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Title: Un viaggio elettorale
Author: Sanctis, Francesco de
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Un viaggio elettorale" ***

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(This file was produced from images generously made


                         FRANCESCO DE SANCTIS


                                  UN
                          VIAGGIO ELETTORALE


                        CON NOTE ED APPENDICE
                               A CURA
                   DI GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO


                            La vita è azione; ma solo la dignità
                           è la chiave della vita, e l'onestà la
                            prima qualità dell'uomo politico.

                                                      DE SANCTIS


                               NAPOLI
                       ALBERTO MORANO EDITORE
                   Via Domenico Capitelli, 26-27
                                1920



                        PROPRIETÀ LETTERARIA


Napoli - Stab. Tip. SILVIO MORANO, S. Sebastiano, 48 p. p. (Telef. 8-54)



                                           _Napoli, 1 gennaio 1876_

      _Ai miei nuovi e vecchi elettori_

_Queste pagine pubblicate a Torino, lungi dagli occhi vostri, ora io
riproduco qui, desideroso che le leggiate con attenzione e con affetto
come cosa che appartiene a voi. Perchè qui troverete una storia comune,
dove molta parte vive delle nostre impressioni e dei nostri sentimenti.
Mi sono mostrato a voi con perfetta sincerità, in uno dei momenti più
appassionati della mia vita, come si fa con amici provati a' quali
non si ha nulla a nascondere. Mi vedeste, mi udiste; voi sapete ora
quello che io pensai, quello che io sentii, i più intimi segreti della
mia natura. E perchè siete tutti amici degni di essere stimati, non
importa se miei fautori o miei avversarii, ho fatto come fo con quelli
che stimo, dicendo la mia opinione sinceramente quando anche possa
dispiacere. La quale opinione, massime intorno al carattere delle
persone, voglio sia ricevuta così com'è nella sua sincerità, ch'è a
dire come un concetto momentaneo, derivato da impressioni fuggevoli e
appassionate, e alquanto idealizzato a modo di artista._

_Così questa storia, uscendo dall'angustia d'interessi e di caratteri
personali, acquista un valore più alto e più umano, che certo sapranno
apprezzare i vecchi e i nuovi amici, così benevoli, così indulgenti
verso di me._

_Vogliano essi leggermi con lo stesso animo col quale scrissi, disposti
a' puri godimenti dell'arte, che purgano i cuori e li rasserenano.
E possa il nuovo anno, questo è l'augurio ch'io fo a loro e a me,
purificare ancora i nostri animi e renderci tutti più degni di amarci e
di stimarci._

                                           _=Francesco De Sanctis=_



_Parecchi anni fa, discorrendo con Benedetto Croce della necessità di
pubblicare, in veste più degna, tutte le opere--anche le minori--di
Francesco De Sanctis, l'acuto filosofo e letterato napoletano mi esortò
vivamente a curare l'edizione del _Viaggio Elettorale_,--poichè--diceva
nella sua bontà--solo un esperto conoscitore delle cose irpine avrebbe
potuto ripresentare al pubblico il libro, quale, invano, da lunghi anni
si attende._

_La parola del Croce mi convinse maggiormente della necessità di
una migliore ristampa del _Viaggio Elettorale_, con opportune note
illustrative su uomini e cose dell'Irpinia, per fare gustare pienamente
i pregi di quel libretto, che Pasquale Villari definì «la più fedele
dipintura dei nostri ambienti e dei nostri costumi politici»._

_Fin dal 1910, se non erro, avevo divisato di recare in atto il
desiderio del Croce, ma tante diverse circostanze della mia vita
travagliata mi fecero venir meno alla promessa fatta al Croce, e
caldeggiata vivamente da un grande irpino--così affezionato al De
Sanctis: ho detto, Enrico Cocchia._

_Stavano così le cose, quando nell'autunno del 1915, mi vidi giungere
in Monteverde, con la nomina a componente il Comitato Provinciale per
le onoranze a Francesco De Sanctis, una viva esortazione dell'amico
dott. cav. uff. Camillo D'Alessandro di intraprendere il lavoro
promesso. Mi misi all'opera; e, dopo un non breve periodo di ricerche,
riuscii a completare le note ed a mettere insieme un'appendice, che è
onorata da un bel discorso del Cocchia._

_Credo sia superfluo aggiungere qui altre parole sull'importanza del
_Viaggio Elettorale_, dopo quello che ne ha detto il Villari, poichè
a me pare che possa stare utilmente in mano a studenti e ad uomini
politici, i quali avrebbero molto da imparare per correggere i nostri
costumi politici, come desiderava il grande Critico._

_Ma più di tutti avranno da apprendere gl'irpini--giovani ed adulti--,
perchè ancora oggi l'ambiente della vita pubblica, specialmente
provinciale, risente di quelle grettezze, di quelle piccole lotte
campanilistiche e di quelle coalizioni personali, che il De Sanctis
analizzò e condannò così recisamente. Molto hanno da apprendere e
mettere in pratica i giovani, che sono destinati a rompere le dighe che
si frappongono ad ogni progresso, facendo penetrare nel nostro ambiente
un'aria più pura, un maggiore rispetto di noi stessi e la necessità di
una vita politica, che prescinda dalle gare personali sempre meschine e
deplorevoli._

_Io ho voluto, perciò, pagare il mio debito di gratitudine al Sommo
Irpino ed alla mia terra nativa, dando il mio contributo alla
diffusione di questo libro, che ancora oggi conserva la sua freschezza,
come nel 1876! Imparino da esso i giovani studenti, (poichè alle scuole
è destinato pure questo libro), a servire il proprio paese con quella
fede e con quella rettitudine, che informarono costantemente, nella
vita pubblica e privata, Francesco De Sanctis!_

_L'Italia, che, con sì mirabile energia, si è battuta e si batte per
l'affermazione dei suoi diritti e per il trionfo della civiltà europea,
sappia trarre da queste ultime vicende l'incentivo ad essere unita e
concorde nel raggiungimento di quella meta, che dovrà essere la forza e
la ragion di essere della Terza Italia._

      Sigmundsberberg (Austria), 21 febbraio 1917.

                                           GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO


 N. B. Nulla ho da mutare a quanto scrivevo nel mio forzato e doloroso
 esilio, quale ufficiale prigioniero di guerra. I miei voti di allora
 sono ancora quelli di oggi: che l'elevazione delle coscienze irpine si
 compia presto!

 Da Monteverde (Avellino), 15 Febbraio 1920

                                           G. L. CAPOBIANCO



                                   I.

                         Un viaggio elettorale


                                           Napoli 25 gennaio

      _Cara Virginia_[1],

Sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo
posticino nel tuo cuore per me e per la mia Marietta[2], e in ogni capo
d'anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato
un letterone, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i
tuoi giudizi sulla nostra prosa, e mi parli delle lettere critiche di
Bonghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro,
che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere. Caspita! dissi
tre me: Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la
pretende a letterata, e giudica perfino del Bonghi, e fa un ritratto
del suo ingegno e del suo carattere con la sicurezza e la chiarezza
della spontaneità femminile. Vedi un po' come va il mondo; Bonghi
giudicato da Virginia? E domani toccherà a me, e a tanti altri. Giudizi
formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l'istinto, a primo
getto, a impressione, e spesso più sicuri che i sillogismi fabbricati
da' dotti.

Volevo risponderti subito; ma era tempo di elezioni, e posi la tua
lettera da parte, e dissi: risponderò dopo. E questo _dopo_ è venuto
molto tardi per me; le elezioni erano finite; ma la mia elezione
continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo:
gittai un occhio fuggitivo su' verbali, e fiutai molte brutture; avevo
caro che la Camera annullasse l'elezione, perchè mi spiaceva dire al
mio collegio naturale: rimango deputato di Sansevero. Mi si parlò di
un'inchiesta, ed io dissi: No. Questo povero Collegio ha già subite
parecchie vergogne: ha subito perfino un'inchiesta giudiziaria[3];
risparmiamogli questa nuova vergogna. La Giunta decretò la rinnovazione
del ballottaggio; ed io fui lieto, e dissi: ora vado io là. Parecchi
di quei paesi non avevo visto da quaranta anni: altri non avevo visti
mai; in alcuni ero passato come corriere; non vi avevo lasciato alcun
vestigio di me. Gli elettori dicevano: perchè De Sanctis non viene?
perchè non scrive? Egli ci disprezza: e permette che il suo nome
diventi coperchio di altri nomi e di altri interessi. Ed io dissi:
andrò io là, voglio vedere da presso cosa sono questi elettori, e che
specie di lavoro vi si è fatto, e se equivoco c'è, voglio togliere io
l'equivoco. E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale.

Tornai ieri ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia
pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni
interessanti; avevo, imparato più in quei paeselli che in molti libri.
E dissi: questo non è più storia mia; è storia di tutti, ci s'impara
tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno,
che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso
morale e potente la virtù dell'indignazione. Ecco materia viva di una
commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli,
che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura
studiata dalla fantasia e lasci ai mediocri le idee e le tesi. Che
bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico
Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? Si è filosofato e sì
politicato in versi, ed ecco la volta degli antiquarii e degli eruditi.

E si discute se Cavallotti ha studiato la storia greca, e se Cossa
s'intende di storia romana, e non mancheranno di quelli che vorranno
sapere se hanno avuto la loro brava licenza liceale. Abbiamo tanto
mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar
l'arte ne' cimiteri, e profanare i morti per rifar loro una vita
posticcia, mescolanza ibrida del loro e del nostro cervello. Brutto
segno, quando si vede l'arte vivere di memorie come i vecchi, e non
gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire.

E pensavo pure: qui non c'è politica, o piuttosto politica c'è, ma è
nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni.
E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia
artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo,
pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con
sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la
sua patria.

Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la
tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che
ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella
giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con
quella voce insinuante, a cui l'esule raccontava le sue pene, ricordava
la sua patria lontana, e tu commossa mi diceva: Poverino!

Ero da poco in Torino; mi fu offerto il solito sussidio[4]; ed io
dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. E cercai lavoro.

Domenico Berti[5] mi procurò un posticino in un Istituto[6], lo ricordo
con riconoscenza.

Cercai teatro più vasto, feci le mie conferenze sopra Dante, nè posso
mai dimenticare i gentili torinesi, che m'incoraggiarono co' loro
applausi, e mi rivelarono a me stesso.

E fra le ombre del passato mi sta presente quella stanza di Cavour,
dove mi vedevo attorno piuttosto amici che discepoli, voi nobili
piemontesi, Einardo Cavour, Luigi Larissè, e Balbo e Maffei.

Anche la tua casa si aperse all'esule, come o quando, non ricordo più.
Ma ricordo bene che mi piaceva di leggere a te i miei scritti, che poi
presero nome di _Saggi Critici_, e ricordo che una volta mi chiamasti
crudele per il mio giudizio su quella povera Sassernò[7].

Ora che il Direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità,
tutte queste memorie mi si affollano, ed io mi ripresento a Torino con
l'animo di chi risaluta la sua seconda patria.

NOTE:

[1] Virginia Basco, già scolara del De Sanctis a Torino, andò poi
sposa al conte Enrico Riccardi di Lantosca, che divenne colonnello
di cavalleria e si distinse nella guerra del '59. La «Virginia»
cessò di vivere in Torino il 10 giugno 1916. Per maggiori notizie:
Cfr. l'articolo di FILIPPO CRISPOLTI «_La contessa Virginia Riccardi
di Lantosca Basco_» sul «MOMENTO» di Torino del 12 giugno 1916, e
inoltre F. DE SANCTIS: _Lettere da Zurigo a Diomede Marvasi_, edite da
BENEDETTO CROCE, Napoli, Ricciardi, 1914; F. DE SANCTIS: _Lettere a
Virginia_, edite da B. CROCE, Bari, Laterza, 1917.

[2] Maria Testa dei baroni Arenaprimo era figlia di un generale
borbonico, già comandante il Distretto Militare di Avellino,
devotissimo alla Casa Borbone, mentre la consorte Caterina dei baroni
Arenaprimo era donna di alti sentimenti liberali ed amica di Carlo
Poerio. Il De Sanctis conobbe la Maria in casa di Pisanelli, e poco
dopo si strinsero in un legame indissolubile di affetto. La vedova De
Sanctis morì in Napoli il 26 agosto 1906.

[3] Eletto deputato di Lacedonia, nel 1861, il canonico arciprete
Antonio Miele, condannato politico e patriota provato, vi fu
un'inchiesta giudiziaria, ed una seconda inchiesta vi fu nel 1870,
allorchè venne eletto il signor Giuseppe Tozzoli di Calitri contro
Saverio Corona di Teora.

[4] Il governo Piemontese dava L. 60 mensili ad ogni esule colà
ricoverato.

[5] BERTI DOMENICO, filosofo letterario e statista piemontese, nato a
Cumiana nel 1820, morto nel 1897. Fu Ministro della P. I. nel 66-67,
di A. I. e C. dall'81 all'84. Sue opere principali: _Vita di Giordano
Bruno_. _Vita ed opere di Tommaso Campanella_ e molte monografie
politiche e letterarie.

[6] Era l'Istituto femminile della signora Elliot. Oltre all'Istituto
privato Elliot, il De Sanctis insegnò privatamente alla Virginia, a
Teresa De Amicis, che sposò poi il conte Barbarossa, a Grazia Mancini,
che sposò il senatore Augusto Pierantoni, Lia Belisario ed altre.
Successivamente il De Sanctis levò molto rumore con le conferenze su
Dante e per i suoi acuti scritti sul giornale «Il Piemonte» diretto da
Farini e sulla rivista il «Cimento». Il 1855 fu l'anno della maggiore
attività letteraria del De Sanctis. Chi ne proclamò per primo il
valore fu un altro illustre napoletano Ruggero Bonghi. Ma non per
questo dobbiamo credere che il De Sanctis si disinteressasse delle
cose politiche; e, lasciando stare la sua fiera protesta contro i
_Murattisti_, ricorderemo che, quando gli si offriva il destro parlava
di politica con molto calore, come fece, per esempio, discorrendo delle
_Memorie_ del Montanelli.

[7] Nei _Saggi Critici_ v'è lo studio pubblicato allora sulle poesie di
Sofia Sassernò, nizzarda.



                                   II.

                          Rocchetta la poetica[8]


Decretata la rinnovazione del ballottaggio, dissi: ora vado io là.
E andai. Venivano meco due miei concittadini, Achille Molinari e
Salvatore De Rogatis[9].

Giunsi a Foggia domenica sera, il 10 gennaio. L'altra domenica era il
dì posto per il ballottaggio. Avevo sei giorni innanzi a me.

Capitai improvviso in casa di Giovanni De Sanctis, dov'era pure un
albergo. Colui me lo aveva fatto conoscere uno di quegli amici che la
mente porta seco sino alla morte, Giorgio Maurea[10].

-È qui Giorgio? domandai.

-No, è partito ieri. Ma ci sono tutti i vostri amici di Foggia, che
sarebbero tanto lieti di stringervi la mano.

-Sarà per un'altra volta. Ora acqua in bocca. Ho bisogno che
Sansevero[11] ignori il mio arrivo qui. Non voglio ch'essi dicano: «De
Sanctis è stato a Foggia, e non è venuto a vederci».

Rimasi solo. I miei pensieri andavano veloci, come i miei passi... Se
io andassi a Sansevero! Tre quarti d'ora, e sarei a Sansevero. Cosa è
l'uomo! Io ho là un nido riposato e sicuro, là stimato da tutti, amato
da molti, e debbo correre appresso alle ombre, cacciarmi tra monti e
dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi
mi comprende, e dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte
e piccole passioni. Tu non sei più un giovinotto, mi dice Marietta
mia; pensa che t'incammini verso la vecchiaia. E ora, nel cuore
dell'inverno, con tanti anni addosso...

Ma respinsi questi pensieri come una tentazione. Questa è, dissi tra
me, quella tale seconda voce, che è sempre una traditora. Ubbidiamo,
alle prime ispirazioni che vengono dal cuore. Maggiore è il sacrifizio
e più grande sarà la soddisfazione della coscienza.

Alto là! rispose un'altra voce. Tu posi, come un Iddio. Guarda bene in
queste tue ispirazioni del core, e ci troverai un po' di passioncella,
un po' d'impegno, un dispettuzzo, e forse anche una piccola vanità. Tu
non vuoi apparire uno sconfitto.

Mi esaminai, e sentii che questa voce non avea tutto il torto. E rimasi
perplesso. Camillo de Meis[12] aveva un po' di ragione, quando mi
chiamava un Amleto vagabondo tra le voci del pensiero.

Io non sono un Amleto, ma sono un pigro, e non mi movo se non ho una
buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci
metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa io faccia. Piccola
o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco.
Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.

La mattina giunsi a Candela, e trovai per avventura alla stazione
un agente di casa Ripandelli. Antichi legami avevo con quella casa,
fortificati da nuova amicizia col mio Ettore, già mio collega, perfetto
gentiluomo e perfetto amico. Non trovai nessuno, ma quel bravo agente,
saputo il mio nome e la mia intenzione, mi fece gli onori di casa, e mi
si offerse compagno al viaggio.

Fu spedito un corriere a Rocchetta di Sant'Antonio, la porta del mio
collegio da quel lato. Doveva annunziare il mio arrivo, e consegnare
una mia lettera al Sindaco.

Chi fosse il Sindaco, non sapevo[13]. Ma, conoscendo le piccole gelosie
de' paesi, è stato sempre mio costume di indirizzarmi ai sindaci, come
quello che rappresentano tutta la cittadinanza.

Scriveva al Sindaco:

«Vengo costà, diretto alla casa comunale, la casa di tutti, e voglio
parlare a tutti gli elettori, senza distinzione. Ne dia avviso
specialmente all'arciprete Piccolo[14], mia vecchia conoscenza».

Alcuni non credettero vera la lettera. Nelle lotte elettorali tra gli
altri bei costumi ci è falsar telegrammi e lettere. È proprio sua
questa lettera? E mentre disputavano fu annunziata la mia carrozza.
Allora si posero a cavallo tutti, e mi vennero incontro.

Alla voltata mi fu mostrato quello spettacolo. Gridavano: Viva! Mi
salutavano con le mani, impazienti di stringer la mia. E la faccia mi
raggiò, come se l'anima fosse scesa lì.

Fra molta folla giunsi alla casa comunale, e mi feci presentare gli
elettori ad uno ad uno. Strinsi la mano a parecchi, e tra gli altri
Ippolito[15] e Piccoli[16], che passavano per miei avversarii.

Poi dissi così:

«Saluto con viva commozione Rocchetta, la porta del mio collegio
nativo. Il luogo dove son nato è Morra Irpino; ma la mia patria
politica si stende da Rocchetta insino ad Aquilonia. Io vengo a
rivendicare la patria mia. Dopo un oblìo di quattordici anni, voi miei
concittadini, travagliati da lungo ed ostinato lavoro di parecchi
candidati, avete all'ultima ora improvvisata la mia candidatura, ed
avete intorno al mio nome inalberata la bandiera della moralità. Siate
benedetti! E possa questa bandiera esser principio di vita nuova! Voi
mi avete data una maggioranza notevole. Eppure quell'elezione gittò
il lutto nell'anima mia. Io vi avevo telegrafato: Bravi gli elettori
che intorno candidatura improvvisata inalberarono bandiera moralità!
Auguro a quella bandiera strepitosa vittoria domenica». La domenica
venne, la vittoria ci fu, e mi parve una sconfitta. Non mi sapevo dar
ragione di tanto accanimento nella lotta, e del gran numero di voti
contrarii, e di certe proteste vergognose, che gittavano il disonore su
questo sfortunato collegio. E in verità vi dico, che se quell'elezione
fosse stata convalidata, con core sanguinante, ma deciso, vi avrei
abbandonato. Ma benedissi quelle proteste che indussero Giunta e Camera
a decretare la rinnovazione del ballottaggio. Era in questione l'onor
mio, l'onore dei miei elettori. Ed io dissi: fin'ora sono stato in
Napoli spettatore quasi indifferente di quella lotta. Non debbo io fare
qualche cosa per questi elettori? Non mi conoscono, sono involti in una
rete di menzogne e di equivoci. Io ho pure il debito d'illuminarli, di
dire la verità, di togliere ogni scusa agli uomini di mala fede. Ed
eccomi qui in mezzo a voi, miei cari concittadini. Ed ecco la verità.
Il Collegio è diviso in due partiti che lottano accanitamente, comuni
contro comuni, cittadini contro cittadini ed io non sono qui che il
prestanome delle vostre collere e delle vostre divisioni. È così che
volete rendere la patria a Francesco De Sanctis? No, io non potrei
essere mai deputato di un partito per schiacciare un altro partito; non
posso essere lo scudo degli uni e il flagello degli altri; io voglio
essere il deputato di tutti, voglio lasciare nella mia patria una
memoria benedetta da tutti. Mi volete davvero? Volete che io passi gli
ultimi miei anni in mezzo a voi? Stringete le destre, sia il mio nome
simbolo della vostra unione[17]. Ed io sarò vostro per tutta la vita».

La commozione fu grande. Vidi alcuni piangere; altri, avversarii ieri,
amici oggi, stringersi le mani. Tutti applaudivano.

Ed io soggiunsi:

«Signor Sindaco, ho pranzato a Candela, voi ci farete una cenetta, e
voglio fare io il padrone di casa, voglio invitare i signori Ippolito
e Piccoli. Mangeremo lo stesso pane, berremo lo stesso vino, faremo un
brindisi a Rocchetta unita e prospera».

Benissimo! benissimo! Tutti batterono le mani. Rocchetta non
dimenticherà più quel giorno.

Prese allora la parola l'arciprete Piccoli. Giovine e asciutto di viso,
occhi vivi, avea nella fisonomia una cert'aria di finezza che non ti
affida interamente. Rotto agli affari, uso a destreggiarsi mescolato in
lotte locali, rimpiccolito in quel paesello, mi parve che in teatro più
vasto sarebbe riuscito un buon diplomatico. Mi disse molte gentilezze,
con certi giri di frasi, che volevano dire: vedi, anch'io ho fatto i
miei studii.

Parlò poi Ippolito. Faccia austera, aria risoluta, parola semplice e
diretta. Disse che, dissipato ogni equivoco, Rocchetta sarebbe stata
unanime e desiderava che questo giorno fosse stato il preludio di
unione sincera e durevole. Erano sentimenti di buon cittadino. Gli
strinsi la mano con effusione.

Notai un prete, molto attento al mio dire, ma sentii che non avevo
fatto presa su di lui. Era in quel viso non so che oscuro e compresso.
Più tardi troverò io la via di quel cuore.

Dopo cena, mi coricai subito. Sentivo sonno. Ma che sonno e sonno!
Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo che l'arciprete
Piccoli a cavallo correre, correre con quel suo cappello _a tre
pizzi_, che mi parea sventolassero. Ferma, ferma. E tutta la cavalcata
dietro. Come galoppava bene quel prete! Il povero Alfonso[18], ch'è
il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul
cavallo che poco lo capiva. Un altro prete mi stava accanto, rubizzo
e mezzo scolaresco, con aria sicura, su di un cavallo che andava
passo passo in grave atteggiamento come uno di quei cavalli educati
da Guillaume. Rocchetta si avvicinava, e quel gruppo di case in quel
chiaroscuro mi parevano uomini che m'attendessero e gridassero:
Viva! Le immagini si confusero: ero stanco e sentivo freddo. E mi
accoccolavo, e mi strofinavo le gambe. Mi volsi dell'altro lato,
non c'era verso di dormire. Ed ecco un suono di chitarra giungermi
all'orecchio, con un canto a cadenze e a ritornello, tra gran folla di
contadini, che battevano le mani e mi gridavano: Viva! Bravo Rocchetta,
diss'io. Mi accoglie a suon di poesia. E tesi l'orecchio, ma non potei
raccapezzar verbo di quella canzone. Lungo tempo cantarono e gridarono;
forse quella brava gente avrebbe voluto vedermi, sentirmi. Poi a
poco a poco si fe' silenzio, ma quel suono mi errava deliziosamente
nell'orecchio. Io mi applaudiva di quell'accoglienza. E se tutti gli
altri comuni rassomigliano a Rocchetta, chi potrà più separarsi da
questo collegio? Che potenza ha la parola, pensavo, la parola sincera
e calda che viene dal cuore! Io conquisterò con la mia parola tutto il
collegio, e la mia conquista sarà un beneficio, lenirà i costumi, unirà
gli animi. Ma la voce del buon senso rispondeva: credi tu di poter
fare miracoli? Sei ben certo che tu, proprio tu, hai procurata questa
riconciliazione? Qui la materia era già ben disposta. Sarà il medesimo
a Lacedonia? E un qualcuno m'aveva già detto: a Lacedonia non sarà
così. Fantasticando, sofistificando, mi addormentai.

La mattina girai un po' il paese. Faccie allegre e sincere, bella e
forte gioventù. A destra, a sinistra, gruppi che mi salutavano. Volli
vedere cantanti e sonatori, e dissi loro che volevo battezzare quel
paese così allegro, e lo chiamai _Rocchetta la poetica_.

E vennero le visite. Rividi la Luisa[19], a cui ero stato fidanzato
giovanissimo, ora madre felice di robusta e allegra prole. E, buon per
te, le dissi, che si fecero le nozze. Che vita avresti avuta appresso a
me! Prigioni, esili e miseria. Tu hai avuto più giudizio di me, e ora
sei ancora una rosa. Fui in casa Piccoli. E mi venne incontro un altro
prete, faccia chiara e aperta che faceva contrasto con l'aria aperta
arguta dei fratello arciprete. Vidi casa antica, illustrata dalle
immagini degli antenati, guardata con sospetto da case nuove di gente
laboriosa e industriosa. Feci altre visite. Attento! dicevo tra me.
Un tal prete Marchigiani non visitato mi divenne in Sessa[20] nemico
inespugnabile. Eppure dimenticai uno, quel prete dal viso oscuro. E
credo che me ne volle. Credo.

Giunse il sindaco di Lacedonia con parecchi altri. Si fece una sola
cavalcata, e via a Lacedonia. Io mi sentivo purificato. Venuto con
un disegno non ben chiaro, e con molta passione, alla vista dei miei
concittadini non ci fu in me altro sentimento, che di riacquistar la
mia patria. Essi m'avevano già conquistato; dovevo io conquistar loro,
guadagnarmi i loro cuori. E la cosa mi pareva facile. Rocchetta la
poetica aveva trovato il motto dell'elezione. Nel partire, serrandosi
intorno a me, gridavano:

--Tutti con tutti.

Ed io, rapito, risposi:

--E uno con tutti.

Era realtà? Era poesia? In quel momento era realtà. Le mani si
levarono. Pareva un giuramento. Tutti ci sentivamo migliori.

NOTE:

[8] Ab. 3494.

[9] Il primo è il comm. Achille Molinari, sindaco di Morra Irpino dal
1870 al 1886, e dal 1906 fino ad oggi. Morto De Sanctis, ebbe l'onore
di succedergli nel Consiglio Provinciale, quale rappresentante del
mandamento di Andretta. Il secondo era medico-chirurgo, e morì ancor
giovane, nel 1881.

[10] Era un gentiluomo di Sansevero legato al De Sanctis da grande
amicizia.

[11] Sansevero era il capoluogo del Collegio, rappresentato allora dal
De Sanctis.

[12] Angelo Camillo de Meis, con Luigi La Vista, Pasquale Villari e
Diomede Marvasi, appartenne alla prima scuola privata del De Sanctis, e
fu il suo più caro discepolo ed amico.

[13] Il giovane Giuseppe Castelli era sindaco del tempo.

[14] Francesco Maria Piccolo, che fu pure consigliere provinciale.

[15] L'avv. Michele Ippolito.

[16] Vincenzo Piccolo.

[17] Il Collegio era diviso da profondi rancori campanilistici, e fu
non poco merito di De Sanctis l'aver portato la concordia, resa più
salda nelle elezioni successive, come vedremo.

[18] Alfonso Bartimmo, notaio, fu chiamato per scherzo il _letterato_,
avendo affermato di essere un _purista_ (!) nella succolenta cena, che
dette in onore di De Sanctis, la famiglia Castelli, come ricorda l'avv.
sac. Alfonso Pasciuti. Il Bartimmo morì nel terremoto di Casamicciola.

[19] La Luisa era della famiglia Bizzarri di Lacedonia. Andò sposa al
dottor Michele Castelli di Rocchetta da S. Antonio.

[20] Il De Sanctis fu rappresentante del Collegio di Sessa Aurunca
all'VIII Legislatura.



                                   III.

                                Lacedonia[21]


                                           Napoli, 4 febbraio

Bel paese mi parea, questo, che mi ridea dalla sua altura. Là erano
molte memorie della mia fanciullezza, e là avevo lasciati molti sogni
de' miei anni. Mentre si saliva tra sparo di mortaletti e grida confuse
e scalpitare di cavalli, io ero in cerca de' trascorsi anni, e poco mi
accorgevo di quel chiasso, quando un'eccellenza! mi sonò all'orecchio e
mi svegliò. Era un pover'uomo che mi porse una supplica, e lessi subito!

      «Eccellenza!

Vi prego di volermi accordare un sussidio giornaliero....».

Ohimè, diss'io, si comincia male. Questo disgraziato mi crede
un'eccellenza, e per di più un milionario.

Tirai un po' turbato e scontento, non sapevo io stesso di che, al
municipio. Credevo trovarvi tutti gli elettori, come a Rocchetta.
Mancavano molti, mancavano anche i Franciosi, in casa di cui dovevo
andare. E nel mio disappunto guardai un po' di traverso il sindaco, che
mi parve più sollecito di venirmi incontro, che di fare gli avvisi e
prendere disposizioni opportune. Il mio disappunto mi comparve sulla
faccia, e oscurò i volti di tanti bravi amici che m'erano intorno. Si
fece uno di quei silenzi, che parlano più della parola, ci capivamo
tutti. Ma fu un momento. Domandai scrivere. Scrissi:

      _«Caro Franciosi_,

Sono il vostro ospite, e non mi venite incontro, e non vi trovo qui....»

E non so cos'altro mi sarebbe venuto sotto la penna, ma mi padroneggiai
subito e dissi: qui ci dee essere un malinteso, e stracciai la carta.
Vidi che quella gente stava lì per sentirmi, e dissi poche parole col
cuore, e mi batterono le mani e le facce si rischiararono. Ora sono
stanco, conchiusi, domani voglio vedere tutti gli elettori qui. E
andai a casa Franciosi. Il bravo sindaco[22], che mi avrebbe voluto in
casa sua, storse un po' gli occhi, ma comprese il mio pensiero e mi
accompagnò.

Mi venne incontro per le scale Michelangiolo, vecchio amico di casa,
mio collega al Consiglio provinciale, e che già un'altra volta mi
aveva offerta ospitalità. Mi si diceva che quella casa era divenuta il
covo dei miei avversarii, e non credevo possibile ciò e mi pareva cosa
contro natura. Abbracciai lo zio don Vincenzo, un vecchio giovanile,
faccia arguta, mente fresca, gravida di motti e di fatterelli, che
scoppiettano fuori ad ogni tratto. Voi avete lasciato male amministrare
il vostro nome, disse lui. E dunque, eccomi qua, diss'io, ora sono io
che lo amministro. E pensai: don Vincenzo è già conquistato. Ma che!
Mi scappa di sotto al discorso, e mi parla del sonetto. Che sonetto?
diss'io.

--Come che sonetto? Quel tale sonetto che era così bello, e voi
trovaste brutto! E la bella ragione! Brutto perchè lì dentro ci è
Cupido con le ali.

--Tientelo dunque caro questo sonetto, amico mio, e anche Cupido, se ti
piace.

--Ma io l'ho capita! Si vede che siete un romantico.

--Questo ti hanno detto? E ti hanno detto pure che io sono un ateo.

--Questo poi, te la vedrai con l'arciprete. Ma sei un romantico ed io,
io sono un classico.

Don Vincenzo era tutto contento. Quel sonetto era come qualcosa che gli
era restato sullo stomaco, e che ora aveva ruttato fuori. Si sentiva
come sgravato.

--Ora, fate il vostro comodo, disse. La vostra stanza è la. Sapete che
è casa vostra.

Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa
di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevosa,
fiammeggiante un giorno, e con le spalle selvose, onde si stende quel
bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio[23].
Qui è tanta poesia, dicevo, e costoro pensano a Cupido con le ali. E
ricordai questo bel sonetto sul Vulture, che ispirato da quei luoghi
improvvisò Regaldi[24].

          «Ah! dimmi, o sepolcral muta fornace,
          O monte carco di vetusta lava,
          Da quale età nel grembo tuo si tace
          L'incendio che terribile tonava?
           Sin dall'alba de' tempi il capo audace
          Coronato di fiamme al ciel s'alzava,
          E all'uomo tratto sul cammin fallace
          Dello sdegno del Nume ognor parlava.
           Ma forse allora che un immenso flutto
          Travolse l'erbe, in te si estinse l'ira
          Per la pietà dell'universo lutto;
           Ed ora l'erbe e i fior manto ti sono,
          E l'aer dolce che d'intorno spira
          Parla all'uomo di pace e di perdono».

Se togli via quella sottigliezza del monte impietosito innanzi al lutto
dell'universo, qui tutto è caldo e incosciente, come la natura, tutto
venuto fuori di un getto, con un po' di negligenza che ti rende più
viva l'immagine di una produzione spontanea, su di cui non è passata
la lima. O buon Regaldi, voluto tanto bene da noi meridionali, accolto
sempre con festa come di casa nostra, faccia aperta, fronte ispirata,
allegria di tutt'i cuori!

E andavo e riandavo per le stanze, accompagnando co' passi e co' gesti
i miei pensieri, quando sentii gente nel salotto e uscii.

C'era il sindaco e parecchi altri, che con delicato pensiero venivano
a visitarmi in una casa non loro amica. E c'era l'arciprete[25],
e il teologo[26] mio parente, e Carlo, figlio di don Vincenzo, e
giovane sposo. E chi più? Nessun altro, credo. Ah! dimenticavo prete
Pio[27]. Qui siamo tutti amici, pensavo. Dove stanno rintanati i miei
avversari? Sono in casa loro amica, e non vengono a farmi visita. Un
po' di gentilezza non è poi gran male, mi pare.

Ed ecco sopraggiungere quei di Rocchetta, che venivano a congedarsi da
me con un muso asciutto, come volessero dire: ve l'avevamo pur detto,
Lacedonia è tutt'altro. Ero così preoccupato, che appena strinsi loro
la mano, e non pensai a ringraziarli del molto affetto che mi avevano
mostrato.

Ridotti soli, scherzai con Carlo, augurandogli belli figli maschi, e
soprattutto gentili. Rotto il ghiaccio, confessò ch'egli m'aveva votato
contro.--Tu, proprio tu? Mi pare ancora vederti con quel tuo turbante,
che ti chiamai un turco, e mi dicesti tante cose amabili. O dove è ita
la tua amicizia?--Mi giustificherò, dirò le mie ragioni e quelle di
molti altri.--Ma, caro, nessuno ha bisogno di giustificarsi. Non venni
qui ad accattar voti, a sentire giustificazioni. Non mi tengo offeso
da chicchessia. Tutti dite che ci è stata una votazione per equivoco.
Vengo a toglier l'equivoco.

Qui prese la parola l'Arciprete, una mia conoscenza di quaranta anni
indietro, molto stimato per il suo carattere e la sua dottrina.

Disse in conclusione che tutti mi avrebbero dato il voto, se avessi
manifestate le mie intenzioni a tempo. Foste l'anno passato qui: perchè
non vi apriste? Il vostro nome fu lanciato all'ultima ora, e parve
una manovra di partito, e non fu preso sul serio. I vostri fautori
sembra che avessero meno affetto per voi che odio verso il vostro
competitore[28], il quale è poi--una persona rispettabile.

Qui saltò a dire l'impaziente sindaco: E chi vi ha detto che gli
abbiamo mancato di rispetto?

Sì--No--Le voci s'ingrossarono. Ne venne un battibecco.

E il teologo, mio parente, rideva. Gli altri chiacchieravano, egli
rideva di un riso falso che mi dava a pensare più di un suo discorso.
Quel riso pareva una cosa e ne voleva dire un'altra. Pareva una
spensieratezza, ed era un sarcasmo. E voleva dire a me che attento
ascoltava: povero semplicione, tu stai così attento alla scena, che non
dice nulla e ignori il dietroscena che dice tutto.

In effetti, da quel vivo scambio di parole veniva fuori come un lampo
di una storia secreta d'interessi e di passioni ordita da intelligenti
artefici per un par d'anni e che io con molta semplicità credevo di
poter disfare in mezz'ora a furia di parole. E il teologo rideva.

Carlo pretendeva ch'io era ineleggibile: questa voce era stata
insinuata in tutto il collegio. Ed io a rispondergli e a mostrargli
ch'era un cavillo. Ed ecco l'arguto don Vincenzo sostenere che nessun
collegio si può dire nativo, perchè il deputato rappresenta tutta
l'Italia. Ed io a dirgli, o gran bontà! che di questo passo si andava
a quel cosmopolitismo, che aveva perduta l'Italia. E il sacerdote Pio,
con quel suo mezzo riso, che annunzia una ironia intelligente, ribattè:
«voi volete un partito De Sanctis, e un partito così fatto non c'è.
Qui c'è due partiti provinciali e comunali e voi portate la bandiera
dell'uno contro dell'altro». Ed io volevo rispondergli tante cose, ma
il teologo rideva, rimasi muto.

Ecco rientrare il sindaco con un telegramma in mano. Una grossa
notizia, signori. Don Serafino è passato a sinistra.

Ooooh!

E il Comitato di Sinistra appoggia Don Serafino contro De Sanctis![29].

Ooooh!

Il sindaco andò via. Bugia, bugia, gridarono. E il teologo non rideva
più, anzi con faccia sdegnosa mi si avvicinò, malmenando il sindaco, e
che non doveva leggere quella _cartoffia_, e che l'era una impostura,
e che queste cose non si fanno. Pareva una calunnia al buon Serafino.
Non concepivano, come nella stessa elezione e agli stessi elettori
lo stesso candidato potesse recitare due programmi diversi. Le menti
erano scombussolate. Fino il padrone di casa, il bravo Michelangiolo,
che se ne sta sempre vicino al foco, e temendo di raffreddarsi sta
sempre raffreddato, lui che dice sempre sì, con quel certo movimento
da sinistra a dritta della faccia che significa: è naturale, la cosa
è così; questa volta, attirato nel salotto dalla grossa notizia, fece
pure il suo oooh! allungando il naso, che in quel viso macilento parea
già lungo.

Io me la godevo, io di tutti il meno sorpreso, perchè se ignoravo
il dietroscena di Lacedonia, conoscevo perfettamente il dietroscena
di Napoli. Sapevo di quella giravolta a sinistra, _sub conditione_,
proposta e accettata, e la condizione era un «_faremo ritirare De
Sanctis_» e ridevo, perchè quei signori, proponenti e accettanti,
facevano il conto senza l'oste, e l'oste ero io, principale
interessato. Sentivo dunque quelle esclamazioni con un certo piacere,
perchè in quelle impressioni immediate vedevo rivelarsi quel buon
sentimento naturale, che anche i più prevenuti conservano in qualche
piega dimenticata del cuore, e che scatta fuori improvviso in certi
momenti.

È impossibile! è impossibile!

Ma ecco entra di nuovo il terribile sindaco, e questa volta col
giornale _Roma_ in mano. E lesse. Tutti gli occhi erano sopra di lui.
E lesse la famosa sentenza co' debiti _considerando_ di alcuni miei
colleghi del Comitato, e la famosa dichiarazione del mio rispettabile
competitore. Il telegramma era confermato.

Ed ora, buona sera, disse il sindaco, come volesse dire: Ne avete
abbastanza? Tutti si guardavano.

--Dunque è vero, proprio vero? disse il teologo.

--Ed ora che è a Sinistra, che bene ci può fare più? notò un ingenuo.

--E il sottoprefetto, come può appoggiarlo? Costui si è rotto le gambe.

--Adagio, interruppe Carlo. Forse questa dichiarazione è falsa, e sarà
una nuova gherminella de' suoi avversarii.

Ma non fu di questo parere il degno arciprete, fatto grave e pensoso.
E conchiuse: questo prova sempre più la verità di quel detto, che
l'ambizione acceca.

Signori, è pronto in tavola, disse tutto teso un cameriere. E questa fu
la conchiusione migliore. Alcuni andarono a pranzo dal sindaco; altri
rimasero con noi.

La sera scrissi lettere ai sindaci, annunziando il mio arrivo a
Bisaccia per il dì appresso, e a Calitri per l'altro dì.

Intanto si popolava il salotto. Erano i soliti. I miei avversarii
rimanevano invisibili. Mi si riferivano certi loro motti graziosi,
questo tra gli altri: Loro hanno sparato i mortaretti, e noi spareremo
i cannoni.

--Per celebrare che? diss'io.

--Non sapete? Attendono l'arrivo di un personaggio illustre, con
corteggio di molte carrozze. Qui ci sarà mezza Avellino.

--E chi è questo illustre?

--Ma voi non sapete nulla! Il prossimo ministro dell'interno[30], come
si è fatto qui correr voce.

Il fatto è che io sapevo tutto, informato a Napoli di queste velleità
e di queste voci. E dissi ridendo al sindaco di Morra[31], che mi era
accanto, mio compagno di viaggio: «Signor sindaco, io tiro innanzi, voi
rimarrete qui. E se viene, non fate come gli avversarii: andate tutti
a fargli visita, e ditegli: De Sanctis è stato qui e ci ha incaricato
di farvi gli onori di casa sua e di dirvi che nessuno ha il diritto di
togliergli la patria».

Ma non verranno, disse il sindaco, immagino che muso quando sapranno
che in Lacedonia ci siete voi.

Verranno e non verranno. I sangui si scaldavano.

--Ma che? Credono gli elettori sieno pecore?

--E cosa è questo Comitato, che vuole imporre a noi?

--E chi vuol togliere la patria a Francesco De Sanctis?

--E se vengono, e voglion parlare nella casa comunale senza mio
permesso, vi dico che li farò cacciar via da' carabinieri, conchiuse il
rigido sindaco di Lacedonia.

Io abbassavo lentamente tutt'e due le mani, come per calmarli. A poco
a poco andaron via, e ultimo il sacerdote Pio con quel suo mezzo riso
mormorava: qui ci sarà mezza Avellino.

Rimasto solo, passeggiavo per lungo e per largo nel salotto. Che andare
a letto! Il cervello fumava come il mio eterno sigaro. Non avevo
dormito che poche ore a Rocchetta. Ma il sonno se n'era ito. E lo
spirito sostentava il corpo.

Fumavo e fantasticavo.

NOTE:

[21] Lacedonia, capoluogo del Collegio omonimo, conta 5966 abitanti.
L'imperatore Giustiniano, fin dal 517 la dava in feudo ai Benedettini.
Nell'antica cattedrale ebbe luogo la celebre congiura dei baroni contro
gli Aragonesi, descritta da Camillo Porzio.

Lacedonia è una fiorente piccola città, ed ha una Regia Scuola Normale
mista, che s'intitola al nome di colui che, ministro, l'istituì,
Francesco De Sanctis. Nella piazza principale c'è un busto di marmo in
onore del De Sanctis.

[22] Il dott. Vincenzo Saponieri.

[23] Presentemente il bosco è del tutto dissodato: sono celebri le
acque minerali.

[24] Giuseppe Regaldi, celebre improvvisatore di poesie patriottiche,
n. a Novara nel 1809 e m. a Bologna nel 1883. Lasciò un carme di sapore
classico: _L'Acqua_ e liriche ispirate da caldo amor di patria, quali
_L'Armeria di Torino_ e _L'Ode a Roma_.

[25] Giuseppe Vigorita.

[26] Padre Antonio Pescatore.

[27] Domenico can. Pio.

[28] Competitore del De Sanctis era il compianto on. avv. Serafino
Soldi di Avellino.

[29] Il Comitato elettorale della Sinistra, del quale faceva parte
De Sanctis, inviò a tutti gli amici del Collegio l'esortazione di
sostenere l'avv. Soldi, come risulta dal seguente telegramma:

Uff. telegr. Bisaccia--Ricev. Rollo. Prov. Napoli--Borsa. N.
224-16-1-1875.

_Francesco Maria Miele-Bisaccia_ (per Andretta)--«De Sanctis
ingiustificabile--Leggete _Pungolo Roma_ vedrete Comitato opposizione
sostiene Soldi. Farete opera patriottica sostenendo Soldi. Partito
pregavene». _Nicotera._

[30] Si accenna qui al candidato avv. Soldi.

[31] L'attuale sindaco di Morra comm. Molinari, che accompagnava il De
Sanctis nel giro elettorale.



                                   IV.

                           Fantasmi notturni


                                           Sansevero, 18 febbraio.

Qui ci sarà mezza Avellino! aveva detto quel prete col suo sorrisetto.
Qualche avviso ha dovuto avere quel prete.

Ricordai che in Napoli, alla stazione, stando in sul partire, avevo
incontrato un amico. «Se voi partite, verremo tutti.» No, risposi io,
dov'è De Sanctis, non voglio vedere nessuno. Venga mezza Avellino, non
voglio io con me l'altra metà. Voglio essere io solo.

E che gusto ci avrei, dicevo ora, se venissero proprio domani. Già un
discorso debbo fare a questa gente. Avrò un uditorio pieno. Volevo io
andare a loro, ed ora sono loro che vengono a me. Essi portano seco i
loro rancori e le loro ire di Avellino, ed io offrirò loro il ramo di
ulivo. Usciranno dal loro covo anche i miei invisibili. E si farà una
pace generale. E avrò raggiunto d'un colpo lo scopo del mio viaggio. E
mi benediranno in Lacedonia e mi benediranno in Avellino.

La mia faccia rideva, tanto ero contento, tanto mi lusingava quella
fantasia.

Ma non verranno, oh non verranno. A quest'ora sarà giunta la notizia
del mio arrivo qui. Figurarsi che musi! come ha detto il sindaco. E
diranno: la partita è perduta, non ne faremo niente.

E quei miei cari amici! È proprio il caso: dagli amici mi guardi Dio. E
presi il _Roma_[32]. E rilessi la sentenza incredibile. Considerando e
considerando. Caspita! come la trinciano da giudici costoro! Assegnano
collegi, e questo a te, e questo a me, come se gli elettori ci fossero
per niente. Fossi l'ultimo gregario, pure non dovevano sentenziare
senza consultarmi. Ed io che sapevo i loro impegni, e credevo tirarli
d'impaccio, venendo qui e addossando tutto sopra di me. Nossignore.
Bisognava andare avanti, e passare addirittura il mio corpo... Ora vi
darò io una lezione.

E venutami la bizza, vinto dal dispetto, scrissi in fretta questo
telegramma al bravo Avezzana presidente del Comitato:

«Protesto contro deliberazione presa, me assente. Non riconosco a
nessun Comitato, e a nessun partito, e neppure all'Italia intera dritto
decidere quistioni riguardante mio onore, mia posizione morale nel mio
collegio nativo».

Ridevo pensando l'effetto di questo telegramma, giunto da Lacedonia.
Ma pensai che se uno scandalo avevano fatto loro, non era ragione
perchè un altro scandalo facess'io. E uso a giudicare gli uomini con
indulgenza, pensai pure che quella sentenza del _Roma_ sarebbe rimasta
lì _pro forma_ e per dare una soddisfazione al mio competitore, e che
una volta saputomi qui, avrebbero detto: cosa volete? De Sanctis è lì:
potete pretendere che noi combattiamo De Sanctis?

Così m'acquetai e stracciai il telegramma[33].

Apersi la finestra per dar luogo a quella nebbia di fumo. Era notte
alta, con uno di quei silenzii della natura, che ti tengono il capo
basso. Osservavo quel fumo aggiunto a fumo che con leggi sue faceva la
colonna e lentamente si scioglieva via. Ecco qui, dicevo, il mistero
delle cose. Il sigaro fumato non esiste più, ciò che esiste è il fumo
che non formerà nuove combinazioni, nuove esistenze. Ed io che sarò? Un
sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma.
Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola. E la pillola è
che l'individuo muore e non torna più. Dite a quel fumo che si rifaccia
sigaro, si rifaccia il mio sigaro, o piuttosto del padrone di casa.
Caro Michelangiolo, tu russi, e io fumo i tuoi sigari, e i sigari non
torneranno più. Me ne darai dei nuovi domani; ma questi non torneranno
più. Mentre tu russi e io fantastico, già quest'istanti non sono più,
morti per sempre, e i morti non torneranno più. E mi si ficcò nella
mente questo «non torneranno più» come il ritornello della mesta
canzone. E più continuavo la canzone, e più il ritornello si ostinava a
non volerne uscire.

Per finirla mi avvolsi sotto le coltri, e buona notte. Ero stanco
a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che
bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano
forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di
luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di
Castel dell'Uovo[34], e molte altre volte. Anzi talora in veglia, in
certi momenti di ozio, mi fo io i fantasmi, che sono come un altro
me dirimpetto a me, col quale discuto, e so che è un inganno, e mi
compiaccio dell'inganno.

Cervello, cervello, stai quieto, dicevo io. Ho bisogno di dormire.
Dimani ho a fare un discorso, di quei discorsi che si ricordano per
un pezzo. Pensa che debbo convertire mezza Lacedonia, che se ne sta
rintanata e non si vuol far vedere.

--Aaaah!

Uno scroscio di risa fu la risposta.

Guardo, e vedo lì in fondo il corpo lungo come un palo del mio
Teologo[35].

Aaaah!

--Tu mi beffi, mio caro.

--Una bella predica, una bella predica.

--Già per te, che sei un teologo, la è una predica.

--E finita la predica, finita la messa.

--Questa poi non la intendo.

--Vuoi sentire me, nipote mio. Non curarla questa gente, che, finita la
messa, chi pensa più alla chiesa?

--Teologo, teologo, tu mi hai oggi faccia di eretico.

E lui rideva.

Poi mi si avvicina e s'inchina a me, e mi dice: Ciccillo (così mi
chiamava fanciullo), tu sei rimasto ancora Ciccillo!

--Eh, questa è bona.

--Hai visto mo. Hai viaggiato tanto, e io ne so più di te.

--Imparerò, imparerò.

--Hai letta la lettera _ad Quintum fratrem_?

--Credo.

--E anche ne' libri avresti potuto imparare la lotta elettorale. Ne
parla Cicerone. E tu credi poter fare le elezioni coi discorsi.

--E co' discorsi le hanno fatte i ministri.

--Cioè, la scena era quella. Ma il dietroscena lo facevano prefetti,
pretori, sindaci e che so io.

--Anche questo sai tu! Comincio a crederti.

--Tu mi puoi insegnare molte cose. Ma dell'arte di fare le elezioni
io posso stampare un libro. Tu vuoi fare una scena con un dietroscena
immaginario. Sai tu solamente cosa sono gli elettori, che con un colpo
di bacchetta magica della tua eloquenza pretendi di convertire?

--E perchè no? Già il miracolo è succeduto a Rocchetta.

--Uhm! Sai che dietro il miracolo c'è sempre il prete.

--Teologo, tu stai ereticando.

--E anche lì, il prete c'è, il prete c'è, non dico un prete col
collare, ma qualcuno che la sa lunga più di un prete.

--Teologo, tu distruggi tutte le mie illusioni. In verità, la conquista
mi è parsa troppo facile.

--Hai visto mo. Tu vuoi fare un romanzo, ed il mondo è storia. E il
mondo lo conosco io.

--Spiegami dunque questo dietroscena di Lacedonia.

--Di Lacedonia non so niente io. Fo i fatti miei e sto a casa mia. Ma
tutto il mondo è paese. E se in luogo di stare sui libri avessi corso
i paesi durante le lotte elettorali, non saresti ora qui a fare un
romanzo.

--Io lo farò e lo pubblicherò.

--E se tu fai il romanzo, io fo la storia. La farò e la pubblicherò. E
la mia storia farà le fiche al tuo romanzo. Una mezza storia vale più
che cento discorsi. Finita la predica, finita la messa. Aaaaah!

Rideva, veggendo la mia faccia farsi oscura. Stavo interdetto,
spaventato sotto a quel riso.

Allora, come avesse compassione, raddolcì la voce.

--Via, la maggioranza l'avrai.

--E cosa importa a me la maggioranza? Voglio tutti io.

--E dàlli col romanzo.

--E dàlli con la storia. Dimmi almeno cosa è questa tua storia, o
piuttosto questa storia di Lacedonia, che dici di sapere.

--Io? Ma sei rimasto Ciccillo! Vai dunque a parlare a fanciulli. Di
Lacedonia non so niente io. Sto a casa mia e fo i fatti miei.

--Che razza dunque di storia è la tua?

--Non è storia di Francia o d'Inghilterra. È storia generale come la
filosofia.

--Dì ugualmente.

--E mi maraviglio come tu, che sei un filosofo, consulti un teologo.

--Dì ugualmente, mio caro.

--Farò io il filosofo. Guardiamo ai piccoli centri elettorali. Credi tu
che là ci sieno tutte le idee e tutti i sentimenti del romanzo che ti
frulla pel capo? Piglia paesi su per i monti, dove si va talora a dorso
di mulo, senza circolazione di merci e d'idee, e miracolo se ci arriva
un giornale o un mercante che vi rinnovi un po' l'aria. Gruppi di paesi
intorno a qualche paese più grandetto, dove appena è se sopra a quel
bassofondo si elevi uno strato meno superficiale di mezza coltura e di
mezza fortuna. Vai innanzi, in centri più popolosi, meglio accarezzati
da natura o arte, e troverai nuovi gradini di quella scala sociale,
alla cui sommità è il tuo romanzo. Capisci ora?

--Non capisco niente affatto. Vuoi farmi il ritratto del collegio.

--E da capo. Fo storia generale io. E poichè hai il cervello duro, puta
caso che siamo in America. Tutto il mondo è paese. O credi tu che anche
in America non ci sieno questi bassi gradini della scala sociale? E se
tu capiti là, che cosa è De Sanctis? È uno scrivano, dirà qualcuno che
ha saputo che tu scrivi. No, è un letterato; correggerà il saputo del
paese. E cosa è un letterato di rimpetto a un avvocato? ripiglierà
tutto impettito qualche azzeccagarbugli. E per poco non ti farà una
lezione di grammatica qualche sugainchiostro...

--Oh, oh, oh, questo poi...

--Questo non sarà in Italia, ma siamo in America. Non ti piace la
storia? fai il romanzo.

--Prosegui la tua storia che la trovo gustosa.

--Vammi dunque a fare i tuoi discorsi colà, e diranno che sei un
piagnoloso, che fai per accattar voti, che la è una predica...

--E finita la predica, finita la messa.

--Ma non finito il ridicolo della bella figura che vai a fare.

--Mi pare che il torto sia loro e non mio.

--Tuo il torto e il ridicolo. E in verità, non è da ridere vedere un
omo della tua età così nuovo degli uomini e delle cose, e metterti ad
abbaiare alla luna?

--Come dunque ho a fare per essere un omo serio?

--Capire con chi tratti e a chi parli, e se vuoi il fine, volere i
mezzi.

--Intendo. E' quella tale arte, su cui puoi stampare un libro.

--Sicuro. E _in primis_ hai a sapere che ogni elettore è sovrano,
e se ne tiene, e vuol essere trattato col lustrissimo, e più è giù
in quei tali gradini, e più gli hai a fare la corte e te gli hai a
professare umilissimo servitore. Tu non hai scritto, metto pegno,
nessuna letterina così inzuccherata. E vuoi essere un omo serio. E poi
ci vuole il poscritto, qualche cosa che più lo solletichi e gli vada ai
versi. T'hai da fare un modello, un segretario ad uso degli elettori,
secondo tendenze, caratteri, bisogni. Senza questa statistica non hai
base. Che dolce cosa vedersi un sarto o un barbiere capitare a casa un
bel dì un bel biglietto di visita, o una letterina profumata, sì che
l'incenso gli monti al cervello, e se ci fosse un timbro poi, oh che
cosa! farà gli occhioni, e dirà: dee essere un pezzo grosso costui!
E più le sballi grosse, e più ne hai credito. Essere il barbiere di
una eccellenza! ma il barbiere si mirerà allo specchio, e si liscerà
i baffi, e dirà: quanto son bello! Sul collegio pioverà oro da tutte
le parti, false monete che parranno di zecca a quei grulli. E che
bei sogni vorranno fare!... Che bel tocco di sottoprefetto sarò
io!--Agente delle tasse! Scorticato, scorticherò io a mia volta!
Sostituto procuratore del Re! meglio non ci pensi, che il capo mi
gira.--Cavaliere! mi chiameranno cavaliere! gli è come dire conte o
barone, e sarò barone anch'io.

--Le son tutte baronate coteste, mio caro.

--Lasciami dire. Poi, in questi piccoli centri, il mondo comincia
e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo
cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami
i pettegolezzi municipali è tanta passione, quanta è, poniamo, tra
Francia e Germania. Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. L'epopea
del fanciullo è il suo castello di carta. E l'epopea loro è l'assalto
al municipio. E tu chiami tutto questo pettegolezzi. E vuoi essere
deputato di tutti, che è a dire di nessuno. E vuoi essere un omo serio.
Ma un omo serio dee usare ogni industria per tener vive quelle gare, e
vellicare le passioni, e incensare le vanità, e suscitare le rivalità
tra un paese e l'altro, tra una famiglia e l'altra. Così ti farai il
partito. L'entusiasmo è fuoco fatuo. Passioni e interessi, questa è la
pasta umana, lì è la base di operazione.

--Basta, basta.

--Ma noi siamo appena all'abbicì. Bada alle chiavi.

--Che chiavi?

--Alle chiavi delle posizioni. Tutti questi sovrani hanno poi chi
è sopra a loro, e li fa ballare, ed essi credono di ballare loro,
e ballano il ballo suo. Ciascuno di questi centri ha qualche ricco
sfondolato, qualche leguleio cavilloso, qualche camorrista, che anche
in America ci sono i camorristi, un sopracciò che comanda a bacchetta e
lì è la chiave. E il punto sta ad indovinare la chiave. Il tuo romanzo
ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e
sconclusionata. E se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti,
leoni o volpi che sieno, e meno hanno scrupoli, e più sono efficaci,
gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila...

--Ah cinico di un Teologo, proruppi io.

E mi passai la mano sulla fronte, come per cacciarne quei fantasmi, e
mi gittai di letto, e apersi la finestra, e presi una boccata di aria
fresca. Era già l'alba, quel po' di luce dissipò le nebbie del cervello
e mi parve di aver fatto un cattivo sogno.

Povero Teologo, pensai, la brutta figura che io ti ho fatto fare! Tu te
la dormi saporitamente, e immagineresti mai più che se' stato la mia
comparsa, la comparsa del mio cervello. Ma onde mi vengono tante ubbie?
e che pazzie son queste?

E passeggiavo. E di cosa in cosa, non so come, mi tornò innanzi quel:
niente muore e tutto si trasforma. L'immaginazione mi ha ingrandito gli
oggetti, pensai, e per disfare un romanzo ne ho fatto un altro. Tutta
questa roba notturna non è che un cattivo romanzo, messomi nel cervello
dal malumore, dal sentirmi contrariato nella mia aspettazione. E volere
sfogare il mio malumore pigliandomela con questi miei concittadini,
i quali non hanno in fondo altro torto, che di esser nati qui! Tutto
si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio,
venga la ferrovia e in piccol numero d'anni si farà il lavoro di
secoli[36]. La industria, il commercio, l'agricoltura saranno i motori
di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono
vivi e le tempre sono forti. Questa stessa resistenza che incontro,
questa durezza che talora chiamerei rozzezza, questa fedeltà a impegni
presi, a parola data, non mi prova che qui carattere c'è? E dove è
carattere, c'è la stoffa dell'avvenire. E io non debbo pure fare
qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a
loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? Non so, ma
questa stessa loro resistenza più mi attira, più mi lega a loro. Essi
credono indispettirmi, e dicono forse: ci faremo così brutti, così
rozzi, che De Sanctis si sdegnerà, e non vorrà saperne di noi, e daremo
la vittoria al nostro amico. E non mi indovinano, e non sanno che più
accendono in me il desiderio di farli miei, di essere il loro amico.
Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro
cuori.

E con questi propositi mi posi a meditare cosa avevo loro a dire.

NOTE:

[32] Il vecchio giornale democratico napoletano fondato dal prof.
Diodato Lioy, con programma unitario, nel 1861.

[33] Il _Comitato Elettorale della Sinistra_ sostenne sempre, con tutte
le sue forze, l'avv. Soldi.

[34] Sono le carceri, ove passò oltre due anni, in seguito alla feroce
reazione del '48.

[35] Padre Antonio Pescatore, già ricordato.

[36] La ferrovia invocata e caldeggiata dal De Sanctis venne di lì a
poco, e prese il nome di _Avellino-Rocchetta S. Antonio_.



                                   V.

                             Il Discorso.


                                           Napoli, 24 febbraio.

Io soglio meditare passeggiando. Se mi seggo, le idee mi si abbuiano
e mi viene il sonno. Ho bisogno di stare in piedi, di avere ritta
tutta la persona. E quando medito, fossi anche fra cento persone, sto
sempre lì, non mi distraggo mai. Mi chiamano distratto. La verità è che
siccome per me l'importante è spesso quello che medito e non quello
che dicono, tutto quel vento di parole che mi soffia all'orecchio non
giunge alla mente, non può distrarmi. Pure s'ingannano quelli che
veggendomi così raccolto in me, credono che io mediti sempre cose gravi
e importanti. La concentrazione diviene abitudine malaticcia, e spesso
dietro a quel raccoglimento non c'è che un inutile fantasticare. Nella
mia vita ho meditato più che letto. E a forza di lavoro il cervello
ha presa la pessima abitudine di lavorare anche dove non è materia,
lavoro a vuoto e malsano, e talora quello che appare meditazione,
non è che castelli in aria continuati a lungo, e ci sto dentro e mi
ci diverto. Sicchè, trattando anche argomenti gravi, che richiedono
tutta l'attenzione, mi avviene che sul più bello mi si rompe il filo,
e mi distraggo, e rifò qualche castello, e mi si mettono a traverso
le impressioni della giornata, camminando sempre, e il moto più mi
eccita, insino a che stanco mi seggo e chiudo gli occhi, e addormento
quelle onde e torno in porto. Il pensiero mi dice che bisogna stare
stretto all'argomento, tirar dritto, pure m'interrompo, e dico a me
stesso: bravo! oppure: No, non va così: e armeggio e gestisco, e mi
distraggo dietro a' miei castelli. Scrivere mi riesce difficile, perchè
non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono
pentimenti e son costretto a cassare, quel foglio mi pare brutto, e lo
straccio, e da capo. Parlare mi è più facile, perchè mi scrivo su d'un
pezzetto di carta l'ordine delle idee, o come si dice, lo scheletro, e
il resto lo abbandono al caso, salvo qualche punto che m'interessa e mi
attira, e dove studio a trovare la forma più adatta. Però siccome non
sono nato attore, anzi sono sincerissimo, quando giungo lì, ci giungo
freddo, e come volessi acchiappare per aria qualche cosa che non ha a
fare col resto, e tutti se ne accorgono, e la tanto studiata frase, non
fa effetto.

Così mi avvenne anche in Lacedonia. Ordii nella mente la tela del
discorso, e mi fu assai facile. Parlando a un pubblico mescolato di
amici e di avversarî tenaci, che non si erano degnati di venire a
farmi visita, pensai che dovevo mirare più a questi che a quelli, e mi
promettevo di dire loro tante cose gentili. Io mostrerò loro quanto
antichi e quanto saldi sono i legami di affetto, che mi stringono a
Lacedonia. Mostrerò il vivo desiderio che ho di riacquistare la mia
patria, se essi me ne porgono il modo. Trarrò da loro ogni sospetto
che io venga qui ad appoggiare un partito ad essi contrario. Io voglio
essere, conchiuderò, il deputato di tutti...

E perciò di nessuno!

Questa voce sonò nel mio cervello e mi ruppe la meditazione. Il
cervello cominciò a sottilizzare, come un vero teologo. E non ci fu
verso di cacciar via il teologo.

Ah! maledetto il riso del mio teologo! E lo vedevo lì, dirimpetto a me,
che mi faceva le fiche e rideva. Tu vorresti ch'io mi chiamassi gli
elettori ad uno ad uno e dicessi loro qualche parolina all'orecchio.
E se è così, vanne in malora tu e la tua storia, amo meglio la mia
poesia. A tuo dispetto io qui rifarò Rocchetta la poetica, e chiamerò
Lacedonia l'arcipoetica. E non ci sarà più dietroscena, e ti farò
assistere a questa scena io, che vedrai tutti, come a Rocchetta,
stringersi le mani, e tutti uniti a fraterno banchetto e Michelangiolo
farà la spesa.

Poi risi io stesso di questa mia esaltazione, e dissi: Non credo al
banchetto per oggi; ma chi sa! sarà un augurio.

Con miglior animo mi rimisi a quella tela, e mi feci a pescare nella
memoria qualche cosa che avesse tratto a Lacedonia. Riandai gli anni
giovanili, andai più indietro, cercai le prime impressioni, dove
trovavo Lacedonia, e mi balzò innanzi un pensiero delicatissimo, il
quale mi pareva dovesse produrre un effetto straordinario sugli animi
più duri e quasi bastare esso solo ad amicarmeli. Avevo negli orecchi
già gli applausi. Inanimato tirai innanzi, e poichè pare, diss'io, che
qui pochi mi conoscano, voglio fare a rapidi tocchi la mia storia; ma
lanciato appena tra' flutti del passato, vi errai come un naufrago, e
dimenticai il discorso. Quella concitazione nervosa mi disponeva alla
tenerezza, e talora m'asciugavo gli occhi. Diavolo! che sono donna?
dicevo. Ma la via alle lacrime era fatta, e le mie rimembranze presero
un aspetto irrimediabile di malinconia. La mia storia mi apparve come
una processione di morti. Quanti mi si offersero innanzi pieni di vita
e di allegria, compagni de' miei trastulli e dei miei sogni! E sono
morti. E non torneranno più. Iti via come il fumo del sigaro. E io
stesso, quanto di me è ito via! Dove sono i miei amori, i miei ideali?
chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte
di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire madre e
padre, e maestri, e amici, e compagni. Qui stesso in Lacedonia, dov'è
più Isidoro? dov'è Angelantonio? Di eternità nel mare...

E qui cercai alcuni bei versi di Schiller, e non me ne ricordavo, e
in quello sforzo risensai. O che! dissi io, comincio a sentire di
vecchio. E mi fo la nenia a me stesso. E mai non ho avuto tanto bisogno
di essere vivo. Mi restano tante cose a fare. E io penso a' morti.
Pensiamo al discorso.

E volevo ripigliare il filo, quando si annunziarono visite. Nessuna
faccia nuova. Sempre i soliti. Mancava l'arciprete e il teologo.
Carlo sogghignando mi disse: la si è capita! lei viene per il signor
Ripandelli![37]. Questa è la riflessione che ha fatto Lacedonia
stanotte? diss'io; già s'intende; mi avete veduto venire nella
sua carrozza! Ma un altro mi si avvicina lentamente, e ammiccando
dell'occhio mi mormora: no, no, lei è venuto qui per un altro, per un
altro! Ed ecco entrare Cipriani[38], arrivato di lontano, piombato in
quel punto in Lacedonia.

Ah! ah! la si è capita!--Cosa viene a fare qui costui? E fosse del
collegio!--cosa ci cova qui sotto.--

E guardavano lui e me, che gli stringevo la mano e gli davo il ben
venuto.

E mi si fa innanzi l'inevitabile Carlo--Volete essere il deputato di
tutti. Sapete bene che tutti gli elettori non potete averli. Ponete una
condizione che sapete impossibile.

Questo dicevano le parole; ma gli occhi sospettosi volevano dire: foste
venuto qui a mistificarci, eh?

Sorrisi; poi dissi: le parole non vanno prese alla lettera; _tutti_,
vuol dire la maggior parte. Del resto, venite a sentirmi tutti, ecco
quello che domando io; giudicherete poi, e farete a vostro piacere.

Le disposizioni sono prese, disse il sindaco; la sala comunale già si
riempie, e vi attendono.

Ma qui verranno tutti gli elettori di Bisaccia; aggiunse in fretta
Cipriani.

E se si fossero dati gli avvisi in tempo, potevano venire anche quelli
di Monteverde[39], notò un altro.

Altri poi attendevano mezzo Avellino. Nella loro immaginazione ci era
carrozze, trofei, viva! e il famoso sparo de' cannoni, e De Sanctis
saltato in aria.

Ma non venne Bisaccia, e non venne Monteverde, e non venne Avellino. E
mio fu il dispiacere. Perchè quel giorno, avrei compiuto il mio viaggio
elettorale, o con un trionfo, o un fiasco tale, che me ne sarei partito
con l'_ingrata patria_! sul labbro.

Venne solo da Bisaccia don Pietro[40] a dirmi che colà tutti mi
attendevano. Modi semplici, faccia intelligente, aria modesta, ma
risoluta. Lo trattai come un vecchio amico; pure allora lo vedevo per
la prima volta.

Andiamo, disse il sindaco.

Datemi una mezz'oretta, ch'io mi raccolga.

Chiusomi, riepilogai bene in mente l'ordine delle idee, come fo
sempre, ben determinato a parlare con estrema sincerità e col core in
mano. Per parte mia debbo fare il mio dovere, togliere ogni pretesto,
ogni equivoco. E mi pareva quasi impossibile che i cuori anche più
rozzi potessero resistere alla mia sincerità e al mio affetto. Mi venne
in mente una parola francese che rispondeva così bene al mio concetto.
E dissi: io debbo con la potenza della parola _enlever_ tutto il
collegio.

Pregai Michelangiolo, se mi voleva accompagnare. Ma Michelangiolo se ne
sta attaccato al foco, e non c'è cristi che lo smova.

Trovai la sala piena, tutte le sedie occupate molto popolo agglomerato
in fondo. Vidi a destra tra' primi Don Vincenzo, il classico e il
cosmopolita, e me ne compiacqui. A sinistra vidi don Pietro di
Bisaccia, e gli strinsi la mano. Pregai il sindaco volesse farmi
conoscere i principali elettori. Girai un poco, scambiai qualche motto,
strinsi la mano a parecchi che rammentavo, ma finito il giro, dissi un
po' turbato: e il Canonico Balestrieri? e Saponieri? e il Salzarulo? e
l'arciprete? e il teologo?

Il teologo entrò, e si pose fra gli ultimi, quasi volesse farsi vedere
e non vedere. L'arciprete mi disse all'orecchio ch'era ito ad assistere
un moribondo, e mi faceva le scuse. Gli altri saranno avvisati.

Attesi un poco chiacchierando, girando, e non vennero, e vidi che era
partito preso, e mi turbai. Questo poi non m'era venuto in capo, non me
l'aspettavo. Non venirmi a visitare, era già poca cortesia; ma ricusare
di sentirmi a me parve un fatto senza nome. E dev'essere deliberazione
fresca, pensai, perchè appena venuto, Carlo disse: ci giustificheremo.
Qualche motto d'ordine, ricevuto. Non andate a sentirlo, hanno detto;
il fatto di Rocchetta li ha impensieriti. E forse hanno detto: glie ne
faremo tante, che gli scapperà la pazienza, e se ne tornerà.

In verità non avevano ragionato troppo male, perchè, trattato a quel
modo, dissi: che fo più io qui? Gli avversarii rimangono invisibili: a
chi discorro io? deggio convertire i già convertiti? Il mio discorso è
senza scopo. Ma levai gli occhi, e vidi tanta brava gente venuta lì per
sentirmi, e lessi nelle loro fisonomie una espressione così sincera di
benevola aspettazione, e vidi soprattutto quel popolo lì ammonticchiato
in aria così semplice e così avido della mia parola che ne fui preso, e
salii in fretta gli scalini di una specie di piedistallo; e respinto da
me il seggiolone, così in piedi cominciai a dire:

«Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell'inverno vale tutto
un discorso; quest'atto vi prova il mio affetto per voi e il vivo
desiderio di esser vostro. Io vengo senza corteggio di giornali, di
comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che
il mio nome».

L'allusione fu colta a volo; sentii dir: bene! da' più vicini.
Inanimato, continuai: «Io voglio spiegarvi cosa è per me Lacedonia.
Ne' miei primi anni sentivo spesso parlarmi dei nostri parenti di
Lacedonia, e voi sapete che in quella età la patria non è ancora che
la famiglia, la patria è la parentela, sicchè nella mia immaginazione
infantile univo insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola».

Questo pensiero nuovo e delicato in una forma così semplice era troppo
sottile, e non fece effetto. Tirai innanzi.

«Poi andai via. A vent'anni, col core caldo, con l'immaginazione
dorata, in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi tornò
innanzi Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa, e conobbi qui
l'arciprete e il teologo, e molti altri, e se non vi acquistai la
sposa, credei di avermi acquistate amicizie incancellabili. E chi
avrebbe pensato allora, accolto con tanta festa, pure ignoto al mondo,
che in così tarda età, tornando fra voi, avrei trovato qui avversarii,
e alcuni, che è peggio, in sembianza di amici?».

Questa punta troppo smussata non punse alcuno. Sentii che dovevo
parlare tondo e forte.

«Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con
l'insegnamento, e cacciato in esilio, la illustrai con gli scritti, che
forse non morranno; e forse un giorno i vostri posteri alzeranno statue
a colui, al quale voi contendete i voti».

Botta dritta questa. Il teologo si scosse un po' il petto, come avesse
sentito lo strale dentro la carne. Non se l'aspettavano. Io mi facevo
lo stesso il mio piedistallo, e li guardavo dall'alto e la voce era
concitata.

«Tornai dall'esilio con l'aureola del martirio, del patriottismo
e della scienza, e fui Governatore di questa provincia[41], e fui
ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa, e non fui deputato
di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorchè eletto in
altro collegio, e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo
quattordici anni di cotesto secondo esilio, l'esule viene a chiedervi
la patria, date la patria all'esule».

La mia voce era tremula; la commozione aveva invaso me, e invase tutto
l'uditorio. Una salva di applausi mi mostrò che avevo trovata la via
dei loro cuori.

«Io voglio la patria mia, ma non voglio un pezzo di patria voglio la
patria intera. Se debbo essere qui l'amico degli uni contro gli altri,
meglio l'esilio, confermate il mio esilio. Tutti dite di amarmi, di
stimarmi; bella stima in verità! posto in uno dei luoghi più elevati
presso la pubblica opinione, i miei concittadini hanno voluto darmi una
promozione, e fanno di me un alfiere, il porta bandiera di questo e
quel partito».

I più intelligenti sentirono l'ironia. Don Pietro sorrise finalmente.

«Io qui non porto la guerra, non voglio essere il flagello della mia
patria; se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere
il padre e il benefattore di tutt'i miei concittadini. Io non porto
bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama
concordia».

Questo appello alla concordia era prematuro; le passioni erano ancora
vive; stavano sospesi, come chi attenda che si dica altro.

«Non dico già che le lotte non ci abbiano ad essere. Senza lotta non
ci è vita. Lottate pure. Ma ricordatevi che se uomini civili siete,
qualche cosa nelle vostre lotte vi dee pure unire. Che cosa è questa
casa comunale, se non un primo legame tra voi? Comune vuol dire unione.
Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se taluno dicesse
male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola
persona? Guardate la Chiesa. Non è la Chiesa il legame comune in nome
di Dio, al quale credono tutti quelli che credono alle virtù e operano
virtuosamente? E se l'Italia vi chiama alle armi, non vi sentireste voi
tutti italiani, non correreste tutti alle armi? Ebbene: aggiungete a
questi legami anche il mio nome, e non lo profanate, mescolandolo alle
vostre lotte. Imitate Sansevero, dove pure lotte ci sono, ma dove si
dice: i panni sporchi si lavano in famiglia, non dobbiamo lasciarli
sventolare innanzi a De Sanctis. Vi pare domanda indiscreta questa, di
fare per me, voi, miei concittadini, quello che fa quel nobile collegio
al quale appartengo? E se questo fate, udite la mia dichiarazione, e
pensate che io non ho mai mentito in vita mia. Io sono vincolato, io
ho data la mia parola d'onore a Sansevero, deggio essere deputato di
Sansevero. Ma io andrò là e dirò: la mia patria mi chiama, la patria
tutta intera, e voi siete troppo nobili, troppo generosi, e sapete
apprezzare questi sentimenti.--Restituitemi la parola data, non mi
togliete la patria».

I visi che si erano oscurati, raggiarono. Vidi raggiare anche quel viso
incerto di Carlo, anche il classico don Vincenzo si mosse sulla sedia.
Prolungati applausi accolsero una dichiarazione così ricisa.

Io mi sedetti, come chi non aveva più nulla a dire. Ma stavano lì,
immobili, attenti, quasi volessero dire: è finito troppo presto. Ed io
così seduto, continuai con voce familiare, facendo un po' di storia e
del collegio e delle proteste e del ballottaggio, ed ecco, mi sovvenni
del _Roma_ e del famoso passaggio a Sinistra. E mi levai con impeto e
dissi: quello che dice il _Roma_, avete letto. Il mio competitore è
divenuto Sinistra. E sono Sinistra anche io, una sinistra autentica,
che non ha bisogno di bollo. Il mio competitore è sacro per me. Non una
parola uscirà dal mio labbro, che non sia gentile. Del resto, non è
affar mio; riguarda i suoi elettori. La quistione così è divenuta molto
semplice. Non fo questione io di Destra e di Sinistra, fo quistione di
patria. L'esule vi domanda la patria, date la patria all'esule.

Scesi tra vivi applausi, circondato dalla folla, vidi alcuni che si
asciugavano le lacrime, strinsi molte mani incallite dal lavoro,
e augurai bene di quel paese. Nell'uscire incontro il teologo.
La sua faccia rideva, era tutto consolato il brav'omo, e mi disse
abbracciandomi: Ah Ciccillo! non senza un perchè lo zio ti chiamava
penna d'oro. Che bella predica hai fatta!

E' finita la predica, finita la messa, diss'io tutto sbalordito.

E lui mi guardò stupefatto. Dovette dire: a forza d'ingegno costui
uscirà di cervello.

Andai a casa subito. I piedi mi bruciavano. Avrei voluto essere già
a Bisaccia. Mangiai distratto. Lodavano l'orazione. Quei complimenti
d'uso mi facevano male. Sul partire dissi a Carlo, che mi parve
commosso: dubiti più? Ah no--Sii dunque un omo serio.

Il teologo mi condusse a casa sua. Vidi la Maria, ch'io chiamava la
generalessa, indicatami come capo ed anima delle lotte elettorali. La
mia parente mi trasse in disparte, e mi disse in tutta segretezza: io
ti ho fatto molti voti! Ah! bricconcella, dissi tra me, tu me la dai a
intendere. Gradii un bicchierino, scesi subito, mi posi in carrozza tra
molta folla plaudente, e via.

Non mi facevo illusioni. Mi lasciavo dietro un lavoro seriamente ordito
e rimasto intatto. Molte passioni, molti interessi erano abilmente
mescolati in quel lavoro. Nè io avevo modo di disfarlo. Il sindaco mi
disse con la sua sincerità brusca: avrai gli stessi voti. Ma pensai che
qualche eco delle mie parole sarebbe pur giunta a' miei invisibili, e
che a ogni modo qualche buona impressione sarebbe rimasta nel paese.

Seppi poi che la sera, conosciuto l'effetto del mio discorso, giunse a
incoraggiamento degl'invisibili questo telegramma epigrafico:

«L'entusiasmo passa, gl'interessi restano».

Come disse il teologo, pensai io. E vuol dire che l'uomo passa,
l'animale resta.

NOTE:

[37] Ettore Ripandelli di Candela, amico e già collega del De Sanctis
alla Camera.

[38] Giov. Ant. Cipriani di Guardia dei Lombardi, giovinetto fece parte
della _Giovine Italia_ e più tardi si rese benemerito della causa
dell'unità italiana nella prov. di Avellino. Morì nel 1906.--Cfr.
Antonio D'Amato: _Un dimenticato patriota irpino_.--Napoli, Morano 1913.

[39] Comune molto fedele al De Sanctis.

[40] Pietro Capaldo, attualmente Procuratore Generale alla Corte di
Cassazione di Napoli e Senatore del Regno, nato in Bisaccia il 27
aprile 1845.

[41] Il Governatore De Sanctis fu nominato il 19 settembre 1860 e prese
possesso della carica dinanzi al Consigliere d'intendenza D. Lorenzo
Filidei di Avellino il 12 settembre 1860. Il 16 ottobre rivolse al
popolo irpino un magnifico proclama, che pubblichiamo _in appendice_.
Proprio durante il suo Governo, avvennero le reazioni sanguinose di
Ariano di Puglia, Montefalcione e Carbonara (oggi Aquilonia). Il 27
settembre fu nominato Ministro.



                                   VI.

                          Bisaccia la gentile[42]


                                           Napoli, 2 marzo.

Don Pietro[43], che aveva avuto il delicato pensiero di venirmi
incontro sino in Lacedonia, era un' eccellente compagnia. Veggendomi
taciturno, indovinò la mia preoccupazione, e vi tirò su il discorso.
Non vi dee spiacer troppo, disse, che qui incontriate tanta resistenza.
Un lavoro preparato da tanto tempo non si può disfare in un'ora; le
passioni sono accese, c'è molta tensione negli spiriti. Ci vuole il
tempo, e voi solo potete riuscire a conciliare gli animi se, accettando
la deputazione, volete fare questo bene al collegio.

Don Pietro parlava con quel tono naturale e sincero che ti guadagna
subito. Mi apersi tutto con lui.

«Non ricuserò, dissi, se mi persuado di poterlo fare questo bene. Ciò
che mi spiace, non è la resistenza, ma la rozzezza. La resistenza la
capisco, e me l'aspettavo; la rozzezza m'è cosa nuova».

«Pure vi dee piacere non dico la gentilezza, ma tante prove di
devozione e di affetto che vi dànno i vostri amici».

Io lo guardai commosso. Egli voleva dirmi che un sol tratto d'amicizia
basta a far dimenticare molti atti di villania. Mi dava così una
lezione con infinito garbo.

Del resto, aggiunse, a Bisaccia avrete un'accoglienza meno lontana
dalla vostra aspettazione.

E in verità, quando vidi venirmi incontro molti signori a cavallo, e
mi dissero che lì erano tutti, amici e avversarii, e quando trovai in
casa di don Pietro raccolto quanto in Bisaccia era di più eletto, senza
distinzione di parte, pensai a Rocchetta, e tornai sereno.

Non ricordo più, cosa mi dissero, e cosa diss'io. Morivo di sonno, e
domandai di lasciarmi dormire per un par d'ore.

Era la prima volta, dopo il mio viaggio, che dormii un sonno pieno e
riparatore. E debbo questo beneficio a don Pietro, che aveva con tanta
intelligenza curata la mia piaga. Quell'accoglienza lieta e schietta,
che mi fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e
atteso, m'ispirava una fiducia piena. Sentivo come fossi in mezzo alla
mia famiglia.

Mi lasciarono dormire. Quando mi svegliai, era già sera. Avevo
ricuperata la mia bonaria spensieratezza. Uscii nel salotto. Porsi la
mano al Sindaco[44], a' signori Rago, amici noti e fidi, ai fratelli di
don Pietro, bravi giovani[45], di cui uno passava per mio avversario,
a parecchi altri. Vidi con piacere tutto il Clero. Allato mi sedeva
l'arciprete[46], con cui mi scopersi parente, un uomo alla buona e
gentilissimo. Mi dissero tante cose amabili, e nessuno parlò a me di
elezioni, nè io loro. Tutti promisero di venirmi a sentire.

E Fabio Rollo? mi uscì a un tratto.

Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno de' capi più
risoluti di parte contraria. E avevo inteso a dire che era un giovane
distintissimo. Mi aveva fatta molta pena a vedere il suo nome tra
quelli dei membri dell'ufficio centrale, che nel primo ballottaggio
avevano proclamato eletto il mio competitore che era in grande
minoranza, e le ragioni addotte mi parevano cavilli di avvocatuzzo,
a' quali non vedevo come dovesse associarsi lui. Sola scusa era la
passione. E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e così
appassionato quell'uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e
generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io?

Ed ecco don Pietro presentarmi Fabio Rollo. Mi porse la mano con una
sicurezza che mi piacque. Non era nella faccia niente di quel sorriso
abituale e cerimonioso che hanno le facce sospette. Stava lì, semplice
e naturale, come chi non ha niente a nascondere, niente a mostrare. Me
lo dicevano un telegrafista[47]. Ma c'era lì dentro ben altra stoffa.

Venne l'ora del desinare, e la conversazione si prolungò molto tempo
dopo il pranzo. Mi sentivo così bene in quel cerchio allegro di amici.
Fabio prese subito il suo posto, divenne il protagonista. Spronato
da me, raccontò qualche episodio della sua vita. Era stato un bravo
soldato dell'esercito, aveva girato, veduto molto mondo. Faccia bruna
e asciutta, aria decisa, parola vibrata e incisiva come una spada.
Raccontò fra l'altro un episodio della Battaglia di Custoza, dove
s'era trovato lui. Nessun sogno di vanteria, nessun giro di frase,
niente di oltrepassato. Mi parve uno degli uomini più serii che avessi
conosciuto. Notai una tranquilla moderazione di giudizii e di parole,
che è il segno della virilità. Avevo innanzi un carattere.

Mi si parlò del castello di Bisaccia, dove si diceva era stato il
Tasso, e mi promisero di mostrarmi la stanza dove aveva dimorato.
Cadde il discorso sul _Diritto_[48], dov'era una corrispondenza in
mio favore, assai ben fatta, supposi opera pietosa di qualche amico,
scandalizzato della oramai famosa deliberazione di quei tre o quattro
del Comitato di Napoli, che si battezzarono maggioranza.

--Volete che la mandiamo attorno pel collegio?

--Oh: non importa. Io credo di avere più autorità che un giornale. Sono
io qui il giornale vivente.

--Se non foste venuto voi, che torre di Babele! Quella tale
dichiarazione...

--O piuttosto confusione, notò argutamente un altro. Perchè lì dentro
ci è un _ir_ e _or_, un entrare e uscire, e non sai se è divenuto o
rimasto.

--Rimasto, disse un altro. Perchè l'uomo non muta per mutar di nome, e
chi muta casacca, non muta anima.

--Bravo! diss'io; l'uomo è quello che lo fa la sua vita...

--Ma non innanzi al volgo, osservò don Pietro. Perchè il volgo si fa
imporre dai nomi, e non capisce che le apparenze. E come volgo sono i
più, questo mutar nome ti rinnova, massime se è un mutare a proposito e
secondo il vento.

In questo entra un uffiziale e va diritto alla stanza assegnatagli, con
un modesto riserbo che mi piacque molto. E cosa son venuti qui a fare i
soldati? domandai a don Pietro.

--Ora tutto è finito. Erano i contadini che volevano dividersi le terre
del Formicoso. C'è una quistione grossa qui sotto. Quistioni così fatte
vanno risolute subito. Se indugi, inveleniscono.

Ammirai il buon senso e il patriottismo di don Pietro, come avevo
ammirato il vigore e la serietà di Fabio. La conversazione cominciò
a languire, come avviene, quando tutti sono di accordo, e l'uno non
vuol dir cosa che spiaccia all'altro. Io poi di natura sono poco
comunicativo e poco atto a mantener viva una conversazione.

Il dì appresso, trovai tutto presto. Mi presi la solita mezz'oretta di
raccoglimento, e diritto alla casa comunale.

Sala piena. C'era lì, mi dissero, tutta Bisaccia. Girai un poco. Vidi
facce ridenti, benevole. Ricuperai il mio buon umore, e cominciai
subito:

«Debbo innanzi tutto ringraziarvi di vedervi tutti qui. E' un atto di
cortesia, che fa onore a questo paese, il quale d'ora innanzi chiamerò
Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa,
a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. Qui, in mezzo a voi, io mi
sento come di casa, e vi parlo alla buona e in modo affatto famigliare.
E vi dico subito l'impressione che in me fece la prima votazione,
dove ebbi pure sessantasette voti di maggioranza. Permettetemi che io
mi spieghi con un aneddoto. Nel 48, sorta la reazione, mi rifugii a
Cosenza[49]. Allora avevo molto orgoglio, mi tenevo uomo superiore.
Quando andavo in un _omnibus_, guardavo intorno e mi dicevo: eppure,
io valgo più di tutti costoro. Vivevo solo, non cercavo relazione e
mi dicevo: verrà un giorno che gli altri cercheranno la mia relazione.
Mi paragonava ai primi, e non me ne sentivo molto lontano. Capito in
Cosenza, e lì era primo un bravo canonico, che aveva fatto le sue
lettere nel seminario e biascicava latino. Ed ecco disputarsi, quale
de' due andava innanzi, se io o lui. E per misericordia mi accordavano
alcuni punti di più. E io riflettei che l'uomo andando in piccoli
centri impicciolisce, poniamo pure che vi sia tenuto il primo. Così
è avvenuto ora: anche voi avevate il vostro canonico, e mi avete
accordato alcuni punti di più. Io non domando a voi i voti, ma domando
a tutti la loro stima e la loro amicizia. Venite qui, Fabio Rollo;
venite qui e stringete la mia mano, mai mano più pura avrete stretta in
vostra vita».

Fabio, che era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò,
non ebbe il menomo imbarazzo. Venne diretto a me, e mi strinse la
mano, e io sentii che acquistavo un amico, di quelli amici che non ti
dimenticano mai.

La commozione era generale; gli applausi si prolungavano: cosa non
avrei fatto io allora per i miei elettori? Promisi che sarei il loro
deputato. L'esempio di Bisaccia, conchiusi, m'inspira fiducia che mi
acquisterò col tempo l'amicizia anche di quelli che rimangono tra' miei
avversarii.

La gioia era dipinta su tutti i volti. E anche sul mio. Mi sentivo
soddisfatto, ricompensato abbastanza dal mio viaggio.

La scena finì con un pensiero gentile. Don Pietro inviò al deputato
Mancini[50] questo telegramma:

«Bisaccia, facendo festa a Francesco de Sanctis, rammenta un'altra
illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria, onore della
provincia».

Sono i nostri capi naturali, riflettè don Pietro.

Mancini rispose, e non so cosa, partito già. Pure da uomo così gentile
argomento risposta gentilissima.

Poi mi condussero al castello, e mi mostrarono la stanza del Tasso[51].
Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che
aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo
grigio. Povero Tasso! pensai, anche nella tua anima il cielo era fatto
grigio. Che vale la bella vista, quando entro è scuro? Stetti un po'
affacciato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti,
che parevano nuvole, e mi davano l'impressione di quell'interminabile,
di quel lontano lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non
indovinavo l'uscita.

Volli partire subito. Temevo il tempo non si guastasse. Ed ecco
giungermi questo telegramma: «non partite; debbo comunicarvi cose
importanti». Che sarà? che non sarà? mormoravano. Sorrisi, e dissi: tal
cosa è importante per uno, che è frivola per l'altro. L'importanza è
secondo i cervelli.

Non c'è tempo a perdere, il tempo si metteva a pioggia. Partii. Si
accomiatò da me il giovane Castelli[52], da Rocchetta, un piccolo
atleta, dalle spalle quadrate, formidabilmente piantato, che m'aveva
fatto compagnia fin lì. Poche parole, aria, severa e schietta, amico a
ogni prova, mi sembrava un granatiere della vecchia guardia.

Mi accompagnarono molti a cavallo un buon tratto. E poi, addio.

Addio, Bisaccia, dove vidi qualche strada netta, e dove non vidi nessun
cencioso, che dimandasse limosina. Avevi anche tu i tuoi cenci, le tue
miserie e le tue discordie. Ma le occultasti come ne' dì di festa,
e mi accogliesti lieta e cortese. Molti gentili pensieri io colsi in
te. Quel garbo nella conversazione, quell'accordo de' visi, se non de'
cuori, quella semplicità e naturalezza di accoglienza, quella nessuna
giustificazione e nessuna vanteria, anzi quel non parlarmi punto
della elezione, e quel fare gli onori di casa all'ospite tutti; quasi
Bisaccia fosse stata una casa sola, oh! nessun pensiero gentile trovò
freddo il mio cuore.

Addio, Bisaccia la gentile.

NOTE:

[42] Comune di 7568 ab. _Cluverio_ ed altri antichi storici vogliono
Bisaccia edificata sulle rovine di Romulea, potente città degl'Irpini.

[43] V. nota precedente (Capaldo).

[44] Antonio Tenore fu Filippo.

[45] I fratelli di Pietro Capaldo: on. avv. Luigi, farmacista Vincenzo
e dottor Pasquale erano tutti pel De Sanctis, tranne l'ultimo che
parteggiava per l'avv. Soldi.

[46] Il canonico Michele Santoro.

[47] Fabio Rollo, figlio del notar Raffaele, era nato il 26 maggio
1842, e morì, cavaliere della Corona d'Italia ed ufficiale telegrafico,
il 4 gennaio 1900.

[48] Giornale napoletano, che, con _l'Italia_, ospitò molti articoli
politici del De Sanctis, raccolti poi in volume da _Giuseppe
Ferrarelli_, editore Morano Napoli, 1890.

[49] Fu ospite del barone Cozzolino, ma più tardi, imprigionato, stette
due anni nelle carceri di Castel dell'Ovo, e il 1851, lasciato libero
a Malta, andò a Genova, ove fu ben accolto dai mazziniani, e di là a
Torino.

[50] Pasquale Stanislao Mancini, altra gloria purissima dell'Irpinia,
nacque il 17 marzo 1817 in Castelbaronia dal celebre avvocato
Francesco Saverio e da Grazia Maria Riola. Morì il 26 dicembre 1888
nella villa reale di Capodimonte in Napoli, messa a sua disposizione
dal Re Umberto, che aveva per lui affetto di discepolo. Nel 1875, il
Mancini era deputato di Ariano di Puglia e Consigliere provinciale di
Castelbaronia.

[51] Si vuole che il Tasso vi abbia dimorato nel 1588, come ne
attesta MANSO nella _Vita del Tasso_. Cfr. più largamente GIROLAMO
ORLANDO-CAFAZZO, _Due Bisaccesi del secolo XVI_, Napoli 1910.

GIUSEPPE PORTIGLIOTTI, ne _La Lettura_ dell'11 novembre (A. XII),
circa il quadro di Bernardo Celentano «Il Tasso a Bisaccia», che si
ammira nella Galleria Nazionale d'arte moderna di Roma, narra quanto
segue; «Nel 1588 il Tasso accetta l'ospitalità larga e generosa
di un ricchissimo giovane napoletano, G. B. Manso, che più tardi
ne scriverà la _Vita_ seminandovi però a piene mani avvenimenti
romanzeschi. Pur nella pace del delizioso soggiorno campestre di
Bisaccia, ove si alternano liete partite a caccia e bei cori di musica
popolare, le allucinazioni non lasciano Torquato. Una sera, egli è
seduto col Manso accanto al fuoco e discorre con lui della propria
«frenesia», quando, a un tratto, con le pupille fisse in un angolo
della sala:--Ecco--esclama--l'amico spirito che cortesemente è venuto
e favellarmi: miratelo» E il Manso così prosegue nel racconto: «...
mentre io andavo pur con gli occhi attorno riguardando e non scorgendo,
ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi
che sia; perocchè, quantunque io non vedessi nè udissi altri che lui,
non di meno che le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano
quali si veggono essere fra coloro che d'alcuna cosa importante sono a
stretto ragionamento».

Il Tasso del Celentano è appunto in preda ad una di queste crisi
allucinatorie. Intorno, paggi e dame, le ombre, i silenzi, il verde di
una grande villa, le tremule iridescenze dei cieli autunnali. Da presso
e da lungi, a quando a quando, vengono melodie soavi e canti dolci.
Una bellissima giovane si appoggia al braccio del poeta, orgogliosa
della compagnia di lui. Ma ecco che egli si ferma, scorda la dama
che ha al fianco, la folla festevole che gli è attorno, l'incanto di
Bisaccia in quella mite giornata d'autunno. Con gli occhi spalancati,
le linee del viso atteggiate a terrore, egli fissa innanzi a sè, non
più certo l'«amico spirito», ma qualche larva paurosa. E la _facies_
dell'allucinato è resa magnificamente. La mano destra è portata agli
occhi e alla fronte come per scacciare la tormentosa visione.

Su quest'argomento v'è una larga bibliografia: Cfr. ANGELO BORZELLI,
_G. B. Manso_, marchese di Villa, Napoli Federico & Ardia 1916; B.
CROCE, _Critica_, del 20 settembre, '16, Bari Laterza; B. CELENTANO,
_Conferenza di P. Lubrano Celentano_, Napoli Pierro 1893. Il prof.
ANTONIO D'AMATO in un articolo su «La leggenda della dimora di T.
Tasso nel castello di Bisaccia» sostiene che l'infelice cantore della
_Gerusalemme Liberata_ non sia mai stato a Bisaccia. V. il n. 13-14
della «_Gazzetta Popolare_» di Avellino (a. XIV) del 23 luglio 1917.

[52] Il cav. Giuseppe Castelli, figlio della Luisa, già fidanzata del
De Sanctis, innanzi ricordata.



                                  VII.

                         Calitri la nebbiosa[53]


                                           Napoli, 14 Marzo.

Il tempo si faceva cattivo. La nebbia si levava. Il cielo era fosco.
Volammo più che andammo. E giungemmo che era ancor giorno.

Quella era la città nemica. Ivi erano i grandi elettori, i principali
avversarii. Mutare la posizione, non era possibile. Lì non c'era
equivoco, c'era partito preso. Ma, poichè ci si poteva andare in
carrozza, la mia andata colà era un segno di rispetto a quel paese. E
poi volevo salutare Giuseppe Tozzoli, mio collega, amico e compare, il
deputato uscente, ritiratosi dalla lotta con una nobilissima lettera
a me indirizzata. Affido a voi la mia bandiera, scriveva, e confido
che non ve la lascerete cadere di mano. Ed io avevo obbligo d'onore di
tenerla alta quella bandiera.

Avevo scritto al sindaco che andavo alla casa comunale. Ma il sindaco
non si fece vivo. Sapevo bene che era uno dei più saldi avversarii[54].
Pure il brav'uomo dovea comprendere, che io non m'era diretto alla sua
persona, ma al rappresentante del paese, al quale chiedevo ospitalità,
e che era della più elementare cortesia farmi gli onori di casa. E non
mi meravigliai che avesse dimenticato di restituirmi il biglietto di
visita di capo d'anno, mandato non a lui, ma al sindaco. Forse doveva
avere per me qualche antipatia. E confuse la sua antipatia col suo
ufficio di sindaco.

Ma se non vidi il sindaco, vidi il Tozzoli, con faccia allegra come
chi ti dà il benvenuto. Facevano ala, gentile pensiero del Tozzoli, i
fanciulli delle scuole, e uno mi si avvicinò, e mi recitò una poesia,
di cui m'è rimasto che invocavano me come angiolo tutelare del paese.
Ringraziai, e pensai: se i padri qui rassomigliassero un po' più a'
figli, la cosa sarebbe bella e fatta.

Vidi Calitri in un mal momento. La strada era una fangaia; ci si
vedeva poco, e un freddo acuto mi metteva i brividi. A sinistra era
una specie di torrione oscuro, che pareva mi volesse bombardare; a
destra una fitta nebbia involveva tutto; l'aria era nevosa, e il
cielo grigio tristamente monotono. Salii a una gentile piazzetta,
e passando sotto gli sguardi curiosi di molte donne ferme lì sulle
botteghe, volsi a mancina in una specie di grotta sudicia che voleva
essere un porticato, e giunsi in casa Tozzoli. Mi stava in capo che
Calitri doveva essere una grande città e molto ricca; i Berrillo, i
Zampaglione, i Tozzoli[55] erano i nomi grossi della mia fanciullezza,
e mi pareva che la città dovesse corrispondere alla grandezza di quei
nomi. A quel ragguaglio la mi parve cosa meschina. Ciascuno fa il luogo
dove si trova, a sua imagine. O come questi cittadini, che dicono così
ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla
degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade
erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi
giunge nuovo; le strade sono pel paese quello che il vestire è per
l'uomo. A tavola, cercai con garbo investigare le condizioni morali
del paese, ma ne cavai poco. Frizzi, sarcasmi, ironie s'incrociavano
de' presenti contro gli assenti; c'era lì del guelfo e del ghibellino,
lotta di famiglie lotta d'interessi, passioni vive e dense, col nuovo
alimento che viene da' piccoli centri, dove non si pensa che a quello
solo. Gittarmi entro a quell'incendio mi pareva pazzia. Parlai discreto
e modesto e mi volsi al Tozzoli, e cercai altra materia, e cominciammo
a politicare. Lui era giovine sinistra, cioè quella sinistra del 65,
composta il più di ricchi proprietarii, e di notabili locali, che
gittarono giù la così detta consorteria e vennero al Parlamento a
protestare contro la cattiva amministrazione. Stranieri alle lotte
politiche, uomini nuovi, come allora erano chiamati, conservatori
per posizione e per educazione, espressione per lunga esperienza
degl'interessi meridionali e locali, accettarono i nuovi ordini, e
divenuti partecipi della vita italiana furono co' piemontesi della
Permanente e con gli amici del Rattazzi la base di quella opposizione
costituzionale, senza di cui non è possibile un governo regolare.
Molti antichi e rispettati patrioti allora rimasero sul terreno, e se
ne dolsero; e non pensarono che quella vittoria degli uomini nuovi,
attirati nella vita italiana, se era in apparenza una reazione contro
una soverchia e troppo affrettata unificazione che spostava tanti
interessi, era nella realtà un gran progresso. E se alcuni biasimano me
di avere alzata quella bandiera, io me ne tengo, anzi considero quello
come il mio più meritevole atto politico. E l'importanza del fatto fu
anche in questo, che quegli uomini nuovi, i quali in condizioni normali
sarebbero andati naturalmente a cadere in mezzo alla destra, per la
natura del movimento impresso agli spiriti poggiarono a sinistra, e
divennero un motore non piccolo al compimento dell'unità nazionale. A
quel tempo m'era a' fianchi il Tozzoli, giovine intelligente e operoso,
e fu tra quelli che ebbe più chiaro il concetto di quel moto politico.

E ora si tratta di condurre quel moto alla sua naturale conclusione,
disse lui.

Una opposizione correttamente costituzionale non l'abbiamo ancora. Il
nome non basta, ci vuole la cosa.

Hai ragione, diss'io. Però un passo notevole si è fatto, quando in
Parlamento si è parlato alto e chiaro ad amici e ad avversarii.

Lui sorrise, poi aggiunse: i nomi sono nomi, e i discorsi sono
discorsi. Tutti dicono a un modo; bada a quello che fanno. Se per
esempio alcuni facessero i rossi a Napoli e i moderati a Roma, saresti
contento? se alcuni si chiamassero opposizione costituzionale, e
usassero linguaggio contrario, estremamente scorretto, ne' loro
giornali, saresti contento? Ora il pubblico si è svezzato, e non lo
puoi più abbindolare co' nomi, e non ha fiducia quando i fatti non vi
rispondono.

Molto di vero e di savio era in queste considerazioni. Poi mi fece le
più calde istanze, perchè accettassi la deputazione di quel collegio.
Non badare al numero dei voti, diceva; la forza delle cose è tale, che,
ove accetti, nessuno poi ti farà più opposizione. Io rimasi pensoso.
Ritiratomi, scrissi lettere a Teora, a Conza, a Sant'Andrea, dove, cosa
incredibile, ma vera, non si potea andare in carrozza, sicchè tutto un
mandamento era come sequestrato dal collegio. Feci le mie scuse, come
le avevo fatte a' sindaci di Aquilonia e Monteverde[56], paesi che si
trovano nella stessa condizione. E scrissi a tutti compendiosamente
quello che ero andato qua e là discorrendo a voce. Mi allargai alquanto
nella lettera a Romualdo Cassitto, vecchio e provato patriota,
presidente dell'ufficio elettorale del mandamento di Teora.

La mattina mi levai tardi. Sentivo già la stanchezza di quella vita in
moto continuo, con tante emozioni. Stetti raccolto la mia mezz'oretta.
Poi uscii. Trovai nel salotto molta gente. Mi fu presentato
Berrillo[57]. Il sindaco? diss'io, stendendogli la mano. No, il sindaco
è prete, dissero. Guardai quel Berrillo, aria distinta e civilissima. E
lo ringraziai della visita. La condotta del sindaco m'aveva così male
impressionato, ch'ero divenuto sensitivo ad ogni menoma gentilezza[58].
Domandai dell'arciprete; ch'era come dire: perchè non viene a vedermi?
Seppi ch'era malato, e mi rimprovero di non essere andato io da lui.
Ma in quella confusione mi scappò. Preti, uno, o due. E pensai che non
dovevo essere appo loro in odore di santità. Come mi avranno dipinto
qui! Ma, mi sentiranno.

E mi avviavo già alla casa comunale, quando mi fu porta una lettera del
sindaco. Diceva così:

«Se lei vuole venire nella casa comunale, padronissimo, ma la prevengo
che non permetterò che vi si tengano riunioni elettorali politiche».

Lessi e rilessi, e tutti mi guardavano, come volessero cogliere nella
espressione del mio viso il senso della lettera. Il sindaco l'ha fatta
grossa, diceva il mio viso oscuro e contratto. E senza più, lessi ad
alta voce quella lettera modello.

Non è che questo? disse uno. Venga, andremo in casa dell'assessore. E
io m'avviai macchinalmente con gli altri.

Questa prontezza di risposta m'era indizio che gli amici avevano
qualche vento di quella strana risoluzione, e avevano tutto
apparecchiato in altra stanza. Vidi per via gente aggruppata, che mi
guardavano, in atto rispettoso, ma freddo. Entrai, trovai il salotto
già pieno, e nella stanza attigua affollati i fanciulli delle scuole,
ingegnosa idea per far numero e palliarmi l'assenza degli avversarii.
Ma la cattiva impressione l'avevo già ricevuta in Lacedonia, ed era
già in parte scontata, sicchè mi parve cosa quasi regolare. Indovinavo
quali passioni dovevano impedire quegli abitanti di trovarsi uniti
nello stesso luogo. E cominciai subito.

«Io vengo qui con un cielo fosco, come sono i vostri animi. E non
vengo già ad accattar voti, ad acquistarmi aderenti: siete voi che
dovete conquistare me. Deputato di altro collegio[59] a cui mi lega
lunga e salda comunanza di pensieri e di sentimenti, prometto di esser
vostro, e la condizione è in vostra mano: unitevi tutti, rimanga il
mio nome alto sulle vostre divisioni locali. Io ve lo scrissi già;
l'equivoco non era possibile qui. Io scrissi: se tutta intera la mia
vita spesa a illustrare la patria non vale a dare al mio nome tale
autorità, che stia fuori delle vostre passioni locali, a che giova il
mio nome? Gittatelo nell'Ofanto, e dimenticatemi per sempre». Questo
era il significato della mia elezione, così solo potevo essere utile,
questo sentì quel giovinetto, che m'invocava ne' suoi versi, e diceva:
siate per noi l'angiolo della Pace. E non voglia Dio che un dì si abbia
a dire che qui i fanciulli mi compresero meglio de' padri loro co'
capelli bianchi. Del resto, questo è il progresso; i giovani saranno
migliori de' padri; anche per Calitri verrà il progresso. Guardate lì
il sole, che si eleva e caccia e abbassa le nebbie; io saluto il sole
di Calitri, che dissiperà le vostre nebbie, e saluto questi giovinetti,
la nuova Calitri, sede di civiltà e di gentilezza.

Non mancarono gli applausi, e ciò che mi piacque più colsi una
commozione, che in alcuni giunse fino alla lacrima. In verità, io non
spargeva su quel paese rose e fiori. Le punture erano delicatissime, ma
erano punture. E quello averle sentite era già un avviamento alla nuova
Calitri.

La sera dovevo essere in Andretta. E vuol dire che dovevo rifare la via
e poi farne quasi altrettanto. Mi si facea fretta, e anche io avevo
fretta. Sicchè poco poi ci rimettemmo in cammino.

Con molto seguito di amici attraversai il paese, guardato questa volta
dal popolo con maggiore espansione. Notai nell'aria e nei modi una
serietà che mi fece buona impressione. Alcuni popolani stavano lì ritti
sulla piazza con una gravità di senatori romani. Dev'essere un popolo
tenace e lavoratore, a testa alta, e ne augurai bene.

Mi dissero che i carabinieri, volendo fare gli onori al deputato, si
offrivano ad accompagnarmi. Del pensiero gentile mi compiacqui e dissi:
«deputato, tengo ad onore l'accompagnamento de' reali carabinieri;
ma qui sono candidato, e non voglio nulla di mezzo tra me e i miei
elettori. Vogliate loro esprimere i miei ringraziamenti». E feci in
mente un curioso paragone tra quel sindaco che non rispettò in me nè la
mia persona, nè il mio grado, e non mi tenne degno di alcuno onore, e
quei carabinieri così civili, che ebbero un pensiero tanto delicato.

Scesi sulla strada, dove ci attendevano le carrozze, mi volsi a
guardare la nemica città, e rividi quel torrione fatto oscuro da'
secoli, che mi guardava minaccioso, quasi volesse dirmi: qui sarai
sconfitto. Ed ecco un corriere tutto anelante, che ci annuncia
l'arrivo di parecchi elettori di Sant'Andrea, i quali, avuta la mia
lettera, venivano a farmi visita. Giunsero poco poi, affannati e
ridenti. Vidi facce espansive e sincere. Quella brava gente si sentiva
felice di esser giunta a tempo, venuta di così lontano, e di vedermi e
di stringer la mia mano. E mi riferirono che Sant'Andrea era tutta per
me, e quasi tutta la storica Conza, com'io l'avevo chiamata, e in gran
parte anche Teora[60]. E io ebbi un momento di superbia, e mi rivolsi
a quel torrione minaccioso, e dissi: Calitri mi vuol bombardare, e
sarà bombardata, e la nostra vittoria sarà vittoria sua, sarà la prima
pagina della nuova Calitri.

Poi risi io stesso di quella bravata; e fattomisi cerchio intorno,
mentre io prometteva una visita quandochessia al mandamento di Teora,
ecco venire a corsa un altro, e portarmi... i biglietti di visita
dei signori Zampaglione, i ricchissimi di quel paese. E dire poi che
Calitri non fu gentile!

Anche per Calitri verrà il progresso. E forse un giorno qualche
fortunato mortale scriverà un nuovo capitolo, intitolato: il Sole di
Calitri.

NOTE:

[53] 7542 ab.

[54] Era infatti il sac. Pasquale Berrilli, inviso alla parte popolare
di Calitri.

[55] I Berrilli, i Zampaglione e i Tozzoli sono le tre famiglie quasi
feudali di Calitri.

[56] Questa lettera venne recapitata dal pro-sindaco del tempo, dott.
chimico Antonio Capobianco, il quale chiese ed ottenne più tardi che
il De Sanctis visitasse la sua Monteverde. In quell'occasione le
accoglienze furono assai festose.

[57] Il cav. Giuseppe Nicola Berrilli.

[58] V. nota a pag. 53.

[59] Sansevero

[60] Quando venne ripristinato il Collegio uninominale i Comuni di
Teora, Conza, Sant'Andrea e la stessa Morra vennero aggregati al
Collegio di S. Angelo dei Lombardi; e, in loro vece, vennero aggiunti
al Collegio di Lacedonia, Castelbaronia, Trevico, S. Sossio Baronia,
Carife, Vallata e San Nicola Baronia.



                                  VIII.

                         Andretta la cavillosa[61]


                                           Roma, 22 marzo

Così ho inteso qualificare questo paese da alcuni, a cagione delle
proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un
sottile spirito avvocatesco. E niente è più contrario alla mia natura
schietta; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e
quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l'errore o il torto o la
sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare,
questo è il segno della vera forza de' popoli e degl'individui. Alcuni
tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d'ingegno, anzi lo
spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa
trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio,
esprime anche la menzogna per rispetto all'ingegno, è un falso ingegno,
sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I
grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della
mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso
s'impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso,
e il difetto di uno apparisce difetto di molti. L'epiteto dunque che
ho inteso da alcuni dare ad Andretta, è una figura rettorica, un
soverchio generalizzare, e va riferito più propriamente a qualcuno
troppo ingegnoso di quel paese: rendiamo giustizia al merito.

Andretta è il capoluogo del mandamento di cui fa parte la mia terra
nativa, ed è forse il primo nome di paese che imparai nella mia
fanciullezza. Affacciato al balcone di casa mia dicevano: guarda quel
paese lì dirimpetto sul monte, si chiama Andretta.

Era da quarant'anni che non l'avevo più vista, e ora ci stavo già in
fantasia, presago delle liete accoglienze, e col core pieno, impaziente
di riversarsi. Lì poi, dicevo, sono come in casa mia, e non vi troverò
più avversarii.

Rifatta la strada di Calitri, giunsi ad una svoltata, che mena ad
Andretta. Ci fermammo alcuni minuti. Il bravo Ciminale, che mi aveva
fatto con lauta gentilezza gli onori di Casa Ripandelli, si congedò.
Don Pietro, che aveva voluto accompagnarmi a Calitri, ripigliò la via
di Bisaccia, dispiacente che non s'era dato avviso del mio arrivo
agli amici di Bisaccia, i quali avrebbero voluto risalutarmi. Strinsi
la mano a quel giovine egregio, che non dimenticherò più, fiore di
cortesia.

E via per Andretta. Avanti, avanti. Non si parlava, si correva col
pensiero insieme co' cavalli.

Era ancora giorno, quando sentimmo venire a noi una cavalcata tutta
festosa, con l'aria di chi dicesse; finalmente! Era innanzi il
Sindaco[62], che scese subito e mi salutò in nome del paese. Giovine
bruno, bassotto, con gli occhi di un fuoco concentrato, tutto gesti e
attacchi, e con un piglio di me ne rido.

Più avanti incontrammo in carrozza Giambattista Mauro, cima di
galantuomo, compagno di casa e di studio della prima giovinezza.
Entrammo in Andretta tra gli spari ed i viva, e il core mi batteva,
come se rivedessi mio padre dopo lunga assenza. Avrei voluto con una
sola abbracciata stringere al mio cuore tutti.

Camminando per vie strette ed accalcate, mi volsi indietro a un gran
vocìo. Era un diverbio tra il sindaco e un altro[63], e si regalavano
parole poco belle, e la gente faceva ressa intorno, contenuta appena
da due carabinieri, che sembravano fra quelli i meglio educati. Rifeci
i passi. M'informarono che alcuni volevano gli spari e i viva; e
alcuni non li volevano. «E questi hanno ragione, dissi, gli spari sono
roba da medio evo, smettete. Non è così che si onora de Sanctis». I
carabinieri mi sorridevano, vedendo in me l'amico dell'ordine e della
legge. E quell'altro, tutto glorioso che gli avevo dato ragione, mi
si pose ai fianchi, e come da un luogo inviolabile, ne diceva delle
belle al sindaco, che stava un po' innanzi. Costui, poco paziente
per natura, frenato appena dalla mia presenza, sotto la percossa di
quel linguaggio, ora levava le spalle, disprezzando, ora faceva il
sordo, ora si volgeva improvviso con certe contrazioni nella faccia, e
guardava me. Cercai di rabbonirli. «In questo paese, dissi, si è troppo
lesti alle parole, e parola poco misurata genera fatti simili». Ma io
sono l'Autorità, ribatteva il sindaco, sono l'Autorità, si dee in me
rispettare l'Autorità. Che? che? diceva l'altro, guardate che bella
Autorità! e lo indicava col braccio teso, e quel braccio teso diceva
come una carta di villanie. Il sindaco, posto tra il suo rispetto verso
di me, e la sua natura più provocatrice che tollerante, non resse alla
pena, e sbuffando andò via. Scrisse poi al sottoprefetto: tumulti
in Andretta: mandate carabinieri. Così quel tafferuglio fu alzato a
dignità di tumulto.

Intanto quell'altro mi stava attaccato a' fianchi, e mi disse: Stasera
dovete venire in casa mia--E chi siete voi?--Sono Alvino--Questo nome
non mi giunge nuovo. Ricordo Domenicantonio Alvino--Appunto. E io sono
di quella famiglia.

Lo guardai. Mai più non avrei ravvisato un Alvino in quelle spoglie.
Aveva la camicia poco amica del bucato, di tela ordinaria, con lo
sparato aperto, anzi spalancato, e i capelli scarmigliati, e la barba
incolta, e viso e mani di una nettezza dubbia. Non potevi dirlo un
contadino, perchè aveva quella certa aria di distinzione, che dà la
coltura, e a vederlo così non potevi dirlo un gentiluomo. Poteva
essere un eccentrico, come Diogene. Aveva poi certi occhi equivoci che
volevano essere carezzevoli.

In casa mia è stato il vostro nipotino parecchio tempo, mi diceva con
quel tono impaziente di voce, che voleva significare come non lo sapete?

--Ma io vado in casa Mauro. Sapete pure che con Giambattista ci siamo
cresciuti insieme.

Ma io non vi dico di no. Dico solo, che veniate ora a casa mia, dove
vi attendono parecchi elettori. E se volete condurre con voi Mauro,
padrone, abbiamo bisogno di domandarvi tante cose.

--E appunto per questo vengo io. Domani parlerò a tutti gli elettori.
Venite nella casa comunale.

--Per far piacere al sindaco?

--Cosa ci entra qui il sindaco? La casa comunale è casa di tutti.

--Bene. Venite ora a casa.

E non fu possibile tirarlo di là. Il senso delle mie parole era: ma vi
par discrezione codesta, dopo una giornata così faticosa, quando ho
bisogno di riposo, e non di venire a battagliare con voi? E non glielo
potei far comprendere.

--Dunque venite.

--Dunque verrò.

Mi piaceva che i miei avversarii di Andretta non si tenevano celati,
anzi desideravano di vedermi e di udirmi. E ne trassi un buon augurio,
con la facilità solita di fabbricare il mondo come lo vogliamo.

Pensai dunque, così stanco come ero, di soddisfarli. E preso con me il
sindaco di Morra che li conosceva tutti, vi andai.

Entrai in un salotto abbastanza decente, dove potevano star raccolti
una settantina di elettori: così giudicai a occhio. Stavano seduti,
in aria grave di giudici. Caspita, pensai, costoro pigliano sul serio
la loro sovranità. Alvino mi accompagnò a un tavolino là in fondo,
con tappeto verde, e m'invitò a sedere. Io ero stupefatto. Venivo di
così lontano, dopo tanto tempo, tra' miei concittadini, e immaginavo
strette di mano e abbracciamenti e volti ilari. Quella, pareva a me,
doveva essere una festa di famiglia. Vengo io a visitar voi, avevo
detto entrando, e nessuno rispose, nessuno capì nè la gentilezza, nè
il rimprovero ch'era in quella frase. Stavo lì, solo, col capo tra due
candele, che illuminavano me, come si fa innanzi ad una immagine. Ma
io poco vedeva loro, e quella luce equivoca, quella metà della sala
quasi buja, quella selva di teste appena illuminate e sparenti a poco
a poco nelle tenebre, quella immobilità, quel silenzio, mi rendeva
somiglianza a qualcuno di quei misteri, che si rappresentavano al
medio evo. Fosse qui una setta? o mi trovassi tra Massoni? Ricordai
carbonari e calderai, di cui ci parlavano a voce bassa i padri nostri.
Stavo per aprir bocca quando alla mia sinistra un giovane[64] seduto
pure lui solo dietro un tavolo, a cui non mancavano il bel tappetino
verde e le due candele, si levò e con aria solenne incominciò a dire.
E mi disse le più insolenti impertinenze, con un fare naturale, con
una voce placida, come mi offrisse zucchero. Un tratto, mi levai
e diedi un pugno sul tavolo. Ma l'amico non mosse collo, e tirava
diritto placidamente, come la cosa non riguardasse lui. Talora non
si rammentava, talora ripigliava la frase, non ben sicuro di sè, e
tutto dentro in quello che s'era apparecchiato a dire, era più facile
tagliargli la lingua, che farlo dire altrimenti. In ultimo, vuotato il
sacco, con un tono di voce mellifluo si scusava, e sperava ch'io non mi
tenessi offeso.

Avevo riconosciuto l'oratore[65]. Era un bravissimo giovane, che
m'aveva, lui per il primo, offerta la candidatura. E ora lui medesimo
era lì a sciorinarmi tutta quella filatessa di ragioni, che adducevano
gli avversarii a scusa e a pretesto. Sul principio mi si oscurò il
volto; poi visto l'inesperienza e la placidezza dell'oratore come di
chi ha poca coscienza della gravità di quelle accuse, ridevo dentro
di me, soprattutto veggendo sbuffare il sindaco di Morra, pallido di
collera.

Risposi e non fui mai così veemente, così persuasivo. Tenevo a vincere
quella resistenza, ad avere intorno a me concorde almeno il mio
mandamento. Sentivo l'uditorio diviso; secondo che io andava dissipando
tutti gli equivoci ammassati sul mio cammino, molti se ne compiacevano,
altri restavano accigliati, ed erano i sopracciò, i più autorevoli.
Costoro, veggendosi scappar di mano il gregge, lo contenevano con gli
sguardi, co' cenni, specialmente quando alcuni si arrischiavano a
dirmi un: Bene! Se volevano provarmi che lo spirito di parte elevato
a spirito settario rende la mente ottusa ad ogni evidenza e ad ogni
eloquenza, ci riuscirono.

Eppure cosa è l'uomo! Non sapevo difendermi di una certa ammirazione
innanzi a quella inflessibilità, inesorabile come un calcolo. Ed era
in virtù di un calcolo, che quelli comandavano alla volontà e la
riducevano una macchinetta aritmetica. Prima spacciavano essere il mio
nome una comparsa e che disprezzavo il collegio, e non volevo saperne
di loro. E quando poi videro, malgrado ciò, la mia candidatura divenir
seria, la resistenza fu appassionata, incivile, cavillosa. Il loro
calcolo, o forse del loro principale che li comandava col telegrafo,
era questo, di pungermi nel mio amor proprio, nella gentilezza della
mia natura, e farmi maledire il momento ch'ero entrato in quel ballo
ignobile. E ora, venuto io, mancato ogni pretesto, le istruzioni
erano quelle medesime, come avevo visto in Lacedonia e in Calitri,
e vedevo sotto una forma più provocante in Andretta. Il calcolo
avrebbe fatto onore ad un gesuita, ma gli mancava la base, fondato su
di una imperfetta conoscenza del mio carattere. Lo ingegnoso autore
dimenticava quanta vena di disprezzo e d'orgoglio era nella mia
natura, e quanta energia sarebbe uscita di quella vena. E in verità se
l'elezione fosse corsa liscia, poco avrebbe attirata la mia attenzione,
e forse le cose sarebbero andate altrimenti. Ma quell'accanimento mi
svegliò, visto in quistione anche innanzi alla Camera l'onor mio e
de' miei amici e dei miei elettori, che ignobili cavilli rendevano
sospetti di brogli. A poco a poco nel mio spirito a quella lotta
mezzo incosciente degli elettori si sostituì una lotta cosciente di
due anime, e volevo vederla spirare quell'anima lì innanzi a me. In
questo c'era del satanico; ma non voglio parer migliore che non sono; e
scrivendo, la sincerità è un obbligo, e soglio mostrare tutte le nudità
del mio cuore. Quel voler giocare con le mie affezioni più sante e più
delicate me le rendeva più vive quelle affezioni, e purificava il mio
orgoglio e mi sublimava, addivenuto quasi il loro custode e il loro
vindice. Sicchè quel gioco riusciva a un effetto contrario, e si vide
ancora una volta, come gli uomini a forza di abilità riescono inabili,
e talora sciocchi.

Giunto a mezzo del discorso, e propriamente alle cavillose proteste
di Andretta, vidi il protestante[66] che mi stava quasi di rimpetto,
e gli dissi pacatamente: quelle proteste non andavano fatte, certe
cose, vere anche, non vanno divulgate, quando ci va di mezzo il decoro
della patria. Pure vi ringrazio; perchè senza quelle proteste non sarei
vostro deputato, risoluto come ero di accettare Sansevero, e a nuova
elezione forse quell'altro sarebbe ito alla Camera.

Rimase stupito di un effetto così contrario alla intenzione, e forse
in cuor suo dovè chiamare una bestia il sottile architetto di quei
cavilli. Ah! povero innocente! E forse non comprese neppure l'ironia
del mio ringraziamento. Ma non sanno quello che fanno, diceva il Cristo.

Finii e nessuno fiatò, e l'oratore non rispose. Erano convinti?
alcuni sì, le loro facce si spianavano. Notai fra questi l'oratore,
e gli diedi una stretta di mano. M'avviai per uscire, e dissi così
camminando: badate che un solo voto contrario qui, nel mio mandamento,
mi sarà un colpo di pugnale. Rimasero un momento come percossi, e
tirarono il collo indietro.

--Ma via diteci la verità, sarete proprio nostro deputato?

--E ancora ne dubitate? da voi dipende.

--E poichè dipende da noi, dovè dire in cuor suo qualche biricchino,
vuoi star fresco. Te ne daremo dei colpi di pugnale, te ne daremo.

Tornato a casa, mi gittai sul letto e mi addormentai. Le immagini
giocavano nel cervello. Ed ecco, di una in un'altra, balzarmi avanti
l'oratore, e fare il mio panegirico in tutta regola, e il protestante
battere le mani e gridare: Onore al nostro deputato, al gran patriota,
al grande scrittore! E mi vedevo molta folla intorno, e tutti mi
applaudivano, e il mandamento era lì tutto intero, e pareva una persona
e una voce.

Mi svegliai. Era un sogno! Ma i sogni, dicono, sono presagi.

Forse un giorno costoro mi saranno tutti amici. E io sarò il loro
migliore amico.

NOTE:

[61] Comune di 4021 ab.

[62] Il farmacista Raffaele Martucci.

[63] Il dott. Michelantonio Alvino.

[64] L'avv. Francesco Pennetta.

[65] V. n. pag. 65.

[66] L'avv. Francesco Pennetta, che fu pure l'oratore contrario.



                                   IX.

                             L'ultimo giorno


                                           Napoli, 27 marzo.

Quel sogno era stato un adulatore. E come me ne compiacqui! In veglia
la villania, in sogno l'apoteosi. Quel sogno era il mio amor proprio
offeso che protestava contro gli atti villani e si decretava il trionfo.

A una certa età si comincia a rimbambire. O per usare una frase più
rispettosa verso l'amor proprio, a una certa età ritroviamo gli
affetti e i luoghi della prima giovinezza. In quel momento una buona
accoglienza in Andretta valeva per me qualche cosa più che una buona
accoglienza a Parigi. Il disinganno fu amaro, e quel sogno era la mia
protesta e la mia vendetta, e me ne compiacqui. Poi, esaminandomi bene,
arrossii di quel compiacimento, e vi trovai più vanità che orgoglio,
anzi una fatuità puerile.

Però siccome in fondo a ogni orrore si trova la verità, quel sogno,
spogliato della sua ridicola esagerazione, voleva in sostanza dir
questo, che quella gente non l'aveva proprio con la mia persona, che
la era sotto l'incubo di passioni locali e provinciali, travagliata ed
educata abilmente a quel modo per parecchi anni; che ostinarsi ora in
quella via era un puntiglio, o con parola più nobile un punto d'onore,
e che, finita la lotta, e lasciate le cose al loro andamento naturale,
noi eravamo tutti predestinati ad essere amici. Sicchè da quel sogno
mi venne un bene e fu di purificare il mio animo d'ogni amarezza, e
dispormi a guardare le cose con uno sguardo più tranquillo e più giusto.

Sentii dunque con tutta serenità le notizie di quell'ultimo giorno.
Il figlio del mio competitore[67], un bravissimo giovane, di cui non
avevo inteso dir che bene, mi andava disfacendo alle spalle in occulto
quel lavoro che avevo fatto in palese. Piovevano nel collegio da
parecchi giorni circolari, lettere e telegrammi in nome del comitato
di Sinistra e dell'associazione del Progresso che quella buona gente
confondevano insieme. E nessuno capiva un'acca di quella storia. «Cosa
è quest'associazione del Progresso? mi domandavano. La si dovrebbe
chiamare regresso, poi che combatte De Sanctis». Il loro buon senso
rimaneva offeso, veggendomi con tanta persistenza combattuto da
colleghi ed amici. Quelle lettere col timbro non mancavano di produrre
un certo effetto sui semplici. Ma poi si ribellavano. Alcuni reagivano,
e facevano risposte violente. Una finiva così: «Tenetevi voi il vostro
amico, noi ci teniamo De Sanctis». Altri facevano gli occhioni e non
si raccapezzavano. Chi rideva, chi s'incolleriva. Messi e corrieri
attraversavano il collegio in tutte le direzioni. A tarda sera erano
giunti in Andretta alcuni, e comunicate le istruzioni, proseguivano
per Teora. Qui erano giunti da Avellino amici ed avversarii, e si
contendevano aspramente il campo.

Non c'era che dire. Gli avversarii erano disciplinati, e ubbidivano
alla consegna come soldati. E riflettei all'inconveniente dei piccoli
collegi, dove un volgare cospiratore può far giocare come macchinette
quel piccolo numero di elettori che gli basti a vincere. E non aveva
poi tanto torto il mio teologo.

Il salotto era già pieno. Trovai lì mezza Cairano. Che bel vedere era
quella brava gente, venuta di lontano, e ora col viso aperto, con
gli occhi lieti, con le mani tese! Cairano non l'avevo visto mai.
Pure sentivo che colà dovevano volermi un gran bene, e non conoscendo
nessuno, stetti in mezzo a loro, come conoscessi tutti da lunghissimi
anni. Pure avevo una spina. E giravo gli occhi, e non vedevo nessuno
di quelli che avevo visitato in casa Alvino. E mi giunse una lettera
del giovine oratore, nella quale m'informava come qualmente il Comitato
che li dirigeva, contro il suo avviso, aveva loro vietato di venire
nella casa comunale. Prometteva però che dopo il mio discorso sarebbero
venuti a visitarmi, e mi faceva tante scuse, e mi esprimeva la sua
stima, anzi la sua venerazione. Oimè! diss'io, costoro hanno pure un
direttorio. E compatii al povero oratore, che voleva non disgustar me e
non disubbidire a quelli. In quest'oblìo delle più volgari convenienze
concepii cosa sono le passioni settarie.

Mi avviai alla casa comunale con grande accompagnamento di elettori. Lì
presso vidi due fanciulli, tirati dalla curiosità, e con l'aria di chi
faccia cosa proibita. Al mio comparire sulla piazzetta l'uno si tirò
indietro, come per darsela a gambe, e l'altro guardava me che andavo a
lui, con un certo sdegno negli occhi, e con un certo riso sardonico,
che non poteva uscire sulle labbra, tenuto indietro, rispetto o paura
che fosse, e che pur dava alla sua fisonomia una espressione ironica.
Era un bel fanciulletto[68], e mi pareva in quell'atteggiamento un
piccolo Farinata. Che gran male gli avranno detto di me! pensai, e lo
presi per mano, e gli dissi: «chi è tuo padre?--Miele.--Ebbene, ti
auguro che sii migliore di tuo padre». Quel motto era una riminiscenza
de' fanciulli di Calitri, i buoni padri debbono desiderare figliuoli
migliori di loro. Pure, preso alla lettera, quel detto poteva
sonare una ingiuria, e lo spiegai subito a' vicini per tema che mi
attribuissero una così bassa intenzione.

Entrai. Sala pienissima, grande aspettazione. Sbirciai verso la porta
quel tale amico Diogene, che a volte faceva capolino dentro, situato in
modo il nostro filosofo da poter dire di esserci e di non esserci. Non
uno di quei della sera. Il Direttorio era stato ubbidito. Vidi però con
piacere qualcuno di Cairano ch'era lì malgrado il Direttorio e glie ne
tenni conto.

Cosa dissi? Poco me ne rammento. Avevo già detto la sera tutto quello
che era a dire. E a ripetere non mi ci trovo. Non ho mai ripetuta una
lezione. E un dì che gli studenti vollero un _bis_, riuscii freddo e
sguaiato, pur dicendo quel medesimo che il dì innanzi aveva mossi tanti
applausi. Doveva ora dire altro o trattare la stessa materia in altro
modo. Ma non ci ebbi tempo, nè voglia.

Avevo innanzi un uditorio simpatico, già commosso e mezzo intenerito,
gli applausi erano in aria, prima che aprissi bocca. C'era in quel
punto una specie di parentela tra le nostre anime, m'indovinavano
prima che compissi il pensiero, e applaudivano e non si saziavano di
applaudire: l'affetto rendeva veloce l'intelligenza. Abbandonato al
caso, commosso, smarrito, trasportato come un fuscello di paglia in
mezzo alle onde, io mi sentiva dolcemente annegato nel mio uditorio. Mi
pareva che non parlass'io: o piuttosto ch'io fossi una eco, una voce
del coro; così mi sentivo uno con tutti. Posso io rifare quei momenti
deliziosi? rigenerare con la volontà quella generazione spontanea?

Tornai tutto esaltato in me. Lo avevo detto spesso: ma allora mi
sentivo davvero tra miei concittadini. Dall'alto di quel piedistallo
che mi aveva alzato il loro affetto, quanto mi parevano piccoli i miei
avversarii!

La folla mi seguiva nel salotto, e stavo così bene in mezzo a
quell'amabile confusione, prodotta da un affetto impaziente, che tutti
nello steso tempo volevano espandere. E viene a me quel caro Mauro, il
padrone di casa, zitto, zitto, piano, piano, e mi tira in disparte, e
mi susurra all'orecchio ponendosi l'indice sul labbro, che mi pareva
don Abbondio, quando diceva: per amor del cielo! Cosa è nato? dicevo,
alzando la voce, e mezzo stordito. E lui: Mio cognato! e mi tirava,
guardandomi con certi occhi pietosi e abbassando più la voce.

Questo signor cognato era giunto di Avellino, ed era il capo nominale
della parte avversaria, bonomo, tenuto un pezzo grosso in paese, e vano
di quell'onore, di esser dietro lui il capo. Ora il signor cognato era
un gentiluomo, e teneva a mostrarsi gentile e voleva sì farmi visita,
ma zitto, zitto, piano, piano, che nessuno ne sapesse niente. Ed entrò
per una porticina secreta, e lo trovai in un salottino. Viso magro,
lungo e scuro, privo d'ogni espressione, come d'ogni colore. Modi
civili, se non distinti. Finite le generalità della conversazione,
promise... ma zitto, e il bravo Mauro accompagnava quel zitto cogli
occhi, promise il suo voto, e... il suo voto solo. Posso fare di più?
pareva dicesse, allargando le mani e chinando il petto. Risposi che non
ero venuto a carpir voti.--Ah! e cacciò fuori un grosso sospiro, come
chi si senta alleviato, e dunque? Dunque non tenete a' voti! e posso
dirlo anche agli altri. Voi non siete venuto qui per avere i voti! E
posso dirlo anche agli altri.--Servitevi.

Il bonomo, che aveva presa alla lettera quella forma di dire delicata,
era fuori dei panni, e la gioia comparsagli sulle labbra dava una
certa espressione a quella fisonomia. Mi levai freddo, e gli diedi una
stretta ufficiale di mano. E dicevo: il teologo aveva ragione. Qui la
gentilezza è presa a rovescio, e vogliono loro si parli a lettere di
scatola.

Il desinare mi parve lunghissimo. Sentivo nell'orecchio Morra, il mio
paese nativo, che mi gridava: Vieni! Dovetti combattere con l'estrema
gentilezza de' padroni di casa che volevano trattenermi, e con tanti
bravi elettori, che mi facevano istanza perchè rimanessi anche il dì
appresso.

--Ma vi pare? è il giorno della votazione. Il mio posto domani non è
qui.

--Prendete ancora un bocconcino, mi suggeriva Mauro cheto, cheto. Ad
andare c'è tempo.

--Grazie. Ne ho presi tanti di bocconcini. Andiamo.

--E il caffè? Non volete prendere il caffè? diceva un terzo in aria di
scandalo, come volesse dirmi: una tavola senza caffè, dove s'è letto?

--Hai ragione, compare.

E così, tra bocconcini e caffè e bicchierini e chiacchiere, avvenne
che ci mettemmo in via tardi, ed era notte quando giungemmo in Guardia
Lombardi.

Guardia è il paese della provincia più alto sul livello del mare, e
la strada che vi menava non era una gran bella cosa. Mi pareva non
giungessi mai, ed era già bujo.

Mi avvertì dell'arrivo un gran rumore, confuso tra una luce fosca.
Erano torce, e scalpitare di cavalli, e spari di mortaretti, e vive
acclamazioni. I signori di Morra m'erano venuti incontri fin lì,
accompagnati da una folla di popolo minuto, coi soliti monelli, che con
l'energia curiosa delle loro mosse, saltando, vociando, davano vivezza
allo spettacolo. Volevo scendere, ma non vollero; ci è tanto ancora
da andare, dicevano. E mi caracollavano intorno, e poi via a corsa,
tra l'infinito vocìo della turba, estatica innanzi allo spettacolo, ed
essa medesima spettacolo. Andammo così un pezzo, quando mi apparve in
lontananza una gentile collina tutta illuminata, sì che parea giorno.
È Guardia quello? diss'io, meravigliato che ancora tanto lontano.
«Che Guardia? Guardia l'abbiamo passato. La è Morra, guarda, parato a
festa». In quella confusione ero passato per Guardia, e non me n'ero
accorto.

Ecco, nuova gente, a dritta e a manca, e ingrossarsi più e divenire
folla in piazza. Non scesi, mi precipitai, e caddi nelle braccia del
mio piccolo cugino Aniello, e lo tenni stretto al petto.

Rividi amici, compari, parenti, famiglia, ad ogni passo nuove strette
di mano. Oimè! mancava uno, a cui avrei dovuto baciare la mano. E in
quella gioia non ci pensai.

Fui alla casa paterna, entrai nella stanza dov'ero nato, assegnatami
con gentile pensiero da quel mio cugino, piccolo di statura, non
d'ingegno e di coltura. Avrei voluto abbracciare, baciare que' di casa,
dire tante cose, ma la folla si faceva più fitta e le acclamazioni
più vive. Mi convenne uscire, e piantato sui gradini di casa, dissi:
«amici miei, grazie. Voi mi decretate il trionfo prima della vittoria.
Pensiamo a vincere, e domani non un solo morrese manchi all'appello.»
Levarono le mani, promisero e mantennero la promessa.

«Ora andate che è tardi. Domani vi converrà levarvi per tempo, che
la via è lunga». Piovigginava già. Il tempo mantenutosi tra sereno
e fosco, sempre asciutto in quei lunghissimi sei giorni, sembrava
volesse perder la pazienza e farne una delle sue proprio nel dì del
combattimento.

Rimasti soli, abbracciai la nipotina e zia Teresa[69] e la cugina, e
riabbracciai Aniello. Visto la sorella[70] «e a te, dissi, un bacio
a te, martire di casa mia». Quella povera donna, morta la madre, non
s'era voluta maritare, ed era madre a tutti noi. Piangeva, e quel
pianto era il racconto della sua gioia e delle sue pene, piangeva
ridendo. Mi parve ben mutata dal dì che la vidi. Aveva sulla faccia la
fresca morte di nostro padre.

Non potei chiuder occhio. Quella stanza era piena di memorie. Il letto
era proprio a quel posto, dove era già il letto di padre e madre. E
lì, in fondo, presso la finestra, era il mio letticciuolo, fanciullo
appena di sei anni. Mi ricordo. Avevo sogni spaventosi, piangevo e
strillavo forte, e la madre[71] era là, che mi vegliava o mi asciugava
gli occhi. E ora non c'è più. Mi lasciò ch'ero ancora giovane. E anche
mio padre[72] m'ha lasciato.

NOTE:

[67] L'avv. Giovanni Soldi, uno dei più reputati penalisti del Foro di
Avellino. Morì nel 1901, in Corte di Assise, mentre era al suo posto di
difensore.

[68] Era questi l'attuale ex-sindaco cav. Giuseppe Miele di Amato,
appartenente a distinta e patriottica famiglia, della quale basti
ricordare l'arciprete Antonio Miele, già deputato di Lacedonia, l'avv.
Camillo Miele e l'avv. Giuseppe Miele--tutti patrioti provati.

[69] Consorte in seconde nozze dello zio del De Sanctis, a nome Pietro
De Sanctis.

[70] Letizia De Sanctis.

[71] Maria Agnese Manzi, della quale il De Sanctis parla lungamente nel
volume _La Giovinezza_, edita a cura del Villari. Morì il 12 maggio
1847.

[72] Alessandro De Sanctis, dottor di leggi, morì dopo di aver visto
la luminosa carriera del suo diletto Ciccillo, che egli, vecchio
_carbonaro_, prediligeva. Morì il 25 marzo 1874.



                                   X.

                              Morra Irpino


                                           Napoli, 28 marzo.

Oggi è dì Pasqua, e tanti augurii a' miei Morresi, poichè sono a parlar
di loro.

A' quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti
un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza,
come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto
gl'Irpini.

A Morra corre un motto, nato non si sa come, nè quando, ma esso pure
di rispettabile origine, perchè nella mia fanciullezza lo trovai già
antico in bocca ai nonni e alle nonne. E il motto è questo: Napoli è
Napoli, e Morra passa tutto. Altri poi, esagerando più, vi mettono una
variante, e dicono: Che Napoli e Napoli? Morra passa tutto.

Questa boria locale annunzia già che la virtù principale di quegli
abitanti non è la modestia. Ma un po' di vanità non guasta, anzi dà
buoni frutti, quando ci sia dentro una lega d'orgoglio. E il primo
frutto è questo che ti rende affezionato al tuo paese, sicchè tu
non debba dire a viso basso: sono di Morra. Poi, un morrese mette
una specie di civetteria a ben comparire lui e a far ben comparire
il paese. E indossa gli abiti nuovi il dì di festa, e sa far bene
gli onori di casa all'ospite, ama una certa decenza di forme, e se
non è ancora gentile, non lo puoi dire grossolano. Raro è che un
morrese sia avaro, anzi spende volentieri, e lo stesso gusto hanno
gli amministratori del comune. Hanno voluto che a Morra ci si vada in
carrozza, e hanno costruita la _Via Nuova_, che costa un occhio. Hanno
voluto ancora rettificare e rinnovare le strade interne, e darsi il
lusso de' lampioni; sicchè Morra di sera è un bello vedere, massime
chi lo guardi da lungi e d'allo alto, come fec'io venendo di Guardia.
E hanno pensato anche a' morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto.
Tutto questo ha costato una bella moneta, che ha fatto un po' mormorare
i rigidi custodi dell'antica parsimonia, ma oggi la spesa è fatta, e di
Morra così com'è sono contenti tutti.

Cosa era Morra in antico, nessuno sa[73]. E mi pare che quando si
pretende a gloriose origini, la vanità avrebbe dovuto avere un po' di
cura a conservare quelle memorie. Una vaga tradizione accenna alla
presenza di Annibale in quella parte, che vi avrebbe edificato un
campo militare, occupato poi da' Romani, e divenuto Morra. Il fatto
è che Morra non ha storia. E ciò che ha potuto essere, non si può
concetturare che dalla sua topografia.

Il nocciolo di Morra è il monte delle Croci, o il Calvario, o anche
della passione, ch'è una vera _via crucis_, dove gli abitanti nella
settimana santa andavano a celebrarvi i Misteri. A pie' del monte era
l'antico cimitero, il quale con esso il monte formava il così detto
territorio sacro, chiamato anche la costa, a cui si contrappongono i
_Piani_, che è quanto dire la pianura.

Dal cimitero partono due strade, di cui l'una non è che il
prolungamento della costa, con case sparse a dritta e a manca, l'altra
un po' più a destra e là dove la costa è più inclinata, e scende e
scende sempre.

La prima sembra un braccio della costa, insino a che si eleva e forma
una bella altura o collina, sulla quale torreggia il castello, o come
dicono, il palazzo del principe, che poco starà a divenire un granaio e
un fenile. Il palazzo è immenso verso la piccolezza del paese, e doveva
essere _in illo tempore_ esso tutto Morra, aggiuntovi quel piccolo
spazio, che a sinistra ha casa De Sanctis[74], a dritta casa De Paola,
e in mezzo la chiesa, grande anch'essa e con una bella piazza innanzi.
La strada, correndo diritta e piana e ampia innanzi al palazzo,
come per rendere omaggio al signore del luogo, tutt'a un tratto si
restringe, si abbassa, e corre rapida verso giù a formare una gentile
stradetta, chiamata _Dietro Corte_, sulla quale guarda casa De Sanctis
e dopo di aver formata una gran piazza, precipita giù.

Dietro Corte! Sicchè quello spazio, che domina, doveva essere Corte
anch'esso, dimora de' vassalli e servitori, di Corte, un bell'onore in
verità per i miei antenati!

A questo braccio della costa, su cui sorge l'antico Morra, corre
parallela l'altra strada, che andando sempre in giù mena al Feudo, il
vasto territorio del principe. Scendendo, si arresta sul principio due
o tre volte, e forma brevi pianure o piazze, quasi a riposarsi e a
pigliar nuova lena alla discesa.

Morra si è ito poco a poco allargando su queste due strade, sulla
costa e sul pendìo, sull'altura e sulla discesa, e hai l'alto e il
basso Morra, che sottoposta ti dà l'antico e il nuovo Morra. La via
Nuova s'imbocca nella strada a destra, dov'è il pendìo della costa, e
diviene il Toledo di Morra, una strada interna, oggi rifatta a nuovo,
che attraversa il paese. Ivi è l'entrata, nobile e presentabile,
l'entrata in carrozza, e sei subito in piazza, un magnifico altipiano,
su cui guarda la chiesa della Nunziata, di antica architettura, col
suo porticato di un aspetto severo, e ai lati hai parecchie case di
antiche famiglie, oggi spente o ammiserite, come sono i Cicirelli, i
Grippo, i Sarni, abitate da nuovi padroni. La strada scende poi quasi
senza pigliar fiato, costeggiata di case, fino a casa Manzi[75],
dove, raggiunta dalla strada di sopra, formando una piazzetta, piega
a dritta, e rasentando casa Del Buono, va a formar via de' Fossi
innanzi a casa Donatelli. Il nome della via indica già che lì è il
punto massimo dell'abbassamento, sicchè, dopo una breve fermata, dov'è
l'ultima piazza, con la sua chiesa di San Rocco e il suo obelisco su
cui pompeggia la statua del Santo e le sue graziose case intorno, la
discesa è così ripida, che il paese non si è potuto tendere più da quel
lato.

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere,
posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di
Sant'Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e
colassù vedi Sant'Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella,
e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra
è la valle dell'Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi
coll'Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che
dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo
il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e
ti mostra Andretta, e il castello di Gairano, avanguardia di Conza,
e Sant'Andrea. L'occhio non appagato, navigando per quell'infinito,
si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa
dell'immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il
Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov'è Campagna. Non ci
è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c'è quasi alcun
morrese, che non possa dire: io posseggo con l'occhio vasti spazii di
terra.

Chi gitta un'occhiata sull'ossatura di questo paese può almanaccare
sulla sua storia. In alto è il medio evo col suo castello di
Castiglione e a' fianchi il Monastero di Santa Regina. Più che un
paese, era un campo murato, con le due sue porte, poste in sito
vantaggiosissimo alla difesa. Tale doveva essere ancora Guardia
Lombardi, che sta in luogo così eminente: e quando io vedo tutti quei
paesi sulle vette, concepisco tempi selvaggi di uomini contro uomini,
ne' quali si cercava riparo sulle cime de' monti, come nel diluvio.
Lì stava quel campo chiuso col suo castello e la sua chiesa e il
cimitero e il calvario e il monastero, con quella mescolanza di sacro
e di profano, di castellani e di frati, di alabarde e di corone, di
peccati e di penitenze, di balli e di missioni, che portava il tempo. E
ora tutto è in rovina, crollate o crollanti le case sulle falde della
costa, e veri letamai in più d'uno di quei luoghi abbandonati. Colassù
stesso dove il barone chiamava a raccolta la sua gente d'arme, e dove
gli allegri canti in onore della castellana si stendevano per quel
dolce azzurro infinito, non è rimasto di vivo e d'interessante che
un'ottima cantina; e il silenzio funebre della giornata non è rotto che
solo la sera dal rantolo del gioco alla morra e dalle orgie clamorose
dei bevitori, illuminati da' bei riflessi del sole che si nasconde.

Venuti tempi più miti e meno sospettosi, Morra si andò stendendo a
destra sul pendìo e prolungando verso il basso, secondo comodità o
piacere, e divenne un vero e proprio comune con la sua casetta comunale
che ha le spalle volte alla chiesa, e il popolo teneva forse le
adunanze nella piazza avanti la chiesa. Ma nessuno edificio di qualche
importanza attesta una potente vita municipale e quella casetta sembra
più un luogo scelto così a caso e provvisoriamente a quello ufficio,
che una dimora degna del comune[76].

Più vivo era il sentimento religioso, sopravvissuto esso solo a tutto
quel mondo feudale; riacceso, quando, afflitto il paese dalla peste,
si elesse a protettore San Rocco, e gli sacrò una chiesa edificata di
pianta verso il basso, dove poi si andò stendendo e aggruppando il
comune. Questi spiriti religiosi si sono mantenuti fino ad oggi; e a
mia memoria la chiesa principale fu ampliata e rifatta, e ultimamente
fu alzata una statua a San Rocco. La statua decora quell'ultima piazza
che prende nome dal Santo, monumento dell'età novissima e scredente in
memoria dell'antica pietà. Altra memoria non è in quelle piazze ignude,
e sembra che gli uomini vi sieno vissuti in uno stato poco lontano
dal selvaggio, che non ha storia e vive di poche e vaghe tradizioni.
Guardando per entro l'abitato case cadenti, e mucchi di pietre ancora
intatti dove furono case, e qua e là case nuove di pianta o rifatte
a nuovo, e spazio troppo più vasto che non porta il picciol numero
degli abitanti, s'indovinano pesti e carestie, catastrofi pubbliche
e private, tempi di decadenza e tempi di prosperità. Andato io colà
dopo lunga assenza, vi ho già trovata una storia, antiche e prospere
famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e
contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro.
Premio al lavoro e castigo all'ozio.

Co' nuovi tempi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in
un decennio si è fatto più che in qualche secolo. Sicchè, se stai
all'apparenza, gli è un gentile paesetto, e dove è un bello stare,
massime ora che, sedate le antiche passioni locali, tutti i cittadini
vi sono amici d'un animo e di un volere. Ma non posso dire che una
vera vita civile vi sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi
tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi,
e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d'infanzia. Non veggo
sanata la vecchia piaga dell'usura, e non veggo nessuna istituzione
provvida che faciliti gl'istrumenti del lavoro e la coltura dei campi.
Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun
centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora
l'antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini,
e poco si dà all'istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio
di esercizii militari e ginnastici, nessuno di scuole domenicali,
dove s'insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di
storia e di viver civile. E non è meraviglia che le ore tolte agli
utili esercizii sieno aggiunte alle orgie, e che intere famiglie
sieno spiantate per i _cannaroni_, come diceva Clementina, una brava
morrese, e intendeva la gola. Povera Clementina! E per i cannaroni la
tua famiglia andava giù, e tu, nata signora, vesti ora il farsetto
rosso di contadina, e in gonna succinta e in maniche corte, con la tua
galante _cannacca_, con tant'oro intorno al collo e lungo il seno, sei
pur vezzosa e lieta, e sembra tu sola non ti accorga della tua sventura.

Sicchè, se ne' tempi andati abbiamo vestigi di un Morra feudale e di
un Morra religioso, di un Morra civile non ci è ancora che la velleità
e la vernice, in Morra c'è vanità, non c'è orgoglio, e molto è dato al
parere, poco all'essere. Pure questa sollecitudine del ben comparire
mette già un paese sulla via del progresso, ed è uno stimolo a bisogni
più elevati.

Queste cose mi passavano per la mente, poi che svegliato da un forte
acquazzone, m'ero levato. Le donne m'informarono che tutti gli elettori
erano partiti di buon mattino, niente sgomenti di quella tanta furia di
pioggia. E mi affacciai, ed era così oscuro che non vedevo Andretta, e
neppure l'Isca che bisognava attraversare, e nessuna forma di strada,
e rientrai commosso tra la pietà e l'ammirazione. Rimasto solo, tutto
pieno di Morra e de' miei morresi, non fui buono a pensare altro che
Morra, e mi feci in capo la sua ossatura, e riandai fantasticando i
secoli, così come ho scritto.

Fatto un po' di sereno, misi il capo fuori sulla piazzetta avanti
casa, teatro già de' miei trastulli puerili. È un piccolo altipiano,
chiuso, e non c'è via all'uscita che per sudicie strettole, e sembra
come schiacciato sotto un muro altissimo lì dirimpetto, che è un lato
della Chiesa, e mi pare quasi un brigante che mi contrasta lo spazio e
l'aria. Quel muro monotono senza finestre ha un piccolo buco nel mezzo,
e in quel buco, salendo per scala altissima, ficcai un dì l'occhio
curioso, e vidi tanti preti, seduti in cerchio, come a tavola rotonda,
o piuttosto come nel Coro, quando dicevano l'ufficio, e ebbi paura, e
scesi frettolosamente, quasi m'ingiungessero e mi volessero menare colà
dentro, e non so come non mi fiaccai il collo. Ero fanciullo, e quella
vista e quella paura non mi è uscita più di mente.

Mi dissero ch'era il cimitero de' preti e conchiusi che i preti stavano
nell'altro mondo seduti, e mi pareva meglio così, che stare supìno in
uno scatolone inchiodato. Questo mi diede una grande idea del prete,
e vedendomi così studioso e così pacifico, alcuni mi dicevano: non
vuoi farti prete? E chi sa? forse sarei finito così, se la nonna non
mi conduceva in Napoli, dove, leggendo di Demostene e di Cicerone,
dissi: voglio essere un avvocato. E stetti fisso in questo, e feci
i miei studii, e giunsi al primo anno della pratica forense, quando
zio Carlo, mio maestro, e che teneva una bella scuola, fu colto di
apoplessia, e mi fu forza, per tenere unita la scuola, di supplirlo io,
e così mi trovai maestro quasi per caso. E il caso fu più intelligente
di me, perchè aveva indovinata la mia vocazione. Così almeno sostiene
mia moglie, che non mi riconosce nessuna qualità di avvocato, il quale
secondo lei è un imbrogliaprossimo, e dice che a fare quello ch'io
fo, se si ha meno quattrini, si ha maggior fama. E io m'inchino.
Sostiene poi che non ho nessuna vocazione politica, e che qui il caso
è stato una bestia, e poteva tenersi di tirarmi in tante brighe, e
poteva lasciarmi alla pace degli studi e alla compagnia de' giovani.
Ma qui non m'inchino, anzi ribatto, e dico tante belle cose dei doveri
verso la patria, e la disputa si accende, massime quando mi conviene
di lasciarla e andare a Roma, e fo, come ella dice, il commesso
viaggiatore.

Certo è che fanciullo io studiava molto, e più latino che italiano,
e le mani mi bruciavano delle spalmate, e la paura delle spalmate era
tanta, che un dì m'uscì detto _amabint_ e vidi il corruccio negli occhi
del maestro e che alzava la mano, mi gittai alla porta, e sdrucciolai e
caddi su un chiodo che mi entrò nella coscia, e ho ancora la cicatrice.
Che belli costumi; neh?

Quante mie lacrime ha viste quella piazzetta! E qui, su questi gradini,
dove ora fantastico, mi ricordo, era innanzi l'alba un cielo nero e
brutto, e stavano seduti molti di casa, e mia madre mi teneva in collo,
seduta anche lei, e attendevano non so che, io tremavo di freddo. E
vennero, e ci fu un grande abbracciarsi, e si levò un gran pianto, e
io vedendo piangere, piangevo e strillavo e mi stringevo alla mamma.
Fatto adulto, mi riferirono che quelli erano gli otto morresi del
ventuno[77], tutti parenti, due De Sanctis[78], due De Pietro, un
Cicirelli, un Sarni, un Pugliese e un D'Ettore, che in quel triste
giorno prendevano la via dell'esilio. Questo è un titolo di nobiltà più
moderno, ma non meno rispettabile che di esser nati dagl'Irpini.

E pensavo: se ci ha da essere un cimitero distinto, non sia distinzione
di classe, ma di merito. O che? dee andar perduta memoria di quelli
che fanno il bene? Lì è la storia vera di un paese. E non ci ha da
essere una lapide che la ricordi? Della vecchia generazione sono ancor
vivi nelle nostre conversazioni Paolo Manzi e Domenico Cicirelli e
due vescovi, un Cicirelli e un Lombardi, e due letterati, un Carlo De
Sanctis e un Niccolò Del Buono, e per tacer di altri, tocco del lutto
più recente, un Carlo Donatelli, uomo d'ingegno distintissimo, e
avvocato primo nella provincia. Queste sono le nostre glorie, ed il
nostro dovere è di conservare ai nipoti piamente queste memorie.

Fantasticando così, sopraggiunsero le cugine, e il discorso volse
presto allo scherzo, e si venne sul «ti ricordi? E vi ricordate,
diss'io, eravamo così giovani allora, vi ricordate di quei tali
pizzicotti? E voi a farvi rosse, e io aveva l'aria di un monello, che
osava qualche cosa di spaventoso. Pure era tra cugini, e non ci era
malizia, almeno per me; e voi?» E loro a chiudermi la bocca ridendo,
come se volessero dirmi: non sono discorsi questi!

Girando un po' il paese, chiaccherando, scherzando, così passava quel
giorno, e si venne a sera, e attendevo notizie del ballottaggio, e non
si vedeva tornare anima viva.

NOTE:

[73] La vorrebbero sorta al tempo dei Goti: è più probabile l'opinione
che sia sorta ai tempi dei Longobardi. Fondatori furono Zurlo,
Caracciolo, De Morra. Goffredo Morra, fatto principe di Morra nel 1664,
vi stette fino all'abolizione dei feudi. Il detto Comune conta 2385
abitanti.

[74] Nel 1912, auspice l'Amministrazione Comunale presieduta dal
commendatore Achille Molinari, venne collocata sulla facciata della
casa, ove nacque il De Sanctis, una lapide marmorea. L'epigrafe,
dettata da Giuseppe Ferrarelli, suona così:

                            IN QUESTA CASA
                        NACQUE IL 28 MARZO 1827
                         FRANCESCO DE SANCTIS
                  MORÌ IN NAPOLI IL 29 DICEMBRE 1883
                        VISSE VITA IMMACOLATA
                FU MAESTRO ED EDUCATORE IMPAREGGIABILE
                     POLITICO E MINISTRO SAPIENTE
                      E CREANDO LA NUOVA CRITICA
              E LA NUOVA STORIA DELLA NOSTRA LETTERATURA
                     FU GLORIA IMMORTALE D'ITALIA

                    IL MUNICIPIO IL 22 AGOSTO 1912

[75] Casa della madre del De Sanctis.

[76] Nel 1896 venne collocato all'esterno del palazzo municipale un
busto in bronzo in onore del De Sanctis, proposto dal comm. Achille
Molinari poco dopo la morte del grande Critico, ed inaugurato nel 1896,
sindaco il principe Goffredo Morra. Il busto è opera del benemerito
Raffaele Belliazzi.

[77] Nella rivoluzione del 1820-21 la provincia di Avellino, o come
allora si diceva di Principato Ultra, ebbe una parte notevolissima,
poichè la _Carboneria_ aveva profonde ramificazioni in tutti i Comuni.

[78] I germani Giuseppe e Pietro, inviati in esilio.



                                   XI.

                           Dopo il ballottaggio


                                           Napoli, 26 aprile.

Il tempo tra sereno e pioggia pareva un matto. S'era rimesso a pioggia.
Neppure un cane s'arrischiava fuori, dicevano, e la gente s'era tutta
raccolta in cucina, che è il salotto di quei paesi, e vi si faceva una
conversazione allegra e clamorosa. Io non avevo lo spirito così libero
che vi potessi prender parte, e me ne veniva appena il romore nel
salotto.

Il cattivo tempo mi spiegava l'indugio delle notizie. Ma ero inquieto.
Non dubitavo già della vittoria. Pure, se aveva rinunziato a quella
vittoria splendida che mi promettevo nel mio viaggio, tenevo ad avere
almeno tutti o quasi i voti del mio mandamento. Anche questa speranza
m'era rimasta debolissima, visto d'appresso l'attitudine degli
avversarii: ma ci era andato don Camillo, e che farà don Camillo?[79].

Lo avevo incontrato che andava in Andretta, e gli dissi: «Guardatemi
bene negli occhi, don Camillo, confido a voi il mio nome e l'onor mio;
guardatemi bene negli occhi». Ma gli occhi rimasero a terra, mentre
diceva con quella sua mezza bocca a riso: poichè gli equivoci sono
finiti... E finì lì, e io tirai innanzi.

Che farà don Camillo?

O piuttosto, che ha fatto don Camillo? diss'io, correggendo a voce
quella confusione di tempo nata nel pensiero.

E dissi: Vediamo un po' se indovino. Anche io so tirare l'oroscopo.
Tale è l'essere e tale è il fare. E cosa è don Camillo?

Raccolsi quel che sapevo del suo essere e de' suoi gesti, e me lo
ricordai che eravamo tutt'e due giovanissimi.

S'era in pieno quarantotto. Mi sentivo già qualche cosa. E andai
in Andretta, pensando che tutti mi dovessero già conoscere e farmi
deputato. Ma non ne fu niente, e mi capitò come a Cicerone, tornato
tutto trionfo di Sicilia, che a Roma si credeva non si fosse mai
partito di città. Nessuno sapeva niente de' fatti miei, anzi parecchi
mi credevano ancora uno studente, ed ero già un professore, e di
quelli, come pareva a me e a molti altri. Ed eccoti don Camillo, più
giovane di me, che mi si fa attorno, e lisciandomi con belle parole,
tira me e i miei morresi in un bel concertino per la formazione
dell'ufficio elettorale. E come tutta la buona fede era da un lato, e
tutta la malizia dall'altro, avvenne che don Camillo entrò e io rimasi
fuori[80]. Questo bel tiro mi restò fitto in capo, e non ne è voluto
più uscire.

Da quel tempo non l'avevo più visto. E mi tornò innanzi, quando,
proposto io consigliere provinciale, scrisse agli elettori un elogio
di me, con molti bei ricami e fiori, sì che mi parve una vera
esagerazione. Seppi allora che era giornalista e avvocato. Glie ne feci
render grazie, e ci cambiammo qualche saluto. E poi? E poi mi scrisse
una bella lettera perchè, venuta sul tappeto la mia candidatura alla
deputazione, chiarissi la mia intenzione, dissipassi gli equivoci, ecc.
E io feci una bella risposta, scegliendo lui a interprete della mia
intenzione, con tanti ringraziamenti, ecc.

Conchiusione. D. Camillo si trovò in un bell'imbroglio. Ufficialmente,
non era decenza combattere la mia candidatura, e se vi si faceva
contro, erano i fratelli, ma lui! Oh lui! e a inchinarsi e a dir
tante belle cose di me. Venne il dì. E don Camillo, che fa l'avvocato
in Sant'Angiolo, andò in Andretta, e votò, e per chi doveva votare?
faceva di me tanta stima. Ma al mondo ci sono sempre le male lingue.
E questi attribuirono a lui una scheda su cui era scritto: _Soldi non
De Sanctis_. E l'ufficio disputò a quale dei due andasse quel _non_, e
ricordò il _redibis non morieris_, e non sapendo risolversi, annullò
la scheda, rendendo omaggio allo spirito e alla erudizione del sottile
autore. Non vi pigliate collera, don Camillo; quando si ha riputazione
di spirito e di rettorica, incontra così, ti si affibbiano tutte le
gherminelle. Cosa volete? Vi tengono un grande avvocato, e se si fecero
le proteste, chi poteva averle architettate? Don Camillo, l'autore
presunto di tutte le malizie.

Come vedete, don Camillo è uno de' caratteri più originali della
provincia e più degni di studio. E la sua originalità è in questo che
la natura l'ha fatto curvilineo e centrifugo, e gliene ha lasciato il
segno su quella faccia bruna, dagli occhi incerti e dal mezzo riso.
Sicchè non ti è facile indovinarlo o pigliarlo, salvo che non lo tenga
un tratto pel ciuffo. Quale sia l'arte di tenerlo pel ciuffo, parecchi
si vantano di saperlo. Per me, ci perdo il latino, e non fu buono
neppure ad alzare verso di me quegli occhi bassi.

Dato un don Camillo così e così, il problema era sciolto. Non potevo
avere molta illusione sul suo concorso.

Mentre stavo così fantasticando, sentii martellare il portone di casa
con forza e con fretta. Erano i reduci di Andretta.

Abbracciai Aniello[81]. E cominciarono le strette di mano, e il che fu
e l'io fui.

In cucina, in cucina. E si fece un gran fuoco, e si scaldavano e
raccontavano.

E raccontavano i vari accidenti dell'andata. I signori di Morra
avevano divisi i contadini in vari gruppi, e ciascuno s'era fatto
capo di un gruppo. Il mattino di buonissima ora, sotto una pioggia a
secchie, eccoli intorno a riunire ciascuno il suo gruppo, e non ci fu
ragione, nè scusa, tutti dovettero marciare. Erano apparecchiate alcune
carrozze, e i signori vi ficcarono i contadini o troppo cagionevoli
o troppo gravi d'età, ed essi a cavallo, chiusi ne' mantelli.
Attraversarono Guardia, acclamando, svegliando quella buona gente, e
giunsero in Andretta a ora, fradici di acqua, ma contenti, acclamanti
e acclamati. Il guaio era pe' rimasti a piedi. E costoro, pigliando la
via dritta e breve, si gittarono alla valle dell'Isca, attraversarono
i torrenti, scalarono le alture, dando il grido nelle cascine,
raccogliendo per via elettori, e muli e asini, quanti potevano, e
giunsero anche a ora tra risa e applausi. La pioggia aveva messo là
l'eguaglianza tra contadini e signori, anzi vedevi con rara abnegazione
qualche signore a piedi e qualche contadino a cavallo. Fu visto
giungere a corsa trafelato, bagnato come un pulcino, un contadino più
che settuagenario. Dove vai?--Vado a votare per De Sanctis. Fu visto
Marino, fabbro e capo di tutto quel moto, giungere ultimo, quando fu
sicuro che tutti erano lì, inzaccherato fino al ginocchio, e grondante
acqua, cappello e mantello, che pareva un cencio tolto pesolo dal
bucato.

E tutti gli occhi si volsero a Marino, che se ne stava lì accanto al
foco, umile in tanta gloria, un personcino asciutto, tutto nervi e
muscoli, tempra di acciaio, allegro e simpatico compagnone, primo ne'
piaceri dell'ozio e primo nella serietà del lavoro.

Date un bicchiere di vino a questa gente. E fu preso di quel vecchio
e generoso. Vino molto vantato del cugino Aniello. È vino di peso e
di qualità, denso troppo, che fa nodo nella gola e non si può tutto
ingoiare in una volta, e la gente ci stava su con gli occhi, quasi che
in fondo al bicchiere vedessero l'innamorata. Zia Teresa[82] contava
sospirando i bicchieri che si votavano.

Ci fu un intervallo di silenzio. Poi, come in fondo al bicchiere
trovassero i pensieri e le parole, la lingua si fece più sciolta e si
venne a' sarcasmi.

--Il presidente questa volta non era così cocciuto. Aveva bocca a riso,
e lingua di mele, e non cavillava, c'incoraggiava.

--E già. C'incoraggiava a farne delle grosse, e diceva in cuor suo: ci
vedremo a Filippi.

--Appunto. Ci vedremo a Filippi, e sarebbero piovute le proteste. Ma
noi, attenti, e con gli articoli di legge avanti, perchè il presidente
è una buona pasta, ma dietro a quel riso ci stava...

--Don Camillo!

--Sicuro. Dove non sta don Camillo? Sta dove lo vedi e dove non lo
vedi. Ne pensa tante, mentre ti fa quella sua aria innocentina. E
dicemmo: questa volta non ce la farai.

--E ce l'ha fatta!

Che? che? Proteste anche oggi?

--Se in questo punto staranno ancora protestando! L'affare piglierà
tutta questa notte.

--Perciò il sindaco, che è dell'ufficio, non è venuto.

--E come ha fatto per farvela?

--Quello è un demonio. Ne trova sempre. E ha trovato che s'hanno a
dichiarar nulle quelle schede, dove c'è scritto altro che il solo nome
e cognome.

--Per Dio! Allora è nulla la mia, dove scrissi: _De Sanctis, non
vogliamo versipelli_.

--E la mia, dove scrissi: _De Sanctis, oratore italiano_.

--Bravo! come potesse esser creduto un turco.

--E la mia, che ne dite? _De Sanctis fratello di Don Vito_[83].

--Bravissimo! Don Vito notissimo per far conoscere De Sanctis mal noto.

--Sicurissimo. Tra noi don Vito chi non lo conosce?

--E io che scrissi: _De Sanctis professore a Zurigo_.

--E io?

--E io?

--Ma allora tutte le schede saranno nulle. Oh che guaio! Ciascuno ci ha
voluto mettere qualcosa di suo.

--Ma se l'altra volta si è fatto pure così, e nessuno ha fiatato.

--Ma ora il fiato si è perso a gridare, e stanno ancora gridando.

--O che guaio! o che guaio!

--E dicono che la Camera ha annullata un'elezione, dove ci erano schede
così.

--E don Camillo si fregherà le mani, e dirà: annullata anche questa, e
si dee alla mia gran testa.

--E bene sta. Perchè volere il _Santo_?

--Cosa? diss'io.

--Il Santo, che è a dire un segno, un che sulla scheda convenuto tra
due.

--Anche questo? Ma allora siete tutti gente senza fede, e non è segreto
il voto, e l'elezione è nulla.

--Che santo e segno? saltò su Marino, che vide la mia faccia
annuvolarsi. C'è bisogno il Santo tra noi? Ma non si parla così a
casaccio.

--E girava gli occhi, che parevano saette.

--Ed ecco giungere a noi un rumore confuso.

--Si spara in Andretta! Vittoria!

--Che Andretta? Questo è un rumore che cammina, e si avvicina.

E si aperse il portone, e venne gran gente. Festeggiavano la vittoria
di Teora. Viva Teora! usciva da cento petti.

--Quel povero corriere pareva un morto che cammina.

--E che bella lettera che ha portato!

Viva Teora! Viva Teora!

--E anche lì violenze e proteste. Quel presidente è un uomo di ferro.
Pare che si voleva rapire l'urna, e ha fatto venire i carabinieri.

--E quel Cantarella, come ha ragionato bene! E tutti con l'orecchio
teso. Non si sentiva un zitto.

--Abbiamo riportato una bella vittoria. Il doppio dei voti. Viva Teora!

Tra questi viva mi addormentai e li avevo ancora nell'orecchio.

Il dì appresso, avutasi notizia della vittoria con novantasette voti in
maggioranza, fu festa in tutto il collegio.

Si sparò in Andretta e Cairano, si sparò in Lacedonia e Teora, si sparò
a Monteverde, e vi rispondevano gli spari de' pochi amici di Aquilonia.
Dove la lotta era stata più viva, la gioia era più impetuosa.

Festa in tutto il collegio, fuori che in Morra. Lutto era nell'anima
mia, e lutto era in Morra.

Nel primo ballottaggio avevo avuto in più settantasette voti. Ora erano
novantasette. La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque--venti
voti! Metti che il mio avversario aveva avuti più voti che l'altra
volta nel mio mandamento[84]. Io dunque mi sentivo umiliato sino in
quel mandamento, dove mi promettevo l'unanimità. Aggiungi le proteste
d'Andretta, e non ne potei più, traboccò la mia indignazione, e
maledissi l'ora e il momento che mi trovai in questo ballo.

Che gente è questa, dicevo, che non intende cortesie e non convenienza
e non sincerità, e spinge la lotta a un punto, dove tutto ciò che in
noi è umano deve arrossire? Non voglio saperne di questa gente.

Dunque, per il peccatore deve soffrire il giusto? mi dicevano attorno.

E vedevo giungere nuovi amici di Andretta, di Cairano, di Teora, di
Sant'Andrea, di Conza, mai Morra non fu così popolato. E tutti avevano
sul viso quel punto interrogativo: Dunque, per il peccatore dee
soffrire il giusto?

La mia indignazione ebbe i suoi periodi, come una febbre. Giunse
alla massima intensità la sera, che la casa era piena di gente. Uscii
di stanza, salutai in silenzio, nessuno parlava, gli era come in un
mortorio. Finalmente, prese la parola uno di quei signori di Avellino,
iti a Teora, e fece un vivo racconto della lotta ivi sostenuta, e della
gioia che vi scoppiò in ultimo. Di tutto parlò, fuorchè di sè e dei
suoi amici, a cui bastò l'animo, giunti in Morra il sabato, e non ci
trovando alcun conoscente, venutimi tutti incontro, di fare a piedi il
cammino sino a Teora per sei lunghe miglia e per vie impossibili.

Pure ero così cieco di collera, che tutto questo non mi commosse, anzi
accresceva il mio dispetto, e più parlavano e più montavo. Cosa dissi
e di che dissi, non ricordo più. L'orgoglio offeso delirava in me, i
nervi tremavano, gli occhi scintillavano, avevo la voce dell'esaltato,
l'accento appassionato ed eloquente di quella febbre interiore. Mentre,
sentendomi calpesto, ponevo me sul piedistallo, ero ben piccolo.

La serata passò tristamente.

NOTE:

[79] Il De Sanctis accenna all'avv. Camillo Miele, di Andretta, uno
dei più reputati avvocati del foro irpino e patriota provato. Il Miele
faceva parte del _Comitato Elettorale della Sinistra_.

[80] Filippo Capone di Montella e Camillo Miele di Andretta,
quest'ultimo eletto in luogo del De Sanctis, furono i Presidenti dei
Comizi elettorali del Circondario di S. Angelo dei Lombardi. Per la
verità bisogna dire che, essi, assistiti dal segretario Giovambattista
Sepe, ebbero il coraggio di elevare un verbale di protesta contro il
Borbone. E si noti che eravamo nel 1848!

[81] Figlio di Pietro De Sanctis e cugino dell'autore.

[82] Moglie, in seconde nozze, di Pietro De Sanctis.

[83] Germano del De Sanctis. Nel 1848 andò volontario in Lombardia,
sotto il comando del generale Pepe. Partecipò alla battaglia di
Curtatone e fu tra i difensori di Venezia fino alla capitolazione.
Tornato nel Regno, fu arrestato e prigioniero nel bagno di Brindisi 3
anni. Vito De Sanctis, defunto, è padre del cav. avv. Carlo De Sanctis,
modesto per quanto degno nipote del grande Irpino.

[84] Il De Sanctis fu eletto consigliere provinciale per il mandamento
di Andretta nel 1872, e tenne il mandato fino alla morte. Gli successe,
dopo la morte, il comm. Achille Molinari. Attualmente il mandamento
è rappresentato dall'on. Francesco Tedesco, presidente del Consiglio
Provinciale.



                                  XII.

                            La mia città[85]


                                           Roma, 19 aprile.

E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello
stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra
era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur
quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri
desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo,
pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista
della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e
mettiamo guai, come fanciulli.

Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero
io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e
più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e
guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè
volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per
più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del
corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era
una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso. Quel cedere
al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione,
stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era
già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.

Il buon senso aveva ripreso forza, ridevo, mi burlavo, facevo la mia
caricatura. Bel filosofo, in verità! Tu hai usurpato questo nome. Ieri
sera, innanzi a tanta brava gente, che pure aveva fatto miracoli per
te, mettere innanzi il tuo personcino, e non parlare che di te, e fare
una voce flebile come un eroe di tragedia, e quelli ti pregavano, e tu
più stizzoso e più ritroso, e declamavi la tua sventura, come se al
mondo non ci fosse che te: oh il ragazzo mal avvezzo! e che avrà detto
Morra di te? E mi ricordai che giovanotto lo zio per farmi vergogna mi
diceva spesso: che direbbe Morra di te?

Uso a studiarmi e a dirmi la verità, confessai che l'ironia di tutta
quella ragazzata era la vanità offesa, e che il vero orgoglio consiste
a fare il bene, quando pure non te ne vengano applausi. Così dopo
lunghi giri tornai a quel sentimento virile, che nobilitava il mio
viaggio, e poichè mi ci son posto, debbo fare atto di devozione, fare
il bene del mio collegio nativo, e cercare il premio nello stesso mio
atto. Risolsi di ritirarmi a Napoli per la via opposta, passando per
Sant'Angiolo de' Lombardi e Avellino, volendo giudicare da me quanta
possibilità c'era di fare un po' di bene.

Uscito in salotto, su, dissi, questa sera dobbiamo essere a
Sant'Angiolo. La notizia si sparse. Erano sopraggiunti altri elettori.
Decisero tutti di accompagnarmi.

A mezzodì fui in piazza e vi trovai gran gente. Mi accomiatai da'
parenti e dagli amici con l'aria di chi dica: ci rivedremo. E in
verità, cominciava tra me e i miei paesani un nuovo affetto, che mi
doveva tirare più volenteri in quel luogo. Partii con gran seguito,
e ad una svoltata di via Nuova vedemmo altri pure a cavallo, che
ripigliavano una traversa per raggiungerci. Era il deputato provinciale
Corona[86] co' suoi Teoresi.

Si desinò in Guardia, accolti gentilmente dal vecchio Cipriani[87]. E
quando si fu a' brindisi, io dissi: «Guardia e Morra sono un paese.
Possono i loro cuori confondersi, come si confondono i loro territorii
e i loro carlini». Questo piacque. La legge ha potuto staccare Guardia
da Morra, ponendolo in altro collegio, ma non ha potuto rompere i
legami naturali, e Morra e Guardia vanno sempre insieme.

Verso il tardi ci rimettemmo in via, e fummo a Sant'Angiolo ch'era
ancora giorno. Ma forse quella strada aveva veduto tanta gente. I
contadini seguivano con l'occhio interrogativo quella cavalcata, e si
vedeva lontano sull'altura gran gente che aspettava, un bel tramonto
illuminava lo spettacolo. Facevano strada alcuni a cavallo che ci
venivano incontro.

Al principio della salita scendemmo tutti. Strinsi la mano al
sindaco[88], vecchia conoscenza, e gittato l'occhio innanzi e visto una
compagnia in divisa, che gente è quella? dissi.

Sono gli allievi di musica, che vengono a festeggiare il vostro arrivo.
E quei vispi giovinotti cominciarono la fanfarra, e noi dietro,
ordinati come in processione. Accolti a suon di musica, mi pareva
essere un generale, e battevo il passo, e me la ridevo un poco tra me e
me di quella mia figura grottesca.

Più su, trovai in due ale i giovani delle Scuole[89] e la Società
operai, e così attraversai la città, tra gli sguardi lunghi che
venivano dagli usci e dalle finestre, e volevamo dire: cosa è nato?
Le strade lastricate e pulite mi fecero buona impressione. Opera del
sindaco, mi dissero. E tra' viva De Sanctis sentivo pure mescolarsi i
viva al sindaco, massime fra gli operai, che mi parevano contentoni.
Giunti in casa del sindaco, trovai magistrati e professori, ero però
stordito e con gli occhi che mi cascavano, e quando potei farlo
decentemente, stanotte, dissi, ho dormito appena due ore, sono stanco
ed ho sonno, non mi fareste dormire un par d'ore?

--Sì, sì.

E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e
mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando:
professore, se non vi affacciate non se ne vanno--E voi chi
siete?--Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi
chiamano?--Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la
musica. Balzai da letto, mi avvolsi nel _plaid_ e mi affacciai con un
berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi,
scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse
il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata
disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva
gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca
che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita
in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che
l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo
con le mani e con la voce, non vedevano, non sentivano, gridavano
più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei
concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio
dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai
subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti
raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole.
L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo.
Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano,
e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate
silenzio.--Sì, sì--E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che
a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che
volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi:
«Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se
dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e
voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una
ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la
crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi
appresso la musica qua e là e facendo baldoria.

Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona
dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato
un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere,
parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico,
il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore
dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che
dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia,
concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è
commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè
questo rispondeva effettivamente allo stato del mio animo. Andai colà,
accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con
piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi
al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano
a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de'
nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di
cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto,
che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per
godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.»
Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella
questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i
nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo
particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della
decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la
storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che
mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di
dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il
cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere
collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente
fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai
paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi
la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e
m'inchinai a Monsignore[90] seduto maestosamente in un canto, sì da
fare stacco. E dissi:

«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi avete accolto con la
musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo'
predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più
grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu
la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo
prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.

«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia
missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare
alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti,
smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi
personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha
tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci
co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.

«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di
consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio
collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi
presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e
sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.

«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo
lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee
avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io
gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può
unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera,
ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio,
e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna
è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli
decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo.
Dentro di loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il
dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.

«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei
portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei
concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio
collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al
mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi
non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa
è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia
di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi
legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la
mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte
della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di
qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie,
spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il
vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi.
Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.

«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi
con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è
il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo
posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi
sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»

Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.

«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò
deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro
deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò
che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».

Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali
punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe
fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano
forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me
la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella
terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del
paese natale.

Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla
e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito
discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi
costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato
da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire
una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi:
«Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva
omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere
destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io
mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato
all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro,
dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria.
E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da
Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente
legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste
ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani
andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa
non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li
ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io
trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi due
nomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una
gran parte di noi, non degna di morire».

La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente
del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco.
Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè
molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria
diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un
teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari,
conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo
fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino,
e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in
volgarità paesane.

NOTE:

[85] S. Angelo dei Lombardi, comune capoluogo, di Circondario, conta
7343 ab. È anche sede di Tribunali. Si fa risalire la sua origine ai
Longobardi.

[86] Saverio Corona, già competitore dell'on. Giuseppe Tozzoli nel
1870, nel Collegio di Lacedonia.

[87] Padre di Giovannantonio Cipriani già ricordato.

[88] L'avv. comm. Bernardo Natale.

[89] La Scuola Tecnica, diretta allora dall'ing. Maffio Ostermann, è
risorta alcuni anni fa, per opera dell'avv. Natale, assunto di nuovo al
sindacato.

[90] Accenna al Vescovo mons. Giuseppe Fanelli, vero patriota,
insignito di parecchie onorificenze da Vittorio Emanuele II, di cui era
amico personale.



                                  XIII.

                            Il re Michele[91]


                                           Roma, 24 aprile.

L'ultimo scopo del mio viaggio era Avellino, la capitale. E secondo
il mio costume, m'indirizzai al sindaco[92], uomo rispettabile e
mio vecchio amico, e quantunque lo sapessi aperto fautore del mio
concorrente, domandai a lui ospitalità, e lo pregai a voler destinare
la sala comunale, o quale altra gli paresse più acconcia, perchè volevo
fare un discorso. Compiuto dunque le visite ufficiali, e andato alla
Casina per salutarvi tutti gli amici tornai a casa col proposito di
partire il dì appresso per Avellino. Ma trovai a casa alcuni signori
avellinesi, venuti apposta a sconfortarmi da questo disegno. Parlavano
parole tronche, quanto a loro, anzi... ma... Che ma? diss'io.--C'è
certa gente che... insomma non tutti ci hanno avuto gusto; e il basso
popolo è con loro, e soffiato vi potrebbe fare un... un... Avanti,
diss'io--Uno sgarbo. Questa parola era buttata giù per non dirne
un'altra più dura, che non voleva uscire.--Volete dire una fischiata,
diss'io guardandoli negli occhi; ma in questo fischierebbero sè
stessi.--A ogni modo...

E quell'a ogni modo voleva dire che anche fischiando sè stessi, non
sarebbe stato bello. Sopraggiunse un telegramma del sindaco, che
prometteva di scrivermi, e intanto si scusava di non potermi fare
la debita accoglienza, adducendo la malattia del padre e lo stato
gravissimo di un suo congiunto. Fossero malattie diplomatiche? pensai
io, e il sindaco di Avellino vuol fare a me con astuzia quello che mi
fece il sindaco di Calitri, ma almeno con franchezza? Ma fu indegno
pensiero che cacciai via subito, sapendo con quale gentiluomo avevo a
fare. Poichè è così, dissi, non verrò in Avellino; ma attendo innanzi
la lettera del sindaco. Quei gentili signori si accomiatarono e
ripartirono. Rimasto solo e ripensando tutto quello ch'era avvenuto,
vidi subito che la mia riuscita era colà temuta come la vittoria d'un
partito, e che andando io le ovazioni degli uni avrebbero provocato le
villanie degli altri. Gli animi erano ancora troppo accesi, e l'uomo è
fatto così. Il mio nome coinvolto in quelle gare non poteva mantenere
quel significato che pur volevo dargli. Pure, me ne andrò io come un
fuggitivo? Rifarò la via, ripasserò per il collegio, quasi andassi
in cerca di ovazioni? Piglierò una terza via, la via di Benevento,
guardando a dritta e a manca, che non mi conoscessero? Mi pareva una
umiliazione. Fra questi pensieri giunse la lettera del sindaco, e il
linguaggio era così franco, così affettuoso che ne fui preso; e cacciai
tutte le codarde ombre. Non mi sono mai pentito, quando ho sentito la
voce del cuore, e il mio cuore mi diceva: Vai, Avellino non merita così
poca fiducia da te. Risolsi dunque di andare in Avellino, di andarci
subito, quando nessuno mi aspettava, e di andarci come ho fatto sempre,
così alla semplice e alla buona. Mi ricordai che, nominato governatore
di Avellino, e sollecitato a far nota l'ora del mio arrivo, per farmi
i così detti onori, capitai improvviso di notte, e fui in prefettura
che nessuno mi conosceva. «E lei chi è?--Sono De Sanctis.--E chi è
De Sanctis?--È il governatore--Ah!» E a questo nome formidabile il
povero usciere si levò il cappello, con tante scuse. Così feci pure, vi
capitai consigliere provinciale. Perchè ora farei altrimenti? Avellino
è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia e non ci vogliono
cerimonie. Tenevo a essere colà De Sanctis, un buon comprovinciale,
fuori de' partiti locali; era stato così, volevo rimanere così. E come
tutti mi chiamavano il professore, prendevo stanza nel Liceo, come
volessi dire: Signori, professore è il mio titolo di nobiltà.

Presa questa risoluzione, inviai al sindaco un telegramma, dove
fatte le debite condoglianze, dicevo: «Non desidero ricevimenti.
Conoscete mia semplicità e modestia. Voglio stima, affetto di tutti
gli avellinesi. Vado nel Liceo. Sono stanco. Non fo discorsi. Parto
immediatamente».

La mattina il tempo era a neve. Pioggia fitta e minuta che ti cercava
le ossa. Strinsi la mano al sindaco che mi aveva concessa una così
generosa ospitalità e a tutti quelli che mi facevano cerchio, e
montato in carrozza, mandai un bacio a Sant'Angiolo, alla mia città.
Mi accompagnavano il simpatico Marino[93] e Romualdo Casitto di Teora,
un vecchio patriota. Rifeci la via dello studente, ricordandomi quante
volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il
capo pieno di grammatica e di rettorica. Nella pianura di Torella si
levò un bel sole, ci si scoperse il cielo, ci mettemmo in allegria.
Arrivai ch'era ancora chiaro, incontrai una camerata di collegiali,
ch'era alla passeggiata e tirai dritto al Liceo, dove mi venne incontro
quel buon vecchietto del Preside, modesto quanto dotto, legato con me
da antica amicizia.

Nessuno sapeva del mio arrivo, altri che il Sindaco e il Preside.
Anzi sapevano che non sarei venuto. C'era tornata della deputazione
provinciale, e il Prefetto era colà, quando gli fu annunziato il mio
arrivo. Trovai nel liceo un gran moto. Il poeta estemporaneo Brunetti
vi doveva dare un'accademia proprio in quella sera, e in casa del
Preside c'era un va e vieni di professori, di scolari e di altri
invitati. Tutta quella gente parea venisse per me, e invece veniva per
il poeta. Venne anche il poeta, già un po' vecchio, il poverino! co'
capelli grigi ricciuti che decoravano quella testa pensosa, dov'erano
piantati un par d'occhio grandi e senza sguardo, come di chi guarda
le rime e non le persone. Sopraggiunse la direttrice della scuola
magistrale a cui facevano cerchio alcune giovanette, le quali per la
loro buona condotta avevano meritato l'alto onore di farle compagnia
e di assistere all'accademia. E i miei occhi s'incontrarono con
certi occhi vivi e furbi, che si sforzavano di esser modesti, appena
contenuti sotto l'ombra delle folte sopracciglia. Era la mia nipotina,
che porta il nome di mia madre. Oh! Ah! Mai più non avrei pensato
d'incontrarla colà. Mi venne un impeto di stringermela al petto. Povera
fanciulla! quale sarà il tuo destino! Ma le fanciulle hanno altro a
fare che pensare al destino. Quel pensiero genera le rughe sul viso, e
la gioventù aborre dalle rughe.

Finita l'accademia, piovvero tutti nel salottino del preside e ci fu
forza stare tutti in piedi. Sopravvennero molti amici tirati dalla
notizia del mio arrivo.

La folla si diradò per dar luogo, e io così in piedi dissi: «Amici
miei, volevo fare anche qui un discorso pubblico, ma il modo come
sono venuto è abbastanza eloquente, e tien luogo di ogni discorso e
dice tutto. Voi mi avete sostenuto nella lotta elettorale, con una
abnegazione e una costanza pari al vostro disinteresse, sapendo bene
che l'uomo che volevate deputato non è più vostro che d'altri. Nella
mia provincia io non veggo partiti; veggo amici e concittadini in tutte
le file, e se vi è caro il mio nome, datemi il modo che io possa unire
tutte le forze pel pubblico bene. Abbiamo una provincia derelitta, e
se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo. I mali di
Avellino sono grandi, e i bisogni della provincia grandissimi. Appena
un'opera concorde e assidua può inspirare coraggio negli animi, e
scuotere quella inerzia ch'è figlia della sfiducia. Che guadagno s'ha
da queste lotte, altro che la vergogna aggiunta al danno? E quando
la lotta prende aspetto selvatico, e rompe i legami della famiglia e
dell'amicizia e sino del rispetto alle donne, una città simile diviene
scandalo d'Italia. Sono severo, ma i miei capelli bianchi e l'affetto
mio alla provincia mi danno questo diritto. Alziamo dunque la bandiera
della concordia, e volgiamo la nostra attività a' progressi agricoli
e industriali. L'ozio è il padre di tutte le piccolezze e di tutt'i
pettegolezzi che si chiamano lotte, un rimedio ignobile contro la noia,
al quale ricorrono gli uomini nati al lavoro e disoccupati. Diamo alla
nostra attività uno scopo nobile e benefico, operiamo tutti come buoni
amici e buoni comprovinciali, e saremo rispettati più e la provincia ci
benedirà».

Quei bravi signori mi ascoltarono con simpatia, e tutti promisero
il loro concorso a quest'opera di conciliazione. La quale promessa
accettai con beneficio d'inventario, conoscendo bene la natura umana, e
non lusingandomi che mali accumulati e aggravati dal tempo potessero
essere guariti subito con la buona volontà.

Feci alcune visite. Vidi don Carlantonio Solimene, padre del sindaco, e
quella visita mi fece bene. Vedevo in lui l'immagine di una generazione
quasi scomparsa, viva ancora nella mia memoria. Giovinetto avevo
un culto per certi grandi nomi, De Conciliis, il senatore Capone,
e i Lanzilli, e i Vegliante, e i Solimene, e altri, e giudicavo la
provincia da quelli, e mi sentivo orgoglio a dire: sono anch'io
di quella provincia. La storia copre di un manto pietoso tutte le
piccolezze, degne di morire prima che nascano, e non lascia vivo se non
ciò che è grande. Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De
Conciliis[94].

Fatte le visite, ancora irrequieto ed un po' eccitato, mi raccolsi con
un amico intimo, e stemmo un pezzo solo con solo.

Costui dotato di un senso retto, in gioventù era ardente al biasimo,
veggendo le cose storte, e ci pigliava una passione che gli consumava
la carne. Ora a forza di vederne tante ci ha fatto l'abito, ed è venuto
su tondo e rubicondo, fatto scettico e anche un po' cinico, e smessa la
parte di attore, fa il comodo mestiere dello spettatore, e se la ride,
e carica e motteggia, come se, fosse un fanciullo. A sentire il mio
nome, mi corse incontro, maravigliato che in mezzo a tanti accidenti
pensassi a lui.

S'intende, diss'io. Noi due siamo i più spassionati in questa gazzarra.
E come io mi ci intendo poco vengo all'oracolo.

--Gli è come chiamare il medico quando, il malato è agli sgoccioli.
Troppo tardi.

Feci gli occhioni.

--Ma sì, l'hai fatta grossa, quanto sono ora gli occhi tuoi. La bella
impresa davvero! Chi frenerà più il Re Michele?

Stavo lì come capissi nulla.

--Non sai chi è Re Michele? quel basso tarchiato, con quel panciotto
in avanti e con quegli occhi sempre su quel panciotto come se fuori di
quello non ci fosse altro mondo. Mi par quel panciotto in avanti come
un tamburo, che suona a raccolta e dice: _marche_.

--E voi marciate.

--Io, no. Se altri vuol farla da re, non io voglio farla da suddito.

--E che colpa ha lui, se si sente nato il primo, e vuol farla da primo?

--La colpa è tutta tua. C'era il re e c'era il pretendente. Tolto di
mezzo il pretendente, tolto è il contrappeso alla bilancia, don Michele
andrà in aria e cascherà.

--Questo è il futuro. Sarà e non sarà. Ora come ora, gli hai fatto il
compare, o come dicono, il gatto che cava le castagne dal foco, un bel
mestiere! e hai reso un bel servigio a lui e un bruttissimo a noi, cioè
agli altri. Quanto a me guardo e rido.

--Sicchè, nella tua opinione, o come dici; degli altri, vi faceva
proprio bisogno un pretendente, per farlo re a sua volta. Vuol dire che
siete nati sudditi, e che se non ci fosse il re bisognerebbe crearlo
apposta per voi. Re per re, a dirla schietta, preferisco l'angiolo
Michele a tutt'i Serafini.

--Ah! ecco perciò...

--Come corri subito al perciò! Perciò cosa?

--Perciò gli hai dato una mano. E hai tolto a lui il pruno dagli occhi
e a noi il contrappeso.

E dalli col contrappeso. Lascio stare che specie di contrappeso era
quello, da rendere accetto il re di oggi per non cascare nel re di
ieri. Certi uomini sono, anche senza loro colpa, debolezza degli amici,
e la forza degli avversarii... Ma poi, come non vedi che il contrappeso
è appunto la vita, così nel fisico, come nel morale, sicché, tolto il
contrappeso, viene la congestione, o come tu dici, il capogiro?

--Sicchè tu miravi ad ammazzare il povero Michele. E ti sei fatto
aiutare da lui contro lui.

--Michele, come voi lo chiamate, è troppo acuto per cadere in questa
pania, e io sono troppo leale per fare questi tiri. Non ammetto lo
scherzo su questo punto.

--Parliamo dunque serii. O come ti è venuto il grillo di ficcarti
in questa baraonda? Non ti bastava Sansevero? Presentarti ai tuoi
concittadini, proprio quando non pensavano a te e pensavano al re e
al pretendente! E tu col peso e col contrappeso. Prima non avevi che
amici, e ora hai nemici. Credi tu che non ci sia salito il rossore sul
viso, quando noi s'è inteso il tuo nome bruttamente mescolato in queste
passioncelle locali, e che taluni perfino non sono voluti venire a
sentirti?

--Ammiro la tua filosofia. Ma io vecchio sento come tu sentivi giovane.
Cosa vuoi? Combattere è la mia divisa, dove c'è a fare un po' di bene.
Capisco che si guasta il sangue. Ma questo guardare e star da parte non
mi va. E mi parrebbe, come la vecchia zia che filava, mentre Graziella
non voleva e si faceva pigliare la mano. Certe cose non mi fanno
ridere. M'indegnano, mi attizzano, e mi ci sento tirare in mezzo.

--Tu pigli l'offensiva. Ma ti fai illusione. La tua opera è un
agitarsi nel vuoto. E non c'è sugo. Il solo costrutto che ci vedo è di
aver dato più forza a Michele[95], che noi si voleva gettar giù.

--Gettar giù è presto detto. Come si fa a gettare giù Michele?

--Se rimaneva l'altro prefetto!

--Come se un prefetto potesse dare a voi una forza che non avete.
Lascio stare il lato ignobile. Un paese che invoca l'intervento di
questo o quel prefetto per cacciar via il tiranno, è degno del tiranno.
Se non si sente la forza di farlo esso, vuol dire o che è nato servo
o che il tiranno non c'è. Venne il Prefetto Niente Paura, come lo si
chiamava, e ruppe guerra al re. Un gran brav'omo quello, e che aveva le
intenzioni giuste, ma ricordatevi quella sua fronte piccola e stretta e
quegli occhi rigidi, come presi dal tetano, e ditemi se c'era lì dentro
altro cervello che scarso di fosforo e a idee fisse, rigido come quegli
occhi. La quale rigidità chiamano carattere, ed è monomania. E di là
veniva quella sua volontà di granito, pari alla sua alpe. Quella testa
alpina andò a cozzare contro la testa irpina, dura non meno, dura come
quei macigni, che incontri in certe strade de' nostri paesi e fanno
gridare i piedi. E cosa nacque? La provincia fu messa a soqquadro; si
accese la guerra civile fin nei più piccoli comunelli; venner fuori le
più infami accuse, non ci furono vinti e vincitori, furono tutti vinti,
demoliti tutti.

--Ma se rimaneva, il demolito era don Michelino.

--Rimpiccinitelo, come volete. Fatto è che se è rimasto in piedi dopo
quella guerra, non dee essere poi un tartufo, delizioso a mangiare e
nulla più.

--Anzi è lui che vuol mangiare noi.

--Proprio così? O come ha fatto costui per salire sì alto? Io mi ci
perdo. Alla Camera non l'apprezzeresti un soldo.

--Gli è che ha la monomania anche lui. E la sua monomania è che ha da
essere lui il re, e tutti gli hanno a star sotto. Come Cesare, don
Michelino vuol essere primo in Avellino, anzi chè secondo in Roma. E
se sale nelle alte sfere, gli è come chi va in pallone per raccogliere
notizie intorno alla terra. E qui la terra, come vedi, è Avellino[96].

--Proprio. Don Michelino, come tu lo chiami, ha la sua polizia, e non
so come, ma ti penetra tutto, fino i pensieri.

--Gli è che non pensa altro da mattina a sera. Non so se dorma. Ma
quell'uomo lì ha la febbre. Non si contenta di essere un uomo. Vorrebbe
essere un telegrafo, un vapore.

--Giusto. Se hai una lettera con un'_urgentissima_, _pressantissima_,
metti pegno che è don Michelino. Apri, e che è? Talora è una freddura.

--Ha la febbre e fa venir la febbre. Perchè vuol far ballare tutti a
suo modo. E amici ne tiene e di molti.

--Segno che sa farsi gli amici.

--Unico nell'arte. E sono fanatici e si farebbero ammazzare per lui.
Sanno che si fa di foco, se ha a rendere loro un servigio.

--E come non si può fare tutti contenti, e i malcontenti sono i più,
avreste buon gioco. O come va che la maggioranza cresce intorno a lui?
E ci sono là dentro uomini di qualche valore, e che non hanno bisogno
dei suoi servigi.

--Contate per nulla la sua posizione sociale, la sua attività, la
sua sagacia, il suo fiuto, la sua intelligenza e l'esperienza, e la
conoscenza di ogni materia che ha tra mano?

--Caspita! Tu mi fai il ritratto di un piccolo uomo di Stato.

--Il bene saprebbe farlo se fosse nato al bene.

--Poteva essere un serafino, e non è che l'angiolo Michele.

--E dalli da capo coi serafini. O cosa c'importa?

--Ma insomma cosa volete?

--Vogliamo demolirlo, stritolarlo, annientarlo.

--Tu esci di carattere. Non guardi e ridi. Ti stai scaldando.

--Gli è che quest'atmosfera è così pregna d'elettricismo che move
tutti, anche me, così pacifico. E anche te, se non scappi subito.

--Va via. E non mi vedrete più, se non fate giudizio. Detronizziamo
il re, ma conserviamo il cittadino, se ha tutte le buone qualità che
tu dici. A fare il bene dobbiamo essere tutti. Non voglio ostracismi,
soprattutto de' capaci e degl'intelligenti.

--E chi dice di no?

      Sia cittadino e tornerem fratelli.

Ma giù il re. Abbasso il re Michele!

--Bravo! E in questo, qua la mano. Ci siamo tutti.

--Per bacco! Siamo tutti eguali.

--E non vogliamo re.

--E non vogliamo Michele.

--E non vogliamo serafini.

E così scaldandosi, alzò gli occhi a me, e io a lui. E scoppiammo in
una grande risata.

NOTE:

[91] Accenna all'on. Michele Capozzi, che tranne il breve periodo
di due anni in cui la presidenza venne retta da P. S. Mancini, fu
costantemente presidente del Consiglio Provinciale di Avellino fino al
1907. Il Capozzi morì, ex deputato, il 1917.

[92] L'avv. Catello Solimene, amministratore molto retto del Comune di
Avellino, per un periodo di circa 40 anni.

[93] Il sac. cav. Marino Molinari, concittadino del De Sanctis e
fratello del comm. Achille Solimene, sindaco di Morra.

[94] È superfluo ricordare qui la grande opera patriottica di Lorenzo
De Conciliis, chiamato da Garibaldi il _leone irpino_.

Diremo soltanto che per suo merito il Parlamento Napoletano, su
proposta del marchese Dragonetti, decretò che in Avellino dovesse
sorgere il monumento alla Libertà.

[95] Si noti che il Comm. Capozzi era combattuto in Avellino
precisamente da quel Serafino Soldi, che aspirava alla rappresentanza
politica del Collegio di Lacedonia.

[96] Il Capozzi era allora Deputato di Atripalda e Presidente del
Consiglio Provinciale di Avellino.



                                  XIV.

                               Sansevero.


                                           Napoli, 12 maggio.

Dio me la mandi buona! diss'io, lasciando Avellino. Volere far bene per
forza a chi te ne sa male, scendere dall'alto e mescolarti nel basso
tra gente che non ti sa comprendere, e volge in male i tuoi più puri
intendimenti, ma chi ti ci ha tirato? Farsi predicatore di concordia
dove le passioni sono così indiavolate, ma non è mattezza?

Partii con la faccia torbida. Ma il buon Marino[97], che volle
accompagnarmi perchè, diceva, voleva lui consegnarmi alla signora, me
ne disse tante e con tanta grazia, che la nube mi si sciolse sulla
faccia. Giunsi lieto e vispo, di salute assai meglio che non ero
partito, a gran consolazione della signora. Quel gran moto che m'ero
dato aveva rialzata in me una certa elasticità, e andavo allegro e
svelto, voglioso di appiccar discorsi e di far contese, io d'ordinario
taciturno e pacifico. Ripigliai la vita ordinaria, che mi fece effetto
come di una purga, e cacciò via da me tutte quelle piccole agitazioni,
tutto quel va e vieni di sì e di no, non mi rimase fermo se non questo
pensiero che essendo stato nel mio collegio nativo dovevo accettare la
deputazione di quel collegio. Mi hanno veduto, mi hanno inteso, si
sono accomunate fra noi tante impressioni, tanti sentimenti, mi sentivo
come nato una seconda volta in mezzo a loro. Questo era il mio dovere,
e bisognava farlo a occhi chiusi e non discutere sulle conseguenze.
Non mancavano di quelli che mi dissuadevano. Ma non vedi come ti hanno
accolto? Il collegio nativo è non dove s'è nato, ma dove s'è stimato.
Come puoi lasciare Sansevero? E io sempre a rispondere: è il mio dovere.

A poco a poco tutto l'avvenuto mi apparve come una fantasmagoria, un
romanzo foggiato dalla mia immaginazione, e mi ci divertivo tanto
a ripescarlo. La persona che ci aveva rappresentata una parte così
principale, pareva a me non foss'io, e che io fossi un altro, posto di
faccia a quello, e mi divertivo a vederlo gesticolare e coglierlo in
fallo. Con quest'animo scrissi, e feci il viaggio una seconda volta, e
non so come, mi venne innanzi tutto intero nei più minuti particolari:
così viva era stata l'impressione che ne avevo ricevuta. Toccando e
ritoccando mi son fatto familiare di quei luoghi e di quelle persone,
come ci fossi vissuto sempre. Il mio imbarazzo era quando avevo a dire
qualche verità diretta; ma pensando che non risparmiavo me stesso,
tirai innanzi dicendo: qui non si può pigliar collera se non chi è
povero di spirito. Ci è da ridere, e non da incollerirsi. E benedico il
riso, se varrà a mitigare gli animi, a sciogliere le nubi dalle fronti,
e poichè natura li ha messi insieme, vivano insieme allegri e benevoli,
questo è l'augurio del loro concittadino.

In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi
confortavano all'accettazione. Capobianco di Monteverde[98] scriveva
ch'io dovevo dar principio a un'era nuova in quello sfortunato
collegio. Altri promettevano la più leale cooperazione per pacificarvi
gli spiriti. Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti
elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli?

La Giunta questa volta non tenne conto delle proteste ed approvò
l'elezione a voti unanimi. Nessun dubbio che la Camera avrebbe fatto il
medesimo. Intanto mi venivano lettere da Sansevero affettuosissime di
amici provati, ma non senza inquietudine, e mi rammentavano le promesse
solenni. E sissignore, rispondevo io, sarò costà. Volevo approvata
l'elezione, andare io là, esporre il caso, farli giudici essi medesimi,
non dubitavo del loro assenso. Ma il disegno mi fu rotto. Si sparse
colà la notizia della mia scelta, prima che ci andass'io. Non venite,
mi fu scritto, qui ci è una vera indignazione; sarete ricevuto male,
e non ci è rettorica che vi salvi, perchè in fin dei conti le parole
sono parole, e il fatto è che ci abbandonate. Rimasi trafitto. Ma mi
posi una mano sul cuore, e dissi: soffri, il dovere non si fa senza
soffrire, e deliberai di andarci, persuaso che la mia presenza avrebbe
messo fine a tutti i malintesi.

Quanto più ero fermo nella mia scelta, tanto sentivo più il bisogno di
conservarmi intatta la loro stima, volevo sentirmi dire: ci spiace, ma
non potete fare altrimenti. Telegrafai che sarei giunto colà quella
sera. Il dì appresso, sparsasi notizia del mio arrivo, vennero a
salutarmi tutti, in pochi o in molti, come si accozzavano per via. Di
tutto si parlò, fuorchè di quello che era nell'animo di tutti. Discorsi
freddi, cerimoniosi. Volevano farmi soffrire il loro dispiacere, ma
come suole gente educata, ne' modi più delicati. Raccoltomi co'
più intimi, traboccai, spiegai, m'animai, mi commossi. Era facile
persuadere amici bravissimi, che desideravano esser persuasi,
confidenti da lungo tempo nella mia sincerità. Il punto era persuadere
gli altri. E ci tenevo moltissimo, non volendo che rimanesse alcuna
ombra sul mio carattere.

L'altro dì giunse la notizia che la Camera aveva approvata l'elezione.
E persuaso che il peggior partito era il mostrare la menoma esitazione,
buttai subito fuori il mio pensiero. Sentirono come chi se l'aspetta,
e non fecero alcuna osservazione, mostrando il loro rincrescimento
con quelle frasi cerimoniose e d'uso, che trafiggono più delle
osservazioni. Possibile ch'io non possa rompere questo ghiaccio?
pensavo. E non me n'era dato il modo, perchè la conversazione non
s'animava, e il ghiaccio guadagnava anche me. Avevo addosso una
_Gazzetta di Torino_, dov'era il secondo capitolo di questa storia:
_Rocchetta la poetica_. La mandai alla Casina facendo sparger la voce
che la sera andrei colà a prender commiato da tutti. Non potendo
parlare io, facevo parlare il libro. E come mi affibbiano chi un motivo
e chi un altro, avrebbero trovata la ragione vera e semplice della
mia scelta. Seppi che quei di Torremaggiore desideravano di vedermi,
e mi proposi di andarci subito. Torremaggiore è un grosso comune a
breve distanza, che aveva votato quasi unanime per me, come aveva
fatto Sansevero. Tutt'i signori del luogo mi vennero incontro e mi
accompagnarono alla casa comunale. Visi aperti e ridenti, come di gente
che godeva a vedermi, e a sentirmi parlare e a parlarmi. Tutto animato,
ritrovai la mia espansione, e m'abbandonai a dir loro tante cose, le
più affettuose e le più delicate. Amici miei, conchiusi, voi che amate
tanto questa bella vostra patria, non potete biasimare me della mia
scelta. Restituitemi la parola data, rendetemi la mia patria. Il mio
dire era così semplice, così immediato, che a nessuno venne in capo
di mettere in dubbio la mia sincerità. La conversazione prese il tono
più familiare. Vi terremo sempre come nostro deputato. E saremo sempre
amici. Innanzi a voi qui non ci sono partiti. Sapete il gran bene che
vi vogliamo. Queste effusioni semplici e senza frasi m'intenerivano,
e non mi saziavo di stringer la mano a quegli amici, mentre mi
accompagnavano nel ritorno, e volgendo le spalle a Torremaggiore,
sentivo che Torremaggiore sarebbe rimasta sempre nel mio cuore. La
accoglienza avuta a Torremaggiore si sparse in Sansevero e vi fece
buon effetto. I dubbii, le cattive prevenzioni si andavano dissipando,
e più tempo passava e meglio era. Il tempo è davvero un galantuomo, e
non ci è menzogna che regga a lungo contro di quello. Quando andai alla
Casina, ci trovai già altr'aria. Mi parlarono di Rocchetta, e uscì a
taluno questo delicato pensiero, che accolto con quell'entusiasmo a
Rocchetta doveva trovar fredda l'accoglienza avuta a Sansevero. Se ne
scusavano, la spiegavano. Volevano persuadere un persuaso. Trovavo anzi
che quella brava gente in tanto giusta cagione di scontento avevano
usata una maniera molto delicata a farmelo manifesto.

Mandai biglietti di visita a tutti i sindaci, per congedarmi dagli
elettori, e a quello di Castelnuovo, che m'aveva fatto suo cittadino,
scrissi: «Costretto da ragioni superiori, prendo commiato da voi, fiero
di portar meco il titolo di cittadino di Castelnuovo, dove lascio
preziose amicizie». Castelnuovo mi aveva in gran parte abbandonato
nell'ultima elezione per un suo concittadino, e quel biglietto era un
ricordo affettuoso che poteva parere un rimprovero. Il sindaco mi fece
una risposta volgare, e mostrò di non averlo capito. Ma lo capirono
tutti quelli che sentirono come proprio il mio dolore di quel non
meritato abbandono.

Quello che avvenne poi, si può argomentare da questi telegrammi:

      _Al Sindaco di Lacedonia_,

«Sansevero accompagna con lieti augurii De Sanctis nel suo collegio
nativo. Possiate voi amarlo e stimarlo tanto, quanto l'abbiamo amato e
stimato noi.

                                           _Sindaco di Sansevero_»[99]

       *       *       *       *       *

      _Al Sindaco di Lacedonia_,

«Eccomi vostro deputato. Ricordatevi che la mia bandiera nel collegio
e nella provincia si chiama concordia. Ignoro vinti e vincitori. Tutti
miei concittadini.

                                           _De Sanctis_»

       *       *       *       *       *

      _A Fabio Rollo_,

«Vostra lettera influito molto mia azione. Saluto Bisaccia la gentile.

                                           _De Sanctis_».

Il Sindaco di Lacedonia rispose secco e breve, secondo la sua natura
imperatoria. Mi rammentò che i miei amici cercavano appunto concordia e
non favori. Fabio Rollo rispose:

«Bisaccia, lieta di aver rivendicato il suo illustre naturale
rappresentante politico, vi risaluta affettuosamente, e vi prega
di ringraziare la popolazione di Sansevero del sacrificio fatto,
restituendo a noi la gloria nostra».

Ebbi pure da Lacedonia lettera carissima di un mio amico della prima
età[100], nella quale mi assicurava che tutti facevan plauso alla mia
determinazione e tutti eran contenti di avermi a deputato. Il medesimo
dissero e scrissero parecchi, amici e avversari.

A me piace di riposarmi in questi dolci e nobili sentimenti. Domando un
addio affettuoso a' miei amici di Sansevero, così buoni per me, e do il
benvenuto a' miei nuovi elettori, sperando di poter vivere gli ultimi
anni miei con loro e per loro.

E la moralità? dov'è la moralità? cosa ci s'impara? E il concetto?
e l'idea? e lo scopo? Cosa insomma ho voluto fare? Un libro senza
concetto e senza scopo, cos'altro è se non un guazzabuglio?

Oimè! ora entriamo in uno spineto. Come ho a fare a scoprire ciò che ho
voluto fare? Non ci avevo pensato. E confesso che per un critico è un
peccato mortale. Ho fatto come certi medici che prescrivono agli altri
metodi sapientissimi di cura, e loro se la godono e vivono spensierati.

Gl'Impostori! dice il mondo.

E diranno impostore anche me! Con che viso posso più presentarmi in
cattedra? Sorte mia! come dicono i miei Morresi.

A' quali mando un bacio.

                                           FRANCESCO DE SANCTIS

NOTE:

[97] Il sac. Molinari già ricordato innanzi.

[98] Il compianto cav. Antonio Capobianco--col fratello canonico
primicerio Michele e col dott. Angelo Vella, pure defunti--fu uno dei
più cari ed affezionati sostenitori del De Sanctis nel collegio di
Lacedonia. V. pure le lettere del De Sanctis al cav. Antonio Capobianco
nel _Volume per le onoranze a Francesco Torraca_, Napoli, Perrella,
1913.

[99] Era sindaco di quel tempo l'on. Francesco Masselli.

[100] Saverio Bizzarri, che in seguito ospitò varie volte il De Sanctis
in Lacedonia.



                               APPENDICE

                  PROCLAMA DI FRANCESCO DE SANCTIS
                          "Al popolo irpino".


     Cittadini!

Voi siete chiamati a votare, io voglio dirvi cosa è il vostro voto.

Votare pel NO significa:

Votare per l'ignoranza.--I cittadini di Montemiletto dicono
ingenuamente, in una loro domanda al Dittatore, che i galantuomini
avevano una lista di donzelle per disonorarle, e che perciò avevano
meritato la morte. Quelli di Ariano credevano che i liberali erano
venuti a rubare il loro Santo. Queste sciocchezze avrebbero fatto
sorridere di compassione i popolani Toscani e Piemontesi, che tutti
sono andati a scuola.

Presso di noi le scuole vi sono per cerimonia; là si fa davvero.

Votare per la povertà.--Il nostro paese per natura è il più ricco del
mondo; il governo borbonico ne ha fatto il più povero. Mendicanti,
cenciosi, contadini affamati, borghesi anelanti come cani alla
pagnotta, ecco in che stato si trova una gran parte di noi.

Votare per l'arbitrio dall'alto al basso.--Sulla sommità una volontà
capricciosa, che diceva: la legge sono io; alla base spie, ladri e
birri. Arbitrio del re, arbitrio del ministro, dell'intendente, del
giudice, di monsignore, del capo urbano, del gendarme, non si sfuggiva
all'arbitrio se non a danaro contante; il ladroneccio era organizzato
dalla reggia sino alla casa comunale.

Votare per l'intrigo.--Le vie diritte non spuntavano; il merito
divenuto un titolo di esclusione: l'onestà derisa come imbecillità.
Volevate riuscire? Bisognava conoscere la chiave. Quando uno saliva in
un posto la prima domanda era: chi l'ha portato? Si era perduta l'idea
della giustizia.

Anche oggi, io credo di far giustizia e tutti mi ringraziano del favore.

Il Governo borbonico aveva detto: facciamo il popolo ignorante,
povero e corrotto. Un popolo ignorante non ragiona, ma ubbidisce. Un
popolo povero pensa al pane e lascia fare a noi. E quando un popolo
è corrotto, nelle sue basse passioni di campanile, dimenticherà la
libertà e la patria.--Ed il Governo borbonico ha lavorato sì bene, che
oggi ancora, dopo che la Giustizia di Dio lo ha colpito a morte, oggi
ancora si sentono alcuni popolani gridare viva a quello stesso, che
ne aveva fatto dei bruti, ed alcuni preti chiamar sacra Maestà quello
stesso, che ne aveva fatto delle spie. Ma lode a Dio! questi popolani
imbecilli e questi preti degradati diventano assai rari.

Ecco, o cittadini, cosa vuol dire votare pel NO. Vuol dire votare per
il governo delle bastonate, che vi avrebbero reso il popolo più stupido
ed incivile del mondo, se l'ingegno e la forma della razza italiana lo
avesse consentito.

Sentite ora cosa vuol dire votare pel SI.

Votare pel SI significa:

Votare per l'istruzione.--Quando avremo scuole popolari, scuole
tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali; nuove vie
si apriranno per guadagnarci la vita, acquisteremo coscienza della
nostra dignità, e non si dirà più di noi: furono trattati da animali,
perchè erano animali.

Votare per la ricchezza.--Le strade ferrate ci ravvicineranno. Avremo
associazioni di operai, casse di risparmio e di mutuo soccorso, la
beneficenza meglio diretta e meglio ordinata, i trasporti a buon
prezzo, per mercato tutta l'Italia.

L'industria e il commercio faranno di questo paese privilegiato il più
ricco e potente di Europa.

Votare per l'indipendenza e la grandezza della patria.--Che siamo stati
finora? un popolo diviso in piccoli stati, incapaci di difenderci,
invasi e calpestati da Francesi, da Spagnuoli e da Tedeschi, e fino
da Russi e da Turchi, chiamati da Ferdinando IV, gran protettore dei
briganti.

Saremo una Nazione di 26 milioni di uomini, una di lingua, di
religione, di memorie, di coltura, d'ingegno e di tipo; saremo padroni
in nostra casa; potremo dire con orgoglio romano: siamo Italiani. E lo
straniero che ci ha comandato e ci ha disprezzato dirà: questa è una
razza forte: è stata grande due volte, e quando dopo tanti secoli di
oppressione la credevamo morta, eccola che leva il capo, più grande
ancora.

Votare per la libertà, vale a dire per ciò che l'uomo ha di più
prezioso, la libertà individuale, l'inviolabilità della coscienza,
la libertà della parola e della stampa, la legge fatta da noi stessi
per mezzo dei nostri rappresentanti, e l'indipendenza assoluta
dell'individuo, nei limiti della legge.

Votare per un Re, che ha avuto il più bel titolo che un popolo abbia
mai dato, il Re galantuomo.

Per un Re che, primo ed unico, ha messo a pericolo il trono e la vita
per far noi grandi e liberi.

Per un Re che ha meritato di esser gridato da Giuseppe Garibaldi: il
primo cittadino d'Italia.

Votare per Vittorio Emanuele.

       *       *       *       *       *

_Cittadini!_ accorrete tutti in folla. Che questo bel giorno non sia
contaminato da violenze e da disordini! Che nell'unità d'Italia si
unifichino i cuori di ogni Comune! Imitiamo i Toscani, i Romani, i
Lombardi, che col loro sangue ci hanno riscattati, e che hanno votato
con tanta unanimità e con tanta concordia. Mostriamo che la nostra
provincia, la quale nel '20 alzò il primo grido di libertà, è sempre la
stessa.

      Napoli, 16 Ottobre 1860.

                                              Il governatore
                                           FRANCESCO DE SANCTIS

(Cfr. G. L. CAPOBIANCO--_Francesco De Sanctis_, biografia e ricordi
inediti--Avellino, ed. Pergola 1913, pag. 23-25).



                     L'OPERA DI FRANCESCO DE SANCTIS
             nell'evoluzione storica del pensiero italiano.[101]


Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se
stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe
a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la
figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente
rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella
scienza, nella vita morale e in quella politica.

La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me,
dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo
istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha
voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.

Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa,
il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese
dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa
misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del carattere
dell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla
gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa
di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo
pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello
soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica,
proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua
intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola
rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una
festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica
coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua
dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici,
e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo
ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e
nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti
dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a
buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù
dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non
dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del
carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale,
nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò
sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e
politica, quale critico sommo.

Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la
funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?

Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si
nasconde in domande così suggestive, sopratutto in un ambiente come il
nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza,
ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività
umana.

Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva
dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che
lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e
caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei
quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde
qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu
comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto
filosofico dei Greci.

In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e,
per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine
dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non
ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu
inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro
l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di
esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due
volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà,
ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la
maschera di Pulcinella.

Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che
s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco,
nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico
della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la
felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per
opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni
ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione
robusta del genio musicale, che, interpretando il significato
recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le
memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare,
non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla
multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello
dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un
ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita
interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò,
col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il
carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa
nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora
più il _parere_ che l'_essere_, che persegue le sue torbide fantasie
e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il
godimento tranquillo del suo torpido sogno.

Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra
razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho
detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella
larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per
solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della
civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del
nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose
gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure,
quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di
scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche
voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in
tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che
quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della
coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne
l'anima tra i lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando
e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e
sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.

In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura
l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più
elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco
gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la
forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte,
nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice
convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo
spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e
repressa nel nome di Masaniello.

Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi
vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra
le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile
ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita
nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la
fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva
nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di
resurrezione dell'antico sapere italico.

Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani
della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De
Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un
esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione
o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione
latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo
dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove
dell'indagine speculativa.

Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente
ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie
più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia
nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del
dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale
dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura
latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la
satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può
essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile
giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale
ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo
italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo
così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste
nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla
moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè
riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme
secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non
volgare ispirazione.

Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli
arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non
morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza
dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il
nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte
universale.

Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era
morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto
l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si
ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose
dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'onda armoniosa e
limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova
anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.

Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del
critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita
nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà
interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso
dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto
e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della
nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica
della sua riscossa.

Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e
così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e
fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda,
che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa
servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e
più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e
deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia
vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di
popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi,
la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le
due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico
dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col
buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza
sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità,
fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica,
per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.

La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata
del 15 maggio, preparò un più largo movimento di riscossa e si chiuse
in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve
volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre
contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito
popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e,
preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in
apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.

       *       *       *       *       *

A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis
consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le
energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo,
maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli
esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo
della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere
ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta
penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico
della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di
apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni
meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta
che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come
primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più
che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista,
che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e
aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta
coll'unità politica.

       *       *       *       *       *

Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende
attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò,
ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve per
un istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e
inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.

Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni
del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel
partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più
ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa
coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici
anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva
preconizzato il successo.

Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore,
che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e
dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari.
Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo
proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne
rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di
giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla
delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.

In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della
sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi,
che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito
largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel
Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime
e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro
destino dell'umanità.

Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben
distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè
allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica,
di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilità
del governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali.
Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle
prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto
aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della
sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui
e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che
manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò
allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica
sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della
moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli
ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali
fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e
rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e
la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero
troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da
quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è
l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi
alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i
provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire
la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il
concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole
diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo
teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo
angusti gli antichi confini della patria.

       *       *       *       *       *

Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella
scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire,
il simbolo della loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli
di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori
l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta
la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di
ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco
De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e
nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più
splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti
immortali del poeta recanatese.

Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua
giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione
mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del
mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in
nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento
artistico e la sua vita politica.

Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia,
Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore,
in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero
sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò
un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli
ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già
scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura,
le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza
aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi
nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale,
sociale ed artistica.

Un'opera mirabile e feconda di concezione, raccolta dalla viva voce
del maestro nel momento stesso della sua concentrazione nel fuoco
della parola, rivelò allora quasi ad ogni passo, ai suoi fortunati
ascoltatori il profondo intuito che ebbe il De Sanctis di tutte quelle
correnti spirituali, che insieme conferirono alla grande opera del
risorgimento nazionale. Ma in questo studio d'integrazione, mirando
a raccogliere e a determinare gli elementi più vitali e durevoli
dell'opera della rivoluzione, e a sceverare da essa la parte mortale
e caduca, onde era ingombra, egli si affissò soprattutto nel Manzoni,
come disegnatore insuperato di tutto ciò che muove e guida nelle sue
azioni l'animo umano.

Si noti però che, in questa ricostruzione, il critico non abbandona
mai l'indipendenza del suo giudizio, e non si lascia sorprendere
come rattrappito nell'àmbito di nessuna forma artistica, per quanto
si voglia meravigliosa e perfetta. Il De Sanctis sentì primo e più
vivamente d'ogni altro, che il rinnovamento delle basi scientifiche
della coltura preparava l'avvento del naturalismo nell'arte, e che
pur questo sarebbe stato avanzato alla sua volta da un'arte più fina,
in cui si ricongiungessero insieme questi due inscindibili processi,
per cui lo spirito umano tende ognora a scoprire nella realtà della
vita le leggi ideali del pensiero. Il suo motto fu quello di Michele
Montaigne: _naturaliser l'art, artialiser la nature_. Lotta terribile
per l'incarnazione di una nuova e più perfetta formola artistica, a cui
uno spirito privilegiato consacra, tra ansie e trepidazioni infinite,
lo splendore e la maturità della sua intelligenza, perchè questo
grande ideale trovi la sua espressione più concreta e perfetta, e pur
quest'umile parte d'Italia sia assunta alfine nei regni della grande
arte.

       *       *       *       *       *

Chiunque ritorni, come dopo lunga peregrinazione, a rinfrescare i
ricordi dei suoi studî più diletti nell'onda avvivatrice e fresca del
pensiero del De Sanctis obliandosi in esso, sente quasi sempre vagare
il suo spirito sugli abissi di un mondo nuovo e ancora inesplorato. A
ciascuna di quelle sue frasi brevi e scultorie gli si apre la visione
di un orizzonte interminabile, su cui l'intelletto del maestro dispiega
come aquila il potente suo volo, per tutte scoprirne colle immense
poderose volate gl'intricati avvolgimenti. Quando la parola vacilla e
quasi par che non regga sotto il peso del grave pensiero, egli martella
la visione di questo mondo sublime dell'inconoscibile con incisi più
potenti, per sprigionarne sprazzi di luce vivida e rapida, come quella
della folgore.

La critica, su cui dominò sovrano il genio di Francesco De Sanctis,
non ha nulla di comune con quell'arte più modesta, che siam soliti
di gratificare di questo nome, e che vive e si oblìa nelle più umili
regioni della storia e dell'arte, della politica e della realtà
della vita. Il suo regno è ampio come quello dei venti, la sua meta
inaccessibile e pericolosa come quella degli abissi inesplorati e
profondi. Essa è fatta di genialità, ed è temprata nelle analisi più
precise e nelle sintesi più audaci e comprensive. E, se non evita,
certo non si compiace della dipintura e ricerca minuziosa dei difetti
e dei mali, dietro cui si muovono affaticati e stanchi i più modesti
operai del sapere.

Nel regno della critica, Francesco De Sanctis ha conquistato il posto,
che spetta soltanto agli scopritori di mondi nuovi.

Altri paesi ed altre nazioni aspettano ancora, come una rivelazione
dell'avvenire, il metodo critico, che Francesco De Sanctis ha
inaugurato e reso perfetto. Per noi Italiani esso è ormai una felice
realtà e una promessa sicura di bene, se sapremo accoglierne e
svolgerne i presaghi ammonimenti.

                                           ENRICO COCCHIA

NOTE:

[101] Discorso pronunziato in Ariano, il giorno 8 novembre 1903, nella
solenne inaugurazione dei busti innalzati alla memoria dei due grandi
Irpini, De Sanctis e Mancini, per nobile iniziativa di un comitato di
giovani.

Dobbiamo alla cortesia del senatore Cocchia--amantissimo della nostra
Irpinia--la pubblicazione di questo magistrale discorso.



                        DE SANCTIS E LA POLITICA


Sul numero del 2 marzo 1913 comparve sul _Giornale d'Italia_ un
articolo di Matteo Incagliati, contenente alcune inesattezze, che
ancora circolano a discredito della nostra Irpinia, ed in particolare
del Collegio di Lacedonia. Credo, perciò, che non sia superfluo
riportare qui la lettera, indirizzata al pubblicista Incagliati e
pubblicata due giorni dopo dal _Giornale d'Italia_ e dall'_Araldo_.

                                           Napoli, 2 marzo 1913.

      _Illustre signor Incagliati_,

Da molto tempo seguo con vivissima simpatia la sua opera di meridionale
entusiasta delle superbe tradizioni della nostra terra, e non potrà
immaginare con quanto piacere io abbia visto rievocare oggi, sul
_Giornale d'Italia_, la maestosa figura di Francesco De Sanctis.

Irpino di nascita e figliuolo del compianto cav. Antonio
Capobianco--amico carissimo e sostenitore costante del De Sanctis nel
Collegio di Lacedonia--io sento il dovere di scriverle la presente per
rettificare un errore, nel quale Ella è involontariamente incorso.

Nella lotta elettorale politica del 1875, di cui si occupò il grande
critico nel _Viaggio elettorale_, il De Sanctis non fu sconfitto, come
Ella dice, ma riportò, anzi, una strepitosa vittoria. Il Collegio di
Lacedonia seppe compiere allora completamente il proprio dovere, perchè
non volle fare una quistione di _destra_ o di _sinistra_, nè volle
accogliere la scomunica del Comitato di sinistra di Napoli lanciata
contro un proprio membro, il De Sanctis, per favorire l'avversario
avv. Serafino Soldi, ma dimostrò d'intendere interamente il grido
che prorompeva forte dal petto del grande Critico: «Date la patria
all'esule»!

Il buon senso seppe trionfare su tutti gli ostacoli creati a bella
posta contro il De Sanctis. Quella vittoria fu anzi il preludio
della completa pacificazione degli animi attorno al loro illustre
rappresentante. Nelle elezioni successive, in quelle provinciali
prima del mandamento di Andretta e in quelle politiche dopo (1876),
gli elettori si riaffermarono _unanimi_ sul nome del grande Irpino.
Parve allora, al De Sanctis di aver raccolto il frutto della campagna
elettorale del 1874, ed Egli se ne mostrò lietissimo in una lettera
(diretta al compianto patriota avv. Francesco Maria Miele, Sindaco di
Andretta), che io ho pubblicato nella conferenza sul De Sanctis tenuta
alla _Dante Alighieri_ di Monteverde e testè edita dalla tip. Pergola
di Avellino[102].

L'errore è comune, ed è perciò che ho voluto richiamarne la Sua cortese
attenzione.--Mi consenta poche altre parole.

È un atto di giustizia legittima e doverosa riconoscere che il Collegio
di Lacedonia fu sempre fedele al De Sanctis fino al 1882, anno in
cui ebbero luogo per la prima volta le elezioni a scrutinio di lista,
d'infelice memoria!

Il Collegio di Lacedonia venne allora compreso nella nuova
circoscrizione elettorale di Ariano di Puglia, e così fu possibile la
sconfitta, per soli pochi voti, del De Sanctis! La colpa fu tutta di
quel disastroso scrutinio di lista, che permise il trionfo di tante
nullità e la caduta di tanti uomini insigni!

Il 1882 è rimasto, perciò, celebre nella storia d'Italia!

Del resto se il Collegio di Lacedonia in qualche modo si mostrò poco
grato verso il grande Concittadino, ha già dato in parte prova della
propria riconoscenza, e, direi anche, resipiscenza verso Francesco
De Sanctis innalzando nel capoluogo un monumento in suo onore ed
intitolando al suo nome glorioso tutte le opere di educazione popolare,
che sono sorte nei varii comuni del Collegio.

Non condivido poi la sua opinione riguardo al De Sanctis, uomo
politico. Se la politica, infatti, è onestà, moralità e sincerità,
certo il grande Irpino fu uno dei più eminenti parlamentari dell'Italia
unita.

Il _Viaggio elettorale_, _Le lettere parlamentari_, i numerosi discorsi
e gli scritti politici di Lui stanno a dimostrare la verità della mia
asserzione, che, del resto, non è mia soltanto.

Nelle occasioni solenni, alla Camera dei Deputati, la parola del De
Sanctis--lo ricorda il Villari--passò come l'espressione del più puro
patriottismo, perchè confortata dalla grande autorità che gli proveniva
dalla generale convinzione che egli non si lasciava mai accecare dallo
spirito partigiano. La sua vita diveniva allora un vero apostolato
politico, ed egli poteva avere dalla cattedra, dalla stampa e dalla
tribuna parlamentare sul popolo italiano la medesima influenza avuta
dalla cattedra sui giovani.

Se così non è, chi dovrà dirsi grande parlamentare?

La ringrazio della cortese ospitalità, che darà a questa mia, e mi
creda con profondo ossequio

                                                    Devotissimo

                                           GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO

NOTE:

[102] G. L. CAPOBIANCO: _Francesco De Sanctis_, conferenza con
prefazione di Giovanni Amellino--Avellino 1913.



                                 INDICE


  Ai lettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  Pag.      V
  Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . .   »      VII
  Cap. I. Un viaggio elettorale . . . . . . . . .    »        1
  Cap. II. Rocchetta la poetica . . . . . . . . .    »        6
  Cap. III. Lacedonia . . . . . . . . . . . . . .    »       14
  Cap. IV. Fantasmi notturni . . . . . . . . . . .   »       23
  Cap. V. Il discorso . . . . . . . . . . . . . .    »       33
  Cap. VI. Bisaccia la gentile . . . . . . . . . .   »       44
  Cap. VII. Calitri la nebbiosa . . . . . . . . .    »       53
  Cap. VIII. Andretta la cavillosa . . . . . . . .   »       61
  Cap. IX. L'ultimo giorno  . . . . . . . . . . .    »       70
  Cap. X. Morra Irpino . . . . . . . . . . . . . .   »       78
  Cap. XI. Dopo il ballottaggio . . . . . . . . .    »       89
  Cap. XII. La mia città . . . . . . . . . . . . .   »       98
  Cap. XIII. Il re Michele . . . . . . . . . . . .   »      108
  Cap. XIV. Sansevero . . . . . . . . . . . . . .    »      119

                                APPENDICE

  F. De Sanctis: Al popolo irpino (Proclama per il
  Plebiscito) . . . . . . . . . . . . . . . . . .    »      127

  Enrico Cocchia: L'opera di Francesco De Sanctis
  nell'evoluzione storica del pensiero italiano .    »      131

  L. Capobianco: De Sanctis e la politica (Lettera
  ad Incagliati) . . . . . . . . . . . . . . . . .   »      144



Nota del Trascrittore


L'ortografia e la punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Grafie alternative mantenute:

  sicchè/sicché
  Castel dell'Ovo/Castel dell'Uovo
  Aaaah/Aaaaah
  avversari/avversarî
  dalli/dàlli
  méta/meta
  piè/pie'
  studi/studî


Altre correzioni:

  pag. 11 faceva sì [si] e no sul cavallo
  pag. 26 --Hai [Hai] letta la lettera
  pag. 30 Alle chiavi delle [della] posizioni
  pag. 43 tra molta folla plaudente, e [a] via.
  pag. 46 qualche episodio della sua [delle sue] vita.
  pag. 48 La conversazione [conversione] cominciò a languire
  pag. 98 La menzogna, il [Il] falso vedere foggiato
  pag. 102 E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi [disse]
  pag. 107 uso ai maneggi [e gli affari,] e agli affari,
  pag. 125 Francesco De Sanctis [De-Sanctis]
           varie volte il De Sanctis [De-Sanctis]
  pag. 128 il merito [marito] divenuto un titolo di esclusione





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Un viaggio elettorale" ***

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