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Title: I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
Author: Villari, Pasquale
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1" ***

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                           I PRIMI DUE SECOLI
                                 DELLA
                           STORIA DI FIRENZE


                                RICERCHE
                                   DI

                            PASQUALE VILLARI

                               Vol. Primo
                           (Seconda Edizione)



                               IN FIRENZE
                         G. C. SANSONI, EDITORE
                                  1898



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                 Firenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli.



_Al Dott. OTTONE HARTWIG_


  _Amico carissimo,_

_Voi foste, ai nostri giorni, il primo che sulle piú antiche origini
di Firenze e del suo Comune, iniziò ricerche scientifiche, fondate sui
documenti._

_Io ebbi la fortuna di conoscervi quando veniste fra noi, per condurre
a termine queste ricerche. D'allora in poi, durante molti anni, potei
fare lunga esperienza della vostra fida, costante, inalterabile
amicizia, che ripongo tra i maggiori benefizî concessimi dalla
fortuna._

_Permettete che, in segno di alta stima e di animo sinceramente grato,
io dedichi a voi questi miei studî sulla Storia di Firenze._

                                                _Vostro affez. amico_
                                                     P. VILLARI.

  _Firenze, aprile, 1893._



PREFAZIONE


È necessario che io dica al lettore quando e come questo libro fu
scritto.

L'anno 1866 cominciai nel nostro Istituto Superiore alcune lezioni
sulla Storia di Firenze. In esse mi proponevo di esaminare piú
specialmente quale era stata la costituzione politica della Repubblica,
quali le sue varie forme, in conseguenza delle rivoluzioni interne,
che cosí lungamente travagliarono la Città. In tal modo io speravo di
riuscire a scoprir le cause vere di queste rivoluzioni; di trovare una
specie di filo conduttore nel laberinto d'una storia, che, non ostante
i grandi scrittori che l'avevano trattata, a molti appariva assai
spesso intricata ed oscura; di determinare i periodi, in cui dovrebbe
essere logicamente divisa. La soluzione anche d'una parte sola di
questi problemi, avrebbe certamente avuto la sua utilità.

Continuai qualche tempo queste lezioni, arrivando sino agli
_Ordinamenti di Giustizia_ di Giano della Bella (1293), dove mi fermai.
Una parte ne pubblicai nel _Politecnico_ di Milano, un'altra nella
_Nuova Antologia_ di Firenze. Mi proponevo allora di raccoglierle,
rivederle e ristamparle; ma dopo avere esitato alquanto, non posi in
atto il mio pensiero. Mi sembrava necessario aggiungere almeno qualche
cosa sui fatti che seguirono dopo la caduta di Giano della Bella e
l'esilio di Dante, per conchiudere cosí tutto il primo e piú importante
periodo della Storia politica di Firenze. Ma oltre di ciò, io vedevo
che l'obbligo di continuare, a giorno fisso, le lezioni una volta
cominciate, non mi aveva sempre lasciato il tempo necessario a superare
le difficoltà incontrate per via. Non bastava perciò una revisione
superficiale; occorreva riempire qualche lacuna, riscrivere da capo
alcune pagine. E questo portava la necessità di nuove ricerche, dalle
quali altri lavori allora mi distrassero.

Intanto uscivano continuamente alla luce nuovi documenti, nuove
dissertazioni e monografie sulla Storia di Firenze, anche opere
notevolissime e di gran mole, come quelle del Capponi, del Del Lungo,
dell'Hartwig, del Perrens, di altri. Tutto ciò rendeva sempre piú
difficile il rivedere e correggere quei miei scritti, che divenivano
necessariamente sempre piú antiquati. Ma da un altro lato dovetti piú
d'una volta accorgermi, che alcune delle osservazioni da me fatte erano
dai nuovi documenti confermate, che alcune delle idee generali da me
esposte venivano da autorevoli scrittori accolte e seguite. Questo
m'induceva naturalmente ad essere meno severo nel giudicare l'opera
mia, che anche amici nei quali fidavo, mi spingevano a ripubblicare.

Cosí fu che m'indussi a riprendere gli studi tralasciati, e nel 1888
feci alcune lezioni sui tempi d'Arrigo VII e dell'esilio di Dante. Piú
tardi ancora, nel 1890, convinto che, dopo le recenti pubblicazioni,
quello che avevo scritto sulle origini della Città e del Comune,
riusciva affatto insufficiente, tornai da capo sull'argomento in
una nuova serie di lezioni, che, come le precedenti, pubblicai nella
_Nuova Antologia_. Finalmente cominciai a radunare le foglie sparse, a
rivedere ed a correggere.

Da quanto ho detto risulta assai chiaro, che io qui ho dovuto riunire
lavori diversi, i quali, sebbene continuino tutti, con uno stesso
concetto generale, a trattare il medesimo argomento, furon pure scritti
a grandissima distanza di tempo gli uni dagli altri, in un periodo di
25 anni, periodo in cui gli studî sulla Storia di Firenze facevano, per
opera di molti e valenti scrittori, rapido cammino. E però, quantunque
mi sia adoperato, come meglio ho saputo e potuto, a modificarli e
coordinarli, essi restano tuttavia vecchi lavori, piú o meno staccati;
né mi fu possibile evitare molte ripetizioni. Per raggiungere una
maggiore unità organica, avrei dovuto riscrivere tutto da capo, fare
un libro nuovo, non, come volevo, una semplice ristampa di scritti
diversi, ai quali appunto perciò ho dato il titolo di Ricerche.

A ristamparli mi sono finalmente indotto, perché mi pare che il
concetto dominante e fondamentale di essi rimanga vero, anche dopo
le molte pubblicazioni fatte da altri. Anzi, se io non m'inganno,
le osservazioni che feci, le idee che sin dal principio esposi sul
carattere generale e sullo svolgimento progressivo della Storia
fiorentina ne vengono spesso confermate. Il lettore deciderà se mi
sono illuso. Io spero tuttavia che, nel dare il suo giudizio su questo
libro, vorrà tener conto del tempo e del modo in cui esso s'andò
formando.



INTRODUZIONE[1]


I

La storia delle libertà italiane, dal Medio Evo fino alle nuove
invasioni straniere, che incominciarono con Carlo VIII nel 1494, si
riduce principalmente alla storia dei nostri Comuni. Questa storia non
è anche scritta, e quel che è peggio non potrà scriversi fino a che
non saran messi in luce, ordinati, illustrati i materiali su cui lo
storico deve lavorare. Quali erano i piú antichi Statuti politici, e
quelli delle associazioni d'Arti e mestieri, quali le leggi penali e
civili, lo stato delle persone, le entrate e le uscite, il commercio,
l'industria di quelle repubbliche, sono tutte domande alle quali noi
possiamo assai imperfettamente rispondere, e qualche volta non possiamo
rispondere punto. E senza rispondervi, la storia civile dei nostri
Comuni rimane oscura.

L'Italia, col Machiavelli e col Giannone, dette al mondo i primi esempi
della storia civile, e coi lavori giganteschi del Muratori iniziò
quella grande scuola di erudizione storica, che è l'unica base sicura
della storia moderna, massime della storia civile. Ma noi ci lasciammo
ben presto strappar di mano lo scettro, che avevamo conquistato. Non
ci sono, è vero, mancati mai grandi eruditi e scrittori di storie; ma
a compiere la storia nazionale d'un popolo, non basta il lavoro d'uno
o di pochi; essa deve, in qualche modo, essere l'opera della nazione
stessa. Solo il lavoro coordinato di piú dotti e di piú generazioni può
riuscire a mettere insieme e studiare l'infinita massa di materiali,
che è necessaria a ritrovare nella storia di tanti municipii, che
sono cosí diversi ed in continua guerra fra loro, la storia del popolo
italiano. Fra noi da lungo tempo si lavora ognuno per conto proprio;
mancano quell'accordo e quella corrispondenza tanto necessari a fare,
col lavoro degl'individui, progredire di pari passo quello di tutta la
nazione.

Io certo non dimenticherò qui di citare l'esempio delle Deputazioni
e Società di storia patria, sussidiate dal Governo, delle quali
fanno parte uomini benemeriti e dottissimi. Ma esse ancora non
lavorano secondo un disegno generale e comune; anzi nel seno delle
stesse Deputazioni si vedono qualche volta i vari membri attendere
a lavori importanti, se si vuole, ma che pure non hanno fra loro
alcuna relazione. Cosí si dovrà aspettare un gran tempo, prima che
qualche periodo della nostra storia venga da tanti dotti compiutamente
illustrato. Eppure noi non avremmo bisogno d'andar fuori di casa a
cercar le norme da seguire, perché queste norme noi fummo i primi a
trovarle, né le abbiamo dimenticate. Né solamente le Deputazioni e
Società pubblicarono raccolte importantissime di documenti. Chi non
ricorda le fatiche indefesse del benemerito Vieusseux e de' suoi amici,
nel dirigere l'_Archivio Storico Italiano_? A mostrare quanto possa
giovare la pubblicazione d'una sola serie di documenti, basterebbe
citare le _Relazioni_ degli ambasciatori veneti, date alla luce per
opera dell'Albèri, con tanto profitto della storia non solamente
d'Italia, ma d'Europa. Che progresso non si farebbe, se il lavoro di
tutti gli eruditi italiani si potesse, per consenso unanime, coordinare
ad uno scopo comune? Si guardi che cosa ha potuto fare a Berlino il
Pertz, sussidiato dalla Confederazione, e aiutato da tutti i dotti
tedeschi. I suoi _Monumenta_ sono davvero un monumento immortale alla
storia nazionale della patria tedesca, intorno al quale s'è potuto
fondare una nuova scuola di eruditi e di storici.

Ora che l'Italia s'è unita, e di tanti Stati ha fatto uno Stato solo,
è necessario che essa sappia nella storia de' suoi Comuni ritrovare
la storia del suo popolo. Oltre di che bisogna considerare, che il
Comune è la istituzione con la quale dal Medio Evo esce la società
moderna. Sorto in mezzo ad una moltitudine di schiavi, di vassalli, di
baroni, di duchi e marchesi, seppe creare quel _terzo stato_ e quel
popolo, che distrusse il feudalismo in Italia, e con la rivoluzione
francese, lo distrusse poi in tutta Europa. Cosí si formò, osserva
anche Agostino Thierry, quella immensa riunione di uomini liberi,
che nel 1789 intraprese, per la Francia intera, ciò che avevano
compiuto nei municipi i suoi antenati del Medio Evo.[2] Ora, siccome
l'Italia appunto è stata il centro e la sede delle libertà comunali,
cosí si tratta, con questi studi, non solo di conoscere la nostra
storia civile, ma di porre in evidenza la parte che noi avemmo nel
ritrovare i principii della società e della civiltà moderna. Chi
studia attentamente la storia del diritto romano nel Medio Evo, può
osservare che i nostri glossatori, mentre che facevano rinascere la
vecchia giurisprudenza, inconsapevolmente la modificavano, adattandola
ai nuovi tempi. E Francesco Forti affermava, che chi studia i nostri
Statuti s'accorge che molte di quelle norme, le quali si trovano nel
Codice Napoleone, e che si credono opera della rivoluzione francese,
erano già nelle antiche legislazioni italiane. Io credo che la
nostra storia dovrà in ogni parte della vita civile degl'Italiani,
confermare osservazioni simili, perché in essa sono le prime origini
delle libertà moderne. Ma questo lavoro aspetta ancora chi sarà capace
d'intraprenderlo, e non basterà, come dissi, un uomo solo. Noi vogliamo
occuparci ora d'un soggetto assai piú modesto. Il nostro scopo è di
far vedere, con un rapido sguardo alla storia d'un Comune solo, quante
nuove ricerche ancora ci restano a fare, e quante quistioni restano
ancora insolute.

Le vicende della repubblica fiorentina trovano qualche riscontro
solamente nei tempi piú floridi della libertà ateniese. Invano
cercheremmo in tutta la storia moderna un'altra città piena, ad un
tempo, di tanto tumulto e di tanta ricchezza, dove, versandosi tanto
sangue civile, potessero le arti, le lettere, il commercio, l'industria
fiorire del pari. Lo storico quasi non crede a sé stesso, quando egli
deve descrivere un pugno di uomini che, raccolti sopra un palmo di
terra, stendono i loro traffici in Oriente ed in Occidente; aprono
le loro banche in tutta Europa; accumulano tesori cosí vasti, che le
private fortune bastano qualche volta a sostenere sovrani vacillanti
sui loro troni. Egli deve dire ancora, che questi ricchi mercanti
fondarono con Dante la poesia moderna, e con Giotto la pittura; con
Arnolfo, con Brunellesco, con Michelangiolo, che fu poeta, pittore,
scultore e architetto ad un tempo, innalzarono quelle stupende moli
che il mondo continuerà sempre ad ammirare. I primi e piú accorti
diplomatici d'Europa erano fiorentini, la scienza politica e la storia
civile nacquero in Firenze col Machiavelli. In sul finire del Medio
Evo quell'augusto municipio somiglia ad un piccolo punto di luce che
illumina il mondo.

Parrebbe che a conoscere la storia di questo Comune, le difficoltà
dovessero essere già tutte superate, perché di esso i piú grandi
scrittori italiani, i piú grandi storici moderni si occuparono da
lungo tempo e lungamente. Quale altra città può, infatti, vantare
i suoi annali descritti da uomini come il Villani, il Compagni, il
Machiavelli, il Guicciardini, il Nardi, il Varchi? Ed alle storie o
cronache bisogna aggiungere una serie infinita di Diari, Prioristi,
Ricordi, senza parlare per ora dei moderni scrittori. Era tra i
Fiorentini comunissimo l'uso di registrare, di giorno in giorno, i
fatti che seguivano; e cosí si andò sempre piú aumentando la loro ricca
e splendida letteratura storica. Eppure, con tutto ciò, non v'è storia
che presenti tante difficoltà, e che sia come questa, piena di tante,
che sono o paiono insolubili contraddizioni. Gli avvenimenti passano
dinanzi ai nostri occhi, descritti, dipinti con splendidi colori; si
succedono con rapida e non mai interrotta vicenda; ma sembra che, senza
tregua e senza legge, obbediscano solo al caso. Odii personali, gelosie
e private vendette sono cagione di rivoluzioni politiche, le quali
contaminano la Città di sangue civile; durano dei mesi e qualche volta
degli anni, per finire in leggi arbitrarie, che si tenta di violare o
disfare appena che sono sanzionate dai magistrati. E cosí spesso vien
fatto di chiedere: questa è dunque l'opera degli accorti diplomatici,
dei grandi politici? O sono bugiarde le lodi di senno e di accortezza
politica, prodigate ad uomini che non seppero mai dar sicure leggi e
ferme istituzioni alla patria, e nelle piú gravi faccende di Stato si
lasciarono dominar solo dagli odii e dalle passioni personali; o sono
bugiarde le lodi che da secoli noi diamo a questi storici, i quali coi
piú splendidi colori ci descrivono fatti impossibili. È egli possibile,
in vero, che da tanto senno nasca tanto disordine? E come poi, in
mezzo a tanto disordine, su questa nave della Repubblica, abbandonata
all'arbitrio di ogni vento, poterono tanto splendidamente fiorire le
arti, le lettere e le scienze?

Certo la storia, quale la vogliamo oggi, era ignota agli antichi. Noi
cerchiamo le cagioni di fatti, che gli antichi descrivevano solamente.
Noi vogliamo conoscere le leggi, i costumi, le idee, i pregiudizi degli
uomini, e gli antichi s'occupavano esclusivamente delle azioni e delle
passioni umane. La scienza politica del secolo XV era principalmente
uno studio dell'uomo, e la nostra è principalmente uno studio delle
istituzioni. La storia moderna cerca di essere uno studio dell'uomo
e della società, in tutte le sue forme, sotto tutti gli aspetti. Per
queste ragioni ci è stato necessario rifar tante volte il lavoro, che
pure cosí splendidamente avevano fatto gli antichi.

Lasciando da parte quei raccoglitori di favole e leggende sulle origini
di Firenze, le quali si ripetono anche negli scritti posteriori,
noi possiamo dividere gli storici fiorentini in due grandi scuole.
Primi sono gli autori di Cronache o Diari, i quali fiorirono, piú che
altro, nel Trecento, sebbene continuassero per lungo tempo di poi. Lo
scrittore registra, giorno per giorno, i fatti di cui fu spettatore,
e spesso anche attore; animato dalle medesime passioni che descrive,
egli diviene non di rado eloquente, e la sua eloquenza passionata
gl'impedisce di fermarsi a fare considerazioni astratte. Egli suppone
sempre nei suoi lettori la piena conoscenza di quelle istituzioni
politiche, nelle quali era nato e vissuto, che a noi sono ignote, e che
piú di tutto vorremmo conoscere. Nondimeno il cronista del Trecento,
come spesso avviene a Giovanni Villani, osservatore impareggiabile, si
ferma a descrivere cosí minutamente i fatti, raccoglie tante notizie,
che, senza quasi avvedercene, noi ci troviamo trasportati in mezzo
alla società dei suoi tempi. E nello scendere a questi particolari,
egli qualche volta si scusa col lettore d'averlo fermato su cose di sí
piccolo momento, tanto era lontano dal supporre quanto preziose piú
tardi sarebbero state per noi appunto quelle notizie sul commercio,
sulla pubblica istruzione, sulle entrate e sulle uscite della
Repubblica, e quante altre dovevamo desiderarne invano. Appena però che
questi scrittori s'allontanano dai loro tempi e dai fatti che hanno
veduti, essi o debbono copiare letteralmente da altri cronisti, o la
loro narrazione perde ogni pregio ed ogni autorità, ogni calore ed ogni
colore. Noi passiamo, a un tratto, dalla piú vera e vivace descrizione
alle favole piú strane, al piú grande disordine, perché essi, anche
nel copiare letteralmente dagli altri, lo fanno senza il piú piccolo
discernimento. Ne sono un esempio i loro puerili racconti sulle origini
di Firenze. La critica storica allora non era neppure in culla.

Colla erudizione del secolo XV incominciò la lettura e l'imitazione di
Sallustio, di Livio, e gli scrittori italiani non si contentarono piú
di registrare i fatti alla giornata, senza nesso, senza ordine. Molti
scrissero in latino, altri in italiano; ma tutti volevano _comporre_
una narrazione storica piú artistica o piú artificiale. Facevano esordi
e considerazioni generali, descrivevano a lungo e con molto aiuto della
fantasia guerre che non avevano visto, e di cui poco o punto sapevano;
ponevano in bocca ai loro personaggi discorsi immaginari, qualche
volta perfino scrivevano in forma di dialogo la loro narrazione,[3] pur
di allontanarsi dai loro padri del Trecento. Fu un tempo di esercizi
retorici e d'imitazione servile dei classici, nel quale la storia e
la letteratura italiana decaddero, apparecchiandosi però a risorgere
nel secolo seguente. Ed infatti nel Cinquecento noi troviamo un'arte
storica assai progredita. Il Machiavelli, che se ne potrebbe dire il
piú illustre fondatore, comincia appunto col fare un rimprovero agli
storici precedenti, perché «delle civili discordie e delle intrinseche
inimicizie e degli effetti che da quelle sono nati, avevano una parte
al tutto taciuta, e quell'altra in modo brievemente descritta, che
ai leggenti non puote arecare utile o piacere alcuno». Queste parole
ci danno indirettamente il ritratto fedele del suo libro, col quale
ha lasciato un monumento immortale alla propria fama. Egli cerca le
cagioni dei fatti, l'origine dei partiti e delle rivoluzioni seguite
nella Repubblica: cosí un nuovo metodo è trovato, una nuova via è
aperta. Egli abbraccia in una mirabile unità tutta la storia della
Repubblica; lascia da un lato, con profondo disprezzo, tutte quelle
favole che i cronisti avevano accumulate sulla fondazione di Firenze,
e getta uno sguardo di aquila sul gioco dei partiti, dalla loro origine
fino ai suoi tempi. Fu il primo a intraprendere questa ricerca, e dopo
di lui, dopo tante nuove indagini, il suo concetto fondamentale rimane
fermo.

Ma delle istituzioni il Machiavelli s'occupò assai poco, delle
leggi, dei costumi, quasi punto. E quello che è piú, egli era cosí
fattamente in balìa del suo genio divinatore, che curò assai poco
anche la esattezza storica dei fatti particolari. A persuadersi del
numero infinito d'inesattezze e di errori, che per noi sarebbero
imperdonabili, e che pure si trovano nel suo libro, bisogna paragonare
la sua narrazione con le narrazioni contemporanee degli antichi
cronisti, alcuni dei quali egli conosceva. Non solo le date sono
spesso sbagliate, ma ancora il nome, il numero dei magistrati, la
forma delle istituzioni. Sembra che nel tempo medesimo in cui divinava
lo spirito dei fatti, raffazzonasse a suo capriccio i fatti stessi.
Qualche volta egli prende pagine e pagine intere dalle storie del
Cavalcanti, copiando perfino i discorsi immaginari che questi poneva
in bocca dei personaggi storici, e con pochi tocchi infonde vita nuova
nella pesante narrazione che gli sta dinanzi, senza punto occuparsi
di far nuove ricerche. Cosí il suo libro divenne una guida preziosa
e pericolosa nello stesso tempo. Egli qualche volta non si asteneva
dal porre un fatto vero là dove meglio tornava al suo ragionamento,
riempiendo cosí, senza troppo scrupolo, le lacune che trovava. Suo
scopo, come egli stesso ci dice, era d'indagar le cagioni dei partiti
e delle rivoluzioni. Quello che alcuni chiamano oggi il colorito
locale, il colorito storico dei fatti, scomparisce del tutto nella
sua narrazione, massime dei primi avvenimenti della Repubblica. Gli
uomini appartengono a diversi partiti, commettono azioni ora tristi
ora generose, ma in tutti i tempi sono per lui sempre i medesimi. E
quanto ciò debba nuocere ad una chiara conoscenza dei fatti è facile
immaginarlo. A misura poi che il Machiavelli s'avvicina ai suoi tempi,
vede la costituzione della Repubblica alterarsi e corrompersi, la
libertà allontanarsi, e mille passioni personali sorgere ad affrettare
la rovina delle istituzioni che decadono. La conoscenza dei piú minuti
particolari sarebbe allora tanto piú necessaria a farci intendere
la trasformazione della società; ma egli, che pure restò sempre un
Fiorentino del secolo XV, aveva dinanzi a sé l'esempio di Tito Livio
e degli altri scrittori romani, i quali, a lui come a tutti gli
eruditi di quel secolo, ispiravano un grande disprezzo dei troppo
minuti particolari, che fanno perdere l'epica unità della storica
narrazione. E quando piú tardi s'avvicina la prevalenza inevitabile
dei Medici, sotto i quali anch'egli visse, rivolge allora, con mal
celato disgusto, il suo occhio dai fatti interni della Repubblica,
per occuparsi solo dei fatti esterni. Ci parla allora di guerre e di
quella politica italiana, che fu la passione di tutta la sua vita. In
mezzo agl'intrighi delle Corti, alla prevalenza contrastata degli uni
o degli altri, noi ci accorgiamo che esso va cercando il modo con cui
un principe nuovo avrebbe potuto riunire le sparse membra della patria
italiana, lacerata, calpestata, e questo nobile pensiero gli fa spesso
dimenticar la storia di Firenze.

Quando noi leggiamo le antiche cronache contemporanee, vediamo
sorgere dinanzi a noi vive e parlanti le immagini di Giano della
Bella, Farinata degli Uberti, Corso Donati, Michele di Lando. Le loro
passioni, i loro amori e i loro odii ci sono noti, quasi familiari;
ma noi siamo in mezzo al tumulto irrequieto e irrefrenabile delle
passioni, senza sapere donde spiri il vento che agita e confonde
in un solo turbine uomini e cose, senza dar mai tregua. Appena che
usciamo dal raggio visuale dello scrittore, le immagini si confondono,
e la nostra vista insieme colla sua si oscura. Anche nei momenti
della piú eloquente descrizione, udiamo il nome d'istituzioni e di
magistrati, che non possiamo comprendere, e che vediamo ora alterarsi,
ora scomparire, ora riapparire di nuovo, senza saperne il perché. Ma
dall'altro lato, quando, invece, per lo studio e l'imitazione degli
antichi scrittori, l'arte di abbracciare una piú vasta cerchia di fatti
incomincia, e si cercano le cagioni e le relazioni di questi fatti, per
raccoglierli in una visibile unità, manca ancora quella critica storica
che accerta i fatti stessi, ricerca, definisce le istituzioni e le
leggi, colorisce e quasi ridesta il passato nella sua varia, mutabile
fisonomia. Lo storico manda col suo genio come dei lampi di luce,
che, di tratto in tratto, illuminano le età trascorse; ma esse restano
pur sempre incerte e confuse nella nostra mente. Noi abbiamo bisogno
di conoscere gli uomini, le istituzioni, i partiti e le leggi quali
veramente furono; né ciò basta, perché bisogna comprendere ancora come
tutto ciò si costituí in una sola unità, e da quegli uomini, da quei
tempi nacquero quelle istituzioni e quelle leggi.

Questo è ciò che gli scrittori moderni avrebbero dovuto fare, ma che
non hanno fatto per molte ragioni. E prima di tutto, il fiorire delle
lettere e delle arti nei tempi in cui la libertà s'allontanava da
Firenze, e la loro grande efficacia su tutta quanta la cultura moderna,
richiamarono l'attenzione degli scrittori principalmente su questa
parte della storia fiorentina, che aveva una importanza assai generale,
ed era piú intelligibile a tutti. Cosí fu che la piú parte dei moderni,
massime gli stranieri, non studiarono, non conobbero quei tempi nei
quali s'erano pure formate tutte le qualità piú nobili del carattere
fiorentino, e s'erano svolte, educate quelle forze intellettuali,
che piú tardi divennero visibili nelle lettere e nelle arti, tanto
universalmente ammirate. E molti stranieri sembrarono persuadersi non
solamente che le arti e le lettere italiane fossero fiorite quando
i costumi erano piú corrotti, ma quasi risultassero da essi, fossero
immedesimate con quella corruzione, la quale invece corruppe le arti
stesse, che furono figlie della libertà e della moralità, e poterono ad
esse solo per qualche tempo sopravvivere.

Vi è inoltre da osservare, che finora non s'è visto nessun libro di
grande scrittore moderno, il quale tratti di proposito la storia
politica e costituzionale di Firenze.[4] Qualche cosa, bisogna
riconoscerlo, anche piú dei moderni fecero i due Ammirato, i quali nel
secolo XVII avevano già cominciato a ricercare gli archivi, e composero
un lavoro, per quei tempi, veramente nuovo e notevole. Se non che,
né essi s'erano proposto di scrivere una storia della costituzione
fiorentina, né la loro critica storica era sufficiente a raggiungere un
tale scopo, quando pure se lo fossero proposto. Accanto a notizie nuove
e preziose sui fatti ed anche sulle istituzioni, ci danno spesso una
congerie di particolari inutili, che fanno smarrire l'unità generale
della narrazione.

È inutile poi aggiungere che gli scrittori moderni, i quali parlarono
di Firenze solo nelle storie generali di tutta Italia, dovettero,
di necessità, trattare fuggevolmente ciò che era secondario nei loro
lavori. Spesso s'affidarono troppo ciecamente all'autorità ed al gran
nome degli antichi, senza neppur distinguere abbastanza nelle opere di
essi, quelle parti il cui valore è certo incontrastabile, da quelle
in cui copiano narrazioni lette altrove, o ripetono solo tradizioni
favolose. Basta paragonare il Villani col Malespini, per vedere come
uno dei due ha certamente copiato dall'altro molti e molti capitoli.[5]
E non è il solo esempio. Il Machiavelli, come dicemmo, copiò capitoli
interi dal Cavalcanti;[6] il Guicciardini tradusse piú volte Galeazzo
Capra, piú noto col nome di Capella;[7] il Nardi riprodusse di sana
pianta il Buonaccorsi. Senza dunque una critica degli scrittori ed un
giusto giudizio del valore relativo che hanno, della fede che meritano
le varie parti delle loro opere, nulla è piú facile che lasciarsi
trarre in inganno. Per questa e per non poche altre ragioni, molte sono
le sorgenti d'errori nei moderni storici dell'Italia, quando parlano
delle cose fiorentine. Noi li vediamo, di tratto in tratto, fermarsi,
dietro la scorta dei piú reputati cronisti, a definirci che cosa
era il Capitano del popolo o il Podestà o il Consiglio del Comune, e
poi durare una gran fatica, per mettere d'accordo queste definizioni
colla realtà dei fatti, ogni volta che quei nomi ricompariscono nella
storia. In tutto ciò v'è quasi sempre una doppia sorgente di errori.
Le definizioni che gli antichi ci dànno dei magistrati, sono appena
accennate, quando essi parlano dei loro tempi, e sono spesso inesatte
quando se ne allontanano. I moderni poi cercano generalmente una
definizione precisa e determinata di istituzioni, che incominciarono
a mutare il giorno stesso in cui nacquero, e che d'immutabile non
ebbero altro che il nome. Questo nome non solo resta inalterato quando
l'istituzione è divenuta affatto diversa da ciò che era stata in
origine, ma spesso per lungo tempo sopravvive alla istituzione stessa.
Ed è singolare allora veder le ingegnose ipotesi che si fanno, per
dar corpo e realtà a questi nomi, che son divenuti ombre d'un passato
che s'è dileguato. Per uscire da un simile laberinto non v'è altro
mezzo, che provarsi a ricostruire la serie dei mutamenti principali,
che ciascuna di siffatte istituzioni ebbe, e non perder mai di vista
le relazioni che esse serban fra loro nelle continue vicende cui
vanno soggette. Solo cercando la legge che regola e domina questi
mutamenti, è possibile ritrovare il concetto generale della Repubblica,
determinare il valore delle sue istituzioni.

Ma come fare, se molti degli elementi piú necessari a compiere un
tale lavoro ci mancano? L'erudito ancora non ha ordinata, studiata,
illustrata la serie infinita delle Provvisioni, degli Statuti, delle
Consulte e Pratiche, delle Relazioni degli ambasciatori, in una
parola degli atti ufficiali della Repubblica, molti dei quali non
furono neppure cercati o trovati. Noi tuttavia crediamo che, senza
volere ora scrivere una vera e propria storia di Firenze, resti pure
a fare un lavoro non del tutto inutile. Possiamo di certo prendere a
guida gli antichi storici e cronisti, in quelle parti solamente nelle
quali parlano come testimonii oculari, cercando dove è necessario, di
temperare il loro spirito partigiano, col metter loro a riscontro gli
scrittori d'avverso partito. La serie dei documenti pubblicati alla
spicciolata, e di erudite dissertazioni, è pure vastissima, sebbene
non ancora compiuta; nelle difficoltà e lacune principali si può
agevolmente ricorrere all'Archivio fiorentino. E dopo siffatte indagini
a noi è sembrato, che sia agevole dimostrar chiaramente come tutta
quanta la storia di Firenze possa rischiararsi d'una nuova luce, e il
suo apparente disordine possa scomparire. Le rivoluzioni politiche di
Firenze, infatti, per poco che uno le esamini attentamente, cercandone
le cagioni vere e reali, al di sotto delle apparenti, che spesso
ingannano, si succedono con un ordine logico maraviglioso. Al piú
strano disordine, sembra allora che venga rapidamente a sostituirsi una
successione e connessione matematica di cause e di effetti. Gli odii
e le gelosie personali non sono cagioni, ma occasioni che accelerano
il rapido e febbrile avvicendarsi di quelle riforme, per le quali il
Comune fiorentino, percorrendo tutte le costituzioni politiche allora
possibili, arrivò, di grado in grado, alle piú larghe libertà di cui
il Medio Evo era capace. Ed è questo scopo cosí nobile, questa libertà
cosí larga, ciò che ridesta tutte quante le forze intellettuali e
morali nel seno della Repubblica, che produce un maraviglioso acume
politico, ed in mezzo ad un apparente disordine, fa fiorire cosí
splendidamente le lettere, le arti e le scienze. Quando poi gli odii
e le passioni esclusivamente personali prevalgono, allora il disordine
comincia davvero, la costituzione si corrompe, e la libertà precipita
al suo fine.

Con questo scritto non si presume altro, che dare un breve saggio della
storia di Firenze nei tempi in cui furono fondate le sue libertà. Il
soggetto è di tale importanza, che lo storico Thiers se ne è lungamente
occupato, e sentiamo che un illustre Italiano vi abbia già dedicato
molti anni d'assidue ricerche.[8] Se queste pagine potessero servire
d'annunzio o d'incitamento alla pronta pubblicazione d'un'opera
che dovrà certo onorare le nostre lettere, esse non sarebbero certo
inutili.


II

La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due
grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua
costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una
società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la
storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta
di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a
volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime
condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando
solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed
alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città
e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si
determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il
primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure,
quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale
assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome
qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione
fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi
accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.

È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima
disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore
scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si
fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii
nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le
origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema
si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure
i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile
capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender
parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.

Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte
discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti
(Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza
avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul
soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande
altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a
che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale
_Storia del diritto romano nel Medio Evo_. Volendo egli dimostrare
la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella
storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto
i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà
personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai
stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre
repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento
di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse.
In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano
le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann
Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una
origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i
barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú
lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano
distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni
e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si
doveva solo ai popoli germanici.

Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel
patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny
ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra
noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora
si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già
un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni
cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi
erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva
potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non
avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto
essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra
noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto
nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era
naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del
Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e
l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale
e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica,
che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che
prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta
sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni
ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin
dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano
ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i
Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto
alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono
alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana,
dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di
certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le
medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi.
In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre
consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità
e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il
Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi
a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono
sulla questione moltissima luce.

In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si
vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia
moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli,
latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche,
sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno
di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti
dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú
guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A
pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno
nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche,
riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti
sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le
idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso
portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare,
che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania,
fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata,
un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli
necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura,
sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata
dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le
città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato.
Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e
ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera
dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono,
lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso
che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra
che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto
disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta
dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che
la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi
accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú
ragionevoli.

Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali
devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono
in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di
ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si
dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di
grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni,
senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle
sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome
di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando
d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi
vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di
tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi
primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo
nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione
romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà
dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a
distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume
barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro
leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe
il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle
proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle
due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú
duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono
contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero
d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni,
giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a
togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate,
ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono
Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e
riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi
o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove
anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu
anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i
duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero.
I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò
probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di
barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.

I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare
i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in
quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo
alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che
non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo
italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando
con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero
quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le
istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà,
e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano
ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini
dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni
in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione
fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il
dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata,
per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo
tempo.

Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e
debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal
settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città.
Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai
cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti
fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi
cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú
tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un
nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa
e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima
da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con
donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare
il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato
imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente
col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero
romano-germanico.

Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era
cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società
italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella.
Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini,
leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane.
Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome
italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni
sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della
società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e
l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la
stessa domanda, che continuamente ricomparisce.

Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un
antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto
cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano
era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi.
La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi,
della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando
nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a
tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime
campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I
barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il _Gau_ o
_Comitatus_ (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni
di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati,
nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità
primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava
e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti,
e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o
Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo
invasore era comandato da un re eletto dal popolo.

Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau
si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti,
come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i
vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci,
ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i
Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei
primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi
cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a
quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando
cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una
condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere
a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun
diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi,
in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni,
non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9]
Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla
distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione
romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa
ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere
la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa
cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe
irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano
essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed
estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata,
che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso
che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai,
né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel
diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto.
Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali
sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú
a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla,
contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti,
nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico
non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le
loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero,
sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra
vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra
in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe
latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere
ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro.
Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere
avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far
larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e
sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a
poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto
romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col
tempo, e che il Capponi chiama _quasi edifizio romano su germaniche
fondamenta_?

A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi
cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del
tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo
del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche
maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei
vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò
grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo
alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo
del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di
costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in
ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche _Scholae_ o
associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo,
come sappiamo anche dei _maestri comacini_, alla cui opera spesso
ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma,
in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico,
pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo
mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure,
come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà,
e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli
abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche
cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul
principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le
porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente?
Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si
può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per
fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando
torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di
popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non
cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin
dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non
per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il
Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi,
e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro
secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle?
Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi,
esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté
trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che
conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore
del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina
contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina
era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti
si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par
chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che
pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono
o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della
razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si
riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale
sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire
qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí
crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni
latine, e riguadagnarono il terreno perduto.

La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole
essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato
individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era
il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a
dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale,
quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva
dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si
sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che
i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva,
che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune
autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi
d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi
s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in
trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti
in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che
abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città
ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci
giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici
assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle
schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi
signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi
potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti
dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal
duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo
secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure
l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione
fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il
popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si
vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo
neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.

Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la
potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed
oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco
rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un
altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo
fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali
s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel
barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva
estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa,
per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in
Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere
alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i
Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano
s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi
non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno
era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato
dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e
consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello
d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno
il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi
il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi
e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a
libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno,
era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima
invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.

Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la
condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana
venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente
che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta
davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò
qualche volta sino agli _onori_, ossia ufficî di nomina regia. Ma
ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo
ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi
troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure
nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati
restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi
(_Mark-grafen, Praefecti limitum_). In questo modo l'antica unità
del comitato o _Gau_ ritornava ad esser la base della nuova società
barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare
ufficî, terre, possessi in _beneficio_, cioè a dire in feudo, e quindi
sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il
principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma
portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore,
ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli,
dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero
infinito di nuovi potenti, _vassalli, valvassori_, e _valvassini_, che
erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio
Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano,
fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio
militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni
concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre
unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza
della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi,
veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa
stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero
anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a
sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti
o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la _immunità_
dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile,
che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi
nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un
nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello
stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società
barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo
a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad _esentare_ i
benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli
ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i
minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità
regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo
oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo
Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che
poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.

In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il
Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la
rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino.
Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno
in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri,
perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí
li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi,
profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava
solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era
detta _gastaldiale_, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò
la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu _esentata_, e
divenne _vescovile_. A poco a poco questa parte s'estese a quasi
tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo
vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la
società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità
suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto,
ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re,
gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.

Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della
libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i
loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica,
che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda
apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa
il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I
popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano
ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di
rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco,
s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo
piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese,
tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire
col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti
sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati
benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si
poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove
la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai
scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il
Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della
società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi
feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove
desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente
l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e
combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con
altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due
di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore.
Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali,
per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però
sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace
(961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un
italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la
corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania,
soprannominato il _Santo_, a cui successe Corrado della casa di
Franconia o Salica.

Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da
noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni
proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto
dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli
Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori
vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime
città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante
esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí
è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo
risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo
degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi
volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la
corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese
d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i
maggiori feudatarî a danno dei _possessori di onori_, che erano appunto
i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati.
Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo
anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel
momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia
feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro
feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí
l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era
fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto
meno era stato avvertito.

È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della
gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società
feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di
giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale
delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî
della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le
tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle
dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il
diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei
loro municipali Statuti.

Gl'Italiani si trovavano in uno stato di fermento e trasformazione
profonda, quando si videro i primi segni del risorgimento dei
Comuni. Il dominio barbarico e l'Impero non s'erano potuti mai nella
Penisola impadronire davvero di tutta la società, e quando, ordinato
il feudalismo, questo pareva che dovesse diffondersi per tutto, ed
assicurare agl'Imperatori tranquilla signoria fra noi, sorgevano
invece a un tratto nuove cagioni di pericolo e di lotta. Il Papato
ed il clero salirono a sempre maggiore e piú pericolosa potenza; le
immunità, per tema dei laici, date sempre piú largamente ai vescovi, li
resero come signori temporali dipendenti dagl'Imperatori, e dal Papa
invece dipendevano come dignitarî spirituali: ebbero in fatti doppia
investitura. Da ciò un disordine grande, una corruzione scandalosa
nella Chiesa, essendosi i vescovi mutati in altrettanti conti feudali,
che comandavano nelle città, guerreggiavano fuori, tenevano corte
bandita, si davano a tutti i piaceri. I Papi volevano rimettere
la disciplina, reggere con assoluto imperio i vescovi, nominarli
senza trovare ostacolo di sorta; ma a ciò si opponeva l'Imperatore,
perché il temporale dominio dei vescovi li metteva logicamente anche
sotto la sua autorità. Cosí cominciò la tanto romorosa lotta per le
investiture, tra il Papato e l'Impero, lotta in cui la vittoria fu
lungamente contrastata. E intanto né la Chiesa, né l'Impero, né il
feudalismo potevano impadronirsi esclusivamente dell'indirizzo sociale,
e le continue dispute crescevano il disordine. In tale stato di cose
l'autorità dei vescovi s'andò indebolendo anch'essa, ed i Comuni che,
nel tempo delle sedi vacanti, imparavano di necessità a reggersi da
sé, che vedevano le repubbliche del mezzogiorno assai fiorenti, che
sentivano d'avere forze sempre maggiori pel cresciuto commercio e
pel disordine feudale, capirono finalmente che era sonata per essi
l'ora del riscatto. Né in quelle città dove restavano a comandare i
conti laici, le cose andarono diversamente, giacché il parteggiare per
l'Impero o per la Chiesa suscitava sempre un gran numero di nemici ai
potenti, e mille aiuti ai deboli.

Nell'undecimo secolo, adunque, dall'un capo all'altro d'Italia
sorgevano i Comuni, e una volta gustata la dolcezza del vivere libero,
non fu piú possibile rimetterli in vassallaggio dei vescovi, né dei
conti, né dell'Impero. Sorgendo, essi si trovarono ovunque circondati
da un numero infinito di conti e duchi e baroni, piccoli e grossi,
giacché la società feudale era ancora potentissima e padrona di tutte
le campagne. Eredi del sangue germanico, esercitati alle armi, questi
nobili combattevano, in nome dell'Impero, pe' suoi diritti, nel proprio
interesse, contro la nuova società comunale, che ad un tratto si levava
potente e minacciosa. Essi scendevano dai loro castelli a chiuder
le vie al commercio dei Comuni; imponevano taglie; facevano minacce;
volevano trattar da vassalli i liberi cittadini, che perciò, sdegnati,
uscivano di tratto in tratto a far vendetta, e non di rado finivano con
lo spianare i superbi castelli. Quei nobili invece che erano restati
nelle città, stanchi adesso di vivere in mezzo ad uomini che non
facevano piú distinzione alcuna di sangue o di casta, spesso emigravano
per raggiungere i loro compagni. L'emigrazione fu tale che piú volte
i cittadini, risentendone gravi danni, fecero leggi per impedirla. Il
Papa incoraggiava i Comuni, perché a lui non doleva la scemata potenza
temporale dei vescovi, e gli era necessario l'abbassamento dell'Impero.
Cosí la lotta degli artigiani contro il feudalismo finalmente
cominciava, e con essa la vera storia dei nostri Comuni.

Non bisogna però credere che il Comune sorgesse in nome dei diritti
dell'uomo o delle libertà nazionali. Nulla di ciò. L'Impero era
riconosciuto sempre come la fonte unica, universale del diritto. In
fatti fino quasi a tutto il secolo XV, le città guelfe o ghibelline,
nemiche o amiche dell'Impero, continuarono a scrivere in suo nome
i pubblici atti.[12] Le risorgenti repubbliche accettavano sempre
l'alto suo dominio, e la loro dipendenza da esso, quasi direi
che, chiedendo una nuova e piú generale esenzione, volevano solo
essere come duchi o conti di sé stesse. Combattevano i nobili e
combattevano l'Impero; ma dopo la vittoria, riconoscevano l'autorità
dell'Imperatore, ed a lui chiedevano la sanzione delle conquistate
libertà. Né i Papi desiderarono mai la distruzione dell'Impero, della
cui protezione avevano spesso bisogno, che riconoscevano anch'essi
erede legittimo dell'antica Roma, e quindi sorgente unica del diritto
politico e civile: volevano bensí sottomettere il potere temporale
allo spirituale. La teocrazia ed il feudalismo, il Papato e l'Impero
sussistevano adunque e combattevano sempre, quando il Comune sorgeva.
Esso dové lungamente ancora lottare contro ostacoli d'ogni sorta; ma
era destinato a trionfare, a creare il terzo stato ed il popolo, che
soli potevano dal caos del Medio Evo far nascere la società moderna. In
ciò sta la sua principale importanza storica.



CAPITOLO I[13]

LE ORIGINI DI FIRENZE


I

Le origini di Firenze sono assai oscure, né valgono a rischiararle i
cronisti, i quali o ne tacquero o le avvolsero nelle leggende. Su di
essi, sul valore e la credibilità diversa di ciò che dissero, si è
recentemente scritto assai. Ma, per volerne saper troppo e per troppo
sottilizzare, si è qualche volta finito col disputare lungamente
e dottamente anche su cose che forse resteranno sempre ignote, né
importava poi molto conoscere, e si è lasciato da parte ciò che piú
era facile scoprire e piú necessario sapere. A questo modo si corre
il rischio di formare intorno a tali scrittori una specie di scienza
occulta pei soli iniziati, quando tutto quello che di veramente certo
ne sappiamo, può esprimersi in poche parole.

Il Comune di Firenze sorse piú tardi di molti altri, e quindi piú
tardi ebbe i suoi storici e cronisti, perché la storia del Comune
si comincia a scrivere quando esso ha già acquistato coscienza
della sua personalità. Cosí fu che nel secolo XII si cominciarono a
raccogliere notizie annalistiche, le quali registravano alcuni fatti
principalissimi seguiti in Firenze, con le date, i nomi di luoghi
e persone, e nello stesso tempo si principiarono a formare elenchi
dei Consoli, che erano il primo magistrato del Comune, ai quali
s'aggiunsero poi i nomi dei Podestà, che successero ai Consoli. Questi
magistrati mutavano d'anno in anno; quindi i loro nomi servirono anche
di guida cronologica, e sotto di essi si registrarono ben presto i
fatti principali della Città.

Di tali raccolte annalistiche c'è rimasto un frammento assai antico,
che trovasi nella Vaticana, ed è scritto a tergo d'un foglio, il
quale fa parte d'un codice di leggi longobarde.[14] Sono in tutto
diciotto notizie, che vanno dal 1110 al 1173, scritte da diverse mani,
tutte però del secolo XII, non senza errori, e neppure in ordine
cronologico. Esse sono nondimeno molto importanti, perché le piú
antiche che abbiamo. Un'altra simile raccolta di notizie, piú lunga,
ma assai posteriore, che va dal 1107 al 1247, si trova nella Biblioteca
Nazionale di Firenze, in un manoscritto del secolo XIII.[15]

Ambedue furono recentemente ripubblicate ed illustrate dal dottor
Hartwig, che le intitolò _Annales florentini I_, ed _Annales florentini
II_.[16] Il codice in cui si trovano i secondi Annali, contiene anche
il piú antico elenco di Consoli e di Podestà che ci sia rimasto, il
quale va dal 1196 al 1267, e poté con nuove ricerche essere reso piú
compiuto.[17] Altri non pochi elenchi di notizie fiorentine dovettero
certamente esservi, prima in latino, poi in italiano, i quali, girando
di famiglia in famiglia, di mano in mano, s'andarono estendendo,
correggendo, alterando, secondo i gusti, e qualche volta anche secondo
la fantasia di chi li copiava. Ma da tutto quello che ci resta di
siffatti elenchi, da ciò che ne troviamo ripetuto nei cronisti, si può
quasi con certezza indurre che poco o nulla dicevano sulle origini del
Comune. E ciò deve farci credere, che esso non nacque da un conflitto
violento, da una vera e propria rivoluzione, che gli annalisti
avrebbero certo ricordata, ma s'andò invece lentamente formando e
svolgendo in mezzo a lotte di secondaria importanza.

Se noi oggi desideriamo conoscere le origini del Comune fiorentino,
questo desiderio, come è naturale, dovettero averlo piú vivo ancora gli
antichi. Essi non avevano però quell'arte e quel metodo critico, che fa
cercare e spesso scoprire la storia piú remota ed oscura nei documenti,
i quali allora dovevano essere di certo molto piú numerosi che non sono
oggi. Si abbandonarono quindi piú facilmente alla propria fantasia, e
cosí ne nacque una leggenda sull'origine della Città, che ben presto si
diffuse assai largamente.

Il primo nucleo, da cui questa leggenda s'andò poi sempre piú svolgendo
ed accrescendo, dovette formarsi nel secolo XII, perché essa è già
nota al cronista Sanzanome, che la ricorda, ed egli scrisse ai primi
del secolo XIII. Molto piú antica non si può supporre che sia, perché
i fatti cui accenna, e le date cui allude, per quanto indeterminate
e vaghe, la portano, come vedremo, a dopo del mille. Di questa
leggenda si trovano ancora parecchie copie inedite nelle biblioteche
fiorentine,[18] e tre diverse compilazioni ne furono pubblicate per le
stampe. La piú antica di esse, in latino, l'abbiamo in un codice della
fine del secolo XIII, o dei primi del XIV.[19] La seconda, che è in
italiano, trovasi in un manoscritto lucchese, compilato fra il 1290 e
il 1342;[20] essa ricorda in un punto l'anno 1264,[21] nel quale assai
probabilmente fu compilata. Un'ultima e piú recente, conosciuta col
titolo di _Libro fiesolano_, trovasi nella Marucelliana di Firenze, in
un codice italiano, che ha la data del 1382, e fu scoperta dal signor
Gargani, il quale la pubblicò sin dal 1854.[22] L'Hartwig scoprí la
seconda di queste compilazioni, che differisce dalla prima solo nella
lingua, e le pubblicò tutte e tre col titolo di _Chronica de Origine
Civitatis_,[23] titolo che le dà il codice lucchese; altri codici la
chiamano, invece, _Memoria del nascimento di Firenze_.

Tale è il genere di materiali, che sull'origine di Firenze trovarono,
e di cui dovettero servirsi i piú antichi cronisti. Il primo di essi
che ci sia rimasto, è il giudice e notaio Sanzanome, il quale, come
già dicemmo, scrisse i suoi _Gesta Florentinorum_ in sul principio
del secolo XIII. Il suo nome s'incontra piú d'una volta nei documenti
fiorentini dal 1188 al 1245.[24] E se non si può affermare che questo
nome si riferisca sempre ad una sola e medesima persona, è pur certo
che lo stesso cronista ricorda d'essersi trovato presente alla guerra
di Semifonte nel 1202, ed a quella di Montalto nel 1207. La sua
opera trovasi del resto in un codice fiorentino del secolo XIII, non
autografo, ma sincrono o quasi.[25] Questo primo saggio di storia
fiorentina, scritto in latino da un giudice e notaio, venuto in Firenze
da qualche vicino castello, come suppongono il Milanesi e l'Hartwig,
è di un genere a sé, diverso assai da tutti gli altri lavori dei
cronisti fiorentini che vennero dopo. Dell'origine del Comune e della
sua interna costituzione il Sanzanome non dice neppure una parola.
Dopo avere sommariamente, vagamente accennato alla leggenda,[26]
incomincia colla guerra e distruzione di Fiesole nel 1125, _cum eius
occasione Florentia sumpsisset originem_. Cosí egli ci mostra, sin
dal principio, già costituito il Comune, co' suoi Consoli e capitani,
e continua narrando le sue guerre co' vicini, in una forma gonfia e
retorica, con date spesso incerte, qualche volta errate, con discorsi
nei quali pretende imitare gli antichi storici romani. E per tutto ciò
il suo lavoro fu da alcuni scrittori giudicato senza alcuna importanza
storica. Ma critici piú imparziali e ponderati, come l'Hartwig, l'Hegel
ed il Paoli, riconobbero invece che l'opera di questo notaio, quasi
precursore degli umanisti del secolo XV, è un fenomeno letterario,
nella sua solitaria apparizione, assai notevole, perché ci dà prova
dell'antica cultura de' Fiorentini, e perché al di sotto della retorica
c'è pur da ritrovare in essa non poche notizie e cognizioni assai utili
sull'antica storia di Firenze.

Il problema quindi che allora si presentò a tutti gli altri cronisti,
rimaneva sempre questo: come si poteva scrivere sui primi tempi di
Firenze, una storia o anche una cronica, con le scarse e slegate
notizie che si avevano? Il notaio Sanzanome se n'era uscito tacendo
affatto delle origini, e poi gonfiando, a forza di retorica, la
narrazione, con discorsi immaginarî, con descrizioni di battaglie,
in cui la fantasia e l'imitazione classica avevano gran parte. Ma
un tal metodo non poteva piacere, né poteva riescire a quegli uomini
piú semplici, che, dopo di lui, volevano scrivere nella loro lingua
parlata, e avevano una cultura minore o almeno assai diversa dalla sua.
Rimanevano quindi con una leggenda e con pochi frammenti di notizie, il
che non doveva certo soddisfare il loro patriottico orgoglio.

Fortunatamente per essi, allora appunto, cioè verso la metà del
secolo XIII, avvenne un fatto che ebbe molta importanza letteraria,
e che valse ad aprire ai cronisti fiorentini una strada nuova. Un
frate domenicano, Martino di Troppau in Boemia, chiamato perciò anche
_Oppaviensis_, e volgarmente noto col nome di Martin Polono, cappellano
e penitenziario apostolico, piú tardi arcivescovo, scrisse un libro
di storia, che, sebbene non avesse alcun notevole valore, ebbe pure
una straordinaria e rapida fortuna. Era una specie di Manuale di
storia universale, cronologicamente distribuita sotto i nomi dei varî
Imperatori e Papi, sino al 1268. Piú tardi l'autore stesso la continuò
per alcuni anni ancora, e vi premise una introduzione sulla storia
anteriore all'Impero romano.[27] Questo libro, meccanicamente ordinato,
era pieno di aneddoti, di errori, di favole; ma l'aveva scritto un
prelato eminente, animato da spirito guelfo. L'aver poi l'autore
diviso i fatti del Medio Evo sotto i nomi dei Papi e degl'Imperatori,
dava come una guida, un filo conduttore nel vasto laberinto. Certo
è che il libro si diffuse subito in tutta Europa, ma specialmente in
Italia, e piú che altrove in Firenze. «Un Fiorentino primo lo tradusse,
e un Fiorentino, Brunetto Latini, primo lo adoperò», dice il prof.
Scheffer Boichorst. Le biblioteche fiorentine ne conservano infatti
un grandissimo numero di copie, in codici latini del secolo XIV, ed in
altri dello stesso secolo hanno una traduzione italiana, che, secondo
le ricerche degli studiosi,[28] dovrebbe essere stata fatta a Firenze
circa il 1279.[29] Questo solo fatto basterebbe a provar luminosamente
la rapida popolarità e diffusione dell'opera. In alcuni di coloro che
a Firenze copiavano, e copiando rifacevano, come allora usava, questa
traduzione, dovette facilmente nascere il pensiero d'introdurvi, qua
e là, le piú importanti almeno fra le poche notizie che s'avevano
sull'antica storia della Città. Ma siccome, verso la fine del secolo
XIII, l'opera di Martin Polono si fermava, e le notizie fiorentine
invece crescevano molto di numero e di estensione, cosí ne avveniva
che, senza quasi pensarvi, tutti questi rifacimenti smettevano allora
la storia universale, e continuavano con la fiorentina, a cui la
prima veniva in tal modo a servire d'introduzione, con non piccola
soddisfazione dell'amor proprio municipale.

Uno dei primi lavori che ci presenti Martin Polono tradotto,
abbreviato, rifatto, con l'innesto d'alcune notizie fiorentine,
è quello che ha per titolo: _Le Vite dei Pontefici et Imperatori
romani_, che fu attribuito al Petrarca, e trovasi in parecchi codici
fiorentini del secolo XIV. In esso però la storia di Firenze ha ancora
un'importanza molto secondaria, tanto è vero che, essendo stato piú
tardi raffazzonato e continuato fino al 1478, quando fu la prima volta
pubblicato,[30] si seguí sempre il metodo primitivo del Polono, dando
cioè, via via, in compendio, le Vite degli altri Papi ed Imperatori.
Ma non mancarono ben presto nuovi tentativi, nei quali si dette a
Firenze una parte assai maggiore. Un manoscritto del secolo XIV, nella
Biblioteca Nazionale di Napoli, esaminato la prima volta dal Pertz,
ci presenta, in fatti, molto abbreviate le notizie di Martin Polono,
dando assai piú larga estensione a quelle su Firenze, le quali arrivano
sino al 1309.[31] Qui si comincia a veder chiaro che le seconde son
per l'autore lo scopo principale del lavoro, tanto che all'Hartwig
poté sembrare opportuno estrarle dal codice, e stamparle a parte, come
una delle fonti di cui assai probabilmente si valse il Villani.[32] Lo
stesso concetto apparisce molto piú chiaro in una Cronica attribuita
a Brunetto Latini. Alcune delle notizie fiorentine che in essa
si trovano, furono da lungo tempo e piú volte estratte, stampate,
adoperate, specialmente la nota dei Consoli e dei Podestà, di cui
anche l'Ammirato si valse, e una narrazione del fatto del Buondelmonti
(1215), diversa assai da quella dataci dal Villani. Si poté subito
affermare che l'autore scriveva nel 1293, perché in quell'anno appunto
ricorda un fatto cui dice essersi trovato presente.[33] Piú tardi
la Cronica fu attribuita a Brunetto Latini, sebbene la narrazione
arrivi fino ad un tempo in cui il maestro di Dante era certamente
morto.[34] Nelle sue dotte ricerche il dottor Hartwig scoprí in Firenze
quello che, secondo ogni apparenza, dovrebbe essere l'autografo.[35]
Quantunque il codice sia mutilo, cominciando solo dal 1181, pure
è doppiamente prezioso, perché ci pone dinanzi chiarissimamente il
metodo con cui questo lavoro, al pari certo di molti altri simili,
fu compilato. Una colonna nel mezzo contiene il solito rifacimento di
Martin Polono;[36] nei margini, fra le rubriche, qualche volta anche
negl'interlinei, sono aggiunte notizie di storia generale, cavate da
altre fonti, ma sopra tutto notizie di storia fiorentina.

E cosí s'arriva al 1249, dove c'è una lacuna che va sino al 1285,
quando l'autore ripiglia la sua narrazione, per arrivare al 1303.[37]
In questa seconda parte però il suo lavoro muta affatto carattere.
Egli non ha piú dinanzi a sé la guida di Martin Polono, e ne abbandona
anche il metodo. Le notizie dell'Impero e della Chiesa diminuiscono
sempre piú, e crescono invece quelle di Firenze, le quali non sono ora
staccate ed introdotte capricciosamente nella narrazione, ma riunite e
fuse insieme. Cosí, a poco a poco, noi abbiamo dinanzi una vera cronica
di Firenze, che acquista un suo proprio valore indipendente. Il dott.
Hartwig, che l'aveva scoperta, la credette in principio autografa, ma
finí poi col dubitarne. La gran confusione del manoscritto; l'essere
mutilo in sul principio; la lacuna di trentasei anni nel mezzo;
la mancanza d'alcune notizie, che si trovavano negli estratti di
essa, riportati da antichi scrittori; il vedere che molti di questi
citavano un altro codice della Cronica, appartenuto alla Biblioteca
Gaddi; tutto ciò gli fece a buon diritto affermare, che per risolvere
definitivamente il problema occorreva prima trovare il codice gaddiano,
da lui invano sino allora cercato. Il prof. Santini invece sostenne, in
una sua tesi di laurea, che il codice gaddiano doveva essere la copia
di quello scoperto dall'Hartwig, che egli giudicava essere l'originale
mutilo. Non molto dopo la questione fu definitivamente risoluta da un
altro alunno del nostro Istituto Superiore, il sig. Alvisi, il quale
scoprí nella Laurenziana il codice gaddiano, che è in fatti una copia
del secolo XV.[38] In esso i varî brani, che nell'originale erano stati
scritti in colonne separate, sono fusi cogli altri, ma in modo spesso
arbitrario. Anche qui c'è la lacuna 1249-85, ma la Cronica, invece di
cominciare dal 1181, comincia, come la prima compilazione di Martin
Polono, da Gesú Cristo, _primo e sommo Pontefice_, e da Ottaviano
imperatore. Cosí noi possiamo ora affermare, che nel codice della
Biblioteca Nazionale di Firenze, abbiamo una vera fotografia del metodo
seguíto nelle prime compilazioni di storiografia fiorentina. Con esso
vediamo l'autore lavorar quasi sotto i nostri occhi.

Un altro esempio, ma assai piú imperfetto, di questi lavori, lo abbiamo
nel codice lucchese qui sopra citato. L'autore ci dice esso stesso
di averlo composto fra gli anni 1290 e 1342. Egli trascrive tutta
la leggenda sull'origine di Firenze; prosegue quindi col rifacimento
italiano di Martin Polono, incominciando da Ottaviano imperatore. Di
tempo in tempo v'introduce però «molte cose, le quali pertengono ai
fatti di Toscana e specialmente di Firenze... la maior parte si trovano
in diversi libri di Toscana, e qual na piú, qual na meno». Arrivato
cosí all'anno 1309, continua la sua narrazione, valendosi del Villani,
che nel 1341 aveva già pubblicato alcuni libri della sua storia, e con
questo aiuto va fino al 1342. Continua, riproducendo una descrizione
latina di Firenze, scritta nel 1339, e poi, anche in latino, la
introduzione che Martin Polono aggiunse alla sua storia. Il compilatore
riconosce che l'ordine da lui seguíto non è né logico né cronologico;
ma si scusa col lettore, dicendo che ha voluto porre insieme prima le
parti italiane e poi le latine di questa sua opera, con l'intendimento
però di meglio ordinarle piú tardi, e fonderle insieme, scrivendole
tutte in latino, al che pare gli mancasse poi il tempo. Anche da questo
codice furono estratte e stampate le notizie attinenti a Firenze.[39]
Il metodo seguíto dal compilatore, come si vede, è sempre lo stesso,
quantunque piú meccanico e materiale del solito, perché non v'è alcuna
intrinseca unione fra le parti diverse. Quello però che v'ha di nuovo,
si è l'avere trascritta, nella sua integrità, la leggenda, per farla
servire da introduzione alla storia di Firenze, esempio che fu poi,
come vedremo, imitato anche da altri.

Per quanto però questo sistema di fondere la storia del Comune nella
storia universale, potesse piacere all'amor proprio fiorentino,
era tuttavia chiaro che la prima ne rimaneva come soffocata. Non
mancarono quindi nel secolo XIV tentativi di esporla separatamente.
Paolino Pieri incomincia la sua Cronica dal 1080, anno in cui anche
gli altri cronisti dànno la prima notizia storica di Firenze, e
continua, accennando poco dei Papi e meno degl'Imperatori, sino al
1305, raccogliendo le scarse notizie fiorentine «di piú cronache, di
piú libri trovate, et di nuovo per me Paolino di Piero vedute et _ad
memoriam_ scripte». Simone della Tosa, che morí nel 1380, comincia
invece i suoi _Annali_ con l'elenco dei Consoli e Podestà (1196-1278),
e poi va subito dalla morte della contessa Matilde (1115) fino al
1346, aggiungendo, verso la fine, alle magre notizie su Firenze, anche
quelle della sua famiglia. Ma tali modestissimi sunti di poche pagine,
meno che mai potevano contentare nel secolo XIV una città, che era già
fra le prime d'Italia, che nel suo crescente orgoglio si poneva alla
pari di Roma, e voleva nella sua storia veder qualche cosa di simile a
quella dell'antica capitale del mondo.

Questo fu l'ambizioso problema che si propose di risolvere Giovanni
Villani, come egli stesso ci narra. Mi trovavo, egli dice, a Roma pel
Giubileo, l'anno 1300, ammirando le grandi memorie di quella città,
leggendone le gloriose imprese, narrate «da Virgilio, Sallustio,
Lucano, Tito Livio, Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, che
scrissero non solo i fatti di Roma, ma eziandio degli strani
dell'universo mondo; presi lo stile e forma da loro».[40] Ripensando
che «per gli nostri antichi Fiorentini poche e non ordinate memorie
ai trovino di fatti passati della nostra città di Firenze»,[41] e che
essa «figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e a seguire
grandi cose, siccome Roma nel suo calare», deliberai «di recare in
questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della
città di Firenze,... e seguire per innanzi _stesamente_ i fatti de'
Fiorentini, e dell'altre notabili cose dell'universo in _brieve_».[42]
Connettere quindi la storia di Firenze con quella del mondo, come
già altri avevano fatto; ma in modo che non vi si perdesse, avesse
anzi la parte principale, ecco quale doveva essere la via da tenere,
secondo il Villani. Egli quindi non fa piú un lavoro meccanico e di
mosaico; coordina, divide la sua storia in libri e capitoli, al modo
degli antichi. Noi non conosciamo quali sono tutte le sue fonti,
perché su questo argomento non si è fatto ancora uno studio compiuto.
Sappiamo però con certezza che sono molte. Per la storia generale,
Martin Polono resta sempre la fonte principale; ma vi si aggiungono
i _Gesta Imperatorum et Pontificum_ di Thomas Tuscus; la _Vita di
San Giovanni Gualberto_;[43] le _Cronache di San Dionigi_, la cui
traduzione italiana fu stampata (1476) prima dell'originale; il _Libro
del Conquisto d'Oltremare_, che è una storia delle crociate, tradotta
nel Medio Evo dal francese in quasi tutte le lingue.[44]

Quale sia il gran valore del Villani per la storia fiorentina, a
cominciare dalla fine del secolo XIII, tutti lo sanno e non è questo il
luogo da parlarne. Quanto alle origini, le notizie veramente storiche
che egli ci dà, sono assai poche. Incominciano al solito dal 1030, e
vi si trova piú o meno tutto quello che è disseminato negli altri,
non di rado coi medesimi errori, spesso anche colle stesse parole.
Questa singolare somiglianza, che fu poi notata, pei primi tempi, fra
tanti cronisti fiorentini, si spiegava facilmente quando si poteva
supporre che gli uni avessero copiato dagli altri. Ma quando, il che
seguiva piú volte, si poteva invece dimostrare che essa esisteva anche
fra scrittori l'uno dall'altro affatto indipendenti, la soluzione del
problema non era ugualmente facile. Fu questa la ragione per la quale
il prof. Scheffer Boichorst, con giuste ed acute indagini, notando il
fatto, mise innanzi l'ipotesi, che i varî cronisti avessero attinto
ad una fonte comune, ora perduta. E siccome Tolomeo da Lucca, il
quale aveva già finito i suoi Annali prima che il Villani cominciasse
a colorire il proprio disegno, cita piú volte i _Gesta_ e gli _Acta
Florentinorum_, i _Gesta_ e gli _Acta Lucensium_, cosí il critico
tedesco dette il nome di _Gesta Florentinorum_ a quella che sarebbe
stata, secondo lui, la fonte comune dei cronisti fiorentini fino ai
primi del secolo XIV. Una tale ipotesi, che in modo assai probabile,
spiegava un fatto certo, il quale altrimenti rimarrebbe del tutto
inesplicabile, venne generalmente ammessa. Quando però si vollero un
po' troppo determinare la natura e i confini dei _Gesta_, la lingua non
solo e l'anno in cui cominciarono, quello in cui finirono, ma anche lo
stile ed il carattere preciso dell'opera e dell'autore, fu forza allora
restare spesso sopra un terreno assai disputabile. Io perciò lascio
da parte siffatte discussioni, estranee ad una sommaria esposizione.
Ritengo bensí col prof. C. Paoli,[45] che i _Gesta_ non furono un
lavoro veramente personale, ma piuttosto una raccolta di notizie
fiorentine, assai magra in sul principio, la quale s'andò poi via via
accrescendo di nuove notizie annalistiche e di nuove aggiunte, secondo
che passava di mano in mano. Una di tali compilazioni, piú autorevole
e piú nota (ora sfortunatamente perduta), dovette venire nelle mani di
alcuni cronisti, che l'adoperarono, senza che l'uno sapesse dell'altro.
Da questi copiarono poi parecchi di coloro che vennero piú tardi.

Il Villani incomincia dalla Torre di Babele e dalla confusione delle
lingue, per darci subito la leggenda sulle origini di Firenze, che
egli divide in capitoli, ed espone come se fosse una vera storia,
portandovi però alcune alterazioni, di cui parleremo piú oltre.
Segue poi la storia generale del Medio Evo, in cui, a cominciare dal
1080, l'autore introduce tutte quelle notizie che poté raccogliere su
Firenze, e queste sono anch'esse piú o meno alterate da altre leggende
assai diffuse allora nel popolo, da considerazioni spesso fantastiche,
che egli vi aggiunge di suo. Che cosa di certo possiamo noi cavare da
tutto ciò? In sostanza abbiamo solo una leggenda, ed un piccolo numero
di notizie storiche di non dubbio valore, ma non senza errori, che
galleggiano qui, come altrove, in un mare di notizie affatto estranee a
Firenze, con brani di tradizioni o leggende mal sicure, con spiegazioni
o considerazioni affatto arbitrarie. La prima questione da risolvere è
perciò questa: quale è l'origine della leggenda, che valore ha essa?
Se ne può direttamente o indirettamente cavare nulla di storico? La
seconda è: si può con sicurezza determinare quale sia quel nucleo
primitivo di notizie autentiche, che si dovevano trovare nei _Gesta
Florentinorum_? La seconda almeno di tali questioni non presenta gravi
difficoltà, perché, quando noi paragoniamo i varî cronisti, massime
quelli che sono tra loro indipendenti, e ne caviamo tutto ciò che hanno
di comune, spesso anche con identiche parole, su Firenze, lo scopo
è in gran parte raggiunto. Ma dopo di ciò, e dopo che s'è cercato di
cavar qualche costrutto (assai scarso, come vedremo) dalla leggenda,
quello che rimane di certo è ben poco. E però bisogna assolutamente
aiutarsi con tutti quanti i documenti pubblici o privati, che possono
trovarsi negli archivi, colle indagini dei dotti moderni sulla storia
medioevale in genere, e su quella di Firenze in particolare. Queste
ultime, incominciate già dall'Ammirato, furono con ardore proseguite
nel passato secolo dal Borghini, dal Lami, da molti e molti altri
eruditi fino ai nostri giorni. I resultati definitivi però di sí
lunghe indagini e di sí vasta dottrina, rimasero sempre scarsissimi.
La prova ne è, che l'illustre Gino Capponi, dopo alcune poche pagine
d'introduzione alla sua storia di Firenze, è costretto, come gli
antichi, a fare un salto sino alla morte della Contessa Matilde, ed
incomincia, si può dire, a parlar del Comune, quando esso era già da
un pezzo formato. Seguono dodici pagine, in cui si fa la storia di
quasi due secoli, sino al 1215 circa, e solo dal secolo XIII in poi il
racconto procede davvero ampiamente.

Ma ai nostri giorni la critica dei documenti medievali ha fatto,
massime in Germania, uno straordinario progresso, e la questione è
stata perciò ripresa in esame. Il primo che, con un metodo scientifico
e con molta dottrina, si accinse all'opera, fu il D.r O. Hartwig.
Egli studiò non solo tutto quello che s'era pubblicato, ma fece nuove
indagini nelle biblioteche ed archivi italiani; ebbe dal D. Wüstenfeld
appunti preziosi di nuovi diplomi, da questo scoperti in Toscana. Cosí
poté nell'opera, che abbiamo già piú volte citata, darci una raccolta
di preziosi documenti e di dotte dissertazioni, le quali servirono
e serviranno di base alle future ricerche, e sarebbero anche meglio
note e pregiate, se fossero state scritte in una forma piú popolare.
Molto ha cercato, moltissimo ha letto il prof. Perrens, che dedicò la
sua vita alla storia di Firenze, scrivendo un'opera di cui sono già
usciti otto volumi. Il primo dei quali, di 550 pagine, arriva solo
alla metà del XIII secolo, e tratta quindi lungamente, dottamente
delle origini. Di ciò gl'Italiani tutti debbono essergli grati; ma è
pur forza riconoscere che allo zelo indefesso, alla vasta dottrina, ad
una lettura veramente prodigiosa, non rispondono sempre la precisione
delle notizie e la sicurezza del metodo. Trattandosi d'un tempo,
pel quale bisogna tutto ricostruire sopra un assai scarso numero di
fatti conosciuti, se questi non sono bene accertati, le conseguenze
possono essere disastrose davvero. Quando, per esempio, egli cerca
le prime origini dei Consoli, si fonda ancora sopra quel documento di
Pogna con la data del 4 marzo 1101, in cui essi sono nominati, e non
osserva che il Capponi, il quale pure è da lui continuamente citato,
aveva dimostrato che quella data sí lungamente creduta esatta, era
sbagliata, e bisognava mutarla in 4 marzo 1181, stile fiorentino,
il che vuol dire 1182, stile moderno. Cosí egli vede i Consoli prima
assai che nascessero.[46] Altrove entra nella disputa molto intricata
della giurisdizione, che i Fiorentini del XII secolo avevano sul
proprio contado. Ripete cogli antichi cronisti che nel 1186 Federico I
lo tolse loro del tutto, sino alle mura; ma che essi lo riebbero nel
1188. E aggiunge che, morto poi l'imperatore Federico nel 1190, il
suo successore Enrico VI, «comme don de joyeux avénement, multiplie
les privilèges». Né riflette, che il diploma citato a sostegno di
quest'ultima asserzione, ha la data, da lui stesso riportata in nota,
del 1187.[47] Come può il lettore piú dipanare l'arruffata matassa? E,
per addurre un altro esempio, diremo che l'autore ci dà come storia,
la narrazione leggendaria sull'origine della festa della colombina, il
sabato santo. I Fiorentini sono spinti alla crociata dall'Arcivescovo
Ranieri nel 1099, cioè alcuni secoli prima che a Firenze vi fosse un
arcivescovo. Pazzino dei Pazzi, pel valore dimostrato nella presa di
Gerusalemme, ottiene la _corona murale_ da Goffredo Buglione, il quale
gli concede anche il privilegio di mutare la propria arme, adottando
le croci e i delfini, cosa che i Pazzi fecero solo qualche secolo
piú tardi.[48] Egli torna in Firenze come un conquistatore, sopra un
carro, di cui ci è data la descrizione; è accolto come un trionfatore
romano dal popolo, dal clero e dai magistrati, in un tempo in cui il
Comune non era ancora formato.[49] Porta seco tre pietre cavate dal
sepolcro di Cristo, le quali sono pietre focaie, da cui anche oggi si
cava la scintilla, per accendere il carro della colombina. E tutto
ciò è fondato sulla _Storia genealogica_ del Gamurrini, che non ha
valore alcuno.[50] Al lettore parrà stranamente odioso l'essermi io
qui fermato a notare alcuni errori d'un'opera, di cui sono primo a
riconoscere i pregi, e della quale piú volte ho profittato. Ma dovevo
spiegar la ragione, perché, pure lodandola, cosí di rado la cito. È
un'opera che contiene di certo un vasto materiale storico, scritta
con brio e chiarezza, che ha osservazioni spesso acute, e fa onore al
suo autore, cui gl'Italiani debbono riconoscenza; ma se per tutto ciò
è necessario studiarla, non è possibile valersene, senza un continuo
riscontro delle fonti che cita.

E qui dobbiamo ricordare un altro lavoro assai piú modesto, del quale
però ci siamo potuti piú francamente giovare. Il prof. Santini, che in
alcuni suoi brevi scritti, pubblicati nell'_Archivio storico italiano_,
aveva dato saggio di molto acume nelle indagini sulla storia primitiva
di Firenze, adesso ha avuto il felice pensiero di raccogliere tutti
quanti i documenti editi o inediti, che intorno al medesimo soggetto
si trovano negli archivi fiorentini. Dopo averli copiati e riscontrati
sugli originali, li ha già stampati in un grosso volume, che vedrà
presto la luce. Sarebbe assai desiderabile che egli o altri potesse
fare lo stesso per tutte almeno le città toscane, che tante relazioni
hanno fra loro. Ma intanto il suo libro sarà una nuova e solida base
alle indagini storiche fiorentine. E noi dobbiamo essergli doppiamente
grati, perché ci ha consentito di studiarlo sulle bozze di stampa. Cosí
ce ne siamo potuti valere prima che sia pubblicato, e lo citeremo assai
spesso. Di altri lavori non parliamo qui, ma il lettore li troverà
ricordati nelle note.


II

Lasciando per ora da parte i documenti e gli autori, veniamo a parlare
della leggenda, la quale, come dicemmo, presenta un primo problema
da risolvere o almeno da discutere. Essa si diffuse di certo assai
largamente nel popolo. Anche la _Divina Commedia_ (_Par._ XV, 125), ci
descrive la donna fiorentina che, filando,

    Favoleggiava con la sua famiglia
      De' Troiani, di Fiesole e di Roma.

Ciò non ostante, la sua origine apparisce piú letteraria che veramente
popolare. Non è infatti che uno strano amalgama di tradizioni
classiche e medievali, la piú parte cavate da libri, e piú o meno
arbitrariamente alterate, sull'assedio di Troia, la fuga di Enea, le
origini di Roma, con le quali l'orgoglio municipale voleva connettere
quelle di Firenze, raccogliendo cosí le poche ed incerte cognizioni o
piuttosto tradizioni, che su di ciò si avevano. La leggenda comincia
con Adamo, e subito lo abbandona, arrivando rapidamente alla fondazione
di Fiesole, per opera di Atalante e di sua moglie, col consiglio di
Apollonio astrologo. Fiesole fu la prima città, costruita nel luogo
piú sano d'Europa, e di qui il suo nome: _Fie sola_. I loro figli si
sparsero sulla terra, che andarono popolando. Il primo si chiamò Italo,
e diede il suo nome all'Italia; il terzo si chiamò Sicano, e dette il
suo nome alla Sicilia, che conquistò. Il secondo, Dardano, andò piú
lontano a fondare la città di Troia.[51] Qui la leggenda corre di nuovo
rapida fino alla guerra di Troia, alla fuga d'Enea, alla fondazione
di Roma, di cui Firenze è la figlia prediletta. Si procede quindi
assai piú lentamente a parlare di Catilina, e su di esso (tanti sono
i particolari che di lui si narrano) deve esserci stata una speciale
leggenda, la quale o venne piú tardi a congiungersi con le altre,
che formarono la cosí detta _Chronica de origine Civitatis_, o piú
probabilmente si svolse prima da questa, e vi fu poi ricongiunta nelle
compilazioni posteriori.

Dopo aver cospirato contro Roma, egli venne a Fiesole, dove i Romani
lo inseguirono e lo combatterono, sotto il comando dei consoli Metello
e Fiorino, il secondo dei quali morí in battaglia, ed il loro esercito
fu pienamente disfatto presso l'Arno. A vendicarli però venne Giulio
Cesare, il quale pose l'assedio a Fiesole, la distrusse, e poi sul
luogo stesso dove era stato ucciso Fiorino, fu edificata una città
nuova, che da lui prese il nome di Fiorenza. Catilina fuggí verso
l'Appennino pistoiese; colà fu inseguito e disfatto. La mortalità
fu tale e tanta, che ne scoppiò una peste, da cui venne il nome a
Pistoia.[52] Il nome delle città toscane è dalla leggenda spiegato
sempre collo stesso metodo, Pisa viene da pesare. Ivi i Romani
riscuotevano i loro tributi, i quali erano tanti che essi dovevano
pesarli in due luoghi diversi; e questa è la ragione per la quale
usarono il nome di questa città al plurale: _Pisae Pisarum_. Lucca
viene da lucere, perché essa fu la prima città, che si converti alla
luce del Cristianesimo. Dello stesso genere è l'origine del nome di
Siena. Quando i Franchi[53] vennero a combattere i Longobardi nel
mezzogiorno, si fermarono in un luogo dell'Italia centrale, dove
lasciarono tutti i loro vecchi. Cosí alla città che ivi poi sorse, fu
dato il nome, usato anch'esso in plurale, di _Senae Senarum_. Firenze,
invece, ebbe, secondo la leggenda, il suo nome da Fiorino, sebbene
altri piú tardi lo facessero derivare da _Fluentia_, perché posta
sul corso del fiume Arno; altri, dai molti fiori che crescono sul suo
terreno. Essa fu costruita a similitudine di Roma, col Campidoglio,
il Foro, il Teatro, le Terme, e fu perciò chiamata la piccola Roma.
Suoi amici sono sempre gli amici di Roma, e nemici dell'una son sempre
quelli dell'altra.

Dopo cinquecento anni, cosí continua la leggenda, Totila _flagellum
Dei_ venne a distruggerla, ricostruendo subito Fiesole, la città
rivale. Qui è chiaro che si voleva dire Attila, perché questi ebbe
il titolo di _flagellum Dei_, e fu nel Medio Evo il tipo vero del
devastatore e distruttore di città. Ma esso non era venuto a Firenze,
e perciò fu mutato in Totila, che v'era stato, ma che non aveva avuto
lo stesso appellativo. A questo scambio dei due nomi, contribui anche
la loro somiglianza, né è il solo esempio che quella età ci presenti di
confondere Attila con Totila. Dante nella _Divina Commedia_, (_Inf._
XIII, 148-9) attribuisce ad Attila la distruzione di Firenze, là dove
ricorda

    Quei cittadin che poi la rifondarno
      Sovra il cener che d'Attila rimase.

E s'allontana doppiamente dalla leggenda, perché secondo essa furono
i Romani, che vennero a ricostruirla, e questa volta naturalmente a
similitudine di Roma cristiana, con le chiese di S. Piero, S. Giovanni,
S. Lorenzo ecc., come nella Città eterna.

Passarono cosí tranquilli piú di altri 500 anni,[54] quando finalmente
Firenze volle vendicarsi della sua eterna rivale, ed improvvisamente
assalí e distrusse Fiesole. Ora noi possiamo qui osservare, che se
Firenze fu la prima volta fondata ai tempi di Cesare; se piú tardi
fu ornata di monumenti romani; se, trascorsi 500 anni, fu distrutta
da Totila,[55] e dopo piú di altri 500 anni essa distrusse Fiesole, è
chiaro che la cronologia stessa della leggenda ci porta per lo meno al
secolo XI. Se poi aggiungiamo che l'assalto e la parziale distruzione
di Fiesole avvennero storicamente nel 1125, ne segue che la leggenda
non può essersi formata prima del secolo XII, come già dicemmo.

Qui essa sarebbe finita, e dovrebbe aver principio la storia. Il
Sanzanome infatti, che è il cronista piú antico, incomincia appunto
dalla distruzione di Fiesole. Il _Libro fiesolano_ però, che qualche
volta inverte a capriccio l'orditura della leggenda, vi fa infine
una giunta, che merita d'essere ricordata, perché dimostra quanto
era l'arbitrio con cui questi strani racconti s'andavano formando.
La giunta si riferisce agli Uberti, potenti cittadini di Firenze,
stati sempre avversi al governo popolare della loro Città. Secondo la
tradizione essi erano venuti di Germania cogli Ottoni. Questo però
evidentemente non piaceva al compilatore del _Libro fiesolano_, che
forse era amico degli Uberti, e però afferma, con un certo sdegno, che
gli Uberti erano invece discesi dal sangue di Catilina, «nobilissimo re
di Roma», il quale discese dai Troiani. Questi ebbe un figlio chiamato
Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana diè 16 figliuoli, dopo di
che fu da Augusto mandato a riconquistare la Sassonia, la quale s'era
ribellata. Colà suo figlio Uberto Catilina sposò una gran dama tedesca,
da cui nacque «il lignaggio del buon Ceto (Ottone) di Sansognia».
Cosí è falso che gli Uberti siano «nati dallo Imperatore della Magna,
ma la veritade è questa, che lo Imperatore è nato di loro».[56] Con
tale giunta, posteriore al resto della leggenda, si vede che l'autore
vuol glorificare gli Uberti; ma, ricordandosi che essi furon sempre
nemici del governo della Città, li fa discendere da Catilina e da
una Fiesolana. Non potendo però neppure disconoscere affatto il loro
carattere ghibellino, la loro origine germanica, se non sa decidersi a
farli discendere dagli Ottoni, li muta in loro progenitori. Cosí sono
soddisfatte la tradizione e l'ambizione o piuttosto l'adulazione del
compilatore.

Uno studio delle fonti di questa leggenda, che non ha certo una vera
importanza storica, ci condurrebbe fuori del nostro tema, perché non
getterebbe nessuna nuova luce sulle origini di Firenze. Diremo solo
che, oltre a Darete, _De excidio Troiae_, ed al comento di Servio
a Virgilio, essa attinge alla Storia di Orosio, alla Storia Romana
di Paolo Diacono ed alle altre parti della _Historia Miscella_,
ecc.[57] Ma, lasciando ora siffatto argomento, noteremo invece che,
incominciando con essa le loro storie, il Villani ed il Malespini, non
solo ricorrono a due diverse compilazioni, ma se ne valgono in modo
affatto diverso.[58] Ciò serve anche a provare che, se il Malespini
deriva dal Villani, non ne è però sempre ed in tutto una copia.
Egli si vale del _Libro fiesolano_, aggiungendovi di suo due interi
capitoli,[59] i quali contengono una vera e propria novella, che
probabilmente deriva da qualche episodio della leggenda di Catilina.
Piena di stranissimi anacronismi, essa è però scritta in una forma piú
corretta e assai piú vivace di tutto il resto.

Fiorino, che qui diviene un re di Roma, aveva in moglie la piú
bella donna mai vista, chiamata perciò Belisea. Dopo la disfatta e
morte di suo marito, ella restò prigioniera d'un pessimo cavaliere,
chiamato Pravus, che Catilina fece uccidere, pigliando seco Belisea,
di cui s'era perdutamente innamorato. Ma essa trovavasi in preda al
piú disperato dolore, perché non sapeva che cosa fosse mai avvenuto
della sua bellissima figlia Teverina, che stava chiusa nella casa
di Centurione, il quale l'aveva presa prigioniera e se n'era poi
invaghito. Baciandone le bellissime trecce, egli esclamava: «Queste
sono quelle che mi hanno incatenato, che io non vidi mai le somiglianti
trecce di bellezza». Il giorno della Pentecoste, la madre andò a
sentire la messa nella Canonica di Fiesole, dove a calde lacrime
piangeva la figlia perduta. Colà fu sentita da una fantesca, che
conosceva dov'era la giovinetta, e lo rivelò alla madre. Saputolo
Catilina, assalí subito Centurione nel proprio palazzo, e dopo fiera
battaglia lo prese prigioniero. Questi dovette allora la vita alle
intercessioni di Belisea, la quale, avuta la figlia, volle salvarlo;
ne curò le ferite, e lo indusse a partire, perché non fosse preda
dello sdegno di Catilina. Persuaso a partire, e già salito a cavallo,
Centurione chiese di rivedere Teverina, per darle l'ultimo addio. Ma
quando l'ebbe vista, distese a lei la mano, la tirò sull'arcione, e se
ne fuggí subito con le sue genti, menandola seco a galoppo. La madre
tramortí per dolore, e Catilina «con tutta la sua baronía», con mille
cavalieri e due mila pedoni, inseguí il traditore, che raggiunse a
dieci miglia di distanza, nel castello di Nalde, dove pose l'assedio.
Ma in quel momento gli giunse novella che i Romani correvano verso
Fiesole, e fu costretto a ripartire subito, per arrivare colà prima
che vi ponessero l'assedio. E cosí finisce questo singolare episodio,
aggiunto alla leggenda, quando essa, perduto il suo primitivo
carattere, pretendeva di essere una storia, e diveniva una novella.

Il Villani segue invece una piú antica compilazione, e non accoglie la
novella di Belisea; conosce anche il _Libro Fiesolano_, e se ne vale,
ma lo respinge come poco autorevole, appunto là dove abbiam visto che
il Malespini lo segue. Ricordando infatti la pretesa discendenza degli
Uberti da Catilina, egli aggiunge: «questo non troviamo per alcuna
autentica storia, che per noi si provi».[60] Oltre di ciò, volendo dare
alla leggenda, per quanto gli è possibile, una forma piú autorevole
e storica, vi porta piú d'una volta alterazioni, che cava ora dalle
fonti medesime da cui essa ha attinto, ora da poeti e storici romani
che cita, come Ovidio, Lucano, Tito Livio, e specialmente Sallustio,
del quale si giova per aggiungere particolari storici ai racconti
leggendari su Catilina. Resterà pur sempre un fatto psicologico
eternamente istruttivo quello che ci presentano gli uomini di questo
tempo, massime il Villani, il quale, contemporaneo di Dante, pratico
degli affari, culto, intelligente, acuto osservatore, poteva a
tanta intelligenza, cultura e buon senso, unire tanta e cosí puerile
credulità.

Ma che cosa, in sostanza, si può cavare di certo dalla _Chronica de
origine Civitatis_? Oltre all'ambizione, che avevano quasi tutte
le città italiane, di ricondurre le loro origini ai Romani ed ai
Troiani, essa vuol farci sapere che Fiesole, etrusca, fu l'eterna
rivale di Firenze, romana, la quale non poté prosperare fino a che non
l'ebbe distrutta. E però Catilina, nemico di Roma, è il difensore di
Fiesole; Cesare, Augusto, gl'Imperatori sono i fondatori, difensori,
restauratori di Firenze, fatta sempre a similitudine di Roma, chiamata
piccola Roma, Augusta, Cesarea, ecc.; Totila o Attila, cioè i barbari
che sovvertirono l'Impero, sono quelli che la disfecero. Piú tardi
un'altra leggenda la fa ricostruire da Carlo Magno, il restauratore
dell'Impero. Cosí almeno è narrato dal Villani e dal Malespini; ma
non ve n'è traccia nel _De Origine_, e neppure nel _Libro fiesolano_,
che, imbevuti di tradizioni romane, non conoscono ancora leggende
cavalleresche. Infatti, nel darci questo racconto, il Villani dice:
«Troviamo per le Croniche di Francia».

Le prime origini di Firenze furono attribuite alla etrusca Fiesole. E
Dante stesso dice de' Fiorentini nel suo Inferno (xv-61-3):

    Ma quell'ingrato popolo maligno
      Che discese da Fiesole ab antico
      E tiene ancor del monte e del macigno.

Niccolò Machiavelli nelle sue _Storie_, lasciando da parte (come aveva
già fatto Leonardo Bruni) tutte le leggende medioevali, diceva che i
mercanti fiesolani cercarono, fin da tempi remotissimi, di avere un
emporio sull'Arno. Cosí a poco a poco s'andarono costruendo capanne,
che poi divennero case, le quali formarono una città. Ma ciò sarebbe
avvenuto per opera dei Romani, dopo le guerre cartaginesi. Altri
suppose che ciò potesse essere avvenuto quando, secondo Livio (187 a.
C.), Flaminio _viam a Bononia perduxit Arretium_.[61] Ma questo primo
periodo della storia di Firenze è oscurissimo. Strabone non la nomina
neppure; la ricordano Tacito e Plinio, il primo dei quali racconta
che insieme con altre città, essa mandò una deputazione a Tiberio, per
impedire che la Chiana venisse immessa nell'Arno, dal che temevano una
inondazione. Quaranta anni dopo, Floro la ricorda fra i _municipia
splendidissima_, che piú soffrirono ai tempi di Silla, il quale la
mise all'asta.[62] Un'antica iscrizione in cui si leggeva: JUL[_ia_]
AUG[_usta_] FLOR[_entia_] fece ritenere che Firenze fosse colonia
romana fondata da Augusto. Ma recentemente il Mommsen sostenne che
questa iscrizione si deve riferire non a Firenze, bensí a Vienna nella
Gallia[63] Il _Liber coloniarum_ (213.6) la pone tra le colonie dedotte
dai Triumviri (_colonia deducta a triumviris, adsignata lege Julia_).
E però qualche scrittore, riferendosi al primo triumvirato la dice
fondata da Cesare (59 a. C.), gli altri, riferendosi al secondo, la
ritengono fondata da Ottaviano Augusto (43. a. C.). Pure, non ostante
il _Liber coloniarum_, non ostante la citata iscrizione e le parole
di Floro, altri scrittori propendono a credere che Firenze sia colonia
sillana, opinione cui sembra inclinare anche il Mommsen.[64] Gli scavi
recentemente fatti proverebbero, secondo il prof. Milani, direttore del
Museo Archeologico di Firenze, che ai tempi di Silla la città aveva già
non poca importanza.[65] In conclusione però se si disputa sul primo
fondatore della colonia, la esistenza di Firenze colonia romana, non
solo è certa, ma gli avanzi dei monumenti ai nostri giorni scoperti ce
la fanno sempre meglio conoscere. Le mura romane erano visibili ancora
nel Medio Evo, ed alcuni avanzi se ne sono pure trovati ai nostri
giorni.

Prima però di questa Firenze colonia romana, ve n'era stata di certo
un'altra piú antica, quella cui si dovrebbero riferire le parole di
Floro, quando la chiama _Municipium splendidissimum_. Ma di essa non si
sa nulla di veramente certo, e finora si hanno delle ipotesi piú o meno
fondate, ma solo ipotesi. Possiamo aggiungere che gli scavi piú recenti
han messo in luce alcune tombe italiche assai antiche, ed alcuni
frammenti architettonici che, come già dicemmo, si possono, secondo il
prof. Milani, ritenere anteriori anche ai tempi di Silla.

Comunque sia di ciò, la Firenze colonia romana aveva la forma
dell'antico _castrum_, un quadrato, traversato da due grandi strade
perfettamente orientate, le quali s'incrociavano ad angolo retto nel
centro di essa, e la dividevano in quartieri. Il Campidoglio era nel
mezzo, là dove piú tardi fu la chiesa di S. Maria in Campidoglio; ivi
era anche il Foro, nel luogo stesso dove fu poi il Mercato Vecchio ora
demolito. V'erano inoltre nella Città un anfiteatro, che nel Medio
Evo fu chiamato il Parlascio, del quale si vedono ancora le tracce
presso il Borgo dei Greci; un teatro in via dei Grondi; un tempio
d'Iside, dove ora è S. Firenze; le Terme nella strada che ora ne porta
il nome.[66] Non è quindi da maravigliarsi se questa città, che del
resto era allora assai piccola, e tutta al di qua d'Arno, pretendesse
chiamarsi piccola Roma, e cercasse le proprie origini nella tradizione
romana. Tutto infatti ne' suoi monumenti parlava di Roma, e ciò
trovava naturalmente eco nelle menti e nella fantasia fiorentina donde
scaturí poi la leggenda. Anche oggi noi troviamo sempre nuovi avanzi di
monumenti romani, esempi di architettura bizantina, nulla di veramente
gotico o longobardo, appena qualche traccia di etrusco.

Come è naturale la Città s'andò col tempo allargando, e si formarono
dei borghi fuori della mura, il piú grosso dei quali, al di là del
fiume, congiunto ad essa per mezzo del Ponte Vecchio. Nella seconda
metà del secolo XI, e propriamente nel 1078, se è esatta l'affermazione
del Villani (IV, 8), alle palizzate che circondavano questi borghi
furono sostituite le nuove mura. Si può credere che di ciò egli avesse
notizia sicura, giacché, come sappiamo, sorvegliò alla costruzione del
terzo ed ultimo cerchio delle mura incominciate nel 1299 (VIII, 2 e
31), e distrutte in gran parte ai nostri giorni, non restandone ora che
alcuni brani.

A cominciare dalle invasioni barbariche una profonda oscurità
circonda per lungo tempo la storia di Firenze, e le poche notizie che
ne abbiamo, o sono di nuovo leggendarie affatto, o dalla leggenda
alterate. Nel 405 Radagasio con un'orda di Goti, cui s'erano uniti
altri barbari, si fermò in Toscana, ed assediò Firenze, le cui mura
poterono resistere fino all'arrivo di Stilicone generale romano, il
quale disfece quelle orde, ponendo a morte il loro capo. La resistenza
fatta allora venne assai magnificata, e la vittoria di Stilicone fu
attribuita a miracolo. La tradizione aggiunse, che il fatto seguí il di
8 ottobre, giorno di S. Reparata, e che perciò i Fiorentini iniziarono
in esso le corse del pallio, e fondarono la chiesa di S. Reparata, cose
tutte che sono invece di tempi posteriori. Questa leggenda perciò vale
solo a provare, come durasse lungamente in Firenze la memoria dello
scampato pericolo.

Segue un secolo d'assoluto silenzio, e poi la _Chronica de Origine
Civitatis_, ci dà la notizia ripetuta qui anche dal Villani, che
Totila, _flagellum Dei_, distrusse Firenze e fece riedificare
Fiesole.[67] Al che il cronista aggiunge l'altra leggenda, secondo
la quale, dopo essere restata la Città cosí guasta e disfatta per
350 anni, Carlo Magno, imperatore, invitò i Romani a volerla insieme
con lui riedificare, a similitudine di Roma, e cosí essa sorse con
le chiese di S. Pietro, S. Lorenzo, S. Maria Maggiore ecc. come sono
a Roma, e le fu dato anche un territorio di tre miglia intorno alle
mura.[68] Si vede qui che la ricostruzione di Firenze fatta, secondo
il _De Origine_, subito dopo la pretesa distruzione operata da Totila,
e da lui già ricordata piú sopra, gli sembra prematura, perché Firenze
restò lungo tempo ancora in grandissimo abbandono; e quindi, senza
troppo confondersi, registra anche la leggenda posteriore, che la fa
costruire invece da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero.

Ma che cosa possiamo noi trovare di vero in tutto ciò? Nel 542 Totila
venne veramente in Toscana, e mandò parte de' suoi ad assediare
Firenze. Giustino, che ivi comandava la guarnigione imperiale, chiese
allora aiuto a Ravenna, ed all'avvicinarsi del soccorso verso la
Città, Totila richiamò i suoi, ritirandosi nel Senese. Inseguito
dagl'Imperiali, li disfece; ma non tornò poi contro Firenze, andando
invece verso il mezzogiorno d'Italia. Tale almeno è il racconto di
Procopio, seguito anche dai moderni.[69] I Goti tornarono, è vero, piú
tardi, e furono senza difficoltà padroni della Toscana e di Firenze,
dove commisero molte crudeltà; ma non la distrussero. Questi sono
i fatti, tutto il resto è aggiunto della leggenda, la quale, col
suo linguaggio fantastico, voleva dire, che seguí un lungo periodo
di oscurità e di oppressione, da cui i Fiorentini cominciarono a
sollevarsi alquanto solo a tempo dei Franchi.

I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo
due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un _Dux civitatis
Florentinorum, Gudibrandus_, che essi vi posero; ma altro non sappiamo.
In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione,
non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu
interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal
piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in
Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni
di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo
secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un
borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono
tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora
di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole.
E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí
anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto
il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica
divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino,
il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i
Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla
parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado
fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale
del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le
aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della
riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto
anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi
immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò
parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e
privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini,
e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli
che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti
vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di
Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72]
Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della
leggenda stessa.

E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore
dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché»,
prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele
all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955,
nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista,
facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia,
doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto
concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise
pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero
in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli
Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano
un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili
principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria
della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze
non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere
un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua
giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei
miglia.[74]

Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della
distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i
Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto
le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele
fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero
corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli
edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese
e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a
tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti
profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche
le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco,
quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse
si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]

Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa
principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto
travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita
«sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre
conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo
già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete
che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una
signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento
uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai
Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune,
è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le
ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile
che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di
Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel
1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú
probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione
di Fiesole _piú di 500 anni_ dopo la distruzione di Firenze, per opera
di Totila, il quale venne _500 anni_ dopo la fondazione della Città,
il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010
e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo
del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia,
che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra
civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può
osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue
germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista
forse sentiva e non capiva.

Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare,
sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come
scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine
germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero
anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non
ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma,
assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin
dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue _Costitutiones olonenses_,
la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una
scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di
ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta
che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si
fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti
popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057,
dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano
IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla
elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani,
in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi
tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo,
che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte
sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir
del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S.
Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono
le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di
cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne
allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma
dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente
nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel
1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da
Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo
alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.

Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente
nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo
Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che
esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del
duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato
ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i
monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento
di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato
da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca,
fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso
Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione,
n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi,
e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva
naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già
predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe
adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal
vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale,
che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di
viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza
i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo
simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi;
invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano.
Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere
indirizzate: _Dilectis in Christo civibus florentinis_. Biasimava la
simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle
accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti
al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite;
intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca
illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti,
con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere
piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per
troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come
rane (_velut ranae in paludibus_) confondono ogni cosa, e possono
paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché
portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]

Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo
in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui,
come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui
molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da
preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il
resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città,
e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte
di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano
non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a
Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio
allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione,
ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal
Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati,
sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che
già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli,
come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di
ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar
di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva
ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che
aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto
in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione,
a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla
prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col
nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di
vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile
famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di
Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco,
presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque
miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente
la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non
avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e _non
condotto, ma trascinato_ dinanzi al _Preside_ della città.[81] I beni
poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati
confiscati dalla _Potestà_, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva
il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in
un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto
questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi.
Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il
fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra
cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e
preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí
almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già
le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso.
L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano
al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme
era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine,
che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte
difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni
ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu
minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi.
Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne
nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come
santo.

Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a
Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola,
poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata,
nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la
narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e
dalla superstizione, per quanto i nomi di _Preside_ e di _Podestà_, che
troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali,
chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo
un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in
Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come
una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la
propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa,
finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume
il nome di _populus florentinus_, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano,
con le parole _cives florentini_. Non sono, è vero, altro che forme
imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.



CAPITOLO II

LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE


I[83]

I Longobardi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia, che oppressero
duramente e lungamente, posero, come è noto, un duca in ciascuna delle
città principali che occuparono. Roma restò libera da essi, perché
v'era il Papa; Ravenna, perché ben presto vi fu l'Esarca, e quasi tutte
le città poste sulla riva del mare furono preservate del pari, perché i
Longobardi non erano navigatori, e avevano bisogno di chi facesse per
loro il commercio marittimo. Questa è anzi la ragione per la quale le
repubbliche come Venezia, Amalfi, Pisa, Napoli, Gaeta, sorsero prima
delle altre. I duchi ebbero molta autorità e indipendenza; alcuni dei
Ducati, massime ai confini, divennero cosí grossi, che somigliarono a
piccoli regni, come furono quelli del Friuli, di Spoleto, di Benevento.
Tutto questo contribuí non poco alla decomposizione del regno, ed alla
caduta del dominio dei Longobardi, i quali non seppero mai all'ardire
ed alla forza unire alcuna grande qualità politica.

Venuti i Franchi, posero invece dei duchi, i conti, i quali ebbero però
minore importanza e piú piccolo territorio. Carlo Magno, uomo di grande
ingegno politico, non voleva nel suo impero mantenere signori, che,
per la voglia di rendersi indipendenti, ne potessero mettere a pericolo
l'esistenza. Ma ai confini era pur necessario avere piú forte difesa;
vi costituí quindi le Marche, che somigliarono ai piú grossi Ducati
longobardi, e venero affidate a margravî o marchesi (_Mark-grafen_,
conti di confine, marchesi o margravî). Cosí si formò anche il
Marchesato di Toscana, la cui sede principale fu in Lucca, città che
fin dal tempo dei Longobardi aveva, con un proprio duca, avuto non
poca importanza, mentre che, come già ricordammo, Firenze era allora
caduta in tanta oscurità da essere, nei documenti del tempo, ricordata
come se fosse un borgo di Fiesole. Questi margravî divennero quasi da
per tutto potentissimi, ed aspirarono a sempre maggiore grandezza. Da
essi sorsero infatti uomini come Berengario, Arduino, che mirarono a
costruire un regno d'Italia, s'opposero vigorosamente all'Impero, cui
recarono spesso gravissimi danni, e mossero guerre sanguinose.

Non v'è quindi da maravigliarsi se la politica degl'Imperatori tedeschi
fu piú tardi costantemente diretta ad indebolire in Italia i margravi
ed i conti maggiori, dando esenzioni e benefizî ai vescovi, ai minori
feudatarî, dichiarando ereditarî i benefizî concessi a questi ultimi,
per renderli indipendenti dai maggiori e piú pericolosi. Ne crebbe
quindi, specialmente in Lombardia, la loro importanza e cosí pure
l'autorità politica dei vescovi, che divennero anch'essi veri e proprî
conti. Ma in Toscana le cose andarono diversamente. Sia che la minor
forza ed espansione, che ivi ebbe il feudalismo, lo rendesse meno
temibile all'Impero; sia che, per la maggiore lontananza, riuscisse
meno agevole governare il paese; sia pel bisogno d'avere nel centro
d'Italia uno Stato forte, che facesse argine alla potenza crescente
dei Papi; sia che questi ne favorissero la formazione, vedendovi un
argine contro l'Impero; sia, come è probabile, per tutte queste ragioni
insieme riunite, certo è che i duchi o marchesi di Toscana (giacché
portavano l'uno o l'altro titolo) crebbero di forza e di potenza, e
piú tardi divennero anch'essi minacciosi all'Impero. Ma ne rimase,
al paragone della Lombardia, assai abbassata la potenza dei vescovi e
dei conti, sotto il peso crescente dei margravî, che s'andavano d'ogni
parte allargando, e sembravano qualche volta veri sovrani dell'Italia
centrale. Per le stesse ragioni ne fu ritardato anche il sorgere delle
città, massime di Firenze.

Già fin dalla seconda metà del decimo secolo, il marchese Ugo, di
origine salica, chiamato il Grande, dominava la Toscana, il ducato di
Spoleto, la Marca di Camerino; teneva, quasi come sovrano indipendente,
la sua sede in Lucca, ed era favorito dagli Ottoni. I suoi successori
continuarono a governare con autorità poco diversa dei duchi di
Benevento, e Bonifazio III allargò il suo Stato anche nell'Italia
superiore, tanto da dar ombra ad Enrico III, col quale seppe spesso
lottare d'astuzia. Bonifazio, assai avido di potere, e d'indole
dispotica, privò molti vescovi, conti e conventi de' loro beni, sia
per impadronirsene, sia per darli a piú fidi vassalli. Aggravò la sua
mano anche su quelle città, che, per la cresciuta loro importanza,
aspiravano a qualche maggiore indipendenza. Fra queste erano
principalmente Lucca e Pisa. La prima aveva prosperato per essere stata
lungamente la sede principale del Ducato, la seconda dovette invece
la sua prosperità al mare, su cui era, secondo la felice espressione
dell'Amari, già libera, quando in terra rimaneva ancora soggetta.
Firenze però viveva allora sempre modesta ed oscura, col suo piccolo
commercio, circondata per tutto da castelli feudali.

L'anno 1037 Bonifazio aveva sposato Beatrice di Lorena, da cui ebbe
nel 1046 la figlia Matilde, la celebre Contessa o _Comitissa_, come
la chiamano i cronisti. Morto Bonifazio, assassinato nel 1052, Matilde
si trovò ben presto a governare la Toscana e tutto il Ducato, insieme
con la madre; piú tardi, alla morte di lei nel 1076, fu sola signora
dei vasti dominî. Beatrice, donna assai religiosa, aveva, in seconde
nozze, sposato Goffredo di Lorena, il cui fratello fu papa Stefano IX,
e ciò li spinse sempre piú a favorire la politica papale, che fu poi
da Matilde seguíta con passionato ardore. Questa donna d'alto animo
e di energico carattere, quando si trovò sola, assunse subito con
fermezza le redini del governo, e spesso la vediamo, colla spada al
fianco, sui campi di battaglia. La sua politica condizione fu piena di
pericoli, perché essa venne trascinata nell'aspra lotta, che scoppiò
allora tra l'Impero e la Chiesa. Il grande e fiero Ildebrando condusse
questa lotta dapprima come ispiratore di varî Papi; piú tardi, salito
sulla cattedra di S. Pietro col nome di Gregorio VII, si trovò egli
stesso a dirigerla di fronte ad Arrigo IV, ed ebbe in Matilde il piú
franco e valido sostegno. In questo conflitto, che divise ed agitò
l'intera Europa, molte furono, come era naturale, le opposte passioni
che s'accesero in Italia. Le città che, come Pisa e Lucca, si tenevano
oltraggiate dal duca Bonifazio, si dichiararono per l'Impero, che
subito le favorí contro Matilde. Lo stesso fecero tutti i feudatarî
scontenti, massime quelli che da Bonifazio erano stati spogliati dei
loro beni. Matilde, è vero, piú di una volta li tolse a coloro cui
erano stati arbitrariamente donati; ma di rado li restituí poi agli
antichi possessori, preferendo concederli invece a chiese, a conventi,
a suoi fedeli. E ciò dette nuova esca al fuoco. Ne nacque cosí un
viluppo sempre piú intricato di opposte passioni, d'interessi in
conflitto, fra i quali Firenze cominciò finalmente a cavarne vantaggio.
Il suo spirito guelfo e la sua posizione commerciale, sulla via che
conduce a Roma, l'avevano, sin dal principio, fatta inclinare verso la
Chiesa, e la facevano adesso parteggiare apertamente per Beatrice e per
Matilde, che perciò molto la favorirono.


II

Per lungo tempo si credette che sin dal 1102 la città avesse avuto i
suoi Consoli, cioè la sua indipendenza, perché essi sono ricordati in
un trattato, che ha questa data, col quale gli abitanti di Pogna le si
sottomettevano. Ma riusciva difficile mettere in armonia un tal fatto
con la dipendenza allora chiaramente manifesta di Firenze da Matilde.
Piú tardi fu provato che la data del documento era sbagliata, e doveva
mutarsi in 1182, quando realmente era avvenuta la sottomissione di
Pogna. L'indipendenza della Città fu perciò portata a dopo del 1115,
anno in cui morí la Contessa. Ma non riusciva poi facile spiegare le
guerre che già prima la Città aveva mosse, per suo proprio conto, ed
altri eventi di simile natura. La verità è che non si può assegnare
un anno determinato alla nascita del Comune fiorentino, il quale
s'andò lentamente formando e svolgendo dalle condizioni in cui
Firenze s'era trovata sotto gli ultimi duchi o marchesi. Riassumiamo
un momento il già detto. Noi abbiamo ricordato i tumulti popolari,
degli anni 1063-68, contro il vescovo Mezzabarba, accusato di simonia,
ed abbiamo narrato come finissero con la prova del fuoco, sostenuta
da Pietro Igneo nel 1068. Citammo, a questo proposito, le lettere
di S. Pier Damiano, indirizzate: _civibus florentinis_. Citammo
pure un documento[84] in cui il _clerus et populus florentinus_ si
rivolgevano al Papa, e, narrando ciò che era accaduto, parlavano di
un _municipale praesidium_, di un _Praeses_ della Città, e di una
superiore _Potestas_. Questo ci provò che la cittadinanza allora
già sentiva la sua propria personalità, e che dentro le mura v'era
già l'embrione d'un governo locale. La suprema _Potestas_ era senza
dubbio il duca Goffredo, marito di Beatrice: il _Praeses_ era il loro
rappresentante in Firenze. Dinanzi ad esso il Vescovo aveva minacciato
di far trascinare, come vedemmo, i suoi avversarî, i cui beni sarebbero
stati confiscati, egli diceva, se persistevano nella disubbidienza.
Questo Preside comandava il _praesidium_, al quale si dava nome di
_municipale_ prima ancora che il municipio veramente esistesse, ed un
tal nome ci prova che, almeno in massima parte, il presidio doveva
essere composto di cittadini. Ma tutto ciò dimostra del pari che,
quando Firenze faceva ancora parte integrante del Margraviato, le
forme, le tradizioni, le idee romane prevalevano già tanto in essa,
da far dare nomi romani ad istituzioni di origine feudale. Questo è un
fatto sul quale dobbiamo ora fermarci, perché ne sorge una questione,
che non è solo di forma, ma ha una vera importanza storica.

Un tale linguaggio non deve recare gran meraviglia, se pensiamo che
lo studio degli elementi del diritto romano, unito a quello della
retorica,[85] dell'_ars dictandi_, faceva allora parte del _Trivium_,
e s'insegnava perciò largamente in Italia. Nella prima metà del secolo
XI, uno studio anche piú elevato del diritto era già fiorente nella
scuola di Ravenna, di dove faceva sentire la sua crescente azione
in tutta la Romagna, e di là in Toscana. Pareva che questo diritto
rifiorisse spontaneamente dal seno stesso delle popolazioni latine,
in mezzo alle quali non s'era mai interamente perduto: nel suo nuovo
vigore esso modificava, alterava le istituzioni, le legislazioni
diverse con cui veniva a contatto.[86] Infatti nelle sentenze di
Beatrice e di Matilde troviamo qualche volta citato il Digesto, che
secondo la procedura del tempo, era portato nei tribunali da coloro
che su di esso fondavano i loro diritti.[87] Che anche i Fiorentini
attendessero a questo studio, e tenessero in gran pregio il diritto
romano, ne abbiamo una prova abbastanza manifesta nelle opere di S.
Pier Damiano. Egli ci narra d'una loro disputa giuridica, per la quale,
verso la metà di quel secolo, avevano chiesto il parere dei _sapientes_
di Ravenna, che, a suo grande disdegno, presumevano, coll'autorità
del Digesto, alterare le prescrizioni del diritto canonico. E fra
tali sapienti, egli dice, il piú impetuoso e sottile, era appunto un
Fiorentino.[88] Un'altra prova se ne potrebbe vedere nella osservazione
già fatta dal Ficker,[89] che cioè nei tribunali tenuti in Firenze e
nel suo contado, assai di rado si trovarono presenti quegli assessori
o causidici romagnoli, che abbondavano invece nei tribunali d'altre
parti della Toscana. Questo vorrebbe dire, ci sembra, che i Fiorentini
non avevano per ciò bisogno di ricorrere alla Romagna. Piú tardi,
cioè verso la fine del secolo, cominciò a fiorire in Bologna la
scuola d'Irnerio, che mirava all'esatta riproduzione, e promosse un
vero rinascimento del diritto romano. Ma la scuola di Ravenna, nel
tempo di cui qui parliamo, rappresentava invece una continuazione
dell'antica sapienza, in parte decaduta, in parte alterata dai diversi
elementi di civiltà, in mezzo ai quali sopravviveva, e che a sua volta
andava profondamente modificando.[90] Una di queste alterazioni,
assai notevole per le sue conseguenze, non solo giuridiche, ma
anche politiche, seguí nella formazione e nell'indole del tribunale
margraviale.

Noi sappiamo che Matilde, al pari de' suoi antecessori, amministrava,
in nome dell'Impero, la giustizia, solennemente presiedendo i
tribunali. Questo era anzi uno de' suoi principalissimi ufficî. Abbiamo
parecchie delle sue decisioni, dalle quali possiamo vedere come era
composto il tribunale. Accanto a lei sedevano alcuni grandi feudatarî;
poi v'erano giudici, assessori, causidici e testimoni; poi il notaio.
Già il Lami aveva osservato, che i giudici e specialmente gli assessori
mutavano, secondo che la Contessa andava da città a città, il che gli
dimostrava che non pochi di essi erano abitanti di quelle città in cui
giudicavano.[91] Ed invero chi sono costoro in Firenze? Noi vi troviamo
i Gherardi, i Caponsacchi, gli Uberti, i Donati, gli Ughi ed alcuni
altri.[92] Questi erano sin d'allora i principali e piú autorevoli
cittadini, i _Bomi Homines_, i _Sapientes_, gli stessi che piú tardi
vedremo Consoli. È un piccolo numero di famiglie, che prima entrarono
a far parte del tribunale margraviale, e poi si trovarono alla testa
del Comune. Il mutamento politico venne agevolato, apparecchiato da
un mutamento giuridico, seguito per la crescente azione del rinnovato
diritto romano. Quale fu questo mutamento? La distinzione precisa
delle diverse funzioni che, secondo il diritto germanico, spettavano
al presidente del tribunale, il quale pronunziava la sentenza, o ai
giudici, che l'apparecchiavano, applicando la legge, s'era andata
perdendo. Qualche volta la Contessa sentenziava senza i giudici; piú
spesso erano essi che facevano il processo, applicavano la legge,
formulavano la sentenza, la quale veniva semplicemente sanzionata
da lei, che si riduceva cosí ad essere, secondo dice il Ficker, un
presidente inattivo.[93] Ciò vien confermato dal vedere come piú di
una volta manchi nel tribunale la presenza stessa di Matilde, ed il
processo rimanga interamente affidato ai giudici. Entrata che fu per
questa via, le sue molte e gravi occupazioni politiche, le continue
guerre in cui si trovava impegnata, dovettero aumentare il numero
dei giudizî abbandonati a giudici cittadini. Ed il fatto doveva avere
una grande importanza in un tempo nel quale l'amministrazione della
giustizia era uno dei principali attributi della politica sovranità.
Questi tribunali cittadini sono quindi un segno precursore della
indipendenza comunale, prima che il Comune abbia ancora acquistato la
sua vera autonomia, la sua piena personalità. La notevole mancanza
di documenti, i quali provino la esistenza di giudizî presieduti da
Matilde in Firenze, negli ultimi quindici anni della sua vita, è una
conferma di quanto diciamo. Un fatto simile si riscontra ancora in
quelle città toscane che erano rimaste fedeli all'Impero, giacché vi
troviamo del pari esempi di tribunali, nei quali la giustizia non
veniva amministrata da potestà feudali, ma da cittadini investiti
dell'autorità giudiziaria dall'Imperatore.[94] Anch'essi sono un
apparecchio all'indipendenza comunale, quantunque non ne siano
veramente il principio, come alcuni pretesero.

Certo è che per questa e per altre vie, durante la lotta fra Matilde ed
Arrigo IV, molte delle città toscane, parteggiando per la Chiesa o per
l'Impero, venendone perciò efficacemente favorite, iniziarono cosí la
propria indipendenza. Dopo la sconfitta data a Matilde nel Mantovano,
l'anno 1081, Arrigo IV fece larghe concessioni a Pisa ed a Lucca,
dimostratesi a lui amiche. In un diploma dato a Roma, il 23 giugno
1081, egli non solo garantiva a Lucca la integrità delle sue mura, ma
le concedeva facoltà di non permettere ad alcuno di costruire castelli
dentro le Città o nel contado, a sei miglia d'intorno, e le assicurava
che non sarebbe costretta a edificare palazzo imperiale. Dichiarava
inoltre che non manderebbe messo imperiale a pronunziar sentenze nella
Città, riservando però il caso che fossero presenti l'Imperatore
stesso, il suo figlio o il cancelliere. Finalmente annullava le
_perverse consuetudini_ imposte da Bonifazio III a danno di Lucca,[95]
a cui dava libera facoltà di esercitare il proprio commercio nei
mercati di S. Donnino e di Capannori, dai quali espressamente escludeva
i Fiorentini. Quest'ultima clausola ci prova ad un tempo l'avversione
dell'Impero contro Firenze, e l'importanza che doveva allora avere già
preso il commercio di questa città. Nel medesimo anno, con un altro
diploma, furono a Pisa garantite le sue antiche consuetudini, ed Arrigo
le dichiarava, che non avrebbe nelle mura o territorio di essa mandato
a far placiti alcun messo imperiale, appartenente ad altro contado.
Ma, quello che è piú ancora, dichiarava che non manderebbe in Toscana
alcun marchese, senza il consentimento di dodici Buoni Uomini, eletti
dall'assemblea popolare, radunata in Pisa al suono della campana.[96]
Qui, se noi ancora non vediamo apparire i Consoli, abbiamo però in
questi Buoni Uomini o _Sapientes_ eletti dal popolo, i loro precursori,
ed abbiamo già una popolare assemblea. Se il Comune non è ancora nato,
lo vediamo, si può dire, nascere sotto i nostri occhi. Notevolissimo
è poi (se non v'è qualche interpolazione) il trovare sottomesso
all'approvazione del popolo l'invio di un margravio imperiale. Questo
accennerebbe anche al bisogno (inattuabile finché viveva Matilde) di
assumere direttamente il governo del Margraviato, cosa che, dopo la
morte di lei, fu davvero tentata, ma che anche allora solo in piccola
parte e per breve tempo poté, come vedremo, riuscire.


III

Ma le condizioni di Firenze erano molto diverse da quelle di Pisa
e di Lucca. Queste due città, già lo vedemmo, erano da gran tempo
state piú prospere. Esse avevano spesso combattuto fra loro; Pisa,
fiera e baldanzosa sui mari, aveva, sin dalla metà del decimo secolo,
cominciato una guerra lunga ed ardita contro i Musulmani in Sicilia,
nella Spagna, in Africa.[97] Firenze, invece, parteggiando per Matilde,
si trovava di necessità nemica di tutta quella grossa nobiltà feudale
del contado, che da ogni parte la circondava, e che, sin dai tempi di
Bonifazio III, scontenta del modo come era stata trattata dai marchesi
di Toscana, aderiva in parte non piccola all'Impero. Il suo antagonismo
con la Città era reso maggiore, non solamente dall'essere i nobili
di origine germanica, come germaniche erano le istituzioni feudali,
quando invece in Firenze s'era riunita una popolazione principalmente
artigiana, di origine e di tradizioni romane; ma anche dalla stessa
posizione geografica della Città. Se questa fosse stata sulla pianura,
come Pisa e Lucca, o sul monte, come Siena ed Arezzo, la nobiltà
feudale avrebbe avuto assai maggiore interesse ad entrarvi. Ma si
trovava in una valle, in mezzo ad un cerchio di colline, su cui s'erano
incastellati i nobili, che da ogni lato la circondavano minacciavano e
stringevano, chiudendo tutte le vie al suo commercio.

Queste condizioni geografiche portarono conseguenze non lievi nel
destino futuro di Firenze; anzi contribuirono non poco a dare alla
sua storia la particolare fisonomia che essa ebbe. Prima di tutto ne
resultò piú inevitabile, piú sanguinoso il conflitto tra i nobili
feudali e la Città, che sin dal principio dimostrò un carattere
assai piú democratico; ne fu inoltre molto ritardata la proclamazione
d'indipendenza. Perché questa fosse possibile, era infatti necessario
che Firenze giungesse ad aver forze sue proprie, tali da poter
combattere contro i tanti nemici che l'accerchiavano. Fino a che
ciò non avveniva, ogni suo interesse la induceva a starsene amica
e sottomessa a Matilde, che sola poteva tenere a freno i nobili, e
che, abbandonandola, l'avrebbe lasciata in preda sicura ai loro odî.
Ciò spiega, insieme col ritardo della proclamata indipendenza, anche
la totale mancanza di documenti intorno alle origini di un Comune,
il quale aveva già acquistato forze notevoli, e cominciava a far
guerre per suo conto, prima che avesse una esistenza ufficialmente
riconosciuta. Quelle guerre continuavano ad esser fatte in nome di
Matilde, che qualche volta si trovava presente in campo; la Città non
compariva nei pubblici atti, perché non aveva ancora una personalità
propria. Ciò non ostante, noi dobbiamo riconoscere i primi segni della
sua vita comunale nelle guerre da essa cominciate contro i nobili del
contado, a tutela del proprio commercio, guerre che andarono sempre
crescendo di numero e di forza, né cessarono mai fino al totale
annientamento d'ogni nobiltà feudale. Questo fu il punto di partenza e
il punto di mira di tutta quanta la storia fiorentina.

Di certo, sin dal principio noi troviamo anche in Firenze non poche
famiglie che possono dirsi nobili. Tali sono i Donati, i Caponsacchi,
gli Uberti, i Lamberti e quegli altri che abbiam visti nei tribunali,
e troveremo fra poco nel Consolato. Sono essi che comandano, che
governano, che stanno alla testa della Città. Ma non erano né conti,
né marchesi, né duchi, come i conti Cadolingi, Guidi, Alberti, che
dimoravano nel contado; non appartenevano a quei _Cattani lombardi_,
come li chiamavano allora, per indicare appunto la loro origine
germanica. Piú che veri nobili, essi erano dei _Boni Homines_, dei
Grandi,[98] senza titoli feudali; gente salita in Città a maggiore
fortuna, o discesa dalla piccola nobiltà feudale, oppressa nel contado,
e rifugiatasi perciò dentro le mura. Essi ben presto s'assimilarono
col popolo, alla cui testa si trovarono; presero parte a tutte le sue
guerre contro i vicini castelli, e le guidarono. Né è raro il caso,
come vedremo, di trovare piú tardi alcuni di essi, che esercitano
il commercio o sono a capo delle Arti, non appena che queste si
furono costituite un po' stabilmente. Ed è un fatto certo non privo
d'importanza, il vedere che nei tumulti seguiti a Pisa, a Siena,
altrove, s'incontrano spesso veri e propri nobili cittadini, come
conti, visconti e simili, i quali non s'incontrano mai a Firenze. Nei
documenti non c'è quasi mai avvenuto, quando si parla dei Fiorentini,
d'imbatterci nella parola _nobiles_, che invece è usata non di rado
quando si parla dei Pisani, dei Senesi o di altri. Troviamo, è vero,
di frequente, la parola _Milites_; ma se questi non erano popolani,
che certo allora non facevano parte della cavalleria, non erano in
Firenze neppure nobili feudali; erano quei maggiori cittadini, che
non attendevano ai mestieri, quei Grandi, di cui abbiamo piú sopra
fatto cenno. Accolti da Matilde nei tribunali, adoperati da lei in piú
modi, essi comandavano il _municipale praesidium_, ad essi era molto
probabilmente affidato l'ufficio di _Præses_, essi conducevano le
guerre. Piú culti, piú ricchi, piú adatti alla politica ed alle armi,
perché non costretti al lavoro giornaliero, erano quei _Boni viri_,
quei _Sapientes_, quei _Milites_, che troviamo piú o meno per tutto, e
qui con un carattere diverso.

Ma con questo Preside e presidio, con questi tribunali, sappiamo assai
poco del modo in cui era governata, amministrata una società, la quale
già cominciava a prosperare non poco, ad avere svariati interessi.
Il governo esercitato da Matilde doveva in Firenze essere poca cosa,
una volta che la Città poté cominciare a far guerre per proprio
conto, nel suo proprio interesse, sia pure che le facesse ancora in
nome di lei. A misura che la sua prosperità commerciale cresceva,
e la lotta coll'Impero teneva Matilde sempre piú occupata, la Città
doveva rimanere sempre piú abbandonata a sé stessa. La conseguenza
fu che sin d'allora si andarono formando quelle associazioni, in cui
la cittadinanza si divise ed organizzò, e che piú tardi noi troviamo
già forti e vigorose. Questo faceva sí che quasi senza un governo
centrale, esistesse un governo locale, e che le forze del Comune
s'apparecchiassero di lunga mano, prima che esso proclamasse la
sua indipendenza. E spiega come è che quando esso fu sorto davvero,
poté subito con grande rapidità progredire e mettersi a capo della
Toscana. Certo è che, nella seconda metà del secolo XII, noi vediamo
da una parte i Grandi o, se cosí vogliamo chiamarli, i nobili ordinati
in Società delle torri, delle quali ben presto troveremo anche gli
statuti; e vediamo dall'altra le associazioni delle Arti non solo
esistere, ma avere anche una politica importanza tale da far loro
assumere qualche volta la rappresentanza stessa della Repubblica.
È possibile supporre che ciò avvenisse senza una lunga preparazione
antecedente? Le _Scholae_, da cui vennero poi le Arti, non continuarono
nel basso Impero, non le troviamo in tutto il Medio Evo dividere
la società intera, anche l'esercito, anche gli stranieri a Roma, a
Ravenna? Potevano averle distrutte i barbari, che non esercitavano
i mestieri, di cui pure avevano bisogno? Il commercio e l'industria
fiorentina erano già, sotto la contessa Matilde, cresciuti di certo.
Il diploma del 1081 ce ne ha dato una prova, e le prime guerre
iniziate dai Fiorentini, nell'interesse del loro commercio, ce ne
dànno una sicura conferma. Se in tali condizioni noi non ammettessimo
le associazioni delle Arti, dovremmo ammettere sin d'allora l'operaio
moderno, isolato, indipendente, il che non è possibile nel Medio Evo.
Era un tempo in cui tutti i mestieri venivano esercitati da gruppi
di famiglie, e tradizionalmente si trasmettevano da padre in figlio.
Spesso anche gli ufficî pubblici venivano serbati ad alcune famiglie.
Era una società di gruppi e di caste, quella da cui il Comune cavò
poi lo Stato moderno, ma di questo non v'era allora neppur l'idea.
Supporre, come fanno alcuni, che le Arti sieno cominciate solo quando
ebbero proprî statuti, è assurdo. Questi formularono sempre ciò che
da un pezzo già esisteva, ed a Firenze ogni cosa ci fa credere che
le associazioni, sebbene ancora embrionali, delle Arti e delle Torri,
dovettero precedere la formazione del Comune, che da esse si svolse.


IV

Da per tutto noi vediamo del resto, in modo diverso, un lungo periodo
d'incubazione, che precedette la formazione del Comune, il quale
nacque, come era naturale, dagli elementi preesistenti. La celebre
Concordia che il vescovo Daiberto fece a Pisa, circa il 1090, forse
anche qualche anno prima,[99] dimostra che i nobili erano organizzati
e fieramente si combattevano fra loro colle torri, che egli indusse
a demolire in parte, con solenne giuramento di non oltrepassare mai
l'altezza di 36 braccia, la quale era stata già prima determinata
nel diploma di Enrico IV (1081).[100] E colui, cosí proseguiva la
Concordia, che crederà essere ingiustamente danneggiato nelle sue
case, dovrà querelarsene _ad commune Colloquium Civitatis_; né la casa
del disturbatore potrà essere demolita, senza l'approvazione della
cittadinanza intera.[101]

Da tutto questo documento si vede non solo che i nobili pisani erano
già organizzati; ma che avevano dentro la Città una importanza non mai
avuta a Firenze.[102] Ancora non troviamo i Consoli, e se ci fossero
stati, il documento li avrebbe certo nominati. Vi sono però tutti
gli elementi che costituiranno quel Comune assai piú aristocratico
del fiorentino.[103] Si vede in fatti già un _commune Consilium_
di _Sapientes_ o _Boni homines_, che è una specie di Senato, ed il
_commune Colloquium_ di tutti i cittadini, che sarà poi il Parlamento o
Arrengo. Cinque _Sapientes_, di cui si danno i nomi, si trovano accanto
al Vescovo.[104] Essi sono gl'immediati precursori, i _Vorbilder_,
(come dice giustamente il Pawinski) dei Consoli, che poco dopo,
nel 1094, troviamo finalmente nominati in un'altra Concordia dello
stesso Daiberto. Alla loro autorità (_huius civitatis Consulibus_)
egli esplicitamente se ne appella, ordinando che fossero lasciati in
pace i fabbri, i quali attendevano ai lavori che eran tenuti fare al
Duomo.[105] Il Comune pisano adunque è preceduto da una lotta di nobili
armati ed ordinati intorno alle loro torri, ed i suoi Consoli sono
nominati la prima volta a difesa dei fabbri.

L'esistenza delle Arti fin dal secolo IX in Venezia viene accertata
dalla cronaca Altinate, la quale ci prova che sin d'allora esistevano
alcune maggiori industrie, esercitate da determinate famiglie,
ed i mestieri propriamente detti o _ministeria_, assai piú umili,
costituiti già come consorzî di persone, che esercitavano l'arte loro,
con regole tradizionali, definite. Questi mestieri o _ministeria_
indicavano una condizione non perfettamente libera, giacché coloro che
vi appartenevano erano tenuti a prestare allo Stato alcuni servizî
gratuiti. Le industrie maggiori, invece, come quelle del mosaico,
dell'architettura e simili, che richiedevano piú coltura ed ingegno,
esercitate dalle principali famiglie, erano conciliabili con gli ufficî
politici dello Stato.[106] Un documento del secolo XI ci dimostra che
allora l'Arte dei fabbri era costituita con a capo un Gastaldo, contro
il quale uno dei membri ricorse al Doge, per aver giustizia, secondo
le consuetudini non ancora scritte.[107] Tutto ciò costringe a credere
che l'esistenza delle Arti e delle associazioni in genere, nelle quali
la cittadinanza dei Comuni si trova piú tardi divisa, era antichissima,
e che a Firenze come altrove erano costituite già prima che il Comune
avesse proclamato la sua indipendenza. Altrimenti sarebbe impossibile
spiegarsi l'esistenza d'una città che, senza quasi avere un governo
visibile, già prosperava nel commercio, e faceva guerre per proprio
conto. Tutti i fatti che seguono e dei quali non si può dubitare,
resterebbero inesplicabili.


V

Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa
e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche _Scholae_,
trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future
Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie
dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste
associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella
quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da
Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza
del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria,
forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i
piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo
non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi
comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno
che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla
testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i
nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e
degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale
dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon
intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città,
chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente
armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i
prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa
Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto,
e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano
di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la
cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero,
contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo
di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore
la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si
pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità
del Comune.

Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera,
quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto
montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i
Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la
loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli
guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre,
assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che
i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva
dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto
nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero
il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici
potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí
si spiega piú facilmente la vittoria.[109]

Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. _Florentini iuxsta Pesa
Comites vicerunt_, dicono gli _Annales I_, i quali incominciano appunto
con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I _Comites_
qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di
Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero
per antonomasia chiamati _i Conti_. In Val di Pesa furono nel 1110
combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche _Cattani lombardi_, che
possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel
Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una
rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza,
quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle
genti di Matilde.

Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a
dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo
dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte
Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119,
quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario
imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del
castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo
alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel
1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco
vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV,
29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un
vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato,
che ancora non aveva l'appellativo _al Tedesco_. La confusione però
secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le
diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113
vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con
vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola
delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando
esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119,
quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto,
nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa:
il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza
anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di
Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val
di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di
Signa, Prato e Val d'Elsa.

Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato
invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari,
dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come
già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del
decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà
dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una
flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per
la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti
e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del
contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier,
al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo
ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro
un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava.
Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al
pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo,
nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto,
assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini.
Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente
ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita,
perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse
fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito
della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che
osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a
salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo
altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse
dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche
in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista,
comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.

Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in
segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo
o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le
colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo
scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S.
Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia,
erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda
ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore,
fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile
odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in
altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni,
e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una
ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112]
L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai
Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la
Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era
giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani
erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà,
in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché
non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in
sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero
degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete
il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la
terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della
disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide
ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto:
«ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora
ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del
fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena
fede.


VI

L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di
tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta
l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è
noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale
donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché
i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione
gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile:
quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú
complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali
pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di
Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva
poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati
dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne
seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine
al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo
rappresentante, col titolo di _Marchio, Iudex, Praeses_, ad assumerne
in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli
questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città,
che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono
in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono
perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale
del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito
germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di
questo partito sono di continuo chiamati addirittura _Teutonici_.[113]

Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non
aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati
sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro
Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche
dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad
una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva
acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva
altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo,
quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la
giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde,
ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto,
continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú
solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che
si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che
i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e
che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per
sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e
documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima
la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista
perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a
spiegarlo.

Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza
alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo,
è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché
veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure
questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era,
non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e
faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali
e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto
Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto
nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero,
si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a
capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano
gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser
fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo,
sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso,
e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già
prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del
popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso
nella formazione del nuovo governo.

E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato
primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di
mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei _Teutonici_, né
che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di
prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare,
sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra
queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in
Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in
quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui
di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a
dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli _Annales_, altri non
pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale
si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al
secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma
l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora,
quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano
l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge,
che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di
Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté _per la fede_, essendosi
nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei,
e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma,
sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo
traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo
visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con
un moto religioso, ed è certo ancora che gli _Annales I_, all'anno
1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia
alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città
incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova
d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra
tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che
gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano
avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici.
Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti
gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo
egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi
subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale
che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva
davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era
assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che
era certo principalissimo.

In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio
dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi
ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe
perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato,
nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già
potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che
avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto
fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma
esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran
parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da
quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti.
Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari
degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi
Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte
della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla,
ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177,
aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso
agli Uberti, che _reggievano_ la Cittade, e quasi tutta l'arse, che
poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117]
Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi
una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che
_reggevano_ la Città.

E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti,
di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione,
noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam
visto che anche la leggenda del _Libro Fiesolano_, respingendo questa
origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di
Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi
gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo
primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre
civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi
gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con
altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della
statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in
Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là
dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido
di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli
eretici?[118]


VII

Ma chi vinse intanto nella lotta seguita dopo la morte di Matilde? I
fatti lo provano abbastanza chiaramente. Nell'anno 1119 i Fiorentini
uscirono a dar quell'ultimo assalto al castello di Monte Cascioli, cui
abbiamo sopra accennato. Ed è in questo momento che incontriamo davvero
il già menzionato _Rempoctus_[119] o Rabodo, che il Villani (IV, 29)
con altri cronisti, fa apparire nel 1113, chiamandolo Roberto tedesco,
vicario imperiale, e facendolo quell'anno morire in guerra, a difesa
del castello. Noi abbiam detto che allora non potevano esserci vicarî
imperiali in Toscana, dove furono mandati dopo la morte di Matilde.
Infatti i documenti solo adesso cominciano a parlarne, trovandosi l'11
settembre 1116, per la prima volta, ricordato _Rabodo ex largitione
Imperatoris Marchio Tusciae_;[120] e nel 1119, Rabodo Dei gratia si
quid est,[121] la stessa formola di cui si serviva Matilde ne' suoi
diplomi. Nel 1120 esso scomparisce dalla scena, ed in sua vece troviamo
il margravio Corrado. Possiamo dunque ritenere, che Rabodo veramente
morí alla difesa di Monte Cascioli, nel 1119, per opera dei Fiorentini,
i quali allora finalmente riuscirono a demolire del tutto e bruciare il
castello.[122] E cosí la prima loro impresa, dopo la morte di Matilde,
fu la distruzione d'un castello dei Cadolingi, con la disfatta e
l'uccisione del primo vicario imperiale, mandato allora in Toscana. Ce
n'è piú che d'avanzo, per sapere quale fu l'attitudine che essi presero
di fronte all'Impero ed ai Teutonici.

L'altro fatto piú notevole ancora, che seguí poco dopo, fu la presa e
distruzione di Fiesole nel 1125. Il Sanzanome, che da questa guerra
fa incominciare la storia, come esso dice, moderna di Firenze, ce
ne dà una descrizione assai lunga, retorica, ampollosa. Dalla quale
però caviamo che la vera origine del conflitto fu principalmente il
commercio. I Fiesolani avrebbero malmenato, spogliato d'ogni suo avere
un mercante fiorentino, che, con le proprie mercatanzie, passava
tranquillo per la loro città. E questo fatto, unito alla memoria
degli antichi rancori, di altre recenti depredazioni, avrebbe acceso
gli animi alla guerra. Immantinente _factum est Consilium per tunc
dominantes Consules de processu_. Uno dei primi cittadini arringò
il popolo, incominciando: _Si de nobili Romanorum prosapia originem
duximus.... decet nos patrum adherere vestigiis_. Dopo di che, _illico
a Consulibus exivit edictum_. Un Fiesolano, invece, alludendo alla
origine leggendaria della propria città, cosí cominciava la sua
perorazione: _Viri frates, qui ab Ytalo sumpsistis originem, a quo tota
Ytalia dicitur esse derivata_. Tutta questa retorica erudita, che, in
uno scrittore dei primi del secolo XIII, ci fa sempre piú vedere quanto
pieni di tradizioni romane fossero gli antichi Fiorentini, innanzi
e dopo la formazione del loro Comune, non può nascondere l'origine
vera della guerra, quale ci vien confermata anche dal Villani, che
incomincia adesso ad avere assai maggiore importanza storica. Fiesole,
questi dice, era divenuta un vero nido di Cattani e masnadieri, i quali
infestavano le strade ed il contado fiorentino.[123] Eran sempre quei
signori feudali, che dalle loro rocche volevano impedire il commercio
e l'espansione del Comune.

Ma in questo caso v'erano speciali ragioni, che dovevano rendere
inevitabile e piú sanguinosa la guerra. I comitati o contadi delle
due città s'erano, come avvenne anche altrove, formati sul territorio
delle diocesi, che a lor volta erano stati calcati sulle antiche
divisioni romane. Essendo però, non solo vicini, ma quasi intrecciati,
compenetrati fra loro, e i rispettivi vescovi non avendo mai avuto,
come in Lombardia, l'autorità ed il potere di conti, ne seguí, che
finirono col formare una sola giudiciaria. I documenti infatti parlano
spessissimo del contado o giudiciaria di Fiesole e di Firenze, come se
fosse una sola medesima cosa. Era quindi naturale che, alla morte di
Matilde, Firenze, col divenire un Comune indipendente, volesse dominare
sui due contadi, come era naturale che Fiesole a ciò si opponesse
vivamente, e però, sebbene assai piú piccola, valendosi della sua
forte e fortificata posizione, s'alleasse coi nobili di contado, li
accogliesse nella sua rocca, e di là dessero insieme noia continua ai
mercanti fiorentini, e depredassero le campagne. Cosí incominciò la
guerra. I particolari di essa ci restano ignoti, perché il Sanzanome
li esagera in modo da renderli incredibili, e gli altri ne tacciono
affatto.[124] Non dovette però essere breve, né facile, a cagione della
forte posizione di Fiesole, e fini certo con stragi crudeli, con la
quasi distruzione di quella città. Né ce lo dicono solo i cronisti.
L'abate Atto di Vallombrosa, poco dopo, invocava da papa Onorio II
perdono _pro Florentinorum excessibus_, adducendo, a loro scusa, che
fra di essi v'erano pure vecchi, donne e bambini, che certo non avevano
potuto prender parte alla _fesulana destruccio_, e che molti di quelli
che erano andati al campo, dichiaravano ora di volersi correggere,
perché sinceramente pentiti di tutti gli eccessi, che _non meditata
nequitia commisere_.[125] La memoria del fatto, sopravvissuta poi
lungamente in Firenze, s'incontra spesso nei documenti,[126] ed è certo
che con esso e con la disfatta del vicario imperiale a Monte Cascioli,
la indipendenza del Comune fu assicurata stabilmente.


VIII

Nessuno può dubitare che Firenze avesse ora un proprio governo coi suoi
Consoli, sebbene nei documenti che abbiamo, si trovino menzionati la
prima volta solo nel 1138. Il Sanzanome però ce ne parla esplicitamente
nella impresa contro Fiesole, quando, come vedemmo, fa da essi
deliberare la guerra. Ma quale è l'origine vera e la natura di questo
nuovo magistrato? Fu da molti sostenuta l'opinione, che i Consoli
derivassero generalmente dagli antichi giudici. In Lombardia sarebbero
stati non altro che una trasformazione degli Scabini franchi, e sarebbe
quindi assai naturale che fossero in Firenze una trasformazione dei
giudici del tribunale margraviale, ai quali Matilde aveva, già assai
prima di morire, abbandonato l'ufficio di pronunziare le sentenze. Ma
questa è un'idea, che ormai non può piú sostenersi, perché contiene
una parte sola del vero. Quando, infatti, noi vediamo i Consoli
nell'esercizio delle loro funzioni, che cosa essi sono, che cosa essi
fanno, secondo i cronisti e secondo i documenti? Conducono le guerre:
conchiudon trattati in nome di tutto il popolo, che rappresentano;
governano la Città; amministrano la giustizia. E quest'ultimo è a
Firenze come altrove, _uno_ dei loro ufficî, il quale essi adempiono,
perché strettamente connesso coll'esercizio del potere politico, che è
la vera e principalissima loro funzione. D'altronde che cosa è che fa
veramente nascere il Comune fiorentino? La mancanza appunto di quella
superiore autorità politica che sino allora aveva comandato in Toscana,
il bisogno di condurre le guerre contro gli antichi e nuovi nemici.
Il carattere politico ed il carattere militare dovevano adunque di
necessità prevalere.

Ed in questo concetto dobbiamo confermarci ancora, se esaminiamo come
era costituito il tribunale dei Consoli. Dapprima sembra che tutti o
parte di essi indistintamente lo presiedessero; piú tardi tre di essi,
scelti a turno, e chiamati _Consules super facto iustitiae_, o anche
_Consules de iustitia_, presiedono per un mese; piú tardi ancora sono
due che presiedono per due mesi, e finalmente, quando però il governo
primitivo ha mutato natura, ve n'è uno solo che presiede per tutto
l'anno.[127] Potevano essere o non essere uomini periti in legge,
giacché non facevano che pronunziare, confermare la sentenza, ma non
l'apparecchiavano, né la formulavano. A quest'ufficio attendeva un
vero e proprio _iudex ordinarius pro Comune_, con tre Provveditori o
_Provisores_, che studiavano il processo e scrivevano la sentenza. I
Consoli non facevano che presiedere il tribunale, e quando mancavano,
il che pur seguiva qualche volta, esso funzionava da sé. Il posto
adunque che vi pigliavano era in sostanza quello di Matilde, di chi
cioè rappresentava la sovranità, non quello de' suoi giudici.[128]

L'indole vera del nuovo governo noi la possiamo intendere meglio,
esaminando piuttosto quali erano i diversi elementi che costituivano
la cittadinanza, dai quali esso necessariamente si svolse. Due, come
sappiamo, erano le classi principali e gl'interessi che si dividevano
la Città: le associazioni cioè delle Arti e quelle dei Grandi o delle
Torri. La forza del numero stava di gran lunga dalla parte del popolo;
ma i Grandi avevano assai piú la cultura, l'educazione alle armi ed
alla politica, l'arte di governo già da essi in parte esercitata.
Quindi è che da essi vennero i Consoli, i quali, in sul principio,
s'aggirarono in un numero assai ristretto di famiglie, tanto da
sembrare poco meno che ereditarî. La sventura di Firenze, come del
resto anche degli altri Comuni, esclusa Venezia, fu che i Grandi non
poterono mai andare d'accordo fra loro. La nobiltà feudale fu in Italia
come una pianta esotica, portata sopra un terreno ingrato. Di origine
germanica, essa formava altrove parte di tutto un sistema politico;
era capitanata dall'Imperatore intorno a cui si stringeva; ebbe delle
virtú qualche volta eroiche; dette origine ad una particolare forma di
civiltà, ad una letteratura che fiorí nella Francia e nella Germania,
non mai in Italia, molto meno poi in Toscana. I nostri signori feudali
dominati solo da interessi personali, s'appoggiavano all'Impero,
per combattere il Papa; al Papa, per combattere l'Impero; all'uno o
all'altro indistintamente, per combattere le città. E questo seguiva
di continuo anche nel contado fiorentino. I Grandi che risiedevano
dentro le mura della Città, erano, è vero, d'indole assai diversa,
molto piú vicini al popolo, con cui si accomunavano; ma erano composti
di elementi assai discordi, perché alcuni di loro erano venuti su dal
popolo; altri discesi dai castelli feudali, con cui avevano aderenze,
da cui speravano aiuti. L'ambizione del potere ben presto li divise, e
la facilità con cui gli uni trovavano favore negli artigiani, quando
gli altri lo cercavano e lo avevano nel contado, fecero da questi
semi rapidamente germogliare le civili discordie. Piú tardi poi, con
l'aumentarsi di coloro che dai castelli venivano in Città, si formò
tra di essi un vero partito aristocratico, ghibellino, contro il
partito guelfo e popolare. Ma siamo ancora assai lontani da ciò, perché
l'interesse generale di far guerra ai signori del contado, prevalse
lungamente su tutto e su tutti, da essa dipendendo l'esistenza stessa
del Comune.

Da quanto abbiam detto fin qui risulta sempre piú chiaro, che due
ordini ben distinti di cittadini già esistevano in Firenze: il popolo o
le Arti, ed i Grandi. Se il nuovo governo fosse sorto solo dalle Arti,
avrebbe preso la forma d'un ordinamento secondo i mestieri. Se fosse
sorto invece solo dai Grandi, avrebbe dato origine ad un ordinamento
regionale, locale, secondo i Sestieri della Città, nei quali essi
erano sparsi. Questa diversa tendenza noi la troviamo in tutti i Comuni
italiani. A Roma prevalse l'ordinamento per Regioni o Rioni; a Firenze
invece prevalse col tempo quello per Arti, a cagione della grandissima
prosperità che ebbero in essa il commercio e l'industria. Ma intanto
il predominio morale dei Grandi, le necessità urgenti della guerra,
per la quale l'esercito poteva assai piú facilmente raccogliersi ed
ordinarsi a Sestieri, favorirono un ordinamento locale, ed i Consoli
furono quindi eletti per Sestieri.[129]

Che i Grandi fossero allora già costituiti in Società delle Torri,
può ritenersi provato dai documenti. Uno del 1165 parla di esse come
già esistenti da un pezzo,[130] e poco dopo troviamo nelle pergamene
dell'Archivio fiorentino addirittura brani dei loro Statuti.[131] La
torre era proprietà comune dei socî o consorti, i quali non potevano
lasciare la loro parte a chi non fosse della Società, o non venisse
ammesso col voto di tutti i componenti meno uno. Le donne erano
naturalmente escluse. Le spese per mantenere, armare la torre, che
era in comunicazione con le case vicine dei consorti, e serviva a loro
comune difesa, erano a carico di tutti. Tre o piú Rettori, che qualche
volta sono chiamati anche Consoli, governavano la Società, erano
arbitri delle liti, e sceglievano i loro successori. Questi Rettori e
loro consorti sono quelli che troviamo ora alla testa del governo; i
documenti provano chiaro che i Consoli del Comune sono quasi tutti di
famiglie che fanno parte delle Società delle Torri. Il vedere poi che
alcuni di essi, come ad esempio i Cavalcanti ed altri non pochi,[132]
si trovano qualche volta anche Consoli delle Arti, è una prova certa
della buona armonia in cui essi, come già piú volte dicemmo, erano
col popolo. L'ordinamento di queste Società, simile in qualche modo a
quello delle Arti, da cui forse era stato ispirato, non aveva nulla
di veramente feudale.[133] Se fossero in Città prevalsi solo gli
Uberti, piú aristocratici, le cose avrebbero di certo preso ben altro
aspetto; ma essi dovettero, sebbene di mala voglia, cedere alla forza
degli eventi, che spesso furono loro avversi. Assai di rado infatti li
troviamo nel consolato prima del 1177, quando cominciarono ad entrarvi
piú spesso, dopo aver fatto una vera rivoluzione. E ciò conferma che
nel 1115 essi avevano subito uno scacco. Il governo consolare venne
allora in mano di parecchie famiglie di Grandi, amiche del popolo, che
prevalse nelle assemblee, senza le quali non si decideva nessuna delle
grandi questioni e dei grandi interessi dello Stato.

I Consoli erano eletti in principio d'anno,[134] due per Sesto, tale
almeno sembra il loro numero normale, quantunque non sia certo, né paia
sempre costante. Fra questi dodici, due, scelti a turno, funzionavano
da capi del collegio, ed erano detti _Consules priores_. Cosí ne seguí
che i cronisti usarono nominare solo due, e qualche volta uno solo dei
Consoli. I documenti ne nominano due, tre o piú, che stanno però sempre
a rappresentare anche i colleghi, di cui si danno spesso i nomi. Di
rado, e solamente in casi eccezionali, se ne trovano ricordati piú di
12,[135] forse perché gli uscenti erano stati in ufficio alcuni giorni
insieme coi nuovi eletti, o per altra causa temporanea a noi ignota.
Tutto ciò non farà maraviglia, se si tien presente, che la costituzione
fiorentina è ora in uno stato di formazione, quindi sempre incerta e
mutabile, di che ne avremo molte altre prove.


IX

Importa qui osservare la parte che aveva il popolo nella costituzione.
Che le Arti fossero solidamente ordinate nei primi del secolo XII, è
fuori di ogni dubbio. Il Villani ci dice che i Consoli dei Mercanti
o sia dell'Arte di Calimala, verso il 1150 «ebbero in guardia dal
Comune di Firenze la fabbrica dell'opera di S. Giovanni». (I, 60). Ma
quello che è piú, noi troviamo che il 3 febbraio 1182 gli uomini di
Empoli, sottomettendosi a Firenze, si obbligarono a pagare ogni anno
50 libbre di buoni danari, che dovevano dare ai Consoli o Rettori della
Città, e quando non vi fossero, ai Consoli dei Mercanti, che avrebbero
ricevuto come rappresentati il Comune.[136] Ora se questi avevano già
acquistato una tale importanza nel 1182, è chiaro che ciò deve far
credere ad una esistenza assai piú antica dell'Arte. E se si pensa che
si tratta dell'Arte di Calimala, quella cioè che raffinava e tingeva i
panni di lana, fabbricati all'estero, massime in Fiandra, che poi da
Firenze andavano in tutti i mercati stranieri, si capirà a che grado
di prodigioso svolgimento dovesse essere già arrivato il commercio
fiorentino, e quanto piú antico bisogna perciò credere l'ordinamento
di molte delle sue Arti. Un solo esempio, è ben vero, proverebbe assai
poco, perché potrebbe interpetrarsi in piú modi; ma ne abbiamo anche
altri. Il 21 luglio del 1184 si faceva alleanza tra Lucca e Firenze,
con la dichiarazione, che i patti potevano essere modificati dai
Consoli fiorentini a _comuni populo electi_, e da 25 Consiglieri, tra
cui era espressamente stipulato, che dovevano essere compresi i Consoli
dei Mercanti.[137] Ed il 14 luglio del 1193, nella sottomissione degli
uomini di Trebbio, i sette _Rectores qui sunt super Capitibus Artium_
avevano essi soli l'incarico di far inserire i patti nel Costituto
della Città.[138]

Ma qui si presenta un'ultima osservazione, la quale ci fa vedere
di nuovo quanto incerto e mutabile fosse ancora questo governo.
I documenti, nell'accennare a quelli che erano a capo del Comune,
dicono quasi sempre: _Consules seu Rectores vel Rector_, e piú tardi
aggiungono ancora: Potestas sive Dominator.[139] Tutte queste parole
avevano allora un significato assai generale. Pure lo scrivere nei
trattati di pace, di alleanza o in altri solenni documenti: i Consoli
o i Rettori o la Potestà, deve avere una qualche ragione, e tanto piú
dovrà averla, se si aggiunge che spesso dicevano pure: _Consules qui
pro tempore erint, et si non erint_ ne faranno le veci i Rettori o la
Potestà o i Consoli delle Arti. Perché tanta incertezza nell'indicare
il supremo magistrato della Repubblica? Noi non troviamo che una
sola spiegazione possibile. Il governo reale, efficace della Città
era in mano delle associazioni; l'ufficio dei Consoli aveva poche
attribuzioni, né mai ebbe l'importanza e la forza d'un governo
centrale, quale noi lo immaginiamo oggi. Lo stesso può dirsi anche dei
Priori, degli Anziani e degli altri, che vennero dopo; ma è piú che mai
vero per i Consoli, i quali riunirono la prima volta in un governo solo
le varie associazioni della Città. Si prevedeva quindi che, per una
ragione qualunque, non fossero stati nominati, nel qual caso i Rettori
delle Torri o delle Arti avrebbero naturalmente assunto quel potere
che da essi emanava direttamente. Noi però non troviamo atti pubblici,
compiuti in nome di questi Rettori, il che prova che il caso, preveduto
come possibile, di rado s'avverava.

Piú volte trovammo menzionati i _Consiliarii_, fra i quali vedemmo
compresi i rappresentanti delle Arti. Sappiamo infatti che a Firenze,
come in tutti i Comuni italiani, v'era un Consiglio, che il Villani
(IV 7, e V. 32) ci dice essere chiamato, «secondo l'usanza data dai
Romani ai Fiorentini», Senato, e composto di cento Buoni Uomini. Nei
documenti, è vero, essi sono quasi sempre chiamati _Consiliarii_, una
sola volta avendo noi incontrato la parola _Senator_;[140] ma Senato
o Consiglio, Senatori e Consiglieri erano parole che si adoperavano
allora spesso l'una per l'altra, massime quando si trattava d'un
Consiglio ristretto o Speciale, come si disse piú tardi. Il numero
dei Consiglieri non lo troviamo mai con precisione determinato
nei documenti; crediamo però che quello ricordato dal Villani sia
alquanto al di sotto del vero, perché abbiamo un giuramento dato da
133 Consiglieri.[141] Forse se ne eleggevano 20 o 25 per Sestiere,
numero che poteva anche non essere costantemente lo stesso, dal che
ne seguiva che il Consiglio si poteva, con vocabolo approssimativo,
chiamare dei Cento. Ad esso bisogna aggiungere il Parlamento, detto
pure Arengo,[142] che era un'adunanza generale del popolo, tenuta nelle
grandi occasioni, per gli affari piú gravi.


X

Il Comune fiorentino era dunque come una confederazione di Società
delle Arti e delle Torri. Alla sua testa si trovavano, per la guerra,
per la finanza, la giustizia e gli affari piú importanti, i Consoli,
eletti ogni anno, con un Senato o Consiglio di Cento Buoni uomini
circa, eletti anch'essi ogni anno, e poi il Parlamento. I Consoli erano
quasi sempre scelti fra i membri che appartenevano alle Consorterie
delle Torri, e quando, per una qualunque ragione, l'elezione non
avesse avuto luogo, i Rettori di esse o quelli delle Arti potevano
temporaneamente farne le veci. Nel Consiglio le Arti avevano la
preponderanza, e cosí ne seguí che fin d'allora il governo fu veramente
popolare, e tutta la politica fiorentina fu diretta sempre a favorire
l'industria ed il commercio della Città.

A formarci però di un tale governo un'idea anche piú chiara,
occorrerebbe sapere con precisione quali e quanti erano i cittadini
che effettivamente vi partecipavano, e su ciò restano ancora parecchi
dubbî. Il contado veniva interamente escluso dal far parte della
cittadinanza, la quale non era concessa piena ed intera neppure a
tutti coloro che abitavano dentro le mura, gli operai minori e la
plebe essendone privi.[143] Il governo si trovava quindi in mano
d'alcune potenti famiglie, dei capi delle Arti e dei loro principali
aderenti. Fino agli ultimi tempi della Repubblica, infatti, la vera
cittadinanza, che sola dava diritto agli ufficî politici, rimase un
privilegio concesso a pochi, i quali anche nel 1494 non superavano di
molto i tre mila. E questa è la ragione per la quale, anche ai nostri
giorni, v'erano alcune modeste famiglie che si vantavano d'avere
l'antica cittadinanza fiorentina, come se fosse un ambito privilegio,
quasi un titolo di nobiltà. In Venezia, fino agli ultimi tempi della
repubblica, anche nel secolo passato, troviamo ancora diversi gradi
di cittadinanza, ed il governo sempre in mano di pochi. Questo in ogni
modo è uno degli argomenti che anderebbero nella nostra storia meglio
studiati. Nel Parlamento, è vero, s'adunava il popolo indistintamente;
ma queste adunanze erano il piú delle volte di pura forma. E quando noi
vediamo che il Parlamento veniva convocato in una piazza, spesso non
molto grande, o in una chiesa, bisogna pur concludere, che di nome, ma
non di fatto, vi pigliavano parte tutti gli abitanti delle Città.

È superfluo poi aggiungere, che allora non si conosceva alcuna esatta
divisione di poteri, quale si trova nelle costituzioni moderne. Gli
affari si dividevano piú secondo la loro importanza, e secondo la
qualità delle persone cui si riferivano, che secondo la loro natura.
Il Consiglio dei Cento non era, come si crederebbe oggi, un'assemblea
legislativa, né i Consoli un potere esecutivo. Questi giudicavano,
amministravano, comandavano in campo, eseguivano la volontà popolare,
e qualche volta compievano anche atti legislativi, senza il Consiglio,
che nelle riforme di maggiore importanza era sempre consultato, ma
assai spesso le votava o le respingeva senza discuterle. Il Parlamento,
nei casi piú solenni, approvava con un _placet_, senza capir sempre
neppure di che cosa si trattasse. Da un altro lato non solo gli
affari d'una certa gravità, massime se occorrevano danari, venivano
portati in Consiglio; ma questo poteva essere consultato su tutto
ciò che piaceva ai Consoli, da una proposta di condanna a morte, per
ragioni politiche, fino alla concessione d'un permesso per trasferire
la propria abitazione da un Sestiere ad un altro,[144] perché questo
fatto che a noi apparisce di cosí poco momento, poteva allora alterare
la distribuzione degli abitanti nelle diverse parti della Città, e
quindi la forza relativa di esse, e la proporzionale partecipazione dei
cittadini agli ufficî pubblici, cosa di cui s'era molto gelosi.

Tale era la forma di governo con cui il Comune di Firenze si costituí
la prima volta. Esso non era però ancora consolidato, né abbastanza
sicuro di sé. Il contado, in cui il Comune comandava, era molto
ristretto; i suoi confini incerti, disputabili e disputati; ed
anche dentro questi confini la sua autorità era debolissima, perché
i castelli dei nobili, non solamente si dichiaravano indipendenti
dalla Città, e non volevano riconoscere altra autorità fuori quella
dell'Impero, a cui neppur sempre obbedivano; ma le movevano guerra
continua, e continuamente eccitavano, aiutavano a ribellarsi da essa le
vicine terre. La prima cosa dunque che occorreva fare in questo momento
era: impadronirsi del contado colla forza delle armi, sottometterlo
davvero e governarlo, il che doveva, come vedremo, essere causa di
molte nuove e gravi perturbazioni, cosí interne come esterne. Esse
costituiscono la vera storia del Comune fiorentino, la quale ora
finalmente incomincia.



CAPITOLO III

PRIME GUERRE E PRIME RIFORME DEL COMUNE FIORENTINO[145]


I

Dopo la morte di Matilde, i messi inviati dalla Germania a riassumere,
in nome dell'Impero, il Margraviato di Toscana, si successero
rapidamente gli uni agli altri.[146] Furono quasi tutti uomini piú o
meno incapaci, che seguirono una politica titubante, senza mai nulla
concludere. Pigliavano l'autorità di margravî, ma erano ufficiali
temporanei dell'Imperatore. Privi di forze, ignari del paese,
s'appoggiavano ora agli uni, ora agli altri, senza distinguere gli
amici dai nemici; ed intorno ad essi scoppiavano guerre continue, di
cui non riuscivano mai a capir le ragioni. Un tale stato di cose,
attissimo a favorire la comunale indipendenza, durò fino al 1162,
quando Federico Barbarossa cominciò a far sentire la sua mano ferma,
iniziando una politica piú chiara e determinata, sebbene neppure a lui
riuscisse di ottenere grandi risultati.

I Fiorentini furono quelli che piú di tutti seppero profittare di
questa debolezza dell'Impero. Nel 1129, s'impadronirono del castello
di Vignale in Val d'Elsa;[147] nel 1135 distrussero quello di
Monteboni, da cui ebbero nome i Buondelmonti, che dovettero allora
sottomettersi, con l'obbligo di servire in guerra il Comune, ed
abitare alcuni mesi dell'anno in Città.[148] Il Villani, a questo
proposito, osserva che ora il Comune cominciò ad ingrandirsi «colla
forza piú che con ragione...., sottomettendosi ogni nobile di contado
e disfacendo le fortezze». Questa infatti fu la politica fiorentina,
e da essa due conseguenze dovevano inevitabilmente venire. La prima
era l'ingrandimento del territorio; la seconda, l'introduzione in
Città d'un numero sempre maggiore di nobili, il che apparecchiava la
formazione d'un partito aristocratico, avverso al popolo, e quindi le
guerre civili e i futuri mutamenti di governo.

Nel giugno 1135 entrava in Firenze il messo imperiale Engelbert,[149]
che pareva le fosse amico. Egli andò subito verso Lucca, dove toccò
una grave sconfitta. Fu piú tardi mandato Errico di Baviera, che venne
con qualche forza, e pareva avverso ai Fiorentini; ma ben presto andò
via, e gli successe Ulrico d'Attems, che si mostrò loro favorevole,
anzi nel 1141 andò con essi a fare una scaramuccia contro Siena.[150]
Queste erano però meteore che apparivano e sparivano. La principale
guerra dei Fiorentini incominciava adesso contro il conte Guido,
soprannominato il Vecchio, che era divenuto loro nemico. Occasione
della rottura era stata un'eredità contestata; ma la ragione vera
bisogna trovarla nella sua cresciuta e minacciosa potenza. Coi suoi
possedimenti egli circondava infatti da ogni lato la Repubblica: _per
se quasi civitas est et provincia_, scriveva di lui il Sanzanome.[151]
E prima gli tolsero un castello presso Ponte a Sieve, poi assalirono
quello di Monte di Croce. Ma il Conte, aiutato dalle vicine città,
poté il 24 giugno 1146, dare ai Fiorentini una disfatta. Pure anche
allora riuscirono ad ottenere patti vantaggiosi: una parte delle mura
doveva essere demolita, e sul castello essere innalzata la bandiera
fiorentina.[152] Ciò fu fatto, e per qualche tempo si ebbe tregua,
tanto piú che il Conte pare s'allontanasse per altre imprese. Ma piú
tardi le mura furono ricostruite,[153] ed i Fiorentini, dichiarando
violati i patti, improvvisamente assalirono nel 1153 il castello, e lo
demolirono. E cosí _Mons Crucis est cruciatus_, scriveva il Sanzanome.
Tutto ciò non poteva di certo contribuire alla pace. Il conte Guido
cedette una parte di Poggibonsi ai Senesi, con obbligo di fortificarlo
e difenderlo contro i Fiorentini, i quali si apparecchiavano ad
assalirlo. Accettando il dono, Siena s'impegnava quindi a prendere
parte attiva alla guerra, che cosí s'allargava.[154]


II

Se non che, appunto allora lo stato delle cose mutava, perché
s'incominciò a sentire in Toscana l'azione di Federico I Barbarossa.
Avvistosi che il duca Guelfo non riusciva a farsi rispettare,
mandò (1162-3) l'arcivescovo Rainaldo di Colonia, uomo accorto ed
energico, col titolo di _Italiae archicancellarius et imperatoriae
maiestatis legatus_, e l'incarico di riordinare l'amministrazione
imperiale, secondo un nuovo concetto. Federico accettava, come fatto
inevitabile, la dissoluzione del Margraviato, e voleva direttamente
assumere il governo delle varie parti di esso, per mezzo di Conti
o Podestà tedeschi, come già aveva fatto in Lombardia. E Rainaldo
si mise con ardore all'opera, ponendoli, con presidî tedeschi, nei
principali castelli del contado: dove i castelli mancavano, ne furono
costruiti dei nuovi.[155] S. Miniato, con la sua torre in cima del
colle, col borgo di S. Genesio in basso, fu il centro di questa nuova
amministrazione. Ivi Rainaldo pose Everardo d'Amern, col titolo di
_Comes et Federici imperatoris legatus_.[156] Il concetto politico di
Federico era chiaro e preciso; ma ad attuarlo, contro il volere dei
Comuni già liberi, contro l'interesse di molti dei conti indigeni,
sarebbero occorsi gran tempo ed un grosso esercito, cose che allora
mancavano ambedue. Rainaldo dové ben presto partire per altre imprese,
e quantunque gli succedesse l'arcivescovo Cristiano di Magonza,
anch'esso uomo di valore, i risultati pratici dell'opera loro furono
assai scarsi. Riuscirono solo a cavar danari, smungendo le popolazioni:
«come buoni pescatori, cosí dice un cronista, stesero abilmente le loro
reti per tutto». Ma politicamente nulla di stabile fondarono.

Si videro, è vero, per tutto sorgere i nuovi Podestà tedeschi, i
_Teutonici_, come li chiamavano. Troviamo infatti ora di continuo
menzionati il _Potestas Florentiae o Florentinorum_, e cosí quelli
di Siena, Arezzo, ed altri molti. Dentro le mura, però, delle grosse
città, poco o nulla potevano, perché in esse continuavano a governare
i Consoli, i quali nel contado contrastavano l'autorità dei Teutonici.
Era uno stato di cose che non poteva durare a lungo. Ad alcune
città amiche, l'Imperatore stesso concedeva, che, per mezzo dei loro
Consoli, ma in suo nome, esercitassero la giurisdizione dentro le
mura, qualche volta anche in una parte del contado, esentandone però
sempre i nobili, spesso le chiese e conventi, che riteneva sotto la
sua autorità.[157] In tutto il resto dell'Italia centrale dovevano i
suoi Podestà comandare senz'altro, non avendo egli alcun dubbio sul
pieno e assoluto diritto dell'Impero. Ma la questione era adesso piú
di fatto che di diritto, e poteva essere risoluta solo dalla forza, che
l'Impero non aveva in Toscana. E però quello che ne seguí, fu una gran
confusione. Le grosse città, e piú specialmente Firenze, continuarono
a reggersi come prima; nel contado invece Podestà imperiali, Conti
toscani, signori feudali, grossi e piccoli. Consoli od altri ufficiali
del Comune si disputavano ogni giorno l'esercizio dell'autorità; e
le popolazioni non sapevano piú a chi obbedire. Le stesse città, gli
stessi nobili che si dichiaravano per l'Impero, non si adattavano ai
disegni di Federico, anzi li combattevano, perché in sostanza a tutti
puzzava questa signoria teutonica, esercitata da avidi e prepotenti
ufficiali dell'Impero.

Una pittura abbastanza fedele di tale stato di cose possiamo cavarla
dalle antiche deposizioni di testimoni, che furono, in diverse
occasioni, chiamati a dare autentici ragguagli sulle condizioni del
paese. Coloro che andarono a deporre sul monastero di Rosano, ce lo
descrivono come dipendente dal conte Guido, che era continuamente
costretto a difenderlo «dal castellano di Montegrossoli, da altri
Teutonici e dai Consoli fiorentini», che tutti presumevano esercitarvi
la loro autorità. Essi ci fanno vedere a Monte di Croce, Consoli di
quella terra e vice-comiti, i quali comandano nello stesso tempo, e
sono costretti a difendersi dai Teutonici, dalle pretese dei Consoli
e di altri ufficiali del Comune fiorentino.[158] Né minore confusione
descrivono quelli che furono, in altra occasione, chiamati a deporre
sul castello e sulla valle di Paterno, il cui dominio veniva disputato
tra Fiorentini e Sanesi. Un testimone dice, che ai suoi tempi vide
comandare colà, come in tutto il contado fiorentino, un tal Pipino,
_Potestas Florentiae_. Un altro ricorda di aver percorso la Valle
di Paterno e tutto il contado fiorentino, in compagnia dei Consoli
del Comune e di un Teutonico. Parecchi affermano di esservi andati
ora con Pipino, ora con altri Teutonici, ora coi Consoli, i quali
tutti erano obbediti del pari, e riscotevano tasse. Singolare è la
deposizione d'un Giovanni _de Citinaia_, che fece lungo racconto delle
vicende seguite colà, negli ultimi tempi. Narrò d'un prete, che svelse
dal suolo un grosso pilastro, di cui, non sapendo a quale scopo vi
fosse posto, voleva servirsi per la costruzione della sua chiesa. Ma
pesava tanto che, con un carro e due buoi, non riuscí a portarlo via.
Laonde i contadini ivi presenti, esclamavano: _Domine sacerdos, male
fecisti, quia est terminus inter Florentinos et Senenses_. Dopo di
ciò, cosí continuava il teste, due individui andarono dal castellano
di Montegrossoli, dicendogli che se li secondava nel far ricostruire
il castello di Paterno, gli avrebbero fornito le prove dei diritti che
aveva sopra di esso. Il castellano corse lieto a Firenze per ottenerne
l'assenso; ma tornò in fretta, dicendo che smettessero di lavorare,
avendo i Fiorentini ricusato, perché veniva in Toscana l'arcivescovo
Cristiano di Magonza, il quale già era in Lombardia. Allora i Senesi,
profittando della occasione propizia, demolirono i lavori abbandonati,
e spadroneggiarono essi. Di certo non è possibile immaginare una
moltiplicità maggiore, una maggior confusione e contrasto di autorità
e di diritti.[159]

Per Firenze e pei Comuni di Toscana in genere, non v'era quindi ora
da far altro, che profittare d'ogni occasione opportuna a sostenere,
colle armi o coll'astuzia, i proprî diritti. La guerra era già
scoppiata tra Pisa e Lucca, con la quale s'era unito il conte Guido,
nemico dei Fiorentini, che fecero perciò trattato d'alleanza con Pisa.
Ne ottennero molti vantaggi pel loro commercio, impegnandosi però
a pigliar parte attiva nella guerra.[160] E lo facevano volentieri,
perché si trattava non solo di combattere i Lucchesi, ma anche il conte
Guido e Cristiano di Magonza, che li sostenevano. Parve dapprima che
Cristiano, ponendo, il 23 marzo 1173, Pisa al bando dell'Impero, e
togliendole cosí tutti i privilegi già prima concessi, la inducesse
alla pace. Infatti il 23 maggio fu concluso un accordo (cui erano
presenti anche i Fiorentini), con obbligo che fra Pisa e Lucca si
procedesse allo scambio dei prigionieri. Il bando fu ritirato il 28 del
mese stesso, e la pace venne solennemente conclusa in Pisa, il primo di
giugno.

Ma dopo due mesi avvenne un fatto inaspettato, che fece correre
subito alle armi. Il 4 di agosto l'arcivescovo aveva invitato a San
Genesio i Consoli di Pisa e di Firenze; e quando furono colà, li fece
improvvisamente prendere e gettare in carcere. Che cosa era seguito
di nuovo, per voler rendere inevitabile la guerra, dopo aver tanto
cercato la pace? Si sono immaginate molte spiegazioni, ma una cosa
sola si sa di certo. Il 5 maggio 1172, mentre cioè che erano già
innanzi le trattative di pace, s'era a Firenze stretto un segreto
accordo, al quale i Pisani non potevano essere rimasti estranei. Alcuni
Samminiatesi, cacciati dalla loro terra come ribelli all'Impero,[161]
avevano, nel palazzo del vescovo di Firenze, giurato non solo di far
causa comune coi Pisani e coi Fiorentini; ma di dar loro la terra
di San Miniato, se riuscivano a riprenderla, anche quando la torre
fosse rimasta in mano dei Tedeschi.[162] Il fatto è certo, perchè il
documento che stringeva l'accordo è arrivato fino a noi. Non è un
vero e proprio trattato, non essendovi stati presenti i Consoli, e
mancandovi le formole essenziali alla vera legalità. Ma l'aver giurato
e firmato nel palazzo del vescovo; l'avervi preso parte alcuni dei
principali cittadini, fra cui uno degli Uberti;[163] l'aver conservato
il documento in Archivio,[164] sono prove che i governi delle due città
non furono estranei all'accordo, e che si voleva solo nasconderne
o mascherarne la vera importanza. Da tutto ciò, dalla mala voglia e
lentezza con cui procedeva lo scambio dei prigionieri, Cristiano si
persuase che la pace era fittizia, che volevano aggirarlo e tradirlo.
Perduta quindi la pazienza, si lasciò andare all'atto imprudente
ed inconsiderato, che rese ormai impossibile la pace da lui tanto
desiderata.

I Fiorentini erano infatti già nell'agosto a Castel Fiorentino, dove i
Pisani, accampati a Pontedera, mandarono loro in aiuto 225 cavalieri,
con due dei proprî Consoli. Cristiano s'avanzò subito col conte Guido e
coi Lucchesi; ma questi ultimi dovettero abbandonarlo, perché i Pisani,
consigliati a ciò dai Fiorentini, erano entrati nel loro territorio e
lo devastavano. Tuttavia, sebbene stremato di forze, egli affrontò il
nemico, e combatté con valore accanto alla bandiera; ma fu disfatto.
Noi ignoriamo il seguito della guerra; certo è però che Cristiano ben
presto partí, che nel 1174 i Samminiatesi ribelli tornarono con onore
nella propria terra, e che finalmente nell'anno seguente si concluse
una pace fra le tre città combattenti.[165]

I Fiorentini intanto continuavano sempre a sottomettere città e
castelli nel loro contado.[166] Sin dal 1170 avevano costretto a
duri patti gli Aretini,[167] amici del conte Guido, ed ora andarono
a combattere sotto le mura d'Asciano, terra vicina ad Arezzo, la
quale s'era sottoposta in parte ad essi, in parte ai Senesi, che
volevano ora impadronirsene del tutto. Questi furono, il 7 luglio
del 1174, disfatti, lasciando al nemico un migliaio di prigionieri, e
dovettero quindi, sottomettersi a condizioni di pace assai dure.[168]
Le trattative andarono in lungo, ma furon pure concluse nel 1176. I
Fiorentini vennero riconosciuti legittimi padroni di tutto il contado
fiesolano e fiorentino, ed ebbero una parte di ciò che possedevano in
Poggibonsi i Senesi, i quali dovevano aiutarli nelle loro guerre, salvo
contro l'Impero ed i suoi messi, che[169] promettevano cercare con
ogni opera di rendere amici di Firenze. V'erano anche parecchie altre
durissime condizioni.[170] Che i Fiorentini riuscissero ad imporre
tali patti, dopo la piccola guerra d'Asciano, è certo una prova della
loro cresciuta potenza; ma è certo ancora che, se i Senesi non erano
per sempre decaduti, questa non poteva essere che una pace fittizia e,
dopo molto esitare, conclusa solamente per ottenere la liberazione dei
prigionieri.


III

Questi trionfi esterni si ripercotevano però in modo impreveduto
nell'interno della Città. Il governo dei Consoli, con la prevalenza
in esso del partito popolare, aveva sempre piú lasciato da parte i
potenti, massime la consorteria degli Uberti, i quali ben di rado noi
troviamo ora alla testa del Comune,[171] di che, come era naturale,
si mostravano assai poco contenti. Invece le continue sottomissioni
di castelli e terre avevano in Città aumentato sempre piú il numero
dei nobili di contado. I quali, se dapprima, come semplici _assidui
habitatores_ o _cives salvatichi_, non potevano pigliar parte al
governo, potevano unirsi agli scontenti, ingrossarne il numero e la
forza. Divenuti coll'andare del tempo, veri e proprî cittadini, ebbero
modo d'operare piú efficacemente. E cosí ne seguí finalmente, che nel
1177 gli Uberti presero animo a tentare una rivoluzione, la quale fu la
prima delle guerre civili in Firenze.

Tutti i cronisti ne parlano, e non dovette esser cosa di poco momento,
perché durò due anni circa, con molto spargimento di sangue, con
incendi che distrussero gran parte della Città, al che s'aggiunse
anche una piena d'Arno, che fece crollare il Ponte Vecchio. Il Villani
descrive i due incendî seguíti nel 1177, dal Ponte al Mercato Vecchio,
il primo; da San Martino del Vescovo a Santa Maria Ughi ed al Duomo,
il secondo; poi descrive la caduta del ponte, ed aggiunge, al solito,
che tutto ciò fu giusto giudizio di Dio contro la Città divenuta
ingrata, superba e piena di peccati. Della rivoluzione seguita nello
stesso tempo, egli discorre come se con gl'incendi non avesse relazione
alcuna. Gli Uberti, esso continua, che erano «i piú possenti e maggiori
cittadini di Firenze, co' loro seguaci nobili e popolani, cominciarono
guerra contro i Consoli, che erano signori e guidatori del Comune, a
certo tempo e con certi ordini, per la invidia della Signoria che non
era a loro volere. E la guerra fu cosí aspra che si combatteva in piú
parti da vicinanza a vicinanza, con le torri armate, le quali erano
alte da 100 a 120 braccia. Se ne costruirono anzi delle nuove per le
Comunità delle contrade, coi danari delle vicinanze, e le chiamavano
Torri delle Compagnie. Si continuò cosí a combattere per due anni, con
molte uccisioni; e venne questo perpetuo guerreggiare in tale uso fra
i cittadini, che l'un dí si battevano, e l'altro bevevano e mangiavano
insieme, novellando l'uno all'altro delle loro imprese e prodezze.
Finalmente si pacificarono per stracchezza, e i Consoli restarono in
signoria; ma queste cose crearono poi e partorirono le maledette parti,
che furono appresso in Firenze».[172]

Il pseudo Brunetto Latini, invece, pone al 4 agosto 1177 il primo
incendio da Ponte Vecchio fino a Mercato Vecchio. Ma, continuando,
aggiunge subito che nello stesso anno cominciò «discordia e guerra
durata ventisette mesi tra i Consoli e gli Uberti, i quali non
ubbidivano né Consolato, né Signoria, né eziandio per loro facevano
reggimento. Questa battaglia cittadinesca portò gran mortalità,
rubamenti ed incendi. In cinque parti diverse della Città fu messo
il fuoco, che arse il Sesto d'Oltrarno, e da S. Martino del Vescovo
a S. Maria».[173] Il 4 novembre del 1178 sarebbe, secondo lo stesso
cronista, caduto il Ponte, e la guerra cittadina sarebbe finita
solamente nel 1180, con la vittoria degli Uberti, uno dei quali,
Uberto degli Uberti, entrò poi nel consolato. «Da ciò derivò piú
tardi la creazione dei Podestà, che furono gentiluomini, possenti e
forestieri».[174]

Non ostante alcune apparenti contraddizioni dei due cronisti,
risulta pur chiaro da essi e da altri ancora, che nel 1177 vi fu una
rivoluzione capitanata dagli Uberti, la quale durò circa due anni, con
incendi, uccisioni e rubamenti. La loro vittoria fu parziale, perché
il consolato restò; ma essi vi entrarono piú spesso di prima, insieme
coi loro amici, e però il pseudo Brunetto Latini li dice vittoriosi.
Tutto ciò diede nel governo maggior forza ai nobili, ed apparecchiò
la riforma aristocratica, che poi sostituí il Podestà ai Consoli,
e seminò il germe delle parti e delle guerre civili, che dovevano
cosí lungamente lacerare ed insanguinare la Città. Tale in sostanza
è la conclusione dei cronisti: i documenti e i fatti posteriori la
confermano pienamente. Nondimeno la pace interna fu ristabilita, e
la politica fiorentina non fu punto alterata. Il parziale trionfo
dell'aristocrazia, rendendola, per ora almeno, contenta, giovò anzi
a fare, col suo efficace aiuto, prosperare sempre piú le cose di
tutta la Repubblica. Ne è prova la ricordata sottomissione del 1182,
con cui gli Empolesi promisero di pagare un tributo ai Rettori della
Città, ed in loro mancanza ai Consoli dei mercanti, obbligandosi a
far guerra, secondo il volere dei Fiorentini, salvo però contro i
conti Guidi, da cui in parte gli Empolesi dipendevano ancora.[175] Il
4 di marzo si sottomisero gli uomini di Pogna, che dipendeva invece
dai conti Alberti.[176] I Pognesi si obbligavano non solo a far
guerra, secondo la volontà de' Consoli fiorentini, ma a non costruire
nuove mura o fortezze nella loro terra o nella vicina Semifonte:
se a ciò altri si provasse, dovevano essi opporvisi ed avvertirne
subito i Fiorentini, che dalla loro parte promettevano amicizia
e protezione.[177] Nello stesso anno presero anche il castello di
Montegrossoli.[178] Il 21 luglio 1184 strinsero alleanza coi Lucchesi,
che s'obbligarono ad aiutarli ogni anno, per venti giorni almeno, con
150 militi e 500 fanti, nelle guerre che i Fiorentini farebbero nel
proprio contado.[179] Questi nell'ottobre assalirono in Mugello il
castello di Mangona, appartenente agli Alberti, i quali fecero perciò
ribellare la terra di Pogna, che i Fiorentini allora andarono subito ad
assalire.[180] Nel conflitto che ne seguí, par certo che fosse presente
il conte Alberto, perché nel novembre noi lo troviamo prigioniero,
e costretto ad accettare durissimi patti per sé, per la moglie ed i
figli. Dové promettere di distruggere nel prossimo aprile il castello
di Pogna, salvo il palazzo e la torre; demolire la torre di Certaldo,
né piú ricostruire quella di Semifonte; cedere ai Fiorentini una delle
torri di Capraia, a loro scelta; dividere con essi, a metà, un accatto
o dazio da porsi in comune sui beni che egli possedeva fra l'Arno e
l'Elsa. Finalmente, appena uscito di prigione (_postquam exiero de
prescione_), doveva far giurare obbedienza a tutti i suoi uomini, e
pagare 400 libbre di buoni denari pisani. I suoi figli abiterebbero
in Firenze due mesi dell'anno in tempo di guerra, uno in tempo di
pace.[181] Questa sottomissione ed umiliazione del conte Alberto era
per sé stessa un fatto di grande importanza. Ma, se vi si aggiunge che
ciò avveniva dopo che Firenze aveva abbattuto i Cadolingi, umiliato i
conti Guidi, fatto vantaggiosissima alleanza con Pisa, Siena e Lucca,
si capirà facilmente la fortissima e quasi minacciosa posizione, che
essa aveva saputo, in cosí breve tempo, prendere.


IV

Tutto questo contribuí di certo non poco ad affrettare la venuta
dell'imperatore Federico I in Toscana, dove lo troviamo infatti nel
1185, con animo deliberato a sottomettere il paese. Venne però senza
un esercito, fidando nell'autorità dell'Impero, nella sua propria
accortezza e reputazione. Credeva di poter riuscire ne' suoi intenti,
staccando da Firenze alcune delle città toscane, riducendole a favorire
contro di essa l'Impero. Faceva soprattutto assegnamento su Pistoia,
che si trovava fra Lucca e Firenze, nemica d'ambedue; su Pisa, che con
larghe concessioni sperava di poter ricondurre al partito imperiale,
cui essa aveva piú volte aderito in passato. E ciò gli appariva anche
piú facile quando, arrivato a San Miniato nella state del 1185, molti
dei nobili del contado vennero ad ossequiarlo, levando alti lamenti
contro le città libere che li opprimevano. Il 25 di luglio liberò
dalla giurisdizione di Lucca molti di loro, ed alcune terre ad essa
sottostanti.[182] Il 31 dello stesso mese entrò in Firenze, ed anche
ora fu circondato dai nobili del contado, i quali, scrive il Villani,
amaramente si dolevano contro la Città, «che aveva occupato i loro
castelli, a grande dispregio dell'Impero».[183] E qui i cronisti
affermano che Federico tolse a Firenze la giurisdizione sul proprio
contado, fino alle mura; anzi la stessa deliberazione egli avrebbe,
secondo essi, presa per tutte quante le città toscane, salvo Pisa e
Pistoia.[184] Ma su di ciò è sorta grave disputa, non volendo molti
prestar fede alla possibilità di un tal fatto, il quale non trova
conferma in nessun documento. Altri invece ne vorrebbero vedere la
prova in un altro fatto posteriore, che non solo è narrato da parecchi
cronisti, ma è anche confermato dai documenti.

Ed in vero, con un diploma che ha la data del 24 giugno 1187, Errico
VI, in premio, esso diceva, dei servigi resi dai Fiorentini a suo padre
ed a lui stesso, concedette loro la giurisdizione nella Città e nel
contado, fino ad un miglio dalla parte di Fiesole, a tre verso Settimo
e Campi, a dieci in tutto il resto.[185] Anche in cosí ristretti
confini, però, i nobili ed i militi dovevano restare indipendenti
dalla Città. In riconoscenza di questa liberalità dell'Impero, i
Fiorentini dovevano ogni anno dare ad esso un buono sciamito, _bonum
examitum_.[186] Simili concessioni, limitate del pari, furono fatte ad
altre città.[187] Si disse perciò: — se Errico restituí ai Fiorentini
la giurisdizione, è chiaro che essa era stata loro tolta dal padre.
Noi sappiamo infatti che Federico mise in tutta Toscana Podestà
imperiali, che presero nome dalle città.[188] — E andando di questo
passo, s'arrivò anche a voler vedere Firenze privata della sua propria
giurisdizione fin dentro le mura. Se non che, il diploma d'Errico non
parla di restituzione, parla solo di liberalità usata in premio dei
servigi resi dai Fiorentini, i quali servigi non si sa in verità quali
possano essere stati.[189] È probabilmente un modo di dire, giacché
simili concessioni furono da lui fatte a molte città. Da un altro lato
riesce assai difficile credere che Firenze, la quale, quando era tanto
piú debole, aveva osato combattere a mano armata i messi dell'Impero,
uccidendo Rabodo, ponendo in fuga Cristiano di Magonza, potesse, quando
si trovava tanto piú forte, alla testa di tutta Toscana, lasciarsi,
senza alcuna resistenza, privare della propria giurisdizione in
tutto il contado e fin dentro le mura. Oltre di ciò, la esistenza de'
suoi Consoli in questi medesimi anni, non par dubbia, il che farebbe
senz'altro crollare l'ipotesi di Podestà imperiali dentro la Città.
Infatti nel 1184, i documenti ci dànno i nomi dei Consoli. Nei tre
anni successivi, è vero, ce li dà solo il pseudo Brunetto Latini; ma
è difficile supporre che egli li abbia tutti inventati, o che siasi
per tre volte consecutive ingannato. Ed anche in questo triennio, se i
documenti non ci dànno nomi di Consoli, indirettamente però accennano
di continuo alla loro esistenza.[190]

Bisogna, io credo, cominciare dal riconoscere, che, secondo le idee e
la politica di Federico I, il suo diritto d'esercitare giurisdizione
nella Toscana, non era disputabile; che se le città l'avevano di fatto
esercitata, senza una speciale concessione, esse avevano violato i
diritti dell'Impero, il quale poteva, anzi doveva riprenderli. Perciò
egli aveva mandato Rainaldo e Cristiano a mettere per tutto suoi
Podestà,[191] a far tornare le cose in quello che per lui era il solo
stato legale e normale. Se non che, la difficoltà qui non stava nel
provare il suo diritto, secondo la teoria imperiale; stava invece nel
farlo valere. Era una quistione di fatto, che solamente la forza poteva
risolvere. I Podestà imperiali, come noi abbiamo già visto, furono per
tutto istituiti; ma se nel contado riuscirono ad ottenere obbedienza,
non senza contrasto e parzialmente, nelle città piú grosse, invece,
massime a Firenze, non riuscirono punto. I _Potestates Florentiae_
o _Florentinorum_, come di Siena o dei Senesi, e simili, che noi
incontriamo assai di frequente, son quasi sempre, e per Firenze può
dirsi addirittura sempre, Podestà imperiali, messi nel contado, di
cui disputavano la giurisdizione ai Consoli. Or siccome pel Comune
il contado era suo proprio territorio, e voleva perciò comandarvi;
per l'Impero, invece, il contado doveva, insieme con la Città, essere
sottoposto ai Podestà imperiali, cosí ne seguiva naturalmente che
essi venivano da tutti chiamati Podestà di Firenze o dei Fiorentini,
e per le stesse ragioni, Podestà di Siena o dei Senesi, d'Arezzo o
degli Aretini, ecc. Nel fatto però, essi non solamente non riuscivano
a comandare dentro le mura delle grosse città, ma nel contado stesso
erano in conflitto continuo con l'autorità dei Consoli, ed abbiamo
già visto quanta confusione ne nascesse. È tuttavia assai naturale il
credere, che, con la venuta di Federico I in Toscana, l'autorità di
questi Podestà dovesse immensamente crescere, e che, per qualche tempo
almeno, riuscissero davvero ad esercitare la propria giurisdizione in
tutto il contado, fin sotto alle mura delle città. Questo fece dire ai
cronisti, che l'Imperatore aveva tolto a Firenze il contado. È certo
però, che quando egli partí, le cose tornarono subito nello stato di
prima; i Consoli cioè continuarono a rendere ovunque, piú che potevano,
vana l'opera e l'autorità degli ufficiali imperiali. Il sorgere dei
Comuni aveva creato un nuovo stato di cose, del quale l'Impero poteva
non ammettere il valore legale, ma che non aveva poi la forza di
distruggere. Questo fu che indusse finalmente Errico a riconoscere
in parte, e sotto forma di liberale elargizione, lo stato di fatto,
che egli sperava cosí di potere almeno circoscrivere entro limiti
determinati.

E veramente, col diploma 1187, egli concedeva ai Fiorentini meno assai
di quanto essi già da un pezzo possedevano. Se infatti il territorio
del Comune non avesse dovuto estendersi piú d'un miglio dalla parte
di Fiesole, ne sarebbe rimasta fuori questa città, già sottomessa
con le armi, insieme con tutto il suo contado, il quale sin dal 1125
faceva parte del territorio fiorentino, come era stato sempre nei
trattati riconosciuto. E quasi ciò non bastasse, anche in sí angusti
confini, Errico dichiarava esenti dalla giurisdizione della Città
tutti i nobili, cioè anche quelli che ad essa si erano legalmente e
solennemente sottomessi. Ma, ciò non ostante, a Firenze conveniva
d'accettare la concessione imperiale. Lo stato di fatto sarebbe
rimasto quale era, essa avrebbe cioè continuato sempre a comandare ed
a prendere piú che poteva. Il cronista Paolino Pieri, nel ricordare
questa concessione, dice che i Fiorentini riebbero il contado, «cioè
che si ritolsero,» espressione con la quale inconsapevolmente egli
manifesta la vera condizione delle cose. Intanto l'Impero cedeva nel
punto di diritto, riconoscendo la giurisdizione dei Consoli nella
Città ed in una parte del contado. Il resto sarebbe stato in avvenire,
come pel passato, risoluto dalla forza. A noi pare che tutto ciò ponga
in chiaro le cose, e spieghi ancora le inesattezze e la confusione
dei cronisti, i quali, non sapendo distinguere la questione di fatto
da quella di diritto, mescolarono di continuo l'una con l'altra. E
veramente non era agevole distinguerle, quando di fronte al fatto
stavano due, anzi tre diritti, ognuno dei quali non riconosceva
gli altri: il diritto cioè dell'Impero, quello del Comune e quello
finalmente del Papa, che ripeteva sempre, quantunque sempre invano, che
la Chiesa era l'erede di Matilde.


V

L'esistenza dei Podestà o conti tedeschi nel contado non fu però
senza un'azione, per lo meno indiretta, nell'interno della Città. Essi
contribuirono anzi a modificarne la costituzione, promuovendo in certo
modo la creazione d'una nuova magistratura municipale, che portò lo
stesso nome. In vero, il nome latino di _Potestas_, Potestà o Podestà
era dato nel Medio Evo ad ogni superiore autorità: noi lo abbiamo visto
già attribuito nel 1068 a Goffredo duca di Toscana. Piú tardi fu dato
ai conti tedeschi, insediati nel contado, in nome di Federico I. Da
essi passò poi a magistrati municipali. Sembra che dapprima venisse
dato ad ufficiali che il Comune mandò nel contado, quando v'erano già
i conti tedeschi, ad imitazione di essi e contro di essi. Tali almeno
dobbiamo credere che siano alcuni, i quali hanno nomi italiani; e
portano il titolo di Podestà fiorentini o di Firenze, prima che una
tale magistratura fosse Stata creata dentro la Città. Ne conosciamo
almeno due, Renuccio da Stagia e Guerrieri,[192] che i testimoni di
Rosano ricordano piú di una volta. Renuccio sembra, con abbastanza
probabilità, aver tenuto l'ufficio prima del 1180,[193] quando cioè in
Firenze v'erano certamente i Consoli.[194] Bisogna quindi ritenerlo
ufficiale del contado. Si ammetta però o non si ammetta una tale
ipotesi, è qui da notare che nei documenti fiorentini, ogni volta
che s'allude ora ai Consoli, si comincia costantemente ad aggiungere
le parole: _sive Rector vel Potestas vel Dominator_. Dapprima non
è che una formola vaga e generica, la quale accenna, in modo assai
indeterminato, alla possibilità di un'altra magistratura. Ma a poco a
poco la formola assume un carattere piú concreto; la parola _Potestas_
prende una importanza sempre maggiore, tanto che spesso precede quella
di _Consules_.[195] E allora la nuova magistratura è vicina a nascere;
essa infatti comparisce finalmente l'anno 1193, nella persona di
Gherardo Caponsacchi, un Fiorentino di famiglia consolare.

L'Ammirato s'ingannò quando credette di ritrovare un tal magistrato
nel 1184, perché nella lega tra Firenze e Lucca vide ricordato non un
individuo in particolare, ma l'ufficio in genere del Podestà.[196]
Questo però, come notammo, segue troppo spesso nei documenti, anche
quando a Firenze v'erano di certo i Consoli, per poterne tirare una tal
conclusione. Può darsi che anche prima del 1193 vi sia stato in Firenze
un qualche Podestà; ma sino a che non si trovi il nome dell'individuo
in un documento, che ce lo mostri in ufficio, noi non possiamo
asserirlo.

L'istituzione della nuova magistratura fu, in ogni modo, preceduta da
un incremento della nobiltà dentro le mura cittadine. Questo anzi ne
fu una delle cause efficienti. Le carte del tempo ci hanno dato di ciò
prove continue, che sono confermate dai cronisti. Il pseudo Brunetto
Latini dice, che nel 1192 erano Consoli «Messer Tegrino dei conti
Guidi, paladino in Firenze, e Chianni de' Fifanti». Ora il vedere al
Consolato in Firenze un conte ed un conte palatino o paladino che sia,
è un fatto assolutamente insolito. Lo stesso cronista ci dice che, nel
medesimo anno, si fece ordinamento in Firenze, che li conti Guidi et li
conti Alberti et li conti da Certaldo, Ubaldini et Figiovanni, Pazzi et
Ubertini, conti di Panago et altri nobili assai, cittadini, dovessero
abitare i quattro mesi dell'anno nella città di Firenze». Sia qualunque
il valore che si voglia attribuire a questo cronista, la sua asserzione
è in armonia colle notizie che si cavano dai documenti, e spiega
l'origine della nuova magistratura. Non poteva certo ai nobili piacere
di sottostare al governo popolare dei Consoli, contro cui fin dal 1177
avevano combattuto, e specialmente poi essere giudicati da coloro che
essi ritenevano inferiori per grado e dignità. Inoltre, quanto piú gli
elementi di cui la cittadinanza si componeva, divenivano eterogenei,
e piú si avvicinava perciò il pericolo di guerra civile, tanto piú la
possibilità di essere giudicati dai proprî avversarî politici, doveva
apparire incomportabile. E quindi si cercava una magistratura nuova,
d'indole diversa, preferibilmente aristocratica, e si prese a modello
una istituzione imperiale, quale era quella del Podestà. Esso non è già
un semplice giudice, come molti credettero e scrissero; è addirittura
il capo e rappresentante del Comune; firma i trattati e comanda
l'esercito; piglia il posto dei Consoli.

Infatti il 14 luglio 1193, il castello di Trebbio si sottometteva al
Comune di Firenze, di cui avevano la legale rappresentanza Gherardo
Caponsacchi _Potestas Florentie et eius Consiliarii_, insieme coi sette
Rettori delle Capitudini delle Arti.[197] I Consiglieri, dei quali il
documento dà i nomi, sono sette anch'essi, e quasi tutti di famiglie
consolari; due sono anzi veri e proprî nobili, un conte Arrigo (forse
da Capraia) ed un Tegghiaio Buondelmonti. Nel 1194 par certo che si
tornasse ai Consoli, anzi il pseudo Brunetto ci dà i nomi di due, fra
i quali un Uberti. Nel 1195 comparisce nuovamente il Podestà nella
persona di _Rainerius de Gaetano, cum suis Consiliariis_, uno dei quali
è _Consul iustitiae_.[198] Si può con certezza ritenere che questi
Consiglieri, il cui numero nei documenti varia di continuo, non sono
altro che i Consoli stessi, che, per qualche tempo, persistono ancora
sotto questa forma transitoria, durante la quale il Podestà è come il
loro capo. Essi rappresentano il Comune insieme con lui, o anche senza
di lui. A poco a poco però la loro importanza diminuisce, e quella
del Podestà aumenta. Insomma è un periodo di trasformazione, durante
il quale la nuova forma, non ancora ben determinata, di governo, si
alterna con quella dei Consoli.

Nel 1200 il Podestà non è piú un fiorentino, ma uno straniero, e
già rappresenta il Comune senza la compagnia de' suoi Consiglieri,
che nel 1207, quando cioè la nuova magistratura piglia la sua forma
definitiva, sono addirittura scomparsi. Per meglio dire, essi si vanno
sempre piú trasformando, ed aumentano di numero, fino a che formano un
Consiglio speciale della Città intiera, accanto all'antico Consiglio
o Senato, che diventa il Consiglio generale. Il governo allora sarà
rappresentato dal Podestà e da due Consigli, i quali qualche volta
voteranno separatamente, qualche altra uniti, e si chiameranno in
questo caso, il Consiglio generale e speciale. L'ufficio dei Consoli si
può dire cosí morto per non piú ricomparire. Salvo infatti un ultimo
tentativo, pel quale essi furono di nuovo eletti negli anni 1211 e
1212, noi piú non li ritroviamo. E da quanto abbiam detto finora può
facilmente intendersi, perché i cronisti pongano in tempi assai diversi
l'origine del Podestà. Il pseudo Brunetto Latini lo fa cominciare
nel 1200, quando cioè esso fu la prima volta un ufficiale forestiero,
qualità che era tenuta essenziale. E però il cronista prima d'allora
sembra vedere in esso piú che altro un capo dei Consoli.[199] E si
capisce ancora perché il Villani lo faccia invece cominciare nel 1207.
Questo è infatti l'anno in cui l'ufficio prende la sua forma definitiva
davvero, giacché il Podestà non solo è forestiero, ma apparisce anche
senza i Consiglieri. Il Villani però s'inganna quando ce lo vuol
dare come un magistrato eletto all'unico ufficio di amministrare piú
imparzialmente la giustizia, e quando aggiunge che allora «non si
rimase la signoria dei Consoli, ritegnendo a loro ogni altra cosa del
Comune». Sono due errori, il secondo dei quali si può credere poco piú
che un semplice anacronismo. Infatti se ciò che egli afferma non può
esser vero nel 1207, tale può ritenersi, in parte almeno, per gli anni
precedenti, quando cioè i Consoli sopravvivevano quasi a sé stessi,
come Consiglieri del Podestà.


VI

Certo dal 1196 al 1199 c'era stato un ritorno ai Consoli.[200] Ma
in questo tempo seguí anche un fatto assai importante, che mutò
profondamente la politica generale di tutta la Toscana, e sul quale
perciò dobbiamo ora fermarci. Il 27 settembre 1197 moriva l'imperatore
Arrigo VI, e questa morte portò prima l'abbandono, poi la totale caduta
di quel sistema imperiale, con tanta cura e persistenza iniziato da
Federico I nell'Italia centrale. I Samminiatesi distrussero la rocca,
che era in mano dei Tedeschi; poi le mura di S. Genesio.[201] I
Fiorentini ripresero per denaro Montegrossoli, che era stato rioccupato
e fortificato da nobili, che davano noia continua.[202] E dopo di ciò
Firenze si pose ad un'assai maggiore impresa, iniziando una lega delle
città toscane contro l'Impero. Essa fu conclusa il dí 11 novembre 1197,
a S. Genesio, dove giurarono primi i Lucchesi, poi i Fiorentini, i
Senesi, i Samminiatesi, il vescovo di Volterra, presenti, per maggiore
solennità, due cardinali di Santa Chiesa. I patti principali erano:
alleanza a comune difesa contro chiunque attaccasse la Lega; non far
pace o tregua _cum aliquo Imperatore vel Rege seu Principe, Duce vel
Marchione_, senza il consenso dei Rettori della Lega stessa; muover
guerra contro le città, conti, vescovi o borghi, che, invitati ad
entrarvi, si ricusassero.[203] Ma dove era il pericolo imminente?
Perché questa alleanza contro l'Impero, ora appunto che esso piú non
minacciava? Uno dei patti ci spiega, meglio d'ogni altro, lo scopo
vero cui si mirava. I castelli, i borghi, le piccole terre, cosí esso
diceva, possono essere ammessi solo come dipendenti da coloro, che sono
legittimi possessori del territorio in cui queste terre o castelli si
trovano. Unica eccezione era fatta per Poggibonsi,[204] perché di esso
molti si disputavano il dominio. Montepulciano sarebbe stato ammesso
come dipendente da Siena, appena che questa fosse riuscita a provare il
suo diritto di dominio su di esso.

Da tutto ciò adunque par chiaro che, in sostanza, quello che veramente
si voleva era: profittare della morte dell'Imperatore, per assicurare
alle città il pieno dominio dei propri territori. A questo fine
occorreva essere in Toscana uniti, e però si voleva che la Lega fosse,
per quanto era possibile, obbligatoria. Gli atti posteriori di essa non
lasciano alcun dubbio sul vero suo fine; provano anzi assai ampiamente
che Firenze l'aveva promossa, perché tutta Toscana l'aiutasse ora
ad impadronirsi subito del suo contado. Se però la Lega era contro
l'Impero, non per questo essa era a difesa del Papa, delle cui pretese,
come erede di Matilde, non teneva anzi conto nessuno. Si dichiarava,
è vero, di non riconoscere imperatore, re, duca o margravio, senza
l'approvazione della Romana Chiesa; ma si aggiungeva che se il Papa
voleva entrare nella Lega, doveva accettarne i patti, altrimenti ne
sarebbe restato fuori. Se chiedeva aiuto, per riconquistare le proprie
terre, si doveva far solo ciò che i Rettori della Lega avrebbero
ordinato. Non si sarebbe però, in nessun caso, tenuti ad aiutarlo, se
le terre da lui richieste fossero già tenute in possesso di qualcuno
dei Comuni o città alleate. Piú chiaro non si poteva parlare. E però
quando ai primi del 1198 fu eletto papa Innocenzo III, questi, sebbene
avverso all'Impero, e fautore dello spirito nazionale in Italia, si
dimostrò, come vedremo, assai scontento di un tal modo di procedere.

Il 4 dicembre 1197, a Castel Fiorentino, giurarono i Rettori della
Lega, fra cui primi il vescovo di Volterra ed il Console fiorentino
Acerbo, che ne fu il capo effettivo, sebbene il titolo venisse dato
al Vescovo, a cagione della sua ecclesiastica dignità. Pisa e Pistoia
per ora ne restarono fuori; ma ad esse, come ad altre città toscane,
era serbato libero l'aderire, cosa che Arezzo aveva già fatto il 2
dicembre.[205] Il 5 febbraio 1198 giurò il conte Guido, ed il 7 giurò
il conte Alberto. I Fiorentini però espressamente dichiaravano nel
secondo di questi due trattati, che essi si serbavano liberi d'assalire
Semifonte, e di sottoporre anche colla forza Certaldo e Mangona, terre
degli Alberti.[206] E cosí continuarono a procurare una quantità di
altre adesioni alla Lega, con atti che erano piuttosto di sottomissione
a Firenze.

Fu questo il momento in cui papa Innocenzo, da poco eletto, nel mese
stesso di febbraio in cui fu consacrato, scriveva ai due cardinali
stati presenti alla Lega, che in molte cose essa _nec utilitatem
contineat, nec sapiat honestatem_, non essendosi tenuto conto alcuno
che il Ducato di Toscana apparteneva alla Chiesa, _ad ius et dominium
Ecclesiae Romanae pertineat_. Egli intendeva perciò far valere i
suoi diritti. Se i collegati a lui si sottomettevano, avrebbe colla
minaccia d'interdetto obbligato anche i Pisani ad unirsi a loro,
contro l'Impero; altrimenti li avrebbe lasciati liberi di fare quel
che volevano.[207] Non gli fu però dato ascolto, e gli convenne fare
di necessità virtú, moderando non poco il suo linguaggio.[208] Pare
nondimeno che alcune concessioni di forma gli fossero fatte (sebbene
non sappiamo quali), perché, scrivendo poi ai Pisani, si dimostrava piú
contento, e li spingeva ad entrare nella Lega. Certo è però che essi
ne restarono sempre fuori, e che se egli, fatto accorto dagli eventi,
si dichiarò piú tardi fautore energico degl'interessi nazionali,
e promotore della Lega contro l'Impero, poté cosí riuscir solo ad
aumentare la sua autorità morale e politica, non a guadagnare un sol
palmo di terra, né a far valere alcuno de' suoi pretesi diritti sulla
Toscana.

Chi ogni giorno ne cavava invece vantaggio erano i Fiorentini. Il 10
aprile 1198 Figline entrava nella Lega, sottomettendosi a Firenze,
pagando anche un annuo tributo;[209] ed il dí 11 maggio Certaldo faceva
lo stesso.[210] La Repubblica continuava a procedere non solo con
energia, ma con grande accortezza per la via intrapresa. Lasciava che i
nobili pigliassero sempre maggior parte al governo, perché cooperassero
di buona voglia al compimento della deliberata impresa. Quel conte
Arrigo da Capraia, che nel 1193 trovammo fra i Consiglieri del podestà
Caponsacchi, lo troviamo ora, nel 1199, addirittura fra i Consoli.[211]
Nell'anno 1200 si eleggeva finalmente a Podestà uno straniero,[212]
Paganello Porcari da Lucca, cosa a cui, come già notammo, da un pezzo
miravano i nobili. Ed egli venne confermato nel 1201, perché condusse
la guerra con energia e valore. Infatti, nel febbraio del 1201, il
conte Alberto giurò di cedere ai Fiorentini il poggio di Semifonte col
castello e le mura; di aiutarli, ogni volta che fosse necessario, ad
impadronirsi di Colle, Certaldo, Semifonte.[213] Il vescovo di Volterra
giurò anche esso di aiutarli nelle medesime guerre.[214] E tutto ciò si
faceva come se fosse conseguenza e parte degli obblighi della Lega, il
che incominciava naturalmente a stancare ed insospettire gli alleati,
che si vedevano ridotti cosí a fare il solo interesse di Firenze. La
quale, non curandosi d'altro, era pronta a cominciare la guerra contro
Semifonte, a ciò essendosi andata spianando la via con tutti questi
trattati.

Da un pezzo essa meditava la presa di quel castello, la cui strategica
posizione e la facilità grande che esso aveva di ricevere aiuti da
tutti i vicini, lo rendevano come un pruno negli occhi della ormai
superba Repubblica, deliberata perciò a disfarsene. Il conte Alberto,
sebbene si fosse nel 1184 obbligato a non farlo, come due anni prima
s'erano obbligati i Pognesi, aveva, non ostante, poco dopo, costruito
sul colle di Petrognano il castello di Semifonte, profittando della
venuta di Federico I, e della posizione assai difficile in cui si
erano allora trovati i Fiorentini, che mai non glielo perdonarono.
Egli aveva in quell'occasione assunto anche il titolo di _Comes de
Summofonte_. Presso il castello s'andò subito formando un borgo, che
crebbe rapidamente, perché v'accorrevano molti dalle vicine terre, che
Firenze andava via via sottoponendo e tassando. E già si ripeteva nel
contado:

    Firenze, fatti in là.
    Che Semifonte si fa città.

Per queste ragioni la Repubblica aveva insistentemente cercato
assicurarsi dei vicini, con i molti trattati già ricordati, e con
altri ancora, condotti a termine dal suo operoso Podestà. Rimaneva
però sempre Siena, che poteva dar valido aiuto al nemico, il quale
si dimostrava già pronto alla difesa. E però il 29 marzo del 1201 i
Fiorentini conchiusero con essa un'alleanza, promettendo d'aiutarla
contro Montalcino, che aveva di fronte a Siena la stessa minacciosa
posizione di Semifonte contro la loro Città.[215] Anche Colle fu
obbligato a giurare di non dare aiuto ai Semifontesi.[216] Finalmente
la guerra incominciò.

Il cronista Sanzanome, che vi si trovò presente, la fa, con la sua
solita esagerazione, durare cinque anni, forse tenendo conto di tutte
le precedenti scaramucce.[217] Certo però la lotta fu dura, perché,
non ostante i trattati, Semifonte venne d'ogni parte aiutata, essendo
la gelosia contro Firenze assai cresciuta. Oltre di che, la forte
posizione di quel castello e la condotta del suo valoroso podestà
Scoto, fecero sí che potesse resistere con molto vigore all'esercito
che d'ogni parte lo circondava, tanto che i Fiorentini, non fidando
nella sola forza, ricorsero anche al tradimento. Un tal Gonella, che
s'era colà dalle vicine terre rifugiato con altri compagni, aveva
insieme con essi avuto la guardia della torre detta di Bagnuolo, di cui
si valse invece per tradire la terra al nemico. Quando furono però a
compiere il tradimento, trovarono tale resistenza nei terrazzani che
vi lasciarono la vita. L'effetto, non ostante, s'ottenne lo stesso,
perché, poco dopo, Semifonte dovette arrendersi. E se di ciò non fu
causa unica il tradimento, come credé il Villani (V, 30), dovette
pure avervi non poco contribuito. Il 20 febbraio 1202, infatti, i
Consoli, che allora erano tornati in ufficio a Firenze, esentarono in
perpetuo da ogni gravezza i discendenti del Gonella e de' suoi compagni
morti per la Repubblica,[218] ed il 3 dell'aprile seguente furono
sottoscritti e giurati i patti della resa. I Fiorentini promettevano
perdono, protezione e restituzione dei prigionieri ai Semifontesi, i
quali però dovettero distruggere la torre e le mura; discendere dal
poggio al piano; pagare 26 danari l'anno per ogni focolare, salvo i
militi e le chiese.[219]

Il Papa rimproverò vivamente i Fiorentini, per la loro condotta
crudele contro Semifonte: ma i Consoli, dopo essersi difesi con una
lettera,[220] continuando per la loro via, attaccarono briga coi
Senesi. Fu a cagione del castello di Tornano, nella valle di Paterno,
che essi volevano, e che i Senesi dicevano di non poter dare, perché
in possesso di signori da loro indipendenti. I Fiorentini allora
incominciarono, al solito, coll'indurre Montepulciano, grossa terra
dei Senesi, a giurare sottomissione, con l'obbligo anche di un
annuo tributo.[221] La guerra perciò sarebbe subito necessariamente
scoppiata, se Ogerio, podestà di Poggibonsi, non si fosse intromesso.
Accettato che fu il suo arbitrato, egli esaminò con gran diligenza la
questione dei confini, e li determinò coscienziosamente. Il suo lodo
fu pronunziato il 4 giugno 1203.[222] A Firenze restò tutto il contado
fiesolano e fiorentino, secondo la delimitazione esattamente data
da Ogerio, nella quale la valle di Paterno veniva compresa. I Senesi
dovevano adoperarsi a far cedere anche il castello da coloro che ne
erano signori. Questo trattato dalle due parti accettato, e dai Senesi
rispettato scrupolosamente,[223] venne il 15 maggio 1204 sanzionato da
papa Innocenzo III, secondo l'espresso desiderio dei Fiorentini.[224] I
quali però continuarono i loro segreti accordi con Montepulciano, che
avevano, nei giorni 30 e 31 maggio 1203, indotto a giurare di nuovo
alleanza offensiva e difensiva contro Siena.[225] Quindi, non appena
che ciò si seppe, nuovi rammarichi, nuove proteste di Siena, che portò
l'affare dinanzi alla Lega, i cui Rettori furono perciò espressamente
radunati il 5 aprile del 1205, a S. Quirico di Osenna, sotto la
presidenza del vescovo di Volterra, avendo ricusato di presentarsi i
Fiorentini e gli Aretini. Dall'esame dei testimonî risultò chiaro che
Montepulciano apparteneva ai Senesi.[226] Non sappiamo se venne allora
pronunziato il lodo, né quale risultato definitivo ebbe la disputa.
Sembra però chiaro che questo fu il momento in cui la Lega di fatto si
sciolse, per opera dei Fiorentini stessi che l'avevano iniziata. Lo
scopo che s'erano proposto, essi lo avevano in gran parte raggiunto;
ora non potevano dagli alleati aspettarsi altro che ostacoli al
conseguimento dei loro fini ulteriori, perché tutti erano piú o meno
insospettiti della loro ambizione, di cui nessuno voleva piú a lungo
continuare ad essere strumento passivo.

Ma ciò non arrestava punto nel loro cammino i Consoli fiorentini,
che ora attaccarono briga coi conti di Capraia, i quali avevano un
castello di tal nome sulla riva destra dell'Arno, vicino al confine
dei Pistoiesi. Unendosi con questi, potevano essi facilmente chiudere
la via dell'Arno ai Fiorentini, che perciò, sin dal 1203, avevano
deliberato costruire sull'opposta riva del fiume, nel luogo chiamato
Malborghetto, un altro castello, cui dettero il nome di Montelupo, nome
che spiegava chiaramente quale era il loro scopo. Infatti già s'andava
ripetendo il motto:

    Per distrugger questa capra.
    Non ci vuol altro che un lupo.[227]

Anche qui la guerra sarebbe necessariamente scoppiata, se profittando
della intromissione amichevole dei Lucchesi, l'accortezza diplomatica
dei Fiorentini non avesse trovato modo d'evitarla, come sempre,
a proprio vantaggio. Nel giugno del 1204: infatti si concluse un
trattato, mediante il quale essi s'obbligavano a non recare molestia
sulla destra, e i conti di Capraia a non recarne alcuna sulla sinistra
del fiume.[228] Il Conte poco dopo giurò addirittura alleanza e fedeltà
ai Fiorentini, insieme co' suoi uomini, i quali restarono obbligati a
pagare un tributo di 26 denari per focolare, ad eccezione dei militi.
Cedeva inoltre il castello e tutto ciò che possedeva sulla sinistra
dell'Arno, presso Montelupo, che si obbligava anche a difendere.[229]

Se è vero, come si trova nel pseudo Brunetto ed in uno degli antichi
elenchi di Consoli,[230] non però in documenti ufficiali, che il conte
Rodolfo di Capraia, figlio del conte Guido, fu nel 1205 podestà di
Firenze, bisogna credere che ciò avvenisse anche in conseguenza di
questi accordi. Nell'anno seguente pare si tornasse ai Consoli,[231]
ma nel 1207 abbiamo finalmente in Gualfredotto Grasselli da Milano,
il vero e proprio Podestà forestiero, che ormai rappresenta il Comune,
senza piú bisogno d'essere assistito dai suoi _Consiliarii_. Anch'egli
fu riconfermato un secondo anno, perché condusse a compimento le
imprese da tanto tempo, con tanto ardore iniziate dai Fiorentini.
E l'occasione a ricominciare non si fece aspettare. La faccenda di
Montepulciano s'era inasprita; i Senesi erano perciò decisi ad assalire
quella terra, su cui credevano avere giusto diritto di possesso.
Montepulciano, sicuro d'essere aiutato, si difese con ostinato ardore;
e i Fiorentini dapprima lasciarono fare, poi nel 1207 corsero anch'essi
alle armi. Uniti ad amici lombardi, romagnoli, aretini, andarono col
Carroccio ad assalire il castello di Montalto della Berardenga, fra
l'Ambra e l'Ombrone, che i Senesi avevano circondato coi loro amici
pistoiesi, lucchesi, orvietani. Tutti questi furono il 20 giugno messi
in fuga, lasciando in mano del nemico un gran numero di prigionieri,
che Paolino Pieri fa ascendere a 1254. Il castello venne distrutto; ma
la guerra continuò, sebbene il Papa si fosse interposto per la pace. I
Fiorentini assalirono quasi con ferocia il castello di Rigomagno, ed
essendosi rotte le scale, salirono gli uni sulle spalle degli altri,
riuscendo cosí ad entrare. Con Rigomagno essi furono padroni della
valle dell'Ombrone.[232] I Senesi dovettero allora (febbraio 1208)
sottomettersi a durissime condizioni di pace, che ben presto giurarono
(fra il 13 e 20 ottobre),[233] rinunziando con esse a tutto ciò che
possedevano in Poggibonsi, obbligandosi a cedere Tornano con la torre,
a rispettare in ogni sua parte il lodo di Ogerio, né piú molestare
Montepulciano. I prigionieri furono vicendevolmente resi.

Ma questa guerra segna già il principio di un nuovo periodo nella
storia di Firenze. Ormai non si trattava piú di conquistare il proprio
contado, che la Repubblica già possedeva. Si trattava invece di
aprire le vie del grande commercio ad una città, che, per le molte
sue conquiste, prosperava ogni giorno piú. Siena e Firenze erano in
conflitto continuo, non solo per la incertezza dei loro confini, che
ognuno voleva allargare; ma per la gara delle loro manifatture nei
mercati d'Italia, e specialmente del commercio colla vicina Roma,
la quale, per le grandi relazioni che la Chiesa aveva per tutto, era
divenuta il centro principale degli affari bancarî nel mondo civile.
Firenze mirava da un pezzo ad avere il monopolio di tali affari, ed
anche perciò si mantenne sempre guelfa. Essa contrastò piú volte con
Arezzo, Volterra, sopra tutto con Siena, la piú potente delle città
che trovava sulla via di Roma. Questo fu causa permanente di nuove e
piú grosse guerre fra le due rivali, come il bisogno irresistibile,
che Firenze cominciò ben presto a sentire d'arrivar sino al mare,
fu principale causa di guerre non meno lunghe e sanguinose con Pisa,
che gliene sbarrava la via. Ma su di ciò dovremo tornare in seguito,
giacché per ora questi conflitti non sono anche cominciati. Dopo la
pace con Siena, abbiamo infatti alcuni anni di tregua, fuori però, non
dentro la Città, dove invece sono già pronti a germogliare i semi della
guerra civile.

La istituzione del Podestà forestiero, non piú circondato e frenato da
quelli che potrebbero dirsi Consoli-consiglieri, è ormai definitiva.
Salvo la loro breve ripristinazione negli anni 1211 e 12, i Consoli
sono ora, come già dicemmo, per sempre scomparsi. Questo era di certo
un trionfo evidente dell'aristocrazia, al quale il popolo artigiano
s'era momentaneamente piegato, per averla cooperatrice nella difficile
impresa di sottomettere colle armi il contado. Ed una tale conquista
dette straordinario incremento all'industria, al commercio, cui apriva
ogni giorno campo piú vasto, e faceva nascere voglia d'ingrandirlo
sempre di piú. Non era quindi in modo alcuno sperabile, che quella
Repubblica la quale nell'industria e nel commercio trovava la sua
prosperità, e da essi riceveva la sua forza, potesse o volesse, a lungo
andare, rimaner contenta d'un governo favorevole all'aristocrazia,
la quale mirava a divenire ogni giorno piú forte, piú prepotente e
superba. La lotta fra il popolo ed i Grandi si può perciò ritenere
ormai inevitabile. La lunga serie delle guerre civili, che dovranno
lacerare ed insanguinare la Città, è infatti già vicina a cominciare.



CAPITOLO IV

I PARTITI, LA COSTITUZIONE DEL PRIMO POPOLO E DELLE ARTI MAGGIORI IN
FIRENZE[234]


I

Dopo che l'ufficio del Podestà era stato nel 1207 stabilmente
costituito, l'aristocrazia, che piú di tutti lo aveva desiderato e
promosso, crebbe di ardire, s'ordinò sotto di esso militarmente, e
prese parte sempre maggiore a tutte le guerre esterne. Le cose pareva
che dovessero perciò procedere con rapida fortuna, quando invece nel
1215 il fatto del Buondelmonti fece scoppiare la guerra civile. Per
pacificare i mali umori, che già serpeggiavano fra alcuni dei nobili,
specialmente fra i Buondelmonti da una parte, gli Uberti e i Fifanti
dall'altra, con molti aderenti di qua e di là, s'era concluso un
matrimonio fra Buondelmonte Buondelmonti ed una giovane degli Amidei.
Ma quando tutto era fissato, la moglie di Forese Donati, chiamò il
Buondelmonti, e gli disse: «Oh! cavaliere vituperato, che prendi in
moglie una donna degli Uberti e dei Fifanti, meglio faresti e piú
saresti onorato, se togliessi questa». Ed in cosí dire gli mostrò la
propria figliuola, che il Buondelmonti accettò e sposò ben presto,
abbandonando l'Amidei. I parenti e gli amici della giovane tradita
s'unirono in casa Amidei, ove giurarono di vendicare l'ingiuria.
Fu allora che Mosca Lamberti, rivolgendosi a chi doveva eseguir la
vendetta, disse: «Chi batte o ferisce solamente, s'apparecchi la
sepoltura». E poi a significare che bisognava farla finita, aggiunse le
memorabili parole: «Cosa fatta, capo ha». E si venne al sangue.

Il giorno di Pasqua, del 1215, Buondelmonte Buondelmonti, che era
bellissimo giovane, venendo d'Oltrarno, sopra un bianco cavallo,
elegantemente vestito, con una ghirlanda in testa, passò il Ponte
Vecchio, e appena che giunse ivi ai piedi della statua di Marte,
fu aggredito. Schiatta degli Uberti, con un colpo di mazza lo gettò
a terra, gli altri congiurati gli corsero subito addosso, e con un
coltello gli segarono le vene. Allora il cadavere fu messo nella bara,
e con la sposa che gli teneva il capo, vennero portati in giro per
la Città, ad eccitare nuovi odî, nuove vendette.[235] E cosí ebbe
origine una serie di guerre intestine, con le quali molti cronisti
fanno cominciare in Firenze la divisione dei Guelfi e dei Ghibellini.
Ma nessuno storico moderno vorrà dare cosí grande importanza ad un
fatto d'indole privata, e credere che la mancata promessa alla giovane
Amidei, fosse la vera causa di due partiti, i quali già dal 1177 noi
abbiamo visto insanguinare piú volte la Città. Lo stesso Villani,
che pure al fatto del Buondelmonti attribuisce l'origine dei Guelfi e
dei Ghibellini, aggiunge: «Con tuttoché dinanzi assai erano le sette
tra nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e
questioni dalla Chiesa allo 'mperio».[236] Il fatto del Buondelmonti
venne di certo, con gli odî privati, ad infiammare sempre piú le
passioni politiche di due partiti, che già esistevano, ma che a
tempo di Federico II acquistarono una importanza politica assai piú
generale, connettendosi con tutta quanta la storia d'Italia, e solo
allora presero in Firenze il nome tedesco di Guelfi e di Ghibellini.
Ed è da notarsi, che appunto nel luglio del 1215, Federico II entrò
solennemente in Aix-la-Chapelle, e prese la corona di Re di Germania,
il che non è senza importanza, per la storia dei partiti in Italia.
Tutto ciò può spiegar facilmente perché i cronisti attribuissero al
fatto del Buondelmonte, seguíto in quello stesso anno, l'origine dei
Guelfi e dei Ghibellini. Ma i nomi, non i partiti cominciarono allora.

Il Villani, nella sua cronica, (V. 39) ci dà ora la lista delle
principali famiglie ghibelline e guelfe, dalla quale si cava già che
quelle di piú antica nobiltà erano quasi sempre ghibelline, mentre
che tra i Guelfi v'erano molti «non di grande antichità», ma che pure
«già cominciavano a divenire possenti». Piú tardi, quando i Ghibellini
saranno distrutti, i nobili guelfi formeranno il partito del popolo
grasso. Per ora essi sono nobili avversi agli Uberti, e cominciano
perciò ad avvicinarsi alle famiglie dei nuovi ricchi, ed anche al
popolo, parteggiando per la Chiesa. Fortunatamente, in questo medesimo
tempo, papa Innocenzo III iniziava una Crociata, e molti dei potenti
fiorentini andarono in Oriente, a portare in servizio d'una causa piú
nobile, il loro ardore bellicoso. Nella presa di Damiata infatti si
fecero grande onore, e Bonaguisa dei Bonaguisi fu primo a salir sulle
mura, piantandovi, insieme con la bandiera cristiana, quella della
Repubblica. Fino ai tempi di Giovanni Villani si conservava e teneva in
grandissimo onore questa bandiera.

Nel 1218 si ricominciò la guerra nel contado, e fino al '20 si
conquistarono altre terre e castelli, facendo giurare fedeltà a tutti
quelli che venivano sottomessi. Ma poi si venne subito ad una guerra
assai piú grossa coi Pisani. La gelosia fra queste due repubbliche
rivali andava sempre crescendo, gareggiando esse già da un pezzo
fra loro, per avere l'assoluto predominio commerciale in Toscana.
L'una era padrona del mare, l'altra comandava sul continente, e però
l'una aveva bisogno dell'altra. Facevano quindi sempre accordi e
trattati, ma erano pur sempre in continua gelosia. Firenze si manteneva
costantemente amica della Chiesa; Pisa, invece, dell'Impero. Ma le cose
erano a poco a poco giunte a tale, che la piú piccola occasione poteva
bastare a promuover la guerra, anzi a cominciare una serie di guerre
interminabili, che dovevano dar nuovo carattere ai partiti in Toscana.

Infatti, il primo pretesto alla guerra, quale almeno lo narra il
Villani (VI. 2), è cosí futile da sembrare assolutamente ridicolo. Alla
incoronazione dell'imperatore Federico II in Roma (1220), assistevano,
secondo il cronista, molti ambasciatori, e fra gli altri quelli di Pisa
e di Firenze, che da un pezzo si guardavano in cagnesco. Avvenne che
uno degli ambasciatori fiorentini, andato a convito da un cardinale,
gli chiese in dono un bellissimo canino, che il cardinale promise. Il
giorno di poi questi invitò i Pisani, uno dei quali chiese lo stesso
canino, che il cardinale promise del pari. Il Fiorentino però mandava
prima del Pisano a prenderlo, e l'ebbe. Da ciò nacquero ire e ferite,
non solo tra gli ambasciatori e tra i loro seguaci; ma anche tra i
Pisani e i Fiorentini che si trovavano a Roma. È difficile dare a
questo racconto un valore storico: esso vale però a dimostrare che
gli animi erano allora concitati in modo, che ogni occasione bastava
per far venire alle mani. Il fatto vero è, come si ritrae anche dal
Sanzanome, che Fiorentini e Pisani s'azzuffarono tra loro in Roma. I
Pisani furono primi ad assalire, ma ebbero poi la peggio. Giunta a Pisa
la notizia della contesa, vi destò grandissimo sdegno: si voleva una
pronta riparazione, e furono perciò sequestrate colà le mercatanzie dei
Fiorentini. Questi pare che allora facessero di tutto per evitare un
conflitto, ma invano. Gli apparecchi continuarono un pezzo da una parte
e dall'altra, fino a che, nel 1222, essendo scoppiata la guerra tra i
Lucchesi ed i Pisani, i Fiorentini presero la occasione, per assalire
i secondi presso Castel del Bosco, e li disfecero, facendo, secondo i
cronisti, 1,300 prigionieri. Seguirono poi altri assalti e conquiste di
piccoli castelli fino al 1228, quando vediamo i Fiorentini in guerra
piú grossa coi Pistoiesi, che dovettero con essi venire a patti. In
questo anno si trova per la prima volta, nelle guerre dei Fiorentini
menzionato il carroccio.[237] Iniziato già da piú tempo a Milano, era
stato a poco a poco, con leggiere modificazioni, adottato dalle altre
città italiane, quando le guerre e gli eserciti ingrossando, avevano
sentito il bisogno d'un centro intorno a cui far testa. Tirato da buoi
coperti di scarlatto, portava due grosse antenne dalle quali sventolava
il grande stendardo, bianco e rosso, della Repubblica. Seguiva, sopra
un altro piccolo carro, una campana detta la Martinella, la quale
serviva a dare ordini militari. Qualche tempo prima che si dichiarasse
la guerra, la Martinella veniva attaccata alla porta della chiesa
di S. Maria in Mercato Nuovo, e colà sonando, avvisava i cittadini
ed i nemici che si tenessero pronti alle armi. Intorno al carroccio
stavano a guardia i piú valorosi cittadini; la sua resa era tenuta come
l'ultima disfatta ed umiliazione dell'esercito.

Si cominciò ancora una lunga e sanguinosa guerra coi Senesi, che fu
continuata quasi ogni anno dal 1227 sino al 1235. I Senesi soffrirono
gravissimi danni, ma presero Montepulciano, di cui disfecero le mura e
le torri, e danneggiarono Montalcino, che era in lega coi Fiorentini.
Questi però, non solamente guastarono molte volte il contado senese,
e fecero numero grande di prigionieri; ma posero l'assedio alla
stessa città nemica, e, sebbene non potessero pigliarla, pure vi
si avvicinarono tanto da manganarvi dentro degli asini, in segno di
disprezzo. Finalmente, per la mediazione del Papa, si concluse la pace,
che fu fatta a grande vantaggio dei Fiorentini. I Senesi dovettero
pagare grossa somma di danaro, per far ricostruire le mura e le
torri di Montepulciano, terra che non dovevano piú disturbare, e si
obbligarono anche a rifornire il castello di Montalcino, a richiesta
dei Fiorentini, che restarono padroni di Poggibonsi.


II

E cosí, fra tutte queste guerre, nelle quali l'azione del Papa e
dell'Imperatore si faceva da un lato o dall'altro sentire, noi possiamo
vedere come s'andassero costituendo i partiti in Toscana, e come
andasse cominciando il predominio politico e commerciale di Firenze.
Le sue rivali sono ora Pisa e Siena, che aderiscono all'Impero; essa
invece aderisce sempre di piú alla Chiesa. Pisa le chiudeva la via del
mare, onde l'origine della loro rivalità, e delle guerre continue, rese
inevitabili quando la potenza commerciale di Firenze le fece sentire
piú che mai insistente il bisogno d'uno sbocco al mare. Siena da un
altro lato rivaleggiava con Firenze, per porre in mano dei proprî
banchieri tutti gli affari della curia romana, i quali erano tali e
tanti che bastavano ad arricchire coloro che li trattavano. Queste
gelosie continue spingevano costantemente Pisa e Siena a favorire
l'Impero. Lucca, invece, per la rivalità che aveva con Pisa, s'accostò
a Firenze, e fu guelfa. Pistoia si trovava fra due città guelfe, che
sempre la minacciavano, e divenne perciò ghibellina. Cosí dunque si
divisero i partiti in Toscana, e reagirono poi sulla formazione dei
partiti in Firenze, i quali, a cagione del carattere piú generale
che andavano ora assumendo, per la crescente azione dell'Imperatore
Federico II in Italia, presero il nome germanico di Guelfi e di
Ghibellini. Firenze, avendo umiliato Pisa, Siena e Pistoia, si trovò
di fatto alla testa della Toscana; ma c'era il pericolo che aumentasse
la potenza di Federico II, nemico del Papa, che lo aveva scomunicato,
e dei Guelfi. Egli s'era prima allontanato, per andare alla Crociata
in Asia; ora si trovava in Germania a lottare contro il proprio figlio,
che gli s'era ribellato, e tutto ciò aveva molto contribuito alla buona
fortuna dei Fiorentini. Ma doveva ben presto tornare, e ciò poteva far
rialzare la testa a tutti i loro nemici.

Intanto, sotto la signoria dei varî Podestà, che s'erano in questo
tempo seguiti, Firenze prosperava nella guerra, s'ordinava ed abbelliva
nella pace. Per opera del podestà Torello da Strada (1233) furono
chiamati a scriversi presso i pubblici notai tutti gli uomini del
contado, secondo la loro condizione di liberi, servi, o dipendenti,
perché si potesse cosí conoscere lo stato vero della popolazione, e
meglio amministrare. Il podestà Rubaconte da Mandello (1237 e 38) fece
costruire un nuovo ponte sull'Arno, che da lui si disse a Rubaconte,
e piú tardi, alle Grazie, dalla vicina chiesa. Furon del pari, per
opera sua, lastricate la prima volta tutte le vie di Firenze, ed
eseguite altre opere pubbliche, utili alla salute dei cittadini, o
di ornamento alla Città. Cosí un magistrato che, secondo i cronisti,
aveva cominciato con l'ufficio di semplice giudice, lo vediamo sempre
piú operare come capo della Repubblica. E l'aristocrazia sotto di
esso cresceva ogni giorno piú d'ardire e di potenza, massime quando
la venuta di Federico II cominciò a sollevare il partito ghibellino
in tutta Italia. All'assedio che questi pose a Brescia nel 1237,
vediamo pigliar parte molti nobili Fiorentini. Le amicizie e gli
aiuti che l'Imperatore trovava nella loro Città andavano ogni giorno
crescendo, il che fu causa di molti tumulti, per la viva opposizione
che a tutto ciò faceva la nobiltà guelfa, unita al popolo, che era
guelfo anch'esso.[238] Nel 1240 noi troviamo che furono nominati tre
cittadini, per raccoglier danari in aiuto dell'esercito imperiale,[239]
cosa strana veramente in una repubblica dove il popolo era tutto
guelfo. Non è però strano, che tali fatti portassero l'inevitabile
conseguenza, d'una reazione.

Sin dal 1246 Federico II aveva mandato vicario generale in Toscana,
il suo figlio naturale Federico d'Antiochia, e pose ancora in Firenze
suoi vicarî a tenere l'ufficio di Podestà. Questo suscitò il malumore
dei nobili guelfi, che volevano invece ricondurre la Città alla
loro parte. Allora Federico II, che l'anno 1247[240] trovavasi nella
Lombardia, in guerra sempre piú aperta col Papa, il quale ripeteva
le scomuniche, gli toglieva il titolo d'Imperatore, e gli suscitava
nemici per tutto, mandò suoi messi agli Uberti in Firenze, avvisandoli
ch'era venuto per essi il momento d'impadronirsi del governo della
Repubblica. Osassero pur di pigliare le armi, che i suoi aiuti non
sarebbero fra poco mancati. E gli Uberti non furono sordi. Raccolti
i capi delle piú potenti famiglie ghibelline, decisero di venire
senz'altro alla prova delle armi. La Città si trovò subito divisa: da
un lato era l'aristocrazia ghibellina, dall'altro tutto il popolo coi
nobili guelfi, e fu levato il rumore. Si combatteva da una contrada
all'altra, continuando di giorno e di notte, dai serragli, dalle
torri, con manganelle e con altri strumenti di guerra. A poco a poco
gli animi si riscaldarono per modo, che la lotta divenne generale.
I Ghibellini, sicuri nella speranza dei vicini aiuti, e piú destri
nelle arti di guerra, avevano unità di comando, e fecero testa alle
case degli Uberti, donde partivano gli ordini. Il popolo, invece, che
si batteva senza alcun ordine, si vide ben presto circondato. Pure
vi fu un momento, in cui pareva che ciò appunto dovesse assicurargli
la vittoria. Stretto da ogni lato, si trovò poco a poco forzato a
raccogliersi intorno al serraglio dei Bagnesi e dei Guidalotti, di
dove, facendo testa con gran vigore, sembrava che fosse per ripigliare
il terreno perduto. Ma in quel punto arrivarono gli aiuti imperiali,
e allora tutto fu perduto. Federico, figlio e vicario generale
dell'Imperatore, entrò in Firenze conducendo 1,600 cavalieri tedeschi,
i quali con molto impeto assalirono il popolo, che per tre giorni
ancora si difese con grande ostinazione d'animo. Ma era una resistenza
vana del tutto. I Ghibellini da per ogni dove soverchiavano, e
l'Imperatore avrebbe, all'occorrenza, potuto mandar loro sempre nuovi
aiuti. Rustico Marignolli, uno dei piú valorosi Guelfi, che aveva
fino allora tenuto nella mischia la bandiera del popolo, venne ferito
e morto d'un quadrello nel viso. I capi della parte perciò decisero
finalmente di cedere, e di esulare la notte della Candelora (2 febbraio
1249). Radunatisi in armi tutti quelli che erano decisi a partire,
andarono a pigliare il corpo del Marignolli, e con grandissima pompa di
popolo, di armi e di fiaccole, lo seppellirono di notte in S. Lorenzo,
portando la bara sulle spalle i piú onorati cavalieri, e trascinando
per terra la bandiera vinta, ma non umiliata. Tutto aveva somiglianza
piú d'un giuramento di futura vendetta, fatto sul cadavere del morto
guerriero, che d'un funebre convoglio.

Dopo di ciò i capi de' Guelfi partirono, e si rifugiarono nei vicini
castelli, quei medesimi castelli, da cui con tanto sangue avevano
snidata la nobiltà feudale, che, venuta poi in Città, ripagava ora
in tal modo le sofferte ingiurie. Trentasei case di Guelfi furono
disfatte, fra cui il palazzo Tosinghi in Mercato Nuovo, alto novanta
braccia, tutto a colonnini di marmo. L'odio andò tanto oltre, che si
poté dire e credere da molti avere i Ghibellini meditato perfino la
distruzione del tempio di S. Giovanni, perché ivi solevano radunarsi i
Guelfi. Avevano, si affermava, scavato le fondamenta della vicina torre
del Guardamorto, acciò, cadendovi sopra, lo rovinasse. Il tentativo non
sarebbe riuscito, perché, nel cadere, la torre prese miracolosamente
altra direzione. Ma assai piú credibile è il racconto del Vasari,
il quale scrive, invece, che la torre fu abbattuta per sgomberare la
piazza, e che Nicolò Pisano, il quale ne ebbe commissione, la tagliò e
fece cadere in modo da non danneggiare la chiesa né le case vicine.

Comunque sia, fu questa la prima volta, in cui cominciò veramente
la storia funesta delle crudeli vendette cittadine, non solo col
disfare le case dei vinti, ma esiliandoli in massa. I Ghibellini
restaron padroni di tutto, e per maggior sicurezza ritennero 800
soldati tedeschi, comandati dal conte Giordano Lancia. Si direbbe che
il partito il quale traeva la sua origine di Germania, dove riteneva
sempre forti aderenze, non potesse neppure ora pigliare in mano le
redini del governo fiorentino, senza essere sostenuto dal braccio
del soldato tedesco, e potesse nella Repubblica comandar solo in nome
dell'Imperatore. Tali furono dunque le ultime conseguenze dell'aver
lasciato entrare in Firenze l'aristocrazia feudale-imperiale, e
dell'averle permesso di trovare nel Podestà non solamente un giudice,
ma ancora un capo politico e militare.


III

La vittoria ottenuta nel 1249 dai Ghibellini contro i Guelfi in
Firenze, era stata violenta e sanguinosa, ma non sicura. I Ghibellini
avevano disfatto gli ordini della libertà; avevano cacciato in esilio
un numero grandissimo dei loro nemici; con l'aiuto del conte Giordano
Lancia, vicario di Federico II, e cogli 800 Tedeschi, erano divenuti
padroni di Firenze; ma il popolo, la borghesia, tutto il maggior
numero de' cittadini erano Guelfi. Inoltre papa Innocenzo IV sollevava
in Italia tanti nemici all'Imperatore, che i trionfi di questo non
potevano durare a lungo. Gli esuli fiorentini perciò s'erano annidati
nei vicini castelli, specialmente in quello di Montevarchi, nel
Valdarno superiore, ed in quello di Capraia, nel Valdarno inferiore. Di
là facevano continue scorrerie, dimostrando chiaro di non avere perduto
la speranza di tornare ben presto in Città. Bisognava dunque proseguire
la guerra contro di essi, per non vederli da un momento all'altro
tornare potenti.

Venne perciò assalito Montevarchi, con l'aiuto dei soldati tedeschi; ma
furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri. Quella rotta fece veder
piú chiaro ai Ghibellini di Firenze il pericolo in cui si trovavano, e
decisero perciò di portare un regolare assedio al castello di Capraia,
dove s'erano chiusi i principali Guelfi, capi della parte o Lega,
come allora la chiamavano, i quali guidavano i movimenti degli altri.
Sebbene circondati da forze maggiori, gli assediati si decisero ad
un'ostinata difesa, ed i Ghibellini s'apparecchiarono a combatterli con
l'armi e con la fame. Non sarebbero tuttavia riusciti nell'intento,
se non fosse venuto aiuto di nuove genti, mandate dall'imperatore
Federico, che allora appunto aveva dovuto abbandonare l'assedio di
Parma, ed erasene venuto in Toscana. Ma anche dopo questi aiuti, solo
la fame fece arrendere i Guelfi. I principali di essi furono mandati
a Federico II, che si trovava a Fucecchio. Egli li menò seco nel regno
di Napoli, e quivi li fece, dicono i cronisti fiorentini, barbaramente
accecare, mazzerare, affogar nel mare, salvandone uno solo, cui
concesse la vita, ma non la vista.

L'Imperatore era stanco, irritato dalla continua guerra mossagli dai
papi. Non aveva avuto mai pace dacché Sinibaldo de' Fieschi, pigliando
nome d'Innocenzo IV, era salito sulla sedia di S. Pietro, il 24 giugno
1243. In un concilio tenuto a Lione (1245), questi lo aveva condannato
e deposto. Aveva poi segretamente promosse contro di lui molte
cospirazioni, e si era sempre piú o meno adoperato a farle riuscire
nell'intento. In una di esse i sospetti dell'Imperatore caddero
perfino sul suo piú fedele segretario ed amico, Pier delle Vigne,
che, chiuso nella torre di S. Miniato al Tedesco, fu colà condannato
a perdere gli occhi, e menato poi a Pisa, si uccise battendo la testa
ad un muro. Queste traversie ora irritavano ed ora piegavano l'animo
di Federico, che, sebbene filosofo e scettico, pure temeva assai i
fulmini del Vaticano. Voleva riconciliarsi col Papa, partire di nuovo
per l'Oriente a combattere gl'infedeli; ed Innocenzo, invece, allora
appunto sollevava contro di lui tutte le città guelfe, obbligandolo
a prendere di nuovo le armi, per sostenere il partito ghibellino
e la propria autorità in Italia. Il che egli non seppe fare, senza
abbandonarsi, come abbiam visto, ad eccessi d'inaudite crudeltà, le
quali naturalmente accrebbero per tutto il numero de' suoi nemici. In
Germania già il partito guelfo non aveva voluto riconoscere l'autorità
di Corrado, figlio dell'Imperatore, che lo aveva mandato colà per
essere da lui rappresentato. A Parma l'esercito comandato da Federico
in persona era stato disfatto. Bologna si mise alla testa di tutte
le città guelfe di Romagna, e con forte esercito, andando incontro
ai Ghibellini, comandati da re Enzo, altro figlio naturale di lui, li
ruppe nella battaglia di Fossalta, il 26 maggio 1249. Lo stesso Enzo
fu preso e portato trionfalmente nelle prigioni di Bologna, dove rimase
sino alla sua morte, seguita nel 1271. Federico non visse però tanto da
provar quest'ultimo dolore. Il 13 dicembre 1250 moriva in un castello
presso Lucera, nelle Puglie, e la sua morte fu l'ultimo crollo del
partito ghibellino in Firenze ed in tutta Italia.

Contro questo partito s'univa allora all'odio politico anche un odio
religioso, non solo perché i Ghibellini combattevano il Papa; ma piú
assai, perché le eresie che cominciavano a serpeggiare in Italia,
trovavano fra di loro molti seguaci, come avevano spesso trovato
nell'Imperatore tolleranza e favore. Questo veleno, che ora filtrava
lentamente nella società italiana, teneva i Papi in grandissimo
pensiero. Avevano dapprima cominciato a levar grido e trovare seguaci
gli Albigesi nella Provenza, dove i poeti avevano attaccato con tutte
le loro forze la Corte di Roma. Erano però sorti a combatterli, gli
ordini religiosi di S. Francesco e S. Domenico. Innocenzo III aveva a
questo fine fondata la Sacro-Santa Inquisizione, e S. Domenico, alla
testa di moltitudini assetate di sangue eretico, aveva comandato la
strage degli Albigesi, dilaniando tutta la Provenza. Ma gli esuli erano
venuti in Italia a comunicare lo stesso odio contro Roma, a seminare
il medesimo veleno. Infatti i Paterini, che combattevano il Papa e non
credevano alla verginità della Madonna, né alla transustanziazione, né
ad altri dommi della religione cattolica, trovavano seguaci per tutto,
e si riunivano pubblicamente. Gli Epicurei, gli Avverroisti, altre
sette filosofiche si propagavano con rapidità fra i dotti italiani.
Per qualche tempo era parso, che il centro principale di questo tumulto
intellettuale e religioso si formasse a Palermo, nei giorni piú felici
della Corte di Federico II. Circondato da scolastici, da trovatori, da
poeti d'ogni sorta, da Musulmani e da Greci scismatici, da Provenzali
albigesi e da filosofi materialisti, egli che pure andò alla Crociata,
e perseguitò gli eretici, s'era singolarmente compiaciuto di questa
multiforme società, nella quale, fra il sarcasmo, il dubbio e l'odio
ai preti, sorse quella poesia italiana, che nella _Divina Commedia_
doveva mostrarsi piena di tanta vera fede e di cosí nobili aspirazioni.
Ma intanto l'eresia e il dubbio s'eran diffusi per tutta la Penisola.
I Paterini s'erano rapidamente moltiplicati tra i Ghibellini di
Firenze, dove il Papa mandava l'Inquisizione ad iniziar processi e
condanne. Nel 1244 fra Pietro da Verona, animato piú da furore che da
zelo religioso, veniva dal pergamo ad infiammare lo spirito cattolico;
istituiva una _Società dei Capitani di S. Maria_ o _della Fede_,
nella quale s'arrolavano uomini e donne a sterminio degli eretici.
Le passioni s'accesero, e nel 1245 vi fu per le vie di Firenze una
regolare battaglia fra cattolici ed eretici. A. S. Felicita ed alla
Croce al Trebbio, dove una colonna rammenta ancora l'infausto giorno, i
_Capitani della Fede_, vestiti di bianco, croce-segnati, e guidati da
fra Pietro da Verona, alto, robusto, animoso, ruppero i Paterini e li
costrinsero a lasciar Firenze. In premio di questa sanguinosa vittoria,
esso fu nominato inquisitore di Toscana, e poi anche di Lombardia,
dove finalmente, tra Milano e Como, trovò la morte, per opera di coloro
che erano stanchi delle sue persecuzioni. Il che gli fece aver nome di
santo e di martire, e fu d'allora in poi chiamato S. Pietro martire da
Verona.[241]


IV

Ma intanto l'anno 1250, di cui dobbiamo ora discorrere, Federico
II moriva, Enzo suo figlio era in prigione a Bologna, Innocenzo IV
sollevava il partito guelfo, Pietro da Verona faceva terrore agli
eretici ed a tutti i nemici del Papa, in Toscana ed in Lombardia. Il
trionfo ghibellino non poteva quindi durare a lungo in Firenze. Ed
infatti, sin da quando Federico s'era ritirato in Puglia, già vicino a
morire, i Guelfi avevano preso tanto animo, che i Ghibellini pensarono
di far nuovo sforzo, ed andarono ad assalirli nel castello d'Ostina, in
Valdarno, ove in gran numero s'erano radunati. Ma nel porre l'assedio,
bisognò tenere una forte guardia a Figline, per difendere le spalle
degli assalitori contro gli altri Guelfi, che in numero non piccolo
si trovavano raccolti a Montevarchi. E questi allora assalirono di
notte il campo, che era posto a guardia di Figline, e lo ruppero per
modo che, quando la nuova giunse ad Ostina, i Ghibellini levarono
l'assedio, tornandosene a Firenze. Allora subito cosí il popolo come
la borghesia, stanchi già delle incomportabili gravezze sopportate per
le guerre continue fatte dai Ghibellini, delle «gravi torsioni e forze
e ingiurie», con cui essi tiranneggiavano il popolo, videro giunto il
momento della vendetta, e si levarono a tumulto. Ne furono capi i piú
autorevoli fra gli uomini, cosí detti, di mezzo, che allora guidavano
il popolo. Costoro si raccolsero nella Chiesa di S. Firenze, poi in
quella di S. Croce, e finalmente, temendo sempre d'essere assaliti
dagli Uberti, si restrinsero in minor numero, piú sicuri, nelle case
degli Anchioni, dove nell'ottobre del 1250, nominarono trentasei
Caporali di popolo, sei per Sesto, i quali posero le basi della terza
costituzione di Firenze, che si chiamò del _Primo Popolo_, perché
intesa principalmente a costituire il popolo e renderlo forte contro
i nobili. E questi si trovavano ora cosí perduti d'animo, che senza
resistere, accettarono le nuove leggi.

Si cominciò col rimuovere d'ufficio tutti i magistrati; si pose poi
mano alla riforma. Si mantenne la istituzione del Podestà, che anzi
rimase sempre piú come capo dei nobili, perché di fronte ad esso
fu ora istituito il Capitano del popolo, quale capo dei popolani. E
perché cosí la Repubblica si trovò divisa in due, furono alla testa
di essa, come governo centrale, posti dodici Anziani di popolo, due
per Sesto. Questi venivano in certo modo a riprendere l'antico ufficio
dei Consoli; ne differivano però non solo perché eran popolani,
ma anche per la esistenza del Podestà e del Capitano, nelle mani
dei quali si trovò principalmente il governo della Città. La parte
nuova e piú importante della riforma fu infatti la istituzione del
Capitano, messo a comandare il popolo, che venne allora militarmente
ordinato. In Città fu diviso in 20 compagnie armate, con 20 gonfaloni
o bandiere, sotto 20 Gonfalonieri; nel contado si ordinarono invece
96 compagnie, trovandosi esso già diviso in 96 pivieri. Riunite tutte
queste compagnie della Città e del contado, formarono un solo esercito
popolare, pronto, in ogni occorrenza, a combattere cosí i nemici
esterni, come le prepotenze dei nobili all'interno. Esso stava sotto
gli ordini del Capitano, che era come il tribuno, il generale ed il
giudice di questa moltitudine armata, e perciò fu piú tardi chiamato
anche _Difensore delle Arti e del Popolo, Capitano della massa de'
Guelfi_, ecc. Simile al Podestà, durava in ufficio un anno, e doveva
essere guelfo, nobile e forestiero. Conduceva seco, nel venire a
Firenze, giudici, cavalieri, e cavalli armigeri, perché nella guerra
guidava il popolo, e nella pace amministrava la giustizia. L'ufficio
del Podestà ritenne, come già dicemmo, tutta la sua importanza civile
e militare. A lui spettavano di regola le cause civili e criminali;
al Capitano erano serbate principalmente quelle che nascevano da
violenze dei grandi contro il popolo, quelle risguardanti la gabella
o l'estimo, e ancora le estorsioni, falsità, violenze, quando però
non ne fosse prima venuta querela al Podestà, o questi non se ne
fosse occupato.[242] Ed in tali cause il Capitano poteva condannare
anche a morte. A lui era affidato il gonfalone o bandiera del popolo,
bianca e vermiglia, e con la campana posta sulla torre detta del
Leone, radunava il popolo. Esso dimorava nella Badía, insieme cogli
Anziani, che in molte cose furon come suoi consiglieri. Il primo che
assunse il nuovo ufficio fu messer Uberto da Lucca. Il Podestà poi,
sebbene alcuni scrittori, ingannati dalle parole alquanto oscure del
Villani e del Malespini, lo credessero, almeno per qualche tempo,
abolito, restò sempre a capo di quello che chiamavasi piú specialmente
Comune.[243] Ebbe anch'esso le sue compagnie d'uomini armati, ed ebbe
inoltre le bandiere della cavalleria, composta quasi tutta di nobili,
e quelle degli arcieri, dei palvesari, dei balestrieri, ecc., i quali,
insieme riuniti, formavano l'_oste_ propriamente detta, o sia la
parte piú regolare dell'esercito repubblicano. Il Podestà comandava
assai spesso tutto l'esercito, ma era suo speciale ufficio stare a
capo della cavalleria e dell'_oste_.[244] E per crescerne sempre piú
la importanza, fu deliberata la costruzione d'un grande e monumentale
palazzo,[245] in cui avesse residenza, e raccogliesse i suoi ufficiali
e consiglieri. Ma da un altro lato, siccome nulla si tralasciava, per
afforzare il popolo a danno dei nobili, fu ordinato che tutte le torri
dei potenti venissero abbassate in modo che niuna superasse l'altezza
di 50 braccia, e con le pietre cosí raccolte, si murò la città oltre
l'Arno.[246]

Insomma la terza costituzione, o del Primo Popolo, fu una costituzione
politico-militare, che divise la Repubblica in Comune e Popolo, nei
quali, come in due campi avversi, si raccolsero l'aristocrazia e
la democrazia. L'esercito usciva in campo, a Comune ed a Popolo, le
principali deliberazioni dovevano essere approvate dal Comune e dal
Popolo. Che se una tal divisione ci sembra strana, essa era pure
assai generale nel Medio Evo. La troviamo in molte città di Toscana,
la troviamo a Bologna, dove i nobili ed il popolo formavano come due
repubbliche, con leggi e statuti diversi, con due palazzi di residenza
distinti. A Milano troviamo la repubblica tripartita nella Credenza
dei Consoli, nella Motta e nella Credenza di Sant'Ambrogio, nelle
quali erano la nobiltà maggiore, la media ed il popolo. E tutto ciò
sembrava assai naturale, giacché le istituzioni ritraevano lo stato
della società, e questa era divisa, perché sorta in origine dalla
lotta delle popolazioni latine con le germaniche, dei conquistati coi
conquistatori. I lontani eredi degli uni e degli altri si trovavano
armati, in due campi opposti, pronti sempre a combattersi.[247]

In tale stato di cose è facile comprendere, come il governo centrale
avesse a Firenze ben poca autorità, e come invece, nel contrasto
continuo e nella gelosa emulazione, si andassero rafforzando sempre
piú il Podestà ed il Capitano. Il primo, sebbene si trovasse ora in
compagnia d'altri magistrati, era sempre quello che piú propriamente
rappresentava la Repubblica. Faceva i trattati di pace in nome di
essa; accettava concessioni e sottomissioni d'altre terre o castelli,
e, come già in passato, cosí continuava adesso ad avere due Consigli,
lo Speciale che era di 90, il Generale, di 300 Consiglieri. E due
ne ebbe anche il Capitano del popolo, che furono del pari, come era
l'uso allora, lo Speciale o Credenza di 80 Consiglieri, che uniti
al Consiglio generale, arrivavano a 300, fra cui erano gli Anziani,
i Capi delle Arti, i Gonfalonieri delle Compagnie ed altri, tutti
popolani, a differenza dei Consigli del Podestà, nei quali entravano
anche i nobili. Assai spesso i membri del Consiglio speciale entravano
a far parte anche del generale, che perciò soleva chiamarsi Consiglio
generale e speciale del Podestà o del Capitano. Gli Anziani ebbero un
loro proprio Consiglio che fu di 36 Buoni uomini di popolo, al quale
bisogna però aggiungere il Parlamento, sebbene ora s'adunasse di rado,
e solo nelle grandi occasioni. Ma tutti questi Consigli solo col tempo
presero, come noi vedremo; un assetto definitivo; per ora, salvo quelli
del Podestà, che erano piú antichi, ebbero una forma ancora incerta e
mutabile.[248] In ogni modo l'ordinamento generale che la Repubblica
in gran parte aveva già preso, e verso di cui sempre piú s'avviava, era
questo: gli Anziani, il Consiglio dei 36 ed il Parlamento costituivano
il governo centrale, assai indebolito però dalla costituzione e dalla
forza crescente del Comune e del Popolo, i quali, col Podestà e col
Capitano alla loro testa, coi rispettivi Consigli maggiori e minori,
formavano come due repubbliche l'una di fronte all'altra. Il Comune
aveva di certo piú grande autorità ed importanza legale; ma il Popolo
cresceva ogni giorno di numero e d'ardire. Ben presto infatti si videro
alcune antiche famiglie mutare i loro nomi e lasciare i titoli, per
andare a confondersi tra i popolani.

La nuova costituzione venne diversamente giudicata dai grandi scrittori
politici di Firenze. Donato Giannotti la biasimò, dicendo che era:
«soggetto da sedizioni e non vinculo di pace e concordia, perché chi
ordinò quel governo tutto lo dirizzò contro ai Grandi, che avevano
al tempo di Federico retto, li quali, stando con continuo timore,
furono necessitati sollevarsi tosto che l'occasione apparse».[249]
Il Machiavelli, invece, la lodava, concludendo: «Con questi ordini
militari e civili fondarono i Fiorentini la loro libertà. Né si
potrebbe pensare quanto di autorità e fortezza in poco tempo Firenze
si acquistasse. E non solamente capo di Toscana divenne: ma in tra
le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza
salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta».[250]
Ed aveva ragione. I cronisti del tempo, e la storia imparziale dei
fatti dànno piena conferma alle sue parole. La Repubblica cominciò ad
abbellirsi di nuovi monumenti. Fu costruito non solamente il palazzo
del Comune o sia del Podestà, ma anche il ponte a S. Trinita, opera
alla quale concorse largamente un privato cittadino col suo proprio
danaro. Si coniò il fiorino d'oro,[251] moneta che, per la sua ottima
lega, ebbe subito corso, non solo in tutti i mercati d'Europa,
ma ancora negli scali d'Oriente, e fu di vantaggio grandissimo al
commercio fiorentino, che ogni giorno s'andava estendendo di piú. I
nobili certamente non furono contenti, e lo dimostraron subito nel
'51, quando la piú parte di essi ricusarono d'andare al campo contro
Pistoia; ma dopo che ne furon mandati alcuni in esilio, gli altri
s'acquetaron subito. Vennero richiamati gli esuli guelfi, si fecero
paci in Città; ed essendo già morto Federico II, l'aristocrazia
si trovò frenata dal popolo, divenuto forte e sicuro di sé. Allora
ricominciarono subito le guerre esterne, le quali furon cosí fortunate,
che i dieci anni che seguirono, si dissero gli anni delle vittorie.


V

Questo Primo Popolo o Popolo Vecchio, come lo chiamarono, perché
era infatti il popolo la prima volta politicamente e militarmente
costituito, fece subito sentir la propria forza. Per dare alle
crescenti mercatanzie fiorentine libero accesso al mare, senza ancora
combattere Pisa, concluse il 30 d'aprile 1251 un trattato coi conti
Aldobrandeschi, possenti signori della Maremma, mediante il quale la
Repubblica ebbe facoltà di passare liberamente per le loro terre, e
cosí arrivare a Porto Talamone ed a Port'Ercole, facendone libero uso
pel suo commercio.[252] Tutto ciò non poteva certo piacere ai Pisani,
che subito strinsero alleanza con Siena, cui aderí anche Pistoia.
Cosí le tre città ghibelline si unirono a danno della guelfa Firenze.
Ma non bastava. Il 24 luglio 1251 i Ghibellini della Città, mediante
un segreto accordo con Siena, aderirono alla lega, con promessa
vicendevole d'aiutarsi al conseguimento del fine comune, al trionfo
cioè della parte in tutta Toscana. A questo accordo, come era naturale,
parteciparono poi i Ghibellini delle vicine terre, che si trovarono
cosí tutti collegati a danno di Firenze.

I Fiorentini allora, trovandosi circondati da tanti nemici,
cominciarono a difendersi coll'assalir subito Pistoia; ma i Ghibellini
della Città ricusarono di pigliar parte ad una guerra, manifestamente
diretta a loro danno. E però, quando l'esercito tornò vittorioso
dalla scorreria fatta, molti dei piú autorevoli di essi, fra cui gli
Uberti ed i Lamberti, furono cacciati in esilio. La cosa dovette avere
un'importanza maggiore assai che non pare, perché gli esuli innalzarono
la bandiera della Repubblica, la quale s'indusse a mutare la propria,
ed invece del giglio bianco in campo rosso, ebbe d'allora in poi il
giglio rosso in campo bianco. La bandiera del popolo rimase sempre la
stessa, cioè, dimezzata, bianca e rossa. Nella state di quel medesimo
anno si sollevarono in Mugello gli Ubaldini, rinforzati dagli esuli,
ma furono sconfitti. I Fiorentini s'avvidero adesso che dovevano
seriamente pensare ai proprî casi. E però, mediante i Lucchesi già
loro amici, strinsero alleanza (agosto 1251) con S. Miniato al Tedesco,
dove non era in quel momento vicario imperiale; rinnovarono (settembre)
quella che già avevano con Orvieto, e un'altra ne strinsero con Genova
(novembre), sempre nemica di Pisa.

Cosí tutta Toscana si trovò divisa in guelfa e ghibellina. Gli esuli,
insieme con alcuni soldati tedeschi delle bande di Federico II, si
chiusero nel castello di Montaia, nel Val d'Arno di sopra, che era
del conte Guido Novello. I Fiorentini corsero ad assalirlo verso la
fine dell'anno, ma ne furono con vergogna respinti. Tornati a casa,
sonarono la campana, raccolsero un grosso esercito, ed uscirono di
nuovo, armati a Popolo ed a Comune, proseguendo nel gennaio con ardore
la guerra, non ostante il freddo e la neve. Le condizioni generali
delle cose in Toscana allargarono le proporzioni di questa guerra, da
un lato essendosi all'esercito fiorentino uniti i soldati lucchesi,
e dall'altro movendosi i Pisani ed i Senesi in aiuto degli esuli.
Il Primo Popolo si mostrò ora degno di se stesso. I nemici furono
respinti, il Castello di Montaia fu preso e demolito, i difensori
vennero menati prigionieri a Firenze (gennaio 1252).[253]

Andarono poi i Fiorentini a dare il guasto nel Pistoiese, e si
fermarono nel ritorno ad assediare il Castello di Tizzano. Ma saputo
colà, che i Pisani, dopo aver disfatto i Lucchesi, se ne tornavano a
casa con i prigionieri e la preda, lasciarono l'assedio, per correre
loro incontro. Li raggiunsero, infatti, e dettero loro una totale
sconfitta a Pontedera, il dí 1 luglio 1852. Fu preso prigioniero lo
stesso podestà di Pisa, e si vide anche un altro fatto assai singolare.
I prigionieri lucchesi, che erano stati legati e venivano trascinati a
Pisa, non solo furono liberati, ma poterono, coll'aiuto dei Fiorentini,
menare a Lucca que' medesimi Pisani, dai quali erano stati presi e
legati.

Gli esuli intanto, profittando della lontananza dell'esercito
fiorentino, s'erano col conte Guido Novello chiusi in Figline, di
dove facevano scorrerie continue. E quindi fu necessario affrettarsi
ad assalirli. La terra s'arrese, a condizione però che i forestieri,
i quali l'avevano difesa, venissero lasciati liberi, e gli esuli
riammessi, il che fu fatto; ma essa fu poi, contro i patti, corsa
ed arsa (agosto 1252).[254] Ed intanto i Senesi, profittando della
occasione, avevano assediato Montalcino, forte castello ai confini
dei Fiorentini, i quali perciò corsero subito a liberarlo. Respinti i
Senesi, fornito il castello d'ogni cosa necessaria alla difesa, se ne
tornarono a casa.

Questi fortunati eventi non furono senza le loro conseguenze. Infatti,
essendo nel 1253 i Fiorentini andati di nuovo contro Pistoia, questa,
senza molta resistenza, s'arrese, obbligandosi (1 febbraio 1254) ad
uscire dalla Lega ghibellina, a rimettere nella città i Guelfi, ad
essere in tutto a disposizione di Firenze.[255] La quale andò subito
a difendere Montalcino, di nuovo assalito dai Senesi, e cosí la guerra
contro di essi, cominciata alla fine del 1253, fu ripresa vigorosamente
nel 1254, e finita con la sottomissione di Siena, che perdette un gran
numero di castelli (giugno 1254), venuti in mano dei Fiorentini, che
altri ancora ne presero colla forza o ne ebbero per danaro dai conti
Guidi. Tornando poi a casa, sottomisero la grossa terra di Poggibonsi,
assai importante, che aderiva ai Ghibellini ed a Siena. Portarono
il guasto a Volterra, la quale per la fortezza del luogo pareva
addirittura inespugnabile; ma i Volterrani, preso animo, uscirono
arditamente a battaglia, e furono vinti ed inseguiti con tanto impeto,
che i Fiorentini si trovarono dentro la città prima ancora che avessero
pensato di poterla conquistare. Lo spavento fu cosí generale, che
vecchi, donne, bimbi, una moltitudine grandissima, con alla testa il
vescovo, si presentarono supplichevoli, per arrendersi ai Fiorentini,
i quali si dimostrarono assai generosi, proibendo il saccheggio,
contentandosi di riformare il governo della città, che ridussero
a parte guelfa. E Pisa, trovandosi isolata, fini coll'arrendersi
anch'essa a patti, che vennero sottoscritti il 4 di agosto 1254. In
conseguenza di essi i Fiorentini poterono entrare ed uscire di Pisa,
insieme con le loro mercatanzie, liberi per terra e per mare, da ogni
tassa, dazio o gabella. Dovettero inoltre i Pisani, nel contrattar
con loro, adoperare il peso, la misura, ed in parte anche la moneta
fiorentina. Cedettero varie terre e castella, fra cui Ripafratta. Per
sicurtà di questi patti e dell'amicizia che avevano giurata, furono
costretti a dare 150 ostaggi. E dopo di ciò si sottomise (25 agosto)
anche Arezzo, che accettò un podestà dai Fiorentini.[256]

Questi furono chiamati gli anni delle vittorie del Primo Popolo, di cui
i cronisti tanto esaltano il valore e la bontà. Il Villani, copiato
al solito dal Malespini, ci dice che esso fu «molto superbo d'alte
e grandi imprese», e i suoi rettori «furono molto leali e diritti a
Comune».[257] E poco dopo aggiunge: «I cittadini di Firenze viveano
sobrî e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti (buoni?)
costumi e leggiadrie, grossi e ruddi, e di grossi drappi vestiano loro
e le loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno,
e colle berrette in capo, tutti con gli usatti in piede, e le donne
fiorentine co' calzari senza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una
gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro o di Camo, cinta
ivi su d'uno scaggiale[258] all'antica, e uno mantello foderato di
vaio, col tassello[259] di sopra, e portavanlo in capo; e le comuni
donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo. E
lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era
a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le piú belle pulcelle avevano
venti o piú anni, anzi ch'andassono a marito».[260] Anche la _Divina
Commedia_, come è noto, dà ampia conferma a questi giudizi sul buono
e leale popolo vecchio di Firenze, giudizio di cui i fatti rendono
testimonianza continua.

E la prosperità cittadina cresceva non solo nella guerra, ma anche
nella pace, fuori e dentro le mura. Alle molte opere di pubblico
interesse già piú sopra accennate, e che furono ora compiute, altre
non poche se ne aggiunsero, avendo gli Anziani a questo fine comperato
terreni in piú parti della Città. Ed essi, insieme col Capitano
del Popolo, Lambertino di Guido Lambertini, ordinarono (1252-3)
che si ricopiasse e continuasse regolarmente il registro di tutti
gl'instrumenti del Comune, acciò, dicevano, _iura et rationes Communis_
non restino ignoti né deperiscano, ma si possano in piú luoghi vedere.
Questi sono i _Capitoli_ cosí bene conservati fino ad oggi, e tanto
utili alla storia di Firenze.[261]

Ma ora lo stato delle cose doveva nuovamente mutare. Per la morte di
Corrado, a Federico II succedeva nel Reame l'altro figlio, Manfredi,
ardito, ambizioso, di molto ingegno, che s'adoperava a tutt'uomo, per
sollevare la fortuna del partito ghibellino in Italia, ed i Fiorentini,
sempre accortissimi, cominciarono subito a procedere piú cauti. Nel
1255 fecero alleanza coi Senesi, nell'anno seguente fecero lo stesso
con Arezzo, disapprovando severamente il conte Guido Guerra, loro
capitano, che aveva di là cacciati i Ghibellini, ed obbligandolo a
rimetterli. Anche coi propri esuli si dimostrarono piú benigni assai
e piú larghi, facendone via via rientrare alcuni. Ma erano, cosí da
una parte, come dall'altra, lustre che non menavano a nulla. Ognuno
temporeggiava, per vedere che piega pigliavano gli affari generali
d'Italia.

Se la fortuna di Manfredi fosse risorta davvero, i Fiorentini dovevano
aspettarsene gravi danni, e lo sapevan bene. Un primo segno, se ne
vide infatti nel 1256, quando i Pisani, dimenticati tutti i patti
e le promesse giurate, assalirono Ponte a Serchio, castello dei
Lucchesi, amici de' Fiorentini, che perciò corsero subito a difenderli,
e sconfissero i nemici, molti dei quali, fuggendo, affogarono in
quel fiume. Dopo questa vittoria, i Fiorentini andarono sotto le
mura di Pisa, a battere moneta, segno allora di grande umiliazione
al nemico. I Pisani, inoltre, furono costretti (23 Settembre 1256)
non solo a rinnovare la pace umiliante del 1254, ma a cedere molti
castelli ai Fiorentini, qualcuno anche ai Lucchesi.[262] E fra i
patti della pace v'era adesso aggiunto ancora, che il castello del
Mutrone, importantissimo per la sua posizione cosí ai Lucchesi, come
ai Fiorentini, fosse reso a questi con la facoltà di distruggerlo
o conservarlo, secondo che i loro magistrati avessero deliberato.
Fu quindi tenuto a Firenze un Consiglio d'Anziani, fra i quali
Aldobrandino Ottobuoni, popolano e povero, ma pel suo amor patrio assai
autorevole, sostenne che il castello dovesse distruggersi. E la sua
proposta fu vinta, con la condizione però che dovesse essere sottomessa
a giudizio del Parlamento. Ma in questo mezzo, i Pisani, ignari della
presa deliberazione, e della opinione sostenuta dall'Ottobuoni, sapendo
però quanto pericoloso quel castello poteva ad essi riuscire, una
volta venuto in mano de' Lucchesi, mandarono ad offerirgli la somma, a
que' tempi assai ingente, di 4,000 fiorini, perché sostenesse, fra gli
Anziani, quella opinione appunto, che egli aveva già difesa e vinta.
Ma questo giovò, invece, a fargli aprire gli occhi, e conoscere il suo
errore. Tornato quindi fra gli Anziani, fece in contrario senso mutare
la presa deliberazione. La buona fama delle virtú d'Aldobrandino ne
crebbe perciò tanto che, dopo la sua morte, gli fu, a pubbliche spese,
decretato un monumento in Duomo, che stesse in luogo piú alto di tutti
gli altri.[263] Molti furono gli uomini celebrati per le loro virtú, al
tempo del Primo Popolo; ma questo governo durò solo dieci anni, e noi
siamo già vicini a nuove riforme, a nuove rivoluzioni, che ricominciano
ben presto a travagliar la Repubblica.


VI

I semi di questi rivolgimenti erano nella costituzione stessa, come
abbiamo già accennato, ed aspettavano solo un'occasione propizia a
germogliare, la quale non tardò molto a venire di fuori. Il partito
ghibellino, decaduto dopo la morte di Federico, risorgeva ora in
Italia, per opera di Manfredi, che a tutt'uomo s'adoperava a ciò. I
suoi messi arrivarono finalmente anche a Firenze nel 1258, e, come era
naturale, si diressero a casa gli Uberti, che trovaron prontissimi a
tentare la fortuna delle armi. Questi chiamarono subito i loro amici,
e congiurarono di levare il governo di mano al popolo. Ma era ancora
troppo presto, perché, come giustamente osservava il Machiavelli,
allora «i Guelfi molto piú che i Ghibellini potevano, sí per esser
questi odiati dal popolo pei loro superbi portamenti, quando al
tempo di Federigo governarono; sí per esser la parte della Chiesa
piú che quella dell'Imperatore amata, perché con l'aiuto della Chiesa
speravano preservare la loro libertà, e sotto l'Imperatore temevano
perderla».[264] La congiura infatti fu subito scoperta, e gli Anziani
citarono gli Uberti, i quali, per consiglio di Farinata loro capo,
invece di presentarsi, s'afforzarono nelle proprie case. Il popolo
allora, assai sdegnato, si levò a tumulto, e le case degli Uberti
vennero saccheggiate; alcuni dei loro amici furon presi, altri uccisi,
e neppure a quelli che erano semplicemente sospetti si volle usare
pietà. L'abate di Vallombrosa, dei Beccaria di Pavia, ebbe tagliato il
capo, sebbene fosse, come fu poi da molti riconosciuto, innocente.[265]
Tutta la famiglia Uberti e i principali seguaci dovettero, per questi
fatti, salvarsi coll'esilio, andandosene a Siena, fautrice dichiarata
di Manfredi, e quartier generale dei Ghibellini di Toscana. Gli esuli
ivi radunati, si posero sotto il comando di Farinata, il piú ardito
e autorevole fra di essi. I Fiorentini giustamente si lamentarono dei
Senesi, che, accogliendo i profughi, violavano la pace del 1255; ma i
Senesi, che da gran tempo erano in segreto accordo coi Ghibellini, non
dierono retta.

Il conflitto era perciò inevitabile, ed i primi segni se ne videro
subito nell'assalto dato da Firenze a parecchi castelli e terre
nella Maremma senese.[266] Poi la Martinella fu attaccata all'arco di
Mercato Nuovo, e sonò a distesa, per annunziare una guerra assai piú
grossa. Da una parte e dall'altra cominciarono ad armarsi, chiamando
a raccolta anche gli amici. I Fiorentini avevano inviato Brunetto
Latini ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, che aspirava alla corona
imperiale, perché venisse in Italia contro di Manfredi. Ma già i
Senesi, con assai maggiore speranza di buon successo, avevano, per
mezzo degli esuli fiorentini, chiesto aiuto direttamente a Manfredi.
Questi, trovandosi allora assai occupato nel Reame, mandò Giordano
d'Anglona, conte di S. Severino, con circa cento cavalieri tedeschi,
che arrivarono a Siena nel dicembre 1259, portando la bandiera del Re.
I Fiorentini uscirono finalmente, nell'aprile del 1260, col carroccio,
armati a Popolo ed a Comune, con alla testa il podestà Iacopino
Rangoni, gli Anziani, i capi delle Compagnie, e vennero addirittura
sotto le mura di Siena, presso la Porta Camollia. Il 17 maggio, nel
luogo dove è il monastero di Santa Petronilla, vi fu battaglia. Si
narra che Farinata degli Uberti, il quale, come capo degli esuli
s'era molto adoperato a promuovere la guerra, vedendo il piccolo
aiuto mandato da Manfredi con la propria insegna, dicesse: «Noi la
conduceremo in luogo che ne sarà fatto tale strazio, che gli verrà
voglia d'essere nemico de' Fiorentini, e (de' cavalieri) daranene piú
che non vorremo noi».[267] E si aggiunge ancora, che ubriacarono i
soldati tedeschi, perché combattessero con cieco furore.[268] Certo
è che da Siena uscirono i cittadini armati sotto il comando del loro
Podestà, e i Tedeschi con gli esuli, fra i quali primeggiava sempre
Farinata, sotto il comando del conte Guido Novello. L'impeto del primo
assalto fu da parte de' Tedeschi tale, che i Fiorentini, credendo
d'avere addosso un formidabile esercito, si misero in rotta; ma
avvistisi poi che il nemico era assai inferiore di forze, resistettero
con valore, e dopo una mischia sanguinosa, lo respinsero e presero la
bandiera di Manfredi, che trascinarono nel fango. La gioia in Firenze
fu grandissima, sebbene la vittoria fosse costata cara, e si fosse
anche visto che pochi cavalieri tedeschi, assai bene addestrati,
avevano, per un momento almeno, potuto mettere in rotta un esercito
numeroso d'artigiani e di contadini. Ciò dava invece animo ai Senesi,
massimamente ora che il loro principale cittadino Provenzano Salvani,
con altri ambasciatori, tornava da Manfredi, menando un grosso sussidio
di 800 Tedeschi,[269] posti anch'essi sotto il comando del conte
Giordano, il quale aveva ora anche l'ufficio di vicario di Manfredi in
Toscana.

Era perciò inevitabile che la guerra continuasse, ed i Senesi già erano
in campo per sottomettere Staggia e Poggibonsi, dare il guasto a Colle,
Montalcino e Montepulciano, il che rendeva inevitabile che i Fiorentini
pigliassero di nuovo le armi. Farinata degli Uberti e gli altri esuli
gettavano di continuo olio sul fuoco, adoperando ogni sottile astuzia
per provocarli, e per ordir tradimenti nella loro stessa Città.
Furono infatti mandati due frati minori a dire, sotto apparenza di
gran segreto, agli Anziani, che Siena era stanca dei Ghibellini e del
predominio che in essa aveva Provenzano Salvani; sarebbe perciò stato
facile fare aprire le porte all'esercito fiorentino, mediante 10,000
fiorini. Fu agevole ai frati, ingannati, come pare, essi stessi,
ingannare gli altri. Venuti nella Città, cosí almeno narra il Villani,
chiesero di trattare con due soli degli Anziani, sotto giuramento di
strettissimo segreto. E furono a ciò deputati due, i quali, udite le
proposte, e pensando che venivano dagli esuli, figli anch'essi della
stessa Repubblica, non rammentando quanto potenti erano stati sempre
fra loro gli odî di parte, prestarono fede ai fallaci messaggi. Sebbene
tutto fosse proceduto con gran mistero, pure a decidere la guerra, era
sempre necessario consultare i cittadini. Si tenne perciò un Consiglio
numeroso di nobili e di popolo, nel quale gli Anziani, sotto varî
pretesti, piú o meno plausibili, sostennero l'utilità e la necessità
di ricominciare subito la guerra contro i Senesi. Vi fu nondimeno
grandissimo dissenso. E quantunque le leggi fiorentine mettessero
mille freni alla discussione, massime quando si trattava di combattere
una proposta dei magistrati,[270] pure la deliberazione era di tanta
gravità, che piú d'uno si provò a combatterla, sostenendo che il far la
guerra adesso, quando si sapeva che Siena non aveva mezzo di mantenere
a lungo i Tedeschi, era impresa stoltissima. I nobili specialmente si
dimostravano contrarî, perché essi avevano riconosciuto la superiorità
della cavalleria tedesca, e non credevano possibile adesso, che ne
era venuto un assai maggior numero, tenerle fronte con un esercito
d'artigiani e di mercanti poco pratici nell'arte della guerra, la
quale aveva già cominciato a far tali progressi, che le battaglie non
si vincevano piú col solo valor personale. Ma l'opposizione dei nobili
rendeva invece piú caldi i popolani, i quali gridarono che bisognava
armarsi e partire senza indugio. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari era
stato dei primi a dichiararsi contrario, proponendo che s'aspettasse.
Ma a lui lo Spedito, che era, secondo il Villani, uno dei due Anziani
a parte del segreto, rispose con ingiuriose parole, concludendo, che se
aveva paura, si cercasse le brache. Al che messer Tegghiaio di rimando
esclamò, che allo Spedito non sarebbe bastato l'animo di seguirlo a
gran distanza nella guerra. E dopo queste irate parole, sorse Cece
Gherardini, il quale, senza alcuna reticenza, cominciò anch'esso a
parlar forte contro la guerra proposta dagli Anziani. Questi allora,
in nome della legge, gl'imposero silenzio, minacciando la pena di
100 lire, voluta dagli Statuti contro chi parlasse senza permesso dei
magistrati; ma egli rispose, che voleva pagare e parlare. Portarono
allora la pena a 200, poi a 300 lire, e finalmente dovettero, per farlo
tacere, imporgli silenzio sotto minaccia del capo.[271] Cosí fu infine
deliberata la guerra, la quale, del resto, anche senza questi segreti
maneggi, narrati ed esagerati dai cronisti, sarebbe stata inevitabile,
tanto s'erano omai accesi gli animi.

L'esercito dei Fiorentini si trovava (1260) sotto gli ordini del
medesimo Podestà, che lo aveva comandato nel passato maggio. Ma ora
essi avevano aiuti dai Guelfi di tutta Toscana, di Perugia, Orvieto,
Bologna ed altre molte città, in modo che si dice ponessero insieme
30,000 fanti e 3,000 cavalli. Messo in moto, nel mese d'agosto, un
cosí gran numero di gente, col carroccio, con tutti i capi, con le
molte salmerie, entrarono nel territorio senese, e fecero sosta il 2
settembre, alla Pieve Asciata. Le pratiche fatte dagli esuli avevano
avuto un doppio resultato. Da un lato cioè avevano nei Fiorentini
infuso la vana speranza, che Siena potesse aversi senza sangue,
solo con danaro e con la mostra di grandi forze. Da un altro s'erano
nell'esercito stesso stretti veramente segreti accordi di tradimento
coi nemici. Si cominciò quindi col mandare baldanzosamente ad intimare
la resa. Ma gli ambasciatori, entrati in Siena, trovarono tutto il
popolo animato dal furore della guerra e della vendetta. Accolti
solennemente dai Ventiquattro, che erano alla testa del governo,
questi, udite le domande, dissero: _Che sarebbe loro risposto in campo,
a viva voce_. Non restava quindi che apparecchiarsi senz'altro alla
decisiva giornata.

La mattina del tre di settembre un banditore andava in giro per
Siena, intimando che ognuno s'affrettasse, «in nome di Dio e della
Vergine Maria», ad accorrere sotto il proprio gonfalone.[272] Cosí
fu raccolto un grosso esercito, che il giorno stesso uscí di città,
per andare incontro ai Fiorentini. È assai difficile dirne il numero,
tanto variano i ragguagli dei cronisti. Coi Senesi v'erano i Tedeschi,
v'erano gli esuli ghibellini di Firenze, v'erano anche parecchi
alleati. Tuttavia erano certo in numero minore dei nemici. Come di
regola, il comando generale lo aveva il podestà Francesco Troghisio.
Ma la condotta effettiva delle armi l'avevano il conte Giordano e
il conte d'Arras, che conducevano i cavalieri ed i fanti tedeschi;
il conte Aldobrandino di Santa Fiora ed altri capitani valorosi. Il
conte Guido Novello comandava gli esuli fiorentini, fra i quali, piú
irrequieto che mai, era Farinata degli Uberti. Alla testa dell'esercito
fiorentino stava del pari il podestà Iacopino Rangoni; ma i capitani
erano gente inesperta, che si cullava ancora nella lusinga di vincere
senza combattere. S'avanzarono adunque col carroccio fino a Monselvoli,
in Val di Biena, dove misero il campo, non lungi dal fiume Arbia e
dal castello di Montaperti, a quattro miglia da Siena. La mattina del
quattro settembre i Senesi, sopra tutto i Tedeschi, iniziarono con
grandissimo slancio la battaglia. Il conte d'Arras si teneva con la
sua banda in agguato, per attaccare di fianco il nemico, al momento
opportuno. Sino all'ora di vespro i Fiorentini resistettero con
valore, ma poi cominciarono a dar segni di stanchezza. Ed allora il
conte d'Arras, uscendo dall'agguato, al grido di _San Giorgio_, piombò
sul loro fianco con tale impeto, che subito li sgominò. Nello stesso
tempo, Bocca degli Abati, uno dei Fiorentini che tradivano, mozzò, con
un colpo di spada, la mano a Iacopo dei Pazzi, che teneva la bandiera
della cavalleria. E questa, che era quasi tutta di nobili, parte per
lo sgomento, parte pel tradimento, si dette alla fuga. La fanteria,
composta invece di buoni popolani e fedeli alleati, tenne ancora fermo;
ma poi cedette, e fu anch'essa trascinata nella fuga generale. Solo
la guardia del carroccio, comandata da Giovanni Tornaquinci, che a
70 anni combatté da leone, stette salda fino a che l'ultimo di essa
non fu morto accanto alla bandiera, la quale, con la Martinella e col
carroccio, cadde in mano del nemico, che li portò via, trionfando, in
Siena, dove mise in pezzi ogni cosa.[273] La strage fu grandissima,
molti dei Fiorentini correvano al castello di Montaperti, gridando:
misericordia, ch'io m'arrendo; ma erano uccisi lo stesso. Finalmente
il capitano dei Senesi, conte Giordano, d'accordo coi gonfalonieri
del popolo, consigliato anche da Farinata degli Uberti, mandò
ordine, che si sospendesse la strage, e restasse salva la vita di chi
s'arrendeva.[274] È assai difficile dire qual fosse in quel giorno
funesto il numero dei morti. Il Villani, che li riduce al minimo,
afferma che i cavalieri si salvarono tutti colla fuga, ma che la strage
fu tra i popolani, di cui 2,500 rimasero morti, 1,500 prigionieri. I
Senesi, che riducono le loro perdite a 600 morti e 400 feriti, portano
quelle dei Fiorentini a 10,000 morti, 15,000 prigionieri, 5,000 feriti,
oltre 18,000 cavalli fra morti e perduti. Se queste cifre sono al di
sopra, quelle del Villani possono ritenersi al di sotto del vero.[275]
Ma questi descrive il vero stato delle cose quando conchiude: e allora
«fu rotto e annullato il Popolo vecchio di Firenze».[276] Tale infatti
può dirsi la conseguenza ultima di quella battaglia, _che fece l'Arbia
colorata in rosso_.

Grandi furono la gioia, le feste, i trionfi in Siena; grandissimi
il lutto, i lamenti in Firenze, dove non era famiglia che non avesse
perduto qualcuno. I capi dei Guelfi sapevano, che per essi non v'era
omai piú speranza di salvezza, e però, in gran numero, esularono le
famiglie dei loro nobili, e non poche anche di popolani. Uscirono
di Città il 13 settembre, ed alcuni si sparsero pei castelli della
Toscana, ma i piú andarono a Lucca, che rimase come centro principale
dei Guelfi. Il 16 entrò in Firenze il conte Giordano con i suoi
Tedeschi, e con essi tornarono gli esuli carichi di preda, che la
fecero subito da padroni. Uno dei primi loro pensieri fu d'andare
in Duomo a disfare il monumento d'Aldobrandino Ottobuoni, quasi che
egli, piú che guelfo o ghibellino, non fosse stato cittadino onesto
e benemerito della patria. Cosí cominciarono, sin dal principio, a
fare ogni opera, per rendersi sempre piú odiosi ed incomportabili.
Poggibonsi, Montalcino, molti dei castelli, pei quali s'era tanto
combattuto, furono abbandonati a Siena. Gli ordini della libertà
furono distrutti, ed il conte Giordano nominò, per due anni, podestà di
Firenze il conte Guido Novello,[277] che entrò subito nel Palazzo del
Comune, di dove fece poi aprire una via, che andò fino alle mura, e si
chiamò, come anche oggi si chiama, Via ghibellina. Cominciarono intanto
gli esilî, le persecuzioni, le distruzioni delle case e delle torri
de' Guelfi, i cui beni, confiscati, venivan raccolti a benefizio della
parte ghibellina, che doveva trionfare per tutto. Fra gli esuli vi fu
anche Brunetto Latini, già stato, come vedemmo, ambasciatore ad Alfonso
di Castiglia, e rimasto ora in Francia, dove scrisse il _Tesoro_, in
cui ricorda la sua ambasceria.

Il conte Giordano, richiamato da Manfredi nel Reame, dové partire,
lasciando in sua vece il conte Guido Novello. Ed allora si tenne in
Empoli un concilio di tutti i capi ghibellini, per prendere accordi sul
da fare. Quello che dimostra a che segno fosse giunto allora il feroce
odio di parte contro Firenze, si fu la proposta fatta di distruggerne
le mura, abbatterne le case, e ridurla a borgo, come nido eterno
dei Guelfi, i quali altrimenti sarebbero in essa sempre risorti. A
questo si oppose però generosamente Farinata degli Uberti, il quale
nell'impeto della sua collera, mettendo la mano sull'elsa, dichiarò
al conte Giordano ed agli altri capitani, ch'egli aveva combattuto
per riavere, non per perdere la patria, e che l'avrebbe difesa
contro coloro i quali la volevano distruggere, con piú ardore che non
aveva combattuto i Guelfi.[278] Tali parole fecero subito respingere
l'insensata proposta.

Il conte Guido pose in Toscana alcuni ghibellini come podestà,
ritenendo nelle sue mani il governo generale di quella provincia, e
reggendo anche la Città, come vicario di Manfredi. Egli si fece basso
strumento di tutti gli odî della parte ghibellina, alla quale però
assai poco potevano giovare la sua condotta incerta, il suo carattere
debole. Tuttavia la persecuzione contro i Guelfi continuò non solamente
in Firenze, dove le confische, le demolizioni di case e di torri
s'andarono lungamente ripetendo,[279] ma anche nei vicini castelli ed
in Lucca, di dove i Guelfi, che vi s'erano rifugiati, vennero cacciati.
Fu in questa occasione, che Farinata degli Uberti, avendo preso
prigioniero Cece dei Buondelmonti, se lo portava in groppa del cavallo,
chi dice per salvarlo, chi dice come preda di guerra. A quella vista
però non seppe frenarsi suo fratello Piero degli Uberti, il quale, a
colpi di mazza, uccise il prigioniero sulla groppa stessa del cavallo.
Tale era allora la ferocia degli odî di parte. Dopo la sconfitta del
'60 molti dei Guelfi andarono pel mondo raminghi. Alcuni si recarono
colle armi a servire il proprio partito nell'Emilia, addestrandosi
nelle nuove discipline dell'arte militare; altri invece andarono in
Francia ad esercitare la mercatura, dando cosí nuovo ed assai maggiore
impulso al commercio fiorentino.


VII

Dalla fine dell'anno 1260, in cui seguiva la battaglia di Montaperti,
al 1266, in cui cessava il dominio del conte Guido e di Manfredi, la
storia di Firenze non presenta alcun fatto notevole. La sua libertà
è distrutta, le sue guerre sono piccole e ingloriose scaramucce di
partito, le nuove istituzioni, se pur meritano questo nome, non hanno
valore nello svolgimento storico della sua costituzione. Chi vuol
conoscere il logico legame, che unisce le varie sue forme, nella storia
della Repubblica, non deve por mente a queste soste che la libertà
subisce, a questi interregni, nei quali la tirannide spezza il corso
regolare degli eventi e delle istituzioni, che poi ripigliano il loro
naturale cammino, quando la libertà torna a rivivere. Il Podestà che
governava in nome di Manfredi, lasciò sussistere i due Consigli (nei
quali prevalsero come era naturale i Grandi ed i Ghibellini), il
Generale cioè di 300, lo Speciale di 90. Ma del Capitano del popolo e
de' suoi Consigli non sentiamo piú parlare, come non sentiamo parlare
degli Anziani e del loro Consiglio. Troviamo però, invece di essi,
Ventiquattro cittadini, quattro per Sesto, che siedono nei Consigli del
Podestà.[280] Dell'antica costituzione non sono rimasti che frammenti
ed anche questi di antico non sembrano avere altro che il nome. In
sostanza si è, coll'aiuto di Manfredi e per opera dei Ghibellini,
costituito un dispotismo aristocratico, che fa singolare contrasto
con la costituzione che lo precedette, e con quella che lo seguirà, le
quali invece si trovan fra di loro in perfetta armonia e connessione.
Intanto, a continuare la guerra contro i Guelfi, non solo si demolivano
le loro case, confiscavano i loro beni, ma si ponevano ancora taglie
sopra taglie, che oppressavano duramente il popolo, cui s'era tolta
ogni parte al governo. Nel 1264 però moriva Farinata degli Uberti, nel
1265 nasceva Dante Alighieri, e l'Italia cominciava ad essere agitata
da nuovi eventi, che dovevano ripercuotersi anche in Firenze.

Era veramente un pezzo, che la politica italiana accennava a volersi
sostanzialmente mutare. Federico II dispotico e crudele assai spesso,
aveva pure saputo raccogliere intorno a sé gli uomini piú culti della
Penisola, fra i quali aveva incontrato grandissimo favore. Manfredi,
che gli successe, fu un principe avventuroso ed infelice, d'animo
grande, che doveva quindi trovare e trovò molti ammiratori. I Papi,
è vero, avevano combattuto l'uno e l'altro come Ghibellini; ma la
loro politica cominciava lentamente ad essere avversa del pari ai
Ghibellini ed alle libertà comunali, perché l'ambizione loro cresceva
ogni giorno, e volevano rafforzare il dominio temporale a danno dei
Comuni. Firenze si manteneva ancor sempre guelfa; ma i tempi mutati
cominciavano in tutta Italia a mutare, se non il nome, il carattere
e il valore dei partiti, laonde spesso si passava dall'uno all'altro,
senza troppo esitare, né era sempre facile dire se il mutamento seguiva
piú nell'animo di chi abbandonava il proprio partito, o nel partito
stesso, che perciò veniva abbandonato. E questo disordine cresceva
grandemente ora che i Papi, sempre inquieti, sempre paurosi di perdere
il loro predominio in Italia, si decidevano a chiamare nuovi stranieri,
e quindi facevano su di essa cader nuove miserie.

Intimoriti nel vedere il gran potere e il gran favore acquistato dagli
Svevi, cercarono mettervi riparo, seguendo quella politica cosí bene
descritta dal Machiavelli, quando dice che i Papi, «ora per carità
della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano mai
di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre. E poiché
eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano, e cercavano
la sua rovina, né permettevano che quella provincia, la quale, per loro
debolezza, non potevano possedere, altri la possedesse».[281] Cosí,
dopo molte ed ostinate pratiche, riuscirono finalmente a far venire
gli Angioini contro Manfredi, alla conquista del regno di Napoli. Carlo
d'Angiò, benedetto ed aiutato da papa Clemente IV, seguito non solo dai
suoi Francesi, ma anche da molti Italiani, tra cui gli esuli guelfi di
Firenze, che si dimostrarono fra i piú valorosi,[282] s'avanzò verso la
frontiera napoletana, ed il 26 febbraio 1266 venne, presso Benevento,
a battaglia con Manfredi, il quale, abbandonato e tradito da' suoi,
pugnò da valoroso, morí da eroe. Il suo cadavere, invano cercato per
tre giorni in mezzo ai morti, venne poi trovato e trasportato sopra un
asino. Non volle re Carlo concedergli sepoltura in terra consacrata,
perché era stato scomunicato dal Papa, e fu quindi messo in una fossa,
presso il ponte di Benevento, dove i soldati francesi, gettando,
ognuno, sopra il cadavere una pietra, elevarono un monte, che poteva
dirsi monumento condegno al valore ed alla sventura del soldato morto
combattendo. Ma papa Clemente gl'invidiò anche questo umile riposo, e
per suo ordine l'arcivescovo di Cosenza persuase il re angioino a far
disotterrare il cadavere, e gettarlo fuori del Regno, presso il fiume
Verde.[283] Tutti questi fatti diedero il crollo al partito ghibellino
in Italia. La sede imperiale era vacante, gli Svevi abbattuti, ed in
Napoli succedeva ad essi un'altra dinastia straniera, venuta per opera
del Papa. Se la morte di Federico II aveva fatto decadere in Firenze
i Ghibellini, ben si può immaginare che cosa dovesse succedere ora
che il loro mal governo aveva accumulato contro di essi odî sempre
maggiori, e che con Manfredi non era morto solamente un principe amico,
ma s'estingueva in Italia il dominio d'una casa imperiale e reale, che
era stata il piú valido sostegno del partito.

Ed infatti, all'annunzio di questi eventi, tutto il popolo di Firenze
si commosse, e cominciò a pigliare animo contro i Grandi che dominavano
ancora. Quando poi si seppe che buona parte di quei Guelfi fiorentini,
i quali avevano con gran valore combattuto nell'esercito di Carlo
d'Angiò, tornavano con la sua bandiera a Firenze, la moltitudine si
mostrò cosí pronta a sollevarsi, che al conte Guido ed ai suoi mancò
l'animo. E però i Ghibellini, dice il Machiavelli, «giudicarono che
fosse bene guadagnarsi con qualche beneficio quel popolo, che prima
avevano con ogni ingiuria aggravato, e quelli rimedî che, avendoli
fatti prima che «la necessità venisse, sarebbero giovati, facendoli
di poi, senza grado, non solamente non giovarono, ma affrettarono
la rovina loro».[284] Volevano infatti il conte Guido ed il partito
ghibellino concedere qualche libertà, per acquetare il popolo, ma non
sapevano da che parte rifarsi. Gli antichi ordini erano distrutti,
ed eglino s'erano talmente allontanati dal popolo, governando ad
arbitrio e taglieggiando, che ora il cominciare a ceder qualche cosa,
li avrebbe ben presto costretti a ceder tutto. Il popolo dall'altro
lato, escluso dal governo, s'era dato all'industria ed al commercio,
portandovi quell'attività ed energia, che gli era vietato di esercitar
direttamente nella politica. Le industrie perciò, maravigliosamente
cresciute, s'ordinarono sempre piú fortemente in associazioni
politico-industriali, chiamate Arti maggiori ed Arti minori, le quali,
cominciate nei primordî del Medio Evo, andarono assumendo anche una
grande forza ed autorità politica, ed acquistarono un grandissimo
predominio nella Città. Cosí s'erano formate adesso molte famiglie
di nuovi potenti, quasi una nuova aristocrazia del danaro e del
lavoro, o, come incominciavano già a chiamarla, di popolani grassi,
divenuti di fatto i veri padroni della cittadinanza fiorentina.[285]
I Ghibellini quindi, a poco a poco, si trovarono al governo, come una
casta separata, e si dovettero sempre piú reggere con la sola amicizia
di Manfredi, e con l'aiuto de' suoi Tedeschi. Quasi gente accampata
in terra straniera, erano andati perdendo di giorno in giorno ogni
ascendente morale e politico, ogni civile autorità sopra i popolani,
i quali colle loro industrie ed il loro commercio, s'erano come
formato un mondo a parte, costituendosi in una società divisa, e, fra
certi limiti, indipendente da chi li governava. Rivolgersi dunque
ai piú autorevoli fra costoro, era difficile e pericoloso, perché
essi, capi del popolo guelfo, non potevano chiedere altro che la sua
partecipazione al governo, il che sarebbe stato ben presto la rovina
dei Grandi e dei Ghibellini. Dare, di loro propria iniziativa, parziali
riforme neppure era facile ai Grandi, perché non si sapeva quali, né
come darle, ora che il popolo si sentiva già in forza da dominar la
Città. Si pensò quindi a chiamar da Bologna due cavalieri del nuovo
Ordine detto dei Frati Gaudenti, il cui ufficio era di soccorrere
vedove e pupilli, metter pace fra i partiti avversi. E perché apparisse
un qualche segno piú visibile d'imparzialità, si volle che fossero
guelfo l'uno, ghibellino l'altro. E tutto ciò fu fatto col consenso,
anzi quasi per consiglio di papa Clemente IV, il quale, provenzale e
grande sostenitore di Carlo d'Angiò, scriveva continuamente lettere
imperiose[286] ai Fiorentini, come se per la vacanza dell'Impero, ne
potesse egli assumere l'autorità, e come se, per la vittoria di Carlo,
fosse divenuto il loro padrone.

Questi frati gaudenti però, il cui Ordine durò poco, erano, secondo
il Villani, uomini dati piú ai loro piaceri, che capaci di trattar
seriamente l'impresa loro affidata di far come da podestà in Firenze,
proponendo anche le nuove riforme. E tanto ciò era evidente, che essi
stessi videro subito la necessità di consigliarsi e intendersi con le
Arti. Laonde, arrivati in Città, alloggiarono nel Palazzo del Comune, e
convocarono un Consiglio di 36 mercatanti guelfi e ghibellini, i quali
cominciarono subito a radunarsi ogni giorno, per discutere, nella Corte
dell'Arte di Calimala, o sia de' panni forestieri che si raffinavano
in Firenze, dove questa industria era assai progredita e formava già
l'Arte piú potente. Furono subito tutti d'accordo, che si dovesse
proporre la costituzione industriale e politica delle sette Arti
maggiori, con insegne proprie, armi e capi intorno a cui raccogliersi,
e cominciarono ad ordinarle, dando un gonfalone a ciascuna di esse
cioè: Giudici e Notai, di Calimala o dei panni forestieri, della Lana,
dei Cambiatori, de' Medici e Speziali, della Seta, dei Pellicciai.
Ma i Ghibellini s'avvidero che per questa via s'andava rapidamente
a costituir di nuovo, sotto altra forma, il Primo Popolo. E però gli
Uberti, i Lamberti, i Fifanti, gli Scolari si dimostrarono decisamente
avversi a tali novità, e fecero sentire al conte Guido il bisogno di
mettervi immediato riparo, se non si voleva lasciarsi fuggire di mano
il governo. Ed il conte Guido, che altro non cercava, mandò subito
a chiedere aiuti dalle città ghibelline. Da Arezzo, da Siena, Pisa,
Pistoia, Colle, S. Gimignano vennero parecchi cavalieri, che uniti ai
Tedeschi, furono in tutto circa 1,500. Ma se essi erano agli ordini
del conte Guido, erano anche alle sue spese: i Tedeschi già gridavano
che volevano le paghe, e a lui mancavano affatto i danari. E però,
continuando tuttavia le pratiche d'accordo col popolo, pensò di mettere
una nuova imposta del dieci per cento sulle entrate dei cittadini. Ma
questa, dopo tante altre gravezze, riusciva ora incomportabile alle
piccole fortune, tanto che il popolo, già stanco del mal governo,
irritato ancora dal vedere che il Conte aveva spogliato dell'armi
il Palazzo del Comune, per arricchirne il suo castello di Poppi,
imbaldanzito dalla prospera fortuna, e sempre piú eccitato contro i
Ghibellini, protestò energicamente, dando chiari segni di voler correre
alle armi. I Trentasei cercarono allora di calmarlo, e, postisi di
mezzo, proposero di riscuotere essi la nuova tassa, distribuendola in
modo da farla il piú possibile cadere sopra i ricchi e potenti.

Ma questo fu invece il momento in cui i Grandi, divenuti audaci pei
nuovi soccorsi avuti, scelsero per farla finita, e levarono addirittura
il rumore nella Città. Primi a muoversi furono i Lamberti, che, scesi
in Piazza armati, andavano gridando: ove sono questi ladroni dei
Trentasei, che noi vogliamo farli in pezzi? E i Trentasei, che erano
allora a consiglio, si sciolsero; le botteghe si chiusero; il popolo,
levato a rumore, si pose sotto gli ordini di essi, dei Consoli delle
Arti, e soprattutto di Giovanni Soldanieri, nobile che, per ambizione,
si era nel tumulto messo alla testa dei popolani. Fecero capo a S.
Trinita, dove ben presto sopraggiunse colla sua cavalleria il conte
Guido, che si teneva sicuro della vittoria. Ma trovò, invece, che la
moltitudine, asserragliata, resisteva gagliardamente, e dalle finestre,
dalle terrazze venne giú una tal pioggia di sassi e di frecce, che i
suoi cavalieri cominciarono a perdersi d'animo, ed egli si sbigottí
per modo, che, fatte subito voltar le insegne, se ne tornò alla piazza
S. Giovanni; di là, andato poi al Palazzo del Comune, dove erano i due
Gaudenti, chiese le chiavi della Città, per partirsene. Né le preghiere
de' suoi amici, né lo sdegno de' suoi seguaci bastarono a persuaderlo,
che non v'era nessun grave pericolo, e che poteva restare. Egli si
sentiva cosí smarrito che, avute le chiavi, volle essere accompagnato
da tre dei Trentasei, temendo altrimenti d'essere ferito dalle
finestre. E, per la porta detta dei Buoi, se ne andò colle sue genti a
Prato, il giorno di S. Martino, 11 novembre 1266.

Il dí seguente, passata la paura, s'avvide dell'errore commesso, e
persuaso dai Ghibellini di Firenze, che lo avevano accompagnato, si
provò, dice il Machiavelli, «a ripigliare quella città per forza,
che aveva per viltà abbandonata».[287] E venne co' suoi ordinato a
battaglia, fin sotto la porta del Ponte alla Carraia, là dove è ora
Borgo Ognissanti. Ma il popolo, che difficilmente lo avrebbe potuto
cacciare prima, se egli non avesse avuto cosí gran paura, facilmente
poteva respingerlo adesso. Ed alle domande, tra minacciose ed umili del
Conte, perché aprissero, fu risposto colle armi, saettando dalle mura.
Dové quindi retrocedere co' suoi, e si sentivano tutti cosí umiliati e
adirati, che per via tentarono di pigliare un castello vicino, pur di
aver l'aria di fare qualche atto di vigore. Ma respinti anche in questo
piccolo assalto, ritornarono a Prato piú avviliti che mai, in gran
dissenso tra loro. Il Conte, persuaso ormai d'aver perduto lo Stato,
se ne andò in Casentino, ed i Ghibellini di Firenze se ne andarono nei
castelli o ville del contado.


VIII

I Guelfi, rimasti ora padroni della Città, posero mano alle riforme
necessarie a riordinarla popolarmente, consigliati sempre con lettere
imperiose dal Papa, cui però si dava retta solo quanto era necessario
per non irritarlo. Prima di tutto furono licenziati i due frati
Gaudenti, che non avevano fatto buona prova; poi si mandò ad Orvieto
a chiedere un Capitano del popolo ed un Podestà, con qualche aiuto di
cavalieri a guardia del Comune. E vennero 100 cavalieri, con messer
Ormanno Monaldeschi podestà, ed un messer Bernardini capitano. Per amor
di pace rimisero in Firenze i Ghibellini, concludendo tra essi ed i
Guelfi paci e matrimonî, sperando cosí accomunare il popolo, e smorzare
gli odî: ma in verità si riuscí solo ad eccitare piú vivi rancori,
perché gli animi erano ancora troppo esaltati.

Firenze adesso sembrava non aver piú l'antica fiducia nelle proprie
forze, tanto che in mezzo alle gravi complicazioni della politica
italiana, anche i Guelfi sentivano il bisogno d'avere un protettore
straniero. Era un uso funesto, introdotto la prima volta dai
Ghibellini, che, per ossequio all'Impero, avevano chiesto un vicario
imperiale in Città, ed ora che il popolo aveva vinto, perché nel
regno di Napoli, agli Svevi erano successi gli Angioini, parve quasi
inevitabile ricorrere allo stesso pericoloso procedimento. Il Papa,
facendola da Imperatore, aveva nominato Carlo d'Angiò, prima Paciaro,
poi addirittura vicario imperiale per dieci anni in Toscana. E i
Fiorentini, credettero di dovere accettare questo nuovo stato di cose,
anzi fare ad esso buon viso, e quindi offrirono addirittura a Carlo
la signoria della loro Città per sei anni, che furon poi dieci. Ma sia
che a ciò ponessero condizioni le quali al Re angioino piacevano poco,
sia che egli volesse farsi pregare, certo è che parve dapprima esitar
molto. Poco dopo mandò Filippo di Monforte, il quale con 800 cavalieri
entrò in Firenze, il giorno di Pasqua del 1267, anniversario, come fu
allora notato, della morte del Buondelmonti. Piú tardi vi mandò qual
suo vicario Guido di Monforte;[288] poi venne anch'esso a condurre in
persona la guerra contro i Ghibellini in Toscana.

Ed ora, cacciati i Ghibellini, accettata la supremazia di Carlo come
inevitabile, era pur necessario dare a Firenze un assetto definitivo,
studiandosi, in mezzo a condizioni cosí nuove, cosí difficili,
di garantirne la libertà, e si venne a quella che fu la quarta
costituzione della Repubblica. Le condizioni della società fiorentina
erano assai mutate, e con esse doveva mutare anche il carattere della
nuova costituzione. Il partito ghibellino o aristocratico s'era
ristretto in un piccolo numero di Grandi, che esercitavano l'arte
della guerra e volevano spadroneggiare. Coi nobili che, mutando nome
e abbandonando i titoli, s'univano ai popolani, e con coloro che, pei
rapidi guadagni della mercatura, entravano in una nuova condizione
di viver civile, s'era formata, come abbiam visto, quasi una nuova
aristocrazia, un popolo grasso divenuto padrone della Città.[289]
E v'era poi anche questo di notabile, che andavano, tanto il popolo
grasso, quanto il minuto, perdendo ogni giorno piú l'antica educazione
militare, non solamente perché ora nelle guerre prevalevano gli uomini
d'arme, e cominciavano a valer poco gli eserciti popolari, ma anche
perché il commercio aveva preso tali proporzioni, che non potevano i
mercanti, sempre affaccendati a bottega, o in giro pel mondo, passare
ogni anno, come pel passato, due o tre mesi al campo. Il commercio
era divenuto la principalissima occupazione, quasi la vita stessa del
popolo fiorentino, che ora poteva dirsi davvero un popolo di banchieri
e di mercanti. Ed a tutto questo s'aggiungeva, che in Firenze v'era
adesso un'autorità straniera con soldati stranieri. Carlo d'Angiò
direttamente, o per mezzo di suoi vicari, o di persone in altro modo da
lui nominate, teneva l'ufficio del Podestà, e spesso sceglieva anche
il Capitano. I Fiorentini perciò, sempre accortissimi, ristabilirono
i Dodici Anziani, due per Sesto, col nome Dodici Buoni Uomini, coi
quali il Podestà doveva consigliarsi. E con essi ancora, invece di 36,
un Consiglio di 100 Buoni Uomini di popolo, «senza la diliberazione
dei quali nessuna grande cosa, né spesa si poteva fare». Con questo
Consiglio, unito al Parlamento, che, di diritto almeno, a Firenze
non mancò mai, noi abbiamo la ricostituzione di un governo centrale e
popolare, che toglieva importanza al Podestà angioino. Può quasi dirsi
un ritorno all'antica costituzione consolare, da cui erano già usciti
il Podestà ed il Capitano, che si cercava ora sottomettere ad essa.
Ma ciò non era tutto. Furono ripristinati i due Consigli, speciale
e generale, del Podestà e del Capitano. Se non che, il Capitano del
popolo che, nella costituzione del 1250, teneva il secondo posto, e
sotto il dominio ghibellino sembrava quasi scomparso, adesso non solo
ricomparisce, ma si cerca dargli prevalenza sul Podestà.

Infatti, quando una legge era stata dai Dodici proposta ai Cento ed
approvata, passava ai due Consigli del Capitano, e prima a quello
speciale e delle Capitudini, detto anche la Credenza, che rimaneva
come in antico, composto di 80 membri. Approvata la legge in questa
assemblea, veniva proposta al Consiglio generale, speciale e delle
Capitudini, che era di 300. Le tre votazioni si facevano di regola
in un giorno solo. Nel successivo la legge veniva portata dinanzi
ai due Consigli del Podestà, e prima al Consiglio speciale di 90,
poi al Consiglio generale di 300, ai quali spesso si univano quelli
dello speciale, ed erano allora 390. Poco sappiamo del modo con cui
s'eleggevano questi Consigli, che solevano durar sei mesi. Però,
essendo molto numerosi, e trovandosi dall'altro lato assai ristretto
il numero dei cittadini, noi riteniamo che tutti gli _abili a sedere_,
o sia gli eleggibili, che erano appunto i veri e proprî cittadini,
v'entrassero a turno. Ma qui è da notare che non sempre, né tutte le
deliberazioni passavano per ognuno di questi varî Consigli. Le leggi
e le consuetudini lasciavano non di rado ai magistrati la libertà
di consultarne alcuni solamente, come lasciavano loro il diritto di
radunar prima un piú ristretto Consiglio di Richiesti, invitandovi
solo quegli ufficiali o cittadini, che potevano giovare colla loro
esperienza a preparare le deliberazioni. Altre volte s'invitavano
nei Consigli anche alcuni estranei. Cosí, per esempio, discutendosi
le faccende della guerra, vi si trovano chiamati coloro che avevano
l'incarico di provvedervi. Gli Statuti non erano né molto precisi,
né molto rigorosi a questo proposito. E pareva che si studiassero
singolarmente di frenare la libertà della discussione, forse per
impedire che la moltitudine di tanti Consigli mandasse le cose troppo
per le lunghe. La proposta d'un provvedimento qualunque, era sempre
riservata ai soli magistrati, che la facevano sostenere dal notaio o
da altri in loro nome. I Consiglieri, meno i casi di molta gravità,
dicevano solo poche parole prima di votare. Il numero degli oppositori
era sempre assai piccolo, e ciò anche perché quando una provvisione
veniva portata ai Consigli, era stata già prima vagliata molte volte.
Piú tardi, lasciando sempre liberissimo il votare contro le proposte
dei magistrati, si giunse perfino a proibire il parlare altrimenti che
in favore. Laonde con tanti Consigli non si vide nascere in Italia la
vera eloquenza politica, della quale infatti la nostra letteratura è
assai povera. E qui v'è ancora un'ultima considerazione. Il Consiglio
dei 100 era tutto di popolani, e cosí quelli del Capitano; i Consigli
del Podestà eran composti invece di popolani e di Grandi. Le Capitudini
come abbiam visto, erano sempre presenti nei Consigli del Capitano,
ed assai spesso anche in quelli del Podestà. Da tutto ciò risulta
chiarissimo che il partito democratico e le Arti maggiori, le quali ne
formavano il nucleo principale, avevano grandissima prevalenza.[290]
Ed in questo modo re Carlo ottenne la signoria della Città, ma fu
vincolato in modo che il potere effettivo rimase nelle mani del popolo,
soprattutto del popolo grasso.

Le nuove leggi da noi esaminate, parlano ora assai poco di Guelfi e
di Ghibellini, assai piú di Grandi e di Popolani, perché la lotta
dei partiti comincia a mettersi ne' suoi veri termini, e si vede
chiaro che, in sostanza, trattasi di aristocrazia e democrazia. Ma
ciò nondimeno, il partito ghibellino esisteva sempre, anzi era esso
veramente il partito aristocratico. Il popolo ne voleva quindi la
totale rovina, ed a ciò mirava un'altra parte della nuova costituzione.
Si pose mano a fare un elenco di tutti coloro che dal 1260 al 1266
erano stati perseguitati dai Ghibellini, e dei beni loro confiscati. Si
trovò che grandissimo era stato il numero dei condannati, e che i danni
ascendevano alla somma allora assai ingente di lire 132,160.8.4.[291]
Si cercò allora di fare lo stesso contro i Ghibellini, e negli anni
1268 e 69 vi furono tremila circa fra confinati e ribelli, con le
rispettive confische, le quali continuarono poi lungamente.[292] Dei
beni via via confiscati si cominciò, come dicevasi, a far Monte, cioè
a raccoglierli insieme; poi vennero divisi in tre parti, una delle
quali doveva andare al Comune; una ai Guelfi, per risarcirli dei danni
sofferti; una finalmente alla Parte guelfa, per darle sempre maggior
forza, a scapito dei Ghibellini. Coll'andare del tempo però, quasi
tutti questi beni si concessero solo alla Parte, e ad amministrarli
furono creati sei governatori, tre Grandi e tre popolani, chiamati
prima Consoli dei cavalieri, poi Capitani della Parte guelfa,
seguendosi in tutto ciò i funesti consigli di papa Clemente IV e di
Carlo d'Angiò. E siccome allora ogni magistratura importante soleva
essere circondata da due Consigli, cosí anche i Capitani di Parte
ebbero un Consiglio segreto o speciale di 14 membri, ed uno generale di
60.[293] Duravano i Capitani due mesi in ufficio, e si radunavano nella
chiesa di S. Maria sopra Porta. Piú tardi ebbero un proprio palazzo,
e vennero loro concessi altri incarichi, come la cura delle pubbliche
fabbriche, la direzione degli ufficiali di torre, e simili. Ma la
loro principal cura fu sempre di proteggere la Parte, perseguitare i
Ghibellini. E questo ufficio essi adempierono con tanto ardore, e tante
furono le persecuzioni, che, coll'andar del tempo, si giunse a tale
che chi era padrone dei Capitani di Parte, si poteva dire padrone di
Firenze. Esclusione dai pubblici ufficî per mezzo delle ammonizioni,
esilî, confische saranno le opere con cui fra qualche tempo li vedremo
funestar la Repubblica, e rendersi sempre piú potenti.

Se ora gettiamo finalmente uno sguardo generale alla nuova
costituzione, in mezzo alla intricata moltitudine de' suoi Consigli
e de' suoi magistrati, essa ci parrà abbandonata al disordine ed
all'arbitrio. Ma se guardiamo piú attentamente allo scopo cui essa
era destinata, noi la vedremo singolarmente adatta a raggiungerlo. La
guerra civile non è finita di certo, deve anzi ancora per lungo tempo
continuare; la democrazia s'avanza, per giungere al suo pieno trionfo,
e distruggere totalmente l'aristocrazia. Né si contenterà di toglierle
il dominio della Repubblica, ma vorrà toglierle l'esistenza stessa, il
che non potrà fare senza versar molto sangue, senza molte rivoluzioni.
Nel nuovo ordinamento politico, il potere centrale, mutabile ben presto
ogni due mesi, è sempre debolissimo di fronte alla grande importanza,
alla durata ed alla forza che hanno assunta il Podestà ed il Capitano.
Messi alla testa del Comune e del Popolo, circondati ognuno da due
Consigli, essi restan sempre come capi di due repubbliche armate e
nemiche. Ma in quella del Popolo, che finora era stata la piú debole,
niuno dei nobili può entrare; in quella del Comune, invece, il popolo
ha preso accanto ai nobili un posto assai importante, e nelle sue mani
è perciò legalmente venuta la decisione principale di tutti gli affari,
non ostante la supremazia che di fatto Carlo d'Angiò esercitava nei piú
gravi momenti. Che odî nasceranno da un tale stato di cose è facile
immaginarselo. Se poi osserviamo che, in siffatta repubblica, quasi
preordinata alla guerra civile, v'era una magistratura importante,
quale i Capitani di Parte, che sembrava creata solo a tener viva la
discordia, come una macchina di guerra, che agitava continuamente
queste forze incomposte, senza dar mai posa, come uno strumento di
sanguinosi disordini e di distruzione, allora noi possiamo prevedere
dove ci condurrà il seguito della narrazione. Dobbiamo aspettarci
continue lotte, un mutare irrequieto di magistrati e di leggi, il
non veder mai giungere a mezzo novembre quello che si fila d'ottobre.
Ma tutto era anche singolarmente preordinato al fine costante cui la
Repubblica, fin dalla sua prima origine, mirava.


IX

Noi siamo però ancora assai lontani dall'aver dato un concetto adeguato
e chiaro della Costituzione e della società fiorentina, nella seconda
metà del secolo XIII. Ancora non abbiamo parlato abbastanza della parte
piú importante delle nuove riforme, l'ordinamento cioè delle Arti. Le
proposte che a tal fine i Trentasei, radunati nella Corte di Calimala,
avevano fatte sin dal principio, quelle contro cui i Grandi piú s'eran
sollevati, furono subito accettate dal popolo, e divennero d'ora in poi
la base principale degli Statuti fiorentini. Le associazioni d'arti
e mestieri erano antichissime in tutta Italia, ed a Firenze avevano
ben presto fatto maggiore progresso che negli altri Comuni. In esse
s'era, come vedemmo, concentrata tutta la vita del popolo, quando la
tirannia dei Ghibellini, protetti da Manfredi, lo aveva escluso da ogni
partecipazione al governo. Ed ora non si fece altro, che dar forma piú
ordinata e legale a ciò che naturalmente era sorto e progredito. Le
Arti maggiori, le sole che furono nel '60 sollevate a vera e grande
importanza politica, eran sette; le altre solamente piú tardi poterono,
al pari delle prime, ricostituirsi. Che cosa dunque divennero adesso
le sette Arti maggiori? Pigliamone ad esaminare minutamente una sola,
quella che prima e piú di tutte divenne importante; essa ci servirà di
guida e modello a comprendere le altre.

Nel tempo di cui noi ragioniamo, insieme con le industrie, fiorivano in
Italia le arti belle, e questo non solo giovava alla cultura nazionale,
ma cominciava già a portare alle nostre manifatture il vantaggio di
dar la legge del gusto in Europa. La moda partiva allora da Firenze,
da Milano[294] e Venezia, come oggi viene da Parigi. Ed al buon gusto
italiano l'arte di _Calimala_[295] dovette in parte la sua origine ed
il suo rapido incremento. Essa consisteva nel raffinare e tingere,
con colori di cui i Fiorentini soli possedevano il segreto, panni
forestieri, che venivano di Fiandra, di Francia o d'Inghilterra, per
poi, cosí perfezionati, tornare in tutti i mercati d'Europa, col bollo
dell'Arte. E questo bollo aveva una riputazione grandissima, giacché
assicurava della buona qualità, e che nessuna contraffazione vi era,
che la misura delle pezze era scrupolosamente esatta e verificata
in Firenze. Egli è facile comprendere come i mercanti di Calimala si
trovassero in molteplici relazioni con tutta l'Europa, e come i loro
interessi s'estendessero ovunque era qualche progresso di civiltà e di
agiato vivere. Nacque quindi, sin da antico, il bisogno di scegliere
capi dell'Arte, fare Statuti, avere Consoli non solo in Città, ma
anche fuori, per tutelare questi interessi. Ma ora, per le nuove
riforme, essa, al pari d'ogni altra delle Arti maggiori, fu costituita
addirittura come una piccola repubblica.[296]

Ogni sei mesi, adunque, in giugno cioè e dicembre, si radunavano
i capi di fondachi o botteghe, e questa Unione dell'Arte, che, in
qualche modo, potrebbe paragonarsi a ciò che nella Repubblica era il
Parlamento, sceglieva gli elettori, cui era commesso di nominare i
magistrati. Primi erano i 4 Consoli, che rendevano giustizia secondo
gli Statuti; rappresentavano l'Arte, e la governavano con l'aiuto
di due Consigli, uno speciale, non minore di 12 membri, e l'altro
generale, che andò spesso variando di numero, e si restrinse anche fino
a 18. Con l'approvazione di questi Consigli, potevano i Consoli anche
riformare gli Statuti. Essi portavano la bandiera dell'Arte, e sotto
i loro ordini si radunavano, all'occorrenza, gli artigiani armati.
V'era poi il Camarlingo che durava in officio un anno, ed amministrava
le uscite e le entrate dell'associazione. E come la Repubblica aveva
un magistrato forestiero nel Podestà, cosí l'ebbe anche l'Arte nel
suo Notaio, il quale durava anch'esso in ufficio un anno; era eletto
dal Consiglio generale, e doveva arringare nei Consigli, a nome dei
Consoli; spesso andava nelle ambascerie per l'Arte, e soprattutto
vegliava continuamente alla scrupolosa osservanza degli Statuti, con
la facoltà di punir severamente chiunque li violasse, non esclusi
i Consoli stessi. Tutti questi magistrati dovevano essere fedeli a
Parte guelfa. Il salario del Notaio era fissato d'anno in anno. I
Consoli, che non potevano ricusare l'ufficio, ed avevano poi per un
anno divieto d'essere rieletti, ricevevano un salario che fu prima
di 10 lire, e qualche multa a loro favore riscossa; ma si ridusse
piú tardi ad alcune libbre di pepe e zafferano, ad alcune paniere e
scodelle di legno. Non molto diversamente, ed anche meno, era pagato
il Camarlingo o Camerario. Ogni anno venivano eletti tre ragionieri,
per sindacare l'operato dei Consoli, del Camerario e degli altri
magistrati usciti d'ufficio. E cosí pure s'eleggevano dodici mercanti
statutarî, con arbitrio di correggere e migliorar lo Statuto; ma le
loro riforme dovevano essere approvate prima dai due Consigli, poi dal
Capitano del Popolo. I Consoli che, col nome di Capitudini, pigliavan
parte ai Consigli del Capitano e del Podestà, dovevano in essi curare
gl'interessi dell'Arte, e promuovere leggi in suo favore.

Ma che cosa volevano, nell'interesse proprio dell'Arte, questi Statuti
alla cui osservanza tanti magistrati vegliavano? Essi stabilivano
tutte le regole e i modi con cui l'Arte doveva essere esercitata.
Le contraffazioni o la cattiva qualità della mercanzia erano
severissimamente punite. Una macchia, uno strappo non rivelato sulla
scritta che ogni pezza doveva portare, venivano del pari puniti. Piú
di tutto poi si era severissimi sulla esattezza della misura. Gli
ufficiali dell'Arte spesso andavano ad esaminare le pezze, ed ogni
due mesi riscontravano, in ogni bottega, le canne e passetti con
cui si misurava, e ne dovevano tener modelli esposti al pubblico, in
alcuni punti della Città. Né ciò era tutto. I Consoli mandavano in
ogni fondaco a visitare se i libri e le scritture dei mercanti erano
in regola, e punivano coloro che deviavano dalle norme stabilite.
Componevano fra i mercanti dell'Arte loro, o fra di essi e quelli di
un'altra, tutte le liti che nascevano per ragione dell'Arte stessa,
ed era severamente punito chi, in queste liti commerciali, avesse
voluto ricorrere ai tribunali ordinarî. Ma in qual modo si rendevano
efficaci le condanne dei Consoli? Quasi tutte le pene erano in danaro,
e chi non le pagava, dopo essere stato piú volte ammonito e piú
gravemente tassato, era, se non si sottoponeva alla condanna, escluso
dall'Arte, il che voleva dir la rovina totale del suo commercio. Non
solamente la sua mercanzia non aveva piú il bollo, e quindi perdeva la
guarentigia dell'Arte; ma egli perdeva ancora molti altri grandissimi
vantaggi, e finiva col non potere piú esercitar la sua industria in
Firenze, spesso anche neppure fuori. Infatti, i Consoli eletti in
Firenze vegliavano, come vedemmo, sull'interesse dell'Arte anche fuori
della Repubblica, eleggendo a ciò Consoli in diverse parti d'Italia
e d'Europa, i quali crebbero di numero a misura che il commercio si
estese. Due specialmente di maggiore importanza, ne eleggevano in
Francia. E tutti questi s'occupavano perfino degli alberghi destinati
ad accogliere i mercatanti dell'Arte. Quando poi, secondo l'uso di quei
tempi, uno Stato concedeva rappresaglie su i beni di essi, dovevano
i Consoli aiutarli e difenderli. Cosí, in qualunque modo e dovunque
un mercante veniva ingiuriato o danneggiato, trovava subito valida
protezione. L'Arte era gelosa custode di tutti gl'interessi de' suoi
membri, ed a difenderli in paese straniero, e far rendere giustizia
contro le ingiurie o i danni ricevuti, mandava spesso suoi ambasciatori
ai rispettivi governi.[297] Questo era un aiuto incalcolabile, quando
gli stranieri non avevano alcuna efficace protezione per diritto
internazionale, e continue erano le rappresaglie. Ad un mercante
conveniva perciò sottomettersi a qualunque pena, piuttosto che
essere cancellato dall'Arte; né vi era bisogno d'altra minaccia per
costringerlo a rispettare gli Statuti. E come veniva governata l'arte
di Calimala, cosí erano anche le altre sei. I loro Consoli riuniti
formavano le Capitudini, le quali ebbero piú tardi alla loro testa un
Proconsolo, che fu un magistrato tenuto in grandissimo onore.

Se ora mettiamo da un lato gl'immensi vantaggi industriali e
commerciali, che nel secolo XIII doveva portare alla Repubblica un tale
ordinamento delle Arti, e le esaminiamo solo dal lato politico, vedremo
vantaggi non punto minori. Tutti questi mercanti, che costituivano
la grandissima maggioranza dei cittadini fiorentini, si trovavano
continuamente ad amministrare grandi interessi, a giudicar liti
commerciali, a discutere leggi e Statuti; avevano relazioni in tutte le
parti del mondo conosciuto, e vi andavano in ambascerie, per difendere
i comuni interessi. Si vede una continua, febbrile partecipazione
di tutti alla vita politica, giacché ognuna di queste Arti era una
istituzione autonoma, che si reggeva da sé, con magistrati, leggi,
Statuti e Consigli suoi proprî, ed ognuna di esse diveniva un centro
di vita intellettuale, politica, industriale. Cosí le forze del popolo
fiorentino, liberamente circolando, si moltiplicavano con raddoppiato
vigore, e tutte le facoltà dello spirito umano, tutta l'energia morale
e politica di cui l'uomo è capace, sorsero d'un tratto in Firenze,
ad una prodigiosa altezza. Bastava quasi mettere alla ventura la
mano fra quei mercanti, e il primo che si toccava, riusciva capace
di governare la Repubblica; gli si poteva affidare la piú gelosa
missione diplomatica, ché egli avrebbe saputo cavarsene con onore,
farsi ricevere con decoro da papi, re o imperatori, senza lasciarsi
aggirare, senza mancare neppure alle forme convenzionali delle Corti.
La sottigliezza dell'ingegno dei Fiorentini poté cosí acquistare quella
grande reputazione, che li rese celebri in tutta Europa, ed in mezzo
a quella straordinaria attività industriale e politica si andarono
formando anche l'arte, la letteratura italiana, e la piccola repubblica
di mercanti divenne ben presto come un punto di luce che illuminava il
mondo.

Un altro vantaggio ancora portarono a Firenze le Arti maggiori. Nel
tempo in cui l'ordinamento politico teneva come divisa in due la
Città; quando i partiti dovevano di nuovo fieramente combattersi, e i
Capitani di Parte eccitavano le passioni, mantenendo sempre accesa la
discordia, ed il supremo magistrato dei Dodici, mutando di continuo
portava cittadini sempre diversi e sempre passionati a reggere la cosa
pubblica; in tempi siffatti riusciva d'un benefizio incalcolabile
l'avere dicentrato il governo in un numero infinito di piccole
associazioni. Se il popolo o i nobili si ribellavano contro i reggitori
per mutare i Dodici o il Podestà o il Capitano o anche lo Statuto,
la sospensione degli affari che doveva necessariamente seguirne,
produceva un disordine assai piú apparente che reale. La Repubblica,
divisa in tante piccole associazioni, poteva restare anche piú mesi
senza governo, perché le Arti armate, disciplinate e costituite cosí
fortemente, bastavano, assai meglio che nel passato, a reggerla, ed
impedivano quei danni, che altrimenti sarebbero stati inevitabili in
una città abbandonata a sé stessa. Cosí la costituzione delle Arti,
quale fu formata nel 1266, ci spiega nello stesso tempo come la poesia,
la pittura, la scultura, l'architettura, potessero sorgere in mezzo
a un popolo di mercanti; come, in mezzo a tanto apparente disordine,
fosse possibile tanto progresso, e come la democrazia riuscisse in
Firenze a distruggere del tutto ogni avanzo di feudalismo, arrivando
ad una assoluta eguaglianza, a tutte quante le libertà di cui il
Medio Evo era capace. Il Comune di Firenze fu il centro di una cosí
grande cultura, perché fu la sede delle maggiori libertà che erano
allora possibili. Il piú bello e splendido fiore di quella cultura si
deve alla democrazia, che lasciò la sua impronta, dette il proprio
carattere alle chiese e ai palazzi di Arnolfo, ai quadri di Cimabue
e di Giotto, alla poesia di Dante. Nella letteratura provenzale,
francese, tedesca, inglese del Medio Evo, non pochi furono i nobili
signori che acquistarono fama, anzi la piú parte di quei poeti furono
nobili. Le arti e le lettere fiorentine, che costituirono il germe
piú fecondo delle arti e delle lettere italiane, furono essenzialmente
repubblicane; molti degli scrittori, moltissimi degli artisti furono
figli di mercanti o di semplici artigiani.



CAPITOLO V

IL PREDOMINIO DI FIRENZE IN TOSCANA[298]


I

Dopo la morte di Federigo II, vi fu un lungo interregno imperiale.
Per ventitre anni nessuno fu in Germania definitivamente proclamato
re dei Romani, e per sessantadue nessuno venne in Roma a prendere la
corona dell'Impero. Il partito ghibellino si trovò quindi abbandonato
a sé stesso, ed i suoi capi cercarono di far prevalere i loro diritti
feudali, le loro armi, la loro fortuna, a danno della Città e dei
minori potenti, che non avevano speranza di trovare protezione
nell'Imperatore. Cominciavano quindi a sorgere per tutto piccoli
tiranni, e la piú parte di essi erano nobili ghibellini, i quali, fra
le tante disfatte avute dall'aristocrazia in Italia, trovavano pure
nuovo ed inaspettato aiuto nelle mutate condizioni dei tempi. Assai vi
contribuiva anche la nuova arte militare, la quale aveva dato nella
guerra prevalenza agli uomini d'arme, che erano cavalieri coperti,
insieme col loro cavallo, di pesanti armature, e muniti d'una lunga
lancia, con la quale abbattevano il fantaccino prima che potesse,
con la sua alabarda, arrivare fino a loro. Occorreva perciò un lungo
tirocinio, il quale rendeva sempre piú difficile all'artigiano o al
mercante il seguire con fortuna il mestiere delle armi, che diveniva
invece l'occupazione principale dell'aristocrazia. Molti infatti delle
piú nobili famiglie cominciavano ora ad acquistar nome nella nuova arte
della guerra, trovavano seguaci, e, messisi alla testa d'una piccola
compagnia, a poco a poco divenivano potenti, e cosí nascevano in essi
il desiderio e la speranza di farsi tiranni. Per questa e per molte
altre ragioni, che appariranno anche piú chiare in seguito, quasi tutte
le città di Lombardia, e non poche della Italia centrale, andavano
perdendo la loro libertà.

Non mancavano certo le medesime ambizioni anche nel partito guelfo;
ma in esso l'aristocrazia feudale era assai meno potente, e maggiore
invece il numero dei mercanti e dei ricchi popolani. Oltre di che, il
Papa era vicino, e nella vacanza dell'Impero, le città guelfe trovavano
nello stesso tempo un pericolo ed un protettore ambizioso non solo
in lui, ma anche in Carlo I d'Angiò, Paciaro e Vicario imperiale in
Toscana, durante l'interregno. Carlo nominava i Podestà in tutte le
città guelfe di Toscana, dove, quando non veniva egli stesso, mandava
un suo rappresentante, o, come lo chiamano i cronisti, Maliscalco
del Re, accompagnato da alcune centinaia di fanti e cavalieri, Pisa,
Arezzo, tutte le città ghibelline, che non riconoscevano la sua
autorità, si trovavano esposte a continue minacce di fuori, ed erano
dentro lacerate dai tentativi di coloro che volevano fondarvi la
tirannide. Le città guelfe, invece, si trovavano, sotto il continuo
incubo dell'ambizione del Re; ma egli non era poi tanto sicuro di sé,
da potere, con un ufficio temporaneo e limitato, pretendere di dominare
come signore di Toscana, sebben tale fosse la sua segreta mira. Per
ora gli bastava presentarsi come alto protettore dei diritti e delle
libertà municipali, affinché le città guelfe potessero lusingarsi di
trovare in lui un aiuto contro le ambizioni esterne dei Ghibellini, e
contro i tentativi di tirannide interna.

Ma i Fiorentini non erano uomini da lasciarsi illudere sull'avvenire,
né ingannare sul presente. Avevano richiesto la protezione di Carlo,
ponendovi però dei limiti, che erano decisi a fare, in ogni modo,
rispettare. Anch'essi avevano un segreto pensiero, e questo era:
valersi dell'autorità e delle armi del Re, per crescere non il suo,
ma il loro predominio in Toscana. L'autorità imperiale era in Italia
assai decaduta; l'autorità temporale dei Papi decadeva anch'essa,
e i municipî, sentendosi piú indipendenti, estendevano il proprio
territorio. Tutte le città italiane miravano ora a questo scopo.
Ma appena che una diveniva piú potente, le altre ad essa vicine,
o dovevano fare altrettanto, o divenivano sua preda. E cosí erano
spinte a guerreggiare continuamente fra loro, non tanto per gara di
partiti o gelosia, quanto per difesa dei propri interessi. Inoltre,
con l'uso invalso d'assoldar gente straniera e soldati di ventura,
chiunque aveva denari a sua disposizione, poteva a un tratto mettere
insieme un esercito potente, ed assaltare il vicino. Bisognava quindi
premunirsi, star sempre sull'avviso, accrescere le proprie forze, la
propria potenza; ed i Fiorentini pensavano, a questo fine, di valersi
ora dell'autorità, del nome e delle genti di Carlo.

E però quando vennero in Firenze, da lui mandati (1267), il Podestà
Emilio di Corbano,[299] ed il Maresciallo Filippo di Monforte con 800
cavalieri francesi,[300] i Fiorentini andarono subito con quest'ultimo,
con la sua cavalleria, ed un loro esercito, raccolto da due Sesti della
Città, ad assediare il castello di S. Ilario o S. Ellero, dove s'erano
rifugiati parecchi Ghibellini, capitanati da Filippo da Volognano. Il
castello venne preso, e 800 Ghibellini che v'erano dentro furono quasi
tutti uccisi fatti prigionieri[301]. Si trovavano fra di essi molti
delle piú nobili famiglie di Firenze, come i Fifanti, gli Scolari,
gli Uberti, e l'odio di parte era, allora tale, che un giovanetto
degli Uberti, quando vide ogni difesa riuscita vana, piuttosto che
cader nelle mani dei Buondelmonti, preferí gettarsi dall'alto di un
campanile.[302] Continuando la guerra, furono presi i castelli di Campi
e Gressa; volte a parte guelfa, cacciandone i Ghibellini, le città di
Lucca, Pistoia, Volterra, Prato, S. Gemignano, Colle ed altre ancora,
che entraron nella Lega o _Taglia_ coi Fiorentini, sotto il comando del
Maresciallo di Carlo.

Pisa e Siena restarono però ghibelline; la prima era stata sempre,
e si manteneva ancora il piú forte sostegno del partito in Toscana;
nella seconda s'erano, come al solito, rifugiati di nuovo gli esuli
di Firenze, e parecchi Tedeschi avanzati alla strage di Manfredi.
I Fiorentini non erano riusciti ancora a vendicare la rotta di
Montaperti, il che era come una spina nel loro cuore; e Carlo che
desiderava anch'esso ardentemente di distruggere ogni avanzo degli
amici e sostenitori di casa sveva, s'apparecchiava a venire in
Toscana, per condurre in persona la guerra contro Siena. E intanto i
Fiorentini, dopo avere invano assalito la città e dato il guasto al
contado, visto che gli esuli, coi Tedeschi e con altri Ghibellini,
s'erano fortificati in Poggibonsi, andarono coi Francesi e coi Guelfi
della Taglia, a portarvi regolare assedio. Allora appunto re Carlo
arrivò a Firenze, dove le accoglienze furono perciò assai liete. I
piú autorevoli cittadini gli andarono incontro col carroccio, segno
di grandissimo onore, e dopo otto giorni di festa in Città, dove
nominò varî cavalieri, egli se ne partí pel campo. L'assedio durò
quattro mesi, dopo i quali il castello dovette arrendersi per fame,
verso la metà di dicembre 1267. Carlo vi mise allora un Podestà che
governasse in suo nome, e vi cominciò una fortezza, per costruire la
quale, secondo il suo costume, impose gravi tasse alle città della
Taglia. Firenze dovette dare 1992 lire. E dopo di ciò, senza metter
tempo in mezzo, si condusse l'esercito contro Pisa. Sottomettere una
cosí potente e bellicosa repubblica non era impresa agevole; ed il Re
quindi si contentò solo di umiliarla, pigliando per ora Porto Pisano
e facendone abbatter le torri. Nel febbraio del 1268 andò a Lucca,
donde si mosse ad assediare il castello di Mutrone, che prese e donò
ai Lucchesi. E cosí aveva, con una serie di vittorie, non di molta
importanza, ma pure abbaglianti e rapide, rialzato assai il nome e
l'autorità della parte guelfa, la quale aveva contribuito alla guerra,
non solo coi suoi uomini, ma sostenendone tutta la spesa, con grosse
e continue somme di danaro, che Carlo imperiosamente e continuamente
chiedeva. Infatti, fino a tutto il febbraio del 1268, Firenze sola
aveva pagato 72,000 lire, 20,000 delle quali per pigliare Poggibonsi,
dove il Re non aveva poi costruito la fortezza promessa. Ma ora si
levava improvviso un grido di guerra, che commoveva tutta Italia, e
Carlo si vide a un tratto minacciato da un pericolo cosí imminente,
che, dopo avere alquanto esitato, dovette nel marzo decidersi a tornar
nel Reame per difenderlo.


II

Corradino, figlio di Corrado e nipote di Federico II, era l'ultimo
erede di casa sveva in Germania, e l'ultima speranza dei Ghibellini
in Italia. A lui spettava per eredità il regno di Napoli, che Carlo
d'Angiò aveva usurpato colle armi; ed era anche ritenuto da molti
futuro imperatore. Giunto che fu alla età di 15 anni, si presentarono a
lui molti fuorusciti di Napoli, di Sicilia, e d'altre parti d'Italia,
invitandolo a riconquistare il suo regno, a sollevare la parte
imperiale in Italia. Ed egli, che era d'animo precoce, pieno di ardore
e di ambizione, appena che vide balenare una speranza, subito decise di
passare le Alpi. Vendé i pochi beni che gli restavano, raccolse i suoi
piú fidi amici, mise insieme un piccolo esercito, e giunse a Verona il
20 ottobre, con 3000 cavalieri e parecchi fanti. Di là spedi a tutti i
principi cristiani lettere, che narravano le sue sventure; le ingiurie
ricevute per le usurpazioni di Carlo d'Angiò, per l'odio di papa
Urbano IV, il quale, non contento d'invitare un usurpatore francese a
calpestare i diritti dell'Impero, aveva ancora scomunicato i legittimi
eredi dell'Impero stesso. E papa Clemente, in risposta, rinnovava ora
la scomunica contro Corradino; mandava per tutto lettere violenti,
velenose contro di lui; sollecitava Carlo, che ancora se ne stava in
Toscana ad aspettare ivi la battaglia, perché andasse a difendere il
suo Reame dai pericoli imminenti. Infatti la cospirazione ghibellina si
estendeva adesso in tutta Italia. Pisa e Siena sollevavano l'animo a
grandi speranze, le città di Romagna, le città del Napoletano, quelle
soprattutto della Sicilia, si ribellarono contro di lui. Nell'aprile
del 1268 Corradino era già a Pisa, col suo esercito, che s'andava
aumentando per l'accorrere di molti partigiani, sebbene la mancanza
di danari avesse fatto tornare a casa parecchi Tedeschi. Carlo era già
tornato nel Reame, per apparecchiarsi alla difesa, ed intanto assediava
Lucera, dove i Saraceni di Manfredi avevano innalzato la bandiera di
Corradino, che era pronto a partire, senza neppur fermarsi in Toscana
ad incoraggiare le città che si sollevavano in suo favore, Pisa e Siena
erano apertamente per lui; Poggibonsi si ribellò subito dai Fiorentini;
altre terre s'apparecchiavano a far lo stesso. Intanto i soldati
tedeschi s'avviarono subito verso Roma, dove il senatore Errico di
Castiglia li attendeva. I Francesi, che erano in Firenze, uscirono per
chiuder loro la via, e furono invece respinti con gravissime perdite,
il che dette nuovo animo a Corradino ed ai suoi.

Ma la battaglia di Tagliacozzo, seguita il 23 d'agosto 1268, presso
le rive del Salto, doveva decidere il suo fato. Dapprima l'esercito
di Carlo, inferiore di numero, pareva disfatto, a segno tale che i
Tedeschi già si davano da ogni lato ad inseguirlo. Ma quando s'erano
sbandati, inseguendo e saccheggiando, Carlo, che s'era nascosto con
una riserva di 800 cavalieri, piombò loro addosso, e la vittoria
improvvisamente fu sua. La sera stessa, frenetico di gioia, annunziò il
fatto al Papa, non meno di lui esultante. Inaudite furono le crudeltà
commesse contro i prigionieri, amputati, decapitati, bruciati vivi.
Corradino, con circa 500 de' suoi, in compagnia di Arrigo d'Austria,
Galvano Lancia, il conte Gherardo Donoratico di Pisa, ed altri fidi,
s'avviò verso Roma, di dove, abbandonato dai piú, dovette fuggire
per la Maremma, ricoverandosi nel castello d'Astura. Ma ivi, mentre
che s'apprestava ad andarsene con pochi de' suoi, sopra una barca in
Sicilia, fu preso da Giovanni Frangipane signore del luogo, che lo
consegnò a Carlo, e ne ebbe in premio alcuni feudi.

Questi adesso manifestava la sua grande gioia con sempre nuove
crudeltà. In Corneto, si afferma, fu vista una torre incoronata di
cadaveri dei piú cospicui e valorosi soldati ghibellini. Nelle città
del Reame egli eccitava i piú crudeli furori della plebe contro i
signori, che avevano parteggiato per Corradino. E i suoi ministri
gareggiarono di crudeltà in Sicilia, dove, fra le altre barbarie,
si racconta che in Augusta il carnefice dovette, in un sol giorno,
ammazzare tanti infelici Siciliani, che ne rimase esausto, e, a forza
di vino, lo rinfrancarono per farlo continuare nel macello. Ma l'animo
feroce del Re si fermò piú particolarmente a decidere il destino,
che voleva serbare a Corradino. Uccidere migliaia di cristiani, farli
morire fra i piú crudeli tormenti, era cosa per lui di poco momento;
ma dinanzi ad un uomo di sangue reale ed imperiale, egli doveva esitare
alquanto. Dicesi infatti che chiedesse consiglio al Papa; ma poi, senza
aspettar la risposta, cercò di coonestare la sua vendetta con le forme
menzognere d'un giudizio legale. Egli presumeva di trattare un rivale,
cui aveva usurpato il regno, come un ribelle al legittimo sovrano,
e come reo d'alto tradimento un prigioniero di guerra, che voleva
render colpevole ancora di tutti gli eccessi commessi nella guerra
dai soldati tedeschi. E pure, sebbene il tribunale fosse composto di
persone scelte dal Re fra i nemici di casa sveva, pare che non mancasse
chi difese nobilmente Corradino. Si affermò, che Guido da Suzzara,
nell'Emilia, giureconsulto al suo tempo riputato, adducesse la giovane
età dell'accusato, i diritti che esso credeva d'aver sul Reame, le
ragioni della guerra. Si affermò del pari che molti dei giudici si
tacquero, e che uno solo si dichiarò apertamente per la condanna. Ma
fu tutto invano. Carlo, che già aveva messo a morte alcuni dei baroni,
e fra gli altri il conte Galvano Lancia, a cui, prima di morire, aveva
fatto vedere il figlio strangolato sotto i proprî occhi, aveva iniziato
il processo di Corradino per pura forma: interpetrò quindi il silenzio
dei giudici come assenso alla condanna, che fu senz'altro pronunziata.
E la sentenza venne subito comunicata nella prigione a Corradino, che
giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria. Il 29 d'ottobre
1268 essi furono condotti al patibolo sulla piazza del Mercato di
Napoli. Il protonotario Roberto di Bari, che aveva sostenuto l'accusa,
lesse la sentenza, e Carlo volle esser presente. Dicesi che non pochi
dei Francesi stessi fremevano di sdegno e di umiliazione dinanzi a
questo crudele spettacolo. Una moltitudine immensa era nella piazza,
e molti s'inginocchiarono commossi. Corradino si levò il mantello,
dette uno sguardo alla folla silenziosa, gettò ad essa, in segno di
futura vendetta, il guanto, e poi sottopose il capo alla scure. Cosí
moriva l'erede di Federico II, l'ultimo degli Svevi. Federico d'Austria
voleva baciarne il capo, ma fu subito preso, e la scure del carnefice
fece a lui subire la stessa fine. Non pochi sono i particolari,
storici o leggendarî, con cui i cronisti accompagnarono il racconto di
questa lugubre tragedia. Il Villani, che pur era guelfo, prestò fede
all'erronea voce (VII, 29), la quale affermava che Roberto conte di
Fiandra, genero di Carlo, all'udire il Protonotario di Bari leggere
la sentenza di morte, fu preso da tal furore che gli dette un colpo di
stocco col quale lo finí sotto gli occhi del Re. Tutto ciò prova almeno
quale era la impressione che il fatto universalmente produsse. Della
parte avuta in questa tragedia dal Papa, s'è diversamente parlato. Il
vero è che egli vide e tacque.[303]


III

Ma sebbene questi fatti venissero da tutti in Italia con grande
severità condannati, pure essi tornarono subito a vantaggio di Carlo
e della parte guelfa. I Fiorentini ne profittarono per pronunziar
nuove condanne contro i Ghibellini, e poco dopo s'apparecchiarono a
ripigliare la guerra contro i vicini, massime contro Siena, desiderosi
sempre di vendicare la rotta di Montaperti, ed ora piú che mai irritati
dal vedere colà raccogliersi di nuovo, ed essere festeggiati i loro
esuli. A Siena essi attribuivano anche la recente ribellione di
Poggibonsi, il cui territorio andarono perciò a devastare, il che bastò
a riaccendere la guerra. I Senesi, che per la passata di Corradino
s'erano levati a grandi speranze, non volevano ora darsi facilmente
per vinti. Prevaleva sempre nella loro città Provengano Salvani, uno
dei promotori della battaglia di Montaperti, nella quale aveva fatto
prova di gran valore. E molti fatti generosi a lui si attribuivano
anche ora. Narrasi come, trovandosi un suo amico prigioniero di Carlo,
che gl'impose una taglia di 10,000 scudi, sotto pena del capo, e non
potendo la famiglia pagarli, né avendo Provenzano il danaro sufficiente
ad aiutarlo, stendesse un tappeto sulla piazza, e, ponendosi
pubblicamente a questuare pel prigioniero, raccogliesse la somma voluta
e liberasse l'amico. Tutto ciò gli dava nel popolo una grandissima
autorità; ed esso era ghibellino e nemico dichiarato di Firenze. A
Siena v'era inoltre un buon numero di Spagnuoli e di Tedeschi avanzati
alle battaglie ghibelline, e v'era il conte Guido Novello, che, sebbene
assai poco valesse, pure eccitava di continuo gli animi alla guerra.
Cosí fu raccolto un esercito, che il Villani dice di 1,400 cavalieri, e
8,000 pedoni, ed andò ad assediare il Castello di Colle in val d'Elsa,
per vendicare il guasto dato al contado di Poggibonsi. I Fiorentini,
guidati dal vicario di Carlo, con 800 cavalieri, uniti ad un numero
non molto grande delle loro genti, si avanzarono subito, e sebbene
con forze assai minori, andarono contro i Senesi, che accettarono la
battaglia (17 giugno 1269) e furono disfatti. Il conte Guido Novello,
secondo il suo solito, sparí dal campo; ma Provenzano Salvani, non
smentendo mai sé stesso, morí combattendo. La sua testa, fitta sopra
un'asta, fu portata in giro pel campo, verificandosi cosí una profezia,
che gli aveva detto, prima che partisse: _la tua testa fia la piú alta
nel campo_, parole che egli aveva interpretate, invece, come augurio di
vittoria. I Fiorentini, che non dettero ora quartiere ai Senesi, se ne
tornarono trionfanti a casa, e, credendo di avere finalmente vendicata
l'ingiuria di Montaperti, cominciarono trattative di pace. E prima
espressa condizione fu, che i Senesi non dovessero piú ricoverare gli
esuli ghibellini, i quali se ne dovettero, infatti, ben presto partire,
andando d'ogni parte raminghi, per tutto inseguiti, e crudelmente
trattati. I Pazzi, fra gli altri, che avevano ribellato il castello
d'Ostina, furono presi e tagliati a pezzi.

Dopo un guasto, dato dai Fiorentini e Lucchesi nel contado di Pisa,
che aveva, nell'aprile 1270, fatta pace con Carlo, se ne conchiuse il
2 maggio un'altra anche tra essa e Firenze, nella quale si stipularono
quasi gli stessi patti e la medesima alleanza politico-commerciale
che nella pace del 1256.[304] In quel momento erano di Siena partiti
pel Casentino, Azzolino, Neracozzo e Conticino degli Uberti, con
un cavaliere Bindo dei Grifoni, che caddero subito nelle mani de'
Fiorentini. Questi interrogarono re Carlo in qual modo dovessero
trattarli, ed egli rispose: punirli come traditori, inviando a
lui Conticino, ch'era assai giovane. Gli altri tre vennero subito
decapitati per ordine del podestà Berardino d'Ariano (8 maggio 1270).
Si narra che, avvicinandosi al patibolo, Neracozzo domandasse ad
Azzolino: dove andiamo? A che l'altro avrebbe tranquillamente risposto:
a pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri. Conticino morí
nelle prigioni di Capua. Tutto ciò dimostra chiaramente quanto grande
fosse divenuta l'autorità di Carlo nella Repubblica. Ma i Fiorentini
tolleravano ogni cosa, pur di arrivare col suo aiuto a rendersi temuti
in Toscana, ed a rialzare in essa il nome del partito guelfo, nel che
si può dire che erano già riusciti. Tutta Toscana era infatti ridotta
al partito guelfo; le antiche e le nuove ingiurie erano vendicate.
Disfecero adesso anche il castello di Pian di Mezzo in Val d'Arno, e le
mura di Poggibonsi.

Nello stesso tempo era però cresciuta la potenza, e s'era resa
temibile l'autorità degli Angioini. Carlo, sicuro padrone del reame
di Napoli; nominato dai Papi, durante l'interregno, Senatore di Roma e
Vicario, non solo in Toscana, ma anche in Romagna, aveva, nel rendere
potente il partito guelfo, reso piú potente assai ancora sé stesso. Si
vedeva chiaro, che già balenava in lui l'ambizione di farsi signore
d'Italia, ed ai Fiorentini cominciava perciò a puzzare quel suo
inframmettersi per tutto; quel tenere in ogni Comune i suoi Podestà,
che in suo nome e sotto la sua autorità, comandavano e condannavano.
E quasi ciò non bastasse, vi doveva essere in Toscana ancora un
Maresciallo o Vicario del Re, che insieme cogli altri vessava le
città con domande sempre insistenti e minacciose di nuovi danari. Ma
piú di tutti s'ingelosiva ora anche la Corte di Roma. I Papi avevan
chiamato gli Angioini ad abbassare la potenza degli Svevi, non tanto
perché questi erano ghibellini e quegli guelfi; quanto perché gli
Svevi avevano avuta quella medesima ambizione, che ora cominciava a
nascere anche nell'animo di Carlo. V'erano dunque le stesse ragioni
per combatterlo. Niccolò Machiavelli ha piú volte ripetuto, che i
papi «temevano sempre colui, la cui potenza era divenuta grande in
Italia, ancora che la fosse con i favori della Chiesa esercitata. E
perché e' cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e
le spesse variazioni, che in questa seguivano, perché la paura di un
potente faceva crescere un debole, e cresciuto che gli era, temere, e
temuto, cercare di abbassarlo. Questo fece torre il governo di mano
a Manfredi e concederlo a Carlo, questo fece poi aver paura di lui,
e cercare la rovina sua».[305] Infatti Urbano IV aveva invitato Carlo
a prendere il regno di Napoli, Clemente IV lo aveva nominato Vicario,
Gregorio X cominciava ora ad avversarlo, ed i suoi successori seguirono
l'esempio dato da lui. Cosí nel centro d'Italia venivano ora in gioco
tre politiche diverse: quella degli Angioini, che già vagheggiavano il
dominio d'Italia; quella dei Fiorentini, che volevano servirsi della
potenza di Carlo d'Angiò, per divenire padroni di Toscana; e quella dei
Papi, che volevano frenare l'ambizione angioina, e ripigliare il loro
antico ascendente in Toscana.


IV

Il primo segno di questa mutazione nella politica papale si vide subito
in Firenze, sebbene a Roma si cercasse, con ogni arte, nascondere
il vero scopo e le vere cagioni del mutamento, si facesse anzi ogni
opera perché nessuna variazione d'animo apparisse. Gregorio X cominciò
a mostrarsi dolente, che gli odii tra i Guelfi ed i Ghibellini
continuassero a tenere divisa una città cosí ricca e fiorente qual
era Firenze. Voleva che tra loro si facesse la pace. Niun desiderio
doveva sembrare piú naturale nel capo dei fedeli; ma in Carlo già
destava sospetto vedere il Papa nutrire a un tratto questa insolita
pietà pei Ghibellini. E piú dovette esserne insospettito, quando vide
i Fiorentini accettare assai volentieri le proposte papali. Essi già
avevano dato segno di volersi emancipare, chiedendo al Re un Potestà
italiano, a forma dei loro Statuti, ed egli l'aveva dovuto, con parole
piene di benevolenza, concedere fin dal gennaio 1270.[306] Ora essi
afferravano a volo il segreto pensiero di Roma, comprendendo che era
tempo di profittarne, secondandolo. E lo facevano tanto piú volentieri,
quanto piú volevano non solo mettere un freno alla crescente autorità
di Carlo, ma riparare ad un altro danno, che questa supremazia già
faceva nascere nella Città. Carlo era circondato sempre dai suoi
baroni e soldati, che come stranieri non erano ben veduti: da nobili
e cavalieri guelfi di Toscana e d'altre parti d'Italia. In Firenze
egli favoriva costantemente la vecchia nobiltà guelfa; ed ogni volta
che vi si fermava, creava sempre nuovi cavalieri. Cosí i mercanti
guelfi, fatti nobili, s'univano agli altri, e pigliando nome di Grandi,
si trovavano subito in opposizione col popolo, e ridestavano tutto
l'antico odio della democrazia fiorentina, la quale, come non aveva
voluto in passato tollerare la superbia feudale dei Ghibellini, cosí
non voleva ora tollerare neppure quella dei vecchi e nuovi Guelfi.
Bisognava dunque in ogni modo frenarli, ed a ciò pareva opportuno
consiglio richiamare i Ghibellini loro nemici e del Re. Il popolo
avrebbe in tal modo ricevuto forza dalla divisione dei nobili, e
lasciandoli consumarsi fra loro, avrebbe anche indebolito il numero di
coloro che si dimostravano troppo ossequenti a Carlo. Il quale perciò
non poteva farsi illusione di sorta sul segreto significato di questi
maneggi, e massimamente sulle vere intenzioni del Papa. Egli sapeva
che questi sollecitava ora i Tedeschi ad eleggere Rodolfo d'Asburgo
a re dei Romani, perché cessasse l'interregno imperiale, e quindi
il vicariato di Carlo. Quale altra ragione poteva avere il Papa per
desiderare un Imperatore, se non quella d'indebolire la potenza degli
Angioini? Pure il Re ed il Papa s'infingevano, e sembravano essere
tuttora nel migliore accordo del mondo; ma il vicendevole sospetto
traspariva continuamente.

Gregorio X aveva convocato pel 1274 un Concilio in Lione, a fine
d'indurre i Cristiani a combattere gl'infedeli; passò, nel suo viaggio,
per Firenze, dove arrivò il 18 giugno 1273, e vi si fermò appunto, cosí
egli affermava, per farvi la pace generale. Veniva con tutto il seguito
dei cardinali e prelati; con l'imperatore di Costantinopoli, Baldovino
II, che sollecitava il soccorso dei Cristiani contro gl'infedeli, con
re Carlo d'Angiò, che in segno di onore e d'ossequio, diceva di non
voler lasciar solo il Papa in Firenze. E questi trovando assai lieta
una tale dimora, decideva di passarvi la state. Il 2 di luglio era il
giorno fissato per la gran pace tra Guelfi e Ghibellini, ed i sindachi
degli uni e degli altri erano in Città. Sul greto dell'Arno, in gran
parte asciutto, presso al Ponte alle Grazie, furono costruiti palchi
di legno, sui quali salirono a sedere il Papa, l'imperatore Baldovino
e Carlo d'Angiò. In presenza d'una gran moltitudine ivi accorsa, fu
dato il giuramento di pace; i sindachi si baciarono; il Papa pronunziò
la sua benedizione, minacciando la scomunica contro chiunque osasse
violare il giuramento. Furono dati ostaggi, ceduti castelli dall'una e
dall'altra parte, in pegno della giurata fede. Tutto pareva che fosse
seguíto secondo le benevole intenzioni del Santo Padre, il quale aveva
preso alloggio nel palazzo dei Mozzi suoi banchieri. Baldovino abitava
al Vescovado, e Carlo in alcune case nel giardino de' Frescobaldi.
Altro non restava che darsi bel tempo in Firenze, aspettando il ritorno
dei Ghibellini per festeggiarli. Ma ad un tratto si seppe, che i
sindachi dei Ghibellini, invece di eseguire le ultime clausole della
pace, s'erano dati a precipitosa fuga. E la ragione di ciò si disse
essere stata, che il vicario di Carlo aveva fatto loro intendere,
che se non partivano subito, egli li avrebbe, a richiesta dei Grandi
guelfi, fatti tagliare a pezzi. Il Papa allora se ne partí senz'altro
pel Mugello, assai adirato, non solo contro il Re, ma piú ancora contro
i Fiorentini, che si dimostravano indifferenti a tutta questa commedia,
e lasciò la Città interdetta pel giuramento violato.

Carlo intanto proseguiva la sua politica aggressiva contro i
Ghibellini, e i Fiorentini lo secondavano, andando con la bandiera
del Comune, qualche volta soli, piú spesso in compagnia dei cavalieri
francesi, ad imporre la pace ed il trionfo della Parte in tutte le
vicine città. Ma qualche volta spinsero la loro superbia troppo oltre.
I Bolognesi avevano cacciato i Ghibellini, ed essi, non richiesti, si
misero subito in moto per portar loro aiuto. Ma con grande maraviglia,
quando furono sul fiume Reno, trovarono i Bolognesi che li aspettavano
pronti a respingerli. Avevano voluto e saputo, colle proprie armi,
cacciare i Ghibellini; ma non volevano che Firenze, sotto colore di
portare aiuti, venisse colla sua alterigia a seminare anche fra di loro
gli odî delle sue parti. Il Podestà dei Fiorentini, che voleva andar
oltre, venne ucciso, ed essi dovettero, umiliati, tornarsene a casa
(1274).

Piú fortunati furono contro Pisa, che, lacerata dalle sue fazioni,
aveva cacciato Giovanni Visconti giudice di Gallura ed il conte
Ugolino della Gherardesca di Donoratico, nobili ambiziosi, i quali
da parte ghibellina erano passati a parte guelfa, e chiesero aiuto ai
Fiorentini, che subito li concessero. E allora andarono tutti, insieme
coi Francesi, a muover guerra all'antica rivale, cui nel settembre
del 1275 presero il castello d'Asciano. Nel giugno del seguente
anno, istigati dai medesimi fuorusciti, tornarono in campo, con piú
grosso esercito, aiutati dai Lucchesi e da altri Guelfi, insieme col
Maresciallo del Re, e dopo una nuova vittoria obbligarono Pisa a fare
la pace il 13 giugno del 1276, a richiamare gli esuli, specialmente il
conte Ugolino, la cui ambizione doveva poi portare a sé stesso ed alla
sua città guai infiniti.

Intanto papa Gregorio, tornato da Lione, era giunto in Toscana nel
dicembre del 1275, e non voleva entrare in Firenze, contro cui si
dimostrava sempre irritatissimo; ma l'Arno era cosí grosso, che dovette
pure traversarlo sopra uno dei ponti della Città, e sospese perciò
l'interdetto su di essa, ma solo durante il tempo del suo passaggio.
Egli moriva poco dopo, il 10 gennaio 1276, ed in un solo anno gli
succedevano rapidamente tre nuovi papi: Innocenzo V, Adriano V,
Giovanni XXI; e finalmente veniva eletto (25 nov. 1277) Niccolò III,
che restò sulla sedia pontificale tre anni, nei quali riprese con piú
ardore che mai la politica di Gregorio X. Ambizioso e superbo, esso
voleva sollevare non solo l'autorità pontificia, ma anche il nome
della sua famiglia. Fu egli che ricominciò lo scandalo del nepotismo
e della simonia, facendo cardinali alcuni de' suoi parenti, ad altri
dando ufficî assai importanti. Ma quando pensò di dare una sua nipote
in moglie ad un nipote del re Carlo, questi ne ferí mortalmente
l'orgoglio, dicendo: — Che sebbene il Papa avesse il calzamento rosso,
non per ciò il suo sangue s'era nobilitato abbastanza, per potersi
mescolare con quello dei reali di Francia.[307] — E Niccolò III, che
già era insospettito e scontento del Re, non poté facilmente perdonar
questa ingiuria. Valendosi quindi della prima opportunità, fece
osservare a Carlo, che se Rodolfo di Asburgo non era ancora venuto a
Roma per farsi coronare imperatore, era pure stato eletto in Germania
Re de' Romani, il che rendeva inutile e vana la continuazione del
vicariato, a lui concesso solo durante l'interregno. E cosí Carlo
dovette finalmente lasciare il vicariato di Toscana, il titolo di
Senatore di Roma, ed anche la giurisdizione sulle terre di Romagna
e delle Marche, la quale in parte aveva ottenuta, in parte usurpata.
Vedendo che a questo colpo non v'era rimedio possibile, il Re cedette
subito, senza pure far mostra del piú piccolo risentimento, tanto che
il Papa ebbe ad esclamare: — Questo principe avrà ereditato la sua
fortuna dalla casa di Francia, la sua astuzia dalla Spagna; ma la
sua accortezza nel discorrere deve averla imparata frequentando la
Corte di Roma.[308] — Pure non si lasciava punto illudere da questa
apparente tranquillità di Carlo, e profittava d'ogni occasione che
potesse scemarne la potenza, accrescendo quella della Santa Sede.
Cosí quando Giovanni da Procida percorreva l'Italia, cercando fautori
alla rivoluzione siciliana, che doveva piú tardi scoppiare, trovò
incoraggiamento nel Papa. Profittando poi della occasione opportuna,
questi che tanto favoriva Rodolfo, ottenne da lui, che riconoscesse
l'estensione del dominio della Chiesa sino ai confini del regno di
Napoli da un lato, e dall'altro v'includesse la Marca d'Ancona, la
Romagna e la Pentapoli. Erano presso a poco i medesimi confini, che lo
Stato della Chiesa ritenne sino ai nostri giorni. In parte, è vero,
i Papi non ebbero allora che un alto dominio piú che altro nominale;
ma seppero, a poco a poco e con molta costanza, trasformarlo poi in
dominio effettivo.


V

Niccolò III infatti cominciava col mandare a pacificar la Romagna,
suo nipote il cardinale Latino dei Frangipani, domenicano, che aveva
reputazione di grande oratore, perché in questo modo si cominciasse
a far sentire la nuova autorità della Chiesa, e con lui mandò anche
il conte Bertoldo Orsini. Dopo una breve dimora colà, il Cardinale
fu inviato a Firenze, per tentare una seconda volta e con migliore
successo, quella pace fra i partiti, che Gregorio X non era riuscito a
concludere. Questa volta i Fiorentini stessi ne avevano mostrato vivo
desiderio. Liberati dalla troppo grave protezione di Carlo, sentivano
ora le tristi conseguenze della sua politica. I Grandi, sempre
irrequieti, erano cresciuti di numero e di potenza, e minacciavano di
dividere lo stesso partito guelfo. «Riposati», dice il Villani, «dalle
guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de'
Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia
cominciarono a riottare tra loro; onde nacquero in Firenze piú brighe e
nimistadi tra' cittadini, mortali e di ferite».[309] Avevano cominciato
gli Adimari, per odio contro i Tosinghi, poi i Pazzi e i Donati, a
far nascere subbuglio; e si vedeva che questo era un principio di mali
maggiori. Fu perciò che i Guelfi inviarono messi a pregare il Papa, che
mandasse a pacificare la Città, se non voleva vedere lacerata la stessa
parte guelfa. Uguale desiderio dimostravano i Ghibellini, stanchi del
lungo esilio, delle confische continue, e per la speranza avevano, che
l'odio popolare, essendosi ormai acceso anche contro i Grandi guelfi,
potesse essere divenuto piú mite contro di loro.[310]

Il cardinale Latino adunque entrò in Firenze il dí 8 ottobre 1279, con
300 fra cavalieri e prelati, e fu accolto con ogni specie di onori.
Gli venne incontro il clero fiorentino, e la Repubblica mandò anche il
carroccio con gran numero d'armeggiatori. Egli, come domenicano, prese
alloggio nel convento di S. M. Novella, dove pose la prima pietra per
la fondazione della celebre chiesa di quel nome. E incominciò subito
le pratiche per la pace. Il 19 novembre furono costruiti alcuni palchi
sulla piazza di S. M. Novella Vecchia, e fatto in essa, presenti i
magistrati ed i Consigli, radunare il Parlamento, il Cardinale chiese
ed ottenne di poter concludere la pace con l'autorità stessa che aveva
il popolo, il che voleva dire facoltà di por taglie, fare confische,
occupare castelli, per sicurtà dei patti che sarebbero stati giurati.
Incominciò poi a tentare accordi fra quelli che piú s'odiavano, tra
quei Guelfi che eran fra loro divisi, tra i Ghibellini, tra Guelfi e
Ghibellini. E la cosa riuscí fino a che non si venne ai Buondelmonti
ed agli Uberti, tra i quali i vecchi odî erano cosí profondi, che
non vi fu modo a conciliarli, essendosi alcuni di loro sdegnosamente
ricusati. Laonde il Cardinale dovette risolversi a scomunicare ed a
far bandire dal Comune i piú renitenti. Finalmente il 18 gennaio 1280
fu stabilito di concludere la pace generale. Nella piazza di S. Maria
Novella Vecchia era grande apparecchio di palchi, di arazzi, di teli
che ricoprivano la piazza stessa. Vennero i Dodici, il Podestà, il
Capitano del popolo, che allora chiamavasi della Massa di parte guelfa,
coi loro Consigli; vennero tutti gli altri magistrati e grandissimo
popolo. Il Cardinale comparve finalmente in mezzo ai suoi prelati, da
tutti aspettato, anche perché doveva parlare, ed aveva voce d'essere
uno dei piú eloquenti oratori del suo tempo. Parlò sulla utilità e
necessità della pace, che finalmente fu letta. Con essa si poneva fine
a tutti gli odî antichi; si ordinava che fossero resi ai Ghibellini
i beni confiscati, capitale e parte anche degl'interessi; che si
cancellassero le sentenze, i giuramenti, le leghe o consorterie fatte
da una parte a danno dell'altra, levando dagli Statuti tutto ciò che
poteva alimentare questi odî. Richiese 50 mallevadori da ciascuna
delle parti, con obbligo di pagare 50,000 marchi d'argento, quando la
pace fosse violata. Volle alcuni castelli per maggiore sicurezza, e si
riserbò di chiedere anche altri mallevadori. Seguiva un numero assai
grande di minute condizioni tutte intese allo stesso fine. Molte delle
principali famiglie restavano confinate fino a che non avessero fatta
pace coi loro avversarî, e data, con danaro e con ostaggi, sicurtà
di mantenerla. I sindachi delle parti si baciarono in bocca, gli atti
dell'accordo furono solennemente rogati, e i bandi e le condanne delle
parti furono cancellati o arsi. Gli esuli poterono tornare; il Capitano
e le Capitudini ebbero, senza pregiudizio del Podestà, l'incarico di
mantenere inalterate le condizioni della pace. E per questa ragione
il Capitano non doveva piú d'ora innanzi essere chiamato Capitano
della parte guelfa, ma della Città, e Conservatore della pace. Essendo
poi cessato l'ufficio di Vicario imperiale concesso a Carlo, veniva
ordinato del pari, che d'ora innanzi Podestà e Capitano sarebbero per
due anni eletti dal Papa, e avrebbero ciascuno a loro comando 50 uomini
a cavallo e 50 a piedi. Dopo due anni, l'elezione tornerebbe al popolo,
con l'obbligo di non nominare alcuno contrario a Santa Chiesa, la quale
doveva anzi approvare la scelta. Avrebbero ciascuno a loro comando 100
uomini a cavallo e 100 a piedi, che non dovevano essere né della Città
né del distretto, per potere cosí meglio riuscire a mantener la pace. A
questo fine dovevano contribuir pure le Arti, che anch'esse giurarono.
Si dovevano rivedere gli Statuti, riformare il governo della Città,
fare un estimo dei beni di coloro i quali erano condannati a multe o a
risarcimenti di danni.[311]

Da tutto ciò parrebbe, che al Cardinale fosse stata concessa quasi
una dittatura temporanea di fare e disfare a suo arbitrio. Ma molte
di queste condizioni di accordi egli le propose dopo aver consultato
i magistrati, e di molte altre i Fiorentini tennero poi il conto che
vollero. La pace si desiderava dal popolo, per le ragioni che abbiamo
accennate, e si dette piena balía al Cardinale, perché, con l'autorità
sua e della Chiesa, la conducesse a termine. Ma egli ottenne in realtà
meno assai che non parrebbe. Continuò infatti la costituzione della
Parte guelfa; continuarono le divisioni a lacerare la Città, appena
che il 24 d'aprile egli fu partito, non senza aver prima ricevuto
_Mille floreni auri in pecunia numerata, et alie zoie empte pro Comuni
Florentie_.[312]

Tuttavia nel febbraio e nei primi di marzo, egli, contento assai del
buon successo che si lusingava d'avere ottenuto, attese a concludere
molte amicizie anche fra quelli che erano rimasti confinati; cercò
d'attuare le riforme della costituzione, accennate nella pace, e
principalmente sostituí ai Dodici, Quattordici Buoni uomini, otto dei
quali dovevano esser Guelfi e sei Ghibellini. Essi, che insieme col
Capitano e coi Consigli, ebbero il governo della Città, mutavano ogni
due mesi. Continuarono però a durare un anno l'ufficio del Podestà
e del Capitano. L'autorità del primo era stata, sotto il dominio
di re Carlo, che lo nominava, diminuita assai; e però si cercava
adesso accrescere quella del Capitano e dei Dodici, che divenuti ora
Quattordici, formavano la Signoria vera e propria.[313]

Su questa mutazione della Signoria ogni due mesi, che continua sino
agli ultimi tempi, si è molto ragionato in senso diverso. Certo la
Repubblica non poteva aver pace in un cosí rapido alternarsi del
supremo magistrato; ma noi abbiamo già piú volte osservato, che
la nuova costituzione delle Arti aveva ridotto a ben poca cosa le
attribuzioni del governo centrale. E da un altro lato, la tendenza,
che sembrava manifesta in tutte le repubbliche italiane, di cadere
nella tirannide, rendeva i Fiorentini sospetti d'una Signoria che
durasse piú lungo tempo. Specialmente ora che tornavano i Ghibellini,
si temeva che essa fosse spinta a cospirare per sostenere l'ambizione
di qualche tiranno, che da un momento all'altro poteva sorgere. Furon
queste le ragioni per le quali si volle da un lato scemare l'importanza
del Podestà, e da un altro mutare cosí spesso non solo i capi del
governo, ma, come vedremo, anche altri ufficî politici; e piú tardi si
ricorse alla elezione a sorte, sempre per evitare che in nessun caso
riuscisse possibile l'attuazione di un disegno prestabilito a danno
della libertà.[314]


VI

Intanto il Re dei Romani mandava in Italia un suo Vicario con soli
300 uomini, per vedere in quali disposizioni fosse il paese, e se le
città riconoscevano ancora la loro soggezione all'Impero. Il Vicario,
arrivato in Toscana, si fermò a S. Miniato al Tedesco, e trovò i
Pisani, sempre ghibellini, pronti a fare subito atto d'obbedienza;
ma le altre città toscane ricusarono; i Fiorentini, per mezzo di
danaro, lo corruppero, e mostrandogli l'inutilità della sua impresa,
lo persuasero d'andarsene, riconoscendo i privilegi che essi avevano
ottenuti dal Papa. In questo modo, la mutata politica di Roma riusciva
a loro vantaggio, di che seppero abilmente profittare, e a danno
di Carlo d'Angiò, che perdette ogni autorità nell'Italia centrale.
Niccolò III, rievocando l'Impero, incoraggiando Rodolfo di Asburgo, e
mettendolo di fronte a Carlo, aveva saputo indebolire l'uno e l'altro,
accrescendo forza al papato. E i Fiorentini, con non minore accortezza,
s'erano valsi di Carlo per dominare la Toscana; del Papa per indebolire
Carlo; e finalmente dell'uno e dell'altro, per non sottomettersi a
Rodolfo.

Niccolò III moriva nel 1280. Egli aveva costretto Carlo a lasciare
la Toscana, a contentarsi di ricevere l'investitura della Provenza e
del Reame da Rodolfo. E perché questi accordi ricevessero una qualche
sanzione, s'era anche stretto un parentado, avendo Rodolfo dato la
propria figlia in moglie ad un nipote di Carlo. Ma questi, come era
naturale, assai di mal'animo accettava tutto ciò, anzi non tralasciava
mai di sobillare in segreto i Guelfi di Toscana contro i Ghibellini,
che ora alzavano la testa. E conoscendo già per lunga esperienza che
grande differenza vi fosse tra l'avere amici o nemici i Papi, corse
ad Orvieto, dove s'era adunato il nuovo Conclave, deciso a far di
tutto per avere una elezione a lui favorevole. Secondo il suo solito,
egli operò senza scrupoli e senza esitare. Visto che i cardinali
temporeggiavano, né avendo tempo da perdere, promosse una rivoluzione,
per la quale il popolo s'impadroní di due cardinali di casa Orsini,
parenti del Papa defunto ed avversissimi agli Angioini. Dopo di che,
l'elezione ebbe luogo, ed il 22 febbraio 1281 fu proclamato papa
Martino IV, il quale, francese e di re Carlo amicissimo, si dette
subito a favorirne la politica ed a sostenere i Guelfi.

Ma le condizioni generali dell'Italia erano assai mutate, e però il
trionfo ottenuto da Carlo a Viterbo, non valse ad impedire che le
conseguenze già preparate dalle sue crudeltà nel Reame e dalla politica
di Niccolò III, avessero il loro effetto. L'accordo concluso da questo
con Rodolfo fu continuato anche dal nuovo Papa, che raccomandò alle
città italiane di fare buona accoglienza alla figlia di lui, la quale
veniva sposa al nipote del Re. Ed anche Firenze dovette accoglierla
con onore, sebbene fosse accompagnata da un Vicario imperiale, che al
solito si fermava a S. Miniato, per cercare di far rivivere in Toscana
i diritti dell'Impero. Ma un mutamento assai piú grave avvenne quando
nel marzo 1282, i Siciliani, stanchi della mala signoria, raccolsero
il guanto gettato al popolo da Corradino, e coi _Vespri_ cominciarono
quella sanguinosa rivoluzione, che, dopo una lunga e gloriosa guerra,
doveva per sempre togliere l'Isola agli Angioini. I Fiorentini, per
tenersi fedeli al partito guelfo, e non irritar troppo né il Papa né
Carlo, mandarono a questo 500 cavalieri, i quali, sotto il comando del
conte Guido di Battifolle de' conti Guidi, con la bandiera del Comune,
andarono all'assedio di Messina. Ma la rivoluzione superò tutto, ed
essi vennero come gli altri battuti, lasciando anche la bandiera in
mano del nemico. L'Isola fu inevitabilmente perduta dai Francesi.

Era assai naturale che i Fiorentini, prima ancora che scoppiasse la
rivoluzione dei Vespri, avessero aperto gli occhi, e pensato ai casi
loro. Vedendo che il Vicario imperiale era venuto con poca gente, e
non trovava gran seguito, cercarono subito contentarlo con danari, ed
ottennero che, riconosciute le antiche concessioni fatte loro, se ne
partisse. Nello stesso tempo, profittando della debolezza di Rodolfo,
combattuto in casa sua, e della lontananza di Carlo, già nel Reame
turbato dal pensiero dei gravi avvenimenti che s'apparecchiavano in
Sicilia, posero mano a riformare la loro costituzione. E prima di
tutto, ora che il Podestà ed il Capitano erano eletti non piú dal Re,
ma dal Papa, vollero accrescerne la forza, per mantenere la Città
tranquilla, mettendo un freno alle prepotenze dei Ghibellini, ed
all'arbitrio dei Grandi, che ogni giorno divenivano piú minacciosi.
Questi ultimi specialmente facevano colla violenza cancellare i bandi
dei magistrati, impedivano l'esecuzione delle leggi, commettevano o
promovevano gli omicidi per vendette partigiane, e tenevano perciò la
Città continuamente perplessa. Quindi s'ordinò che il Podestà avesse
mano piú libera a procedere severamente contro tutti i delitti, e che
il Capitano avesse maggior forza a mantenere la pace, a punire coloro
contro i quali il Podestà non usasse subito il dovuto rigore. E i
Grandi dovettero dare non solo promessa di sottostare alle leggi, ma
anche sicuri mallevadori, affinché se, commesso il delitto, riuscissero
ad evadere, vi fosse sempre in Città chi scontasse la pena, o pagasse
la somma, cui veniva condannato colui pel quale s'era dato mallevaria
o _sodato_, come allora dicevasi. Tutti i vagabondi e gli oziosi
furono cacciati dal territorio della Repubblica, e coloro che avevano
dimostrato odio contro qualche privato cittadino, dovettero far
promessa di rinunziare alla vendetta, dandone anch'essi mallevaria. E
perché a tutti questi ordini si desse esecuzione, furono scelti dalla
cittadinanza mille uomini armati, 200 del Sesto di S. Piero Scheraggio,
200 di quello di Borgo, e 150 dagli altri, che, divisi in compagnie,
con un gonfalone per Sesto, furono messi, 450 sotto gli ordini del
Podestà, e 550 sotto quelli del Capitano. Le insegne eran loro date
da quei due magistrati in presenza di pubblico Parlamento, e quando la
campana sonava per raccoglierli, non era permesso tenere radunanze in
Città.[315]

Questa riforma parve necessaria anche perché, durante la signoria di
Carlo, era andato in disuso l'ordinamento del popolo armato sotto
i Gonfalonieri delle Compagnie, e la tranquillità cittadina si era
mantenuta con l'aiuto dei soldati stranieri, per la qual cosa anche
il Capitano aveva perduto una parte di quella importanza, che gli
veniva ora restituita. Ma oltre di ciò noi troviamo che i Quattordici
governavano senza adunare il Consiglio dei Cento, il quale nei
documenti sembra infatti scomparso. Da ciò e anche dal trovarsi essi
fra loro divisi, perché otto dovevano esser guelfi e sei ghibellini, ne
venne che la loro autorità, invece di crescere, s'andava indebolendo.
Si pensò quindi ad un'altra riforma, quando la notizia dello scoppio
dei Vespri lasciava ai Fiorentini le mani piú libere. Tre cose essi
avevano sopra tutto di mira. Rendere la Repubblica indipendente dal
Papa, dall'Imperatore e da Carlo; farla finita coi Ghibellini, perché
nobili e aderenti sempre all'Impero, che riaffacciava le sue pretese
in Toscana; abbassare la superbia dei Grandi, guelfi o ghibellini
che fossero, perché colle loro prepotenze turbavano di continuo la
Città. Ed anche per questa ragione si era finito col non piú osservare
neppure i patti della pace del cardinale Latino; specialmente non
si erano pagate le somme promesse ai danneggiati ghibellini. Inoltre
il di 8 febbraio 1282 si strinse una lega guelfa con Lucca, Pistoia,
Prato, Volterra, e Siena, che dovette per forza aderirvi; e si lasciò
luogo d'entrarvi anche a S. Gimignano, Colle e Poggibonsi. Si giurò di
restare per 10 anni uniti a difesa comune, con obbligo di prendere a
soldo 600 cavalieri col loro seguito, e s'aggiunse al solito una specie
d'unione doganale fra gli alleati.

Ma ciò che per Firenze ebbe piú grande importanza fu la riforma
interna. Le Arti, massime alcune delle maggiori, andavano acquistando
un ordinamento sempre piú vigoroso, e con esso aumentava il loro
potere politico. Le Capitudini infatti compariscono nei documenti
sempre piú spesso, accanto ai Quattordici, al Capitano, al Podestà.
Ed ora appunto (1282-3) noi troviamo anche un _Defensor Artificum et
Artium_ con due Consigli, il che dimostra di certo la cresciuta potenza
di queste.[316] Esso, è vero, piú tardi scomparisce e si fonde col
Capitano; ma ciò avvenne dopo che le Arti stesse salirono addirittura
al governo della Repubblica. Intanto già partecipavano alla elezione
dei Quattordici, e li consigliavano. I cronisti ci dicono che, con
una riforma del giugno 1282, i Priori delle Arti, pigliando il luogo
dei Quattordici, salirono finalmente al Governo; ma in verità ciò non
avvenne ad un tratto, come apparirebbe dalle loro parole. Noi troviamo
invece, che per qualche tempo, i Quattordici (come seguiva sempre nelle
riforme fiorentine) continuarono a governare insieme coi nuovi Priori,
sino a che, dinanzi all'importanza crescente di questi, finalmente
scomparvero. Certo è che il 15 giugno del 1282 furono messi a capo
della Repubblica tre _Priori delle Arti_, uno dell'Arte di Calimala,
il secondo dei Cambiatori, il terzo della Lana. Ebbero sei berrovieri
e sei messi, per chiamare i cittadini a Consiglio; abitavano nella
casa della Badia, donde non uscivano mai, e deliberavano di regola
insieme col Capitano. I Quattordici continuarono ancora qualche tempo,
piú che altro _pro forma_, a comparire accanto ad essi.[317] Passati i
primi due mesi, si vide la necessità d'aumentare il numero dei Priori,
non solo perché quello di tre appariva troppo ristretto; ma ancora
perché, dovendo essere scelti ora in una metà, ora in un'altra dei sei
sestieri, pareva che il loro governo rappresentasse sempre una parte
sola dei cittadini. E cosí nell'agosto di quell'anno, senza metter
tempo in mezzo, alle tre Arti già menzionate furono aggiunte quelle
dei Medici e Speziali, dei Setaioli e Merciai, dei Vaiai e Pellicciai.
Piú tardi ve ne furono aggiunte anche altre, ma il numero dei Priori
restò fermo a sei, uno per Sesto. «Le loro leggi... (dice il Compagni)
furono, che avessino a guardare l'avere del Comune, e che le Signorie
facessino ragione a ciascuno, e che i piccoli e impotenti non fossino
oppressati dai grandi e potenti».[318] Quelli che uscivano d'ufficio,
insieme con le Capitudini e con alcuni cittadini aggiunti, cui si dava
nome d'_Arroti_, eleggevano ogni due mesi i successori.

Il Villani afferma che il nome di Priori fu preso dal Vangelo, là
dove Cristo dice ai discepoli: _Vos estis priores._ Certo è però che
con questa riforma le Arti o sia il commercio e l'industria salirono
addirittura al governo della Repubblica; ed è pur notevole che,
sebbene quelle che abbiamo qui sopra nominate, costituissero, insieme
con i giuristi e notai, le sette Arti maggiori, pure di questi, forse
perché non rappresentavano né l'industria né il commercio, non si fa
qui dai Cronisti menzione alcuna. Certo d'ora in poi la Repubblica è
proprio una repubblica di mercanti, e solo chi è ascritto alle Arti può
governarla: ogni grado di nobiltà antica o nuova è piú un danno che un
privilegio.

Infatti molte delle piú grandi famiglie cominciarono a mutare i loro
nomi, per nascondere l'antica e nobile origine. I Tornaquinci si
divisero in Popoleschi, Tornabuoni, Giachinotti, ecc.; i Cavalcanti in
Malatesti e Ciampoli; altri presero altri nomi.[319] Ciò nonostante,
molti ritennero con orgoglio i nomi e i titoli antichi, e quando
il principe di Salerno, figlio di re Carlo, chiamato a Napoli dalla
Provenza, passò per Firenze, egli, imitando l'uso paterno, vi si fermò
per crear nuovi cavalieri. Cosí cercavasi, con mezzi artificiali e
vani, perché contrarî affatto all'indole della costituzione e della
società fiorentina, di ridonar forza a quella aristocrazia, che il
cammino naturale delle cose distruggeva continuamente. Liberi ormai dal
Papa e dall'Imperatore, liberi dalla uggiosa protezione di re Carlo,
tutto occupato nelle faccende della Sicilia, i Fiorentini avevano
ordinata a lor modo la costituzione, dando la Repubblica in mano delle
Arti maggiori; avevano ottenuto in Toscana un grande predominio, di cui
seppero giovarsi mirabilmente per aumentare il loro commercio. A questo
infatti giovò moltissimo la lega politico-commerciale, conclusa nel
marzo dell'82, cui abbiamo piú sopra accennato, come aveva giovato la
sottomissione delle terre o città vicine.

Restavano però sempre nemiche Arezzo e Pisa, ambedue ghibelline. La
prima minacciava nella valle superiore dell'Arno; la seconda, ricca,
potente, signora del mare, minacciava nella valle inferiore, e teneva
in mano la chiave del commercio marittimo dei Fiorentini, trovandosi
nella via che mena a Livorno ed a Porto Pisano. Bisognava quindi che
Firenze prima o poi pensasse, con le forze riunite de' suoi amici, con
nuove alleanze, a liberarsi da questi nemici, soprattutto dal secondo,
che, chiudendole il mare, divenuto ora piú che mai necessario al suo
commercio, poteva render vani tutti i trionfi già ottenuti.

Intanto vi furono due anni tranquilli, nei quali i Fiorentini poterono
godersi i benefizî della pace. Vennero accolti in Città, con pompa ed
onore, il principe di Salerno figlio di re Carlo, ed altri della casa
reale. Nel marzo del 1283 venne il Re stesso, che andava in Francia,
per battersi in singolar tenzone a Bordeaux con Pietro d'Aragona, il
quale dal popolo di Sicilia era stato proclamato signore dell'Isola.
Con questo duello, di cui fu molto parlato, ma che non ebbe poi luogo,
doveva finir la guerra che desolava l'Italia meridionale. Ed anche
ora il Re, sebbene dovesse aver l'animo turbato da molti e gravi
pensieri, sebbene ricevesse in Firenze una clamorosa accoglienza,
pure, non curando punto la noia che dava al popolo, volle creare
altri cavalieri. Tuttavia, partito che fu, le feste continuarono con
piú ardore che mai. In occasione del giorno di S. Giovanni, sempre
solennemente celebrato in Firenze, si formò una compagnia di mille
giovani, i quali, vestiti di bianco, avendo alla testa uno di loro che
rappresentava l'Amore,[320] si dettero a giuochi e sollazzi d'ogni
sorta, con balli di dame, cavalieri e popolani nelle vie e nelle
case. Questa specie di corte d'amore era una imitazione dei costumi
francesi, che s'erano cogli Angioini introdotti in Firenze. Ora vi
si numeravano 300 cavalieri di corredo, creati in massima parte,
secondo l'usanza francese, dal re Carlo. Essi imbandivano tavole con
donzelli, cortigiani e buffoni, che venivano da molte parti d'Italia
e di Francia. Ma tutto ciò era uno sforzo vano, per introdurre nella
Città costumi contrarî alle sue tradizioni; un desiderio puerile di
far credere all'esistenza d'una nuova aristocrazia. Il basso popolo
godeva di questi passatempi; ma la cittadinanza piú operosa, che teneva
il governo e costituiva la forza della Repubblica, li disapprovava
altamente, e s'accorgeva che, dopo tante guerre fatte ai nobili, v'era
pur sempre da combattere ancora, per distruggerne gli ultimi avanzi.
E v'era anche da combattere in tutta Toscana il partito imperiale,
che dopo i Vespri pareva volesse alzare la testa. Il 26 febbraio
1285, Corso Donati aveva perciò esclamato in una delle Consulte,
che tutte le terre, le quali erano _de Imperio_, e confinavano col
territorio fiorentino, dovevano essere sottoposte _ad iurisdictionem
Comunis Florentiae_.[321] Ed a questo fine si fecero nuovi accordi
con le città guelfe.[322] Innanzi tutto era però urgente il pensare
a domare la potenza e l'orgoglio di Pisa, sempre ghibellina, contro
cui s'era sempre dovuto, e si doveva ora combattere di nuovo. Ma per
venirne veramente a capo, quando non si poteva né si voleva fidare
piú negli aiuti di re Carlo, tutte le forze unite della Repubblica
e de' suoi alleati non erano sufficienti. Bisognava, coll'ingegno o
coll'accortezza politica, saperle moltiplicare; ed in questa occasione
si vide di che cosa i Fiorentini erano capaci.


VII

La città di Pisa, sebbene traesse tutta la sua forza e la sua potenza
dal commercio marittimo, pure, sia per essere stata sempre imperiale,
sia perché tale pareva che fosse in Italia il destino delle repubbliche
marittime, si trovava dominata da una potente aristocrazia, al pari
di Genova e di Venezia. I Fiorentini avevano, da lungo tempo e con
molta prudenza, cercato d'esercitare fra i nobili pisani la loro azione
per poterli dividere. Giovanni Visconti, chiamato giudice di Gallura,
pel ricco e potente ufficio da lui già tenuto in Sardegna, dove aveva
governato alcune province in nome della repubblica pisana, ne era stato
poi esiliato nel 1274 come guelfo, e s'era quindi unito col vicario
di re Carlo e colla Taglia dei Guelfi contro la sua patria. Egli morí
nell'anno seguente; ma allora uno dei piú potenti e ambiziosi uomini di
Pisa, il conte Ugolino della Gherardesca, che aspirava alla tirannide,
fu, insieme con altri Guelfi assai possenti, esiliato (1275). Ed essi,
non solamente s'allearono co' Fiorentini, ma, insieme con la Taglia,
combatterono contro i Pisani, occuparono Vico Pisano ed altri castelli.
Nel settembre del medesimo anno, tornarono all'assalto coi Fiorentini,
coi Lucchesi, col vicario di re Carlo, ed a tre miglia della loro città
sconfissero i proprî concittadini, pigliando il castello d'Asciano,
che restò ai Lucchesi. Nel 1276 i Fiorentini ed i Lucchesi ripigliarono
la guerra, istigati sempre dal conte Ugolino e da' suoi amici. Questa
volta, come abbiamo già accennato piú sopra, s'incontrarono da una
parte e dall'altra due poderosi eserciti, fra Pisa e Pontedera, presso
quello che chiamavasi Fosso Arnonico, un canale fatto già dai Pisani
colle acque dell'Arno, per difendere con esso il territorio della loro
repubblica. La disfatta che questi subirono fu ora anche maggiore, e
bisognò accettar dai Fiorentini le condizioni della pace, fra cui la
prima e piú dura fu, che dovessero rimettere in città gli esuli guelfi,
specialmente l'ambizioso e già molto odiato conte Ugolino.

Gregorio X era assai scontento della guerra, proseguita con tanto
ardore, con tanta ostinazione d'animo, perché egli vedeva nel
ghibellinismo pisano un argine contro la crescente potenza de'
Fiorentini, i quali eran guelfi, ma facevano ogni opera per rendersi
affatto indipendenti dal Papa. Avendo loro imposto di posare le armi,
e vedendo che invece continuavano a combattere, scomunicò la Città, la
quale, scusandosi alla meglio, non tenne di ciò alcun conto fino al
1276, quando si concluse una pace, che fu però assai breve, e già si
meditavano nuovi assalti.

La repubblica di Pisa restò allora tranquilla qualche anno, ed il
suo commercio era cosí vasto, le sue colonie cosí estese, che le
finanze in brevissimo tempo ritornarono assai floride. Se non che,
queste medesime ricchezze avevano colà reso alcune famiglie tanto
potenti, che, non soddisfatte piú d'una eguaglianza repubblicana,
volevano primeggiare nell'interno, e dirigere la politica estera, non
già secondo l'interesse dello Stato, ma secondo le loro ambizioni
personali. Il giudice di Gallura ed il giudice d'Arborea, i conti
Ugolino, Fazio, Neri e Anselmo della Gherardesca tenevano ognuno una
piccola corte con uomini armati, quasi fossero altrettanti principi.
Occupati nelle loro gare ambiziose, distraevano l'attenzione dei
magistrati dai pericoli che, ogni giorno piú da vicino e piú gravi,
minacciavano la loro repubblica. Infatti non era solo la Lega guelfa,
che con una guerra continua esauriva sempre piú le forze dei Pisani;
ma da qualche tempo l'eterna rivalità di Genova minacciava una guerra
ben piú sterminatrice. Queste due città marittime, ambedue ghibelline,
avrebbero avuto ogni ragione d'essere unite, per difendersi dal
predominio assai maggiore, che aveva sui mari quella di Venezia. Ma
sembrava che tutto ciò le rendesse invece piú gelose l'una dell'altra.
Le loro navi venivano continuamente alle prese sui mari di Oriente.
Un fiero scontro ebbe luogo nel 1277 presso Costantinopoli e nel mar
Nero. Cominciato dai Pisani, era finito con loro danno, ed aveva
lasciato in essi un grande desiderio di vendetta. Né le occasioni
mancavano. Mentre che i Veneziani dominavano quali padroni assoluti
nell'Adriatico, i Genovesi ed i Pisani, che erano a poca distanza sul
Mediterraneo, s'incontravano ogni giorno, perché facevano i medesimi
commerci, e possedevano terre nelle medesime isole di Corsica e di
Sardegna. Tutto ciò era cagione di continue discordie. Inoltre la Lega
guelfa, diretta specialmente contro i Pisani, dava a Genova occasioni
continue d'iniziare la guerra, alla quale i Fiorentini l'istigavano
con tutte le arti della loro politica. Tale e tanto era poi l'odio fra
loro, che furono i Pisani stessi quelli che primi si lasciarono indurre
a provocarla. Li moveva un'ardente brama di tornare alle armi, sempre
riaccesa dalle ambizioni dei nobili, che speravano cosí di farsi strada
al potere, ed erano anch'essi stimolati, incoraggiati da Firenze.

Comandava in Corsica un tale Sinucello, che aveva titolo di Giudice
di Cinarca. Costui, allevato in Pisa, era stato da essa aiutato a
riprendere ed accrescere nell'isola i possessi della sua famiglia.
Dominando come protetto e dipendente da Pisa, s'era poi sottomesso
invece con giuramento di fedeltà, a Genova, che teneva un'altra
parte dell'isola. E piú tardi, commettendo ogni sorta di crudeltà
e di prepotenze, era tornato nemico dei Genovesi, le cui città
nell'isola aveva devastate. Rifuggitosi a Pisa, questa se ne dichiarava
protettrice come di suo antico vassallo, senza fare alcun conto né dei
posteriori trattati, con cui esso aveva giurato fedeltà a Genova, né
delle crudeltà commesse. Voleva rimetterlo colla forza in Corsica, ma
i Genovesi volevano invece tenerlo lontano, e fu questa un'occasione
alla guerra. Egli venne ricondotto nell'isola con 120 cavalli e 200
fanti, coi quali riprese le sue terre; e da quel momento (1282) le
navi genovesi e pisane s'andarono cercando sul Mediterraneo, per
combattersi. Ed infatti dalla fine dell'anno 1282 all'agosto del
1283 fu una serie continua di sanguinose scaramucce, che piú d'una
volta presero le proporzioni di vera battaglia navale, quasi sempre
colla peggio dei Pisani, i quali però ripigliavano subito forza, e
s'apparecchiavano a nuove lotte. Una volta ebbero metà delle navi
distrutte dalla tempesta, e, ciò nonostante, poco di poi (1284)
ventiquattro delle loro galee scortarono il conte Fazio, che andava in
Sardegna, dove essi avevano coi Genovesi continua cagione di guerra.
Infatti il dí 1 maggio incontrarono l'armata genovese, e cominciò
la battaglia, che durò tutto il giorno con grande ostinazione; ma
finalmente i Pisani lasciarono 13 galere in mano del nemico, con
moltissimi prigionieri. Eppure fu in quello stesso anno, che ebbe luogo
fra le due repubbliche un'altra battaglia navale, che è fra le piú
memorabili nelle storie del Medio Evo.

Genova, che aveva dovuto pagar care le sue vittorie, faceva costruire
ed armare navi in tutta la Riviera; Pisa, esausta da tante guerre per
terra e per mare, fece prodigi d'ogni sorta. Ricorse al patriottismo
delle sue piú nobili famiglie, che si mostrarono degne del proprio
nome. I Lanfranchi, assai numerosi in Pisa, armarono a loro spese
non meno d'undici galere; i Gualandi, i Lei, i Gaetani ne armarono
sei, i Sismondi tre, gli Orlandi quattro, gli Upezzinghi cinque,
i Visconti tre, i Moschi due, altre famiglie s'unirono per armarne
una. Andrea Morosini veneto, dei piú reputati nelle cose di mare, fu
nominato Podestà, ed a lui venne data ogni autorità per provvedere
agli apparecchi della guerra, e tener poi sul mare il comando supremo
del naviglio. Cosí, da un lato e dall'altro, si misero in moto due
delle piú formidabili armate, che si vedessero mai a que' tempi. Gli
scrittori genovesi fanno ascendere a 96 le navi di Genova, a 72 quelle
di Pisa; gli storici pisani, invece, numerano 130 navi genovesi e
103 pisane. Comunque sia, gli uni e gli altri riconoscono nelle prime
una superiorità numerica, che fu aiutata anche dall'arte maggiore nel
comando. Le due armate si cercarono lungamente, e poi temporeggiarono,
perché ciascuna voleva trovarsi in una posizione piú vantaggiosa.
Dicesi che i Pisani arrivassero sino al porto di Genova, tirando
frecce d'argento e palle fasciate di porpora, per far pompa della
propria ricchezza, secondo il costume del tempo. Certo è però, che una
parte delle loro navi trovavasi ancorata a Porto Pisano, altre erano
nell'Arno fra i due ponti della città, quando venne l'annunzio che
i Genovesi erano in vista. Tutta Pisa fu a rumore; i marinai corsero
alle loro navi; l'arcivescovo, seguito dal clero, portando in mano lo
stendardo della repubblica, venne sul Ponte Vecchio, di dove benedisse
l'armata, che con un grido di gioia levò l'ancora, e, scendendo
il fiume, s'avviò al mare. Si racconta pure che, nel momento della
benedizione, cadde il Cristo che era sull'alto della bandiera, e fu
tenuto segno di sinistro augurio.

Il 6 agosto 1284 fu un giorno memorabile. I due navigli s'incontrarono
presso la Meloria, a poca distanza da Porto Pisano. Ivi, in passato,
i Genovesi aveano ricevuto una grave disfatta dai Pisani, ed ora
venivano a vendicarla, con la battaglia memorabile di cui son piene le
nostre storie. La distanza del tempo, e la moltitudine spesso discorde
degli scrittori toscani e genovesi, rendono assai difficile una vera
esattezza nei particolari. Cercheremo quindi d'accennare solo i piú
notevoli e sicuri.

L'armata pisana era divisa in tre schiere. Comandava la prima
l'ammiraglio Andrea Morosini; la seconda era affidata al conte Ugolino,
valoroso, ma poco sicuro, perché divorato da un'ambizione, che gli
faceva posporre l'interesse della patria al desiderio di dominarla;
la terza era comandata da Andreotto Saracini. Oberto Doria, assai
valoroso ed esperto, era l'ammiraglio dell'armata genovese, la quale,
a vederla allora sul mare, sembrava per numero uguale alla pisana; ma
ciò era perché Benedetto Zaccaria, con una riserva di trenta galere, se
ne stava nascosto, secondo alcuni, dietro la Meloria, secondo altri,
dietro Montenero, pronto ad accorrere in tempo opportuno. Poco dopo
il mezzogiorno si cominciò a combattere, e la lotta durò aspra ed
incerta per lungo tempo. Quando le due navi ammiraglie s'avvicinarono,
lo scontro delle armate fu generale. Un numero grandissimo d'uomini
vennero da una parte e dall'altra gettati nel mare, tra morti, feriti
o storditi dai colpi ricevuti. Le onde erano rosse pel sangue; i
naufraghi s'attaccavano ai remi per salvarsi, ma venivano dai medesimi
remi rituffati nel mare, per la necessità di continuare le manovre,
in un momento in cui la mischia era giunta al suo punto culminante e
decisivo. Ed allora appunto, Benedetto Zaccaria, il quale già aveva
ricevuto l'ordine d'avvicinarsi, fece forza di vele e di remi, per
arrivare in tempo a decidere l'esito della battaglia. Quando i Pisani
lo videro apparire, riconobbero subito la inferiorità delle proprie
forze, e l'animo cominciò loro a mancare, sebbene proseguissero con
uguale ardore a combattere. Lo Zaccaria, appena che sopraggiunse,
riuscí ad avvicinare la sua galera a quella del Doria, per poter cosí
pigliare in mezzo il Morosini, che con la sua capitana combatteva
fieramente. Nel medesimo tempo la galera che portava lo stendardo di
Pisa, veniva anch'essa circondata da piú lati. L'improvviso aiuto
aveva per tutto accresciuto l'animo dei Genovesi, abbattuto quello
dei Pisani. La lotta, divenuta troppo disuguale, continuava pure senza
cedere da ambo i lati, perché ciascuna delle due eterne rivali pareva
che volesse questa volta distruggere con l'armata nemica, l'esistenza
stessa dell'avversa repubblica.

Ma cosí non si poteva durare a lungo. Ad un tratto si vide lo stendardo
di Pisa, che era sostenuto da una grossa asta di ferro, piegarsi e
cadere con fracasso orribile sotto i ripetuti colpi che aveva ricevuti,
e nello stesso tempo cominciava a cedere la capitana dell'ammiraglio
Morosini, il quale, orrendamente ferito nel volto, dovette arrendersi
insieme con essa. Fu questo il momento in cui il conte Ugolino tradiva,
dando il segnale della fuga: la disfatta divenne allora generale.
Sette galere pisane colarono a fondo, ventotto restarono in mano del
nemico, e i prigionieri furono, secondo una iscrizione che si trova
sulla facciata della chiesa di S. Matteo a Genova, non meno di 9,272.
Gli scrittori pisani li fanno ascendere fino ad undici, ed alcuni anche
a quindicimila, forse perché vi computano molti dei morti, che furono
5,000. Certo è che dopo la battaglia della Meloria, soleva dirsi in
Toscana, che per veder Pisa bisognava ormai andare a Genova.

Quando i superstiti pisani ritornarono a casa, tutti i cittadini
uscirono nelle strade, per aver notizia dei loro parenti, e non vi fu
quasi nessuno che non dovesse piangere qualche morto o prigioniero.
Una moltitudine di donne, di vecchi e bambini, errava per la città
come forsennata, a segno tale, che i magistrati dovettero dare
ordine, che ognuno tornasse alle proprie case. Ben presto tutti in
Pisa erano vestiti a bruno, e per le vie non si vedevano che donne.
A Genova, invece, era dovunque gioia e tripudio; né l'odio contro i
nemici s'era per la vittoria punto scemato. E di ciò s'ebbe una prova,
quando si venne a discutere che cosa dovesse farsi dei prigionieri.
Alcuni proposero di restituirli per una grossa somma di danaro; altri
volevano invece avere il Castel di Castro, in Sardegna, ch'era la
chiave dei possedimenti pisani in quell'isola; ma non fu vinto nessuno
di questi partiti. Si levarono oratori, i quali proposero di ritenere
i prigionieri fino a che non fosse finita del tutto la guerra. In
tal modo, si diceva, le donne resterebbero vedove, senza potersi
rimaritare, e si sarebbe impedito alla popolazione, e quindi all'armata
pisana, di rifarsi delle perdite sofferte. La guerra infatti durò
sedici anni ancora, e quando i prigionieri vennero restituiti, erano
ridotti a poco piú di mille, gli altri essendo morti per le malattie,
l'età, le ferite o gli stenti sofferti.


VIII

Mal si potrebbe dire, se in questi anni sia stata maggiore l'energia
eroica dei Pisani nella sventura, o l'odio insaziabile dei loro
nemici. Subito dopo la terribile rotta della Meloria, i Fiorentini
ed i Lucchesi offerirono a Genova d'allearsi, per compiere insieme lo
sterminio della comune rivale. L'alleanza doveva durare sino a 25 anni
dopo finita la guerra. Le ostilità sarebbero cominciate fra 15 giorni,
con l'obbligo a Genova di mettere in mare 50 galere, ai Fiorentini e
Lucchesi di mettere insieme un esercito. Questi assalirebbero dalla
parte di terra, quelli dalla parte di mare. Ogni anno, almeno per
quaranta giorni, si sarebbe combattuto. Pisa capí che ormai si voleva
la sua ultima rovina, e tale fu allora il suo odio contro Lucca,
soprattutto contro Firenze, che, per non cedere ad esse, si dichiarò
pronta a sottomettersi piuttosto ai patti che Genova avesse voluto
imporle. Ma invano. Il 13 di ottobre l'alleanza fu conclusa nella
casa della Badia in Firenze, presenti i sindachi di Genova e di Lucca,
insieme con quelli di Firenze, fra i quali ultimi si trovava Brunetto
Latini; e si lasciò luogo alle altre città toscane d'entrare nella
Lega. Ma, quello che è piú notevole, in essa potevano essere ammessi
ancora i piú autorevoli prigionieri pisani, che avessero dato sicurtà
di venire a muover guerra alla patria loro. Potevano, alle medesime
condizioni, essere ammessi anche il conte Ugolino, i suoi figli ed il
Giudice di Gallura, se divenivano cittadini genovesi, e riconoscevano
le proprie terre in feudo da Genova. Tutti questi dovevano però
essere accolti di comune consenso degli alleati, e non oltrepassare il
numero di 20. Si conferma da ciò chiaramente che fra i Pisani v'erano
parecchi, che avevano tradito o erano disposti a tradire. Firenze non
dimenticò neppure ora quello che del resto non dimenticava mai, cioè,
di stipulare, insieme con le alleanze politiche, vantaggiosi patti
commerciali.[323]

Ben presto parecchie altre città di Toscana entrarono nella Lega, e
cominciarono gli apparecchi di guerra. Pisa allora si vide subito da
ogni lato circondata. I Fiorentini entrarono in Val d'Era, i Lucchesi
pigliarono alcuni castelli, lo Spinola con le navi genovesi assalí
e danneggiò molto Porto Pisano. Ma ad un tratto i Fiorentini si
dimostrarono assai freddi nell'impresa, con grandissimo scontento dei
Lucchesi e dei Genovesi. Essi volevano sopra tutto avvantaggiare il
proprio commercio, e quindi era loro necessario fiaccare l'orgoglio
di Pisa, e sottometterla, come avevano fatto delle altre città di
Toscana; ma non volevano che ciò seguisse per opera principalmente
dei Genovesi, molto meno poi a loro unico profitto, come sarebbe di
certo ora avvenuto per la preponderanza che avevano sul mare. Ed in
vero, se Genova si fosse resa padrona di Pisa, sarebbe stata padrona
anche del Mediterraneo, e la sua potenza, di molto accresciuta, sarebbe
divenuta addirittura formidabile ai Fiorentini. Quindi è che essi, dopo
avere addensata cosí gran tempesta contro Pisa, pensavano ora, secondo
la dubbia fede di quei tempi, in cui poco o punto si rispettavano i
trattati, a volgere ogni cosa a loro esclusivo vantaggio. E i Pisani
videro subito l'occasione opportuna, e cercarono profittarne; ma lo
fecero poi in modo, che tutto tornò invece a loro rovina. Avendo,
come vedemmo, invano cercato un accordo con Genova; non potendo, dopo
tante calamità, sostenere una guerra del pari formidabile per terra e
per mare, cercarono d'intendersi almeno con Firenze. Ed a questo fine
nominarono loro Podestà il conte Ugolino, dandogli piú tardi anche il
comando della guerra, non ostante le accuse ben note di tradimento alla
Meloria. Ma essi lo sapevano guelfo e segreto amico dei Fiorentini,
quindi lo ritenevano adatto allo scopo ora che li volevano allontanare
da Genova. Il Conte, è vero, sembrava non avere che un solo pensiero,
quello di dominare in Pisa; ed era perciò pronto ad intendersi,
occorrendo, coi nemici della patria, capace di lasciarsi trasportare
ad ogni atto nefando, pur di soddisfare la sua sfrenata ambizione. Una
volta però che questa era soddisfatta, credevano i Pisani che egli,
coraggioso, accortissimo, con molte amicizie tra i Guelfi, avrebbe
saputo trovar modo di venire ad un accordo. E cosí fu, ma con resultato
ben diverso da quello che s'aspettavano.

Narrano i cronisti, che egli inviasse ai rettori di Firenze un dono di
fiaschi con vino di vernaccia, in fondo ai quali aveva messo fiorini
d'oro per corromperli.[324] Questa tradizione prova solamente, che egli
era tenuto capace di ricorrere ad ogni mezzo pur di raggiungere i suoi
fini. Ma ben duri furono i sacrifizî, che dovette imporre a Pisa, per
indurre i Fiorentini a sospendere la guerra contro di essa. Bisognò
cedere terre e castelli importanti, come S. Maria a Monte, Fucecchio,
S. Croce, Monte Calvoli, e mandare in esilio i Ghibellini, riducendo
la città a parte guelfa, il che per una repubblica stata sempre
ghibellina, era un'umiliazione grandissima. Pisa doveva ormai piegarsi
a tutto, perché trattavasi di salvare la propria esistenza. Quando però
i Genovesi e i Lucchesi s'accorsero che erano abbandonati da Firenze,
la quale sosteneva i Pisani contro Lucca, i lamenti furono cosí grandi
contro la violata fede, che il conte Ugolino, per far tacere almeno i
Lucchesi, cedette loro Bientina, Ripafratta e Viareggio. In questo modo
l'orgogliosa repubblica pisana restringeva il suo territorio fin quasi
alle mura, privandosi d'ogni difesa dalla parte di terra, quando le sue
navi erano su tutti i mari inseguite e predate dai Genovesi. Solo il
conte Ugolino trionfava in mezzo a tante rovine ed umiliazioni, perché
comandava in città, ed era tutto quel che voleva. Ma nel suo ambíto
dominio egli era essai meno sicuro di quel che pensava, perché i fieri
spiriti pisani non erano del tutto domati, e già i piú tolleravano
assai male una tirannia interna, che non riusciva a salvare dalle
umiliazioni esterne. Ogni piú piccola occasione faceva ora veder segni
manifesti, che le passioni cittadine potevano da un momento all'altro
prorompere.

Un'altra causa di mali umori continuavano ad essere le trattative per
riavere da Genova i prigionieri, che formavano parte non piccola della
migliore gioventú pisana. Tutti desideravano riaverli in ogni modo;
ma il Conte frapponeva ogni giorno nuovi ostacoli, perché li sapeva
ghibellini e però a lui avversi. Faceva sempre proposte inaccettabili
dai Pisani, per mandare le cose in lungo. Cosí nulla si concludeva, ed
era quel che voleva. Ma la sua alterigia finí col portare la divisione
nel seno dello stesso partito guelfo. Nino Visconti, giudice di
Gallura, suo nipote e capo naturale dei Guelfi, cominciò ad accostarsi
ai Ghibellini per far guerra allo zio. Il quale allora, senza esitare,
mandò in esilio molti altri Ghibellini, e fece abbattere dieci dei
loro piú ricchi palazzi. Lo sdegno cominciò a divampare. Nino si uní
strettamente ai Gualandi, ai Sismondi, e cercarono di sollecitare
il ritorno dei prigionieri, cosa che il Conte ritardava con nuovi
pretesti, mantenendo vive le cagioni di guerra con Genova. Pensarono
allora di sollevare il popolo contro di lui, ma non vi riuscirono;
ricorsero perciò alle vie legali, per vedere se cosí potevano porre
un freno alla sua autorità eccessiva. Egli era stato nominato Capitano
generale del popolo, ma aveva illegalmente assunto anche l'ufficio di
Podestà, e senza diritto s'era alloggiato nel Palazzo della Signoria.
Nino e i suoi amici protestarono presso gli Anziani, e l'obbligarono
ad abbandonare il Palazzo, riducendosi nei termini della legge. Il che
egli fece, ma per poco tempo, e ripigliò ben presto con la forza la
sua prima autorità. Intanto l'odio delle parti cresceva, studiandosi il
Conte di mantener viva la discordia con Genova, i suoi nemici cercando
invece di concludere la pace e riavere i prigionieri, perché anche
questo era un mezzo per abbatterlo.

Finalmente, accortosi del grave pericolo in cui versava, il Conte
voleva in qualche modo uscirne. Visto che alcuni dei Guelfi, uniti
ai Ghibellini, gli erano divenuti del pari avversi e gli facevano
guerra, pensò d'avvicinarsi a questi, per separarli da quei Guelfi
che lo avevano abbandonato, e che perciò voleva abbattere, sperando
di potere piú tardi compiere la medesima opera contro i Ghibellini,
dopo averli isolati. Ma, sebbene non gli mancasse di certo l'astuzia,
finí coll'aver contro di sé gli uni e gli altri, ed alla testa de'
suoi nemici cosí riuniti, si pose l'arcivescovo Ruggieri, ghibellino
autorevolissimo. La guerra civile infiammò la città intera, ed il
Palazzo del popolo si trovò in mano ora dell'Arcivescovo, ora del
Conte, il quale, accecato dal furor della vendetta, non tollerava
avvertenze o consigli neppure da' suoi piú intimi. Un giorno in cui
lo scontento del popolo era al colmo pel caro dei viveri, e niuno
osava parlargli, uno de' suoi nipoti si presentò a lui, per rivelargli
lo stato delle cose, consigliandogli di sospender le gabelle, acciò
diminuisse il prezzo dei viveri. Ed il Conte si lasciò talmente
trasportare dall'ira, che gli tirò un colpo di pugnale, ferendolo nel
braccio. Un nipote dell'arcivescovo, amico del giovane, trovandosi
presente, non seppe resistere, e gli fece scudo della sua persona. Il
Conte, fuori di sé pel furore, pose mano ad un'ascia, che era vicino a
lui, e con un colpo alla testa lo stese morto a' suoi piedi.

L'arcivescovo Ruggieri dissimulò un pezzo, aspettando l'occasione, che
finalmente venne. Il 1.º luglio 1288 il Consiglio della repubblica
era radunato nella chiesa di S. Sebastiano, per deliberare sulla
pace coi Genovesi. I Ghibellini ed il popolo la volevano in ogni
modo, ma il Conte frapponeva nuovi ostacoli, sperando sempre aiuto
dagli amici. Quando uscirono dall'adunanza, l'Arcivescovo capí che
l'ora era giunta, che non v'era piú tempo da perdere. I Gualandi, i
Sismondi, i Lanfranchi ed altri ancora s'unirono con lui, e andarono
ad assalire il Conte, che con due figli, due nipoti, ed alcuni altri
a lui piú fidi, si difese valorosamente. Dopo il primo scontro, nel
quale vide morire un suo figlio naturale, si ritirò nel Palazzo del
popolo, e continuò a difendersi da mezzogiorno alla sera, quando gli
assedianti si decisero a mettervi fuoco. Penetrando poi attraverso le
fiamme, fecero prigioniero il Conte con i suoi due figli piú giovani,
Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Nino detto il Brigata e Anselmuccio.
Furono chiusi nella torre dei Gualandi, sulla piazza degli Anziani,
dove l'arcivescovo Ruggieri li tenne alcuni mesi in assai dura
prigionia.[325] Finalmente la chiave della torre fu gettata in Arno,
e morirono tutti di fame, tra quelle angosce che l'Alighieri rese
immortali.[326]


IX

Questi fatti però, sebbene indebolissero sempre piú la misera città
di Pisa, abbatterono anche il partito guelfo, dettero luogo a nuovi
esilî, ed aiutarono le speranze dei Ghibellini, che adesso sembravano
risorgere in Toscana. Firenze dovette perciò ripigliare di nuovo le
armi. Carlo I d'Angiò era morto, e papa Onorio, che si dimostrava
favorevole al partito ghibellino, aveva spinto il suo parente
Prenzivalle del Fiesco a venire in Toscana come Vicario imperiale. Ma
le città della Lega lo accolsero assai male, ed egli se ne andò ad
Arezzo, donde invano pronunziò condanne contro i Guelfi, giacché ai
vicarî dell'Impero pareva che ormai nessuno desse piú ascolto. Se ne
ripartí quindi per la Germania, lasciando Arezzo in preda a tumulti,
nei quali la vittoria fu dei Ghibellini, che ebbero aiuto da molti
esuli fiorentini. I Guelfi si ritirarono nei castelli del contado,
dove ricevettero invece soccorsi dal governo di Firenze. Cosí la
guerra diveniva inevitabile anche nel Valdarno di sopra, e bisognava
da due lati combattere i Ghibellini, ritornati potenti sotto la guida
del vescovo d'Arezzo e dell'arcivescovo di Pisa. Difatti come in Pisa
l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, cosí in Arezzo comandava il
vescovo ghibellino, Guglielmo degli Ubertini. Questi, dedito anch'esso
piú alle armi che alla religione, signore di molte castella, e di
assai dubbia fede, si provò dapprima a tradire la città ai Fiorentini,
mediante accordi coi quali voleva salvare i suoi possessi. Ma gli
Aretini seppero costringerlo a restar fermo nel proprio partito. Il
1.º di giugno 1288 l'esercito della Lega guelfa si mise in moto. Erano
nobili, popolani d'ogni parte di Toscana, insieme con gente assoldata,
formando in tutto 2,600 cavalieri e 12,000 pedoni. Restarono ventidue
giorni in campo, assediando e disfacendo tra grandi e piccoli, piú di
40 castelli degli Aretini; ma poi sopravvenne una tempesta che pose
il campo in tanto disordine da costringerli a ritirarsi. Avevano, in
segno di disprezzo, corso un pallio sotto le mura d'Arezzo, nominandovi
12 cavalieri di corredo; ma poi, levato il campo, se ne tornarono
a Firenze, senza avere abbattuto né scemato l'ardire del nemico. Ed
infatti, quando i Senesi si separarono per tornarsene a casa, furono
presi in un agguato, e rotti pienamente.

Nell'agosto i Fiorentini, insieme con Nino di Gallura, esule guelfo
di Pisa, fecero scorrerie nel contado pisano, pigliando il castello
d'Asciano, e nel settembre corsero contro gli Aretini, che avevano
messo insieme un esercito di 700 cavalli e 8,000 pedoni. Ma non vi fu
battaglia, perché i nemici si ritirarono, lasciando che i Fiorentini
guastassero le loro campagne, andando poi essi in principio del 1289
a guastare il contado fiorentino, ed arrivando fin presso a S. Donato.
Erano piú o meno grosse scaramucce, che facevano prevedere una guerra
maggiore.

Da ogni lato s'armava adesso in Toscana. I Pisani eleggevano a
loro capitano il conte Guido da Montefeltro, che aveva acquistato
grandissima reputazione nello scontro vittorioso avuto a Forlí contro
i Francesi di Carlo d'Angiò. Egli era veramente uno dei piú valorosi
soldati del tempo, e giunto che fu a Pisa, riordinò subito le milizie,
creò una nuova fanteria leggiera di tre mila balestrieri, che poté
resistere con onore a quella cavalleria pesante, tenuta allora la
forza principale degli eserciti. Da un altro lato anche gli Aretini
s'armarono sempre di piú, in modo che, quando Carlo II d'Angiò passò da
Firenze, per andare ad incoronarsi in Napoli, i Fiorentini, dovettero
accompagnarlo con i loro migliori fanti e cavalieri, perché le genti
aretine minacciavano d'assalirlo. Gli chiesero allora un buon capitano,
per poter proseguir con vigore la guerra, e ne ebbero Amerigo di
Narbona, che, in compagnia del bali Guglielmo di Durfort, venne con 100
uomini d'arme.

Il 2 di giugno 1289, il nuovo capitano Amerigo di Narbona usciva in
campagna alla testa d'un esercito di 1,600 cavalieri e 10,000 fanti
della Lega. V'era il fiore della nobiltà e delle genti fiorentine,
fra cui seicento cavalieri dei meglio armati, che uscissero mai della
Città. Prato, Pistoia, Siena e tutti gli alleati, anche i Guelfi di
Romagna avevano mandato il loro contingente. Gli Aretini avevano
dall'altro lato raccolto tutti i Ghibellini delle vicine città,
e vennero a Bibbiena con 800 cavalieri e 8,000 pedoni, sotto il
comando dei loro capitani, fra cui primeggiava il fiero arcivescovo
Guglielmo degli Ubertini. Dopo essersi persuaso che l'accordo con
Firenze, per salvare i suoi propri castelli, lo avrebbe esposto al
furore degli Aretini, esso s'era gettato con giovanile ardore nella
guerra. Procedeva altiero e pieno di baldanza, perché fidava nel
proprio coraggio ed in quello de' suoi soldati; aveva poca stima de'
Fiorentini, i quali, esso diceva, si lisciavano come donne.

Sul piano di Poppi, il giorno 11 di giugno, i due eserciti si
trovarono di fronte, presso Campaldino, dove ebbe luogo, e donde
prese nome quella battaglia che fu resa piú celebre, per esservisi
trovato a combattere Dante Alighieri, allora giovane ancora ed ignoto.
I Fiorentini avevano in prima linea una schiera mista di pedoni,
balestrieri e scudieri, ed alle loro ali avevano messo 150 feritori
di cavalleria leggiera, scelti fra i piú arditi. V'era fra questi
Vieri dei Cerchi, che, avendo avuto il carico di fare la scelta degli
uomini del suo Sesto, volle, sebbene malato, trovarsi alla battaglia
insieme col figliuolo e coi nipoti. Dietro la prima schiera, ne veniva
un'altra piú grossa di pedoni e cavalleria pesante, in ultimo erano le
salmerie. Corso Donati comandava un drappello di circa 250 tra pedoni
e cavalieri lucchesi, pistoiesi e forestieri. Egli era allora Podestà
di Pistoia e doveva, con la sua piccola riserva, accorrere all'uopo,
secondo il comando del generale. Si vedeva un'emulazione grandissima,
perché da un lato e dall'altro v'era lo sforzo dei Guelfi e dei
Ghibellini, e s'erano, per soddisfare anche l'ambizione dei potenti,
creati nuovi cavalieri in quel giorno stesso, acciò dessero maggior
prova di valore. L'ordine dato ai Fiorentini fu d'aspettare l'impeto
del nemico, e messer Simone dei Mangiadori da San Miniato, disse ai
suoi uomini: — Signori, le guerre di Toscana si vincevano per bene
assalire, ed ora si vincono per istare ben fermi. — Gli Aretini invece,
fidando nel proprio valore e nell'abilità dei capitani, assalirono al
grido di Viva S. Donato, con tale impeto, che l'esercito fiorentino
mal sostenne il primo urto, e dovette cedere. I feritori furono quasi
tutti scavalcati, la schiera grossa indietreggiò; ma i pedoni che
erano alle ali della seconda schiera, s'avanzarono al grido di _Narbona
cavaliere_, e minacciando di circondare il nemico, l'arrestarono, dando
cosí tempo ai compagni di riordinarsi. Il conte Guido Novello, che
aveva 150 cavalieri degli Aretini, per ferire di lato, mancò d'animo
nel momento appunto in cui doveva assalire il nemico disordinato,
e fu grandissimo danno. Ma gli seguiva sempre cosí, e poco di poi,
fervendo ancora la mischia, si dette alla fuga. Corso Donati, invece,
che aveva ordine di star fermo colle sue genti, e non muoversi senza
comando espresso, nel vedere i Fiorentini cedere a quel primo urto, non
poté piú stare alle mosse, e disse ai suoi: — Se perdiamo, io voglio
morire coi miei concittadini; se vinciamo, aspetterò che chi vuole,
venga in Pistoia a punirci della nostra disobbedienza; — e ordinò
subito d'investir di fianco i nemici. Cosí gli Aretini da assalitori
si trovarono assaliti. Resistettero con mirabile valore, e non avendo
sufficiente numero di cavalieri, i loro pedoni si spinsero carponi
fra la cavalleria nemica, e con le coltella sventravano i cavalli,
ferendoli nella pancia, dove non avevano difesa. Ma erano prodigi di
valor personale, che non potevano decidere la battaglia. La mischia
fu aspra e lunga, i Fiorentini pugnarono con gran coraggio, e gli
Aretini perderono quasi tutti i loro capi. L'arcivescovo Ubertini morí
combattendo; cosí pure il suo nipote Guglielmino dei Pazzi, tenuto
allora fra i piú valorosi capitani d'Italia, e Buonconte figlio del
conte di Montefeltro. Perirono ancora molti esuli fiorentini, fra cui
tre Uberti e uno degli Abbati. Solo il conte Guido Novello salvò la
vita con la fuga. La rotta degli Aretini fu grandissima, e, secondo
il Villani, lasciarono sul campo 1,700 morti e 2,000 prigionieri. Di
questi però ne entrarono in Firenze solo 740, gli altri essendo stati
trafugati o riscattati per denaro. Né ciò deve far gran meraviglia, se
si pensa che in queste guerre di Guelfi e Ghibellini combattevan fra
loro uomini della medesima città, e spesso antichi amici o parenti;
per il che la pietà era piú naturale che l'odio, sebbene questo fosse
pur troppo frequente e feroce. I Fiorentini ebbero poche perdite, e
nessuna d'importanza. Corso Donati che, col suo ardire, contribuí
assai a decidere la battaglia, e Vieri de' Cerchi si coprirono di
gloria. Molti, poco stimati in passato, acquistarono quel giorno grande
reputazione, e molti invece che già prima l'avevano, la perdettero
allora. In ogni modo tutti i principali cittadini e capitani tornarono
salvi a Firenze, dove l'allegrezza fu perciò universale.[327]

I Fiorentini s'erano tenuti sin da principio sicurissimi della
vittoria. Si narra infatti che quando, nel giorno stesso della
battaglia, i Priori, stanchi delle vigilie durate, si addormentarono,
furono desti, come da una voce, che ad un tratto pareva dicesse loro:
levatevi su, che gli Aretini sono sconfitti. E nello stesso tempo
tutti i cittadini si trovavano per le vie, aspettando impazienti la
notizia che ancora non veniva. Finalmente arrivò il desiderato messo,
e la gioia, le feste furono grandissime. Dispiacque piú tardi sentire
che l'esercito non aveva saputo profittare della vittoria, inseguendo
il nemico fin dentro le mura della città, della quale allora sarebbe
stato facile impadronirsi. Invece presero Bibbiena, terra del vescovo;
saccheggiarono varî castelli, e guastarono il contado per venti giorni.
Corsero il pallio intorno alle mura d'Arezzo, a forza di mangani
gettandovi dentro, per dileggio, asini con le mitrie in capo. Ma in
sostanza non fecero altra impresa di momento, sebbene la Repubblica,
quando furono eletti i nuovi Priori, ne mandasse due al campo, perché
sollecitassero in persona la guerra, e tentassero subito di prendere la
nemica città. Ma omai era tardi, e gli Aretini riuscirono anche a fare
qualche sortita, nella quale misero fuoco alle macchine d'assedio. Per
il che i Fiorentini, lasciati ben guardati i castelli già presi e le
opere cominciate, tornarono a casa il 23 di luglio; e ciò dispiacque
tanto alla Città, che si disse esser corso nel campo oro nemico. In
ogni modo la vittoria era stata grande, e grandissima fu l'accoglienza
che ebbero i reduci. Tutto il popolo, con le insegne e i gonfaloni di
ciascuna Arte, tutto il clero uscí in processione per andare incontro
al vittorioso esercito. Il capitano Amerigo di Narbona ed il podestà
Ugolino de' Rossi fecero la loro entrata solenne, sotto ricchissimi
baldacchini di drappi d'oro, portati dai piú nobili cavalieri di
Firenze. E tutta la spesa di questa guerra si fece con una imposta di
lire sei e soldi sei per cento sui beni nella Città e nel contado, il
che portò subito trentasei mila fiorini d'oro, essendo allora l'estimo,
l'amministrazione e le rendite del Comune mirabilmente ordinate, come
osserva il Villani (VII, 132).

La repubblica fiorentina, dopo la umiliazione delle due nemiche città
d'Arezzo e di Pisa, aveva in tutta Toscana abbattuto il partito
ghibellino, fatto trionfare il guelfo; s'era assicurato in essa
un predominio politico e commerciale quasi senza limiti; e la sua
ricchezza andò d'ora in poi rapidamente crescendo. Vi furono grandi
feste, cene, desinari in tutte quante le piú ricche case, radunandosi i
cittadini nelle corti dei loro palazzi, le quali venivano ricoperte di
zendado, ornate di ricchissimi drappi. Le donne, in segno d'allegrezza,
andavano per la Città, inghirlandate di fiori. Eppure si voleva ancora
proseguire la guerra, perché pareva che si desiderasse addirittura
veder la fine delle due piú potenti città ghibelline. Ma ciò non poteva
riuscir facilmente.

Nel 1289 seguirono nuove scaramucce tra Guelfi e Ghibellini, ma furono
cose di poco momento. I Fiorentini tentarono piú volte, però sempre
invano, di pigliare Arezzo per forza o per inganno. Nel novembre erano
riusciti a fare un accordo segreto, col quale pareva dovessero proprio
entrare nella nemica città, per sorpresa. Improvvisamente fu dato
ordine a tutti gli uomini atti alle armi di trovarsi riuniti fuori
delle mura, prima che una candela accesa innanzi ad una delle porte,
fosse consumata. E l'esercito cosí tumultuariamente raccolto, corse
a furia verso Arezzo; ma l'accordo era stato già scoperto, almeno si
disse, da uno che morendo l'aveva rivelato al confessore. Certo è che
bisognò ritirarsi senza aver nulla concluso. I Fiorentini tornarono nel
giugno del seguente anno, con un esercito di 1,500 cavalieri e 6,000
pedoni della Lega; circondarono Arezzo, e per sei miglia intorno ne
guastarono il contado, durante 29 giorni, ma anche ora non conclusero
altro. Le città erano a quei tempi tutte fortificate, e le opere
d'assedio, prima dell'invenzione della polvere, riuscivano affatto
inutili, ogni volta che v'era una resistenza decisa e senza tradimenti.
Al che s'aggiungeva adesso, che i Fiorentini volevano combattere nello
stesso tempo Arezzo e Pisa. Infatti, lasciati a guardia dei vicini
castelli 300 cavalieri e molti pedoni, andarono col resto dell'esercito
dal Valdarno di sopra a quello di sotto, per far guerra a Pisa.

Nello scorso anno erano stati i Lucchesi che, con l'aiuto di Firenze e
della Lega, avevano raccolto e guidato un esercito di 400 cavalieri e
2,000 pedoni, per tener viva la guerra contro Pisa, mentre che Firenze
era occupata con Arezzo. Arrivarono fino alle porte, e, secondo il
solito costume, vi corsero il pallio; per 25 giorni guastarono il
contado, pigliando il castello di Caprona, assalendo piú volte Vico
Pisano, ma senza altro risultato. Nel 1290 si ripigliava dai Fiorentini
la medesima guerra, con le forze assai maggiori di tutta la Lega. E nel
tempo stesso che questa, col suo esercito, faceva dalla parte di terra
un assalto generale, i Genovesi assalivano dalla parte di mare, con
un'armata la quale recò danni infiniti. Livorno e Porto Pisano furono
presi, rovesciate in mare le quattro torri a guardia del porto, e il
fanale detto della Meloria fu del pari abbattuto, insieme cogli uomini
che v'erano dentro. Prima di ritirarsi i Genovesi affondarono alla
bocca del porto quattro navi cariche di pietre, distrussero i palazzi
ed i magazzini. Ma dalla parte di terra non vi furono che guasti nel
contado e rovine di piccoli castelli. Intanto i Pisani resistevano
a tutti con animo fermo. Il loro capitano Guido di Montefeltro, alla
testa della nuova fanteria leggiera da lui istituita, combatteva con
molta efficacia contro i fanti toscani della Lega, contro la cavalleria
pesante da essa assoldata. E piú volte riuscí a fare sortite, con le
quali vendicò sanguinosamente le perdite sofferte. Nel dicembre del
'91, i Pisani assalirono il castello di Pontedera, e trovandolo mal
difeso, se ne impadronirono; fecero poi ribellare contro S. Miniato
il castello di Vignale. I Fiorentini volevano subito correre a nuova
battaglia; ma il loro esercito partí tardi, e quando fu in via, caddero
pioggie torrenziali, le quali inondarono per modo la campagna, che
bisognò retrocedere.

Le cose della guerra procedettero ora sempre piú debolmente, perché
cominciavano in Città mali umori, che facevano presentire discordie
assai gravi. Laonde, sebbene il giudice di Gallura spingesse a
ripigliare le armi, nelle quali egli s'era mostrato operoso e valoroso,
pure era divenuto cosí grande nei Fiorentini il bisogno della pace,
che finalmente la conclusero a Fucecchio il 12 giugno '93. I patti
furono: restituzione dei prigionieri; esenzione da ogni gabella,
tanto per gli abitanti dei Comuni della Lega, che passavano per Pisa,
quanto pei Pisani, che passavano per detti Comuni. L'ufficio del
Podestà o Capitano di Pisa doveva darsi ad uomini della Lega, venendo
espressamente vietato il darlo a ribelli o nemici di essa, o ad alcuno
dei conti di Montefeltro. Ed il conte Guido, il valoroso soldato, che
con tanta energia e coraggio aveva difeso la repubblica pisana, dovette
essere licenziato con tutti i Ghibellini forestieri, in fede di che
bisognò dare in ostaggio 25 cittadini delle migliori famiglie. Cosí
furono pagati la fede e l'eroismo del vecchio capitano, che, riscosso
il suo soldo, entrò nel Consiglio, e rimproverata dignitosamente
ai Pisani la loro ingratitudine, se ne partí senza mostrare alcun
desiderio di vendetta. E avrebbe potuto farla, se avesse voluto operare
secondo il costume di quei tempi, trovandosi egli tuttavia a capo d'un
esercito agguerrito, che in lui fidava pienamente. Fu ancora pei patti
di questa pace stabilito, che i discendenti del conte Ugolino ed il
giudice di Gallura venissero liberati da ogni bando, e rimessi nei loro
beni.[328]


X

Da questo momento i Fiorentini cominciarono a pensare sopra tutto alle
cose interne della Città, che neppure durante le ultime guerre avevano
abbandonate. Infatti l'amministrazione della Repubblica s'era andata
migliorando sempre, ed in molte parti si poteva dire esemplare; il
commercio, l'industria, la ricchezza erano assai aumentati. E nello
stesso tempo si erano compiute molte opere pubbliche, lavorando allora
il celebre architetto Arnolfo di Cambio, autore di parecchi de' piú
bei monumenti di Firenze. Col suo disegno si pose mano nel 1285 ai
primi lavori per allargare la Città, costruendo piú tardi il terzo
cerchio delle mura, alle quali sorvegliò anche il celebre cronista
Giovanni Villani; e per opera dello stesso architetto fu nel medesimo
anno costruita e lastricata tutt'intorno la Loggia d'Or S. Michele,
sotto la quale allora vendevasi il grano; e cosí pure fu lastricata
la Piazza dei Signori, e venne abbellita e restaurata la Badia. Folco
Portinari, padre della Beatrice di Dante, fondava a sue spese la chiesa
e l'ospedale di S. M. Nuova. Si lavorò alla Piazza di S. M. Novella; e
s'iniziarono molte altre opere di simil natura.[329]

Intanto continuavano come sempre le riforme politiche, fra cui
ricorderemo quella che nel 1290 ridusse da un anno a sei mesi l'ufficio
del Podestà,[330] che fu dato allora a Rosso Gabrielli da Gubbio,
città dalla quale vennero in Firenze e per tutta Italia molti Podestà
e molti Capitani del popolo. Le Marche, la Romagna e l'Umbria pareva
ne fossero allora il vivaio, perché gli abitanti di quelle province
dediti alle armi, come è provato dal gran numero di capitani e
soldati di ventura che ne uscirono, erano anche assai pratici della
giurisprudenza, a cagione della vicina Università di Bologna. Questa
riduzione dell'ufficio del Podestà a soli sei mesi, non durò molto;
ma si deliberò per le ragioni stesse che fecero restringere a due
la durata della Signoria. L'ufficio di un magistrato, che doveva
amministrar la giustizia, comandare l'esercito, e menava seco un certo
numero di gente armata e per proprio conto assoldata, poteva riuscire
pericoloso, perché assai facile a trasformarsi in tirannide, come era
seguito già in parecchi Comuni italiani. Quindi è che a Firenze si
cercava ripararvi con una rapida mutazione, la quale non desse modo di
maturare disegni funesti alla libertà, né di trovare favori ed amici su
cui a lungo contare.

Ma ben altri e piú gravi mutamenti politici e sociali avevano luogo
nel seno della cittadinanza fiorentina. I segni d'una nuova e profonda
trasformazione divenivano ogni giorno piú visibili; era perciò
sempre piú necessario apparecchiarsi con la pace a sostenere l'urto
inevitabile e vicino delle future rivoluzioni. Gli Angioini, colla
loro presenza, coll'esempio dei loro baroni, col creare sempre nuovi
cavalieri in Firenze, avevano fatto crescere a dismisura l'orgoglio
dei potenti guelfi, cui ora si dava nome di Grandi. Costoro, imitando
i nobili francesi, assumevano modi poco repubblicani, e volevano
soverchiare in tutto e su tutti. Nel 1287 vi fu grave tumulto, perché
uno di questi prepotenti, a nome Totto Mazzinghi, venne, per omicidio
e per altri delitti, condannato a morte dal Podestà; e quando lo
menavano al supplizio, messer Corso Donati, uno dei maggiori cavalieri
in Firenze, si provò coi suoi a liberarlo colla forza. Il Podestà,
non volendo tollerare una cosí manifesta violazione delle leggi, fece
sonar la campana a martello, ed il popolo, levatosi a rumore, corse
armato, a piedi ed a cavallo, gridando: _giustizia, giustizia_ dopo
di che la giustizia venne fatta, ed anche assai severa. Il Mazzinghi,
condannato nel capo, fu prima strascinato per via e poi impiccato;
gli autori della ribellione contro il magistrato, furono condannati in
danaro, e la Città ritornò tranquilla. Ma questi non eran che segni di
mali maggiori, e gli uomini politici in Firenze se ne impensierivano
assai. I popolani guelfi, per mettere un argine all'alterigia dei
Grandi, e per impedire la loro unione col popolo minuto, cominciarono
ad allargare sempre piú le libertà politiche, nel tempo stesso che
vincolavano l'azione dei potenti. Questi erano già stati costretti,
come abbiam visto, a dare mallevadori responsabili delle loro azioni,
a giurare di non far vendette, di non sopraffare la plebe, e simili.
Destinata ad abbattere in Città e fuori la potenza dei Grandi, ad
accrescere quella del popolo, disfacendo gli ultimi residui del
sistema feudale, ancora esistenti, fu la legge assai memorabile del 6
agosto 1289. Con essa fu interamente distrutta la servitú nel contado,
dichiarando con parole le quali suonano come una proclamazione dei
diritti dell'uomo, che la libertà è un diritto imprescrittibile
di natura; che essa non può dipendere dall'arbitrio altrui; che la
Repubblica voleva in tutto il suo territorio, non solo mantenerla, ma
anche accrescerla.[331] E veniva cosí abolita ogni specie di servitú,
temporanea o a vita, ogni contratto, accordo o patto contrario alla
libertà personale.

Parve ad alcuni che già sin dal 1256 il Comune di Bologna avesse
compiuta questa riforma importantissima, la quale i Fiorentini
avrebbero solo 33 anni piú tardi imitata. Ma è un errore nato dal
supporre che l'abolizione della servitú si compiesse nei Comuni
italiani a un tratto, quando invece procedette lentamente e per
diversi gradi. Nel contado v'erano non solo i _nobiles_ ed i loro
_servi_, ma anche i _fideles_, i quali avevano già una personalità
giuridica, ma dipendevano ancora dai _nobiles_, cui prestavano servigî
e pagavano dazî. Piú tardi questa condizione dei _fideles_ migliorò
ancora, ed essi ottennero terre, in feudo o a livello, dai signori, ai
quali rimanevano però legati da patti personali, che li obbligavano
a restare in perpetuo sul fondo. E per questa ragione, i signori si
credevano sempre, o almeno fingevano credersi, in diritto di vendere il
fondo insieme coi _fideles_, anche quando ciò era divenuto contrario
allo spirito della legislazione. Nel 1256 i Bolognesi abolirono la
servitú, lasciando i contadini sempre dipendenti dal padrone, cioè
nella condizione piú o meno di _fideles_, condizione che nell'83
migliorarono ancora, ma non abrogarono del tutto. Invece già prima del
1289 nel contado fiorentino non v'erano piú servi, e i _fideles_ erano
giuridicamente da piú tempo divenuti quasi indipendenti dai padroni,
sebbene questi, abusando di patti puramente personali, li obbligassero
spesso a risiedere sul fondo, e presumessero di poterlo vendere, anzi
lo vendessero non di rado insieme con essi. Questi sono gli abusi
che i Fiorentini condannarono e soppressero nel 1289, come contrarî
alla libertà, la qual è «di diritto naturale», e perciò inalienabile.
La nuova legge dichiarava inoltre che, in conseguenza di ciò, tutte
queste vendite erano abusive e però di nessun valore nei loro effetti:
sciogliendo ed annullando ogni patto illegale, garantiva finalmente
al contadino la sua piena ed intera libertà. Aggiungeva anzi, che
d'ora in poi esso poteva (ancora senza che la vendita del fondo avesse
luogo) sciogliersi, mediante denaro, dai patti personali con cui s'era
legato al padrone. Cosí è che la legge del 1289 non aboliva la servitú
già da un pezzo abolita dai Fiorentini, ma per la prima volta rendeva
pienamente liberi i lavoratori della terra. E ciò seguiva ancora con
grande vantaggio economico del Comune, perché essi divenivano cosí
tutti suoi contribuenti diretti, e con non minore vantaggio della
democrazia, perché si spezzavano gli ultimi legami del sistema feudale,
e si fiaccava la potenza dei signori del contado.[332]

In questo e nel seguente anno furono prese altre non poche
deliberazioni intese a rafforzare il popolo nella Città, le
quali dimostrano che Firenze procedeva sempre piú oltre nelle sue
trasformazioni politiche e sociali. Prima di tutto s'accrebbe il
numero delle Arti legalmente costituite, aggiungendone alle 7 maggiori
altre cinque, portandole a 12, con proprie insegne, ordini, armi
ed importanza politica.[333] Infatti noi ora troviamo, che gli atti
ufficiali della Repubblica parlano di 12 Arti maggiori, mentre che per
lo innanzi parlavano solo di sette. Ben presto, è vero, esse tornarono
a sette; ma le cinque che restavano, vennero allora unite ad altre, e
portate cosí a quattordici, col nome di Arti minori, formando in tutto
21 Arti, che fa il numero definitivo. Si fece nel 1290 un'altra legge,
chiamata _del divieto_, la quale ordinò che chiunque fosse stato una
volta Priore, non potesse per tre anni di poi tornare in ufficio. Piú
tardi questo _divieto_ fu in parte esteso anche ai parenti.[334] Erano
sempre provvedimenti intesi a mettere un argine contro ogni possibilità
di futura tirannide, un freno alla crescente alterigia dei Grandi.

A questo medesimo fine miravano ancora altre leggi. Troviamo infatti
due provvisioni deliberate alla quasi unanimità il 30 giugno ed il 3
luglio 1290.[335] Con esse si proibiva severamente a tutti coloro che
erano a capo delle Arti di far monopolio, accordi, leghe, _posture_
e simili, con cui si cercasse, in qualunque modo, imporre prezzi
arbitrariamente fissati, senza osservare le norme prescritte dagli
Statuti. E la pena ricadeva severamente non solo sugli autori di questi
arbitri, che dovevano pagare l'ammenda di 100 lire, ma anche sull'Arte
cui essi appartenevano, la quale era condannata in 500 lire, per non
aver provveduto all'osservanza delle leggi, e sui Rettori e Consoli di
essa, che erano condannati in 200 lire.

Di assai maggiore importanza fu un'altra legge deliberata il 2 gennaio
1291, la quale diceva chiaro di voler frenare con la forza la rapacità
felina dei Grandi (_volentes lupinas carnes salsamentis caninis
involvi_).[336] Essa proibiva severamente di ricorrere a tribunali o
magistrati, che non fossero quelli per legge costituiti, cioè i Priori,
il Capitano, il Podestà e i giudici ordinarî del Comune. Coloro che
dal Papa, dall'Imperatore, dal re Carlo o dai loro Vicarî avessero
ottenuto esenzione di qualunque sorta, o arbitrio di ricorrere ad
altri magistrati, e pretendessero di poterlo fare; coloro che, con
questo medesimo intento, vantassero pretese di antichi diritti feudali,
erano avvertiti di non valersene sotto minaccia di pene gravissime.
La nuova legge discorreva per minuto le varie forme di tali pretese
esenzioni, e determinava le pene. Ma quello che è piú singolare, essa
puniva non solamente coloro che vantavano questi diritti e li volevano
esercitare, i notai che trascrivevano gli atti, e gli avvocati che ne
sostenevano la validità; ma quando i veri autori fossero riusciti a
sfuggire la pena, chiamava responsabili i loro parenti o anche lontani
congiunti, i loro coloni e perfino i loro inquilini. Il popolo minuto,
il popolo grasso e i Grandi formavano a quel tempo come tre ordini
di cittadini, anzi tre società distinte, che nelle offese e nelle
difese, negli odî, nelle vendette e nei diritti politici, agivano
come se ognuno fosse, volesse e dovesse essere responsabile pe' suoi
colleghi. La legge veniva quindi spinta, riconoscendo questo stato di
cose, a provvedimenti che, se erano opportuni o anche necessarî in
aiuto della democrazia e dei deboli contro i potenti, non cessavano
perciò di essere arbitrarî. Tuttavia ogni giorno si vedeva piú chiara
la necessità di ricorrere a rimedî estremi. I Grandi, pei favori del
Papa e degli Angioini, erano divenuti troppo orgogliosi. E i prosperi
successi ottenuti recentemente a Campaldino, dove il valore di Corso
Donati e di Vieri de' Cerchi aveva deciso la battaglia, li inorgogliva
per modo, che si vantavano di non temer piú le leggi, le quali di fatto
ogni giorno violavano. E cosí fu apparecchiata quella rivoluzione che,
scoppiata nel 1293, costituí il _secondo popolo_, e condusse i potenti
alla loro ultima rovina.


NOTA _A_.

   «In Dei nomine amen. Anno sue salutifere incarnationis
   millesimo ducetesimo octuagesimo nono, indictione secunda,
   die sexto intrante mense augusti. Cum libertas, qua cuiusque
   voluntas, non ex alieno, sed ex proprio dependet arbitrio,
   iure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et
   populi ab oppressionibus defenduntur, et ipsorum iura tuentur
   et augentur in melius; volentes ipsam et eius species non
   solum manutenere, sed etiam augmentare, per dominos Priores
   Artium civitatis Florentie, et alios Sapientes et bonos viros
   ad hoc habitos, et in domo Ghani Foresii et Consortum, in
   qua ipsi Priores pro Comuni morantur, occasione providendi
   super infrascriptis unanimiter congregatos, ex licentia,
   bailia et auctoritate in eos collata, et eisdem eshibita et
   concessa in Consiliis et per Consilia domini Defensoris et
   Capitanei et etiam Comunis Florentie, provisum, ordinatum
   extitit salubriter et firmatum: Quod nullus, undecumque sit et
   cuiuscumque condictioni dignitatis vel status existat, possit
   audeat vel presumat per se vel per alium tacite vel espresse
   emere, vel alio aliquo titulo, iure, modo vel causa adquirere
   in perpetuum vel ad tempus aliquos Fideles, Colonos perpetuos
   vel conditionales, Adscriptitios vel Censitos vel aliquos
   alios cuiuscumque conditionis existant, vel aliqua alia iura
   scilicet angharia vel perangharia, vel quevis alia contra
   libertatem et condictionem persone alicuius, in civitate vel
   comitatu vel districtu Florentie; et quod nullus, undecumque
   sit, et cuiusque condictionis, dignitatis vel status existat,
   possit, audeat vel presumat predicta vel aliquid predictorum
   vendere, vel quovis alio titulo alienare, iure, modo vel causa
   concedere in perpetuum vel ad tempus alicui persone, undecumque
   sit, vel cuiusque condictionis dignitatis vel status, in
   Civitate vel comitatu vel districtu Florentie, decernentes
   irritum et inane et ipso iure non tenere, si quid in contrarium
   fieret in aliquo casu predictorum. Et tales contractus et
   alienationes quatenus procederent, de facto cassantes, ita
   quod nec emptoribus vel acquisitoribus ius aliquod acquiratur,
   nec etiam ad alienantes vel concedentes ius redeat, vel
   quomodolibet penes eos remaneat: sed sint tales Fideles, vel
   alterius conditionis astricti, et eorum bona, et filii et
   descendentes libere condictionis et status. Et nihilominus
   tales alienantes, vel quomodolibet in alios transferentes,
   in perpetuum vel ad tempus, per se vel per alium et quilibet
   eorum, et ipsorum et cuiusque eorum sindici, procuratores et
   nuntii, et tales emptores, vel alio quovis titulo, modo, causa
   vel iure acquirentes, per se vel per alium in perpetuum modo
   vel ad tempus, et eorum procuratores, sindici et nuntii et
   iudices et notarii et testes, qui predictis interfuerint vel ea
   scripserint, et quilibet eorum, condempnentur in libris mille
   f. p., que effectualiter exigantur, non obstantibus aliquibus
   pactis vel conventionibus, etiam iuramento vel pena vallatis,
   iam factis vel in posterum ineundis, super predictis vel aliquo
   predictorum vendendis, permutandis vel alio quovis modo vel
   titulo transferendis. Quos contractus supradicti domini Priores
   et Sapientes nullius valoris et roboris fore decreverunt, et
   quatenus de facto processissent vel procederent, totaliter
   cassaverunt et cassant. Decernentes etiam quod si aliquis non
   subiectus iurisdictioni Comunis Florentie, et qui non respondeat
   in civilibus et criminalibus regimini fiorentino, vel non solvat
   libras et factiones Comunis Florentie, undecunque sit, per se
   vel per alium, predictos contractus vel aliquem predictorum
   iniret aliquo modo iure vel causa, quod pater et fratres et
   alii propinquiores ipsius, si patrem vel fratrem non haberet,
   et quilibet eorum condempnentur in libris mille f. p., que
   pena effectualiter exigatur; reservantes etiam sibi et populo
   fiorentino potestatem super predictis et quolibet predictorum
   acrius providendi contra tales concedentes vel concessiones
   recipientes per se vel per alium in aliquibus casibus de
   predictis. Et quod in predictis omnibus et singulis et circa
   predicta domini Potestas et Defensor et Capitaneus presentes
   et futuri et quilibet eorum plenum, merum et liberum arbitrium
   habeant et exercere debeant contra illos, qui in predictis
   vel circa predicta committerent in personis et rebus, ita et
   taliter quod predicta omnia et singula effectualiter observentur
   et executioni mandentur. Salvo tamen quod Comuni Florentie
   quilibet possit licite vendere et in ipsum Comune predicta
   iura transferre; et etiam ipsi Fideles et alii supradicti se
   ipsos et eorum filios et descendentes et bona licite possint
   redimere sine pena; et illi tales qui talia iura haberent,
   possint ipsa iura ipsis fidelibus volentibus se redimere vendere
   et eos liberare a tali iure licite et impune. Et hec omnia
   et singula locum habeant ad futura et etiam ad preterita, a
   kallendis ianuarii proxime presentis citra, currentibus annis
   Domini millesimo ccº lxxxviijº indictione secunda». — Questa
   legge fu letta e approvata nel Consiglio generale e speciale
   del Capitano e delle Capitudini, secondo il consueto, ma non in
   quello del Podestà. Essa è stata pubblicata piú volte, bensí
   non senza errori e lacune: dall'avv. Migliorotto Maccioni in
   una sua scrittura a favore dei Conti della Gherardesca (tomo
   II, p. 74); da C. F. VON RUMOHR, _Ursprung der Besitzlosigkeit
   des Colonen in neuren Toscana_ (Hamburg, 1830), pag. 100-103;
   e nell'_Osservatore Fiorentino_, vol. IV, pag. 179 (Firenze,
   Ricci, 1821). — Noi la riproduciamo secondo il testo originale
   che si conserva nel R. Arch. di Stato di Firenze, _Provvisioni_,
   Registro 2, a c. 24t-25.


NOTA _B_.

   Il Difensore degli artefici e delle Arti, Capitano e
   Conservatore della città e del Comune di Firenze, fece la
   proposta nel Consiglio speciale e generale, il 30 giugno
   1290, _presentibus et volentibus Dominis Prioribus Artium_,
   e la provvisione, vinta alla quasi unanimità (_placuit quasi
   omnibus_), diceva: «Quia per quamplures homines civitatis
   Florentie fide dignos, relatum est coram officio dominorum
   Priorum Artium, quod multi sunt artifices et comunitates
   seu universitates Artium et earum Rectores, qui certum modum
   et formam indecentem, et certum precium incongruum imponunt
   in eorum mercantiis et rebus eorum Artium vendendis contra
   iustitiam et Rempublicam». ec. Si concludeva poi, vietando
   severamente ogni specie di monopolio, ogni obbligo di vendere
   in un modo contrario all'uso ed alle leggi, «_et_ quod dogana
   aliqua vel compositio non fiat contra honorem et iurisdictionem
   Comunis Florentie, per quam vel quas prohibitum sit a Rectoribus
   vel Consulibus ipsorum Artis, quod aliqui vel aliquis ad certum
   modum et certam formam et certum precium vendant, vel vendere
   debeant mercantias» ec. Al che Guidotto Canigiani aggiunse,
   che i Signori potessero in avvenire formolare altri articoli,
   non per derogare alla detta provvisione, ma solo per sempre
   piú rafforzarla nell'interesse delle Arti. E la sua aggiunta
   fu, insieme colla provvisione stessa, approvata (R. Archivio
   di Stato in Firenze. Provvisioni, Registro IV, c. 29). Ed il 3
   luglio, in forza della precedente riformagione, i Priori delle
   Arti, con altri Savi da loro chiamati, provvidero: «Quod nulli
   Consules vel Rectores alicuius Artis, aut aliquis alius, vice
   et nomine alicuius Artis, vel aliqua singularis persona alicuius
   Artis, utatur aliquo ordinamento scripto vel non scripto, extra
   Constitutum Artis approbatum per Comune Florentie, vel aliter
   vel ultra quam contineatur in statuto talis Artis, ec.... Et
   siqua facta essent in contrarium vel fierent in futuro tacite
   vel expresse, non valeant nec teneant ullo modo vel iure, sed
   sint cassa et irrita ipso iure ec. Et quod nullus notarius
   vel alius scriptor scribere debeat aliquid de predictis vel
   contra predicta, et nullus nuntius vel alius precipiat aliquid
   aliquibus artificibus contra predicta: sub pena Rectori et
   Consuli contrafacienti auferenda librarum cc. pro quolibet
   et qualibet vice; et Arti, librarum quingentarum; et sub pena
   librarum centum pro quolibet, qui observaret talia ordinamenta
   vel precepta prohibita; et sub pena libr. centum cuilibet qui
   de predictis ordinamentis prohibitis faceret precepta Arti seu
   artificibus alicuius Artis». Questa provvisione doveva essere
   ogni mese letta nel Consiglio del Capitano, e bandita per la
   Città (_Provvisioni_, Reg. cit., a carte 30-31).


NOTA _C_.

   Il 31 gennaio 1290 (stile nuovo, 1291) fu fatta una provvisione,
   la quale incominciava con questo singolare proemio: «Ad honorem
   ec. Ut cives et comitatini Florentie non opprimantur sicut
   hactenus oppressi sunt, et ut hominum fraudibus et malitiis
   que circa infrascripta committi solent, debitis remediis
   obvietur et resistatur, quod quidem videtur nullomodo fieri
   posse, nisi iuxta sapientis doctrinam, dicentis quod contraria
   suis purgantur contrariis; ideoque, volentes lupinas carnes
   salsamentis caninis involvi et castigari debere, ita quod lupi
   rapacitas et agni mansuetudo pari passu ambulent, et in eodem
   ovili vivant pacifice et quiete» ec.

   Si viene poi a proibire severamente, che nessuno osi o
   presuma «aliquas litteras impetrare vel impetrari facere, aut
   privilegium vel rescriptum, per quas vel quod aliquis vel aliqui
   de civitate vel districtu Florentie citentur vel trahantur ad
   causam, questionem vel litigium aut examen alicuius iudicis,
   nisi coram domino Potestate, Capitaneo et aliis officialibus
   Comunis Florentie»; e chi contraffaceva, se, richiesto, non
   rinunziava all'azione, pagando danni ed interessi in tre giorni,
   veniva condannato alla pena di 100 lire di fiorini piccoli o
   piú, ad arbitrio del Podestà o Capitano o altro magistrato,
   che avesse iniziato il processo. E se qualcuno non volesse
   sottostare o sfuggisse all'autorità dei magistrati, «teneantur
   Potestas et Capitaneus, qui de predictis requisitus esset,
   condemnare patrem vel filium vel fratrem carnalem vel cuginum
   ex parte patris vel patruum et nepotes eius etc., in dicta
   pena, et dictam condemnationem exigere cum effectu, et etiam in
   maiori pena, ad arbitrium eorum et cuiuscunque eorum, si eis vel
   alteri eorum videbitur expedire. Et nichilominus compellat eos
   et quemlibet eorum dare et facere tali contra quem dicerentur
   tales littere vel privilegium vel rescriptum impetrata, omnes
   expensas quas faceret vel fecisset, occasione predicta, credendo
   de predictis expensis iuramento huiusmodi contra quem dicerentur
   predicta vel aliquod predictorum impetrata».

   Veniva inoltre, come abbiam detto, minacciato di gravi
   pene chiunque, nella Città, Comune e distretto fiorentino,
   direttamente o indirettamente pubblicasse tali atti, il notaio
   che li trascrivesse e l'avvocato che li difendesse.

   Il Podestà e Capitano potevano procedere d'arbitrio contro chi
   «audeat vel presumat facere precipi eis vel alicui eorum, quod
   faciant aliquid vel ab aliquo desistant, vel citari Potestatem
   vel Capitaneum vel Priores vel Consiliarios vel aliquem
   officialem Communis Florentie, vel eorum offitia impedire vel
   retardare coram aliquo vel aliquibus, ex autoritate aliquarum
   licterarum, privilegii vel rescripti, vel ex auctoritate
   alicuius iudicii ordinarii, delegati vel subdelegati, vel
   vicarii». E al solito la pena era applicabile anche ai congiunti
   e parenti.

   Siccome poi molti chiedevano l'appoggio della giustizia civile
   (_brachium seculare_) «in deffectum iuris et in lesionem
   et in preiuditium personarum et locorum subdittorum Comuni
   Florentie» ec., fu deliberato che questo appoggio non si desse,
   se non finita la causa innanzi ai magistrati competenti, e
   presa cognizione di essa. Se in questo caso i magistrati si
   ricusavano, allora si poteva procedere contro di essi. Ma
   altrimenti coloro che richiedevano un'ingiusta esecuzione
   erano punibili, secondo è prescritto nel primo paragrafo di
   questa legge, essi e i loro congiunti. «Verum si consanguineos,
   ut dictum est, non haberet, procedatur contra bona talis
   petentis brachium seculare, et contra inquilinos, laboratores,
   pensionarios et fictaiuolos eiusdem potentis, et illorum cuius
   occasione petitur, et ad alia procedatur, prout ipsis dominis
   Potestati vel Capitaneo et Prioribus videbitur expedire».
   Seguono altri due paragrafi, che in tutto sono dieci, e poi la
   legge resta interrotta nel codice. (_Provvisioni_, Registro II,
   a c. 175-177).



CAPITOLO VI

IL COMMERCIO E LA POLITICA DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[337]


I

La fine del secolo XIII segna il principio d'un'era nuova nella
storia dell'Italia e dell'Europa. Da Carlo Magno in poi v'era stato
nell'Europa settentrionale un periodo di disordine politico, ma
d'una cultura letteraria, che, poco studiata in passato, è stata oggi
messa in grandissima luce dagli eruditi. La letteratura provenzale e
cavalleresca; quei poemi che si dividono nei cicli di Carlo Magno e
d'Arturo; i Nibelungen; le mille canzoni; le splendide cattedrali, che
si trovano da un lato e l'altro del Reno, e costituiscono un'arte mille
volte imitata, non mai superata; tutto ciò fu l'effetto d'una prima e
grande cultura nel Medio Evo, alla quale l'Italia, per molto tempo, non
partecipò. Nel settentrione d'Europa i vinti ed i vincitori s'erano
piú facilmente mescolati fra di loro, e cosí vi poteron sorgere piú
presto una letteratura ed un'arte nazionale. In Italia, invece, i vinti
furono oppressi, ma non si confusero mai del tutto coi vincitori. Essi
anzi, a poco a poco, cominciarono a risorgere ed a resistere. La prima
storia dei Comuni è la conseguenza di questa lotta; laonde, nel tempo
in cui la Francia cantava le sue canzoni ed i suoi poemi cavallereschi,
l'Italia pensava solo a gettar le basi delle sue istituzioni politiche
e della sua libertà.

Col principio del secolo XIV la scena si muta totalmente. Quelle
letterature sono come colpite da subita decadenza, la fantasia e
l'immaginazione settentrionale sembrano a un tratto inaridirsi.
Comincia anche colà un lungo, lento e penoso lavoro per ordinarsi
politicamente. Ed in questo momento, invece, essendo già costituiti i
municipî italiani, sorge fra noi la letteratura nazionale, che, colla
sua splendida luce, fa scomparire dall'orizzonte, e per molti secoli
rende invisibili e dimenticate le altre letterature, che l'avevano
preceduta. Ed è questo appunto il tempo in cui Firenze, che diviene
il centro e la sede principale della nuova cultura italiana, trovasi
governata dalle Arti Maggiori. L'Impero sembra abbandonare le sue
pretensioni sull'Italia; il Papato, combattuto e indebolito, non osa
piú comandare la società laica col medesimo ardire d'una volta; le
lotte fra i vincitori ed i vinti son cessate, perché ogni differenza
tra sangue germanico e sangue latino è del tutto scomparsa, ed in
Italia non vi sono ora che Italiani.

Nel seno del Comune fiorentino, la lunga lotta della democrazia contro
l'aristocrazia feudale, è vicina a cessare col trionfo della prima,
e la Repubblica si può già chiamare una repubblica di mercanti, la
quale in poco tempo, col suo commercio, accumula tesori che sembrano
favolosi. Tutto parrebbe annunziare un'era novella di pace, di
concordia e di prosperità. Ma invece, se noi gettiamo uno sguardo
all'avvenire, vediamo che le discordie civili continuano ancora
fieramente a lacerar la Repubblica; vediamo che, fra lo splendore delle
Arti e d'un commercio fiorente, le istituzioni politiche decadono, e si
cammina quasi fatalmente alla perdita della libertà. Per qual ragione,
adunque, un municipio che, sorto nel principio del secolo XII, in mezzo
a tante difficoltà, ha saputo continuamente progredire, comincia ora,
fra tanta prosperità, a decadere? Per qual ragione le guerre civili
durano ancora, quando sembra cessato ogni pretesto di discordia, con
la vittoria del partito popolare, che ora ha in mano il governo? Noi
troveremo la soluzione di questo problema, esaminando un poco piú da
vicino le nuove condizioni della società fiorentina, specialmente le
Arti maggiori e minori, che ne formano il nucleo e la forza principale.

Le Arti, costituite in associazioni, dopo avere piú volte variato di
numero, furono in Firenze ventuna, sette maggiori e quattordici minori,
sebbene spesso le dividessero ancora in dodici maggiori e nove minori.
In ogni modo le prime ed assai piú importanti erano le seguenti:

  1. dei Giudici e Notai,
  2. di Calimala o dei panni forestieri,
  3. della Lana,
  4. della Seta o di porta S. Maria,
  5. dei Cambiatori,
  6. dei Medici e Speziali,
  7. dei Pellicciai e Vaiai.

La prima di esse, come ognun vede, è propriamente fuori dell'industria
e del commercio, avvicinandosi assai piú alle professioni liberali.
Pure è bene osservare, che i giudici ed i notai contribuivano allora
moltissimo al progresso delle Arti, nelle quali venivano continuamente
adoperati. Erano essi che, insieme coi Consoli, sedevano nella
Corte o tribunale di ciascuna delle Arti, e decidevano tutte le liti
commerciali che si presentavano; componevano i dissensi; pronunziavano
o proponevano le pene. I notai poi erano piú specialmente destinati
all'importante ufficio d'apparecchiare i nuovi Statuti ed a riformarli
di continuo; essi ne sorvegliavano la esecuzione, stendevano i
contratti, e nei maggiori e minori Consigli delle Arti, pigliavano
spesso la parola in nome dei Consoli. I buoni giudici e buoni notai
erano molto ricercati in Italia, e riccamente pagati, come un mezzo
necessario di prosperità. Essi quindi divennero un'Arte delle piú
autorevoli in Firenze, i cui notai avevano reputazione d'essere i piú
abili nel mondo. Goro Dati, nella sua _Storia di Firenze_, dice di
quest'Arte, che essa «ha un Proconsolo sopra i suoi Consoli, e reggesi
con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo di tutta la notaria,
che si esercita per tutta la Cristianità, e, indi sono stati i gran
maestri, autori e componitori di essa. La fonte dei dottori delle leggi
è Bologna, e la fonte dei dottori della notaria è Firenze».[338] Nelle
pubbliche funzioni il Proconsolo andava innanzi a tutti i Consoli, e
veniva subito dopo il supremo magistrato della Repubblica. Capo dei
giudici e notai, egli aveva come un'autorità giuridica su tutte le
Arti.

Le quattro altre che seguono, cioè di Calimala, della Lana, della
Seta e del Cambio, son quelle che avevano in mano la piú gran parte
dell'industria e del commercio fiorentino. Esse erano molto antiche.
L'Ammirato osserva che dei Consoli delle Arti è fatta menzione in un
diploma del 1204, ma ne parlano anche documenti assai anteriori. Le
Arti però, sebbene antichissime, ebbero un lungo periodo di lenta
formazione, e vennero in fiore molto piú tardi, ciascuna in tempo
diverso. Piú antiche e prime a progredire furon quelle di Calimala e
della Lana, che si potrebbero quasi ritenere come un'industria sola,
perché ambedue lavoravano panni di lana, e ne facevano largo commercio.
Questo traffico però era fatto in modo affatto speciale da ciascuna
di esse, ed acquistarono perciò tale e tanta importanza propria, che
restarono sempre divise in due Arti separate.

Sino dai primi tempi del Medio Evo, gl'Italiani avevano avuto
costumi e vivere piú delicato, e civile dei barbari, industrie assai
piú avanzate. Un cronista citato dal Muratori, racconta che Carlo
Magno, venuto in Italia, volle un giorno andare a caccia, e mandò a
chiamare improvvisamente i suoi cortigiani, che si trovavano a Pavia.
Ivi già i Veneti avevano cominciato a portare i preziosi prodotti
dell'Oriente, e però i cortigiani poterono presentarsi all'Imperatore
vestiti in grandissima gala. Andati a caccia, le penne e le stoffe
preziose dei cortigiani furono dalla pioggia e dalle spine interamente
sciupate; ma l'abito dell'Imperatore, ch'era d'una semplice pelle di
capretto, rimase intatto. Laonde egli, rivolto ai suoi cortigiani,
quasi deridendoli, disse: a quale scopo gettate voi cosí inutilmente
il danaro, quando avete le pelli, che sono l'abito piú conveniente,
piú resistente e meno costoso?[339] Si può certamente dubitare
dell'autenticità storica di questo fatto; ma la narrazione del cronista
proverebbe in ogni modo due cose: che nel secolo IX, cioè, l'uso di
vestir pelli di capretto o agnello era cosí generale, che si poteva
supporre non le sdegnasse un imperatore; e che, sebbene le industrie
italiane fossero allora assai povere, pure già stoffe di lusso venivano
dall'Oriente, per mezzo dei Veneti.


II

L'industria dei piú rozzi tessuti di lana però è cosí semplice, che
non dovette tardare a risorgere in Italia, anzi non si può credere
che andasse mai perduta del tutto. Sembra che i primi progressi si
facessero imitando i piú semplici tessuti, che venivano dall'Impero
d'Oriente, dove la cultura e l'industria si mantennero assai piú
lungamente. Infatti, a questa origine accennano i nomi di quasi
tutti i primi tessuti italiani, come _Velum holosericum, Fundathum
alithinum, Vela tiria, bizantina, Crysoclava_, ecc.[340] Sebbene però
l'arte di lavorare la lana abbia un'origine assai antica, e sia nota
perfino ai popoli pastori, essa trovava in Italia gravi difficoltà
al suo progresso. E la difficoltà principale stava nella cattiva
qualità della nostra lana. Per migliorarla bisognava migliorare gli
armenti, quindi la pastorizia e l'agricoltura. Ma i municipî italiani
promossero con ogni piú gran cura l'industria; disprezzarono e spesso
anche oppressero l'agricoltura. Gli artigiani formavano la repubblica,
e la governavano; essi vinsero l'aristocrazia feudale e salirono ai
piú alti onori; ma l'agricoltore, sebbene fosse in Toscana trattato
assai meglio che altrove, rimase pur lungamente attaccato alla gleba,
e non ebbe mai i diritti di cittadinanza. Da questo solo fatto si
può immaginare il resto. Tutte le leggi, tutti i provvedimenti che
risguardano l'industria sono pieni di senno e di preveggenza; tutti
quelli che risguardano l'agricoltura sembrano dettati dal pregiudizio
o dalla gelosia. In Toscana s'aggiungeva poi, per ciò che s'attiene
alla pastorizia e quindi all'industria della lana, un paese montuoso,
in cui allignano la vite e l'ulivo, vi si produce buonissimo grano,
ma difettano i prati naturali o artificiali. Migliorare la qualità
della lana, e crescerne la produzione, era dunque una impresa difficile
assai. Onde è che i Fiorentini arrivarono subito a fare quei tessuti di
lana, che chiamavano _pignolati, schiavini, villaneschi_; ma con questi
panni, i cui nomi indicano abbastanza la loro qualità, non potevano
fare che un commercio assai ristretto, nel contado o poco lungi
dai confini della Repubblica. E quando volevano migliorarli, allora
incominciavano le gravi difficoltà. Provarsi a lavorare tessuti fini
con lana grossa, era un'impresa che non poteva metter conto per nessun
verso; far venire lana forestiera da lontani paesi, non era facile nei
tempi in cui l'industria ed il commercio erano ancora in sul nascere:
la spesa del trasporto avrebbe mangiato il guadagno. Eppure fu nel
superare tutte queste gravi difficoltà, che i Fiorentini cominciarono
a dar le prime prove del loro genio industriale.

Nella Fiandra, nell'Olanda e nel Brabante la lana era d'assai migliore
qualità, e l'arte di tesserla v'è cosí antica, che la sua origine,
come quella dei tessuti di lino nella Germania settentrionale, si
perde quasi nei tempi che si possono chiamare anti-storici. Se non
che, nonostante la buona qualità della materia prima, questi panni
erano assai grossolani, e venivano in commercio intonsi, non raffinati,
tinti con colori di pessimo gusto e poco duraturi. Pensarono allora i
mercanti fiorentini di portarli a Firenze, per raffinarli e tingerli.
Cosí nacque l'arte di _Calimala_ o _Calimara_.[341] Dalla Fiandra,
dall'Olanda e dal Brabante cominciarono a partire le balle, che
chiamavano _torselli_, di panni _franceschi_ o _oltramontani_, e
venivano a Firenze, dove erano cardati, cimati, affettati, tagliati.
Con queste prime operazioni si levava destramente quella peluria,
che li rendeva grossolani, e si ritrovava un tessuto di lana piú
fina assai che l'italiana, e cosí facilmente si poteva dare un colore
finissimo, nel quale i Fiorentini cominciarono subito a dimostrare un
gusto che superava tutti. Stirati, cilindrati e ripiegati, questi panni
ritornavano nel commercio, con ben altra forma e di ben altro valore.
Dapprima molto ricercati in Italia, andarono poi in Oriente, dove erano
cambiati con droghe, colori ed altri prodotti dell'Asia. E finalmente,
perfezionandosi sempre, arrivarono in Francia, in Inghilterra,
negli stessi mercati, donde erano la prima volta partiti, e dove si
mutavano con altri panni da raffinare. In questo modo, non solamente
si sopperiva alla mancanza della materia prima, ma il lavoro straniero
contribuiva al guadagno fiorentino. Con un numero di braccia non molto
grande, si faceva un commercio estesissimo, ed occupando la popolazione
in questi lavori di ultimo raffinamento, si spingeva innanzi l'Arte
di Calimala, la quale doveva poi, nel suo cammino, tirarsi dietro
inevitabilmente anche quella della lana.[342]

Questa infatti, spinta dall'esempio e dall'amor del guadagno, faceva
ogni opera per migliorare. Ed al suo maggiore progresso contribuirono
del pari gli sforzi dei privati e gli accorti provvedimenti della
Repubblica. V'era allora in Italia un Ordine religioso detto degli
Umiliati, la cui prima origine si dovette ad alcuni esuli lombardi,
che, nel 1014, confinati da Arrigo I nella Germania settentrionale,
v'avevano appreso l'arte quivi antichissima del tessere la lana.
Costituitisi poi in devota società, s'erano dati a vivere col lavoro
delle proprie mani, e dopo cinque anni tornarono in patria associati ed
industriosi. E cosí, mantenendosi laici, durarono sino all'anno 1140,
quando pensarono di formare un Ordine religioso, che venne piú tardi
approvato da papa Innocenzo III. I sacerdoti allora non lavorarono
piú colle proprie mani; ma amministrarono e diressero l'industria,
che venne continuata dai laici, sotto la direzione del _mercatore_, e
andò sempre perfezionandosi. Era naturale che uomini culti, i quali
avevano il loro Ordine sparso in varie province, datisi a diriger
una industria, la sapessero far progredire. Essi infatti s'andarono
acquistando tale e tanta reputazione d'abili amministratori, che noi
li troviamo impiegati a Firenze ed altrove come camarlinghi dei Comuni,
come fornitori degli eserciti in tempo di guerra. Ovunque si trasferiva
una casa del loro Ordine, ivi subito si vedeva nel paese progredire
l'arte della lana. Ed è perciò che la repubblica fiorentina, provvida
sempre quando si trattava del suo commercio e della sua industria,
invitò i frati Umiliati a portar presso Firenze una delle loro case, le
quali essa riteneva come grandi scuole industriali.

Gli Umiliati vennero adunque nel 1239, e si fermarono a poca distanza
dalla Città, nella chiesa di S. Donato a Torri, che fu loro concessa.
E gli effetti furono quali s'erano preveduti. In poco tempo essi
divennero uno dei centri principali dell'industria fiorentina, in modo
che le maestranze si dolevano della loro lontananza, e li sollecitarono
a venire ancora piú presso alle mura. Nel 1250 ottennero case e terre
nel popolo di S. Lucia sul Prato, con esenzione dalle gravezze sui
loro beni, il che i Fiorentini solevano concedere a chiunque sapeva
portare nella Città una nuova industria. Nel 1256 fondarono la chiesa
e convento di S. Caterina in Borgo Ognissanti, ove posero la loro
insegna, che era una balla di lana, legata con funi a forma di croce.
E da questo momento l'Arte della lana fece in Firenze grandissimo
progresso; i panni fiorentini cominciarono a vincere gli altri in tutti
i mercati d'Europa. Si cercò di migliorare la materia prima, se ne
raffinò moltissimo la lavorazione, e si fecero venire le lane piú fini
di Tunisi, Barberia, Spagna, Portogallo, Fiandra, e finalmente anche
dell'Inghilterra. Cosí s'apri un commercio vastissimo, e s'accumularono
tali ricchezze, che l'Arte della lana emulò e vinse perfino quella di
Calimala. Esse divennero come due grandi potenze commerciali in Europa,
e ciò che avevano una volta deliberato in Firenze, la Repubblica non
osava contrastarlo.[343]

Giovanni Villani, nella preziosa statistica, che ci ha lasciato di
Firenze nell'anno 1338, dice che le botteghe della lana erano duecento
o piú, e facevano da 70 ad 80 mila panni del valore d'un milione e
duecento mila fiorini, di cui «bene il terzo rimaneva nella terra
per ovraggio, senza il guadagno de' lanaiuoli del detto ovraggio, e
viveanne piú di trentamila persone». L'incremento dell'industria s'era
ottenuto assai piú col perfezionare la mano d'opera; che coll'aumentare
la quantità della produzione. Lo stesso Villani osserva che, trenta
anni prima, cioè nel 1308, il numero delle botteghe era maggiore,
arrivando esse fino a 300, che facevano 100,000 panni: «ma erano
piú grossi e della metà valuta, perocché allora non ci entrava e non
sapevano lavorare lana d'Inghilterra, come hanno fatto poi».[344] Cosí
è chiaro, che il primo progresso dell'arte, cominciato nel secolo XIII
per opera degli Umiliati, si compié nel XIV per l'introduzione delle
lane inglesi.

Nello stesso anno 1338 l'Arte di Calimala aveva in Firenze venti
fondachi, «che facevano venire per anno piú di dieci mila panni,
di valuta di trecento migliaia di fiorini, che tutti si vendevano
in Firenze, senza quelli che si mandavano fuori di Firenze».[345]
La perizia raggiunta da quest'Arte nel raffinare e colorire era
grandissima, massime nel dare la tinta ai panni rosati, de' quali si
faceva in Firenze larghissimo uso, perché di esso soleva formarsi il
lucco fiorentino, che doveva esser portato da chiunque entrava nel
Palazzo, a sedere nei magistrati o nei Consigli della Repubblica.
Queste due Arti s'erano poi diviso il lavoro per modo, che l'una non
invadesse il dominio dell'altra. Gli Statuti vietavano assolutamente
all'Arte di Calimala di tingere altro che panni forestieri; l'Arte
della lana aveva i suoi propri tintori, che formavano come un'altra
associazione sottoposta ad essa. E questi tintori _sodavano_, cioè
davano garanzia all'Arte della lana per 300 fiorini, somma da cui
si cavavano le penali, ogni volta che si scopriva una macchia o si
trovava un colore falso. Su di ciò gli officiali delle Arti erano
d'una severità senza pari. Tutto, come già vedemmo, veniva minutamente
esaminato, e la piú piccola magagna, sia nel colore, sia nella qualità
e nella misura della stoffa, era soggetta a pene gravissime. Queste
grandi Arti fiorentine costituivano assai spesso piú che un'industria
sola, un insieme numeroso di mestieri diversi, e ciò può dirsi
specialmente di quella della lana, che andava dal cardare la materia
prima fino al tingere e raffinare i piú costosi tessuti. E cosí, quando
l'Arte poteva essa stessa compiere ogni lavoro di cui aveva bisogno,
e i mestieri destinati ad uno scopo comune erano fra loro collegati,
essi non si potevano osteggiare col crescere i prezzi l'uno a danno
dell'altro. L'Arte della lana aveva per insegna un agnello con una
bandiera (_Agnus Dei_), e quella di Calimala, un'aquila rossa sopra un
torsello bianco, legato a piú giri.

Per tutto il secolo XIV e per buona parte del XV, queste due Arti
andarono migliorando, e mantennero il loro primato nei mercati
d'Europa. Ma si trovavano pur sempre in una condizione difficile, non
essendo mai riuscite a produrre in Italia tutta quanta la materia prima
di cui abbisognavano, né avendo le braccia necessarie a compiere tutto
il lavoro che occorreva al loro commercio. Diffondere l'industria nei
vicini paesi, nelle sottoposte città, era cosa che le idee economiche
e politiche del Medio Evo non consentivano. L'industria era allora la
maggior forza e potenza sociale dei Comuni, e quindi ognuno di essi
voleva mantenerla tutta a proprio vantaggio, e gli Statuti avevano
mille prescrizioni dettate da questa cieca gelosia. Per tali ragioni
i Fiorentini, seguendo il sistema di fare essi i lavori piú fini
e lucrosi, avevano aperto fabbriche pei lavori piú grossolani e di
preparazione, là dove si trovavano le migliori lane, in Olanda, cioè,
nel Brabante, nella Francia e nell'Inghilterra. Ed anche in queste
fabbriche avevano cura, che la parte piú intelligente e lucrosa del
lavoro fosse condotta sempre da braccia fiorentine. Nelle loro cronache
troviamo, che essi tenevano allora sugli stranieri quel linguaggio
medesimo, che gli stranieri tengono oggi su di noi: deridevano
l'inerzia e la dappocaggine dei settentrionali, che in propria casa
si lasciavano strappar di mano il guadagno. Ma un tale stato di cose
non poteva durare a lungo. Fino da tempi assai antichi i Fiamminghi
s'erano dimostrati sempre uomini industriosi; i Francesi e gl'Inglesi,
ben presto non furon da meno. A poco a poco essi aprirono gli occhi,
ed i Fiorentini videro sorgere all'estero, accanto alle loro, nuove
fabbriche, che cominciavano ad emularli, e si dovettero accorgere, che,
contro ogni loro desiderio, avevano diffusa fra gli stranieri l'arte
di cui volevano far monopolio. Né ciò era tutto. Una volta scaltriti,
gli stranieri cercarono d'impedire l'estrazione delle loro lane, dei
loro panni _intonsi_, o sia non ancora raffinati; e cosí, sin dalla
fine del XV secolo, cominciò a fare Arrigo VII d'Inghilterra. Allora
fu inevitabile la decadenza delle Arti della Lana e di Calimala in
Firenze. Fortunatamente però, prima che ciò avvenisse, già l'industria
della seta aveva preso nel commercio fiorentino quella importanza che
le altre due andavano perdendo.

Ognuno conosce come il lavoro della seta, antichissimo in Oriente,
sia cominciato assai tardi in Occidente. I Romani ricevevano dalla
Persia, dall'India e dalla China alcuni drappi di seta, che pagavano
a carissimo prezzo; conoscevano alcuni bruchi, col bozzolo de' quali
facevano tessuti molto pregiati; ma il baco da seta restò ignoto
in Italia fino al Medio Evo assai inoltrato, e la storia della sua
introduzione in Occidente, non è sicuramente nota in tutti quanti i
suoi particolari. Si racconta che, nel sesto secolo dell'era volgare,
due monaci persiani riuscirono ad introdurre il seme dei bachi da seta
nell'interno dei loro bastoni, e, viaggiando, poterono, cosí custodito,
portarlo infino a Costantinopoli, dove insegnarono l'arte d'allevare i
bachi. In tal modo sarebbe cominciato, la prima volta, a diffondersi
nelle province dell'Impero bizantino l'industria della seta, che gli
Arabi, i Musulmani diffusero poi nella Grecia ed in Sicilia. Quando
Ruggiero II, conte di Sicilia, conquistò le isole dell'Arcipelago, e,
tornando a Palermo, vi portò numerosi prigionieri (1147-48), questi
fecero assai progredire quell'industria nell'isola. Di là passò
facilmente in Lombardia ed in Toscana; ma prima si fermò e perfezionò
a Lucca, essendo i Fiorentini tutti ancora dediti ai ricchi guadagni
della lana. I Consoli dell'Arte della seta o di Por S. Maria, come la
chiamavano a Firenze dal luogo ove risiedeva, trovansi insieme cogli
altri menzionati nei trattati; ma se anche quest'arte è molto antica,
certo è che cominciò a fiorire assai piú tardi. È notevole che Giovanni
Villani, il quale, all'anno 1338, ci dà un ragguaglio minutissimo
dell'industria e del commercio fiorentino, non accenni punto all'Arte
della seta, il che farebbe credere, che in quel tempo non avesse ancora
molto progredito.[346]

Noi sappiamo che, quando Uguccione della Faggiola assediò e prese Lucca
(1314), i profughi di questa città diffusero in Lombardia, nel Veneto,
in Toscana i perfezionamenti della seta, ed a Firenze la trovarono cosí
poco avanzata, che da parecchi cronisti i Lucchesi furono tenuti come
quelli che primi ve la introdussero. Tuttavia per molti anni ancora
l'industria si continuò ad esercitare, facendo venire dall'Oriente la
materia prima. Ma quando l'Arte della lana cominciò inevitabilmente
a decadere, allora tutto l'ardore di Firenze si rivolse alla seta,
e i progressi furono rapidissimi. Nei primi anni del secolo XV, Gino
Capponi, quel medesimo che era commissario all'assedio di Pisa, insegnò
ai Fiorentini l'arte di filar l'oro, che essi avevano sino a quel
tempo fatto venire da Colonia o Cipro, per tesserlo colla seta. E cosí
cominciarono quei finissimi broccati d'oro e d'argento, nei quali,
gareggiando l'industria col genio artistico, i Fiorentini furon subito
senza rivali. I mercati, donde erano cacciati i pannilani, vennero
subito riconquistati dai drappi di seta e dai broccati. Nella seconda
metà del secolo XV troviamo, infatti, che Benedetto Dei, mercante
della compagnia dei Bardi, scriveva ai Veneziani una lettera, nella
quale, lodando le glorie e la grandezza del commercio fiorentino,
diceva: «Noi abbiamo due Arti piú degne e piú magne, che non ha la
vostra città di Vinegia, per ognun quattro». E continuava presso a poco
cosí: «I nostri panni di lana vanno a Roma, a Napoli, in Sicilia, in
Morea, Costantinopoli, Bursia, Pera, Gallipoli, Scio, Rodi, Salonicco.
Dappoi di seta e broccati d'oro ne facciamo piú che Vinegia, Genova e
Lucca insieme, e lo vedete a Lione, Brugia, Londra, Anversa, Avignone,
Provenza, Ginevra, Marsiglia, dove sono case, banchi e fondachi».[347]
Da questa lunga enumerazione di città si vede chiarissimo, come, al
tempo del Dei, i panni di lana, padroni ancora dell'Oriente, erano
stati cacciati dai mercati principali dell'Occidente, dove era
già entrata la seta; e cosí le due Arti si dividevano fra loro il
commercio, una nell'Oriente, l'altra nell'Occidente. V'erano allora in
Firenze, secondo il medesimo Dei, 83 botteghe che facevano i drappi di
seta, oro e argento, che chiamavano damaschini, velluti, rasi, taffetà,
maremmati, ed erano tessuti con seta, la quale in gran parte continuava
ancora a venire dall'Oriente, sopra le galee fiorentine.[348] Questa
industria è una di quelle che piú lungamente si mantennero vive in
Firenze ed in Italia, dove anche oggi la seta rappresenta uno dei
nostri piú ricchi prodotti. Se non che, allora il guadagno maggiore
veniva dal lavoro, ed oggi invece assai spesso mandiamo fuori la
materia prima, per ripagarla a mille doppi, quando torna lavorata dalla
mano straniera. Allora ci venivano di fuori la lana e la seta, e si
mandavano panni e broccati italiani; oggi mandiamo invece non piccola
parte della nostra seta a Lione, per riceverne le stoffe. E cosí altre
non poche delle nostre materie prime, che potremmo e dovremmo noi
stessi lavorare, vanno nelle officine straniere.


III

Ma v'era un'altra industria, che si può dire quasi tutta opera
dell'ingegno e dell'attività umana, e nella quale i Fiorentini furono
davvero i primi nel mondo. Dal cominciare del secolo XIII a tutto il
XV, l'Arte del cambio fu per eccellenza un'arte fiorentina. Avendo,
colle loro industrie, esteso le proprie relazioni in tutti quanti
i mercati d'Oriente e d'Occidente, vi facevano naturalmente girare
moltissimo oro. Era quindi naturale, che se un mercante d'Anversa
o di Bruges voleva mandar denaro in Italia a Costantinopoli, non
trovasse modo piú semplice e sicuro, che rivolgersi ad uno dei mercanti
fiorentini, che si trovavano nel suo proprio paese. Essi comperavano
colà la lana o i panni intonsi, che, raffinati a Firenze, tornavano
novamente nel settentrione d'Europa, o andavano a Costantinopoli,
a Caffa, alla Tana, dove si cambiavano con seta, colori, spezierie.
Il mandar quindi una somma qualunque da un paese all'altro del mondo
allora conosciuto, costava loro poco piú che una semplice lettera,
e guadagnavano per ogni verso. Ricevevano un aggio sul denaro, e,
trasmettendolo in mercanzia, vi facevano un secondo guadagno. Se,
invece, un Fiorentino voleva mandare a Londra la somma di 100 fiorini,
egli trovava subito a pochi passi il mercante di Calimala o di Por S.
Maria, che, scrivendo ai suoi corrispondenti in _Lombard Street_, la
faceva pagare. E queste che si chiamarono _lettere di cambio_, furono
una delle invenzioni piú utili ai progressi del commercio moderno.
Si è molto discusso per sapere chi fu primo a fare una tale scoperta.
Alcuni r attribuiscono agli Ebrei, raminghi e perseguitati in Francia
ed Inghilterra; altri ne danno il merito, assai piú tardi, agli esuli
guelfi di Firenze nel secolo XIII. Ma è molto difficile indovinare il
primo autore di questa che non può veramente dirsi scoperta, perché
si presenta all'uomo cosí naturalmente, che esempî se ne possono
trovare anche in un'assai remota antichità. Ciò che costituisce la vera
importanza della lettera di cambio, non è già la sua prima invenzione,
ma il suo carattere legalmente stabilito, la sua diffusione, i mille
usi diversi che se ne possono fare, per trasmettere con rapidità, ed
accrescere il capitale. In ciò nessuno precedette e nessuno superò
mai i Fiorentini di quel tempo, che in tali operazioni furono maestri
inarrivabili.

Gli esuli guelfi, andando nel secolo XIII, raminghi pel mondo,
riannodarono le già vaste relazioni commerciali di Firenze, fondarono
molte banche per tutto, dettero un grandissimo impulso all'Arte,
e furono quindi creduti inventori della lettera di cambio, cui
avevano dato larga diffusione e nuova importanza. Non v'è sottile ed
ingegnoso trovato, per moltiplicare il danaro col danaro, facendolo
girare d'un mercato all'altro, là dove la scarsità n'era maggiore,
e però maggiore l'aggio e l'interesse che si pagava; non v'è quasi
operazione complicata e difficile dei nostri banchieri moderni, che
i Fiorentini non avessero già trovata. Quando la Repubblica doveva
fare un debito, essa iniziava coi banchieri fiorentini tutte quelle
medesime pratiche, e nel medesimo modo, che si usan oggi, perché
ad essi non era ignota nessuna delle vie di guadagno. E quando da
questi debiti riuniti si fece il _Monte Comune_, che, consolidando
il capitale, pagava la rendita, allora i _luoghi di Monte_, che oggi
si direbbero le _azioni del debito pubblico_, si negoziavano come ora
per l'appunto. Noi troviamo i mercanti fiorentini, sotto le Logge di
Mercato Nuovo, scommettere sull'alzare e ribassare della rendita,
come ai nostri giorni si fa alla Borsa delle grandi città.[349] E
tutti questi guadagni divenivano anche maggiori in un tempo nel quale
l'interesse legale andava dal 10 al 20 per cento, né molti si facevano
scrupolo di portarlo, con contratti fittizi, fino al 40. Fissavano
l'interesse legale ad una scadenza, alla quale sapevano di non potere
essere pagati, e passata questa, pigliavano, sotto pretesto di pena e
di risarcimento convenuto, il 40.

Importa notare, che tutte queste operazioni dei banchieri fiorentini
venivano molto aiutate dalla buona qualità della loro moneta, nel
coniare la quale la Repubblica ebbe sempre di mira il vantaggio
maggiore del commercio. A questo fine, l'anno 1252 fu battuto il
fiorino d'oro di ventiquattro carati, con l'immagine di S. Giovanni da
un lato, il giglio di Firenze dall'altro; e per la bontà della lega
e della sua coniazione, ebbe subito corso in tutti quanti i mercati,
non solo d'Europa, ma anche d'Oriente. Otto di essi pesavano un'oncia,
ed ognuno valeva circa 12 delle nostre lire. Ma i Fiorentini solevano
fare i loro conti in lire soldi e danari. La lira d'argento, moneta
allora di convenzione, era divisa in 20 soldi, il soldo in 12 danari.
Il fiorino variò assai poco, ma la lira, sia per la maggiore mutabilità
nel valore dell'argento, sia per altre ragioni, variò di continuo, e
cosí la troviamo in proporzione sempre diversa col fiorino. Nel 1252
questo era eguale alla lira, e com'essa diviso perciò in 20 soldi;
nell'82 era già di 32 soldi; nel 1331 di 60 soldi o sieno tre lire, e
sempre mutando, giunse nel 1464 a valere lire quattro e soldi 8.

I Fiorentini avevano esperimentato di che grande vantaggio fosse
al proprio commercio, avere una moneta universalmente ricercata in
tutti quanti i mercati, in cui mandavano i loro prodotti. Ma quando,
nel principio del secolo xv, i loro traffici s'estesero assai piú
nell'Oriente, essi vi trovarono i Veneti, il cui ducato d'oro, alquanto
piú largo e di maggior peso del fiorino, era già in corso per tutto.
Fu per questa ragione, che nel 1422 deliberarono la coniazione del
loro secondo fiorino, uguale di peso, grossezza e valore al ducato
veneziano, per poterlo facilmente barattare con esso. E perché esso
era destinato ad andar sulle galee in Oriente, ed era anche piú largo,
lo chiamarono fiorino _largo_ o di _galea_, distinguendolo cosí dal
piú antico, che chiamarono di _suggello_. Nel 1471, i due fiorini si
riunirono di nuovo in uno, tornando all'antico, che durò fino al 1530,
quando valeva sette lire, e allora venne temporaneamente abolito.[350]
Noi abbiamo, adunque, per qualche tempo, due fiorini diversi; il valore
della lira, che muta d'anno in anno; e se a questo aggiungiamo, che
fra il valore dell'argento e dell'oro ai nostri tempi ed in quelli
della Repubblica, passa una differenza non piccola, sulla quale gli
economisti non poterono mai venire d'accordo, comprenderemo tutta la
difficoltà di far calcoli sicuri, che, determinando con precisione
il prezzo delle cose, abbiano un significato per noi chiaramente
intelligibile. Vi sono scrittori, i quali pretendono che una medesima
quantità di oro non valesse allora piú del doppio di quel che vale
oggi; altri arrivarono, esagerando, a farla valere fino a 40 volte di
piú. Il Sismondi crede che, nei secoli XIV e XV, l'oro valesse quattro
volte piú di quello che vale oggi. In ogni modo il fiorino o zecchino,
come lo chiamarono piú tardi, vale circa 12 delle nostre lire. Resta
però sempre incertissima la differenza nel valore dell'oro. Quando
poi gli scrittori antichi ci parlano di lire, è necessario ricordarsi
che esse mutavano sempre, e che non si può fare un calcolo neppure
approssimativo, se non sappiamo di quale anno si discorre.

Ma tornando ora all'Arte del cambio, dobbiamo ricordare ciò che piú
volte dicemmo, e cioè che, oltre le estese relazioni commerciali,
gli accorti provvedimenti della Repubblica e l'attività singolare dei
cittadini, v'era un'altra condizione che contribuí moltissimo al rapido
incremento dei banchieri fiorentini, e questa fu la loro vicinanza a
Roma. Le rendite della Santa Sede e de' suoi prelati, sparse per tutta
la Cristianità, da ogni dove affluivano nella Città Eterna. Ivi erano i
grandi prelati, vescovi e cardinali, i cui ricchi benefizi si trovavano
in Oriente ed in Occidente; ivi da ogni parte della terra conosciuta
arrivavano l'obolo di S. Pietro e le offerte dei credenti, ricchissime
in un tempo di fede e di fanatismo religioso. I Fiorentini col loro
grande acume, s'avvidero subito, che il divenire banchieri del Papa
era un grosso affare: la piú gran quantità di capitali circolanti nel
mondo, sarebbe passata per loro mani. Ed a questo scopo rivolsero, fin
dal principio, tutta quanta la loro tenace volontà. Se noi li vediamo
in condizioni, in tempi diversissimi, restar sempre guelfi, e ritener
questo nome ancora quando aveva perduto il suo significato, dobbiamo
non solo alle ragioni politiche, ma anche alle ragioni commerciali dare
non piccolo peso. Trovandosi nel centro d'Italia, vicini a Roma, essi
dovevano lottare principalmente con i Senesi ancora piú vicini alla
Eterna Città. Perciò li vediamo subito in guerra e gelosia con questi,
che furono poi vinti dalle armi e dalle relazioni molto piú estese del
commercio fiorentino. Dalle lettere di Gregorio IX si vede, che sin dal
1233 i Toscani rimettevano al Papa danari da piú parti del mondo; e a
poco a poco il monopolio di questi affari s'andò restringendo sempre
piú nelle mani dei Fiorentini. Quando la Sede pontificia si trasferí
da Roma ad Avignone (1305), per ritornare piú tardi novamente a Roma,
vi fu, per ben due volte, un grandissimo spostamento d'interessi, un
gran movimento di capitali, grandi rimesse di danaro, e fu quello
secondo i piú autorevoli scrittori, il tempo e l'occasione in cui
i Fiorentini da appaltatori delle rendite papali, divennero anche
i principali banchieri di Roma. Da quel momento la loro fortuna fu
fatta, i piú grossi affari bancari d'Europa vennero nelle loro mani,
ed essi acquistarono tanta reputazione, che in faccende di denaro tutti
ricorrevano al loro aiuto ed ai loro consigli.

Noi li vediamo chiamati a dirigere le zecche, ad ordinare i pesi e le
misure in vari Stati d'Europa. Nel 1278 una convenzione tra il re di
Francia e le _Universitates_ dei Lombardi e dei Toscani, chiama gli
uni e gli altri a trovar danari per quel governo. Nel 1306 un decreto
del popolo modenese, per la medesima ragione, si rivolgeva ai notai e
banchieri fiorentini. E quando nel 1302 il re di Francia, non avendo
denari per fare la guerra, si decise ad alterare piú volte la moneta,
quel funesto consiglio non si seppe attribuire ad altri, che a due
Fiorentini, Bicci e Musciatto Franzesi, che furono perciò severamente
biasimati dai loro concittadini, molti dei quali vennero nel proprio
commercio rovinati da quella falsificazione. Ogni volta che i re di
Francia si decidevano ad una grossa guerra, eran come costretti ad
assicurarsi prima il concorso di qualche noto banchiere fiorentino,
per sostenerne le spese. Alcuni di questi erano allora quel che sono
oggi i Rotschild in Europa, e le fortune che accumulavano, sembrano
anche a noi favolose. Nel 1260 i Salimbeni prestarono ai Senesi 20 mila
fiorini. I Bardi ed i Peruzzi li troviamo nel 1338 creditori del re
Edoardo III d'Inghilterra per un milione e trecentosessantacinquemila
fiorini, il che, senza tener conto d'alcuna differenza nel valore
dell'oro, risponderebbe a circa sedici milioni delle nostre lire; e
tenendo conto di questa differenza, secondo i computi del Sismondi,
s'arriverebbe a 64 milioni. Il Pagnini aggiunge una nota di molti altri
prestiti, che ammontano ad un totale davvero straordinario. Nel 1321
i Peruzzi avevano col solo Ordine dei Gerolosomitani un credito di
191,000, ed i Bardi ne avevano un altro di 133,000 fiorini. La casa di
Tommaso di Carroccio degli Alberti e suoi parenti aveva nel 1348 banchi
in Avignone, Brusselle, Parigi, Siena, Perugia, Roma, Napoli, Barletta,
Costantinopoli, Venezia.[351] E Filippo di Commines, nella fine del
secolo XV, affermava che Edoardo IV d'Inghilterra dovette il suo trono
all'aiuto dei banchieri fiorentini.

L'Arte del Cambio era assai antica in Firenze, i suoi Consoli si
trovano al pari degli altri nominati nei documenti; abbiamo una
copia de' suoi Statuti del 1299 (1300 s. n.), i quali si riferiscono
ad un'altra redazione del 1280, che neppur essa era la piú antica.
Quest'arte fiorí e decadde insieme col commercio fiorentino; si
esercitava in Mercato Nuovo, dove erano le sue botteghe con banco o
tavolello, la borsa del danaro ed il libro. Tutti gli affari dovevano
essere conclusi nella bottega, notati a libro, sotto gravi pene per
ogni infrazione; né si poteva esercitare l'arte, senza essere scritti
nella matricola, il che si otteneva solamente dopo aver dato in essa
prove di capacità e di onestà, e dopo averne giurato gli Statuti. Nel
1338 questi banchi di cambiatori erano circa 80, e si battevano in
Firenze da 350 a 400 mila fiorini d'oro.[352] Nel 1422 erano invece
72 e si calcolava, che in Firenze vi fosse un capitale circolante
di 2 milioni di fiorini, senza mettere in conto alcuno il valore
delle mercanzie.[353] Nel 1472, parte perché incominciavano i primi
segni della decadenza del commercio, e parte perché esso s'era andato
accumulando in un numero sempre minore di case, i banchi erano già
ridotti a 33,[354] e tuttavia il cronista Benedetto Dei ancora scriveva
con orgoglio, che questi banchieri facevano affari per Levante e per
Ponente, «et i Venetiani e Gienovesi lo sanno benissimo, e cosí lo
sa la Corte di Roma».[355] Essi erano conosciuti per tutto col nome
di cambiatori, prestatori, usurai. Toscani, Lombardi, e insieme cogli
altri Italiani, occupavano una intera strada a Parigi ed a Londra.


IV

Per compiere la serie delle Arti Maggiori, dobbiamo ora accennare a
quelle dei medici e speziali, dei pellicciai e vaiai, specialmente
alla prima. Sebbene di minore importanza commerciale di quelle finora
ricordate, pure esse contribuirono assai ad aprire alla Repubblica
il commercio dell'Oriente, donde venivano quasi tutte le droghe e
spezierie, e non meno di 22 qualità diverse di pelli, molte delle
quali, d'animali assai rari, erano fra i piú costosi oggetti di lusso.
E sotto tale aspetto acquistarono anche queste Arti grande importanza,
giacché il commercio dell'Oriente è stato sempre per tutti, ma per
l'Italia specialmente, la principale sorgente di ricchezze. Esso
alimentò la gran fortuna dei Veneti; esso aveva arricchito Amalfitani,
Genovesi, Pisani; e però ad esso avevano sempre mirato i Fiorentini,
che arrivarono all'auge della loro ricchezza solo quando poterono
mandar galee nel Mar Nero, ed ebbero franchigie al pari dei Veneti, in
Egitto, a Costantinopoli, in Crimea. Ma questo che, per molto tempo,
fu il loro scopo principale, non venne cosí presto raggiunto: dovettero
lottare per quasi tutto il secolo XIV.

E le lotte che i Fiorentini sostennero per diffondere sempre di piú il
loro commercio, hanno molta importanza in tutta quanta la storia della
Repubblica, perché ci fanno conoscere non solo i progressi della loro
ricchezza, ma anche i moventi principali della loro politica. Infatti,
dopo vinte le prime battaglie contro i baroni del contado, che per ogni
dove li circondavano, essi mirarono subito ad assicurarsi il commercio
colla Lombardia. Uno dei loro primi trattati fu cogli Ubaldini signori
di Mugello, per aprire questa via alle loro mercanzie; e subito dopo
fecero trattato coi Bolognesi (1203). Ma coll'andare del tempo questi
ultimi, profittando della loro posizione, aggravarono le imposte sul
passaggio, divenuto continuo, delle mercanzie dei Fiorentini, i quali
allora, senza perdersi d'animo, fecero trattato con Modena, aprendo
altra via al loro commercio, il che obbligò i Bolognesi a tornare agli
antichi patti. Nel 1282, in occasione della guerra contro Pisa, fecero
trattati che assicuravano il passaggio libero alle loro mercanzie per
Lucca, Prato, Pistoia, Volterra, e cosí cominciarono a dominare il
commercio di Toscana. Quasi tutte le loro guerre muovono da ragioni
commerciali, e finiscono con trattati commerciali. Essi trattano nel
1390 con Faenza, Ravenna, e a poco a poco, con la piú parte delle città
d'Italia.[356]

Questo continuo crescere del commercio dei Fiorentini sul continente,
rendeva sempre maggiore e piú insistente il bisogno d'avere uno sbocco
libero al mare. Ma sia che mirassero a Porto Pisano, sia che mirassero
a Livorno, i due soli porti agevoli al loro commercio, dovevano
sempre passare per Pisa, repubblica vicina, potente e rivale. Se essi
s'erano fatti padroni di quasi tutto il commercio toscano per terra,
i Pisani erano invece padroni del mare, e non volevano quindi lasciare
opportunità d'impadronirsene ad un popolo cosí energico ed industrioso,
come erano i loro vicini e rivali. Per raggiungere il loro scopo,
ai Pisani bastava mettere forti tasse sul passaggio delle merci dei
Fiorentini, ai quali, in questo caso, non restava altro rimedio che
la forza delle armi. Quindi l'occasione a guerre continue, l'eterna
rivalità delle due repubbliche. Nel 1254, dopo la presa di Volterra,
colle minacce di un esercito vittorioso, i Fiorentini obbligarono i
Pisani a concedere libero passaggio alle loro merci, e cosí nel '73,
'93, nel 1317, e '29 li obbligarono a confermare i medesimi patti, il
che questi fecero sempre di mala voglia, e solo per evitare la guerra,
o dopo una battaglia perduta.

Intanto i Fiorentini continuavano a spingere sempre piú oltre le
loro mercanzie in Oriente, dove facevano nuovi trattati. Il che da un
lato cresceva in essi il bisogno d'aver libero il mare, e dall'altro
ridestava sempre piú la gelosia dei Pisani. Il Pagnini, nella sua opera
sulla _Decima_, ha pubblicato la _Pratica della mercatura_, composta,
nella prima metà del secolo XIV, da Balducci Pegolotti, agente della
compagnia dei Bardi. Quest'opera che, dopo il _Milione_ di Marco Polo,
è una delle piú importanti a farci conoscere i viaggi ed il commercio
degl'Italiani in Oriente, ci dà minutissimi ragguagli specialmente sul
traffico de' Fiorentini. Da ciò che il Pegolotti dice di sé stesso,
noi possiamo argomentare che cosa facevano tutti i suoi concittadini.
Per essi, egli riusciva nel 1315 ad ottenere in Anversa e nel Brabante
franchigie simili a quelle che già godevano i Genovesi, i Tedeschi e
gl'Inglesi. Andò poi in Oriente, dove vide che a Cipro solo i Bardi ed
i Peruzzi pagavano sulle mercanzie il 2 per cento d'entrata e uscita,
al pari di tutti i Pisani; gli altri Fiorentini dovevano pagare il
4 per cento, o adoperarsi a passar per Pisani, e questi allora, con
mille angherie, li trattavano _peggio che schiavi o giudei_. Sdegnato
il Pegolotti per tali fatti, sebbene fosse della compagnia dei Bardi,
pure s'adoperò molto, e riuscí a fare estendere le medesime franchigie
a tutti i Fiorentini (1324). Cosí essi, aiutandosi a vicenda,
coll'attività dei privati non meno che del governo, continuavano sempre
i loro progressi in Oriente, ed i Pisani sempre piú se ne ingelosivano.
Nel 1343 questi vollero infatti limitar la franchigia concessa alle
merci fiorentine, decidendo che solo fino al valore di 200,000 fiorini
potessero passar libere per la loro città; il resto doveva pagare
due soldi per lira, cioè il 10 per cento. Ai Fiorentini non restava
allora che o far la guerra, o abbandonare la via di Pisa, se trovavano
il modo. E per mostrare che il loro commercio non era poi davvero
dipendente dai Pisani, prescelsero il secondo partito. Fecero quindi un
trattato coi Senesi, col quale ebbero da essi Porto Talamone, dove con
grandissima spesa, e superando molte difficoltà, riuscirono finalmente
a fare un grande emporio delle loro mercanzie. La via per giungervi era
assai lunga e scomoda; ma i Pisani dovettero subito accorgersi, che ad
essi ne seguiva un danno maggiore di quella che recavano ai Fiorentini;
e che se potevano dar loro noia, non era in alcun modo sperabile di
distruggerne il commercio: s'indussero perciò nuovamente a lasciar
libero il passo alle mercanzie. E cosí i Fiorentini pigliavano animo
sempre maggiore a proseguire il loro cammino in Oriente.[357]

La via piú facile e diretta di questo commercio era quella dell'Egitto;
ma ivi i Sultani ed i Califfi chiudevano il passo ai cristiani.
Soltanto i Veneti, i quali si diceva che concludessero trattati, «nel
nome santo di Dio e di Maometto», v'aveano fatto qualche progresso, e
con molta gelosia ne tenevano lontani gli altri Italiani, che perciò
pigliavano generalmente la via di Costantinopoli e del Mar Nero,
dove, massime i Genovesi, avevano fondato città popolose e fiorenti.
Piú oltre, nel mar d'Azoff, a pochi chilometri dall'imboccatura del
fiume Don, eravi la Tana (Azov), grande emporio di mercanti russi,
arabi, persiani, armeni, del Mogol, della China meridionale; e vi si
faceva il piú grande scambio di prodotti orientali ed occidentali.
Gl'Italiani portavano tessuti di lana o di seta, olio, vino, pece,
catrame e metalli bassi, che mutavano con perle, pietre preziose,
oro, droghe, zuccheri, stoffe orientali di lana o di seta, cotone,
seta greggia, pelli di capra, legni per tingere, schiavi e schiave
orientali, che si trovano fra noi sino a tutto il secolo xv.[358] Tutto
questo commercio, iniziato una volta da Amalfi e da altre repubbliche
meridionali, era poi venuto in mano dei Veneti, Genovesi e Pisani. Le
loro navi solcarono in ogni direzione l'Arcipelago, il Bosforo ed il
Mar Nero. L'italiano era parlato in tutti gli scali d'Oriente, dove
non vi erano solo banchi, officine, opifici italiani; ma si ritrovava
l'architettura di Genova e di Venezia in città fondate ed abitate da
soli Italiani, come l'architettura italiana, massime la veneta, si
modificava, pigliando ispirazione dalla orientale. Grandissimo era
il numero dei Genovesi che si trovava colà. E per dare un'idea della
forza che i Veneti avevano sul mare, basti ricordare che nella Crociata
del 1202, essi avevano apparecchiato un naviglio capace di condurre
4,500 cavalieri, 9,000 scudieri, 30,000 fanti, e viveri per nove
mesi. Le loro galee, non mai piú corte di 80 piedi, arrivavano a 110
di lunghezza e 70 di larghezza, ed erano 45 nel sec. XV, con 11,000
marinai. Avevano inoltre nello stesso tempo 3,000 legni fra le 10 e
le cento botti, con 17,000 marinai, e 300 navi grosse con altri 8,000
marinai. In tutto 3,345 legni, con 36,000 marinai,[359] potenza che
passa i limiti dell'immaginazione, quando si pensa, che la Serenissima
Repubblica veneta era una città fondata sugli scogli della laguna; che
tutto l'indirizzo della sua politica e del suo commercio era nelle mani
di coloro solamente che erano nati nei confini della medesima laguna.
S'immagini, che cosa dovesse poi essere la potenza riunita di tutte
queste repubbliche di mare, e che animo dovessero avere i Fiorentini,
quando gareggiavano cosí ostinatamente con esse per il commercio
dell'Oriente.

Prima d'avere una sola galea sul mare, essi avevano già molte case
e banchi per ogni dove, ed in tutti gli scali principali d'Oriente
avevano fatto penetrare le loro mercanzie. Non solamente li troviamo
operosi ed intraprendenti alla Tana, ove facevano grandissimo traffico;
ma di là si spinsero assai oltre, ed il Pegolotti ci descrive per filo
e per segno la via che tenevano, il tempo che impiegavano, ed il loro
modo di viaggiare. Andavano, egli dice, per Astracan (Gittarchan), poi
Saracanco (Sarai) presso il Volga, di là per Organci nel Zagataio,[360]
non molto lungi dal Caspio, e traversando l'Asia, per molti altri
luoghi, i cui nomi non sono riconoscibili, perché non rispondono piú
a quelli di oggi, arrivavano fino a Gambaluc o Gamalecco, la _città
mastra_ della China, cioè Pechino. Impiegavano otto o dieci mesi, per
andar dalla Tana a Pechino. Cosí computando andata, ritorno e dimora,
ci volevano poco meno di due anni; e se poi s'aggiungono l'andata ed il
ritorno da Porto Pisano o Livorno alla Tana, si vedrà che il Fiorentino
il quale si partiva di sua casa per Pechino, di rado tornava prima che
fossero scorsi tre anni.[361]

A misura che questi traffici nell'Oriente, condotti con tanta e cosí
tenace perseveranza, crescevano fra mille difficoltà, i Fiorentini
miravano sempre al mare, senza mai perder di vista l'assoluta necessità
di avere un porto. E quando finalmente, colla presa di Pisa nel 1406,
lo scopo dei lunghi desideri fu raggiunto, incominciò un'era novella
pel loro commercio. Tutti gli affari aumentarono rapidissimamente, e la
prima metà del secolo XV fu quella appunto, in cui essi accumularono
le maggiori ricchezze. Nel 1421 crearono i Consoli di mare, dando
loro ordine di costruire subito due grosse _galee di mercato_ e sei
sottili, continuando a costruirne un'altra grossa ed una sottile ogni
sei mesi, per il che assegnarono la somma di 100 fiorini al mese,
da prelevarsi sulle rendite dello Studio pisano. Cosí in poco tempo
ebbero una marineria mercantile di 11 galee grosse e 15 sottili,
che facevano continuamente, per ordine della Repubblica, il viaggio
d'Oriente. Ad ognuna di esse era determinata la via che doveva
tenere, i porti che doveva toccare, le mercanzie che poteva caricare.
L'annunzio della partenza e del ritorno veniva affisso sotto le logge
di Mercato Nuovo; i privati noleggiavano le navi, ed il governo teneva
cosí aperte a tutti le vie dell'Oriente senza sua spesa. Nel 1422,
quando, come abbiamo già notato, fu battuto il fiorino di galea,
i Fiorentini accettando il consiglio di Taddeo Cenni, che aveva
lungamente esercitato la mercatura a Venezia, mandarono in Egitto due
oratori, per poter aver chiesa, fondachi, propri facchini o portatori
in Alessandria. Ottenuto il loro intento, dettero nel 1423 ordine
ai Consoli di mare, di creare altri consoli ovunque potevano essere
utili al commercio fiorentino. Già ve n'erano, da piú o meno tempo, a
Costantinopoli, a Pera (1339), a Londra (1402); ma da questo momento
li troviamo in Alessandria, Maiorca, Napoli, per ogni dove. Avevano
cancelleria, ufficiali propri, interpreti, uomini d'arme, chiesa, e
pagavano tutto ciò colla tassa che riscuotevano sulle mercanzie, dalla
quale dovevano trarre anche il proprio stipendio.[362]

Ma se vogliamo comprendere davvero, come e quanto i Fiorentini
sapessero profittare delle nuove condizioni in cui li poneva la
conquista di Pisa, ci è forza osservare che questo fatto segna non solo
il tempo d'una maggiore prosperità nel loro commercio, ed il principio
della loro marineria militare e mercantile; ma anche il tempo in cui
essi cominciarono a darsi agli studî nautici ed astronomici. Ed è
un'altra prova della grande intelligenza e della instancabile loro
attività, il vedere come, datisi una volta a tali studî, affatto nuovi
per essi, riuscissero ad iniziar quella splendida êra della scienza,
che s'aprí con Paolo Toscanelli, il primo ispiratore di Colombo,
continuò con Amerigo Vespucci, si chiuse con Galileo Galilei e la sua
scuola immortale.


V

Le sette Arti, che noi abbiamo sino ad ora esaminate, si chiamavano
maggiori, appunto perché erano le piú importanti, ed avevano in mano
la ricchezza ed il commercio principale della Repubblica. Non poche
di esse potevano, come vedemmo, dirsi piú una riunione di mestieri
diversi, che un'industria sola; occupavano moltissime braccia,
raccoglievano e adoperavano ingenti capitali. Tuttavia c'erano in
Firenze parecchie altre Arti, che si chiamavano minori, ed arrivavano
a quattordici:

Linaioli e Rigattieri — Calzolai — Fabbri — Pizzicagnoli — Beccai e
Macellai — Vinattieri — Albergatori — Correggiai — Cuoiai — Corazzai —
Chiavaiuoli — Muratori — Legnaiuoli — Fornai.[363]

Anche alcune delle minori industrie fiorentine avevano molta
reputazione in Italia, come, per esempio quella degl'intagliatori in
legno o in pietra, che erano stimati fra i primi nel mondo. Ogni volta
che all'opera dell'artigiano s'univa, poco o molto, l'arte del disegno,
i Toscani non avevano piú rivali. Cosí pure i lavoratori fiorentini
d'immagini in cera (lo nota anche il cronista Dei), erano tenuti
inarrivabili per la loro perizia. Gli uni e gli altri non s'erano
però costituiti in associazione, e si potrebbero dire piú artisti
che operai. Comunque sia di ciò, le Arti minori, sebbene numerose
ed operose, non poterono mai acquistare una grande importanza. Esse
differivano dalle Maggiori, principalmente perché provvedevano solo al
commercio interno della Repubblica, e quindi restavano chiuse in una
cerchia assai angusta d'affari e d'interessi, a differenza delle altre,
che, facendo il commercio dell'Oriente e dell'Occidente, poterono
salire ad una grande importanza, anche politica, ed impadronirsi
addirittura del governo.

Se ci riconduciamo per poco a quel tempo, in cui le Arti Maggiori
arrivarono al potere, noi le vedremo, in una medesima ora, aver
nelle mani il commercio, la ricchezza ed il governo della Repubblica
fiorentina. E ci sarà facile capire con quanta energia esse dovessero
adoperarsi per far servire la politica all'aumento della ricchezza,
che nelle nuove condizioni d'Italia, era divenuta la forza maggiore
dei nostri Comuni. I mercanti fiorentini, i quali da lungo tempo
avevano compreso, che l'avvenire apparteneva ad essi, furono sempre
i piú tenaci sostenitori del partito guelfo contro il ghibellinismo
imperiale dei nobili, cui avevano giurato un odio eterno. Noi possiamo
ora immaginarci Firenze come una grossa casa di commercio, la quale
posta nel centro della Toscana, era circondata da altre, che tutte
le facevano concorrenza. Il Medio Evo non conosceva le leggi e
l'equità del diritto internazionale; quindi nulla era piú naturale
ad uno Stato geloso del suo vicino, che chiudergli il passaggio sul
proprio territorio, ponendo sui prodotti dell'emulo temuto, dazi
incomportabili. E cosí Firenze, che pel continuo aumento del suo
commercio destava ogni giorno gelosie maggiori, e per la mancanza del
mare si sentiva come mancar l'aria da respirare, sarebbe stata subito
ridotta all'impotenza, se non avesse ricorso alla forza delle armi
contro i suoi vicini. La necessità di difendere la propria esistenza,
la condusse perciò ad una serie non interrotta di guerre, che si
concludevano sempre con vantaggiosi trattati di commercio, nei quali
essa dette prova della sua non mai smentita accortezza.

Noi l'abbiam vista, sin dal principio, combattere i vicini baroni,
per assicurare il suo nascente commercio; aprirsi poi, pel Mugello,
la via ai maggiori traffici con la Romagna e la Lombardia. Piú tardi
la vedemmo combattere fieramente e, dopo varia fortuna, vincere quasi
tutte le città ghibelline della Toscana, come Volterra, Siena, Arezzo.
E quando chiedemmo, perché Firenze, con tanta ostinazione d'animo,
restasse sempre guelfa, anche se minacciata dal Papa, e ripetemmo la
domanda medesima, che il ghibellino Farinata faceva a Dante:

    Dimmi, perché quel popolo è sí empio
    Incontro a' miei in ciascuna sua legge?[364]

la risposta fu sempre che, oltre le ragioni politiche di un ordine
piú generale, bisognava ricordarsi che quest'aristocrazia del danaro,
salita al potere, s'era cominciata ad arricchire facendo con Roma i
suoi piú grossi affari. Siena, Arezzo, Volterra, che si trovavano
sulla via di Roma, e ad essa piú vicine, venute una volta in gara
con Firenze, dovettero inevitabilmente soccombere. Sicura che fu la
Repubblica degli affari di Roma e del commercio di Lombardia, noi
vedemmo il bisogno d'arrivare al mare divenuto irresistibile, e una
guerra di sterminio con Pisa, inevitabile. Supporre che la lunga,
eterna, sanguinosa guerra pisana nascesse solo da un odio cieco
ed istintivo, quando vi sono altre cagioni manifeste e gravissime,
sarebbe un voler rinnegare l'evidenza dei fatti. Era un vero e violento
conflitto d'interessi. I Pisani sapevano bene che il concedere libero
il passo a chi faceva già il principale commercio nell'interno
d'Italia; a chi, senza avere ancora una sola galea sul mare, era
già penetrato in tutti gli scali d'Oriente; a chi, con tanto ardore,
mirava all'assoluto primato in Toscana, era un volersi mettere per
sempre alla sua dipendenza. Quindi essi resisterono con tutte le loro
forze. Queste forze veramente eran tali, e cosí grande era il numero
di coloro i quali mal tolleravano il predominio dei Fiorentini, che
questi non avrebbero mai potuto sottomettere i Pisani, se, oltre alle
arti della guerra, non avessero saputo costantemente adoperare tutta la
loro accortezza. Niuna cosa, infatti, dimostra tanto il genio politico
dei Fiorentini, quanto il modo che tennero in questa guerra, e le vie
che presero per raggiungere uno scopo, che, in tutta la loro storia,
ebbero costantemente in mira. Noi li vediamo sempre amici di Lucca,
sempre pronti a soccorrerla con ogni sacrifizio, perché Lucca non fu
mai amica dei Pisani, e perché la sua alleanza poteva essere d'una
grandissima utilità in una guerra contro di questi. Noi li vediamo
sempre amici di Genova, fuggire ogni occasione di mal umore con essa,
che era la rivale naturale di Pisa sul mare. E questa rivalità i
Fiorentini cercarono, con ogni arte, di tener sempre viva, giacché
fino a quando non trovavano chi avesse per loro distrutta la potenza
dei Pisani sul mare, non sarebbe mai stato ad essi possibile domarli.
E il giorno venne, in cui i Pisani furono disfatti alla Meloria dai
Genovesi (6 agosto 1284). D'allora in poi la vittoria dei Fiorentini
su Pisa, sebbene ancor lungamente contrastata, era pur certa, e da
quel momento la loro amicizia pei Genovesi cominciò ad intiepidirsi.
Volevano essere aiutati a domar Pisa; ma non volevano accrescere la
preponderanza d'un'altra repubblica, ghibellina e già potentissima sul
mare. Quindi li vediamo, dopo che hanno con tanto ardore assalito ed
indebolito Pisa, aiutarla a reggersi in piedi contro i Genovesi, fino
a che questi, avendo abbandonato il pensiero di conquistarla, poterono
provarsi a conquistarla essi per proprio conto, e vi riuscirono.

La stessa via, con uguale accorgimento, tennero negli anni in cui si
videro minacciati dalla potenza dei duchi di Milano, i quali volevano
impadronirsi di tutta Italia, ed in quelli in cui ebbero a mezzogiorno
nemico il re Ladislao di Napoli. E quando le armi non bastavano, allora
appare straordinario davvero l'accorgimento politico, col quale seppero
salvarsi da avversarî che avevano forze assai maggiori. L'arte di
rivolgere i loro nemici gli uni contro gli altri, di sostenere i deboli
contro i piú orgogliosi vicini, di trovar sempre modo di raccoglier
mezza Italia contro chi saliva a tanta potenza da minacciar la
Repubblica, fu costantemente quella con cui l'indipendenza e la libertà
fiorentina poterono esser salvate in mezzo a Stati che da ogni lato le
andavano perdendo, in mezzo a nemici molteplici e potenti, che da ogni
lato la circondavano. E tutto ciò fu l'opera delle Arti maggiori o sia
dei popolani grassi.

Questa aristocrazia mercantile governò la Repubblica con tanta energia
e con tanto ardore, perché essa accresceva nello stesso tempo la
potenza fiorentina e la propria ricchezza, il proprio commercio. Cosí
fu che una città, la quale di rado superò i 100 mila abitanti, e molte
volte ne ebbe assai meno, con un territorio ristretto e circondato da
tanti nemici, poté divenire uno Stato minaccioso in Italia e rispettato
in Europa. Questi mercanti erano cosí gelosi della loro libertà, che
non conoscevano limiti ai sacrifizî necessarî a sostenerla, né si
lasciavano illudere o spaventare da pericoli di sorta, neppure quando
si minacciava il loro proprio commercio. Noi li vediamo, infatti,
sebben guelfi tenacissimi, con tante relazioni ed interessi commerciali
in Roma, pronti a combattere anche il Papa, quando esso combatteva la
loro libertà, e chiamare _Otto Santi_ quei magistrati che dovevano
condurre la guerra contro Gregorio XI (1376). E li vediamo del pari
sostenere contro i Visconti di Milano una guerra, che costava ogni anno
milioni e milioni di fiorini, senza che le forze della Repubblica si
esaurissero mai, senza che l'animo de' suoi reggitori si stancasse mai.


VI

Ma chi supponesse, che questo dominio delle Arti maggiori fosse, almeno
nell'interno della Città, sicuro e non contrastato, anderebbe assai
lungi dal vero. Il giorno in cui, nella corte di Calimala, si concepí
la prima volta il disegno di farle salire al governo, esse dovettero
subito riconoscere che ciò era possibile solamente perché, con l'aiuto
delle Minori, avevano combattuto e vinto i nobili. E quindi da un lato
avevano ora gli avanzi di questa aristocrazia feudale, la quale doveva
nutrire contro di esse un odio inestinguibile, e da un altro avevano
le Arti minori, che chiedevano di partecipare a quel governo, che col
loro aiuto s'era potuto costituire. Cosí nella Repubblica si trovarono
tre ordini di cittadini e tre partiti diversi. Certo le Arti maggiori
costituivano di gran lunga il partito piú forte; ma gli altri due,
riunendosi, potevano divenire un nemico assai minaccioso. E questa
riunione non era impossibile.

Le Arti maggiori e minori, infatti, non differivano solo per essere piú
o meno ricche, piú o meno potenti; ma perché avevano interessi diversi,
che le spingevano ad una diversa politica. Il mercante della lana
o della seta era sempre pronto a sacrificare il suo ultimo fiorino,
purché Livorno e Porto Pisano cadessero in potere della Repubblica.
Egli teneva perciò sempre l'occhio aperto a vegliare sulla politica
dei Lucchesi e dei Genovesi, perché non s'avvicinassero ai Pisani. Il
banchiere fiorentino voleva, che la Repubblica tenesse sempre accorti
ambasciatori e Consoli, che ragguagliassero costantemente di tutto
ciò che si faceva a Roma, ad Anversa, a Caffa; che non lasciassero
colà pigliar troppo vantaggio ai Senesi, ai Genovesi, ai Veneti, ai
Lombardi. Quando uno di questi interessi era in pericolo, essi si
trovavano sempre pronti a promuovere anche una guerra lunga, costosa
e pericolosa, sottoponendo sé medesimi e la Repubblica ad ogni
sacrifizio. Ma tutto ciò importava assai poco al fabbro ferraio, al
muratore, al legnaiuolo, ad un membro qualunque delle 14 Arti minori,
le quali pure costituivano una grandissima parte della popolazione
fiorentina. Ad esse importava molto piú che in Firenze vi fossero
ricchi e splendidi signori; che s'innalzassero sontuosi palazzi, ville
e chiese monumentali; che il lusso e l'agiato vivere di quella ricca
e nobile cittadinanza, sulla quale essi vivevano, andasse sempre
crescendo. Le guerre, invece, lo frenavano; e le Arti Maggiori, a
cagione appunto dei bisogni delle guerre, che di continuo promovevano,
facevano sempre nuove leggi contro il lusso. Il popolo minuto perciò
odiava questi popolani grassi, che da esso erano stati aiutati ad
impadronirsi del governo, dal quale poi lo avevano insieme coi nobili,
escluso; che accumulavano milioni e milioni, per vivere assai spesso
in Città con una parsimonia spartana; che ogni giorno facevano nuove
leggi contro il lusso delle donne; che vietavano gli ornamenti d'oro
e d'argento; che nelle feste e nei conviti per nozze, proibivano ogni
lauta spesa; che presumevano di limitare perfino il numero e la varietà
delle vivande, e non volevano nei conviti vasellame d'oro o argento; ma
erano poi prontissimi a gettar milioni per fare la guerra ai Pisani,
al re di Napoli, ai Visconti di Milano, o anche per avere una chiesa,
un Console di piú a Caffa o a Pera. Questa diversità di umori generava
odio di parte. Né è da tacersi, che fra coloro che piú aspramente si
lamentavano delle Arti maggiori, v'erano le donne fiorentine, come
suole avvenire, nemiche della guerra ed amiche del lusso, il quale
esse non volevano ristretto da leggi, che trovavano vessatorie, ma che
sapevano eludere con indicibile scaltrezza.[365]

È ben facile intendere l'opportunità che si presentava ai Grandi di
soffiare in queste passioni, per trovar favore nel popolo minuto.
Essi non esercitavano alcuna industria, vivevano colle loro entrate,
ma facevano tutte le maggiori e piú laute spese in Firenze. Ogni
volta quindi che volevano fare un nuovo tentativo, per impadronirsi
del governo, o non perdere affatto la parte che ancora v'avevano,
s'alleavano con quel popolo minuto, che viveva, o almeno credeva di
vivere, solo alle loro spalle, e sollevavano le sue passioni contro
i popolani grassi, facendogli notare che tutte le Arti esercitavano
del pari l'industria ed il commercio, ma che una parte non piccola
di esse trovavasi esclusa da quel governo, di cui le altre facevano
monopolio a loro esclusivo profitto. Con questi mezzi i Grandi non
riuscirono certo a salvarsi, molto meno a ripigliare il potere, perché
lo spirito democratico era troppo vivo in Firenze; affrettarono invece
quelle leggi draconiane, che a piú riprese furon fatte contro di loro;
ma riuscirono a stimolare nel popolo minuto un desiderio ardente,
irresistibile di partecipare al potere, ed a destare nell'infima plebe
passioni rivoluzionarie. Cosí, nel momento stesso in cui dovettero
rinunziar per sempre a comandar nella Città, si vendicarono lasciando
dietro di loro una lunga eredità di odi, che tennero la Repubblica
divisa e ne affrettarono la rovina.

Le Arti minori, infatti, arrivarono pure un giorno ad aver parte
nel governo, ed allora non andarono mai d'accordo colle Maggiori. Si
osteggiarono continuamente nei Consigli, nei magistrati, in piazza; e
qualche volta ricorsero al pericoloso partito d'infiammare le passioni
piú sfrenate dell'infima plebe, che, come sempre, si dimostrò docile
strumento delle mire degli ambiziosi. Si scatenarono cosí quelle
passioni anarchiche, che ora portarono al tumulto dei Ciompi, ora alla
necessità di cercare un protettore alla Repubblica, e finalmente al
dominio de' Medici. Ma prima di giungere a questi estremi, corsero
due secoli di lotte, in mezzo alle quali la politica fiorentina fu
quasi costantemente diretta dai popolani grassi. Il potere piú volte
parve sfuggire dalle loro mani; ma essi sapevano ritener sempre tanta
autorità da restar costantemente padroni delle elezioni dei magistrati.
Cosí la loro volontà trionfava di nuovo, e s'impadronivano da capo del
governo. Quando invece le passioni anarchiche trionfavano per modo,
che era necessario ricorrere ad un protettore, e questi, chiamato a
difender la Repubblica, appoggiandosi agli scontenti, cercava farsi
tiranno, allora i popolani grassi sapevano riunire tutti i partiti, in
nome della libertà, e restaurar la Repubblica, che cosí poté rimanere
lungamente in vita. Non è credibile l'accortezza, l'ardire e la
costanza, con la quale essi seppero lottare, in mezzo a mille pericoli
interni ed esterni. Costretti a combattere di continuo con coloro che
volevano la pace, e chiedevano sempre maggiori libertà; circondati
da nemici esterni potentissimi, che ora volevano distruggere il loro
commercio, ora la Repubblica stessa, l'attività ed il patriottismo
loro non ebbero mai posa, non si stancarono mai. Era una lotta, una
febbre, una violenza continua, in cui la libertà sempre in pericolo
di perdersi, fu per due secoli salvata sempre, in mezzo a Municipi
che l'andavano perdendo. E come questi popolani grassi avevano saputo
creare mille istituzioni di credito, per aumentare l'industria e
moltiplicare la ricchezza, cosí fu inesauribile del pari il loro
ingegno, nell'immaginare sempre nuovi trovati e nuove istituzioni, che
prolungarono la vita della Repubblica.

Nella politica estera i diplomatici fiorentini s'acquistarono tale
e tanta reputazione d'accortezza e di prontezza, che in alcune parti
superarono perfino quella grandissima dei Veneti ambasciatori. Questi,
infatti, con una lunga tradizione di sapienza politica, seguivano
le norme costanti d'un governo forte, tranquillo, sicuro di sé. La
loro forza veniva dalla forza e dal senno d'una repubblica rispettata
e temuta, che sembrava parlare essa stessa per la bocca de' suoi
ambasciatori. Il Fiorentino aveva, invece, un'azione individuale
e diretta, che veniva dall'acume del suo ingegno, dalla conoscenza
straordinaria che aveva degli uomini, da un'attitudine maravigliosa di
tutto comprendere e tutto far comprendere. La Repubblica operava certo
in lui e per suo mezzo; ma non tanto perché parlasse per la sua bocca,
quanto perché aveva invece saputo ridestare ed affinare in lui tutte
quante le facoltà dello spirito umano, formare la sua intelligente,
indipendente personalità. Il mercante, il notaio, l'amministratore,
il diplomatico fiorentino erano cercati per tutto, ed in ogni angolo
della terra pareva che fossero a casa loro. Quindi è che si narra come
Bonifazio VIII, vedendo un giorno arrivare a lui da ogni parte del
mondo, ambasciatori che eran tutti fiorentini, egli, senza esserne
punto maravigliato, dicesse loro: — I Fiorentini sono il quinto
elemento nel mondo. —

Ed in mezzo a queste lotte politiche, a questo moto di tutte le facoltà
dello spirito umano, apparve quello splendore di arti e di lettere,
per cui il mondo si vide come illuminato dalla luce che sorgeva dalle
città italiane, ma che in nessuna rifulse cosí viva come a Firenze.
L'attività della sua industria, del suo commercio si trovava quasi per
tutto; ma anche là dove essa non arrivava, pareva che fosse pur sempre
presente il suo genio letterario ed artistico, che iniziava in Europa
la cultura dei popoli moderni.


VII

Ma tutto ciò non seguiva senza continui e sempre nuovi pericoli, che
minacciavano l'esistenza stessa della Repubblica, e per difendersi dai
quali occorrevano qualche volta forze piú che umane. Quando si ricorre
col pensiero all'antica Firenze col suo Consiglio, coi suoi Consoli,
che usciva ogni anno, unita e concorde alla guerra, per abbattere i
baroni, ed assicurare le vie del suo commercio; che, sottomessi uno
alla volta questi baroni, li obbligava a vivere dentro lo due mura,
sotto l'uguaglianza delle leggi repubblicane; che per vincere i piú
potenti vicini, dovette accrescere le sue forze, liberando i servi
della gleba, concedendo i diritti politici a quei mercanti che ancora
non li avevano; quando il pensiero ricorre a quei tempi, ritrova subito
in essi i germi della futura grandezza del Comune, che con una guerra
continua riuscí ad accrescere da ogni lato le proprie forze. Ma le cose
andarono poi sostanzialmente mutando, per molte ragioni, specialmente
per quella rivoluzione nell'arte della guerra, alla quale abbiamo già
accennato, e che dobbiamo ora piú particolarmente ricordare.

Fino al secolo XIV gli eserciti repubblicani erano composti di pedoni
leggermente armati d'uno scudo, un elmo ed una daga, con qualche
piastra di ferro che difendeva il petto o le gambe. La cavalleria
era poca, e non decideva mai la sorte delle battaglie. Cosí avevano
combattuto, presso a poco, tutti i barbari, meno gli Unni e gli
Arabi, che andavano quasi sempre a cavallo, ed i Bizantini, che
colla cavalleria piú volte vinsero i Goti. Con la fanteria aveva
principalmente combattuto in Italia Federico Barbarossa, e con essa
gli avevano resistito i nostri Comuni, che, da un giorno all'altro,
potevano allora mutare in soldati tutti quanti i cittadini abili a
portare le armi. Ma le guerre di Federico II, di Manfredi e di Carlo
d'Angiò avevano di Francia e di Germania portato in Italia una nuova
maniera di combattere. I Fiorentini se n'erano dovuti avvedere sin
dalla battaglia di Montaperti, quando il loro numeroso esercito fu
disfatto dall'urto di pochi cavalieri tedeschi. E d'allora in poi la
cavalleria pesante o degli uomini d'arme fu quella che cominciò a
decidere la sorte delle battaglie in Italia. Il cavaliere, sebbene
non fosse ancora, come alla fine del secolo XV, chiuso, esso ed il
suo cavallo, in un'armatura cosí pesante che, caduti una volta a
terra, non potevano rialzarsi senza aiuto; pure già era coperto di
ferro da capo a piedi. Colla sua lunghissima lancia, egli atterrava
il fantaccino, prima che questi potesse raggiungerlo colla corta sua
spada, la quale, in ogni caso, non riusciva mai a forare l'armatura del
cavaliere o del cavallo. Né gli strali tirati dagli archi riuscivano
a far danno maggiore. Bastava quindi, che poche centinaia d'uomini
d'arme si spingessero, come una fortezza mobile ed impenetrabile,
nel mezzo d'un esercito di fanti, per disfarlo in poco tempo. Un tale
stato di cose durò sino alla invenzione della polvere e del fucile,
e portò un radicale mutamento nelle condizioni dei Comuni italiani.
Infatti, per formare questi cavalieri, ci voleva un lungo tirocinio
ed una grande spesa. Bisognava non solo aver grandi fabbriche d'armi,
non solo formare una nuova razza di cavalli, ed addestrarli; ma il
cavaliere stesso doveva essere in continuo esercizio, dedicare la sua
vita intera alle armi, tener continuamente occupati ed addestrati
due o tre scudieri. Questi portavano tutti gli arnesi da guerra, e
menavano il cavallo armigero del cavaliere, che se ne serviva solo nel
giorno della battaglia, e solamente allora s'armava di tutto punto,
perché altrimenti si sarebbero l'uno e l'altro trovati esausti di
forze nell'ora del pericolo. Ma ciò doveva riuscire impossibile nelle
nostre repubbliche, perché i loro cittadini vivendo tutti col commercio
e coll'industria, non potevano abbandonare i traffici per darsi alle
arti della guerra. Queste divennero allora un vero e proprio mestiere,
e coloro che vi dedicavano la vita, cominciarono ben presto a mettere
a prezzo la loro spada. Cosí è che sin dagli ultimi anni del secolo
XIII, noi cominciamo a sentir parlare negli eserciti repubblicani
di _soldati_ catalani, borgognoni, tedeschi ed altri cavalieri
oltramontani, che vanno ogni giorno crescendo di numero.

A poco a poco i mercanti dovettero persuadersi, che essi non potevano
piú avere alcuna personale efficacia nella guerra. E però, quando
le repubbliche erano minacciate, esse non s'arrischiavano piú a
combattere, senza assoldare qualche capitano, che venisse col suo
manipolo di cavalieri stranieri. Il nome del valore italiano cominciò
rapidamente a decadere per tutto, e si formarono quelle compagnie di
ventura, che furono una delle nostre maggiori calamità. È ben vero che,
quando poi Alberico da Barbiano, Attendolo Sforza, Braccio da Montone
ed altri si dettero a questa vita, essi raggiunsero e superarono anche
gli stranieri, che piú volte dovettero retrocedere nuovamente dinanzi
al valore italiano. Molti anzi vennero allora di fuori ad imparar la
nuova arte della guerra, sotto il comando dei nostri capitani, per
opera dei quali essa cominciò la prima volta a divenire anche una
scienza. Ma eran sempre pochi coloro che nelle libere città potevano
darsi a questa vita. I nobili, gli sfaccendati, gli esuli, coloro
che non avevano un altro mestiere, i sudditi dei piccoli tiranni eran
quelli che andavano a far parte delle compagnie di ventura. E poche
molte, italiane o straniere, esse affrettarono sempre la rovina di
tutti i nostri Comuni, massime di Firenze.

Le continue guerre, che essa ora deve fare, non riescono piú a mantener
vivo il suo spirito militare, l'energia del suo popolo. Costretta a
servirsi sempre di gente straniera e venduta, cominciò ben presto
a perdere la coscienza delle proprie forze, che di fatto andarono
rapidamente decadendo. La guerra si ridusse ad una operazione di banca
o di nuove imposte, per trovare il danaro necessario ad assoldare
uno di quei capi di compagnie, i quali si davano sempre al maggiore
offerente. Quando era trovato il danaro, bastava spesso mandarlo al
piú potente e sicuro alleato, che pensava al resto, cioè al contratto
da fare con un capitano, che assoldasse il maggior numero di gente.
Bisognava sapersi procurare amici, saper provocare avversari al nemico,
ed in ciò i Fiorentini fecero sempre prova di grande accortezza. Ma
queste non erano di certo virtú militari. I personaggi piú importanti,
che essi inviavano al campo, erano i loro commissari che vegliavano
all'andamento generale delle cose, all'amministrazione dell'esercito,
all'indirizzo politico della guerra; e sebbene, piú d'una volta,
noi troviamo che questi commissari d'improvviso si trasformavano in
Capitani, pigliando il comando delle armi, e con singolare ardimento
decidendo le sorti d'una battaglia, pure il loro ufficio rimaneva
sempre piú civile e diplomatico che militare.

Quali conseguenze tutto ciò dovesse avere per l'avvenire della
Repubblica, e sul carattere morale de' suoi abitanti, è facile
immaginarlo. I popolani grassi erano nel governo occupata in un
continuo lavoro di furberia e di sottigliezza. Bisognava essere
accorti nei Consigli; osteggiare i Grandi; trovarsi sempre desti per
non lasciare divenir troppo forte il popolo minuto, e pure indurlo
a pagare il denaro per fare le guerre, che erano necessarie alla
prosperità ed alla sicurezza del commercio esterno. Bisognava essere
ancora piú accorti nei maneggi diplomatici, per non trovarsi isolati,
e saper sempre mantenere l'equilibrio degli Stati italiani a vantaggio
della Repubblica. La guerra stessa, risolvendosi, come abbiam visto,
in un'operazione di banca, era del pari una nuova prova d'accortezza.
Non si vedeva piú alcuno di quei grandi sacrifizî di sangue cittadino
e di uomini, coi quali un popolo si rigenera continuamente; niun atto
di forza generosa ed aperta. E quando questi popolani grassi non erano
immersi nella politica, allora, insieme con tutta la cittadinanza, si
davano anima e corpo al commercio, occupando le ore di ozio nel leggere
Tacito, Virgilio od Omero, che tenevano perciò sotto il banco. Ma era
sempre e solo la loro intelligenza, che si trovava in una continua
attività; le altre piú nobili facoltà dello spirito restavano come
soffocate, atrofizzate in questo esercizio costante di sottigliezza e
di furberia. Ciò doveva prima o poi portare una decadenza inevitabile
nella vita morale e politica della Repubblica, nella piú alta cultura
dello spirito. E se le guerre riuscivano funeste pel modo in cui
bisognava apparecchiarle e condurle, non riuscivano meno funeste per le
conseguenze che portavano dopo la vittoria. Gli eserciti di ventura,
appena che cessavano le paghe di guerra, da amici divenivano nemici,
e cercavano subito un altro padrone che li pagasse. Quando non lo
trovavano, e restavano perciò senza paga, si scioglievano in bande
armate, che mettevano a soqquadro le campagne e le città, con una
specie di brigantaggio militare. Il piú delle volte era forza venire
con esse a patti, e dar danari per tenerle tranquille.

Ma quello che piú di tutto importa qui notare si è, che anche la
conquista di nuovi territori, divenuta pur tanto necessaria alla
Repubblica, cominciava ad essere un pericolo grave, una sorgente
di future calamità. Il Comune italiano era stato nel Medio Evo
causa feconda di progresso; ma quando il suo contado si cominciò
ad ingrandire, esso si dimostrò affatto impotente, se non mutava
radicalmente la sua costituzione, a trasformar la libera città in
quello che noi oggi chiamiamo lo Stato. Infatti anche a Firenze,
che fu il piú democratico dei nostri Comuni, la cittadinanza era
tutta dentro la cerchia delle mura. Si fecero leggi per abolire la
servitú nel contado, per migliorarne le condizioni; ma non si pensò
mai a concedere i diritti politici agli abitanti di esso. Il nome
di cittadino restò sempre come un privilegio concesso solamente ad
una minoranza, e la plebe non l'ottenne mai neppur dentro le mura.
Ogni volta che una nuova città veniva conquistata e sottomessa alla
Repubblica, essa era governata con maggiore o minore durezza; le
lasciavano piú o meno franchigie locali; potevano anche concederle
che continuasse a ritenere una forma repubblicana, sotto gli ordini di
un Podestà, d'un Capitano o d'un Commissario, pagando le gravezze che
volevano imporle; ma i suoi abitanti non erano mai ammessi ai diritti
della cittadinanza fiorentina, né i loro rappresentanti entravano mai
nei Consigli o negli uffici politici in Firenze. Quindi, a misura che
le conquiste crescevano, quel nucleo di cittadini che teneva in mano
il governo, e che era già una minoranza, si trovava in una proporzione
sempre minore verso le popolazioni, ogni giorno piú numerose, che
doveva governare. Nelle idee dei Fiorentini come di tutti quanti i
repubblicani del Medio Evo, non entrò mai il pensiero d'uno Stato
governato nell'interesse di tutti. L'interesse e la grandezza di
Firenze erano, invece, la sola norma costante, lo scopo a cui ogni cosa
doveva essere sottomessa. Né quel popolo minuto e quella plebe, che per
sé chiedevano sempre maggiori libertà, avevano in tutto ciò principi
piú larghi o diversi. Anzi le loro idee, aggirandosi in una cerchia piú
angusta, si dimostravano anche piú pregiudicate, e le loro passioni
piú cieche. In conseguenza di ciò, era per una repubblica tenuta
allora maggiore sventura venir conquistata da un'altra repubblica,
che da una monarchia; giacché i principi, nella comune oppressione,
trattavano tutti alla pari, e quindi, politicamente almeno, la grande
maggioranza dei vinti soffriva danni minori. Invece, quando Firenze
poté raggiungere il suo lungo desiderio della conquista di Pisa, essa
fu padrona del mare, e vide subito il proprio commercio crescere assai
rapidamente; ma l'essersi aggregata una repubblica grande e potente,
piena di vita e di forza, ricca di tanti traffici, non le portò nessuno
di quei vantaggi che una piú libera unione ed una partecipazione comune
ai diritti politici le avrebbero recati. I piú notevoli cittadini, le
piú ricche famiglie pisane emigrarono, preferendo vivere in Francia, a
Milano, o in Sicilia sotto gli Aragonesi, che almeno concedevano loro
una civile uguaglianza, piuttosto che nella propria città, sotto il
duro, tirannico governo dei popolani grassi di Firenze. Il commercio,
l'industria, la marineria militare e mercantile di Pisa scomparvero
con la sua indipendenza; il suo Studio, antica gloria italiana,
fu disfatto, per essere piú tardi ricostituito dai Medici; ed essa
in breve tempo presentò l'aspetto della miseria e dello squallore.
Lo stesso seguiva in tutte le città vinte; esse venivano con tanta
maggior durezza trattate, quanto piú grandi e potenti erano state nei
giorni della loro libertà.[366] È facile da ciò il comprendere come
ogni volta che Firenze si trovava in pericolo, tutte quelle città
sottomesse, nelle quali la vita non era stata anche spenta del tutto,
cercavano sollevarsi per rivendicare la loro indipendenza, ed in ogni
caso preferivano un tiranno domestico o anche straniero alla loro
forzata sottomissione ad una repubblica, la quale non imparò mai dalla
esperienza a mutare consiglio. E non poteva, giacché per farlo avrebbe
dovuto mutare sostanzialmente tutta la sua costituzione, il suo proprio
essere.

In questo modo, accumulando ricchezza e potenza, essa moltiplicava le
cagioni della sua futura e inevitabile decadenza. Il Comune appariva
sempre piú impotente a fare scaturire dal suo seno lo Stato moderno, e
però quando il commercio su cui esso si reggeva, cominciò a decadere,
la forza dei popolani grassi fu sgominata, e la forma monarchica fu
subito giudicata come un sollievo dalla moltitudine degli oppressi,
che erano di gran lunga i piú numerosi. Cosí fu che i Medici poterono
salire al potere in nome della libertà, appoggiandosi al popolo minuto
ed alla plebe. E cosí fu che, ora con la violenza, ora con l'astuzia,
ora con l'una e con l'altra insieme, il Comune italiano venne da per
tutto sottomesso al principato, e là dove, per condizioni eccezionali,
la forma repubblicana poté piú lungamente salvarsi, ivi essa sembrò
solo sopravvivere a sé stessa, non portando piú alcuno dei benefizî,
pei quali era nata. Bisognava che il principato rendesse, sotto un
medesimo scettro, uguali in faccia al dispotismo quelle popolazioni
che non s'erano sapute rendere uguali dinanzi alla libertà. Le
Signorie furono il necessario passaggio dal Comune medioevale allo
Stato moderno. Queste Signorie indicarono la via alla formazione ed
alla retta amministrazione delle grandi monarchie, che s'andavano ora
costituendo nel continente d'Europa, e si mantennero anch'esse assolute
e dispotiche fino a che la Rivoluzione Francese non venne a compiere
nelle campagne, nelle città e per ogni ordine di cittadini, quel lavoro
di emancipazione sociale, che i Municipî italiani avevano mirabilmente
iniziato, ma che non avevano saputo mai estendere fuori la cerchia
delle proprie mura. Firenze resisté ancora lungamente, ma dovette pur
correre la sorte comune.

FINE DEL VOLUME PRIMO



Pag. 71, nota 1, lin. 7. _Millesimo LVIII_, leggi _Millesimo LXVIII_.

Pag. 101, lin. 25. 1117, leggi 1177.

Pag. 177, nota 1. VILLANI, VI, 31, leggi VILLANI, VI, 51.



INDICE


  Prefazione                                         Pag.    v
  Introduzione                                               1
  Capitolo   I — Le origini di Firenze                      35
  Capitolo  II — Le origini del Comune di Firenze           73
  Capitolo III — Prime guerre e prime riforme del
                   Comune fiorentino                       119
  Capitolo  IV — I Partiti, la costituzione del
                   Primo Popolo e delle Arti Maggiori
                   in Firenze                              155
  Capitolo   V — Il predominio di Firenze in Toscana       213
  Capitolo  VI — Il commercio e la politica delle Arti
                   Maggiori in Firenze                     273



NOTE:

[1] Pubblicata la prima volta nel _Politecnico_ di Milano, marzo 1866.

[2] _Lettres sur l'hist. de France._ Lettera XXV, in fine.

[3] Per esempio la _Storia di Firenze_ di GORO DATI.

[4] Dopo la prima pubblicazione di questo nostro scritto si fecero
molte ed importanti ricerche sulle origini di Firenze e del suo Comune,
massime dal D. O. Hartwig, sul cui pregevole lavoro avremo occasione di
tornare piú tardi. E cosí pure vennero alla luce varie storie generali
di Firenze, fra le quali piú notevoli sono la _Storia della Repubblica
di Firenze_ del marchese GINO CAPPONI (Firenze, Barbèra, 1875, due
Vol.) e l'_Histoire de Florence_ del sig. PERRENS (Paris, 1877-90, in
nove vol.), delle quali parliamo altrove.

[5] Quando scrivevo queste parole, il Malespini era giudicato piú
antico del Villani, il quale perciò avrebbe copiato da lui. Piú tardi
però lo Scheffer-Boichorst provò il contrario, con argomenti a molti
del quali non si può rispondere. Il March. G. Capponi non ne rimase
persuaso, avendo nel Malespini trovato piú cose, che accennavano,
secondo lui, ad un'antichità piú remota del Villani. Ma nuove indagini
e molto diligenti, iniziate dal prof. Lami, confermarono che il
Malespini è una compilazione fatta principalissimamente col Villani,
e forse (ma di rado) con qualche altro cronista, che potrebbe essere
piú antico, nel qual caso si spiegherebbero anche le osservazioni del
Capponi.

[6] Pubblicato in Firenze, 1838, vol. due, dalla tipografia all'insegna
di Dante. Vedi anche GERVINUS, _Geschichte der florentinischen
Historiographie_: Frankfurt, 1833.

[7] CAPELLAE, _Commentarii_, che dal 1531 al 1542 ebbero undici
edizioni. RANKE, _Zur Kritik neurer Geschichtschreiber_. — Aggiungo
ora che il Ranke, a mio avviso, ha qui molto esagerato a danno del
Guicciardini, il cui valore storico è confermato dai documenti. V. il
mio libro sul Machiavelli, in fine del Vol. III.

[8] Qui s'allude alla Storia del Capponi, che non era stata ancora
pubblicata.

[9] _Discorso storico_, cap. I.

[10] GINO CAPPONI. _Lettere sui Longobardi_.

[11] Tutto ciò che risguarda la divisione delle terre, è stato soggetto
di lunga disputa in Italia e fuori. Ne parlò con dottrina il Troya,
nella sua opera sulla _Condizione dei Romani vinti dai Longobardi_; ne
parlarono con molto acume il Capponi ed il Capei nelle loro _Lettere
sui Longobardi_ (Appendice dell'_Archivio Storico Italiano_, vol. I
e II), e cosí il Manzoni, il Balbo, ecc. La questione versa sulla
interpretazione di due passi di Paolo Diacono. Quello che parla
della prima divisione, quando i Longobardi presero il terzo della
rendita delle terre, è chiaro: _His diebus multi nobilium Romanorum
ab cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi,
ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii
efficiunfur_. L'altro invece è assai piú oscuro, ed ha lezioni diverse.
La piú generalmente adottata è questa: _Hujus in diebus_ (di Autari)
_ob restaurationem Regni, duces qui tunc erant, omnem substantiarum
suarum medietatem regalibus usibus tribuunt..; populi tamen adgravati
per langobardos hospites, partiuntur_. Una lezione del secolo X, nel
codice ambrosiano, dice invece: _aggravati pro Longobardis, hospitia
partiuntur_. La divisione delle terre (_hospitia_) e non dei frutti
sarebbe piú chiaramente indicata in questa seconda lezione, che il
Balbo accetta. Il prof. Capei, però, anche accettando la prima lezione,
sostiene che si debba intendere attivamente la parola _partiuntur_. I
vinti _divisero_ le terre coi vincitori, e furono quindi aggravati,
avendo dovuto cedere la metà dei loro beni; ma ne vantaggiarono in
questo, che l'altra metà rimase loro libera proprietà.

[12] Vedi, fra gli altri, GINO CAPPONI, nota al documento 3, nel vol.
I dell'_Archivio storico italiano_.

[13] Pubblicato nella _Nuova Antologia_ di Roma, 1 Maggio 1890.

[14] Codice vaticano palatino 772, che contiene la raccolta di leggi
longobarde, conosciuta col nome di Lombarda. Primo a scoprirvi, a tergo
del foglio 71, le notizie annalistiche fiorentine, fu il bibliotecario
Foggini, che le comunicò al Lami, il quale ne pubblicò una parte,
con un suo comento. Le pubblicarono poi tutte, prima il Pertz, poi
l'Hartwig, e finalmente ne dette una fototipia esatta il prof. C.
Paoli, nel primo fascicolo dell'_Archivio paleografico italiano_,
diretto dal prof. Monaci in Roma.

[15] È un codice di S. M. Novella, ora tra i Magliabechiani, 776, E, A,
Conventi soppressi. Sono quarantasei notizie, di cui una parte, cioè le
prime venticinque, fino all'anno 1217, furono pubblicate dal Fineschi
nelle sue _Memorie storiche degli uomini illustri di S. M. Novella_,
vol. I, pag. 330-332.

[16] D. O. HARTWIG, _Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte
der Stadt Florenz_. La prima parte fu pubblicata a Marburgo, 1875, la
seconda, che contiene i due Annali, ad Halle, 1880.

[17] Lo pubblicò prima il Fineschi (Op. cit. vol. I, pag. 257), e lo
ha poi ripubblicato l'Hartwig (II, 185 e seg.) con molte aggiunte ed
osservazioni. Non pochi nuovi nomi di Consoli contiene la cosí detta
Cronica di Brunetto Latini, della quale parleremo piú oltre.

[18] Il prof. C. PAOLI (_Di un libro del D. O. Hartwig_, nell'_Arch.
Stor. It._, tom. IX, anno 1882) ne scoprí una nel codice laurenziano
XXVIII, 8; altre ne ha scoperte il prof. Lami, il quale spero che ne
parlerà in un suo scritto sul Malespini, che presto vedrà la luce.

[19] Fu scoperta, ma non pubblicata, dal Follini, editore del
Malespini, in un codice della Magliabechiana di Firenze, Palch. II, 67.

[20] Nell'Archivio di Lucca, in un cod. della collezione Orsucci, O, 40.

[21] Questa data (Hartwig I, 64) manca nella compilazione latina, che
anche perciò è giudicata piú antica.

[22] Nel vol. I dell'_Appendice alle letture di famiglia_: Firenze,
Cellini, 1854.

[23] Nella parte II dell'opera citata.

[24] Il prof. Santini, nella pubblicazione di cui avremo piú oltre
occasione di parlare (parte I, doc. 18) dà un doc. del 14 Giugno 1188,
nel quale è la firma: _Ego Sanzanome index et notarius_. Negli Atti
della Lega toscana del 1197 (Santini, I, 21, a pag. 37), fra i nomi
di coloro che firmarono dopo del Console di S. Miniato, si trova,
_Sanzanome de Sancto Miniato_.

[25] Cosí afferma anche il prof. PAOLI nel suo scritto già ricordato.
Il codice è il Magliab.-Strozz. Cl. XXV, 571. I _Gesta_ furono
quasi contemporaneamente pubblicati dall'Hartwig (op. cit.) e dalla
Deputazione toscana di storia patria: Firenze, Cellini, 1876.

[26] E qui appunto il codice ha diverse lacune.

[27] Vedi l'ediz. curata dal Weiland nei _Mon. Germ._, XXII, 377-475,
e ciò che ne dice lo stesso autore nell'_Archiv. der Gesellschaft für
ältere deutsche Geschichte_, XII, pag. 1 e segg.

[28] Il Ciampi, che ne pubblicò una parte, e lo Scheffer-Boichorst nei
suoi _Florentiner Studien_.

[29] Il prof. Santini, che si occupò molto di ciò, ha trovato in
Firenze dodici copie di Martin Polono e tre della traduzione, tutte del
secolo XIV; altre ancora ne ha trovate il prof. Lami.

[30] _Impressum Florentiae apud Sanctum Jacobum de Ripoli, Anno
Domini MCCCCLXXVIII._ Altre edizioni se ne fecero nel secolo XVI. Di
quest'opera il prof. Santini ha trovato in Firenze tre codici del sec.
XIV.

[31] Il Codice di Napoli è segnato XIII-F. 16. Un altro simile, del
secolo XV, continuato fino alla morte di Arrigo di Lussemburgo, è il
Laurenziano-Gaddiano CXIX.

[32] Nella seconda parte della sua opera, _Quellen_ etc., dove dà a
questi estratti il titolo di _Gesta Florentinorum und deren Ableitungen
und Fortsetzungen_.

[33] Parlando di alcuni nobili Saraceni, mandati in quell'anno
prigionieri _alla Chiesa di Roma_, aggiunge: _et io gli viddi_.

[34] Arriva fino al 1303, ma l'ultimo paragrafo sembra di mano
posteriore. Il paragrafo precedente però narra avvenimenti del 1297, e
Brunetto Latini era di certo morto prima (1294).

[35] Biblioteca Nazionale di Firenze, cl. XXV, cod. 566.

[36] Questo risulta chiaramente confermato anche da molti riscontri
fatti dal prof. Santini.

[37] Due brevissime notizie o piuttosto appunti furono d'altra mano
aggiunte in questa lacuna, e sono: — _Papa Adriano V nato di quel del
Fiesco da Genova, 1276, stette Papa die 30: vacò la Chiesa 28 dí. —
Papa Innocenzio sexto fu eletto, che fu da Portogallo_. — La seconda
notizia è certo errata. Innocenzo VI (Étienne d'Albert) era francese
del Limosino, e fu eletto nel dicembre 1352. Dopo di Adriano V, fu
invece eletto Giovanni XXI, che era portoghese. L'autore scambiò
_Iohannes_ (che forse trovò abbreviato) con _Innocentius_, e XXI, con
VI. Anche in altri cronisti le due notizie si trovano insieme, quasi
con le stesse parole, salvo però l'errore indicato.

[38] Codice Laur.-Gadd. 77. Sul dorso v'è scritto: _Cronica romanorum
Pontificum et Imperatorum_. Questo titolo conferma la connessione
della Cronica con Martin Polono, e spiega perché il codice sfuggí cosí
lungamente alle ricerche degli studiosi di storia fiorentina.

Il lavoro da noi citato del prof. Santini, essendo una tesi di laurea,
fu presentato e discusso nel nostro Istituto Superiore, ed i resultati
ne furono poi annunziati nell'_Arch. Stor. It._ Ser. IV, Tomo XII,
disp. IV, anno 1883, a pag. 483 e segg. Esso non venne pubblicato,
perché, quando l'autore lo correggeva, la scoperta dell'Alvisi rese
superflua ogni altra dimostrazione. Il Santini dava a quella Cronica
molta importanza, avendo riscontrato che i nomi d'alcuni dei Consoli da
essa sola ricordati, si trovano anche nei nuovi documenti, che sono già
stampati, e fanno parte dell'opera già ricordata, che sarà, speriamo,
presto da lui pubblicata.

[39] BALUZIO-MANZI, _Miscellanea_, Tomo IV. Questo codice Orsucci
dell'Archivio di Lucca fu assai minutamente descritto dall'Hartwig
(I, XXX e seg.), che da esso cavò e pubblicò, come dicemmo, una
compilazione italiana della leggenda.

[40] VIII, 36.

[41] I, 1.

[42] VIII, 36.

[43] Negli _Acta Sanctorum_.

[44] _L'estoire de Eracles empereur, et la conqueste de la terre
d'outremer (Recueil des historiens des Croisades)_, tradotta in latino,
greco, tedesco, spagnuolo, italiano. Per le fonti del Villani vedi
BUSSON, _Die florentinische Geschichte der Malespini_ (Innsbruck, 1869)
e Scheffer-Boichorst, _Die Geschichte Malespini, eine Fälschung_, nei
suoi _Florentiner Studien_.

[45] Nel suo articolo sul lavoro dell'HARTWIG.

[46] «Il y en eut (des Consuls) tout au moins en 1101». E dopo aver
citato il documento, aggiunge in nota: «Dévant ce fait si positif, il
serait oiseux de s'arrêter aux conjectures des auteurs, même presque
contemporains» pag. 209.

[47] Pag. 152-4.

[48] BORGHINI, _Discorsi_, vol. II, pag. 27 e 93; Firenze 1755.

[49] Ora è uscito il IX ed ultimo, che va fino alla caduta della
Repubblica (1530-32).

[50] Dei molti errori che si trovano in questo primo volume, ha parlato
assai a lungo l'HARTWIG nell'_Historische Zeitschrift_ del Sybel, vol.
III, fasc. 3, anno 1868. Degli altri volumi non è qui ancora luogo a
parlare.

[51] Servio, nel suo comentario sull'Eneide (lib. III, v. 104), scrive:
«Dardanus Iovis filius et Electræ, profectus de Corytho (Cortona),
civitate Tusciae, primus venit ad Troyam». Piú oltre (com. al lib.
III, 187) dice che «Dardanus et Iasius fratres... cum ex Etruria
proposuissent sedes exteras petere ecc.». E nel fare la genealogia
d'Enea, incomincia: «Ex Electra Atalantis filia et Iove Dardanus
nascitur». Di qui deve in parte essersi ispirata la leggenda, secondo
la quale però Elettra è moglie di Atalante, non di Giove, che invece ne
è padre. V. Hartwig, I, XXI.

[52] Anche Brunetto Latini, nel primo libro del _Tesoro_, pose
in relazione la leggenda di Catilina con le origini di Firenze, e
ricordò la grande uccisione, seguita nella battaglia, in cui questi fu
disfatto, come pure la peste che ne venne. «E per quella grande peste
di quella grande uccisione, fu appellata la città di Pistoia». Lib.
I, cap. 37, nel volgarizzamento di Bono Giamboni. Le fonti principali
delle notizie storiche nel _Tesoro_, sono Ditti cretense e il _De
excidio Troie_, che veniva attribuito a Darete frigio. Questo secondo
libro è di certo anche una delle fonti della nostra leggenda. Vedi Thor
Sundy, _Della vita e delle opere di Brunetto Latini_, trad. del prof.
R. Renier, con molte aggiunte: Firenze, Successori Le Mounier, 1884.

[53] Il _Libro fiesolano_, invece di Franchi, dice Africani, _una
compagnia venuta d'Africa_, come altrove, invece di _Ottone_ o _Otto_,
dice _Ceto_, errore che si riscontra anche nel codice su cui fu fatta
la stampa. Sono probabilmente errori di qualche rozzo copista della
leggenda, i quali venivano poi spesso ripetuti dagli altri. Giovanni di
Salisbury (_Polikratikus_, VI 17, ediz. Giles), parlando delle città
che, secondo la storia, furono edificate da Brenno, ripete per Siena
lo stesso racconto della leggenda. Egli osserva, che tutto ciò non è
veramente storia, _sed celebris traditio est_, aggiungendo però che la
tradizione trovata conferma nel fatto che i Senesi, per costituzione,
bellezza, costumi, somigliano «ad Gallos et Britones, a quibus originem
contraxerunt». Queste parole di Giovanni di Salisbury sono ricordate
anche da Benvenuto da Imola, nel suo Comento alla _Divina Commedia_,
per dire che a tale somiglianza vuole alludere Dante (_Inf._ XXIX, 121)
nei versi:

                 Or fu giammai
    Gente sí vana come la senese?
    Certo non la francesca sí d'assai.

La medesima spiegazione è data anche dal Boccaccio nel suo Comento agli
stessi versi.

[54] La compilazione latina dice: _quingentos annos et plus_; le
italiane, piú moderne, dicono solo: cinquecento anni.

[55] Anche secondo la storia, Totila fu in Toscana verso la metà del
sesto secolo.

[56] _Libro fiesolano_, cap. XV.

[57] Anche di ciò s'è occupato l'HARTWIG, I, XXIV e segg.

[58] Il primo a far questa osservazione fu l'HEGEL: _Ueber die Anfange
der florentinischen Geschichtschreibung_, nel già citato giornale del
Sybel, I fasc. dell'anno 1876.

[59] I cap. XVI e XVII nella ediz. Follini.

[60] Villani I, 41.

[61] MILANI, in _Notizie degli Scavi_ (aprile 1887) pubblicate
dall'Accademia dei Lincei.

[62] V. HARTWIG. Op. cit.; G. ROSA nell'_Arch. Stor. Ital_. Serie III,
vol. II, pag. 62 e segg.

[63] Ciò specialmente perché la iscrizione fu trovata nella Savoia. Ed
egli proponeva la lezione: Jul. AUG. FLOR. V[_ienna_]. Vedi _Hermes_,
XVIII, 1883, pag. 180, in nota.

[64] _Hermes_, 1883, pag. 176. Piú esplicitamente la dichiararono
colonia sillana BUMBUBY, _Dictionary_ of gr. and rom. Geography; Zumpt,
_De Colon_.

[65] Il prof. Milani si è occupato di ciò in molte sue pubblicazioni.
_Scavi di Mercato Vecchio_ nelle _Notizie degli Scavi_ (aprile 1887);
_Scoperte epigrafiche nel centro di Firenze_, nella _Nazione_ del 15
Aprile 1890. In una di queste iscrizioni si leggono le parole,

                        ... GENIO COLONIAE
                        ... FLORENTIAE.

_Tomba italica a pozzo del centro di Firenze_ nelle _Notizie degli
scavi_ (dicembre 1892); _Reliquie di Firenze antica_ nel vol. VI dei
_Monumenti antichi_, pubblicati dall'Accademia dei Lincei, 1895.

In una sua lunga lettera a me diretta lo stesso prof. Milani narrava
come nei lavori fatti pel fognone in Borgo dei Greci, l'anno 1886,
fu in sua presenza, sotto il pavimento dell'Anfiteatro, trovato un
mezzo asse onciale, in tal posizione, dentro lo smalto, che esso lo
ritenne «coevo alla costruzione dell'Anfiteatro». Il corso di tali
assi tagliati collo scalpello, egli prosegue, non può essere anteriore
all'89 a. C., né posteriore al secondo triumvirato (43 a. C.).
«Parrebbe dunque stringente la conclusione che l'Anfiteatro sillano
sia dei tempi sillani». E se Dione ci dice che il primo Anfiteatro di
pietra fu costruito a Roma solo 30 a. C., bisogna pure ricordarsi che
Cicerone accusò Silla «di profondere tesori in fastose costruzioni,
nel tempo appunto in cui si trovava sotto Fiesole». E però egli crede
di poter «sostenere a buon diritto la data sillana per la costruzione
nell'Anfiteatro fiorentino». Aggiunge poi, concludendo, che le basi
di alcune colonne, da lui dette _tuscaniche_, e rinvenute presso
l'Anfiteatro, come alcuni avanzi di architettura, trovati nel 1887
presso S. Maria del Fiore, «confermano l'opinione che alcune delle
principali costruzioni edilizie di Firenze, fossero in relazione coi
tempi sillani e cogli ultimi tempi della Repubblica». Tutto questo è
però un problema la cui soluzione spetta solo agli archeologi.

[66] MILANI, _Scavi di Mercato Vecchio_, nelle _Notizie_ ecc., 1887.

[67] VILLANI, II, 1 e 2, e la _Chronica de Origine Civitatis_.

[68] VILLANI, III, 1, 2, 3.

[69] Vedi HODGKIN, _Italy and her invaders_, vol. IV, pag. 446 e segg.

[70] Il LAMI, _Lezioni_, parte I, pag. 292, fa questa affermazione,
appoggiandola sopra un documento di donazione fatta da Carlo Magno alla
Badia di Nonantola, _circiter annum 774_, nel quale si parla delle
chiese Fiorentine di S. Michele e di S. Miniato tra le torri, come
esistenti _in comitatu fossolano, in civitate fossolana_. Il documento
fu pubblicato la prima volta dal Muratori (Antiq. V. 647), che lo dice
tratto _ex reliquiis tabularii monasterii nonantulani_, e dopo avere
esposti molti dubbi sull'autenticità di esso, finisce col credere che
la carta sia sincera, ritenendola però una scrittura privata di Carlo
Magno, non un diploma. Non gli par possibile che un falsificatore
volesse immaginare luoghi e paesi, dei quali appena si ha notizia, ed
in molti dei quali il Monastero non aveva diritti, né poteva sperare
di acquistarne con quella carta. Il Tiraboschi ripubblicò il doc.
nella sua _Storia della Badia di Nonantola_ (II, 27 e segg. Num.
XII), dicendolo _apographum XII, nel XIII saec_. Egli crede invece
che il doc. sia apocrifo ma compilato da qualche monaco dell'undecimo
o duodecimo secolo, sopra _non pochi antichi strumenti ora smarriti_
(vol. I cap. XI, pag. 365). Sebbene apocrifo, esso però conterrebbe,
secondo lui, la nota vera dei possedimenti che il monastero aveva
in Toscana. E ciò dice, dopo aver prima esaminato e ponderato le
osservazioni del Muratori. Quanto poi alle chiese fiorentine in
_civitate fossolana_; il Tiraboschi (pag. 366-7) se ne rimette a quanto
ne dice il Lami da noi citato.

[71] Di ciò trattano a lungo il LAMI, il BORGHINI, l'HARTWIG.

[72] VILLANI, III, 3.

[73] VILLANI, IV, 1.

[74] LAMI, _Lezioni_, nella pref. a pag. CVI-VIII; HARTWIG I, 85-6.

[75] VILLANI, IV, 6.

[76] VILLANI, IV, 7.

[77] Cosí dice S. Pier Damiano nella lettera che piú basso citiamo.

[78] PETRI DAMIANI. _Epistolarum libri VIII_: Parisiis ex officina
nivelliana, 1610, V. a pag. 727. La lettera (pag. 721 e seg.) è
indirizzata: _Dilectis in Christo civibus florentinis, Petrus peccator,
monachus, fraternae charitatis obsequium_.

[79] TOCCO. _L'Eresia nel Medio Evo._ Lib. I, cap. 3, pag. 207-228.

[80] PASSERINI. Nell'_Arch. Storico Italiano_, N. S. vol. III, pag.
43-4; PERRENS., I, 85 e seg.; HARTWIG, I, 89-9. CAPECELATRO. _Vita di
S. Pier Damiano_, libro VII. Vol. due: Firenze, Barbèra, 1862.

[81] «Ad hec ille se inquit, neutrum iubere, neutrum velle, neutrum
recipere. «Quin etiam edictum a Preside per legatos suos impetravit, ut
quicumque laicorum, quicumque clericorum se ut episcopum non coleret
suique imperio non obediret, ad Presidem victus non duceretur, sed
traeretur: si quis autem bis minis territus, de Civitate fugeret, ad
dominium Potestatis assumeretur quicquid possedisset». Cosí dice la
lettera scritta _Millesimo LXVIII idus februari, la quale incomincia:
Alexandro prime sedis reverentissimo, ac universali episcopo, clerus
et populus Florentinus sincere devotionis obsequium_. Essa fu stampata
piú volte, ma scorrettamente (V. BROCCHI, _Vite di Santi e Beati_, pag.
145. Firenze, 1742; _Acta Sanctorum_ III, luglio, pag. 359 e 379, nelle
due vite di S. G. Gualberto); trovasi nel Cod. Laurenziano XX, 22, che
è del sec. XI. La lettera, messa in fine del codice stesso, è scritta
da mano diversa e alquanto posteriore; ma anche secondo il prof. Paoli,
che a mia preghiera l'esaminò, la scrittura ha tutti i caratteri del
sec. XI, «e può solo concedersi, che sia della prima metà anzi del
primo quarto del sec. XII». Essa piú che una vera e propria lettera,
sembra una narrazione in forma epistolare. Lo confermerebbe anche il
titolo che ha nel Codice: _Incipit textus miraculi quod Dominus_, etc.
Dovremo ritornare a parlarne.

È chiaro, in ogni modo, che il _Potestas_ qui sopra menzionato, non
ha nulla che fare col Podestà dei tempi posteriori. Si tratta della
podestà superiore, cioè del duca Goffredo. Il Preside poi deve essere,
io credo, il rappresentante di Goffredo nella Città. Sono forme antiche
e spesso retoriche, come quelle che si trovano piú tardi nel Sanzanome.

[82] La medesima lettera, dopo aver narrato che coloro i quali
s'erano rifugiati in un oratorio, ed erano stati minacciati, se non
si riconciliavano d'essere cacciati, «extra Civitatem pellerentur»,
aggiunge che essi non vollero obbedire. «Hincque factum est ut....
municipal. presid.... illos extra emunitatem oratorii.... eiceret».
Le due parole abbreviate nel codice, furono stampate in molti modi
diversi, mutando il verbo, alterando spesso tutta la frase, il che
generò grande confusione. A me e ad altri colleghi che ho consultati,
pare che debba intendersi: _municipale presidium_.

[83] _Nuova Antologia_ di Roma, 1 giugno 1890.

[84] Nel codice laurenziano già da noi ricordato.

[85] _Rhetor_ era allora sinonimo di _causidicus_.

[86] Di tutto questo si occupò molto il FICKER nelle sue _Forschungen_,
e dopo di lui il FITTING, _Die Anfänge der Rechtsschule zu Bologna_:
Berlin und Leipzig, 1888.

[87] _Lege Digestorum libris inserta, considerata._ Cosí si legge
in un placito del 1076 pronunziato dal messo di Beatrice in Marturi,
presso Poggibonsi (_prope plebem Sancte Marie, territurio fiorentino_),
dove si nota anche la presenza di Pepone, il precursore d'Irnerio. Un
Fiorentino, che contendeva il possesso di alcune terre al monastero,
adduceva la _temporis praescriptio_, e si fondava sul Digesto, che,
secondo la procedura del tempo, portava nel tribunale. Vedi FITTING,
op. cit. pag. 88; ZDEKAUER, _Sull'Origine del manoscritto pisano
delle Pandette giustinianee_: Siena, Torrini, 1890. In un documento
del 1061, in cui si tratta d'una lite fra due Chiese di Firenze (V.
DELLA RENA e CAMICI Vol. II, 2, pag. 99) si legge: _Indices secundum
romanae legis tenorem, utramque ceperunt inquirere partem_. Secondo
il Ficker, i giudici qui sarebbero fiorentini: _und zwar scheinen das
die gewöhnlichen städlischen Indices von Florenz zu sein_. Ficker,
III, parag. 469 pag. 90. Il cronista Goro Dati, che morí ai primi del
secolo XV, affermava nella sua cronica, che i notai fiorentini erano i
piú reputati di tutti, sebbene i piú celebri dottori in legge fossero
quelli di Bologna. Vedi Dati, _Storia di Firenze_, ediz. fiorentina del
1735, a pag. 133.

[88] Petrus Damiani. _De parentelae gradibus_, nelle Opere, Opusc.
VIII, Cap. I e Cap. VII. Ivi combatte l'opinione espressa dai sapientes
di Ravenna, contraria al diritto canonico, sui gradi di parentela
che impediscono il matrimonio. Di colui che esso dice fiorentino,
scrive: _promptulus, cerebrosus ac dicar, scilicet acer ingenio, mordax
eloquio, vehemens argumento_.

[89] Il FICKER, parlando del sopra citato documento del 1061, dice:
_Diese Romagnolen scheinen nun weiter kaum nur zufüllig zu Florenz
gewesen zu sein_.

[90] Quanto all'azione sempre crescente del diritto romano in Toscana,
notissimo è il passo negli Statuti di Pisa del 1161, nel quale si dice
di questa città: _a multis retro temporibus, vivendo lege romana,
retentis quibusdam de lege longobarda_. In un documento senese del
1176, pubblicato dal Ficker (Vol. IV, doc. 148), i Consoli dicono:
_Item nos professi sumus lege romana cum tota Civitate vivere_. La
mescolanza della legge romana con la longobarda o con altre, è in
tutto il secolo XI, ed anche dopo, frequentissima. Spesso donne che
professavano di vivere secondo la legge romana, dichiaravano nel
medesimo tempo di essere sotto il mundio del figlio o di altri.

[91] LAMI, _Lezioni_, pref. pag. CXV e segg. Vedi anche i documenti
pubblicati dal Fiorentini nelle _Memorie della gran contessa Matilde_
(Lucca, 1756), e da DELLA RENA e CAMICI, _Serie cronologico-diplomatica
degli antichi duchi e marchesi di Toscana_, parte II. Da siffatti
documenti chiaro apparisce come era formato il tribunale di Matilde.

[92] V. FIORENTINI, doc. a pag. 168; DELLA RENA e CAMICI, parte II,
vol. II. doc. XV e XVI, a pag. 106 e 108; Vol. III, pag. 9; Vol. IV,
doc. XIV, a pag. 61.

[93] _Unthätiger Vorsitzende_, dice il Ficker, che ha dato la chiara
dimostrazione di questo fatto. Vol. III, parag. 573, pag. 294 e seg.

[94] A tale proposito il Ficker osserva: _Dass schön früher die
Gerichtsbarkeit in der Stadt nicht durch die Feudalgewalt, sondern
durch Bürger der Stadt als rechtskundige Königsboten geübt wurde_. Vol.
III, par. 584, pag. 315-16.

[95] _Consuetudines etiam perversas a tempore Bonifactii Marchionis
duriter eisdem impositas, omnino interdicimus._ FICKER, Vol. I,
parag. 136, a pagine 255-6, e il doc. stesso nel vol. IV, pag. 124-5;
PAWINSKI, _Zur Entstehungsgeschichte des Consulats in den Comunen Nord
und Mittel-Italiens_: Berlin, 1867, pag. 29.

[96] _Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione
hominum duodecim electorum in Colloquio facto sonantibus campaniis._
MURAT. _Antiq._ IV, 20. Vedi anche FICKER e GIESEBRECHT, piú sopra
citati, e PAWINSKI, pag. 31. Si è dubitato che in questi diplomi (di
cui non si ha l'originale, ma una copia antica), e piú specialmente nel
secondo, possa esservi stata qualche interpolazione, cosa che il Ficker
ed il Pawinski contrastano. In ogni modo la sostanza dei due documenti
è ora ammessa dai piú autorevoli scrittori. V. Ficker, vol. III, pag.
408; Giesebrecht (4ª ediz.), vol. III, pag. 537-8.

[97] AMARI, _Storia dei Musulmani in Sicilia_, Vol. III, pag. 1 seg.

[98] Per maggiore chiarezza usiamo qui la parola Grandi, sebbene in
questo senso preciso venisse in uso generale a Firenze solo piú tardi,
specialmente ai tempi di Giano della Bella, nel 1293.

[99] PAWINSKI, pag. 31, nota 3.

[100] _Nec domum in predictis terminis relevari, neque ad triginta sex
brachia interdici permittemus._ PAWINSKI, pag. 34.

[101] BONAINI, _Statuti inediti della città di Pisa_, I, pag. 16.

[102] Si parla assai spesso di conti e di vicecomiti, che in Firenze,
finora almeno, non troviamo mai ricordati. Piú tardi ne vedremo entrare
qualcuno per le ragioni che diremo.

[103] Il Pawinski, secondo me, ha torto, quando fermandosi su questo
carattere del Comune pisano e di altri simili, trascurando l'elemento
popolare, commerciale, che anche a Pisa, come altrove, aveva parte
grandissima, vorrebbe far nascere il Comune italiano per opera dei soli
nobili.

[104] _Nisi fortitan communi Consilio Civitatis, vel maioris
partis Bonorum vel Sapientum... ad commune Colloquium Civitatis...
supradictorum hominum consensu et omnibus Pisae habitantibus._ BONAINI,
op. cit., Vol. I, 16.

[105] MURAT. _Antiq._ III, 1099. Una poesia attribuita a Guido da
Pisa, narrando la guerra fatta nel 1087 dai Pisani, insieme con Genova,
Amalfi, Roma, contro i Saraceni in Africa, dà i nomi di quattro Pisani,

    _Vocat ad se Petrum et Sismundum_
      _Principales Consules,_
    _Lambertum et Glandulfum_
      _Cives cari (clari?) nobiles._

Si tratta però d'una poesia, e per credere alla esistenza di questi
Consoli nel 1087, bisognerebbe portare almeno a quell'anno la prima
Concordia del vescovo Daiberto, il che non sarebbe impossibile, giacché
egli fu vescovo dal 1085 al 92, quando venne nominato arcivescovo. V.
PAWINSKI, pag. 31, nota 3. Leonardo Vernese nel suo _Carmen_, in cui
parla della impresa delle Baleari, (1113-15) dice:

    _Inde duo et denos de culmine nobilitatis_
    _Constituere viros, quibus est permissa potestas_
    _Consulis atque ducis._

Ma l'esistenza dei Consoli in questo tempo è già provata da altri
documenti. V. PAWINSKI, pag. 38-9.

[106] Il cronista dà nome di _anteriores_ alle principali famiglie,
forse perché vennero prima in Venezia; ce le rappresenta come un ceto
che aveva supremazia e governava, e nel catalogo che ce ne dà, ricorda
ancora i mestieri che esercitavano. — _Cerbani de Cerbia venerunt,
anteriores fuerunt de omni artificio ingeniosi._ — _Signati_ (variante:
_Cugnati_) _Tribuni Ianni appellati sunt, anteriores fuerunt, mirabilia
artificia facere sciebant caliditate ingenii_ — _Aberorlini...
anteriores fuerunt; non aliud operabantur nisi negocia, sed advari
et increduli._ E cosí di altre famiglie, che tradizionalmente
esercitavano l'industria, il commercio e le professioni liberali.
Quanto ai _ministeria_, troviamo molte espressioni che accennano alla
loro organizzazione embrionale. _Hetolus autem appellatus est, quia
ipse erat princeps de his qui ministerii erant retinendis._ — Erano
sellai, guardiani di animali, ecc. Molte altre di queste famiglie sono
nominate nell'elenco dato dalla Cronica, e tutto ha l'apparenza di una
continuazione di ciò che esisteva nel basso Impero.

[107] Il doc. è nella Vaticana (Urb. 440) e fu esaminato anche dal
Gfrôrer. Il fabbro-ferraio Giovanni Sagomino, _insimul cum cunctis meis
parentibus_, ricorre al Doge Pietro Barbolano (1026-31), e poi al Doge
Domenico Flabiabico (1032-43) contro il Castaldo dell'Arte, il quale
voleva costringerlo a lavorare il ferro per le carceri, nell'atrio del
Palazzo, e Sagornino sosteneva d'aver diritto, secondo le consuetudini,
di prestare questo gratuito servizio lavorando il ferro a casa sua. Un
regolare processo fu fatto, il ricorrente ebbe ragione, e poté lavorare
il ferro nella sua officina. Tutto questo prova l'esistenza di ben
determinate consuetudini tradizionali prima degli statuti dell'Arte
(sec. XIII), i quali, se fossero allora esistiti, sarebbero stati qui
ricordati.

Il documento citato, una volta dice, il Castaldo del Doge, un'altra,
il Castaldo dei fabbri, perché infatti esso dirigeva l'Arte ed
era nominato dal Doge, come si vede chiaro nel secolo XIII da una
promissione ducale di Iacopo Tiepolo (6 marzo 1229), e da un'altra
di Marco Morosini (13 giugno 1249). Cosí da un lato apparisce quanto
diverso da quello di Firenze fosse l'ordinamento delle Arti in
Venezia, e da un altro lato possiamo osservare quanto antico e quanto
persistente fosse nei Comuni italiani il carattere generale delle
istituzioni loro in genere, e delle Arti in ispecie. Le notizie date
in questa e nella nota precedente, le dobbiamo al prof. Monticolo,
dottissimo nella storia veneta, su cui sta facendo studi importanti,
i quali speriamo che presto vedranno la luce. Intanto ci è grato
rendergli qui pubbliche grazie. — Aggiungiamo ora che il prof.
Monticolo ha già cominciato le sopra indicate pubblicazioni tra _Le
Fonti della Storia d'Italia_, stampate dall'Istituto Storico Italiano.

[108] REPETTI, art. _Gangalandi_ e _Monte Orlando_.

[109] _Dum in Dei nomine. Domina inclita Comitissa Matilda, Ducatrix,
stante ea in obsedione Prati_, etc. _Anno_ 1107. V. FIORENTINI, op.
cit., lib. II, pag. 299. VILLANI, IV, 25 e 26; HARTWIG, II, 45 e 47;
REPETTI art. _Prato_; _Arch. Stor. It._ Storie V., vol. V., disp.
I, pag. 108 e seg. La narrazione del Villani è però piena di notizie
fantastiche su Prato. La distruzione di Monte Orlando non è menzionata
negli _Annales I_, che incominciano solo coll'anno 1110; ma è ricordata
nel Cod. nap. ed in Tolomeo da Lucca.

[110] Gli _Annales fiorentini II_, seguiti dal Villani, pongono
semplicemente la distruzione del castello nel 1113, né dicono altro,
perché la notizia che segue in essi è del 1135. Gli _Annales florentini
I_ tacciono al 1113, e pongono al 1114 la _secunda et ultima destruccio
murorum_. Nel 1119 ricordano altri due assalti dati al castello, _quem
marchio Rempoctus defendebat_: col secondo di essi i Fiorentini _Monte
Cascioli ignem_ (sic) _consumpserunt_. La successione di tre assalti a
noi par chiara, e ogni altra disputa superflua.

[111] Gli _Annales I_ e _II_ tacciono del fatto. Il Cod. nap. lo
pone, come il Villani, all'anno 1117, dicendo senz'altro che i Pisani
partirono per le Baleari, e «li Fiorentini guardaron la città di
Pisa». (In Hartwig, II, 272). Lo stesso dice Tolomeo da Lucca, che
però pone il fatto nel 1118, come fa pure il pseudo Brunetto Latini,
il quale accenna al dono delle due colonne di porfido, «per cagione
che li Fiorentini guardarono la loro terra, quando erano ad hoste»,
né aggiunge altro. Quanto all'errore di data, vogliam solo notare
che il Capmany, nelle sue _Memorias historicas sobra la marina.... de
Barcelona_. Vol. I, pag. 10, dopo aver narrato la impresa del 1113-15,
dice che Raimondo Berengario III venne nel 1118 a Pisa ed a Genova,
per promuovere un'altra spedizione. La ricordanza di ciò poté forse
contribuire all'errore di data, che, una volta commesso, venne poi
ripetuto da molti.

[112] Il dott. Hartwig cita la notizia che ebbe dal dott. Wüstenfeld
d'un diploma del 1114, da cui apparirebbe che anche i Fiorentini
avessero preso parte alla spedizione, nel qual caso, egli osserva, le
colonne sarebbero non un dono dei Pisani, ma parte della preda fatta in
comune. Feci cercare il diploma nell'Archivio di Pisa, e lo ebbi dalla
cortesia del prof. Lupi. Esso trovasi inserito in un altro, che ha la
data: _VI idus Augusti 1233_, col quale il re Iacopo d'Aragona conferma
ai Pisani i privilegi, che, col precedente diploma, _Berengarius
Barchinione gloriosissimus Comes Pisanis fecit_. Questo piú antico
diploma è riprodotto nel documento, ed ha la data: _M. C. quarto
decimo... septimo idus septembris, indictione sexta_. Sebbene tra le
parole _decimo_ e _septimo_ ve ne siano altre non poche, un tal modo
di scrivere la data potrebbe aver dato un'altra occasione all'errore di
quei cronisti che posero il fatto nel 1117.

Comunque sia però di queste ipotesi molto discutibili, è certo invece
che i privilegi sono concessi _populo pisano_, e ne vengono investiti
tre dei loro Consoli, che ricevono _vice aliorum Consulum tociusque
pisani populi_, e questa concessione fu fatta, _coram marchionibus,
comitibus, principibus romanis, lucensibus, florentinis, senensibus,
volterranis, pistoriensibus, longobardis, sardis et corsis, aliisque
innumerabilibus gentibus, que in predicto exercitu aderant_. Non fu
dunque un'alleanza di città, ma fu il popolo pisano, cui si erano
uniti molti nobili di altre parti d'Italia. Il cancelliere dei Consoli
pisani redasse il diploma, presenti l'arcivescovo di Pisa, _qui Dompni
apostolici in predicto exercitu vicem gerebat_, due vice-comiti e nove
Consoli: di questi ultimi si dànno anche i nomi. Il diploma non fu mai
pubblicato in Italia, e però l'Amari a cui ne mandai copia, e che molto
se ne occupava pochi giorni prima di morire, voleva darlo alle stampe,
sebbene avesse riscontrato che era stato pubblicato nella Spagna dal
Moragues y Bover nelle note alla ediz. della _Historia de Mallorca_ di
Don Vincente Mut, stampata in Palma, 1841. Pochi giorni dopo avermi
data questa notizia, venutagli di Spagna, il senatore Amari moriva
improvvisamente a Firenze (luglio 1889).

[113] Nei _Documenti che illustrano la memoria di una monaca del secolo
XIII_ (_Arch. stor. it._ Serie III, vol. 23), che sono dei primissimi
del secolo XIII, e contengono deposizioni di testimoni, i quali
alludono quasi sempre a fatti del secolo XII, si parla continuamente
del monastero di Rosane e di chi _defendit ipsum monasterium a
Teutonicis_ (V. pag. 206, 391-2, ed altrove).

[114] Gli _Annales I_ parlano di due incendi (1115 e 1117), che arsero
tutta la terra; il Cod. nap. parla solo del secondo. Thomas Tuscus,
che scriveva circa il 1279, in Firenze, parla d'ambedue gl'incendi
ne' suoi _Gesta Imperatorum et Pontificum_, attribuendo a ciò la
distruzione di molte croniche, che supponeva dovessero essere esistite,
e che probabilmente non esistettero mai. Il Villani lo seguí in questa
ipotesi, non sapendosi neppur egli persuadere, che il Comune non avesse
storici piú antichi.

[115] _Petrus f. Mingardole_, il quale, _ad defendendum se de
crucifixo_, passò illeso attraverso il fuoco. Alcuni storici, non
volendo credere alla esistenza allora dell'eresia in Firenze, hanno
disputato sulle parole _de crucifixo_, proponendo che si leggesse
invece: _cum crucifixo_, o _de crimine infixo_. Ma il fac-simile del
codice, pubblicato dal prof. Paoli, non lascia dubbio.

[116] Infatti Simone della Tosa, posteriore al Villani, che forse copia
in questo luogo, parlando del secondo incendio, nel 1117, aggiunge che
vi fu allora in Firenze «la resia de' Paterini». Papa Innocenzo III
(1198-1216), discorrendo degli eretici scriveva: _impii Manichaei,
qui se Catharos vel Patarenos appellant_ (Ep. lib. X, ep. 54, ed.
Migne, vol. II, pag. 1147). E negli _Annales Camaldulenses_ (III, App.
pag. 396) si trova un giudicato di Sutri, 1141, nel quale si legge:
_Igitur universi qui vulgo Paterenses vocantur, eo quia, sub iugo
peccati, retinebant omnia que de predicta ecclesia sancte Fortunate
accipiebant_. È chiaro dunque che qui si dava nome di Paterini (che
pur furono seguaci d'una setta speciale e ben distinta dalle altre)
anche a coloro che occupavano i beni della Chiesa, o in qualche modo la
combattevano. HARTWIG, II, p. 17 e 21.

[117] Vedi la Cronica, _ad annum_. Come abbiamo già detto, tutto quello
che si riferisce a questi tempi, trovasi solo nel codice gaddiano, che
fu scoperto pochi anni sono nella Laurenziana. La parte che comincia
dal 1181, trovasi anche nell'autografo, da piú tempo conosciuto; ma
questo è assai difficile a leggersi, e però anch'esso fu poco studiato.

[118] «Advegna Dio che Ghibellini fussero pubblicati Paterini». Cosí
dice il pseudo Brunetto Latini all'anno 1215.

[119] Il Codice degli _Annales I_, dice: _Rempoctus_, non
_Remperoctus_, come fu da altri stampato.

[120] FICKER, II, pag. 223-4, par. 310; MURAT., _Antiq_. III, 1125.

[121] MURAT., _Antiq_. I, 315.

[122] Gli _Annales I_ dicono: _deo auctore, Florentini Monte Cascioli
igne consumpserunt_. Il codice veramente par che dica: _de auctore_,
il che non avrebbe senso. Il Lami propose che si leggesse: _de
auctoritate_, che neppure avrebbe senso. L'interpretazione da noi
adottata, fu data dal prof. Paoli, e ci pare assai preferibile. I
Fiorentini, combattendo contro l'Impero e parteggiando per la Chiesa,
si credevano protetti da Dio, di cui dichiaravano nemici i propri
avversari, ai quali perciò davano nome di eretici e Paterini.

[123] «Teneanla certi gentiluomini Cattani, stati della città di
Fiesole, e dentro vi si riducevano masnadieri e sbanditi e mala gente,
che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze».
(IV, 32).

[124] Gli _Annales I_ la fanno durare meno di tre mesi, che nel
Sanzanome diventano tre anni. Si può supporre che egli riunisse in uno
tutti gli assalti o scaramucce, che assai probabilmente precedettero la
guerra vera e propria.

[125] SOLDANI, _Historia Monasterii S. Michaelis de Passiniano_ pag.
109, citata in LAMI, _Lezioni_, I, 288.

[126] Nei doc. piú sopra citati, del PASSERINI (pag. 211), si legge:
_Domina Sofia dixit et dicit quod est LXXX annorum et plus, et
recordatur de destructione Fesularum_. E cosí altri testimoni.

[127] In una sentenza del 30 Dic. 1172 troviamo nominati sette Consoli,
il Giudice ordinario e tre Provveditori. I Consoli mettono in possesso
il Giudice, _huic missioni in possessum auctoritatem prestans_. Questo
documento si trova con molti simili nell'Arch. fiorentino, Curia di S.
Michele. Il prof. Santini ne ha stampati parecchi nella parte II del
suo volume, che sarà, speriamo, presto pubblicato. E qui avvertiamo il
lettore che citiamo il suo lavoro cosí pei documenti finora inediti,
come per quelli già editi da altri, perché furono tutti da lui
riscontrati nuovamente sugli originali. Egli noterà forse quelli che ha
scoperti e quelli che ha semplicemente riprodotti. Vedi Santini, parte
II, doc. I. Nell'Ott. 1181 tre Consoli siedono _super facto iustitie,
nominatim in mense octobris_. Il giudice _Restauransdampnum_ conferma
la sentenza (ivi, doc. II). E cosí in altri documenti, sebbene qualche
volta si trovino anche due Consoli per un mese. Il 27 Genn. 1197, i
Consoli di giustizia sono due, per gennaio e febbraio (S. parte II,
doc. IX), e cosí si continua per un pezzo, due giudici per due mesi. Il
28 febb. 1198 i due Consoli sono anche giudici di professione; ma ciò
non toglie la necessità di un giudice ordinario. Spinello Spada (ivi,
doc. X), il che conferma sempre piú che i Consoli di giustizia non
facevano la parte vera e propria di giudici. Dal 1201 in poi troviamo
un Console di giustizia, _per totum annum_ (ivi, doc. XIII e XV).

[128] Il 18 aprile 1201 (v'era allora un Potestà), troviamo solo
_Gerardus ordinarium iudex cognitor controversie... hanc sententiam
tuli ideoque subscripsi_, e manca affatto il Console di giustizia,
che subito dopo ricomparisce (S. parte II, doc. XI). Sembra che a
Pisa fossero di regola nominati giudici speciali, _electi_ o _dati a
Consulibus et universo populo_, che giudicavano da sé, essendo qualche
volta presenti i Consoli; altrove erano _Consules de Placitis_ o
_Assessores Consulum_ (come a Parma), che giudicavano senza i Consoli
del Comune. Ficker III, paragr. 584 e 585.

[129] Firenze fu prima divisa in Quartieri. L'Oltrarno allora non
faceva parte dell'antica Città, essendovi poche «vili e minute genti».
Villani, IV, 14. Piú tardi, ma fin dai primi tempi del Comune, essa
fu divisa in Sestieri, uno dei quali era quello d'Oltrarno. Nel 1343
(Villani XII, 18) si tornò nuovamente alla divisione per quartieri.

[130] È del gennaio 1165, e trovasi nell'Arch. fiorentino (S.,
appendice II, doc. I, pag. 517). È la donazione di una parte di casa,
fatta ai membri della Società della torre di Capo di Ponte: _tam qui
modo sunt, aut in antea fuerunt ex Societate vestre turris de Capite
Pontis_.

[131] In due frammenti di pergamena del 1179 e del 1180, oltre un
documento, che è in parte del 16 maggio 1209, in parte piú antico,
nell'Arch. fiorentino. Anche lo Statuto del Podestà (del 1324) parla
delle Società delle Torri. Di tutto ciò discorse minutamente e con
molta diligenza il prof. Santini, in un suo dotto lavoro sulle _Società
delle Torri in Firenze_, pubblicato, prima nell'_Arch. Stor. It._ Serie
IV, T. XX, anno 1887, e poi a parte. Nell'appendice II, al vol. piú
volte citato, lo stesso autore ha raccolto parecchi documenti su queste
Società. Essi sono del 1165, 1179, 1180, 1181, 1183, 1201, 1209, ecc.

[132] Nel sopra citato lavoro, stampato a parte, pag. 55 e seg., il
S. cita molte di queste famiglie, avvalorando le sue asserzioni con la
scorta dei documenti.

[133] In ciò dissento dal prof. Santini. Le associazioni che egli ha
potuto trovare in campagna sono poche, d'indole diversa e non molto
antiche. Mancava nel contado la base principale, la torre cioè con le
case aderenti ed appartenenti a diverse famiglie.

[134] Anche il Villani (V. 32) dice che Firenze era sotto «la signoria
di Consoli cittadini, dei maggiori e migliori della Città, col
Consiglio del Senato, cioè di Cento Buoni uomini, e quelli Consoli a
modo di Roma tutti guidavano e governavano la Città, e durava il loro
ufficio un anno». Ne fissa arbitrariamente il numero a 4 o 6, secondo
che la Città era divisa in Quartieri o Sestieri, ed aggiunge, che,
parlandone, si citava solo quello di maggiore autorità. L'elezione pare
che si facesse nel gennaio. Nel 1202 quelli della prima e della seconda
metà dell'anno (1 marzo e ottobre) sono gli stessi, e cosí nel 1204 (15
aprile e ottobre). Tutto ciò proverebbe ancora che non si cominciava
il 25 marzo, secondo lo stile fiorentino (V. Doc. del Santini). A Siena
si faceva del pari l'elezione nel gennaio, e lo stesso può indursi per
Firenze anche dai cronisti.

[135] Il primo doc. che ricordi i nomi dei Consoli è del 19 marzo 1138
(citato nell'Hartwig, II, 185, dalle _Memorie di Lucca_, vol. IV, pag.
173, doc. 122) in cui _Broccardus et Selvorus_ promettono _pro se et
pro sociis suis_. Il secondo è del 4 giugno dello stesso anno (S. parte
I, doc. II), ed in esso il conte Ugicio (o Egicio) riceve _launechild
et meritum a Burello et Florenzito Consulibus, vice totius populi_. I
due nomi sono in questi due documenti dello stesso anno diversi, forse
perché si davano solo i nomi dei _Consules priores_, che come dicemmo,
mutavano a turno. Anche a Siena pare che i _Consules priores_ mutassero
di continuo. (V. Caleffo Vecchio per giugno, agosto, ottobre 1202;
Caleffo dell'Assunta, 1202) e quando v'erano invece i Governatori,
tenevano il Priorato una settimana per uno.

In due documenti fiorentini, che si trovano fra i Capitoli, ed hanno la
data del 7 aprile 1174 e del 4 aprile 1176 (S. parte I, doc. VI e IX),
i Consoli sono nominati tutti, e sono 10: forse non vi furono inclusi
quelli di giustizia. Ma invece, nel giuramento dato dagli uomini di
Mangona a Firenze (28 ottobre 1184, in S. parte I, doc. XV) si legge:
_annualiter dabimus unam albergariam xij Consulibus Florentie_. Anche
nel 1204 ne troviamo 12; ma nei documenti della Lega (1197-8) se ne
trovano piú di 12, e cosí piú di 12 se ne trovano nel 1203. Demmo
già la probabile spiegazione di questo fatto. I _Consules priores_,
che esistevano anche in altri Comuni, si trovano in Firenze di rado
menzionati coll'appellativo di _Priores_, massime nei primi tempi. Un
documento, che è però del 24 ottobre e 7 novembre 1204 (S. parte I,
doc. LIII), dice: _Potestas Florentie vel Consules eiusdem civitatis,
omnes vel maior pars vel Priores aut Prior eorum_. Cosí un altro del 15
ottobre 1200.

[136] Santini, parte I, doc. XII.

[137] S. parte I, doc. XU.

[138] V'erano infatti i Consoli del Comune, delle Arti, dell'Arno,
delle porte della Città, delle Società delle Torri, i quali ultimi
si chiamavano piú specialmente Rettori. Ed anche Rettori era una
parola generica, che indicava tutti quelli che governavano, essendovi
i Rettori delle Torri, della Città e delle Arti. _Potestas_ era poi
la suprema potestà in generale, e solo piú tardi fu una speciale
magistratura.

[139] Gli esempi sono cosí numerosi che non occorre far citazioni,
perché era la formola in uso, e non solamente a Firenze. Nei patti, già
citati, tra Lucca e Firenze (24 luglio 1184) si prevede che a Lucca
manchino i Consoli la _lucana Potestas_, e si aggiunge: _aut Bonos
viros lucensis civitatis, si Consules vel Rector aut Potestas tunc ibi
non fuerit_.

[140] _Forte Belicocci Senator eiusdem_ (Florentiae) _Civitatis_ (in un
doc. del 15 aprile 1204. S. parte I, doc. LI). In un altro documento
del 13 e 14 novembre 1197, che è negli atti della Lega toscana,
troviamo fra i _Consiliarii_ presenti, _Bilicozus_. Nel _Breve Consulum
Pisane Civitatis_ del 1162, pubblicato dal Bonaini, i Consiglieri sono
chiamati _Senatores_.

[141] Questo documento (S. parte I, doc. XXII) è quello del 13 e 14
novembre 1197, e fa parte anch'esso di quelli della Lega toscana. Ma è
da notare che, come in quella occasione solenne si trovano piú di 12
Consoli, cosí anche poté, per le stesse ragioni, essere aumentato il
numero dei Consiglieri, o pure (essendosi verso la fine dell'anno) si
radunarono cogli uscenti, alcuni dei nuovi eletti.

[142] Si diceva Arengo, Arrengo, Aringo, Arringo, da arringare, come
Parlamento da parlare.

[143] Nei Comuni italiani gli _habitatores_ ed anche gli _assidui
habitatores_ sono ben chiaramente distinti dai _cives_ e dagli
stranieri. I documenti fiorentini parlano spesso dei _cives
salvatichi_, i quali indicavano, io credo, la quasi-cittadinanza di
coloro che dimoravano in campagna, con l'obbligo di abitare parte
dell'anno in Città. Questi piú tardi aumentarono assai, e col tempo
divenivano poi veri e propri cittadini, secondo norme che non ci sono
tutte ben note.

[144] Ne trovammo molti esempi nelle _Provvisioni_ di tempi posteriori.

[145] _Nuova Antologia_ di Roma, 1º luglio 1890.

[146] Il FICKER, II, parag. 310, pag. 223, dà i nomi di molti di essi,
e raccoglie le scarse notizie che se ne hanno. A Rabodo, morto nel
1119, successe un Corrado (1120-27), poi un Rampret (1131), poi un
Engelbert (1134), poi Errico di Baviera (1137), e subito dopo, Ulrico
d'Attems, poi il duca Guelfo (1160-2), zio di Federico I, che lo mandò.

[147] _Annales I._

[148] _Annales I_; SANZANOME, ediz. fiorentina, pag. 128; VILLANI IV,
36.

[149] _Annales I: 16 kal. Iulii. Ingelbertus Florentiam est ingressus._

[150] _Annales I_; OTTONE di Frisinga, in Pertz, XX, 264, e gli Annali
Senesi.

[151] SANZANOME, ediz. fiorentina, pag. 129.

[152] Questo è narrato da uno dei testimoni, nei documenti piú volte
citati, del PASSERINI, pag. 389. Gli _Annales I_, con errore manifesto,
pongono ora appunto, cioè nel 1147, la presa di Monte Orlando, che
seguí invece nel 1107. La cancellatura che il codice ha nella data, e
il luogo dove il fatto è in esso narrato, prima cioè della entrata di
Errico IV in Firenze, nel 1111, confermano che v'è errore.

[153] Nei citati doc. PASSERINI si parla piú volte della ricostruzione
avvenuta delle mura, a pag. 394, ed anche a pag. 217. Qui si ricorda
nello stesso tempo la distruzione seguita poi di Monte di Croce: _et
dixit quod sunt LX annos quod fuit destructus Mons Crucis_. Il VILLANI
(IV, 37) ed il pseudo BRUNETTO LATINI la pongono nel 1154; gli _Annales
II_, il Cod. Napoletano e PAOLINO PIERI, nel 1153. SANZANOME, come fa
spesso, neppur qui (pag. 130) pone una data precisa. Dice solo che il
primo assalto fu dato nel 1146.

[154] SANTINI, I, doc. III, del 4 aprile 1156.

[155] _Constituit etiam teutonicos principes ac dominatores super
Lombardos et Tuscos, ut de caetero eius voluntati nullus Ytalicus
resistendi locum habere ullatenus posset. Vita Alexandri,_ all'anno
1164. Nella _Cronica Urspergense_, all'anno 1186, si legge: _Coepit
Imperator in partibus Tusciae et terrae romanae castra ad se
spectantia, suae potestati vendicare, et quaedam nova construere, in
quorum praesidiis Teutonicos praecipue collocavit_. V. FICKER, II,
parag. 311, pag. 227.

[156] _Nullus enim marchio et nullus nuntius Imperii fuit, qui tam
honorifice civitates Italiae tributaret, et romano subiceret Imperio._
Annali Pisani, in PERTZ, _Mon. Ger._ XX, 249. FICKER, I, parag. 137,
pag. 259.

[157] FICKER, I, parag. 122-4.

[158] V. doc. PASSERINI, a pagg. 208 e 394-400.

[159] Queste deposizioni piú volte pubblicate solo in parte, si
trovano ora nella loro integrità in SANTINI, I, doc. XLV. Hanno la
data del maggio 1203, ma ai riferiscono, come è naturale, a tempi assai
anteriori. Vedi Santini, pag. 115, 117-19.

[160] V. il trattato in SANTINI, I, doc. IV.

[161] A San Miniato era per l'Impero il conte Macharius. Il FICKER (II,
parag. 311, pag. 227 e segg.) dà una lista di altri conti tedeschi in
quel castello.

[162] _Castrum autem intelligimus recuperatum etiam sine superiori
incastellatura_.

[163] In questo momento molti anche di coloro che solevano essere amici
dell'Impero, lo combattevano. Pisa ne è una prova.

[164] Non fu messo però tra i _Capitoli_, che contenevano i veri
documenti ufficiali, ma trovasi fra carte che possono quasi dirsi
private. Primo a scoprirlo fu l'HARTWIG, II, 61; lo ha poi ristampato
integralmente il SANTINI, parte III, doc. I.

[165] TOMMASI, Storia di Lucca, in _Arch. Stor. It._, vol. X, _ad
annum_; RONCIONI, _Istorie Pisane_, in _Arch. Stor. It._, vol. VI, _ad
annum_; MARANGONI, I, 285, OTTOBONI, _Annales_, I, 95; HARTWIG, II,
58-63.

[166] Vedi SANTINI, I, doc. V, VI, VII, VIII. Il primo è del 23 febb.
1173, gli altri del 7 aprile 1174.

[167] _Annales II_, all'anno 1170; VILLANI, V, 5.

[168] _Annales II_; SANZANOME; VILLANI, V, 6; Cod. Nap., il quale pone
però il fatto nel 1175; REPETTI, art. _Asciano_; HARTWIG, II, 64-5.

[169] Il trattato (che nomina espressamente, non solo l'Imperatore, ma
anche Cristiano di Magonza ed il conte Macario, che era allora a San
Miniato) trovasi nell'Archivio di Siena, Caleffo vecchio, a c. 9, e
Caleffo dell'Assunta, a c. 53. L'HARTWIG ne pubblicò un largo sunto,
che ebbe dal Wüstenfeld. Dalla cortesia del cavaliere Lisini, direttore
dell'Archivio senese, noi avemmo copia del trattato e degli altri
documenti relativi a questa pace. Quelli che sono in Firenze possono
leggersi nel SANTINI, I, doc. IX, X, XI (4 e 8 apr., 11 dic. 1176).

[170] _Et quod Comunis senensis acquisierit extra eorum episcopatus et
comitatus, dabo medietatem Florentinis_. Nel trattato piú sopra citato,
che trovasi a Siena.

[171] L'anno 1174 troviamo però nel Consolato un Guido Uberti. SANTINI,
I, doc. VI.

[172] VILLANI, V, 8. Gli _Annales II_, al 1177, dicono: _Orta est
guerra inter Consules et filios Uberti; eodem anno combusta est civitas
florentin_a. Il Cod. Nap. pone il primo incendio al 4 agosto, come il
_Villani_, e subito dopo fa cominciare la guerra civile, che «bastò due
anni». _Paolino Pieri_ pone al 4 agosto 1174 il primo incendio, al '78
la caduta del ponte ed il secondo incendio. TOLOMEO DA LUCCA dice solo
che nel '77 scoppiò una rivoluzione, che durò due anni.

[173] Pseudo BRUNETTO LATINI, _ad annum_.

[174] Diamo qui un brano del pseudo BRUNETTO LATINI, quale si legge
nel codice gaddiano, con tutti gli errori che vi sono. Narrata la
rivoluzione, esso prosegue: «Poi nel 1180 anni gli Uberti ebbero la
vittoria, e fu Consolo e Rettore della città di Firenze messer Uberto
degli Uberti e messer Lamberto Lamberti e loro compagni, ed in costoro
si cominciò il primo consolato della Città, e questi fu per forza,
advegnadio che poi cominciarono a governare la Cittade per modo di
ragione e di giustizia, conservando ciascuno il suo stato, tanto che da
Consoli cittadini feciono electione di chiamare Podestà gentili huomini
possenti forestieri, siccome legiendo innanzi scritto troverrete». È
strano che il cronista ponga cosí tardi l'origine dei Consoli. È vero
che solo qui egli comincia il suo elenco di questi magistrati, e quindi
parrebbe che veramente non li credesse piú antichi. Ma poco prima,
all'anno 1177, esso aveva detto, che gli Uberti cominciarono a far
guerra ai Consoli; è quindi chiaro che anche per lui dovevano esistere
innanzi al 1180. Simili errori ed incongruenze, del resto, si trovano
assai spesso anche nel VILLANI ed in altri cronisti dello stesso tempo.

[175] SANTINI, I, doc. XII. Questo è il documento in cui si dice che
il tributo di 50 libbre di buona moneta, sarà pagato ai Consoli della
Città, o, mancando essi, ai Consoli dei mercanti, che riceveranno pel
Comune.

[176] Era stata loro concessa con diploma imperiale, dato a Pavia _IV
Idus Angusti, 1164_, che fu piú volte pubblicato, e si trova anche
nella _Storia della guerra di Semifonte_, scritta da Mess. Pace da
Certaldo (pag. 5), la quale è, come tutti sanno, una contraffazione dei
primi del secolo XVII.

[177] SANTINI, I, doc. XIII. Questo è il documento con la data erronea
del 1101, che fu corretto dal Marchese Capponi in 1181 (stile moderno,
1182).

[178] VILLANI, PAOLINO PIERI, il Cod. Napoletano ed il pseudo BRUNETTO
LATINI. Gli _Annales II_ pongono, per errore, il fatto nel 1172.

[179] SANTINI, I, doc. XIV. I patti non potevano esser mutati senza un
accordo dei Consoli delle due città, insieme coi Consiglieri, 25 almeno
per ciascuna parte, tra i quali dovevano essere i Consoli dei militi
e dei mercanti. Notiamo che qui, nominando i Consoli, già si accenna
alla possibile elezione di un Podestà, sebbene non fosse ancora stato
mai eletto in Firenze. Su di ciò avremo occasione di tornare. Intanto
ecco che cosa dice il documento: _Inquisitis florentinis Consulibus,
vel florentina Potestate, sive Rectori vel Dominatore a comuni populo
electo_. Per Lucca si accenna anche ai _Bonos viros lucensis civitatis,
si Consules vel Rector aut Potestas ibi non fuerint_.

[180] Gli _Annales II_, il pseudo BRUNETTO LATINI ed il Cod. Nap.
pongono il fatto nel 1185; il VILLANI (V. II) lo pone invece nel 1184,
e dice che la terra era occupata da gentili uomini, cattani, avversi
a Firenze. Noi seguiamo il VILLANI, altrimenti riuscirebbe impossibile
spiegare la prigionia del conte Alberto nel 1184, come è attestata dai
documenti.

[181] SANTINI, I, doc. XVI e XVII; il primo con la data di Novembre
1184, il secondo, di 29 Novembre 1184.

[182] HARTWIG, II, 79.

[183] VILLANI, V., 12.

[184] Gli _Annales II_ e Paolino Pieri eccettuano solo Pisa; il
Villani, il Cod. Napoletano ed il pseudo Brunetto Latini eccettuano
Pisa a Pistoia.

[185] I Cronisti, con evidente inesattezza, dicono solo: a dieci miglia
intorno.

[186] Il diploma può leggersi nel FICKER, IV, doc. 170, pag. 213.
Errico (allora re dei Romani, Errico VI, chiamato poi anche Errico V
come imperatore), fatta la concessione, aggiunge: _excepto ac salvo
iure nobilium et militum, a quibus etiam volumus ut Fiorentini nihil
exigant_.

Il diploma parla solo in genere di servigi resi dai Fiorentini ad
Errico ed a suo padre Federico I. Il Villani attribuisce la concessione
al valore che essi dimostrarono nella crociata; ma questa seguí nel
1189 e la concessione fu fatta nel 1187, sebbene egli la ponga per
errore nel 1188, il che non basta ad evitare l'anacronismo. Oltre di
ciò afferma, che la concessione fu fatta per intromissione di papa
Gregorio VIII, il quale fu eletto e morí nell'anno 1187.

[187] A Perugia fu nel 1186 concesso il contado: _exceptis domibus et
possessionibus, quas habent marchiones et monasterium s. Salvatoris_, e
parecchi nobili del pari menzionati, _in quibus nihil iuris Perusinis
relinquitur_. FICKER, I, paragr. 128, pag. 242. Siena, che aveva
perduto il contado nel giugno 1186, lo riebbe nell'ottobre, colle
stesse condizioni, e cosí Lucca nel medesimo anno. FICKER, I, parag.
125, pag. 239 e parag. 128, pag. 242.

[188] Di questi Podestà imperiali il Ficker dà spesso i nomi, che cava
dalle deposizioni dei testimoni. Vedi FICKER, III, pag. 440. L'HARTWIG
(II, 192) cita un _Henricus comes florentinus_, che è ricordato dallo
Stumpf, e pare anch'esso un Podestà del contado, nel settembre 1186.
Non deve dopo tutto ciò far meraviglia, se nei documenti della seconda
metà del secolo, è assai spesso ricordata l'autorità dell'Impero.
Citiamo qualche esempio cavato dalle pergamene dell'Archivio
Fiorentino. — 14 Ottobre 1175 (Passignano). _Sub obligo Consulum
Florentinorum vel Nuntio Regis_. — 9 Ottobre 1185 (Passignano). _Sub
duplici pena Imperatoris et eius Missi aut quicumque habuerint dominium
pro tempore_. (Si tratta del contado, ed apparisce anche qui l'incerto
dominio di cui abbiamo parlato).

[189] _Liberalitate benefica ipsos respicere volentes, concedimus_
etc.... _huius munifice nostre concessionis_.

[190] Pel 1184, oltre i Cronisti, vedi SANTINI, I, doc. XIV, XV, XVII,
ed HARTWIG, II, 191. Per gli anni 1185, 1186 e 1187, oltre il pseudo
Brunetto Latini, che ci dà i nomi, troviamo spesso nei documenti
accenni, come quelli che seguono.

30 Aprile 1185. (Passignano). _Sub obligo Consulum Florentie resarcire
promitto_. — 13 Dicembre 1185. (Santa Felicita). _Sub obligo Consulum
Florentie_. — 26 Aprile 1186. (Passignano). _Penam ad Consules
Florentie_. — 21 Settembre 1187. (Arch. Capitolare 629). _Consulum vel
Rectorum pro tempore Florentie existentium_ (_Actum Florentie_). Le
pergamene dell'Arch. capitolare furono esaminate dal signor Santini,
cui ne dobbiamo la notizia; quelle dell'Archivio fiorentino le abbiamo
esaminate noi, ma d'una parte di esse avemmo la prima notizia dal
Santini.

Nel 1189 i Consoli v'erano di certo. Non solo il pseudo Brunetto Latini
ci dà i nomi di tre di essi; ma i documenti ci dànno i nomi di coloro
che erano Consoli di giustizia. SANTINI, II, doc. V e VI.

[191] Il FICKER (II, parag. 313, pag. 234) cita le parole di Pillius,
un giurista del tempo: _ut quando faciunt castellanos vel comites in
Tuscia_; e piú oltre: _sicut fit hodie illis, qui praeficiuntur in
singulis provinciis, vel in parte alicuius provinciae, ut in comitatu
senensi, florentino vel aretino_.

[192] Sono ambedue nominati nei documenti Passerini già piú volte
citati.

[193] Secondo le indagini dell'HARTWIG, tra il 1150 e 1180.

[194] Uno dei testimoni, nei documenti Passerini (pag. 206), dice che
il conte Guido _defendit ipsum monasterium_ (de Rosano) _a Teutonicis
et a Renuccio de Stagia, quando erat Potestas Florentinorum, et a
Consulibus florentinis_.

[195] 14 Ottobre 1175 (Passignano) _Sub potestate consulum
Florentinorum vel Nuntio Regis_. — 5 Luglio 1191 (Arch. capitolare,
347) _Sub pena Consulum Florentie vel Potestatis_. — 15 Aprile 1192
(Arch. Capitolare, 449) _Sub obligo Potestatis vel Rectorum pro tempore
Florentie existentibus_. — 7 Novembre 1192 (Passignano, nella Chiesa
di San Biagio) _Sub obligo Potestatis in hac terra existentis._ (Qui
si allude forse a qualche Podestà di contado). — 9 Maggio 1193 (Doc.
Passerini, nell'Arch. fiorentino) _Sub obligo Potestatis vel Consulum
Florentinorum.... Actum Florentie_. Da queste e da altre pergamene, che
ho esaminato nell'Arch. fiorentino, il mutamento non risulta avvenuto
in modo regolare e costante. Le formole antiche di tanto in tanto
riappariscono.

[196] _Inquisitis florentinis Consulibus, vel fiorentina Potestate,
sive Rectore vel Dominatore... florentini Consules vel florentina
Potestate sive Rector vel Dominator_, SANTINI, I, doc. XIV.

[197] SANTINI, I doc. XX.

[198] SANTINI, II, doc. VIII. Il suo nome è _Corsus_, che una volta è
detto Consigliere _super facto iustitie_, un'altra _consul iustitie_.

[199] Negli anni 1193 e 1195 egli ricorda ancora i Consoli, di cui dà
anche i nomi, forse ritenendo per tali i _Consiliarii_ dei due Podestà
che allora vi furon di certo. È bene qui osservare, che tutto ciò
sarebbe stato impossibile coi Podestà imperiali, se mai essi fossero
stati in Firenze. Non sarebbero in nessun caso potuti apparire come
capi dei Consoli.

[200] Archivio fiorentino, Bullettone c. 131. — 10 Luglio 1196.
_Dominus Petrus episcopus habuit tenutam a Consulibus curie Comunis
Florentie_. V. anche il pseudo Brunetto, _ad annum_. Per gli anni
1197-99 vedi i documenti della Lega toscana, che citiamo piú oltre, ed
HARTWIG, II, 194.

[201] Paolino Pieri, all'anno 1197, dice: «fu disfatto San Miniato
al Tedesco, cioè la rocca»; all'anno 1198 dice, che fu disfatto San
Genosio «per li terrazzani», i quali allora tornarono al poggio, e
riedificarono San Miniato. Il VILLANI (V. 21) dice che fu distrutto
San Miniato, e che gli abitanti discesero al piano, in San Genesio. V.
anche gli _Annales II_, ed il Cod. Nap., _ad annum_. L'HARTWIG (II, 93)
ha minutamente esaminato la questione, correggendo le inesattezze ed
esagerazioni.

[202] _Annales II_, Cod. Nap. _ad annum_, VILLANI (V. 22). Dalle
deposizioni dei testimoni, pubblicate dal Passerini, si vede che
Montegrossoli dava noia ai vicini, ed anche il Villani dice che era
posseduto da cattani, i quali movevano guerra continua ai Fiorentini.

[203] Vedi gli _Atti della Lega_ (11 nov. e 4 dic. 1197; 5 e 7 febb.
1198) in SANTINI, I, doc. XXI, e nel FICKER, IV, pag. 242, doc. 196.
Il FICKER s'è giovato dei doc. che si trovano a Firenze, e di quelli
che si trovano a Siena, i quali sono in alcune parti piú compiuti e
corretti.

[204] _Sed Podiumbonizi possit recipi per capud._

[205] Vedi gli _Atti della Lega_ nel FICKER, IV, pag. 246.

[206] _Atti della Lega_. I Fiorentini la giurarono il 13 e 14 Novembre
1197. Il documento (Santini, I, XXII) dà i nomi di 16 Consoli e 133
Consiglieri che giurarono. In quello che precede e si riferisce anche
al 5 e 7 febbr. 1198, si leggono i nomi di 10 Consoli, ma tre di essi
sono in questi due giorni diversi, il che li porta, nel febbraio '98, a
piú di 12. Oltre di ciò alcuni di essi si trovano in ufficio anche nel
novembre 1197, e questo ci conferma nell'ipotesi già fatta, che cioè,
nell'occasione solenne della Lega, i Consoli uscenti o parte di essi
restassero ancora in ufficio, unendosi ai nuovi eletti. Né è un caso
isolato. Il 2 Aprile 1212, il comune di Prato, facendo un trattato con
Firenze, mandava a stipularlo tre _Consules veteri_ e tre _Consules
novi eiusdem terre_. SANTINI, I. doc. LX.

[207] INNOCENTII III Epistolae, I. 15, 27, 34, 35; FICKER, II, parag.
363, p. 384.

[208] Invece di _Ducatus Tusciae_, cominciò a dire _magna pars Tusciae,
quae in nostris privilegiis continetur_. Ai Pisani scriveva: _Post
correctionem adhibitam, nihil invenimus quod in ecclesiastici iuris vel
cuiusquam maioris vel minoris personae praeiudicium redundaret_. E nel
febb. 1199 li incitava ad entrare nella Lega. INNOCENTII III Ep. lib.
I, 401 e 555; _Gesta Innocentii_, c. 11; FICKER, II, parag. 363, pag.
385-6.

[209] SANTINI, I, doc, XXIII, XXIV, XXV. Il primo è del 10, il secondo
del 15 aprile 1198, il terzo, che ha i nomi dei Figlinesi, i quali
giurarono la Lega, è del 15. Nel secondo troviamo accennati i Consoli
priori: _Comandamenta Consulum florentine civitatis omnium vel maioris
partis aut priorum ex eis_. Nel terzo (pag. 43 e 44) troviamo che
il giuramento fu dato: _In Florentia, in ecclesia S. Reparate et
Parlamento, coram florentino populo iuracerunt_. E piú oltre: _In
ecclesia S. Reparate, in Aringo_. Qui abbiamo un altro esempio del
Parlamento radunato in chiesa.

[210] SANTINI, I, doc. XXVI. Si giurava obbedienza ai Consoli o Rettori
_vel segnoratico aliquo extante_. Anche questa è una espressione che
sente poco dell'antico carattere piú democratico.

[211] Il VILLANI (V. 26) lo chiama, per errore, conte Arrigo della
Tosa. I della Tosa non erano conti. Il pseudo Brunetto Latini, in un
paragrafo che non ha data, ma precede quello del 1200, dice: «Messer
Arrigo conte di Capraia».

[212] Questa sembra, come dicemmo, essere la ragione per la quale il
pseudo Brunetto fa ora cominciare l'ufficio del Podestà: «Novo fu fatto
et eletto primamente Potestade in Firenze, per invidia del consolato,
ciò fu Paganello Porcaro da Lucca».

[213] SANTINI, I. doc. XXVII (12 e 23 febb. 1200), doc. XXVIII (12 e
19 febb.); doc. XXIX (12 e 23 febb., 25 marzo). In questi documenti il
Podestà si vede sempre menzionato insieme coi Consiglieri, e l'ufficio
dei Consoli è sempre anch'esso ricordato: _Sive parabola Potestatis
et Consiliariorum vel Consulum sive Rectorum Florentie_ (pag. 49).
_A Potestate vel Corsiliariis eius, sive a Consulibus Florentie vel
Rectoribus_ (pag. 48). In un documento posteriore (Santini, I, doc.
XXXVII, del 14 agosto 1201) troviamo che i Consiglieri rappresentano
il Podestà: _Sitio filio condam Butrighelli, Melio filio Catalani
Consiliarii domini Potestatis Florentie, recipienti (sic) vice et
nomine dicte Potestatis et totius Comunis Florentie_ (pag. 72). Questi
Consiglieri non formano ancora un Consiglio speciale, ma ci si avviano,
perché il Consiglio della Città, o Senato, è già chiamato Consiglio
generale, il che suppone lo speciale: _In Florentia, in ecclesia S.
Reparate, coram generali Consilio Civitatis, iuraverunt_. SANTINI, I,
doc. XXVIII, pag. 53.

[214] SANTINI, I, doc. XXX.

[215] SANTINI, I, doc. XXXIV.

[216] Questo trattato fu concluso il 27 aprile 1201; nei giorni 28, 29
e 30 venne giurato da circa 500 degli abitanti di Colle. SANTINI, I,
doc. XXXV e XXXVI.

[217] _ Per quinquennium guerra durante, et eidem omnibus de Tuscia
prestantibus patrocinium... Tacere tamen nolo magnalia quae inter
caetera vidi, guerra durante_. SANZANOME, ediz. fiorentina pag. 134-5.

[218] Il doc. si trova in Ildefonso di San Luigi, Delizie, VII, 178. Si
esentavano da ogni imposta, in perpetuo, il Gonella ed i suoi compagni,
_qui mortui fuere in turre de Bagnuolo et in muris apud Summumfontem,
in servitio Communis Florentie_. V. anche HARTWIG, II, 100.

[219] SANTINI, I, XXXVIII, XXXIX. Il trattato di pace fu fatto tra
Alberto da Montanto, signore di San Gemignano, pei Semifontesi, e
_Claritus Pillii_, Console dei mercanti, per Firenze.

[220] Questa lettera, pubblicata dal Winkelmann (_Philipp von
Schwaben_, I, 556) da un Ms. del fiorentino Boncompagni, nell'Arch.
di Berna, n. 322, fol. 18, è in parte riferita anche dall'HARTWIG, II,
102.

[221] I patti furono da circa 800 Montepulcianesi giurati in mano del
Console fiorentino. SANTINI, I, doc. XL, 19 e 24 ottobre 1202.

[222] SANTINI, I, doc. XLII XLIII, XLIV e XLV. Questi doc. dell'aprile
e del maggio 1203 contengono i nomi dei cittadini e contadini senesi,
che accettarono l'arbitrato in nome della Città; l'ultimo ha le
deposizioni dei testimoni interrogati da Ogerio. Il doc. XLVII, 4
giugno 1203, è il lodo da lui pronunziato.

[223] Nei giorni 4, 7 e 8 giugno, il vescovo ed il Comune di Siena
cedevano a Firenze tutto ciò che dovevano, secondo la sentenza.
SANTINI, I, documento XLVIII. Il 6 dello stesso mese, 150 Consiglieri
senesi giuravano l'osservanza dei patti. SANTINI, I, doc. XLIX.

[224] SANTINI, I, doc. LII.

[225] SANTINI, I, doc. XLVI.

[226] MURATORI, _Antiq. It._ IV, 576-83. V. ancora FICKER (II,
parag. 312, pag. 229 e seg.), che da questo importante documento
cavò la serie dei Podestà messi nel Senese, i quali dai testimoni son
chiamati: _Comites teutonici, Comites comitatus senensis pro imperatore
Federigo_, ed anche qualche volta _Comites contadini_.

[227] REPETTI, art. _Capraia e Montelupo_; HARTWIG (II, 106-9), che qui
corregge la cronologia ed alcuni altri errori del Villani.

[228] Il trattato dovrebbe trovarsi nell'Arch. di Pistoia. Il Repetti,
riferendolo dagli Aneddoti del Zacaria, lo dice del 3 giugno; altri lo
dicono del luglio.

[229] Del 29 ottobre e 7 novembre 1204, in SANTINI, I, doc. LIII. Il
giuramento fatto al console Guido Uberti diceva, che si starebbe ai
comandi, _que... fecerint Potestas Florentie vel Consules Civitatis
vel maior pars vel priores aut prior eorum._ E cosí nominavasi prima
il Podestà anche in un anno nel quale erano in ufficio i Consoli,
ai quali infatti si prestava il giuramento, in presenza _Angiolerii
Beati, Doratini et Burniti Paganiti sexcalcorum Comunis Florentie_.
Anche questo ufficio di _Sexcalcus_ (che trovasi ricordato pure in
altro documento del 30-31 maggio 1203, in SANTINI, I, XLVI) è nuovo, ed
accenna, secondo noi, al mutamento verso forme piú aristocratiche in
Firenze. Il giuramento del Comune, dato il 29 ottobre 1204 (SANTINI,
I, doc. LIV), incominciava: _Hec sunt sacramenta, quae Potestas et
Consules Comunis et Consules militum, mercatorum et Priores Artium
et generale Consilium, ad sonum campane coadunatum, fecerunt Guidoni
Borgognoni comiti et filiis et Caprolensibus_. Giuravano i Consoli,
non il Podestà, che non v'era, ma che anche qui veniva ricordato primo
nella formula.

[230] La notizia si trova negli _Acta Sanctorum_, 1 maggio, pag. 14, e
nello elenco di Consoli e Podestà, detto di S. M. Novella. V. HARTWIG,
197. Il nome non si trova però nei documenti di questo anno, i quali
accennano in genere all'ufficio di Consoli o Podestà.

[231] Sizio Butrigelli o Butticelli trovasi nel catalogo di S. M.
Novella. HARTWIG, II, 197.

[232] SANZANOME, pag. 139-40, HARTWIG, II, 111-12.

[233] SANTINI, I, doc. LVIII e LIX. Il giuramento fu dato da un
grandissimo numero di Senesi al Podestà Gualfredotto Grasselli,
_vice et nomine Comunis Florentie recipienti_, senza i _Consiliarii_.
Trattandosi però d'una lunga operazione, egli si fece rappresentare,
_procuratorio nomine_, da Ildebrandino Cavalcanti. I documenti di
questa pace sono parte a Firenze, parte a Siena. I primi si trovano nel
Santini; degli uni e degli altri dà notizie l'HARTWIG, II, 113-14.

[234] _Politecnico_ di Milano, luglio e settembre 1866.

[235] I particolari del fatto sono narrati diversamente dal Villani
(V. 38), dal pseudo Brunetto Latini (_ad annum_) e da Dino Compagni in
principio della sua _Cronica_. La sostanza però è la stessa, e noi ci
siamo attenuti sopra tutto ai due primi, che ne parlano piú a lungo e
con piú precisione.

[236] VILLANI, V, 38.

[237] VILLANI, VI, 5.

[238] Il VILLANI (VI, 33) dice: «Benché poi fossono le dette parti
tra' nobili di Firenze, e spesso si guerreggiassono tra loro di proprie
nimistadi, e erano in setta per le dette parti», pure il popolo ancora
«si mantenea in unitade, a bene e onore e stato della Repubblica».
(Vol. I, pag. 253). Gli _Annales II_, all'anno 1236, dicono che furono
distrutti i palazzi del Comune e dei Galigai, il che sarebbe invece
prova d'una vera rivoluzione.

[239] AMMIRATO, _Storie_, Lib. II (accresciuto da Ammirato il giovine),
anno 1240.

[240] Questo è l'anno in cui si trova la prima menzione ufficiale dei
Guelfi fiorentini. Federico II, dolendosi della loro condotta, dice:
_pars Guelforum Florentiae, cui dudum nostra Maiestas pepercerat_.
Gli _Annales II_ nominano la prima volta i Guelfi nel 1239, e nel
1242 nominano i Guelfi ed i Ghibellini. V. HARTWIG, QUELLEN, ecc., II,
pag. 159-60 e 164. Questo autore crede che il nome dei due partiti in
Firenze si sia cominciato ad usare nel 1239.

[241] LAMI, _Antichità toscane_, Lezione XV, Passerini, _Istituti di
Beneficenza — Il Bigallo_: Firenze; Le Monnier, 1853.

[242] Vedi _Statuta Populi et Communis Florentiae_, pubblicati colla
data di Friburgo, Vol. I; CANTINI, _Saggi_, Vol. III, cap. XVI;
_Delizie degli Eruditi Toscani_, Vol. IX, pag. 256 e seguenti.

[243] Il Villani dice: «Levarono la signoria alla podestà che era
allora in Firenze, e tutti gli ufficiali rimossono» (VI, 39). Il
Malespini copia al solito il Villani (cap. 137). Ma leggendo piú
oltre si vede chiaro, che il Podestà continuò ad essere eletto, che
fu costruito per esso un palazzo, e che il cronista vuol dir solo:
fu mutata la forma di governo, furon tolti d'ufficio coloro che
governavano. La parola podestà è ivi adoperata in senso generico di
magistrato supremo.

[244] VILLANI, VI, 39 e 40. V. anche COPPO STEFANI.

[245] Attribuito a Lapo o Iacopo, creduto maestro d'Arnolfo.

[246] VILLANI, VI, 39.

[247] Marchionne di Coppo Stefani, nella sua Storia fiorentina (Lib.
II, rubr. 63), parlando della prima divisione de' Guelfi e Ghibellini,
dice: «Quasi tutte le famiglie che teneano ghibellina parte, cioè con
Imperio, erano nobili del contado, perché teneano feudo o castella
dell'Imperio». E l'Ammirato, che aveva assai studiato le cronache e i
documenti del tempo, facendo discorrere i popolani, a proposito appunto
delle riforme del 1250, dopo aver notato che gli Uberti, come capi dei
nobili, eran la cagione di tutti i mali di Firenze, ecco in che modo
fa continuare il discorso: «Chi ora sono i dissipatori dei nostri beni
e delle nostre fatiche, con le immoderate tasse e imposte, se non gli
Uberti? Questi dispettosi uomini reputarono per cosa onorata, fra gli
altri lor belli e nobili costumi, d'esser nostri nimici; perciocché
vantandosi d'essere discesi dai principi d'Alemagna, chiamano noi altri
villani e contadini, e ci disprezzano, come fossimo composti d'un'altra
massa.» AMMIRATO, _Storie_, Lib. II, _ad annum_.

[248] Infatti il Villani ne parla solo assai piú tardi. La loro
esistenza però apparisce dai documenti. Uno ne dà l'_Arch. Stor.
Ital._, S. III, Vol. 23, pag. 222. Doc. del 30 apr. 1251. Vedi M. di
Coppo Stefani, rub. 90.

[249] GIANNOTTI, _Opere_, ediz. Le-Monnier, Vol. I, pag. 82.

[250] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. II. A questo proposito sarà
bene riconfermare l'osservazione da noi fatta altra volta, che il
Machiavelli, cioè, assai spesso è tanto poco esatto nel determinare
i fatti, quanto è profondo nell'indagarne il carattere e lo spirito.
Finito il primo libro delle sue Storie, in cui fa una generale
introduzione sul Medio-Evo, comincia nel secondo a narrare la storia
di Firenze. Egli è, dopo L. Aretino, il primo che abbandoni quasi del
tutto i favolosi racconti dei cronisti sulle origini, ed incominci coi
fatti veramente storici. Se crede ancora alla distruzione di Firenze
per opera di Totila, ed alla sua riedificazione per opera di Carlo
Magno, non che alla distruzione di Fiesole, nel 1010, pei Fiorentini,
noi possiamo facilmente scusare questi errori, pensando quanti altri
racconti leggendari abbandonò, e quanto tempo ci è voluto, per trovare
la verità storica in quelle tradizioni meno incredibili, che egli
ancora seguiva. Se non che, il Machiavelli va quasi d'un salto dal
1010 al 1215, senza nulla dirci della prima e seconda costituzione di
Firenze, né dei moltissimi fatti d'armi, né delle rivoluzioni politiche
che in quel tempo seguirono. Ed in ciò tutti i cronisti potevano
aiutarlo. Egli ancora pone la prima radice, e l'unico principio delle
discordie dei Fiorentini nel fatto del Buondelmonti, e da questo errore
potevano anche i cronisti, e doveva il suo acume storico salvarlo.
Continuando poi a dimostrare la piú singolare e strana noncuranza,
salta nuovamente dal 1215 al 1250, per dirci che allora Guelfi e
Ghibellini si posero d'accordo, e «parve loro tempo da pigliar forma
di vivere libero», quasi fosse questa la prima volta, che i Fiorentini
pensassero ad ordinarsi in libertà. Ora noi abbiamo visto come nel 1115
la libertà e la prima costituzione fiorentina furono fondate, e come
quella del 1250 non era la prima, ma la terza costituzione, e non fu
fatta dai Guelfi e dai Ghibellini d'accordo, come dice il Machiavelli,
ma dai popolani guelfi a danno dei nobili ghibellini. Né ciò è tutto.
Il Machiavelli continua: «e per levar via le cagioni delle inimicizie
che nei giudicii nascono, provvidero a due giudici forestieri, chiamato
l'uno Capitano e l'altro Podestà, che le cause cosí civili, come
criminali, intra i cittadini occorrenti giudicassero». E cosí riduce
questi due magistrati politici a semplici giudici; non pone alcuna
differenza fra di essi, e non osserva che se il Capitano veniva creato
adesso, il Podestà esisteva già da piú di un mezzo secolo. Egli dice
del pari che, per dare maestà agli eserciti, fu nel '50 ordinato il
carroccio, che già da piú tempo era in uso presso i Fiorentini. E nel
determinare l'ordine degli eserciti, dimostra una uguale trascuraggine,
né pone differenza alcuna tra le milizie del Comune e quelle del
Popolo, sebbene i cronisti apertamente ne parlino. «Poiché avemo,»
cosí scrive il Villani, «detto de' gonfaloni e insegne del Popolo,
è convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della
guerra». Con tutto ciò Machiavelli riman sempre colui che meglio d'ogni
altro definisce il carattere generale delle rivoluzioni fiorentine,
ogni volta che si ferma a parlarne, massime dopo il 1250.

[251] Nel novembre del 1252.

[252] _Arch. Stor. It._ Serie III, vol. 23, pag. 220.

[253] VILLANI ed AMMIRATO, _ad annum_.

[254] VILLANI, VI, 51. AMMIRATO, _ad annum_.

[255] AMMIRATO, _ad annum_, dà il sunto del trattato.

[256] VILLANI ed AMMIRATO, _ad annum_.

[257] VI, 70.

[258] Cintura di cuoio con fibbia.

[259] Pezzo di panno quadro, attaccato al mantello e da potersi portare
in capo.

[260] VILLANI, VI, 70.

[261] V. _I Capitoli del Comune di Firenze, inventario e regesto_, vol.
I pubblicato da C. Guasti: Firenze, Cellini, 1866.

[262] L'AMMIRATO, _ad annum_, dà il sunto del trattato.

[263] VILLANI, VI, 62. Questo fatto che dal Villani venne molto
esaltato, come esempio di magnanimità, servi invece a qualcuno, per
provarsi a dimostrare la pretesa corruzione del popolo fiorentino, in
un tempo nel quale si decretava singolar monumento ad un cittadino,
solo perché non aveva venduto la patria. Ma prima di tutto è da notare,
che il monumento fu decretato, non per questo fatto solamente, ma, come
dice lo stesso Villani, perché «Aldobrandino morí in tanta buona fama,
per le sue virtuose opere fatte per lo Comune». E se poi si vogliono
trovare troppo enfatiche le lodi del Villani pel fatto stesso, ed in
ciò vedere un segno di corruzione, bisognerebbe attribuirla ai tempi
del Villani, non a quelli, assai piú antichi, di Aldobrandino e del
Primo Popolo, che furono, senza alcun dubbio, tempi di molta virtú e di
vero patriottismo.

[264] Storie, Lib. II.

[265] VILLANI, VI, 65.

[266] C. PAOLI, _La battaglia di Montaperti_ (Estratto dal Vol. II,
del _Bollettino della Società senese di Storia patria_): Siena, 1869. A
questo lavoro il prof. Paoli aggiunse nel 1889 un'altra pubblicazione
importantissima: _Il libro di Montaperti_, nei _Documenti di Storia
italiana_ della R. Deputazione per la Toscana, Umbria e Marche, Vol.
IX.

[267] MARCHIONNI DI COPPO STEFANI, _Stor. fior._ rubr. 120.

[268] VILLANI ed altri cronisti fiorentini.

[269] Queste cifre date dai cronisti fiorentini sono sempre incerte; si
possono ritener solo come approssimative.

[270] Eccone un esempio tratto da una legge del 1284. — «Item quod
nullus presumat consulere, vel arengare super aliquo quod non sit
principaliter propositum per dominum Potestatem, vel aliquem loco sui.
Et qui contrafacerit, in soldos sexaginta florenorum parvorum vice
qualibet puniatur, et plus et minus ad voluntatem domini Potestatis.
Et quicquid dictum vel consultum contra propositionem, non valeat,
nec teneat». _Consigli Maggiori, Provvisioni e Registri._ I, carte 12
retro. _Archivio di Stato_ in Firenze.

[271] VILLANI, VI, 78.

[272] ALDOBRANDINI, _Croniche_, pag. 9; PAOLI, _La battaglia di
Montaperti_, pag. 46.

[273] Nel Duomo di Siena si conservano anche oggi le antenne che la
tradizione crede essere appartenute al carroccio fiorentino. Ma gli
eruditi senesi, con ragione credono ora, che appartenevano invece al
carroccio della loro città.

[274] PAOLI, op. cit., pag. 58.

[275] Il Sismondi, dopo aver paragonato i cronisti, fa ascendere a
10,000 i morti, ad altrettanti i feriti.

[276] VI, 19.

[277] Signore del castello di Poppi in Casentino, s'era separato dagli
altri conti Guidi, ch'erano guelfi.

[278] Tutto ciò è narrato dal Villani e da altri cronisti, è ricordato
anche da Dante nella _Divina Commedia_. Alcuni han voluto mettere in
dubbio il fatto, ma a ragione osservò l'Hartwig, non essere facile
supporre che i cronisti guelfi avessero voluto inventare una leggenda,
tutta a favore del capo dei Ghibellini.

[279] Su queste demolizioni dà molte notizie il Del Lungo, nel suo
scritto: _Una vendetta in Firenze_, nell'_Arch. Stor. It_. Serie IV,
vol. 18 pag. 355 e segg.

[280] P. ILDEFONSO, _Delizie_, ecc., Vol. IX, pag. 19 e segg.

[281] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. I, pag. 37.

[282] Si dice che Manfredi, nel vederli combattere, ammirasse il loro
ardire, esclamando: di chiunque sarà la vittoria, quei Guelfi non
perderanno.

[283] DANTE (_Purgatorio_, III, 121-32) pose Manfredi nel Purgatorio,
sebbene, al pari di Federico, di Farinata e di molti altri Ghibellini
fosse allora tenuto eretico.

    Orribil furon li peccati miei,
      Ma la bontà infinita ha sí gran braccia
      Che prende ciò che si rivolve a lei.
    Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
      Di me fu messo per Clemente, allora
      Avesse in Dio ben letta questa faccia,
    L'ossa del corpo mio sarieno ancora
      In co' del ponte presso a Benevento,
      Sotto la guardia della grave mora.
    Or le bagna la pioggia e move il vento,
      Di fuor del Regno, quasi lungo il Verde,
      Ove le trasmutò a lume spento.

[284] MACHIAVELLI, _Storie_, Lib. II, pag. 73.

[285] Questo è un fatto cominciato assai prima, che si ripete
costantemente in tutta quanta la storia fiorentina, ed ora apparisce
piú visibile che mai. Il Malespini, nella sua Cronica, cap. 104, prima
della incoronazione di Federico II, già parla di alcune famiglie che,
«cominciavano a essere grandi, che prima di poco tempo non se ne faceva
menzione.... I Mozzi, i Bardi, i Iacopi detti Rossi, i Frescobaldi,
tutti questi erano venuti in piccolo tempo, perocché ancora erano
mercatanti e di piccolo cominciamento: poi i Tornaquinci e i Cavalcanti
di piccolo cominciamento, ed erano mercatanti, e 'l simile i Cerchi, e
molto cominciarono questi sopra detti in piccolo tempo a sormontare».

[286] La piú parte di queste lettere si trovano pubblicate nel Martène,
altre ne dà il Del Giudice nel suo Codice diplomatico di Carlo I e
Carlo II d'Angiò.

[287] MACHIAVELLI, Storie, Lib. II, pag. 75.

[288] _Il Codice diplomatico di Carlo I e II d'Angiò_, pubblicato dal
Del Giudice a Napoli, vale qui a correggere molti errori dei cronisti.

[289] «Quasi spenta del tutto o almeno invecchiata quell'antica
cittadinanza, s'incominciava a veder sorgere, quasi in una nuova città,
un'altra propagine di genti». AMMIRATO, _Storie_.

[290] Ecco in che modo s'esprime il VILLANI (Lib. VII, cap. 16):
«Fatti Dodici buoni uomini, a modo che anticamente faceano gli
Anziani, che reggeano la Repubblica, si riformarono il Consiglio di
Cento Buoni Uomini di popolo, sanza la deliberazione de' quali, nulla
grande cosa né spesa si potea fare; e poiché per quello Consiglio si
vincesse, andava a partito, a pallottole, al Consiglio delle Capitudini
dell'Arti maggiori e a quello della Credenza, ch'erano ottanta. Questi
Consiglieri, che col Generale erano trecento, erano tutti popolani
e guelfi. Poi vinti ai detti Consigli, convenía il dí seguente le
medesime proposte rimettere al Consiglio della Podestà, ch'era il
primo di 90 uomini grandi e popolani, e con loro ancora le Capitudini
dell'Arti, e poi il Consiglio Generale, ch'erano 300 uomini d'ogni
condizione. E questi si chiamavano i Consigli opportuni, ecc.». Queste
notizie, come ognuno vede, sono assai oscure; ma gli altri cronisti
sono ancora piú confusi, e non se ne trovano due che fra loro vadano
precisamente d'accordo. Il Malespini dice assai meno e piú oscuramente
del Villani, che esso copia, e Marchionne di Coppo Stefani (Lib.
II, rub. 140) dice, che, vinto il partito fra i 12 Buoni Uomini, «si
ragunavano le Capitudini delle sette maggiori Arti, ed eravi un officio
de' Consiglieri, che si chiamavano quegli della Credenza Ottanta, e
trenta Buoni Uomini per Sesto, tutti erano guelfi o popolani; sicché
in numero erano trecento, e quello era il Consiglio Generale chiamato.
E vinto in questo Consiglio, s'avea a vincere in quel del Podestà
un altro dí seguente, nel qual Consiglio, erano popolani e Grandi
mescolati, cioè dieci per Sesto popolani e dieci Grandi, ed ancora
le Capitudini». E il Machiavelli dice che crearono «un Consiglio di
ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano
i popolani, trenta per Sesto, i quali con la Credenza e i dodici Buoni
Uomini, si chiamavano il Consiglio di 120 cittadini popolani e nobili,
per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri Consigli
deliberate, e con quello distribuivano gli uffici della Repubblica».
(Storie, Lib. II). E cosí, per quanti se ne possano riscontrare, si
troveranno tutti fra loro discordi, il che nasce, in parte dall'essere
stati quei Consigli sottoposti a varie mutazioni, e però ognuno li
descriveva, piú o meno, come erano ai suoi tempi; in parte dalla
poca cura che gli antichi cronisti ponevano nel raccogliere questi
particolari.

Volendo però venire ad una qualche certa conclusione, noi prendemmo
per punto di partenza il Villani, come quello che fra i piú antichi
ha maggior riputazione e piú s'avvicina al tempo che descrive. E
considerando bene le sue parole, si vedrà, che i Consigli debbono
distinguersi in quelli propri dei Dodici, del Capitano e del Podestà.
Se poi riscontriamo nell'Archivio di Stato le Consulte o il primo
volume delle Provvisioni, che incominciano alcuni anni dopo la riforma
di cui discorriamo, troveremo che ora si raduna il Consiglio dei 100;
ora il Consiglio speciale del Capitano, ed il Consiglio generale
e speciale dello stesso; ora il Consiglio speciale chiamato anche
Consiglio dei 90 del Podestà, ed il Consiglio speciale e generale
di 390 (300 + 90). E di questi quattro ultimi Consigli si trova che
generalmente facevano parte le sette Capitudini delle Arti maggiori,
le quali coll'andar del tempo crebbero di numero, e qualche volta
venivano radunate ancora come un Consiglio separato. Guardando poi al
numero dei voti nelle deliberazioni dei Consigli, si trovano abbastanza
chiaramente confermate le notizie che dà il Villani. La votazione nei
Consigli speciali facevasi colle palle bianche e nere, notandosene il
numero; nei generali facevasi allora solo per alzata e seduta, e non si
soleva scrivere il numero de' voti. In tutte queste cose regnava però
un certo arbitrio, spesso dandosi ai magistrati facoltà di deliberare
_con quelli Consigli che credono_.

Nelle faccende di maggiore importanza, e nelle discussioni fatte
rigorosamente secondo le leggi, le proposte dovevano, come abbiam
detto, essere approvate prima dai Dodici Buoni Uomini, che potevano
consultarsi anche con persone di loro fiducia, piú tardi chiamate i
Richiesti. Poi s'andava ai 100, poi ai due Consigli del Capitano, poi
ai due del Podestà. Tutto ciò si cava anche dai documenti in Archivio,
e per citare un esempio piú facile a riscontrarsi, sebbene sia
posteriore al tempo di cui qui si ragiona, ecco in qual modo comincia
lo Statuto dell'Esecutore di Giustizia, pubblicato nell'Appendice alla
_Storia de' Municipi italiani_ del Giudici, pag. 402, 1ª ediz. «Al
nome di Dio, Amen. Nell'anno della sua salutevole incarnazione, 1306
ecc., in prima nello Consiglio de' Cento uomini e susseguentemente
nello Consiglio e per lo Consiglio speziale di messere lo Capitano e
le Capitudini delle 12 maggiori arti (erano allora già cresciute di
numero).... e poscia, incontanente senza mezzo, nel Consiglio e per
lo Consiglio generale e speziale di messere lo Capitano e del popolo
di Firenze e delle Capitudini dell'Arti... fatto, rivolto e vinto il
partito a sedere e a levare, secondo la forma dei detti Statuti....
Ancora dopo queste cose, in quelli anno, indizione e die, nel Consiglio
e per lo Consiglio generale di 300 e speciale di 90 uomini del Comune
di Firenze e delle Capitudini dell'Arti predette, per comandamento
del nobile uomo, mess. conte Gabrielli d'Agobbio, della detta cittade
e comune di Firenze, Podestà, ecc.». Qui per altro è da notare che,
sebbene i Consigli del Podestà siano stati radunati nello stesso
giorno che quelli del Capitano, pure la legge e l'uso volevano che si
radunassero il giorno dopo o anche piú tardi.

[291] V. _Delizie degli eruditi Toscani_ del P. ILDEFONSO Vol. VII,
pag. 203-286.

[292] DEL LUNGO, _Una vendetta in Firenze, Arch. Stor. It._, Ser. IV,
Vol. 18, pag. 354 e seg.

[293] Il BONAINI pubblicò nel _Giornale Storico degli Archivi toscani_,
anno I, disp. I, lo _Statuto di Parte guelfa_, del 1335, cui aggiunse,
nei fascicoli successivi, un dotto comentario. Il VILLANI (VII, 17)
dice: «Feciono, per mandato del Papa e del Re, i detti Guelfi _tre_
cavalieri rettori di parte». Ma deve essere un errore, invece di
tre cavalieri e tre popolani, come dice lo Statuto della Parte. Un
documento del 12 dic. 1268, pubblicato dal DEL LUNGO, _Una vendetta_
ecc., dice: _Unus de sex Capitaneis Partis Guelforum_. Nello stesso
capitolo il Villani confonde papa Clemente con Urbano, morto nel 1264.
Lo Statuto del 1335, ai due Consigli ne aggiunge un terzo, di Cento,
che sta forse a rappresentare quello che nella Repubblica era il
Parlamento.

[294] Modista, in inglese, si disse allora e si dice ora _millener_, da
Milano.

[295] Pare che il nome derivasse dalla via dove era posta l'Arte, via
che conduceva ad un postribolo, e però _Calis malus_, quasi Via mala.

[296] Uno Statuto dell'arte di Calimala, del 1332, fu pubblicato dal
Giudici nell'Appendice alla sua _Storia dei municipi italiani_. Il D.r
FILIPPI ne pubblicò ed illustrò uno del 1301-2, _Il piú antico Statuto
dell'Arte di Calimala_: Torino, Bocca, 1889. Gli statuti formulavano
quello che già da un pezzo, secondo leggi speciali, esisteva.

[297] Tutto ciò che diciamo sull'_Arte di Calimala_ trovasi negli
Statuti piú sopra citati. Noi ci siamo attenuti al piú antico.

[298] _Politecnico_ di Milano, Novembre e Dicembre 1867.

[299] AMMIRATO, (ediz. Firenze, Batelli, 1846), I, 248.

[300] I cronisti dicono, Guido di Monforte, che però venne solo nel
1269. Vedi Del Giudice, _Cod. dipl_. II, 23.

[301] VILLANI, VII. 19. Il numero di ottocento cavalieri si ripete ora
tante volte dai cronisti, che fa dubitare della loro esattezza, alla
quale del resto non si può mai credere molto, quando si tratta del
numero dei soldati. Ottocento cavalieri formavano probabilmente una
specie d'unità di misura, uno squadrone degli uomini d'arme francesi.

[302] VILLANI, VII, 19; MARCHIONNE STEFANI, rubr. 138. AMMIRATO, lib.
III, pag. 248.

[303] GREGOROVIUS, Vol. V, cap. 8; CHERRIER, _Storia della lotta dei
Papi e degl'Imperatori_ di casa Sveva, libro X.

[304] AMMIRATO, I, 262; _Delizie degli Eruditi_, IX, pag. 41.

[305] MACHIAVELLI, _Storie_, Vol. I, pag. 77: Italia, 1813.

[306] «Ipsas petitiones benigne accessimus et audivimus cum effectu,
primo de conservando iure et honore Comunis Florentie; contra Pisanos
et Senenses invasores et Gibellinos et exiticios terre vestre et
infideles Podiibonizi proditores nostros proponimus, cum Dei auxilio
atque vestro, facere vivam guerram, donec peniteant de commissis,
et vos de factis vestris habeatis comodum et honorem.... Vicarium
ytalicum virum providum discretum et fidelem, cuius devotionem, fidem
et probitatem in magnis factis nostris cognovimus, firmiter et ab
experto vobis concessimus, secundum quod vestra postulatio continebat,
et volumus quod sit contentus salario et expensis et emendis, prout in
ipsius civitatis statutis continetur, nec ultra aliquid exigat». Del
Giudice. _Codice Diplomatico_, II, 116-7. D'ora in poi parecchi sono i
Podestà italiani, nominati da Carlo in Firenze.

[307] VILLANI, VII, 54.

[308] RAYNALDI, Ann. 1278; SISMONDI, Vol. II, cap. VII.

[309] VILLANI, VII, 56.

[310] AMMIRATO, Vol. I, p. 274.

[311] Il primo che di questa pace dette un minuto ed esatto ragguaglio,
cavato dai documenti, fu l'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alla
storia d'Ammirato il vecchio. (Anni 1279 e 1280). Parecchi documenti
si trovano nelle _Delizie degli Eruditi toscani_ del P. Ildefonso,
Vol. IX, pag. 63 e seg. Un ragguaglio ancora piú ampio ne dette il
Bonaini (_Della Parte guelfa in Firenze_), nel _Giornale Storico degli
Archivi toscani_, Vol. III, pag. 167 e seg. V. anche _Le Consulte della
Repubblica Fiorentina_, nuova e importantissima pubblicazione fatta da
A. Gherardi: Firenze, Sansoni. — L'atto originale della Pace (mutilo)
si conserva nell'Archivio di Stato di Firenze.

[312] _Consulte_, I, 28.

[313] Questi Quattordici, che compariscono insieme coi Dodici anche
nella pace del Cardinale, continuano un pezzo nelle _Consulte_ a
comparire insieme con essi, come seguiva sempre a Firenze quando
s'istituivano nuovi magistrati. Poi restano soli, e i Dodici scompaiono
del tutto.

[314] VILLANI, VII, 56; AMMIRATO, (ediz. fiorentina del 1846) lib. III,
pag. 275 ecc.

[315] Tutto ciò era stato accennato dagli antichi cronisti, ma venne
poi esposto minutamente, con la scorta dei documenti, dall'Ammirato il
giovane, nelle sue aggiunte alle _Storie_ d'Ammirato il vecchio.

[316] L'HARTWIG, che fu primo ad osservarlo, notò ancora che l'ufficio
del Defensor è nominato la prima volta nelle Consulte, il nov. del
1282, e che il primo Difensore, di cui si dia in esse il nome, è
Bernardino della Porta. Consulte pag. 116, 132, 133, 140, dal 6 nov.
1282 al 6 febbr. 1283.

[317] L'HARTWIG notò pure che nelle _Consulte_ i Priori sono nominati
la prima volta il 20 giugno 1282, insieme coi Quattordici, anzi dopo
di essi; il 24 aprile 1283 pigliano il primo posto; dal dicembre in poi
appariscono soli senza i Quattordici.

[318] Lib. I, pag. 25 e seg. (ediz. Del Lungo).

[319] VILLANI, VII, 79; AMMIRATO, III, p. 288-90.

[320] Questa _Corte_, dice il VILLANI, (VII, 89) «fu la piú nobile e
nominata, che mai fosse nella città di Firenze».

[321] Consulte, I, p. 169-70.

[322] HARTWIG, _Ein menschenalter florentinische Geschichte_ (1250-93):
Freiburgi. B., 1889-91, p. 111.

[323] Di questo trattato parla a lungo l'Ammirato; ne dà poi un
sunto cavato dall'originale il CANALE, nella sua _Nuova Istoria della
Repubblica di Genov_a (ed. Le Monnier), Vol. III, pag. 34.

[324] VILLANI, VII, 98; MALESPINI, CCXLIII.

[325] Alcuni cronisti suppongono, che scopo dell'arcivescovo Ruggieri
fu di cavar prima da quei miseri grossa somma di danaro.

[326] Per questi fatti relativi alla guerra di Pisa con Genova e
Firenze, vedi _Storie e Cronache pisane_, pubblicate dal BONAINI ed
altri nel volume VI (parte I e II) dell'_Archivio Storico Italiano_;
CANALE, _Nuova istoria della repubblica di Genova_; VILLANI; FLAMINIO
DAL BORGO; MURATORI _Script_. Tomo XV; SISMONDI, _Hist. des Rep. It._,
T. II, ch. 8.

[327] G. VILLANI, DINO COMPAGNI e gli altri cronisti fiorentini.

[328] VILLANI, COMPAGNI, AMMIRATO e gli storici pisani citati piú sopra.

[329] VILLANI, VII, 99; VASARI, _Vita di Arnolfo_; AMMIRATO (Firenze,
Batelli e C. 1846), vol. I, pp. 310-11.

[330] AMMIRATO, I, p. 337.

[331] Ved. la nota A in fine di questo capitolo.

[332] Il prof. P. SANTINI ha trattato questa questione nell'_Arch.
Stor. It_. (Serie IV, vol. XVII, pag. 178 e seg.), in un articolo
col titolo: _Condizione personale degli abitanti del contado, nel
secolo XIII_. E giustamente afferma che il confronto fatto fra
la legge bolognese del 1256 e la fiorentina del 1289 non ha alcun
fondamento, perché esse risguardano individui in istato differente, e
si riferiscono a due diversi periodi del movimento attuatosi in ogni
Comune, per migliorare le condizioni degli uomini del contado (pag. 188
e segg.).

[333] VILLANI, VII, 132.

[334] AMMIRATO, libro III, _ad annum_.

[335] Vedi, in fine di questo capitolo, la nota B.

[336] Vedi la nota C.

[337] _Politecnico_ di Milano, giugno e luglio 1867.

[338] Vedi l'ediz. fiorentina del 1735, pag. 133.

[339] Il fatto è narrato dal monaco di S. Gallo, _De rebus bellicis
Caroli Magni_. Vedi la Dissertazione XXV del MURATORI.

[340] MURATORI, Dissertazione XXV. Ved. anche PIGNOTTI, Storia della
Toscana, vol. IV, saggio III, Firenze, 1824.

[341] Abbiamo piú sopra accennato la origine probabile di questo nome.

[342] V. PAGNINI, Della Decima, Vol. II, sezione 4 e 5.

[343] PAGNINI, _Della Decima, Ibidem._

[344] VILLANI, Lib. XI, cap. 94.

[345] _Ibidem_.

[346] Sembra che in sul principio l'Arte di Por S. Maria facesse
commercio di drappi fiorentini di lana, e che i mercanti della seta
formassero un ramo secondario e distinto di quell'Arte. A poco a poco
si confusero con essa (ai primi del sec. XIII), ne divennero poi la
parte principale, e finalmente l'Arte della seta e quelle di Por S.
Maria furono una sola e medesima cosa.

[347] Vedi la _Cronaca_ (1470-92) del DEI, che si trova fra i cod.
Magliabechiani, e della quale molti brani importanti furono pubblicati
in appendice al secondo volume della _Decima_ del PAGNINI.

[348] Vedi la citata _Cronaca_ del DEI.

[349] «Ancora si fece legge (1371), conciossiaché molti incantavano
del Monte, e dicevano: lo Monte vale trenta per centinaio; questo di
io voglio fare teco una cosa; io voglio poterti dare, oggi a un anno,
ovvero tu dare a me, quanto? a trentuno per cento? Che vuoi ti doni,
e fa questo? E cadeano in patto, e poi stava in sé. Se rinvigliavano,
li comperava, e se rincaravano, li vendeva, e ne promutava qua e là il
patto venti volte l'anno. Di che vi si pose la gabella fiorini due per
cento a ogni promutatore». MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, vol. VIII, pag.
97, nelle _Delizie degli Eruditi Toscani_, vol. XIV.

[350] VETTORI, _Il Fiorino d'oro_; ORSINI, _Storia delle monete_:
Firenze, 1760.

[351] PAGNINI, _Della Decima_, Vol. II, Sez. III, cap. 1-4. Altre
notizie danno l'AMMIRATO, il DEI ed il VILLANI, (XI, 88 e XII, 55) che
è la fonte principale.

[352] G. VILLANI, XI, 54.

[353] AMMIRATO, lib. 18, _ad annum._

[354] _Cronaca_ del DEI, nel Pagnini.

[355] Cronaca del DEI, nel PAGNINI, vol. II, p. 275.

[356] PAGNINI, vol. II, Sez. I; AMMIRATO, _ad annum_.

[357] AMMIRATO, _ad annum_; PAGNINI, loc. cit.

[358] Il che fece credere a qualcuno che la schiavitú continuasse in
Italia molti secoli dopo che era scomparsa. Su di ciò il sig. SALVATORE
BONGI pubblicò un pregevole articolo nella _Nuova Antologia_, Anno I,
fasc. 6.

[359] Vedi il discorso di Tommaso Mocenigo, tante volte stampato dai
cronisti e dagli storici; PAGNINI, _Della Decima_, vol. II, pag. 7, e
seg.; ROMANIN, _Storia documentata di Venezia_, vol. II, pag. 156-7.

[360] Urghanj, la principale città del Khwarezm, paese che porta ora il
nome di Khyva. La nuova Urghanj, ora capitale commerciale di Khyva, è
a sessanta miglia dall'antica.

[361] BALDUCCI PEGOLOTTI nel Pagnini. Un lavoro importantissimo fu
pubblicato dal sig. H. YULE, colonnello del genio inglese in India;
esso ha per titolo: _Cathay and the way thither, being a collection of
medieval notices of China_ (London, printed for the Hakluyt Society,
1866), e contiene una serie di documenti tradotti dall'autore, che
lungamente viaggiò e dimorò in Oriente, preceduti da una sua dotta
dissertazione.

[362] PAGNINI, Vol. II, Sez. I. — K. Sieveking, _Geschichte von
Florenz_. Brevissimo, ma pregevole lavoro, pubblicato senza nome
d'autore in Amburgo, 1844. Di esso mi sono spesso giovato in questo
capitolo.

[363] Le prime cinque furono piú volte unite alle Maggiori, che allora
divenivano dodici.

[364] _Inf._ Canto X.

[365] Franco Sacchetti racconta, come nel tempo in cui egli era
al governo della Repubblica, i magistrati non riuscivano mai a far
rispettar le leggi contro il lusso. Uno di essi, che venne di ciò
aspramente rimproverato, e fu per essere dimesso d'ufficio, ecco in
che modo descriveva le arti, con cui le donne fiorentine eludevano le
leggi:

«Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per
apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, trovo
che so nulla; perocché cercando degli ornamenti divietati alle vostre
donne, per gli ordini che m'avete dati, sifatti argomenti non trovai
mai in alcuna legge, come sono quelli che elle fanno; e fra gli altri
ve ne voglio citare alcuni. E' si truova una donna col becchetto
frastagliato, avvolto sopra il cappuccio; il notaio dice: — Ditemi il
nome vostro, perocché avete il becchetto intagliato. — La buona donna
piglia questo becchetto, che è applicato al cappuccio con uno spillo,
e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Ora va piú oltre;
truovo molti bottoni portar dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: —
Questi bottoni, voi non potete portare; — e quella risponde: — Messer
sí, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non
mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo, e ancora non c'è niuno
occhiello. — Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice:
Che potrà apporre costei? — Voi portate gli ermellini. — E la vuole
scrivere. La donna dice: — Non iscrivete no, che questi non sono
ermellini, anzi sono lattizzi. — Dice il notaio: — Che cosa è questo
lattizzo? — E la donna risponde: — È una bestia Dice uno de' Signori:
Noi abbiamo tolto a contendere col muro. Dice un altro: Me' faremo
attendere ai fatti che importano piú». (_Novella_ 137).

[366] Il GUICCIARDINI, nelle sue _Considerazioni sui Discorsi del
Machiavelli_ (_Opere inedite_, vol. I, Firenze, Barbèra), conferma
chiaramente quello che diciamo qui sopra. Discorrendo intorno al
Cap. 12, Lib. I, del Machiavelli, ove questi dice che i Papi avevano
impedito l'unità d'Italia, esso, pure approvando, soggiunge: «Ma
non so già se il non venire in una monarchia sia stata felicità o
infelicità di questa provincia, perché se sotto una repubblica questo
poteva essere glorioso al nome d'Italia e felicità a quella città che
dominassi, era all'altre tutte calamità, perché oppresse dall'ombra di
quella, non avevano facultà di pervenire a grandezza alcuna, essendo il
costume delle repubbliche _non partecipare e frutti della sua libertà
e imperio a altri che a' suoi cittadini proprî.... Questa ragione non
milita in uno regno, il quale è piú comune a tutti i sudditi, e però
veggiamo la Francia e molte altre province viversi felici sotto uno
re_».



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in
fine di volume (pag. 319) sono state riportate nel testo.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1" ***

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