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Title: Il Nemico, vol. I
Author: Oriani, Alfredo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Nemico, vol. I" ***

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              ALFREDO ORIANI


                Il Nemico


           Per non perdere l'intelletto in
           certe cose bisogna non averlo.

                                LESSING.



              QUARTO MIGLIAJO
                   1894
         L. OMODEI ZORINI, EDITORE
        _Portici Settentrionali, 23_
                  MILANO



            PROPRIETÀ LETTERARIA

  Milano, 1894 — Tip. Wilmant di L. Rusconi.



PARTE PRIMA



I.


— Perchè? esclamarono simultaneamente, a voce bassa, Andrea Petrovitch
Khartof e Fedor Vassilich Karatajeff.

— Perchè? rispose rattenendosi un istante e gettando sui due
interruttori uno sguardo, dentro al quale passò come una luce bianca,
Boris Romanovitch Slotkin: perchè? Vi è forse sempre un perchè? Si può
saperlo? Perchè tocca a noi questa grande battaglia contro lo czarismo,
che dura da quasi mezzo secolo, e nella quale perdemmo tante migliaia di
martiri?

— Il progresso.... interruppe con accento ironico Fedor Vassilich
Karatajeff.

— Un'altra parola, che sembra contenere il mondo e non lo spiega:
domanderesti tu all'alone il perchè la luna acceleri continuamente il
proprio viaggio intorno alla terra? Il progresso spiega forse la meta
della umanità? Verso la giustizia? Ma, e coloro che saranno morti prima?
Perchè a Napoli in questo momento fioriscono gli aranci e nelle nostre
strade gelano perfino i discorsi? Perchè qui, a Pietroburgo, la stufa
deve sostituire il sole? Quando noi saremo morti, impiccati dopo un
processo ancora più ridicolo che ingiusto, più ingiusto che bestiale,
che differenza rimarrà fra i nostri cadaveri e quelli dei giudici, che
ci avranno condannati? A che ci servirà il progresso, nel quale tu
speri? Chi ci dirà il perchè del nostro dramma passato, perchè io
dovessi essere il vinto ed essi i vincitori? Chi ci dirà davvero che
cosa io abbia perduto, e che cosa essi abbiano guadagnato?

— Hai dunque paura? proruppe Fedor deponendo la grossa pipa sul tavolo,
ed allungandosi indolentemente sulla sedia. La sua faccia rossa, coi
piccoli occhi cilestri e la larga bocca sensuale, aveva una sprezzante
espressione di calma.

L'altro non rispose.

Andrea Petrovich andò a sedersi al pianoforte e, toccandone con la mano
sinistra i bassi, ne cavò un accordo cupo.

— Già! esclamò Slotkin: suona, ciò distrarrà il dwornik, e lo convincerà
meglio che noi siamo qui per sentire la tua opera su Boris Godunof; e
volgendosi a Fedor: mi domandavi se ho paura? Forse! non quella della
morte. Di questa è inutile temere, tanto si muore ugualmente: tutte le
agonie si assomigliano, la loro differenza non è che nel tempo. Ora che
siamo noi tre soli, aspettando gli altri, possiamo dir tutto.

— Hai paura, ripetè l'altro.

— Forse....

— Allora non parliamone più.

Andrea Petrovich Kartof stava seduto al pianoforte colle mani
abbandonate sulle coscie e la testa bassa meditando; Fedor Vassilich
Karatajeff andò a guardare dalla finestra, e Slotkin rimase presso al
tavolo pieno di libri e di fascicoli di musica, in mezzo ai quali un
grosso samovar lucente si alzava come un'urna. Nella camera vasta tre
larghi divani addossati alle pareti sembravano aspettare gli invitati,
mentre in un angolo un'alta stufa di ferro gettava dai fori ricamati
dello sportello rossastri lampeggiamenti. Due tende di mussolina
persiana, a fondo azzurro con fiori piccoli e bianchi, velavano
cupamente la luce filtrante dai doppi vetri e intercettata da una
massiccia scrivania di quercia: il pavimento a scacchi, di pino, tenuto
con poca cura, era qua e là screpolato e rispondeva con sonorità fesse
ad ogni passo; la porta era chiusa. Nell'angolo di contro alla
scrivania, sopra un bacile di legno rosso e oro, l'enorme carafa della
vodka s'ergeva fra una cintura di bicchieri a calice di varie misure.

Passò del tempo.

I tre non parlavano più.

A un tratto Fedor, che nascosto sotto la tenda guardava dalla finestra,
disse:

— Vengono: suona, Andrea Petrovich.

Questi attaccò energicamente una marcia.

— Quanti sono?

— Martino Ivanovich Kepskj, Sergio Nicolaievich Lemm: Sergio ha il
violino. Vanno adagio.... Oh! Ecco! vengono anche Michele Ossinskj e
Ogareff.

E si ritrasse. Fedor stringeva il crescendo della marcia con troppa
nervosità alterandone il ritmo così che quelli, che stavano per
arrivare, si fermarono sotto le finestre sorridendo.

— È da un pezzo che Andrea Petrovich storpia così la propria marcia
trionfale? chiese Dmitri Alessandrovich Ogareff al dwornik, che
passeggiava in sentinella, secondo gli ultimi regolamenti di pulizia
urbana, dinanzi al portone della vasta casa.

— No: ha cominciato ora. Vorrebbe dirmi vostra Alta Nobiltà quando la
grande opera sarà finita? Mia nipote Catia Ivanovna ha già imparato la
romanza del primo atto, che vostra Alta Nobiltà ebbe la degnazione di
trasmetterle per mano mia.

— Sta tranquillo, mio caro Giacomo Martinovich Clemens, rispose il
giovane conte Ogareff battendogli famigliarmente la mano sulla spalla,
l'opera sarà finita entro l'anno. Tu sai, perchè sei figlio di cantante
e zio di cantante, che un'opera in musica è un'impresa piena di
difficoltà: il nostro giovane Andrea Petrovich supererà Glinka, ma è
pigro come uomo e incontentabile come artista; d'altronde Fedor
Vassilich va rimutando ancora le scene del libretto. Ora andiamo su per
concertare un quintetto. Debbono arrivare altri amici; uno avrà seco il
violoncello, l'altro il flauto. Viva la Santa Russia, Giacomo
Martinovich: il giorno che la Russia possederà la propria grande opera
musicale come l'Italia, la Germania e la Francia, avrà conquistato
sull'Europa il primato.

— Viva la Francia! proruppe a bassa voce il dwornik: vostra Alta Nobiltà
conosce le mie opinioni; la Russia non ha che tre nemici, i nichilisti,
i tedeschi e gli ebrei: i nostri migliori amici sono in Francia.

— Eccoti per una bottiglia di champagne: la berrai alla gloria di Boris
Godunof e al trionfo di tua nipote, che vi canterà da principessa Marina
Mniscek; e gettando un marengo nel berretto di pelo, che il grosso
portinaio fu pronto a trarsi, passò oltre con Ossinskj. Ma sul limitare
della porta si fermò, fingendo di accendere lo zigaro, per gettare una
rapida occhiata lungo la strada a sinistra. Sulla sua bella bocca di
adolescente apparve un sorriso.

— Ah! esclamò: ecco qua il violino col flauto. Mio caro Giacomo
Martinovich, i nostri due amici sono puntuali: tua nipote, la bella
Catia Ivanovna, comparirà presto sulla scena del teatro imperiale. Essa
è bianca come la nostra neve vergine e più bella delle nostre più belle
sere, quando poco oltre mezzanotte spunta il sole. Tu amico mio, Michele
Ossinskj, che sogni la gloria del Michelangelo italiano, dovresti farle
la statuina.

— Se l'ho pensato! questi si rivolge guardando il portinaio con un
sorriso: ma la bellezza di Catia è ancora un mistero così per voi,
Giacomo Martinovitch, che l'adorate, come per noi che la ammiriamo in
silenzio; forse solamente l'angoscia della prima sera, quando canterà
davanti al padre nostro, lo Czar, potrà rivelare coll'invisibile bulino
della passione il rilievo della sua maschera.

— Maschera?! interruppe il dwornik fra meravigliato ed offeso.

— Maschera, intervenne il conte Ogareff gittandosi dietro un'occhiata ai
due suonatori, che avanzavano negligentemente, è una parola di studio.
Gli scultori chiamano così l'impronta della fisonomia che ottengono col
gesso.

— Ah!

— Per ora, seguitò lo scultore accarezzando il portinaio coll'accento
della sua pronunzia di Piccolo Russo, dolce come il provenzale, non ho
osato disegnare che il costume di vostra nipote per l'opera. Ho dovuto
faticare, sapete, mio caro, proseguì prendendolo famigliarmente per un
bottone dell'abito; tutte le opere di Kostomarof e di Solovief non mi
hanno bastato: lo studio delle sante iconi di Roublef, il nostro grande
pittore, aggiunse ammiccando degli occhi perchè il dwornik era un
settario del Raskol e facendogli colle due dita un invisibile segno di
croce, contrassegno e simbolo della setta, mi ha giovato un po' più, e
nullameno è insufficiente. Al museo etnografico Dachof di Mosca la
raccolta dei vestiti russi antichi non serve a nulla; però vedrete come
sarà Catia. La vogliamo irresistibilmente bella per quella sera: sarà
l'immagine della nostra Russia, della nuova musica e della nuova
scultura: la bellezza del corpo come espressione di quella dell'anima.

Intanto che il portinaio, arrossendo di piacere a questi complimenti,
voltava le spalle alla strada, i due suonatori erano già arrivati, e ad
un gesto rapidissimo del conte Ogareff, avevano risposto con un cenno
negativo.

— Mio caro dwornik, primo dwornik di Pietroburgo, zio della bella Catia
Ivanovna, la futura Adelina Patti della Santa Russia, proruppe con un
accento gaio il conte Ogareff, la musica purifica l'anima ma asciugando
il corpo. Eccoti un biglietto da venticinque rubli: comprerai alla
bottiglieria francese _Drummond et Fils_ quattro bottiglie di Sauterne,
quindi passa da papà Razumikhine, lo conosci eh! fatti dare una grande
carafa di vodka di Odessa. Ci porterai su tutto; oggi è gran prova.

— Vostra Alta Nobiltà mi permetterà di venire ad ascoltare un pezzo,
solamente uno?

— No per San Sergio: ti conosco, vecchio mio, lo diresti alla bella
Catia; e il conte Ogareff volgendosi ai due nuovi arrivati: su dunque,
voi altri; e tu, Giacomo, tira via e più che al passo. Io stesso starò
ad aspettarti facendo la tua fazione.

Un sorriso passò negli occhi dei tre giovani, ma il dwornik, già
ubbriacato dai complimenti alla nipote e dal danaro regalatogli, non se
ne avvide.

— Farò presto.

— Lo spero bene: non voglio andare per te in prigione, se passerà la
guardia.

La grande casa a quattro piani, bucherellata da una infinità di
finestre, era più bianca di quella prima neve distesa sulla strada come
una grossa sabbia, e sulla quale l'orina dei cavalli e l'orma delle
scarpe avevano già lasciato frequenti macchie disgustose. La strada, nè
larga nè lunga, pareva soffocare sotto il cielo di un turchino plumbeo,
davanti al quale gli occhi si abbassavano involontariamente, e oltre il
quale nessuna immaginazione avrebbe potuto cercare i fantasmi vaganti
dietro l'azzurro di tutti i cieli meridionali. Il freddo era intenso,
benchè l'inverno non fosse ancora incominciato.

Il giovane Conte Ogareff, ravvolto in una ricca pelliccia di volpe
turchina, coll'ampio bavero abbassato e un piccolo berretto di astracane
sulla testa bionda, ricciuta e brinata dal gelo, era rimasto nel mezzo
della porta guardando con calma affettata a dritta e a sinistra.
Mostrava poco più di vent'anni: aveva l'aria oltremodo signorile, e
l'eleganza del suo corpo s'indovinava anche dentro quella grossa
pelliccia, lunga sino a mezzo gli stivali e chiusa da alamari di seta,
sotto ai quali correva un doppio orlo di pelo. I suoi stivali, di pelle
lucida impermeabile, calzavano un piede di donna: nella mano nascosta da
un forte guanto di camoscio foderato di pelo nero, che chiudeva col
proprio orlo il piccolo vano lasciato dai polsini della camicia sotto le
maniche della pelliccia, stringeva una piccola canna dal pomo d'oro.

Fece qualche passo nell'atrio.

La moglie del portinaio era assente, o sepolta nella seconda stanza
presso la stufa non si mostrava.

Ogni tanto qualche accordo di pianoforte e di violino scendeva dalle
camere del secondo piano, ove stavano raccolti gli amici per la grande
opera di Andrea Petrovich su Boris Godunof; ma o attendessero altri, o
volessero assaggiar le bottiglie prima di cominciare la prova, nessun
pezzo vero era stato ancora suonato.

I radi passanti trottarellavano entro le pelliccie, col bavero rialzato
e il berretto sugli occhi, facendo stridere la neve o sollevandola ad
ogni passo come una polvere greve: s'affrettavano lungo i muri in
silenzio; appena qualche saluto e qualche parola. Dirimpetto all'enorme
casa un'altra se ne alzava egualmente silenziosa e senza botteghe.

Un landau chiuso passò al trotto di due vigorosi cavalli neri: l'alito
delle loro bocche saliva nell'aria come un fumo; una forma bianca si era
piegata un istante agli sportelli per guardare il bel giovane, che
fumava una sigaretta dondolandosi elegantemente sugli stivali. Poi altre
carrette, due drowski seguirono; una slitta scivolò agitando nell'aria
la propria campana, coi cavalli come spaventati.

La sera non era lontana.

Quell'attesa cominciava ad irritare il bel giovane: sul suo viso, che
avrebbe voluto mantenersi calmo, passavano a volta a volta impazienze
quasi di paura. Tornò nell'atrio, s'accostò al casotto della portineria,
spiò: nessuno! Cinque o sei inquilini lo salutarono rispettosamente
nell'uscire cercando non senza meraviglia il dwornik cogli occhi: alcuni
altri non furono meno sorpresi di non scorgerlo rientrando.

Finalmente, al secondo piano, un accordo più vigoroso parve preludere a
un pezzo d'opera; egli uscì, tornò a passeggiare sulla strada fermandosi
sotto le finestre; guardò il proprio grosso orologio d'oro a
_remontoir_.

Quando Giacomo spuntò all'angolo con due grandi fagotti, uno nella mano
e l'altro sotto il braccio sinistro, il conte gli andò incontro.

— Per San Sergio, quanto hai tardato! Peccato che non sia passata una
guardia per farti la contravvenzione; io stesso l'avrei firmata.

— Vostra Alta Nobiltà avrebbe pagato per me, rispose con un fine sorriso
il portinaio sotto la lunga barba grigia: ero fuori per i suoi ordini.

— Almeno il vino hai saputo sceglierlo? Non ti hanno ingannato sulle
marche?

— Ho detto il nome di Vostra Alta Nobiltà per precauzione.

— Andiamo, andiamo.

L'andito era vuoto: a sinistra salirono quattro rami di scale in legno,
umide e buie, delle quali gli scalini, levigati dall'uso e resi lubrici
dalla neve lasciatavi dalle scarpe degli inquilini, presentavano più di
un pericolo, e si fermarono al secondo piano. V'erano tre porte;
batterono a quella di mezzo: un mugik in camiciotto rosso, vecchio,
calvo, con una lunga barba bianca si presentò umilmente. Era un servo di
Andrea Petrovich.

Molte voci nell'altra stanza si acquetarono tosto.

— Andrea Petrovich, smetti di suonare, gridò con voce allegra il conte
Ogareff: Giacomo Martinovich salito colle bottiglie sta ascoltando. È
capace di vantarsi con tutti gl'inquilini di avere assistito alla prima
rappresentazione della tua opera.

— Non permettergli dunque di entrare, s'intese dall'interno una voce
gaia tra uno scoppio di riso: dagli a bere come alla Peri di Moore,
sulla porta del paradiso.

— Sciocco! La Peri piangeva.

— Io sono generoso, Giacomo Martinovich Clemens, gridò Fedor: bevete;
piangerete un'altra volta per qualcuno peggiore di me.

— Porta la tua scodella, disse il conte Ogareff al mugik.

Questi rientrò nella stanza attigua alla cucina, e ne tornò con una
ciottola rossa, di legno, capace di oltre un litro: il conte ve ne versò
dalla carafa forse mezzo, e porgendolo al portinaio:

— Alla salute della bella Catia! Attendiamo quassù altri due amici: sono
Anatolio Fomitich Giskoff e un giovane maestro francese, che ha già dato
un'opera propria a Parigi; guai se li accompagni!

— Vostra Alta Nobiltà non dubiti.

— _Allons, partons pour la Sirie_, gli intimò sorridendo il conte
Ogareff.

Giacomo Clemens votò d'un fiato la ciottola e, prosternandosi in un
inchino troppo umile anche per essere fatto al nipote di un ministro di
stato, intuonò colla sua bella voce di basso, che avrebbe fatto onore ad
un diacono di Santa Sofia, la vecchia canzone francese, nella quale egli
metteva patriotticamente tutti gli ideali di conquista russa in Oriente.

— Tu, si rivolse il conte al mugik, mentre chiudeva l'uscio dietro al
portinaio ma in modo da essere inteso da questo, attendi un mio ordine
per sturare le bottiglie; se la prova non riuscisse, per San Sergio, non
beveranno.

Nell'altra stanza il silenzio seguitava.

Quando il giovane conte entrò rigettandosi famigliarmente la pelliccia
dalle spalle e scoprendosi in tutta l'eleganza della moda, con un
soprabito nero attilato e calzoni scuri entro gli stivali di pelle
lucida, tutti lo guardarono simpaticamente. Erano seduti intorno al
tavolo: Andrea Petrovich padrone di casa stava al piano, Sergio
Nicolaievich Lemm era accanto a Kepskj, che aveva deposto il proprio
violino sulla cassa del pianoforte: il poeta Fedor lungo disteso sopra
un divano sembrava dormire, Boris Slotkin col corpo sottile e la testa
grossa rigettata sulla spalliera della sedia guardava insistentemente al
soffitto, quasi per sottrarsi ai discorsi che già s'erano fatti, e
stavano per ricominciare; mentre Michele Romanovich Ossinskj, che aveva
accompagnato il giovane conte Ogareff, di lui non meno giovane, si era
avvicinato alla stufa e si scaldava le mani con atti nervosi.

— Nessuna notizia, Dmitri Alessandrovich? domandarono simultaneamente
più voci ma con scoraggiamento maggiore della curiosità.

— Nessuna.

— Povero Rodion! mormorò Fedor levandosi in sussulto dal divano.

Il samovar acceso mandava un alito leggiero di fumo cantando la canzone
del the, piena di gorgogli, dai quali ogni tanto saliva uno strido
sommesso.

— Un altro, un altro ancora, poi altri daccapo, fino a quando? Forse per
sempre! È lungo questo martirologio, seguitò Fedor scuotendo amaramente
la testa e agitando una mano quasi a minaccia: chi ne conosce l'origine?
La Russia è come un immenso lido, sul quale si siano accavallate tutte
le invasioni. Gli Ural, che ci dividono dall'Asia, sono così poco alti
che la schiuma delle invasioni orientali rimbalzando alle loro falde e
sorvolando le loro creste è sempre discesa sul nostro versante. Da
quando è cominciato il martirio del popolo russo? Come il popolo ebreo,
esso è entrato nella storia mediante una cattività: la sua vita comincia
dall'indietreggiare nel passato dei Tartari, nei quali spira l'ultima
idea e s'acqueta l'ultima passione orientale. Il cammino della nostra
storia è segnato dai Kourganes delle steppe, sepolcri di tribù
dimenticate, sui quali i pastori accendono i fari per la marcia del loro
gregge. Che cosa è stata la Russia nella storia del mondo? La nostra
razza, che chiamiamo slava dal nome della gloria, mentre i latini dal
nostro nome trassero quello di schiavi, che cosa ha fatto al momento che
Alessandro colla falange macedone sventrava l'Oriente illuminandolo
colla cultura greca, quando Roma riaprendo la strada di Alessandro
riuniva tutto il mondo intorno a sè medesima, quando oltre il raggio del
pensiero greco-romano l'Oriente accumulava più vaste conquiste, più
numerose religioni, più colossali arti, scienze più misteriose e
filosofie più profonde che nell'Occidente? Che cosa accadeva nelle
nostre steppe? Greggi di uomini e di animali vi pascevano: le pecore vi
abbassavano la testa verso l'erba e i pastori verso la terra; l'uomo era
più schiavo della bestia. Non abbiamo poemi, perchè la nostra prima vita
fu senza gloria, monotona e sconsolata come la steppa.

— Vuoi tu farci una accorante lezione di storia? gridò Martino Ivanovich
Kepskj.

— Non s'insegna ciò che non è, rispose amaramente Fedor.

— Tu neghi la Russia?! Beviamo piuttosto, ribattè alzando sdegnosamente
le spalle Michele Ossinskj ed appressando la propria tazza alla
chiavetta del samovar.

— Si nega forse il dolore? Come si è formata la Russia? Sotto l'Orda
mongolica. I primi Kniaz, discendenti di Rurik, furono i servi più
abbietti della Orda d'oro. Quale differenza fra San Luigi re di Francia
e Sant'Alessandro Newskj! Poi l'Orda si dissipa e la Russia riappare: ma
l'Orda svaporando come un'acqua immonda lascia una fondiglia,
l'aristocrazia di Mosca. Le due piccole democrazie di Nowgorod e di
Pskof spirano sotto la nuova tirannia; fra l'Oriente antico e
l'Occidente europeo la Russia rimane senza storia nel passato e senza
storia nell'avvenire. Ah! perchè dico questo? Perchè soffoco. Non c'è
aria in Russia; l'arte non vi ha mai respirato. La Russia non ha una
statua, un quadro, un poema, una tragedia, non un nome nelle scienze,
non un posto nella filosofia. Tutto è sconfinato e uniforme nella
Russia, le idee vi si diluiscono: vi abbiamo il socialismo da mille
anni, e siamo ancora al mir; il nostro governo è un'amministrazione
minuta sino all'invisibile e nullameno più grossolana dell'impero
stesso. Vi sono canti finnici e canti ucranici, non vi è nulla di russo;
tanto peggio per Ralston che pretende il contrario.

— Tu sogni nel passato, disse Kepskj: la Russia di questo secolo non è
più la Russia antica.

— Perchè il dolore vi si è fatto più acuto nelle coscienze di pochi. Si
congiura, ecco tutto. Il popolo vi guarda senza comprendervi; la sua
anima ha mille anni di servitù. Noi gli promettiamo una libertà, che non
sappiamo nemmeno dipingergli: la pittura non è arte russa.

— Tu disperi dunque? intervenne Ossinskj.

— No, ma il dolore è troppo. La Siberia è un continente popolato di
prigionieri, la nostra politica rivoluzionaria è un martirologio: non
un'idea, non una forza, sulla quale appoggiarsi; l'arte l'avrebbe
trovata d'istinto. La Russia non ha arte.

— Che! gridò Andrea Petrovich: i nostri grandi....

— Lascialo sfogare, disse Ogareff picchiando colla costola di un libro
nel ventre del samovar per chiamare il servo.

— Stappa le bottiglie e porta i bicchieri. Quale libro russo, seguitò,
vale una bottiglia di vino francese? La Russia siamo noi, che osiamo
negarla: in quattrocento anni la Russia non ha saputo conquistare
Bisanzio. Noi siamo un popolo di accattoni.

— Governato da ladri.

Boris Slotkin portò la carafa della vodka sul tavolo presso il samovar
versandosene un enorme bicchiere:

— Ecco la vita russa: la Russia non ha trovato altro per resistere allo
sconforto della propria inanità.

Il vecchio mugik entrò colle bottiglie, e si ritirava mutamente.

— Resta, mio vecchio Pietro: tu non capisci, tu! Vuoi della vodka o del
vino?

Il mugik guardò alla carafa senza rispondere: nullameno tutti restavano
cupi.

— Rodion dunque morirà: tutto il partito è incapace di salvarlo.

— Non si può dunque scrollare questo infame impero, che soffoca tutto?

— Aspetta.

— Sono mille anni che la Russia aspetta.

— Sì, andate a scuola, proseguì con rabbia crescente Fedor, studiate la
storia, il diritto, le scienze; non ve ne mostrano che i frantumi,
nullameno quanto basta per comprendere il resto. Uscite di scuola:
l'aria, il sole, la neve, la vostra vita, la vita dei vostri, tutto è
dello Czar. Proibito di pensare: pena di morte a chi parla: permesso di
scrivere, purchè si menta. I tuoi grandi, Andrea Petrovich, i tuoi
grandi scrittori russi! Tu li credi grandi? Già.... Puskin! guarda i
suoi Zingari; sono zingari quelli? Da lui comincia il pietismo, che ora
delira in Tolstoi. Lermontoff? un Byron meno la sincerità della passione
e l'originalità del romanticismo. Dostoiewski? un malato che racconta
delle malattie. Negrassoff? un lirico, che ha saputo tacere quando per
parlare bisognava morire. Tolstoi? che falsifica il mugik, facendone
l'apoteosi, e cerca nel cristianesimo la rivoluzione dell'avvenire.
Tcherniscewski? Mettilo fra Proudhon e Marx, e vedi che miseria di
economista ne esce. _Che fare?_ Intanto non fare romanzi come il suo, e
non rispondere così poveramente a Stuart Mill. Herzen? Ecco che cosa può
essere un Mazzini russo: un retore eloquente e voltabile; l'esilio,
assicurandogli l'impunità, non basta a comunicargli la costanza.
Tourguenief? uno squisito dilettante di letteratura; impara l'arte
all'estero per dipingere paesaggi e scene russe a distanza. Gogol e
Ostrowsky? ecco la satira russa, un riso che non castiga e non diverte.
Bielinsky? la critica idealista di un'arte che manca. Solo la Polonia ha
poeti, perchè la Polonia odia la Russia e si batte contro di essa. Non
possediamo che una leggenda mondiale, Mazzeppa, e ne dobbiamo a Byron e
a Hugo i versi più belli. Io sputo sulla Santa Russia.

— Viva la Russia, proruppe Ossinskj.

— Dove la servitù può durare mille anni senza una guerra servile, e la
tirannia abbassarsi sotto l'imbecillità senza impiccolirsi. La storia
russa non ha che una grande figura: Napoleone I al Kremlino.

— Noi bruciammo Mosca.

— Scempiaggini! La neve sola distrusse la grande armata. Senza la
corazza di ghiaccio la Russia cadrebbe ferita a morte nel primo
combattimento. Quando si ha la disgrazia di nascere russi, bisogna
congiurare per farsi uccidere, altrimenti si è costretti a suicidarsi
per sfuggire alla nausea di sè stessi. Io sputo sulla Russia.

— Viva la Russia e morte allo Czar! proruppe a bassa voce, con occhi
scintillanti, Ossinskj.

L'altro alzò sprezzantemente le spalle.

— Morte allo Czar! ripetè il conte Ogareff, alzando un bicchiere colmo
di Sauterne.

— Già, siamo ai brindisi! replicò Fedor con inflessione così insultante
nella voce che tutti impallidirono: ecco il coraggio russo!

— Tu insulti dunque?

— Sì, perchè odio me stesso prima di tutto; mi vergogno di essere russo.

In quel momento Andrea Petrovich, che aveva seguito con visibile
compiacenza la discussione, si torse verso la tastiera e, sorridendo
ironicamente a se stesso, suonò le prime battute della grande marcia di
Glinka nell'opera, — _La vita per lo Czar_ —.

— Tieni, gridò Fedor lanciandogli alla testa senza colpirlo un bicchiere
d'acquavite.

Tutti sorrisero.

— La tua musica russa! Non a Pietroburgo certamente Rossini avrebbe
potuto scrivere il Guglielmo Tell.

— Un'opera sopra un uomo che non ha mai esistito, ecco l'arte! osservò
con voce stridula, ghignando, Sergio Nicolaievich Lemm.

— E che in Russia non esisterà mai. La Russia, che non ha saputo
immaginare un Guglielmo Tell, non avrà mai un Garibaldi.

— La Russia, replicò Ossinskj, ha tutto ciò che voi altri le negate.

— Io, intervenne Ogareff, le nego anzitutto l'aristocrazia: dietro di
essa si sarebbe formato il popolo. La Russia non ha nobiltà; il suo
patriziato non fu mai che di cortigiani e di impiegati, vili i primi,
ladri i secondi; l'uno e l'altro tutti due.

— Meglio così! insistè Ossinskj, tanto a quest'ora sarebbe corrotta come
tutte le altre aristocrazie d'Europa. Basta guardare la Russia sulla
carta....

— Sulla carta di Rittich?! adesso ci farai tu una lezione di geologia,
perchè tuo zio fu amico di Krapotkine. Krapotkine! un geologo di cui
l'Europa sorride, un rivoluzionario che scrive declamazioni a freddo
nella tranquillità di Londra.

— Non rispetti dunque nessuno?

— Nessun russo.

— E i nostri morti, i soli martiri moderni?

— Tu credi ingenuamente che l'Europa ci ammiri, perchè in trenta
attentati siamo finalmente riusciti ad uccidere un Alessandro II? Noi
valiamo meno degli antenati di Ogareff: essi uccisero più di uno Czar
senza tanti sforzi, con un complotto di palazzo. Intanto chi salva
Rodion?

— L'epoca dei martiri non è ancora passata.

— Rettorica.... Chi non vince ha torto. Lasciamoli alle religioni i
martiri, buoni per farne dei santi quando arrivano finalmente coloro,
che vincono. La Russia è vile.

— Più della China, proruppe Ogareff. Nessun popolo ha per il proprio
tiranno la fede del popolo russo, ed è un popolo già socialista nelle
proprie istituzioni. Perchè congiuriamo? Pel popolo no certo.... almeno
io. Io odio lo Czar e l'aristocrazia, che lo sostiene, non amo un
popolo, che adora il proprio tiranno e serve a tutti.

— Bisogna educarlo, disse Boris Slotkin.

— Ufficio di pedanti: preferisco ritentare l'impresa di Rodion. Egli ha
sbagliato lo Czar perchè il revolver gli ha tremato nella mano.... Forse
era troppo freddo quella mattina, aggiunse ironicamente.

— Sei tu adesso, Ogareff, che fai della rettorica; ma il silenzio stesso
del popolo russo fra il garrito di tutte le nazioni europee non dice
abbastanza che il mondo moderno non ha che un'aspettazione, la Russia?
Che facemmo, Fedor, nel passato? Nulla: ecco il nostro orgoglio; tutte
le nazioni sono esauste, noi siamo vergini. Che faremo? Tutto. La Russia
avrà Dante e Shakespeare, Michelangelo e Galileo, Darwin e Hegel; noi
supereremo tutti. Fonderemo Oriente ed Occidente seppellendo autocrazia,
monarchia, aristocrazia, democrazia sotto la formula nuova del
socialismo, che solo in Russia può trionfare. La rivoluzione
dell'avvenire, maggiore di tutte le altre sommate insieme, deve
prorompere da un popolo vergine; il vecchio mondo non può che
rigenerarvisi, e non tutto; molte nazioni vi scompariranno. Che cosa è
l'Italia? La sede dell'ultimo papato e l'ospizio delle prime arti. La
Francia si è consunta nella sua doppia missione di unità monarchica al
medio evo e di rivoluzione borghese in questo secolo. L'Inghilterra non
è che la prima unità mondiale del commercio, ottenuta col monopolio e
destinata a perire sotto la libertà di commercio. La Germania è una
nazione di allevatori di idee, sempre ultimi nei fatti. Noi ci formiamo.
Siamo plagiari, tu credi, Fedor? I bambini lo sono forse? Siamo
senz'arte? Ieri sì, oggi no; domani tutta l'arte sarà russa, perchè
l'unico materiale nuovo d'arte è russo. Fra mezzo secolo saremo oltre
duecento milioni: chi ci resisterà? Duecento milioni di uomini moderni!
Gli Czar saranno allora lontani come i Kan di Tartaria lo sono adesso
per noi. Ecco perchè tutto quanto ha un'anima oggi in Russia è con noi,
pensa, soffre, odia di un odio fatto di amore, è pronto a morire con
noi. Sì, Rodion morrà, e dopo di lui moriranno altri ancora, ma la
Russia trionferà sul mondo e pel mondo. Ebbene, la nostra vita di ora è
più bella di quando la libertà e la giustizia avranno trionfato. Chi sa
se la felicità non annoi! Io preferisco la mia epoca; posso essere
ucciso, ma posso uccidere affrettando la creazione di un mondo. La creta
sotto la stecca dà mille volte più piacere del marmo sotto lo scalpello;
il marmo dura, e la creta si sforma facilmente. Che importa? L'uomo non
può gustare l'infinito della bellezza e dell'amore che in un attimo.

— Bravo! esclamò Andrea Petrovich.

— Chi dubita? Chi dispera fra noi? seguitò con accento entusiasta
Ossinskj: tu, Slotkin, sei pessimista, eppure resisti: tu, Ogareff,
disprezzi il popolo e arrischi tutto per lui: tu, Fedor, insulti l'anima
russa, perchè non la senti ancora pari a sè medesima e alla gloria del
proprio avvenire: tu, Lemm, sei uno studente proletario come me, che ha
ricusato di entrare nello tchin per non servire a coloro, i quali
aggravano la miseria del popolo: tu, Kepskj, hai disertato il ricco
negozio di tuo padre per diventare medico e curare le piaghe della
povera gente senza speranza di guadagno: tu, Andrea, ascolti nel
silenzio del popolo le voci del suo spirito come Chopin....

— No, Chopin era un malato, rispose con impeto Andrea Petrovich, era un
romantico. La musica sola può esprimere il sentimento russo di questo
secolo. Fedor, tu hai ragione; tutto è assimilazione e imitazione in
Russia. Noi viviamo di fronte al patibolo; solo la musica, essendo o
prima o dopo la parola, può dare la voce di questa crisi, che è una
tempesta sotterranea.

Ma Lemm si alzò, e mescendosi un gran bicchiere di acquavite guardò
dileggiando il denso fumo delle pipe.

La stanza sembrava invasa da una nuvola, il samovar si era spento: i
bicchieri, sparsi sul tavolo, lo avevano largamente macchiato, mentre il
calore della stanza saliva ad infiammare tutte le teste già eccitate dai
discorsi e dal bere.

— Chi salva Rodion? esclamò da capo Fedor con ostinazione di amore.
Anche tu, Ogareff, perchè dargli un cavallo simile?

— Me lo rinfacci? Lo sai pure: venne da me Petrovskj a chiedermi il
miglior cavallo; lo diedi.

— L'aiutante dello Czar, che cavalcava dietro la sua carrozza, ha
nullameno potuto raggiungerlo; l'aiutante aveva un cavallo inglese. Che
cosa valgono i cavalli russi? ripetè due o tre volte con caparbietà
pessimista. D'altronde Rodion ha avuto torto: perchè ritentare sullo
Czar il colpo fallito da Mirsky contro il generale Drenteln? Ah era
bello! incontrare a cavallo, trottando, la carrozza dello Czar,
freddarlo con un colpo di revolver e salvarsi al galoppo.... Troppo
bello.... Povero Rodion!...

E questo nome ricadeva ogni tanto sulla conversazione spegnendola.

La sera calava sulla strada: nella vasta stanza l'aria non era più che
un fumo, nel quale si confondevano mobili e persone, ma nullameno tutti
seguitavano a fumare. Ogareff si era seduto famigliarmente sul tavolo,
Andrea Petrovich non aveva lasciato il pianoforte, Lemm era andato ad
appoggiarsi alla scrivania. Così piccolo e poveramente vestito, spariva
quasi entro una vecchia giacca troppo ampia, che gli faceva una figura
goffa; ma la sua faccia acuminata di volpe, a certi momenti, quando la
luce della finestra vi cadeva di sbieco, diventava sinistra.

— Che facciamo qui? chiese improvvisamente: tu, Ogareff, mi avevi detto
che avresti tentato un espediente tuo per salvare Rodion.

— L'ho fatto; aspetto la risposta qui.

— Qui!

— Oh! esclamarono in coro: da chi? Perchè non dirlo subito? Come lo
sapevi tu solo, Sergio Nicolaievich?

— Aspettiamo, disse solennemente Ogareff.

— La solita parola russa, aspettiamo: ribattè Fedor.

— Finiscila dunque colle tue impazienze di artista, gli si volse Lemm.
Tutti così voi altri creatori di frasi; credete di aver fatto qualche
cosa quando l'avete detta, come se i fatti potessero svolgersi nella
vita colla stessa imbecillità compiacente, colla quale si atteggiano nei
vostri libri. L'arte non è che virtù d'istrioni e vizio di parassiti.

— Tu ebreo puoi dire così.

— Io, ebreo, ti dico che l'arte è il più vile dei lussi, perchè non ha
mai divertito che i padroni; una statua di Michelangelo non vale un'oca,
che almeno possa cuocere. L'italiano Sobrero, inventando la
nitroglicerina, è stato più utile di Dante: domandalo al cadavere di
Alessandro II. Dante ha potuto sognare di scendere all'inferno, Sobrero
vi ha cacciato davvero Alessandro II. Finiamola una volta con queste
aristocrazie delle arti e delle scienze: il popolo ha bisogno di ben
altro, il paradiso deve essere sulla terra.

— Tu ne farai una cucina.

— Sarà sempre meglio che un tempio o un museo.

— Perchè non piuttosto una banca? replicò Fedor piccato.

— Vuoi dunque dirmi che sono nato ebreo? e la sua voce, invece di
alzarsi, si assottigliò in un sibilo.

Tutti lo guardarono: parvero temere una contesa. Ma Sergio Nicolaievich
Lemm, sempre appoggiato alla scrivania, seguitò:

— È vero, sono ebreo. Gli ebrei hanno fondata la oligarchia dei
capitalisti per diventare i tiranni dei tiranni. Siccome non hanno
patria, non concepiscono lavoro e capitale che nella forma più astratta
e potente del denaro. Vedi, anche in ciò sono un popolo monoteista; ma
questo popolo ha almeno ucciso un Dio, quello che oggi ancora adorano
tutte le nazioni civili. Riconoscigli questo merito; colla morte di
Cristo ha fornito un tema non ancora esaurito a tutti i poeti.

— Alla salute degli antichi deicidi, proruppe Ogareff alzando il
bicchiere.

Ma nessuno rispose.

Evidentemente quella seduta, omai troppo lunga, cominciava ad
opprimerli. Si erano riuniti presso Andrea Petrovich per parlare di
Rodion, lo studente, che aveva attentato alla vita di Alessandro III, e
che nessuno di essi conosceva personalmente, nemmeno Ogareff, quantunque
si fosse temerariamente compromesso cedendogli il migliore dei propri
cavalli sulla semplice richiesta di un altro studente. Ma secondo il
solito non avevano che ciarlato. Erano tutti giovani; Slotkin, il più
vecchio, passava di poco i venticinque anni, e non era ascritto neppure
egli al nichilismo. Ma la veemenza delle loro opinioni, infiammate dai
ricordi dei grandi drammi nichilisti, li preparava forse inconsciamente
a qualche non lontana catastrofe, sebbene nel rilassamento sopravvenuto
al partito dopo l'uccisione di Alessandro II, e nella ripresa tremenda
delle persecuzioni poliziesche, nessuna impresa fosse ancora stata loro
proposta.

Diventati amici a scuola e costretti a vivere separati dalle diversità
delle loro condizioni, non si riunivano che rade volte con molte
precauzioni in casa di Andrea Petrovich per concertare qualche pezzo
della sua Opera su Boris Godunof, o dal conte Ogareff al primo piano del
suo magnifico palazzo sulla prospettiva Newsky.

— Chi porterà questa risposta? tornò a domandare Lemm.

— Olga Petrovna.

— Naturalmente non verrà, osservò Lemm, che aveva per le donne un
disprezzo anche più violento che per l'arte.

L'altro invece di rispondere andò a gittarsi sul divano.

— Io dormo.

Si fece silenzio: la camera era diventata quasi buia.

Allora Andrea Petrovich cominciò a suonare. Alle prime battute un
brivido corse per la stanza, nella quale solo la luce rossastra della
stufa si agitava a quando a quando sinistramente. Andrea Petrovich stava
colla testa curva sulla tastiera, volgendo le spalle a tutti, immobile
nell'ombra. Poi un'eco lontana di tamburi parve scandire la marcia
funebre di Rodion guidato al patibolo da un battaglione di fanteria. Si
sentiva il passo dei soldati battere in cadenza sulla neve col rullo
scordato dei tamburi, mentre dalle campane delle chiese cadevano
rintocchi d'agonia per l'aria fredda del mattino sul brusio della strada
piena di popolo, che non osava parlare. Solo qualche singhiozzo
scoppiava ogni tanto, soffocato indarno fra le dita convulse, intanto
che i vicini sbalzavano sulle punte dei piedi per nascondere all'occhio
vigile dei gendarmi quel pietoso. Poi una frase larga e poderosa riempì
improvvisamente tutta la strada: le finestre, prima chiuse paurosamente,
si gremivano di un'altra moltitudine pallida di una notte d'insonnia,
cogli occhi ancora gonfi ed intenti nel condannato, che si avanzava a
testa nuda, nudo sotto la lunga camicia bianca. Nessuno poteva parlare,
nessuno si muoveva; una pietà disperata sollevava simultaneamente tutti
i cuori mandando dal profondo di tutte le anime a tutte quelle labbra
frementi un saluto supremo di amore. Quella morte, inventata dall'uomo
colla condanna di un altro uomo, annientava istantaneamente nella
orribilità del proprio mistero ogni coscienza. Perchè quel solo aveva
voluto morire per amore della vita di tutti? E la musica, alta sul rullo
dei tamburi, ondulava lungo la strada bagnando le fronti scoperte di
quella moltitudine come un vapore intirizzente. Improvvisamente
nell'azzurro del mattino la luce rutilò. Perchè compiangere dunque? La
morte era più bella così. Infatti, all'apparire della forca nello sfondo
della strada, una frase trionfale di guerra erompendo da quella musica
di dolore e coprendolo il rullo dei tamburi sollevò tutta quella folla
ad un urlo di ovazione. La morte era scomparsa, il martire splendeva
nell'apoteosi del trionfatore. Invano i tamburi regolavano ancora
sommessamente il passo dei soldati, che lo scortavano al patibolo;
invano la gente restava allineata ai muri coll'immobilità delle statue,
e la distanza dalla forca scemava mentre qualche nota del dolore di
prima passava ancora attraverso le fanfare vittoriose come un uccello
notturno sperso nel meriggio. La marcia funebre diventata marcia
trionfale scrollava tutto colla propria sonorità; vi si sentivano ancora
le ultime grida dei vincitori salienti dal fracasso delle rovine fra lo
squillo giovanile dei coscritti capitati alla vittoria in quella prima
battaglia.

— Ah! scoppiarono gridando Ogareff, Ossinskj e Karatajeff, come
avventandosi in quell'ombra cupa della stanza verso una luce invisibile.

Ma la marcia non era finita. Il rullo dei tamburi tornò a battere in
cadenza sullo scalpiccio affievolito dei soldati, che si arrestavano
disponendosi a quadrato intorno alla forca: un rumorìo di voci oppresse
si acquetò subitamente, s'intesero degli scoppi come di finestre
spaventate che si chiudessero; poi i tamburi alzarono daccapo il loro
rullo, lo crebbero, lo mantennero, lo mantennero, lo mantennero....

Il condannato non aveva potuto parlare.

S'udì un singhiozzo: era il poeta Fedor che piangeva.

Poi disse:

— Ora sono sicuro; nessuno può salvarlo. Tu, Andrea Petrovich, non
avresti potuto scrivere per lui questa marcia funebre se non fossi stato
certo della sua morte.

— Potremo almeno accendere il lume, osservò Kepskj.

— Tant'è andarcene tutti, tornò a dire Lemm, che non si era mosso dalla
scrivania: Olga Petrovna non verrà.

— Attendetemi, ribattè Ogareff con impazienza; e così al buio, afferrata
la pelliccia dal divano, uscì sbattendo duramente l'uscio.

— Bella congiura che facciamo qui! mormorò Stolkin, che non aveva ancora
parlato: se capitasse la polizia, sarei curioso di sapere che cosa
risponderemmo. La scusa della tua opera, Andrea Petrovich, mi pare magra
assai; anzitutto, nemmeno hai cominciato a scriverla.

Un silenzio si appesantì sulla stanza. Lemm dalla finestra spiava nella
strada, per la quale passavano frettolosamente poche ombre; i fanali non
v'erano ancora accesi. Andrea Petrovich era andato nella cucina per
ordinare al servo di portare un grosso lume a petrolio: quando questi
entrò, Lemm chiuse nervosamente gli scuri della finestra. Allora tutti
si guardarono. Il tavolo troppo bagnato di vino e d'acquavite, nel
calore della stanza, esalava un acre odore di bettola; le pelliccie
erano gettate sui divani e sulle sedie con poca cura: la cassa del
violino di Kepskj, nera, stava ancora al medesimo posto sul pianoforte,
e l'astuccio del flauto era appoggiato ad una bica di libri sul
ringhierino della scrivania.

— C'è ancora della vodka? domandò Ossinskj per rompere il silenzio.

— Sì.

— Finiamo la carafa.

— Aspetta, disse Andrea Petrovich esaminando le bottiglie del Sauterne:
vediamo se fosse rimasto un bicchiere di vino per Olga Petrovna.

— Non verrà, s'ostinò a ripetere Lemm.

Ma come a smentirlo s'intese aprire l'uscio sulla scala: tutti tacquero.
Ogareff e Olga Petrovna entrarono; Ogareff era più pallido di lei.

— Nulla? domandò soffocatamente Fedor.

Ogareff non rispose. Tutti avevano già compreso.

— Lasciatemi sedere, disse Olga Petrovna niente meravigliata di essere
accolta come un uomo, senza quella qualunque galante cortesia, che le
donne giovani e belle sono abituate a trovar sempre. Fedor in piedi le
allungò una sedia, mentre Andrea Petrovich, riuscito finalmente ad
empire quasi un bicchiere preso a caso sul tavolo fra quelli ove tutti
avevano bevuto, glie lo porgeva.

— Ecco, incominciò Olga Petrovna slacciando gli alamari della sua corta
pelliccia e staccandosi dalla testa bionda il berrettino di lontra; voi,
Lemm, lo sapete; credo di avervelo detto altra volta. Tre mesi fa salvai
dalla difterite il figlio unico di Elia Romanovich Teghew, carceriere
nella fortezza Pietro e Paolo: sua moglie Polia è affetta da una
metrite, l'ho in cura anche lei; l'ho quasi guarita. Oh! esclamò, ma è
caldo qui dentro! e si alzò per trarsi la pelliccia; Fedor l'aiutò
tirandole simultaneamente ambe le maniche per di dietro.

— Buono il vostro vino! Elia Romanovich è ancora più pazzo per sua
moglie Polia che per il suo piccolo Sergio; io glie l'ho resa, mi
capite, si rivolse a Lemm, del quale la faccia scarna esprimeva nella
sua fissità una ironia malevola. Elia Romanovich non poteva usare di
Polia.

— Ora.... interruppe Slotkin.

Ma Olga senza badargli seguitò:

— Ero d'accordo con Ogareff; egli mi aveva detto: offri sino a
trentamila rubli in contanti, subito, ad Elia Romanovich se acconsente a
far fuggire Rodion. Il disegno era questo: Rodion è nella medesima
cella, ove rimase due anni Krapotkine, e vi è guardato a vista da un
soldato perchè non si suicidi; il soldato riceve la muta ogni sei ore.
Nel lungo corridoio, ove dà la cella di Rodion, un altro soldato monta
in sentinella colla baionetta inastata e il fucile carico. Elia
Romanovich, quando porta da mangiare ai condannati, è sempre
accompagnato da un secondino carico di una cesta. Avevamo pensato così:
Rodion sulle dieci di sera avrebbe finta una leggera indisposizione, e
pregato il sergente di guardia, che andrebbe a cambiargli il piantone,
di chiedere una tazza di brodo. Eravamo sicuri che la domanda sarebbe
stata esaudita dal direttore perchè Rodion deve essere impiccato
posdomani.

Olga si fermò: la voce le tremava, il suo bel viso pallido, un po'
slavato, si velò improvvisamente di dolore; parve che un nodo le
stringesse la gola.

— Tira via, Olga, le disse a denti stretti Ossinskj che, allungati i
gomiti sulla tavola fra i bicchieri, colla faccia sopra ambe le palme,
le divorava convulsivamente sul viso quel racconto.

— È stato inutile: il disegno era questo. Elia Romanovich avrebbe
offerto a Rodion, come per compassione, anche una piccola bottiglia di
vino; Rodion ne avrebbe versato prima un bicchiere al piantone, poi un
altro al secondino, deponendo la bottiglia e fingendo di volerne bere il
resto dopo la tazza di brodo; nel vino ci sarebbe stata una forte dose
di cloralio. Quindi Elia Romanovich avrebbe aiutato Rodion a mettersi
gli abiti del secondino caduto addormentato come il piantone: sarebbero
usciti dalla cella. Elia sarebbe disceso giù alla portineria; sulle
dieci il picchetto è tutto nella stanza di guardia, a fianco della
porta, e giocano. Elia avrebbe detto forte al sergente, schiudendo
l'uscio: usciamo con Ivano Gravilitich a prendere dei sigari e della
vodka. La sentinella avrebbe aperto senza sospetto, fuori nella
strada....

Olga si volse con uno sguardo dolce ad Ogareff:

— Ci saresti stato tu colla tua telega e i tuoi cavalli più veloci.

Tutti guardarono Ogareff seduto sul divano colla fronte fra le mani.

— Ebbene, impossibile! Ha ricusato i trentamila rubli! Gli avevo già
portati i passaporti falsi per lui, per la moglie e il piccolo Sergio;
l'ho minacciato di abbandonare la cura di Polia, che ricadrebbe
ammalata, così che egli non potrebbe più usarne; gli ho rinfacciato la
guarigione del piccolo Sergio, che il suo medico Bouslaief aveva
spacciato prima che io lo visitassi; ho pregato, ho pianto. È stato
inutile.

— Vigliacco! mormorò Fedor.

— Sì, vigliacco: ha paura.

— Rodion sa del tentativo? chiese Kepsky.

— No.

— Quale opinione dovrà farsi del partito!

— Per un soldato, che muore, la guerra non s'arresta, ribattè Ossinskj.

Nessuno più parlò, ma una impazienza si dipinse sulle faccie di tutti.
Evidentemente il loro convegno era terminato dopo quell'infelice
comunicazione, per la quale Ogareff li aveva radunati in casa di Andrea
Petrovich. Un profondo abbattimento umiliava ora il giovane conte,
rendendolo come dubbioso di risollevare il volto. Salvare Rodion a lui
sconosciuto, e pel quale si era temerariamente compromesso prestandogli
mediante una finta vendita ad un sensale ignoto il proprio migliore
cavallo; salvarlo, mentre lo stesso Comitato Esecutivo l'abbandonava,
sarebbe stato il suo trionfo presso gli amici, e il suo ingresso forse
nel Comitato medesimo, che nessuno di loro ancora conosceva.

— Ogareff, disse con voce commossa Fedor: tu piangi!

L'altro, per non mostrare le lagrime, si mise a frugare nella pelliccia
rigettata sulla spalliera del divano, cercandovi il porta-sigarette.
Olga gli abbracciò il collo per di dietro dandogli un bacio sulla
guancia.

— Mio caro Dmitri, quanto sei buono!

— La seduta accademica è levata, proruppe con la sua vocina sardonica
Lemm.

— Un momento, ribattè Ogareff con un sussulto nervoso sotto la sferzata,
sciogliendosi con poca galanteria da quell'abbraccio: i suoi occhi,
ancora bagnati di lagrime, gettavano fiamme. Leo Kriloff non si è ancora
veduto: aspettiamo, forse ci recherà qualche notizia.

— Quale? Tutto è perduto, intervenne Slotkin appoggiando con un'occhiata
Lemm.

— Chi ha maggior paura può uscire pel primo, disse Ogareff alteramente,
dominandoli tutti colla signorilità di una posa involontariamente
scultoria: quindi si curvò sul lume a petrolio per accendervi un grosso
sigaro d'avana, che finalmente aveva trovato in una tasca.

— Accademia letteraria e parata teatrale, replicò Lemm senza mostrarsi
offeso; sediamoci dunque per l'ultimo atto.

Ma gli altri restavano in piedi nervosi. Ossinskj s'era accostato ad
Olga e, cingendole famigliarmente la vita, le domandava con chi
passerebbe la sera.

— Ho due malati ancora da visitare.

— Vuoi venire a cena con me al Recreo? questa sera vi si annunzia una
nuova ballerina spagnuola.

Olga accettò con un sorriso, guardandolo nei begli occhi neri.

Il disordine della stanza si era fatto più vivo. Alcuni stavano seduti
come a disagio sulle sedie, mutandovi incessantemente posa senza
potervisi calmare: Ossinskj, col viso rosso per la troppa vodka bevuta,
era tornato alla stufa quasi per equilibrare nel calore della sua
irradiazione l'ardore, che gli bruciava le vene: Kepskj seduto sopra un
divano si batteva la pipa sul ginocchio. Slotkin gironzava intorno alla
scrivania torturandone i libri, mentre Fedor in piedi, col ventre
appoggiato allo spigolo della tavola, fissava nella fiamma del lume a
petrolio gli occhi lucenti e sbarrati.

— Siamo tutti vili, esclamò. Il Comitato Esecutivo chi lo conosce? Chi
lo compone? Perchè non salva Rodion come salvò Krapotkine, Vera
Zassulic, Giovanni Bokanosky, Leo Deuc e Jacopo Stefanovich? Gli
studenti delle università dovrebbero essere già insorti per Rodion. Noi
che non siamo niente, che non siamo nemmeno in rapporto col Comitato
Esecutivo, che cosa facciamo qui a parlare di Rodion? Abbiamo paura: tu,
Slotkin, ne hai forse meno di noi, seguitò con amaro sorriso, perchè hai
osato almeno dire con noi ciò che non osiamo confessare a noi stessi.
Sì, abbiamo paura; bisognava già aver fatto qualche cosa. Tu, Ogareff,
sei migliore di noi; hai tentato di agire solo, arrischiando tutto. Hai
ragione, siamo vili.

— Piangi, piangi, bambino, gli rispose sprezzantemente Lemm, i poeti son
tutti così: tu hai paura della morte di un altro.

In quel momento suonò il campanello della porta: Andrea Petrovitch e
Ogareff si slanciarono contemporaneamente fuori della stanza, tutti gli
altri ammutolirono. Kepskj e Lemm si misero le mani in tasca, forse
tastando un'arma.

— Tanto meglio se fosse la polizia! mormorò Fedor.

Si udivano dall'altra stanza le voci di Andrea Petrovich e del dwornik:
poi scesero tutti, Ogareff e Pietro il mugik lasciando l'uscio aperto.
Che cosa era? Slotkin, appoggiato alla scrivania, stese la mano verso
gli scuri della finestra per aprirne uno e spiare sulla strada, ma si
rattenne. Quell'attesa di appena un minuto diventava insopportabile.

— Suona, sussurrò con voce strozzata a Kepskj, indicandogli il violino
sulla cassa del pianoforte.

Questi scrollò le spalle come giudicando inutile l'espediente, ma
nullameno si alzò; la sua mano girando la chiavetta nella piccola
serratura, della quale la piastrina intagliata d'ottone spiccava sul
nero della cassa come un gioiello, tremava. Molte voci salivano.

Kepskj s'affrettò. Le prime note furono tremule, le voci arrivavano già
all'uscio. Allora Kepskj pallidissimo si avvicinò al tavolo e,
atteggiandosi a vero suonatore, attaccò vigorosamente l'aria del gran
duetto d'amore nel terzo atto del Faust, mentre gli altri gli si
stringevano attorno. Olga Petrovna, quasi obliata in quel momento, ma
più indifferente di tutti, si accomodava un riccio sulla fronte.

— Aspetta dunque, Kepskj, gridò Andrea Petrovich dal pianerottolo:
finalmente è arrivato Kriloff col violoncello.

Kepskj abbassò il violino senza che alcuno rispondesse: s'intese il
rumore di una gran cassa che sbatteva nell'uscio entrando, poi la voce
del dwornik che salutava Ogareff fra un rumore di passi, e finalmente
l'uscio si chiuse. Il mugik entrò colla grande cassa del violoncello
sulla schiena; dietro di lui, a gruppo, tornarono Ogareff, Andrea
Petrovich, Leo Kriloff e un altro.

Slotkin fu il primo a gridare:

— Tu Loris! e si slanciò per abbracciarlo.

— No, questi ribattè: per ora non sono Loris Nicolaievich Repnine, bensì
Monsieur Leon Blondel parigino, maestro di musica e direttore
d'orchestra; così almeno abbiamo detto con Kriloff al dwornik.

— Tornato da quando? domandò l'altro, al quale la voce fredda del nuovo
arrivato parve imporre rispetto.

— Presentami invece a questi signori, che non ho l'onore di conoscere, e
dei quali sono venuto a fare la conoscenza.

Era vestito di un'elegante pelliccia di martora dorata e teneva il
berretto di schoner in mano, girando sull'assemblea uno sguardo
dominatore. I suoi occhi, di un colore indefinibile in quella luce
fumida della stanza, erano pieni d'iridi e di fosforescenze come quelli
dei gatti. Pareva assai giovane. I suoi lineamenti femminili, che una
tenuissima e rada lanuggine alle labbra e alle guancie non bastava a
virilizzare, acquistavano dall'energia dei sopracigli, di un colore più
carico e leggermente aggrottati sotto la fronte alta e ripida, una
durezza quasi antipatica. La mano, colla quale teneva il berretto, era
sguantata, corta e larga, ma secca e nervosa come un artiglio.

Tutti lo fissavano: Olga Petrovna si era alzata involontariamente.

Slotkin gli presentò tutti quei giovani pronunciando semplicemente il
loro nome: a quello di Olga Loris rispose collo stesso lieve inchino del
capo, all'altro di Ogareff alzò la mano come per dire: è inutile, e
salutò il giovane con un sorriso.

Nessuno aveva teso la mano: si sarebbe detta una presentazione di
studenti ad un superiore.

— Ora, disse Loris, prima che Slotkin spiegasse a tutti chi egli fosse,
dovremo scambiarci gli indirizzi. Il mio non posso darlo ancora: sono
sceso all'Hotel de Londres, ma non ci resterò.

— Arrivi di lontano? chiese Slotkin.

— Da Parigi, rispose senza voltarsi. Avevo scritto a Kriloff: non ne
avevi dunque parlato a questi signori? Tanto meglio! Sarà più facile
intenderci. L'ultimo attentato di Rodion mi ha persuaso della necessità
di ritornare in Russia. Ho saputo tutto a Parigi: chi era Rodion, come
concepì l'attentato, chi ve lo spinse: so chi ora l'abbandona. Voi non
conoscevate Rodion, signori, e il suo sguardo girò sulla piccola
assemblea; nullameno siete i soli a Pietroburgo, che si radunino per
constatare che non vi è nessun mezzo di salvarlo.

— Proprio nessuno? chiese Fedor, già soggiogato dal tono di quelle
parole.

— Vi fosse pure, bisognerebbe rifiutarlo.

Nella stanza corse un fremito. Kriloff, che aveva finalmente aperta la
cassa del violoncello, si volse anch'egli; Olga Petrovna incontrando lo
sguardo di Loris abbassò il proprio.

— Quando si attenta alla vita di uno Czar bisogna esser sicuri di non
sbagliare il colpo, altrimenti si rende spregevole la propria idea e
simpatico il tiranno, che si doveva uccidere. Rodion ha meritato la
morte: lo Czar non avrebbe che a graziarlo, perchè il ridicolo lo
costringesse a suicidarsi. Noi andremo ad assistere alla sua esecuzione
nel campo di Smolensko; è necessario che nessuno per ora ci sospetti.
Un'impiccagione, esaminata a sangue freddo, basterà a guarire quanto
rimane in voi del vecchio romanticismo nichilista.

Kriloff, che meglio di ogni altro, conosceva Loris, lo guardò stupefatto
di ammirazione: Ogareff ed Ossinskj si consultarono con uno sguardo,
Lemm come affascinato fece un passo verso di lui.

Egli pareva già intimo loro e, per lungo unanime accordo, maggiore di
loro.

Fedor smarrito spiò nel volto di Olga: non osava rispondere.

Allora Kriloff, piegandosi sulla cassa aperta del violoncello, ne trasse
molte copie di uno stesso libro, che depose sulla tavola. Era l'ultima
opera — _Paroles d'un révoltè_ — del principe Krapotkine, stampata a
Parigi e introdotta in Russia chi sa con quali rischi.

Loris gettò un'occhiata sopra un volume.

— Ancora un libro, disse lentamente: il loro tempo è passato come quello
dei regicidii; le rivoluzioni non si fanno con mezzi così piccoli.
Rodion, come Solovieff, trascorse la notte prima dell'attentato in un
postribolo: i tiratori svizzeri si frenano invece con un mese di dieta e
di castità per concorrere al gran premio nazionale.

S'interruppe con un gesto sprezzante.

— Avete le vostre carte da visita signori? Vi farò avvisare da Kriloff e
da Slotkin dove si potrà radunarci. Ora sarà meglio che usciate per non
destare sospetti. Come siete soliti, in questa casa, a regolare la
vostra ritirata?

Tutti si affrettarono a trarre i biglietti da visita: Olga, che non lo
aveva, scrisse colla matita il proprio indirizzo sotto quello di
Ossinskj.

— Io, disse Lemm, parto forse domani per Mosca.

— Ci sarà da fare colà; e gli stese la mano, che l'altro strinse con
evidente soddisfazione.

Cominciò la partenza: Loris, in piedi presso la porta, ricevette il
saluto di tutti. Quello del conte Ogareff fu più amabile; evidentemente
Loris distingueva il giovane conte dagli altri.

Andrea Petrovich, che non aveva ancora parlato, appena rimasto solo con
Kriloff e con Loris, sentì come un imbarazzo: l'improvvisa autorità di
quel nuovo arrivato, conosciuto solamente da Kriloff e da Slotkin,
accettata senza protesta da tutti, gli si aggravava sul capo.

Ma Loris scorgendo molte copie del volume di Krapotkine sul tavolo,
malgrado che ognuno di quelli se ne fosse andato nascondendone più di
una sotto gli abiti, gli disse:

— Gettatele subito nella stufa; è inutile compromettersi per simili
scempiaggini.

L'altro ubbidì, quasi con troppa fretta, senza che Kriloff s'opponesse.

— Ora scendiamo dal dwornik per spiegargli come io non abbia potuto
dirigere nessun pezzo della vostra opera su Boris Godunof.

La spiegazione fu delle più facili.

Nella strada, al lume di un fanale, scorsero una figura d'uomo ferma
nello sforzo di accendere indarno più d'un fiammifero per bruciare la
punta dello sigaro.

— È Ogareff, mormorò Loris.

Poi, quando gli furono vicini:

— Ci aspettavate, conte?

L'altro, che non s'aspettava di essere chiamato con questo titolo,
sorrise.

— Volevo pregarvi di venire a pranzo da me.

— Sarà meglio che accettiate voi il mio invito: ci faremo vedere in un
camerino del Caffè Inglese. La prudenza è adesso di rigore.



II.


Due giorni dopo il conte Ogareff era nel proprio salotto bianco, quando
un servo venne ad annunziargli la visita di Olga Petrovna.

Quantunque non fosse che d'autunno, il freddo nelle vie era molto
intenso: aveva nevicato largamente nella notte, e un'aria fumida e greve
rendeva più triste quella stagione, già per sè stessa poco gradevole in
Russia per la violenta alternativa di venti, che raggelano e sgelano con
pericolosa rapidità immense zone di neve e di acqua. Il giovane sibarita
aveva preso allora un bagno di vapore e, ravvolto in un'ampia veste da
camera di grossa lana bianca del Tibet, stava assaporando con voluttuosa
lassitudine una sigaretta, lungo disteso sopra un divano. Il salotto,
tutto bianco, aveva una strana fisonomia, pura e selvaggia. Le sue
pareti tappezzate di pelli di orso bianco, dalle quali penzolavano qua e
là come gemme le unghie inargentate, si confondevano colla volta parata
di un'indefinibile stoffa bioccosa, che si riuniva capricciosamente nel
mezzo per sostenere un antico lampadario di vetro carico di candele
trasparenti. Un tappeto bianco, grosso e duro, le formava sotto un piano
quasi troppo rigido, mentre due divani ricoperti in pelle d'orso, larghi
e bassi, sembravano due letti, cui i cuscini delle spalliere ricamati di
ceniglia e d'oro dessero un significato d'amore. Sopra un tavolino in
metallo bianco, dalla forma bizzarra di tripode, presso la finestra
velata da una doppia tenda, un samovar d'argento gorgogliava tenuemente
nel silenzio caldo del salotto, già aromatizzato dal fumo della
sigaretta. In un angolo, sopra un paravento giapponese, chiuso in una
cornice di ramoscelli di una flora sconosciuta, passava per un cielo di
argento opaco un gran volo di uccelli azzurri, rapidi e languidi, colle
gambine penzolanti e nel lungo becco roseo un insetto verde.

Olga Petrovna, respinta dal calore intenso di quell'atmosfera, s'arrestò
sotto la portiera restandovi incorniciata come un ritratto.

— Che vuoi, bella Olga? chiese il giovane conte senza levarsi dal
divano, tendendole indolentemente una mano molle e robusta.

Ella venne famigliarmente a sedergli presso la testa, sulla quale lasciò
errare la mano guantata. Il suo abito bruno pareva funebre fra tutto
quel bianco, mentre la sua faccia, rossa ancora dalle sferzate del
freddo nella strada, stentava a riacquistare tutta la propria
delicatezza.

— Nemmeno tu ci sei stato? domandò con voce quasi rauca.

— No.

— Non c'era che lui.

— Me lo sono immaginato; poi dopo una pausa: e Rodion?

— Sublime! Ha mostrato come Rissakoff i polsi rotti dalla tortura. Non
c'era quasi nessuno: già era presto.... freddo.

Olga si levò: forse la visione del patibolo le riappariva più terribile
fra quel bianco, del quale il tepore le saliva sotto gli abiti e su per
il volto a riscaldarle il sangue. A quell'ora Rodion doveva essere
disteso, col collo rotto, sopra una panca nella camera funeraria: si
sapeva che i medici dell'università dovevano fargli la necroscopia.

Mosse qualche passo su e giù pel salotto, poi si fermò davanti ad
Ogareff, che si era seduto quasi compostamente.

— Abbiamo disobbedito.

— Disobbedito?!

— Sì, all'ordine di Loris: avremmo dovuto trovarci tutti nel campo.

— Una sua guasconata, che ti ha fatto molta impressione, disse Ogareff.
Via, non pensiamoci più. Povero Rodion! ha saputo morire nobilmente;
verrà forse anche per noi l'occasione, e allora ci ricorderemo di lui
per imitarlo, se non saremo riusciti prima a vendicarlo. Adesso viviamo.
Lo Czar può interrompere la nostra vita, ma non toglierle la primavera.

Nullameno la sua voce restava malinconica: afferrò Olga per la vita e,
costringendola a sedersi sul divano, le cinse un braccio al collo.

— Sei stata a cena con Ossinskj l'altra sera? È dunque così forte, mia
bella Olga, che abbia potuto fissarti? Raccontami la tua notte bianca
fra questo bianco polare, che una volta ti piaceva tanto.

Olga alzò le spalle.

— Stanca pure di Ossinskj! esclamò l'altro.

— Di tutto.

Una profonda mestizia le apparve sul volto: si abbandonò sulla spalliera
del divano e, sostenendosi la fronte sopra una palma, si mise a pensare.
Le sue scarpine umide avevano lasciato un'orma sucida sul tappeto.
Ogareff le si sdraiò a fianco; passò del tempo.

— Perchè sei venuta? le chiese improvvisamente.

Invece di rispondere Olga disse:

— È strano. Nessuno di noi conosceva il povero Rodion, eppure ci siamo
compromessi sino all'ultimo per salvarlo; nessuno di noi conosce ancora
Loris, ed è già il nostro capo.

— Tu pensi a lui: ti avrebbe già affascinata? Perchè no? proseguì
tagliandole la risposta; l'amore è libero nella nostra teoria.

Ma ella senza levargli gli occhi in viso mormorò:

— L'amore libero non è forse che la libertà senza l'amore.

— Sei innamorata, Olga: tu sei venuta da me per chiedermi qualche cosa
di Loris. Sciaguratamente ne so quanto te. Mi pare che posi.... è
misterioso. Ho pranzato l'altra sera con lui al Caffè Inglese. Le sue
maniere sono aristocratiche, ma vi si sente ancora un po' di sforzo:
nullameno, lo riconosco, è un uomo superiore. Stassera pranzeremo
assieme.

— M'inviti?

— Pranzeremo ancora al Caffè Inglese con Kriloff; tu potresti destare
sospetti. Poi chi sa se Loris, aggiunse con lieve sorriso d'ironia, ne
fosse contento. Mi pare che non ami le donne; gli ambiziosi come lui
sono senza cuore.

— Lo credi ambizioso?

— Tremendamente. È rivoluzionario per rabbia di conquista: mi piace per
questo.

— Come te; ti sei fatto rivoluzionario per odio della aristocrazia, che
serve lo Czar. Tu sei uno scettico, ti arrischi per il piacere di
comprometterti. Ma Loris non ti ha detto nulla dei propri disegni?
Slotkin, che lo conosceva qualche anno fa, non ha voluto raccontarmi
niente della sua vita: parla di lui con molta ammirazione.

— Vuoi che ti accompagni da lui? Ho il suo indirizzo: abita piazza Isaac
N. 20, ha tutto un piccolo appartamento. Solamente non so se ci
riceverà. Ma tu stai male! esclamò improvvisamente: il supplizio di
Rodion ti ha sconvolta; aspetta, prendi una tazza di the.

Infatti Olga diventata pallida aveva le labbra tremanti e gli occhi
gonfi.

Una crisi di pianto la sollevò.

— Povero Rodion.... morto come mio padre!

Ogareff, che le aveva già offerto la tazza del the, vedendola sollevata
sorrise, e come per distrarla domandò:

— Perchè lo chiami questa volta tuo padre?

— Non lo so, è vero. Io non l'ho conosciuto, mia madre, parlando di lui,
dice sempre mio marito: ella lo amava come uomo, non come mio padre. Io
non ho nessuno. Mia madre vive della memoria di lui, e mi ha insegnato
ad odiare lo Czar, ma non mi ama.

— Così sei più libera: la tua stessa professione ti da una indipendenza
assoluta.

Ella s'alzò.

— Ho qualche visita da fare, rispose ad una sua occhiata.

— Non sei dunque venuta per me? le disse prendendole galantemente le
mani e attirandosela sul petto senza che ella resistesse.

— Tu sei innamorato della principessa ora.

— Saresti gelosa? Quale complimento! esclamò dandole un bacio.

Ella lo lasciò fare. Il calore del gabinetto li ravvicinava: erano tutti
due biondi, cogli occhi azzurri, rosei e giovani. Egli con quella lunga
veste bianca stretta alla cintura da un grosso cordone, il collo dolce
che gli si vedeva sotto la camicia smollata, sarebbe parso quasi una
donna senza quell'aria quasi fiera della faccia: ella era più piccola,
coll'abito che le guantava le spalle e il petto, i riccioli che le
sfuggivano sotto il berrettino di martora, un po' fredda e rigida come
un uomo.

— Non sederai? esclamò ricadendo sul divano e traendosela sulle
ginocchia, mentre con un braccio le stringeva più vivamente la vita e
coll'altra mano le tormentava i bottoni del corsetto. Ella ebbe ancora
un istante d'indifferenza, poi gli piegò il capo sopra una spalla
nascondendogli il viso nel collo.

Nel gabinetto bianco il samovar seguitava a gorgogliare.

Quando Olga se ne andò, gli disse:

— Mi racconterai poi che cosa ti ha detto Loris.

— Gli dirò che sei innamorata di lui.

— Per carità! gridò congiungendo le mani vivamente, con atto così
femminile che l'altro ebbe un lampo di vera meraviglia negli occhi, e
riassicurandola con un sorriso pieno di bontà le gettò un ultimo bacio
per saluto.

Ma rimase pensieroso.

Le poche parole di Olga su Loris gli avevano richiamato alla mente il
problema di questo sconosciuto, che presentatosi in mezzo a loro con
Kriloff aveva subito assunto una specie di comando. Nè Kriloff nè
Slotkin avevano saputo dire gran cosa sul conto suo: lo avevano
conosciuto studente cinque anni prima alla università di Kazan, senza
famiglia, non ricco, potente di pensiero e di coraggio; quindi era
scomparso. Più tardi aveva scritto loro dall'estero; altri nichilisti lo
avevano conosciuto in Francia giudicandolo con criteri opposti, ma
riconoscendogli una indiscutibile superiorità. Nessuno lo aveva mai
sospettato spia del governo, sebbene mostrandosi rivoluzionario non
avesse mai voluto appartenere ad alcun gruppo.

Ora pareva ricco. Perchè era tornato?

Ogareff attratto verso di lui da una simpatia, nella quale resisteva
segretamente un orgoglio di rivalità, aveva già accettato un invito al
Caffè Inglese, e nella sera doveva ritornarvi a pranzo senza che Loris
imponendoglisi nella conversazione gli avesse ancora rivelato alcun
disegno. Il suo temperamento rimasto aristocratico malgrado l'assurda
intrattabilità di tutte le idee nichiliste gli faceva sentire in Loris
il tipo ideale del rivoluzionario dominatore e signorile. Loris lo
trattava quasi con rigidezza inglese, mentre con Kriloff sembrava usare
la famigliarità sottilmente umiliante di un superiore, che nessun caso
di guerra o di lavoro potrà mai livellare coi gregari. Adesso le prime
parole di Olga gli tornavano alla memoria: ella gli aveva chiesto subito
perchè avesse mancato all'impiccagione del povero Rodion malgrado
l'invito di Loris; la giovinetta lo aveva preso per un ordine, ed aveva
obbedito. Loris era stato presente a quel supplizio, solo, impassibile.
Perchè? Non era dunque una guasconata? Perchè assistere a quel martirio,
che tutta la loro imprudente generosità non era riuscita ad impedire?

Ogareff perduto in queste riflessioni si scordava di essere aspettato al
club e di avere un appuntamento colla bella principessa Strogonoff, una
delle dame più eleganti di Pietroburgo.

Passando in victoria lungo la prospettiva Newsky vide Loris vestito con
severa eleganza, a piedi, che gli fece un cenno. Ogareff rattenne tosto
i cavalli, Loris gli si avvicinò. La fila delle carrozze arrestata un
momento oscillò: i due giovani egualmente belli e signorili attrassero
l'attenzione di molti passanti.

— Perchè non salite meco?

— Avrò l'onore di aspettarvi a casa mia sulle cinque, rispose l'altro
inchinandosi.

Alle cinque Ogareff, in marsina e cravatta bianca, era nel salotto di
Loris, che lo ricevette egualmente vestito.

— Avete fatto benissimo a vestirvi così. Il nostro pranzo al Caffè
Inglese non potrà essere sospettato.

Ogareff si inchinò freddamente aspettandosi quasi un rimprovero per non
avere assistito alla impiccagione del povero Rodion, ma s'ingannò.

— Ho dovuto affrettare l'ora del pranzo per un convegno importante, che
potrò forse comunicarvi domani. Troveremo Kriloff per strada; vi ho
fatto venir qui perchè è bene che il dwornik vi conosca. Io stesso verrò
ad una cena, che voi darete ad alcuni amici del vostro club: così li
conosceremo ed avremo relazioni sicure nel campo avversario. La vostra
tattica di non ravvisare altrove gli amici, coi quali vi trovai da
Andrea Petrovich, non è assolutamente buona, quantunque la vostra
posizione sociale vi proibisca apparentemente simili relazioni. Però
stamane avete ricevuto Olga Petrovna. È donna, e si crederà ad un
capriccio di libertino: nullameno ella è già sospetta alla polizia;
dovrete in seguito modificare le vostre relazioni.

— Come lo sapete?

— Lo so. Ora possiamo uscire: permettete che vada a mettermi la
pelliccia.

Il conte Ogareff, rimasto solo, si girò gli occhi intorno esaminando. Il
salotto aveva quel lusso volgare ed impersonale degli appartamenti, che
si affittano; sullo scrittoio nero, senza libri, entro una sottile
cornice di metallo bianco s'alzava un ritratto. Ogareff ebbe la
curiosità di guardarlo. Era una litografia di un uomo, che sorgeva in
piedi come per rispondere ad un interlocutore invisibile: un lembo di
tavola gli arrivava al petto prolungandosi oltre la cornice
assurdamente.

Loris rientrando lo sorprese intento in quel ritratto.

— Vi piace?

— Francamente, no: pare una faccia di assassino.

— Infatti è il più illustre assassino della storia, Giuda Iscariota. Un
amico mio, a Parigi, ebbe l'idea di staccare la sua figura dalla cena
degli Apostoli di Leonardo da Vinci. Guardate, seguitò togliendogli di
mano il ritratto ed appressandosi al lume: Leonardo racconta d'aver
girato lungo tempo pei vicoli di Milano cercando fra la plebe più
abbietta il tipo di Giuda. Evidentemente dalle sue parole traspare
l'intenzione d'ingiuriarlo, ma il genio del pittore ha invece trionfato
della piccineria del cattolico. Osservate quanta durezza sulla faccia di
questo uomo, che ha dovuto resistere alle illusioni di tutte le speranze
umane e divine per vendere Cristo a trenta denari, annullando per sempre
col ridicolo del prezzo il valore del nuovo Dio. Era impossibile
rispondere più superbamente alla promessa di un paradiso, che ingannava
i poveri lasciando sulla terra tutti i privilegi ai ricchi. Giuda ha
saputo uccidere Cristo, il cristianesimo non è riuscito ad inventare una
pena adeguata al deicida.

Quando uscirono tutti i fanali erano già accesi: nelle vie passava gran
gente. Kriloff, che li aspettava, finse di imbattersi in loro ad una
cantonata; era egli pure in marsina e pelliccia. I tre giovani
allungarono il passo, e furono presto al Caffè Inglese già affollato dei
soliti avventori; traversarono due grandi sale, dietro un cameriere che
li condusse in uno dei molti gabinetti, ove non era posto che per due o
tre tavole.

Il servizio era elegante, il cameriere parlava correttamente francese.

Sul principio i tre giovani rimasero soli.

Kriloff sembrava preoccupato, Ogareff diventava ogni tanto pensoso,
solamente Loris conservava la propria fredda tranquillità. A mezzo il
pranzo, un signore alto entrò nel loro gabinetto per farsi servire:
aveva l'aspetto contegnoso di un funzionario, con due lunghe fedine
rosse, la fronte un po' calva, gli occhi bianchi e gelidi; gettò uno
sguardo sui tre giovani fissando per un momento Loris. Questi ebbe un
sussulto impercettibile, che forse non sfuggì all'altro. Infatti,
scegliendo il tavolo, andò a porsi di fronte a Loris in modo da poterlo
guardare senza farne le viste.

La conversazione per un momento fu sospesa, ma Loris senza cangiare il
tono della voce si mise a parlare del povero Rodion: lo sconosciuto
involontariamente drizzò il volto ascoltando. Kriloff gettò a Loris di
sottecchi uno sguardo imprudentemente meravigliato; Ogareff anche più
imprudentemente esaminò lo sconosciuto. Era più di quanto bastava a
Pietroburgo per destare sospetti.

Loris affettando molta dottrina parlò della nuova scuola criminale
positivista, citò un autore italiano, raccontò di avere assistito ad
altre esecuzioni capitali a Parigi e di essere andato nel mattino a
quella di Rodion per farsi un'idea del sistema e del carattere russo. Ne
era rimasto contento. Non vi era gran folla: evidentemente il popolo non
osava assistere a tali spettacoli per timore della polizia, che riempiva
tutte le strade e il campo; così era impossibile formarsi un concetto
esatto delle impressioni del popolo a queste scene tanto ripetute di
supplizio politico.

Loris parlava adagio, con voce limpida e tagliente. La sua faccia, quasi
femminea, aveva una serietà aristocratica, dalla quale non trapelava
alcuna passione: qualche volta alzava la mano in un gesto compassato.

— Avete mai visto morire sul patibolo? chiese improvvisamente ai due
amici.

Ogareff, che indovinava un'intenzione riposta in questo discorso e
seguitava a sbirciare lo sconosciuto apparentemente occupato della
propria minestra, rispose:

— No.

— Eppure bisogna vederne. Occorrerebbe una rivoluzione come quella del
93 per compiere studi interessanti sulla differenza dei coraggi umani,
fra quello del gentiluomo e del mugik, del malfattore volgare e del
delinquente politico, che avendo perduta la battaglia viene immolato
come prigioniero. Sciaguratamente viviamo in tempi troppo calmi. Tutti i
criminali sono coraggiosi in faccia al patibolo, ma il loro coraggio è
fatto d'insensibilità o di iattanza, più spesso di questa che di quella;
generalmente è un complimento alla bestiale curiosità della plebe
accalcata nella piazza. Quando invece il condannato, come nel caso di
Rodion... non ho ritenuto che questo nome, sapete voi quello della sua
famiglia? si volse interrogando ad Ogareff: pare fosse uno studente; nel
caso di Rodion il coraggio viene dalla esaltazione; è una forma
religiosa dello spirito, e quindi l'esecuzione diventa martirio.

— Questa è la vera parola, rispose Ogareff compromettendosi, come se il
discorso di Loris tendesse unicamente a provare la loro intrepidezza.

— Forse! Non ho conosciuto Rodion: il suo attentato, come lo narrano i
giornali, fu una puerilità; in simili condizioni è quasi impossibile
uccidere uno czar. Più la selvaggina è importante e più è facile
sbagliarla; aggiungete, seguitò con un sorriso, che non si può essere
regicida di professione e farsi la mano a simili colpi. Ma quando il
patibolo s'innalza sopra un'idea, è sempre più alto di qualunque trono.

Quest'ultima frase fu pronunziata con tale accento di calma che fece
levare la testa allo sconosciuto: il suo sguardo s'incrociò nuovamente
con quello di Loris.

— Voi Kriloff, che siete economista, proseguì Loris mescendosi un
bicchiere di bordeaux, sapreste dirmi quanto costino al governo quegli
otto metri, li ho misurati coll'occhio, di corda colla quale è stato
impiccato Rodion, tenendo calcolo di tutte le spese di polizia, della
Terza Sezione e del resto? Quanti chilometri di ferrovia si farebbero
con quegli otto metri di corda?

— Non imitando lo czar Nicolò, che disegnò la prima ferrovia russa
tirando colla matita un rigo sulla carta geografica e moltiplicando così
tutte le difficoltà del terreno per costrurre la più stupida linea
ferroviaria del mondo, credo che con tutti gli altri metri serviti alla
impiccagione degli czaricidi negli ultimi vent'anni si costruirebbero
quasi tutte le linee, di cui il nostro commercio interno abbisogna. Non
vi è paese in Europa, ove le ferrovie costino meno che in Russia.

— Ma la polizia vi costa troppo.

Allora parlarono della ferrovia trancaucasea, della quale il generale
Annenkoff stava occupandosi: la conversazione deviò.

Ogni tanto Ogareff e Kriloff consultavano Loris con un'occhiata; ma
questi fingeva di non accorgersene. Il pranzo era alla fine. Anche
l'altro aveva già ordinato il caffè e il cognac.

— Saremo in tempo? disse Loris a Kriloff abbassando la voce in modo da
essere inteso dall'altro e lasciandosi apparire sul volto una improvvisa
preoccupazione. Consultò l'orologio. Kriloff affermò di sì: parve che un
imbarazzo si aggravasse improvvisamente sui tre giovani. Si
affrettarono, chiesero il conto; adesso si dicevano qualche parola a
mezza voce guardando con sospetto verso lo sconosciuto.

Il cameriere infilò loro le pelliccie. Appena fuori del caffè Loris si
volse e vide lo sconosciuto che s'incamminava dalla loro parte. Alcuni
fiaccheri vuoti erano a poca distanza; quindi Loris si fermò salutando
Ogareff. Lo sconosciuto si avvicinava: egli mostrò di non vederlo.

— Ci vedremo dopo, mormorò Loris; lasciatevi trovare sulla piazza del
teatro: e voltandogli le spalle salì con Kriloff sul primo fiacre.

Ogareff era tornato indietro.

Allora lo sconosciuto montò sopra un altro fiacre e li seguì: per
mezz'ora fu una caccia. Le strade erano affollate, il freddo cresceva
d'intensità perchè la notte si veniva facendo limpidissima; a un dato
punto il fiaccheraio dei due giovani parve aumentare di velocità
lasciando la grande strada del Maneggio. Si sarebbe detto che fuggisse;
l'altro pure accelerò il proprio trotto, ma non abbastanza per non
perderlo di vista ad una svoltata.

— Sferza, gridò lo sconosciuto al fiaccherista.

Ma quando questi lanciando a tutta corsa il cavallo girava lo stesso
angolo, il primo fiacchero tornava indietro vuoto e al passo; lo
sconosciuto si drizzò sui cuscini e credette di scorgere i due giovani
allontanarsi lentamente a piedi lungo il muro a sinistra. Allora ordinò
al cocchiere di rimettersi al trotto, li oltrepassò senza guardarli, lo
fece voltare alla terza strada, nella quale scese licenziandolo e
ordinandogli di proseguire. Egli invece ritornò nell'altra, accese uno
sigaro e seguitò lentamente.

La distanza fra lui e i due giovani scemava.

Loris e Kriloff, che non lo perdevano di vista, si erano accorti di
essere pedinati; ma in faccia a questo nuovo pericolo non avevano ancora
scambiato alcuna parola. Il loro passo strideva sulla neve. Ogni tanto
Kriloff sbirciava il compagno aspettando un ordine.

— Allunghiamo il passo; non lo guardare quando gli passeremo dinanzi.

Lo sconosciuto invece non resistè alla curiosità di osservarli. Loris
svoltò a sinistra. I fanali della piccola strada erano più radi,
sembrava vuota; improvvisamente si mise a cantarellare con voce tenorile
il racconto di Lohengrin all'ultimo atto, pigliando Kriloff sotto il
braccio. Nessuno di loro aveva angora rivoltata la testa.

— Ci segue, disse Loris, distinguendo il suo passo sulla neve; canta tu
ora, e sta attento.

Si fermò sbottonandosi la pelliccia per cercare il porta-sigari nella
marsina.

— Sei pur stonato? esclamò ad alta voce; se ti sentisse Ewlampia in
questo momento saresti perduto.

— Non mi sentirà, con lei parlo non canto.

— Credi che ci guadagni molto così?

Lo sconosciuto era a pochi passi.

— Hai un fiammifero? chiese Loris guardando Kriloff in modo così strano
che questi comprese.

— No, li ho dimenticati sulla tavola.

— Per Sant'Elia non fumeremo dunque sino a casa tua: un anno della mia
giovinezza per un fiammifero!

Lo sconosciuto li aveva sorpassati senza guardare.

— Perdono, signore, lo richiamò Loris salutando del cappello e andando
verso di lui colla pelliccia sbottonata, così che si vedeva il piastrone
bianco della camicia. La strada faceva un gomito, era deserta.

— Mille perdoni, avreste la bontà di darmi un fiammifero?

L'altro si volse, e prima ancora d'aver risposto trasse di tasca una
mano tendendogliela, ma la luce era così scarsa che la scatolina non si
vedeva. Loris gli si avvicinò due altri passi: aveva un sigaro fra i
denti, sporse la mano sinistra guantata, mentre coll'altra si riadattava
il gibus sulla testa.

— Volentieri, disse lo sconosciuto.

Loris vibrò il colpo.

Lo sconosciuto cadde senza gettare un grido. Kriloff sbalordito non si
muoveva; Loris proseguiva già senza voltarsi: allora Kriloff spiccò un
salto guardandosi addietro, e lo raggiunse.

— Loris...

— È già morto, ne sono sicuro. Non allunghiamo troppo il passo, sarebbe
imprudenza.

E dopo una pausa:

— Vedi, seguitò mostrandogli un lungo spillo, che rimise con flemma
entro un fodero bruno, è un grosso ago scanalato. L'idea è mia, mi è
venuta dalla siringa del Pravatz; il fodero impermeabile è pieno di
acido prussico, e chiude ermeticamente mediante un anello di gomma. Ho
fatto molte esperienze sopra dei cani: non uno che sia riuscito ad
urlare.

Kriloff atterrato abbassò la testa allungando inconsciamente il passo:
poi si guardò indietro, spiò davanti, tese in sè medesimo tutti i sensi
per cogliere un rumore di qualcuno, che si avvicinasse. Fortunatamente
la strada era vuota, ma l'altra, che la tagliava a un cento metri,
pareva più frequentata.

— Accendi dunque uno sigaro per darti un contegno, disse Loris con
accento ironico. Un'altra volta ti spiegherò il metodo di Lacenaire per
uccidere: è ancora il migliore che si sia trovato. Uccidere subito,
senza una precauzione, senza una paura, e nessuno può accorgersene.
Credi tu che domani mattina si sarebbe saputo alla Terza Sezione se io
avevo chiesto un fiammifero ad un signore, che passava per strada?
Ebbene non sapranno nemmeno che io lo abbia ucciso, perchè le due azioni
si sono compite colla stessa indifferenza.

Kriloff tornò a voltare la testa.

— Siamo in guerra, vita per vita.

Adesso un'immensa distanza li divideva, mentre il pericolo di prima li
aveva avvicinati. Loris, che se ne accorse, si fermò all'imboccatura
della nuova strada cercando cogli occhi un fiacre: lo vide, ma lungi; si
affrettarono alla sua volta.

Quando vi furono saliti, e Loris ebbe costretto Kriloff a rompere il
silenzio dando l'indirizzo al fiaccheraio, si sentirono spiritualmente
più vicini. Quel fiacchero, che li conduceva al maggiore appuntamento
della loro vita, li appaiava di nuovo.

— Ti comprendo, disse Loris piantandogli gli occhi in faccia così che il
suo sguardo lo dominò subitamente: la morte di quell'uomo ti ha fatto
paura. L'ho riconosciuto appena è entrato nel nostro gabinetto; era una
spia del governo. Mi fu segnalato dal colonnello Lavrof a Zurigo: credo
che a Ginevra una sera si sia tentato di ucciderlo.

— Davvero? rispose Kriloff, che quelle spiegazioni rasserenavano.

— Se non l'avessi ucciso, avrebbe forse indovinato dove andiamo, e
domani mattina saremmo stati tutti e due chiusi nella fortezza Pietro e
Paolo. In guerra si contano le battaglie non i morti. Adesso pensa tu a
che punto vuoi lasciare il fiacre. Credi che le adiacenze della casa
saranno sorvegliate dai loro?

— Non credo.

— Nemmeno vi saranno ridicole formalità massoniche alla iniziazione?

— Trepof me lo ha assicurato.

— Ne dubito: il nichilismo è un'ultima forma romantica.

Ma Kriloff non poteva distrarre la mente da quella uccisione:

— Il tuo ago è così sicuro? È stata la prima esperienza sopra un uomo?
Dove lo tieni?

— Qui, nella tasca della pelliccia: la puntura è fine, ma vi cascano
dentro tre o quattro goccie di acido prussico e la morte è istantanea.

Loris indovinando il desiderio di Kriloff trasse il pugnaletto di tasca.
Non era più lungo di quindici centimetri, sottile come un ago da
materassaio; una profonda scanalatura ne faceva quasi un tubetto che
finiva a lingua. Bisognava dare il colpo verticalmente, perchè l'acido
scendesse nella punta rigata da minimi solchi. Il manico era di osso
nero, come il tubetto; si sarebbe potuto portarlo nella tasca esterna
dell'abito, che tutti l'avrebbero creduto un termometro da medico.

Licenziarono il fiacre.

Erano le nove. La strada s'allungava davanti ai loro sguardi punteggiata
dai fanali nel gran silenzio della neve, sulla quale i riverberi del gas
accendevano tratto tratto come delle fiammelle: quasi tutte le botteghe
erano chiuse; passavano poche carrozze. Dal secondo piano di una casa
signorile, con cinque finestre illuminate, scesero gli accordi di un
pianoforte.

I due giovani si strinsero al muro affrettando il passo.

— Ecco la casa, disse Kriloff mostrando a Loris un vasto fabbricato
ricco, nel quale s'aprivano alcune botteghe. Da quella del tabaccaio e
dall'altra del caffè prorompeva un gran lume.

Quando traversarono la strada, un signore uscì dalla bottega del
tabaccaio e venne loro incontro.

— Siete pedinati? chiese a Kriloff senza nemmeno salutare l'altro.

— No.

— Allora andiamo.

Entrarono nell'andito: il dwornik li vide passare dal proprio casotto,
fingendo di leggere un giornale. Salirono in silenzio quattro rami di
scale; una porta si aperse innanzi a loro, penetrarono in un'anticamera
quasi buia.

— Potete trarvi le pelliccie.

Colui, che li aveva introdotti, sembrava un popolano, basso e tarchiato,
con una larga faccia e la voce di una grande bonarietà.

Kriloff e Loris, dominati da una indefinibile preoccupazione, si
cavarono nervosamente le pelliccie rimanendo nell'eleganza delle loro
marsine, poi schiacciarono i gibus, e si tastarono involontariamente i
piastroni inamidati delle camicie. Si sarebbe detto che stessero per
entrare in una sala da ballo. Kriloff, che doveva introdurre Loris
presso il Comitato Esecutivo, col quale aveva avuto altre volte
contatto, era adesso di un pallore eccessivo: l'assassinio, commesso
dall'amico per strada con sangue freddo così spaventevole, gli faceva
temere di un'altra scena. Perchè aveva egli voluto essere presentato al
Comitato Esecutivo? Kriloff non lo sapeva ancora: Loris gli aveva
parlato confusamente di un accordo da tentarsi fra il nuovo partito
nichilista, che veniva reclutandosi fra i giovani, e l'altro caduto
nell'impotenza dopo l'uccisione di Alessandro II.

L'anticamera non aveva altro mobile che una cassapanca, sulla quale
ardeva una piccola candela. Quando Trepof ebbe accuratamente ripiegato
le loro pelliccie, prese il candelliere senza trarsi la propria, e disse
loro:

— Venite.

Traversarono due salotti, una sala da pranzo, due camere da letto:
pareva un modesto appartamento borghese. In una camera da letto videro
sospesi ad un attaccapanni alcuni abiti, un cappellino da donna; i
porta-catini avevano le salviette, l'armadio delle sante iconi era
aperto. Nella sala da pranzo alcuni bicchieri dimenticati sulla tavola,
un piccolo vaso da caffè sopra la credenziera, della quale gli sportelli
erano socchiusi, testimoniavano che l'appartamento era abitato. In
un'altra camera, più vasta, parata di carta turchina, con quattro divani
alle pareti, parecchie poltrone in mezzo, presso un piccolo tavolo di
lacca, sul quale sorgeva un samovar, e due grandi specchi incastrati nel
muro formavano come un salone. Il pavimento in legno era lustrato a
cera, molti bracci di bronzo dorato ai muri erano carichi di candele, un
lampadario con lumi a petrolio, ravvolto in un velo verde, scendeva nel
mezzo.

Trepof si appressò allo specchio di sinistra, premè con un dito sopra
una modanatura, e lo specchio girando su sè stesso scoperse un vano
buio. Egli vi si inoltrò tenendo alta la candela; era un piccolo
corridoio; si fermò ad una porticina, la spinse, e si trovarono in una
saletta.

Trepof depose la candela sopra una sedia.

— Aspettatemi qui.

Quando rimasero soli, Loris guardò Kriloff sorridendo.

— Lo specchio girante come nei romanzi! Tu lo conoscevi già?

— È la terza volta che vengo qui.

— Saranno mascherati.

— Senza dubbio.

Un lampo passò nelle pupille verdi di Loris, che si volse esaminando la
saletta.

Trepof tornò.

— Potete entrare, disse a Kriloff, e senza attendere risposta se ne andò
per dove erano entrati.

Kriloff titubava.

— Andiamo, esclamò Loris, sul cui viso traspariva come un'impazienza di
combattimento.

— Sii prudente, mormorò l'altro, e abbassando la testa quasi dinanzi ad
un pericolo inevitabile lo precedette.

Passarono in un'altra stanza egualmente senza mobili, spinsero un uscio
nero.

— Avvicinatevi, disse loro una voce, mentre un uomo con una maschera
nera sul volto, respingendo l'uscio, si scartava per lasciarli passare.

La stanza era nuda, imbiancata colla calce: non aveva in fondo che un
largo tavolo rettangolare, al quale sedevano quattro uomini vestiti
borghesemente, con una maschera nera sul viso; una sedia era vuota e
doveva appartenere a colui, che era venuto ad aprire la porta.

Loris entrò il primo, a testa alta, fissando coloro che lo aspettavano
seduti; altre due sedie stavano dinanzi alla tavola.

Quegli, che li aveva introdotti, ritornò al proprio posto lasciando
l'uscio aperto, e con un gesto invitò i due giovani a sedere.

Nessuno aveva ancora parlato.

Loris sollevando gli occhi al di sopra di colui, che sedendo nel mezzo
aveva l'aria di presiedere il comitato, vide il ritratto di Alessandro
II, e un'impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra a quella vanità,
che aveva inspirato al comitato la bizzarra idea di sospendere il
ritratto della loro vittima nella sala segreta delle sedute.

Tre di quei cinque membri avevano la fronte calva, coi capelli
brizzolati; uno aveva una folta capigliatura di un biondo castano,
l'altro i capelli neri, radi e pettinati piattamente sulla fronte.
Evidentemente il loro travestimento non andava più in là della maschera.

Il silenzio si prolungava.

Loris seduto correttamente come nel salotto di una signora lasciava
errare uno sguardo sicuro sui cinque sconosciuti attendendo: Kriloff
invece si muoveva sulla scranna come incerto di alzarsi per parlare, e
la sua nervosità si rivelava al modo, col quale tormentava
inconsapevolmente il proprio gibus.

— Che cosa chiedete? gli si volse infine quegli, che pareva il
presidente.

Kriloff balzò in piedi rispettosamente: era sempre così pallido; posò il
gibus sulla tavola e con voce tremula rispose:

— Sono venuto a presentare il mio amico Loris Nicolaievich Repnine
secondo il permesso, che mi avete dato.

Tutti gli occhi caddero simultaneamente sopra Loris, che rimase
impassibile.

I cinque ascoltavano in atteggiamento rigido: un lume a petrolio
riparato da un cupo cappello verde lasciava i loro corpi e le loro
maschere in un'ombra fredda, che la bianchezza delle pareti sembrava
aumentare; il tappeto verde, che copriva il tavolo, era qua e là
macchiato d'inchiostro. Lo sguardo di Loris si fermò sul dito di uno
osservandovi un sottile anello matrimoniale.

— Il vostro amico ha dunque qualchecosa di importante a comunicarci?

Poi improvvisamente con voce severa:

— Saverio Alessandrovich Kriloff, siete voi sicuro della sincerità del
vostro amico? proruppe senza guardare Loris.

Questi volse il viso.

Kriloff rispose con voce ferma:

— Sì, garantisco sulla mia vita.

— La vostra garanzia non garantirebbe nulla se vi foste ingannato. Che
cosa sarebbe la vostra vita in confronto degli interessi, che avreste
compromesso? La punizione, che vi colpirebbe infallibilmente,
soddisferebbe alla giustizia senza compensare il danno. Noi siamo sicuri
della vostra onestà, la vostra intelligenza potrebbe nullameno essere
stata sorpresa.

— Siete molto prudente signore, osservò Loris.

— Che cosa vuole da noi il vostro amico?

Kriloff si volse a Loris come invocando un suggerimento.

— Mi ha pregato di ottenergli questo abboccamento, che mi avete concesso
sulla fede delle mie assicurazioni.

— E sulle nostre informazioni. Vuole egli essere dei nostri?

Kriloff cominciava a turbarsi. L'insistenza, colla quale il presidente
affettava di non accorgersi di Loris, gli accresceva l'imbarazzo; temeva
una parola provocante da questi, e non sapeva come rispondere a tale
interrogatorio.

Ma Loris intervenne.

— Al fatto, signore. Voi mi conoscete altrimenti non mi avreste
ricevuto. Se le vostre informazioni sono profonde avrete fors'anche
indovinato il perchè vi abbia fatto chiedere questo colloquio.

Nessuno si mosse.

Loris proseguì:

— Anzitutto accettate i miei complimenti. Credevo che per arrivare sino
a voi avrei dovuto passare per le vecchie farse di tutte le iniziazioni;
siete moderni.

Loris, che s'aspettava una risposta, rimase impacciato del loro
silenzio.

— Comprendo la prudenza della vostra maschera, seguitò con sarcasmo.

Il silenzio dei cinque parve diventare anche più intenso: stavano
immobili. Kriloff aveva abbassata la testa. Sulla faccia di Loris passò
un fremito.

— A che punto è la rivoluzione?

Il presidente si volse lentamente squadrandolo:

— A quale la desiderereste voi, che interrogate?

— Al punto che non aveste più bisogno delle maschere. Se il vostro
Comitato, anzichè di congiura fosse di guerra, sarebbe noto a tutta
l'Europa, e la rivoluzione in Russia sarebbe già cominciata. Poi girando
su loro un'occhiata sicura: non venni, proseguì, a domandarvi
informazioni settarie; mi sarebbero inutili, giacchè nessun vostro
attentato raggiunse mai lo scopo. Quel ritratto di Alessandro II mi dice
che pensate il contrario; nullameno a che servì quello czaricidio? Vi
esporrò limpidamente il mio pensiero. Venni a chiedere e ad offrire
alleanza. Chi sono? Dovete saperlo; i vostri amici all'estero vi avranno
informato sul mio conto; se non volli mescermi alle loro conventicole,
le conobbi; lasciatemi dire.

— Dite.

— A che servì lo czaricidio? Non fu che l'ultima fase di un duello
durato dodici anni. Vi perdeste qualche migliaio di soldati fra morti e
prigionieri, ma otteneste colla pubblicità dei processi l'apoteosi dei
patiboli, eccitaste le simpatie colle fughe dalle carceri, sollecitaste
le curiosità colle caccie ai gendarmi, mandaste all'estero molti
emigrati, disseminaste apostoli nel popolo. A che pro? Eravate una setta
contro un impero, un mollusco sopra uno scoglio. I vostri mezzi furono
la propaganda coi giornali fra un popolo che non legge, l'assassinio
politico fra un popolo che non si batte. I vostri emigrati che cosa
fecero all'estero? Riviste e libri: i più frequentarono le università
accattando diplomi per professioni. I rimasti in Russia produssero colle
mine qualche guasto, che pochi muratori bastarono a riparare.

Uno dei cinque si agitò sulla scranna.

— Dite, ripetè il presidente.

— Chiedevate allo Czar Alessandro II una costituzione; ma poteva egli
darla? Lasciamo come oggi si affermi che l'avesse già firmata alla
vigilia della morte: sarebbe stata come tutte le altre riforme concessa
con una mano ritirata coll'altra. L'esperimento di Pio IX a Roma nel
1848 vale per tutti: czarismo e papismo sono inconciliabili colla
libertà; debbono essere distrutti non modificati. Perchè chiederla
ancora nel vostro manifesto ad Alessandro III? Non si mendica al figlio,
di cui si uccise il padre; è assurdo domandare al proprio nemico di
suicidarsi: bisogna ucciderlo. Ma nessun regicidio uccise mai una
monarchia. Il nichilismo non è più che l'ultima forma del romanticismo
politico.

Loris sostò, ma una lunga corrente di pensieri lo spingeva.

— Dite, ripetè ancora il presidente.

— Alessandro II emancipando gli schiavi diede loro più di quanto voi
sappiate ancora promettere: bisognava quindi sollevare il popolo contro
l'aristocrazia, alla quale lo Czar lo condannava a pagare il riscatto
delle terre, sollevarlo coll'offa d'impossessarsi di tutte le altre; e
non lo tentaste nemmeno. Il popolo capisce i fatti e non le idee. Lo
Czar colla concessione di terre ai contadini della Polonia ha tagliato
per sempre i nervi alla rivoluzione polacca dandovi una lezione di
politica, di cui non sapeste profittare. La Russia è un impero, dentro
al quale cova una federazione: occorreva scatenarne i popoli
nell'egoismo delle loro nazionalità abbandonandoli magari alle potenze
limitrofe, delle quali l'avidità vi avrebbe servito contro lo czarismo.
La Prussia, l'Inghilterra, l'Austria, la Turchia dovevano essere i
vostri alleati. Frangete l'impero; distruggere è creare, poichè il nulla
è una astrazione. Avevate oltre cinquanta sette religiose, nelle quali
il delirio del dolore aveva rinnovato tutte le forme delle antiche
demenze, e non vi sforzaste di avventarle sulla Ortodossia governata da
un Sinodo, che è un senato in decadenza. La Russia conta anche adesso a
centinaia di migliaia i vagabondi e i pellegrini: potevano diventare un
esercito; ma non avete mai pensato che una battaglia perduta vale cento
attentati riusciti, perchè una strage è sempre più importante di un
omicidio. Vi chiudeste nella setta, v'innamoraste del mistero, e non
componeste più che un album di quadretti politici, nei quali il solito
congiurato tirava sbagliandolo sullo Czar, o la solita combriccola
scavava un tunnel per la dinamite. Le vostre reclute anzichè dalle
università dovrebbero uscire dalle caserme. Lo Czar può chiudere tutte
le università chè gli studenti non insorgeranno: essi hanno bisogno
anzitutto di laurearsi per guadagnare; ma che un villaggio si ribelli
scannando il signore o incendiando le sue case, e la rivoluzione si
propagherà. I reggimenti composti di mugiks diserteranno; il primo
colonnello in rivolta diverrà generale della rivoluzione, i cosacchi
possono fornire una cavalleria; abbiamo dozzine di nazionalità,
assorbite non fuse, che si ridesteranno: abbiamo troppo poche strade in
un territorio troppo vasto perchè il governo possa agire rapidamente
nelle repressioni, abbiamo frontiere che tutti possono violare;
l'Inghilterra vi fornirà denaro ed armi. Complicate dunque la guerra
civile colla guerra federale, spingete gli uni al saccheggio e gli altri
al campo, permettete tutto a tutti. Quando avrete distrutto la Russia
dell'impero, potete essere ugualmente tranquilli: l'avvenire la
ricostituirà, se vi spunti davvero un'idea moderna, della quale il mondo
abbia bisogno.

— Voi siete russo?

— Sono uomo: la patria nega il mondo, io lo affermo.

— Diceste che il popolo non si batte.

— Battetelo, perchè si batta. Il socialismo è per lui la terra che non
possiede, dategliela; il suo Dio è lo Czar, che glie la nega: dategli
dunque il paradiso, che questi gli contende, e il mugik non crederà più
nello Czar. Bisogna che nessun signore possa abitare la campagna.
Uccidere uno Czar a che giova per il mugik? Ammazzate i padroni delle
terre, che non appartengono al mir, fate che tutta l'aristocrazia emigri
a Mosca e a Pietroburgo, e un anno dopo tutte le terre saranno del mir.
Organizzate l'assassinio: così incominciò la rivoluzione francese, così
cominceranno tutte le rivoluzioni. Il vostro socialismo inintelligibile
al popolo è quindi inintelligente: le vostre libertà politiche non sono
che giuochi costituzionali, una maschera, che non cela nè il volto nè il
pensiero, falsificandoli entrambi. La Russia ha fame: guardatevi dal
distribuire soccorsi, avvelenate le sue piaghe invece di curarle; non
opponete mai la ragione al delirio. La febbre invece di essere una
malattia è un rimedio trovato dalla natura per ristabilire l'equilibrio,
un rogo, che ogni corpo accende spontaneamente in sè stesso per bruciare
i microbi che lo divorano. Siccome la Russia è un popolo essenzialmente
agricolo, la rivoluzione deve farsi nelle campagne e non nelle città,
alla periferia non al centro. Tutto fu errore fin qui; lo Czar riuscì
più abile di voi altri.

— Siete sicuro di saper tutto per giudicare?

— So quello che ne sa l'Europa, i fatti e le intenzioni. Lo czarismo
voleva appoggiarsi sul popolo contro le classi medie, e
coll'emancipazione vi è riuscito; voi intendevate a sollevare il popolo
contro lo czarismo, e avete fallito. La maggioranza del popolo russo
crede Alessandro II un martire dei signori. Ora è tempo di mutare: ecco
perchè sono venuto a voi. Il nichilismo, passato dallo stadio letterario
a quello settario, deve cangiarsi in partito. Voi sapete che i partiti
si reclutano nel grosso pubblico, e debbono assimilarsi tutti gli
interessi per essere capaci di tutte le trasformazioni. Ogni setta è
essenzialmente aristocratica. Aprite a tutti le vostre file e chiudete
tutti i nascondigli: chi si cela ha paura.

— Giovane! disse uno dei cinque, quello che aveva al dito il sottile
anello matrimoniale: ora insultate.

— Non avete voi le maschere, mentre io sono scoperto? Io sono sicuro del
mio pensiero, voi dubitate del vostro. L'Europa ride del nichilismo.

Un altro sussulto scosse il Comitato, ma il presidente girando intorno
un'occhiata li rattenne.

— L'Europa, proseguì Loris, gettando uno sguardo trionfante a Kriloff,
mandò rappresentanti di tutte le dinastie e di tutti i giornali a Mosca
per l'incoronazione di Alessandro III; quello era il momento per
ucciderlo; non vi riusciste. Vi vantaste di concedergli una tregua, di
cui l'Europa sorrise; non si dà quartiere al nemico, che si può
uccidere. Il vostro trionfo consiste nel costringerlo a spendere mezzo
miliardo all'anno nella polizia e ad uscire circondato da gendarmi. La
Russia soffre.

— E voi soffrite? gli domandò il presidente con glaciale ironia.

— Sì, ma ho trasformato il mio dolore in odio; io sono armato, il
problema è di armare la Russia. Finchè il dolore non diventa arma, una
rivoluzione è impossibile. La Russia soffre. Da mille anni la sua vita
si trascina nella penombra della storia; il suo popolo fu sempre
schiavo, la sua aristocrazia sempre schiava, i suoi czar sempre schiavi.
Non un'idea è russa nella storia, non un progresso è nazionale nella
nostra vita. Ciò che chiamiamo progresso russo, fu un capriccio
burocratico di Pietro il Grande e di Caterina II; la Russia non ebbe di
vivo che l'istinto socialistico e lo mantenne nel mir, ma accerchiata
dal mondo moderno la sua vita divenne tragica. Tutte le nostre sette
religiose esprimono la rivoluzione: da coloro che si stordiscono nelle
orgie idolatriche a coloro che si castrano, dai predicatori del suicidio
agli apostoli dei roghi, nei quali le madri venivano senza piangere a
gettare i bambini, tutto è dolore nella religione russa; la letteratura
vi soccombe. Calcolate quanti secoli e quanta varietà di dolori
dev'essere stata necessaria perchè tanti milioni di uomini possano
sentire e pensare così: eppure la loro vita aumenta col loro numero.
Armate dunque la loro vita dei loro dolori, gettate il popolo nella
guerra perchè ne esca sano e trionfante. Sono venuto a proporvela.

— Chi rappresentate voi per parlare così?

— Io sono la giovane Russia.

— Nessuno può dire così grande parola.

— E nessuno negarla quando si è detta.

— Che faceste voi finora?

— Giacchè diceste di essere informato sul mio conto, dovete saperlo.

— Viveste di giuoco, ribattè con voce aspra il presidente.

A questo scoppio di tempesta Kriloff alzò sbigottito la faccia: la sua
ammirazione per Loris, cresciuta a quella sovrana alterigia di attacco
contro il Comitato Esecutivo ancora più temuto dagli adepti nichilisti
che dallo Czar, gli toglieva d'immaginare come questa scena potesse
conchiudersi.

— V'ingannate, replicò Loris: avevo duopo di una somma per i primi
provvedimenti della rivoluzione, e la rubai al giuoco. Posseggo 150.000
rubli: dovetti esercitarmi sei mesi per diventare invincibile
all'_ecarté_.

A questa confessione, spaventosamente superba, tutto il Comitato fissò
Loris con ammirazione.

— Quanto avete voi in cassa, signore? Se andremo d'accordo, io sono
pronto domani a fare il mio versamento.

Il presidente non rispose, e Loris appoggiando un gomito sul tavolo
quasi per appressargli il volto e appesantire meglio il colpo:

— Sareste così borghese da giudicarmi un ladro?

Quindi volgendosi a Kriloff:

— Te lo avevo detto, sono vecchi!

A questo insulto il presidente si levò: la sua fronte, che saliva al di
sopra della maschera, aveva impallidito, i suoi occhi neri brillavano.
Loris era in piedi.

— Giovane! proruppe, ascoltate dunque la parola di un vecchio.

La sua voce era rauca.

— Se noi siamo fossili, perchè venite dunque a cercarci? Siete forse un
geologo? Invece vi credete un politico, e non siete che un letterato.
Avete elaborato un disegno nel silenzio della vostra testa, e siete
tornato in Russia per la vanità di esporcelo offrendovi alleato di un
partito, che in molti anni di lotta si è fatto un nome mondiale. Noi
abbiamo ucciso uno czar, teniamo l'altro bloccato nel proprio palazzo,
abbiamo una falange di scrittori e una moltitudine di condannati. Voi
disprezzate tutto questo; la fanciullezza della vostra superbia vi fa
credervi un messia per aver pensato alla guerra civile. Se foste nato
uomo di Stato o di guerra, sareste rimasto in Russia per riunire intorno
a voi un partito o una banda; invece emigraste, costeggiaste all'estero
tutti i nostri amici senza entrare nelle loro cospirazioni, perchè non
vi avreste potuto essere primo. Rubaste, lo diceste voi, al giuoco, per
impossessarvi di una somma, colla quale iniziare una sommossa, ma su
quella somma da molto tempo vivete con lusso. Non vi giudico, signore,
vi analizzo: sono più cortese di voi. Chi siete? Uno studente che non ha
studiato, il figlio abbandonato di un pope, un giuocatore, che le carte
hanno arricchito e le carte possono impoverire. Il vostro ingegno, sono
contento nel riconoscerlo, è di letterato: avete creato a voi stesso una
parte fra Bazaroff e Raskolnikoff, fra l'eroe di Tourguenief e quello di
Dostoiewski; se saprete scriverla, diventerete illustre nelle lettere,
se non lo saprete....

E parve arrestarsi.

— Dite, proruppe Loris violentemente pallido ripetendo la stessa parola,
colla quale il vecchio sembrava dianzi averlo sospinto.

— Non finirete molto meglio di quei due eroi da romanzo.

Kriloff si sentì girare la testa: gli parve che Loris si cercasse in
tasca il terribile ago, ma invece intese la sua voce, improvvisamente
calma e cortese per uno sforzo onnipotente di volontà, rispondere:

— Avevo prevista questa obbiezione: non facendola, signore, avreste
dovuto arrendervi ai miei argomenti. Ora ci conosciamo, più tardi
c'intenderemo.

Il presidente scosse il capo.

— La gioventù è talmente infallibile nel proprio istinto che la
vecchiezza non può essere saggia che seguendola. Vieni, Kriloff.

— Signori, seguitò, poichè voi sarete sempre informati sul conto mio, è
inutile che io vi lasci il mio indirizzo pel caso che aveste bisogno di
me. Vorreste, signore, dirmi dove potrei trovarvi all'occasione?

Il presidente, sconcertato da questo sangue freddo, titubò.

— Siccome conserverete la vostra fiducia al mio amico Kriloff, avrò il
piacere di servirmi di lui per corrispondere con voi. Egli è abbastanza
forte.

Quindi, inchinandosi loro nuovamente come dinanzi ad un circolo di
signore, stese la mano verso il ritratto dello Czar ucciso.

— Per la morte di Alessandro II, la più gloriosa impresa del vostro
partito; noi ci ritroveremo, signori, alla guerra.

— Vieni, Kriloff.

Kriloff lo seguì dopo aver salutato goffamente il Comitato.



III.


Avevano già percorso un lungo tratto di strada senza barattare una
parola, quando Loris, fermandosi bruscamente, disse:

— Ora separiamoci; Ogareff ti aspetta sulla piazza del teatro. Ti
permetto di raccontargli tutto, lo credi sicuro anche tu?

— Ogareff! esclamò Kriloff: preferirei dubitare di me stesso. La sua
condotta verso Rodion, che nemmeno conosceva, mi pare argomento che
basti.

Loris rimase pensieroso.

— Domani alle due vi aspetto da me: tu ci verrai prima; digli che venga
colla carrozza; è bene che la carrozza attenda alla mia porta.

E gli strinse la mano.

Kriloff era agitato. Malgrado il suo noto coraggio dopo gli avvenimenti
di quella sera stentava a rimettersi; ogni tanto si gittava occhiate
dinanzi e di dietro, stringendo colla mano sinistra nella tasca della
pelliccia il calcio di un piccolo revolver.

— Credi che non accadrà nulla? domandò inquieto.

— Che cosa potrebbe accadere?

— Quel....

— A quest'ora lo avranno già raccolto: passerò io per quella strada.

Ma, appena rimasto solo, il suo viso si offuscò: involontariamente si
mise a camminare più adagio.

La notte era serena e frizzante, passavano poche persone e molte
pattuglie. Loris si respinse il cappello dalla fronte, sbottonandosi la
pelliccia: aveva caldo. Una violenta tempesta si era scatenata nel suo
spirito, sferzandogli il sangue e mettendogli sotto il lividore del viso
una rigidezza, che avrebbe destato molti sospetti in un osservatore
intelligente. Un orologio di chiesa, che suonò le undici, lo fece
sostare; contò mentalmente quei suoni. Il colloquio era dunque durato
due ore.

Un momento pensò di tornare addietro per incontrare qualcuno del
Comitato, che non poteva tardare molto a sciogliersi, ma riflettè che
probabilmente avevano un'altra uscita, e che egli stesso era forse
sorvegliato da qualche nichilista. Un rapido esame della gente, che
passava, non bastò a convincerlo del contrario: quindi dominandosi con
uno sforzo violento si riabbottonò la pelliccia e proseguì coll'andatura
di un elegante, il quale vada al circolo o ne venga. Aveva detto di
passare per quella strada. Il cadavere doveva esservi stato raccolto, e
tutti gli agenti della polizia già in moto. Certamente ne incontrerebbe
qualcuno.

Con meravigliosa prontezza ripassò nella mente tutte le congetture, che
la polizia potrebbe fare su quell'assassinio. Solo i fiaccheristi, che
avevano servito a quella caccia, avrebbero potuto raccontandola mettere
la polizia sull'avviso, ma l'infelice era disceso egli stesso in
un'altra strada per far perdere le proprie traccie. Il loro fiaccherista
aveva forse sospettato di qualche cosa, ma essi pure erano smontati
troppo presto, e quell'altro fiacre li aveva troppo oltrepassati per
farlo insistere sopra un vero sospetto: d'altronde non poteva aver
distinto il signore che li inseguiva. Nessun fiaccherista chiamato in
polizia confesserebbe mai, per la paura di mescolarsi ad un qualunque
processo, di ravvisare in quell'ucciso un signore da lui servito. La
polizia come indovinerebbe quella caccia interrotta con una tale morte?
Certo la puntura al collo di un ago intinto nell'acido prussico doveva
far credere ad un colpo nichilista, ma appunto per questo diventava più
difficile scoprirne l'autore. Certamente il morto aveva a Pietroburgo
qualche missione speciale, quindi i sospetti cadrebbero in falso. A
quest'ora le spie dovevano aggirarsi fra quella strada e le altre vicine
per sorprendere una mossa imprudente fra coloro, che sapendo
dell'assassinio vi passassero per la sinistra curiosità, onde i
delinquenti sono attirati sul luogo del delitto.

Un sorriso brillò negli occhi di Loris scorgendo da lungi l'angolo della
via, ove aveva commessa quella prima uccisione di guerra. Traversò la
strada, e lungheggiando lo stesso muro cercò indarno sulla neve
l'impronta dei propri piedi fra quella di tutti gli altri: forse
nell'altra, meno frequentata, una sua orma poteva essere rimasta indizio
intelligibile solamente a lui, nullameno indizio.

All'imboccatura della strada un signore, che sembrava andare troppo
adagio, lo squadrò; Loris passò oltre, rivide il gomito dove colui era
caduto: sulla neve sparnazzata fra molte orme si distingueva come il
solco di qualche cosa, che vi avesse strisciato, ma non sapendo nulla
dell'accaduto doveva essere impossibile badarvi; e Loris non vi badò.
Nullameno il cuore gli batteva più forte: il rumore di un passo, che gli
veniva incontro, gli diede una più intensa emozione.

— Come sarà andata la cosa dopo?

Una violenta curiosità mista di superbia s'impadronì siffattamente di
lui, che dovette lottare seco stesso per proseguire senza voltarsi
addietro, collo stesso passo, infilando l'altra strada.

— Era una spia, si disse pensando al morto: egli non m'avrebbe certo
risparmiato.

Questa terribile verità non bastava nullameno a tranquillizzarlo. Una
spia è sempre in istato di guerra? La ragione gli rispondeva di sì, ma
non pertanto sentiva che un soldato uccidendo un nemico in agguato
proverebbe una sensazione assolutamente diversa dalla sua. Era
differenza di morale o di educazione? Il soldato, che uccide in guerra,
è senza rimorsi perchè sa di ubbidire ad una forza superiore: non egli
volle la guerra; bisogna che vi uccida per non essere ucciso. Il
generale che la dirige, l'uomo di Stato che la dichiarò, sono egualmente
senza rimorsi, perchè non essi vi uccidono: che cosa è dunque il rimorso
per la uccisione di un uomo? Fra rivoluzione e governo la guerra non era
dichiarata? Le spie non erano così l'esercito del governo, come i
congiurati quello della rivoluzione? Ammazzare una spia, che vi pedina,
era anche meglio che sorprendere in guerra un manipolo agli avamposti;
bisognava ammazzare quella spia, senza paura e senza pietà, per salvare
sè stessi; sentirne rimorso dopo era mettere in dubbio la sincerità
della propria posizione di ribelle contro il governo. Vita per vita.

Loris scosse il capo, quasi per scrollarne un ultimo dubbio, tastandosi
nella tasca l'astuccio del pugnaletto. Che una delle tante pattuglie lo
fermassero, e tutto era perduto. Loris pensò al come nascondere quella
piccola terribile arma senza riuscirvi. Il meglio ancora sarebbe stato,
nel caso di un incontro, lasciarla cadere e sprofondarsi nella neve:
difficilmente però a Pietroburgo avrebbe potuto procurarsene un'altra.
Era un'arma perfetta.

A mano a mano che si avvicinava alla piazza Isaac, l'inquietudine gli
cresceva: gli pareva di rivedere quell'uomo alto, elegante, colle fedine
rosse, d'aspetto e di modi signorili, tendergli ingenuamente la
scattolina dei fiammiferi. Poi si rammentava le confidenze sovra esso
del colonnello Lavrof, l'illustre pubblicista emigrato, già direttore
del _Zemlia_ e _Volia_: rivedeva la scena del gabinetto da pranzo
ripensando con orgoglio sinistro le parole imprudenti, colle quali era
riuscito ad impaniarlo. Imbecille! mormorava nel pensiero, mentre dalla
neve si sentiva un freddo sottile salire per le gambe, qualche cosa di
terrifico che gli arrivava alla coscienza. Il cappello a cilindro di
quella spia era sbalzato a molta distanza restando ritto, si ricordava
questo particolare: l'infelice si era arrovesciato aprendo le braccia,
colla testa indietro. Era stato un istante, ma nullameno Loris aveva
visto la morte entrare in quella spia, e schiacciarla. Rivedeva la
contrazione spaventosamente rapida della sua faccia, una contorsione
della bocca, che non aveva potuto parlare, con uno sguardo feroce, poi
supplichevole quasi nel medesimo attimo.... ma il veleno arrivato al
cervello ne aveva cacciato tutto l'ossigeno arrestandovi ogni moto. La
spia era morta barcollando, prima ancora di toccare la neve.

— Imbecille! ripeteva con crescente amarezza: forse neppure lo pagavano
bene. Che gl'importava della nostra battaglia? Egli non aveva nemmeno
abbastanza ingegno per intenderla, mentre per pochi rubli al giorno era
pronto a farci arrestare ed uccidere tutti. Un antropofago era dunque
spiritualmente più alto di lui; quegli non mangia se non colui, che potè
far prigioniero, e non lo mangia che avendo fame. La Terza Sezione non
lo rimpiangerà.

— Che dovessi rimpiangerlo io!... esclamò a bassa voce, come per
frustare la codardia del proprio sentimento, che non giungeva a
calmarsi.

Era arrivato.

Il dwornik lo salutò più che rispettosamente nel ricevere un rublo di
mancia, ed insistè per fargli lume lungo le scale: Loris temeva di
essere pallido, ma il portinaio non se ne avvide. Appena
nell'appartamento accese una candela e, senza trarsi la pelliccia, cercò
vivamente intorno come nascondere il pugnale. Rapidissimamente imaginò
molti modi senza appagarsi di alcuno. Gli accadeva come sempre che
cercando un nascondiglio non si può per logica fatale esserne
soddisfatti: perchè altri non potrebbe avere la stessa idea per
scoprirlo? Il pensiero ha naturalmente per rivale il pensiero.

Improvvisamente colto da un senso di vergogna depose il pugnale sul
tavolo come a sfida, così che il primo entrando dovesse per forza
vederlo e provare la tentazione di esaminarlo: quindi si gettò sul
divano. Era stanco, si sentiva la testa pesante. Gli parve che la camera
fosse fredda malgrado la stufa piena di carbone, che bruciava
nell'angolo presso la finestra; la candela agitava sulle pareti subite
masse d'ombra, che dileguavano nel vuoto. Ascoltò il silenzio, tese
l'orecchio per le vie di Pietroburgo, ancora ignara della sua presenza,
ma che si sarebbe presto sottomessa alla sua volontà.

La città immensa sonnecchiava sotto quel leggero velo di neve, nel caldo
delle proprie stanze affollate di gente immemore di sè stessa a
quell'ora. La notte isola gl'individui nel sonno: la società non esiste
più mentre ognuno rientra nel proprio mondo. Egli stesso ricominciava il
solito sogno di rivoluzione e di vittoria. Tornato dopo quattro anni a
Pietroburgo per accendervi la guerra, in quella notte aveva già
atterrato una sentinella nemica, e tenuto il primo consiglio collo stato
maggiore dei propri alleati. Naturalmente era riuscito ad una scissura
con una affermazione però anche più grande. Egli, solo, senza autorità
di precedenti, colle uniche forze dell'ingegno e della volontà, aveva
potuto ottenere un abboccamento da quel terribile Comitato esecutivo,
contro il quale da tanti anni falliva tutta la potenza dello Czar. Chi
erano quei cinque mascherati, di cui la sola presenza sospettata sarebbe
bastata a sconvolgere istantaneamente tutti gli uffici della Terza
Sezione, la grande guardia politica dell'impero? Riandava sottilmente
tutta la scena trovando strano egli stesso di essere stato ricevuto.
Certo il Comitato aveva sul conto suo informazioni anche più
rassicuranti di quelle che Kriloff aveva potuto fornire. Pensò al
colonnello Lavrof, che gli aveva testimoniato a Zurigo una fuggevole
amicizia, a Plachenov il celebre critico della rivoluzione francese,
emigrato anch'egli a Ginevra, ad Eliseo Reclus il grande geografo, a
Krapotkine il principe esiliato, a tutti gl'illustri nichilisti
conosciuti all'estero, coi quali aveva sempre trattato alteramente;
pensò agli antichi compagni d'università, cui si era mostrato sempre
nella infrangibile unità del proprio sistema rivoluzionario, pensò
all'immenso potere, al portentoso servizio d'informazioni, di cui il
Comitato doveva essere provvisto nella sua lotta titanica contro lo
czarismo, e non pertanto la facile prontezza di quel colloquio gli
rimaneva inesplicabile. Nessuna difficoltà, nessuna goffagine teatrale:
le piccole maschere di quei cinque non erano nemmeno abbastanza grandi
per coprire loro tutto il volto; ad uno aveva notato le fedine grigie,
di un altro ricordava una fine cicatrice bianca sulla fronte, di un
terzo aveva osservato la forma troppo allungata del cranio. Nessuno di
loro portava guanti.

Si fidavano dunque di lui? Sapevano già del suo disegno? Avevano
valutato l'energia del suo carattere incapace di tradire in qualunque
più tragica circostanza? Subitamente questa loro superiorità lo avvilì.
Aveva creduto far pompa di molto ingegno presentandosi solo e come
alleato, mentre invece sapevano già tutto, e lo avevano ricevuto....
perchè? Perchè? se conoscendo le sue idee le disprezzavano? Era da parte
loro una superbia maggiore, o una lunga esperienza li aveva finalmente
persuasi di mutare la lotta di setta in guerra di partito? Le ultime
parole del presidente gli sferzavano ancora le orecchie come una corda
di _hnut_. «Voi non siete che un mezzo letterato, uno di quei tanti
artisti costretti di creare a sè medesimi la parte di un personaggio,
che non sanno obbiettivare nell'arte.» Perchè chiedere quel colloquio?
Egli pure aveva fatto dell'accademia drappeggiandosi nelle frasi; per
uno scatto della vanità ferita aveva persino confessato di aver barato
al giuoco, attirandosi da quel vecchio un freddo rabbuffo.

In queste meditazioni Loris diventava sempre più scontento di sè
accorgendosi di non conoscere ancora abbastanza gli uomini per saperli
maneggiare. Per un generale e per un uomo di stato non vi poteva essere
difetto maggiore; la sua era dialettica di libro, visione di sistema,
abilità scenica, che si perdeva nell'ammirazione dei propri effetti.

Non potè star sdraiato: si alzò, passeggiò nervosamente per la stanza.
Era solo, non aveva nessuno al mondo. Dopo un quarto d'ora si trovò
appoggiato ai vetri della finestra, guardando giù nella strada senza
vederla. Gli era sembrato di essere in una solitudine senza confine e
senza forma, solo colla propria idea, come un naufrago aggrappato ad una
tavola sul mare inerte e sotto il cielo vuoto. Pensò ai grandi
abbandonati, a Cristo sul Golgota, a Prometeo sul Caucaso, a Napoleone a
Sant'Elena, a coloro periti sconosciuti nei deserti del pensiero e
ritrovati poi dalla critica tanti secoli dopo; ai viaggiatori morti
ignorati dalla patria, che avevano abbandonato e dai popoli che avevano
scoperto; pensò alla morte di Bazaroff, improvvisa, accidentale,
assurda, e alla sprezzante, quasi muta, protesta del suo spirito dinanzi
ad essa: pensò all'isolamento di Raskolnikoff in Siberia, e al suo
rammollimento d'amore per Sonia, la nuova Maddalena; idillio grottesco
spuntato da un ignobile dramma come un fungo da un corpo fradicio. Si
sentiva solo, dimenticato, dimentico egli pure. Per lottare bisognava
essere fuso con altri, perchè solamente così si poteva dominare la loro
volontà. Egli invece era vissuto sempre solo, non si era mosso, non
aveva agito che nel proprio pensiero.

Una smania gli esasperava tutti i muscoli: avrebbe gridato per riempire
colla propria voce quella camera, della quale il silenzio era senza
misura. Ah! Almeno aveva ucciso quella spia: era un fatto, lo aveva
ucciso tosto, bene, senza che nessuno lo sapesse ancora, e nessuno
potesse mai saperlo. Ma così ricadeva nel difetto della vecchia scuola
nichilista. Invece bisognava uccidere all'aperto, colla rivolta, fuggire
magari, ma per ripresentarsi domani perchè tutto il mondo lo sapesse e
potesse interessarsene. Solo in tal modo si compiono le rivoluzioni; il
resto era letteratura, quella letteratura, che il presidente gli aveva
rinfacciato, e per la quale sentiva da tanti anni un odio pieno di
disprezzo.

Però la sua volontà si ostinava. Dalla vita passata gli tornava nella
coscienza un orgoglio caldo perchè il suo pensiero appena divenuto
abbastanza forte per ripiegarsi sopra sè medesimo aveva giurato guerra
mortale alla società. Di questo sentimento e di questa idea era vissuto
sino allora. L'abitudine di decomporre uomini ed avvenimenti gli rendeva
ora più facile l'esame di quel colloquio col Comitato Esecutivo. Se lo
avevano ricevuto da pari a pari, credevano dunque alla sua potenzialità
se non alla sua potenza, altrimenti perchè lo avrebbero ricevuto? Loris
si ricordava l'involontario rispetto e la prudente riserva, che aveva
sempre ispirato a quanti aveva conosciuto. Nessuno lo aveva mai preso
per un giovane come gli altri, ebbro della giovinezza della vita. Era
vissuto solitario come il Mady, l'ultimo profeta maomettano d'Africa,
preparandosi nel deserto a domare la società con un'idea. Inconsciamente
i giovani lo avevano sempre accettato per capo, quantunque non dividesse
alcuna delle loro passioni; le donne invece lo guardavano curiosamente
evitandolo. Sebbene bello, non era mai stato simpatico, e il suo
orgoglio se ne compiaceva.

Loris non amava abbastanza la vita per amare l'amore, che moltiplica i
bambini senza un pensiero di quanto dovranno soffrire in una società,
ove i pochi posti buoni sono già presi. Egli era vissuto altrove, più
alto. Gli uomini gl'ispiravano un disprezzo inesauribile, giacchè per
vivere si rassegnavano a tutte le bassezze divertendosi quasi egualmente
in ogni condizione. A questi uomini egli era apparso sempre come un
essere diverso, mentre i pochi, che l'avevano seguito qualche tempo
collo spirito, si erano convinti anche maggiormente della sua
eccezionalità. Da questo egli deduceva la propria predestinazione
poichè, come tutti coloro che vivono di una sola idea, era arrivato a
fondervi tutta la vita.

Ora lo scisma coi capi nichilisti lo rendeva capo al pari di loro; un
qualunque atto di rivolta li avrebbe costretti a sottomettersi nelle
file del suo nuovo partito. Quel primo gruppo di studenti, ritrovato a
Pietroburgo era di buon augurio.

Slotkin e Kriloff, antichi compagni d'università, si erano mantenuti
pari alle promesse politiche di allora; quella piccola assemblea in casa
di Andrea Petrovich, raccolta a discutere sul come salvare Rodion
abbandonato dal Comitato Esecutivo, sarebbe il primo nocciuolo della
rivoluzione: nessuno di essi credeva più al vecchio nichilismo, pure
ostinandosi nella necessità della lotta contro lo Czar. Era bastato a
Loris presentarsi in mezzo a loro per dominarli; con essi ne troverebbe
altri per iniziare presto una campagna. Agire, agire sempre, magari
male, ma agire.

Loris passeggiò a lungo per la stanza: il suo volto era tornato rigido
nell'imperiosità del comando, così che passando dinanzi allo specchio si
ammirò.

Poi si gettò sul divano.

Poco dopo dormiva. La candela ardeva sul tavolo presso l'astuccio nero
del pugnaletto, dal quale l'oscillazione della fiamma traeva ogni tanto
qualche bagliore.

La mattina si svegliò calmo: uscì presto ed entrò in un caffè per
leggere nei giornali il racconto del cadavere trovato in quella strada.
Con sua grande meraviglia i giornali non ne parlavano. La polizia era
dunque abbastanza abile per tacere l'accaduto, cercando di venirne così
a capo più facilmente. L'aspetto mattinale della città lo impressionò
vivamente: tutti i negozi si aprivano, la gente scendeva nelle strade
frettolosa, ognuno preoccupato del proprio problema segreto; pochi
fiaccheri giravano, mentre un vento tiepido fondeva la poca neve
mutandola in fanghiglia. La città non aveva ancora la propria fisonomia
di lusso, persino la vigilanza delle guardie vi sembrava rilassata.
Loris ne esaminò parecchie: girellavano oziando, come incaricate di
facilitare il viavai della gente, che si disponeva a lavorare
allegramente; si vedevano pochi poveri e meno accattoni. L'immenso
dolore russo, che egli sentiva nell'animo, non sembrava noto ad alcuno.
La vita ricominciava colla solita tranquilla operosità.

Gli avvenimenti della notte gli ritornarono alla mente, quasi
inintelligibili. Dove era la rivoluzione? Con chi fare una rivoluzione?
Si vide dinanzi la giornata vuota; era senza impiego, senza parenti,
senza amici. Gli mancava l'occupazione quotidiana, l'esercizio normale
dell'esistenza. Tornò a casa, ma non seppe rimanervi: quindi andò in
cerca di Kriloff; questi, gli disse il dwornik, era uscito.

Allora prese un fiacre, ripassò per la strada, ove aveva ucciso quella
spia, nell'altra, ove era la casa misteriosa del Comitato; percorse due
o tre volte l'immenso stradone lungo la Newa. Il fiume era torbido ma
calmo, pieno di barche, brulicante di uomini che lavoravano. Le finestre
e i balconi signorili si schiudevano; la giornata sarebbe splendida, col
sole scintillante.

Si fece condurre al porto: v'erano molti legni da guerra, enormi,
onnipotenti.

Il malessere gli cresceva. Discese per stancarsi a piedi, poi credendo
di aver fame, malgrado l'eleganza dei propri abiti entrò in una bettola
per far colazione. Molti popolani vi bevevano dell'acquavite e
mangiavano del pesce. La vista di un signore li mise in curiosità,
fors'anco in sospetto. Dovette uscire dopo avere inghiottito un
bicchiere di pessimo kvass. Egli non sapeva dunque affratellarsi col
popolo? Questo pensiero lo ferì richiamandogli alla memoria le ultime
terribili parole del presidente.

Poi s'imbattè in Lemm. Il piccolo ebreo era sempre così mal vestito,
annegato entro la giacca troppo larga, dalla quale il suo viso da faina
sorgeva con sinistra comicità. Camminava così frettolosamente che Loris
non osò fermarlo.

Dovette ritornar solo a casa per attendervi Kriloff e Ogareff.

Si presentarono gravi: Ogareff dopo le confidenze di Kriloff si
manteneva in sussiego; nullameno, quando Loris gli espose tutto
l'accaduto, il suo sangue giovane rifermentò.

— Ora tocca a noi agire, concluse Loris.

Ogareff approvò col capo; il difficile stava nel trovarne il modo. Per
una rivolta occorreva un centro ed un nucleo, ma l'ostilità dei vecchi
nichilisti, combinata colle persecuzioni della polizia, raddoppiava
pericoli e difficoltà. Ogareff accettava con entusiasmo l'idea di una
rivoluzione per capitanare una banda: parlò delle proprie terre, ma non
credeva nè ai propri mugiks nè a quelli dei comuni, ove le sue terre
erano incastrate. Il suo disprezzo per i mugiks era assoluto: avrebbe
preferito reclutare gente fra gli operai di città, meglio capaci
d'intendere la rivoluzione. Loris invece insisteva nel disegno di una
rivolta campagnuola: solamente questa in Russia poteva essere vera. Il
problema era d'aiutarla con armi e danaro, facendola trascendere così
che nessuno, entratovi, potesse più uscirne.

La prima necessità era dunque di abbandonare Pietroburgo, e percorrere
gli altri governi per trovarvi un focolare, sul quale soffiare. Loris
domandò quanti giovani si raccozzerebbero a Pietroburgo, abbastanza
forti per mettersi a questa impresa: bisognava fonderli in una nuova
società, non averne molti, ma sicuri. Di quelli, che Loris aveva trovato
in casa di Andrea Petrovich, non uno era da scartare: si poteva riposare
tranquilli sulla loro fede, se non che erano poveri. A questo avrebbero
parato i primi 150,000 rubli di Loris.

Udendo questa cifra, Ogareff ebbe un sorriso stentato.

Loris, che se ne accorse, gli tese la mano.

L'altro non comprese.

— Ogareff, disse Loris con calma severa ma senza minaccia, se i
pregiudizi della vostra nascita vi fanno credere che io sia un ladro,
siamo ancora in tempo per separarci. Noi siamo per tentare una
rivoluzione unica nella storia russa: tutto è permesso, perchè tutto
deve essere rinnovato. Io ho già rubato al giuoco ed uccisa una spia;
sono pronto a tutto.

Ogareff gli strinse la mano.

— Scusate, Loris; vi ammiro, ma confesso francamente che non lo avrei
fatto. Comprendo che abbiate uccisa quella spia, guai se non l'aveste
fatto! era vita per vita. Quanto al giuoco... e si fermò.

— L'onore convenzionale del gentiluomo vi toglie di comprendere questa
suprema necessità del furto; eppure la società, che noi vogliamo
rovesciare, non ha altra base.

— Ve lo accordo: non parliamone più, aggiunse con sorriso simpatico. Mi
perdonerete la mia debolezza, ne abbiamo tutti.

Proseguirono a discutere.

Il disegno di Loris era di un'abbagliante semplicità. I contadini russi
sono da cinquantaquattro milioni sopra una popolazione di cento, ma in
quest'ultima cifra sono comprese tutte le nazionalità non russe, che
compongono l'impero: la popolazione russa è dunque agricola per tre
quarti. Le città sono scarse, ad immense distanze, con pochissima vita
industriale e meno importanza civile: mancano le classi medie. Il mugik
e lo Czar, il mir e l'autocrazia, ecco la Russia. Sino a ieri tutti i
nichilisti avevano agito nel nome e collo spirito della nuova borghesia,
educata all'università, per ribellarsi contro la burocrazia dell'impero;
se il programma nichilista era tutto pieno di idee socialistiche, la sua
passione segreta ed inconfessabile era la bramosia del potere
nell'impero, altrimenti il nichilismo non avrebbe fatto falsa strada. Il
vero nemico non era dunque lo Czar, emblema religioso e politico
assolutamente vuoto, dentro il quale comandava l'antica aristocrazia dei
Boiari e quella nuova dello tckin. Poichè la necessità delle riforme si
era così rivelata ad Alessandro II, il migliore di tutti gli Czar, da
persuadergli colla emancipazione dei servi l'istituto dei giurati e
molti altri tentativi di riorganizzazione dei comuni e delle provincie,
bisognava spingere la sua opera agli ultimi confini della logica
rendendo ai contadini le terre rimaste dei signori, abrogando il
riscatto dovuto a questi e compiendo con un atto solo l'emancipazione,
che non sarebbe ultimata se non nella seconda metà del secolo venturo.
Invece di attaccare lo Czar, nella fede del quale l'anima dei mugiks era
incrollabile, si doveva dipingerlo come vittima dell'aristocrazia per
scatenare contro di essa l'odio della plebe: anzitutto giovarsi dei mir
suggerendo loro di non pagare le quote di riscatto per le terre
ricevute, e persuadendo ai contadini delle altre di cedere ai mir i
ricolti dei padroni. Questi per esigere le rendite scenderebbero a tutte
le angherie, ma i poveri sarebbero allora anche più vessati e più
facilmente insorgerebbero. In ogni comune l'unico letterato era lo
scrivano, il pisar, sempre uno spostato e quindi un rivoluzionario,
succeduto nell'importanza all'antico signore: il pope, non mai ben
trattato dall'aristocrazia, per lo stesso sentimento di odio e di
avarizia sarebbe colla rivoluzione. Quindi servirsi di tutte le rivalità
nazionali aiutando qualunque moto d'indipendenza, non pubblicare nè
programmi nè proclami socialisti, agire sui maggiori punti possibili,
con tutti i mezzi, sotto ogni nome. Le prime armi sarebbero da caccia,
poi l'Inghilterra ne fornirebbe altre. Che il gallo rosso dell'incendio,
come lo chiamano i mugiks, si alzasse svolazzando su tutti i castelli
dei signori, e le campagne diverrebbero presto libere; impossibile al
governo difendere la scarsa aristocrazia disseminata a grandi distanze,
mentre tutto lo sforzo della polizia si condenserebbe alla capitale per
salvaguardare lo Czar dai nichilisti. Laonde bisognava lasciare costoro
alla vanità dei loro attentati, mentre si purgherebbero le campagne dai
signori. Appena i mugiks credessero alla possibilità d'impossessarsi
delle altre terre, la rivoluzione diverrebbe irresistibile. Il solo
proclama necessario era un falso uchase dello Czar, che cedesse loro il
resto dei terreni: molti credevano già ingenuamente che lo Czar lo
avesse spedito ai governatori, ma che questi nel proprio interesse lo
tenessero segreto. Bisognava insorgere al grido di viva il mir e lo
Czar: patriziato e borghesia, presi fra due fuochi, non saprebbero
resistere. I reggimenti, composti di mugiks e comandati da una
uffizialità di signori, non sarebbero efficaci nella repressione:
basterebbe l'esempio di un battaglione, che uccidesse il proprio
colonnello, per rendere pensosi tutti gli altri.

Il volto di Loris era diventato livido.

— Ci batteremo per bande: è facile; le campagne sono piene di vagabondi
e di ladri, che aspettano un segnale. Essi cominceranno l'incendio dei
castelli; i contadini sulle prime non oserebbero, ma, scomparso il
padrone, disubbidiranno subito all'intendente, che si associerà loro per
dipingere al signore come impossibile ogni ritorno. Tutti i popoli
simpatizzarono sempre coi masnadieri: bastò a questi avere qualche volta
preso la difesa di un povero per accapararsi tutte le simpatie e
diventare leggendari. Quando tutte le terre apparteranno ai mir, il
comunismo in Russia avrà trionfato: quindi cogli artel, queste vecchie
confraternite di arti e di mestieri, applicheremo il collettivismo.
Lasciate all'Occidente, disceso da altre civiltà, studiare un'altra
riforma e un altro socialismo. Il nemico è nelle alte classi; bisogna
usare verso di esse come gl'inglesi trattano ancora gl'indigeni
d'America. Se gli storici borghesi vantano oggi il modo col quale Ivano
il Terribile trattò i Boiari, i futuri storici popolani esalteranno la
maniera colla quale noi avremo soppresso i borghesi. Sarà una guerra
fratricida come quella che Cristo annunziò senza ardire di accenderle, e
che Giuda avrebbe voluto. Giuda, ecco il nostro eroe, il traditore di
Dio. Bisogna svestirsi di ogni scrupolo; non vi è più nè furto nè
assassinio contro il nemico. Ah l'onore del gentiluomo e del soldato!
Ammazzare un signore, che schiaccia un villaggio, è assassinio, mentre
distruggere un popolo è eroismo....

— Bisognerà dunque rubare ed assassinare? esclamò Ogareff.

— La rivoluzione è inesorabile. Da principio ci divideremo: i più abili
fra noi si spargeranno fra i comuni per sobillare i contadini; i più
coraggiosi raccozzeranno le bande. Tutti i nemici della società attuale
saranno i nostri amici. Ogni mugik possiede un cavallo ed un fucile,
ecco una cavalleria pronta a riunirsi e a disperdersi; abbiamo la steppa
e la foresta, due immensità: la neve è per noi contro i soldati,
l'inverno dura tre quarti dell'anno. Avventare il popolo sulle alte
classi, ubbriacarlo, avvelenarlo perchè si vendichi e distrugga, ecco
tutto. Accettate Dio e lo Czar, tutte le maschere divine ed umane,
rispettate tutte le superstizioni, di cui il popolo ha bisogno per
credere di aver ragione. L'assurdo è sempre stato il processo della
storia.

Una collera demente dava al suo sguardo verde una fissazione spaventosa,
mentre agli angoli della bocca sottile due rughe profonde gli
disegnavano un sogghigno marmoreo di sfinge. Ogareff e Kriloff lo
guardavano stupiti meno ancora per le formule selvaggie della sua
rivoluzione, oramai volgari nei discorsi e nei libri, che per l'accento
col quale dava ad esse la verità di un fatto già compiuto. Il poeta
Fedor non aveva che la fantasia dell'odio, Loris ne era più che la
passione.

— Uccidere uno Czar! Non hanno ancora compreso che ogni signore è Czar.

E si gettò sopra una sedia.

— Voi non mi credete, esclamò dopo una pausa.

Kriloff stava per rispondere, ma Ogareff lo prevenne.

— Debbo stasera radunare a casa mia gli amici? Lo volete? e la sua voce,
benchè risoluta, aveva un tremito.

— Verranno?

— So dove trovarli. Il pretesto sarà ancora l'opera di Andrea Petrovich.

Loris sentiva una difficoltà segreta in quella adesione così pronta di
Ogareff.

— Tu pure Kriloff?

— Lo sai bene, credo poco al socialismo; il tuo disegno....

— È il solo.

Kriloff non finì la risposta.

Allora Ogareff, alzandosi, nervosamente disse:

— Vi attenderemo a casa mia sulle nove.

— Spiegate loro tutto, voi m'avete compreso: questa notte getteremo le
basi del partito. Ah! non mi credete dunque? ripetè leggendogli il
dubbio negli occhi.

— Sentirete gli altri.

Quando furono in strada, si guardarono simultaneamente.

— Eppure non è pazzo, rispose Kriloff alla muta interrogazione
dell'amico.

— Allora: viva Tutceff! esclamò Ogareff già tornato, in quell'aria
tiepida, di buon umore; e ne declamò i due versi famosi:

    Non si capisce la Russia colla ragione
    Non si può che credere alla Russia.

Quindi si divisero per andare entrambi alla ricerca degli amici, ma
l'impressione di quel colloquio cresceva in loro. Come tutti i giovani
abituati a galvanizzarsi colla rettorica, provavano ora un malessere
improvviso al contatto di quella realtà, sulla quale si erano divertiti
a disegnare tante forme fantastiche. Loris era la logica nuda e gelida
del loro sistema rivoluzionario, ma una logica viva che accettava tutte
le conseguenze: rubare ed assassinare i signori, come questi da secoli
rubavano ed assassinavano il popolo. O colla rivoluzione o contro di
essa: nessun mezzo termine possibile, nessuna verità in un mezzo
termine. Il loro orgoglio recalcitrava davanti alla rivelazione di
questa necessità, mentre andando in traccia degli amici per convocarli
capivano di compiere un atto ben più importante dell'ultima volta,
quando si erano riuniti per aiutare Rodion colla convinzione anticipata
che sarebbe stato impossibile.

Loris era rimasto nella propria camera. Il suo spirito, più vivamente
illuminato dai lampi delle proprie visioni, aveva già letto nella
coscienza dei giovani la risoluzione di ritirarsi dall'impresa: il resto
del loro gruppo non sarebbe certamente diverso. Egli non ignorava la
grande contraddizione del carattere russo, così prudente e positivo
nell'opera come temerario ed assoluto nel pensiero, giacchè senza di
essa gli sarebbe stato impossibile comprendere l'importanza e al tempo
stesso l'inanità del moto nichilista.

Uno scoramento freddo e buio lo invadeva. Il suo ritorno a Pietroburgo
non approderebbe quindi a nulla; lo giudicherebbero un pazzo, fors'anco
un fanfarone, per giustificare a sè medesimi la vigliaccheria di non
volerlo seguire. Allora si rimise a studiare la rivoluzione. Era il suo
grande rimedio quando i dubbi lo assalivano, ma tale analisi rapida e
minuta di tutte le necessità della guerra e di tutte le previsioni, che
il suo ingegno aveva saputo accumulare contro i casi contrari, non bastò
a rendergli la fede limpida di altre volte. Pensò di schizzare in alcune
norme il profilo della società, che proporrebbe nella riunione di quei
giovani, poi la ripugnanza per tutte le vecchie forme settarie glielo
impedì. Si spiegherebbe meglio a voce; quando si opera davvero, non è
possibile intendersi che parlando. Ma l'angoscia del dubbio gli
scoppiava nuovamente nell'anima. Egli fare la rivoluzione da solo, in
Russia, in un impero di oltre cento milioni, così vasto e remoto a sè
stesso che molti villaggi vi ignoravano forse ancora l'uccisione di
Alessandro II e non potrebbero comprenderla se non dopo chi sa quante
generazioni!

Per resistere a questo flusso di pensieri si affrettò a mutar di abiti
per la passeggiata. Siccome non aveva cameriere, suonò il campanello,
che dava nell'appartamento della padrona, e andò ad aprire l'uscio sulla
scala. Il suo piccolo quartiere non aveva altre comunicazioni
coll'altro, ove abitava la numerosa famiglia della mercantessa, che glie
lo aveva affittato.

Si presentò la solita giovinetta, piccola, tozza, dai capelli rossi e
gli occhi così chiari che parevano di porcellana; Loris le ordinò di
fare il the, e si pose a scrivere una lettera.

La ragazza contenta di poter stare nell'appartamento col bel forestiero,
del quale parlava tutto il giorno colle figlie della padrona, dispose
premurosamente sul tavolo la bottiglia del rhum presso il barattolo
dello zucchero: prese due o tre pezzi di carbone dalla stufa accesa e
versò l'acqua. Nella stanza la luce entrava allegramente. Ogni tanto
ella si guardava nello specchio di contro accomodandosi i ricci ed
impettendosi.

— Vuole che resti finchè il the sia fatto?

La sua voce era così dolce che Loris sollevò gli occhi dallo scrittoio
e, dopo averla esaminata, le chiese di che paese fosse e da quanto tempo
abitasse a Pietroburgo. La ragazza si era fatta istantaneamente triste.

— Sei disgraziata anche tu, piccola Marfa? Che fanno i tuoi?

Ella scosse il capo.

— Tuo padre è morto?

— In Siberia.

— Perchè?

— Uccise il signore che lo aveva frustato, disse Marfa precipitosamente.

— E tua madre?

— Si gettò nello stagno delle sanguisughe.

Loris si rimise a scrivere: quando ebbe finito la lettera, vide Marfa
immobile nello stesso atteggiamento, che lo contemplava.

— Eccoti un rublo, piccina. Ti farò tornare, se vuoi, al tuo villaggio;
qui la padrona ti batterà senza dubbio.

Marfa abbassò la testa.

— Se ti duole di essere battuta, vendicati; i bambini della padrona sono
più deboli di te.

E le volse le spalle per mettersi la pelliccia, mentre a questa orribile
osservazione Marfa sgranava tanto di occhi, atterrita che egli potesse
avere indovinato questa rivincita, alla quale aveva qualche volta
pensato.

Il grande corso della città in quell'ora rigurgitava di equipaggi
eleganti, cui la mitezza del tramonto sembrava dare nel loro nuovo lusso
invernale una freddolosità raffinata: ma soldati, dame e signori,
vestiti all'occidentale, avevano talmente l'aria di stranieri fra i
caffettani e le burche del popolo, che la differenza di costume
diventava quasi differenza di razza. Loris, abbigliato egli pure
all'ultima moda, lo sentiva dolorosamente ad ogni incontro di un
popolano cercando di leggergli negli sguardi, che nemmeno gli badavano;
poi vessato da tutta quella ricchezza deviò verso i quartieri poveri.
Infilava a caso i vicoli cupi, dove la gente era più squallida: il fango
vi si accumulava colla poltiglia della neve, le case erano tetre; dalle
finestre pendevano cenci e dalle porte sboccavano fetori nauseanti. In
quelle case vivevano coloro, che davvero componevano la società. Che
cosa era in faccia ad essi la minoranza fastosa, ingombrante colle
proprie carrozze la grande passeggiata? Tutto era pagato da quei poveri,
immondi ed ignari, che vivevano con cavoli fermentati e pesce salato,
intorno alla stufa o sopra la stufa. Eppure non ne sembravano tanto
infelici!

Loris li osservava con pietà mescolata di sdegno. Dalle bettole
prorompevano clamori e canzoni, i ragazzi sgattaiolavano sghignazzando
fra le donne, sedotte dall'improvvisa dolcezza dell'aria, che
passeggiavano e ciarlavano lentamente; alcune coppie amorose rasentavano
i muri facendosi quasi più piccole per passare inosservate. Si vedevano
faccie bestiali, malate, truci, stupide, pochissime improntate di
dolore, quasi nessuna minacciosa d'ira. Il popolo non soffriva. La
miseria era dunque troppo lungi dalla ricchezza per poterla odiare
davvero?

Qualche vecchio e qualche bambino domandavano l'elemosina, ma la
ricevevano così lieti, pur restando umili, che diventava impossibile
compiangerli.

Si era quasi perduto nel dedalo di quelle viuzze, entro le quali l'ombra
della sera s'ingolfava come un vento. In molte botteghe s'accendevano
già i lumi, cominciava l'altra vita della notte. La gente cresceva,
formicolava, ed erano operai che rincasavano, donne che giravano per le
ultime provviste, o uscivano dalle chiese o vi entravano per un'ultima
preghiera. Già la moltitudine dei ragazzi era ormai scomparsa, mentre le
bettole si riempivano di un'altra folla vomitando ubbriachi rissosi e
traballanti. Ne vide uno abbracciare una donna che passava, e che lo
respinse violentemente con un pugno: l'ubbriaco cadde vociando nella
fanghiglia; era un marinaio. Più avanti due uomini altercavano.
Improvvisamente si accorse che la sua eleganza attirava occhiate
sinistre; fermò il primo fiacchero, e si fece condurre al porto.

Là, molto avanti sulla spiaggia, in faccia al mare nero, che rantolava
nell'ombra lasciando una bava biancastra sopra le ultime piccole onde,
ricadde nelle meditazioni di prima. Quindi la notte discese su quella
bruna immensità e ne soffocò quasi l'uniforme brontolìo delle acque.

Egli si era avanzato lungo il lido per allontanarsi dalle navi gremite
nel porto e dalla città, che le fiamme dei fanali punteggiavano
luminosamente. Vista dall'alto così immersa nell'oscurità, avrebbe
dovuto sembrare un immenso fornello, nel quale ardessero qua e là dei
pezzi di carbone. Poi il suo pensiero perdendosi in quella buia
immensità fluttuò stancamente sul flusso del mare.

Passarono molte ore.

La sua ultima decisione era stata di non andare all'appuntamento che
verso le undici: così avrebbero avuto tutto il tempo per discutere le
sue proposte, e quel ritardo li avrebbe meglio disposti a subire il suo
ascendente.

Quando si mosse, le undici erano già suonate: si affrettò non volendo
però ripensare a ciò che starebbe per accadergli. Quel buio solenne
della notte si era fatto anche sul suo spirito, nel quale le passioni
non si muovevano più che in fondo, come le acque del mare, senza
accento. Il palazzo di Ogareff non era molto lungi; a piedi gli sarebbe
occorso mezz'ora per giungervi. Ma improvvisamente gli parve tardi,
tornò ad aver fretta. Prese il fiacre.

Suonarono le undici e tre quarti, quando si arrestò al portone.

— Se ne saranno andati, si disse mentalmente senza osare di chiederlo al
portinaio.

Invece erano là nella grande sala da pranzo, a tavola, fra le fiamme dei
bicchieri e dei discorsi.

Quando il servo venne ad avvisarne Ogareff, questi si alzò esclamando:

— Loris....

Il disordine della tavola e delle faccie non lasciava dubbio sulla
condizione degli invitati: la cena finiva al solito in una ubbriacatura.
La tovaglia, insudiciata di tutto, spariva quasi sotto piatti, le tazze,
i bacili pieni di frutta e di dolci, di sigari e di pipe, delle quali la
cenere rimaneva in fanghiglia entro le sottocoppe e nel fondo dei
bicchieri. Molte bottiglie, sturate e non sturate, circondavano un
immenso samovar d'argento fumante nel mezzo. Dal soffitto pendeva un
grosso lampadario di bronzo dorato: la sala tappezzata di una stoffa
grigia, coi mobili in quercia scolpita di un disegno severo, non
sembrava convenire a quella orgia. Tutti i commensali avevano la faccia
convulsa e gli abiti sbottonati: solo Ogareff restava ancora gran
signore. La sua bella testa bionda sfolgorava; era seduto presso Olga,
che quel chiasso aveva già affaticato.

Ogareff andò incontro a Loris.

— Carlo Moor! gridò il poeta Fedor dal fondo della tavola, tendendogli
con mano tremula un bicchiere di grog.

Loris si era arrestato presso la porta: era la stessa assemblea di poche
sere prima, non mancava che Lemm, il piccolo ebreo.

— Carlo Moor, il romantico masnadiero di Schiller! ripetè Fedor.

— È questa la vostra risposta a quanto Ogareff e Kriloff debbono avervi
comunicato?

— Siamo dunque a rapporto col generale? gridò Ossinskj, cui
l'imperiosità di quell'accento offendeva malgrado il primo
imbambolimento dell'ebbrezza.

— Non vi è generale dove è impossibile riunire soldati. Voi Ogareff, tu
Kriloff, avete esposto tutto il disegno?

Kriloff si alzò per venirgli incontro: non sembrava aver troppo bevuto,
eppure barcollava. Ogareff si manteneva in atteggiamento rispettoso.

— Non nascondeste nulla?

— No, risposero simultaneamente.

— Sapevo che avrebbero ricusato.

E fece un passo addietro. Olga lo guardava incantata, Fedor era ricaduto
colla testa fra le mani dopo lanciato quel frizzo: Slotkin col viso
troppo rosso mormorava fra i denti frasi inintelligibili, Kepskj ancora
eccitato dalla violenta discussione con Fedor, che per passionata
abitudine di contradizione aveva difeso teoricamente il disegno di
Loris, guardava verso la porta al gruppo di Ogareff, di Kriloff e di
Loris con un fremito d'impazienza.

Ogareff, persuaso che Loris volesse già ritirarsi, lo invitò colla sua
elegante disinvoltura ad appressarsi alla tavola per bere un bicchiere
di champagne.

Loris si avanzò: non si leggeva nessuna emozione sulla sua faccia; la
sua fronte alta e ripida non aveva una ruga, ma stava troppo eretta,
quasi sfidando la tempesta. Un imbarazzo s'aggravò su tutta la sala.
Kriloff, a fianco di Loris, aspettava che questi gli si rivolgesse per
scusarsi e dir tutto in due parole; Ogareff, che aveva già riempito un
bicchiere di champagne, glielo tese:

— Bevete.

— A che cosa? domandò Loris senza sorridere.

— Alla vostra guerra, ribattè Ogareff piccato.

— O alla vostra; una guerra, nella quale si berrebbe sempre champagne, e
depose il calice sulla tavola senza averlo appressato alle labbra.

— Ah! disse Ossinskj: voi vorreste dunque rubare e assassinare!

— Sì.

— Bruciare tutti i castelli senza riguardo nè a vecchi nè a bambini!
gridò Kepsky.

— Sì.

— Spingere i villaggi alla rivolta, perchè i reggimenti li
massacrassero!

— Sì.

Fedor, sollevandosi con uno sforzo, gridò:

— Voi non siete nemmeno Carlo Moor, il nobile masnadiere di Schiller.

Vi fu una sosta: ognuno di questi sì era stato pronunziato colla stessa
intonazione.

— E voi, Andrea Petrovich? chiese improvvisamente Loris, rivolgendosi al
musicista, che seduto colla fronte appoggiata ad una mano contemplava
intontito la scena, e non rispose. Tu Kriloff? Voi Ogareff?

— Se la guerra scoppierà, questi rispose guardandolo fieramente, verrò a
servire sotto i vostri ordini, ma al campo.

— Sareste un bel capitano; dovrò ricordarmi di spedirvi prima il modello
dell'uniforme, che sarà adottato. In una guerra tutto deve essere
regolare.

Poi arretrando di un passo:

— E ora ho l'onore di salutarvi. Voi conoscete il mio segreto: potreste
tradirlo, io non ho il vostro.... Ossinskj diede un balzo sulla sedia,
ma Loris lo fermò con un gesto. Non so se la vostra morale vi permetta
di serbare il segreto sui disegni di un uomo che, disponendosi ad
assalire la società con tutte le armi, durante la guerra ignorerà sempre
che cosa possano significare furto ed assassinio contro il nemico. Non
lo so, non ve lo domando, seguitò alteramente. La rivoluzione vi
costringerà presto a decidervi; sarete con essa o contro di essa. In
ogni caso siamo ancora in tempo per dividerci coi saluti cavallereschi
degli antichi tornei.

— Signorina.... si rivolse ad Olga, cui non avea ancora guardato durante
quella scena, e le fece un inchino di commiato.

Ella si sentì un groppo di pianto alla gola, e non seppe rispondergli
nemmeno accennando del capo.

— Signori, ripetè salutandoli in giro.

Tutti si sentirono sul volto la sua ironia come un vento glaciale.

— Dove andate? gridò Fedor, che non aveva capito il significato delle
ultime parole.

— Nel popolo.

— L'idea di Cristo e di Tolstoi, balbettò il poeta.

— Sì, potè finalmente esclamare Olga Petrovna: verrò con voi nel popolo,
se mi accettate.

Loris le si volse.

— Io vi credo, ella proseguì come colpita da subita luce.

— Tu, Olga...! la interruppe brutalmente Ossinskj con un gesto da
avvinazzato: ti piace Loris? È il solo di noi che tu non abbia avuto.
Va, Maddalena.

Le guancie di Olga divennero di porpora, poi di marmo: parve che
vacillasse. Infatti le sue piccole mani si raggricchiarono sulla
tovaglia.

— L'amore è libero, borbottò Ossinskj; hai ragione, Maddalena.

Olga lo fissò con un corruccio di donna, che non perdonerà più; poi
guardò Ogareff, gli altri, e si scostò risoluta dalla tavola.

Ogareff le si appressò.

— Me ne vado: qui s'insultano le donne.

— Non ci sono più donne: tutti uguali, insistè Ossinskj; l'amore libero
ha pareggiato i sessi. Avete ragione, Olga, e voi, Loris,... Buona notte
a tutti e due.

E ricadde sulla seggiola rovesciandosi sui calzoni il bicchiere di grog,
che teneva brandito nella sinistra.

Olga era già alla porta; Ogareff si slanciò per fermarla.

— Lasciatemi uscire, ella gli disse fieramente.

L'altro rimase interdetto.

Loris, che quella scena aveva meravigliato, lo consultò con un'occhiata.

— Capricci di donna! forse ritornerà, gli rispose Ogareff.

Loris salutò tutti con un ultimo inchino, ed uscì chiudendosi dietro la
porta.

Raggiunse Olga nella strada deserta.

— Volete il mio braccio per ritornare a casa? le disse con perfetta
cortesia.

Ella lo guardò incantata. Tanta padronanza di sè dopo quella scena,
della quale conosceva tutta l'importanza avendo assistito alle
comunicazioni di Kriloff e alla tempesta che n'era seguita, finì di
soggiogarla: chinò modestamente la testa, ed arrossendo sotto il velo
del berretto, che si era già abbassato sul volto per schernirsi dal
freddo della notte, rispose volgarmente:

— Sarebbe troppo incomodo, signore.

— Se non è che questo, accettate dunque il mio braccio.

Proseguirono qualche tempo in silenzio, poi Loris le chiese coll'accento
più tranquillo come il suo disegno fosse stato discusso. Olga tremava;
gli raccontò tutta la scena: prima Kriloff, poi Ogareff avevano svolto
il suo disegno di rivoluzione. Era stato un tolle generale. Ossinskj
aveva chiesto improvvisamente chi fosse Loris: dicevano tutti di averlo
conosciuto solamente quella sera in casa di Andrea Petrovich; Slotkin e
Kriloff avevano dichiarato la loro amicizia con lui, accusandolo di
stravaganza nei concetti rivoluzionari. Fedor aveva cercato, al solito,
di aizzare la discussione dandosi l'aria di sostenere quella nuova
guerra, ma si conoscevano Fedor e le sue declamazioni. Kepsky era
scattato; solo Andrea Petrovich era rimasto meditabondo in silenzio,
forse approvando nel proprio segreto; egli era un mistico dell'arte.

— Se ci fosse stato Lemm, proruppe Olga sollevandogli gli occhi in viso,
vi avrebbe sostenuto.

— Lo conoscete bene?

— È un uomo senza sentimento.

Loris sorrise all'accento, col quale Olga aveva pronunciato questa
definizione esprimendo tutta la propria antipatia per Lemm, e nullameno
vantandolo ora perchè avrebbe convenuto nel disegno di Loris.

Questi le fece allora qualche complimento, poi suo malgrado ritornò sul
discorso. Olga gli narrò quanto sapeva sul conto di tutti, senza
rancore, con un abbandono di sincerità, nella quale si sentiva tutto il
rispetto incondizionato, che le inspirava Loris. Quel gruppo era una
delle mille arcadie, che pullulavano in ogni centro intellettuale russo;
tutti gli studenti erano fanatici di rivoluzione o d'imperialismo.
Kriloff e Slotkin solo avevano contatto coi veri nichilisti; gli altri
passavano il tempo a teorizzare ogni qual volta si trovavano riuniti.

Il più generoso di tutti, il più capace di qualche risoluzione
rivoluzionaria, era Ogareff.

— Un gentiluomo! le sfuggì.

— Ebbene, voi mi avete difeso, io vi accompagno: due piccoli servigi,
che non ci frutteranno reciprocamente gran cosa. Ma, scusate, mi pare
che allunghiamo la strada, disse Loris che, dandole il braccio, si
lasciava guidare da lei.

Olga tremò e voltò a sinistra. Quando furono dinanzi alla sua porta,
Loris ritrasse il braccio per lasciarla suonare il campanello. La strada
era deserta: il rumore di una porta all'interno li avvertì che il
dwornik aveva inteso la chiamata.

— Abitate al secondo piano?

Olga non potè rispondere; d'un tratto colla voce grossa:

— Partirete subito? domandò.

— Forse!

— Non vedrete più alcuno qui, prima?

Il dwornik aveva aperto.

— A che pro? Buona notte, bella Olga, le disse amabilmente, mentre ella
entrava tenendo la testa rivolta verso di lui.



IV.


La mattina seguente Olga Petrovna si levò di pessimo umore, e vestitasi
in fretta da sola, giacchè in casa non aveva serva, uscì per visitare
un'ammalata. Aveva la bocca pastosa e gli occhi pesti. Mai come in quel
mattino aveva provato il peso della propria professione, che in
principio l'aveva fatta tanto insuperbire. Non aveva nè molta clientela
nè molto ricca; doveva correre tutto il giorno senza riuscire sempre a
guadagnare abbastanza da mantenere decentemente sè stessa e la madre. Il
popolo aveva poca fiducia nelle dottoresse, la borghesia restava
diffidente malgrado il largo moto di emancipazione femminile iniziatosi
nei libri, e dai libri propagatosi ai costumi delle classi più studiose:
l'aristocrazia si serviva di medici illustri proteggendoli specialmente
se stranieri.

Si sapeva che quasi tutte le dottoresse erano nichiliste; agli
inconvenienti di una professione, inadatta alla natura femminile,
s'aggiungevano quindi le difficoltà politiche e le stravaganze
rivoluzionarie. Le donne nichiliste, costrette la maggior parte ad
emigrare in Svizzera per addottorarsi, ne ritornavano paradossali di
empietà; quasi tutte portavano gli occhiali e i capelli corti, con certi
vestiti di una trascuratezza spinta talvolta oltre la volgarità,
affettando modi e costumi cinicamente maschili. Se questo concorreva a
precisare la modernità del loro tipo, non procurava loro nelle masse nè
molta simpatia, nè abbastanza stima.

Olga aveva dovuto constatarlo più volte con dolore.

Sbollita quella prima effervescenza rivoluzionaria, durante la quale si
era precipitata nelle nuove idee come in un abisso, la sua mite e
affettuosa natura aveva ripreso presto il sopravvento: non osava
confessarlo interamente neppure a sè stessa, e nullameno una critica
minuta ed assidua le saliva dal cuore malcontento a distruggere tutte le
opinioni rivoluzionarie, entro le quali aveva composto il disegno della
propria vita. La mascolinità dell'educazione aveva in lei falsificato la
donna senza degradarla, giacchè il suo cinismo era rimasto piuttosto
d'intelletto che di sentimento. Quindi, cedendo a molti compagni, li
aveva scelti solo per la superbia materialista di mostrarsi superiore a
tutte le vecchie leggi dell'onestà femminile. Ma quel libertinaggio, più
brutale di ogni altro appunto per la dialettica scientifica che lo
accompagnava, non aveva esaurita la gioconda spontaneità e la vivace
esuberanza della giovinezza, che trionfa a forza di poesia di tutte le
proprie vergogne. Olga ne soffriva. La vita cominciava ad apparirle
sotto l'aspetto terribile della sua immutabilità nelle funzioni e nelle
gerarchie; tutto quanto ella aveva giovanilmente negato, credendo così
di distruggerlo, rimaneva inalterato intorno ad essa oltre la potenza
visiva del suo pensiero; la rivoluzione era ancora di là da venire,
lenta, difficile e tanto indeterminata che non se ne vedevano neppure le
masse incerte e fluttuanti all'orizzonte. Ciò che aveva sofferto e
vedeva soffrire tutti i giorni la manteneva nella fede alla necessità di
una rivoluzione; ma se il malcontento per gli inevitabili contatti della
vita aggiungendosi all'altro nel quale era cresciuta, sola colla mamma,
povere, chiuse nel dolore del padre giustiziato e in un odio sublime di
assurdità e di costanza contro lo Czar, acuiva in lei il bisogno di una
riparazione, invece il senno e l'esperienza quotidiana le insinuavano
nell'animo un amaro scetticismo di tutto e di tutti. Spesso il sogno
della rivoluzione, eccitato dalle escandescenze paradossali de' suoi
giovani compagni, si confondeva in un'aspirazione di sacrificio: una
desolata stanchezza morale le faceva desiderare i rischi di un complotto
per morirvi, mentre una subita puntura all'orgoglio le ravvivava l'odio
rivoluzionario succhiato ai discorsi della mamma e al settario costume
delle università.

L'ultima avventura del povero Rodion, e quell'incontro con Loris
l'avevano singolarmente sconvolta.

Da molti anni il vecchio partito nichilista le sembrava in decadenza; la
sua dialettica finiva alla rettorica, la sua terribilità impallidiva nel
ridicolo: non più un attentato capace di commuovere il pubblico
spaventando il nemico, non un moto veramente politico, non un accenno ad
una idea novella. Loris le si era improvvisamente rivelato come una
nuova onnipotenza rivoluzionaria, così che lo sentiva meglio che non lo
intendesse. Quella sua guerra senza pietà e senza misura, le dava le
vertigini, pensando che egli era un giovane di venticinque anni, bello,
elegante, rigido come una statua, dagli occhi verdi come il mare in
certi giorni e in certi punti, dalla voce metallica, senz'altra passione
che l'odio millenario di tutti coloro che soffrivano, e altra idea che
la loro vendetta. Le era sembrato un eroe come nessun romanziere, di
quelli che avevano cercato di raffigurare la rivoluzione, era riuscito
ancora ad immaginare, e nessuno dei cento processi, ove tanti intrepidi
erano periti, aveva rivelato.

Tornando a casa sulle undici per la colazione riandava nel pensiero la
breve conversazione con lui nella notte. Bisognava che egli fosse ben
forte per essere rimasto così cortese con lei in quel momento.

A casa la mamma Sofia Semenowna l'accolse al solito brontolando.

Viveva sola con lei in un appartamentino composto di un salotto, nel
quale Olga riceveva i pochi clienti, e due camere da letto: dietro
quella della mamma uno stambugietto serviva da cucina. La mamma faceva
da cuoca, una donna veniva dalle due alle quattro di ogni pomeriggio per
i servigi più bassi. Era una povera famiglia, della quale Olga doveva
fare tutte le spese. La mamma vivendo sempre sola aveva finalmente preso
il vizio di ubbriacarsi, mentre l'amore al marito giustiziato le si era
mutato in monomania: ne parlava ad ogni proposito, assiduamente. Poi era
avara; avrebbe voluto che Olga guadagnasse molto e le desse tutto il
danaro: le rinfacciava sovente i sacrifici fatti per mantenerla a
scuola, sebbene non fossero stati troppi, giacchè avevano potuto vendere
la casa del babbo, unico loro patrimonio, sopperendo così a tutto senza
che il loro povero sostentamento peggiorasse. Olga era figlia di un
sellaio, la mamma era nata da meschini falegnami. L'educazione di Olga
era stata per Sofia Semenowna un'idea del padre, eseguita per devozione
e con segreti intendimenti di speculazione.

Una dottoressa avrebbe sempre guadagnato più di un'operaia.

Quella mattina mamma e figlia si bisticciarono più acremente.

— Il sarto Opernaumoff ti ha pagato? quella le disse sul viso aprendole
la porta.

— No, rispose l'altra seccamente voltandole le spalle per entrare nella
propria stanza.

La mamma ve la seguì. La camera di Olga sembrava una camera da uomo; era
semplice sino alla povertà. Dove avrebbe dovuto esservi l'armadio delle
sacre immagini, v'era una scansia di libri; da un attaccapanni pendevano
alcune sottane; la specchiera non aveva dinanzi nè vasetti, nè
barattoli.

Una piccola busta di ferri chirurgici era aperta sopra un tavolo
ingombro di libri presso la finestra.

Un ritratto grande di Wirchow in litografia dominava sul letto.

Sofia Semenowna era corta e grassa, coi capelli bianchi e i denti
gialli: le sue guancie floscie avevano il colore che solo le carceri
sembrano dare. Quella vita fra quattro mura le aveva fatto una fisonomia
di cera, che gli eccessi del bere avevano macchiato di chiazze livide. I
suoi occhi grossi tiravano al giallo per la malattia di fegato,
frequente nei bevitori.

— Non hai riportato un kopek da tutte le tue visite: sei dunque uscita
per spassartela con qualcuno de' tuoi colleghi? le disse cinicamente
nella schiena, mentre Olga si levava il mantello.

L'altra si contentò di alzare le spalle.

— È venuto qualcuno a cercarmi?

— Chi doveva venire? Bisogna sapere condursi per avere dei clienti.

— Se ne avessi, voi li disgustereste col modo di riceverli.

— Ah! sono io, ribattè alzando la voce rauca; non hai saputo nemmeno
guadagnarti il posto di assistente all'ospedale; curi solo la canaglia,
che non ti paga. Perchè hai ricusata la cura di Teresa Paulowna? Suo
marito, il mercante, è ricco.

— Lo sapete pure quello che Teresa è sempre andata dicendo di me: per la
sua malattia non vi sono rimedi, non si può nemmeno più tentare
l'estirpazione. Smettiamola dunque. Avete preparata la colazione?

— Con che cosa?

Olga si volse indispettita:

— Vi ho dato otto rubli al principio della settimana: ve li sarete
bevuti o li tenete nascosti.

— Io!

— Voi, sì: me ne vado. Se qualcuno viene a cercarmi, ditegli di
aspettare. Quanto a voi, aggiunse con sorriso sprezzante rimettendosi il
mantello, farete colazione come vorrete.

— Ma non ho denari. Come si fa a vivere con quello che mi dai per la
casa? Tu spendi tutto nei vestiti e nelle cene coi tuoi amici.

Olga, senza rispondere, si disponeva ad uscire. Il suo volto era più
stanco che sdegnato: la mamma le girava intorno come per chiederle
qualche cosa, ma l'altra era già nel salotto, quando fu picchiato alla
porta.

— Andate ad aprire, disse Olga rientrando nella propria camera.

Era Loris. Olga riconoscendolo alla voce provò un'emozione così violenta
che dovette appoggiarsi al tavolo: la mamma, che alla vista di quel
magnifico signore era ridiventata istantaneamente mansueta, si affacciò
all'uscio dicendole dolcemente:

— Olga, un signore.

Loris vestiva un abito elegantissimo da mattina, di taglio inglese. Olga
gli venne incontro, senza essersi tolto nè il mantello nè il berretto.

— Vi disturbo forse? In ogni modo vengo per una cosa abbastanza grave, e
volse un'occhiata fredda alla mamma, che si sarebbe potuta scambiare per
una serva. Olga, ingannandosi sul significato di quello sguardo, sentì
in fondo al cuore il morso di una cattiva vergogna, ma l'altra
credendolo un cliente fu pronta ad uscire.

— Vorrei parlarvi segretamente, disse Loris.

Olga lo invitò a passare nella propria camera, e ne chiuse l'uscio. La
miseria dell'arredo la fece allora arrossire. Non vi era che una
poltroncina, Loris glie la offerse prendendo la sedia presso il letto.

Ella non osava guardarlo: si sentiva ridicola in quella camera, col
berretto in testa, tutta chiusa nel mantello. La stufa spenta aveva
lasciato scendere la temperatura troppo basso.

— Vi ricordate le vostre parole di ieri sera a cena? le si volse Loris
sorridendo.

Ella parve non comprendere.

— Ah! esclamò poi, se io vi credo?

— Io pure vi ho creduto. Volete entrare in campagna con me?

La terribile semplicità di questo invito la sbigottì, il suo volto
pallido divenne addirittura bianco.

— Pensateci bene, seguitò fissandola negli occhi. La campagna sarà
orribile, non posso ora dirvi dove e come cominceremo, ma bisogna essere
decisi a tutto. Vi sentite il coraggio di Sofia Perowskaia? Consultatevi
freddamente: le donne educate nella nostra società hanno ancora il
diritto di aver paura.

Ella, già dominata dal suo sguardo, aveva abbassata la testa: provava
una grande soggezione e, dentro di sè, come una specie di gioia. Non si
ricordava quasi più la discussione alla cena di Ogareff, ove ella
medesima non aveva avuto il coraggio di difendere Loris; era sotto un
fascino inesplicabile dinanzi a quell'uomo, che veniva a domandarle la
vita per un'impresa, della quale neppure egli poteva precisare qualche
cosa. Non le rimaneva più che il sentimento di un pericolo mostruoso,
che raggirasse come un vortice.

Loris proseguì:

— Vostra madre....

Olga ebbe un sussulto.

— A lei non pensateci, provvederò io: sono già informato sul suo conto.
Le assegneremo una piccola pensione, che le permetterà di vivere come
ora. Se siete sola nella vita vi sarà più facile decidere che cosa
volete farne. Siete sola?

— Ma che cosa dovrò fare? le sfuggì con voce trepidante.

— Che cosa si fa in una guerra? tutto, finchè si vince o si muore. I
vostri amici pensano diversamente, aggiunse con disprezzo; essi non
vogliono nè vincere, nè morire. Voi sola ieri sera gettaste un grido
generoso fra le stupidaggini rettoriche di quei signori; voi sola,
sbagliando, cercaste nei giorni passati di salvare Rodion dal patibolo.
Io vi ho creduto; se mi sono ingannato sul valore delle vostre parole,
potete dirmelo francamente; i vostri amici ve ne faranno complimenti.

Ella titubava. L'accento di Loris le produceva un gran freddo
nell'anima; non le pareva più quel Loris, che aveva ammirato due volte
in casa di Andrea Petrovich e di Ogareff. Egli la guardava freddamente,
la sua voce non aveva un fremito; avrebbe potuto essere vecchio malgrado
lo splendore della sua giovinezza e l'eleganza raffinata de' suoi abiti.
Olga sentì di essere non davanti a un uomo, ma ad un'idea.

Loris tacque aspettando.

Allora quel silenzio, che ella doveva rompere, divenne a ogni istante
più greve; eppure bisognava rispondere. Si trattava della vita.
Evidentemente Loris era pronto a gittarla in chi sa quale attentato:
nessuna reticenza era più possibile dopo quel grido a cena, col quale
aveva affermato di credergli e di seguirlo. Tutta la vita passata le
riapparve in un lampo al pensiero. Loris aveva indovinato, era sola. La
miseria della sua condizione era esposta in quella stanza e in quella
casa, dove viveva colla mamma, che le faceva da serva e da strozzino; il
suo futuro era qualche cosa di così vuoto e sconfortante, che ella
evitava sempre di pensarci: presso a poco sarebbe stato il presente
peggiorato dalla vecchiaia. Una nausea dolorosa le salì dal cuore alla
bocca, torcendogliela in un sogghigno.

Loris aspettava: ella lo guardò. Su che decidersi? A che riflettere
prima? La necessità di rispondere subito l'invadeva.

Ma quella tensione troppo forte la spezzò, quindi senza nemmeno
comprendere quello, che si dicesse:

— Debbo decidermi subito?

— Siccome vi supponeva sola, come me, nel mondo, credevo che lo avreste
potuto.

— Infatti sono sola.

— È dunque il coraggio di Sofia Perowskaia, che vi manca?

Ella avrebbe voluto ribattere che Sofia Perowskaia era innamorata di
Jeliaboff, e seguendolo nell'attentato contro Alessandro II e sul
patibolo non era stata sola, ma non l'osò: invece abbassò la testa come
un bambino, cui la mamma imponga un compito dopo averlo sgridato, e
mormorò:

— Verrò dove vorrete.

Loris le tese la mano.

— Sentite, Olga, le disse alzandosi per fare due passi nella stanza, ma
tornando subito a fermarlesi dinanzi: la nostra impresa è la più grande
che si sia mai tentata nella storia russa: non vi arrischieremo più
della vita. Quando si è decisi a tutto si arriva; Sofia Perowskaia non
voleva uccidere che Alessandro II, e riuscì. Ma dovremo prendere delle
precauzioni: tornerò domani o posdomani per dire a vostra madre che vi
propongo di assumere la cura di una signora, di mia moglie, e sorrise,
al villaggio di Oudin nel governo di Kazan; le dirò quanto vi assegno e
quanto le do, perchè mi permetta di portarvi alla mia casa di campagna.
La cura sarà lunga. Vostra madre vi cederà, la conosco, concluse con
accento duro, del quale Olga capì questa volta il significato. Voi
tenetevi pronta; non porterete con voi che la vostra piccola busta
chirurgica. Non parlate, non salutate alcuno; muteremo nome. Vostra
madre non deve conoscere il mio.

Era tornato gentile parlandole con intimità.

— Verrete a prendermi?

— Non lo so: vi avviserò appena tutto sarà deciso.

Loris si rimise distrattamente il cappello per andarsene: questa volta
fu Olga, che gli tese la mano.

— Dunque siete ben sola? le ripetè stringendogliela: badate! vi voglio
sola.

— Sì.

Olga avrebbe voluto accompagnarlo sino all'uscio, ma l'altro glie lo
proibì.

Loris tornò a casa.

Nella lunga notte, dopo la cena in casa di Ogareff, aveva ripensato il
proprio disegno, rimproverandosi di essersi così volgarmente ingannato
sul conto di quei giovani. Bisognava iniziare il moto da solo. Come
tutti i veri organismi, i partiti si formano inconsapevolmente, non
acquistando coscienza di sè medesimi che ad un grado molto alto del
proprio sviluppo. Gli pareva che quei due smacchi coi vecchi e coi
giovani rivoluzionari fossero come le condizioni preliminari della
impresa, le stimmate della sua originalità. Quindi alzatosi di buon
umore era passato prima dal proprio banchiere per combinare l'invio
delle somme, che potrebbero servirgli, poi da Olga. Il suo disegno era
di fingersi mercante di grano in qualche villaggio per ottenervi così
rapidamente una supremazia, distribuendo soccorsi sotto forma di
prestiti, ed entrando in rapporto con tutti.

A casa Marfa lo avvertì, che un vecchio signore, venuto a cercarlo, se
n'era andato senza dire il proprio nome, dichiarando che tornerebbe
verso le tre.

Loris ne profittò per ripassare dal banchiere, ma prima delle tre era
già in casa ad attendere.

Lo sconosciuto fu puntuale.

Era un signore sulla cinquantina, molto magro, vestito con severa
eleganza. Due grandi occhi neri sopra un naso camuso, che tradiva la sua
razza tartara, rendevano anche più triste il giallo della sua faccia,
alla quale due rade fedine lunghe e grigie davano un'aria signorile. Non
portava baffi.

Si era inchinato leggermente dinanzi a Loris, seguendolo nel salotto.
Quando si furono seduti sul divano, gli disse subito:

— Mi riconoscete?

Loris, che in quei pochi secondi lo aveva già studiato, rispose:

— Siete uno del Comitato; eravate a sinistra del presidente; riconosco
l'anello, e gli indicò il sottile cerchietto d'oro, che portava
all'anulare della mano sinistra.

L'altro ne convenne. Così seduto in faccia a Loris pareva anche più
malandato: il petto gli si incurvava. Sotto i calzoni larghi due lunghe
coscie magre gli facevano una figura più squallida, ma la sua faccia
gialla si era fatta grave di pensiero.

Loris presentì una scena importante.

— Comincerò col dirvi il mio nome: sono il principe Vladimiro
Gregorevich Tewceff.

— Il senatore?

— Sì.

Vi fu una pausa; il principe proseguì:

— Ora ci conosciamo; vengo a trattare con voi.

— In nome del Comitato?

— No, a nome mio.

— Aspettate: avete detto che ci conosciamo, ma ho inteso appena qualche
volta pronunziare il vostro nome; che sapete voi di me? Il presidente,
lo chiamerò così, mi ha detto dinanzi a voi che sono un figlio
abbandonato di pope, studente, povero e solo; poi ladro di giuoco
all'estero, ritornato finalmente in Russia per manìe letterarie. Sapete
qualche cosa di più preciso sul conto mio?

— Poichè il Comitato vi ha ricevuto in seduta segreta, era ben informato
sul vostro carattere. Ignoro le piccole vicissitudini della vostra vita,
ma vi conosco abbastanza per giustificare a me stesso il passo che tento
presso di voi.

Loris s'inchinò attendendo.

— Ieri sera esponeste il vostro disegno ad una riunione di studenti in
casa del conte Ogareff: fu respinto.

— Come dal Comitato.

— Che pensate ora di fare?

— Che cosa venite a propormi?

— Certamente l'insuccesso di ieri sera non può aver modificato una
risoluzione, nella quale impiegaste molti anni. La vostra analisi sulle
condizioni del partito nichilista, quantunque non esatta in molti
particolari, è nullameno troppo vera nell'insieme perchè possiate voi
stesso evitarne le conseguenze; v'ingannaste solo nel modo di esporla,
pretendendo che il Comitato Esecutivo si arrendesse a discrezione. Per
quanto giovane, dovevate indovinare, che non potevano cedere alla vostra
idea per la stessa ragione che lo Czar non può sottomettersi alla
nostra.

— Ammetto questa irritazione del Comitato: ma il momento politico impone
a tutte le forze russe di spostarsi. Coloro che si fermano saranno
sorpassati.

— Non temiate che ci fermiamo: quello che voi veniste a dirci duramente,
lo avevamo già pensato.

— In una rivoluzione non si pensa davvero se non ciò che si ha il
coraggio di eseguire.

Il principe parve non sentire l'ingiuria.

— Voi avete bisogno di molte forze per il vostro disegno, ma vi sarà
impossibile trovarne per ora fuori del vecchio partito nichilista, come
voi lo chiamate. Vengo ad offrirvele.

— Quali sono le vostre condizioni?

— Non ne faccio alcuna; vi espongo la situazione. Bisogna che Alessandro
III muoia come suo padre: non è solo un impegno d'onore del partito
colla Russia, ma senza di ciò l'uccisione di Alessandro II perderebbe
ogni significato. Oggi il governo fa maggior pompa di repressione che
pel passato: sottomettervisi è un riconoscere la sua onnipotenza, mentre
sciaguratamente il popolo sarà sempre col più forte. Se Alessandro III
perisce, la fede nella invincibilità dello czarismo è perduta. Un
suddito può uccidere da solo un imperatore, ma che in vent'anni di lotta
non mai sospesa due Czar siano costretti a vivere prigionieri della
rivoluzione, spendendo mezzo miliardo all'anno nella polizia senza
salvarsi dalla vendetta della rivoluzione, e contro di essi non vi sarà
stato un uomo ma un'idea.

— Colui che uccidesse lo Czar s'impadronirebbe di tutte le forze
nichiliste?

— Sì.

— Non basta uccidere lo Czar, bisogna che egli muoia con molti, con
quanti sarà possibile adunare intorno a lui, altrimenti siamo ancora
allo scontro fra suddito e sovrano, che non modifica affatto le loro
relazioni nel sentimento della moltitudine.

L'altro lo esaminò fissamente. Parlavano calmi; se qualcuno li avesse
potuti udire, li avrebbe creduti due pazzi.

— In dieci anni il Comitato non è riuscito nemmeno, proseguì Loris, ad
un attentato che, fallendo, potesse impressionare vivamente
l'immaginazione del pubblico.

— Avete ragione; considerate però quale progresso abbia fatto nelle
precauzioni per la vita dello Czar la III Sezione, dopo che si finse di
abolirla.

— Così venite a propormi quest'impresa come un mezzo per impadronirsi
del Comitato. Comprendo che la vostra offerta non possa venire da lui
stesso, ma neppure dopo una simile vittoria questo abbandonerà senza
resistere la direzione del partito. Non vi è peggior pedante di un
rivoluzionario attardato.

Vi fu un intervallo. Loris colla fronte aggrottata sembrava in preda ad
un grande pensiero improvviso; l'altro l'osservava acutamente per
indovinarlo, deciso a non proseguire prima che Loris parlasse. La
terribilità di quella conversazione li aveva a poco a poco agghiacciati;
fors'anco presentendola più difficile sul principio, si sentivano
egualmente travolti verso la fine.

Loris sollevò la fronte.

— Mi affermate sulla vostra parola, che nessuno del Comitato sa quanto
veniste a propormi?

— Sulla mia parola.

— Quindi supporranno che io abbia dimesso ogni pensiero d'azione; i
letterati infatti sono così.

Il principe annuì con un gesto.

— Se si trattasse di uccidere solamente lo Czar nulla di più facile.

L'altro si scosse, ma Loris replicò:

— Non avreste potuto farlo voi stesso, che andate a corte? Un uomo non è
mai che un uomo contro un uomo: ma non si tratta di questo, occorre di
più. Bisogna far saltare tutto un teatro in una serata di gala. Czar,
corte e aristocrazia.

— Impossibile! ricordatevi il tentativo al Palazzo d'inverno.

— Chi vi ha detto che occorra un tunnel? Trenta chilogrammi di melinite
bastano a sprofondare un teatro senza che nessuno si salvi. Lo Czar deve
perire a Mosca, nella città sacra dello Czarismo. L'impresa può essere
estremamente pericolosa, ma non difficile per chi si consideri morto
anticipatamente. I regicidii arrischiati fin qui fallirono, lasciando
nella fantasia dell'Europa un profondo disgusto, perchè colui che li
tentava non aveva davvero rinunziato alla vita. Bisogna essere vissuto
qualche anno all'estero per comprendere tutto il ridicolo degli
attentati contro lo Czar, mentre vi si crede che i nichilisti siano, non
solo nell'esercito, ma a corte. Perchè coloro, che riuscivano a mettere
un proclama nichilista nella camera dello Czar, non lo hanno ucciso?

Loris sostò.

— Voi stesso, principe, avete qualche volta partecipato al consiglio
dello Czar; i giornali citano il vostro nome fra gli invitati ai balli
di corte.

Il principe, che si aspettava questa obiezione, rispose prestamente:

— Mia moglie... essa ignora che io appartenga al partito.

— Non intendevo a questo; e la voce di Loris si fece subitamente dura,
mentre il suo volto assumeva la severità insensibile di un giudice. È
necessario spiegarci più chiaramente. Venni al vostro Comitato per
offrirvi l'alleanza colle giovani forze russe, ignare ancora di sè
stesse. Che io avessi o no mandato a rappresentarle, e possa stringerle
un giorno in pugno come una scure, è un segreto dell'avvenire. Se non
riuscirò, tanto peggio per me; altri potrà farlo. Perchè siete voi nella
rivoluzione? Perchè volete voi uccidere lo Czar? Io sono figlio di un
pope: mio padre, condannato innocente, morì nel viaggio in Siberia; mia
madre si suicidò: son nato nell'ingiustizia, ho sofferto tutte le
miserie, ho odiato sempre. Ecco perchè voglio distruggere questo mondo,
che soffoca da migliaia di anni tanti milioni di uomini a beneficio di
pochi, i quali non lo meritano nemmeno per una apparente superiorità
della loro natura. Per me tutti i felici in conseguenza di un privilegio
sociale sono nemici; chiunque viva meglio dei poveri, che muoiono di
lavoro e di miseria, è colpevole, fosse egli più onesto di Socrate, più
caritatevole di Cristo, più intelligente di Hegel, è colpevole. Che cosa
avete di comune con coloro, che soffrono, voi che fate ancora soffrire,
spendendo per voi solo tutte le vostre ricchezze?

— Non ammettete che si possa amare il popolo senza appartenervi?

— No, non credo ai rivoluzionari per amore. D'altronde chi può amare il
dolore del popolo senza averlo diviso? L'ambizione ha spesso gettato
nelle file rivoluzionarie signori come voi, ma non vi produssero mai che
un ingombro, quando non vi commisero tradimenti. Che cosa vi ha fatto
diventare nichilista?

A questa domanda il principe fremè, ma Loris senza lasciargli tempo a
rispondere proseguì:

— Ve lo domando, perchè è necessario per entrambi l'intenderci bene
prima di unirci per operare. Io sono la miseria; io, figlio di pope,
rappresento l'incredulità segreta del clero, il tradimento della
religione, che garantiva i ricchi spostando il problema dei poveri in un
altro mondo. Mio padre scoperse il proprio ateismo, e fu abbandonato dal
popolo. Era giusto: il clero non aveva tradito il popolo per mille anni?
Perchè il popolo avrebbe creduto alla sincerità del primo pope, che
dichiarava di passare dal suo canto? Poi il popolo non può ancora
intendere coloro, che sono pronti a morire per lui. Voi siete principe e
milionario: avevate dei servi prima dell'emancipazione, e non li
emancipaste; ne avete ora degli emancipati, e non li assolveste dal
riscatto; vostra moglie brilla a corte, voi stesso vi occupate più di
una carica; perchè tradite lo Czar? Perchè venite nel popolo, volendo
rimanere principe e milionario?

— Garibaldi, il maggiore eroe moderno, non ha mai chiesto ad alcuno de'
suoi volontari perchè venissero ad arrolarsi sotto la sua bandiera.

— Garibaldi non era che un soldato, aveva per nemici gli eserciti di un
piccolo stato, e conchiudeva la propria rivoluzione appunto dove noi
l'incominciamo. Una campagna militare non può durare che sei mesi, la
nostra campagna sociale durerà forse più di una generazione: ecco perchè
occorre sapere se i volontari, che vi entrano, siano sinceri. Perchè
siete voi rivoluzionario?

— Perchè soffro più del popolo.

— Non direste così se foste popolo. Ma non è l'assetto sociale che vi fa
soffrire, perchè nessuno può davvero patire per essere principe e
milionario: se tale sublime delicato esistesse, se vi fosse un altro
Lisogub, rinuncierebbe subito ad essere principe e milionario gettando
alla rivoluzione tutte le proprie ricchezze, e allora ridiventerebbe
popolo. Insisto su questo per dovere di combattente. Mi avete proposto
la morte dello Czar, vi ho risposto che bisogna spingersi ad un eccidio,
nel quale perisca parte della corte e dell'aristocrazia. Manterrò la mia
parola; per me lo Czar è appena un simbolo; voi invece non odiate che
lui, e non avete osato ucciderlo.

— Mi credete un vigliacco?

— Non è ancora il tempo di giudicarvi. Lo Czar vi ha offeso?

Il volto del principe Vladimiro era diventato livido: un'espressione di
odio febbrile ne scomponeva i lineamenti, rivelandone la bestialità,
mentre la sua fronte alta ed aggrondata dominava ancora quella tempesta.
Evidentemente il principe soffriva.

— Vostra moglie è giovane? gli chiese Loris con spaventevole ironia.

Il principe scattò in piedi; Loris l'imitò.

— Voi odiate, e staccò lentamente le sillabe, lo Czar, perchè vostra
moglie lo ha amato.

Il principe parve vacillare.

— Comprendo, l'altro seguitò: non è che un odio di maschio invece di
essere una passione di uomo. Senza ciò non sareste nel partito. L'amore
di una donna, che vi ha preferito forse per vanità lo Czar, e che voi
amate doppiamente appunto per questo, ecco la vostra rivoluzione.

— Chi siete voi per indovinare così? esclamò il principe indietreggiando
di un passo.

— Un uomo, che non ama. Perchè sareste diventato altrimenti
rivoluzionario? Non potevate soffrire che così. L'amore per una donna vi
ha gettato nell'odio popolare, un amore, del quale non guarirete: ecco
perchè vi accetto nella mia impresa; guarendone, forse tradireste.
Sedete dunque, dobbiamo ancora parlare.

E d'un gesto l'invitò da capo sul divano.

Allora discorsero dell'impresa. Il principe gli spiegò come egli solo
del Comitato Esecutivo facesse questo passo, mentre gli altri quantunque
vivamente impressionati dal colloquio si mantenevano entro le vecchie
rotaie. Appena uscito Loris, una violenta discussione era scoppiata nel
Comitato: il principe aveva sostenuto vivamente il disegno senza
riuscire a persuaderli, però due membri alla fine sembravano scossi; il
presidente rimaneva irremovibile. L'intenzione del principe, in
quell'abboccamento con Loris, era dunque di affrettarlo all'opera,
perchè un primo successo gli consentisse d'intendersi col Comitato, e
dominarlo. Loris, accettando l'idea di un supremo attentato contro lo
Czar nel teatro di Mosca, supererebbe quanto il Comitato avrebbe appena
osato sperare; quindi la rivoluzione passerebbe dallo stadio di setta a
quello di guerra.

Il principe parlava lentamente: una lieve balbuzie dava alla sua
pronunzia uno stento quasi grazioso, che contrastava colla terribilità
dei propositi, ma una più profonda preoccupazione sembrava ogni tanto
distrarlo dal discorso. Quell'idea di un attentato nel teatro di Mosca
aveva troppo bisogno di essere maturata per discuterne sul momento tutti
i particolari; a Loris invece premeva sopratutto di fare sul principe,
come membro del Comitato Esecutivo, una grande impressione. Una superbia
di autore lo esaltava quindi davanti a quel vecchio, del quale aveva
saputo indovinare il tragico segreto, e cui seguitava a studiare
acutamente sul volto le traccie della passione, che finirebbe forse
coll'ucciderlo. Questo principe diventato rivoluzionario per gelosia di
una donna, la quale non capirebbe forse mai la profondità dell'amore
ispiratogli, rappresentava la parte più viva dell'aristocrazia russa. La
rivoluzione profittava così di tutte le debolezze dei propri nemici,
voltandoli contro la società, che doveva distruggere.

Lentamente la conversazione languì: Loris si alzò.

— Voi mi credete un vigliacco, disse il principe improvvisamente, quasi
compiendo un lungo ragionamento mentale.

— Non vi è amore senza vigliaccheria.

— Non avete dunque mai amato?

Loris non rispose: il principe parve rianimarsi.

— Avrei potuto uccidere lo Czar: me lo avete rinfacciato colla durezza
dei giovani, che si credono impeccabili perchè non hanno ancora
abbastanza vissuto. Avrei potuto ucciderlo, ma non sarebbe stata una
vendetta. Ella mi avrebbe trovato doppiamente ridicolo; io marito avrei
così valuto sempre meno del suo amante, io principe sarei sempre stato
inferiore allo Czar.

La sua voce tremava; si sentiva un dubbio in questa affermazione.

— Non si può amare una donna e la rivoluzione nel medesimo tempo,
ribattè Loris.

— Siete dunque più vecchio di me per parlare così!

— Voi domandate alla rivoluzione la rivincita sopra una donna: badate,
anche la rivoluzione è donna, e vuole essere amata esclusivamente.

Quindi, correggendo la durezza delle parole colla cortesia dei modi, lo
congedò.



V.


Erano a Mosca.

Dopo un altro colloquio col principe Loris si era deciso prontamente:
gli bisognava far saltare il teatro della vecchia capitale, al principio
dell'anno, perchè lo Czar vi si recherebbe per inaugurare nel grande
museo politecnico l'esposizione dei costumi e degli oggetti necessari
alla vita russa d'inverno. L'impresa arrischiatissima diventava
impossibile dopo le prime nevi. Ma Loris non se ne aperse ad alcuno. Col
principe si erano accordati in ciò solo, che questi fornirebbe i trenta
chilogrammi di melinite necessari allo scoppio: sul come prepararlo
Loris aveva conservato, anche con lui, il più altero silenzio. Ma non
poteva condurre da solo l'impresa. Il suo pensiero cadde quindi su Olga
Petrowna, alla quale si era già accorto di avere inspirato un sentimento
abbastanza prossimo all'amore: infatti la giovane medichessa,
incontrandolo un'altra volta per strada, si era fatta talmente rossa che
qualunque altro, anche meno penetrante di Loris, si sarebbe accorto
della sua passione.

Questi fu pronto a sfruttarla.

Accompagnò Olga a casa, e la prostrò con un secondo colloquio. Ella, che
si aspettava a qualche galanteria, benchè le maniere di Loris non le
permettessero punto simile speranza, soccombette alle prime severe
parole. Con una brutalità non senza grandezza egli le espose
sommariamente il proprio disegno. Olga allibì, ma Loris non le lasciò
nemmeno il tempo di aver paura. Parlava freddo e splendido: mai nessun
libro, fra i più rivoluzionari, aveva avuto per lei maggior fascino di
poesia e di volontà; si sarebbe detto che egli sentisse davvero,
nell'effimera piccolezza del proprio individuo, tutti i dolori sociali,
di cui parlava.

Olga non aveva tentato nemmeno di resistere.

Loris impressionato di quella muta dedizione le aveva chiesto:

— Accettate?

— Che importa la mia volontà? Essa deve essere spezzata come tutte le
altre.

Quindi avevano convenuto che Olga andrebbe a Mosca con lui nella
settimana. Ella gli diede l'indirizzo di Lemm, rifugiatosi allora presso
Mosca, nel villaggio di Touchino, da una sua zia, piccola mercantessa di
tela. Il contratto con Sofia Semenowna non era stato difficile: per
quanto la vecchia avara intendesse a sfruttare l'opera della figlia,
l'offerta di trenta rubli al mese e l'anticipo di tre mesate la
sbalordirono così da impedirle qualunque stiracchiamento; dal proprio
canto Olga doveva ricevere altri quaranta rubli mensili e il miglior
trattamento nella casa della supposta moglie di Loris. La signora era
nel villaggio di Oudin nel governo di Kazan, ma probabilmente dovrebbe
cercare nell'inverno clima più mite all'estero; Loris aveva detto a
Sofia Semenowna, che in questo caso aumenterebbe ad Olga lo stipendio di
altri dieci rubli mensili. Sofia Semenowna aveva risposto, domandando
subito altri dieci rubli per sè; Olga presente al mercato arrossiva, ma
Loris senza darle tempo d'intervenire aveva tagliato corto rispondendo,
che ne avrebbero discusso solamente allora.

In tutta la scena Loris, che aveva detto di chiamarsi Boris Petrovich
Strogonoff, si era mostrato talmente gran signore in tutti i particolari
della propria vita coniugale, che la vecchia non aveva concepito alcun
sospetto.

Olga lo ammirava.

— Vestitevi da signora, le disse Loris.

Olga ne aveva convenuto con segreta voluttà, sentendosi ridiventare
donna sotto la sua influenza.

— Eccovi cento rubli.

Olga esitava: ma Loris guardandola severamente soggiunse:

— Ancora una ridicolaggine del vecchio nichilismo, le donne che vogliono
parere uomini, e perdono così tutto il valore della propria
individualità. Con questi cento rubli vi farete un abito da viaggio, e
comprerete due valigie eleganti. V'intendete d'eleganza?

La mano di Olga tremava tenendo il pacchetto dei cento rubli.

— Se potrete ridiventare donna l'imparerete.

Loris a Mosca si era messo subito in cerca d'un appartamento nella
piazza del grande teatro. Gli occorrevano due case su vie diverse,
comunicanti fra loro pel cortile, una sulla piazza, l'altra in una
strada parallela, perchè lo scoppio della mina, sprofondando il teatro,
non scrollasse anche quella, dalla quale per mezzo di un filo elettrico
intendeva far partire la scintilla. Possibilmente le case avrebbero
dovuto appartenere a due proprietari; nella prima si sarebbe installato
con Olga, facendola passare per sua moglie; nella seconda starebbe Lemm.
Tagliando un muro divisorio, e coprendolo con un armadio a specchio,
aprirebbero un passaggio fra i due appartamenti.

La prima giornata fu spesa in ricerche inutili. Quella piazza, fra le
più eleganti di Mosca, non aveva appartamenti disabitati. Erano quasi
tutti occupati dal ricco ceto mercantile, che vi sfoggiava un lusso
sempre più occidentale. Loris non potè visitarne che pochissimi. Una
sola casa nella strada di ***, divisa dalla piazza da un grosso corpo di
fabbriche moderne, aveva il primo piano vuoto e per un vasto cortile
comunicava con un'altra prospiciente sul di dietro del teatro; ma era
tutta occupata e da vendersi. Loris apprendendolo dal dwornik s'informò
del padrone, un orefice, che della casa chiedeva cinquantamila rubli.
Loris entrò in contratto; ciò gli permise di esaminarla minutamente a
tutti i piani, domandando se non fosse possibile comprare anche l'altra,
che le si univa posteriormente, per ottenere così un magnifico blocco.
Gli fu risposto di no; la casa apparteneva ad una famiglia patrizia
troppo ricca per disfarsi di un proprio stabile. Un appartamento
laterale interno, occupato dalla famiglia di un giudice, comunicava
coll'appartamento migliore dell'altra casa, formando il lato meridionale
del cortile comune, ma viziandone l'architettura con un loggiato a
colonnine di ghisa e a vetri, tutto pieno di vasi come di piccola serra.
Loris nell'esaminare la casa ne criticava vivamente l'ordine interno,
accennando a modificazioni per disporvi un vero appartamento signorile:
il proprietario, tanto offeso dalla giustezza di quelle critiche quanto
lusingato dalla speranza di vendere caramente la casa ad un gran
signore, che ne pareva incapricciato, si offerse di trattare cogli
inquilini per ottenere subito, mediante un grosso compenso pecuniario,
lo sgombro di un qualche appartamento. Allora Loris aumentò le
difficoltà: la sua signora avrebbe voluto stabilirsi almeno entro un
appartamento, da lei stessa arredato; impossibile ottenere questo in una
simile casa. La signora, appassionata pel teatro e cagionevole di
salute, aveva anticipatamente imposto al marito quella piazza; era un
capriccio indiscutibile di dama; quanto al prezzo Loris affettava la più
grande indifferenza.

Il proprietario era sulle spine; disse a Loris di ritornare l'indomani e
di concedergli carta bianca per ottenere subito l'appartamento occupato
dalla vedova del giudice, sul lato sinistro del cortile, e che dava
sulla piazza con una finestra, mentre all'interno combaciava colla
piccola serra dell'altra casa. La vedova, rimasta piena di debiti,
acconsentirebbe facilmente dietro un regalo; agli altri quartieri era
impossibile pensare. Loris parve lasciarsi persuadere.

Prima di andarsene si fece mostrare dal padrone quell'unica finestra,
dalla quale avrebbe goduto la vista della piazza; era all'angolo
orientale. La finestra s'apriva sopra un balcone piccolo, di grevissimo
disegno, Loris notò che la doccia, scendente dal cornicione del tetto,
lambiva il balcone.

Un lampo gli si accese negli occhi.

— M'accorgo che è impossibile appagare la mia signora. La stagione
teatrale comincia fra un mese; se questa vedova acconsente, farò
disporre un arredo provvisorio da un tappezziere: per il momento
bisognerà accontentarsene. Oggi è lunedì, sabato tutto dovrebbe essere
terminato.

Combinarono che prima di mezzogiorno Loris andrebbe a prendere la
risposta.

Allora corse subito in cerca di Sergio Nicolaievich Lemm, al vicino
villaggio di Touchino sulla strada di Pietroburgo. Loris aveva
noleggiato una telega a due cavalli, che andavano come ii vento; non
mancava molto a sera quando giunse al villaggio. Fortunatamente
riconobbe Lemm, solo, che passeggiava colla testa bassa, a mezza versta
dalle prime isbe.

— Sergio Nicolaievich, gli disse rapidamente, sono sicuro che mi
riconoscete. Bisogna che veniate subito con me a Mosca; ve ne spiegherò
la ragione per strada.

Gli abiti del piccolo ebreo erano anche più laceri. Avrebbe voluto
chiedere spiegazioni, ma l'altro si contentò di accennargli che si
trattava di un'urgenza rivoluzionaria. Lemm corse al villaggio per
avvisare la zia della propria partenza, e ne ritornò con un piccolo
fagotto di panni, mentre Loris sulla strada faceva passeggiare i
cavalli.

La sera stessa Lemm non era più riconoscibile. Loris lo aveva mandato in
un grande magazzino di abiti, perchè vi si mutasse in un signore quasi
elegante, dopo averlo costretto a tondersi i capelli e a radersi la
barba. L'indomani Loris seppe dall'orefice che per cinquecento rubli la
vedova, già decisa ad abbandonare Mosca per ritirarsi a vivere in
campagna presso alcuni parenti del marito, era pronta a cedere
l'appartamento, magari colla maggior parte dei mobili: questi non erano
gran cosa di bello, ma aggiungendone qualche altro e con pochi restauri
potrebbero servire provvisoriamente; l'appartamento era munito di
tappeti. Loris andò. Un'ora dopo per mille e settecento rubli aveva
comprato quell'appartamento; la vedova non ne asportava che gli abiti e
la biancheria. L'appartamento, suprema follia del marito morto e per la
quale egli aveva contratto gli ultimi debiti, era più che decente: si
componeva di sei stanze e una cucina. Nello stesso giorno Lemm, per
incarico di Loris, prendeva in affitto l'appartamento vuoto dell'altra
casa in via ***, già occupato da un colonnello del 10.º reggimento
granatieri traslocato a Pietroburgo; l'appartamento, più vasto e
ammobigliato con gusto migliore, comprendeva anche una scuderia e una
rimessa in un secondo piccolo cortile della casa.

Loris si faceva chiamare Boris Nicolaievich Perel; Lemm, conosciuto a
Mosca da troppi studenti, conservava il proprio nome, spiegando la nuova
fortuna col pretesto che la zia gli avesse anticipato in due mila rubli
quasi tutta la propria eredità. Egli intendeva farsi dentista,
spendendola in quell'impianto, per ottenere più presto una clientela fra
i signori.

Lemm potè installarsi il giorno stesso, Loris non ottenne il proprio
appartamento che alla fine della settimana. Olga Petrowna arrivò nel
pomeriggio dello stesso giorno; alla stazione non v'era che Loris.

— Vi piaccio? gli chiese guardandosi il vestito e tremando in cuore di
questo giuoco di parole.

— Questo fiore è troppo vistoso; nessuna signora lo avrebbe messo sopra
un cappellino da viaggio.

Quindi le ordinò di scendere all'albergo del Cigno, ove l'indomani
verrebbe a prenderla.

Ma risoluto il problema degli appartamenti, ne rimaneva un altro non
meno difficile: di quali domestici servirsi? Lemm, abitando un
appartamento ammobigliato, avrebbe potuto usare quelli medesimi della
padrona; ma come fidarsi di loro? A prenderne altri, nichilisti, la
paura di così terribile attentato, del quale solo l'intenzione
basterebbe a meritare la morte, poteva vincere l'energia del loro
carattere. Lemm stesso non vi era entrato che augurandosi rabbiosamente
di morirvi; quindi divenuto improvvisamente guardingo, mentre Loris
fedele alla propria massima sosteneva che in un caso simile il colmo
della prudenza stava appunto nell'oblìo di ogni precauzione, insisteva
per la propria maggior pratica delle abitudini poliziesche sulla
necessità di avere almeno due domestici sicuri. A lui occorreva un uomo,
a Loris una donna, per non lasciare Olga servirsi da sola, perchè questo
sarebbe tosto notato da tutti gli inquilini.

Laonde suggerì a Loris di far passare Olga solamente per la dama di
compagnia della moglie lontana.

— Perchè? chiese Olga.

— Non avete l'aria abbastanza signorile.

Loris ebbe un'altra idea: servirsi della figlia o della moglie del
dwornik per distogliere i loro sospetti e rendersele amiche con poche
larghezze, e sopratutto poterle licenziare di notte. Era sempre lo
stesso sistema, cercare la sicurezza nel centro del pericolo. Dal canto
proprio Lemm dovrebbe procurarsi un qualunque scimunito; ma siccome
Loris intendeva munirsi di una droiska con due eccellenti trottatori pel
caso di una fuga, lo si occuperebbe così col servizio dei cavalli,
imponendogli di dormire nella scuderia. Quindi convennero di aprire un
passaggio fra i due appartamenti: fuori avrebbero finto di non
conoscersi.

Tuttavia Lemm non sapeva ancora nulla di preciso sull'attentato. Il
piccolo ebreo, dopo il rifiuto di entrare nello tchin e l'abbandono
dell'università, ove non aveva potuto compiere gli studi di medicina per
mancanza di denaro, era caduto nella più atroce miseria. La vecchia zia,
che fingeva di mercanteggiare nelle tele tessute dai contadini nei
lunghi inverni, e faceva invece la piccola usuraia, lo aveva accolto
malamente; anzichè dargli il danaro necessario ad iscriversi per gli
ultimi due anni di clinica, gli aveva rinfacciato il posto ottenutogli
per mezzo di un alto funzionario, del quale Lemm si era fatto un nemico
irreconciliabile col gettargli sul viso il diploma di scrivano in
polizia. Ma realmente quel funzionario lo aveva ricevuto come un
mendicante. La vecchia, incapace di comprendere simile orgoglio nella
condizione del proprio nipote, ripeteva:

— Lo hai voluto? pensaci tu ora.

Lemm aveva avuto con lei una di queste spiegazioni, quando incontrò
Loris.

Al contatto di lui le sue idee rivoluzionarie rifiammeggiarono; poi lo
sbalordimento del lusso impostogli, il mistero di quell'attentato, la
semplicità grandiosa delle maniere di Loris, lo esaltarono. Quando
questi gli disse di spacciarsi dentista, perchè la ciarlataneria della
professione intonasse meglio colla nuova ricchezza, Lemm esclamò:

— Ma pensate dunque a tutto?

— A molte cose certo: per esempio, non avete denaro. Eccovi due mila
rubli, nella vostra nuova posizione dovete possederne; non li prodigate
però. Domani tornerete da vostra zia per dirle che li avete vinti al
giuoco, ma che vi pare più conveniente di confessare in pubblico di
averli ricevuti da lei, poichè intendete stabilirvi a Mosca come
dentista. Ritornate nella mattina; è necessario entro domani aprire la
comunicazione fra i due appartamenti.

Quella notte la passò solo nel nuovo quartiere.

Si sentiva entrato in campagna contro tutto l'impero russo. Un immenso
orgoglio gli gonfiava il cuore nella solitudine di quella casa, ove
nessuno ancora lo conosceva e nessuno lo conoscerebbe nemmeno dopo
l'attentato. Oramai il dado era tratto: se anche Lemm ed Olga dovessero
abbandonarlo, agirebbe da solo; ma li aveva scelti troppo bene per
temere d'esser tradito. Erano due spiriti fanatici. Lemm, polacco ed
ebreo, covava nella coscienza tutti i rancori di una razza senza patria
e senza libertà; il suo odio, avvelenato dalla educazione, era arrivato
da tempo al parossismo settario colla partecipazione indiretta alla
lotta dei vecchi nichilisti contro lo czar. I suoi eroi erano i
rivoluzionari morti sul patibolo, i suoi veri compatriotti si trovavano
in Siberia fra i deportati politici, in quell'immenso esercito di
prigionieri accantonato nei villaggi ad enormi distanze, sepolti vivi
nelle miniere, dispersi pei deserti nevosi, ma che riunendosi per un
magico appello sarebbero bastati a rovesciare l'impero. Olga era
un'anima assetata di amore, una popolana tratta da una eguale superbia
plebea all'università, e che i dolori di una vita anormale avevano
cacciato nell'orbita tragica della rivoluzione. La sua ragione, già
squilibrata dalle tempeste della esistenza domestica, era stata travolta
alle più terribili negazioni della critica demolitrice delle scuole
ribelli, mentre i sentimenti le erano rimasti puri nel fondo del cuore.
Credeva di odiare i ricchi, e invece non amava che i poveri; invocava
l'esterminio dei potenti, che facevano soffrire, e appena li vedesse
schiacciati sotto una rivolta dei deboli, chiederebbe forse la loro
grazia. Loris si sapeva troppo adorato da lei per dubitare di poterla
sempre dominare.

Finalmente si sentiva preso nell'opera propria. La stanchezza della
lunga preparazione era scomparsa: solamente ora gli pareva di
comprendere la nullaggine degli studi, nei quali aveva passato tanti
anni che ne provava ancora la nausea nell'anima. A che studiare? La vita
è opera; prima e dopo l'opera, il pensiero non è che sogno. Un uomo
poteva contrapporsi anche solo ad un impero, deviandone la storia: ma nè
Mosca, nè il resto della Russia sapevano ancora ciò che egli preparava
loro.

Questa esplosione della fantasia gl'impedì per lunghe ore di
addormentarsi. A un certo punto dovette scendere di letto per mettersi
alla finestra, che dava sulla piazza, guardando la massa bruna del
teatro, più vasta in quella tenebra della notte. La fissava come in
duello, al momento di abbassare la pistola contro l'avversario. Ma
l'immensa massa del teatro dormiva tranquilla nel buio, mentre invece
dell'onnipotente indifferenza del giudice, che condanna, egli provava
l'incertezza febbrile dell'assassino, che si stanca nell'agguato.

— Sarei anch'io un attore, che quel teatro esalterebbe come tutti gli
altri? si disse d'un tratto con quella fredda ironia, che talvolta lo
rendeva così terribile.

Si erano finalmente acquartierati.

Olga era stata ricevuta come la dama di compagnia della signora, che non
tarderebbe molto ad arrivare. La moglie e la figlia del portinaio, due
figure insignificanti, avevano accettato con entusiasmo l'offerta di
entrare al loro servizio con uno stipendio provvisorio di dieci rubli al
mese, finchè la signora giungesse colle proprie cameriere: ma Olga aveva
lasciato intendere che la signora, malaticcia e soggetta ad improvvise e
violenti simpatie, era a discrezione della prima persona, che le
piacesse. La figlia del portinaio, ragazza di diciott'anni, Matrona
Carpowna, non doveva venire che a rassettare l'appartamento e a
pettinare Olga; quanto al pranzo, lo avrebbe fornito il trattore più
vicino. Olga, di abitudini molto semplici, non aveva quasi d'uopo di
cameriera. Per amicarsi la ragazza, dietro consiglio di Loris, cominciò
dal farsi accompagnare in un magazzeno da sarta, e le regalò un vestito.

Lemm aveva preso un vecchio soldato, rimasto senza nè mestiere, nè
padrone per la triste abitudine dell'ubbriachezza. Lo aveva trovato una
mattina passeggiando nel Giardino del Romitaggio: il soldato gli aveva
chiesto un mozzicone di sigaro, facendo il saluto militare; l'altro finì
col condurselo a casa. Il vecchio, che avendo servito nella cavalleria
adorava i cavalli, quando seppe dal padrone il proposito di comprare una
pariglia di trottatori, stentò a contenersi: in quella prima
effervescenza promise di non ubbriacarsi quasi più.

— Ecco, _batuscha_, non si può smettere, ma quando si ha un cavallo, non
si ha più bisogno di andare alla bettola per cacciare i cattivi
pensieri: si resta nella stalla a parlare con lui. I cavalli sono molto
intelligenti.

— Bene, bene, Alessio Alexeieff: quando vorrai ubbriacarti, me lo
domanderai, disse Lemm sorridendo. Se non avrò bisogno di te per molte
ore, te lo permetterò.

Il vecchio s'accarezzò colla grossa mano sudicia la barba incolta,
guardando il padrone con simpatia mista di diffidenza.

Questi comprese.

— Ti darò io stesso una bottiglia di vodka, quando potrò permetterli di
ubbriacarti, ma ti chiuderò nella stalla. Sei contento?

— Ah! ah.

E per il momento non seppe esprimere meglio la propria approvazione.

L'aprire un passaggio fra i due appartamenti non fu difficile, giacchè
il loro muro divisorio costruito in mattoni era solo di due teste: bastò
con un pretesto farvi collocare dai servi un armadio in ambo i lati.
Naturalmente Loris e Lemm scelsero l'armadio più largo: poi scostati gli
armadi nella notte, con uno scalpello tagliarono diligentemente
l'intonaco e scopersero il muro. Le prime pietre presentarono qualche
difficoltà, dovendo essi servirsi di quelle sole armi per non destare
rumore; ma levate le prime, tutte le altre rimasero come slegate: la
calce stessa era di pessima qualità. Lemm e Loris lavoravano d'accordo;
quando il buco fu così grande che poterono vedersi in faccia, ebbero un
sorriso di gioia quasi infantile. Scalpellavano ritti sopra una sedia;
Olga aveva steso un lenzuolo sul tappeto, perchè la polvere dei
calcinacci non vi penetrasse destando sospetti nei domestici, e guardava
i due lavoratori. Bastarono poche ore a compiere un taglio abbastanza
largo che vi si potesse passare. Per nascondere i mattoni e i
calcinacci, Lemm aveva trovato una magnifica idea; nella cucina del
proprio appartamento v'era un pozzo, che non serviva ad altri. Lemm cavò
la corda dalla carrucola per evitare anche il pericolo del suo cigolìo,
e con un secchio, reggendolo a tutta forza di braccia, calarono
lentamente rottami e spazzature nel pozzo. La maggior fatica fu nello
scoppettare i tappeti per togliere ogni traccia: poi con una sottile
sega da orefice, quasi sorda, tagliarono tre assi dal fondo degli
armadi, e li ricollocarono di contro al vano. La breccia era aperta;
bastava tener inchiavati gli armadi perchè nessuno la scoprisse.

L'indomani Lemm, dopo aver fatto un segno ad Olga dalla propria
finestra, per assicurarsi che Matrona Carpowna non fosse
nell'appartamento, v'entrò trionfalmente. Era ilare. Allora Loris gli
espose il proprio disegno: il modo immaginato per far saltare il teatro
era di una semplicità assurda a forza di essere temeraria. Entrambi lo
ascoltavano immobili, senza fiatare; nessuna obbiezione era possibile: o
ricusare, o entrarvi quasi colla sicurezza di non riuscirvi. Ma in
questo caso n'andava di mezzo la vita.

— Non c'è che dire, rispose finalmente Lemm: tutto è calcolato, ma
avremo quasi il cento per cento contro. E voi, Olga?

Ella mormorò tremando:

— Tutta quella povera gente....

— Chi? le si volse Loris con impeto: la corte, l'aristocrazia? Non sono
dunque i nostri nemici?

Ma Lemm le venne in soccorso.

— Olga alludeva ai cantanti, a tutta la gente di teatro.

— Vorreste dare una battaglia senza morti accidentali? D'altronde i
cantanti sono anch'essi una ragione della miseria popolare: i teatri
imperiali costano quanto tutte le università. Tornerò fra due ore a
prendere la vostra risposta, così potrete ripartire questa sera stessa,
perchè bisogna avere tutte le prudenze, quando non si accettano tutte le
temerità.

— Credete dunque che esiti per la paura?

— Esitereste per riguardi alla corte?

— Ma il vostro disegno è impossibile.

— Appunto per questo riuscirà: non si prendono precauzioni contro
l'inverosimile. La vostra cooperazione vi sarà però molto minore di
quella di Olga.

Essa cercò con uno sguardo sottomesso quello di Loris.

— Nemmeno voi credete alla sua possibilità?

Essa scosse il capo melanconicamente.

— Quindi davanti alla certezza del pericolo vi ritirate.

La voce di Loris tremava. Olga indovinò il dolore di quell'immensa
vendetta, cui tutta la rivoluzione tendeva da cinquant'anni, e di una
ambizione anche più immensa. Il suo cuore battè: Loris le parve
sovrumano di passione.

— No, mormorò con un sorriso di rassegnazione, mostrandogli non solo di
averlo compreso, ma di sorpassarlo coll'accettare tutta quella
catastrofe forse inutile: sarà la morte di Sofia Perowskaia.

Lemm umiliato titubava ancora.

— È impossibile.... ripetè dibattendosi contro l'evidenza, che gli
soffocava la ragione.

Loris gli voltò le spalle per uscire.

— Aspettate, per Dio! perchè volete andarvene per tornare? La risposta
ve la do qui: Olga accetta, dunque accetto anch'io, ma saremo scoperti
prima, e diventeremo ridicoli. Ecco quello che temo.

Loris si raddrizzò superbamente.

— Nessuno in Russia può sentirsi così forte da ridere di quest'impresa,
anche se dovesse fallire, perchè nessuno avrebbe osato nemmeno di
concepirla. Sofia Perowskaia, si volse ad Olga, ricusò di salvarsi per
morire romanticamente sul patibolo con Jeliaboff, ma quando si è
scoperti bisogna suicidarsi piuttosto che lasciarsi arrestare: così il
nemico vince, ma non trionfa.

Il disegno di Loris era questo.

La neve caduta in quei primi d'ottobre non era stata che una
anticipazione dell'inverno, dopo la quale l'autunno aveva come rifiorito
con quella soavità russa, ilare ed insieme malinconica, di cui nessun
altro clima potrebbe dare un'idea. Loris aveva subito pensato ad
approfittarne, giacchè solo colla prima nuova neve il suo disegno era
possibile. Dopo le infelici esperienze di tutte le mine nichiliste,
Loris per far saltare il teatro aveva trovato un'altra idea di una
semplicità quasi pazza. Bisognava prendere un palchetto alla prima
rappresentazione dei due grandi concerti consecutivi, già annunziati per
la settimana ventura; restarvi non visti una notte ed un giorno, sino
alla seconda rappresentazione, uscendone poi senza essere osservati.
Ventiquattr'ore sarebbero più che sufficienti a disporre la mina: questa
doveva comporsi di trenta chilogrammi di melinite, divisi in trenta tubi
metallici, nascosti ad ogni probabile investigazione sotto l'imbottitura
di un divano: i tubi, non più grossi di tre centimetri, rimarrebbero
celati dietro la fascetta del sedile. Pochi fili di ferro, tesi a
piccolissimi ganci invitati nelle fascette, basterebbero a sostenerli.
Nessun inserviente incaricato della pulizia dei palchi avrebbe mai
l'idea, scoppettando un divano, di cacciarvi la testa sotto per cercarvi
una mina nella intelaiatura. Ma per incendiare i trenta chilogrammi di
melinite, bisognava trasmettervi la scintilla elettrica con un filo: qui
cominciava la follia. Non v'era altro modo che forare con un trapano
sottile il muro esterno del teatro nel vano di una finestra, ove lo
spessore fosse minimo, presso una delle doccie discendenti dal
cornicione; trapassare anche la doccia, congiungere il filo ai tubi,
facendolo passare invisibile sotto il tappeto del palchetto e della
corsia sino a quella finestra, e riempire la doccia dei
centotrentacinque metri, tanta era la distanza, di filo necessario per
giungere alla loro casa. Poi aspettare la notte della prima nevicata; ma
se la neve cadesse di giorno alzandosi troppo dal suolo l'impresa andava
a vuoto; con un colpo di martello acuminato, passando lungo il muro del
teatro, ove la doccia scendeva semiscoperta sino a terra, bucarla;
chinarsi rapidamente fingendo magari di scivolare, con un piccolo gancio
estrarre il filo, e stenderlo sulla neve sino alla doccia della loro
finestra. Un secondo filo scenderebbe da questa doccia forata
dall'interno all'altezza del balcone; bisognerebbe bucarla ancora dietro
terra, cavarne il filo e congiungerlo coll'altro. Questa era la parte
più delicata e terribile dell'operazione. Il filo conduttore, sottile,
malleabile e bianco come la neve, sarebbe presto ricoperto da questa
così che nessuno lo scoprirebbe più nell'inverno giacchè a Mosca la neve
non si spazza mai nelle strade, sulle quali forma un altissimo strato di
grossa sabbia candida, presto insudiciata di ogni colore.

Ma le guardie vegliavano sempre nella piazza del teatro, anche di notte.
Loris aveva già studiati i loro giri e scelta la doccia: calcolava di
non poter avere più di dieci minuti per forarla e stendere il filo;
tutto al più si potrebbe con qualche strattagemma attirare le guardie un
po' più lungi, e raddoppiare il tempo utile. Egli, Olga e Lemm,
basterebbero ad introdurre nel teatro i trenta chilogrammi, i
centotrentacinque metri di filo, e il trapano necessario a forare il
muro. Olga si avvolgerebbe il filo intorno al corpo sotto le sottane, e
nasconderebbe il trapano smontato nel manicotto: essi, uscendo e
rientrando negli intermezzi, porterebbero sette o otto tubi per volta
nelle tasche interne sotto le pelliccie. Quindi Lemm se ne andrebbe: al
momento dell'uscita, quando si abbassano le fiammelle del gas, Loris ed
Olga sarebbero già nascosti nel contropalco o in una latrina, dove
meglio si potrebbe; e non uscirebbero dal teatro che alla
rappresentazione seguente. Un mutamento nel programma teatrale sarebbe
bastato a tenerli prigionieri chi sa quanto. Loris evitava di pensarci.
In questo caso, se la neve cadesse di notte, Lemm doveva tentare di
stendere da solo il filo.

Fra due giorni il principe avrebbe portato i trenta chilogrammi di
melinite, fra cinque il teatro si aprirebbe per due concerti colla
Sembrich e colla Nilson, i due soprani più celebri del mondo dopo
Adelina Patti, e che incomincerebbero così la solita grande stagione
teatrale. I concerti venivano dati a benefizio del grande Ospizio dei
trovatelli, fondato da Caterina II nel 1762. Il primo era fissato per il
prossimo mercoledì, dell'altro rimaneva ancora incerto il giorno.

— Dopo l'esperimento del dottor americano Tanner, Loris disse scherzando
a Lemm, i digiunatori sono pullulati da per tutto; un digiuno di
quindici giorni ci farà davvero capire quella fame, che uccide tanti nel
popolo.

Olga e Lemm non discutevano più. Loris lo incaricò di comprare i
centotrentacinque metri di filo in uno dei maggiori negozi di strumenti
fisici, presso la barriera Pokrovskaia; poi si pentì. Lemm, offeso che
gli si volesse così risparmiare un pericolo, insistè; ma Loris troncò
ogni discussione dichiarando di fidarsi più di sè stesso; direbbe al
negoziante di voler fare alcune esperienze sulla trasmissione della
forza col filo elettrico secondo le ultime scoperte del grande
elettricista italiano, Galileo Ferraris.

Infatti dopo due ore ritornò con un rotolo di filo bianco, fatto di tre
capi attorti, difesi da un tegumento isolatore; il filo, abbastanza
malleabile, era dello spessore di tre millimetri. Aveva comprato un
trapano solidissimo di fattura inglese; ma vi mancavano le subbie,
perchè quelle solite di fabbrica sarebbero state troppo corte. Ne aveva
quindi commesse quattro, della lunghezza di quaranta centimetri, ad un
armaiolo molto abile nelle tempre; tale informazione la doveva allo
stesso negoziante, dal quale aveva comprato il trapano.

Durante i preparativi Olga e Lemm, ridotti a subalterni senza
importanza, rimanevano inerti: la loro reciproca antipatia pareva
cessata, senza che le loro maniere ne fossero diventate più amabili.
Lemm, villano per natura e per educazione, disprezzava le donne; Olga,
in quel primo ritorno alla propria vera natura, si sentiva sempre più
impacciata da nuovi pudori fra quei due uomini, che sembravano non
accorgersi del suo sesso. Loris le badava appena; Lemm, permettendo
quasi sempre al proprio soldato d'ubbriacarsi alla bettola, passava la
maggior parte del tempo con lei, quasi senza parlare, finchè Matrona non
lo costringesse a scappare per l'armadio. Il suo umore sembrava
peggiorare tutti i giorni: era scontento di sè, di Olga, di tutti;
ammirava meno Loris, dacchè questi non gli appariva più nella calma
della prima superiorità, si affaticava quindi contro di lui in
sofisticherie sulla tecnica di quella mina. Qualche cosa la farebbe
senza dubbio scoprire prima: allora bisognerebbe suicidarsi.

L'indomani stesso Loris ricevette una lettera del principe, che gli
annunziava il proprio arrivo per la sera seguente. Il principe giunse
sull'imbrunire alla barriera Miouskaia, in una droiska elegante, tirata
da tre eccellenti trottatori: guidava un grosso cocchiere in livrea da
campagna. Il principe, vestito da caccia, aveva due fucili chiusi negli
astucci, un cane seter ai piedi, nerofuocato, e una piccola valigia di
cuoio, robustissima, accanto sul cuscino. Il cocchiere gridò il nome del
padrone alla guardia daziaria, che salutò rispettosamente: un sergente
di polizia si avanzò nullameno, ma il principe, mostrando le armi e la
valigia, gli disse semplicemente:

— Cartuccie da caccia.

Il sergente salutò come la guardia: il principe gettò loro un biglietto
da cinque rubli.

Ma, scorgendo Loris poco dopo entro un fiacchero, ordinò al proprio
cocchiere di fermare, e scese rapidamente. Loris lo imitò.

— Sapevate dunque che sarei arrivato stasera, gli disse il principe ad
alta voce stringendogli affettuosamente la mano: vi ho portato tutto, la
doppietta Hamerless e le grosse cartuccie metalliche, che mi avete
ordinato.

Qualcuno si era arrestato a contemplare la scena; il principe,
osservando colla coda dell'occhio lo stesso sergente, seguitò il
discorso a più alta voce, poi ordinò al cocchiere di scendere all'Hôtel
de Europe, e salì nel fiacre di Loris. Si erano messi la doppietta in
mezzo, Loris teneva la valigia fra e gambe. Oramai annottava; il
principe scese, dicendo a Loris, che fra un'ora lo avrebbe raggiunto a
casa. Tutti ve lo aspettavano.

Il principe parve di una freddezza glaciale: quando Loris gli ebbe
esposto tutto il proprio disegno nei più minuti particolari, rispose
lentamente:

— Questo attentato è così improbabile che non può temere nulla se non
dal caso.

— Lo aiuteremo, ribattè Loris.

Allora il principe mostrò loro i falsi passaporti, che si era procurato,
comprandoli secondo il solito dalla polizia, perchè potessero servirsene
nella necessità di una fuga. Loris li dichiarò inutili.

— Comunque riesca la cosa, entreremo subito in campagna: un regicida non
può fuggire.

— Voi, disse il principe a Lemm, perchè non avete mutato nome? Forse per
non destare sospetti anticipati, essendo troppo conosciuto a Mosca, ma
questa ragione, eccellente ora, dopo sarà pessima. Voi sarete l'autore
dell'attentato.

— Lo muterò dopo, se ne avrò il tempo.

— E voi, principe, domandò Loris, verrete a Mosca?

— Io stesso uscirò dal teatro per venirvi ad avvisare del momento più
opportuno, a meno che, aggiunse con accento strano, non preferiate dar
fuoco alla mina quando io pure sarò dentro.

Loris sorrise.

— Restate a cena qui; siamo invitati da Lemm; vi mostreremo il passaggio
fra i due appartamenti.

Il principe accettò, ma siccome Olga non aveva ancora aperto bocca, le
si volse:

— Voi siete medichessa.

Olga, che sentì l'ironia quasi impercettibile di questa osservazione,
rispose piccata:

— Sofia Perowskaia era invece principessa.

Loris guardò Olga con simpatia, ma il principe, forse pentito di aver
ceduto alla propria antipatia per tale categoria di donne nichiliste,
parò tosto con un complimento:

— Se Sofia Perowskaia non fosse stata che principessa, non avrebbe
ispirato a donne come voi la rivalità dell'eroismo.

Quando passarono nell'appartamento di Lemm, il principe non mostrò
alcuna meraviglia della breccia mascherata dall'armadio; osservò solo
che il prolungamento della distanza dal teatro, per evitare che la casa
crollasse loro addosso, non gli pareva sufficiente. Era impossibile
poter calcolare i contraccolpi dello scoppio: molti palazzi vicini
screpolerebbero; qualcuno, malandato o mal costrutto, potrebbe
addirittura inabissare. E guardò Loris.

— Voi concepite la guerra così: badate a non perirvi nella prima
battaglia. È questa la stanza?

— No.

Lo condussero in fondo all'appartamento, in un gabinetto, che dava sul
cortile della scuderia. Lì avrebbero collocato la pila, essendo la
camera più lontana dal teatro. Vi rimasero tutti e tre in silenzio: Olga
teneva una candela in mano. Lo stanzino doveva aver servito alla
toeletta di una signora, perchè vi restava ancora un vago odore di
muschio: nella volta erano dipinti degli amorini.

Improvvisamente si sentirono lontanissimi l'uno dall'altro in quel
gabinetto, dal quale per opera loro sarebbe partita la morte di migliaia
di persone. Olga guardava un fiore del tappeto, Lemm imbarazzato dalla
propria qualità di padrone di casa, ospitando un principe, si era
perduto nel sentimento di una solitudine sconfinata ed assurda; Loris e
il principe tacevano. Una sensazione insopportabile di risveglio dal
sogno tragico, nel quale vivevano da due settimane, li opprimeva. Perchè
quell'attentato contro tanta gente? Perchè uccidere in una sola volta
due o tre mila inconsapevoli? La vita reale non era così; era piccola,
composta d'inezie, cominciava e finiva inavvertitamente. Essi
pretendevano invece dominarne tutto il complesso vendicando ingiustizie
di mille anni, quando coloro, che le avevano sofferte, erano già morti.
Chi erano essi per arrogarsi tale diritto? In quell'appartamento
abitava, poco prima, una famiglia felice, ignara di tutto il resto come
l'altra gente. Perchè in quel gabinetto, destinato ai misteri eleganti
di una signora, volevano mettere una pila per rovesciare un teatro sul
capo degli spettatori inconsci? Lemm non lo comprendeva più: si
ricordava confusamente, come di un particolare grottesco, che in
quell'appartamento egli doveva essere, per quanti lo conoscevano, un
dentista.

L'impressione ne fu tale, che si mosse; gli altri lo seguirono. Nella
camera da pranzo sulla tavola v'erano molte bottiglie, il samovar, dei
biscotti e un periok: Lemm lo aveva fatto comperare da un pasticciere.
Non avevano altra cena. L'imbarazzo lo sorprese: tirò un cassetto della
credenziera cercando i tovaglioli e le posate; non avrebbe voluto
sfigurare in faccia al principe, del quale le maniere aristocratiche gli
imponevano.

Anche questa volta Loris lo soccorse, spiegando al principe il perchè di
quella cena; bisognava fingere di non mangiare in casa per allontanare i
domestici.

La cena diventava sempre più triste. Il principe tentò con un ultimo
sforzo di ritornare sui particolari dell'attentato: i nichilisti stessi
ne sarebbero meravigliati.

— Ci rinnegheranno, osservò Lemm.

— Il nostro colpo sulla corte e sull'aristocrazia apre la guerra civile,
proseguì Loris: se non oseranno accettarla subito per non sembrare
assassini, dovranno subirla poi per non diventare nemici della
rivoluzione. Avete letto stamane l'articolo di Katkof nella Gazzetta di
Mosca?

— No.

— Katkof dichiara che gli Ouriadniki o i Kouriadniki, i mangiatori di
galline, come i contadini hanno battezzato questa nuova gendarmeria,
peggiorano le condizioni della sicurezza pubblica nelle campagne; i
signori presi fra due fuochi, fra i banditi e i gendarmi, non vi possono
più abitare. Vedete che le mie previsioni cominciano ad avverarsi;
l'esodo della nobiltà dalle campagne aumenta tutti i giorni: una
recrudescenza lo compirà. Bisogna impedire a Katkof di ottenere
l'abolizione di questa gendarmeria campestre, che per rapacità di
saccheggio si associerà ai contadini nella lotta contro i signori.
Katkof sente già il pericolo, egli è l'unico uomo politico dell'impero.

— Lo stimate tanto? domandò il principe.

— Katkof ha improvvisato in Russia l'autorità del giornale, cui nessuno
avrebbe nemmeno saputo pensare. Colla Gazzetta di Mosca domina l'impero;
ha impedito con Pobédonostesf ad Alessandro III di concedere la
costituzione ideata da Alessandro II, comanda ai ministeri, destituisce
i ministri. Di tutti gli slavofili egli è il solo che sappia nettamente
cosa vuole, e che cosa non sappiano volere gli avversari.

Ma Olga, che quella lotta fra Loris e il principe non interessava
abbastanza, consultò l'orologio; Matrona non doveva tardar molto a
salire per chiedere gli ordini dell'indomani. Se avesse suonato indarno
all'uscio potrebbe concepire sospetti. Loris lo comunicò al principe;
era tempo d'andarsene.

I saluti si scambiarono nell'appartamento di Loris.

Allora un'emozione s'impadronì nuovamente di loro; forse non si
vedrebbero più, giacchè il più piccolo incidente poteva determinare la
sorpresa dei tre cospiratori decisi a morire piuttosto che arrendersi.
Il principe si sentì ancora più vecchio fra quel gruppo giovanile già
sacro alla morte. La sua passione rivoluzionaria, accesa da un odio di
marito ingannato, diventava volgare davanti al fanatico sacrifizio di
loro, che s'immolavano all'avvenire del popolo.

— Addio, principe, disse Loris tendendogli la mano, sebbene si
disponesse ad accompagnarlo.

— Perchè mi salutate? Non ci rivedremo quella sera?

— Forse!

Ma la sua voce squillò alteramente. Il principe strinse la mano ad Olga.

— Signorina, le disse colla inimitabile cortesia dei vecchi
gentiluomini, indicandole Loris e Lemm: voi sola potete avere il supremo
coraggio di non commettere imprudenze.

Olga commossa lo ringraziò con un sorriso; Lemm aspettava presso la
porta per aprire, e si sentì rimescolare dal saluto affettuoso del
principe. Appena usciti gli altri, il passo di Matrona su per le scale
lo costrinse a nascondersi in fondo all'appartamento.

Matrona raccontò sorridendo ad Olga di avere incontrato l'ingegnere,
tale credeva fosse Loris, con quell'altro signore, che le era parso
oltremodo brutto. La ragazza, alta e grossa come un facchino, parlava ad
Olga con tenerezza di bimba, perchè quei pochi giorni erano bastati ad
innamorarla della medichessa. Avrebbe voluto passare con lei tutto il
giorno se la mamma, costretta a surrogare spesso il marito nel suo
ufficio di sentinella, avesse potuto concederlo. Olga invece la riteneva
il meno possibile nell'appartamento. Quella sera Matrona era anche più
espansiva, ma l'altra la licenziò quasi bruscamente. La ragazza se ne
andò triste.

Olga era tornata nella propria camera, credendo Lemm già uscito; invece
le comparve improvvisamente davanti.

— Che volete?

Il piccolo ebreo la guardava stranamente, quindi mettendosi a sedere con
una famigliarità, che non piacque alla fanciulla, rispose:

— Che cosa debbo volere? Venivo a fare conversazione.

La sua faccia parve rabbonirsi, mentre i suoi occhi seguitavano ad
esaminare Olga più intensamente. Anch'ella era triste.

— Pensate al nostro pericolo?

L'altra scosse la testa.

— Sono persuaso che saremo scoperti prima, così Loris ci avrà uccisi
inutilmente; e seguitò esponendole con acutezza tutte le impossibilità
pratiche di quel disegno da romanzo. Olga ascoltava distrattamente.

Nella camera abbastanza grande le cortine bianche del letto disegnavano
un'altra tenda, sotto la quale l'ombra sembrava salire come un vapore da
una coperta di seta azzurro-cupa, mentre l'armadio dorato ed istoriato
delle sacre iconi si ergeva dappresso, nell'angolo, come un altare.

Due lampade di vetro cilestro vi pendevano innanzi immobili e spente.
Nessuna eleganza femminile attenuava la severità fredda di quella
camera. Olga vestiva ancora l'abito, col quale era giunta da
Pietroburgo; solo due pianelline di bulgaro bronzato, che le lasciavano
scoperto tutto il collo del piede, sembravano il principio di un'altra
toeletta più comoda ed intima. Ma Olga non aveva mai posseduto abiti da
casa o da notte. La sua graziosa testa bionda, abbandonata sulla
spalliera della poltrona, aveva in quel momento una delicata espressione
di sofferenza.

Lemm le si avvicinò: un tremito gli agitava il corpo piccolo e
sgraziato.

— Vengo da voi questa notte? le disse con voce strozzata.

Ella balzò in piedi; si guardarono! Olga era livida, il suo viso
sfolgorava.

— Che c'è? chiese Lemm meravigliato a quella trasfigurazione; ma il viso
di Olga si scompose nuovamente in una fisonomia così dolorosa, che Lemm
ne fu commosso senza poterla comprendere. Che cosa vi ho detto mai? So
che non vi sono simpatico, ma non credo di avervi offesa chiedendovi
ciò, che tutti i nostri amici vi hanno chiesto tante altre volte.

Gli occhi di Olga si appannarono di lagrime.

— Ma che cosa avete?

Il pianto di Olga l'imbarazzava: si sentiva ridicolo davanti a quel
dolore, che capiva di averle dato, e del quale gli sfuggiva la ragione.
Conoscendo Olga da due anni, aveva osato quella brutale galanteria senza
troppo sperarvi, perchè si era già accorto del suo nuovo capriccio per
Loris, ma non aspettandosi mai a tale scena. L'amore libero poteva
permettersi tutto, e Olga diventava stupida mostrandosi offesa.

Egli tornò villano.

— Mi direte almeno il perchè?

— Chi vi ha dato il diritto di trattarmi così?

— Allora siete come le borghesi, che si sentono mancar di rispetto, se
un uomo propone loro ciò che la natura esige dai sessi. Mi pare che,
invece di piangere, potevate dirmi francamente che vi sono antipatico.
Ecco la legge dell'amore: non vi piaccio, non parliamone più.

Ma Olga non si rasserenava.

— Per Dio! gridò finalmente l'altro: non vi ho già battuta, e uscì
tirandosi dietro l'uscio.

Olga si rimise a piangere con grande dolcezza: le pareva di ritrovare in
quel dolore tutte le delicatezze e le pudicizie di un primo amore. Si
svestì, si coricò, avvolgendosi in questa nuova melanconia, come in
un'altra coltre più fina, e cercando di addormentarvisi; ma quando
intese Loris rinchiudersi nella propria camera, scese dal letto e corse
alla sua porta, stringendosi entro la camicia nell'ombra. Vi stette
qualche minuto in orecchi; poi la baciò, e tornò a letto.

L'indomani, dopo mezzogiorno, Loris tornò colle subbie, era serio. Mandò
Olga a chiamare Lemm e si mise subito a provare una subbia nel trapano;
aveva pure comprato i piccoli ganci a vite, una lanternina cieca, un
cacciavite e una scatolina di mastice per dissimulare il foro del muro.

Lemm entrò accigliato.

— So quello che vuoi dirmi, ho visti i manifesti.

Olga si sentì stringere il cuore.

Il primo concerto colla Nilson sarebbe per l'indomani sera: Loris aveva
già comprato un palchetto al secondo ordine. Non discussero.

Loris, mostrando a Lemm la lunga sottilissima subbia nel trapano, disse
che bisognava provarla tosto forando il muro e la doccia del balcone:
non dubitava della tempra dello strumento, ma temeva, deviando, di non
incontrare la doccia sulla convessità della quale il più piccolo scarto
avrebbe impedito il foro. Aperse quindi la finestra del balcone per
riconfrontare, colla maggiore esattezza, le misure dall'interno e
dall'esterno, e fissare il punto giusto; ma quando gli parve di averlo
trovato, siccome bisognava forare all'altezza del pavimento, s'accorse
che era impossibile manovrare il trapano. La rotazione della sua
maniglia urtava nel pavimento.

Loris s'inasprì seco stesso; Lemm invece sembrava sorridere tacitamente
come di un primo trionfo delle proprie critiche. Loris svitò la subbia,
nascose il trapano nell'ampia tasca interna del pastrano, e se ne andò
dicendo ad Olga:

— Siete libera d'uscire; non tornerò che a due ore di notte.

— Cominciamo male, mormorò Lemm con maligna intenzione, appena furono
soli. Non ci voleva molto a capire, che un trapano così costrutto non
poteva girare a fior di terra.

— Perchè dunque non l'avete osservato subito?

— Vi dispiace che io constati un suo errore? Spingereste molto oltre la
devozione, che avete per lui!

— Non sono devota di alcuno, ribattè la fanciulla già diventata rossa:
ma dal momento che non v'accorgeste subito di quel difetto, è inutile
che ve ne vantiate adesso.

E voltandogli bruscamente le spalle, andò a chiudersi nella propria
stanza; Lemm frenò a stento un'ingiuria.

Nella giornata non si videro. Olga la passò con Matrona, dalla quale si
faceva insegnare un punto di merletto, parlandole sempre di lavori
donneschi con siffatta ignoranza, che la ragazza ne strabiliava. Olga
non sapeva nemmeno cucire in bianco. Lemm si lasciò condurre dal proprio
soldato in una bettola presso il Giardino Zoologico, ove si
ubbriacarono. Il vecchio soldato, che aveva la sbornia sentimentale, si
commuoveva sino alle lagrime raccontando gli incidenti della sua lunga
vita nell'esercito: aveva percorso due volte il portico verde, secondo
la pittoresca espressione del popolo, passando sotto le verghe, prima
che Alessandro II le abolisse.

Egli si cavava ancora il berretto, nominando lo Czar ucciso. Lemm si
compiacque ad irritarlo scherzando su quello czaricidio.

— Voi siete dentista, _batuska_, esclamò il soldato agli estremi: mi
avete pagato da bere, e vi dico la verità; quando si ha bevuto, la bugia
guasta il vino. Ecco, io avrei strappato i denti ai nichilisti, che lo
hanno ucciso, come facevo da ragazzo colle biscie. Ci si mette un pezzo
di berretto in bocca, la biscia stringe e si tira: tutti i denti
rimangono piantati nel berretto. Sì, _batuska_, bisognava farlo ai
nichilisti, che hanno ucciso il nostro padre, Alessandro II.

— Lo faranno quest'altra volta a quelli, che ammazzeranno Alessandro
III.

Il vecchio non s'accorse che a Lemm aveva tremato la voce.

Loris non tornò neppure a due ore di notte. Olga inquieta avrebbe voluto
uscire per cercarlo, senza saper dove; ogni tanto le passavano
nell'anima indefinibili terrori. Che fosse arrestato? Perchè no? Allora
la polizia verrebbe in casa ad arrestare anche lei, troverebbe tutto, la
melinite, il filo elettrico, la lanterna cieca.... tutto. Tutto sarebbe
perduto. Ella ne provava uno scoramento senza misura, sentendovisi
nullameno liberata come dal peso di un'immensa responsabilità: tutta
quella povera gente non sarebbe più uccisa. Ma Loris!

Non voleva nemmeno pensarci. A quest'ora Lemm doveva essere rientrato:
pensò di andargli a chiedere notizie di Loris; poi non l'osò. Quel
piccolo ebreo le avrebbe fatto qualche cattivo scherzo, ora che le
teneva il broncio. Ma questa paura le passò a poco a poco. Era
impossibile che Loris fosse arrestato; aveva troppo ingegno, era troppo
forte per smarrirsi in qualunque congiuntura. La sua fede in lui
risfavillò d'amore. Loris ammanettato dai gendarmi.... Eh! via, se ne
accorgerebbe prima, li eviterebbe, sfuggirebbe loro come sempre. Loris
era un uomo superiore, fatale. La sua missione, maggiore di lui stesso,
che gli impediva forse di amare come gli altri uomini, era la sua
salvaguardia.

E la fanciulla si pentiva già d'aver dubitato un momento della sua
potenza.

Dormiva profondamente da molte ore, quando un raggio di luce sugli occhi
chiusi la fece destare di soprassalto; gettò un grido. Loris la guardava
a capo del letto, tenendo un candeliere nella mano; il suo volto era
raggiante.

— L'ho forata.

Allora ella comprese. Loris era rosso come non lo aveva mai veduto;
alcune goccie di sudore gli scendevano lentamente sulla fronte, sotto la
quale gli occhi verdi brillavano come due smeraldi. La fanciulla, che
scotendosi dal sonno si era scoperta una spalla, abbassò gli occhi
arrossendo, e si tirò il lenzuolo sul collo: pareva più bianca sul
cuscino, cogli occhi gonfi, le labbra più tumide. Tutto l'orgasmo di
Loris si sciolse. Ella lo guardava di sottecchi non osando pensare a
nulla per non accrescere fra loro quella difficoltà misteriosa, ma
nullameno sentendo che le coperte le disegnavano il contorno del seno, e
ricordandosi, come di cosa già infinitamente lontana, che egli doveva
avergliene veduta allora allora la sommità.

La fiamma della candela, che Loris teneva in mano, tremava vivamente.

— Buona notte, Olga.

Loris uscì a passo lento: ella cacciò subito il capo sotto le lenzuola,
perchè non la udisse piangere.

L'indomani fu lunghissimo.

Lemm dopo una notte d'insonnia entrò nel loro appartamento di buon
mattino, per vedere se Loris ed Olga fossero alzati. Era vuoto, con
quell'aria di albergo senza nessun oggetto personale, che vi rivelasse
una intimità. Le finestre socchiuse lasciavano filtrare una luce fredda
e bianca. A poco a poco gli tornò la paura; sarebbe per quella notte!
Tutte le disperate difficoltà di quell'impresa, nella quale la volontà
di Loris l'aveva travolta, gli si alzavano dinanzi come fantasmi
beffardi. Chi era Loris? Perchè gli aveva egli ceduto? Che cosa voleva
Loris infine? Era tornato in Russia, ricco del danaro rubato al giuoco,
coll'ambizione demente di dominare tutto, rivoluzione ed impero.

Adesso dormiva. Lemm, fermo dinanzi alla sua porta, si ripeteva incerto:

— Dorme?

Ma gli dispiaceva di crederlo: anche l'altra dormiva, o almeno stava a
letto ripensando a lui, che era andato senza dubbio a visitarla nella
notte.

La collera lo riprendeva sordamente, lentamente.

Loris invece dormiva davvero, mentre Olga era già alzata. Lemm, udendola
girare per la camera, battè al suo uscio; Olga già vestita venne ad
aprirgli.

— Sono le otto, disse Lemm, non sapendo trovare altro.

Olga lasciò sfuggire un'occhiata verso la camera di Loris.

— Non ho sentito nulla al suo uscio, proseguì l'altro; dormirà.

— Dite piano dunque.

— Uscirete oggi?

— Sentirò da lui: se voi uscite, tornate presto; vi potrebbero essere
ordini.

— Ordini, ordini, mormorò l'altro con crescente malumore.

Olga rimase sola: non aveva più alcuna idea precisa. Loris le aveva
detto che trattandosi di un concerto, potrebbe portare il cappellino e
vestire quello stesso abito di casimiro, semplice e abbastanza di buon
gusto, col quale era venuta da Pietroburgo: il giorno innanzi ella si
era provato il rotolo del filo elettrico sotto le gonnelle, e aveva
acconciato la guaina nella fodera del manicotto per nascondervi i pezzi
smontati del trapano. Loris non uscì dalla propria camera che a
mezzogiorno; aveva l'aspetto animato e gli occhi febbrili. Salutò Olga
con maggiore amabilità del solito, e si mise subito, quasi puerilmente,
a fare la rivista di tutti gli oggetti necessarî alla mina dentro al
cassetto di un canterano. I tubi della melinite, non più lunghi e più
grossi di un pacco da cento rubli in argento, gli trassero sulle labbra
un sorriso indefinibile.

— Vedete, si volse ad Olga mostrandoglieli: la polvere ha pareggiato nel
medio evo il villano al cavaliere; oggi la dinamite pareggia l'individuo
alla massa.

Quel giorno andarono a pranzo nel villaggio di Kolomenskon, fuori della
barriera di Serpoukof, a sette verste da Mosca; ma non riuscì loro di
mangiare. Loris, contro la sua abitudine, bevve abbondantemente
ripetendo parecchie volte ad Olga:

— Avete torto di non mangiare: è possibile che il secondo concerto sia
rimandato di qualche giorno.

La sera, entrando nel teatro, rimasero vivamente impressionati della
scarsezza del pubblico. Nè Olga nè Loris vi erano mai stati. L'immensa
sala, bianco e oro, a cinque ordini, col parapetto sporgente dei palchi,
così che le signore vi si vedevano intere, parve loro di una
magnificenza solenne; v'era qualche cosa d'imperiale nel suo lusso e
nella sua vastità, che nè il popolo nè la borghesia avrebbero mai potuto
occupare. Il pubblico di quella sera, rado ed aristocratico, che vi
girellava colla disinvoltura di una signorile abitudine, fece loro
sentire anche più acutamente di esservi stranieri. Olga ne provò
un'umiliazione, Loris un'offesa. Nelle serate di gala, quando tutte le
loggie, i balconi, i palchi, la platea e il paradiso, rigurgitavano
d'invitati scintillanti nelle uniformi gallonate fra la piena degli
abiti femminili e lo scintillìo delle gemme e delle armi, lo spettacolo
di quella sala doveva essere anche superiore a quello del palcoscenico,
qualunque più fastosa opera vi si rappresentasse per quell'assemblea
della nobiltà russa, raccolta intorno allo Czar più potente di tutti i
re, e più uomo di tutti i pontefici.

Il grande palco imperiale era vuoto, coi candelabri spenti. Nel mezzo,
la massiccia corona dorata della poltrona sembrava una piccola cupola;
l'altro palco imperiale, di proscenio, Loris dal proprio non poteva
vederlo. Olga non si era ancora affacciata al parapetto. Una calma di
atonia si era fatta in lei, dopo quel primo sbigottimento, così che
Loris dovette dirle di togliersi la pelliccia, e di avanzarsi per non
aver l'aria di nascondersi. Allora Olga si sentì sul ventre la pressione
del rotolo, che vi teneva nascosto, come se una stretta misteriosa
stesse per soffocarla. Loris aveva cacciato nell'angolo più oscuro il
manicotto, pieno dei pezzi smontati del trapano, e nell'ombra della
portiera si vuotava le tasche: era riuscito a nascondervi dieci tubi di
melinite. Lemm doveva arrivare tra poco, quando lo spettacolo sarebbe
incominciato, con altri dieci; nell'intermezzo, tornando a casa in due,
potrebbero portare il resto.

Loris si mostrava di una grande tranquillità, ma non parlava.

Il teatro si veniva lentamente riempiendo. Molte signore comparivano ai
palchi in cappellino e abito da passeggio; parecchi uomini invece
portavano la marsina e il piastrone bianco: giù nella orchestra i
suonatori accordavano gli istrumenti. D'improvviso le fiammelle del gas
raddoppiarono di splendore, e tutto il bianco e l'oro della sala
scintillò, mentre le fisonomie e i colori della gente, uscendo come da
una penombra, parvero incominciare lo spettacolo.

Lemm entrò; aveva anticipato.

Olga rimase impressionata del suo pallore.

— Se fossi un poliziotto, gli disse Loris, vi avrei già scoperto.

Lemm, che si riabbassava l'alto bavero della pelliccia, dietro al quale
aveva cercato di nascondere la faccia, capì di meritare il rimprovero;
ma tutto il suo coraggio non aveva potuto impedirgli di tremare passando
per l'atrio del teatro. Nel palco si rinfrancò: erano in tre.

I venti tubi della melinite ammucchiati nell'angolo del divano, sul
quale Olga sedeva, avrebbero potuto con qualche luccichio bianco
attirare l'attenzione di un altro palco; quindi Loris, mettendosi al
parapetto, ordinò a Lemm di passarli tutti sotto al divano. Anche il
manicotto fu nascosto così. Appena compita questa operazione, rimasero
più imbarazzati; non avevano altro da fare. L'orchestra suonava già la
sinfonia del _Guglielmo Tell_, senza che ne avessero ancora afferrata
una nota: quella condizione di spettatore, nella sua semplicità,
diventava per essi assolutamente impossibile. Lemm rimase in fondo,
presso la porta, invisibile nell'ombra: Loris si mise dirimpetto ad Olga
volgendo le spalle al palcoscenico, in atto di ascoltare, ma perdendosi
collo sguardo dentro al palco vuoto dell'imperatore. Olga cominciava a
notare qua e là qualche signora.

— Avete riscontrato la finestra della doccia? chiese Lemm sottovoce.

Loris scosse la testa.

L'altro non osò proseguire. Come farebbero a trovarla nel buio? Questa
difficoltà gli si ingigantì nel pensiero. E se non vi riuscissero? Se
dopo tutto quel rischio l'attentato diventasse così impossibile? Quale
ridicolaggine!

Ma la Nilson cantava la romanza di Elsa nel Lohengrin «_Aurette a cui
affido_» e la sua voce pura come la musica di quelle parole, saliva da
tutto il candore di quella sala, come un'altra luce bianca, in mezzo ad
un silenzio così intenso, che nessun'altro della natura poteva
somigliargli.

Lemm, poco sensibile alle impressioni artistiche, ascoltava; Olga aveva
abbassato ancora più la testa, quasi quella confidenza d'amore, esalata
nella notte verso le stelle da un cuore di vergine, la curvasse sotto i
ricordi di altri amori, ai quali le stelle non avevano potuto sorridere.

Quando il pubblico sul finire della romanza proruppe in un grande
applauso, Loris uscì dal palchetto. Olga e Lemm si guardarono
istintivamente sotto la stretta di una medesima paura; dacchè erano
entrati davvero in azione, tutto il loro coraggio stava in lui. Perchè
Loris era uscito? Involontariamente, non sapendo indovinarlo, pensavano
a qualche nuovo pericolo, che li sorprendesse, mentre egli non c'era.

La musica proseguiva passando ai loro orecchi come un indistinto rumore
di acque o di fronde, in quella luce di meriggio, fra la sensazione di
quel bianco, che evocava al loro pensiero un'altra bianchezza di neve;
quando un'altra notte dovrebbero, con rischio anche maggiore, stendere
per la piazza del teatro in mezzo ai passanti e sotto l'occhio vigile
delle guardie il filo di comunicazione fino alla loro casa, e la neve
seguiterebbe a cadere fitta e silenziosa. Il teatro bianco dormirebbe
allora tranquillo nel buio sotto la neve, che s'indurirebbe sopra i suoi
tetti, intorno alle sue mura, sino a quella sera di gala, che tutta la
corte e l'aristocrazia moscovita v'entrerebbero fiammeggianti d'oro e di
decorazioni. Essi, invisibili nel fondo del loro doppio appartamento,
aspetterebbero il segnale del principe per gettare in aria quel teatro
bianco nella notte illuminata da tutti i fanali della piazza, e farne
una rovina inimmaginabile sopra quella folla di felici. Era
un'immaginazione disordinata ed atroce, che dava loro le vertigini,
costringendoli tratto tratto ad incantarsi in qualche particolare del
teatro, colla fissazione al tempo stesso torbida ed intensa dei maniaci.

Olga notò al primo ordine una signora vestita di un abito giallo,
bellissima. Vi sarebbe quella sera?

Olga lo pensava, quasi senza emozione, ammirando quella sua bellezza di
donna destinata al piacere di uomini, che ignoravano ancora di quale
odio potessero essere capaci gli addolorati da secoli. Nullameno essere
così bella era una gloria incontendibile, che doveva bastare
all'appagamento della coscienza. Se ella fosse stata così bella, Loris
l'avrebbe già amata. Che importava tutto il resto? Che importa morire,
quando si è avuto tutto dall'amore! Quella ammirazione le si fece così
viva che dovette parlarne a Lemm; questi si allungò nell'ombra del
proprio angolo per vedere la signora.

— Credete che farà molte difficoltà prima di concedersi? le rispose con
una allusione ironica alla loro scena.

Allora parlarono. L'orchestra suonava un tempo della _Sacontala_ di
Goldmark. Lemm non osava affacciarsi al parapetto, anche perchè non
doveva essere conosciuta la sua intimità con Loris ed Olga: questa vi si
era appoggiata e guardava giù nella platea, quando Loris tornò.

— La finestra va benissimo: usciamo, disse a Lemm.

Si rimise la pelliccia.

— Mi seguirai a distanza.

La prima parte del concerto era finita: la platea applaudì vivamente,
mentre la Nilson sfavillante nell'abito bianco, con un ramoscello di
brillanti nei capelli, si presentava alla ribalta, e indietreggiava
sorridendo fra gli applausi. Tutta la gente si torse sulle poltrone
chiaccherando.

Olga si ritrasse nell'ombra quasi respinta da quella intimità di
conversazione.

Ma invece di ripensare all'eccidio del teatro si ricordò molte
circostanze della propria vita, un pericolo corso da bimba cadendo nella
vasca di un giardino, una sfuriata di busse ricevute dalla mamma per
aver rotto dispettosamente un abitino che non le piaceva, la prima
penosa impressione all'università, l'angoscia suprema dopo la laurea,
quando, rientrando in casa, la mamma le aveva rinfacciato le necessità
della loro posizione sociale. Bisognava vivere della professione,
cercarsi una clientela, subire la concorrenza schiacciante degli altri
medici, la sfiducia del popolo, il disprezzo dei signori, l'ironia delle
altre donne educate femminilmente, e che nella sicurezza del proprio
istinto comprendevano come quello non fosse mestiere da donna, giacchè
una donna vi perdeva colla grazia di ogni ignoranza pudica la seduzione
irresistibile del proprio sesso. Valeva meglio fare la sarta: era una
professione d'eleganza femminile. La donna non può essere infermiera che
per amor di Dio o per amore dell'uomo, ma per amore del danaro mai. E
Olga, in quel teatro pieno di signorine, si sentiva ridicola; il primo
di quei signori, che andavano pei palchi visitando le dame, l'avrebbe
imbarazzata malgrado tutta la sua scienza d'università.

Allora la rivolta tornava a bollire nel suo cuore. Tutta quella gente
allevata nel piacere erano i nemici dei lavoratori, giacchè non faceva
nessuna delle cose più necessarie alla vita; che importava dunque la
loro presenza nel mondo? Loris, più bello e più elegante di loro, li
odiava. Olga non aveva ancora visto in quella sala chi lo pareggiasse:
ma Loris non amava. Il pallore della sua faccia era freddo come quel
bianco marmoreo della sala, mentre la sua parola aveva la luce
abbacinante di tutti quei lampadari dorati, che incendiavano l'aria.
Olga cominciava ad aver caldo, il volto le si colorava.

Un'idea la fece trasalire. Se la polizia insospettita di lei, sola, così
seminascosta nell'ombra del palchetto, fosse entrata per arrestarla, ora
che Loris era fuori al sicuro? Loris salvo, ella sarebbe morta per lui,
terribilmente bella nella gloria di quell'attentato non riuscito, e nel
silenzio sui propri complici, su lui, che la vendicherebbe. Si mise in
quest'idea, l'ingrandì, la sminuzzò nei più inverosimili particolari,
palpitandovi come dentro una scena vera. Nel teatro grande il
chiaccherìo della gente s'intendeva appena; il caldo aumentava.

Erano le nove; alle dieci e mezzo tutto sarebbe finito, ella sarebbe
sola nel buio con lui.

Loris e Lemm rientrarono recando il resto. Ella tornò subito al
parapetto, come per nasconderli col proprio corpo, mentre rapidamente
celavano tutto nel medesimo angolo sotto il divano. Poi Loris la chiamò:

— Saluta Lemm.

Questi non si era tratta la pelliccia; tremava visibilmente. Olga
indietreggiò sul divano: non potevano parlare, ma Olga, restando nel
pericolo maggiore, si mostrò più coraggiosa.

— Arrivederci, disse semplicemente.

— Ricordatevi le mie istruzioni, ripetè Loris, e d'un gesto lo spinse
fuori del palchetto.

Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la
sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le
chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima
attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio:
l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo
chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il
nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le
mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca.
Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la
porta appositamente.

Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano
così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la
pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza
comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di
averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi
vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una
sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria
si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si
mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano
sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.

— Tenetevi pronta.

Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite
da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel
lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli
abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente.
Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva
visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra,
stava per finire.

— Siete pronta?

Tese l'orecchio, guardò;

— Via! le gridò sottovoce.

Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.

Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino
angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la
musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma
i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne
sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile
illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò
del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza
incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così
distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche
nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a
qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere
scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava
loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.

Finalmente un rombo lontano li avvertì, che lo spettacolo finiva in un
grande applauso, e simultaneamente nel corridoio ascoltarono un
martellare di scrocchi, uno sbattere di porte, fra uno scalpiccìo, un
fruscìo, e voci lievi, tutto un murmure di ruscello, che comincia a
discendere. Qualche passo si affrettava già, l'onda degli spettatori si
sospingeva, si arrestava nei gruppi agli usci dei palchetti, strisciando
alle pareti, sul tappeto, colla sonorità di accenti fuggitivi, vaporando
un sottile profumo dalle gonne raccolte, spumeggianti nelle mani.
Qualcuno cantarellava fra i denti un brano di frase musicale; gli uomini
passavano a torme rumorosamente; qualche fanciullo correva chiamando e
ridendo con voce sottile, che passava le pareti; le signore battevano i
piccoli tacchi fra il susurro delle sottane, delle quali talvolta
l'amido mandava un suono di cartone.

S'intendevano già chiudere palchi e contropalchi a chiave.

La stessa idea colpì Loris ed Olga; se l'inserviente chiudesse il loro
contropalco come gli altri? Il fiotto della gente decresceva,
s'interrompeva; due uomini passarono discutendo ad alta voce, poi seguì
un crocchio di signore, che urtarono gli abiti di seta alle porte,
chiacchierando con un pigolìo di uccelli. La luce filtrante attraverso
la fessura dell'uscio improvvisamente scemò; si spegnevano già alcuni
becchi di gas. Dal fondo del corridoio s'avanzava l'inserviente a
chiudere gli usci, ritirandone le chiavi, e facendole tintinnire in
mazzo. Altri becchi si smorzavano; quel filo sottile di luce sotto la
porta non era più che una fosforescenza. D'un tratto un passo pesante,
alternato ritmicamente colla percossa di una canna, si avvicinò,
sorpassò l'inserviente, che seguitava a inchiavare le porte dietro di
esso colla medesima lentezza; quindi parve arrestarsi presso al loro
contropalco.

Loris e Olga si strinsero uno contro l'altro.

Quell'uomo borbottava fermo nel corridoio dinanzi a loro;
improvvisamente il colpo di una massa traballante rintronò nel loro
uscio.

— Ahi lasciò sfuggirsi Olga in un grido di terrore. Loris, sentendosi la
sua testa sulla propria spalla, le cinse il volto con un braccio e le
schiacciò con una mano la bocca.

— Niente, niente, mormorò l'individuo, che era ubbriaco, e strisciando
sulla schiena si raddrizzò.

Olga aveva la mano di Loris stretta violentemente sulle labbra; quella
mano tremava. Adesso s'appressava l'inserviente; aveva chiuso a chiave
l'altro contropalco presso il loro. Una vertigine passò agli occhi di
Olga sbarrati nell'ombra. Era il momento supremo. Con uno sforzo mosse
le labbra e diede un bacio sulle dita di Loris, che lo sentì.

Poi quella mano si distese.

L'inserviente era passato oltre, chiudendo solo il palchetto; erano
salvi.

Loris mise un grande respiro, sotto la porta anche quella fosforescenza
si era spenta. Tutto il teatro doveva essere caduto nell'ombra. Loris
abbandonò il gancio, sul quale le sue dita si erano indolenzite,
tirando, quasi per mezz'ora. Olga, che si aspettava un rimprovero per
l'urlo gettato, rabbrividì invece sentendo Loris schiudere l'uscio sotto
un impulso irresistibile di curiosità, ed uscire nel corridoio.

Cominciava il duello.

Aspettarono un'altra ora, seduti sul tappeto del corridoio per sottrarsi
alla arrembatura dell'attendere ritti; intorno il buio era assoluto.
Ogni tanto Loris, colto d'impazienza, girava il tubo della lanterna
cieca, gettando nel corridoio un filo sottilissimo di luce, come un
ragnatelo fosforescente. Quando si credettero finalmente sicuri, Loris
tentò la serratura del palchetto; i primi stridori del grimaldello si
ripercossero sotto la vôlta del loro cranio come colpi di mazza. Ma la
serratura cedette quasi subito.

Erano nel palco. Affacciandosi tastoni al parapetto, perchè
istintivamente Loris aveva rinchiusa la lanterna su quelle tenebre, che
cominciavano già a raffreddarsi, ebbero l'impressione di un abisso
aperto sotto i loro piedi. Ma una fretta febbrile non lasciò loro tempo
a troppo lunghe emozioni. Anzitutto Loris voleva acconciare i tubi della
melinite sotto l'intelaiatura del divano; si trasse quindi la pelliccia,
dicendo ad Olga di fare altrettanto, e le distese entrambe aperte fra
divano e divano così da formarne un tendone, che non lasciasse sfuggire
alcun raggio di luce. La precauzione era inutile, se qualche servitore
del teatro avesse pernottato nella sala, giacchè le pelliccie si
scostavano tratto tratto lasciando filtrare il lume, e lo stridore del
cacciavite, invitando i piccoli ganci nelle fascette del divano,
traversava il silenzio di quel buio con una nota acuta di grillo. Olga,
appoggiata al parapetto, teneva ferme colle braccia le pelliccie.

L'operazione durò due ore senza che nessuna difficoltà venisse a
prolungarla; Loris sudava meno per la fatica che per l'emozione. Quando
ebbe piantati tutti i ganci, chiese ad Olga il filo; questa, nel
porgerglielo sotto alle pelliccie, rimase paurosamente impressionata
della sua faccia. Loris rosso, grondante di sudore, colla lanterna, che
gli riverberava sul volto, le parve terribilmente sinistro.

Egli tessè rapidamente sui ganci un reticolato, disponendovi i trenta
tubi su tre file; l'operazione più delicata era di congiungere il filo
alle capsule. Loris si contentò di attivare la comunicazione elettrica
soltanto colla prima fila; questa, incendiandosi, avrebbe
infallibilmente determinato lo scoppio delle altre due.

Tutta questa operazione si era compiuta quasi in silenzio.

Allora cominciò il secondo problema di condurre il filo dal piede
interno del divano, sotto il tappeto del palco e del corridoio, sino
alla finestra, presso la quale Loris aveva riconosciuto poco prima,
aprendola e chiudendola rapidamente mentre la sala era deserta, il
passaggio della doccia. Ma Loris era stanco. A poco a poco tornava loro
la confidenza. L'oscurità aveva una calma profonda, nella quale
sentivano di essere soli. Loris consultò l'orologio, era il tocco;
bisognava affrettarsi. Olga gli fece osservare che sarebbe meglio forare
prima la doccia e gettarvi dentro tutto il filo, poi col suo capo
superiore passare lungo i muri, dove il tappeto era fissato a ramponcini
quasi invisibili; nulla di più facile che insinuarvelo sotto. La sola
difficoltà sarebbe di traversare il corridoio dirimpetto al palco. Ma
siccome il filo metallico presentava una certa rigidezza, con molta
pazienza vi si riuscirebbe, spingendolo dritto come dentro una guaina.

Loris ne convenne. Per andare in quella sala si sorpresero da capo a
camminare in punta di piedi, tenendo la lanterna quasi interamente
chiusa sotto le pelliccie. La finestra dava infatti sulla piazza, così
che ogni lume al di dentro poteva diventarvi pericoloso. Quindi Loris
preferì aprirne adagio i battenti, per ricevere il lume della notte
abbastanza serena; nessuno noterebbe di laggiù quella finestra
spalancata o, notandola, ne sospetterebbe.

La finestra, che dalla piazza pareva piccola, era invece assai grande.
Loris vi rimase, coi gomiti appoggiati al largo davanzale, guardando;
giù nella piazza qualche attardato passava ancora rasente i muri, e i
fanali disegnavano larghe isole luminose dai bordi fluttuanti
nell'ombra, che pareva muoversi anch'essa. Mosca dormiva
tranquillamente. Quella sensazione di abisso, che aveva provato
sporgendosi nella sala dal parapetto del palco, gli ritornava ora dalla
notte profonda. Non una stella brillava nel cielo.

— Andiamo, andiamo, si rivolse nervosamente ad Olga, che attendeva
immobile dietro di lui.

Lo sguancio profondo della finestra lasciava poco spessore fra l'interno
del suo muro e la doccia, ma bisognava calcolare giustamente l'angolo, e
tenere ben dritto il trapano per incontrarla. Quando Loris ebbe prese
colla massima esattezza tutte le misure, sporgendosi nell'ombra della
notte dalla finestra, Olga gli formò nuovamente sul capo una vôlta nera
colle due pelliccie, tenendone con ambo le mani le falde incollate alle
pareti. Era una positura insostenibile.

— Accavallatemi, le disse Loris, che si era già sdraiato sul tappeto.

Nullameno, Olga s'indolenzì egualmente presto le reni. Era la parte più
difficile del lavoro; non incontrando la doccia col primo foro,
bisognerebbe tentarne un secondo, ma allora l'intonacatura del muro
interno ne conserverebbe indubbiamente qualche traccia. Olga si sentiva
ridicola, tenendo così Loris sdraiato fra le proprie gambe; lo intendeva
soffiare ogni tanto nel foro per cacciarne la polvere, mentre la
manivella poco oliata metteva sottili stridori come di sega. Egli ansava
faticosamente. Ogni qualvolta la mano inesperta lo tradiva, dandogli
l'improvvisa spasmodica paura di una deviazione, tutto il suo corpo
sussultava. Olga ne rimaneva tremante come se quello spasimo le si fosse
comunicato, e le mani le si allentavano sul muro, lasciando scivolare le
falde delle pelliccie. Ah! un filo di luce, che fosse passato per la
finestra, bastava ad avvertire le guardie della piazza.

Eppure, malgrado questo terrore, dal corpo di Loris le veniva un'altra
sensazione voluttuosa, un desiderio inebbriante di essere stesa con lui
sotto le pelliccie, abbracciati in una stretta di amore.

Loris si arrestò, raddrizzandosi così bruscamente, che Olga ne traballò.

— Non ne posso più, disse soffiando.

Olga non lo vedeva.

Ma appena seduto volle ricominciare. Il lavoro procedeva lentamente. La
respirazione di Loris diventava asmatica, le sue ginocchia scivolavano
sul tappeto nello sforzo di premere col petto sulla testa del trapano.
Se Loris non avesse incontrata la doccia, tutto era perduto. Allora Olga
dimenticò tutto il proprio orrore di quell'attentato per non sentire che
la disperazione di lui dopo tanti sforzi eroici. Le sue labbra
mormoravano istintivamente una preghiera; poi se ne accorse e ne fu
sconvolta. Quel ritorno alla fede di fanciulla, per pregare da Dio la
protezione a una tale opera, era di una empietà così atroce, che vinse
tutta l'incredulità della sua educazione nichilista. Loris proseguiva
sempre; evidentemente l'orgasmo gli cresceva le forze.

Finalmente il taglio della subbia stridè sul rame della doccia; Loris
diede un colpo, e s'intese la subbia arrestarvisi nell'altra parete. La
doccia era forata, ma Loris sfinito, invece di alzarsi, chiuse il vetro
della lanterna e, tirandosi addosso la pelliccia, vi si rotolò. Così
sudato si era accorto improvvisamente del freddo, poichè i caloriferi
erano spenti da un pezzo.

Passò del tempo. L'orologio d'una chiesa suonò le tre del mattino.

— Se i vostri amici di Pietroburgo potessero immaginare una simile
nottata! esclamò d'un tratto Loris.

A questa allusione Olga arrossì nell'ombra.

— Vi è piaciuto il teatro?

Ma la conversazione non potè legarsi. Olga rispondeva a monosillabi,
intirizzita dal freddo, sentendosi lontana da lui come prima di entrare
in teatro, nella solitudine del loro appartamento. Loris tornò ad aprire
la finestra.

— Non nevicherà per qualche giorno. Guardate, quando il cielo è di
questo colore, la neve è ancora lontana. Ho imparato questo, nella mia
vita di pellegrino, da uno Strannik.

Per vincere il freddo dei piedi, Loris si pose a passeggiare per la
sala; la sua ombra spariva e ricompariva, passando dinanzi alla
finestra. Non aveva più fretta; nullameno bisognava finire. Toccò ad
Olga, come donna, mandare giù per la doccia il filo, senza che
s'ingarbugliasse, e ritirarnelo per saggiare come scorresse, prima di
stenderlo sotto i ramponcini del tappeto. Il filo sufficientemente
elastico non presentava difficoltà, così che Loris si convinse di
poterlo al momento opportuno allungare sotto la neve, abbastanza
rapidamente, da non destare sospetti. Quindi Olga dovette sdraiarsi sul
tappeto, mentre Loris le teneva sopra le pelliccie per nascondere il
lume della lanterna alle altre finestre; la difficoltà di traversare il
corridoio davanti al palco fu lievissima. Olga non ebbe che da
addoppiare il filo, attorcigliandolo perchè stesse più stecchito, e una
volta nel palco girare il muro e riattaccarlo al capo, che scendeva
nell'angolo, dietro il piede del divano. Loris fece colle pinze la
congiuntura.

Non restava più che spolverare il tappeto della sala, presso il buco, e
tappare questo col mastice; era d'uopo attendere il giorno.

Ora potevano dormire. Loris si strinse nella pelliccia, sdraiandosi
sopra un divano. Era ancora tutto madido di sudore. Rialzò il bavero, si
raggomitolò per ritirare i piedi dentro la pelliccia e, dopo essersi
rivoltato due o tre volte per cercare la positura più comoda:

— Dormiamo, disse ad Olga.

Ma egli stesso stentò ad addormentarsi. Una gioia gli agitava l'anima,
in quella prima calma, dopo l'immane opera compita. Si sentiva sublime
ed orribile. La sua ragione, anchilosatasi nel sistema rivoluzionario
entro al quale viveva da tanti anni, non vedeva più in quell'eccidio che
una combinazione di guerra. Egli, generale incognito, v'era bastato da
solo. Annibale sulle Alpi cercando coll'occhio Roma lontana, Moltke
rileggendo nel silenzio del proprio gabinetto il disegno della guerra
contro il secondo impero napoleonico, dovevano aver provato la sua
stessa emozione di quel momento; almeno egli lo pensava. Quindi un
fluttuare d'immagini gli intorbidò la mente fra un rombo di scoppio, che
lanciava per aria quel teatro, mentre tutta la città urlava di paura, e
per la Russia, oltre la Russia, tutti i popoli sollevati dall'enorme
notizia domandavano chi fosse stato! Lo Czar era morto, morta
l'aristocrazia.... Egli solo, padrone del segreto, si avanzava laggiù
dalla steppa, alla testa di una moltitudine di mugiks montati su magri
cavalli, non parlando loro se non per uno di quegli ordini brevi, che
mutano la fisonomia degli uomini e delle cose.

A poco a poco si addormentò.

Olga rincantucciata nell'angolo dell'altro divano si scaldava le dita al
tubo della lanterna, sotto la pelliccia. Anch'ella sussultava tratto
tratto, ripresa da tutte le paure del freddo e dell'ombra, entro il
rimorso di quell'immenso delitto, cui nessuna pena umana poteva essere
proporzionata. Il suo cuore di donna, troppo piccolo per capire quella
passione di Loris, si perdeva nell'amore di lui come in un rifugio,
mentre egli invece dormiva tranquillamente sdraiato sulla propria mina.
Come tutti gli uomini destinati a mutare la faccia della storia, egli
portava seco una fatalità; il suo pensiero simile alla steppa sotto il
sole non aveva un'ombra; il suo cuore...., Dio solo sapeva dove glie lo
aveva messo. Olga sentiva il proprio amore, preso in quella fatalità,
divenirvi egualmente fatale. Era bastato che quell'uomo si presentasse
per trascinarla seco al di là di ogni fortuna, al di sopra di ogni
ragione.

La lanterna le scaldava sempre più vivamente le mani; ella girò il
vetro.

Il raggio cadde sulla testa di Loris, accendendogli un'aureola sui
capelli. Il suo volto, in quel pallore del sonno, ora che i terribili
occhi verdi erano velati dalle lunghe palpebre, sembrava anche più puro.
Ella s'inginocchiò, depose la lanterna sulla spalliera del divano, al di
sopra del suo capo, e gli prese la mano penzolante dal cuscino. La mano
era fredda, ancora sudicia di polvere.

Loris si destò ritraendola istintivamente, ma ella gliela strinse.

Egli la guardava stringendo le palpebre per schermirsi dal raggio troppo
vivo della lanterna, mentre il suo pensiero stentava a riordinarsi. Olga
si schiacciò più convulsamente il volto sulla sua mano, soffocandovi i
singhiozzi.

Loris nel malumore di quel risveglio improvviso s'accorse d'aver freddo;
sprigionò la mano per chiudersi nella pelliccia, così che Olga sbattè
quasi col volto sul cuscino.

— Oh! ella mormorò con voce fioca.

Loris la sollevò per le mani, se la mise seduta dinanzi, e con accento,
che essa non gli aveva ancora sentito:

— Perchè amare, le disse, noi che siamo votati alla morte? Noi dobbiamo
soffrire troppo per conservare ancora l'egoismo di non voler soffrir
soli. Non piangete, Olga.

— A me sola, ella proruppe con un singhiozzo, deve essere tutto negato?

— Che cosa hanno di più le altre donne, che debbono vendersi per nutrire
i figli o i genitori? Le conosco queste improvvise debolezze dell'anima,
che si stanca nella solitudine della propria impresa; ma tutti coloro,
che amarono abbastanza l'umanità per voler correggere la sua vita, si
isolarono immolandosi alla gloria di una redenzione, nella quale erano
la prima vittima. Guardate la leggenda di Cristo. Oggi una critica
superficiale crede di aver ritrovato i nomi di tutti i suoi fratelli, e
non s'accorge che Cristo, vero solamente come mito, non poteva avere nè
madre, nè amante, nè figli. Egli s'ingannò, credendo che l'amore
basterebbe alla redenzione della umanità, senza essere costretto a
trasformarsi in odio durante la rivoluzione. È tempo di riparare questo
errore. Coloro, che vogliono la giustizia, non debbono amare.

Ella aveva cessato di piangere, presa nel freddo di quelle parole, nelle
quali sentiva vacillare una malinconia inconsolabile. Loris parlava
adagio. Il raggio della lucerna, più basso delle loro teste, le lasciava
in una penombra, disegnando una larga fascia ardente sul nero delle
pelliccie.

— Come tutte le donne, voi chiedete un bambino, egli riprese: ma avreste
avuto il coraggio di seguirmi in quest'opera, se foste madre? Vi è già
abbastanza gente, che allunga questa catena di dolori senza che coloro,
i quali si votano a spezzarla, ne ripetano gli anelli.

— Voi dunque non amerete mai? ella esclamò.

— Se amare significa fermarsi con una donna per creare un bambino, il
quale cresca nella miseria attuale, non amerò mai. I miei figli sono
nelle isbe, dove i padri e le madri sono costretti a non amarli per non
rimproverare a sè stessi di averli generati. No, no: un bambino solo,
che sia vostro, e non lotterete più per tutti gli altri; vorrete salvare
solamente lui, e ne farete un carnefice per non lasciarlo cadere
vittima. Ecco l'amore dei padri; l'amore dell'umanità non è così.

Ma Olga volle rispondere; quell'altezza di nichilismo non era umana, era
un delirio di libri.

— Nemmeno voi, proruppe, potete vivere così. Se non vi avessi amato, non
vi avrei seguito. Tutti gli altri vi abbandonarono, non perchè non
credessero alla vostra idea, neppure io ci credo.... e sono con voi, che
non mi amate.

— Ne sareste pentita?

— Non capisco più nulla: esigete la morte di coloro, che fanno soffrire,
e non volete lasciare agli infelici quel solo conforto, che nessuna
miseria può togliere. L'umanità è troppo grande; non si può amarla che
in qualcuno.

I singhiozzi le ritornarono.

— Perchè mi avete presa?

— Credevate che vi avrei presa per amante? Vi associai all'impresa,
perchè voi stessa vi offriste e perchè, vedendovi sola nel mondo, vi
supposi il coraggio di combatterlo. Se il pericolo, che corriamo, è
superiore al vostro coraggio, non avete assolutamente torto di
rinfacciarmelo; le battaglie si perdono quasi sempre per non aver saputo
valutare esattamente le forze dei propri soldati.

A questa ingiuria tutto il suo essere di donna si ribellò. L'ingiustizia
di Loris era così pazza che ella sentiva di potergli resistere, ma
cercando una risposta non la trovò, e questa impossibilità le ridiede il
sentimento di tutta la propria debolezza femminile dinanzi al suo
rifiuto. Allora una feroce speranza di essere scoperti le balenò al
pensiero come una vendetta: arrestati tutti e due, impiccati assieme!

Loris fece un movimento come aspettando la risposta; poi si distese sul
divano, allungò la mano alla lanterna, la spense.

Olga ripiombò nelle tenebre, immobile, ascoltandosi battere il cuore. Le
pareva di essere morta al mondo, e di cominciare la propria veglia al
buio, nella tomba, come una vestale sepolta viva.

Loris si era riaddormentato.

Al mattino coperse col mastice il foro della finestra; la tinta non vi
si combinava perfettamente, ma sarebbe stato impossibile sospettare
della cosa senza prima conoscerla. Poi non ebbe da fare altro. Olga era
rimasta sdraiata sul divano, colla faccia rivolta al muro, fingendo di
dormire. Alla poca luce, filtrante dalle finestre socchiuse dei corridoi
e del palcoscenico, si vedeva l'ombra sprofondarsi nei palchetti,
allungandoli come tanti anditi di una inesplicabile raggiera. Loris
fantasticò che mettessero capo a tutti i castelli della nobiltà russa,
lungi per le immense provincie dell'impero. Nel vasto palco imperiale
l'ombra faceva lago; la cupola dorata della grande poltrona vi balenava
incertamente come un faro lontanissimo fra tenebre notturne.

Per ingannare il tempo girò tutto il teatro, discese nella platea, entrò
nelle sale di ritrovo, salì sul palcoscenico, e si mise dinanzi al
tendone calato, guardando nella platea colle braccia incrociate come un
oratore, che sta per incominciare un discorso. Avrebbe voluto parlare.
Le poltrone vuote si allineavano sotto di lui, coi bracci aperti,
attendendo. Palchi e balconi indietreggiavano dai parapetti, sui quali
il velluto rosso, a certi punti illuminati, appariva come una macchia di
sangue. Una parola sola sarebbe bastata a sbigottire tutto quel
silenzio.

Tornò a girellare.

Brani di opera ascoltati altrove gli tornavano così vivamente nella
memoria, che si sorprese a canticchiare come un ragazzo. Poi gli venne
il capriccio di entrare in qualcuno di quei palchi chiusi, quasi per
cercarvi le traccie degli sconosciuti, che vi tornerebbero. Quante belle
signore vi sarebbero quella sera? Esse non erano che un vizio di più
nella prepotenza dei padroni, una decorazione intermittente fra le
decorazioni del teatro. Era tempo, era tempo. L'orgoglio satanico di
quell'attentato gli riavvampò nella mente. Che cosa erano al confronto
gli eroismi di guerra vantati nei libri? Il coraggio dev'essere
intellettuale per essere umano. Nessun uomo si batte meglio di una tigre
finchè attacca l'altrui vita o difende la propria; ma uscire
dall'umanità per deviarne con un concetto personale la storia,
precipitando di un secolo la rivoluzione, ecco il vero coraggio.

Girava sempre.

Salì per tutte le scale dei cinque ordini, tornò alle sale spiando dalle
finestre socchiuse nella piazza. Quanta gente! Il rumore delle carrozze
gli arrivava lassù, fra quella sensazione di silenzio, come un murmure
sotterraneo; poi tornò a guardare nel teatro, non potendo sottrarsi al
fascino della sua ombra.

D'un tratto s'accorse di aver fame; gli cominciava un freddo allo
stomaco, simile a quello della paura. Sicuro di non poter mangiare, si
mise in traccia d'acqua, ma non ne trovò. Solo nella latrina colava in
modo, che non si poteva raccogliere. Tornò nel palco. Olga, sempre
sdraiata cogli occhi rivolti al muro, non si volse nemmeno udendolo
entrare. Egli la chiamò.

— Avete fame? Ho girato tutto il teatro, impossibile bere.

Loris sedette sul divano. L'attesa ricominciò lunga, schiacciante. Nel
teatro, appena visibile, le ore non passavano più; il grande orologio
dorato, sulla cima del palcoscenico, si era arrestato; nessun moto
rompeva la vacua immobilità dell'ambiente. Loris aveva finito per
sdraiarsi sul divano come Olga, guardando nel vuoto. Si sarebbero detti
due viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, sopraffatti dalla noia
stanca del viaggio, non mirando neppure fuori dello sportello il
dileguare del paesaggio. Del resto, traversando la Russia, l'uniformità
delle steppe è tale, che a distanza di un giorno il treno pare non abbia
avanzato di una versta. E se il concerto fosse rimandato? Olga non ci
pensava. Bastava che la Sembrich si ammalasse, perchè il teatro non si
riaprisse più che per la serata dello Czar, fra oltre un mese. Loris,
sforzandosi d'ingannare il tempo colle più bizzarre successioni di
fantasia, si trovava sempre dinanzi a questa possibilità. Sarebbe stato
il supplizio prima del delitto. I nuovi digiunatori di Parigi e di
Milano avevano valicato sino i cinquanta giorni, bevendo quotidianamente
qualche bicchiere d'acqua, e non avendo altra preoccupazione che la
vanità dell'esperimento; essi invece dovrebbero morire di fame sul
divano così incredibilmente minato, mentre il popolo vi scorgerebbe
certamente un'espiazione. Perchè il caso, propizio sino allora, non
potrebbe rivolgersi contro di loro, improvvisando una di quelle grandi
tragedie, che passano poi dalla vita nell'arte?

La gente, entrando quella sera in teatro, li troverebbe morenti o morti,
meglio morti! Loris aveva seco il pugnaletto.

Olga non parlava, egli s'irritò di quel mutismo. A che servono le donne?
Di che vivono, non pensando mai che ad un maschio, anche nelle più
tragiche catastrofi? Poi reagì contro sè stesso; si accusò di paura, si
proibì di credere a quel pericolo. Ma in quell'ombra della sala il
giorno non aveva ora, l'inazione diventava insopportabile. Si rimise ad
aspettare qualche cosa, quasi qualcuno. Se il concerto aveva luogo, vi
sarebbe forse una prova generale d'orchestra; allora si potrebbe persino
tentare di uscire confusi coi suonatori. Gli inservienti non dovevano
tardar molto ad entrare. Tese l'orecchio, gli sembrò d'intendere dei
passi, una voce dietro il tendone. Nel palcoscenico, ad ogni sera di
rappresentazione, vi sono mutamenti da predisporre. Si pentì di non
essere passato dietro il tendone esaminando, perchè ora poteva essere
imprudente ritentarlo. Consultò l'orologio; erano appena le dieci del
mattino. Allora sentì che la giornata sarebbe di una lunghezza senza
misura.

L'immobilità di Olga gli fece l'effetto di un rimprovero; ella non aveva
dunque alcuna paura?

— Se non dessero il concerto questa sera? le chiese.

Olga volse il capo come aspettando da lui la risposta.

Loris tacque. Il cuore gli batteva, mentre per le vene gli serpeggiava
un freddo sottile. Colla facilità delle spiegazioni materialiste, volle
dirsi che ciò dipendeva solo dallo stomaco, e che una buona colazione
l'avrebbe fatto ritornare tranquillo, ma non lo credette. Nessuna
potenza di carattere avrebbe potuto mantenersi impassibile in quella
situazione; la paura, questa irresistibile coscienza della propria
debolezza, lo curvò dinanzi al mistero del pericolo.

Per sottrarsi a tale oppressione riaccese la lanterna, e riesaminò
minutamente tutte le disposizioni della mina nella intelaiatura del
divano. Era perfetta. Uscì dal palco, seguì passo passo, lungo il muro,
il filo nascosto sotto il tappeto, sino alla finestra. Il mastice
staccava di tono colla tinta del muro; bagnò la punta del fazzoletto
colla saliva e, strofinando, diluì quella stonatura in una macchia più
larga.

Ma il freddo lo sorprendeva; l'aria intorno era gelida. Tornò nel palco
per dormire. Infatti, stringendo fortemente le palpebre, riuscì ad
intorpidirsi, ma il pensiero gli oscillava come un'altra ombra,
assumendo forme e proporzioni mostruose. La vicinanza di Olga, muta ed
immobile, che forse lo disprezzava, gli dava un malessere intollerabile.
In due bisognava almeno parlare; ma l'orgoglio lo ratteneva. Dovette
cedere.

Sulle prime non trovava l'argomento; Olga economizzava le parole, e la
sua voce aveva un suono tardo, di eco.

Quindi un rumore sul palcoscenico li distrasse, udirono parlare.
Istintivamente si stesero sul divano, più basso del parapetto, perchè
l'ombra li nascondesse perfettamente. Nel palcoscenico sorvenivano
mutamenti. Distinsero fra uno strepito di mobili tintinnire i pendagli
certamente di un candeliere, una scena abbassata con molto cigolìo di
carrucole diè un tonfo sordo, battendo sull'assito. Le voci si alzarono
dando ordini; poi alcuni di quegli uomini passarono dinanzi al telone,
perchè i loro accenti si fecero così distinti che si compresero anche le
parole.

Parlavano di una colazione.

Passò un'ora così; tutto ricadde nel silenzio

Si darebbe il concerto?

Loris tornava a dubitare. Per decidersi s'impose una prova, invocando
che gli inservienti dei palchi venissero a spazzolarli. Sarebbe stato un
grande pericolo, se colui incaricato della loro fila avesse avuto l'idea
di guardare anche nel contropalco, dove avrebbero dovuto nascondersi, ma
almeno sarebbero usciti dal dubbio. Questo esperimento gli parve una
condizione fatta al destino, accettando un aumento di pericolo per
sottrarsi all'irritazione della sua incertezza. Ma gli inservienti
scopettavano sempre i palchi prima di ogni rappresentazione?

Intanto il teatro era sempre sommerso nella stessa ombra gelida.

A che ora si sarebbero accesi i caloriferi, se vi fosse spettacolo?

Quella sarebbe stata la vera prova; ma in quella stagione autunnale i
caloriferi non sarebbero stati accesi che tardi. Allora si mise a
giuocarellare con un bottone del divano, divertendosi a tagliarne il
filo colle unghie; il filo teneva duro.

Tornò a girare nel corridoio, fermandosi sulla cima della scala e
trovando in questa ritmica intensione di pericolo come un sollievo. Poi
il bisogno di un rischio più vero lo vinse, e venne alla finestra per
schiuderne i vetri, e spiare sulla piazza. Quando lo ebbe fatto, si
sentì più calmo.

Il giorno scemava, anche fuori del teatro, in un crepuscolo
piovigginoso. Loris tremò che non nevicasse nella notte, perchè Lemm da
solo non sarebbe riuscito a stendere il filo. Allora si mise a scrutare
il tempo; dirimpetto al teatro le case erano così alte, che
intercettavano ogni orizzonte. Non poteva guardare che in su. Si era
ingannato; quei toni plumbei del tramonto non annunziavano la neve. A
poco a poco si fecero più trasparenti, e il cielo si purificò.

Dietro le sue spalle, nella sala, l'ombra si era addensata.

Se fra due ore i caloriferi non venivano accesi, il concerto era
rimandato chi sa a quando.

Allora una serenità tragica gli si fece nella coscienza. Comunque
fallisse il suo attentato, altri lo riprenderebbe, perchè dopo tanto
sangue di scaramuccie era impossibile non scoppiasse la guerra. Egli
perirebbe come un precursore, ma la sua anima col suo nome passerebbe
nell'anima del popolo; e nei libri, nelle veglie, per le steppe e per le
case, si parlerebbe di lui. Gli amici che non avevano osato seguirlo,
rivelando il disegno della sua guerra lo innalzerebbero a condottiero
ideale della rivoluzione. Adesso si persuadeva che un simile attentato
non poteva riuscire.

Quando guardò l'orologio erano le sette; il concerto era rimandato.

Olga rantolava lievemente.

Cominciò la notte. Nell'aria, sempre più fredda, l'ombra e il silenzio
diventavano così profondi, che il pensiero non poteva più interrogarli.
D'altronde a che pro? Tutto s'acqueta nel silenzio e nell'ombra; la vita
è appena un tremito della superficie, sotto la quale l'ombra e il
silenzio custodiscono i segreti dell'infinito. Le generazioni, passate
nella storia, adesso erano inutili come i viventi, che vi
tramonterebbero; la felicità da lui voluta per le generazioni future
sarebbe stata la suprema delle ingiustizie per le generazioni morte.

Il suo disegno si discioglieva nella tenebra come un fumo.

Olga gli dormiva vicino, forse precipitata anch'essa in un letargo fuori
di sè medesima. Si ricordò le _Tre Morti_ di Tolstoi, e sentì che la più
grande era la più semplice, quella dell'albero; rientrare
insensibilmente nella terra, dalla quale si è usciti. La gola gli
bruciava. Aveva le labbra secche, la pelle arsiccia malgrado la rapidità
improvvisa di piccoli sudori, che gliela bagnavano gelandola. Era la
fame colle sue smanie nervose e l'esaltamento della fantasia.

La sua volontà si raddrizzò ancora; bisognava lottare, era assurdo
credere a quel cattivo contrattempo. Il concerto si darebbe domani sera.

Quasi quasi destò Olga per riprendere la conversazione riaccettando ora
quello, che gli aveva offerto con tanta passione; sarebbe stata una
maniera, non peggiore di un'altra, per passare la notte. Ma in quella
superba chiaroveggenza, che gli riduceva al minimo il pericolo del
concerto rimandato, comprese che, accettando l'amore di Olga, ne
rimarrebbe imbarazzato per l'avvenire.

— Che cosa pensano i condannati a morte l'ultima notte, nella solitudine
buia della segreta? si chiedeva Loris. Sentono essi il tempo e lo spazio
diversamente dagli altri uomini, avendone già dinanzi il limite fisso?
La morte, come pena, non è che la pena del pensiero costretto a
discendere nella morte. Loris si trovava dinanzi alla morte, senza che
il silenzio di quell'ombra gli permettesse una distrazione.

La notte fu lunga. Non potendo dormire, Loris tornò alla finestra. La
sua coscienza, attratta dalla vita notturna della città, vi si obliò
lentamente. Per lunghe ore i suoi occhi seguirono i passi di tutti i
viandanti; i suoi orecchi si tesero dietro il rumore sordo delle
carrozze, che si allontanavano per tutte le vie; contò più volte le
finestre illuminate, assistè con una specie di trepidazione al loro
spegnersi, e, quando tutto fu nell'ombra, il suo pensiero vi oscillò
inconsapevole. La stanchezza stessa lo cullava. Giù in fondo al cuore,
sotto ombre anche più dense, gli passavano, come pellegrini curvi,
melanconie di altri tempi; mentre il suo sguardo, fiso sui fiaccheri
allineati poco lungi dal grande caffè del teatro, vedeva nei loro occhi
di fiamma illuminarsi e sparire qualche paesaggio primaverile della sua
giovinezza. Stando in piedi appoggiato al muro, malgrado il freddo che
ne radiava, si assopì; nessuno passava più, solo le guardie ripetevano
il proprio giro come lugubri fantasmi attraverso un sogno. Sull'ultimo
fiacchero rimasto all'angolo della via, il cocchiere a cassetta aveva
reclinato la testa nel sonno. Mosca dormiva enorme nelle tenebre, senza
un respiro, in una tranquillità di pietra. Poi l'ombra, già più tenue in
alto, si diradò ancora facendosi quasi trasparente dinanzi all'azzurro
immutabile del cielo; sui tetti, giù per le gronde, per le facciate
delle case, dai ciottoli delle strade, rimbalzarono labili chiarori.
Quindi l'ombra si assottigliò ancora, si macchiò di pallori lontani,
lacerata da improvvise vivezze, finchè il bianco vi si fuse, vi dilagò,
la sommerse.

Loris incantato vi si abbandonava.

La vita era ricominciata. La popolazione operaia del mattino invadeva
già le strade a passi frettolosi, fra uno strepito di carrette, un
cozzare di voci, un urto, un'onda di gruppi, che sboccavano e
dileguavano a tutti gli angoli. Loris più stanco si lasciava ballottare
mentalmente da quella folla, già allegra della fatica che l'attendeva, e
rinfrescata, dopo una notte forse immonda, dall'aria del mattino. Era
come uno di quegli ubbriachi sorpresi dall'alba, vacillanti per le
strade, e che non ricordano più nulla.

Se qualcuno l'avesse scoperto in quel momento, non avrebbe opposto
resistenza.

I primi raggi del sole batterono sui tetti, scivolando per le cantonate
in mezzo alle strade, ad accendervi come dei braceri multicolori. Mosca
si levava dal sonno sotto il sole; tutto sorrideva, le sue cupole, i
suoi giardini, le sue case, le sue strade formicolanti e sonore, il fumo
de' suoi camini tremolante ai soffi della brezza come un segnale, e
dileguante nell'azzurro senza macchia.

Loris trovò Olga seduta nel palco, che lo aspettava.

— Il concerto non si darà più, ella disse.

— Forse!

— Allora? e nella sua voce rauca v'era come uno squillo di trionfo.

Loris indovinò la tragica gioia del suo amore, e rispose con fredda
ironia:

— Aspetteremo che cominci la grande stagione invernale.

E si distese sul divano per dormire.

Olga lo covava con uno sguardo ardente. Dal momento che il concerto era
stato rimandato, ella lo immaginava soppresso; voleva che fosse così,
tutto era perduto. Fra un mese, o non avrebbero più avuto la forza di
uscire o, tentandolo, la loro fisonomia scheletrale li avrebbe scoperti.
Era la morte sicura, dopo un'agonia lunga quanto una luna di miele. Olga
ne delirava di orgoglio, perchè Loris avrebbe dovuto amarla come l'unica
donna capace di congiungere la propria passione alla sua idea.
Associandosi all'impresa di Loris, ella aveva fatto anticipatamente
getto della vita in quell'immenso attentato, del quale sentiva la logica
pur ricusandosi alla sua atrocità; quindi ora s'abbandonava con gioia ad
una morte innocente, che le farebbe finalmente trovare l'amore.

Era sicura di vincere.

Lasciò Loris sforzarsi invano a dormire, sorvegliandolo con una
tenerezza di madre. Era suo, quel divano minato sarebbe il loro letto di
nozze.

Tutto il mattino passò così; non si parlavano, ma non uno dei loro moti
poteva loro reciprocamente sfuggire. S'intendevano silenziosamente,
stringendosi in una lotta, nella quale Olga invocava la morte come un
trionfo, e Loris resisteva sempre più debolmente. Nel teatro, sommerso
dal medesimo crepuscolo, i loro occhi si abituavano a discernere molti
particolari; non sentivano più così vivamente il freddo, la fame stessa
diminuiva gli spasimi delle contrazioni allo stomaco. Solo un bruciore
di sete, insistente, crescente, toglieva loro d'obliare la catastrofe.

Nè l'uno nè l'altra potevano parlare; quegli che lo facesse prima si
sarebbe arreso all'altro.

E in quella sorveglianza appassionata, nella quale il tempo passava
rapidamente, Olga si sentiva crescere di amore e di potenza. Le sue
fibre di donna palpitavano, il sangue le correva più caldo al cuore, il
rossore delle ore più sensuali della sua giovinezza cogli studenti
tornava a colorarle le gote. Le pareva già di essere sotto una coltrice,
stirandosi voluttuosamente.

Loris scese precipitosamente dal divano, uscì dal palco.

— Tornerai... ella mormorò nel pensiero pigliando quella subita fuga per
un'ultima resistenza.

Dopo cinque minuti Loris rientrò:

— Hanno già acceso i caloriferi.

Olga non potè rispondere.

La sera, sulle otto e mezzo quasi, uscirono inavvertiti fra la folla,
che entrava. Lemm li aspettava dinanzi alla porta del teatro.

— Ebbene? domandò slanciandosi imprudentemente verso di loro.

Loris respirò fortemente:

— Ho fame.



VI.


Da quel giorno tutto parve favorirli, ma le loro relazioni divennero più
fredde. Olga e Lemm si evitavano, Loris invece pareva più calmo, come se
la fortuna del primo tentativo avesse esaltato in lui la superstizione
fatalista, comune a tutti gli uomini d'azione. Si sentiva sicuro che la
prima neve cadrebbe di notte. Infatti, tre giorni dopo, l'azzurro del
cielo s'imbiancò, e il freddo diminuì sensibilmente; erano i primi
sintomi. A tarda sera la neve, aggirata da un vento impetuoso, cominciò
a cadere sui tetti e sulle strade come una polvere.

Loris era pronto. Quando uscì di casa, suonarono le dieci e mezzo. La
piazza sotto la bufera era vuota, pochi fiaccheri stazionavano presso il
Piccolo Teatro, all'angolo del Kitaisky. Lemm lo attendeva; con un colpo
di martello acuminato e infisso sopra un bastone doveva rompere la
doccia della loro casa a fior di terra, poi ritornando e fingendo di
scivolare avrebbe estratto rapidamente il capo del filo per stenderlo
lungo il muro. A Loris invece l'impresa era più rischiosa per la
maggiore lunghezza necessaria del tempo e la sorveglianza dei gendarmi
intorno al teatro. Un colpo di martello in una delle sue doccie avrebbe
certamente attirato la loro attenzione, mentre per cavarne tutto quel
filo sarebbero stati indispensabili almeno dieci minuti. Loris si era
quindi coperto di un lungo impermeabile bianco da cocchiere; contava
scivolare inavvertito lungo il muro, e sdraiarsi fra la neve accanto
alla doccia per forarla col trapano.

Tutta la difficoltà sarebbe nel non essere visto fra il turbine della
neve, al momento di lasciarvisi cadere. Il candore dell'impermeabile e
le raffiche del vento, costringendo i passanti a camminare colla testa
bassa, dovevano aiutarlo. Per ultimo espediente aveva ordinato a Lemm di
non abbandonare mai un angolo della piazza, dal quale potesse
sorvegliare la doccia, e nel caso che una coppia di gendarmi vi si
appressasse, di allontanarsi rapidamente facendo esplodere sulla neve
alcune castagnole da lui stesso preparate. Sarebbe bastato accendere,
colla brace dello sigaro, la loro brevissima miccia sotto la pelliccia.
I gendarmi sarebbero accorsi alle detonazioni.

Lemm vide Loris dirigersi dalla parte opposta della doccia, girando
intorno al teatro; in quel momento una pattuglia di gendarmi passava
dinanzi ai grandi magazzeni dell'_Okhotnj riat_, un'altra era ferma al
portone dell'Assemblea della Nobiltà. Il teatro fra il pulviscolo della
neve si distingueva appena, i fanali lucevano fiocamente come attraverso
una nebbia tempestosa. Il freddo cresceva. Tutta la piazza era già
bianca, e si manteneva bianca malgrado il passaggio della gente e delle
carrozze.

Lemm chiuso nella pelliccia, col berrettone calcato sugli orecchi, tutto
bianco di neve, si diresse verso la casa di Loris. Di là potrebbe
vederlo ritornare, perchè la distanza era più breve. Infatti gli parve
travedere come un'altra bianchezza fra la neve, lungo il muro del
teatro, qualche cosa di così vago che sulle prime ne rimase incerto. Non
passava alcuno; allora fece qualche passo innanzi. Il raggio di un
fanale, cadendo sull'impermeabile di Loris, ne trasse un bagliore così
vivo, che Lemm non potè più dubitare. Era l'ultimo fanale prima
d'arrivare alla doccia. Lemm respirò, e non vide più Loris. Tese
l'orecchio per udire lo stridore del trapano, ma non ostante la
sovreccitazione dei sensi non percepì alcun suono; l'aria e la terra
erano diventate sorde colla neve.

Toccava a lui. Risolutamente si diresse verso la doccia all'angolo della
casa di Loris, facendo mulinare la mazza come per giuoco, allentò il
passo; aveva visto appressarsi una carrozza. Quello sarebbe il migliore
momento per dare il colpo. Si mise alla cantonata, e quando i cavalli
passarono rumoreggiando, perchè le loro unghie ferrate trovavano ancora
il selciato sotto lo strato sottile della neve, fingendo di sdrucciolare
diede una percossa violenta nel fianco della doccia, che risuonò
cupamente. Gli parve di essere nel mezzo di una immensa esplosione; gli
orecchi gli zufolavano, gli girava la testa così che per sottrarsi al
pericolo di essere visto da qualcuno, che avesse udito quel colpo, si
lasciò cadere presso la doccia. Nessuna pattuglia passava, nessuno aveva
udito. Allora rinfrancandosi cacciò tre dita nella spaccatura della
doccia, trovò il filo, tirò e, rialzandosi lestamente, lo distese per un
paio di metri lungo il muro.

La sua opera era compita, era salvo.

Scrollò la neve dagli abiti, e si allontanò per postarsi all'angolo
d'osservazione. Avrebbe voluto passare vicino a Loris sussurrandogli che
tutto era fatto, ma, siccome questi non glielo aveva ordinato, non
l'osò. Quindi scelse un mezzo termine, passando a non molta distanza.
Però non vide e non intese nulla; Loris doveva essere sepolto nella
neve.

Per non restare in vedetta sotto quella bufera, attirando senza dubbio
l'attenzione di qualcuno, decise di fare il giro del teatro; così
passerebbe una seconda volta vicino alla doccia. Un orgasmo crescente
gli rendeva impossibile l'attendere. Che cosa era accaduto a Loris? Una
pattuglia sembrò fermarsi per squadrarlo, Lemm si scostò lentamente dal
muro del teatro senza osare di voltarsi indietro, solo all'angolo torse
il capo, non vide alcuno. Pazzamente, si mise quasi a correre; voleva
passare presso Loris gridandogli di far presto; poi s'arrestò. Loris
vedendo un'ombra dirigersi verso di lui, potrebbe crederlo un nemico. La
paura lo riprese. Invece andò a mettersi sotto il fanale alla cantonata
della casa; così Loris indovinerebbe la sua presenza e, appena finita
l'opera, gli verrebbe incontro.

Infatti, poco dopo, travide una massa bianca avanzarsi dalla piazza alla
sua volta. Avrebbe voluto quasi gridare, ma istintivamente pensò che
doveva andargli incontro coll'altro capo del filo, per fare la sutura in
mezzo della piazza anzi che sotto quel lampione. Girò intorno uno
sguardo, gli sembrò di essere solo. Si chinò, raccolse fra un pugno di
neve il filo, e si mosse affrettatamente.

Loris avanzava adagio. Lemm indovinò che teneva fra le mani il rotolo, e
camminava sul filo per meglio seppellirlo fra la neve; quindi si mise a
fare altrettanto. Era il momento del massimo pericolo; un passante
qualunque, traversando la loro linea, poteva urtare col tacco della
scarpa nel filo, e fermarsi.

Loris gli disse, gettandogli sulle braccia l'avanzo del rotolo:

— Prendi la pinzetta dalla mia tasca sinistra, ho le mani intirizzite;
annoda tu.

E si allontanò.

Lemm, che si era già cavato i guanti, fece rapidamente la sutura,
nascondendosi il resto del filo nella tasca. Raggiunse Loris.

— Ora la Russia è nostra.

E la voce di Loris tremava dal freddo.

Bisognava restare almeno due ore sulla piazza aspettando che la neve
crescesse così alta sul filo da celarlo assolutamente. Olga aveva
l'ordine di spiare dalla finestra se qualche pattuglia si dirigesse
verso la casa e, nel caso di una disgrazia, fuggire per l'appartamento
di Lemm. Essi l'attenderebbero sulla piazza.

Per non destare sospetti si divisero in modo che uno di loro traversasse
sempre la piazza, mentre l'altro se ne allontanava.

La neve cresceva bianca e polverosa coprendo tutto, soffocando ogni
rumore, ammassandosi sui fanali, sui cornicioni, sulle inferriate,
aumentando sempre. La notte ne diventava chiara, senza che il cielo si
vedesse attraverso quel pulviscolo candido, che riempiva l'aria e
impediva agli occhi di guardare in alto, mentre strideva ad ogni passo
sotto le scarpe, stringendo intorno ai radi passanti come dentro un
vortice.

Solo le pattuglie passavano lentamente, insensibili e solenni. Qualche
volta si arrestavano sotto un fanale, o stazionavano ad un angolo;
quindi riprendevano la marcia, vegliando sulla città immensa, che quella
nevicata sprofondava nell'inverno. La loro grande campagna iemale
cominciava quella notte.

Tre ore dopo Loris dormiva; Olga era ancora alla finestra colla fronte
ardente contro i vetri, Lemm seduto davanti alla stufa beveva.

Da quel giorno Lemm non parlò più con Loris che come un soldato al
generale; l'impossibile impresa, sognata tanti anni da tutto il partito
nichilista, era compita per opera di uno solo, e non era che il preludio
di un'altra maggiore. Con fretta febbrile Loris si occupava già dei
preliminari di guerra. Aveva fatto stendere a Lemm una lista dei suoi
correligionari più atti ad aiutarlo in quel disegno, sapendo che i più
terribili nichilisti, come i più voraci usurai erano forniti dalla
classe degli ebrei. Egli aveva sempre ammirato l'instancabile tenacia di
quel popolo, durato solitario migliaia d'anni per dare all'umanità il
concetto di un Dio unico, poi sopravissuto al bando di tutte le genti
per aver negato coll'uccisione del Messia la nuova religione. Solo gli
ebrei potevano accettare quella guerra al di sopra di ogni ragione di
classe e di patria. Lemm, lusingato nel proprio orgoglio di razza, si
era offerto per un giro nella Piccola Russia e nella Polonia, ove gli
ebrei dominavano tutte le sorgenti della vita. Il commercio del grano
era nelle loro mani, giacchè grandi e piccoli proprietari non vi
potevano contrarre debiti che su pegno dei propri granai: l'odio degli
ebrei verso i russi era anche maggiore di quello dei russi per gli
ebrei.

Secondo il calcolo di Lemm, con centomila rubli di grano si poteva
sollevare tutto un governo, se la fame di una più triste annata vi
sferzasse la floscia pigrizia dei mugiks. Il primo esercito sarebbe di
cosacchi, abituati a vivere in republica di brigantaggio, e piuttosto
tributari che sudditi dell'impero.

— Quando mi ordinerete di partire?

— Attendo una risposta del principe. Guardatevi però dal fare il
commesso viaggiatore di grano come il dentista. Vi diedi duemila rubli
perchè vi fingeste dentista, e non ne avete speso alcuno per darvi
questa apparenza.

Lemm impallidì a quel rimprovero, ma la sua natura d'ebreo aveva vinto
sul suo temperamento di rivoluzionario, costringendolo a risparmiare
ogni spesa inutile, forse nella vaga speranza di restare padrone della
somma.

Ma Loris soggiunse poco dopo:

— Passerete dall'officina inglese Neill, via Mokhovaia, e comprerete una
pila con un manipolatore Morse; pagate su quei duemila rubli. Avete
studiato fisica, dovete intendervene.

Olga aveva assistito al dialogo arrossendo di gioia. Da molti giorni la
sua faccia era diventata più malinconica e modesta. Si era messa a
scuola di lavori donneschi da Matrona, tenendola lunghe ore presso di
sè, specialmente quando Loris era fuori di casa, e provando un
indefinibile piacere nella ripresa di questa educazione femminile. Le
faccenduole casalinghe, che una volta le parevano una delle forme più
abbiette del servaggio muliebre, acquistavano ora ai suoi occhi una mite
poesia. I discorsi ingenui di Matrona sul proprio fidanzato, un operaio
fonditore, ricco di un rublo al giorno di salario, col quale avrebbe
messo su casa nella calma di un'esistenza, ridotta a pochi sentimenti e
quasi priva di idee, agivano come una cura climatica sul suo spirito
reso nevrotico da troppe orgie intellettuali e morali.

In cinque giorni Olga arrivò a cucirsi una camicia.

Il suo sogno era di fuggire con Loris in mezzo ad una steppa, per vivere
sola con lui, sposata da lui, allevando due bambini, un maschio e una
femmina. L'esplosione della mina non avverrebbe, essa non sapeva come,
ma non avverrebbe; Loris guarirebbe anche lui da quella febbre
nichilista per riconciliarsi colla vita, quale Dio l'aveva voluta.
L'ateismo materialista di Olga era già scrollato. Qualche cosa di divino
si agitava nel mistero oltre l'origine e il fine della nostra esistenza;
una legge arcana regolava l'umanità, un'idea imperscrutabile comandava
alla natura. Il volgare culto delle iconi, nelle quali il popolo trovava
intercessori, non era che un tentativo dell'anima, come la scienza
stessa, per arrivare sino a Dio.

Talvolta Olga non si riconosceva. Provava subite tenerezze per la mamma
lontana, quasi un bisogno ineffabile di perdonarle quanto le aveva fatto
soffrire, mentre una vergogna le veniva da quel libertinaggio passato,
nel quale aveva calpestato tutti i riguardi. Era impossibile che Loris,
malgrado l'affettazione della propria insensibilità, non sentisse
ripugnanza per lei trascorsa attraverso gli amori di tanti studenti.
Quindi rimpiangeva la delicata primizie della propria gioventù, quella
poesia senza nome, che riluce intorno alla vergine e la fa sembrare come
una stella, nella quale nessuno abbia ancora posto il piede. Perchè
Loris non amava? Era sublime disperazione di nichilista, o nausea di
poeta dinanzi alle bestialità della umana lussuria? Il pentimento,
questa gloriosa rivincita dell'individuo sopra sè stesso, consacrata da
tutte le religioni, basterebbe a rifarle nell'anima la spiritualità
dell'amore?

In quella sua passione di vergine e di cortigiana diventava sempre più
timida verso di lui, sino a tremare di parlargli; però con malizia
donnesca si era messa a servirlo in ogni più piccola cosa, non
permettendo più a Matrona di fargli il letto, nè di lustrargli le sue
scarpe. La mattina si metteva per tempo ad origliare presso il suo
uscio, e, se era desto, bussava timidamente chiedendo quando dovesse
portargli il caffè. Il suo contegno, entrando nella camera, non poteva
essere più modesto, nullameno egli vi sentiva la più intensa passione.
Sulle prime aveva resistito mostrandosi più burbero; poi aveva ceduto
alla mollezza di quei servigi, che non gli lasciavano ordinare più
nulla. La sua terribile perspicacia gli aveva appreso subito il segreto
di quella trasformazione, mentre la raffinatezza de' suoi gusti
aristocratici, che gli facevano sentire la donna solamente nella
signora, se ne irritava.

Lemm invece, malgrado quel rifiuto, la trovava più simpatica nella nuova
volgarità, e talora si sorprendeva a sognare anch'egli l'amore di una
donna casalinga, che lo riposasse dal travaglio di quell'esistenza
rivoluzionaria in preda a tutti i furori del pensiero. Nemmeno la sua
natura biliosa, resa più aspra da tutte le sofferenze di una gioventù
senza danaro e senza affetti, resisteva alla tensione di quella guerra
sognata da Loris, e fatalmente predestinata alla più piccola e truce
delle catastrofi. Ma troppo inoltrato per indietreggiare, cercava di
obbliarla a ogni momento in qualche fantasia. La sua insufficienza di
rivoluzionario gli si era rivelata in quella goffaggine di non sapersi
nemmeno fingere dentista coi compagni d'università, che lo avevano
riconosciuto, così che doveva ancora rimanere quasi sempre in casa per
evitare il loro incontro. Adesso lo spaventava persino il vecchio
soldato; un sospetto, che gli venisse un giorno nel pulire le stanze, e
tutto poteva essere scoperto. Anche Loris usciva poco di casa, sebbene a
Mosca fosse meno conosciuto di Lemm; ma la sua bellezza aristocratica
diventava un pericolo, attirando l'attenzione. Quando si trovavano
riuniti non sapevano che dirsi, se Loris non parlava della guerra; era
quello l'unico discorso, che coll'ansia di nuovi pericoli potesse ancora
rianimare la loro piccola società.

Per mangiare si separavano. Olga e Loris giravano per le trattorie,
evitando di ritornarvi troppo; Lemm, sobrio come uno spartano, si
contentava spesso di una focaccia comperata da un pasticciere, o di una
piccola colazione in qualche caffè secondario. Quando Olga si offerse di
fare la cucina in casa, accettarono con riconoscenza. Loris fingerebbe
una leggera indisposizione per non uscire di casa. Matrona aiuterebbe
Olga, mangerebbero la sera, quando quella si fosse ritirata. Così Lemm
potrebbe assistere al pranzo.

Laonde cominciò per loro una nuova vita. Loris studiava la grande opera
di Kostomaroff sui Cosacchi, e non usciva più dalla propria camera che
per venire a fumare una sigaretta nel salotto, fra Olga e Matrona,
quando avevano finito di cucinare; Lemm si era rimesso ai lavori di
Wroblenky e di Olzenky sui gas reputati permanenti, nella speranza di
poter sostituire un gas liquido alla polvere nei fucili, ottenendo
un'economia e una superiorità terribile di arma pei primi moti
rivoluzionari. Poi la sera con Loris consultavano lungamente le carte
militari dell'impero.

Olga taceva sempre. Una sera, che Loris era uscito, Lemm le chiese:

— Non siete dunque più rivoluzionaria?

— Io sono donna; debbo fare quello che mi si dice.

Lemm non le aveva mai sentito la voce così dolce.

Un altro giorno le disse a bruciapelo:

— Voi amate Loris.

— Non l'amate voi pure?

— Diversamente.

— Io sono donna.

Questa volta Olga aveva arrossito.

Intanto il giorno dell'apertura dell'esposizione si avvicinava.

Tutto era pronto. Avevano passato il filo sotto il tappeto
dell'appartamento, sino a quel salotto di Lemm, congiungendolo colla
pila chiusa in uno scrittoio ad armadio. Lemm ne teneva sempre la chiave
in tasca. Loris, mutando pensiero, aveva comprato egli stesso tre
eccellenti trottatori con una droiska, e li teneva in uno stallaggio,
dicendo che presto sarebbe partito per la campagna. Li aveva attaccati
due volte sole di buon mattino per provare la loro resistenza.

L'ultima domenica, incontrando Lemm presso l'arco trionfale della
Tverskaia, eretto ad Alessandro I in memoria della ritirata dei
francesi, gli disse:

— Andiamo al Monte dei Passeri.

Era un giorno sereno, il sole piegava al tramonto. Vi giunsero per la
barriera Kalongskaia; v'era poca gente a quell'ora e in quella stagione.
Le belle ville adagiate sulla sua cima avevano i cancelli e le finestre
chiuse, giù alle falde la riviera ghiacciata si stendeva come un immenso
nastro d'argento, mentre la neve rimasta a brandelli sugli alberi delle
colline circostanti sembrava un tappeto infinitamente bianco sui campi,
sulle case, dovunque.

Mosca, enorme, si addensava quasi ai piedi del monte, tuffata, ricoperta
da quel bianco verginale cui la luce languida del tramonto appannava la
vivezza.

Essi guardavano lo spettacolo, sentendosi invadere dal suo candore.

Mosca pareva più grande e più bella. Le sue cupole a mille colori,
ammantate di neve diventavano più leggiere in quella bianchezza, che i
sempreverdi dei parchi macchiavano di ombre fosche; le chiese sorgevano
fantastiche di bellezza fra gli immensi palazzi e le strade larghe e
ghiacciate come la Moskva, per la quale avrebbero potuto passare
comodamente tutti i popoli dell'impero. Una cintura di conventi, pieni
di boschi e di cimiteri, più vasti di un villaggio e difesi da muri alti
come quelli delle fortezze, le stringeva i lombi, mentre il Kremlino,
città, fortezza e convento, superbamente eretto, vigilava sovra essa da
tutti i domi delle sue cappelle, dalle torri delle sue porte
monumentali, dalla sua cinta di muraglioni merlati, dalle terrazze de'
suoi palagi, entro i quali si era svolta tutta la storia della Russia. E
sul Kremlino, circonfusa nella luce di quel bianco, la croce saliva nel
cielo trionfalmente.

Loris andò a mettersi dinanzi alla porta del ristorante costrutto sul
posto, ove la leggenda racconta si fermasse Napoleone I, cinto da tutto
lo stato maggiore, a contemplare Mosca la prima volta.

— Vedi, esclamò: vi hanno fabbricato un albergo, come a Roma sulla rupe
Tarpea. Ecco il trionfo della modernità; i popoli della storia antica vi
avrebbero alzato una piramide, quelli del medioevo un tempio, noi vi
apriamo una locanda. Non si fanno più conquiste, non vi sono più che
viaggiatori, i quali mescolano attraverso tutti i popoli le idee di
tutti i popoli. Napoleone non era che il commesso dell'Occidente.

Ma una fiamma gli si accendeva negli occhi. Fece qualche passo innanzi,
e senza accorgersene incrociò le braccia napoleonicamente.

— Bisognerà distruggerla, mormorò cupamente: tutto è monumento a Mosca.

— Sei dell'opinione di Cobden; anch'egli pensò così guardando Roma dal
Pincio.

Loris si volse con disprezzo.

— Cobden, l'economista dei mercanti inglesi! Egli avrebbe mutato S.
Pietro in un opificio per sostituirvi la tirannia del capitale a quella
di Dio. Che cosa può capire della modernità un economista? Forse
Napoleone indovinò da questo posto qualche cosa; conquistando Mosca,
egli ne scacciava l'Asia. Oggi bisogna scacciarne la vecchia Europa per
improvvisarvi un nuovo mondo.

La sera, a pranzo, Lemm disse ad Olga qualcuna delle frasi di Loris;
ella, che aveva sempre ammirato Napoleone, si mise a parlarne con
entusiasmo. Quella era stata una vita! Passare conquistando attraverso
tutti i popoli, e morire solo, alto sopra uno scoglio, in mezzo
all'Oceano! Loris se ne andò senza rispondere.

L'imperatore era arrivato a Mosca la mattina del 6 gennaio; la sera
degli 8 vi sarebbe serata di gala al teatro.

Nè Loris, nè Lemm, nè Olga uscirono più di casa. Loris aveva già
avvisato il padrone dello stallaggio di tenergli pronta la droiska,
verso le nove, per quella sera.

Quei due ultimi giorni furono eterni. L'imminenza della catastrofe
diventava come una fatalità impreveduta. Loris e Olga non si parlavano
più. Lemm evitava di venire nel loro appartamento, Matrona, lasciata
sola a cucinare, suppose una lite fra i due amanti, perchè anch'essa
aveva dovuto accorgersi della passione di Olga. Ma Loris aveva ancora
dovuto sopportare il più atroce degli spaventi, quando gli scopatori
municipali fecero, qua e là per la piazza, molti buchi nella neve per
disporvi le cataste di legna, alle quali i cocchieri si sarebbero
riscaldati la notte attendendo la fine dello spettacolo. Egli aveva
dimenticato questo costume, che poteva sventare l'attentato, se per caso
una catasta si fosse alzata per dove passava il filo. Invece vi rimasero
lontane.

Era dunque inevitabile; ma ora il dubbio cominciava anche in lui. Aveva
egli ragione? Quanti sarebbero i morti? Quanto soffrirebbero della
esplosione le case della piazza?

Lemm era pieno di dubbi, anche sulla solidità della loro.

— Il nostro pericolo è adesso troppo piccolo, gli aveva risposto Loris
duramente: si dirà che fummo vili.

Lo spettacolo della piazza, con tutto quel tumulto di gente e di
carrozze, lo affascinava. Si mutavano i becchi del gas per aumentare
l'illuminazione, la gente diventava sempre più allegra, e le sue voci
arrivavano sino a lui, ritto presso i vetri della finestra come una
statua. Gendarmi e soldati passavano a branchi tra il fiotto continuo
delle carrozze, entro le quali balenavano uniformi militari e
decorazioni. Tutto il popolo, addensato nella piazza, vi rimaneva lunghe
ore sulla neve, insensibile al freddo, preso nella curiosità di quella
festa, dalla quale era escluso, come dinanzi a un tempio misterioso. Era
sempre lo stesso popolo, che ogni grandigia dei padroni affascina, e fra
il quale le donne paiono sempre le più contente. Nullameno vi si
distinguevano talora figure accigliate, si sorprendeva qualche gesto
sdegnoso, forse di nichilisti, quelli che Loris disprezzava più del
popolo.

Allora egli lasciava la finestra per tornare nell'appartamento di Lemm
ad esaminare la pila. Tutto era pronto; bastava toccare il bottone,
grosso e bianco, del manipolatore per determinare lo scoppio. Lemm lo
sorprese in quella contemplazione, ma si ritirò senza parlare, andando
in cerca di Olga. La fanciulla era nella propria camera, seduta sul
divano, così disfatta nel volto che egli non osò dirle nulla.

Mancavano tre o quattro ore a notte, quando Loris non potendo più
resistere alla propria tensione, uscì di casa per tornare al Monte dei
Passeri. A mezza strada lo sorprese il dubbio che Olga e Lemm potessero
fuggire, portando via la pila, per sottrarsi finalmente alla
responsabilità dell'attentato. Sarebbe stata un'idea pazza; eppure in
quel momento non lo irritava. Il Monte dei Passeri era deserto come
l'altra volta, la neve bianca si stendeva all'intorno, oltre ogni
potenza di sguardo, sopra Mosca ammutolita ed immobile. Egli la
contemplò dal medesimo posto, come Napoleone doveva averla guardata
ottant'anni prima, ma non sentì più la medesima invidia pel grande
conquistatore. Tutto era calmo e freddo lassù. Che cosa importano alla
natura le catastrofi della storia? La vanità della vita gli appariva
ora, su quel bianco uniforme, da quella neve distesa sulla terra come un
lenzuolo, che ne disegnava appena la forma scheletrica.

Era già notte, quando ripassò per la piazza. Le cataste bruciavano
alzando larghe spire di fiamme rossastre, che coprivano la luce dei
fanali imprimendo un moto d'oscillazione a tutte le case. La gente
strettavi d'intorno, quasi nell'improvvisa intimità di un immenso
focolare, ne traeva ogni tanto tizzoni accesi, e li gettava vociando
allegramente a spegnersi nella neve. Le carrozze s'aprivano a stento un
solco largo ed effimero fra la folla troppa pigiata e vacillante, quando
i dragoni incaricati di tenervi l'ordine la respingevano coi petti dei
cavalli. A tutte le finestre delle case brillavano lumi, dai portoni
aperti irrompevano ondate di luce, mentre un fracasso di marea crescente
saliva, allargandosi per l'aria col fumo vorticoso delle cataste. E il
teatro, più bianco fra l'incandescenza di quelle fiamme, splendeva da
tutte le pareti, sulle quali vasti bagliori correvano come sopra una
superficie di acqua.

Loris chiamò Olga e Lemm, ordinando a quella di mettersi alla finestra
per osservare attentamente se qualche figura sospetta entrasse nella
casa, e a questo di postarsi alla porta del teatro attendendo il
principe.

Egli voleva restar solo.

Lo spettacolo era già incominciato, quando Lemm lavorando accanitamente
di gomiti, potè mettersi in prima fila dinanzi al portico massiccio
della facciata. Sul frontone i quattro cavalli bianchi del carro
d'Apollo, immobili, con una gamba levata, parevano sorpresi dal
ghiaccio; la neve aveva formato come un casco sulle loro teste. L'atrio
del teatro aveva un fulgore acciecante di fornace, entro la quale
seguitavano ad ingolfarsi gli invitati chiusi nelle ricche pelliccie; le
gonne rialzate delle signore lasciavano talvolta vedere i loro stivalini
da ballo.

Lemm soffocava dietro il cavallo di un dragone, che ratteneva la gente a
leggere piattonate sul petto. Aveva, i piedi ghiacciati e la testa in
fiamme. La folla intorno a lui gridava, pestandosi nello sforzo
impossibile di rompere la linea dei dragoni, per la curiosità di
contemplare più da vicino l'altra folla degli invitati, senza che egli
quasi l'avvertisse. Quell'odiosa brutalità di servi schiamazzanti alla
porta di un teatro, consentito solo ai padroni, non irritava più il suo
sdegno di rivoluzionario; la sua anima era già entrata in quella sala
cercandovi il principe. Dov'era? In qual palco? Presso l'imperatore? Fra
un gruppo di signori? O solitario ad un balcone, colle braccia
incrociate, guardava sorridendo sinistramente tutti quei morituri, che
ad un suo cenno sarebbero morti? Lemm se lo immaginava così. Come doveva
sentirsi grande! Nessun uomo si era forse mai trovato così
improvvisamente più alto di una folla, nemmeno sopra un campo di
battaglia. Perchè il principe aveva voluto ciò? Che cosa doveva aver
sofferto per odiare così il proprio mondo? Lemm non lo sapeva, ma fra
quella moltitudine, che lo soffocava scuotendolo con tutti i propri
fremiti, fra l'abbarbaglio di quelle fiamme, dinanzi a quella visione
immaginaria, era preso dalle vertigini dell'abisso. Avrebbe potuto
urlare a tutti il proprio segreto spaventevole senza che nessuno lo
credesse; lo avrebbero giudicato un pazzo. Era dunque fatale. Egli
vedeva sempre il principe, ritto colla faccia gialla di malato
terribilmente immobile, girare uno sguardo su tutti quegli invitati
contandoli; quanti erano? Ma, e tutti gli altri stipati nella piazza,
che sarebbero periti nell'esplosione? A questi forse il principe non
pensava, mentre Lemm se ne sentiva addosso il numero pesante,
brulicante. Egli non poteva col pensiero alzarsi sovra di essi, come il
principe su tutta la corte e l'aristocrazia stipata nel teatro; erano
quel popolo stesso, pel quale scoppierebbe la mina, i medesimi poveri,
che quella ecatombe di ricchi doveva vendicare. Questa tragica
contraddizione lo prostrava; egli non aveva potuto, come Olga, diventare
inconsciamente un satellite di Loris.

Olga invece ritta al balcone, come una sentinella morta, guardava nella
piazza senza vedere. La sua anima buona si era annegata nella certezza
di quella catastrofe, come un naufrago nell'oceano. Così addossata al
balcone, tutta chiusa nella pelliccia, doveva sembrare alla gente una
delle tante signore ingenuamente beate allo spettacolo di quella piazza
tumultuante. Ma Olga non pensava più, o tratto tratto pensava a Loris
chiuso nel fondo di quel gabinetto, seduto allo scrittoio, colla mano
ferma sul manipolatore Morse. Egli solo forse conservava anche in quel
momento tutta l'impassibilità necessaria a tale inintelligibile
olocausto, perchè egli solo aveva avuto l'anima così terribilmente
logica da volerlo. Nullameno che cosa provava egli, giù nelle profondità
più segrete del cuore? Quale differenza separava il suo odio da quello
del principe? Perchè il principe non aveva resistito al piacere satanico
di contemplare in teatro tutta la moltitudine dei propri nemici,
pregustando la loro morte nell'onnipotenza del proprio segreto, mentre
Loris si era nascosto a tutti, faccia a faccia colla pila? In quel
momento Lemm s'immaginava Loris come un ragno, immobile dentro la
propria serica tana, aspettando la caduta di una fra le tante mosche
ronzanti; v'era della viltà nella sicurezza di quell'attesa, e v'era
quasi della poesia nella spensieratezza delle mosche. Lemm non poteva
sottrarsi a questo paragone, che sentiva ingiusto. Loris non era più un
uomo, ma un'idea; quella catastrofe da lui preparata, era una battaglia
e non un delitto. L'impiegato di marina, che domani, alla prima guerra,
scruterà nel fondo della propria camera oscura, entro lo specchio, il
passaggio della corazzata nemica sul punto, ove fu nascosta la
torpedine, per farla esplodere toccando un tasto, non è anch'esso un
combattente? La guerra moderna ha dunque altre forme di combattimento e
categorie di soldati, che non l'antica; Loris era la guerra sociale
colla fatalità di tutte le sue intransigenze e l'inesauribile ferocia
de' suoi odî.

Lemm avrebbe voluto conoscere che cosa provasse Loris nell'anima,
perchè, in fine, anch'egli era un uomo e doveva aver amato qualcuno. Non
si odia così, se prima non si è amato altrettanto. Chi sa nemmeno, se
all'ultimo oserebbe premere il bottone. Lemm si attaccava a questa
incertezza, come all'ultimo lembo di ragione. Oramai la follia della
gente schiamazzante intorno alle cataste, e dinanzi al portico del
teatro, lo aveva preso.

Istintivamente si mosse per andarsene, ma l'inutilità del primo sforzo
lo richiamò alla realtà della situazione. La folla cominciava lentamente
a diradarsi, le carrozze invece parevano aumentare, ed erano tutte
d'invitati. Quelle solite ad attendere i cantanti stazionavano a gruppo,
dinanzi al teatro della casa Chelapoutine. Lemm aveva le gambe
ghiacciate sino al ginocchio.

Il principe non poteva tardar molto ad uscire.

D'un tratto lo vide nel portico, col gibus rigettato dalla fronte e la
pelliccia sbottonata, sotto la quale si travedevano le decorazioni. Il
principe si slanciò giù dai gradini, fra le guardie, che lo lasciarono
passare rispettosamente. Lemm gli si spinse incontro, sgusciando dietro
il cavallo del dragone.

— Principe! esclamò.

Il dragone gli era già sopra per colpirlo con una piattonata, quando il
principe si volse e respinse il soldato con un gesto.

— Andiamo, andiamo, mormorò il principe con voce strozzata riprendendo
la corsa.

Ma l'aria fredda, restituendolo al sentimento della realtà, gli fece
abbottonare la pelliccia e rialzarne il bavero; poi si abbassò il gibus
sulla fronte, camminando sempre così rapidamente.

— Che cosa è successo? chiese Lemm, che colle gambe intirizzite stentava
a seguirlo.

L'altro rispose con un cenno di spavento.

Erano in mezzo alla piazza; le carrozze impedivano loro la corsa, mentre
la neve, disciolta dall'attrito di tutti quei piedi, si era fatta
pericolosamente lubrica. Due o tre volte, scivolando fra ruota e ruota,
furono sul punto di cadere. Nel passare vicino ad una catasta Lemm potè
osservarlo bene in faccia; pareva uno spettro. Il principe piegò, quasi
furiosamente, verso la casa di Loris.

— A casa mia! gli sussurrò Lemm fermandolo per una manica della
pelliccia.

Olga, che li aveva riconosciuti dal balcone, si ritirò come un'ombra.

Quando entrarono nel gabinetto, ella li aveva preceduti, fermandosi
presso la porta. Il gabinetto rimaneva quasi buio, giacchè l'unico lume
a petrolio, presso la pila sullo scrittoio, era riparato da un cappello
verde, che sembrava concentrare tutta la sua luce sul bottone nichelato
del manipolatore, scintillante come un cristallo.

Loris si alzò scostando la sedia, ma il loro aspetto alterato lo fermò.

Lemm si teneva dietro il principe, del quale l'anelito faticoso sembrava
crescere. Improvvisamente questi vacillò, e si rattenne ad una sedia.

Allora Loris lo squadrò più intensamente.

— L'imperatore?... gli chiese.

Ma l'altro, avanzando un passo, rispose precipitosamente con voce
strozzata:

— C'è mia figlia....

Loris, credendo che stesse per slanciarsi sul manipolatore, si torse
vivamente, e vi appoggiò la mano.

Il principe indietreggiò spaventato; era livido cogli occhi sbarrati.

— No! gridò ansando: aspettate.

Olga e Lemm si avvicinarono. Loris, presentendo una spiegazione
terribile, era diventato più pallido, con quella sinistra fisonomia
marmorea, che Olga gli conosceva. Respiravano tutti a stento.

— C'è mia figlia, riprese il principe, quasi in queste semplici parole
avesse con uno sforzo supremo condensato tutti i propri argomenti.

Loris non rispose.

Allora il principe ebbe un gran gesto, come se solamente in
quell'istante si accorgesse di affrontare l'impossibile. La sua faccia
divenne terrea, i suoi occhi schizzarono fiamme. Si rialzò; una lotta
impossibile stava per incominciare. Loris incrociò con lui uno sguardo
gelido, e strinse nel cavo della mano il bottone del manipolatore.

— Ah! gridò ancora il principe: almeno una parola.

— Mia figlia.... capite: è entrata poco fa con suo padre, e le labbra
gli tremarono. Ero nel mio palco col ministro della marina; avevo già
osservato quel palchetto ancora vuoto. È entrata per la prima, l'ho
subito riconosciuta. Aspettate per Dio! urlò credendo di sorprendere un
moto nella sua mano: non l'avevo vista da cinque anni, ma tutte le
settimane ricevo notizie dalla principessa sua madre, l'unica donna, che
mi abbia amato. Non ho che quella bambina; se avessi potuto sposare
quella donna, non sarei forse qui. Fu impossibile.... dopo ne ho sposata
un'altra, non ho figli. Ho solamente quella bambina, non posso amare che
lei, e mi è impossibile avvicinarla. Quello, che essa crede suo padre, è
mio mortale nemico.

Pronunciando queste ultime parole la sua voce non aveva più nulla di
umano.

— Non potevo, soggiunse, avvisare la principessa di andarsene. Ella non
mi aveva scritto che sarebbe venuta alla serata di gala; forse contava
sopra una amabile sorpresa.

E tacque guardando ansiosamente Loris.

Questi rimase impassibile; quindi si voltò lentamente verso la pila.

— Che! esclamò il principe, non mi rispondete nemmeno? E girò uno
sguardo, come invocando aiuto, su Lemm e su Olga; questa se ne andò,
forse non reggendo allo strazio della scena.

— Perchè discutere? rispose Loris con voce gelata. Mi avete detto tutto,
io non ho nulla a rispondervi.

Il principe si avanzò fino quasi a toccare lo scrittoio, ma Loris gli
fece comprendere con una occhiata, che al suo più piccolo moto avrebbe
abbassato il bottone. Il principe arretrò.

— Voi mettete vostra figlia al disopra della Russia.

— Mineremo il teatro di Pietroburgo.

— Non si contromandano le rivoluzioni.

— Ma no, no! stridè con accento di pianto disperato: ucciderò io stesso
l'imperatore, sono pronto a rientrare in teatro appositamente.

— Principe, disse Loris, non discutiamo. Vostra moglie vi ha cacciato
nella rivoluzione, vostra figlia starebbe per trarvene fuori.... è
impossibile, dovete comprenderlo voi stesso. Il vostro sagrificio non è
nemmeno straordinario: ricordatevi i nomi dei congiurati, che
sagrificarono sè stessi e la propria famiglia alla rivoluzione.

— Non vi è dunque al mondo chi, trovandosi questa sera in teatro,
potesse impedirvi di far scoppiare la mina?

Loris non rispose.

Il principe parve cadere, ma Lemm fu pronto a sostenerlo con un braccio.
Anch'egli guardava Loris con occhi supplichevoli, non osando parlare.

— Grazie.... mormorò ancora il principe.

Ma Loris alzò il capo risolutamente e, tendendogli la mano sinistra con
un sorriso stranamente doloroso, gli disse:

— Sarò vostro figlio.

E nervosamente abbassò il bottone.

Fu un attimo. Nè Lemm, nè il principe avevano avuto il tempo di urlare;
si sentirono l'immane esplosione nel cuore, parve loro che la casa
inabissasse. Invece nulla si era mosso. Loris li guardò intontito; essi
erano sospesi, poi come non credendo a sè stesso, ripercosse due o tre
volte furiosamente il bottone.

Olga ricomparve in quel punto sulla porta.

— Ah! ruggì Loris, sei tu che hai tagliato il filo.

Olga cadde ginocchioni, congiungendo le mani, ma Loris, prima ancora che
il principe e Lemm potessero fare un movimento, aveva estratta una
piccola rivoltella, e aveva fatto fuoco.

Olga stramazzò bocconi.

Il principe si slanciò su Loris.

— Che cosa fate?

Il suo viso e la sua voce erano mutati; Lemm pareva inchiodato sul
tappeto. Passò qualche secondo. Loris era rimasto come atterrato, colla
rivoltella in pugno; ma il principe avendo già riacquistato tutta la
propria presenza di spirito, lo scosse per un braccio.

— Venite, non c'è tempo da perdere; la detonazione potrebbe essere stata
intesa. E, senza dargli tempo di resistere, lo spinse fuori del
gabinetto.

Poco dopo chiusi nelle ampie pelliccie scendevano le scale, dirigendosi
allo stallaggio, ove Loris aveva fatto tenere pronta la propria droiska.
Prima di mezzanotte erano già fuori di Mosca.

Olga non era che svenuta; la palla le aveva appena scalfito la fronte,
traendone un sottile filo di sangue. Quando ricovrò i sensi, si trovò
sdraiata sul letto di Lemm.

— Loris....

Fu la sua prima parola.



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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (necessari/necessarî, sigaro/zigaro e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Nemico, vol. I" ***

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