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Title: L'idolo
Author: Rovetta, Gerolamo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'idolo" ***

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                            GEROLAMO ROVETTA


                                L'IDOLO


                                ROMANZO



                                 MILANO
                      LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE
                          Via S. Margherita, 5
                                  1904



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

  Tutti i diritti di riproduzione e di traduzione riservati all'autore

              Como — Stab. Tip-Lit. Romeo Longatti — Como.



PARTE PRIMA.



I.

LA CONFERENZA.


A Milano: nella «gran sala» del Circolo artistico-letterario.

Un salone qualunque, abbastanza armonico, ornato di bandiere nazionali
e di fantasia.

Giordano Mari, illustre pensatore e storico elegante: parla molto e
scrive poco, per cui la sua fama è in continuo aumento. Bell'uomo:
barba bionda, corta; capelli bruni, lucenti, ondulati; ciuffo
alla moderna. Età, _forse_, quarantacinque anni, che all'occhio
superficiale, e dopo le cure e la cura della toeletta, possono
anche sembrare, _forse_, trentacinque. Diritto in piedi, sul palco
elevato, accanto al tavolino, colla solita bottiglia e il solito
bicchier d'acqua dal fondo arrugginito, parla da tre quarti d'ora sui
_Precursori della Rivoluzione_.

Quando il conferenziere china lo sguardo per rivolgere il discorso
alle signore — tutto un parterre fitto fitto di bei visetti intenti,
rallegrato dalla vivezza dei papaveri, per la gran moda dei cappellini
rossi — egli sorride sfoggiando la lucentezza candida dei denti, e
modula la voce penetrante con inflessioni morbide, quasi tenere. Poi,
quando rivolge il capo, e un apposito periodo, ai giovani letterati,
agli artisti del pensiero che spiccano qua e là, infissi alle pareti,
colla testolina ben pettinata, i solini alti, marmorei e l'uggia
classica spirante sui labbruzzi anemici, votati alla sigaretta, la sua
parola si fa più lenta, la voce più fredda, la frase più acuta; mentre
tuona come un poderoso baritono dell'eloquenza quando scaglia un nome,
un'apostrofe o dedica una volatina agli artisti della forma, agli
scultori ed ai pittori che lo stanno a sentire raggruppati sull'uscio
in fondo alla sala, con le facce sudate — con più o meno barba —
spiranti un'attonita maraviglia:

— Cribbio, che polmoni!... Che Tamagno!

GIORDANO MARI (_continuando_)... Ecco dunque, o signori, sopra la
pleiade dei pensatori che apersero la via ai tempi nuovi e abbatterono
l'antico edificio della tirannide, ecco elevarsi quattro grandi figure
d'uomini e di scrittori, i maestri dell'idea nuova, i critici della
storia universale: Montesquieu, Voltaire, Diderot, Rousseau...

DONNA FANNY (_uno dei cappellini rossi, il più straordinario, il più
bizzarro e il più parigino, sottovoce ad Emma, indicandole, s'intende,
il conferenziere_) Guarda che bella mano! In un uomo, dopo i denti, io
guardo subito la mano. Molte fanno un gran caso anche dei capelli; per
me niente! Basta che non siano rossi!

La signorina EMMA: (_un visino sentimentale: non si muove, non
risponde, forse non ha nemmeno udito quel che ha detto Fanny: ha tutta
l'anima negli occhi e gli occhi nel conferenziere_).

GIORDANO MARI (_continuando e fissando Emma che egli non ha mai visto,
ma i cui occhi neri, intenti, ha subito notato fin dalle prime parole,
e se ne serve, come fanno tutti gli oratori, per dirigere ed appoggiare
il discorso_)... Giganti della ragione i due primi, del sentimento i
secondi: tutti egualmente degni della nostra ammirazione riconoscente,
poichè, per dirla col nostro immortale Alighieri:

    ... _ad un fine fur l'opere loro_.

FANNY (_sempre ad Emma e sempre riferendosi al conferenziere_) Gli
uomini, i biondi, specialmente, stanno benissimo col gilet bianco e la
cravatta nera.

La signorina EMMA (_pallida, quasi smunta per la grande attenzione. Non
è mai stata ad una conferenza, non ha mai sentito un uomo parlar tanto
e così bene. Quando gli occhi di Giordano Mari si fermano nei suoi,
prova un senso strano, quasi penoso, di soggezione, di oppressione,
di timidezza vereconda... e quando Giordano Mari non la guarda più, le
sembra d'essere rimasta al buio, d'un tratto_).

GIORDANO (_appunto: lasciando Emma al buio, per illuminare co' suoi
sguardi i giovani letterati_)... Montesquieu è il gran signore dello
stile e della dialettica; il gentiluomo squisito che con gli eleganti
periodi sbaraglia il vecchio esercito dei teologi: Voltaire è lo
spirito diffuso, il re delle moltitudini, a cui con la frase limpida
e facile rivela quanto di falso e di ridicolo sia nelle più venerate
dottrine. Egli che, come fu detto, disinventa Dio, richiama l'uomo al
buon senso...

GUIDO BARDI (_un giovane e già illustre poeta che ha scritto delle
novelle in prosa, una delle quali sta per essere pubblicata, tradotta
in francese, nella_ Revue Parisienne, _a Nino Sebastiani, ma senza
voltarsi, senza muoversi, sempre cogli occhi rivolti a donna Fanny,
che occhieggia a sua volta, frequentemente_) Taine!... Tutta roba del
Taine!

NINO SEBASTIANI (_autore drammatico molto applaudito, che non ha mai
letto il Taine: contentissimo di averlo imparato a conoscere, risponde
a Guido Bardi, anche lui rimanendo immobile e cogli occhi sempre
rivolti alla signorina Emma, che non lo guarda mai_) Tutta roba del
Taine! Tutta la conferenza non è altro che un mosaico di furti...
qualificati.

GUIDO BARDI (_riferendosi a Giordano Mari, con una crollatina del
capo_) Non è che un falso erudito... un assimilatore.

NINO SEBASTIANI (_sempre fissando Emma che fissa sempre il
conferenziere: diventando geloso_) Bel merito l'erudizione!... Tutta
roba presa dagli altri! Mai niente di originale!...

GIORDANO MARI (_il braccio proteso verso i pittori e gli scultori in
fondo alla sala_)... Il Diderot, vulcano erompente di eloquenza, lo
richiama ai provvidi istinti della natura. Ma se questi hanno distrutta
la vecchia società iniqua e artificiosa (_nota di petto_), Gian Giacomo
Rousseau ha posto i fondamenti della società nuova, nella quale gli
uomini non devono essere soltanto liberi, ma anche buoni! (_Un momento
di pausa: un sorriso: ritrova gli occhi fissi, incantati di Emma,
vi si ferma coi suoi e ripiglia con sentimento, con voce amorosa,
carezzevole_)... Egli restaurò con le sue pagine il culto di tutte le
cose sane, la solitudine, la campagna, il popolo, il lavoro; e pose in
cima del suo ideale sociale la donna, ben sapendo che senza la donna
nulla di buono s'è fatto al mondo...

NINO SEBASTIANI (_facendosi sentire dai più vicini_) Nemmeno i
conferenzieri.

GIORDANO MARI... Ben sapendo che l'amore (_Emma trasalisce, pallida,
palpitante, ma non batte palpebra_)... Ben sapendo che l'amore è la
forza sovrana nella fisica dell'umanità, che la passione, la quale
trae le sue radici dalla natura, eguaglia veramente tutti gli uomini,
innanzi al compito della vita! (_Guarda l'orologio, così per dare ad
intendere che parla improvvisando, a ora_).

_I pittori e gli scultori_ (_approfittando della pausa per applaudire_)
Maraviglioso! Straordinario! Che forza di polmoni!

_La più autorevole tra le barbe più incolte._ I polmoni! Va benissimo,
ma non è tutto! E l'ingegno? E il ragionamento? E la prospettiva? E
il colore? Perchè è sempre — quel che si dice — un'impressione — più
o meno — che noi vogliamo ottenere sul nostro pubblico. E dunque,
appena il pubblico, sicuro, comincia a sospettare che l'artista possa
mai sottintendere una qualche... _intenzionetta_, oltre alla tecnica
della fattura ed alla tonalità dell'effetto, allora guai, si impunta da
vera bestia, a non capir niente! E la logica dell'artista sta appunto
nel raggiungere una chiarezza tale di... di... procedimento, che il
pubblico abbia sempre da capir tutto, anche quando... _el capiss no_!

Il cavalier VENCESLAO DIONISY (_il padre della signorina Emma: si
tiene l'ultimo, scostato d'un passo dalla coda del pubblico stipato
fin nella seconda sala, che serve d'anticamera. Le mani incrociate sul
dorso, il capo chino, egli non applaude il conferenziere, ma lo segue
attento, dignitoso, approvandolo con un buon sorriso di autorevole
compiacimento, che gli corre fra mezzo i peli della barba alla Verdi.
È appunto questa somiglianza con Giuseppe Verdi che forma l'orgoglio,
la soddisfazione, e il quotidiano «perchè» dell'impeccabile vita
del cavalier Venceslao, che gl'impone negli atti, nelle parole, nel
contegno, sopra tutto nelle approvazioni, quel riserbo calmo e sereno,
dovuto alla coscienza della propria autorità personale. È tale la
rassomiglianza, che egli stesso ne rimane ingannato, tanto che qualche
volta gli accade di prendersi anche lui... per il Maestro_).

GIORDANO MARI (_avvicinandosi alla conclusione_)... Così la filosofia
s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi le basi di quella società
futura che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza,
e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo,
possiederemo la piena signoria della terra su cui siam nati e godremo
piena la libertà dell'amore e del pensiero!

NINO SEBASTIANI (_con sprezzo_) Ancora del Taine...

GUIDO BARDI (_che ha letto tutto_) No; questa è di Giorgio Sand.

NINO SEBASTIANI (_che non ha letto niente_) Vecchiume romantico!

Giordano Mari (_concludendo con arte, con calma, mentre prende i guanti
dal tavolino e li tiene in mano_)... Noi possiamo veramente dire che
sta per aprirsi il nuovo «millennio» della giustizia e della ragione,
alla cui salutare autorità noi andremo debitori di tutto, così della
fondazione degli ordini nuovi, come della distruzione degli ordini
antichi.

Guido Bardi ha appena il tempo di esclamare:

— Ancora il Taine! Accidenti che saccheggio! — e già scrosciano gli
applausi. Le smanacciate degli uomini s'alleano ai battimani in sordina
delle dame inguantate. Tutti si muovono: il conferenziere s'asciuga
dignitosamente la fronte e ridiscende tra i mortali.



II.

IN VIA SAN PAOLO.


Mentre dura il rumore delle seggiole, il fruscìo delle vesti, e il
cicaleccio complimentoso delle signore che si alzano, si salutano e si
voltano per avviarsi verso l'uscita, mentre i pittori e gli scultori
applaudono ancora, ma più fiaccamente, perchè delusi nell'aspettazione
del razzo finale, Guido Bardi e Nino Sebastiani, stretti nei gomiti
e scivolando abilmente con dei sommessi «_pardon!_» fra le vesti e
gli strascichi delle signore e infine urtando, senza tanti riguardi,
e sfondando la folla degli uomini, si precipitano alla conquista dei
soprabiti che infilano sbracciandosi e scendendo a salti lo scalone.

Vogliono arrivare i primi a mettersi sulla porta di sentinella, per
offrire i loro omaggi e la loro compagnia alle belle signore: anzi, più
precisamente, Guido Bardi a donna Fanny, Nino Sebastiani alla signorina
Emma.

Ma le due amiche, proprio queste due, si fanno molto aspettare.

— Che cosa succede? — chiede il commediografo al poeta, scambiando una
sigaretta con un cerino.

Quasi tutte le signore, sfollando, sono già uscite nell'angusta e tetra
via di San Paolo, avvivandola, per un istante, di voci e di risa,
rischiarandola, rallegrandola, colla gaiezza delle vesti, coi fiori
vivaci dei cappellini... ma, ancora, nè donna Fanny, nè la signorina
Emma non si vedono spuntare... e nemmeno il Verdi che le accompagna.

NINO. Che diavolo fanno lassù?

GUIDO. Andiamo a vedere.

I due giovani rientrano, attraversano la portineria, cacciano la testa
nel vano dello scalone, guardano in su:

— Eccole!

Sono in alto, sul primo pianerottolo. Si ode la vocetta allegra
e il riso metallico di donna Fanny che fa, colle solite moine,
congratulazioni e complimenti al conferenziere, presentato loro
dal nobile Barbarani, il piccolo e rumoroso presidente del Circolo
artistico-letterario.

NINO SEBASTIANI e GUIDO BARDI (_si guardano: si fissano: ognuno dei
due, fuori un palmo di muso: la sigaretta si rizza fra le labbra e non
fuma più_).

NINO (_colla voce grossa per un'indigestione di gelosia_) =Io= le
pianto e me ne vado.

GUIDO (_furente, ma sempre diplomatico_) No.

Tutti e due si vendicano, borbottando, scagliando invettive contro il
nobile Barbarani: che c'entra lui a fare il presidente di un Circolo
artistico-letterario? Se come artista non ha mai dipinto... altro che
i suoi baffi? Se come letterato non ha mai scritto... altro che al suo
fattore? Se come mecenate non ha mai comperato altro che oleografie?
Ma, appunto per questo, i letterati non volevano un artista; gli
«artisti» non volevano un letterato, e allora, per non offender
nessuno, hanno fatto presidente... un asino pieno di belle maniere, che
non sa far altro che presentar la gente... che non si vuol conoscere!

Il Presidente (_in alto: sul pianerottolo, con frequenti
colpettini di tosse per rischiarare la voce stanca che gli si
intorbida frequentemente_) Ecco appunto — benissim — il nostro
grande conferenziere _Giovanni_ Mari: cioè, volevo dire Giordano,
l'illustre commendator Giordano Mari, che ho davvero la squisitissima
soddisfazione di presentare ad una delle più amabili e più belle
signore, la nostra donna Fanny Simonetti, e, senza eccezione, alla più
graziosa _popolina_ di Milano, la signorina Emma Dionisy, di cui ecco
l'artefice genitore — _benissim_: son proprio _content_!

La signorina EMMA (_arrossisce dinanzi al conferenziere che le sembra
ancor più alto, più biondo, coi denti bianchi ancor più lucenti; china
gli occhi quasi abbagliata, e al contatto della sua mano ha un tremito,
una vibrazione nervosa_).

Il cavalier VENCESLAO (_un cilindro a larghe tese, un foulard bianco
attorno al collo: si avanza serio, stendendo le mani al conferenziere:
un colpo solo, fortissimo, e basta_).

Il Presidente (_che è ancora svelto e forte in gamba — soltanto in
gamba — scende la scala a salti: vedendo nel vestibolo Guido Bardi
e Nino Sebastiani_) _Benissim_! Son proprio _content_! (_Nuove
presentazioni: molta cordialità da parte di Giordano Mari, molti
complimenti_).

GIORDANO MARI (_ai due giovani letterati che si inchinano appena,
torvi, muti_) Conoscevo già per fama il loro nome... con ammirazione le
loro opere...

Tutti insieme escono dal portone e si avviano a due a due. Il piccolo
presidente corre innanzi e indietro, da questo a quello, come un
cagnolino che tiene in branco le pecore, abbaiando allegramente il suo
_benissim_. Giordano Mari, dinanzi a tutti, si accompagna con Emma.
Nino Sebastiani, che resta in fondo col cavalier Venceslao, si oscura
ancor di più, e Guido Bardi, camminando a fianco di donna Fanny, si
rasserena.

Fra il poeta e il commediografo non c'è nessuna alleanza intima:
sono sempre insieme per forza di amore, perchè vanno sempre insieme
Emma e Fanny. Ma se l'amore li unisce, la letteratura li divide — la
letteratura e la grammatica: croce e delizia. — Delizia del poeta che
ne è in possesso, croce del commediografo, che ne fa senza e si scusa
dicendo:

— Se nessuno conosce la grammatica, è come non ci sia; dunque è inutile.

GIORDANO MARI (_camminando diritto al fianco di Emma, pavoneggiandosi,
colle falde del lungo abito nero, svolazzanti alla calda auretta del
maggio_). Ho una grande simpatia per Milano: non è come Roma colla
sua storia schiacciante, non è come Venezia colle sue arti troppo
belle: a Milano, lo spirito riposa. Quando si è visto ed ammirato il
duomo, basta! (_Dopo un momento di pausa: più sottovoce, con diretta
galanteria_) Parlo solo... dei monumenti.

La signorina EMMA (_si confonde: le sfugge lo strascico dell'abito
che aveva in mano: si ferma un attimo e lo riprende, poi continua
a camminare, guardando sempre per terra, e notando, ad onta del suo
orgasmo, della sua confusione, che anche i piedi di Giordano Mari sono
bellissimi e ben calzati_).

GIORDANO MARI (_continuando_)... È la buona città borghese,
rivoluzionaria soltanto in politica: e, ciò che sembra una
contraddizione e non lo è, rivoluzionaria per la propria conservazione.
Ma in arte? I suoi artisti non fanno che copiare la natura. In
letteratura? I suoi scrittori non fanno che copiare... l'articolo
di moda. Il suo teatro? Niente Wagner! Niente Ibsen. I milanesi non
vogliono _pensare_... che ai loro affari. Per questo l'opera tipo è la
_Bohème_, il drammettino interessante, fatto soltanto per gli occhi
e per le orecchie, e che sul finire vi spreme quattro lacrimette che
fanno digerire il pranzo e preparano lo stomaco per la cena.

La signorina EMMA (_trova che egli parla molto bene, che ha molto
spirito, una gran bella voce, e continua a guardar per terra e aspetta
un altro complimento, forse il principio di una dichiarazione, e perciò
diventa sempre più rossa senza apparente motivo_).

GIORDANO MARI (_sospirando, levandosi il cilindro e asciugandosi la
fronte come uno che ha molto lavorato ed è molto stanco_)... Qui si
riposa: la mente non è assediata e oppressa dalle ombre del passato.
_Cor magis tibi Mediolanum pandit_! Come avrei bisogno anch'io di
riposare, di ritemprarmi in questa feconda modernità, fuor delle cose
morte! Mi ci vorrebbe proprio un po' di Milano!

La signorina EMMA (_con ansietà, ma vincendo la timidezza, perchè le
preme molto di sapere ciò che domanda_) Si fermerà, dunque, qualche
giorno... a Milano?

GIORDANO MARI (_lusingato, guardando la ragazza e trovandola, davvero,
carina carina..._) Tutta la settimana.

La signorina EMMA (_alzando il capo, alzando gli occhi, fissando il
Mari contenta perchè in quel momento «tutta una settimana» le par lunga
un secolo_) Come è stata bella la sua conferenza! È la prima che sento!
Che combinazione!...

«Che combinazione?» Di che? Di che cosa? Giordano Mari, stupito, torna
a guardarla. Combinazione? Perchè? Di che cosa?

Di ciò che la giovinetta sente in fondo al suo cuore, che «cominciava
allora... », cioè no, che ha cominciato un'ora innanzi, quando i suoi
occhioni neri e profondi si sono incontrati negli occhi di quell'uomo
bello e forte, così in alto sopra tutti gli altri, signore, dominatore
di quella folla, ch'egli con una parola faceva fremere di ammirazione,
o vibrare d'entusiasmo.

Il cavalier VENCESLAO (_alla coda della comitiva, prende a braccetto
Nino Sebastiani: vorrebbe sapere come ha trovato la conferenza_).

NINO SEBASTIANI (_con un moto di stizza e di sprezzo_) Un mosaico
internazionale!

Il nobile BARBARANI (_staccandosi da donna Fanny e raggiungendo di
corsa, perchè sono andati molto innanzi, Giordano Mari e la signorina
Emma_) Diceva adesso donna Fanny, che vorrà pubblicarle, certamente, le
sue conferenze?

GIORDANO MARI. Sì; le ho già cedute al mio solito editore per l'Italia
e alla casa Hartleben per la Germania.

Il nobile BARBARANI. Ah! Ah! _Benissim_! Son proprio _content_! (_si
ferma sulle gambette a roncolo per aspettare donna Fanny con Guido
Bardi, e dar loro la bella notizia_).

La signorina EMMA (_con un fil di voce, mentre alzatasi la sottana fa
un piccolo saltello per ischivare una pozza_) E dopo Milano... dove va?

GIORDANO MARI. Prima a Bologna, poi a Napoli, poi a Roma, dove compirò
il mio ciclo di conferenze... poi, a Venezia.

— Lei, appunto, è di Venezia?

— Quasi; ma sono nato a Padova.

La signorina EMMA (_con un trasporto di entusiasmo_) Venezia e Padova
sono due gran belle città!

GIORDANO MARI (_dà un'altra rapida occhiata alla signorina Emma,
pensando fra sè: è candore o civetteria?_)

La signorina EMMA (_continuando con vivo interesse_) E le ha già
scritte tutte le sue conferenze?

GIORDANO MARI (_crollando il capo con olimpica superiorità_) Scritte?
(_un sorriso come sopra; un'altra crollatina di capo_) Le scrivo dopo,
più tardi, quando preparo il volume per l'editore: lo scriverle, non è
altro che un lavoro di.... di selezione.

La signorina EMMA (_con meraviglia ed ammirazione_) Ma allora, Dio mio!
come fa?

GIORDANO MARI (_dimenandosi ancora di più, quasi da riempiere,
all'occhio, colle lunghe falde svolazzanti la stretta via di San
Paolo_) La mia conferenza non è mai nè un'opera d'arte, nè un'opera
letteraria....

La signorina EMMA (_interrompendolo con uno sguardo e mormorando con un
sospiro che si innalzano come un'aureola di ammirazione amorosa attorno
alla testa bionda, simpatica, dell'illustre pensatore_) Oh! così bella!
È stata tanto bella la sua conferenza!

GIORDANO MARI (_non dice di no, anzi pare dica di sì, e continua_) Ho
solo un merito, forse raro, anzi sempre più raro: la sincerità! E la
sincerità è la grande bellezza (_pronuncia lentissimamente e con una
sapiente modulazione — bel-lez-za — fissando Emma che torna a guardar
per terra_); la sincerità è la grande bellezza delle anime e delle
cose. No; le mie non sono conferenze; io non tengo delle conferenze
(_un moto stizzoso, di sprezzo. Emma torna ad alzar gli occhi ed a
guardarlo incantata_), io _parlo_ soltanto perchè ho qualche cosa da
dire; forse.... qualche cosa di nuovo....

La signorina EMMA (_in estasi_) Tutto, tanto nuovo... tutto, tanto
tanto bello!

GIORDANO MARI. Certo qualcosa di.... di sincero (_continuando a
gonfiarsi a vista d'occhio_). Come parlo per un'ora, potrei parlare per
due, per tre, per un giorno di seguito.

GUIDO BARDI (_con un sorrisetto sarcastico, sottovoce: facendo
sorridere donna Fanny_) As-sas-si-no!

GIORDANO MARI. Che cosa sarà la mia conferenza di Bologna? Il seguito
di questa d'oggi, di Milano. E a Napoli che cosa dirò? Ciò che non
ho avuto tempo di dire a Bologna: e a Roma lo stesso; e lo stesso a
Parigi, alla Sorbona, dove mi hanno invitato, perchè il pensiero,
araldo dell'arte e della letteratura, non ha più confini ormai, è
cosmopolita (_seguiterebbe a tener conferenza anche per la strada,
se chinando lo sguardo sulla sua compagna, non la trovasse più che
mai estatica: carina, carina, molto carina! Avvicinandosi di più,
fissandola negli occhi_). A lei, signorina, è parsa bella la mia
conferenza?...

EMMA (_risponde soltanto guardandolo; non ha più fiato per dir di sì;
nemmeno per tenere sollevato lo strascico della veste, che spazza il
marciapiedi del corso Vittorio Emanuele_).

GIORDANO MARI.... Or bene, essa le è parsa bella perchè l'ha sentita
sincera: non è merito mio; la bellezza è lo splendore del vero, diceva
il divino Platone; e lo dicono anche i suoi occhi, signorina!

GUIDO BARDI (_che allunga il collo per star a sentire, pesta sull'abito
di Emma, che si ferma di colpo, chinandosi_) Oh, _pardon_!

Il cavalier VENCESLAO (_di lontano, con una vocetta esile che ricorda
i cantori della cappella Sistina e distrugge tutto l'effetto autorevole
della bella barba verdiana_) Emma! Il signor Sebastiani ti saluta: dice
di non poter venire oggi a pranzo da noi!

Nino Sebastiani è invitato a pranzo tutte le domeniche in casa Dionisy:
e si sa, non ci manca mai per via della signorina Emma; anzi, per
quanto è possibile, cerca di far entrare nelle domeniche anche qualche
giovedì; ma stavolta, invece, dopo quella maledettissima conferenza,
indispettito, ingelosito, furibondo, e sperando di fare un gran colpo
decisivo sull'animo di Emma, ha dichiarato, sempre col broncio, al
cavalier Venceslao di aver dovuto accettare un altro invito.

Il cavalier VENCESLAO (_ripete con intenzione_) Emma! Hai capito?... Il
signor Sebastiani non vuol venire a pranzo!

EMMA (_distratta, per dire un complimento_) Oh chissà come la mamma ne
sarà dispiacente!



III.

IN VIA MONTE NAPOLEONE.


Dinanzi al portone di casa Dionisy: la via Monte Napoleone,
di domenica, a quell'ora, le quattro pomeridiane, è pochissimo
frequentata.

CARLO BORGHETTI (_un giovanotto nè bello, ne brutto, nè elegante, nè
trascurato: l'aspetto serio, di un uomo che lavora; la cera fosca di
Lindoro in collera con Zelinda. Passeggia su e giù da mezz'ora per
incontrare «per caso» la signorina Emma, quando torna dalla conferenza:
fra sè, stritolando il collo ad un sigaro di Virginia che non vuol
tirare_) Sono le quattro! Che chiacchierone di un conferenziere!
Ancora un giro e poi me ne vado a casa! E poi dopo, si sa, mezz'ora di
complimenti col _drammaturgo_ fischiato!... Quel falso Verdi è un gran
padre balordo! Lascia sempre sua figlia insieme con donna Fanny, una
civetta... peggio, ancora, una donna maritata da un paio d'anni, e che,
oltre ai clandestini, ha già un amante ufficiale per paravento!....
(_sorridendo sprezzantemente_) Il poeta! Un poeta ridicolo!... Come
quell'altro, l'amico indivisibile! Un commediografo... seccatore! (_e
aggrotta le ciglia_).

Egli l'ha a morte contro i poeti, e i commediografi italiani
specialmente... dal giorno che Nino Sebastiani s'è messo a corteggiare
la signorina Emma.

Carlo Borghetti, un nobile di Crema, stabilitosi a Milano, sebbene
molto ricco del suo, esercita l'architettura, e sebbene ancora più
vicino ai trenta che ai quarant'anni, ha già acquistato una bella
rinomanza; ma come egli tiene celato in fondo al cuore con sospettosa
e ombrosa selvatichezza il suo amore per la signorina Emma, così tutta
la vivacità del suo ingegno, rimane nella vita mondana, sepolta quasi,
sotto un mutismo ombroso, sdegnoso, insofferente, lunatico... e che
poi, in fondo, non ha altra origine che in un riserbo naturale, in una
timida ritrosia.

C'è in lui, come c'era sin da giovane, una preziosa fusione di doti
positive e di estri bizzarri. Mentre sarebbe parso a tutta prima
che le prerogative principali del suo ingegno fossero il raziocinio
matematico e l'austera severità della deduzione, ecco scintillare da
quella sua mente eclettica, faragginosa ed equilibrata ad un tempo
tutte le genialità, gl'impeti, e gli entusiasmi di un artista... Egli
diventa un architetto nel senso classico ed in pari tempo nel senso
moderno della parola. L'artista s'innamora delle bellezze del passato;
lo scienziato si appassiona dei problemi del presente. Studiando i
monumenti — e recando in quelle ricerche una coltura eccezionalmente
varia e profonda — si fa archeologo e storico; e la sua dottrina, unita
al naturale senso per ogni cosa bella ed armonica, lo guida sin dagli
inizii nel lavoro professionale, preservandolo da ogni volgarità, da
ogni compromissione venale colla moda bottegaia, sfacciata e pitocca,
in fondo, dell'epoca...

Ora, Carlo Borghetti si è buttato con fervore febbrile ad una missione
che lo appassiona, che avrebbe consacrata la sua fama, e alla quale
egli consacra la sua vita: la ricostruzione del monastero di Pontida
qual'era nei tempi epici dei Comuni lombardi. Governo e Provincia
gli hanno dato l'incarico: gli occhi di tutto il mondo sapiente si
sarebbero rivolti all'opera sua.

CARLO BORGHETTI (_guardando l'orologio_) Sono le quattro e mezzo! Un
ultimo giro, poi... a casa! (_Ne fa due o tre degli «ultimi giri», poi
guarda ancora l'orologio_). Le quattro e tre quarti!... Vado!

Invece resta; e tanto più la signorina Emma avrebbe tardato a tornare a
casa, tanto più egli sarebbe rimasto lì ad aspettarla, trattenuto dalla
gelosia, dalla incertezza, dall'ansietà, dalla disperazione.

— Finalmente!

Lontano, lontano, in fondo alla contrada, due cappellini, uno rosso ed
uno verde, il verde è l'importante, entrano dal corso Vittorio Emanuele
in via Monte Napoleone.

— Eccola!

Un'occhiata rapidissima, un lampo, e l'architetto ha già visto non solo
che c'è _lei_, ma anche, subito, che non c'è _lui_... il commediografo.

Ah! che sollievo!...

Sorride, diventa rosso, messo in orgasmo e intimidito da quel
cappellino verde che si avvicina lentamente. Egli si ferma colla
scusa di accendere un altro sigaro, e intanto, mentre tiene colle due
mani il cerino per difendere la fiamma dal vento e fuma, fuma come
una locomotiva, guarda innanzi, spiando chi c'è in compagnia della
signorina Emma.

CARLO BORGHETTI (_fra sè come sopra_) Donna Fanny... il poeta... il
presidente... il Verdi... Per Dio, chi è?...

Il sangue gli dà un tuffo: l'architetto è diventato pallido: anche
il secondo sigaro non tira. In fretta attraversa la contrada; vuole
schivare, non vuol fermarsi con quella gente.

In quell'«andante maestoso» che si avvicinava con Emma, in quel gilet
bianco, in quel cilindro lucente come un fanale, egli ha subito
sentito, indovinato, il gran conferenziere, l'uomo del giorno, un
nemico... il nemico!

Il nobile _Barbarani_ (_ha visto l'architetto da lontano: fa un piccolo
salto, chiamandolo, e si pianta in mezzo alla strada per fermarlo_)
Carlo Carletto! Son proprio content! (_rivolgendosi a Giordano Mari_)
Adesso le farò conoscere (_colpetto di tosse: colla voce più forte_) un
grande originale. Molto ingegno! Molta erudizione! Matto, ombroso come
un cavallo! Ha la specialità dei monumenti, delle antichità, tutta roba
interessante per gli appositi amatori, per la storia — bravo! — Ma con
la dovuta moderazione! (_un altro colpetto di tosse perchè si arrabbia
e soffoca_) E col dovuto rispetto e le dovute convenienze per chi paga
le tasse e ha diritto ai suoi comodi! Milano è una città modernissima —
per i milanesi prima di tutto!... Non un museo per i forestieri! Carlo!
Carletto!... Don Carlo!

CARLO BORGHETTI — (_risponde seccamente_) Ciao. (_Si leva appena il
cappello e tira via diritto, affrettando il passo e con una faccia tale
che tutti sorridono, ma nessuno osa fermarlo_).

È proprio fuori di sè. Egli odia in quel punto tutta la gente e tutte
le donne. Le donne in ispecial modo: leggiere, vane, civette, false!...
Tutte le donne, che poi si riducono per Carlo Borghetti ad una sola,
Emma, il cappellino verde, colpevole di farsi accompagnare per la
strada da quel ciarlatano dell'oratoria; colpevole.... colpevole,
sopra tutto, di non aver mai capito ciò ch'egli si è sempre studiato
di nasconderle, a furia di musi, di scontrosità e magari anche di
sgarberie!

Il nobile _Barbarani_ (_rimane per un istante sconcertato, fermo in
mezzo alla strada; poi, brontolando, si mette alla coda prendendo sotto
braccio il cavalier Venceslao_) Che presunzione! Che arroganza! Per
avere il diritto di mancare anche di educazione, bisognerebbe chiamarsi
per lo meno... il Brunelleschi!

_Giordano Mari_ (_sottovoce, osservando la signorina Emma, dopo di aver
osservato l'atto, il turbamento, quasi la fuga del giovanotto_) Chi è
quel signor.... Carletto?

EMMA (_con naturalezza... sincera_) Mio cugino, l'architetto Carlo
Borghetti.

GIORDANO MARI (_con squisita cortesia, per fare un complimento
alla famiglia_) Oh, oh!... Il sapiente artefice restauratore, il
rievocatore, dirò meglio, del monastero di Pontida?

EMMA (_sorridendo, perchè tutti ridono in coro delle originalità di suo
cugino_) Già: e si figuri: adesso, perchè lo zio è diventato ministro
dell'istruzione pubblica, voleva dare le sue dimissioni, sospendere i
lavori...

GIORDANO MARI (_vivamente interrompendola, parlandole più curvo, quasi
inchinandola_) Come, come, Sua Eccellenza l'onorevole Albertoni sarebbe
dunque suo zio?...

EMMA. Sì, fratello della mamma.

E così dicendo Emma arrossisce e torna a guardare per terra, confusa,
turbata e inebriata. Sente che Giordano Mari le si è fatto più vicino,
sente più vicino a' suoi capelli, alle sue guance, quella bocca
eloquente, mobile, carnosa, dai bei denti lucentissimi e si sente tutta
avvolgere da uno sguardo più fisso, più intenso, più caldo e... — Che
peccato! — mormora, sospira ingenuamente. — Siamo già a casa!...

A quattro passi di distanza:

Donna FANNY (_dicendo quasi la stessa cosa a Guido Bardi_) Che peccato!
Siamo arrivati!.... Ed io devo proprio salir un momento dalla signora
Dionisy..

GUIDO BARDI (_con una certa ansietà che gli rende la voce un po'
velata_) E... dopo?... Sì?... Vengo a salutarla?

Donna FANNY. Oggi... non si può. È domenica: devo andare anche da mia
suocera: è il suo giorno.

GUIDO BARDI (_si rannuvola... si morde i baffi_).

Donna FANNY (_guardandolo per consolarlo, con uno sguardo morbido come
una carezza_) Venga a prendere il caffè — con noi — dopo pranzo. Ma...
non si faccia aspettare!



IV.

DI SOPRA, IN CASA DIONISY.


Il salottino della signora Letizia, la madre di Emma: persiane
chiuse, tendine calate; di primo colpo, buio pesto, poi a poco
a poco si comincia a distinguere una figura bianca, gentile, che
occupa, mollemente distesa, tutta la lunga poltrona a sdraio: capelli
inverosimilmente biondi, occhi inverosimilmente neri: la signora, che
è stata bellissima, è ancora bella: soltanto da un paio d'annetti circa
non si lascia più vedere altro che allo scuro... sempre più allo scuro.
Vicinissimo, un'ombra, una forma confusa, molto chinata su di lei. È
il dottor Fabio Speranza che, dopo averle cercato e toccato il polso, è
salito adagio, più su, colla mano, dentro la manica larga della soffice
veste d'_intérieur_, e trovato morbido e piacevole il posticino, vi è
rimasto, al caldo, senz'ombra di malizia.

_Il dottore_ (_eleganza stagionata: tutte le arguzie e le risorse della
professione; parla lentamente, sommessamente, con una monotonia di tono
e d'argomenti che riposa, calma e persuade_) Dunque, per oggi, la mia
_tosa_, restiamo intesi così: la noce vomica, prima quattro gocce, poi
cinque, poi sei, a colazione, e così a pranzo. E per il momento, direi
nient'altro. Stiamo a vedere. La digestione è abbastanza regolare —
vero? — La nutrizione soddisfacente, la _cerina_... buona; anche quei
nostri piccoli fenomeni nervosi non si sono più ripetuti, dunque — da
brava — dallo stato generale dell'organismo bisogna ragionevolmente
concludere che il meglio è nemico del bene, quindi accontentarsi!

La signora LETIZIA (_languidamente_) E le pillole di ferro?

_Il dottore_ (_dopo averci molto pensato, gravemente_) Io direi anche,
se crede (_pausa_), sospendiamole per qualche giorno (_lunga pausa e
lungo sospiro_). Potremo poi ricominciare più tardi, se sarà il caso la
cura ascendente.

La signora LETIZIA. E dell'Emma che cosa ne dice?

_Il dottore_ (_ancora più grave, più serio, scrollando il capo,
sospirando profondamente_) Mah!... (_un'altra pausa, poi risalendo
colla mano dentro la manica della signora Letizia e premendole il
braccio in modo significativo_) Un marito; cara la mia _tosa_, darle
marito. Tutto il resto, l'esercizio, l'aria buona, la montagna, il
_tennis_... non dico di no: hanno ottenuto un risultato al di là
del soddisfacente. La ragazza è bene sviluppata, ben nutrita... il
pannicolo adiposo abbondante, ma... ma... (_sospiro e pausa_) tutto
alla sua epoca indicata, alla sua stagione prefissa — sicuro. Adesso,
Emma... — appunto — ha un certo pallore interessante... un certo
brillare degli occhi... Viene la sua stagione per tutto — vero? —
per il cappellino di paglia e per la pelliccia. E dunque, eccoci:
precisamente: adesso, Emma è nella vera stagione del matrimonio.

La signora LETIZIA (_languidamente_) Oh, dottore, è un po' il suo _tic_
quello del matrimonio!

_Il dottore_ (_sorridendo e colla punta del dito mignolo rovesciando
delicatamente il labbro inferiore della signora Letizia per guardare le
gengive un po' esangui_) È Domeneddio che ha fatto le cose in modo da
giustificarmi pienamente!

La signora LETIZIA (_rivoltandosi sulla poltrona, ridendo e
nascondendosi il viso, impone colla mano al dottore di tacere, di
non ricominciare colle solite enormità. Poi, quando si è bellamente
riadagiata come prima, e il dottore le ha rimesso il cuscino di piume
sotto il capo, riprende il discorso seriamente_) Io credo che Emma,
sotto certi rapporti, sia ancora... nel mondo della luna. Non so se mi
spiego...

Il dottore le risponde, approvando col capo, che si spiega benissimo.

— Non sa, non immagina l'amore altro che dalla letteratura, dal
teatro... e non è per lei altro che il _Romanzo di un giovane povero_.

— Oppure il _Padrone delle Ferriere_, che e più istruttivo.

— In conclusione, Emma non pensa a niente, non le importa niente di
nessuno; prende tutto con indifferenza, anche la corte che le fa Nino
Sebastiani e... non capisce niente. (_Con due occhiate: una innalzata
al cielo, l'altra rivolta al dottore, piena di rimpianto_) Età felice!

_Il dottore_ (_continuando ad accarezzarle la mano, a premerle
leggermente le ginocchia; con filosofia_) Da brava: tutte le età
hanno i loro vantaggi e i loro inconvenienti; e in quanto ad Emma,
trovo appunto regolare che lo sviluppo fisico preceda lo sviluppo
morale. Regolare ed opportuno: così — vero? — è possibile guidarla,
consigliarla, farle fare tutto ciò che potrà riuscire più conveniente
per il suo bene. Invece, non prevenendo l'avvicinarsi della crisi,
sappiamo noi che cosa ci può capitare? Possiamo prevedere.... le
conseguenze? Emma, siamo d'accordo, è fredda di temperamento; è
un po'... clorotica, potrà anche accontentarsi di essere amata;
ma, d'altra parte, quella sua stessa mancanza di uniformità di
carattere..., certi languori... Se avesse bisogno lei di amare? Allora
diventerebbe forse pericoloso. (_Pausa: poi ripigliando_) Potrebbe
perdere la testa — vero! — per un poco di buono, e in tal caso che cosa
si fa? Esauriti gli argomenti persuasivi — sicuro — noi dovremo sempre
finire coll'accettare anche il poco di buono e firmare la ricevuta.

La signora LETIZIA (_con calma, senza scomporsi_) Mi spaventa, dottore!

_Il dottore._ Mah! (_Pausa: espressione quasi truce a furia di essere
grave e severa_). Bisogna prevedere per prevenire. Una volta Emma già
maritata, a posto... se le succedesse anche, per un'ipotesi, per una
combinazione come ne succedono tutti i giorni, d'innamorarsi... non
andrebbe a finire il mondo: anzi, tutt'altro! — È sempre un disastro,
un infortunio riparabile quando, parliamoci chiaro, non finisce
per essere poi, addirittura, un beneficio. Io direi dunque, per il
momento, di non pensarci nemmeno a don Carlo Borghetti. È un fisico
troppo sanguigno, una natura troppo energica; prende tutte le cose
troppo sul serio, ed Emma finirebbe forse coll'essere sacrificata;
mentre tutto al contrario, per quello che si può prevedere, perchè il
matrimonio rappresenta sempre un'incognita, con Nino Sebastiani, finirà
presumibilmente col fare a suo modo. Ho parlato, alla lontana, colla
madre... del Sebastiani (_pausa_). Sarebbe — pare — contentissima;
per il momento fisserebbe a suo figlio — dice lei — un assegno annuo
di circa ventimila lire; — quindicimila ne porta l'Emma in dote?.. —
dunque, diremo — aspetti un po' — quindici e venti, trentacinquemila
— si può fare anche una vita buona, senza pensieri. E poi tre, o
quattro volte tanto, in avvenire. Il più lontano possibile — vero? —
La signora Sebastiani ha un vizio di cuore ancora compensato, ma, coi
dovuti riguardi (_pausa_), come l'ho _tacconata_ una prima volta, spero
di poterla far tirare innanzi magari anche per una ventina d'anni!
Nino poi, in quanto a salute, salvo casi impreveduti, potrei anche
garantire. Ha un aspetto appariscente, l'indole... d'un cagnolino:
oggi sta dietro e obbedisce alla mamma: domani farà altrettanto
colla moglie. Se frequenta un po' il palcoscenico, se scrive qualche
commedia... roba che passa. Capirà anche lui che una volta ammogliato
— vero? — dovrà fare l'uomo serio. — Oggi l'Emma dove è andata? Al
_lawntennis_?

La signora LETIZIA. No; è andata con Fanny ad una conferenza al Circolo
artistico-letterario. Non aveva mai sentito conferenze...

_Il dottore._ Quel certo Giordano Mari? (_pausa: poi_) Già, avevo
anch'io un biglietto, ma poi — al solito — non ho avuto tempo d'andarci
(_un profondo sospiro_). Sono preso, come si dice, per il collo. Ho
finito per far colazione... quasi al tocco. Anche con Venceslao...
direi, potrebbe parlarne di questo Sebastiani. E in quanto ad Emma,
cominceremo un giorno o l'altro, con un po' di quiete, a tastar il
terreno.

La signora LETIZIA. Venga domani a colazione...

— A che ora? Perchè alle dieci ho l'ospedale.

— Venga alle dodici. (_Dopo un momento, interrompendo il dottore che
intanto ha continuato a lamentarsi, sedendo più comodo e accavallando
le gambe, d'essere in gran ritardo e di non poter nemmeno respirare per
le molte visite che ancora gli rimangono da fare_) Devo dirle proprio
tutta la verità? Io l'Emma... non la capisco! Non me la spiego! E
sì, che sono sua madre! Mai una tenerezza, un momento d'espansione —
nemmeno d'allegrezza; di quell'allegrezza affettuosa che hanno tutte le
ragazze....

_Il dottore_ (_fisso, cupo, aggrottando le ciglia_) Invece... in certi
momenti si mostra nervosa?... È facile all'irascibilità?...

La signora LETIZIA (_continuando_)... passano settimane senza che venga
a darmi un bacio; anche la sera devo sempre essere io la prima. Mai
nessuna confidenza, e come fa con me, tal e quale con quel... buon uomo
di suo padre!...

_Il dottore_ (_conferma, ripetendo come un'eco_) Buonissimo.

La signora LETIZIA. E così pure rimane dei giorni interi senza dirmi
una parola...

— Un po' dispettosa — vero? — un po' contraddicente?

— E mentre io sono impensierita per non potermi spiegare il suo
malumore, i suoi capricci, la sua cattiveria, il suo mutismo, e
comincio anche ad inquietarmi per la sua salute — ecco, non la sento
a discorrere, a ciarlare, a magari ridere come una matta, colla sua
cameriera? Di amiche ne cambia una ogni quindici giorni — come faceva
colle bambole quand'era bambina. Adesso è un pezzo che tocca alla
Fanny... Ma poi durerà anche colla Fanny?... No, no; creda, è proprio
vero quello che le ho detto: Emma non pensa ad altro che a divertirsi,
e non le importa niente di nessuno! Del resto... (_la bella signora
guarda il dottore con un'espressione che vuol dire... e dice molte
cose_), del resto... sarà meglio per Emma — non è vero, dottore?

È questa la solita ripetizione di tutti i giorni: quando il dottore
comincia a lamentarsi delle troppe visite che ha da fare, la signora
Letizia comincia, per suo conto, a lamentarsi della figliuola che non
ha cuore.

È così — ed è sempre stato così, e nient'altro — il loro amore: il
bisogno di lamentarsi sempre e di compiangersi l'un l'altra per quelle
piccole infelicità... che fanno loro tanto piacere!...

Una grande scampanellata.

Il dottore, senza turbarsi, abbandona il braccio della signora Letizia.

— Visite?

Una seconda scampanellata.

Tutti e due quasi insieme:

— Venceslao.

Il cavalier Venceslao, quando rientra nel seno della sua famiglia, ci
tiene ad avvertire ch'è proprio lui, perciò ha imposta la regola al
portinaio che «per il padrone» si debba suonare due volte.

EMMA (_entrando di corsa nel salottino, e precipitandosi addosso
alla poltrona della mamma, stampandole sulla bocca due bacioni collo
schiocco_) Oh, mamma, mamma; che fascino! Che arte! Che maraviglia!
Come ti saresti divertita! E anche tu, dottore, perchè non sei venuto!
Hai fatto malissimo! Che cosa grande! (_un altro abbraccio impetuoso,
nervoso, altri due baci sul viso della mamma ancora più risonanti_).

La signora LETIZIA (_alzandosi mezzo soffocata, allontanando, come
difendendosi, la figliuola_) Emma! Emma! Che fai? (_guardandosi nello
specchio, un po' inquieta per l'amabile incarnatino delle sue guance_)
Una conferenza!... Si sa, poi, che cosa può essere di straordinario!
(_Si accomoda la bionda capigliatura a ricci che la figliuola le
ha mandata un po' di traverso_). Corri sempre da un'esagerazione
all'altra!

_Il dottore_ (_crollando il capo con aria di sussiego e di sprezzo_)
Adesso sono di moda i conferenzieri (_pausa, poi coll'intenzione di
fare dello spirito_) i quali non sono poi altro che predicatori vestiti
da uomo!

EMMA (_subito: con slancio_) Sei uno stupido!

La signora LETIZIA (_richiamando la figliuola al dovuto rispetto_) Oh!
Oh! Oh!...

_Il dottore_ (_che se la gode: con fina malizietta_) Sentiamo un po'...
per valutare al giusto merito l'eloquenza di questo signor Giordano
Mari... c'era alla conferenza — vero? — anche Nino Sebastiani?

EMMA (_colla più candida disinvoltura, come se si trattasse del sindaco
o del prefetto_) Nino Sebastiani? (_ci pensa_) No. (_Ricordandosene_)
Cioè, sì!

_Il dottore_ (_ritorna serio, molto serio, osservando Emma con grande
attenzione, mentre, cacciate le dita nei taschini della sottoveste, fa
risuonare continuamente le chiavette di casa_).

EMMA (_riprendendo subito, ed esaltandosi, l'argomento che più
l'interessa_) Non legge, sai? Parla! Senz'esserci preparato!
Improvvisando! (_Voltandosi vivamente verso donna Fanny che sta per
entrare nel salottino seguita dal nobile Barbarani, mentre il cavaliere
Venceslao si ferma nel salone e si mette al pianoforte_) Non è vero,
Fanny?... Non è vero, papà, che cosa straordinaria?

Donna FANNY (_più calma, dopo aver abbracciata, senza stringerla, donna
Letizia e averle dato per aria i due baci di convenzione_) Ha un gran
merito!... Anche Guido lo riconosce... (_Guido Bardi, s'intende_). Come
conferenziere è di prima forza!

Il nobile BARBARANI (_sempre saltellando, dopo aver battuto col palmo
della mano sulle spalle e sulla pancetta del dottore_) Di primissima
forza! Di cartello!... Un vero oratore di cartello! Diceva benissimo
il pittore Fioravanti, quello famoso che ha fatto il ritratto anche a
donna Ida: È un Demostene, un Cicerone — coi polmoni del Tamagno!...

Il cavalier VENCESLAO (_dal salone, solfeggiando e accompagnandosi
cogli accordi del pianoforte_) È un'eloquenza dantoniana!
_Drlirinin!_... Irrompente! _Drlaronn!_... Maestosa! _Drlarumm!_...

Donna FANNY. E poi è un bel giovane, un bell'uomo! Ha magnifici denti.
Il Barbarani ce lo ha presentato, ed egli ci ha accompagnate fin qui.
Anche Guido lo ha trovato molto... signore! molto... come si deve!

Il nobile BARBARANI. Non frequenta che la migliore società. A Padova
è stato l'amante della contessa Pianelli. Lo sapevano tutti: era...
_ufficialissimo_! Stasera gli diamo uno _champagne_ d'onore al Circolo
artistico-letterario — Son proprio _content_! (_Al dottore, che intanto
ha continuato a guardare e a studiare la signorina Emma_) Dovresti
venire anche tu — _benissim!_ — Dieci franchi a testa soltanto i soci
_frequentatori_, perchè gli artisti, si sa, in Italia ne han pochi da
spendere.

_Il dottore_ (_scrollando il capo e sospirando_) Impossibile!... Sono
così preso in questi giorni!(_Guardando l'orologio_) Sono le cinque e
mezzo e dovrei già essere in via Cusani! Scappo! (_Scampanellata; il
dottore sente venire altre visite, si siede_). Scappo subito.

È la vecchia marchesa Gonzales: vecchia per gli altri, non per sè
stessa; ha molte pretensioni di eleganza, di gioventù e la smania
di essere ancora corteggiata. Ingrassa ogni giorno, ma per conto suo
ha invece l'illusione di dimagrare a forza di stringersi e di patir
la sete, cosa che la fa essere sempre eccitata, rabbiosa. Quando le
domandano se è stata alla conferenza, monta in furore. Ma come?...
Lei?... La marchesa Gonzales alla conferenza di un ateo? Di un...
eretico? Sa! Sa! Sa tutto!... Le hanno detto tutto! Le hanno già
riferito i suoi amici — perchè lei ha degli amici veri, e tutti
simpatici, fedeli, provati e tutti giovanotti! — le hanno riferito
che cosa ha detto di bello quel signore! Che teorie! Che massime! Che
dottrine!.. Che spropositi!

Lo sdegno e la veemenza della marchesa sono tali che tutti tacciono
ammutoliti. La signora Letizia è quasi mortificata di aver mandato Emma
alla conferenza; donna Fanny di esserci stata lei; ed Emma, scossa,
confusa, china il capo, quasi vergognosa, quasi addolorata.

Il silenzio è grave, penoso, rotto soltanto dagli accordi e dai
solfeggi del cavalier Venceslao, e dal risonare delle chiavettine del
dottore, il quale, in punta di piedi, gira intorno alla ricerca del
suo cappello... poi, pianino, passando vicino ad Emma, toccandole,
premendole le mani, le ricorda, sottovoce, le cartine di fosfato che
ha da prendere prima di pranzo, e sparisce senza che nessuno se ne
accorga.

Il nobile BARBARANI (_a un tratto scattando dalla seggiola e
fermandosi ritto dinanzi alla marchesa_) Miscredente?... Un ateo?...
Un eretico?... _Benissim!_ Ma in tal caso (_un colpettino di tosse_)
sia quel che si sia — mi piace sempre dire la verità! — son proprio
_content_ d'essere un miscredente anch'io; perchè il Diderot, il
Voltaire, il Rousseau, li leggo e li ammiro anch'io, e in quanto alla
filosofia e alla storia c'è poco da ridere: credenti, o miscredenti,
la storia — per sua regola, marchesa — resta quello che è; non si può
cambiare.

EMMA (_si sente sollevata; lo guarda, sorride_) Che bel vecchietto quel
Barbarani! Leale, franco, simpatico...



V.

ALL'HÔTEL DELLA «BELLA VENEZIA».


GIORDANO MARI (_entrando cerca il portiere che non c'è, chiama il
cameriere che non risponde, entra nel burò dove non trova nessuno; si
mette a brontolare prima a mezza voce, poi molto più forte_).

_Il direttore_ (_che si era addormentato in quel caldo pomeriggio,
risvegliandosi e avanzandosi nel buio_) Il signore?... domanda?...

GIORDANO MARI. Domando se ci sono lettere, telegrammi per me.

_Il direttore_ (_che non si ricorda chi è_) Scusi?...

GIORDANO MARI (_risentito_) Per Dio! Giordano Mari.

_Il direttore_ (_lo guarda c. s._)

GIORDANO MARI (_furibondo_) Il numero 15!

_Il direttore_ (_con calma_) Adesso domanderemo al cameriere.

Per il numero 15 c'era un telegramma ed una lettera: erano stati
portati in camera: e per Giordano Mari dovevano essere importanti
assai, perchè, ordinato in fretta da pranzo, fa le scale d'un fiato.

Col telegramma, invece di una sola lettera, ce ne sono due. Una da
Roma, l'altra col bollo di città.

Giordano, prima di aprire, guarda di chi sono: la lettera di Roma è
quella che egli aspetta dall'onorevole Rocco Marana, sotto-segretario
di Stato all'istruzione pubblica. Quella di città è del suo editore.

— Ma perchè mi scrive? Se l'ho avvertito che domattina sarei andato io
da lui?

Da quella lettera Giordano Mari sente che deve aspettarsi una
contrarietà, un rifiuto; tuttavia legge prima il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito
sovventore prossimo fallimento. Regolati.»

                                                           «FINARDI.»

— Anche gli usurai che falliscono! Quando il diavolo ci vuole mettere
la coda! E adesso... a quest'altro! — E comincia più lentamente ad
aprire e a leggere la lettera di Roma. È la risposta ad una sua domanda
per certa missione all'estero che ha più volte sollecitato e che gli
procurerebbe, oltre al divertimento e all'onore di un paio di commende,
anche qualche biglietto da mille:

  MINISTERO
  DELLA
  PUBBLICA ISTRUZIONE

  _Gabinetto del Sottosegretario di Stato._

  Carissimo amico,

«Cattive notizie! Il tuo invio a Lipsia per l'esame e il possibile
ricupero dell'epistolario galileiano, scoperto in quella città, — e di
doverosa rivendicazione da parte del Governo italiano di fronte alle
irregolarità di acquisto emerse dal recente processo — pareva cosa
sicura. S. E. il ministro, anche l'altra sera, dopo un lungo colloquio
intorno a molte altre cose, me ne aveva dato la quasi certezza,
mostrando di ricordarsi molto bene di te, de' tuoi titoli e delle tue
benemerenze. Credevo di potergli far firmare a giorni il relativo
decreto e le commendatizie ufficiali presso i corpi diplomatici,
allorchè, stamane, apprendo che la missione è irrevocabilmente affidata
all'onorevole Toscolani. Questo nome, in questi momenti, ti dice
tutto; ti dice specialmente, come non sia dipeso da mancanza di buon
volere da parte mia l'esito negativo della pratica. Un elemento così
irrequieto e tempestoso, da sottrarsi all'opposizione parlamentare
ed extra-parlamentare, alla vigilia, o quasi, di un voto di vita o
di morte pel Gabinetto, ha avuto il sopravvento anche nel campo...
teoricamente sereno della scienza e delle arti. Tu sei troppo uomo
di mondo, sebbene non rotto ancora a questa vitaccia politica, per
non comprendere certe supreme necessità del momento. A voce, e spero
presto, a Roma, potrò dirti di più. Per ora non volermene e gradisci
una filosofica stretta di mano dal tuo

                                                     Affezionatissimo
                                                         ROCCO MARANA

Giordano Mari non dice una parola, non fiata, ma sotto gli occhi gli
appaiono due solchi lividi, profondi. Apre l'altra lettera, quella
dell'editore di Milano.

  AMODEI E C. EDITORI
   Gabinetto del Direttore

  Illustre e carissimo Mari,

«Mi offrite le vostre conferenze sui _Precursori della Rivoluzione_?
Quali sono e quante sono? perchè io non ne conosco altro che una, la
solita di Venezia, Torino e Genova; sempre bella, ma sempre quella,
come la bandiera dei tre color! E poi... mi domandate duemila lire —
anticipate — per un volume di conferenze? È vero che non è _che una
domanda_... ma io non vi posso dare... che una risposta. Vi voglio
molto bene, ma non posso, per voi, disgustarmi col mio interesse.

                                                     Affezionatissimo
                                                              AMODEI.

«_P. S._ — Devo assentarmi da Milano per il matrimonio di mia
nipote. Sono spiacente per me... e per voi. Vi avrei fatto conoscere
l'architetto Carlo Borghetti, una vera capacità, un erudito fenomenale.
Avrebbe potuto esservi utilissimo per la vostra monografia su
sant'Ambrogio... o il _signor Ambrogio_, come volete voi.»

Giordano Mari, pallidissimo, resta fermo, immobile su due piedi. È una
disdetta. Tutto gli va male... tutto! tutto!... C'è fin da ridere,
tanto è curiosa!... E ride infatti; ma ad un tratto il riso gli si
ferma sulle labbra ed ha un sussulto in tutta la persona: riapre,
rilegge il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito
sovventore prossimo fallimento. Regolati».

— Ma allora?... E le altre?... E tutte le altre?...

Anche gli ultimi echi degli applausi di un'ora innanzi, le febbrili
compiacenze del successo, tutto è svanito, dileguato ormai... persino
il bel viso ridente di donna Fanny e gli occhi intenti, appassionati di
Emma. E sì che quest'ultima, mentre egli legge la lettera del Marana,
gli è tornata in mente... quale nipote dello zio ministro.

— E le altre cambiali?... E tutte le altre?...

Fa due, tre passi verso la finestra, sempre cupo, sempre pensoso,
a testa bassa. Prende macchinalmente le forbici dalla toeletta e
macchinalmente continua e continua a tagliarsi, a regolarsi, a limarsi
le unghie...

— E le altre?... E tutte le altre?...

Rimane ancora diritto in piedi, immobile, a testa bassa, occupato delle
sue unghie, ma a mano a mano il suo viso da pallido diventa giallo,
gonfio, sformato... i solchi sotto gli occhi diventano sempre più
profondi. Non ha più trentacinque anni nè quarantacinque... ne dimostra
sessanta...

— E le altre?... Almeno dieci... dodicimila lire?...

Nella cameretta si sente solo il rumore del respiro greve, affannoso
del Mari, e un _tic-tic-tac_ delle unghie dure, che saltano via,
mozzate dalle forbici.

_Cameriere_ (_battendo all'uscio_) Signore...

GIORDANO MARI (_trasalendo, voltandosi_) Che c'è?

_Cameriere_. Il pranzo è servito.



VI.

DOPO DUE SETTIMANE AL CLUB.


Giordano Mari ha rimandato ad altra epoca le sue conferenze di
Bologna, Roma e Napoli; trovandosi a Milano, vuole invece approfittare
dell'occasione, per fare tutte le ricerche necessarie e compiere sul
posto l'importante monografia _Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi
tempi_, che gli deve aprir la strada alla cattedra di storia in una
delle principali Università del Regno. Intanto approfitta delle sere,
e un po' anche del giorno (le biblioteche e gli archivi si chiudono
presto) per far conoscenze e frequentare il bel mondo di Milano, in
compagnia del presidente del Circolo artistico-letterario, il nobile
Barbarani, sempre felicissimo, «proprio _content_», quando può fare
il _cicerone_ delle belle signore coi personaggi un po' celebri che
passano da Milano.

— Sarà un debole — diceva il presidente Barbarani, scusandosi di questa
sua manìa cogli amici che lo pigliavano a giuoco — ma a me la gente di
talento... non mi dispiace! Si parla di tutto volentieri, e si vengono
a sapere tante cose anche curiosissime, che saranno vere sì, saranno
vere no, questo non implica, ma interessano _moltissim. Mediolanum_,
eccone una bella, per esempio, si compone di due parole, _Med_ e _Lan_,
che nell'idioma celtico significano _Fertile terreno_!

Ma questa volta, a proposito di Giordano Mari, altro che pigliarlo a
giuoco! Per poco non lo pigliavano a... bastonate! Nino Sebastiani
era furente contro di lui, perchè pareva che il grande uomo di
Padova facesse la corte alla signorina Dionisy; e Guido Bardi gli
teneva il broncio, perchè anche donna Fanny si montava la testa
e civettava a segno da compromettersi. E oltre questi due, che lo
lasciavano indifferentissimo, perchè già noti in Galilea pei loro
furori da Otello, anche Carlo Borghetti non si prendeva il gusto di
diventare ogni giorno più _villanissim_?... certamente per quelle
gelosie, invidie e battibecchi tra scienziati, che, dacchè mondo è
mondo, purtroppo, si sono sempre ripetuti, cominciando dal Caro col
Castelvetro?...

La mattina di quel giorno, proprio per far dispetto, e dare anche
una prova di indipendenza e di prepotenza ai tre moschettieri di casa
Dionisy, Nino, Guido e Carlo Borghetti, il nobile Barbarani fa staccare
una lettera d'invito, al club, per Giordano Mari: e fa male.

Questa volta, anche tutti gli altri soci, molto _esclusivisti_ e però
molto diffidenti e difficili nell'ammettere persone estranee, gli fanno
osservazioni e lamentele.

— Quella è gente del tuo Circolo artistico-letterario! Bisogna andar
adagio! tirar dentro il primo che capita! Va bene, è un letterato,
uno scrittore, uno scienziato, anche un genio! Quella è roba del tuo
Circolo artistico-letterario! Ma qui, al club, che cosa ci verrebbe a
fare? Intanto — come individuo — da dove è saltato fuori?

— Dalla più eletta società di Padova!

— Ma chi è, in fine? Chi è?

— È stato per tre anni l'amante ufficialissimo della contessa Pianelli,
alla quale ha fatto la corte anche Don Carlos, sicchè mi pare — e il
piccolo Barbarani tutto impettito si mette le mani sui fianchi, — mi
pare, è sempre stato in buona compagnia!

Ma Guido Bardi e Nino Sebastiani soffiano nel fuoco, preparano una
cabala contro Giordano Mari — tutti gli avrebbero voltate le spalle
appena si fosse presentato — e il nobile Barbarani, a sua volta, per
parare il colpo, continua a fare tutto il giorno una gran propaganda
per il conferenziere!

  _Al club_:

Il presidente Barbarani è in piedi in mezzo a sette od otto
_sportsmen_, sdraiati intorno alla finestra del grande terrazzo. Nino
Sebastiani, sul canapè, nell'ombra della sala, legge il _Corriere
della Sera_: Guido Bardi, seduto al tavolo, col capo fra le mani, legge
l'ultimo fascicolo della _Revue des Deux Mondes_.

Il nobile BARBARANI. Vi assicuro — parola d'onore — per quanto pieno
di talento, non esclude che sia anche di una educazione perfettissima!
È qui il nostro Guido? _precisament_! Non è un letterato e un poeta
di primissimo ordine, e medesimamente il più compito gentiluomo? E il
bravo Sebastiani? Tutti applaudono le sue commedie che sembrano scritte
addirittura da un francese, e con questo?... Gentilezza e cortesia sono
il suo emblema.

Il BARDI e il SEBASTIANI (_tutti e due insieme scattano come molle: ma
dopo un'occhiataccia torva e un'alzata di spalle, tornano a leggere_).

Il nobile BARBARANI (_un saltetto di compiacenza, quindi ripiglia
tendendo l'amo nel circolo dei «fashionables»_) Di cavalli, per
esempio? Anche di cavalli, Giordano Mari se ne intende _moltissim_!
Dei varii _sport_? (_movimento di curiosità_). È una vera competenza!
Un'erudizione speciale!... Certi suoi confronti coi Greci e coi Romani,
e con le nostre corse del giorno d'oggi, sono interessantissimi
e curiosissimi! Le _bighe_, per esempio, erano nè più nè meno dei
nostri _tilbury_: e anche nel _Longchamp_ dei Greci, nell'ippodromo,
tiravano a sorte ciascuno il suo posto e partivano insieme a un segnale
convenuto. Invece l'_ippodromo_ dei Romani era poi il _circo_, cioè la
nostra pista: precisamente! E anche i Romani — tal e quale — avevano
per l'appunto i loro bravi... — aspetta un _moment_ (_pausa, poi_:)
gli _editores ludi_! — _benissim_! Nè più nè meno della nostra Società
delle corse! E anche le scommesse! Ma, allora — grazie tante! — come
le prendevano sul serio! Sotto Giustiniano, per esempio.... (_si
ferma interdetto, per timore di Guido Bardi che alza il capo e sta a
sentire_) o sotto un Costantino.... (_stizzito_) Già l'uno o l'altro,
non importa, è il fatto storico che preme! (_Tossisce, si rischiara
la voce: con impeto quasi aggressivo contro il Bardi_) E questo
è positivissimo!.. I varii partiti — che si chiamavano le fazioni
— invece di scommettere, tranquillamente, per _Sansonetto_ o per
_Drusilla_, si appassionavano al punto da far degenerare la discussione
in una guerra punica ferocissima, che durava persino due o tre giorni,
con venti e magari trentamila morti!... (_Una risata, un saltetto e una
fregatina di mani_) Altro che totalizzatore!

Il Bardi e il Sebastiani continuano a leggere, sogghignando per quella
erudizione da dizionario; ma, intanto, perdono terreno: i soci del club
s'interessano allo sport dei Greci e dei Romani, ed anche a Giordano
Mari; essi fanno parecchie altre domande sul conto degli _editores
ludi_ ed anche sui meriti della contessa Pianelli, delle corse degli
auriga nel circo e delle avventure amorose del conferenziere a Padova;
e così il piccolo Barbarani trionfa col suo grand'uomo, a dispetto del
poeta e del commediografo.

— _Benissim_! Son proprio _content_.

Ed anche un'ora dopo, sempre al club, ma nella sala da pranzo, egli
continua a raccontare, a sdottoreggiare ed a sfiatarsi, sempre a
proposito del suo illustre amico di passaggio.

Il nobile Barbarani, potentissimo come presidente del Circolo
artistico-letterario, anche al club gode di una certa considerazione
come direttore di mensa.

Quel giorno, al pranzo delle sette, c'è poca gente; mancano pure
Guido Bardi e Nino Sebastiani, che quasi sempre, del resto, pranzano
in famiglia; e il nobile Barbarani, fattosi più sicuro anche per
questa assenza, è sul punto di arrischiare il gran colpo coi fedeli
commensali, immersi, beatamente, nel tepido profumo del consumè,
annunziar loro, cioè, che per l'indomani egli ha invitato a pranzo,
proprio al club, e proprio lui, il grande Giordano Mari! (_Tossisce, si
rischiara la voce più che mai arrochita e incomincia_).

— Dunque, domani... — _benissim_! — sarà una conversazione veramente
piacevoliss... (_ma il resto gli rimane in gola: entra nella sala per
mettersi a tavola l'architetto Carlo Borghetti, sempre in ritardo al
pranzo delle sette, perchè arriva alle sette e un quarto da Pontida:
linea di Lecco-Bergamo-Milano_).


Carlo Borghetti.

Il nobile Barbarani.

I soliti commensali.

Il maggiordomo e un cameriere in frak: servitori in livrea.

Fuori, il rumore del _tram_, quando passa; dentro, l'odorino del
consumè.

CARLO BORGHETTI (_spettinato, accigliato, la faccia sudata e stanca,
saluta col capo a destra e a sinistra, mentre il servitore di dietro
gli spinge la seggiola: appena seduto, sorbisce in fretta due o tre
cucchiaiate di brodo: disgustato_).

— Porta via.

Un servitore gli porta via subito il consumè: il cameriere gli versa da
bere.

Il nobile BARBARANI (_con grande cautela, senza nemmen guardare Carlo
Borghetti, quasi avesse timore di toccarlo soltanto cogli occhi_)
Dunque, certissimo, non è vero?... Stasera sarai anche tu, di casa
Dionisy?

CARLO BORGHETTI (_fissandolo bieco_) In casa Dionisy? Stasera?

— Venceslao festeggia il venticinquesimo anniversario della
prima rappresentazione dell'_Aida_. Tutto un concerto verdiano,
_interessantissim_. (_Tossisce: poi in falsetto, per tastare il terreno
e preparare l'altra notizia dell'invito a pranzo_) Io vi condurrò anche
Giordano Mari, una persona proprio simpatici.... _simpatichissima_!

CARLO BORGHETTI (_in collera, strapazza il maggiordomo perchè non trova
il «menu»: poi pianta un palmo di muso_).

Il Barbarani perde coraggio.

_Uno dei commensali lontano_ (_dopo un momento di silenzio_) Un
concerto? Con questo caldo? Non è finita la stagione dei concerti?
(_Ancora silenzio: rumorìo tranquillo, moderato, composto di piatti e
di posate: i servitori camminano in punta di piedi_...)

_Un altro commensale_. L'_Aida_! (_col lungo sospiro dell'abbonato_)
Bei tempi per la Scala! La prima dell'_Aida_, la prima dell'_Otello_...

Il BARBARANI (_scattando sulla seggiola_) Mai più! (_Riscaldandosi_)
L'_Aida_ del Verdi è stata scritta, nientemeno, per commissione
del vicerè d'Egitto, col premio di centocinquantamila lire e
rappresentata al Cairo con grande sfarzo nel 1871. Dunque settant'uno
e venticinque...

_I due commensali insieme_. Novantasei!...

BARBARANI (_a Carlo Borghetti con un filo di voce e di speranza_)
Domani, per esempio, tu sei capacissimo di ritornare ancora a Pontida
e di fermarti, magari, tutta una settimana?

CARLO BORGHETTI (_sempre ingrugnito_) No; per ora non mi muovo più da
Milano. (_Beve di colpo tutto il bicchiere di vino che ha dinanzi: il
cameriere gliene versa dell'altro_).

BARBARANI. Come? Come? Come? Bevi durante il pasto? E bevi vino?... Che
cosa vuol dire quest'infrazione alle regole, al metodo di cura?

CARLO BORGHETTI. Vuol dire che ho sete.

BARBARANI (_punto leggermente_) _Benissim_: son proprio _content_ della
bella notizia.

CARLO BORGHETTI (_che non ha sete, ma beve per stordirsi, e per calmare
il suo dispetto contro la signorina Emma, e la sua rabbia contro
Giordano Mari: sforzandosi, volendo rimediare alla sgarbatezza_) Sono
stato molto al sole; tutto il giorno al sole.

_Il commensale più lontano_ (_mangiando_) Proseguono... alacremente...
i lavori... a Pontida?

CARLO BORGHETTI (_non risponde: non risponde mai alle domande che
gli fanno al club a proposito de' suoi lavori. Invece brontola e si
arrabbia di nuovo contro una fetta di «rosbiffe» che non vuol cedere_).

_Barbarani_ (_con uno sguardo obliquo all'architetto e a quel
«rosbiffe», che minaccia di offuscare i suoi meriti di direttore di
mensa_) Forse non hai scelto... bene. (_Chiamando il cameriere perchè
gli riporti il piatto_) Giorgio!...

BORGHETTI (_con stizza: butta sul tondo coltello e forchetta_) Porta
via (_E vuota tutto d'un fiato il terzo bicchier di vino_).

Il nobile BARBARANI (_con sollecitudine paterna_) Oh! Oh! Oh!... Non ci
sei abituato!... Non bevi mai per la dilatazione di stomaco.... Oh! Oh!
Oh!... Adagio!... È Gattinara vecchio!

CARLO BORGHETTI (_con le guance che gli son diventate subito rosse
per quel terzo bicchiere: prorompendo in una sghignazzata_) E
Gattamelata?... Come sta il tuo Gattamelata?

BARBARANI (_stupito, inquieto, senza capire_) Gatta?.. melata?...

BORGHETTI. Già: il grand'uomo patavino! Stasera, dunque, te lo porti in
trionfo, da mia zia?

BARBARANI (_contento dello scherzo: sperando nella combinazione
del pranzo per il giorno dopo_) Ah! _benissim_! Giordano Mari?...
Desidera vivissimamente di fare la tua bellissima conoscenza! Ha per
te un'ammirazione addirittura straordinaria? Naturalissima, del resto:
due persone di vero talento; due competenze reciprocamente simpati....
_simpatichissime_!

CARLO BORGHETTI (_sempre colle guance accese: una guardatura ed un
sogghigno insoliti_) Dunque?... Si è deciso?

— ...?

— Per la bruna o per... l'altra?

— Cioè?

— Per donna Fanny o per la...

— ...?

— O per il matrimonio?

_Uno dei commensali, il più furbo_ (_a guisa di commento_) Per il
peccato... o per la dote?

BARBARANI (_serenissimo: non sospettando mai che l'austero e
lunatico architetto potesse avere delle viste particolari su donna
Fanny, e tanto meno sulla signorina Emma_) Se dovessi proprio
giudicare spassionatissimamente, starei quasi per dire viceversa. —
_Precisament_. — Donna Fanny avrebbe un debole per il conferenziere:
si capisce subito, del resto... basta guardare la faccia d'itterizia
del Bardi!... Invece, mi pare, a Giordano Mari ha fatto colpo la
fanciulla... (_a Carlo Borghetti coll'aria, quasi, di congratularsene_)
la tua leggiadrissima cuginetta.

_Ancora il commensale di prima_ (_seguendo cogli occhi gli asparagi al
burro che fanno il giro della tavola_) Spieghiamoci: gli ha fatto colpo
la fanciulla o la dote?

_Un altro commensale di faccia_. L'una e l'altra: sono belle tutte e
due.

CARLO BORGHETTI (_a Giorgio che gli presenta il piatto degli asparagi_)
No! Ho detto di no! Porta via!

Il BARBARANI (_con un sospiro per la mortificazione del cameriere: al
vicino di tavola_) Quell'architett è proprio _incontentabilissim_!

_Il più vecchio e il più autorevole dei «fashionables»: un pezzo ancora
vivo del_ Museo del Risorgimento. (_Nel 1857 ha ucciso in duello, per
una delle belle signore di Milano, di cui era l'amante, un ufficiale
degli usseri, austriaco: rifugiatosi a Torino, ha portato una lettera
di Cavour al conte Nigra, a Parigi_) I nostri giovani, per altro, del
giorno d'oggi, hanno un gran torto: lasciano troppo libero il passo ai
forestieri.

— Per forza!...

— Si rendono noiosi!

— Insopportabili!

Il nobile BARBARANI. E poi, tutti lo stesso sarto, tutti lo stesso
parrucchiere! Che cosa risulta? Che sono tutti eguali, e le donne amano
la varietà!

Intanto il pranzo volge alla fine: si fa più vivo il risonare dei
piatti e dei bicchieri, cresce l'animazione fra i commensali che
parlano più forte, ridendo, scherzando; non si sente più il tram
nemmeno quando passa, ed il pettegolezzo diventa meno prudente, meno
riguardoso.

— E donna Fanny, per un esempio, credete che si diverta, con Guido
Bardi?

— Poeta, come il Petrarca, sarà _benissim_...

— Ma un gran poeta seccatore!

— Esigente! _Gelosissim_!

— Donna Fanny non ha più un momento di respiro, di libertà,
specialmente poi quando suo marito è a Roma, e quell'altro può fare il
tiranno a tutto spiano.

— Sicuro, l'amore moderno è così monotono e poco divertente che le
nostre povere signore devono ricorrere al marito come ad un sollievo,
come ad una liberazione.

— Allora questo onorevole Simonetti perchè non sta di più con sua
moglie? Perchè non resta a Milano? Che cosa fa, sempre a Roma?

— Tace, e vota per Rudinì.

— Finchè sta in piedi Rudinì sarà sempre contento, anche se cade sua
moglie!

— E Nino Sebastiani?

— Il commediografo?

— Perchè?... È in pericolo anche il commediografo?

— Il nobile BARBARANI (_tossendo due o tre volte e riuscendo ad imporsi
colla vocetta strillante_) Anche il commediografo!... _Mea culpa_! Deve
dire mea culpa anche il commediografo? Perchè continua anche lui, colle
sue pose di Romeo e di Otello, a filare il _sentiment_ e la gelosia,
sempre alla lontana? Perchè non farsi avanti? Che cosa aspetta,
santo Dio? Che il frutto vada in fiore e il fiore in semenza?...
Le ragazze, si sa, e le ragazze oneste tanto più, non amano che il
matrimonio! — La signorina Emma gli piace? — E dunque coraggio! La
sua brava domanda e il suo bravo matrimonio; altrimenti.... aspetta e
aspetta, che cosa succede? Che ne capita un altro sull'orizzonte; e se
quest'altro, come nel caso, se si verificasse, del nuovo pretendente,
è un bell'uomo e un uomo anche di genio, con una splendida posizione,
con un grande avvenire, e col fascino della gloria, parliamoci chiaro,
io trovo _naturalissim_ che la ragazza possa perdere, come si dice, la
sinderesi, e allora, signori miei.... (_Il Barbarani s'interrompe_).

CARLO BORGHETTI (_a mano a mano, da rosso acceso, è diventato sempre
più pallido: dopo inghiottito un altro bicchiere di vino, nel posare il
bicchiere a calice con troppa forza sulla tavola, gli si rompe fra le
dita_).

BARBARANI (_vedendo la mano di Carlo Borghetti insanguinata: chiamando
forte_) Giorgio! Giorgio!



VII.

DURANTE IL CONCERTO, IN CASA DIONISY.


Nel salone del concerto: la folla degli invitati: il maestro Arnaldi,
del Conservatorio, eseguisce mirabilmente le _Trascrizioni di Liszt
sull'Aida_: mormorii di approvazione: il cavalier Venceslao, — la cui
bella testa italiana ha maggior risalto col _frak_ e la cravatta bianca
— ritto in piedi, accanto al pianoforte, volta le pagine della musica,
ringrazia sorridendo, con dignitosa affabilità, il pubblico plaudente,
o lancia occhiate terribili se appena uno si muove o dice una parola.

In fondo al salone, nascosti dalla portiera dell'uscio a destra: Guido
Bardi e donna Fanny: scena di gelosia, sotto voce, ma vivacissima:
quella stessa mattina donna Fanny è stata veduta sul Corso, dopo la
messa in duomo delle dieci e mezzo, con Giordano Mari.

Accanto alla portiera dell'uscio a sinistra: Nino Sebastiani, colla
faccia stralunata e l'occhio sempre attento con inquietudine ansiosa
verso il grande finestrone che mette sul terrazzo: si lascia fare una
gran corte dalla contessina d'Arborio: una nanerottola napoletana,
pertinacemente signorina dopo i trent'anni, che ha perduto una
riputazione e sta formandosene un'altra, tutto ciò con un volumetto
di _Note e frammenti_ — versi e prose — assai fisiologicamente
psicologici.

Nella sala da giuoco: la marchesa Gonzales, più gonfia per le strettoie
del busto, più che mai abbarbagliante per i vividi colori dello
sfarzoso abbigliamento, più che mai bisbetica e più che mai rabbiosa,
per la smania che la rode di un bicchier d'acqua gelata, si sfoga
colle sue conoscenze — tutti uomini e tutti bei giovinotti! — contro
quel genio inconcludente di Guido Bardi, che non è corso ancora a
complimentarla, e per conseguenza anche contro donna Fanny, che scappa
via in furia dalla messa, per trovarsi sul Corso con quel luterano...
che nessuno sa chi sia!

Nel salottino verde e quasi buio della biblioteca: la signora Letizia,
quella sera più che mai sofferente, e perciò lontana dalla luce,
lontana dal caldo, lontana dalla folla. Mollemente sdraiata sulla
lunga e morbida poltrona, come in un lettuccio, scintillante di gemme e
ancora affascinante, in quel mistero della fida penombra per l'incerto
bagliore delle spalle e delle braccia ignude, essa sospira e langue,
co' suoi più intimi, per il caldo che l'opprime, per i suoi nervi,
per Venceslao che ne fa strazio a suon di musica, per Emma ingrata e
disobbediente che non si cura di lei, che non si fa mai vedere, che non
le vuol bene affatto.... E di tanto in tanto interrompe il lamento e
manda il dottore sulle traccie della figliuola, per tenerla d'occhio,
per sapere almeno con chi parla. Ma anche il dottore sembra molto
preoccupato, sfiduciato, e se ne va in punta di piedi alla ricerca di
quella _tosa_ senza giudizio, scrollando il capo e sospirando.

Sul terrazzo: Emma e Giordano Mari. Ci si vede appena, perchè la notte
è bella, ma senza luna, e il salone di faccia, illuminato, lascia il
terrazzo ancor più nell'ombra.

_Le Trascrizioni di Liszt sull'Aida_ stanno per finire.

EMMA. No! No! Adesso no! Mi lasci andare dalla mamma! Chissà che cosa
dirà la mamma!

GIORDANO MARI. Resti ancora!... Tacerò!... Non ho sempre taciuto tutti
questi giorni?... Tacerò! Per me sarebbe una colpa parlare! Per questo
l'ho sempre sfuggita! (_con una amarezza che mostra i bei denti candidi
fra la barba bionda_) All'uomo consacrato alla ragione, non è concessa
la follia del sentimento!... Eppure... questo le dicevo, questo le
voglio dire, questo solo. Era il misterioso fascino della simpatia
o la suggestione eterna della bellezza? Era la visione di un'anima
o l'incontro fatale del destino? Tutto; la folla, il fragore delle
approvazioni, l'ansia del successo, il momento presente, l'evocazione
immaginosa del passato, tutto si allontanava, illanguidiva, spariva!..
I suoi occhi soltanto; non vedevo altro che i suoi occhi dolci e
buoni; i suoi occhi lucenti e fissi, che si erano impadroniti di me,
coll'intimo, profondo turbamento di una nuova commozione, che si eran
fatti oramai i visibili e magici conduttori della mia parola e del mio
pensiero.... Signorina! (_trattenendola perchè il maestro Arnaldi ha
finito, scoppiano gli applausi, ed Emma rossa, confusa, intimidita,
tremante e fremente, vuole scappar via_) Ancora!... Ancora! Vederla
soltanto! (_Le afferra la mano colla quale Emma tiene il ventaglio,
gliela stringe forte, le fa male, molto male_).

EMMA (_non si oppone, non dà il più piccolo grido. È lui: essa è
contenta che la faccia soffrire; è contenta di quel dolore: essa lo
sente; essa sola lo sa!_)

GIORDANO MARI (_continuando a stringere la povera manina_) Vederla
così!... Così bella!... Tacerò... o parlerò, ma come parlerebbe un
babbo colla sua figliuola.

EMMA (_interrompendolo, urtata, offesa da quel confronto nella poesia
del suo cuore_) No! No! (_ed alza l'altra mano rimasta libera per
chiudergli la bocca... ed anche per nascondere quei denti bianchi di
cui sente istintiva la vicinanza e l'insidia_) No! No! Così no!... Così
no! Non dica così!

_Giordano Mari_ (_lasciandole la mano rimasta tutta rossa, tutta
livida_) Eppure, signorina, è la verità: la verità che io non devo mai
dimenticare che domando alla vita, al passato, che cerco di evocare
dalla storia e di concretare colla filosofia e colla scienza: la
verità; l'inesorabile e spietata verità che mi nega Dio... e mi toglie
lei.

EMMA (_alza gli occhi sbigottita, poi rimane a guardarlo maravigliata:
il cielo profondo, immenso, è pieno di stelle, e il pensiero di
quell'uomo vi spazia solo, libero, sicuro. Egli impone un nome e
una legge ad ognuna di quelle stelle e ne diventa il padrone. E,
inconsapevolmente, la giovinetta superstiziosa e pia, la signorina
cattolica e aristocratica, pensa che doveva essere così, così biondo,
così bello e così forte — e pure in frak collo sparato bianco —
l'angelo ribelle, il Lucifero di Milton. Essa ritrae da quell'uomo
l'immagine della grandezza, e si sente umile al suo confronto, si
sente debole, piccina. China il capo confusa; rimane intimidita, ma non
lo fugge, gli si avvicina invece con un moto irresistibile, pieno di
grazia, di verecondia e di abbandono.... gli si avvicina palpitante,
attratta da un misterioso e nuovo sgomento, attratta, commossa,
dall'irresistibile poesia dell'amore_).

GIORDANO MARI (_guardandola, trovando maravigliosi quei capelli, i
contorni di quel collo sottile, di quelle spalle candide e delicate,
sboccianti colla fragranza d'un fiore dal modesto decolleté_)
Dunque?... papà... no?

— No.

— Eppure... è così. È perchè sono oramai un giovine vecchio, che lei
deve avere in me tutta la fiducia, ed io devo impormi la calma e il
ragionamento. Per questo ho aspettato che il Barbarani me lo dicesse
tre volte, in tre occasioni diverse, prima di farmi presentare a sua
madre, prima di venire in casa sua. Per questo è la prima volta che oso
parlarle da solo a sola... (_si avvicina di più, quasi a toccarla_).

EMMA (_trasalendo: allontanandosi_) È finito! (_infatti il pianoforte
tace_) Mi lasci andare.

GIORDANO MARI (_senza muoversi: rimanendo appoggiato alla ringhiera
del terrazzo_) Ricominciano. Chi è quel signore calvo e pingue che si
accinge a cantare?

— Il maggiore Costamagna.

— Che cosa viene adesso?

— Il _Credo_ di Jago.

— Ecco, incomincia. Suo padre volta le pagine lanciando occhiate
terribili: chi oserebbe muoversi adesso? Entrare in sala?

EMMA (_sorride e resta_).

GIORDANO MARI (_ritornando a guardarla molto e riprendendo il discorso
di prima per ispirarle sicurezza e far combattere da lei stessa
l'ostacolo dell'età, che egli capisce sarebbe stato il primo sollevato
dalla gente contro di lui_) Se non come suo padre... pensi, signorina,
io avrò per altro... quasi l'età del ministro Albertoni!... Di suo zio!

EMMA (_subito_) Ma lo zio è molto più giovine del babbo!... È fratello
della mamma! (_mettendosi, sorridendo con una cert'aria maliziosa,
l'indice sulla bocca per raccomandare il segreto di quella sua gran
confidenza_) Ha due anni meno della mamma!

GIORDANO MARI (_trovandola ancora più graziosa e piacente in quel
passaggio dal candore sentimentale alla furberia birichina_) Lei, vuol
bene a Sua Eccellenza?

EMMA.... Sì; è molto simpatico.

GIORDANO MARI (_con aria disinvolta, senza parere: ma ha parecchie
domande da fare che gli premono assai: fissando, ammirando la fanciulla
tutta bianca e vaporosa, come l'evocazione fantastica di quella notte
calda di giugno, egli non le dà, per sfondo al bel quadro, il cielo
immenso e stellato: ma invece tutte le finestre illuminate dello
splendido e ricco palazzo, in cui si raccoglie il _superchic_ della
nobiltà e dello sfarzo milanese. Quel fiore candido e profumato, quella
fanciulla soave deve essere l'apportatrice di pace nelle preoccupazioni
finanziarie che lo turbano, che lo agitano, che diventano di giorno in
giorno più gravi e più minacciose: e nello stesso tempo la nipotina
prediletta di Sua Eccellenza il ministro Albertoni deve essere pure
l'araldo gentile della sua gloria: ed anche sotto questo rispetto la
sua fortuna: e guardandola pensa con compiacenza_) Non una fortuna
cieca, ma con due occhi maravigliosi. (_Forte_) E Sua Eccellenza,
vedendola così bella, vedendola così buona, le vorrà molto bene?

— ... Sì; credo.

— Per altro... non vivono insieme?

— Lo zio è quasi sempre a Roma.

GIORDANO MARI (_con voce timida, commossa, profonda — un capolavoro —
anche perchè sta perdendo sinceramente la testa_) Voglia un po' di bene
anche a me, signorina!

EMMA (_diventa rossa, poi pallidissima_).

GIORDANO MARI (_supplichevole, umile, implorandola, domandandole
scusa_) Non ho detto niente! Non ho detto niente! Non mi risponda! Non
mi risponda! Non mi mandi via!... Stiamo a sentire. Non parlo più! Che
meraviglia di musica!

La voce baritonale del maggiore Costamagna è un po' aspra, un po'
sforzata, ma la signorina Emma e Giordano Mari non se ne accorgono e la
trovano davvero deliziosa. Emma sente che comincia allora un'altra vita
per lei: che non è più la fanciulla di poco prima: sente che essa ormai
appartiene a quell'uomo, il quale, fino dal primo momento che le è
apparso, l'ha subito dominata, si è impadronito della sua immaginazione
e dei suoi sensi... e Giordano Mari, in quel punto, è vinto a sua
volta da un desiderio solo, quello di abbracciarla; dal desiderio
ardentissimo di quei capelli odorosi, di quel bel corpo flessuoso e
candido come giglio. Non fosse la ricca ereditiera; non fosse la nipote
di un'Eccellenza, non la bacerebbe ugualmente molto _volentieri_?.. E
per questo egli sente che il suo amore è spontaneo e disinteressato, e
che egli dunque ha tutto il diritto di amarla.

Costamagna finisce il _Credo_: Venceslao ringrazia il pubblico: il buon
dottore approfitta del movimento della folla e capita sul terrazzo in
punta di piedi.

_Il dottore_ (_ad Emma: Giordano Mari si è allontanato a tempo_) Ma
con l'umidità del giardino, la mia tosa, vuoi anche buscarti un po' di
febbre?... Qui! Da brava! (_le prende il braccio e lo mette sotto il
suo_) Andiamo — vero? — dalla mamma!... È un po' nervosina stasera...
(_sospiro, pausa_) non bisogna tenerla agitata. E Sebastiani? (_pausa_)
Hai veduto Sebastiani?

EMMA (_assai distratta, tenendo dietro coll'occhio a Giordano Mari, che
entra nel salone e si avvicina a donna Fanny_) No!

_Il dottore_ (_osservandola_) Non hai la _cerina_ solita... hai le
labbra pallide... (_toccandole la mano e tastandole il braccio_) sei
fredda... fredda. Sei stata troppo sul terrazzo senza niente sulle
spalle. (_Pausa: torna a fissarla, a studiarla_) Hai preso — vero? — le
cartine di fosfato?

EMMA. Sì; le ho prese.

_Il dottore_. Allora — vuoi? — andremo dopo dalla mamma. (_Pausa, fa
due o tre passi, conducendo Emma verso Nino Sebastiani, il quale,
appena vede il conferenziere entrare nel salone, fa un sospiro
di sollievo e, voltando le spalle alla finestra del terrazzo per
mostrarsi affatto indifferente con Emma, parla forte e gestisce molto
animatamente colla contessina D'Arborio. — Il dottore ad Emma con una
strizzatina d'occhi assai espressiva_) Dobbiamo sentire anche noi che
cosa dice il nostro Nino Sebastiani?

EMMA (_che ha visto Giordano Mari allontanarsi dal salone con donna
Fanny: nervosissima_) No. Non seccarmi sempre con quel tuo antipatico
Sebastiani! Andiamo dalla mamma!

_Il dottore_ (_scrolla il capo, diventa sempre più tenebroso: con un
sospiro_) Mah!.. (_Poi, mentre passano vicino al cavalier Venceslao_)
La signora Letizia... ti raccomanda di non stancarti troppo. Prendi un
bicchierino di Bordeaux, con due dita di Vichy.

Il cavalier VENCESLAO (_calmo, affabile, sorridente_) Adesso daremo le
_Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos_.



VIII.

DURANTE E DOPO LE _Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos_ E IL «PACE,
MIO DIO!» DELLA _Forza del Destino._


Giordano Mari e donna Fanny dietro la stessa portiera che nascondeva
prima donna Fanny e Guido Bardi.

GIORDANO MARI (_tenero_) Finalmente!

FANNY. Bravo, professore! (_Quando è stizzita o vuole scherzare lo
chiama sempre professore_). Vi ricordate che ci sono anch'io a questo
mondo!

GIORDANO MARI (_inchinandosi graziosamente ed osservando con un sorriso
di compiacenza e una cert'aria di ricognizione tutto ciò che rivela
lo scollo del busto o che lasciano trasparire i veli e le trine_)
Bellissima!...

FANNY (_percuotendolo leggermente sui capelli col ventaglietto lungo,
chinese_) E... soltanto per lei!

GIORDANO MARI (_continua ad ammirarla, approvandola per la toilette e
il resto_) Brava! Brava! _Patet dea_!

FANNY (_calmandosi; fissando, come Emma, i bei denti bianchi
di Giordano Mari) Con questi calori!... Con un programma
storico-biografico_ di dodici numeri!.. Dall'_Oberto di San Bonifacio
al Falstaff_!.. (_Sempre come sopra e cogli occhi sempre più lucenti_)
Se proprio non fosse stato per il signor professore, avrei inventata
l'emicrania; oppure che mio marito doveva arrivare da Roma!

— Vi offrirò un quadretto votivo: Per _grazia ricevuta_!

FANNY (_Percuotendolo ancora col ventaglio, ma più forte e sul naso_)
Sciocco!.. (_Tornando in collera_) Tutta sera, sempre con Emma!..
Ed io, invece, per tutta sera, rimproveri, minaccie, disperazioni e
lacrime! Un bel divertimento! Musica e gelosia! E intanto Emma si monta
la testa. Non dica di no! Si vede subito! Si monta la testa! Voglio
sapere di che cosa parlavate, vicini vicini, come due colombe, sulla
ringhiera del terrazzo, il professore fissando le stelle, la signorina,
la punta dei piedi! — Voglio saperlo!

— Si parlava di cose indifferentissime! Di arte, di letteratura, di
filosofia; di Nietzsche e... di Puvis de Chavannes.

— Una conferenza! Un'intiera conferenza! (_Più stizzita che mai_)
Lei, caro signore, doveva farsi presentare alla marchesa Gonzales,
come le avevo imposto; doveva far la corte alla marchesa Gonzales
e tenerle alla marchesa le sue conferenze! Invece, il grand'uomo si
diverte a farsi ammirare, a farsi adorare dalle fanciulle sentimentali,
dalle fanciulle poetiche, ispirate! (_Con un sorriso e un'occhiatina
maliziosa_) Ma... no, professore! (_Scrollando il capo e cantarellando
sottovoce_) No! No! No! Con Emma, tempo perso! Appartiene alla
drammatica! (_battendo comicamente le sillabe_) Alla dram-ma-ti-ca!

— Vede dunque? Le sue accuse sono ingiuste! Ho preferito la signorina
Dionisy alla marchesa Gonzales, semplicemente per il senso estetico.

— Lei non professa l'estetica, ma la storia: deve, dunque, preferire la
marchesa, per il senso storico.

Donna FANNY (_continua a scherzare, a punzecchiare Giordano Mari a
proposito della signorina Dionisy: continua a scrollare il capo, a dir
di no, ma, colla bocca mobile e quasi scintillante, si avvicina, come
attratta irresistibilmente, alla bocca di Giordano Mari_) Lei, no!...
Mai! Giammai! Emma appartiene alla drammatica, al-la dram-ma-ti-ca!

GIORDANO MARI (_punto sul vivo, ma trattenendosi_) Lei vorrebbe
rendermi anche ridicolo! Crede che io non mi veda bene?.. Non mi
conosca a fondo? La signorina Emma? Troppo ricca e troppo giovane:
potrei quasi essere suo padre.

FANNY (_risentita e prorompendo_) Adagio, col padre, perchè anch'io
allora, l'avverto, non ho che tre o quattro anni più di Emma!

GIORDANO MARI. Appunto; anche lei. Se avessi dovuto chiederla ai suoi
genitori, mi avrebbero risposto di no.

FANNY (_pensa, riflette, ridiventando seria per quanto le è possibile_)
Appunto; e allora, anche per ciò... ho ragione di non fidarmi!
Lei... (_fermandosi colla punta del ventaglio, in atto di possesso,
sullo sparato bianco della camicia di Giordano Mari_) lei potrebbe
architettare un bell'intreccio, romantico-sentimentale, col lieto fine
del matrimonio...

GIORDANO MARi (_diventa attentissimo: è anche un po' inquieto, ma si
mostra indifferente e cerca di fare lo spiritoso_) Per rubare anche il
mestiere al commediografo Sebastiani?

FANNY. Sicuro. Il mestiere e la signorina Dionisy, in un colpo solo.
Lei...

GIORDANO MARI. Io?..

FANNY... Sì, lei; lei potrebbe pensare, per esempio: io faccio perdere
la testa alla ragazza parlandole anche di Nietzsche e di Puvis de
Chavannes, visto che tutte le strade conducono a Roma; e, una volta
ben bene innamorata, la ragazza stessa può volere e imporsi al dispetto
degli amati genitori... oppure la sensitiva comincia a perdere i colori
e l'appetito, comincia a dimagrare, a languire, a soffrire, finchè
salta in iscena il buon dottor Speranza; tasta il polso, scrolla il
capo, pausa, sospiro, caso grave... e subito, _recipe_, il professore!

GIORDANO MARI (_sentendosi diventar rosso, ride forte, troppo forte_).

Donna FANNY (_mettendogli il ventaglio sulla bocca_) Sst!.. Silenzio!
Non sentite? _Pace, mio Dio_! Ispiriamoci... e facciamo la pace anche
noi.

— Chi è quel brutto sgorbio di soprano?

— La maestra Perticari. Ha insegnato a stonare, a bocca stretta, a
tutta Milano.

— E il cavalier Venceslao?.. Come è grave, solenne in quel voltar del
foglio!

— Ha una gran bella testa decorativa!

Finchè dura il canto. Giordano Mari e donna Fanny continuano a parlare
molto sottovoce.

Donna FANNY (_quando il «Pace, mio Dio» sta per finire_) Cessa il
canto; bisogna andare. — Io di qua: (_indicando nel salone Guido
Bardi_) Ecco pronta... l'espiazione. Voi scappate in fretta di là, e
speriamo che non vi abbiano veduto.

— E... domani?

— Domani?.. Due giorni di seguito? È impossibile.

— Sì! Sì! Da brava!

— Come si fa?...

— Un telegramma dell'onorevole! Arriva l'onorevole! Dovete andare alla
stazione.

— Mai più: è una scusa che mi può servire soltanto per il pubblico;
non per Guido Bardi. (_Con arguzia e molti sottintesi_) Vorrebbe venire
anche il poeta incontro all'onorevole... alla stazione!

— Ah no!... Viva Dio!

Giordano Mari insiste, prega, supplica: donna Fanny risponde che non
può e ripete:

— È impossibile!

Ma continua a scherzare, a ridere, a guardarlo, a fissarlo.

Ad un certo punto, lui si fa molto vicino; lei, pronta, si tira
indietro e lo minaccia col ventaglio:

— È impossibile. E poi... lo avete meritato? — No. Dunque... non voglio.

La signora Perticari ha finito. Scoppiano gli applausi: anche Venceslao
ringrazia col solito sorriso dolcemente dignitoso; tutti si muovono:
bisogna andare, scappar fuori dal nascondiglio: non c'è più tempo di
ostinarsi, c'è appena il tempo di cedere e di intendersi.

Donna FANNY. Alle due? Può alle due?...

Giordano Mari. Sempre! Quando vuole! Qualunque ora!

Donna FANNY (_gemendo_) Ma, Dio mio, come farò?... (_ci pensa: l'ha
trovata_) Sì, va bene; alle due. Per essere libera, inviterò mia
suocera a colazione.

GUIDO BARDI (_la lente ficcata nell'occhio; i baffi da gatto più irti
che mai, avvicinandosi a donna Fanny colla faccia da volerla mordere:
l'ha veduta mezzo nascosta dalla tenda della portiera, ma non ha potuto
capire se quell'altro era proprio Giordano Mari_) Con lui? Ancora?

Donna FANNY (_comicamente tragica_) Sì; con lui! (_percuotendolo col
ventaglio sul braccio: con un'occhiata che lo calma_) E col Barbarani!
_Lui_ non è stato solo altro che con Emma. Sapete?... È il Sebastiani
che mi pare molto in pericolo!

GUIDO BARDI (_ridendo con precauzione perchè gli può cadere la lente
dall'occhio_) Oh! Oh! Oh! Povero Nino!

GIORDANO MARI (_nell'altra sala, incontrandosi col nobile Barbarani_)
E l'architetto? Don Carlo Borghetti? Non è ancora venuto?

Il BARBARANI. Adesso! Adesso! In questo momento! Te l'ho detto, non
è vero, che si è tagliata una mano con una bottiglia?... Cioè con un
bicchiere?

GIORDANO MARI. Andiamo a cercarlo! Mi presenterai.

Il BARBARANI (_per cavarsela_) Non è venuto in sala: appunto, per via
della mano fasciata. Ha salutato appena la zia, la signora Letizia, poi
si è messo subito a giuocare all'écarté, una partita interessantissima,
colla marchesa Gonzales.

— Andiamo anche noi a vedere; così mi presenterai a tutti e due.

BARBARANI (_imbarazzato_) Ti dirò — come vuoi, ma proprio stasera, quel
lunatico nervosissimo...

È la terza volta che il Barbarani cerca scuse per ritardare quella
presentazione: Giordano Mari, a cui invece preme assai dopo la
lettera dell'editore Amodei, dopo certi discorsi fatti a Brera e
all'Ambrosiana, e per altri suoi fini particolari, di entrare in
amicizia con don Carlo Borghetti, il cugino della signorina Emma, lo
guarda, lo fissa diventando serio.

BARBARANI (_subito_) _Felicissim_... (_Tossendo più forte_)
Felicissimo!... Soltanto, volevo dir questo: un'ora di _tête-à-tête_
colla signorina Emma sul terrazzo; lunghissima conversazione e
intimissima, sotto la tenda dei segreti, con donna Fanny... Diventi
troppo pericoloso.

GIORDANO MARI (_con fatuità: prendendolo a braccetto_) Ormai, passò
quel tempo, mio caro. Non sono più pericoloso per le signore.

— Ma sei pericolosissimo per me.

— Per te?...

— Precisamente!... E questa sera, per esempio, non ti presenterei
una seconda volta, per tutto l'oro del mondo, nè al poeta, nè al
commediografo. — Ohi! Furiosissimo l'Otello! E, per vendicarsi, ha
promesso di scrivere un dramma in collaborazione con la contessina
d'Arborio. La conosci? No? Quella brutta sagoma, più larga che
lunga?... Quell'originale che fa la Sand?

GIORDANO MARI (_vivamente: coll'interesse di chi vuole acquistar
cognizioni che, non si sa mai, possono sempre diventare utili_) La
contessina d'Arborio? Una signorina letterata?

BARBARANI (_spiritoso_) Signorina e letterata... press'a poco.

— È ricca? Molto ricca?

— Questo poi sì. In mancanza di doti, ha una gran dote: un milioncino.

— Dov'è?... Voglio conoscerla.

BARBARANI (_con entusiasmo_) Subito! _Benissim_! Son proprio _content_!

GIORDANO MARI (_con calma_) No, no; dopo. Prima mi presenterai a don
Carlo Borghetti.

Nella sala da giuoco: soli, ad un tavolino, la marchesa Gonzales e
l'architetto. La marchesa sta facendo la partita all'_écarté_, per
far passare il tempo e farsi passare la sete. Essa è in fortuna, marca
sempre il re; e prova un ristoro alla compressione del busto — sforzo
sovrumano di tre persone, la sarta e due cameriere — gridando addosso
a donna Fanny.

_La marchesa_ (_giuocando_) È una matta! Non si può dir altro, è
diventata matta! E per chi? Per un maestro di scuola. Sì; me l'ha detto
uno dei miei amici, per mettermi in guardia; a Padova faceva il maestro
di scuola. Un antipatico predicatore di spropositi!... Dev'essere anche
un repubblicano, un socialista. Io, col mio colpo d'occhio famoso,
appena visto, l'ho subito giudicato: è un po' di tutto... Peuh! — Ho
fatto il punto (_lo nota_).

CARLO BORGHETTI (_risponde per lo più a monosillabi e giuoca distratto.
Ha la faccia stralunata, un certo sorriso strano, melenso: ha una mano
fasciata_).

_La marchesa_. Finirà, quella matta, a far nascere uno scandalo; a
disgustare anche Guido Bardi, e... allora?

CARLO BORGHETTI. Allora... poco male.

_La marchesa_ (_facendo due occhi e una bocca da mangiarselo vivo_)
Poco male?!

CARLO BORGHETTI. Sicuro! Se donna Fanny si lascia far la corte da un
altro, vuol dire che il Bardi non le preme; e se non le preme, anche se
lo perde... poco male.

_La marchesa_. Poco male?... Malissimo! Una donna di giudizio deve
pensare innanzi tutto alla propria riputazione; e il giorno nel
quale Fanny non ha più l'usbergo del Bardi, addio, ti saluto. La sua
riputazione è andata! (_Rabbiosissima_) Non avete _atouts_?

— Sì.

— Allora state attento!... Prendete.

Carlo Borghetti prende, ritira le carte. La marchesa ripiglia il giuoco
e il discorso:

— Lui, come lui, il Bardi, ormai è stato accettato: dunque finchè c'è
lui, non c'è nessuno; e finchè lui resta al suo posto, nessuno ha
il diritto di accorgersi degli altri, di mormorare. — Marco il re!
— (_nota il punto, e si calma un poco_). Sicuro; bella novità! Il
Bardi, anche versi a parte, non è divertente. Ma quello _scrivano_
di Padova è per di più un ineducato. Con me, per esempio, il suo
obbligo era di farsi presentare. Ma, però, io sono una donna giusta
e sincera: in fatto di sgarberia, anche quell'altro, anche il poeta
può darsi il vanto! In tutta la sera non ha trovato un momento per
venirmi a salutare. Ma io so come vendicarmi: invito a pranzo la Fanny
coi miei amici: tutti giovanotti! tutti simpatici! e lui, quel noioso
insopportabile... niente!... A casa.

CARLO BORGHETTI (_non sorride più: è diventato molto scuro_) Dunque
avevo ragione io: poco male.

— Voi?

— Se questo Bardi è noioso, è insopportabile, donna Fanny merita
indulgenza.

— Niente affatto: lo ha voluto? Adesso è in dovere di tenerselo; così
vuole la morale!

CARLO BORGHETTI (_si ferma dal giuocare: la guarda_).

_La marchesa_. Tocca a voi (_Si china, vedendoci poco, per enumerare
colle dita gonfie e corte, coperte di grosse gemme, le marche del
piattello_) Sono nove; dieci per nove, novanta. Se perdete anche questa
partita, sono cento lire, per i miei poveri. Tocca a voi!

— Giuoco il re di cuori.

— Lo piglio io e allora faccio il punto. (_Mescolando le carte_) Anche
quell'altra, sapete? Anche la Dionisy... l'amica... (_Mettendo il mazzo
di carte sul tavolino_) Alzate.

— Mia cugina?

_La marchesa_ (_fa cenno di sì col capo_) Alzate.

CARLO BORGHETTI (_rauco, torvo_) Con.... Giordano Mari?

_La marchesa_ (_più forte_) Alzate! Bravo! (_Dando le carte, poi
guardando le proprie e mettendole a posto_) A' miei tempi — e non sono
lontani — le ragazze oneste, come si deve, usavano di prender marito
prima di farsi far la corte dal terzo e dal quarto!... Ma adesso?
Ragazze e maritate... non c'è più distinzione; è tutta una _charlotte_!

CARLO BORGHETTI (_ancora più rauco e ancora più torvo_) E... credereste?

_La marchesa_. Credo tutto. (_Storce la bocca nera con ironia maligna
e appunta come un istrice i peli corti dei baffetti_) Mi hanno fatta
diventare.... di una fede straordinaria!

Entrano in quel punto nel salottino il nobile Barbarani, saltellante,
e Giordano Mari impettito, maestoso.

_La marchesa_ (_sottovoce, in fretta_) Giuocate! Giuocate! Arriva il
grand'uomo col servitore di piazza!

Il nobile BARBARANI (_avvicinandosi alla marchesa col suo compagno
dietro: due o tre colpetti di tosse_) Permetta, cara marchesa
gentilissima, che finalmente possa avere l'onore di presentarle io
stesso il mio amico Giordano Mari, illustre pensatore, filosofo,
illustre letterato, di cui la bellissima fama, certo... _certissim_...
(_e si fermerebbe anche da sè, ma la marchesa lo interrompe, offrendo
la mano, assai graziosamente, anche al luterano_).

_La marchesa_ (_perfettissima_: vieux régime) Giordano Mari, e basta
il nome, caro Barbarani. Basta il nome. Non sono poi così dell'altro
mondo: anch'io ho applaudita, ho ammirata la sua bellissima conferenza.
(_Abbassa gli occhi, si dà una rapida occhiata orizzontale: tutto è
a posto: amabilmente, facendo scorrere la collana di perle_) Tutti
speriamo di sentirne un'altra; sarà presto?

GIORDANO MARI (_rivolgendosi collo sguardo anche a Carlo Borghetti_)
Per ora, no. Ho dovuto interrompere il ciclo delle mie conferenze per
un lavoro più serio, più importante... (_alzando gli occhi al cielo e
mostrandosi stanchissimo_) che mi occupa assai.

BARBARANI (_pronto, pigliando la palla al balzo_) Un lavoro storico,
alla Momsen, interessantissimo: _Ambrogio vescovo, nella civiltà de'
suoi tempi_.

_La marchesa_ (_coi peli dei baffetti che tornano a rizzarsi, per
pungere_) Cioè... _Sant'Ambrogio_?

BARBARANI (_con acume e competenza_) A' suoi tempi, non era ancora
santo: era soltanto vescovo!

GIORDANO MARI (_sempre rivolgendosi cogli occhi e col discorso
all'architetto_) Per questa mia monografia, per rivederla, per
completarla, mi sono fermato a Milano. Qui, sul luogo, ho molte
ricerche da fare; moltissimi documenti da consultare. E, perciò,
devo scusarmi con lei, signora marchesa, se, dopo aver ottenuta la
gentile permissione di esserle presentato, non ho potuto, prima d'ora,
procurarmi l'onore e il piacere della sua ambita conoscenza.

_La marchesa_. Appunto: pensavo anch'io: — che mai vuol dire questo
ritardo? — Forse qualche... _divieto_? Ma, adesso, capisco benissimo:
_Sant'Ambrogio_! E quando si ha da fare coi santi, non si scherza e non
c'è più tempo per i poveri mortali. Dico bene, Barbarani?

BARBARANI. _Benissim_! Son proprio _content_!

E il nobile Barbarani era davvero molto contento. Ormai, per le leggi
dell'etichetta, era la marchesa che doveva presentare Giordano Mari a
quel lunatico impetuoso del Borghetti.

CARLO BORGHETTI (_alzandosi e offrendo alla marchesa, con un inchino,
un biglietto di banca_) Se permette, marchesa... il mio debito.

_La marchesa_ (_mostrando le cento lire a Giordano Mari e poi
chiudendole nel portamonete colle dita tremanti e con un lampo
di gioia ingorda negli occhi spelati_) Sono... per i miei poveri.
(_Trattenendo Carlo Borghetti mentre le dà la mano e fa per andarsene,
e presentandolo_) L'architetto Carlo Borghetti: Giordano Mari.

GIORDANO MARI (_Un grande inchino, e tutti i soliti complimenti: molto
espansivo. L'altro risponde appena senza guardarlo, occupandosi solo
della sua mano che gli si è un po' sfasciata_).

_La marchesa_. Soffrite?

— No.

BARBARANI. Dovresti farti fasciare di nuovo e un po' meglio col
taffetà, dal dottor Speranza.

— No.

_La marchesa_ (_che ha sempre bisogno di muoversi per quella sete
che la brucia viva, ma non la dimagra: alzandosi adagio, appoggiando
le mani al tavolino, soffiando e sbuffando; due minuti per ripigliar
fiato; poi, accettando il braccio del Barbarani, e avviandosi con un
po' di ondulamento_) Andiamo in cerca del dottore (_si sentono gli
accordi al pianoforte_) Sst! (_ascolta un momento_) il Falstaff!...
Andiamo a farci vedere nel salone, da Venceslao. È troppo buono; non
merita dispiaceri.

Giordano Mari, per lasciar passare tutta la magnifica marchesa col
Barbarani, resta indietro, vicino a Carlo Borghetti.

Quella presentazione è stata troppo breve, troppo superficiale; egli ha
paura che Carlo Borghetti gli sfugga; vuol trattenerlo ad ogni costo;
ma, per trattenerlo, bisogna parlare.

Che cosa dire? Che cosa dire?

Giordano Mari ha la smania di parlare e non trova una parola. È rimasto
ad un tratto, per combinazione, per dispetto, col cervello vuoto
e colla lingua di piombo. Eppure bisogna parlare, parlare! Bisogna
rompere il ghiaccio, o lasciarselo scappare!

Ma ogni istante che passa è un'occasione perduta; ad ogni istante
cresce l'impiccio del momento... Giordano Mari si sente persino
ridicolo.

Parlare? Parlare?... bisogna trovar le parole per parlare!

Carlo Borghetti rimane sempre più impenetrabile, freddo, muto, in un
atteggiamento quasi ostile: si sforza per annodare la fasciatura di
seta nera attorno alla mano.

GIORDANO MARI (_a un tratto, con premurosa gentilezza_) Permette?
Potrei aiutarla?

CARLO BORGHETTI (_cacciando subito la mano nella sottoveste_) Grazie;
ho finito. (_Gli volta le spalle e fa per andarsene_).

GIORDANO MARI (_tenendogli dietro ostinatamente, dicendo il primo
scherzo, le prime parole che gli corrono sulle labbra_) È stato un
duello, non è vero? Me l'ha detto l'amico Barbarani! Un duello con una
bottiglia!

CARLO BORGHETTI (_fermandosi, voltandosi, fissandolo serio_) No, non è
vero; non l'ha detto. Il Barbarani non dice sciocchezze! (_Guarda ben
fisso Giordano Mari ancora per un istante, poi dà un'alzata di spalle
e se ne va_).

L'altro rimane sbalordito, a bocca aperta.



IX.

LA SIGNORINA EMMA E CARLO BORGHETTI MENTRE GLI INVITATI SI AFFOLLANO
NEL «BUFFET.»


Emma ha sentito dal Barbarani che suo cugino Carlo si è ferita una mano
«abbastanza serissimament» col vetro di un bicchiere. Inquieta, corre
a cercarlo dappertutto: lo trova, alla fine, solo soletto, seduto in
un angolo della stanza più lontana, in fondo all'appartamento. È lo
studio del cavalier Venceslao, denominato «_lo studio del Maestro_»,
perchè le pareti sono tappezzate colla raccolta completa di tutti
i ritratti di Giuseppe Verdi, coi quadri allegorici di tutte le sue
opere; coi ritratti degli interpreti più famosi. Sulle scansie, sulle
mensole, statuette, figurine in bronzo, in terracotta: Aida, Ernani,
Otello, il Trovatore, Falstaff, il gruppo dei tre congiurati del _Ballo
in maschera_. Il calamaio, in argento russo, sempre pronto, con un
quinterno di musica, vicino al pianoforte verticale, rappresenta una
tomba colla iscrizione in oro: _A Carlo Magno sia gloria e onor_!

EMMA (_correndo appena lo vede, presso il cugino, che, sorpreso, si
alza di colpo chinandosi per salutarla_) Ti sei fatto male?...

CARLO. No, no.

EMMA. Mi ha detto il Barbarani che ti sei tagliato una mano con un
bicchiere?

— Non è niente!

— Che non sia rimasto nella ferita qualche pezzettino di vetro?...
Lasciami vedere!

— Grazie, ma non ne val la pena! Mi son fatto lavare anche col
_sublimato_.

— EMMA (_con stizza_) Quel benedetto dottore! C'è sempre, tranne quando
occorre! È appena andato via!

CARLO (_sforzandosi per sorridere, per scherzare_) Non è necessario
amputarmi la mano, proprio stasera!... Il tuo dottore potrà aspettare
fino a domani!

EMMA (_osservandolo_) Ti sforzi per scherzare, ma devi soffrir molto.
Sì, perchè sei pallidissimo. (_Gli tocca la fronte_) Dio mio, come
bruci!... E hai gli occhi rossi, gonfi! Si direbbe persino che hai
pianto! E poi ti sei nascosto quaggiù, solo solo, vuol dire che la tua
mano ti fa soffrire. Forse avrai anche un po' di febbre...

CARLO. Ma no!

EMMA. Lasciami vedere. Voglio vedere!... Almeno ti fascierò un po'
meglio. Un po' più stretto. (_Gli prendo la mano, gliela sfascia
lentamente, e lentamente ricomincia a fasciarla di nuovo_).

_Carlo_ (_Sta lì, proprio lì, sotto le sue labbra, quella testina cara
e adorata... tanto cara e adorata e tanto bella! La fissa cogli occhi
imbambolati, mentre quei due o tre bicchieri di vino bevuto, senza
esserci avvezzo, gli ronzano nel cervello. Ad un tratto, barcollando,
si china, quasi per baciarla, per toccarla colle labbra... ma non
la tocca; si tira su: è ancora più stravolto: fra sè, confusamente,
sentendo la vocetta del Barbarani ripetere ciò che aveva detto a
pranzo: «Le ragazze oneste non amano altro che il matrimonio... La
ragazza gli piace? Avanti!... La sua brava domanda e il suo bravo
matrimonio...»: forte_) Emma!

EMMA (_spaventata_) Ti ho fatto male?

CARLO. No...

EMMA. Allora, lasciami fare. (_E colla ingenuità spensierata di
una fanciulla semplice, sincera... innamorata di un altro, essa gli
sfiora il naso, coi suoi bei capelli fini e odorosi, attortigliati
in una massa pesante sulla nuca: gli si fa vicina vicina, quasi
addosso, avvolgendolo col suo stesso profumo, col suo stesso calore,
rivelandogli inconsapevolmente, coi suoi atti, colle sue movenze
graziose e serpentine, l'incanto della sua bellezza giovane e fresca_)
Così... così... Ecco; così va bene!

CARLO (_a un tratto: rauco_) Emma... Vuoi... _volete_ sposarmi?

EMMA (_lo guarda: scoppia in una risata_) Sì! Altro!... Quando vuoi!

CARLO (_di colpo, abbracciandola_) Ti amo! Ti amo tanto!

EMMA (_sciogliendosi con un grido: poi, a mano a mano, fissando Carlo:
l'espressione del suo volto diventa triste, dolorosa: i suoi occhi, ad
un tratto, si riempiono di lacrime_) Tu? Tu? (_con maraviglia, quasi
con disperazione_) Tu? Carlo?

CARLO (_supplichevole; come scusandosi, come domandandole perdono_) Sì,
ti amo tanto!... Sempre.

EMMA. Sempre?... E non mi hai mai detto niente?... Non mi hai mai detto
niente?

CARLO. Ho sempre pensato di parlare: cento volte sono stato sul
punto di parlare. Non ho mai osato. Ero contento di vederti, mi
bastava vederti: ecco la mia più grande felicità! Parlando, temevo di
perderti, mentre invece non ho mai preso sul serio il tuo matrimonio
col Sebastiani. (_Con un'alzata di spalle_) Tu? con Sebastiani? Non
l'ho mai creduto! Certi giorni mi faceva dispetto, ero geloso anche di
lui, per la sua sfacciataggine, per le sue arie di intimità, quasi di
padronanza; lo avrei strozzato! Ma poi vedevo te così indifferente...
mi calmavo, ridevo del Sebastiani, e, dopo averlo trovato ridicolo,
pensavo che anche lui, forse, ti amava davvero, e allora mi faceva
compassione.

EMMA. Ma perchè non me lo hai detto subito? Perchè? Mi volevi bene?
Tu? Tu? Ma... io non ci ho mai pensato. Tu?... A me?... Se siamo sempre
stati insieme! Mi hai vista sempre!... Anch'io ti voglio bene, molto,
molto... (_si ferma come interrogando sè stessa, si passa una mano
sui capelli, sospirando, stralunando gli occhi_) Sì, molto: come a
un fratello; ancora di più! Se tu me lo avessi detto prima, forse...
Chissà? Chissà? Chissà?

CARLO (_fissandola, le prende una mano_).

EMMA (_guardandolo timidamente_) Io non sapevo nulla. Ti ho fatto
dispiacere? Ti ho fatto del male?

CARLO (_tenendole sempre stretta la mano_) Sì, molto; adesso. Ma non
importa per me. Dimmi soltanto, francamente, lo voglio; adesso è troppo
tardi? Ho parlato troppo tardi?

EMMA (_lo guarda ancora fisso fisso: ad un tratto, si lascia cadere sul
canapè, scoppiando in lacrime. Sono quelle lacrime stesse che durante
il suo colloquio con Giordano Mari le erano corse tante volte alla
gola, e che adesso soltanto trovano libera la via di prorompere, per
quel gran dolore del suo povero amico_).

Carlo, immobile, muto, l'osserva attentamente: le lacrime e i
singhiozzi di Emma sembrano calmare il suo turbamento, il suo
sconvolgimento. Egli non trema più; non è più barcollante. I suoi
occhi sono più incavati, ma vivi; lo sguardo è risoluto. La sua voce è
mutata; è un'altra; ma pure è ferma, chiara. — Le lacrime di Emma son
la risposta della fanciulla: egli non ha più nulla da sperare: il suo
destino è segnato. L'uomo — _un uomo_ — a costo di morire, non deve
nè imprecare, nè lagnarsi contro il proprio destino; deve accettarlo,
subito: _un uomo_ deve essere forte.

CARLO. Adesso è troppo tardi?... Giordano Mari, non è vero?... Lo ami?

EMMA (_col capo chino accenna di sì_).

CARLO. Te lo ha detto?... Ve lo siete detto?

EMMA (_aspetta un istante, guarda Carlo, torna a chinare il capo e
accenna un'altra volta di sì_).

CARLO. Stasera?

EMMA. Sì.

CARLO. E... hai fissato? Avete fissato? Vi sposerete?

EMMA. Non so. Questo... non so.

CARLO. Non sai?

EMMA (_sottovoce, timidamente: sempre senza osare di guardarlo_) Non me
lo ha detto.

CARLO. E... (_ancora un'ultima esitazione: forse coll'ultimo filo di
speranza_) e quando lo dirà?

EMMA. Allora... sì.

CARLO. E la mamma? Ma la tua mamma?

EMMA. Non so certo, avrò molto da lottare, da soffrire; ma pure...
oramai è deciso; è così. Quel che _lui_ mi dirà di fare, farò.

CARLO. Anche... anche _contro_ tua madre?

EMMA. _Lui_ non mi potrà mai consigliare una cosa mal fatta.

CARLO. Ma... lo conosci? Sei sicura di lui? — Come ne sei sicura? Lo
conosci bene?

EMMA. Lo sento!

CARLO. E subito?... Ti sei innamorata subito? In così poco tempo? Come
ha fatto? Come hai fatto?

EMMA. Non so: appena l'ho visto; fin dalla prima volta. L'ho visto
così grande! Tanto superiore a me! E la prima volta che mi ha parlato
ho sentito... che era padrone lui di me. Mi pareva quasi di dovermi
inginocchiare dinanzi a lui.

CARLO. E vi siete veduti... molte volte?

EMMA. Due... tre soltanto.

CARLO. E... vi siete detto di volervi bene?

EMMA. No, mai, stasera...

CARLO. Stasera sì?

EMMA (_balbettando_). Non domandarmi più niente... più, più; te ne
prego. Ora sai tutto (_quasi con rassegnazione accorata: quasi col
presentimento di dolori misteriosi, lontani_) Non parlamene più. Mi fa
male; tanto male. Per me... e anche per te.

CARLO (_dandole la mano_) Sei buona: hai sempre ragione. Ti prego;
soltanto questo: dimentica quanto ti ho detto.

EMMA. Dimenticare quanto mi hai detto? Ma, Carlo, ti par possibile?
Potrei dimenticarlo?

CARLO. Ebbene, anche fra me e te dev'essere come se io non ti avessi
parlato... non ti avessi detto niente.

EMMA. Con _lui_, come con tutti gli altri, come fra me e te: sarà come
se tu non mi avessi detto niente.

CARLO. E sarò... sono tuo fratello?.... Ancora?

EMMA (_con entusiasmo_) Sì! Sì! Sempre! Sempre!

CARLO (_dopo un momento di silenzio_) Asciugati gli occhi. Cerca di
ricomporti. (_Più serio, quasi grave_) Lui adesso dove sarà?

EMMA (_interrogandolo cogli occhi, meravigliata_) Non so. Perchè?

CARLO. Poco fa, nervoso, irritato, gli ho risposto male. L'ho offeso;
l'ho provocato. Voglio cercarlo, vederlo: gli domanderò scusa. Tu gli
vuoi bene: gli domanderò scusa.



X.

DUE AMICI.


Nella sala del _buffet_:

GIORDANO MARI (_prendendo il sorbetto: la sola cosa che in quel momento
gli possa passar dalla gola: fra sè_) Consigliarmi col Barbarani?... Mi
par di sentirlo, quel piccolo guerriero da club!

— _Felicissim_! Una questione d'onore? _Benissim_!

— E, intanto, se io piglio una sciabolata?... E pazienza la sciabolata;
ma se mi toccasse di restare a letto?... Di non potermi muovere per
una decina di giorni?.. Allora gli affari? Chi potrei mandare a Padova
da quel vecchiaccio esoso di mio fratello colla lusinga del gran
matrimonio?.. E l'armistizio da concludere col Finardi e compagnia?
— _Benissim! Felicissim!_ — ma, intanto, se sono a letto e non mi
posso muovere?... Io devo restare sulla breccia: cambiali e signorina
Dionisy. (_Dopo due o tre cucchiaini di sorbetto: con un sospiro_) Ma
se anche mi lascio insultare senza chiederne ragione, addio poesia e
addio matrimonio, per un altro verso! (_Con stizza sempre crescente:
le contrarietà, le incertezze, i «pasticci» lo urtano, gli seccano, lo
fanno andare in bestia_) Questi borghesi arricchiti colle macchine e
coi traffici e diventati nobili coi quattrini... Che piccola e brutta
gente! Hanno nel sangue tutti i pregiudizii della stirpe bottegaia,
compresa la fissazione che si debbano pagare i debiti sino all'ultimo
soldo, non un minuto dopo della scadenza. E insieme si sono caricati
anche dell'altra zavorra, i pregiudizii aristocratici. Vi parlano
di correttezza e di diritto divino, di economia domestica e di
splendore del casato; sono forti sul terreno e nell'aritmetica, hanno
la vanità del loro stemma e del loro bilancio: fanno da maggiordomo
o da gentiluomo, da fattore o da principe, secondo le ore della
giornata e, come tutti gli ibridi, hanno, per atavismo, tutte le
avidità del mercante e, per innesto, tutti i fumi del patrizio! (_Il
sorbetto ingollato in fretta e in furia gli dà un dolore nevralgico
acutissimo alle tempie: si ferma, chiude gli occhi: quando il dolore
gli passa e li riapre, rimane distratto, guardando fisso il resto del
sorbetto, e facendo scorrere fra le dita il cucchiaino_) Ed Emma?...
Carina, lei, a dispetto della razza! Carina in tutti i modi! Colla
freschezza sana e soda di una bella figliuola del popolo, e i piedini
da marchesa. Con un'affettuosità sentimentale, docile, remissiva e
credenzona; coll'onestà profonda della donna borghese nel sangue, e
nell'anima, invece, le raffinatezze romantiche. Facile ad esaltarsi, ad
entusiasmarsi e facile anche ad accontentarsi. Un amore di moglietta,
sempre in adorazione dinanzi a suo marito... e che suo marito potrà
educare in tutto e per tutto all'osservanza delle leggi ed alla
moderazione. (_Cercandola cogli occhi lustri_) Ma dov'è? Dove s'è
cacciata quella... marmottina? Il colpo mi è riuscito, stasera, ma non
bisogna perderla d'occhio. (_Finisce in fretta il gelato; si asciuga
i baffi col fazzoletto: gli viene un'idea_) Se, invece, andassi a
consigliarmi direttamente da lei, riguardo a quell'«oltracotante» di
suo cugino?... Mi ascolterebbe tremando, a bocca aperta — che bocchina
deliziosa! — ed io mi farei consigliare di non prendere la cosa sul
serio per amor suo, di lei. Già, nessuno mi toglie dalla testa che
quel bisbetico architetto è un altro Sebastiani, e, anzi, con più
gradi di bollore! È innamorato della fanciulla. (_Con un sorrisetto di
compiacenza_) E... il poeta?... È gelosissimo del professore! La gran
simpaticona quella Fanny! E poi suo marito è deputato: un voto di più
per la mia cattedra. (_Rannuvolandosi_) E Borghetti? È il Borghetti che
mi manca sul più bello! (_Tornando all'idea di prima_) Emma! Emma! (_La
cerca cogli occhi, in mezzo a tutta quella gente, — le signore sedute,
gli uomini in piedi, — che si affolla rumorosamente mangiando e bevendo
attorno alla tavola del_ buffet). Dov'è andata? Forse da sua madre?
Anche quella suocera, un ideale! Per farla scappare, basterà aprir le
finestre! (_Guarda ancora tra la folla, alzandosi in punta di piedi_)
No, non c'è. E nemmeno suo cugino! E nemmeno il commediografo! Che io
abbia preso un gambero, e che la marmottina non sia invece altro che
una famosa civetta? E che si diverta a tener in gioco l'architetto, il
commediografo, e magari anche il professore? (_Va a spiare fra le tende
dell'uscio a destra, che mette nel salottino dove si fuma_).

Niente. Emma non si vede.

C'è un generale che si sfoga col prefetto contro i socialisti, e c'è
Venceslao col sindaco di Milano: il cavalier Venceslao, le belle mani
bianche da pianista incrociate dietro le reni, la bella testa un po'
china, approva, umile in tanta gloria, una idea del sindaco, il quale
vorrebbe intitolare col nome di Verdi una delle principali piazze di
Milano.

Ad un tratto, Giordano Mari, sempre spiando fra le tende dell'uscio a
destra, sente la voce di Sebastiani e caccia fuori la testa: Sebastiani
non è con Emma. È invece colla d'Arborio.

GIORDANO MARI (_si nasconde di nuovo, ma in modo da poter osservar bene
la d'Arborio da vicino: fra sè, con stupore ammirativo_) Un milioncino,
mi ha detto il Barbarani! (_Dopo aver calcolata la grossa dote accanto
alla grossa contessina_) Sarebbe guadagnato!... Ma sarebbe sempre un
milioncino!

La D'ARBORIO (_strillando forte perchè ha «un gran secreto», una
confidenza da fare al Sebastiani_) Sì! Sì! Voi mi avete conquistata! Io
vi voglio aprire tutto il cuor mio! Ma solo a voi! Più vicino!... Solo
a voi! (_Nino Sebastiani non si muove: la d'Arborio gli va sopra, quasi
addosso_) Ditemi la verità: la verità del pensiero, del sentimento
vostro: avete voi pure tutta questa grande ammirazione settentrionale
(_sottovoce_) per i Promessi Sposi?

NINO SEBASTIANI (_soffoca_) ... No.

La D'ARBORIO (_strillando_) Ed io nemmeno! Solo a voi lo dico! Ed io
nemmeno! Propriamente no!

GIORDANO MARI (_guardando dall'uscio a sinistra_) Finalmente! (_Emma
esce dallo studio del Maestro: è seguita da Carlo Borghetti_) Toh, toh,
toh! Era coll'architetto! (_Giordano Mari pensa che l'architetto, per
vantarsi, avrà raccontato alla signorina la scena successa fra di loro:
un sogghigno cattivo gli fa diventare la faccia lunga e verdognola_).

EMMA (_appena lo vede, gli corre subito appresso: un po' più timida,
arrossendo, combattuta dalla verecondia e dall'amore_) Carlo, mio
cugino, vuole parlarle, vuole scusarsi con lei per alcune parole di
poco fa. (_Supplichevole, fissandolo con gli occhi belli, illuminati_)
Mi promette, non è vero, di essere generoso, di essere buono?

GIORDANO MARI (_dignitoso, diplomatico_) Ma... che cosa le ha detto il
signor Carlo Borghetti?

EMMA. Ha timore di averle risposto male, di averla offesa.

GIORDANO MARI (_interrompendola: eroico_) Appunto: volevo rivolgermi al
Barbarani ed al maggiore Costamagna per avere una spiegazione.

_Emma_ (_trasalendo, con un grido represso_) No! No! È sofferente!
Sta proprio male! Le domanda scusa! Le vuol domandare scusa!
(_Avvicinandosi palpitante, tremante, con uno sguardo che è tutto una
preghiera, una carezza, una promessa_) Per me! Per me! Lo faccia per
me! (_Congiungendo le palme, timidamente, con un'ondata di rossore che
corre dalle spalle alla fronte_) Voglio così!

GIORDANO MARI (_cavalleresco, inchinandosi, offrendole il braccio_)
Allora, sia. Mi conduca da suo cugino.

EMMA (_lo avvolge con uno sguardo amoroso: i suoi occhi hanno un lampo,
le sue labbra un tremito: passa leggermente la manina morbida e bianca
sotto il braccio di Giordano Mari, e gli risponde appoggiandosi tutta,
coll'aria quasi di abbandonarsi, di farsi portare_) Grazie.

GIORDANO MARI (_inebriato_) Dov'è?

EMMA (_indicando il Borghetti colla punta del ventaglio_) Là!

Succede un gran movimento nella sala del _buffet_: le signore che
hanno finito di cenare si alzano per cedere il loro posto alle altre
signore, rimaste in piedi. Carlo Borghetti in quella ressa è ricacciato
indietro. Emma e Giordano Mari non possono più andare avanti.

GIORDANO MARI (_chinando il viso verso quello di Emma, che
irresistibilmente sporge il suo_) Devo perdonargli dunque? E devo
volergli bene anch'io, perchè gliene vuol lei?

EMMA (_trasportata fra gli angioli_) Sì; per questo.

GIORDANO MARI (_dopo un momento: con un risolino maliziosetto,
indicandole Nino Sebastiani_) E... dovrei voler bene anche a quello là?

EMMA (_scotendosi con dispetto_) Oh, a quello poi no! (_Senza
rifletterci_) È vero, sa? Prima mi era indifferente; adesso mi è
antipatico.

GIORDANO MARI (_che invece riflette molto, riprende prudentemente
l'affabilità paterna_) Bambina! Sempre... una cara bambina!

Sono interrotti: Emma rimane appoggiata al braccio di Giordano, ma,
presa in mezzo da tutta quella gente, deve rivolgere e ricambiare
complimenti, ringraziamenti e saluti. Finalmente la calca si dirada e
possono avvicinarsi a Carlo Borghetti, che intanto, per rinfrescarsi,
ha continuato ad inghiottire champagne frappè.

CARLO BORGHETTI (_molto sudato: stranamente pallido: si avvicina, vuol
parlare, vuol sorridere, ma non sa fare che una smorfia_).

EMMA (_arrossendo a sua volta per l'imbarazzo del cugino e sforzandosi
per essere disinvolta e per aiutarlo_) Il signor Mari non è in collera;
anzi, ha per te moltissima simpatia.

CARLO BORGHETTI (_a Giordano Mari: colla voce troppo alta e fuori di
tono_) Le devo domandar scusa!

EMMA (_vivamente: si mette il ventaglio sulle labbra, facendogli segno
di tacere_) Piano! Parla piano!

BORGHETTI (_rauco_) Le voglio domandare scusa.

GIORDANO MARI (_compitissimo_) Scusa? Fra di noi? Fra due buoni amici?

BORGHETTI (_borbottando a guisa d'eco le ultime parole_) Buoni amici.
Ho detto anche alla signorina Emma... (_la guarda e i suoi occhi si
riempiono di lacrime_) buoni amici.

GIORDANO MARI (_osservandolo con qualche inquietudine_) Il torto è mio:
lo scherzo a proposito della sua piccola ferita è stato inopportuno.

BORGHETTI (_rintontito_) Scherzo? Io non scherzo mai. Ho detto amici,
ripeto amici.

GIORDANO MARI (_dà un'occhiata espressiva alla signorina Emma, quasi
imponendole di allontanarsi. Sarebbe rimasto lui con suo cugino Carlo:
non lo avrebbe lasciato_).

_Emma_ (_dolcemente, felice di mostrarsi ubbidientissima a quel primo
comando, rientra nella sala del buffet, e sparisce in mezzo ad un
gruppo di signore_).

GIORDANO MARI (_prendendo confidenzialmente sotto braccio Carlo
Borghetti, e facendo un po' di violenza per condurlo via_) E
adesso, non è vero? — ce ne andiamo via anche noi?... E alla romana;
ringrazieremo domani, portando un biglietto di visita.

CARLO BORGHETTI (_lasciandosi trascinare_) Sì; domani: basta un
biglietto di visita.



XI.

NEL PALAZZO VISCONTI.


Giordano Mari e Carlo Borghetti si avviano insieme da casa Dionisy
verso il corso Venezia. Carlo Borghetti, rasentando, a volte sfiorando
il muro: Giordano Mari, camminando diritto, sicuro, il soprabito sul
braccio, adocchiando il compagno.

GIORDANO MARI (_respirando a pieni polmoni_) Ah! Si rivive! In quelle
sale, in quella luce, in quella folla c'era da soffocare.

BORGHETTI. Già, molto caldo; troppo caldo, (_si lascia cader la testa
di colpo sul petto_).

_Giordano Mari_ (_osservandolo ancora, poi con un tono di maggiore
intimità_) Dove state di casa?... Molto lontano?

BORGHETTI (_dopo un momento, come risvegliandosi_) In via Monforte. In
fondo a via Monforte.

GIORDANO MARI. Se mi permettete, vi accompagno. Immagino che non
vorrete passare dal club. Abbiamo fatto troppo tardi.

BORGHETTI (_ripete cupo_) Già, abbiamo fatto troppo tardi.

E continuano a camminare l'uno a fianco dell'altro. Giordano Mari,
diritto, con la testa alta, sporgendo all'aria il largo petto dallo
sparato bianco; il Borghetti, curvo, col capo chino, mezzo sprofondato
nel bavero del _pipistrello_. Sempre senza parlare, arrivano in capo
a via Monte Napoleone, attraversano il Corso, si inoltrano nella lunga
via Monforte, deserta e buia.

Dopo che Giordano Mari ha dato un'altra occhiata a Carlo Borghetti.

— Dite la verità: vi sentite poco bene?

— Già; oggi ho preso molto sole. A pranzo avevo sete; anche stasera
bruciavo dalla sete. Ho bevuto e non ci sono avvezzo; mi avrà fatto
male.

— Certo, vi ha fatto male. Volete appoggiarvi al mio braccio?

— No.... Grazie. No.

Carlo Borghetti, istintivamente, si tira più vicino al muro. In quel
suo stordimento, in quel suo istupidimento, con un ronzio crescente che
gli gira pel capo e gli introna gli orecchi, egli si sente addosso come
un peso, una sofferenza, come un'infinita, come la peggiore sofferenza,
la compagnia, la vicinanza, la vista, l'ombra di quell'uomo; certe
volte, passando sotto ai fanali, vede quell'ombra distendersi,
allungarsi smisuratamente sul marciapiede. Quell'uomo... maledetto
quell'uomo!... Maledetto il giorno che è capitato a Milano! È l'amante,
è il padrone di Emma: Emma è cosa sua. Essa gli appartiene già
coll'anima; essa lo ama, ne è innamorata!... Quell'uomo così alto, così
forte, prepotente, brutale, non ha che a dire una parola; comandare,
volere, ed Emma è cosa sua! Egli lo odia, sente di odiarlo per questo
suo fascino, per questo suo potere misterioso — una malìa forse — lo
odia, e lo teme: lo teme per Emma. Povera Emma! Chissà?... — Lo odia,
eppure si sente costretto a chinare il capo dinanzi a lui, e dinanzi
alla sua volontà, alla sua forza, al suo ardimento e alla sua fortuna.
Lo odia, lo teme, e, in fondo al cuore, lo invidia e lo ammira. — Così
presto! Appena veduto, e l'ha subito innamorata, stregata, presa! Come
ha fatto? Come c'è riuscito? — Emma!... Emma!... Emma!... — grida,
spasima il suo cuore! Oh, ma è inutile chiamarla! Emma non ascolta,
non sente, non obbedisce alla sua voce, alle sue lacrime! Se invece
_quell'uomo_ lì, che cammina al suo fianco, superbo, sfacciato, quel
«gigante» l'avesse chiamata colla sua voce forte di comando, oh, con
lui docile, ubbidiente, sarebbe corsa, si sarebbe precipitata di volo,
fremente e palpitante, a buttarsi nelle sue braccia; forse alle sue
ginocchia, perchè ha visto, ha letto in que' suoi occhi sfolgoranti:
essa lo adora! Ma lui, Carlo, Carlo detto _il lunatico_, lui non si è
mai fatto ascoltare, non è mai riuscito a parlare al cuore di lei.

E ricorda il colloquio di quella sera, lo stupore, le parole di Emma.
«Mi volevi bene?... Tu?... Tu?... A me?» Sì, sì, sì! Egli non ha mai
osato, egli non ha mai saputo parlare, è stato troppo debole, timido,
vigliacco! Sono anni ed anni, sono dieci, venti, trent'anni, è tutta
la vita ch'egli l'ama, ch'egli soffre per lei, che smania per lei,
che pensa, studia, lavora, si strugge, tutto per lei, e lei, nemmeno
se n'è accorta!... Quello lì, il «gigante», l'ha vista un momento:
ha subito parlato: ed Emma è sua. — In quanto tempo? Ci ha messo un
giorno? Un'ora?... Nemmeno!... Un minuto, una parola sola. — Ti voglio!
— Eccomi! — E tutto è finito! Tutto è finito! tutto! tutto! tutto!
Perchè ormai... ormai è già come fosse sua, cosa sua, sua moglie!
— Venceslao?... Avrebbe detto di no — pianino, per non guastarsi la
voce, per ventiquattr'ore; poi avrebbe pensato ad un gran concerto
per la sera della scritta. La signora Letizia? — sospiri, gemiti, e
noce vomica, per non guastarsi lo stomaco e la carnagione. — E così
Emma, povera Emma, così buona e così bella, bella, tanto bella, è in
piena balìa di quel «gigante», di quello sconosciuto. È lui, adesso,
il padrone, il solo padrone — padrone anche di non lasciargliela più
vedere! E, forse, non è meglio? — Non sarebbe stato meglio non vederla
più, mai più, quella leggera, vana, civetta, falsa?

GIORDANO MARI (_toccandogli leggermente il braccio_) Volete darmi la
chiave? Aprirò io.

Carlo Borghetti guarda, trasognato, Giordano Mari, si guarda attorno,
poi si ricorda; cerca nel taschino della sottoveste, gli dà il mazzetto
delle chiavi. Sono giunti sulla soglia di casa sua, senza che egli se
ne sia accorto.

Giordano Mari prova una piccola chiave: la porta si apre: entrano.

GIORDANO MARI (_accendendo un cerino_) Il servitore non c'è?

CARLO BORGHETTI. È a letto; sempre a letto.

GIORDANO MARI (_indicando una bugia, sopra un palchettino, accanto alla
bussola del portinaio_) È questo il vostro lume?

CARLO BORGHETTI. Sì... questo (_sempre con un tono profondo, doloroso_)
Questa candela... è la mia.

Giordano Mari accende il mozzicone: poi, col palmo della mano,
riflettendo innanzi a sè il chiaror della fiamma, si guarda attorno,
sotto l'ampio vestibolo. Indicando a Carlo Borghetti l'invetriata dello
scalone:

— Per di là?

— Sì. Per di là.

L'ampio e maestoso scalone, le invetriate, i tappeti, i fiori, gli
stemmi, tutta quella grandezza e tutto quel lusso del vecchio palazzo,
eredità dell'avo materno del Borghetti — un Visconti — fanno colpo su
Giordano Mari: e lì per lì, nell'astuto e sfacciato avventuriero delle
belle lettere, torna a galla, fa capolino, collo stupore rispettoso del
plebeo, il figliuolo risalito del piccolo merciaiuolo di piazza delle
Erbe a Padova.

GIORDANO MARI. _Vuol_ darmi il braccio! _Vuol_ appoggiarsi, _don_ Carlo?

CARLO BORGHETTI. Grazie; no. (_Si appoggia invece, per tirarsi su,
alla maniglia e borbotta colla voce sempre più bassa, più fioca, più
rauca, soffermandosi quasi ad ogni gradino_) Si soffoca; si soffoca
orribilmente.

GIORDANO MARI. È tutto chiuso. Vuol darmi il soprabito?

Su, nell'anticamera, Carlo Borghetti ostinandosi, arrabbiandosi, prende
lui in mano la candela e cammina innanzi per indicare la via, aprendo
gli usci, sollevando le portiere.

GIORDANO MARI (_ad un tratto, accorrendo_) A me! Dia a me, don Carlo!
(_Strappandogli il lume di mano_) Imbratta colla cera tutti i tappeti,
i mobili! È un peccato!

Attraversano una lunga fila di sale, poi entrano nella camera da letto.

CARLO BORGHETTI (_Improvvisamente: con un impeto di furore, si leva il
cappello e lo scaglia sul canapè: il cappello rimbalza, ruzzola per
la camera: diritto in piedi, con gli occhi attoniti, egli lo guarda
ruzzolare, perdersi nel buio; poi, di peso, si lascia cadere, vinto,
affranto, sopra una poltrona_). La finestra... Aprite la finestra...
Soffoco... Soffoco... muoio.

GIORDANO MARI (_corre, spalanca i vetri: accende un'altra candela e
la pone come la prima sul canterano: un mobile antico, dagli intarsi
dorati: un capo d'opera: a mezza voce, girando gli occhi attorno
ammirato_) Quanta bella roba! (_Osservando di qua, e di là, dove la
camera resta illuminata: accanto al letto, in una cornice nera sopra
una mensoletta di bronzo vede il ritratto di una signora: una vecchia
fotografia di una giovane signora, che somiglia molto all'architetto_)
Sua madre, certo. Bella donna! (_Ad un tratto, sorridendo e prendendo
il lume per osservar meglio, più vicino_) Toh, toh, toh! (_Rivolgendosi
al Borghetti con un moto istintivo_) I Dionisy! La famiglia Dionisy!

Infatti, sopra un elegante palchetto, coperto di stoffe antiche
e ornato a festoncini, c'è tutta una raccolta di ritratti di ogni
dimensione e di ogni epoca. Dalle prime fotografie del Duroni ormai
stinte e giallognole, alle ultime, le più recenti e più artistiche.

C'è, in grande formato «gabinetto», il cavalier Venceslao, seduto al
pianoforte, la testa pensosa, chinata con intimo compiacimento sullo
spartito del _Trovatore_; e c'è, piccolo piccolo, il ritrattino più
piccolo e più scolorito, un _bebè_ in camicina.

GIORDANO MARI (_appressa la candela e legge_) «Emma Dionisy, di cinque
mesi, alla zia Paola» (_Vedendo il ritratto della signora Letizia in
abito da ballo: l'ultimo suo ritratto: dal 1887 continua sempre a farsi
far quello_) Che spalle!... Che... che busto!... Che meraviglia! (_Lo
confronta con un ritratto di Emma recentissimo che le sta accanto_)
Era molto più... bella, la madre! (_Continua a fissare il ritratto di
Emma, spirante nel semplice vestito bianco la sua fresca giovinezza:
lo fissa studiandolo, esaminandolo, con uno sguardo acuto, minuzioso,
investigatore, ricercando somiglianze e rapporti, tra la madre e la
figliuola_) Anche la figliuola, è molto giovane ancora... si farà una
bellissima donna. E questo?... (_È il ritratto di Emma vestita per la
prima comunione: la riconosce subito e gli viene da ridere_) Ah! Ah!...
La mocciosetta!

Poi c'è un'altra Emma colle gambine esili, e i piedi grandi, ancora
informi, sotto il vestitino corto corto; poi Emma, ragazzetta, ma già
più elegantina, e un po' pretenziosetta, colla grossa treccia pesante,
sproporzionata, giù giù, lungo la vita.

Poi Emma, nell'amazzone, a cavallo, e tutti quei capelli cadenti sulla
nuca, sulle spalle, e sporgenti in una massa enorme, sotto l'ala del
piccolo cilindro; poi Emma in costume _Empire_, come era andata alla
festa di casa Ottolini; poi Emma colla camicetta, il berrettino e la
racchetta del _lawntennis_...

GIORDANO MARI (_fra sè, di malumore: deponendo il candeliere_) La
raccolta è completa. Tutte le età, tutti i costumi, e tutte le pose!
(_Si volta verso l'architetto, guatandolo bieco, mentre a sua volta
si sente rodere da una punta di gelosia leggera, sottile... eppur
molesta_) Sono cugini; si sa: il cugino e la cugina! (_Ma è un lampo:
rivede gli occhi di Emma innamorata, e torna ad infischiarsene del
Borghetti come del Sebastiani, e colla fede nella sua buona stella
e nel suo talento e nella sua furberia gli ritorna la sicurezza, la
contentezza e l'audacia — Sente un sospiro come un lamento: corre
vicino al Borghetti_) Volete il servitore? Devo sonare, per chiamare il
servitore?

CARLO BORGHETTI. No! No!... Sto troppo male: non voglio nessuno.

GIORDANO MARI. Abbiate pazienza, ma se non vi sentite bene, lasciatemi
chiamare il servitore. Vi aiuterà a mettervi a letto. Vi farà un the.

BORGHETTI (_alzandosi in piedi d'un balzo, stravolto_) Ma non capite
che non sono ammalato? Sto male perchè... ho l'inferno. È l'inferno!...
Qui!... Qui!... (_Si batte sul petto violentemente colla mano ferita:
si scioglie la fasciatura_).

GIORDANO MARI (_gli afferra il braccio: gli tien ferma la mano_) Che
fate?... Viva Dio! Perdete ancora il sangue! (_E, come prima aveva
fatto Emma, Emma così affettuosa, Emma così brava, ricomincia lui a
fasciarlo di nuovo, ma con meno perizia, certo, e con meno garbo_).

CARLO BORGHETTI (_lo lascia fare, guardandolo muto, pensando sempre a
quell'altra: poi ad un tratto gli occhi si riempiono di lacrime; gli
si riempiono di lacrime il petto e la gola; si sforza, ma non può più
trattenersi; ha un tremito convulso, e quando il Mari ha finito di
fasciarlo e gli ripone la mano nella sottoveste, scoppia all'improvviso
in un pianto dirotto; dà un calcio furioso a una seggiolina che gli
impediste il passo e si butta sul canapè_).

GIORDANO MARI (_lo guarda: resta un poco a guardarlo: piano piano, gli
si siede accanto, senza parlare_).

CARLO BORGHETTI (_continua a piangere, a singhiozzare, a borbottare, a
strapparsi i capelli, a disperarsi: poi, a poco a poco, si calma, cerca
un fazzoletto, si asciuga gli occhi_) Perdonatemi! Perdonatemi, signor
Mari! Sono pazzo e poi mi sento male.

GIORDANO MARI (_prendendogli una mano affettuosamente; con voce dolce,
penetrante_) Piangete, piangete, sfogatevi. Questo solo vi può far
bene.

CARLO BORGHETTI (_alzandosi di nuovo con ira_) Ma no; no! Non ho nessun
diritto nè di piangere, nè di disperarmi! (_Dopo un momento di pausa:
frenandosi, stendendogli la mano_) Ve lo giuro, signor Mari; sono un
pazzo e un ragazzo. Un ragazzo pazzo e ridicolo. Niente altro. Ve lo
giuro.

GIORDANO MARI (_a sua volta, stendendogli la mano con molta
cordialità_) Non dovete nascondermi nulla. Non dovete chiudervi con me;
non dovete dissimulare. Siate sincero: la sincerità è gran parte della
bellezza e della bontà. Siate sincero con me. Io vi sono amico; vi sarò
sempre amico.

CARLO BORGHETTI (_colle ciglia aggrottate, col suo fare burbero, ma
risoluto_) Grazie; vi ringrazio. Ma vi ripeto, tengo a ripetervi:
stasera il caldo, il pranzo, lo _champagne_, mi hanno fatto male. Si
vede che ho il vino melanconico, triste. Niente altro; ve lo giuro. Del
resto, voi mi avete già dato prova della vostra amicizia, stasera, in
casa Dionisy, quando avete accettate le mie scuse.

GIORDANO MARI. Non parliamone più. (_Affettuosamente sorridendo,
mettendogli un braccio al collo_) Dite la verità: mi avete odiato
molto, stasera?

CARLO BORGHETTI (_trasalendo, scostandosi, fissandolo_) Non capisco,
non vi capisco.

GIORDANO MARI (_fissandolo a sua volta, ma con un sorrisetto pieno di
furberia bonaria_) Eppure, sarebbe così facile intendersi. Basterebbe
un po' più di confidenza. Basterebbe ammettere, da parte vostra, una
cosa sola.

CARLO BORGHETTI. Quale?

Giordano Mari è ancora titubante: si alza, passeggia su e giù per la
camera.

— E se il colpo non mi riesce? Se invece di un tratto di genio, fossi
per commettere un errore? In tal caso, pazienza! avrò perduta la bella
ragazza e il buon matrimonio, ma avrò salvata la mia riputazione di
uomo serio, di uomo di spirito e di uomo d'onore!

Come ha già detto a donna Fanny, egli non può sperare di ottenere la
signorina Dionisy, domandandola ai genitori. Egli, anzi, e più che
mai, in faccia al mondo, in faccia ai parenti della ragazza, deve aver
l'aria di ritirarsi, di non volere, di nascondersi, di sacrificarsi.
Tocca alla ragazza di compromettersi, tocca alla ragazza di fare il
dramma, e imporre il lieto fine.

CARLO BORGHETTI (_che ha notato l'esitazione, la lotta interna del suo
nuovo amico, gli si avvicina, ripetendo più lentamente_) Devo ammettere
da parte mia una cosa?... Una cosa sola?... Quale?

GIORDANO MARI (_calmo, ma con forza_) Dovete ammettere di essere molto
innamorato della signorina Dionisy.

CARLO BORGHETTI (_prorompendo, come spaventato_) No! No! No!

GIORDANO MARI (_mettendosi un dito sulle labbra_) Zsst!... Non dite
bugie, e non gridate tanto forte. Sveglierete la casa. Tutti dormono
ancora.

CARLO BORGHETTI (_il viso smunto, lucente di sudore e di lacrime;
gli occhi pesti, bruciati dalla febbre; si guarda attorno, sorpreso,
sbigottito. Il chiarore incerto delle due candele rischiara, or sì,
or no, un angolo appena della camera vasta, profonda. Dalle grandi
finestre spalancate si scorge un lungo tratto di cielo, fattosi più
chiaro, più alto, più diffuso. Un soffio, quasi un alito fresco,
leggero leggero, corre nella camera. È un gran silenzio intorno: un
silenzio di ombre, infinito; la quiete d'ogni cosa viva. Come il mondo,
tutto il mondo, sembra lontano lontano, in quell'ultima ora della
notte! Come sembra indifferente quella moltitudine inoffensiva, quasi
morta nel sonno_).

GIORDANO MARI (_gli prende una mano stringendola forte, con tenerezza_)
L'amore, giovane amico mio!... L'amore non si nasconde. Voi siete
innamorato della signorina Dionisy.

CARLO BORGHETTI. Ebbene, sì; sono stato (_con uno sforzo_) innamorato
della signorina Emma, ma la crisi è passata. (_Nervosamente_) Ormai
è passata, è superata. Non parliamone più. Voi me lo avete chiesto:
a voi, a voi solo, sento il dovere di confessarlo. Ma colla stessa
lealtà, colla stessa franchezza vi ripeto: d'ora in poi, come sono
amico vostro, sono amico suo. Un amico onesto; un fratello per tutti
e due: l'ho promesso anche alla signorina Dionisy. Dovete credermi ed
essere sicuro di me, perchè mi dovete stimare.

GIORDANO MARI. La vostra amicizia? L'accetto, ne sono orgoglioso.
Anzi, colla mia testarda sincerità, vi dirò di più: la cercavo, la
desideravo. Dunque, «amico mio», sì. Ma... volete essere soltanto amico
anche della signorina Emma? Voi l'amate... (_s'interrompe: si preme
una mano sul cuore, come per soffocarne i palpiti precipitosi_) Voi
l'amate: soltanto amico, della signorina Emma?... Perchè?

CARLO BORGHETTI (_ha un lampo negli occhi, il cuore gli fa un
sobbalzo, ma rimane muto, incantato, guardando Giordano, senza osare di
interrogarlo, di parlare_).

GIORDANO MARI (_si preme la fronte e sospira: un momentino di pausa per
raccogliere tutte le forze; poi riprende a bassa voce, con gravità,
quasi solenne_) Siamo stati matti un po' tutti; ed io, lo confesso,
è stato solo per cinque minuti, ma... (_un altro sospiro, l'ultimo_)
sono stato matto più di tutti. (_Mettendosi a posto con un'alzata di
spalle_) Io ero lontano dalla realtà, dalla verità, dal possibile,
persino dalla logica. Sediamo, torniamo a sederci, e per cinque minuti
parliamoci sul serio. Che cosa vi abbia detto la signorina Emma per
mettervi alla disperazione, non so, non voglio sapere, non ho diritto
di sapere. Sì, anch'io, lo confesso, anch'io ho la mia parte di torti,
di colpa. Anch'io ho subìto una seduzione dolcissima, un improvviso
stordimento. Non ve l'ho detto? Anch'io ho avuto i miei cinque minuti
di pazzia, ma, ripeto ancora, e posso dire con orgoglio, furono soli
cinque minuti. Quel primo giorno ch'ero a Milano, quel giorno della
mia maledetta, malaugurata conferenza; quell'espressione incantevole
di sincerità, gli occhi, la bellezza pura, angelica, l'intelligenza
della signorina mi hanno colpito, colpito al punto... (_con un mesto
sorriso_), che io, sin da quel primo giorno, a costo di sembrare
ineducato, non ho più cercato di rivedere la... la signorina; anzi, ho
fatto di tutto per sfuggirla. È stato quell'insistente seccatore del
Barbarani che, per forza, ha voluto condurmi e presentarmi alla signora
Letizia; è stato il cavalier Venceslao che è venuto a cercarmi apposta,
all'_hôtel_, all'Archivio di Stato, all'Ambrosiana, perchè non mancassi
al suo concerto; e stasera, appunto, ho avuto un lungo colloquio colla
signorina, colloquio in cui le ho espresso la più viva simpatia e l'ho
pregata anche di volermi un po' di bene... come una figliuola al suo
babbo.

CARLO BORGHETTI (_vivamente_) Ma...

GIORDANO MARI (_con forza, con maestà_) Come una figliuola al suo
babbo; perchè io sono molto più attempato della signorina Emma, e non
mi sento di diventare ridicolo; perchè la signorina Emma è molto ricca,
ed io, che sono quasi povero, non mi sento di diventare... un mantenuto
di mia moglie. Perchè io sono filosofo razionalista e la signorina
Emma è credente, è cattolica; perchè, infine, le mie idee e i miei
principii, le mie aspirazioni, in fatto di politica e di ordinamenti
sociali, sono precisamente agli antipodi con tutto il legittimismo
reazionario, con tutto il detrito spagnolesco e austriaco di casa
Dionisy. Parlo chiaro?

CARLO BORGHETTI (_con impeto_) Ma Emma mi ha detto...

GIORDANO MARI (_imponendogli di tacere: protendendo le due mani aperte:
voltando, torcendo indietro il capo per non sentire_) Quello che possa
avervi detto la signorina, non so: non voglio sapere; non ho diritto di
sapere. Vi ripeto — sì, — ho avuto cinque minuti di pazzia, come voi
avete avuto la vostra crisi... nervosa. Ma gli uomini devono guarir
presto, e noi siamo uomini: infatti, voi ormai siete più calmo, ed io
ricomincio a ragionare. Vedete? (_indicando verso la finestra_) Ecco
il mattino, come dice Shakespeare, che lievemente librandosi pare in
procinto di slanciarsi sulla terra! A letto, andiamo a letto, amico
mio; voi, per rialzarvi più forte, dopo qualche ora di riposo, e con
tutte le vostre più belle e più care speranze nel cuore. Io, con un
amico prezioso (_con mesto sospiro_) e colla costanza, la forza e il
conforto del lavoro.

CARLO BORGHETTI (_senza esitare, con uno slancio generoso_) Se non
volete, se non posso dirvi di più, vi devo dir questo, però: vi
assicuro; voi siete in errore riguardo ai sentimenti della signorina
Emma.

GIORDANO MARI (_con mestizia_) Ho quarant'anni, e sono quasi povero.
Volete ripeterglielo voi, da parte mia, a quella cara figliuola?

CARLO BORGHETTI (_torvo, accigliato_) No.

GIORDANO MARI. Sta bene. Le scriverò io stesso, prima di partire.

CARLO BORGHETTI (_vivamente: con un guizzo di gioia che non può
frenare_) Partite?

GIORDANO MARI. Appena avrò pronto tutto il materiale che mi può
occorrere; documenti, note, memorie inedite per la mia monografia.

CARLO BORGHETTI (_subito_) So, so! _Ambrogio vescovo nella civiltà de'
suoi tempi_.

GIORDANO MARI. Appunto. Anzi, vi dirò che il mio editore...

CARLO BORGHETTI. L'Amodei?

GIORDANO MARI. L'Amodei... mi ha detto che voi avreste potuto essermi
molto utile, per affrettare alcune mie ricerche.

CARLO BORGHETTI (_diventa di nuovo melanconico, scrollando il capo,
borbottando fra sè_) Tanto lavoro, tante speranze... Tutto inutile!

GIORDANO MARI (_sempre attentissimo: studiandolo_) E non fu solo
l'Amodei; tutti quelli cui ho parlato del mio argomento, pareva lo
facessero apposta, venivano fuori col vostro nome. — Ma lei deve farsi
presentare all'architetto Borghetti! — Ma lei deve cercar di conoscere
l'architetto Borghetti! — ed io — vedete come sono sempre sincero?
— (_ridono gli occhi e sembrano ridere anche i denti bianchi_) io, a
costo anche di riuscirvi importuno, non solo ho voluto conoscervi, ma
diventare anche vostro amico... per sant'Ambrogio!

CARLO BORGHETTI (_ridendo a sua volta, ma con un riso amaro che sembra
errare tristemente sulle labbra scolorite_) Vi avrà parlato di me,
monsignor Strada?

GIORDANO MARI. Il parroco mitrato di Sant'Ambrogio? Altro che! Vi ha
definito il «Saturno degli archeologi» perchè vi mangiate i vostri
figliuoli... cioè, perchè i vostri studii, le vostre note, i vostri
commenti, li fate ingoiare dalle enormi fauci dei vostri cassetti,
sempre aperte per ricevere e sempre chiuse, dopo.

CARLO BORGHETTI. Bel tipo, quel monsignor Strada!

GIORDANO MARI (_alzandosi in piedi: la mano appesa, col pollice, al
taschino del gilet: la sua solita attitudine di conferenziere_) Bel
tipo; interessantissimo e singolare. Un bel prelato del Velasquez,
ammorbidito, spiritualizzato da un pennello fiorentino! Quanta
irrequietudine intellettuale sotto quell'apparente placidità fisica!
E che passione gelosa, che ambizione superba, da monarca, per la sua
illustre basilica!

CARLO BORGHETTI (_stanco, sudato, continua a ripetere_) Bel tipo!...
(_Ad un tratto, gli passa l'immagine di Emma dinanzi agli occhi;
si scuote, si alza, trasalendo_) Colla sua mansuetudine e la sua
transigenza politica e mondana, serba la tradizione un po' ribelle dei
parroci mitrati, anche di fronte alla Curia.

GIORDANO MARI (_come il gatto che scherza col topolino: sempre pronto
a ghermirlo_) Io me la godo, come suol dirsi, a osservare quella
sua grave pinguedine, la carnagione latte e vino, la mano morbida,
dalle unghie rosee, periate, come quelle della più bella fra le sue
aristocratiche penitenti.

CARLO BORGHETTI (_corre col pensiero alla manina di Emma, e gli
par di vederla nella mano di Giordano Mari: alzandosi di colpo_) E,
all'Ambrosiana, avrete conosciuto il prefetto, don Galimberti?

GIORDANO MARI. Oh, anche lui; tante volte mi ha fatto il vostro
panegirico! Vi vuol molto bene. Ha per voi una grande ammirazione.
(_Compiacendosene: con ambizione_) Che buon uomo! Sapete? Siamo
diventati quasi amici. (_Riprendendo la conferenza e di nuovo facendo
penzolare la mano sul gilet_) Quell'uomo serio, macilento, tranquillo,
è un mostro di erudizione. Fa spavento. Lo stavo a sentire, queste
mattine, magari per un'ora intera, e ne rimanevo sbalordito.

CARLO BORGHETTI (_socchiudendo gli occhi come evocando l'immagine del
buon prete; poi sorridendo, accarezzandola con uno sguardo affettuoso_)
Con quella sua vocetta sommessa, rassegnata, che sembra una preghiera,
vi dice una dopo l'altra le cose più complesse, più remote, più
varie...

GIORDANO MARI (_Interrompendolo: tuonando_) E che memoria! Le date,
poi!... L'anno, il mese, il giorno! È portentoso!

CARLO BORGHETTI. E par sempre che domandi agli altri; che non ricordi,
che dubiti!

GIORDANO MARI (_cambiando voce: fissandolo negli occhi: lentamente_)
E tanto monsignor Strada, quanto don Galimberti, mi hanno assicurato
che voi possedete tesori... tesori. — Aiutatemi! (_Risoluto, con
un'espressione strana, che il Borghetti osserva a volo, con un tremito,
diventando prima rosso, poi ancora più pallido_) È perchè voglio
partire, devo partire. Soltanto per questo vi dico: aiutatemi!

CARLO BORGHETTI (_un po' balbettando_) Sì, infatti. Anch'io, per molto
tempo, ho lavorato, ho pensato allo stesso vostro soggetto.

— Tesori!... Tesori, m'hanno detto. Avete raccolto tesori.

— Poi, un bel giorno... Un bel giorno? Un giorno qualunque. Non ci son
mai stati bei giorni per me. Un giorno, mi vien dato l'incarico della
ricostruzione del monastero di Pontida; e allora, addio sant'Ambrogio
e Teodosio; addio Marcellina e Susanna; Susanna la vergine caduta, la
vergine innamorata. — L'amore, sempre l'amore! — E, invece, Federico
Barbarossa e la Lega Lombarda — il Carroccio e la Battaglia di
Legnano...

GIORDANO MARI. E sant'Ambrogio?...

CARLO BORGHETTI (_di nuovo stanco, abbattuto, la testa pesante_) A
dormire... (_sbadigliando_) L'ho messo a dormire.

GIORDANO MARI (_afferrandogli tutte e due le mani_) Fatemi partire...
(_scotendolo_) Fatemi partir subito da Milano.

CARLO BORGHETTI (_rimettendosi: fissandolo a sua volta_) Tutto ciò che
vi occorre, è vostro: ma non per farvi partire: restate.

GIORDANO MARI. Quando posso venire? Quando mi volete? Oggi?
(_coll'aria di esser lui che compie un sacrificio e insieme un atto
generoso_) Voglio oggi. Dopo colazione? Al tocco? (_si ricorda del
suo appuntamento con Fanny, e non lo vuol perdere, tanto più che —
non si sa mai! — potrebbe essere anche l'ultimo_) No; dopo colazione
non posso. Mi devo trovare all'Archivio di Stato. (_Tirando il colpo_)
E adesso? Un momentino? (_Prendendolo sotto il braccio, stringendolo
con effusione, guardandolo sorridendo_) Un momentino?... Adesso?...
Sì?... I nostri studii prediletti!... Sono la nostra forza! Il nostro
conforto! La vita; la vita nuova! Dopo una cattiva notte, ricominciamo
una buona giornata! (_Tenendolo sempre stretto affettuosamente sotto il
braccio, indicando appunto dove immagina sia lo studio del Borghetti,
quasi coll'invito, col molle atteggiamento di una cocotte_) Là?...

CARLO BORGHETTI. Mi promettete prima di non partire? Resterete a Milano?

GIORDANO MARI (_baciandolo sulla fronte_) Quanto sei buono, grandemente
buono!



XII.

SANT'AMBROGIO.


Carlo Borghetti e Giordano Mari entrano nello studio ancora buio.
Carlo Borghetti apre la finestra: è uno studio severo, raccolto: le
pareti ricoperte da alte e ricche librerie, ornate dall'ingorda biscia
viscontea, e in perfetto stile coi mobili severi, massicci, coperti di
pelle a fregi istoriati. Non una penna, non un foglio di carta fuori
di posto: fuori di posto, in quel luogo, in quel momento, sono quei due
uomini dai frak polverosi, colle cravatte a sghembo, e sulle cui faccie
stanche, smunte, giallognole, stride la purezza della luce mattutina.

GIORDANO MARI. Quanto ordine in questo studio! Chi direbbe che è
l'officina di uno dei nostri più instancabili lavoratori?

CARLO BORGHETTI. Non è lo studio dell'architetto; qui non ricevo i
clienti. È il mio studio particolare, in cui non entra, e raramente,
altro che qualche amico.

GIORDANO MARI (_pronto, accettando per sè quell'«amico»_) Non abuserò.

Carlo Borghetti cerca fra il mazzo delle chiavette; va ad aprire
lo sportello d'uno degli armadioli, che formano il ripiano, tutto
all'ingiro, sotto gli scaffali dei libri, e ne leva una lunga cassetta,
anche questa pur chiusa a chiave, e la porta di peso sulla scrivania.

GIORDANO MARI (_seguendolo sempre coll'occhio: sempre in ammirazione_)
Sei maraviglioso! Come hai tutto a posto: le tue carte in pieno ordine,
raccolte ne' loro cassetti, come le idee nella testa. Bravo!

CARLO BORGHETTI (_aprendo e sollevando il coperchio della cassetta_)
Sono un pedante. Il disordine, la confusione in chi lavora... è un
perditempo.

GIORDANO MARI. Anch'io sono come te. (_Lanciando un'occhiata rapida
sui molti fascicoli e sui pacchetti di cartelle, allineati, legati ad
uno ad uno, numerizzati, che riempiono tutta la cassetta: con una certa
monelleria soddisfatta_) Ed ecco — non è vero? — gran parte di ciò che
rimane dello spirito, dell'anima... del nostro caro Ambrogio.

CARLO BORGHETTI. Sì; del grande Ambrogio. Del _santo_, veramente
santo, nel senso filosofico della parola: _santo_ perchè giusto. E
chi più giusto di lui? (_Siede alla scrivania e accenna al Mari una
seggiolina accanto, più bassa_) Quale poeta non ha sciolto un inno al
sole? Eppure, io sfido anche... (_prova qualche difficoltà, per la sua
naturale ritrosia, per la sua selvatichezza, a dargli, così subito,
del tu_) io sfido anche te, a dirmi di chi sia quest'invocazione, così
ispirata e pura, degna di Francesco d'Assisi:

      Tu, lux, refulge sensibus,
    Mentisque somnu discute...

(_Gli dà la cartella e lascia che il Mari, stupito, prosegua in
silenzio la lettura_).

GIORDANO MARI. Come?... Ambrogio?... Sant'Ambrogio?...

CARLO BORGHETTI (_scegliendo un altro foglietto_) È il canto del gallo.
(_E mentre legge la prima strofa, la sua faccia sembra ricomporsi, il
suo occhio ritorna vivo, scintillante_).

    Surgamus ergo strenue,
    Gallus iacentes excitat;
    Et somnolentos increpat,
    Gallus negantes arguit.
    . . . . . .
    «Dei tristi che rinnegano
    Il gallo è accusator!»

Sono inni armonici, canti descrittivi, liriche maravigliose, nella
loro semplicità. A te, prendi, leggi il canto del Natale: «_A solis
ortus cardine — Ad usque terrae limitem_». A te il _Passio Laurentii
martyris_ (_e ad uno ad uno gli passa quei fogli preziosi_).

GIORDANO MARI (_li afferra con le dita tremanti, li scorre con uno
sguardo rapido, aggrottando le ciglia, fissando gli occhi bramosi,
trovando subito la nota, il riscontro, il punto più importante, colla
pratica dell'usciere che cerca una cifra in una carta bollata; poi,
sempre guardando, esaminando le preziose cartelle, si avvicina, per
vederci meglio, alla finestra aperta, mentre il cielo si sbianca sempre
più e di lontano, dalla via e dalla casa, giungono i primi rumori, i
primi indizi del giorno che ricomincia_) Io non sapevo, cioè sapevo, ma
non fino a questo punto. Ambrogio poeta...

CARLO BORGHETTI (_a mano a mano dall'abbattimento, dalla cupa
taciturnità di prima, passa ad un'espansione vivissima, cordiale, ad un
abbandono senza limiti_) Ambrogio poeta?... Ma è tutto un tesoro, tutta
una rivelazione, una miniera! Semplicità, ispirazione, impeto lirico,
fervore sacro...

GIORDANO MARI. E mi lascieresti vedere?... Potrei portare con me... per
qualche giorno?...

CARLO BORGHETTI. È tutto tuo, roba tua. Prendi! Prendi! Fa conto
che questo lavoro di amanuense io l'abbia fatto per incarico tuo. Tu
eri a Padova, io a Milano: mi hai scritto, io ti ho servito, ti ho
accontentato, ben lieto di accontentarti.

GIORDANO MARI (_tra l'ansia, l'inquietudine, un po' di esitazione, e
nello stesso tempo la smania di avere tutto_) Ma poi, se qualcheduno
venisse a saperlo ed esagerasse... l'importanza della cosa? o svisasse
i fatti per farmi danno?... per combattermi?... È così pieno il mondo
— e il nostro mondo specialmente — di invidiosi, di calunniatori. Se un
giorno si venisse a sapere...

CARLO BORGHETTI (_distrattamente_) Sapere? Come? E poi _sapere_ che
cosa? Non è mio, come non è tuo: tutto questo è di lui. (_Tornando
ad infervorarsi nel suo argomento_) È ciò che ha dato, ha creato, ha
rivelato, anche nei versi, quella sua mente poderosa, complessa di
romano fiorito sul limitare della barbarie; ed io... io non ho avuto
altro che la pazienza di raccogliere, di ordinare...

GIORDANO MARI (_ripiegando i foglietti dei versi per portarseli via_)
E la fortuna di poter disseppellire, scovare...

— Già; pazienza e fortuna. Ho rintracciato tutto, o almeno quasi
tutto: liriche, inni, salmi. Il Biagi ed il Venturi avevano intuito,
sospettato appena...

— Tu hai avuto più fortuna, e colla pazienza sei andato fino in fondo.

CARLO BORGHETTI. Fino in fondo: sì, proprio, fino in fondo. Oh, qui c'è
tutta racchiusa la grande anima! Tutto il pensiero di quell'uomo strano
che visse in tempi più strani ancora. (_Traendo dallo stipo altri
fascicoletti di cartelle_) Ecco qui i ritratti di Ambrogio. Che gemme
di miniature! Sono sulla cartapecora: fregi di antichi messali. Guarda
in questo pezzettino di raso: che ingenuità di disegno, ma che vivezza
di espressione! Ecco un mio vanto. Chi mai ci ha pensato ai ritratti di
Ambrogio?... E qui le sue missioni politiche, ma le inedite. Poi, tutta
la verità contro la leggenda nelle sue lotte cogli ariani. Poi, la
storia soave e cara di sua sorella Marcellina... E qui la sua crociata
contro il lusso delle signore, a' suoi tempi, e contro le crapule e i
banchetti. _Sint pura cordis intima_... E qui Agostino d'Ippona e la
regina Frigitilla, e qui le lettere e qui la morte... la morte. (_Ad un
tratto l'immagine di Emma gli riappare più viva che mai, più bella che
mai: tutto il suo entusiasmo si spegne, egli ricade di nuovo, affranto,
esausto sulla poltrona, le gote smorte, i lividi profondi, sotto gli
occhi fissi, immoti. Con voce cupa, con un atto che fa capire all'altro
di andarsene, perchè egli ormai vuol restar solo: dimenticandosi di
dargli del tu_) Prendete, prendete tutto. Andate; sono stanco. Vi
manderò tutto all'albergo.

GIORDANO MARI. Oggi stesso. Te ne prego: _hôtel Bella Venezia_. E poi,
che serve? Dammi qua! Porto io, con me, senz'altro; senza incomodar
nessuno. Ecco un giornale! Il _Figaro_!.. E se non basta, ne prenderemo
due. Permetti, non è vero?

Dopo fatto il pacco:

GIORDANO MARI. Ed ora, un ultimo favore.

CARLO BORGHETTI (_alza appena gli occhi: lo guarda quasi con una
timidezza supplichevole: sente dentro di sè, ha lo sgomento, lo
spavento che gli parli ancora di Emma_).

GIORDANO MARI. Devi permettere, mi devi concedere, che io intitoli
al tuo nome, così simpaticamente illustre, il mio _Sant'Ambrogio_. Lo
devo a te, per un debito di riconoscenza; e lo devo un po' anche a me
stesso, agli scrupoli della mia delicatezza. (_Vedendo che l'altro
vorrebbe opporsi: insistendo_) Va bene, va bene. Adesso non devi
rispondere, adesso non devi dirmi nè _sì_, nè _no_. Te ne scriverò...
forse, domani stesso; da Padova.

Mezz'ora dopo:

Carlo Borghetti è ancora nel suo studio; è ancor seduto, sprofondato
nella poltrona, dinanzi alla scrivania, col capo fra le mani. Pensa ad
Emma, sempre ad Emma, con un rimorso nel cuore, che si fa sempre più
vivo, più acuto: ha dato al Mari, proprio al Mari, gli ha ceduto le sue
carte, lui così avaro, così geloso de' suoi studii, de' suoi documenti,
delle sue raccolte. E lo ha fatto soltanto perchè egli parta; per farlo
andar via più presto.

Ed Emma? Emma? Emma che lo ama, quel Giordano Mari!

Povera Emma!



XIII.

I FIASCHI DI NINO SEBASTIANI.


Salotto da pranzo in casa Dionisy: la mattina dopo il concerto: le
dieci: l'ora della prima colazione.

Il cavalier Venceslao seduto alla tavola bianca elegantemente
imbandita: il collo avvolto nell'ampio foulard, il naso un po' gonfio,
un po' rosso e un po' intasato per la veglia e la fatica delle emozioni
artistiche, fa colazione con discreto appetito: caffè e latte, panini
arrosto e miele.

La signora Letizia. In fondo alla sala da pranzo: nel suo angolo
prediletto della mattina, con accanto il piccolo tavolino,
apparecchiato soltanto per lei: vestaglia vaporosa, veli, mezzi guanti
di filo, sotto i quali luccicano le gemme degli anelli: melanconica, di
cattiva voglia, tuffa nella sua tazza di cioccolato sospiri, lamenti e
chifel.

La signorina Emma: non c'è. Il suo posto a tavola, in faccia al
cavalier Venceslao, è ancora vuoto.

VENCESLAO (_al cameriere_) La signorina è stata avvertita?

_Cameriere_. Sissignore.

VENCESLAO. Avvertitela ancora.

La signora LETIZIA (_a Venceslao: uscito il cameriere_) Emma, ieri
sera, si è condotta malissimo: non vuol capire che è ancora ragazza:
è stata un'ora sul terrazzino, sola, con quel Mari. Anche il dottore,
capirai, è rimasto molto contrariato. Dopo tante raccomandazioni,
tante prediche, ha tenuto col Sebastiani un contegno... ancora più
impossibile.

VENCESLAO (_sussultando, colla vocina inviperita_) Per questo ti dirò
che il vostro Sebastiani è stato lui, a sua volta, molto scorretto. Ha
chiacchierato, ha parlato tutta la santissima sera. Anche durante il
quartetto!... È pochissimo gentile codesto vostro Sebastiani!... Dirò,
anzi, pochissimo educato; e, per parte mia, dichiaro a te e anche al
dottore: se ad Emma non accomoda, io me ne lavo le mani.

La signora LETIZIA (_con calma: lentamente_) Tu farai e dirai ciò che
sarà necessario di dire e di fare. Intanto, ricordati, le farai le tue
osservazioni per ieri sera. (_Un gran sospiro_) Io sono troppo stanca
di sentirmi poco bene, per dovermi sempre inquietare.

Un fruscìo di vesti e un ritmico tic-tac, risonante sui parquets.

La signora LETIZIA. Eccola. Mi raccomando. (_Premendosi la fronte
con una mano, perchè teme un principio dell'emicrania_) E parlate
sottovoce.

EMMA (_tutta rorida, tutta fragrante nell'abitino tutto rosa_) Buon
giorno!... Buon giorno!... Dio, Dio, come ho dormito tardi! Buon
giorno, mamma! (_Leggera leggera, quasi di volo, corre ad abbracciare
la signora Letizia, che si lascia toccare appena per timore di
spettinarsi. Saltando sulle ginocchia del cavaliere Venceslao_) Buon
giorno, papà!

VENCESLAO (_si asciuga prima i baffi e la barba, poi le offre
gravemente le due guance: allontanandola da sè_) Adesso, va; siediti al
tuo posto e fa colazione; dopo, io avrò da parlarti.

EMMA (_interrompendolo: sapendo di fargli piacere_) E la
_Perseveranza_? Dice qualche cosa? Parla del concerto?

VENCESLAO (_dandole il giornale: sempre assai gravemente_) Un articolo
fatto bene. Non ha dimenticato nessuno. (_Riprendendo, mentre sceglie
un altro panino arrosto, il discorso di prima_) Poi verrai con me nel
mio studio: discorreremo a lungo.

EMMA (_mentre il cameriere, che è rientrato, le prepara la colazione,
apre e scorre il giornale_).

VENCESLAO. Ho da farti le mie osservazioni per ieri sera.

EMMA (_d'un tratto: vivamente_) Fiasco!... La commedia di Nino
Sebastiani ha fatto un gran fiasco! (_Leggendo forte_) _«I cavalli
del sole»_, dramma in tre atti di Stefano Sebastiani al Costanzi di
Roma: — primo atto, silenzio: secondo, interruzioni, mormorii: terzo,
disapprovazioni insistenti. Il dramma, ibseniano nel concetto, sembrò
troppo ingenuo e prolisso nello svolgimento» Oh, povero Sebastiani!

La signora LETIZIA (_alzandosi sulla poltrona: a Venceslao:
marcatamente_) Ma... ma tu non avevi letta la _Perseveranza_?

VENCESLAO (_stupito_) Io, no... cioè sì. (_Dopo un momento, sentendo
gli occhi di sua moglie sopra di sè, e volendo rimediare alla propria
inavvertenza, riprende con calma tutta la maestà dell'uomo superiore_)
Fischiato?... Che cosa vuol dire? (_Stringendosi un po' nelle spalle_)
E la prima del _Nabucco_? E la _Traviata_ a Venezia? Fischiato? Il
dramma, come si chiama?

EMMA. _I cavalli del sole_.

VENCESLAO (_con un sorriso amabile: compiacendosi del titolo_)
_I cavalli del sole_. Mi piace. Io già mi son sempre detto: —
consoliamoci! — non si fischiano molto, altro che i capolavori.

Una lunga sonata elettrica dalla portineria.

EMMA (_contenta della diversione_) Il dottore! Quel caro dottore!

Rientra il cameriere: apre l'uscio aspettando il dottore, e aspetta un
pezzo.

_Il dottore_ (_finalmente, entra, soffiando, sospirando: guarda tutti
in giro con occhio fosco: la barba spettinata gli fa il viso storto e
la cera ancora più truce_).

_Il cameriere_ (_adagio, gli versa la sua tazza di caffè, poi se ne va,
in punta di piedi_).

EMMA (_allegramente_) Che brutta faccia, dottore! Sembri il re Erode,
dopo la strage degli innocenti!

_Il dottore_ (_la fissa serio, accigliato, scrollando il capo per tutta
risposta: passo passo, attraversa la stanza e si ferma dinanzi alla
poltrona della signora Letizia. La guarda lungamente, strizzando gli
occhi per raccogliere la luce_)... Sicchè?

La signora LETIZIA (_battendo le palpebre: con una vocina flebile, come
fosse lì lì per piangere o per svenire_) Ha sentito, non è vero, del
nostro povero Sebastiani? Così buono! Così caro!

_Il dottore_ (_sempre truce, non risponde: continua a studiarla, a
scrutarla, poi le tocca la fronte, le tasta la mano_) Sicchè? Dopo lo
strapazzo di ieri sera? È stata quietina? Ha potuto dormire?

La signora LETIZIA (_allungandosi, stendendosi voluttuosamente sotto
lo sguardo fisso del dottore, come una gattina che fa le fusa_) Avrò
dormito forse qualche mezz'oretta; ma mi sono risvegliata stanca..
stanca... stanca... (_Fa una sforzo per tirarsi su_).

_Il dottore_ (_accorre per aiutarla, per sorreggerla_).

La signora LETIZIA (_dimenando la testa sulla poltrona; alzando,
stirando le bellissime braccia che escono nude fin sopra i gomiti dalle
maniche larghe, soffici, che le si riversano sulle spalle_) Ma, dica,
è proprio vero del Sebastiani? O ci sarà qualche esagerazione?

_Il dottore_. Vediamo, la mia _tosa_, da brava. (_Le fa la solita
ispezione alle gengive, alla lingua, alla gola; scrolla il capo,
sospira, le ordina di riposare, di guardar bene di non inquietarsi; e
poi si avvicina passo passo al cavalier Venceslao_).

VENCESLAO (_dopo avergli mostrato la lingua_) I cavalli del sole? Io,
per me, non lo ritengo un fiasco. Non ho ragione, dottore?

_Il dottore_ (_con due dita, delicatamente, gli solleva le palbebre_)
Già: le sclerotiche sono ancora un po' gialline (_pausa_). Continueremo
colla Vichy. (_Sempre passo passo va a sedersi dove il cameriere gli
ha messa la seggiola, e gli ha versata la tazza di caffè; ma senza
passare da Emma, senza nemmeno guardarla: il che vuol dire che è
molto in collera con lei_) Dunque, Nino Sebastiani... Mah! (_Pausa;
poi continuando fra una sorsata e l'altra di caffè_) Del resto,
era cosa facilmente prevedibile. Io l'ho sempre detto anche a sua
madre: i giornali, i teatri, le commedie vanno sempre a finire in
dispiaceri! _Offelee fa el to mestee_. (_Con un'alzata di spalle e
un'altra sorsata_) Il successo! Il pubblico! Intanto, per cimentarsi
col pubblico, bisogna essere di quel ceto di persone — vero? — che
non hanno niente da perdere: nemmeno la salute. (_Pausa: depone
la chicchera vuota: si asciuga la barba_) Il telegramma da Roma è
arrivato stanotte. Nino era qui al concerto. Sua madre si è spaventata
(_sospirando_) e stamattina ha avuto uno dei suoi accessi. Quell'altro,
il Nino, è verde come il sacco del fiele. Non mi stupirei se gli
venisse la febbre: sicuro, con un seguito di cattive digestioni, di
gastralgie. Mah!... E intanto in ballo ci sono io e devo correre.

Il cavalier VENCESLAO (_rimane meditabondo, le braccia al sen
conserte_).

EMMA (_quietamente, dà fondo al caffè e latte, alle uova, e a tutto il
piatto dei panini arrosto_).

La signora LETIZIA (_dal fondo: con voce di dolore_) E non si replica
nemmeno?.. È caduta senza rimedio?

_Il dottore_. Una catastrofe. Avete letto la _Perseveranza_? Bene: è
ancor niente. Bisogna leggere la _Lombardia_. È stato Guido Bardi; me
l'ha portata al Cova; era spiacentissimo anche lui del cattivo esito
di Roma, per quanto avesse egli pure preveduto l'insuccesso. Voler
fare l'Ibsen?... Ci vuol altro! (_leggendo la_ Lombardia _con voce
sepolcrale_) Ecco qui: «_I cavalli del sole_, dramma ecc. ecc. Primo
atto, mormorii: secondo, interruzioni, disapprovazioni: terzo, risate,
urli e fischi. Il dramma, che avrebbe voluto essere simbolista, non è
riuscito altro che una vuotaggine noiosa, inconcludente!»

EMMA. Oh, povero Sebastiani! (_E, più che per altro, per la faccia
comicamente costernata del dottore, trattiene a stento un risolino che
per forza le vuol bucare gli occhi vispi e le gote rotonde e morbide_)
Povero Sebastiani!

_Il dottore_ (_voltandosi, guardandola, e dopo averla guardata non
potendo a meno di rasserenarsi_) Ecco, se questo tuo sentimento diremo
di... (_si ferma, si gratta la barba con malizia_) diremo — va bene?
— di simpatia, fosse proprio spontaneo, starei quasi per dire, ecco
appunto che da un male ne segue un bene. (_Alzandosi gaio, prendendo
sotto braccio Emma per condurla sul terrazzino: voltandosi verso
la signora Letizia_) Permette — vero? — La confesserò io questa mia
_tosa_!... (_minacciandola scherzosamente con la mano_) E le darò anche
la penitenza per ieri sera. (_Appena sul terrazzo, alla luce chiara del
mattino, il dottore fa la sua ispezione anche al viso di Emma; ma ne
rimane soddisfattissimo_) Continui — vero? — colle presine di fosfato?

EMMA. Sempre: una alla mattina; una alla sera!

(_Il dottore dandole un leggero buffetto sulla gota in segno di
approvazione e di ammirazione_) Brava! Ma, adesso, il faccino è così
bello, la nutrizione così perfetta... direi... si potrebbe anche
sospendere. Per la salute — vero? — le cure, i riguardi, il cambiamento
d'aria, il moto, le distrazioni, tutto ciò va benissimo, ma non basta;
anzi, in certi casi — mi capirai più tardi — terminano col far male,
appunto perchè fanno stare troppo bene. «Tutto a suo tempo;» questa è
la regola generale per ogni prescrizione. E da un po' di giorni, basta
guardarti in faccia perchè ognuno diventi dottore; cioè, possa subito
indovinare che cosa è ormai tempo di ordinarti. (_Ride soddisfatto di
questa sua scappata: la ripete un paio di volte: poi ritorna serio,
ritorna grave e riprende colla solita lentezza_) Dunque, si sarebbe
detto, appunto, un momento fa, colla signora Sebastiani... (_si ferma,
fissa Emma negli occhi_).

EMMA (_che comincia a diventar nervosa prevedendo dove il dottore vuol
andar a finire_) Che cosa?... Si sarebbe detto, che cosa?... Fa presto!
Ho la lezione di piano.

_Il dottore_ (_fissandola sempre con malizia bonaria_) La maestra
di piano. (_Pausa_) La maestra aspetterà. Si tratta di cosa ben più
importante. Insomma, — per venire a una conclusione — sentiamo; a che
punto sei con questo Nino Sebastiani?

EMMA (_diventando più rossa delle sue stesse labbra_) Come? Non ti
capisco!

_Il dottore_. Vi siete spiegati, sì o no? (_Vedendo che Emma sempre più
nervosa, e da rossa diventando pallida, si ostina a non voler capire_)
Benedetta la mia _tosa_! È un anno che questo Sebastiani ti viene
per casa, è un anno che ti segue dappertutto, è un anno che per causa
tua si arrabbia, si inquieta — come ieri sera, per esempio — e dopo
risponde male a sua madre. Sai — vero? — che la signora Sebastiani ha
un vizio di cuore? (_Pausa, sospiro_) Da una parte bisogna ricorrere
alla digitale; dall'altra al chinino o alla fenacetina. (_Alzando la
voce: riscaldandosi_) Cara mia, se non hai capito tu, ha capito ormai
tutta Milano, e per questo è ora e tempo di venire ad una conclusione.

EMMA (_è arrabbiata: increspa le ciglia, allunga il musetto: la
voce roca, aspra, con un'alzata di spalle_) Tu... Fammi il piacere!
Finiscila!... Hai capito?... Finiscila!

_Il dottore_. Quel povero Sebastiani! Si vede lontano un miglio! È
innamorato morto. Innamorato e geloso. Ieri sera, per esempio, con
quell'altro là di Padova, sei stata un po' troppo a discorrere (_Pausa:
sospiro significantissimo_). Sebastiani non ne poteva più; e intanto
quella matta della d'Arborio andava in estasi, lei, per suo conto. Da
brava: facciamo giudizio. È un bel giovane; il matrimonio è conveniente
sotto tutti i rapporti. Non ci può essere — vero? — nessun ostacolo? E
dunque, tutto a suo tempo: il tempo è venuto anche per te e facciamola
finita. (_Prendendole una mano e accarezzandogliela con affetto
sincero, con tenerezza, e accarezzandola anche cogli occhi diventati
buoni e dolci_) Pensa, la mia cara Emma, che il tempo, per le ragazze
specialmente, passa in un lampo. Come le rose; proprio come le belle
rose. Un giorno di più di sole, o un giorno di più di acqua — vero? —
e addio: i bei petali se ne vanno, e resta un torsolo.

EMMA (_col capo chino, pallida, sconvolta, agitatissima: tutta
vibrante: una pila elettrica_) Intanto, credo... anzi, sono certa, ti
sei sbagliato. A me, il signor Sebastiani non ha detto in proposito
nemmeno una parola.

_Il dottore_. No? Non ti ha detto niente? E che importa, anche se non
ti ha detto niente? Via, da brava. Sei sempre stata sincera, e adesso,
con me, devi esserlo tanto più. (_Ridendo_) Anche se lui non ti ha
detto niente, tu, per parte tua, hai capito tutto!

EMMA (_in collera: rivoltandosi_) Ti dirò, per altro... Mi stupisce
che tu, proprio tu, mi faccia simili discorsi. E in questo modo! E in
questo tono! Ho mio padre e ho mia madre. Non tocca a te.

_Il dottore_ (_la guarda, la fissa; diventa seriissimo: poi la lascia
sfogare, le lascia passar la collera, e intanto cammina su e giù pel
terrazzino, ficcandosi le dita nel taschino del gilet, giocando, al
solito, nervosamente, colle chiavette: dopo qualche tempo si ferma,
torna a guardare Emma; scrolla il capo, fa un gran sospiro_).

EMMA (_pentita, con effusione: stendendogli tutte e due le mani_)
Perdonami.

_Il dottore_. Perdonarti? Figurati! (_Continuando ad osservarla, a
studiarla, a scrutarla e a far risonare le chiavette_) Ma, pur troppo,
starei per dire, non basta perdonarti: per il tuo bene vorrei anche
convincerti. E invece... (_sospira_) non vorrei, sul più bello, avere
sbagliato la diagnosi (_pausa_)... ed essere andato fuori di strada.
Cioè, tu, per conto tuo — vero? — avrai capito tutto, ed esser io,
viceversa, quello che non ha capito niente. Insomma, senti, cara la
mia Emma: lo vuoi questo Sebastiani, sì o no? Ricco, onesto, buono —
adesso è geloso e non lo puoi giudicare; ma dopo, ne fai quello che
vuoi: garantisco io. Anche per la salute. Al giorno d'oggi bisogna
accontentarsi. E se ti ha fatto impressione l'incidente di Roma, a
questo non ci devi pensare. Commedie non ne scriverà più. Sua madre, la
signora Sebastiani, è una donna eccellente; e, come suocera, avresti in
certo qual modo il vantaggio di non averla, perchè è sempre ammalata.
Sua madre, per mio suggerimento, farebbe a Nino una grande intemerata:
«Ti piace l'Emma Dionisy? Tu vuoi l'Emma Dionisy? E noi te la daremo
volentieri, ma ad un patto: rinunciare per sempre alla manìa del
teatro: non solo non devi più scrivere commedie, ma nemmeno sentirne;
per schivare il contagio».

Emma (_che intanto ha pensato sempre a Giordano Mari, ha pensato anche
a quel sì o no, al quale deve rispondere: risoluta_) Ebbene... no.

_Il dottore_ (_meravigliato_) No? Che cosa?

EMMA. No: è impossibile. Sento che è impossibile!

_Il dottore_ (_la guarda; capisce e non capisce_).

EMMA (_gettandogli le braccia al collo con trasporto, con tutta la
passione... per Giordano Mari_) Ma tu, tu che mi vuoi bene, vorresti
vedermi morire?

_Il dottore_ (_colpito_) Morire? Che spropositi! Che c'entra il morire?

EMMA. Ascolta: il Sebastiani, non lo voglio, non lo voglio, non
lo voglio! Non lo amo: è impossibile! Se penso soltanto di doverlo
sposare, mi diventa insopportabile, lo detesto; mi diventa antipatico;
lo odio. Dunque, no; dirò sempre no, no e no! E se poi dovessi sposarlo
per forza, se me lo faceste sposare per forza, prima morirei. Hai
capito? E se mi vuoi bene, lo devi dire al babbo e alla mamma. Devi
dire — tu che mi conosci — che io morirei (_colle lacrime negli occhi
e nella voce, tutta sconvolta, tutta febbricitante, fugge nella sua
camera a rinchiudersi, a nascondersi_).

VENCESLAO (_dopo un momento: cacciando fuori il capo da una delle
finestre che dànno sul terrazzo_) Pst! Pst! Dottore... E così?

_Il dottore_ (_voltandosi: forte_) Altro che _I cavalli del sole_! Un
fiasco ancora più tremendo!



XIV.

GIORDANO MARI ALLA SIGNORINA EMMA DIONISY.


«Torno in questo momento da casa vostra, dove ho portato a vostra madre
un biglietto da visita, per prendere commiato: nell'uscire, proprio
sulla soglia del palazzo, mi sono incontrato col cavalier Venceslao.
Salutandolo e ringraziandolo delle cortesie fattemi, gli ho espresso
pure il desiderio, la speranza, di poter forse rivedere ancora la
signora Dionisy prima di partire; il dispiacere mio, in ogni modo, di
dovermi così allontanare senza poterle esprimere, anche a viva voce,
tutti i sensi della mia devozione, della mia ammirazione e della mia
riconoscenza. A queste effusioni spontanee d'un cuore espansivo, forse
disadatto alle formalità cortigiane ed al sussiego dell'etichetta,
certo sincero ed appassionato e ingenuo, il cavalier Venceslao
rispose con una freddezza compassata e studiata, con una durezza così
inattesa e immeritata, da indurre in me non so più se stupore o dolore
amarissimo.

«Vostro padre (e per la sua età e per la sua condizione, toccava a lui
ad essere il primo), vostro padre non mi stese la mano: io trattenni la
mia, trattenni ogni slancio: il saluto mi si agghiacciò sulle labbra.
Colpito, ma non volendo rispondere all'offesa, dignitoso e grave, mi
raccolsi nel riserbo, nella fierezza altera dell'animo mio; sicuro
della mia coscienza, sicuro di ogni mio sentimento, sicuro di ogni mio
atto, di ogni mia parola, di ogni mio sospiro, così del passato come
dell'avvenire; sicuro di poter nuocere forse a me stesso, non mai agli
altri.

«Il cavalier Venceslao mi parlò con un tono quasi aspro, senza
guardarmi in faccia. Eccovi le sue parole ad una ad una:

«Mia moglie, in questi giorni, è molto sofferente; non riceve altro
che i parenti ed i pochissimi amici più intimi». Io feci un atto che
esprimeva l'intenzione, l'offerta di una mia visita a lui stesso... Il
volto così espressivo di vostro padre, quel volto in cui la bellezza,
la bontà e l'intelligenza vanno a gara per suscitare e imporre la
simpatia ed il rispetto, si mutò; divenne arcigno; non ebbe più che
dell'avversione e dell'odio negli occhi.

«Grazie; ma io pure, in questi giorni, non posso ricevere alcuno.
Ho molto da fare, dovendo assentarmi per la mia solita cura... di
Montecatini».

«Signorina, oh, signorina Emma! Era un congedo questo; un congedo
in piena regola, in tutte le forme; era un'offesa, un insulto fatto
e immeritato; era la porta di casa vostra, che mi veniva chiusa in
faccia. E da chi? Da chi?... Da vostro padre. Oh, signorina Emma, voi
così buona e delicata e riguardosa e fiera, voi potete immaginare
lo stato dell'animo mio, lo strazio del mio amor proprio, e del
mio orgoglio. Un orgoglio — sì — lo confesso, eccessivo, smisurato,
sospettoso; in relazione colla assoluta indipendenza del mio carattere,
con tutta l'imprudente, la temeraria sincerità della mia vita.

Mi sono imposto il più severo, il più scrupoloso esame di coscienza,
ed innanzi a voi, soave ed impeccabile, che eleggo giudice, ecco
l'accusato, forse il colpevole; eccovi il mio cuore, tutta la storia
infelice del mio cuore. Ed eccovi insieme la mia risoluzione, la mia
ultima volontà. Siate giudice severa, ma imparziale; leggete questa mia
lettera voi sola — per voi sola. — Oppure distruggetela, datela alle
fiamme: — _lo dovete_; — è la mia confessione.

«Vedrò il Barbarani; egli mi conosce; egli stesso vi dirà come io
sia ben risoluto a sacrificarmi, a perdonare, ad obliare ed a morire,
non mai a deviare d'un punto dalla retta via, dalla dolorosa via del
dovere. E il Barbarani — il mio buon amico, il _nostro_ buon amico, il
gentiluomo dal cuore leale e cavalleresco — vi consegnerà questa mia
lettera.

«... Ebbene, sì! È un mese ormai che io sopporto le angoscie del
silenzio, che io mi struggo nell'ardore secreto che mi consuma...
Io parto; voi non mi vedrete mai più; noi non ci vedremo mai più. Ma
non credete mai, ve ne supplico con gli occhi pieni di lacrime e il
cuore pieno di adorazione, non credete mai che io vi abbia abbandonata
per indifferenza e che io paghi di ingratitudine un cuore che mi si
mostrò sì appassionato e sì nobile. No, mia cara amica; no, mia _cara
figliuola_... Io non vi lascierò senza prima accertarvi che voi siete
riamata; amata caldamente e teneramente. La riconoscenza per il vostro
cuore che così _spontaneamente_ è corso verso di me; un mite sentimento
di tenerezza per la vostra gioventù, l'ammirazione grandissima per
le doti dell'anima vostra e della vostra mente, faranno sacri quei
palpiti, faranno pure ed ardenti quelle ansie, che una forza arcana,
che il fascino della vostra bellezza e l'incanto delle vostre grazie,
subito al primo vedervi, mi hanno suscitato nel cuore.

«Oh, il primo giorno che vi ho veduta! Beato giorno! Ricordate, Emma.
Riunite tutte le forze del cuore e del pensiero nella memoria vostra e
ricordate:

«Io parlavo, in alto, sulla folla intenta; mille occhi ansiosi,
curiosi, erano fissi su di me. Ma gli occhi miei, incontratisi
coi vostri, non videro più che i vostri: e da quel punto io non ho
parlato se non per voi; non ho veduto, non ho sentito altro che voi.
Scrosciavano gli applausi ed io rimanevo incantato nel vostro sorriso e
in quel mondo di ignoti — voi — da quel primo incontro di due sguardi,
e di due forze, non foste più ignota al mio cuore: eravate voi, la
cara, la soave, l'attesa.

«Vi siete accorta del mio pallore? Io tremavo confuso, intimidito,
balbettante. Ricordate Emma, ricordate: sul grande scalone del palazzo
delle conferenze, io udivo la vostra voce e vi vedevo arrossire: il
buon Barbarani mi presentava a voi e a vostro padre. E dopo?.. Dopo?..
Quella via di San Paolo, percorsa al vostro fianco. E tutta la strada
fatta insieme?.. E quando ci lasciammo sulla porta di casa vostra? —
Casa vostra? — Ci son passato e ripassato, nella notte, furtivamente,
pauroso di essere sorpreso. Qual'era la vostra finestra?.. Qual'era il
vostro sogno di quella notte?

«Che delirio, che delirio! Cara, cara, dolce, soave amica... _figliuola
mia_!... Oggi _dovete_ tutto sapere: quanto vi ho amata e vi amo,
quanto ho sofferto e soffro per voi. Così, soltanto così, per tutte le
mie angoscie, e per tutte le mie lacrime, per la speranza di un'ora,
e per il rimorso di tutta la vita, ho il diritto di pregarvi, di
supplicarvi, di _imporvi_ io stesso ciò che la vostra famiglia esige da
voi per il vostro bene, ciò che per voi e per me diventa il dovere.

«Che delirio, che delirio, quel primo giorno! Rientrato all'albergo,
subito, mi son chiuso nella mia camera. Tu eri là, viva, palpitante...
bella... i tuoi occhi, la tua voce, i tuoi capelli, il tuo sorriso...
il tuo rossore. Eri là; tutta là, tutta mia!

«Come ti ho baciata e come ti ho adorata! E ti ho scritto. Era la
poesia, la più bella, più calda, più ispirata, più appassionata. Ti
ho scritto una lettera d'amore, una lettera di fuoco: ti ho detta
bella, con tutte le mille voci della passione e del desiderio; ti ho
detta cara, con tutti i palpiti del cuore!.. E poi ho distrutto quella
lettera; poi ho distrutto quegli inni. Troppo presto alla divina follia
dell'amore successe la calma della ragione.

«Emma, Emma, _figliuola mia_! Per quante vie tenebrose, per quanti
sentieri seminati di ansie, di ardori, di pentimenti, di affanni, io vo
errando da quel tempo, miseramente!

«Il buon Barbarani, la sera stessa, dopo la conferenza, voleva
presentarmi a vostra madre: io trovai una scusa e declinai l'offerta.

«Per ben tre volte egli mi ripetè l'invito con un'insistenza che
rendeva, oltrechè scortese, anche strano il mio rifiuto. Poi, lo
sapete: venne vostro padre stesso a cercarmi, ad invitarmi...

«Oh, quella sera! Quella sera del concerto!

«Vi ricordate quel nostro primo, quel nostro solo colloquio sul
terrazzo? — Quante cose _sapevamo_ già prima! E la vostra voce? Oh,
l'incanto della vostra voce!

«Io vi dissi:

«Parlerò, ma come parlerebbe un babbo alla sua figliuola». Voi mi
guardaste attonita, coi divini occhi vostri, pieni di lacrime.

«No! No! Così no!... Così no! Così no!»

«Eppure io, offeso, avvilito, disprezzato, disconosciuto, quasi
scacciato dalla vostra casa, eppure io, anche allora, in quel momento,
dinanzi a voi — noi due soli — anche allora, ho avuto la forza, il
coraggio di pensare a tutto; al vostro nome e alla vostra condizione
sociale; alla vostra ricchezza e alla vostra giovinezza. E vi ho
ricordato: ho ricordato alla _figliuola mia_, che io ero povero e
non più giovane; ancora più povero per la spensierata prodigalità del
mio cuore, per l'indipendenza ombrosa, sospettosa, caparbia del mio
carattere... non più giovane, anche, per le fatiche della mente, dello
studio, del lavoro.

«Sì, sì; riacquistate la pace, l'affetto della vostra famiglia,
e dimenticatemi. Io non potrò obliarvi; ma nel mio dolore avrò il
conforto di essermi, per amor vostro, rassegnato costantemente al mio
destino e di aver obbedito ai doveri d'un gentiluomo.

«Che cosa è successo? — Perchè vostro padre è così sdegnato? Ha capito
qualche cosa? Ma come? Voi, forse, vi siete tradita... o vi hanno
tradita? Qualcuno ha parlato? Chi? — Abbiamo degli amici, come il buon
Barbarani e Carlo Borghetti; ma abbiamo pure dei nemici: donna Fanny
Simonetti, per esempio... e quell'altro, quel giovane avventurato a
cui la vostra famiglia e il destino riserbano la più grande, la suprema
felicità.

«No, no, no! Non voglio, non posso pensare a costui; sento che non
avrei più tanta forza, tanto coraggio quanto mi è d'uopo per mantenermi
onesto e potervi dire: dimenticatemi.

«Avete avuto qualche dispiacere per cagion mia? Vostra madre, forse,
è stata troppo severa?.. Ingiusta? — Perdonatemi, perdonatemi, buona,
cara _figliuola mia_! — Ve lo prometto: domani, forse ancora stasera
stessa, io partirò, io sparirò, e voi riavrete la serenità, riavrete
la pace. La giovinezza è per sè stessa la felicità, e i felici sono
immemori; voi, cara fanciulla mia, riuscirete a dimenticare.

«Anch'io: voglio dimenticare anch'io.

«Vi ripeto: che cosa sia accaduto fra voi e vostro padre o che cosa gli
abbiano riferito sul conto mio, io non voglio sapere. Anch'io, _voglio_
solo dimenticare. Ricordatevi bene: non mi dovete rispondere; non mi
dovete scrivere. Nessun rapporto deve più esistere fra di noi. Una
vostra lettera mi farebbe troppo male. Voi non dovete essere più viva
per me.

«Quanto oggi succede, persino il contegno di vostro padre a mio
riguardo, era già da me preveduto; doveva finire così. Subito, appena
vi ho veduta, vi ho amata e vi ho desiderata; e subito, d'intorno a
voi, sorsero gli _ostacoli_, confusamente come fantasmi, a spaventarmi,
a sbigottirmi, a farmi indietreggiare.

«Come chiedervi in moglie? Come sperarvi dai vostri parenti?... Mio
padre non era che un piccolo mercante: io devo tutto a me stesso. E
quando pure, per amor vostro, cambiassi carattere e mi avvilissi — mi
avvilissi a segno da sposare, io povero, una fanciulla ricca — non
perderei la stima del mondo?... E voi forse non sareste accusata di
avermela fatta perdere? E voi, un giorno... — nascondetemi quei vostri
occhi, buoni e cari e innamorati, perchè io possa avere il coraggio di
dirvelo — e voi, un giorno, vedendovi nella mia casa, la casa modesta
e silenziosa dell'uomo di lavoro e di pensiero, non potreste dire
a voi stessa, colla voce amara del pentimento, che io avrei dovuto
sapere, immaginare, io, non come voi inesperto, ma fatto maturo dagli
anni, dalle passioni, dalle vicende, che il regno di quella casa e
l'adorazione di quell'uomo erano troppo umili offerte per la signorina
Dionisy.

«Cedete, ubbidite, non pensate ad opporvi, non pensate a lottare.
Rimarreste vinta. Non sono fatti i vostri begli occhi per le lacrime.
Siete troppo bella. Fuggite l'amore, fuggite il dolore: esso farebbe
sfiorire le vostre gote e impallidire le vostre labbra. Siete bella;
trionfate del dolore e dell'amore e godete la vita.

«Una sola preghiera: distruggete questa mia lettera, cancellate da voi
stessa, fin dall'ultimo dei vostri pensieri, ogni mia parola, ogni
mio ricordo; lasciatemi morir lontano, solo, maledetto, calunniato,
rinnegato; ma voi non cercate mai nemmeno di difendermi. Tacete,
tacete, sempre... e per carità, per carità, ve ne supplico ancora, non
commettete l'imprudenza di scrivermi. Il conforto pietoso di una vostra
lettera, di una vostra parola, per quanto cara, bramata, invocata,
sarebbe troppo pericoloso per voi.

«Sono povero; tutti i miei mezzi sono nel mio lavoro; tutte le
mie speranze nella cattedra che sto conquistandomi con un volume
di ricerche e di studii storici, per il quale ebbi più di qualche
giovevole consiglio da vostro cugino Borghetti, un caro giovine che
sento di amare quasi come un fratello. Tutta la mia ricchezza, per ora,
sta nella filosofia insegnatami dalla sventura... e dal triste esempio
di altri miei colleghi, che, per raggiungere la ricchezza e gli onori,
diedero di sè insopportabile spettacolo, colla debolezza del carattere,
colla rinuncia ad ogni fierezza, ad ogni indipendenza personale.

«Povero — io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di me
stesso — sempre indomabile e fiero. Ma tutto ciò potrebbe bastare forse
per una giovinetta come voi?... Non sarei crudele e ingeneroso, e folle
e imprudente, se dovessi pretendere, da altri, sacrifici... e quasi
privazioni? Oh, mia cara amica; non rispondete su questo punto, col
vostro cuore, colla vostra poesia.

«Voi vivete in mezzo agli agi, in mezzo allo splendore della vostra
casa e del vostro nome: e non solo ci vivete, ma ci siete nata, e non
potete apprezzarne l'inestimabile valore perchè... perchè non ne siete
mai stata priva.

«Oh, mia cara amica, certe virtù sembrano facili fuori dell'occasione;
ma, pur troppo, non si possono esercitare se non dopo molti anni di
sudori e di prove.

«La signorina Emma Dionisy, diventata, semplicemente, la signorina
Mari, o la moglie del professor Giordano Mari!... No, no, no! È troppo
poco, per voi! No, no, no! Voi che siete un angelo, dovete volare in
alto... sempre in alto.

«Non posso più: non mi regge più nè la testa, nè il polso. L'anima
mia ha fatto l'ultimo sforzo e le lacrime grondano sulle parole che
scrivo col sangue del cuore. Addio: ascoltate, per carità, i consigli
del vostro misero amico; abbiate pietà delle sue preghiere; obbedite
ai vostri genitori che non vorranno mai farvi infelice. Stracciate
questa lettera e non rispondetemi; già, stasera stessa o domani, lascio
Milano per sempre. Obbedite, sacrificatevi oggi per il vostro bene,
per il vostro avvenire. Pensate che, alla età vostra, gli affetti, le
simpatie, passano presto: alla mia età soltanto le passioni restano,
come le sciagure, perenni nella vita! Io vi amerò sempre: ve lo giuro,
Emma, ve lo giuro dal profondo del cuore; vi amerò fino all'estremo
sospiro: e vi giuro, sull'onor mio, nessuna donna avrà da me una parola
d'amore: vivrò; morirò solo.

«Non mi vedrete mai più; mai, finchè siete così bella, finchè
siete ricca e felice. Ma se un giorno, ed io fossi ancora amato, se
l'infermità, se gli anni vi rapissero la beltà e gli agi, se foste
padrona di voi, se foste povera, disgraziata, se allora vi mancasse
nel mondo un marito, un amico, un fratello, io volerò a voi — come
oggi, che siete bella e ricca, fuggo da voi — e vi dirò: eccomi,
cara; prenditi il mio cuore, l'anima mia... tutto me stesso; e vi sarò
marito, padre, amico, fratello e fremerò d'amore ai vostri piedi. Ma,
ve lo ripeto: questo giorno non potrebbe venire se non tardi; dopo la
sventura. Oggi, un altro avvenire vi aspetta; quello che meritate,
quello che è degno di voi, quello che vi promette, colla felicità,
tutte le gioie della ricchezza e degli onori.

«Addio, con tutta l'anima, addio.

                                                     «GIORDANO MARI.»

La signorina Emma Dionisy a Giordano Mari:

«Sono giorni terribili: sempre in urto, in collera con tutti i miei.
Ho tanto pianto, ho tanto sofferto. Ma, dopo la tua lettera, sono
felice; adesso non ho più paura; sono contenta di soffrire. Sono tua:
ricordati: sempre con te, l'anima mia, il mio cuore, tutte le mie
promesse, tutti i miei baci. Scriverò Padova: ferma in posta.

                                                              «EMMA.»



XV.

A PADOVA.


In una casupola antichissima, sulla quale pesa la leggenda di un turpe
delitto commesso da Ezzelino da Romano. La facciata nera dà sulla
Piazza delle Erbe, ma vi si accede da un vicoletto augusto e da una
porticina alta, al primo piano, sopra una piccola scaletta. Appena
dentro, al buio, per un giro tortuoso di corridoi e seguendo nel tanfo
di rinchiuso certe zaffate di un puzzo più forte di cavoli a lesso, si
arriva dinanzi ad un piccolo uscio a vetri, con una tendina stinta;
di fianco, inchiodato sul muro, vicino al cordone del campanello, un
cartellino, con su scritto a mano:

                          IL SIGNOR TANCREDI.

«Tancredi» non è un casato, come si crederebbe a prima vista, ma
soltanto il nome del signor Mari.

— Che importa aggiungere il Mari, quando basta Tancredi? — Così spiega,
alla sua serva, la vecchia Veronica, il signor Tancredi Mari, che
risparmia sempre, su tutto.

— Chi mi conosce, sa che il signor Tancredi sono io, e di chi non mi
conosce, non me ne importa.

L'appartamento di Tancredi si compone di quattro stanze; la famiglia,
di tre individui: il padrone, la serva e _Truffaldino_, un galletto
vecchio e spennato.

Il cuore espansivo della serva ha bisogno di amore; ma il padrone, al
galletto, avrebbe preferito un gatto. Il gatto si sarebbe mantenuto da
sè, mangiando i topi, e per di più avrebbe permesso al signor Tancredi
di papparsela allegramente, per una settimana, con polenta, cavoli
e _Truffaldino_... Ma quando egli espresse questa sua idea, per poco
la Veronica non gli cavò gli occhi. Tancredi borbottò contro tutte le
donne, capricciose, pazze, romantiche... ma rinunciò al guazzetto di
_Truffaldino_.

La Veronica era l'unico essere al mondo che tenesse un po' in
soggezione il signor Tancredi, e al quale il signor Tancredi, a modo
suo, fosse anche affezionato. La Veronica era sempre stata in casa;
egli la pagava ancora, come l'aveva pagata suo padre, sotto i tedeschi,
in ragione di sette svanziche al mese; e nascosta, sotto il pelo del
suo cuore, c'era una punta d'invidia, di gelosia per la preferenza
che la Veronica aveva sempre dimostrato a suo fratello minore, quello
_spampanone_ di Nano. Nano, il diminutivo di Giordano.

Nella cucina che serve anche da salotto e da studio: la Veronica,
seduta sotto la finestra e con un paio d'occhiali, colle lenti
rotte, inforcato sul naso, rattoppa delle calze blù, grosse un dito.
_Truffaldino_, in equilibrio sopra una gamba sola, si gratta il becco,
fra le penne. Quando entra Tancredi, _Truffaldino_ scappa, la Veronica
non si muove.

TANCREDI (_ha la faccia, tale e quale, di suo fratello Giordano: ma
bucherellata dal vaiuolo e senza barba. Non ha quasi più denti, ma i
pochi rimasti sono bianchissimi come quelli di Giordano. Due, davanti,
quando parla si allungano per ballare. È vestito con un'enorme giacca
marrone, che sembra un saio. Le brache larghe, sformate, gli cascano
da tutte le parti e gli nascondono, quasi, i piedi tozzi, piatti, con
certe scarpacce di tela greggia, come le pantofole da bagno_) Anche,
per oggi, il pranzetto lo abbiamo guadagnato! E abbondante. (_Butta
un fagotto sul tavolo, e siede, ridendo sgangheratamente, sopra una
seggiola di paglia, così bassa, che la giacca gli spazza per terra_).

La VERONICA (_si alza lentamente, pone le calze sullo sgabello e gli
occhiali sulle calze; si avvicina alla tavola e comincia a sciogliere
i nodi del fagotto_).

TANCREDI (_cogli occhi da ghiottone e i due denti che gli ballano dalla
gioia_) Una bella fetta di lardo, quattro carciofi, sedano, patate,
cavoli. (_S'interrompe, con un'altra risata di compiacenza_).

Tutta quella «grazia di Dio» non gli costa un soldo. Gambe e talento;
ma del vero talento, del _suo_; di quello che frutta. E gambe buone:
fare un sei o sette chilometri, fra l'andare e il tornare, sotto il
sole cocente, lungo lo stradone, fuori di porta San Giovanni.

Tancredi negozia in effetti privati. Il tasso varia dal venti al
trenta per cento all'anno, sugli affari grossi, e dal cinque al dieci
per cento al mese, sulle _picciorlerie_; cioè, sulle cambialette
di poche decine di lire. Pei grossi affari ha i suoi agenti, le sue
teste di legno. Le _picciorlerie_, invece, le tratta da sè. Formano il
suo passatempo, dal quale ritrae, oltre al solito frutto del cinque
o del dieci per cento al mese, anche la piccola gioia quotidiana di
un'economia sulle spese di casa.

Per ciò, questi suoi piccoli clienti li sa scegliere con molto tatto.

Ha le scarpe rotte?... Tancredi presta novanta lire per un mese, sopra
una cambialetta di cento, ad un calzolaio, ed esige, per soprammercato,
in ricambio «dell'amicizia», una buona rimonta.

E così ha fatto quel giorno coll'ortolano fuori di porta San Giovanni.
Passando «a caso» per di là, è entrato nel podere, per riposare un
poco; e dopo quattro chiacchiere sul prezzo dei cavoli, sul taglio
del fieno e sull'Africa, lasciando balenare la speranza di una
rinnovazione, ha fatto, _gratis_, la sua abbondante provvista per il
pranzo.

— Sono sicuro, signor Tancredi? — gli dice l'ortolano, portandogli il
fagotto fin sulla strada. — Sono sicuro? Mi fa il rinnovo per un altro
mese?

— Sicuro, mai! — gli risponde Tancredi, con una cera misteriosa che
lo sbigottisce. — In affari, posso promettere; ma non mai assicurare.
Anch'io devo ricorrere alla Banca, e il Comitato di sconto è ancora
più terribile, certe volte, del Consiglio dei Dieci! Ma vi prometto,
brav'uomo, tutto il mio possibile, anche a costo di fare un sacrificio.
— E col sorriso e il saluto del generoso benefattore, preso il fagotto,
se ne torna a Padova.

Mentre Veronica, pulita e tagliata la verdura, la mette nel secchio per
lavarla, Tancredi, che la sta osservando, sempre seduto sulla seggiola
bassa, sente il bisogno di una parola di lode, di approvazione:

— Dunque, Veronica, ho più talento io, che so conservare e far fruttare
i pochi soldi di mio padre, o quella tua «bardassa cara» che ha dato
fondo a tutto e si è riempito di debiti?

La Veronica tace; butta sotto la tavola, a _Truffaldino_, le foglie
verdi dei cavoli e del sedano e comincia a mondare le patate.

TANCREDI (_per toccare il cuore alla Veronica_) Anche il nostro
_Truffaldino_ fa la sua spappolata! Come becca di gusto! — Ohi,
adagio, _Truffaldino_! Non mangiar tutto in un giorno, come Nano!
(_Tancredi ride per far ridere la Veronica; ma questa rimane seria,
imbronciata_). Gli puoi dare anche la buccia delle patate; gli fa bene:
è un rinfrescante. (_Chiamandola_) Veronica! (_più forte_) Veronica!

VERONICA (_lo guarda, imbronciata, affettando le patate in una
scodella_).

TANCREDI (_strizzandole l'occhio_) Mancano ancora quattro giorni
soltanto; e poi la prima cambiale gli va in protesto.

VERONICA (_fissandolo cogli occhi torvi, la voce roca_) Vergogna!
Godersi del male di suo fratello! Vergogna!

TANCREDI. Starà allegro colla gloria e le sue contesse!... Ridi,
Veronica!

— No; non rido.

— Adesso, per altro, devi dire anche tu che Nano è un poco di buono e,
per di più, un asino.

— No; non dico niente.

— Un poco di buono, perchè non paga i proprii debiti.

— Se non paga vuol dire che non può. Del resto, ancora non si sa
niente. Non mancano quattro giorni alla scadenza?

TANCREDI (_arrabbiandosi_) Devi dire almeno che è un asino: lo devi
dire! Quando non si può pagare, si corre, si cerca, si domanda; non
si aspetta di aver l'acqua alla gola; non si lasciano protestare le
cambiali; non si disonora la propria firma, il proprio nome!

VERONICA. Ancora non si può dir niente sul conto del mio Nano. Ancora
non si sa che cosa farà!

TANCREDI. Il tuo Nano!... Però, se si lascia protestare le cambiali,
questo sarà un disonore anche per il tuo Nano! Sì o no? Sarà un
disonore, sì o no? (_Non ottenendo risposta, dopo un momento, con un
impeto d'ira, agguantando il galletto che continua a beccare sotto la
tavola_) Rispondi sì o no, o strappo la coda a _Truffaldino_!

VERONICA (_avventandosi, infuriata; togliendogli la vittima dalle
mani_) Vergogna! Disonore è il suo di fare il Caino!... Caino! Anche
colle povere bestie!

TANCREDI. Caino! Perchè Caino? È venuto forse, il gran talentone,
a domandarmi qualche cosa? Forse che io gli dovrei correr dietro a
costo di sporcarlo, soltanto a farmi vedere dalle sue _madame_, per
ottener l'alto onore di pagare i suoi debiti? (_Facendo colle dita il
solito conto che seguita a ripetere da quindici giorni alla Veronica_)
Dunque quattordici, poi mille e cinquecento, poi altre duemila fanno
diciassette e cinquecento... in tutto ventimila lire! Ha mangiato tutto
il suo, più ventimila lire degli altri. Che appetito il tuo Nano, la
tua bella bardassa cara! Oggi — capisci l'aritmetica? — ha bisogno
ancora di ventimila lire, soltanto per non aver un soldo! (_Alzandosi,
irritato per l'atteggiamento e il mutismo ostile di Veronica_) Superbo,
spampanone, vanaglorioso e asino, con tutta la sua scienza; (_più
forte_) un bell'asino!

VERONICA (_si tappa le orecchie colle mani, allontanandosi per non
sentire_).

TANCREDI (_la segue gridando_) Un asino! Un asino! Un asino!
(_L'afferra per un braccio e le urla sul viso_) Un porco!

VERONICA (_divincolandosi_) Finiamola! Mi lasci andare!

TANCREDI (_scotendola brutalmente_) Devi dire che questa è
un'azionaccia! Che non te l'aspettavi da Nano.

VERONICA (_tramortita: senza fiato e senza voce_) No... non me
l'aspettavo.

TANCREDI. E che io sono un galantuomo e Nano, invece, no.

VERONICA. Sì; sarà.

TANCREDI. Sarà? No, per Dio, è!

VERONICA (_sciogliendosi: stirandosi il braccio indolenzito_) È, è;
sissignore! Ma è uno di quei galantuomini lei... che fanno paura ai
ladri.

Si sente camminare in fondo alla scaletta, poi uno scricchiolìo leggero
di scarpe che sale e si avvicina rapidamente. Veronica e Tancredi
cessano dal bisticciarsi e guardano istintivamente verso l'uscio.
_Truffaldino_ posa per terra anche l'altra gamba, e, fissando l'uscio
a sua volta, emette dal gozzo un _corrocochè_ strozzato.

Dopo un momento di sospensione, entra Giordano Mari, senza picchiare,
spalancando l'uscio di colpo.

GIORDANO MARI. Addio! Tutti bene? Bravi! (_E va ad appendere il
cappello al solito piuolo, come se rientrasse per il pranzo, dopo la
passeggiatina di una mezz'ora_).

VERONICA (_è rimasta esterrefatta col mestolo in mano_) Gesummaria!
Il Nano! Proprio il Nano! (_A mano a mano, diventa rossa dal piacere
e le rughe della sua vecchia faccia sembrano spianarsi: rivolgendosi a
Tancredi, sempre col mestolo in mano e in aria di trionfo_) Vede, se io
avevo ragione di voler aspettare a giudicare? Eccolo, che è venuto in
persona.

TANCREDI (_sogghigna ironicamente, squadrando il fratello dalla testa
ai piedi; fa una smorfia sprezzante in atto di stizza; si caccia
le mani in tasca; poi, voltandogli le spalle, dimenandosi tutto e
zufolando, passa nell'altra stanza_).

VERONICA (_gridandogli dietro incollerita, mentre accende il fuoco
sotto la pentola_) È suo fratello! Vergogna! E dovrebbe vantarsi di
averlo per fratello!

GIORDANO MARI (_intanto fa i complimenti al galletto che gli si
avvicina ciangottando sottovoce_) Evviva _Truffaldino! Corrocochè!
Corrocochè!_ Sempre di buon appetito e di buon umore!

VERONICA (_pianino_) È tornato per le sue cambiali, non è vero! Ha
fatto bene. Adesso che è venuto, suo fratello gliele dovrà pagare.

GIORDANO MARI (_fissandola, un po' inquieto_) Credi, Veronica?

VERONICA (_indicando Tancredi nell'altra camera_) Quel ludro è pieno di
quattrini!

GIORDANO. Non ho bisogno di quattrini: basta che mi faccia rinnovare le
mie cambiali per sei mesi.

VERONICA (_sicura di quello che promette_) Lo farà; si tratta di suo
fratello.

GIORDANO. E di tutto il mio avvenire. (_A bassa voce_) Prendo moglie.

VERONICA (_tra lo spavento e la contentezza_) Gesummaria! (_Guardando
esitante verso la camera di Tancredi_) Almeno, la sposina, ha qualche
cosa?

GIORDANO (_ancora più piano: in un orecchio_) Più di mezzo milione!

La Veronica rimane a bocca aperta, mentre il suo Nano entra nell'altra
stanza, lasciando l'uscio socchiuso.

La camera da letto di Tancredi:

Un lettone alto e gonfio, colla coperta bianca e l'imbottita rossa:
seggiole di paglia; lo sciugamano appeso ad un chiodo, accanto al
catino. A capo del letto, l'oleografia di una Madonna addolorata, con
una cornicetta nera, sottile, senza vetro.

GIORDANO. Puoi ascoltarmi cinque minuti, tranquillamente, e senza
ingiuriarmi?

TANCREDI (_continua a fissarlo, a squadrarlo, e ghignare: i due denti
davanti gli si allungano, ma per mordere_) Parlare con me? Oh, oh,
che degnazione! Ma, caso mai, intendiamoci: se tu mediti un colpo
nella speranza di potermi _imbalsamare_ colla tua oratoria, hai preso
un gambero, anzi un'aragosta addirittura! (_Ride contento del motto
spiritoso: continua a squadrarlo beffandolo_) Che lusso, commendatore!
Non ti dico nemmeno di sedere. Sei vestito troppo alla _milorda_ per
le mie seggiole. Io, invece, come mi vedi, estate e inverno, sempre lo
stesso vestito! (_Con invidia per l'eleganza del fratello e colla boria
esosa dei proprii quattrini_) Il che vuol dire che, non essendo un
riccone milionario, come te, io soffro il freddo l'inverno e il caldo
l'estate.

GIORDANO (_cominciando a perdere la pazienza_) Mi vuoi ascoltare? Ho da
parlarti di affari serii, che premono.

TANCREDI. A me, intanto, un solo affare mi preme; avvertirti che, se
vuoi denari, non ne ho. (_Soffiandosi sul palmo della mano_) _Tabula
rasa_. In quanto poi al tuo _avito_ patrimonio, rivolgersi per
informazioni all'avvocato Todeschini: e se hai fretta, gambe in spalla
e corri: Portici del Santo, n. 337.

GIORDANO. Ho da parlare con te: con te.

TANCREDI. Non hai capito che non ho denari? Nostra madre ti ha lasciato
di più, nel testamento, perchè eri il più giovane, il più bello,
il talentone della casa. E dunque, se non hai più un soldo, paga le
cambiali colla bellezza e col genio.

GIORDANO (_per la bile, gli diventa la faccia color di piombo: ma si sa
contenere: sedendosi_) Quando mi lascierai parlare, ti dirò che non ti
domando niente, nemmeno un soldo.

TANCREDI. Oh, oh, ti conosco, mascherina! Quando non hai bisogno di
niente, non ti lasci vedere; non mi capiti fra i piedi. Allora, colla
scusa di lavorare, col pretesto degli studii, scappi lontano, il più
lontano possibile; e quando le tue contesse ti portano in trionfo
nei loro tiri a due, allora, fingi di non vedermi per la strada,
perchè hai vergogna di salutarmi!... Allora, quando ti domandano al
caffè Pedrocchi, se sei parente del Mari _capitalista_, allora, per
cavartela, rispondi ai tuoi nobili che ce ne son tanti dei _mari_ e dei
_monti_. (_Ridendo, trionfando, la faccia rossa, invasata; gli occhi
loschi, la boccaccia enorme, sdentata, che perde la saliva_) Fuori!
Fuori di casa mia! Adesso ho vergogna io, di te! Sì, io, l'usuraio! Io
che pago i miei debiti; io che non mi lascio protestare le cambiali;
io che ho una firma onorata e alla quale tutte le Banche fanno di
cappello! Va via! Vattene!... Ce ne son tanti di _mari_ e di _monti_:
io non ti conosco.

GIORDANO (_abbassa la voce_) Ho un affare da proporti. Un buon affare
anche per te.

TANCREDI. No, no, no; io sono l'usuraio dei signori. Lavoro sul sicuro.
Affari con te? Niente! (_Gli gira intorno di nuovo, osservandolo con
dispetto e invidia per quella sua eleganza signorile_) Certo che... a
guardarti, a giudicarti dagli abiti... altro che Rothschild!

GIORDANO (_con la voce bassa e con un tremito che pare d'incertezza,
mentre non è che lo sforzo per trattenere la collera_) Sì... hai
ragione. Non ho avuto testa, mi sono rovinato. Speravo di ottenere
dagli studii, dalle lettere, un compenso materiale molto maggiore.
Invece (_con un sospiro_) non ho pensato che non siamo in Francia, ma
nel paese più cretino, più ignorante e più pitocco, dove non leggono
che i professori e i giornalisti... ai quali i libri bisogna regalarli!
Hai ragione; ho commesso molti spropositi, ma ormai sono risoluto.
Voglio cambiar vita.

TANCREDI. Cambiar vita, alla tua età? (_Ghignando_) Fai ancora il
biondino con abbastanza disinvoltura, ma i quaranta sono sonati anche
per te. Troppo tardi per cambiar vita... quantunque si direbbe che
tu continui a mettere i denti. Una volta, o mi sbaglio? te ne mancava
qualcuno.

GIORDANO. Sono sul punto di farmi una posizione, di ottenere una
cattedra, di pagare tutti i miei debiti.

TANCREDI (_interrompendolo_) Vuoi dar la scalata alla Banca d'Italia?

GIORDANO. Aiutami, te ne prego colle lacrime agli occhi. Aiutami, è la
prima e sarà l'ultima volta. Non ti domando niente; non ti domando un
soldo. Sarai contento di me, e anche tu avrai fatto un buon affare, te
lo giuro. No? No? Ebbene, pensaci. Se non mi aiuti, al punto in cui
sono, al punto di raggiungere la felicità, la fortuna e la quiete,
perdio, mi ammazzo e sarà per colpa tua!

TANCREDI. Per colpa mia? No, caro. Ammazzati quanto vuoi; io non ho
rimorsi.

_La voce di_ VERONICA, _dalla cucina_. È suo fratello, vergogna! Lo
stia a sentire. Lo deve sentire!

TANCREDI (_sottovoce_) Animo, spicciati, perchè devo uscire. Non vuoi
niente? Non vuoi un soldo? Allora, cos'è che vuoi?

GIORDANO. Poter concludere un matrimonio colla nipote di un ministro,
molto ricca.

TANCREDI (_sogghigna, mostrandosi incredulo; ma nell'espressione
della faccia gli si vede ancora la rabbia, l'invidia_) Bravo!
Congratulazioni! È... giovane? Non sarà più tanto giovane, voglio
sperare; perchè sarebbe un altro sproposito, per tutti e due.

GIORDANO (_risentito: sincero_) Giovanissima; e parlane con tutto
il rispetto; e se la sposo, non è per interesse, ma perchè l'amo,
appassionatamente, perchè ne sono innamorato.

TANCREDI. Giovanissima? Male. La tua età è una brutta età per il
matrimonio in generale, e per sposare una giovane in particolare.
(_Ridendo, coi due denti che gli ballano_) C'è da diventar vecchi dalla
sera alla mattina... e, al solito, avresti fatto un altro debito, senza
aver da pagarlo. La nipote di un ministro! Salute, Eccellenza!

GIORDANO (_scattando: afferrandogli un braccio_) Finiscila di
scherzare! Finiscila di ghignare!

TANCREDI (_spaventato: diventando livido, gridando_) Veronica! Veronica!

GIORDANO. Non c'è da gridare, non c'è d'aver paura. Il tuo ghigno
offende quella ragazza, e non lo voglio, perchè devi rispettarla. Hai
capito? E devi ascoltarmi: ascoltami.

— Ebbene, non ti ascolto, perchè non ti credo.

— Non mi credi?

— No.

— Non credi al mio matrimonio?

— No.

— Ma, allora, perchè te lo avrei inventato?

— Per farmi pagare le tue cambiali.

— Ma ti giuro che è vero; verissimo; te lo giuro!

— No. Non ti credo; non credo niente.

GIORDANO (_afferrandolo per una mano; sottovoce_) Mi prometti di
tacere? È la signorina Emma Dionisy di Milano, la nipote dell'onorevole
Albertoni, ministro dell'istruzione pubblica. Scrivi a Milano, a
qualche tuo corrispondente d'affari... ti diranno se non è vero. Mi
basta che tu, con una tua parola, mi ottenga la rinnovazione di tutte
le mie cambiali per sei mesi. Sai che anch'io sono stato vittima di
una disgrazia. Se quell'altro non falliva, col mezzo del Finardi ero
certo di rinnovare. Pensa che colpo, che disgrazia sarebbe per me...
e anche per te! Prima di ammazzarmi, penserei anch'io a vendicarmi. Lo
direbbero tutti i giornali, che Giordano Mari si è ammazzato perchè tu,
suo fratello, tu ricco, tu il capitalista, l'usuraio, ti sei rifiutato,
non lo hai voluto aiutare.

TANCREDI (_colpito_) Sei sempre stato... una disgrazia per tutti!

Giordano. Per nessuno; e per te ancora meno; ma per te, al caso, potrò
diventarlo.

TANCREDI (_lo fissa cogli occhi sbigottiti: ha una gran paura
istintiva dei tribunali, dei giornali, di tutto ciò che può mettere
in pubblico i suoi affari e la sua vita... specialmente quella di
notte. Se un cronista pettegolo avesse fatto cantare le ragazzette
di una vecchia sarta in Prà della Valle, che egli, non ostante la sua
avarizia, regalava di dolciumi... e di certe piccole statuette in legno
rappresentanti sant'Antonio col bambino?_) Ne anderebbe di mezzo anche
il mio nome; sono sempre un Mari come te.

Giordano. Vedi, dunque? Bisogna star uniti, per l'interesse del nome,
della famiglia, per l'interesse comune. Fammi rinnovare le cambiali,
per sei mesi, soltanto. Ti regalerò cinque, diecimila lire.

Tancredi. Come vai di carriera! Si vede che hai in animo di
amministrarla bene la dote di tua moglie. Le hai dato ad intendere,
anche, di essere un milionario?

Giordano. Sa che sono povero.

Tancredi. E dunque?

GIORDANO. Altra cosa è esser povero... e altra essere un fallito.

TANCREDI. Tu sei un letterato; non sei un mercante. Dunque, tu non
hai paura del fallimento. Non mi hai scritto, l'ultima volta, che ti
avevano offerta la collaborazione in tante Riviste tedesche, inglesi,
francesi? Ebbene, vuol dire che diventerai un collaboratore... anche
del _Monitore dei protesti_! No; ti dico di no, la mia parola vale la
firma e dovrei pagare per te. Ventimila lire! Sei matto!

GIORDANO (_è agitatissimo: un tremito delle labbra, delle mani mostra
la sua nervosità, il suo dispetto, la sua rabbia, il suo timore di
non poter riuscire_) Ebbene, come ti ho detto, informati a Milano. Non
adoperare, s'intende, il primo che capita, ma uno dei tuoi manigoldi;
uno molto prudente e che abbia rapporti coll'aristocrazia. Bada bene:
sono i Dionisy, che hanno un palazzo in Monte Napoleone.

TANCREDI (_con un'alzata di spalle_) Che ci siano i Dionisy e il
palazzo non vuol dire.

GIORDANO (_con qualche esitazione: poi vincendosi_) Fa domandare se
non è vero che la figlia unica dei Dionisy, la... (_soffre nel dover
dire quel nome a suo fratello, il cui occhio, il ghigno della boccaccia
lurca, hanno dell'osceno nella loro volgarità_) la signorina Emma, era
quasi fidanzata ad un ricchissimo giovinotto, il Sebastiani; e se non
è vero che il matrimonio è andato a monte perchè si è innamorata di un
letterato, di Giordano Mari di Padova...

TANCREDI (_con sprezzo_) Peuh! Sarebbe una bella matta da legare;
ma non ti credo. Sei sempre stato un bugiardo: questo lo diceva
anche nostra madre e arriva ad ammetterlo anche Veronica: tu mi vuoi
_gabbolare_ per via delle cambialette. Alle ragazze piace di scherzare,
di far le civette anche coi disperati: ma sposano i quattrini. In
ogni modo, lontan dagli occhi lontan dal cuore, e quando le diranno
che sei uno spiantato, un letterato... collaboratore del _Monitore
dei protesti_ per la _picciorleria_ di ventimila lire, ti volterà le
spalle e sarà come se non ti avesse mai conosciuto. (_Vede di aver
punto suo fratello sul vivo e contento, ripete le stesse parole con una
sghignazzata_).

GIORDANO. Ah, no! Anche volendolo, non lo potrebbe più fare. È in mano
mia.

L'altro continua a sghignazzare. Ma bisogna aver pazienza, ingoiare gli
scherni, gli insulti, soffrire e soffocare la collera; bisogna che suo
fratello gli faccia rinnovare le cambiali o è perduto: perduta Emma,
perduto tutto! Bisogna smuoverlo, bisogna convincerlo. Ha creduto la
cosa assai più facile e sopra tutto sicura. Una firma; del denaro, più
o meno, da sborsare dopo il matrimonio. E se, invece, quella canaglia
si ostinasse? Se non volesse saperne ad ogni costo? Se lasciasse
protestare le cambiali?... Egli trema convulso e ansima per la rabbia
repressa, per l'orgasmo e per lo spavento dell'ultimo pericolo. Da
plumbeo, è diventato livido: gli occhi affossati, cattivi. Non è più
lui, Giordano Mari, il bel conferenziere, il gonfio e pettoruto padrone
del mondo: è un altro: un vecchio dalla faccia losca, truce, curvo,
schiacciato sotto il peso del delitto che sta per commettere.

GIORDANO MARI (_afferrando ad un tratto, stringendo una mano di suo
fratello: la voce alterata, tremula_) Se ti fo vedere le sue lettere?..
È una prova!... Ti basta? Mi fai rinnovare le cambiali?

TANCREDI (_ha un lampo negli occhi: il desiderio, la curiosità di
quelle lettere per sè stesse: delle parole amorose, delle smorfie,
dei baci, perchè ci devono essere anche i baci_) Vediamo: fuori le
letterine!... Due sole?

GIORDANO. Questa l'ho ricevuta a Milano, all'albergo (_Gli dà, infatti,
la prima lettera di Emma_).

TANCREDI (_l'apre, la legge, slargando la boccaccia, coi due denti che
sembrano cadere dalle gengive scoperte. Sente un profumo delicato uscir
dal foglietto: lo fiuta a lungo, poi sternutisce per fare una buffonata
spiritosa_) E l'altra?... Vediamo l'altra...

GIORDANO (_gli dà anche l'altra da leggere_) Questa l'ho ricevuta
adesso alla posta, prima di venir qui.

Non sono che due parole:

                                  «Tua

                                                               EMMA.»

Tancredi non ride più. Sente tutto il veleno della gelosia,
dell'invidia, della rabbia contro suo fratello:

— Sai, che anche questa qui... è un bel capo? Buttarsi via in tal modo,
senza nessuna vergogna, col primo che capita?

GIORDANO (_gli salta alla gola, strozzandogli le parole_).

TANCREDI (_gridando_) Veronica! Veronica!

GIORDANO. Canaglia d'una canaglia! Bada come parli!

TANCREDI. Veronica!

GIORDANO. Non sei degno di baciare, colla tua bocca schifosa, dove
questa creatura mette i piedi.

TANCREDI. Aiuto! Veronica!

VERONICA (_sull'uscio_) Gesummaria! Cosa succede?

TANCREDI. Mi ammazza per le cambiali!

GIORDANO (_spingendolo, buttandolo contro il letto_) Va via! Sei una
canaglia e un vigliacco!

TANCREDI. Te lo giuro. Veronica. È per le cambiali! Ha tentato di
ammazzarmi per le cambiali! Perchè gli ho detto di no!

GIORDANO. Sì; per cattiveria! Sai, Veronica?.. Mi ha detto di no! Per
cattiveria! Perchè mi vuol vedere rovinato, morto. Lo sa, gliel'ho
detto che mi ammazzo. E lui non ci rimette un soldo: sa anche questo.
E gli ho fin promesso diecimila lire di regalo.

VERONICA. Vada di là; si calmi. Parlerò io col signor Tancredi! Lo
persuaderò io.

TANCREDI. Dopo che mi ha messo le mani addosso? Piuttosto morire!

VERONICA (_spinge Giordano nella cucina: chiude l'uscio, rimane qualche
momento sola con Tancredi, poi torna da Giordano: piano_) È ancora
troppo presto: bisogna lasciare che si calmi. Poi lasci fare a me.
So che cosa devo dire. Gridavano tanto che ho sentito tutto. Lei,
adesso, vada all'albergo. È alla _Stella d'oro_? Va bene. Più tardi
glielo mando io, il signor Tancredi, o le faccio sapere qualche cosa.
Aspetti un momento! (_E la Veronica corre a prendere una spazzola, e
pulisce dalla polvere il cappello e i vestiti del suo Nano, come faceva
quand'era ragazzo, prima di mandarlo a scuola_). Mi deve promettere
però...

— Che cosa?

— Una volta che l'ha sposata, quella sua signorina di Milano... di
farle buona compagnia. Pensi alla sua povera mamma. È morta giovane; e
lo so io di che male. È morta di lacrime, la poveretta!


L'arrabbiarsi non toglie l'appetito a Giordano Mari, e le ultime parole
della Veronica sono state per lui un buon cordiale. Ha fatto onore,
dunque, al pranzo della _Stella d'oro_: poi, preso il caffè, ha speso
un'altra mezz'oretta fumando, centellinando il cognac, immollando nel
bicchierino tutti i pezzetti di zucchero che gli sono rimasti. Ma poi,
a poco a poco, è tornato inquieto, e non può più star fermo. È ormai
notte; si alza e va a girare in piazza, tenendo sempre d'occhio il
portone dell'albergo.

Non viene nessuno.

— Come mai? Che anche Veronica non abbia ottenuto nulla?

— Addio, Nano! — È Tancredi che lo ferma, sbucando ad un tratto fra le
colonne dei portici.

— Buona sera.

— Sono stato dal Finardi. Ho parlato del matrimonio: riuscirò a
persuaderli. Rinnovazione a sei mesi: ci metteremo d'accordo per la
regalìa. Li ho persuasi che, protestando adesso, non c'è più niente
da sperare; mentre, aspettando, possono fare un buon affare, oltre al
ricevere i loro quattrini. Domani fisseremo tutto. Dammi, intanto, le
lettere.

— Che lettere?

— Le lettere della ragazza.

— Perchè?

— Le voglio io, come documento. Se le tue sono _cabale_... io voglio
aver tanto in mano da giustificarmi con quella gente. Non ti persuade?
Allora a monte e buona sera.

GIORDANO MARI (_fermando Tancredi che fa per allontanarsi_) Aspetta! Un
momento! Ti darò una copia.

— Bravo! Per farmi dare anche del minchione.

GIORDANO MARI (_impallidisce di nuovo. Guarda, fissa suo fratello_)
Mi devi giurare che queste lettere non usciranno mai dalle tue mani. A
questa sola condizione...

TANCREDI (_interrompendolo_) Le condizioni le metto io, che ti faccio
rinnovar le cambiali; e non ne ricevo. C'è poco da scegliere; o dammi
le lettere, o niente di fatto!



XVI.

EMMA!... POVERA EMMA!...


Giordano Mari, quella sera stessa, dopo lasciato Tancredi, tanto per
fare ancora quattro passi e finire lo zigaro, torna alla posta. Non ci
sono lettere. Ne trova, invece, due, la mattina dopo. Sorride contento,
guardandole a lungo, accarezzando coll'occhio amoroso, commosso, il
bel caratterino lungo, sottile, preciso. Si caccia in una via remota,
per non essere disturbato dalla gente, le apre e le legge per ordine di
data.

                                           «Mercoledì sera, ore nove.

«Tua, sempre tua.

                                                               Emma».

— Cara!... Cara figliuola!...

                                         «Giovedì mattina, ore sette.

«Le scrivo in fretta e in furia e telegraficamente, perchè ho il
sospetto che la Rosina — la mia cameriera — abbia ricevuto l'incarico
di sorvegliarmi e riferire; e poi così vinco la soggezione, perchè
_scrivere a lei_ mi fa soggezione. Chi sa che cosa dirà dei miei sgorbi
e dei miei sbagli! Andando alla messa, metterò in buca io stessa tutte
e due le lettere, il salutino che le ho mandato ieri sera, e questa.
C'è una buca sull'angolo, vicinissimo alla chiesa. Per quanto abbia i
miei fondati sospetti sul conto della Rosina, essa non potrà impedirmi,
intanto, di mandarle queste due lettere. Tornata a casa... sarà quel
che sarà.

«Dio, Dio, anche ieri che giornata! Che brutta giornata! La mamma non
ha fatto che piangere; poi ha finito a letto col solito dolor di testa
dei grandi dispiaceri, e non ha ricevuto che il dottore, la Fanny e
Guido Bardi. Temo che questi due sieno molto nemici suoi. Si regoli.

«Che vita, però, da un giorno all'altro! Che cambiamento! Tutti mi
fanno il muso! Persino le persone di servizio sono contro di me. Quanti
guai, quante lacrime, quanti rimproveri! Prediche, poi, da tutte le
parti.

«Chi mi fa pena è il babbo; e mi fa pena, appunto, perchè non parla!
Sarei così contenta se si sfogasse anche lui a strapazzarmi; invece,
niente. Soffre, e soffro anch'io, vedendolo così.

«Quando non penso a lei sono molto infelice; ma a lei ci penso sempre
e allora tutto passa e torna il sole. Mi promette che _un giorno_
vorrà molto bene al babbo?... Ed anche all'_Ernani_, al _Trovatore_,
al _Ballo in Maschera_? È una manìa; è la sua manìa. Ma è tanto buono,
tanto onesto e leale!

«Coi Sebastiani, _rottura completa_. La madre Sebastiani è furente
contro di me, e suo figlio ha dichiarato al dottore di «non volermi
più, nemmeno se mi vedesse a pregare, a supplicare, a morire». E ha
ragione, mille volte ragione.

«È venuta in camera la Rosina e subito se ne è andata. Forse è corsa
dalla mamma colla notizia che sto scrivendo. Mi ha guardato con certi
occhi!... E i _suoi_ occhi?... Non li vedo più. Cioè, li vedo sempre,
ma... dove sono?

«Adesso, dunque, con Sebastiani, finito; non mi vuole. Nessuno più mi
vuole. E lei?»

                                                                   E.

«Si ricordi: mi deve scrivere tutti i giorni. La mattina, la prima
cosa, appena alzato; e la sera. Ogni lettera la chiuda in una busta,
colla data del giorno. Me le manderà tutte insieme, appena avrò trovato
il modo di poterle avere.

«E Padova?... Come sento che mi dovrebbe piacere! Chissà, _un giorno_,
se la vedrò? E i suoi parenti? Immagino quante feste le avranno fatto.
Mi scriva tutto. Mi dica, anche, se suo fratello le rassomiglia: se ne
ricordi. I padovani, adesso, m'interessano molto più dei milanesi.

«_Un giorno_, voglio vederla la camera sua; di casa sua; dov'è ora, in
questi giorni; dove legge le mie lettere, dove pensa a me, dove _scrive
molto_... a me».


Il dì dopo, niente lettere «ferme in posta» per Giordano Mari; poi una,
quasi tutti i giorni.

                                              «Sabato mattina, ore 5.

«Le finestre della mia camera sono ancora chiuse. Scrivo col lume.

«La Rosina, l'altro giorno, appena a casa, ha detto tutto. Grandi scene
anche per le lettere: la mamma ha sempre il dolor di capo. Non la vedo
da due giorni. Mi ha mandato il dottore a farmi una fiera intemerata e
a dichiararmi che, «se continuo così», posso far conto di non vederla
mai più. Ma il buon dottore, colla sua faccia tetra e il suo occhio
terribile da Torquemada, non mi fa paura, perchè mi adora.

«Il papà, povero papà, ha cominciato pure per farmi la sua bella
sgridata... e ha finito coll'abbracciarmi, piangendo. Ho pianto tanto
anch'io! Mi ha pregata, supplicata _per il mio solo bene_... Per
consolarlo, gli ho promesso tutto. Ma poi, a poco a poco, so io come
pigliarlo il papà; e come convincerlo e persuaderlo a proposito... _del
mio solo bene_. Oh, se invece di scriver libri, lei scrivesse musica...
No, no! allora _lei_ non sarebbe più _lei_.

«La mamma ha messo alla porta il Barbarani, il quale, per colpa nostra,
ha contro di sè tutti i milanesi inferociti, specialmente donna Fanny
(che credevo tanto mia amica), Guido Bardi e, s'intende, quell'altro,
che non mi vuol più. La marchesa Gonzales è la sola, che osi difendere
il Barbarani, ed ha il coraggio di sostenere che, per quanti letterati
e poeti e scienziati abbia mai conosciuto, il più simpatico è Giordano
Mari. — Non monti in superbia. C'è di mezzo una certa gita in _stage_
combinata dalla Fanny col Bardi e con altre signore e alla quale la
marchesa non è stata invitata.

«Sento la Rosina nel corridoio; spengo il lume...

«Decisamente la Rosina ha l'incarico di farmi la guardia. È venuta fin
sull'uscio: ha spiato dal buco della chiave: ha picchiato pianino...
sicura che dormissi, è tornata via.

«_Devo_ dirle ancora un'altra cosa, poi basta.

«In me c'è una gran contraddizione: capisco che lei non possa credere,
ed io, invece, credo. _Un giorno_, mi spiegherà, non è vero, questa
contraddizione?

«Ieri, dunque, le devo dire, che sono stata a confessarmi dal mio
solito confessore, don Fulvio Crespi, il parroco di San Fedele:
quello stesso che mi ha tenuta a battesimo. Ormai sono in collera con
tutti!... Avevo bisogno anch'io d'una parola buona, affettuosa, di
pace, di speranza e di perdono. Invece... niente. Anche don Fulvio era
già stato istruito, preparato dalla mamma, e mi ha tenuto per due ore
un magnifico ragionamento pieno di eloquenza e di belle citazioni; ma
inconcludentissimo.

«_Il tempo_: mi fanno un gran caso, del tempo. Non ho avuto nemmeno il
tempo di conoscerla abbastanza per...» (devo dire come dicono tutti,
e anche don Fulvio) «per innamorarmi seriamente». Non possono capire
com'è successo, sono tutti curiosi di saperlo... e lo domandano a me!
Don Fulvio ha un gran talento; è fortissimo, dicono, in teologia, in
numismatica, nella storia delle famiglie patrizie milanesi; insegna
Dante e Petrarca; predica che è un incanto; ma di certi argomenti, si
capisce, ne parla a orecchio, e perciò non persuade.

«Gli avrei voluto rispondere, a proposito del tempo: — E allora, come
mai, con Nino Sebastiani ho avuto tutto il tempo, tanto tempo... ed ho
ottenuto questo bel risultato... che non mi vuol più?

«Quel primo giorno, quella domenica, se ne ricorda?... Io ero confusa
nella folla: lei su, in alto, solo, più grande di tutti.

«Lei mi ha guardata: è bastato.

«Non è il tempo che passa quello che conta; ma il minuto che arriva e
cambia tutte le cose e ferma tutta la vita.

«È vero: non mi sento bene. Tutti mi trovano con una bruttissima cera.
Questo «_bruttissima_» comincia ad inquietarmi. Che cosa succederà?

«Mi preoccupa e m'inquieta, non per i milanesi ma per i padovani. E suo
fratello? Sapesse quanto ci penso e come ho paura... di non piacergli
subito. Vorrei tanto ch'ella avesse anche una sorella. Con sua sorella,
sì; con sua sorella — non è vero? — potrebbe parlare di me anche senza
nominarmi... per ora.

«Quanto vorrei bene ad una sua sorella!

                                                                   E.

«Non so ancora se, e quando, e come potrò mandarle questa lettera.
Vuol dire che me la metterò in tasca e aspetterò «il miracolo». Io non
ho la sua mente, per la quale non c'è nulla di segreto, nemmeno nel
cielo. Io sono una fanciulla semplice, e molto ignorante in tre lingue
diverse: inglese, francese, italiana. Credo ancora nei miracoli...
anche a quelli straordinarii che non potrei ottenere a San Fedele, da
don Fulvio Crespi».

                                            «Domenica sera, ore otto.

«Come è buono mio cugino Carlo! Mi ha detto che gli facevo pena,
vedendomi _così giù_: gli ho confidato della Rosina e delle lettere,
e si è offerto lui stesso. Ho fatto male? Mi dica se ho fatto male!
Ma intanto potrà mandarmi tutte le mie lettere. Subito, appena riceve
questa mia, le porti subito alla posta: _Architetto Carlo Borghetti,
via Monforte_.

«Subito! Subito! Subito! Quanta gioia mi dà il pensiero di ricevere
tutte le mie lettere. Non sogno altro. E perciò dimentico tutto: quanto
gridare, anche ieri sera, anche oggi, e quanto piangere! Io farò morir
tutti, il papà, la mamma, il dottore... lo zio Albertoni. Sicuro, farò
morire, anche lo zio, fino a Roma! Dio mio; non ne posso più, più, più!
Ma oggi penso che avrò le mie lettere e sono beata! Lei non sa ancora
fino a che punto Carlo sia buono. Ma _un giorno_ lo saprà. Carlo,
che tesoro! Gli voglio bene. Lo adoro. Se lei imposta subito le mie
lettere, forse le posso ricevere ancora domani sera.

«Non mi sento molto bene.

«Domani! domani! domani!

«Voglio andare a dormir subito, per far venir domani più presto.»

                                                «Martedì, ore undici.

«Non posso scrivere «un letterone» perchè sono sempre più sorvegliata,
giorno e notte. E poi anche per Carlo. Io sono una sensitiva. Quante
cose sento — non è vero? — che non arrivo a spiegarmi. Per Carlo, non è
lo stesso? Egli non sa se io le scrivo molto o poco. Ma adesso che le
mie lettere le porta lui alla posta, non mi riesce più di scrivere...
come prima.

«Donna Fanny, la suocera di donna Fanny e Guido Bardi, sono sempre
i più tremendi contro di lei. Non capisco il perchè. Fossero i
Sebastiani, ci sarebbe almeno una ragione! Inventano, o fingono di
farsi scrivere da Padova delle cattiverie... persino volgari. Non
glielo volevo dire; ma, tanto, è meglio saper tutto per regolarsi. Il
Bardi vorrebbe divorarla vivo, anche come letterato. Poveretto! Se la
rana avesse i denti!

«Sto sempre poco bene.

«Avrò le mie lettere stasera? Che gioia!»

                                                            «Giovedì.

«Credevo di essere così contenta. Son rimasta mortificata. Mi ha
scritto poco e _cattivo_. È stato cattivo con me e con Carlo. Sognavo
tanto tutte le mie lettere care, e invece non ho avuto altro che una
lettera sola... e spiritosa.

«Vuole più _particolareggiate_ le notizie della mia salute? — Eccole:
sto benissimo.

                                                      «EMMA DIONISY.»

                                                     «Sabato mattina.

«Rivivo! Rivivo! Che buona lettera! Grazie, grazie, grazie! Non posso
scriverle di più. Il perchè glielo dirò domani. Non è per Carlo, però.
No, no. Glielo giuro. Lei ha ragione. Sarebbe una vera sciocchezza!»

                                                             «Lunedì.

«Sono a letto da due giorni, e il babbo è sempre in camera mia. Non mi
lascia un minuto. Ma è buono, buono. Non si spaventi. _Non è niente._»

                                                            «Martedì.

«Sempre... »

E il giorno dopo, il mercoledì, Giordano Mari, già molto inquieto,
riceve pure un'altra lettera da Milano, ma non è di Emma. L'apre in
fretta e corre coll'occhio alla firma: è di Carlo Borghetti:

«Vieni subito a Milano; ma cerca il modo di farti vedere il meno
possibile. Potresti smontare e rimanere all'_Hôtel du Nord_, che è
vicinissimo alla stazione. Telegrafami con che corsa potrai arrivare.
Ti porterò subito io stesso _le notizie_ che a tutt'oggi, ti assicuro,
non sono inquietanti.

                                                    «CARLO BORGHETTI»



XVII.

IL BUON DOTTORE.


La camera di Emma: una camerettina tutta tappezzata di _mezzari_,
allegra, ridente come un giardino in fiore. Sul piccolo tavolino,
accanto al letto, molti vasettini, boccettine, scatolettine,
coll'etichetta della farmacia Zambelletti.

— È il _buffet_ che mi ha apparecchiato il buon dottore — dice Emma,
sforzandosi, per far sorridere il babbo.

Dopo un momento entra il dottore, e il cavalier Venceslao se ne va
quasi subito, in punta di piedi.

Da un paio di giorni, precisamente da giovedì, Emma ha fatto qualche
piccolo miglioramento, e però è stato convenuto in famiglia, che il
dottore, quella mattina, avrebbe ricominciato, da solo, a tastare il
terreno.

_Il dottore_ (_le applica il termometro: la copre bene, fin sotto il
mento: le siede accanto_) Adesso... per dieci minuti... stai quietina,
quietina. (_Dopo un momento: mettendole il palmo della mano sulla
fronte_) Sempre un senso di gravezza — vero? — di peso?

EMMA (_con un filo di voce, rimanendo immobile_) Sì; molto.

_Il dottore._ Però... un po' meno di ieri?

EMMA (_scuote leggermente la testina sul guanciale_).

_Il dottore._ No? Allora diremo... come ieri. (_Pausa: l'osserva, la
studia, strizzando l'occhio_) Da brava; fammi veder la linguina! (_La
guarda a lungo, arricciando il naso, facendo una bruttissima cera:
pausa, sospiro_) Ma già, finchè perdura la causa morale, i dispiaceri,
le inquietudini, i patemi d'animo... persiste, per conseguenza, anche
tutto il resto.

EMMA (_fissandolo cogli occhioni più grandi e più neri nel faccino
smunto_) Oh, dottore! Soffro, sai! soffro tanto!

_Il dottore_ (_gli occhi gli si riempiono ad un tratto di lacrime: si
china col volto più vicino, più d'appresso ad Emma, per consolarla,
per rianimarla: in quel punto tutto il cuore, tutta l'anima, tutta
l'affettuosa dolcezza del buon dottore si è trasfusa ne' suoi occhi_)
Cerca di metterti in calma; di non pensare... o di pensare soltanto
alle belle cose.

EMMA. Oh, dottore, come si può non pensare? E, ormai, dove sono, per
me, le belle cose?

_Il dottore_ (_con effusione, premendo sopra le coperte dove si vede il
rialzo che copre le mani intrecciate di Emma_) Ma tutto il mondo, cara
la mia _tosa_! Tutto il mondo, per te, è pieno di belle cose! Non le
vuoi guardare!

EMMA (_colla vocina sempre debole, ma con un leggero sorriso d'ironia_)
Per me, una bella cosa doveva essere anche Nino Sebastiani.

_Il dottore_ (_si allontana: diventa truce_) Forse, anche quel
Sebastiani poteva essere un errore. La gente — sicuro — non si può
mai dire di conoscerla abbastanza. Sai? Dopo la rottura successa, la
signora Sebastiani non mi ha più fatto chiamare. (_Pausa_) Adesso ha
quell'intrigante del Marzetti.

EMMA. Oh, dottore! Anche questo per colpa mia!

_Il dottore._ Quietina! Quietina! (_Le riaccomoda le coperte attorno
al collo_) In sostanza, approssimativamente, io posso dire anzi di
averci guadagnato. Per quel tabernacolo della Sebastiani bisognava
essere sempre in moto! Non si era mai sicuri nè di giorno, nè di notte!
(_Ridendo, per mettere Emma di buon umore_) Io credo — veh! — che tutto
il male del suo cuore proveniva dal fatto solo di non aver mai trovato
modo di metterlo a posto! (_Dopo un'altra risatina, si ricorda del
termometro: guarda in fretta l'orologio_).

EMMA. È ora? Posso levarlo?

_Il dottore_. No, sono appena cinque minuti. (_Pausa: guardandola,
esitando: poi con precauzione, con un tono di voce lenta, uguale,
penetrante_) Sai — vero? — che cosa hanno scritto da Padova? Non ha
propriamente un soldo. Suo fratello è ricco, ma pare... in malo modo.
Il padre era un bottegaio. — Sicuro. — Io direi, adesso, prima di
tutto, di guarire. Poi, a suo tempo, si potrà fare una scelta migliore,
di generale soddisfazione, per la mamma, per il papà, per lo zio. Sua
Eccellenza... a Roma. E, intanto, quel certo Giordano, direi proprio —
vero? — di escluderlo assolutamente.

EMMA (_agitandosi_) Oh, dottore, dottore, dottore! Non tornare da capo!
Te ne prego! Te ne supplico!

_Il dottore_ (_cercando di tenerla sotto le coperte_) Quietina, dunque,
quietina! I fatti, già, sono fatti, e non si possono cambiare.

EMMA. Che fatti? Ma che fatti? Sai perchè non è ricco? Perchè non ha
una posizione lucrosa? Perchè ha voluto essere sempre indipendente!
Perchè il suo animo nobile e fiero non ha mai voluto abbassarsi a
domandare, a strisciare come tanti altri che non hanno nè dignità,
nè carattere. Ma il suo nome è conosciuto in tutto il mondo. Più del
nostro, certo.

_Il dottore._ Ma... e questo Taine? E questi _rubalizi_ letterarii?

EMMA. Ci credi tu a Guido Bardi? Invidia, rabbia, cattiveria.

_Il dottore._ Resterebbe l'altro inconveniente... del fratello.

EMMA. Suo fratello... Intanto, chissà se è vero; perchè anche queste
sono le informazioni di donna Fanny.

_Il dottore._ Non soltanto di donna Fanny.

EMMA. Sia pure: che cosa c'entra lui con suo fratello? Gli fanno anche
un carico perchè suo padre era un piccolo mercante; ma il nonno del
mio, siamo giusti, non era un farmacista?

_Il dottore_ (_scandalizzato_) Che cosa vai adesso a pescare...
indietro... fino ai tempi del Prina! (_Dopo aver guardato un'altra
volta l'orologio_) Porta pazienza: ancora due minuti. (_Pausa_) Volevo
dire, vedi, anche per l'età. Tu non hai ancora vent'anni.

EMMA. Sì, fra due settimane.

_Il dottore._ Tu sei un fiore; cioè lo eri; ma tornerai come prima,
soltanto con un po' di ragionamento. Invece con quel Giordano...
di Padova, non ci sarebbe nemmeno proporzione, e allora, appunto,
succedono gli squilibrii. Pensa: quando tu avrai, per esempio,
quarant'anni, il che, nel più dei casi, vuol dire per la donna il
periodo della maggiore... attività, lui ne avrà sessanta, forse
sessantacinque... o settanta.

EMMA (_sorridendo_) Fermati, dottore! Fermati, per carità!

_Il dottore_ (_ostinandosi: cominciando a gridare_) Sì, anche settanta!
Anche settanta! E, forse, ancora di più! È ben conservato, ecco;
questo sì. Ma ricordati, cara la mia _tosa_, che l'uomo è un'altra
cosa. Non è come la donna. Di un uomo ben conservato non c'è mai da
poter scommettere, nè giurare. Io non l'ho guardato altro che molto
superficialmente; ma mi pare un uomo più di apparenza che altro.
(_Alzandosi per prendere il termometro_) Vediamo.

EMMA (_gli dà il termometro_).

_Il dottore_ (_la ricopre da tutte le parti, poi si avvicina alla
finestra per guardare i gradi della febbre: dopo, scuote fortemente il
termometro per farlo discendere. Il dottore è diventato più serio: si
avvicina ad Emma, fissandola gravemente_).

EMMA. La febbre è cresciuta, non è vero?

_Il dottore_ (_sempre più serio: continua a guardarla, senza
rispondere_).

EMMA (_leva un braccio di sotto le coperte, e glielo fa vedere_)
Guarda, ormai, come sono ridotta.

_Il dottore_. No! No! No! Sotto! Sotto!

EMMA. Tu mi vuoi bene?

_Il dottore_. Ma ti pare di domandarmelo?

EMMA. So, so che mi vuoi bene: tu e anche il papà.

_Il dottore_ (_subito_) E la mamma: ti vuol molto bene anche la mamma.
Anzi, direi, forse a suo modo, ma più di tutti.

EMMA. Allora, se mi vuoi bene, ti prego di una cosa.

_Il dottore_. Che cosa?

_Emma_. Te ne prego tanto, tanto. Vieni più vicino.

_Il dottore_ (_si abbassa quasi a sfiorarle la fronte_) Sicchè?

EMMA. Lasciami morire.

_Il dottore_. Ma, ma, ma! Se ne deve sentire? (_E al buon dottore,
mentre la bacia sui capelli, cadono dagli occhi due grosse lacrime_).


Il dottore, un momento dopo, entra dalla signora Letizia, che è più
che mai sofferente e geme sulla lunga poltrona. C'è anche il cavalier
Venceslao che non si vede, per il buio della stanza, ma si sente, dal
gran soffiare, che è molto intasato.

VENCESLAO (_inquietissimo: andando incontro al dottore_) E così? Ha
ancora la febbre?

_Il dottore_ (_pausa: avvicinandosi passo passo e fissando gravemente
la signora Letizia_) Trentanove.

VENCESLAO (_disperato: alzando le mani al cielo_) Ah, Dio mio!

La signora LETIZIA. Quasi come ieri. Non è vero, dottore?

Il dottore non risponde; si siede al solito posto vicino alla poltrona
di donna Letizia; sospira.

VENCESLAO (_al dottore: con uno schianto_) Ma dunque? Ma di' la verità?
Ma ci sarebbe pericolo?

_Il dottore_ (_mette una gamba sull'altra: si gratta la barba_).

La signora LETIZIA (_premendosi le tempie per via dell'emicrania_) Che
pericolo vuoi che ci sia? Non esageriamo le cose!

_Il dottore_. Ecco, io direi: (_pausa_) le informazioni avute da Padova
provengono appunto dalla via di donna Fanny, la quale ci consta che
sarebbe interessata, come parte in causa, per aver avuto del debole, e,
secondo la marchesa Gonzales, anche molto più che del solo debole, per
quel certo Giordano. Dunque, direi, bisognerebbe sceverare quello che
c'è di vero dalle possibili esagerazioni.

La signora LETIZIA (_alzandosi a sedere sulla poltrona_) Ma come,
dottore? Anche voi mi diventate matto?

_Il dottore_ (_sospira: tace: torna a grattarsi la barba_).

La signora LETIZIA. Pensate anche a tutto ciò che ha scritto mio
fratello.

_Il dottore_. Questo non conta.

La signora LETIZIA. Come non conta?

_Il dottore_. Non conta niente, perchè anche Sua Eccellenza ha scritto,
opponendosi, in seguito alle nostre lettere e alle nostre informazioni.

La signora LETIZIA (_scattando_) Non è vero!

_Il dottore_ (_senza badare all'interruzione della signora Letizia e
seguendo lentamente il suo primo discorso_) Dunque, sicuro, io direi,
in certo qual modo, che bisognerebbe informare anche Sua Eccellenza
di ciò che ne consegue. Come ministro — vero? — nella sua posizione,
potrebbe anzi giovare al miglioramento, al collocamento di... del... di
quel... appunto di... Giordano.

VENCESLAO (_sempre più disperato: colle lacrime_) Dunque? C'è pericolo?

La signora LETIZIA (_irritata contro il dottore_) Ma rispondetegli di
no! Che non c'è pericolo! E la sia finita!

_Il dottore_ (_dopo un momento_) Intanto, questo stato di continue
agitazioni, di continue contrarietà, di tensione, ha prodotto i suoi
effetti anche sopra di lei.

La signora LETIZIA (_inquieta_) Sopra di me?

_Il dottore_. In dieci giorni è andata avanti di dieci anni. Non ha più
il suo bel pallore; ma la sua tinta è addirittura cadaverica.

La signora LETIZIA (_sempre più inquieta_) E allora?

_Il dottore_. Allora bisogna mettersi in quiete, e, per mettersi in
quiete, bisogna aver l'animo in pace e quindi rassegnarsi, occorrendo,
anche a ciò che non accomoda interamente, pur di schivare ciò che può
far male. Ad una certa età, se si trova la strada buona, piana, si va
avanti per un pezzo; ma basta, come si dice, un urto, un'inciampata
qualunque, per andare a precipizio.



XVIII.

IL TRIONFO DEL NOBILE BARBARANI.


Al Club, dopo che la signorina Emma Dionisy è guarita perfettamente e
s'è fatta più bella di prima.

Il nobile BARBARANI (_vispo e saltellante in mezzo al solito circolo
dei_ fashionables) Dunque, adesso, son proprio _content_! I fatti,
_benissim_, cominciano a rendermi giustizia! Questo cacciatore di doti,
che io ho avuto l'imprudenza, la leggerezza, la vanità di voler portare
in giro e ficcar dappertutto, _precisament_, ha rifiutato la mano della
signorina Dionisy.

_Uno dei_ fashionables (_dondolandosi sulla poltrona, anche per tutti
gli altri che approvano coi cenni del capo_) Se fosse vero, per parte
di questo Mari, sarebbe assolutamente imperdonabile. Ha messo la
famiglia Dionisy tutta sossopra; ha fatto ammalare la ragazza; le ha
fatto andar a monte l'altro matrimonio col Sebastiani. Se adesso si
ritira — _parbleu_! — sarebbe una canagliata.

BARBARANI. Ritirarsi?... Un _moment_.

— Hai detto tu stesso che ha rifiutato la mano della Dionisy.

— Rifiutata?... Un _moment_! Giordano Mari — posso proprio vantarmi
— si è condotto perfettissimamente; non poteva essere più delicato.
Ha fatto tutte le dichiarazioni più ampie e più lusinghiere tanto
per la ragazza, quanto per la famiglia. Ma finchè non ha raggiunto
quella posizione sicura, per quanto modesta, che gli possa assicurare
un'assoluta indipendenza, per lo stesso rispetto che deve alla
signorina ed a sè stesso, intende di procra... di protra... di
procrastinare, magari infinitamente, il matrimonio, lasciando, ben
inteso, la signorina Dionisy interamente libera e tenendosi lui,
viceversa, _impegnatissim_! (_la rabbia gli fa mancare la voce:
colpetto di tosse_) E questo, da parte sua, non mi sembrerebbe una
_canagliata_; ma piuttosto — _benissim_ — l'indizio di un animo
delicato e _aristocratichi... aristocratici... aristocratichissimo_! Si
presenta appunto al concorso, per la cattedra di storia, non so più se
a Bologna o a Firenze.

— E se non vince il concorso?

— Impossibile. Intanto, l'Albertoni è ministro dell'istruzione pubblica.

— Ma era ostile, contrario a questo matrimonio.

— Appunto; ma adesso ha l'obbligo, per imparzialità, di non mettere,
come si dice, i bastoni fra le ruote.

— Ma e i titoli?

— Ne ha addirittura una raccolta. Potrebbe essere professore di
Università da dieci anni, se l'avesse voluto!... E poi basterebbe
l'_Ambrogio_.

— ...?

— _Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi_. Non hai
letto il saggio nella _Nuova Rassegna_? No? Bisogna leggerlo:
è _importantissim_! È la prova di una coltura, di un'erudizione
veramente straordinaria. Prestissimo, tutta l'opera, illustrata, sarà
pubblicata appunto dall'Amodei, il quale, per scegliere le opere e
gli autori, me lo diceva l'altra sera anche Guido Bardi, ha un naso
_straordinarissim_.

— Certo, per la signorina Dionisy, occorreva un uomo di talento. Ma non
è più... tanto giovane.

— Proporzionatissimo alla Dionisy, che ha passati i venti e forse
anche i ventidue. È un pezzo che cercavano di maritarla. Trovano un
nome, che, se non è aristocratico, è celebre; un uomo di talento e di
cuore. Subito, appena ha saputo che la Dionisy era indisposta, si è
precipitato, incognito, da Padova a Milano, rimanendo chiuso, nascosto
all'albergo del Nord per quasi un mese, non vedendo altri che il
Borghetti, al quale leggeva il suo _Ambrogio_ e che ha del Mari una
stima straordinaria. Sì, sì; per parte mia, son proprio _content_!
Anche donna Fanny, la quale l'aveva a morte con Giordano Mari, da un
momento all'altro non so come, improvvisamente, certo perchè la verità
vien sempre a galla e finisce per trionfare, si è schierata, invece,
con Guido Bardi, tutta dalla sua parte. Anche sua suocera!... Per me,
e posso proprio vantarmene, dopo tanti dispiaceri, è stato il mio più
bel trionfo!

— Ormai, di nemici, questo tuo Giordano Mari, non avrà più che il
Sebastiani.

— Perchè?

— Non voleva sposarla? Non è innamorato della Dionisy?

Il BARBARANI. Mai più! (_colpetto di tosse_) Adesso Nino Sebastiani è
_innamoratissim_ della Tina di Lorenzo.


FINE DELLA PRIMA PARTE.



PARTE SECONDA.



I.

IL PRINCIPIO DELLA FINE DELLA LUNA DI MIELE.


Il commendatore professor Giordano Mari (anche professore, perchè già
prima del matrimonio aveva ottenuta la libera docenza all'Università
di Bologna per un corso sulle _Origini dei Comuni_ italiani), il
commendatore professor Giordano Mari ha immaginato e proposto uno
straordinario viaggio di nozze a Parigi, a Bruxelles, in Norvegia,
illustrato colle visite al Lemaître; al Brunetière della _Revue des
Deux Mondes_; allo storico Boissier; ai filosofi critici Faguet e De
Roberty: poi al Brandes, allo Strindberg, all'Ibsen, e, naturalmente,
al Björnson. Ma invece Emma, la timida e innamorata Emma, spaventata
dall'idea degli alberghi, della gente, del rumore, ha ottenuto di
passare il primo mese all'Argentera, la villa nel Varesotto, ch'essa ha
ereditato da uno zio materno e che gode tutte le sue predilezioni, per
esser quasi nascosta in una solitaria e fresca vallettina, in mezzo ad
un magnifico bosco di quercie e di castagni.

Emma, subito, non ha osato dire apertamente che quel primo mese,
almeno, avrebbe voluto passarlo nella tranquillità remota, nel gran
silenzio della verzura folta, appena interrotto dal canto dell'usignolo
e dal mormorìo delle acque correnti. Essa ha bensì ascoltato estatica
la descrizione del viaggio interessantissimo e l'elenco di tutte le
meraviglie e di tutti gli illustri da visitare, ma poi, sul punto di
dover incominciare i preparativi, tremando un pochino, ed arrossendo
molto, ha fatto indovinare al suo signore e padrone quel suo immenso
desiderio; e il suo signore e padrone esita, riflette, si commuove e
concede la grazia.

Nel cuore di Emma è sempre più viva e più profonda l'adorazione per il
suo idolo. È una adorazione tutta poesia, tutto abbandono, timorosa
quasi, tanto la bella fanciulla si sente piccina davanti a quel Dio
gigante!

E Giordano Mari, dopo che Emma è stata gravemente ammalata per le
contrarietà, le angoscie, il timore di perderlo, dopo che è guarita
solo per miracolo d'amore, perchè ormai tutte le opposizioni sono
state vinte, ogni ostacolo rimosso, Giordano Mari comincia ad assumere
verso quella bimba innamorata un certo tono olimpico di salvatore,
di protettore... e di despota. Egli si lascia adorare nella pomposa
maestà del suo io magnifico, tutto lustro e profumato, tutto nuovo
e fiammante, sempre nel lungo abito nero dalle falde svolazzanti. Si
lascia adorare come l'Altissimo, dettando leggi e concedendo grazie.

I Dionisy, prima furenti contro di lui, poi rassegnati ad accettarlo,
avevano finito col dover pregare, inviando messaggi e suppliche. Era
lui, Giordano Mari, che adesso diceva di no. Per la propria dignità,
per gli scrupoli della propria coscienza, pure protestandosi innamorato
della ragazza, voleva partire, andare in America, non farsi vedere
mai più. Insomma, non poteva, non voleva assolutamente accettare,
concludere un matrimonio, che per la distanza delle due famiglie, per
la ricchezza della moglie, lo avviliva nella sua fierezza d'uomo, nella
sua delicatezza forse eccessiva, forse anche troppo sospettosa.

Il buon dottore scrive per incarico della famiglia; poi fa una corsa a
Genova dove il Mari si è recato, e i più temono per imbarcarsi:

— Insomma — vero? — data, diremo, l'urgenza delle circostanze
sempre più critiche, bisogna mettere da parte e in certo qual
modo sacrificare, o modificare, un eccessivo amor proprio, quando
ne consegue la felicità, e più specialmente la salute, già ormai
compromessa, di una persona giovane, buona e che merita tutti riguardi,
sicuro, tutti i sacrifici, oltre alle maggiori attenzioni (_pausa:
sospiro_), e verso la quale si dice e si protesta di nutrire, appunto,
certi sentimenti di... di devozione ed anche — vero? — di affezione.

Giordano Mari sospira profondamente, commuove il buon dottore
asciugandosi una furtiva lacrima, ripete di essere innamorato,
perdutamente innamorato della signorina Emma... e impone molte
condizioni che, ad una ad una, vengono poi tutte accettate. Sono,
invero, condizioni, come quella, per esempio, di ottenere una cattedra
per potersi mantener indipendente in faccia alla moglie troppo
ricca e di una gran famiglia, che potrebbero essere interpretate
in due diversi modi: come esagerazione del punto d'onore, od anche,
in fondo, come egoismo bello e buono; come furberia per mettersi a
posto; come orgoglio, ambizione, interesse e vanità personale. Ma,
adesso, per Giordano Mari spira l'aura favorevole. Se prima era di
moda ingiuriarlo, calunniarlo, vilipenderlo, adesso, invece, è di moda
l'esaltarlo. Qualunque cosa faccia o dica Giordano Mari, è tacitamente
convenuto che dev'essere una gran bella cosa. Tutti i suoi sentimenti
sono nobili, i pensieri delicati, le azioni da perfetto gentiluomo. La
D'Arborio gli ha mandato all'albergo un suo manoscritto da leggere; al
Club lo consultano sulla biblioteca e gli domandano, in confidenza, il
valore, vero, delle pièces dell'Ibsen; la marchesa Gonzales lo invita
a pranzo ogni giovedì, e donna Fanny, che è ritornata amicissima di
Emma ed ha imposto a Guido Bardi «che non si parli più del Taine!», lo
invita, invece, tutte le domeniche, con sua suocera e coll'onorevole.

Nella famiglia Dionisy, ormai, è tutto un entusiasmo per Giordano Mari;
entusiasmo accresciuto per l'odio ancora dissimulato, ma accanito,
esistente fra i Dionisy e i Sebastiani. Il cavalier Venceslao non può
più suonare un pezzo della Traviata senza farlo sentire al suo futuro
genero; la signora Letizia gli confida, tra i profumi, le caramelle
e i misteriosi allettamenti, nel suo angolo buio, le illusioni e le
delusioni di una salute troppo gracile e di un cuore troppo sensibile;
e il buon dottore, che, per amore di Emma, lo veglierebbe anche di
notte, pur di risparmiargli un po' d'infreddatura, sta studiando
e dosando apposta, per il suo stomaco e la sua voce, un nuovo vino
chinato, da bersi prima delle conferenze.

Un altro, invece, per amore di Emma, Carlo Borghetti, è andato a fare
un giro in Germania. Ha provato, ma non ha potuto resistere a rimanere
in quei giorni a Milano. È partito; è fuggito! Ritornerà... chi sa
quando... E intanto, anche Carlo Borghetti, che, una volta lontano da
Emma, sente il bisogno di avvicinarsele, continua a scrivere a Giordano
Mari, mandandogli appunti, note, aggiunte, correzioni per l'_Ambrogio
vescovo_.

Emma... Emma sola non s'è mutata. Essa lo adorava prima, il suo idolo,
quand'era così mal giudicato; lo adora adesso che tutti gli rendono
giustizia, e si abbandona nelle sue braccia, tutta cosa sua, come in
quel primo incontro dei loro sguardi, nell'attrazione arcana della
simpatia, era corsa a lui, già tutta sua, la sua anima.

E quel primo mese all'Argentera è per Emma un dolcissimo sogno,
mentre per Giordano le più audaci speranze, le brame più ardenti sono
diventate realtà.

In fatti, tutto ciò che egli aveva desiderato, voluto, ormai gli
appartiene: la bellezza florida della vergine innamorata, appassionata,
che, nel candore ingenuo e nei trasporti del primo amore, fa quasi
un umile omaggio di sè stessa al suo signore; e insieme anche la
bellezza fertile della villa magnifica, il giardino inglese, il bosco
immenso che la circonda. Egli, finalmente, ha ottenuto, colle gioie
dell'amore, anche gli agi della vita, le lunghe passeggiate con Emma
pei sentierelli fioriti e solitari, complici e confidenti, i folti
rami dei faggi e le spesse fronde dei cerri e dei castagni, terminano
sempre ad un dato punto prestabilito, dove trovano in attesa la comoda
_vittoria_, coi due giovani sauri, che non patiscono l'ombra.

E le sere?... Oh, le sere deliziose! Lui solo che parla, esaltandosi,
vantandosi, improvvisando, mentre Emma lo ascolta fissandolo estatica,
incantata, in adorazione... e al tocco, al tocco preciso delle dieci,
Lorenzo, il cameriere, sempre in tutto punto nel frak irreprensibile,
che entra passo passo, senza far rumore, portando il servizio splendido
del the, tutto d'argento. E l'assoluta rinunzia di Emma ad ogni atto
di padronanza, ad ogni diritto, su tutta la sua casa; la sua piena
sommissione così nell'intimità della vita, come nell'amministrazione
dei beni; e, per ciò, la deferenza del ragioniere, la soggezione del
fattore, le scappellate dei contadini e il suono, così spiacevole, di
quelle due parole: «signor padrone» che lo accompagnano dovunque e che,
mutate nell'espressione di un sentimento più profondo, più squisito,
più poetico, egli legge persino negli occhi amorosi di Emma!... Tutto
ciò è per Giordano Mari la felicità; queste, sono queste le nuove gioie
e i veri e sicuri godimenti dell'amore matrimoniale; e però non con
Emma soltanto, ma con Emma e con tutta l'Argentera, compresi i cavalli,
le carrozze, i servitori e i villani, egli passa beato i suoi giorni
nella più perfetta luna di miele.

Ogni mattina, dopo un ultimo bacio all'adorata, che lascia alle cure
della toeletta, scende in giardino, dove lo aspetta il _suo_ fattore
per ricevere i suoi ordini. Nel letterato, coi nuovi possedimenti,
è divampata una nuova passione, quella dell'agricoltura; e col
fattore gira e discute a proposito degli impianti dei vigneti e della
peronospora, delle varie coltivazioni dei terreni, della segatura e del
filugello, finchè Emma lo chiama lei stessa dalla finestra, a terreno,
della sala da pranzo:

— Vieni? È ora di colazione!

— Brava!... Portino in tavola!... — E continua a discorrere col fattore
e a farsi ammirare, spiegandogli come, per un po' di _nevrastenia_ del
suo stomaco, guadagnata col grande e continuo lavoro a tavolino, in
mezzo ai libri ed alle carte ingiallite, egli non può più aspettare
quando si mette a tavola. Diventa nervoso, furioso, e perciò preferisce
far aspettar sua moglie per esser sicuro, quando arriva lui, di trovar
tutto pronto e _darci dentro_, subito!

Ma un bel giorno — come mai? — comincia a perdere l'appetito e ad
essere oppresso dal sonno. Dopo colazione, dopo pranzo — di colpo — gli
piomba addosso il sonno come una schioppettata!... Egli deve fingere
con Emma di aver qualche lettera da scrivere, le bozze dell'_Ambrogio_
da correggere; si chiude nello studio e dorme. Che sia il vino?... Beve
acqua e continua a dormire. È un sonno pesante; una fatica, invece d'un
riposo, che gli aggrava lo stomaco e la testa. Poi, quando il tempo
vuol mutare, si sente inquieto, irascibile, gli par d'essere di vetro;
gli dolgono le giunture delle dita. — Che sia la gotta?... — Poi un
dolorino persistente alla nuca — una punta come di tarlo che roda... —
e un formicolìo alle gambe... Comincia a capire e si spaventa.

Basta, basta, villa Argentera!... Basta per il momento, e quando si
ritorna, bisogna riempirla di parenti, di amici, di distrazioni. Emma è
giovane, molto giovane, e ha diritto di godere il mondo, di divertirsi!


Dopo colazione: è arrivata la posta:

EMMA (_è seduta al caminetto. È d'ottobre, piove e fa freschino. Legge
una lunga lettera del babbo che le descrive il grande successo ottenuto
dall'Otello a Parigi, con Tamagno, e le esprime tutto il suo grande
compiacimento, come musicista e come cittadino_).

GIORDANO (_finge di leggere il_ Corriere della Sera, _e invece guarda,
studia sua moglie: fra sè_) Che bella cera!... Diventa fin troppo
grassa (_dopo un momento, posa il giornale sul tavolino: si alza,
passeggia, va alla finestra_). E intanto continua a piovere!... Quando
piove, anche la campagna non è allegra.

EMMA (_corre anche lei alla finestra, pigliando a braccetto e
stringendosi a suo marito_) Perchè? A me, invece, piace tanto! Guarda!
Non c'è più nessuno! Non si vede più niente! Come tutto è lontano,
perduto! Mi piace tanto! (_Abbracciandolo_) Mi pare che siamo ancora
più soli!

GIORDANO (_scostandosi_) Bada! Può venire Lorenzo.

EMMA (_tornando a tirarselo vicino, nel vano della finestra, con le
due mani, con forza_) Ma no! Anche Lorenzo, adesso, fa colazione. Da
qualche giorno hai una gran paura di Lorenzo!

GIORDANO (_guardando sempre dalla finestra_) Che brutto tempo! E
laggiù, come si fa sempre più scuro! Ne avremo per un pezzo.

EMMA (_in estasi: sorridendo_) Magari! Mi par d'essere sola con te,
in mezzo al mare! Di', Nino (_stringendosi di nuovo e molto_), non ti
piacerebbe di essere in mezzo al mare?... Noi due soli — soli, soli,
soli. — Che incanto! Che sogno! Che felicità! E tu? Rispondi, dunque!
Ti piacerebbe?

GIORDANO (_dopo aver starnutito perchè ha preso dell'umido_) Se hai
sempre detto che lo soffri il mare?

EMMA (_coi begli occhioni che subito si riempiono di lacrime_) Come sei
oggi... cattivo! Perchè mi rispondi così, cattivo?

GIORDANO (_graziosamente_) Perchè sei una pazzerella. Carina tanto, ma
pazzerella molto.

EMMA (_torna a sorridere: appoggia le due mani alle spalle di Giordano
che sta diritto: alzandosi in punta di piedi per dargli un bacio
sulla bocca_) Io non ci arrivo! (_Un po' dondolando: sull'aria della
ninna-nanna_) No... no... no! Io sola non ci arrivo! No... no... no!

GIORDANO (_le dà un bacio in fretta: poi, subito, volendo cambiar
discorso_) Ha scritto il babbo, non è vero? Oh, da brava! Sentiamo che
cosa scrive il nostro caro papà!

EMMA (_mortificata: gli dà la lettera_) Prendi; leggi.

GIORDANO (_con molta nobiltà_) Oh, questo no: mai. Per massima, io non
leggo le lettere che non mi sono dirette; mi sembra un'indelicatezza,
se non altro, verso chi le scrive.

EMMA (_lo guarda e non può a meno di ammirarlo: suo marito ha sempre
ragione_) È stato a Parigi per l'_Otello_ e...

GIORDANO. No, no, no, cara. Leggi, adagio, tutta la lettera. Mi fa
tanto piacere sentirti a leggere. Leggi tanto bene, hai una voce tanto
bella. Siedi al tuo posto, da brava; vicino al fuoco. Dopo mi leggerai
anche la lettera della mamma.

EMMA (_lusingata, legge le due lettere_).

GIORDANO (_intanto, seguita a camminare su e giù e pensa come
intavolare il discorso della partenza dall'Argentera. Quando Emma ha
finito_) Brava! Tu sei molto brava e molto buona; e sei anche molto
ragionevole. Questa, anzi, è la tua miglior qualità, perchè è la più
rara di tutte, specialmente in una figlia unica.

EMMA. E a che proposito mi dici tutto questo?

GIORDANO (_con galanteria_) A proposito... del bene che ti voglio!
(_Torna a passeggiare su e giù, un po' per tenersi lontano da Emma e
molto per prudenza, perchè sente il sonno che è lì lì per piombargli
addosso_) Io, poi, devo essere ragionevole per forza; e sai come fo? Mi
trovo bene in un luogo, per esempio, e non ci posso più stare? Io trovo
il coraggio di dimenticare tutto il bello e tutto il buono di questo
luogo, per non vederne più altro che gl'inconvenienti, gl'incomodi; se
non ce ne sono, li creo, e così parto contento! All'Argentera, ecco...
troveremo che ci dovrà piovere per un pezzo!

EMMA (_si alza, dando un balzo_) Vuoi partire? Nino! Vuoi partire?

GIORDANO (_con gran sospiro_) Non io, cara, voglio; ma lo vogliono
gli altri; i miei impegni precedenti. Le mie conferenze di Milano, di
Napoli, di Roma, sui _Precursori della Rivoluzione_.

EMMA (_col più vivo interesse, avvicinandosi_) Le tue conferenze? Hai
da riprendere le tue conferenze?

GIORDANO. Certo: e non soltanto per la gloria, ma anche per la
cattedra. (_Guardando Emma: sospirando melanconicamente_) Finchè resto
all'Argentera, non mi passano ordinario; e tu sai che io non sono ricco
come te. Io ho l'obbligo, e tanto più ora, di lavorare per vivere. Mi
ha scritto il Consiglio dell'Associazione universitaria di Bologna, poi
la Presidenza della Filarmonica napoletana; poi tutti quegli altri di
Roma. Sono conferenze che dovevo tenere fin dallo scorso maggio. Le ho
sempre rimandate per te. Ed ora... (_un altro sospiro, più profondo_)
Desidererei, vorrei tanto, per l'egoismo mio, poter scrivere a quella
gente: non vengo più; non fo più conferenze. Ma, come si fa? Il ciclo,
capisci? resterebbe interrotto.

EMMA (_vivamente_) No, no! Devi rispondere che vai! Rispondi subito
che vai! (_Sforzandosi per sorridere, mentre due lacrimone le rigano le
guance_) E... dovremo partire... presto... non è vero?

GIORDANO. Presto... secondo. Quando anch'io sarò pronto. Ormai, son
giù di esercizio, ho tutto dimenticato; anche i miei studii. Una
conferenza, specialmente la prima, a Bologna, all'Università! Credi,
cara mia, una conferenza, una vera e bella conferenza, costa assai più
d'un libro.

EMMA (_con entusiasmo_) Lo credo! (_carezzevole, consolandosi,
rianimandosi_) Dunque, non si parte... così subito?

GIORDANO. No, ma... (_guardandola: accarezzandole i capelli con aria di
affetto paterno_) Intanto ho bisogno di molto raccoglimento, di quiete
assoluta, per poter riordinare le mie idee. Dunque, figliuola mia...
(_s'interrompe sorridendo_).

EMMA (_lo guarda: è la prima volta dopo il matrimonio che la chiama
«figliuola mia». Sorride anche Emma_).

GIORDANO. Dunque, mentre io dovrò passare le mie ore a leggere, a
scartabellare, a consultare carte e documenti, tu pensa un pochino
alla casa. E, finchè c'è tempo dinanzi a noi per far tutto con garbo
e con comodo, pensa anche ai preparativi della partenza. Ricordati
che di queste faccende io non me ne occupo affatto. Non so fare; e
poi, ho altro in mente. Quando ho preso con me le mie carte, basta.
(_Sfiorandole appena i capelli con un moto rapido delle labbra:
poi, subito, con serietà e imponenza, allontanandola da sè_) Ed ora,
figliuola mia, non c'è tempo da perdere. Bisogna rispondere a Bologna,
a Napoli, a Roma. — Parla.

Emma (_lo guarda, interrogandolo, coi grandi occhi incantati_).

— Parla! Che cosa? Devo rispondere di sì, o di no?

— Sì, sì, sì! Devi rispondere di sì! Oggi stesso! Subito! Ma pensa, io
sono tanto fiera di te! Così contenta, così beata, di saperti ammirato,
apprezzato, desiderato! Io che ti amo per te, e che ti adoro perchè
sei così superiore a tutti gli altri! Io che vivo della tua gloria; la
respiro come l'aria; mi fa bene! So che non ho nemmeno il diritto di
volerti tutto per me! Il tuo cuore, sì, non è vero? (_gli mette sul
cuore la piccola manina bianca, ingemmata_) Questo, sì? Tutto, tutto
mio! Ma lì (_col ditino, graziosamente, tocca la fronte del marito_),
lì... ha diritto anche l'Italia... e tutti i popoli civili! Tutti i
contemporanei e tutti i posteri! (_ride, e, guardandogli la bocca e
i denti bianchi, ha una voglia ardente di dargli un bacio: poi torna
seria_). Come avrei rimorso di darti un dispiacere, così avrei pure un
gran rimorso di farti sacrificare, per un mio capriccio, per me sola,
un'ora di lavoro. (_Appoggiandosi, abbandonandosi tutta sul suo petto_)
Sento che sarei indegna di te; che non meriterei più... (_guardandolo,
con uno sguardo lungo senza alzare il capo, fissando ancora la bocca di
Giordano e sospirando_) più, più... più nemmeno un bacio!

GIORDANO (_serio, calmo, dignitoso: sollevando Emma colle due mani,
tenendola ritta, un po' discosta_) Allora, se devo rispondere, lasciami
andare.

EMMA (_tenendolo per un braccio_) Sì! Va! Va! Ma va!

GIORDANO (_con gravità_) Lasciami andare davvero; si fa tardi per
la posta. (_Assumendo un'aria paterna_) E poi, anche tu, cerca di
occuparti, come ti ho detto, cerca di far qualche cosa. Sei ancora
troppo giovane per restare tutto il giorno a dondolarti in ozio. Guai,
abituarsi! Finiresti come le donne turche, o, come tua madre, a passar
tutta la vita sdraiata sopra una poltrona. Bisogna muoversi, camminare,
stancarsi qualche volta, stare in esercizio colla mente e col corpo.
Mentre io sono nel mio studio, per esempio, a lavorare, tu dovresti
fare qualche bella passeggiata, arrampicarti su per il bosco.

EMMA. Piove.

GIORDANO. Non dico per oggi; ma per un altro giorno. E poi, leggi
qualche cosa; mettiti un po' al corrente colle ultime pubblicazioni,
colle novità più importanti. Pensa che a Bologna, a Napoli, a Roma,
devi vivere con me in un mondo intellettuale! Quand'eri ragazza, mi
piaceva tanto la tua passione per i fiori; occupati del giardino.

EMMA (_guardandolo con un sorrisetto assai espressivo, tra il timido ed
il birichino_) Piove.

— Piove oggi, ma non pioveva ieri e, speriamo, non pioverà domani. Sona
un po'. Hai fatto malissimo a trascurare il pianoforte. Sai quanto ci
tiene anche il papà! Sonami qualche cosa. Io di là, mentre scrivo, ti
sento e mi diverto; mi fa tanto piacere!

EMMA (_carina molto: ricordando il loro primo colloquio, la sera del
concerto e guardandogli sempre quella bocca, che vuol far la cattiva,
e i denti bianchi_) Sonerò le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Vuoi?

GIORDANO (_che non può più lottare contro il sonno: senza capir
niente_) Ma sì, appunto! Sona qualche cosa! Quello che vuoi! Per me
fa lo stesso! Io penserò che sono le tue manine care (_le bacia, una
dopo l'altra_) e sarà per me uno squisito godimento spirituale. (_Fa di
nuovo per avviarsi verso lo studio_).

EMMA (_lo lascia andare fin quasi sull'uscio, poi gli corre dietro e lo
ferma ancora_).

GIORDANO. Ma che hai, cara? Perchè mi guardi così? Piangi? (_colla voce
un po' alterata per un principio di collera_) Ma che cosa vuoi, infine?
Ebbene, risponderò a Bologna, a Napoli, a Roma, risponderò di no! Ma,
o sì o no, devo rispondere; non sono un ineducato! — Lasciami andare!

EMMA. Sì! sì! Non ho detto di sì? Va subito a rispondere di sì! Voglio!
Non è questo! Non è questo che mi affligge, che mi rende melanconica,
triste...

GIORDANO. E allora? Che cosa?

EMMA (_balbettando_). Che dolore, che gran dolore dover lasciare
l'Argentera! Dio, Dio! Pensandoci, mi sembra che in quel giorno in
cui dovrò partire finirà qualche cosa... una parte della mia vita! Che
dolore sarà quel giorno, per me... E per te, Nino?...

GIORDANO (_cogli occhi semispenti_) Anche per me, sicuro, un
grandissimo dolore! Ma torneremo, questa primavera. Persuaditi, cara
figliuola mia, per l'autunno, specialmente quando cominciano le piogge,
e qui poi non finiscono mai, non è un posto molto sano. La villa è
troppo bassa, e per ciò non può a meno di essere umida. All'Argentera,
per star bene, ci vuole il sole e il caldo.


Emma, malinconicamente, va al pianoforte, ma, senza più nemmeno
pensarci, non sona le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Sona
svogliata, distratta, una cosa qualunque, tanto per sonare, mentre
guarda dalla finestra: il giorno è diventato bigio, oscuro, triste.
Continua a guardare, continua a sonare, e quella pioggia, tutta quella
pioggia minuta, fine, silenziosa, che gocciola dai rami senza foglie,
le penetra, con un brivido, nelle ossa e nell'anima.

.... Giordano Mari, entrato appena nel suo studio, vi si chiude
dentro a chiave; mette uno sull'altro i cuscini del sofà; si sdraia
comodamente con un _oh!_ di sollievo e quasi subito si addormenta e
comincia a russare con un sottile fischiettìo.



II.

IL CICLO DELLE CONFERENZE.


A Bologna:

Giordano Mari ed Emma sono appena tornati all'albergo, dopo la
conferenza sui _Precursori della Rivoluzione_. Sono soli, nel loro
salottino particolare. Carolina, la cameriera di Emma, è andata
nell'altra stanza a preparare tutto l'occorrente per l'abbigliamento;
il conferenziere e sua moglie, i nipoti di S. E. il ministro
dell'istruzione pubblica, sono invitati a pranzo dal prefetto.

GIORDANO MARI (_lasciandosi cadere di peso sul canapè, affranto
dall'emozione del grande successo_) Che entusiasmo! Perfino sulle
scale! Nel cortile! Sul portone! Un vero delirio! Che bravi giovani!
L'ho sempre detto! Nei giovani c'è molto da sperare! (_Asciugandosi il
sudore_) Mi hanno quasi commosso. E sì, che dovrei esserci abituato.

EMMA (_un po' incerta: un po' titubante: poi, finalmente,
arrischiandosi_) Ma... è stata ancora la tua conferenza... di Milano.

— Quasi; press'a poco. Nella seconda parte, per altro, ho detto molte
cose nuove. (_Con grande sicurezza_) Te ne sei accorta?

EMMA (_lo guarda, rimane convinta e risponde di sì. Poi, dopo un
momento — Carolina è sempre nell'altra stanza — corre a sedersi sulle
ginocchia del trionfatore, buttandogli le braccia al collo_). Come
parli bene! la tua voce è una musica, un vero incanto! E come sei
bello, tu solo, in alto, in mezzo alla folla muta, estatica! Io ti
adoro! E come mi piaci quando fai dell'ironia; quando ridi parlando.
Ridi. Ti prego, ti prego: ridi.

L'altro ride, ed Emma, finalmente, gli dà quel bacio che le era rimasto
sulle labbra per tutta l'ora della conferenza.

GIORDANO. Se non si cambia vita, figliuola mia, sarà un affar serio.

EMMA (_arrabbiandosi_) Hai promesso di non dirmi più _figliuola mia_.
Non mi piace. Mi è antipaticissimo!

GIORDANO. Vorrei soltanto persuaderti che se, per la conferenza mi
son valso, in parte, del materiale di quella di Milano, ciò dipende
dal fatto che non mi dai il tempo di studiare, di raccogliermi, di
coordinare i fatti, le idee, gli appunti presi. Insomma, per parlare
un'ora al pubblico bisogna avere la mente preparata, ben nutrita di
argomenti e sopra tutto riposata.

Emma lo guarda, e risponde: «Verissimo», ma come un'eco. Si ricorda
del loro primo colloquio in via San Paolo: «... Come parlo per un'ora,
potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito; le mie non
sono conferenze: io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire».
Fosse vero? Fosse proprio stata lei, all'Argentera, a fargli perdere
la freschezza della mente, l'agilità del pensiero, a intorpidirlo
nell'ozio? Che rimorso sarebbe questo per lei! Che gran rimorso!

GIORDANO. A che pensi, carina?

EMMA. A Napoli. Per Napoli, preparerai una bella conferenza tutta nuova?

GIORDANO (_subito: pigliando la palla al balzo_) Ma... secondo.
Bisognerebbe indurci a compiere un ben penoso sacrificio.

— Lo farò! Lo farò!

— Tu dovresti ritornare a Milano, dalla mamma, ad aspettarmi.

EMMA (_spaventata_) Ritornare a Milano?.. Sola?

GIORDANO. Diversamente, con te vicino, mi conosco. (_Abbracciandola
teneramente_) Tutti i più bei proponimenti sfumano.

EMMA (_disperata_) Senza te? Senza te? Ma Nino, Nino mio, come potrei
vivere un giorno, soltanto un giorno, senza di te? Ma ti par possibile?
Lo credi possibile? Piuttosto ripeti la conferenza di Milano anche
a Napoli!... Napoli, come studii, come centro letterario, non è più
importante di Bologna.

GIORDANO (_tanto per cominciare a mettere i piedi innanzi_) E poi?
Quando saremo a Roma?

EMMA (_agitata, impressionata, inquieta_) A Roma? A Roma?...

— Alla Palombella. Lo zio mi ha scritto che c'è già un'aspettazione
vivissima.

— Ma per Roma c'è tempo! Sì! Sì! Sì!... Per Roma, preparerai la seconda
parte del tuo ciclo; una conferenza nuova, bella, la più bella di
tutte! Me lo devi promettere. Prometti?

GIORDANO (_sorridendo con molta diplomazia_) Io, per me, te lo
prometto. Ma... Sai bene. Non dipende solo da me.

A Napoli:

A Napoli, prima ancora del conferenziere, ottiene un trionfale successo
sua moglie, la nipote del ministro Albertoni, la ricchissima signora
milanese: — Una Dionisy!

Giordano ed Emma sono arrivati a Napoli di lunedì; ma la conferenza non
sarà tenuta, alla Filarmonica, altro che la domenica dopo. Emma non è
mai stata a Napoli; per questo, gli sposi hanno anticipato di alcuni
giorni il loro arrivo.

L'espansiva cordialità meridionale si è rivolta, spontaneamente, alla
giovine signora, così bella e così elegante; così gentile, amabile,
briosa. Fra il gran codazzo della gente seria, che circonda l'illustre
pensatore per via dello zio Eccellenza — professori, artisti, letterati
di carriera; qualche vecchio tarlo della burocrazia, qualche giovane
postulante, con una raccomandazione da fare, od una parola da far dire,
una croce od una commenda da ricordare, un posto od un avanzamento
da ottenere — e fra la schiera giocondamente disinteressata degli
«elegantissimi», pieni di quattrini, di spirito e di titoli risonanti,
che fanno la corte alla moglie — si è formata attorno ai coniugi
Mari una folla, una vera folla, solo intenta ed instancabile nel
festeggiarli, nel rendere loro ancor più gradita, più splendida e più
simpatica la proverbiale ospitalità napoletana.

Si aspetta con ansietà rumorosamente cortese la conferenza alla
Filarmonica; ma intanto tutti corrono affaccendati vicino ad Emma,
smaniano e perdon la testa per lei, la donna «ideale», la «soavissima»,
la «splendida milanese», la «magnifica lombarda», «la divina»,
l'«incantatrice».

Ed Emma? Emma è felicissima; è un sole raggiante. Essa vede che tutto
ciò lusinga l'amor proprio di Giordano; che tutto ciò lo rende più
allegro e più amoroso, ed è lieta del suo trionfo, è contenta di
piacere perchè così sente, capisce di piacere molto di più anche a suo
marito.

Egli infatti la guarda, sorridendole, con intimo compiacimento, come
scoprendo in lei nuove bellezze, come se si accorgesse adesso, per la
prima volta, che sua moglie è bella assai.

All'Argentera erano soli; a Milano, Emma vi era nata, vi era cresciuta;
che fosse bella non era mai stata una novità per nessuno, nessuno
quasi ci badava, e però aveva finito col non badarci, o quasi, anche
suo marito. E, come prima, donna Fanny avrebbe perduto per lui tutto
il piccante della buona avventura e non sarebbe stata altro che una
faticosa servitù senza le feroci gelosie di Guido Bardi; così adesso,
quando egli rientra la sera all'_Hôtel des Étrangers_, e il tedesco
di guardia chiude la porta in faccia a tutta quella folla desolata
ed invidiosa degli adoratori di sua moglie, egli sente il bisogno di
stringere più forte il braccio di Emma e di dirle con passione: Sei
mia, tutta mia, soltanto mia.

E poi all'Argentera, in quelle ultime settimane, faceva freddo... e a
Napoli continua a far caldo; all'Argentera era inverno e a Napoli una
perpetua primavera; all'Argentera pioveva e a Napoli brilla il sole;
all'Argentera c'era il Monterosa che intirizziva le gambe e a Napoli il
mare e lo scoglio di Frisio che invitavano a cantare «Santa Lucia...».

E poi... Giordano Mari le pensava tutte. Non sarebbe stato bene
prepararsi la scusa di Napoli per il caso che a Roma non fosse stato in
grado per la seconda conferenza del famoso ciclo? Già, era più per Emma
che gli premeva, non per il pubblico. Lo conosceva bene il pubblico
delle conferenze: beve grosso. Basta parlar forte e non fermarsi
mai... Quelli che stanno a sentire non sanno fare altrettanto... e,
maravigliati, battono le mani.

Ma a Napoli, proprio a Napoli, gli succede per la prima volta di
confondersi, di incespicare: ad un dato punto deve fermarsi. Il
periodo gli sfugge ed egli rimane a bocca aperta, colla sua mente,
colla sua memoria smarrite dinanzi al vuoto. È il balbettamento,
l'ingarbugliamento d'un attimo; salta tutto Diderot, si riprende con
Rousseau, e la conferenza finisce con un'imponente ovazione... venti
minuti prima.

Nessuno, meno Emma, se n'è accorto; ma Giordano ne rimane assai
impressionato, tanto più che la sonnolenza, sparita appena a Napoli,
gli ricomincia, improvvisamente, più grave, come un affanno, come una
pena, e il dolorino della nuca, rode, rode, continua a rodere.


GIORDANO (_ad Emma: l'ultima sera che restano a Napoli: invece di
tenersela a braccetto, la lascia andar avanti sullo scalone dell_'Hôtel
des Étrangers_ e le tien dietro, faticosamente, appoggiandosi,
tirandosi su per la ringhiera_) A me quest'aria calda del mare, questo
continuo scirocco dà maledettamente alle gambe. E a te?... No?

EMMA (_voltandosi in alto, sulla scala: tutta illuminata dalla luce
elettrica, bella come la salute, la giovinezza e l'amore_.) No. Io
mi sento benissimo! Mi piace tanto Napoli! (_Sorridendo a suo marito
che si è fermato sulla scala, qualche gradino più giù, per tirare il
fiato_) «Oh dolce Napoli... Oh suol beato!»

GIORDANO (_brontolando_) Ed io non vedo l'ora di essere a Roma.


Il giorno dopo, alle due, alla partenza del diretto per la capitale,
tutta la corte di Emma e di Giordano Mari si trova alla stazione, sotto
la tettoia, per i saluti. Gli adoratori di Emma le hanno riempito
il _coupé_ di fiori; gli ammiratori dell'illustre conferenziere gli
hanno gonfiato le tasche a furia di giornali colle recensioni, le
note, i dispacci che riportano il grande successo dei _Precursori_
alla Filarmonica. Giordano Mari vuol darsi l'aria di non leggere i
fogli politici altro che per avere le notizie d'Africa, ma invece ne
è ghiotto, smanioso. Li scorre tutti colla speranza, coll'ansia di
trovarvi il suo nome; e gli articoli più favorevoli se li fa leggere ad
alta voce da Emma.

_Un giovane «novelliere e pubblicista» che si è già raccomandato per
un posto di professore, anche straordinario, alle scuole tecniche: gli
si avvicina presso il predellino del vagone con aria di mistero:_ Una
parola. Scusate, commendatore.

GIORDANO (_gli sfugge un primo moto di noia, ma poi, dissimulando,
scende dal predellino e lo piglia affettuosamente sotto braccio per
sentire_).

_Quell'altro_ (_sempre più misterioso_) Voi, con Pietro Schiavino ci
avete del rancore?

— Pietro Schiavino? Chi è?

— Il direttore del _Popolo_.

Mentre Emma faceva la sua toeletta la mattina o si abbigliava la sera
per il pranzo, senza dir niente nè a lei nè a nessuno, Giordano Mari
aveva fatto la sua brava visita a tutte le redazioni dei giornali; però
egli domanda assai meravigliato:

— Come, c'è un giornale che si chiama il _Popolo_ a Napoli?

— No; è un giornale di Roma; un giornale radicale.

GIORDANO MARI (_con aria olimpica, stringendo sprezzantemente le
labbra, ma col cuore che gli batte forte_) Io non mi occupo affatto di
giornali; non ho tempo. Bisogna che me li mandino e che qualcuno me li
faccia vedere.

— Pietro Schiavino è assai popolare a Roma, e il _Popolo_, quantunque
ai suoi primi numeri, ha una bella diffusione.

— Che cosa dice di me?

— È un attacco sanguinoso. Si capisce che si sta preparando una guerra
a coltello contro di voi. Forse perchè siete nipote di Sua Eccellenza.

— GIORDANO MARI (_con la voce alterata_) Già; questo zio ministro è un
bel regalo di mia moglie!

— Io vi sono amico dichiarato, e mi vanto un grande ammiratore vostro
anche in mezzo ai vostri nemici.

— Nemici? Io non credo di averne.

_Quell'altro_ (_cupo, e più sottovoce: come fosse per svelare una
congiura_) Moltissimi. Ma voi non dovete temere. Non ci dovete manco
pensare. Siete tanto forte, voi! Tanto grande! — E accettate un mio
consiglio. Vi accorgerete presto che io vi voglio bene veramente: più
assai di tutti costoro! (_accennando alla folla che circonda Emma_)
Più assai! (_Dandogli il_ Popolo _col titolo piegato, nascosto_) Non lo
dovete leggere questo giornale, lo dovete stracciare! E, sopra tutto,
state bene attento che qualcuno di questi falsi amici vostri non lo
faccia leggere a donna Emma.

... Il treno, finalmente, si muove, parte: tutti salutano alzando
i cappelli, sventolando i fazzoletti, e gridando: «Arrivederci!
Arrivederci!» — L'espansione di quest'ultimo addio è straordinaria.

EMMA (_dopo essere rimasta un pezzo col capo fuori del finestrino,
rientra ancora tutta rossa, tutta commossa e comincia a levarsi il
cappellino_).

GIORDANO (_si è già accomodato, rincantucciato nell'angolo opposto, col
pensiero fisso, inquieto, nel numero del Popolo che ha in saccoccia e
che brucia di leggere; ma non si arrischia per timore di Emma_).

EMMA (_con entusiasmo pei suoi napoletani_) Quanto sono buoni! E come
ti vogliono bene!

— Anche a te, mi pare.

— Torneremo a Napoli? Mi ricondurrai a Napoli, non è vero?

— Torneremo; ma, intanto, se alzi il vetro del finestrino, mi fai
piacere. In questo maledetto paese, non si sa mai se fa caldo, se fa
freddo, quando è estate, quando è inverno: fa un po' di tutto tutti i
giorni.

EMMA (_correndo a sedersi sulle sue ginocchia_) Non essere cattivo
colla mia Napoli! L'amo tanto! (_Cantando sottovoce e baciandolo sui
capelli_) «Napoli! Napoli!... Oh dolce Napoli!»

— Dovresti fare una cosa.

— Che cosa, Nino?

— Dovresti prenderti un angolo tutto per te sola; così si sarebbe in
due a stare più comodi.

Emma si alza e si allontana mortificata, senza dire una parola.

GIORDANO (_premendosi la nuca_) Ho il mio solito mal di capo. La
conferenza di ieri mi ha stancato assai. Scusami.

Silenzio. Giordano Mari, mettendosi la berrettina da viaggio, lancia
un'occhiata a sua moglie: Emma, seduta immobile, al suo posto, guarda
ostinatamente dal finestrino. Giordano pensa che quello è forse il
momento opportuno per leggere il _Popolo_. Forte:

— Emma! (_chiamandola_) Emma! Vuoi leggere qualche giornale?

EMMA (_alzandosi e correndo accanto a suo marito con una gran voglia di
far la pace_) Parlano della tua conferenza?

— Sì, prendi; il _Mattino_, il _Corriere di Napoli_, il _Don Marzio_,
il _Fortunio_.

— Leggo io?... Ad alta voce.

— No, ti prego! Ne ho abbastanza di conferenze, di giornali, di
articoli. Dicono sempre le stesse cose! Non ne posso più! Lasciami
un momento tranquillo, te ne prego! (_Premendosi la nuca_) Sai bene,
quando ho il mio dolore nevralgico, se posso chiudere gli occhi un
momentino, anche senza dormire, mi passa subito.

EMMA (_alzandosi lentamente, svogliatamente_) Allora, se mi prometti
proprio che passerà... me ne vado coi miei giornali. Addio.

— Addio.

— Salutami... almeno. (_Gli stende la mano_).

GIORDANO (_baciandogliela per far più presto_). Ciao.

EMMA (_cantando_ «Oh dolce Napoli!» _va al suo posto. È inquieta: ci
sono le mosche e il sole che le dànno noia; poi si alza di nuovo perchè
la tendina del finestrino non vuol calare; si arrabbia, soffia, sbuffa,
pesta i piedi. Finalmente torna a sedersi, apre un giornale e cerca
l'articolo_). Nel _Don Marzio_ non c'è niente?

— Sì, in terza pagina!

EMMA (_che ha un prepotente bisogno di muoversi e di parlare_) In terza
pagina! (_Volta e rivolta tutto il giornale_) Dov'è la terza pagina?

— Prima della quarta.

EMMA. Ecco! ecco! _Conferenze e Conferenzieri._ (_Comincia a leggere ad
alta voce_) «Giordano Mari, il più efficace, il più colorito e certo
il più impressionante dei nostri oratori, il prosatore illustre, il
filosofo critico della storia e della... »

GIORDANO (_interrompendola per farla tacere_) Sst!.. Emma... Emma... Ti
prego.

Emma continua a leggere, ma a bassa voce: Giordano, piano piano, si
leva il _Popolo_ di tasca, lo apre e trova subito l'articolo. È un
assassinio, addirittura. È un attacco fierissimo, sanguinoso; una
demolizione spietata, completa. Giordano Mari è fatto a pezzi, a brani,
senza pietà, senza misericordia, come conferenziere, come scrittore,
come storico, come critico, come erudito, come uomo. E nemmeno gli vien
risparmiato il ridicolo: è chiamato «il _Gigione_ dell'eloquenza»,
il «rigattiere della filosofia e della critica». Sono citati autori
da lui «saccheggiati» per la sua conferenza, le intiere pagine del
Michelet, del Fouillée, del Taine, sopra tutto del Taine — oh quel
Taine... Giordano Mari finisce coll'odiarlo. — E l'articolo, poi, così
conclude: «Altro che _assimilazione_! altro che _plagio_! Un ladro!
Un vero ladro! Un ladro sfacciato fino all'incoscienza e imprudente
fino alla stupidaggine!... E questo enorme _kakatoa_ predicatore,
questo fanfarone della sincerità, è tutto falso. Falso come scrittore
e falso come artista; falso come filosofo e falso come critico; in una
cosa sola è tutto vero, è tutto lui: nell'essere il mantenuto di sua
moglie».

Giordano Mari diventa pallido, verde. Prima lo piglia uno sgomento
strano; gli sembra che tutto il mondo debba aver letto quell'articolo,
che tutti debbano saperlo a memoria, e quasi quasi non vorrebbe mai
arrivare alla stazione di Roma per paura d'esservi fischiato. Poi
quest'impressione si dilegua, a mano a mano gli subentra la stizza,
la collera contro quello scriba spropositato, contro quel volgare
diffamatore.

EMMA (_intanto ha letto tutti i suoi giornali: si volta e lo guarda_)
Ho finito.

Giordano, per il rumore del treno, e sempre assorto nella lettura
del _Popolo_, non sente, non risponde. Emma allora gli si avvicina,
allungandosi sui cuscini del sedile e cerca di leggere il titolo del
giornale:

— _Il Pop... il Poppolo!_

L'altro si scuote, dà un balzo e piega subito il giornale.

EMMA. Lasciami vedere anche il _Popolo_. Che cosa dice della conferenza?

GIORDANO. Niente. Ancora non ne parla. È il numero d'ieri.

EMMA (_ostinandosi più per chiasso che per altro_) Lasciami vedere.

GIORDANO. È un numero vecchio, ti ripeto.

EMMA (_tentando di strappargli il giornale di mano_) Voglio vedere.

GIORDANO. No: è un capriccio!

EMMA. Voglio! Voglio! Voglio! (_Afferra il_ Popolo, _l'altro lo tira
con forza, il giornale si rompe_) Oh, scusa!

GIORDANO (_gridando forte_) _Voglio_ è una parola che non mi
accomoda!... Ricordalo bene!

EMMA (_spaventata_) Scusa! Ti domando scusa!

GIORDANO (_strappa il pezzo del giornale che Emma, attonita,
smarrita, tiene ancora fra le mani, lo straccia col resto e lo
butta dal finestrino_) E questo ti serva di lezione! (_A mano a mano
arrabbiandosi sempre di più e sfogando con Emma la sua ira, la sua
collera contro Pietro Schiavino_) E dovresti aver capito una buona
volta che ormai sono stufo, stufo, stufo!

EMMA (_gli occhi pieni di lacrime, le mani giunte, tremando,
balbettando_) Scusa... scusa, ti domando scusa.

GIORDANO. Sono stufo di smorfie, di leziosaggini; di trovarmi tra i
piedi una bambola, una _bébé_! Hai passato i vent'anni, sei una donna,
viva Dio!... Finiscila di essere ridicola!

EMMA (_scoppiando in lacrime_) Scusa... scusa... ti domando scusa!

Il treno arriva a Teano: si ferma un momento, poi riparte subito.
Giordano Mari intanto si è calmato: guarda Emma, che continua a
piangere: è pentito, è dolente, le stende la mano:

— Facciamo la pace?...

EMMA (_balbettando più forte, perchè si sforza per trattenere le
lacrime_) Scusami... tanto... tanto.

GIORDANO. Ma no, cara; anzi, sono io che ho avuto torto. Ho avuto uno
dei miei impeti nervosi. Ti prego, se mi vuoi bene, non piangere più.
Vieni invece a darmi un bacio.

Emma corre, ma quando si sente stretta fra le braccia di suo marito ha
un altro scoppio di lacrime.

GIORDANO (_accarezzandola, baciandole i capelli_) Perdonami; sono io
che ti domando perdono. La colpa di tutto è che tu... sei tanto più
giovane di me. Io, per altro, sotto questo punto, non ho rimorsi.
Te l'ho detto... a suo tempo. Non sto bene: mi sento nervoso; la
conferenza di ieri mi ha stancato molto; per questo sono facilmente
irritabile, irascibile. Ma poi mi passa subito, e finisce sempre che
chi ne soffre di più sono io. Asciugati le lacrime, adesso; ridi; così;
brava! Se lo zio, si sa mai, ci fosse venuto incontro e ti trovasse
cogli occhi rossi, chissà che cosa mai potrebbe credere. Mi vuoi bene?

— Sì.

— Ancora come prima?

— Sì.

— Non hai bisogno di niente? (_Indicandole una piccola valigietta nella
reticella_) Vuoi una menta? Un cioccolatino?

— No.

— Un grano di zucchero, immollato in un dito di cognac?

— No, grazie.

Un altro momento di silenzio, poi un grosso sospiro di Giordano che
finisce in uno sbadiglio.

— A Roma, avrò molto da fare. Aspetterò magari anche un paio di
settimane; ma darò la seconda conferenza del mio ciclo. Il difficile
sta nel ricominciare. Ho lavorato tanto, e avrei bisogno, adesso, lo
sento... (_Un altro mezzo sbadiglio_) di riposarmi un paio di mesi;
anche tutto l'inverno. Non sai quanto mi è costato l'_Ambrogio_?...
E il lavoro logora... esaurisce. (_Emma gli ha posato la testina sul
petto: Giordano resta troppo incomodo per dormire_) Non si arriva a
Roma che alle otto. Non ti senti voglia di riposare una mezz'oretta?

EMMA. Riposo qui.

GIORDANO. Ma qui, cara, non sei comoda. Aspetta... (_Tirandola su;
sorridendo_) Aspetta e lasciami fare. Vedrai come starai bene. Farai
una dormitina deliziosa. Così. Poi, a Roma, non sarai stanca. Andremo
fuori a pranzare, a passeggiare. (_Mentre parla, ha quasi portato
Emma in un angolo del vagone. L'ha distesa sul sedile: le ha messo un
piccolo cuscino sotto la testa: poi torna al suo posto, si accomoda,
distende le gambe e subito si addormenta: dopo un momento gli cade
la testa sul petto e comincia a russare colla bocca storta, la faccia
stanca, livida_).

Emma, coi grandi occhi spalancati, lo guarda senza muoversi; le par
d'essere sola sola in quel vagone che corre traballando, attraversando
paesi a lei sconosciuti, così melanconici e foschi, in quell'ora del
tramonto.



III.

ALLA MINERVA.


Gli sposi, la sera del loro arrivo a Roma, non possono veder lo zio,
impegnato col presidente del Consiglio: gli fanno un'improvvisata al
Ministero, la mattina dopo.

S. E. ALBERTONI (_sciogliendosi dall'espansivo e straordinario
abbraccio di Giordano, per guardar la nipote_) Tu?... Saresti proprio
tu?... La piccola e impertinentissima Emma, colle dita sempre sporche
d'inchiostro?

EMMA. Non è vero... Guarda (_gli mette sotto il naso due ditini
affusolati e profumati che il galante ministro non può a meno di
baciare, odorandoli come un fiore_).

— Sei diventata più grande e più... (_ammirandola in tutto il
complesso_) e più, diremo col nostro grande Manzoni, _ma-es-tosa_!
Quella bellezza _morbida_ a un tempo e maestosa che brilla nel _bel_
sangue lombardo!

S. E Albertoni, entrato nel Ministero per «l'equilibrio regionale» e
per il giuoco e il passaggio dei portafogli capitato alla Istruzione,
mentre forse si sarebbe trovato meno peggio all'Agricoltura, sperava
ancora di cavarsela bene a furia di citar Manzoni a orecchio.

GIORDANO (_tutto zucchero candito_) Ma intanto non vi siete ancora
abbracciati.

SUA ECCELLENZA (_con qualche esitazione, a Giordano_) Dunque... si può?

GIORDANO (_lasciandosi trasportare: con troppa enfasi_) Ma sempre!
Quanto vuoi!

Sua Eccellenza, subito, abbraccia Emma con molto entusiasmo.

EMMA (_un po' nervosa_) Ma basta! Guarda cos'hai fatto!

_Sua Eccellenza_ (_vedendole il cappellino tutto storto: con malizia_)
Credo, pur troppo, che ormai si sarà abituato quel cappellino a certe
scosse.

EMMA (_sorridendo_) Perchè _pur troppo_?

— Perchè se avessi potuto immaginare la tua predilezione per le persone
serie, mi sarei fatto avanti anch'io.

EMMA. E avresti sentito un bel no. (_Con una risata e senza badare alle
faccie che le fa Giordano per raccomandarle di essere gentile_) Zio e
nipote? Mai più! Non mi piace! No! No! No!

GIORDANO (_un po' inquieto_) Emma! Emma!

Emma continua a ridere fissando lo zio, che continua pure a sorridere
con una cert'aria motteggiatrice e conquistatrice: Emma, per la
prima volta, l'osserva, lo studia, non più come nipote, ma come donna
maritata, e conclude, fra sè, che bisognerà guardarsi da quello zio
Eccellenza. È, infatti, una bella figura d'uomo, alto, snello, con una
faccia resa espressiva e intelligente, dai folti capelli ben pettinati,
molto più grigi della barba. Un tipo aristocratico, elegante, come
la mamma. Un tipo all'inglese: e la sua vanità, infatti, di ministro
italiano, è di essere chiamato un uomo di Stato all'inglese.

_Sua Eccellenza_ (_sempre sotto l'attento esame della nipote_) E così?

EMMA. E così, perchè sei diventato ministro, non credere, signor zio,
di poter fare il.... Richelieu!

L'Albertoni, che oltre ai _Promessi Sposi_ ha letto anche _I Tre
Moschettieri_ e la _Chronique de l'œil-de-bœuf_, è abbastanza
soddisfatto della risposta, e subito vuol condurre Emma a colazione al
Caffè di Roma, dove non si occupa di Giordano altro che per presentarlo
come _il marito di mia nipote_» — Ma Giordano Mari, che sa la vita,
se ne contenta. Lo zio ministro, parecchi altri membri del Gabinetto,
i pezzi più grossi del Parlamento, tutti si riscaldano, ringiovaniti
e ringalluzziti, attorno a donna Emma e perciò un solo pensiero lo
turba, lo inquieta: Pietro Schiavino, direttore del _Popolo_. Tutto il
resto è chiaro; basta guardare sua moglie: va a vele gonfie! Ma Pietro
Schiavino? Come fare per cavar i denti a quel cane idrofobo?

— Sentirò _mio_ zio.

E, infatti, nell'uscire dal Caffè di Roma, e mentre Emma, sempre
allegra e ridente, cammina innanzi, tra un sottosegretario e un
consigliere di Stato, gli riesce di restare indietro, pigliandosi a
braccetto lo zio Eccellenza.

— Ascolta: una parola.

_Sua Eccellenza_ (_guardandolo con diffidenza_) Anche tu, avresti
subito qualche raccomandazione da farmi?

— No, mai. Io non ti raccomanderò, dato il caso, altro che me stesso!

— Benissimo! Si tratta della conferenza o della cattedra?

— Della conferenza, per il momento. (_Più sottovoce, per non farsi
sentire da Emma e nemmeno dall'ombra di Pietro Schiavino_). Posso
sperare nell'intervento della Regina?

— Non è molto facile; ma tenteremo. S. M. adesso deve recarsi a Napoli
per alcuni giorni.

GIORDANO (_contento_) Benissimo: aspetteremo dopo.

— Dopo o prima. Insomma... si vedrà. Soltanto, forse, potendo ottenere
questa particolare distinzione, bisognerebbe attenuare, almeno in
parte, assopire, diremo, la retorica giacobina. Pensa un po' anche
ai miei colleghi di Gabinetto! (_Vivamente_) Non devi venire qui,
proprio a Roma, a farmi strillare i _galli_ di Renzo! (_In fretta, per
allungare il passo e raggiungere la cara nipote_) Ne riparleremo più
tardi.

GIORDANO (_trattenendolo_) Ho anche bisogno di un tuo consiglio, a
proposito di una tirata velenosa del _Popolo_ contro la mia conferenza
di Napoli. L'hai letta?

— Misericordia! Non arrivo in tempo nemmeno a leggere tutte le tirate
velenose contro di me!

— Quel Pietro Schiavino dev'essere un gran farabutto!

_Sua Eccellenza_. No. (_Sospirando_) Pur troppo! Il mio prudentissimo
consiglio è di fingere di non aver letto niente.

— E se continua ad attaccarmi? O se ricomincia dopo la conferenza di
Roma?

— Tu non mutar sistema: fingi sempre di non leggere il _Popolo_.

GIORDANO (_riscaldandosi_) Ma se lo legge mia moglie? Pensa, povera
donna che impressione, che colpo, che dolore! Se mi secca, se lo temo
anche questo maledetto Schiavino, è per Emma, soltanto per Emma!
Per me? Figurati! Io sono nell'arte e nella filosofia sopra tutto
sincero, e me ne infischio dei _Popoli_ civili e incivili? Ma Emma,
povera creatura! È tanto sensibile; ancora tanto gracile sotto la sua
apparente floridezza! Se si mette a piangere, fa una malattia. Me lo
ha tanto raccomandato anche il suo dottore. «Bisogna evitarle non solo
i dispiaceri, ma persino la più piccola contrarietà». (_Stringendolo
sotto il braccio con effusione_) Cerchiamo, cerchiamo insieme. È così
buona! Così cara! Se fosse possibile trovare, in qualche modo, il
giro... la persona per poter indurre quel tanghero temerario dello
Schiavino a lasciarmi in pace.

_Sua Eccellenza_ (_dopo aver guardato fisso Giordano, stringendo
le labbra e scrollando il capo_) Impossibile! (_Con amarezza_) Si
dice tanto male delle canaglie: eppure, quasi direi, in moltissime
circostanze speciali, un galantuomo è ancora la peggiore disgrazia che
ci possa capitare!

L'Albertoni e Giordano Mari continuano in silenzio per un lungo tratto
del Corso. Sono assorti, rispettivamente, nei loro gravi pensieri.
Tuttavia, il tenero marito rivolge di tanto in tanto, con un sospiro,
un'esclamazione affettuosa verso la moglie, che cammina sempre dinanzi,
dritta e svelta, col suo passo ritmico, sicuro, risonante, fra i due
onorevoli che le fanno la corte; e lo zio ministro, pure di tanto in
tanto, lancia qualche occhiata d'investigazione al bel profilo della
nipote, così elegante, così prosperosa e così slanciata. E appena Emma
alza un po' la veste, ne ammira i bei piedini; e certe volte tra il
voluttuoso fruscìo delle sete intravede — sono rapide apparizioni — il
primo contorno, sottile e forte, di una gamba superba... capitolina.

_Sua Eccellenza_ (_d'un tratto, fermandosi di colpo e fissando Giordano
che si ferma a sua volta_) L'onorevole Cogoleto! Forse ho trovato
l'uomo, il colonnello Cogoleto. Uno dei Mille. Ha salvato la vita a
Garibaldi. Repubblicano puro, ma non irragionevole. Perciò, ammaestrato
dalla conoscenza degli uomini, guidato dalla coscienza storica del
paese e anche per non perdere il collegio, ha votato ultimamente con
noi, che, se non altro, siamo personalmente e politicamente onesti. E
anche, come ingegno, tutt'altro che un Carneade! Col tempo, se non un
ministro, ne potremo fare un buon sottosegretario.



IV.

SUL CORSO.


La mattina dopo; è il secondo giorno che sono a Roma. Emma, già
vestita, già pronta per uscire, picchia all'uscio di suo marito. A Roma
vita nuova e camera separata, per poter preparare la seconda conferenza
del ciclo sui _Precursori della Rivoluzione_. La moglie ha il numero
31, il marito il numero 30. Le due camere comunicano fra di loro: ma
Giordano, prudentemente, per essere sicuro di non venir disturbato,
mentre studia e lavora, gira la chiave.

EMMA (_col capo chino vicino all'uscio del numero 30_) Sei pronto?

GIORDANO. Che cosa c'è? (_Si è appena alzato e non ha ancora finito di
vestirsi_) Ho scritto sinora. Adesso mi vesto.

EMMA (_tornando a picchiare con voce amorosissima_) Si può?

GIORDANO (_apre il calamaio, sparpaglia qua e là sul tavolino alcune
cartelle manoscritte, poi va ad aprire_) Buon giorno, cara!

EMMA (_buttandogli le braccia al collo_) Finalmente!

GIORDANO. Bada! Ho la barba bagnata. (_Si asciuga forte la faccia
soffocando e poi comincia in fretta a pettinarsi_).

EMMA. La cravatta te la fo io. Vedrai come sono brava!

GIORDANO (_molto dubitativo_) Vedremo. (_Spinge il collo verso Emma,
tenendosi le due mani sul fianchi_).

Emma, nel fargli il nodo, cerca di avvicinarsi sempre di più, mentre
lui si sforza per rimaner sempre alla stessa distanza.

— Così! Ecco fatto. (_Lo conduce dinanzi al grande specchio
dell'armadio_) Guarda; non sono famosa?

GIORDANO. Famosissima. Grazie.

EMMA (_abbandonandosi colla bella testolina ridente sul suo petto e
ammirandosi nello specchio_) E... (_più sottovoce_) non siamo molto
belli e molto carini.... così?

GIORDANO (_allontanandosi per mettersi il gilet_) Bellissimi.

EMMA (_fa un sospiro un po' comico: gira per la camera: si ferma
dinanzi alle cartelle_) Oh, tesoro! Quanto hai scritto! (_Fa per
prendere una cartella_).

GIORDANO (_vivamente_) Non si tocca!

EMMA ritira la mano spaventata.

— Guai se io non trovo tutto al suo posto. Non mi ci... raccapezzo più!

Emma continua a girare per la stanza con le mani incrociate dietro
la vita, cantarellando a mezza voce e curiosando da per tutto, senza
toccar più niente: in fine, guardando ancora le cartelle:

— Hai finito?

— Che cosa?

— La conferenza.

GIORDANO (_offeso_) Finito? La conferenza? Così, in due o tre orette?
Come se si trattasse di scrivere la lettera per il Natale alla mammina
o al caro papà?!

EMMA (_rimane mortificata: poi arrabbiandosi, perchè vede suo marito
che ritorna a sedersi alla scrivania_) Ma io devo uscire! Ho tante
spese da fare. Devo passare dal Marchesini per il mio anello.

GIORDANO. Va pure. Ci ritroveremo qui, all'albergo, a mezzogiorno, per
la colazione. Devo uscire anch'io, ma per mio conto.

EMMA (_vivamente_) Non si va fuori insieme?

GIORDANO. Usciremo insieme più tardi. Faremo una bella scarrozzata.
Passeremo dal Colosseo, dalla tomba di Cecilia Metella.

EMMA (_facendo un po' il musetto, comincia a levarsi il cappellino_).

GIORDANO (_alzandosi e sospirando in aria di vittima_) Perchè, mio Dio?
Non ricominciamo coi capricci!

EMMA. Sola? Devo uscir sola?

GIORDANO. Sicuro! Non avrai già la pretesa che io perda il mio tempo...
dentro e fuori le botteghe di Roma!

EMMA (_timida, supplichevole_) Sola? Vuoi che vada sola... a girare per
Roma? Non sono mai uscita sola, nemmeno a Milano.

— Credo bene: eri ancora una ragazza. Ma adesso sei una donna maritata,
e ci vuol altro; devi abituarti.

EMMA (_avvicinandosi a suo marito, ridendo ed arrossendo_) E se mi
perdo? Se poi non mi troverai più... mai più?

GIORDANO (_con quella gravità che esige la circostanza_) Devi
abituarti, quando vai fuori, sola, a camminare diritta e svelta per
la tua strada, con quel bel contegno serio, composto, che impone il
rispetto. Se, per caso, incontri qualcuno di conoscenza, un cenno breve
del capo, e via, senza fermarsi. Regola generale. Una signora, quando
è sola, non deve fermarsi mai per la strada. Hai capito? (_Guarda
l'orologio_) Uscirò anch'io con te.

EMMA (_battendo le mani dall'allegrezza_) Bravo! Bravo! Come sei buono!

GIORDANO. Ti accompagnerò... (_appoggiandosi lui al suo braccio,
sorridendo_) anzi, mi accompagnerai tu, fino da Aragno.

— È lontano?

— Non molto.

EMMA. Che peccato! E che cosa vai a fare da Aragno?

GIORDANO. Sono aspettato dal deputato Cogoleto, che ti presenterò poi,
stasera, perchè verrà a pranzo con noi. Ha da chiedermi un favore.

EMMA. Che favore?

GIORDANO (_sfoggiando la sua grande superiorità_) Devi abituarti,
essendo ancora molto giovane, a non domandare, mai di più di ciò che ti
si dice.

EMMA (_sbuffando in un modo così comico e così carino che fa sorridere
anche Giordano_) Io devo abituarmi — tu ti devi abituare... — Auf! Come
diventi... pedagogico!

GIORDANO. Un uomo che sente altamente la delicatezza ed il rispetto
verso gli altri, non può dir tutto nemmeno a sua moglie... (_sempre
più teneramente, quanto più si avvicina verso l'uscio_) All'amata...
all'adorata... alla dilettissima.

EMMA (_fissando suo marito cogli occhi diventati umidi, lucenti per
l'improvvisa, dolcissima commozione_) Perdono.

GIORDANO (_offrendole il braccio_) Perdono? Di che?

EMMA. Sei così buono, così giusto, così grande. Perdonami, se non posso
arrivare fino a te. Fino a comprenderti subito... sempre.

GIORDANO (_stringendole la mano e baciandole i capelli_) Cara...
andiamo!

Emma è di nuovo felice; anche questa piccola nube è dileguata. Il cielo
si rasserena così presto a vent'anni! Essa si appoggia mollemente al
braccio di suo marito, e fa le scale; esce dall'albergo, attraversa
piazza Colonna e si avvia per il Corso, chiacchierando, cinguettando,
saltellando, allegra come l'allodoletta che frulla trillando sotto il
sole di Roma.

EMMA. È ancora distante, almeno, questo Aragno? Quel tuo... seccatore?

— No, cara. Ci siamo.

— Vieni ancora un pochino in giù. Sì! Sì! Sì! Nino mio! Nino caro!
Accompagnami soltanto fino dal Marchesini!

Giordano Mari accompagnerebbe sua moglie volontieri. È tanto...
straordinariamente bella! Tutti si voltano per guardarla, per
ammirarla. Egli capisce che anche a Roma sua moglie gli farà una grande
_réclame_. Guarda nel caffè Aragno: c'è già quell'altro che lo aspetta,
leggendo il _Don Chisciotte_.

GIORDANO (_con un sospiro: stringendo la mano ad Emma e guardandola con
una di quelle occhiate buone, tenerissime, che la trasportano tutta in
paradiso_) Non posso cara, carina mia! Ma mi sbrigo in fretta; passerò
anche un momento al Ministero dallo zio, per sentire un po' di questa
conferenza e, dopo, torno subito all'albergo.

EMMA (_tenendolo sempre per la mano_) Soltanto fino dal Marchesini....
Prego.

GIORDANO (_indicandole in fondo alla prima sala del caffè un signore
in tuba, magro, alto, con un vecchio soprabito nero e due lunghissimi
baffi verdi appuntiti, stecchiti_) Ecco il mio uomo!

EMMA. L'onorevole Coco...

— No, Co-co, Co-go: Cogoleto.

— Coco o Cogo: è un noioso seccatore!

— Spicciati anche tu col tuo Marchesini, colle tue spese, così faremo
colazione più presto.

EMMA (_sottovoce: fissandolo: sull'aria della ninnananna_) No, no; non
torno più all'albergo!... Più!... Non mi troverai più! (_Andandosene_)
Ciao per sempre!

— Gioia!... Cara!

Giordano entra da Aragno ed Emma prosegue per il Corso.

EMMA (_ricordandosi gli insegnamenti di suo marito e camminando
in fretta lungo il marciapiede con quel bel contegno che impone il
rispetto: fra sè, riepilogando tutto ciò che ha da fare_) Prima di
tutto da Marchesini: da Marchesini per farmi stringere l'anello del
babbo — del mio babbo tanto buono. Poi? Poi da Janetti per comperarmi
un ombrellino... se ne trovo uno molto bello — se no, no. Poi da
Cagiati, per vedere un piccolo servizio da the per il viaggio. Il the
da fare in camera nostra, noi due! Il the che fa tanto bene al mio
Nino caro, quando è stanco, quando ha il dolor di capo, perchè studia,
perchè lavora troppo. Caro, caro, il mio Nino, caro! (_si accorge che
molti si voltano e che qualcuno anche si ferma per guardarla_) Dio,
Dio... come sono sfacciati qui, a Roma! (_Ripensando alle sue spese_)
Dunque? Alla farmacia Inglese e poi ho finito. Alla farmacia Inglese
devo prendere: _Savons de peau d'Espagne — Extrait de peau d'Espagne —
Eau de toilette de peau d'Espagne_ — Cipria _de peau d'Espagne_, tutto
_à le peau d'Espagne_!

_Un giovinotto biondo, insaccato in un enorme paltò nocciuola,
rivolgendosi ad un lungo ufficialetto colla caramella:_

— Che splendore! _Saperlotte!_

_L'ufficialetto_ (_cantando sottovoce: mentre tutti e due fanno ala al
passaggio di Emma:_)

    «Sei tu dal ciel _discesa_
    O in ciel son io con te?...»

EMMA (_tra sè: diventata rossa rossa, entrando di furia dal
Marchesini_) Come sono sfacciati!... E stupidi! (_mentre si leva il
guanto per togliersi l'anello e darlo al gioielliere, colla coda
dell'occhio vede i due «stupidi» che si sono fermati, fingendo di
guardare nella vetrina_).

Emma si fa provare e riprovare la misura per l'anello; si fa mostrare
delle perle, delle riproduzioni artistiche, romane, pompeiane, un
magnifico gioiello destinato alla principessa Elena; compera una spilla
americana con una piccola turchese — sono la sua passione le turchesi!
— ma i due «stupidi» non se ne vanno! Emma allora si risolve; un po'
confusa, un po' agitata, esce in fretta dal negozio, salutando col
capo il gioielliere ch'è corso innanzi per aprirle la vetratina, e
passa accigliata, furente dinanzi ai due ostinati e ineducati galanti,
che quasi le sbarrano il passo, mentre, l'ufficialetto poeta, dalla
caramella, prende sotto il braccio il biondino dal paltò, mormorando
«Ancor più bella nell'ingiusto sdegno!...»

Emma li detesta, li odia. Cammina ancora più in fretta, ancora più
diritta, ancora più seria; pure, anche senza mai voltarsi, senza
vederli, indovina, sente che i due le tengono dietro.

EMMA (_fra sè_) Che gusto ci trovano a rendersi antipatici!... Se
passando da Aragno, vedo mio marito, lo chiamo. E allora voglio godermi
la loro faccia! (_Ma quando passa da Aragno, suo marito non c'è più,
ed Emma torna ad arrabbiarsi_) No, no, no! Sola, a Roma, non voglio
più uscire. Mai più! Mai più! Ma dov'è questo Cagiati?.. Forse l'ho
lasciato indietro? (_Si ferma un attimo incerta, guardando i negozii
innanzi e indietro_).

Un vecchiotto rotondo, con un gran barbone tinto e un catenone d'oro a
doppio giro che la teneva d'occhio, le si avvicina subito, di colpo:

— _Madame!... Pardon, madame..._

Emma si volta, trasalendo, e il rotondo vecchiotto, inchinandosi,
levandosi il cappello e sfoggiando il grosso brillante del dito
mignolo, continua con un barbaro francese e un marcatissimo accento
veneto:

— _Pardon, Madame! Est-que vous cherchez quelque magasin?... Quelque
fournisseur?... Je suis à vos ordres pour vous l'indiquer!_

EMMA (_turbata: sorpresa_) Cagiati...

_Quell'altro._ Cagiati?.. Il chincagliere?... _Voilà!_ (_le indica un
negozio un po' più innanzi_).

EMMA. Grazie! (_e voltandogli le spalle si avvia in fretta e in furia
verso il negozio indicatole_).

_Quell'altro_ (_correndole dietro_) È facilissimo confondersi, quando
si è forestieri; perchè io scommetto che la signora non è di Roma.

Emma, senza rispondere, entra da Cagiati; il vecchiotto si ferma fuori
in osservazione, e così, cogli altri due che arrivano... sono in tre!

La fierezza della giovane signora si rivolta ad una tale persecuzione;
essa si sente sdegnata, ma in un attimo ritrova tutta la sua
padronanza, la sua calma signorile.

EMMA (_a uno dei commessi del negozio, dopo aver scelto e preso il
servizio per il the_). Mi faccia il favore di chiamarmi una carrozza e
dica al cocchiere di condurmi in via Condotti alla farmacia Inglese.

Emma attraversa in un lampo il marciapiede e salta nella _carruzzella_,
mentre i due «stupidi» da lontano rimangono con un palmo di naso, e
quell'altro, il tondo pancione, le fa una profonda scappellata.

Giunta alla farmacia Inglese, ordina al cocchiere di aspettare, scende,
entra di volo nella bottega e ancora tutta ansante comincia le sue
ordinazioni: sei scatole di sapone, dodici boccettine di estratto, sei
bottiglie di acqua per _toilette_, sei scatole di cipria e ancora e
ancora — anche colla fretta ci prende gusto! tutto ciò che può avere _à
la peau d'Espagne_.

Mentre il commesso gira per il negozio colla lunga nota delle
ordinazioni per preparare il pacco, Emma, sempre un po' in orgasmo,
lancia occhiate sospettose fuori dai cristalli della bottega.

EMMA (_dopo aver battuto col piedino per terra nervosamente, irritata
dalla flemma del farmacista_) Può far presto, non è vero?

_Il commesso_ (_con comodo_) Se mi vuol lasciare l'indirizzo, le
manderò tutto all'albergo.

EMMA. Sì, sì; va bene: albergo Milano. (_Poi, come per vendicarsi e per
rinfacciare ai suoi persecutori la loro sfacciataggine, invece del suo,
lascia l'indirizzo di Giordano_) Giordano Mari, _hôtel_ Milano, numero
30 o 31. E mandi insieme anche il conto (_più forte, ben chiaro_) a mio
marito.

Uscita dalla farmacia, la «signora» Mari salta di nuovo in carrozza.
Non ha girato nè la testa, nè gli occhi, ma ha già visto in un attimo,
di su e di giù, per tutta via Condotti, che «quegli altri» non ci sono.

EMMA (_al cocchiere_) Albergo Milano. Ma non passare dal Corso!

Anche in carrozza tutti la guardano, tutti si voltano; è
un'oppressione; il suo piedino non può star fermo; si agita, batte
sotto il piccolo sedile, ancora più irritato, ancora più nervoso.

— Che rabbia! Che rabbia! Che dispetto!

Ha sempre timore di veder comparire quei «due stupidi» e quell'otre
rigonfio, dipinto e indorato.

— Dio, Dio! Come sono sfacciati qui a Roma! Sfacciati e sconvenienti!
Eccoli! Eccoli!... Tutti e tre! (_Forte: al cocchiere_) Ti ho detto di
non passare per il Corso!

_Il cocchiere_ (_senza voltarsi_) Lo attraversiamo soltanto.

EMMA. Fa presto! Albergo Milano!

— Sissignora, non dubiti. Ho capito!

Ma, intanto, i «due stupidi» si fermano sorridendo, fissandola:

— Pulcherrima Dea! — esclama l'ufficiale. E, un poco discosto, l'otre
dipinto che fa una nuova e ancora più profonda scappellata. E tutti
gli altri che continuano a voltarsi, a fermarsi, lanciandole addosso
occhiate lunghe, cupide, villane? Emma arrossisce, abbassando il capo.
Certe volte le pare di sentirsi frugare, di sentirsi svestire da quelle
occhiate odiose.

— Auf! Che bile! Che bile! Che rabbia! Che dispetto!

È un'impressione di avvilimento, è un senso di disgusto che rivolta
le sue fibre più intime, tutto ciò che c'è in lei di delicato, di
sensibile, di vivo, di vibrante. Emma ne soffre: ne soffre nel suo
pudore e nel suo cuore; ne soffre la donna e ne soffre l'innamorata.

— Non sanno, non capiscono, non vedono questi romani che io sono una
donna onesta e che appartengo ad un marito? Sì! Sì! Sua, soltanto sua,
del mio Giordano, tutta sua. Sfacciati! Antipatici! Mio marito soltanto
ha diritto di guardarmi! Lui sì, lo voglio! Sempre! Come lo amo! Quanto
lo amo! Ancora di più! Sempre di più!

E in quel momento, in quell'orgasmo, in mezzo al dispetto, in
mezzo alla collera, pensa a Giordano, a «suo marito», come ad una
liberazione. Lo ama, lo ama appassionatamente, con tutto l'ardore e
con tutto l'entusiasmo dell'animo e insieme con un senso di timore
stranissimo. Potrà ancora trovarsi con lui, sola con lui, senza più
vedere quelle facce, quegli occhi intenti, fissi, bramosi?

EMMA (_al cocchiere_) Fa presto.

— Sissignora.

Che fretta di rivederlo! di correre, di buttarsi nelle sue braccia!...
E che bisogno di dirgli tutto!

Finchè non ha detto tutto a suo marito avrà sempre addosso, nei nervi
e nel sangue, le occhiate, i sorrisi, le facce di quegli uomini. Ha
bisogno di dirgli tutto, di dir tutto «al suo amore» per sentirsi
sollevata, come purificata. Ha bisogno di essere guardata dai suoi
occhi buoni, di vedersi desiderata dai suoi occhi cari, per sentirsi
ancora interamente sua, solamente sua, come prima...

E un bacio? Che bisogno di un bacio da quella bocca adorata, così bella
e così dolce!

EMMA (_smontata di carrozza: al portiere dell'albergo_) Mio marito è
ritornato?

_Il portiere._ Non ancora. Ci deve essere una lettera per il signor
commendatore. (_Va a prenderla, dov'era già appesa, al quadro dei
forestieri, e la consegna ad Emma_).

EMMA. Appena viene _mio marito_, non mi cerchi al _restaurant_; sono di
sopra. E pagate la carrozza!

Alcuni viaggiatori, ch'erano sul portone aspettando l'omnibus,
rientrano sotto l'atrio dell'albergo per vedere più d'appresso la
bella milanese. Emma comincia a salir le scale e vede che si avvicinano
guardando in su: allora fa di volo i gradini e col _fru-fru_ delle sue
vesti sembra quasi un uccelletto che fugga spaurito, sbattendo le ali.



V.

ALL'ALBERGO.


Giordano Mari, che si è fatto aspettare fin quasi al tocco, trova Emma
buttata sul canapè, tutta in lacrime.

GIORDANO (_senza molto spaventarsi_) Che è successo?

— Non sei venuto più. Ti aspettavo tanto tanto, e non sei venuto più.

— Non sono venuto? Eccomi.

— Adesso! Così tardi!

— Spero, almeno, che avrai avuto abbastanza giudizio per far colazione.

Emma è in collera; risponde appena con una alzata di spalle.

GIORDANO. Io non ho potuto esimermi. Ho dovuto, per forza, far
colazione da Doney coll'onorevole Cogoleto: mi ha invitato: ha molto
insistito. (_Rivolgendosi a sua moglie, la testa alta, sporgendo il
petto, coll'autorevole maestà dell'uomo d'ordine e di consiglio_) Tu,
cara, devi abituarti a non aspettarmi, quando vedi che si fa troppo
tardi.

EMMA. Impossibile.

— Come impossibile? Questa è una parola, per esempio, che io non
voglio mai sentire. Per me, a questo mondo, non c'è mai stato nulla
d'impossibile.

EMMA (_ostinandosi_) Impossibile! Impossibilissimo.

GIORDANO (_colla voce leggermente alterata_) Ti prego: bisogna
abituarsi a riflettere. Non sono libero! Ho i miei studii, il mio
lavoro, i miei impegni, non posso essere tutto il santo giorno a tua
disposizione, perchè io... potresti anche generosamente risparmiarmi
l'amarezza di dovertelo ricordare, io non sono ricco.

EMMA (_con effusione, con trasporto, per farsi capire, per
giustificarsi_) Impossibile! Ho detto impossibile perchè io non posso
stare senza di te! Non voglio più uscire senza di te!

GIORDANO (_osservandola_) Ma, infine, che hai?

EMMA (_balbettando_) Dio mio! Dio mio! Perchè sei tornato tanto tardi e
sei tornato tanto cattivo, tanto cattivo, proprio oggi? (_Lo guarda, lo
fissa esitante: ad un tratto, gli si butta al collo stringendolo quasi
disperatamente, sussultando, tremando, scoppiando in lacrime_).

GIORDANO (_con quella dolcezza forzata, stentata, che nasconde la
stizza incipiente_) Ma insomma, cara, che cos'è successo di nuovo? (_La
guarda: le dà un bacio sui capelli, poi fa per allontanarla_).

EMMA. No! No! Qui! Lasciami qui, sempre qui.

Fra quelle braccia, alla tenera effusione, al dolce calore, colla
testina appoggiata al petto di Giordano, ascoltandone tutti i battiti
del cuore, Emma si sente riavere, si calma a poco a poco, si consola.

GIORDANO (_alzandole il capo_) Dunque?

Arrossendo, con un sorriso negli occhi furbetti che spunta ancora fra
le lacrime, essa gli racconta le sue avventure della mattinata, le sue
emozioni, la sua fuga in carrozza.

GIORDANO (_con gravità_) Questo succede, cara, perchè voialtre donne
siete tutte un po' matte. Per piacere, per far colpo, buttate via tutto
il vostro tempo e un monte di quattrini nei cappellini più strani e che
dànno più all'occhio, nelle vesti più vistose, più appariscenti; state
un'ora ad acconciarvi allo specchio prima di uscire, per far colpo, per
far girar la testa a tutti gli uomini, e poi, quando finalmente siete
riuscite a farveli correr dietro, vi spaventate.

EMMA (_colpita, mortificata, offesa_) Ma io...

GIORDANO. Anche tu, quando vai fuori, cerca di vestirti con più
semplicità, con più serietà e allora vedrai che la gente non ti correrà
dietro.

EMMA. Ma io mi vesto per te! Soltanto per te! Non voglio piacere che a
te.

GIORDANO (_sorridendo ironicamente_) Già; la solita storia, per noi
poveri mariti. Sai benissimo che per piacere a me non hai bisogno di
grandi abbigliamenti! Tanto più mi piaci quanto più sei semplice. Per
piacere soltanto a me non ci sarebbe bisogno di viaggiare con dodici
bauli, come una compagnia comica.

Emma è diventata pallidissima, ma non piange più. Lo fissa un istante
maravigliata, stupita; poi gli volta le spalle con un moto di collera,
e va a guardare dalla finestra, appoggiando la fronte sui vetri chiusi.

GIORDANO (_le dà un'occhiata di traverso, e, dopo un'alzata di spalle,
comincia a passeggiare in su e giù per la stanza: fra sè_) Ci vuol
altro con quella lì! Per tenerla allegra bisognerebbe continuare tutto
il giorno a fare all'amore!

Giordano Mari, invece, ha mangiato male, ha forse bevuto più del solito
col Cogoleto, nel calore del discorso, nell'enfasi della commozione, ed
è tornato all'albergo di pessimo umore. Non è stato invitato, come ha
detto a sua moglie, ma ha finito per invitare lui stesso il colonnello
a colazione.

Col direttore del _Popolo_ — il Cogoleto glielo ha detto subito —
non c'è niente da poter sperare, nè dalle lusinghe, nè, tanto meno,
dalle minacce. Non ha bisogni, non ha desiderii e perciò fa pompa
d'incorruttibilità; è testardo come un mulo, ma nel fondo non è
cattivo. Cattivo no; è sempre in buona fede anche quando fa il male.
È un vecchio fanciullo, che morde qualche volta, ma, appunto perchè è
rimasto fanciullo, si è conservato un ingenuo. Voi non siete andato in
cerca di un ricco matrimonio? Voi siete stato quasi costretto a sposare
la signorina Dionisy; avete ceduto alle preghiere dei parenti per un
sentimento gentile di pietà, di compassione? Ebbene, tutto ciò, perchè
non lo dite voi stesso allo Schiavino? Per parte mia, non c'è altro da
fare: bisogna tentare il colpo di sorprenderlo, di commuoverlo, colla
verità.

E così è stato convenuto. L'onorevole Cogoleto ha scritto la lettera di
presentazione e Giordano Mari deve recarsi, la sera stessa, in cerca di
Pietro Schiavino alla Direzione del _Popolo_.

Il passo è grave, è rischioso. Il pensiero di quell'incontro, di quel
colloquio, lo agita, lo rende nervoso.

C'è anche il pericolo di venire alle mani!

E continua, continua a passeggiare sempre su e giù per la stanza: torna
a guardare sua moglie alla sfuggita: Emma è sempre alla finestra colla
fronte appoggiata ai vetri.

— Anche lo zio! — Giordano non è arrabbiato soltanto per quel rospo
dello Schiavino, ma ha preso la mosca anche per suo zio. È stato due
volte al Ministero senza poter mai aver l'onore di essere ricevuto. Sua
Eccellenza gli ha fatto dire di aver mandato una lettera all'albergo,
e all'albergo il segretario, perchè il portiere era uscito un momento,
gli ha risposto: — Niente per il signor commendatore!... Nessuna
lettera; e così, della conferenza, che è lo scopo del suo viaggio a
Roma, ne sa meno di prima. Nè quando si farà, nè dove, nè se interverrà
la Regina, nè se potrà aver il tempo di prepararsi; niente.

GIORDANO MARI (_fermandosi su due piedi: forte, rivolgendosi ad Emma_)
Ma... e dunque? Vuoi fare colazione sì o no?

EMMA (_senza voltarsi, colla voce un po' roca_) Non ho fame.

GIORDANO (_si avvicina a un tratto al campanello e lo sona a lungo, con
forza_).

EMMA (_sempre dalla finestra_) Ho detto che non ho fame.

GIORDANO. Se non hai fame, fai benissimo a non mangiare. Pranzeremo
più presto, quando vuoi. Avrai mangiato, come al solito, appena alzata,
caffè e latte, burro, miele, biscotti!

EMMA (_col muso_) Ho mangiato moltissimo.

GIORDANO. So anch'io che non puoi aver fame! Qui ti alzi troppo tardi
e non siamo all'Argentera.

EMMA. Allora perchè hai sonato?

Si sente bussare all'uscio.

GIORDANO. Avanti.

Entra il cameriere: Emma si tiene nascosta fra i cortinaggi della
finestra.

GIORDANO (_al cameriere_) E così? Questo portiere? C'è o non c'è?

— È tornato adesso. Ha detto che è arrivata una lettera, per lei,
questa mattina, e che l'ha consegnata alla signora.

GIORDANO (_chiamando forte, mentre il cameriere esce in punta di piedi
e chiude l'uscio_) Emma!

EMMA (_accigliata, col viso pallido, stravolto, si presenta senza
avvicinarsi, rimanendo nel vano della finestra_).

GIORDANO. Dov'è questa lettera?

EMMA. Devo averla messa lì, in qualche posto, sul tavolino o sulla
scrivania.

GIORDANO (_fuori di sè_) Non sai nemmeno? Non sai dove metti le lettere
che mi devi consegnare? (_Cercando dappertutto, frugando persino,
sgarbatamente, nelle tasche della giacchettina di Emma che trova
sopra una seggiola_). E un'altra volta, per tua regola, per tua norma,
cacciatelo bene in testa, le mie lettere si lasciano dal portiere! Le
mie lettere non si devono toccare! Ma, viva Dio, io non ti capisco!
Tu diventi tutti i giorni più... Ah! Eccola! (_Trova la lettera sulla
toeletta, sotto il cappellino di Emma_).

EMMA (_con impeto, avanzandosi_) Più... che cosa? Divento tutti i
giorni che cosa?

GIORDANO (_butta il cappellino sul canapè: apre e legge la lettera_).

EMMA (_afferrandogli un braccio: scotendolo_) Più che cosa? Rispondi.
Hai detto che divento tutti i giorni più?... Devi dirlo! Oh, ma devi
dirlo, rispondi: più... che cosa?

GIORDANO (_mentre legge, la sua faccia cambia a vista d'occhio: diventa
raggiante: con un grido di gioia_) La Regina! Ha accettato! Interverrà
la Regina! L'avrò alla mia conferenza. Me lo ha scritto lo zio! Senti!
(_Circondando Emma con un braccio, stringendosela e tirandosela vicina
sul petto, per leggerle la lettera_).

EMMA (_sciogliendosi vivamente_) No! no! Devi dirlo! Devi rispondere!
Tutti i giorni divento più?... più?...

GIORDANO (_distrattamente, tanto per calmarla_) Più cara; tutti i
giorni più cara. Senti, carina mia! (_Ricominciando da capo la lettera
che non aveva ancora finito di leggere_) «Darai la bella notizia alla
nostra Emma per la prima ed a mio nome; Sua Maestà, la nostra graziosa
e benamata Regina, ci farà l'altissimo onore di assistere alla tua
prossima conferenza. Fisseremo il giorno e l'ora più opportuna di
comune accordo; ma, intanto, regolati che bisognerà far presto, il più
presto possibile. Se devi prepararti, potremo fissarla per sabato o
per domenica, ma non più tardi certamente, perchè Sua Maestà parte per
Napoli ai primissimi della settimana ventura, e vi si fermerà, almeno
si crede, parecchio tempo.

«Dirai alla mia formosissima e preclara nipotina che oggi, purtroppo,
sono occupatissimo, ma che, per non aver da rimpiangere tutto un
giorno perduto, verrò a prenderla questa sera alle nove per condurla al
Costanzi: — _Cavalleria Rusticana, for ever!_

«E a te, mio caro... la solita raccomandazione: dalle fiorite pagine

    Sperdi ogni ria parola!

«Io non ti farò la predica, come il conte zio o don Ferrante, ma solo
ti dirò, col frutto della mia esperienza, che per arrivare lontano, e
per salire in alto, bisogna sempre andare adagio, molto adagio... anche
colla filosofia!»

GIORDANO (_con aria preoccupata_) Sabato o domenica al più tardi? Oggi
che giorno è?

EMMA. Mercoledì.

GIORDANO (_facendo il conto sulle dita_) Mercoledì, giovedì, venerdì,
sabato... quattro giorni!

EMMA. Anzi tre, perchè oggi non conta.

— Brava! Domando io se in tre giorni si può preparare una conferenza!

EMMA (_rasserenandosi a poco a poco e dimenticando il proprio
risentimento, ansiosa e inquieta per il buon nome e la fama di suo
marito_) Assolutamente, ricordati; se non ti senti, se non sei ben
sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Lo zio, sai,
lo zio... anche per altri indizii mi pare _inscemito_; o gli è montato
il portafoglio alla testa. «Salire in alto!» Ma che! Tu non hai bisogno
di salire in alto: ci sei! Tu... sei _tu_, e basta. E mi pare che lo
zio non l'abbia ancora capito. A Roma! Appunto! Siamo a Roma e non
si scherza. Come hai sempre detto benissimo, Roma oltre l'essere la
capitale politica, è anche il centro più intellettuale di tutta Italia.
Dunque, pensaci bene: prima o dopo, non importa, ma devono restar tutti
a bocca aperta, dinanzi a te, come a Milano.

— Come a Milano, a Bologna, a Napoli.

EMMA. Sì! Sì. Come da per tutto!

Giordano accarezza leggermente le guance, i capelli di Emma, scherza
tirandole un po' il nasino, allungandole i ricciolini della fronte, ma,
intanto, sta pensando, combinando il suo piano e l'idea gli sorride.
Colla scusa della ristrettezza del tempo e tirando in ballo un po'
le convenienze, un po' la volontà dello zio Albertoni, forse forse,
invece di dover mettersi a fare, così stanco e svogliato, tutto il gran
lavoro della seconda conferenza del ciclo, potrebbe finire, anche a
Roma, col cavarsela bene, ripetendo la prima. Certamente, bisognerebbe
cambiare l'esordio e la chiusa: tagliare qua e là: sopprimere la frase
di Voltaire che disinventa Dio.

GIORDANO (_ergendosi solenne e maestoso, e con quella sicurezza di
sè che fa brillare gli occhi di Emma, perchè s'illude quasi di essere
ancora in via San Paolo durante il loro primissimo colloquio_) Giovedì,
venerdì e sabato: tre giorni. Sono corti e sono lunghi, secondo;
l'uomo, cara mia, quando vuole, fa ciò che vuole. Se abbiamo inventato
e creato Dio, lo abbiamo fatto apposta... per fare insieme dei grandi
miracoli!

EMMA (_non ha capito bene, ma è stretta fra le sue braccia: lo vede
così alto, le sembra così grande: si sente piccola piccola, al suo
confronto: si sente umile. Essa lo guarda in estasi, beata: e alzandosi
sulla punta dei piedi e coi ditini bianchi, inanellati, scintillanti,
sollevandogli i baffi, gli bacia quella bocca adorata, che sa dire
tante belle cose con un suono di voce così tenero, così armonioso che
la rapisce, la incanta, la commuove deliziosamente. Dopo un momento:
tenendosi ancora stretta, appesa al suo collo_) Poco fa... volevi dire
che divento tutti i giorni più noiosa... non è vero?

GIORDANO. No; ma no. Non parlarmene più o mi torna la luna.

— Mi hai perdonato? Per la lettera?

— Non ero arrabbiato con te. Ero seccato, un poco, per tuo zio che mi
aveva fatto andare due volte inutilmente, su e giù, sino al Ministero;
ed ero poi seccato moltissimo per aver dovuto far colazione con quel
fanfarone del Cogoleto... senza la mia Emma buona, cara... senza la mia
gioia bella.

EMMA (_colle lacrime, che le corrono subito agli occhi, pieni di amore
e di riconoscenza_) Quanto sei buono! E come hai sempre ragione tu.
Nino! Mio! Caro!

GIORDANO (_a sua volta: nobile e generoso_) Mi hai perdonato?

— Io sì; e tu?

— Tutto! E, per oggi, riposo. Non voglio più lavorare. Voglio
dimenticarmi, persino, di quella maledetta conferenza.

EMMA (_alzando la manina minacciosa, e contando colle dita e con un
certo fare maliziosetto e molto birichino i giorni della settimana_)
Giovedì... Venerdì... Sabato...

GIORDANO (_prendendole la mano, serrandola stretta nella sua e
baciandola_) Ma oggi è mercoledì! Oggi non conta! Si va fuori! Si fa
una bella scarrozzata, come a Napoli, fino all'ora del pranzo!

EMMA (_ridendo_) Io, veramente, andrei a pranzo prima, e farei dopo la
bella scarrozzata.

— Ma sicuro, povera piccola! Non hai fatto ancora colazione!

— Quando sono felice, ho subito fame; e adesso... ho moltissima fame!

Giordano suona perchè venga il cameriere; ordina la colazione. Intanto,
Emma si accomoda un po' i capelli, che sono troppi e sempre spettinati,
e si mette il cappellino.

GIORDANO (_mentre si spazzola gli abiti e si liscia i baffi e la barba,
torna a pensare all'incontro di quella sera, alla sua presentazione,
alla sua visita al direttore del_ Popolo: _dopo un momento, ad Emma_)
Dunque, siamo intesi: oggi tutta la giornata è nostra.

— E... Cogoleto?

— Nostra, fino all'ora di pranzo. Poi, dopo, stasera, mi prometti di
essere ragionevole. Non vorrai condannarmi alla _Cavalleria Rusticana_
a vita. Vai sola, collo zio, al Costanzi. Io, intanto, lavoro un paio
d'orette, e sul tardi vengo a prenderti.

EMMA (_è pochissimo soddisfatta di quel progetto, ma vi si rassegna
temendo l'umore di suo marito così variabile_) Sì, sì, Nino; sarò
ragionevole. Ma per altro... volevo sempre dirtelo e poi... ho
aspettato che tu fossi di buon umore, per riderne insieme. Lo zio, sai,
è... molto cambiato. Diventa un po'... strano.

GIORDANO (_inquieto_) Ti sembra meno premuroso? Meno affettuoso?

— No, no, anzi! (_fissandolo sorridendo_) Tutt'altro!

GIORDANO (_rasserenandosi_) Non ci devi badare; e non gli devi credere.
È l'epoca!... È la scuola vecchia del giulebbe romantico-sentimentale
a cui appartiene!

EMMA. Invece... proprio no. Fa certi discorsi... alle volte anche certi
scherzi...

GIORDANO (_ridendo_) Oh! Oh! Avresti dunque ragione tu? Diventato
ministro, è diventato anche... Richelieu?

EMMA (_esitando_). Ieri sera... dopo pranzo... tu eri uscito... eri
andato innanzi. Nell'aiutarmi a mettere la mantellina, mi ha dato un
bacio... (_arrossendo e indicando col dito un piccolissimo neo fra i
ricciolini della nuca_) proprio qui.

GIORDANO. E tu?

EMMA (_con un brivido, nervosa_) Mi son voltata di colpo: gli ho data
un'occhiata... Deve aver capito, perchè è diventato pallidissimo.

GIORDANO (_conciliativo_) È tuo zio. Ti ha sempre baciata da che sei al
mondo!

— In una maniera ben diversa! E non mai trovandomi sola! E poi bisogna
sentire tutte le... sciocchezze che mi dice!

— Ecco, sciocchezze! Hai detta la parola giusta. Lo hai messo a posto?
Hai fatto benissimo e devi sempre regolarti così. Ma devi persuaderti
che... appunto sono sciocchezze. E non ci devi più nemmeno pensare, per
non turbare la profonda onestà della tua coscienza e per non correre
il rischio di creare inimicizie... in famiglia. La donna di spirito e
di tatto deve appunto sapersi difendere, deve saper tenere la gente
a posto, ma senza bisogno di far musi, senza ostentazioni, senza
esagerazioni. Gli hai data la sua opportuna e necessaria lezioncina?
Gliel'hai fatta capire? L'ha capita? Brava: allora basta. È un
incidente che dev'essere dimenticato da tutti e due, anzi, da tutti e
tre, perchè c'entro anch'io, la mia parte. Del resto, credi pure: gli
uomini, certe volte, commettono... sciocchezze, perchè se ne credono in
obbligo. Se per caso si trovano soli, con una donna, subito sentono il
dovere di spiattellarle una brava dichiarazione, di farle il galante.
È una regola dell'etichetta. E tu, cara, devi abituarti.

EMMA (_interrompendolo: congiungendo le palme in atto supplichevole_)
No! No! No! Ti prego, ti supplico! Farò tutto ciò che vorrai, ma senza
abituarmi!



VI.

PIETRO SCHIAVINO.


La redazione del _Popolo_: l'ufficio del direttore: un bugigattolo nei
mezzanini, con un gran tavolo nel mezzo, pieno di giornali sfogliati e
tagliati, e accanto all'uscio, riparata da un paravento, una scrivania
sulla quale c'è appena il posto per le cartelle e il calamaio, tanto
è ingombra di roba: libri, opuscoli, lettere e carte. Alle pareti: due
sciabole intrecciate, la maschera e i guanti da scherma; i ritratti di
Mazzini e di Cattaneo. Un caldo soffocante; un gran fumo di pipa; odore
di gas e inchiostro fresco, e continuo, assordante, il fracasso delle
macchine della tipografia vicina.

Sono le dieci di sera: l'ora in cui comincia il lavoro, perchè il
giornale esce al mattino.

PIETRO SCHIAVINO (_un gran testone arruffato: una bella faccia onesta
con una lunga barba brizzolata: la sola vanità del direttore del
Popolo. È dalle nove che s'è messo a scrivere l'articolo: scrive
irregolarmente, ma rapidissimamente colla mano storpiata senza un dito,
perduto — ormai chi sa dove! — in Sicilia_).

Un ragazzo di stamperia, che fa anche da portiere, sguscia tra
l'uscio e il paravento e si presenta dinanzi al direttore, porgendo un
biglietto di visita.

SCHIAVINO (_alza il capo e fissa il ragazzo, cogli occhi stravolti,
stanchi dal lavoro_) Che cosa c'è?... Ritorni domani.

_Il ragazzo_ (_sempre porgendo il biglietto di visita_) Ha detto che se
adesso, lei, è occupato, aspetterà, o ripasserà più tardi.

SCHIAVINO (_prende il biglietto, legge il nome e, subito, lancia
un'occhiata rapida, istintiva alle due sciabole appese alla parete_) Fa
passare. No, aspetta! (_Prende le cartelle scritte e le dà al ragazzo
da portare al proto in tipografia_) Che si regolino: ce ne sarà ancora
per una mezza colonna. Poi fa entrare quel signore.

Uscito il ragazzo, Pietro Schiavino si alza e va in mezzo alla stanza:
vuol essere pronto a difendersi, caso mai quell'altro fosse venuto per
insultarlo o aggredirlo.

GIORDANO MARI (_niente soprabitone dalle falde svolazzanti, niente
cilindro: giacca bigia e cappello basso. Inchinandosi, presenta una
letterina al direttore_).

SCHIAVINO (_prende la lettera, salutando con un breve cenno del capo;
ma, mentre comincia a leggerla sempre in sospetto, tien d'occhio ogni
mossa di Giordano. Dopo aver voltato il foglio e vista la firma, con un
«oh!» di maraviglia_).

— Stefano Cogoleto!...

GIORDANO MARI. Siamo vecchie conoscenze di Venezia, di Padova. L'ho
riveduto questa primavera, di passaggio, a Milano. Ieri ci siamo
incontrati per caso e siamo andati a pranzo insieme.

Pietro Schiavino si avvicina alla lampada a gas e ormai senza più
nessuna diffidenza legge attentamente tutta la lettera.

CAMERA DEI DEPUTATI

  Carissimo Schiavino!

«Se la monarchia, presentemente, ci divide, il nostro cuore, il nostro
passato e la reciproca stima ci riuniranno per sempre; ed è con questa
sicurezza, oso dire con questo diritto, ch'io ti presento il mio
egregio amico Giordano Mari. Egli desidera darti alcune spiegazioni,
ed io stesso l'ho consigliato, l'ho indotto a questo passo dopo aver
molto pensato e discusso, e dopo aver finito dove si avrebbe dovuto
incominciare, col ricordarsi sopra tutto che tu sei un uomo di primo
impeto, ma di gran cuore, e agire in conseguenza.

«Un duello?... Perchè?... Anche Giordano Mari ha già fatto e assai
brillantemente le sue prove. Tutti e due avete da lavorare; un
duello sarebbe un perditempo inutile e dannoso, perchè maggiormente
divulgherebbe l'offesa e ne darebbe cognizione a una persona cara, per
la cui felicità e tranquillità Giordano Mari è in dovere di compiere
qualunque sacrificio, anche quello del proprio risentimento.

«Va bene?

«Io ti conosco; so, da tutta la tua vita d'uomo, di soldato e di
pubblicista (e di ciò ho reso convinto anche il mio egregio amico),
so che tu non attacchi mai nessuna persona con mire indirette, o
per partito preso. Avrai ragione, avrai torto, ma tu, singolare
temperamento di giornalista... politico, scrivi soltanto ciò che ti
esce dal cuore. Il tuo _articolo_, però, a ragione o a torto, non è
mai altro che un moto, un impeto spontaneo e prepotente del tuo animo
libero, fiero, generoso, ma che può anche ingannarsi... o essere
ingannato.

«È per tutto ciò, per questa tua bella e nobile schiettezza, che i tuoi
vecchi amici, diventati oggi tuoi avversarii politici, ti conservano
per altro e ti professano intera e inalterata la loro stima e contano,
con orgoglio, sul ricambio della tua buona e fedele amicizia.

«Io, come te, avevo giudicato _molto severamente_ il professore Mari.
Spero che tu, con me, finirai col ricrederti sul suo conto.

«Una stretta di mano dal tuo caporale del '60 e dal tuo colonnello del
'66.

                                                    STEFANO COGOLETO»

Pietro Schiavino, dopo aver letta tutta la lettera, è diventato serio,
triste. Gli succede sempre così, ogni qual volta si trova dinanzi il
suo vecchio compagno d'arme, o si trova con lui in qualche rapporto.

... Quante speranze, quante lotte, quanti sacrifici per un ideale
comune, e adesso?.. Eppure, Stefano Cogoleto, di Sarzana, è un
galantuomo, un gran galantuomo, un patriota e, per Dio, un fegato
sano!... Mah!... L'ambiente parlamentare!... È stato l'ambiente
parlamentare!... Lo ha guastato e rammollito completamente!... Peccato!

SCHIAVINO (_dopo queste considerazioni e fatto un sospiro, si rivolge
a Giordano Mari, indicandogli una seggiola_) Prego... se vuol sedere.

GIORDANO MARI. Se in questo momento ella ha da fare, io tornerò più
tardi; anche domattina, se le fosse più comodo. Mi basta, per il
momento, di averle consegnato la lettera del colonnello Cogoleto e di
aver avuto l'onore di conoscerla personalmente. Vuol fissarmi un'ora?
Quando vuole. Sono sempre a sua disposizione.

SCHIAVINO. No, no; anche adesso; ciò che vuol dire, dica pure.

GIORDANO. Ma... e allora come si fa? (_gli indica un gran cartello
appeso ad un uscio, sul quale è stampato a lettere cubitali_):

                         AVVISO IMPORTANTISSIMO

               NON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE.
                               LE VISITE
                 NON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTI
                     ABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLI
                          E LE PAROLE INUTILI.

Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato
anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la
furia di questi momenti e d'altra parte... (_sorridendo_) mi potrebbe
occorrere almeno un quarto d'ora.

SCHIAVINO (_parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare
una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi_) Lei mi domanda un
quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre
l'articolo che ho mandato in tipografia. (_Indicandogli a sua volta
l'avviso stampato_) Soltanto tenga presente l'ultima raccomandazione:
Sono abolite le parole inutili.

GIORDANO (_siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le
mani in tasca_) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen...
(_stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo_) da galantuomo
a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo
articolo... (_cominciando a riscaldarsi_), ma potrei anche chiamarlo...
con un altro nome.

— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso
e non ritratto una parola.

GIORDANO (_con fierezza: fissandolo in faccia arditamente_) So che non
si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto
meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato.
Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto,
un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare
rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua
stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.

Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha
paura: al direttore del _Popolo_ riesce simpatico.

GIORDANO (_continuando sempre sullo stesso tono_) E intendiamoci bene,
e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si
fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo,
che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici,
perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto
la calma e l'appetito, nemmeno quando c'è stato chi ha trovato il suo
piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchè _è
lei_, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte
ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà
facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze.
Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in
me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser
dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto,
non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha
insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato
lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei
tagliato le orecchie.

SCHIAVINO (_alzando a sua volta la voce_) Prego! La prego!

GIORDANO (_continuando più forte_) Se avessi avuto di fronte una
canaglia, avrei fatto un processo.

— Può risparmiare le sue... supposizioni!

— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho
sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle
lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno
ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo
abbietto... un... mantenuto... (_la tensione è troppo forte, non può
quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno
scoppio di lacrime_)... un mantenuto di sua moglie!

SCHIAVINO (_pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si
ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla_) Su! Su!
Per Dio!

E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli
uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla,
rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo
a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa:
quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira,
dispetto, rabbia.

SCHIAVINO (_battendogli più forte sulla spalla_) Vostra moglie,
stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È
una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete
avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da
perdere.

GIORDANO (_alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo
Schiavino_) Ebbene, no.

SCHIAVINO. No? Che cosa?

GIORDANO. Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non
volevo assolutamente. È stata lei. (_Con straordinaria gravità,
ergendosi maestoso e stendendogli la mano_) Vi domando il silenzio,
sulla vostra parola d'onore.

SCHIAVINO (_colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto,
tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza
del marito_) Parola d'onore. (_E a sua volta gli stringe la mano_).

GIORDANO (_parlando sotto voce, rapidamente, concitato_) Io ero pazzo
per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei
legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza,
e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori
dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy,
succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevo frequentemente;
ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non
le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il
presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile
Barbarani...

SCHIAVINO. Lo conosco.

GIORDANO (_con entusiasmo_) Una bravissima, una simpaticissima
persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da
qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia
alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi
il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi
mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza
era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero
stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo
di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a
tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi
m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte
invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di
giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso
dalla mia opera sul _Vescovo Ambrogio_, che uscirà prestissimo in una
splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente.
Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un
dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran
concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a
cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che
anche _quell'altra persona_ si recava al concerto. Vado; mi trovo
colla signorina Dionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo
accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera
alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io
non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque,
sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.

SCHIAVINO. Benissimo!

GIORDANO. E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non
sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile
dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in
faccia alla società.

Schiavino. Benissimo! Bravo!

GIORDANO (_continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi,
coll'accento della verità e della passione_) E lei allora, la signorina
Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in
collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te,
sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che
cosa avreste fatto voi nel mio caso?

SCHIAVINO (_si accarezza la barba e non risponde_).

GIORDANO. Sareste partito? Sareste fuggito?

SCHIAVINO (_accarezzandosi sempre la barba_) Probabilmente.

GIORDANO. Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano
e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non
rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta
ne soffre, comincia a star poco bene. Intanto _quell'altra persona_,
di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio,
profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il
mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel
momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo
sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere
altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno,
uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo
Borghetti...

SCHIAVINO. L'archeologo?

GIORDANO. Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta
molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (_Si leva un grosso
portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo
tiene sempre in mano finchè parla_). Voglio mostrarvi questa lettera...

SCHIAVINO. No, no; vi credo!

GIORDANO. Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...

SCHIAVINO. S'intende.

GIORDANO. Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera,
quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio
onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza,
intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente,
contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli,
per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal
Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a
partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato
anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo,
vado a Genova per imbarcarmi! (_Cercando colle dita tremanti un'altra
lettera nel portafoglio_) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova,
il dottore della famiglia.

SCHIAVINO (_a sua volta stanco, vinto, nervoso_). No! ma no! Facciamo
presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene.
Basta.

GIORDANO. No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io
sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi
scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio
di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la
pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti
i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane,
buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io
non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta
per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della
ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per
tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro
ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in
cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a
quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e
coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila
lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe
garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del
pane quotidiano. E così ho fatto (_Aprendo ancora il portafoglio_)
Volete vedere i documenti?

SCHIAVINO (_chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze
dell'articolo_) No! No!

GIORDANO (_mettendosi il portafoglio in saccoccia_). Prevedevo e quindi
disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi,
dei tristi; ma mi premeva, _volevo_ essere giudicato onesto dagli
onesti. (_Incrociando le braccia sul petto e fissandolo_) E, adesso,
rispondetemi: che cosa pensate di me?

SCHIAVINO (_stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore
e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del
voi_). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (_Prende le bozze dalle
mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al
tavolino e comincia a correggerle_).

_Il ragazzo._ Aspetto?...

SCHIAVINO. Sì. (_A Giordano: sempre correggendo le bozze_) Del resto...
avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove
ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è
tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!

GIORDANO (_avvicinandosi: aspettando ancora un momento_) Dunque, il
letterato, lo storico... (_sorridendo_) il conferenziere sopra tutto,
ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra
stima?

SCHIAVINO (_seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione
e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a
correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo_).

GIORDANO (_abbottonandosi la giacca_) Una sola promessa dovete farmi:
quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per
condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non
dovrete dirmi di no.



VII.

LA LETTERA DI DONNA FANNY.


La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre
sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo di _peau d'Espagne_.

Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30,
sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.

Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due
lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul
tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la
finestra.

EMMA (_destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul
letto e fregandosi gli occhi colle dita_) È una bella giornata?

— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.

Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30,
canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:

    Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

— Ci sono lettere?

CAROLINA. Sissignora; due.

EMMA (_senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve
a sorsi il caffè_) Una della mamma e l'altra... (_con un sorrisetto_)
Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (_Alla Carolina:
ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte_) Brr! Chiudi, chiudi!
Fa freddo!

CAROLINA (_ridendo_) Siamo in novembre! (_Chiude i vetri della
finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per
l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi,
com'è venuta_).

EMMA (_continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino,
senza risolversi a prenderle e leggerle_) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol
beato!... (_sente un movimento al numero 30_) Ti sei svegliato?

GIORDANO (_dall'altra camera: colla voce grossa, rauca_) No, dormo.

EMMA. È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.

GIORDANO. Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho
scritto molto.

EMMA. Non ti ho mai sentito.

GIORDANO. Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la
seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.

EMMA. Hai finito?

GIORDANO (_arrabbiato_) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non
sai dir altro!

Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:

— Sei in collera?

— No.

— Vieni qui.

— No.

— Allora vengo io.

— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che
oggi è giovedì.

EMMA (_arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto_) Auf! Sono stufa! Stufa
di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è
giovedì!

GIORDANO (_prorompendo: sinceramente, senza collera_) Emma, Emma,
giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico!
Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che
non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami
tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.

EMMA (_sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente,
appoggiando le dita al nasetto_) Ancora giovedì, venerdì, sabato,
domenica... e poi più conferenze!

Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.

Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere
sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi
per riaddormentarsi.

Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad
impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso
di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa
i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di
seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie
vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del
mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola»
non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe
troppo presto che sono sempre i medesimi _precursori_ che viaggiano!...
E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore:
«Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna
liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette!
(_forte_) Emma!

Silenzio: nessuno risponde.

— Che cosa fai? (_Più forte_) Emma! Che fai?

EMMA (_imitando la voce di prima di Giordano_) Dormo.

— È tardi. Alzati.

— Sono appena... le nove e mezzo.

— Appunto; è ora di alzarsi.

— Perchè? Tu lavori: io dormo.

— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.

EMMA (_interrompendolo_) No, no! Ti prego! Non ricominciare
coll'abituarmi!

GIORDANO (_con vivacità_) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei
sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!

EMMA (_finge, per ischerzo, di piangere_) Cattivo! Sto tanto bene
qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?...
Senza te... che devi lavorare?

— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.

— Le ho fatte tutte ieri.

— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.

— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!

— Prendi con te la cameriera.

EMMA (_ridendo forte_) Ah! Ah! Ah! Come a Milano! Colla Rosina!
(_imitando la cantilena del dindirindera_) Colla Rosina che faceva
la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un
brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.

GIORDANO (_dopo un momento_) Per esempio: perchè non andresti un po'...
a messa?

EMMA (_ridendo di nuovo_) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh!
Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!

GIORDANO. Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come
voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma
una la deve avere.

EMMA (_seriamente: con un altro tono di voce_) Qualunque sia, no.
Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì;
adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii
molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per
leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma
e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto
amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!

GIORDANO. Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi
piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive.
Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti
della mamma e di donna Fanny.

EMMA. Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (_mentre si tira
un po' su a sedere e apre la lettera della mamma_) Sul colpo: donna
Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso,
colla stessa bocca e colla stessa voce, come dici Emma. E mi fa sempre
l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono
ipocrite le convenienze!... (_facendo colle labbra un moto di sprezzo
e di nausea_) Peuh!...

Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie
che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche
settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano
Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per
un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte
era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità,
le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua
vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle
solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della
gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva
abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto
a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la
tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua:
l'alleanza!

Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue
lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido
Bardi.

EMMA (_che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora
Letizia_) La mamma ti saluta.

— Grazie. Sta bene?

— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le
condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza...
_contentino_...».

GIORDANO (_sorridendo_) Allora andiamo benone.

EMMA. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro
salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due
ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.

— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.

— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!

— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della
Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto
piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa,
puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente;
ci son tutti i comodi.

EMMA (_con uno scoppio di risa_) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!...
È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma
in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano
lo ha proibito perchè troppo immorale!... (_Con un grido_) Carlo
Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (_Con la voce piena di
lacrime_) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!

GIORDANO. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (_È corso col suo
pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui
tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di
una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di
sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama
il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma,
ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini_)
Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?

— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (_Emma è seduta sul
letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti,
slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno,
sulla faccia: la coprono tutta_) Leggi! Leggi! È in pericolo! (_Gli
dà la lettera di donna Fanny_) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà?
Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po'
di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come
mai la mamma non mi ha scritto nulla?

GIORDANO. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano.
(_Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere_) Questa
di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di
donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il
dottore (_con un ghignetto ironico_) donna Fanny lo avrà saputo subito
e si è data una gran premura di scriverti!

Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere,
a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando
che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per
cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore
della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di
gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di
padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua,
e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel
Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che
l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da
lasciarci la vita.

EMMA. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un
gran dolore?

GIORDANO. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.

EMMA. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla
mamma, a Fanny, al dottore..

GIORDANO. Basta al dottore.

Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore,
dell'albergo, a Villach.

GIORDANO (_vivamente_) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a
Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.

EMMA. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...

GIORDANO (_arrabbiandosi: pestando un piede con forza_) Ho detto di no!
Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto
a far ridere la gente!

— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?

— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il
mio nome.

— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze,
nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo
sta per morire!

— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...

EMMA. (_sdegnata_) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor
Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non
ti riconosco più!

GIORDANO (_pallido, minaccioso_) Silenzio! Finiscila! Finiscila di
piangere, di gridare... di frignare! Siamo in un albergo! Tutti possono
sentire!

EMMA (_quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi
la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando_) Ma tu...
non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo
cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta
abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire
lontano, solo... (_con un grido disperato, buttandosi riversa sui
guanciali e scoppiando in un pianto dirotto_). E sono stata io! Per me!
Sarò stata io!

GIORDANO (_si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa,
bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli
la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la
faccia: fa per rialzarla_) Voltati! Guardami! _Sono stata io_, hai
detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse
innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu...
Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho
diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.

EMMA (_si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia_)
Va via.

GIORDANO (_con violenza_) Dunque? Rispondi! Si risponde!

EMMA. Io?... (_Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le
ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro,
poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla
nuca_).

GIORDANO. Rispondi?

EMMA (_prorompendo_) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue
parole... cattive!

GIORDANO (_con un leggero sogghigno_) So io: zii e cugini... Siete così
facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!

EMMA (_indignata: con profonda amarezza_) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa
hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano...
Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non
è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (_prorompendo_)
Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto!
Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola.
Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre
via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che
io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se —
essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto
fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo
cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo
che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di
poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua,
ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per
te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza!
— al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al
suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino
alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a
cui siamo arrivati! (_coprendosi la faccia con un senso di orrore_) E
tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!

GIORDANO. Basta, adesso... calmati. (_Continua a fissarla con gli
occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le
guance accese_) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo
cugino...

EMMA (_con un nuovo scoppio di collera_) E te l'ho scritto, anche,
nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile.
In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi
amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul
terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo
un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle
lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche
malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in
quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti
ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati,
io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più
innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!

GIORDANO. Calmati, adesso basta! (_Baciandole i capelli, le mani,
cercando di abbracciarla: sollevandola_) Perdonami. (_Colla voce sempre
più alterata_) Facciamo la pace.

— Va via. No.

— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato
perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...

— Va via! Va via! No.

GIORDANO (_irritato: con un riso sinistro_). È per Carlo? Mi mandi via
per Carlo?

EMMA. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo
sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (_d'un tratto,
all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello
accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata
di spalle_) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la
Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto
in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in
chiesa.



VIII.

«A LA PEAU D'ESPAGNE.»


Emma, appena vestita, corre a telegrafare alla mamma e al dottore.

— Dio, Dio, povero Carlo!

È ancora agitata, commossa. Mentre se ne ritorna verso l'albergo,
evitando il Corso, vede una chiesa aperta; pensa alla sua solita chiesa
di Milano e vi entra con un sospiro, come attratta da un senso di
sollievo, per pregare e per riposare. Sopra tutto per riposare.

Pregare?... Oh, ha pregato tanto, ha continuato a pregare fin allora!
Mentre si vestiva, lungo la strada, scrivendo i due telegrammi, non
ha fatto altro che mormorare fra sè: Dio, Dio! Carlo! Carlo! con tutto
l'ardore più intenso, con tutta la fede e la tenerezza del suo cuore.

— Dio, Dio!... povero Carlo! — ripete ancora, appena in chiesa; ma si
lascia cadere come stanca, affranta, sopra una seggiola.

Quante emozioni, quante angoscie improvvise, inaspettate! E quanto
dispetto, quanta rabbia!

— Carlo!... Povero Carlo! — E Giordano? Che cattivo! In certi momenti
non è più lui. Ha un'altra faccia. Diventa persino brutto; sì, brutto,
bruttissimo!... — E le torna in mente anche «quell'altra cattiveria»,
la prima, durante il loro viaggio da Napoli a Roma, e rivede Giordano
assonnito, livido, colla faccia storta, e ne risente la stessa
impressione. Ma è un attimo, un lampo. — E prima, a Napoli, com'era
buono! E all'Argentera? E a Milano? A Milano, quella prima domenica
in via San Paolo? A Milano, sul terrazzo, quella prima sera?... —
Emma socchiude le palpebre: una dolcezza cara, un'onda voluttuosa le
riempie, le trasporta l'anima; tornano i vent'anni a trionfare, torna
il sorriso, e sgombra le nubi dalla sua fronte candida e luminosa.

La chiesa è buia, tepida, quasi deserta. Appena pochi devoti, raccolti
in una luce rossastra, presso un altare, in fondo alla navata.. Nella
mistica quiete delle ombre silenziose, Emma sente maggiore la fiducia
nel buon Dio e più viva la speranza.

— Carlo è giovane, è forte; guarirà. E poi c'è il dottore!... — Emma
_sente_ che Carlo guarirà. Ne è sicura. — E quell'altro, il cattivo? il
_geloso_? ... E Giordano, cattivo, ingiusto, violento soltanto perchè
è geloso, Giordano ritorna Nino, il «suo Nino».

— Dice sempre che non è geloso!.. Vuol darsi l'aria di non essere
geloso!... Invece è gelosissimo, persino di Carlo! È un Otello furioso,
_l'illustre pensatore_! — Ed Emma sorride al suo Nino, al suo incanto,
al suo idolo, più che mai innamorata.

Borbotta a fior di labbra un'ultima preghiera, distratta, spinta dalla
fretta, dalla solita fretta di correre a casa, di rivedere suo marito,
di buttarsi fra le sue braccia. E questa volta non per domandargli
perdono, ma per perdonare.

La gente si volta per la strada, si ferma a guardarla come il giorno
innanzi; ma Emma non se ne accorge nemmeno, infervorata nel ripetere
fra sè il discorsetto che avrebbe fatto a Giordano:

— Sei stato cattivissimo, ma ti perdono! Sono così contenta di
perdonarti, perchè sono... così contenta che tu sii geloso. Sì, sì,
sì, uomo grande; geloso, geloso; sei geloso della «tua piccola!» Ma
però ti perdono a un patto: devi confessare di essere gelosissimo e
ti proibisco di chiamare il povero Carlo, _questo signor Borghetti_!
Assolutamente no, o resto in collera e allora... più nemmeno un bacio.
Più, più, più!

EMMA (_entrando nell'albergo tutta rossa, trafelata: al portiere_) Mio
marito è ancora di sopra?

_Il portiere_. Sì, signora. Non l'ho veduto uscire.

Emma, di primo slancio, corre verso la scala, poi si ferma, si volta:
e Carlo? (_Forte, al portiere_):

— Aspetto due telegrammi. Appena arrivano, badate di mandarmeli in
camera, subito, subito.

— Non dubiti, signora.

Emma è già su, al primo piano: infila il corridoio, mette la mano sulla
toppa del numero 30... ma in quel punto si ferma, rimane perplessa
un istante, poi piano piano continua diritta ed entra nel numero 31,
e sempre adagio, senza fare il minimo rumore, si avvicina ansiosa,
tendendo l'orecchio verso la stanza attigua. Ha il seno ancora
palpitante per la corsa fatta, il viso ridente, gli occhi sfavillanti
di piacere, di gioia...

_La bella voce di Giordano_ (_dal numero 30_) «... così la filosofia
s'alleava al cuore! Così si ponevano da lungi le basi di quella società
futura, che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza
e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo,
possiederemo la piena libertà dell'amore...» (_correggendosi pestando
i piedi_) «possiederemo la piena signoria della terra in cui siam nati,
e godremo piena la libertà dell'amore e del pensiero!»

EMMA (_fra sè_) Come? Ancora.... la conferenza di Milano? (_Lentamente
comincia a levarsi il cappellino e la giacchetta: non sorride più;
diventa seria_).

GIORDANO (_ricominciando_). «Così la filosofia s'alleava al cuore! Così
si ponevano da lungi le basi...» (_Tossisce_). — Sono rovinato anche
nella voce! Non ho più memoria e non ho più voce! (_Torna a tossire_).
C'è una peste d'odore qua dentro! (_Verso il numero 31_). Viene di
là! (_Annusa forte con ira, brontolando_) Già; sempre quella _peau
d'Espagne_! Dà l'emicrania e intacca la gola!

EMMA (_si fa piccina piccina e istintivamente si allontana dall'uscio:
ode il rumore dell'acqua versata da una bottiglia in un bicchiere; è
Giordano che beve, poi ripiglia_).

Maestà... signori. — Bisogna aggiungere Maestà — (_alzando il tono_)
«Le basi di quella società futura, che noi tutti, Maestà... signori...»

Giordano s'interrompe di nuovo ed Emma, a sua volta, crolla il capo
disapprovando: quel «Maestà, signori» non va bene.

Si sente un pugno forte dato sopra un tavolino, della carta che si
straccia, poi Giordano che brontola:

— Impossibile! Bisogna cambiare la conclusione. il finale. Così non va!
(_Canta a mezza voce_) Non va! Non va! Non va! Bisogna cambiar tutto!
— E, per più di un quarto d'ora, silenzio perfetto.

Emma, intanto, si sdraia in un angolo del canapè, ai piedi del letto, e
inavvertitamente ritorna col pensiero a suo cugino ammalato, gravemente
ammalato laggiù, in fondo alla Carinzia...

— E se muore? Se morisse? Che disgrazia, che dolore, e che rimorso!
Sarei stata io!... (_congiunge le mani e torna a pregare intensamente
con tutta l'anima_) Dio, Dio!... Povero Carlo!

Guarda l'orologio: per la risposta del dottore è ancora troppo presto;
ma il telegramma della mamma dovrebbe già essere arrivato!

A un tratto, tutta la bella voce di Giordano, colla solita enfasi, il
solito accento di convinzione:

«Così la filosofia s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi
le basi di quella società futura che noi tutti vagheggiamo come una
superba certezza e nella quale, sciolti sì da ogni vieto pregiudizio,
ma, dopo tante negazioni e tante bestemmie, riconciliati col cielo, da
cui piove la luce dell'ideale, possiederemo la piena signoria della
terra su cui siam nati, pur chinando reverenti il capo innanzi al
mistero da cui essa al par di noi è uscita!» — Benissimo! È anche più
nuovo, più moderno. — Il razionalismo, il materialismo, il verismo,
hanno fatto ormai il loro tempo. Adesso gli uomini, e specialmente
le donne, tornano a credere e vogliono dell'ideale! (_sempre più
soddisfatto_) E questa, caro signor Schiavino, è tutta roba mia;
assolutamente mia! Qui, il vostro Taine non c'entra!

Una fregatina di mani: poi Giordano torna a ripetere due, tre, quattro
volte, certo per impararlo a memoria, il nuovo finale della conferenza.

Emma è rimasta sempre sdraiata nell'angolo del canapè. Essa fa scattare
nervosamente la punta sottile di un tagliacarte d'avorio. È diventata
un po' pallida; ha il visetto in collera, con una piccola ruga, forse
la prima, che le attraversa la fronte, e continua a scrollare il capo,
in segno di malcontento e di disapprovazione, mentre suo marito,
paziente e instancabile, seguita invece a ripetere la conferenza,
collo stesso calore, le stesse intonazioni di voce, le stesse pause,
i medesimi sorrisi, e le medesime cannonate, che hanno mandato
in visibilio anche a Milano i pittori e gli scultori del Circolo
artistico-letterario. Solo s'interrompe qua e là per aggiungere e
provare il suono di qualche «Maestà», di qualche «Graziosa Sovrana»; o
per tossire, per borbottare contro il raschio che sente in gola, contro
quel profumo _à la peau d'Espagne_, che diventa sempre più acuto, più
noioso.

Nel corridoio: un passo risonante, spedito, diverso dai soliti, si
avvicina rapidamente al numero 30:

GIORDANO (_di dentro_). Chi è?

_Il fattorino del telegrafo_. Un telegramma. Signora Mari!

— È mia moglie. È uscita. Lasciate il telegramma dal portiere.

EMMA (_balzando in piedi e correndo fuori della stanza_) Qui! Qui! A
me! (_Prende il telegramma, firma la ricevuta, e rientra in camera
nello stesso punto in cui Giordano spalanca l'uscio interno di
comunicazione_).

GIORDANO (_con impeto_) È un pezzo che sei tornata?

EMMA. Sì.

— Stavi qui ad ascoltare?

— Sì.

— Questo non mi accomoda.

— Neanche a me! (_Emma, agitatissima, straccia mezzo il telegramma per
la fretta d'aprirlo_).

GIORDANO (_alzando la voce_) Cioè?... Che cosa vuoi dire?

EMMA (_riferendosi al dispaccio ricevuto_) Non è del dottore. È della
mamma.

GIORDANO (_sempre più forte_) Che cosa volevi dire? Che cos'è che non
accomoda neanche a te?

EMMA (_fissandolo a sua volta con arditezza_) Sì; e te lo dirò, se
vuoi saperlo! Non mi accomoda che tu ripeta anche a Roma, proprio a
Roma, l'istessa conferenza di Milano, di Bologna, di Napoli! Piuttosto
niente! O una nuova, o niente. Aspetta un altr'anno; questa primavera.

GIORDANO (_frenandosi a stento_) Dovresti abituarti a pensare soltanto
ai tuoi cento cappellini e alle tue mille sciocchezze!

EMMA. Invece no! «Abituarmi» no! — Io non sono fatta per «abituarmi»;
io non mi «abituerò» mai, mai, mai... a niente!

GIORDANO (_sogghignando_) Sicuro; nemmeno... a ragionare.

EMMA (_offesa_) Nino, ti prego; Nino!

GIORDANO. Intanto vuoi parlare, parlare, parlare, e, come al solito,
non sai niente! La conferenza è alquanto modificata, così nella forma,
come nella sostanza. Dirò... moltissime cose nuove.

— Tutte cose che non pensi, e le dirai soltanto per far la corte a mio
zio!

— Per tua regola, io non ho mai fatto la corte a nessuno, e tu ne sai
qualche cosa. Dovresti imparare a riflettere quando parli con me, e
sopra tutto quando parli di me. Bisogna pensare, bisogna sapere ciò che
si dice!

— So, so, so benissimo, sempre, ciò che mi dico. Anche troppo!

— Davvero? Una cosa per altro non sai (_Si chiude la bocca con una mano
per non parlare_).

EMMA. Quale? Quale? Che cosa? Sarà un'altra cattiveria! È un'altra
cattiveria! Sentiamo.

GIORDANO (_prorompendo_) Che con una donna come te, la quale fa perdere
la pazienza dieci volte in un'ora, non si può nè lavorare, nè studiare,
nè pensare! Bisogna diventare per forza un cretino, un imbecille!

EMMA (_colla voce bassa, rotta, strozzata_) Mi sta bene; ti ringrazio.
Grazie.

Giordano continua a camminare su e giù arrabbiandosi, pestando i piedi.
Emma torna a sedersi sul canapè e torna a far scattare il tagliacarte:
gli dà un colpo troppo forte; lo spezza.

Giordano si volta, la guarda e scoppia in una risata. A poco a poco è
riuscito a calmarsi. Con voce dolce, affettuosa, sedendosi sul canapè
vicino alla moglie, cercando di prenderle la mano:

— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?

Alla parola «cara» gli occhi di Emma si riempiono subito di lacrime. Ma
non può parlare, non vuol parlare; è ancora in collera, non vuol essere
toccata e allontana Giordano con un moto dispettoso delle spalle, delle
braccia.

— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?... (_Languidamente,
ponendo la sua testa accanto a quella di Emma sullo stesso cuscino_)
Sai, come, in che modo, mi fai perdere la pazienza dieci volte in
un'ora?... Perchè, quando so che sei qui, qui, vicina — mia — non penso
ad altro... che a questo. (_Fa per darle un bacio_).

— No. Va via.

Emma si alza, lo respinge, si allontana, sempre molto seria, sempre
molto in collera.

— Basta. Ho detto basta. Mai più!

Giordano protesta, smania, prega, supplica... ma, dopo inutili sforzi,
deve frenarsi e rassegnarsi. Sospirando, con aria docile, sottomessa:

— E la mamma? Che cosa, dunque, ha telegrafato la mamma?

EMMA (_getta il dispaccio sul canapè e va alla finestra_).

GIORDANO (_prende il dispaccio e lo legge ad alta voce_) «Anch'io manco
notizie; telegrafato dottore per averne — Villach — Carinzia — Austria
— Hôtel Orso nero. Speriamo bene. Abbracciovi. — Mamma». Come vedi,
tesoretto furioso, io avevo ragione! Il telegramma alla mamma potevi
risparmiarlo.

EMMA (_con un'alzata di spalle, senza voltarsi_) Vuol dire che se anche
avrò telegrafato una volta di più a mia madre, sarà poco male.

GIORDANO. Certamente! Sicuro! Desidero soltanto giustificarmi! (_Sempre
pensando al modo di potersi liberare di sua moglie per un paio
d'orette_) Ti avevo detto, anzi — ti ricordi? — quando torni dalla
messa, fermati nella sala di lettura, dove c'è tutto l'occorrente, e
scrivi alla mamma una bella lettera... lunga.

EMMA. Scriverò oggi, più tardi. Voglio prima aspettare la risposta del
dottore.

— Ma non dimenticarti che hai da scrivere anche al babbo, così buono
colle sue piccole manìe! (_Ridendo_) Il Quadrelli è lo stesso scultore
che ha fatto il busto anche a Verdi! Se non scrivi adesso... che cosa
vuoi fare fino all'ora di colazione?

EMMA (_guardando fuori dalla finestra, dietro i vetri_) Aspettare che
mi venga appetito.

GIORDANO (_ridendo_) E allora, perchè ti venga appetito, sai che cosa
dovresti fare, cara la mia figliuola?

— No, caro papà.

— Una bella passeggiata, e se non vuoi uscire a piedi, prendi una
carrozza. È una mattina deliziosa, primaverile! Non avessi da lavorare,
ti avrei condotta al Gianicolo, o a San Pietro. Appunto, perchè non
andresti a fare una scarrozzata fino a San Pietro? Poi ritorni, con
tuo comodo, ti fermi giù nel _restaurant_, per non seccarti a fare le
scale, e mi mandi a chiamare.

EMMA (_sempre immobile, senza voltarsi_) San Pietro non mi piace.

GIORDANO (_maravigliato_) Non ti piace? San Pietro? Perchè?

EMMA. È troppo grande. (_Comincia a suonare un valzer sui vetri, colle
dita_).

Giordano Mari ha un impeto di stizza, che riesce ancora a frenare.
Torna a ridere; si avvicina ad Emma, le cinge la vita con un braccio e
l'obbliga a voltarsi:

— Senti, amore. È una debolezza... di nervi, ma non posso vincermi. Io
non resisto a lavorare quando ti so qui ad ascoltarmi, a criticare, a
far niente. È impossibile.

EMMA (_risentita: diventando ad un tratto la signorina Dionisy_) Prendi
un'altra stanza più lontana. Capirai, per i tuoi nervi, e per i tuoi
comodi, io non mi sento di girare come una matta... i sette colli!

Giordano si piglia la lezioncina, e rientra, sbattendo l'uscio, in
camera sua. Emma non si muove dalla finestra. Suo marito brontola,
pesta i pugili sul tavolo, straccia della carta, ma Emma seguita
impassibile a suonare il valzer.

GIORDANO (_dopo aver molto tossito e annusato furiosamente_) Ah!
Ecco, viva Dio! Il veleno! Il puzzo! (_Presentandosi sull'uscio
con due grossi pacchi, uno per mano, trovati sotto un paltò accanto
all'armadio_) Cos'è questa roba? È roba tua? I tuoi profumi, i tuoi
soliti pasticci!

EMMA. Sì; il mio sapone, la mia acqua di _toilette_, tutta roba mia;
l'ho presa ieri alla farmacia Inglese.

GIORDANO. E mi ha rovinato la gola; mi ha fatto svegliare col dolor di
capo! Ti prego, un'altra volta, di dare il tuo nome e non il mio, e il
numero della tua camera (_Butta i due pacchi, sgarbatamente, sul letto
di Emma_).

EMMA (_seria, pallida, colla voce alterata, mettendosi il cappellino
per uscire_) C'è il conto? Avranno mandato insieme anche il conto?

GIORDANO (_respira: sua moglie finalmente se ne va; apre uno dei due
pacchi e trova il conto_) Sì, cara. Eccolo.

— Dammi i danari. Prenderò una carrozza! Andrò a pagarlo.

— Subito!... Quanto ti occorre?

— Non so; guarda.

GIORDANO (_dopo aver aperto il conto e letta la cifra: scattando_)
Duecentoquarantacinque lire! Quasi duecentocinquanta franchi... in
tanto sapone! (_A mano a mano riscaldandosi sempre di più_) Ma c'è
da lavare... un reggimento di turchi! Duecentocinquanta franchi! Ma
tu diventi matta, cara mia! Ci vuol altro! Non sono un milionario!
E tu non hai più vent'anni! Dovresti moderare le tue voglie, i tuoi
capricci, le tue stranezze! E poi... hai cuore, sì o no? In tal caso,
non dovresti mai dimenticare che sei la moglie di un uomo che lavora!
Che lavora per vivere!



IX.

PICCOLE MISERIE.


I _Precursori della Rivoluzione_ ottengono anche alla Palombella il
solito straordinario successo e il nuovo «finale», più moderno, è
accolto, come l'antico, da un'imponente ovazione. Ma i giornali? —
apriti cielo! — Tranne i pochissimi, prettamente ministeriali, che,
per un dovuto riguardo al ministro dell'istruzione, non danno altro
che un brevissimo cenno di pura cronaca, tutti gli altri, in coro, a
dir le sette peste della conferenza e del conferenziere! Naturale, in
tanto accanimento, c'entra, in parte, anche la politica: i giornali
favorevoli al Governo, ma che non vogliono passare per ufficiosi,
approfittano dell'occasione e dicono corna del nipote per affermare
la loro indipendenza dallo zio, e quegli altri dell'Opposizione...
seguitano a far opposizione anche alle spalle del professor Mari.

I giornali del mattino lo attaccano allegramente, ridendo:

«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia il _Corriere romano_, «e
dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro
che minaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante:
le conferenze, o, meglio, la conferenza-_carillon_ dell'illustre
professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho
avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma
nel medesimo tempo del conferenziere _omnibus_, e ho dovuto godermi
nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso
frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa...
del Taine.»

E un altro:

«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di
pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto
di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è
davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore,
ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido...
anzi, _di grida_.»

Poi c'era il _per finire_:

«Da Aragno, a mezzanotte:

« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?

« — Ne vengo via... sei mesi fa.

« — ?...

« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del
Taine. Che bella voce!»

I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano
lacrime:

«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento
di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente
commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un
pubblico di anime giovani la parola fiera e ribelle della ragione
in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e
giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni
e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso
argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa
una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla
sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima
volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue
parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile
delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista
aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella
del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e
la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi
vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle
Eccellenze più clericaleggianti, più _conciliantiste_. E, dopo tutto,
perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo
a posto, e che farà carriera.»

Soltanto il _Popolo_ di Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto
bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne
ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno,
Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli
aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il
maggior male lo fanno col silenzio.»

— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia
visita! — E, non potendo pigliarsela col direttore del _Popolo_, ne
tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi
giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.

— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!

Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco,
faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava
da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede,
graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è
stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali,
uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore
e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo
l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere,
coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata
vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:

— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai
fatto male a nessuno!

Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo
insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui»,
quasi quasi non accusa altri che sua moglie:

— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere
il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con
quel bel regalo dello zio Eccellenza! (_sospirando_) Mi han fatto
venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama
il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua.
Non vede niente, non capisce niente, non pensa a niente altro che a
far _toilette_! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo
faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (_sta per dire_
bella, _ma cambia perchè è troppo arrabbiato_) e più grassa.

Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo
volume, la sua monografia, la sua «opera colossale» _Ambrogio vescovo
nella civiltà de' suoi tempi_.

GIORDANO (_fra sè_) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e
antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di
moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria
in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi la _réclame_ colle
signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?

Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il
Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato
telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.

Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther
meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia!
E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra
lui e sua moglie, fra lui e il _suo «Ambrogio»._

Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po'
inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre
migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a
Milano.

«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo
secondo consulto professor Klebers preferibile stato attuale trasporto
Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.

EMMA (_a Giordano: appena letto il dispaccio_) Facciamo trovare a Carlo
un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?

GIORDANO (_con un sorriso che mostra troppo i denti_) Volentieri, cara.

EMMA (_siede e scrive in fretta_) «Lietissimi felici tuo ritorno ti
abbracciamo teneramente — Emma Giordano».

GIORDANO (_studiando il dispaccio_) O «lietissimi» o «felici». In un
telegramma basta uno dei due. (_Cancella: «felici»_). Invece di «ti
abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di
essere tuo fratello? (_mentre suona al cameriere e gli consegna il
dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra_) «... ti chiamerò col
nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»

Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa
di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo
barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza
e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della
passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso
in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia
a faccia.

— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè
diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male dei
_Precursori_? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin
dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno
scontare... tuo zio! — Ti prego, e se non basta, ti comando di non
leggerli.

Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito,
non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo
stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti,
soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai
baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente.
E pensa fra sè:

— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti,
se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi
di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una
conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto
ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la
conferenza-_carillon_!

Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...;
pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra
più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il
suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta
la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del
suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel
suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si
sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti
bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando
parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante,
penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi
e predicare; niente altro! Predica la mattina, in letto, appena si
sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe
e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme.
Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana,
contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro
«l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa
venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata»
e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!


Un dopo pranzo:

Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino
elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci
ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti
i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al
ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la
bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E,
infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più
arrendevole.

GIORDANO (_rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna_) Il
Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine!
Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei
essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci
ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini
precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno
scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione
spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto
di sintassi, ammirano l'_Intelligence_: un libro bellissimo... perchè
non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a
Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il
Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa
avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...

Emma, in gran _decolleté_, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e
rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo
sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le
dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il
dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.

GIORDANO (_continua masticando un grosso avana_) E adesso, quando
uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da
chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote
del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver
diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!

_Sua Eccellenza_ (_sorridendo_) Consolati: uno zio ministro è un male
che dura poco. Piuttosto... (_s'interrompe: prende una sigaretta,
che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita
inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia
lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e
tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa_) piuttosto...
dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?

— Di che?

— È tutta roba tua?

GIORDANO (_offeso_) Credo bene!

— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosa anche da ministro.
(_Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e
lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si
alza e va a sedersi più lontana sul canapè_).

L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a
parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso
il fumo della sigaretta:

— E poi... Perchè questo _Ambrogio_? Questo Ambrogio _vescovo_?... Non
capisco.

GIORDANO (_scattando_) Ambrogio _vescovo nella civiltà de' suoi tempi!_
È uno splendido titolo!

— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!

GIORDANO (_alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso_)
Ma io sono sopratutto sincero...

_Sua Eccellenza_ (_con un risolino pieno di arguzia_) E allora chiamalo
_Sant'Ambrogio_ e che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò
con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande
Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto;
bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del
genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie
ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (_Si rivolge
ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi_) I
giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine.
Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di
corte.

.... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo
all'accanimento della politica, è troppo insensibile, è troppo
scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la
conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non
tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano
Mari.

Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le
cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto
sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e
più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno
cogli empiastri e le pappe di lino.

— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.

Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno
questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua
moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene
il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole
Cogoleto:

— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri
amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito
preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio povero
_Ambrogio_, finiranno coll'ammazzarmi!

Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia
aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni
dei giornali e torna all'_Albergo Milano_ recando proteste di stima
e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda il _Sant'Ambrogio_ ad
uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto
colla stampa.

L'Eccellenza di _Destra_ e l'onorevole dell'_Estrema_ sono più che
mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti
della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli
del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede,
seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata,
addolorata:

— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare
il chirurgo!... Bisognerà tagliare!

La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la
punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo
Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre
buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre
ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche
col _foulard_ delle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le
carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto.
La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza
della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma,
colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle
piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto
arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa
le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne
sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli
avvoltola intorno al collo.

— Povero Nino mio, ti fo male?

— Bene no, cara; grazie.

E, tra un _grazie_ e un _cara_, Giordano si fa curare e si fa servire,
senza riguardi, senza scrupoli, non lasciando a sua moglie nemmeno il
tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.

— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.

E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della
intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero
candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più
sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte,
come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri,
piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino,
di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:

— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli
altri.

— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si
capisce, ma io piglio freddo!

— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i
vent'anni... e anche tu!

E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad
Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente
e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il
vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e
coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con
le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di
donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a
teatro ne riempiono il palchetto.

E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli
spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:

— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa!
Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai
miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un
bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina
appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è
innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite,
non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma...
volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa
della Carolina!

Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia
esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre
e soltanto per Carlo Borghetti.

Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli
dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge
per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli
accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»;
e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e
quell'amicizia.

— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a
Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia,
è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.

Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore.
Una, anzi, la fa sparire.

Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di
Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non molto
distante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia
e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e
saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro
apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di
nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»

Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere
al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà
guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.

— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.

E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel
Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:

— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è
altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri
rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mio _Sant'Ambrogio_, e
ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di
note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto
più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come,
per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro
Esculapio a ripetizione!

EMMA (_supplichevole, colle lacrime_) Il dottore, no! Il nostro buon
dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per
noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!

GIORDANO. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestato ugualmente volentieri
se invece di me si fosse trattato (_strizzando l'occhio_) di Nino o
di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i
clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore,
per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a
voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta!
Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni,
dammi un bacio.

Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del
«suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa
abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon
dottore.

GIORDANO. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se
non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli
addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!...
— se non è, dico, per questo, il _mio Sant'Ambrogio_ avrà un successo
straordinario. Me lo scrive l'Amodei.

EMMA. _Sant'Ambrogio_?... Dunque, hai cambiato il titolo?
_Sant'Ambrogio vescovo_, come vuole lo zio?

— No, come voglio io. _Sant'Ambrogio_, e basta. Io sono sopra tutto
sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle
chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. — _Santo_, sicuro. Sai
che cosa vuol dire _Santo_? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza,
gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e
della parola!

I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano
Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta,
ufficio _Pacchi postali_, nella speranza di ricevere da Milano le prime
copie della sua opera.

— Ancora niente.

— Niente.

Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei
ed entra subito al numero 31.

— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di
vestirti?

EMMA (_come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad
abbracciarlo con un grido di gioia_) Sei già stato fuori?

— Sì. A comperarmi dei sigari.

— E il libro è arrivato?

— Che libro?

— Il _Sant'Ambrogio_!

GIORDANO. Non seccarmi sempre col _Sant'Ambrogio_! Arriverà... quando
arriverà.

EMMA (_ancora colle braccia attorno al collo del marito,
indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene_) Ma
tu, scusa... (_gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito_)
Sicuro!... Sei gonfio!

GIORDANO. Gonfio! (_corre a guardarsi nello specchio_) Che mi venga
qualche diavolo anche in faccia?

EMMA. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami
vedere in bocca!

GIORDANO (_opponendosi vivamente_) Ma no, non seccarmi! Mi secchi!
(_Cambiando tono, sorridendo_) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre
il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti diverti a giocare con me
«al signor dottore». (_Avviandosi verso il numero 30_) Per te i dieci
anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!

EMMA (_per seguirlo_) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di
laudano?

GIORDANO (_con fermezza_) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti
e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la
Carolina. Grazie.

EMMA (_suona mortificatissima e facendo il broncio_).

GIORDANO (_ritornandole vicino, accarezzandole una mano_) Per un
po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e
desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!

La CAROLINA (_precipitandosi in furia_) Sua Eccellenza! Il signor
ministro! L'ho visto adesso entrare nell'_ascenseur_!

GIORDANO (_ad Emma_) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già,
non viene per me, ma per te! (_Passa colla Carolina nel numero 30, e
chiude a chiave l'uscio di comunicazione_).

Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.

_Sua Eccellenza_ (_in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci
sotto il braccio: fermandosi sull'uscio_) Troppo presto?

EMMA. No, no, zio! Avanti!

_Sua Eccellenza_. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso.
(_Sospirando_) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle
dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!

EMMA (_ammirandolo_). Sei magnifico!

_Sua Eccellenza_ (_avanzandosi_) Tuo zio, dunque, ti piace?

EMMA (_birichina_) Moltissimo... colla commenda!

— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (_Le dà la scatola dei
dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli_).

Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed
Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche
piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna
disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per
lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria
graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto
in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un
eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è
amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo.
Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio,
come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due
cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi
da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse
a nessuno.

EMMA (_sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a
rosicchiar dolci_) Sai che Giordano sta poco bene?

_Sua Eccellenza_ (_con un'occhiata verso il numero 30_) Sempre a
cagione del Taine?

EMMA (_seria_) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul
Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (_Ad alta voce_) Ha una
guancia un po' gonfia.

— È a letto? Dorme?

— Credo.

Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia,
fissando Emma.

EMMA. Vuoi... un cioccolatino?

_Sua Eccellenza_ (_tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo
dolce, lo avvicina alle labbra di Emma_) Metà per uno.

EMMA (_finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino_)
Ecco, prendi.

— Tutti i giorni sempre più... cattiva!

— Proibito parlare sottovoce!

_Sua Eccellenza_ (_forte_) Allora vengo a prenderti colla carrozza
prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima della
_Manon_.

Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.

GIORDANO (_dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa_) Vieni a
prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a
teatro.

Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo
zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza,
col trattarlo quasi arrogantemente.

GIORDANO (_rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono
più sommesso e più affettuoso_) E tu farai, almeno per questa volta,
come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu
mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio
assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando
un bacio, cara. Buon giorno, zio!

_Sua Eccellenza_ (_subito, ad Emma, sottovoce_) Allora vieni a pranzo
con me!

EMMA. Ti par possibile?

_Sua Eccellenza_. Col deputato Cogoleto, coi nostri soliti! (_nomina
due o tre dei più assidui frequentatori di Emma_).

EMMA. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più!
Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non
voglio assolutamente.

— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.

— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.

— E... in compenso della bugia?

EMMA. Verrò, forse, a teatro. (_Sdraiandosi, sporgendo il piede che
vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto_) Che cosa guardi?

_Sua Eccellenza_. Quel piedino! Quel piedino! (_Mettendosi il pince-nez
e chinandosi per ammirarlo più dappresso_) Oh! il piedino delle signore
milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!


La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei
colla carrozza: tentar non nuoce.

— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere
le notizie di tuo marito. Come sta? (_Guardandola: abbassando la voce_)
Hai pianto?

— No.

— Sì.

— No.

— Hai gli occhi rossi!

EMMA. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto
il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!

— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!

_La voce di Giordano_ (_ancora più soffocata per la pappa di lino_) Sei
tu, zio?

— Sì, ma... (_per obbedire ai cenni della nipote_) ma devo scappar
subito! Abbiamo Consiglio!

— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto
meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate
Emma a pranzo!

EMMA (_rivoltandosi furente verso il numero 30_) Io fuori, a pranzo,
non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i
vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non
sono più un _baby_ da condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio!
Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!

Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza
sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la
sera.

Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in
mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine.
Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia
aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al
numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno
alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La
Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora
qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.

— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!

— No.

— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche
a colazione!

— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che
tiene in mano.

La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:

— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor
padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.

Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la
cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...

Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone,
ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla
signora:

— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (_Guarda fissamente Emma
e torna a sorridere_).

EMMA (_alzandosi d'un balzo e gettando via il libro_). In fine, che
cosa c'è?

CAROLINA. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al
padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente
con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno
che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io
non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una
debolezza!

E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole
alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.

EMMA (_nervosissima_) Insomma... che cosa c'è?

CAROLINA. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato
di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi
dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più
donne di noi!

— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!

— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve
continuare a non accorgersene!

Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia
per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in
quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei
vent'anni, si fa più viva e più profonda.

Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come
si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si
vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo,
un respiro, il respiro più lieve della mia anima!

CAROLINA. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è
di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di
non tradirmi col signor padrone?

EMMA (_seriamente_) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro,
quando ti dicono di tacere, devi tacere.

CAROLINA (_piccata_) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene!
Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È
naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli
altri!

E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver
augurata la buona notte alla signora.


EMMA (_fra sè_) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al
cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non
ci vedo; è buio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran
dolore! Che _fine_ di tutto! Che morte! E che orrore! (_Si copre il
viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data,
si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza
per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza_). Anch'io
sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure,
io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse
pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile
tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi
saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una
ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla
Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora!
Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza
vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo!
No, è troppo! (_Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i
piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta
si aggrovigliano fra le dita nervose_). Che donna mi crede? Come mi
giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! —
che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla
cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo
vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva
mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto
il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma
un'altra volta!... Lo merita.

Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida, smorta, senza mai
guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta
in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al
numero 30!

Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile,
rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso
d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci
lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si
allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a
poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il
gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo,
che varia tutti i toni.

Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte,
per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato,
la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e,
sembra, tutto l'albergo.

EMMA (_sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto_) Dio, Dio,
sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?



X.

GRANDI NOVITÀ.


La mattina dopo, il gonfiore è scomparso; Giordano Mari si sente
in lena ed è di buonissimo umore. Ha ricevuto colla prima posta una
letterina dell'Amodei che gli ha fatto molto piacere.

  «Illustre e caro amico,

«Vi furono spedite ieri le prime copie del _Sant'Ambrogio_. Vedrete
che splendida edizione! Che margini! Che carta! Mi direte _bravo_! E
ho procurato al volume un articolo _monstre_, scritto da un critico
famoso, professore d'Università, deputato... Indovinate chi è, e
ditemi _grazie_. Dopo _tantum nomen_, se le rane vorranno gracidare,
infischiatevene chiamandole rospi.

                                             «Vostro affezionatissimo

                                                             AMODEI.»

GIORDANO MARI (_in manica di camicia, dinanzi allo specchio
dell'armadio, si strappa con una pinzettina i peli bianchi della
barba: fra sè_) Che miracolo! Emma stamattina non si fa sentire! Forse,
dormirà ancora. (_Tende l'orecchio verso l'uscio_) No! c'è la Carolina.
Sarà in collera. Ieri gliel'ho fatta grossa! Tutto il giorno Richelieu
e niente Nino! (_Ammirandosi nello specchio dopo aver indossato
l'abito_) Povera piccola!... Faremo la pace. (_Spinge il capo, senza
bussare, in camera di sua moglie che sta facendosi pettinare dalla
Carolina_) Che capelli straordinarii!

Sente un'ondata del solito profumo _à la peau d'Espagne_, ma quella
mattina è una delizia.

— Buon dì, dormigliosetta! Nemmeno un saluto, per chiedere al povero
Nino come sta?

Emma voltandosi, mentre la Carolina le tiene sollevata tutta la grossa
e lunga massa dei capelli, stende le due mani a Giordano, ma per un
senso improvviso, come d'imbarazzo, non lo guarda in faccia.

GIORDANO (_colla sua voce più bella, colle modulazioni più tenere,
stringendole le due mani e baciandola in mezzo alla testa sulla riga
dei capelli, sottile come un filo di refe bianco_) Guardami, gioia.
Sono bello come prima?

Emma lo guarda, ma non gli osserva la bocca e arrossisce come una
fiamma, perchè vede nello specchio, o le par di vedere, la Carolina che
si sforza per non ridere.

GIORDANO (_convinto che sua moglie è in collera per la «cattiveria» del
giorno innanzi e voglioso di far la pace, siede sopra una seggiolina di
fianco alla toeletta, in faccia, vicinissimo ad Emma_) Hai un _cerino_
oggi, come direbbe il nostro buon dottore, un _cerino_ incantevole. Sei
fresca, bella, «bella al par d'una rosa». Non è vero, Carolina?

EMMA (_alla Carolina: un po' irritata_) Fa presto!

GIORDANO (_sorride fissando Emma e facendo sfoggio più che mai dei
bellissimi denti_) Com'è buono, soave l'odore dei tuoi capelli! È un
_peau d'Espagne_ delicatissimo! (_Fiutando a lungo e chiudendo gli
occhi_) Un'ebbrezza!...

Emma si alza, con le mani agili dà gli ultimi tocchi di pettine ai
riccioletti della nuca, poi, senza levarsi l'accappatoio, manda via
la Carolina. Non può più vederla! Le riesce seccante, fastidiosa,
insopportabile!

— Va! Va! Mi vesto sola.

La Carolina è intelligente: non fiata nemmeno; ma pensa, fra sè,
andandosene pianino e chiudendo l'uscio, che l'ha sbagliata: ha fatto
molto male a parlare.

GIORDANO. Ancora non mi hai dato un bacio. Sei proprio in collera?

_Emma_ (_adesso che non c'è più la Carolina lo guarda, lo guarda bene;
ma non lo bacia sulla bocca; diventa rossa di nuovo e trova un altro
posto dove baciarlo, sotto l'occhio_) Ha scritto la mamma! Se vuoi la
lettera, è nella mia cartella: guarda sul letto.

GIORDANO. Dunque, mi hai perdonato?

EMMA. Lasciami far presto. — Sai? — Dev'essersi perduta una lettera del
dottore. (_Si leva l'accappatoio, sempre in fretta, per terminare di
vestirsi_).

GIORDANO. Ti aiuto io?

EMMA. No, no. Da me sola fo più presto. Carlo andato a Val d'Olona, ma
non sta ancora bene.

GIORDANO. Cara, cara, cara! Perdonami. Ti prego, ti supplico! Perdonami.

Emma si arresta... Lo guarda seria seria, a lungo, prima in collera,
poi cominciando a sorridere. È l'incanto, la carezza della voce tenera,
morbida. È il fascino dell'amore, il primo amore dei suoi vent'anni!

— No. Sei stato troppo cattivo. Lasciami far presto.

— Cara, cara, cara! Perdonami! Ti prego! Lo voglio! Perdonami!...

Emma si sente stretta fra le braccia di suo marito: tutto dimentica,
tutto svanisce, si sente vinta. È l'anima risorta in estasi! È la
gioia, è la vita che torna nel cuore palpitante!

— Povero Nino mio — pensa in cuor suo — ha detto una piccola bugia,
soltanto per piacermi! — Si volta, lo fissa colle pupille lucenti,
tremule. Emma perdona, e gli butta a sua volta le braccia al collo
coprendolo di baci. — Nino! Tesoro! Mio!...

Si bussa forte all'uscio:

— Un pacco della ferrovia. Libri.

GIORDANO. _Il Sant'Ambrogio!_ (_D'un salto correndo ad aprire_) Avanti!

Emma, ancora in sottanina, ha appena il tempo di scappare nell'altra
stanza. Poi, dopo un momento, appena l'agente della ferrovia che ha
portato i libri se n'è andato, si nasconde, aspettando che Nino corra
a cercarla. — Niente! — Allora, corre lei, cacciando il capo innanzi,
e sorridendo: — Hai chiuso l'uscio?

GIORDANO (_sforzandosi inutilmente per rompere la corda del grosso
pacco_) Dammi una forbice.

EMMA (_correndo gli dà la forbice e gli fa una carezza_) Hai chiuso
l'uscio?

GIORDANO (_distratto: tutto intento a disfare il suo pacco_) Non so.
Guarda.

Emma non guarda e, invece, finisce di vestirsi.

GIORDANO (_ammirando uno dei grossi volumi in ottavo che formano il
pacco_) Magnifica!... Bravo Amodei! È una splendida edizione! (_Legge
il frontespizio_): Giordano Mari, _Sant'Ambrogio_.

EMMA (_rimasta sempre un po' distratta_) Come? È il _Sant'Ambrogio_?
Fammi vedere!

— Guarda, gioia. È il mio _Sant'Ambrogio_! Che bella carta! Che bei
margini! Forse la copertina, se fosse stata un po' più chiara.... Non
ti pare? Il titolo risalterebbe meglio!

EMMA (_cogli occhi incantati, seguendo un pensiero che sempre più si
allontana_). È bello lo stesso!

GIORDANO. Ma se fosse stata più chiara, per l'effetto della vetrina
sarebbe stato molto meglio. Adesso prendo la carrozza e in fretta.
(_Guarda l'orologio_). Le dieci e mezzo. Sono quasi le dieci e
mezzo. Porto due copie del _Sant'Ambrogio_ allo zio e le altre due al
Cogoleto.

EMMA. E per me?

GIORDANO. Domani, o dopo, arrivano tutte le altre.

— Mi avevi promesso la prima copia.

— Sono tutte eguali, cara! Anzi, la tua te la farò legare. Una legatura
artistica, di stile antico.

EMMA (_che sente il bisogno di arrabbiarsi_) Però, mi avevi promesso la
prima copia!

— Una allo zio e l'altra al segretario dello zio! Sono urgentissime,
per la stampa. Più presto le consegno e più presto i giornali amici
possono parlarne e dare l'imbeccata! Per te, invece, giorno più, giorno
meno, è lo stesso.

— No, che non è lo stesso. E le altre due copie? Tutt'e due al
Cogoleto? Perchè tutt'e due?

GIORDANO (_sbuffando_) Perchè il Cogoleto mi ha pure promesso di
procurarmi due articoli favorevolissimi, e in due giornali radicali,
che nella mia condizione, collo zio al Governo, mi premono anche di
più. (_Cacciandosi in testa il cappello e cercando i guanti_) Anzi, gli
scriverai un bigliettino più tardi, invitandolo a pranzo. (_Ridendo_)
E ti metterai quel tuo famoso abito ch'egli chiama «all'andalusa» e
che lo fa andare in visibilio! (_Serio_) Non bisogna lasciar tempo al
_Corriere Romano_, alle rane, cioè ai rospi, di alzar la voce per i
primi. Guai se il pubblico rimane mal prevenuto. Sono rovinato! (_Fa
per avviarsi_).

EMMA (_sempre più attonita e mortificata_) Vai via... proprio così?

GIORDANO (_dandole un bacio in fretta e in furia, col cappello in
testa e le quattro copie del volume due per mano_) Ciao, cara! Porta
pazienza, per oggi! Non farmi quegli occhi, viva Dio! Che cosa c'è da
piangere? Domani, non sono tutto per te? (_Va via_).

EMMA (_correndogli dietro: sull'uscio_) Ti aspetto a colazione.

GIORDANO (_in fondo al corridoio: senza voltarsi_) Sì.

Invece non è più tornato... ed Emma ha fatto colazione sola.

E tutto il giorno rimane sola in quella camera d'albergo, senza vedere,
senza parlare con anima viva. Legge, scrive al babbo, alla mamma, al
dottore per avere le notizie di Carlo. — Oh, Carlo, povero Carlo, com'è
buono! — E, mentre scrive, prova una commozione, un intenerimento
strano, morboso. Le lacrime le cadono grosse sulla carta, e deve
smettere anche di scrivere. Non si sente bene. Tutto il giorno, tutto
il giorno chiusa dentro, in una stanza; forse le ha fatto male il
calorifero. Le gira la testa; prova un senso di nausea. Ma più di tutto
è la noia! Quando la noia attacca i nervi diventa una malattia.

Verso le sei, quando può, viene lo zio a prenderla per la passeggiata,
ed Emma, prima e dopo le sei, corre due volte alla finestra; ha sentito
una carrozza fermarsi tutt'e due le volte, e ha sperato che fosse lo
zio! Le avrebbe ripetuto la solita tiritera; le avrebbe voluto baciar
la mano, guardare i piedini. Oh, ma almeno, avrebbe potuto parlare con
qualcheduno!...

Invece niente! Quel giorno... nemmeno Richelieu!

— Auf! Che noia! Che noia! Come sono stufa! Stufa, stufa di questa
Roma! A Milano avrei il babbo! Caro, caro il mio babbo! (_E colle
labbra gli manda un bacio_) E all'Argentera, anche sola, avrei almeno
i miei fiori!

Giordano Mari torna appena per il pranzo, e arriva ansante, gridando,
ancora colla fretta e colla furia, come se n'era andato. Il Cogoleto
aspetta d'abbasso, nella sala da pranzo; e lo zio li aspetta a teatro,
per le nove e mezzo.

GIORDANO (_ad Emma_) Presto! Facciamo presto! C'è appena il tempo di
vestirsi! Che cos'hai? Oh, ma ti prego, ti raccomando! Ancora quegli
occhi! Oggi, proprio oggi! Sono assolutamente fuori di posto! Tanto
più che io voglio vederti contenta, perchè sono contentissimo anch'io.
Spero bene! Dopo la guerra atroce che mi hanno giurata, si tratta
della lotta per la vita e... pazienza! Devo sottomettermi al giogo
più odioso, che ho sempre aborrito di più: a quello della _réclame_!
Sorridi, ridi, cara, per amor di Dio! Tu anzi... sei tu che devi
spingermi, farmi coraggio, tenermi allegro! Si tratta della cattedra!
Lo zio ha promesso! Tutto dipende dal _Sant'Ambrogio_. Capirai, non
è per la vanità di ottenere un gran successo — io, resto io! — Ma
devo farmi una posizione! Lo sai anche tu; devo lavorare (_sorridendo
affettuosamente, tanto più che bisogna far presto a calmare Emma, per
non far troppo aspettare il Cogoleto_), devo lavorare per vivere e
guadagnar molto, molto... (_abbracciandola_) con un tesoro in casa, che
mi spende quasi trecento franchi soltanto in sapone! Fa presto, gioia!

Emma lo guarda, lo fissa stupita... e vede il sorriso dei bei denti
bianchi, e le corrono alla mente le parole della sua prima lettera:
«... Povero, io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di
me stesso — sempre indomabile e fiero...»

— È lui! Giordano Mari! È lo stesso di Milano! Ma pure com'era diverso
quella domenica nella sala del Circolo artistico-letterario! E dopo in
via San Paolo? E dopo, e dopo, all'Argentera... E dopo, fino a Napoli?
Mah!... — sospira e pensa la giovane donna, mentre sta abbigliandosi
e facendosi bella per il deputato Cogoleto e per lo zio ministro. —
Mah!.. quello era il sogno, l'incanto... E la vita, la realtà, si sa
bene, è sempre diversa. È brutta; è molto brutta la vita, la realtà!

Il giorno dopo, non succede altro che un piccolo cambiamento del giorno
prima: suo marito viene invece a colazione... e non a pranzo; mala
sera, tardi, in compenso, le porta a casa, da leggere, uno splendido
articolo sul _Sant'Ambrogio_; anzi, lo legge tutto lui, lentamente,
colla bella voce alta e sonora.

— Porta pazienza, gioia cara. Forse, anche domani sarò occupatissimo,
e forse, temo, dovrò pranzare col direttore del _Corriere Romano_; ma
poi, dopo, tutto per te!

Lo zio ministro aveva parlato chiaro e lo aveva consigliato bene:

— Vuoi che il tuo volume sia lodato e portato alle stelle? Allora, devi
non solo farti valere, ma farti vedere. I giornalisti sopra tutto! Ti
raccomando i giornalisti! Non basta conoscerli, farsi presentare; ma
bisogna frequentarli, viver con loro. Gridano, strepitano, certe volte;
ma sono, in fondo, bravissimi ragazzi, divertenti, pieni di spirito e
che ti daranno tutta la celebrità e la gloria che desideri, al patto di
goderla un po' tutti insieme. — Perchè fabbricare un grand'uomo... per
gli altri? Con che gusto? — E se tu resti chiuso, nascosto all'albergo
con tua moglie, il _Sant'Ambrogio_... sarà un mezzo fiasco. Il suo
valore? Il suo merito intrinseco, tu dici? Ma chi saprà mai, davvero,
se è un capolavoro o, scusa, una bricconata? Nessuno; nè tu che lo hai
scritto, nè i tuoi critici... che non lo hanno letto! Caro mio, non
è il libro che bisogna fare; bisogna fare l'autore! Tanto è vero che
ci sono molti autori celebri, che non hanno mai scritto niente! Hai
capito? Mi spiego?

Giordano Mari ha capito benissimo; si mette a far la vita dei caffè
e del Corso, affidando la moglie allo zio, che diventa sempre più
galante, e al Cogoleto, che diventa sempre più geloso. Ma, anche nel
poco tempo che passa colla moglie, Giordano Mari non si occupa di lei,
ma del _Sant'Ambrogio_, sempre il _Sant'Ambrogio_, il quale comincia,
del resto, ad essere discusso seriamente ed apprezzato, ammirato dalla
gente colta, dagli studiosi.

— Io non ti credevo capace di tanto! — dice un giorno Sua Eccellenza al
nipote, guardandolo in faccia con un'espressione diversa dal solito, ed
ammirandolo sinceramente. — Io non ho ancora avuto il tempo di leggere
il tuo libro, ma me ne hanno parlato molto favorevolmente persone
competentissime e tutt'altro che di facile contentatura. Il senatore
Bernabeis — nientemeno! — il principe dei nostri storici, l'arca
santa dell'erudizione!.. Ieri sera, dalla principessa di Campolatino,
ha proclamato il _Sant'Ambrogio_ un'«opera poderosa», un'«opera
madre». Bravo! Sono contento! «Vergin di servo encomio», ti fo i miei
complimenti e ti stringo la mano!

I medesimi «astiosi parrucconi», che non avevano mai preso sul serio
Giordano Mari, nè come letterato, nè come storico, nè come critico,
dopo che il Bernabeis ha letto e lodato il _Sant'Ambrogio_, vogliono
vedere «che cosa c'è.» Lo leggono però con diffidenza, sogghignando, ma
poi, onestamente, devono modificare il primo giudizio:

— Giordano Mari è un uomo che sa il suo conto. Non si scherza! Il
_Sant'Ambrogio_ non è un libro che s'improvvisa!... Ma perchè dal
momento che ha la libera docenza a Bologna, non fa lezione?... È un
valore...

E Sua Eccellenza passa di maraviglia in maraviglia!

— Ma, sai, che, col riuscire a farti leggere dai contemporanei, hai
fatto un gran miracolo?.. — È vero che sei stato felice nel titolo, e
che hai avuto anche la combinazione fortunatissima di aver trovato un
primo lettore: il Bernabeis. Già, dovrò finire col leggerlo anch'io!
Ma, intanto, dal momento che hai chiesto e ottenuto la libera docenza
a Bologna per un corso...

— Sulle _Origini dei Comuni italiani_.

— Precisamente; perchè non fai qualche lezione? Prendi un capitolo del
_Sant'Ambrogio_ e la lezione è bell'e scritta.

GIORDANO MARI (_con dignitosa maestà_) Questo poi no. Io mi vanto di
essere sopratutto sincero e originale!

Tornato di moda, rimesso sul candeliere e illustre più di prima e
con più credito, Giordano Mari torna sereno, affettuoso, espansivo,
sorridente, e torna a sentirsi benissimo. Anche il dolorino persistente
alla nuca, il «tarlo che rode» è scomparso. In casa ci sta pochissimo;
non ha mai tempo! — ma in quelle ore fuggevoli la sua Emma, dolce
e buona, la sua Emmina, bella e cara, è sempre «la dilettissima»,
«l'adorata» dell'Argentera!... E, anche fuori di casa, egli è cortese,
alla mano, affabile con tutti. Dà del tu e si prende a braccetto
l'ultimo dei _reporters_ come gli uomini del Governo, i colleghi
dello zio. La sua superbia s'è rannicchiata dentro di lui; sembra
dormicchiare, beatamente soddisfatta, dopo una lauta indigestione di
lodi. Soltanto lui è un grande storico, un grande letterato, un grande
oratore, un grande lavoratore, insomma il solo grande nei varii generi;
ciò si sa e si deve sapere. Gli altri sono tutti asini e facchini; ma
questa sua profonda e immutabile opinione egli la esprime senza astio e
senza livori, serenamente e dolcemente, più col silenzio e coi sorrisi
indulgenti che non a parole. Egli passeggia sul Corso, il cappello a
cilindro sulle ventitrè, pavoneggiandosi come a Milano, nella modesta
e oscura via di San Paolo, le falde del lungo abito nero svolazzanti,
raccogliendo strette di mano, sorrisi, complimenti, congratulazioni
e scappellate, ch'egli porta all'_Albergo Milano_ condensate e mutate
in altrettante carezze, in altrettanti baci per sua moglie. Non è più
rabbioso, invidioso, bisbetico; si entusiasma invece per i cappellini
e le acconciature che fanno risaltare la bellezza di Emma.

— Cara!... Gioia!... Vieni a darmi un bacio! — E quando Emma si
alza in punta di piedi per baciarlo, non più sulla bocca, ma sotto
l'occhio, egli la guarda sorridendo, «povera piccola», e gli par quasi
impossibile che possa arrivare a tanta altezza.

— Fatti bella!... Sì, sì; sempre più bella! Anche tu devi rifulgere di
gloria, e la bellezza è la gloria della donna!

E, dopo il _Sant'Ambrogio_ e il suo trionfo, Giordano Mari non è più
nemmeno geloso.

— Quel Borghetti!... (_Sorridendo con bontà_) E dire che ha avuto la
debolezza di non scrivermi nemmeno un bigliettino!.. Non mi ha nemmeno
telegrafato per il grande successo del _Sant'Ambrogio_! Ho fatto bene
a levare la dedica. È un invidioso!... Tutti si sono fatti vivi in
questa circostanza! Il Barbarani, Guido Bardi, l'onorevole Simonetti,
la marchesa Gonzales... persino la d'Arborio, per quanto innamorata di
Nino Sebastiani; ma, invece, il signor architetto, niente. Si capisce,
del resto, povero diavolo: invidia e gelosia. Carlo Borghetti?... Chi
è? Il gran talentone di Milano, e che a Roma nessuno conosce, tranne
quel tribuno _quarantottesco_ di Pietro Schiavino. Pietro Schiavino?
Ah! ah!... Il solo punto nero in mezzo a tanto cielo azzurro.

Giordano Mari gli ha mandato subito il Sant'Ambrogio, e, abbandonando
per la circostanza lo stile novissimo, gli ha fatto una dedica alla
Garibaldi:

                ALL'ATLETA DELLA LIBERTÀ E DELL'AVVENIRE
                    QUESTO PROPUGNATORE DEL PASSATO.

Poi aspetta; ma non arriva niente. Giordano Mari non riceve nessun
bigliettino di ringraziamento. Compera il _Popolo_ tutti i giorni...
niente; il _Popolo_ non parla del _Sant'Ambrogio_.

Che il volume si sia smarrito negli uffici di redazione? È tanto
facile! E si affretta a mandare una seconda copia:

                 ALLO STRENUO E INTEGERRIMO CAMPIONE
                             DELL'IDEALE
                   UN «UOMO GIUSTO» D'ALTRI TEMPI.

                  (_Omaggio e ricordo dell'autore,
                coi più affettuosi e cordiali saluti_)

Niente. Anche dopo l'invio della seconda copia, nessuna risposta,
nessun articolo.

— Che villano!... Avrebbe dovuto imparare un po' di educazione dal
senatore Bernabeis!

E, uno dopo l'altro, manda il _Sant'Ambrogio_ a tutti i redattori
ordinarii e straordinarii del _Popolo_. Poi, finalmente, visto che non
riesce a ottenere nemmeno l'annunzio, si dà pace infischiandosene con
un'alzata di spalle:

— I rospi... lasciamoli tacere!


Una sera, prima di pranzo:

Due carrozze sono ferme presso l'_Albergo Milano_. Una carrozza di
piazza per condurre Giordano Mari a Ponte Molle: un pranzo di amici, di
tutti i colori: redattori della _Monarchia_ e del _Corriere Romano_,
dell'_Avvenire_ e della _Croce di Malta_. E un grande _landò_ di casa
Campolatino che aspetta donna Emma.

La principessa di Campolatino, in voce d'essere la Ninfa Egeria del
presidente del Consiglio, di solito non riceve che uomini, e non è
molto amabile colle signore belle. Donna Emma è la nipote del ministro
della pubblica istruzione; è la moglie di un grande scrittore in voga,
e poi è milanese — è a Roma soltanto di passaggio — e non c'è da temere
per la concorrenza.

Il numero 30 e il numero 31 sono inondati di luce e di profumo _à la
peau d'Espagne_. L'uscio di comunicazione è spalancato. Giordano Mari,
ancora in pantofole e in maniche di camicia, va innanzi e indietro
affrettatamente, come se le due camere fossero ormai una sola. Ad Emma
che sta pure abbigliandosi:

— Se per caso non posso venire stasera dalla principessa, nemmeno sul
tardi, ti prego, cara, le farai le mie scuse. Le dirai che un gruppo di
giornalisti mi ha offerto un gran pranzo a Ponte Molle.

EMMA (_che ha sempre, da poco in qua, una cert'aria indagatrice_) Ma
se mi ha detto il Cogoleto che sei tu che hai invitato i tuoi amici a
Ponte Molle?

GIORDANO (_senza arrabbiarsi_) Ti prego, gioia; non diventare
contraddicente, e sopra tutto non diventare una pedante. Pensa che sei
perfetta, in tutti i sensi, cara; dunque, per amore della bellezza e
dello spirito, non guastarti. Dove hai messo l'allaccia-scarpe?

— Guarda sul canapè.

— Che ora è?

— Le sei e mezzo.

— E prima delle sette devo trovarmi da _Aragno_! Cara, suona per
l'acqua calda.

— È andata la Carolina.

— Ho avuto tanto da fare, da girare! Sarò proprio costretto a tenere
questa conferenza su _Sant'Ambrogio e Marcellina_. (_Cantarellando_)
_Sint pura cordis intima_... Poi alla biblioteca... Devo raccogliere i
materiali per fare almeno due lezioni a Bologna: _La verità contro la
leggenda e Sant'Ambrogio nelle sue lotte cogli ariani_. Poi le feste,
i pranzi, le presentazioni, le visite!... In questa Roma, non c'è tempo
nemmeno di respirare!

— C'è tempo soltanto di annoiarsi.

— Ecco! Da capo! La pedantina cara che fa la contraddicente!
(_Baciandola sulla spalla nuda, mentre Emma si stringe nel busto_) E
che così... ha sempre ragione.

EMMA (_rimasta fredda, indifferente_) Se non mi lasci far presto,
arriverò in ritardo.

GIORDANO (_un po' piccato_) Ma la Carolina, viene sì o no coll'acqua
calda? (_Riprendendo il discorso di prima_) Adesso, che, finalmente,
dopo tanto lavoro e tante amarezze, ho il mio quarto d'ora di legittima
soddisfazione, tu ti annoi: quando invece ero ammalato e avevo un
cumulo di dispiaceri, allora ti divertivi.

EMMA. Non mi divertivo, ma allora vivevo con te; si stava sempre
insieme, e adesso invece... sono sempre sola.

GIORDANO (_di nuovo ridendo_) Sola? Collo zio, col Cogoleto, con cento
altri, sempre d'attorno e tutti innamorati?

EMMA. Quando dico sola, intendo dire senza di te. Del resto, anche il
signor Cogoleto finisce per seccarmi... molto.

GIORDANO. Per amor del cielo! È tanto permaloso!

EMMA. Sia pure permaloso quanto vuole! Soltanto mio marito potrebbe
permettersi certe osservazioni, certi musi e certe spostature, che
si permette invece il signor Cogoleto, colle persone che mi accomoda
di ricevere! E... tuo zio... (_aggrotta le ciglia e si punge con uno
spillo_).

GIORDANO (_inquieto_) Che c'è di nuovo? Anche collo zio? Cosa c'è?

— Niente. Soltanto, spero... finchè resto a Roma, visite all'albergo
non me ne farà più.

— Quando è venuto?... Oggi?

— Sì, oggi.

— Che cosa gli hai detto? Cos'è successo? Voglio sapere che cosa gli
hai detto.

— Taci!... La Carolina!

Infatti, la Carolina entra in quel punto coll'acqua calda.

GIORDANO (_fra sè; versando l'acqua calda con impeto, e buttandola
mezza fuori della catinella_) Sta a vedere che mi disgusto, proprio
adesso, col Cogoleto e collo zio! (_Asciugandosi le mani si avvicina
ad Emma, che sta mettendosi i gioielli e la interroga fissamente negli
occhi: la Carolina, in fondo alla camera, ferma i bottoni ai guanti_).

EMMA (_sottovoce_) Niente. Le solite confidenze sempre più spinte e che
io non posso, non voglio più permettere assolutamente.

GIORDANO (_pure sottovoce_) Hai ragione. Ma come vi siete poi lasciati?
In collera?... Com'è andato via?

— Domandandomi scusa.

— Allora non era in collera?

— No, ma...

La Carolina si avvicina coi guanti, il dialogo resta interrotto.

EMMA (_forte_) Non ti ho detto che mi ha scritto il fattore.

— Quello dell'Argentera?

— Sì, il signor Formenti. È arrivata tutta la tua roba da Padova,
e tutto il mobiglio nuovo per le nostre due camere e il tuo piccolo
studio del primo piano.

Giordano Mari, per allontanare da Emma ogni idea di recarsi a Padova,
le aveva detto di essere in rotta con suo fratello, e ormai in modo
irreconciliabile, per molte ragioni di interesse e sopra tutto di
decoro. La «sua roba» erano poi le casse dei suoi libri ed alcuni
oggetti che gli appartenevano, ancora per l'eredità di sua madre:
erano gli abiti e la biancheria che lo avevano raggiunto a Padova
l'ultima volta che c'era stato. Tutta roba che allora, per non farsela
correr dietro, aveva lasciato in deposito alla Veronica, e che poi,
già da tempo, aveva scritto a Tancredi di fargli recapitare, in porto
assegnato, all'Argentera.

GIORDANO. Benissimo! La mia roba, i miei libri! I miei libri andranno
tutti nel mio studio del primo piano, vicino alla mia camera da letto.

Si bussa all'uscio: chiamano la Carolina, che va fuori, a vedere.

GIORDANO (_appena uscita la cameriera, avvicinandosi vivamente a sua
moglie_) È in collera, dunque?... Lo zio è andato via in collera?

EMMA. Non so; non credo; ma appunto, perchè io sono stufa e per evitare
possibili dispiaceri... ti dirò poi una mia idea.

— Quale? Che idea? Sentiamo.

— Tu resti a Roma per la tua conferenza, poi vai a Bologna per la
tua lezione, ed io, intanto, vado avanti sola, per due o tre giorni,
all'Argentera; metto tutto a posto, la tua roba e la mia, il tuo studio
e le nostre camere, e poi, quando sei libero, vieni a prendermi e si
passa un po' di tempo a Milano, com'è già stato fissato, tutti insieme,
col babbo e la mamma.

Quasi quasi, l'idea non dispiace a Giordano Mari. — Perchè no? — Un
paio di settimane solo, libero... Potrebbe prepararsi a modo suo per
la conferenza e per la lezione, senza l'incubo di Emma che sente,
che ascolta dietro l'uscio... Sempre fuori a pranzo senza più il
pericolo di andare in collera col Cogoleto o coll'Albertoni, e poi
di nuovo, dopo gli allori, l'«adorata» che lo aspetta nei lieti ozii
dell'Argentera. — Perchè no? — Quasi quasi, l'idea non gli dispiace. Ma
non bisogna mostrarsene troppo contento, per non dare dispiacere alla
piccola cara.

— Ah! Ah! — Giordano sorride senza ironia, piacevolmente. — Vorresti
ch'io ti lasciassi andar sola all'Argentera?... L'Argentera non è molto
lontana da Val d'Olona. Potresti avere più fresche e più sicure le
notizie del cuginetto!... del giovane Werther!

— Carlo! Oh, povero Carlo! Come lo dimentico sempre!

Con questo pensiero e con questo rimorso, che le attraversa l'anima,
Emma fissa Giordano: per la prima volta, i due uomini li vede riuniti
dinanzi ai suoi occhi e al suo cuore:

— Come sono diversi! Come sono diversi!

Ma non è che un lampo. Rientra subito la Carolina con una grossa
lettera portata da un usciere del Ministero.

CAROLINA (_consegnando il grosso letterone ad Emma_) Da parte di Sua
Eccellenza. Ho fatto domandare: non c'è risposta.

GIORDANO (_vivamente_) Che cos'è? Guarda cos'è.

EMMA (_che sta puntandosi nei capelli una piccola stella di brillanti_)
Adesso... Subito...

GIORDANO (_strappando la lettera di mano alla Carolina_) Guardo io.
(_Straccia la busta_) Ci sono delle bozze di stampa e un biglietto!
(_Legge il biglietto sottovoce, poi forte, con un'esclamazione di
gioia_) È l'articolo della Rivista Nuova!

È l'articolo già da tempo promesso e annunziato dall'Amodei; Giordano
Mari sapeva che doveva uscire in quel numero, ma l'improvvisata gli fa
molto piacere lo stesso! (_Contentissimo, rivolgendosi ad Emma_) Lo zio
non è rimasto in collera! Tutt'altro! (_Rilegge il biglietto ad alta
voce_) «Cara nipotina. Il mio segretario mi comunica le bozze di un
articolo che uscirà nel prossimo fascicolo della _Rivista Nuova_. Io mi
affretto a mandartelo, sperando di farti piacere e baciandoti la bella
manina... in ginocchio». In fondo, è un buonissimo diavolo! (_Guarda
l'orologio_) Sono quasi le sette. Non importa! Aspetteranno. (_E legge
a brani, ad alta voce, l'articolo_) «_Habemus_ un libro! Anzi, un libro
è dir poco. Abbiamo un'opera, nel senso preciso e grande della parola:
un'opera insigne, completa, che rispecchia tutta una esistenza di
ricerche, di studii,» — Bravo! — «di intuizioni, di divinazioni!»

— Bravissimo!

«... Pareva smarrita nella nostra letteratura storica e scientifica la
robustezza tradizionale di quelle visioni retrospettive che sembrano
gettare sprazzi di luce e di calore sul passato. Giordano Mari col suo
_Sant'Ambrogio_ ci ha provato che in Italia, non solo si sa ancora
_scrivere_, ma si sa ancora _pensare_». — Benissimo! — «E quando il
pensiero critico, l'indagine storica, l'evocazione artistica, assurgono
al valore contenuto in queste pagine, la monografia diventa poema: non
si narra più, ma si crea».

— Precisamente!

«... L'efficacia riproduttrice dell'opera del Mari sul grande vescovo
di Milano, fa ripensare alla trasmigrazione degli spiriti, nel senso
che l'autore sembra uomo dell'epoca che ha impreso a dipingere, rinato
nella nostra età volgare per riaccendere entusiasmi e fedi quasi spente
omai nell'anima del popolo».

— Anche questo è verissimo!

«... Per noi il _Sant'Ambrogio_, più che un libro raro, è una gloria
della patria. Lirica e romanzo, storia e archeologia, gli uomini
e i monumenti, il mesto insegnamento che emana dalle morte cose e
l'inno fremente alla vita, tutto si alterna nelle pagine strane,
dense, mirabilmente scritte e istoriate di questo _Sant'Ambrogio_,
che Giordano Mari ha dato alle stampe. Quanti anni di lavoro, quante
veglie, quanti entusiasmi ha chiesto un libro simile al suo autore?»
— Verissimo! — «La poderosa monografia del Mari sull'età tipica delle
libertà comunali lombarde si affaccia come un prezioso anacronismo. V'è
in questo libro il profumo aspro, la rude poesia di quei secoli remoti.
Nessuno, a parer nostro, potrà trovarvi traccia di una sola imitazione
pedissequa e indolente». — Ah, no, viva Dio! — «Tutti quelli, che
vorranno studiare e scrivere del personaggio insigne e dell'epoca sua,
dovranno a quest'opera attingere come alla fonte più schietta, alla
più doviziosa miniera. Il _Sant'Ambrogio_ si afferma, nella produzione
letteraria dell'anno, come l'_opera madre_». — È un bellissimo
articolo. Sono contentissimo! Carolina! Fa presto, il calamaio! (_Ad
Emma_) Scrivi, subito, una parola a nostro zio per ringraziarlo!

EMMA (_che ha già indossata la pelliccia_) Io? No. Questo poi, no!

GIORDANO (_facendosi il nodo alla cravatta e pestando i piedi perchè
nell'orgasmo, nella fretta, non gli riesce bene_) Allora gli mando un
telegramma, io, per tutti e due?... E finiscila di guardarmi con quegli
occhi attoniti, incantati. — O sì... o no! — O fingere di non saper
niente, o prenderla sul serio e andare sino in fondo, magari con una
buona sciabolata!.. Risolvi!

EMMA (_con un'alzata di spalle_) Fa come vuoi!... (_E se ne va senza
aspettarlo_).


Che brutti giorni! Che brutti giorni!

— Sì! Sì! Voglio partire da questa Roma! — sospira Emma in cuor suo,
chiusa nel landò della principessa di Campolatino. — Oh, vivere un po'
sola, tranquilla, all'Argentera. _Sola_?... Sì, sola; sola davvero.

Ma poi, un giorno, non è più il pensiero dell'Argentera, della
tranquillità, della solitudine che le sorride. È un altro: un
pensiero che le infonde un nuovo slancio di affetto, di abbandono,
di riconoscenza e di perdono, d'indulgenza, per suo marito. Sì, sì;
a Roma, anch'essa era stata un po' cattiva, puntigliosa, capricciosa,
ingiusta. In fine, che cosa gli può rimproverare? Qualche debolezza,
qualche momento di cattivo umore, e poi?.. Mente altro!.. Ma, sotto
il suo apparente egoismo, sotto la sua apparente vanità, sotto il suo
orgoglio, egli era mosso da un sentimento nobile, delicato, elevato.
Egli voleva crearsi uno stato col proprio lavoro, col proprio ingegno,
coi propri studii, col proprio nome. Era vero che dapprima gli avevano
mosso una guerra sleale, atroce, ed era naturale che adesso egli si
comportasse in modo da difendere sè stesso e il valore di un'opera
veramente bella, veramente grande...

Oh, Nino! Il suo Nino era buono! Era caro! È lui che la rende beata! È
lui che la rende felice!

Giordano vede sua moglie diventare ancora più bella, più ridente... E
come prima, più di prima, affettuosa, amorosa, innamorata...

È pallida qualche volta, ma con una tenerezza infinita negli occhi
luminosi...

— Che hai, gioia?

Emma si avvicina per parlare. Ma la parola che sta per dire si arresta
e finisce in un bacio.

— ... Se ancora, se non fosse vero?...

Ma una mattina guarda fisso fisso suo marito, sorride, poi gli butta le
braccia al collo e scoppia in lacrime.

GIORDANO (_con un grido di gioia_) Sì? Sei proprio sicura?...

— Credo... spero; spero tanto!

— Oh, ma brava!... Brava, la mia piccola cara! Bisogna telegrafare
subito a Milano, alla mamma, al babbo...

EMMA (_diventando ancora più rossa_) No! No! No! E se... non fosse?

— Hai ragione! (_Guardandola sorridendo, accarezzandola, stringendola
amorosamente fra le braccia_) La mia gioia cara, il mio tesoro... —
Mammina!

Emma a questa dolcissima parola trasalisce, guarda ancora suo
marito, poi sorride, diventa pallida, pallida, e gli casca sul petto
sopraffatta, sfinita dalla troppo forte emozione, dalla troppo grande
felicità.

GIORDANO. Adesso bisognerà informarsi; mandar a chiamare un dottore.
Sentire, assicurarsi...

EMMA. No, no; quando saremo all'Argentera. Il mio dottore, il nostro,
il nostro buon dottore, soltanto. Ma oggi, sai, Nino mio, oggi voglio,
sì _voglio_... te lo domando per... (_si arresta di nuovo arrossendo
e, nascondendo la faccia sul petto di Giordano, ripete sottovoce_)
Voglio...

— Che cosa?.. Parla!... Sì! Sì! Parla!... Parla!

— Oggi sei tutto mio; soltanto mio. Non... il grand'uomo, il grande
scrittore, il grande pensatore! Nino, _voglio il mio Nino_. Prendiamo
una carrozza, noi due soli... Andiamo fuori di Roma, noi due soli. Si
scappa insieme fino a stasera, fino... a domani.

GIORDANO (_contrariato_) Oggi?.. Proprio oggi?.. Pensa, è impossibile.
Sono a colazione dalla principessa di Campolatino col senatore
Bernabeis.

EMMA (_irritata_) Oh, questo poi... Manda un biglietto! Trova una scusa!

GIORDANO. Ma tu, cara gioia mia, non ti ricordi... di niente! Non
sai che per oggi lo zio mi ha ottenuta un'udienza del Re e della
Regina per presentare loro una copia del mio _Sant'Ambrogio_?...
Domani, domani, cara, tutto il giorno! Cioè, no! Domani no! Anche
domani, purtroppo, sono impegnatissimo. Non so ancora se terrò la
mia conferenza _Sant'Ambrogio e Marcellina_ alla Palombella o al
Collegio Romano. E bisogna risolvere qualche cosa. Poi, forse, domani
è probabile che venga a Roma l'Amodei e dobbiamo discorrere per una
nuova edizione economica del _Sant'Ambrogio_. Dopo domani, invece,
sarò libero certamente, almeno lo spero, e... si prende la carrozza
e si scappa! Come sei bella! Angelo, angelo, angelo mio! Non so più
trovare altra parola per te! — Angelo! — Ed è vero? È proprio vero?..
Di', di', di', — angelo mio! — è proprio vero?.. A proposito. Hai
visto le due copie del _Sant'Ambrogio_ per le Loro Maestà? Me le
hanno portate adess'adesso. Guarda che splendore di legatura!... E
anche tu, ricordati; me lo hanno fatto capire tanto lo zio, quanto
la Campolatino, dovrai domandare di essere presentata alla Regina.
(_Mostrandole i due libri, che leva dalle loro scatole_) Guarda che
magnificenza! E che bel libro! (_Sorridendo_) È un gran bel libro,
dentro e fuori. Che vuoi?... Sì, te lo confesso! Lo amo il mio
_Sant'Ambrogio_. E adesso, gioia cara, tesoro, adesso... mi devi
capire di più, e, quasi direi, compatire. Il nostro libro, pensa, è
come la nostra... creatura; è un figlio. Io pure, col Sant'Ambrogio,
pensandolo, scrivendolo, ho provato, potrei dire, le ansie, i dolori,
le gioie... della maternità!

EMMA (_arrossendo di nuovo: con un po' anche di dispetto_) Io però, se
sarà davvero... se fosse... ricordati; no, no, no; assolutamente. Non
gli metto nome... Ambrogio!



XI.

AL CAFFÈ COVA.


Subito dopo il passaggio da Roma dell'editore Amodei per «trattare» la
seconda edizione del _Sant'Ambrogio_, arriva da Parigi monsieur de La
Roche per acquistarne la traduzione francese; poi il dottor Ueberbacher
del _Pester Lloyd_ per pubblicarlo in tedesco e in ungherese; poi un
collega, professore dell'Università di Upsala; poi un agente della «New
York's Editors Society»; poi una cognata dell'Ibsen, parente pure del
Björnson... insomma, tutto un gran da fare per Giordano Mari. Emma,
convinta ormai che il giorno da lei tanto desiderato e implorato,
per scappare con suo marito a Frascati o a Tivoli, non sarebbe mai
venuto, e ristucca delle furie del Cogoleto e dei dolciumi dello zio,
perde a un tratto la pazienza e decide, su due piedi, di scappar sola
all'Argentera:

— Io me ne vado! Proprio, proprio! Sono stufa, troppo stufa!... Io me
ne vado.

Giordano Mari alza gli occhi al cielo, sospira e acconsente:

— Sopra tutto io non sono un egoista. Non voglio tenerti a Roma,
sacrificarti, povera piccola, mentre lavoro... e il lavoro, come sai,
è la dura eppur cara necessità della mia vita. E adesso devo lavorare
ancor di più (_baciandola teneramente_), angelo mio; devo lavorare
per... lui. Va, gioia; va pure all'Argentera; ma ti supplico, per amor
del cielo, riguardati dal freddo. Dopo domani terrò la mia conferenza
_Sant'Ambrogio e Marcellina_, poi a Bologna due giorni e poi di corsa
all'Argentera, al ben meritato riposo, e al dolcissimo premio! Dirai
al fattore di provvedermi un bravo cane da caccia. Ho bisogno di
sgranchire le gambe — sempre al tavolino!... È un gran dolore vederti
partire; restar solo. Mah! È la lotta per la vita. In premio dammi un
bacio... (_Emma, distratta, lo bacia sulla barba_) No, no: angelo mio,
uno dei tuoi baci. E dimmi che lo comprendi il mio sacrificio, e che io
sono... molto buono! (_Si commuove per la dolcezza della propria voce
e scappa subito sul Corso, perchè non può resistere a veder sua moglie
e la Carolina a preparare le valigie_).

Emma si ferma a Milano appena una mezza giornata; vuole abbracciare il
babbo, venuto apposta per vederla, da Brenzonino, la villa dei Dionisy
in Brianza.

Anche la mamma desidera fare un'improvvisata alla figliuola; anzi, ha
già dato tutti gli ordini e le disposizioni per la carrozza ben chiusa
e per una mezza farmacia. Sono già pronte le pellicce, gli scialli, i
cuscini, i guancialetti e persino l'acqua per lo scaldapiedi; ma poi,
sul punto di montare in carrozza, cascante di forze e di vezzi e già
imbacuccata fra i veli come una donna turca, guarda il tempo... — Che
ne dici, Venceslao? — Il tempo le sembra un po' incerto; lo strapazzo,
cui potrebbe andare incontro, la spaventa.

— Che ne dici, Venceslao?... Che mi consigli di fare? Io, dopo, non
voglio accuse, processi. — Dio mio!... Non voglio colpe!... Non voglio
sentirmi sgridare nè da te, nè dal dottore.

Il cavalier Venceslao, sempre serio, grave, contegnoso, guarda il tempo
anche lui da tutte le parti, ma non risponde, non apre bocca... e la
signora Letizia manda un monte di baci alla figliuola e rimane desolata
a Brenzonino, a gemere, a lamentarsi con una boccetta di _Lavender
Salts_ sotto il naso, e a farsi compiangere dall'arciprete, per i
rigori eccessivi, tirannici, di suo marito e del dottore.

— Non mi è più permesso nemmeno di abbracciare la mia figliuola!


Alla stazione di Milano:

Il cavalier VENCESLAO (_prendendosi Emma fra le braccia, mentre scende
dal predellino del coupé e tenendosela stretta contro il petto_)
Dunque? Sei sicura?

EMMA. Sì! E la mamma?

VENCESLAO. Ti aspetta a Brenzonino, più presto che puoi! È tanto
contenta anche la mamma!... Voleva venire a Milano con me, ad ogni
costo; ma sono stato io a non volere, a impormi. Il dottore le ha
proibito assolutissimamente di pigliar freddo.

EMMA. E il dottore? Il mio buon dottore? Dov'è?

VENCESLAO. Verrà forse domani a trovarti all'Argentera. È partito, al
solito, per Val d'Olona. Carlo sta sempre poco bene.

— Oh, Carlo! Carlo! Povero Carlo! — Emma aveva ancora dimenticato. —
Ma come sta? È proprio molto ammalato? Non c'è pericolo, per altro? Non
c'è pericolo?

Il cavalier Venceslao scrolla tristemente il capo, avvolgendosi il
collo nel _foulard_ bianco e aggiustandosi con un colpo di mano le
larghe tese del grande cappellone di feltro nero:

— Pericolo no; almeno per ora.

Vinto il primo momento di emozione, il cavalier Venceslao è ritornato,
in mezzo al via vai della stazione e della gente che si volta a
guardarlo, molto serio, molto contegnoso. Aspetta diritto, immobile,
che Emma abbia finito di dare gli ordini e le indicazioni necessarie
alla Carolina, poi le offre il braccio per condurla alla carrozza.

EMMA (_appoggiandosi al braccio del babbo: affettuosa, carezzevole,
felice di rivederlo_) Eccomi! Son qui!... Sono ancora qui! La tua Emma!

VENCESLAO (_dopo aver fatto salire Emma in carrozza_) Dove andiamo a
far colazione? Al Cova?

Emma. Sì, sì. Come vuoi! Andiamo al Cova!

— Al Cova — ripete il signor Dionisy al cocchiere e montando accanto
alla figliuola, pur sorridendo affabilmente a chi lo sta osservando,
cerca di rimaner nascosto il più possibile nel fondo del landò.

Alla Porretta, mentre egli andava o veniva da Montecatini, i
viaggiatori di un altro treno di passaggio, scambiatolo per Verdi, gli
avevano fatto una simpatica dimostrazione. Il cavalier Venceslao ne è
rimasto commosso, ma ormai, per la sua delicata modestia, deve imporsi,
pure con una certa soddisfazione, i maggiori riguardi.

Al Cova, nel piccolo stanzino appartato, in fondo al caffè: i primi
che si presentano alla signora Emma (sanno ormai tutti, a Milano, che
vi sarebbe stata di passaggio) sono il nobile Barbarani e Guido Bardi.
Emma, dimenticando le ingiunzioni del marito, si affretta a chiedere al
giovane poeta le notizie di Fanny:

— È tornata a Milano?

Guido Bardi diventa rosso come un pomodoro e si ficca la lente
nell'occhio tanto per far l'inglese, mentre il Barbarani lancia un
rapido sorrisetto a Venceslao.

EMMA. È tornata a Milano, o è ancora sul lago?

GUIDO BARDI (_un po' rauco_) È andata... a Montecarlo.

— A Montecarlo? Come? — esclama Emma stupita, non perchè la Fanny
vi sia andata, ma perchè il giovane poeta è rimasto a Milano. — A
Montecarlo?

Il cavalier Venceslao, per distrarla e per cambiar discorso, le mette
dinanzi la lista delle vivande:

— Guarda, Emma, che cosa vuoi ordinare?

BARBARANI (_pure per cambiar discorso_) Sicchè, dunque, _benissim_! Di
trionfo in trionfo il nostro Mari! Son proprio _content_!

Venceslao afferma e approva coi cenni del capo, mentre Guido Bardi,
confuso dalle domande di Emma, s'è messo in un serio impiccio: ha la
lente non ben ferma nell'occhio e tiene in mano un calice colmo di
Madera, rimanendo immobile e muto fra due timori: quello di versare il
liquido e quello di lasciar cadere la lente.

BARBARANI. Io già, del resto, anche prima, ne ero più che _sicurissim_!
Il _Sant'Ambrogio_ sarà un gran capolavoro! L'ho sempre detto e adesso
ho la soddisfazione, la compiacenza di essere stato buon profeta. In
fatti, un entusiasmo generale. Anche tutti i giornali, per quanto
io non dia nessunissima importanza ai giornali — tutt'altro — (_si
arrabbia, perde la voce: tossisce_)... Ma quando, insomma, sono
unanimi nel dover constatare, in certo modo, la verità per forza, è
un bel vanto! E il nostro Mari l'ha meritato! Bravo! È un gran libro!
Stupendo! _Indovinatissim! E interessantissim!_ L'ho comperato anch'io,
certo! Sono stato il primo. E me lo tengo lì, gelosamente custodito,
sul tavolino accanto al letto. Sono smaniosissimo di leggerlo; ma...
col _Sant'Ambrogio_ non si scherza! Adesso ho l'approvazione del
bilancio, l'assemblea generale al Circolo artistico-letterario!
Voglio gustarmelo adagio, adagio, un po' per giorno, con tutti i
sette sentimenti! — È un gran capolavoro. Anzi, _benissim_, più ancora
d'un capolavoro, e il nostro Bardi, col suo buon gusto _sintetici...
sintetichissimo_, lo ha definito egregiamente: è un'opera... capitale!

GUIDO BARDI (_correggendolo_) È un'opera madre! (_Si risolve a un
tratto; beve di colpo, ma la lente gli cade proprio nel bicchierino e
spande tutto il liquido_).

BARBARANI. Un'opera madre! Ecco la parola giusta! A _proposit_
(_abbassando la voce e premendo affettuosamente sopra una mano di Emma
che ha già capito e arrossisce, pur continuando a mangiare di lena_)
Posso dunque congratularmi? Tanto più che, in certo modo, e per quanto,
pur troppo, indirettamente, posso vantarmi di averci contribuito
anch'io!... _Benissim!_ (_Ancora più sottovoce e continuando a premerle
la mano_) Bravo come il papà e _bel_ come la mammina!... Mi raccomando!

EMMA (_rossa rossa, servendosi di un secondo tournedos con tartufi e
rivolgendosi al Bardi per nascondere quel pochino di confusione_) E
lei? Lavora sempre, speriamo! Che cosa ci prepara di nuovo?

GUIDO BARDI (_come un piccolo Domineddio che si riposa dopo il sesto
giorno_) Niente.

EMMA. Niente? Che peccato!

Il cavalier VENCESLAO. Il vero artista è quando non fa niente che
lavora di più.

BARBARANI. È la mente, in certo qual modo, che continua a fantasticare.

EMMA. E la sua novella? È comparsa nella _Revue Parisienne_?

GUIDO BARDI (_parlando con la bocca tonda per tener su la lente che si
è rimessa nell'occhio_) L'ho passata al Figaro. Paga di più.

BARBARANI. _Benissim!_ Quando si può, bisogna imporsi! (_Dando un balzo
improvviso sulla seggiola_) E della gran novità, signora Emma?.. Che
cosa ne dice?

EMMA (_tenendo alzato fra le mani un piccolo calice di Château
Lafitte_) Quale novità?

BARBARANI. Come? Non sa? Le nozze di _can_?

— Le nozze di Cana?

— Appunto! Delle nozze di Cana, hanno fatto al club le _nozze di can_!
Ma, se ella ignora il grande avvenimento, non vorrei, alle volte,
riaprire una ferita, forse non ben rimarginata... e farle perdere il
suo maraviglioso appetito (_dando un altro saltetto sulla seggiola_) Il
matrimonio di Nino Sebastiani colla D'Arborio?

EMMA. Nino Sebastiani? Sposa la D'Arborio?

GUIDO BARDI (_lentamente: con suprema arguzia_) Per amore... e per
forza.

EMMA (_cogli occhi furbi, scintillanti_) Ma perchè le nozze... di Cana?

BARBARANI (_ridendo, urlando, tossendo_) Di _can_! Di _can_! Di _can_!

VENCESLAO (_con garbo e pacatezza, gustando insieme la spiritosità e i
tartufi_) Le nozze dei cani, perchè è un pezzo che si corrono dietro.

Tutti ridono: la lente di Guido Bardi corre un altro serio pericolo:
egli apre l'occhio, la fa cadere sul palmo della mano e la ripone nel
taschino della sottoveste.

BARBARANI (_abbassando la voce: avvicinandosi ad Emma_) Sa, non è vero,
della commedia o dramma, _Afrodite_, che il Sebastiani e la D'Arborio
hanno scritto in collaborazione?

EMMA. E che il prefetto di Milano ha proibito perchè, pare, fosse non
troppo morale?

BARBARANI. BENISSIM!

GUIDO BARDI. Proibita, no.

BARBARANI. Insomma, il prefetto ha fatto tanto colla Direzione del
teatro, col capocomico, che non l'hanno più rappresentata! E allora
— questo è il bello! Nino e la D'Arborio vanno a mettere in scena la
commedia, o il dramma che sia, a Venezia, dove chi ne dice mirabilia e
chi ne dice plagas; è stato un gran successo? oppure un gran fiasco? —
Ancora mistero! Ma intanto...

GUIDO BARDI (_tira fuori nuovamente la caramella e il sussiego sdegnoso
del collega_) Fiasco, fiasco, un fiasco piramidale!

Il Cavalier VENCESLAO (_indulgente: pensando alla «Traviata»_) Un gran
fiasco è sempre un successo di battaglia.

BARBARANI (_continuando_) _Precisament!_ Ma intanto, fiasco o successo,
il fatto sta che la comunione della collaborazione, la comunione del
viaggio, la comunione, diremo dunque, del fiasco, per non fare andar
in collera il nostro Bardi, la comunione dell'albergo della Luna...
troppe comunioni! La D'Arborio non ha nè padre ne madre, va _benissim_,
e se non ha ancora l'età del giudizio, è perchè in trent'anni non lo
ha mai avuto; ma tutto ciò non toglie, per altro, che sia sempre una
ragazza... in faccia alla legge, e dopo tante comunioni, un bel giorno,
sono arrivati i parenti da Napoli, o da Palermo, e hanno imposto a Nino
Sebastiani anche la comunione definitiva!

EMMA. Oh, povero Nino!

BARBARANI. Tutt'altro! Nino Sebastiani è innamoratissim, secondo la sua
abitudine. Invece, per molto tempo, è stata la D'Arborio a non volerne
sapere.

— Ma perchè?

BARBARANI. Perchè... perchè... Perchè la D'Arborio è tutta psicologia,
tutta Wagner, tutta simbolismo, tutta Ibsen... e il matrimonio le
pareva una conclusione troppo manzoniana!

Dalla grande sala del caffè si ode la voce della marchesa Gonzales.

GUIDO BARDI (_alzandosi in fretta_) Signora Emma, le domando scusa! In
questi giorni di scirocco sono nervosissimo e alla marchesa Gonzales
non ci resisto.

EMMA (_dandogli la mano_) Si ricordi che lo aspetto col Barbarani
all'Argenter;.

Guido Bardi s'inchina profondamente, alzando i gomiti come un'anfora,
e se ne va scivolando tra le seggiole dietro alla sua caramella che gli
vuole scappare.

La voce della marchesa Gonzales, che si avvicina sempre di più:

— Dov'è?... Ma dov'è?... Nel salottino?

Il Barbarani, d'un salto, le corre incontro: — Marchesa! Marchesa! —
poi si tira indietro, inchinandosi, per lasciarla passare.

_La marchesa_ (_si presenta sull'uscio: un enorme cappellone tutto
penne, un enorme collettone tutto pelo; un abitone con maniche enormi,
d'un color bronzo lucente, tutto verde e tutto oro_) Eccola lì! Eccola
lì! Ma brava! (_Si ferma per tirare il fiato_) Bravissima! Si passa
da Milano alla diplomatica? In incognito? Senza nemmeno avvisare gli
amici?

Emma e il cavalier Venceslao si sono alzati: Emma è corsa ad
abbracciare la marchesa, la quale le stampa sulle guance due bacioni
risonanti che lasciano il segno.

EMMA. Non ero sicura di fermarmi! È stato per il babbo! Ma sarei venuta
certamente a salutarti!

Tutti ritornano al loro posto; la marchesa, lentamente, dondolando e
soffiando per la fatica, si siede accanto ad Emma.

VENCESLAO. Che cosa le si può offrire, marchesa?

_La marchesa_. Niente! Mai niente! Io adesso ho cominciato a non
mangiare per non bere, e mi sento benissimo. Sono diventata più
leggerina, più elastica! (_Guardando, ammirando Emma_) Lasciati
vedere... Ma sai che ti trovo un sole di primavera? (_Dandole un altro
bacio, le domanda piano all'orecchio_) Dunque? Proprio vero? (_Emma
torna a diventar rossa: la marchesa forte_) Ma bravi!... Alla Guglielmo
Tell!

Emma guarda la marchesa, stupita, sorridendo.

_La marchesa_. Dico bene, Venceslao?.. Alla Guglielmo Tell... Noi due
c'intendiamo, e basta!

Il cavalier Venceslao approva, sorridendo, e mentre chiama il cameriere
e gli ordina il caffè, il cognac, i sigari, la marchesa continua, con
Emma, a farle un monte di domande: — Tuo marito è rimasto a Roma per
la conferenza? Poi va a Bologna per una lezione all'Università? Poi ti
raggiunge subito all'Argentera? Ma il resto dell'inverno lo passerete
a Milano? E a Roma? E lo zio Albertoni? È vero che ti faceva una
gran corte? Sappiamo! Sappiamo tutto! Sappiamo che a Roma hai fatto
una gran strage di cuori! Anch'io ho i miei amici, i miei fedeloni
a tutta prova, e simpaticissimi, che mi tengono sempre informata di
quanto succede e... (_si vede guardata, osservata da Emma: si ferma,
guardandosi a sua volta_) Ti piace il mio abito? Siamo sempre in
ordine, pronti alla battaglia? Sì o no?

EMMA (_dopo aver scambiato un sorrisetto col babbo e col Barbarani_)
Alla battaglia e alla vittoria!

_La marchesa_. Dunque, il buon gusto non lo abbiamo ancora perduto? Se
non altro, per far dispetto a certi poeti... del calendario! Io te li
definisco in due parole: poeti del calendario! E so io di chi parlo! La
_Revue_, il _Figaro_, tutte spiritose invenzioni per darsi importanza!
Ma che vadano un po' a imparare da tuo marito!... Quello è un vero
letteratone! — Dico bene, Barbarani?

— _Benissim! Giustissim!_

— E il _Sant'Ambrogio!_ Che furori! (_Ad Emma_) Me lo darai, ricordati;
voglio leggerlo, a suo tempo!

VENCESLAO. Adesso lo sta leggendo la Regina.

BARBARANI. Anche la Regina? Toh! Son proprio _content_!

_La marchesa_. È un libro che farà epoca. È scritto poi
magnificamente!... Insomma, ripeto, si tratta di un vero letteratone!
Non è come certi _scrivani_, pieni di boria e d'invidia, che conosciamo
noi! (_Fissando Emma_) Ho detto invidia, cara la mia Emma, e mantengo
la parola. (_Rabbiosissima: scoppiando_) Ma sì! Avete capito tutti di
chi voglio parlare! Di quell'astioso inconcludente del Bardi, ch'era
qui adesso e che è sparito per non incontrarsi con me! Sai, Emma,
perchè scappa sempre, quando mi vede?... Perchè lo chiamo Didone.

EMMA (_sorridendo, senza capire_) Didone?

_La marchesa_. L'abbandonato!

BARBARANI. La nostra cara signora Emma non può gustare la piccantissima
allusione, perchè non è più al corrente della cronaca milanese.

_La marchesa_ (_maravigliatissima_) Come? Non hai saputo a Roma?... Non
ti ha scritto la mamma che tra la Fanny e il Bardi... tutto liquidato?

EMMA. Non so niente!... Niente!...

_La marchesa_ (_quasi in collera_) Allora diremo, cara mia, che hai
vissuto, sinora, nel mondo della luna... di miele! (_Guardandosi
in giro_) Eh? Siamo spiritosi? (_A Emma_) Il Bardi è liquidato!
Liquidatissimo!

BARBARANI (_a Emma_) E il successore? Indovini chi è il successore...
Ma l'onorevole! Il Simonetti!... Il marito!... Ma sicuro! Sono andati
insieme a Bergamo per assistere ai preparativi e al matrimonio di
una loro cugina, la Roccaberla, e pare insomma che assistendo ai
vezzi, alle carezze, agli amoreggiamenti dei due giovani sposini...
_precisament_!... Come basta, alle volte, un cattivo esempio!

_La marchesa_ (_che tiene le parti di donna Fanny_) Barbarani! Non
facciamo il volterriano!

BARBARANI. Sono ritornati a Milano, e sempre insieme, sempre a
braccetto. Hanno messo il Bardi più o meno alla porta; sono venuti più
volte a colazione, a pranzo, loro due soli, qui al Cova, e poi un bel
giorno hanno preso il volo, come Paolo e Francesca, e sono andati a
Montecarlo, un po' in ritardo, se vogliamo, per la luna di miele.

_La marchesa_. Ma che ritardo!... E poi anche fosse? Trattandosi di
riparare al mal fatto, meglio tardi che mai!

— Giustissimo!

_La marchesa_. Del resto, io sono sempre imparziale; e mi piace di
constatare che la Fanny, in questa circostanza, si è condotta in un
modo veramente ammirabile. Ha fatto tutte le sue brave visite con suo
marito; è stata anche da me, s'intende; anzi, per una delle prime. E
che mutamento! Adesso bisogna stare attenti come si parla! Si è fatta
presentare all'arcivescovo...

BARBARANI. E così, anche per donna Fanny, il paradiso non scappa più.

_La marchesa._ Barbarani, Barbarani! Non facciamo l'eretico fuori di
posto! Una donna, quando ha i veri principii fondamentali, sa benissimo
che per il paradiso c'è sempre tempo! (_A un tratto: con un sobbalzo di
tutto il petto rigonfio_) Dimmi un po'... E del povero Borghetti?...
Lo vedrai, adesso, a Val d'Olona? (_Crollando il capo_) Ma, temo, lo
vedrai ancora per poco... È spedito!

EMMA (_diventando pallidissima: con un piccolo grido_) No. Ma no!...

BARBARANI. Pur troppo! E sarà una disgrazia sentitissima per tutta
Milano! Pieno di attività, di capacità, e, senza essere un'aquila,
pieno di buon senso.

EMMA (_con un accento quasi di disperazione_) Ma no!... Ma no! Era
guarito dalla pleurite!

_La marchesa._ Dalla pleurite, sì; ma adesso pare che vada a finire in
una tisi.

EMMA. Ah no, ah no! Povero Carlo! No! No! No!...

Gli occhi di Emma si sono riempiti di lacrime: il viso di Carlo
Borghetti è lì, dinanzi a lei; così vivo lì, a Milano, dove essa era
solita vederlo, incontrarlo, come non gli era mai apparso fino allora.
Quella parola «spedito» le ha serrato il cuore e la gola. In un attimo,
insieme al sorriso, è scomparsa la sua gioia e, per la prima volta,
sente possibile, sente vicina la morte di quell'uomo.

BARBARANI (_agitandosi sulla sedia_) Era facile capire, del resto, che
covava da un pezzo una grande malattia! (_Con un impeto di stizza e la
solita tosse_) Non si sapeva più come fare, santo Dio, per avvicinarlo,
per dirgli una parola! Anche al club, a pranzo, era un affar serio! Era
diventato di una incontentabilità e specialmente di una irascibilità
quasi direi pericolosa.

_La marchesa_ (_sottovoce, all'orecchio di Emma_) Amore, mia cara!
Amore!... Che avesse del debole per te, era evidente, ma fino a questo
punto!... (_Forte_) Non è vero, Venceslao? Chi mai lo avrebbe detto?

VENCESLAO (_colla bella faccia intelligente un po' troppo rossa per il
cognac, sospirando con mestizia_) Mah!

_La marchesa._ Ecco! Bravo! Avete subito indovinato!... Già, fra noi
due, basta un'occhiata e si colpisce al volo! Come Guglielmo Tell!



XII.

UGO FOSCOLO E IL SIGNOR TANCREDI.


A Roma, col bel sole e le tepide giornate, Emma si era sempre figurata
l'Argentera fiorita e ridente e col desiderio avvicinava e affrettava
l'ora in cui l'avrebbe rivista, mentre le più care memorie abbellivano
quel momento, e il suo cuore salutava ogni punto ben noto della via
maestra. Le cime verdeggianti, su cui si era arrampicata nelle sue
passeggiate con Giordano, le folte boscaglie, le lunghe e tortuose
stradicciuole fra le rive dall'ombra deliziosa...

Invece, prima per la nebbia, sempre la nebbia uggiosa, interminabile,
poi per la sera oscurissima, Emma arriva all'Argentera, senza
nemmeno averla veduta. Vi arriva stanca, intirizzita dal freddo,
coll'anima desolata e la mente ingombra da tristi pensieri, da tristi
presentimenti.

— Carlo, Carlo! Povero Carlo!... Una tisi? «Spedito?...»

Ma come mai Emma non ci aveva pensato? Era stata sempre leggera,
distratta, lo aveva sempre dimenticato... E lo aveva creduto guarito...
Le avevano scritto che era guarito, poi che stava ancora poco bene, ma
ammalato così gravemente, no! Una tisi, no!

Appena è smontata dalla carrozza, il signor Formanti le consegna due
dispacci arrivati da mezz'ora. Uno era della mamma che le inviava mille
tenerezze, l'altro di Giordano:

            «Sempre teco: ansioso notizie: tutti miei baci».

Dopo tante ore di viaggio, sola, in mezzo alla nebbia, quei due
dispacci le fanno piacere. Si sente correre nelle vene intirizzite come
un senso di calore:

— Com'è buono il mio Nino! Com'è stata buona anche la mamma! — E
risponde sul momento piena d'affetto, commossa:

«Verrò presto», alla mamma, — «Vieni subito», a suo marito.

Fa in fretta cinque minuti di _toilette_, poi scende per il pranzo e fa
chiamare di nuovo il signor Formenti. In quella sala così ampia e così
vasta e che dopo la illuminazione sfarzosa e gaia dei _restaurants_
affollati e delle splendide sale dei palazzi di Roma, pare mezzo al
buio, il posto vuoto di suo marito, e il servitore lontano che non si
vede quasi, perduto nell'ombra, infondono in tutta la sua sensibilità
eccitata un senso strano di malinconia.

Il signor Formenti (_sempre un po' curvo per essere pronto a
inchinarsi_) La signora si sentirà stanca del viaggio?

EMMA. Un po'; ma più del viaggio mi ha stancata la nebbia. Non credevo
di trovar tanta nebbia!

Il signor FORMENTI. È il raccolto più importante di questi paesi! E non
hanno ancora pensato di metterci la tassa.

Emma, sempre pronta a variar d'umore, ride alla spiritosità del signor
Formenti; poi gli domanda conto della signora Giovanna, sua moglie, dei
figliuoli e sopra tutto della piccola Emmina, ch'essa aveva tenuta a
battesimo e che aveva promesso di tenere anche a cresima.

EMMA. La mobilia nuova è tutta di sopra?

— Sì, signora: la mobilia delle due camere da letto e dello studio.

— E anche le casse, i bauli del padrone?

— Sono nello studio nuovo del signor commendatore, come la signora
padrona mi ha ordinato nella sua lettera.

— Domani le faccia aprire; si sono perdute le chiavi.

— Sì, signora; sarà fatto. — E il fattore rimane in piedi, immobile,
senza più aprir bocca, aspettando nuovi ordini.

EMMA (_dopo un momento, quando il servitore è uscito per andare a
prendere un'altra portata_) Da qui a Val d'Olona, quanto tempo ci si
mette in carrozza?

— Un'ora, un'ora e un quarto; coi due sauri anche meno.

— Domattina presto, prestissimo, manderà a prendere notizie del signor
Borghetti.

— Manderò alle sette; appena giorno. Ho sentito dire che il signor
Borghetti sta molto male. È vero?

Emma non risponde, ma il sangue le fa un tuffo. Sente di nuovo la
stessa impressione angosciosa: una mano che le stringe il cuore e la
gola. E il fattore continua colla voce che gli diventa cupa, cavernosa:

— Dicono che c'è la minaccia di una tisi! È un gran peccato! Così
giovane, bravo, ricco! Pareva il ritratto della salute e aveva tutto
per essere felice a questo mondo!

... Non finisce mai!... Non finisce mai di parlare!

EMMA (_nervosissima_) Adesso le darò un biglietto che farà consegnare
al signor dottore.

— È a Val d'Olona, dal signor Borghetti?

— Sì. E manderà anzi il cocchiere colla vittoria a prendere le notizie
per il caso che il signor dottore volesse venire all'Argentera. Può
andare, signor Formenti. Favorisca dire alla Carolina che mi prepari
subito la camera. Buona sera.

Prima di andare a letto, stanca, svogliata, triste, col pensiero di
Carlo che l'addolora e l'opprime, passa dalla biblioteca per prendersi
qualche cosa da leggere: guarda...

— Non c'è niente di nuovo. Non c'è niente di bello!... Cercherò domani,
fra i libri di Giordano.

E va a letto senza più dire una parola, nemmeno colla Carolina, e si
addormenta, sospirando, bagnando di lacrime il guanciale... E sogna di
Carlo ammalato... lo vede morto nel suo letto... le fa paura, vorrebbe
fuggire, ma non può muoversi, non può fare un passo. Poi non è più
Carlo il morto, è suo marito... la faccia di suo marito, la faccia
stanca, livida, la bocca storta, come nel viaggio da Napoli a Roma.

Si risveglia molte volte nella notte, di soprassalto, poi si
riaddormenta; è sempre quell'agonia, quello stesso sogno. Ma, poi, ad
un tratto, sente dentro di sè un movimento, un urto... come un piccolo
colpo...

È stata un'illusione, forse?...

Emma spalanca gli occhi e ascolta, ascolta.... aspetta ansiosamente e
non pensa più che a quella vita, che si è mossa, che si è agitata in
lei la prima volta... il buio le si riempie di stelle... e, a poco a
poco, si addormenta placidamente e sogna gli angeli.


La mattina dopo:

Emma scende in giardino, avvolta in una gran pelliccia. Il Monterosa,
tutto bianco, immerso nel cielo azzurro, sembra vicinissimo; il sole,
non ancora alto, fa scintillare come cristalli vaghi e striati i rami
degli alberi coperti di ghiaccio e gli steli lunghi, sottili, diritti
all'aria, dondolanti.

EMMA (_al giardiniere_) Il fattore ha mandato a Val d'Olona?

— Sì, signora. È andato il cocchiere colla vittoria, poco dopo le sette.

Il giardiniere conduce la padrona in giro pel giardino; le vuol far
vedere certi lavori, certi scavi per la conduttura dell'acqua, ordinati
dal signor commendatore. Poi la conduce nella serra, dove le ha
preparato una improvvisata: una grande fioritura di lillà bianchi.

Emma, alla vista di quei fiori, si entusiasma. Per un momento è tornata
bambina. Che bellezza! Che bellezza! Ne manderà subito alla mamma,
al babbo, ne manderà un grosso mazzo a Carlo!... Poi pensa fra sè:
«A Carlo, subito, no». La felicità che le danno tutti quei fiori la
rende ancora più buona, più amorosa, più innamorata. E se il povero
Nino fosse geloso?... Manderà a Carlo un bel mazzo di lillà, quando
suo marito sarà all'Argentera. Ma, intanto, se Carlo guarisse! Come si
sentirebbe sollevata! Come respirerebbe felice, contenta, se non avesse
quel rimorso, se Carlo guarisse... Oh, allora, come potrebbe godersi in
pace i suoi fiori, il suo giardino, l'Argentera, e amare il suo Nino
senza rimorsi e non pensare ad altro, ad altro che a quella sua gioia
grande, immensa che la rende beata.

— Un _baby_, un _baby_, un _baby_ mio! Dio, Dio, che felicità!

Il signor Formenti che corre?... Che c'è di nuovo?

Il signor Formenti, vedendo la padrona che si ferma per aspettarlo, si
leva il cappello e corre ancora di più:

— Natale, il cocchiere, ha incontrato il signor dottore in carrozza,
che veniva da Val d'Olona e andava alla stazione. Era stato chiamato a
Milano da un telegramma, per un ammalato gravissimo. Ha detto a Natale
di riverire la signora e di dirle che verrà, spera, domani mattina, o
domani sera al più tardi, all'Argentera.

— E il signor Borghetti?

— Ha detto il signor dottore che da un paio di giorni è quasi senza
febbre e che oggi potrà alzarsi per un'oretta o due.

— Dio, Dio, vi ringrazio! — esclama Emma con un gran sospiro di
sollievo. Pensa che il babbo, e specialmente la marchesa Gonzales e il
Barbarani devono, certo, aver esagerato colle loro previsioni. — Hanno
esagerato, certamente!

In quella mattina piena di sole, col cielo così limpido e le montagne
così chiare, nitide, vicine vicine, essa ritrova l'Argentera cara dei
suoi ricordi, il nido amoroso, avventuroso, di tutte le sue gioie.

— Ho un _baby_ mio, tutto mio, il mio sangue, il mio respiro, le mie
viscere, fatto da me!... Fatto da me!

Scrive una lettera lunga lunga a Giordano. Una lettera con tutto il
racconto del suo viaggio, delle notizie ultime del caffè Cova; colle
descrizioni e le impressioni dell'Argentera. Una lettera affettuosa e
birichina in cui ogni parola, ogni scherzo è una carezza, è l'invito,
la preghiera, lo stimolo di venir presto, e di venir subito. Chiude
nella lettera un piccolo ramettino di lillà e nel far l'indirizzo,
ripensandoci, con una delle sue astuzie di donna innamorata, invia la
lettera a Bologna, sperando così di farlo partire più presto da Roma e,
in pari tempo, gli manda un telegramma all'_Albergo Milano_:

«Ho scritto Bologna: fa presto. _Ti aspettiamo_.

                                                               EMMA.»

Poi va di nuovo in cerca del fattore; non si fida altro che del
fattore, quando vuol essere ben sicura per la posta. Gli consegna la
lettera e il telegramma e gli parla del cane da caccia come gli aveva
raccomandato suo marito.

— E la signora Giovanna?... Oh, ecco, appunto, la buona signora
Giovanna!... — Ed Emma saluta allegramente, con affabilità ed
espansione cordiale la timida fattoressa che non ha osato presentarsi
la sera innanzi per paura d'incomodare la signora padrona, e fa
molte feste a tutta la nidiata dei figlioletti grandi e piccini; ma
specialmente all'Emmina che bacia, ribacia, che si stringe fra le
braccia con trasporto:

— Com'è bellina! Com'è carina!... Tesoro! Adesso, quanto ha?...

— Quasi tre anni, signora padrona.

— Com'è grande e grossa! Che begli occhioni!... Ha cominciato
prestissimo, mi ricordo, a camminare?

— A otto mesi, camminava da sè.

— Cara! E non è mai stata ammalata, mai?

— Mai; ha sofferto un po' per il latte, ma l'ho divezzata presto e dopo
è sempre stata bene.

EMMA (_diventando seria_) Soffrono tutti, soffrono molto i bambini per
il latte?

La fattoressa risponde di no, e dà tutte le spiegazioni che desidera
Emma, la quale continua a farle mille domande sopra ognuno dei suoi
figliuoli.

Intanto il signor Formenti, che ha già mandato la lettera e il
telegramma alla stazione, ritorna dalla padrona.

— È stato tutto spedito in piena regola. Ha altri comandi da darmi? Ho
già fatto aprire le casse e i bauli del signor commendatore, come la
signora mi ha ordinato ieri sera.

— Benissimo! Bravo, signor Formenti! Fa freddo fuori!... Così ho
qualche cosa da fare in casa!... Venga ad aiutarmi, signora Giovanna!

Prima che Emma partisse da Roma, Giordano, fra tante raccomandazioni,
le aveva detto ancora, replicatamente, di ricordarsi bene che al suo
arrivo all'Argentera voleva trovar pronto il suo studio da lavoro e i
libri messi a posto. In quanto all'altra roba, le casse, i bauli degli
abiti e della biancheria, mandasse tutto in qualche stanzone a parte,
o nel solaio. Lui, poi, con suo comodo, ne avrebbe fatto uno spoglio da
regalare al fattore e ai suoi servitori.

EMMA. Venga ad aiutarmi, signora Giovanna! Venga a vedere! Ci sarà
forse qualche cosa, della roba ancora buona, che le potrà servire...
per i bambini! (_Rivolgendosi ai ragazzi_) Venite tutti! (_Prende per
una manina la piccola Emma: corre innanzi con lei, facendo in fretta i
passettini corti, imitando la voce, il cinguettare della bimba, ridendo
e scherzando_) Corri, corri, corri!... Piglia, piglia cavallin!...

Appena di sopra, i ragazzi si spingono innanzi tutti insieme per
spalancare l'uscio dello studio.

— Non c'è altro, signora Giovanna? — domanda Emma alla fattoressa. — È
tutta qui la roba del padrone che è stata mandata da Padova?

— Sì, signora. Due casse, un baule grande ed uno più piccolo.

EMMA. Quando arriva il padrone, signora Giovanna, deve trovar tutto
pronto: anche le due camere da letto, i gabinetti di _toilette_, tutto,
tutto!

Emma comincia allegramente a vuotare una cassa di vestiti e di
biancheria:

— Questa è roba per lei!... Questo è per lei! — e così via, carica
le braccia della signora Giovanna e dei ragazzi di abiti vecchi e di
biancheria stinta, sdrucita, per quanto bene lavata e bene stirata.

EMMA (_fra sè_) È strano! Mio marito, tanto elegante, quand'era a
Padova portava le camicie di lana coi solini e i polsini staccati!
(_Forte_) Prenda, signora Giovanna! Questa è tutta roba che può
ridurre, che può esser buona per i suoi figliuoli!

— E per mio marito!... È una provvidenza! Una vera provvidenza, signora
padrona! Scusi!... Guardi. Su questa giacca, è puntata una carta.
Prenda!

Emma prende, con due dita appena, il mezzo foglio di cartaccia grossa,
ordinaria, da cucina — la nota, evidentemente, di tutti gli abiti
contenuti nella cassa — e si affatica, studia per poter decifrare quel
carattere inintelligibile, quelle parole lunghe, storte, che sembrano
sgorbi. Finalmente incomincia a capire qualche cosa.

EMMA (_legge a stento, compitando_) «Nota di tuti li vistiti del
Nano...» (_ha una scossa: s'interrompe e continua a leggere sottovoce;
poi rilegge ancora tutto da capo, ma sempre sottovoce_) «Nota di
tuti li vistiti del Nano ricivudi in con segna da la Veronica»... Del
Nano?... (_Pensa, ripensa, diventando a mano a mano sempre più seria_)
Del Nano?... (_La nota corrisponde esattamente cogli abiti levati
dalla cassa e gli abiti sono di Giordano_) Dunque: Giordano... Nano.
Dev'essere un soprannome. A Padova, suo fratello, tutti lo chiamano
Nano! È bruttissimo!... «da la Veronica...»? Questa Veronica dev'essere
la vecchia cameriera di sua madre, la governante, di cui mi ha parlato.
«Li vistiti del Nano...»?

Ma poi, infilata sopra un paio di calze a mano, trova un'altra nota
simile alla prima:

«Nota di tuti li e feti di biancaria del Nano.»

EMMA (_alla signora Giovanna_) Per oggi, basta. Sono stanca. Domani;
continueremo domani.

La fattoressa se ne va, ringraziando, colla roba e coi figliuoli, ma
la signora non risponde, non bada nemmeno alla piccola Emmina che le si
era avvicinata aspettando un altro bacio.

— Vieni! Andiamo! Presto! — E la signora Giovanna deve tirarsi dietro
la bambina, pigliandola per un braccio.

EMMA (_rimasta sola, dopo aver girato gli occhi pensierosi su quella
cassa, su quella roba, su quelle due noticine della Veronica che tiene
ancora in mano: fra sè_) Mi prenderò un libro per leggere stasera...
(_e ripete macchinalmente a sè stessa ciò che ha già detto prima alla
signora Giovanna_) Poi basta, per oggi; sono stanca...

Si avvicina al baule più piccolo: alza lentamente il coperchio: è pieno
di libri, di manoscritti, di carte. Essa guarda, osserva, chinandosi un
po', appoggiandosi al coperchio alzato. Vede subito, dalla copertina,
rossa, alcune dispense della _Revue des Deux Mondes_, e, dalla
copertina gialla, molti libri francesi.

EMMA (_s'inginocchia per terra, dinanzi al bauletto, e cerca fra i
libri_) _Lavisse_... _Boissier_... _De Roberty_... _Paul Sabatier_,
_Vie de St-François d'Assise_... Roba troppo seria per me!... Oh, ecco!
Un volume del famoso Taine!... _Ippolito Taine_! Oh, che cosa c'è?...
(_Dal libro è caduta una lettera e un piccolo mazzolino di fiori
secchi_) Oh! Oh! Povero Taine, a che cosa serve! (_Prende in fretta
la lettera: ha riconosciuto, sull'attimo, il carattere della signora
Simonetti_).

Restando sempre inginocchiata, tiene la lettera alzata fra le due
dita e legge e rilegge l'indirizzo, scritto con quel bel caratterino
inglese, lungo, aristocratico:

  _Signor Giordano Mari_

                  _Hôtel Bella Venezia._

La busta è stracciata in un angolo e scorge due o tre paroline color
violetto...

— Che tentazione! No! No!... Proibito!

Ma pure quella letterina se la mette in tasca. La consegnerà lei, colle
sue proprie mani, a suo marito. Vuol vedere che faccia farà!... Chi
sa!... Chi sa, quell'antipatica!... Quante frasi infocate!... Poi pensa
al gran mutamento e alla nuova virtù di donna Fanny e sorride:

— Se questa letterina, la leggesse l'arcivescovo!... E sempre
inginocchiata per terra, appoggiandosi con un gomito al bauletto,
continua a pensare a Fanny, e a sorridere... e l'acuto profumo d'ambra,
che esala da quella letterina elegante, le fa dimenticare, per un
istante, le camicie di lana senza i polsini del Nano e le note della
Veronica.

— Ci sono anche i fiori!... I fiori appassiti sul cuore!... Questi, per
altro, non glieli dò! Basta la lettera! I ricordi del dolce peccato, si
distruggono!

Ma guardando bene il mazzolino, guardando bene, sopra tutto, quel
piccolo nastro azzurro e oro... non c'è dubbio, lo riconosce... è
suo!... È suo!

— I miei fiori! I primi fiori che gli ho dato, cacciati... dimenticati
in un libro qualunque, insieme ad una lettera... una lettera di
_quell'altra_!

Subito gli occhi le si velano di lacrime, ritorna seria, scrolla il
capo tristemente e sospira. Ormai conosce suo marito!

— In quel momento ci sarà stato un bell'articolone da leggere, o avrà
dovuto vestirsi in fretta per qualche gran pranzo o qualche visita ad
un personaggio illustre e intanto i miei fiori e la letterina amorosa
sono stati cacciati insieme, in fretta e furia, dove capita capita...
e dimenticati! Ah, Dio mio!.. Mah!... Quello era il sogno, l'incanto...
e la vita, la realtà, si sa bene, è sempre diversa... e brutta.

Continua a scrollare il capo, continua a sospirare e continua a
guardare nel bauletto e a leggere svogliatamente i titoli delle opere
e dei varii volumi che le vengono tra le mani.

— _Ugo Foscolo_!.. Un altro grand'uomo che in genere «donne» deve
averne fatte di grosse!... «Opere edite e postume di Ugo Foscolo»;
«Epistolario»; Le lettere (_vivamente, contenta, ammirando il
volume_) Le lettere di Ugo Foscolo!.. Ho sempre avuto tanta smania di
leggerle!.. Devono essere bellissime, assai interessanti... (_Guardando
l'indice_) «Alla contessa d'Albany», «Alla donna gentile», «A Silvio
Pellico», «Alla marchesa Bartolomei... (_Fa per voltare una pagina e
il volume si apre da sè nel mezzo_) Che c'è? Un'altra lettera di donna
Fanny?... Ah no, meno male!... È il conto dell'albergo. «Milano: Hôtel
Bella Venezia». Che disordinato! Proprio che disordinato! Invece di
conservare tutti i conti in regola di data, come il babbo, li caccia
dentro i libri per segno... come i miei fiori e i bigliettini amorosi!
(_Scorre qua e là coll'occhio sulle due pagine del volume aperto: a un
tratto, rimane colpita da alcune parole che non le sembrano nuove, che
ha già lette: rilegge tutto il periodo più attentamente_):

«... Se l'infermità, se gli anni, se gli accidenti vi rapiranno la
beltà e gli agi; se sarete padrona di voi, se sarete disgraziata; se
vi mancasse nel mondo un marito, un amico, io volerò a voi; io vi sarò
marito, padre, amico, fratello...»

— Che combinazione!... Quasi le stesse parole!

Emma torna indietro, guarda l'intestazione della lettera:

                   «Alla giovane signora F. Giovio.»

Allora rilegge tutta la lettera, col cuore sospeso, senza batter
ciglia, senza respirare...

— No, no! Che sospetto stupido, cattivo!... Eppure... qua e là... sì...
Che combinazione strana, strana, strana...

E nella sua mente, quasi parola per parola, essa ripete quell'altra
lettera, la prima lettera di Giordano, quella lettera che aveva letta,
riletta cogli occhi pieni di lacrime, che aveva baciato, ribaciato,
ch'era stata il suo tesoro, la sua ricchezza, la sua felicità, la sua
vita... che per tante notti aveva dormito con lei, sul suo cuore, e che
per obbedire a Giordano aveva distrutta, bruciata, in quei giorni in
cui stava tanto male... in quei giorni in cui aveva creduto di morire.

— No! No!... È un'idea cattiva... È un sospetto cattivo. È tutta la mia
cattiveria. Sono cattiva! cattiva! cattiva!

Ma adesso è con ardore, con ansia, colla febbre che cerca, che fruga
fra quelle carte, fra quei libri... Non lo dice, non vuol confessarlo
a se stessa, ma è una prova che cerca, è una prova che domanda, che
invoca, che implora al suo Dio, alla sua fede, a tutto ciò che l'ha
sempre protetta, benedetta nella vita!... Una prova dell'amore di
Giordano, una prova che riesca a calmare il suo cuore, a cancellare, a
distruggere tutte quelle cattive, quelle tristi impressioni!

— La scrittura di Carlo?.. Che cos'è? Che cos'è?.. La scrittura di
Carlo? Ma perchè la scrittura di Carlo?

Sono alcuni fogli manoscritti: i primi capitoli del _Sant'Ambrogio_.

EMMA (_leggendo_) «Teodosio», «Sant'Agostino», «Ambrogio e Marcellina»,
«La verità e la leggenda nelle lotte di Sant'Ambrogio cogli ariani».

Ma Emma ormai non pensa più al Borghetti; i fogli manoscritti le son
caduti dalle mani; il suo viso è diventato pallido come la morte. Ella
fissa immota un piccolo pacchetto di lettere, avvolte da una striscia
dell'istessa cartaccia mezzo sudicia, adoperata dalla Veronica per le
sue note, con su scritto con un carattere grosso, rotondo:

«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano».

Emma si è cacciata macchinalmente una mano sul cuore; ma il cuore
non lo ha più; non lo sente più! Soltanto la testa... la testa che le
brucia... le tempia che le martellano violentemente.

— Dio! Dio! Io divento matta! Io sento che divento matta!

E rilegge, deve rileggere per forza, per forza, ciò che è scritto su
quella striscia, su quella cartaccia...

«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano».

Sono, infatti, le lettere di Emma; Giordano Mari, nel rinnovare le
cambiali, le aveva pagate per un terzo e la Veronica aveva imposto al
signor Tancredi quella restituzione.

— È una vergogna!... Adesso lei è sicuro dei suoi denari!... Gli
restituisca le lettere... È suo fratello!... Vergogna!...

E il signor Tancredi ha restituito le lettere di Giordano, il quale
non le aspetta che all'estinzione totale del debito, e, per risparmiare
le spese di posta, le ha date alla Veronica da mettere nel baule colle
altre carte di affari e di famiglia che appartengono al fratello.

«... Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano...»

Emma, ad un tratto, afferra quel pacchetto e d'un balzo si alza in
piedi stracciando l'involto... Non ha più scrupoli, non ha più timori,
non ha più riguardi:

— Sono le mie lettere! Sono le mie lettere! Sono le mie lettere!... E
questi altri fogli sudici, pieni di cifre, di bolli, di timbrature, che
cosa sono? Ma che cosa sono?... — «Caro Nano?...»

Emma si ferma ancora un istante, esitando, tremando. «Caro Nano?...»:
poi gli occhi le cadono sulle parole «tua moglie» e allora legge tutto
ciò che il signor Tancredi ha scritto al fratello dietro una cambiale
estinta:


«Il Finardi mi ha assicurato che quegli altri possono presentemente
accontentarsi della tua firma senza bisogno di garanzia o pegno, e
perciò ti rimando le lettere di tua moglie. Ciao e sta sano.

                                                           TANCREDI.»

«_PS_. — Raccomando di essere puntuale anche alla prossima scadenza e
di pagare un altro buon acconto a scanso di dispiaceri».


Emma non dice una parola, non fa un gesto, rimane immobile e muta,
con le ciglia aggrottate, mentre la ruga in mezzo alla fronte
diventa sempre più profonda a mano a mano ch'essa, nel disordine, nel
turbamento delle sue idee, del suo cervello, riesce ad afferrare la
verità, a indovinare, a capire tutto, tutto, tutto!

«... senza bisogno di garanzia o pegno, e perciò ti rimando le lettere
di tua moglie».

A un tratto, sente camminare nel corridoio; dà un grido e si precipita
contro l'uscio chiudendolo a chiave; ma in quell'urto, in quell'impeto,
in quell'impressione di spavento, ha esaurito tutte le sue forze e si
appoggia, cade quasi contro l'uscio, affranta, mezzo svenuta.

— Signora, signora! (_È la voce del servitore_). Signora, signora
padrona!

— Cosa c'è?

— Un telegramma.

Emma aspetta ancora qualche momento. Poi apre l'uscio, prende il
telegramma e torna a rinchiudersi a chiave nello studio. È di nuovo
sola in quella stanza e torna a guardarsi attorno smarrita, perduta: —
È vero?.. È proprio vero?.. È proprio vero?..

Quei libri, quei fogli, quella roba sparsa, buttata per terra, sono
brani del suo cuore, sono tutte le sue illusioni, sono tutte le sue
speranze, tutta la sua vita...

Finalmente apre, strappa, legge il telegramma:

«_Sant'Ambrogio e Marcellina_ successo immenso — Vero trionfo —
Ovazioni deliranti — Commosso ti mando tutti i miei baci.

                                                           GIORDANO».

No! No! No!

Emma straccia in cento pezzi quel telegramma e con un brivido, un
fremito d'orrore si nasconde il viso colle mani, come per respingere
quei baci, per difendersi, per salvarsi da quei baci...

— No! No!... Oh! No! No! No!



XIII.

I CONSIGLI DEL BUON DOTTORE.


Il dottore, come ha fatto annunziare dal signor Formenti, arriva
all'Argentera il dì appresso, verso mezzogiorno.

Egli si è preparata una faccia molto scura: spera in tal modo che
ad Emma faranno maggiore impressione tutte le raccomandazioni e le
prescrizioni che reputa necessarie.

— Avere dei figli è una funzione ordinaria, naturale. Anzi, quando
l'organismo è ben costituito, può essere, in massima, più giovevole che
dannoso; ma bisogna sottomettersi pazientemente a tutte quelle cautele
che l'esperienza insegna e la prudenza impone.


Nel giardino dell'Argentera, dinanzi alla villa.

_Il dottore_ (_smontando di carrozza, al signor Formenti che gli corre
incontro_) Buon giorno, signor Formenti! Bella giornata, vero?

Il signor FORMENTI. Saprà, forse, che la signora padrona non è
all'Argentera?

_Il dottore_. Già... (_pausa_)... Me lo sono immaginato. È andata a
Brenzonino dalla mamma.

— No. È andata a Val d'Olona dal signor Borghetti.

Il dottore, senza parlare, dà un'occhiata di traverso al signor
Formenti, e la sua faccia diventa ancor più scura.

Il signor FORMENTI. È partita stamattina prestissimo. Non erano ancora
le otto.

_Il dottore_ (_lisciandosi, grattandosi la barba: assai preoccupato_)
Quasi quasi, andando a Val d'Olona, potrei arrischiare d'incontrarla,
strada facendo. (_Pausa_) Già, potrei incontrare la signora Emma,
appunto, mentre ritorna a casa.

— Probabilissimo. Qui, non ha lasciato nessun ordine.

_Il dottore_ (_si volta lentamente per rimontare in carrozza, poi si
ferma pensoso_, fissando la testa del cavallo) E... come è ritornata da
Roma? Bene?... La cera? Buona?...

— Buonissima, quando è arrivata. E ha pranzato anche con appetito! Ma
poi, ieri, deve aver preso freddo, deve aver preso un po' di umidità
durante il viaggio, si è sentita male, così... verso l'una o le due,
e si è messa a letto. Non ha voluto mangiare; non ha voluto veder
nessuno. Fortunatamente, il male è passato presto. Stamattina, alle
sette, era già in piedi. E si è alzata sola, senza nemmeno chiamare la
Carolina. Ha ordinato subito la carrozza e non l'ha voluta aspettare.
Con quel freddo è andata avanti, sola, a piedi.

_Il dottore_ (_continua a scrollare il capo e a fissare la testa del
cavallo_) Benedetta _tosa_! (_Poi si leva di tasca una brancata di
lettere, di bigliettini, di telegrammi: li guarda: sospira_) Tutte
visite che avrei dovuto fare stamattina. (_Pausa_) Sono preso in
questi giorni da tutte le parti. Sicuro. Dovrò tornare subito a Milano
in fretta e in furia. (_Un'altra pausa ancora più lunga_) Mah! (_Al
cocchiere, montando in carrozza_) Allora... — Sai, vero?... — Prendi
la strada a sinistra, dopo la chiesa, e puoi andare un momento in su,
verso Val d'Olona.

Il signor Formenti prende il cavallo per il morso e aiuta il cocchiere
a fare la voltata.

_Il dottore_ (_in carrozza, sulla strada di Val d'Olona cercando
la «Perseveranza» nelle tasche del paltò_) Sarà stato appunto un
po' di freddo... preso allo stomaco... Benedetta _tosa_!... Perchè
precipitarsi in questo modo a Val d'Olona, senza prima aspettare,
consultarmi?.. Carlo è appena imbastito, alla bell'e meglio! Per il
momento! Vedersi Emma comparir davanti, improvvisamente, può risentirne
una scossa tale, da farlo andare in pezzi un'altra volta. Mah!... E
poi, non è il momento questo, nemmeno per Emma, di affaticarsi, di
strapazzarsi, di prender freddo. Il cuore!... Il cuore!... (_Scrollando
il capo e spiegando la «Perseveranza»_) Il cuore è una bellissima
cosa... quando se ne può fare a meno! (_Vede sulla «Perseveranza»
il grande successo della conferenza di Giordano Mari_) Bravo!...
(_Continuando a leggere_) Anche per Emma è una soddisfazione, una
grande compiacenza. Chi sa che contentezza!... Che smanie!... Il suo
idolo!.. Figuriamoci!... Infatti, è una bella vittoria, tanto più che
a Roma, in principio, non ne volevano sapere! Ma, già, è l'invidia,
l'interesse, in tutte le professioni!... L'Italia è un paese così
fatto, lungo e stretto: quando uno appena si muove o allunga un momento
le gambe — tàffete! — tutti gli altri hanno paura di essere buttati in
acqua!... (_Ride: poi torna serio, ripiegando il giornale_) E dire,
per altro, che anch'io, a primo aspetto... di questo Giordano...
— proprio! — ... non avrei dato nemmeno un soldo! Invece anche la
_Perseveranza_ lo porta alle stelle! Emma l'ha indovinata: ha avuto più
occhio di noi!.. Brava! (_A un tratto strizzando l'occhio per mirare
lontano_) Eccola là! (_Cacciando il capo fuori dello sportello_) È in
giacchettina!... Con questo freddo! (_Sorridendo, diventando rosso per
il piacere di rivederla, si alza in piedi nella carrozza, minacciandola
colla mano e gridando_): Senza la pelliccia!... Benedetta tosa!...
(_Tirando il cocchiere per il mantello_) Ferma! Ferma! (_Salta dalla
carrozza e corre incontro ad Emma, che gli si butta fra le braccia_).

_Il dottore_ (_cogli occhi gonfi di lacrime: commosso da
quell'abbraccio, da quell'effusione_) Vediamo un po'... Vediamo un
po', la mia bellezza... Ma sai?... Sembri diventata persino... più
grande! (_Con due dita sotto il mento, alzandole la faccia_) Vediamo...
Vediamo _la cerina_!.. Ma... ma come?.. Sei pallida... Smunta... Hai
quegli occhi lividi che non mi piacciono! (_Osservandola, scrutandola a
lungo_) Che cosa vuol dire? Hai forse sospeso l'estratto di china?...
Ieri, mi ha detto il signor Formenti, hai preso un po' di freddo —
vero? — e sei stata poco bene... Ma, ma, ma... giudizio! giudizio!
Specialmente... Da brava... (_Mettendosi il braccio di Emma sotto il
suo e battendole affettuosamente sulla mano_) Ho sentito che... ci sono
novità?

EMMA (_colla voce torbida, concitata_) Sì; pur troppo!

_Il dottore_ (_fermandosi su due piedi_) Pur troppo?

EMMA. Non posso esser libera come vorrei! Anche Carlo me lo consiglia,
quasi me lo impone!... In faccia al mondo, anche colla mia famiglia,
dovrò sopportare, se non la presenza, il nome di quell'uomo che
detesto, che odio!... Dio, Dio, come lo odio!

_Il dottore_ (_trasecolato, stupefatto_) Ma chi?.. Tuo marito?... Il...
Giordano?

EMMA. Dammi il braccio: mi sento affranta, morta.

_Il dottore_. Vieni in carrozza!... Montiamo in carrozza!

EMMA (_trattenendolo_) No! Potrebbe sentire il cocchiere! Torniamo a
Val d'Olona a piedi. Non è distante.

_Il dottore_. Aspetta! (_Corre a prendere lo scialle dalla carrozza_)
Aspetta. Ti darò, almeno, il mio _plaid_! (_Al cocchiere_) Sai — vero?
— dov'è la villa del signor Borghetti?... L'architetto?

— Sì, sì. Ci sono stato un'altra volta.

_Il dottore_. Allora, puoi andar avanti, al passo. (_Ad Emma, mentre
comincia a imbacuccarla nello scialle_) Ma perchè hai fatto tanta
strada?

EMMA. Carlo desiderava alzarsi, ed io, intanto, ti son venuta incontro.
Abbiamo immaginato, io e Carlo, che saresti arrivato, press'a poco,
a quest'ora. (_Fermandosi a un tratto, con impeto, cambiando voce,
cambiando viso_) Senti, quell'uomo... — ed è mio marito!... mio
marito!... — quell'uomo è di un'infamia tale... Peggio, peggio!... È
di una tale abiezione, di una tale bassezza, che mi fa ribrezzo!... E
me lo sento sempre addosso, sulla faccia, nella carne... Che orrore!...
Che orrore!... Che ribrezzo!... Che schifo!

Emma non appare più stanca, sfinita: lo sdegno, la collera le dànno una
nuova forza, una nuova vigoria. È l'impeto, è l'urto di tutto ciò che
si spezza in lei!

_Il dottore_ (_fuori di sè_) Il Giordano?... Ma se anche adesso, in
questo punto, leggevo la _Perseveranza_... Ne fa un monte di elogi!
(_Cercando il giornale_) Aspetta; voglio farti leggere...

EMMA. So! So! La conferenza _Sant'Ambrogio e Marcellina_! Rubata!
Rubata a Carlo!... Sì, sì!... Ma ciò che importa?... Niente. Ha
approfittato, abusato della bontà, della confidenza di un amico! Non
è che un'indelicatezza! (_Con un riso stridulo, amaro_) Sai che cosa
ha fatto di più?... Vuoi sapere che cosa ha fatto? Ha dato in pegno le
mie lettere, le mie prime lettere, comprendi?... La mia anima, il mio
pudore e il mio onore — il mio onore, perchè non ero ancora sua moglie!
— ha dato in pegno le mie lettere a Padova, a suo fratello, alla sua
serva, ai suoi usurai, per avere del danaro, per... per certe cambiali,
perchè era pieno di debiti!

_Il dottore_ (_agitato, ansante, per la forte commozione_) Cioè?
Spiegati!... Le tue lettere?... In pegno!

EMMA (_ridendo più forte_) Ah! Ah! Non capisci!... Tu non arrivi
nemmeno a capire tanta infamia. E anch'io, sai? Anche per me c'è voluto
del tempo, molto tempo. Ho dovuto studiare, pensare, indovinare. E
ho dovuto guardar la faccia, la vera faccia di quell'uomo, e tornare
indietro, e ricordarmi tutte le sue parole, tutte le sue cattiverie,
giorno per giorno, ora per ora, e vederlo — finalmente! — vederlo
a occhi aperti, non come lo avevo pensato, creduto, immaginato col
mio cuore, colla mia fantasia, io stupida, io cieca, io innamorata,
io pazza, ma come era lui veramente, realmente, lui, lui, falso,
egoista, vano, volgare! E quasi non si dava nemmeno la pena di mentire,
d'ingannarmi! Era sicuro. Sapeva che io era una stupida. Che mi
ingannavo da me stessa. Oh, c'è voluto del tempo! Tanto tempo! E c'è
voluto che le avessi io nelle mie mani, quelle lettere, quelle cambiali
di suo fratello! Oh, anche a te, sì, sì, farò leggere! Farò vedere
tutto anche a te!

_Il dottore_. Sì, ma intanto... calmati. Cerca di calmarti.

EMMA (_con uno scoppio di risa e di lacrime_) E io lo credevo geloso
di Carlo! Invidia! vanità! Sì, perchè quell'uomo non ha che la vanità,
soltanto la vanità, di vero, di forte, di grande, di sensibile. Geloso?
Guarda un po' se era geloso di mio zio? Per il suo interesse, per i
suoi trionfi, per la sua cattedra, per un articolo di giornale, mi
avrebbe buttato in braccio a mio zio! In braccio a tutta Roma!

_Il dottore_ (_scandolezzato, imponendole colle mani di tacere_) Da
brava! Da brava! Non voglio sentirle certe esagerazioni!

EMMA. E le mie lettere? Le mie lettere non le ha fatte correre fra le
mani di tutta quella gentaglia di Padova? E non c'ero io — tutta io! —
nelle mie lettere? Ti ricordi quei giorni? Io diventavo matta di amore,
di dolore, di angoscia. Ti ricordi quei giorni? In collera col babbo,
in collera colla mamma, in collera anche con te! Sai com'ero ammalata?
Ti ricordi? Eppure, di notte, disfatta dal male, dalla febbre, gli
volevo scrivere — almeno una parola, un bacio! — e mi sforzavo di parer
lieta per non impressionarlo, per non spaventarlo! Ebbene, sono quelle
mie lettere piene d'amore, di passione, di abbandono, sono quelle
parole, sono i miei baci, ch'egli ha venduto, ch'egli ha dato in pegno
a suo fratello, ai suoi creditori, ai suoi usurai! È il mio pudore,
sì, il mio pudore, me stessa, tutta me stessa, io, come sono, svestita
anima e corpo, ch'egli ha buttata in braccio a tutta quella gente!

_Il dottore_ (_tremante, diventato in viso quasi terreo, con due
solchi sotto gli occhi, profondi, lucenti_) Calmati! Calmati! Per amor
del cielo! Se mi par di comprendere, se è proprio vero, hai tutte le
ragioni; ma vuoi anche ammalarti?

EMMA (_rossa di fuoco, stravolta in viso, ma senza una lacrima_) Senti,
ascoltami. Al primo colpo, è stato tale il disinganno, il dolore, la
vergogna — più di tutto la vergogna — che volevo uccidermi, buttarmi
dalla finestra! Sì, sì, è vero, te lo giuro! Poi — non voglio farmi
diversa da quella che sono — non è stato il pensiero della mia famiglia
che mi ha trattenuta, nè della condizione in cui mi trovo; ma è stato
l'odio, la febbre, la smania di buttargli in faccia le mie lettere,
la lettera di suo fratello, tutto, tutto quanto! Una smania, la smania
prepotente del mio orgoglio, delle mie fibre, del mio pudore, di fargli
vedere — proprio vedere! — che non lo amo più, più, più; che mi fa
ribrezzo, ribrezzo, nient'altro! Poi... sono corsa da Carlo. Volevo
vendicarmi, volevo morire, ma a un tratto ho perduto tutte le forze,
ho sentito un gran bisogno di piangere e sono corsa da Carlo. Erano
tante tante ore che diventavo matta perchè non potevo piangere! Avevo
bisogno di vedere qualcheduno, di sfogarmi con qualcheduno... Da chi
potevo andare? Dalla mamma, no. Era stata contraria al mio matrimonio,
e avrebbe creduto di consolarmi vantandosi di aver sempre ragione. Dal
babbo? Povero babbo! Lo avrei addolorato e non sarebbe stato capace
di aiutarmi. Tu non c'eri e sono corsa a Val d'Olona! (_Afferrandogli
tutte e due le mani e fissandolo con un impeto di disperazione_)
Salvami Carlo, sai! Adesso devi salvarlo! Non voglio anche il rimorso
di aver fatto morir Carlo per quell'uomo!

_Il dottore_. Carlo... Vedremo! (_Accomodandole lo scialle sulle spalle
e attorno al collo_) Ma tu, intanto, non devi pigliar freddo. Invece
procura di calmarti. È un fatto così inaspettato, straordinario. Così,
su due piedi, non si saprebbe nemmeno che consiglio dare. Mi farai
vedere — vero? — anche questa lettera del fratello? Insomma, io ho
bisogno ancora di precisare le idee! Pensa per altro, da brava, pensa
che, nel tuo stato presente, non hai il diritto di farti del male! È un
caso di coscienza.

EMMA. E penso anche, ricordati bene, che io non sono più la moglie di
quell'uomo, che io non ho più nulla di comune con quell'uomo!

_Il dottore_. Certo, sussistendo il fatto, appunto, bisognerà vedere...
bisognerà studiare, pensare a un qualche provvedimento. Ma intanto
io direi... Senti, cara la mia _tosa_, io direi di andare subito a
Brenzonino e di sentire anche la mamma. La mamma, certe volte, e, più
che per altro, per le sue continue sofferenze, sembra, forse, un po'
contraddicente... un po' dura... ma non è vero — veh! — E poi la mamma
è sempre la mamma! Da brava, resta ben coperta, e adesso, appena a Val
d'Olona, ci faremo dare un the molto caldo con una goccia di rhum. La
mamma, dunque, ha diritto, specialmente in un caso simile, così fuori
del... del consueto, di saper tutto!

_Emma_. Io invece credo di no, e non sono del tuo parere. No; perchè
il giorno che lo sa la mamma, lo saprà tutta Milano! Non credi?.. Non
importa? Devo assolutamente parlare, dir tutto anche alla mamma?...
Ebbene, se tu lo vuoi, lo farò, ma ad una condizione: dal momento
che ci deve essere uno scandalo, voglio approfittarne per separarmi,
per fare un processo, per non vederlo mai più, quel... signore,
finchè vivo. (_Interrompendosi: con un'alzata di spalle_) E poi, no!
(_Eccitandosi nuovamente_) E poi, no! Una volta ancora voglio vederlo!
Una volta ancora gli voglio parlare! Deve capire, deve sentire come lo
disprezzo!.. Noi due, fra di noi due... e nessun altro!

_Il dottore_. E, allora, non si dice niente alla mamma, non si dice
niente a nessuno... e, appunto, cercate insieme fra voi due... un
qualche accomodamento.

EMMA. Un qualche accomodamento? Che accomodamento! Dovrà accettare
le mie condizioni! Ciò che voglio io! E, prima di tutto, gli voglio
buttare in faccia la sua vigliaccheria.

_Il dottore_ (_inquieto_) Ecco... io invece sarei per consigliarti, in
questo caso, la massima prudenza. Tu sola, per esempio, a tu per tu...
(_Pausa: scrollando il capo_) Bada, veh, se è in realtà quale appunto
verrebbe a dimostrarsi col suo procedere... potrebbe anche, una volta
inasprito, irritato, non usare tutti quei modi... (_arrabbiandosi
e alzando la voce_) potrebbe anche, parlo chiaro, metterti le mani
addosso!

EMMA. Tu avresti paura di quell'uomo?

_Il dottore_. Insomma, io preferirei che, quando veniste ad una
spiegazione fra voi due... foste almeno in tre.

EMMA. Tu avresti paura di quell'uomo? Io no. È troppo vigliacco!

— Appunto. Non sono gli eroi che commettono certe cose!

— Troppo vigliacco, ed anche troppo interessato; troppo vano e troppo
furbo! In fine, egli non dovrà perdere altro che... sua moglie, ed è
tutto il resto che gli preme di più! Del suo onore, in faccia mia,
che gliene importa?... È la sua vanità in faccia al pubblico che
gli preme! Sono i suoi comodi, le sue conferenze, gli applausi, è il
Sant'Ambrogio! Non temere, sai. È lui che avrà paura di me!

_Il dottore_ (_sempre inquieto, poco persuaso_) E... che cosa gli
vorresti dire?

EMMA. Prima di tutto, che amo Carlo — perchè Carlo è la sua rabbia, la
sua invidia — e così anche per fissar bene le distanze, subito, fra me
e lui!

— Questo, invece, abbi pazienza, cara la mia _tosa_, ma è proprio
inutile andarglielo a raccontare... nemmeno per ischerzo.

— Invece, è questo che mi preme di più! È per dirgli questo, per
dirglielo in faccia, io stessa, che ho la smania di rivederlo!

_Il dottore_ (_dandole il braccio: battendole ancora affettuosamente
sulla mano, sorridendo_) Ma e... non pensi al... viaggiatore!...
Sicuro; a chi è in viaggio? (_Emma si ferma, guardandolo fisso_)
Certamente: è anche suo. Anzi, la legge lo fa più suo che tuo.

EMMA (_con un'alzata di spalle, rimettendosi a camminare al braccio del
dottore_) Ma che! Gli farò scegliere tra mio figlio e i miei danari:
sceglierà sempre i miei danari! (_Fermandosi di nuovo_) E tu... Senti
dottore: ti prego, ti supplico! Non farmi diventare matta e cattiva.
Non dirmi più che mio figlio è anche suo! Me lo faresti odiare! Non
capisci, non comprendi... (_rossa col viso che le diventa una fiamma,
di foco_) non capisci che è questo pensiero fisso — l'essere stata
sua — che ho bisogno di strappare dal mio sangue, dalla mia carne? Mi
odio — capisci? — mi detesto. Mi faccio orrore, mi faccio ribrezzo! La
mia faccia ch'egli ha baciato, la mia bocca che l'ha baciato, mi fan
ribrezzo!

_Il dottore_ (_continua ad accarezzare la mano di Emma: cercando di
calmarla, di distrarla, e poi sempre inquieto, titubante le domanda_)
Ma e... e Carlo?

EMMA. Carlo è pieno di buoni consigli, come te. Ma non importa. Faccio
io ciò che voglio e non lo lascio più.

_Il dottore_ (_vivamente_) Come, come... «non lo lascio più?»

EMMA. Finchè è ammalato, verrò io tutti i giorni a Val d'Olona; quando
sarà guarito, verrà lui, tutti i giorni da me, all'Argentera.

_Il dottore_ (_scrollando il capo e sospirando_) Guarito...

EMMA. Sì, guarito. Ne sono persuasa, ne sono convinta... Perchè credo
ancora in Dio!

_Il dottore_ (_le tira lo scialle sulle spalle, le copre anche un po'
la faccia e, prendendosela a braccetto e continuando la strada verso
Val d'Olona, ricomincia colla sua voce lenta, sommessa, penetrante_)
Sì, cara, ma quando si vuol ottenere un miracolo da Domeneddio, bisogna
che anche noi, — vero? — da parte nostra, facciamo tutto il possibile
per aiutarlo, per assecondarlo. E io credo che la tua vicinanza, la
tua frequenza, il vederti, insomma, troppo spesso... non sia, direi,
non credo molto indicato, nello stato presente di Carlo. Carlo non è
guarito, veh!.. Pur troppo, non è il caso di farci illusioni! È uno
stato ancora molto precario; la più piccola scossa, il più piccolo
turbamento, la più piccola emozione, anche piacevole, gli potrebbero
essere fatali. Però ti consiglierei, per il suo bene, di tenerti il
più possibilmente lontana... da Val d'Olona. Già; appunto. (_Pausa_)
Con te, è inutile far tanti misteri. Tu sei una donnina brava, buona,
ragionevole. Hai perduto la testa una volta per quello là, di Roma,
e adesso ti trovi a brutte conseguenze. Ma io spero ancora; vedrai.
Passato questo giorno di burrasca, la vita avrà per te nuovi argomenti
di distrazione, e di conforto... e anche di compiacenza. Su! Su! Con
quel faccino, con quegli occhi! Non guardare per terra: guarda il cielo
com'è bello, limpido, azzurro. E ti ricordi, invece, due o tre giorni
fa, com'era fosco? Tetro? — Dunque... un buon colpo di vento e spazza
via tutto — vero? — (_Un'altra pausa_) Tu sei piena di buon senso e di
cuore, due cose che, quando vanno insieme unite, il che succede molto
di rado, rimediano a grandi guai. Non vuoi dir niente alla mamma e
a nessuno?... Forse, in questo, puoi anche aver ragione. Fra te e...
quell'altro là, potrete forse intendervi meglio. Ma quando vi troverete
insieme, se io non devo essere presente, voglio almeno esserti vicino.
In quanto a Carlo... se tu pensi anche a volergli bene... è un'altra
quistione. Io non posso dire nè sì, nè no. Si tratta del tuo cuore
e della tua coscienza. (_Ridendo per far sorridere Emma_) Io sono
un dottore e non un confessore. E non mi preoccupo altro che della
mia partita, cioè della salute del corpo! Per ciò, devo concludere,
che non basta salvare le apparenze — cosa della quale sono convinto,
vero?, hai troppo rispetto di te stessa — ma... alla larga, almeno
per il momento, alla larga... da Val d'Olona! Già, siamo d'accordo: a
Carlo non è scoppiata la pleurite perchè abbia preso troppo freddo o
troppo caldo, ma in seguito ad un'anoressia nervosa, giunta persino
allo stadio più acuto della sitofobia, e alla quale ha dato origine
una forte eccitazione psichica di natura deprimente. Insomma, tu hai
sposato quel... Giordano, e Carlo non è stato più bene; e come ti avevo
scritto anche a Roma, in quella lettera che non si sa in che modo sia
andata smarrita, è guarito della pleurite, ma gli è rimasto latente nei
polmoni un... focolaio...

EMMA (_sorridendo, trasfigurandosi in viso_) Eccolo Carlo! Eccolo, ci
viene incontro!

_Il dottore_ (_punta gli occhi, diventando truce: gli si muove la
barba come se masticasse qualche gran minaccia, ma poi la voce non
corrisponde all'aspetto terribile_) A casa, a casa!... Subito a
casa!... E a letto!

CARLO (_scarno, pallidissimo, soltanto con le gote un po' accese_) Mi
sento meglio, oggi!... Molto meglio!

_Il dottore_ (_gli tocca il polso, la fronte_) Ragione di più, per
condursi in modo, appunto, da non perdere con un'imprudenza ciò che
si può aver guadagnato, sicchè... (_prendendolo per un braccio_) torna
indietro e per oggi basta: torna a letto!

EMMA. Dottore!... Come sei cattivo!

_Il dottore_ (_arrabbiandosi_) Insomma!... Bisogna tener presente che
ancora tre o quattro giorni fa eravamo in alto mare, coi senapismi e
colla digitale!

CARLO. Volevo soltanto prevenire la signora Emma che mi sono prevalso
del suo nome e del suo permesso e che ho ordinato al suo cocchiere di
attaccare.

EMMA. Perchè?

CARLO. Perchè è meglio ch'ella ritorni all'Argentera mentre c'è ancora
un po' di sole. Dopo, sentirebbe troppo freddo.

_Il dottore_. Carlo in questo ha ragione. (_Al Borghetti_) Hai fatto
benissimo. Per il freddo, appunto, e anche per tutto il resto! (_Ad
Emma_) Tienti il mio plaid se hai timore di non essere coperta
abbastanza e... giudizio! Da brava! Ci rivedremo prestissimo.
Intanto... torna quietina all'Argentera. Te lo ha consigliato Carlo; te
lo consiglio anch'io.

EMMA (_sorridendo_) Siete tutti e due tanto simpatici e coi vostri
consigli — auf! — diventate tanto noiosi! (_Vede la carrozza
avvicinarsi: stringendo la mano al dottore, nel salutarlo_) Ti troverò
ancora qui, domani, a Val d'Olona?... Io ci verrò — ricordati — con
qualunque tempo!



XIV.

«L'IDOLO.»


Giordano Mari si è fermato un giorno di più a Roma dopo la conferenza,
e deve poi rimanere tre o quattro giorni di più anche a Bologna.

Come si fa? Egli non vede l'ora di essere un po' fuori del mondo, non
vede l'ora di riposare, ma anche a Bologna, dopo la sua lezione molto
applaudita, gli studenti gli offrono un banchetto... e non può dir di
no!

Giordano continua a telegrafare ad Emma per avvertirla di tanti
ritardi, per esprimere il suo dispiacere e per chiederle notizie.
Ma Emma, dopo il telegramma spedito a Roma, e la lettera mandata a
Bologna, non si è fatta più viva.

— Povera piccola! È in collera! È arrabbiatissima perchè sono ancora
a Bologna! Chi sa, così gelosa, quanti timori, quanti sospetti!... Ma
faremo la pace all'Argentera!

Adesso che da qualche giorno ne è lontano. Giordano Mari sente davvero
la mancanza di sua moglie, e si commove piacevolmente nel rileggere
quella sua ultima lettera così carina e così affettuosa, così piena
della sua grazia, delle sue carezze, del suo spirito e di quel suo
profumo _à la peau d'Espagne_, così inebriante.

— No, non gli metteremo nome Ambrogio!... Ma nemmeno Venceslao! — E
pensando ai varii nomi della famiglia di sua moglie e della famiglia
sua, dà in uno scoppio di risa: — Tancredi? Ecco! Trovato! Lo
chiameremo Tancredi!... E perchè no? Se quell'animale volesse lasciarmi
tutto il suo... Del resto, col tempo, chi sa? Non ci sono altri
parenti, e se non sono io l'erede, sarà mio figlio! (_Sorridendo_) Mio
figlio o mia figlia?... Ancora non si sa! (_Accarezzandosi la barba,
pavoneggiandosi_) Diremo: ai miei figli... per non sbagliare!... Cara
quella mia piccola!

Emma merita davvero ch'egli si sacrifichi per lei!... E, in fatti,
Giordano Mari rinuncia a un invito a pranzo della marchesa Malvolti e
ad una colazione offertagli dal professor Ercolani, e subito, dopo il
banchetto degli studenti, la notte stessa, parte per l'Argentera.

Non ha telegrafato: conta di arrivare alla mattina presto.

— Emma, forse, dormirà ancora... Le voglio fare un'improvvisata!


Il fattore, avvertito dal giardiniere, il quale ha visto Giordano Mari
da lontano, gli corre incontro premurosamente.

— Come mai, signor padrone? A piedi? Senza avvertirci?

— Sono venuto colla ferrovia fino a Venegono. Anzi, manderà subito alla
stazione a prender la mia roba! (_Guardando l'orologio_) Da Venegono
all'Argentera ci ho messo soltanto venticinque minuti! Abbiamo la gamba
buona, signor Formenti; gamba da cacciatore!... E il cane, a proposito,
c'è?

— C'è, e famoso! È un bracco da ferma e da leva. Lo conosco e lo posso
garantire, signor padrone.

— Bravo! Dopo colazione lo proveremo. Mia moglie dorme ancora?

— Non l'ho veduta, ma starà certo alzandosi. Ieri sera ha ordinato la
carrozza, come al solito, per le dieci, e prima fa colazione.

GIORDANO (_ridendo_) Ah! Ah! A passeggiare in carrozza, alle dieci del
mattino!.. Si vede che non ha paura del freddo.

Il signor FORMENTI. Va fino a Val d'Olona... (_Giordano si volta: lo
fissa. Dall'occhiata che gli dà il padrone, il signor Formenti teme di
aver commessa un'imprudenza e cerca di rimediarvi_) A Val d'Olona, per
sentire le notizie del signor Borghetti e per prendere il dottore che
accompagna fino alla stazione di Tradate.

GIORDANO (_fissando sempre il fattore che vede impacciato, confuso_) E
quel povero Borghetti è spedito, non è vero?

Il signor FORMENTI. Ma... da qualche giorno, pare che ci sia un buon
miglioramento. Certo, che è stato malissimo, e ancora stenterà molto a
cavarsela!

Giordano Mari ha mutato faccia: è diventato di pessimo umore.
Nell'attraversare il grande viale del parco vede due _camerops_ che non
furono bene impagliati, chiama il giardiniere e gli dà una strapazzata
da levargli la pelle e continua a gridare arrivando fin sotto la villa:

— Siete tutti una massa d'imbecilli! Non fate altro che mangiare il
pane a tradimento! Finirò col mandarvi tutti, l'un dopo l'altro, fuori
dei piedi! Voglio far casa pulita! Voglio essere servito a modo mio!

Emma, che sta vestendosi, sente la voce del marito, manda via la
Carolina e chiude l'uscio della sua camera a chiave. Essa non ha
avuto un tremito. Soltanto, da pallida che era, è diventata livida,
aggrottando le ciglia, increspando le labbra ad un sorriso beffardo,
provocante:

— Finalmente!... In faccia!... Tutto in faccia!

Si butta addosso, in fretta, un vestito, una giacca, si stringe un
_foulard_ attorno al collo.

GIORDANO (_che ha trovato l'uscio chiuso: sforzando la chiave_) Apri...
(_gridando_) Per Dio!... Apri!

EMMA (_avvolgendosi, puntandosi i capelli sul capo: con voce ferma,
aspra_) Aspetta... Un momento!

GIORDANO (_battendo violentemente contro l'uscio anche coi piedi_)
Apri!... Per Dio, apri!

EMMA (_si abbottona la giacca, si dà un'occhiata nello specchio, poi
va ad aprire e ritorna in mezzo alla camera fermandosi, guardando fisso
suo marito, aspettando_).

GIORDANO (_entra con impeto, sempre gridando, ma subito si arresta
colpito, sconcertato dal pallore, dalla faccia, dagli occhi di sua
moglie: si guarda attorno, domandandole sottovoce_) La Carolina?

EMMA. Siamo soli, soli: io e te!

GIORDANO (_torna all'uscio, lo chiude, poi si mette ritto, le braccia
incrociate, dinanzi ad Emma, che rimane immobile_) Allora ti dirò che
non hai nessuna ragione, nessun diritto di farmi una scena perchè io
ho ritardato qualche giorno a ritornare!.. Perchè ho dovuto fermarmi
a Bologna, costretto dal mio lavoro, dalle mie lezioni, dai miei
impegni!... Mentre tu, tutti i giorni, non hai fatto altro che andare
innanzi e indietro dall'Argentera a Val d'Olona! Non negare! Mi hanno
detto tutto! So tutto!

Emma ha un lampo negli occhi, fa un passo, fa per parlare, ma non
può. La collera, i battiti violenti del suo cuore, la vista stessa di
quell'uomo così sicuro di sè, così sfacciato, la soffocano, le serrano
la gola. Essa continua ad avvicinarsi a suo marito, a fissarlo faccia
a faccia e a ridere; ma l'espressione del suo volto diventa così
terribile e l'espressione del suo riso così sinistra, che Giordano
stesso ne rimane quasi spaventato:

— In fine, che c'è? Che cos'hai?... Che è successo?

Emma lo fissa ancora, così, con quel suo riso, per un momento, poi
di colpo si slancia sul cassettone, lo apre, afferra il fascio delle
cambiali, di tutte le lettere, e sempre muta, senza un grido, lo getta
in faccia a suo marito.

Giordano diventa a sua volta pallidissimo, guarda per terra quelle
carte, quei fogli sparpagliati, li raccoglie a uno a uno... pensa... e,
a un tratto, ha come un barlume di quanto deve essere successo. Egli
da tanto tempo era così lontano, non ci pensava nemmeno più ai suoi
debiti di Padova, a quelle lettere! Come mai erano arrivate in mano a
sua moglie?... E torna a guardare Emma, non più minaccioso, ma come per
interrogarla, sbalordito, istupidito.

EMMA (_senza muovere un passo: sempre appoggiata al cassettone, col
viso, cogli occhi stravolti_) E, adesso, va via! Va via!

GIORDANO (_si sforza per contenersi, per dominarsi: alzando il capo,
facendo l'atto di mettersi tutte quelle lettere in saccoccia, domanda
arrogantemente_) Come?... Perchè?... «Va via?...»

EMMA (_con un grido_) Le mie lettere, no! Non voglio lasciarti le mie
lettere! No! No! Mai! (_Si avventa contro Giordano, afferrandogli
il pugno ch'egli tien chiuso, stretto col fascio delle carte_) Le
mie lettere no! Le daresti ancora in pegno! Le venderesti!... Le mie
lettere no!...

E, pur di riuscire a strappargli quelle carte, nell'ira, nel furore gli
graffia le mani, tenta persino di morderlo.

GIORDANO. È roba mia! Questa è roba mia! (_Non riuscendo a respingere
Emma, fuor di sè, l'afferra per i capelli, per difendersi, per
allontanare la sua faccia, i suoi denti_).

EMMA (_colla voce rotta_) Dammi le mie lettere, o chiamo, o grido a
tutti, forte, che hai dato le mie lettere in pegno, a Padova, ai tuoi
usurai! (_Con un urlo di collera e di dolore_) Aiuto! Aiuto!

GIORDANO (_spaventato, dandole le lettere, lasciandola andare_) Prendi
le tue lettere! Basta! Taci! Taci, per Dio!

EMMA (_anelante, col viso graffiato, sfigurata: tutti i capelli
sciolti che le cadono sulla faccia, sulle spalle_) Se chiamo il signor
Formenti, il giardiniere, sai che obbediscono a me, non a te!..
Abbassa la voce e va via! Se tu non mi vorrai costringere, io non
farò scandali! E così... nè per i trionfi, nè per i tuoi interessi,
non avrai niente da temere! Io ti cedo fin d'ora l'Argentera, i miei
danari, tutto!... Dunque, tu puoi continuare la tua vita, godere la tua
celebrità, salire sempre più in alto!... Metto una sola condizione.
Fra me e te, più nemmeno una parola. Saremo affatto estranei e
affatto liberi l'uno dall'altra. E... se avrò un figlio, lo voglio io,
dev'esser mio, soltanto mio. Del resto, ripeto, fuori di me e della mia
creatura, se ci sarà, sei padrone di tutto. Sei disposto ad accettare
questi patti, in silenzio, tacitamente? Bene. — In caso diverso, te li
imporrò col mezzo del tribunale e faremo uno scandalo!

GIORDANO (_colle lacrime nella voce_) Ma io non ti comprendo... Io
credo di sognare!... Io sogno!... È un sogno!... (_Congiungendo le mani
quasi supplichevole_) E sei tu?... Tu, che mi parli così?... Tu, la mia
Emma?... Emma!

EMMA. Non chiamarmi Emma!... Non proferir più il mio nome!... Non
voglio! Ho voluto vederti per questo! Per dirti che, per te, io non ci
sono più!... (_Ridendo ironicamente_) Ah! Ah! Ti conosco! Finchè non te
lo avessi detto io, io stessa... finchè tu non lo avessi letto nei miei
occhi, sulla mia faccia, non lo avresti mai creduto! Avresti sempre
sperato di potermi ingannare! Adesso sei persuaso?.. Sei convinto?..
Dunque, basta. — Non volevo altro da te. Va via!

GIORDANO. Andrò via, sì! Non mi vedrai mai più... Ma, prima, ascoltami.

EMMA. No.

GIORDANO. Devi ascoltarmi!

EMMA. No. Va via.

Giordano fa qualche passo per la stanza, poi nuovamente si avvicina ad
Emma, calmo, quasi sorridente:

— Tu hai voluto offendermi, e mi hai offeso con le parole più
sanguinose... eppure, vedi?.. io sono rimasto tranquillo! (_Sospirando,
fissandola amorosamente, quasi cercando di sedurla, di affascinarla
col ricordo delle loro carezze, col sorriso della bella bocca dai denti
bianchissimi_) Appunto, io sono tranquillo, buono, affettuoso, perchè
in questo momento... non sei tu, non è la tua ragione, non è il tuo
cuore che parla! Sei un'altra! Sei diventata un'altra, sei diventata
pazza! Ma che cosa credi? Che cosa ti hanno fatto credere? Che cosa
pensi?... Che io abbia perdute, lasciate in giro, date ad altri le
tue lettere? Ma come?... Forse... non so, non capisco! Me le avranno
rubate! Non ricordi più come io sono partito da Padova?... Il Borghetti
mi aveva telegrafato che tu stavi male!... Io ho perduto la testa, sono
precipitato a Milano.

EMMA. Basta. Finiamola. Io voglio tenermi le mie lettere; non le tue
cambiali. Prendile! Non so che farmene. (_Gliele dà_) E guarda...
questa! Leggi qui, qui sotto, che cosa vi ha scritto tuo fratello!...

GIORDANO (_legge: dopo un momento di esitazione, di angoscia_) Ebbene,
sì. Non voglio negare. È vero. Avevo la corda al collo!... Tu non
conosci ancora tutta la mia vita! Tutte le mie disgrazie! Quelle
cambiali non pagate, protestate, sarebbero stata la mia rovina, e la
mia rovina, in quel momento, voleva dire perderti, perderti!... Tu non
puoi giudicarmi, tu, perchè non puoi comprendere, capire, che cos'era
la mia passione. Per te, per averti, avrei commesso anche un delitto!
Disprezzami! Ma non odiarmi! Disprezzami, ma non abbandonarmi! Io ti
amo come il primo giorno! Ti amo ancora di più! E ti domando perdono in
ginocchio... (_scoppiando in lacrime_) Emma!... Emma!... Mia! Cara!...
Perdonami.

EMMA (_battendogli sulla spalla con un impeto di collera e di
ribrezzo_) Su! Su! alzati... Va via!

GIORDANO. Pensa... bada... che cosa fai!... Bada bada, Emma!... Non
spingere un uomo, un uomo come me, alla disperazione!

EMMA. Ammazzarti?.. Tu?.. No. Rileggi ciò che ti scrive tuo fratello.
Avrai tutte le tue cambiali, i tuoi debiti puoi pagarli. Perchè?... Per
chi vorresti ammazzarti?

GIORDANO. Non io! Non ho detto di voler ammazzar me. No! No! Prima
qualchedun altro! (_Minacciandola_) E se devo uscire da questa
casa, scacciato, abbandonato da te... Pensaci. Posso andare da...
(_s'interrompe, fissandola_).

EMMA (_tornando a sorridere con sarcasmo, con disprezzo_) Da chi?...

GIORDANO. Sai bene, da chi.

EMMA (_provocando_) Da chi?... Parla!

GIORDANO. Da Carlo Borghetti. Dal tuo... (_si ferma: esita ancora_).

EMMA (_prorompendo_) Sì! Sì! Dal mio amante!.. Dal mio amante! Voglio
sentirlo dire! Voglio sentirlo da te!... Da Carlo, sì, dall'autore del
tuo _Sant'Ambrogio_, dal mio amante!

GIORDANO (_con un'alzata di spalle e una risata_) E tu... vorresti
farmelo credere?.. A me?.. Tu?.. Emma?... Emma?

EMMA (_trasalendo al suo nome ripetuto, poi calmandosi_) No. Ciò che
tu vuoi o puoi credere, mi è ormai indifferente. Soltanto, per farti
ben comprendere che cosa tu sei diventato per me, ti avverto che ho
detto tutto e che ho fatto vedere la cambiale, colle... quattro righe
di tuo fratello, a Carlo e al dottore. No, no, no!... Non fare quel
viso, quegli occhi! Non minacciarmi, non mi fai paura. Sei tu che
devi aver paura di me! E tu farai tutto ciò che io voglio, perchè tu
temi lo scandalo ed io.. per me, no. Ora io vado a Val d'Olona, e non
torno più qui, all'Argentera, finchè tu ci rimani. Hai capito? Va,
sta, fa ciò che vuoi! Parlerai col dottore; combinerete insieme, vi
metterete d'accordo su ciò che si deve dire e fare, per nascondere,
il più che sarà possibile, la verità, al babbo, alla mamma, a tutti.
(_Avvolgendosi, fermandosi di nuovo i capelli sul capo, mettendosi
un berrettino di lontra_) E, adesso, ti ripeto che sono inutili le
minaccie, e che non mi fai paura! — Lasciami passare! (_Suonando forte
il campanello e chiamando ad alta voce_) Carolina!

Si sentono nel corridoio i passi della cameriera. Giordano, vivamente,
si allontana dall'uscio.

EMMA (_passandogli dinanzi per uscire e fissandolo, in atto di sfida,
colle mani nelle tasche della giacchetta: sottovoce_) E se dovessi
anche... morir presto... non credere che sia per te! No! No! Soltanto
per il ribrezzo di essere stata tua!



XV.

IN DUOMO, ALLA MESSA DELLE DIECI E MEZZO.


Donna FANNY (_avvicinandosi colla sua seggiola a quella della marchesa
Gonzales: sottovoce_) Mi dài un po' di posto?

_La marchesa_ (_vivamente, pur sottovoce_) Fanny!.. Ma brava!... Quando
sei tornata da Roma?

Donna FANNY. Ieri sera, per l'onomastico di mia suocera.

_La marchesa_. E con tuo marito, già s'intende! Gl'indivisibili! — A
proposito, appunto, dimmi un po'... È vero che Giordano Mari, a Roma,
fa una gran corte alla Campolatino?

Donna FANNY. Pare... Ma per altro, sai, molto per bene; con molto
tatto. (_Coll'aria di voler difendere Giordano Mari_) Ed Emma
perchè non sta con suo marito? Perchè si ostina a voler rimanere
all'Argentera? (_Dopo un momento e un segno di croce perchè la messa
è al «Sanctus»_) Dicono che Emma sia diventata bruttina, che sia data
giù; è vero?

_La marchesa_. Dal giorno che è passata da Milano, mesi fa, io non l'ho
più vista. (_Chinandosi: ancora più vicino e più sottovoce_) Anche a
Roma dunque... se ne parla?

Donna FANNY. La condotta di Emma è assai biasimata. Tanto più che
Giordano Mari ha saputo guadagnare le simpatie generali. (_Sospira: con
una lunga reticenza e coll'aria di essere molto scandalizzata_) È una
cosa che mi fa dispiacere, perchè ad Emma io volevo molto bene!

_La marchesa_. L'assistenza agli ammalati è un'opera meritoria, e
in questo caso il dottore... o la dottoressa ha fatto il miracolo di
Lazzaro risuscitato!... Dico bene?

Donna FANNY (_dopo un momento_) E ormai all'Argentera, se è vero
ciò che mi dicevano a Roma, non ci va più nessuno?... Soltanto Carlo
Borghetti?

_La marchesa_. Gli altri, capirai, si fanno un riguardo.

Donna FANNY (_sempre più scandalizzata_) Mi stupisco di Venceslao che
possa sopportare e tacere; e mi stupisce sua madre!

_La marchesa_. Ecco!.... Brava!... Sono tutti diventati matti! Non si
può dir altro. Toccherebbe a sua madre!... Sua madre avrebbe l'obbligo
di dire a Emma: «Figlia mia, ricordati bene: uno solo, e sempre quello,
dà troppo nell'occhio!»

Una grande scampanellata: la messa è all'Elevazione...

La marchesa Gonzales e donna Fanny s'interrompono e s'inginocchiano
devotamente.


FINE.



Opere di GEROLAMO ROVETTA


                          ROMANZI E RACCONTI.

  =Mater Dolorosa=, romanzo.
  =Il tenente dei lancieri=, romanzo.
  =L'Idolo=, romanzo.
  =Babey=, romanzo.
  =Ninnoli=, racconti.
  =Il processo Montegù=, romanzo.
  =Le lagrime del prossimo=, romanzo.
  =Sott'acqua=, romanzo.
  =Il primo amante=, romanzo.
  =Tiranni minimi=, racconti.
  =La baraonda=, romanzo.
  =La Signorina=, romanzo.
  =Novelle.=
  =Casta Diva=, novelle.
  =La Moglie di Sua Eccellenza.=

                                TEATRO:

  =Un volo dal nido=, commedia in tre atti.
  =La moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti.
  =In Sogno=, commedia in quattro atti.
  =Gli uomini pratici=, commedia in tre atti.
  =Scellerata!...= Commedia in un atto.
  =Collera Cieca!= Commedia in due atti.
  =La contessa Maria=, dramma in quattro atti.
  =La Trilogia di Dorina=, commedia in tre atti.
  =I Barbarò=, dramma in un prologo e quattro atti.
  =Marco Spada=, commedia in quattro atti.
  =La cameriera nova=, commedia in due atti, in dialetto veneziano.
  =Alla città di Roma=, commedia in due atti.
  =La realtà=, dramma in tre atti.
  =Madonna Fanny=, commedia in tre atti.
  =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti.
  =I disonesti=, dramma in tre atti.
  =Il Ramo d'ulivo=, commedia in tre atti.
  =Il Poeta=, commedia in tre atti.
  =Le due coscienze=, commedia in tre atti.
  =La moglie giovine=, commedia in quattro atti.
  =A rovescio!= commedia in un atto.
  =Romanticismo=, dramma in quattro atti.

                            IN PREPARAZIONE:

  =La baraonda=, dramma in cinque atti.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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