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Title: Impressioni d'America
Author: Giacosa, Giuseppe
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Impressioni d'America" ***

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Impressioni d'America



Al Generale Conte Luigi Palma di Cesnola, Direttore del “Metropolitan
Museum of art„ di New-York, dedico questo libro, con sentimento di
ammirazione, di gratitudine e di affetto.

                                                  Giuseppe Giacosa.



                           GIUSEPPE GIACOSA


                         IMPRESSIONI D'AMERICA



                                MILANO
                  TIPOGRAFIA EDITRICE L. F. COGLIATI
                        Corso Porta Romana, 17
                                 1908.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA



CAPITOLO I.

A bordo della Bretagne.


Alle dieci della mattina il grande bastimento si stacca dal Dock e move
lentamente rasentando i muraglioni bianchi del porto: scricchiola quasi
compresso nella stretta di un ponte girante e procede cauteloso nei
bacini senza dar fumo nè fischi, la macchina inerte, tirato a rimorchio
da un vaporetto a prua, tenuto a segno da un altro vaporetto a poppa.
Nell'ultimo bacino largo e fondo, i rimorchiatori ristanno e si
sciolgono: una scossa, un fischio rauco, un colpo di cannone, qualche
gridolino di donne impaurite ed eccoci al mare. È una giornata chiara e
variabile d'Ottobre; è già piovuto due volte da nuvole fuggenti veloci
verso la terra, ma è vento alto che non tocca l'acqua. Il mare lucente,
ondeggia largo senza rompersi mai. I passeggieri dato una sguardo di
saluto alla malinconica collina dell'Havre, ed un'occhiata
interrogatrice al cielo, scendono a prendere possesso delle cabine e ad
allogarvi le robe, e per un'ora è un trillare incessante e fastidioso di
campanelli elettrici e un correre di su e di giù per le corsie, di
camerieri e cameriere chiamati a collocare e fissare le valigie, a dar
ragione d'ogni minuto arredo della cabina od anche solamente a
mostrarsi, a dire il proprio nome, a pronosticare il tempo e la durata
del viaggio. Poi comincia la sfilata all'ufficio del commissario ed a
quello del maggiordomo. Al commissario, molti passeggieri consegnano
speciali e inutili lettere di raccomandazione; il maggiordomo assegna i
posti a tavola e riceve le iscrizioni per il primo od il secondo
servizio. La sala da pranzo non ci capirebbe tutti ad un tempo (siamo
trecento e nove), si danno dunque due servizi della colazione e due del
desinare. La gente navigata preferisce il secondo che è quello del
comandante.

La prima campana della colazione ci richiama tutti sul ponte soleggiato.
La terra dell'Havre è già bassa ed annebbiata e già vediamo la punta di
Cherbourg. I passeggieri si squadrano a vicenda ed argomentano l'uno
dell'altro la condizione ed il carattere. Rivedo rasserenati e rabboniti
dei visi che avevo notato per crucciosi la sera innanzi a Parigi sul
partire del treno transatlantico. Ma chi cerca posto in un treno
notturno non mostra la sua faccia abituale: la fretta, l'inquietudine,
la diffidenza, l'avversione al prossimo, intorbidano gli sguardi e
contraggono i lineamenti.

Quasi tutti i passeggieri sono muniti di un seggiolone pieghevole che si
affrettano di collocare al riparo dal vento e dal fumo. A chi non lo
possiede di suo ne è offerto uno a nolo, per cinque lire, dalla società
dei camerieri. Quei seggioloni e l'innumerevole quantità di scialli, di
pelliccie, di soprabiti, di libri e d'altri minuti oggetti dell'uso
domestico, sparsi per ogni dove, danno all'alto ponte il piacevole
aspetto di una terrazza aperta sulle immensità oceaniche.

Innanzi di partire, quando volevo tranquillare quella sorda inquietudine
che l'idea di un lungo viaggio sveglia in chi non ne ha fatto mai, mi
dicevo che da Milano a New-York sono in sostanza, venti ore di ferrovia,
fino all'Havre, ed il soggiorno di una breve settimana in un fastoso
albergo galleggiante. Col tempo bello, la vita a bordo, somiglia infatti
a quella dei grandi alberghi cosmopoliti di Nizza e di San Remo, se non
che vi è più ghiotta e copiosa la tavola, più pronto e puntuale il
servizio, più diversa la gente, più rapida la diffusione della cronaca
giornaliera. L'attesa della posta è, a bordo, sostituita da quella
dell'accertata ora solare e del _punto_. Quando il muggito della sirena
annunzia ai naviganti che il sole è per essi al sommo dell'arco, tutti
correggono l'orologio e subito i buoni calcolatori dalla differenza fra
l'ora di ieri e quella d'oggi, argomentano la strada fatta, e mettono
scommesse che son poi definite sul ripiano della scala, dove il capitano
segna con spilli e banderuole infitti nella carta geografica il punto
preciso raggiunto sul mezzodì e registra più sotto in cifre il cammino
percorso e la distanza che ancora ci separa dall'America. Il primo
giorno le 3200 miglia che ancora ci rimanevano a fare, mi parvero
un'inezia, ma la cifra andò di poi sempre ingrossando in me, via via che
diminuiva sulla carta.

Verso le due pomeridiane, che è l'ora del _lunch_, poichè in mare si
mangia ogni tre ore, il ponte di sopra è festosissimo. Una folla di
gente sfaccendata, va, viene, guarda, discorre, legge, si lascia andare
al dolce movimento dell'onde e carezzare dalla brezza salata. Passano
lontano isole e promontori: sulla bruna scogliera dell'Inghilterra
s'ergono campanili raggianti al sole; le coste sembrano avvicinarsi
curiose, o retrocedere spaurite, avvivate dalla nostra velocità. Il
tempo è bello, ma un inglese osserva che non incontrammo ancora il
bastimento partito l'altro sabato da New-York, e che già dovrebbe essere
arrivato all'Havre. Qua e là qualche signora sdraiata sul seggiolone ed
impellicciata fino al mento tradisce al viso pallido ed agli occhi
chiusi le prime svogliatezze del mal di mare. Ma l'immobilità e l'aria
viva la ristorano e a poco a poco gli occhi si riaprono e si incarnano
le gote. Fra i passeggieri prevalgono, in numero, gli americani reduci
alla patria poichè corsero l'Europa la primavera e l'estate. Sono intere
famiglie numerose, pompose e rumorose, i giovani e specie le ragazze,
socievoli oltre il nostro costume, i fanciulli adorabili per forza
briosa e sicura, i padri e le madri imperterriti usurpatori ed accaniti
difensori dei migliori posti, incuranti della figliuolanza, finchè
questa si allontana o si apparta in compagnie diverse ed improvvisate,
festosi e verbosi per rapide e fitte domande ad ogni suo ritorno nella
cerchia delle seggiole, dominio famigliare. Giovani e vecchi, gli uomini
pipano di continuo un tabacco che sa di camomilla, e le donne croccano o
succhiano confetti.

Mi trattengo a lungo con un giovane prete americano, vestito in abito
secolare s'intende, giudizioso e colto conoscitore dell'Italia e del
nostro movimento letterario. Da sei anni professore in Roma al collegio
_De propaganda fide_, egli parla spedito e corretto l'italiano con
schietto accento romano. Sa a memoria tutte le odi barbare del Carducci,
mi recita con foga giovanile alcuni squarci delle _Fonti del Clitummo_:

    «Tutto ora tace, nel sereno gorgo,»

esalta il Fogazzaro, ammira il Bonghi, stima che Michetti sia il maggior
pittore oggi vivente. Si reca in America per non so quale missione, ma
sarà di ritorno a Roma fra due mesi.

— Roma è la mia terra, mi dice.

— E l'America?

— Ho detto: terra. L'America è la mia patria. Sono americano anche in
Roma. E dopo una pausa, sorridendo con intenzione: — specialmente a
Roma.

Due volte interrompe la conversazione per accorrere ai richiami di una
vecchia monaca che egli segue con signorile deferenza. Viaggiano con noi
dodici suore Clarisse, argomento di irriverenti motteggi a due artisti
di canto «du Théâtre de l'Opéra» come appresi di poi dal manifestino di
un concerto che diedero l'ultimo giorno del viaggio.

Ci si avvicina ed intavola discorso un giovane signore, più inglese
all'aspetto e al vestire, che nessun inglese della vecchia Inghilterra.
È un parigino il quale viaggia per vini francesi di Bordeaux e di
Champagne e per un certo suo Cognac che in fin di colazione l'avevo
visto mescere allegramente a' suoi vicini di tavola. Allegramente
s'intende della quantità, perchè egli non si diparte da una correttezza
condiscendente ma piena di sussiego. Abborda, primo, la gente, ma
coll'aria un po' stupida e seccata di chi risponda per cortesia ad una
domanda importuna. Questa è la sua undecima traversata: egli conosce
tutti i punti delle coste ed al largo, tutte le profondità oceaniche. A
contrappeso dell'orologio, porta un barometro aneroide; verificato
dall'osservatorio di Parigi. Il tempo è al _Beau fixe_. Peccato! Una
burrasca a bordo dei vapori francesi è così divertente! Ha, ben inteso,
il passo marino e possiede un ricchissimo assortimento di berretti
marini per tutte le variazioni, anzi per tutte le gradazioni del tempo.
È legittimo proprietario di due seggioloni ad X, uno di cuoio, l'altro
di tela, col suo nome «Roger» trapunto in cuoio sull'uno, in seta
sull'altro:

— L'illustre Gandissart, mi mormora il prete.

Una bellissima signorina, bella oltre ogni imagine di bellezza, a cui
due more composero un lettuccio all'ombra di un canotto sospeso, guarda
il mare con fissità vogliosa, sdegnosa dei viventi. Viaggia sola colla
scorta delle due more che non la lasciano mai, sempre ritte ai piedi del
lettuccio. Quando accenna, ma è cenno visibile ad esse soltanto, le more
si curvano su di lei a raccogliere le «sorrise parolette brevi» che le
escono dalle labbra semichiuse e ferme. È vestita di lana bianca, ma la
veste non appare se non quando muove per scendere alla cabina: una
cabina di lusso, col salottino dove essa desina sola. Finchè dura sul
lettuccio è tutta coperta da una immensa pelliccia di astracan nero,
lucente, che le more le rincalzano sotto i piedi. Non è malata, ha
colori vivi e sani, il suo profondo languore non è che un attributo
della sua bellezza.

Il Gandissart la vede, l'ammira, non osa parlarle, ma corre al
commissario per informazioni che, ad onore del commissario, riporta
assai scarse: È la più bella persona di Messico.

Abbiamo a bordo un'altra bellissima persona: un'ebrea di Boston, ma
grata questa al Dio d'Israele degli stupendi occhi avutine in sorte, ne
fa il migliore uso che per lei si possa, gratificandone il prossimo.
Instancabile camminatrice, va e viene di continuo da un capo all'altro
del bastimento, tirandosi dietro ora questo, ora quello ora parecchi,
degli immancabili accompagnatori. Suo padre, seduto presso il castello
di mezzo, la segue cogli occhi pieni di riconoscente ammirazione. Quando
essa gli s'avvicina, per rifornirsi di confetti, egli l'accoglie con un
_How pretty you are darling!_ esclamato ad alta voce, con un accento che
l'età sola rende paterno. Dicono che egli abbia fatto tesori trafficando
nella Cina. Gli attribuiscono dieci milioni di dollari, ed ha
quell'unica figliuola. Due giovani cubani bruni e fieri come gli eroi
per canto e piano, fanno intorno alla ragazza una gelosa corte d'onore.

Verso le dieci di sera, lontano a destra, nell'ombra nebbiosa, quasi a
fior d'acqua, rosseggia il faro dell'isola Scilly, ultima terra
d'Europa. La _Bretagne_ ne saluta il semaforo, ma il comandante che
discorre con me presso il suo casotto, il ponte è quasi deserto, cerca
innanzi a noi nel gran gorgo, un'altra luce, che gli segnali _La
Champagne_ partita, or fanno otto giorni, da New-York.

— Eccola. Aspettatemi qui; vado a scambiar due parole col mio collega e
ritorno.

Dal punto in cui mi trovo non posso leggere le parole luminose che si
partono dalla nostra nave, ma noto le stelle mobili e diverse accese da
lungi sulla invisibile giungente. Che dicono quei raggi alterni? Quelle
voci silenziose balenate nella notte inducono nell'animo l'aspettazione
inquieta di cose arcane. Così parlano negli spazî, i mondi. — Non si
giudica che esse possano trasmettere notizie concrete traducibili in
linguaggio concreto, ma piuttosto oroscopi augurali e sibillini
ammonimenti.

E l'oroscopo venne:

— La _Champagne_ segnala che si lascia dietro un grosso fortunale, mi
dice al ritorno il comandante.

— Un ciclone? domando io, sedotto dalla grossa parola, e curioso di
leggergli in viso il peggio.

— Oramai li chiamano tutti così e il nome non importa; ma quale sia per
essere il tempo, tutto si riduce ad arrivare dieci ore prima o dieci ore
dopo. Noi non temiamo che le nebbie, anzi col nostro peso e la nostra
velocità non temiamo nemmeno quelle.

E poi venne il concreto ammonimento.

— Poichè non avete sentito la maretta di stassera, mettetevi in letto
subito e fate di dormire. Se il ballo vi coglie nel sonno, è probabile
che lo stomaco s'avvezzi ai sobbalzi e non vi dia noia domani.

L'indomani a giorno, mi svegliarono la mia cappelliera, la valigia a
mano ed un salvagente di sughero staccatosi dal gancio, che menavano
insieme, ruzzolando per la cabina, un trescone indiavolato. Nell'andito
accanto, rintronavano dei colpi d'ariete che pareva volessero sfondar le
pareti. Erano grossi valigioni che slittavano ad ogni rullata. Balzo
dalla cuccetta, dò di capo nel soffitto, aspiro un acuto odore d'acqua
di Colonia (la boccia era caduta dalla tavoletta ed il liquido s'era
tutto sparso), e mi vesto come posso. Ci siamo. Tuttavia mi reggo e non
ho mal di capo, e come la campana chiama all'asciolvere, m'avvio
brancolando per gli anditi verso la sala da pranzo, risoluto di mettermi
alla prova. Ma una prima sorsata di the, avversa e minacciosa, mi
rivolge in fretta alla cabina.

— _Monsieur, manges une pomme_ — mi suggerisce una pietosa cameriera, e
mi porge una grossa mela carnosa che addento e mi ristora sull'attimo,
onde ne registro qui la virtù sanatrice.

Fu la burrasca equinoziale. Per cinque giorni, le grosse serrate di
ferro ci imprigionarono sotto coperta. Per cinque giorni i trecento e
nove commensali, si ridussero prima a quattordici, poi ad undici soli,
compresi il comandante, il commissario ed il dottore. Per cinque giorni
e cinque notti, dovetti disertare la mia cabina, tanta ridda vi facevano
tutti gli oggetti sciolti e tanto dai sottili trammezzi di legno,
risonavano i patimenti e i lagni dei malati. In tutto quello spazio di
tempo, non venni mai a capo di vedere il campo disteso delle acque
furenti. Gli occhi rotondi del salone a seconda del rullìo, ora si
appuntavano al cielo oltre il limite dell'orizzonte, ed ora
sprofondavano entro vortici verdastri. Della burrasca vidi soltanto e
ricordo l'altezza iperbolica dei frangenti vicini, la lucentezza brunita
dei valloni e certe ironiche lascivie dei fiocchetti di schiuma che
orlano il sommo delle onde. Queste mi attraevano con malia
irresistibile: stavo delle ore, la fronte appoggiata al vetro,
affascinato dalle loro grazie diaboliche. Si affacciavano sui dorsi
rompenti quasi a misurare l'ampiezza del solco, si gettavano a
capofitto, scivolavano, sprofondavano, risorgevano, saltellanti come
libellule, sulla cresta degli opposti marosi, sembravano frenetici di
gioia a tanto spettacolo di furore e di morte. A volte mi pareva di
sentirli ridere.

Splendeva un sole invernale, nella dubbia serenità del cielo nordico, ma
d'ogni intorno all'orizzonte era una corona di nebbie basse rasenti il
mare. Quella cerchia nembosa passava di continuo nei vetri, ora salendo,
ora scendendo, a ritmici intervalli. Di quando in quando mi giungevano
all'orecchio come un'eco remota ed indistinta certi ritornelli di
canzoni napoletane che mi parevano sorgere dagli abissi. Erano emigranti
italiani che pigiati a poppa ingannavano col canto gli ozî ed il terrore
della traversata. Tra i fischi, gli urli, le cannonate ed i muggiti
della tempesta e tra il sinistro scricchiolare della nave, quei ritmi
domestici dileguanti in cantilene lamentose, mi traevano l'animo già
eccitato dalle apprensioni invano represse e derise e dalla invincibile
insonnia, ad un intenerimento pieno di dolci e pungenti immagini
famigliari. Giungevano nel gran salone della prima classe, lungo i
fianchi della nave, o attraverso gli usci, i tramezzi, le serate d'ogni
sorta, così rotti e fiochi, che sulle prime li credetti un inganno
tormentoso della mente insonnita.

La notte le lampade elettriche rendevano a volte un subito fulgore
abbacinante, segno che l'elica, emersa dalle acque, non consumava la sua
tangente di forza, ond'era accresciuta la loro. Quando l'elica si
rituffava, le lampade tornando al chiarore normale, sembravano battere
le palpebre e venir meno. Quanto fastidio in quei getti di luce smodata,
come di lampi fissi e come sembravano eterni i visibili minuti che
l'elica, l'anima della nave, mulinava nell'aria!

— Uno, due, tre... otto, dieci, e non scende ancora. Come può durare
così a lungo sospesa? Oramai certo la prua si è tutta immersa nell'acque
e s'avventa nel profondo verso l'abisso.

La mattina al primo chiarire correvo alla doccia a scotermi le fibre
intorpidite, ma per quanto essa facesse del suo meglio ed io del mio
meglio la secondassi, a mala pena mi riusciva di azzeccare qualche
spruzzo disperso, tanto il rullìo ed il beccheggio inclinavano la
colonna dell'acqua ad opposti versi. Poi convenivamo i pochi validi,
nella bottega del barbiere, possessore di un barometro compiacente,
fervente spiritista, uomo ricco d'inventive e credulo anche a se stesso,
il quale ci raccontava cupo, innumerevoli casi di telepatia.

Tra i validi erano il prete americano ed un brioso ed amabile avvocato
di Torino, mandato console d'Italia alla Nuova Orléans. Non c'era il
Gaudissart, che dal primo mareggiare non fu più visto. Che avrà detto il
suo aneroide verificato all'Osservatorio di Parigi? Peccato! Una
burrasca, a bordo dei vapori francesi è così divertente! Tuttavia dopo
ogni pasto lo _Steward_ ci mesceva, di suo ordine, un bicchierino del
suo eccellente cognac, che sorbivamo, ridendo, alla sua salute.

Nessuna signora a tavola. La bella messicana fece però ogni mattina una
breve apparizione sulla galleria che fascia alto in giro la sala da
pranzo dove stanno il pianoforte, i libri ed i giornali illustrati. Ogni
mattina essa portava alla cintura un ciuffo di freschi ciclamini. Il
giorno dell'arrivo, la vidi gettare in mare il vaso sfiorito.

Un'altra signora, alta, magra, pallida ed energica, irruppe un giorno
dopo la colazione nella sala da pranzo e s'avventò ad un tavolino dove
sedeva un grosso uomo sulla cinquantina, che noi chiamavamo, non so
perchè, o forse lo era davvero: il giudice di Chicago. Le si piantò
davanti ritta e fremente e prese ad apostrofarlo, con un getto serrato
di parole sibilanti che nessuno, neppur egli forse, comprese. Aveva la
voce roca e fioca del mal di gola. Ne disse un profluvio, fino a che,
esausta, lui sempre muto ed immobile, si ritrasse come era venuta. Il
giudice non aveva battuto palpebra, nè dato prima nè poi nessun segno di
rammarico o di noia. Sapemmo di poi dal commissario che essa era la
moglie di quell'apatico, da tre giorni malata e malate pure le due
figliuole. E da tre giorni e tre notti, egli non aveva più messo piede
nella cabina. Le poverette se n'erano lagnate col dottore che gli aveva
girato le lagnanze, l'avevano mandato a chiamare pel cameriere, ma senza
frutto. Il bello si è che gli ultimi due giorni, quetata la tempesta,
come le donne furono sul ponte all'aperto, egli si mostrava loro
premuroso ed affettuosissimo. Un barometro di tenerezza.

Il comandante passò quarantotto ore filate sulla passerella: non ne
scendeva che all'ora dei pasti cui si presentava lindo ed attillato come
ad un ballo, mentre il primo giorno a tempo bello e colle tavole
affollate era venuto in abito dimesso. Era un uomo semplice, punto
mondano. Noi commensali, tutti uomini, che avevamo smesso oramai di
mutar d'abito pel desinare a scanso di fatica e di sforzi d'equilibrio,
gli domandammo un giorno la ragione di quella intempestiva eleganza.

— Non lo faccio per voi, signori, ma per gli assenti. Ci sono molti più
malati di paura che di mal di mare. Non avete osservato quando ci
mettiamo a tavola, il trillare fastidioso di tanti campanelli? Sono
passeggieri che chiamano le persone di servizio per mandarle a spiare
l'aspetto del comandante. E come lo sanno ravviato e pulito, si
acquietano, sicuri che per un'ora almeno non si colerà a picco.

I due artisti di canto «du Théâtre de l'Opéra» erano anch'essi sani e
disposti. La prima giornata di viaggio, avevano motteggiato di continuo,
con molta sudiceria, sulle dodici monache. Nel pieno della burrasca,
come uno di essi fece per tornare ridendo sullo stesso discorso, l'altro
lo riprese serio serio:

— _Tais toi. Ce sont ces saintes files, avec leurs prières qui nous
protègent._

Mezz'ora dopo, il motteggiatore canterellava seduto al pianoforte (ci
passava le giornate lo scellerato), certe sue canzonette. A un colpo di
mare, lo sgabello a vite si spezzò di netto e lo sbattè la testa prima
contro lo spigolo di una tavola, troppo salda quella. L'urto fu tale che
rimase privo di sensi. Lo sollevammo grondante sangue da una larga
ferita tra i capelli. Mentre lo reggeva accompagnandolo nella stanza del
medico, il compagno, gli andava ripicchiando, con un comico cruccio: _Tu
vois! Tu vois! Tu vois!_ Così fra piccoli e diversi episodi, dalla
mattina alla sera tanto tanto ci si arrivava. Ma la notte! Mi par di
sentire ancora in un remoto ronzìo il giudice di Chicago, seduto ad un
tavolino con due amici, versare senza posa, con voce bassa e nasale,
lenti fiumi di parole. Egli parlava bevendo, quelli bevendo tacendo, e
via via, tra i brevi miei sonni, tra i boati dell'onde e del vento, tra
lo sconquasso della nave occhiuta e raggiante sul convulso mar
tenebroso, la voce inestinguibile dilagava in nota continua di
contrabbasso. Che poteva egli dire, ogni notte, tutta la notte, con sì
stagnata uniformità di accenti? Quale oscura serie di misfatti andava
confessando ai compagni allibiti?

Il venerdì, presso il banco di Terranova, la burrasca quietò alquanto.
Era ancora mare rotto e perverso, ma ci furono dischiuse le uscite al
ponte scoperto che s'andò in breve ripopolando di gente ancora sbattuta
dai lunghi patimenti. Rivedemmo la bella ebrea, i due cubani e sul
tardi, Gaudissart. Il commissario indicandomi lontano sull'acque alcuni
punti neri, che sembravano canotti rovesciati, me li dà per balene.
Credo per atto di fede. Passa in vista e s'avvicina, un gran bastimento
diretto in Europa. È una festa grande di saluti e di grida.

Sono involontario spettatore di una scenetta patetica.

Il ponte scoperto è spartito in due grandi corsie lungo i fianchi della
nave, fra le quali sorge il castello di mezzo, che copre lo spazio dato
alle macchine, le due boccaporte e le scale della prima classe. Per
passare d'una corsìa all'altra bisogna girare il castello verso prua, od
attraversarlo per un andito stretto che lo taglia ai due terzi della sua
lunghezza verso poppa. Quivi pende alla parete il barilotto che protegge
una miccia accesa a comodo dei fumatori ai quali è severamente
interdetto di accendere fiammiferi. Ma le macchine vi spandono un tale
insopportabile fetore d'olio bruciato, che pochi ci passano ed alla
interdizione non pensa nessuno.

Ora, verso le quattro di sera, non potendo io al vento accendere la
pipa, mi sovvenni della miccia ed infilai l'andito. Uno dei cubani stava
in un canto piangendo come un fanciullo, di quel pianto a lungo
rattenuto che rompe il petto e che versato da persona vigorosa fa
strazio a vedere, mentre la bella ebrea, ritta presso di lui gli andava
asciugando le lagrime in atto di pietà calmante e nulla concedente. Mi
ritrassi tosto, seccato. La sera, si dava nel salone il trattenimento
solito ad ogni traversata a beneficio delle vedove e degli orfani dei
marinai. Vi cantarono, i due artisti dell'_Opéra_ (uno aveva la testa
fasciata), e la bella ebrea vi recitò a meraviglia un monologo inglese
pieno di reticenze maliziose, e cantò due canzonette francesi, a
imitazione della _Judic_. Il cubano era tra gli spettatori, domato, ma
non plaudente. Quando mi vide, mi lanciò un'occhiata feroce.

Il sabato mattina ci si fa incontro il pilota, che porta segnato
sull'ampia vela triangolare un vistoso numero, argomento di vistose
scommesse. Voli di passeri innondano con domestica sicurezza la nave. A
sera emerge dell'acque, bruna contro il sole cadente, la terra
d'America. Sbarcheremo domattina.

La prima cura di chi scende a terra dopo una lunga traversata è di
precipitarsi al boteghino del telegrafo, piantato apposta sullo scalo,
onde dare ai cari lontani la notizia dell'arrivo. E quanto più fu
cattivo il viaggio tanto è maggiore in tutti la smania di annunziarlo
compiuto. Già dal primo rallentare della nave, io m'ero appostato sul
passo dell'uscita per potermi precipitare allo sportello telegrafico
innanzi che urgesse la folla. Tenevo colle due mani i due capi della
ringhiera. La nave era già ferma e ci stava ai piedi sulla banchina una
gran gente in attesa. Correvano dalla tolda a terra, parole e grida di
riconoscimento e di saluto. Ed ecco che mi viene accanto una bellissima
fanciulla sui vent'anni, fresca, rosea, trepidante, la quale non si
ristava dal chiamare per nome e dal salutare colle mani un giovane
signore che le rispondeva dal basso. Quando mi vide piantato come un
termine, essa mi disse in francese, ma coll'accento americano:

— Oh signore, quanto vorrei essere la prima a discendere!

E la sentivo ridere in gola per l'emozione ed il piacere frenati.

— Oh signore, che gioia per me se potessi essere la prima a discendere!

— Lo sarete, signorina, ve lo prometto.

Mi lesse negli occhi un sospetto, e mi disse con grazia accorta:

— È mio fratello, signore, che non vedo da tre anni. Torno sola
d'Europa.

E tremava tutta dall'impazienza. Poi si trattenne discreta:

— Ma forse voi pure:

— No, nessuno mi aspetta, signorina; mi sono appostato per correre
presto al telegrafo.

Essa allora pronta e ridente:

— Ebbene, faremo così: voi mi darete il braccio e scenderemo insieme.

E così avvenne ch'io posi primamente il piede sulla terra d'America
dando il braccio ad una bella e giovane fanciulla americana che non
avevo veduto mai, che non sapevo chi fosse, che scivolò via appena tocca
la terra, che non vidi e non vedrò certo mai più, ma la cui compagnia di
un minuto, mi parve gentilmente salutevole e di ottimo augurio.



CAPITOLO II.

New-York.


New-York, a chi vi giunga d'Europa, si palesa intera al suo primo
apparire. Si palesa, non si mostra. L'occhio ne vede una minuscola
parte, la mente vi riconosce i segni espressivi dei suoi caratteri.
Nessun'altra città forse, è così di subito parlante allo spirito e così
sincera. Le belle città digradanti al mare in anfiteatro, dicono di sè
il meglio e nascondono le brutture; si sporgono in veduta pittorica
mostrando più le cose che le genti e la vita. In New-York, le cose, la
gente e la vita vi scolpiscono insieme di maniera che non potete
disgiungere una nozione dall'altra. Al più si può dire che primeggi a
misura di tempo l'azione. La gran città agisce prima di mostrarsi.
Innanzi che appaiano le coste ed i fari della terra americana, dieci,
dodici ore prima dell'arrivo vi si fanno incontro le alte vele
triangolari dei piloti che scorrazzano al largo in traccia di navi
giungenti. Presso i porti europei i piloti s'incontrano là dove ne
occorre l'aiuto. Gli Americani fanno di questo servizio uno _sport_
nautico che tradisce la loro temeraria attività e l'indole avventurosa.
Spingono i loro legni a lontananze in quei mari e in quelle nebbie
pericolosissime. Sono esili _cutter_, tutti ala, che meriterebbero
l'antico nome di _saettie_, e sembrano briachi di velocità tanto rullano
alla spinta della vela eccessiva. Come il locatiere abborda un vapore
transatlantico, vi porta fasci di gazzette americane che i passeggieri
sciolgono, leggono in crocchio, si scambiano a vicenda con avidità di
affamati. Così è anticipata ai naviganti la cronaca del mondo e giungono
a molti fortunati le notizie domestiche, mandate per telegrafo ad un
prefisso giornale e da questo stampate in apposita rubrica: accortezza
industriale che inumidisce molti occhi e illumina molti visi.

Appena imboccato il largo braccio di mare che separa lo Staten Island
dalla punta di Hamiltonville comincia la vita di New-York. Di New-York,
perchè la _città imperiale_ non ostante la disputata autonomia dei
luoghi finitimi, nel concetto degli Europei, incorpora in sè tutti i
centri popolosi che la circondano. In realtà le navi, prima di giungere
alla vera metropoli, costeggiano quattro città diverse, due delle quali,
se non fosse la sua formidabile vicinanza, conterebbero fra le maggiori
del mondo: New-Brighton, Bayonne, New-Jersey e Brooklyn. Ma se le rive,
i colli e le fabbriche prendono diversi nomi e si spartiscono in più
municipi, anzi in più Stati, la vita che scorre e si diffonde sulle
acque trae dalla sola New-York quella varietà di caratteri onde
l'estuario dell'Hudson è vantato fra i punti più interessanti e
pittoreschi della terra. Quelle minori città non mostrano che scali e
depositi, non mettono in mare e non ricevono che informi e pesanti navi
carbonifere, non mandano altro suono che stridori di argani e di grue e
quell'orribile ininterrotto stridore ferreo che fa vibrare i precordi.
New-York aggiunge a questi attributi della operosità commerciale e
meccanica, i segni di una attività varia, più signorile, vorrei dire più
umana: elementi di vita intellettuale, d'arte, d'eleganza, di piacere.
Essa alterna al gran lavoro delle navi partenti e giungenti, la vispa
gaiezza di mille _yachts_ a vela ed a vapore, nitidi, rilucenti, i quali
mettono fra quelle note basse, acuti fischi in nota di ottavino e
strilli di risate e gridolini di donne deliziosamente spaurite. Innanzi
che appaia la punta della sua penisola essa pianta in mare, a faro, la
statua della libertà; vi parla con un simbolo, vi saluta con una opera
d'arte. Il primo lembo della sua terra è un giardino: gli edifici che
più attirano i vostri sguardi quando la nave che vi porta è ancora in
pieno moto, appartengono ai suoi giornali cosmopoliti: sono la cupola
dorata e la specola astronomica del World e la guglia della Tribune. È
bello al sole e nell'aria pulita di giorni sereni e festivi, più bello
fra le nebbie ed il fumo delle giornate feriali, più alto delle più
eccelse alberature, aereo telaio dove vanno e vengono di continuo come
spole lunghissimi treni ferroviari e carri e vetture d'ogni maniera ed
un popolo di pedoni, campeggia, scavalcando un braccio di mare e legando
insieme due città e due Stati quello stupendo ponte di Brooklyn che è,
credo, la più fantasiosa delle opere utili e la più artistica delle
opere meccaniche compiute dall'uomo.

La baia di New-York offre uno spettacolo incomparabile. Non c'è sulla
terra un'altra distesa di acque, così interamente circondata di
fabbriche, così risonante ed echeggiante da ogni parte ad ogni parte,
così piena di vita, così diversa negli aspetti e nei movimenti, così
immaginosa, così potente motrice del pensiero. La sua smisurata
grandezza è cagione di impressioni diversissime ed estreme. Quel mondo
vi sta addosso e si perde negli orizzonti. Mentre le cose vicine
svegliano ed appagano mille curiosità specifiche, le remote vi
invogliano ad ozi contemplativi. Fino dove l'occhio giunge, da ogni
lato, nello spessore delle città litorali, sopra l'immenso corso
dell'Hudson, su pel braccio di mare della East River, è uno accavallarsi
di giganteschi edifizî che rappresentano nelle nebbiose lontananze un
vario ondeggiare di colli digradanti al mare. Quelle moli hanno di
lontano la gravità riposata delle cose eterne e sembrano sorte col
suolo. Io non vidi mai in altri luoghi l'opera dell'uomo, sola,
scompagnata da ogni elemento naturale, naturalizzarsi così interamente e
darmi un così pieno inganno di paesaggio. A ciò concorre un cielo
mobilissimo che si rabbuia e chiarisce d'un colpo. Le conche alpine,
esposte ai più mutabili venti, non hanno così subite vicende di torbo e
di sereno. New-York è l'estremo punto continentale sottoposto alle
grandi correnti che si dipartono dello stretto di Bering e per l'Alaska
ed il Canadà e sopra un corso dell'Hudson, portano i cicloni
all'Atlantico, che li sbattono di poi sulle coste occidentali d'Europa.
L'America ci manda i suoi uragani e noi non le rendiamo la pariglia. I
naviganti dicono che i fortunali dell'Atlantico contrastano sempre
l'andata agli Stati Uniti e secondano il ritorno in Europa. Così gli
elementi aiutano la gelosa politica americana che volge ora anche contro
di noi la diffidenza rivolta dianzi contro i soli Cinesi. Ma le procelle
sorvolano a New-York in turbini senza pioggia o vi rompono in fuggenti
rovesci. Quella plaga è nota per una siccità atmosferica alla quale i
fisici attribuiscono una speciale tensione elettrica che avvertono anche
gli abitanti. Forse, la infrequenza delle pioggie, lasciando permanere
nell'aria tanti polviscoli diversi, è cagione della straordinaria
ricchezza di quei tramonti. I tramonti di New-York sono davvero
meravigliosi. Il nostro arrubinarsi del cielo invernale dietro la trama
degli alberi stecchiti non può rendere che una tenue immagine della
smagliante intensità di quei colori. Quando il sole cadente batte sui
pennacchi fumosi degli innumerevoli camini, è uno sventolare magico di
gioielli diffusi. Per darne un'idea bisogna ricorrere ad un linguaggio
che pare eccessivo. La città industriosa manda zampilli aerei di rubini,
di smeraldi, di ametiste, di zaffiri, di topazi stemperati in vapori. Vi
si potrebbe riconoscere un simbolo della fastosità americana se quella
gloria crepuscolare non fosse troppo effimera e se della grandigia
miliardaria non apparissero segni più positivi in ogni punto della
città.

In ogni punto, fuorchè sul primo entrarvi, chi vi giunge d'Europa. I
viaggiatori, ancora pieni gli occhi e la mente delle belle vedute
dell'estuario, guardano delusi le informi, nude e mal costrutte tettoie
che li accolgono allo sbarcare e li imprigionano in balia di odiosissimi
doganieri. Nulla che attenui il disagio dell'arrivo ed agevoli le cure
per lo scarico e la visita dei bagagli. L'ufficio telegrafico è una
garetta con un solo sportello ed un solo commesso, il quale, benchè
addetto ad un servizio internazionale per eccellenza, non mastica altra
lingua fuori del suo inglese arrotondato e mastica male anche quella
tanto è parco di parole e ringhioso. E parlo degli scali maggiori
riservati ai passeggieri della prima e della seconda classe, perchè gli
emigranti della terza sono condotti ad uno speciale deposito dove stanno
gli uffici per la verifica delle loro carte e la loro ammissione nello
stato americano.

Tutti i quartieri al mare, hanno in New-York un aspetto di degradazione
incurabile. Mentre Chicago lavora e come può si adorna in ogni sua
parte, New-York non si abbellisce se non dove può godere con agio. I
quartieri bassi, dati ai più grossi traffici e più macchinosi, sono
oscuri, sudici, mal selciate le vie, male aereate le case, angusti e
malsani, degni in tutto della più tardiva fra le nostre cittaduzze di
provincia. Si sa che il gran lavoro è brutale e poco meticoloso, ma alle
sue inevitabili deturpazioni, non soccorrono quanto potrebbero i
provvedimenti edilizî, tutti intenti a lavare, a lustrare, a infiorare
l'alta città.

A primo aspetto quella ineguale distribuzione di cure, sa di spietato
egoismo e sembra stridere nel concerto degli ordinamenti democratici; ma
si noti che in quella parte della città non dorme quasi nessuno. I più
ci vanno per affari e ne emigrano a lavoro compiuto verso le quattro
pomeridiane. Bisogna vedere i treni che giungono la mattina e quelli che
ne partono la sera: uno in coda all'altro, e sono cinque o sei linee
diverse, e tutti riboccanti di gente. Nelle ore crepuscolari quelle vie
sembrano pestifere: a notte prendono un aspetto fra il delittuoso ed il
fatato. Nelle strade mal rischiarate, le finestre delle case deserte e
silenziose, spandono luce dai vetri o sprizzano raggi dagli spiragli
delle chiuse imposte. Durano così illuminate all'interno fino a giorno,
per misura di sicurezza. Ogni banca, ogni fondaco ha il suo guardiano
che passeggia quanto è lunga la notte su e giù per le stanze. A volte,
dalla via si sentono i loro passi lenti e gravi come di persone
crucciose e quel raggiare di case morte, e la veglia di quei solitari fa
un senso di tristezza inquieta.

Dimora bensì, in certe strade di quei quartieri, la feccia della
popolazione di New-York, un misto composto di tutte le miserie e di
tutte le abbiezioni della terra; ma quelli non darebbero un soldo per la
nettezza, non dico l'eleganza, delle vie e delle case. E non lo
darebbero per più ragioni: perchè non ce l'hanno e perchè il pulito
cesserebbe di esser tale al loro contatto. Prima che i luoghi,
bisognerebbe nettare la gente e farla ordinata e prospera. Queste cose
c'è chi le dice anche in America, ma gli americani, da qualche spirito
filantropico in fuori, ci credono meno e ne ridono più di noi. Dove un
solo Cornelio Vanderbilt possiede oltre 500 milioni, è naturale che
migliaia di persone stentino la vita, e dove il Vanderbilt può trovare
almeno una ventina di fortunati se non proprio di così olimpica nobiltà
plutocratica come la sua (vogliono ce ne sia dei più ricchi), degni
almeno di stringergli la mano e d'invitarlo a desinare, è da stupire che
quelle migliaia, non siano per morte d'inedia ridotte a zero.

Del resto, la bassa città è più frequentata dai ricchi che dai poveri.
Nè i ricchi si lagnano della sua degradazione, nè sembrano avvertirla. I
maggiori trafficanti di New-York vi passano buona parte della giornata.
La famosa Wall Street, chiamata la via dei milioni, è nel centro di
essa. Gli Astor, i Gould, hanno i loro scrittoi in quei rioni. Fu, se
non erro, nel dimesso scrittoio del Gould che un disperato minacciò anni
sono il vecchio banchiere di farlo saltare in aria con un pugno di
dinamite, se non gli dava sull'attimo un milione. Il Gould, intrepido ed
incredulo, rifiutò e quegli lanciò a terra la carica che scoppiando
l'uccise, lasciando tramortito, ma illeso, il re delle banche. Allo
scoppio si gettò impaurito dalla finestra del suo banco che aveva lì
presso, il Morosini, un italiano andato mozzo di un veliero in America
cinquant'anni or sono e noverato ora fra i maneggiatori di miliardi. I
quali miliardi sembrano avere una virtù preservativa perchè anch'egli ne
uscì con poche ammaccature.

Io visitai nel suo studio, in Wall Street, un ricchissimo banchiere che
avevo conosciuto anni addietro a Parigi. Uno sportman da disgradarne il
Principe di Galles. Egli usa puntualmente al banco dalle dieci della
mattina alle quattro pomeridiane, indi se ne va con un'ora e mezza di
viaggio in Pensilvania dove dimora colla famiglia in un Club degno delle
_Mille ed una Notti_, chiamato: Toxedo Park. Lo studio di quel raffinato
uomo è di gran lunga meno comodo e bello del mio modestissimo. Noto, fra
parentesi, e lo seppi da lui stesso, che la piccola casa dov'è il suo
banco in Wall Street costò, trent'anni or sono a fabbricarla, quaranta
mila dollari (200 mila lire) e che ora gli frutta ogni anno la medesima
somma. Tutti quei Cresi sogliono raccogliersi sul mezzodì a far
colazione in un Club-ristorante, nei pressi di City Hall, le cui sale
sono povere e nude appetto alle sontuosissime degli altri circoli della
città alta, cui pure appartengono i suoi frequentatori.

Chi vuole esaltare ad oltranza la civiltà americana, dirà qui che nel
concetto di quegli operosi il lavoro, è austero e non comporta mollezze.
Ma gli austeri lavoratori che non sdegnano di sedere a mensa in locali
disadorni, vi pasteggiano Champagne a 30 lire la bottiglia e vi si
stillano il cervello in esperimenti di alta gastronomia. Il che prova
che dove il godimento è intenso, non ne rifuggono e che la loro
austerità è sessualità grossa che non vuole scomodarsi per poco e che
indugia il piacere e lo condensa per potervisi poi distendere in pieno.

Non sarà, spero, attribuito ad austerità o ad altre virtù astinenti quel
colore orribile e uniforme che nella bassa città tinge dalla prima
all'ultima tutte le case di ogni strada. Non si può dire che sia cattivo
gusto di tempi andati perchè molte sono ritinte di fresco, nè che quello
sia colore più solido e meglio appropriato al clima, poichè il rione
accanto ne sfoggia con altrettanta imperterrita sicurezza un altro. È
vera indifferenza all'estetica, dove l'estetica non darebbe che un
fuggevole compiacimento.

Le strade che imbocca prime, per l'appunto, chi entra in New-York allo
scendere dei vapori transatlantici, sono tinte di rosso da capo a fondo.
Le case si descrivono in due parole: muraglie e buchi. Non un fregio,
non una fascia, non una cornice, non uno stipite in aggetto. Costruzioni
tozze di tre piani e così allineate e livellate per tutta la lunghezza
della via, che si direbbe una casa sola interminabile. Mentre andavo
internandomi in quei condotti scoperchiati, i più lerci tuguri del mio
contado canavesano e valdostano, colle loro logge tarlate, e puntellate,
col tetto a gronda e le scalette allo scoperto, mi tornavano alla mente
quali squisite opere d'arte. La mente correva da sè, per raffronti ad
umilissimi prodotti architettonici quasi temesse dal paragone cogli
ottimi un disgusto eccessivo.

Ma la bruttezza del luogo è così assoluta che nulla può attenuare il
disgusto. E lo crescono e lo mutano in sorda inquietudine i frequenti
apparecchi di salvamento per i casi d'incendio. Nulla fa più pensare al
pericolo che le vistose difese contro di esso. Ogni due finestre scende
rasente la facciata della casa da un piano all'altro e dal più basso a
terra, una scaletta ferrea a pioli, destinata alla fuga degli abitanti
quando avessero a crollare le scale interne. Quelle scalette sono, come
la casa, dipinte del color di fiamma viva, di maniera che danno quasi
una visione permanente d'incendio, mentre rivelano la poca resistenza
dei materiali e la fragilità delle costruzioni. Nell'alta città quelle
pendule scalette non usano più. Il meraviglioso servizio delle pompe le
ha rese inutili e l'estetica le ha bandite. Perchè durano in quei rioni
dove sono quanto negli altri, solleciti ed efficaci i soccorsi dei
pompieri e più vigorosa la spinta delle acque? Perchè occorsero un
tempo, e perchè ivi non torna conto di mutare per abbellimento, nessuna
cosa.

Tuttavia la bassa città ha essa pure qualche bell'edifizio e qualche
punto pittoresco. Non parlo delle fastose sedi dei grandi giornali delle
quali la grandiosità è squilibrata ed il fasto teatrale. Esse tengono
una accanto all'altra un lato della piazza municipale dove stanno il
palazzo del Governo, e quello immenso ed ormai insufficiente della
posta. La chiesa della Trinità che sorge poco discosto, costrutta come
quasi tutte le chiese d'America, nello stile fiammante inglese,
passerebbe forse inosservata in una città europea, e nei recenti
quartieri della stessa New-York, ma in mezzo a tanta secchezza di
fabbriche, esprime una grazia riposata che mette pace nell'animo. Le
s'apre ai fianchi un vecchio cimitero, fitto di alberi venerandi e di
lapidi muscose mezzo nascoste nell'erbe: un recesso quieto che fa
pensare ai tempi in cui le vie e le case circostanti invece che al solo
lavoro erano date insieme al lavoro ed alla vita.

Io andai pensando più volte se la separazione assoluta del luogo dove
l'uomo opera ed intende ai guadagni, da quello ove si riduce a vivere la
vita, non contribuisca sempre più ad inasprire il formidabile
individualismo degli americani. È certo che la casa, l'_home_ degli
inglesi, esercita sull'animo nostro un'azione mitigante, lo predispone e
lo inclina all'esercizio delle virtù altruistiche. Chi abbandona la
mattina i dolci luoghi della vita domestica e va e rimane per traffici
fino a sera, in luoghi dove non ne resta nessuna traccia, e dove non c'è
traccia nemmeno in altre vite somiglianti che gli ricordino la propria,
si avvezza in breve a sdoppiare quasi interamente la propria natura, a
separarne gli elementi effettivi dai volitivi ed intellettuali, lascia a
casa l'umanità amorevole e soccorrevole per armarsi soltanto negli
affari, di un egoismo aspro ed ingrato. Da ciò quella bella sentenza
degli americani: _Business is business_ — Gli affari sono gli affari —
la quale autorizza ed incoraggia tutte le trappolerie e le soperchierie
ed esclude dai traffichi, non dico la carità, che non domando tanto, ma
la coscienza ed il rispetto dell'altrui diritto alla vita.

Quanto negli aspetti della bassa New-York sa ancora di grazia e di
gentilezza, appartiene al tempo in cui la città ristretta in quei
confini era di fatto abitata e non, come ora, frequentata solamente in
certi giorni, in certe ore e per certe ragioni. Nè quel tempo è molto
lontano. Sessant'anni or sono New-York terminava là dove sorge la City
Hall: il palazzo del comune. È curioso notare come nè allora nè, non
ostante i continui ingrandimenti, molto tempo di poi, essa fosse
consapevole della propria vitalità espansiva. Lo spazio compreso fra la
City Hall e la punta al mare misura una quindicesima parte di lunghezza
della città d'oggi e nel suo punto più largo, vale a dire alla base del
cono che si appunta al mare, una metà della larghezza media attuale.
New-York è oggi trenta volte più grande che nel 1830, e questi dati
stanno piuttosto al disotto che al disopra del vero. Or bene, quando si
volle edificare nel 1830 il palazzo del comune e lo si collocò alla
estremità superiore della città, l'onore dei marmi, a dispetto del
disegno che ne voleva rivestito tutto l'edificio, fu conceduto alla sola
facciata prospiciente l'abitato, perchè l'opposta che dava sui prati non
ne meritava la spesa.

Vent'anni or sono, visto il gran diffondersi del cattolicismo e raccolti
i quattrini, il Capitolo di New-York deliberò di erigere una cattedrale.
L'arcivescovo, uomo illuminato ed accorto, designò all'uopo un luogo a
monte della città, nell'aperta campagna, a qualche chilometro
dall'abitato. Pensate lo stupore e le risa del Capitolo, dei fedeli e
dei rivali presbiteriani. Monsignore fu trattato di pazzo o poco meno;
si fecero le burlette sulla cattedrale in villeggiatura, sul viaggiare
dei canonici per recarsi all'ufficio e dei fedeli per accorrere alle
funzioni. L'arcivescovo aveva un bel dire che le cattedrali se non per
_omnia sæcula_, si devono edificare per secoli parecchi e rifarsi dei
recenti ingrandimenti a presagio e promesse maggiori in tempo assai
prossimo: gli altri concedevano che la città sarebbe forse un giorno
arrivata fino là, ma non oltre, e quando? e ancora! Oramai quello che
s'era voluto fare s'era fatto e nessuno sperava certo di allungare
Broadway fino al Pacifico. — La spuntò l'arcivescovo e per lo spazio di
qualche mese, la bella chiesa che fu dedicata a San Patrizio, respirò
l'aria aperta dei campi. Ma il pieno sole non le durò gran tempo. Essa
sta ora nel mezzo dei più eleganti quartieri e due terzi circa della
città, si stendono oltre le sue, ancor nuove, pareti.

D'allora in poi New-York ha fatto giudizio, ha imparato a conoscersi, o
se pecca, è piuttosto di troppa, che di poca fede nei propri destini.
Oramai stimolata dalla gelosia verso la più giovane Chicago, essa guarda
ai villaggi che ancora le distano dieci, dodici, quindici chilometri,
come a preda dovuta e sicura. E più guardano questi ad essa impazienti
di farsi inghiottire. Quel ramo dell'Hudson chiamato Harlem-river che
segnava due o tre anni or sono l'estremo confine del suburbio, vedrà sul
principiare del secolo venturo una maggiore distesa di fabbriche a monte
che a valle del suo corso. Le sue rive hanno ora il pittorico aspetto
dei luoghi subitamente assaliti dalla febbre novatrice, che mostrano
violenti contrasti fra il ieri già decrepito e il domani già quasi
attuato. Il presente non vi ha nessun aspetto stabile. O luridi tuguri
extraurbani, che minacciati dalla città galoppante incontro ad essi e
predestinati al piccone demolitore, nessuno curò più di restaurare e di
abbellire, o immensi castelli di travi che mal nascondono gli imminenti
palazzi! La città smaniosa di piantare i segni delle sue conquiste scava
entro i colli granitici le vie dei futuri quartieri e le conduce tosto a
finimento. Incise fra enormi dadi di macigno levigati sui fianchi ed
ancora coronati, al sommo, d'erbe selvagge, quelle vie già lastricate e
scavato nelle lastre di gorello dell'acqua e sagomato il rialzo del
marciapiede, lungo il quale già si allineano i fanali, fanno una veduta
curiosa che ha insieme del fantastico e del puerile. La fervida fantasia
industriale ha già segnato alla nuova città le plaghe, dove inerpicarsi
su per i colli e quelle dove spianarsi ad agevolezza di traffichi. Là
rimpolpa le chine di terra vegetale, alimento ai futuri giardini, qui,
squarcia e rade le rupi. Così la città promessa si dispone in svariate
prospettive e s'incorpora lembi di schietto paesaggio. Già l'attuale
comprende nei suoi quartieri centrali vaste regioni boschive e sistemi
di colli, fra i quali corre bensì un sapiente intreccio di strade, ma
che pur serbano la sincerità dell'aperta campagna. — Il pomeriggio del
sabato (poichè la settimana operosa termina in America il sabato al
mezzodì) New-York si riversa nel _Central-Park_ e ne invade con
domestica padronanza ogni recesso. Ma la folla non vi ha l'aria
colleggiale e domenicale della nostra, costretta dalla tirannide
edilizia a procedere in processione lungo i viali. Il parco appartiene
veramente in ogni sua parte ai cittadini, i quali ne prendono un
possesso corporeo, non visivo soltanto come noi facciamo. Numerose
brigate, bei fiori di ragazze e di giovani, si spandono nelle distese
erbose, franche d'ogni vigilanza e vi giuocano a corsa, al salto, alla
palla, ai birilli. — Presso di noi quei giuochi vogliono recinti
privilegiati; là si fanno all'aperto con libero diletto degli attori e
degli spettatori. Quelli vi cercano, nell'esercizio muscolare uno svago
ed un sollievo alle cure ed alla concentrazione cerebrale indotta dagli
affari; questi ne traggono l'orgogliosa coscienza nelle energie fisiche
onde il sangue americano prevale sull'europeo, ed un compiacimento
estetico che noi, per secolare abitudine, siamo avvezzi a domandare
soltanto ai prodotti dell'arte.

Fino a pochi anni addietro, l'America tutta intesa alla conquista delle
proprie terre, parve riconoscere alle vecchie società europee il
privilegio della bellezza, e da queste prese a modello in ogni ramo
dell'arte, le forme consacrate dai secoli. Conscia ora della sua
integrità e della sua individualità, essa va rapidamente accogliendo e
maturando una sua particolare idea del bello che, non disturbata da
preconcetti storici e da tradizionali riverenze, ricava dalla
osservazione diretta anzi dalla diretta fruizione della vita! La sua è
si può dire una estetica sociale, cioè non disgiunta mai dalle
applicazioni al benessere e confacente allo sviluppo progressivo della
razza umana.

Presso il popolo americano, l'idea della bellezza è più associata
all'esercizio ed ai movimenti della vita che alla immobilità dell'opera
d'arte. Esso preferisce vedere bella gente e gagliarda nelle vie delle
città, che bei monumenti nelle piazze e bei quadri nelle pinacoteche ed
in generale stima che l'idea del bello si rinnovi e rimuti di continuo,
a seconda che si rinnovano e rimutano gli aspetti ed i moti della vita.
— Perciò l'estetica degli americani, più mutabile e progressiva della
nostra e meno ombrosa e tirannica, non contrasta mai lo sviluppo delle
attività meccaniche onde escono gli agi ed è centuplicato il godimento
dei beni terreni, ma si va ad esso continuamente conformando.

All'artista europeo, quando egli è dimorato alcun tempo negli Stati
Uniti, avviene spesso di provare un senso indefinibile di disagio
intellettuale che egli non sa sulle prime a che attribuire. Egli
osserva, nota, raccoglie una somma insperata di sensazioni che possono
divenire sostanza d'arte, ma in pari tempo avverte che qualche cosa
manca a quel complesso poderoso di cose, di fatti, di moti, di
espressioni della vita. E per poco ch'egli rifletta e si abbandoni nelle
ore crepuscolari alle care immagini patrie, s'accorge che un elemento
imponderabile manca: la testimonianza del passato. Manca la storia,
mancano i segni della storia, manca la profonda vibrazione ideale ond'è
accresciuta la bellezza delle cose belle, mancano le immagini e le voci
dei secoli morti.

Gli americani nella baldanza della loro gioventù non sanno dolersi di
tale lacuna. Essi in argomento d'arte, deridono alquanto la nostra
estetica legittimista e si compiacciono d'esserne affrancati. Il difetto
di tradizioni, essi dicono, li salva dalle timidità rispettose e li
aiuta a conseguire la personalità. E in argomento di costituzione
sociale e di condotta politica, essi, non senza ragione, osservano che
ai popoli d'Europa la memoria delle grandezze passate è cagione di
errori, di vanità, d'ingiustizie, di prepotenze, di miserie; di eccidi
presenti. Hanno ragione? Hanno torto? Chi lo può dire? E che giova
cercarlo? Nessuna forza umana potrà far mai che quello che fu non sia
stato, ed essi vanno ora edificando storia e tradizioni ai loro nepoti.

Certo a noi il _noblesse oblige_ fu spesso causa nella vita privata e
nella pubblica, di commettere azioni a criterio morale disoneste, a
criterio politico pazze e crudeli, a criterio sociale o ingiuste o
ritardatrici di giustizia. Ma eliminato il pregiudizio, ma vinta la
vanità, ma fatto ragionevole l'ossequio, ma francate dall'ossequio le
attività creatrici, chi vorrebbe soffocare le larghe pulsazioni della
vita umana considerata nella continuità dei secoli? Certo la
intemperanza estetica degli americani e la loro incontinenza nella
fruizione della ricchezza, conseguono in molta parte dal silenzio del
loro passato e dallo scarso loro patrimonio ideale. Nessun tesoro di
miliardari può dare le gioie incontrastabili che proviamo passeggiando
per una chiara notte sulla piazzetta di San Marco e rievocando dal
palazzo dei Dogi i fantasimi della storia.

Ma quel difetto di storia, che a molti spiriti delicati d'Europa
renderebbero quasi insopportabile il soggiorno del nuovo mondo, gli
americani non lo possono nè lamentare nè avvertire. Essi stanno,
rispetto a noi, come un uomo che non ama rispetto ad uno innamorato. A
quello non par possibile che un essere ragionevole smarrisca la nozione
della vita presente e delle cose che lo circondano, ed il senso
dell'utile per i begli occhi di una donna che lo lasciano lui, freddo ed
indifferente. A questi non par possibile che altri possa vivere senza
amare e senza amare quella per l'appunto che a lui solo par donna. Noi
siamo, rispetto all'arte degli americani, e parlo qui in modo speciale
dell'architettura perchè è la sola dove essi abbiano conseguito una vera
personalità, nelle identiche condizioni in cui si trovava il Vasari
rispetto all'arte gotica; il quale ne chiamava _maledizione di
fabbriche_, i prodotti. Diciamo subito che i nuovi saggi architettonici
d'oltre oceano, non incontrano neanche in America la generale
approvazione, e neanche quella del maggior numero. Ma i dubbiosi ed i
dissenzienti, non condannano: stanno a vedere, persuasi che ai primi
informi tentativi seguiranno vere e sicure opere d'arte originali e
pratiche. A noi europei quelle moli scomposte danno un senso di
apprensione e di inquietudine, senza indurci nello sgomento estetico e
grandioso. L'immenso fabbricato dell'Auditorium di Chicago, dove c'è un
albergo per un migliaio di avventori, una quantità grande di banche e di
scrittoi d'ogni maniera, il Conservatorio di musica e, non ricordo se al
sesto o al settimo piano un teatro capace di ottomila persone, fa più
meraviglia a sentirne enunciata la capacità che a vederlo. La sua
vastità manca di grandezza. La vastità non è e non può essere elemento
d'arte. Lo è la grandezza che risulta dalla coordinazione delle parti.
Può riuscire cento volte più grandioso un edificio cento volte più
piccolo.

New-York non accolse ancora quelle babeliche moli che in Chicago
assaltano il cielo con una temerità che sa di pazzia. Ma già i maggiori
giornali s'insediarono in esili casoni giganti nei quali la comodità e
la speditezza dei servizî sono sacrificate alla smania di sorpassare i
vicini. In luogo di distendersi in piano, quegli edifizî si affilano in
torri, onde le comunicazioni fra le diverse parti richiedono un continuo
moto di ascensori. Tutte le colossali fabbriche di New-York hanno porte
basse e tozze che il sovrastante edificio schiaccia ridicolmente, e
piani soffocati. I due piani del palazzo Tolomei di Siena, ne darebbero
otto di questi. Certe case di quattordici piani, non misurano una volta
e mezza l'altezza del palazzo Strozzi. Curano bensì di mentire la
frequenza degli scomparti per via di finestroni che salgono dal primo al
quarto piano, ma quel vedere dalla strada, nell'altezza di una sola
finestra, tre metri uno sopra l'altro, tre signori, seduti a tre
scrivanie e persone e mobili quasi sospesi nell'aria ed appoggiati ad
una parete trasparente, induce un senso d'inquietudine irritante. Dove
posano i due piani intermedî? Se ci stanno e reggono pesi, si capisce
che hanno base sufficiente; ma se la scienza costruttiva si appaga della
stabilità reale, l'arte architettonica vuole anche l'apparente perchè
l'occhio ha la sua logica. Non nego che la nostra estetica
architettonica s'informi ai massicci e grossi materiali costruttivi
durati in uso per tanti secoli. Già la nozione razionale e sperimentale
che abbiamo della stabilità, va conciliandosi colle forme snelle
consentite dai materiali metallici: ma i sensi impigriti della secolare
abitudine, sono più tardi della ragione, e non sempre quello che ci
persuade li appaga.

Nel disgusto che ci danno quelle nuove forme, interviene dunque un resto
di pregiudizio che sarà bene combattere e che andrà per necessità di
cose scomparendo di per sè stesso. E scomparirebbe più presto se
l'architettura ferrea di quei novatori fosse più sincera. Ma essa
edifica col ferro e mentisce muri d'apparato. Noi ammiriamo con viva
compiacenza estetica, i ponti sospesi e le immense arcate delle
stazioni, dove la membratura ferrea ci appare schietta nella sua robusta
sottigliezza. Perchè le fabbriche non si darebbero anch'esse per quello
che sono? Non c'è vera originalità senza schiettezza.



CAPITOLO III.

L'intemperanza degli americani.


Quando si affermano le qualità caratteristiche di un popolo ed in
special modo di un popolo vario e progressivo quale l'americano, si
parla ben inteso sulle generali. Le grandi città dell'Unione e
segnatamente quelle prossime all'Atlantico, raccolgono oramai una
società cosmopolita, nella quale i caratteri etnici sono in apparenza
attenuati e modificati dalla convivenza con genti europee, dalla
coltura, dai viaggi, dai parentadi, dalla vanità, dalla moda. L'europeo
colto, che giunga in America, e frequenti per l'appunto tale società vi
trova la più squisita gentilezza di modi e, sopratutto nelle donne, una
grande cura di far risaltare le affinità e di nascondere le
dissomiglianze di razza. I circoli eleganti di New-York sono al fatto di
quanto segue giornalmente nelle grandi capitali d'Europa nel campo
dell'arte, degli spettacoli, nelle feste, nella cronaca mondana,
dell'almanacco di Gotha, e ne discorrono come di cose vicine e
famigliari. Le signore americane le quali ostentano volentieri una
sprezzante ignoranza intorno alla vita politica del loro paese,
arrossirebbero di non saper nominare le dame d'onore della regina
d'Inghilterra, o dichiarare il grado di parentela che corre tra le case
d'Assia e di Mecklembourg o dare il suo giusto titolo ad un cameriere
intimo di Sua Santità, il sommo Pontefice. È curiosa la conoscenza
sicura che hanno quelle belle protestanti, delle cariche, delle
cerimonie e degli intrighi vaticani e curiosissimo l'untuoso rispetto
con cui ne discorrono. La corte papale esercita su di esse una
seduzione, non guari dissimile nelle origini da quella che esce dai
laboratorii di sartoria muliebre del Worth e dai prontuarii di casistica
erotica di Paolo Bourget. I papisti sono consapevoli del fascino
nobiliare che esercita il cattolicismo e lo mettono a partito. I preti
ed i prelati cattolici residenti nelle grandi città americane, disciolti
dall'obbligo di vestire l'abito sacerdotale, fanno una propaganda
mondana che dà copiosi frutti. La loro aria di degnazione benevola, il
loro distacco dalle cose terrene cui s'accostano indulgenti, il parlare
sobrio e pacato, il loro rifarsi nei discorsi d'arte e di signoria da
tradizioni universalmente rispettate, sono per essi altrettante cagioni
di un predominio cui il fondamentale dissidio religioso aggiunge sapore.

Ma la importazione del gusto raffinato e mutevole dell'alta società
europea e la levigatura che procede sempre dalla ricchezza, non
modificarono se non in apparenza le tendenze native. A parole, i
_fashionables_ del caffè Del Monico, professano un'estetica delicata che
deve costar loro una continua autovigilanza. Quella tenuità di
pensamenti e di movimenti che è il non plus ultra della sciccheria,
stride col loro fisico poderoso e bisognoso d'azione. Il formidabile
individualismo onde trassero nel tempo ricchezza e grandezza, si adagia
a stento nella disciplina convenzionale della nostra gente per bene.
Quando si mettono per godere, vogliono godere oltre misura. Cento
doganieri dell'estetica, appostati sull'entrata di un salone a
respingerne ogni oggetto non bollato per raffinatissimo, non possono
impedire che la raccolta di troppe cose squisite esprima un gusto se non
eteroclito, eterodosso. Ogni particolare della vita di quei gaudenti,
otterrebbe l'accessit dal più schifiltoso fra i dittatori della moda e
della delicatezza parigina, ma il loro complesso tradisce per lo più
quella inclinazione a fare in grande che è propria degli arricchiti.
Eppure esiste in America una aristocrazia plutocratica, i cui titoli
nobiliari risalgono a nonni milionari. Ma quel sottile smeriglio che è
il milione da lungo tempo posseduto, non venne ancora a capo di levigare
del tutto la ruvida scorza che salì dal ceppo agli ultimi rami. È certo
che in America la lunga ricchezza non produsse ancora quello che noi
pare supremo fiore dell'eleganza spregiudicata e sicura: l'amore del
semplice. Lo produrrà mai? La domanda è oziosa. Meno ozioso il domandare
se sarà bene che lo produca. Ed io sto per la negativa. Noi abbiamo
cristallizzato il gusto. Il senso della misura, è conservatore per
eccellenza, e nasce da timidità. Chi visita gli Stati Uniti, poichè si
riebbe dal primo sbalordimento, prende a dubitare della nostra estetica
legittimista. Se cerchiamo bene, poichè la gente capace di un giudizio
genuino è molto scarsa, il consenso universale nei postulati estetici
procede presso di noi da una riverenza tradizionale, non scevra di
pigrizia. Noi non ammettiamo i novatori se non quando sono decrepiti e
nell'essere stato riconosciamo la prima e principale ragione
dell'essere. Così andiamo sempre più divezzando la gente pigra dal
pensare col proprio cervello.

L'Americano, all'incontro, cura più il gusto presente che il passato. Il
suo difetto di tradizioni secolari, che noi europei avvertiamo di subito
e che sulle prime produce nelle nostre menti consuetudinarie un senso di
disagio, lo franca dalla timidità rispettosa e lo aiuta a conseguire la
personalità. Non è il caso ch'io riprenda, dopo tanti altri, la difesa
della originalità americana e non voglio nemmeno dire che i prodotti
estetici del nuovo mondo, mi siano tutti, nè la maggior parte, andati a
genio. Italiano, sento all'italiana, in ciò solo più spregiudicato di
molti miei connazionali, che non derido gli americani del loro sentire
diverso dal mio. Perciò nel notare i loro tratti caratteristici, mi
guardo bene dall'imputar loro a colpa, la differenza dai nostri. Noto e
mi godo nel pensare che la fratellanza cosmopolita non induca per ora, e
non sia per indurre mai, una uniformità stucchevole fra tutte le genti.

Del rimanente agli americani le nostre derisioni non fanno nè caldo nè
freddo; essi gustano anzi volentieri le caricature che andiamo facendo
dello Zio Sam e di Jonathan, e quelli stessi cui una vanità esotica
consiglia di adottare le costumanze europee, a chi loro persuade che non
ci riescono, rispondono con un sorriso fino fino, dove si può leggere
insieme uno stupore canzonatorio ed un orgoglio indulgente. Sembrano
dire: a me lo contate? Quasi che si tenessero della non riuscita. Non
giurerei che non fosse un po' il caso dell'uva acerba, ma si può star
certi che l'acerbità dell'uva non li accora di troppo. Credo per fermo
che fra tutti i cittadini dell'Unione non se ne trovi pur uno così
continuamente studioso di esotizzarsi come lo sono tanti nostri
anglomani delle società per le corse.

Alla personalità degli americani giovò sopratutto il non aver essi
nessuna paura del ridicolo. Il ridicolo in America non fa presa e dove
non fa presa non esiste, perchè non è che un fantasima creato dalla
paura. Anche nei paesi latini, dove può tanto, chi più lo teme più
c'incappa dentro e, diciamolo, più merita di incapparci. Il ridicolo è
un prodotto delle società da lungo tempo costituite, le quali finiscono
sempre col chiudersi in un formalismo dommatico. Esso aiuta le serrate
di classe contrastando l'entrata d'ogni classe a chi ne sta fuori e
l'uscita a chi ci è dentro. Cane di guardia dello _statu quo_, non morde
mai chi si appaga a quel grado di mediocrità che tutti possono
conseguire, ma si avventa contro i solitari che lo soverchiano.
Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù negative,
la tema del ridicolo impigrisce l'esercizio delle attività individuali e
frena i movimenti iniziatori. Perciò i paesi dove esso più agisce sono
spesso retrogradi e sempre consuetudinari; e perciò ivi l'eccentricità,
cioè l'essere dissimile dai più, induce sempre un'idea di ridicolo. Ora
se badiamo al procedere della civiltà, noi troviamo che il minor numero
di uomini eccentrici s'incontra nei popoli stazionarii ed il maggiore
nei progressivi. L'America informi.

D'altra parte è da vedere se i milioni siano più discreti di qua che di
là dell'Atlantico. In fatto di gusto, che vuol poi dire di senso
artistico riferito a tutte le cose, le società dispendiose e gaudiose
dei due continenti su per giù si bilanciano. Le case degli arricchiti ed
anche le nuovissime di molti nobili di ceppo antico non sono meno
lussureggianti e stupefacenti in Europa che in America; colla differenza
che qui si tira a far colpo con poco, anche i duchi e principi, e là
purchè ci paia, non si bada a lesinare. Tra un arazzo autentico e la sua
imitazione ingannatrice, l'europeo si appaga del falso, mentre
l'americano corre al vero. Ma nelle origini e nelle applicazioni del
gusto, avvenne in questi ultimi anni in Europa un notevole rivolgimento.
Il gusto raffinato che fu già nei secoli andati quasi esclusivo
privilegio delle classi più ricche ed elevate, è venuto oggi in gran
parte ritraendosi da quelle ed allargandosi nelle classi mediane. Il
maggior merito di questa evoluzione spetta all'Inghilterra la quale
nelle industrie artistiche più cura la purezza delle linee e la
giustezza delle proporzioni che la ricchezza degli ornamenti. Al giorno
d'oggi hanno un'eleganza più artistica gli oggetti usuali che quelli di
mero lusso. Noi abbiamo perduto il secreto di quel fasto largo e
riposato che spiegavano le salde aristocrazie dei secoli passati. Il
nostro fasto farraginoso esprime la poca fede che i ricchi hanno nella
sua stabilità e la fretta di goderne innanzi che venga l'ultima rovina.
E tra i godimenti del lusso, non è ultimo quello di sfoggiarne il costo
se non pure di mentirlo maggiore del vero.

Si dice che gli americani, nell'atto di mostrarvi un oggetto pregevole,
sogliono sempre enunciarvene il prezzo. Dal sempre in fuori, il fatto è
vero, ma la differenza tra essi e noi si riduce a questo, che essi lo
spiattellano aperto mentre noi ci ingegniamo di farlo scaturire da un
rigiro di parole. Per un loro atto di vanità, noi ne commettiamo due:
vogliamo cioè farci belli della spesa e più belli del parerne incuranti.
Non nego che al cospetto di un'opera artistica, quell'elemento
commerciale messo là in lire e soldi, induca un senso disgustoso.
Ricordo di aver visitato in New-York la casa di un ricchissimo
raccoglitore di quadri. Egli stesso mi accompagnava davanti ad ogni
dipinto e collocatomi nel buon punto di vista mi si piantava accanto a
Cicerone e mi diceva: — Corot, dieci mila dollari. Millet, quindici mila
e così via; — ma parlava con tale accento di recitazione obbligatoria e
facendo così piena astrazione dalla propria qualità di possessore, che
si capiva come la nozione del prezzo facesse, a suo criterio, parte
integrante dell'opera e fosse inseparabile dal nome dell'autore. Ognuno
di noi può invece rintracciare nella propria memoria qualche gustosa
scenetta di Mecenati milionari i quali nell'atto di mostrare il quadro,
loro ultimo acquisto, ne tacciono bensì con signorile noncuranza il
prezzo, ma questo lo si vede di poi far capolino tra le pieghe del loro
discorso finchè gli riesce di sbucarne di straforo, prendendo magari
un'aria di protezione.

Non è dunque tanto nel gusto più o meno raffinato che io noto la
differenza fra noi e gli americani quanto nella smania che questi hanno
di affastellare in soverchia quantità gli elementi del piacere nella
erronea credenza di moltiplicare i godimenti. Essi fanno come chi
deliziatosi di una goccia d'essenza odorosa, ne vuotasse il boccettino
sul fazzoletto. Di tali intemperanze nel piacere e nei piaceri più
raffinati ai quali è meglio che a nessun'altro necessaria la misura,
occorrono esempi ad ogni passo.

Un miliardario di New-York volle farsi la casa degna della borsa. Uomo
colto, dimorato gran tempo in Europa e pregiatore delle cose artistiche,
ci riuscì sulle prime in modo ammirevole; ma poi prese a sopraffare
sempre aggiungendo nuove maraviglie alle antiche. E metti e metti, per
poco le cose belle non cacciano di casa il buon padrone, il quale a
cominciare dallo scalone se vuol salire nel suo quartiere deve accendere
le lampade di pieno meriggio. Quello scalone di palazzo prende un buon
terzo della piccola casa, che senza di esso sarebbe armonica e giusta.
Vi si accede per un andito lungo e stretto che lungi dal predisporvi a
tanta ampiezza, ne rimove il pensiero. Di uno stile cinquecentista tra
l'italiano ed il tedesco fusi insieme in bella armonia, esso è tutto da
capo a piedi un miracolo d'arte imitativa condotta con sì rara
perfezione, che le parti nuove non stridono punto coi molti e preziosi
oggetti autentici ivi raccolti. Coperto da un soffitto di legno scuro a
cassettoni, le doppie branche e i larghissimi ripiani sono antichi, di
legno scuro di noce operato ed incerato. Armi e armature dalla patina
bruna in ogni canto e per ogni dove. Lungo le branche, sui ripiani, su
per la cimasa della balustrata, mobili scolpiti, statue di legno,
stoffe, una profusione di cose peregrine degne ognuna di figurare in un
museo. Dentro una nicchietta oscura tra le due prime branche, uno
stupendo Luca della Robbia fa da sfondo ad una fontanella. Perchè una
fontana? Nelle case americane ed in quella poi, l'acqua sale pei muri a
tutti i piani ed a tutte le stanze, e d'altra parte fra tanto apparato
di legno scolpito e di tappeti orientali ed in luogo ben chiuso a studio
di tepore, lo zampillo, così appropriato ai marmi, non pareva affatto
richiesto. Ma l'abbondanza non è difetto e fontana sia. Se non che al
cinquecento, alle riminiscenze italiane ed alle tedesche, ai ricchi
arredi, alla piastretta di mastro Luca ed a quella specie di
acquasantino, perchè non aggiungere il misterioso luccichio dei vetri
colorati e dati i colori, perchè non farli robusti, tra il blu, il
verde, il viola ed il porporino? Ma le finestre non sono amplissime, ma
la casa dirimpetto ruba a questa il sole, ma i colori non lasciano
passare che un fil di luce, ma il legno bruno non riflette quella poca,
ed ecco che le costose meraviglie dormono al buio onde il visitatore
deve cercarle ad una ad una col lanternino.

Vidi in un'altra casa, un salone giapponese stupefacente. Qui a dire
mille, si fa torto al vero di una metà e non si è creduti per venti.
Quel salone è costato 250 mila dollari, un milione e 250 mila lire, e le
vale, e chi ci dovesse vivere tre giorni, pagherebbe, potendo,
altrettanto perchè il Giappone non fosse mai esistito. È un salone di
bronzo, ma intendiamoci, tutto di bronzo da capo a piedi, senza
soluzione di continuità, tranne il pavimento che è in legno antico, un
amore di pavimento rossiccio, segnato a fantastiche figure che è un
peccato metterci su il piede. Il soffitto di bronzo ancor esso fa a
primo vederlo l'effetto di una pioggia fina fina subitamente rappresa,
della quale si contino tutte le goccie sospese per l'aria, tanto è irto
di punte e di oggetti d'ogni maniera, che formano un intreccio serrato
nel quale l'occhio non riesce sulle prime a raccogliere nessuna traccia
di disegno. Ci si arriva di poi, tirando fra i punti più vicini quelle
linee ideali che è così difficile rintracciare e seguire, ma che una
volta trovate si fissano nella mente e vi prendono una realtà
evidentissima. Allora escono mille figure geometriche che si
compenetrano a vicenda moltiplicandosi all'infinito; ma ci vuole una
fatica improba a trovarle e chi le trova è preso da una smania faticosa
di cercarne dell'altre, e quella smania perdura anche quando non vi
stanno più sotto gli occhi le cose che l'hanno generata e la sera a
letto, allo scuro, è una danza vertiginosa di cubi, di trapezi, di
parallelogrammi, di tutta la diavoleria esatta onde nascono le più fiere
torture delle menti imaginose.

Buono che il soffitto, basta non voltare gli occhi in su, si può fare a
meno di vederlo: ma le pareti, ma le cornici ed i battenti degli usci,
ma il camino, quel formidabile camino tanto irto ancor esso di infiniti
sottilissimi rilievi che a volerne fare la planimetria, ne uscirebbe
l'area di una casa, quelli bisogna vederli per forza e patirne
l'attrazione morbosa. Non mi dilungo a descrivere. Ogni parte di quel
tutto mostruoso è un capolavoro dell'arte; e la raccolta indiscreta di
tanti capolavori, produce una sensazione visiva identica a quella di un
forte pugno nell'occhio. Appetto a quel salone che vorrebbe essere
abitabile, un museo parrebbe intimo e domestico quanto il tinello di una
villetta abitata tutto l'anno.

Altro esempio. In America, come a Londra, e come oramai in tutte le
grandi città d'Europa, i Clubs, già un tempo destinati a solo
trattenimento serale e notturno, vennero a poco a poco diventando quasi
alberghi privilegiati, dove i soci possono passare l'intera giornata,
attendere agli affari, desinare e all'occorrenza trovare alloggio
fornito. In New-York sono elegantissimi: l'Union Club, il Manhattan
Club, l'Athletic Club ed in modo speciale, vale a dire più d'ogni altro
meticoloso nelle ammissioni dei nuovi soci, il Knikerbocker Club. Ma
tutti questi da un maggior fasto in fuori, non sono dissimili dagli
europei. Bisognava bene che la smania gaudente degli americani ne
escogitasse uno di nuovo conio e questo fu il Club di Toxedo Park che in
New-York stessa è noto solamente a pochissimi raffinati.

Toxedo Park in Pensilvania è una grande distesa di terreni dove sono
raccolte molte e varie bellezze naturali. Solcate da acque perenni,
abbellite da un lago e da colli boscosi ridentissimi, quelle terre
furono comprate trenta o quarant'anni or sono da un ricco signore di
New-York il quale contava forse di fondarvi una nuova città. Così
suppongo, perchè così usa di frequente negli Stati Uniti; ma o sia
errata la supposizione o fallisse l'impresa, fatto sta che la città non
sorse, e le bellezze naturali non furono deformate. Se non che, l'uomo,
già straricco, non voleva mettersi a dissodar terreni, nè vendere a
spizzico quanto aveva acquistato in blocco e d'altra parte, una villa in
così immensa proprietà sarebbe riuscita desolata come una trappa. Dopo
alcuni anni di infruttifero possesso, gli amici vennero in aiuto al
compratore.

Egli mettesse i terreni, essi avrebbero edificato la casa, dove tutti
insieme sarebbero convenuti con pari diritti a villeggiare. Così nacque
un Club campestre che a pensarlo appare il non plus ultra del genere.
Ogni socio vi ebbe alloggi spaziosi e liberi per sè e per la famiglia e
proprie scuderie e rimesse, senza contare quelle fornite ad uso
collettivo, dalla comunità. Saloni comuni per i pranzi, i giuochi, il
conversare, le feste; biblioteca, farmacia, servizio medico, ufficio
postale e telegrafico e quanto altro il lusso e la raffinatezza possano
imaginare, tutto fu nel nuovo club apprestato con larghezza di Nabab o
di sultani. Come di ragione, un tale Eldorado fece gola a molti e
fioccarono le domande di ammissione, tanto più che le linee ferroviarie
avevano avvicinato i luoghi a New-York, donde coi treni direttissimi si
può giungere a Toxedo Park con un'ora e mezzo di viaggio, quanto occorre
per recarsi da un capo all'altro della città. Il numero dei soci fu
accresciuto, e gli edifici furono ordinati a dimora permanente. I
sociologhi ed i moralisti potranno esaminare se tale continuità di vita
collettiva, intesa di continuo al godimento ed escludente ogni intimità
domestica, non debba alla lunga inaridire gli animi ed intristirvi il
fiore dei sentimenti delicati; ma oramai molta parte della società
gaudiosa, suole anche in Europa, dimorare dieci mesi dell'anno negli
alberghi e considerare la casa quale luogo di passaggio. Ad ogni modo,
al punto di vista del piacere immediato, Toxedo Park non lasciava nulla
a desiderare. Ci voleva proprio l'incontentabilità degli americani per
viziarne, a studio di maggiori delizie, l'ordinamento. Cominciò un socio
a volersi fabbricare una villa tutta sua in luogo a lui gradito entro i
confini della comune proprietà. L'idea piacque a tutti, ma convenne per
attuarla, deliberare la serrata della società ed inibire ulteriori
ammissioni. I soci erano, non ricordo se trenta o quaranta: si decretò
che non ne dovesse entrare più nessuno. E avanti a fabbricar ville,
serbando il primo edificio a ritrovi collettivi. A primo aspetto, la
trovata par deliziosa; ma a rifletterci! Al Club non ci si affeziona, o
almeno non tanto che s'abbia a provare un grave rammarico nel ritrarsene
quando la compagnia non ci torni gradita. Invece, la casa ideata da noi
e venuta su sotto i nostri occhi e informata ai bisogni della nostra
famiglia, della quale rispecchia l'indole e le abitudini, diventa, in
breve, parte di noi stessi ed oggetto di un amore pieno di tenerezza nel
possesso e di dolore nell'abbandono. Già il sapere che altri può vantare
su di essa se non proprio un diritto di proprietà, almeno una ragione
che limita la nostra proprietà e non ci lascia disporne a nostro
talento, deve essere causa di continue punture. E poi, la convivenza con
un numero fisso di persone e sempre quelle, può durare piacevole anni ed
anni, ma può anche diventare domani, e diventerà certo col tempo,
uggiosa e tormentosa. E il non poterla evitare affretta ed accresce
l'uggia ed il tormento. Tutti siamo esposti alle vicinanze moleste, ma è
raro che il fastidioso vicino sia comproprietario del nostro giardino ed
erede necessario della nostra casa quando l'avversione che egli ci
ispira ci inducesse ad abbandonarla.

È certo che alla seconda generazione, i soci di quella fantasiosa
società, daranno del gran filo da torcere per intricati interminabili
litigi ai giudici americani. Il troppo stroppia. La mia villetta umile e
lontana dalle genti, può vantare su Toxedo Park l'immensa superiorità di
non averci intorno quaranta vicini in possesso ognuno di un quarantesimo
del diritto di venirmi a seccare.



CAPITOLO IV.

I Bars e l'alcoolismo.


I Bars (spacci di liquori), sono nelle grandi città degli Stati Uniti,
così frequenti come da noi i caffè e le osterie, ma più frequentati. Gli
avventori vi passano e si rinnovano di continuo. I Bars più eleganti
sono annessi ai grandi alberghi. La piazza chiamata: _Madison square_
che è il centro mondiale di New-York, ne conta due fastosissimi; quello
del _Fifth avenue hotel_ (albergo del quinto viale) e quello dell'_Hôtel
Hoffman_. Quest'ultimo è costato, dicono, 100 mila dollari, cinquecento
mila lire. Ha un salone solo, non amplissimo, ricco di celeberrimi
quadri, fra i quali, protetto da un baldacchino che lo fa sembrare una
pala d'altare curiosa in tal luogo, uno vantato per opera del Correggio.
Nel centro, sorge un pilastro rivestito di scaffali pieni di bottiglie
intorno al quale, oltre lo spazio riservato ai giovani di bottega, corre
in cerchio la tavola del servizio. Lungo una delle pareti, sta un banco
per la vendita dei sigari e lungo un'altra una tavola fornita di
sostanziose ghiottonerie. Nello spazio libero, pochi tavolini e poche
seggiole. Gli avventori bevono ritti e sostengono ritti, dal primo al
penultimo, tutti i gradi della sbornia. All'ultimo chi ci arriva,
provvede il pavimento sul quale il bevitore s'abbioscia per morto.

Il luogo, anche nell'ora della maggior ressa, è silenzioso. Gli
americani sono più parchi parlatori che bevitori, e sembrano discorrendo
fra loro, confidarsi continui secreti. I loro organi vocali danno in
note basse e la lingua inglese si presta a meraviglia al parlare fra le
labbra che non risuona ed alle proposizioni elittiche che fanno i
dialoghi rapidi e brevi. Dal banco, non esce voce in tutto il giorno.
Colla bibita richiesta, vi porgono una tessera dove ne è stampato il
prezzo, ond'è rimossa ogni occasione di parole coi garzoni. Le
ghiottonerie sostanziose non sono poste in vendita, ma offerte gratis
agli avventori. Tutti gli spacci di liquori in America danno per
soprappiù della bibita qualche boccone, a stimolo della sete ed a
ritardo dell'ebrietà. Negli infimi stanno sul banco due ciotole piene
l'una di pane sbocconcellato e tostato e di scheggie di cacio l'altro. A
mano a mano che il Bar si fa più elegante, cresce la copia e la qualità
di questi aiuti al bere. I primari imbandiscono: rostbeaf, salumi,
caviale, pesci, pasticcini e certe insalate fantastiche veramente
squisite. Il Bar dell'_Hoffman house_, ammanisce due volte al giorno un
_lunch_ nutritivo e ghiottissimo. Non si pagano che le bibite. Chi
entrasse e pasciutosi si astenesse dal bere, ne uscirebbe senza por mano
alla borsa. Ma la fede pubblica è in New-York così esemplare, che al
solo sospetto di una tale soperchieria, si riconoscerebbe il forestiero,
anzi l'europeo. Non vi sono forse certi servizi d'omnibus sprovvisti di
fattorini? I passeggieri salgono e scendono senza che nessuno richieda
loro il prezzo della corsa, che un salvadanaio nell'interno della
vettura è destinato a ricevere. Le piccole cassette postali disseminate
in gran copia per la città, portano sul piano superiore una minuscola
ringhiera che ne fascia gli orli. Quando la cassetta è piena che di più
non capisce, chi vuole impostare, in luogo di cercarne un'altra, depone
le lettere ed i giornali su quel piano, a portata della mano della
folla. E se così usa è segno che non nascono guai. Ordinamenti civili
fondati sul presupposto della probità universale, mentre segue proprio
il rovescio in casa nostra.

A chi arriva d'Europa, quel mangiare a ufo, dà sulle prime un certo
senso di noia. Viene fatto di cercare intorno chi ringraziare e, non
trovandolo, di ordinare ad alta voce la bibita venale e sanatrice, che
non s'avesse a pensar male. Ma non pensa male nessuno e fate pur conto
che il padrone non ci rimette. All'_Hoffman bar_ la più semplice delle
bevande, dall'acqua in fuori, costa 25 centesimi il bicchierino. Poco a
unità di lira, molto a unità di dollaro. Il centesimo del dollaro vale
un soldo e più. Non dico che quando uno si satolla ci rimetta, ma
nessuno entra in quei luoghi per satollarsi. Gli alcoolisti non toccano
cibo, gli altri ci capitano spinti dalla sete e non vedono l'ora di
rinfrescarsi; se dopo il primo bicchierino, le ben disposte leccornie li
invogliano ad uno spuntino, questo a sua volta li adesca a ribere, e due
bevute pagano il _lunch_.

Già, nel primo soggiorno in America, quel nostro riferire i centesimi
alla lira invece che al dollaro, è cagione di ingrate sorprese alla
chiusa dei conti serali. Le piccole compere si moltiplicano in modo
rovinoso. Un oggetto che da noi costa tre lire, è segnato in quelle
vetrine: 75 cents. Che bazza! È così bello e finito che non più. Subito
entrate a comprarlo, se anche non vi occorre, per non perdere
l'occasione. Chi porge la moneta di un dollaro, tanto tanto s'accorge
che il resto è un po' magro, ma chi paga con un biglietto di due, di
cinque, di dieci dollari, tra la difficoltà di fare il conto e la
vergogna di apparire novizio e la fede, la giusta fede della probità
americana, intasca i copiosi spezzati e si gode uscendo, la beata
illusione di un buon mercato eccezionale. Fragile gioia e costoso
ammaestramento. E la lezioncina si rinnova al ritorno in Europa, dove,
sulle prime, poichè si stette tanto tempo guardinghi per via di quel
dollaro benedetto, il saper ridotta ad un quinto l'unità di moneta vi fa
allentare la sorveglianza ed allargare la mano oltre misura. Così
viaggiando s'impara e si sa che i buoni maestri costano caro.

Torniamo al Bar, dove si affolla innanzi l'ora del pranzo la società
fiorita di New-York. Veramente fiorita, perchè l'uso di portar fiori
all'occhiello è laggiù più comune assai che in Europa. Durante il mio
soggiorno usavano i grisantemi che costavano, quelli doppi, un dollaro
l'uno, come un dollaro l'una costavano le rose. Quegli uomini alti,
robusti, elegantissimi e così regalmente infiorati, sono davvero belli e
nobili. Esprimono al portamento una fierezza non priva di grazia; stanno
eretti sulla persona, ma non impettiti, ritti, non irrigiditi, il loro
saluto è dignitoso ma non asciutto, sono parchi di parole, ma non
ammusonati. Ne è pieno il salone del Bar e l'atrio dell'attiguo albergo
ed il larghissimo marciapiede all'aperto sulla piazza. In quell'ora
diurna una sorsata basta alla sete degli avventori. Avviene bensì di
notare qua e là qualche occhio appannato e qualche andatura meditata, ma
sono casi rari e ad ogni modo, di vere cotte non appaiono traccie.

E non mi occorse nemmeno di avvertire in quei bevitori, l'abito
alcoolico che si mostra a indubbi segni, anche quando chi ne è posseduto
rifugge dal bere. Presso di noi, i bevitori tradiscono il vizio anche
nei momenti di deliberata misura. Nell'atto in cui è loro mesciuta la
sola bibita che si consentono, e più nel recarla alle labbra, il loro
occhio brilla per cupido accendimento. È uno sguardo carezzevole e
prelibatore pieno di tenerezze rattenute e frenato da propositi eroici.
E quando rimettono vuoto sulla tavola il bicchierino che centellinarono
deliziosamente, si capisce che la tentazione e la resistenza stanno sul
filo della loro volontà in equilibrio instabile. Cansano gli sguardi del
tavoleggiante per non essere indotti in peccato; posano il calicino
sull'orlo del banco senza ritrarne la mano, tanto per indugiare la
decisione: nessuno può dire se lo porgano per averlo ricolmo o se lo
depongono sazi. Deciderà l'oculatezza del giovane di bottega o il Dio
supremo dei bevitori e dei giuocatori: il caso.

Nulla di simile segue di quegli uomini poderosi, nei quali primeggia
sempre, sia volta al bene o al male, la maggiore delle forze virili: la
volontà consapevole. Al tono con cui ordinano la bibita predinatoria, si
capisce che quella sarà l'unica di quell'ora, come al tono con cui
ordineranno più tardi la prima delle serali, si capirà che ne verranno
delle altre molte.

Chi s'appostasse presso il banco di un Bar nelle ore diurne sarebbe
indotto a credere che la strombazzata incontinenza alcoolica degli
americani sia una fiaba; chi ci capitasse alle dieci di notte, ne
indurrebbe il disfacimento finale della razza americana. Contemperando
le due impressioni opposte, ne esce pur sempre un senso di
inquietitudine rispetto all'avvenire e di stupore malinconico rispetto
al presente, ma insieme di ammirazione per la energia volitiva, la
resistenza fisica di quel popolo. Dicono infatti che a differenza dei
nostri, gli alcoolisti americani poichè passarono la notte intera
piombati nella attonitaggine alcoolica, si trovano all'alba desti e
destri a lavori di computo minuziosi e severi. Gli impiegati delle
dogane, vegliano tra il Gin ed il Whisky, ma ne scuotono ad ora fissa il
torpore ed ammammolati al discorrere sono acutissimi a far conti.
Conobbi laggiù un uomo di molti e grossi affari, un impresario teatrale
più volte milionario a milioni di dollari, generalissimo di un esercito
danzante, cantante, suonante e recitante, scaglionato in parte nei vari
Stati dell'Unione, in parte accantonato nei presidi teatrali d'Europa e
navigante, in parte, a sue spese, attraverso l'Oceano, il quale fino
dalle dieci della mattina sapeva d'alcool come un carettiere. E
seguitava l'intera giornata e la sera, a tracannar liquori ed a fumare
sigari inverosimili, il che nulla gli ottenebrava la mente che mostrava
ad ogni occorrenza pronta ed accorta ad affari disparati e ferma a
subite decisioni. Lo vidi attendere alle prove di un'opera in musica
spettacolosa. Sedeva in platea coll'aria cascante di un apopletico, le
labbra sporgenti per reggere al peso del grosso avana, ma sonnolento
all'aspetto e tardo al parlare ed al gestire, aveva l'occhio ad ogni
cosa: agli attrezzi, alle scene, al vestiario, ai cantanti. Ogni cinque
minuti gli erano attorno i suoi commessi a parlargli piano all'orecchio,
a dargli lettura di un telegramma, a fargli firmare una carta, ed egli
passava d'una persona all'altra e d'una in altra faccenda, senza tradire
nè sforzo, nè impazienza, nè stanchezza. Di quando in quando usciva
dalla sala, e fattosi nell'atrio, imboccava la porticina del Bar annesso
al teatro, dove gli mescevano, al primo vederlo, il consueto
bicchierino.

Ricordo una notte che viaggiavo in sua compagnia nel suo magnifico
vagone privato, una vera palazzina su ruote con due camerette padronali,
una per i domestici, una cucina, un salone da pranzo ed un salottino da
studio. Dopo una cena squisita inaffiata di Champagne, ch'egli non
beveva perchè a tavola era astemio, ci eravamo ridotti nel salottino a
discorrere. Parlava lento, con voce bassa alquanto nasale, ragionando in
termini commerciali dello stravagante e pittoresco mondo degli artisti
di teatro. Le grandi attrici, i virtuosi di fama mondiale, le cantanti
principesche, le ballerine, le mime, tutta quella gente vertiginosa,
piena di esaltazione, di seduzione, di sessualità e di peccato,
passavano ne' suoi discorsi come elementi numerici di operazioni
aritmetiche, si riducevano quasi a derrate trafficabili delle quali egli
conosceva, i luoghi di miglior produzione e di più fruttifero consumo. E
tra un'attrice e una cantante, tra una stagione teatrale in Boston ed un
concerto a Filadelfia, erano grosse sorsate di Whisky che ingollava
dalla fiaschetta tenuta a portata di mano sul tavolino. E bevi e bevi!
Non m'esce dalla memoria quel vagone sontuoso, quel treno fuggente nella
notte e sprizzante scintille che andavano ad incendiare le alte erbe sui
margini della strada e quell'uomo contegnoso, briaco e sensato ed il suo
ragionare da contabile.

Una volta, alla ventesima bevuta forse, accennai sorridendo a levargli
di mano la fiaschetta e arrischiai il dubbio che il troppo bere gli
potesse nuocere. Mi rispose con affabile sicurezza:

— Provatevi a propormi un affare e vedrete se ci vedo chiaro.

A un punto lo credetti vinto. Le parole che gli venivano sempre più
lente, gli morivano sulle labbra e lo vidi assopito cogli occhi aperti.
Le scosse del treno, lo sballottavano come un corpo inerte che non
seconda i movimenti. Teneva, rammento, le mani posate aperte sulle
ginocchia quasi a puntellare il busto che non cadesse all'avanti. Così
ciondolava sui fianchi. Provavo un senso di inquieto disgusto, e già
stavo per andarmene nel salone accanto, quando sentii i freni a mordere
le ruote ed il treno fermarsi brusco. Entrò un moro fattorino della
stazione, con un dispaccio. L'impresario subito desto, lo aperse, lo
lesse, cercò sul tavolino un modulo telegrafico, vi scrisse rapidamente
cinque o sei righe e lo consegnò al moro che lo facesse spedire. Come il
treno fu in moto mi disse:

— Ho scritturato Tamagno.

Dicono che a differenza dei nostri, gli alcoolisti americani, poichè
durano anni ed anni al vizio, un bel giorno piantano il segno e si
comandano di ristare. Un atto violento di volontà li guarisce per
sempre. Dicono; ma è poco credibile, o credibile di pochi e ad ogni modo
se questo miracoloso rinsavimento salva l'individuo dalle estreme
degradazioni, è lecito temere che i figli generati nel periodo
dell'incontinenza, portino, nascendo, i germi di un progressivo
indebolimento. Se vi ha paese cui siano necessarie le società di
temperanza questo è l'America. Ma nel loro zelo virtuoso esse danno in
pratiche barocche e puerili e si alienano colla intolleranza l'animo
della gente veramente temperata. Il caso intanto sembra tenere le parti
dei bevitori. Durante il mio soggiorno in America, i giornali fecero un
gran parlare di un'agape astemia bandita dai bigotti e più dalle bigotte
dell'astinenza, dove, per non so quale inquinazione delle acque, tutti i
commensali furono assaliti da coliche violentissime e ne morirono
parecchi. Pensiamo, le risate degli alcoolisti!

Anche le leggi intervengono, uscendo dall'ambito loro, a governare i
costumi. Ma quando la legge esorbita, l'inganno e la frode le stanno ai
fianchi. In parecchi Stati dell'Unione è inibita la vendita delle
bevande fermentate. Ma la sorveglianza dei pubblici ufficiali si ristà
alla forma dei recipienti, onde avviene che si spaccino impunemente
vino, birra e liquori, colla sola avvertenza di tenerli entro i bricchi
e le caffettiere invece che nelle bottiglie e di mescerli entro le
chicchere, invece che nei bicchieri. Gli Stati che non inibiscono in
modo assoluto la vendita delle bevande alcooliche, ne limitano lo
spaccio ai soli giorni feriali. La domenica, nella stessa New-York, sono
chiusi tutti i Bar e le birrerie. Chiusi, intendiamoci, in apparenza e
la porta maggiore; ma se vi prenda sete del più velenoso fra i liquori,
rivolgetevi a bassa voce e con rinforzo di qualche moneta d'argento al
primo _policeman_ in cui v'imbattete. Egli vi indicherà con un gesto il
passaggio secreto che mena al Bar più vicino. Così per voler soverchiare
il suo compito, la legge si chiarisce insufficente e diventa argomento
di corruzione civile. A Gloucester nello Stato di Massachusetts, la
derisione della legge fu condotta, nel tempo ch'io stavo in America, ai
termini estremi. Una birreria molto frequentata di quella città, soleva
la domenica affiggere alle pareti delle sue sale dei cartelli con questa
scritta: _In respect for the law ask for Ambrosia_ (Per rispetto alla
legge, domandate: Ambrosia). S'intende che a chi domandava Ambrosia, era
mesciuta birra, ma la maestà della legge era salva ed il birraio non ci
pativa.

Chi entri nei Bar entro le dieci di sera ci trova un po' più fitta la
stessa folla che dicemmo dianzi, ed a primo vedere non avverte nel suo
aspetto nessun notevole mutamento. Sono pur sempre quegli uomini, alti,
asciutti, eleganti e regalmente infiorati, se non che a guardar bene, la
loro compostezza apparisce ora più dovuta a sforzo volitivo che a grazia
naturale. Non stanno più eretti sulla persona ma impettiti, non ritti ma
impalati, le loro faccie hanno un'espressione violenta, si direbbe che
bevano con disgusto, costretti. Durano gran tempo inerti tra la folla
come in piena solitudine, ignari di quanto li circonda. Nessuno più
discorre, nemmeno sottovoce, col vicino. Quel luogo chiaro, pieno di
gente taciturna, è più sinistro delle nostre infime taverne.

Ricordo di essere entrato in compagnia di alcuni europei nel Bar
dell'_Hoffman house_ la notte delle elezioni dello Stato di New-York. I
due partiti che si contendevano il governo avevano posto il loro
quartier generale nei due alberghi quasi attigui della piazza: _Madison
square_. I democratici al _Fifth avenue hotel_, i repubblicani
all'_Hoffman house_. Tutta la sera la gran piazza era stata gremita di
popolo in attesa delle notizie elettorali che una specie di lanterna
magica rifletteva in caratteri cubitali sulla immensa parete nuda di un
teatro. Alternavano, ricordo, le notizie delle elezioni cogli annunzi
industriali: — Il tal candidato ebbe in Albany 10 mila voti. — E subito
dopo: — Se volete delle solide calze andate in Broadwai al tal numero. —
Ogni annuncio di voti era accolto, a seconda delle parti, da strida, da
clamori, da imprecazioni e da fischi. Entrammo nel Bar verso l'una dopo
la mezzanotte. C'era una tal ressa che tutti i presenti si puntellavano
a vicenda. Credevamo di trovarci l'eco delle recenti battaglie, dispute
e concioni, i soliti segni della concitazione pubblica. Era un silenzio
glaciale. Tutta gente in tuba, in soprabito nero, un fascio di milioni
se non pure di miliardi, ed un aspetto funereo che metteva freddo
nell'ossa. I repubblicani avevano vinto, eravamo fra i trionfatori.
Questi dunque gl'inni della vittoria? Sulle prime, nel pigia pigia
dell'entrata, noi stranieri ed ignari ci guardavamo ammirati di così
misurato contegno. Ma poi! Occhi smarriti ed imbambolati, labbra
cascanti, una rigidezza scomposta nei lineamenti, pallori inquietanti e
su tutti i visi l'unghiata formidabile del veleno.

L'ultimo giovedì del novembre si celebra negli Stati Uniti il
_Thanksgiving day_ (giorno della resa di grazie), la festa bandita ogni
anno dal Presidente dell'Unione, per ringraziare la Divinità dei beni
concessi nell'annata. Erano quel giorno in New-York gli studenti delle
due università di Yale e di Princeton, le più celebri d'America,
convenuti per una gran gara al pallone che aveva divisa in due parti
tutta quanta la città imperiale. Fino dalle prime ore della mattina, i
quartieri centrali, in luogo di mostrare là squallida nitidezza che è
attributo i giorni festivi di tutte le città americane, disertate dagli
abitanti, erano più del solito popolosi e chiassosi. Si leggeva su tutti
i visi una aspettazione gioconda e quella disposizione alla
dimestichezza comunicativa che i giovani portano con sè dappertutto ed
irradiano anche sulla gente matura. L'immensa metropoli pareva mutata in
piccola città universitaria, tanto si associava alla vita degli
studenti. Tutti i cittadini d'ogni età e d'ogni condizione, uomini e
donne, portavano o sui cappelli, o sul braccio, o alla cravatta, o
all'occhiello i colori di una delle due università, a seconda delle
simpatie e delle scommesse. Yale era gialla. Princeton azzurra. Davanti
le case, gli alberghi ed i clubs, immensi carozzoni scoperti, a quattro,
a sei cavalli, infiorati ed inghirlandati di giallo o d'azzurro le
ruote, i sedili, la groppa e la criniera, aspettavano le comitive
dirette al campo della gara. Le brigate degli studenti scorazzavano da
padrone tra la folla che si apriva plaudente ed augurante al loro
passaggio. Era una festa tutta gentilezza, dedicata al fiore della
gioventù americana.

La gara seguì, stupendo e ordinatissimo esercizio di forza e di
destrezza. La sera, le vie ed i teatri brulicavano di studenti, ma il
fiore d'America s'era avvizzito e spandeva odore d'acquavite.
Irrompevano a forza nei teatri e vi spadroneggiavano con durezza. Non vi
portavano il motteggiare delle nostre scolaresche in festa, le quali se
disturbano l'attenzione delle pacifiche platee, danno in compenso
spettacolo di salace giocondità, ma un tempestare assordante in nota
unica e continua, che esprimeva l'immobilità delle loro menti
intorpidite. Non sorrisi, nè risate. La loro prepotenza non attenuata da
nessuna grazia, pareva di soldatesca conquistatrice. Per le vie
barcollavano briachi di una ebrietà tenebrosa senza raggio di gaiezza. I
meno funerei stamburavano a voce, curando di camminare in misura, ma la
voce ed il passo erano affatto indipendenti l'uno dall'altra e si
accordavano solamente nel ribellarsi ognuno per suo conto al rudimentale
impulso volitivo ond'erano mossi. La voce rendeva suono di tamburo
allentato per funerali, un suono così scomposto e stentato che pareva
esprimere il delirio di un paralitico. Quale differenza dalle nostre
canzoni bacchiche briose ed audaci e dalla esaltazione sottile e verbosa
che sale al cervello dai nostri vini! Ed il passo! Un bimbo di tre anni
avrebbe stramazzato a terra il più vigoroso di quegli atleti. A tarda
notte molti giacevano come corpi morti, sui marciapiedi.

Questa brutalità di vizio appartiene in eguale misura alle classi ricche
ed alle povere, anzi tenuto conto della qualità delle bevande e del loro
potere innebriante il quale cresce in ragione inversa della bontà, si
può ritenere che sia maggiore in quelle che in queste. È noto che dai
clubs più fastosi, molti fastosissimi soci, poichè vi entrarono a piedi,
escono nelle ore piccine portati a braccia dai domestici, i quali li
cacciano in carrozza e giunti a casa li spogliano e li mettono in letto,
senza ch'essi diano segno alcuno di rinvenimento.

Io giudico che l'americano sia più amante dell'ebrietà che del bere. La
proposizione può parere paradossale, ma non è. Non mi avvenne mai di
vedere un americano, intendo degli alcoolisti, centellinare un
bicchierino di liquore e mostrare di assaporarne l'aroma. Si direbbe
anzi che al loro palato disgusti l'acredine alcoolica e che costretto
all'ufficio di imbuto esso si affretti a liberarsi dell'ingrata
sostanza. Essi non bevono, tracannano. A vederli accostare alle labbra
il calicino e versarlo di scatto, si capisce che la colonna liquida deve
piombare serrata nelle fauci senza diffondersi a toccare le papille.
L'atto non è infatti accompagnato da nessun segno di compiacenza. Cupi e
fissi bevitori essi giungono all'ebrietà senza passare per l'ebrezza. La
loro ebrietà non è una cima, è un pozzo; non vi salgono grado grado,
inconsapevoli: vi si avventano con deliberato proposito. Bisogna dire
che alle loro menti, pur tanto energiche e sempre affaticate dietro i
traffichi ed i guadagni, faccia difetto l'energia che sa comandare il
riposo e sospendere l'applicazione intellettuale. Da ciò il bisogno
violento di paralizzare con aiuti esteriori l'attività cerebrale. O
forse consci della invincibile seduzione alcoolica che tanto tanto li
trascinerebbe alle ultime cotte, nella loro impazienza delle sensazioni
estreme, amano a risparmio di tempo, arrivarci di un colpo. È la stessa
sessualità grossa che ho già notato altra volta e che si palesa per
mille vie, sdegnosa delle delicatezze indugiatrici, amante di quanto è
enorme ed eccessivo.



CAPITOLO V.

Un'intervista. — Divagazioni. — Altre interviste.


Appena ebbi messo piede in New-York, il direttore di teatro che mi aveva
chiamato in America, mi fece avvertito che la sera stessa sarebbero
venuti ad intervistarmi i redattori teatrali dei maggiori giornali. Già
al mio passaggio in Parigi un corrispondente del _N. Y. Herald_, mi
aveva minutamente richiesto di notizie biografiche e del mio modo di
pensare intorno al teatro moderno. Richiesto, sul secondo punto, non con
domande categoriche, ma per via di una conversazione ch'egli dirigeva
con grazia volubile ed esperta, mettendoci molto del suo e mostrandosi
colto ed arguto conoscitore della letteratura drammatica d'ogni paese.
Mi era rimasto di quel colloquio una impressione graditissima,
quantunque mi fossi più volte accorto di non farci la prima figura,
perchè dell'arte, chi la pratica, non sa parlare con quella larghezza
generalizzatrice che riesce tanto bene a quelli che la considerano fuori
di sè e sono avvezzi a classificarne i modi e le tendenze.

Mi era sopratutto piaciuto il fare sciolto e spregiudicato di
quell'americano che per lunga abitudine aveva preso dai parigini la
prontezza delle sintesi sentenziose nelle quali però, a differenza dei
francesi, non si rinchiudeva, ma che andava invece enunciando con un
accento leggermente canzonatorio, adoperandole come una sorta di
linguaggio abbreviativo da doversi usare ed intendere con molte
restrizioni mentali. Nel suo ragionare e nell'uso che faceva della
copiosa e diversa coltura, c'era una gioviale ironia, e nei suoi
giudizi, sotto la veste dei modi condiscendenti, quasi uno smalto di
generale irriverenza. Non che fosse irriverente a parole, ma si capiva
che nessun nome, per quanto glorioso, lo abbagliasse, e come anche
rispetto alle opere più celebrate e che egli stesso lodava in più larga
misura, la sua ammirazione fosse sempre vigilante e veggente. E di ciò
pareva contento ed inorgoglito.

La cecità ammirativa, da non confondersi colla ostinazione orgogliosa e
coll'esclusivismo settario, è una gioia generosa conceduta a pochi; essa
appartiene agli spiriti contemplativi, solitari, amanti del sacro eroico
silenzio, come lo chiama il Carlyle, e non agli industri spiriti
stimolati ed indoloriti dal continuo contatto colle moltitudini. Ho
trovato di poi negli Stati Uniti, nei non pochi uomini di molta e varia
coltura che mi avvenne di avvicinare, una grande affinità d'ingegno col
mio intervistatore parigino. Quanta originalità nel giudicare le cose
dell'arte e della vita! E a differenza della gran maggioranza dei loro
concittadini, quanta arguzia, quanta inattesa e delicata tenuità nelle
loro osservazioni! Una tenuità non frivola e non superficiale, fatta di
acume penetrante e non so quale freddezza astinente. Una ironia diffusa
su tutte le cose, uno spirito d'esame tranquillo ed inesorabile, una
facondia precisa e gioviale, una leggera diffidenza reticente più spesso
tradita dall'occhio e dalle pause che dalla parola, danno ai loro
discorsi un sapore intellettuale veramente gustoso. Parlo, s'intende,
degli uomini colti oltre il comune, in qual sia ramo di coltura e dati
alle applicazioni scientifiche e letterarie, delle quali non fanno
nessunissima mostra, scevri come sono di quel fare professionale o
professorale, che un poco anche presso di noi e più in Francia ed in
Germania, tradisce il carattere e si mostra al tema dei discorsi, al
frasario, al tono, all'accento, al gesto e perfino al vestire. Quanti
conobbi in America, letterati e scienziati, tutti mi parvero gente del
comun vivere, colla quale, a non conoscerla, potreste discorrere più ore
e più giorni senza nemmeno sospettarne le occupazioni e la notorietà.

Ricordo una sera deliziosa passata all'_Italian Home_ (Istituto italiano
di beneficenza), in New-York. A questa benefica istituzione assiste
gratuitamente un collegio medico italiano assai numeroso, al quale nei
casi gravi e complicati, soccorre con volonteroso e gratuito concorso un
collegio consultivo composto delle più celebrate sommità cliniche della
metropoli. Ogni anno i fondatori, i direttori ed il collegio medico
dell'_Italian Home_, offrono ai professori americani componenti il
collegio consultivo, un modesto e cordiale ricevimento nelle sale a
terreno dell'Istituto. Il ricevimento termina in cena e la cena in
discorsi. Ma questi non sono, come avviene di solito presso di noi,
compassati, solenni e retorici, bensì sciolti, arguti, conversanti e
piacevoli oltre ogni dire. La sera ch'io assistetti alla bellissima
festa, al primo saluto e benvenuto officiale di un direttore italiano,
risposero uno dopo l'altro quasi tutti i convitati americani. Non mi
avvenne mai di notare a banchetti europei una così generale prontezza,
chiarezza, precisione e semplicità di parola.

Presso di noi la facoltà di esprimersi in pubblico in modo dilettevole è
tanto rara che attribuisce a chi la possiede una speciale ed invidiata
notorietà. In America essa è si può dire universale fondamento del
vivere sociale. Le prime scuole la sviluppano e l'educano nei fanciulli
con frequenti esercizi di esposizione orale e di letture ad alta voce.
Presso di noi, la vita pubblica considerata nella sua azione
comunicativa e persuasiva è privilegio di pochi e prende ben presto una
veste professionale. In America essa è di tutti ed è esercitata di
continuo, non ostante la differenza delle condizioni, in una perfetta e
reale eguaglianza di diritti e di relazioni. La molteplicità degli
uffici elettivi, la critica liberissima di tutti i poteri, le
formidabili concorrenze che inducono formidabili associazioni di forze
continuamente scosse e rinnovate, il bisogno continuo di attirare
l'attenzione dei più e di accaparrarsene il consenso fanno della parola
persuasiva e del ragionare chiaro e ponderoso, un istrumento
indispensabile di riuscita in ogni ramo dell'attività umana. Perciò ivi
l'azione non va scompagnata dalla parola ed anzi la parola è principio,
modo e spesso argomento di azione.

Nei paesi dove il parlare in pubblico è di pochi, gli oratori sono
tenuti in pregio più per le qualità formali che per le sostanziali. La
facilità, la continuità imperterrita, l'abbondanza dell'eloquio e
perfino la rotondità enfatica del fraseggiare, meravigliano gli
ascoltatori incapaci di mettere insieme in pubblico quattro proposizioni
continuate. Noi siamo facilmente indotti ad ammirare quello che non
sapremmo fare, per il solo fatto di non lo saper fare. Quante volte non
ci avviene, nelle assemblee, nei circoli, ai banchetti, ascoltando un
facile oratore, di sussurrare nell'orecchio di un vicino fidato: come
parla bene quell'imbecille! E in fondo in fondo, ed in quel momento, la
proposizione contiene più elogio che censura. Non voglio già dire che in
America il numero degli imbecilli sia minore che in casa nostra: certo è
maggiore quello degli imbecilli che parlano bene, ma perchè il parlar
bene è qualità comunissima, nessuno li loda di ciò che ognuno saprebbe
fare al pari di essi.

Eliminata per lunga abitudine la preoccupazione della parola, la
concentrazione intellettuale è intesa tutta al pensare, all'argomentare.
In generale, la facondia degli americani non è un'arte, è uno strumento;
essa è assai più dialettica che oratoria. Non mancano neanche là, gli
oratori sbracciati, pomposi, reboanti e congestionati. Mi parrebbe
ingratitudine non menzionarne uno che fra le innumerevoli eccentricità
ond'ebbe fama in quel paese dove gli uomini eccentrici si contano a
migliaia, possiede anche quella di essere amantissimo dell'Italia. Dico
possiede, ma non so s'egli viva ancora. Io lo conobbi vecchio ed ho come
una oscura reminiscenza d'aver letto che è poco, la notizia della sua
morte. Nel dubbio mi è caro darlo per vivo, tanto più che al mondo non
vive certo il compagno. Mister Francis Train, geografo, come egli scrive
nelle sue carte di visita, ha fatto tre volte il giro della terra, il
tempo in cui non che in ottanta giorni, non lo si compiva a suo modo in
ottanta settimane. Fu una volta candidato alla presidenza degli Stati
Uniti, è creatore di città, scopritore di terre, fondatore di religioni
e profeta. Ha, dice un suo manifesto, il cervello di venti uomini,
l'energia di cento, il magnetismo di un Dio. Lo stesso manifesto enumera
le azioni pratiche e positive ch'egli ha compiute. «Legò insieme i
continenti, colla prima linea di piroscafi fra Boston e Liverpool e fra
San Francisco e l'Australia. Inaugurò il sistema delle tramvie in
Londra. Diede all'America la prima linea ferroviaria fra l'Atlantico ed
il Pacifico. Aprì alla civiltà milioni di acri del più fertile verde
tappeto di Dio e dove scorazzavano tribù selvaggie, insediò popoli
operosi e civili.» Visse dieci anni in volontario silenzio, nel Central
Park di New-York, vestito di bianco, mite e carezzevole ai fanciulli ed
agli animali, non avverso agli adulti, ma ricusando con essi ogni sorta
di commercio e di contatto. La gente accorreva a vederlo ad ogni ora del
giorno passeggiare lungo i viali o sedere sull'erba, solitario,
pensieroso, muto e sorridente. Vecchio, fece ritorno alle vie popolose,
riprese la vita frammezzo alle genti e si diede a prediche e conferenze
morali, sociologiche, scientifiche, umanitarie, ma rifatto inesauribile
discorritore, una sua religione gli inibisce di toccare mai corpo umano,
e di essere toccato. Di questa sua astensione, che non è ripugnanza, non
dà avviso nè motivo. Quando io lo conobbi e gli porsi la mano, egli
portò con rapido moto le sue due mani dietro la schiena ed alla mia
meraviglia non rispose altrimenti che con un sorriso illuminato di bontà
e di cortesia. Parla, a credergli, tutte le lingue ed i dialetti del
genere umano, e non parla ch'io sappia, ma intende tutte le lingue degli
uccelli. I suoi ritratti giovanili, arieggiano, ma con più energiche
fattezze, quelle di Giuseppe Giusti; vecchio, ricorda il buon Pietro
Cossa, se non che i bianchi baffi incerati, il vestire sportivo e
l'immancabile e vistoso ciuffo di fiori all'occhiello gli danno, e Dio
sa che non gli conviene, un'aria posticcia di seduttore impenitente.

Questo meraviglioso uomo è, astrazion fatta dal senso dei suoi discorsi,
il più grande oratore ch'io abbia mai inteso e ch'io possa imaginare; un
magico vocalizzatore di suoni articolati, di accenti, di inflessioni
espressive, sostenute e fatte più intense da magnifici gesti, da
accensioni fulminanti e da carezzevoli soavità dello sguardo, dalla
mobilità dei lineamenti, da subitanei pallori e rossori, da pause
intenzionali, da sorrisi maliziosi, da un lume d'anima effuso su tutta
la persona. Un sordo a vederlo parlare, un cieco a sentirlo,
intenderebbero del suo discorso quanto ne intendono quelli che ci vedono
e ci sentono, e la conoscenza della lingua diventa in tanta
magniloquenza di suoni, un mezzo d'intendimento affatto superfluo. Io
pensai più volte che se il Poë lo avesse inteso, ne avrebbe tratto uno
dei suoi più misteriosi racconti. È un demoniaco dell'oratoria. Non c'è
ascoltatore così refrattario che gli resista, non c'è così acuto spirito
che lo segua. È vuoto il suo discorso o troppo pieno? A sentirlo viene
fatto di domandarsi se egli non dica forse troppe più cose e più alte di
quante la nostra mente possa concepire e contenere. Quando è invasato e
arroventato dal démone, egli coglie i nessi fra qualità ed essenze
disparatissime e trova ed esprime analogie che a nessuno avvenne mai di
avvertire. Il fondamento dell'ideazione non consiste forse
nell'afferrare le relazioni delle cose? Ed il migliore ideatore, non è
forse quello che scopre le più remote ed in apparenza inafferrabili? La
parola: «assurdo» non ha valore permanente fuorchè nelle matematiche
pure; fuori di queste essa esprime solamente il grado attuale della
nostra ignoranza. A tale stregua tutti gli ascoltatori di Francis Train
non possono a meno di riconoscersi grossamente ignoranti in tutte le
cose umane e divine. Ma non sarebbe giusto farne carico proprio a lui,
che solo forse, ci vede addentro e lontano. D'altronde fino a che dura
il turbine delle sue parole, chi lo ascolta, sale con lui oltre i miseri
termini del ragionevole e del razionale. Il moto vorticoso ch'egli
induce nel nostro intelletto sembra spiazzare un lume non mai prima
raggiato sull'universo sensibile e sull'ultrasensibile. Peccato che sia
lume fatuo più presto svanito che balenato. Chi dura al suo discorso
prova una deliziosa crescente sensazione di leggierezza volante. Si
direbbe che gittate via come inutile ingombro tutte le nozioni positive
e con esse la ragione, l'esperienza, la sensazione delle cose reali, il
senso pratico ed il senso comune, la mente vuota e quasi imbiancata a
nuovo, possa finalmente compiere la sua naturale funzione, accogliendo e
rimulinando un pulviscolo caotico d'idee.

Oratori energumeni hanno pure in America le società di propaganda
religiosa, fuori delle confessioni universalmente riconosciute e quelle
di propaganda igienico-morali intese a diffondere l'uso dei cibi
vegetali ed a combattere l'alcoolismo. Ma la loro grossa e plateale
verbosità si riscontra tanto spesso, benchè con diverse applicazioni in
Europa, che proprio non torna il conto di parlarne. Quel buono e
pudibondo santone di Francis Train mi ha allontanato dal cenacolo
dell'_Italian Home_, dove forse qualche psichiatra avrebbe fatto al suo
caso, ma bisognava pure parlare anche di lui, perchè è altrettanto
insolito all'Europa il suo sproloquio a grande orchestra, quando vi è
insolita l'arguzia penetrante e casalinga dei dottori miei commensali.

I francesi possiedono per lunga tradizione accademica e mondana una
facondia misurata ed incisiva, che li rende gustosissimi parlatori a
commemorazioni, a cerimonie inaugurali, a dissertazioni letterarie ed a
discorsi in fine di tavola. Ma le loro improvvisazioni hanno sempre un
leggiero sapore di formulario e perfino la grazia vi è spesso metodica.
Finchè discorrono da stare a sedere ed a mezza voce, il loro fraseggiare
ha la schietta fragranza dell'impensato e dell'inatteso: ma non appena
sorgono in piedi ed elevano il tono vocale, il loro _eloquio_, anche se
estemporaneo, tradisce le reminiscenze letterarie e si informa _ai buoni
modelli_.

Già in generale tutti quanti abbiamo più spirito a bassa che ad alta
voce, e seduti che in piedi, e l'originalità degli americani di cui sto
parlando, consiste appunto nel non fare differenza nessuna dal
conversare alternato in crocchio, al parlare solo e ritto ad ascoltatori
seduti ed attenti. Li vedo ancora e mi par di sentirli gli oratori
propizianti alla cena dell'_Italian Home_. Si alzavano risoluti,
mettevano le mani in saccoccia come per inibirsi ogni gesto e prendevano
a discorrere dondolandosi leggermente sulle gambe. La varietà del loro
accento non erano mai di accrescimento tonico, ma di attenuazioni. Fino
dalle prime parole si capiva che le idee si porgevano loro nette e
chiare, perchè sono nette e chiare la loro mente e le loro nozioni, ma
affatto impreparate così rispetto all'ordine come rispetto
all'espressione. Nessuno mai di quegli artifizi sviatori che piegano il
discorso verso una arguzia preconcetta. L'arguzia usciva dal naturale
svolgimento del pensiero spontanea e necessaria ma schioppettante in
motti, ma connaturata coll'idea, e circolante, come sangue vivace, per
tutte le membra del discorso. Ogni oratore, tranne il primo, prendeva lo
spunto da qualche proposizione dell'oratore precedente, per modo che
correva dall'uno all'altro una concatenazione di argomenti, cui davano
varietà e rilievo le osservazioni individuali. Come nelle nostre
campagne usano alle merende mandare in giro, d'uno in altro commensale
la coppa colma del vino paesano, così andava in giro a quella cena,
quasi una coppa colma d'idee, dove ognuno pescava quelle più confacenti
alla sua indole e le tingeva poi del proprio colore.

Questo procedimento, dà alla serie dei discorsi un piccante carattere di
giostra intellettuale e rimuove la possibilità ed il sospetto delle
improvvisazioni mandate a memoria. L'uditore assiste per così dire al
lavorìo mentale onde ognuno dalle idee che gli sono proposte, è
costretto a trarre di subito il migliore partito. Le idee già ordinate e
formulate nella nostra mente, non hanno altro organo espressivo che la
parola, mentre invece quelle che vi si vanno ordinando e formulando
associano a sè tutto l'essere nostro, ragiano dallo sguardo, illuminano
il sorriso, ed esitando brevemente nella urgente ricerca del vocabolo
istesso una intensità ed una precisione singolare di significati. Fra i
godimenti intellettuali nessuno è più delicato e vibrante del vedere
nella mente degli altri l'idea affacciarsi, misurare il campo che le è
concesso e poi affidarsi con giovanile baldanza alla parola. Nei
discorsi premeditati le giunture delle idee sono ad arte levigate e rese
invisibili. Ma come nei tram elettrici, l'asta che deriva la forza
scorrendo liscia sul filo conduttore, quando intoppa nei giunti del
filo, ne fa sprizzare una scintilla, così nel pensare e nel parlare
veramente estemporaneo avviene che ad ogni nuovo incontro d'idee, la
proposizione già avviata riceva quasi una scossa che balena nell'occhio
e trema nella voce dell'oratore. E allora la compiacenza del nuovo
sussidio e l'energia intesa a giovarsene si palesano in lui a mille
segni accrescitori ed anticipatori della parola.

Ma questi sono pregi universali del parlare improvvisato, che si
riscontrano in tutti i paesi della terra; mi sono lasciato andare a
notarli discorrendo di oratori americani, perchè in America non mi
avvenne di sentirne pur uno, e ne intesi molti, che non mostrasse ad
indubbi segni una schietta e fresca estemporaneità di parola.
Caratteristico mi parve invece in essi, il modo di quella loro
incredulità cui ho accennato fin da principio. Ma la parola incredulità
dice troppo o poco. Meglio che incredulità attuale, vorrei chiamarla:
previsione generica di doversi un giorno ricredere su tutte le cose
attualmente credute. Non si tratta di uno scetticismo che attenui in
essi il consenso e la fede in quanto è oggi tenuto in conto di verità,
no; la verità attuale, rifletta essa le scienze sperimentali o le
politiche, od i modi artistici e letterari (lascio da parte la
metafisica perchè non mi occorse mai di parlarne), la verità attuale
prende nelle loro menti un carattere di tranquilla certezza e le move a
praticarla con sicura energia. Solo sanno, che la verità d'oggi, non è
quella di ieri e non sarà quella di domani, quantunque destinata a
cedere il posto ad una successiva. Alle prime questo pare un linguaggio
anfibologico, ma non è. Non è indifferente pensare che lo spirito umano
proceda per via di successive verità, piuttosto che di successivi
errori. In sostanza la cosa viene a dire che i concetti di verità e di
errore non sono assoluti, ma relativi e negli effetti pratici se ne
induce la conclusione che ognuno deve aver fede nel tempo in cui vive e
prenderlo sul serio ed agire in esso con sicurezza. Ogni verità anche se
transitoria è una forza. I dubitosi non producono bene perchè agiscono
tepidamente. Chi crede che l'azione che egli va compiendo corrisponda al
vero, ci spende attorno la massima somma di energia ed opera senza
esitazioni e senza mollezze. D'altra parte il sapere che il vero non è
eterno nè immutabile, rimove il pericolo degli acciecamenti ostinati e
dell'intolleranza. E perchè la sicurezza è rasserenante e giocondatrice,
quegli spiriti hanno una gaia contentezza del presente ed una gaia
aspettazione del futuro e la loro ironia, scevra affatto di amarezza, si
esercita tanto a spese delle fedi immobili, quanto del dubbio
permanente.

In un punto poi l'ironia di quegli elettissimi fra gli americani, mi
parve singolarmente gustosa. Nella consapevolezza che essi hanno del
concetto in cui noi europei li teniamo, e nel bonario compatimento che
ne fanno. Qui proprio, ho trovato nel loro spirito il segno di una
tranquilla e signorile superiorità ed ho provato più volte al loro
cospetto quella mortificazione che si prova nel riconoscere d'aver male
giudicato di una persona che non si risente del nostro giudizio, ed anzi
con pacata saggezza, se lo spiega e lo perdona.

Un certo, non dirò maligno, ma arguto piacere lo provano a metterci in
discorsi d'arte, nei quali sanno che presumiamo di noi in modo eccessivo
come di cosa che ci appartenga. Ci danno corda, ci stimolano con ingenue
domande e con sorrisi di compiacenza; non vorrei che non si dilettino
del nostro discorso, ma più si dilettano di vederci mordere all'amo e
tener cattedra aperta. È così facile cascarci, anche gli uomini meno
verbosi e meno presuntuosi, viene così naturale a chi si trova in paesi
lontani, di soddisfare minutamente alle curiosità che i forestieri hanno
del nostro paese, e si obbedisce ciò facendo ad un sentimento, dove
entrano in dose tanto eguale, la vanità patria e la cortesia, se pure
quest'ultima non prevale, che proprio c'è poco merito a tendere la
trappola ed a far presa. Ma bisogna anche dire che i trappolatori
mostrano del piccolo e facile trionfo, una compiacenza così misurata e
deferente e la mostrano a così tenui segni, che non c'è modo, anche chi
se n'accorge, d'aversene a male. Tanto più che in fondo, di quella
curiosità e di quella malizia, c'è il riconoscimento di una nostra
singolare perizia e quasi la confessione di una loro inferiorità. Questo
è certo ad ogni modo, che se ai nostri discorsi d'arte fanno la tara,
dimostrano però colla pratica verso la produzione artistica europea, una
predilezione che li rende spesso ingiusti a quella del loro paese. Ho
notato, con molta maraviglia, anche in persone coltissime, una
inesplicabile indifferenza rispetto alla loro arte nazionale, della
quale ignorano o poco apprezzano, gli stessi più celebrati prodotti a
noi ben noti, mentre conoscono ed esaltano molti europei di pari valore.

Il Pöe ed il Bret Harte hanno più larga fama in Europa che in America, e
vi sono assai più stimati. Gente che conosce ed ammira il _Père Goriot_,
les _Contes Drolatiques_, _Consuelo_ e _Lelia_, non serba nessuna
memoria del _Corvo_, dello _Scarabeo d'oro_, del _Romanzo della Mummia_
e degli indimenticabili _Racconti Californesi_. Ciò fa assai più
meraviglia degli ammiratori del Balzac e della Sand che di quelli
dell'Ohnet e del Gaboriau. Che la gente di palato grosso, prediliga i
cibi grossolani e non curi dei delicati, si capisce, ma non riesco a
concepire come gli americani colti e riflessivi possano tenere in poco
pregio le opere squisite e sincerissime del Pöe e del Bret Harte, solo
perchè non provengono d'oltre oceano, ma sono nate e fiorite nel loro
paese.

Nelle classi poi di media coltura, questo esotismo letterario ed
artistico, è davvero stupefacente. Gli uomini eleganti, gli uomini
d'affari anche se politi e curiosi a sfoggio di raffinatezze, di ogni
cosa appartenente all'arte, si mostrano rispetto alla importazione
artistica europea, creduli e magnificanti oltre misura. I nomi che in
alcun modo ottennero fama di qua dell'Atlantico e giunsero a risonare
anche di là, vi sono profferiti con accento di sacro ossequio e
magnificati senza far differenza di qualità nè di gradi. Si discorra di
una celebre mima, di un trasformista di caffè concerto o di Vittor Hugo,
di Giuseppe Verdi o di Alessandro Dumas, sono le identiche esclamazioni
ammirative. E l'ammirazione per questi ultimi è affatto indipendente
dalla conoscenza, nemmeno nominale, delle opere loro. Anche di queste
conoscono, se non altro il titolo, ma non saprebbero a chi attribuirle.
Ho inteso molte persone di conto e perfino dei giornalisti adibiti alla
cronaca ed alla critica teatrale, esaltare il Dumas ed il Sardou e la
_Signora dalle Camelie_ e la _Tosca_, ignorando che quelli ne fossero
gli autori. La _Signora dalle Camelie_, sia detto fra parentesi, non è
nota in America sotto il suo vero titolo. Il pubblico ed il manifesto la
chiamano: _Camille_. Il fiore caro a Margherita Gauthier suona in
inglese _Camellia_. Camille non designa dunque il fiore: e non la
protagonista che seguita a chiamarsi Margherita. Perchè quel titolo? E
come avvenne che il pubblico non cercò mai le sue relazioni col dramma?
E non trovandole, come avviene che se ne appaghi? Ho inteso dire che lo
stesso segue anche a Londra. Singolare vicenda del dramma più popolare
del nostro secolo! Oramai nei teatri della razza anglo-sassone, che sono
circa la metà dei teatri del mondo, il nome Camille è legato per sempre
ad una nazione drammatica colla quale non ha nulla ha che fare. Un segno
grafico, un numero, le converrebbero del pari: il titolo è diventato una
mera designazione convenzionale.

Ma ben altro argomento di maraviglia mi furono le rappresentazioni
teatrali in lingua francese cui assistetti negli Stati Uniti. E devo
dire che anche a ripensarci dopo che il tempo e la riflessione mi hanno
fatto capace di tante cose sulle prime inesplicabili, non mi riesce di
darmene ragione. Come mai le famose attrici europee, quali la Sarah
Bernhard e la Duse, possano conseguire in America quel costante,
universale e fruttifero consenso di pubblico che ve le richiama tanto
spesso con immancabile fortuna. Gli americani non sono poliglotti. Al
più le numerose colonie tedesche primeggianti in alcuni Stati del
centro, conoscono e parlano colla propria anche la lingua inglese. Ma la
francese vi è in scarso uso ed in più scarso l'italiana, se ne togliamo
le numerose schiere operaie che non frequentano di certo i teatri a caro
prezzo. E quei rari americani che studiarono il francese e quei
rarissimi che studiarono l'italiano, ne appresero bensì le forme
grammaticali ed impararono a leggere stentatamente qualche libro dallo
stile piano e scorrevole, ma non riescono a parlarlo nè ad intenderlo
parlato. Al mio primo giungere in America, io masticavo a mala pena
qualche parola d'inglese; sempre quando, mi occorreva di conversare con
un americano, lanciavo invariabilmente questa domanda iniziale:

— _Do you speak French sir?_

Di venti volte, diciannove mi sentivo rispondere un: _Ohh noo_, con
tante _h_ all'Oh e tante _o_ al No, da centuplicare la negazione. Quando
capitava la ventesima che mi ribatteva un _yes sir_ (timido, per vero),
io mi ringalluzzivo tutto e mi disponevo a versare sul malcapitato fiumi
di parole, per risarcirmi della parsimonia verbale usata cogli altri. Ma
fin dalle prime, seguiva che il mio interlocutore non interloquisse o lo
facesse con sì penoso sforzo mentale, labiale e gutturale che mi metteva
in pensiero della sua salute. Ed il francese mozzicato che esalava dalla
sua bocca contratta ed a lungo spalancata, mi tornava assai meno
comprensibile che non l'inglese arrotondato di quegli altri, onde gli
proponevo a modo di amichevole componimento che egli parlasse inglese ed
io avrei parlato francese. Ma sì! Il mio francese, e non per mia colpa
ve lo assicuro, riusciva a lui tanto ostico quanto a me il suo e più
ostico assai del poco inglese suggeritomi dagli antichi studi interrotti
e dai recenti frettolosi. Prova e riprova si finiva là dove s'avrebbe
dovuto cominciare, coll'intenderci male nella lingua del paese, quando
pure non si seguitava a non intenderci affatto, e qui il torto era mio
perchè paese che vai lingua che trovi.

Dico dunque che il pubblico americano non intende verbo alle lingue che
la Bernhardt e la Duse parlano e cantano in modo tanto delizioso. Della
Duse questo segue benchè in minore proporzioni anche in Europa, quando
viaggia e recita in Germania, in Russia, in Francia ed in Inghilterra;
ed anche alla Bernhardt è somma grazia se, dalla Russia e forse
dall'Italia in fuori, di mille spettatori, cinquecento intendono a modo
tutte le sue parole. Ma qui esse portano intorno commedie e drammi già
noti in ogni città per via di traduzioni cento volte rappresentate dagli
attori locali. Il pubblico che sa la commedia e ne ricorda i punti
salienti può seguire e gustare la interpretazione dell'attrice, s'anco
questa parli una lingua ch'esso non conosce o poco.

In America, la Bernhardt ad ogni nuovo giro suol portare uno o più
drammi nuovi ed il repertorio della Duse, salvo la _Signora delle
Camelie_, vi era, quando essa vi andò la prima volta, affatto
sconosciuto e si può ben dire che sconosciuto rimane. Come fa il
pubblico a seguire l'azione scenica, a misurare l'efficacia espressiva
dell'attrice, a coordinarla ai movimenti drammatici? Gli impresari
curano che insieme col biglietto d'ingresso ogni spettatore riceva,
mediante un prezzo supplementare, un sunto della commedia o del dramma,
esposto in forma narrativa colla divisione in atti ed in scene. Ma
questo è per lo più redatto bestialmente in modo inintelligibile. Di
tutte le scene dove la protagonista non interviene, l'esposizione è
scarna ed arruffata; di quelle dove essa primeggia, son minuziosamente
descritti, non i movimenti intrinseci, ma i modi interpretativi
dell'attrice ai quali è profuso lo sproloquio laudativo proprio degli
infimi giornali teatrali. Vi si legge ad esempio: «Qui la Tosca (o
Cleopatra o Giovanna d'Arco che si voglia) fa quel famoso gesto, esce in
quel celebrato scatto di voce, cade, sorge, traversa il palco scenico
nel tal modo, col tale atteggiamento che mossero il pubblico europeo ad
irrefrenabili applausi e furono lodati dai sommi oracoli della critica
parigina.» Ma il perchè di quel gesto, di quel grido, di quella caduta e
di quella mossa, non è detto, nè accennato, nè dalla confusa narrazione
del soggetto si potrebbe altrimenti indovinare.

Ho assistito in una piccola città di cui non ricordo il nome, tra
Cincinnati ed i laghi centrali, ad una stupefacente rappresentazione
della _Tosca_ in lingua francese. Una città nata appena, anzi sul primo
nascere, e nata e nascente, non da un nucleo centrale che vada via via
allargandosi e sviluppandosi e salendo di villaggio in borgata e di
borgata in città, ma invece a pezzetti sparsi ed interi, frammezzati
anche nei quartieri centrali da larghe distese di terreni coltivi. Uno
schietto prodotto americano ultra incivilito ed ultra primitivo: un
tratto di via sontuosa con palazzoni mirabolanti e botteghe
metropolitane e tram e telefoni, poi un campo seminato oltre il quale la
via ripigliava imperterrita le sue urbane gradigie. Sotto le finestre
del mio fastoso albergo una banda di pellirossi cenciosi, pennuti e
magnifici suonava delle arie di operette. Dietro le invetriate del
_Window_ sporgenti si vedevano rosicchiar confetti le stesse eleganti
signore che oziano in quotidiana mostra dietro le verande di New-York e
di Chicago. Per le vie passano attillati nel soprabito a doppio petto e
col cappello a staio, uomini membruti capaci di spezzare uno scudo coi
denti e colle dita e di sollevare un peso di cinque quintali. Una
processione massonica spiegava al vento stendardi e labari a immagini
simboliche e sfoggiava sul petto degli iconoclasti repubblicani croci e
medaglie da disgradarne i diplomatici peruviani delle farse. Un numeroso
stato maggiore di generali in grande parata, con elmi a pennacchio,
spallini ed alamari d'oro lucente, sbatacchiando lunghi e curvi
sciaboloni e soffiando come mantici entro inverosimili trombe dorate,
precedeva un'insegna dove era magnificato non so quale estratto di carne
della ditta _X, Y and Company_. Da tutti gli aspetti, da tutte le
azioni, da tutti i suoni, si rivelava nella sua macchinosa impazienza
l'America milionaria, brutale ed incompiuta.

La compagnia della Sarah Bernhardt vi dava una recita sola. Giunta sul
mezzodì da Cincinnati, doveva ripartire per Détroit in treno speciale,
non appena terminato lo spettacolo. Ho fatto anch'io durante quindici
giorni quella vita di zingaro principesco. Accompagnavo la compagnia per
assistere alle prove di un mio dramma. Si viaggiava dalla mezzanotte
fino a giorno inoltrato, a volte fino al mezzodì. La Bernhardt colla
famiglia, aveva un vagone regale con due o tre cabine, un salone, una
cucina ed un delizioso terrazzino a invetriate. M.r Abbey l'impresario
occupava un altro vagone poco dissimile, del quale cedeva a me un
minuscolo quartierino composto di una cameretta col suo bravo letto, di
uno studiolo e di un gabinetto di toelette. Al resto della compagnia
erano dati due vagoni Pullman. Quando si dimorava due giorni nella
stessa città il convoglio fermo in stazione su qualche binario appartato
era il nostro albergo. Al primo giungere si correva in teatro per le
prove: lo spettacolo cominciava alle otto di sera e terminava verso le
undici.

Quella sera dunque, gli attori stavano vestendosi per la _Tosca_, quando
l'impresario venne ad avvertire si sollecitasse la recita dovendosi
partire alle undici precise. Bisognava quindi che lo spettacolo
terminasse poco dopo le dieci. Cominciare subito non si poteva perchè
ancora mancava il pubblico, gli intermezzi bastavano a stento ai
mutamenti di scena e di arredi; unico rimedio sfrondare il dramma senza
pietà, cucire insieme a dispetto del senso artistico e letterale tutte
le scene dove interviene la protagonista, menar di forbici in tutte le
altre e parecchie sopprimerle addirittura. A queste amputazioni i
comici, i suggeritori ed i _régisseurs_ hanno una grande destrezza e
sono parati ad ogni momento. Ci si piega di mala voglia la Sarah
Bernhardt, dotata com'è di una rigorosa coscienza artistica e
rispettosissima del testo letterario. Ma questa volta l'urgenza
imperiosa ne vinse gli scrupoli ed anzi il disgusto dello sconcio
inevitabile, la indusse in una rabbia demolitrice che non conobbe più
freno nè legge. Poichè profanazione doveva essere, avesse almeno una
artistica enormezza. Così una virago poichè vide la sua casa demolita da
una banda di facinorosi, impotente alla difesa, nel furore disperato
mette di sue mani il fuoco alle travi perchè meno duri l'orrore della
distruzione.

Non posso ridire lo scempio che si fece di quella povera _Tosca_. Gli
atti erano presi d'assalto come una fortezza smantellata e da ogni parte
rovinavano come massi smossi o come tese di muraglie rovesciate, brani
di dialogo e scene intere. I personaggi scorazzavano pazzi attraverso un
dramma insensato. A mezzo d'una scena, per saltare di un colpo nella
successiva se il personaggio che vi doveva agire non era presente, uno
degli attori che stavano recitando, si faceva sulle quinte e lo chiamava
per nome ad alta voce. E quello accorreva ed usciva a casaccio in un
dialogo improvvisato a soggetto, finchè non gli riuscisse di afferrare
un capo del filo drammatico mille volte spezzato e mille volte
riannodato a nodi grossi e lenti. Io stavo in poltrona godendomi il
delirio frenetico dei comici e più la bevuta larga degli spettatori.
Quando fummo alla scena famosa della tortura, dove la Tosca smania ed
urla alle grida ed ai gemiti del suo Mario, la Bernhardt dimenandosi e
contorcendosi come un'ossesso, in luogo di profferire le parole
angosciose del testo, prese a nominare strepitando i personaggi del mio
dramma, finito di provare poco innanzi che cominciasse la recita.
Dovetti fuggire per non smascellarmi dalle risa, mentre il pubblico
rapito e commosso non si ristava dagli applausi e dalle acclamazioni. E
tutti quanti, tenevano in mano e leggevano negli intermezzi il loro
bravo sunto sceneggiato nel quale non era cosa che discordasse
dall'azione che andava scatenandosi sul palcoscenico, e concordavano
invece nella assoluta e fondamentale assurdità dell'uno e dell'altra.

S'intende bene che un tale massacro artistico non potrebbe impunemente
seguire nelle grandi città colte e civili dove i teatri accolgono
insieme col grosso dell'indigena, anche il fiore della popolazione
forestiera ed i pochissimi americani poliglotti. New-York, Boston,
Filadelfia e più ancora Washington, mandano alla prima rappresentazione
di un dramma francese, un pubblico intenditore ed esigente. Ma alle
seconde e alle successive occorre il sussidio della traccia riassuntiva
che fa incomprensibile a tutti quello che era solamente incompreso dai
più.

Un vago sospetto di queste cose ce l'avevo innanzi di recarmi in
America. A bordo poi della _Bretagne_ m'era venuto per le mani uno di
quei sunti, quello appunto della _Tosca_ e n'ero rimasto atterrito. Non
appena l'impresario m'ebbe annunziato le interviste di tanti redattori
teatrali, pensai tosto di giovarmene, interrogandoli a mia volta, ed
ammonendoli del barbaro scempio che si fa in America delle opere
drammatiche importate d'Europa. In massima, non ho nessun gusto per le
interviste. Esse non servono per lo più che a far dire o ad attribuire
cose scempie ad uomini che saprebbero a scriverne ed operarne delle
sensate. Ammetto e comprendo le interviste politiche provocate ad arte
dall'intervistato ed intese a propalare quella dose di verità o di
falsità che giova al momento ed a promuovere le smentite autorevoli sul
punto più vero. Ma se l'equivoco può giovare qualche volta alla
politica, all'arte nuoce sempre e quello che un artista pensa dell'arte,
deve apparire dalle sue opere e non risultare dal processo verbale di un
interrogatorio. Di solito poi le interviste letterarie ed artistiche,
hanno una applicazione _ad hominem_ del tutto sconveniente. Un signore
che non conoscete, viene di punto in bianco a domandarvi per mandarlo
alle stampe, che ne pensiate del tale autore e della tale opera; cose
che è tanto facile argomentare a priori: si pensa male dell'uno e peggio
dell'altro, onde l'intervista non fa che distillare veleno zuccherato.
Nulla è più indiscreto del costringere un galantuomo ad essere o finto o
scortese e quello che da sè non direbbe, farglielo gridare dai tetti a
comodo professionale di un giornalista. Senza contare che quando non
diffama una terza persona, l'intervista riesce troppo spesso
diffamatoria all'intervistato, se pure non cumula le sue diffamazioni.
In questa sorta d'inchieste a me non avvenne mai di trovar poi stampato
quello che veramente avevo detto. Non è molto, un valoroso critico
francese, poichè m'ebbe oltre un'ora tempestato di domande categoriche,
mi fece annoverare fra i romanzieri italiani viventi Cesare Cantù, ch'io
non avevo neppur nominato e che era morto due anni addietro.

Non ostante questa avversione fondamentale, l'idea di trattenermi in
discorso di teatro, coi meglio redattori teatrali di New-York mi dava
piacere e ne speravo un gran bene. C'era bensì la difficoltà della
lingua, ma era appena arrivato e mi duravano molte illusioni sul
francese degli americani, e devo pur confessarlo sul mio proprio
inglese. Ad ogni modo pregai un colto e gentilissimo giornalista
italiano, il signor Salvatore Cortesi, da due anni residente in
New-York, perchè mi assistesse al cimento. Alle otto di sera cominciò la
sfilata. Avrei voluto e speravo di poter raccogliere ad un tempo due o
tre di quei signori, che sarebbe stato un mezzo assai più comodo, più
sbrigativo e profittevole di allargare la conversazione e di volgerla a'
miei fini. Ma non ci fu verso. Venivano, uno alla volta, aspettando il
secondo che il primo se ne fosse andato, ed il terzo, che se n'andasse
il secondo. Entravano, salutavano, sedevano:

— Do you speak French sir?

— Oh, noo!

Allora porgevo loro un bicchierino di Whisky e il buon Cortesi spiegava
come non ostante la mia profonda conoscenza, diremo, letteraria, della
lingua inglese, non avessi l'abitudine di parlarla, e si profferiva
interprete. Quelli gradivano e cominciavano l'inchiesta.

— Mister Giacosa è italiano? Quanti anni? Ha scritto un dramma in lingua
francese? Dove dimora in Italia? Quando ne partì? Ha fatto buon viaggio?
Ha sofferto durante la burrasca? Bella New-York? Ha veduto il ponte di
Brooklyn? Gli piace? Che cosa pensa di Sarah Bernhardt? Conosce
Mascagni? Che ne pensa? Conosce Tamagno? Che ne pensa? Favorisca dirci
il titolo del suo dramma. Storico? Epoca? Racconti il soggetto.

E non c'era modo di sviarli un palmo dal loro interrogatorio, formulato
in domande asciutte, con una compitezza di modi grave ed astinente, con
un linguaggio professionale e quasi abbreviativo. Mentre io rispondeva
ad una domanda, essi registravano la traduzione che il Cortesi aveva
fatto della precedente. Terminata l'inchiesta, gradivano il secondo
bicchierino, salutavano me ed il Cortesi con forti strette di mano e se
ne andavano com'erano venuti con ineffabile impassibilità. Cinque volte
mi toccò rispondere a domande su per giù equivalenti, cinque volte
dovetti io esporre per sommi capi il mio dramma, ed il buon Cortesi
voltarne in inglese la narrazione. Di che si giovarono le mie cognizioni
linguistiche assai più che dalla lettura del manuale di conversazione e
di una settimana passata a tradurre: _l'ombrello del mio vicino_, ed _il
temperino del mio maestro_. Perchè a udirlo raccontare sempre compagno,
così com'io l'esponevo con disperata uniformità, mi si fissavano in
mente molti termini dapprima ignorati, e quasi proposizioni intere. E
devo pure aggiungere ad onore dell'intelletto umano il quale sa fare
diverse le cose somiglianti, che dai cinque identici racconti uscirono
l'indomani altrettanti relazioni affatto dissimili l'una dall'altra e
dissimili tutte dall'originale.

Alle nove e mezzo, il quinto redattore se n'era andato, io cascavo dal
sonno e morivo dalla voglia, dopo tante notti vegliate a bordo sui sofà
della sala da pranzo, di riposare finalmente in un buon letto in terra
ferma. Si rimase un quarto d'ora in attesa se mai capitassero altri, poi
il mio ottimo interprete prese licenza e mi lasciò solo. Già stavo
spogliandomi quando picchiarono all'uscio e mi portarono un biglietto di
visita. Era il sesto. E mi mandava col biglietto di visita, una
letterina dell'impresario che gli fissava l'intervista per le dieci di
sera. Impossibile rimandarlo, tanto più che l'indomani io dovevo partire
per Chicago dove si trovava allora la compagnia. E poi mi confortava il
pensiero che partito il Cortesi il nostro colloquio sarebbe stato di
necessità assai breve e tale da potersi sostenere colla mente insonnita.
Avanti dunque.

Era un giovane sui trent'anni molto elegante, ed all'aspetto più aperto
e più comunicativo dei suoi compagni.

— Do you speak French sir?

— Oh noo!

— Do you speak Italian?

— Ohh nooo!

— But I do not speak English-at-all.

— Oh you speak very-well!

E si mise a sedere accanto al fuoco, coll'aria di una vecchia
conoscenza, soddisfatta dell'incontro. Gli offersi il Whisky più
coll'atto che colle parole, e m'industriai di persuadergli che proprio
non mi era possibile sostenere una conversazione in inglese, e posso ben
dire che ogni mia proposizione, era una prova luminosa della mia
sincerità. Ma egli studiandosi di pronunziare chiaro e spiccando con
benevola lentezza ogni parola, seguitava a dirmi tutto sorridente che
avrebbe voluto conoscere la mia lingua come io conoscevo la sua, che
tutto stava cominciare, che se a me non dava noia, egli avrebbe avuto
piacere di trattenersi con me più di quanto sarebbe occorso a due
spediti parlatori. Mi offrì un eccellente sigaro d'Avana, ne accese uno
di suo, e prese ad interrogarmi.

M'ero svegliato del tutto e in fondo sentivo che la scena era gustosa
per sè stessa, ed il mio interlocutore piacevole ed interessante. Finchè
si rimase sulle prime inchieste: il viaggio, l'arrivo, l'impressione che
mi aveva fatto New-York; fino a che infine egli potè metterci molto del
suo, le cose andavano a maraviglia. Io accennavo in modo approssimativo,
egli afferrava, integrava e suggeriva, ridevamo insieme dei miei
spropositi ch'egli correggeva con molto garbo, ne scattavano
osservazioni piene di sapore; mi dilettava lo studio ch'egli faceva ad
esprimerle in forma elementare e rimanendosi in una poverissima copia di
vocaboli, e glie ne ero grato; insomma, mi persuadevo sempre più che la
parola non è il solo nè il migliore mezzo di comunicazione fra gli
uomini e che intanto nel caso nostro se avessimo tutti e due parlato
speditamente, non sarebbe uscita dai nostri discorsi quella corrente di
simpatia che usciva dallo sforzo scambievole e dal comune desiderio di
vincere la stessa prova.

Ma quando venne la volta del dramma, mi sentii proprio cascar l'animo.
Mai e poi mai avrei saputo raccontarne disteso l'intreccio. Il suo non
era giornale del mattino, usciva, mi disse egli stesso, sul mezzodì: gli
suggerii di leggerne l'esposizione sui giornali mattinali che l'avevano
intesa dal Cortesi. Mi rispose ridendo che ciò non gli conveniva, e che
d'altronde tutti ne avrebbero fatto una relazione monca e confusa.

— Preferisco capir male quello che mi dite voi, che bene il male che
avranno capito quegli altri. —

Allora mi venne un'ispirazione. L'albergo dove ero alloggiato, si
chiamava l'_Hôtel Martin_: il proprietario era un francese. Suonai il
campanello e domandai al cameriere se fosse in casa il padrone. Mi
rispose che il padrone era uscito, ma che c'era il maître d'hôtel, il
direttore della tavola.

— È francese il maître d'hôtel?

— Sissignore.

— Pregatelo di salire.

Il mio giornalista capiva e se la godeva sorridendo incredulo. Venne il
maître d'hôtel, in abito nero e cravatta bianca, grave, grasso, pelato e
nobile. Lo pregai di sedere, di stare a sentire attentamente quello che
gli avrei raccontato e di raccontarlo a sua volta in inglese;
proposizione per proposizione a quel signore lì presente. Mi fece un
cenno di condiscendenza e cominciai il racconto. Ne fu subito
sbalordito, tradusse alla meglio la descrizione della scena, guardandomi
però con aria sospettosa, fiutando qualche mal tiro. Rassicurato,
raccolse tutte le sue forze per seguire il filo della narrazione; ma
quanto più egli si faceva attento ed intento, tanto più sentivo salire
in me una ilarità irrefrenabile e la vedevo luccicare di gioia infernale
nella pupilla dell'arguto americano. E già mi crucciavo della risata
imminente, quando il malcapitato interprete si levò e con una faccia
attonita, sincera e quasi umile, come di uomo che vede cosa al disopra
di ogni sua concezione, mi disse queste testuali parole:

— Monsieur, jamais je ne pourrai raconter ça à monsieur, je suis a
New-York depuis trois mois, mon anglais se borne aux beefteaks, aux
pommes de terre, aux omelettes et aux vins de Champagne. Ainsi vous
permettez... — E se ne andò senz'altro.

Per farla breve, dopo aver riso tutti e due dell'avventura, con una
fraternità degna di più chiare comunicazioni verbali, il dramma lo
raccontai io. E lo raccontai in inglese, richiamandomi alla mente parole
e frasi del buon Cortesi, ricorrendo al gesto, ai passi, ai moti, alle
figurazioni sceniche. Eravamo tutti e due eccitati e vogliosissimi, io
di esprimere, egli di comprendere e nell'intenso raccoglimento mentale
avveniva a lui di preavvertire certi svolgimenti dell'azione, di
cogliere, prima ch'io li enunciassi, certi movimenti dell'animo dei
personaggi; e la certezza di essere compreso, raddoppiava in me
l'efficacia espressiva, mi faceva audace ad arrischiare termini
posseduti in modo dubbioso e che il più delle volte si trovavano
azzeccare proprio nel segno.

Com'ebbi finito, era passata da un pezzo la mezzanotte; egli si levò,
elogiò con effusione il mio dramma ed il mio racconto, prese il cappello
ed una scatoletta che aveva deposto entrando sopra una seggiola presso
l'uscio, e mi disse ancora qualche parola, che o soverchia fiducia nel
mio inglese, o dimenticanza, profferì tanto serrata ch'io non l'intesi.
Credetti mi ringraziasse e m'inchinai complimentoso. Quale non fu il mio
stupore quando lo vidi girare le chiavette delle due lampade a gaz che
brillavano sulla caminiera! In un attimo nella tenebra lampeggiò un
fascio di luce bianca e vivissima, udii lo scatto di una molla e
compresi che egli aveva sparato la sua macchinetta fotografica. Riaccese
il gaz, mi ringraziò e se ne andò contento lasciandomi contento di lui,
e quasi soddisfatto di me.



CAPITOLO VI.

Da New-York al Niagara.

(Appunti di viaggio).


_In treno._ — Scrivo questi appunti mentre il treno vola da New-York a
Buffalo. Il verbo volare dice la velocità e la deliziosa sensazione di
moto ondulato che danno le molle di queste impareggiabili vetture. Non
tremori nè sossulti, ma uno scivolare dolce con alterni, larghi e tenui
sollevamenti come di onda. Seggo ad un tavolino fornito di ogni
bisognevole per scrivere, di fianco ad un'ampia finestra dai vetri puri
e tersi, onde lo sguardo spazia largo sulla fuggente campagna e ne
raccoglie nitidi gli aspetti. Non tutti i viaggiatori godono, s'intende,
di queste singolari comodità, ma tutti se le possono procacciare
mediante il prezzo supplementare di un dollaro al giorno. Il treno ha
una sola classe di posti, ma non già all'uso europeo che ammette ai
treni direttissimi le sole vetture di prima classe, bensì all'americano
che non consente differenze di classe mai. Solo si fanno, ad uso degli
emigranti, che vanno per lavori manuali in gran numero ad una unica
destinazione, certi treni speciali a prezzi ridotti e di modesta ma non
incomoda fornitura.

La linea che sto percorrendo è la New-York Central, la quale rimonta
sulla riva sinistra il corso dell'Hudson, e per Albany capitale dello
stato di New-York, e per Buffalo e costeggiando il lago di Erié fino a
Toledo mette capo a Chicago. Il treno è tutto composto di lunghissime
vetture uscite dai cantieri del Pullmann, di quel Pullmann, che padrone
di una intera città operaia chiamata col suo nome, ascrisse a grande
ventura l'esser nominato cavaliere della Corona d'Italia, tanto sono
ghiotti di onorificenze straniere questi iconoclasti americani che non
ne vollero istituire in casa loro. Sono in viaggio da tre ore, e già ho
potuto notare ed accertare questo fatto caratteristico: che le stazioni,
i ponti, i viadotti, le trincee, tutte le opere stradali nelle quali noi
profondiamo tesori per dar loro in realtà od in apparenza una secolare
stabilità e per abbellirle con disarmonici finimenti, sono qui costruite
con asciutto accorgimento del loro uso e della loro durata. Ciò prova
che gli americani hanno del viaggiare un concetto più progressivo del
nostro. Le nostre opere definitive sembrano attribuire alla industria
dei trasporti uno sviluppo maturo, le loro provvisorie le mostrano non
uscita ancora dal periodo iniziale. Quando si rifletta che è viva e non
decrepita molta gente che potè vedere l'esperimento della prima
locomotiva, e moltissima che ricorda l'incredula ilarità onde ne fu
accolta la notizia, si è indotti a credere che gli americani siano più
giudiziosi di noi. Le rozze e disadorne opere stabili, ed il sontuoso
apparecchio delle vetture, mostrano come essi intendano alla comodità ed
al lusso, dove questi possono indurre un sensibile accrescimento di
benessere, e non curino di attenuare i disagi, là dove la loro
attenuazione non scemerebbe in modo sensibile la somma delle impressioni
sgradevoli.

È chiaro che la noia delle minute brighe che ricorrono nello
attraversare le stazioni non è punto attenuata dallo attendervi in
locali tutti marmi, affreschi e dorature, anzichè sotto una tettoia
ischeletrita e nuda come la baracca di un accampamento. Ed è chiaro del
pari che il viaggiare in vetture spaziose, alte, bene aerate l'estate,
bene riscaldate ma non soffocanti l'inverno, il potervi sgranchire le
gambe camminando su e giù, per via di passaggi coperti, quanto è lungo
il treno, lo stare coi fumatori quando fumate, ed il passare in più
spirabil aere quando avete smesso, il mutare di posto e di vicini,
l'avere sempre in ogni vettura, ad ogni momento, a portata di mano, un
bicchiere d'acqua pura e ghiacciata, il potere scrivere lettere e
telegrammi su carta e con penne ed inchiostro forniti dalla azienda
ferroviaria ed impostarli affrancati mentre il treno corre, sicuri che
alla prima fermata, fosse d'un minuto, essi saranno debitamenti raccolti
ed avviati al loro destino, il trovare all'ore prefisse e senza
dovercisi strozzare per la fretta, nè scendere di carrozza, e non cari,
i pasti quotidiani, e la notte, senza squattrinarsi dei letti dove
dormir fra le coltri, e la mattina un buon lavabo rinfrescatore, ed allo
scendere, un moro che vi spolvera e spazzola i vestiti, sono altrettanti
positivi e ponderabili accrescimenti di benessere.

Questo _Parlor-car_ dove sto scrivendo ha due scomparti. Uno, il
maggiore, dato al conversare, l'altro allo scrivere ed alla lettura. Qui
scrivanie fisse e sedie giranti come alle tavole dei piroscafi, là
poltrone mobili che i viaggiatori dispongono a piacimento, o
appartandosi a goder le vedute, o in circoli serrati per conversare, e
tavolini leggieri per servizio di caffè e di liquori. Libri, giornali,
riviste illustrate sparsi intorno a profusione. Gran lastre di cristallo
formano i fianchi del vagone, onde par di viaggiare all'aperto.

Bello e maestoso l'Hudson, largo quanto il lago di Como, corrente fra
piccole montagne frastagliate da mille seni, piombanti qua e là a picco
nell'acque, coronate di foreste impenetrabili, spianate sui fianchi da
morbidissimi prati. È il mese d'ottobre. Le foreste hanno un rosso
colore di fiamma viva, assai più ricco e fastoso del nostro giallore
autunnale, e così robusto che sembra esprimere la pienezza vegetativa
della giovane estate. Si direbbero oleandri o rododendri in fiore. Sotto
il cielo verdognolo del crepuscolo, sui prati smeraldini, sull'acque
grigie e rotte, quella gagliarda fronda purpurea, rende come bagliori di
incendio. Ai nostri occhi è un paesaggio inverosimile ed eccitante. Nel
fiume ondoso come laguna in tempesta, vanno e vengono di continuo
vapori, velieri, zattere macchinose per enormi cataste di alberi e
guizzano temerarie barchette. Fischi, rombi, squilli, grida, voci,
echeggiano di continuo nell'aria. Sulla riva opposta del fiume, passano
ogni dieci minuti convogli interminabili, dal pennacchio fumoso che sale
pei colli e si lacera e svanisce nelle rosse fronde. S'avventano nei
tunnel, ne sbucano, s'imbattono fuggenti per opposti versi, salutandosi
con rauchi ruggiti rabbiosi. Sui promontori, o sulle spianate del monte
qualche villa a guglie dorate, o gruppi di alberghi imbandierati. Nessun
casolare e pochi villaggi, e quei pochi, distesi allineati in desolata
uniformità, le case a dado, tutte d'una forma, di una misura e d'un
colore, altrettante vite individue, senza comunione di vita. In una
stradicciuola fra i prati, vedo camminare un uomo alto, ed un ragazzino
di otto anni forse, tenendosi per mano: s'avviano verso una fila di case
schierate a mezza costa ed hanno l'aria di dimorarvi tanto ci vanno con
passo posato ed abitudinario. A chi attraversa come io faccio, in gran
furia, un paese lontano ed ignoto, tali sprazzi di vita intima e
tranquilla, fanno un senso di malinconica meraviglia. Qui poi al paese
intorno manca ogni aspetto domestico. La campagna solitaria non mostra
visibili traccie dell'opera agreste; non domata, non ingentilita dalle
colture, non scompartita in poderi, non rigata dai solchi, essa esprime
la solennità augusta delle forze primitive.

L'americano è in viaggio accostevole, facile e piacevolissimo compagno.
Non importuno ad attaccar discorso, è premuroso a fornire notizie
intorno ai luoghi, alle industrie, alle genti, alle usanze ed ai
costumi. Non ostante il formidabile orgoglio ond'egli si tiene di gran
lunga superiore agli europei d'ogni nazione, egli non sa nascondere un
senso di riconoscente compiacenza nell'imbattersi in europei curiosi di
visitare il suo paese. Ne ascolta con deferenza le critiche discrete, si
beve beato l'elogio che cerca per modestia di attenuare quasi a ricambio
di cortesia. Brusco e duro, dicono, agli affari, gli ozi forzati del
viaggio lo tornano gaio e senza pensieri.

Nel _dining car_ il caso mi colloca quarto ad una tavola, con tre
signori di magnifico aspetto. Oggi stesso il _New-York Herald_ ha
pubblicato un mio ritratto, e mi ha annunziato viaggiante alla volta di
Chicago. Io desino in silenzio: essi discorrono allegri in inglese, con
quell'accento arrotondato degli americani, che ne rende bensì più chiaro
l'intendimento, ma non quanto basti alla mia scarsa conoscenza della
lingua ed all'assoluto difetto di parlata. Tuttavia ad un punto, più
agli occhi che alle parole, mi pare di accorgermi che essi accennino
alla mia persona. Alle frutta, uno di essi ordina una bottiglia di
Champagne, ed il moro, al suo cenno, ne mesce a me pure.

— _Bella Italia,_ — mi dice quel signore, levando il bicchiere. Il
saluto, il nome della patria, l'inattesa cortesia, mi danno una scossa
al sangue. Mi ravvisarono alla imagine pubblicata dal giornale. Quegli
che ordinò lo Champagne è di origine italiana, e non remota. Si chiama
Rapallo (bisogna sentire com'egli pronunzia quel nome) ed è giudice a
New-York. Suo nonno venne giovane in America da quella città ligure onde
portava il nome e non rimpatriò mai più, e già il figlio ignorava
affatto la dolce lingua paterna, figurarsi il nipote. Tuttavia, il
ricordo dell'antica terra Enotria ch'egli non conosce, lo mosse a
salutarmi col biondo vino. Chissà da quale infantile fondo di memorie,
egli trasse le parole: Bella Italia! — Quale suono ebbero per me quelle
parole! — Certo nella nostalgia che mi opprimeva, un vero ed attuale
italiano e parlante con purezza la lingua italiana, non mi avrebbe dato
a vederlo ed a discorrere tanta poetica gioia, quanta me ne diede
quell'americano stupito forse di trovarsi sulle labbra il nome della
avita patria obliata.

_Alla stazione di Buffalo._ — Noto la storia delle origini di questa
città veramente americana. Sul principio del nostro secolo, un quacquero
caritatevole ed immaginoso escogitò un ingegnoso mezzo di far danaro.
Egli mandò in giro con firme false cambiali per il valore di dieci
milioni, che pagò puntuale alla scadenza mediante nuove maggiori
emissioni. Largo, anzi magnifico spenditore, prodigo di ricchezze ai
compagni, impiegò le somme così carpite, alla costruzione di una città
sulle rive del lago Erié. Ma a mezzo dell'impresa, fu scoperta la frode,
ed al quacquero tradotto in giudizio, toccarono dieci anni di carcere.
Spirato il termine della pena, i compagni che nel frattempo avevano
trovato modo di compiere le fabbriche da lui iniziate si recarono in
folla alla prigione ad accoglierlo uscente. Lo portarono in trionfo per
le vie acclamandolo fondatore e padre della nuova città. Se Buffalo
produrrà e meriterà un Tito Livio, come ne saranno narrate le origini?

_Détroit sul lago St. Clair._ — Bella città ridente e pulita senza
stridori di macchine nè fumo di opifici. E delizioso albergo questo
_Russel Hotel_ donde dalla finestra della mia stanza, nello sfondo della
via breve e spaziosa, vedo il lago, ed oltre il lago, i tenui colli
della riva canadese. Città riposante dove nulla colpisce in modo
eccessivo, nè gli occhi, nè la mente, e riposante albergo non servito
Dio grazia, da quei frenetici mori che s'incontrano in quasi tutti gli
altri alberghi americani e vengono tosto a noia per i motti a scatto e
la screanzata famigliarità. Non ostante l'uguaglianza dei diritti
sanzionata dalle leggi, negli Stati del Nord, i mori sono tenuti in
condizione di assoluta inferiorità ed adibiti ad opere servili. Mentre
nella Virginia, nella Carolina, nella Florida, nell'Alabama, nel
Mississipi s'incontra moltissima gente di colore in condizioni civili e
non poca ricchissima, che vive a paro a paro coi bianchi ed anche lì
spadroneggia, negli Stati di New-York, nella Pensilvania, nell'Illinois,
nel Massachusetts perdura, rispetto alla razza negra, un sentimento di
ripulsione violento ed invincibile. Molti alberghi di Boston, di
Filadelfia, di Washington respingono gli avventori negri anche se ci
capitano con gran sfarzo, con un codazzo di servitori ed a suono di
dollari d'oro. E sì che gli alberghi americani, così impersonali come
sono, sanno più di piazza pubblica che di casa privata.

Gli alberghi americani meritano davvero un cenno speciale. Di gran lunga
più perfetti e più economici dei nostrani, quando il viaggiatore si
pieghi agli usi del paese, essi riescono incomodi e costosissimi a chi
voglia viverci all'europea. I nostri sono informati al pregiudizio
aristocratico anzi plutocratico che governa ancora in Europa quasi tutte
le relazioni del minuto commercio. Presso di noi chi spende il danaro è
persuaso di stare al disopra di quegli che lo riceve in cambio di
prestazioni d'opera e di prodotti. Chi mette mano alla borsa, suole
assumere per lo più una cert'aria di degnazione protettrice e pretendere
dal fornitore, in aggiunta della merce, una dose di riconoscenza. In
America lo scambio del danaro colle opere e coi prodotti non modifica in
nessun modo il profondo sentimento di eguaglianza che è in tutti i
cittadini dell'Unione. Dai più umili ai più fastosi negozi l'avventore è
accolto con grazia, ma senza smancerie premurose. Dove qui s'incontra
una premura servile, là se ne incontra una servizievole. Così
nell'entrare all'albergo non inchini, non sberrettamenti, non sorrisi
adescatori del proprietario o dei suoi commessi. Se all'albergatore
occorrono i clienti, a questi occorrono l'alloggio e la tavola: pari
pari ognuno dà, ognuno riceve. Le ragioni di contatto fra il viaggiatore
ed il personale direttivo e quello di servizio, vi sono ridotte ai
minimi termini. L'albergo americano è ordinato a modo di una grande
macchina ingegnosissima e spedita, che ogni viaggiatore deve saper
mettere in moto. Le prestazioni personali fuori del movimento normale vi
hanno un'azione tarda ed impacciata e conducono ad un aumento notevole
di spesa. Il viaggiatore ha a portata di mano quanto occorre a' suoi
bisogni, ne faccia profitto e basti a sè. Presso di noi il proprietario
od il conduttore dell'albergo, e più il portiere, esercitano sul
viaggiatore, una specie di tutela continua e domestica, che sopperisce
alla sdegnosa ignoranza della vita pratica e alla schifiltosa pigrizia
della gente a modo. Il portiere dei nostri alberghi, deve fare l'ufficio
di un _vade-mecum_ universale. Vi indica i migliori magazzeni, vi
suggerisce la gita più adatta alla giornata, vi consiglia lo spettacolo
preferibile. Gli affidate il biglietto che un amico verrà a ritirare fra
un'ora, gli date l'incombenza di pagare la carrozza che vi ricondusse a
casa, lo chiamate arbitro nelle dispute che sorgessero fra voi ed il
cocchiere, gli richiedete insomma mille piccoli servizi protettori, i
quali vi cansano bensì noia e fatiche, ma vi impediscono la perfetta
conoscenza dei luoghi che andate visitando e vi frustrano in gran parte
della utilità del viaggio. Questo non può avvenire negli alberghi
americani, dove tutto il piano terreno appartiene, non agli ospiti, ma
al grandissimo pubblico, e dove tale è la ressa continua delle genti e
l'urgenza degli affari, che quanti ci tengono uffici speciali, hanno
incombenze preordinate, precise, rigorose, e non possono attendere che a
quelle.

Il piano terreno degli alberghi americani è una succursale della
pubblica piazza. E non parlo dell'atrio solamente, ma delle sale
sontuosissime, date alla lettura dei giornali, al riposo, al conversare,
allo scrivere, degli spacci di liquori e sigari, dell'ufficio
telegrafico, e dei locali per lo più sotterranei destinati alla pudica
pulizia ed igiene pubblica. Vi sono alberghi dove zampilla nell'atrio, a
comodità di quanti passano per la via, una fonte d'acqua ghiacciata
purissima, cui tutti possono attingere senza costo di spesa. Qui
all'_Hotel Russel_ è così data al pubblico una fonte d'acqua gazosa
naturale. Chi aggirandosi per la città è preso da stanchezza, entra nel
primo albergo che gli capita, parlo ben inteso dei maggiori, va alla
sala di conversazione, che apre spaziose vetriate sulla via, e vi si
adagia in comodi seggioloni. Nessuno gli domanda, donde venga nè perchè.
La casa appartiene al pubblico. Gli amici, gli uomini d'affari vi si
danno convegno. Chi vuol scrivere lettere, trova sulle ampie tavole
l'occorrente: quando la carta venisse a mancare ne richiede al commesso
che si affretta a fornirgliene in copia. L'intestazione portante il nome
e la veduta dell'albergo, ripaga al proprietario la spesa con
altrettanta _réclame_.

La retta nei grandi alberghi americani, varia dai tre ai cinque dollari
il giorno, cioè dalle quindici alle venticinque lire. Ma quando si pensi
che in parecchi Stati dell'Unione il _minimum_ dei salari è fissato
appunto in tre dollari al giorno, si deve riconoscere che quei prezzi
non sono cari. Quando poi si ponga mente alle comodità raffinate ed al
vivere lauto cui corrispondono, essi appaiono modicissimi. In New-York,
costa tre dollari al giorno, la dimora, il vitto ed il servizio, al
_Fifth avenue hotel_, o Albergo del quinto viale, uno dei più centrali,
dei più sontuosi e dei meglio riputati della città. Nell'alloggio, è
compreso, per lo più il bagno quotidiano. Per tre dollari al giorno, io
ho qui una camera stupenda, un gabinetto uso guardaroba, un gabinetto di
toeletta ed uno da bagno, dove è sempre copiosissima ad ogni ora l'acqua
fredda e la calda. Il letto è congegnato in modo, da tramutarsi durante
il giorno in un finto armadio. La cassa dell'intelaiatura dove stanno il
saccone e le materassa, sorge girando su cardini e va ad agganciarsi
alla spalliera a capo del letto, mostrando sul fondo, una larga
specchiera. La camera prende così un aspetto signorile di salotto o di
stanza da studio.

Ognuno può fare i suoi pasti all'ora che gli fa comodo. Dalle sette alle
nove della mattina è sempre lesta una prima colazione, che comprende a
scelta: the, caffè, latte, cioccolatte, carne fredda e verdure in aceto.
Dalle undici della mattina alle due pomeridiane è pronto il desinare,
che non è dato identico a tutti gli avventori, ma che ognuno può
ordinare a piacere purchè si contenga nei limiti di una lista
copiosissima, la quale comprende dai cinquanta ai sessanta piatti
diversi. A nessuno è fissato il numero dei piatti. Gargantua, potrebbe,
volendo, assaggiarli tutti quanti, come potrebbe, quando gli bastasse lo
stomaco, desinare alle undici, ridesinare alle dodici, e ridesinare al
tocco. Tutto l'ordinamento mangiatorio di quegli alberghi è fondato,
come già vedemmo nei Bars, sulla buona fede del pubblico. A me,
sull'entrare nelle sale da pranzo, nessuno ha mai domandato nè il nome
nè il numero della camera. Entravo e sedevo a mensa, ciò voleva dire che
ne avevo acquistato il diritto. Per farla breve, alle quattro è servito
un lunch e dalle otto alle dieci di sera una cena, sempre copiosa e
lasciata sempre agli avventori la composizione del pasto. Sono però
fuori della prestazione normale, le bevande spiritose. Servono in
abbondanza e senza aumento di spesa il the ed il caffè caldi e freddi,
ma chi voglia pasteggiare a vino o birra deve far conto a parte e far
bene i conti colla propria borsa. A noi europei quel gran costo delle
bevande di cui soliamo accompagnare il cibo, riesce gravissimo. Gli
americani per lo più, sono a tavola d'albergo, bevitori d'acqua pura o
d'acque minerali, o di decotti. A pranzi d'invito mescono allegramente i
vini rarissimi di Francia e di Spagna, o certi nuovi prodotti di
California, che già rivaleggiano cogli europei. In famiglia o sono
astemii del tutto o temperatissimi bevitori. Virtuoso preludio a viziose
intemperanze. Quel posto in Paradiso che si conquistano coll'astinenza
dinatoria, lo riperdono la sera ai Bars, od ai Clubs, dove il demonio
prende le sue rivincite ad usura.

Ho incontrato negli alberghi delle minori città una curiosa usanza: ad
ogni sesso è data una speciale porta d'ingresso. _Gentlemen's entrance_
da una parte e _Ladies' entrance_ dall'altra. E parlo, s'intenda bene,
della vera porta d'ingresso all'albergo aperta sulla via, per modo che
il cartello spartitore dei sessi lo possano leggere quanti vi passano. A
tanto arriva dunque la bigotteria dei costumi americani? Eppure se v'ha
paese dove la provvidenza legislativa ed il carabiniere esercitino sui
costumi una vigilanza continua e rigorosa, questo è l'Unione americana.
Chi non ha inteso parlare della tutela che le leggi americane concedono
alla donna? La denuncia che una donna faccia di una violenza patita, si
tratti pure di dolci violenze, è ritenuta, quando non vi siano
testimonianze in contrario e quando l'accusato non riesca a dimostrare
l'alibi, quale prova sufficiente del fatto. Presso di noi, in difetto di
prove concomitanti, il solo diniego dell'accusato vale quanto la sola
affermazione dell'accusatore, anzi in realtà vale di più perchè essa
basta ad escludere il reato che questa vorrebbe stabilire. Per dirla in
termini giuridici, noi ammettiamo sempre in favore dell'accusato, la
presunzione _juris_ dell'innocenza, mentre in quest'ordine di reati,
l'americano ammette la presunzione _juris_ della colpabilità. Ho inteso
molti americani dirmi ridendo che in viaggio, l'inquietudine del
trovarsi soli in due di sesso diverso, propria in Europa del sesso
debole, negli Stati Uniti si riscontra quasi esclusivamente nel sesso
forte. Un uomo danaroso, sia egli giovane o vecchio, che si trovi in
vagone a tu per tu, con una donna, specie se la donna è bella, o
s'incantona, si atteggia a pudibondo riserbo, e tiene gli occhi bassi
come farebbe una educanda, o emigra senza più nel vagone accanto anche a
costo di starci a disagio. La cosa va intesa alla grossa e bisogna farci
la tara, ma in sostanza la famosa _flirtation_ americana, fa i suoi
conti sui rigori legislativi e spesse volte un bel sorriso non è che il
primo atto di una procedura giudiziaria in via criminale.

I costumi secondano la legge. In nessun'altro paese, la separazione dei
due sessi è così coercitiva come negli Stati Uniti d'America. — Vi sono
spettacoli dati alle sole donne, vi sono Club esclusivamente femminili,
vi sono caffè e trattorie nelle quali le donne sole possono entrare. Se
un uomo ci capita per sbaglio o per ignoranza degli usi locali, ne lo
sfrattano con garbo, ma inesorabilmente. E non è a credere che ciò
avvenga per timore di intemperanze libatorie. New-York e le altre città
dell'Unione sono piene di trattorie promiscue ed astemie dalle quali è
bandita ogni bevanda fermentata; dove non si pasteggia che acqua e
decotti. Questi ristoranti femminili sono dunque veramente androfobi per
sistema.

Tali continue e patenti cautele, farebbero sospettare che l'uomo
americano sia affetto di un erotismo insanabile ed irrefrenabile al
quale convenga nell'interesse pubblico ed in special modo dello stato
civile, opporre i rigori della legge e materiali impedimenti. Invece, a
giudicarne di quanto segue nelle vie, nelle vetture pubbliche e nei
luoghi di promiscuo ritrovo, io sarei indotto ad attribuirgli una
pacatezza erotica rassicurante. — In Europa, dal minore villaggio alla
maggiore città, quando passa per la strada una donna bella, i più si
voltano a guardarla con ammirazione. Non parlo di propositi e di atti
indiscreti ed irriverenti, ma di quella briosa compiacenza che prende
delle cose belle quel tanto che appartiene all'aria ed alla luce. Questo
non vidi mai seguire in New-York, nè in Chicago, dove gagliardissimi
giovani, imbattendosi in fior di ragazze, non le degnano di uno sguardo
e le oltrepassano senza avvertirne la bellezza. La quale a farlo apposta
è tale che non è facile riscontro nei nostri paesi. E non si dica che
quelli sono uomini seri ed affaccendati, perchè una occhiata ammirativa
non fa perdere tempo e non svia dai pensieri abituali se non le menti
corrotte. Anzi quelle facilità di accensione estemporanea, che lampeggia
e svanisce, è propria delle genti operose e sane. E non posso nemmeno
attribuire quella astinenza a rispetto, perchè l'ammirazione non è
cupidigia e mentre il compiacersi della bellezza è un movimento naturale
dell'anima, il rifuggirne è spesso indizio di avvedutezza viziosa ed il
non ammirarla è ingratitudine. Sebbene la donna americana sia più
spregiudicata e senta di sè più fieramente che in generale l'europea,
essa non sdegna apparire ed assapora l'omaggio. Rammento che un giorno
mentre camminavo in compagnia di un inglese, lungo il quinto viale che è
ora il più elegante di tutta New-York, ci passò accanto una di quelle
beltà radiose che spandono intorno la primavera. Ai modi ed al vestire
si capiva che non era una cercatrice d'avventure e molte persone la
salutavano con rispetto. Le donne americane, le giovani, sono più briose
delle nostre; più fiorenti di salute, alte e snelle, esse lasciano
apparire nell'andare spedito ed in una non so quale giocondità diffusa
per tutto il viso e la persona, la contentezza di vivere. Il mio
compagno era un uomo corretto e manierosissimo, ma a quel fulgore di
bellezza non potè impedire che gli sfuggisse, a mezza voce, piuttosto
pensiero vibrante in parole che apostrofe, questa esclamazione:

— _Oh how pretty!_ Oh quanto bella!

La donna, già passata, l'intese, si voltò, e con moto parimenti
irriflessivo rispose ridendo:

— _Am I?_ Lo sono io?

E seguitò affrettando la sua strada: nè l'atto insolito, nè le parole
invogliarono l'inglese a seguirla tanto il sorriso era stato misurato e
la licenza onesta.

Le leggi e le consuetudini corrispondono più spesso a necessità passate
che ad attuali. Si capisce che un popolo venuto formandosi alla maniera
che tenne l'americano dovette in tempi non remoti essere sfrenato e
violentissimo, e si capisce che i suoi reggitori abbiano per contenerlo
raccomandato alle leggi la gentilezza dei costumi. Vige ancora in
America una specie di galateo coercitivo la cui osservanza è affidata al
policeman. Eppure chi ci sia dimorato alcun tempo deve riconoscere che
quel popolo è di gran lunga più educato e contegnoso del nostro. Le
vistose cautele sono infatti delle città e dei quartieri vecchi e fuori
mano. Dove più urge la vita e splende la pulitura moderna, la
promiscuità dei sessi, non sembra nè illecita nè pericolosa. Uomini e
donne entrano nei modernissimi alberghi americani, per la stessa porta e
nessuno cura sapere dove si spartiscano.

_Détroit._ — Non volli, non avrei saputo ieri, raccogliere le mie
impressioni sulle cascate del Niagara. Ancora mi pareva di sentirne
negli orecchi e nella mente il rimbombo. E anche oggi ancora rintronato,
so meglio dire la veduta che le sensazioni ch'io n'ebbi. A chiuder gli
occhi rivedo l'immenso semicerchio dell'acqua e la piccola boscosa
isoletta che lo rompe in due branche disuguali. La vedo sotto il
pulviscolo acqueo che le addensa intorno quasi un nimbo lunare e dà ad
ogni suo profilo un tremolio adamantino. Quell'isolotto segna il confine
fra l'Unione e il Canadà.

A sinistra dell'isola, la cateratta, larga un dugento metri, appartiene
allo Stato di New-York, quella a destra, larga oltre i seicento, ai
possedimenti inglesi. La prima rompe in linea retta, la seconda
s'incurva a ferro di cavallo, e prende infatti questo nome. Sulla riva
dell'Unione è la piccola città di Niagara Falls, dissimile affatto dalle
sue consorelle americane e non altrimenti industriosa che per passaggio
e soggiorno di forastieri contemplativi: una città, che sa di villaggio
sul fare ad Interlaken e dell'altre stazioni svizzere di soggiorno
estivo; grandi e sontuosi alberghi, botteghe di curiosità locali
riferite alle cascate, vetture e guide per le gite d'obbligo ai punti
più rinomati. Un ponte sospeso attraversa il fiume dirimpetto alle
cascate delle quali ancora riceve gli spruzzi ed il vento. Alto sul pelo
dell'acque oltre gli ottanta metri esso è così leggero che al primo
passo che ci movete ne tremano le corde, le tavole, ed a voi l'animo ed
il piede. Il soffio dell'acque lo fa oscillare di continuo: i giorni di
vento esso rulla come una nave, a segno che i pedoni si reggono a stento
ed i cavalli imbizzarriscono dalla paura. Dal mezzo del ponte si gode la
più ampia e piena veduta delle cascate che dalle rive non appaiono
intere. Bellissimo sotto il ponte e per lunga tratta a valle di esso il
fiume ribollente incassato fra le sponde altissime, precipitoso ed
esprimente una forza scomposta più minacciosa in vista e spaventevole
che non sia quella del gran salto.

Dalla riva Canadese dove sorge sull'orlo della cascata un sontuoso
albergo sempre avvolto di nebbia iridescente, lo spettacolo è veramente
magico. Il muggito formidabile, il tremito continuo della terra, la
gigantesca lama verdognola che pare immobile sull'abisso, la nivea
schiuma che ribolle nel fondo, le nuvole che ne vaporano di continuo, le
roccie brunite dalla secolare politura e rilucenti quale metallo, il
volo inquieto di grossi uccelli attirati dal vortice aereo e rifuggenti
con sforzi disperati e disordinati, i mille arco-baleni, vi danno
insieme una sensazione angosciosa e deliziosa di annichilimento come se
foste parte inerte della colossale rovina. La notte al chiaro di luna
quella vista ha una seduzione mortale.

Nella bianchezza lunare la forza incomparabile dell'acque assume tutti
gli attributi della lascivia e della morbidezza; l'ampio silenzio
circostante lascia che sul rombo diluviale che esce dal gorgo, guizzino
come saette colorate su fascio luminoso, mille suoni sottili e
discontinui come cicaleggi di goccie intermittenti, singhiozzi di
rigagnoli ingorgati, parole sommesse di acque sviate dal salto che
sembrano rallegrarsi d'averla scampata, e non so quali subitanei battere
d'ali.

Nel caso di una torre che scende come un pozzo fino al letto inferiore
del fiume, un apparecchio meccanico vi cala nella voragine a mezza
altezza e vi depone sopra una rovina di massi giganteschi fra i quali
serpeggia un sentiero lubrico e scosceso. Sotto una pioggia torrenziale
che non ha difesa di ombrelli, poichè vi s'avventa contro, così dal
basso e dai fianchi come dall'alto, quel sentiero conduce ad uno stretto
tunnel scavato nella roccia sotto il piano della cascata. Ad un punto,
per una larga apertura della parete rocciosa, si vede la massa fluviale
passarvi dinnanzi ad arco, vicinissima. La sensazione che nasce in
quella vista è profonda, ma lo spettacolo non ha nessuna grandezza. Fa
sgomento quel sapersi sotto a tanto volume di acque, ma di queste
l'occhio non misura nè l'impeto nè la mole. Una lastra spessa di vetro
verdognolo darebbe all'occhio una identica immagine. Tolto il cielo e le
sponde lontane e l'abisso, circoscritta la massa acquea dagli orli
rocciosi del finestrone, quella veduta, che par tanto immaginosa a
parlarne, s'immiserisce ben presto fino a ricordare gli apparati
scenici. — Dopo due minuti, il lembo d'acqua vi pare immobile, tanto ne
sono uniformi gli aspetti successivi, ed il frastuono, non echeggiato da
ostacoli lontani, non vibrante nell'aria aperta, vi dà la sensazione di
una sordità per istupidimento. Al più giova entrare in quel tunnel ed
affacciarsi a quella sezione di Niagara, per avere all'uscita,
centuplicata l'impressione della grandezza. Ma ai grandi spettacoli
naturali, non occorrono artifizi ingranditori, e non torna il conto di
camuffarsi in veste di palombaro per scompartire il Niagara in
casellarii, quando lo sgomento estetico che ne sperate procede dalla sua
immensità.

L'inverno, il Niagara attira più gente che l'estate. Ma lo spettacolo
delle cateratte ghiacciate è più curioso che imponente. Gli Europei cui
sono famigliari i grandi spettacoli alpini, parlano di quella vista in
tono di leggiera canzonatura. Ben altri fiumi di ghiaccio, e correnti
fra altre sponde e più profondi e minacciosi, e più poderosi motori
dell'animo e della mente, rompono a valle dalle creste del monte Bianco
e del monte Rosa. Tuttavia nelle cateratte ghiacciate è bello vedere il
fiume ancora copioso, scorrere sotto la crosta trasparente, ed udire il
rombo della caduta risonare come in tubo metallico, nelle immense
caverne di ghiaccio. Gli albergatori s'intende, s'industriano là pure,
come in Svizzera, di snaturare le bellezze naturali con razzi di luci
diverse che rinfrangendosi nelle conche, sui dorsi e sulle guglie
cristalline, improvvisano visioni paradisiache od infernali ed allettano
le menti posate e poco immaginose dei praticoni americani col fascino
del soprannaturale.

Ma già minaccia alle cateratte del Niagara una trasformazione più reale
e durevole. Per quanto sembrino sconfinate le miniere di carbone ancora
intatte nelle viscere della terra americana, già ne è calcolato il
possibile rendimento e la durata di esso, e già si pensa con
inquietitudine al giorno, in cui quei serbatoi avranno esaurita la forza
dei soli secolari. Allora converrà imprigionare tutte le acque cadenti e
già si sta meditando di anticiparne l'uso a risparmio di carbone. Fu
calcolato che la forza sviluppata dalle cateratte del Niagara,
basterebbe a mettere in moto tutte le macchine che sono in America.
Dieci anni fa, si diceva: tutte le macchine del mondo, il che prova
quanto sia stato in dieci anni l'incremento delle industrie negli Stati
Uniti. Di questo passo, il valore estetico delle cascate, non tarderà
molto a convertirsi in valore meccanico e chissà che le ciclopiche
turbine destinate a ricevere tanto urto ed a trasformare in forze
formidabili e sminuzzabili all'infinito, non daranno ai sensi educati a
riceverla, una impressione estetica altrettanto intensa quanto
l'attuale. Noi cominciamo ora, ad avvertire la bellezza artistica delle
macchine, che ai nostri padri parevano la negazione dell'arte. La
bellezza delle cascate del Niagara consiste già in gran parte, nella
loro espressione di forza senza pari.



CAPITOLO VII.

Gli Italiani negli Stati Uniti.


Ebbi la prima notizia intorno alla condizione degli Italiani negli Stati
Uniti da tre emigranti che incontrai a bordo della _Bretagne_. Stavamo
faticosamente traversando quella plaga oceanica che a bordo chiamavano:
_Le trou du diable_, o _le trou de l'enfer_, in causa della sua
smisurata profondità e che sta ad una giornata di viaggio di qua dai
banchi di Terranuova. La formidabile burrasca equinoziale che ci aveva
tenuti bloccati al chiuso per cinque giorni, s'era alquanto quietata.
Appena il Comandante ebbe fatto levare le chiuse ferrate che ci
imprigionavano, quanti ancora eravamo validi a bordo, una cinquantina
circa, sopra seicento passeggieri d'ogni classe, salimmo sul ponte,
avidi di respirare l'aria aperta e di vedere il grande nemico. Il mare
ondeggiava ancora così alto che se non fossimo pur ora usciti dal
peggio, l'avrei creduto al sommo dalla tempesta.

Alla vista di un'onda larghissima che sorgeva soleggiata all'orizzonte,
un contadino che mi stava vicino gridò a due suoi compagni, in
piemontese e coll'accento mio canavesano:

— Té té, varda la Sèra.

La Sèra (la Serra), è una grande collina morenica che s'allinea ad
oriente lungo il piano d'Ivrea e lo separa dal Biellese.

Mi voltai di scatto, e quelli seguitando a raffigurare nel maroso la
patria collina, vi designavano, nei grossi fiocchi bianchi lucenti al
sole, casali e paesi che nominavano giocondamente a richiamo di affetti
e di memorie.

— Siete canavesani? — domandai loro in dialetto.

— Sì.

— Di che luogo?

Uno era d'Azeglio e l'altro di Caravino. — È canavesano anche lei?

— Sì, di Parella.

— Allora lei è il signor Giacosa che va in America per la sua _opera_.

— Appunto.

Lo avevano appreso dai giornali, sapevano che m'ero dovuto imbarcare
all'Havre il 4 di ottobre e mi cercavano a bordo. Così cominciammo a
discorrere e ci tornammo di poi, quanto durò il viaggio, ogni mattina.
Andavano nel Texas, erano in dodici, di cui quattro donne, ma gli altri
erano rimasti sotto coperta. Avevano tutti ingannato il tedio dei giorni
e delle sere lunghe della burrasca, cantando.

Delle donne una era ragazza, tre avevano seco il marito. I bambini erano
rimasti al paese coi nonni, perchè tutti, ben inteso, contavano di
rimpatriare. Avrebbero firmato, in America, la prima e la seconda carta
di cittadinanza, affermandosi, giusta quanto v'è scritto, disposti a
portare le armi contro la patria d'origine.

Tutti gli emigranti, i tedeschi, gli svizzeri, gli irlandesi, i russi ed
i pochi francesi, firmano quella carta perchè senza di essa non si
acquista il diritto di votare, ed in America chi non ha voto non fa
strada. Ma cittadini americani durante la galera del lavoro, sarebbero
tornati in Italia cittadini italiani. E cittadini italiani sarebbero
prima di essi giunti in Italia i sacrosanti dollari tramutati in moneta
alla effigie di quel Re Umberto, che la prima e la seconda carta avrebbe
loro imposto di rinnegare.

Il capo della brigata, un uomo sulla trentina, bruno, bassotto, pieno e
nervoso, aveva già fatto il viaggio quattro volte. Era partito la prima
volta dal paese, franco appena dalla leva, disperato e scioperato. Si
era imbarcato a Genova sul primo vapore volto alle Americhe, egli non
curava quale, che si trovò essere diretto alla Nuova Orléans. Era subito
andato _cow-boy_ che è come dire un misto di mandriano e di scozzone in
uno degli sterminati _ranchos_ nel Texas. Là, revolver all'arcione e
spesso in pugno, a cavallo da un'alba all'altra, al vento, al sole, alla
pioggia, alla neve, si era rotto alla più selvatica vita che ancora si
viva al mondo da gente bianca ed alla quale i più destri sono tuttavia
gli italiani ed i francesi. Poi di guardiano era salito trafficante,
acciuffando e disperdendo più volte la fortuna, finchè un resto di
nativa disciplina e l'amore dei suoi lontani lo avevano volto ad
industrie meno bellicose. Ora si era assodato in una fattoria di cotoni
e vi prosperava. Due anni or sono, in novembre, mentre stava sul lavoro,
gli prese un giorno la smania di udire la Messa notturna del Natale nel
suo piccolo villaggio canavesano, e partì senz'altro e fu tra l'andata
ed il ritorno un viaggio di due mesi. Venuto di poi l'estate scorsa a
far gente, non in qualità di impresario che vuol trafficare, ma di
parente ed amico cui preme giovare ai suoi, conduceva ora una squadra di
volonterosi cui andava di continuo magnificando la prosperità della
terra promessa. A sentirlo, nel Texas gli italiani sono tenuti in pregio
grande, a differenza di quanto avviene negli altri Stati dell'Unione,
eccettuata forse la California. La stessa cosa mi disse più tardi un
tedesco dimorante in Austin, la capitale del Texas, col quale feci il
viaggio da Buffalo a New-York.

Il Texas, paese agricolo per eccellenza, ha una popolazione ancora
scarsa e diradata. Più vasto della Francia, conta, in tutto, meno gente
che Parigi. La sua maggiore città non ha 20,000 abitanti. La maggior
parte degli abitanti vive nelle fattorie e nei _ranchos_. Là non possono
attecchire le superbe frottole dei Nuovajorchesi, esclamava il mio
compaesano, e seguitava:

— Noi andiamo là per lavorare e facciamo con maggiore assiduità lo
stesso lavoro che fanno gli inglesi, i tedeschi, i messicani e gli
spagnuoli e viviamo la stessa vita. Nessuno guarda dove si alloggia,
come si dorme, nessuno ci fa i conti in saccoccia come usano in
New-York, o va sindacando se il boccone che mettiamo in bocca è pane o
carne, o se è carne di prima o di seconda qualità. In New-York
disprezzano quelle povere anime di italiani che vanno intorno
raccattando cenci e cocci e vuotando i barili delle immondizie, ma se
non fosse di quelli, la bassa città sarebbe in breve così sudicia e
pestifera da non potervi dimorare nemmeno i cinesi. Ci chiamano:
suonatori d'organetti, quasi che in New-York non fossero più i
canzonettisti francesi ed inglesi d'infimo conio ed i clown americani
che gli italiani suonatori ambulanti.

Una volta, seguitava il mio compaesano, mentre ero _cow-boy_, capitai in
Midland, che è una stazione (non ferroviaria) in un luogo deserto nel
Texas, poco discosto dalla così detta «terra di nessuno» (_no man's
land_). All'osteria fui tirato a giuocare: c'erano parecchi miei
compagni, due o tre negozianti messicani ed un grosso impresario di
Filadelfia.

Io non volevo giuocare, ma tra il Whisky, le occhiate sprezzanti, le
sollecitazioni minacciose e la persuasione di non poterne uscire che a
revolverate, dove, solo contro dieci, avrei avuto la peggio, e la nativa
indole rischiosa che invano mi sforzavo domare coll'ostinato rifiuto,
alla fine ci caddi. Avevo con me il risparmio di due anni ed il frutto
di certi miei piccoli traffichi, in tutto 460 dollari, cioè oltre 2300
lire nostrane in tanti scudi d'oro sonanti come usano in California, nel
Texas ed in generale negli Stati meno popolosi. Poichè dovevo rischiare,
volli che andassero tutti su di un colpo. Li perdetti, ben inteso, e fu
affare finito e sul momento mi parve una liberazione. L'impresario di
Filadelfia, che era stato dei più insistenti a stimolarmi, non aveva
accettata la partita.

Era un ticchio assassino, che per spilorceria armava i pozzi delle
miniere con travi tarlate e fradicie, e se ne vantava, onde già gli
stavano sulla coscienza parecchi disastri. Quel colpo e la serenità con
cui lo sostenni mi valsero la sua stima. Mi si avvicinò, mi porse la
mano e mi domandò in tono quasi affermativo:

— French?

— No. Italian.

Mi guardò incredulo: non gli pareva possibile che un «macaroni» un
«suonatore d'organetto» un «Degos,» come ci chiamano a titolo d'insulto,
potesse gettar via il danaro tanto speditamente; ma si accorse che il
suo dubbio mi irritava e credette: mi serrò un'altra volta e mi scosse
le mani, uscendo in quelle voci nasali fra l'ah! e l'oh! che esprimono
presso gli americani il sommo grado della compiacenza e della
approvazione.

Se invece di gettarlo da pazzo a quelle canaglie, io avessi serbato il
mio denaro per sollevare le miserie dei miei parenti lontani, in luogo
della ammirazione, avrei incontrato il disprezzo di quel trafficante di
carne umana. Gli altri, i miei compagni ed i negozianti messicani, mi
avrebbero ammazzato piuttosto di lasciarmi astenere dal giuoco, ma se
fossi riuscito a cavarmela senza giuocare, non avrei nulla perduto della
loro stima. Qui è la differenza fra l'americano delle regioni agricole,
ed il vero Yankee incivilito. L'assalto alla fortuna è forse nel Texas e
negli altri Stati spopolati più accanito e disperato che nelle città
incivilite presso l'Atlantico, ma siccome non la si può altrimenti
conseguire che a costo di fatiche fisiche e di privazioni grandissime,
non c'è lavoro tenuto per abbietto e non è vergogna il saper indurare,
per scorciatoie, gli estremi gradi della miseria. Forse perchè mancano
le occasioni di minuto e continuo sperpero, la sobrietà, la continenza e
l'economia, non sono tenute in conto di vizii disonorevoli. La mala
riputazione degli italiani nelle grosse città, deriva sopratutto dalla
loro sobrietà e dalle loro abitudini di economia e di risparmio. Lei,
signor Giacosa, esaminerà, sentirà e vedrà se ho ragione e, tornato in
Italia darà, a chi vuole emigrare, il buon consiglio di rivolgersi
piuttosto agli Stati agricoli che agli industriali.

Il buon consiglio io non oso darlo perchè non ho studî ed esperienza che
bastino, ma i fatti esposti, dal mio compaesano mi risultarono
esattamente conformi al vero. Se non l'eccesso di ogni virtù è vizio ed
ogni Arpagone si gabella per parsimonioso. Il maggior carico che gli
americani fanno agli emigranti italiani è di una sordida, degradante ed
insanabile astinenza e del loro acconciarsi ai più umili uffici, ai
lavori più vili e meno rimunerati. Dal vestire, al cibarsi ed
all'alloggiare, la plebe italiana di New-York e di Chicago dà spettacolo
di una così supina rassegnazione alla miseria, di una indifferenza così
cinica rispetto ai beni ed ai godimenti della vita, che ha solo
riscontro, in peggior grado, diciamolo, nei cinesi. Solo riscontro a
voler contare la gente che campa di onesto lavoro; che altrimenti, in
New-York, la bassa città è piena di pezzenti, scamiciati, luridi,
scalzi, sudici, scarmigliati, orribili e terribili, i quali non si sa di
che e come nutriti, non ostante le razzie dei policeman, dormono la
notte sotto le scalette digradanti nelle vie o sotto il ligneo ponte
degli Eleveted o sul nudo lastrico nei vicoli oscuri.

La polizia che dà loro la caccia, e li trasporta, il più delle volte
senza che si sveglino, tanto sono piombati nel sonno alcoolico, alle
prigioni ed ai ricoveri per briachi, sa che gli italiani fra di essi
sono in piccolissimo numero. Lo sa e lo dice. Non è molto, il capo della
polizia di New-York affermò pubblicamente che di tutte, la emigrazione
italiana è quella che dà il minor contingente agli assassini, ai ladri,
ai facinorosi d'ogni specie.

Ma di questo rifiuto della società, l'opinione pubblica americana non
tiene conto altrimenti, che per armarsi alla difesa, moltiplicando le
prigioni e le sentenze capitali e sperimentando nuovi sistemi di morte.
Quando si parla di stima e di sprezzo, si considerano gli elementi vivi
ed attivi del corpo sociale. Ora, fra i membri organici della società
americana, dobbiamo pur troppo convenirne, gli italiani tengono, nella
pubblica stima, se non il penultimo, il terz'ultimo posto. Al disotto di
essi, non ci sono che i cinesi ed i negri. Il mio compaesano voleva che
questa disistima nascesse da avarizia. Il Yankee, mi diceva, è geloso
del denaro americano che gli emigrati italiani mandano ogni anno in
Italia. Ne mandano infatti assai più che da noi non si creda. Il console
e parecchi banchieri di New-York mi assicurarono, che da quella sola
città, sono spediti in Italia, non per traffichi, ma dagli emigranti,
dai 25 ai 27 milioni di lire l'anno. Bisogna avvertire però che da ogni
punto, si può dire, degli Stati Uniti, il danaro diretto all'Europa,
prende la via di New-York. Ma la somma, vistosa specialmente se si
consideri da chi proviene ed a chi è destinata, non è in realtà così
ingente da impensierire quei formidabili maneggiatori di miliardi presso
i quali chi la possegga (sono in loro moneta cinque milioni di dollari)
comincia appena a contare per ricco. Al più, dato che gli americani
abbiano conoscenza di quell'esodo finanziario, esso nuoce al concetto in
cui tengono gli italiani, per ragioni che nulla hanno a che fare
coll'avarizia. Il denaro spedito alla terra nativa, annulla quasi le
carte di cittadinanza che l'emigrato è indotto a firmare, ed attesta il
fermo e perdurante proposito del rimpatrio. Dove vanno i dollari, va il
pensiero ed il cuore e andrà più tardi, appena lo potrà, la persona.

Un colto signore americano, amantissimo dell'Italia, volendo
giustificare l'antipatia innegabile di molti fra i suoi verso i miei
connazionali, mi diceva un giorno che l'italiano è fra gli europei
affluenti del nuovo continente, quello che meno di tutti si
americanizza. Gli osservai che l'americano così orgoglioso com'è della
sua terra avrebbe dovuto meglio di ogni altro apprezzare una tale
tenacia di sentimento patrio.

— È vero, rispose, ma l'americano non firmerebbe mai atti di
cittadinanza in paese straniero. Il vostro emigrante, poichè non trovò
da vivere in patria, viene a noi e disputa il lavoro e la mercede al
nostro operaio. E sta bene. Non mi lagno neppure di quel tanto che il
lavoratore italiano sottrae al minuto nostro movimento economico,
riducendo le spese a quanto è strettamente indispensabile e tenerlo in
piedi ed in forze, cioè a meno del decimo di quanto guadagna. Ma egli,
onde pareggiare la sua alla condizione dell'operaio nostrano, domanda di
essere accolto cittadino degli Stati Uniti e armato di tutti i diritti
civili e politici, nomina i rappresentanti, i governatori, i magistrati,
gli ufficiali di ogni ordine cui spetterà di fare e di applicare le
nostre leggi. E mentre dispone, al pari di ognuno di noi, del nostro
avvenire politico, morale, sociale ed economico, non si associa ai
nostri sentimenti, non conosce e non cura i nostri bisogni, e dei
diritti civici che lealmente gli conferimmo, fa solo uso per mettersi in
grado di rinunziarli più sollecitamente. Si parla molto della venalità
delle nostre elezioni. Il male è pur troppo reale, ma l'americano che
vende il suo voto, si espone almeno a subirne le conseguenze.
L'indirizzo della politica generale, l'assetto finanziario, le questioni
edilizie, le costruzioni e le tariffe ferroviarie, sono altrettanti
fattori della sua prosperità o del suo disagio avvenire, onde è a
sperare che edotto dalla esperienza, egli verrà grado grado avvezzandosi
ad un esercizio più coscienzioso della sua sovranità. Ma che sperare dal
voto dato da uno straniero, il quale, rinnegata apertamente per
interesse l'antica, rinnega di continuo in cuor suo la nuova patria ed
affretta il momento di abbandonarla? Che importerà a lui se il
legislatore è inetto, se il magistrato è corruttibile, quando sei mesi,
un anno dopo il voto, egli lascierà per sempre il nostro continente? È
lecito, se volete, sospettare di ogni cittadino americano, che egli
venda il suo voto, ma è indubbiamente certo che lo venderà questo
cittadino spurio che frodò scientemente i privilegi della cittadinanza.

Era facile dimostrare che tale stato di cose è più imputabile agli
americani che ai forestieri. Presso di noi la naturalità non si concede
che con voto delle Camere, e tale solenne ed indugiante procedura ne
circonda di mille cautele il conferimento. Di più, essa non riflette che
l'esercizio dei diritti politici. Anche senza di essa lo straniero può
possedere, trafficare e trovar lavoro nella identica misura di un
regnicolo. Essa non diventa mai strumento, anzi condizione
indispensabile della prosperità materiale.

Se i nostri emigranti non sapessero per esperienza che il voto è un vero
argomento di traffico e che il farne traffico può agevolar loro il
collocamento, accrescere le mercedi, ottenere più spedita e più giusta
giustizia, non firmerebbe le carte di naturalità. Il concetto della
cittadinanza non è accessibile nella sua purezza che alle menti colte.
Esso non va confuso col naturale sentimento patrio. Per quei disgraziati
costretti a strappare la vita con tanto e sì duro lavoro, la patria è il
piccolo luogo nativo, del quale hanno in mente, fino dalla primissima
infanzia, il profilo dei monti, i seni dei fiumi, la linea bruna delle
foreste, la varia scacchiera dei campi e dei prati, il viso dei parenti,
degli amici, le case, il pozzo, il cimitero. La patria civile non
rappresenta al loro stretto criterio che balzelli ed impedimenti:
l'esattore, la leva, le carte bollate, le dogane. Difetto di educazione
civica? Ma l'avete molto maggiore voi che vendete il vostro e comprate
il loro voto? Voi avete, in maggior misura di noi, la coscienza della
vostra forza collettiva ed individuale e l'obbedienza agli ufficiali
della legge e sopratutto avete ed è grande onore vostro, in sommo grado,
il rispetto verso l'uomo ed una civile consapevolezza dei diritti della
vita. Qui sta la vera nobiltà degli americani. E qui sta la vera ragione
del misero concetto in cui essi tengono i nostri connazionali, i quali
provocano il loro disprezzo, mediante l'esercizio di virtù eroiche, che
essi non possono nè conoscere nè apprezzare.

                                  *
                                 * *

La prima cosa che mi colpì negli Stati Uniti, astrazione fatta dai
prodigi della meccanica, fu l'aspetto della prosperità universale e
conseguenza di essa l'eguaglianza visibile delle condizioni sociali.
Eguaglianza di vestire, di modi, di abitudini, di relazioni e sopratutto
eguaglianza fisiologica, non oso dire di salute, ma nella salute, di
quel grado di benessere che procede dal copioso e nutriente alimento.

In New-York, verso le sei pomeridiane, quando termina la giornata
operosa, migliaia di carrozzoni sparpagliano per ogni verso dall'alto
della città, la innumerevole folla che gli affari addensano lungo il
giorno nella bassa. Le sei linee parallele di ferrovie aeree hanno
ognuna convogli di cinque o sei enormi vagoni ogni cinque minuti ed ogni
vagone è pieno zeppo di gente seduta e d'altra a sedere sulle ginocchia
dei seduti e d'altra ritta nella lunga corsia di mezzo e nelle brevi
trasversali e sui piccoli terrazzi alle due estremità. Là il milionario
siede accanto al facchino del porto ed è dal conduttore invitato a
levarsi in piedi per dar posto, occorrendo, al suo vecchio domestico. Ma
da qualche elegante banchiere di Wall-Street in fuori il quale si
distingue per lo speciale vestire all'inglese, nessun europeo
giudicherebbe ad occhio che là siano rappresentate le infinite varietà
di professioni, di mestieri, di stato, di fortuna, di coltura e di
educazione, che si possono riscontrare in un popolo intero. Il gentleman
che vi siede a lato e che se appena può spiegarne un piccolo lembo,
legge imperturbabilmente il suo sterminato giornale, può essere del
pari, l'avvocato della più ricca società ferroviaria che sia al mondo, o
il commesso di un negozio di calzature, od il fiaccheraio di City Hall
Park che ha terminato il suo turno di servizio. Al più certe mani
tradiscono l'esercizio delle più grosse arti meccaniche e certi odori
quelli di speciali industrie, ma il taglio degli abiti e le stoffe
attestano in tutti la stessa cura, la stessa abitudine e quasi lo stesso
grado di agiatezza, ed i modi e le parole, lo stesso vigoroso sentimento
della eguaglianza sociale e della dignità personale.

Il forestiero che voglia conoscere sommariamente le abitudini casalinghe
degli americani, percorra la domenica in New-York una intera linea
ferroviaria dell'«Eleveted» e di preferenza quella del nono viale
(_avenue_), la quale partendo dalla punta al mare della città, sale fino
al fiume Harlem con un percorso di circa 20 chilometri. L'intero viaggio
costa cinque _cents_ americani, venticinque centesimi della nostra
moneta. Il palco della ferrovia, seguendo la graduale ascensione del
terreno, rasenta per lo più le case all'altezza del primo piano, se non
che, come giunge a certi avallamenti che solcano l'alta città, li
scavalca, correndo a norma della loro profondità lungo i secondi, i
terzi, i quarti piani e talora oltre i comignoli. Partendo dalla
Batteria cioè dalla punta al mare, il treno attraversa, dapprima la
New-York antica, la _city_ dei traffici, fabbriche altissime date dalla
terra al tetto a magazzini, a studi, a banche, a fondachi d'ogni
maniera. Ogni sera, già lo dissi, quella città plutogena che monetizza
quasi tutte le attività naturali ed industriali degli Stati Uniti, si
spopola interamente. Nessuno vi dorme. L'urgenza degli affari non
consentì che vi si introducessero i miglioramenti edilizi: le vie
rimasero strette e tortuose, le case oscure e disagiate, il lastrico
rotto e sepolto sotto uno strato di mota vischiosa e nera, l'aria
stagnante e fetida.

Ma i denari si fanno nel sudiciume e si godono al pulito. Da ciò, nei
giorni festivi il completo abbandono ed il mortale silenzio di quei
quartieri, uscendo dai quali il treno imbocca i viali fastosi e chiari e
taglia le strade numerizzate che s'aprono in sfondi di piazze e di
giardini o mostrano lontano il grande fiume del Nord, l'Hudson river,
irto di alberi, sparso di vele, solcato da mille vapori, animato dalle
altalene aeree dei «ferry boats» simili ad immani uccelli che sbattono
invano le piccole ali inette al volo. Qui mettono capo le strade della
città elegante, gigantesca metropoli di gaudenti disciplinati i quali
ignorano al certo il proverbio che attribuisce all'ozio la paternità di
ogni vizio, perchè hanno tutti i figliuoli e non ne conobbero il padre
mai. Più in alto, oltre il Central Park dove cominciano gli avvallamenti
che ho detto, sono i quartieri operai e popolari, monotoni, ma larghi,
puliti, agiati, ordinatissimi.

La domenica, chi li guarda dai vagoni dell'alta ferrovia e conosca la
condizione sociale dei loro abitanti, crede avverato in forma
Anglo-Sassone, il sogno che meritò a Faust il facile perdono. Ogni
famiglia passa l'intera giornata alle varie e spaziose finestre in
sereno e non oziante riposo. Il padre, seduto sulla sedia a dondolo, la
pipa in bocca, legge, legge, legge dalla prima alla ultima linea le
trentadue immense pagine del giornale domenicale ed un altro giornale
illustrato e del pari interminabile, occupa la madre, seduta in un'altra
sedia a dondolo, presso un'altra finestra. Se la famiglia ha un figlio
maschio e la casa una terza finestra, non mancherà il terzo giornale e
tale spettacolo va via via ripetendosi senza rinnovarsi come in una
tappezzeria figurata. Sole si sottraggono a tanta silenziosa e
didascalica felicità le ragazze, ricco sangue fiorito in bionda e rosea
bellezza, le quali, non sedute, ma appoggiate al davanzale, guardano
curiosamente in strada, sorridono ai fuggenti passeggieri dell'Eleveted,
discorrono colle vicine, occhieggiano chi le guarda, rosicchiano
mandorle, e ridono di continuo con sincera freschezza. Già, fra
parentesi, nulla è più aggraziato della balda e procace e gaia
scioltezza delle ragazze americane e della aperta compiacenza con cui
esse incoraggiano e premiano l'ammirazione espressa o tacita dei
passanti.

Quando il treno corre all'altezza dei piani superiori, dove entra più
luce, appare intero l'ordinamento e l'arredo della casa. Belle carte da
parato, pavimenti a tavole, tende ampie, una mobilia copiosa e comoda,
un'aria insomma di solida e quasi raffinata agiatezza, quale non hanno
nelle nostre città di provincia, salvo poche eccezioni, gli alloggi
dell'avvocato, del medico, del giudice, del negoziante. Si tratta, ben
inteso, di gente che vive a giornata, con salari di quattro ed anche di
tre dollari al giorno, la paga ordinaria di un operaio quale tocca al
nostro emigrante. E si tratta di gente assegnata, che non è creduta e
che non crede concedere nulla al soverchio, ma per la quale il
necessario, non deve bastare solamente al non morire, ma al vivere, e
che considera il benessere quale condizione indispensabile della vita.

Vediamoli sotto un altro aspetto.

I Macelli di Chicago sono famosi anche presso di noi. Famosi e favolosi
perchè tutti li immaginano più ordinati e puliti e meccanicamente
perfetti che in realtà non siano. In realtà essi mi parvero la più
colossale sudicieria che mente umana possa concepire. Basti dire che
quegli immensi locali dove certi mesi dell'anno si ammazzano,
dissanguano, tosano, squartano ed insaccano fino a 60 mila capi di
bestiame al giorno, sono tutti fabbricati a palchi, colonne, tramezzi e
scale di legno. I vapori del sangue impregnano tutti i pori delle pareti
e dei soffitti, gli spruzzi, i rivi di sangue inzuppano i trogoli, i
tini, i banchi, le colonne, le tavole del pavimento ove depongono una
mota bruniccia, pestifera, lubrica e vischiosa che le frequenti lavature
non sciolgono e non spazzano, ma fanno più sottilmente compenetrare
colla fibra lignea. E per giunta, locali bassi e insufficienti, onde gli
operai ci stanno pigiati ed i visitatori devono patire stomachevoli
contatti: e poche finestre, dalle quali scende sulle brune pareti una
luce incerta che i vapori esalati dalle acque bollenti e dalle carni
palpitanti oscurano ancora.

In tali ambienti si aggirano centinaia di operai intesi ognuno a
speciali bisogne e costretti dallo incalzarsi meccanico delle successive
operazioni ad un lavoro furioso e senza posa. Quei disgraziati non hanno
nè faccia nè corpo d'uomo. Il viso contratto dall'invincibile disgusto,
da un energico irrigidimento volitivo e dalla ebbrezza sanguigna che li
accanisce, l'occhio continuamente sbarrato dallo sforzo visivo per
discernere nella penombra il punto preciso dove assestare il colpo dello
squartatoio, l'untume rossastro e lucente che invischia loro la fronte e
le gote, il sangue raggrumato che indurisce la barba ed i capelli, i
movimenti rapidi e bruschi onde gettano ai vicini i pezzi squartati,
tutto ciò fra il fumo, il tanfo, gli urli e le strida gorgoglianti, dà
loro un aspetto che non ha nulla di umano, che sta al disotto di quella
stessa animalità ferina che essi distruggono con tanto formidabile
eccidio. E il vestire! Blusa e pantaloni di tela incerata gialla, così
dura che essi devono camminare a gambe larghe e sbracciarsi per il
menomo gesto, e da capo a piedi macchiata, rigata di sangue e colante
sangue, ed immerso il basso dei pantaloni nella poltiglia sanguigna, sì
che ogni passo manda spruzzi, ed il piede staccandosi a stento dal
suolo, rende suono di succhiamento e leva bolle che sembrano vivi
tumori.

Fuggiti a quella bolgia l'orrore e la nausea vi perseguono gran tempo
per le vie soleggiate e nei giardini, vi turbano il sonno e per alcuni
giorni vi svogliano d'ogni cibo che non sia vegetale. Ma se vi basti
l'animo di appostarvi alla estrema uscita di quello intricato viluppo di
corsìe, di staccionate, di palchi, di baracche, di viadotti che occupa
uno spazio di terreno grande quanto Milano, la vista che vi aspetta sul
finire della giornata, vi darà un giusto concetto della multiforme vita
americana.

Mezz'ora dopo cessato il lavoro si spande fuori del recinto una folla
signorile di gentleman che uno dei nostri damerini principianti
prenderebbe a modello di eleganza sportiva. Sono bei giovani alti e
biondi, coi baffetti incerati, i solini ingommati, le vistose cravatte,
le giacchette a scacchi all'inglese, il pastrano color nocciuola dalle
costure sovrapposte, i calzoni chiari, il piccolo cappello duro, o
uomini maturi in soprabito nero ed in tuba, e tutti così composti e
gravi e che li direste usciti da un club aristocratico dove si giuochi
nobilmente al Macao o da un concerto di musica classica a venti lire il
biglietto. Chi più riconoscerebbe in quei raffinati i macellai e gli
scorticatori di poc'anzi, i quali deposti i gialli indumenti e
disgrassatesi le mani, le braccia ed il viso, si dispongono ora a godere
al pulito i danari guadagnati nel sangue e nel sudiciume? Essi
sopportano il ripugnante e faticosissimo lavoro, ma non saprebbero
rinunziare a quegli agi che reputano necessari alla vita da quanto il
materiale sostentamento e l'alloggiare al coperto. Macchine finchè
l'opera dura, vogliono riprendere al suo cessare una umanità superiore a
quella dei negri e dei pelli rossi. Noi riconosciamo noi tutti il
progredire di una razza dai suoi moltiplicati bisogni? Nati da un popolo
che ignora l'ozio, essi accettano la disuguaglianza delle fatiche, a
patto di raggiungere una relativa eguaglianza di beni. Membri di una
società che sa utilizzare tutte le attività umane, l'avvenire della
famiglia non li impensierisce; come il padre lavorò e lavora,
lavoreranno i figliuoli e l'oggi non ha minori diritti che il domani.

Apprezzano e praticano il risparmio del soverchio, ma il loro soverchio
comincia oltre l'agiatezza, non oltre la povertà. Le privazioni che
degradano l'uomo, che gli lesinano un sostanziale nutrimento, che lo
espongono ai rigori delle stagioni, che lo disarmano contro le asprezze
della vita, che lo umiliano nel cospetto dei suoi simili, sono a loro
giudizio veri e proprii delitti di lesa umanità. E vi riconoscono il
segno di una razza inferiore e decaduta.

                                  *
                                 * *

Diamo ora uno sguardo sommario ai quartieri italiani di New-York ed alla
vita, l'infima vita di troppi italiani in Chicago. Ho detto che a
New-York la bassa città non vive che ai traffichi e che la sera tutti
l'abbandonano. Ciò è vero in generale degli americani, non dei cinesi e
degli italiani dei quali i confinati quartieri stanno appunto nella
città bassa, presso i cinque punti, dove sono le viuzze più strette e
malsane e le più orribili e rovinanti catapecchie.

È impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità
fetente, l'ingombro, il disordine di quelle strade. La gente ci vive
all'aperto, segno, dato il clima inclemente, che peggio sono i locali
interni, dei quali io non vidi se non quanto mostravano le buie botteghe
e che mi svogliò d'ogni maggiore curiosità. Anche là come in Napoli il
cielo è ragnato dalle frequenti distese di panni sciorinati tra l'una
casa e l'altra. Ma quali panni ed usciti da quale bucato! se pure non li
stendono al sole per seccarne il lordume. Uomini cenciosi, sucidi,
sparuti, vanno intorno faticosamente d'una in altra bottega o si
aggruppano all'entrata di quelle birrerie dove è loro servito il
fondugliòlo inacidito delle botti di birra smaltite nei sani quartieri
alla gente sana. Sul passo degli usci, sui gradini delle scalette, su
sgabelli di legno o di paglia nel bel mezzo della via, le donne mettono
in mostra tutta quanta la loro compassionevole vita domestica.
Allattano, cuciono, mondano le verdure avvizzite, solo condimento della
loro minestra, lavano i panni negli unti mastelli, si strigano e
ravviano a vicenda i capelli. Ciarlano, ma non fanno il cinguettare
allegro ed arguto delle viuzze di Napoli, bensì un non so quale
cruccioso pigolìo che stringe il cuore.

A volte un ingombro di carrette (in quelle strade le vetture non passano
mai), le costringe a levarsi ed a raccogliere in furia quelle poche
robe, e allora sono urli e bestemmie del carrettiere e strilli ed
improperî di tutto lo sciame femminile. Passano certe vecchie sfigurate,
portando a stento i cestoni delle immondizie. Vana fatica! Tutto quanto
vi circonda: i panni che la gente indossa, le mercanzie esposte, le
frutta, gli erbaggi, le carni ingiallite ed incartapecorite che pendono
all'uncino presso le beccherie, i mobili che s'intravvedono negli aperti
stambugi, perfino i sordidi biglietti di banca italiani ed americani
allineati nelle vetrine dei frequenti banchieri, perfino i mostruosi
ritratti di Re Vittorio, di Garibaldi e di Umberto e le bandiere
tricolori che pendono a quasi tutte le finestre ed inquadrano l'entrata
delle botteghe e vi fanno svolazzo, ogni cosa, ogni cosa non dovrebbe
essere gettata al mondezzaio? Quelle bandiere vi danno insieme un senso
di tenerezza e di vergogna patria. Quella gente così duramente provata,
ha dunque mente ancora alla remota terra nativa e frammezzo a tante
urgenti e dolorose realtà può essa ancora compiacersi della sua immagine
simbolica? Ma non umiliano esse ad un tempo la patria che riduce i suoi
figli ad appagarsi per minor danno, di così squallida miseria? Gli
innumerevoli strozzini che invescano quei disgraziati e li dissanguano,
primo e permanente argomento della loro abbiezione, adornano anch'essi
con bandiere le immonde tane cui danno il nome di Banche. E a più
vistosi drappi, più accorte trappole. Stanno sulla soglia del banco,
fissando sui passanti un dolce sguardo adescatore e sorridendo loro con
cupida bonarietà.

Ma la vista più dolorosa è quella dei bambini gettati seminudi
all'aperta via. Chi non conosce il clima di New-York non può concepire
la tristezza di tale spettacolo. Io visitai quelle strade verso la metà
di novembre e le piccole creature non indossavano che la camicia.
L'ultima domenica di novembre avemmo in New-York uno squilibrio di
temperatura di 30 gradi. Il mezzodì erano 18 gradi centigradi sopra, la
sera 12 sotto lo zero. Uno strato di ghiaccio vivo incrostava le strade.
Sempre quando irrompono dal Canadà e dall'Alasca, i tremendi cicloni che
dall'Atlantico manda già rabboniti alle coste occidentali d'Europa,
New-York trapassa di colpo dalle arsure estive ai rigori invernali. La
bufera non si annunzia con tuoni e lampi che d'altronde i fragori della
industre città e la strettezza di quelle strade non lascerebbero
altrimenti avvertire. Il turbine si scatena improvviso nella placida
gaiezza dell'aria soleggiata. Pensate quei bambini! Chi riesce a
superare quelle prove mortali potrà adulto sfidare tutti i mari e tutti
i deserti, ma quanti ci restano al primo urto, o trascinano per una
fiacca giovinezza acciacchi senili, finchè un alito di brezza li spegne!

Tali miserandi spettacoli non s'incontrano ben inteso che in quelle
poche strade dove si agglomera la feccia della emigrazione italiana, pur
preferibile di cento volte alla feccia della irlandese la cui
degradazione procede da stravizi, non come avviene dei nostri, da virtù
disperate, da pregiudizi economici e da ignoranza. E non è a credere
nemmeno che là dimorino tutti nè, non di gran lunga, la maggior parte
degli italiani. Sono italiani in Nuova York ed in Brooklyn, gran parte
dei muratori, degli scalpellini, degli stuccatori, degli imbianchini,
moltissimi parrucchieri e garzoni di caffè, quasi tutti i negozianti di
frutta, dai maggiori fissati in ghiotte e sontuose botteghe, a quelli
che vanno intorno colle paniere e col carrettino, e fino a pochi anni
addietro, tutti i lustrascarpe. Costoro dimorano per lo più dispersi,
come il lavoro richiede, nei vari quartieri della città e, dall'aria
borghese in fuori che i più non sanno o non vogliono pigliare, vivono su
per giù da quanto gli americani. Se non che una certa minuziosa cura di
risparmi, una frugalità che rasenta la privazione, quel meticoloso
disputare il centesimo, il vestire trasandato, l'alloggiare in molti
nello stesso locale non spazioso nè comodo, e mille altre pratiche
parsimoniose, fanno sì che i più schifiltosi americani riconoscano in
essi, già migliorata se vogliamo al proprio contatto, quella stessa
razza che ammorba le strade di Baxter e di Mulberry e vi pianta in
lacere e lercie bandiere il segno della propria nazionalità.

Chicago non ha, ch'io sappia, quartieri dati in modo speciale agli
italiani, onde lo spettacolo della nostra miseria, va cercato un po' da
per tutto e più nell'esercizio di certe infime industrie che solamente i
nostri connazionali patiscono di esercitare. La più comune, consiste nel
ribruscolare fra il lezzume ammassato presso i grandi depositi di
cereali, le concerie, gli scali d'imbarco e le stazioni ferroviarie. È
industria di vecchie donne delle nostre provincie meridionali andate in
America col marito e coi figliuoli. Questi attendono all'arte loro od ai
negozi; esse passano, piova o nevichi, l'intera giornata fra le
spazzature per riportarne la sera, a farla grassa, il valore di pochi
centesimi. Cartaccie, ritagli di cuoio, cenci, chiodi, bullette, pezzi
di lamiera, fili di ferro, quanto è ultimo vilissimo rifiuto della
grossa vita industre e meccanica, tutto raccolgono ed insaccano. Un paio
di ciabatte, una blusa a brandelli, un'ampolletta con dentro il
rimasuglio di ignoti rimedi sono ai loro occhi veri tesori. Chi può
fissare l'estremo limite del servibile e dell'inservibile? Calzeranno le
ciabatte, indosseranno la blusa: l'eterno femminile non ha, in esse,
esigenze di vestire. E al primo malore ingoieranno il rimedio, persuase
di ficcargliela al medico del rione. Non le nutrisce anche il
mondezzaio? Io ne vidi addentare gustosamente certi avanzi di patate
succherine raccattati fra la spazzatura. Dio sa, quelle patate da quanti
giorni erano cotte e come inacidite! Sedani, carote, cavoli vizzi e
raggrinziti, mele fradicie, quanto le più povere cucine diedero per
disperazione al corbello dello spazzaturaio, è loro pasto quotidiano.
Hanno i loro punti fissi, sui quali vantano un rispettato diritto di
possesso e che occupano ogni giorno in squadre di cinque o sei ed anche
più. Uscendo dall'albergo io solevo per entrare in città costeggiare un
tratto di ferrovia, indi un praticello triangolare dato appunto a mucchi
sempre rinnovati di tritumi e di immondizie. Ci passavo la mattina per
tempo: le vecchie erano già al lavoro; ce le ritrovavo tornando verso il
mezzodì: riuscivo verso le due, rincasavo verso le sei, le vecchie erano
sempre là curve, sedute, inginocchiate nel fango o nella polvere.
Raspano e sparnazzano come le galline. A volte ci stanno a piedi nudi
per giovarsi del tatto e dare l'occhio intanto a punti discosti. Poco
innanzi che io giungessi a Chicago, ne era morta una di tetano per
essersi lacerato un piede ai denti di un foglio di latta. Ho voluto
discorrere con esse. Quella cadenza lunga e smorzata della parlata
napoletana, era così triste, in quel luogo, sotto quel cielo, uscendo da
quelle misere labbra! Domandai loro se non avrebbero guadagnato di più
rimanendo in casa, a far calze, a rammendare panni, a qualsiasi altro
mestiere.

— E questo, chi se lo piglia? — rispose una, mostrandomi il mucchio.

Ecco il secreto di tanta tribulazione: il timore che alcuna infinitesima
particella di ricchezza vada perduta. Guadagnerebbero di più a più sani
e puliti lavori, ma quel minuscolo valore le attira. È l'adorazione
cieca e materiale delle cose, astrazion fatta ad ogni pratica
applicazione.

Potrei raccontarne per delle ore, ma passando di uno in altro patimento
e dalla vecchiaia alla infanzia, sarebbe sempre la stessa miseria.
Miseria, non povertà, perchè il misero stato di quei disgraziati non
procede da insufficienza di mezzi. Così in Chicago come in Nuova York,
la gente valida guadagna, soldo più soldo meno, dai tre dollari al
giorno, e molti arrivano ai quattro e taluni ai cinque. Il dollaro vale
cinque lire e venticinque centesimi. E non è a credere che il prezzo
delle derrate cresca in proporzione della unità di moneta, così che il
valore commerciale del dollaro in America, pareggi quello della lira in
Italia. Questo dicono molti, ma non è. Certi oggetti di lusso, costano
il doppio, il triplo del prezzo nostrano, ma sono rarissimi. I nostri
guanti a cinque lire ne costano dodici a Nuova York, il cappello a
cilindro inglese che si paga a Roma 25 o 30 lire, costa a Nuova York 10
dollari. Costano un dollaro l'ora le vetture di piazza. Ma la retta nei
primissimi alberghi, di gran lunga più comodi, che i migliori europei, e
più abbondante il vitto e libera l'ora dei pasti, non è più cara che in
Europa. In Europa il prezzo varia dalle 12 alle 15 lire al giorno, a
Nuova York è di tre dollari al _Fifth avenue hotel_, che è vantato fra i
più splendidi degli Stati Uniti.

Se poi dagli splendori della vita elegante, scendiamo agli agi della
comune, le differenze di costo si fanno anche meno sensibili. E quanto
agli oggetti di primissima necessità, non c'è od è minima differenza.

In complesso la vita costa di più, perchè raccoglie una maggiore somma
di bene. Il nostro emigrante poichè accetta di tribolare in America,
quanto tribolava in Italia, se la cava con 25 o 30 soldi italiani al
giorno. Ma appunto questo suo volontario tribolare, è cagione che
l'americano lo derida e lo disprezzi. Nè i molti italiani che vivono con
più umana larghezza bastano a cancellare la triste impressione lasciata
da quei nichilisti della vita.

Dei caratteri proprii di ogni razza, il comune delle genti non sa e non
può considerare che gli estremi: quelli soli sono essenzialmente
differenziali, e quelli soli informano il concetto che si fissa nelle
menti dell'universale. Le profonde differenze etniche non possono essere
avvertite da quel popolo, che nacque e cresce mediante la fusione di
tante razze disparate anzi degli elementi più indomabili, più
incontentabili, più audaci, più smaniosi de' godimenti, più anelanti
alla piena vita che fossero e siano in ogni razza. Perciò agli occhi
degli americani, l'italiano che veste, alloggia, si nutrisce ed a suo
tempo riposa al pari di essi, è un cittadino della Unione il quale parla
una lingua diversa dalla loro. Ma quell'essere rassegnato, umile, domato
dalle astinenze, accanito ad un lavoro senza posa, che in tanto emporio
di beni, possedendo i mezzi di conseguire la sua parte, ne fa volontaria
rinuncia, che accetta di abitare nel lezzo quando potrebbe al pulito,
che degrada col lurido vestire la nobiltà delle forme umane, che riduce
insomma ad un _minimum_ appena compatibile colla vita i bisogni della
vita, quello non è un uomo della loro razza, anzi della loro umanità.
D'onde viene? — Dall'Italia. — Tali sono dunque gli italiani? — Ecco
formata la leggenda.

Che sanno essi della famiglia lontana, dei figli e delle mogli i quali
aspettano la lettera con quei pochi quattrini per comperare il pane e
pagare il fitto di casa? E del bisogno imperioso di raccogliere un
peculio onde riscattare le terre vendute? Essi ignorano le urgenti
strettezze che fanno eroica la rassegnazione di quei disgraziati. Ma le
conoscessero pure, io credo tuttavia che non terrebbero in gran conto
quello speciale eroismo. Ogni popolo chiama virtù e pregia sopra tutte
le qualità che meglio si confanno colle sue naturali inclinazioni, che
più direttamente conferiscono all'adempimento dei suoi destini. Il
popolo americano sa e sente che egli deve ancora compiere la conquista
del suo sterminato continente e popolarlo e dissodarlo. Ora ai
conquistatori giovano sopratutte le qualità attive. A me parve di
scorgere che gli americani compatiscano ai vizi attivi più di quanto
pregino le virtù passive. Ma a voler chiarire la cosa andrei troppo per
le lunghe. Ho voluto mostrare come fosse spiegabile e dal loro punto di
vista giustificabile, il misero concetto in cui gli americani tengono
molta parte della emigrazione italiana.

Ma noi che ne conosciamo le condizioni domestiche dobbiamo fare di quei
nostri connazionali ben altro giudizio. Se il concetto della vita
terrena è più elevato, più alto, e più umano in America che in Italia,
non è colpa loro. Siamo noi che scriviamo i libri e le riviste, siete
voi che li leggete, quelli cui tocca pensarci. È innegabile che parte
della loro miseria è frutto di ignoranza. Ma è certo altresì che la
maggior parte dei loro patimenti sono un esercizio di virtù ardua e
forte. È bello ragionare di etica sociale chi è sicuro dell'oggi e del
domani, di sè e dei suoi.

Dal mio piccolo paese canavesano, partirono il Marzo del 93 per
l'America, tre ottimi lavoratori, lasciando a casa, mogli, figliuoli e
debiti. Laggiù, appena sbarcati, si allogarono nella miniera di
Primerose, in Pensilvania. La paga era buona: sfido! Nessuno del luogo
osava più scendere in quei pozzi che già una volta una vena d'acqua
aveva allagato, affogandovi dentro gli operai. Ora la vena, saldata, non
dava che stille e s'erano ripresi i lavori. I direttori sapevano il
pericolo ma, _business is business_, la duri fin che può. E la durò
poco. Il 20 di Aprile, si ruppe un'altra volta la vena, e quanti erano
sotto ci rimasero. I miei compaesani erano stati sul lavoro otto giorni;
vale quanto dire che non lasciarono un quattrino. Io conosco le loro
famiglie e vedo ora di che morte vivono. Mentre stavo descrivendo la
disgustosa abbiezione di tanti nostri emigranti, non potevo trattenermi
dal pensare che se quei tre infelici avessero avuto tempo di dare ad
altri il tristo spettacolo che altri diedero a me, a quest'ora i loro
figli e le vedove avrebbero assicurato per la vita, un pezzo di pane.



CAPITOLO VIII.

Chicago e la sua colonia italiana.


Quando io giunsi in Chicago, la colonia italiana vi era in gran
subbuglio. Un giornalucolo ebdomadario, italiano s'intende, aveva da
qualche tempo preso ad avversare il Conte Manassero di Costigliole
nostro console e non c'è contumelia che non gli vomitasse contro. Il
Manassero non se ne dava per inteso e badava anzi a rattenere lo sdegno
che quelle ingiurie sollevavano vivissime nella maggiore e miglior parte
della nostra colonia a lui devota ed amica. Ma gli ultimi numeri
imputavano al console un fatto determinato e grave. Si trattava della
bandiera che è costume inalberare alle finestre dei nostri Consolati
nella ricorrenza del 20 settembre. Il giornale, sulla fede di una
società operaia, affermava non averla il Console inalberata: parecchie
altre società e moltissimi cittadini giuravano di averla veduta. In
realtà la bandiera era stata issata fino dal mattino, ma essendosi
smosso l'anello a muro che regge l'asta, la si era dovuta levare per
saldarlo. Affare di due ore, dopo di che i tre colori risventolarono
fino a sera. Parlavano onorevoli testimoni e parlava il muro racconciato
di fresco, ma il giornale duro, ripicchiava in nota continua: noi
passammo e la bandiera non c'era, non c'era, non c'era; e mentre la voce
di quelli non giungeva che alla gente del luogo già edotta dei fatti,
l'accusa gazzettiera, a stampa, poteva varcare l'Oceano, arrivare a
Roma, e a comodo di qualche deputato dell'opposizione, sollevare
interpellanze in parlamento. In questi casi torto o ragione, che ne va
di mezzo è il magistrato lontano colpevole, se non di altro, di aver
dato noia al ministro. Per ciò, gli amici non so se meglio dire del
Console o della verità, mettiamo di tutti e due, deliberarono di opporre
alla denuncia del giornale una solenne protesta dell'intera colonia ed a
tale intento indissero per la veniente domenica un _meeting_, anzi un
_massmeeting_ che vuol dire un solenne e pieno comizio.

In attesa del grande evento io impiegai i primi giorni della mia dimora
in Chicago a veder gente e paese, colla scorta di alcuni cortesissimi
nostri connazionali. Della gente del luogo, non conoscevo nessuno. Avevo
bensì una lettera per un certo M.r Gustavo Fucks fervente melomane,
amantissimo degli italiani, ma l'ottimo uomo stava allora in una sua
villa, lontano assai dalla città e dovetti contentarmi di mandargliela
per posta. Lo conobbi più tardi in Nuova York, dove, esempio di costumi
americani, egli venne apposta da Chicago per assistere alla prima
rappresentazione del mio dramma. Tra venire e andare sono tre mila
chilometri di viaggio. Arrivato il giorno della recita, ripartì
l'indomani poichè mi ebbe fatto una breve visita nella mattinata.

Egli assente, l'altro milione e mezzo di abitanti, mi parvero tutti così
affacendati, che stimai bene di non far perdere tempo a nessuno di essi,
in conoscenze nuove. La mattina uscivo di buon'ora, curioso di visitare
la enorme città che è oggi la seconda e sarà, dicono, fra dieci anni la
prima degli Stati Uniti. Ne avevo inteso raccontare e ne avevo letto
cose da strabiliare: sapevo che d'anno in anno la popolazione vi cresce
di un decimo. Nuova York nel suo complesso non è gran fatto dissimile
dalle grandi metropoli d'Europa. In Chicago sapevo fiorire più sincera
la vita americana: fabbriche smisurate e vie interminabili, botteghe
sbalorditive, assordanti stamburamenti ad uso di richiamo. E poi c'era
l'Esposizione della quale già doveva apparire la colossale carcassa fra
parchi e giardini incantevoli, bagnati da quel famoso lago Michigan che
vantano più vasto dell'Adriatico, più navigato del Mediterraneo e così
dolce alla vista e ridente da vincere al paragone quelli dell'Alta
Italia e della Svizzera.

Ahimè! Della Esposizione erano appena avviati i lavori di sterro ed il
vantato parco ed i giardini mi parvero una bassa e umile cosa. Ma i
piani che mi fu dato vedere, tracciavano su quelle bassure un vario
ondeggiamento di colli, vi incidevano valloni, gettavano promontori nel
lago rompendone le monotone spiagge, insenavano il lago fra le terre,
segnavano i limiti di estemporanee foreste, predestinavano insomma
quelle plaghe pacificamente mediocri, ad un vero cataclisma tellurico
prodotto da forze misurate ed infallibili. Bello sulla carta, io
pensavo, ma lavoro di dieci anni. Mi avvidi ben presto come in Chicago
dal detto al fatto e dal progetto all'opera poco ci corre e come una
fantasiosa strapotenza meccanica vi abbia ridotto l'inattuabile ai soli
assurdi matematici.

Ebbi di Chicago due impressioni diverse, una sensuale ed immediata,
uscita dalla vista delle cose e delle genti. L'altra intellettuale o
graduale, nata di cognizioni, di induzioni e di raffronti. A occhio la
città mi parve abbominevole; riflettendoci la riconobbi ammirevole oltre
ogni dire. Non ci vorrei dimorare per nulla al mondo; credo che chi la
ignora, non conosce interamente il nostro secolo, del quale essa è
l'ultima espressione.

Durante il soggiorno di una settimana, io non vidi in Chicago altro che
tenebre più o meno fitte, fumo, nebbia, sporcizia, ed una sterminata
moltitudine di gente affannata ed accigliata. Fanno eccezione certi
remoti quartieri nei quali spira dalle piccole casette e dai minuscoli
giardini un'aria tranquilla di soggiorno semi agreste e dove fa non
sgradevole mostra una curiosa architettura a sghiribizzi divertente e
puerile onde le case sembrano balocchi ad usi di gente ilare e posata
che ci vive in assoluto riposo mangiando confetti, dondolandosi sugli
immancabili seggioloni a bilico e contemplando oleografie.

Ma da queste inverosimili oasi in fuori, la grassa metropoli mi diede un
senso di oppressione così grave che io dubito ancora se oltre le sue
fabbriche esistano gli spazi celesti. Era nuvolo? Non lo so dire, perchè
il cielo coperto spande una luce eguale e diffusa che non fa ombre,
mentre là a seconda delle ore si allineavano lungo le case più fitti
tenebrori. E non so nemmeno dire se splendesse una larva di sole perchè
la visione delle cose vicine mi giungeva sempre incerta e confusa.
Inclino a credere che quello spazio piano color caffè e latte che si
stendeva lungo le basse falde della città per la larghezza a occhio di
un trecento passi e che andava poi dissolvendosi in un grigione caotico,
fosse il lago, ma non potrei attestarlo con sicurezza. Di certo i
bastimenti, solcavano piuttosto una densa atmosfera che un piano
acquoso.

Ricordo una mattina che capitai sull'alto viadotto di una stazione
ferroviaria. Di lassù, la città sembrava covare un suo ultimo
inesorabile incendio, tanto era avvolta di fumo. Anche in Nuova York,
dal sommo del ponte Brooklyn si vedono salire al cielo a migliaia a
migliaia, colonne di fumo: ma l'aria viva del mare e la nitidezza
asciutta dell'atmosfera fanno sì che ogni getto fumoso si distingua per
molta altezza da tutti gli altri onde tutti prendono un aspetto di
vigorìa disciplinata che allontana ogni idea paurosa, mostrandoli
effetto di volontà ordinate e sapienti. Là vedevo invece un nebbione
grave e rassegato stagnare, nascondendo le proprie scaturigini,
sull'immenso ammasso delle fabbriche nere. Pareva uscito da tutte le
vie, dai tetti e dalle finestre ricadere in ogni dove come se l'aria
intorno lo respingesse. E pareva fumo di incendio covante senza fiamma,
anzi peggio che fumo una sorta di filiggine unta. Non deponeva infatti
quel polverino secco che si leva poi di sui panni alla prima spazzolata,
ma una patina viscosa e penetrante. Forse mi toccò in Chicago una
settimana climaterica, motivo per cui non affermo che le cose siano, ma
che io le vidi tali e di qui forse nasceva l'aria crucciosa ed
ammusonata che leggevo su quasi tutte le faccie. Mi fece senso il notare
come, frammezzo a tanta folla, pochissimi mostrassero di conoscersi a
vicenda e scambiassero, non pretendo scappellate, ma cenni ed occhiate
di saluto. Correvano tutti alla disperata. In Nuova York c'è più gente
che in Chicago e non oziosa, eppure avvertivo per le vie la stessa
nostra speditiva socievolezza. Là mi pareva che tutti fossero come me
perduti, senza compagnia nel formidabile tumulto. O se due persone
discorrevano fra di loro, era un parlare in tono di rammarico, con voce
bassa e nasale senza la menoma varietà di accenti. Un russare fermo.
Dicono che tutti gli americani hanno la voce nasale. Quelli di Nuova
York non mi pare od è ben poca cosa, ma dei Chicaini o Chicaesi che sia,
si direbbe che la voce esca loro dalle narici e che l'articolazione si
faccia nel faringe. È un fatto positivo che moltissimi nasi in Chicago,
sono in continua condizione patologica. Ho veduto in molte vetrine certi
apparecchi destinati a copertura del naso, sorta di cappucci nasali o
nasi finti, ma senza intenzione d'inganno. In opera non ne vidi nessuno.
Ottobre a quanto pare consente ancora, anche ai più delicati, l'uso del
naso naturale, ma il regno degli artificiali doveva essere prossimo e
non mi so perdonare di averne perduto lo spettacolo.

Il carattere principale della vita cittadina a Chicago è la violenza.
Tutto vi è condotto alle estreme espressioni: le dimensioni, il
movimento, i clamori, i rumori, le mostre delle botteghe, gli
spettacoli, lo sfarzo, la miseria, l'attività, la degradazione
alcoolica. Certi manifesti teatrali raffigurano a colorì ed a grandezza
naturale tutti quanti gli attori di una compagnia, ed in eguali
proporzioni le scene principali di un dramma. Passa per le vie una
musica militare seguita da un drappello di generali in gran divisa, la
bandiera che li accompagna, vi annunzia una nuova macina per il grano.
Quel carrozzone, imperiale e reale, tutto bianco lucente a raggi d'oro
che rumoreggia al trotto di quattro giganteschi cavalli bianchi, piumati
ed infiorati, trasporta le carni sanguinolenti uscite dagli squartatoii:
_Armour and Comp._ — Vedo ancora nel bel mezzo di un marciapiede, posata
su di una colonna mozza, una boccia di cristallo, che le mie braccia non
potrebbero cingere, piena fino all'orlo di denti anglo-sassoni. Il
corredo, a farla misera, di ventimila mandibole. Tutti strappati dal
dottor tale, diceva la scritta, il quale dimora qui contro. Già fu
narrata la bella trovata di quel tappezziere di Chicago, il quale
promise di regalare il fastosissimo mobilio di una camera nuziale a quei
due fidanzati che avessero consentito di sposarsi nelle sue vetrine. Li
trovò, fu allestita la scena, intervenne un pastore autentico, _et
fuerunt coniuges_.

In una bottega di parrucchiere ho contato cinquanta seggioloni fissi
dirimpetto ad altrettante specchiere, e serviti da altrettanti Figari.
Il giorno del mio arrivo mi furono mostrati i ruderi ancora fumanti di
una casa bruciata la notte innanzi. Il giorno della partenza (e dimorai
in Chicago una sola settimana), vidi, in quello stesso luogo l'ossatura
ferrea di un nuovo edificio, già levata all'altezza di un terzo piano e
già compiuti i palchi d'ogni piano. Lo sgombero dei materiali
inservibili, e la fornitura dei nuovi, seguono senza riguardi per il
vicinato. Purchè restino libere le doppie rotaie dei tram, il suolo
pubblico appartiene al primo occupante. L'urgenza della vita non
consente delicatezze edilizie. Nel crocicchio delle vie, sui canti delle
case, s'incontrano montagne di pietre tagliate, di mattoni, di travi e
di regoli di ferro, rovesciati là nella furia dello scarico, e
lasciativi finchè il graduale consumo della fabbrica vicina lo richieda.
Al disagio dei passanti non pensa nessuno; si capisce che senza far
teorie e per mero intuìto, ognuno sacrifica le piccole comodità
individuali, al libero esercizio delle grandi forze meccaniche. Chicago
non sarebbe la Città fungo (_Mushroom City_) come la vantano gli
abitanti, se, come avviene presso di noi, le tutele minute
dell'individuo, distogliessero dalla produzione e dallo accrescimento
della ricchezza, una gran parte della attività collettiva. Se le
stazioni ferroviarie dovessero, oltre il nucleo dell'edificio centrale,
cingere con muri palizzate estesissimi terreni, intralciando le
comunicazioni fra i diversi quartieri, non vi sarebbero così frequenti
come il bisogno lo richiede. Se il correre di un treno fra l'abitato, vi
inducesse il nostro preventivo apparecchio di sbarre e di catene e la
vigilanza di mille guardiani, quel gran corpo non sarebbe così
continuamente rissanguato. Nei passaggi a livello fra le case e fra il
movimento urbano, una gran scritta colla parola _Pericolo_ (Danger)
ammonisce la gente di guardarsi attorno. Pensi ognuno a sè stesso. Il
treno irrompe, scampanando come una chiesa nei giorni festivi, nulla
frenando la sua corsa. La vita e la salute sono per chi ha occhi e
mente.

Oh lo scampanare di quei treni! Le finestre della mia camera all'_Hotel
Richelieu_ davano, a quanto mi fu detto, sul lago, ma fra l'albergo ed
il lago, correvano non so se venti o trenta binari di ferrovia. Ho
voluto contare quanti treni passassero in un'ora. Ne ho contati 38, e
tutte le ore si somigliano e la notte somiglia il giorno ed è un
martellare a doppio dove il suono che va perdendosi, dall'un lato,
preludia a quello che ingrossa dall'altro, ed ogni campana ha il suo
timbro, ed ogni battocchio il suo ritmo, onde vi lascio pensare, la
notte, i miei rendimenti di grazie.

Ed i tram? Ve n'ha d'ogni sorta e sugli stessi percorsi. A cavalli, a
vapore, a trazione funicolare, a forza elettrica attinta ai fili aerei.
Il loro movimento giornaliero è calcolato a due milioni di viaggiatori.
Chi attraversa le vie principali, anche nei rari momenti che non ne
passa nessuno, sente stridere sotto i piedi, per certe scanellature
ferrate del selciato, le chilometriche catene d'acciaio che li
trascinano da lungi. Dove la via scavalca su ponti giranti i canali
navigabili che immettono il lago nella città, il tram elettrico
s'interra come una talpa in tunnel profondissimi. La discesa comincia di
lontano; il mezzo della via va sprofondandosi fra muraglioni sempre più
alti, che a grado a grado le scemano la luce del giorno. Quel crescente
crepuscolo vi mette in pensiero; la carrozza non ha apparecchi
d'illuminazione e ci siete pigiati fra gente ignota e varia. Dal
finestrino anteriore vi appare giù in fondo, la bocca nera del tunnel.
Sarà dunque la tenebra chiusa? Ma, all'ultimo barlume di cielo ed al
primo echeggiare della volta imminente, raggia intorno un fulgore che vi
accieca. Il braccio aereo del tram, quello stesso che deriva moto dal
filo sospeso, ne induce la corrente che va ad accendere i globetti fissi
nelle pareti e a mano a mano che procede accende d'intorno e spegne
dietro; onde un retrogrado potrebbe dire che porta bensì luce, ma lascia
tenebre, se non che la luce è buona dove occorre e la tenebra che non
nuoce si chiama risparmio di forza. Ad ogni modo, ed a quando io ne vidi
in Chicago, quel tram fa più chiaro che madre natura, perchè quando
sbuca all'aperto allora lo direste entrato nel chiuso.

La straordinaria abbondanza e la comodità dei tram e degli omnibus ed un
poco anche i pessimi selciati, sono cagione che s'incontrino poche
vetture di piazza e pochissime padronali. I piccoli veicoli non si
confanno a quella enormezza di vita irruente. La frequenza degli
ostacoli irremovibili li costringe al passo e la rete delle rotaie e le
profonde affossature del suolo li sconquassano.

Poichè si discorre di veicoli non so tacere di un carro a mano, che mi
occorse di vedere più volte, destinato a propaganda igienico-religiosa.
Dico a mano perchè gli mancava il timone ed era spinto a forza d'uomo,
ma un cavallo ci avrebbe fatto la schiuma. Era una specie di palco senza
sponda, posato su quattro ruote piccole e nascoste, che portava un
armonium assai voluminoso, uno sgabelletto, e cinque leggii massicci di
ferro, reggenti, quello di mezzo un missale e gli altri musica. Andava
intorno sull'imbrunire e procedeva rasente il rialzo dei marciapiedi.
Sulle prime credetti una mascherata. Innanzi al carro, camminava un
branco di gente, in gran parte negri, vestiti con panni luridi, color
bruno, i pantaloni corti, ed il cappello a staio. I due primi reggevano
teso fra due aste un logoro stendardo dov'erano scritti versetti
biblici; degli altri chi batteva tamburelli, e chi salmodiava. Sul carro
in moto, non c'era anima viva: gli attori di quella scena girovaga, ne
erano ad un tempo i motori.

Come il corteo giungeva dirimpetto uno spaccio di liquori, ad un
ristorante non astemio, i porta stendardo piantavano l'asta, i moretti
facevano cerchio ed i sei che stavano al tiro ed alla spinta, tre
davanti e tre di dietro, saltavano sul palco. Questi erano tutti di
razza bianca, faccie sospette ed arie compunte, lunghi soprabiti
_quondam_ neri, cappello a staio dal pelo arruffato. Uno sedeva
all'armonium, un secondo sfogliava il missale, gli altri intonavano il
canto fermo. Prima veniva la lettura di un passo morale, poi una ondata
d'accordi e poi la lettura, i suoni ed il canto congiuravano insieme ad
una dissonanza stridente. Il tutto in tono basso dimesso. Finita la
salmodia, il corteo s'avviava verso altri luoghi di perdizione
alcoolica. Predicano ben inteso al deserto; la gente passa, non guarda,
non approva e non ride, i bevitori non se n'hanno per male, e gli
apostoli peripatetici, non sembrano avvertire nè l'indifferenza della
folla, nè la folla istessa. A che mirano? Che sperano? Gli uni li fanno
santi e gli altri pazzi; ma questo avviene di tutte le imprese insolite
e volte ad intenti remoti. A vederli tanto incuranti di non far colpo,
li sospettai salariati; mi fu assicurato che non sono. Ad ogni modo la
trovata e la sua attuazione hanno pure quel carattere estremo che ho
notato dianzi. E lo stesso carattere estremo ha il vizio che vorrebbero
e non poterono fin'ora nè correggere nè attenuare.

Ho già descritto l'abbrutimento alcoolico dei troppi americani, ma notai
in Chicago e pochi giorni appresso in Cincinnati, un fatto che mi pare
significativo in sommo grado. All'uscita dei teatri, la folla mascolina
si riversa volontieri nei Baar, a bere il Whisky od il Cocktail ed a
rosicchiare a stimolo della sete, certe croste di pane o bocconi di
cacio fresco, serviti _gratis_ agli avventori. Tra lo sgretolare quei
cibi duri e le reiterate bevute, vien fatto di doversi forbire le
labbra. Orbene, molti Baar e non degli infimi in Chicago ed in
Cincinnati, in luogo di dare ad ogni avventore che ne faccia richiesta
quel tovagliolo frangiato, che usa presso di noi, dispongono un servizio
collettivo di forbitura il quale svoglierebbe della nettezza, il gatto
più leccato che sia al mondo. Lungo tutto il banco di servizio corre
dalla parte del pubblico, a mezza altezza, un bastoncino tornito retto
ai capi e nel mezzo da ganci metallici di squisita fattura, e pendono,
per anelli scorrenti, dal bastoncino, più tovaglioli da tavola, i quali
sono rinnovati ogni giorno, e chissà forse due volte il giorno, ma non
più. A questi, come capita, i bevitori si asciugano i baffi e forbiscono
la bocca. Bocca baciata rinnova come fa la luna, dice il Boccaccio, ma
tovaglia così baciata, non rinnova e serba il segno. Fatto sta che la
sera, tra il colore, l'odore ed il madore, quelle tovaglie sono parlanti
e a chi le adopera pareggiano le partite del dare e dell'avere, anzi
credo che rendano più che non ricevono. Ebbene, ho veduto dei signori in
tuba, col pastrano color nocciuola, i pantaloni debitamente rimboccati
all'inglese ed i solini irreprensibili, recarsele alle labbra, come se
fossero pur ora uscite di bucato.

Alla stregua dunque delle sensazioni immediate, Chicago non è piacevole,
e chi ci arriva diritto d'Europa, se gli capita addosso il nebbione
fumoso che è toccato a me, la trova abbominevole addirittura. Ma la
misura che ne trae delle energie volitive, intellettuali e fisiche di
cui l'uomo è capace, la nozione di un assetto sociale semplice e
progressivo, la vista di tante vie aperte alla operosità umana, lo
spettacolo di tanta ricchezza naturale e del suo moltiplicarsi nel
lavoro, lo conducono insieme ad un concetto così chiaro, così largo e
così poderoso della vita attuale, e ad un così sicuro presentimento di
quella avvenire che gli fanno ben presto scordare il disgusto sofferto,
se non arrossirne.

Dal momento che ne sono partito, Chicago è venuta sempre più
ingrandendosi e nobilitandosi, nella visione ideale che ne serbo.
Ricordo i particolari disagi e tutti i minuti fatti intorno ai quali si
esercitava la mia critica vanitosa di raffinato, ma nella impressione
generale che mi resta della grande città questi non trovano modo di
intervenire. Il nome di Chicago non me li richiama alla mente e per
scriverne ho dovuto cercarli di proposito nei ripostigli della memoria.

Se le reminiscenze classiche si potessero applicare ad un popolo sciolto
dagli impacci tradizionali, vorrei dire che Chicago mi diede l'idea di
una romanità meno formale della nostra antica, e di tanto più larga di
quanto la terra è cresciuta da Roma in poi. Già i suoi abitanti hanno un
acutissimo orgoglio cittadino e volentieri daterebbero l'era presente
dalle prime origini della città che ancora qualche testimonio vivente
può ricordare. Come gli americani in generale si tengono da più degli
europei, così gli abitanti di Chicago si tengono da più di ogni altro
americano; orgoglio che attirò su di essi l'antipatia delle città ormai
storiche degli Stati Uniti. New-York maschera con un ostentato disprezzo
l'inquietudine che le cagiona la sua rivale dell'Ovest alla quale
contese per alcun tempo e dovette alla fine cedere la sede della
Esposizione Colombiana. Chicago avverte queste gelosie inquiete e
s'industria di meritarle sempre più. Essa ricava dalla fede imperterrita
nel proprio destino, un sentimento di dignità civica che si direbbe
uscito da fasti secolari.

Ne citerò un esempio d'indole quasi letteraria.

Tutti ricordano una sommossa di anarchici seguita in Chicago parecchi
anni or sono. Il governo dell'Illinois al cui stato appartiene Chicago,
non ci andò con mano leggiera: per quattro policeman uccisi, quattro
anarchici salirono le forche. Ma non bastò la punizione dei colpevoli e
si volle onorare con un monumento le vittime del dovere. Noi facciamo
sempre le statue «ad personam» ed abbiamo inoltre fissata una specie di
gerarchia statuaria che non consente bronzi nè marmi ai gradi minori.
Là, nel _Lincoln park_ dove sorge il monumento al generale Grant, fu
eretta, poco discosto da quello una statua raffigurante l'infimo fra gli
ufficiali della legge: il policeman.

Il piedestallo reca la data della sommossa e questa iscrizione veramente
romana:

                IN THE NAME OF THE PEOPLE OF ILLINOIS
                          I COMMAND PEACE.

                  NEL NOME DEL POPOLO DELL'ILLINOIS
                          IO COMANDO PACE.

                                  *
                                 * *

Da quando sono venuto dicendo parrebbe uscirne che a Chicago non torni
proprio il conto di andarci, perchè le impressioni sensuali ed immediate
ne sono sgradevoli ed alla sua nozione intellettiva devono bastare i
molti libri che ne trattano in disteso. A me non preme di mandarci
nessuno, ma ognuno vede meglio coi suoi occhi che con quelli degli
altri. Certo i libri che ci si mettono di proposito, raccolgono più
notizie che non possa raccogliere il comune dei viaggiatori, ma dalla
vista delle cose reali ognuno di noi, per un processo inconsapevole,
trae per l'appunto quelle notizie, che meglio quadrano al nostro ingegno
e lo mettono in moto. Il libro deve di necessità esporre i fatti in
ordine successivo e li espone poi sempre in quella mostra che meglio
torna ai ragionamenti dell'autore. La realtà li colloca nel loro ordine
simultaneo e voi ci ragionate di vostro.

I libri mi avevano raccontato di Chicago assai più cose che io non ci
abbia veduto e molte maraviglie che non ebbi nè modo nè voglia di
accertare. Imparerete dal libro che la popolazione salì in sessanta anni
da cento abitanti ad un milione e mezzo, che nell'incendio del 1871
andarono distrutte 17,500 case, che i capi di bestiame uccisi
nell'annata, ammontano a dieci milioni, e ad un miliardo le scatole di
carne conservata, senza contare quella spedita in barili; che vi
arrivano in media ogni giorno cento e settantacinquemila forestieri. Ma
quando leggete che un livello di un intero quartiere della città, fu
portato per risanarlo, cinque, sei, otto, metri, più alto che non fosse,
la nozione ideale non è, e di gran lunga, comparabile a quella che esce
dalla misura dei luoghi, dalla vista delle fabbriche. Le quali furono
sollevate di peso, e tenute in bilico, fino a che il suolo salisse a
ricaricarsele. E scommetto che chi legge si rappresenta qui delle
casette a due piani e chissà non di legno. La mente per darsi pace, se
la lasciate fare, ricorre al più facile. Bisogna vedere quali moli
fossero e di qual peso, e come intrecciate, ed in quante ressero alla
prova, o meglio ci furono messe, perchè non ne andò sfasciata, nè guasta
neppur una.

Così quando il Reclus registra i 471 chilometri quadrati di terreno
attribuiti per legge dello Stato al territorio municipale di Chicago, ed
aggiunge che tale immensa distesa non è però ancora interamente
fabbricata, al pensiero del lettore si affacciano i famosi piani
d'ingrandimento delle nostre città, destinati a giacere anni ed anni
lettera morta negli archivi municipali. Ma chi percorra quelle plaghe
scoperte, vi trova segnata la misura di ogni singolo edificio, e
visibilmente tracciate le vie di là da venire, con stecconati e
marciapiedi, e scritto su tavole affisse il nome ed il numero di ogni
via, onde la città promessa gli si rappresenta imminente, sì che egli
può imaginarne le forme e l'ordinamento e trarre dalla visione di
un'opera appena concepita e già simultaneamente in mille punti diversi
avviata a compimento, la nozione di una attività senza esempio.

Per finirla, noi impariamo dai libri, che Chicago è ad un tempo, il
maggiore emporio che sia al mondo di ricchezze naturali ed uno dei
maggiori centri di produzione industriale, ma chi non ne vide in
movimento le genti e le cose, non può comprendere come quei due elementi
della prosperità sociale, vi si compenetrino di continuo in modo
indissolubile. Nelle altre città, vi sono quartieri diversamente
improntati dalle diverse funzioni della vita. Qua i depositi di
mercanzie ed il loro movimento, là il lavoro industriale, altrove il
traffico del denaro, o i minuti spacci, e ristretti in certi quartieri,
il lusso, l'eleganza, e quanto riflette le diverse maniere di godimento.
Il forestiere che non muovono speciali curiosità, dimora e s'aggira per
lo più in questi ultimi rioni privilegiati e cosmopoliti, ai quali soli
è applicabile la sentenza: tutto il mondo è paese. E perchè le cose non
vanno a lui, egli le ignora, o se le cerca, ne riceve altrettante
conoscenze separate, che la ragione potrà in seguito coordinare, ma che
male combinano insieme in un concetto complessivo.

Ben altro segue in Chicago, dove tutta la vita e tutti i modi e le
ragioni della vita, sono ad ogni momento ed in ogni luogo, e quasi nella
stessa misura, presenti ai sensi del visitatore. Non occorre cercare, e
non è possibile non vedere. Non vi sono quartieri privilegiati, se non i
più eccentrici cui ho accennato di sopra, dati alle dimore riposate ed
agli ozii domenicali. Fuori di questi, dovunque andiate, i carri
mastodontici, che fanno tremare le case, il fumo che vi accieca, i
fetori che vi tolgono il respiro, gli ingombri di mercanzie che vi
sbarrano il passo, le montagne di sacchi ammucchiati nei piccoli
cortili, il trambusto degli scarichi, la violenza dei facchini, i fischi
e lo scampanare di cento convogli interminabili, la furia della gente,
vi comandano insieme di avvertire l'azione contemporanea e la
complessità formidabile di tutte le forze terrestri ed umane. E mentre
concepite così quale posto tenga, nella vita del mondo, questa città
nata ieri, sentite sorgere in voi un sentimento che non è di sola
stupefazione alla vista di tanto lavoro e di tanta ricchezza, ma anche
di rispetto per le loro legittime applicazioni e derivazioni. I
quartieri bancari di Parigi, Londra, New-York, ci richiamano in mente la
definizione che il Dumas figlio diede degli affari «Les affaires c'est
l'argent des autres» dove è inclusa l'idea delle finzioni e delle
trappolerie onde nascono le fortune estemporanee.

In Chicago, anche un uomo ignaro affatto, come io sono, della scienza
economica, avverte la probità di una ricchezza fondata sulla presenza
corporea delle cose utili all'uomo. Si capisce che l'attività umana, vi
è tutta intesa ad accrescere il valore reale delle cose e che le
ricchezze individuali procedono da veri contributi dati alla prosperità
universale.

                                  *
                                 * *

A differenza dei tedeschi, dei francesi e degli spagnuoli, i figli nati
in America di padre italiano, non di rado ignorano del tutto e spesso
storpiano in barbaro modo la lingua paterna. Ai francesi giova
l'influenza canadese e la loro imperturbabile sicurezza; ai tedeschi ed
agli spagnuoli, l'importanza numerica, l'attività industriale e la
compattezza delle loro colonie. I nostri emigranti, non si assodano, per
lo più, durevolmente sulla terra americana, ma vi passano come in luogo
di pena. Ne consegue che i pochi veramente americanizzati hanno con essi
relazioni superficiali ed effimere. Si può dire che nella America del
Nord, fatta eccezione di New-York e forse di San Francisco, vi sono
bensì molti italiani, ma una vera e propria colonia italiana non c'è. Le
ragioni di questo fatto sono molte e complesse: nè io mi lusingo di
conoscerle tutte nè di saper ordinare con criteri scientifici quelle che
conosco. Accenno alle più evidenti che indussi laggiù dal continuo
discorrere con gente esperta.

Prima ragione è la irresistibile attrattiva del nostro paese, che è
davvero il più bello del mondo, ed il modesto concetto che abbiamo, in
generale, della agiatezza, e quindi i modesti bisogni, ed una
inclinazione, anche nella gente meno colta, alla quietudine
contemplativa. Il genovese, ha fama di essere il popolo più attivo ed
industre d'Italia. Ora chi percorre le campagne liguri si imbatte in
mille minuscoli poderetti cui la gente del luogo dà un nome che ricorda
l'America. Una casupola ed un chiuso d'olivi quanto basta a camparci due
persone parsimoniose, sono il premio finale che spinge oltre i mari e
sostiene nelle più dure fatiche, i figli della più forte razza d'Italia.
E come l'hanno conseguito, non c'è promessa di maggior ricchezza che ne
indugi il ritorno.

L'emigrato tedesco e l'irlandese, come hanno fatto un po' di peculio, lo
gettano nelle industrie che li arricchiscono e alla patria non ci
pensano più. Ma la terra, il cielo ed il clima d'America non sono da
meno da quelli di Germania e d'Irlanda, e d'altra parte l'emigrato
tedesco trova negli Stati Uniti più centri importantissimi d'industria
interamente germanici e città quasi tedesche, come Milwaukee sul lago
Michigan che innonda l'America di birre deliziose, ed altre dove
l'elemento tedesco è prevalente, come in Chicago. E l'irlandese trova
nella lingua ufficiale degli americani, come una continuità di patria,
senza contare i mille aiuti ed i mille conforti che procedono
dall'intendere e dal farsi intendere a modo.

E qui è da cercare un'altra ragione della tenue compattezza delle nostre
colonie.

Gli operai degli altri paesi trovano arrivando in America, moltissimi
centri patrii d'industrie dove allogarsi e dove attingere le nozioni
necessarie alla nuova vita ed all'evenienza aiuti e consigli. I nostri,
devono ricorrere e per collocamento e per imparare la vita, e per farsi
intendere, o per mettere al sicuro (Dio sa quale sicurezza) i risparmi,
e spedire il danaro in Italia, a gente che fa di tali uffici, una
speciale professione. Di qui una caterva di piccoli traffichi parassiti,
di piccole agenzie senza nome, di minuscole banche, di locande
protettrici, le quali vivono di seconda mano sul guadagno degli
emigranti, giovandosi della loro sospettosa ignoranza e dello
sbalordimento in cui li mette l'enorme vita americana. I consoli i quali
sanno e vedono e commiserano, vorrebbero mettere riparo a tanto danno.
Ma gli ufficiali del governo, ispirano alla povera gente un rispetto più
vicino alla paura che alla fiducia.

Gli emigranti dell'alta Italia, tanto tanto si piegano a crederci o ne
fanno le mostre, ma i meridionali i quali sono in maggior numero, ne
hanno un sacro terrore addirittura. Quando il Console domanda loro:

— Dove avete messo il vostro danaro?

— Lo dato al compare.

— Perchè non lo mettete ad una cassa di risparmio?

— Lo tiene il compare.

— E se il compare se lo mangia?

(Sorriso beatamente sicuro).

— E ne mandate a casa?

— Ne manda il compare.

— E come fate per il cambio?

— Ci pensa il compare.

E non se ne esce: il compare fa, disfa, prende, tiene in serbo, mette a
profitto (per suo conto si intende) e qualche volta scappa.

Allora il poveraccio torna al Console per soccorsi, e come questi gli
dice: Avete visto il compare? quello si stringe nelle spalle ed esclama:
Chi l'avrebbe creduto! Uno del paese! Ma ora ce n'ho un altro, che è un
fiore di galantuomo.

Queste cose laggiù, le raccontano tutti. Tutti ben inteso quelli che non
ci vivono sopra ed i Consoli ne sono scorati. Mi fu raccontato di
compari che del danaro avuto in deposito, non solamente non danno
interesse, ma ritengono ancora una parte, sia pur minima, a titolo di
compenso per la cura che ne hanno. Altri si fanno pagare il cambio in
carta italiana, quando l'argento e l'oro europeo perdono sulla carta
degli Stati Uniti. S'intende che non sono tutti bricconi, nè la maggior
parte; i più esercitano con probità l'industria parassita che
l'ignoranza del nostro popolo e le nostre condizioni economiche hanno
reso necessaria. Ma l'esercizio larghissimo di questa industria non
lascia di essere un elemento dissolvente. L'attività applicata ai
prodotti della terra, alle trasformazioni meccaniche della materia, al
movimento ed allo accrescimento della ricchezza, ha in America un campo
d'azione così vasto che tutti ci trovano posto, onde è raro che la
prosperità degli uni impedisca o scemi quella degli altri. Invece, il
campo di quel minutissimo traffico è ristretto a poche migliaia di
lavoratori. Ogni nuovo sensale o banchiere o compare che sia, usurpa a
tutti gli altri una particella della loro clientela e dei loro guadagni.
Ognuno tira l'acqua al suo mulino, ma quando l'acqua è poca ed i mulini
sono troppi, i mugnai fanno baruffa! E quanto allargata ed allargantesi
di continuo, così da invelenire anche la gente che non macina di quella
farina e non ne campa.

Sono ire senza fine e senza misura, che non si restano ai soli rivali
interessati, ma colpiscono l'amico del rivale, il fornitore, il medico,
il barbiere del rivale, il ristorante dove il rivale usa a desinare.
Così d'uno in altro le inimicizie ingrossano e s'intrecciano, e vanno ad
intristire tutte le funzioni della vita. Aggiungete le nostre soavi
tradizioni patrie così piene di rancori, d'invidie e di superbi
provinciali, aggiungete le poco riguardose abitudini americane, e la
sconfinata libertà della stampa, e le non infrequenti macchierelle e
talvolta le macchiaccie originarie, che alcuni emigranti, in special
modo fra le persone colte, sperano invano di lavare nella traversata
oceanica e che sono loro rinfacciate al primo por piede in terra
d'America, e potrete farvi un'idea dei mille pettegolezzi litigiosi che
disgregano di continuo quelle nostre colonie. Non mancano gli spiriti
equi che se ne rammaricano. Ho inteso in Chicago, medici, professori,
artisti, negozianti lagnarsi di quei dissidi come di gravissima
disgrazia. Perchè degli italiani colti ed illuminati se ne trovano molti
in ogni città. Se non che essi alieni dalle beghe, finiscono con
appartarsi in circoli ristretti e coi connazionali non hanno altri
rapporti che di consiglio nei casi gravi, o di soccorsi spiccioli, o di
concorso alle opere di beneficenza od alle manifestazioni officiali
della colonia. Si capisce che quando adoperassero altrimenti l'onda dei
pettegolezzi li travolgerebbe.

Il _mass meetings_ cui ho assistito in Chicago, mi ha dato la misura del
pericolo che li minaccia.

Vi assistevano forse un trecento persone: operai, capi-squadra,
esercenti, negozianti, dottori, professori, una rappresentanza eletta e
sincera della emigrazione italiana. Intendevano, come ho detto, di dare
al Console un attestato di stima e di sgravarlo da immeritate accuse.
Fino a che si trattò di mettere in sodo il fatto della bandiera e di
attestarne la presenza alle finestre consolari fin dalle prime ore della
mattina, furono buone ragioni e dette con serietà misurata. Poi vennero
gli elogi al Console sinceri e serii ancor essi: se non che già il tono
oratorio s'era fatto più alto. Alla fine passarono per così dire alla
parte polemica, a dichiarare cioè le ragioni delle animosità verso il
rappresentante del patrio governo, a confutare e a confondere i
denigratori. Confondere, a distanza perchè i denigratori non erano
presenti e l'assemblea era tutta per il Console, ma di ragione avrebbero
risaputo ogni cosa.

Quest'ultima parte del trattenimento fu certo a criterio d'arte la più
bella. Quali filippiche e quanta magniloquenza! E quale vocabolario! Le
parole: ladro, buffone, falsario, spergiuro, galera, sputo, fango,
forca, ricorrevano come gli _imperciocchè_, gli _adunque_ ed i
_verbigrazia_ nei discorsi accademici di una volta. Ma la sostanza
vinceva la forma. Essa rivelava una tale comica e fitta rete di vanità,
di bizze, di intrigucci, di dispetti, di piccinerie, da fornire materia
ad un Goldoni di non più visto capolavoro.

Era discorso di cose che non avrei saputo imaginare mai. Se il Console
fosse intervenuto al ballo della società: Lancieri di Firenze? — Sì —
No. — Era entrato a braccio del presidente. — Ma non aveva bevuto il
Champagne e ne aveva bevuto invece due bicchieri al ricevimento della
società: Piemonte Reale. — Non è vero: dei Carabinieri del Volturno. —
Chè, scambiate col Console di prima! — E avanti di quel passo, con
incidenti gustosi a scatti e motti di un'arguzia lepida e mordente.
Ricordo un toscano, sulla sessantina, alto, asciutto e brioso con
dignità. Era presidente di una di quelle società dal titolo militaresco
della quale non mi torna il nome, come non giurerei che i nomi riferiti
dianzi siano proprio i veri — ma somigliano. Parlava con quelle
deliziose sgrammaticature del contado toscano, che sembrano accrescere
purezza all'accento e proprietà alle parole. Aveva un'eloquenza furba e
reticente, si lanciava con foga in un periodo rotondo e poi quasi per
subito accorgimento critico lo voltava in ridere con allusioni accennate
appena e lasciate in sospeso. Ma quanto non diceva con parole esprimeva
cogli occhi e con una certa scossettina del capo tutta malizia. Di
quegli accenni a cose taciute io ben inteso non afferravo che
l'intenzione generica, ma l'uditorio non ne perdeva una briciola, e se
ne deliziava.

Durante la scena io andavo pensando che quella gente erano in gran parte
lavoratori accaniti, pieni di forza e di coraggio e leggendo loro sul
viso le traccie di fatiche e di privazioni eroiche, mi dicevo che in
ultimo quel poco spasso era loro ben dovuto come cosa salutare ed
esilarante. Ma poi ripensandoci e ricordando certi scatti veramente
irosi e occhiate piene di rancore e le mille viperette guizzanti tra i
fiori della grossa rettorica, già edotto dai discorsi di persone
benevoli e posate, consideravo il danno che recano a questi esiliati i
livori quasi domestici, ed il disgregamento nelle maestranze. Lontani
dalla casa, mal secondati dalla gente del luogo, mal forniti, mal
parlanti la lingua del nuovo paese, esposti alle cupidigie di cento
speculatori, ignoranti le leggi locali, la disunione li disarma sempre
più e li mette in discredito. Se in luogo di spartirsi nelle minuscole
società dei Carabinieri, dello Stato Maggiore, dei Bersaglieri e dei
Cavalleggieri, si raccogliessero in una sola Società degli Italiani e la
volgessero ad agevolezze di lavoro, a tutela nelle controversie
giudiziarie, a collocamento dei risparmi quotidiani, la colonia si
assoderebbe, ed acquisterebbe credito e forza.



CAPITOLO IX.

Due italiani in America.


Di due italiani vanno a giusto titolo orgogliosi gli italiani residenti
in New-York. Uno morto ora sono dieci anni, l'altro vivo valido ed
operoso sul limitare della vecchiezza. Fortunosi entrambi, il primo ebbe
immeritatamente contraria, il secondo meritatamente propizia la fortuna.
Quegli sostenne con serena dolcezza la sorte nemica e fu buono e
soccorrevole nell'avversità; questi sostenne con virile semplicità i
prosperi eventi e fu ed è buono e soccorrevole fra gli agi e gli onori.
Tutti e due divenuti cittadini americani serbarono in cuore vivissimo e
sacro l'amore ed il culto della madre Italia. Di uno l'Italia deve
rivendicare il nome alla storia delle invenzioni scientifiche ed
industriali; il nome dell'altro è scritto con gloriose note nella storia
americana della guerra di secessione ed in quella universale delle
maggiori scoperte archeologiche. Il primo si chiamò: Antonio Meucci, il
secondo si chiama Luigi Palma di Cesnola[1].

  [1] Raccolsi le notizie del Meucci da parecchi italiani
  residenti in New-York che ebbero con lui molta dimestichezza e
  da alcune note fornitemi dal Sig. Carlo Barsotti, direttore
  proprietario del _Progresso Italo Americano_.

  Intorno al Cesnola esiste una copiosa bibliografia. Io mi giovai
  qui in special modo del suo libro: _Cyprus its ancient cities
  tombs and temples_; di una bella memoria di Tullo Massarani:
  _Cipro antica e moderna e il generale Palma di Cesnola_ e di una
  diligente monografia del Dottor Luigi Roversi: _Luigi Palma di
  Cesnola ed il Metropolitan Museum of art di New-York_. Ma il
  maggior aiuto me lo diedero certi racconti ed appunti
  preziosissimi che ebbi dal Cesnola stesso durante e dopo il mio
  soggiorno in New-York.

                                  *
                                 * *

Antonio Meucci nacque in Firenze l'anno 1804. Emigrò giovanissimo
nell'America del Nord, dove si diede ad esercitare l'arte del
macchinista teatrale, un'arte che richiede mente ingegnosa e pronta ed
industre facoltà inventiva. Tenne in tale qualità parecchi teatri degli
Stati Uniti e nel 1849, fu macchinista capo all'Opera house in Santiago
di Cuba. Ma insieme alla cura delle macchine sceniche, per nativa
inclinazione e quasi a svago dei faticosi lavori, egli attendeva a studi
di fisica sperimentale, applicandosi di preferenza ai fenomeni del
suono. Sia che l'ardore dello studio lo svogliasse del mestiere, o che
questo gli venisse in uggia per la irritazione che induge l'urgenza
degli allestimenti serali (i macchinisti teatrali ogni sera smaniano e
bestemmiano come turchi) o sia che avesse per ignote cause perduto
l'impiego, fatto sta che nel 1851, lo troviamo in New-York esercitare
un'industria che non ha nulla a che fare col teatro. Forse, a furia di
tirar moccoli, gli era venuta l'ispirazione di fabbricar candele. In
Clifton, piccolo villaggio nella Staten Island, mostrano ancora la
casetta e la fornace dov'egli viveva tra barili di sugna e matasse di
stoppini e dove appunto nell'anno 1851 tenne in qualità di commesso e di
manovale Giuseppe Garibaldi, già vantato eroe dei due mondi, profugo e
povero dopo le tragiche glorie dell'assedio di Roma. È bello riportare
qui dalle memorie di Garibaldi il brano che si riferisce a questo
commovente periodo della sua vita.

«Un brav'uomo mio amico, Antonio Meucci fiorentino, si decide a
stabilire una fabbrica di candele e mi offre di aiutarlo nel suo
stabilimento. Detto fatto. Interessarmi alla speculazione non lo potevo
per mancanza di fondi; mi adattai quindi a quel lavoro colla condizione
di fare quanto potevo.

«Lavorai per alcuni mesi col Meucci il quale non mi trattò come un suo
lavorante qualunque, ma come uno della famiglia e con molta
amorevolezza.

«Un giorno però, stanco di far candele e spinto forse da irrequietezza
naturale ed abituale, uscii di casa col proposito di mutar mestiere. Mi
rammentavo di essere stato marinaio, conoscevo qualche parola d'inglese
e mi avviai sul litorale dell'isola ove scorgevo alcuni barchi di
cabottaggio occupati a caricare e a scaricare merci. Giunsi al primo e
chiesi di essere imbarcato come marinaio. Appena mi dettero retta coloro
che scorgevo sul bastimento, e continuarono i loro lavori. Feci lo
stesso avvicinando un secondo legno ed ebbi medesima risposta. Infine
passo ad un altro ove si stava lavorando a discaricare e dimando se mi
si permette di aiutare al lavoro e n'ebbi in risposta che non ne
abbisognavano. — Ma non vi chiedo mercede — io insistevo: e nulla.
Voglio lavorare per scuotere il freddo (vi era veramente la neve) — meno
ancora. Io rimasi mortificato.

«Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandare la
squadra di Montevideo, nonchè il bellicoso ed immortale esercito. A che
serviva tutto ciò? Non mi volevano. Rintuzzai infine la mortificazione e
tornai al lavoro del sego. Fortuna ch'io non avevo palesato la mia
risoluzione all'eccellente Meucci, e quindi, concentrato in me stesso,
il dispetto fu minore. Devo confessare inoltre non essere il contegno
del mio buon principale verso di me, che mi avesse indotto alla
intempestiva mia risoluzione; egli mi era prodigo di benevolenza e
d'amicizia, come lo era la signora Ester sua moglie.

«La mia condizione, non era dunque deplorabile in casa del Meucci, ed
era proprio stato un eccesso di malinconia che m'aveva spinto ad
allontanarmi da quella casa. In essa io era liberissimo, potevo lavorare
se mi piaceva: e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque
altra occupazione; ma potevo andare a caccia qualche volta, e spesso si
andava a caccia collo stesso principale e con vari altri amici di Staten
Island e di New-York che spesso ci favorivano colle loro visite. In casa
poi non vi era lusso, ma nulla mancava delle principali necessità della
vita, tanto per l'alloggio che per il vitto.»

Lo stesso anno che fu principale di così inverosimile operaio, il Meucci
proseguendo sempre i suoi studi sulle onde sonore e sulla trasmissione
dei suoni lungo le corde, pervenne finalmente ad una vera e propria
invenzione. Composti due coni tronchi di carta, chiuso ognuno dalla
parte superiore da una membrana elastica, fece correre dall'uno
all'altro un filo che metteva capo alle due rispettive membrane. Uno dei
coni consegnò ad un amico dimorante nella casa dirimpetto alla sua;
tenne l'altro presso di sè così che il filo congiuntore dovesse
traversare la via che si trovava essere larghissima. Parlando egli senza
punto levare la voce entro uno dei mezzi imbuti, l'amico dall'altra ne
raccoglieva chiara ogni parola e gli rispondeva allo stesso modo. Quel
primitivo apparecchio ridotto ora ad un balocco per i fanciulli,
conteneva in forma rozza ed iniziale, la trovata del telefono e fin
d'allora ebbe nome di telefono dal suo inventore.

Conscio delle future applicazioni, già piena la mente delle aggiunte e
dei ritocchi, il buon Meucci innanzi di licenziare la scoperta, attese a
perfezionarla con metodo scientifico, finchè mediante il sussidio
dell'elettromagnetismo ottenne che la trasmissione delle vibrazioni
sonore potesse avvenire a grandi distanze.

Io non starò qui a descrivere l'apparecchio ultimo in cui si aquietò lo
spirito acuto e diligente del nostro fiorentino. Lo si trova descritto
in tutti i prontuari delle invenzioni, dove, ben inteso, del Meucci non
si fa nemmeno il nome, tanta oscurità pesa sui fabbricatori di candele.
Ci vollero anni e lustri di studio e di affannosi esperimenti innanzi
che la piccola macchina uscisse dalle mani creatrici compiuta ed atta ad
effetti sicuri e costanti. Intanto la fabbrica languiva e fu dovuta
dimettere. Il Meucci lasciò là casetta di Staten Island e si raccolse in
New-York, dove cominciò a campare di stenti e di speranze.

Come stimò che l'invenzione fosse matura ne propose l'esame e l'acquisto
al Grant, presidente della New-York District Telegraph Company: ma
tenuto a bada per due anni con mirifiche promesse, e persuaso dagli
amici ad assicurarsi almeno il brevetto d'invenzione, consegnò
all'ufficio delle patenti di Washington la minuta descrizione
dell'apparecchio, contro ricevuta in piena regola, alla data 23 dicembre
1871: venti anni giusti dopo di aver trovato l'idea primitiva, dopo di
averla in forma rudimentale mandata ad effetto. Dal lungo spazio di
tempo trascorso senza che altri intervenisse con scoperte affini, appare
quanto fosse originale e geniale la prima trovata. E trascorsero altri
cinque anni prima che a nessuno venisse in mente di poter trasmettere i
suoni a distanza. Il Meucci, forte del suo brevetto, aspettava fiducioso
quel colpo di fortuna che sorride di lontano a tutti gli inventori.

Il colpo venne, ma fu una mazzata. Nel 1876 i giornali americani
strombazzarono la meravigliosa scoperta del telefono, opera del prof.
Graham Bell di New-York e la costituzione di una società industriale
intitolata: Bell Telephone Company. Il nostro amico fiuta un latrocinio:
corre all'ufficio delle patenti di Washington, produce la ricevuta ed il
brevetto, e domanda la restituzione delle carte depositate cinque anni
addietro. Cerca, cerca, le carte non si trovano. Meucci ritorna a
New-York, raccoglie gli amici, espone il caso, dimostra l'identità
colposa delle due scoperte, trova generoso patrocinio nella stampa,
mette il mondo a rumore. Inquieta di peggior danno la Bell Telephone
Company gli fa offrire, in secreto, una somma di quattrocentomila
dollari (due milioni di lire), purchè dimetta la rivendicazione di ogni
suo diritto. Era assai più di quanto avrebbe potuto conseguire, data
l'età ormai tarda (il Meucci contava allora 72 anni) da un
fortunatissimo esperimento industriale dell'opera sua. Era
l'avveramento, ad usura, delle sue lunghe speranze di fortuna, ma in
pari tempo la rinunzia ai sogni di gloria, che lo avevano sostenuto e
rasserenato nella miseria. Un americano, avrebbe accettato,
l'impenitente idealista, già educato dal primo mestiere a costruire
castelli in aria e ad appagarsene, rifiutò di netto. Egli voleva il suo,
tutto il suo, non già in dollari sonanti ma in suono di plauso al nome
oscuro ed alla patria lontana. Un amico che lo frequentava in quei
tempi, mi raccontò com'egli andasse ripetendo: È scoperta italiana e non
c'è oro al mondo che la possa americanizzare. La società doveva
chiamarsi Meucci Telephone Company, il nome dell'usurpatore doveva
vergognosamente sparire dai manifesti.

Già la verità aveva fatto strada, s'erano scoperte frodi ingegnosissime
dell'ufficio patenti, si sapeva per quale via sotterranea (e la parola
va intesa alla lettera) gli ufficiali addetti a quell'ufficio
trasmettessero a danarosi compari e fra questi alla Bell Telephone
Company, i documenti, tradissero i secreti affidati alla custodia dello
Stato. Una buona lite avrebbero messo in chiaro ogni cosa e rivendicato
il diritto ed assicurata la prosperità del Meucci. Ma negli Stati Uniti
d'America, peggio assai che presso noi, le liti le intavola chi vuole,
le sostiene chi può. E potere non vuol dire essere armato di buone
ragioni, ma di buona e copiosa moneta. I giornali di New-York, tranne
alcuni pochi agli stipendi degli arruffoni, tenevano le parti
dell'italiano spennato, contro i ricchi ladri connazionali, ma la
procedura trascinava in cavilli indugiatori che davano fondo alle poche
ultime risorse del Meucci. Al certo il buon vecchio, benchè di fibra
tenace, sarebbe morto prima che nemmeno gli albeggiasse di lontano il
giorno della giustizia, se non sopravveniva un fortunato incontro di
casi a mettere dalla sua un nuovo litigante, ben altrimenti poderoso e
destro.

Nel 1885, accampando la famigerata Bell Company infondate o almeno
esagerate pretese verso le finanze dello Stato (si trattava di parecchi
milioni di dollari) in conseguenza appunto di certe convenzioni per
l'esercizio del telefono, il Governo degli Stati Uniti deferì la
questione ai tribunali. Faceva comodo al Governo di contestare non
soltanto l'entità del debito, ma il debito stesso. Nulla di meglio che
aprire finalmente gli occhi sulla frode iniziale, nota ai governanti da
più anni, e colpire gli ingordi, ma pure a lungo tollerati, usurpatori.
La frode questa volta fu messa in chiaro ne' suoi più minuti
procedimenti. Intervennero sentenze diverse, e prove e riprove e
controprove, tirate di lungo per lo spazio di tre anni, finchè d'uno in
altro grado di giurisdizione, si pervenne, come Dio volle, al supremo, e
nel 1888 la _Court of the United States_, restituiva al nostro
concittadino il merito della scoperta, sentenziava dovere il telefono,
prender nome dal Meucci, e dimettere quello del Bell, ed assolveva lo
Stato da ogni pagamento verso la fraudolenta Compagnia. Così la
giustizia entrava di straforo nei pronunciati giudiziarii, tarda e
barbina, perchè al vecchio ottantaquattrenne riconosciuto inventore di
uno fra i più meravigliosi trovati del secolo, non fu attribuito nessuna
sorta di compenso. Gli usurpatori s'erano arricchiti, lo Stato la faceva
grassa, il Meucci moriva un anno dopo, nell'ottobre 1889, povero in
canna com'era vissuto. Gli si celebrarono solenni funerali a spese del
governo italiano; il Console d'Italia ne accompagnò la salma al
crematoio, ed una lapide registrò il suo nome sulla casetta della Staten
Island.

Domandate intorno chi sia l'inventore del telefono, e di quelli che
sanno dare una risposta, novantanove su cento, nomineranno anche oggi,
il prof. Graham Bell di New-York.

                                  *
                                 * *

Sul finire del 1860 un giovine ufficiale italiano giungeva in New-York,
gittati, o dispetto o capriccio o voce imperiosa del destino, gli
spallini già conquistati volontario sedicenne sul campo di Novara e
portati con onore su quelli di Crimea combattendo nella legione
straniera al servizio dell'Inghilterra. Si chiamava con un nome patrizio
chiaro nei fasti del risorgimento italiano. Suo nonno, il conte Alerino
Palma di Cesnola e di Borgofranco, profugo dagli Stati Sardi dopo i moti
del 21, condannato in contumacia alla pena capitale, aveva combattuto
col Santarosa per la indipendenza della Grecia, era morto nel 51 in
Atene presidente di quella Corte di Cassazione.

Nel 60 meglio che adesso, l'America era la terra promessa dei cercatori
di fortuna, e se è vero che a conseguire fortuna occorre esserne affatto
sprovvisto, il giovane conte Luigi di Cesnola si trovava proprio nelle
condizioni volute. Possedeva appena di che vivere a stecchetto un
qualche mese, ma in compenso aveva l'ingegno pronto ed aperto, le membra
robuste, il parlare persuasivo, una piacevole franchezza di modi, un
aspetto seducente, e sopratutto una volontà tenace ed accorta di
acciuffare la fortuna, fosse pure per il filo d'un capello e di non
lasciarsela sfuggir di mano.

Cominciò, aspettando le occasioni, di dove cominciano in paese
forestiero quasi tutti gli sfaccendati di media coltura e di attitudini
poco specializzate: dall'insegnamento della propria lingua. Alla quale
aggiunse la francese che i nobili del Piemonte conoscevano allora al
pari e spesso meglio dell'italiana. Ma chi vuole insegnare una lingua,
deve conoscerne almeno due, chi vuole insegnarne due, almeno tre: la
lingua del maestro e quella dello scolaro. A questa il Cesnola s'era
applicato la prima volta durante la traversata oceanica che a tale
intento, ed anche un po' a risparmio di spesa, aveva compito sopra un
bastimento a vela della marina mercantile d'Inghilterra, affidandosi
così al migliore di tutti i maestri: la necessità. Allo sbarcare sulla
terra d'America, dopo un mese di navigazione, egli sapeva tanto
d'inglese quanto basta ai maggiori bisogni della vita. Per strumento
didattico erano scarse nozioni, ma insegnando s'impara, e fra i metodi
didattici, quello che fa dell'allievo in alcune parti un maestro e
stabilisce fra allievo e maestro un continuo ricambio di insegnamenti, è
forse il più pratico ed efficace.

Non gli mancarono scolari dell'uno e dell'altro sesso: uomini maturi,
giovinotti già dati al traffico ed agli affari e fior di ragazze in età
da marito. Di 27 anni, bello, baldo, nobile, italiano, già soldato nelle
poetiche guerre d'Italia, nessuna maraviglia che presso qualche allieva,
gli soccorresse un sussidio pedagogico non compreso nei precetti della
pedagogia. Pochi mesi dopo l'arrivo in New-York, egli sposava infatti la
signorina Mary, figlia di uno fra i migliori ufficiali della marina
federale, il commodoro Samuel Reid, fanciulla di grande bellezza e di
grande animo, che gli fu ed è compagna impareggiabile.

Intanto, ingrossando il dissidio fra gli Stati del Sud e quelli del Nord
intorno alla abolizione della schiavitù, il Governo dell'Unione
apparecchiava la guerra ormai inevitabile. Si pubblicarono i programmi
degli esami che dovevano superare in Washington gli aspiranti al grado
di ufficiale nelle improvvisate milizie. Il maestro di lingue, che già
ascritto all'Accademia militare di Torino, possedeva in larga misura le
cognizioni richieste, si fa di colpo e con più sicura coscienza, maestro
di tattica guerresca. Un avviso a caratteri cubitali affisso sulla
facciata di una casa in Broadway, la principale via di New-York,
annunziò tosto al pubblico:

                           SCUOLA DI GUERRA
                   DEL CONTE LUIGI PALMA DI CESNOLA
                   CAPITANO NELL'ESERCITO ITALIANO

La fortuna gli porgeva, non il filo d'un capello ma tutta quanta la
chioma. Il corso degli studi si doveva compiere in due mesi al prezzo di
dugento dollari. In poco spazio di tempo il numero degli allievi salì a
settecento. Un giorno si presenta al Cesnola un ricchissimo signore
deliberato di armare a sue spese un reggimento e di farne dono allo
stato.

— Quanto volete per l'istruzione di tutti gli ufficiali?

— Dugento dollari caduno.

— Ma son cinquanta!

— Benissimo. Dieci mila dollari.

— Quali sono i modi del pagamento?

— L'intera somma anticipata.

Il miliardario, tale quale usa nelle commedie, leva di tasca il suo
bravo libretto, ne stacca un buono, vi registra la somma richiesta, lo
firma e lo porge al fortunato istruttore, indi presi i concerti per
l'orario delle lezioni, s'avvia verso l'uscita. Sul presso dell'uscio,
lo coglie un legittimo senso d'inquietudine.

— Io vi ho dato la somma intera: chi mi assicura che voi mi darete
intero il corso delle lezioni?

— I sir. Io signore, risponde il Cesnola.

Lo sguardo, il viso, il gesto, l'accento, le asciutte parole esprimevano
una tranquilla fermezza che tranquillò l'animo dell'americano.

Gli allievi superarono tutti quanti con molto onore l'esperimento
dell'esame. Era naturale che fosse loro domandato dove avessero atteso
agli studi, e naturale pure che nella penuria e nell'urgenza di esperti
ufficiali fosse offerto un grado superiore al provato maestro.
Nell'ottobre del 1861, il Cesnola fu nominato maggiore e dopo due mesi
promosso al grado di tenente colonnello nell'XI reggimento di
cavalleria, cui era affidata l'onorifica mansione di proteggere la
persona del Presidente Lincoln e di guardare le sedi del Governo, in
momenti di gravi subbugli popolari, poichè la popolazione di Washington
parteggiava quasi tutta per i separatisti del Sud. Qui il giovane
patrizio piemontese diede le prime prove, di un coraggio, di una
fermezza, di un accorgimento guerresco, che gli valsero nel settembre
1862 il grado di colonnello ed il comando del quarto reggimento di
cavalleria di New-York, già sulle mosse per il campo della guerra e nel
dicembre dello stesso anno il comando dei sette reggimenti di cavalleria
addetti al decimoprimo corpo d'esercito, condotto dal generale Franz
Seigel.

Preposto a così ingente corpo di milizia gli spettava di pien dovere il
grado di generale; ma intervenne uno di quegli atti di giustizia
distributiva non infrequenti allora ed oggi nella repubblica dell'Unione
americana. Toccarono a lui, il comando effettivo, le fatiche ed i
pericoli, ed al signor Seward figlio del ministro degli affari esteri,
il titolo di generale ed i relativi stipendi. Il generale Seward seguitò
ben inteso a dominare in Washington mentre la brigata che portava il suo
nome, conseguiva sanguinose vittorie sotto gli ordini del colonnello
Cesnola, contendendo ai Sudisti, i passi del Maryland e della
Pensilvania meridionale. Il nostro generoso compaesano, sfogava
l'interno rodimento in picchiate da orbo, sulle spalle del nemico.
Segnalato a Brandy Station per prodigi di valore (sono parole del
_New-York Times_) gli fu affidata la difesa di Belle Plains, e poco
appresso quella delle gole di Averil dove sgominò nel maggio 1863, il
corpo d'esercito del generale Wasburne facendogli 2732 prigionieri e
meritandosi d'essere portato all'ordine del giorno dell'esercito
unionista.

Dopo tali prove, credeva per fermo di aver conseguita la promozione a
generale di brigata; il generale Gregg nominò invece immeritatamente un
suo proprio fratello. Questa volta il Cesnola se ne dolse aperto con una
fiera lettera di protesta che il Gregg tenne per atto di
insubordinazione e punì cogli arresti sotto la tenda. Seguiva così
disarmato la colonna che aveva guidato tante volte alla vittoria, ma gli
era inibito di combattere con essa.

In tali condizioni pervenne il 17 giugno 1863 alla battaglia di Aldie,
una delle tante che insanguinarono durante la guerra di secessione lo
stato della Virginia. Il nemico ingrossava da presso, quando il generale
Kilpatrick, che comandava i diversi corpi unionisti ivi raccolti, ordinò
una carica al quarto reggimento di cavalleria N. Y. Il reggimento
protestò unanime, soldati ed ufficiali che non avrebbero mosso un passo
se non lo guidava il suo colonnello. Cesnola misurando il pericolo ed il
disonore di un ammutinamento, supplica allora dal Kilpatrick il permesso
di porsi disarmato com'era alla testa dei suoi soldati. Questi, che era
stato estraneo alla punizione e forse la disapprovava in cuor suo,
acconsente. Il Cesnola salta in sella, in difetto di sciabola, agita
alto il frustino e slancia il cavallo pancia a terra seguito dal
reggimento fremente ed urlante di entusiasmo. Respinto, per disparità di
forze, torna quattro volte all'assalto. Alla terza una palla lo colpisce
al braccio sinistro, ma non ne sfredda l'ardore. Mentre raccoglie i
soldati per lanciarsi alla quarta il generale Kilpatrick, ammirato di
tanto eroismo, lo avvicina, si leva la sciabola dal fianco, e gliela
porge dicendogli: «Ritornamela rossa di sangue.» Ma nella mischia, il
valoroso, ferito gravemente da sciabola al capo ed alla mano destra cade
ed è preso prigioniero.

Come avviene nelle lotte civili, le ire fra i due campi avversi furono
in quella memorabile guerra, tenacissimi e crudeli contro il diritto
delle genti e le ragioni della civiltà. Agli unionisti, più forti, più
disciplinati, più fiduciosi nella vittoria finale, durò tuttavia, benché
scarso, qualche senso di pietà o forse di rispetto umano; ma i
separatisti del Sud fecero aperta prova di una selvaggia inumanità. La
prigione di Libby in Richmond dove furono rinchiusi oltre mille
ufficiali dell'esercito unionista, restò per assoluta insufficenza di
spazio e per sevizie, famosa nella storia delle iniquità e della
barbarie. Pigiati in locali corrotti e malsani, senza letti, senza
tavole, scarso e guasto il nutrimento, laceri, fra insulti e percosse,
molti di quei prigionieri morirono, quasi tutti ammalarono gravemente e
fra questi il Cesnola. Il quale per lo spazio di circa un anno seppe
mostrarsi fra i continui patimenti, così intrepido e sereno come già tra
le fatiche ed i pericoli.

Finalmente, intavolate scambievoli trattative per ricambio e riscatto
dei prigionieri. Il quarto reggimento di cavalleria New-York potè
intervenire in favore del suo colonnello. Riporto qui nel suo testo
l'istanza fatta al Ministero della guerra in Washington.

CAMPO DEL 4.º REGGIMENTO CAVALLERIA N. Y.

                                                      9 Marzo 1864.

  _Al Ministro della guerra,_

«Gli ufficiali del 4.º Reggimento Cavalleria N. Y. sottomettono alla
vostra benevola considerazione questa rispettosa istanza, perchè (in
quanto ciò sia conforme alla dignità della patria ed ai regolamenti
sullo scambio dei prigionieri di guerra), si dia opera immediata onde il
loro amato e valoroso colonnello Luigi Palma di Cesnola possa riprendere
il servizio attivo.

«Sono oltre nove mesi che il colonnello Cesnola langue nelle prigioni di
Libby essendo caduto nelle mani del nemico, mentre comandava uno
squadrone di cavalleria il giorno 17 giugno 1863 in Aldie, Virginia. La
sua presenza è con ardore desiderata dal suo reggimento, ufficiali e
gregarii, tanto che i sottoscritti rispettosamente osservano e fanno
osservare che, se mediante le avviate stipulazioni la loro domanda sarà
esaudita, il reggimento a mostrarsene grato raddoppierà nell'adempimento
del proprio dovere, l'attività e lo zelo. Aggiungono ancora che il
ritorno del loro colonnello al servizio attivo, gioverà alla santa causa
per la quale hanno giurato combattere e che la presenza del loro
magnanimo comandante non potrà che accrescere il lustro e la fama dei
tanti coraggiosi pugnanti ora per l'unione e la libertà.»

L'istanza sortì il suo effetto. Il Cesnola fu barattato col colonnello
Brown dell'esercito separatista. Abramo Lincoln volle vederlo e
richiederlo delle condizioni dei prigionieri. Ad informarnelo non
occorrevano parole, bastava che il Cesnola si mostrasse macero,
ischeletrito com'era e pieno di lividure. Il grande presidente
s'impietosì a quella vista ed al colonnello che gli domandava di tornar
subito al campo, ordinò un mese di congedo, per rifarsi in salute.

Intanto la guerra volgeva al suo termine. Già prima che cominciasse, il
governo dell'Unione aveva con chiari patti stabilito, che colla pace
sarebbe caduto ogni suo legame ed ogni obbligo cogli ufficiali iscritti
alle milizie. Non gradi, non onori, non pensioni. Ma i servigi prestati
dal Cesnola furono stimati di così alto pregio da meritargli uno
speciale trattamento. Promosso generale, perchè il Governo potesse in
alcun modo tenerlo ancora in attività di servizio, fu nominato Console
generale degli Stati Uniti con libera scelta fra parecchie ottime
residenze. Egli elesse quella di Larnaca nell'isola di Cipro, che lo
avvicinava all'Italia ed offriva a lui ed alla famiglia un clima
salutare, necessario ristoro alle fatiche, ai patimenti ed alle
apprensioni della guerra e della lunga travagliosa prigionia.

                                  *
                                 * *

Per dire delle grandi scoperte che vi fece il Cesnola, occorre
premettere alcuni rapidi cenni intorno alle antiche vicende storiche
dell'isola di Cipro ed alle ricerche archeologiche di che fu oggetto
nella seconda metà del nostro secolo. Estraggo queste sommarie notizie
da alcuni pregiatissimi articoli del Perrot pubblicati nella _Revue des
deux Mondes_, gli anni 1878 e 1879, e dal libro del Cesnola già citato
in nota.

La terra sacra a Venere, ebbe dai fenici i primi rudimenti della
civiltà. Le sue coste orientali e meridionali, più dell'altre prossime
alla Siria, risentirono prime l'influenza fenicia e ne furono più
profondamente penetrate. Ivi sorsero le tre città di più incontrastata
origine fenicia: Kition, Pafo (l'antica) ed Amatonta. Kition, in
prossimità della moderna città di Larnaca, fu, pare, il più importante
emporio che vi avessero i fenici. La Bibbia ne fa menzione più volte, a
cominciare dal libro della Genesi, allargando il suo nome ebraico di
Kittim fino a designare con quello l'isola intera. Amatonta e Pafo
ebbero nelle pratiche religiose del mondo antico, e negli studi
archeologici dei tempi nostri, una grande celebrità, dai loro templi e
santuarii, nei quali l'imagine a noi alquanto malferma della siriaca
Astarte andò nei secoli, a grado a grado trasmutandosi nella più sicura
e precisa della greca Afrodite.

I fenici scopersero primi le ricchezze metallurgiche dell'isola, si
applicarono alla estrazione del rame che ebbe nome di Cuprum (donde il
_cuivre_ francese), vi importarono la cultura della vite e certe piante
d'origine asiatica od africana quali la cassia, la cannella, il sesamo,
la fava d'Egitto.

A quanto è lecito congetturare, i greci approdarono la prima volta in
Cipro poco appresso la composizione dei poemi omerici. L'_Illiade_ ci dà
Cipro per terra fenicia. Le colonie greche vi stabilirono dunque intorno
a novecento anni avanti Cristo. È da credere che la loro fu pacifica
conquista, non potendo i Fenici opporre valida resistenza al giovane
popolo invasore ed appagandosi di mantenere le loro industrie ed i
commerci cui diedero tosto un grande incremento le numerose città
fabbricate dai greci. I greci di Egina fondarono Salamina, i greci
d'Argo fondarono Curium se pure non vi si stabilirono soltanto,
allargando ed abbellendo una preesistente città già eretta dal fenicio
Cinyras. I greci di Sirio fondarono Golgos, quelli della Laconia, Lapato
e Chrinia, quelli dell'Arcadia la seconda Pafo, la Baffa dei nostri
giorni, che sorse in prossimità della Pafo fenicia e fu del pari
celeberrima per il culto di Venere.

Durante il secolo VIII ed il VII a. C. l'isola appartenne agli imperi di
Ninive e di Babilonia. Verso la metà del VI secolo passò all'Egitto, poi
con Dario alla Persia, poi argomento di contesa fra i macedoni Antigone
e Demetrio d'una parte e Tolomeo I.º dall'altra, ripassò all'impero
egizio, che ne fece più tardi un reame quasi indipendente, appannaggio
dei principi lagidi, ai quali nell'anno 59 a. C. la strappò Catone
l'Uticense riducendola a provincia romana.

Nel volgere di quei secoli, Cipro ebbe fama di incomparabile ricchezza e
prosperità. Alle colture introdotte dai fenici, i greci aggiunsero
quella dell'olivo, albero sacro a Pallade Atene. Vantavano i greci che
gli olivi di tutte le spiaggie e dell'isole mediterranee provenissero
tutti quanti dal tronco uscito di terra già alto e fronzuto
sull'Acropoli, ad un colpo di lancia di Minerva. E pare che all'albero
di Minerva, il terreno di Cipro, si confacesse, meglio ancora che quello
nativo dell'Attica. L'isola ne fu coperta ed arricchita oltre misura.
Tutti gli scrittori antichi, dai primissimi della Grecia agli ultimi di
Roma gareggiano d'iperboli per esprimere le magnificenze di quella terra
benedetta dal sole. Il dolce clima e le inesauribili dovizie, ne avevano
ammolliti gli abitanti, avevano indotto in essi un raffinato amore del
piacere. Le conquiste si compievano senza resistenze e quindi senza
eccidî. Un dominio seguiva all'altro senza nulla turbarvi le voluttuose
fruizioni della vita. Le vecchie città accumulavano monumenti di civiltà
diverse. I santuari della Venere ciprigna, erede della Astarte fenicia
erano ombreggiati da alberi secolari ospizio alle candide colombe, sacre
alla Dea. I templi serbavano intatte colle statue e le offerte votive
depostevi dai primi fenici e dai primi greci, le statue, le gemme, i
vasi, le armi, recate via via dagli assiri, dai persi, dagli egizi, da
tutti i successivi dominatori. I riti anch'essi, in luogo di escludersi
l'un l'altro, si sovrapponevano componendosi in una deliziosa tolleranza
che attutiva negli abitanti il sentimento patrio e la civica fierezza.
Più costanti e pregiati perduravano e si trasmettevano i riti più
licenziosi, i quali chiamavano in Cipro da ogni parte del mondo allora
noto e comunicante, in gran folla gli stranieri, come a luogo di
impareggiabili delizie.

Di qui una corruzione di costumi che dovette muovere a santo sdegno i
primi cristiani. Già gli ebrei esulatevi dopo la guerra di Giudea, si
erano, sotto l'impero di Traiano, levati in armi contro i lascivi
ciprioti, uccidendone, dicono, dugento e quaranta mila, ed abattendo e
devastando i templi sacri alla prostituzione, ed alle voluttuose deità.
Quando Paolo, vi predicò la legge di Cristo, quando la nuova dottrina
ebbe in Cipro numerosi credenti, austeri severi, spregiatori ed
abborritori della carne, questi ruppero nel loro furore iconoclastico in
frequenti massacri ed in rovine. La storia non ce ne trasmise le
particolari vicende, ma i ruderi parlano in sua vece. Il Visconte di
Vogüé che studiò con molta cura i monumenti ciprioti, rinvenne presso
Golgos e presso Idalia, non pochi depositi di immagini frantumate che
apparivano esser state sepolte con gran furia entro fosse comuni; vere
necropoli di statue, dove, sotto pochi piedi di terra giacevano le opere
di molti secoli: vasi, idoli, immagini, simboli, tutte mutilate a
studio. Così i monumenti artistici di tante diverse civiltà passarono di
un colpo, dagli onori del culto, alle tenebre della sepoltura, furono
sottratti alle deturpazioni utilitarie delle basse età, prepararono
maravigliosi tesori ai nostri musei, ed una inattesa messe di notizie ai
moderni eruditi.

                                  *
                                 * *

L'importanza archeologica dell'isola di Cipro fu svelata agli studiosi
del viaggiatore inglese Riccardo Pocock, il quale verso la metà del
secolo scorso ne riportò trentatre iscrizioni da lui copiate in Larnaca
e provenienti da Kition, rimaste per lungo tempo i soli documenti
epigrafici della Fenicia. Sul loro testo si tentarono le prime
traduzioni, dal loro testo fu rilevato lo stretto legame che univa il
linguaggio fenicio all'ebraico. Dopo di lui, qualche vaso o qualche
statuetta, rinvenuti fortuitamente, richiamarono di quando in quando
sull'isola sacra a Venere l'attenzione degli eruditi. Ma furono dapprima
richiami senza seguito che servirono piuttosto a far sospettare
l'esistenza di un mondo inesplorato, che a stimolare, tanto apparivano
dubbiosi, lo zelo degli esploratori. E tali durarono per lo spazio di un
secolo, fino a che nel 1845, Ludovico Ross chiamato all'insegnamento
della archeologia classica nell'università d'Atene, venne nel proposito
di cercare in Cipro la soluzione del problema intorno alle origini della
civiltà greca. Recatosi tutto solo in Larnaca, il Ross intraprese una
ricognizione sommaria attraverso l'isola. Ma per difetto di tempo, egli
intese piuttosto a raccogliere notizie dagli abitanti ed a segnare i
punti che promettevano maggior messe agli scavi avvenire, che a
sommuovere il suolo per immediate ricerche. Tuttavia la rapida corsa
aveva svelato all'occhio esercitato dell'archeologo il carattere
asiatico dei più remoti monumenti ciprioti. Una sua relazione svegliò la
curiosità di altri studiosi. Nel 1846 il francese Mas Latrie comprò in
Larnaca una notevole quantità di figurine di calcare e di terra cotta.
Nel 1859 un'altro francese il De Saulcy comprò pure in Larnaca un buon
numero di vasi e di statuette cedute poco appresso al Museo del Louvre.
Nello stesso tempo il signor Péretié dimorante in Siria potè acquistare
pel Duca di Luynes la famosa _Tavoletta di Dali_ che fu di molto lume
allo studio della filologia fenicia e cipriota.

Le necropoli violate cominciavano a spandere i loro secreti e gli
antichi oggetti dissepolti divenivano argomento di regolari commerci. I
contadini stessi cui seguiva, non di rado, di trovare monete d'oro ed
oggetti preziosi, si davano volentieri alla cerca, sospettosi dei
forestieri e sopratutto del governo turco il quale accampava diritti e
praticava sequestri sulle prese. La curiosità, l'avidità del guadagno,
la vanità, la seduzione dell'ignoto, davano agli eruditi un sussidio non
sempre desiderato e non sempre utile, di innumerevoli dilettanti,
operanti senza criterio e senza disciplina. I contadini degli oggetti
dissepolti, non pregiavano che la materia. Così una statua di bronzo,
più alta del vero, rinvenuta nel greto d'un torrente disseccato, fu
infranta e ripartita a peso fra gli scopritori, gelosi sovra ogni cosa
di trafugarla alle autorità, paghi di ricavare il valore del metallo. I
dilettanti, serbavano bensì gli oggetti interi, ma non curavano di
registrare il modo del loro giacimento nè, tanto meno, di rilevare la
pianta del tempio o della necropoli, che li aveva per tanti secoli
custoditi, privando così, la scienza delle preziose notizie
complementari che sono pressochè indispensabili, alle sicure
attribuzioni e classificazioni. Qualche dotto archeologo, e non pochi
antiquarii improvvisati archeologi, procedevano tuttavia con buoni
metodi e con diligenti cautele a fruttifere ricerche. E le loro
scoperte, menavano rumore fra gli studiosi d'ogni parte d'Europa, e
facevano gola ai Musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo.

Nel 1860, il Renan mandato da Napoleone III a esplorare le coste
dell'antica Fenicia, stimò di dover allargare fino a Cipro il raggio
delle sue ricerche; e già l'anno appresso stava per imbarcarsi alla
volta di Larnaca, quando dolorose circostanze di famiglia e di salute lo
costrinsero a tornarsene subito in Francia. Ivi apprese che il Visconti
Melchior di Vogüè già noto per ottimi studi sulle chiese cristiane in
Terrasanta e riputato conoscitore della archeologia fenicia, era sulle
mosse per un secondo viaggio in Oriente. Il Renan lo pregò di
comprendere anche Cipro nel suo itinerario e n'ebbe conforme promessa.
Infatti nel 1862, il Vogüé in compagnia del Waddington e dell'architetto
Duthoit intraprese una esplorazione completa dell'isola, e condusse in
parecchi punti degli scavi che arricchirono di preziosissime spoglie il
Museo del Louvre. Sulle indicazioni del Vogüé l'architetto Duthoit potè
segnare con sicurezza il luogo dove sorgeva l'antica Golgos e scoprire
tre grandi fosse ricolme delle statue atterrate e mutilate dai primi
cristiani.

Fortunate ricerche fece pure il Conte di Maricourt, Vice Console di
Francia residente in Larnaca. Passeggiando un giorno colla famiglia, su
per le falde di un monticello che domina una salina nei pressi della
città, il Maricourt smosse a caso colla punta del bastone fra le sabbie
una minuscola statuetta di terra cotta. Incoraggito dalla trovata
fortuita, proseguì a ribruscolare nel l'arena collo stesso istrumento, e
ne estrasse parecchie altre consimili figurine. Tornò l'indomani sul
luogo colla famiglia ed i domestici armati di pale e la messe fu assai
copiosa. Era naturale che ci pigliasse gusto. Ogni sera i borghesi di
Larnaca vedevano la brigata consolare avviarsi agli scavi come a
sollazzevole scampagnata. In capo a pochi mesi, il Maricourt possedeva
una pregevole raccolta, che avrebbe di certo arricchita se non moriva di
colera nel 1865.

Lo scozzese Hamilton Lang andato in Larnaca a dirigervi una succursale
della Banca Ottomana, fu anch'egli, in quel torno, sedotto alla ricerca
dei sepolti tesori. Sulle prime si appagò di farne incetta presso i
contadini, comprandone vasi di vetro e d'argilla. Datosi di poi agli
scavi, scoprì in Dali le vestigia di un tempio, che gli fornirono in
gran copia, statue e statuette di marmo e di cotto di varie dimensioni,
figurine di bronzo di fattura egizia, ornamenti di smalto turchino o
bianco, frammenti di preziose ceramiche, e medaglie d'argento
appartenenti alla più remota antichità. La sua maggior presa, fu più
tardi, nel campo della numismatica. Nel 1870, cinque giovani contadini,
andavano alla ricerca di statuette, nei terreni già esplorati dal
Maricourt. Uno di essi mise a giorno un vaso di bronzo che levato di
terra gli si ruppe fra le mani, lasciando cadere una pioggia d'oro
coniato. Il bottino fu spartito fra i cinque cercatori con promessa di
scambievole secreto. Ma due giorni dopo, il Lang, avuto sentore della
cosa, potè, al prezzo di dodicimila lire comprare seicento statere d'oro
di Filippo e d'Alessandro macedoni, fra le quali, cedute poi al Museo
brittannico, si riscontrarono novantadue varietà fino allora
sconosciute.

Un altro console di Francia, il Colonna Cenaldi, di origine italiana,
succeduto al Maricourt, proseguì con ottimo frutto le indagini iniziate
in Dali dal Duthoit. Un console d'Inghilterra, M.r Sandwith, non ostante
le opposizioni del governo turco, riuscì pur tuttavia a raccogliere una
bella collezione.

Così l'antica terra aveva rimunerato molti cercatori delle sue
ricchezze, ma senza raccontare intera la sua storia, senza dare ai
problemi della scienza archeologica una soluzione sicura ed esauriente.
A parziali ed impazienti ricerche erano seguite parziali trovate. La
gelosia del governo ottomano minacciava di mettere ostacolo agli scavi
ulteriori. Per dire l'ultima parola sulle antichità di Cipro, occorreva
vi si applicasse un uomo che, conseguita la necessaria dottrina, fosse
ad un tempo, più accorto, più sagace, più audace, più perseverante, più
caro alla fortuna, più meritevole dei suoi favori, di quanti vi s'erano
per l'addietro applicati.

Tale seppe essere il generale Luigi Palma di Cesnola.

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                                 * *

Il Cesnola sbarcò in Larnaca il giorno di Natale del 1865 colla moglie e
due bambine. La città gli parve inabitabile, i luoghi intorno aridi e
desolati. Già durante il viaggio egli aveva letto quanti più libri gli
era riuscito di raccogliere intorno all'isola di Cipro, alla sua storia,
ai suoi commerci, alle sue antichità. Il giovane generale non aveva
altra coltura classica fuori di quella appresa nelle primissime scuole.
Dall'età di sedici anni in poi, da quando cioè era partito volontario
per la prima guerra dell'indipendenza italiana, tutti i suoi studi,
tutte le sue applicazioni s'erano rimaste alla scienza ed all'arte della
guerra. Il mondo dell'antichità che quelle frettolose letture
schiudevano alla sua mente, gli era, si può dire, affatto ignorato, ma
la sua mente pronta ad accendersi, facile alle assimilazioni, ordinata
ed imaginosa doveva riceverne uno stimolo grande a maggiori conoscenze.
In Larnaca gli scavi erano diventati l'occupazione ed il passatempo di
tutte le persone colte. C'era in tutti l'aspettazione di qualche grande
scoperta imminente, o per lo meno la certezza che quella terra piena di
storia, celasse ancora immense ricchezze ed impareggiabili tesori d'arte
e di scienza. L'ellenismo era, nella famiglia Cesnola, titolo di nobiltà
ed argomento di culto domestico. Pareva al conte Luigi che ricercando le
origini della remota civiltà greca, egli avrebbe continuato e compito
l'opera dell'avo Alerino, volontario combattente per l'indipendenza
della Grecia moderna. Il disagio e la noia di una piccola città turca,
lo infervorarono all'impresa. Il Consolato degli Stati Uniti gli
lasciava agio di attendervi. Una relazione pubblicata dal Vogüé dove era
vantata per completa la esplorazione dell'isola fatta dalla missione
francese, e pareva conchiudere nulla potersi più sperare da maggiori
indagini, aggiunse forse all'altre tentazioni un non so che quale
lievito di puntiglio, primo segno della vocazione archeologica. Gli
uomini dalla tempra del Cesnola misurano di colpo il prò ed il contro di
ogni impresa e sono altrettanto pronti al decidere quanto pazienti
all'operare. Si direbbe che la fortuna sussurri loro all'orecchio il
secreto degli eventi avvenire. Fino dai primi giorni della sua dimora in
Larnaca il Cesnola fece proposito di dedicarsi agli scavi, non colla
volubilità del dilettante che muta luogo al primo saggio infruttuoso, ma
con persistente fermezza. Alla spesa avrebbe provveduto l'immancabile
bottino. Per farsi la mano intanto che si addentrava negli studi,
cominciò a rifrugare, ultimo dopo tanti curiosi, entro le terre intorno
a Larnaca.

Vi trovò subito importanti monumenti dell'epoca greco romana, un
sarcofago fenicio, vasi di marmo e di alabastro con iscrizioni fenicie,
terraglie a fregi fenici ed una cartella lapidaria a caratteri
cuneiformi grossamente imitati. Buon principio in una plaga già da tanti
esplorata, ma in sostanza più atto ad incoraggiare che a rimunerare. Se
non che le autorità turche, ormai messe sull'avviso, non volevano più
saperne di scavi. Un loro divieto comunicato per le vie legali e nelle
forme cortesi avrebbe messo il Cesnola in grave imbarazzo. Per fortuna
il Kaimakan di Larnaca Genab Effendi, aveva la vista corta e la mano
pesante, due difetti che riescono quasi sempre a metter la ragione dalla
parte del torto. Senza curare le procedure diplomatiche, egli imprigionò
di colpo sul luogo degli scavi due operai addetti al Consolato degli
Stati Uniti. Ne seguirono vigorose proteste del Console, accolte con
turchesca arroganza dal Caimacano, il quale non si peritò, pochi giorni
appresso, di far arrestare, nei locali stessi del Consolato, una guardia
consolare. Era una palese violazione del diritto delle genti che il
Cesnola seppe difendere da par suo, minacciando di ammainare la bandiera
dell'Unione Americana ed ottenendo dal Ministro degli Stati Uniti presso
la Sublime Porta l'invio di due navi americane nelle acque di Larnaca.
Il Governo Ottomano dovette rimettere il litigio ad una Commissione
mista la quale esaminate le cose, diede ragione al Cesnola. Il Caimacano
di Larnaca fu destituito con perpetua interdizione dai pubblici uffici,
furono liberati i prigionieri, la bandiera degli Stati Uniti ebbe il
saluto di 21 colpi di cannone, il Governatore di Cipro fu destinato ad
altra sede; previa una visita di scusa al Console ed il pagamento di
dieci mila piastre al suo primo dragomanno.

Sgombrata per tal modo la via, il Cesnola potè darsi liberamente alle
ricerche archeologiche. Un firmano del Sultano lo autorizzava a far
scavi in ogni parte dell'isola, salvo ad intendersela coi proprietarii
dei terreni. La primavera del 1867, egli prendeva in affitto una casa in
campagna con largo circuito di aranceti sulle falde del monte presso
Dali (Idalium) e vi si allogava colla famiglia. L'aria vi era più
fresca, i luoghi intorno più ridenti che a Larnaca, e certi frammenti di
scoltura che ne provenivano, gli facevano argomentare l'esistenza in
quei paraggi di una vasta necropoli. Non s'era ingannato. In capo a tre
anni egli aveva scoperto ed esplorato diecimila tombe; le greco-romane
giacenti a poca profondità dal suolo ricoprivano le più remote fenicie
ricche di copiosissimi e preziosi cimelii. Non mi è possibile
accompagnare l'opera del Cesnola nelle sue fortune successive, nè
raccontarne i modi, nè descriverne i prodotti. Per lo spazio di undici
anni, con accorgimento d'artista, con dottrina di archeologo, con
accanimento di soldato, con perseveranza di alpigiano, egli attese
insieme, a studi, ad interpretazione di testi, a raffronti, ad
esplorazioni, a scavi, a classificazioni. Cercò ed accertò la topografia
storica dell'isola, segnò i luoghi dov'erano sorte le città di Amatunta,
di Cerynia, Cizio, Lapeto, le due Pafo, Afrodisia, Curio, Citerea, ed
altre molte che ommetto; scoprì quindici templi sacri alle divinità
fenicie, egizie e greche, rintracciò sei antichi acquedotti. Come Dali
gli ebbe rivelato i suoi segreti, si volse a Golgos (la moderna
Athiénau) e vi raccolse tesori che fecero maravigliare il mondo intero.
La voce delle sue fortune, gli sollevava intorno, gelosie, bramosie,
cupidigie, rancori, dispetti, invano congiurati al suo danno. Più volte
la Sublime Porta fu per revocargli il firmano che lo licenziava agli
scavi. Lo accusavano di minare le moschee, di profanare le sepolture dei
veri credenti; ma il Ministro d'America, residente in Costantinopoli,
sorgeva in sua difesa, faceva la voce grossa e scongiurava le tempeste.
«A quanto mi si dice, caro generale» scriveva un giorno il Ministro al
Cesnola «delle buche che andate scavando d'ogni parte, capisco che avete
in animo di colare a picco, una bella mattina, l'isola intera. Prima che
sprofondi, ve ne prego, mettete al sicuro gli archivi del Consolato
americano.»

Il lavoro era improbo e costoso, ma il frutto prometteva di ripagare le
fatiche e la spesa. In Golgos cento e dieci operai disseppellirono nel
corso di sei settimane, oltre ad un sarcofago ornato sulle quattro
faccie di bassorilievi rappresentanti la morte di Medusa, e Pegaso e
Chrysaor uscenti dal suo sangue, ben trecento statue di singolare
bellezza ed una innumerevole quantità di terraglie, di ceramiche, di
vetri, di figurine, di monili, di armi, di monete. Le statue erano
incrostate di uno spessore di tufo indurito che bisognò ammollire con
bagnature e far saltare poi a punta di coltello. Estrattolo dal
profondo, bisognava calare quel popolo marmoreo dalle alte pendici del
monte ai magazzini disposti in Larnaca ad accoglierlo. Non traccia di
strada di nessuna maniera. I minori pesi erano caricati su cammelli, i
maggiori adagiati su appositi carri a ruote nei terreni piani, a slitta
giù per le chine. Il trasporto rischioso, lento, costosissimo, rinnovava
più penose le fatiche e le ansie della scoperta. Ma già nel 1870, la
casa consolare di Larnaca e gli aggiunti magazzeni avevano fama in tutta
Europa, di museo senza pari, che faceva gola ai grandi musei reali ed
imperiali. I dotti, gli antiquari, gli artisti accorrevano d'ogni parte
d'Europa a visitare la maravigliosa raccolta. Il Cesnola descrive col
suo stile brioso e colorito, le noie che gli davano le carovane Cook,
invadenti il suo giardino e la casa. «Ricordo una signora inglese d'una
certa età dal lungo viso incorniciato, come tradizione vuole, di capelli
arricciati a vite. Poichè ebbe esaminate attentamente le statue di
Golgos, mi domandò di spiegarle per cortesia i misteri del culto di
Venere.» Altri rubavano bravamente i piccoli oggetti e non trovandone a
portata di mano, scheggiavano vasi e statue pure di riportarne un
pezzetto.

Ma coi fastidiosi non mancavano i proficui visitatori. La Russia mandò a
Cipro uno dei conservatori del Museo del Romitaggio, per trattare la
compera di tutta la raccolta. Il negozio non fu conchiuso perchè altro
negoziatore segreto aveva mandato Napoleone III voglioso di arricchire
la sezione del Museo del Louvre dedicata al suo nome. Sopravvenne la
guerra colla Germania, e caddero anche questi negoziati. Terzo mandò
offerte, il Museo brittannico; ma i suoi direttori volevano che la
collezione fosse innanzi di concludere, portata a Londra per un attento
esame. Giusta e prudente domanda, ma non facile a soddisfare. Le grandi
scoperte di Golgos avevano fatto più acute le cupidigie degli ufficiali
turchi. Il governatore di Cipro avvertì il Cesnola che le cose non
sarebbero andate liscio liscio.

Questi sperava che memori della sua vittoria nel dissidio col Caimacano,
gli ufficiali della dogana non avrebbero osato contrastargli l'uscita di
un bottino che gli apparteneva in legittima proprietà. Sperava, non
senza timori. Di eludere la vigilanza delle guardie, non c'era da far
pensiero. Erano trecento e sessanta enormi, pesantissime casse,
impossibili a trafugare. Domandare licenza era come dubitare del lecito.
Unico partito, agire aperto, presto e con aria sicura. Un bastimento a
vela, scaricate in Larnaca le sue mercanzie, stava per salpare alla
volta di Alessandria. Il Cesnola lo noleggia e dispone per il carico
delle casse, ma la Dogana gli comunica un telegramma del governo
ottomano con ordine di impedire al Console d'America di nulla asportare
dall'isola. L'ordine era perentorio ed una goletta da guerra all'insegna
della mezzaluna stava in rada proprio dirimpetto al Consolato americano,
quasi ad assicurarne l'adempimento.

Tanta fatica, tanto studio, tanti anni spesi a cercare e ad illustrare
la remota storia dell'isola tornavano a compiuta rovina del cercatore e
dell'illustratore. La favolosa collezione serbava bensì in Larnaca il
suo valore archeologico, ma perdeva ogni valore commerciale. Nessun
rimborso era più da sperare delle immense spese sostenute per
raccoglierla. Nè la Sublime Porta si sarebbe piegata a comprarla per
danaro, assai paga che non uscisse dai suoi domini, nè certo si poteva
trovare al mondo così munifico signore che ne facesse acquisto per
tenerla relegata in Larnaca.

Il Cesnola meditava scoraggito sulla caduta d'ogni sua speranza, sulla
scorno, sul danno irreparabile, mentre il suo fidato dragomanno
Bechbech, passeggiava di su di giù per la stanza con aria di profonda
meditazione.

Di tanto in tanto l'astuto e fedelissimo servitore gettava sul padrone
uno sguardo incoraggiante quasi a provocarne un salutare provvedimento.
Cesnola s'accorge che l'uomo ha le sue viste:

— Bechbech, bisogna che tutte le casse siano oggi a bordo della goletta.
È necessario, Bechbech.

— Eccellenza, risponde il dragomanno, il dispaccio diretto al
Governatore generale, conteneva, è vero, l'inibizione al Console
d'America di nulla asportare dall'isola?

— Ma sì, ma sì.

— L'inibizione era fatta non al nome di Vostra Eccellenza, ma al Console
d'America?

— Credo di sì. Perchè?

— Eccellenza, è accennato al Console di Russia in quel telegramma?

— No, no, ch'io sappia! — grida subitamente illuminato e giocondato il
Cesnola. Corri alla Dogana e domanda in mio nome immediata e testuale
comunicazione del telegramma.

Bisogna avvertire che il Consolato di Russia, non avendo allora titolato
in Larnaca, era retto dal Console degli Stati Uniti. Il Cesnola era
dunque ad un tempo il legittimo e riconosciuto rappresentante del
Governo dell'Unione Americana e dell'imperiale Governo moscovita.

Mentre Bechbech corre alla dogana, il Cesnola, combinata a grossi
caratteri a stampiglia la scritta: _Consolato di Russia_, dà ordine la
si stampi su altrettanti fogli quante sono le casse e che s'incolli
sovra ogni cassa il suo bravo foglio.

Dopo una mezz'ora eccoti il Direttore della Dogana col testo del
dispaccio. Il Cesnola ne ascolta indifferente la lettura e poi, col
piglio autoritario che si conviene al rappresentante lo Czar di tutte le
Russie, domanda:

— Avete ordini relativi al Console di Russia?

L'Effendi, formalista come tutti i turchi, riflette, consulta il testo,
conviene che esso riguarda il solo Console d'America, e riconosce non
potersi opporre all'imbarco della mercanzia se questo gli viene
domandato dal Console di Russia. Il dispaccio gli era stato trasmesso
dal Governatore Generale, residente allora in Nicosia, nel centro
dell'isola. Non era possibile avere istruzioni in giornata; dati i
precedenti del primo dissidio e la fiera indole del Cesnola, era
pericoloso, nel dubbio, farsi avverse due potenze non avvezze a patir
soprusi. A farla breve, la lettera prevalse sullo spirito, le trecento e
sessanta casse furono imbarcate nello spazio di poche ore. La notte il
veliero salpava con buon vento ed il Cesnola dopo tante ansie potè
dormire i suoi sonni tranquillo.

La raccolta destò a Londra una indicibile maraviglia. Mai per l'addietro
un privato aveva posseduto così nuovi e vistosi tesori d'arte. Il Museo
brittannico ne vagheggiava l'acquisto e già si teneva sicuro del fatto
suo, quando gli sorse di fronte un formidabile competitore. Da pochi
anni s'era, per liberalità di privati, formato in New-York, un Museo
metropolitano (_Metropolitan Museum of art_). Alcuni fra i suoi
principali fondatori trovandosi per l'appunto in Londra, intavolarono
trattative col Cesnola. Gli osservarono che a parità di condizioni era
bello ch'egli desse la preferenza alla patria adottiva, dove aveva
trovato ospitalità, onori, fortuna, il parentado con una famiglia
onorevole, ed un ufficio che era stato occasione e condizione delle sue
scoperte. Al Museo brittannico la collezione Cesnola, ammirevole senza
dubbio, era di necessità eclissata dalle ricchezze artistiche
importatevi di Grecia e di Roma. In New-York essa sarebbe stata il
nucleo del nuovo Museo, e vi avrebbe primeggiato a perenne gloria del
suo scopritore.

Queste buone ragioni, raccomandate ad ottimi avvocati, persuasero il
Cesnola. La collezione composta di diecimila capi d'arte fu venduta al
_Metropolitan Museum_ di New-York al prezzo di trecento e cinquanta mila
lire. Il Cesnola aveva già nel corso delle sue ricerche conchiuso
vendite parziali coi musei di Londra, di Parigi e di Berlino, e fatto
gratuito dono di preziosi cimelii al Museo delle antichità di Torino,
quale omaggio alla patria d'origine. Le trecento e sessanta casse furono
imbarcate per New-York, ed il generale riprese la via di Larnaca per
intraprendere nuovi scavi su più larga scala, a spese questa volta e per
conto del _Metropolitan Museum_.

Ma era detto che il Cesnola dovesse agire sempre di suo. Una terribile
crisi finanziaria sopravvenuta negli Stati Uniti costrinse i fondatori
del _Metropolitan Museum_ a disdire la convenzione pattuita in vista
delle ulteriori scoperte. La fortuna serbava al valoroso uomo dei favori
ben altrimenti maravigliosi di quelli prodigatigli in passato, ma egli
doveva essere solo, al rischio, alle fatiche, alle lotte, al merito ed
al premio. Nell'anno 1873 e nei primi mesi del 74, egli attese a
sapienti ricerche, nelle terre di Salamina, di Soli, di Amatunta, della
nuova e dell'antica Pafo. Non del tutto infruttuose, esse gli diedero
frutti di secondaria importanza, ed impari alle ingenti spese
incontrate. Un uomo di più debole tempra se ne sarebbe scoraggito: egli
perseverò con ardore degno del trionfo che lo aspettava. Già gli
invidiosi si godevano dello smacco onde vantavano offuscate le sue prime
vittorie, quando corse nel mondo degli eruditi una notizia che sapeva di
favola romanzesca. S'erano avverate al Cesnola, le fortune del Conte di
Montecristo: non più statue o vasi, o lapidi o sarcofaghi, ma una
profusione inestimabile di ori, di monili, di gemme era uscita da
millenni sepolture ad un colpo di picca dell'avventuroso cercatore. Egli
aveva scoperto intero e intatto il tesoro di Curium.

La città di Curium sorgeva al sommo di un monte roccioso, sulla costa
meridionale dell'isola, alto dai cento metri sul livello del mare. La
spianata è oggi coperta da uno spessore di materiali costruttivi rotti
ed induriti, che mostrano frammenti di sculture e di fregi
architettonici. A centinaia monticelli di ruderi ammucchiati, indicano
il luogo ove sorgevano le case, i templi ed i pubblici edifici. Sovra
uno di tali monticelli giacevano mezzo interrate parecchie colonne di
granito. Il Cesnola le fece sterrare per assicurarne le dimensioni e le
trovò posare sopra un pavimento a musaico che, rimosse le colonne, mise
a giorno, quanto era largo, in modo da poter rilevarne la pianta di un
tempo. Tastando col piede il pavimento avvertì che in un punto rendeva
suono di vuoto. Ne ruppe la crosta, dissodò il terreno sottostante e con
grande maraviglia riconobbe ad indubbi segni che già un altro
esploratore era penetrato sotto il pavimento; ma non un rivale d'oggi o
di ieri, non un cercatore di antichità, bensì qualche antichissimo
esploratore, che aveva, è da credere, assistito alla rovina del tempio e
ne conosceva forse gli occulti meati tra le fondamenta. Si capiva che
l'uomo s'era aperto una via nella terra, cercando di giungere a qualche
luogo a lui noto. Ma non v'era riuscito: o lavorasse da solo, senza
istrumenti, o nell'oscurità avesse perduto l'orientamento, o gli
mancasse l'aria, il fatto sta che le traccie dello scavo cessavano ad un
tratto, alla profondità di circa due metri dal suolo.

Pensiamo se al primo segno di un precursore, al primo riconoscimento
della sua antichità, il Cesnola dovette fremere di curiosità e
d'impazienza. E quando il cunicolo gli si chiuse di colpo, ed apparve
chiaro che l'ignoto cercatore aveva abbandonato l'impresa, quanti
pensieri, quanti misteri gli si affacciarono alla mente! Deliberò tosto
di internarsi più oltre nelle viscere della terra. Ma il lavoro gli
riusciva arduo e lento. Approfondatosi di altri cinque metri, non trovò
nulla che lo incoraggiasse a proseguire. Doveva anch'egli desistere? Lo
avrebbe fatto di certo se le traccie lasciate dal precedente esploratore
fossero state recenti. Nessuna meraviglia che un ignorato archeologo,
avesse tentato di interrogare a fondo quelle rovine. Ma l'antichità non
conosceva archeologi. L'uomo che a rischio della vita era penetrato in
quelle latebre, doveva obbedire non ad una generica, ma ad una
consapevole e determinata curiosità. Egli doveva o conoscere di certa
scienza, od argomentare con plausibile ragioni, l'esistenza di qualche
locale sotterraneo, contenente forse qualche prezioso deposito. Forse
nel crollo dell'edifizio s'era otturato l'imbocco del cunicolo
conducente a quella cripta, forse le macerie ammucchiate, i grossi massi
difficili a rimovere, lo avevano persuaso di raggiungere il cunicolo per
altra via fra materiali di minore resistenza. Era anche possibile che lo
scavo si fosse tentato quando ancora il tempio rendeva intatto il suo
culto alla divinità. Curio è vantata colonia argiva. Ma tradizioni
remotissime, la vogliono fondata da quel Cinyra, che presso gli
annalisti greci personifica la razza fenicia. Quando sul cominciare del
quinto secolo innanzi Cristo, le principali città greche dell'isola
sorsero contro Dario, il re di Curio, Stesenore, tradì la causa
nazionale, e si alleò ai re fenici ed all'esercito persiano. È lecito
supporre che nell'imminenza della guerra, o Stesenore stesso, od i
sacerdoti, avessero scavato delle cripte nella roccia viva, e vi
avessero nascosto quanto il tempio conteneva di più prezioso. L'ignoto
cercatore sarà egli stato, un ufficiale del re, od un sacerdote? Mille
romanzesche ipotesi travagliavano la mente del Cesnola, oramai avvezzo
alle sorprese di quella terra fortunosa. Cedere ad una prima disdetta
era demeritare dalla fortuna. Bisognava strappare alle tenebre il loro
secreto, e pervenire ad ogni costo, oltre la crosta terrosa fino alla
roccia viva.

Finalmente a otto metri dal pavimento, gli scavatori imboccarono uno
stretto passaggio che li condusse ad una porta chiusa da una sottile
lastra di pietra. Rimosso l'ostacolo, riuscirono in una piccola stanza
piena fino alla volta del terriccio filtrato per le fenditure del monte.
Seguivano tre altre simili grotte, similmente ripiene. Allo sgombero del
territorio, occorse oltre un mese di febbrile ed irritante lavoro.
Usavano, per ragioni di prudenza, lasciare a fior di terra uno spessore
di mezzo metro all'incirca, che era poi rimosso con meticolosa cautela,
sapendosi per lunga esperienza che gli oggetti preziosi giacevano sul
fondo. Un giorno il Cesnola tastando con un regolo quell'infimo strato,
venne ad urtare in un corpo duro. Era un braccialetto d'oro. Le sue
fantasiose previsioni si trovavano avverate. Egli aveva posto mano sul
tesoro sotterraneo indisturbato custode, per tanti secoli, delle offerte
votive e delle domestiche ricchezze che i privati confidavano al
santuario, innanzi di movere alla guerra o di salpare per lunghe
navigazioni.

La storia non ricorda altra raccolta di gioielli e di oggetti preziosi
pareggiabile al tesoro di Curium. Braccialetti d'oro massiccio, anelli,
orecchini, amuleti, fiale, spilloni, spille, collane d'ogni forma e di
raro lavoro. Cristalli di roccia, cornaline, onici, agate, tutte le
varietà delle pietre preziose, e ancora figurine di cotto, vasi
d'argilla, lampade, tripodi, candelabri, armi, vasellami d'argento,
coprivano da oltre venti secoli, il suolo di quei plutonici saccelli.

Oltre la quarta stanza, si apriva un cunicolo simile a quello che
immetteva nella prima. Se non che la volta rocciosa, andava in breve
abbassandosi, così da doverlo percorrere carponi. Vi penetrarono muniti
di candele il Cesnola ed il capo degli scavatori strisciando fra le
anguste pareti e ne ritrassero sette caldaie di bronzo, ultima presa.
L'aria venne ben presto a mancare, le candele si spensero, un calore
soffocante mozzava il respiro, gli esploratori dovettero rinculare senza
toccarne il fondo.

Il Cesnola si partì di Cipro, per non tornarvi, la primavera del 1876.
Il suo nome apparteneva ormai alla storia, nè gli era lecito sperare
maggiori venture. I musei d'Europa, si disputarono il tesoro di Curium,
come già i cimelii di Dali e di Golgos. Ma ognuno voleva far la sua
cernita ed al Cesnola premeva che la raccolta durasse intera. Era
interesse della scienza che non ne andasse dispersa l'unità, era
legittimo desiderio dello scopritore che unita attestasse il suo nome.
Intervenne una seconda volta il _Metropolitan Museum_ di New-York che
l'acquistò al prezzo di sessantaquattromila dollari, impegnandosi a
raccogliere insieme colla prima in apposite sale intitolate al Cesnola,
cui venne affidata la Direzione del Museo.

Da quel giorno il nostro concittadino, vive in New-York, dove ampliò,
arricchì ed ordinò il _Metropolitan Museum_ così da farne uno dei
primissimi del mondo. Le maggiori accademie scientifiche d'Europa,
fecero a gara a quale più l'onorasse; gl'Italiani residenti nell'Unione
ricorrono a lui quale a patrono. Egli vive in serena e studiosa
operosità, grato alla nuova patria, pieno il cuore di vivissimo affetto
per la nativa. Il suo maggior desiderio è di rivedere ancora una volta,
gli amici d'Italia, e le dolci pendici del canavese. Contava di venirci
l'anno passato per l'Esposizione di Torino, ma la guerra di Cuba lo
trattenne, antico soldato, in New-York. Ben torni il prode uomo alla sua
terra. La vita ch'egli condusse in America, l'esempio della sua
rettitudine, della sua attività instancabile, del suo indomabile
coraggio, la prova dell'elettissimo ingegno, giovarono al prestigio del
nome italiano negli Stati Uniti, assai più che un trattato d'amicizia, o
non so quale altra diplomatica fatica. Tutta la sua vita e l'ingegno e
la tempra dell'animo hanno un nobile geniale carattere di italianità,
esprimono accoppiata ad una energia insuperabile, quella grazia latina
che sembra, rendere agevoli le più ardue imprese. Egli fu caro alla
fortuna, perchè degno in tutto e sempre di conseguirne i favori.


FINE.



INDICE


     CAP. I. — A bordo della Bretagne            Pag.   5
    CAP. II. — New-York                           »    27
   CAP. III. — L'intemperanza degli americani     »    53
    CAP. IV. — I Bars e l'alcoolismo              »    71
     CAP. V. — Un'intervista. — Divagazioni —
               Altre interviste                   »    91
    CAP. VI. — Da New-York al Niagara             »   131
   CAP. VII. — Gli italiani negli Stati Uniti     »   159
  CAP. VIII. — Chicago e la sua colonia italiana  »   195
    CAP. IX. — Due italiani in America            »   229



Milano — Tip. Edit. L. F. COGLIATI — Corso P. Romana, 17

  ANZOLETTI LUISA. — M. G. Agnesi _e il suo tempo_, pag. 495   L. 4 50
  BARBIERA comm. RAFFAELE. — Immortali e dimenticati,
    pag. VIII-488                                               » 4 —
  BELLEZZA prof. PAOLO. — Genio e follia di Manzoni, pag. 251   » 5 —
  BONGHI R. — Le Stresiane, annotate da G. MORANDO, p. 200      » 4 —
  BONOLA avv. G. — Lettere inedite di Rosmini e Manzoni,
    pag. 608                                                    » 4 —
  BONOMELLI mons. GEREMIA, Vescovo di Cremona. — Tre mesi
    al di là delle Alpi, pag. VIII-464, 2.ª edizione            » 3 50
  BOURELLY magg. cav. GIUSEPPE. — La battaglia di Abba Garima,
    pag. XVI-693                                                » 5 —
  CARCANO GIULIO. — Memorie di grandi e d'amici, p. 592         » 4 —
  DELEDDA GRAZIA. — Anime oneste, con prefazione di
    RUGGERO BONGHI, pag. 335                                    » 3 —
  DEL LUNGO comm. prof. ISIDORO. — Conferenze su Firenze
    e Dante, pag. 600                                           » 3 —
  FABRIS prof. CRISTOFORO. — Memorie Manzoniane, p. 200         » 2 —
  FERRUGGIA MANZI GEMMA. — Nostra Signora del mar dolce,
    impressioni d'un viaggio in Amazzonia, pag. 420             » 3 50
  FOGAZZARO ANTONIO. — Discorsi, pag. 246                       » 3 —
  FULVIA (_Rachele Saporiti_). — Marco Delinas, pag. 240        » 2 50
  GIACOSA GIUSEPPE. — Novelle e Paesi Valdostani, illustrato,
    pag. VIII-304                                               » 3 50
   ———— Castelli Valdostani, illustrati                         » 3 50
   ———— Impressioni d'America                                   » 4 —
  GIOVANNINI MAGONIO GEMMA. — Le donne di Casa Savoia,
    pag. 440 con 32 ritratti                                    » 3 —
  MALAGUZZI conte F. V. — Pittori lombardi del quattrocento,
    illustrato pag. XX-254                                      » 4 —
  NEERA. — L'Amuleto, romanzo, pag. 200                         » 3 50
  PANZACCHI comm. ENRICO. — Conferenze e Discorsi, p. 300       » 3 —
  PIANAVIA nob. ROSALIA. — Tre anni in Eritrea, pag. 339,
    riccamente illustrato                                       » 5 —
  SIENKIEVICZ ENRICO. — Ferro e Fuoco. Storia della Polonia,
    3.ª ed. illustrata, pag. 600                                » 2 50
   ———— Sul campo della gloria, romanzo                         » 3 —
  SIGNORINA X di X. — Corrispondenza autentica fra due
    incogniti, 2 vol. di pag. 600                               » 6 —
  STOPPANI ab. ANTONIO. — Da Milano a Damasco, _ricordo di
    una carovana milanese_, 2.ª ediz. illustrata, p. 664        » 4 50
   ———— Il Bel Paese, illustrato, pag. 600                      » 2 —
  VISCONTI-VENOSTA nob. GIOVANNI. — Lo scartafaccio
    dell'amico Michele, illustrato, pag. 308                    » 2 50
   ———— Ricordi di gioventù (1847-1860), illustrato             » 6 —
  VENTURINI prof. LUIGI. — L'armaiolo di Milano, p. 375         » 3 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (Wall Street/Wall-Street, corsia/corsìa, spazi/spazî
e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Impressioni d'America" ***

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