDXXXVII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, amico caro. — Io mi son resoluto, poichè ò visto che la
retificagione non viene, di starmi in casa a finire le tre figure come
son d'acordo col Duca, e tornami molto meglio che stracinarmi ogni dì a
Palazzo: e chi si vuol crucciar, si crucci. A me basta aver fatto in
modo che 'l Papa non si può doler di me. E a me la retificagione non era
piacer nessuno, ma a sua Santità, volendo ch'i' dipignessi. Basta, io
non sono per entrar tra quella e 'l Duca, e se ella à visto che io ò
abbandonato la sua pittura, manda per l'imbasciadore, sare' forse buono
avisarlo della risoluzione che ò fatta, acciò sappi che rispondere,
quando vi paia: e per questo vi scrivo tal cosa.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 17 d'ottobre 1542.

CDXXXVIII.[408]

_A Monsignor .... datario._[409]


Reverendo e magnifico signor Datario. — Io resto avere della provisione
ordinaria che mi dà nostro Signore delli scudi 50 il mese, la paga di
otto mesi, cioè da febraro in qua, che sono per tutto il presente mese
scudi quatrocento d'oro in oro italiani; quali vi piacerà pagare per me
a Salvestro da Montauto e Compagnia, et così seguitare mese per mese di
dar loro la paga ordinaria, pigliandone quitanza: che saranno bene dati,
et io di così mi contento. Et a vostra Signoria reverenda et magnifica
mi racomando, e prego Iddio che li conceda quello desidera.

  Di casa mia dal Macello de' Corvi, addì 17 d'ottobre 1542.

                              A' comandi di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [408] Copia di Luigi del Riccio.

  [409] Forse Tommaso Cortesi da Prato.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1543).

CDXXXIX.

_A messer Luigi del Riccio, amico anzi patrone onorando in Roma._


Messer Luigi mio caro. — Perchè io so che voi siate maestro di
cerimonie, tanto quant'io ne sono alieno; avend'io ricevuto da monsignor
di Todi[410] il presente che vi dirà Urbino, vi prego, facendovene parte
e credendo che siate amico di sua Signoria, quando vi vien bene, in nome
mio la ringraziate con quella cerimonia che v'è facile a fare, e dura
(_a me_): e fateme debitore di qualche berlingozzo.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [410] Federigo Cesi, poi cardinale di San Pancrazio.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 di febbraio 1544.

CDXL.[411]

(_Al Castellano di Sant'Angelo di Roma_).


Monsignore Castellano. — Circa il modello di che si disputò ieri, io non
dissi interamente l'animo mio, del quale io sono richiesto da vostra
Signoria, perchè mi pareva troppo offendere quelle persone a chi io
porto grandissima afezione; e questo è il capitano Giovan
Francesco,[412] con il quale in qualche cosa non convengo seco; perchè
e' bastioni cominciati mi pare che con la ragione et con la forza si
possino difendere et seguitare; et nol faccendo, dubito si facci molto
peggio; perchè in tanti pareri et modegli vari mi pare che abbino messo
in gran confusione il Papa et in tal fastidio, che non si risolvendo a
cosa nessuna, potrebbe non seguitare a questo modo, nè fare a
quell'altro; che sarebbe gran male e poco onore di sua Santità. Però,
come è detto, a me pare di seguitare, non dico particularmente quel che
è cominciato, ma solo l'andamento del Monte, migliorando qualcosa, senza
danno del fatto, col consiglio del capitano Giovan Francesco detto, per
avere occasione di levare via il governo che vi è, se è come si dice, e
mettervi detto capitano Giovan Francesco; il quale ò per valente e
dabbene in tutte le cose. E quando questo si facci, io me gli offero per
l'onore del Papa, poi che più volte son richiesto non come compagnio, ma
come ragazo in tutte le cose.

Dagli Spinegli a Castello non farei altro ch'un fosso, perchè il
corridor basta, quando sia aconcio bene.[413]

  Addì XXVJ di febraro 1544.

                              Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [411] Copia di mano di Luigi del Riccio.

  [412] Montemelini, perugino.

  [413] In questa lettera si parla della fortificazione di Borgo
  ordinata da papa Paolo III, per la quale fu richiesto il consiglio
  di molti uomini intendenti della materia, tra i quali
  Michelangelo. Il capitano Montemelini era d'un parere, e d'un
  altro Iacopo Castriotto. Michelangelo, per quanto apparisce, si
  accostava all'opinione di quest'ultimo, che fu poi seguitata dal
  Papa.



  RACCOLTA DEL CAV. PALAGI IN FIRENZE.      Di Roma, (    1544).

CDXLI.

(_A papa Paolo III_).[414]


Beatissimo Patre. — Come quella à 'nteso per el capitolo di Vetruvio,
l'architettura non è altro che ordinazione e disposizione et una bella
spezie et un conueniente consenso de' membri dell'opera, et
conueneuoleza et distribuzione.

Et prima: qui non è ordinazione nessuna; perchè l'ordinazione è una
piccola comodità de' membri dell'opera separatamente et uniuersalmente
posti, di consenso apparechiati; anzi c'è tutto disordine dentro, perchè
li membri di detta cornicie sono sproporzionati infra loro, nè ànno
conuenienza l'uno all'altro.

Seconda: qui non è disposizione alcuna. La disposizione è una certa
collocazione elegantemente composta secondo la qualità (_e_) efetto
dell'opera. Qui non è qualità nessuna per l'opera fatta, e fatta secondo
le regole di Vetruvio: et questa cornice acusa più presto qualità
barbara o altrimenti.

Terza: una bella spezie de la comodità della composizione de' membri in
aspetto: in questa non si vede comodità nessuna, anzi tutte scomodità:
la prima scomodità si è che la minaccia di una grossa spesa da non finir
mai detta opera; seconda scomodità è, che la minaccia tirare quella
facciata del palazzo a terra. Apresso tre sono le spezie della cornice;
doriche, ioniche e corintie. Questa non è di nessuna di queste tre
generazioni, ma è bastarda.

Quarta è dell'opera e de' membri un conueniente consenso, che le parte
separatamente rispondino all'uniuersa spezie della figura, con la rata
parte: in essa cornice non c'è menbro nessuno che risponda con la rata
parte al tutto della cornice, perchè le mensole son piccole e rare a
simile grandeza, el fregio è piccolo a sì gran capassa, e 'l bastone da
basso è piccolissimo a tanto volume.

Quinta è el decoro, (_che_) è uno amendato aspetto nell'opere provar le
cose composte con alturità detta conueneuoleza. In questa cornice non è
conueneuoleza alcuna, anzi u'è tutta sconueneuoleza: prima aparisce quel
gran capo sun una piccola facciata, e maggiore el capo ch'el resto, e
non conuiene sì gran capo a sì poca alteza; l'altra la mana del modano
non accompagna colla mano del morto: è un altro fare.

Sesta, distribuzione: la distribuzione secondo l'abondanzia delle cose,
de' loci (_sic_) una comoda dispensazione. Qui si vede non essere ben
dispensato niente, ma dispensato ogni cosa a caso e secondo el capriccio
che gli è tocco, in un lato è stato largo a dispensare et in un altro
loco è stato parco. Questo è quanto m'occorre circa a questo dire a
vostra Santità, alla quale umilmente i' bacio e' piedi: e se no' mi fo
uedere inanzi a vostra Santità, n'è causa el mal mio, che quante uolte
sono uscito, sempre son ricascato.

Egli è un altro grado di distribuizione quan(_do_) l'opera sarà fatta
secondo l'uso del patre della famiglia, et secondo l'abundanzia de'
danari, et secondo l'eleganzia e degnità sua, li edificii sieno ordinati
alti; imperò che altrimenti si uede che bisogna constituire le case
della città et altrimenti quelle delle possessione rustice, doue si
ripongano li frutti; non al medesimo modo alli usurai, altrimenti alli
ricchi et dilicati e potenti, e' quali con le loro cogitazione gouernano
la republica; atte a quell'uso siin collocate. Le distribuizione delli
edificii senza manco son da fare che siino atte secondo el grado di
tutte le persone.


  [414] Questa lettera, che certamente è scritta a papa Paolo,
  sebbene manchi d'indirizzo, parla del cornicione del Palazzo
  Farnese, per il quale fu disputa tra Michelangelo e il Sangallo,
  architetto di quello. È noto che al Papa piacque sopra gli altri
  il modello fatto dal Buonarroti, secondo il quale fu poi costruito
  il detto cornicione. Che questa lettera sia veramente scritta
  dalla mano di Michelangelo, non ci pare da mettere in dubbio;
  solamente dubitiamo che non sia stata composta da lui, parendoci
  d'una forma spesso non solo diversa da quella di Michelangelo, ma
  ancora dalla toscana.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    di gennaio 1545).

CDXLII.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi, signor mio caro. — I' mando Gabbriello che sta meco a
vostra Signoria che gli dia i danari di che sapete: è fidato; potete
dargliene sicuramente. Altro non m'acade. Son guarito,[415] e spero
vivere ancora qualche anno, poichè il Cielo à messo la mia sanità in man
di maestro Baccio[416] e nel trebbian degli Ulivieri.[417]

                                 Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO al Macel dei Corvi.


  [415] Era stato gravemente ammalato in casa degli Strozzi, e già
  era corsa voce che egli fosse morto.

  [416] Rontini, medico.

  [417] Mercanti fiorentini nel Banco degli Strozzi in Roma.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, 25 di gennaio 1545.

CDXLIII.[418]


Magnifici messer Salvestro da Monteauto e compagni di Roma per
l'adrieto, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Sarete contenti
pagare a Raffaello da Monte Lupo scultore scudi cinquanta di moneta a
iuli dieci per iscudo, che sono per ogni resto di quello potessi
adomandare per fattura delle tre statue di marmo fatte e messe a Santo
Pietro in Vincola nella sepultura di papa Iulio; cioè, per una Nostra
Donna col Putto in braccio e una Sibilla e un Profeta; delle quali
secondo le convenzione resterebbe avere scudi cento settanta; ma perchè
per essere stato malato e non aver possuto e aver fatto lavorare a
altri, siamo convenuti d'accordo darli questi scudi cinquanta per ogni
resto: che di così piglierete la quitanza, ponendogli a conto degli
scudi cento settanta che vi restano in deposito per detto conto. Da
Roma, alli venticinque di gennaro 1545, a Nativitate.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propia.


  Vista per me Hieronimo Tiranno, Oratore
  ducale d'Urbino, et approvata in quanto
  li detti cinquanta scudi gli siano
  debiti secondo il tenor del contratto
  fatto con detto messer Raphaello per
  mano del Cappello, et non altrimenti,
  nè per altro modo. Dato come di sopra
  alli 27 di gennaio 1545.

  _Il medesimo Hieronimo Tiranno._


  [418] Questa stessa fu pubblicata dal Gaye, _Carteggio inedito_,
  ec., vol. II, da una copia di mano di messer Luigi del Riccio, che
  è tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (26 di gennaio 1545).

CDXLIV.[419]

(_A messer Luigi del Riccio_).


A non parlar qualche volta, sebbene scorretto in gramatica, mi sarebbe
vergogna, sendo tanto pratico con voi. Il sonetto di messer Donato[420]
mi par bello quante cosa fatta a' tempi nostri; ma perch'io ò cattivo
gusto, non posso far neanco stima d'un panno fatto di nuovo, benchè
romagnuolo, che delle veste usate di seta e d'oro che farén parer bello
un uom da sarti.

Scrivetegniene e ditegniene e dategniene e racomandatemi a lui.


  [419] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale: _S'è ver
  come che dopo il corpo viva_.

  [420] Giannotti, il quale fece tre sonetti in morte di Cecchino
  Bracci, che sono stampati nella edizione delle sue _Opere
  politiche e letterarie_, fatta in Firenze da L. F. Polidori, coi
  tipi del Le Monnier nel 1850. De' tre, quello che a Michelangelo
  pareva il più bello, come pare anche a noi, è il sonetto che
  comincia: _Messer Luigi mio, di noi che fia_.



  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, 3 di febbraio 1545.

CDXLV.[421]

(_A messer Salvestro da Montauto in Roma_).


Magnifici messer Salvestro et Compagnia di Roma per l'adrieto. — Come vi
è noto, essendo io occupato per servizio di nostro Signore papa Paulo
terzo in dipignere la sua nuova Cappella, et non possendo dare
perfezione alla sepultura di papa Iulio secondo in Santo Pietro in
Vincola; interponendosi la prefata Santità di nostro Signore, di
consenso e per convenzione fatta con il magnifico Hieronimo Tiranno,
oratore dell'illustrissimo signor Duca d'Urbino; alla quale convenzione
dipoi sua Eccellenza retificò; depositai presso di voi più somme di
danari per fornire detta opera, dei quali Raffaello da Monte Lupo ne
aveva avere scudi 445 di iuli dieci per scudo, per resto di scudi 550
simili; et questi per fornire cinque statue di marmo da me cominciate e
sbozzate, e per il prefato ambasciatore del Duca d'Urbino allogategli:
cioè, una Nostra Donna con il Putto in braccio, una Sibilla, un Profeta,
una Vita attiva, e una Vita contemplativa: come di tutto appare
contratto per mano di messer Bartolomeo Cappello notaro di Camera, sotto
dì XXI d'agosto 1542. Delle quali cinque statue, avendo nostro Signore a
mia preghiera e per mia sodisfazione concessomi un poco di tempo, ne
forni' dua di mia mano, cioè la Vita contemplativa e l'attiva, per il
medesimo prezo che aveva a fare il detto Raffaello e dei medesimi danari
che aveva avere lui. E dipoi il detto Raffaello à fornite le altre tre e
messe in opera, come in detta sepultura si vede. Per il che gli
pagherete a suo piacere scudi cento settanta di moneta a iuli dieci per
iscudo che vi restano in mano di detta somma, pigliando da lui quitanza
finale, etiam per mano di detto notaro, per la quale si chiami di detta
opera sodisfatto et interamente pagato: et poneteli a conto di detta
somma che vi resta in mano. _Et bene valete._

  Da Roma, ai 3 di febraio 1545, a Nativitate.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [421] Pubblicata anche questa dal Gaye, Op. cit., traendola da una
  copia di mano di Luigi del Riccio, che è tra i manoscritti della
  Biblioteca Nazionale di Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di marzo (1545).

CDXLVI.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


E oggi a dì tredici di marzo ò ricevuti scudi cento dal Melighino per la
mia provvigione di Gennaio e Febbraio passati.


Messer Luigi. — Io non ò mai avuti danari dal Meligino, che io non abbi
fatto la quitanza: però se io pigliassi errore, si può riconoscere per
le quitanze di mia mano.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1545).

CDXLVII.[422]

_A messer Luigi del Riccio._


L'amico nostro morto parla e dice: se 'l Cielo tolse ogni bellezza a
tutti gli altri uomini del mondo per far me solo, come fece, bello, e se
per legge divina al dì del gudicio io debba ritornare il medesimo che
vivo so' stato; ne seguita, che la bellezza che m'à data, non la può
rendere a chi e' l'à tolta, ma che io debba esser bello più che gli
altri in eterno e lor bruti. E questo è el contrario del concetto che mi
dicesti ieri, e l'uno è favola, e l'altro è verità.

                              Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [422] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale che
  comincia: _Non può per morte già chi qui mi serra_. Questo
  madrigale o epitaffio fu fatto con molti altri dal Buonarroti per
  Cecchino di Zanobi Bracci, fiorentino, giovanetto bellissimo,
  grandemente amato dal Del Riccio suo parente e da Michelangelo, e
  morto di sedici anni in Roma l'otto di gennaio 1545. Volle il Del
  Riccio fargli un deposito di marmo, e Michelangelo a sua preghiera
  ne diede il disegno. I madrigali in lode del Bracci si leggono
  nella bellissima edizione di tutte le _Poesie_ del Buonarroti,
  fatta, secondo gli autografi, in Firenze nel 1863, dal mio
  carissimo amico e collega cav. Cesare Guasti. In questa lettera il
  Buonarroti spiega il concetto del madrigale suddetto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDXLVIII.[423]

(_A Luigi del Riccio_).


Io vi rimando i melloni col polizino; el disegno non ancora, ma lo farò
a ogni modo come posso meglio disegnare. Racomandatemi a Baccio, e
ditegli che se io avessi avuto qua di quegli intingoli che e' mi dava
costà, ch'i' sarei oggi un altro Graziano. E lo ringraziate da mia
parte.


  [423] Sotto la poesia: _Dal Ciel fu la beltà mia diva e 'ntera_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDXLIX.

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. — Io vi prego mi mandiate l'ultimo madrigale che non
intendete, acciò che io lo raconci, perchè 'l sollecitatore de'
polizini, che è Urbino, fu sì pronto, che non me lo lasciò rivedere.

Circa l'esser domani insieme, io fo mie scuse con esso voi, perchè il
tempo è cattivo e ò faccenda in casa. Farem poi quel medesimo che faremo
domani, questa quaresima a Lungezza[424] con una grossa tinca.[425]


  [424] _Lunghezza_ chiamavasi una villa posseduta dagli Strozzi
  nelle vicinanze di Roma.

  [425] Sotto la poesia: _Nella memoria delle cose belle_; nel detto
  codice delle _Poesie_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1545).

CDL.[426]

(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).


Messer Luigi. — Io mi racomando a voi e a chi voi amate. Messer Giuliano
e messer Ruberto[427] che mi scrivete, io son lor servidore, e se io non
fo quello che si conviene, fuggo i creditori, perchè ò gran debito e
pochi danari.


  [426] Nel detto codice autografo delle _Poesie_, sotto il
  madrigale: _Non sempre al mondo è sì pregiato e caro._

  [427] Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzino, uccisore del
  duca Alessandro, e Roberto degli Strozzi, fratello di Pietro e di
  Leone.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1545).

CDLI.

(_A Luigi del Riccio_).


Messer Luigi, amico caro. — Io vi prego, che quand'io vengo costà, che
voi facciate a me quel ch'io fo a voi, quando venite qua. Voi mi fate
venire a darvi noia e non mel fate dire; in modo ch'i' resto un bufolo
prosuntuoso infino ne' servidori.

Io credo giovedì dare ordine da tirar le figure[428] a San Piero in
Vincola, come v'ò detto altre volte: e perchè io le voglio tirar co'
danari che vi restano in mano di dette figure, mi par ch'io facci un
mandato di detti danari, e che l'imbasciadore lo segni, acciò non si
possa mai nè a voi nè a me dir niente. Però io vi prego facciate una
minuta, come vi par che abbia a star detto mandato.

Ier mattina io non conoscevo il figliuol di messer Bindo Altoviti, e voi
se 'l volevi menare qua, lo potevi dire liberamente, perchè io mi tengo
servidore di messer Bindo e di tutti e' sua.


  [428] Della sepoltura di papa Giulio.



  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma,    (1545).

CDLII.[429]

_A messer Salvestro da Montauto in Roma._


Magnifico messer Salvestro da Montauto e compagni di Roma per
l'adrietro, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Del pagamento delle
tre figure di marmo, che à fatte over finite Raffaello da Montelupo
scultore, vi resta in deposito scudi cento settanta di moneta, cioè di
10 iuli l'uno, et avendole detto Raffaello, come è detto, finite et
messe in opera a San Piero in Vincola nella sepultura di papa Iulio,
sarete contenti per l'ultimo suo pagamento pagarli a suo piacere i sopra
detti cento settanta scudi, perchè à fatto tutto quello a che s'era
obrigato delle tre figure dette, cioè una Nostra Donna col Putto in
braccio, un Profeta e una Sibilla, tutte qualcosa più ch'el naturale.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [429] È copia di mano di Luigi del Riccio. Fu pubblicata dal Gaye,
  Op. cit., vol. II, pag. 305.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDLIII.

_A messer Luigi del Riccio._


Messer Luigi. — Voi sapete che 'l fuoco à scoperto una parte della
Cappella:[430] però a me pare, che la si debba ricoprire nel modo che
stava, più presto che si può, salvaticamente, se non altrimenti, per
insino a tempo nuovo, per rispetto delle piogge, che non solamente
guaston le pitture, ma muovono anche le mura. E perchè la se ne va in
terra per l'ordinario, queste non gli sarebbon punto a proposito. Io
scrivo questo, acciò che il Papa non sie messo in qualche grande spesa a
utilità più d'altri, che della Cappella. Però vi prego, o che parlando
al Papa lo facciate intendere, o per via di messer Aurelio, al quale
ancora vi prego mi racomandiate.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [430] La Cappella Paolina.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDLIV.[431]

(_Alla Vittoria Colonna, marchesana di Pescara in Roma_).


Volevo, Signora, prima che io pigliassi le cose che vostra Signoria m'à
più volte volute dare, per riceverle manco indegnamente che io potevo,
far qualche cosa a quella di mia mano: dipoi riconosciuto e visto che la
grazia di Iddio non si può comperare, e ch'el tenerla a disagio è
peccato grandissimo; dico mia colpa e volentieri dette cose accetto: e
quando l'àrò, non per averle in casa, ma per essere io in casa loro, mi
parrà essere in paradiso: di che ne resterò più obrigato, se più posso
essere di quel ch'i' sono, a vostra Signoria.

L'aportatore di questa sarà Urbino che sta meco, al quale vostra
Signoria potrà dire quando vuole ch'i' venga a vedere la testa e' à
promesso mostrarmi. E a quella mi racomando.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [431] Dal detto codice delle _Poesie_, sotto il sonetto: _Per
  esser manco almen, Signora, indegno_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDLV.[432]

(_Alla Vittoria Colonna in Roma_).


Signora Marchesa. — E' non par, sendo io in Roma, che egli accadessi
lasciar il Crocifisso[433] a messer Tommao[434] e farlo mezzano fra
vostra Signoria e me suo servo, acciocchè io la serva, e massimo avendo
io desiderato di far più per quella che per uomo che io conoscessi mai
al mondo; ma l'occupazione grande in che sono stato, e sono, non à
lasciato conoscer questo a vostra Signoria: e perchè io so che ella sa
che amore non vuol maestro, e che chi ama non dorme, manco accadeva
ancora mezzi: e benchè e' paressi che io non mi ricordassi, io facevo
quello ch'io non diceva per giugnere con cosa non aspettata. È stato
guasto il mio disegno: _Mal fa chi tanta fè sì tosto oblia_.

                                 Servitore di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [432] Pubblicata nelle _Lettere pittoriche_, vol. I, pag. 9; ma
  quivi è indirizzata a un signor Marchese. Nell'Archivio Buonarroti
  è una copia tratta dal codice Vaticano delle _Poesie_, secondo la
  quale si dà la presente.

  [433] Il Condivi e il Vasari parlano del disegno di un Crocifisso
  fatto da Michelangelo per la Colonna, che si dice conservarsi ora
  nella Galleria di Oxford. E da una lettera della stessa Colonna,
  apparirebbe che Michelangelo, oltre il disegno, le dipingesse
  ancora un quadro col medesimo soggetto.

  [434] Cavalieri.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1545).

CDLVI.

(_A messer Luigi del Riccio_).


Messer Luigi. — Quello amico, se di quel parlate, sia il benvenuto se
gli è tornato; e perchè me n'avete detto tanto male voi con messer
Donato insieme, m'è piovuto in sul fuoco. Però da qui inanzi guardatevi
dall'offerire. Domani dopo desinare verrò a voi, e farò quanto mi
comanderete.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Firenze, (    di dicembre 1545).

CDLVII.

_A messer Luigi del Riccio, amico caro in Lione._


Messer Luigi, amico caro. — A tutti i vostri amici duole assai il vostro
male, e più, non ve ne possendo aiutare, e massimo a messer Donato e a
me. Ma pure speriamo che abbi a esser piccola cosa, che a Dio piaccia.

Per un'altra vi scrissi, come se stavi molto a tornare, che io pensavo
venirvi a vedere; e così vi raffermo: perchè avendo io perduto il porto
di Piacenza,[435] e non possendo stare a Roma senza entrata, penso di
consumar più presto quel poco che io ò su per le osterie, che stare
aggranchiato a Roma com'un furfante. Però son disposto, non accadendo
altro, dopo pasqua d'Agnello andare a Santo Iacopo di Galizia, e non
sendo voi tornato, di far la via d'onde intenderò che siate.

Urbino à parlato a messer Aurelio e parlerà di nuovo; e per quello che
mi dice, àrete per la sepultura di Cecchino[436] il luogo dove avete
desiderato: e detta sepultura è al fine, e riuscirà cosa bella.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

    (_Di mano del Del Riccio._)

    1545. Di messer Michelagnolo Buonarroti dirizzata e tornata da
    Lione a dì 22 di dicembre.


  [435] Veramente lo perdè un anno dopo. Vedi a questo proposito
  quel che è stato detto nella nota alla lettera CLXXIX di questa
  Raccolta.

  [436] Bracci. Esso fu sepolto in Santa Maria in Aracœli con questo
  epitaffio: _Francisco · Braccio · Florentino · nobili adolescenti
  · immatura morte · prærepto · anno agenti XVI · die VIII ·
  Januarii · MDXLV_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del marzo 1546).

CDLVIII.

_A messer Luigi del Riccio in Roma._


Messer Luigi, amico carissimo. — Io mi ero resoluto, come sapete, di
tôrre per giusto prezzo le possessione de' Corboli.[437] Ora me ne tiro
a dietro: e la cagione è questa, che oltre a la decima, ànno venti
cinque scudi d'albitrio, che mi sare' posto venti cinque volte l'anno.
Però io non vi voglio più tenere sospesi; sì che fatene il fatto vostro,
come meglio potete. E a voi mi racomando.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [437] A proposito delle possessioni de' Corboli offerte in compera
  a Michelangelo, vedi le sue lettere al nipote Lionardo sotto i
  numeri CLXI, CLXIII e CLXIV di questa Raccolta.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 26 d'aprile 1546.

CDLIX.[438]

_Al Cristianissimo Re di Francia._


Sacra Maestà. — Io non so qual si sie più o la grazia o la maraviglia
che vostra Maestà si è degnata scrivere a un mie pari, e più ancora a
richiederlo delle sua cose non degnie non c'altro del nome di vostra
Maestà: ma come si sieno, sappi vostra Maestà che molto tempo è che ò
desiderato servir quella, ma per non l'avere avuto a proposito, come non
è stato in Italia all'arte mia, non l'ò potuto fare. Ora mi trovo vechio
e per qualche mese ocupato nelle cose di papa Pagolo; ma se mi resta
dopo tale ocupazione qualche spazio di vita, quello che ò desiderato,
come è detto, più tempo di fare per vostra Maestà m'ingegnierò metterlo
a effetto, cioè una cosa di marmo, una di bronzo, una di pittura. E se
la morte interrompe questo mio desiderio, e che si possa sculpire o
dipigniere nell'altra vita, non mancherò di là, dove più non s'invechia.
Ed a vostra Maestà prego Dio che doni lunga e felice vita. Di Roma, il
giorno XXVI d'aprile MDXLVI.

Di vostra Cristianissima Maestà

                                 Umilissimo servitore

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [438] È in risposta ad una di Francesco I, re di Francia,
  dell'otto di febbraio 1546, stata più volte pubblicata, cioè: nel
  1823 a Roma dal De Romanis nell'opuscolo per le nozze
  Cardinali-Bovi, intitolato: _Alcune Memorie di Michelangelo
  Buonarroti da' Manoscritti_. Poi dal barone Alfredo Reumont
  nell'operetta: _Ein Beitrag zum Leben Michelangelo Buonaroti's_:
  Stuttgart, 1834; quindi in _fac-simile_ dall'Artaud, nell'opera:
  _Machiavel, son génie et ses erreurs_: Paris, 1835, vol. II, pag.
  252. In terzo luogo nel _Catalogue du Musée Wicar à Lille_,
  stampato nel 1856; nel qual Museo se ne conserva l'originale. E
  finalmente da Eugenio Piot, insieme con molte altre lettere, nel
  _Cabinet de l'Amateur_: Année 1861 et 1862, pag. 151. Ma il re
  Francesco non ebbe tempo di veder soddisfatto questo suo
  desiderio, perchè si morì l'anno seguente, nè forse Michelangelo
  avrebbe potuto attenere le sue promesse, essendo stato creato poco
  dopo Architetto di San Pietro.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1546).

CDLX.

(_A messer Luigi del Riccio_).


Messer Luigi. — E' vi pare che io vi risponda quello che voi desiderate,
quando bene e' sia il contrario. Voi mi date quello che io v'ò negato, e
negatemi quello che io v'ò chiesto. E già non peccate per ignoranza
mandandomelo per Ercole, vergogniandovi a darmelo voi.

Chi m'à tolto alla morte, può ben anche vituperarmi; ma io non so già
qual si pesi più o 'l vitupero o la morte. Però io vi prego e scongiuro
per la vera amicizia che è tra noi, che non mi pare che voi facciate
guastare quella stampa[439] e abbruciare quelle che sono stampate; e che
se voi fate bottega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se
fate di me mille pezzi, io ne farò altrettanti, non di voi, ma delle
cose vostre.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


Non pittore nè scultore nè architettore, ma quel che voi volete, ma non
briaco, come vi dissi in casa.


  [439] Parlasi in questa lettera della stampa d'una pittura di
  Michelangelo. Forse è il _Giudizio_ della Sistina intagliato da
  Enea Vico, forse è una delle stampe di Giulio Bonasone.



  ARCHIVIO DI SANTA MARIA NUOVA.      Di Roma, 19 d'aprile 1549.

CDLXI.

(_A Benvenuto Ulivieri in Roma_).[440]


Magnifici messeri, Benvenuto e compagni di Roma. — Piaceravvi pagare a
messere Bartolomeo Bettini e compagni scudi venti dua d'oro in oro ogni
mese; cominciando la prima paga del mese di gennaro prossimo passato,
che saranno ben pagati, perchè da detti Bettini me ne vaglio mese per
mese; che sono li scudi venti dua per mese d'oro in oro che vi sono
rimessi del mio Notariato del civile di Romagnia: e così piaccia a
vostra Signoria di seguire, fino che altro non acade. A dì diciannove
d'aprile 1549.

                    Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propria.[441]


  [440] Il presente ordine di pagamento si trova nell'Archivio di
  Santa Maria Nuova di Firenze: Eredità Galli-Tassi: Carte degli
  Ulivieri.

  [441] Sotto la lettera è scritto: «Noi Bartolomeo Bettini e
  compagni abiamo ricevuto da Benvenuto Ulivieri e compagni scudi
  sesanta sei d'oro in oro, e' quali ci pagono per messer
  Michelagnolo Buonaroti Simoni, e sono per la paga di gennaro e
  febraro e marzo prossimi passati del suo Notariato di Romagnia:
  auti contanti questo dì 26 d'aprile 1549 a messer Piero Nannucci
  .... scudi 66 d'oro in oro.

  »E addì xiii di giugno, scudi quaranta quatro di giuli X per
  ducato auti contanti per le paghe d'aprile e maggio .... sc. 44.

  »E addì xj di dicembre, scudi quaranta quatro di giuli auti
  contanti per le paghe di giugno e luglio .... sc. 44.»



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1549).

CDLXII.

_A messer Benedetto Varchi._[442]


Messer Benedetto. — Perchè e' paia pure che io abbia ricevuto, come ò,
il vostro Libretto, risponderò qualche cosa a quel che e' mi
domanda,[443] benchè ignorantemente. Io dico che la pittura mi pare più
tenuta buona, quanto più va verso il rilievo, et il rilievo più tenuto
cattivo, quanto più va verso la pittura: et però a me soleva parere che
la scultura fussi la lanterna della pittura, et che dall'una all'altra
fussi quella differenza ch'è dal sole alla luna. Ora, poi che io ò letto
nel vostro Libretto, dove dite, che, parlando filosoficamente, quelle
cose che ànno un medesimo fine, sono una medesima cosa; sono mutato
d'oppinione: et dico, che se maggiore iudicio et difficultà, impedimento
et fatica non fa maggiore nobiltà; che la pittura et scultura è una
medesima cosa: et perchè ella fussi tenuta così, non doverrebbe ogni
pittore far manco di scultura che di pittura; e 'l simile, lo scultore
di pittura che di scultura. Io intendo scultura, quella che si fa per
forza di levare: quella che si fa per via di porre, è simile alla
pittura: basta, che venendo l'una e l'altra da una medesima
intelligenza, cioè scultura et pittura, si può far fare loro una buona
pace insieme, et lasciar tante dispute; perchè vi va più tempo, che a
far le figure. Colui che scrisse che la pittura era più nobile della
scultura, s'egli avessi così bene inteso l'altre cose ch'egli ha
scritte, le àrebbe meglio scritte la mia fante. Infinite cose, et non
più dette, ci sarebbe da dire di simili scienze; ma, come ho detto,
vorrebbono troppo tempo, et io n'ho poco, perchè non solo son vechio, ma
quasi nel numero de' morti: però priego mi abbiate per iscusato. E a voi
mi racomando et vi ringrazio quanto so et posso del troppo onore che mi
fate, et non conveniente a me.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [442] È copia del tempo, e Michelangelo il Giovane scrisse dietro:
  «Dettemela il cav. Pierantonio di Giulio de' Nobili.» Questa
  lettera, oltre la stampa fattane in Firenze dal Varchi nel 1549 e
  poi in Venezia nel 1564 dall'Aldo, si legge ancora nelle
  _Pittoriche_, vol. I, pag. 9.

  [443] Risponde alla questione sorta allora quale delle due arti,
  la Scultura e la Pittura, fosse più nobile. Il Varchi, avuto il
  parere di varii artisti, stampò il Libretto intitolato: _Due
  lezioni di messer Benedetto Varchi_: nella prima delle quali _si
  dichiara un Sonetto di messer Michelagnolo Buonarroti_; nella
  seconda _si disputa quale sia più nobile arte, la Scultura o la
  Pittura: con una lettera d'esso Michelagnolo, et più altri
  eccellentissimi pittori et scultori sopra la questione
  sopradetta_. — _In Fiorenza, appresso Lorenzo Torrentino,
  impressor ducale. MDXLIX, in-8º._



  Di Roma, (    1549).

CDLXIII.

(_A messer Luca Martini_).[444]


Magnifico messer Luca. — I' ò ricevuto da messer Bartolommeo Bettini una
vostra con un Libretto, comento di un sonetto di mia mano.[445] Il
sonetto vien bene da me, ma il comento viene dal Cielo; e veramente è
cosa mirabile, non dico al giudizio mio, ma degli uomini valenti, e
massimamente di messer Donato Giannotti, il quale non si sazia di
leggerlo: ed a voi si racomanda. Circa il sonetto, io conosco quello
ch'egli è; ma come si sia, non mi posso tenere che io non ne pigli un
poco di vanagloria, essendo stato cagione di sì bello e dotto Comento. E
perchè nell'autore di detto, sento per le sue parole e lodi d'essere
quello ch'io non sono, prego voi facciate per me parole verso di lui
come si conviene a tanto amore, affezione e cortesia. Io vi prego di
questo, perchè mi sento di poco valore; e chi è in buona oppenione, non
debbe tentare la fortuna; e meglio è tacere, che cascare da alto. Io son
vechio, e la morte m'à tolti i pensieri della giovaneza; e chi non sa
che cosa è la vechieza, abbia tanta pazienza che v'arrivi; che prima nol
può sapere. Racomandatemi, come è detto, al Varchi, come suo
affezionatissimo, e delle sue virtù, e al suo servizio dovunque io sono.

Vostro e al servizio vostro in tutte le cose a me possibili.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [444] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. V, pag. 48.

  [445] Il Libretto di Benedetto Varchi, già citato, col Commento
  sopra il sonetto di Michelangelo: _Non ha l'ottimo artista alcun
  concetto_.



  BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE.      Di Roma, (    d'ottobre 1549).

CDLXIV.[446]

_A Giovan Francesco, prete in Santa Maria in Firenze._


Messer Giovan Francesco. — Perchè è assai tempo che io non v'ò scritto,
ora per mostrarvi per questa che io son vivo, e per intendere per una
vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi, e racomandomi a
voi, e prégovi che questa va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore
della Accademia fiorentina, che gniene diate, e ringraziatelo da mia
parte quel più ch'io non fo nè posso io. Altro non mi acade. Scrivetemi
qualche cosa.

Standomi a questi dì in casa molto appassionato, fra certe mia cose,
trovai un numero grande di quelle cose[447] che già vi solevo mandare:
delle quali ve ne mando quattro, forse mandate altre volte.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [446] Fu pubblicata dal Gaye, Opera citata, vol. II, pag. 426, e
  dal Gualandi nel vol. I, pag. 21, della _Nuova Raccolta di Lettere
  sulla pittura, scultura ed architettura_. Bologna, 1844, in-8º.

  [447] Intendi: le sue _Poesie_.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Roma, (    d'ottobre 1549).

CDLXV.

_A Giovan Francesco (Fattucci), prete in Santa Maria in Firenze._[448]


Messer Giovan Francesco. — Perchè è pure assai tempo che io non v'ò
scritto, per mostrarvi per questa come ancora son vivo, e per intendere
per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi; e
racomandomi a voi, e pregovi che questa che va a messer Benedetto
Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, perchè stimo sia
molto amico vostro, gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel più
che io non fo nè posso far io.

E perchè standomi a questi dì molto malcontento in casa, cercando fra
certe mie cose, mi venne alle mani un numero grande di quelle
frascherie,[449] che già solevo mandarvi altre volte; delle quali ve ne
mando quattro, forse mandatevi altre volte. Voi direte bene che io sia
vecchio e pazo: e io vi dico, che per istar sano e con manco passione,
non ci trovo meglio che la pazzia. Però non ve ne maravigliate: e
rispondetemi qualche cosa, ve ne priego: e sono sempre

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [448] Seconda minuta della precedente.

  [449] Cioè, le sue _Poesie_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma (   d'ottobre 1549).

CDLXVI.[450]

_A meser Giovan Francesco Fattucci, prete di Santa Maria del Fiore,
amico carissimo a Firenze._


Messer Giovan Francesco, amico caro. — Benchè da più mesi in qua non ci
siamo scritti niente, non è però dimenticata la lunga et buona amicizia,
et che io non desideri il vostro bene, come sempre ò fatto, et che io
non v'ami con tutto il core, et più per gl'infiniti piaceri ricevuti.
Circa la vechieza, in che noi egualmente ci troviamo, àrei caro di
sapere come la parte vostra vi tratta, perchè la mia non mi contenta
molto: però vi prego mi scriviate qualche cosa. Voi sapete come abbiamo
Papa nuovo, e chi: di che se ne rallegra tutta Roma, grazia di Dio, et
non se ne aspetta altro che grandissimo bene, massime pe' poveri, per la
sua liberalità. Circa le cose mie àrei caro, et farestimi grandissimo
piacere, che m'avvisassi come le cose di Lionardo vanno, et della verità
senza rispetti, perchè è giovane e stonne con gelosia, et più per essere
solo et senza consiglio. Altro non m'acade, salvo che a questi dì messer
Tomao de' Cavalieri m'ha pregato ch'io ringrazi da sua parte il Varchi
per un certo libretto[451] mirabile che c'è di suo in istampa, dove dice
che parla molto onorevolmente di lui, et non manco di me; et àmmi dato
un sonetto fattogli da me in quei medesimi tempi, pregandomi che io
gliene mandi per una giustificazione; il qual vi mando in questa: se vi
piace, date; se no, datelo al fuoco, et pensate che io combatto colla
morte, et che io ò il capo a altro: pure bisogna alle volte far così.
Del farmi tanto onore detto messer Benedetto ne' suoi sonetti, come è
detto, vi prego lo ringraziate, offerendogli quel poco che io sono.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [450] Terza minuta della medesima lettera.

  [451] Intendi: _il detto Commento al suo sonetto_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 1 d'agosto 1550.

CDLXVII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Firenze_).[452]


Messer Giovan Francesco, amico caro. — Accadendomi iscrivere costà a
Giorgio pittore, piglio sicurtà di darvi un poco di noia; cioè che gli
diate la lettera che sarà in questa, stimando che sia amico vostro: e
per non essere troppo breve nello iscrivervi, non avendo da scrivere
altro, vi mando qualche una delle mie novelle[453] che io iscrivevo alla
marchesa di Pescara, la quale mi voleva grandissimo bene, e io non meno
a lei. Morte mi tolse uno grande amico. Altro non mi acade. Stommi a lo
usato, sopportando con pazienza e' difetti della vechieza. Credo così
facciate voi. Addì primo d'agosto 1550.


  [452] Dal codice citato delle _Poesie_.

  [453] Cioè, _Poesie_.



  Di Roma, 1 d'agosto 1550.

CDLXVIII.[454]

_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. — Circa al rifondare San Piero a
Montorio,[455] come il Papa non volse intendere, non ve ne scrissi
niente, sapendo voi essere avisato dall'uomo vostro di qua. Ora mi
accade dirvi quello che segue, e questo è, che iermattina, sendo il Papa
andato a detto Montorio, mandò per me. Non fu' a tempo: riscontra'lo in
sul ponte che tornava. Ebbi lungo ragionamento seco circa le sepulture
allogatevi, e all'ultimo mi disse che era resoluto non volere metter
dette sepulture in su quel monte, ma nella chiesa de' Fiorentini; e
richiesemi di parere e di disegno, et io ne lo confortai assai, stimando
che per questo mezzo detta chiesa s'abbi a finire. Circa le vostre tre
ricevute, non ho penna da rispondere a tante altezze; ma se avessi caro
di essere in qualche parte quello che mi fate, non l'àrei caro per
altro, se non perchè voi avessi un servitore che valessi qualche cosa.
Ma io non mi maraviglio, sendo voi risucitatore d'uomini morti, che voi
allunghiate vita a' vivi, ovvero che i malvivi furiate per infinito
tempo alla morte. Per abbreviare io sono tutto vostro, com'io sono.

  A dì 1 d'agosto 1550.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [454] Le lettere di Michelangiolo a Giorgio Vasari sono riferite
  nella _Vita del Buonarroti_, scritta dal Biografo aretino, e nelle
  _Pittoriche_. Noi le ristampiamo più corrette ed intere,
  servendoci di una copia che a' nostri giorni era in mano del cav.
  Bustelli, stata già fatta da Michelangelo il Giovane sugli
  originali di esse lettere, possedute allora dal cav. Giorgio
  Vasari il Giovane.

  [455] Papa Giulio III si era vòlto a fare in San Pietro a Montorio
  una cappella di marmo con due sepolture: l'una per il cardinale
  Antonio Del Monte suo zio, e l'altra per Fabiano suo avolo. Il
  Vasari ne aveva fatti disegni e modelli, e l'opera delle sepolture
  era stata allogata all'Ammannato, contentandosene Michelangelo, al
  quale era data la cura del tutto.



  Di Roma, 22 d'agosto 1550.

CDLXIX.

_A messer Giorgio Vasari, amico e pittore singolare._


Messer Giorgio, amico caro. — Io ebbi molti giorni sono una vostra: non
risposi súbito per non parer mercatante. Ora vi dico, che delle molte
lodi che per la detta mi date, se io ne meritassi sol una, mi parrebbe,
quand'io mi vi dètti in anima et in corpo, avervi dato qualche cosa, e
aver sodisfatto a qualche minima parte di quello che io vi son debitore;
dove vi ricognosco ogni ora creditore di molto più che io non ò da
pagare; e perchè son vechio, oramai non spero in questa, ma nell'altra
vita poter pareggiare il conto: però vi prego di pazienza.

Circa all'opera vostra,[456] io sono stato a veder Bartolommeo, e parmi
che la vadi tanto bene, quant'è possibile. Lui lavora con fede e con
amore e è valente giovane, come sapete, e tanto da bene, che e' si può
chiamare l'angelo Bartolommeo.

  A dì 22 d'agosto 1551.

                    Vostro MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [456] Cioè, della cappella e sepolture in San Pietro a Montorio
  che lavorava l'Ammannati.



  Di Roma, 13 d'ottobre 1550.

CDLXX.

_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._


Messer Giorgio, signor mio caro. — Súbito che Bartolommeo[457] fu giunto
qua, andai a parlare al Papa; e visto che voleva far rifondare a
Montorio per le sepulture, proveddi d'un muratore di Santo Pietro. El
Tantecose[458] lo seppe, e volsevi mandare uno a suo modo. Io, per non
combattere con chi dà le mosse a' venti, mi son tirato a dietro, perchè
sendo uomo leggieri, non vorrei essere traportato in qualche macchia.
Basta che nella chiesa de' Fiorentini non mi pare s'abbi più a pensare.
Tornate presto e sano. Altro no' mi accade.

  Addì 13 di ottobre 1550.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [457] Ammannato.

  [458] Così chiamava Michelangelo il vescovo Aliotti.



  Di Roma, (    1552).

CDLXXI.[459]

(_A Benvenuto Cellini_).


Benvenuto mio. — Io vi ò conosciuto tant'anni per il maggior orefice che
mai ci sia stato notizia, ed ora vi conoscerò per iscultore simile.
Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo
ritratto di bronzo,[460] e mi disse ch'ella era di vostra mano: io
n'ebbi molto piacere; ma mi seppe troppo male ch'ella era messa a
cattivo lume: che s'ella avesse il suo ragionevole lume, la si
mostrerebbe quella bell'opera ch'ell'è.


  [459] Frammento di lettera che si legge riportato da Benvenuto
  Cellini nella propria _Vita_; che poi di nuovo fu pubblicato nel
  _Giornale Arcadico_ di Roma, tomo LVII, pag. 301, e ultimamente
  dal Moreni nell'_Illustrazione storico-critica d'una rarissima
  Medaglia rappresentante Bindo Altoviti: opera di Michelangelo
  Buonarroti_. Stampata in Firenze, per il Magheri, 1824, in-8º.

  [460] Di questo ritratto bellissimo di bronzo parla il Cellini
  nella detta sua _Vita_. Al tempo del Moreni era ancora nelle case
  degli Altoviti a piè di Ponte Sant'Angelo di Roma.



  Di Roma, d'aprile 1554.

CDLXXII.

_A Giorgio Vasari._


Messer Giorgio, amico caro. — Io ò auto grandissimo piacere della
vostra, visto che pur ancora vi ricordate del povero vechio, e più per
essersi trovato al trionfo che mi scrivete, d'aver visto rinnovare un
altro Buonarroto:[461] del quale aviso vi ringrazio quanto so e posso:
ma ben mi dispiace tal pompa, perchè l'uomo non dee ridere, quando il
mondo tutto piange: però mi pare che Lionardo non abbi molto giudicio e
massimo per fare tanta festa d'uno che nasce, con quella allegrezza che
s'à a serbare alla morte di chi è ben vissuto. Altro non m'acade. Vi
ringrazio sommamente dell'amore che mi portate, benchè io non ne sia
degno. Le cose di qua stanno pur così. A dì non so quanti d'aprile 1554.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [461] Il primo figliuolo nato a Lionardo suo nipote.



  Di Roma, 19 di settembre 1554.

CDLXXIII.

_A Giorgio Vasari._[462]


Messer Giorgio, amico caro. — Voi direte ben ch'io sie vechio e pazzo a
voler fare sonetti: ma perchè molti dicono ch'io son rimbambito, ò
voluto far l'uficio mio. Per la vostra veggio l'amor che mi portate: e
sappiate per cosa certa ch'io àrei caro di riporre queste mia debile
ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate; ma partendo ora di
qua, sarei causa d'una gran rovina della fabbrica di Santo Pietro, d'una
gran vergognia e d'un grandissimo peccato. Ma come sie stabilito tutta
la composizione che non possa esser mutata, spero far quanto mi
scrivete, se già non è peccato tenere a disagio parechi giotti
ch'aspetton ch'io mi parta presto.

  A dì 19 di settembre 1554.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [462] Colla lettera era il sonetto che comincia: _Giunto è già il
  corso della vita mia_.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (    1555.)

CDLXXIV.[463]

(_A messer Bartolomeo Ammannati_).


Messer Bartolomeo, amico caro. — E' non si può negare che Bramante non
fussi valente nella architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli
antichi in qua. Lui pose la prima pianta di Santo Pietro, non piena di
confusione, ma chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che
non nuoceva a cosa nessuna del palazzo; e fu tenuta cosa bella, e come
ancora è manifesto; in modo che chiunque s'è discostato da detto ordine
di Bramante, come à fatto il Sangallo, s'è discostato dalla verità; e se
così è, chi à occhi non appassionati, nel suo modello lo può vedere. Lui
con quel circolo che e' fa di fuori, la prima cosa toglie tutti i lumi a
la pianta di Bramante; e non solo questo, ma per sè non à ancora lume
nessuno: e tanti nascondigli fra di sopra e di sotto, scuri, che fanno
comodità grande a infinite ribalderie: come tener segretamente sbanditi,
far monete false, impregniar monache e altre ribalderie, in modo che la
sera, quando detta chiesa si serrassi, bisognerebbe venticinque uomini a
cercare chi vi restassi nascosi dentro, e con fatica gli troverebbe, in
modo starebbe. Ancora ci sarebbe quest'altro inconveniente, che nel
circuire con l'aggiunta che il modello fa di fuora detta composizione di
Bramante, saria forza di mandare in terra la cappella di Paolo, le
stanze del Piombo, la Ruota e molte altre: nè la cappella di Sisto,
credo, riuscirebbe netta. Circa la parte fatta dal circulo di fuori, che
dicono che costò centomila scudi, questo non è vero, perchè con
sedicimila si farebbe, e rovinandolo poca cosa si perderebbe, perchè le
pietre fattevi e' fondamenti non potrebbero venire più a proposito, e
migliorerebbesi la fabrica dugentomila scudi e trecento anni di tempo.
Questo è quanto a me pare e senza passione; perchè il vincere mi sarebbe
grandissima perdita. E se potete fare intendere questo al Papa, mi
farete piacere, chè non mi sento bene.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


[464]Osservando il modello del Sangallo, ne séguita ancora: che tutto
quello che s'è fatto a mio tempo non vadi in terra, che sarebbe un
grandissimo danno.


  [463] La pubblicò molto inesattamente per il primo il Bottari, ed
  è nel vol. VI delle _Pittoriche_, pag. 40. Egli disse di averla
  tratta dall'originale presso gli eredi di Michelangelo, senza
  potere scoprire a chi fosse indirizzata. Ma che sia l'Ammannato
  non si può dubitare.

  [464] Questo che segue manca in tutte le stampe.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 11 di maggio 1555.

CDLXXV.[465]

_A messer Giorgio, pittore eccellentissimo in Firenze._


Io fu' messo a forza ne la fabrica di Santo Pietro, e ò servito circa
otto anni non solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e
dispiacere: e ora che l'è avviata e che c'è danari da spendere, e che io
sono per voltare presto la cupola, se io mi partissi, sarebbe la rovina
di detta fabrica; sarebemi grandissima vergognia in tutta la
Cristianità, e a l'anima grandissimo peccato: però, messer Giorgio mio
caro, io vi prego che da mia parte voi ringraziate il Duca delle sue
grandissime offerte che voi mi scrivete, e che voi preghiate suo'
Signoria che con sua buona licenzia e grazia io possi seguitare qua
tanto che io me ne possi partire con buona fama e onore e senza peccato.

  Addì undici di magio 1555.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [465] Delle lettere di Michelangelo al Vasari questa è pubblicata
  ora per la prima volta. Si trova copiata ancora nel codicetto
  intitolato: _Copia di Poesie di Michelagnolo_.



  Di Roma, 22 di giugno 1555.

CDLXXVI.[466]

_Al mio caro messer Giorgio Vasari in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. — A queste sere mi venne a trovare a casa un
giovane molto discreto e da bene, cioè messer Lionardo,[467] cameriere
del Duca, e fecemi con grande amore e affezione da parte di sua Signoria
le medesime offerte che voi per l'ultima vostra. Io gli risposi il
medesimo ch'i' risposi a voi, cioè che ringraziassi il Duca da mia parte
di sì grande offerte, il più e 'l meglio che sapeva, e che pregassi sua
Signoria che con sua licenzia io seguitassi qua la fabbrica di Santo
Pietro fin che fussi a termine, che la non potessi esser mutata per
dargli altra forma; perchè partendomi prima, sare' causa d'una gran
rovina, d'una gran vergognia e d'un gran peccato; e di questo vi prego
per l'amor di Dio e di Santo Pietro ne preghiate il Duca, e
racomandatemi a sua Signoria. Messer Giorgio mio caro, io so che voi
conoscete nel mio scrivere ch'io sono alle 24 ore, e non nasce in me
pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte: e[468] Idio voglia
ch'i' la tenga ancora a disagio qualch'anno.

  A dì 22 di giugno 1555.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [466] Anche questa era inedita.

  [467] Marinozzi da Ancona.

  [468] Con le parole che seguono, principia il Vasari un'altra
  lettera di Michelangelo a lui.



  Di Roma, 23 di febbraio 1556.

CDLXXVII.

_A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. — Io posso male scrivere, ma pur per
risposta della vostra dirò qualche cosa. Voi sapete come Urbino è
morto:[469] di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio
danno e infinito dolore. La grazia è stata, che dove in vita mi teneva
vivo, morendo m'à insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidéro
della morte. Io l'ò tenuto ventisei anni, et òllo trovato realissimo e
fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e
riposo della mia vechieza, m'è sparito; nè m'è rimasto altra speranza
che rivederlo in paradiso. E di questo n'à mostro segno Iddio per la
felicissima morte ch'egli à fatto: e più assai che 'l morire, gli è
incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti
affanni; benchè la maggior parte di me n'è ita seco, nè mi rimane altro
che un'infinita miseria.[470] E mi vi racomando e prègovi, se non v'è
noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471] del non
rispondere alla sua, perchè m'abonda tanta passione in simil pensieri,
ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi
racomando. A dì 23 di febraio 1556.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [469] Morì a' 3 di dicembre 1555. Vedi la lettera CCLXXXIV di
  questa Raccolta.

  [470] Quel che segue non è nello stampato.

  [471] Cellini.



  Di Roma, 28 di maggio 1556.

CDLXXVIII.[472]

_A messer Giorgio Vasari, amico carissimo in Firenze._


Messer Giorgio. — Non ier l'altro parlai con messer Salustio[473] e non
prima, perchè non è stato in Roma. Parmi che e' sia vòlto a farvi ogni
piacere, ma pargli d'aspettare l'ocasione, e dice che volendo il Papa
mettere la vostra tavola[474] altrove, e non facendo sua Santità niente
di simil cose che nol chiami, tocherà a lui il porla dove meglio gli
parrà: e allora sarà tempo ricordargli la mercè vostra: e ò speranza che
vi gioverà assai, che così è il suo desiderio.

  A dì 28 di maggio 1556.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [472] Anche questa è inedita.

  [473] Peruzzi, architetto del Papa.

  [474] La tavola commessa al Vasari da papa Giulio III per una
  cappella del Vaticano. La qual tavola, perchè non gli era stata
  pagata, fu poi per ordine di Pio IV fatta restituire al Vasari, e
  da lui mandata ad Arezzo e messa nella Pieve.



  Di Roma, 28 di dicembre 1556.

CDLXXIX.

(_A Giorgio Vasari_).


Messer Giorgio. — Io ò ricevuto il libretto di messer Cosimo,[475] che
voi mi mandate, e in questa sarà una di ringraziamento che va a sua
Signoria. Pregovi che gniene diate e a quella mi racomandiate. Io ò a
questi dì auto con gran disagio e spesa un gran piacere nelle montagne
di Spuleti[476] a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men
che mezzo a Roma; perchè veramente e' non si trova pace se non ne'
boschi. Altro non ò che dirvi. Mi piace che siate sano e lieto. E a voi
mi racomando.

  A dì 18 di dicembre 1556.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [475] Il libretto mandato da Cosimo Bartoli a Michelangelo ha
  questo titolo: _Difesa della lingua fiorentina e di Dante, con le
  regole di far bella e numerosa la prosa_: Firenze, 1566, in-4º. È
  opera di Carlo Lenzoni, ma avendola per morte lasciata imperfetta,
  fu terminata dal Giambullari: morto il quale, pervenne alle mani
  del Bartoli, che la mise in stampa, dedicandola al duca Cosimo.

  [476] Michelangelo discorre di questa sua fermata nelle montagne
  di Spoleto, essendo in cammino per Loreto, in una lettera al
  nipote Lionardo del 31 d'ottobre 1556. Pare che dimorasse colà
  circa 40 giorni.



  Di Roma, 28 di marzo (1557).

CDLXXX.[477]

(_Alla Cornelia vedova dell'Urbino_).


Io m'ero accorto che tu t'eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione.
Ora per l'ultima tua mi pare avere inteso il perchè. Quando tu mi
mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandare più altre cose, ma
che i fazzoletti non erano ancor forniti; e io perchè non entrassi in
ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi
richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere,
sappiendo, anzi dovendo esser certa dell'amore che io porto ancora a
Urbino, benchè morto, e alle cose sue. Circa al venir costà a vedere e'
putti, o mandar qui Michelagniolo,[478] è di bisogno ch'io ti scriva in
che termine io mi trovo. Il mandar qua Michelagniolo non è al proposito,
perchè sto senza donne e senza governo, e il putto è troppo tènero per
ancora, e potrìa nascere cosa, ch'io ne sarei molto malcontento: e dipoi
c'è ancora, che 'l Duca di Firenze da un mese in qua, sua grazia, fa
gran forza ch'io torni a Firenze con grandissime offerte. Io gli ò
chiesto tempo tanto, ch'io acconci qua le cose mie, e che io lasci in
buon termine la fabrica di San Pietro: in modo che io stimo star qua
tutta questa state: e acconcie le cose mie e le vostre circa al Monte
della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perchè sono
vechio, e non ò tempo di più ritornare a Roma; e passerò di costà; e
volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze con più amore, che i
figliuoli di Leonardo mio nipote; insegnandogli quello che io so, che 'l
padre desiderava ch'egli imparasse. Ieri a dì ventisette di marzo ebbi
l'ultima tua lettera.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [477] Si legge nel vol. I, pag. 13, delle _Pittoriche_.

  [478] Figlioccio di Michelangelo.



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, (    del maggio 1557).

CDLXXXI.[479]

_Allo illustrissimo signore Cosimo duca di Fiorenza._


Signor Duca. — Circa tre mesi sono, o poco meno ch'i' feci intendere a
vostra Signoria, che io non potevo ancora lasciare la fabrica di Santo
Pietro senza gran danno suo e senza grandissima mia vergognia; e che a
volerla lasciare nel termine desiderato, non mancando le cose necessarie
a quella, mi bisogniava non manco d'un anno di tempo ancora: e di darmi
questo tempo, mi parve che vostra Signoria se ne contentassi. Ora ò una
di nuovo pur di vostra Signoria, la quale mi sollecita al tornare più
che io non aspettavo: ond'io n'ò passione e non poca, perchè sono in
maggior fatica e fastidio circa le cose della fabrica ch'i' fussi mai; e
questo è che nella vòlta della capella del Re di Francia, che è cosa
artifiziosa e non usata, per esser vechio e non vi potere andare spesso,
è natovi un certo errore, che mi bisognia disfare gran parte di quel che
v'era fatto: e che cappella questa sia, ne può far testimonianzia
Bastiano da Sangimigniano,[480] ch'è stato qua soprastante, e di quanta
importanza ell'è a tutto il resto della fabrica. E corretta detta
cappella, per tutta questa state credo si finirà; non mi resta a fare
altro poi, che a lasciarci el modello[481] del tutto, com'io son pregato
da ognuno e massimo da Carpi;[482] e poi tornarmi a Firenze con animo di
riposarmi co' la morte, con la quale dì e notte cerco di domesticarmi, a
ciò che la non mi tratti peggio che gli altri vechi.

Ora, per tornare al proposito, prego vostra Signoria mi conceda il tempo
chiesto d'un anno ancora per conto della fabrica, come mi parve che per
l'altra mia la si contentassi.

                               Minimo servo di vostra Signoria

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [479] È inedita nel _Carteggio_ del duca Cosimo, Filza 460; ed è
  in risposta ad una del Duca dell'otto di maggio 1557, che si legge
  nel vol. II, pag. 418, del _Carteggio inedito d'Artisti_, ec., del
  Gaye.

  [480] Malenotti.

  [481] Questo modello di legname è nell'Archivio della Fabbrica di
  San Pietro.

  [482] Il cardinale Rodolfo Pio da Carpi.



  Di Roma, (    di maggio 1557).

CDLXXXII.

(_A Giorgio Vasari_).[483]


Messer Giorgio, amico caro. — Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu'
contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella
fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a
oggi seguitato di lavorare in detta fabrica, come si faceva allora, io
sarei ora a quello di detta fabrica, ch'io ò desiderato, per tornarmi
costà: ma per mancamento di lavori, ella s'è molto allentata: e
allentasi, quando ella è giunta in più faticosa e difficil parte: in
modo che abbandonandola ora, non sarebbe altro che con grandissima
vergognia perdere tutto il premio delle fatiche ch'io vi ò durate in
detti X anni per l'amor di Dio. Io vi ò fatto questo discorso per
risposta della vostra, e perchè ò una lettera del Duca che m'à fatto
molto maravigliare, che sua Signoria si sia degnata a scrivere con tanta
dolcezza. Ne ringrazio Iddio e sua Eccellenzia quanto so e posso. Io
esco di proposito, perchè ò perduto la memoria e 'l cervello, e lo
scrivere m'è di grande afanno, perchè non è mia arte. La conclusione è
questa: di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la
sopradetta fabrica, e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei
parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del
serrarsi per sempre;[484] l'altra ch'io ci ò qualche obrigo e una casa e
altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi
senza licenzia, non so come andassino; l'altra ch'io son mal disposto
della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tutti e' vechi; e
maestro Eraldo[485] ne può far testimonianza, che ò la vita per lui.
Però il tornar costà per ritornar qua, a me non ne basta l'animo; e 'l
tornarvi per sempre, ci vuole qualche tempo per assettar qua le cose in
modo ch'io non ci abbi più a pensare. Egli è ch'io parti' di costà,
tanto che, quand'io giunsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in
capo di duo dì morì poi.[486] Messer Giorgio, io mi raccomando a voi e
pregovi mi raccomandiate al Duca, e che facciate per me[487] perchè a me
non basta l'animo ora se non di morire, e ciò che vi scrivo dello stato
mio qua è più che vero. La risposta ch'i' feci al Duca, la feci perchè
mi fu detto ch'i' rispondessi, perchè non mi bastava l'animo a scrivere
a sua Signoria e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io
venivo súbito costà e tornavo, che qua non si sarìa saputo.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [483] È in risposta ad una del Vasari dell'otto di maggio, che si
  legge nelle _Pittoriche,_ vol. I, pag. 6, ripetuta nel vol. VIII,
  pag. 45.

  [484] Quel che segue non si legge nelle stampe passate.

  [485] Realdo Colombo, medico celebre.

  [486] Papa Clemente morì a' 25 di settembre 1534. Michelangelo
  dunque giunse in Roma a' 23 del detto mese. Ma certamente questa
  sua andata colà fu per pochi giorni, e anticipò di tre mesi
  l'ultima, la quale fu sul finire del dicembre di quell'anno
  medesimo, come per altri riscontri si può conoscere.

  [487] Crede Michelangelo il Giovane che qui manchi una parola,
  forse _scusa_; ma pare che, anche senza questa, il discorso torni.



  Di Roma, (17 d'agosto 1557).

CDLXXXIII.

(_A Giorgio Vasari_).


La cèntina segnata di rosso la prese il capomaestro in sul corpo di
tutta la vôlta. Dipoi come si cominciò appressare al mezzo tondo, che è
nel colmo di detta vôlta, s'accorse dell'errore che facea detta cèntina,
come si vede qui nel disegno, che con una cèntina sola si governava,
dove ànno a essere infinite, come son qui nel disegno le segnate di
nero. Con questo errore è ita la vôlta tanto innanzi, che s'à disfare un
gran numero di pietre, perchè in detta vôlta non ci va nulla di muro, ma
tutto trevertino; e il diametro de' tondi senza la cornice che gli
recigne è ventidue palmi. Questo errore, avendo il modello fatto
appunto, com'io fo d'ogni cosa,[488] ma è stato per non vi potere andare
spesso per la vechiezza: e dove io credetti che ora fussi finita detta
vôlta, non sarà finita in tutto questo verno: e se si potesse morire di
vergognia e dolore, io non sarei vivo. Pregovi raguagliate il Duca,
perchè non sono ora a Firenze:[489] benchè più altre cose mi tengono che
io non le posso scrivere.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [488] Qui manca qualcosa, forse: _non si doveva mai pigliare_, o
  c'è di più la parola _ma_.

  [489] Le parole che seguono non sono negli stampati.



  Di Roma, (17) d'agosto 1557.

CDLXXXIV.

_A messer Giorgio Vasari in Firenze._


Messer Giorgio. — Perchè sia meglio inteso la difficultà della vôlta
ch'io mandai disegnata, ve ne mando la pianta, che non la mandai allora,
cioè detta vôlta, per osservare il nascimento suo insino di terra. È
stato forza dividerle in tre vôlte, in luogo delle finestre da basso
divise da pilastri, come vedete che vanno piramidati al mezzo tondo del
colmo della vôlta, come fa il fondo e' lati della vôlta. Ancora e'
bisognia governarle con un numero infinito di cèntine, e tanto fanno
mutazione e per tanti versi di punto in punto, che non ci si può tener
regola ferma; e' tondi e' quadri che vengono nel mezzo de' loro fondi,
ànno a diminuire e acrescere per tanti versi e andare per tanti punti,
che è difficil cosa a trovarne il modo vero. Nondimeno avendo il
modello, com'io fo di tutte le cose, non si doveva mai pigliare sì
grande errore di volere con una cèntina sola governare tutt'a tre que'
gusci; onde n'è nato, ch'è bisogniato con vergognia e danno disfare: e
disfassene ancora un gran numero di pietre. La vôlta e' conci e' vani è
tutta di trevertino, come l'altre cose da basso: cosa non usata a Roma.

[490]Ringrazio quanto so e posso il Duca della sua carità, e Dio mi dia
grazia ch'io possa servirlo di questa povera persona, ch'altro non c'è:
la memoria e 'l cervello son iti a aspettarmi altrove.

  D'agosto 1557.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [490] Quel che segue non è nelle stampe.



  Di Roma, 28 di settembre 1558.

CDLXXXV.[491]

_A messer Giorgio Vasari, pittore singularissimo in Firenze._


Messer Giorgio, amico caro. — Circa la scala della Libreria, di che m'è
stato tanto parlato, crediate che se io mi potessi ricordare come io
l'avevo ordinata, che io non mi farei pregare. Mi torna bene nella mente
come un sogno una certa scala, ma non credo che sia apunto quella che io
pensai allora, perchè mi torna cosa goffa, pure la scriverò qui: cioè,
che se voi togliessi una quantità di scatole aovate, di fondo di un
palmo l'una, ma non d'una lunghezza e larghezza; e la maggiore prima
ponessi in sul pavimento, lontana dal muro dalla porta tanto, quanto
volete che la scala sia dolce o cruda; e un'altra ne mettessi sopra
questa che fussi tanto minore per ogni verso, che in su la prima, di
sotto avanzassi tanto piano quanto vuole il piè per salire, diminuendole
e ritirandole verso la porta fra l'una e l'altra, sempre per salire; e
che la diminuzione dell'ultimo grado sia quant'il vano della porta; e
detta parte di scala aovata abbi come due alie, una di qua et una di là;
che vi seguitino e' medesimi gradi, ma diritti e non aovati; questi pe'
servi e 'l mezzo pel signore, dal mezzo in su di detta scala; le rivolte
di dette alie ritornino al muro; dal mezzo in giù in sino in sul
pavimento, si discostino con tutta la scala dal muro circa tre palmi, in
modo che l'imbasamento del Ricetto non sia occupato in luogo nessuno e
resti libera ogni faccia. Io scrivo cosa da ridere, ma so bene che
messer Bartolomeo e voi troverete cosa al proposito.[492]

Del modello che mi scrivete, non sapete voi che non accadeva scriverne
niente, ma súbito mandarlo ove piacessi al Duca? E non che il modello,
ma volessi Iddio che qua si trovassi qualche cosa bella a mio modo, che
io non guarderei in cosa nessuna per mandarla a sua Signoria. De le
offerte grandissime, prego ne ringraziate sua Signoria. So bene che non
le merito, ma pure ne fo capitale.[493]

  Roma, 28 settembre 1558.

                              Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.


  [491] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 4. Ma quivi la
  data è sbagliata, come nel Vasari.

  [492] Quel che segue manca nelle stampe. Traggo questa aggiunta,
  come alcune correzioni nel corpo della lettera, da una copia
  contemporanea che è presso il cav. Giuseppe Palagi.

  [493] Nonostante le spiegazioni da Michelangelo date al Vasari, ed
  il modelletto di terra mandato all'Ammannato, pure bisogna dire
  che la scala della Libreria di San Lorenzo, come oggi si vede,
  riuscì cosa alquanto lontana dal concetto e dalla intenzione del
  Buonarroti.



  Di Roma (    di gennaio 1559).

CDLXXXVI.[494]

(_A messer Bartolommeo Ammannati in Firenze_).


Messer Bartolomeo. — Io vi scrissi com'io avevo fatto un modello piccolo
di terra della scala della Libreria; ora ve lo mando in una scatola, e
per esser cosa piccola non ho potuto fare se non l'invenzione,
ricordandomi che quello che già vi ordinai, era isolato e non
s'appoggiava se non alla porta della Libreria. Sommi ingegnato tenere il
medesimo modo, e le scale che mettono in mezzo la principale, non vorrei
ch'avessin nella stremità balaustri, come la principale, ma fra ogni due
gradi un sedere, come è accennato dagli adornamenti. Base, cimase a que'
zoccoli ed altre cornicie non bisogna che io ve ne parli, perchè siate
valente, e essendo nel luogo, molto meglio vedrete il bisogno che non fo
io. Della altezza e larghezza occupatene il luogo manco che potete col
ristrigniere e allargare come a voi parrà.

Ò openione che quando detta scala si facesse di legname, cioè d'un bel
noce, che starebbe meglio che di macigno e più a proposito a' banchi, al
palco e alla porta.[495] Altro non m'acade. Son tutto vostro, vechio,
cieco e sordo e mal d'acordo con le mani e con la persona.

                    Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [494] Da una copia già presso il cav. Bustelli.

  [495] Pare che fino dal 1549 Michelangelo fosse stato richiesto
  circa la forma della scala della Libreria. In una lettera di Lelio
  Torelli a Pier Francesco Riccio, maggiordomo del duca Cosimo,
  scritta di Firenze il 20 gennaio 1549 (1550), si dice: _Io mando
  alla Signoria vostra una lettera di Michelangelo, ch'io m'havea
  proposto di ragionarli sopra la scala della Libreria di San
  Lorenzo; che havendo inteso che era così bella et nuova
  inventione, et che quella che hora si disegnava non riusciva,
  pensandomi che la Signoria vostra potesse cavar qualche costrutto
  di questa consideratione, mi feci dar questa lettera da ser
  Giovanfrancesco_ (Fattucci): _la qual, come harà vostra Signoria
  operato, li piacerà rimandarmi; et della cosa farà quanto le
  piacerà. So che non propongo cosa ch'Ella non sappia, ma quando
  morì l'Ansuino_ (Andrea Sansovino) _in quelle stanze era il
  modello di detta scala, et intendo ch'erano lavorate tutte le
  pietre, excetto il primo scaglione_. (Archivio di Stato in
  Firenze, _Carteggio_ di Pier Francesco Riccio, Filza 7ª).



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 1 di novembre 1559.

CDLXXXVII.[496]

(_Al duca Cosimo de' Medici_).


Illustrissimo signor Duca di Firenze. — I Fiorentini ànno avuto già più
volte grandissimo disidèro di far qua in Roma una chiesa di Sangiovanni.
Ora a tempo di vostra Signoria sperando averne più comodità, se ne sono
resoluti, e ànno fatto cinque uomini sopra di ciò, e' quali m'ànno più
volte richiesto e pregato d'un disegnio per detta chiesa. Sappiendo io
che papa Leone dètte già prencipio a detta chiesa, ò risposto loro non
ci volere attendere senza licenzia e commessione del Duca di Firenze.
Ora come si sia seguito poi, io mi truovo una lettera della vostra
Illustrissima Signoria molto benignia e graziosa, la quale tengo per
espresso comandamento, che io debba attendere alla sopradetta chiesa de'
Fiorentini, mostrando averne aver piacer grandisimo. Ònne fatti già più
disegni[497] convenienti al sito che m'ànno dato per tale opera i
sopradetti deputati. Loro, come uomini di grande ingegnio e di gudicio,
n'ànno eletto uno, el quale in verità m'è parso el più onorevole; el
quale si farà ritrarre e disegniare più nettamente, ch'io non ò potuto
per la vecchiezza, e manderassi alla Illustrissima vostra Signoria: e
quello si eseguirà che a quella parrà.

Duolmi a me in questo caso assai esser sì vechio e sì male d'acordo con
la vita, che io poco posso promettere di me per detta fabrica; pure mi
sforzerò, standomi in casa, di fare ciò che mi sarà domandato da parte
di vostra Signoria, e Dio voglia ch'i' possa non mancar di niente a
quella. A dì primo novembre 1559.

                                Di vostra Eccellenza servitore

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


  [496] Sta nel vol. I, pag. 10, delle _Pittoriche_, e fu
  ripubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 18, secondo
  l'originale che è nel _Carteggio_ del duca Cosimo de' Medici,
  Filza 482, carte 2.

  [497] De' cinque che ne fece, mandò quello scelto da' Deputati al
  Duca in Firenze, per mezzo di Tiberio Calcagni. Ma la chiesa de'
  Fiorentini fu poi fatta col disegno di altri.



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 5 di marzo 1560.

CDLXXXVIII.[498]

_Allo Illustrissimo et Eccellentissimo signor Duca di Firenze et Siena,
mio padrone osservandissimo._


Illustrissimo Signor mio osservandissimo. — Questi deputati sopra la
fabrica della chiesa de' Fiorentini si sono resoluti mandare Tiberio
Calcagni a vostra Eccellenza Illustrissima: la qual cosa mi è molto
piaciuta, perchè con i disegni che egli porta, ella sarà capace più che
colla pianta che vidde, di quello ci occorrerebbe di fare; e se questi
le sodisfaranno, si potrà dipoi dar principio con lo aiuto della vostra
Eccellenza a fare li fondamenti, e a seguitare questa santa impresa. E
mi è parso il debito mio con questi pochi versi dirle, avendomi la
vostra Eccellenza comandato che io attenda a questa fabrica, che io non
mancherò di quanto saperrò et potrò fare, sebene per la età e
indisposizione mia non posso quanto vorrei, e che sarebe il debito mio
di fare per servizio di vostra Eccellenza e della Nazione. Alla quale
con tutto il quore mi racomando e offero, e prego Iddio la mantenghi in
felicissimo stato.

  Di Roma, alli V di marzo 1560.

                      (_Sottoscritto_) Di vostra Eccellenza servitore
                                  MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [498] Pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25.
  L'originale sottoscritto solamente dalla mano di Michelangelo si
  trova nella Filza 483, carte 797, del _Carteggio_ del duca Cosimo.



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Di Roma, 25 d'aprile 1560.

CDLXXXIX.[499]

_A l'illustrissimo Duca di Fiorenza._


Illustrissimo signor Duca. — Io ò visto e' disegni delle stanze dipinte
da messer Giorgio,[500] e il modello della sala grande[501] con il
disegnio della fontana di messer Bartolommeo che va in detto luogo.
Circa alla pittura m'è parso veder cose maravigliose, come sono e
saranno tutte quelle che sono e saran fatte sotto l'ombra di vostra
Eccellenza. Circa al modello della sala così com'è, mi par basso;
bisognerebbe, poichè si fa tanta spesa, alzarla almeno braccia 12. Circa
alla correzione del palazzo, a me pare, per i disegni che ò visti, non
si potesse accomodar meglio. Quanto alla fontana di messer Bartolommeo
che va in detta sala, mi pare una bella fantasia che riuscirà cosa
mirabile; del che io prego Dio che vi dia lunga vita, acciò che quella
possa condurre e queste e dell'altre cose. Circa alla fabrica de'
Fiorentini qua, mi duole esser sì vechio e vicino alla morte per non
poter sadisfare in tutto al desiderio suo; pur vivendo farò quanto
potrò: e a quella mi raccomando. Di Roma li dì 25 di aprile 1560.

                    Di vostra Eccellenza Illustrissima servitore

                             MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [499] Si trova nella Filza 484 del detto _Carteggio_ del duca
  Cosimo: è scritta da altra mano, forse da Daniello Ricciarelli, e
  sottoscritta da Michelangelo. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit.,
  vol. III, pag. 25.

  [500] Il Vasari dipinse la _Genealogia degli Dei_ nelle stanze
  nuove del Palazzo Vecchio, che rispondono dalla Loggia del Grano.

  [501] La Sala detta de' 500.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma,    (1560).

CDXC.

(_Al cardinale Rodolfo Pio da Carpi_).[502]


Monsignore reverendissimo. — Quando una pianta à diverse parti, tutte
quelle che sono a un modo di qualità e quantità, ànno a essere adorne di
un medesimo modo e d'una medesima maniera; e similmente e' loro
riscontri. Ma quando la pianta muta del tutto forma, è non solamente
lecito, ma necessario, mutare dal detto ancora gli adornamenti, e
similmente e' loro riscontri: e i mezzi sempre sono liberi come
vogliono; siccome il naso, che è nel mezzo del viso, non è obligato nè
all'uno nè all'altro ochio, ma l'una mano è bene obligata a essere come
l'altra, e l'uno ochio come l'altro, per rispetto degli lati e de'
riscontri. E però è cosa certa, che le membra dell'architettura
dipendono dalle membra dell'uomo. Chi non è stato o non è buon maestro
di figure, e massime di notomia, non se ne può intendere.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI.


  [502] Pubblicata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 11; ma senza
  indicazione di data e coll'indirizzo al duca Cosimo. Circa la
  data, si congettura il 1560; potendo benissimo essere di qualche
  altro anno indietro: e circa alla persona, vedendo che è scritta
  ad un Monsignore, si può con ragione supporre che sia il cardinale
  Rodolfo Pio da Carpi, il quale si sa che fu uno de' deputati sopra
  il governo della Fabbrica di San Pietro. E questa lettera, o
  meglio spiegazione, pare che fosse dettata dal Buonarroti per
  risposta ad un qualche dubbio statogli mosso circa alcuna parte
  del suo lavoro.



  Di Roma,    (1560).

CDXCI.[503]

_A' Soprastanti della Fabrica di Santo Pietro._


Voi sapete che io dissi al Balduccio che non mandassi la sua calce, se
la non era buona. Ora avendola mandata trista, senza dubbio d'aversela a
ripigliare, si può credere che e' si sia patteggiato con chi l'à
accettata. Questo fa un gran favore a quegli che io ò cacciato di detta
fabrica per simil conto: e chi accetta le cose cattive, necessarie a
detta fabbrica, avendole io proibite, non fa altro che farsi amici
quelli che io m'ò fatti nimici. Credo che la sarà una lega nuova. Le
promesse, le mancie, e' presenti corrompon la iustizia. Però vi prego da
qui innanzi, con quella autorità che ò io dal Papa, non accettiate cosa
nessuna che non sia al proposito, se ben la venissi dal Cielo; acciò che
non paia, come non sono, parziale.

                              Vostro MICHELAGNIOLO.


  [503] Questa lettera fa pubblicata dal Fea secondo l'originale,
  che egli non dice da chi posseduto, nell'operetta intitolata:
  _Notizie intorno a Raffaele Sanzio da Urbino_, ec. Roma, Poggioli,
  1822, in-8º.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (10 di gennaio 1560).

CDXCII.

(_A Pier Filippo Vandini a Casteldurante_).


Magnifico messer Pier Filippo.[504] — Per risposta della vostra lettera
delli X del presente, vi dico che ancora io ò parere da' dottori, che
essendo vero che la casa non per fondo dotale, ma per estimo di 500
fiorini sia stata consegnata alla Cornelia,[505] ella non è obligata a
repigliarse la casa; ma può avere li danari s'ella vuole. Ma perchè mi
pare di conoscere, che la Cornelia vorrebbe stare in casa et avere li
500 fiorini et pigliarsi forse le migliore terre che possedono costì
cotesti poveri pupilli; essendo in questo, al parere mio, poco amorevole
madre; mi pare che doviamo per debito nostro operare di modo, che le
robbe delli pupilli non siano delapidate: et però forse sarebbe bene di
vedere se la casa si potesse vendere 500 fiorini, et se fosse possibile
800, come intendo che vale, et in effetto quel maggior prezzo che si
possesse; considerando che, avendosi alienare beni stabili, sia molto
meglio per li pupilli alienare la casa che li campi, che pigliare li
denari del Monte, che tuttavia guadagnano et aumentano, atteso massime
che li pupilli per tre o quattro scudi l'anno averanno a pigione una
buona casa, et non verranno alienare le cose più fruttifere: et forse la
Cornelia, come intenderà che volete vendere la casa, muterà fantasia et
si risolverà a pigliare la casa, non le riuscendo quei disegni et
pensieri che ella à fatto. Et questo è il mio parere, rimettendomi
sempre alla prudenza et amorevolezza vostra, che siete in fatto, possete
molto meglio giudicare et consigliarvi che io non posso fare io: e mi
sarìa anco caro se vi paresse che avanti si inovasse altro, voi, come
cortesemente mi offerite, veniste a Roma, et ci abbocassimo insieme,
perchè meglio ci intenderemo, meglio ci risolveremo, et meglio darimo
forma alle cose di cotesti poveri orfanelli. Vi prego dunque con tutto
il cuore, che quanto prima vi tornerà bene, noi facciamo questo
abbocamento. Et con tutto il cuore mi racomando a voi et alli pupilli.
Di Roma il dì....[506]


  [504] Questo Pier Filippo fu per qualche tempo uno de' tutori di
  Michelangelo e di Francesco, figliuoli pupilli dell'Urbino.

  [505] La vedova dell'Urbino, figliuola di Guido da Colonnello, la
  quale nell'anno dopo si rimaritò al dottor Giulio Brunelli da
  Gubbio.

  [506] Questa bozza di lettera non è di mano di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, 13 di settembre 1560.

CDXCIII.[507]

_All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore et Padrone Colendissimo il
signor Cardinale di Carpi._


Illustrissimo et Reverendissimo Signore et Padrone mio colendissimo. —
Messer Francesco Bandini[508] mi à detto ieri che vostra Signoria
Illustrissima et Reverendissima gli disse che la fabbrica di San Pietro
non poteva andar peggio di quello che andava: cosa che mi è molto
veramente doluta, sì perchè ella non è stata informata del vero, come
ancora che io, come io debbo, desidero più di tutti gli altri uomini che
la vadi bene. Et credo, s'io non mi gabbo, poterla con verità
assicurare, che, per quanto in essa ora si lavora, la non potrebbe
meglio passare. Ma perciochè forse il proprio interesse et la vechieza
mi possono facilmente ingannare, et così contra l'intenzione mia far
danno o pregiudizio alla prefata fabbrica; io intendo, come prima potrò,
domandare licenza alla Santità di nostro Signore: anzi, per avanzar
tempo, voglio supricare, come fo, vostra Signoria Illustrissima et
Reverendissima, che sia contenta liberarmi da questa molestia, nella
quale per li comandamenti de' Papi, come ella sa, volentieri so' stato
gratis già 17 anni. Nel qual tempo si può manifestamente veder quanto
per opra mia sia stato fatto nella suddetta fabbrica. Tornandola
efficacemente a pregare di darmi licenza, che per una volta non mi
potrebbe far la più singulare grazia. Et con ogni reverenza, umilmente
bascio la mano a vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.

  Di Casa, in Roma il dì 13 di settembre nel LX.

          Di vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.

                             Umile servo


  [507] È tra le _Pittoriche_, nel vol. VI, pag. 43; noi la
  ripubblichiamo secondo una copia contemporanea.

  [508] A lui donò Michelangelo la _Pietà_ che ruppe, che oggi è nel
  Duomo di Firenze.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Di Roma, (del novembre 1561).

CDXCIV.[509]

(_Ai Deputati della Fabbrica di San Pietro_).


Signori Deputati. — Essendo io vechio et vedendo che Cesare[510] è tanto
occupato nello offizio suo per le cose della fabbrica, perchè gli uomini
restano spesse volte senza capo; però m'è paruto necessario dare a detto
Cesare, Pierluigi[511] per suo compagno, quale conosco persona d'utile
et onore per la fabbrica; perchè ancora era solito della fabbrica e
perchè stando in casa mia, mi potrà ragguagliare la sera quello si farà
il giorno. Al quale le Signorie vostre li faranno ordinare il suo
mandato della sua provisione cominciata il primo di questo mese, della
quantità di quella di Cesare: altrimenti io la pagarò del mio: perchè io
son resoluto, conoscendo il bisogno e utile della fabbrica, che vi stia.
E a vostre Signorie mi racomando.


  [509] Non è di mano di Michelangelo, e trovasi scritta nel foglio
  bianco di una lettera del Vasari a Michelangelo, de' 4 di novembre
  1561.

  [510] Cesare da Castel Durante, uno de' soprastanti alla Fabbrica
  di San Pietro. A costui l'otto di agosto 1563, essendo a San
  Pietro, furono date tre pugnalate, per le quali in breve si morì.

  [511] Pier Luigi Gaeta, che il Vasari dice giovane, ma
  sufficientissimo, al quale accadde, nel 1561 essendo mandato da
  Michelangelo a cambiare certi ducati d'oro vecchi, di esser preso
  e messo in prigione per sospetto che avesse avuto mano nel furto
  di un gran tesoro trovato in que' giorni nella vigna di Orazio
  Muti.



  MUSEO BRITANNICO.      Di Firenze, 7 di gennaio 1524.

Aggiunta.

CDXCV.

(_A Giovanni Spina_).


Giovanni. — L'aportatore di questa sarà Antonio di Bernardo Mini che sta
meco, al quale pagerete ducati quindici d'oro per conto de' modegli
delle sepolture della sagrestia di San Lorenzo, che io fo per papa
Clemente.

  A dì sette di gennaio mille cinque cento ventitre.

Ricievuto detto dì.

                    Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.


FINE DELLE LETTERE A DIVERSI.



RICORDI DI MICHELANGELO BUONARROTI

DAL 1505 AL 1563.


SEPOLTURA DI GIULIO II.

[_Arch. Buon._ 1505?]

Per conto della sepultura mi bisogna ducati quattro cento ora e dipoi
cento ducati il mese per il medesimo conto, come sono i nostri primi
patti.


PITTURA DELLA SISTINA.

[_Museo Brit._ 1508 10 di maggio.]

Ricordo come oggi questo dì dieci di maggio nel mille cinque ciento otto
io Michelagniolo scultore ò ricievuto dalla Santità del nostro signore
papa Iulio secondo, ducati cinque ciento di camera, e' quali mi contò
messer Carlino cameriere e messer Carlo degli Albizzi, per conto della
pittura della vôlta della cappella di papa Sisto,[512] per la quale
comincio oggi a lavorare, con quelle condizione e patti che appariscie
per una scritta di monsignor reverendissimo di Pa(_via_)[513] e
sottoscritta di mia mano.

  [512] A proposito di questa pittura, per mostrare come
  Michelangelo, contro l'opinione d'alcuni, la cominciasse veramente
  nel maggio di quell'anno, ci pare opportuno di riferire il
  presente documento:


  «A nome di Dio a dì 11 di magio 1508.

  »Io Piero di Iacopo Roselli maestro di murare òne ricevuto ogi
  questo dì 11 magio deto di sopra, da Michelagnolo Bonaroti
  iscultore, ducati dieci d'oro di camera per parte di isciarvare
  (_scialbare_) la vòlta di papa Sisto in ne la cappella, e ariciare
  e fare quelo bisognerà: che fane fare papa Giulio. E per fede del
  vero òne fato questa di mia propria mano questo dì sopradeto duc.
  10 d'oro di camera.

  »A dì 24 di magio ducati quindici d'oro di camera ebi a dì deto e
  per lui da Francesco Granaci contanti duc. 15 d'oro di cam.

  »E a dì 3 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da
  Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.

  »E a dì 10 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da
  Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.

  »E a dì 17 di Iulio ducati dieci d'oro di camera ebi contanti da
  Michelagnolo detto duc. 10 d'oro di cam.

  »E a dì 27 di Iulio ducati trenta d'oro di camera per resto di
  ponte e de l'ariciato e di quelo òne fato insino a questo dì duc.
  30 d'oro di cam.»

  [513] Francesco Alidosi, vescovo di Pavia.


Pe' garzoni[514] della pittura che s'ànno a far venire da Fiorenza, che
saranno garzoni cinque, ducati venti d'oro di camera per uno, con questa
condizione; cioè, che quando e' saranno qua e che e' saranno d'accordo
con esso noi, che i detti ducati venti per uno che gli àranno ricevuti,
vadino a conto del loro salario; incominciando detto salario il dì che
e' si partino da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno d'accordo
con esso noi, s'abbi a esser loro la metà di detti danari per le spese
che àranno fatto a venire qua e per il tempo.

  [514] Per mostrargli il modo del lavorare in fresco e d'aiutarlo.


SEPOLTURA DI GIULIO II.

[_Arch. Buon._ 1515 dal 6 di magg. al 14 di giugno.]

Nota de' danari che à 'uti Michelagniolo scultore per conto della
sepoltura di papa Iulio:

  Addì vj di maggio ducati 200 d'oro di camera         Duc.  200
  Addì xiiij di giugno ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Addì xxiij di luglio ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Addì xxvij di agosto ducati 200 d'oro di camera      Duc.  200
  Addì xv d'ottobre ducati 200 d'oro di camera         Duc.  200
  Addì xij di dicienbre ducati 200 d'oro di camera     Duc.  200
  Addì xx di febbraro ducati 200 d'oro di camera       Duc.  200
  Addì xiiij di giugno ducati 600 d'oro di camera      Duc.  600
                                                       —————————
                                                       Duc. 2000

[1516 5 di gennaio.]

E a dì cinque di giennaio ò ricievuto da Bernardo Bini ducati cinque
ciento d'oro di camera.

El ditto dì cinque di giennaio ebi ancora dal detto Bernardo ducati
ciento d'oro di camera.

[24 di marzo.]

Io Michelagniolo ò ricievuto oggi questo dì venti quatro di marzo da
Bernardo Bini una lettera di ducati mille secento d'oro largi, e' quali
m'ànno a pagare e' Lanfredini in Firenze, e quando gli àrò ricievuti,
anderanno al sopra detto conto.

[30 d'agosto.]

Io Michelagniolo ò ricievuto oggi questo dì penultimo d'agosto nel mille
cinque cento sedici da' Lanfredini di Firenze ducati cinquecento largi,
e oggi otto dì n'ebbi mille: che sono in tutto mille cinque cento largi,
e' quali m'à fatto pagar qua Bernardo Bini pel sopra detto conto, cioè
mille cinque cento largi. Fini' riscuotere il penultimo dì d'agosto nel
mille cinque cento sedici per sopra detto conto.

[29 di novemb.]

Io Michelagniolo ò ricievuto oggi questo dì venti nove di novembre da
Bernardo Bini ducati quattrocento d'oro di camera.

[1517 2 di gennaio.]

Io Michelagniolo ò avuti oggi questo dì dua di giennaio mille cinque
cento sedici da Lanfredino Lanfredini e conpagni di Firenze ducati
quattrocento largi d'oro, e' quali ricevè per me Buonarroto mio
fratello, per una di cambio di Bernardo Bini di Roma.

[1518 di febbraio.]

E a dì.... di febraio mille cinque cento diciasette ebi da' Lanfredini
per Bernardo Bini per conto della sepultura di papa Iulio, ducati
quatrocento d'oro largi.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[_Museo Brit._ 1516 1 di dicembre.]

El primo dì di dicembre mille cinque cento sedici andai da Carrara a
Roma a papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo, e a dì sei di
giennaio fui ritornato a Carrara: dua uomini e dua cavalli.

In Carrara per cercare delle colonne per detta opera ducati cinquanta a
Cagione, ducati venti sei al Cucherello, ducati diciotto al Mancino. Dua
volte da Carrara venni a vedere el modello che facea Baccio d'Agnolo,
ch'è un mese, dua uomini e dua cavalli.

Venni da Carrara a segniare e' fondamenti di detta facciata di San
Lorenzo e fargli fare: un mese dua uomini e dua cavalli.

A' primi scarpellini che io menai a Seravezza ducati venticinque in
sull'osteria per infino che io fe' contratto con loro e in sul contratto
ducati cento.

A Sandro di Poggio ducati cento.

A maestro Domenico e suo fratello ducati cento.

Al Zucha ducati cento cinquanta.

A Bardoccio ducati cinquanta dua.

A Michele ducati diciotto.

A Donato ducati cinquanta sette.

A Francesco Peri ducati dugiento settanta.

Nel collare la prima colonna, ducati sessanta.

Nel collare la seconda, ducati trenta.

El marmo che i' ò in Firenze per fare una figura per detta opera, ducati
settanta.

Cinquanta dua ducati mandati ora a Carrara per figure per detta opera:
un mese e mezzo v'è stato ora Pietro[515] per dette figure con un
cavallo e un garzone.

  [515] Pietro d'Urbano da Pistoia.

Otto mesi sono stato a cavallo, cioè dua cavalli e dua uomini: otto
mesi.

In fare cavare da me e sterrare e cercare di marmi a Seravezza, ducati
quaranta.

Fra scafaioli e carradori ducati dugiento cinquanta, e dieci ducati
riebbi manco dagli scalpellini di Pietra Santa, di cento che io dètti
loro, non volendo lor cavare.

[_Museo Brit._ 1516 5 di dicembre.]

A dì cinque di dicembre mille cinque cento sedici andai da Carrara a
Roma a papa Leone, che mandò per me per conto della facciata di San
Lorenzo.

[1517 7 di gennaio.]

E a dì sei, ovvero sette (_di gennaio_), sendo tornato a Carrara
d'accordo col Papa a parole, giunse detto dì in Carrara uno detto
Bentivoglio mandato da Iacopo Salviati, e portommi mille ducati da
Iacopo Salviati per conto del Papa per l'opera di San Lorenzo.

[d'agosto]

Poi l'agosto (31) vegniente mi fece detto papa Leone venire a Firenze a
fare un modello di legniame di detta opera: ond'io m'ammalai e Pietro
che sta meco, e fùmo per morire. Di poi feci detto modello e manda'lo a
Roma. E come el papa Leone lo vide, mi scrisse andassi là: così andai e
là fùmo d'accordo di sopra detta opera e tolsila a fare in cottimo, come
apparisce per la scritta: e volse detto papa Leone che el lavoro
mio[516] di Roma io lo conducessi a Firenze a fare, per poter servire
lui: e lui mi promesse cavarmi di tutte le spese del condurre in qua e
ricondurre in là e di gabelle e danni e interessi, benchè la scritta nol
dica.

  [516] Intendi: _la sepoltura di papa Giulio_.

[1518 dal 6 al 25 di febbraio.]

[_Museo Brit._ 1519 dal 20 al 26 di marzo.]

A' dì sei di febraio seguente mille cinque cento diciassette tornai,
ovvero giunsi a Firenze e a dì venti cinque ebbi da Iacopo Salviati
ducati ottocento per papa Leone per detta opera e andai a Carrara: e
mutandomi e' Carraresi e' patti fatti prima de' marmi di detta opera,
andai a cavare a Pietra Santa e fecivi l'avviamento che oggi si vede
fatto: che mai più innanzi v'era stato cavato: e attesi a cavare per
detta opera in sino a dì venti di marzo mille cinque cento diciotto: e
avendo a ordine, ovvero bozzate sei colonne di undici braccia e mezzo
l'una per detta opera e molti altri marmi, come ancora si vede, venni a
Firenze al Cardinale a chiedere danari per condurle. E a dì venti sei di
marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el cardinale de'
Medici da' Gaddi per conto di papa Leone detto per detta opera, ducati
cinque cento.

Nel collare la prima colonna, ducati sessanta. Vero è che la maggior
parte fu nella mattina nel collare la seconda: undici nelle girelle di
bronzo e sei nelle casse del ferro e in argani e in parati e in omini,
ducati trenta: el marmo che i' ò in Firenze per fare una figura per la
faccia, ducati settanta mi viene a me.

Cinquanta dua ducati dati ora di nuovo a Carrara ec.

In fare cavare da me a Seravezza e in fare sterrare e cercare
d'avviamenti per fare cavare, ducati circa quaranta. Àcci di spesa fra
scafaioli e carradori ducati circa dugiento cinquanta.

Dieci ducati riebbi manco dagli scarpellini di Pietra Santa, di cento
che io dètti loro perchè e' cavassino, non volendo lor poi cavare.

Venni per fare el modello da Carrara e ammala'mi. Dipoi lo feci e mandai
Pietro con esso a Roma: dipoi andai io: che fùrno circa tre mesi, ogni
cosa a mie spese, salvo che le giornate d'un garzone. Per cera che pagò
Bernardo Nicolini.

Fui ancora mandato da Roma a Seravezza innanzi vi si cominciassi a
cavare, a vedere se v'era marmi: che spesi in quella gita circa
venticinque ducati.

De' danni mia non si seguitando la sopradetta opera a Roma, le
masserizie di casa, marmi e lavori fatti e levare e' marmi lavorati di
Firenze e ricondurgli a Roma, e 'l tempo che io non ò lavorato per
questo conto.

[_Arch. Buon._ 1516 dal 5 al 15 di settembre.]

Ricordo come oggi questo dì cinque di settembre giunsi in Carrara nel
mille cinque cento sedici.

E a dì sette di detto mese tolsi a pigione una casa di Francesco di
Pelliccia.

E a dì quattordici del detto prestai al detto Francesco di Pelliccia
ducati venti largi, come apparisce per una sua scritta.

E a dì quindici del detto prestai al Mancino, figliuolo di Gian Pagolo
di Cagione, e a Betto di Nardo suo compagno, ducati tre largi in sulla
porta della chiesa di Carrara, presente Matteo di Cuccherello, con
condizione che cavando loro marmi al mio proposito, io ne pigliassi, e
andassino in quel conto; e nol facendo, me gli avessino a rendere.

[_Arch. di Stato in Firenze._ 1517 3 di gennaio.]

Io Michelagniolo di Lodovico Buonarroti ò ricievuto ogi questo dì tre di
gennaio in Carrara da papa Leone ducati mille d'oro largi per le mani di
Iacopo Salviati: e' quali m'à mandati detto Iacopo per uno suo servitore
detto Bentivoglio fiorentino qui in Carrara, come è detto: e e' detti
danari, ciò è ducati mille, gli ò a spendere per commessione di detto
papa Leone i' marmi per la facciata di San Lorenzo di Firenze che lui
vuole fare. E per fede di ciò io Michelagniolo detto ò fatto questa
quitanza di mia propria mano, questo dì sopra detto nel mille cinque
cento sedici.

    (_Fuori d'altra mano._)

    1516. Quitanza di Michelagniolo Buonarroti di ducati M d'oro
    mandatoli a Carrara.[517]

  [517] Pubblicato la prima volta col _fac-simile_ in litografia nel
  _Giornale storico degli Archivi toscani_, anno I, pag. 50.
  Firenze, Cellini, 1857, in-8º.

[_Arch. Buon._ 1517 21 gennaio.]

Ricordo come oggi questo dì venti uno di gennaio mille cinque cento
sedici, lasciai a serbo a maestro Domenico scultore[518] da Settignano
in Carrara, ducati mille d'oro larghi, e scudi diciassette per tanto
ch'io tornassi da Firenze o io, o altri per me.

  [518] Fancelli detto il _Zara,_ del quale è stato parlato altra
  volta.

[7 detto.]

Adì sette di gennaio parti' da Firenze per Pietrasanta, e portai
sessantuno ducato meco.

Per le pianelle ducati cinque.

A Meo fondatore ducati sei ò a scrivere.

[5 di febbraio.]

Pietro di Francesco da Sa' Piero a Ponti fornaciaro ducati tre, a dì
cinque febraio.

[1516 5 di dicembre.]

Ricordo come io Michelagniolo di Lodovico Simoni sendo a Carrara per mie
faccende, ebbi da papa Leone che io dovessi andare insino a Roma per
conto della facciata di San Lorenzo: ond'io a dì 5 di dicembre mille
cinque cento sedici mi parti' da Carrara e andai al detto papa, e
restato d'accordo, seco mi tornai a Carrara: e quando fui a Firenze,
lasciai a Baccio d'Agnolo el disegno che avevo fatto a Roma di detta
opera, che ne facessi un modello. [31 detto.] Dipoi send'io giunto a
Carrara l'ultimo di dicembre sopradetto, tornato da Roma, (_ebbi_) adì
circa otto del mese seguente [1517 8 di gennaio.], da papa Leone ducati
mille d'oro, cioè ducati mille larghi, e' quali mi mandò Iacopo Salviati
a Carrara per uno suo servidore chiamato Bentivoglio. Poi passato circa
un mese, venni da Carrara a Firenze dua volte, come mi fu commesso, a
vedere il modello che io avevo lasciato a fare al detto Baccio, e ancora
venni poi un'altra volta, come mi fu scritto dal Papa per Domenico
Boninsegni di Carrara, a far fare e a segnare e' fondamenti della detta
facciata di San Lorenzo. E veduto all'ultimo che 'l detto Baccio non
aveva saputo o voluto fare el modello secondo el mio disegno; send'io
ritornato a Carrara alle mia faccende, mi fu riscritto dal Papa pel
detto Domenico ch'io dovessi lasciare ogni cosa e ritornare a Firenze a
far fare io el detto modello: e così feci: e parti'mi da Carrara
all'ultimo d'agosto [31 d'agosto.], e feci fare el modello, e Bernardo
Niccolini pagò el legname e le giornate d'un garzone che lo lavorò.
Dipoi lo mandai a Roma e mandai seco un mio garzone:[519] ogni cosa a
mia spese, salvo che el mulattiere non pagai io. Dipoi giunto il
mulattiere a Roma col modello, ebbi lettere che io dovessi andar subito
là: e così andai: ogni cosa sempre a mia spese: e giunto al Papa,
restàmo di nuovo d'accordo insieme, come apparisce per dua scritte della
sopradetta opera. [1518 6 di febbraio.] E dipoi a dì sei di febbraio
giunsi a Firenze per andare a Carrara a dare ordine a' marmi per detta
opera; e stetti a Firenze per insino a dì venticinque di febbraio 1517
[25 detto.]; el qual dì ebbi da papa Leone per le mani di Iacopo
Salviati ducati ottocento d'oro larghi.

  [519] Cioè, Pietro Urbano da Pistoia.

[1517 25 d'aprile.]

Ricordo[520] come Michelagnolo comperò da Lotto da Carrara una pietra
che è grossa per ogni verso 4 braccia, cioè a Sponda, e detteliene 10
ducati e io per lui Piero Urbano da Pistoia liene contai in bottega di
Bernardino del Berrettaio, presente lui, Bernardino e Lazero di Petorso
da Carrara amendui, cioè li contai contanti scudi dieci .... scudi 10.

  [520] Questi Ricordi sono scritti da Pietro Urbano.

[5 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo dì 5 di agosto 1517, Domenico di Betto di Nardo
da Torano ebbe oggi questo dì sopra scritto da Michelagnolo ducati uno
per conto di bozzare certi marmi che lui à al Polvaccio, in presenzia di
me Piero Urbano suo garzone: cioè ducati uno .... duc. 1.

E più dètte a dì 5 d'agosto 1517 dètte Michelagnolo a Iacopo detto
Pollina da Torano ducati due per bozzare certi marmi che el detto
Michelagnolo à al Polvaccio, in presenzia di Matteo di Cuccarello e di
me Piero Urbano soprascritto: cioè ducati due .... duc. 2.

[14 detto.]

E più dètte Michelagnolo a dì 14 d'agosto al Pollina ducati uno e uno
ducato a Menico di Betto di Nardo da Torano per conto di lavorare certi
marmi che sono in sulla cava di Lione che li comperò da maestro Domenico
fiorentino.[521]

  [521] Il detto Fancelli.

Io Piero Urbano tengo conto de' danari che io spendo per Michelagnolo.

[1518 2 di gennaio.]

E a dì 2 di gennaio 1517 ebbe mona Vegnuta da maestro Domenico
fiorentino uno scudo per Michelagnolo che gliel dèsse .... scudi 1.

[22 detto.]

E dì 22 di gennaio 1517 entrò Michelagnolo in casa di Francesco Maria a
pigione; l'à tolta da monna Vegnuta, che gliene dà uno scudo el mese.

[14 di febbraio.]

E più a dì 14 di feraio 1517 ebbe da Piero Urbano; prèstolesi per
Michelagnolo; carlini tre.

[22 detto.]

E più a dì 22 feraio 1517 ebbe da me Piero Urbano da Pistoia Francesco
Maria carlini 11, 16, per conto di pigione de la sopra scritta casa, per
Michelagnolo. Li pagai che mel commesse.

[5 di marzo.]

E più ò dati stasera a dì 5 di marzo 1517 scudi 3 al sopradetto
Francesco Maria: e' quali scudi ne richiese Michelagnolo in presto,
dicendo volere ire a Firenze e io lien'ò portati, com'è detto, presente
la madre, cioè mona Novella, e Cagione e Tone loro parenti.

[10 di giugno.]

E a dì 10 di giugno 1518 dètti io Piero Urbano per Michelagnolo a
Francesco Maria scudi 1 per conto della casa, in presenzia de la moglie
di ser Galvano, e la madre.

[4 d'agosto.]

E più a dì 4 d'agosto 1518 ebe Francesco Maria sopra scritto ducati uno
da Michelagnolo: io per lui lielo dètti per conto della casa che elli à
a pigione: cioè ducati 1.

[1517 12 di febbraio.]

Ricordo come stasera a dì dodici di febbraio ò pagato a maestro Domenico
detto Zara, presente maestro Giovanni suo fratello, da Settignano, scudi
sette e mezzo d'una pietra che e' m'à venduta, che lui avea al Polvaccio
nel ravanetto di Leone, lunga braccia circa sei e e larga due e mezzo e
grossa un braccio e dua terzi.

[30 d'aprile.]

E a dì 30 d'aprile 1517 ricordo come Michelagnolo di Lodovico Buonarroti
dètte al Pollina scudi 4 per bozzare certi marmi ch'el detto
Michelagnolo à al Polvaccio; e 'l detto Pollina li promesse in presenzia
di me Piero Urbano e ser Lionardo, e disse di cominciare fra 10 o dodici
dì: e 'l detto ser Lionardo ne fu rogato per un contratto, che n'appare
per lui, cioè scudi 4 in presenzia di me Piero Urbano sopra scritto, e
messer Lionardo: glieli dètte el detto Michelagnolo .... scudi 4.

[16 di maggio.]

Ricordo[522] come oggi questo dì sedici di maggio, Lionardo detto
Casione di Carrara m'ha domandato scudi quattro o cinque per dare a'
lavoranti per conto di cento carrate di marmi ch'e' m'à cavare e dare in
barca, come apparisce per contratto in forma Camera di ser Calvano da
Carrara; e io gli ho dati scudi dieci in piazza, sotto la casa d'Andrea
Ferraro, presente il mio garzone, cioè Pietro Urbano da Pistoia, e lui
mandai in casa per essi il detto dì nel mille cinque cento diciassette.

Io Michelagniolo scultore, di Lodovico Buonarrota Simoni, fiorentino, in
Carrara.

  [522] Di mano di Michelangelo.

[25 di giugno.]

E più ebbe a dì 25 di giugno 1517 da me Piero Urbano scudi 2 per
abbozzare certi marmi che sono al Polvaccio per Michelagnolo; glieli
pagai in presenzia del detto Michelagnolo in Carrara, contanti ....
scudi 2.

[9 di luglio.]

  Al nome di Dio, a dì 9 di lugio 1517.

Prima noi metiamo d'una carata el pezo o de' dua, dui ducati la carata.

E de tre in fine a sei carata, ducati quatro la carata.

E de sete fine in otto carata, ducati cinque la carata.

E de novi e de diece carata, ducati sete la carata.

E le colone col capitelo e la basa, metiamo ducati 120 l'una.

E de architravi di carate 15 l'uno, metiamo ducati 90 l'uno.[523]

  [523] Questo conto fanno i cavatori.

[12 detto.]

  A dì 12 di luglio 1517.

Io Piero Urbano da Pistoia dètti a Toschino scudi uno, perchè Matteo di
Cuccarello lo chiese a Michelagniolo per conto di certi marmi ch'el
detto Matteo e 'l Mancino in solido li fanno al Polvaccio, come n'appare
per un contratto di ser Calvano; e per questo el detto Michelagnolo
gliel'à dato. E io Piero sopra scritto per comandamento di Matteo lo
dètti al detto Toschino in presenzia di Cagione, dì e anno ec. scudi 1.

[1517 17 di luglio.]

Ricordo come oggi questo dì diciassette di luglio 1517 io Michelagniolo
ò dato al Bello di Torano scudi sei, presente ser Lionardo, notaio di
Carrara, e Francesco d'Andrea di Nello; e detti sei scudi gli ò dati per
conto d'un pezzo grande di marmo che lui mi dice volermi cavare in una
cava, dove è entrato di nuovo a cavare; e non gli riuscendo, siàno
d'accordo e' detti scudi vadino a conto de' marmi che lui e 'l compagno
tolgono a cavarmi più mesi sono, come apparisce per un contratto di ser
Lionardo sopra scritto.

[21 detto.]

Ricordo come oggi questo dì venti uno di luglio 1517 Matteo di
Cuccherello mi fece dare uno scudo, presente ser Antonio da Massa, a
maestro Iansi da Torano, perchè gli acconciassi el carretto per tirare
cinque delle mia pietre che io ò al Polvaccio; tre di sei carrate l'una,
una di tre carrate, e una di dua. E 'l detto Matteo l'à tolte a condurre
alla marina per ventisei ducati: e 'l detto scudo è per questo conto.

[22 detto.]

E oggi questo dì venti dua di luglio 1517 ò dati al Mancino, a Matteo di
Cuccherello, a Betto di Nardo scudi dua per conto di marmi che mi fanno
a compagnia al Polvaccio nella cava del detto Mancino, come apparisce
per uno contratto di ser Calvano. E e' detti dua scudi dètti loro,
presente Vasotto a riscontro la sua bottega.

Ancora questo dì detto venti dua di luglio 1517 dètti scudi dua al
Pollina in piazza, presente Francesco di Nardo, per conto di certe
pietre che lui e 'l figliuolo mi bozzano al Polvaccio.

[27 detto.]

E a dì venti sette di luglio dètti a Matteo di Cuccherello e a maestro
Iansi, fratello di Marcuccio, ducati nove d'oro larghi in sulla bottega
di Vasotto, sua presenzia, per conto di cinque pietre ch'e' m'ànno a
tirare alla marina dal Polvaccio; tre di sei carrate l'una, e una di tre
carrate, e una di due per ducati venti sei a tutte loro spese.

[28 detto.]

E a dì venti otto del detto, dètti un ducato a Menichella, figliuolo di
Betto di Nardo, che mi bozzassi certe pietre al Polvaccio.

[8 d'agosto.]

[524]E addì 8 di agosto 1517 ebbe Matteo di Cuccarello da Michelagnolo
ducati sette d'oro per conto della allogagione che detto Michelagnolo à
fatto a detto Matteo, cioè di tirare alla marina cinque prete (_pietre_)
che sono al Polvaccio. E io Piero Urbano li dètti e' sette ducati in
presenzia di Vasotto. Glieli dètti e contàli in sulla sua panca, cioè
duc. 7.

  [524] Questi che seguono sono di mano di Pietro d'Urbano.

[11 detto.]

E addì 11 d'agosto 1517 tirò Matteo di Cuccarello una pietra che
Michelagnolo comperò da maestro Domenico, che era in su la piazza de'
Porci per 2 ducati d'oro: e io Piero Urbano glieli dètti in presenzia di
Lazzino e di Menichella, cioè .... duc. 2, a fni 10.

[1517 20 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo dì venti d'agosto 1517 si partì Michelagnolo da
Carrara, per conto di fare el modello di Santo Lorenzo di Firenze, per
conto del Papa c'è venuto e del Cardinale ci sta.


[_Arch. di Stato in Firenze._ 1517 20 di dicemb.]

✠ 1517.

  Fondamenti facciamo in San Lorenzo di Firenze per
  la facciata d'essa, a nome della Santità di nostro
  Signore Leon papa, deon dare:

  Per tanti pagatone in fare votare cierto pozo per
  avere l'aqua, barelle, cieste, aguti e pale per a
  detto lavoro, computato uno scarpellino tenuto per
  fare buche per catene del fondamento                 Lire   19. 2. —.

  E per tanti pagatone a Meo fondatore per braccia
  4674 di fondamenti cavati al fondamento grosso e per
  le vôlticiuole dove s'ànno a posare le scalee a
  soldi 2 e soldi 1 denari 10 il braccio, che il
  fondamento maggiore fu in fondo di braccia 11 1/4 e
  braccia xij, e di grossezza braccia 4                   »  454. 3. —.

  E per tanti pagatone a Lorenzo di Francesco carrettai
  per braccia 2468 di terra levataci de' fondamenti
  grandi, abbattuto e' sassi, a soldi 1 denari 8 il
  braccio e carrettate 710 delle vôlticiole               »  288. 9. —.

  E per conto di braccia 25 1/8 e sassi smurati
  grossi e sassi di Mugnone per detti fondamenti,
  computato cierti lastroni per catene e legature a
  lire 35, 38 e lire 42 braccio de' sassi, oltre a
  braccia 4 o più d'essi si trovarono ne' fondamenti      »  970. —.10.

  E per tanti pagatone a Francesco di Chimenti detto
  il Perla, misuratore, per misuratura di tutti e'
  sassi per nostra rata                                   »   32. —. —.

  A Lionardo e Taddeo di Cristofano fornaciarj, per
  costo di moggia 297 di calcina date a San Lorenzo
  per detti fondamenti a lire 4. 6.  —  il moggio:
  manco di tutta la somma lire 7. 2.  —                   » 1270. —. —.
                                                      —————————————————
                                                      Lire. 3258.14.10.

  Segue il costo delli fondamenti della facciata di
  San Lorenzo di Firenze, e monta la somma della
  faccia di là                                            » 3258.14.10.

  E per tanti pagatone a Francesco Corbinelli,
  Giuliano del Comparino et altri, per costo di 34
  migliaia di lavoro campigiano et nostrale, per
  vôlticiuole xviiij fatte a lo 'ntorno del fondamento
  grosso, su le quali à a venire le scalee e per cierti
  archi fatti tra' muri, come è bisognato: e per tutto
  abbiamo pagato                                          »  396. 3. —.

  E per tanti pagatone a Bernardo di Giovanni Pistochi
  e Temoi muratore per opere 333 di maestro a detto
  lavoro: a soldi 20 l'opera d'esso Bernardo et Temoi:
  soldi 17 e 15 le altre: et opere 941 di manovale,
  a soldi 10, 9, e 8 il giorno, secondo li tempi          »  783. 4. —.

  E per tanti pagati a Andrea Ferrucci capo maestro
  per sua provisione                                      »   56. —. —.

  E per tanti pagatone a messer Ricardo Davanzati
  per suo servito di mesi V, tenuto saldamente in
  sul lavoro e solecita l'opere et altro                  »   35. —. —.
                                                       ————————————————
                                                       Lire 4529. 1.10.

✠ 1517.

  Magnifico Iacopo Salviati de'
  dare lir. 4529 sol. 1 d. x piccioli
  per quello monta lo spendio fatto
  ne' fondamenti di San Lorenzo:
  come in questo foglio si mostra
  vero                      Ducati 647. —. 3.

  E ducati xxxiiij, sol. iiij, den.
  viij d'oro larghi per costo di 2
  modelli per essa faciata di San
  Lorenzo: uno fatto per Baccio di
  Agnolo et altro per Michelagnolo. 34. 4. 8.
                                  ———————————
                            Ducati 681. 4.11.
                              »    487.10. —.
                                  ———————————
                            Ducati 193.14.11.

✠ 1517.

  Magnifico Iacopo Salviati de'
  avere a dì 7 di novembre ducati
  cento d'oro per lui da pagamento.
  Ducati                           100. —. —.

  E de' avere ducati 387 1/2 d'oro
  larghi a compimento di ducati 500
  d'oro Camera, che ci troviamo
  a ordine di detto Iacopo per servire
  a la strada di Pietrasanta, quali si
  possono fare servire a questo conto
  e aconciarli per conti o come a
  voi parrà: chè duc. cento d'oro se
  ne pagò a questi vostri sino addì 2
  d'agosto                       » 388.10. —.
                                   ——————————
                            Ducati 487.10. —.

Restate debitori per queste partite come di sopra si vede, di ducati
cento novantatre, sol. xiiij e den. xj d'oro larghi, aconciando li
ducati cinquecento Camera per la strada di Pietrasanta, che ducati cento
ne pagamo qui a li vostri, come di sopra, et lo resto sono in credito
vostro. Cristo vi guardi.

                                        BERNARDO NICOLINI camarlingo
                                            de lo Arcivescovado
                                     a dì xviiij di dicembre 1517.[525]

  [525] Pubblicato dal suo originale nel _Giornale_, ec.

    (_Fuori_.)

    Magnifico viro domino Iacopo Salviati in Firenze.

    Conto delli fondamenti per la facciata di San Lorenzo.

    (_E d'altra mano._)

    Copiata al Giornale a c. 159, et a c. 198.

[1518 8 di febbraio.]

Sia noto come a dì otto di febbraio mille cinque cento diciassette,
Bartolomeo detto Mancino, figliuolo di Giampagolo di Cagione da Torano,
mi vendè quattro pezzi di marmo.[526]

  [526] Il Contratto è del 15 di marzo 1518.

[25 detto.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni ò ricievuto, oggi questo dì venti
cinque di febraio, da papa Leone, per conto della facciata di San
Lorenzo, ducati otto cento d'oro, ciò è ducati ottocento; e per il detto
Papa me gli à pagati Iacopo Salviati propio. E per fede del vero ò fatta
questa di mia mano propia detto dì in Firenze 1517.[527]

  [527] Anche questo è stampato nel detto _Giornale,_ ec.

[_Arch. Buon._ 1518 4 d'agosto.]

Ricordo come stasera a dì quattro d'agosto mille cinquecento diciotto
dètti ducati quattro a Barone, a Rubecchio, a Ceccone, a Sandro, a
Andrea in Seravezza in casa Tommè per conto della allogagione del cavare
marmi, come apparisce per uno contratto di ser Giovanni della Badessa da
Pietra Santa.

[5 detto.]

Ricordo, come a dì cinque di detto, dètti uno ducato a Raffaello detto
Bardoccio scarpellino, pure da Settignano, in casa la Galante in
Seravezza, per conto di marmi che cava per me.

[7 detto.]

Ricordo, come a dì sette di detto, dètti carlini dieci a certi manovali
per iscalzare un sasso su nella cava.

[10 detto.]

Ricordo, come a dì dieci di detto, dètti a Michele di Piero di Pippo da
Settignano ducati dua per che gli andassi a Firenze per accattare certe
taglie dall'Opera.[528]

  [528] L'Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze.

[13 detto.]

Ricordo, come a dì tredici di detto, dètti un ducato a Giannone ferraro
in Seravezza per comperare ferro per fare due ulivelle e altri
ferramenti.

[15 detto.]

E a dì quindici di detto, dètti carlini otto a certi manovali per
iscalzare certi marmi su nelle cave.

[19 detto.]

E a' dì diciannove di detto, dètti un ducato a Raffaello detto
Bardoccio, per conto de' marmi che e' cava per me in Seravezza: e detto
dì dètti a uno manovale soldi sedici per iscalzare marmi in nella cava.

[21 detto.]

E a dì venti uno di detto, dètti a uno di Seravezza lire quattro d'un
noce mi vendè per fare un argano per collocare dal monte una colonna
bozzata.

E a dì venti uno dètti a Bardoccio ducati tre che dice volea dargli a
Filippo[529] da Carrara, che lavora seco.

  [529] Filippo di Bertocco, di Giorgio da Cagione, scarpellino, che
  abitava in Pietrasanta.

[22 detto.]

E a dì venti dua pagai soldi cinquanta cinque a uno manovale per tante
giornate per iscalzare marmi nella cava.

E detto dì pagai bolognini venti quattro a uno scarpellino o vero
cavatore Carrarese, che m'avea aiutato nella cava.

[24 detto.]

E a dì ventiquattro di detto pagai a uno manovale, per iscalzare pietre
nella cava, lire tre e soldi sei per tante opere.

E detto dì venti quattro pagai soldi quaranta per quattro giornate che
io tenni alla marina aspettare el canapo che venissi di Pisa in su la
barca.

[28 detto.]

E a dì venti otto dètti a Raffaello detto Bardoccio ducati tre d'oro
larghi; e detto dì a dua maestri di legname, carlini sedici per fattura
di dua argani; e dètti ancora carlini tre a uno manovale per tante
giornate per iscalzare marmi nella cava.

[1518 3 di settembre.]

E a dì tre di settembre dètti a Raffaello detto Bardoccio ducati uno pel
sopra detto conto.

[5 detto.]

E a dì cinque di settembre dètti al detto Raffaello uno ducato pel detto
conto.

[.... detto.]

E a dì.... di settembre pagai a Bernardino calzolaio da Seravezza grossi
dua per una corda per legare l'argano per mandare giù una colonna; e
pagai a Baiardo carlini cinque per tante giornate per mandare giù la
colonna, e uno carlino a Cancherino per una giornata: pagò Baccio da
Filicaia per me di danari avea di mio.

[12 detto.]

E a' dì dodici di settembre dètti a Raffaello detto Bardoccio ducati dua
d'oro pel sopra detto conto.

E detto dì dètti a maestro Pietro falegname carlini otto per tante
giornate per fare una lizza per la colonna; e dètti quattro carlini a
Antonio manovale per tante opere per aiutare mandare giù la colonna.

E detto dì dodici dètti al fratello di Giuliano di Cacca uno carlino per
una giornata per mandare giù la colonna.

[14 detto.]

E a dì quattordici pagai a Giuliano d'Isach, a Girolamo di Nardo, a
Barso di Polo, a Ambrogio di Polo, a Giovanni d'Andrea, a Lorenzo di
Giovanni, a Antonio da Convalli, a Iacopo di Gian Vai da Zaini, villa
sopra Seravezza, carlini undici per tante giornate per mandare giù la
colonna.

E a dì quattordici dètti a maestro Cristofano sarto per uno ciriegio per
una lizza[530] per mandar giù la colonna, bolognini diciotto.

  [530] Forte _Carretto a due ruote_, detto anche nizza.

[25 detto.]

E a dì venticinque di settembre dètti a Raffaello detto Bardoccio,
nell'osteria di Pistoia, ducati sei per conto di certe pietre che cava
per me a Seravezza: e detto dì, in detta osteria, dètti a Michele di
Pietro di Pippo scarpellino ducati dua per conto di marmi che e' cava
per me in sopra ditto loco.

[28 detto.]

E a dì venti otto di detto, dètti al sopradetto Bardoccio ducati dua per
el medesimo conto.

[29 d'ottobre.]

Oggi a dì ventinove d'ottobre mille cinquecento diciotto cavai cento
sette ducati de' mille ch'io ò in mano del Papa, cioè del sacchetto
cucito, e dèttine trenta a Topolino[531] scarpellino da Settignano, e
venticinque a Andrea scarpellino pure da Settignano, che andassino a
cavar marmi per la facciata di San Lorenzo a Pietrasanta, come appare
contratto di ser Filippo Cioni,[532] al quale dètti dua barili per
distendere il contratto.

  [531] Domenico di Giovanni Bertini detto _Topolino_.

  [532] Rogato il 29 d'ottobre 1518.

Ò a scrivere come io andai a Pietrasanta per collare la colonna che si
ruppe, e stettivi circa a dua mesi e mezzo, con una bestia e un garzone.
E perchè Berto da Filicaia venne anch'egli, intenderò el dì che noi
partimmo da Firenze; che non me ne ricordo: e 'l dì ch'io partii da
Pietra Santa amalato, porrò mente una fede ch'io ò di mano di Donato
Benti di settanta ducati che io gli lasciai per conto de' mia marmi di
Carrara; e vedrollo e scriverrò ancora.

[1518 28 d'ottobre.]

Ò a scrivere come Pietro tornò a dì ventiotto di detto da Pietra Santa,
che l'avevo mandato circa sei dì innanzi col mulo a vedere quello faceva
Bardoccio, e a intendere se e' maestri di cava di Pietra Santa si
volevano obrigare a cavare una certa quantità di marmi per San Lorenzo.

Ò a scrivere come, quando partii ammalato da Pietra Santa, come è detto,
lasciai la mattina ducati tre a Baccio di Berto da Filicaia, che pagassi
el mulattiere e certe giornate d'uomini che m'aiutorno collare la
colonna che si ruppe, e a 'ntendere quello gli è restato in mano.

[30 detto.]

Ò a scrivere come stamani, a dì trenta di detto, mi parto da Firenze e
vo a Pietrasanta a mettere in opera certi scarpellini che ò obrigati per
ser Filippo Cioni, com'è detto sopra.

Ò a scrivere d'un cavallo e vettura per otto dì, d'una ferratura d'un
mulo, d'un paio di borzachini, d'un capello, d'un fodero d'una spada, e
del cinto da legarla, lire quindici, ora, dì trenta di detto, ch'io vo a
Pietra Santa.

[_Arch. di Stato in Firenze._ 1518 3 di novembre.]

[533]A dì tre di novembre mille cinquecento diciotto dètti a Donato
scultore ducati dieci in casa sua in Seravezza, presente Pietro che sta
meco, e presente la moglie di Donato[534] e le figliuole a tavola, per
aver cura e caricare e' mia marmi dall'Avenza, e per quelli io fo cavare
a Pietra Santa o vero a Seravezza; e quello spenderà per me, n'à tenere
conto, e io gnien'ò a far buoni.

  [533] Di qui scrive Michelangelo.

  [534] Donato Benti, scultore fiorentino.

[5 detto.]

A dì cinque di detto tornammo Pietro ed io da Seravezza a Firenze con
due cavalcature per conto di San Lorenzo.

E dì cinque detto, dètti a ser Filippo Cioni barili quattro e soldi tre
per la copia di dua contratti di scarpellini che io ò mandati a
Seravezza a cavare per San Lorenzo.


SITO COMPRATO DI VIA MOZZA.

[_Museo Brit._ 1518 24 di novemb.]

Ricordo come a dì venti quattro di novembre mille cinque cento diciotto,
sere Matteo di Pavolo prete di San Lorenzo mi fece contratto d'un sito
che m'avea venduto nella strada che va da San Bernaba a Santa
Caterina,[535] e fu rogato di detto contratto ser Filippo Cioni che sta
nell'Opera di Santa Maria del Fiore, di notte, circa due ore in
Gualfonda in casa Francesco Gerini: e contai in su detto contratto cento
settanta ducati d'oro largi, che così fùmo d'accordo di detto sito, e fu
testimonio Matteo de' Servi e Baccio di Pecione legnaiuolo che fa
bottega lungo e' fondamenti; e dètti al detto notaio un ducato.

  [535] Comprò questo sito in _Via Mozza_ o di San Zanobi per farvi
  una stanza da lavorare i suoi marmi.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[27 detto.]

Ricordo come a dì ventisette di detto mandai Pietro che sta meco a
Pietra Santa per conto de' marmi ch'io fo cavare là per la facciata di
San Lorenzo.


SITO DI VIA MOZZA.

[1518 4 di dicembre.]

Ricordo come oggi a dì quatro di dicembre dètti a Baccio di Puccione uno
ducato d'oro largo, che lo déssi a uno che mi portava sassi nel sito che
io comperai da San Bernaba per far certe mura.

[9 detto.]

Ricordo come a dì nove di detto, dètti a Meo fondatore ducati quattro
d'oro largi nel sopradetto sito per certi fondamenti che lui mi vi fa
con un pozzo.

[11 detto.]

Ricordo come stamani a dì undici di detto, dètti a Baccio di Puccione,
ec. (_e così seguita per una facciata e mezzo._)


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1518 27 di dicemb.]

Ricordo come adì ventisette di dicembre 1518 mandai a Donato Benti
scultore a Seravezza ducati dieci larghi per Domenico detto Zucca
scarpellino, che cava là marmi per San Lorenzo di Firenze.


SITO DI VIA MOZZA.

[1519 3 di gennaio.]

Ricordo come a' dì tre di gennaio 1518 pagai alla Gabella de' Contratti
ducati undici d'oro larghi, e sei barili, presente messer Gian
Francesco, cappellano di Santa Maria del Fiore, e Matteo de' Servi, per
conto di un sito che io comperai da messer Matteo di Pagolo, prete di
San Lorenzo, ovvero da Francesco Gerini, ducati cento settanta. E il
detto pagamento della gabella è segnato al Campione Giuliano Biliotti.


FACCIATA DI SAN LORENZO.

[26 di marzo.]

Io Michelangiolo Buonarroti ò ricevuto oggi questo dì ventisei di marzo
mille cinquecento diciannove ducati cinquecento d'oro larghi da Bernardo
Niccolini, per le mani de' Gaddi di Firenze, i quali m'à fatto pagare el
cardinale de' Medici per commissione di papa Leone per conto della
facciata di San Lorenzo che io fo: e così n'ò fatte due quitanze.

[29 detto.]

Ricordo come a dì 29 di marzo si partì Michelagniolo di Lodovico Simoni
scultore e andò a Pietra Santa.

E a dì sopradetto a Raffaello scarpelino che sta a Signia con
Michelagniolo, lire quatro contanti.

[3 d'aprile.]

Io Michelagniolo, scultore fiorentino, ò pagato oggi questo dì tre
d'aprile mille cinque cento diciannove, ducati quindici d'oro largi a
Domenico di Matteo di Pagolo Morelli e Andrea di Giovanni d'Andrea del
Luchesino scarpellini da Settignano, per conto de' marmi ànno tolto da
me a cavare nelle montagnie di Pietra Santa per la facciata di San
Lorenzo di Firenze, come appare per contratto di ser Filippo Cioni
cancelliere dell'Opera; e detto contratto fu fatto a dì venti otto
d'ottobre mille cinque cento diciotto, e dal dì detto contratto per
insino a questo dì detto, detto Domenico e Andrea compagni confessono
avere ricievuti pel sopra detto conto co' quindici ducati detti, ducati
cento venti d'oro largi in sei partite; ducati venti cinque el dì del
contratto; ducati trenta a dì ventidua di dicenbre, e a' dì dieci di
giennaio ducati dieci, e a dì venti uno di febraio ducati venti, e a dì
quatro di marzo ducati venti, e a dì tre d'aprile, ciò è oggi questo dì,
ducati quindici, come è detto. E per fede della verità detto Andrea e
Domenico confessano avere ricevuti detti danari per detto conto; e così
si sotto scriverranno qui di lor propia mano.

Io Domenico soprascritto confeso avere ricieuto con Andrea mio copagno
insino a ogi questo dì 3 d'aprile sopra scritto.

Io Andrea cofeso avere ricevuti deti denari co' Domenico mio compangnio.

Io Domenico e Andrea confessiamo avere ricevuto ogi questo dì 25
d'aprile 1519 ducati trentatre d'oro larghi per sopradetto conto.

[4 detto.]

Ricordo come oggi questo dì quattro d'aprile mille cinquecento
diciannove io Michelagniolo, scultore fiorentino, ò allogato overo dato
a fare uno carro a dua ruote a Pierino di Girolamo del Bianco da Massa,
con questi patti: che io gli debba dare dodici lire dell'una delle ruote
finita del legname solo; con questo inteso, che dandogli e' ferri, me le
debba ancora ferrare pel detto prezzo: e per caparra di ciò, oggi questo
dì detto gli ò dato, al detto maestro, ducati dua in Seravezza, presente
prete Agostino.

E oggi questo dì sopradetto ò dato qui in Seravezza ducati dua a Donato
Benti che vadi a Carrara e che dia abozare una pietra che io ò a Sponda,
che io comperai da Lotto scudi dieci; e come è detto, Donato la dia
abozare per una figura di cinque braccia, e dia detti dua ducati che io
gli ò dati di caparra.

[6 detto.]

Adì sei di detto per mandare uno a Firenze per le girelle delle taglie
che le conduca in Pisa, grossi sette.

[8 detto.]

E a dì otto d'aprile dètti ducati dua al Pollina, a Leone e a Bello da
Carrara, per conto di certi marmi ànno tolto a farmi. Ànno promesso in
fra tre o quattro dì venire qui a Seravezza a fare el contratto di detta
allogagione di marmi.

E detto dì dètti a maestro Lazzero e a Leri suo fratello ducati dua per
conto de' ferramenti d'un carro, e delle casse d'un paio di taglie che
loro mi fanno di ferro e ànno avuto per infino detto dì ducati sei;
cinque da me, e uno da maestro Donato.

[12 detto.]

E a dì dodici di detto per la portatura d'un canapo e di quattro girelle
di bronzo da Pisa a Seravezza, undici grossoni e mezzo.

E detto dì per corde per legare le taglie per collare una colonna, lire
cinque e mezzo.

E detto dì dodici pagai in Pisa ducati dugento settanta a' Salviati per
tanti n'aveano spesi per me: e così n'ebbi la ricevuta da Francesco
Peri.

[13 detto.]

E a dì tredici di detto, dètti barili tre a ser Giovanni della Badessa,
notaio in Pietra Santa, per parte di pagamento d'un contratto m'à a
levare, fatto detto dì col Pollina e col Bello e con Leone uomini da
Torano, villa di Carrara, maestri di cavar marmi, per otto pezzi di
marmo che m'ànno a cavare e dare in barca, con condizione e tempi e modi
che appariscono per esso contratto di ser Giovanni della Badessa. E
detto dì del contratto, in su 'l detto contratto, a' detti uomini di
Carrara contai e' detti ducati venti uno d'oro larghi; intendendosi
seguire el pagamento a' tempi che dice detto contratto.

[1519 16 d'aprile.]

E a dì sedici pagai a maestro Lorenzo ferraro da Ripa di Seravezza lire
quattro per fattura della cassa di ferro d'una taglia; la qual taglia
m'avea a far maestro Lazaro dalla Corvara: e questi danari ànno a dare a
suo conto.

[18 detto.]

E a dì diciotto di detto pagai a maestro Domenico di Giovanni di
Bertino, scarpellino da Settignano, ducati sei larghi per conto de'
marmi mi cava in Finocchiaia per la facciata di San Lorenzo.

[25 detto.]

E a' dì venticinque a detto maestro Domenico ducati tre d'oro larghi per
detto conto.

E detto dì a Michele di Pier di Pippo scarpellino per sei opere per
collar la colonna, grossi dodici.

[22 di maggio.]

A dì ventidua di maggio dètti a maestro Donato in Seravezza ducati dieci
che gli déssi a Michele di Piero di Pippo, scarpellino da Settignano, e
a Bastiano d'Agnoletto da Seravezza, presente Raffaello d'Iacopo di
Nencio scarpellino e detto Bastiano e Michele.

[12 di settemb.]

Ricordo come oggi a dì dodici di settembre millecinquecento diciannove
pagai a Michele Lelli, e a Luca Fancellotti, carradori e compagni, lire
quaranta cinque per un resto di marmi che e' mi condussono da Signa, che
furono sette pezzi: e condussonmegli alla stanza mia di Via Mozza. E
detti carradori mi dissono aver condotti detti marmi, dua pezzi con tre
paia di buoi l'uno, e gli altri per insino in sette pezzi, dua paia di
buoi per pezzo. E io non avendo visto e' pezzi dètti loro e' detti
danari. [di settembre.] Dipoi visto e' pezzi, trovai che fra e' detti
sette ve n'era tre d'un paio di buoi per pezzo, e trova'mi giuntato di
nove lire, perchè tre lire era el mercato tra noi per paio di buoi. E
dètti detto dì a' detti carradori lire tre per tanti mi dissono avere
spesi per acconciare el carro.

Pochi dì innanzi al sopra detto dì, ero tornato da Carrara da vedere
Pietro che sta meco che stava per morire: el quale io avevo mandato là
con danari per conto delle figure della faccia di San Lorenzo. Fra
andare in poste e medico e medicine, e per levarlo da Carrara e condurlo
a Seravezza portato da gli uomini, e con dieci ducati che io gli lasciai
a Seravezza, mi trovai speso trenta tre ducati e mezo.

[1519 10 di maggio.]

A Bardoccio grossi tre a dì dieci di maggio grossi cinque al carro detto
dì.

Cinque ducati a Matteo dell'Opera per cinque legni a dì undici detto.

Ducati quaranta quatro a Pietro per portare a Carrara a dì detto.

[13 detto.]

E a dì tredici di detto a Bardoccio dètti ducati dua al banco di
Giovanni de' Servi che gli déssi a' carradori che portono e' marmi da
Signia.

[14 detto.]

E a dì quattordici di detto, dètti a Baccio di Puccione ducati cinque
largi in tanti barili, e' quali gli contò Giovanni de' Servi al banco
per resto d'asse che detto Baccio avea comperato per la soffitta della
stanza di Via Moza.

E detto dì soldi trenta a dua segatori, per segature di certe piane per
detta stanza soldi trenta, e' quali portò Ciappino.

[1519 16 di maggio.]

E a dì sedici di detto, dètti a Baccio di Puccione legnaiuolo ducati tre
d'oro largi, presente ser Gian Francesco, cappellano di Santa Maria del
Fiore, in sulla porta dell'Opera per conto di finestre e porte e un
palco della stanza di Via Moza che io ò murata.

[7 di giugno.]

E a dì sette di giugno a Baccio di Puccione dètti un ducato d'oro, che
ne dètte grossi dua e uno barile al Mariola che andò a portare un
comandamento a Signia a' carradori e a Michele di Pier di Pippo che andò
acompagniare el carro ne dètte sei, e 'l resto si gli rimase per conto
dell'opere della stanza di Via Moza.

[9 detto.]

E a dì nove di detto vennono e' carradori con un marmo con cinque paia
di buoi alla stanza di Via Moza, a' quali dètti loro ducati otto largi;
ducati sei per detta pietra di cinque paia di buoi a ragione di quattro
lire el paro; che così fumo d'acordo, e penorno dua giornate; e dua
ducati che restavono aver prima per dua altre pietre. E detti danari
contò a' detti carradori, cioè a Michele di Lello e sua compagni, Baccio
di Puccione, presente Topolino, e Michele di Pier di Pippo, in sulla
porta della stanza di Via Moza: a detto Michele dètti grossi cinque che
era venuto col carro.

[10 detto.]

E a dì dieci di detto, dètti a Barone scarpellino un ducato e manda'lo a
Carrara a trovare Pietro per conto della allegagione de' marmi che io ò
fatta là, come apariscie per ser Giovan Badessa da Pietra Santa.

[1520 10 di gennaio.]

Ricordo come io Michelagnolo, scultore fiorentino, ò pagato oggi questo
dì dieci di gennaio mille cinquecento diciannove, ducati quindici d'oro
larghi a maestro Domenico di Bertino, cioè Giovanni di Bertino,
scarpellino da Settigniano, per conto d'una certa quantità di marmi che
io gli ò dato a cavare nelle montagne di Pietra Santa, come apparisce
per uno contratto di ser Filippo Cioni, notaio fiorentino: e detti
danari gli ò dati detto dì in Seravezza in casa maestro Donato scultore,
presente lui e maestro Michele di Pier di Pippo, scarpellino da
Settigniano.

[12 detto.]

E più a' dì dodici di detto, dètti a maestro Donato Benti, scultore
fiorentino, ducati dieci d'oro larghi in Seravezza in casa sua per conto
de' marmi che e' mi fa caricare all'Avenza per Pisa: è per l'opera de'
marmi di San Lorenzo di Firenze, che si cavano a Seravezza.

E a dì detto, dètti a Domenico di Matteo Moregli e a Andrea di Giovanni
del Luchesino suo compagnio, amendua scarpellini da Settigniano, ducati
dieci d'oro larghi per conto de' marmi che e' cavano per me nelle
montagne di Seravezza per conto della facciata di San Lorenzo di
Firenze, come appariscie per un contratto di ser Filippo Cioni. E detti
danari dètti loro in Seravezza in casa maestro Donato Benti, e in sua
presenza.

[1520 10 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo dì dieci di gennaio dètti a maestro Domenico di
Giovanni di Bertino, scarpellino da Settigniano, ducati quindici d'oro
larghi per conto d'una certa quantità di marmi che io gli ò dato a
cavare nelle montagnie di Pietra Santa, come appariscie per un contratto
di ser Filippo Cioni.

[1520 4 di marzo.]

E a dì quatro di marzo 1519 io Piero Urbano che sto con Michelagniolo ò
pagato a maestro Domenico di Giovanni di Bertino, detto Topolino, da
Settigniano, ducati venti d'oro larghi per conto di cavare nelle cave di
Pietra Santa per l'opera di San Lorenzo che Michelagniolo à tolto a fare
di marmi e di colone; e confessa avere aùti in più volte ducati ottanta
dua, metendovi questi venti sopradetti: presente io Pietro, et Michele
di Piero da Settigniano, come appariscie contratto di ser Filippo Cioni.

[1 detto.]

E a dì primo di marzo 1519 io Pietro Urbano che sto con Michelagniolo ò
pagato a Domenico di Mateo di Paolo Morelli, e Andrea di Giovanni
d'Andrea de Luchesino suo compagnio, ducati venti d'oro largi, da
Setigniano, per conto di cavare nelle cave di Pietra Santa marmi per
cavare per Santo Lorenzo di Firenze, come apariscie per contratto che
apariscie per sere Filippo Cioni.

[4 detto.]

E a dì 4 di marzo 1519 ò dato io Pietro Urbano a maestro Donato Benti
fiorentino scultore, ducati 10 d'oro larghi per conto de condure e'
marmi di Carrara in Pisa.

E a questo pagamento tutto è stato presente e testimoni Michelagniolo e
Michele di Piero, e Donato Benti scultore e io Pietro Urbano da Pistoia.

[8 detto.]

E a dì 8 di marzo 1519 a Giovanni del Giudice da Seraveza ducati dua per
conto di conperare u' noce che è 'n sul fiume di Seraveza.

E a dì 8 detto per maestro Biagio di Cristofano, maestro di carra,
ducati dua per far principio di pagamento di detto carro de' fare del
detto nocie.

E a dì 8 detto a Lazzero e Filippo suo fratello ducati 3 d'oro larghi
per conto di fare le casse d'un paio di taglie, e per pali e per un
manico d'ulivello in dua pezi.

E a dì 8 sopradetto a Donato ducati tre d'oro largi per pagarne el carro
dua, e uno per farne tirare cierte pietre alla marina.

[10 detto.]

Sia noto come io Michelagniolo, scultor fiorentino, trovandomi a Carrara
per marmi per mia opere nel mille cinque cento sedici, ebi commessione
da papa Leone di fare cavare marmi per la facciata di San Lorenzo di
Firenze, secondo uno disegnio io gli aveo fatto di detta opera.

Dipoi a dì otto o più vero dì del mese di giennaio in detto tempo ebbi
da papa Leone ducati mille largi per el sopra detto conto per le mani di
Iacopo Salviati, e contòmegli in Carrara uno suo servidore detto
Bentivoglio.

E a dì circa venticinque di febraio nel mille cinquecento diciassette o
più vero tempo, ebbi da papa Leone in Firenze ducati ottocento per le
mani di Iacopo Salviati per detta opera de' marmi di San Lorenzo, e non
mi possendo servire a Carrara di detti marmi, mi missi a fare cavare
nelle montagnie di Seraveza, villa di Pietra Santa, dove inanzi non era
mai più stato cavato.

E a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare
el cardinale de' Medici pel papa Leone pel sopra detto conto, ducati
cinque cento; e contòmegli e' Gadi di Firenze.

[1520 10 di marzo.]

Ora papa Leone forse per fare più presto la sopra detta facciata di San
Lorenzo, che l'allogazione ch'egli avea fatta a me (_sic_) e così
parendo ancora a me, d'acordo mi libera e per tutti e' danari sopra
detti che io ò ricievuti si conta l'aviamento che io ò fatto a Pietra
Santa e e' marmi che vi sono cavati e abozati come oggi si vede; e
chiamasi contento e sodisfatto da me, come è detto, di tutti e' danari
ricievuti per detta facciata di San Lorenzo e d'ogni altra cosa che io
abbia avuto a far seco insino a questo dì dieci di marzo 1519: e così mi
lascia in mia libertà e disobrigo che io non abbia più a rendere conto a
nessuno di cosa che io abbia avuto a far seco o con altri per suo conto.


COMPRA DEL PODERE DI ROVEZZANO.

[_Museo Brit._ 1520 11 di luglio.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni ò ricevuto oggi questo dì undici di
luglio mille cinque cento venti da Buonarroto di Lodovico Simoni e
compagni, lanaiuoli, fiorini dugento settanta due in oro largi, e' quali
son parte d'un deposito di fiorini cinquecento trenta d'oro largi che fu
fatto a detto Buonarroto infino a dì venti sette d'ottobre mille cinque
cento diciannove, da Piero di Bartolo Tedaldi, per conto di un podere
che io comperai da detto Piero nel popolo di San Michele a Rovezzano,
luogo detto el Fattoio, per prezzo di fiorini secento d'oro largi,
infino a dì venti sette d'ottobre detto: e detto Piero di detto prezzo
n'ebbe fiorini settanta d'oro in sul contratto, e el resto, che sono
fiorini cinque cento trenta, se ne fece el detto diposito infino a tanto
io fossi ben sodo di detta compera: e perchè el detto Piero Tedaldi avea
obrigato innanzi a detta vendita staiòra quaranta nove di terra di detto
podere per la somma di fiorini dugento cinquanta dua d'oro a Piero
Buonaguisi suo genero, promesse detto Piero Tedaldi che detto Piero
Buonaguisi retificherebbe a detto credito, come apparisce nel contratto.
Dipoi passato el tempo, domandato da Piero Tedaldi che Piero Buonaguisi
retificherebbe, e non avendo voluto retificare e volendo le dette
staiòra di terre per lui; io Michelagniolo detto per non mi essere
osservato el contratto rogato per ser Buonaventura di Lionardo, notaio
fiorentino, mi son fatto rendere dal sopradetto Buonarroto la somma di
fiorini dugento cinquanta dua, che tanto à detto Pier Buonaguisi in su
dette staiòra quaranta nove di dette terre; e più mi son fatto rendere
fiorini venti d'oro largi, che tanti sono per la gabella che io avea
pagata, che io non posseggo, e altre spese fatte per detta parte di
dette staiòra: e di tutto come è detto, n'è rogato ser Buonaventura di
Lionardo sopra detto. E per fede di ciò io Michelagniolo sopra detto a
detto Buonarroto e compagni ò fatta questa ricievuta di mia propria
mano, questo di sopra detto in Firenze.

Noi Buonaroto di Lodovico Simoni e compagni: (_diciamo_) che abbiamo
ricevuto questo dì 7 di giugno 1522 fiorini dugiento settanta due d'oro,
moneta, da Michelagnolo di Lodovico Simoni, e' quali sono e' sopradetti
danari che noi rendemo a lui, e' quali sono parte de' danari del podere
che Michelagniolo comperò da Piero Tedaldi che..... crediti di Monte che
sieno per sodo per Michelagniolo, come dice il contratto rogato per ser
Buonaventura di Lionardo, notaio fiorentino, sotto dì 27 d'ottobre 1519.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1521 10 d'aprile.]

  A dì dieci d'aprile nel millecinquecento ventuno.

Dètti a Scipione, scarpellino da Settignano, ducati dieci per conto di
suo salario che cominciò detto dì, per istare a Carrara a cavar marmi
per conto del cardinale de' Medici per le sepolture di San Lorenzo.

E a dì nove di detto, ebbi da Domenico Boninsegni ducati dugento, per
andare a Carrara per detti marmi del Cardinale.


DEBITO PAGATO.

[18 detto.]

Io Pietro Urbano, garzone di Michelagnolo Buonarroti, ò ricevuti questo
dì dicotto d'aprile 1521 da Bernardo da Verrazano e compagni, ducati
sedici d'oro in oro larghi, li quali mi pagano per ordine d'Averardo e
Battista Salviati e compagni di Firenze, per altanti da ser Giov.
Francesco, cappellano di Santa Maria del Fiore: e per fede ò fatto
questa prima quietanza di mia propria mano, adì detto, in Roma.

                              Io PIETRO URBANO scrissi.

[Sidenote 2: di maggio.]

Ricordo come oggi questo dì dua di maggio mille cinquecento ventuno
rende' a Lionardo sellaio ducati quatro, che gli avea prestati a Roma a
Pietro da Pistoia che sta meco: e contogniene per me ser Giovan
Francesco, capellano di Santa Maria del Fiore, nello spezial del
Diamante, mie presenzia.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[1521 9 d'aprile.]

A dì nove d'aprile mille cinque cento venti uno ebbi dal cardinale de'
Medici, e per lui da Domenico Boninsegni, ducati dugiento per andare a
Carrara allogare a cavare e' marmi per le sepulture che vanno nella
Sagrestia nuova di San Lorenzo. Andai a Carrara e là stetti circa venti
dì, e là feci tutte le misure di dette sepulture di terra e disegniate
in carta, allogai e' marmi in dua parte a dua compagnie, cioè a
Marcuccio e a Francione del Ferraro da Carrara, e a questi dètti
cinquanta ducati d'oro di caparra, come apariscie pel contratto di ser
Calvano da Carra(_ra_). L'altra compagnia fu el Pollina, Leone e 'l
Bello e Quindici uomini tutti da Torano, villa di Carrara: e a questi
dètti ducati cento, come apariscie per un altro contratto di detto ser
Calvano. Menai un garzone, Scipione da Settigniano, che stéssi là a fare
osservar le misure e la qualità de' marmi, e dàvogli sei ducati el mese,
e dèttigli dieci ducati inanzi. Menai un altro garzone meco a cavallo,
Rafaello di Batista della Palla, al quale donai tre ducati. Tornati che
fùmo, presente Stefano miniatore, fra cavagli e spese con tutte le spese
dette, mi restò de' dugento ducati alla tornata in mano, ducati
ventitre.

[20 di luglio.]

A dì venti di luglio ebi dal cardinale de' Medici, e per lui da Domenico
Boninsegni ducati cento di corone, e' quali mi portò Stefano miniatore.
Andai a Carrara con un fante a piè che si chiama Giovanni povero; e
stetti nove dì. Non dètti danari a' Carraresi, perchè non avevano fatto
quello m'era scritto. Dètti là cinque corone a Scipione per conto di suo
salario, e al fante che venne meco dua corone alla tornata.

[1521 16 d'agosto.]

E oggi a dì sedici d'agosto, sendo venuti qua a Firenze le dua compagnie
de' detti Carraresi, ò dato loro qua trenta ducati per compagnia, e'
quali portai a Giovanni de' Servi e fecigli pagare a lui loro, cioè
sessanta ducati larghi, come apar pel suo libro.

[19 detto.]

E oggi a dì diciannove di detto ò finito di pagare Scipione di quatro
mesi che è stato a Carrara, che restava aver nove ducati e venti soldi.
Ògli portati a Giovanni de' Servi, e lui gli à pagati a detto Scipione,
come apar pel suo libro.


CRISTO DELLA MINERVA.

[26 d'ottobre.]

Ricordo come oggi a dì ventisei d'ottobre millecinquecento ventiuno, io
Michelagniolo scultore dètti in sul banco di Giovanni de' Salviati a
Lionardo sellaio corone sette, e una me ne cambiò detto Giovanni; e
dètti, oltre alle sette corone, quattro grossoni a detto Lionardo per
farle sette ducati d'oro; el resto dètte a me. E detti sette ducati
d'oro dètti a detto Lionardo, perchè e' ne mandassi quattro a Federigo,
detto Frizzi,[536] scultore fiorentino a Roma, per conto di una figura
di un Cristo ch'e' mi ha finito a Roma, di marmo, di messer Metello
Vari, e messa in opera nella Minerva: e el resto, che sono tre ducati,
dice detto Lionardo che e' gli aveva avere da me, perchè gli prestò a
Roma a Pietro Urbano pistoiese che stava meco.

  [536] Questo Federigo Frizzi, scultore fiorentino abitante in
  Roma, racconciò e messe su nella chiesa della Minerva la figura di
  Cristo, stata guasta da Pietro Urbino.


COMPRA D'UNA CASA.

[1522 11 di marzo.]

Questo dì 11 di marzo 1521 si è pagato a messer Lionardo Buonafede,
Spedalingo di Santa Maria Nuova, fiorini 70 d'oro larghi per la valuta
di fiorini cento di sugello: e' quali denari à pagati Michelagnolo di
Lodovico Simoni per le mani di Bonaroto e Gismondo, fratelli di detto
Michelagnolo; sono per conto di una casetta conprò detto Michelagnolo da
detto Spedale in sino a dì 7 d'aprile 1514, come appare per il contratto
rogato per Giovanni da Romena sotto detto dì.

E quali danari si sono mesi a loro contratto per le mani di Fra Filippo
d...... (_sic_), camarlingo di detto Spedale a 38, e a Libro verde
segnato n. a 157, dove n'è creditore e debitore detto Michelagnolo.
Veduto per Bonaroto Simoni questo dì 14 di marzo 1521.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[1524 12 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo dì dodici di gennaio mille cinquecento ventitrè
cominciò Bastiano legnaiuolo a lavorar meco in su modegli delle
sepolture di San Lorenzo.

[11 di febbraio.]

Ricordo come oggi questo dì undici di febbraio 1523 ò ricevuto da Marco
Fantini ducati otto, cioè 8 ducati larghi per conto della pigione d'un
anno passato, d'una casa che tiene di nostro, in casa mia di grossi di
sei soldi l'uno.

[1524 29 di marzo.]

Ricordo come oggi questo dì venti nove di marzo 1524 maestro Andrea[537]
da Fiesole scarpellino, capo maestro all'Opera di Santa Maria del Fiore,
è venuto a guidare l'opera delle sepolture che io fo nella Sagrestia di
San Lorenzo, cioè a mettere le pietre innanzi agli squadratori: e verrà
a detta opera una volta el dì per un'ora, e quando bisognerà vi starà
ancora un mezo dì, e un dì intero: che così siàno d'accordo. E chiesemi
detto maestro Andrea per far questo, ducati sei el mese; io gniene
profersi quattro: àssi a dare in quel mezzo, secondo mi dice Baccio
legnaiuolo, che è stato mezzano. E detto maestro Andrea feci chiedere
agli Operai, di suo consentimento, a messere Iacopo da Prato.[538]

  [537] Ferrucci.

  [538] Modesti.

[31 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo dì ultimo di marzo ò fatto portare in su' curri
da la stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo un pezzo de' mia marmi lungo
braccia quattro giuste, largo un braccio e mezzo, grosso fra dua terzi e
tre quarti, per metterlo nelle sepolture della Sagrestia; e questo ò
fatto, perchè gli scarpellini m'ànno levato una certa cornicetta di dua
pilastri, in modo che la non v'è più dentro, e bisogna rifarli, e non vi
sendo marmi ancora venuti al proposito, per non rifargli, v'ò messo per
non gli avere aspettare questo di mio, e se vi metterò l'altro che vi
manca che s'è guasto, lo scriverrò qui di sotto. E gli scarpellini che
l'ànno condotto dalla stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo, son questi:
Scipione da Settignano, Urbano Bondo da Settignano, Marchionne figliuolo
di Scipione, el Biancalana da Settignano, el Bellegote da Settignano, el
Forello da la Porta alla Croce.

[1524 dall'8 di genn. al 31 di marzo.]

Ricordo come oggi questo dì otto di gennaio mille cinque cento venti tre
spesi per conto della Sagrestia di San Lorenzo lire venti dua e soldi
quattordici in dua tigli, e' quali ebbi all'Opera da Matteo che è sopra
el legname.


SAGRESTIA E SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

E a' dì nove spesi per detto conto in venti quattro braccia d'asse
d'albero lire otto e soldi quattro, e la portatura soldi cinque.

E detto dì in un quadernuccio, un grossone.

E a' dì dodici di detto per quattro facchini che portorno una panca da
legnaiuoli in chiesa, sedici quattrini.

E a' dì quindici di detto per quattro libbre d'aguti, soldi diciotto e
otto danari.

E a dì sedici di detto per diciassette braccia d'asse, lire sei e sei
soldi e sette quattrini pel portatore.

E detto dì per cinque giornate a Bastiano legnaiuolo, lire sette e
mezzo, a ragione di tre carlini el dì.

E detto dì, soldi quindici per fare segare un tiglio.

E a' dì diciotto, nove quattrini per far segare due regoli di tiglio.

E a' dì ventidua di detto a Bastiano legnaiuolo, un grossone per chiodi
e bullette.

E a' dì ventitrè, soldi tredici a Stefano miniatore, che avea dati a un
facchino che avea portato a San Lorenzo una panca da legnaiuoli, asse e
altri legnami.

E detto dì ventitrè pagai per sei giornate carlini diciotto a Bastiano
legnaiuolo, che fa e' modegli delle sepulture per San Lorenzo.

E a' dì ventisei per dua libbre d'aguti a Bastiano, un carlino.

E a dì venti otto di detto, dètti a Bastiano un carlino per un pezzo
d'asse e una crazia per colla.

E a dì trenta di detto a Bastiano, (_quattrini_) quattordici per una
libbra di chiodi.

E detto dì trenta a Bastiano per questa settimana dètti lire nove a
ragione di tre carlini el dì, come di sopra.

E a' dì primo di febbraio in quattro pezzi d'asse che furono braccia
nove e un terzo, crazie trentasette da que' di Cappello a San Tommaso.

E detto dì primo, crazie quattro in più carichi a un portatore.

E detto dì a Baccio di Puccione per dua libbre di chiodi, venti otto
quattrini per conficcare l'asse del ponte della Sagrestia di San
Lorenzo.

E detto dì a Baccio di Puccione legnaiuolo per una giornata soldi venti,
e per un maestro di murare soldi diciotto, e per un legnaiuolo soldi
dieci, e per un manovale soldi otto, che sono per cuoprire d'asse el
ponte della vôlta della Sagrestia di San Lorenzo.

E a dì tre di febbraio a Bastiano quattordici quattrini per una libbra
d'aguti, e sei quattrini a un portatore per portare un pezzo di tiglio
da San Lorenzo a casa.

E a dì quattro di febbraio a quattro portatori che portorno da casa mia
a San Lorenzo un cassone col coperchio per un modello delle sepulture,
soldi venti tre e un quattrino.

E a dì cinque dètti a quattro facchini sei crazie, perchè mi portorno un
tiglio intero dall'Opera a San Lorenzo.

E a dì sei di detto per cinque giornate a Bastiano legnaiuolo lire sette
e mezzo, presente Stefano.

E al Candela legnaiuolo oggi detto dì sei per cinque giornate lire
quattro, presente Stefano.

E oggi detto dì sei pagai a Baccio da Frascoli, overo da Decomano, lire
sei e soldi cinque, presente Stefano miniatore; per nove braccia d'asse
di mezzo, e per undici braccia di terzo, in bottega sua propia.

E detto dì sei pagai a Bastiano, detto Bargiacca, scarpellino da
Fiesole, lire tre e soldi quattro per quattro giornate per intaccare e
ridirizzare e' quadri della vôlta della Sagrestia di San Lorenzo per
potere far di stucco.

E a un segatore detto dì, soldi ventidua, manco un quattrino, per segar
tiglio per fare cornice pe' sopra detti modegli.

E a dì otto di detto, dètti a Goro che forma carlini tre in bottega sua
nella via de' Martegli, per una certa quantità di terra di cimatura che
lui mi dètte e acconciò per fare uno de' quadri della vôlta della
Sagrestia di San Lorenzo, acciò che quegli che l'ànno a fare di stucco
vegghino com'ella à stare.

E detto dì, tre crazie in tre facchini che portorono tre carichi di
scaglie di marmo dalla stanza mia di Via Mozza a San Lorenzo, per
pestare e mettere in sulla calcina per fare lo stucco per detta vôlta.

E a dì tredici di detto pagai a Bastiano legnaiuolo lire nove per sei
giornate per conto de' modegli della Sagrestia di San Lorenzo, cioè
delle sepulture.

E detto dì a Bastiono, detto Bargiacca, scarpellino da Fiesole, pagai
lire quattro e soldi sedici per sei giornate per fare certe intaccature
alla vôlta della Sagrestia.

E detto dì pagai al Candela legnaiuolo lire quattro per cinque giornate
pe' detti modegli.

E detto dì pagai a Stefano miniatore uno ducato che e' pagassi al Nizza
legnaiuolo per resto di asse che e' tolse da lui pe' detti modegli.

E detto dì rende' a Stefano miniatore soldi otto per quattro fasci
ch'egli avea fatti portare, cioè una panca da legnaiuoli a San Lorenzo
con un pezzo di tiglio da casa mia.

E detto dì ò renduto a Stefano lire otto e soldi quattro per libbre
ottocento venti di bianco ch'egli avea tolto e pagato a Giuliano,
fornaciaio da Castello, a ragione di soldi otto lo staio. Fassi lo staio
libbre quaranta: e tolselo per conto dello stucco della vôlta della
cappella nuova, overo Sagrestia di San Lorenzo.

E detto dì rende' a Stefano soldi otto per sei some di rena grossa per
conto dello stucco.

E detto dì rende' a Stefano soldi venti dua per dua vagli ch'egli avea
comperati per detto conto.

E detto dì rende' a Stefano venti otto quattrini per dua libbre d'aguti
tolti per detto conto.

E a dì venti di detto a Bastiano legnaiuolo per sopra detto conto per
sei giornate, lire nove: portò Stefano miniatore.

E detto dì al Bargiacca scarpellino lire quattro per cinque giornate:
portò Stefano.

E detto dì a Francesco legnaiuolo, detto el Camicia, lire cinque per
cinque giornate.

E a dì venti uno dètti tre grossoni a Piero ossaio per medicare Bastiano
scarpellino che era cascato della vôlta della Sagrestia: cioè el
Bargiacca.

E a dì venti sette di febbraio dètti lire sette e soldi dieci a Bastiano
legnaiuolo per giornate cinque per conto de' modegli della Sagrestia di
San Lorenzo: e' quali portò Stefano miniatore.

E detto dì per detto conto a Francesco, detto il Camicia, legnaiuolo,
per giornate cinque, dètti lire cinque: e' quali portò Stefano
miniatore.

E detto dì per segare un tiglio per detto conto, soldi venti.

E a dì cinque di marzo 1523 dètti a Bastiano legnaiuolo per sei giornate
lire nove pel conto sopra ditto de' modegli della Sagrestia, e lire sei
a Francesco, detto el Camicia, legnaiuolo, pel medesimo conto: e detto
dì pagai a quattro facchini trenta dua quattrini per portare uno pancone
dal Borgo de' Greci a San Lorenzo, che mi vendè il Camicia, per battervi
su la terra, per detto conto.

E a dì otto di marzo in dua facchini che portorno marmo pesto dal
giardino de' Medici a San Lorenzo per conto dello stucco, dètti crazie
sei.

E detto dì dètti crazie sette a Bastiano torniaio per quattro mezzi
balaustri pel modello delle sepulture della Sagrestia.

E detto dì trenta soldi dètti a Goro scultore per terra che mi à fatto
cavare d'una cantina alla porta a San Niccolò.

E detto dì dètti sei grossoni per sei carrettate di detta terra per
portatura da San Niccolò a San Lorenzo per conto de' sopradetti modegli.

E detto dì dètti soldi dieci per dieci some di detta terra pel detto
conto.

E detto dì sedici soldi e otto danari a detto Goro scultore per una
giornata che stette per me a fare cavare detta terra.

A dì nove di marzo dètti a Pier manovale quattordici quattrini per una
libbra di chiodi per conficcare certe capre per detta opera.

E detto dì per terra bianca, che fu libbre quattrocento sessanta, soldi
venti dua e un quattrino a ragione di cinque soldi el centinaio.

E detto dì dua quattrini al Camicia per cacio per mastrice.

E a dì dodici di marzo ebbe Stefano miniatore soldi trenta otto per
conto, o vero per parte di danari spesi del suo per conto della
Sagrestia: e quali danari se gli ritenne de' venti ducati che mi portò
detto dì dallo Spina.[539]

  [539] Giovanni. Erano denari della provvisione che gli faceva
  pagare papa Clemente.

E detto dì dètti a Bastiano legnaiuolo lire sei per quattro giornate,
che fu l'ultimo dì che fu finito uno de' modegli delle dua sepolture
della Sagrestia.

E detto dì pel medesimo conto lire quattro al Camicia legnaiuolo per
quattro giornate.

E a dì detto dètti a Baccio da Frascoli soldi trenta dua per conto di
certe asse che dètte a Bastiano legnaiuolo per conto della Sagrestia: e'
quali portò Stefano.

E detto dì rende' a Stefano miniatore lire sette e soldi quindici che
avea pagati a Francesco, detto el Camicia, legnaiuolo, per un pancone di
noce per battervi su la terra per la Sagrestia; el quale pancone s'era
tolto per insino a dì quindici di febbraio passato.

E detto dì rende' a Stefano lire tre che avea pagate per insino a dì
quindici di febbraio per braccia dieci e cinque ottavi d'asse di terzo
al Nizza per conto della Sagrestia.

E detto dì rende' a Stefano per some sei di rena, soldi nove, per conto
dello stucco.

E a dì detto per libbre dua d'aguti, nove soldi e otto.

E detto dì rende' a Stefano per dua libbre d'aguti, una di tozzetti,
l'altra di venti, soldi nove e otto che avea tolti insino a' diciassette
di febbraio.

E detto dì rende' a Stefano per dua catini per lavare la rena, quatrini
sedici.

E detto dì rende' a Stefano soldi trenta dua per dua opere che avea
pagate al Candela legnaiuolo per insino a dì diciassette di febbraio:
portò Bastiano legnaiuolo.

E a dì dodici di marzo una crazia per cacio da mastrice: rende' a
Stefano.

E detto dì rende' a Stefano nove soldi e otto per dua libbre d'aguti.

E detto dì rende' a Stefano soldi quindici che avea dati al Camicia
legnaiuolo per conto della Sagrestia.

E detto dì rende' a Stefano sette quatrini avea spesi in cacio da
mastrice per detto conto.

E detto dì rende' a Stefano lire quattro e soldi dieci, e' quali avea
pagati a Francesco della Croce facchino per opere nove per pestare marmo
per lo stucco della Sagrestia.

E detto dì rende' a Stefano lire cinque e mezzo ch'avea spese in un
vaglio d'ottone per vagliare la rena per lo stucco: el quale pesò libbre
undici e mezzo, a soldi dieci la libbra.

E detto dì rende' a Stefano un grossone per una staffa di ferro pel
pestello con che si pesta gli embrici vecchi per lo stucco.

E detto dì rende' a Stefano per dua libbre d'aguti di Barga, soldi
dieci.

E detto dì per cinquanta bullette da lamberchiare: rende' a Stefano una
crazia.

E detto dì dodici di marzo rende' a Stefano lire nove per giornate
diciotto d'uno scarpellino per dirizare e intacare la vôlta della
Sagrestia per lo stucco.

E a dì detto rende' a Stefano lire dieci e soldi tre, e' quali avea
pagati a Matteo dell'Opera per un tiglio che io tolsi a dì venti sette
di febraio passato, e per la portatura soldi dodici: rende' a detto
Stefano. El qual tiglio servì al modello delle sepulture della
Sagrestia.

E detto dì rende' soldi cinque a Stefano per un tiglio a' segatori.

E a' dì venti nove per tre libre d'aguti diciannove soldi e quatro:
rende' a Stefano.

E detto dì rende' a Stefano soldi diciotto per cento bullette da
lamberchiare e dua libre di chiodi di sessanta e di Barga.

E detto dì rende' a Stefano quatrini sei avea dato a' segatori.

E per quatro libre d'aguti, una di sessanta, dua di tozetti, e una di
trenta sei: rende' a Stefano soldi diciannove e un quatrino.

E detto dì dodici di marzo 1523 portò Stefano miniatore al Nizza
legnaiuolo lire dodici per conto, o vero per parte di pagamento d'asse
che tolse da lui pel modello delle sepulture della Sagrestia: cioè portò
lire dodici.

E a dì venti uno di marzo ò pagato a Baccio da Frascoli, o vero da
Decomano, lire quaranta sei, cioè sei corone e quindici grossoni e ònne
riavuti tre quatrini, per quatrocento sessanta braccia d'asse di faggio,
a ragione di sei quatrini el braccio, per fare el ponte della vôlta
della Sagrestia di San Lorenzo, per potere farla di stuco: e dette asse
di faggio me le prestò detto Baccio da Decomano a dì primo di febraio
1523 per coprire el detto ponte: e stasera in bottega sua l'ò pagato
come è detto, presente ser Giovambatista Zeffi e Donato del Sera: e
(_à_) avuto lire quaranta sei.

E oggi a dì venti dua di detto ò pagato al Nizza legnaiuolo diciassette
grossoni, presente Stefano miniatore e Pier Gondi in bottega sua, per
resto di certe asse che avevo tolte da lui per conto d'un modello delle
sepulture della Sagrestia di San Lorenzo.

E oggi a dì trentuno di marzo in quatro fogli di ferro stagniato per
fare modanature per gli scarpellini di San Lorenzo, soldi venti, a
ragion di cinque soldi el pezzo.

[1524 dall'8 di genn. al 1º d'aprile.]

Nota in quello si sono spesi li fiorini 50 d'oro ricievuti in tre volte,
come si dirà appresso; e prima

Per conto d'un modello di legniame delle sepolture della Sagrestia di
San Lorenzo che io ò a fare per papa Clemente:

  A dì otto di gennaio mille cinquecento ventitre
    a Matteo che sta all'Opera di Santa Maria del
    Fiore, per dua tigli                           Lire   22. 14.  —.
  E a dì nove di detto per braccia ventiquatro
    d'albero comperato a Santa Trinita da un
    legnaiuolo, con la portatura                     »     8.  9.  —.
  E a dì sedici detto per braccia diciassette:
    in tutto con la portatura                        »     6.  8.  4.
  E a dì primo di febraio per braccia nove e un
    terzo d'albero in quatro pezzi comperati da
    que' di Capello che sta da Santo Tommaso         »     3.  1.  8.
  E a dì sei detto a Baccio da Decomano per
    braccia nove d'asse di mezo e undici di terzo
    comperate da lui: in tutto                       »     6.  5.  —.
  E a dì detto a Stefano miniatore che gli pagò
    al Nizza legnaiuolo per parte d'asse di mezzo
    e di terzo                                       »     6.  —.  —.
  E a dì detto a Stefano per dare al Nizza           »    14.  —.  —.
  E a dì tredici di febraio portò Stefano per
    dare al Niza per resto                           »     7.  —.  —.
  E a dì otto di marzo a Bastiano torniaio per
    quatro mezi balaustri per detto modello          »     —. 11.  8.
  E a dì dodici detto a Baccio da Decomano, portò
    Stefano, per asse dette a Bastiano legniaiuolo
    per detto modello                                »     1. 12.  —.
  E a dì detto lire dieci e soldi quindici a
    Stefano miniatore, che lire dieci e soldi tre
    avea pagato a Matteo dell'Opera per un tiglio
    avuto in fin di febraio, e soldi dodici per
    la portatura                                     »    10. 15.  —.
  E a dì detto a Stefano miniatore per dare al
    Niza legniaiuolo per parte d'asse d'albero       »    12.  —.  —.
  E a dì ventidua detto al Nizza per resto d'asse
    d'albero                                         »     5. 19.  —.
  E più a Bastiano per un pezo d'asse e per
    colla sino a dì venti otto di gennaio            »     —. 11.  8.
  E più a Stefano che gli avea pagati insino di
    febraio passato per braccia dieci e cinque
    ottavi d'asse di terzo                           »     3.  —.  —.
                                                         ————————————
  Come si vede monta el legniame                   Lire  109.  7.  4.
                                                         ============
  E per tanti pagati in detto tempo per segature
    in più volte                                     »     3.  7.  —.
  E più s'è pagato in detto tempo per portature
    di più legnami, dove è bisognato, e per cacio
    da mastrice e fogli: tutto conperato a minuto    »     5. 13.  4.

      E per opere pagate agl'infrascritti:

  A Bastiano legniauolo per opere 49, a soldi 30
    l'una, messe in detto modello                  Lire   73. 10.  —.
  Al Candela legniauolo per opere sedici, a
    soldi 16 l'una                                   »    12. 16.  —.
  A Agostino legniauolo e altri per opere dieci      »     7.  5.  —.
  A Francesco, detto el Camicia, per opere venti     »    20.  —.  —.
                                                         ————————————
  Come si vede in tutto montano.
      Somma in tutto quello costa detto modello    Lire  113. 11.  —.
                                                         ============

      Apresso quello s'è speso per la vôlta dello stucco:

  A dì primo di febraio per una giornata a
    Baccio legniauolo per fare el ponte              »     1.  —.  —.
  E a dì detto a uno maestro di murare che aiutò
    fare el ponte                                    »     —. 18.  —.
  E a dì detto a uno legniaiuolo che aiutò a fare
    el detto ponte                                   »     —. 10.  —.
  E a dì detto a uno manovale che servì al
    detto ponte                                      »     —. 10.  —.
  E a dì sei detto a Bastiano, detto Bargiaca,
    scarpellino, per 4 giornate per intacare la
    vôlta della Sagrestia                            »     3.  4.  —.
  E a dì detto a Goro che forma per una soma di
    terra battuta con la cimatura per fare
    gl'intagli d'uno de' quadri della vôlta,
    acciò che si vedessi come s'à a fare di stucco   »     1. 10.  —.
  E a dì detto a tre fachini che portorno scaglie
    di marmo dalla stanza di Michelagniolo di Via
    Mozza a San Lorenzo per pestare per lo stucco    »     —.  5.  —.
  E a dì 13 detto a Bastiano, detto Bargiacca, per
    sei giornate per intaccare la vôlta dello
    stucco                                           »     4. 16.  —.
  E a dì detto a Stefano miniatore per libre
    ottocento venti di bianco, a soldi 8 lo staio,
    che si fa libre 40 lo istaro                     »     8.  4.  —.
  E a dì detto per some sei di rena grossa per
    lo stucco                                        »     —.  8.  —.
  E a dì detto a Stefano per dua vagli per lo
    stucco                                           »     1.  2.  —.
  E a dì detto al Bargiacca per cinque opere:
    portò Stefano                                    »     4.  —.  —.
  E a dì venti uno detto a Piero ossaio per fare
    medicare el Bargiacca che era cascato della
    vôlta della Sagrestia                            »     1.  1.  —.
  E a dì 8 di marzo a dua fachini che portorno
    marmo pesto dal giardino de' Medici a San
    Lorenzo per lo stucco                            »     —. 10.  —.
  E a dì dodici detto per some 6 di rena             »     —.  9.  —.
  E a dì detto a Stefano per dua catini per
    lavare la rena                                   »     —.  5.  4.
  E a dì detto a Stefano miniatore detto che
    avea pagato a Francesco delle Crocie fachino
    per nove giornate per pestare marmo              »     4. 10.  —.
  E a dì detto a Stefano detto per un vaglio
    d'ottone di libre undici e mezo, a soldi
    dieci la libra                                   »     5. 10.  —.
  E a dì detto a Stefano per una staffa di ferro
    che si lega al pestello                          »     —.  7.  —.
  E a dì detto a Stefano per dare all'Oca
    scarpellino per intaccar la vôlta                »     9.  —.  —.
  E a dì venti uno detto a Baccio da Decomano
    per braccia 460 d'asse di faggio per el
    ponte dello stucco                               »    46.  —.  —.
  E per libre undici d'aguti di più ragioni e
    tozetti conperati in più volte per detto conto   »     2. 13.  —.
  E a dì detto a Stefano per più cose spese a
    minuto in detto tempo                            »     1. 15.  —.
                                                         ————————————
      Sommma in tutto                              Lire   98. 10.  4.
                                                         ============

      Apresso quello s'è speso per fare e' modelli delle figure:

  A dì 8 di marzo a Goro scultore per terre à
    fatto cavare d'una cantina alla Porta a San
    Niccolò per condurre a San Lorenzo               »     5. 10.  —.
  E a dì detto per carrate 6 di detta terra da
    detto luogo a San Lorenzo                        »     2.  2.  —.
  E a dì detto per some dieci di detta terra         »     —. 10.  —.
  E a dì detto a Goro datogli per sua fatica         »     —. 16.  8.
  E a dì detto per libre quatrocento sessanta
    di terra bianca fatta venire da Monte
    Spertoli, a ragion di soldi cinque al cento      »     1.  2.  4.
  E a quatro fachini per portare uno pancone di
    nocie dal Borgo de' Greci a San Lorenzo per
    battere la terra                                 »     —. 10.  8.
  E a dì dodici detto a Stefano miniatore lire
    sette e quindici soldi che avea pagati al
    Camicia legniaiuolo per il sopradetto pancone    »     7. 15.  —.
  E a dì primo d'aprile per una soma (_di terra_)
    bianca pesò libre 400                            »     1.  —.  —.
                                                         ————————————
      Somma                                        Lire   15.  6.  8.
                                                         ============

      Apresso quello s'è speso per conto di lavorare
      di quadro di marmo fuora delle giornate;
      e prima:

  A dì trentuno di marzo 1524 per quatro bande di
    ferro stagniato per fare modanature              »     1.  —.  —.
  E a dì primo d'aprile a Stefano miniatore pagò
    più fa per carboni per gli scarpellini           »     2. 10.  —.
  E a dì detto a Stefano per una banda di ferro
    stagniato                                        »     —.  4.  8.
  E a dì detto a Stefano per dua regoli di braccia
    cinque                                           »     —.  7.  —.
  E a dì detto a Stefano per quatro portatori e un
    contadino per tirare un marmo dalla stanza di
    Via Mozza di Michelagniolo a San Lorenzo         »     1.  8.  —.
  E a dì detto a Stefano pagò a quatro portatori
    per detto conto                                  »     —. 13.  4.
                                                         ————————————
      Somma                                        Lire    6.  3.  —.
                                                         ============

  Come si vede nella prima faccia monta el modello
    di legname per le sepulture                      »   238. 18.  8.
  E per la vôlta della stuco, come si vede di
    contro                                           »    98. 10.  4.
  E per il modello delle figure, come si vede
    di sopra                                         »    15.  6.  8.
  E per conto di lavorare di quadro, come si vede
    di sopra                                         »     6.  3.  —.
                                                         ————————————
      Somma in tutto quello s'è speso sino a
      questo dì 1º d'aprile 1524.                  Lire  358. 18.  8.

  Di che s'abatte fiorini cinquanta avuti come
    di sopra                                         »   350.  —.  —.
                                                         ————————————
  Resto avere, come si vede per detto conto          »     8. 18.  8.
                                                         ============
  E di tanti ò a essere rimborsato                 Lire    8. 18.  8.

[1524 dal 4 d'aprile al 9 di novem.]

A dì 4 d'aprile 1524:

  Dallo Spina fiorini 10 d'oro                     Lire   70.  —.  —.
  Item dì 4 detto a Piero manovale per 70 soldi      »     3. 10.  —.
  Item a Stefano per libre 58 di cimatura            »     —. 18.  8.
  Item per 2 fogli[540]                              »     —.  —.  8.

  [540] Queste prime partite del 4 d'aprile sono d'altra mano; quel che
  segue è scritto da Michelangelo.

  E a dì 7 di detto a Giovanni di Lionardo
    lanciaio per libre tredici e otto oncie di
    filo di ferro per e' modegli delle figure di
    San Lorenzo, a soldi sette la libra              »     4. 15.  —.
  E detto dì rende' a Stefano soldi quaranta per
    cento libre di capechio per detti modegli        »     2.  —.  —.
  E a dì otto d'aprile pagai a Baccio di Puccione
    legnaiuolo lire nove per dodici cassette da
    sedere per gli scarpellini                       »     9.  —.  —.
  E detto dì a detto Baccio di Puccione lire
    quatro per dodici regoli per gli scarpellini     »     4.  —.  —.
  E a dì dodici di detto a un manovale, che
    m'aiutò in su detti modegli, donai crazie
    cinque                                           »     —.  8.  4.
  E detto dì un carlino per aguti da bastieri
    per detti modegli                                »     —. 10.  —.
  E detto dì per una mezina, quatrini sei            »     —.  2.  —.
  E detto dì per una corda, dieci quatrini           »     —.  3.  4.
  E a dì tredici di detto a Baccio di Puccione
    che m'aiuta fare e' modegli di terra per le
    figure di detta opera, per dua giornate          »     2.  —.  —.
  E detto dì tredici quatrini in spago               »     —.  4.  4.
  E a quattordici di detto a Pier della Bella
    soldi sessanta nove per una maza d'undici
    libre e mezzo, a ragion di sei soldi la libra    »     3.  9.  —.
  E detto dì in dua fogli reali                      »     —.  —.  8.
  E detto dì in un grossone per una chiave della
    porta di Sagrestia                               »     —.  7.  —.
  E a dì venti uno d'aprile in un campanuzzo per
    gli scarpellini per sonare le dòtte              »     1.  —.  —.
  E a dì ventitre d'aprile in un'ascia da
    legniaiuoli, diciotto soldi                      »     —. 18.  —.
  E detto dì in un martello, soldi quatordici        »     —. 14.  —.
  E detto dì in dodici regoli e sei cassette per
    gli scarpellini e per una cicogna d'un
    campanuzo, e per un modano d'una mensola a
    Baccio di Puccione legniaiuolo, lire cinque
    e diciassette soldi                              »     5. 17.  —.
  E a dì venti sette d'aprile in una libra di
    candele per veder lume nella Sagrestia di
    San Lorenzo per el cattivo tempo                 »     —.  3.  —.
  E a dì ultimo di detto, dètti 13 soldi e un
    quatrino a Meo delle Corte per ferro
    stagniato che io lo mandai a comperare per
    fare modani per la Sagrestia                     »     —. 13.  4.
  E detto dì, quaranta sette soldi e un quatrino
    rende' al Bargiacca per carboni avea
    comperati per assottigliare                      »     2.  7.  4.
  E a dì tredici di maggio 1524 per cimatura
    per le figure delle sepulture della
    Sagrestia, quatrini trenta uno con
    la portatura                                     »     —. 10.  4.
  E detto dì, tredici quatrini in spago pel
    detto conto                                      »     —.  4.  4.
  E a dì venti di detto per cimatura per e'
    detti modegli, che mi comperò Antonio Mini,
    che fu libre cento cinque. Parte n'ebbe a
    uno quatrino la libra, e parte sei danari.
    Montò tutta con la portatura soldi cinquanta
    e un quatrino                                    »     2. 10.  4.
  E detto dì in filo di ferro, cioè in quatro
    libre, e un'oncia di filo di ferro, soldi
    venti sei e dua quatrini                         »     1.  6.  8.
  E detto dì, quatro soldi in dua fachini che
    riportorno una panca da legniaioli che io
    avea accattata nella Sagrestia, quando feci
    el modello di legniame che lavorò Bastiano
    di Bicci                                         »     —.  4.  —.
  E detto dì in cento cinquanta libre di capechio
    per e' modegli delle figure di detta opera,
    el quale mi comperò Antonio da Macìa nostro
    lavoratore, e nella gabella, che fu tredici
    quatrini: e 'l capechio uno quatrino la libra    »     2. 14.  4.
  E a dì venti uno di detto, dètti soldi dieci
    a Baccio di Puccione per una mezza giornata
    che m'aiutò inporre una figura di capechio
    per farla di terra, di cimatura, pel
    sopradetto conto                                 »     —. 10.  —.
  E detto dì in dua gomitoli di spago pel detto
    conto, dieci quattrini                           »     —.  3.  4.
  E a dì ultimo di maggio 1524 rende' al Pisano
    e a Urbano scarpellini lire tre e mezzo, che
    avevano comperato una soma di carboni per
    assottigliare per la fabrica di San Lorenzo      »     3. 10.  —.
  E detto dì comperai dieci pezzi d'asse d'abeto,
    dieci quatrini il pezzo per cuoprire le
    pietre lavorate nella stanza degli
    scarpellini a San Lorenzo, e andò per esse
    Meo delle Corte e el Bellegote nella Via de'
    Servi a canto a San Michele                      »     1. 13.  4.
  E detto dì per lime per fare modani, soldi sei
    e dua quatrini. Andò per esse detto Meo          »     —.  6.  8.
  E detto dì in una chiave per la porta di sotto
    della Sagrestia, che s'era rotta, un grossone,
    e per una chiave co' la toppa per l'uscio
    di sopra che entra in sul palco della vôlta:
    venticinque quatrini                             »     —.  8.  4.
  E a dì 4 di giugno a Gino scarpellino soldi
    tredici, e a Urbano soldi cinquanta, e a
    Marchionne soldi sette; rende' ch'avevono
    comperati carboni per assottigliare              »     3. 10.  —.
  E a dì sei di gugnio 1524 soldi dieci a Baccio
    di Puccione per una mezza giornata m'aiutò
    a rivestire di capechio una figura de' modegli
    di San Lorenzo                                   »     —. 10.  —.

E detto dì sei di gugnio sette quattrini a un fachino che portò capechio
da casa mia a San Lorenzo.

E detto dì, sedici soldi in filo di ferro, portò Baccio di Puccione.

E detto dì, quatro soldi in dua gomitoli di spago.

E detto dì, quattordici quatrini in una libra d'aguti.

E detto dì, in una libra di candele, nove quatrini pel detto conto.

E oggi questo dì venti cinque di gugnio 1524 a Baccio di Puccione soldi
diciotto per una cassetta da sedere per Covone scarpellino che è venuto
a lavorare di nuovo.

E a dì venti otto di detto, dètti lire 3 a Baccio di Puccione per 3
panconi che e' comperò dal Buscaglia, a venti quatrini per fargli
portare a San Lorenzo e' detti panconi. Ànno a servire per uno o ver dua
deschi per lavorarvi su certe figure delle sepulture di San Lorenzo: e
montano detti panconi sei lire e mezzo, che così à fatto el mercato
detto Baccio.

Queste tre lire de' panconi qui di sopra ò riavute da lo Spina e à
pagato el resto lui.

E a dì dieci di luglio 1524 a Baccio di Puccione per dua cassette da
scarpellini, una lira e sedici soldi.

E detto dì per uno regolo di 4 braccia, sette soldi per gli scarpellini.

E detto dì per una finestra d'asse d'abeto per la Sagrestia, dua barili.

E a dì venti dua di luglio mi comperò Baccio di Puccione dua curri,
venti dua soldi, per l'opera di San Lorenzo da maestro Girolamo
manganatore, e per la portatura a San Lorenzo, sei quatrini.

E a dì venti 3 di detto (_dètti a_) detto Baccio in dua libre aguti e
nove oncie d'aguti vechi, uno grossone: comperò detto Baccio per detta
opera.

E a dì venti tre di detto, dètti a Baccio di Puccione tre grossoni, e'
quali avea spesi in aguti per conficare certe caprette e certi scabegli
per sedere e per far ponti per detta opera: e comperogli da Lorenzo da
Monte Aguto lanciaio.

E detto dì dètti a Baccio di Puccione lire sei per sei opere m'à aiutato
insino a dì detto, per mettere marmi nella Sagrestia, e per fare le
dette capre e scabegli, che sono 4 e 4 gli scabegli.

E a dì venti 3 ebi dallo Spina ducati dieci per ispendere in detta opera
e tenere conto.

E a dì ventisette di detto per un castagni (_sic_) di braccia otto per
una lieva per mettere e' marmi in Sagrestia, venti tre soldi da quegli
di Capello da San Tomaso. Portò Baccio di Puccione.

E a' medesimi ò pagato questo medesimo dì detto per braccia trenta di
corrente di faggio per le capre sopra ditte, soldi venti cinque. Portò
detto Baccio.

E per braccia dua d'asse di quarto da' medesimi per medesmo conto, soldi
otto.

E per braccia dieci di piane d'abeto, ventitre soldi e un quatrino.

E per braccia quatro e mezzo d'asse di mezzo, soldi trenta per le dette
capre. Portò Baccio di Puccione, da que' di Capello a San Tomaso.

A dì venti 9 di luglio 1524 rende' al Piloto[541] dieci grossoni che
ave' pagati a un fabro che sta nella Via de' Servi per dua regoli di
ferro d'un braccio e mezo l'uno: m'avea fatti per li scarpellini di San
Lorenzo.

  [541] Giovanni di Baldassarre, orefice, detto _il Piloto_. Lavorò
  per la Sagrestia di San Lorenzo la palla faccettata della cupola,
  e per la casa de' Medici in Via Larga fece una gelosia di rame
  traforata a una finestra inginocchiata disegnata da Michelangelo.
  Morì di ferite nel 1536.

E a dì 3 d'agosto per una fune che fu libre 4, trenta quatrini e mezo,
da Lorenzo da Monte Aguto. Andàmo Meo delle Corte e io per essa, per
legar la sega per segare un pezo di marmo a San Lorenzo.

E a dì 8 di detto, trenta sei soldi al garzone che portò la rena a San
Lorenzo per segare un pezo di marmo; e furono trenta sei some di rena. E
detti danari gli pagò Antonio Mini in sull'uscio di casa mia.

E a dì undici d'agosto 1524 rende' a Covone, scarpellino da Fiesole,
soldi cinquanta sei, e' quali avea spesi in carboni per assottigliare
per l'opera di San Lorenzo. E detti danari gli portò Meo delle Corte.

E a dì tredici a Baccio di Puccione legniaiuolo soldi 8 per una mezza
giornata aiutò a Bernardino di Pier Basso fare un telaio da côr misure
per una figura che e' mi bozza.

E a dì 19 d'agosto detto pagai a Matteo d'Andrea del Mazza lire venti
dua che fûrno trenta sei barili, e rende' mi un carlino nell'opera
presente ser Francesco del Tachino, e Giannozzo di Ducino Mancini per un
panno di sega da segar marmo che tolse dall'Opera Giovanni Spina e Meo
delle Corte per l'opera di San Lorenzo.

A dì venti 7 d'agosto a Baccio di Puccione legniaiuolo soldi 35 per dua
capitelli del telaio della sega da marmi che lui fece per l'opera di San
Lorenzo, e per un graffietto per gli scarpellini per segniare certi
frontespitii de' tabernacoli per detta opera.

E a dì trenta d'agosto al Bottaio che sta in sulla piazza di San Lorenzo
lire tre per una tinella per la rena pe' segatori de' marmi de l'opera
di San Lorenzo. E detti danari gli portò Meo delle Corte scarpellino.

E oggi questo dì venti quatro di settembre 1524 ò renduti soldi trenta
dua e un quatrino a Bernardino di Pier Basso, che lavora meco per certe
piane avea comperate della Nave di Mercato Vecchio per far certi telai
per le figure della Sagrestia di San Lorenzo.

Oggi questo dì 4 d'ottobre 1524 ò pagato al renaiuolo che porta la rena
per segare e' marmi a San Lorenzo, soldi trentaquattro per trenta quatro
some di rena. E detti danari portò Meo delle Corte.

A dì 5 d'ottobre diciotto quatrini rende' a Bernardino Basso per una
libra d'aguti di trenta sei, e quatro quatrini d'aguti di centinaio per
far conficare centine per farvi su modegli per San Lorenzo.

E a dì sei per dua libre e dua oncie di filo di ferro, quaranta quatro
quatrini.

E detto dì sei per dua gomitoli di spago, quattordici quatrini, e per
dua libre d'aguti da bastieri per e' detti modegli, venti otto quatrini.
Tutto mi portò Bernardino Basso.

E a dì otto d'ottobre per tre libre di filo di ferro, soldi venti da
Cristofano di Lionardo lanciaio, e per quatro gomitoli di spago, soldi
nove e un quatrino per detto conto. Portò Bernardino Basso.

E a dì quindici d'ottobre 1524 ò pagato soldi undici per rena per e'
segatori per el detto conto. Portò Meo delle Corte; e dua quatrini di
carta per modani.

E oggi questo dì ventinove ò pagato a Baccio di Puccione legniaiuolo
sedici grossoni per quattro telai di finestre per incartare, che io gli
ò fatti fare per le finestre di sopra della Sagrestia di San Lorenzo,
per rispetto dell'acque che entravano e facean danno; e in fogli reali
soldi venti quatro.

A dì nove di novembre 1524 ò pagato a Baccio di Puccione per otto telai
per otto finestre della lanterna, incartate perchè vi piove, lire dieci.

A Piero manovale venti quatro fogli; e a detto Piero soldi cinque per
olio, per ugniere dette finestre.

E a detto Baccio per opere dua per far capre per mettervi su un marmo,
soldi quaranta; e per un capitello della sega, dua grossoni. Grossoni 36
quegli che io ò dati a Baccio.

[dal 1 d'ottobre al 3 di dicemb.]

Quest'è la copia della scritta che io mandai el primo d'ottobre 1524
allo Spina de' casi di Francesco da San Gallo, e de' primi danari del
lavorare in cottimo.

A Francesco da San Gallo darete uno ducato e mezzo; e questo è perchè
tolse a fare in cottimo a dua ducati el braccio d'un certo fregio al
paragone d'una parte che ce n'è fatta. Ànne fatto uno braccio: e perchè
non è finito e non sta bene come l'altro, non gli voglio dare più, se
non osserva di fare come à promesso.

A dì 8 d'ottobre ebbe Francesco Sangallo lire nove.

A dì 15 d'ottobre ebbe lire nove.

A dì 22 d'ottobre ebbe uno ducato.

A dì 29 d'ottobre ebbe uno ducato.

A dì 5 di novembre ebbe lire sei.

A dì 12 di novembre ebbe lire otto.

A dì 19 di novembre ebbe uno ducato.

A dì 26 di novembre ebbe uno ducato.

A dì 3 di dicembre ebbe uno ducato.

[19 d'ottobre.]

Io Michelagniolo di Lodovico Simoni ò ricevuto oggi questo dì diciannove
d'ottobre mille cinquecento ventiquattro, da Giovanni Spina, ducati
quattrocento d'oro larghi per la provigione fattami otto mesi fa da papa
Clemente di cinquanta ducati al mese, per le figure delle sepolture
della Sagrestia di San Lorenzo, e per ogn'altra cosa che sua Santità mi
facci fare; e per fede del vero questo dì detto ò fatta questa di mia
propria mano.

Quest'è la copia della quietanza mandata detto dì per Antonio Mini, che
sta meco, a Giovanni Spina, che dice aver commessione pagarmi la
sopraddetta provigione.


SEPOLTURE DI SAN LORENZO.

[27 detto.]

Ricordo come oggi questo dì ventisette d'ottobre 1524 ò ricevuto da
Bernardo Niccolini ducati quaranta d'oro larghi per dua pezzi di marmo
che io ò messi di mio nell'opera delle sepulture della Sagrestia di San
Lorenzo: l'uno de' detti pezzi è quello che n'è fatto ricordo qui di
sopra, che lo metto sedici ducati, che così viene a me; l'altro ò fatto
venire ora in questi dì pur di Via Mozza dalla mia stanza a San Lorenzo,
che mi serve per una figura di quelle che vanno in su cassoni delle
sepulture dette che io fo; e questo m'à tirato dalla stanza mia a San
Lorenzo Meo delle Corte scarpellino con altri scarpellini che lavorano
qua di quadro a dette sepulture. E detto marmo è lungo braccia quattro
giuste, grosso uno braccio e ottavo, largo un braccio e dua terzi: vero
è che è appuntato un poco a uso di figura: e questo metto o vero ò messo
ventiquattro ducati. E detti danari mi portò dal Niccolino Bernardino di
Pier Basso che lavora meco, e furono tutti grossoni: e io pel detto gli
mandai una polizza di mia mano che gniene pagassi.


LIBRERIA DI SAN LORENZO.

[_Arch. Buon._ 1525 dal .... al 3 d'aprile]

La spesa della Liberria.

Le mura che s'ànno a fare di nuovo, che s'ànno a cominciare sopra le
camere di sopra del chiostro di San Lorenzo dove viene el piano di detta
Liberria, sono ordinate braccia cento per lunghezza col portico che
viene inanzi all'entrata, grosse un braccio, alte sedici, con le rivolte
da capo e da piè: montano, fornite del tutto, quatrocento trenta ducati,
senza la croce.

La croce facendo diciotto braccia per ogni verso e 'l vano d'ogni lato,
vi va di muro della medesima altezza e grossezza, cento novanta tre
ducati.

El tetto della medesima li....

E oggi a dì 3 d'aprile 1525 ò renduto a Bernardino Basso per tre fogli
stagniati pe' modani delle finestre di fuora della Liberria dua
grossoni.


FANTI E SERVITORI.

[_Museo Brit._ 1525 16 di luglio.]

Ricordo come oggi questo dì 16 di luglio 1525 è venuta a star meco mona
Lorenza, che sta in casa mia a pigione in Via Gibellina, e ògli offerto
dieci fiorini l'anno: m'à risposto che non vole ancora rispondermi
resoluto, perchè dice che e' c'è un suo figliuolo che se n'à andare a
Roma infra quindici dì, e che come se n'è andato mi risponderà: e in
questo mezzo verrà ogni dì a casa a fare le faccende di casa e
ritornerassi la sera al figliuolo e che non vuole in detto tempo gli
corra la pigione, e poi partito il figliuolo vedrà d'accordarsi meco: e
così siàno d'accordo.

Ricordo come oggi questo dì venti dua di detto, Mariagniola che stava
meco se n'è andata, e àgli pagato Antonio che sta meco lire 8 che dice
restava avere: mie presentia in tanti grossoni.

[_Arch. Buon._ 1525 3 d'agosto.]

Ricordo come oggi a dì 3 d'agosto mille cinquecento venticinque, c'è
venuto a stare meco per famiglio Nicolò da Pescia per quattro lire e
mezo el mese: e così siàno d'acordo.

[1525 20 d'agosto.]

Oggi a dì venti d'agosto ò dato a Nicolò che sta meco, lire tre e mezzo
per conto di salario.

[27 di settemb.]

Oggi a dì venti 7 di settenbre ò dato a Nicolò sopra detto lire quatro e
mezzo di suo salario.

[2 di dicemb.]

Ricordo com'io ò avuto questo dì 2 di dicenbre 1525 ducati dua d'oro da
Bastiano detto Balena mio lavoratore a Settigniano o vero a Rovezano, e'
quali sono del frutto dell'anno passato di tre ducati e cinque lire che
m'avea a dare; ògli fatto tempo del resto in sino alla ricolta prima che
viene.

[3 detto.]

E oggi a dì 3 di dicenbre ò dato a detto Nicolò lire quattro per conto
di suo salario.


MARMO VENDUTO.

[_Museo Brit._ 1525 23 di dicemb.]

  23 di dicembre 1525.

Ricordo come oggi questo dì à venduto Giovanni Spina uno pezzo di marmo
di questi del Papa che sono in sulla piazza di San Lorenzo, a' Capitani
d'Or San Michele per l'opera di Francesco Sangallo[542] lire cento sei:
el quale marmo a misura fu cinque mila trecento libre.

  [542] Intendi: il gruppo della Madonna con Gesù bambino, e
  Sant'Anna che è nella chiesa d'Or San Michele.


SALARIO A UN SERVITORE.

[1526 28 di gennaio.]

E oggi a dì venti otto di gennaio ò pagato a Nicolò, che sta meco per
famiglio, lire sette di quattrini neri, le quali gli contò Antonio Mini
che sta meco, mia presenza.


[15 d'aprile.]

Ricordo come insino a oggi a dì quindici d'aprile ò venduto del grano di
Pazolatico staia quattordici e mezzo, e staia sei, questo dì detto 1526.


[d'agosto.]

Ricordo come oggi a dì .... d'agosto 1526 Donato Benti scultore che sta
a Pietra Santa m'à mandato questa scritta ovvero conto per Bernardino
Basso, e àmmela portata qui in casa e' Macciagnini dov'io sto a San
Lorenzo, Bernardino Basso scarpellino.


[1527 29 d'aprile.]

Ricordo come più dì sono che Piero di Filippo Gondi mi richiese della
Sagrestia nuova di San Lorenzo per nascondervi certe loro robe per
rispetto del pericolo in che noi ci troviamo: stasera a dì ventinove
d'aprile 1527 v'ha cominciato a far portare certi fasci: dice che sono
panni lini delle sorelle: et io per non vedere e' fatti sua nè dove e'
si nasconde dette robe, gli ò dato la chiave di detta Sagrestia detta
sera.


[4 di giugno.]

Ricordo oggi questo dì 4 di giugnio 1527 com'ò dato a mona Chiara
grossoni nove per conto di suo salario, e èssi andata con Dio e
lasciatomi senza fante detto dì, senza farmelo sapere inanzi.


FANTI E SERVITORI.

[1527 19 di luglio.]

Ricordo oggi questo dì 19 di luglio 1527 com'io ò ricevuto dal Balena
ducati dua di quaranta sette lire che io avevo aver da lui per insino a
ora: el resto che sono trenta tre lire glien'ò lasciati in presto sopra
un paio di buoi che tiene: e così è stato contento: presente Antonio
Mini che sta meco e Lapo lavoratore: e con detto Lapo ò fatto conto
detto dì del dare e dell'avere, e siàno del pari in sino a oggi.


MALATTIA E MORTE DI BUONARROTO.

[1528 dal 30 di giugno al 6 di luglio.]

Denari pagati a Pietro Pagolo di Stefano del Riccio speziale oggi questo
dì trenta di giugno 1528 per la malattia di Buonarroto, che sono lire
tredici e soldi uno, come si vede per la scritta di detto Pietro Pagolo.

Danari spesi nel mortorio ò pagati oggi a dì sei di luglio 1528[543]
lire cinquantuna; e' quali danari portò Antonio Mini a ser Antonio
notaio e insieme pagorno detti danari a' frati e preti in cera e in
becchini, come si vede per una scritta di detto ser Antonio.

  [543] Buonarroto, fratello di Michelangelo, morì di peste a dì 2
  di luglio 1528.

Danari dati a' Medici: ducati dua e cinque grossoni a maestro Piero
Rosati, e ducati quattro o circa a maestro Baccio cerusico dagli
Alberigi,[544] e uno ducato a maestro Marcantonio[545] da Sangimigniano
e nove grossoni in un cappone premuto.

  [544] Intendi: che abitava nella Via degli Alberighi.

  [545] Montigiani.

Ducati quattro in una gamurra per la moglie[546] di Buonarroto per
mutarli e' panni che era ammorbata, comperata da mona Lessandra[547] che
fu moglie di Bernardo Mini.

  [546] Bartolommea Della Casa.

  [547] Da Panzano, madre di Antonio Mini che stava con
  Michelangelo.

Ducati sette spesi in più volte a Settigniano in fra le spese alla
moglie di Buonarroto e a' figliuoli[548] e alle fante che erono in
guardia,[549] sanza el vino che fûro barili quatro.

  [548] Per sospetto che anch'essi fossero ammorbati.

  [549] Buonarroto lasciò tre figliuoli: Lionardo, Simone e
  Francesca. Simone morì fanciullo.

Uno ducato tra scarpe de' bambini e grembiuli e posta per iscuffie,
mentre erano in guardia.


SPESE PER LA FRANCESCA DI BUONARROTO.

[13 di settemb.]

  Denari spesi per la figliuola di Buonarroto:

Soldi otto per un braccio di tela bottana.

Soldi sei per tre quarti di tela per soppannare un gamurrino.

Ventiquattro soldi per tela bottana.

Cinque soldi per refe per la gamurra.

Dua crazie per refe pel gamurrino.

Soldi cinquanta la fattura della gamurra.

Soldi venticinque per la fattura del gamurrino.

Soldi quatro per nastro pel gamurrino.


LA FRANCESCA È MESSA IN MONASTERO.

[1528 13 di settemb.]

Ricordo come oggi questo dì 13 di settembre 1528 ò menata la Francesca
mia nipote, figliola di Buonarroto mio fratello, nel munistero di
Boldrone in serbanza per tanto che la si mariti. E' patti che io ò avuti
col munistero sono questi: che io dia l'anno a detto munistero ducati
diciotto largi in tre volte, ogni quattro mesi sei ducati; de' quali n'ò
pagati oggi questo dì detto una paga, cioè ducati sei in tanti barili:
e' quali ò portati meco con la fanciulla, e contògli alla badessa, che è
una cugina carnale di Piero Pecori, Antonio Mini che sta meco; che
furono sessanta sette barili e sei quatrini bianchi: e ògli dato a detto
munistero detto dì per detta fanciulla, dua paia di lenzuola a tre teli,
dua tovaglie di sei braccia l'una, otto tovagliolini e quattro
canavacci: che così furono e' patti: e' danari gli ò messi di mio; e
dette lenzuola e tovagliolini e canavacci abbiàno tolte delle masserizie
di Buonarroto.

Dua braccia di posta nera per cigniere, soldi diciotto.

Dua soldi la ben vestita.

Uno paio di pianelle e uno paio di scarpette, soldi venti sei.

Uno braccio di tela per uno grembiale, soldi diciotto.

Tre braccia di nastro di seta nera, soldi otto.

Tre braccia di nastro di filugello, sette quattrini.

Tre agetti, tre quatrini.

Questi denari ò io renduti oggi questo dì tredici di settembre 1528 a
Antonio Mini che sta meco, e' quali gli avea spesi per me in queste cose
qui sopra dette. El panno della gamurra, che io ò fatta fare alla
figliuola di Buonarroto, ò dato io d'un mio lucco foderato di bassette
quasi nuovo, che io ò fatto disfare per fargniene.


DOTE RESTITUITA ALLA MOGLIE DI BUONARROTO.

[16 detto.]

Ricordo oggi questo dì sedici di settembre 1528 come s'è renduto la dota
alla Bartolomea che fu moglie di Buonarroto mio fratello, e èssi conti
di danari contanti ducati cinquecento ventidua d'oro largi e cinque
grossoni fra corone d'oro e barili e grossoni e crazie; e detti danari
si sono tolti d'una certa quantità di danari contanti che si trovò di
Buonarroto; e sonsi conti in casa Agniolo della Casa: e' quali gli à
conti Gismondo mio fratello a detta Bartolomea, presente lei e la sua
madre mona Piera e ser Bonaventura n'è rogato, presente Pandolfo della
Casa e Raffaello da Gagliano e ser Antonio.... e Agniolo della Casa e
Tebaldo fratello di detta Bartolommea e un fratello di mona Piera e un
altro notaio, e presente Antonio di Bernardo Mini. E io Michelagniolo di
mia danari pagai uno ducato largo a ser Bonaventura pel contratto e a
ser Antonio e a Raffaello da Gagliano, perchè 'n questo caso s'erono
aoperati più de' detti, dètti dua corone d'oro per uno del mio, che sono
uno ducato e quatro scudi.


PAGAMENTO DELL'ACCATTO.

[24 detto.]

Ricordo oggi questo dì ventiquatro di settembre 1528 com'io ò pagato
ducati trentasette d'oro largi e grossoni tredici e danari sei per
l'accatto che io ho avuto dal Comune: e' quali denari portò Antonio Mini
che sta meco e pagògli al camarlingo che è Bernardo Gondi, e così
apparisce al suo libro a carte settanta sei, cioè 76: e con detto
Antonio andò Domenico Mori.


SPESE PER LIONARDO SUO NIPOTE.

[1528 dal 1 al 15 di novembre.]

Otto lire in quattro braccia di panno Sanmatteo nero per fare una
zimarra a Nardo, che lo comperò Antonio fuor della porta alla Croce
trenta soldi, per la manifattura di detta zimarra; uno grossone a Nardo
che lo dètte al maestro della scuola pel fuoco; se' soldi per nastro di
filugiello, e magliette e agetti che portò la Caterina alla Cecca al
munistero di Boldrone: tutti e' sopra detti danari à pagati Antonio Mini
che sta meco, o vero conti di sua mano.

Ricordo come dal primo di novembre 1528 insino a oggidì quindici di
detto novembre ò speso per conto delle rede di Buonarroto mio fratello:
prima per uno Donadello per Nardo, soldi sei e un quatrino; per uno
cappello piloso nero per detto Nardo, soldi diciotto.

Tre ducati d'oro a mona Ginevra per diciotto dì che la stette in casa
Buonarroto a sciorinare sua panni e masserizie.


SPESE PER FANTI E SERVE.

[21 di novemb.]

Ricordo come oggi questo dì ventuno ò dato a mona Ginevra sopra detta,
cioè oggi a dì ventuno di novembre 1528 ò pagato a detta mona Ginevra
lire sei, che la dice che restava avere da me dal dì che la finì la
guardia in casa Buonarroto in sin a oggi. Benchè la sia stata in detta
casa, tuttavia dice che è stata meco, e io l'ò detto di pagata a mio
conto e datole licenzia.


DENARI SPESI PER LA NIPOTE.

[1529 13 di gennaio.]

Ricordo come oggi questo dì tredici di gennaio 1528 ò portato al
munistero di Boldrone ducati sei largi in tanti barili, cioè barili
sessanta sette e otto quatrini: e' quali danari ò conti alla badessa,
presente Domenico fratello d'Antonio di Migliore mio lavoratore a Macìa:
e detti danari sono per conto della Francesca mia nipote che è in
serbanza in detto munistero.

[14 di maggio.]

Ricordo oggi questo dì 14 di maggio 1529 ò pagato al munistero di
Boldrone ducati sei largi per conto della Francesca mia nipote; e' quali
denari portò Antonio Mini che sta meco.


SPESE PER L'ANDATA E DIMORA IN VENEZIA.

[_Arch. Buon._ 1529 10 di settemb.]

Dieci ducati a Rinaldo Corsini.[550]

  [550] Questo conto di spese è in un foglio, dove Michelangelo
  aveva principiato una lettera in questo modo: «Honorando mio
  maggiore. In Venezia oggi questo dì dieci di settembre.»

  La data del principio della lettera fa supporre che due sieno
  state le gite di Michelangelo a Venezia: l'una sul finire
  dell'agosto 1529, partendosi da Ferrara dove era stato mandato a
  vedere le fortificazioni; e l'altra quando fuggì da Firenze il 21
  di settembre. Il conto delle spese riguarda questa seconda gita,
  essendovi nominati il Corsini, il Mini e il Piloto, che gli furono
  compagni.

Cinque ducati a messer Loredan per la pigione. —

Diciassette lire nelle calze d'Antonio.

Un ducato ne' sua stivali.

Venti soldi un paio di scarpe.

In dua scabegli da sedere e in una tavola da mangiare e in un forziere,
un mezzo ducato.

Otto soldi in paglia.

Quaranta soldi nella vettura del letto.

Dieci lire al fante che venne da Firenze.

Tre ducati dal Bondino insino a Vinegia nelle barche.

Venti soldi al Piloto in un paio di scarpette.

Sette ducati da Firenze al Bondino.

Dua camicie, cinque lire.

Un birettino e un cappello, soldi sessanta.

Quattordici dì in Vinegia, lire venti.

Circa quatro ducati da Firenze al Bondino in cavagli pel Piloto.


SALARIO D'UNA FANTE.

[1529 14 di settemb.]

Ricordo come oggi questo dì 14 di sett. 1529 ò dato a la Caterina che
sta meco lire sedici e una crazia per conto di suo salario, presente
Antonio Mini che gniene contò in crazie.


ROBE RIPOSTE QUANDO FUGGÌ A VENEZIA.

[dal 19 al 25 d'ottobre.]

  Iesus addì 19 di ottobre 1529.[551]

  [551] Questo Ricordo è scritto da Francesco Granacci.

Cose date per buono rispetto dalla Caterina, cioè di Michelagniolo,
cavate di casa detto (_dì_), come detta mi dice: e prima.

Dicemi in un luogo, grano aver messo moggia tre, staia venti, cioè mogia
3 staia 20.

E in detto luogo staia sei di salina, cioè staia 6.

E in un altro luogo dice averne messo moggia dua, staia dodici, cioè 2 e
12.

E in detto luogo v'è tutti sua pannilani, cioè di dosso ed altro.

E in detto luogo v'è forchette sette e dua cucchiai, cioè d'argento.

Dicemi in un altro luogo aver messo moggia dua di grano grosso, cioè 2.

E più mi dice in detto luogo aver mandato moggia tre d'orzo, cioè moggia
3.

E più in detto luogo moggia uno di vena, cioè moggia 1.

E in uno altro luogo dice aver mandato stagno, cioè scodelle undici, e
scodellini undici e piattelli sette, e in sacco parecchi panni lini
cuciti.

E in detto luogo à mandato uno celone e una coltrice con un primaccio.

E più una materassa di bambagia.

E più dice averne dato a Gismondo staia quattordici di grano grosso,
cioè 14.

E più à avuto barili cinque di vino, come dice el lavoratore, cioè 5.

E più mi dice aver venduto staia ventisette di grano a soldi quarantasei
lo staio.

E così barili sette d'olio dice aver venduto, sei di detto a L. nove e
soldi quattro el barile, e uno a lire nove sole, al fornaio.

E più dice aver venduto staia sedici di grano grosso addì 25 d'ottobre
1529, a soldi quarantatre lo staio, cioè staia 16 per pagare, disse,
quello si mandò a Vinegia.

E più dice aver dato al Balena lire 3 per sua vettura, cioè L. 3.

E addì 24 d'ottobre 1529 avevono recato barili 38, cioè 38 di vino da
Macìa; recato da Antonio el Balena, che è pagato vettura tutta.

Ricordo come addì 22 d'ottobre 1529 si dètte a Bastiano di Francesco
scarpellino per andare a Vinegia a trovare Michelagnolo, per parte, lire
trentatre, soldi sette, cioè .... L. 33. 7.

Detti ne prestò Bernardino di Pier Basso lire dieci, cioè .... L. 10.

E io Francesco Granacci ne prestai lire nove, cioè .... L. 9.

[1530 6 di gennaio.]

Io Michelagnolo Buonarroti trovai in casa, quando tornai da Vinegia,
circa cinque some di paglia; ònne comperate poi tre altre some; ò tenuti
tre cavagli circa un mese; ora n'ò uno solo. A dì 6 di gennaio 1529.


SPESE NEL PODERE DI POZZOLATICO.

[_Museo Brit._ 1532 6 di gennaio.]

A dì sei di gennaio 1531 fini' di pagare el manovale che aiuta a
Pazzolatica, il quale restava a avere di dieci giornate, a sedici soldi
il dì, quattro lire e dodici soldi: e così gli dètti.

E detto dì dètti quattro carlini al lavoratore di Pazzolatico per
vettura di quatro some di legnie ch'avea portate.[552]

  [552] Il Podere di Pozzolatico.

E a dì dieci di detto a Sandro calzaiuolo lire dieci per conto di un
paio di calze e di cosciali che e' mi fa.

E detto dì al sarto per panno per un saione, lire quattordici.

E detto dì al calzolaio per conto di un paio di borzachini e uno di
stivali, barili dieci.

E a dì undici di detto lire dieci al sarto pel soppanno del saione.

E a dì tredici di detto a Sandro calzaiuolo lire dodici e uno barile per
l'intero pagamento delle calze e de' cosciali che m'à fatte.

E detto dì al lavoratore da Pazzolatico barili 4 per comperare uno
orciolo di rame e dua libre d'aguti.


VISITA LA NIPOTE IN MONASTERO.

[1533 12 d'agosto.]

Ricordo come adì 12 d'agosto 1533 sendo in Firenze, andai a vedere la
mia nipote a Boldrone, e porta'gli venti braccia di panno per camice,
che mi costò ventuno soldi el braccio. E detto dì 12 dètti alla badessa
scudi tre d'oro per conto della provigione ch'io do a detto monistero
per tenere la Cecca.


COMPRA DEL PODERE DE' TEDALDI.

[1533 5 di settemb.]

Ricordo come adì cinque di settembre ebbe da me ser Raffaello da Ripa
sessanta grossoni, per fine del pagamento per aver procurato per me per
conto del podere ch'i' comprai da Piero Tedaldi.


SALARIO ALL'URBINO.

[12 detto.]

Ricordo come oggi a dì dodici di settembre ho dato a Urbino che sta
meco, per conto di suo salario, grossoni quaranta: addì 12 di settembre
1533.


GITA A SAN MINIATO PER VEDERE IL PAPA.

[22 detto.]

Nel mille cinquecento trentatre. Ricordo come oggi a dì 22 di settembre
che andai a Santo Miniato al Tedesco a parlare a papa Clemente che
andava a Nizza; e in tal dì mi lasciò frate Sebastiano del Piombo un suo
cavallo.


MASSERIZIE DE' NIPOTI IN CASA SUA.

[29 d'ottobre.]

E detto dì (29 d'ottobre 1533) ò renduto a Giovan Simone lire ventuna
per tante dice avea spese a fare sgomberare le cose, ciò è le masserizie
de' mie Nipoti di casa sua in casa mia, ciò è nella casa che tengo a
pigione da' Fortini nella via degli Sbanditi.


PROVENTO DEL PORTO DI PIACENZA.

[1537 2 di gennaio.]

Io Michelagniolo Buonarroti per la presente confesso oggi questo dì dua
di gennaio 1536 avere ricevuto da messer Francesco Duranto di Piacenza
mio fittauolo, scudi novantuno e dua terzi d'oro in oro del Sole per la
rata de' dua mesi prossimi passati, cioè ottobre e novembre di scudi
cinque cento cinquanta d'oro simili che e' m'à a pagare ogni anno per el
passo del Po di Piacenza, che e' tiene da me: e quali scudi novantuno e
dua terzi detto messer Francesco à pagati per me in Piacenza a messere
Agostino da Lodi mio procuratore, e lui me li ha fatti pagare qui in
Roma a Tomaso Cavalcanti e Giovanni Giraldi e compagni: e in fede di ciò
ò fatta la presente quitanza di mia propria mano, oggi questo dì dua di
gennaio sopra detto 1536 _ab incarnatione_, in Roma.


RICEVUTA DELLO SCHERANO.

  ✠ 1537. Di Sandro Scherano per conto della Madonna faceva.[553]

  [553] Cioè, la Madonna nella sepoltura di papa Giulio in San
  Pietro in Vincola. Sandro detto _lo Scherano_ fu de' Fancelli da
  Settignano, e nacque da Giovanni di Sandro scultore, fratello di
  Domenico detto _il Zara_.

[di dicembre.]

Io Sananadro (_sic_) di govani òne ricevuto da Michelaglo ischudi cique,
pere choto dela Madona che io facevo, da deto Orèbino (_Urbino_): io mi
ciamo choteto di quelo che io òne auto a fare cho lui cho dito
Michelagolo isino a questo di dicebere 1537.

                    Io SANADORO (_sic_) òne fato questa di mia mano.


DANARI AL NIPOTE.

[1542 19 di gennaio.]

E oggi a dì diciannove di gennaio 1542 ò mandato a Bartolomeo Bettini,
cioè a' Cavalcanti e Giraldi, scudi cinquanta d'oro in oro che li faccia
pagare in Firenze a Lionardo mio nipote in Firenze: e detti scudi portò
Urbino a detto Bartolomeo e contogniene: cioè Francesco da Urbino che
sta meco.


MALATTIA DI MICHELANGIOLO.

[_Arch. Buon._ 1546 15 di gennaio.]

Ricordo oggi questo dì 15 di gennaio 1545 come io Leonardo Buonarroti
andai a Roma in poste a vedere Michelangiolo che era malato: tornai adì
26 di gennaio.


PATTI CON DONNA PRESA PER FANTE.

[_Museo Brit._ 1547 ... di febbraio.]

Sia noto e manifesto a qualunque persona che leggerà la presente
iscritta, come mona Caterina di Giuliano fiorentino se ponga a stare con
messer Michelangelo Bonaroto fiorentino per prezzo di carlini dieci el
mese: e filare sia per lei: così messer Michelangelo se obriga a tenere
una sua putta. El ditto Michelangelo à pagato scudi quattro d'oro in oro
(_a_) Agnolo da Casciese per conto di sua vettura: e così el ditto
Agnolo promette: en tutto è patto per ditta carta.

Io Lorenzo del Bene fiorentino ò fatto la presente di mia mano a pregera
dell'una parte e dell'altra.

Oggi questo dì sopradetto.


PROVISIONE MENSUALE.

[1548 14 di marzo.]

Io Michelagniolo Buonarroti ò ricievuto oggi questo dì 14 di marzo da
messer Baco Giuntini, dipositario del reverendissimo Sotto Datario,
scudi cinquanta, mezzo oro e mezzo moneta, per la mia solita provigione
per il mese.

[6 d'agosto.]

Io Michelagniolo ò ricevuto oggi questo dì sei d'agosto 1548 da messer
Giovanni de Rubeis scudi cento, mezzo oro e mezzo moneta, per la mia
solita provigione del mese di luglio prossimo passato: cinquanta n'avevo
prima e cinquanta me n'à aggiunti nostro Signore, cominciando il dì
primo di luglio sopra detto i detti cinquanta che m'è aggiunti.


SALARIO A UNA FANTE.

[25 d'ottobre.]

E oggi a dì venticinque d'ottobre ò renduto a Urbino uno scudo, il quale
aveva dato alla Caterina per il suo salario del mese d'agosto prossimo
passato: e insino a detto mese è pagata: di poi il settembre e l'ottobre
è stata ammalata che non gli è corso salario e massimo avendogli tenuto
una donna che la governi: che fra lei e medico e medicine mi costò circa
scudi nove d'oro.


PROVENTO DELL'UFFICIO DI ROMAGNA.

[1549 13 di febbraio.]

Io Michelagniolo Buonarroti ò ricevuto addì tredici di febbraio 1549 per
la paga del mio ufficio di Romagna del notariato del civile,[554] scudi
ventidua d'oro in oro per il mese di gennaio prossimo passato, per le
mani di messere Benvenuto Ulivieri e messere Bartolomeo Bettini.

  [554] Ebbe il provento di questo ufficio di Rimini, dopo che perdè
  l'altro del passo del Po di Piacenza.


[1549 4 di novemb.]

E oggi a dì 4 di novembre 1549 ò dato alla Caterina iuli dieci per conto
di suo salario per il mese di ottobre prossimo passato: contogniene
Iacopo che sta meco.


[5 di dicembre.]

E oggi a dì cinque di dicembre dagli Altoviti ò ricevuto scudi ventidua
in oro per la paga del mese di novembre prossimo passato, cioè del fitto
del notariato di Romagna, 1551.


[1551 14 di ....]

Ricordo come oggi a dì 14.... 1551 ò renduto a Urbino scudi dieci e
sette iuli, i quali avea spesi per me in paglia e fieno e biada.


L'URBINO MENA LA MOGLIE A ROMA.

[29 d'agosto.]

Ricordo come oggi questo dì 29 d'agosto ò renduto a Urbino scudi dodici
e sette iuli, i quali aveva spesi in casa in acconciare la sua camera
per menarvi la moglie e domattina va per essa a Castel Durante.

[25 di settemb.]

Ricordo come oggi a dì 25 di settembre tornò Urbino da Castel Durante
con la moglie e una serva.

Tre iuli pel confessoro.


FANTI E SERVITORI.

[1552 1 d'aprile.]

Ricordo come oggi a dì primo di aprile 1552 è venuto a star meco per
servidore Antonio da Castello Durante per dieci iuli il mese.

[1 di maggio.]

E oggi a dì primo di maggio ò dato iuli dieci a detto Antonio per il
mese che è stato meco, cioè tutto aprile; e mandatolo via per buon
rispetto.

[16 detto.]

E oggi a dì 16 maggio dagli Altoviti scudi ventidua d'oro in oro per la
paga d'aprile prossimo passato, 1552.


[18 di giugno.]

E oggi a dì diciotto di giugno 1552 è venuto a star in casa per
servidore Riccardo franzese per dieci iuli il mese.


[1553 4 d'aprile.]

E oggi a dì 4 d'aprile 1553 è venuto a star meco per serva Vincenzia da
Tigoli per dieci iuli il mese (_partita poi il 16 dicembre_).

[1554 1 di gennaio.]

E oggi a dì primo di gennaio 1554 è venuta da Castel Durante Lisabetta a
star meco per serva per dieci iuli il mese.


PROMESSA DI MARITARE UNA FANCIULLA.

[1 detto.]

Sia noto come oggi questo dì primo di gennaio 1554, io Michelagniolo
Buonarroti ò tolto in casa per maritarla una figliuola di Michele
pizzicarolo dal Macello de' Corvi, la quale à nome Vincenzia, con questa
condizione: che in capo di quattro anni, facendo buon portamenti per
l'anima e pel corpo, io sia tenuto a dargli di dota scudi cinquanta
d'oro in oro; e così prometto quando la dota detta io vegga gli sia
sodata in buona sicurtà; e per fede di ciò, io Michelagniolo ò fatta
questa di mia propria mano.

                              MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.


[1554 1 di gennaio.]

Ricordo come a dì primo di gennaio 1554 io Michelagniolo Buonarroti
tolsi a star meco in casa la Vincenzia, figliuola di Michele pizzicarolo
dal Macello de' Corvi, con patti che in capo de quattro anni s'ella
fussi stata meco, maritandosi, io gli avessi a dare cinquanta scudi
d'oro di dota.

[1555 26 di settemb.]

E oggi adì venti sei di settembre 1555 è venuto Iacopo fratello di detta
Vincenzia in casa, e per forza bravando Urbino che era nel letto
ammalato, me l'ha tolta di casa e menata via: e presente (_a_) questo
s'è trovato messer Roso de Rosi da Castello Durante e Dionigio che era
nella fabrica di Santo Pietro e più altre persone.

Io Roso de li Rosi da Castello Durante foi presente quanto di sopra è
scritto, e per fede de la verità ò scritto e sottoscritto di mia propria
mano.


ALTRA FANTE AL SUO SERVIZIO.

[1 d'ottobre.]

E detto dì primo d'ottobre 1555 è venuto a star meco da Castello Durante
la Lucia per serva e Antonio per servidore a uno scudo el mese per uno,
cioè dieci iuli: e detta serva et servidore me gli à menati messer Roso
da Castello Durante.


[1556 29 di gennaio.]

E oggi a dì 29 di gennaio 1556 è venuto a star meco da Castel Durante
per serva la madre della Betta per dieci iuli il mese.


PAGHE DEL MONTE DELLA FEDE.

[4 di maggio.]

Ricordo come oggi questo dì quattro di maggio 1556 — ò riscosso
sessantotto iuli e diciotto quattrini per la prima paga del Monte della
Fede che io comperai de' denari che mi lasciò Francesco D'Amadore detto
Urbino, da Castello Durante: e per le sua rede n'ò comperato detto
Monte, e per loro ne risquoto le page e la quantità de' danari che mi
lasciò e come apparisce pel suo testamento.


ANDATA A SPOLETO.

[1 d'ottobre.]

E oggi a dì primo d'ottobre trovandomi in Spuleti, ò dato iuli dieci per
uno a dua Antonii mia servidori per conto di loro salario, e benchè uno
di loro non l'abbi scritto qui, sempre à avuto il suo salario, come
apparisce scritto nel muro in camera mia.

[1557 31 d'ottobre.]

E oggi a dì ultimo d'ottobre 1557 a' dua Antonii che stanno meco, sendo
da Spuleti tornato in Roma, ò dato per conto di loro salario uno scudo
d'oro in oro per uno.

E oggi a dì ultimo d'ottobre ò dato scudi venti d'oro in oro a Pietro
Antonio lombardo in più partite, per cinque settimane che m'ha guardato
la casa in Roma, send'io tante stato a Spuleti e trovandomi detto dì in
Roma.


SALARII A' SERVITORI.

[31 detto.]

E detto dì ultimo d'ottobre send'io in Roma, ò dato a' dua Antonii che
stanno meco uno scudo d'oro in oro per uno per conto di loro salario,
benchè l'ordinario sia dieci iuli il mese per uno.

E a Bastiano Malenotti, soprastante della fabrica di Santo Pietro,
perchè è stato meco a Spuleti un meso e cinque dì, ò datogli sei iscudi
di oro in oro come à in detta fabrica.

[1 di dicembre.]

E oggi a dì primo di dicembre uno scudo d'oro in oro per uno a' dua
Antonii per conto di loro salario.


[1558 1 di gennaio.]

E oggi a dì primo di gennaio 1558 è venuto a star meco Antonio da
Castello Durante per sei iuli e mezzo il mese, cioè per sette e mezzo
iuli.


NUOVI FANTI E SERVITORI.

[28 d'aprile.]

E oggi a dì 28 d'aprile 1558 è venuta da Castel Durante a star meco
Laura, e una fanciulla sorella d'Antonio che sta meco, pur da Castel
Durante: e detta fanciulla à nome Benedetta.

[1 di luglio.]

E oggi a dì primo di luglio un ducato d'oro in oro e 3 iuli a Antonio, e
un ducato d'oro in oro la Benedetta sua sorella, e un ducato d'oro in
oro a Laura per loro salario: e tutti stanno meco e tutti sono da
Castello Durante.

[1559 1 di giugno.]

E oggi detto dì primo di giugno 1559 è venuta a stare da Castel Durante
a star qui meco la Girolama per serva a uno scudo d'oro il mese: e detto
dì gli ò per tal conto gli ò (_sic_) dato uno scudo d'oro, e a Pasquino
mulattiere che l'ha menata, gli ò dato scudi 4 d'oro in oro per sua
vettura.

[1560 22 d'aprile.]

E oggi a dì 22 di detto aprile ò rimandata Laura, che stava meco, a
Castello Durante: tre scudi d'oro in oro ò dato al mulattiere che la
porti, e sei scudi d'oro ò donati a lei con uno che n'avea a aver da me
alla fine di detto aprile 1560.

[dall'1 al 5 d'agosto.]

E oggi a dì primo d'agosto 1560 scudi dua a Antonio, uno a la Benedetta,
uno alla Girolama per conto di loro salario. Oggi a cinque dì detto ò
rimandata detta Girolama a Castel Durante con quaranta scudi d'oro che
l'à avanzato meco in sedici mesi: che mai non ci fussi venuta: e quattro
d'oro ò dati a Pasquino mulattiere che la riporti a Castel Durante.


PERDE IL PROVENTO DELL'UFFIZIO DI ROMAGNA.

[1560 ....]

..... scudi d'oro che tanti me ne ò ri........ per parte della
p.....ione dell'entrata di mille dugento scudi d'oro che mi fu tolta dal
papa Caraffa, datami prima da papa Farnese .... porto di Piacenza me
l'aveva tolta prima l'Imperadore e ultimamente il papa Caraffa l'ufizio
.... in Romagna mi tolse il primo dì che fu fatto papa.[555]

  [555] Fu eletto papa col nome di Paolo IV, il 23 di maggio 1555.


PAGHE DI SUA PROVISIONE.

[1560 1 di luglio.]

E oggi a dì primo di luglio ò ricevuto scudi cinquanta d'oro dal Papa
per il sopradetto conto.

[1561 12 di gennaio.]

E oggi a dì dodici di gennaio ò ricevuto la paga del mese di dicembre,
cioè scudi cinquanta d'oro in tanta moneta nel mille cinque cento
sessanta uno.


DONO DEL PAPA.

[17 d'aprile.]

E oggi a dì diciassette d'aprile ò ricevuto dal Papa scudi dugiento
d'oro, e' quali mi dona per sua benignità e cortesia.


PAGHE DI SUA PROVISIONE.

[1562 1 di marzo.]

E oggi a dì primo di marzo ò ricevuto la paga del mese di febraio, cioè
scudi cinquanta d'oro, in tanta moneta che m'ha portata Antonio in tanta
moneta (_sic_) che sta meco.

[1 d'aprile.]

E oggi a dì da primo d'aprile ò ricevuta la paga del mese di marzo, cioè
cinquanta in tanta moneta portò Antonio che sta meco.

[1563 7 di febbraio.]

E oggi a dì sette di febraio nel mille cinque cento sessanta 3 ò
ricevuto la paga del mese di novembre del sessantadua, cioè scudi
cinquanta d'oro in tanta moneta.[556]

  [556] I _Ricordi_ per tal conto vanno fino al luglio del 1563.


FINE DEI RICORDI.



CONTRATTI ARTISTICI DI MICHELANGELO BUONARROTI

DAL 1498 AL 1548.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 27 d'agosto 1498.

I.

_Allogazione a_ Michelangelo _del gruppo di marmo della Pietà in Roma_.


                     Die xxvij mensis augusti 1498.

Sia noto et manifesto a chi legerà la presente scripta, come el
reverendissimo cardinal di San Dionisio[557] si è convenuto con mastro
_Michelangelo_ statuario fiorentino, che lo dicto maestro debia far una
Pietà di marmo a sue spese, ciò è una Vergene Maria vestita, con Christo
morto in braccio, grande quanto sia vno homo iusto, per prezo di ducati
quattrocento cinquanta d'oro in oro papali, in termino di uno anno dal
dì della principiata opera. Et lo dicto reverendissimo Cardinale
promette farli lo pagamento in questo modo, ciò è: Imprimis promette
darli ducati centocinquanta d'oro in oro papali, innanti che comenzi
l'opera: et da poi principiata l'opera promette ogni quattro mesi darli
ducati cento simili al dicto _Michelangelo_, in modo che li dicti quatro
cento cinquanta ducati d'oro in oro papali siano finiti di pagarli in
vno anno, se la dicta opera sarà finita; et se prima sarà finita, che la
sua reverendissima Signoria prima sia obligata a pagarlo del tutto.

Et io Iacobo Gallo prometto al reverendissimo Monsignore che lo dicto
_Michelangelo_ farà la dicta opera in fra uno anno et sarà la più bella
opera di marmo che sia hoge in Roma, et che maestro nisuno la faria
megliore hoge. Et si _versa vice_ prometto al ditto _Michelangelo_ che
lo reverendissimo Cardinale la farà lo pagamento secundo che de sopra è
scripto. Et a fede io Iacobo Gallo ho facta la presente di mia propria
mano, anno, mese et dì sopradito. Intendendosi per questa scripta esser
cassa et annullata ogni altra scripta di mano mia, o vero di mano del
dicto _Michelangelo_, et questa solo habia effecto.

Hane dati il dicto reverendissimo Cardinale a me Iacobo più tempo fa
ducati cento d'oro in oro di Camera et a dì dicto ducati cinquanta d'oro
in oro papali.

  _Ita est_ IOANNES, CARDINALIS S. DYONISIJ.

                                  _Idem_ Iacobus Gallus manu propria.


  [557] Giovanni della Groslaye, francese, cardinale del titolo di
  Santa Sabina e chiamato il _Cardinale di San Dionigi_.

  È noto che il gruppo della _Pietà_ stette dapprima nella cappella
  di Santa Petronilla del vecchio San Pietro, e che poi rovinata la
  detta cappella nella riedificazione di quel tempio, fu trasportato
  nell'altra detta _della Madonna della Febbre_, dove ancora si
  vede. Michelangelo per provvedere il marmo che gli bisognava, fu
  senza dubbio a Carrara; e di queste, che furono forse le sue prime
  gite colà, abbiamo la prova nelle seguenti due lettere del
  Cardinale suddetto: l'una agli Anziani di Lucca, pubblicata dal
  marchese Campori nelle _Notizie biografiche degli Artisti della
  provincia di Massa_: Modena, Vincenzi, 1874, in-8º, e l'altra,
  fino ad ora inedita, alla Repubblica di Firenze.

  (_Archivio di Stato in Lucca._)

  «_Magnifici ac potentes Domini tanquam fratres honorandi._ —
  Novamente ci semo convenuti con maestro _Michele Angelo_ di
  _Ludovico_ statuario fiorentino presente latore, che ei faccia una
  pietra di marmo, cioè una Vergine Maria vestita con Cristo morto,
  nudo in braccio, per ponere in una certa Cappella, quale noi
  intendemo fondare in S. Piero di Roma nel luocho di Sancta
  Peronella; et conferendosi lui al presente lì in quelle parti per
  far cavar et condurre qui li marmi a tale opera necessarij, noi
  confidentemente preghiamo le Signorie vostre a nostra
  comtemplatione li prestino ogni aiuto et favore per tal cosa, come
  da lui più a pieno gli sarà exposto: il che tutto reputaremo esser
  fatto in noi propio come in verità sarà facto: et di tal benefitio
  non ci scorderemo: ma achadendo che mai possiamo riservire le
  Signorie vostre in cosa alchuna per effecto, intenderano quanto
  questo haveremo hauto accepto et grato. _Bene valete._

    «_Rome, die xviii novembris 1497._

                                            «Io: tituli Sancte Sabine
                                                 presbiter Cardinalis
                                                Sancti Dionisij, ec.»


  (_Archivio di Stato in Firenze._)

  «_Excelsi ac potentes Domini tanquam fratres precipui, salutem._ —
  Per che intendemo esser impedito a Carrara uno nostro; quale
  havemo mandato lì per cavare marmi et farli condure a Roma per une
  certa opera che intendemo _domino concedente_ far fare in una
  nostra cappella in S. Piero di Roma, ricurremo a le Signorie
  Vostre, pregandole vogliano scrivere per tal modo al Marchese di
  quello luoco, al quale _etiam_ noi scrivemo, che mediante el
  conveniente prezo da pagarsi per dicto nostro, ogni impedimento
  rimoto, li lassi cavare et trasportare dicti marmi, et si degni
  prestarli ogni aiuto, non sia per alcuno modo turbato, o vero in
  longo detenuto. Il che certamente haveremo da le Signorie Vostre a
  gratia singulare. Et a li suoi beneplaciti sempre ce offerimo.
  _Bene valete._

    _Rome, die vij aprilis 1498._

                                                 M. SAXOFERRATENSIS.»

  Da queste lettere si rileva che il lavoro era già cominciato da
  Michelangelo circa un anno innanzi alla presente allogazione.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Firenze, 22 di maggio 1501.

II.

_Dichiarazione di_ Michelangelo _circa ad alcuni patti della scritta col
cardinal Piccolomini, poi Pio III, per le quindici statue della sua
cappella nel Duomo di Siena_.[558]


Io _Michelagniolo di Lodovicho Buonaroti_ sono contento e obrigomi a
quanto in questa scritta si contiene, eccietto che per spresso
dichiarato che nel capitolo dove dice che si tolga maestri per
dichiarare se le figure sono alla prefetione (_sic_) quanto nella
scritta si contiene, voglio e dichiaro che esso reverendissimo Monsignor
debba chiamare uno maestro dell'arte, qual piacie a sua Signoria, e io
_Michelagniolo_ ne debbo chiamare un altro dell'arte, qual piacie a me:
e quando essi due così chiamati non fussin d'acordo, allora e in tal
caxo essi dua maestri chiamati debbino e possino tutti e dua d'acordo
chiamare uno maestro dell'arte. E poi così chiamato, possino e' dua di
loro d'acordo dichiarare la prefezione (_sic_) delle sopradette figure,
come nella scritta si dicie.

E quanto al caso del sodamento che si dicie nella scritta, che e'
reverendissimo Monsignore mi debba dare quanto al pagamento delle
figure, e de' sodamento che si dicie che io debba dare del fare le
quindici figure; questa parte non intendo nè voglio che essa sua
Signoria sia tenuta farlo, nè io sia tenuto fare sodamento a sua
Signoria.

E quanto al tempo de' tre anni, si dichiara cominci el tempo di detti 3
anni el dì che m'àrà sua Signoria pagati o fatti pagare e' ducati ciento
d'oro in oro in Firenze per conto della presta, come in questa scritta
si dicie.

Di tutte l'altre cose, eccietto queste dua ecciettuate, sono contento e
obrigomi come è detto di sopra, quando suo Signoria àrà soscritto e
obrigatosi a quanto in questa scritta si contiene e non altrimenti; e
però mi sono soscritto di mia propria mano in questo dì ventidua di
maggio 1501.


  [558] Si vede che questa dichiarazione fu fatta da Michelangelo
  sopra la bozza della scritta passata tra lui e il Cardinale per
  quest'opera innanzi la definitiva allogazione di essa.



  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI SIENA.      Siena, 15 di settembre 1504.

III.

_Esibizione e ratifica fatta da Iacopo ed Andrea de' Piccolomini del
contratto passato tra_ Michelangelo _e il predetto Cardinale per l'opera
suindicata_.[559]


In nomine domini nostri Ihesu Christi. Anno Dominice incarnationis
millesimo quingentesimo quarto, inditione octava, die vero quintadecima
mensis septembris. Serie presentis publici documenti noverint universi,
qualiter constitutus personaliter coram me notario publico et testibus
infrascriptis, magnificus et generosus dominus Andreas de
Piccolominibus, eques, nobilis civis Senensis, facto produxit et
exhibuit quamdam scriptam privatam cum subscriptionibus tribus
diversarum literarum in fine illius existentium: cujus scripte et
subscriptionum tenores de verbo ad verbum sequntur et sunt tales,
videlicet:

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, et gloriosissime Virginis
Marie: Amen.

Sia noto et manifesto ad qualunche persona vedrà ho (_sic_) legerà la
presente scripta, come el reverendissimo Cardinale di Siena adcoptima et
alloca ad _Michelangelo_ di _Ludovico Bonarroti_, sculptor fiorentino,
ad fare figure quindici di marmo carrarese, novo, candido et bianco, et
non venoso, ma della perfectione se li richiede ad quelle: le quali
tutte, salvo le infrascripte, habiano ad essere de braccia due l'una
alte, quali sia tenuto ad fare in anni tre, per prezo di ducati
cinquecento d'oro in oro larghi ad tutte sue spese di marmo et ogni
altra cosa: et quando in Fiorenza non habia tanti marmi faccino le
quindici figure, sia tenuto farlo venire da Carrara a la sopradecta
perfectione.

Item, sia tenuto et obligato fare quelli Appostoli et Santi che sua
Signoria reverendissima nominarà, a dextra et sinistra della cappella,
con li apanamenti, posamenti, gesti et nudo se li conviene; et sieno
della perfectione che lui promette; cioè di più bontà, meglio conducte,
finite et a perfectione, che figure moderne sieno hogi in Roma. Et
perchè decte cuindici (_sic_) figure se hanno per lui ad lavorare in
Fiorenza, dove sua Signoria reverendissima nè altri per quella
intelligente et praticho può vedere nè considerare la lor perfectione,
ho (_sic_) manchamento et defecto havessero; si domanda per esso
Cardinale, che li sia lecito et possa volendo, finir (_sic, leggi_:
finite) che siano le due prime, farle vedere ad uno maestro perito
dell'arte, quale allui piacerà; et similmente _Michelangnolo_, volendo,
possa ancora lui eleggere uno maestro quale li piacerà, praticho; el
quale insieme con quello che eleggerà el Cardinale, habia ad iudicare se
le decte due figure sonno della bontà et perfectione, che lui promette,
cioè più belle et meglio conducte et finite et di più perfectione che
figure sieno hogi in Roma, moderne. Et quando essi due maestri non
fussero d'acordo, allora possino et debbino essi di comune voluntà et
iudicio eleggere et chiamare uno terzo maestro, el quale habia insieme
con li due ad iudicare; et quello che li due di loro d'accordo
dichiararando (_sic_: dichiararanno) sia acceptato, sopra la perfectione
d'esse figure, come esso _Michelangnolo_ promette; et quelle non
havesseno la perfectione, dice et sia tenuta rifarle, o vero le facte
meglio redurre et finire, in fino habbino la perfectione li manchasse,
et sia da' maestri iudicata necessaria.

Item, sia tenuto et oblighato, duranti li tre anni, nelli quali promette
fare esse fighure quindici, non tôrre nè pigliare ad fare altro lavoro
di marmo, ho altro, per lo quale si ritardasseno: ma quelle sia tenuto
continuare, et fare di sua mano, et finire in tutto, come promette per
una sua di mano di misser Iacomo Gallo.

Item, sia tenuto et obligato, innansi cominci affare esse figure, andare
ad Siena e vedere la Cappella, misurare le tribunette dove quelle hanno
da stare per li posamenti, zoccolo, o vero scabello dove si hanno a
collocare, non havendo el mezo tondo dirieto, ma andando alquanto piane
et dolci.

Item, finite sieno le due prime figure, et facte approbare da sua
Signoria reverendissima et _Michelangnolo_, come di sopra si contiene,
per maestri periti de l'arte, possa esso Cardinale volendo da due in
due, ho le altre tutte, finite siano, far vedere et iudicare da maestri,
come nel terzo capitolo si contiene: le quali quindici figure finite
sieno da _Michelangnolo_, come promette, in Fiorenza, ho dove altrove
lavorasse: et esso Cardinale ha da fare condurre ad Siena ad tutte sue
spese: et _Michelagnolo_ sia tenuto et obligato, fatte esse quindici
figure, andare ad Siena, et quelle mettare in opera nelle sue
tribunette, dove hanno da stare, et ad sue spese, ristio et fortuna.

Item, innansi cominci ad fare esse figure, dati li nomi delli Appostoli
et Sancti che vanno in essa Cappella, sia obligato quelli in prima
designiare in uno foglio, acciò si vega panni, gesti et nudo se li
richiede, et bisogniando, innansi si faccino di marmo, si li possa
adiungere et diminuire quello si vederà necessario.

Item, innansi cominci ad fare esse figure, esso reverendissimo Cardinale
sia tenuto et debbi prestare ad esso _Michelagnolo_ ducati cento d'oro
in oro larghi, per li quali, da scontare nelle tre utime figure, misser
Iacomo Gallo, cittadino Romano, per una sua scripta si obligha et
promette, che quando, Idio el cessasse, esso _Michelagniolo_ morisse, et
de le figure facte fusse paghato, sia tenuto ad esso Cardinale
restituire li ducati cento larghi hauti _Michelagniolo_ in presta.

Item, esso Cardinale sia tenuto paghare ad esso _Michelagnolo_ figura
per figura, quando sia finita con tutta sua perfectione interamente, in
Fiorenza, ducati trenta tre e uno terzo d'oro in oro larghi, toccando
tanto per una alle XV de li cinquecento.

Item, sia tenuto _Michelagnolo_ fare el Cristo va in summità d'essa
Cappella, secondo el disegno, maiore di due braccia uno palmo, per la
distantia dell'ochio: et similmente el Cristo va ne la tribuna grande di
mezo, quattro dita: el sancto Thomasio, et sancto Iohanni che li vanno
appresso, di braccia due: li due Agnoletti vano in lo extremo de le
cornici con le tronbette in mano, minori quatro dita di due braccia;
iudicando così maestro _Andrea_[560] necessario.

Item, sia tenuto tutte le predecte figure fare di marmo carrarese novo
et bello, come di sopra si dice, et non di pezi capo, braccia, piedi,
come spesso se ne vede. Et più si dice et dichiara, che el tempo delli
tre anni, ne li quali _Michelagnolo_ promette fare le quindici figure,
s'intendano cominciare dal dì che in Fiorenza li serano numerati per
commessione d'esso reverendissimo Cardinale li cento ducati d'oro
larghi.

Item, perchè vi he (_sic_: è) un sancto Francesco di marmo facto per
mano di _Pietro Turrisiani_,[561] si domanda per el Cardinale, che esso
_Michelagnolo_ per suo honore et cortesia et humanità, non essendo
quello finito di pannamenti et testa, che el finisca di sua mano in
Siena, dove sua Signoria reverendissima el farà condurre, acciò possa
stare infra le sue figure, et non si mostri maestro et mano diversa,
perchè a lui ne sequitaria manchamento; chè ognuno el vedesse, diria
fusse sua opera.

Item, esso reverendissimo Cardinale vole potere, piacendoli; finite che
sieno esse figure et paghate da una in una iudicate da maesti (_sic_) da
due in due, come di sopra si dice, in Fiorenza; di quelle come di sue
disponere; stando in casa di _Michelagnolo_, di quella levarle,
piacendoli, et collocarle et metterle in Fiorenza dove li parerà, ad sua
instantia, petitione et richesta, acciò che in sue mani emuli et
malivoli non le guastassino et rompesseno. Et finite tutte, sua Signoria
reverendissima possa ad Siena farle condurre ad sue spese: et esso
_Michelagnolo_ sia tenuto come di sopra si dice, et obgligato (_sic_) ad
sue spese, ristio et fortuna andarle a mettere in opera, et colocarle
nelle sue tribunette, dove hanno ad stare.

Et per observatione di tutte le sopra decte cose et capitoli in questa
scripta si contengano, in prima esso reverendissimo Cardenale di sua
mano propria si sottoscrivarà, et _similiter Michelagnolo_ di sua
propria mano: volendo la presente tanto vaglia, quanto ogni autentico
contracto: de le quali, una ne rimarrà appresso sua reverendissima
Signoria et una apresso _Michelagnolo_. Datum Romae in domibus prefati
reverendissimi domini Cardinalis, die quinta Iunij MCCCCCi.

Ita est, F. Cardinalis Senensis manu propria.

Io _Michelagnolo di Ludovico Buonarroti_, fiorentino, sono contento di
osseruar quanto di sopra in questa si contiene, et per chiareza del vero
mi so' sottoscripto di mia propria mano, questo dì 19 di gugnio 1501.

Io Iacomo Gallo prometto al reverendissimo Cardinale di Siena pagare li
cento ducati d'oro larghi, quali presta a lo sopra decto _Michelagnolo_:
quando dal detto _Michelagnolo_ sua Signoria reverendissima non sia
sodisfacta nel modo et forma che in nello octavo capitolo si contiene:
et per fede del vero, io Iacomo Gallo ho facti questi versi di mia
propria mano, questo dì 25 di iunio 1501.

                                        Idem IA. GALLUS manu propria.


Asserens, quod locatio predicta propter obitum dicti reverendissimi
Cardinalis, deinde felicis recordationis domini Pii pape Tertii, eius
germani, non est sortita debitum effectum, et negotium ipsum remansit
infectum; volens, prout idem sanctissimus dominus Pius in sua ultima
voluntate disposuit, opus ipsum executioni debite demandare, nomine suo
proprio et vice et nomine magnifici viri et generosi domini, domini
Iacobi de Piccolominibus, equitis Senensis, eius etiam germani, pro quo
de rato promisit, et se facturum et curaturum taliter et cum effectu,
quod idem magnificus dominus Iacobus habebit ratum et gratum, et
attendet et observabit quicquid eius nomine in huiusmodi negotio per
ipsum magnificum dominum Andream factum fuerit sive gestum; nec non
hereditario nomine dicte olim felicis recordationis domini Pii pape
Tertii, cuius uterque, videlicet, dominus Iacobus, et dominus Andreas,
prout idem dominus Andreas asseruit, sunt heredes: ratam primo et gratam
habens omnem et quamlibet obligationem, quam idem _Michaelangelus_,
civis florentinus, sculptor prefatus, cum eo et prefato domino Iacobo in
absentia ipsorum, contraxit, ratificando omnia et singula in supradicta
scripta contenta, ut patere asseruit manu honorabilis viri ser Donati
Thome de Ciampellis notarii publici Florentini,[562] et Curie
Archiepiscopalis florentine scribe, publicum documentum. Et se ad ea
dictis nominibus de novo obligans, et omnia et singula in dicta scripta
contenta cum pactis et conditionibus additis infrascriptis, eandem
scriptam superius annotata et omnia et singula in ea contenta,
approbavit, confirmavit et emologavit, nominibus antedictis; et pro
confirmata, approbata et emologata, et inter prefatos heredes et
magistrum _Michaelangelum_ sculptorem de novo facta haberi voluit, et
habere se affirmavit in omnibus et per omnia, prout in ea continetur,
cum pactis et conditionibus additionalibus infrascriptis pro dicti
magistri _Michaelisangeli_ sculptoris commoditate appositis, videlicet:

Quod pro termino trium annorum, effluxo predicto, sit terminus duorum
annorum a presenti sive a die notificationis huiusmodi ratificationis
huiusmodi sibi facte computandus: ac quod huiusmodi terminus sibi non
currat, casu quo per magnificos dominos Florentinos flumen Arni
averteretur sive derivaretur, ut proponitur: quo fieret, ut marmoris
carrarensis copia fieret difficilior: ac in eventum infirmitatis dicti
magistri _Michaelisangeli_ sculptoris: in quibus casibus negotium sive
opus ipsum pro commoditate ipsius prorogetur ad tempus sive temporis
dilationem necessariam et oportunam. Que omnia et singula prefatus
magnificus dominus Andreas, nominibus quibus supra, promisit michi
notario publico infrascripto recipienti et stipulanti pro dicto magistro
_Michaelangelo_ sculptore absente, attendere et observare.

Acta fuerunt premissa Senis in curia audientie Causarum palatii
Archiepiscopatus Senarum, anno, inditione, die, mense, premissis, coram
et presentibus ibidem honorabilibus viris eximio utriusque iuris doctore
domino Nicolao Nannis Pieri de Piccolominibus, Francisco Coni de
Ragnonibus, nobilibus, ac Iohanne Pietri Chianciani, civibus Senensibus,
testibus.

Et ego Franciscus olim Iacobi Ilcinensis notarius, rogatus scripsi.


  [559] Questo contratto, tolto dai Rogiti di ser Francesco da
  Montalcino nell'Archivio de' Contratti di Siena, fu impresso la
  prima volta nel vol. III, pag. 19, dei _Documenti per la storia
  dell'Arte senese_, raccolti ed illustrati dal dott. Gaetano
  Milanesi. Siena, Porri, 1856, in-8º.

  [560] Andrea Fusina milanese, che aveva dato il disegno della
  Cappella, e lavoratone il quadro e gli ornamenti.

  [561] È questi lo scultore fiorentino, che fu emulo del
  Buonarroti.

  [562] Esiste questo strumento tra i Rogiti del Ciampelli
  nell'Archivio generale de' Contratti di Firenze. Noi non abbiamo
  creduto di riferirlo, perchè in pochi particolari differisce da
  quello che si leggerà più innanzi, rogato da ser Lorenzo Violi
  sotto il dì 11 ottobre 1504.



  ARCHIVIO DEL DUOMO DI FIRENZE.      Firenze, 16 d'agosto 1501.

IV.

_I Consoli dell'Arte della Lana, e gli Operai di Santa Maria del Fiore
allogano a_ Michelangelo _la figura del David_.[563]


                         1501, die xvj augusti.

Spectabiles etc. viri Consules Artis Lane una cum dominis Operariis
adunati in Audentia dicte Opere, elegerunt in sculptorem dicte Opere
dignum magistrum _Michelangelum Lodovici Bonarroti_, civem florentinum,
ad faciendum et perficiendum et perfecte finiendum quendam hominem
vocato _Gigante_ abozatum, brachiorum novem ex marmore, existentem in
dicta Opera, olim abozatum per magistrum _Augustinum grande_ de
Florentia, et male abozatum, pro tempore et termino annorum duorum
proxime futurorum, incipiendorum kalendis septembris proxime futuri, et
cum salario et mercede qualibet mense florenorum sex auri latorum de
moneta; et quicquid opus esset eidem circa dictum edificium faciendum,
Opera teneatur eidem presare et conmodare et homines dicte Opere et
lignamina, et omnia quecumque alia quibus indigeret: et finito dicto
opere et dicto homine marmoreo, tunc Consules et Operarii qui tunc
erunt, iudicabunt an mereatur maius pretium; remictentes hoc eorum
conscientiis. (_In margine è scritto_): Incepit dictus _Michelangelus_
laborare et sculpere dictum gigantem die 13 settembris 1501, et die lune
de mane, quamquam prius.... die eiusdem uno vel duobus ictibus scarpelli
substulisset quoddam nodum quem (_sic_) habebat in pectore: sed dicto
die incepit firmiter et fortiter laborare, dicto die 13 et die lune
primo mane.


  [563] Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore: _Deliberazioni
  degli Operai dal 1496 al 1507_, c. 186. Fu pubblicato dal Gaye:
  _Carteggio inedito d'Artisti_, vol. II, pag. 454. Fino dal 2 di
  luglio del medesimo anno gli Operai avevano pensato a far finire
  la statua rimasta nell'Opera male abbozzata e guasta da maestro
  Agostino di Antonio di Duccio, al quale l'avevano allogata il 16
  d'aprile 1463; come si rileva da questa deliberazione: «Operarii
  deliberaverunt quod quidam homo ex marmore vocato _David_ male
  abozatum et sculptum existentem in curte dicte Opere, et
  desiderantes talem gigantem erigi, et elevari in altum per
  magistros dicte Opere in pedes stare, ad hoc ut videatur per
  magistros in hoc expertos, si possit absolvi et finiri.» (Libro
  cit., a carte 36.)

  Insieme coll'allogazione della statua del _David_ mi pare che
  importi di ripubblicare ancora il _Parere_ dei principali artisti
  di Firenze, chiamati a proporre il miglior luogo da darsi alla
  detta statua. Questo _Parere_ fu già pubblicato dal Gaye, Op.
  cit., vol. II, pag. 455; ma ora si dà più corretto ed intiero. A
  questo faranno seguito altri documenti che si riferiscono alla
  stessa materia.

    «Die 25 mensis ianuarii 1503 (s. c. 1504).

  »Prefati Operarii — viso qualiter statua vel seu _David_ est quasi
  finita; et desiderantes eam locare et eidem dare locum commodum et
  congruum, et tale locum tempore quo debet micti et mictenda est in
  tali loco, esse debere locum solidum et resolidatum, ex relato
  _Michelangeli_, magistri dicti _Gigantis_, et Consulum Artis Lane;
  et desiderantes tale consilium mitti ad effectum et modum
  predictum; omni modo — deliberaverunt — convocari et coadunari ad
  hoc ut eligatur dictus (_locus_) infrascriptos homines et
  architectores — et quorum nomina sunt ista — et vulgariter notata
  — et eorum dicta adnotavi de verbo ad verbum:

  »Andrea della Robbia

  »Betto Buglioni [Benedetto di Giovanni Buglioni, scultore e
    maestro di terre cotte invetriate. Nacque nel 1469, e
    morì nel 1521.]

  »Giovanni Cornuole [Giovanni di Lorenzo dell'Opere detto
    _delle Corniuole_. È celebre il ritratto in corniuola
    del Savonarola fatto da lui. Morì nel 1516.]

  »Vante miniatore [Vante o Attavante di Gabbriello Attavanti,
    nato in Firenze nel 1452. Viveva ancora nel 1512.]

  »L'Araldo di Palazzo [Francesco di Lorenzo Filareti.]

  »Giovanni piffero [Cellini, padre di Benvenuto.]

  »Lorenzo della Golpaia [L'autore del celebre Orologio, o
    meglio Planisferio.]

  »Bonaccorso di Bartoluccio [Ghiberti.]

  »Salvestro gioielliere [Del Lavacchio.]

  »Michelangelo orafo [Bandinelli, padre di Baccio, scultore.]

  »Cosimo Rosselli

  »Guasparre orafo [Guasparre di Simone Baldini, padre di
    Bernardone, orafo.]

  »Lodovico orafo e maestro di getti [Lodovico di Guglielmo
    Lotti, padre di Lorenzetto, scultore.]

  »El Riccio orafo [Andrea di Giovanni, detto _il Riccio_.]

  »Gallieno ricamatore [Gallieno di Mariano.]

  »David dipintore [Del Ghirlandaio.]

  »Simone del Pollaiuolo [Il Cronaca, architetto.]

  »Philippo di Philippo dipintore [Filippino Lippi, pittore.]

  »Sandro di Botticello pittore

  »Giovanni alias vero Giuliano et

  »Antonio da San Gallo

  »Andrea da Monte a San Savino pittore (_sic_)

  »Chimenti del Tasso [Clemente di Francesco del Tasso,
    legnaiuolo.]

  »Francesco di Andrea Granacci

  »Biagio pittore [Biagio d'Antonio Tucci.]

  »Pietro di Cosimo pittore

  »Lionardo da Vinci

  »Pietro Perugino in Pinti pittore

  »Lorenzo di Credi pittore

  »Bernardo della Ciecha legnaiuolo. [Bernardo di Marco Renzi,
    intagliatore ed architetto, detto _della Cecca_,
    perchè discepolo di Francesco d'Agnolo, chiamato _la
    Cecca_, ingegnere famoso. Morì nel 1529.]

  (_In margine è scritto_):

  »Baccio d'Agnolo legnaiuolo, Giovanni piffero e fratello: ma
  questi non furono richiesti nè vennono.

  »Francesco da Settignano [Francesco di Stoldo Fancelli.], Chimenti
  scultore [Clemente di Taddeo da Santa Maria a Pontanico.].

  »Iacopo legnaiuolo da Santa Maria in Campo, Gio. Francesco
  sculptore [Rustici.].

  »Questi sono arroti e non furono invitati per errore.

  »Comparuerunt dicti omnes supranominati in audientia dicte Opere
  et tanquam moniti et advocati a dictis operariis ad perihendum et
  deponendum dictum et voluntatem, et locum dandum ubi et in quo
  ponenda est dicta statua; et primo narrando de verbo ad verbum que
  retulerunt ex ore proprio vulgariter:

  »_Maestro Francesco, araldo della Signoria._ Io ho rivolto per
  l'animo quello che mi possa dare el iuditio: havere due luoghi
  dove può sopportare tale statua: el primo dove è la _Iuditta_; [La
  _Giuditta_ di bronzo di Donatello.] el secondo el mezo della corte
  del Palagio dove è il _David_ primo;[Il _David_ di bronzo del
  Verrocchio.] perchè la _Iuditta_ è segno mortifero: e non sta
  bene, havendo noi la ✠ per insegnia et el giglio; non sta bene
  che la donna uccida l'uomo, et maxime essendo stata posta con
  chattiva chostellatione; perchè da poi en qua siete iti di male in
  peggio et perdèsi Pisa. Et _David_ della Corte è una figura e non
  è perfetta, perchè la gamba sua di drieto è sciocha. Pertanto io
  consiglierei che si ponesse questa statua in uno de' due luoghi;
  ma più tosto dovè è la _Iuditta_.

  »_Francesco Monciatto, legnaiuolo_, rispose et disse: Io credo che
  tutte le cose che si fanno si fanno per qualche fine; e così
  credo; perchè fu fatta per mettere in su i pilastri di fuori, o
  sproni intorno alla chiesa [Di Santa Maria del Fiore.]. La causa
  di non ve la mettere, non so; e quivi a me pareva stéssi bene in
  ornamento della chiesa et de' Consoli. E mutato loco, io consiglio
  che stia bene, poi che voi vi siete levato dal primo obietto, o in
  Palazo, o intorno alla chiesa: e non bene resoluto, referirommi al
  decto d'altri, come quello che non ò bene pensato per la extremità
  del tempo, del luogo più congruo.

  »_Cosimo Rosselli._ Et per messer Francesco et per Francesco s'è
  detto bene: che credo stia bene intorno a quello Palazo. Et aveo
  pensato di metterlo dalle schalee della chiesa dalla mano ritta
  chon uno inbasamento in sul chanto di dette schalee, con uno
  inbasamento et ornamento alto, et quivi le metterei, secondo me.

  »_Sandro Botticello._ Cosimo à detto apunto dove a me pare esser
  veduto da' viandanti; et dall'altro canto con una _Iuditta_, o
  nella Loggia de' Signiori; ma piutosto in sul canto della chiesa:
  et quivi iudico stia bene, et esser el miglior luogo da' Lorini.

  »_Giuliano da San Gallo._ L'animo mio era vòlto in sul chanto
  della chiesa dove à detto Cosimo et è veduta da' viandanti: ma poi
  che è cosa pubblica, veduto la imperfectione del marmo, per lo
  essere tènero e chotto, et essendo stato all'acqua, non mi pare
  fussi durabile. Pertanto per questa causa ò pensato che stia bene
  nell'archo di mezo della Loggia de' Signori o i' nel mezo
  dell'archo, che si potessi andarle intorno, o dal lato drènto
  presso al muro nel mezo chon uno nichio nero di drieto in modo di
  cappelluzza: che se la mettono all'acqua verrà mancho presto: et
  vuole stare coperta.

  »El _sicondo Araldo_ [Angelo Manfidi, genero del primo Araldo.].
  Vegho el detto di tutti e tutti a buono senso intendono per varii
  modi: et ricercando e luoghi rispetto a' diacci e freddi, ò
  examinato volere stare al coperto, e el luogo suo essere nella
  Loggia detta e nell'archo presso al Palazo, et quivi stare coperta
  et essere honorata per chonto del Palazzo; et se nell'archo di
  mezo si romperebbe l'ordine delle cerimonie che si fanno quivi per
  e' Signori e li altri magistrati. (_In margine_): Questo aggiunse
  poi dopo il detto d'ognuno all'ultimo. Et avanti che si
  disponghino le Magnificentie Vostre dove à stare, lo chonferiate
  con li Signori, perchè vi è de' buoni ingiegni.

  »_Andrea_ vocato el _Riccio orafo_. Io mi achordo dove dicie
  messer Francesco araldo, et quivi stare bene coperta et essere
  quivi più stimata et più riguardata quando fussi per essere
  guasta, et stare meglio al coperto et e' viandanti andare a
  vedere, et non tal cosa andare incontro a' viandanti et che noi e'
  viandanti l'andiàno a vedere, et non che la figura venghi a vedere
  noi.

  »_Lorenzo della Golpaia._ Io m'achordo al detto dell'Araldo di
  sopra e del Riccio e di Giuliano da San Gallo.

  »_Biagio dipintore._ Io credo che saviamente sia detto et io sono
  di questo parere, che meglio sia dove à detto Giuliano, mettendola
  tanto drento non guasti le cerimonie delli uffici si fanno in
  nella Loggia o veramente in su le schalee.

  »_Bernardo di Marcho._ Io mi appicho a Giuliano da San Gallo ed a
  me pare buona ragione, et vonne chon detto Giuliano per le ragioni
  da lui dette.

  »_Leonardo di ser Piero da Vinci._ Io confermo che stia nella
  Loggia dove à dètto detto Giuliano in su el muricciuolo, dove
  s'appichano le spalliere allato al muro chon ornamento decente e
  in modo non guasti le cerimonie delli uffici.

  »_Salvestro._ E' s'è parlato e preso tutti i luoghi et che le
  siano tal cose vedute et dette. Credo che quello che l'à facta sia
  per darle miglior luogo. Io per me mi stimo intorno al Palazo
  stare meglio, e che quello che l'à facta niente di mancho, come ò
  detto, sappia meglio el luogo che nissuno, per l'aria e modo della
  figura.

  »_Philippo di Philippo._ Io (_sic_) per tutti è stato detto
  benissimo, et credo che el maestro habia miglior luogo et più
  lungamente pensato el luogo e da lui s'intenda, confirmando el
  detto tutto di chi à parlato: che saviamente si è detto.

  »_Gallieno richamatore._ A me, secondo mio ingiegno e veduto la
  qualità della statua, disegno stia bene dove è el lione di Piaza
  chon uno inbasamento in ornamento: el quale luogo a tal statua è
  conveniente, e el lione mettendo allato alla porta del Palazo in
  sul chanto del muricciuolo.

  »_David dipintore._ A me pare che Gallieno habia detto el luogo
  tanto degnio quanto altro luogo, et quello sia el luogo congruo et
  commodo: et porre el lione altrove dove à detto, o in altro luogo
  dove meglio fussi iudicato.

  »_Antonio legnaiuolo da San Gallo._ Se el marmo non fussi tènero,
  el luogo del lione è buono luogo: ma non credo fussi sopportato,
  essendo stato quivi lungo tempo. Pertanto essendo el marmo tènero,
  mi pare di darli luogo nella Loggia: e se non fussi così, in sulla
  strada e' viandanti durino faticha a vederla insino quivi.

  »_Michelangelo orafo._ Questi savi hano bene detto et maxime
  Giuliano da San Gallo. A me pare che el luogo della Loggia sia
  buono; e se quello non piacesse, nel mezo della sala del
  Consiglio.

  »_Giovanni piffero._ Poichè vegho la existimatione vostra, io
  confermerei el detto di Giuliano, se si vedesse tutta: ma non si
  vede tutta: ma e' s'à pensare alla ragione, all'aria, alla
  apertura, alla pariete et al tecto: pertanto bisognia andarle
  intorno: et dall'altro lato potrebbe uno tristo darle chon uno
  stangone. Mi pare sia bene nella corte del Palazo, dove dixe
  messer Francesco araldo, et sarà grande conforto allo autore,
  essendo in luogo degnio di tale statua.

  »_Giovanni Cornuole._ Io ero vòlto a metterla dove è el lione, ma
  non haveo pensato el marmo essere tènero et havere a esser guasto
  dall'acqua et freddi: pertanto io iudico che stia bene nella
  Loggia, dove Giuliano da San Gallo à detto.

  »_Guasparre di Simone._ A me pareva metterla in sulla piaza di San
  Giovanni: ma a me pare la Loggia più comodo luogo, poichè è
  tènera.

  »_Pietro di Cosimo dipintore._ Io confirmo el decto di Giuliano da
  San Gallo et più che se ne achordi quello che l'à facta, che lui
  sa meglio come vuole stare.

  »Li altri sopra nominati e richiesti chol detto loro per più
  brevità qui non si scripsono. Ma el detto loro fu che si
  riferirono al decto di quelli di sopra et a chi uno et chi a un
  altro de' sopra detti sanza discrepanza.» (_Libro detto delle
  Deliberazioni degli Operai di Santa Maria del Fiore_, c. 71 e
  segg.)

    «Die 25 februarii 1501 (s. c. 1502).

  »Spectabiles viri Consules Artis Lane — deliberaverunt quod
  Operarii possint dare _Michelangelo de Bonarrotis_ sculptori flor.
  400 largos de auro in auro pro _Gigante_ incepto per eum,
  computatos (_sic_) id quod habuit usque nunc, et quod possint sibi
  dare fioren. sex largos pro mense, donec fuerit finitum; et
  teneatur eum complevisse ad minus infra duos annos ab hodie ita
  quod in effectu possint expendere usque ad integram perfectionem
  dicti _Gigantis_ flor. 400 largos de auro in auro.» (_Libro_ cit.,
  a c. 41 tergo.)

    «Die 28 dicti mensis.

  »Prefati Operarii — visa dicta deliberatione facta sub dicta die
  25 februarii presentis, per predictos — spectabiles — Consules, ut
  supra, de declarando per dictos Operarios salarium dicti
  _Michelangeli de Bonarrotis_, et quod possint dicti Operarii
  declarare et facere dictam mercedem et salarium; et audita
  petitione tam facta per dictum _Michelangelum,_ quam voluntate
  dictorum Consulum; vigore auctoritatis predicte, declaraverunt
  dictum pretium et mercedem dicti _Michelangeli_ pro faciendo et
  conficiendo plene et perfecte dictum _Gigantem_ seu _David_,
  existentem in dicta Opera et iam semifactum per dictum
  _Michelangelum_, fuisse et esse floren. 400 largorum de auro in
  aurum, et eidem dictam summam persolvendam per camerarium dicte
  Opere, finito dicto _Gigante_, et cum salario quolibet mense,
  prout alias per dictos Consules factum fuit — et usque ad dictum
  tempus et perfectionis (_sic_) dicti _Gigantis_ — computatis in
  dictam summam flor. 400, id quod tunc habuisset vel habuerit.»
  (_Libro_ cit., a c. 42 e 42 tergo.)

    «Die xxviij mensis maii 1504.

  »Item dicti domini — deliberaverunt quod statua marmorea
  _Gigantis_ ad presens in eorum platea existens collocetur et
  ponatur in eo loco in quo ad presens est aerea statua _Iudit_ ante
  portam eorum Palatii, et propterea illa _Iudit_ exinde removeatur.

  »Item — deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus viris
  Operariis Opere sancte Marie Floris de Florentia, quatenus quam
  citius fieri potest, iumptibus tamen et expensis dicte opere,
  ordinent et provideant magistros et manovales ac lignamina et
  omnia alia opportunos et opportuna ad conducendum et collocandum
  statuam marmoream in platea dictorum dominorum existentem ad locum
  et in loco in quo collocari debet.» (_Deliberazioni de' Signori e
  Collegi del 1503-1504_, c. 49.)

    «Die xj iunii 1504.

  »Deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus Operaris Opere
  sancte Marie Floris de Florentia quatenus sumptibus et expensis
  dicte Opere quam citius fieri potest facere faciant basam
  marmoream subtus et circum circa pedes gigantis ad presens ante
  portam eorum palatii existentis modo et forma et prout
  designabitur per _Simonem del Pollaiuolo_ et _Antonium de Sancto
  Gallo_, architectores florentinos.» (_Deliberazioni_ dette, a c.
  52.)



  ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.      Firenze, 12 d'agosto 1502.

V.

_Allogazione a_ Michelangelo _della figura di bronzo del_ David.[564]


— Dicti domini — locaverunt _Michaelangelo Ludovici Bonarroti_ de
Florentia et magistro sculture, ad faciendum unam figuram unius _Davit_
alti brachiis duobus et uno quarto alterius brachii in circa, bronzi,
infra tempus sex mensium proxime futurorum, pro ea mercede que
declarabitur post perfectam dictam figuram per duos amicos communes,
eligendos unum a dictis magnificis dominis Prioribus pro tempore
existentibus, et unum alium a dicto _Micaelangelo_, cum hoc quod dicti
Domini teneantur ad presens dare dicto _Michaelangelo_ totam materiam,
et ulterius florenos 50 largos auri in auro pro parte mercedis predicte:
et quam figuram dicti magnifici Domini dixerunt se velle facere fieri
pro donando illam Marischali de Gie francioso, et baroni regis
Francorum, quando perfecta fuerit.[565]


  [564] Libro delle _Deliberazioni de' Signori e Collegi del 1501 e
  1502_, n. 94, a c. 89 t. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol.
  II, pag. 55.

  [565] Questa statua di bronzo era destinata, come è noto, a
  Monsignor di Nemours, chiamato il _Marescial di Gie_; ma, dopochè
  egli cadde dalla grazia del Re di Francia, fu dalla Repubblica
  mandata a donare al segretario Robertet.



  ARCHIVIO DEL DUOMO DI FIRENZE.      Firenze, 24 d'aprile 1503.

VI.

_Statue de' XII Apostoli allogate a_ Michelangelo _per il Duomo di
Firenze_.[566]


                           1503, die 24 aprilis.

Die 24 mensis eiusdem, presentibus _Iuliano Francisci da San Gallo_
vocato _Francione_ legnaiuolo, et _Simone Tommasii del Pollaiuolo_
caputmagistro in dicta Opera; actum in Opera predicta, et etiam presente
ser Niccolao Michelozii de Micheloziis cancellario dicte Artis Lane, et
aliis testibus.

Spectabiles viri Consules Artis Lane, absentibus Iacob (_sic_) de
Pandolfinis, Ioanne Pagni de Albizis, eorum collegis, et Operarii Opere
Sancte Marie del Fiore, absente tamen Paulo Simeonis de Carnesechis uno
ex dictis Operariis, locaverunt _Michelangelo Ludovici de Bonarrotis_,
sculptori et civi florentino, presenti et acceptanti, statuas duodecim
Apostolorum fiendorum de marmore carrariensi albo, altitudinis
brachiorum quatuor et unius quarti quolibet statua dictorum duodecim
Apostolorum, per dictum _Michelangelum_ in honorem Dei, famam totius
civitatis, et in ornamentum dicte civitatis et dicte ecclesie Sancte
Marie del Fiore; et ponendorum in dicta ecclesia in loco picturarum[567]
que in presenti sunt in dicta ecclesia, vel alibi ubi videbitur et
placebit et commodius prefatis Consulibus et Operariis pro tempore
existentibus. Quas statuas dictus _Michelangelus_ debeat sculpere et
laborare et perfecte finire et diligentissime et secundum dignitatem
dicte ecclesie et artem ingenium et artificium suum, adeo quod de eis
acquiratur gloria et honor civitati predicte et ecclesie et sibi. Quas
quidem 12 statuas dictus _Michelangelus_ debeat sculpere et laborare, et
illas sculpsisse et laborasse, et perfecte absolutas et completas dare
et consignare dictis Consulibus et Operariis et eorum successoribus tam
presentibus quam futuris, infra tempus et terminum annorum duodecim
hodie initiatorum; et videlicet anno unam absolutam et perfectam ad
minus. Et predicta omnia et singula suprascripta promisit dictus
_Michelangelus_ facere et observare diligenter et absolute ex parte sua,
remota omni cavillatione et seu contradictione, secundum consuetudinem
et usum boni et perfecti sculptoris et artificis et eius industriam,
magisterium et ingenium. Et versa vice dicti spectabiles viri Consules
et Operarii, ut supra, servatis servandis et omni modo — promiserunt —
dare et tradere dicto _Michelangelo_, ab eo die quo dictus
_Michelangelus_ missus fuerit vel ibit Carrariam pro faciendo seu
procurando marmor seu bozas marmoreas duodecim (_statuarum_) et pro
pretio dictarum duodecim statuarum et pro eis et eas cavando, et illas
ad Operam conducendo ad omnes expensas dicte Opere, adeo quod per dictum
_Michelangelum_ nihil aliud mittatur, nisi eius industriam (_sic_), _che
non vi abbia a mettere se non la sua faticha et industria, e ogni altra
cosa l'Opera_, pro dictis duodecim Apostolis solvatur dicto
_Michelangelo_ expensas et sibi et sue comitive, non ascendendo plusquam
uno eius socio, si et in casu quo vellet se conferri ad cavandum dictas
statuas usque Carrariam, et non aliter. Et insuper et ultra predicta
solvere dicto _Michelangelo_ florenos duos auri largos in auro quolibet
mense, durantibus dictis XII annis, libere et absque aliqua
retentione[568].... et preterea solvere eidem _Michelangelo_ pro dicta
gita Carrariam et pro eius labore id totum et quicquid dictis
spectabilibus Operariis videbitur et placebit. Quorum discretioni dictus
_Michelangelus_ libere et absolute se submisit et conmisit, promictens
pro tali eius mercede recipere et acceptare quicquid prefatis Operariis,
et ultra dictos duos florenos largos in auro quolibet mense, videbitur
et placebit; et etiam nihil recipere, si ita dictis Operariis videbitur.
Et etiam promiserunt ut supra, dare et tradere et consignare
_Michelangelo_ predicto situm unum per eos hodie emptum in angulo vie
Pinti.... conspectu monasterii Cestelli, a Bernardo Bonaventure
Serzelli, longitudinis brachiorum vigintiquatuor per viam Pinti
predictam versus angulum Montislori, et br.... in via que vadit ad
monasterium Servorum.... sita quinque, et loca quinque situum domorum
designatorum cum hostiis per dictam viam que vadit ad dictum monasterium
Servorum, prout constat manu ser Stephani Antonii Pacis Bambelli notarii
dicte Opere. Super quo solo, prefati Consules et Operarii predicti
teneantur murare unam domum pro habitatione dicti _Michelangeli,_ in qua
domo intra solum predictum et edifitium domus fiende expendantur, et
intra dictam emptionem factam dictarum librarum noningentarum
quadraginta otto et solidorum decem expensarum in duabus vicibus, et
solutarum dicto Bernardo, pro ut in margine e contra apparet; et in
edificio et murando in totum ut supra: et inter omnia expendantur et
expendant prefati Operarii pro tempore ad minus florenos 600 largos de
auro in aurum. Que quidem domus fieri debeat et fiat iuxta et ad
similitudinem et secundum modellum factum uel fiendum per _Simonem del
Pollaiuolo_ caput magistrum dicte Opere et dictum _Michelangelum_ simul
concordes. Et si in dicta domo fienda secundum dictum modellum
expendatur uel expenderetur maior summa, quam predicta dictorum
florenorum 600 largorum; id totum reliquum expendi et exbursari debeat
per dictum _Michelangelum_ et non per dictam Operam. Et cum pacto in
predictis expresso et declarato, quod dictus _Michelangelus_ non
acquirat vel intelligatur acquirere ius vel dominium quoad dictam summam
florenorum 600 expendendam per dictos Operarios et Operam predictam inde
vel super dicta domo, nisi de tempore in tempus, secundum promisit,
sculpserit seu laboraverit dictas statuas, videlicet quotiescumqne
dictus _Michelangelus_ consignaverit vel dederit unam ex dictis statuis
absolutam et in omni sua parte perfectam; tunc intelligatur acquirere et
acquisisse ius et dominium super dicta domo de duodecima parte dictorum
florenorum 600 et non ultra; et si consignaverit duas statuas perfectas,
ut supra, intelligatur et voluerunt acquisisse et acquirere ius et
dominium super sexta parte dicte domus; et sic in reliquis statuis et
statua per.... observabitur. Et dictum salarium florenorum duorum
quolibet mense dicto _Michelangelo,_ incipiat et incipere intelligatur
die qua ibit Carrariam pro cavando dictas bozas vel quum non iret, et
huc ad Operam essent apportate, die qua incipiet laborare super prima
statua in dicta Opera. Que omnia — promiserunt dicti Consules — dicto
_Michelangelo_ presenti — et non propterea eorum bona obbligare — sed
bona dicte Opere; et e converso dictus _Michelangelus_ promisit dictis
dominis Consulibus et Operariis — omnia suprascripta attendere et contra
non ire — sub pena florenorum mille. —


  [566] Anche questa allogazione fu pubblicata dal Gaye, Op. cit.,
  vol. II, pag. 473. Noi la riproduciamo corretta ed ampliata
  secondo che sta nel libro originale delle _Deliberazioni degli
  Operai di Santa Maria del Fiore dal 1496 al 1507_. Si sa che di
  queste dodici statue di Apostoli, Michelangelo cominciò solamente
  quella del _San Matteo_, la quale appena in parte abbozzata,
  rimasta per tre secoli nell'Opera, fu a' nostri giorni trasportata
  nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.

  [567] Fatte da Bicci di Lorenzo, pittore fiorentino.

  [568] Qui manca un verso.



  ARCHIVIO DE' CONTRATTI DI FIRENZE.      Firenze, 11 d'ottobre 1504.

VII.

_Nuova convenzione tra_ Michelangelo _e i fratelli ed eredi di papa Pio
III, sopra il lavoro della Cappella Piccolomini nel Duomo di
Siena_.[569]


                         1504, die xj octobris.

Actum Florentie in populo Sancti Pauli et in domo habitationis mei
Laurentii, presentibus honorabilibus viris domino Ricciardo Lodovici de
Giandonatis, plebano plebis sancti Iacobi de Soriana, et Roberto
Philippi Iohannis de Corbizis, civibus florentinis, testibus.

Certum esse dicitur, quod anno domini MDI, et sub die quinta mensis
Iunii dicti anni vel alio tempore veriori, fuit facta et firmata quedam
conventio per scriptam et cautionem privatam inter reverendissimum tunc
dominum Cardinalem de Senis ex parte una; qui Cardinalis postea
successit in pontificatu pape Alexandro Sexto, et vocatus fuit Pius
Tertius; et _Michelangelum Lodovici de Buonarrotis_, scultorem
florentinum, ex parte alia: per quam scriptam in effectu dictus
_Michelangelus_ promisit et se obligavit dicto domino Cardinali facere
et sua manu et opere sculpendo fabbricare quindecim statuas, et seu
figuras marmoreas, pro pretio florenorum quingentorum auri largorum in
auro, et cum illis tamen pactis, modis et capitulis, prout in dicta
scripta privata, et subscripta manu dicti reverendissimi domini
Cardinalis, et dicti _Michelangeli_ latius dicitur apparere: ad quam
habeatur relatio.

Et cum prefatus reverendissimus dominus Cardinalis, et beatissimus papa
Pius predictus hodie sit vita functus, et cum magnifici viri dominus
Iacobus et dominus Andreas fratres et filii olim domini Vannis de Senis,
sint heredes ex testamento felicissime recordationis dicti pape Pii, et
velint quod illud, quod per suam felicem memoriam fuerat inceptum et
ordinatum, sequatur et habeat suam perfectionem.

Hinc est, quod hodie hac presenti suprascripta die, venerabilis vir
dominus Philippus Nicolai Antonii, presbyter Senensis, et plebanus
plebis Sancti Blaxii de Scrofiano, comitatus Senarum, vice et nomine
prefatorum domini Iacobi et domini Andree fratrum et filiorum domini
Vannis de Senis et heredum ex testamento prefati beatissimi pape Pii,
pro quibus et quolibet eorum de rato promisit, etc. et se facturum, etc.
quod prefati dominus Iacobus et dominus Andreas infra unum mensem ab
hodie proxime futurum, rathificabunt et quilibet eorum rathificabit
omnia et singula in presenti instrumento contenta, alias de suo et
attendere, etc. promisit, etc. et quolibet dictorum modorum et nominum,
ex parte una, et prefatus _Michelangelus_ ex altera, per se et eorum et
cuiuslibet eorum dictis modis et nominibus heredes, etc. et omni modo,
etc. devenerunt ad infrascriptam novam conventionem, pacta, et
concordiam, videlicet:

In primis dicte partes sibi invicem et vicissim dictis modis et
nominibus promiserunt de novo, salvis infrascriptis, observare omnia
contenta in dicta scripta et cautione privata, exceptis tamen infra
dicendis, et cum infrascriptis limitationibus, correctionibus et
additionibus, et pactis et modis, videlicet. Quoniam virtute dicte
scripte et cautionis private dictus _Michelangelus_ tenetur facere
quindecim figurae et statuas marmoreas predictas, dicte partes ex nunc
declaraverunt dictum _Michelangelum_ usque in hunc diem de dictis
figuris iam fecisse et consignasse quatuor figuras et statuas marmoreas
dictis heredibus beatissimi Pii Tertii predicti, et dictos heredes
dictas quatuor statuas habuisse et acceptasse a dicto _Michelangelo_ pro
figuris idoneis et illius qualitatis et bonitatis, cuius tenebatur
facere dictus _Michelangelus_, virtute dicte scripte private: et ita
dictus dominus Philippus dictis nominibus confessus fuit sibi dictis
nominibus fuisse et esse consignatas et datas a dicto _Michelangelo_; et
è converso dictus _Michelangelus_ confessus fuit sibi fuisse et esse
integre solutum et satisfactum de pretio dictarum quatuor figurarum
consignatarum a dictis heredibus domini nostri pape Pii predicti, ultra
etiam centum ducatos, de quibus infra proxime fiet mentio. Et ideo
concorditer convenerunt dicte partes dictis modis et nominibus, quod
dictus _Michelangelus_ solum teneatur facere undecim figuras pro residuo
figurarum promissarum in dicta scripta, eo tamen modo et forma et pro
illo pretio pro qualibet figura, et solvendo singulum pretium pro
singola figura, ut et quemadmodum in dicta scripta inter partes
conventum fuit.

Item cum in dicta scripta dicatur, quod dictus _Michelangelus_ centum
ducatos, quos habere debebat a dicto domino Cardinali antequam operari
inciperet, non teneretur computare nisi in ultimis tribus figuris per
eum conficiendis, ut ibi latius in dicta scripta continetur; et cum
dictus _Michelangelus_ post dictam factam scriptam habuerit et habuisse
confiteatur dictos centum ducatos, ultra pretium dictarum quatuor
figurarum, de quibus supra fit mentio; convenerunt de novo, et sic
promisit dictus _Michelangelus_ illos centum ducatos computare in primis
pagis trium primarum figurarum fiendarum per eum ex numero dictarum
undecim.

Item cum tempus ad faciendum dictas figuras sit modo elapsum, secundum
tenorem dicte scripte, ideo de novo dicte partes dictis modis et
nominibus convenerunt quod dictus _Michelangelus_ habeat adhuc tempus
duorum annorum proxime futurorum ab hodie; et sic prorogaverunt dictum
tempus ad faciendas dictas xj figuras adhuc per duos annos predictos ab
hodie proxime futuros.

Item cum dictus _Michelangelus_ virtute dicte scripte pro conficiendis
figuris teneatur facere conducere marmora de montibus Carrarie ad
civitatem Florentie, et cum de nouo pro obsidione Pisanorum in comitatu
Pisarum vigeat guerra et Respublica Florentina conetur mutare cursum
fluminis Arni, et sic de facili posset impediri dicta conductio marmorum
de montibus Carrarie ad civitatem Florentie, et cum etiam dictus
_Michelangelus_ posset infirmare, quod Deus avertat: iccirco dicte
partes dictis nominibus convenerunt quod casu, modo aliquo, occasione,
vel propter revolutionem aquarum dicti fluminis Arni, vel propter
guerram, vel propter infirmitatem dicti _Michelangeli_ fieret aliquod
impedimentum, propter quod dicta marmora venire non possent, vel dictus
_Michelangelus_ operari non posset propter dictam infirmitatem; quod
tunc et in dictis casibus, et quolibet vel altero eorum, dictum tempus
dictorum duorum annorum non currat, durante et donec duraret dictum
impedimentum; sed cessante impedimento, procedat et sequatur cursus
dicti temporis.

Item cum dicte partes de mense septembris proxime preteriti fecerint
aliud contractum et conventionem super predictis, et seu circa predictas
figuras, prout constat manu ser Donati de Ciampellis notarii publici
Florentini, in quo contractu etiam dictus _Michelangelus_ etiam se
obligavit in forma Camere; ex nunc dicte partes dictis modis et
nominibus discesserunt a dicto contractu et obligatione facta per
instrumentum manu dicti ser Donati de Ciampellis rogatum de dicto mense
septembris proxime preterito, et noluerunt virtute dicti contractus et
instrumenti dictum _Michelangelum_ aliquo modo posse cogi vel inquietari
in rebus aut persona, sed convenerunt quod dictum instrumentum et dicta
obligatio habeatur et sit penitus pro non facta.

Item cum dictus _Michelangelus_ virtute dicte scripte teneatur ire Senas
ad videndum capellam in qua debent stare dicte figure; et quia hoc
observavit, declaraverunt dicte partes, quod ipse _Michelangelus_
amplius non teneatur ire ad videndum dictam capellam pro videndis locis
ubi stare debent dicte figure, quia ut dictum est, ipse observavit et
illuc ivit, antequam operari inciperet in dictis figuris.

Item convenerunt dicte partes dictis modis et nominibus, quod dicta
scripta, salvis et firmis stantibus supra contentis, remaneat et sit
firma in omnibus suis aliis partibus et capitulis, sane omnia
intelligendo. Que omnia, etc. promiserunt, etc. dicte partes dictis
modis et nominibus sibi invicem dictis modis et nominibus observare et
contra non facere, etc. sub refectione damnorum et expensarum litis et
extra et cuiuslibet interesse earum, etc. pro quibus, etc. bona, etc.
quibus, etc. per guarentigiam, etc. rogantes, etc.


  [569] Questo contratto è tra i Rogiti di ser Lorenzo Violi, e fu
  pubblicato la prima volta da Domenico Maria Manni nell'opuscolo:
  _Addizioni necessarie alle Vite de' due celebri statuarii
  Michelagnolo Buonarroti e Pietro Tacca._ — In Firenze, MDCCCLXXIV,
  nella stamperia di Pietro Gaetano Viviani, in-8º. — Ma delle
  quindici statue Michelangelo pare non ne facesse che quattro, cioè
  _San Pietro_, _San Paolo_, _San Pio_ e _San Gregorio_, oltre
  l'aver riformato e perfezionato il _San Francesco_ cominciato da
  Pietro Torrigiano. Chi poi facesse l'altre statue, che pur si
  vedono nella cappella Piccolomini, è ignoto. Restò Michelangelo
  tuttavia debitore di cento scudi anticipatigli dal cardinale
  Francesco, secondo i patti della prima convenzione, i quali Anton
  Maria Piccolomini cedè nel 1537 a Paolo Panciatichi da Pistoia.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 12 di novembre 1505.

VIII.

_Patti tra_ Michelangelo _e alcuni padroni di barche di Lavagna per
condurre marmi dal porto dell'Avenza a Roma_.[570]


                 In nomine etc. Die XII novembris 1505.

Pateat per hoc publicum instrumentum qualiter Dominicus Pargoli et
Iohannes Antonius de Merlo ambo de Lavagna, habentes et quilibet eorum
est patronus sue barce, constituti coram me notario et testibus
infrascriptis convenerunt per pactum expresse cum magistro
_Michaelleangelo Ludovici_ florentino sculptore marmorum, quod ipsi
patroni promittunt eidem portare Romam 34 carratas marmorum, inter quas
sunt due figure, que sunt 15 carrate, in hunc modum, videlicet: Quod
dicti Dominicus et Iohannes Antonius promiserunt et promittunt, a
presenti die usque ad 20 diem presentis mensis, venire ad littus maris
Aventie, et super eorum et utriusque eorum barcis onerare dictas
quantitates marmorum et deinde navigare expensis ipsius magistri
_Michaelis Angeli_, et deinde dictas quantitates marmorum vehere et
portare Romam, expensis ipsorum prenominatorum, exceptis gabellis, si
que fuerint; quas ipse magister _Michael Angelus_ teneatur solvere; et
deinde eam quantitatem marmorum exonerare ad Ripam, ubi marmora
exonerantur. Et si in illo loco ubi ipsa marmora exonerantur, non
possent ipsi patroni ipsa exonerare propter periculum frangendi suas
barcas; quod exonerare teneantur in loco comodiori, ubi non immineat
damnum frangendi dictas barcas: et ibi in exonerando dicta marmora ipse
magister _Michael Angelus_ promisit prestare petia lignaminum grossorum
secundum consuetudinem et morem boni et nobilis viri. Cum hoc pacto,
quod ipsi patroni, post quam oneraverint ipsa marmora in ipso littore
Aventie, non possint navigare nec aliud facere aut inceptum capere, nisi
ire Romam quam celerius poterint: salvo in omnibus supadictis omni iusto
impedimento: et quando dicti Patroni ad dictum 20 diem non venissent ad
ipsum littus Aventie sua culpa et non pro iusto impedimento, quod cadant
in penam 25 ducatorum solvendorum ipsi magistro _Michaeli Angelo_. Et ex
altera parte ipse magister _Michael Angelus_ promisit nomine nauli dare
et solvere eisdem patronis, etc. ducatos 62 auri in auro latos, etc. que
omnia, etc. promiserunt dicti, etc. et ipse magister _Michael Angelus_
hic presens promisit attendere, etc.

Actum Carrarie in domo mei not. etc.


  [570] Lo strumento è tra i Rogiti di ser Pandolfo Ghirlanda da
  Carrara, e fu pubblicato da Carlo Frediani nel _Ragionamento
  storico su le diverse gite fatte a Carrara da Michelangiolo
  Buonarroti_, Massa, pei Fratelli Frediani, 1837, in-8º. Questo e
  gli altri si dànno secondo la lezione del Frediani.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 10 di dicembre 1505.

IX.

_Convenzione di_ Michelangelo _con alcuni scarpellini di Carrara per
cavare marmi_.


Sia noto e manifesto a qualunche persona leggierà la presente scritta,
com'io _Michelagniolo di Lodovico Buonarroti_, scultore fiorentino,
alluogo e acottimo oggi questo dì dieci di dicembre nel mille cinque
cento cinque, a _Guido d'Antonio di Biagio_ e a _Matteo di Cucarello da
Carrara_ carrate sessanta di marmi all'uso di Charrara; ciò è dumila
cinque cento libre la carrata: e infra i detti marmi s'intende essere
quatro pietre grosse, dua d'otto carrate l'una, e dua di cinque; e delle
dua pietre d'otto carrate l'una, restiamo d'acordo che io deba dare
trenta cinque ducati d'oro largi dell'una; e delle dua pietre di cinque
carrate l'una, siamo d'acordo io debba dare venti ducati simili
dell'una; e el resto delle carrate per insino al numero sopra scritto
debbono esser tutti pezi di dua carrate e da dua in giù; e di queste
simili carrate el prezo abbia a essere ducati dua d'oro largi la
carrata, che così siamo d'acordo, e le pietre grosse con tutte l'altre
carrate soprascritte. Ancora restiamo d'acordo pel detto prezo mi debbin
dare in barca a ogni loro spese: e tutta la sopra scritta quantità di
marmi, e massimamente le pietre grosse, s'intenda essere nette di peli e
di veni e bianche sopratutto; e che non sieno niente peggio che quelle
che io ò fatte nel sopra detto milleximo personalmente in Carrara.
Ancora debbino essere e' sopra scritti marmi vivi e forti e non cotti e
cavati al Polvaccio o in altro luogo; che sieno vivi simile a quegli,
quando sono bianchi, netti e begli. Ancora restiamo d'acordo che per
tutto el mese di maggio prossimo a venire i sopra scritti ciò è _Guido_
e _Matteo_ mi debbino dare in barca carrate trenta delle sopra scritte,
infra le quale carrate debba essere dua delle grosse, una d'otto carrate
e l'altra di cinque, e poi per tutto settembre el resto per insino al
numero ditto. E tutti e' sopra ditti marmi debbino bozare, secondo le
misure che io darò loro. E perchè el sopra detto _Matteo_ resta di
venire a Fiorenza infra un mese da oggi, restiamo d'acordo io in questo
tempo gli debba dare in Fiorenza le misure de' detti marmi o lasciare
gli sieno date.

Ancora se obrigano i sopra scritti darmi buona sicurtà de' mia danari in
Luca o dov'io gli farò loro pagare, ciò è in questa forma; che non
osservando loro quanto in questa si contiene, la detta sicurtà sia per
restituire e' mia danari; e io _Michelangniolo_ soprascritto debba in
fra dua mesi da ogi fare pagare a _Matteo_ e a _Guido_ sopra scritto
ducati cinquanta colla detta sicurtà. E tutto ciò che in questa si
contiene, s'intenda osservare l'uno all'altro, vivendo la Santità del
nostro signior papa Iulio; perchè io _Michelagniolo_ sopra ditto e tutti
e' sopra detti marmi fo per sua Santità. Ancora, se bene vivessi e non
seguitassi l'opera per la quale i' ò bisognio de' sopra ditti marmi,
s'intenda non esser valida la scritta; e a quel tempo che l'opera per
ogni rispetto non séguiti più, io debba pigliare, e i sopra scritti mi
debbino dare marmi begli e netti, come è detto, pe' danari avessino
ricievuti. E per fede della verità e' sopra ditti, ciò è _Matteo_ e
_Guido_ si sotto scriverranno di lor propria mano.

E io _Michelagniolo_ ò fatto oggi questo dì sopra scritto in Carrara la
presente scritta, presente _Baccio di Giovanni_,[571] scultore
fiorentino e _Sandro di Nicholò di Bartolo_,[572] scarpellino
fiorentino. E il detto _Baccio_ e _Sandro_ per testimoni della verità si
sotto scriveranno di lor propria mano.

Io _Guido d'Antonio di Blaxio_ di Carrara sono contento a tuto e quanto
di sopra si contiene a dì me(_se_) anno soprascritti.

Io _Matteo di Chucarello_ soprascritto refermo quanto di sopra si
contiene a dì e ano soprascritti in Carara.

Io _Bacco di Giovanni_ fiorentino sono testimone a quanto di sopra si
contiene.

Io _Sandro di Nicholò di Bartolo_ sopradetto sono testimone a quanto di
sopra si chontiene: per fede di ciò mi sono soschritto di mia mano.

Ancora di nuovo, perchè il detto _Guido_ e _Matteo_ non vogliono auere a
trovare le barche pe' detti marmi, sieno tenuti avisarmi a Roma, o
dov'io sarò, tanto innanzi che io le possa avere proviste al tempo che
loro me gli ànno a dare in barca.


  [571] Baccio da Montelupo.

  [572] De' Fancelli.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 23 di gennaio 1511.

X.

_Lodo dato nella controversia tra alcuni scarpellini per cagione della
loro compagnia nel cavar marmi per_ Michelangelo.[573]


                In nomine etc. Die XXIII ianuarii 1511.

Nos _Michael_ olim _Andree Iacobi Guidi_ et _Nicodemus_ olim _Cecchini
Corselli_, ambo de Torano, arbitri arbitratores et amicabiles
compositores et boni viri ellecti assumpti comuniter et concorditer
inter.... et _Guidonem Antonii_.... ex alia, super litibus et
differentiis et controversis inter ipsos, de quibus apparet in
compromisso in nos facto per dictas partes, rogato et scripto manu
notarii infr. sub suo datali: Viso in primis dicto compromisso, et visa
bailia et potestate nobis attributa et data per ipsas partes, virtute
dicti compromissi; Viso et lecto et diligenter considerato et excusso
quodam Consilio super dictis differentiis per nos habito de voluntate et
mutuo consensu dictarum partium ab eximio legum doctore D. Lazaro
Arnolfino, Lucensi cive: quod Consilium ego quoque notarius
infrascriptus vidi legi et perlegi coram testibus infrascriptis: cuius
Consilii tenor talis est, sic in lingua materna editum et scriptum,
videlicet:

Invocato etc. Visto uno scripto de compagnia facto a dì 20 di magio 1506
in fra _Guido di Antonio di Biagio_, et _Matheo di Cucarello_ per una
quarta parte, et _Pedro di Matheo di Cason_, per un'altra quarta parte,
et _Iacopo di Antonio_ dicto _il Caldana_ per un'altra quarta parte, et
_Zampaulo_ el _Mancino_ per un'altra quarta parte, in cavare et lavorar
marmi in la cava de dicto _Zampaulo_; in lo quale etiam si chiarisse che
il lavoro dato per maestro _Michelangioro_ fiorentino a dicti _Guido_ et
_Matheo_ venghi in dicta compagnia: Visto etiam un altro scripto come li
dicti _Pedro_ et _Iacopo_ et _Mancino_ si obligano come compagni dare in
su la marina a Pierino da Lavagna carrate 16 di marmo, le quali si
dicono essere quelli marmi di maestro _Michelangelo_ et per lo quale
scripto dicto _Guido_ promette alli dicti due compagni di servirli et
pagar per loro li carratori et lavoranti che li serviranno appresso la
pietra grossa delle otto carrate: Visto ancora un altro scripto facto a
dì 17 agosto 1506, per lo quale il dicto _Guido_ promette a' dicti
_Caldana_, _Mancino_ et _Pedro_ servirli di ugni quantità di danari farà
loro bisogno per lo lavoro de Firenze loro avevano a compagnia, cioè di
ducati uno per carrata o più bisognando, et per lo quale li predetti
promettono al dicto _Guido_ per suo premio darli soldi 15 per carrata,
et che allo ritratto de' marmi dovesse _Guido_ havere il suo intero
pagamento con il suo premio. Visto etiam li acti della lite etc.: Visto
etiam il compromesso facto a dì 14 agosto 1510 tra dicti, etc. etc.
_presertim_ per rispecto delli marmi di maestro _Michele Angelo_ et
delli marmi di Firenze, in _Michele_ e _Nicodemo_ di Torano; giudico le
parti di detti arbitri essere in giudicare sopra dicte differentie come
appresso, cioè: ec. ec.

Et visis etc. omnibus computis dictarum partium tam ratione laborerii
dicti magistri _Michaelis Angeli_, quam etiam ratione laborerii de
Florentia: et Visis, etc. Christi ac, etc. nominibus invocatis, etc.
pronuntiamus, etc.

Quia primo dicimus et declaramus nos reperisse in dictis computis
dictarum partium dictos _Iacobum_, _Petrum_ et _Mancinum_ habuisse et
recepisse ducatos 50 a dicto _Guidone_ pro dictis marmoribus faciendis
dicto magistro _Michaeli Angelo_ in una partita, et in una alia etiam
habuisse mutuo a dicto _Guidone_ ducatos 32 pro vehendis et conducendis
ad marinam dictis marmoribus; deinde nos etiam invenisse in dictis
computis dictos _Iacobum_, _Petrum_ et _Mancinum_ satisfecisse dicto
_Guidoni_ sive magistro _Michaeli Angelo_ de dictis ducatos 50 in tot
marmoribus positis ad marinam, etc.... Et dicimus, etc. laudamus omni
meliori modo, etc....

Latum, etc. Carrarie in domo mei notarii, etc.


  [573] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 6 di maggio 1513.

XI.

_Secondo contratto per la sepoltura di papa Giulio II fra_ Michelangelo
_e gli esecutori testamentarii di detto Papa_.[574]


                             Die VI maij 1513.

Cum sit quod alias felicis recordationis Iulius papa Secundus in eius
testamento suos executores fecerit reverendissimum dominum, dominum
Leonardum, sacrosancte Romane Ecclesie presbiterum cardinalem Agienensem
vulgariter nuncupatum, et reverendum dominum Laurentium Puchium
prothonotarium apostolicum, Camere apostolice clericum et presidentem
nec non ipsius domini Iulii pape Secundi datarium; et inter cetera eis
commiserit ut sue sepulture constructionem procurarent; dicti
reverendissimus dominus Cardinalis et reverendus dominus Laurentius,
volentes testamentum et piam voluntatem ipsius domini Iulii pape in hac
parte totis pro viribus exequi: hinc est, quod prefati reverendissimus
dominus Cardinalis et dominus Laurentius Puchius, ut executores predicti
ac eorum nominibus propriis ex una, et honorabilis vir magister
_Michaelangelus_, florentinus scultor, partibus ex altera, super
scultura et fabricatione sepulture ipsius felicis recordationis Iulii
pape; insimul et ad inuicem convenerunt in modum et formam sequentes:

In primis convenerunt, et ita promisit prefatus magister
_Michaelangelus_ non capere aliud opus ad fabricandum saltim importantie
et per quod impediri posset fabrica et labor dicte sepulture; quin ymo
continue attendere in fabrica et labore dicte sepulture; quam sepulturam
promisit facere, finire et integre perficere infra septem annos proxime
futuros ab hodie incohandos et ut sequitur finiendos, secundum unum
designum modellum seu figuram dicte sepulture vel circa, et iuxta tale
designum sive modellum, quantum ipse magister _Michaelangelus_ poterit
pro maiori honorificentia et pulchritudine dicte sepulture.

Item conueniunt dicte partes dictis nominibus, quod prefatus
_Michaelangelus_ habeat habere pro eius mercede et salario dicte
sepulture et pro omnibus expensis in fabricatione dicte sepulture
fiendis, quas omnes teneatur et facere debeat dictus _Michaelangelus_,
habere debeat ducatos sexdecim mille quingentos auri de Camera soluendos
et eidem formis, modis temporibus et terminis infrascriptis. Et quod
super valore, extimatione et perfectione figurarum dicte sepulture
iudicio et conscientie dicti _Michaelisangeli_, pro quanto honorem et
famam suam existimat, stetur et stari debeat.

Item prefatus _Michaelangelus_ fuit confessus habuisse et recepisse de
dictis ducatis sexdecim millibus quingentis, ducatos tres mille
quingentos auri similes a prefato felicis recordationis Iulio Secundo
mille quingentos per manus eiusdem domini Iulii Secundi et duo mille per
manus Bernardi Bini ciuis et mercatoris florentini Curiam romanam
sequentis. De quibus se bene contentum vocauit et pagatum et propterea
eundem et eius successores quietauit.

Item convenerunt insimul super pretio solutionis tresdecim millium
ducatorum restantium de dictis ducatis sexdecim millibus quingentis,
quod prefatus _Michaelangelus_ debeat habere singulo mense ducatos
ducentos auri similes, hinc ad duos annos proxime futuros; et deinde in
aliis quinque annis restantibus, ducatos centum triginta sex similes,
singulis mensibus, usque ad complementum integre solutionis dicte summe
sexdecim millium quingentorum ducatorum auri similium.

Item convenerunt, quod in casum et euentum in quem prefatus
_Michaelangelus_ dictam sepulturam finiret ante dictos septem annos et
quandocumque ante dictum tempus, secundum designum et modellum ut supra;
quod tunc eidem _Michaeli Angelo_ fieri debeat integra solutio usque ad
complementum dicte summe sexdecim millium quingentorum ducatorum.

Item convenerunt, quod casu quo dicta sepultura propter aliquem casum
fortuitum aut propter difficultatem operis, gravis infirmitatis ipsius
_Michaelisangeli_, aut aliquem alium casum infra dictos septem annos
finiri non posset; quod nihilominus ipse _Michaelangelus_ in ea
continuare debeat et cum omnibus modis et viis possibilibus perficere et
finire. Et de tempore in quo eam dicto casu veniente finire debeat,
stare voluit idem _Michaelangelus_ declarationi prefati domini Bernardi
Bini et domini Bartholomei de Auria infrascripti.

Item promisit prefatus reverendus dominus Laurentius soluere dicto
_Michaeliangelo_ singulis primis mensibus ut supra, usque ad summam
ducatorum septem milium auri similium, qui sunt restantes de summa decem
millium quingentorum, quos prefatus felicis recordationis Iulius papa
Secundus pro constructione dicte sue sepulture dimiserat. Ipse vero
reverendissimus dominus Cardinalis promisit eidem _Michaeliangelo_ de
suis propriis pecuniis soluere et exbursare ducatos sexmille auri in
auro similes proportionabiliter ut prefertur, singulis mensibus post
solutionem dictorum septem millium ducatorum, singulis mensibus per
prefatum dominum Laurentium eidem _Michaeliangelo_ fiendam.

Et ad preces, instantiam et requisitionem dicti reverendissimi domini
Cardinalis, prefatus dominus Bartholomeus de Auria civis et mercator
ianuensis. Rome commorans, nec non dominus Bernardus Bini ciuis
florentinus prefatus, pro et ad instantiam dicti reverendi domini
Laurentii Puchii, et quilibet ipsorum respective, ipse Bartholomeus pro
reverendissimo domino Cardinali, et ipse Bernardus pro ipso reverendo
domino Laurentio, promiserunt et quilibet eorum promisit dicto
_Michaeliangelo_ dictam summam solvere et exbursare, ut premissum est,
et per prefatum reverendissimum dominum Cardinalem et reverendum dominum
Laurentium, ut premissum est. Pro quibus obligarunt se et quilibet
ipsorum in solidum etc.


Acta Rome in Palatio apostolico in camera ipsius reverendissimi domini
Cardinalis, presentibus dominis Galeatio Boscheto, prothonotario
apostolico, et domino Petro de Serris de Cortona, presbytero ipsius
reverendissimi domini Cardinalis, testibus.

                FRANCISCUS VIGOROSI Curie causarum Camere apostolice
                                    notarius.


Sia noto a qualunche persona com'io _Michelagniolo_, scultore
fiorentino, tolgo a fare la sepultura di papa Iulio di marmo da el
cardinale d'Aginensis e dal Datario, e' quali sono restati dopo la morte
sua seguitori di tale opera, per sedici migliaia di ducati d'oro di
Camera e cinquecento pur simili: e la composizione della detta sepultura
à essere in questa forma ciò è:

Un quadro che si uede da tre facce, e la quarta faccia s'apicca al muro
e non si può vedere. La faccia dinanzi: cioè la testa di questo quadro à
essere per larghezza palmi venti e alto quattordici, e l'altre dua
faccie che vanno verso el muro dove s'apiccha detto quadro, anno a
essere palmi trenta cinque lunge e alte pur quattordici e in ognuna di
queste tre faccie va dua tabernacoli, e' quali posano in sur uno
imbasamento che ricignie attorno el detto quadro e con loro adornamenti
di pilastri, d'architrave, fregio e cornicione, come s'è visto per un
modello piccolo di legnio.

In ognuno de' detti sei tabernacoli va dua figure magiore circa un palmo
del naturale, che sono dodici figure, e innanzi a ogni pilastro di
quegli che mettono in mezo e' tabernacoli, va una figura di simile
grandeza: che sono dodici pilastri: vengono a essere dodici figure; e in
sul piano di sopra detto quadro viene un cassone con quatro piedi, come
si vede pel modello, in sul quale à a essere il detto papa Iulio et a
capo à a essere i' mezo di due figure ch'el tengono sospeso ed a piè i'
mezo di du' altre; che vengono a essere cinque figure in sul cassone
tutte a cinque magiore che 'l naturale, quasi per dua volte el naturale.
Intorno al detto cassone viene sei dadi, in su quali viene sei figure di
simile grandeza, tutte a sei a sedere: poi in su questo medesimo piano
dove sono queste sei figure, sopra quella faccia de la sepultura che
s'apicca al muro, nascie una capelletta, la quale va alta circa trenta
cinque palmi, nella quale va cinque figure maggiore che tutte l'altre,
per essere più lontane dall'ochio. Ancora ci va tre storie o di marmo o
di bronzo, come piacerà a' sopra detti seguitori, in ciascuna faccia de
la detta sepultura fra l'un tabernacolo e l'altro, come nel modello si
vede. E la detta sepultura m'obrigo a' dar finita tutta a mie spese col
sopradetto pagamento, faccendomelo in quel modo che pel contratto
aparirà, in sette anni; e mancando finito i sette anni qualche parte
della detta sepultura che non sia finita, mi debba esser dato da' sopra
detti seguitori tanto tempo quanto fia possibile a fare quello che
restassi, non possendo fare altra cosa.


  [574] Questa si può chiamare la seconda convenzione per conto
  della sepoltura di papa Giulio, essendochè un'altra ne fece con
  Michelangelo il medesimo Papa, mentre viveva.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 6 di maggio 1513.

XII.

_Volgarizzamento del precedente contratto._[575]


                          A dì 6 di magio 1513.

Conciosiachè _alias_ la felicie memoria di papa Iulio Secondo in suo
testamento habbia fatto sui executori lo reverendissimo signore Leonardo
cardinale de Agenna et lo reverendo messer Laurentio Puccio,
prothonotario apostolico et cherico di camera, suo Datario; et cum altre
cose loro avessi commesso prochurassino fare la sua sepoltura; volendo
li prefati reverendissimo Cardinale et il reverendo messer Lorenzo
datario, esso testamento et pia voluntà de esso signore Iulio papa
Secondo in questa parte per tutta la loro possanza exequire; _Hinc est_,
che questo presente dì sopra scripto, i prefati reverendissimo Cardinale
et il reverendo Lorenzo, come executori sopradicti et alli loro nomi
proprii da una parte e l'honorabile homo mastro _Michelangniolo_,
fiorentino sculptore, dall'altra parte, sopra la scultura e la
fabricatione della sepultura della decta santa memoria di papa Iulio,
insieme sonno convenuti in modo et forma infrascripta:

In prima sonno convenuti, et così promette il prefato maestro
_Michelangniolo_ non pigliare altro lavoro a fabricare certo et
importante, per il quale si potessi impedire la fabrica et il lavoro
d'essa sepultura; ma di continuo attendere in la fabrica et lavoro
d'essa; la quale sepoltura promette di fare et finirla integramente in
fra sette anni prossimi futuri, da ogi incominciando et come séguita
finirsi; secondo el disegnio et modello, overo figura de essa sepultura,
vel incirca, et secondo il tale desegnio et modello, quanto esso poterà,
per magiore honorificentia et belleza di essa sepultura.

Item sonno conventi ditte parti a detti nomi, che il prefato
_Michelagniolo_ habbia havere per la sua merzede et salario di decta
sepultura et per tutte le expese che sonno da fare in detta
fabricatione, alle quale sia tenuto esso _Michelagniolo_, ducati
sedicimilia cinquecento d'oro di Camera per pagarli a' tempi, modi et
termini infrascripti; et che sopra il valore, extimatione et perfectione
delle figure di detta sepultura se ne abbia a stare a iuditio et
conscientia de esso _Michelagniolo_, per quanto esso extima suo honore
et sua fama.

Item il prefato _Michelagniolo_ si confessa havere hauto et receputo di
detta somma di ducati sedicimila cinquecento d'oro simili, ducati tre
milia cinquecento dalla prefata felicie memoria (_di_) Iulio Secondo;
cioè mille e cinquecento simili per le mani de essa felicie memoria et
dumilia per le mani de Bernardo Bini merchante fiorentino: delli quali
tremilia cinquecento si domanda bene contento et pagato, et proterea
(_sic_) esso et li sua successori et tutti altri ha quello obligati,
quita, libera et absolve ec.

Item sonno convenuti insieme sopra il pagamento de' ducati tredicimilia
restanti de' ducati sedicimilia cinquecento d'oro simili, habbia ad
havere ducati dugento d'oro simili per in fine a dua anni prossimi
futuri, et de poi li altri cinque anni restanti, ducati cento trentasei
simili per ciascheduno mese, fino allo integro pagamento de decta somma
di ducati sedicimila cinquecento simili.

Item sonno convenuti che in caso che esso _Michelagniolo_ finissi detta
sepultura innanzi detti sette anni et _quandocunque_ innanzi l'avessi
finita secondo il desegnio et modello sopradetto, che allora a esso
_Michelagniolo_ si faccia lo integro pagamento della soprascripta somma.

Item sonno convenuti che in caso che detta sepultura per alcuno caso
fortuito overo per dificultà dell'opera, o grave infirmità d'esso
_Michelagniolo_, o altro caso non si possessi finire in fra detti setti
anni; nientedimeno esso _Michelagniolo_ habbia ad continuare, et detta
sepultura per tutti li modi et vie possibile finirla, et che del tempo
in caso sopradetto in nello quale l'abbia ad finire, ne vole stare alla
declaratione di Bartholomeo Doria infrascripti (_sic_).

Item promette il prefato messer Lorenzo Puccio pagare a detto
_Michelagniolo_ in ciascheduno de' dicti primi mesi, come di sopra, per
infino alla somma di ducati settemilia d'oro simili, quali sonno
restanti di detta somma di ducati diecimilia cinquecento, quali la
prefata felicie memoria di papa Iulio Secondo havea lassati per detta
sua sepultura: e esso reverendissimo Cardinale promette a esso
_Michelagniolo_ de' sua propii danari pagare et sborsare ducati semilia
d'oro simili _proporzionabiliter_ ogni (_e_) ciascheduno mese da poi che
sarà fatto il pagamento di ducati settemilia per il prefato messer
Lorenzo Puccio datario, come di sopra è detto. E ad instantia et
requisitione di detto reverendissimo Cardinale, messer Bartholomeo Doria
mercante genovese, et per il reverendo messer Lorenzo Puccio sopradetto,
Bernardo Bini, promettano inrespectivamente, cioè esso Bartholomeo per
il prefato reverendissimo Cardinale, et Bernardo per il reverendo messer
Lorenzo datario, pagare et sborsare a detto _Michelagniolo_ la
sopradetta somma di ducati tredicimila, come di sopra si contiene. Quali
Bartholomeo et Bernardo li prefati reverendissimo Cardinale et il
reverendo messer Lorenzo Puccio _inc_ (sic) _inde et respective_
promettano di rilevare indanno, _ita et taliter_ che per la presente
promessa non patiranno danno alcuno. Quale tutte cose le sopradette
parte promettono _inc_ (sic) _inde respective_ attendere et observare e
non contrafare nè contravvenire, obligandosi ciascheduno di loro in
solido sotto le pene della Camera apostolica, con il giuramento et altre
clausole consuete e solite.


Dato in Roma in nel Palatio Apostolico e in la camera del prefato
reverendissimo Cardinale, presente messer Galeazzo Boschetto,
prothonotario apostolico, et messer Pietro de seris da Cortona, prete
del prefato reverendissimo Cardinale, testimoni etc.

              FRANCESCO VIGOROSI notario dello auditore della Camera ec.
    Firmato_) FRANCISCUS VIGOROSI Curie causarum Camere apostolice
                           notarius, subscripsi etc.


  [575] Il volgarizzamento è fatto dal notaro Francesco Vigorosi, e
  copiato da Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 9 di luglio 1513.

XIII.

_Maestro_ Antonio del Ponte a Sieve _si conviene con_ Michelangelo _di
fargli tutto il lavoro di quadro e d'intaglio per la sepoltura di papa
Giulio_.[576]


Sia noto a ciascuna persona, come maestro _Antonio dal Ponte a Sieve_ e
io _Michelagniolo_ scultore ci siàno convenuti insieme d'una cierta
parte della sepultura che io fo di papa Iulio; la quale parte il detto
maestro _Antonio_ s'obriga darmi fatta e finita di quadro e d'intaglio
per ducati quatrociento cinquanta di carlini, a carlini dieci per ducato
di moneta vechia, ciò è ducati 60 detti di sopra, dandogli io tutti e'
marmi che bisogniano a detta opera; la quale opera è la faccia che viene
dinanzi, cioè una facciata larga palmi trenta circa, diciassette alta,
secondo che sta il disegno. E 'l detto maestro _Antonio_ s'obriga a
squadrare e intagliare la detta opera pel detto prezo nominato, bene
quanto si può, a giudizio d'ogni maestro. E per fede del vero io
_Michelagniolo_ ò fatta la sopra detta scritta, presente maestro _Pietro
Rosetto_ e _Silvio_ che sta meco; e 'l sopra detto maestro _Antonio_ si
sotto scriverrà per fede di sua mano e 'l sopradetto maestro _Piero_ e
_Silvio_, ogi questo dì nove di luglio mille cinquecento tredici — 1513.

Io _Antonio da Pontasieve_ aceto tanto quanto su questa si contiene, e
al fede del vero mi sono soto scrito di mia propria mano, questo dì
sopra deto, 1513.

Io _Piero Roselli_[577] sono istato presente a la sopra deta iscrita, e
per fede de vero mi sono sotoiscrito di mia propria mano, questo dì
sopra deto, 1513.

Io _Silvio Falconi_ sono stato presente al sopra deta scrita; per fede
del vero mi sono socto scrito di mia propria mano, questo dì sopra
deto.[578]


  [576] È di mano di Michelangelo.

  [577] Muratore ed architetto fiorentino.

  [578] Seguono notati dalla mano di maestro Antonio i pagamenti
  fattigli da Michelangelo per questo conto dal 9 di luglio 1513 al
  25 d'aprile del 1514 che sommano a ducati 339 di carlini.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 14 di giugno 1514.

XIV.

_Allogazione a_ Michelangelo _della figura di marmo d'un Cristo risorto
per la chiesa della Minerva di Roma_.


                         Addì 14 di gugnio 1514.

Sia noto e manifesto a chi legerà la presente scritta, come messere
Bernardo Cencio canonico di San Piero e maestro Mario Scappucci e
Metello Vari ànno dato a fare a _Michelagniolo di Lodovico Simoni_
scultore una figura di marmo d'un Cristo grande quanto el naturale,
ignudo, ritto, con una croce in braccio, in quell'attitudine che parrà
al detto _Michelagniolo_, per prezo di ducati dugento d'oro di Camera, a
pagarli in questo modo, cioè: al presente ducati cento cinquanta d'oro
di Camera, e 'l restante, che sono ducati cinquanta simili, el detto
maestro Mario e Metello delli Vari promettono pagarli alla fine del
lavoro, inanzi ch'el detto _Michelangniolo_ metta in opera detta figura;
la quale promette metterla in opera nella Minerva in quel luogo parrà a'
sopradetti; e solo a sue spese n'à fare una gocciola dove posi detta
figura; e ogni altro adornamento v'andassi, s'intende che li sopra detti
messer Bernardo e maestro Mario l'abino a fare a loro spese. La quale
figura el detto _Michelagniolo_ promette farla in termine di 4 anni
prossimi da venire, quel più o manco che li paressi; intendendosi però
che non passi quatro anni.

E per fede della verità io Giovanni Nenti a preghiera de' sopradetti
parti (_sic_) ò fatto la presente scritta di mia propria mano, la quale
sarà soscritta di ciascuna delle parti; e delle simile scritte se n'è
fatte dua, una ne terrà el sopradetto maestro Bernardo e maestro Mario,
e l'altro el detto _Michelagniolo_.

Io _Michelagniolo Simoni_ sopra detto son contento e prometto oservare
quanto si contiene nella presente scritta, e per fede mi sono soscritto
questo dì quattordici di gugnio.

Io Metello Vari prometto pagare ducati vinticinque d'oro ad maestro
_Michelagniolo_, come di sopra si contene, finita ditta opera, per la
parte mia.

Io Pietro Pavolo Castellano prometto pacare quanto di sopra è promesso
per maestro Mario Scapuccio in mio nome allo predetto maestro
_Michelagniolo_, cioè ducati vinti cinque d'oro, per la parte mia,
finita l'opera: et affede del vero ho sottoscrita la presente di mia
mano.

    (_Fuori di mano di Luigi del Riccio._)

    ✠ 1514. Scritta del Cristo della Minerva da Metello Vari.


    (_E di mano più antica._)

    Scritta d'una figura a fare per Michelangelo Bonarrotti.

                            Io PIETRO PAVOLO CASTELLANO mano propria.

Noi Giovanni Balducci e compagni abiamo auto da Metello Vari pel detto
_Michelagniolo_ ducati cento cinquanta a iuli X per ducato, de li quali
abiamo a seguire la volontà del detto _Michelagniolo_ e suo ordine, ogni
volta che abbia fatto detta figura senza alcuna eccezione, ch'ora per la
detta scritta si mostra.

Io _Michelagniolo di Lodovico di Buonarroto Simoni_ confesso avere
ricevuto oggi questo dì da' Balducci di Roma, cioè da Bonifazio Fazi,
per le mani di Zanobi del Bianco, in Firenze, ducati cento cinquanta
d'oro di Camera, e' quali ducati messer Metello Vari, cittadino romano,
con altri sua compagni dipositorno nel detto banco de' Balducci in Roma
a mia stanza, cioè che e' ne facessi el mio piacimento per prencipio di
pagamento d'una figura di marmo ch'e' mi dettono a fare, come apariscie
per una scritta ch'è tra noi.



  ARCHIVIO NOTARILE DI MASSA.      Seravezza, 18 di maggio 1515.

XV.

_Gli uomini del Comune di Seravezza nel Vicariato di Pietrasanta donano
alla Repubblica di Firenze le cave di marmo del monte detto Altissimo, e
dell'altro della Ceresola._[579]


               In nomine Domini, Amen. Die XVIII maij 1515.

Convocatis etc. hominibus Comunis Seravitie, Vicarie Petresancte
districtus civitatis Florentie, inferiori loco, de mandato et voluntate
Marci olim Gerardini et Luce olim Iacobi Folini de dicto Communi et
eiusdem Communis et hominum, consulum et officialium, sono campane, more
el loco consueto, pro infrascriptis peragendis et exequendis. In qua
quidem conventione, congregatione et cohadunatione interfuerunt
infrascripti 119 homines de dicto Communi: quorum officialium et hominum
hec sunt nomina, videlicet.... etc. Qui omnes homines una cum dictis
officialibus Communis Serravitii, etc. sunt ultra due partes quasi de
tribus partibus dicti Communis, etc. etc. tenore huius publici
instrumenti, etc. creaverunt; nomine ipsorum discrepante; et
ordinaverunt in eorum et totius dicti Communis sindices et procuratores,
etc. prudentes viros Thomeum olim Luce Thomei de dicto Communi, etc. et
Iacobum Ioannis Fetti de la Corvaria dicti Communis, etc. specialiter
expresse ac nominatim ad donandum ac titulo donationis tam pure et
simpliciter, etc. etc. excelse Dominationi et Populo Florentino Montem
qui dicitur _el Monte di lo Altissimo_ et Montem qui dicitur _el Monte
di Ceraxola_ sitos et posites in pertinentiis Seravicii et Capelle
Vicariatus Petresancte, in quibus dicitur esse cava et mineria pro
marmoribus cavandis; et que loca prefatus et excelsus Populus
Florentinus requisivit a dictis hominibus, ut dixerunt, pro cavandis
marmoribus. Item omnia alia loca existentia in dicto Vicariatu et
spectantia etc. in quibus essent marmora ad excavandum. Item loca ad
faciendam viam pro conducta dictorum marmorum a cavea seu a dictis
montibus et locis usque ad mare. Et in dictum excelsum Populum et
prefatam Dominationem Florentinam dictos montes et loca cum omnibus
spectantibus et pertinentibus ipsis montibus trasferendum et donandum
semel et pluries, et quotiens, etc. eisdem placebit, etc.... etc. Sub
obligatione, etc. Rogantes me Notarium infrascriptum ut de predictis
omnibus publicum conficerem instrumentum consilio sapientis extendendum,
substantia presentis mandati non mutata.

Acta in terra Serravicij in hospitali S. Marie videlicet al ponte di la
Capella etc.

Ego Antonius filius Peregrini olim Petri de Cortila, Vicariatus
Gragnole, Lunensis diocesis ad presens habitator Masse, notarius
scripsi.


  [579] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Antonio Cortile.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 8 di luglio 1516.

XVI.

_Terzo contratto per la sepoltura di papa Giulio II._


In Dei nomine, Amen. Anno a nativitate Domini millesimo quingentesimo
sexto decimo, indictione quarta, die vero quarta mensis iulii,
pontificatus Sanctissimi in Christo patris et domini nostri, domini
Leonis divina providentia pape Decimi, anno quarto.

In mei notarii infrascripti et testium infrascriptorum presentia,
personaliter constitutus reverendissimus in Christo pater et dominus,
dominus Laurentius de Pucciis florentinus, tituli Sanctorum Quatuor
Coronatorum nunc presbiter cardinalis, asserens se et reverendissimum
cardinalem Agennensem tunc executores testamenti, seu sepulture pape
Julii, cum quodam _Michaele Angelo_, sculptore florentino, certo modo
contraxisse, prout in instrumento desuper confecto dicitur contineri
manu spectabilis viri Francisci Vigorosi notarii Auditoris Camere
apostolice, sub die sexta mensis maii, millesimo quingentesimo tertio
decimo, vel alio tempore veriori: ad quod et que dictus reverendissimus
dominus Cardinalis se retulit et refert. Et quia dicte partes intendunt
super premissis certo modo transigere seu de novo contrahere et
convenire: Hinc est, quod hodie, hac presenti suprascripta die, dictus
reverendissimus Cardinalis, omni meliori modo, etc. non revocando, etc.
fecit, etc. procuratorem, etc. dictum reverendissimum dominum Leonardum
cardinalem Agennensem, licet absentem, ad transigendum cum dicto
_Michaele Angelo_ et quamcumque conventionem et pacta et obligationes
faciendum etc. in sua facta annullandum et de novo faciendum et modum
solutionis fiende apponendum. Item ad obligandum ad observationem
premissorum dictum Constituentem et in plena forma Camere, cum iuramento
Constitutionis procuratorum et aliis clausolis consuetis et ad
prestandum fideiussores ad libitum dicti Cardinalis et ad promittendum
dictis fideiussoribus conservationem indemnitatis.

Item pro interesse dicti Constituentis, quamcumque domum sitam Rome ubi
forsan habitavit dictus _Michael Angelus_ occasione dicte sepulture
conficende quo ad pensionem forsan dicto Cardinali debendam disponendo
tantum quo ad _Michaelem Angelum_, et dictum _Michaelem Angelum_ de
pensione decursa, quo ad interesse dicti reverendissimi domini
cardinalis de Pucciis finiendum, quietandum et liberandum.

Item quatenus expediat ad substituendum, et generaliter, etc. dans, etc.
promittens, etc. Super quibus, etc. rogatus fui quatenus de predictis
conficerem instrumentum vel instrumenta, unum seu plura.

Actum Rome in Palacio apostolico, anno mense die et pontificatu quibus
supra, presentibus ibidem venerabilibus viris dominis Hieronimo de
Iandaronibus de Senis, et Ferdinando Marzano Conchiensis diocesis et
Petro de Ferrato Monte et aliis familiaribus dicti reverendissimi domini
Cardinalis, testibus ad premissa vocatis, habitis specialiter atque
rogatis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis notarius florentinus de
predictis rogatus, subscripsi etc.


In Dei nomine, Amen. Anno a nativitate Domini millesimo quingentesimo
sexto decimo, indictione quarta, die vero octava mensis iulii,
pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini, et domini Leonis
divina providentia pape Decimi, anno quarto.

Cunctis pateat evidenter et sit notum, qualiter in presentia mei notarii
et testium infrascriptorum specialiter vocatorum, quod reverendissimus
dominus, dominus Leonardus cardinalis Agennensis vulgariter nuncupatus,
suo nomine proprio, ac pro et vice et nomine reverendissimi domini,
domini Laurentii de Pucciis tituli Sanctorum Quatuor Coronatorum, et
nomine procuratorio, et casu quo mandatum non sufficeret, promisit de
rato etc. Et dictis modis et nominibus et quolibet dictorum modorum et
nominum tam in solidum quam de per se, dicit et asseruit, quod cum alias
sanctissimus tunc papa Iulius in suo testamento ordinasset et sue future
sepulture conficiende et illius executores dictos dominum Laurentium
Puccium tunc Datarium et nunc reverendissimum dominum Cardinalem
prefatum instituisset. Unde dicti executores cupientes voluntati
defuncti consulere et ut executores exequi et adimplere ut tenebantur;
ac nominibus propriis tunc ex una; et honorabilis vir magister
_Michaelangelus_ sculptor florentinus, etiam suo nomine proprio, ex
parte alia, de et super sculptura et fabrica dicte sepulture insimul
certo modo ac cum certis pactis, modis et formis, et penis convenerunt,
prout in instrumenito desuper confecto manu Francisci Vigorosi notarii
auditoris Camere sub die sexta maii, millesimo quingentesimo decimo
tertio, vel alio tempore veriori dicitur contineri: cui et quibus dicte
partes intendunt hodie hac presenti suprascripta die transigere et
facere novam conventionem et de novo contrahere de et super premissis et
quolibet eorum, salvis nihilominus infrascriptis; dictus reverendissimus
dominus Cardinalis Agennensis tam nomine proprio, quam procuratorio
nomine dicti reverendissimi domini cardinalis de Pucciis, prout de eius
mandato constat manu mei notarii infrascripti sub suo tempore et data,
et dictis modis et nominibus et quolibet dictorum modorum et nominum tam
in solidum quam de per se: et casu quo mandatum non sufficeret, promisit
de rato in forma iuris valida, ex parte una; et dictus _Michael Angelus_
suo nomine proprio ex parte alia, devenerunt ad infrascriptam
transactionem, videlicet.

Imprimis dictus reverendissimus dominus Leonardus cardinalis Agennensis
etiam nominibus quibus supra et dictus _Michael Angelus_ dictum
instrumentum manu Francisci Vigorosi, et de quo supra fit mentio et
omnia in eo contenta, primitus et ante omnia cassarunt, annullarunt,
decernentes quod nullus vel alter ipsorum in futurum possit uti dictum
instrumentum in iudicio vel extra, sed ex nunc sit ac si nunquam
celebratum esset et sit nullius roboris et efficacie vel effectus; et
remiserunt hinc inde omnem et quamcumque penam conventionalem unus
alteri, et e converso; sed de novo convenerunt, salvis infrascriptis
videlicet.

Item convenerunt dicte partes hinc inde, ex eo quia dictus _Michael
Angelus_ promisit aliquod opus non capere saltim magni momenti, quo
mediante, impediatur fabrica prefata, sed prius sepultura prefata facere
et finire infra certum tempus: et quia dictus _Michaelangelus_ quantum
in eo fuit pacta servavit et adimplevit et dicta sepultura pro viribus
continue operam dedit, sed propter infirmitatem et gravitatem operis et
labores necessarios, voluit et convenerunt quod dictus _Michael Angelus_
teneatur perficere dictam sepulturam infra tempus et terminum novem
annorum inceptorum die sexta mensis maii, millesimo quingentesimo sexto
decimo, ut supra, et ut sequitur finiendorum, ita quod teneatur infra
dictum tempus opus perficere, prout infra, videlicet.

Item convenerunt dicte partes hinc inde et nominibus quibus supra, quod
dictus _Michael Angelus_ perficiat opus prefatum secundum novum
modellum, figuras, et designum ultimo factum per dictum _Michaelem
Angelum_ dicte sepulture conficiende, et secundum tale designum et novum
modellum, dictus _Michael Angelus_ promisit tunc dicto reverendissimo
cardinali Agennensi etiam presenti et perficere cum magna pulchritudine
et magnificentia iuxta eius conscientiam.

Cuius novi modelli tenor est talis, videlicet:

El modello è largo ne la faza dinanzi brachia undeci fiorentine vel
circa, ne la qualle largueza si move in sul piano de la terra uno
inbasamento cum quatro zocholi o vero quatro dadi colla loro cimasa che
ricigne per tutto; en su quali vàno quatro figure tonde di marmo di tre
bracia et mezo l'una et drieto alle dicte figure in su uogni dado viene
il suo pilastro, su che vàno alti insino alla prima cornice; la quale va
alta dal piano dove possa (_posa_) l'imbasamento, in su bracia sei, et
dua pilastri co' lor socoli da uno de' lati metto(_no_) in mezo uno
tabernaculo, el quale è alto al vano bracia quatre (_sic_) et mezo: et
similmente da l'altre bande metto(_no_) in mezo uno altro tabernaculo
simile che vengono ad essere duo tabernaculi ne la facia dinanci da la
prima cornice in gù (_giù_), ne' quali in ogni uno viene una figura
simile a le supraditte. Di poi fra l'uno tabernaculo e l'altro resta uno
vano di bracia duo et mezo alto per infino alla prima cornice, nel quale
va una historia di bronzo. Et la dicta opera va murata tanto discosto al
muro, quanto la largeza d'uno de' tabernaculi che sono ne la facia
dinanci: et nelle rivolte de la dicta facia che vàno al muro, coè nelle
teste, vàno duo tabernaculi simili a queli dinanzi co' loro zocoli et
colle lor figure di simile grandessa che vengono ad essere figure
dondeci (_dodici_) et una storia, come è decto, dalla prima cornice in
gù (_giù_); et dalla prima cornice in su sopra e' pilastri che mettono
in mezo el tabernaculo di socto, viene altri dadi co' loro adornamento,
suvi meze colone che vàno insino a l'ultima cornice, coè vàno alte
bracia octo dalla prima a la seconda cornice, ch'è suo finimento; et da
una de le bande in mezo de le duo colonne, viene uno certo vano, nel
quale va una figura a sedere, alta a sedere bracia tre et mezo
fiorentine: el simile viene fra l'altre dua colone da l'altra banda. Et
fra il capo de le dicte figure e l'ultima cornice, resta uno vano di
circa a tre bracia simile per ogni verso, nel quale va una storia per
vano, di bronzo: che vengono ad essere tre storie ne la facia dinante:
et fra l'una figura a sedere et l'altra dinante, resta uno vano che
viene sopra il vano de la storia del mezo di socto, nel quale viene una
certa tribuneta, ne la quale viene la figura del morto, coè di papa
Iulio, con dua altre figure che la metono in mezo. Et una Nostra Dona
pure di marmor alta bracia quatro simili, et supra e' tabernaculi de le
teste o vero delle rivolte de la parte di supra, ne le quali in ogni una
de le dua viene una figura a sedere in mezo de dua meze colone con una
storia di supra (_simile_) a quelle dinanti.


Item convenerunt dicte partes hinc inde dictis nominibus, quod prefatus
dominus _Michael Angelus_ habeat habere pro sua mercede de salario dicte
sepulture vel edificii et pro omnibus expensis in dicta fabrica
perferrendis, que sunt faciende sumptibus dicti _Michelis Angeli_; et
debeat habere, ut supra, ducatos sexdecim milliaria et quingentos auri
de Camera, solvendis (_sic_) per predictos duos Cardinales, modis et
formis, temporibus et terminis infrascriptis, cum pacto et conditione
quod perfectioni dicte sepulture et figurarum stari debeat et stetur
iudicio et conscientia tantum dicti _Michaelis Angeli_.

Item, quia alias in primo contractu manu Francisci Vigorosi, ut
prefatur, dictus _Michael Angelus_ confessus fuit de dicta summa,
ducatos tria milia et quingentos a sanctissimo papa Iulio, videlicet
mille et quingentos per manus tunc Pontificis, et duo milia per manus
Bernardi de Bignis mercatoris florentini: quam confessionem affirmavit
et confirmavit omni meliori modo et de predictis vocavit se bene pagatum
etc.

Item convenerunt de solutionibus fiendis de ducatis Xiij milium
restantibus de summa prefata, quod dictus _Michael Angelus_ habeat
habere et habiturus sit, singule quoque mense, ducatos ducentos similes,
inceptos iamdudum de mense maii millesimo quingentesimo tertio decimo
per duos annos, et de quibus habuit partem a Bernardo de Binis,
mercatore florentino, prout apparet per quandam scriptam manu dicti
_Michaelis Angeli_ penes Bernardum de Binis prefatum existentem. Et casu
quo dictus _Michael Angelus_ a die, videlicet a mense maii millesimo
quingentesimo tertio decimo, ut supra, a dicto Bernardo per duos annos
inceptos, ut supra, summam ad rationem ducentorum ducatorum non
exegerit; volunt et convenerunt, quod dictus _Michael Angelus_ dictum
residuum ad rationem prefatam in quibus restavit creditor, a dicto
Bernardo, ad eius libitum exigere posse, et finitis dictis duobus annis
inceptis, ut supra, dictus _Michael Angelus_ habeat habere et habiturus
sit deinde singulo quoquo mense ducatos centum et triginta similes usque
ad perfectionem et residuum solutionis fiende de dicta summa ducatorum
sexdecim milium et quingentorum, ut supra.

Item convenerunt quod premissis non obstantibus, dictus _Michael
Angelus_ dictam sepulturam ante tempus si perficeret secundum novam
modellum, ut prefertur; tunc et in tali casu, dicto _Michaeli Angelo_
debeat fieri integra solutio dicte summe per dictos reverendissimos
dominos Cardinales.

Item convenerunt pro maiori comoditate dicti _Michaelis Angeli_, et ut
facilius dictus _Michael Angelus_ laborare possit, quod dictus _Michael
Angelus_ possit laborare tam in Urbe, quam extra, Florentie, Pisis,
Carrarie et alias, dummodo figure et opus serviat fabrice prefate.

Item dictus reverendissimus dominus Cardinalis Agennensis tam nomine
proprio, quam procuratorio, ut prefertur, promisit dicto _Michaeli
Angelo_ presenti et infra tempus novem annorum, inceptum de mense maii,
millesimo quingentesimo tertio decimo, dedisse et concessisse gratis et
amore et pro faciliori commoditate dicti operis, dicto _Michaeli Angelo_
ad habitandum solummodo aut per se aut per alium, prout hodie concessit
per tempora predicta gratis et amore et sine mercede aut pensione,
durante tempore suprascripto novem annorum, infrascriptam domum,
videlicet:

Unam domum cum palchis, salis, cameris, puteo, horto et aliis suis
habituris, posita Rome in Regione Trevi, cui a primo via publica, a
secundo Hieronimi Petroci, a tertio Petri de Rossis, a quarto magistri
Petri Palucii, infra suos confines, etc. et in qua domo dictus _Michael
Angelus_ habuit et habet saxa marmorea et laboravit per multos menses
pro perfectione dicte sepulture. Et propterea ultra premissa, dictus
reverendissimus Cardinalis nomine suo et procuratorio quietavit et
finivit dicto _Michaeli Angelo_ presenti, etc. de omni et quacumque
pensione dicte domus tam presentis, quam future, et promisit per tempora
prefata manutenere dictum _Michaelem Angelum_ in dicta domo: etiam
laborando extra Romam, dictus _Michael Angelus_ habeat totum dominium
utile dicte domus et promisit, etc. dicto _Michaeli Angelo_ presenti,
etc. defensionem, etc. in forma iuris valida, sub pena dannorum,
expensarum et interesse.

Item convenerunt quod in casu et eventu fortuito infirmitatis aut
propter difficultatem operis dictus _Michael Angelus_ infra dictum
tempus opus perficere non valeret, nichilominus habeat perficere dictum
opus, declaratione temporis prorogandi reverendissimi domini Cardinalis
Agennensis.

Item dictus reverendissimus Cardinalis pro maiori observatione
premissorum, nomine procuratorio reverendissimi domini cardinalis de
Pucciis, promisit, etc. dicto _Michaeli Angelo_ dare et solvere eidem,
etc. per duos annos inceptos ut supra, salario quovis mense ducatos
ducentos et deinde singulo mense ducatos centum et triginta usque ad
summam sexdecim milium ducatorum de ducatis solutis, quos, ut dicitur,
remanserunt dari eidem de summa ducatorum decem milium, quos
sanctissimus tunc papa Iulius dimisit pro sepultura conficienda.

Item dictus reverendissimus Cardinalis Agennensis nomine proprio
promisit etc. eidem _Michaeli Angelo_ presenti, de suis propriis
pecuniis eidem solvere pro opera prefata, ut supra, ducatos septem milia
in auro de Camera, singulo quoquo mense pro rata, post perfectionem
solutionis fiende per dictum reverendissimum cardinalem de Pucciis.

Item dictus reverendissimus Cardinalis suo nomine proprio pro
observatione premissorum, quoad illum ad eius ratam, promisit dare, etc.
fideiussorem Bartholomeum Doria licet absentem, et promisit ea michi
notario, etc. ut publice persone illum conservare indennem, etc. Et
similiter procuratorio nomine reverendissimus dominus cardinalis de
Pucciis promisit dare Bernardum de Binis in fideiussorem cardinalis de
Puciis et servare indennem, etc. super quibus, etc. obligavit in forma
Camere cum iuramento constitutionis et aliis clausulis consuetis.

Actum Rome in palatio dicti reverendissimi domini Cardinalis,
presentibus dominis Gentile, auditore dicti reverendissimi domini
Cardinalis, et Petro de Cesis, el Francisco de Placentio et aliis
testibus.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus de
predictis rogatus, subscripsi etc.

Die X mensis Iulii 1516.

Nobilis vir Bartolomeus Doria mercator Ianuensis, sciens se non teneri
ad requisitionem reverendissimi domini Cardinalis Agennensis promisit,
etc. dicto _Michaeli Angelo_ presenti, etc. quod dictus reverendissimus
Cardinalis observabit solutionem per eum promissam occasione sepulture
conficiende sanctissimi domini pape Iulii premortui, alias de suo
proprio, etc. et in effectu obligavit se, iuxta aliam obligationem per
eum factam manu Francisci Vigorosi, millesimo quingentesimo tertio
decimo, vel alio tempore veriori, unica solutione sufficiente; et
obligavit se in parte forma Camere et iuramento constitution:
procuratorum, et aliis clausulis consuetis, super quibus etc. Actum in
Regione Pontis et in bancho dicti domini Bartholomei de Oria,
presentibus ibidem Iohanne Iacobo Spinola mercatore Ianuensi, et
Leonardo Francisci sellario florentino, et aliis testibus ad premissa
vocatis, habitis specialiter atque rogatis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus de
predictis rogatus etc. etc.

Die undecimo mensis Iulii 1516.

Dominus Bernardus de Binis mercator florentinus, sciens non teneri etc.
habens notitiam de quadam transactione inter _Michaelem Angelum_
florentinum ex una, et reverendissimum dominum Cardinalem Agennensem,
tam proprio nomine quam procuratorio reverendissimi domini cardinalis de
Pucciis ex parte alia, manu mei notarii infrascripti. Et propterea pro
dicto domino cardinali de Pucciis se obligavit iuxta suprascriptam
transanctionem etiam in forma Camere dicto _Michaeli Angelo_ presenti
etc. iuxta obligationem alias per eum factam manu Francisci Vigorosi sub
die sexta maii 1513, unica solutione sufficiente.... Actum Rome in domo
dicti Bernardi, in Regione Pontis, presentibus Raphaele Auricellario et
Bernardo de Paulis et aliis testibus et domino Mateo....... can.
pontificis.

Et quia ego Albizus Francisci de Seralbizis, notarius florentinus et
archivio Romano matriculatus etc. etc.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Roma, 8 di luglio 1516.

XVII.

_Transunto in volgare del precedente contratto._[580]


Con ciò sia cosa che altra volta la Santità di papa Iulio nell'ultimo
suo testamento abbi ordinato e fatto sua essecutori el reverendissimo
messer Leonardo cardinale Agiennense e 'l reverendissimo, allora messer
Lorenzo Pucci protonotario apostolico e allora Datario, e ora cardinale
di Santi Quatro vulgarmente chiamato, et in fr'altre cose a loro abbi
commesso che essi constituire (_sic_) faccino la sua sepultura; unde
detti reverendissimo cardinale Agennense e monsigniore reverendissimo
de' Pucci, come esecutori prefati, volendo el testamento et ultima
volontà di detto papa Iulio come esecutori eseguire et adempiere, come
sono obligati; detti reverendissimi cardinali de' Santi Quatro e 'l
cardinale Agenna, come esecutori e in nome loro proprio da una parte;

E lo onorabile uomo maestro _Michelangelo_, fiorentino scultore, in suo
nome proprio dall'altra parte, sopra la scultura e fabricatione della
sepoltura di papa Iulio, come di sopra, insieme si convengono con certi
patti e modi e forma et pena, come nello instrumento di sopra ciò fatto
si contiene per mano di Francesco Vigorosi, notaio dello Auditore della
Camera, sotto dì sei di maggio 1513 o altro più vero tempo: al quale et
le cose che si contengono in quello si referiscono.

E volendo detti reverendissimi Cardinali come esecutori prefati
transigere e fare nuova convenzione e novazione e di nuovo convenire
sopra le cose premisse et ciascheduna di quelle, salvo le cose
infrascritte; ditto istrumento et ciò che si contiene in quello, prima
et innanzi ad ogni cosa anullono e cassano e vogliono che per tempo
avenire nessuno lo possa usare in iudicio o fuora, ma sia come se fatto
non fusse, salvo le infrascritte cose; et di più ogni e qualunche pena
conventionale l'uno a l'altro _è converso_ remisseno, e di nuovo
convennono come di sotto, ciò è:

Imprima si convennono et così l'uno all'altro et _presertim_ ditto
_Michelangelo_ promisse non pigliare alcuna opera di grande importanza,
per la quale si possa impedire la fabrica prefata, anzi promisse a
quella dare opera ferventemente.

E la quale sepoltura promisse fare e finire infra nove anni prossimi
futuri, cominciati più tempo fa, ciò è a dì sei di maggio 1513, e così
finire come segue, secondo uno nuovo modello, figura e disegnio fatto
per detto _Michelagniolo_ a detta sepoltura; et secondo tale disegno e
nuovo modello promisse a' detti Reverendissimi fare quanto lui potrà per
maggiore bellezza e magnificentia di detta sepoltura secondo la sua
conscienzia. Del quale nuovo modello el tenore si è questo, ciò è:

  El modello è largo nella faccia dinanzi braccia undici fiorentine
  vel circa; nella quale largeza si muove in sul piano della terra
  uno inbasamento con quatro zocoli overo quatro dadi co la loro
  cimasa che ricignie per tutto, in su quali vanno quatro figure
  tonde di marmo di tre braccia e mezo l'una e drieto alle dette
  figure, in su ogni dado va el suo pilastro; alti insino alla
  prima cornice, la quale va alta dal piano dove posa l'inbasamento
  in su braccia sei; e dua pilastri dall'uno de' lati co' loro
  zocholi mettono in mezo un tabernacolo, el quale è alto el vano
  braccia quatro e mezo; e similmente dall'altra banda e' dua altri
  pilastri mettono in mezo uno altro tabernacolo simile: che
  vengono a essere dua tabernacoli nella faccia dinanzi dalla prima
  cornicie in giù, ne' quali in ognuno viene una figura simile alle
  sopra dette. Di poi fra l'un tabernacolo e l'altro, resta un vano
  di braccia, dua e mezo, alto per insino alla prima cornicie, nel
  quale va una storia di bronzo. E la decta opera va murata tanto
  discosto al muro, quant'è (_la_) largezza d'uno de' tabernacoli
  detti, che sono nella faccia dinanzi; e nelle rivolte della detta
  faccia che vanno al muro, cioè nelle teste, vanno dua tabernacoli
  simili a quelli dinanzi co' lor zocoli e con le lor figure di
  simile grandeza: che vengono a essere figure dodici dalla prima
  cornice in giù e una storia, come è detto; e dalla prima cornicie
  in su, sopra e' pilastri che metto(_no_) in mezo e' tabernacoli
  di sotto, viene altri dadi con loro adornamento, suvi meze
  colonne che vanno insino all'ultima cornice, ciò è vanno alte
  braccia otto simile dalla prima alla seconda cornice che è suo
  finimento; e da una delle bande in mezo alle dua colonne, viene
  un certo vano, nel quale va una figura a sedere, alta a sedere
  braccia tre e mezo fiorentine: el simile va fra l'altre dua
  colonne da l'altra banda: e fra 'l capo delle dette figure e
  l'ultima cornicie resta un vano di circa a braccia tre per ogni
  verso, nel quale va una storia per vano, di bronzo: che vengono a
  essere tre storie nella faccia dinanzi: e fra l'una figura a
  sedere e l'altra dinanzi, resta un vano che viene sopra el vano
  della storia del mezo di sotto, nel quale viene una certa
  trebunetta, nella quale va la figura del morto, ciò è di papa
  Iulio, con dua altre figure che 'l mettono in mezo; e una Nostra
  Donna di sopra di marmo, alta braccia quatro simile: e sopra e'
  tabernaculi delle teste, o vero delle rivolte della parte di
  sotto, viene le rivolte della parte di sopra, nelle quale, in
  ognuna delle dua, va una figura a sedere in mezo di dua colonne,
  con una storia di sopra simile a quelle dinanzi.


Item si convennero dette parte in detti modi e nomi, che il prefato
_Michelangiolo_ habi havere per sua mercede et salario di detta
sepultura et edifizio e per ogni spesa da farsi in detta fabrica; le
quali in detta s'abino a fare per detto _Michelangelo_; e debba avere
per recompensa d'essa e per sua fatica, ducati sedicimila cinque cento
d'oro di Camera, da pagarsi pe' detti a detto _Michelangiolo_ ne' modi e
forma, tempi e termini infrascritti: con patto che sopra alla stima et
perfezione di detta sepoltura et figure se ne stia e habi a stare al
parere et conscienzia di detto _Michelagniolo_.

Ancora, perchè detto _Michelangelo_ nel detto primo contratto per mano
di Francesco Vigorosi, come di sopra, ha confessato havere avuto e
ricevuto de' detti sedicimila cinque cento ducati, tremila cinquecento
da papa Iulio, ciò è mille cinque cento per le mani di detto Papa, e duo
mila per le mani di Bernardo Bini mercante fiorentino: de' quali
medesimamente oggi si chiama contento e pagato.

Ancora si convennono de' pagamenti da farsi de' ducati tredici mila
restanti della somma de' sedici mila cinque cento, che detto
_Michelagniolo_ habbi havere et habbi ogni mese ducati dugento d'oro
simili, cominciati del mese di maggio 1513, per dua anni; e finiti detti
dua anni, cominciati _ut supra_, habbi avere ogni mese dipoi ducati
cento e trenta simili insino al compimento et perfetione e resto del
pagamento di detta somma de' sedici mila cinque cento d'oro, come di
sopra.

Ancora si convennono che in caso che detto _Michelangiolo_ detta
sepoltura finissi innanzi al sopra scritto tempo, che ogni volta che
l'àrà finita secondo el nuovo modello, come di sopra; allora et in tale
caso, a detto _Michelagniolo_ si debba fare lo intero pagamento di detta
somma, come di sopra, non ostante le cose premisse.

Ancora si convennono per maggiore comodità di detto _Michelagniolo_ et
acciò che più facilmente possa lavorare così in Roma, come fuora; detti
Cardinali promissono a detto _Michelagniolo_ presente infra il tempo
degli anni nove soscritti, cominciati a dì sei di maggio nel 1514 e per
(_e'_) tempi concedessono et dessino ad habitare, come oggi dànno e
concedono per habitare solamente o per sè o altri per lui o di sua
commissione _gratis et amore_, e senza alcuna mercede o pigione durante
il tempo soscritto a detto _Michelagniolo_ presente:

Una casa con palchi, sale, camere, terreni, orto, pozzi e sui altri
habituri, posta in Roma in nella Regione di Treio apresso alle cose di
Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de' Rossi,
dinanzi la via publica, adpresso a Santa Maria del Loreto: confini
dirieto apresso le cose delli figliuoli di messer Carlo Crispo, apresso
le cose di messer Pietro Paluzzi e la via publica dirieto responde a la
piaza di San Marco; et nella quale detto _Michelagniolo_ à più figure
avute et e' marmi et lavori, et ha lavorato per molti mesi per detta
sepoltura. Et per tanto detto reverendissimo monsignore Laurentio de'
Pucci cardinale fece fine a detto _Michelagniolo_ d'ogni e qualunche
pensione potessi adomandargli per conto di detta casa. Et ancora ditto
messer reverendissimo cardinale Agenna promisse infra e per il tempo che
resta da fare detta sepoltura, dare et concedere, come oggi dà e
concede, ad habitare a ditto _Michelagniolo_ detta soscritta casa per
lavorìo sopra scritto, e promisse a sua spese condurre ditta casa a sua
propia pigione et a ditto _Michelagniolo_ darla per habitare _gratis et
amore_, come oggi dà e consegnia e promette che nessuno non gli
domanderà mai pigione; et in caso di molestia, mantenervelo et
conservarlo senza danno, sotto pena e spesa et interessi: et lavorando
fuor di Roma o in Roma abi l'uso della casa.

Ancora perchè detto _Michelagniolo_ è stato e di presente non si sente
troppo bene, si convennono che detto _Michelagniolo_ possi a suo piacere
lavorare per finire detta opera a Firenze, a Pisa, a Carrara e dove
parrà a lui, pure che il lavoro che farà servi a detta sepoltura.

Ancora si convennono che in caso che per caso fortuito o per difficoltà
dell'opera o per infirmità, o alcuno altro caso, infra ditto tempo ditto
_Michelagniolo_ finir non possi; nientedimeno ditto _Michelagniolo_ abbi
a continuare e finire ditta opera nel tempo che chiarirà el
reverendissimo cardinale Agenna.

Item promisse il reverendissimo cardinale de' Pucci al detto
_Michelagniolo_ presente et stipulante, ogni mese dare et pagare per
primi dua anni cominciati come di sopra, ducati dugento il mese, insino
che a lui tochi il pagamento insino alla somma de' ducati settemilia di
Camera, e' quali gli restorno della somma de' ducati diecimila
cinquecento, e' quali il prefato santissimo nostro papa Iulio lasciò per
fare detta sepultura.

Ancora el reverendissimo cardinale Agenna promisse a detto
_Michelagniolo_ presente, di sua proprii danari pagarli ducati semila
d'oro di Camera ogni mese per errata, doppo il pagamento fattogli per il
reverendissimo cardinale de' Pucci.

Item a pregiera, requisizione et instanzia di detti reverendissimi
Cardinali, reverendo messer Bartolomeo Doria mercante genovese per il
detto reverendissimo cardinale Agenna, e Bernardo Bini per il
reverendissimo cardinale de' Pucci _respective_ promissono a detto
_Michelagniolo_ detta somma, come di sopra da pagarsi, obligandosi come
principali in forma Camera con guramento e altre clausole consuete.

E detti promessono a' detti mercatanti conservargli senza danno.


  [580] È di mano di Michelangiolo.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 1 di novembre 1516.

XVIII.

Francesco Pelliccia _fa quietanza di cento scudi avuti da_ Michelangelo
_per cavare quattro figure_.[581]


_Francesco_ che fu di _Giovannandrea de Pelliccia_ da Bargana existente
et personalmente constituito dinanci a me notario infrascripto non per
fortia, inganno o paura, overo per alcuna altra machinatione
circonvenuto, ma di sua spontanea voluntà et certa scientia di animo, et
non per alcuno errore di ragione o di facto, per questo presente publico
istrumento, et con ogni altro melior modo, via, ragione et forma, con li
quali lui meglio ha potuto et può, per sè et soi heredi, ha confessato
et publicamente ha dichiarato lui avere hauto et ricevuto realmente et
interamente dallo excellente homo maestro _Michelagnolo_, figliolo di
_Ludovico Bonarota_, sculptore et ciptadino fiorentino, presente
stipulante per sè et soi heredi, ducati cento d'oro in oro larghi di
buono et iusto peso. De li quali dicto _Francesco_ ne ebbe ducati 20
d'oro inanci alla celebratione del presente instrumento, sì come el si
dice constare per una scriptura privata scripta per mano di _Sanctino_,
figliuolo di dicto _Francesco_, la quale il prefato maestro
_Michelagnolo_ rese et restituì al dicto _Francesco_ lì presente, _ita_
che da qui inanci sia cessa et cancellata: et il resto et compimento de'
dicti ducati cento, _videlicet_ ducati 80, il prefato maestro
_Michelagnolo_ diè, pagò numerò et exbursò in tanto oro in questo
medesimo loco, presenti et videnti me notaro et testimoni infrascritti:
de li quali ducati cento pagati in quel modo et forma che di sopra,
dicto _Francesco_ si chiamò ben pagato tacito et contento, renuntiando
lui alla exceptione del non havere hauto et riceuto dal prefato maestro
_Michelagnolo_ dicti ducati cento in quel modo et forma che di sopra. —
Li quali ducati cento sono per arra et principio di pagamento di figure
4 di marmo, di altezza per ciascuna, braccia 4 e mez., et per ogni verso
della sua largheza brac. 2 et uno terzo, così etiandio per ogni verso
della sua grosseza brac. 2 et un terzo egualmente, abozando dicte figure
quanto si conviene in quella parte che a dicto maestro _Michelagnolo_
parrà; apregiata ciascheduna de dicte figure fra epse parte di comune
concordia, ducati 18 d'oro in oro. Item et figure 15 di alteza per
ciascuna brac. 4 et un quarto, et larghe et grosse secondo richiedono le
loro proportioni; apregiata ciascheduna de dicte figure fra epse parte
di comune concordia ducati 18 d'oro in oro. Le quali figure 4 e le 15,
come di sopra, dicto _Francesco_ ha promisso per sè et soi heredi al
prefato maestro _Michelagnolo_, stipulante _ut supra_, remossa ogni
exceptione di rasone et di facto, di farle del più bello et del più
bianco marmoro della sua cava che sia vivo, bianco et necto di vene et
di peli et senza macula nissuna, simile al saggio lui portò al dicto
maestro _Michelagnolo_, alla misura et precio che di sopra è dicto et
dichiarato, abozandole _ut supra_. Et de ogni due mesi in ogni due mesi,
incominciando adesso, consignare fatte al prefato maestro _Michelagnolo_
in nel canale existente a piè de dicta cava una de dicte figure 4 di
alteza brac. 4 e mezo _ut supra_, et 3 delle dicte figure 15 di alteza
brac. 4 et un quarto _ut supra_, così seguitando et consegnando di due
mesi in due mesi _ut supra_, per insino alla fine del numero de dicte
figure.

Le quali cose tutte et singule supradicte promesse il prenominato
_Francesco_ al prefato maestro _Michelangelo_ stipulante _ut supra_
attendere, etc. sotto pena del doppio di tutto quello si havesse ad
agitare. La quale pena paghata o no, rate et ferme tutte le cose
sopradicte sempre siano et perdurino.

Actum Carrarie in domo dicti _Francisci_ posita burgo Carrarie ab imo
platee Comunis, in qua prefatus magister _Michelangelus_ ad presens
habitat, presentibus etc.

Die VII aprilis 1517. De voluntate, presentia et auctoritate prefati
magistri _Michaeliangeli_ et dicti _Francisci_ cassum et cancellatum
fuit suprascriptum instrumentum per me notarium infrascriptum eo quia
comuni concordia dictus magister _Michelangelus_ fuit confessus habuisse
a dicto _Francisco_, ac sibi restitutos fuisse supradictos ducatos 100,
videlicet 60 ante presentem cassationem etc.


  [581] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser
  Calvano Parlontiotto.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 18 di novembre 1516.

XIX.

Bartolommeo di Giampaolo _detto_ Mancino _da Carrara si obbliga di
cavare marmi per_ Michelangelo _nella cava del Polvaccio_.[582]


Sia noto come oggi questo dì diciotto di novembre mille cinque cento
sedici, _Bartolomeo_ decto _Mancino_, figliolo di _Giampagolo di
Cagione_ da Torano, à venduto a me _Michelagnolo_, scultore fiorentino,
pezzi tre di marmo bianchi e begli, i quali lui à cavato al presente al
Polvaccio nella sua cava; e el maggiore pezzo è lungo circa braccia
cinque e grosso circa a tre e dua e mezo per ogni verso. Gli altri dua
sono circa quatro carrate l'uno, pur bianchi e netti, e lungi l'uno
braccia quatro e largo braccia circa tre, e grosso circa un braccio o
vero dua palmi: e questo è spicato dal pezo grosso sopraditto. L'altro è
braccia tre e mezo e per ogni verso di grosseza circa dua o vero uno e
mezo, per ducati dodici; e' quali io _Michelagniolo_ sopra detto gli ò
pagati oggi questo dì sopra detto, e lui, cioè el detto _Mancino_,
confessa avergli ricievuti e dicie si chiama contento. Ancora confessa
il detto _Mancino_ avere ricievuti da me _Michelagniolo_, oltre a'
dodici ducati sopra detti, ducati venti d'oro largi, e' quali io ne lo
servo perchè lui si metta a cavare nella sopra detta cava del Polvaccio
dove lui à cavati e' pezi detti che io ò comprati, e mandi giù una certa
pietra grande che lui à scoperta, nella quale per quello che si vede di
fuora è grossezza di braccia quatro e per largeza el simile e per
lungeza braccia otto e dieci. E non si mettendo a cavare la detta pietra
infra un mese, s'obriga el detto _Mancino_ restituirmi e' venti ducati
che io gli ò dati oggi questo dì detto, ciò (_è_) non cavando la detta
pietra; e cavandola, io gli prometto tôrne una certa quantità, sendovi
le mie misure, e sendo begli: e non sendo così, s'intenda che io debba
tôrne tanti marmi a mia scielta per iusto prezo, che io mi pagi de'
venti ducati che lui à ricievuti. E perchè nelle sopra dette pietre che
io ò comprate si vede qualche pelo, il detto _Mancino_ promette, quando
mi facessino danno, soddisfarmi negli altri marmi che e' mi venderà.
Ancora perchè e' detti tre pezi che io ò comprati sono in sul ravaneto
della sua cava detta, lui, il detto _Mancino_, s'obriga mandargli giù
nel canale e sodisfarmi, se lui gli rompessi mandandogli giù, o vero
mandando giù gli altri marmi che lui caverà. Ancora promette quando
m'accadessi per bozare mia pietre, prestarmi pali, martelli, e altre
cose necessarie. E per fede del vero, perchè el detto _Mancino_ non sa
scrivere, farà scrivere in suo nome qui di sotto maestro _Domenicho_,
scultore fiorentino,[583] come lui à ricievuti e' sopra detti danari, e
come accietta ciò che in questa è scritto, present'e' testimoni che si
sotto scriveranno. Ancora il detto _Mancino_ s'obriga non dare a altri
de' marmi che lui caverà facendo per me.

Io maestro _Domenicho_ di _Sandro_, fiorentino ischultore, a pregiera di
_Mancino_ sopra detto, perchè no sa iscrivere, in suo nome afermo quanto
di sopra si contiene e come testimone afermo come di sopra è detto.

E io _Stefano_ di _Giovambatista Ghuerrazi_[584] come testimonio schrivo
questo verso a quanto di sopra è detto.

Sia noto come el _Mancino_ da Torano detto, oltre a tre pezzi di marmo
che io _Michelagniolo_ confesso in questa avere ricievuti dallui o vero
lui avermi consegniati, e i' ò pagati come apariscie per questa.


  [582] È di mano di Michelangelo.

  [583] Fancelli.

  [584] Era da Pisa e fu discepolo di maestro Domenico, il quale lo
  condusse seco, allorchè andò a lavorare in Spagna, e morendo colà
  lo fece erede di tutte le masserizie dell'arte sua.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 3 di gennaio 1517.

XX.

Iacopo _di_ Piero _da Torano e_ Antonio _d_'Iacopo _da Puliga si
convengono con_ Michelangelo _di cavargli de' marmi al Polvaccio_.[585]


Sia noto come io _Michelagniolo_, scultore fiorentino, ò allogato oggi
questo dì tre di gennaio mille cinque cento sedici a _Iacopo_ di _Piero_
di _Gildo_ da Torano e _Antonio_ di _Iacopo_ da Puliga figure quatro,
cioè quatro pezi di marmo, alti l'uno braccia quatro e un quarto e
bozati col picone in que' modi che io darò loro le misure, in modo che
l'uno sarà carrate quatro: e obrigansi i detti, cioè _Iacopo_ e
_Antonio_, cavargli nella loro cava al Polvaccio d'una certa sorte marmi
che e' v'ànno, che è simile a un pezo di tre carrate che e' ne cavorno a
maestro _Domenico_ fiorentino, el quale è in sulla piaza de' Porci: e
obrigansi darmi el pezo posto in sulla piaza de' Porci, per iscudi
dieci; e obrigansi non attendere a altro che servirmi de' detti pezi.
Ancora s'obrigano, volendo io una quantità di marmi, non potere lavorare
per altri che per me per gusto prezo, tanto che io sia servito: e del
prezo delle sopra ditte pietre io _Michelagniolo_ do loro ogi questo dì
detto scudi sedici: e così loro confessono avere ricievuti. E per fede
del vero si sottoscriveranno di loro propria mano. E perchè loro non
sanno scrivere, fanno scrivere per loro a maestro _Domenico_, scultore
fiorentino.

Io _Domenicho_ di _Sandro_ fiorentino perchè e' sopra detti (_dissero_)
no sapere iscrivere, iscrivo per loro e sono testimone chome si contiene
in questa ène la verità.

Io _Raffaello_ di _Nicholò_[586] fiorentino fo fede chome testimonio, fo
fede chome ciò che si chontene in questa è la verità.


  [585] Anche questo è di mano di Michelangelo.

  [586] Raffaello di Niccolò di Lorenzo Mazzocchi, matricolato
  all'Arte de' maestri di pietra. Le sue memorie vanno fino al 1525.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara,    di febbraio 1517.

XXI.

_Libello di_ Michelangelo _contro_ Iacopo _da_ Torano _e_ Antonio _da_
Puliga _scarpellini, che si erano obbligati a cavar marmi per lui_.[587]


           Coram vobis spectabili domino Vicario Carrarie,
                   vestroque officio et curia etc.

Constitutus in iure et coram vobis prefato domino Vicario pro tribunali
sedente etc. _Michaelangelus_ olim _Ludovici Bonerote_, civis florentini
et Sedis Apostolice archimagister, sculptor, qui suo proprio et privato
nomine pro declaratione et iustificatione iurium suorum, dicit, narrat
et esponit, qualiter de anno presenti 1516, secundum cursum et
consuetudinem civitatis Florentie, et 1517, secundum cursum et
consuetudinem Lunigiane, sub die tertia ianuarii proxime preteriti ad
eius instantiam, petitionem et requisitionem _Iacobus_ olim _Petri
Guidi_ de Torano et _Antonius_ olim _Iacobi_ de Pulega, habitatores
Torani, promiserunt et simul se obligaverunt effodere, abbozzare et
piconizare eidem archimagistro _Michaelangelo_ quatuor lapides
carratarum quatuor pro singulo lapide, marmoris eorum cavee sue effodine
_del Polvaccio_, pertinentia Torani, pro conficiendis seu sculpendis
quatuor figuris; modis, formis, mensuris et pro pretio contentis, et que
continentur in quadam appodixia sive scriptura privata facta scripta et
notata manu propria prefati archimagistri sculptoris, et subscripta
duobus testibus fidedignis contentis et subscriptis in eadem appodixia.
Quam quidem appodixiam idem archimagister pro liquidatione predictorum
et infrascriptorum iurium suorum exhibet et producit coram vobis domino
Vicario pro tribunali sedente etc.

Item dicit narrat et exponit idem archimagister _Michaelangelus_
qualiter dicti _Iacobus_ et _Antonius_ se simul obligaverunt et
promiserunt nil aliud facere, operari aut laborare in dicta eorum cavea
seu effodina marmoris aut alibi, donec et quousque ipsi non effodissent,
piconizassent et conduxissent predictos quatuor lapides sub platea
Porcorum Carrarie, modis, formis, mensuris et pro pretio contentis in
eadem appodixia seu scriptura privata scripta et subscripta, exhibita et
producta, ut supra.

Item dicit, narrat, et exponit idem archimagister qualiter nomine arre
et pro principio solutionis pretii dictorum quatuor lapidum, idem
_Michaelangelus_ archimagister dedit, numeravit et exbursavit realiter
et cum effectu eisdem _Iacobo_ et _Antonio_ scutos sexdecim auri a Sole,
prout constat et clarissime apparet ex predicta appodisia seu scriptura
privata.

Item dicit, narrat, et exponit idem archimagister _Michelangelus_,
qualiter predicti _Iacobus_ et _Antonius_ neglexerunt, prout modo
negligunt, velle observare et manutenere pacta et conventiones factas
inter prefatum archimagistrum et ipsos contra omne ius et iustitiam et
contra bones mores et in maximum damnum, detrimentum, perditam et
preiuditium ipsius archimagistri, qui culpa, deffectu, et negligentia
predictorum _Iacobi_ et _Antonii_ hucusque damnificatus est in ducatis
ducentis auri latis et plus, occaxione eius temporis ammissi, et pro
aliis extraordinariis expensis per ipsum factis eorum culpa et deffectu;
et eo maxime, quia si dicti _Iacobus_ et _Antonius_ uti voluissent ea
sollicitudine qua debuissent et potuissent, effodissent piconizassent et
conduxissent sub predicta platea Porcorum, dictos quatuor lapides intra
bimestrem seu intra duos menses ad plus, prout probabitur et expediet:
quod fuit et est in maximum damnum et preiudicium ipsius archimagistri
_Michaelangeli_, et contra pacta et conventiones contentas in dicta
appodixia seu scriptura privata et successive contra seriem, formam et
tenorem Statutorum curie vestre de huiusmodi materia loquentium: que
statuta idem archimagister allegat et producit in parte et partibus etc.

Idcirco ne de predictis dicti _Iacobus_ et _Antonius_ ullo unquam
tempore valeant ignorantiam aut aliam excusationem allegare, eo quod non
fuerit eis aut alteri eorum intimatum, notificatum et protestatum; idem
archimagister _Michelangelus_ omni meliori modo, via, iure et forma etc.
in hiis scriptis solemniter protestatus fuit et protestatur contra
dictos _Iacobum Petri Guidi_ et _Antonium Iacobi_ citatos per numptium
publicum curie vestre, prout retulit et refert, videlicet contra dictum
_Iacobum Petri Guidi_ citatum personaliter et dictum _Antonium Iacobi_
citatum per proclama et ad domum, secundum formam preallegatorum
Statutorum vestrorum loquentium de citatione absentis fiende: et
protestatur contra ipsos et quemlibet eorum de omnibus eius damnis
expensis et interesse quomodocunque et qualitercunque passis et in
futurum patiendis tam in iuditio quam extra, occasione predicta, et de
temporis sui ammissione, et de inobservatione predicte appodixie seu
scripture private et non tantum dicto modo, sed etiam omni alio meliori
modo etc.


  [587] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 7 di febbraio 1517.

XXII.

_Confessione e quitanza fatta da_ Michelangelo _a_ Bartolommeo _detto_
Mancino _per marmi avuti da lui_.[588]


Sia noto come addì diciotto di novembre mille cinquecento diciassette,
_Bartolomeo_ detto _Mancino_, figliolo di _Giampagolo_ di _Cagione_ da
Torano, a me _Michelagniolo_, scultore fiorentino, vendè e consegniò in
sul ravaneto della sua cava al Polvaccio pezzi tre di marmo: l'uno lungo
braccia circa cinque e circa dua e mezo per insino in tre grosso per
ogni verso; l'altro spicato da questo sopra detto della medesima
lunghezza e largheza, salvo che per grosseza non è più che un braccio o
dua palmi nel manco; l'altro è braccia tre e mezzo lungo e la grosseza
per ogni verso circa braccia dua o vero uno e mezo; e detti tre prezzi
mi dètte per ducati dodici d'oro largi: tre gniene avevo dati inanzi,
perch'egli cavassi e' detti pezi, e poi cavati, gli dètti el resto per
insino in dodici; e prestai el medesimo dì al detto _Mancino_, oltre a'
dodici ducati detti, ducati venti d'oro largi, perchè lui mandassi giù,
overo cavassi certi altri pezi di marmo; con questa conditione, che
cavandogli e mi piacessino, io ne dovessi tôrre a mia scielta tanti che
io mi pagassi de' venti ducati e quel più che mi parea. Ora il detto
_Mancino_ à finito di cavare e mandar giù oggi questo dì sette di
febraio i detti pezi, cioè à cavato e mandato giù appiè del suo ravaneto
questo dì detto di febraio di nuovo pezi quatro di marmo: l'uno è lungo
braccia circa sei e largo braccia dua e mezo, e grosso circa dua;
l'altro è lungo circa cinque braccia, e poco manco che dua per ogni
verso; l'altro è una lapida grossa un braccio e quarto, e larga circa
tre, e lunga quatro; l'altro è un ciottolo circa tre braccia lungo, e
dua per ogni verso: che sarebono questi quatro pezzi co' tre comperati
inanzi sopra scritti, pezzi sette. Ma perchè nel venire giù uno di
questi à rotto uno di quegli comperati e pagati di sopra e fattone dua,
vengono a essere otto pezi. E di questi quatro ultimi pezzi che gli à
mandati giù ora del detto mese di febraio, del prezo loro il detto
_Mancino_ l'à rimessa in _Baldassarre_ di _Cagione_ e in maestro
_Domenicho_, scultore fiorentino, e ànno gudicato che io gli debba dare,
oltre a' venti ducati che io gli prestai, ducati quatro; che così sono
ben pagati; e così gli ò dati e' detti quatro ducati: che viene avere
avuto in tutto ducati trenta sei in più volte, come è detto, de' detti
otto pezzi di marmo, e chiamasi contento e sodisfatto da me per insino a
questo dì detto, e confessa avere ricevuti e' detti danari. E detti
pezzi di marmo m'à consegniati a piè del suo ravaneto e segniati col mio
segnio, (_e_) mi chiamo contento e sodisfatto da lui per insino a questo
dì. E perchè el detto _Mancino_ dice non sapere scrivere, _Baldassarre_
e maestro _Domenico_ ditti che ànno gudicato, per fede della verità si
sotto scriveranno in questa pel detto _Mancino_.[589]


  [588] È di mano di Michelangelo.

  [589] Mancano le sottoscrizioni.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 7 di febbraio 1517.

XXIII.

_Convenzione di_ Michelangelo _con_ Lionardo _detto_ Cagione _da Carrara
per cavare marmi_.[590]


Sia noto come _Lionardo_ detto _Cagione_, d'_Andrea_ di _Cagione_ da
Carrara, à cavato una pietra nella sua cava a me _Michelangiolo_,
scultore fiorentino, nella quale s'obriga bozzare, secondo le misure che
io gli darò, una figura di braccia quattro e un quarto o vero di braccia
quatro e mezo, la quale sarà carrate quatro: e obrigasi darmela posta in
sulla piaza de' Porci di Carrara a tutte sue spese per iscudi dieci; e
obrigasi darmela nel detto luogo infra quindici dì, cominciando oggi
questo dì sette di febraio mille cinquecento diciassette. E io
_Michelagniolo_ detto gli do oggi questo dì detto della detta pietra e
dieci scudi di contanti, e 'l detto _Cagione_ se ne chiama pagato e
contento, come in questa si sotto scriverrà di sua propria mano.

Ancora io _Michelagniolo_ gli do, oltre a dieci scudi della sopra detta
pietra, cinque altri scudi, acciò che lui séguiti di cavare nel medesimo
luogo, e cavando pietre belle a mia misura, non le possa dare a altri
che a me per giusto prezo: e non cavando, m'abi a sodisfare de' cinque
scudi di tanti marmi a mia scielta. E per fede di ciò, come è detto, lui
in questa si sotto scriverà di sua mano.

Io _Lunardo_ deto _Chasone_ chomfeso avere receuti e' soprascritti
danari e obrigomi a quanto in questa si chontiene: e per fede di ciò mi
sono sotoscrito di mia mano in questo dì soprascrito.

E più ò receuti oze in questo dì venti uno di febraio 1517 schudi cinque
dal dito _Michele Angelo_ per farli una altra figura de la soprascrita
mesura e porla in lo soprascrito locho per lo soprascrito precio.


  [590] È di mano di Michelangelo.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 12 di febbraio 1517.

XXIV.

_Compagnia tra_ Michelangelo _e_ Lionardo _di_ Cagione _in una cava di
marmi_.[591]


Sia noto come avend'io a fare per comessione di papa Leone Decimo,
fiorentino, una quantità di marmi per la faccia di San Lorenzo di
Firenze, e trovandomi a Carrara per altri mia lavori e per questo, e
cercando io _Michelagniolo_, scultore fiorentino, de' detti marmi, e
avendomi mostro _Lionardo_, detto _Cagione_, d'_Andrea_ di _Cagione_ da
Carrara, una sua cava antica dove si potrebe fare grande aviamento; m'è
parso da farvelo per cavare tutti marmi. E avendo il detto _Cagione_
caro far meco compagnia nella detta cava e io seco, ci siàno acordati
oggi questo dì dodici di febraio mille cinque cento diciassette, e
abiàno fatto compagnia insieme; intendendosi stare a meza la spesa e a
meza l'utilità, tenendo io tanti uomini a lavorare per me, quanti il
detto _Cagione_ ne terrà lui per sè nella detta cava; e promettesi l'uno
all'altro avere a durare la detta compagnia, tanto che io sia fornito di
tutti e' marmi che io ò di bisognio per l'opere sopra ditte; non
acadendo o morte di Papa o d'altri o guerre, o mia infermità o cose che
dieno noia, e riuscendo e' marmi begli e recipienti alle cose che ò da
fare. E' prezzi che noi pogniàno alle pietre saranno scritti qui di
sotto. E _Cagione_ sopra scritto, come d'acordo abbiàno fatto i detti
prezzi e come è contento della detta compagnia, per fede della verità in
questa si sotoscriverrà di sua mano propria.

E' prezzi de' marmi: un pezo di carrata, scudi dua; un pezzo di dua
carrate, scudi quatro; un pezzo di tre carrate per insino in quatro,
scudi dua e mezo la carrata, e da quatro per insino in sei carrate,
scudi tre la carrata, e da sei per insino in otto carrate, scudi quatro
la carrata, e da otto per insino in dieci carrate, scudi quatro e mezzo
la carrata, e da dieci carrate per insino in dodici, scudi cinque la
carrata. E intendesi tutti e' detti pezi di marmo delle dette carrate
col detto prezzo s'abbino a porre in barca: e se altrove gli volessi, se
ne abbia a levare la spesa che vi sare' di manco. E così siàno d'acordo.
E acadendo per sorte qualche sinistro o qualche dificultà non pensata o
nel cavare o nel condurre e' detti marmi o in altro che s'apartenga alla
detta compagnia, ci promettiamo l'uno all'altro usare di ciò quella
discrezione che sarà conveniente.

E ancora s'intende come è detto, riuscendo e' marmi al mio proposito,
abbia a seguitare la compagnia come di sopra è scritto, tanto che io sia
servito de' marmi che ò di bisognio pei sopradetti lavori, e che in
questo tempo, non noiando e' mia lavori, si possa servire ancora altri
di quelle pietre che non fanno per me; e quando e' marmi della sopra
detta cava non riuscissino begli come e' mostrano avere a riuscire e che
e' non sodisfacessino, io debba e possa de' mia danari spesi in ciò,
pigliarmene marmi e uscirmi della compagnia, parendomi.

E la sopra scritta compagnia s'intende che abbia a essere di tre
compagni, ciò è el sopra scritto _Cagione_, e io _Michelagniolo_ detto e
l'altro, _Giandomenico_ di _Marchiò_ di _Maragio_ da Carrara, partendo
per terzo la spesa e l'utilità, con le conditione sopra scritte.

Io _Lunardo_ dito _Chasone_ mi chomtento e afermo la sopra dita
chompagia chom lo dito _Michelangelo_ chom tute le chomdecione e precie
sopraditi; e chos'io mi sono sopra scrito di mia mano propria.


  [591] Anche questo è di mano di Michelangelo.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 6 di marzo 1517.

XXV.

_Confessione di_ Matteo di Cuccarello _e_ Lazarino _di_ Pietro _di_
Bellone _di denari ricevuti da_ Michelangelo _per marmi da cavare_.[592]


                 In nom. etc. Die VI martii 1517.

_Matheo_ già di _Michele Cuccarello_, _Lazarino_ già di _Pietro_ di
_Bellone_ etc. etc. tutti da Berzola, villa di Carrara, constituiti
dinanti a me notaro et testimoni infrascritti, hanno confessato et
publicamente hanno declarato haver hauto dallo excellente homo maestro
_Michel Angelo_ di _Lodovico Bonarota_ presente scudi 20 d'oro buoni, li
quali il prefato maestro _Michel Angelo_ diè, pagò etc. Et sono per arra
di colunne 2 di marmo, le quali li prenominati promettono et per solemne
stipulatione si convengono, obligandosi al prefato maestro _Michel
Angelo_ stipulante, _ut supra_, di farle del marmoro della loro cava
posta nella alpe di Carrara in loco dicto a Rozeto apresso le sue
confine: et facte, ad esso maestro _Michel Angelo_, o a chi sarà per
lui, consignarle, poste in barca ad ogni loro expesa, per di qui a tutto
il mese di giugno proximo hae a venire, per precio di scudi 40 d'oro
buoni et de iusto peso per ciascheduna di epsa colunna, dichiarando che
ciascuna di epsa sia et deba essere de alteza _sive_ lungheza brac. 10,
et alla misura che esso maestro _Michel Angelo_ ha loro data, et di
grosseza da piè di dicta colunna braccia 1 e un terzo di braccio, senza
lo regolino che va da piè di decta colunna, quale abia ad essere di
misura una onza incirca. Et sia ancora et deba essere ciascuna di esse
colonne senza alcuni peli et di quella medesima biancheza di marmo che
ha quello marmoro che è posto da imo _sive_ da piè di dicta cava.

Per tutte le quali cose et singule, fermamente da essere attese et
adempite, _ut sopra_, li prenominati hanno obligato etc. — Costituendosi
loro per ciascuno insolido al prefato maestro _Michel Angelo_
stipulante, etc. observare tutte le cose predicte a Carrara, a Roma, a
Firenze, a Lucca, a Pisa, et generalmente, purchè la generalità non
deroghi alla specialità et _è converso_, in ciascuna altra parte del
mondo etc. Sottoponendosi per insino adesso ad ogni iurisdictione,
compulsione, ragione et censura di tutti li Magistrati et Corte così
eclesiastiche come seculari etc. etc.

  Actum Carrarie in domo mei not. etc.


  [592] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 14 di marzo 1517.

XXVI.

Lionardo _di_ Cagione _si obbliga di cavar marmi per_ Michelangelo.[593]


                    In nom. etc. Die XIV martii 1517.

_Lunardo_ dicto _Cagione_ zà di _Andrea_ di _Cagione_ da Torano,
constituito dinanti di me notaro et testimonii infrascripti, ha
confessato haver hauto dallo excellente homo maestro _Michele Angelo_ di
_Lodovico Bonarota_ presente, scudi 50 d'oro, in tanto oro. — Li quali
scudi 50 sono per arra di carrate 100 di marmo di 25 centinaia per
carrata, le quali dicto _Lunardo_ per sè ha promesso farle del marmo
della cava sua alla Sponda, alla misura che dicto maestro _Michel
Angelo_ li darà, per di qui ad uno anno proximo hae a venire, in due
volte, cioè carrate 50, per di qui a tutto il mese di septembre, per
insino alla fine di dicto anno lo resto di dicte carrate 100, cioè
carrate 50: et così facte in nelli lor termini _ut supra_ al prefato
maestro _Michele Angelo_, o a chi per lui serà, consignarle poste in
barca ad ogni expesa di esso _Lunardo_ per li precii infrascripti, cioè
per scudi 2 d'oro, buoni et di iusto peso per ciascuna carrata di marmo;
et di ogni pezo di marmo di 2 carrate, scudi 4; et di ogni pezo di
carrate 3 per in sino in 4, scudi 2 et mezo per ciascuna carrata; et di
ogni pezo di carrate 5 per insino in 6, scudi 3 per ciascuna carrata; et
di ogni pezo di carrate 7, scudi 3 et mezo per ciascuna carrata; et di
ogni pezo di carrate 8, scudi 4 per ciascuna carrata; et de ogni pezo di
carrate 9, per insino a 10, scudi 4 et mezo per ciascuna carrata:
dichiarando che dicte carrate 100 siano et debino essere di marmo
biancho et senza peli alcuni; et quando pur havessino alcune vene, ma
non molte, si debano intendere essere idonee; risalvando le figure
infrascripte, le quali siano et debano essere di marmo bianco senza
peli, simile a quello che già più giorni fa esso maestro _Michel Angelo_
hebbe da dicto _Lunardo_. — Item dicto _Lunardo_ per pacto expresso si è
convenuto et ha promisso al prefato maestro _Michel Angelo_, de dicte
carrate 100 farli figure 2 di marmo buono et senza peli, vene et machie
alcune, _ut supra_, et che ciascuna di esse figure sia di alteza braccia
5 per insino in 6, et del resto secondo le misure che il prefato maestro
_Michel Angelo_ gli darà; et figure 4 di marmo bianco, per ciascuna di
alteza braccia 4 e un quarto, et di largheza et grosezza, secondo le
misure che dicto maestro _Michel Angelo_ gli darà. Item che quando che
di dicte carrate 100 ci fusse una pietra o due senza peli alcuni, apte a
fare una colunna o due, di alteza per ciascuna colunna braccia 10, dicto
_Lunardo_ promette a esso maestro _Michel Angelo_ di far le dicte alteze
et secondo le misure et per quello medesimo precio per ciascuna colunna:
della quale misura et precio esso maestro _Michel Angelo_ s'è convenuto
col _Cucarello_, _Lazarino_ de _Bellone_ per vigore d'uno contracto
rogato per mano di me notaro infrascripto il 6 marzo, mese presente. —
Et non essendovi pietra per fare dicte colunne, dicto _Lunardo_ non sia
obligato alle dicte colunne: con questo aggiunto, che dicto _Lunardo_
non possi fare nè far fare ad altre persone marmi alcuni di dicta cava o
fuora, ma al bene continovamente perseverare in dicto lavoro persino a
tanto che dicto lavoro non sia portato alli termini suoi.

Le quali cose tutte etc.

_Preterea_ è stato facto et convenuto fra epse parte per pacto expresso
con solenne stipulazione _hinc inde_ interveniente, che quando che li
padroni del prefato maestro _Michele Angelo_, li quali gli fanno fare
dicto lavoro, per guerre non volessino che l'opera di dicto lavoro
seguitasse et andasse inanci, o per morte loro o per alcuna altra causa,
dicta opera et lavoro restasse che non andasse più avanti; allora et in
quel caso dicto maestro _Michel Angelo_ sia tenuto et obligato pigliare
da dicto _Lunardo_ almanco tanti de' dicti marmi per la somma de' dicti
scudi 50.

Per tutte le quali cose etc.

Actum Carrarie in domo mei notarii infrascripti, presentibus magistro
_Domenico Alexandri_ de Septignano districtus Florentie etc.


  [593] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 17 d'aprile 1517.

XXVII.

_Alcuni scarpellini Carraresi Promettono a_ Michelangelo _di cavargli
marmi_.[594]


In nomine Domini, Amen. Ne l'anno de la Natività del nostro Signore Iesu
Christo del mille cinquecento dicesette, inditione quinta, secundo il
corso e consuetudine de' notari di Lunisana, a dì dicessette del mese di
aprile, la excelentia et sublimità de lo archimaestro sculptore de la
Sedia Apostolica, _Michelangelo_ di _Ludovico Bonarota_, citadino
fiorentino, da una parte; et _Francesco_ già di _Iacopo_ di _Vanello_ da
Torano, et _Bartholomeo_ di _Michel_ dal _Bardino_ abitante a Torano,
compagni, insieme et in solido per loro e suoi heredi da l'altra parte;
per il qual _Bartholomeo_, perchè è figliol di famiglia, a più abondante
cautella, dicto _Francesco_ promette de rato sotto la obligatione de
tutti e' suoi beni, constituendosi epso _Francesco_ principale obligato
per dicto _Bartholomeo_, renumptiando in forma etc. Et anbe le predicte
parte sono venute a li infrascripti pacti e convenctione tra loro. Et
prima dicti compagni nominati di sopra, insieme et in solido hanno
promesso et in questo publico instrumento solemnemente si sono obligati
di dare e consignare al prefato archimaestro _Michelangelo_ qui
presente, stipulante, recipiente et acceptante per sè et per li suoi
heredi et successori, carate cinquanta di marmore de la cava d'il
Papello dal Prado posto a la Mandria pertimentia de Torano, al precio e
misure che si contengono in dui altri contracti di conducta de marmori
facti per il prefato archimaestro cum _Leonardo_ di _Andrea_ di
_Casone_, et _Bartholomeo_ dicto il _Mancino_ di _Zampaulo_ di _Casone_
da Torano e loro compagni, et rogati per ser Galvano di ser Nicola,
notario Carrarese publico et autentico: qual precio et misure contente
in dicti contracti, epso _Francesco_ et _Bartholomeo_ compagni acceptano
e riconfermano per il presente instrumento, sì come in questo medemo
instrumento fusseno specificati, nominati e posti, perchè hanno hauto
noticia de' precii e misure antedicte contente in epsi cuntracti; con
special pacto inhito, facto, expresso fra ambe le dicte parte qui
presente e l'una con l'altra insieme stipulante et acceptante, che li
dicti _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni, come di sopra, siano tenuti
et obligati et cossì epsi promettano et se obligano di dare e realmente
consignare al prefato archimaestro _Michelangelo_ qui presente,
stipulante, dicte carate cinquanta di marmore, nel modo, forma et
termine qui di sotto expresso, carate vinti cinque e più, se più si
potrà, caricate in barcha a la piaggia de Lavenza a le proprie spese de
ambi dicti compagni, al precio et misure antedicte, dal tempo presente
sino a kalende di novembre proximo a venire, e più presto e inanti al
dicto termine, se più presto e inanti si potrà. Et il resto de le
cinquanta carate di marmore, dicti compagni promettano e si obligano in
forma di darle e consignare caricate in barca a loro proprie spese, come
di sopra, al prefato archimaestro, a kalende di maggio che seguirà di
poi d'il 1518 e più presto, se più presto si potrà, a li precii e misure
antedicte: promectendo dicto _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni,
obligandosi solemnemente insieme et in solido sotto la pena infrascripta
al prefato archimaestro presente et stipulante, come di sopra, di cavare
e lavorare continuamente dicti marmori, solamente ad instantia di epso
archimaestro, sino al compimento de le cinquanta carrate dicte di sopra,
rimosso ogni causa et exceptione che si potesse opponere; excetto che,
se per caso evenisse ch'el prefato archimaestro per la Beatitudine del
pastore apostolico, Summo Pontefice, o per qualunque altro principale
fusse revocato da la impresa, et che il lavoro ordinato non procedesse;
in tal caso epso archimaestro promette pigliar solamente ogni quantità
di marmi che havessino in quel punto cavati dicti compagni ad instantia
di epso, ultra al denaro che havessero hauto, pur che siano a la misura
dicta di sopra e sensa alcuno difecto: con special pacto anchora inhito
e facto fra ambe le dicte parte, che 'l prefato archimaestro
_Michelangelo_ sia tenuto et obligato soccorrere dicti compagni de
denari di poco in poco, secundo il lavoro che faranno. E già per arra e
per principio di pagamento de' dicti marmori epso archimaestro ha dato,
numerato et exborsato a li dicti _Francesco_ e _Bartholomeo_ compagni
qui presenti, et confessati di havere hauto et effectualmente riceuto da
epso a la presentia di me notario et de li testimoni infrascripti, scudi
vinti de oro in oro dal Sole; renunptiando epsi compagni a la exceptione
di non havere hauto e riceuto dicta quantità de denari: _et cetera_.

(_Omissis aliis._)

Facto in Carrara, sottoposta a la diocesi di Luni, in casa di me notario
antedicto et infrascripto, presenti _Matteo_ di _Cucharello_ da Berzola
e _Francesco_ di _Ton_ di _Guido_ da Torano et _Antonio_ di _Mattè_ da
Monzone habitante a Gragnana, ville di Carrara, testimoni etc.

Ego Leonardus Lombardellus, etc. notarius, etc. Carrariensis, etc.
interfui, eaque rogatus scribere, scripsi etc.


  [594] È originale.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 19 di giugno 1517.

XXVIII.

_Confessione di alcuni scarpellini di aver ricevuto danari da_
Michelangelo _per conto di marmi_.


                        A dì 19 di giugno 1517.

Sia noto e manifesto, come in questo dì sopradetto _Piero Urbano de
Anniballe_ da Pistoia, garzone di maistro _Michelle Anzollo Simoni_ di
Fiorentia, scultore al presente in Carrara, dà e esborsa in denari
contanti, zoè scudi dodexe d'oro in oro, e li quali scudi dà a _Mateo_
dito _Cucarello_ e al _Manzino_ di _Zanpaulo_ da Torano e _Betto_ di
_Iachopone_ di _Nardo_; intendendo che cescaduno di loro hane auto scudi
quatro per conto de lavore che (_à_) alogato maistro _Michelanzollo_
sopraditto, come n'è contrato per mane di ser Galvano di ser Nicolao,
presente prete Antonio di Piero del Mastro e Antonio dito Sarto da
Compiano; e coxì dito prete Antonio se sotoscriverà, de simelle _Mateo_
predetto e presente ancora Bernardino di Iacopo del Berettaro: e coxì
dito Bernardino se sotto.... e scriverà per Antonio dito Sarto
soprascrito, perchè dito Sarto non sa scrivere e simelle scriverà per lo
_Manzino_ e _Betto_ soprascriti, perchè loro non sanno scrivere. E io
Carlino di Simone da Santo Terenzio ho fato questa scritta con la
soprascrita parte, a dì e anno soprascriti.

Io _Mateo_ soprascrito ò areceuto li scudi 4 come di cuante sopera si
dise, a dì e anno soprascriti, in Carara.

Io prete Antonio di Piero del Mastro sono stato testimonio a la presente
quanto di sopra si contiene...... li soprascritti a dì e anno
soprascritto.

E io _Bertino_ ditto il _Mancino_ di _Zanpaulo_ soprascrito confesso
avere auto e ricevuto scudi quatro d'oro dal Sole, come dice di sopra, e
io Bernardino di Iacopo soprascrito ho scripto per nome del ditto
_Bertino_ ditto _Mancino_, perchè lui non sapea scrivere.

E io _Betto_ di _Iacopon_ di _Nardo_ soprascrito confesso avere auto e
ricevuto scudi quatro d'oro dal Sole, come dice di sopra, e io
Bernardino sopra detto ho scripto per nome di _Betto_ soprascrito perchè
non sapea scrivere.

E io Antonio ditto Sarto di Compiano soprascrito fui prexente a le coxe
soprascrite, e io Bernardino soprascrito ho scripto de mia propria mano,
perchè ditto Antonio Sarto non sapea scrivere, a dì e anno soprascrito.

E io Bernardino di Iacopo del Berettaro fui prexente a le soprascrite
cose, e per fede de la verità mi sono soto scrito de mia propia mano a
dì e anno soprascrito, in Carrara, in butega mia.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 16 d'agosto 1517.

XXIX.

_Alcuni scarpellini si obbligano di condurre marmi dalla cava del
Polvaccio alla spiaggia dell'Avenza._[595]


                  In nomine etc. Die XVI augusti 1517.

_Matheo Cucarello_, _Leone Puglia_ et _Francesco_ dicto _Bello_, tutti
insieme, ec. hanno promesso per questo publico instrumento per sè, ec.
allo excellente homo maestro _Michel Angelo_, figliuolo di _Lodovico
Buonarota_, ec. presente, ec. di condurre o far condurre a salvamento a
ogni loro spesa et periculo dal ravaneto de la cava del _Mancino_ di
_Giovampaulo_ di _Cagione_ posta nell'Alpe di Carrara, in logo dicto al
Polvaccio, et similmente dal ravaneto della cava di dicto _Leone_ posta
in quel medesimo luogo, per insino in su la spiagia di Lavenza, per di
qui a tutto il mese di septembre proximo hae a venire, li marmi di esso
maestro _Michel Angelo_ infrascripto, existenti al presente in dicti
ravaneti, cioè: el primo 1 figura di lungheza brac. 5 con sua grosseza
et fatteze; item un'altra figura a sedere di longheza brac. 3 et mezo
con sua grosseza et fatteze; et altra figura di longheza braccia 3 et
mezzo et quarti tre con sua grossezze et fattezze; quadroni 2 di alteza
per ciascuno brac. 3 et quarti 3 et brac. 1 et un terzo per ogni verso.
Item 2 altri quadroni di 2 carrate l'uno; item carrate 6 di altri marmi
minuti di 1 carrata o manco il pezo. Le quali figure, quadroni et marmi,
_ut supra_, dicto maestro _Michel Angelo_ comprò dal sopradicto
_Mancino_ abozati per il _Polina_ et per _Domenico_ di _Betto_, ambidue
di Tomeo. Item un altro quadrone comprato per esso maestro _Michel
Angelo_ dal sopradicto _Leone_. Et così dicte figure, quadroni et marmi
conducti et posti in su la dicta spiagia, drento del sopradicto termine
ad esso maestro _Michel Angelo_, o a chi per lui serà, consignarli: et
questo per ducati 47 d'oro in oro larchi ec. per precio et mercede de
dicta conducta. Li quali duc. 47 il prefato maestro _Michel Angelo_ lì
in presentia di me notaro et testimoni infrascripti diè, pagò, numerò;
de li quali si sono chiamati contenti ec.

  Actum Carrarie in domo mei notarii etc.


  [595] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.



  ARCHIVIO COMUNALE DI CARRARA.      Carrara, 18 d'agosto 1517.

XXX.

_Ricevuta di danari pagati da_ Michelangelo _per conto di marmi
cavati_.[596]


                 In nomine etc. Die XVIII augusti 1517.

_Bartolomeo_ dicto _Mancino_ di _Giovampaulo Cagioni_ et _Matheo
Cucarello_ tutti insieme han confessato havere hauto, ec. dallo
excellente homo maestro _Michel Angelo_, figliuolo di _Lodovico
Bonarota_, ec. presente, ec. scudi 93 d'oro et mezo in nel modo et forma
infrascripta, cioè: Et primo sc. 50 d'oro, de li quali appare in
instrumento rogato et scripto per mano di me notaro infrascripto a dì 14
marzo 1517, et scudi 12 d'oro, de li quali ne appare una poliza sive
scripta privata, scripta per mano di Carlino di Simone da Sancto
Terentio habitante a Carrara, a dì, mese et anno che in quella se
contiene, et scudi 1 dato et pagato per dicto maestro _Michel Angelo_ a
uno lavorante decto Toschino, di comissione et voluntà di dicto
_Bartolomeo_; et sc. 2 pagati et dati a esso _Bartolomeo_ inanci a la
celebratione del presente contracto; et sc. 28 et mezo. Li quali il
prefato maestro _Michel Angelo_ diè et pagò alli prenominati
_Bartolomeo_ et _Matheo_: che tutti dicti scudi fanno la somma de li
decti scudi 93 et mezzo, de li quali si chiamano ben pagati taciti e
contenti: renuntiando ec. Et sono per cagione di pezi 24 di marmo della
grandeza, quantità et misura che aparisce nel libro di dicto maestro
_Michel Angelo_, al quale si deba aver piena relatione. De li quali pezi
24, tre ne sono conducti alla marina, et 21 ne sono rimasti in nello
ravaneto della cava di dicto _Bartolomeo_ al Polvacio, come esse parti
hanno asserito: li quali 21 pezi di marmo dicti _Bartolomeo_ et _Matheo_
hanno promisso et promettono condure dalla dicta cava di dicto _Mancino_
per insino in su la spiagia de Lavenza, et consegnarli in barca al
prefato maestro _Michel Angelo_ o a chi per lui, ad ogni loro spese et
danno, per tutto il mese di septembre proximo hae a venire, senza alcuna
exceptione ec. Con pacto expresso, che una volta conducti et consegnati
che saranno alla dicta spiagia li dicti pezi 21, il contracto di
obligatione facto tra loro et scripto per mano di me notario
infrascripto a dì 14 marzo 1517, sia vano, casso et cancellato et di
nessuna forza: ma quando che li prenominati _Bartolomeo_ et _Matheo_ non
conducessino dicti pezi 21 di marmo et quelli non consegnassino, _ut
supra_, allora et in quello caso dicto contracto sia come prima ec. —
Item per pacto expresso, ec. si sono convenuti che dicti _Bartolomeo_ et
_Matheo_ siano tenuti et obligati mantenere ad esso maestro _Michel
Angelo_ quelle figure che sono adesso in nello ravaneto della cava di
dicto _Bartolomeo_ di quella bontà, biancheza, misura et qualità che
erano et che sono adesso et che aparisce in nel libro di dicto maestro
_Michel Angelo_, al quale si deba avere sempre piena relatione. — Le
quali cose tutte ec.

  Actum Carrarie in domo mei notarii etc.


  [596] Anche questo si legge nel citato Opuscolo del Frediani.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 18 d'agosto 1517.

XXXI.

Lionardo _detto_ Cagione _confessa di aver ricevuto da_ Michelangelo
_novanta scudi d'oro_.


In nomine Domini, Amen. Anno Nativitatis eiusdem, millesimo
quingentesimo decimo septimo, indictione quinta, die xviij augusti.

_Lunardo_ dicto _Cagione_ di _Andrea_ da Torano, villa di Carrara, ha
confessato — et dichiarato — haver hauto et riceuto — dallo excellente
homo maestro _Michelangiolo_ di _Ludovico Buonaruoto_, cittadino et
sculptore fiorentino, presente, scudi novanta d'oro in oro in nel modo
et forma infrascripti, cioè: e prima scudi venti d'oro sborsati a esso
_Lunardo_ per il prefato maestro _Michelangiolo_ avanti la celebratione
del presente contracto, et scudi cinquanta d'oro, de li quali apparisce
in nel contracto rogato e scripto per mano di me notaio infrascripto a'
dì 14 marzo 1517; et scudi dieci d'oro sborsati al ditto _Lunardo_ per
_Pietro_, garzone di dicto maestro _Michelangiolo_, inanci alla ditta
celebratione del presente instrumento; et scudi dieci d'oro, li quali il
prefato maestro _Michelangiolo_ li pagò et exbursò al dicto _Lunardo_:
delli quali scudi novanta dicto _Lunardo_ s'è chiamato ben pagato,
tacito et contento. E sono per cagione di pezi venti di marmo della
grandezza, qualità et misura che apparisce in nel libro di dicto maestro
_Michelangiolo_, al quale si debia haver piena relatione: delli quali
pezzi venti di marmo, nove ne sono alla marina et undici ne sono in
nello ravaneto della cava di dicto _Lunardo_, posto in nelle Alpe di
Carrara in luogo detto a Sponda. Li quali pezzi undici di marmo dicto
_Lunardo_ ha promisso al prefato maestro _Michelangiolo_ di condurli
dalla dicta sua cava per insino in su la spiagia di Lavenza, et conducto
insieme con quelli altri nove pezzi, porli et consignarli in barcha al
prefato maestro _Michelangiolo_ — ad ogni sua spesa — per tutto il mese
di settenbre proximo. —

Actum Carrarie in domo mei notarii, presentibus Carlino Simonis de
Sancto Terrentio, habitatore Carrarie, Angelo Ioannis Dominici de Furno,
vicariatus Masse, et Ioannopetro Simonis Tallini de Vinca, habitatore
Colunnate, ville Carrarie, testibus etc.

Ego Galvanus olim ser Nicolai ser Thome de Carraria, notarius, rogatus,
scripsi etc. etc.



  ARCHIVIO BUONARROTI.      Carrara, 20 d'agosto 1517.

XXXII.

Lionardo _detto si chiama debitore di_ Michelangelo _della somma di 11
scudi_.


✠ Die 20 augusti 1517.

Sia noto ad ogni persona, come _Lunardo_ ditto _Cagione_ de Carr