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Title: Le invasioni barbariche in Italia
Author: Villari, Pasquale
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le invasioni barbariche in Italia" ***

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                                   LE
                          INVASIONI BARBARICHE
                                   IN
                                 ITALIA


                                   DI
                            PASQUALE VILLARI


                             CON TRE CARTE



                             ULRICO HOEPLI
                    EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
                                 MILANO
                                  1901



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

      152-900. — Firenze, Tip. di S. Landi, Via Santa Caterina, 12



                                   AL

                       PROF. ALBERTO DEL VECCHIO



PREFAZIONE


Il fine che mi sono proposto nello scrivere questo libro è assai
modesto, ma è anche assai difficile a raggiungere. Il lettore
giudicherà se sono riuscito. Io dirò solo in che modo sorse in me
l'idea di accingermi all'opera.

Non si può negare che dopo la costituzione del regno d'Italia molto
si è da noi progredito nello studio della storia. Ne sono una prova
il gran numero di _Archivi storici_, che si pubblicano in ogni
regione; le _Deputazioni e Società di Storia patria_, che sorgono per
tutto; la grande quantità di documenti, che ogni giorno vengono alla
luce; i progressi che han fatto la paleografia, la diplomatica, la
filologia classica e la neo-latina, la storia del diritto, il metodo
e l'erudizione storica in genere. Con tutto ciò libri che narrino gli
avvenimenti del passato in modo facile e piano, agevolmente leggibili,
i quali una volta erano assai numerosi in Italia, e servivano di
modello alle altre nazioni, vanno oggi divenendo fra noi sempre più
rari. Pure è certo che le ricerche d'archivio si fanno per poter sempre
meglio e più sicuramente scrivere le narrazioni destinate alla gran
maggioranza dei lettori.[1] Noi invece passiamo dai libri scolastici,
che si leggono a scuola, e poi si gettano via, ai libri d'erudizione,
che servono solo ai dotti di mestiere o, come oggi li chiamano,
specialisti.

È facile capire qual grave danno tutto ciò debba recare alla nostra
letteratura, alla nostra cultura; massime se si riflette, che la
storia in genere, e quella dell'Italia in ispecie dovrebbe essere
un mezzo non solo d'istruzione, ma anche di educazione nazionale,
contribuendo efficacemente a formare il carattere morale e politico
del nostro paese. Cesare Balbo, animato sempre di nobile patriottismo,
deplorò in tutta la sua vita che noi non avessimo una storia popolare
d'Italia, tale che tutti potessero leggerla con piacere e profitto.
Egli si provò più volte a scriverla, ma rimase come sgomento dinanzi
alle molte difficoltà che incontrava. Oggi, dopo la pubblicazione di
tanti nuovi documenti, dopo tante nuove e così sottili dispute, le
difficoltà sono cresciute piuttosto che scemare. Alcune di esse possono
dirsi intrinseche alla natura del soggetto; altre invece dobbiamo
riconoscerle conseguenza del nostro modo di trattarlo e dell'indirizzo
che abbiam preso nei nostri studi.

Arduo assai deve certo riuscire il narrare in modo facile e chiaro la
storia d'un paese che fu nel passato diviso in tanti Stati diversi,
ciascuno dei quali ebbe il suo proprio carattere, le sue proprie
vicende. Nel mezzogiorno abbiamo una monarchia feudale; nell'Italia
centrale lo Stato della Chiesa, con un governo che è diverso da ogni
altro, e la cui storia si collega con quella di tutta quanta l'Europa;
più al nord abbiamo la moltitudine infinita dei Comuni e delle
Signorie. Come, dove trovare un filo conduttore, che guidi chi scrive
e chi legge? Queste difficoltà, è ben vero, non s'incontrano solamente
in Italia; anche la Germania è stata sempre divisa e suddivisa. Nè
sarebbero difficoltà insuperabili, se noi stessi non le rendessimo per
colpa nostra anche maggiori; il che avviene in molti e diversi modi.
In tutte quante le nostre scuole, in tutte le nostre pubblicazioni
ci occupiamo oggi quasi esclusivamente di storia italiana. È divenuto
poco meno che impossibile il vedere fra di noi apparire un libro sulla
storia della Riforma, della Rivoluzione francese, della Germania,
dell'Inghilterra, della Spagna, delle nazioni estere in generale.
Ma la nostra storia è così strettamente connessa con quella di tutta
l'Europa, che senza studiar l'una non è possibile comprendere l'altra.
Chi infatti potrebbe mai intendere la storia italiana del Medio Evo,
senza quella della Germania, o indagare le origini prime del nostro
Risorgimento, senza occuparsi della Rivoluzione francese? Chi potrebbe
farsi un concetto chiaro della Contro-Riforma in Italia, senza aver
prima compreso la Riforma di Lutero? Ne segue perciò che, se questa
tendenza verso un'erudizione esclusiva ed unilaterale ci fa sempre
più diligentemente indagare ed esaminare i particolari problemi della
storia italiana, ci rende invece assai difficile comprenderne il
carattere generale, e valutare con giusto criterio la vera parte che
noi abbiamo avuta nella civiltà del mondo. Più di una volta ci tocca
infatti l'umiliazione di vedere gli stranieri scrivere sulla storia
dell'Italia antica, medioevale o moderna libri migliori dei nostri: e
da essi la nostra gioventù deve apprendere la storia del proprio paese.
Pur troppo questi libri, non ostante la molta dottrina ed il buon
metodo, sono scritti non di rado con uno spirito ostile all'Italia;
il patriottismo degli autori li spinge naturalmente ad esaltare la
loro patria a danno della nostra. E così ne segue che si diffondono
anche fra di noi sul carattere morale e politico degl'Italiani,
sull'intrinseco valore della nostra civiltà, della nostra letteratura
idee e giudizi poco esatti, che ci nocciono assai, facendoci perdere la
giusta coscienza di noi medesimi.

Non lieve ostacolo a scrivere una storia nazionale che, pur essendo
patriottica e popolare, sia imparziale, viene anche dalle relazioni
in cui l'Italia si trova colla Chiesa. Noi abbiamo scrittori guelfi
e scrittori ghibellini: i primi vorrebbero sempre lodare i Papi,
giustificando tutto quello che fecero; i secondi vorrebbero invece
sempre biasimarli, cercando di porre in ombra la parte, certo
grandissima, che ebbero nella storia del nostro paese. A questo
s'aggiunga l'abbandono in cui sono fra di noi gli studi religiosi, la
storia della teologia e del Cristianesimo. E come si può senza di essi
comprendere la storia d'un popolo, che ha fondato la Chiesa cattolica,
d'un popolo la cui vita religiosa fu così intensa, così strettamente
unita con la sua vita politica, letteraria, artistica e civile?

Pensando e ripensando a tutto ciò, mi parve che dovesse in Italia
riuscire assai utile una collezione di volumi, che trattassero
separatamente, in modo popolare, i vari periodi della storia d'Italia,
sotto i suoi molteplici aspetti, e con essa anche la storia dei vari
popoli civili. Di siffatte collezioni ogni regione d'Europa e gli
Stati Uniti d'America ne hanno oggi parecchie; perchè non potremmo, non
dovremmo noi averne almeno una? Mi decisi quindi a farne la proposta
all'egregio editore comm. Hoepli, che l'accolse con favore, e si pose
all'opera.

Due volumi sono già venuti alla luce. Il primo è una nuova edizione
del ben noto libro del conte Balzani sulle cronache italiane, da lui
riveduto e corretto. Il secondo è una storia del nostro risorgimento
pubblicata dal prof. Orsi del Liceo M. Foscarini di Venezia. Altri tre
volumi non tarderanno molto, io spero, a veder la luce. Uno, già quasi
compiuto, è del prof. Errera, dell'Istituto Tecnico di Torino, sulla
storia delle scoperte geografiche. Il prof. Salvèmini del Liceo Galileo
di Firenze, ed il prof. Brizzolara dell'Istituto Tecnico di Reggio
Calabria scrivono sulla storia moderna dell'Europa. Altri volumi sono
in preparazione.

E per contribuire anch'io, come meglio posso, all'opera comune,
pubblico ora questo primo volume di storia italiana, nel quale
mi occupo delle invasioni barbariche. Non è un libro erudito, nè
scolastico, e neppure di storia generale e filosofica, come il _Sacro
Romano Impero_ del Bryce, o le _Rivoluzioni d'Italia_ del Quinet. I
fatti debbono qui essere narrati nella loro cronologica successione
e logica connessione, senza discutere o dissertare, e, per quanto
è possibile, senza annoiare. Mi sono, com'è naturale, servito delle
opere recentemente pubblicate, come quelle del Bury, del Malfatti, del
Bertolini, del Dahn, del Mühlbacher, dell'Hartmann,[2] e più di tutte
di quella dell'Hodgkin. Non ho trascurato alcuni autori più antichi
come il Gibbon, il Tillemont ed il Muratori, che non invecchia mai;
nè ho tralasciato di ricorrere alle fonti. Ma le citazioni, salvo casi
eccezionali, sono di regola escluse. Credevo dapprima che lo scrivere
questo piccolo volume, che si occupa d'un periodo solo della storia
d'Italia, quando questa non era anche divisa e suddivisa, dovesse
riuscirmi comparativamente agevole; ma ho dovuto pur troppo accorgermi
che anch'esso era, per me almeno, assai difficile. Non mi sono però
mancati aiuti e consigli preziosi di due dotti colleghi e carissimi
amici, i professori Achille Coen ed Alberto Del Vecchio, ai quali mi è
grato manifestar pubblicamente la mia vivissima riconoscenza. Nè posso
dimenticare il giovane e valoroso professor Luiso, che volle aiutarmi
rivedendo le bozze di stampa.

Se questi primi volumi incontreranno il favore del pubblico; se
esso vorrà essere indulgente verso le imperfezioni inevitabili in
un'impresa, che fra di noi può dirsi nuova; e se non ci verrà meno la
cooperazione degli studiosi, noi crediamo che la nostra collezione
potrà riuscire utile alla cultura del paese, ed agevolare non poco
la via a scrivere sempre meglio quella storia nazionale e popolare
d'Italia, tanto desiderata e tanto desiderabile. Siamo in ogni modo
persuasi, che una raccolta quale noi l'abbiamo ideata è oggi non solo
utile, ma anche necessaria al nostro paese più che ad ogni altro. E
crediamo che, quando pure fossimo condannati a non riuscire, l'impresa
verrebbe assunta da altri più fortunati di noi, perchè risponde ad
un vero bisogno dell'ora presente. Il materiale storico che si è
raccolto, e va ogni giorno più aumentando, è immenso; nè deve rimanere
il privilegio e la proprietà di pochi dotti, ma deve essere coordinato
e reso accessibile a tutti. Solo così potremo riuscire ad infondere nel
paese la coscienza di ciò che esso fu ed è veramente, la cognizione
sicura della parte che l'Italia ebbe, di quella che può e deve oggi
avere nella storia e nella civiltà del mondo.



LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA



LIBRO PRIMO

DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE



CAPITOLO I

La caduta dell'Impero


Perchè cadde l'Impero Romano? La risposta che subito si presenta
è questa: i Romani eran corrotti e dalla corruzione infiacchiti;
i barbari, più rozzi, erano anche più morali e più forti. Quando
passarono il Reno e il Danubio, la vittoria non poteva essere dubbia;
l'Impero doveva crollare, una società nuova doveva formarsi. Ma perchè
mai si corruppe e s'infiacchì un popolo, che per tanti secoli era
stato l'esempio della disciplina, della virtù e della forza; che aveva
saputo conquistare il mondo? La corruzione non era la causa, era la
conseguenza, il primo segno della decadenza già cominciata. L'Impero,
che Tito Livio già vedeva piegarsi sotto il peso della sua stessa
grandezza, non poteva durare eterno.

Esso aveva formato l'unità civile e morale del mondo antico, la quale
era stata necessario apparecchio alla costituzione delle nazionalità.
Per vivere e prosperare, queste hanno infatti bisogno di essere in
relazione fra di loro, di sentirsi come parti diverse d'una stessa
famiglia. Ma il loro sorgere rendeva impossibile l'esistenza del mondo
antico, il quale riconosceva l'assoluto predominio d'una civiltà sola,
al di fuori della quale tutti erano barbari. Se perciò da una parte, e
vista da lontano, la caduta dell'Impero ci apparisce come qualche cosa
d'inaspettato e straordinario; da un'altra reca maraviglia invece la
sua lunga durata. Sotto una forma o l'altra, noi lo vediamo infatti
sopravvivere a sè stesso in tutto il Medio Evo. E più tardi ancora
tenta, sebbene invano, di rinascere dalla tomba, prima con Carlo V,
poi con Napoleone I. Il vero è che l'unità dell'Europa e la diversità
dei popoli che l'abitano sono due fatti innegabili del pari, dai quali
risultano le vicende della storia moderna.

Roma era stata una città, un municipio, che aveva cominciato col
conquistare e romanizzare le popolazioni vicine, con esse l'Italia,
con l'Italia quasi tutto il mondo allora conosciuto. Ma il dominio
d'una città sola sopra un così vasto territorio, sopra genti così
diverse, imponendo a tutte lo stesso governo, la stessa legislazione,
la stessa lingua ufficiale, doveva, con l'estendersi, incontrare
difficoltà sempre maggiori. Era stato comparativamente facile
assimilare le popolazioni romane; ma l'Africa, la Spagna, la Rezia, la
Gallia resistettero invece sempre più ostinatamente. E una difficoltà
nuova s'incontrò nell'Asia Minore e nella Grecia, dove per la prima
volta i Romani trovarono una civiltà superiore alla loro. Conquistato
colle armi il paese, furono essi conquistati dalla cultura greca, cui
dovettero assimilare la propria, per diffonderle ambedue nel mondo. E
così, quando l'Impero fu giunto al Reno ed al Danubio, esso non aveva
più nessuna vera unità intrinseca, corrispondente a ciò che di fuori
appariva. Non era uno Stato, non era una nazione; era un amalgama di
popoli diversi, uniti insieme dalla forza, e sottomessi alla stessa
civiltà. Al di là dei confini c'era un paese vastissimo, abitato da
popolazioni bellicose e barbare, che s'avanzavano minacciose come un
fiume che straripa.

Da un tale stato di cose, la società romana fu profondamente turbata. E
prima di tutto ne fu alterata la costituzione stessa dell'esercito, che
era stato lo strumento principale della conquista e della fondazione
dell'Impero. Una volta, così osservava giustamente il Gibbon, gli
eserciti della Repubblica erano formati di proprietari e coltivatori
del suolo, i quali pigliavano parte alle assemblee, votavano le leggi
di Roma, e la difendevano colle armi. Il benessere della patria era
immedesimato col proprio. Una battaglia vinta era la loro fortuna, una
battaglia perduta era la loro rovina personale. Tutti gl'interessi
morali e materiali, consacrati dalla religione, si univano a fare
di essi cittadini e soldati eroici, che dopo la guerra tornavano
tranquilli e modesti ai loro campi. Chi potrebbe mai supporre che gli
abitanti della Rezia, della Spagna, della costa africana potessero
combattere con lo stesso ardore, con la stessa fede, per difendere
una potenza alla quale si sentivano spesso estranei o avversi? Questi
eserciti mandati a difendere confini sempre più estesi, più lontani e
continuamente assaliti, divennero di necessità eserciti stanziali. Chi
era chiamato a farne parte, abbandonava il luogo nativo, i campi, se
ne aveva, i quali perciò spesso restavano incolti, e rimaneva sotto
le bandiere, in paese straniero, fino a che gli bastavano le forze.
Di qui il bisogno sempre maggiore e le difficoltà sempre crescenti di
trovar nuove reclute, che bisognava allettare con nuovi privilegi,
con paghe maggiori. E quindi l'uso d'accogliere sotto le bandiere
perfino gli schiavi, ma sopra tutto i barbari, che ben presto formarono
la parte maggiore degli eserciti romani. La guerra divenne così un
mestiere, e la forza delle armi risiedeva più nella disciplina che nel
patriottismo. Pure tale era la potenza di questa disciplina, tale il
fascino maraviglioso che il nome sacro di Roma e dell'Impero esercitava
sugli animi, che di elementi così diversi si riuscì a formare un
esercito formidabile, il quale, per più secoli ancora, continuò ad
operare miracoli.

A mantenere questo esercito numeroso e lontano occorrevano spese
enormi. Era perciò necessario d'aggravare il paese di tasse. A poco a
poco l'occupazione continua della Curia e dei Decurioni nei Municipi
si ridusse a cavar denari da popolazioni già dissanguate. Costretti
ad essere responsabili di ciò che occorreva, anche se i contribuenti
non potevano pagarlo, il loro ufficio, una volta ambito come un onore,
divenne un peso da cui ognuno cercava liberarsi, perfino con la fuga,
con l'esilio volontario. E così anche qui l'interesse privato, che in
altri tempi era immedesimato col pubblico, si trovava ora con esso a
conflitto: principio inevitabile di debolezza e di decadenza morale in
tutte le società.

Le continue guerre andarono sempre più aumentando il numero degli
schiavi. I capi degli eserciti avevano accumulato enormi fortune, al
pari dei fornitori di esso, e dei governatori delle province. I ricchi
divenivano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e l'usura
li riduceva alla miseria. Questi finivano allora col mettersi alla
dipendenza dei vasti possessori di terre, sotto forma di coloni più
o meno attaccati alla gleba, pagando un affitto sulle terre che erano
state già loro proprietà. Ne nacque una vera questione agraria-sociale,
causa non ultima delle guerre civili e della totale decadenza. La
classe media fu distrutta, e si formò quella dei latifondisti, che
furono possessori di più diecine di migliaia di schiavi, di trenta,
di quaranta miglia quadrate di terre, quasi d'intiere province. Il
latifondo, che di sua natura tende ad ingrandirsi, aggregandosi le
terre vicine, porta seco la cultura estensiva dei campi, esaurisce la
fertilità del suolo, e ne diminuisce il prodotto. Così l'Italia non
bastò più a se stessa, al suo esercito, anche il grano della Sicilia
essendo scemato. E cominciò a dipendere dall'Africa, senza il cui aiuto
correva pericolo d'essere affamata.

Tutto il vasto territorio dell'Impero era disseminato d'un gran numero
di città, molte delle quali, colonie civili o militari. Queste città
erano ordinate a similitudine della capitale, colle loro assemblee,
coi loro magistrati, le scuole, i tempii, i bagni, gli acquedotti, le
caserme, gli anfiteatri. Esse erano congiunte tra di loro da una rete
di strade, che è fra le opere più maravigliose di tutta l'antichità.
Partendo dal Foro Romano, in mille direzioni diverse, arrivavano ai
confini. Ad ogni cinque o sei miglia si trovava un numero sufficiente
di cavalli, per tenere fra loro in pronta comunicazione tutte le parti
dell'Impero. La campagna affatto deserta, sparsa qua e là di ville o
masserie, era coltivata da schiavi e coloni, che non differivano molto
fra di loro. La sera si riducevano nelle città o nelle ville. Anche
l'industria, assai limitata, era affidata agli schiavi, che arrivarono
ad un numero sterminato. Il Gibbon afferma che ai tempi di Claudio
la popolazione dell'Impero contava 120 milioni, dei quali 60 erano
schiavi. Ma anche senza dar piena fede a queste cifre, è certo che più
d'una volta le ribellioni degli schiavi condussero l'Impero all'orlo
dell'abisso.

Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con assoluto
potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito ed i latifondisti.
L'esercito volle ben presto fare e disfare, o almeno approvare esso
gl'imperatori, dividendosi qualche volta in partiti, e proclamandone
più d'uno nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e spesso
sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti uffici dello
Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e si trovavano alla
testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano nelle città insieme con una
plebe di nullatenenti oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era
necessario far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola
con spettacoli e giuochi: _panem et circenses_. Se a tutto ciò
s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata,
quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, erano già in
maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, si capirà facilmente che
ormai non c'era più forza umana che potesse evitare una spaventosa
catastrofe.

A tutte queste cause civili, militari, economiche di divisione
e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione religiosa. Il
Cristianesimo s'avanzava trionfante dall'Oriente, annunziando il
principio di una nuova rivelazione, d'una nuova vita morale. La
sua teologia nasceva, è vero, dall'innesto della filosofia greca
col Vangelo; ma esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui
l'Impero era fondato. Il monoteismo era la negazione del politeismo; la
rivelazione non s'accordava con la filosofia antica. Il Cristianesimo
condannava la forza e la violenza, proclamava tutti gli uomini, tutti
i popoli uguali innanzi a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla
violenza, sottomesso tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre
sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste e di
Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo aveva valore solo come
apparecchio alla vita d'oltre tomba. La società, la patria, la gloria,
tutto ciò per cui Roma era stata grande, per cui aveva vissuto, che
più aveva ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava
solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava di demolire
i principii fondamentali di una filosofia, di una letteratura, di
una civiltà intera, di tutto un mondo morale, per sostituirvene un
altro. È facile immaginarsi qual profondo sovvertimento tutto ciò
dovesse portare nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi
dovesse lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più
crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. Ma
il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare la nuova pianta, per
farla crescere più rigogliosa. Tutti gli oppressi accoglievano con
ardore la nuova fede, che valendosi delle vecchie istituzioni romane,
fondava una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente di
tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, per costruirne dei
nuovi; trasformava gli antichi tempii; fondava ospedali, istituti di
beneficenza, scuole, che erano tante fortezze destinate a demolire
sempre più la vecchia società. La caduta dell'Impero non spaventava
punto i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. La
stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, appariva loro
come provvidenziale, perchè destinata a punire quelli che ancora
adoravano gli Dei falsi e bugiardi, che tenevano sempre aperto il
tempio di Giano.

Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, che gli
uomini dell'antica società si abbandonassero allo scetticismo, alla
disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, non è da far maraviglia. Ma
pur grande veramente doveva esser sempre la vitalità dell'Impero, se
potè continuare a resistere più secoli, respingendo l'un dopo l'altro
i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. Di questa sua
vitalità, non solo materiale ma anche morale, fu prova la diffusione
e la importanza in esso assunta dalla filosofia stoica, che venne di
Grecia, ma ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col quale
tentò assumere la direzione della vita, pigliando quasi il posto
della religione. Difficilmente nella storia del mondo si troverebbe
un tentativo più nobile, più eroico e più disperato ad un tempo,
di quello fatto dagli stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti
popoli, alla fusione e confusione di tante religioni, di tante forme
diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi cercarono di
rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi del Cristianesimo,
fondandosi sul concetto, sul culto della più pura, disinteressata
virtù. Rinunziando alla speranza d'una vita futura, ad ogni ricompensa
in questo o nell'altro mondo, disprezzando la gloria presso i posteri,
non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano la virtù come
fine a sè stessa, scopo unico della vita, come quella che trovava in sè
ogni compenso, sgorgava spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo.
La serena tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, per
difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, quasi
volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar la gloria dell'antica
Roma. Ma pur troppo non era che un tentativo filosofico, il quale non
poteva esser che l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile
che penetrasse nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il
Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. Pure
fu come un baleno, che per breve tempo illuminò di luce vivissima
l'Impero, e che più tardi sembrò ripetersi novamente colla diffusione
del Neoplatonismo, predicato da Plotino e da Porfirio.

Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione dello
Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. Indifferente
alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale ed appariscente grandezza,
amico della giustizia e della virtù, era nemico della guerra. Ma
quando i confini dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che
insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli assunse
il comando dell'esercito, e combattendo fino alla morte con valore di
gran capitano, li respinse e disfece. Nè durante il conflitto tralasciò
le sue meditazioni filosofiche; ma ritirandosi la sera nella tenda,
continuava a scrivere quei _Pensieri_ che rimasero immortali. «Nessuno,
dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo suo uso,
senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero morale, puro,
libero da ogni legame sistematico o dommatico, si sollevò ad un'altezza
che non fu mai superata. Ed il suo libro, il più puramente umano che
sia stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè egli fu
il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla morte di Domiziano
all'ascensione di Commodo al trono (96-180 d. C.), noi troviamo, con
Nerva, Traiano e i due Antonini, una serie di sovrani che rappresentano
la giustizia, la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. Il
Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato lodatore
di Bruto, è pieno della più entusiastica ammirazione per quel periodo
dell'Impero. Il Gibbon afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo
mai, durante tutta la storia del mondo, il genere umano fu più felice,
non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui appunto sorvola più
che mai sulle crudeli persecuzioni dei Cristiani, per parte d'alcuni
di questi medesimi imperatori, è pur costretto ad aggiungere, che tutto
dipendeva allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. Infatti
prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei pessimi. E subito le
forze disorganizzatrici, che solo per breve tempo poterono rimanere
latenti, si scatenarono, portando alla superficie quella corruzione e
decomposizione sociale, che non poteva più essere fermata, e che doveva
inesorabilmente aprire la via ai barbari.



CAPITOLO II

I Barbari


L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, i quali
si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo ripetutamente i
Romani, aprì a questi la prima volta gli occhi sul pericolo che li
minacciava dalla Germania. C. Mario, è vero, in due grandi battaglie
(102 e 101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo
i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo molte vittorie,
si trovò anch'esso di fronte ad un esercito germanico, comandato da
Ariovisto che, passato il Reno, era penetrato nella Gallia, combattendo
valorosamente. Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma
ivi trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso e quasi
nomade; una società in tutto profondamente diversa dalla romana;
un clima assai rigido; un suolo pieno di paludi e di boschi, senza
possibilità di approvvigionamenti, infesto all'avanzarsi d'un esercito
romano. Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, capì
subito, che non era il caso di pensare ad una stabile conquista, molto
meno a romanizzare quelle genti, e si ritirò novamente al di qua del
Reno.

Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza del valoroso
capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono nel cuore della Germania;
vi portarono le loro leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E
la conseguenza fu una tremenda insurrezione capitanata da Arminio, che
distrusse un esercito di tre legioni. Il console Varo ed i principali
suoi ufficiali, per non sopravvivere al disastro e al disonore, si
dettero la morte (9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito
romano; insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, ed
era stato colmato di onori. Ad un tratto, tornato fra i suoi, messosi
alla testa della insurrezione, aveva tratto in agguato gli antichi
commilitoni, dei quali si fingeva sempre amico, e si era scagliato
contro di essi con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani
furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati gli occhi,
fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie d'ingiurie più
sanguinose. Venne perfino disseppellito il cadavere del Console, per
poterlo insultare. Anche Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di
Arminio, che aveva cercato di fondare un regno a similitudine delle
istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, e dei quali
si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del pericolo, si manifestò
nemico aperto. Da tutto ciò appariva evidente, che nelle popolazioni
germaniche v'era un odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che
nè i benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano in
modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato a vendicare la disfatta di
Varo, ma le vittorie del valoroso capitano furono pagate ad assai caro
prezzo. Nel clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio
persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. Una
formidabile tempesta, distrusse una parte non piccola dell'esercito,
che si ritirava dalla parte del mare.

Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso che
l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, senza pensare a nuove
conquiste, e lo raccomandò nel suo testamento. Lungo i due fiumi
venne infatti costruita una linea di fortificazioni, e l'Impero si
attenne generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi
vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, avanzandosi
vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito anch'esso, tornò indietro,
la Dacia, al di là del fiume, restò sempre provincia romana, il che fu
un grave errore, come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che
facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè esso non
segnava più i confini dell'Impero, che s'erano portati innanzi fino
alla Dacia orientale, dove non era ugualmente agevole fortificarli.
Tuttavia, per circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, gli
assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente respinti. Questa
difesa anzi fu la costante occupazione dell'Impero, e quasi la sua
principale ragione di essere.

Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che assalivano con
tanta persistenza? Vissuti una volta, come è generalmente ammesso,
nell'Asia, insieme con coloro che più tardi furono i Greci ed i Romani,
avevano con essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata
la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, si divisero,
partendo per direzioni diverse. Il clima più mite, il suolo più
fertile, la posizione geografica più fortunata, la vicinanza dei Fenici
e degli Egiziani, fecero fare un rapido progresso a quelli tra di essi
che andarono nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire
in Germania, dove invece, per le avverse condizioni del suolo e del
clima, per il nessun contatto con popoli civili, s'andò formando, in
un periodo di molti secoli, una società affatto diversa, che ai Romani
poteva apparire di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per
poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, potevano, al
contatto colla civiltà, come poi avvenne, progredire rapidamente.

Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche notizia precisa.
Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, con un'agricoltura
affatto primitiva. Vivevano della caccia, della pesca, sopra tutto
del prodotto degli armenti, loro cura principale. Il latte, la carne,
il formaggio erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, la luna,
il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che vedevano, e da cui
ricevevano benefizio. Pieni di grossolane superstizioni, di costumi
crudeli, non avevano ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che
sopra tutti richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste
popolazioni, in continuo moto, non conoscevano la proprietà privata
della terra, la quale era invece posseduta collettivamente dai
villaggi, anzi dalle parentele, _Cognationes_ come esso le chiamava,
_Sippen_ come le dicono i Tedeschi. Appena si fermavano, i Magistrati
o sia i loro capi, dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo
un anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di nuovo, nello
stesso modo, il terreno. Le case erano specie di capanne da potersi
facilmente decomporre e trasportare, come proprietà mobile, sui carri,
colle masserizie, coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che
educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le guerre coi
vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro occupazione continua,
il bisogno costante d'una gente, la quale con la sua rozza agricoltura
esauriva subito il terreno che aveva occupato. Cesare restò assai
maravigliato in presenza d'un genere di vita tanto diverso da quello
dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi barbari. Gli risposero,
che vivevano a quel modo, perchè una troppo assidua cura dei campi
non li dissuefacesse dalla guerra, ed una costruzione più accurata e
solida delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo ed il
caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle fortune e l'avidità del
possedere non arricchisse i potenti, spogliando i deboli; si evitasse
quella cupidigia da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si
mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva i suoi campi
uguali a quelli dei più potenti.[3] È difficile credere che questo
fosse proprio il linguaggio dei barbari. Ma è di certo il concetto che
più o meno sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana alla
barbarica.

Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente nella _Germania_
di Tacito, la fonte principale che abbiamo, per conoscere un po' più
da vicino quelle popolazioni. Le notizie che ci dà Cesare sono poche e
frammentarie, ma chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione,
dalla sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura un
breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza se egli lo avesse
davvero visitato. In ogni modo ne vide, se mai, una piccola parte,
e le notizie che ci dà sono il più delle volte di seconda mano,
cavate da Cesare, che egli chiama _summus auctor_, e da altri, che
erano stati oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno
scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. Egli s'era
persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo XVIII) che i popoli
primitivi, più vicini allo stato di natura, sono perciò, come erano
stati gli antichi Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli
che una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era seguito
ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente patriottismo, con un
sentimento quasi profetico della rovina che minacciava l'Impero, voleva
scongiurarla col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. E
quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava la vita, i
costumi dei barbari. Egli è certo un grande storico e pensatore; ma,
a differenza di Cesare, sempre chiaro, sobrio e preciso, è anche un
manierista, il cui stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a
molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a dispute infinite,
massime quando egli non va pienamente d'accordo con Cesare, il che
gli succede spesso. Ma siffatte divergenze hanno un'assai facile
spiegazione. Tacito scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo
tempo la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto dai
barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato chiuso il passaggio
del Reno e del Danubio, quando forse altre popolazioni li sospingevano
dall'oriente, tutto questo cominciò a rendere impossibile quella vita
seminomade dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere sulla terra
occupata una dimora, in parte almeno, più stabile.

Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti della
Germania in uno stato di barbarie, ignari delle lettere dell'alfabeto,
con scarsa conoscenza dei metalli, tanto che ne facevano poco uso
anche nelle armi; con nessuna conoscenza della moneta, della quale
solamente coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani.
Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente nella caccia
e nella guerra, lasciavano per quanto potevano la cura della casa e la
cultura dei campi alle donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più
che altro, del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento e ne
cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. Temperati in tutto,
meno che nel bere e nel giuoco, non vestivano più di sole pelli, ma
usavano mantelli di lana. Le loro antiche divinità avevano cominciato
ad assumere una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle
romane. Il _Tius_ (_Dyaus_ vedico), Dio supremo del cielo luminoso,
divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche Dio della guerra,
è da lui confuso con Marte, e messo perciò in secondo luogo; in primo
egli pone invece _Wuotan_ (l'Odino dell'_Edda_), il Dio dell'aria e
delle tempeste, che chiama Mercurio. _Donar_,[4] figlio di _Wuotan_,
Dio dei fulmini e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso
ora con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità hanno
passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano alle querele degli
uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità di demoni, che popolavano
l'aria, la terra, l'acqua, i boschi, i monti. Un ordine sacerdotale,
che Cesare non aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare
le loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E quindi
non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, che cioè essi non
costruivano tempii ai loro Dei, quasi per non profanarli con un culto
materiale, adorandoli invece, come in ispirito, nei boschi, quali
esseri invisibili e presenti.[5]

Questi barbari, come già accennammo, avevano ora preso dimora alquanto
più stabile sulle terre che occupavano. Ma non conoscevano ancora
le città, che ad essi sembravano prigioni, nelle quali «anche i più
feroci animali si sarebbero infiacchiti.»[6] Le case non erano più
mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento e dei mattoni
era sempre ignoto. Poste, come anche oggi vediamo nei villaggi della
Svizzera, del Tirolo, della Germania, le une separate dalle altre,
eran circondate da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano
alla famiglia che vi abitava.[7] E qui si può notare un primo passo
verso la proprietà privata, immobiliare. La terra rimaneva però
sempre proprietà collettiva del villaggio divenuto più stabile. Non
si mutava luogo ogni anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo
imponeva, sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei campi, e
che perciò non bastassero più alla popolazione, sia che le conseguenze
di qualche guerra sfortunata costringessero a cercare altra sede. Ma
dentro il territorio occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la
Marca, la mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata
venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le famiglie mutassero
il terreno che coltivavano, Tacito lo accenna in un luogo, che è dei
più oscuri, interpetrato perciò in non meno di sei modi diversi. E la
confusione delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal
volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore aveva voluto
dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, e che forse ignorava.

Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, la quale tante
rovine aveva portato nella società romana, Tacito continua: «le terre
sono occupate da tutti, secondo il numero dei coltivatori, fra i quali
vengono divise; e questa divisione è resa più agevole dalla vastità
del terreno che occupano. D'anno in anno si mutano i campi messi a
cultura, e sempre ne avanza una parte (quella probabilmente abbandonata
al pascolo). Non rimangono confinati in breve spazio, non si adoperano
a mantenere la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento,
senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»[8] Il villaggio
aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi di Cesare; ma
dentro di esso la mutazione era continua, nessuno restando più di
un anno a coltivare lo stesso campo. La parte via via lasciata a
pascolo, rimaneva sempre d'uso comune, perchè la proprietà della
terra continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito non
ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da lui descritto
noi possiamo però farci un'idea più chiara, se gettiamo uno sguardo
al modo in cui si trovava costituita la Marca[9] germanica assai più
tardi, nel Medio Evo. Era questo uno stato di cose certamente diverso
da quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, per processo
naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava perciò alcune tracce
visibili. Una parte del terreno era occupata da case sparse per la
campagna, cogli orti come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a
pascolo comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con regole
assai minute e determinate, che non sarebbero state possibili ai tempi
di cui noi ci occupiamo. Questa parte era divisa fra i vari capi di
famiglia, i quali dovevano coltivare il loro campo in maniera, che ogni
anno un terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti
avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi campi fossero,
coll'andar del tempo, per un periodo sempre più lungo, assegnati ai
capi delle famiglie, pure la parte da ciascuno di essi lasciata a
pascolo, tornava ad essere d'uso comune, il che ricordava l'origine
antica, ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. Come
si vede, un tale stato di cose, pur non essendo quello descritto da
Tacito, derivava da esso e giova a farcelo meglio comprendere.

Questi barbari, che non conoscevano le città, molto meno conoscevano
lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono divisi in molti popoli diversi,
ciascuno dei quali ordinato, suddiviso in quelli che, con nomi latini,
essi chiamarono _Vicus_, _Pagus_ e _Civitas_. Il _Vicus_ o villaggio
era l'associazione più elementare, ancora poco determinata, costituita
dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (_Cognationes,
Sippen, Sippenschaften_), con le quali spesso si confondevano
addirittura. La riunione di alcuni _Vici_ formava il _Pagus_, in
tedesco _Gau_, una specie di Cantone svizzero, che era il nucleo più
forte, quasi l'unità organica di questa società. L'unione di più _Pagi_
costituiva la _Civitas_, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, la
maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare apparisce assai
più debole che a tempo di Tacito.

Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, tanto
che _populus_ ed _exercitus_, uomo libero ed uomo in armi, erano una
sola e medesima cosa. Si direbbe che fin d'allora vi si ritrovasse
il primo germe di ciò che, dopo secoli, doveva essere il servizio
militare obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito
germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema decimale,
per centurie, che si raccoglievano e costituivano nei _Pagi_, con
uomini venuti dai villaggi, fra loro imparentati, e comandati dai
capi dei villaggi stessi o delle parentele, giacchè anche qui, come
sempre, predominavano i legami di sangue. Tutto questo fece sì che
alcuni scrittori moderni dettero al _Pagus_ o _Gau_ il nome di Centena,
_Hundertschaft_. Se non che, il _Gau_ era d'assai varia estensione,
qualche volta grosso quasi come una _Civitas_, ed allora naturalmente
le centurie si costituivano nei centri minori, e si era quindi
indotti ad attribuire piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a
confonderle con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento
civile ed il militare, per quanto sieno in stretta relazione fra di
loro, non potevano essere allora, come non furono mai, una sola e
medesima cosa. E però, quando anche venisse dimostrato con assoluta
certezza, che la centuria si formava solo nel _Vicus_ o solo nel
_Pagus_, non ne seguirebbe perciò che centuria e _vicus_ o _pagus_
potessero confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur notare
che, per quanto simili fossero allora i molti popoli germanici, ed
i caratteri generali del loro ordinamento civile e militare, v'era
sempre nei particolari una grande varietà da luogo a luogo, da popolo
a popolo. Solamente una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo,
e forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe darci modo di
definire e determinare con precisione i caratteri generali d'uno stato
di cose tanto diverso dal nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti
almeno, rimaner sempre per noi incerto ed oscuro.

Nel villaggio comandavano i _Majores natu_, i capi cioè delle famiglie
o delle parentele, che nelle cose di più grave importanza consultavano
il popolo, di cui in guerra assumevano il comando. Alla testa del _Gau_
si trovavano uno o più _Principes_, ai quali gli scrittori romani
dettero nome anche di _Magistratus_, e qualche volta di _Reges_.
Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi fra
i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. La prima era composta
delle famiglie più antiche, che avevano formato il nucleo primitivo
del villaggio, attirando a sè le altre, o di quelle che più si erano
distinte nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite;
lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, pagando
un canone in derrate o animali. Questi _Principes_ erano circondati
dai capi dei villaggi, che formavano intorno ad essi una specie di
Consiglio ristretto, che decideva le cose di minore importanza. Per le
faccende più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare la guerra,
si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze erano ordinarie, in
alcune determinate stagioni dell'anno, e straordinarie. In tempo
di pace i _Principes_ amministravano la giustizia nel _Gau_ e nel
villaggio;[10] in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare
par che avessero anche un carattere religioso, scomparso in quelli di
Tacito, essendosi allora formato già un ordine sacerdotale, che prima
non c'era.

La _Civitas_, come dicemmo, sembra essere stata in origine assai
debolmente costituita. Cesare infatti affermava di non avere in
essa trovato, in tempo di pace, nessun comune magistrato (_in pace
nullus est communis magistratus_).[11] E l'assemblea della _Civitas_
(_Consilium Civitatis_), che in Tacito ha una così grande importanza,
è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che fosse allora
veramente un organo vitale di quella società. Il _Gau_ o _Pagus_
aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore indipendenza; faceva razzìe
per proprio conto, senza troppo occuparsi di quel che voleva o non
voleva la sua _Civitas_, da cui qualche volta si staccava addirittura,
per andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano i
_Principes_, che formavano una specie di Senato, il quale deliberava
sugli affari minori, ed apparecchiava le deliberazioni più gravi da
sottomettere all'assemblea popolare, che approvava col percuotere
le armi, disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea aveva
le sue ordinarie adunanze in tempo di luna nuova o di luna piena, e
le straordinarie, in tempi indeterminati, secondo l'occorrenza.[12]
In essa venivano eletti i _Principes_, e possiam credere che ciò si
facesse confermando coloro che erano stati prima proposti dai _Pagi_.
Nella stessa assemblea venivano concesse le armi a quelli che avevano
raggiunta l'età legale, il che, secondo la espressione di Tacito, era
il primo onore, la toga virile, con la quale venivano ammessi a far
parte della Repubblica.[13]

Il governo della _Civitas_ sembra davvero essere stato generalmente
ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca un capo con la forma
monarchica, massime quando uno dei _Gau_ riusciva a prevalere sugli
altri. Quello però che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla
_Civitas_, e stringeva intorno ad essa anche _Pagi_ di altri popoli
o addirittura altre _Civitates_, formando così una confederazione,
che pigliava nome dalla principale di esse, era la guerra. Questa
richiedeva naturalmente un capo militare, un _Dux_, quali furono
Ariovisto ed Arminio, una specie di dittatore, con assoluto potere,
il quale, fatta la pace, rimaneva spesso al suo posto, divenendo
allora un vero e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più
specialmente nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente
eletto per le sue qualità militari; i principi invece per la
nobiltà delle loro famiglie: _Reges ex nobilitate, duces ex virtute
sumunt_.[14]

Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica era
il così detto _Comitatus_ (_Gefolgschaft_), che circondava così il
_Princeps_ come il _Dux_. Lo formavano i giovani più nobili ed animosi,
che si stringevano, quasi specie di paladini, intorno ad uno dei loro
capi, di cui divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per
essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio capo, così era
per questo un disonore il lasciarsi da essi vincere in valore.[15]

Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam detto,
paragoniamo la società romana alla barbarica, il contrasto apparirà
assai evidente. La prima era formata da una popolazione urbana,
divisa in un gran numero di città collegate da strade, con campagne
deserte, coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece una
società rurale, sparsa pei campi che liberamente coltivava. E sebbene
anche in essa vi fossero nobili e schiavi, v'era tuttavia un'assai
maggiore uguaglianza. La differenza delle fortune si limitava più
specialmente al numero degli armenti. La proprietà collettiva della
terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, che colle
armi difendevano il territorio comune, e nelle popolari assemblee
deliberavano insieme. Quasi nulla era l'azione dello Stato, che in
realtà non esisteva, e tutto aveva un carattere personale. La pena
era una vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva
comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. I legami
di sangue costituivano la base stessa della società, ed in parte
anche dell'esercito, ordinato in gruppi di parentele. A Roma invece
predominava su tutti lo Stato, e la società era fondata interamente
sulle relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi a
creare la proprietà privata, liberandola dalla forma arcaica, dando
così uno slancio febbrile all'attività individuale, al progresso
sociale. Ma nella lotta per l'esistenza i più forti e più fortunati
spogliarono i più deboli, e distruggendo la piccola proprietà, crearono
i latifondi. Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una
moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva un
esercito che aggravava ognuno di tasse.

Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, ci provassimo a
fondere insieme queste due società, noi vedremmo da un lato sorgere
maggiore ordine e disciplina, con l'idea dello Stato, della legge,
del diritto impersonale; dall'altro vedremmo rinascere la piccola
proprietà, ripopolarsi le campagne di liberi agricoltori. Ma queste
chimiche combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza,
con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due società, una,
pur modificando sè stessa, doveva vincere ed abbattere l'altra.
Chi doveva vincere? La società romana era una vasta, maravigliosa
organizzazione, con una grande forza espansiva ed assimilatrice. Se
non fosse stata minacciata da interna decomposizione, avrebbe di certo
potuto continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove genti,
respingendo qualunque assalto. È quello che aveva fatto per più secoli.
Se non che, colle vittorie crescevano gli elementi di decomposizione
all'interno, di debolezza all'estero. E intanto le popolazioni
germaniche tornavano continuamente all'assalto, spinte dal bisogno
irresistibile di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva
verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero sempre maggiore,
sempre crescente, come le onde di un mare in tempesta.

Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, diviso in una
moltitudine di popoli diversi, di continuo in guerra fra di loro, non
aveva unità nazionale, come era provato dal fatto, che nel chieder
nuove terre essi si offerivano spontanei a servire sotto le bandiere
dell'Impero, e combattevano con valore contro i propri connazionali.
Molte infatti delle battaglie romane contro i barbari furon vinte con
soldati germanici. Questo poteva far nascere l'illusione, che fosse
possibile, per mezzo della disciplina, impadronirsi d'una gran parte
di loro, ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente
gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità d'una tale
illusione. I barbari educati sotto le bandiere romane, divenivano
soldati e capitani eccellenti; ma non perdevano mai il loro carattere
germanico, fieramente avverso al nome romano ed all'Impero, che pur
tanto ammiravano. Anche quando non bastava a tenerli uniti la comune
origine, li univa il comune odio. Nè questo, per benefizi ricevuti, si
estingueva mai. I più grandi nemici di Roma, quelli che distrussero
l'Impero, Alarico, Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle
legioni romane. Il sentimento della comune origine, se nei tempi
ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un pericolo comune, sopra
tutto quando trovavano un capo valoroso che li guidasse, si ridestava
potentemente, e riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in
vastissime confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano
allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. Ciò s'era visto
fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, di Arminio, e continuò a
ripetersi continuamente. Questa unione, è ben vero, non durava a lungo.
Dopo il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, poteva da
un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, massime se si pensa
al numero stragrande di genti che la Germania poteva mettere in armi,
ed al numero già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra
gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia sul Reno o
sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai barbari sarebbe stato assai
difficile, anzi impossibile, organizzare qualche cosa di stabile.
Questo, essi, lo sentivano, ed era un'altra causa di debolezza, perchè
scemava non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero,
che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente non meno che
militarmente; e però lo ammiravano come qualche cosa di sacro ed
eterno, nel momento stesso che lo aggredivano con tanto furore.

Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro lato anche
maggiori. Per poco che quella mirabile unità, che riannodava e
stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, dinanzi all'impetuoso
urto barbarico, si fosse anche per un momento solo spezzata, avesse in
qualche punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un tratto
minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, e da questo
collegamento riceveva la forza e la vita. L'individuo, educato a
vivere per lo Stato e sotto la sua protezione, non capiva come senza
di esso si potesse esistere. Quando appena si sentiva abbandonato a se
stesso, era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure che
fosse possibile resistere a quella società germanica, di cui ognuno
s'avanzava con una sete feroce di sangue. Era un sentimento simile a
quello di chi veda improvvisamente, per tremuoto, crollare le case,
e senta il terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un
teatro minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era affatto
ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una società divisa e
suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi o cantoni diversi, che
colla massima facilità si univano e si separavano, per riunirsi di
nuovo. Quando una _Civitas_ era vinta e decomposta nei suoi _Pagi_,
questi facilmente si reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di
un'altra, senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che per
la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, si fosse
trovato isolato e abbandonato, usato com'era nella foresta, a contare
sopra tutto sulla forza del suo braccio e sul suo coraggio personale,
non provava nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che prima
incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere ai barbari, e fece
a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi i Romani si spaventavano
e tremavano come donne. E ciò, sebbene questi li avessero poco prima
disfatti, ed ogni volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate,
tornassero a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga.

Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero dovè non solo
respingere i continui assalti parziali d'oltre Reno e d'oltre Danubio;
ma più di una volta si trovò di fronte a formidabili eserciti di
barbari confederati, che penetrarono dentro l'Impero, e resero
necessarie a salvarlo battaglie addirittura gigantesche. Una di queste
fu quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. A un
tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da altre genti, si
videro le popolazioni germaniche avanzarsi, riunite in una immensa
moltitudine, nella quale primeggiavano i Marcomanni ed i Quadi.
Penetrarono nella Dacia, passarono il Danubio, invasero l'Impero, e
per la prima volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di
soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, abbandonati
i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, e conducendosi da gran
capitano, in una serie di battaglie fortunate, respinse il nemico
al di là del confine, e combattè sino alla sua morte, seguita il 17
marzo 180. Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze
dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario combattere
i barbari con altri barbari, ed alcuni di essi si erano anche dovuti
accogliere dentro i confini, esempio pericoloso che più tardi riuscì
funesto. Tuttavia si potè continuare per un secolo ancora a vivere
abbastanza tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi in
proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente conseguenze assai più
gravi.

Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare contro i Goti,
sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, perchè furono essi che
dettero più tardi il colpo mortale all'Impero. Una opinione largamente
diffusa, li fa venire dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi
ignote, si sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini
li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; circa
la metà del terzo secolo erano nella Russia meridionale, verso il
Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè
Goti orientali ed occidentali. Questa derivazione dalla Scandinavia e
questo lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri scrittori,
i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura popolazioni
germaniche orientali, e più che un popolo, un amalgama di genti
diverse, le quali si distesero al nord ed al sud, avanzandosi poi verso
l'occidente. Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali vorrebbero
confonderli. Sono però questioni difficili a risolversi con certezza,
anche perchè nel Medio Evo il nome di Goti si dava a genti assai
diverse.

Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi verso
occidente, cominciarono ad assalire i confini dell'Impero, che,
come dicemmo, erano, sin da quando s'era fatta l'annessione della
Dacia, divenuti da questo lato assai più deboli. E dopo molti assalti
sanguinosi, si mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito,
ad una vera e propria invasione, menando seco le donne ed i vecchi.
Trovarono però anche questa volta virile resistenza nelle legioni
romane, comandate dall'imperatore Claudio. Questi scriveva al Senato
che, nonostante il disordine in cui i suoi predecessori avevano
lasciato l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa più
necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito di 320,000
Goti, che avevano già passato il confine, deciso a vincere o morire.
Un sì gran numero di armati è probabilmente esagerato, essendovi forse
compresi anche i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato
il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che altri riducono
a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una invasione, di cui non s'era
mai vista l'uguale, e che pure in due grandi battaglie (268 e 269)
fu vinta e respinta da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella
Serbia, e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la dissero
perduta dai Romani, ammisero che vi perirono 50,000 Goti. Nella seconda
battaglia questi furono dalla cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove
dalla fame, dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti.
Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, altri rimasero
prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono di servire nelle
legioni romane. Molta fu la preda, e così grande in essa il numero
delle donne, che ogni soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte.
Il che viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un esercito
solamente, ma d'una vera e propria invasione. Claudio allora scriveva
di nuovo al Senato, dicendo: — Ho disfatto un esercito di 320,000 Goti,
ho mandato a picco 2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe
il soprannome di _Gotico_. Ma il gran numero di cadaveri fece scoppiare
una peste crudelissima, che uccise anche lui, il quale così potè dirsi
vittima della sua stessa vittoria.

Questa vittoria era certamente una prova novella della forza ancora
grandissima dell'Impero. Ma quello che nello stesso tempo dimostrava
le forze inesauribili dei barbari, si fu il vedere che, dopo perdite
così enormi, essi continuarono i loro assalti senza interruzione.
È chiaro che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse
genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore Aureliano
(270-75), che successe a Claudio, ed era buon soldato, non meno che
accorto politico, dopo avere valorosamente resistito, finì col venire
ad un accordo, cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che
non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava ai barbari
una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, dalla quale
moltissimi de' suoi abitanti dovettero emigrare. Si restringevano però,
secondo i consigli di Augusto, i confini dell'Impero alla linea più
sicura del Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente lodato;
e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace relativa, interrotta
solo da tre guerre, mosse a tempo di Costantino, nelle quali essi
furono sempre respinti, l'ultima volta con la perdita, si dice, di
100,000 uomini, morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa
linea del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora il lato più
vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano nella Dacia in grandissimo
numero, e andavano aumentando pel continuo sopravvenire di nuove
genti. E ciò, quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari
che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro altri barbari
difendere il Danubio.



CAPITOLO III

La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione
religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano l'apostata
— Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti


I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, avevano
fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, la quale fu
infatti condotta a compimento da Diocleziano (284-305) e Costantino
(323-337). Primo suo scopo era il bisogno di dare una maggiore
unità amministrativa e militare, concentrando il potere nelle mani
dell'Imperatore, facendone un vero autocrata, conferendogli anche
un carattere sacro e religioso. A rendere più agevole l'opera del
governo, sopra tutto ad evitare i continui pericoli delle tumultuose
successioni, Diocleziano s'era associato, col titolo di Augusto,
Massimiano; poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari.
La divisione del governo non portava quella dell'Impero, che restava
sempre affidato alla suprema sua direzione. Ogni volta che uno dei
quattro governanti moriva, i tre superstiti dovevano eleggere il
successore, e così si sperava di evitare le scosse ed agitazioni
continue. Ma questa parte della riforma fallì interamente allo scopo.
Infatti, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, per circa
venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, fino a che non
successe, unico imperatore, Costantino, il quale condusse a compimento
la parte veramente utile e necessaria delle riforme di Diocleziano.

L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, della Gallia,
dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile fu nettamente diviso
dal militare, e procederono parallelamente, emanando però ambedue
dall'Imperatore, capo supremo, che circondato dai suoi ministri,
comandava ad ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto
quel potere militare che avevano avuto in passato, furono messi, coi
poteri esclusivamente civili, alla testa delle Prefetture, divise in
Diocesi sotto i Vicari, e queste in Province sotto i Presidi, Consolari
o Correttori. Seguiva poi una lunga serie di minori ufficiali,
che si distendevan su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie
minutamente, precisamente determinate, per meglio amministrare, e
sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. Lo stesso fu fatto
nell'esercito coi suoi _Magistri militum_ (_peditum et equitum_),
sotto cui erano i _Duces_, i _Comites_, discendendo con pari ordine
sino ai gradi ultimi. Questa riforma prolungò senza dubbio la vita
dell'Impero, dandogli maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando
l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni del fisco
nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una vasta rete burocratica, con
le inevitabili e dannose conseguenze, che non tardarono molto a farsi
sentire. Roma, col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico
splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio Prefetto
(_Praefectus Urbi_). Essa e l'Italia furono ridotte alla condizione
di province, sottomesse non solo al governo, ma anche alla tassa
provinciale sui terreni. Già da un pezzo Roma era solo di nome capitale
dell'Impero. Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano
a Nicomedia, presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; a
Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di difendere la linea
del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, a cagione della continua
guerra persiana, spostava da un pezzo verso l'oriente il centro di
gravità dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente.

Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento la riforma di
Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore vi fu una dura persecuzione dei
Cristiani, e Costantino invece, riconoscendo la forza irresistibile
della nuova religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di
rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe una
grande importanza storica, fu il trasferimento della capitale da Roma
a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta della nuova capitale, che da lui
ebbe il nome di Costantinopoli, fu assai felice. Essa era non solo
più vicina al Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine,
che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; ma era anche
strategicamente come una fortezza resa inespugnabile dalla natura. E
ciò fu provato dalla resistenza che per molti secoli potè fare contro
innumerevoli nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo presa e
saccheggiata.

Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si
sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica.
L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere
universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa
universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando
sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora
che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a
divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere
non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di
Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non
meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava
rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni
italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare
un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale
da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che
l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato
con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della
Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute
teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava
le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva
tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin
d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio
Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito
religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli
con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma,
contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto
diversa, delle due popolazioni.

Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra
Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un
capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che
una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare
gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel
Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni
con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al
nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi,
facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo
soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in
Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso
Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal
peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore
della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario
sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva
essere identico a lui, non poteva essere _ab aeterno_, doveva avere un
principio, sia pure quanto si voglia remoto.

Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato
educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto
il triplice aspetto di causa prima, di _logos_ o ragione, di spirito
animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto
del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e
disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù
Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (_homoousios_) del Padre. —
E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. —
Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri.
Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire
perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per
le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e
del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea
(325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio;
ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci
cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale,
anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa
dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il
Figlio era non di sostanza identica (_homoousios_), ma pur simile
(_homoiousios_) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il
Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto.
Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia.
Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu
concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe.
Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni
accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato
dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca
d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso
nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E
quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava
fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia,
continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi
fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che
si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano
minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi,
scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò
nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda.

Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta
fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè
strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente
sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui
stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio.
Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto
di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a
quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando
si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li
fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il
tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque
un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè
portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio,
gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato,
dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.»
Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi
limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima
che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò
l'esilio.

L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo
disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso
dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola
incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la
strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa
Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e
vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357).
Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così
fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però
conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani
l'accettazione fu come non avvenuta.

Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto
si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della
Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede,
senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla,
evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la
stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente
vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio
trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide
oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore
una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In
Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una
generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire,
senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito.

Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva
diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo
singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo
appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo.
S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi
in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col
nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di
Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e
simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava
il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema
felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale
essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava
alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da
un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa,
per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle.
Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne
nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del
Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche.
Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai
maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la
fede cristiana.

Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina,
e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei
beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè
lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia,
secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo
aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso
divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo
sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di
divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni,
ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti
come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei
propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi
seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei
quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per
essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i
più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale,
che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene
da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello
Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni
pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per
potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo.

Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò
il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di
Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al
Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al
segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie
mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo
periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di
Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome,
combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del
Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo
(5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli,
cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli
era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il
favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere
perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli
Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace,
capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro
che un fenomeno effimero e passeggiero.

Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva
come _Pontifex Maximus_, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le
antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla
conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile
esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora
in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè
fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed
inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri,
e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le
navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese,
che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città.
Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora
vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè
in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che
l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio.
Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui
spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che
per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che
non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione
dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur
di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la
porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio
personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel
febbraio del 364.

Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza,
seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la
conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne
poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era
quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono
subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione
doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto,
che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche,
nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per
opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da
Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il
carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua
che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia,
i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così
cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi
un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero
iniziatore della loro conversione e della loro cultura.

Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco,
il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita
intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai
quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli.
La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il
più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica.
Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la
quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più
che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti
gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito
a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu
perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi
connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo
grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra
Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica,
al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno.

La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse
l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli
di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia
orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani,
come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì
solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si
trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se
ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico,
della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come
tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i
Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre
pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti
cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai
più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il
titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi
di _Pagi_, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di
_Principes_ o _Magistratus_, e che amministravano anche la giustizia.

Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato
almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto
più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed
una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente
che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente
combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi.
Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana
avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose.



CAPITOLO IV

Gli Unni


Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti,
Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia
sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora
comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che
faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui
si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche
tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero.

In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est
all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella
del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita
una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente
i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non
ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi
e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue
che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni
d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non
irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro,
non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni,
che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di
cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano
principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è
loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati
sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci,
come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non
hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra
forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono
facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che
le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le
quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre
in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i
carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste
popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto
in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano,
inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano
un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con
la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi,
con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che
progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di
Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il
muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi
capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando
solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide
anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si
distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È
una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi
distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti
non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente.

Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel
mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli
coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza
mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza
e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che
intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano
gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più
tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni,
che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre
popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud,
con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo
un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374
piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti,
ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono,
spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono
alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che
ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne
lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono.
Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto
secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro,
e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e
poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun
condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne,
dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei
cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti,
sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad
un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece
di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il
viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che
a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel
suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio
di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla
cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che
insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E
fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una
cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente
indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa
ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi
la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era
veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.»

Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro
gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile.
Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i
suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi
all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa,
rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto
propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre
avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i
Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i
Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte
di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale,
dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando
loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene
Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla
testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi
in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più
visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le
loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente,
che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e
mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono
dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti
vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si
poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si
avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati,
impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più
irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano
pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione.
Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe
seguito? E chi poteva resistere?

Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello
Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la
ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta,
non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava,
s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini
dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I
patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare
ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere?
E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone
sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli.
Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla
fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da
mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a
vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed
i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano
denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che
alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero
a venderli schiavi.

E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si
trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura
e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed
erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie
patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare
i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la
coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era
secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che,
passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal
represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed
i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della
Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito
uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E
si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione
presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto
impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse?

La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si
narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto
i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta
numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di
Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la
spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben
presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale
Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes,
pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani.
Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco
momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che
erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto,
s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che
liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando
essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè,
prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico
ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono
dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo
trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia,
che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza.

L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani,
saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per
venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici
miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia,
nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè;
ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro
disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente
di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto,
che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi.
Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente,
che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi
in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni
scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne.
Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove
era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si
aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto
alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa.
La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi
cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura
selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire
un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran
terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro.



CAPITOLO V

Teodosio


In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era
stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio
Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a
compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo
perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua
bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla.
Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci,
il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte
valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano
avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove
il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un
tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si
trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo
compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva
già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto
pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne
accolta con generale favore.

Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove
raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie
di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello
dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi
cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre
più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere,
mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione
d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione,
con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia
come _foederati_. Quali fossero con precisione i patti, nei loro
più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come
amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a
difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare,
terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in
grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti
come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo.
Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati,
minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza
che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno
distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio
atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero
s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un
momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i
quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere
romane, o spezzavano le catene della schiavitù.

Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza,
Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni
giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava
il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per
il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per
successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar
tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso
con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la
madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio.
E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i
vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era
innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora
insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo
vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che
poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso.

Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II,
che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto
l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in
Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso
il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone.
Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale
voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal
segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per
ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo
morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era
stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste.

Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla
da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo
d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a
questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome
l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la
porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano,
Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora
abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro
Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora
spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie
Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano,
e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della
religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che,
sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui
propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4).
La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio
394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della
bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare
un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende.

Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa
d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila
Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi
era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande
fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo,
presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed
Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due
giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso
vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al
nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu
preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando
ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada.
Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per
essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne
con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi
avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità
religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di
Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato
sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed
è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande.

Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a
stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non
avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne
giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran
numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina,
quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio,
il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò
formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia
insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira
sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale
e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di
questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio
(366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento
tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore
alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere
giudicati.

Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza
all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti,
come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso
e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità
del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di
replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue
dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa
volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro
assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto
l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi
ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente
trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di
ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce,
senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi,
che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue
corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli
scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale,
condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe,
egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar
parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue
di tanti innocenti.

S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno
di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava
prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie
romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di
Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore
di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza
della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel
385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina
neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo.
— L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non
della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando,
per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò
dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del
Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando
l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano,
egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando
ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. —
Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale
ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve
ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo.
— E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose,
aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote,
cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale
suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero
le stragi di Tessalonica.

Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad
entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: —
Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche
tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio
del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la
tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del
vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato
alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe;
ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore
sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà
passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi
minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente
a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio
dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre
390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla
polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile
d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile
della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che
andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini,
ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero
l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del
Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio
Evo.

E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che
Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli
minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si
cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età
di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa
dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato
un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato
diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo
ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione
solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo
non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano
nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande
autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze
così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano
venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli
procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano
costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello
che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu
lasciato ai due suoi figli del pari incapaci.



CAPITOLO VI

Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico


Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in
varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di
essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era
stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare
a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da
ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo,
potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò
nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente,
ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di
formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non
che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne
mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione
degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la
partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più
ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario,
cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa
famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due
figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro.
Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio
soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E
Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle
cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso
generale Stilicone, _Magister utriusque militiae_, un Vandalo che aveva
gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva
raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori
minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati
alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro
non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà
per l'avvenire.

L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo avevano formato
Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti del Pretorio alla testa
delle quattro Prefetture: l'Italia cioè con le sue isole e l'Africa,
la Gallia con la Spagna e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A
Costantinopoli come a Roma v'era un Prefetto della città con un
Senato, che andava sempre più perdendo il suo potere politico, per
divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano divise in
Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise in Municipi, i
quali erano ordinati a similitudine di Roma, col loro Senato o Curia
e la plebe. Essi restarono, nel disfacimento generale dell'Impero,
l'unico organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però
sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, come abbiamo
già visto, era l'ordinamento militare, coi _Magistri peditum_ e
_Magistri equitum_, due uffici che si univano spesso in una persona
sola, chiamata allora _Magister militum_ o _Magister utriusque
militiae_. Il numero di questi grandi ufficiali militari variava
spesso: in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova non
di rado un _Magister utriusque militiae_, quale adesso era appunto
Stilicone.

Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, che procedeva
parallelamente, avrebbe dovuto, come abbiamo già visto, metter capo
alla sola autorità suprema dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto
impossibile ora che a due imperatori inesperti e indipendenti
l'uno dall'altro, si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due
consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della Gallia,
avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste sue stesse qualità di
grado in grado salito ai primi onori. Costretto a raccogliere danaro
per l'amministrazione e per l'esercito, doveva aggravare di tasse
il popolo, cui era perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto
del Pretorio per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed
essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di sua vita aveva
riunito l'Impero, trovato a far le parti di primo ministro, presumeva
ora di poter dirigere non solo la politica generale dell'Oriente, ma
quella ancora dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle
armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi ancora
alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal fine vittoriosamente
combattuto, godeva di questo la piena fiducia. Aveva inoltre sposato
Serena, la nipote di Teodosio, che morendo (così generalmente si
diceva) gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi figli.
E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, Stilicone
pretendeva di comandare militarmente su tutto l'Impero. S'aggiungeva
a ciò, che come capo dell'amministrazione, Rufino rappresentava i
Romani, e come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro
egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, che
nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi dell'Impero si
trovavano adunque fatalmente alla testa di due partiti, con pericolo
evidente in un avvenire non lontano.

Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, perchè se egli
aveva in mano la borsa, Stilicone aveva le armi. E per riempire la
borsa erano necessarie le tasse, che partorivano odio. Nella Corte
stessa non mancavano intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio,
non essendo come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi
intollerante d'una tutela permanente ed incomoda. E ne diè prova
sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, celebre per la sua
bellezza, che gli era stata raccomandata dall'eunuco Eutropio, il quale
aveva l'ufficio di _Praepositus sacri cubiculi_: tutto ciò a dispetto
di Rufino, che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno la
sua autorità era sempre grandissima, come si vide ben presto.

I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti sussidi, e più
di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè non aveva potuto avere
il titolo chiesto di _Magister militum_, cominciarono a percorrere
il paese, tumultuando e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò
alla testa dell'esercito, per sottometterli; ma Rufino potè, in nome
d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose d'Occidente, e
rimandasse a Costantinopoli i soldati che appartenevano all'Oriente, e
che erano la più parte barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire,
e li fece partire sotto il comando del generale goto Gainas, il quale
si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con l'eunuco Eutropio,
contro Rufino. Certo è in ogni modo, che quando i soldati furono presso
Costantinopoli, ed il 27 novembre 395 vennero passati in rivista da
Arcadio insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato;
e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con questa spada ti
colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. Il suo cadavere venne dalla
moltitudine fatto a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la
testa infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, con la
mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse.

In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il potere di
Eutropio, che gli successe; e pareva ancora che i barbari fossero
addirittura divenuti i padroni in Costantinopoli, essendo riusciti
ad occupare i principali uffici militari e civili. Ma ciò appunto
provocava una reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il
retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, incitandolo
a porsi «alla testa dell'esercito, come gli antichi Cesari; e non
permettere che i barbari piglino posto perfino nel Senato, che portino
la toga da essi disprezzata, che riempiano le legioni e facciano
tumulto, che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, egli
concludeva, di Romani che difendano la patria.» Ma ciò nonostante il
potere di Gainas e dei Goti era sempre grandissimo. Era cresciuto, è
vero, anche il potere di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console;
ma questi, generalmente odiato, venne in discordia con la Imperatrice
e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare a morte, dopo di che
assunse l'ufficio di _Magister utriusque militiae_, e fu davvero l'uomo
più potente in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto
ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, la
quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo politico s'aggiunse
il religioso.

Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, uomo di
grande autorità e fermezza, irremovibile anch'esso nella sua dottrina
atanasiana, già fatta prevalere da Teodosio. I barbari erano invece
ariani, e però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale
dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro culto,
e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla fuori delle mura.
Se non che tutto ciò era secondo le leggi e gli ordini di Teodosio; e
Crisostomo, deliberato a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas,
ricordandogli che aveva accettato di servire l'Impero, con l'obbligo
di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere nè da una parte nè
dall'altra, gli animi s'accesero per modo che il 12 luglio 400 scoppiò
contro i barbari un tumulto assai violento. Molti ne furono uccisi,
gli altri si dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto,
inseguito, cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio con
alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che credettero con ciò di
far cosa grata all'Impero. Questo fu il più notevole avvenimento nella
vita di Arcadio, giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari;
l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, che serbò
fino alla sua caduta; e l'Imperatore potè governare coll'appoggio del
partito nazionale ortodosso. Restavano però sempre i Goti federati,
che occupavano la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi
ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato di Gainas, trovandosi
sempre più irritati e scontenti, perchè era un pezzo che i soldati non
ricevevano le paghe. Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme
massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e minaccioso?

Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno di spingere
Alarico coi suoi in Occidente. Così non solo si liberavano colà da
un pericolo continuo, ma si dava del filo da torcere a Stilicone. Si
voleva però evitare il pericolo che i due generali barbari facessero
causa comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi
a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, finisse col
divenire più potente che mai. E fu perciò che, poco dopo la morte
di Teodosio, Rufino lo aveva costretto a fermarsi, togliendogli una
parte dell'esercito. Da un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato
dell'Impero, era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando
anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli conveniva
neppure umiliarli troppo, senza addirittura disfarli, perchè così li
avrebbe resi sempre più avversi e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio.
Avrebbe quindi voluto dimostrar loro che poteva colle proprie armi
tenerli a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio,
aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In tal modo se
ne sarebbe anche avvantaggiata non poco la sua posizione militare
e politica, quello appunto che a Costantinopoli si voleva evitare.
Ne seguì quindi per qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti
verso l'Occidente, che a sua volta li rimandava indietro: erano come
ballottati da una parte all'altra.

Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E così finirono
verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi un proprio re
nella persona appunto di Alarico, che noi abbiam visto fin dalla sua
prima gioventù combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso
era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice significare
audace (_id est audax_), e che risponde infatti alla parola inglese
_bold_, ardito. Educato alla disciplina militare romana, egli veniva
adesso levato sugli scudi dai suoi connazionali; e ciò aveva una
grande importanza, perchè così i Visigoti federati si ricostituivano
come nazione, o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero.
Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli sentire il bisogno
di liberarsene, spingendoli sempre più verso l'Occidente. Se non che
Stilicone si trovava anch'esso alla testa d'un formidabile esercito,
di cui, per la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva
quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico s'avanzò,
saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò subito incontro, e
respintolo dal Peloponneso, lo chiuse nei monti. Pareva allora che lo
avesse già in suo potere; ma invece si seppe a un tratto, che Alarico,
insieme con tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro
settentrionale messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. Chi
diceva che era stata una sua abile manovra; chi supponeva che era stata
negligenza o tradimento di Stilicone, e chi finalmente affermava che
tutto era conseguenza di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli.
Certo è che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza
inseguirlo, e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico
che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso di Arcadio, che
gli concesse anche l'ambito ufficio di _Magister militum_. E si trovò
come a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente, con grande facilità di
ripigliare la strada momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo
non solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente delle
armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero.

La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta l'Italia.
Ve lo spingevano da Costantinopoli, per liberarsi una volta di lui e
dei suoi. Dopo la rivolta nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio
dei barbari, l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè
gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale ambizione ed
un vero spirito di avventure. Secondo la leggenda, una voce interiore
gli andava continuamente ripetendo: _Penetrabis ad Urbem!_ Quale fosse
allora il suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente
non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito soldato, senza un vero
genio politico o militare; una specie di capitano di ventura, come
la più parte dei generali barbarici di quel tempo, che non avevano
una patria, e combattevano sopra tutto per meglio assicurare la loro
posizione personale. Si trovava però a capo d'una immensa moltitudine
di soldati, vecchi, donne, bambini, e questo gl'imponeva molti doveri,
gli dava grandi pensieri. Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente,
non è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed inoltre un tale
pensiero sarebbe allora ad un barbaro sembrato quasi un sacrilegio.
S'avanzava quindi minacciando, saccheggiando, sperando sempre di trovar
finalmente modo di far parte integrante e normale dell'Impero.

In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità di
Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito di far domare la
ribellione di Gildone, seguìta in Africa nel 398. Egli aveva sposato
una nipote di Teodosio, ed aveva dato sua figlia Maria in moglie ad
Onorio; nel 400 fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva
apparire come un possibile pretendente all'Impero, almeno pel suo
figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava anche nemici. Per
necessità delle cose si trovava divenuto come il difensore naturale
dell'Italia. E quindi appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse
nella Rezia e respinse un esercito giunto colà sotto il comando di
Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. Raccolse poi
quanti più uomini potè, e col suo esercito così ingrossato, discese
nell'alta Italia. Ivi pensò, innanzi tutto, a liberare e mettere
al sicuro Onorio, che trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo
d'essere circondato dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede
da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, che si poteva
più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio del mare. Così dal
402 al 475 essa restò sempre capitale dell'Impero d'Occidente, e poi
fu capitale dell'Esarcato, che di là potè facilmente comunicare con
Costantinopoli.

Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, che s'avanzava
con un esercito numerosissimo. Stilicone richiamò quindi dalla
Britannia la dodicesima legione, e quel che era assai più grave,
richiamò anche le legioni che si trovavano a guardia del Reno,
lasciando così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva
provvedere al pericolo imminente, pensando che, una volta vinto
Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere gli altri barbari, forse
anche facendosi aiutare da lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402
(data incerta anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo
sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera battaglia. Era
di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi di ciò, sorprese il
nemico nel campo, mentre celebrava le sacre feste. La vittoria fu sua,
ma i Goti si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di nuovo
battuti presso Verona, se ne andarono a casa senza essere inseguiti. Si
tornò quindi, come era naturale, a parlar di tradimento. Nondimeno nel
404 Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore in Roma. E
furono, in questa occasione, celebrati quei giuochi dei gladiatori, che
più volte, per istigazione dei Cristiani, erano stati invano proibiti.
Questa volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in mezzo
ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli in nome di Gesù
Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, tra le grida d'indignazione; ma
si afferma che d'allora in poi i giuochi inumani cessassero davvero.
La condotta ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia sempre
maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando.

Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era stato già prima
battuto nella Rezia, si avanzò con un esercito, che Orosio porta a
duecentomila uomini, altri fanno ascendere fino a quattrocentomila,
il che prova la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un
esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, riuscendo a
chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo affamò e disfece, pigliando
prigioniero lo stesso Radagasio, che fu poi ucciso (405). Tutti gli
altri morirono o si sbandarono, andando per fame raminghi. E questa
vittoria che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che l'aveva
ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, massime
quando poi arrivò la notizia che moltitudini di Alani, di Svevi e di
Vandali, passato il Reno, rimasto indifeso, erano penetrati nella
Gallia (406) e liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente
disfatto Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, fare lo
stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe lasciar l'Impero in
balìa dei barbari. Perciò ha richiamato le legioni dal Reno, lasciando
invadere la Gallia, come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio
dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi di Gainas, il
quale se non era insieme coi suoi distrutto, avrebbe dato in mano dei
Goti l'Oriente, che è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo
non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma e l'Italia saranno
dominate dai barbari. —

Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana dell'esercito, a
segno tale che le legioni della Britannia nel 407 proclamarono nuovo
imperatore uno il quale pareva non avesse altro titolo che il nome di
Costantino, ma che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si
supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere i barbari;
ma ormai non era più possibile ricacciarli al di là del Reno. Riuscì
nondimeno a ripigliar la guardia del fiume, per impedire almeno che
ne passassero altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia
nuove legioni, mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità contro
il _tiranno_, come era chiamato Costantino, perchè non si riteneva
legittima la sua elezione. Così in Occidente si trovavano a contrasto
due imperatori fra di loro e coi barbari. Tutto ciò si attribuiva
a colpa di Stilicone, che veniva perciò sempre più odiato, sempre
più calunniato. Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna
combattuto Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano di
esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo figlio, e che
egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. Più tardi, quando morì
Arcadio (1º maggio 408), si affermava invece che egli presumeva farlo
imperatore d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua figlia
Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, lo aveva indotto
a sposar l'altra sua figlia Termanzia, senza curarsi che il clero
cristiano condanna le seconde nozze con la sorella della prima moglie.
— Insomma ogni arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a
renderlo odioso ai Cristiani ed ai Pagani.

Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi ed
insospettirsi di lui anche Onorio, il quale aveva un certo sentimento
tradizionale dell'autorità imperiale, e mal tollerava, sebbene non lo
dimostrasse ancora aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione
di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua indole incerta
e titubante lo faceva sempre oscillare. Dopo la battaglia di Pollenzo,
pareva che avesse accettato il disegno di Stilicone, che era di
lasciare ad Alarico, sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta
la Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche tempo
divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone pensava che così si
sarebbero resi contenti i Goti; si sarebbe avuto a propria disposizione
tutto l'esercito di Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto
rimettere l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e
contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza di ciò,
Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, per ordine improvviso di
Onorio, fu inaspettatamente fermato. Un tal fatto, come era naturale,
lo sdegnò in estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso
l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere indennizzato
delle spese che aveva fatte. Ed essendosi Onorio sbigottito, la
domanda fu col suo assenso portata e sostenuta da Stilicone in Senato,
con la dichiarazione che bisognava consentire, perchè non s'era in
grado di resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve che
per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia romana si
ridestassero, e che il senatore Lampridio esprimesse il sentimento
comune, quando esclamò: _Non est ista pax, sed pactio servitutis!_

In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione di questi
due elementi, che ne costituivano la personalità, scaturivano la sua
forza e la sua debolezza. Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che
vi si tenevano in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto
all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone
rappresentava la società in cui egli si trovava. Di qui la sua forza.
L'idea di valersi dei Goti a vantaggio dell'Impero, poteva sembrare
una continuazione della politica di Teodosio, che a lui lo aveva
raccomandato, sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta
però che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi
che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone sarebbe
stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente soccombere.
Purtroppo il conflitto si poteva dire adesso già cominciato. Infatti
i Goti, anche dopo ottenuta la chiesta indennità, erano scontenti
e minacciavano. Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e
si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria alla
salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava nel fuoco più che poteva,
e fra gli altri un ufficiale della guardia imperiale, di nome Olimpio.
A Ticino (Pavia) si trovavano allora le legioni romane, destinate,
a quanto pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro i
barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La colpa d'ogni
danno, d'ogni pericolo presente, veniva colà attribuita a Stilicone,
che si trovava a Bologna. — Egli, così dicevano, aveva voluto salvare
ad ogni costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del Reno,
perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, ciò che pur troppo
era avvenuto. — Onorio allora si trovava appunto a Pavia, dove a un
tratto scoppiò un tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli
amici di Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno
offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già prima consapevole
di ciò che ora avveniva.

Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da
Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio
e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun
pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto
i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale
era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte
e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche
fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il
tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu
costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi
di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente
d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando
poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito
che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo
avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle
armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai
tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute
dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare
la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando
d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la
testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia
venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco
dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli
amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero
perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare
l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali
vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo
ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione
dei loro altari.

La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un
numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno
si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne
a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che
cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare
l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico.
Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di
vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in
un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a
servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia
o altrove, assumendo il grado di _Magister utriusque militiae_. Ma
quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de'
barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire.
Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in
parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle
voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande
simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora,
dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico,
quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare
dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi
difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo
gravissimo che correva adesso l'Impero.

Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e
dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della
foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva
un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si
trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu
forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che
gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in
massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così
avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere
a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa
ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le
notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e
sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può
prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se
Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un
nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno
di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame.
Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre
d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e
di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani
dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei
tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti
pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora
scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che
speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere
così lungamente protetto Roma.

Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del
mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e
che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole
che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè
vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che
dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la
figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa
aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la
sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non
è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere
l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a
muovere essa il popolo alla vendetta.

Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della
forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte
delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser _Magister utriusque
militiae_; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del
Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato.
Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire
l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava
gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea
d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di
schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che
alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente
saccheggiando il paese.

Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla,
circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo
coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri
irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio,
proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della
Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà,
e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma
invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso
Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi
in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di
soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere
in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi
d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare
Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere
nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta
a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: _Pone praetium
carni humanae._ Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci
addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar
nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne
imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre
invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua
vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza
nella storia del mondo.

Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma di
guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, entrò col suo esercito
per la Porta Salara nella città di Roma. Era un fatto nuovo, da
otto secoli non mai avvenuto, nè creduto possibile. La maraviglia
fu perciò così grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo
stesso re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo tre
soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito di barbari,
venuti in sostanza come conquistatori, non potè restare in Roma
senza molte violenze e saccheggi. Ma tutto quello che noi sappiamo
di sicuro c'induce a credere che le violenze furono assai minori di
quel che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. Il palazzo
di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito bruciato, ma d'altri
incendi non si parla determinatamente, sebbene possa supporsi che
ne siano avvenuti. E tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o
dalla leggenda tendono solo a provare il grande rispetto che Alarico
dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto alle basiliche di
S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di asilo. Infatti coloro che si
rifugiarono nei luoghi sacri furono salvi. Ma anche fuori delle chiese
i Cristiani, quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che
avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti rispettati, tali
essendo gli ordini severissimi del loro capo. Orosio, S. Agostino, S.
Girolamo parlano di questo sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono
una giusta punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non s'erano
convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. Per essi Alarico
non è che uno strumento nella mano di Dio, il suo ingresso in Roma è
destinato ad accelerare il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che
i danni furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto si
disse da molti.

Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove si trovava anche il
Papa, invano andato colà, per tentare un qualche accordo fra Alarico
ed il sempre titubante Imperatore. Si narra, a provare sempre più
la indifferenza ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la
desolante notizia, _Roma è perita_, egli credette che si trattasse
d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma;
ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, se poco fa gli ho dato da
mangiare colle mie proprie mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo
da Procopio, che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che quando
s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore molto credibile.

Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, Alarico mosse
per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando sino a Reggio di
Calabria. Colà si apparecchiava ad imbarcarsi, per andare non si sa
ben dove. Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri in
Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava così d'imporre
condizioni d'un accordo tollerabile. Ma ad un tratto andò tutto a
monte. Le navi, su cui doveva traversare lo stretto, naufragarono; ed
egli stesso, improvvisamente ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo
si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo averlo colà
seppellito, fecero riprendere alle acque il corso primitivo, per
nascondere così a tutti la tomba del loro valoroso duce.



CAPITOLO VII

Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella
Gallia


La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato delle cose. I Goti
elessero a succedergli suo cognato Ataulfo, il quale, anche meno di
lui, voleva esser nemico dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa
testimonianza in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno
d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. «Dapprima,
avrebbe detto il successore d'Alarico, era stata mia intenzione farmi
padrone dell'Impero, ed assumere in esso il posto di Cesare Augusto,
trasformando in Gotia la Romania.[17] Ben presto però l'esperienza
mi persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva dominato il
mondo, non solo con le armi, ma anche colle leggi e con la disciplina.
E i Goti, per la loro indomita barbarie, non sanno obbedire alle
leggi, senza di che _Respublica non est Respublica_. Pensai perciò di
ricondurre, mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua
gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, desiderai, colla
pace, esserne il restauratore.»

Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora un altro
fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva menato seco, insieme con la
preda, molti prigionieri. Fra questi era Galla Placidia, la celebre
bellezza, che faceva parte d'una generazione di donne, tutte per
questa loro bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, una
gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina aveva dominato
Valentiniano I. La loro figlia Galla conquistò l'animo di Teodosio I.
Galla Placidia, nata dal loro matrimonio, trascinata ora prigioniera
in Calabria, innamorò di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla,
il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. Certo è
che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero della Sicilia e
dell'Africa, e ripartì per condurre i suoi nella Gallia, dove sperava
trovar per essi una sede adatta, col consenso dell'Impero, di cui
voleva possibilmente essere amico. Era il pensiero che, sotto forme
diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani e barbari,
accogliendo i Goti come parte dell'Impero, valendosene a difenderlo.
Lo avevano avuto Teodosio, Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano
che lo avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato
avverso; ma lo stato delle cose era divenuto tale adesso, che anch'egli
poteva desiderare d'accettare il disegno più volte respinto.

Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in gran disordine,
un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi affatto dall'Impero.
Dopo che Stilicone aveva ritirato le legioni dal Reno, i barbari, come
vedemmo, erano entrati in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava
Costantino, già proclamato imperatore nella Britannia. Questi non
potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso della regione che è
ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad impedire almeno nuove invasioni,
occupando molte città della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le
altre parti di queste province rimanevano però in potere dei barbari.
Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di Arcadio (408), la
disciplina militare era andata sempre più scomparendo. I generali, da
un pezzo divenuti tutti più o meno quasi capitani di ventura, assai
spesso si separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per proprio
conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, che trovavano sempre
appoggio in una parte dei soldati. E così, dopo che Costantino era
stato eletto nella Britannia, venne nella Spagna proclamato Massimo.
In quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti all'Impero,
ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano e saccheggiavano
il paese. Onorio mandò nella Gallia un esercito comandato da Costanzo,
soldato valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità
del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto abbandonato
dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, si arrese, e fu col
figlio Giuliano mandato ad Onorio, il quale, violando la parola del
suo generale, li fece uccidere ambedue (411). Così pareva che, spariti
i due pretendenti, non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano
già messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di Giovino,
appena che il generale Costanzo s'era ritirato in Italia. E da capo
scorrevano liberamente per tutto.

In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva dispiacere
ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia dai Goti, il che era
già molto. Ataulfo inoltre andava con l'intenzione d'occupare il
paese, e per ciò fare doveva combattere Giovino ed i barbari che lo
sostenevano. Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo
singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia dal sud al
nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli di sorta, anzi senza
che si sappia nulla addirittura di questo suo lungo viaggio. Entrato
nella Gallia (412), egli tenne dapprima una condotta incerta; ma poi
attaccò ed uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore di
Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro il fratello di
lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando le loro teste ad Onorio, che
le fece esporre a Cartagine. Ivi era stata poco prima domata un'altra
ribellione, la quale fece sentire la sua azione indiretta anche nella
Gallia.

Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di Galla Placidia,
e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava assai il concedere ad
un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, tanto più che ne era
pazzamente innamorato anche il suo generale Costanzo, cui egli
l'avrebbe data assai più volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso
d'accordi, che sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto
a rimandarla a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa di larghi
approvvigionamenti di grano, del quale aveva urgente bisogno per
l'esercito. La ribellione d'Africa rese però impossibile il mantener
la promessa, ed Ataulfo si sentì allora libero da ogni vincolo verso
di Onorio. Prese quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux,
e tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da Bonifazio,
altro valoroso generale di Onorio (413).

Ma quello che è più, invece di pensare a restituire Galla Placidia, la
sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio del 414. Questo matrimonio,
anche pel modo in cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza
storica. Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia
di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate con
una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, uno dei più autorevoli
cittadini di Narbona. Il barbaro Ataulfo portava la tunica romana.
Dinanzi alla sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono
cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani due vassoi,
l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed oggetti preziosi, che
eran parte della preda fatta nel sacco di Roma, e che ora venivano
offerti a lei, preda più preziosa ancora, la quale di prigioniera
diveniva regina dei Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare
cerimonia, si recitarono versi latini. E come per porre il colmo a
tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore,
che noi vedemmo per breve tempo tenuto su da Alarico, il quale poi
lo depose. Esso era stato costretto a seguire il campo goto, come
una specie d'ostaggio di cui potersi valere qualora se ne presentasse
l'occasione. Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo e
di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella unione goto-romana,
che dopo essere stata un pensiero, un desiderio di moltissimi, doveva
finalmente essere in parte attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora
celebrato nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì.

Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e
Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più
modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella
Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i
Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non
ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue
genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un
assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra
i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie
romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più
modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il
quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria
d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare
lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente,
costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai
prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo
stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole
assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui
cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso
600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il
suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando
seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della
destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la
quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei
perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito
solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e
ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu
terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno
nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta,
e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu
reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore.

Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte
vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i
suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle
città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla
quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito
col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi
questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra
che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però,
che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani,
e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente
scorrazzavano ancora liberamente altri barbari.

Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato
quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che
la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte
di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo
aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella
Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo
con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione
dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti,
che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le
invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive
spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario,
non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di
poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi
destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia.



CAPITOLO VIII

Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa


In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle cose era andato
migliorando. Molti che avevano abbandonato la Città, vi tornavano, e la
popolazione quindi rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano
a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina crisi era
inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso della sua indipendenza
da Costantinopoli, dove era assai più vivo il sentimento tradizionale
della unità dell'Impero, e si mirava sempre ad una supremazia
dell'Oriente sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava
colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, aveva disapprovato
vivamente che Onorio avesse assunto a compagno nell'Impero il generale
Costanzo. Ma questi poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la
quale, come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo
coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere in buoni termini
col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, dove rimase fino alla
morte di lui, avvenuta nel 423.

Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non quanto vollero
far credere. Egli in sostanza rappresentò tre idee, che formarono
il carattere del suo regno: il principio ereditario, la romanità, il
Cristianesimo ortodosso. E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole
com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che invadevano da
ogni parte l'Impero, e con un gran numero di pretendenti, che sorgevan
di continuo. In teoria tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà
l'Europa centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già
in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, piuttosto che
scemare, andò per opera sua crescendo. Ma Placidia, in ciò più accorta,
gli si oppose. Essa capì che, di fronte a tanti barbari, i quali
d'ogni parte s'avanzavano nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva
sperare aiuto.

Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in Ravenna due
partiti. Quello che mirava alla indipendenza dell'Occidente scelse,
come successore al trono, Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece
che voleva l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito
cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, favoriva
Placidia come reggente del figlio Valentiniano III, attenendosi al
principio ereditario. E per questa ragione anche i due primi generali
a servizio dell'Impero d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la
loro nascita ed il loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani,
si trovarono in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa,
si dichiarò per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini
e di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. Ormai i
vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, ed i generali
parteggiavano anch'essi, guidati dal loro interesse personale.

Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione
coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto da
Teodosio II; ma sapendo che questi s'era già dichiarato favorevole
a Placidia, s'apparecchiava intanto alla difesa, raccogliendo anche
una flotta nel porto di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora
quando seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti
a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati dalla Gallia,
quasi tutta occupata dai barbari; nè dall'Africa, dove comandava
Bonifazio; e neppure potendo sperar molto in Italia, dove aveva non
pochi avversari, mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i
quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, ed aveva
perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto con un rinforzo, che si
fa ascendere a 60,000 Unni, e giunse in tempo per affrontare le genti
mandate da Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva
che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava una parte
dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa tempesta, ed il
generale Ardaburio, gettato a terra nel porto di Ravenna, fu fatto
prigioniero. Ma questi riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed
a mettersi d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano per
terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, quando Giovanni
era per uscir di Ravenna a combattere il nemico, che doveva essere
contemporaneamente assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per
gli accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo di mano
entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona stessa di Giovanni,
che menato in Aquileia, dove era già arrivata Placidia, fu subito messo
a morte (425). Ed Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno
scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che ormai la
sua causa era perduta, e passò dalla parte di Placidia, che lo accolse
a braccia aperte. Egli stesso riuscì a far tornare indietro gli Unni,
mediante buona somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo
generale della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto ancora in
Africa.

La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio II, quando
trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. Egli fece subito sospendere
i giuochi, e condusse il popolo nella Basilica, per rendere solenni
grazie al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che le
era stato tolto da Onorio, e quello di _nobilissimus_ a Valentiniano
III, il quale allora aveva appena sei anni, affidandolo alle cure
della madre. Più tardi gli conferì addirittura il titolo di Augusto,
inviandogli il diadema e la porpora. Così, dopo che l'Impero, in
apparenza almeno, era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, fu
ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) Valentiniano,
o più veramente Placidia, rimase a governare quello che continuò a
chiamarsi l'Impero d'occidente, sebbene molte parti già ne avessero
occupate i barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando,
restringendolo finalmente alla sola Italia.

L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo manifestarsi sin dal
principio, continuò sempre più vivo anche ora che l'uno e l'altro erano
a servizio di Placidia. Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo
assai accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo grado.
In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo a freno i Mori.
Morta la sua prima moglie, pareva che volesse, per zelo religioso,
ritirarsi dal mondo; e S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse
dell'Impero. Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, mutò
vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando il governo
di quella regione, che restò quasi in balìa ai barbari africani, tanto
che lo stesso S. Agostino lo rimproverava nelle sue lettere di non
far nulla per evitare tanta calamità: _Nec aliquid ordinas ut ista
calamitas avertatur._ Venne perciò richiamato (427) in Italia, ma non
volle obbedire; ed essendo stato mandato colà un esercito, per metterlo
a dovere, resistè colle armi. Così vi fu in Africa una specie di guerra
civile fra i generali dell'Occidente.

È nota la leggenda a questo proposito narrata da Procopio, il quale
dà la colpa d'ogni cosa ad Ezio, divenuto geloso di Bonifazio. Per
rovinarlo, egli avrebbe detto a Placidia, che questi la tradiva.
Se ne voleva le prove, lo invitasse a Ravenna, e vedrebbe che si
sarebbe ostinatamente ricusato d'obbedire. Nello stesso tempo avrebbe
segretamente fatto dire a Bonifazio, che Placidia ne tramava la rovina,
e che a tal fine lo avrebbe invitato a Ravenna. Così fu che, quando
venne richiamato, non solamente ricusò d'obbedire, ma per vendicarsi,
si decise al funesto passo d'invitare i Vandali a passare dalla Spagna
nell'Africa. Ma venuti che furono, egli, fatto accorto dai suoi amici
dell'inganno in cui era caduto, si pentì dell'errore commesso, e voleva
colle armi ricacciarli nella Spagna. Era però troppo tardi, e dovette
invece tornarsene a Ravenna. Ivi ebbe un combattimento personale col
suo rivale Ezio, da cui fu ucciso. E prima di morire, consigliò alla
moglie di sposare il rivale, nel caso che fosse restato vedovo, perchè
era il solo uomo degno di succedergli.

La forma leggendaria di questo racconto apparisce a prima vista, e
ricorda molte altre simili leggende. Infatti anche la invasione della
Gallia nel 406, sarebbe, secondo la leggenda, avvenuta per tradimento
di Stilicone, come più tardi la venuta dei Longobardi in Italia, per
vendetta di Narsete. È sempre lo stesso procedimento, che spiega i
fatti d'indole generale con cause esclusivamente personali, le quali
certo non mancano anch'esse nella storia, ma non sono le sole. Il vero
è che, secondo ogni probabilità, Ezio si trovava allora a combattere
per l'Impero nella Gallia, e se anche vi fu inganno o tradimento ordito
a Ravenna, non potè essere opera sua. Ma non c'è bisogno di ricorrere a
queste spiegazioni, quando la guerra scoppiata in Africa fra i generali
romani poteva per sè stessa essere un eccitamento bastevole pei Vandali
a venire nel paese, che era il granaio dell'Impero. E s'aggiungeva che
l'Africa, dove i Mori spesso si ribellavano, era allora fieramente
travagliata anche dalle sette eretiche dei Donatisti, che negavano
l'efficacia del battesimo dato da un sacerdote caduto in peccato, e
dei così detti _Circumcelliones_, specie di fanatici vagabondi, che
agitavano le moltitudini. Tutti costoro, perseguitati dagli editti di
Onorio contro gli eretici, e però avversissimi ai Cattolici, favorivano
naturalmente quelli che venivano a combatterli, come i Vandali che
erano ariani intolleranti. Così, senza escludere che in mezzo alle
passioni di queste lotte civili e religiose, essi fossero da qualche
parte incoraggiati o anche chiamati, si spiega assai naturalmente come
nel 429 passassero in Africa, mossi dal loro proprio interesse, ed
occupassero la Mauritania, avanzandosi verso l'Oriente.[18]

I Vandali avevano stretta parentela coi Goti, insieme coi quali s'erano
in origine trovati fra l'Elba e la Vistola. Di là, avanzando verso il
sud, presero parte alle guerre dei Marcomanni contro Marco Aurelio.
Dopo di che si mantennero lungamente tranquilli, in buone relazioni
coll'Impero, che a tempo di Costantino li accolse come federati nella
Pannonia, dove restarono circa settant'anni. Quando Stilicone, per
opporsi ad Alarico, chiamò in Italia le legioni che guardavano il
Reno, essi, come vedemmo, passarono il fiume insieme cogli Alani, cogli
Svevi, e nel 409 erano già nella Spagna. Più di una volta si trovarono
in lotta coi Goti, dai quali vennero battuti; ed ebbero perciò la
reputazione di poco valorosi, come avevano già quella d'avidi, infidi
e crudeli fra tutti i barbari. Erano più sobri nei costumi, ma anche
più ardenti nello zelo religioso, che li spingeva ad una intolleranza
insolita nei barbari e qualche volta addirittura feroce. Nel 427 li
troviamo riorganizzati sotto Genserico, che per la morte del fratello
era rimasto unico loro capo. Piccolo e zoppo, in conseguenza d'una
caduta da cavallo, di poche parole, ma di pronta risoluzione, era
audace e crudele. Ariano al pari di tutti i Vandali, lo dissero, non
si sa con qual fondamento, convertito a questa fede, rinnegando il
Cattolicismo, in cui sarebbe nato, e quindi, come suole in questi
casi, tanto più intollerante. Dopo avere sostenuto nel 428 un attacco
fortunato contro gli Svevi, lo troviamo l'anno seguente in Africa, dove
era andato colle donne, i vecchi e fanciulli: una vera invasione. Gli
uomini in armi non superavano i 50,000.

Questo non era di certo un numero tale da poter facilmente conquistare
il paese, se non fosse stato già indebolito dalle discordie, e se
non vi si fosse trovato un partito favorevole agl'invasori. Essi
s'avanzarono saccheggiando, distruggendo le chiese cattoliche,
uccidendo vescovi e preti, molti dei quali fecero schiavi. E poterono
procedere così rapidamente che nel 430 tre sole delle principali
città, Citra, Ippona e Cartagine, erano ancora in mano dei Romani.
Bonifazio s'era ormai svegliato dalla sua inerzia, e quando i Vandali
s'avanzarono, per mettere l'assedio ad Ippona, venne con essi a
battaglia; ma fu vinto, e dovè chiudersi nella città che venne
assediata. In essa trovavasi S. Agostino, il quale morì il 28 agosto
430, dopo tre mesi di quell'assedio, che ne durò poi altri undici.
Allora, essendo finalmente arrivati da Costantinopoli aiuti sotto il
comando del generale Aspar, i Vandali si allontanarono dalla città, e
Bonifazio, unitosi ai Bizantini, li assalì; ma venne di nuovo battuto
(431). Conseguenza di questa disfatta fu che l'Africa si trovò per
qualche tempo come abbandonata al nemico. Aspar tornò a Costantinopoli,
Bonifazio a Ravenna, dove Placidia, ricordando i servigi che questi
le aveva resi, quando essa era combattuta da Ezio, la cui presunzione
cresceva sempre, lo accolse con gran favore, facendo capire a tutti che
lo preferiva. Così l'odio fra i due generali si accese, e finalmente
vennero presso Rimini a battaglia. Secondo alcuni Bonifazio vinse,
ma ebbe una ferita mortale, di cui poco dopo morì. Secondo altri, la
vittoria invece fu di Ezio, il quale potè prendere i beni del rivale,
e sposarne la vedova, quando esso poco dopo morì di malattia aggravata
o cagionata dalla umiliazione patita. E da ciò sarebbe poi venuta
la leggenda del duello, e della raccomandazione fatta dal morente
Bonifazio alla moglie di sposare il rivale fortunato.

Lo stato delle cose a Ravenna non era di certo consolante. Placidia,
dopo la disfatta di Bonifazio in Africa, e dopo la morte di lui seguita
in Italia, trovavasi alla mercè di Ezio, il solo generale valoroso
che ella ora avesse. E questi, sempre ambizioso, diveniva ogni giorno
più imperioso. La Gallia e la Spagna erano corse dai barbari, che
d'ogni parte s'avanzavano; i Vandali correvano anch'essi liberamente
saccheggiando l'Africa. Questi erano però in così piccolo numero di
fronte alla vastità del paese occupato, da non sentirsi punto sicuri
di resistere vittoriosamente ad un esercito che venisse da Ravenna, e
che poteva essere rinforzato da nuove genti mandate da Costantinopoli.
E così da ambo i lati si trovarono disposti, pel momento almeno, alla
pace, che fu infatti conclusa il dì 11 febbraio 435 ad Ippona. Ai
Vandali venne concesso d'abitare il paese già conquistato, compresa
una parte della provincia di Cartagine; non la città stessa, nè il suo
territorio, che restavano ancora ai Romani, cui si doveva pagare un
tributo. Ma ben presto i patti furono violati, e nel 439 Genserico,
profittando della guerra che i Romani avevano nella Gallia, s'impadronì
di Cartagine. Essendo così in possesso dei migliori porti della costa,
cominciò le sue escursioni marittime nelle isole vicine, massime in
Sicilia, dove già sin dal 440 s'era avanzato saccheggiando. Intanto
crescevano per l'Impero i pericoli nella Gallia, dove sempre nuove
genti erano richieste; e si venne perciò nel 442 ad una seconda
pace, per la quale i Romani ritenevano la Mauritania e la Numidia
occidentale; ai Vandali restavano la Sicilia, la provincia di Cartagine
o Proconsolare, la Bizacena, la Numidia orientale. Allora cominciava
a governare in Ravenna Valentiniano III, che aveva ormai raggiunto la
maggiore età, e fin dal 437 aveva sposato Eudossia, figlia di Teodosio
II.

Con la pace del 442 ai Vandali non era stato solamente permesso
d'abitare il paese come federati; era stata invece fatta una
concessione incondizionata d'occuparlo, il che finora non s'era
consentito mai a nessuno dei barbari. Si ammetteva così un vero e
proprio smembramento dell'Impero; cominciava uno stato di cose affatto
nuovo. Bisogna però notare che, sebbene i Vandali fossero tenuti,
ed erano veramente fra i barbari più crudeli, la loro occupazione
riusciva, sopra tutto alle classi inferiori, assai meno gravosa che
non si è creduto. Essi si concentrarono principalmente nella provincia
di Cartagine, tenendosi uniti, ed impadronendosi delle terre, che
divisero fra di loro, possedendole senza pagar tasse. Nelle circostanti
province Genserico serbò per sè vasti possessi. Quelli che in tutto
ciò gravissimamente soffrirono furono i latifondisti, spogliati di ogni
avere, ridotti, quando non emigravano, alla condizione di ministeriali,
dipendenti, qualche volta anche di schiavi; costretti ad amministrare
o coltivare pei Vandali le terre che una volta avevano possedute, a
cedere perfino la loro proprietà mobile. E con essi venne oppresso
il clero, che era anch'esso latifondista, e che dai Vandali ariani
fu sempre crudelmente trattato. I coloni, i contadini, gli artigiani
delle città rimasero più o meno nelle condizioni di prima. E la stessa
oppressione dei grandi proprietari non fu generale, restringendosi
principalmente alla provincia di Cartagine. Il territorio occupato
era così vasto, che la parte maggiore sfuggiva di necessità non solo
alla oppressione, ma anche all'azione diretta del nuovo governo,
troppo rozzo e primitivo, in confronto del romano, per far sentire
al pari di questo il peso della sua fiscalità. Le altre province
furono come abbandonate a loro stesse, lasciandovi i Vandali l'antica
amministrazione romana, sottoponendole a gravi tasse, che tuttavia
non raggiunsero mai la regolarità persistente, continua, opprimente di
quelle riscosse dagli agenti imperiali. Qualche cosa di simile avvenne
anche nella Spagna e nella Gallia, dove si lasciarono sopravvivere
le assemblee provinciali dei notabili per gli affari amministrativi.
Colà i Visigoti ed i Burgundi pigliarono due terzi delle terre. Ma
anche questo peso, per quanto odioso, ricadeva principalmente sui
soli latifondisti. Nell'Africa, è vero, la oppressione esercitata dai
Vandali fu più grave assai; era, però limitata ad una parte sola del
territorio occupato. Grande fu nondimeno contro di essi l'odio degli
spossessati e di tutto il clero, il quale, dove non veniva espropriato,
era oppresso dalla intolleranza religiosa. E così si mantenne sempre
vivo un rancore universale, anche da parte di coloro che erano meno
oppressi, il che fu poi causa non ultima della rapida rovina dei
Vandali quando i Bizantini vennero in Africa. Ma che la oppressione
barbarica fosse davvero minore che non si crede, è confermato dal fatto
che Salviano, scrittore del quinto secolo, dopo aver detto «che tutto
nei barbari, persino il loro stesso odore, era odioso ai Romani,»
poteva aggiungere, «che assai spesso questi, specialmente i poveri,
preferivano la oppressione barbarica alla imperiale. Le assemblee dei
ricchi Romani, egli diceva, impongono le tasse, ma essi non le pagano,
le fanno pagare ai poveri. E quando per caso vengono scemate, il
sollievo non va a questi, ma ai ricchi. Così, se si tratta di pagare
tocca al popolo; se invece si tratta di scemare il peso delle tasse, si
opera allora come se le pagassero solamente i ricchi. I Franchi, gli
Unni, i Vandali ed i Goti non conoscono queste infamie.»[19] Bisogna
però aggiungere che tutto ciò non era effetto di virtù o sentimento
di giustizia; era invece conseguenza naturale d'un governo troppo
imperfetto e rozzo, per riuscire a stendere su tutto il paese occupato
una fitta rete amministrativa, cui nulla potesse sfuggire.

In questo mezzo Galla Placidia, che aveva quasi raggiunto i
sessant'anni, moriva (27 novembre 450). Essa non ebbe di certo nè
un grande ingegno nè un grande carattere; ma la sua accortezza e
fermezza, paragonate con la incapacità di suo figlio, parvero a
molti assai maggiori che non furono. Essa potè continuare a governare
per un quarto di secolo fin quasi alla sua morte; ed in un tempo di
aspre lotte religiose, essendosi appoggiata costantemente al clero
cattolico, questo assai naturalmente ne esaltò la memoria. Sostenuta,
come figlia di Teodosio, dal principio della ereditaria legittimità,
che le assicurava il favore di Costantinopoli; aiutata non poco dalla
sua straordinaria bellezza, che le dava un grande ascendente sugli
uomini, potè esercitare un'azione efficace e costante sulla politica
del suo tempo. Chi anche oggi visita Ravenna, città unica al mondo
pei monumenti del quinto secolo, che sola possiede in Italia, e vede
le molte chiese innalzate colà da Placidia, in una delle quali essa
ha la sua tomba accanto a quella d'Onorio suo fratello, di Costanzo
suo marito e del loro figlio Valentiniano; chi vede i molti monumenti,
gli splendidi mosaici, e ode le varie leggende che la ricordano, deve
riconoscere la grande azione esercitata da lei in Ravenna. Il suo
spirito sembra anche oggi presente fra quelle mura. Ma con tutto ciò,
in parte per le condizioni dei tempi, in parte per le qualità stesse
che ella ebbe, la politica che intorno a lei si fece fu una politica
d'intrighi e di gelosie. E non ostante qualche guerra condotta,
tanto nell'Africa quanto nella Gallia, con molto valore, ma con poca
fortuna, si finì col veder l'Impero andarsi sempre più decomponendo
e smembrando. Sotto di lei infatti le province cominciarono, l'una
dopo l'altra, a staccarsi dall'Italia, che rimase come isolata ed
abbandonata a se stessa. Morendo, Placidia lasciava l'Impero nelle mani
deboli ed incapaci del figlio Valentiniano III, in un momento che era
già grave, e stava per divenire gravissimo.



CAPITOLO IX

Attila e gli Unni — La battaglia di Châlons — Il generale Ezio — Papa
Leone I


Il problema che si presentava adesso nella storia di Europa, osserva
il Ranke, era questo: i popoli latini e germanici, variamente sparsi e
mescolati fra di loro, potevano amalgamarsi, fondersi insieme, dando
origine ad un popolo solo, ad una civiltà nuova? O pure uno di essi
doveva necessariamente sottomettere l'altro, levandogli del tutto la
propria fisonomia? Un grande ed inaspettato avvenimento contribuì non
poco ad avvicinarli di fronte ad un comune nemico.

Gli Unni, di stirpe, come vedemmo, affatto diversa dai popoli latini
e germanici, erano rimasti per mezzo secolo nell'antica Dacia, al di
là del Danubio. Fra di essi e l'Impero si trovavano le popolazioni
germaniche, che da loro erano state spinte verso l'occidente. Più tardi
Alarico era coi suoi Visigoti entrato per la Porta Salara; i Vandali,
gli Svevi, gli Alani avevano passato il Reno. Tuttavia le relazioni
degli Unni coll'Impero durarono lungamente abbastanza amichevoli,
avendogli essi più di una volta reso utili servigi, col mandare in
suo aiuto soldati, i quali combatterono accanto alle legioni. Questo
contribuì ad insegnar loro una parte della disciplina romana, al che
si aggiunse che, avendo Attila adoperato nell'amministrazione anche
qualche Greco e qualche Romano, potè renderla più ordinata. Certo è che
il suo regno s'era andato estendendo con una straordinaria rapidità,
aggregandosi nuovi popoli, i quali restavano sotto i propri capi, che
dipendevano da lui, divenendogli subito obbedienti e devoti. Un tale
processo d'ingrandimento pareva che si potesse continuare all'infinito
sino a che durava l'autorità del comandante supremo. E intanto,
secondo l'espressione del Thierry, la valle del Danubio somigliava ad
un immenso formicaio di popoli, rovesciato a un tratto. Essi facevano
da ogni lato, specialmente nell'Impero, escursioni minacciose, tanto
che Teodosio II ricorse all'uso, sempre frequente in Costantinopoli,
di pagare ad Attila un tributo, perchè insieme coi suoi restasse
tranquillo. Ma ciò dava invece pretesto a nuove minacce, perchè i
barbari solevano chieder sempre che il tributo venisse aumentato, e non
ottenendolo, tornavano ai saccheggi.

Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che forse da lui
stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo alla testa degli
Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è nella storia conosciuto
col nome di _Flagellum Dei_. Basso di statura, di testa grossa, naso
schiacciato, occhi piccoli, aveva il colore olivastro dei Tartari,
agitava lo sguardo feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo
incesso qualche cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore
di popoli. Non si può dire però che fosse un genio militare, perchè,
oltre alle sue molte scorrerie, saccheggi e stragi, una sola grande
battaglia esso dette, e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa
generosità, e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era possibile
in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai dovette essere la sua
potenza di comandare e di organizzare, essendo riuscito ad aumentare
di molto i popoli che lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani,
Ostrogoti, Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti
nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il dominio
di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, e minacciando
Persepoli, confinava da una parte colla China, da un'altra coll'Impero.
In sostanza però questa era più che altro una vasta agglomerazione di
popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui obbedivano,
quando sapeva secondarli nelle loro voglie di guerra e di rapina, dalle
quali egli stesso cavava profitto. Il potere effettivo e diretto lo
esercitava nella Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare
e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, egli fu per
diciannove anni, dal 434 al 453, come una spada di Damocle sull'Impero
d'oriente e su quello d'occidente, i quali perciò si trovarono
finalmente uniti contro il comune nemico.

Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da Costantinopoli e
da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. Invano si cercava di
frenare le pretese sempre crescenti di quel barbaro, che si tirava
dietro così sterminata moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori
erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, sui quali
regnavano allora i due fratelli. Si presentarono ad Attila, che li
ricevette a cavallo, e neppur essi scesero di sella. Il resultato
dell'ambasceria fu, che bisognò rassegnarsi a raddoppiare il tributo,
che l'Impero d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo Attila
richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una città da lui presa,
sebbene fossero stati già impegnati per grossa somma di danaro. Il
più singolare pretesto di guerra fu però un altro. Onoria, sorella
di Valentiniano III, era stata nella sua età di sedici anni scoperta
in intrigo amoroso con un basso ufficiale della Corte di Ravenna, e
fu per punizione mandata dalla madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo
pareva divenuto un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo
reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli era sempre
dominato dalla sorella Pulcheria, che nel 421 gli aveva fatto sposare
Atenaide, figlia d'un filosofo greco, battezzata col nome di Eudocia.
Tutti della Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite
ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi giunse, si sentì
come chiusa in una carcere. Si narra che per disperazione ricorresse
allora allo strano partito di mandare il proprio anello ad Attila,
perchè venisse a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli.
Attila avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto che si
meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar lite con l'Impero, se
ne valse di pretesto per chiedere non solo la mano d'Onoria, ma anche
l'eredità cui essa aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato
fin sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce Teodosio
a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. Ogni anno con
nuove ambascerie aggiungeva domande a domande, pretese a pretese.

Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra tutte, perchè ne
abbiamo assai minuta e autentica descrizione da chi ne fece parte. Nel
448 arrivarono a Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre
di Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre di quel
Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori d'occidente. Essi
fecero varie domande, fra cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi.
E mentre che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo
danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, fece,
per mezzo suo, la proposta di far uccidere Attila. Edecone finse
d'accettarla con animo però di rivelar poi tutto al suo Signore.
E intanto, perchè meglio rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si
faceva, insieme cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il
retore Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli ambedue
affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto a loro. E ciò
perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente ingannar meglio Attila.
Menavano con loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire.
Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono paesi disertati
dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando il suolo sparso di ossa
e di teschi umani, e città quasi distrutte, nelle quali erano rimasti
solo pochi vecchi e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono
alla tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi accolse
i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette fuggitivi, rimandò
indietro l'interpetre a chiedere gli altri, e invitò i due inviati
di Costantinopoli a seguirlo più oltre nel paese, là dove era il suo
palazzo, e dove avrebbe dato loro risposta.

Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, traversando i fiumi
sopra alberi scavati o tavole connesse, e giunsero alla capitale unna.
Colà videro Attila che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le
quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto veli tenuti
distesi da altre giovanette. Il re si fermò a cavallo dinanzi alla
porta del suo primo ministro, la cui moglie uscì ad offrirgli cibo e
vino, mentre altri tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il
palazzo di Attila era come una grossa capanna costruita con tavole
di legno, non senza qualche eleganza. Intorno ad essa si vedevano
sparse le abitazioni delle sue varie mogli. Un solo edifizio di pietra
si trovava colà, ed era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che
v'ha di più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo
di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei quali
aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli diceva, esaltando
i barbari, quando non c'è guerra, si gode una piena libertà. Ma voi
state male nella guerra e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri
a difendere l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero
neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, dalle spie, dalla
grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono alle pene ed alle tasse, che
s'aggravano invece sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende
i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende dalla
divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno la dovuta mercede.
Noi non possiamo, al pari di voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo
invece come padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono
nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. Abbiamo leggi
a difesa di ogni giusto diritto. È sacra per noi anche la volontà
dei morti, che possono per testamento lasciare a chi vogliono i loro
averi. — Ah! sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son buone, la
legislazione romana eccellente; ma chi le esegue, chi le rispetta? I
vostri governanti, non più degni dei loro antenati, spingono lo Stato
alla rovina. —

Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi al suo
palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli ambasciatori d'Occidente,
dai quali sentiron dire che esso si teneva padrone del mondo, voleva
comandare a tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo
possedere la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, confitta in
terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di sangue d'una sua bestia,
che vi s'era ferito il piede nel camminare. Finalmente assisterono ad
un gran banchetto nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra
una specie di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad
un letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso il suo
primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano il primo ministro
Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur questi posti furon serbati a
noi», osservava Prisco. Di fronte erano i figli del re; intorno alla
sala, lungo le mura di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato
in giro del vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per
tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento e coppe d'oro.
Attila invece, con grande semplicità, mangiava solo carne su piatti di
legno, e di legno erano anche le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che
dietro di lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli
dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati di pietre
preziose. Verso sera si cantarono, fra un generale entusiasmo, canzoni
in lode delle imprese di lui. E poi vennero buffoni, fra cui un Moro,
nano e gobbo, coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila,
il quale ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse
assai irritato, per aver saputo della trama contro di lui ordita, pure
gli oratori, che sinceramente negarono tutto, dopo lunghe trattative,
obbligandosi a pagar nuove somme di danaro, par che riuscissero
finalmente a concludere un accordo temporaneo.

Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio moriva per una
caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. La moglie Eudossia era
da più tempo in esilio per accusa d'infedeltà. Successe la sorella di
lui Pulcheria con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel
bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione di non avere
nessun contatto con lui. Ed egli cominciò a governare, condannando
a morte l'eunuco Crisafio, che aveva ordito la trama segreta contro
la vita di Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse
rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto però si vide che egli
non era della tempra mite di Teodosio II, perchè quando Attila, con
le solite minacce, richiese il pagamento del tributo, rispose subito:
«Agli amici i doni, ai nemici il ferro.»[20] Così la guerra si poteva
ritenere ormai inevitabile.

Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla testa
d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere a 500, altri
a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi in moto; bisognava
solo decidere se attaccar l'Oriente o l'Occidente. Ad attaccar
l'Oriente, che era più vicino, sarebbe stato necessario traversare
un paese già più volte saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura
di Costantinopoli, posizione fortificata, che avrebbe presentato
una formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano era deciso
a difendersi. Inoltre un esercito barbarico come quello di Attila,
composto di genti assai diverse, se non vinceva nel primo impeto,
facilmente poteva disciogliersi. Nell'Occidente invece, sebbene più
lontano, tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli Unni.
L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso di certo, ma stato
sempre in buoni termini con Attila, e più volte da lui aiutato. La
Gallia era occupata quasi tutta da barbari fra loro in discordia.
Una parte dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il
forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che promettevano di
secondare l'impresa di Attila con uno sbarco nella Gallia meridionale.
Pretesti di guerra a lui non mancavano mai. Chiese allora appunto non
solo la mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, ma
anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, spettata in dote.
E quando gli fu risposto, che essa era già moglie d'un altro, disse che
lo avevano fatto per non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare.

Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in realtà ben diverso
da quel che pareva, e che Attila credeva. Prima di tutto Teodorico
re dei Visigoti, uomo di molto valore, non che essere avverso ai
Romani, inclinava non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la
propria figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato
con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi del nome romano. Ma
Genserico, credendo o fingendo di credere, che la figlia di Teodorico
lo volesse avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso e
delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia mortale, che
richiedeva una delle sanguinose vendette barbariche. Il generale Ezio
era stato amico degli Unni, ma si trovava in una posizione simile a
quella di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato,
egli era invece un Romano lungamente vissuto coi barbari. Non si poteva
quindi supporre che, quando l'Impero si fosse trovato in guerra cogli
Unni, Ezio potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene il
sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di sangue e di razza
diversa affatto da quella dei Germani non meno che dei Romani; essendo
nomadi, pagani e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo
della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle
ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto a Salamina,
o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo avrebbe potuto non poco
mutare il suo cammino. In ciò stava la grande importanza storica della
prossima lotta. Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di
ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e di civiltà,
si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo del suo amico Avito,
cittadino autorevolissimo dell'Impero, seppe indurli a stringere
l'alleanza. Lo scontro decisivo s'avvicinava a gran passi.

Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando il paese,
trucidando gli abitanti, che sembravano incapaci di resistenza, salvo
in alcune poche città, nelle quali lo spirito religioso s'accendeva
contro la pagana barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono
desolate, santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, assai
scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, incolume.
Orléans, resa più tardi assai celebre dalla difesa di Giovanna d'Arco,
fece anche allora viva resistenza, per eccitamento del suo vescovo,
il quale, quando la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire
Ezio, che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei nemici
oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, quando apparvero
gli eserciti riuniti di Teodorico e di Ezio, che obbligarono Attila
a retrocedere, per apparecchiarsi alla battaglia, la quale non molto
dopo ebbe luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa seconda
città, che era aperta e poteva facilmente essere saccheggiata, fu salva
per opera del suo vescovo Lupo, il quale seppe in modo singolare, quasi
misterioso, imporre rispetto ad Attila.

Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la grande battaglia,
fece consultar le viscere degli animali, e la risposta degli auguri
fu, che gli Unni avrebbero perduto, ma che il generale nemico sarebbe
morto. Ciò lo impensierì non poco; pure i due eserciti s'attaccarono
finalmente (451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro gli
Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano i Romani,
comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati da Teodorico.
Invece Attila stette al centro coi suoi Unni; a destra e sinistra
pose i popoli a lui confederati: i Gepidi e gli Ostrogoti erano di
fronte ai Visigoti. Questa battaglia, notevolissima per la sua storica
importanza, fu anche una delle più terribili che si ricordi. _Bellum_,
dice Jordanes, _atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nullum
narrat antiquitas._ Ed aggiunge che il sangue versato fu tale e tanto,
che mutò in grosso e rosso torrente un vicino ruscello, _liquore
concitatus insolito, torrens factus est cruoris augmento_: e in esso
dovevano dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con molto valore,
ma Teodorico perde la vita sul campo. Attila fece coi suoi sforzi
sovrumani, e pareva un leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare
del resultato finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un monte
di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la fortuna gli fosse
stata veramente avversa. Jordanes afferma che in quel giorno morirono
162,000 combattenti, senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro
precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò dimostra la parte
non piccola, che in tutte queste notizie ebbe la fantasia, allora e
per molto tempo di poi. Una leggenda posteriore illustrata dalla poesia
e dalla pittura, aggiunge che, nella notte seguita alla battaglia, si
videro in cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo
a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene l'esito
della battaglia non fosse stato veramente decisivo, pure Attila si
ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si potè affermare che la
profezia fatta dagli auguri si era avverata. Il merito principale del
felice resultato fu certo di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato
soldato assai coraggioso e di gran valore strategico, era riuscito ad
assicurare all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale che il
suo destino dovesse sempre somigliare a quello di Stilicone. Infatti,
non avendo egli inseguito Attila, subito si disse che tradiva, che
non voleva la totale distruzione dei nemico, per non lasciar divenire
ancora più potenti i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già
troppo contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti
proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore di Teodorico
nella persona di Torismondo, che dovè subito ritirarsi nel suo regno,
per rafforzare la propria posizione già assai incerta e combattuta.
Così non era facile allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale
dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di qualche agguato;
ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, e si ritirò nella Pannonia, per
riordinare i suoi ed apparecchiarsi a nuove imprese.

Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè s'avanzò subito
verso l'Italia, e nel 452 era già sotto le mura d'Aquileia, dove
trovò una così tenace resistenza, che stava per levare, scoraggiato,
l'assedio. Narra però la leggenda, che in quel momento appunto vide
alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano la città; il
che gli fece capire che dentro le mura non c'era più cibo per nessuno.
Sospese quindi l'ordine di ritirata, e poco dopo la città si arrese
a lui, che la distrusse a segno tale da lasciarne appena le vestigia.
Altino, Concordia, Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre si
salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, senza
resistenza, al saccheggio.

Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila il nome di
_Flagellum Dei_, e spinsero i profughi d'Aquileia e delle vicine
città a riparare nella laguna veneta, dove fu così fondata la città
di Venezia, unica al mondo per la sua storia, la sua posizione e
la sua incantevole bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta,
la Piave, il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno
dall'altro, sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato il
Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano sassi che, secondo
la grossezza ed il peso, si arrestano più o meno lontano dalla riva.
Così si formarono prima la Laguna, e poi il Lido, che costituisce
dalla parte del mare come un forte antemurale, superato il quale, può
navigare nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo
costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura guardia delle
isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi italiani, per salvarsi
dalle orde finniche degli Unni, fondarono la città che, come osserva
l'Hodgkin, doveva più tardi eroicamente difendere l'Europa contro i
Turchi.

Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di Attila verso
Roma. Se non che il suo numeroso esercito, che tutto distruggeva,
facendo intorno a sè il deserto, cominciava a soffrire la fame, e ad
essere decimato dalle malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso,
di che molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro
apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di mandare aiuti da
Costantinopoli, ma pareva accennare a volere esso stesso direttamente
attaccare le terre degli Unni. Tutto ciò poneva naturalmente non poca
incertezza nell'animo di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era
anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva a lui, come
a molti dei barbari, una specie di spaventoso terrore, e la fine di
Alarico gli era sempre presente. La religione cristiana, a cui egli
non credeva, ma che pure, pel numero grande de' suoi credenti e per
la sua propria natura, esercitava su tutti una straordinaria azione,
anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile reverenza.
A coloro che in nome di essa autorevolmente gli parlavano, pareva che
non sapesse più che cosa rispondere: restava confuso. E fu quando era
in queste disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne
ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano parte l'ex-console
Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. La guidava lo stesso capo venerabile
della cristiana religione, il successore di Pietro, il rappresentante
di Dio sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse più
grande in quel secolo.

Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano
l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in
lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale
cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi
discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo
della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è
superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S.
Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma,
perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.»
Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici,
chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della
passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano
di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto
invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E
quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non
disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le
opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede
e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande
intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia,
la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla
tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e
l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da
Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla
ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo
cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva,
procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli
e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime.
Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali
da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa
del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la
tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi,
i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono,
costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i
suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere
all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non
solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben
vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla
decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di
Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un
diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana.
Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto
questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di
S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la
sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche
in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò
l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente
percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo
prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale.
Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore
del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella
volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada
lentamente svolgendo attraverso i secoli.

Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa
che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria
venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la
personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera
religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o
nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452,
presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad
Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi
si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione
le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato
generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno
si trovava allora, non è possibile dirlo.

La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I.
Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare
Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone
ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di
queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale
ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro
del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno
di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade
sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare,
circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto
che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto
banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa
notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di
Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una
tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè
vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva
rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali,
le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse
morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra
i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21]
Per gl'Italiani Attila restò sempre il _Flagellum Dei_, e tale ce
lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli
Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo
la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve
colla stessa rapidità con cui s'era formato.

Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile
la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia
contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta
assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come
l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata
attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore
dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni
s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore
strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò
instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si
legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti
servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale,
che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più
insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e
gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva
più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in
lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva
con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come
Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò
al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso
matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie
mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio
racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che
avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene
o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato
la vostra destra. — E così fu veramente.

L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre
guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare
il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva
ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro
Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio,
la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453),
e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero
un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine.
Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre
più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate
assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte
d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte
ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano
valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di
lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo,
rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo
a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali
simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero
d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la
sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo
escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più
oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi.



CAPITOLO X

Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, Oreste ed
Augustolo


Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, senatore
romano, che era già stato Console e Prefetto: un uomo di circa
sessant'anni, ritenuto avverso alla dinastia di Teodosio, e però a
molti assai poco gradito. Questo malumore venne aggravato dal fatto che
egli accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano,
il che fece nascere il sospetto che avesse tenuto mano all'assassinio,
di cui ora profittava. S'aggiunse che volle per forza sposare la
giovane Eudossia, la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia
di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima ad unirsi
con un vecchio, creduto assassino del proprio marito. Tutto ciò fece
al solito nascere la leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato
a venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e saccheggiarono
Roma. Ma questa notizia, che è data da Procopio, è ignota affatto ai
contemporanei, o è ricordata da qualcuno di essi con un semplice _si
dice_. Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta dei
Vandali è troppo breve, per potere dar fede alla leggenda. Il dubbio
è poi confermato anche dal fatto, che Eudossia non fu risparmiata,
ma venne menata in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni
modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, giacchè
l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già più volte avevano fatto
scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale, dallo stato d'anarchia
in cui si trovava adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace
affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori d'Africa,
coi quali avevano ingrossato il loro esercito, erano divenuti una
specie di pirati, che mettevano terrore nel Mediterraneo; e le loro
selvagge crudeltà venivano esagerate dalla leggenda. Si raccontava,
fra le altre cose, che quando non potevano subito prendere una città,
facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto le mura di
essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava poi la popolazione
ad arrendersi; come se in questo caso non sarebbero stati essi i
primi a soffrirne. Certo è che distruggevano le chiese, trucidavano o
pigliavano prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano
schiavi. La parola _vandalismo_ è perciò rimasta nel linguaggio comune.

Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali erano alle
bocche del Tevere, vi fu a Roma come un timor panico, non avendo
l'imperatore Massimo provveduto a nulla addirittura per la difesa
delle mura. Egli non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero
chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi egli stesso
alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca lo sdegno del
popolo romano fu così grande, che ne scoppiò un tumulto violentissimo.
L'Imperatore venne ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con
grida feroci d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi
gettato nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, senza
governo e senza difesa, contro un barbaro nemico, che rapidamente
s'avanzava. Il disordine e l'anarchia furono al colmo. V'erano amici
della dinastia teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo;
pagani, che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di ciò
restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta di Dio; barbari
soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece d'apparecchiarsi alla
difesa, stavano a guardare che cosa stessero per fare i Vandali, ariani
anch'essi.

In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce si alzò ferma,
dignitosa, sublime, e fu anche questa volta quella di Leone I. In uno
de' suoi più celebri discorsi, fatto nel giorno di S. Pietro e S.
Paolo, egli esclamava: «Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che
si ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, e
più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che ai beati martiri.
Ma chi difende, chi salva questa Città, i giuochi del circo o la
fede nei Santi? Tornate al Signore, intendendo le cose mirabili che
Esso ha operato per noi, riconoscendo la nostra libertà non già,
secondo l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma dalla
misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato di mitigare
il cuore dei furenti barbari.» Questo discorso, che secondo alcuni
(Papencordt) si riferisce appunto alla venuta dei Vandali, e secondo
altri (Baronio e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive in
ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo quinto, lo stato
degli animi, e quale la condotta del Papa. Anche questa volta Leone
I fu il solo che osò uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma
con Genserico non potè ottenere lo stesso resultato che aveva avuto
con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche più selvaggi, erano già
vicini alla Città eterna, assetati di preda e di sangue. Fu tuttavia
promesso che le chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che
sarebbe stata risparmiata la vita di coloro che non avessero fatto
resistenza.

Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono in Roma
(giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal tradimento d'un barbaro
ariano, che avrebbe insegnato loro la via più facile. Per quattordici
giorni la Città andò a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso
il palazzo imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato
via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue greche
e romane. Lo stesso si fece nella Campania. Furono imbarcati anche i
sacri e venerati arredi, che dal tempio di Gerusalemme erano stati
portati in trionfo a Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti
sull'Arco di Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso
trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò più tardi, che
Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e li portò a Costantinopoli.
Certamente si può credere che la rovina generale di Roma per opera dei
Vandali, quale alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato
dal fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia
piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è certo pure, che dai
tempi di Brenno in poi, essa non aveva sopportato mai uguale sventura
e vergogna. Insieme colle statue, coi metalli e colle pietre preziose,
i Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte dei quali
ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri v'erano, oltre un
gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice Eudossia con le due
figlie Eudocia e Placidia. La prima di esse venne poi da Genserico
data in isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue
vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con la madre tenuta
sette anni in onorevole prigionia, per essere finalmente rimandate
entrambe in Costantinopoli all'imperatore Leone, che da lungo tempo le
richiedeva. Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi
fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i mariti
dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate solo dalla
carità veramente eroica del vescovo Deogratias in Cartagine. Egli
trasformò le chiese in ospedali per i prigionieri ammalati; vendette
gli arredi sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e
liberare gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle mogli.
La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella quale egli, vecchio
com'era, assisteva giorno e notte i malati, fino a che ne morì di
fatica e di stento. I suoi fedeli lo seppellirono allora devotamente
in luogo segreto, per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose dei
barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del mondo romano, solo
i rappresentanti della religione e della Chiesa sapevano dar prova
di umana dignità e di eroica grandezza. Certo è che col sacco dato
dai Vandali, l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a sorgere,
facendo prova d'una grandezza diversa, ma non meno ammirabile. La
gloria del Campidoglio più non esiste, comincia quella del Vaticano.

Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza dei Vandali, fu
tale, che per alcuni mesi essa non pensò punto ad eleggersi un nuovo
Imperatore. Se ne occupò invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il
quale, secondato dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles,
e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio del 455
assunse la porpora. Questi era un nobile dell'Auvergne, valoroso
soldato di Ezio, che per mezzo suo era riuscito a concludere l'alleanza
dei Visigoti coi Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella
che rappresentava la prevalenza della provincia e dei barbari, piacque
poco a Roma ed al Senato, sebbene venisse approvata a Costantinopoli.

Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva adesso dai Vandali;
e perciò contro di essi Avito mandò il valoroso generale Ricimero,
figlio di padre svevo e di madre gota, il quale era loro acerrimo
nemico, e si mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi
una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della Sardegna,
secondo altri, della Corsica; ma in verità par che si combattesse
presso l'una e presso l'altra isola. Questa vittoria fece di Ricimero
un uomo più potente dello stesso Imperatore.

Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di Stilicone e di
Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza del passato, pensò
di non lasciarsi, come era seguito ad essi, disfare dagl'imperatori;
ma invece disfarsi egli di loro appena che li vedeva divenire a lui
pericolosi. E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo quattro,
sostituendoli con sue creature, alle quali serbava sempre la stessa
sorte. E fu questo il processo della finale distruzione dell'Impero
d'Occidente, che, per mezzo appunto di Ricimero, passò definitivamente
in mano dei barbari. Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico
come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma ancora
perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte dell'uno e
l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche tempo senza un
proprio sovrano. E questi lunghi interregni finirono col persuadere,
che si poteva facilmente fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un
barbaro, ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere in suo
proprio nome.

Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava ai suoi eletti,
fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma non trovava favore, che il
barbaro faceva da padrone, si sentì come mancare il terreno sotto i
piedi, e pensò d'andarsene nella Gallia, dove era stato eletto, per
raccogliere colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando
così di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento
accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai quali non poteva certamente
piacere il vederlo andare a cercare aiuto nella provincia, diffidando
della capitale. E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a
Piacenza, costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi vescovo.
Il potere imperiale si trovò allora nelle sue mani, fino a che egli non
si decise a far eleggere un successore.

Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi
contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però ad opposti
resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva dire anche in Oriente
estinta ogni traccia della dinastia di Teodosio. Il potere effettivo
cadde del pari nelle mani d'un generale barbarico, Aspar, il quale era
ariano e comandava i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere
imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, che fu
acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. Questi assunse la porpora e
fu consacrato dal patriarca di Costantinopoli, consacrazione che era
un fatto assolutamente nuovo. Si volle forse con essa supplire alla
mancanza d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse la sola
acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa un'autorità che essa
non aveva mai avuta in passato, e della quale seppe meravigliosamente
profittare nell'avvenire. Se ne avvantaggiò intanto il nuovo
Imperatore, che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a
disfare gli altri che a lasciarsi disfare.

Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era rimasta senza
imperatore, egli propose che s'eleggesse Giulio Valerio Maioriano.
Questi era stato un altro valoroso soldato di Ezio, era amico di
Ricimero; e dopo aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato
a deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di _Magister
militum_. La proposta della sua elezione fu subito accolta con favore,
non tanto da Ricimero, che in sostanza pareva più che altro piegarsi
per prudenza alla volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato,
i quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano assai
volentieri uno che tenevano dei loro. E così il 1º di aprile, presso
Ravenna, Maioriano prese la porpora, e subito dopo scrisse al Senato
una lettera nella quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi
di Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà avrebbero
sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per mantenere la promessa.
Cercò di sollevar le province dalle troppo gravi tasse, sopra tutto
dagli arbitrii del fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e
tutte le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. Egli
sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo più militare, che
politico; appoggiandosi quindi al Senato ed ai Romani, cominciò col
tenere a freno le province, sopra tutto i Visigoti, verso i quali die'
prova di grande energia in una spedizione che fece nella Gallia.

Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A combatterli,
nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, egli s'apparecchiò per
tre anni continui, cercando di mettere insieme un poderoso esercito,
che venne ingrossato ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli.
Apparecchiò una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento andare
nella Spagna, e di là passare poi in Africa. Ma le difficoltà furono
assai maggiori che non pensava. Ricimero sembrava starsene a guardare
senza aiutarlo; i Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi.
Genserico, sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, perchè
il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò anche l'acqua dei
pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza d'astuzie e di tradimenti ad
impadronirsi d'una parte della flotta di Maioriano, ed a distruggerne
il resto. Se questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali,
sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato la forza e
l'autorità di Ricimero. Ma successe invece il contrario: fu vinto,
e dovette ritirarsi umiliato. Traversando la Gallia, venne poco a
poco abbandonato dai suoi alleati; e giunto al di qua delle Alpi,
colla propria guardia, fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato,
disfatto ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò solo
padrone in Italia.

Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che stette quattro
anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, giacchè par che Ricimero
continuasse a farla da padrone. Genserico intanto, il quale non aveva
mai dimenticato la rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava
ora di rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli prima
o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere in Occidente
un imperatore di suo gradimento. A tal fine aveva già mandato a
Costantinopoli Eudossia con la figlia. Ma Ricimero sapeva anche
giocare d'astuzia; e quando dopo la morte di Severo (novembre 465)
l'Italia era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I mostrò
desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, egli, pigliando la
palla al balzo, lo fece subito eleggere (467), e poco dopo ne sposò la
figlia. Così l'Oriente e l'Occidente si trovarono invece nuovamente
alleati, e si cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per
farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli
raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, che partirono con 100
mila uomini nella primavera del 468. A questa impresa però, con tanta
cura apparecchiata, nocque assai l'attitudine ostile dei due generali
barbari, onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi
temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, l'autorità
dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua opposizione fece sì che
Maioriano mandasse poca gente all'impresa, alla quale Aspar metteva dal
suo lato più ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea
d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace,
ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva proposto. E così,
nonostante il numero preponderante ed il valore grandissimo dimostrato
dai soldati romani, l'impresa andò a male, per gl'inesplicabili
errori commessi dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica
fama accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il quale in
un momento decisivo avrebbe, così almeno si diceva, impedito che
andassero in Africa i rinforzi, necessari ad assicurare il resultato
dell'impresa.

Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. L'orgoglio dei
Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente ne sentì il danno finanziario
per moltissimi anni; ma quello che è più, le relazioni tra Leone
I ed Aspar s'inasprirono per modo da rendere inevitabile un'aperta
rottura. Aspar andava da un pezzo divenendo sempre più insolente.
S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato assunto
dall'Imperatore a compagno nel governo, e più volte richiese con modi
poco rispettosi l'adempimento della promessa. Queste sue pretese
destavano nella popolazione vivissimo scontento anche perchè egli
era ariano. S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima
guerra aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo pericolo
l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli non aveva nè l'audace
energia, nè il valore di Ricimero; che Leone I non era uomo da
rassegnarsi a rimanere strumento passivo nelle mani d'un suo generale;
e i barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente la forza
che avevano in Occidente. Consapevole di tutto ciò, l'Imperatore
aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, montanari
indipendenti e valorosi del Tauro. Con essi cominciò subito a porre
un argine alla prepotenza dei Goti e degli altri soldati germanici;
e quando nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo di
questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, che poi gli
successe nell'Impero col nome di Zenone, fece uccidere Aspar. Ordinò
anche l'uccisione dei tre figli di lui; ma uno si trovava lontano,
un altro si riebbe dalle ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per
questi fatti a Leone I fu dato il titolo di _Macellus_. Egli s'era però
liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando l'Impero dalla
prepotenza dei Goti e dei loro compagni.

In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno cresceva
la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, che pubblicamente
si doleva d'aver dovuto dare sua figlia in isposa ad un barbaro
ancora vestito di pelli. Anche qui un conflitto era quindi divenuto
inevitabile; se non che la forza e l'accortezza del generale barbarico
erano assai preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa d'un
esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio di Roma, dove
era Antemio, che aveva sempre il favore d'una parte della popolazione.
Nell'esercito assediante si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero
voleva far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si
vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, assediando la
Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore stesso. L'assedio durò
alcuni mesi, e finalmente Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte
per fame, parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; poco
dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), e ben presto
lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). Così ebbe fine il lungo,
confuso e penoso dramma di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè
un breve strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora
narrati.

Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, che per opera
sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò sta anzi il suo vero
carattere storico. Egli fu il precursore di Odoacre e di Teodorico,
che sono ora per sorgere sulla scena: quasi anello di congiunzione fra
di essi e i generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia
si assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un barbaro,
spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, che questo potere
esercitasse almeno di nome. E non solo essa venne allora in piena balìa
dei barbari, ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna,
dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. I vari elementi
che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, cioè, il governo di
Costantinopoli e quello di Ravenna, finirono col venire fra di loro a
conflitto, chiudendo un'epoca, iniziandone un'altra.

Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, collo
stesso potere, dovesse succedere il nipote Gundobaldo, un soldato
burgundo, venuto in Italia per far fortuna coll'aiuto dello zio.
Dopo aver lasciato per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli
fece nominare imperatore Glicerio, che era _Comes domesticorum_, e fu
proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma ora appunto scoppiò il dissenso
con Costantinopoli, dove essendo vicino a morte Leone I, sua moglie
Verina, sempre inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente
Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in Oriente fin verso la
metà del 474. Giunto in Italia, esso venne acclamato il 24 giugno di
quell'anno, e vediamo scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare
andasse a prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora
morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia nè come, nè
perchè. Certo è solo che fu costretto a lasciarsi consacrare vescovo in
Dalmazia, e che non molto dopo morì.

Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la fine di un periodo
storico, sappiamo assai poco. Imposto da Costantinopoli per opera del
partito che aveva colà vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito,
che in Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più
notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti della Gallia.
Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, egli concedeva a quei
barbari ariani l'Auvergne, che dopo essersi validamente difesa, voleva
rimanere unita all'Impero. E ciò gli fece perdere la stima dei Romani,
senza fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta.
Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente scoppiò una nuova
ribellione, della quale, come per forza naturale dalle cose, si trovò
a capo il generale Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che
l'Impero d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere Nepote, che,
assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto del 475 a Salona. Colà si
trovava probabilmente ancora vivo Glicerio, che da lui era stato vinto
e costretto a divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia.

Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni fecero e
disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani il potere, fino a che
non lo lasciarono addirittura ai soli barbari. E questo definitivo
mutamento fu compiuto appunto per mezzo suo. Nato nell'Illirico,
egli era d'origine romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però
dimorato lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, mandato
ambasciatore a Costantinopoli. S'andò così immedesimando sempre più
coi barbari; ed è questa forse la ragione per la quale, riuscito come i
suoi predecessori barbarici ad impadronirsi del potere, non osò neppur
lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello che era stato il
disegno invano vagheggiato lungamente da Stilicone e da Ezio. Fece cioè
eleggere imperatore suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari,
da parte di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo
Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato in quello alquanto
dispregiativo di Romolo Augustolo. E così, come per ironia della sorte,
colui che fu l'ultimo imperatore d'Occidente, portava il nome del primo
re e del primo imperatore di Roma.

Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col figlio ancora
minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto sentirsi in una
posizione incrollabile, tanto più che ora appunto Genserico, divenuto
vecchio, s'era indotto a concludere con Ravenna e con Costantinopoli
una pace, per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e
l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece il germe
della debolezza era nascosto appunto là dove pareva che dovesse
essere l'origine della forza. Le qualità di romano e di barbaro non si
potevano facilmente immedesimare; una delle due doveva soccombere. In
Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere al romano; in Oreste, pei
tempi mutati, avvenne il contrario. L'esercito, alla testa del quale
egli si trovava, era composto di molti e vari elementi: Turcilingi,
Sciri, Eruli, che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano
andati da principio aumentando, mediante una continua infiltrazione;
ed ora che essi formavano addirittura l'esercito imperiale in Italia,
volevano prendervi stabile dimora, assicurandosi nella pace e nella
guerra la propria sussistenza, come era seguito in altre province
occidentali dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma qui
appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina d'Oreste. La
concessione delle terre voleva dire la permanente dimora dei barbari
nell'Italia, lasciata in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e
si sentiva di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente
si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei soldati che lo
abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre (23 agosto 476), un barbaro
dell'esercito di Ricimero, con cui aveva assediato Roma. Egli promise
di dare ai soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro
negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito dal suo
rivale, e donde potè a mala pena scampare. La città venne messa a sacco
con una strage che durò due giorni interi, e cessò solamente quando
giunse la notizia che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso
a Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di Stilicone, nel
408 avvenuta nella stessa città. Allora però il grido era stato: morte
al barbaro; ora invece era: morte al romano.

Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, ultimo avanzo
della imperiale romanità. Non lo uccise, ma lo confinò nella villa
Lucullana a Pizzofalcone,[22] presso l'antica Napoli, con una pensione
di 6000 solidi. Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto
tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo di Odoacre.
Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche questo contribuì molto a
rendere più sicura la condizione di Odoacre, col quale si chiude
l'antichità e s'inizia finalmente il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è
caduto, la storia d'Italia incomincia.



LIBRO SECONDO

GOTI E BIZANTINI



CAPITOLO I

Odoacre


Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, alla testa d'un
esercito composto di popolazioni diverse, ognuna delle quali pretendeva
che fosse suo connazionale. I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo
suppone figlio di quell'Edecone che insieme con Oreste vedemmo
ambasciatore di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a
tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi alla sua morte.
Era ancora assai giovane, quando con una banda di suoi seguaci si
mosse a cercar fortuna in Italia. Traversò allora il Norico, provincia
che per trent'anni (453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata
all'anarchia. Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la sola
autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva che fosse
quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, nella solitaria
cella, esercitava una prodigiosa azione morale sulle moltitudini, che
volontariamente gli obbedivano. Ed in quella piccola cella, così narra
la leggenda, entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette
piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del Santo, il
quale, dopo avergliela data, disse: — _Vade ad Italiam_, chè, sebbene
tu sia vestito di vilissime pelli, ti aspetta colà grande fortuna.
— Fra il 460 ed il 470 Odoacre infatti era già in Italia, e nel '72
combatteva nell'esercito di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76
i suoi soldati lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il
posto di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore
d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la soverchiante potenza dei
generali che ne facevan le veci, è ora scomparso affatto nel barbaro
che ne ha usurpato il posto. E per la prima volta nella storia del
mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, indipendente.
Ma un barbaro, che comandava in essa alla testa di un esercito di
barbari, era un fatto talmente privo d'ogni precedente, che non si
vedeva su quale base legale si potesse fondare la sua autorità. Odoacre
non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, nè di re d'Italia;
non fu che un re di barbari. E con quale diritto poteva egli allora
comandare nella Penisola, sede antica dell'Impero?

Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, ed a lui,
tra il 477 e 478, si presentarono perciò due solenni ambascerie. L'una
veniva da Salona, in nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato
nei suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza cacciato.
L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, il quale, assai
probabilmente secondo un patto già prima stipulato con Odoacre, cercava
ora ricompensarlo dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo
del trono. Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano
venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno d'avere
un loro proprio Imperatore, bastandone uno solo per l'Oriente e per
l'Occidente.[23] Odoacre avrebbe potuto governare l'Italia col titolo
di Patrizio, in nome dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne
imperiali, _ornamenta Palatii_.

In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote Leone II.
Questi essendo ancora un giovanetto, restò sotto la reggenza del padre
Tarasicodissa, che i Greci chiamarono Zenone, e che, morto ben presto
il figlio, divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro
di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, vedova
di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal trono, su cui fu nel
477 rimesso da una controrivoluzione ortodossa. Quando adunque, fra
il 477 e '78, si presentarono a lui gli ambasciatori del Senato e di
Augustolo, egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè
non voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; ma
sentiva di non essere allora in grado di deporre chi s'era colla forza
impadronito del potere in Italia. Ricorse perciò ad un mezzotermine
diplomatico, di quelli che erano molto in uso presso i Bizantini.
Ufficialmente rispose ai Romani: — Due imperatori vi furono mandati
da Costantinopoli, Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, il
secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che riman sempre in
Occidente il solo sovrano legittimo e riconosciuto. — Se questa fu
però la risposta ufficiale, scrivendo privatamente ad Odoacre, gli
dava il titolo di Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto,
intendeva fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo ferma
la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse il governo d'Italia,
teoricamente sotto la dipendenza di Costantinopoli, in realtà operando
a suo modo, come principe indipendente.

Il primo e principale problema di cui si dovette subito occupare,
fu la promessa divisione delle terre, promessa dalla quale aveva
avuto origine il suo potere. In che modo questa divisione, nei
suoi particolari, venisse fatta, noi non sappiamo. Tutto si riduce
a semplici ipotesi. Certo è però che non si tratta di un sistema
nuovamente introdotto, come molti supposero, in conseguenza della
conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione d'un
sistema già prima esistente nell'Impero. E l'aggravio che ne venne alle
popolazioni, fu assai più apparente che reale. L'esercito, in un modo
o l'altro, era stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro
carico erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari per tenerli
tranquilli, e le enormi spese sostenute per le guerre dell'Impero. Dove
i soldati venivano alloggiati, occupavano di diritto un terzo delle
case dei loro ospiti, nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e
ciò naturalmente oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano
lasciati permanentemente a difesa dei confini (_limitanei_) avevano,
oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano per proprio
conto. Se dunque i soldati di Odoacre, i quali erano l'esercito che
doveva difendere l'Italia, avevano adesso un terzo delle terre, per
coltivarle e vivere del prodotto di esse, questo in fondo non era
qualche cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso mantenere
i barbari, anche quando non prestavano servizio, e non solo gli uomini
atti a portare le armi, ma i vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in
conseguenza d'una ribellione militare, che imponeva la sua volontà
colla forza. Questo era veramente odioso, se anche non era effetto
della invasione e della conquista.

Non bisogna però credere, che una tale divisione si facesse a un tratto
per tutto, nè che dove si faceva, tutte le terre venissero divise.
L'esercito di Odoacre era ben lungi dal potere occupare l'Italia
intera. I suoi barbari alloggiarono quindi in alcune province, ed
in esse solamente fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là
dove ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo conto
dividere le terre che bastavano appena a sostenere i loro possessori.
Essi quindi restarono nello stato di prima, e furono anche meno
aggravati dalle tasse, che i barbari non erano in grado di riscuotere
o far riscuotere colla regolarità opprimente del fisco imperiale.
Nè mutò gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E così
anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano le terre, e
passarono con esse ai barbari, restarono più o meno nelle condizioni
di prima, spesso anzi migliorarono. Quelli che veramente soffrirono
furono i latifondisti, i quali è però da credere che pagassero minori
imposte sulla parte che loro restava delle proprie terre. In ogni
modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome i barbari, per
antica consuetudine, preferivano la campagna alla città, così i campi
pei quali da un pezzo mancavano le braccia necessarie a lavorarli,
furono ora più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata
l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema di tasse,
le quali non crebbero; anzi, per quanto possiamo indurne, scemarono.
Considerevoli esenzioni ottenne pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a
Pavia ed in tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi
enormemente cresciute.

Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato quasi
esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono affatto le altre
province. Anche la Provenza, la parte cioè più romanizzata della
Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. La Rezia, considerata sempre
come appendice integrante dell'Italia, ne faceva parte al pari della
Sicilia, la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, secondo
il trattato concluso nel 442. Questi occupavano anche la Sardegna, la
Corsica e le Baleari. Il nuovo stato di cose, per ora almeno, evitava
quelle grosse guerre che dissanguavano le popolazioni, e quindi il
regno di Odoacre fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle
patite calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate nuove
violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni andarono crescendo. Sotto
un certo aspetto le condizioni in cui Odoacre si trovava, coll'andar
del tempo migliorarono assai. Il suo regno infatti, che era cominciato
coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè visse il
deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa condizione quando questi
nel 480 morì. Certo Odoacre restò ancora col solo titolo di Patrizio,
non potè mai assumere quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia;
ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò a nominare
anche i Consoli occidentali, che furono riconosciuti in Oriente.
L'unità generale dell'Impero, cui era a capo Zenone, teoricamente non
fu mai messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di fatto
assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche riconosciuta. A
Ravenna egli potè mettere insieme una flotta, colla quale si difese
dalle incursioni vandaliche, e fra il 481 e 482 si spinse fino alla
Dalmazia, che aggregò al proprio Stato. E se questo passo spiacque
assai all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze a
lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, e non ne risentì
nessun danno.

In tale stato di cose la vita politica del popolo italiano può dirsi
spenta del tutto. Con tanto maggiore energia si svolgeva quindi in
esso la vita religiosa, alla cui testa si trovava il Papa. Ma in parte
non piccola l'indirizzo dell'attività religiosa, era determinato dalle
relazioni o per meglio dire dalla opposizione che persisteva sempre fra
la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dove non avevano mai posa
quelle dispute dottrinali, cui lo spirito romano-cattolico ripugnava
affatto. In Oriente combattevano ora accanitamente i Nestoriani, i
quali dicevano che la Vergine era madre di Gesù Cristo, solo in quanto
uomo; gli Ariani ed i Monofisiti, i quali ultimi sostenevano che la
natura umana e divina di Gesù erano una sola e medesima cosa. Siccome
però in nome appunto di questa dottrina Basilisco aveva cacciato dal
trono Zenone, che v'era stato rimesso dagli Ortodossi, così questi
voleva ora in ogni modo evitare il riaccendersi della disputa. Fra
il 482 e 83 pubblicò quindi una sua lettera conosciuta col nome
di _Henoticon_, la quale si credette suggerita o anche scritta dal
patriarca Acacio. In essa, tenendo una via media, cercava di conciliare
ortodossi e monofisiti. Ma Roma non ammise mai queste vie di mezzo,
nè ammise mai che l'Imperatore decidesse le dispute religiose. Papa
Simplicio (468-483) condannò quindi senz'altro l'_Henoticon_ ed Acacio
che lo aveva ispirato.

Questa lotta nella quale Simplicio, sostenuto dagl'Italiani, dimostrò
al solito una tenacia veramente romana, mantenne vivo l'antagonismo
fra l'Oriente e l'Occidente, il che riusciva a vantaggio di Odoacre. Il
Papa era allora moralmente, e non solo moralmente, il personaggio più
potente in Italia. Se Odoacre, come ariano, si fosse messo in aperta
opposizione con lui, questi gli avrebbe facilmente potuto sollevar
contro tutto il paese, e rendergli impossibile il reggersi a lungo in
Italia. Ma finchè durava la lotta religiosa fra Roma e Costantinopoli,
il Papa ed Odoacre si trovavano dal comune interesse spinti a
sostenersi vicendevolmente.

Il 2 marzo 483 moriva Simplicio, e Odoacre dette allora un passo falso,
del quale non tardò molto a sentire le conseguenze. Per lui era certo
cosa di grande importanza assicurarsi della nuova elezione. Voleva non
solo evitar quei tumulti che in simili occasioni avevano assai spesso
insanguinato le vie di Roma, ma voleva anche avere un Papa amico. E
così, quando l'assemblea che doveva procedere alla elezione, non potè
riuscire a mettersi d'accordo, v'intervenne improvvisamente, in nome
di Odoacre, il Prefetto del Pretorio, Cecina Basilio, dichiarando
che sarebbe stata nulla l'elezione, senza la rappresentanza del Re.
Questi, egli aggiunse, procedeva in ciò d'accordo colla volontà del
defunto Papa, il quale prima di morire gli aveva raccomandato la nuova
elezione. Fu inoltre emanato un decreto col quale veniva proibita
l'alienazione dei beni della Chiesa, minacciando l'anatema contro
chiunque non avesse a ciò obbedito. S'invitava poi l'assemblea a
sanzionare il decreto, ed a procedere alla elezione, la quale riuscì
a favore di Felice II[24] (483-92), che era appunto il raccomandato
di Odoacre. Non pare che allora sorgessero gravi lamenti contro
questo procedere del Re. Ed in verità non solamente l'Imperatore di
Costantinopoli aveva sempre avuto grande ingerenza nei Conclavi, nei
Sinodi, nei Concili, in tutte le faccende della Chiesa; ma anche in
Italia l'imperatore Onorio aveva nel 418 e 19 definito la contesa
fra Eulalio e Bonifacio ambedue eletti pontefici. È provato poi che
l'Imperatore d'Occidente aveva il diritto d'intervenire e decidere in
siffatte questioni; anzi non di rado il clero stesso ricorse a lui
per risolverle. Può supporsi perciò che, nonostante ogni contraria
apparenza, Odoacre non avesse creduto di far nulla d'illegale, e
molto meno di usare violenza per imporre un Papa di suo arbitrio;
che la scelta di Felice II fosse veramente stata suggerita a lui da
Simplicio. Se non che egli non era un Imperatore, ma un re barbaro
ed un ariano. Non poteva quindi sperare che la Chiesa romana, sempre
gelosa delle proprie prerogative, avesse mai potuto approvare il suo
procedere. Comunque sia di ciò, anche Felice II continuò con ardore la
lotta contro l'_Henoticon_ e contro Acacio, che scomunicò, inviando a
Costantinopoli la sentenza. E tutto ciò fu causa d'uno scisma durato 35
anni (484-519), nei quali Roma non cedette mai, ottenendo finalmente
il trionfo delle dottrine ortodosse. Ma se questo dissidio era tutto
a vantaggio di Odoacre, l'essersi egli ingerito nella elezione papale
aveva seminato nella Chiesa romana il germe pericoloso d'una profonda
diffidenza verso di lui.

Intanto sorgeva un'altra e più grave complicazione d'indole politica.
Al di là della Rezia c'era il Norico, la regione in cui ora è Salzburg,
e che arrivava fino al Danubio, oltre il quale abitavano i Rugi.
Questa regione, come già vedemmo, era stata desolata, ridotta ad
estrema rovina dal continuo passaggio dei barbari; ed unica autorità,
che vi avesse mantenuto ancora una qualche forma di vivere sociale,
era stata quella di S. Severino, che il suo biografo Eugippo dice
uomo interamente latino: _loquela tamen ipsius manifestabat hominem
omnino latinum._ Nella sua cella raccoglieva abiti, cibi a sollievo
dei miseri, e di là dava consigli e ordini cui tutti, anche i barbari,
volontariamente obbedivano. Era questa un'altra prova visibile della
forza quasi onnipotente, che la religione esercitava allora sugli
animi. A S. Severino si dovè se la popolazione romana di quella
regione non fu totalmente distrutta. Ma circa l'anno 482 egli morì,
e fu questa una grande calamità per il Norico. I Rugi s'avanzarono
subito devastando, saccheggiando ogni cosa, perfino il convento e la
cella del Santo. Avrebbero, se avessero potuto, dice Eugippo, portato
via anche le mura. E se i Rugi si fossero stabilmente impadroniti di
quella regione, sarebbe stato di certo un gran pericolo per Odoacre,
che li avrebbe avuti ai confini del suo regno, colla voglia e, per
la desolazione del paese, con la necessità d'avanzarsi. A questo li
spingeva ora Zenone, per la solita politica orientale di neutralizzare
i barbari, spingendo gli uni contro gli altri, e perchè era assai
insospettito di Odoacre, il quale non solo agiva sempre più da principe
indipendente, ma si era recentemente impadronito della Dalmazia. Oltre
di ciò, a lui s'erano poco prima rivolti coloro che cospiravano contro
Zenone; e sebbene egli avesse ricusato d'aiutarli, ciò non impedì
che crescessero di molto i sospetti ed il mal animo dell'Imperatore
contro di lui. La conseguenza fu che i Rugi s'avanzarono, ed Odoacre fu
costretto a muover loro guerra.

Nel 487 egli si avanzò col suo esercito barbarico, nel quale, secondo
Paolo Diacono, presero parte anche Italiani, _nec non Italiae populi_.
Con esso vinse i Rugi, fece prigioniero il loro re, ne mise in fuga il
figlio. Molte però e gravi furono le conseguenze di questa guerra. Una
gran parte, la meno disagiata, della popolazione del Norico, emigrò
in Italia, dove fu menato anche il corpo del Santo, che dopo essere
stato portato in vari luoghi, venne finalmente, per intercessione d'una
vedova, deposto presso Napoli, nel luogo che si chiama ora Castello
dell'Uovo. Il figlio del re dei Rugi si ricoverò presso gli Ostrogoti,
che erano allora comandati dal valoroso Teodorico degli Amali, e cercò
d'incitarlo a muover guerra contro di Odoacre. Siccome poi lo stesso
incitamento veniva a questo, come vedremo, anche dall'Imperatore, così
ne seguirono avvenimenti di grande importanza nella storia d'Italia.



CAPITOLO II

Teodorico e gli Ostrogoti in Italia


La più parte degli Ostrogoti era rimasta unita agli Unni nell'antica
Dacia, e se ne separarono, al pari degli altri popoli germanici,
quando, dopo la morte di Attila, il suo impero andò in fascio e sparì
come un sogno. Essi occuparono allora la Pannonia, sotto il governo di
tre fratelli della nobile stirpe degli Amali. Ivi pare che restassero
nella condizione, più o meno, di federati; ed ebbero al solito dispute
continue coll'Impero, per le terre che chiedevano, per lo stipendio
o tributo che pretendevano. Questo portò ad un conflitto, dopo del
quale fu fissato un annuo tributo, e per garanzia di pace fu mandato
in ostaggio a Costantinopoli il giovane Teodorico allora di soli otto
anni, figlio di Teodemiro, uno dei tre fratelli Amali. Questo fatto
ebbe grande importanza, perchè fu data così una educazione militare
romana a quel giovinetto pieno d'ingegno, di valore e di ambizione, che
era destinato ad un grande avvenire. Dei tre fratelli Amali intanto
uno morì, un altro, cacciato dalla fame, andò con parecchi de' suoi
a cercar fortuna in Italia, di dove, come già vedemmo, fu per mezzo
di donativi, indotto ad andarsene in Gallia. Nella Pannonia restava
così solo Teodemiro, il padre di Teodorico, che nel 472 tornò da
Costantinopoli, nella età di 18 anni, gettandosi subito, per proprio
conto, in una impresa militare contro i Sarmati, nella quale fece prova
di gran valore. Nel 474 morì suo padre, e sebbene egli fosse figlio
d'una concubina, pure il sangue illustre degli Amali ed il valore da
lui dimostrato lo fecero agevolmente nominare capo del suo popolo.
Allora incominciò per lui la difficoltà di far vivere i suoi, perchè
la Pannonia era esausta, ed i sussidi dell'Imperatore venivano assai
scarsi.

Nell'Impero d'Oriente v'erano intanto altri Goti, comandati da un
altro Teodorico figlio di Triario, e soprannominato Strabone, perchè
guercio. Questi aspirava a prendere in Costantinopoli il posto del
generale Aspar, la cui misera fine lo aveva irritato profondamente. Si
era perciò unito a Basilisco, quando questi si sollevò contro Zenone,
e lo cacciò dal trono. Teodorico degli Amali invece prese le parti di
Zenone, che col suo aiuto trionfò, e come era naturale, lo colmò di
onori, nominandolo Patrizio, _Magister militum_, suo figlio adottivo.
Ma dopo ciò l'Imperatore si trovò stretto fra le pretese sempre
crescenti dei due capitani goti, che, ambedue in armi, volevano del
pari esser presi agli stipendi dell'Impero. Ben volentieri Zenone si
sarebbe invece disfatto dell'uno e dell'altro; ma non era possibile.
Consultò quindi il Senato, che rispose non doversi aggravare l'erario
con la spesa necessaria a pagare i due capitani coi loro eserciti:
ne scegliesse uno. E naturalmente egli scelse Teodorico l'Amalo, da
cui era stato aiutato nel pericolo, e lo incaricò di tenere a freno
l'altro. Ma quando i due barbari si trovarono di fronte, finirono
coll'unirsi a danno di Zenone, cui non restava perciò altro che
fare assegnamento sulla loro mutua gelosia, cercando con ogni mezzo
di aumentarla. Così, costretto ad oscillare continuamente dall'uno
all'altro, fino a che, morto nel 481 Strabone, Teodorico l'Amalo si
trovò solo, più potente che mai, alla testa dei Goti insieme riuniti.
E per sei anni lo vediamo ora avvicinarsi all'Imperatore, cui rendeva
importanti servigi, ricevendone onori e danari; ora invece separarsene,
ritornando a saccheggiare, per ottenere poi anche di più. Nel 483 fu
_Magister militiae praesentis_; nel 484, Console. Rese allora di nuovo
grandi servigi a Zenone, combattendone i nemici; ma da capo cominciò
a minacciarlo fin sotto le mura di Costantinopoli, saccheggiando la
campagna, incendiando i borghi.

È chiaro che Zenone doveva desiderare di liberarsi in qualche modo
da un sì incomodo vicino, e liberare l'Impero da questa barbarica
prepotenza, che minacciava di far rinascere i tempi di Aspar, di fare
anzi sorgere in Oriente un altro Ricimero. Ma come fare? L'antico
sistema di opporre un barbaro ad un altro non sembrava più possibile
ora che uno dei due goti rivali era morto. C'era però sempre in Italia
Odoacre, di cui, per le ragioni da noi già esposte, Zenone doveva
essere scontentissimo, massime dopo che s'era sparsa la voce di suoi
segreti accordi coi ribelli all'Imperatore. Un tale sospetto, come già
vedemmo, aveva indotto Zenone a far muovere i Rugi contro Odoacre.
Ma questi li vinse, ed occupò il Norico, penetrò nel Rugiland, ne
imprigionò il re colla moglie, ne mise in fuga il figlio, che andò da
Teodorico per eccitarlo alla vendetta. E Teodorico pareva assai ben
disposto a gettarsi nell'audace impresa, sia perchè i Rugi confinavano
colla Pannonia, e la loro disfatta era per lui pericolosa; sia perchè
sperava, vincendo, di occupare le fertili pianure d'Italia, e trovare
così pei suoi una stabile e sicura dimora. A tutto ciò si aggiungeva,
che la discordia già cominciata fra Odoacre ed il Papa aveva indebolito
e reso quindi assai meno temibile il primo. L'occupazione della
Dalmazia, l'entrata nel Rugiland, il farla Odoacre sempre più da
sovrano indipendente, l'appoggio dato per lungo tempo al vescovo di
Roma contro l'Imperatore facevano a questo desiderare un radicale
mutamento in Italia. Teodorico, allontanandosi da Costantinopoli,
fermandosi nella Penisola, avrebbe potuto non solo punire Odoacre, ma
pigliare anche una più ferma attitudine di fronte al Papa.

Tutto questo spingeva lui a partire, e Zenone a mandarlo. Gli storici
hanno lungamente disputato se la prima iniziativa venisse dall'uno
o dall'altro. Secondo Jordanes, Teodorico avrebbe fatto la proposta
a Zenone, dicendo: — Se io sarò disfatto, non mi avrai più a tuo
carico; se invece vincerò il _tiranno_ (così chiamavano Odoacre,
perchè non legittimo sovrano), governerò io il paese in tuo nome,
_vestro dono vestroque munere possidebo_. — Procopio scrive invece che
Zenone persuase Teodorico ad andare in Italia, e l'Anonimo Valesiano
dice che lo mandò _ad defendendam sibi Italiam_. Il fatto vero è che
l'uno voleva andare, e l'altro voleva mandarlo; i comuni interessi li
spingevano verso la stessa meta. E però Teodorico si mosse finalmente
per l'Italia nell'autunno del 488.

Non era una impresa esclusivamente militare, ma piuttosto la invasione
d'un popolo in armi; giacchè Teodorico, che si moveva ora in nome
dell'Impero, menava seco le donne, i vecchi, i fanciulli, con carri che
trasportavano le masserizie, e servivano da case, durante il viaggio,
con mulini mobili per macinare il grano. Tutta questa moltitudine
portava il nome di Ostrogoti; ma era al solito una mescolanza di genti
diverse, alle quali gli Ostrogoti, che in essa prevalevano, davano il
nome. Erano riunite dal valore e dalla reputazione del loro capo, dalle
guerre e saccheggi fatti sotto il suo comando, dal bisogno comune,
urgente di trovare un paese in cui potessero stabilmente fermarsi e
vivere. Non è possibile dire qual fosse il loro numero preciso. Chi
li porta a 40,000 uomini in armi, chi ad una cifra anche maggiore.
Tutto compreso, fra uomini, donne, vecchi e fanciulli, gli scrittori
variano da 200 a 300 mila individui. Presero la via delle Alpi Giulie,
e fu una marcia faticosa, qualche volta disastrosa. Il freddo era
grande, il gelo induriva i loro capelli, la barba, gli abiti. Dovettero
procurarsi il cibo, strada facendo, colla caccia, o combattendo, o
saccheggiando i paesi che traversavano. Un primo scontro sanguinoso
lo ebbero coi Gepidi; ne seguirono poi altri, e finalmente, dopo otto
mesi di pericoli e di stenti, percorrendo la stessa via percorsa già da
Teodosio, da Alarico e da Attila, nel luglio del 489 erano in Italia.
Il 28 agosto, sull'Isonzo, non lungi da Aquileia, ebbe luogo la prima
battaglia con Odoacre.

Questi, che pur era capitano di valore, e si trovava alla testa di
un esercito più numeroso, aveva preso anche una forte posizione. Ma
dovette cedere dinanzi al primo impeto dei Goti, ed alla superiore
capacità strategica del loro capo. Un'altra battaglia fu data
sull'Adige, presso Verona, il 30 settembre 489, e sebbene anche questa
fosse da Odoacre perduta, Teodorico dovette subire gravissime perdite,
giacchè, invece di avanzare, si ritirò fino a Milano, per chiudersi
poi in Pavia. Odoacre allora andò verso Roma, sperando di potere senza
difficoltà entrare nella Città eterna, e stabilmente occuparla, il che
gli sarebbe stato di grande aiuto, non solo morale, ma anche materiale,
perchè gli avrebbe, nel continuare la guerra, assicurato alle spalle
tutta l'Italia meridionale. Ma qui si cominciò invece a delineare assai
chiara la difficoltà della posizione in cui si trovava. Roma gli chiuse
le porte in faccia, e le popolazioni italiane gli si cominciarono a
manifestare avversissime, in parte per la lotta da lui recentemente
sostenuta con la Chiesa, in parte per le spoliazioni in numero sempre
maggiore da lui fatte negli ultimi anni, sia pei cresciuti bisogni
della guerra, sia per la poco regolare amministrazione. E di tutto
ciò la Chiesa aveva saputo profittare, per eccitar contro di lui le
moltitudini, tanto che poco dopo si parlò addirittura d'una generale
cospirazione, di una specie di Vespro siciliano organizzato contro
di lui dal clero.[25] Ma quel che è più, nelle sue file cominciò la
diserzione, la quale sembra che pigliasse proporzioni grandi davvero,
dopo che il suo _Magister militum_ Tufa passò al nemico insieme con
altri. Se non che Tufa, avuti da Teodorico alcuni Goti a suo comando,
disertò nuovamente, per tornare con essi a Odoacre, al quale li
consegnò, e dal quale furon subito fatti uccidere. Si potè quindi
dubitare, che il primo tradimento fosse stata una finzione per poter
compiere il secondo. Diserzioni vere e proprie ve ne furono però non
poche, ed anche fra i soldati di Teodorico. Il fatto vero è che questi
eserciti misti di varie genti barbariche, erano, come abbiamo detto più
volte, quasi compagnie di ventura al servizio dell'Impero, senza patria
e senza fede, guidate dall'interesse personale dei loro capi, spesso
anche dei sotto-capi, che agivano per proprio conto.

Così le difficoltà divenivano da una parte e dall'altra sempre
maggiori; ma non meno grandi furono gli sforzi fatti per superarle, sì
che la guerra andò assai in lungo. Odoacre si mostrò degno di tener
testa a Teodorico, che s'era dovuto chiudere a Pavia, dove la calca,
nel suo primo entrare, era stata tale e tanta, che le sofferenze de'
suoi furono davvero enormi. A soccorso della loro miseria venne il
clero, alla cui testa si trovava il vescovo Epifanio, il quale si
adoperò eroicamente a sollievo di tutti coloro che soffrivano, senza
distinzione di partito o di origine, pagando di suo per liberare dalla
schiavitù coloro che erano stati fatti prigionieri da una parte o
dall'altra. Intanto Odoacre, messe di nuovo insieme le sue forze, entrò
con esse in Milano, pronto ad affrontare il suo rivale. Se non che,
altri barbari vennero a mescolarsi ora in questa guerra, modificandone
e confondendone di molto l'andamento. Scesero i Burgundi a difesa
di Odoacre, ma in realtà più che altro a saccheggiare il paese per
proprio conto. I Visigoti invece, mossi dalla comunanza di sangue,
vennero a difesa di Teodorico, e pugnarono con lui nella battaglia, che
fu data sull'Adda il dì 11 agosto 490. E qui la disfatta di Odoacre
fu inevitabile. Aveva potuto con energia resistere a Teodorico, in
cui favore erano l'autorità dell'Impero e della Chiesa, non che le
popolazioni insorte; ma di fronte alla coalizione dei Visigoti e
degli Ostrogoti, dovè cedere ritirandosi a Ravenna. Ivi sostenne
valorosamente un assedio che durò tre anni, non potendo Teodorico
stringere il blocco dalla parte del mare, e dovendo dalla parte di
terra resistere a sanguinose sortite dalla città. Intanto questi poteva
dirsi già padrone di tutta Italia, nella quale andava ogni giorno
acquistando maggior favore, divenendo sempre più forte. Quasi da per
tutto pareva che fossero cessati il rumore delle armi ed il grande
spargimento di sangue: _ubi primum respirare fas est a continuorum
tempestate bellorum_.[26]

Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. Teodorico
potè da ultimo bloccarla anche dal mare, quando, essendogli riuscito
d'entrare in Rimini, gli fu possibile raccogliere un certo numero di
navi. L'assediata città cominciò allora a soffrire crudelmente una
fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise molti di
coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, nel febbraio
493, quinto anno della guerra, terzo dell'assedio, Odoacre dovè
cedere. Il 25 di quel mese egli consegnò suo figlio in ostaggio,
ed il 27 l'accordo della resa era definitivamente concluso, per
mezzo dell'arcivescovo di Ravenna. Altra prova anche questa della
straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi dalla
Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità.

I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero perciò
luogo a moltissime dispute. Certo è che Odoacre s'arrese, salva la
vita, _accepta fide, securus se esse de sanguine_, come dice l'Anonimo
Valesiano. Ma a questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono
un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe ottenuto
di partecipare al governo insieme col vincitore, restando a capo anche
d'una parte delle forze militari. Riesce in verità assai difficile
capire come mai ciò potesse avvenire, tanto più che Teodorico era
stato mandato da Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa
pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è credibile
che potesse essere stato concluso in buona fede da nessuna delle due
parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. Infatti il 5 marzo 493
Teodorico entrava solennemente in Ravenna, dove gli vennero incontro
l'arcivescovo ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese
invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena giunto venne
aggredito da persone ivi nascoste; e poi lo stesso Teodorico sguainò
la spada per ucciderlo colle proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il
decaduto principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua
forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza quasi trovar
resistenza, osservò con cinico e barbarico sorriso: — Si direbbe che
non ha ossa. — I parenti e gli amici d'Odoacre subirono tutti, più
o meno, la stessa sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva
scoperto, e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi
da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio e la diffidenza
reciproca, quindi la impossibilità di un vero accordo.



CAPITOLO III

Il regno di Teodorico


Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè dire solo padrone
in Italia. La condizione in cui egli si trovava adesso non era in
verità molto diversa da quella di Odoacre. Questi aveva comandato una
moltitudine incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra tutto
Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una mescolanza di varie
genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani o romanizzati,[27] principalmente
però Ostrogoti, che davano a tutti un nome comune. Non era quindi
neppur questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una banda
di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando e guerreggiando,
organizzata, come quella d'Odoacre, colla disciplina militare appresa
dai Romani. Teodorico veniva, noi lo abbiamo già visto, non come
il re di un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante
dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di lui c'era un
_Magister militum_, ed a capo delle varie parti dell'esercito erano i
_Comites_, che risiedevano nelle diverse province d'Italia. La grande
differenza fra lui ed Odoacre stava solo nel carattere, nell'ingegno
politico e militare assai superiore di Teodorico. La sua educazione,
in parte anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli,
dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, senza mai
cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque sia certo che egli non
avesse nessuna cultura letteraria, riesce difficile credere, come pur
generalmente si dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il
proprio nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina d'oro,
in cui erano intagliate le prime quattro lettere del suo nome; ma
questo poteva anche essere un modo di guadagnar tempo quando doveva
sottoscrivere in forma diplomatica i molti atti ufficiali del suo
governo.

Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di Teodorico
persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni germaniche.
Sebbene avesse menato seco anche i vecchi, le donne ed i bimbi, tutto
un popolo, o per meglio dire una gran moltitudine, egli era in sostanza
il capo militare, il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima
cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi possibile trovare più
fra di loro la proprietà collettiva dell'antico villaggio germanico,
nè quelle assemblee popolari che frenavano il potere regio. Teodorico
comandava con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali
consultando il suo esercito. In ogni modo essi non avrebbero potuto mai
legiferare pei Romani, nè i Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo
di Patrizio, per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre,
teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente distrutta.
Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se quello d'Occidente
moriva, il suo potere ricadeva in quello d'Oriente, fino a che non
veniva eletto il successore. Di certo, come Ricimero, come Oreste, come
Odoacre, anche Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in
Italia, possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma questo
potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, era in contradizione
manifesta con la missione a lui affidata, e che egli aveva accettata:
bisognava quindi legalizzarlo, e ciò non poteva farlo che l'Imperatore,
a cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la battaglia
dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato in Ravenna, ma
già si sentiva padrone dell'Italia, aveva mandato un'ambascerìa
all'Imperatore, per potere assumere la dignità regia, _ab eodem
sperans se vestem induere regiam_.[28] Questa ambascerìa non ottenne
però nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, cui
successe Anastasio, che non mandò risposta. E, Teodorico, il quale
era allora già entrato in Ravenna dove aveva ucciso Odoacre, si lasciò
nominare re dai suoi Goti, che non aspettarono la risposta del nuovo
Imperatore.[29] Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella
legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. In sostanza
non era un re, ma un _tiranno_ come Odoacre, che egli perciò appunto
era venuto a combattere in nome dell'Impero.

Questa sua difficile condizione migliorò non poco nel 498, quando,
essendo divenuto di fatto assai più potente, riuscì finalmente, con
una nuova ambascerìa, ad ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne,
_omnia ornamenta Palatii_, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli.
Non bisogna però credere che la nuova autorità gli fosse concessa,
senza fissarne limiti e senza qualche determinazione. Tanto Cassiodoro
quanto Procopio accennano a patti e condizioni. Il secondo di questi
scrittori ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono vinti
da Belisario, gli affermassero d'aver sempre fedelmente rispettato i
patti e le condizioni imposte ad essi dall'Impero. Teodorico di certo
aveva il comando dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti
gli ufficiali dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse
perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o anche un re
dei Romani indipendente da colui che lo aveva mandato. Egli non poteva
promulgar vere e proprie leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali
dovevano restare dentro i confini di ciò che avevano già prescritto
le leggi, che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto
l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i quali erano
una magistratura comune del pari a tutto l'Impero. Uno di essi veniva
eletto in Oriente; l'altro era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva
essere confermato a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore
poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose che
riconfermano la persistenza della unità dell'Impero.

Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, sebbene qualche
volta egli pretendesse di esercitarlo anche nelle isole e nell'Africa.
D'impero di Occidente non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non
riconobbe mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di
Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli,
altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno ebbe un altro
carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione rimase nelle mani
dei Romani; le armi restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E
questo fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto
l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un ordine di severa
proibizione, emanato assai più tardi da Teodorico, quando egli cominciò
a temere di una ribellione in Italia. Anzi non è facile neppur credere
alla loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon mente
al significato assai lato, che aveva allora la parola Romano, ed
all'essere l'esercito goto composto di genti diversissime. Esso era
certamente goto, e chiunque ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo
stesso Cassiodoro, il quale ripete più volte che la difesa dello Stato
era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (VIII, 21 e 22) l'esempio
di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza di Teodorico, educato
nella lingua dei Goti, e insieme con essi nell'esercizio delle armi.
Dei Romani certo ne furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non
vennero esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era ad
essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso scrittore,
quando narra che una volta dovè abbandonare il proprio gabinetto, ed
armare le sue genti per difendere l'Italia meridionale, minacciata da
un assalto dei Bizantini. Una divisione assoluta e matematica non era
possibile. E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in mano dei
Romani, non si può neppure presumere che i Goti ne fossero esclusi del
tutto. Alcuni dei loro grandi erano intimi consiglieri di Teodorico, e
nella condotta della politica generale, esterna ed interna, avevano una
parte importante, assai più reale che apparente.

I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai _Comites
Gothorum_; lasciarono ai Romani le loro leggi, le loro istituzioni,
i loro giudici, che erano i rettori delle province, nelle quali i
_Comites_ comandavano solo come capi militari. Nelle cause miste il
magistrato goto doveva aggregarsi un Romano, e giudicare secondo
equità, il che finiva col far prevalere anche in questi casi il
diritto romano. Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva
naturalmente un carattere principalmente militare. Nel diritto civile,
e più ancora nel penale, che è di sua natura territoriale, prevaleva
la legge romana. Così si spiega come quello che si chiama l'_Edictum
Theodorici_, perchè è il più importante di quanti egli ne fece, venisse
compilato su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei barbari,
sebbene non si trovi in esso traccia visibile di quelle consuetudini
germaniche, che certo non potevano presso di loro essere spente del
tutto.

Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero in vigore,
e si possa anche credere, che tra le condizioni imposte dall'Impero a
Teodorico, vi fosse quella appunto di lasciare agl'Italiani l'uso della
loro legge, pure si afferma che da principio egli non volesse concedere
un tal privilegio a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa
di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, si trova spesso
nella necessità di punire, senza poter gustare la dolcezza della pietà.
— Ma Epifanio vescovo di Pavia lo condusse a più mite consiglio. E
Teodorico allora non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli dette
anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse popolazioni.
Il concetto fondamentale del nuovo governo fu certamente la unione,
la fusione dei Goti coi Romani. I primi dovevano avere le armi, i
secondi dar loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano
dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte delle terre, di
riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro necessario allo Stato.
I due popoli però restarono lungamente l'uno accanto all'altro, senza
potersi mai fondere insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra
di loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura.

Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe l'amministrazione
delle finanze, e con essa l'incarico di condurre a termine l'operazione
difficilissima della nuova divisione delle terre, che egli eseguì con
tanta prudenza da non far nascere nessun malcontento. E non era poco.
Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato dato ai soldati
di Odoacre, e i Goti erano in numero maggiore. Ma questa divisione,
come vedemmo, era omai divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e
normale. Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, altri
s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione ed alla
estensione del paese, erano anch'essi in piccolo numero. Le guerre,
le stragi avevano, è vero, diminuito non poco il numero degl'Italiani,
ma ciò rendeva più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò,
in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui quali ricadeva il
peso della divisione. Anche sotto Teodorico l'aggravio delle imposte
fu minore che sotto l'Impero. Più di una volta egli avrebbe detto che
gli doleva di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti
impoveriti (_Cassiodoro_, III, 40). Le condizioni dell'agricoltura
continuarono a migliorare. S'aggiunse, che per molto tempo non vi fu
guerra, e che il governo barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di
danari. L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe anche
ora un periodo di pace e di tregua.

Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro delle
province meridionali. Colui che fra di essi fu terzo di questo nome,
era anche un gran possessore d'armenti di cavalli, dei quali fece
largo dono a Teodorico, che servì fedelmente come aveva già fatto con
Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche il nome
di Senatore, ed è notissimo come il Ministro per eccellenza degli
Ostrogoti. Nato a Squillace, nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio,
Console, e nella sua qualità di Questore fece addirittura le parti di
primo ministro; fu anche _Magister officiorum_, Prefetto del Pretorio.
Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in questi vari uffici,
sono il monumento più prezioso della storia di quei tempi. Tutto pieno
dell'idea romana, egli cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse
in Amalasunta, la figlia di Teodorico, che sembra essere stata da
lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo quando ella
successe al padre. Continuò, anche dopo la morte di lei, a lavorare
pel governo goto fino al 539, quando si ritirò definitivamente nel
suo paese, dove fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a
vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo dato agli
studi, ai quali attese con ardore anche quando si trovava in mezzo
agli affari: alle lettere infatti dedicò ogni momento di libertà, che
gli restava. E così fece più che mai quando si ritirò finalmente nella
solitudine. Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei
quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è rimasto
solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, come egli dice,
dopo averla rapidamente letta una volta sola. Cassiodoro fu certo un
uomo d'assai buona indole, che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da
lui sinceramente amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un
facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza energia
di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con un panegirico di
Teodorico, e si piegò di continuo alla volontà dei suoi vari padroni.
Come scrittore fu quasi sempre retorico ed ampolloso, affogando
il proprio pensiero in un mare di parole e di frasi convenzionali,
abbandonandosi a lunghe, eterne digressioni, le quali assai spesso poco
o punto avevano da fare col soggetto che trattava. Si potrebbe dirlo
addirittura il primo dei seicentisti. Era nondimeno un uomo d'ingegno,
instancabile nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con
la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti de' suoi tempi,
ne fece come uno specchio di essi. Dei quali assai spesso potè darci
un ritratto più fedele, perchè più impersonale ed obbiettivo, che non
avrebbe saputo fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, di
più vigorosa personalità.

Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare e politico,
mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, lasciò inalterate in Roma
e nelle province l'antica amministrazione, le antiche magistrature, che
affidò esclusivamente a Romani. Le province restarono sotto _Judices_
da lui nominati, che amministravano la giustizia. A Ravenna c'era un
Prefetto del Pretorio, a Roma un _Vicarius Urbis_. Il Senato serbava
l'antico splendore ufficiale, senza l'antica autorità. Esso non
legiferava ora nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi
vere e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre una
nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, ai quali
erano annessi doveri e diritti. Ed accanto a Teodorico s'andò formando,
per forza inevitabile delle cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi
goti, i quali facevano parte del suo seguito, lo circondavano e
consigliavano sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava
l'ordinamento municipale con a capo i _Duumviri_, ed insieme con
essi, quasi come regi ufficiali, erano il _Defensor_, che sorvegliava
l'amministrazione, ed il _Curator_, che s'occupava della finanza. La
_Curia_ continuava ad essere destinata più che altro a riscuoter tasse.

Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una continuazione
dell'Impero, ed una istituzione germanica; era formata cioè di due
società diverse, che restavano sempre separate, ma che pure s'andavano
vicendevolmente modificando, per la vicinanza e contatto in cui si
trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un sogno: una delle
due doveva inevitabilmente, prima o poi, soccombere, cedere all'altra.
Teodorico non creò nessuna nuova istituzione; nulla anzi di veramente
nuovo egli fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto
credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione
della finanza e della giustizia. Il Goto intanto restava sempre
fuori dell'amministrazione, non era cittadino romano, nè tale poteva
esser fatto dallo stesso Teodorico. Era un forestiero, che formava
l'esercito, di cui i Romani non potevano come tali far parte: questi
avevano diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica.
Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva quindi militare e
straniero, sebbene Teodorico fosse stato nominato Patrizio e Console,
adottato come figlio dall'Imperatore che lo aveva mandato. Era
uno stato di cose assai pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di
finzioni, di forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano alla
sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò durare a lungo.
Tuttavia il primo periodo di questo regno assicurò alle popolazioni
alcuni anni non solo di pace, ma anche di prosperità.

Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la giustizia, fu
tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» Molti esempi s'adducono
della sua giustizia, della sua tolleranza religiosa, la quale qualche
volta par degna di un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle
lettere scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si può a
nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno può essere costretto
a credere contro sua voglia.» (II, 27). Non solo rispettò i cattolici,
ma adorò solennemente in Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi
sono gli edifizi e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in
Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria impronta.
Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi sono gli splendidi
mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la sua tomba di stile romano,
coperta da un gran monolite. Altre opere pubbliche fece a Verona ed
in molte città dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di
Roma; prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria,
il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il prezzo del grano
scemò grandemente, e l'Italia cominciò a bastare a sè stessa, cosa che
da lungo tempo non succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti
belle, per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori
si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono del pari le lettere.
Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante un valore incontestabile,
hanno pur molti difetti nella forma ampollosa e retorica, quelli di
Boezio, del quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco
nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore una fama ben
meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire tutto ciò all'opera
esclusiva, all'azione diretta e personale di Teodorico: fu piuttosto
conseguenza indiretta del suo governo. La pace da lui assicurata
all'Italia, l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali
romani contribuirono non poco a fare per qualche tempo prosperare il
paese. Ma non era una civiltà nuova che nascesse; era l'antica società
e l'antica civiltà che risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla
barbarie.

Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, che Teodorico stesso
finì coll'impensierirsene assai. Ed era naturale, perchè diveniva
sempre più evidente la diversità grande, irreconciliabile, che per
sangue, tradizioni, lingua, costumi, religione, passava fra Goti
e Romani. Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava in
un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale di un impero
teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza di un imperatore, cui
diceva di volere obbedire, era e voleva essere re indipendente dei
Goti, che lo avevano levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo
di Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta col Papa, a
questo ed al Re conveniva essere buoni amici, proteggendosi a vicenda
contro le pretese di Costantinopoli. Il giorno però in cui Papa e
Imperatore si fossero intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire
gravissimo.

Ma anche senza di ciò, la questione politica era per sè stessa molto
pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. Seguendo il vecchio sistema
bizantino di rivolgerli gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva
facilmente ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui
appunto, aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse ben presto
il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, essendo chiaro che
non poteva fare sicuro assegnamento su Costantinopoli, dove non si era
punto disposti a riconoscerlo in modo definitivo. Possedendo egli già
la Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, s'avanzò
nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di Sirmio, dove era stato
in passato un Prefetto del Pretorio, e che era la prima stazione dei
barbari, quando dal Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere
da quel lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto
irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico s'impadroniva di
quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. E dette nel 508
occasione ad un assalto improvviso di navi bizantine contro le coste
dell'Italia meridionale, dove esse riportarono, come dice uno scrittore
del tempo, «una disonesta vittoria di Romani contro Romani.» Era sempre
la stessa perenne contradizione, che si riproduceva. Le lettere di
Teodorico riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il mondo,
_totius orbis praesidium_. Da lui egli desidera essere riconosciuto,
da lui ha imparato a reggere i Romani. Il suo governo altro non vuole,
altro non può essere, «che una copia dell'unico e solo Impero, _unici
exemplar Imperii_. Come si potrebbe separare da voi uno che da voi
è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, che hanno sempre
formato un sol corpo, non è possibile. Un solo volere, un solo pensiero
è quello che deve animare tutto il regno romano, _romani regni unum
velle, una semper opinio sit_» (_Variae_, I, 1). E mentre che colla
penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, quando si
trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, vedeva in ben altro
modo lo stato delle cose, e mirava ad una politica assai diversa, se
non addirittura opposta. Egli voleva allora comandare in Italia come un
principe affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore,
che perciò da un momento all'altro poteva decidersi ad assalirlo
o a farlo assalire da altri barbari. Questo suggerì a Teodorico il
pensiero d'imparentarsi, ed allearsi con i barbari della Gallia, della
Spagna, dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una specie di
confederazione, quasi d'Impero barbarico di Occidente.

Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a Trasamondo re
dei Vandali; una figlia ad Alarico II re dei Visigoti, i quali a lui
ed ai suoi erano affini; lo avevano aiutato a vincere Odoacre: essi
occupavano la Provenza, gran parte della Gallia, della Spagna, ed
avevano la loro capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede
presuntivo del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. Era
un regno assai vasto, travagliato allora da interne dissensioni,
delle quali profittarono ben presto i Franchi. Questi fin d'allora
procedevano rapidamente alla formazione di un nuovo Stato barbarico
più vasto e forte degli altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi
al Cattolicismo, ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana.
Teodorico sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui ebbe la
figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere figli maschi era ciò
che lo rendeva sempre più ansioso d'assicurare la successione e la
stabilità del proprio regno.

Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire era
Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, di delitti d'ogni
sorta, riuscì a disfarsi de' suoi nemici, de' suoi parenti e rivali.
Vinse i Burgundi, che divennero suoi dipendenti; si volse contro
i Visigoti che sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne
poi non solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello anche
dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console onorario, mostrando
così di volerlo opporre a Teodorico. E però questi, dopo che ebbe
fatto invano ogni opera per impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i
Visigoti, si decise a muover loro guerra, quando vide che assediavano
Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono quindi
le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi arrivò in tempo per
liberare la città, che validamente si difendeva. I Franchi uniti ai
Burgundi ebbero poi una rotta, nella quale, secondo Jordanes, che
sempre esagera le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico
fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne per sè, come
appartenente all'Italia; ma anche di quella parte della Spagna e della
Gallia che era dei Visigoti, e che egli governò in nome d'Amalarico
giovanetto, suo nipote, figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord
della Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte di
Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; e così per
qualche tempo non fu più pericoloso all'Italia.

Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò
nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto
del Pretorio, ed un _Vicarius Urbis_. A quest'ultimo scriveva,
raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un _Romanus
Princeps_ poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A
quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica
libertà, adottate i costumi romani, _vestimini moribus togatis_,
abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e
siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di
questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in
Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico
è chiamato _victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae
natus, custos libertatis et propagator romani nominis_.[30] È sempre la
ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione.
Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e
legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo
Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe
potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece
di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava
ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad
Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè
questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione
dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da
Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe
promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però
di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel
che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia
una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e
s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina
del regno ostrogoto.

Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia
col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e
Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio
I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa
di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'_Henoticon_, dichiarando
eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito
le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli
scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la
tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei
barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per
favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo
nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non
che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra
le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno
il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di
lui.

A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il nome stesso
dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole assai più mite del suo
predecessore. Teodorico ne profittò, per mandare a Costantinopoli
un'amichevole ambascerìa, alla cui testa era il patrizio Festo, il
quale s'adoperò molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa,
lasciando sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella questione
dell'_Henoticon_, ed in questo modo riuscì a far mandare a Teodorico
le tanto desiderate insegne. _Pace facta de praesumptione regni_, dice
a questo proposito l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio
moriva, e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante
la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. I candidati eran
due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e meno avverso all'_Henoticon_,
aveva il favore dei Senatori, e quello sopra tutto di Festo, come era
naturale per le speranze che appunto l'_Henoticon_ egli aveva date a
Costantinopoli. L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo nella
dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli ardenti cattolici.
Così la lotta fra i due partiti s'accese per modo, che ne venne
minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico fu costretto ad intervenire.
Con molto accorgimento egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui
al quale s'era dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco
(498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè meno disposto
a troppo sottomettersi a Costantinopoli.

Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne in Roma. Fuori
delle mura gli vennero incontro il nuovo Papa, il Senato, i nobili.
Egli andò in S. Pietro ad adorare le reliquie del Santo; dichiarò
di voler concedere tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso
a vantaggio della Città eterna; attese con ardore al restauro dei
monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò al popolo un
annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. Intanto gli oppositori di
Simmaco non si erano acquetati; mossero anzi contro di lui ogni sorta
d'accuse, perfino di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene
mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu chiamato Sinodo
palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante il vescovo di Altino.
Gli fu opposto che il Concilio doveva essere radunato dal Papa, non
dal Re; e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo con
Simmaco. Si protestò allora che non si voleva il regio visitatore, che
non si poteva da nessuno giudicare il capo della Chiesa; e Teodorico
disse che egli pregava solamente il Concilio di ristabilire la pace
religiosa nel modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse,
uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi da parte
sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia la persona del
Papa. Il Concilio finì col riconoscere Simmaco senza giudicarlo; e
Lorenzo, dopo avere invano tentato di resistere, si ritirò. La pace
religiosa fu così ristabilita in Occidente; ma ricominciò subito
la lotta con Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai
decisa attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece leggere
ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa la elezione papale
e la proibizione d'alienare le proprietà della Chiesa, ritenendoli
illegali, come opera di un laico, indebitamente poi sanzionata. E
quanto all'_Henoticon_, scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di
poterti levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal giudizio
di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, perchè il popolo era
a Costantinopoli divenuto fautore della dottrina ortodossa. Il Papa
quindi procedeva fermo e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di
costruire in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad abbellire
S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: e così, per opera
sua e di Teodorico, l'antica capitale dell'Impero sembrava fiorire
di nuovo. A Costantinopoli invece la disputa religiosa dava origine a
tumulti, a ribellioni, che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano
sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe Ormisda (514-23),
anche questi continuò a lottare con energia contro l'Imperatore, che
finalmente, perduta la pazienza, mandò via gli ambasciatori papali
dicendo, che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato,
ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi da Roma.

Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a dar grave
pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava che l'Imperatore
venisse troppo irritato. E fu questo il momento nel quale la questione
religiosa subì la profonda modificazione, più sopra accennata.
Morto l'imperatore Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), un
contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, affatto ortodosso
in religione, che si lasciò guidare da suo nipote Giustiniano, uomo
di grande ingegno e ortodosso al pari di lui. Fu questo veramente
il principio di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero,
anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava con grande
ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici erano perseguitati: il
Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, impensierito allora del nuovo
stato di cose in Oriente, e della opposizione crescente che vedeva
sorgere contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore
d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così di guadagnarsi
il favore dell'uno e dell'altro. La cosa riuscì dapprima assai
facilmente; ma le conseguenze furon poi inaspettate. Nel 519 arrivavano
a Costantinopoli gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente
accolti dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano
il _libellus_, o sia la formola già concordata della esplicita
sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu subito
accettata. L'_Henoticon_, cagione di tante dispute, venne solennemente
condannato; Acacio fu anatemizzato. Così Roma, dopo una lotta sostenuta
sempre con energia, senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato.
E pareva che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo non
solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti Eutarico fu nominato
Console e adottato come figlio, _per arma filius_ (_Variae_, VIII,
1): era questa la formola usata. Se non che ben presto tutto si volse
a danno di Teodorico, il quale era ariano, e non poteva andare a
lungo d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo ambedue
ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto si trovarono, uniti
contro di lui.



CAPITOLO IV

Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta


Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare gli Ariani,
il che rese subito assai difficile la condizione di Teodorico, massime
perchè suo genero Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il
Re fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, e si trovò
subito in urto col Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni.
In questo tempo appunto, avendo il popolo bruciata la Sinagoga a
Ravenna, Teodorico lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre
più il malumore. E non era cosa di poco momento. Nei Romani, sopra
tutto nei Senatori e nei latifondisti, che più avevano sofferto per
la divisione delle terre, dirigevano l'amministrazione ed avevano i
principali uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita
dalla pace, cominciata a manifestare una crescente avversione ai
Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa fiducia, come era
naturale, aumentava grandemente ora che si poteva esser sicuri del
favore del Papa e dell'Imperatore. Così la società e la cultura romana
guadagnavano rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano
a intendersela direttamente coll'Imperatore. Tutto questo finì
coll'irritare assai Teodorico, il quale vedeva a un tratto minacciato
di rovina l'edifizio con sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione
dei Goti e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora come
un sogno che s'andava a un tratto dileguando. Fu allora che egli emanò
contro i Romani l'ordine ricordato dall'Anonimo Valesiano, _ut nullus
eorum arma usque ad cultellum uteretur_. Ed a poco a poco parve che in
lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; tornò ad essere il
feroce barbaro d'una volta, quello stesso che colle proprie mani aveva,
nel banchetto di Ravenna, assassinato Odoacre.

Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi fra loro, anche negli
ordini superiori della società, di quelli che restavano ciecamente
attaccati ai Goti, e che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti
e vendicativi. Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano,
che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro degli uffici, e che
non solamente aveva egli stesso preso servizio nell'esercito dei Goti,
ma da essi aveva fatto educare nella loro lingua e nelle armi i suoi
propri figli. Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere
scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro Teodorico.
Albino negò recisamente ogni tentativo di congiura; e la cosa non
avrebbe avuto le grandi proporzioni che prese, se all'agitazione che
già s'era manifestata nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi
nell'animo di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento inaspettato
e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione ed autorità.

Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato amico
di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; nel 510 era
stato Console, dignità che nell'anno 522 venne contemporaneamente
conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale davvero. Egli era
studiosissimo dell'antica filosofia, sopra tutto di Aristotele, di
cui aveva commentato la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva
tradotto dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto opere
filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo descrive come un
uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, egli dice, quando si voleva
costruire un orologio ad acqua, ed uno a sole pel re dei Burgundi;
quando si cercava un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così
pure quando si volle scientificamente esaminare se era stata alterata
la moneta con cui venivano pagati i soldati.» Egli era un cristiano,
ammiratore dello spirito dell'antica Roma, animato fino all'entusiasmo
da un sentimento stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo
esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa disputa,
a proposito di Albino. Ne difese a viso aperto l'innocenza, sostenendo
esser falsa l'accusa fattagli da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti
d'Albino erano quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata,
e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. Cipriano
allora portò falsi testimoni, che riconfermarono l'accusa mossa contro
Albino, estendendola anche a Boezio. E così furono ambedue chiusi in
carcere.

Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, ma Boezio venne
processato e condannato dal Senato. La forma del processo ci è però
ignota: non si può dire con certezza se la condanna fu pronunziata da
una commissione o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non par
probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico continuò sempre ad
avere contro i Senatori. Non si sa neppure qual fosse veramente la
sentenza pronunziata contro Boezio, che se aveva con troppa audacia
sparlato del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai
probabilmente venne da una commissione condannato al carcere, pena che
più tardi Teodorico, accecato dall'ira, mutò di suo arbitrio in una
morte crudele, anzi barbara addirittura.

Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua _Consolatio Philosophiae_,
che è la propria confessione ed apologia, il libro che rese immortale
il suo nome. «Di che cosa sono io accusato?, egli diceva. Di avere
amato la libertà di Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava
corrotti i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato,
senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso di cui aveva
assunto le difese. La ragione dell'accusa, egli proseguiva, «furono
gli odii contro di me suscitati nell'adempimento del mio ufficio,
opponendomi io alle ingiustizie di cui erano vittime i provinciali
romani. L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni
giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali assai
spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. Quante volte non
difesi e protessi i miseri contro le infinite calunnie dei barbari,
che volevano divorarli!» Questo libro dettato nel carcere, senza
l'ampollosa retorica di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina,
di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla virtù. E
fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè la irritazione
di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, come era naturale, per
questo audace linguaggio, addirittura furibonda. Boezio si dichiarava
apertamente difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non
aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza,
egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, essa sola rende
l'uomo veramente libero. Iddio che è il sommo bene, cui l'universo
intero aspira, deve essere anche la mira costante del filosofo.»
Fra i caratteri più singolari del libro, che ebbe una prodigiosa
popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è
ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe
difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o d'un cristiano. È di
certo la manifestazione d'un eroismo, che potrebbe credersi pagano
e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di
sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che
un cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni una sola
volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, e neppure alla
speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio d'uno stoico, tanto che
per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero
cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande
popolarità che nel Medio Evo godette il suo libro fra i Cristiani,
rendeva assai difficile ammettere il dubbio, ed oggi la critica storica
lo ha interamente eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i
Neoplatonici italiani del secolo XV, come Marsilio Ficino e Pico della
Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo sembravano fondersi
e confondersi in una dottrina sola. I cospiratori allora affilavano
i pugnali contro i tiranni, invocando Bruto, e nello stesso tempo si
raccomandavano alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non
facesse fallire il colpo omicida.

Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. Una fune
venne legata intorno al capo di Boezio così strettamente, che gli
occhi quasi ne schizzarono fuori, ed allora con un colpo di mazza
sulla testa lo finirono (524). Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva
ormai perduto il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato,
anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato sua figlia in moglie
a Boezio, potesse voler vendicare il parente suppliziato, fece prendere
e porre a morte anche lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra
che Albino e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel
Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe stato
allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, la sentenza di
morte contro uno dei suoi membri.

A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si mostrò lieto
anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli Ariani, ciò che spinse
il furore di Teodorico fino al parossismo. Egli, nonostante la
viva resistenza, costrinse il Papa a partire per Costantinopoli,
pretendendo che andasse colà a difendere la causa degli Ariani, a
chiedere la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava
severe rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per l'Oriente,
e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne tutto quello che domandò
nell'interesse del Cattolicismo; nulla però, com'era naturale,
ottenne, nè gl'importava ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno
di Teodorico fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in
carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, per propria
sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo Papa, indicando colui
che fu poi eletto col nome di Felice III. Tutto questo destò d'ogni
parte uno straordinario ed universale malcontento contro di lui.
Pareva che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, fossero
per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da un momento all'altro.
Ma quando egli con febbrile attività raccoglieva navi ed armati per
difendersi, fu improvvisamente sorpreso dalla morte.

In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni dopo quella di
papa Giovanni, molti videro la mano di Dio, e più d'una leggenda
s'andò formando intorno ad essa. Procopio racconta che, trovandosi
Teodorico ad un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale,
digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli occhi, pareva che
assumesse le sembianze di Simmaco. Spaventato di ciò, il Re si sentì
preso da brividi che lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi
furono panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in
età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto a morte.
Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei _Dialoghi_ di Gregorio
Magno, racconta che un collettore di tasse, passando per l'isola di
Lipari, vi trovò un eremita che subito esclamò: — È morto Teodorico! —
Come mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in buona
salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho visto or ora passare
colle mani legate, fra papa Giovanni I e Simmaco, ed essere gettato
nel cratere del Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai
probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, il corpo del
Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se ne perdè ogni traccia.
Nel 1854 si credette che alcuni muratori, i quali scavavano la terra
non molto lungi dal mausoleo, avessero trovato colà sepolto il suo
cadavere. Ma anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto
scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata del pari trovata,
e di cui solamente alcuni brani si salvarono.

Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova per la
morte già avvenuta del marito Eutarico, da cui aveva avuto un bimbo,
Atalarico, che era allora di dieci anni circa. E però, quando Teodorico
si sentì vicino a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti,
presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, «che lo
rispettassero quale loro re, amassero il Senato ed il popolo romano,
tenessero soddisfatto e propizio l'Imperatore: _Principemque orientale
placatum, semperque propitium haberent post Deum_.» Necessariamente
il governo venne di fatto nelle mani della madre Amalasunta, la quale
aveva avuto un'educazione romana; parlava il goto, il greco ed il
latino. Ella ci è descritta come bella e d'animo virile; ma in realtà
non riuscì pari alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali
si trovò. A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose
affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto.

E prima di tutto, la sua successione al governo, non approvata
dall'Imperatore, non era, neppure secondo le consuetudini gote, legale.
Si cercò di rimediarvi, facendo prestare giuramento dal popolo goto
e romano ad Atalarico, che a sua volta dovè giurare ad essi ed al
Senato. _Jurat per quem juratis_, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il
quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu Maestro degli
uffici, Questore, e più tardi Prefetto del Pretorio, tanto che diceva
di sè stesso: _Erat solus ad universa sufficiens_ (IX, 25). Amalasunta
sembrava che volesse seguire una politica mite e conciliatrice, senza
troppo allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni del
regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni loro confiscati;
e nello stesso tempo, con singolare contradizione, favorì ancora il
partito avverso. Infatti Cipriano, l'accusatore, il calunniatore di
Albino e di Boezio, ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono
Romani che ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono nel
Senato.[31] La forza delle cose la costringeva a tenere una via diversa
da quella seguìta da Teodorico; e ciò nella politica estera più ancora
che nella interna.

Il concetto d'una grande confederazione barbarica, sotto la presidenza
del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia si trovò isolata, ed a
Costantinopoli s'aveva ora assai buon gioco, e si cercò presto di
trarne profitto. Intanto Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in
nome di Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio avo
fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre fu da voi
adottato _per arma filius_; questo è un titolo, che a me adolescente
s'addice anche meglio» (VIII, 1). Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè
anzi l'Italia meridionale si trovò da lui minacciata di guerra, tanto
che fu allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne coi
suoi la difesa. A settentrione minacciavano i Gepidi; all'interno v'era
un grandissimo scontento fra i Goti, i quali si dolevano aspramente,
che il giovane Atalarico venisse educato alla romana piuttosto che
alla gota, alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino
associava all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo quattro
mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne Imperatore. Egli
era un uomo assai più accorto, che ad una grande ambizione univa un
altissimo ingegno. Riconobbe subito la successione di Atalarico e la
reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse loro; ma perchè
voleva assicurarsene il favore, meditando adesso di muover guerra ai
Vandali. Finita questa, avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia.
Intanto era lieto che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si
spianava a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e trovar
futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano ogni giorno
più vivamente contro Amalasunta, per la educazione che dava al figlio.
Teodorico, essi andavano ripetendo, aveva giustamente affermato, che
non avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui che temeva
la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il fanciullo piangeva per una
guanciata ricevuta, chi dice dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose
proteste arrivarono a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a
capi militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il vino,
i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, datosi alla
dissolutezza, cominciò a deperir tanto nella salute, che si previde
subito non poter vivere a lungo.

In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per nome Teodato;
questi era figlio d'Amalafrida e di un Goto, morto il quale, ella aveva
in seconde nozze sposato Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro
già morti adesso. Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana,
ed era divenuto appassionato cultore della letteratura latina e della
filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto ai Goti. Pure,
secondo le loro consuetudini, la successione sarebbe toccata a lui,
come figlio d'una sorella di Teodorico, in caso che Atalarico fosse
morto prima, cosa che pareva assai probabile. Ambizioso ed avido,
egli s'era reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze.
Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, ed egli le aveva,
a forza di astuzie e di prepotenze, aumentate in modo da rendersi
padrone di quasi tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre
un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese Teodato
avverso per modo che cominciò a tramare contro di lei a Costantinopoli.

L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto giunta a tale, che
ella dovette mandarne ai confini tre dei più potenti e riottosi.
Tuttavia si sentiva sempre così poco sicura, che si rivolse anch'essa
a Giustiniano, al quale aveva, come vedremo, reso già assai utili
servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva rifugiarsi presso
di lui, ed a sua dipendenza governare poi l'Italia. Giustiniano, come
è naturale, accolse la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido
alloggio a Durazzo (_Dyrrachium_), dove essa spedì sopra navi i tesori
dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, che era donna assai mutabile,
essendo in questo mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva
confinati, richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero di
lasciare l'Italia.

Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente l'animo di lei,
mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). Egli adesso aveva vinto i
Vandali, e s'apparecchiava a fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato
chiesto ad Amalasunta la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la
chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa in dote ad
Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per la morte di lei, tornasse di
diritto a loro. Giustiniano invece riteneva che, avendo egli sottomesso
i Vandali, la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza
anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare l'impresa
d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente ceduta; ma temeva lo sdegno
del suo popolo, e però esitava.

Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si trovò in una
nuova, difficilissima condizione. Non poteva essere regina, perchè
le leggi dei Goti non lo consentivano; non poteva essere reggente,
perchè il figlio era morto; non poteva quindi neppur trattare in
proprio nome con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a
Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia.
Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, che egli invece
intendeva assumere ben presto nelle sole sue mani. Ma intanto le
lettere sempre ampollose e retoriche, scritte da Cassiodoro in loro
nome, annunziavano all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo
umano ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto ha
ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre da Cassiodoro,
essi facevano vicendevolmente le proprie lodi presso l'Imperatore, e
dinanzi al Senato. Pare che Giustiniano, persuaso che non vi fosse da
temer grande resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si
dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto Teodato,
già stanco d'avere il secondo posto, riuscì a confinare Amalasunta
nel lago di Bolsena, dove fu ben presto strangolata nel bagno (535)
dai parenti di quei Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio,
nei suoi _Anecdota_, pretende che istigatrice di questo assassinio
fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che Amalasunta,
venendo a Costantinopoli, avesse colla sua bellezza potuto esercitare
troppo grande predominio sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte
sua si dichiarò affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime
quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. Chi intanto da
tutto questo potè veramente cavar vantaggio fu Giustiniano. Appena che
Amalasunta era stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo
che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la seppe uccisa, egli,
sotto l'apparenza di vendicare la giustizia offesa, si credette in
pieno diritto di muover contro Teodato e gli Ostrogoti quella guerra,
che già da lungo tempo meditava.



CAPITOLO V

Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il principio della
guerra gotica


Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano,
che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia.

Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una
educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino
nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie
davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati
venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo
segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago,
in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a
crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato
all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente
un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero,
che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a
scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si
vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale
a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito,
e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella
elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il _Corpus
Juris_, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio
di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva
danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle
continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo,
provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di
danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre
di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una
specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato.
Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si
sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi
anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni
a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle
partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe
frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno,
di grandissimo coraggio.

La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio,
che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un
diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera,
conosciuta col titolo di _Storia arcana_ o anche _Anecdota_, nella
quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui
non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si
sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare
assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi.

Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano
fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate,
sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte
tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale
(_Institutiones_) pei principianti, e formando così quel _Corpus
Juris_, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste
raccolte è il _Codice_ (_Codex constitutionum_), collezione in
dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella
conosciuta col nome di _Digesto_ o _Pandette_. In essa la Commissione
riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che
contenevano i loro pareri sulle _Leges_ e sui _Senatus-consulta_,
di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera
veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano
compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve
spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il _Corpus
Juris_ è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito
coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo
d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella
filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per
eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in
Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico
e gloriose tradizioni.

Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la
sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive
produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva
ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano
protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti
dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta
rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era
già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi,
che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed
agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli
essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore
fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio,
specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire
i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi
imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro
partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che
ne seguì ebbe il nome di _Nika_ (Vittoria), dal motto d'ordine, che
avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza
di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando
grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore,
tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva
abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del
suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò
al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita.
Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora
venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione
con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era
il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e
Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a
Teodora ed a Belisario.

L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo
di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari,
Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte
queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse,
che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite
dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente
straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in
mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà
del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato
e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e
potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai
tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini.
Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del
Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso;
ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie
di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come
Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria
guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da
essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia
Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente
onorato il suo nome.

Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito
che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero,
iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo:
reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la
mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse
eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della
Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono
a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla
fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato
(505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai
giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella
guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè
respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove,
come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva
allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora.
Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre
quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica,
intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese
militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta.

Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia
all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle,
ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i
disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto
diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul
trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di
Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo
provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico,
tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di
Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La
rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò
fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario
usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra
gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il
quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi
nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono,
perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531),
uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe
trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal
pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto
i sentimenti romani e ortodossi di lui.

Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un
numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5
o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario,
che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato
suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso
capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di
pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare,
perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali
erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di
Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi
l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di
marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore,
ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei
proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri
e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le
proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre
assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima
battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei
nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso
di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il
re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i
suoi, ritenendosi sicuro della vittoria.

Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto
in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che
andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de'
suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai
Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda,
che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè
gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto;
una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati;
ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del
534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da
Belisario.

Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo
avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero
affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa
rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro
governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti
di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non
pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono
ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per
conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono
cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi.

Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le
conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come
sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario
aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e
doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece
a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono
sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata
ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi
sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a
mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle
andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo
ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui
lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste
erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate
a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano
temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero
sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa
rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che
incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese.

Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La
uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i
Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per
la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore
insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come
vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor
proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli.
Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e
poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua
protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la
guerra.

Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito
di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la
Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il
nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo
in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500
uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso
principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria,
fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse
un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie
alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto,
che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada,
occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata
corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo
esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di
combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti
accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con
le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che
fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai
quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come
uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione
ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana.

Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono le porte,
e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo ed in largo, senza
trovar vera resistenza che a Palermo, dove era una forte guarnigione
gota, difesa dalle mura. Belisario allora fece entrare nel porto
alcune navi cariche di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi
di esse, poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto
nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione,
che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia fu riconquistata
all'Impero. Alla nuova di questi fatti Teodato rimase così impaurito,
che già voleva cedere, offrendo addirittura di rinunziare allo Stato,
mediante una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata
accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto dagl'imperiali
in Dalmazia, e subito, mutato animo, non volle più arrendersi. Poco
dopo, verso la fine del 535, gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il
terreno perduto, entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora fu
Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e di accordi con
Teodato. Ogni decisione dovette quindi essere inesorabilmente rimessa
alle armi.

Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente chiamato
d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia e la incapacità di chi
governava, era scoppiata una minacciosa rivoluzione capitanata da un
tale Stuzza, che pareva volesse formare un principato indipendente,
e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse un
migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale si trovò in
grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; ed egli corse subito
insieme con Procopio in Sicilia, per informare di tutto Belisario,
che partì come un fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli
s'avvicinavano per impadronirsene. La notizia del suo improvviso arrivo
bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono subito a cinquanta
miglia dalla città, e colà furono raggiunti da Belisario, che con soli
2000 uomini osò affrontarli, e li debellò interamente. Dopo di che,
saputo che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente
l'ordine in quelle province, era già partito da Costantinopoli, se
ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola guarnigione in Siracusa,
un'altra in Palermo, passò sul continente.

Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato non solo
dal favore delle popolazioni, ma anche dalle diserzioni dei Goti,
che incominciarono allora e furono in tutta quella campagna assai
frequenti. A Napoli però la guarnigione e la popolazione si mostrarono
decise a fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi
del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti risoluti a
tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati molto a procurare gli
approvvigionamenti, fecero ad una delle porte ostinata resistenza.
Quel popolo adunque, romano o italiano che dire si voglia, che tanti
scrittori presumono spento del tutto, combatteva e contava ancora
nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne stava lontano,
e non s'indusse punto a mandare gli aiuti urgentemente richiesti.
Secondo la leggenda, consultò la sorte in un modo assai singolare. In
tre diverse stie pose dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti,
di Romani e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò
che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà eran morti e
metà vivi, avendo però questi perduto le setole; gl'Imperiali invece
eran tutti vivi. E ne indusse la disfatta dei Goti e la vittoria
degl'Imperiali con la cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero
perduto la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale leggenda
riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione dei Romani, la quale
poi apparisce più volte manifesta nella narrazione stessa di Procopio,
sebbene questi, come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando
poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli la resistenza
fu tale, che Belisario, contro il suo solito, ne fu addirittura
sgomento, e pensava di ritirarsi, quando seppe che si poteva, pei
condotti dell'acqua, entrare inavvertiti nella città. Ed allora egli
mosse da una parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare
colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra 600 de' suoi,
entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente alle porte, e dopo
avere ucciso i soldati che v'erano a guardia, le aprirono. Allora
l'esercito entrò, e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario,
minacciando pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali
furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli 800 Goti che la
difendevano.

A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua condotta vigliacca,
era giunto al colmo. E quindi radunatisi i Goti nella Campagna, lo
deposero, eleggendo in sua vece Vitige, che ben presto trovò modo
di disfarsi di lui. Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una
figlia di Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi
così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il ferro poteva
decidere la lite; tutto il resto era inutile. La elezione di Vitige,
che Cassiodoro, pomposamente al solito, annunziò a tutti come fatta
«per grazia divina e volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,»
non fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già un uomo di
Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro di sè il primo generale del
secolo. Cominciò coll'abbandonare Roma, lasciandovi una guarnigione
di 4000 uomini, ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le
sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto morale, che
avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica capitale del mondo.
Questi sarebbe sempre più apparso come il restauratore dell'Impero, e
virtualmente padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di
far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano aveva tentato
muovere contro di lui, per potere così assalire i Goti da tre parti
contemporaneamente: dalla Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia
meridionale. E quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla
Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, senza
dover pensare a difendersi da più nemici ad un tempo, cedette loro la
Provenza e il Delfinato, pagando anche 2000 libbre d'oro, cose tutte
certamente umilianti per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il
tempo stringeva.

Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, che
pur sembrava essere stato amico di Teodato e di Vitige, lo invitava
adesso a Roma; ed egli, lasciata in Napoli una guarnigione di soli
300 uomini, potè avanzarsi per Cassino, favorito al solito non solo
dalle popolazioni, ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed
il 10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per la Porta
Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la Porta Flaminia. E
così, dice Procopio, dopo 60 anni di barbarico dominio, Roma tornò di
nuovo all'Impero. Belisario s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno
sguardo alla Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti,
ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che si ponesse
mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite 260 anni prima da
Aureliano e da Probo, dopo 130 restaurate da Onorio, erano rimaste da
quel tempo in poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno
di riparazione.

Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più genti poteva,
era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, coi quali s'avanzò
verso Roma (537). Essendosi avvicinato a Ponte Salario, la piccola
guarnigione che Belisario v'aveva posta si sgomentò per modo, che
una parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; un'altra
si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora sapendosi
dell'arrivo d'un così formidabile esercito nemico, erano stati mandati
a rinforzarla, incontrate le forze preponderanti dei Goti, dovettero
retrocedere. Belisario allora, avvertito del pericolo, corse subito
in aiuto, gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva
sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una stella, e
però i Greci lo chiamavano _Phalion_, e i Goti, _Balan_. Non appena
questi ebbero riconosciuto il generale nemico, che subito tiravano
tutti a lui, che ciò nonostante restò miracolosamente illeso. Dopo
essersi dinanzi al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri
rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che gl'Imperiali
dovettero retrocedere più che di passo fino alla Porta Salaria. La
trovarono chiusa, nè vi fu modo di farla aprire, perchè i Romani
temevano che amici e nemici sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva;
si era sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando egli
sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato com'era
pel lungo combattere, non fu riconosciuto, e non gli dettero ascolto.
Ma neppure in così grave momento si perdè d'animo. Visto il pericolo
in cui si trovava, visto che i Goti già gli erano addosso, egli che
più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce quale
un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi improvvisamente ai suoi,
e stringendoli intorno a sè, li condusse ad un ultimo impetuoso ed
inaspettato assalto contro il nemico, il quale, credendo che nuovi
rinforzi fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E
così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare in Città,
dove fu clamorosamente accolto.



CAPITOLO VI

Roma assediata dai Goti — I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna


Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la storia ricordi.
Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo inoltrato del 538, un anno
e nove giorni, nel qual tempo Belisario dette prove infinite del suo
genio militare e del suo valore. Egli era partito con un esercito
di 7500 uomini, oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto
parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. Alcune
guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle città principali dell'Italia
meridionale; e però si trovava adesso, secondo Procopio, con un
esercito di soli 5000 uomini, in una città che aveva 12 miglia di
circuito. Resistere con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini
sarebbe stato impossibile addirittura, senza la cooperazione efficace
del popolo romano. E questa cooperazione apparisce ora manifesta
dalle parole stesse di Procopio, sebbene egli cerchi al solito
nasconderla. Certo nei casi più difficili, nei punti più pericolosi
il prode capitano fece assegnamento principale sulle truppe regolari;
ma nella difesa delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai.
Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque in fretta,
ad eccezione di quella parte che, presso la Porta Flaminia (del
Popolo), è chiamata Muro torto. Questo era assai forte, e generalmente
si credeva che fosse sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno
infatti osò attaccarlo.

I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, dinanzi
alle principali porte: uno di essi era al di là del Tevere, nel così
detto Campo di Nerone. Infiniti furono gli accorgimenti da una parte
e dall'altra adoperati in questo assedio. Vitige cominciò col far
rompere gli acquedotti, costringendo i Romani a valersi della sola
acqua dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini.
Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del Ponte
Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse dal fiume. Ed
i Goti subito mandarono giù per esso lunghe travi, cadaveri d'uomini
e d'animali, per intralciare così il moto delle ruote, e corrompere
sempre più l'acqua. A questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene
attraverso il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a molti
altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri mobili, tirate da
bovi, che dovevano trascinarle presso le mura, perchè così i soldati
potessero salire su queste. Quando però le torri erano vicine alla
Porta Pinciana, Belisario ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi
i quali, esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso
tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della Città, e
sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), presso la quale
era un doppio muro. Ma quando i Goti, superato il primo, si trovarono
ammassati, coi loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che
cercavano di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed uscito
dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente l'assalto alle
spalle e di fronte. Il nemico allora si pose in fuga, abbandonando
torri, arieti ed altre macchine d'assedio, che furono bruciate dai
Romani. Un altro assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso
la tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora di marmo,
piena all'esterno di statue, e già ridotta a fortezza. Pareva dapprima
che i Goti avessero il vantaggio; ma quando i difensori si videro a
mal partito, cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro
tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla di 30,000
Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; ma prova in ogni modo
che la strage fu assai grande. Belisario scriveva a Costantinopoli,
che era stato veramente un miracolo l'aver potuto con un esercito
di 5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso era però
necessario mandargli aiuti, se non si voleva da un momento all'altro
essere esposti ad una catastrofe. Finora s'erano avute le simpatie
e l'aiuto dei Romani; ma se questi per le continue sofferenze e i
pericoli dell'assedio, per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano
favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito?

Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano sempre più gravi.
Vitige mandava ordini a Ravenna, che fossero uccisi i Senatori tenuti
colà in ostaggio; occupava Porto, cosa che Belisario non potè far prima
di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una guarnigione
di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu grave danno, perchè da Porto
sopra tutto Roma veniva pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora
assai meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella Città,
e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini validi, divisi
in ischiere, furono messi a guardia delle mura; alcuni vennero anche
mescolati nell'esercito. Queste schiere mutavano assai spesso di luogo;
i nomi di coloro che le componevano venivano riscontrati di continuo;
le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto mutate:
tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile tradimento, ora che
le sofferenze crescevano, e lo scontento cominciava a manifestarsi.
Sebbene Roma fosse ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi
furono allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a tante
calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio di Giano, sperando
aiuto dal Dio pagano, stato sempre favorevole ai loro padri. Se non che
le porte di bronzo, da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo
che si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto.

Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la più parte Unni; e
questo aiuto, con la speranza non lontana di altri, avendo rianimato
gli assediati, fece subito incominciare una serie di nuove scaramucce
che, nonostante la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai
fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano procedere
subito ad un assalto generale, cui Belisario s'oppose energicamente,
conoscendo lo scarso numero delle sue forze regolari. Ma il cieco
ardore de' suoi soldati non conosceva adesso misura nè prudenza, e
bisognò cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta Pinciana
si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, da Porta Aurelia (S.
Pancrazio) si facesse un finto attacco verso il campo di Nerone, e ciò
solo per impedire che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume,
andassero in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva combattere
davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar parte a questo finto
attacco, non essendo ancora bene educate alle armi, ebbero ordine
di restar ferme, contentandosi di tenere in rispetto il nemico col
loro numero. Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere
colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, come
quella che era più disciplinata e non aveva accolto nelle proprie
file cittadini inesperti; ma dovette cedere alle insistenze della
fanteria, che volle anch'essa prender parte alla mischia. E tutto
ciò fu per riuscirgli funesto. Cominciato infatti l'assalto, i Romani
s'avanzarono vittoriosi; ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il
gran numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. Allora
però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, vollero avanzarsi;
ma invece d'inseguire il nemico, si dettero a saccheggiarne il
campo, dandogli così modo di riordinarsi, di assalirli e metterli in
fuga. Quando poi dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu
costretta a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano numerosissimi,
la fanteria, invece di venirle in aiuto, si dette alla fuga.
Fortunatamente i capitani di essa, quelli appunto che avevano insistito
per condurla al combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova
d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi tennero fronte al
nemico fino a che vi lasciarono la vita; ed in questo modo assicurarono
la ritirata dei Romani. Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro
guardate da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono.
Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era corso fece capire
quanta ragione Belisario avesse avuta di non volere arrischiare un
generale assalto contro un nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi
alle ripetute scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose pei
Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura eroico.

Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano nella
Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè la estensione delle
mura era tale, che riusciva assai facile ai Romani chiamar colle
scaramucce l'attenzione del nemico in un punto, per potere in un
altro liberamente aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537,
terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si seppe che un
drappello di cento uomini era giunto da Costantinopoli a Terracina,
con denaro per dar le paghe ai soldati. Era cosa di somma importanza,
e Belisario, per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò
una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del Tevere,
verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente respinti. Fuori di
Porta Pinciana invece la lotta fu accanita, ed i soldati di Belisario
dettero prova d'un entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e
vi furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo della Tracia
continuò a combattere quando aveva un giavellotto infitto nella testa;
un altro combatteva del pari, quando una freccia gli era penetrata tra
l'occhio ed il naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere;
il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre la freccia e
salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento al di là del Tevere,
per le molte ferite finì col soccombere anch'esso. Tutto questo ci
racconta Procopio, il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora
nell'assedio arrivavano già al numero di sessantasette.

Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento di guerra, accampò
7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, in un luogo dove s'incrociavano
due acquedotti, formando così come un punto fortificato, assai adatto
a porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. Certo
è che la fame divenne insopportabile; e di nuovo i Romani, spinti
dalla disperazione, volevano uscire a combattere per vincere o morire.
Ma di nuovo Belisario si oppose energicamente, cercando di calmarli
coll'assicurar loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie
sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a Napoli Procopio, per
vedere quanti ne fossero già arrivati colà; e questi trovò 500 uomini
con vettovaglie, che avviò subito verso Roma, con altri che erano già
nella Campania.

Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, essa gli
fece interrompere il racconto assai prezioso, che finora abbiamo avuto
della guerra da un testimone oculare. Siamo quindi poco informati di
quello che fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da
Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. Pare che, fra
le altre cose, andasse a secondare le mene della imperatrice Teodora,
che voleva far deporre papa Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio.
Questi già da un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi a
ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però s'era guadagnato
il favore di Teodora, facendole sperare che avrebbe favorito il
Monofisismo; e potè quindi, con una lettera dell'Imperatrice arrivare
a Roma, dove fu assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò
energicamente a favore di lui. La conseguenza fu che papa Silverio
venne da Belisario accusato di voler dare la Città ai Goti, e quindi
fu deposto. Gli successe Vigilio (537), che tenne ora come sempre
una condotta ambigua e mutabile, cominciando col non osservare le
promesse fatte all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio,
che morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno 538),
e la non meno arbitraria elezione di Vigilio seminarono il primo germe
di discordia fra Belisario e la Chiesa romana, il che fu poi causa di
debolezza pel dominio bizantino in Italia.

Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano già entrati in
Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi da Napoli ad Ostia, 2300
uomini sotto il comando del capitano Giovanni e di altri scortavano
verso Roma carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite
vittoriose da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare
l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, stanchi
finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, fecero proposte di
pace. — Poniamo fine, così dissero a Belisario, ad una guerra che non
giova a nessuno, e nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di
noi, che in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà
dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, nostro capo, a
combattere Odoacre, il quale s'era fatto tiranno, ed a prendere in
suo nome legittimo possesso del paese. Noi rispettammo le leggi, le
istituzioni, la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non
fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo ai Romani, che
ebbero anche il Consolato. Se dunque abbiamo rispettato i patti e gli
ordini dell'Imperatore, che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E
chiedevano che i Bizantini si ritirassero, portando pur via la preda
che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico fu
mandato a punire Odoacre, a restaurare l'autorità dell'Impero, non a
farsi signore dell'Italia. Che cosa importava all'Imperatore sostituire
un tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un paese, che
appartiene all'Impero. —

I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, la
Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; ma tutto fu
vano. Proposero finalmente una tregua di tre mesi, per potere intanto
trattar direttamente a Costantinopoli; e questa fu da Belisario
accettata subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini
e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti che
voleva. E sebbene tutto ciò non fosse giustificato, non fosse legale,
Vitige si tacque. Protestò invece, ma senza resultato, quando essendosi
egli ritirato da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono
senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il suo capitano
Giovanni alla testa di 2000 uomini negli Abruzzi, con ordine di stare
colà fermo finchè durasse la tregua; ma non appena venisse rotta, fare
man bassa su tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli
schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli fra i suoi
soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi di veder Belisario giovarsi
della tregua a tutto suo vantaggio, tentarono con un colpo di mano
d'entrare in Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe
l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver messo quel
paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese facilmente, essendosi la
guarnigione ritirata a Ravenna. Alla quale s'avvicinò subito Giovanni,
perchè di là, retrocedendo, poteva anche minacciare alle spalle i Goti
che erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò per modo che,
finiti i tre mesi della tregua, levarono senz'altro l'assedio il 12
marzo 538, cioè trecento settantaquattro giorni dopo averlo cominciato;
e bruciati i loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario non
poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli e dar loro una
vera battaglia; ma li assalì quando passavano il Tevere, ponendoli in
gran disordine, sì che molti ne affogarono.

Nonostante questi suoi fortunati successi, si presenta naturale la
domanda: Come mai Belisario che in tre soli mesi, con scarse forze,
aveva quasi sterminato i Vandali, non era invece, dopo tre anni,
riuscito a vincere del tutto i Goti, che resistevano ancora? Arrivato
a Roma, non s'era potuto più avanzare, e solo dopo altri due anni
potè entrare in Ravenna. Tutto ciò sembra anche più strano, se si tien
conto dell'aiuto che ebbe dalle popolazioni, e delle diserzioni che di
continuo avevano luogo fra i Goti. Il fatto è che Belisario era venuto
in Italia con un esercito assai scarso, il quale, prima di giungere
a Roma, fu ridotto a minime proporzioni, per le guarnigioni che era
stato necessario lasciare in Sicilia e nel continente dell'Italia
meridionale. Si trovò quindi con assai deboli forze di fronte ad
un formidabile esercito di Goti. Più tardi, è vero, cominciarono a
giungere aiuti da Costantinopoli; ma allora appunto le gelosie dei
cortigiani operarono sull'animo di Giustiniano in modo, che egli dette
ai nuovi capitani che mandò in Italia poteri quasi uguali a quelli di
Belisario; il che fu disastroso all'andamento d'una guerra, la quale
desolava il paese, ed aggravava colle tasse le popolazioni. In esse
cominciò subito uno scontento che andò sempre crescendo, e fu anche
inasprito dalla condotta tenuta ora da Belisario verso il capo della
Chiesa romana.

La guerra intanto continuava lungo la via Flaminia, che da Roma per
Fano conduceva a Rimini. A sinistra v'erano, tutte più o meno sui
monti, Orvieto, Chiusi, Todi, Urbino, occupate dai Goti; le città a
destra, ad eccezione di Osimo, erano invece in mano dei Bizantini.
L'avanzarsi perciò, senza prima impadronirsi di quelle tenute dal
nemico, esponeva i Bizantini ad essere assaliti alle spalle. E però
Belisario, temendo che Giovanni, con soli 2000 uomini, si potesse
trovare a mal partito fra Rimini e Ravenna, gliene mandò in aiuto altri
1000, con ordine che, lasciata in Rimini una piccola guarnigione,
tornassero tutti indietro per unirsi a lui. La cosa pareva che
riuscisse felicemente, perchè le genti colà mandate s'avanzarono
senza difficoltà. E giunte che furono al passo del Furlo, detto anche
Pietra Pertusa, una specie di tunnel, che è come una fortezza naturale
nell'Appennino, ebbero colà uno scontro coi Goti, i quali, dopo essere
stati vinti, s'unirono ai Bizantini, proseguendo insieme con essi il
cammino. Ma quando furono a Rimini, Giovanni dichiarò di non volere
obbedire agli ordini che essi portavano da Roma, per il che dovettero
senza di lui tornarsene a Belisario, che ne restò indignato.

Intanto sbarcavano nel Piceno nuovi aiuti, comandati da Narsete, che
veniva con ampi poteri di generalissimo, non solo per aiutare, ma
anche per tenere a freno Belisario, contro il quale la Corte pareva
ingelosita. Nato nel 478, questo nuovo capitano aveva allora già
sessant'anni; era uomo accorto ed ambiziosissimo, di grado in grado
salito ai più alti uffici amministrativi. Ma, quello che è singolare
davvero, egli arrivava adesso in Italia investito dall'Imperatore del
grado di generale, senza aver mai prima servito nell'esercito. Infatti,
anche quando aveva efficacemente cooperato con Belisario a reprimere
la rivolta seguita nell'Ippodromo, lo aveva fatto solo corrompendo
i capi con danaro. L'avergli perciò, in tali condizioni, affidato il
comando d'un esercito, era cosa davvero senza esempio. E l'essere poi
Narsete riuscito uno dei primi capitani del secolo, fece grandissimo
onore all'accortezza, alla conoscenza quasi divinatrice che, in
questa come in tante altre occasioni, Giustiniano mostrò avere degli
uomini. Se non che, arrivato che fu in Italia, Narsete, sicuro della
piena fiducia della Corte, consapevole della crescente gelosia che
v'era colà contro Belisario, lo trattò subito alla pari, senza punto
curarsi di nascondere la propria alterigia. E di ciò si ebbe una prima
prova nel Consiglio di guerra tenuto a Fermo in quello stesso anno
538. Giovanni chiedeva allora da Rimini soccorsi, perchè, dopo avere
respinto i primi assalti dei Goti, si trovava, come Belisario gli aveva
preveduto, ridotto ad assai mal partito, minacciato da tutto l'esercito
di Vitige. Si trattava dunque di decidere se si doveva correre in suo
aiuto, avanzandosi per la via Flaminia sino a Rimini, lasciando le
città fortificate, come Osimo, in mano dei Goti, o pure abbandonar
per ora al proprio destino chi aveva con la sua disobbedienza messo a
grave pericolo il resultato finale di tutta la guerra. Belisario era
per questo secondo partito, al quale Narsete decisamente s'oppose.
Si poteva, questi diceva, pensare più tardi a prendere Osimo; non si
doveva intanto permettere che i Goti, appena sfiduciati, ripigliassero
animo, e s'impadronissero di Rimini, colla disfatta ed umiliazione
d'un generale romano e de' suoi soldati. Quanto al punirlo della
disobbedienza, si poteva aspettare a farlo più tardi, senza mettere
adesso a repentaglio la fortuna e l'onore dell'Impero.

Belisario assai di mala voglia si dovette arrendere a queste ragioni,
che non eran di certo senza valore. Mandò quindi 1000 uomini a tenere
in iscacco la guarnigione d'Osimo, ch'era di 4000 Goti. Ed a Rimini
mandò una parte dei suoi per mare, un'altra per terra, avanzandosi
egli con Narsete alla testa d'una colonna volante, per dare, quando
se ne presentasse l'occasione, il colpo decisivo. L'esercito imperiale
s'avanzava sparso per la campagna, accendendo la notte un gran numero
di fuochi, che lo facevano parere assai più numeroso che non era.
E però quando i Goti videro da un lato le navi entrare nel porto
di Rimini, da un altro la campagna sparsa di uomini, che di notte
sembravano coi loro fuochi occupare una vastissima estensione,
temettero d'esser presi in mezzo, e si posero in ritirata verso
Ravenna. La guarnigione di Rimini era troppo estenuata per inseguirli;
ma gl'Imperiali sopravvenuti poterono saccheggiare i loro accampamenti.
Giovanni si ritenne in questa occasione liberato dal grave pericolo per
opera di Narsete, al quale solamente si dichiarò riconoscente. E questo
fu il principio d'una discordia che doveva essere funesta all'Impero,
alimentata com'era continuamente anche dagli altri generali.

Tutto ciò seguiva in un momento assai difficile. Vitige era a
Ravenna con 30,000 uomini; Osimo, Orvieto, Urbino e molte altre città
dell'Italia centrale erano occupate dai Goti. Al nord i Franchi pareva
che minacciassero di scendere in loro aiuto; a Milano si trovava una
guarnigione di soli 300 imperiali, in mezzo ad un paese tutto in potere
del nemico. E questo fu il momento in cui Narsete decise di mettersi
addirittura in aperta opposizione col generale in capo. Belisario
propose in un consiglio di guerra, che l'esercito si dividesse in due
grosse colonne, una per occupare Milano e tutta la Liguria, l'altra
per pigliare Orvieto e le città dell'Italia centrale; dopo di che si
poteva pensare ad una grossa battaglia campale contro Vitige. Narsete
voleva invece che si occupasse anche l'Emilia, e si attaccasse Ravenna,
insistendo molto su di ciò. E quando Belisario impazientito gli disse
che il comandante era lui, mostrando le lettere di Giustiniano, Narsete
gli rispose, che esse imponevano di operare nell'interesse dell'Impero,
e che questa solamente doveva essere la norma. La conclusione fu che
nell'esercito mancava ora ogni unità di comando. Belisario si decise
quindi a prendere Urbino, poi Orvieto (538), e Narsete insieme con
Giovanni andò nell'Emilia. Vitige allora dette ordine a suo nipote
di assediare Milano, mentre che Teudiberto, re dei Franchi, lasciava
scendere in Italia 10,000 Burgundi suoi sudditi, i quali dicevano di
venire in aiuto dei Goti, ma per ora non facevano altro che predare
il paese. La piccola guarnigione di Milano, ridotta agli estremi,
chiedeva aiuto a Belisario, che mandò alcuni de' suoi; ma questi,
trovando già occupato il paese da Goti e da Burgundi, non poterono
avanzare. E quando Narsete, sollecitato da ogni parte, si decise
finalmente a mandare anch'egli i necessari aiuti, era già troppo tardi.
La piccola guarnigione di Milano s'era dovuta arrendere, salva la
vita; ma i cittadini furono trucidati fino al numero di 300,000, se
si deve prestar fede a Procopio. Le donne vennero lasciate schiave ai
Burgundi, per l'aiuto da essi dato nell'assediare la città, che venne
ora uguagliata al suolo. E così la Liguria fu ora dei Goti. Pure da
tutto ciò ne venne un vantaggio a Belisario, il quale, rendendo conto
a Costantinopoli del disastro seguito, potè dimostrare che esso era
conseguenza inevitabile della mancata unità di comando, ed indurre
finalmente Giustiniano a lasciar di nuovo a lui solo il comando
supremo, richiamando Narsete (539).

E ve n'era veramente bisogno, perchè le difficoltà della guerra si
andavano sempre moltiplicando. Vitige era riuscito a spingere la Persia
a minacciare Giustiniano, il quale si mostrava perciò inclinato alla
pace, che Belisario non voleva, pieno com'era sempre di fiducia nella
vittoria. Questi si fermò intanto ad assediare Osimo, fece assediar
Fiesole da due suoi capitani, ed inviò anche alcune genti nell'alta
Italia, verso Tortona. In questo momento precipitarono giù dalle
Alpi i Franchi, sotto il comando del loro re Teudiberto, in numero,
dice Procopio, di 100,000. Pareva che venissero in aiuto dei Goti,
ma giunti che furono a Pavia, la saccheggiarono, uccidendo uomini,
donne, bambini. Corsero verso Tortona, e sbaragliarono i Goti, che si
ritirarono a Ravenna; affrontarono poi gl'Imperiali che, presi alla
sprovvista, si ritirarono anch'essi, cercando di raggiungere Belisario,
il quale si trovava ancora all'assedio di Osimo. Fortunatamente questa
bufera dei Franchi scomparve a un tratto, perchè essi, trovandosi in un
paese esausto e privo di tutto, costretti a bere acqua del Po, furono
colpiti da una dissenteria, la quale fece tra loro tale strage, che
moltissimi ne morirono, e gli altri si ritirarono (539).

Fiesole adesso si arrendeva, e le genti che l'avevano assediata
poterono riunirsi a quelle che circondavano Osimo. Essendosi poi dovuta
arrendere anche questa, sebbene fosse in una posizione strategica
importantissima, la guarnigione gota, che s'era ivi battuta con
valore, sdegnata di non avere ricevuto soccorsi da Ravenna, disertò,
passando a servizio dell'Impero sotto Belisario. Il quale si mosse ora
verso Ravenna, che sperava avere per accordi, non essendo possibile
prenderla colla forza fino a che non riusciva ad avere un naviglio. E
non si poteva sperare d'averlo ora che l'Imperatore, spaventato dalle
minacce della Persia, e dalle promesse d'aiuti considerevoli che i
Franchi facevano a Vitige, desiderava in ogni modo conchiudere la pace
in Italia. I Franchi infatti promettevano di venire in aiuto dei Goti
con un esercito di 500,000 uomini, quando Vitige avesse consentito a
divider con essi il regno dell'Italia superiore. Ma questi preferiva
dividere l'Italia coi Bizantini piuttosto che con barbari infidi,
potenti e crudeli come i Franchi. E Belisario, che era anche accorto
diplomatico, seppe aumentare la naturale diffidenza del re goto,
ricordandogli i saccheggi che poco prima i Franchi avevano fatti in
Italia, pur dicendo di venire ad aiutarlo. Intanto egli stringeva
sempre più l'assedio di Ravenna, e d'ogni parte aumentavano le
diserzioni dei Goti, che abbandonavano Vitige per venire a lui. A tutto
ciò s'aggiungeva, che nella già affamata città bruciarono i magazzini
del grano, chi diceva in conseguenza d'un fulmine che vi cadde, e chi a
cagione d'un incendio provocato dalla trista moglie di Vitige, la quale
nell'ora del pericolo lo tradiva (540).

Per tutte queste ragioni, quando Giustiniano cominciò a parlare
d'accordi con Vitige, Belisario fece il sordo, affermando che prima
condizione di pace doveva in ogni caso essere la resa di Ravenna. Ed
i Goti, che si trovavano già ridotti all'estremo dalla fame, finirono
col credere che l'Imperatore volesse ingannarli, fingendo di desiderare
la pace; ed unitisi perciò a consiglio, mandarono ambasciatori a
Belisario, facendogli la singolare proposta di riconoscerlo come
Imperatore d'Occidente, e di prestargli obbedienza, come a loro duce
e signore. Ma Belisario, che era deciso a non tradire la bandiera
sotto cui aveva finora combattuto, continuò a temporeggiare ed a
trattare, sapendo che la fame avrebbe fra poco costretto i Goti a
cedere senz'altro. Ed infatti non andò guari che egli potè entrare in
città, promettendo solo di rispettare la vita e gli averi dei Goti:
quanto al farsi Imperatore, se ne sarebbe parlato poi con Vitige. Così
nella primavera del 540 Belisario, alla testa de' suoi soldati, entrò
in Ravenna. I Goti che avevano ceduto la città senza dar prima una
battaglia, e avevano proposto di rinunziare anche alla loro personalità
nazionale, se ne stavano ora umiliati, quasi semplici spettatori,
a guardare l'esercito bizantino che, assai meno numeroso di loro,
s'avanzava trionfante per le vie della città. Più di tutti parevano
sdegnate le donne, alle quali s'era parlato sempre del gran numero,
della gran forza fisica dei Bizantini, e invece li vedevano ora pochi,
piccoli e scuri, assai meschini di fronte ai Goti biondi, robusti,
alti. Esse, dice Procopio, erano così inferocite, che sputavano in
faccia ai loro mariti, chiamandoli vili.

Belisario, secondo il suo solito, serbò fede ai patti giurati. La
vita e gli averi dei cittadini furono, sotto minaccia di gravi pene,
fatti rispettare dai soldati. S'impadronì del tesoro reale, e tenne
prigioniero Vitige insieme coi suoi nobili: tutti gli altri Goti,
lasciati liberi, andarono dove vollero. Ravenna d'ora in poi fu dei
Bizantini, che la tennero fino al 752, quando venne loro tolta dai
Longobardi, ai quali poco dopo la tolsero i Franchi. Treviso, Cesena
ed altre città s'arresero subito anch'esse; resistettero invece Verona
e Pavia, nella quale i Goti offerirono la corona ad Uraias, valoroso
nipote di Vitige. Ma egli la ricusò, per non volere aver l'aria
d'usurpare il trono dello zio prigioniero, e consigliò che l'offrissero
invece a Ildibaldo, il quale si difendeva allora in Verona, ed era
parente del re dei Visigoti. E Ildibaldo l'accettò, proponendo però
che si facesse prima un altro tentativo d'indurre Belisario a farsi
Imperatore d'Occidente, dichiarandosi pronto senz'altro a prestargli
obbedienza. Ma tutto fu invano, perchè Belisario s'apparecchiava già a
partir per Costantinopoli, dove era con grande istanza chiamato, e dove
andò, menando seco insieme col tesoro goto, Vitige ed i nobili, che
dovevano come prigionieri seguire il suo carro trionfale. Con l'entrata
in Ravenna, e col trionfo di Belisario in Costantinopoli finisce
il primo periodo della guerra bizantina in Italia. Avrebbero dovuto
cominciare adesso i grandi trionfi ed onori resi a Belisario; ma ben
presto cominciarono invece quelle sventure che ne dovevano avvelenare
l'esistenza. Con tutti i molti elementi di forza, che si trovavano
pur sempre nella società bizantina, la corruzione, l'invidia, la
gelosia erano in essa tali da rendervi impossibile ogni vero e sicuro
progresso. E noi vedremo fra poco colmata d'ingratitudine e di amarezza
la vita di colui che aveva dato tante splendide prove di fedeltà
all'Imperatore ed all'Impero, ai quali aveva reso così segnalati
servigi in Persia, in Africa, in Italia; ed altri ancora, nonostante la
nera ingratitudine, doveva continuare a renderne.



CAPITOLO VII

Desolazione dell'Italia — S. Benedetto fonda il suo Ordine


La guerra, che doveva ancora continuare in Italia, era già durata
cinque anni, ed aveva desolato, esausto il paese in modo da superare
ogni immaginazione, riducendolo in condizioni tali da non essere
sperabile, per lunga pezza, di vederlo più risorgere. Procopio descrive
gli effetti che nel 538 la morte, la carestia e la fame avevano portato
specialmente nella Toscana, nella Liguria e nell'Emilia. La cultura
dei campi, egli dice, era stata da due anni abbandonata del tutto, ed
il poco e cattivo grano, che spontaneamente vi nasceva, era spesso
lasciato imputridire. Gli abitanti della Toscana si erano ritirati
ai monti, dove si cibavano di ghiande; quelli dell'Emilia si recarono
nel Piceno, sperando di trovare presso il mare di che sfamarsi. Ma la
desolazione era tale colà che si parlava di 50,000 contadini morti
per mancanza di nutrimento. Lo stesso scrittore ci descrive, come
testimonio oculare, il modo e la natura di queste morti. Per eccesso
di bile, egli dice, ingialliva il colore della pelle, che aderiva
come cuoio alle ossa, essendosi la carne consumata affatto. Il giallo
mutavasi poi in rosso cupo, in nero, con una espressione da maniaci
negli occhi; e così quegl'infelici morivano. Perfino i corvi e gli
uccelli di rapina non volevano cibarsi dei loro corpi disseccati.
Quando poi quegl'infelici affamati trovavano per caso del cibo, ne
mangiavano con tale avidità e in così gran misura, che ne morivano,
avendo per debolezza perduto ogni forza digestiva. Si giunse a tale,
che gli uomini divennero qualche volta addirittura cannibali. Procopio
ricorda due donne, che rimaste sole presso Rimini, accoglievano
i viandanti e li uccidevano nel sonno, per poi divorarli. E così,
egli afferma, ne divorarono diciassette; ma il diciottesimo riuscì a
scampare, ammazzandole invece ambedue. Si vedeva la gente trascinarsi
carpone pei campi, mangiando come capre le erbe; spesso, non avendo
più la forza di estirparle dal suolo, morivano estenuati, e restavano
insepolti. In mezzo a tanti esempi di desolazione e ferocia lo stesso
scrittore ci racconta un caso assai pietoso. Traversando l'Appennino
per andare a Rimini, egli vide un bimbo abbandonato, affettuosamente
nutrito da una capra, che accorreva al pianto e non voleva che altri
s'avvicinasse a lui, il quale a sua volta ricusava il latte offertogli
dalle donne del vicino borgo. Pare che la madre, al passaggio
dell'esercito di Giovanni rimanesse, fuggendo, separata a un tratto
dal figlio, senza poterlo più ritrovare. Nè altro si seppe più di lei,
rimasta forse prigioniera, o uccisa nei campi.

Il disordine, lo sconforto e la spaventosa desolazione, sin dal
principio portati da questa guerra, andarono, per la sua continuazione,
crescendo sempre più. Ed in mezzo a così prolungate calamità, non è da
meravigliarsi che il pensiero si volgesse a Dio, e che un fatto nuovo,
già da più tempo cominciato, ricevesse uno straordinario incremento.
Il monachismo d'Occidente ebbe ora appunto una così rapida diffusione
da parer che divenisse quasi contagioso. Suo definitivo riformatore,
che parve perciò nuovo fondatore, era stato un uomo veramente
straordinario e santo, il quale ad una grandissima bontà univa una
profonda conoscenza dell'umana natura e del proprio tempo. Egli compiè
la trasformazione del monachismo, rendendo nei monasteri dell'Occidente
più tollerabile ed umana la vita religiosa, che gli anacoreti della
Tebaide avevano spinta ad una esagerazione che confinava qualche volta
colla follia, e trovava in Italia ostacolo insuperabile nell'indole
del popolo. Il suo merito principale apparisce chiaro nella Regola
monastica del suo Ordine, che fu da lui formulata. Per sette secoli,
fino cioè a S. Francesco ed a S. Domenico, i Benedettini furono quasi
i soli monaci nel mondo occidentale, e si diffusero dalla Polonia al
Portogallo, dalla Gran Brettagna alla Calabria, obbedendo tutti al loro
capo in Monte Cassino, che fu come la nuova Roma, la nuova Gerusalemme,
la Mecca dei Cristiani. La leggenda, la poesia, la pittura italiana
hanno in mille modi illustrato la vita del Santo e de' suoi discepoli.
Dalle mura dei chiostri, dagli affreschi, dalle tele dei pittori,
dai versi dei poeti, che vennero ispirati da questi monaci, i quali
vissero in tempi di feroci passioni, in mezzo agli orrori d'una guerra
che faceva scorrere il sangue a fiumi, discende ancora oggi su di noi
il loro spirito di pace, di fede, di carità, di tranquillo e costante
lavoro, che in tutto il Medio Evo fu sorgente perenne d'arte, di poesia
e di civiltà.

La nuova Regola, in settantatrè articoli, rispondeva certo ad un
bisogno del tempo, e mantenendo rigorosa obbedienza, rifuggiva da ogni
eccesso. Le sostanze di quelli che divenivano monaci, e tutto ciò che
più tardi i parenti avessero voluto lasciar loro, andava integralmente
al monastero, nel quale spariva ogni proprietà individuale. L'ozio
era proibito, come dannoso alla salute dell'anima (_otiositas inimica
est animi_). Questi religiosi infatti pigliavano direttamente parte al
lavoro dei campi, a tutto ciò che era necessario alla comune esistenza.
Un articolo assai notevole, utile e pratico nello stesso tempo, voleva
che prima d'essere ammessi nel convento, si dovesse con un periodo
di noviziato dar prova di vera vocazione alla vita monastica. S.
Benedetto non faceva distinzione di sorta fra ricchi o poveri, coloni o
schiavi, Romani, Bizantini o barbari. Dinanzi alla sua Regola tutti gli
uomini erano, come dinanzi a Dio, uguali; e ciò spiega la rapida, la
straordinaria diffusione che essa ebbe nel mondo.

La vita di questo, che fu il più grande monaco che sia mai vissuto,
ci venne narrata da Gregorio I, forse il più grande dei papi, che
da taluno si volle credere nato il giorno stesso in cui moriva S.
Benedetto (21 marzo 543). Sebbene la sua narrazione sia piena di
miracolose leggende, essa ci fa pur comprendere quale era il vero
carattere del Santo. Nato a Norcia (480), nei monti della Sabina, a
venti miglia da Spoleto, a duemila piedi sul livello del mare, da un
nobile romano, circa quattro anni dopo che Odoacre fu signore d'Italia,
cominciò a studiare in Roma. Ma ben presto lasciò tutto, per ritirarsi
nella solitudine e nella contemplazione, verso le sorgenti dell'Arno.
La sua balia, che lo aveva accompagnato a Roma, lo accompagnò ancora
adesso, dominata da quel nobile ascendente morale, che egli esercitava
maravigliosamente su tutti. Ben presto i miracoli da lui compiuti, e la
fama della sua santità affascinarono, attirarono un così gran numero di
seguaci entusiasti, che egli pensò di rifugiarsi a Subiaco, dove erano
solo alcuni pochi anacoreti. Ivi fu vestito dell'abito monacale, da un
tale che si chiamava Romano; e si ritirò in una grotta, dove questi, a
giorni fissi, gli portava dal suo convento il cibo necessario a vivere,
facendolo con una fune, dall'alto d'una rocca discendere nella grotta.
Ma Romano scomparve a un tratto, senza che più se ne sapesse nulla;
ed allora il cibo fu portato prima da un santo uomo, che viveva assai
lontano; poi da alcuni pastori miracolosamente ispirati dal Signore.
Essendo ancora nel vigor degli anni, il Santo venne assalito dagli
stimoli della carne, e per attutirli si gettò nudo sulle spine e sui
pruni della foresta, che, lacerando le sue carni, furono fecondati dal
sangue che ne scorse, e ne sbocciarono rose, le quali dopo sette secoli
S. Francesco vide tuttavia fiorire, ed il viandante le vede fiorire
anche oggi.

Essendo intanto grandemente cresciuta la fama di S. Benedetto, i
monaci di Vicovaro, che avevano perduto il loro abate, pregarono
lui d'assumerne l'ufficio. E quando egli d'assai mala voglia si
lasciò indurre ad accettare, furono subito scontenti della severa
disciplina da lui imposta, e pensarono d'avvelenarlo. Liberato che fu
miracolosamente da questo nuovo pericolo, si ritirò sdegnato nella
solitudine. Ma anche colà la gente, attirata dalla fama della sua
bontà, accorse numerosissima, e così tra il 500 ed il 520 si formarono
intorno a Subiaco 12 monasteri, con capi da lui eletti. Egli se ne
stava ritirato nel sacro speco, con pochi de' suoi, presso Subiaco, al
di sopra della sua antica grotta. Nonostante però questa sua riserva,
questo gran seguito, la gelosia di quelli che facevan parte del clero
regolare non lo lasciava in pace. Ed uno di essi fece andar donne di
mala vita a tentarlo, cosa di cui S. Benedetto fu così disgustato, che
se ne andò via a Monte Cassino. Ivi trovò la statua d'Apollo con un
altare, e li fece subito demolire, fondando sullo stesso luogo il suo
principale convento, nel quale risiedette quattordici anni (529-543).
Colà venne a visitarlo Totila re dei Goti (542), prostrandosi ai
suoi piedi; ed il Santo gli rimproverò i mali recati all'Italia,
annunziandogli vicina la morte. Un anno dopo questa visita morì anche
lo stesso S. Benedetto. Poco prima era morta la sorella Scolastica, che
lo aveva seguito a Subiaco ed a Monte Cassino, menando anch'essa vita
religiosa, non molto lungi da lui, che andava a visitarla una volta
l'anno, e che volle essere sepolto vicino a lei, là dove era stato
l'altare di Apollo.

Una prova che l'opera di S. Benedetto era la creazione d'un uomo di
genio, e rispondeva ad un vero bisogno dei tempi, noi l'abbiamo nella
grande e rapida diffusione che essa ebbe, nel fatto assai notevole
che, quasi nello stesso tempo e indipendentemente da lui, Cassiodoro,
il quale aveva passato tutta la sua lunga vita negli affari politici,
iniziò anch'egli qualche cosa di simile nel suo paese nativo. A tempo
di Vitige, quando già da un pezzo Imperiali e Goti erano violentemente
venuti a conflitto fra loro, egli s'era dovuto accorgere che il
concetto di Teodorico, al quale anch'egli così lungamente aveva
dedicato tutte le forze, di fondere cioè in uno Italiani e Goti, era
un sogno contradetto dalla realtà. Essendo adunque pervenuto all'età
di 60 anni, quando aveva già raccolto le sue lettere e scritto il suo
Trattato sull'anima, si ritirò nel paese nativo, dove fondò vicino a
Squillace due conventi. Uno di essi era un semplice eremitaggio sul
colle, per chi voleva assoluta solitudine; l'altro, il vero e proprio
Convento, venne istituito poco più lungi, a _Vivarium_, presso il fiume
Pellena (539). E come S. Benedetto, nel fondare i suoi monasteri, aveva
voluto unire il lavoro manuale alla contemplazione, così Cassiodoro
unì a questa il lavoro intellettuale, dandone egli stesso l'esempio.
Infatti colà scrisse molte delle sue opere, fra le quali il comento
ai _Salmi_, e quello alle _Epistole degli Apostoli_; la _Historia
tripartita_, la quale è un compendio di tre storie della Chiesa,
che per sua commissione Epifanio tradusse dal greco. Scrisse ancora
alcune regole del ben vivere, ed il suo libro _De ortographia_, in cui
sono precetti sull'arte del comporre. Cassiodoro era di certo più un
letterato ed un retore, che un santo; non aveva le qualità d'un vero
fondatore di Ordini religiosi. Pure il suo concetto d'introdurre nei
monasteri il lavoro intellettuale, rispondeva, come quello del lavoro
manuale imposto da S. Benedetto, talmente ad un bisogno dei tempi, che
venne anch'esso accolto dai Benedettini. E così questi trascrissero
molte delle più preziose opere antiche, le quali per opera loro
vennero salvate dalla distruzione, cui sarebbero altrimenti andate
incontro. Monte Cassino divenne come un faro di civiltà, la cui luce,
riflettendosi in tutti quanti i conventi benedettini, potè in mezzo
alla oscura notte del Medio Evo rischiarare la via ad un migliore
avvenire.



CAPITOLO VIII

Totila re dei Goti — Belisario torna in Italia, ed occupa Roma — Suo
ritorno a Costantinopoli e sua morte


L'anno 540 in cui i Persiani presero Antiochia, Belisario arrivava a
Costantinopoli alla testa di 7000 uomini della sua guardia, menando
seco il tesoro dei Goti, con Vitige e gli altri prigionieri. Era il
secondo re barbarico che egli conduceva nella capitale orientale. Aveva
allora 36 anni; era quindi nel pieno vigore della sua forza, come era
nel colmo della fortuna e della gloria. Ma pur troppo si cominciavano
a vedere i non lontani prodromi di quelle sventure che dovevano
lacerargli il cuore, avvelenarne l'esistenza, invecchiandolo prima del
tempo. Non gli fu concesso un trionfo ufficiale, come quello avuto al
ritorno dall'Africa, sebbene il popolo lo accogliesse di fatto come
un vero trionfatore, quale egli era certamente. La sua prima sventura
fu il sospetto della infedeltà della moglie, la quale amareggiò molto
la sua esistenza. Partendo per la guerra persiana, con quest'atroce
tormento nell'animo, perseguitato da Teodora, che proteggeva Antonina,
non potè concludere gran cosa. Tornato a Costantinopoli, e non
essendogli possibile avere più dubbi sulla sua domestica sventura, dovè
decidersi ad imprigionare la moglie infedele, che pure amava. Ma il
peggio era, che Antonina aveva saputo con grandissima arte guadagnarsi
l'animo di Teodora, secondandola ne' suoi intrighi, aiutandola a
perseguitare i suoi nemici.

Da un pezzo era nella Corte divenuto potentissimo Giovanni di
Cappadocia, uomo dato a tutti i vizi, divorato dall'ambizione, ma
attissimo a riscuotere tasse, ricorrendo per esse anche ai tormenti
più crudeli: dicevasi che per evitarli, qualcuno si fosse perfino
impiccato. Giustiniano lo proteggeva, quale strumento utilissimo ad
aumentare le entrate dello Stato, e Teodora invece l'odiava per la
sua ambiziosa prepotenza. Antonina, che voleva conquistare sempre
più il favore dell'Imperatrice, riuscì, con singolare accorgimento, a
fargli confessare i suoi ambiziosi disegni, le sue mire segrete contro
lo stesso Imperatore. In conseguenza di che, Giovanni fu mandato in
esilio, ridotto alla miseria, costretto a vestir l'abito ecclesiastico,
ad andare limosinando. Pare anzi, come osserva l'Hodgkin, che questa
sua fine infelice desse origine alla leggenda che fece poi attribuire
a Belisario una fine non molto diversa. Certo è che Teodora sempre più
grata ad Antonina, sempre più avversa a Belisario, l'obbligò a liberare
la moglie infida ed a riconciliarsi con essa, nè si stancò mai di
tormentarlo e di umiliarlo.

Intanto, dopo la partenza di Belisario dall'Italia, donde aveva menato
seco la sua guardia ed i migliori capitani, le cose andavano nella
Penisola di male in peggio. Non v'era un capo autorevole che potesse
comandare, non s'era ancora ordinata una nuova amministrazione. Tutto
rimaneva affidato a capitani militari, sparsi coi loro soldati, in
diverse città, ed ai riscuotitori delle imposte. Le entrate andavano
rapidamente diminuendo, nè si poteva sperare danaro da Costantinopoli,
dove bisognava provvedere alla guerra persiana, ed a mantenere,
con sussidi continui, tranquille le vicine e minacciose popolazioni
barbariche. Si ricorreva quindi in Italia ad ogni più misera e meschina
arte per risparmiare. Si tosavano le monete; si ritardavano le paghe
e le promozioni dei soldati; si vendevano gli uffici; si lasciavano
in abbandono le opere pubbliche più necessarie, come gli acquedotti;
si trascuravano per tutto le più urgenti riparazioni. Lo scontento era
quindi divenuto grandissimo nei soldati, che cominciavano a disertare,
o cercavano rifarsi sulle popolazioni, che avevano assai contribuito al
trionfo delle armi imperiali. Ridotte ora all'estremo d'ogni miseria,
esse finivano col rimpiangere i tempi in cui erano state sotto il
dominio dei Goti, la fortuna dei quali cominciava perciò rapidamente a
risorgere.

Ildibaldo infatti, che era rimasto con soli 1000 uomini, vide a un
tratto accrescere il suo esercito, e fu padrone di quasi tutta l'Italia
settentrionale. Ma neppur tra i Goti le cose procedevano senza gravi
disordini. Essi, che non avevano mai potuto formare in Italia una
vera e propria nazione, apparivano sempre più come un esercito di
ventura, sotto il comando di capitani che non andavan d'accordo fra
di loro. Tra la moglie di Uraias, il quale aveva ricusato il comando
supremo, e quella d'Ildibaldo, che lo aveva accettato, la gelosia
era divenuta tale che si comunicò ai mariti. In conseguenza di che il
primo venne ucciso dal secondo, e questi fu poi, a sua volta, ucciso
nella primavera del 541. Insieme coi Goti erano in Italia venuti
parecchi Rugi, i quali non s'erano potuti mai interamente amalgamare
coi loro compagni; ed ora innalzarono sugli scudi Erarico, che fu
dai Goti accettato. Ma questi non seppe far altro che trattare con
Costantinopoli, tentando di costituirsi un piccolo Stato nell'Italia
settentrionale, tra i Franchi ed i Bizantini, ponendosi alla mercè
dell'Imperatore, tradendo così tutte le speranze de' suoi soldati, i
quali, dopo cinque mesi d'inglorioso governo, lo uccisero, avendo prima
offerto la corona a Baduila, noto nella storia col nome di Totila.
Questi era parente d'Ildibaldo, ed accettò a condizione che levassero
di mezzo Erarico, il che essi fecero.

Totila rialzò il destino dei Goti, alla testa dei quali si trovò
per undici anni, combattendo sempre gloriosamente. Egli fu il più
nobile fiore del valore ostrogoto, dimostrandosi costantemente
capitano non solo assai coraggioso, ma ancora di molta capacità
strategica e politica. Mentre infatti i Bizantini, per sostenersi
in Italia, taglieggiavano, saccheggiavano le popolazioni, favorendo
così i latifondisti, che formavano il loro sostegno, sebbene poi
scontentassero anche questi colle continue tasse, Totila invece
s'appoggiava sul popolo, sui contadini e coloni, trattandoli meglio
che poteva, accogliendo nel suo esercito gran numero anche di schiavi.
«Ai contadini, dice Procopio, egli in tutta Italia non recò alcuna
molestia; ma invitolli a lavorare liberamente la terra, secondo
il consueto, pagando a lui i tributi, che già prima solevano dare
all'erario ed ai proprietari» (III, 13). Aggravava invece la mano sui
latifondisti, che spesso espropriava; s'impadroniva delle loro rendite,
ed anche di quelle della Chiesa, che era già fin d'allora uno dei
principali latifondisti, e che perciò fu a lui doppiamente avversa,
essendo i Goti di religione ariana.

I generali imperiali, radunati a Ravenna, decisero d'avanzarsi
con 12,000 uomini per assalire Verona e Pavia; ma dopo un primo
fortunato successo, dovettero retrocedere a Faenza. Totila, che
aveva potuto raccogliere già 5000 uomini, prese allora l'offensiva,
passando il Po, e con abile strategìa riuscì ad infligger loro una
vera disfatta, obbligandoli a ricoverarsi nella città. Dopo di che
traversò risolutamente l'Appennino, con l'intendimento d'impadronirsi
dell'Italia meridionale, dove poteva sperare maggiore facilità di
trovar vettovaglie, aiutato anche dalla vicinanza della Sicilia. Di
là avrebbe potuto minacciare Roma, costringendo il nemico a dividere
le sue forze. Ma intanto un primo tentativo d'assediare Firenze con
parte dei suoi, fallì, perchè i Bizantini, avuto soccorso da Ravenna,
uscirono dalle mura e lo respinsero. Furono però poco dopo disfatti, e
così Totila potè procedere sicuro fino a Napoli (542). Gl'Imperiali si
trovavano allora padroni solamente di Firenze, Spoleto, Perugia, Roma,
Ravenna e Napoli. La presa di quest'ultima città avrebbe avuto pei
Goti una grandissima importanza, sia perchè era una delle principali
dell'Italia meridionale, ed in relazione colla Sicilia, sia perchè di
là potevano facilmente cominciare le operazioni contro Roma. Totila
portò quindi presso Napoli il suo quartier generale, inviando nello
stesso tempo alcuni de' suoi verso le Puglie, la Basilicata e le
Calabrie. Napoli aveva solo una guarnigione di 1000 fanti; e però
Giustiniano, riconoscendone l'importanza strategica, vi spedì alcune
navi con soccorso di uomini e di vettovaglie. Totila però seppe
tener testa a tutto, e favorito da una tempesta, che ritardò l'arrivo
d'una parte dei soccorsi, sconfisse il nemico e costrinse la città ad
arrendersi (543). La guarnigione fu lasciata libera, e nulla soffrirono
gli abitanti, avendo egli, con ordini severissimi, mantenuta la più
stretta disciplina fra i suoi Goti, coi quali si apparecchiava ora
all'assedio di Roma.

A Totila pareva d'esser vicino ad impadronirsi di tutta Italia,
giacchè i Bizantini possedevano ora solo alcune poche città, i loro
generali non andavano d'accordo, e già scrivevano a Costantinopoli,
come se lo stato delle cose fosse disperato. Egli invece, pieno di
fiducia, scriveva al Senato e spargeva ovunque proclami, invitando le
popolazioni a fare con lui causa comune. Tutto ciò finì col decidere
Giustiniano a rimandar di nuovo in Italia Belisario (544), che non era
però più quello d'una volta: infinite erano state le sue traversie,
le ingiuste persecuzioni da lui sofferte. Affranto dai dolori e dalla
più nera ingratitudine, costretto ad umiliarsi dinanzi alla moglie che
lo aveva tradito, accusato d'aver rubato parte del tesoro goto, per
sopperire alle sue spese eccessive, era stato richiamato dall'Oriente,
dove, oppresso da tanti dolori, non gli aveva arriso la fortuna della
guerra. Oltre di ciò la sua guardia era stata disciolta, ed egli
privato d'ogni ufficio, d'ogni emolumento. Era vietato agli amici
d'avvicinarlo; e quindi, abbandonato da tutti, si vedeva girar solo
e pensoso per le strade di Costantinopoli, col sospetto di potere da
un momento all'altro essere assassinato. Ed ora che la peste aveva
desolato l'Impero, che lo stesso Imperatore ne era stato colpito,
ed a fatica era scampato dalla morte; ora che tutto anche in Italia
pareva andasse a rovina, bisognò di nuovo ricorrere a lui, restituirgli
parte della sua fortuna, ridargli il comando supremo delle forze nella
Penisola. Non potè però riavere la sua guardia, che era stata già
disciolta; non gli si potè costituire un nuovo esercito, nè dar danari:
doveva a tutto provvedere da sè; la guerra doveva alimentare la guerra.
Ciò nonostante, dimenticando ogni cosa, si rimise con ardore all'opera,
e raccolse a sue spese nella Tracia un corpo di 4000 Illirici, che
condusse subito nella Dalmazia, dove li organizzò ed esercitò. Di là
riuscì a far pervenire qualche soccorso di uomini e vettovaglie alla
guarnigione assediata e pericolante in Otranto, per avere in sue mani
un punto da cui ricominciare la conquista dell'Italia meridionale.
Ed infatti i Goti che assediavano la terra, quando videro che di
mezzo alle loro file erano potuti passare i soccorsi, si ritirarono
per andarsi a ricongiungere con Totila. Questi s'era intanto avviato
verso Roma; aveva preso Tivoli, facendo strage della popolazione, e
poteva di là impedire che pel Tevere scendessero vettovaglie nella
Città eterna. Belisario avrebbe dovuto e voluto soccorrerla subito,
se avesse avuto il danaro e gli uomini, che invece gli mancavano
affatto. S'avviò quindi verso Ravenna, con la speranza di raccogliere
colà i veterani sbandati; ma l'antico entusiasmo e l'antica disciplina
più non esistevano. Impadronitosi infatti di Bologna, invano aspettò
che i veterani tornassero sotto le sue bandiere. E i nuovi soldati
illirici, che seco aveva e che intanto non ricevevano le paghe,
avuta notizia d'un assalto che gli Unni movevano al loro paese, se ne
partirono senz'altro. Totila allora, avanzandosi per la Via Flaminia,
prese parecchie delle città rimaste ancora ai Bizantini (545); e la
guarnigione di Spoleto non solo s'arrese, ma si unì a lui. Egli così
potè impedire al nemico ogni comunicazione fra Ravenna e Roma, che fu
subito da lui assediata. Belisario, convinto della estrema necessità
di rialzare le sorti della guerra, ardeva del desiderio di tentare un
colpo ardito, per liberare l'antica capitale del mondo; ma non aveva
modo. Con grande insistenza chiese a Costantinopoli aiuto d'uomini e
danaro; domandò sopra tutto d'avere la sua guardia, esponendo lo stato
disperato delle cose in Italia, dove non c'era da aspettar più nulla
dalle popolazioni esauste e disgustate. Corse poi con pochi de' suoi
a Durazzo in Dalmazia, per andare incontro ai soccorsi che dovevano
finalmente arrivare da Costantinopoli.

Erano passati già dodici mesi, nei quali egli nulla assolutamente
aveva potuto concludere. Roma era assediata dai Goti, che occupavano
da padroni il paese circostante, riscuotendo le imposte, raccogliendo
il prodotto delle terre. Dentro le mura la guarnigione imperiale
assai debole cominciava a mancare d'ogni cosa; la fame si faceva
già crudelmente sentire; e quello che era anche peggio, alcuni dei
capitani, specialmente il comandante Bessa, avendo raccolto grano
per l'esercito, ne vendevano ai privati, facendovi lauti guadagni,
e cercavano perciò di mandare le cose in lungo. Molti, esausti dalla
fame, si trascinavano a fatica, come spettri, per le vie della Città.
Fu quindi necessario mandar fuori delle mura i non combattenti, che
spesso venivano uccisi dai nemici, quando li vedevano lentamente
traversar la Campagna.

Non è perciò da maravigliarsi se appena arrivati da Costantinopoli gli
aiuti così lungamente attesi, Belisario che già ardeva del desiderio
d'andare a soccorrere Roma, si mosse senza indugio. Ma di nuovo trovò
ostacolo grandissimo in quella mancanza di disciplina, che pareva omai
divenuta epidemica. Il generale Giovanni, che per la sua parentela
aveva potenti relazioni nella Corte, era stato sempre nemico di
Belisario, che per avere gli aiuti necessari aveva dovuto pur decidersi
a mandar lui a Costantinopoli. E Giovanni adesso voleva dalla Dalmazia
avanzarsi coi suoi nell'Italia meridionale, per combattere i Goti,
i quali erano colà sparsi e deboli. Dopo averli vinti, egli diceva,
sarebbe stato più facile ottener vittoria sotto le mura di Roma, dove
egli e Belisario avrebbero nello stesso tempo potuto assalire il nemico
da due lati, cooperando all'impresa comune anche la guarnigione con
una vigorosa sortita. Ma Belisario, che riteneva invece non doversi
metter tempo in mezzo, voleva recarsi direttamente per mare alla bocca
del Tevere, e risalendolo, avanzarsi senz'altro a soccorrere Roma
d'intesa con Bessa. Non essendo stato possibile mettersi d'accordo con
Giovanni, si dovette finire al solito coll'appigliarsi al peggiore dei
partiti: operare cioè ognuno per conto proprio. Così egli andò per mare
a Porto, e Giovanni sbarcò a Brindisi, entrandovi dopo aver battuto i
Goti, sottoponendo poi l'antica Calabria (Terra d'Otranto), le Puglie
e la Lucania. Di là, invece di pensare a raggiungere Belisario, s'avviò
nel paese dei Bruzi (Calabria), ed occupò Reggio, sbaragliando i pochi
Goti che v'erano, favorito dai latifondisti coi loro contadini. Così fu
padrone dello Stretto di Messina, e potè annunziare a Costantinopoli,
che aveva riconquistato l'Italia meridionale. Quanto ad avanzarsi verso
il nord, come voleva Belisario, pare che non ci pensasse neppure. E
quindi i pochi Goti, mandati da Totila nella Campania, erano più che
sufficienti a tenerlo d'occhio.

Belisario intanto si trovava con poche genti a Porto, invano dolendosi
d'esser lasciato solo. Ad Ostia, che egli poteva quasi toccar con mano,
erano sempre i Goti, e per mancanza di uomini, non poteva cacciarli,
sebbene anch'essi fossero colà in assai piccolo numero. A quattro
miglia di distanza, là dove il Tevere è più stretto, Totila aveva
potuto chiudere il fiume, mediante una catena ed un ponte galleggiante,
difeso da due torri di legno, costruite sulle opposte rive. Pure
Belisario era deciso a soccorrere Roma, sperando di farvi entrare le
vettovaglie, e di penetrarvi poi egli stesso, giacchè neppure dopo
tanti disinganni il valoroso capitano s'era perduto d'animo. Mandò
quindi due finti disertori a misurare l'altezza delle torri; e poi,
congiunte due barche con tavole, su di esse costruì una torre di
legno, sulla quale pose una piccola barca con materie infiammabili,
che erano una mescolanza di zolfo, di pece, di resina, qualche cosa di
simile a ciò che più tardi fu chiamato fuoco greco. Alle due barche che
lentamente s'avanzavano, teneva dietro una piccola flottiglia carica di
grano, con uomini armati, accompagnata da altri a piedi ed a cavallo,
i quali s'avanzavano sulle due rive, in compagnia di coloro, che colle
corde su pel fiume tiravano le navi.

Prima di partire, Belisario aveva lasciato Isaace d'Armenia a guardia
di Porto, con ordine espresso di non abbandonar mai quel posto, neppure
per soccorrere lui stesso, quando si fosse trovato in pericolo. Avvertì
dei suoi movimenti Bessa, invitandolo ad uscir dalle mura in tempo,
per potere ambedue contemporaneamente assalire i Goti, di fronte
ed alle spalle. Ma Bessa, occupato più che altro de' suoi propri
guadagni, non dette segno di muoversi, ed i Goti poterono liberamente
andar contro Belisario, che sembrava avanzarsi con buona fortuna. Era
infatti riuscito a levare la catena, ad incendiare una delle due torri,
quando sopraggiunsero i Goti, coi quali venne subito a battaglia, e
li respinse dopo averne uccisi 200. Il ponte galleggiante era rotto,
il fiume pareva ormai libero al passaggio delle vettovaglie, quando
a un tratto la ruota della fortuna girò a suo danno. Nè Bessa, nè
Isaace d'Armenia, sebbene per diverse ragioni, avevano obbedito agli
ordini ricevuti, e questo fu causa della rovina dell'impresa nel
momento stesso in cui Belisario pareva che avesse già in pugno la
vittoria. Giunta a Porto la notizia, che i Bizantini s'avanzavano
vittoriosi verso Roma, Isaace non potè più stare alle mosse, e con
100 cavalieri traversò l'Isola Sacra, che divide Porto da Ostia, la
quale egli prese senza difficoltà. Ma sopraggiunsero allora i Goti, che
poteron facilmente disfare i 100 cavalieri, uccidendone la più parte,
e facendo prigioniero Isaace, che li comandava in persona. La notizia
assai esagerata di tutto ciò, arrivò a Belisario, come un fulmine a
ciel sereno, nel momento appunto in cui egli si credeva decisamente
vittorioso. E fu questa la prima volta in sua vita, che perdè veramente
la testa. S'immaginò che Porto fosse stato occupato dal nemico, che
sua moglie, la quale pur sempre amava, fosse prigioniera, che i nemici
potessero attaccarlo alle spalle e di fronte; ordinò quindi senz'altro
la ritirata. Ma quando giunse a Porto, e vide come stavano veramente le
cose, fu pel dolore della perduta vittoria, preso da una febbre che per
qualche tempo lo rese affatto inabile a proseguire la guerra.

Bessa se ne stava intanto tranquillo in Roma, pensando a guadagnare
sulla fame che aveva ridotto all'estremo i cittadini, irritatissimi
perciò nel momento in cui l'opera loro era più che mai necessaria
alla difesa delle mura. I soldati erano assai pochi ed anch'essi
scontentissimi per essere trascurati affatto dal loro capo, che
li lasciava senza paghe e senza vettovaglie. La conseguenza fu che
quattro Isaurici, messi a guardia di Porta Asinaria, la tradirono al
nemico. E così il 17 dicembre 546 i Goti entrarono nella Città, che i
Bizantini abbandonarono, uscendo nello stesso tempo da un'altra porta
in tal fretta, che Bessa dovè lasciare tutto il danaro da lui così
disonestamente guadagnato. Vi fu allora come una fuga generale da Roma,
dove, secondo Procopio, sarebbero rimaste appena 500 persone, che si
ricoverarono nelle chiese, temendo la crudeltà dei Goti. Questi infatti
cominciarono subito la strage; ma quando ebbero ucciso 26 soldati e 60
cittadini, furono con ordini severissimi fermati da Totila, il quale
venne indotto alla clemenza anche dalle preghiere del diacono Pelagio,
che in Roma faceva ora le veci di papa Vigilio, il quale trovavasi
nella Sicilia in via per Costantinopoli.

Totila, che era vittorioso, e si sentiva sicuro del fatto suo, disse
allora alle sue genti queste notevoli parole: — In principio della
guerra 200,000 Goti furono vinti da 7000 Bizantini; ma oggi invece
20,000 Bizantini, che tanti se ne trovano sparsi in Italia, furono
vinti dai deboli e disprezzati avanzi dei Goti. Ciò è avvenuto, perchè
allora i Goti si condussero ingiustamente verso i Bizantini, e vennero
puniti; ma ora che abbiamo invece osservato la giustizia, siamo stati
da Dio remunerati colla vittoria. — Entrato poi in Senato, rimproverò
ai Romani la loro condotta favorevole agl'Imperiali, che li avevano
spogliati di tutto. — Che male, egli esclamò, vi hanno mai fatto i
Goti? — Mandò poi a Costantinopoli il diacono Pelagio, per concludere
una pace definitiva. «Io, egli scriveva a Giustiniano, ti rispetto
come un figlio deve il padre, e sarò sempre tuo fido alleato. Ma se tu
non accetti la pace, distruggerò Roma, perchè da essa non possa venir
nuovo danno ai Goti.» E Giustiniano a tali minacce non si degnò neppur
di rispondere, rimettendosi in tutto e per tutto a Belisario, il che
voleva dire alla sorte delle armi. Non c'era quindi da far altro, che
apparecchiarsi a continuare la guerra.

Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale,
dove i Bizantini in buon numero occupavano molte terre, e rendevano
sempre più difficile il fornire Roma di vettovaglie. Partendo, egli non
poteva, per mancanza di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente;
cominciò quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere
addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera nefasta e di
vera barbarie, ricevette una lettera di Belisario, che gli fece una
profonda impressione. «Non sai tu dunque, questi gli scriveva, che
le ingiurie fatte a Roma, sono ingiurie ai trapassati, ai posteri;
sono una vera profanazione? Vuoi tu rimanere nella storia come il
distruttore, piuttosto che come il preservatore della più grande e
magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, restò da tali
parole siffattamente colpito, che smise la mal cominciata demolizione,
e parti senz'altro pel Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i
Senatori, ordinando che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo
stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. Lasciò
sui monti Albani una piccola guarnigione, come a guardar da lontano la
desolata Città, in cui sperava di tornare ben presto, dopo aver vinto
i Bizantini. Questo racconto può sembrare una leggenda; è certo però
che da una parte Totila non aveva modo di tenere occupata la Città
eterna, e da un'altra il fascino grandissimo che essa esercitava ancora
sui barbari era sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di
sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere a tutti un
delitto contro gli uomini e contro Dio. Si aggiungeva poi che Totila
non voleva romperla addirittura coll'Impero, e chiudersi così ogni
possibilità di nuove trattative.

Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane affatto abbandonata,
restando, così almeno si narra, addirittura deserta. E Belisario,
lasciata una piccola guarnigione in Porto, respinti i pochi Goti che,
scesi dai monti Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e
si pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla Campagna,
ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo per riparare i guasti
portati ad esse. Mancavano però gli operai capaci di rimettere a posto
gli usci delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi
alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che Totila, avuta
notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro a gran passi. Tre
volte infatti diede l'assalto; ma fu sempre respinto ed inseguito, fino
a che si ritirò a Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far
rimettere gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi a
Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della guerra bizantina,
terzo della seconda campagna.

I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni nel Settentrione,
dove si trovavano ancora i Franchi venuti in loro aiuto, essi
occupavano la Venezia, e s'erano avanzati nell'Italia centrale, che
tenevano quasi tutta, ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e
Spoleto. Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, sebbene anche
colà non mancassero Goti, disseminati in diversi punti, qualcuno dei
quali strategicamente importante. Certo per gl'Imperiali riusciva di
grande vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali,
Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era paralizzata dal disaccordo
persistente con Giovanni; nè l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così
corsero ancora due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro che
accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, con vantaggio
dei Goti, i quali perciò andavano ripigliando nuove terre, fra le altre
Rossano e Perugia. Belisario era quindi in uno stato di sconforto
disperato, tanto che sua moglie Antonina si decise a partire per
Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui i necessari aiuti, mediante
la protezione che aveva sempre avuta di Teodora; ma, arrivata colà,
trovò invece che questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo
far altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 era
da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze accumulate
nella guerra, ma con la sua antica gloria molto offuscata, giacchè
nulla d'importante aveva potuto concludere in questa seconda campagna
d'Italia. E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva
il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella prima. Egli restò
a Costantinopoli, sempre onorato, ma senza mai più avere, per dieci
anni continui, il comando dell'esercito.

Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e nella Tracia,
cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando la stessa città di
Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, che era già vicino ai 77 anni, e
s'era per modo spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse
di nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. Questi
aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti lo avevano assai
fiaccato; pure, senza esitare, corse alle armi, raccolse alcuni de'
suoi veterani e parecchi contadini; formò così un piccolo esercito, e
con un nuovo miracolo d'audacia, di accortezza e di valore strategico,
respinse un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti sul campo
di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, sopraffatto dalla
puerile o per dir meglio senile gelosia, lo richiamò, preferendo
accordarsi definitivamente col nemico mediante danaro, piuttosto che
ottenere una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica gloria
del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo accolto dal popolo come
un trionfatore, ma restò poi sempre lontano dagli affari e dal comando
dell'esercito. Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono
di cospirazione contro lo stesso Imperatore, il quale da capo lo privò
d'ogni suo avere, ponendolo anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni
mesi dopo, forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti
di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso capitano
trovò finalmente pace nella tomba, circa nove mesi prima che morisse
l'Imperatore, da lui così fedelmente servito. La leggenda, secondo la
quale egli avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta
d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo limosina,
_Date obolum Belisario_, si formò tra i secoli XI e XII; ma di essa
nulla sanno i contemporanei, i quali tacciono quasi affatto degli
ultimi suoi anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato,
si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni di Cappadocia, che
realmente finì limosinando, non però cieco.



CAPITOLO IX

La disputa dei _Tre Capitoli_ — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta
di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto


La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la fine, anzi
si può dire il fallimento della politica estera di Giustiniano. Da
ogni parte infatti i barbari sembravano ora avanzarsi di nuovo. Più
di tutti orgogliosi e sicuri del loro avvenire parevano i Franchi; la
fortuna di Totila sembrava anch'essa rapidamente risorgere. In Roma
v'era una guarnigione di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto
pagati, privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano ucciso
il generale Conon, che sembrava voler come Bessa, in mezzo alla comune
calamità, far guadagno colla vendita del grano. Li comandava ora
Diogene, stato già della guardia di Belisario, e che alla testa de'
suoi aveva respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè
tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la Città, fino a che
alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire senza mai avere le paghe,
la tradirono al nemico, aprendo la Porta S. Paolo, per la quale esso
entrò, facendo strage della guarnigione. Diogene si salvò con parte
de' suoi; altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero
poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati di Totila (549),
che si mostrò generoso verso di loro, giacchè si riteneva omai sicuro
di vincere, e cercava perciò di vivere in armonia colla popolazione
romana. Diverse città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a
lui come fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se non
venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia ed Ancona.
Egli pensò quindi d'andare verso il sud, prendere le isole, e colla
flotta rendersi padrone del mare, per interrompere le comunicazioni
degl'Imperiali con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò
in Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno
dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna.

Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di provvedere con
energia alla guerra, se non voleva addirittura rinunziare all'Italia.
Sfortunatamente però egli, già assai vecchio e più o meno invaso sempre
da una manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente immerso
nella teologia, che per essa trascurava i bisogni più urgenti della
guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione d'essere il sostenitore della
vera fede, il restauratore della unità non solo dell'Impero, ma anche
della Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono mai
ad andar pienamente d'accordo sul concetto fondamentale della suprema
autorità religiosa. Nelle cose della fede il Papa non poteva ammettere
nè superiori, nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i
servigi che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, che
faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, dal Senato
o dall'esercito, ma direttamente da Dio, sebbene riconoscesse la
superiorità del potere spirituale sul temporale, riteneva che l'uno
e l'altro dovessero metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche
nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, dei sacerdoti
e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, così egli
scriveva, è rivolta ai veri dogmi di Dio, alla onestà del clero.»
Condannava perciò gli eretici e le dottrine eterodosse; non voleva
riconoscere valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma solo
a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, che ne sanzionava
e promulgava le deliberazioni. A tutto ciò Roma non poteva mai
consentire.

Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano s'era da
un pezzo stranamente esaltato per la scoperta che era stata fatta
d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze in cui era caduto il Concilio
di Calcedonia, e voleva avere la gloria di correggerli: a tal fine
si chiudeva assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere
ardentemente con preti e con frati. La questione di cui da qualche
tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei _Tre Capitoli_ o sia
tre punti controversi. Essa era molto oscura, molto intricata, e
senza grande valore teologico; ma aveva per lui anche una importanza
politica. Ora come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia
con Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, suscitava la
discordia in Oriente, dove, come in Egitto, numerosissimi e passionati
erano i seguaci della dottrina monofisita, fieramente avversata
dalla Chiesa romana. La nuova controversia versava sulle dottrine di
tre vescovi orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti
d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le avesse notate.
Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa disputa, facesse sperare
all'Imperatore che, avendo quei tre vescovi aspramente combattuto la
dottrina monofisita, il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente
conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. E
Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i tre vescovi avessero
veramente errato, ne fu come infatuato, ed «In nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo», anatemizzò i _Tre Capitoli_, invitando
i Monofisiti a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta (544 e
551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. Il suo decreto non
gli guadagnò punto i Monofisiti, e suscitò invece una viva opposizione
in Occidente, dove si vedeva in esso un'offesa all'autorità del
Concilio di Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i
tre vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano stati
rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un secolo. A che dunque
turbare adesso le loro ceneri? La disputa sollevata era per lo meno
inopportuna, e senza pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva
pensare ad altro, e non voleva in nessun modo recedere.

Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il quale, per
gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di S. Pietro, era stato
chiamato a Costantinopoli, dove pareva che fosse fra l'incudine
ed il martello. Se infatti condannava i _Tre Capitoli_, destava
un vespaio in Occidente; se non li condannava, si poneva in lotta
coll'Imperatore. E finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la
condanna dei _Tre Capitoli_. Ma quando vide la fiera tempesta che
si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano non
teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi in aperta opposizione con
l'Imperatore. Non intervenne nel Concilio ecumenico, del quale egli
stesso aveva suggerito la convocazione, anzi protestò contro di essa
(553). Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente i
_Tre Capitoli_; e ne seguirono disordini, nei quali fu in pericolo la
vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato gravi violenze, venne
confinato in un'isola del Mar di Marmara. Dopo sei mesi finalmente,
stanco delle patite calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal
della pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna
dei _Tre Capitoli_. Potè allora ripartire per l'Italia; ma appena che
fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio del 555.

Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità dei
Papi, che anche in questi anni di debolezza e di patite violenze,
si ottennero per essa dall'Impero nuove e notevoli concessioni.
Nel 554 infatti era stata pubblicata quella Prammatica Sanzione,
che sanzionando definitivamente il diritto giustinianeo in Italia,
concedeva al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici
dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali cittadini; nei
pesi e nelle misure si dovevano osservare le norme fissate dai Vescovi
e dal Senato. E tutto ciò dopo molte altre concessioni fatte anche
prima. Sin dal 546 era stato deciso che il clero doveva esser giudicato
dai soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai giudici
ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così come una specie di
tribuno della plebe: a lui era affidata la cura dell'annona, degli
edifizi pubblici, degli acquedotti. Di certo tutte queste concessioni
erano fatte ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la
Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità dell'Impero
cominciò a decadere, ed essa potè sempre più affermare la propria
indipendenza spirituale, una uguale indipendenza si estese naturalmente
anche all'esercizio di quelle temporali facoltà che, senza riflettere
alle inevitabili conseguenze, le erano state concesse. L'Impero aveva
dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva poi combatterlo.
E la Prammatica Sanzione che poneva come il suggello a tali e tante
concessioni, era stata pubblicata da Giustiniano, come in essa è detto
esplicitamente, per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio
che egli aveva così maltrattato, così umiliato!

Giustiniano, è vero, poteva esser lieto d'aver trionfato nella
questione dei _Tre Capitoli_, essendo riuscito a farli condannare
dal Papa; ma era ben lungi dall'avere ottenuto lo scopo finale che
s'era prefisso, giacchè egli non aveva guadagnato alla sua causa un
solo Monofisita, e s'era invece sempre più alienato l'animo delle
popolazioni italiane. La lotta religiosa da lui provocata aveva inoltre
messo in chiaro, che sotto i Bizantini il Papa non era, non poteva
essere libero. Per sei anni infatti Vigilio era stato costretto a
fermarsi in Costantinopoli, dove risiedeva il Patriarca a lui avverso,
ed era stato malmenato dall'Imperatore, che lo aveva trattato come un
suo dipendente.

Certo la condotta di papa Vigilio era stata poco onorevole, e risultò a
grave danno della Chiesa, che dopo di lui soffrì circa un mezzo secolo
d'oscurità e di decadenza fino a che non venne a sollevarla Gregorio
Magno. Ma in tutto ciò il procedere di Giustiniano fu assai imprudente,
e causa non ultima della caduta del dominio bizantino in Italia e della
venuta dei Longobardi. Il vero è che egli voleva ricostituire l'unità
dell'Impero, ed i papi volevano invece fondare l'unità e l'autorità
universale della Chiesa cattolica; ma nessuno di questi due disegni
poteva essere pienamente attuato, perchè l'Oriente doveva politicamente
e religiosamente separarsi dall'Occidente.

Già da gran tempo Giustiniano, chiuso nel suo studio, era talmente
immerso nelle sue sottigliezze teologiche, che avrebbe per esse
abbandonato anche quella guerra d'Italia, con tanto ardore da lui
intrapresa, ma che con grande spargimento di sangue, con crudele rovina
delle misere popolazioni, era durata assai più a lungo, che egli non
avrebbe mai pensato. Se non che da tutte le parti gli si facevano
premure, perchè conducesse una volta a compimento la restaurazione
dell'Impero, e molti emigrati erano dall'Italia stessa venuti per
deciderlo a ciò. Il problema principale per lui era allora: trovare un
generale in capo, cui affidare quella unità di comando così necessaria
a condurre con fortuna la guerra. A Belisario, dopo gli ultimi fatti,
non era più da pensare. Elesse quindi Germano suo nipote che, avendo
sposata una nipote di Teodorico, vedova di Vitige, pareva dovesse
ispirare qualche simpatia anche nei Goti. Egli era ricco di suo, e
per poter condurre la guerra ebbe a sua libera disposizione la cassa
dell'Impero. Ben presto si vide quindi da ogni parte accorrer gente
sotto le sue bandiere, non esclusi anche alcuni Goti. Ma quando aveva
raccolto in Dalmazia buon numero d'armati, ed era pronto a partire, fu
colpito dalla morte. L'esercito rimase perciò a svernare presso Salona
(550-551).

Totila aveva intanto assediato Ancona, città assai importante per
gl'Imperiali, massime quando avessero voluto fare uno sbarco dalla
Dalmazia nell'Italia centrale. E per questa ragione il generale
Giovanni, uomo ardito ed ambizioso, che assai bene conosceva l'Italia
ed i Goti, si decise, non ostante gli ordini avuti in contrario, a
muoversi dalla Dalmazia per tentar di liberare quella città dalla parte
del mare. Messosi quindi d'accordo con Valeriano, che era a Ravenna,
riunirono i loro navigli, e nelle acque di Sinigaglia s'affrontarono
con la flotta dei Goti, i quali sul mare non avevano potuto mai
tener testa ai Bizantini, e la distrussero affatto, rimanendo padroni
dell'Adriatico, che liberamente poterono percorrere. I Goti allora,
levato l'assedio da Ancona, si ritirarono in Osimo, e Totila s'indusse
a far nuove proposte di pace, dichiarandosi pronto a lasciare la
Dalmazia e la Sicilia all'Impero, cui avrebbe anche pagato un tributo,
riconoscendone la superiore autorità. In questo modo, egli diceva, si
sarebbe impedito che tutto finisse a vantaggio dei Franchi, i quali
occupavano sempre parecchi punti importanti nell'alta Italia. Ma ormai
ogni discussione era vana, perchè Giustiniano aveva già nominato il
nuovo generale in capo nella persona di Narsete (551).

Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatrè anni, era
curvo e piccolo della persona. Fino a sessant'anni era stato sempre
nell'amministrazione, acquistando in essa gran nome e grande perizia.
Estremamente accorto ed ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la
reputazione d'essere sotto la diretta protezione della Vergine, per
la quale professava un culto speciale. Giustiniano, col suo istinto
divinatore, lo aveva nominato generale la prima volta, quando era
già arrivato a sessant'anni, senza aver mai avuto occasione di dare
una prova qualunque delle grandi qualità militari che poi mostrò di
possedere, e delle quali nessun altro s'era fino allora accorto.
Mandato in Italia quando v'era sempre Belisario, non aveva potuto
allora far conoscere il suo valore, perchè, venuto subito in urto col
comandante in capo, aveva più che altro recato danno all'esito della
guerra. Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati,
ma anche sui generali suoi compagni d'arme. Questo valse sempre più a
confermar l'Imperatore nella grande opinione che di lui s'era come per
istinto formata. E perciò lo mandava ora nuovamente in Italia, generale
in capo, a rialzare le sorti della guerra e dell'Impero. Narsete, che
era anch'egli ricchissimo, e sapeva come cavar danari dall'Impero,
pensò innanzi tutto di porre insieme un grosso esercito, non parendogli
punto sufficiente quello che era stato già riunito in Dalmazia. Fece
quindi leva di uomini a Costantinopoli, nella Tracia, nell'Illirico.
Raccolse anche 2500 Longobardi, i quali menaron seco altri 3000 armati,
ed erano comandati da Audoino, padre di quell'Alboino, che sedici
anni più tardi occupò coi suoi l'Italia; raccolse 3000 Eruli; ebbe
a suo comando Gepidi, Unni, perfino Persiani. E con queste genti si
recò nella Dalmazia, per unirsi a coloro che già v'erano, ordinarli,
organizzarli tutti, e partire poi per l'Italia.

Sebbene gl'Imperiali fossero ora padroni dell'Adriatico, pure non
avevano naviglio capace di trasportare un grosso esercito. In ogni caso
dava pensiero il pericolo d'una possibile tempesta o d'un improvviso
assalto dei nemici contro navi da trasporto, cariche d'uomini e di
materiale da guerra. Narsete decise quindi d'avanzarsi per terra, lungo
la costa, accompagnato per mare da navi con vettovaglie, e di esse si
giovò anche per traversare i grossi fiumi come il Tagliamento, l'Isonzo
e la Brenta. Continuando il suo cammino, evitò i luoghi fortificati, e
le terre occupate dai Franchi. Verona, che era tenuta dai Goti, sotto
il comando del valoroso generale Teja, si trovava assai lontana. E così
gl'Imperiali poterono arrivare sicuri fino a Ravenna, poi a Rimini,
ove, disfatta una parte della guarnigione che uscì a sfidarli, ucciso
il generale che la comandava, continuarono verso il sud per la via
Flaminia. L'abbandonarono però nel punto in cui essa, allontanandosi
dal mare, ripiega verso l'Appennino, che traversa al passo detto del
Furlo o di Pietra Pertusa. È questo una specie di tunnel naturale,
fortificato e tenuto allora dai Goti, difficilissimo quindi a
sforzarlo. Narsete lo evitò, proseguendo la sua marcia lungo il mare, e
volgendo poi a destra, raggiunse di nuovo la via Flaminia. Passato che
ebbe l'Appennino, pose il campo là dove si distende una vasta pianura,
tra Scheggia e Todino, che distano fra loro circa quindici miglia: ivi
dette la sua prima grande battaglia.

Totila si trovava allora presso Roma, aspettando che le genti di Teja
lo raggiungessero. Ed arrivata che fu la più parte di queste genti,
s'avanzarono insieme contro gl'Imperiali, sebbene li sapessero in
forze preponderanti. Narsete, esaminato il luogo, mise un manipolo
di 50 uomini sopra un piccolo colle da lui riconosciuto come il punto
strategico del campo. Quei pochi militi, durante una giornata intera,
difesero il colle con un valore, con un eroismo degno degli antichi
Romani, respingendo i ripetuti assalti della cavalleria gota. Narsete
aveva messo nel centro i barbari, dei quali poco si fidava, ordinando
che, scesi da cavallo, combattessero a piedi, acciò più difficilmente,
per paura o tradimento, potessero darsi alla fuga. A sinistra ed a
destra erano i Romani, ed in ciascuna delle due ali si trovavano 4000
arcieri che, contro l'uso adottato da Belisario, combattevano anch'essi
a piedi. Cinquecento cavalieri erano a sostegno dell'ala sinistra,
distendendosi verso il colle, che abbiam visto già occupato come punto
strategico del campo. Mille altri cavalieri eran tenuti in riserva,
pronti ad ogni evento.

Il concetto di Narsete era: attendere l'assalto del nemico, il quale,
trovando più debole il centro, avrebbe contro di questo diretto
lo sforzo maggiore, e così, avanzandosi, sarebbe stato facilmente
circondato dalle due ali. Totila che aveva allora indugiato, per
aspettare altri aiuti da Teja, giunti che furono gli ultimi 2000
uomini, cominciò la battaglia. Gli arcieri imperiali fecero grande
strage dei Goti. I Longobardi e gli Eruli, dopo un momento di
esitazione, assalirono anch'essi con gran vigore il nemico, che volse
le spalle. E la cavalleria gota, su cui Totila aveva fatto il maggiore
assegnamento, si dette a così precipitosa fuga, che molti dei fanti
morirono calpestati dai cavalli. Egli stesso, ferito gravemente, si
dovè ritirare dal campo, e morì nella capanna d'un villaggio, detto
allora _Caprae_, ora Caprara, a quindici miglia dal luogo della
battaglia, fra Gubbio e Tadino (552).

I barbari dell'esercito imperiale, sopra tutto i Longobardi,
insofferenti della disciplina, si dettero ad ogni eccesso,
saccheggiando, bruciando le capanne dei contadini, violando le donne,
suscitando un tale malcontento, che Narsete, il quale non era di certo
nè mite, nè pietoso, si dovette decidere a disfarsi dei Longobardi.
Mediante buona somma di danaro li indusse quindi a tornarsene a
casa, col loro seguito, per la via delle Alpi Giulie, accompagnati
da Valeriano. Questi voleva nel ritorno assediare Verona; ma vi si
opposero i Franchi, che occupavano molte terre nella parte orientale
della regione transpadana, e che agl'Imperiali preferivano i Goti, più
deboli assai ed aspramente combattuti ora nell'Italia meridionale.
Oltre di che, avendo i Goti appunto consentito che i Franchi
occupassero le terre che ora tenevano in Italia, poteva a questi
sembrare atto di buona e leale politica il favorirli, ben inteso,
fino a quando il proprio interesse non avesse consigliato altrimenti.
Valeriano perciò, non volendo suscitare una seconda guerra, quando
non era anche finita la prima, si fermò, cercando solo d'impedire
che i Goti, i quali s'andavano raccogliendo sempre più numerosi nel
nord, andassero verso Roma a rinforzare i loro compagni d'arme ora
che nuovi scontri parevano inevitabili al sud. Dopo la disfatta e la
morte di Totila, essi s'erano andati adunando a Pavia, la quale sin
da quando perdettero Ravenna, era divenuta una delle loro principali
città, e colà elessero a loro re il valoroso Teja, che venne accettato
con favore universale. Questi cercò subito d'assicurarsi la sempre
incerta amicizia dei Franchi; ma riuscì solo ad ottenere che restassero
neutrali, ed anche ciò l'ottenne abbandonando ad essi il tesoro dai re
Goti raccolto a Pavia. Certo ai Franchi metteva conto di starsene ora
a guardare, aspettando che i due rivali si consumassero a vicenda, per
dar poi addosso al vincitore.

Intanto le città dell'Italia centrale e meridionale s'arrendevano
rapidamente ai Bizantini. Così fecero Narni, Spoleto, Perugia, così
fece anche la guarnigione di Pietra Pertusa. Narsete già camminava
verso Roma, occupata dai Goti, i quali s'erano concentrati presso la
Mole Adriana, che Totila aveva fortificata. Essi non erano in numero
tale da poter difendere le mura della città, ma gl'Imperiali non
erano sufficienti a circondarla. Si venne perciò da capo ad una serie
d'assalti e difese alla spicciolata, fino a che uno dei capitani di
Narsete, essendo riuscito a scalar le mura in un punto dimenticato,
potè aprire le porte ai suoi, che entrarono rapidamente. I Goti si
dettero allora alla fuga, e quelli che erano chiusi nella Mole Adriana,
poco dopo s'arresero. Così furono di nuovo mandate a Giustiniano le
chiavi di quella Roma invitta, che cinque volte, sotto questo solo
imperatore, era stata presa e ripresa.

Ne seguì un periodo di nuove stragi. Molti dei Senatori ancora
prigionieri nell'Italia meridionale, furono uccisi. E Teja macchiò la
sua fama di valoroso, facendo trucidare anche 300 giovanetti romani,
che erano stati scelti come paggi, ma che in realtà erano tenuti in
ostaggio. Il fatto è che i Goti, omai pochi e dispersi, erano come
inferociti per la disperazione; e così le più selvagge passioni si
scatenarono sulla misera Italia, di cui pareva s'avvicinasse la fine.
Alcuni di essi da Pavia andarono ad unirsi coi Franchi nel nord; altri
nel sud, sotto il comando di Aligerno fratello di Teja, si chiusero
in Cuma, dove era un'altra parte del tesoro nazionale. E Narsete vi
mandò subito un drappello de' suoi, per tentare d'impadronirsene dopo
aver preso la città. Ne mandò altri in Toscana, ad impedire che Teja,
avanzandosi di là, s'unisse col fratello e cogli altri compagni nel
sud. Ma quel valoroso riuscì ad evadere ogni ostacolo, e traversato
l'Appennino, andò oltre verso il sud, ove da capo i Goti erano in gran
numero. Una nuova battaglia era quindi inevitabile. Narsete perciò si
mosse ad incontrare Teja prima che riuscisse ad unirsi al fratello; e
lo raggiunse presso Napoli, a Nocera, sul fiume Sarno. Colà il re goto
s'era fermato, avendo alle spalle il Monte S. Angelo, e ricevendo dalle
sue navi aiuto continuo di vettovaglie. Ma queste navi lo tradirono ad
un tratto, passando ai Bizantini; ed allora egli retrocesse alquanto
fra le balze del Monte Lettere (_Lactarius_), che è parte del Monte S.
Angelo. Colà egli non poteva, per mancanza di vettovaglie, restare a
lungo; dette perciò l'ordine di attaccare. I suoi allora si spinsero
con irresistibile impeto contro il nemico, che non ebbe neppure il
tempo d'ordinarsi: si dovette perciò combattere alla spicciolata. Teja
si condusse eroicamente, alla testa de' suoi. Gl'Imperiali miravano
tutti a lui, e le loro frecce restavano infisse nel suo scudo. Di
tanto in tanto, non potendo pel grave peso più reggerlo, lo dava ad un
soldato, che glielo mutava con un altro. Ed in uno di questi momenti,
il suo petto essendo rimasto scoperto, egli venne mortalmente ferito. I
nemici allora gli tagliarono la testa, e sopra una lancia la portarono
in giro pel campo, dinanzi ai due eserciti. I Goti combatterono
ancora due giorni, ma poi s'arresero, salva la vita, con facoltà di
portar via i loro beni mobili, con l'obbligo però di non continuare
a combattere contro l'Impero. Così molti di loro passarono le Alpi,
andando a confondersi con altre genti; non pochi si sparsero per le
terre d'Italia, con la speranza di farsi dimenticare. Nè mancarono
quelli che, non avendo accettato i patti, s'andarono ad unire coi
Franchi, cercando d'indurli ad attaccare i Bizantini, i quali, essi
dicevano, dopo aver disfatto i Goti, avrebbero certamente voluto
disfare e cacciar via dalla Penisola anche i Franchi. Altri finalmente
preferirono chiudersi e difendersi, per proprio conto, in alcune città
fortificate. Così fecero quelli che erano in Crema, così un migliaio
che si rifugiarono a Pavia, così altri in altre città; ma furon tutti
prima o poi costretti ad arrendersi anch'essi. Il regno dei Goti ormai
più non esiste in Italia; colla morte eroica di Teja esso è finito.
Dopo aver fatto ancora in più punti una debole resistenza, scomparisce
affatto dalla storia.



CAPITOLO X

Morte di Giustiniano e di Belisario — Nuove difficoltà in cui si trova
l'Impero — Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce


Questo era il momento in cui i Franchi potevano avanzarsi dalla Gallia
in Italia; ma il loro re Teudebaldo non era uomo da imprese ardite.
Consentì solo che due fratelli alamanni, i quali erano grandi del
suo regno, s'avventurassero, per proprio conto, a passare le Alpi
con un esercito di 75,000 uomini. Se vincevano, l'Italia avrebbe
fatto parte del suo regno; se perdevano, egli avrebbe respinto da sè
ogni responsabilità. I due fratelli s'avanzarono baldanzosi, perchè
speravano di potere in ogni caso saccheggiare il paese, e portare
a casa la preda; ma dovettero ben presto avvedersi che l'Italia era
esausta, che si poteva finire di rovinarla, non però più sperare di
farvi ricca preda. Anzi era divenuto in essa assai difficile trovar da
vivere per un esercito che non avesse ricevuto aiuto di fuori.

Comunque sia di ciò, Narsete aveva ora contro di sè gli avanzi dei
Goti, i quali erano chiusi nelle città fortificate, e l'esercito
franco-alamanno, che non era piccolo, e se la fortuna lo secondava o
la guerra andava in lungo, poteva avere rinforzi da casa sua. Egli
lasciò quindi che si continuasse il blocco di Cuma, nella quale
Aligerno pareva deciso a fare ostinata resistenza, e col grosso de'
suoi si recò in Toscana, dove le città occupate dai Goti s'arresero
tutte facilmente, salvo Lucca che si difese con energia, sperando
soccorso dai Franco-Alamanni, i quali allora appunto s'avanzavano con
audacia. Infatti i Bizantini, che Narsete aveva mandati verso Parma,
per affrontarli o almeno arrestarli nel loro cammino, furono invece
battuti, e dovettero retrocedere verso Faenza, lasciando libera ai
Franchi la via di Toscana. Tutto questo portò, come era naturale, un
grande sgomento nel campo imperiale presso Lucca, temendosi di potere
essere contemporaneamente assaliti alle spalle e di fronte, per qualche
sortita fatta dalla città. Narsete però dette prova di tale e tanta
fermezza, che non solo rialzò l'animo de' suoi; ma indusse la città
ad arrendersi. Anche Aligerno, che si trovava sempre in Cuma, vedendo
che era inevitabile arrendersi o all'Impero o ai Franco-Alamanni, che
continuavano, come barbari che erano, a saccheggiare, a distruggere
tutto quello che incontravano, si decise d'andare in persona a Classe,
per presentarsi a Narsete, il quale s'era allora avanzato fino a
Ravenna. Colà non solamente il Goto si arrese; ma egli, fratello di
Teja, divenne fedele soldato dell'Impero, pel quale d'ora in poi si
battè valorosamente (553).

Restavano adesso da vincere solo i Franco-Alamanni, che continuavano
rapidamente il loro cammino verso il sud. Narsete riuscì a farne
battere due mila da poche centinaia de' suoi, che li assalirono presso
Ravenna. Si ritirò poi verso Roma, perchè quei nemici s'avanzavano
saccheggiando senza mostrare nessuna voglia di venire a battaglia.
Passato l'Appennino, essi si divisero in due schiere, una delle
quali comandata da Butelin, che gl'italiani chiamavano Buccellino, si
spinse per la Campania e la Lucania nei Bruzi; l'altra, comandata da
Leutari, s'avanzò per la Puglia e l'antica Calabria fino ad Otranto.
Ma i due fratelli ben presto non andarono più d'accordo. Buccellino
voleva continuare l'impresa; Leutari voleva invece ritirarsi verso
casa coi prigionieri e la preda già fatta. A Pesaro però questi venne
assalito dai Bizantini; perdette i prigionieri, che si dettero alla
fuga, e la preda che gli fu tolta. Arrivato nel Veneto, la peste
uccise con lui la più parte de' suoi. Non molto diversa fu la sorte
di Buccellino. Avanzandosi attraverso un paese già devastato, che
Narsete gli faceva trovar sempre più devastato, per privarlo d'ogni
vettovaglia, dovè cibare i suoi soldati di sola uva, il che produsse
una violenta diarrea, la quale costrinse anch'essi a retrocedere.
Arrivato con 30,000 uomini sul Volturno, e saputo che i Bizantini gli
venivano incontro con soli 18,000, si fortificò col fiume da un lato, i
carriaggi da un altro, pronto a resistere. Narsete a sua volta rinforzò
le ali del proprio esercito, con animo di cedere al centro, per
ricevere il nemico che s'avanzava in forma di cuneo, e così facilmente
circondarlo. La battaglia, in cui prese parte anche Aligerno, fu lunga
e sanguinosa. I Franco-Alamanni vennero totalmente distrutti, e il
loro capitano Buccellino fu ucciso (554). Scomparsa questa nuova e
sanguinosa meteora, Narsete potè ritirarsi colla preda a Roma. Non
rimaneva adesso che un sol luogo fortificato, a cinquanta miglia da
Napoli, detto Campsa da alcuni, Conza da altri. Ivi si trovavano 7000
Goti, che finalmente s'arresero anch'essi, salva la vita; e furono
mandati a Costantinopoli, dove assai probabilmente accettarono di
servire l'Impero.

Così ebbe fine la guerra greco-gota, durata venti anni, che ridusse
l'Italia all'estrema rovina. Il regno degli Ostrogoti, durato
sessantaquattro anni, fu distrutto per sempre, ed essi, come popolo,
scomparvero affatto al pari dei Vandali, quasi un esercito di ventura
che si fosse disciolto. Alcuni, come vedemmo, passate le Alpi, andarono
in Oriente; altri restarono in Italia, combattendo per proprio conto o
uniti ai Franchi. Certo è che nei quattordici anni, nei quali Narsete
continuò ancora a comandare in Italia, dovè sostenere cogli uni e cogli
altri parecchi scontri sanguinosi, dei quali pur troppo non abbiamo
nessuna notizia precisa. La distruzione dei due fratelli alamanni e
delle loro genti aveva naturalmente irritato molto i Franchi, i quali
occupavano sempre alcune terre dell'alta Italia; e questa irritazione
cresceva tanto più adesso che s'erano uniti a loro i Goti fuggiaschi,
pieni anch'essi d'ira e rancore, assetati di vendetta contro i
Bizantini. Nel 555 si trova infatti ricordato che i Franchi vinsero
un esercito romano, il quale potè poi pigliar la rivincita, cacciando
dall'Italia quei barbari (Muratori, _Annali_, VIII, 302). Paolo Diacono
accenna più tardi ad un altro combattimento, nel quale un generale
franco venne ucciso, ed un Conte goto fu preso e mandato prigioniero
a Costantinopoli. Altri fatti d'arme sono ricordati nel 563 e nel
565, sempre a vantaggio degl'Imperiali. In sostanza si può affermare
che, finita la guerra gotica, vi fu il pericolo, anzi addirittura il
principio di un'altra guerra per parte dei Franchi, la quale sarebbe
potuta divenire assai pericolosa, se essi non fossero stati appunto
allora, come del resto continuamente seguiva, travagliati dalle civili
discordie che per qualche tempo resero loro impossibile il passare
le Alpi in gran numero. E così vi furon solo grosse scaramucce con
quelli che già si trovavano nell'alta Italia, e che dovettero finire
coll'abbandonarla, tornandosene a casa.

Narsete allora, alla testa del suo esercito, assunse il governo di
tutta la Penisola col titolo di Maestro dei militi e di Patrizio.
Egli non ebbe mai (come per errore fu creduto da alcuni) il titolo
di Esarca, che in Italia apparisce ufficialmente solo più tardi. La
Prammatica Sanzione riconobbe il valore degli editti emanati dai primi
re goti fino a quelli di Totila e di Teja, che rimanevano esclusi,
perchè questi due sovrani erano tiranni e non re, non essendo mai stati
riconosciuti a Costantinopoli. E perciò vennero annullate tutte le
disposizioni prese da essi, quelle specialmente a vantaggio del popolo,
dei contadini, dei piccoli proprietari, che i Goti avevano cercato di
rendersi amici; e furono in loro vece messe in vigore le disposizioni
delle leggi romane, quasi sempre favorevoli ai latifondisti. La
Prammatica Sanzione inoltre manteneva, teoricamente almeno, il potere
militare separato affatto dal civile, pel quale restava in Italia
sempre un Prefetto del Pretorio. Ma Narsete era un generale, che
alla testa del suo esercito, aveva riconquistato l'Italia, e con esso
continuava a governarla, a difenderla. E però, non ostante ogni opposta
teoria, i due poteri rimasero di fatto concentrati in lui, che continuò
ad essere una specie di dittatore militare. Per la stessa ragione i
Duchi che, sotto la sua dipendenza, erano sparsi nelle province, ed i
Tribuni, che dipendevano dai Duchi, furono anch'essi ufficiali civili
e militari ad un tempo. Tutto ciò portava incertezza e disordine.
Sarebbe stato necessario riordinare il paese, dando forza alle
leggi, sollevandolo alquanto dalle crudeli calamità così lungamente
sopportate. Ed invece bisognava pensare a trovare in Italia danaro,
per mantenere un grosso esercito, ora che da Costantinopoli non c'era
da sperarne, perchè Giustiniano non ne aveva, e trovavasi sempre più
immerso nella teologia. Si continuò quindi a dissanguare le già esauste
popolazioni.

E ciò seguiva quando il malcontento era cresciuto anche a causa della
questione religiosa. Morto infatti papa Vigilio, tanto malmenato a
Costantinopoli, era stato eletto Pelagio, già da molto tempo favorito
dall'Imperatore. Egli tergiversò alquanto nella questione dei _Tre
Capitoli_, ma finì poi col condannarli, pur dichiarandosi ossequente
al Concilio di Calcedonia. Questa sua condotta provocò subito uno
scoppio di sdegno nei vescovi e prelati italiani, massime del nord,
alcuni dei quali lo accusarono perfino d'avere procurato la morte del
suo predecessore, per potergli succedere. L'irritazione arrivò al colmo
quando Narsete, pel quale, secondo il concetto orientale, la Chiesa
doveva essere sottoposta all'Impero, fece prendere alcuni vescovi
più riottosi, inviandoli a Costantinopoli, perchè colà venissero
puniti. Così il disordine civile ed il conflitto religioso aumentavano
la confusione. Tutte le opere pubbliche erano abbandonate; le mura
cittadine, le case, le chiese, gli acquedotti andavano in rovina:
alcune delle città, come ad esempio Milano, erano state nella guerra
addirittura distrutte. Il mantenimento delle strade era abbandonato;
i fiumi, lasciati senza argini, inondavano le campagne, ed aumentavano
la malaria. Finalmente scoppiò la peste, che ammazzava in tre giorni, e
desolò sopra tutto l'Italia superiore. Le campagne e le loro case, dice
Paolo Diacono, rimanevano deserte; gli armenti vagavano pei campi senza
pastore. Le messi abbandonate marcivano; le uve seccavano sui tralci
delle viti, già privi di foglie. Ai primi casi del morbo, le città
rimanevano spopolate per la fuga degli abitanti. I figli lasciavano
insepolti i cadaveri dei genitori, e questi, senza aver viscere di
pietà, abbandonavano i figli ammalati. Se qualcuno voleva seppellire
le vittime del morbo, era preso dal male, e restava egli insepolto. Non
era possibile numerare i morti, perchè gli occhi non bastavano a tanto:
_visum oculorum superabant cadavera mortuorum_ (II, 4).

Tale era lo stato delle cose in cui Giustiniano lasciava l'Impero. Non
tutti i guai da noi accennati si possono dire conseguenze dirette della
sua politica; ma conseguenze più o meno indirette ne erano certamente.
Egli era stato senza dubbio guidato da alcuni concetti i quali, se
non sempre pratici, erano sempre elevati, ed esercitarono una grande
azione nella storia del mondo. Ma se, come abbiam detto più volte,
maravigliosa fu davvero la sua abilità nella scelta delle persone,
per attuare questi concetti, la sua cattiva amministrazione, le spese
eccessive che faceva sempre, i larghi tributi che allora si solevan
dare ai barbari, quando non si poteva con essi adoperare il ferro, e
le continue guerre esaurirono sempre più le forze d'un Impero in cui
l'agricoltura era assai decaduta, e non fiorivano nè l'industria, nè
il commercio. Tutto ciò, unito alla corruzione della società imperiale
e della Corte, alla cui malefica azione Giustiniano non potè sempre
sfuggire, gli resero impossibile il fondar mai nulla di veramente
stabile.

In un Impero composto di tante parti e così diverse, circondato da
tanti nemici, senza la possibilità di un vero patriottismo nazionale,
e per la sua corruzione privo affatto di un'alta guida morale, v'era
sempre il pericolo che un qualche generale, potente e fortunato,
riuscisse ad insorgere, formando per suo proprio conto uno Stato
separato ed indipendente, che qualcuno dei grandi ufficiali della
Corte cospirasse a danno degli altri o dello stesso Imperatore, per
accrescere il proprio potere. Era quindi una continua lotta degli uni
contro gli altri, e se ne vedevano perciò sempre rapidamente salire
e rapidamente precipitare, come era seguito allo stesso Belisario,
nonostante la sua provata fedeltà, i continui e grandi servigi
resi all'Impero. E se a tutto ciò s'aggiunge che negli ultimi anni
Giustiniano, divenuto vecchio, trascurava assai il governo dell'Impero,
si capirà facilmente a che punto dovessero allora essere giunte le
pubbliche calamità. Tuttavia un grande risultato, se non duraturo,
temporaneo certamente, egli lo aveva ottenuto. I Persiani erano stati
respinti; i Vandali e gli Ostrogoti distrutti; la Romanità aveva
avuto una splendida vittoria sul Germanesimo; l'Africa, l'Italia erano
state riconquistate. Tutto ciò dimostrava chiaro che, nonostante ogni
contraria apparenza, v'era pur sempre nell'Impero una grande vitalità,
quella che riuscì infatti a farlo vivere per otto secoli ancora,
sebbene fosse continuamente circondato da sempre nuovi pericoli.
Prodigiosa veramente dovette essere quella civiltà greco-latina che
anche nella sua decadenza potè riunire, assimilare elementi così
diversi, ed in mezzo a tanto disordine veder sorgere un grandissimo
numero di accorti amministratori, di grandi e gloriosi generali, che
seppero con intelligenza e valore difenderlo.

Ma alla morte di Giustiniano si vide subito, che i pericoli da noi qui
sopra accennati dovevano crescere non poco. Da una parte minacciava
la Persia eterna nemica dell'Impero; da un'altra ripigliavano vigore
le popolazioni germaniche, specialmente pel rapido crescere della
potenza dei Franchi. Nello stesso tempo gli Slavi s'avanzavano in
gran numero verso l'Occidente, e così pure s'avanzavano dall'Asia
le popolazioni finniche, mongoliche, tartare, che dovevano portare
nel mondo un'altra grande rivoluzione. Sarebbe stato necessario che
a Giustiniano succedesse nell'Impero un uomo di uguale o maggiore
capacità; ma avvenne, come vedremo, precisamente il contrario. E
peggio di tutti si trovava l'Italia. Esausta, disfatta da una lunga
guerra, senza speranza di ricevere aiuto da nessuna parte; oppressa da
Narsete, che per mancanza di danari vedeva ogni giorno scemare i suoi
soldati, essa restava senza difesa efficace in un momento nel quale i
barbari ripigliavano forze, e minacciavano d'avanzarsi. La distruzione
del regno ostrogoto, il quale si era esteso anche al Norico ed alla
Pannonia, lasciava indifesa l'Italia appunto da quel lato di dove le
genti barbariche eran sempre passate, e ricominciarono ben presto a
passare.

E questo era il momento in cui a Giustiniano succedeva Giustino II,
figlio d'una sorella di lui, la quale era nipote di Teodorico. Il
nuovo Imperatore dichiarò subito di voler fare grandi economie, il che
voleva dire mutar sostanzialmente politica. Egli infatti rinunziò alle
grosse guerre, e sospese i sussidi fino allora pagati ai barbari, che
si scatenarono perciò nuovamente contro l'Impero, nel quale mancavano
ora i danari ed i soldati per difenderlo. Scontentissimo fra tutti
era Narsete, il quale si vedeva ridotto all'impotenza nel momento
in cui sarebbe stato necessario apparecchiarsi a difendere i confini
nuovamente minacciati; nè poteva sperar nulla in Italia. Infatti allora
appunto arrivava a Costantinopoli un'ambasceria di nobili romani,
venuti per dire all'Imperatore che non era più possibile sopportare
il dispotismo di Narsete, il quale aveva ridotto l'Italia a tale che
ogni altro governo era divenuto preferibile. Se non si trovava modo
di provveder subito, sarebbe stato agl'Italiani necessario gettarsi
in braccio ai barbari, che certo li avrebbero trattati meglio. Le
cose erano infatti giunte a tale estremità, che vedendo non esser
ormai possibile indurre a mutare strada un uomo assai vecchio, usato
a far sempre quel che voleva, si dovè finire col richiamarlo nel 567,
nominandogli un successore, che ebbe ordine di partir subito.

E qui ha origine una leggenda, che non è ricordata dagli scrittori
bizantini, ma si diffuse allora assai largamente in Italia, e fu
narrata anche da Paolo Diacono. Secondo questa leggenda Narsete
avrebbe ricusato d'obbedire, e l'imperatrice Sofia avrebbe allora
esclamato: — Saprò ben io rinchiudere il vecchio eunuco nel gineceo,
che è il suo vero posto, costringendolo a filar lana con le donne.
— Ed io, così avrebbe risposto Narsete, quando gli furon riferite le
ingiuriose parole, saprò filarle una tale matassa, che in tutta quanta
la sua vita ella non riuscirà mai a dipanarla. — Aggiungendo poi alle
parole i fatti, Narsete avrebbe, per vendetta, chiamato i Longobardi
in Italia, inviando, per meglio allettarli, ambasciatori, i quali
portaron loro le più belle frutta che il fertile paese produceva. I
Longobardi allora, accettando l'invito, si sarebbero mossi, passando
le Alpi nel 568. Narsete che, sempre più accecato dallo sdegno, s'era
ritirato a Napoli, s'avvide finalmente dell'errore commesso; e quando
papa Giovanni III, successo a Pelagio nel 561, lo scongiurò, perchè si
movesse a difendere il paese, andò subito a Roma; ma ivi fu sorpreso
dalla morte. Il carattere leggendario di questo racconto è troppo
evidente perchè vi sia bisogno di dimostrarlo. I Longobardi, come
noi abbiam visto più sopra, erano in buon numero già stati in Italia,
dove avevano combattuto sotto Narsete, e non avevano quindi bisogno,
per conoscerne la fertilità, che egli ne mandasse loro le frutta, le
quali poi, massime se spedite da Napoli, si può ben immaginare in quali
condizioni sarebbero arrivate. Le ragioni che mossero i Longobardi a
passare le Alpi furono ben altre che il dispetto capriccioso d'un uomo,
sebbene non sia da escludere affatto, che questo dispetto possa avere
contribuito ad agevolar loro la strada, lasciando andar tutto a rovina,
senza apparecchiar nessuna difesa.



LIBRO TERZO

I LONGOBARDI



CAPITOLO I

Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia e
loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi e sua morte —
Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il Papa si rivolge la
prima volta per aiuto ai Franchi (580)


I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo il loro storico
Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che portavano, sono ricordati da
Velleio Patercolo, che li dice più feroci della germanica ferocia. Si
trovavano allora presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone
il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran movimento di
barbari, che s'avanzarono verso il sud, e furono respinti da Marco
Aurelio nella guerra dei Marcomanni (178-79). Per tre secoli dipoi non
se ne sente più parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero
parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene quando esso
si disciolse. È un fatto però che ben poco sappiamo di certo sulla loro
origine. Paolo Diacono ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende,
dalle quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo
lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. Di là, per la
ristrettezza del luogo, un terzo di essi si sarebbero mossi verso il
sud, sotto la guida di due fratelli, Ibor e Aione, della famiglia dei
Gungingi o Gugingi. Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro
primo re, cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo
dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che dovrebbe
essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, altri due re, sotto
il secondo dei quali sarebbe divenuto onnipotente Audoino, quello
stesso che mandò aiuti a Narsete, quando questi venne la seconda volta
in Italia. Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa la
leggenda e comincia veramente la storia.

I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al di là del Danubio;
al di qua, nella Pannonia, erano i Gepidi, per lungo tempo loro
acerrimi nemici. E quest'odio crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti
dai Longobardi, s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate
le loro forze, profittarono della guerra che ferveva tra i Bizantini
e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. Giustiniano allora,
secondo la politica tradizionale di Costantinopoli, incitò contro
di essi i Longobardi; e già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo,
dimostrò il suo valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar
tenzone Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo
un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto a mensa Alboino,
per vestirlo poi delle armi dell'ucciso suo figlio. Ma vi mancò poco
che non si venisse alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo
ucciso da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora un altro de'
suoi figli, alludendo ad una specie di ghette o fasciature di tela, che
i Longobardi portavano alle gambe, avrebbe lor detto con disprezzo:
— Voi siete come cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un
Longobardo risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai che calci
sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa di tuo fratello,
sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E si sarebbero subito
sguainate le spade, se il Re non fosse personalmente intervenuto, in
nome delle sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi di
Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino tornò trionfante
a casa, e verso il 565 successe al padre, come re dei Longobardi.

Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e sembrava godere
anche il favore dell'Impero. Se non che i Gepidi, valorosi al pari
dei Longobardi, erano in numero maggiore, ed una guerra di sterminio
pareva divenuta fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva
dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei Longobardi, era
sin dalla seconda metà del secolo quinto apparsa sul Caspio una gente
nuova, che portava il nome di Avari, ed era della stirpe medesima
degli Unni. Favoriti da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi
fini, avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno,
avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove ricevevano
un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi ed Avari si trovarono
ora a contatto in una regione che, desolata da continue guerre, non
potendo nutrirli, li teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi
fra di loro. Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto,
negò sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero non
doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, profittando della
occasione, propose loro che s'unissero a lui per combattere i Gepidi.
Dopo averli disfatti, egli diceva, noi saremo più al largo in questo
paese desolato, e volendo, potremo più facilmente occupare altre terre
dell'Impero.

Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse l'impresa d'Italia,
e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, assicurarsi le spalle,
altrimenti sarebbe difficile rendersi ragione dei patti che stipulò
allora cogli Avari. Ad essi infatti i Longobardi promettevano di
cedere metà delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo
dei loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi
fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare le terre da
essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle solo nel caso che essi
fossero tornati ad occuparle. I Gepidi quindi si trovarono di fronte
a due nemici. Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento
sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla politica
orientale di far sì che i barbari si consumassero fra di loro, se ne
stette più che altro a guardare, lasciando credere che avrebbe coi suoi
tenuto a bada gli Avari. Allora i Gepidi si spinsero con grande impeto
contro i Longobardi, sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi
contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla testa de' suoi,
li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo loro re, tagliandogli
la testa, e facendo poi del teschio una tazza, per servirsene, secondo
l'uso barbarico, nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva
però, come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua vittoria fu
piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, certo è che d'ora in poi
la storia non si occupa più di loro. Immensa fu la preda, grandissimo
il numero dei prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le
bandiere del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri
v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, della quale Alboino
s'invaghì per modo che volle sposarla, non ostante la grande ripugnanza
che ella mostrava d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene
da poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia di Clotario
re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate senza indugio. Dopo di
ciò Alboino si volse all'impresa d'Italia.

A lui non poteva essere ignoto che questo paese era adesso senza
difesa. Parecchie città importanti avevano insufficientissime
guarnigioni, altre l'avevano a mala pena un po' più numerose; solamente
Pavia era in grado di fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e
scontente non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, dei
quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi avanzi dei Goti
disseminati per la Penisola, erano naturalmente per unirsi ai primi
barbari che avessero passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già
richiamato, se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con la sua
caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore Longino, già arrivato,
ma con pochissime genti, si dovette chiudere in Ravenna. Le porte
d'Italia erano dunque aperte al nemico.

Il 2 di aprile 568 i Longobardi adunque lasciarono la Pannonia, e
per Enona (Leibach) e la valle della Sava passarono le Alpi Giulie,
avanzandosi nel Veneto. Menavano seco le donne, i vecchi, i bimbi e le
suppellettili sopra carri, nei quali passavano la notte. Da una pittura
alquanto posteriore, fatta per ordine della regina Teodolinda, essi
apparivano vestiti con larghi abiti di tela e di vario colore; avevano
i calzari aperti dinanzi e legati con lacci, i capelli tagliati fino
all'occipite, divisi sulla fronte, donde cadevano da ambo i lati. Con
i Longobardi si trovavano al solito mescolati Bavari, Bulgari, Gepidi,
Svevi, sopra tutto Sassoni, i quali ultimi si facevano ascendere al
numero di 20,000. Professavano quasi tutti l'Arianesimo, sebbene non
mancassero fra di loro anche i pagani; non erano però intolleranti in
fatto di religione. Molta incertezza regna sul loro numero, variando
gli scrittori da 20 a 120,000 armati. Certo non erano molti; ma se i
soli Sassoni arrivavano a 20,000, e poterono più tardi partire, senza
che perciò ne risentissero grave danno i Longobardi, che continuarono
le loro conquiste, sarebbe assurdo ridurre questi a soli 20,000. La più
comune opinione li fa variare da 60 a 70,000 uomini in arme; e non sono
molti di certo, se si pensa alle perdite che dovettero avere, ed alle
guarnigioni che era pur necessario lasciare nelle principali città da
essi occupate. È però da credere che molte di queste perdite potessero
facilmente essere risarcite venendosi ad aggregar loro gli avanzi dei
Goti, forse anche alcuni degli sbandati bizantini, fra i quali erano
non pochi barbari.

Nel maggio del 568, secondo i più, Alboino aveva già passato i confini
d'Italia, e subito costituiva a Cividale del Friuli un Ducato, alla
cui testa pose suo cugino Gisulfo con sufficiente numero d'armati.
In questo modo egli prendeva subito possesso in Italia d'un punto
strategico assai importante, che era come la porta di casa. Di là si
poteva infatti impedire che altri passasse il confine, e si poteva
anche, quando fosse stato necessario, ritirarsi liberamente. Ma tutto
invece andò pei Longobardi a seconda: i Franchi erano occupati nelle
discordie di casa loro; i Bizantini, per mancanza di uomini e di
danaro, non potevano muoversi; le città italiane l'una dopo l'altra
aprivano le porte al nemico. Il Patriarca d'Aquileia se ne andò subito
a Grado, dove pose la sua dimora; ma il vescovo di Treviso, sentendo
che Alboino era tollerante in religione, gli domandò che fossero
garantiti i beni della sua Chiesa, ed avendolo ottenuto, fece aprire
le porte della città. Dopo di che Vicenza e Verona fecero lo stesso.
Ma Padova, Monselice e Mantova, che erano fortificate, resistettero,
ed Alboino dovè quindi decidersi a svernare nel Veneto. Fortunatamente
per lui, dopo una stagione fredda e nevosa, vi fu un'abbondantissima
raccolta, colla quale si potè fornire di vettovaglie l'esercito. Ed
egli allora, lasciate da parte Padova e Monselice, prese Mantova,
dopo di che Brescia, Bergamo, Trento si arresero coi loro territori.
Finalmente il 3 di settembre del 569 si arrese anche Milano, che dopo
la sua distruzione era stata solo in parte restaurata da Narsete:
il suo vescovo si ritirò a Genova. E da questo momento si può dir
cominciato il regno dei Longobardi, limitato per ora all'alta Italia.

Tuttavia parecchie città che erano sul Po, fra cui anche Piacenza e
Cremona, in parte per essere fortificate, in parte perchè potevano pel
fiume ricevere aiuto da Ravenna, resistevano ancora. Ma la sola che
fece una resistenza davvero energica e prolungata fu, come dicemmo,
Pavia. Essa, che era già una città importantissima, e divenne poi la
capitale del regno longobardo, era non solo assai bene fortificata, ma
aveva anche una sufficiente guarnigione, e si potè quindi difendere
per tre anni continui (569-72). Alboino perciò, lasciata parte
dell'esercito ad assediarla, se ne andò ad occupare altre terre
dell'Italia superiore e centrale, come Parma, Reggio, Modena, Bologna,
Imola. Occupò anche il passo del Furlo, avanzandosi fino ad Urbino.
Si tenevano però sempre per l'Impero, oltre Ravenna e Pavia, anche
Padova, Monselice, Cremona, Piacenza, Genova, parecchie città della
Riviera, e quelle che formarono poi la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano,
Sinigaglia, Ancona).

Prima di spingersi più oltre, i Longobardi avrebbero dovuto pensare a
consolidare il loro nuovo dominio, conquistando le città tenute ancora
dai Bizantini. Ma essi, che non erano mai stati lungamente sotto la
disciplina dell'Impero o della Chiesa cattolica, serbavano più degli
altri barbari intatto il loro primitivo carattere germanico, e non
dimostrarono perciò mai vere attitudini politiche, nè capacità di
organizzare. Infatti cominciarono subito a procedere senza nessuna
unità di comando, senza un disegno prestabilito, senza uno scopo
determinato. Varie schiere presero direzioni diverse per proprio
conto. Alcune s'avviarono verso il sud, dove iniziarono la fondazione
dei Ducati di Spoleto e di Benevento, i quali, divennero poi affatto
indipendenti. Il resto dell'Italia meridionale, sopra tutto le coste
dell'Adriatico e del Mediterraneo, restarono all'Impero, col quale
si tennero unite specialmente Napoli e Roma, la cui comunicazione con
Ravenna era agevolata da Perugia che, sebbene circondata per tutto da
terre occupate dai Longobardi, continuò ad esser quasi sempre fedele
all'Impero. E non solamente queste guerre e queste occupazioni di città
procedevano alla spicciolata, senza un disegno prestabilito; ma tra il
569 ed il 571 alcune schiere di Longobardi si spinsero, per proprio
conto, dall'Italia settentrionale ad assalire i Franchi nella Gallia
meridionale. Non pensarono al pericolo che correvano di richiamare
al di qua delle Alpi un nemico potentissimo, che avrebbe facilmente
potuto strappar loro di mano le recenti conquiste, che essi avrebbero
dovuto invece pensare a consolidare. Più volte ebbero la peggio in
questi loro dissennati attacchi, e si sarebbero trovati certo ad assai
mal partito, se i Franchi non avessero continuato a lacerarsi fra di
loro. Pareva proprio che la fortuna li volesse secondare in tutto.
Infatti da una parte le loro guerre contro i Franchi non ebbero le
tristi conseguenze che potevano facilmente avere; e da un'altra le loro
conquiste in Italia si succedevano senza difficoltà. Nel 572, dopo tre
anni d'assedio, s'arrese finalmente anche Pavia, che fu sin d'allora la
capitale del regno.

Alboino entrò trionfante nel palazzo di Teodorico, e trattò umanamente
il popolo, sebbene avesse dapprima mostrato un gran desiderio di
vendetta. Nella primavera del 573 (secondo alcuni del 572) egli morì
nel palazzo di Verona; e di questa morte si dà una narrazione molto
particolareggiata, che apparisce alquanto fantastica e leggendaria.
In un solenne banchetto Alboino, presa la tazza formata col teschio di
Cunimondo padre di Rosmunda, l'avrebbe invitata «a bevere in compagnia
del padre.» Ed ella ne fu offesa per modo che decise di vendicarsi.
Manifestò il suo pensiero ad un fratello di latte del Re, chiamato
Elmichi; ma questi, non volendo macchiarsi le mani nel sangue fraterno,
le consigliò di parlarne ad un tal Peredeo, uomo audace e fortissimo.
Siccome anche questi esitava, la Regina prese il luogo d'una cameriera
amante di lui, e quando erano insieme, facendosi riconoscere, gli
disse, che se esitava ancora, avrebbe rivelato al Re quanto era seguito
fra di loro. Così venne finalmente deciso il delitto. Un giorno, dopo
il meriggio, quando il Re avvinazzato s'era addormentato, Rosmunda
legò la spada che pendeva a capo del letto, in modo che non si potesse
sguainare. Non andò guari che Peredeo entrò nella camera, gettandosi
sopra Alboino, il quale, dopo avere invano tentato di far uso della
spada, si difese con un panchetto; ma dovè soccombere. Rosmunda sposò
Elmichi, sperando di potersi con lui impadronire del trono. Lo sdegno
dei Duchi longobardi fu però tale, che gli autori del delitto dovettero
invece pensare alla fuga. Chiesero una nave a Longino, il successore di
Narsete, che la mandò da Ravenna su per il Po. In essa con pochi
soldati, con Albsuinda figlia d'Alboino, ridiscesero il fiume.
Rosmunda, secondo la leggenda, concepì allora il pensiero di sposare
Longino, ed a tal fine dette il veleno a Peredeo, quando egli era nel
bagno. Ma essendosene questi accorto, obbligò colla punta della spada
anche lei a beverlo, e così morirono ambedue. Longino mandò a
Costantinopoli la giovane Albsuinda, con le gioie che la madre
aveva portate seco fuggendo. Tutta questa leggenda proverebbe, secondo
il Ranke, che fra i Longobardi v'era allora grave dissenso, una parte
di essi volendo aderire ai Bizantini, un'altra opponendovisi. Certo è
che l'indignazione provocata dal tradimento fece andare a monte tutti i
disegni di Rosmunda, e trionfare il partito nazionale.

Ma neppure i Duchi eran fra di loro d'accordo. A successore d'Alboino,
elessero Clefi duca di Bergamo, del quale sappiamo solo che dopo un
anno e mezzo di regno fu ucciso da uno schiavo (575). E intanto si
continuava a tener sempre la stessa incerta condotta politica, senza
cioè nessuna unità di concetto. Già nel 569 e '70, come accennammo,
alcuni dei Duchi avevano assalito i Franchi ed erano stati battuti.
Un altro assalto poco fortunato del pari era stato dato dai Sassoni,
che facevano parte dell'esercito longobardo, e volevano vedere se era
possibile aprirsi una via per tornarsene a casa. Essi erano, lo abbiamo
già detto, in numero di 20,000, e non avendo potuto dai Longobardi
ottenere di vivere in Italia, _proprio iure_, cioè secondo le loro
consuetudini e le loro istituzioni, avevano deciso di andarsene. Nel
573 partirono colle famiglie e gli averi, ottenuto libero passaggio
dai Franchi, ai quali non poteva certo dispiacere che le forze dei
Longobardi si assottigliassero. Questi tuttavia, per la speranza
di preda, continuarono nel 574-76, i loro mal consigliati attacchi,
ma furono di nuovo respinti con energia. Finalmente si venne ad un
accordo, che per qualche tempo assicurò la pace.

Ma questa pace, aggiunta al fatto che i Bizantini, occupati com'erano
nella guerra persiana, nulla potevano fare in Italia, garantendo ai
Longobardi la sicurezza esterna, provocò la discordia fra di loro.
Infatti, morto Clefi nel 575, i Duchi non si poterono intendere fra
loro sulla scelta del nuovo re, e finirono col farne senza, lasciando
che ciascuno di essi governasse il suo Ducato in proprio nome, come
sovrano indipendente. E così continuarono per dieci anni, fino a che,
tornato il pericolo esterno, dovettero decidersi a ricostituire la
monarchia. Per ora l'Italia longobarda restava divisa in trentasei
Ducati, d'una sola parte dei quali (come Pavia, Brescia, Trento,
Cividale, Milano, Spoleto e Benevento) conosciamo con sicurezza i nomi.
Di altri non pochi i nomi si sanno con qualche incertezza,[32] e meno
ancora si conoscono quelli dei Duchi.

Questo nuovo stato di cose tornò certamente a danno delle popolazioni
italiane. Da principio la venuta dei Longobardi, non ostante la
violenza della conquista, assai poco contrastata del resto, aveva
portato qualche sollievo, liberando le popolazioni dalla insopportabile
oppressione fiscale dei Bizantini, costituendo una forma più stabile
di governo, dando una maggiore sicurezza, dopo che Narsete, irritato
per essere stato deposto, aveva abbandonato tutto al caso, per non
dire all'anarchia. E di questo miglioramento al tempo d'Alboino, noi
troviamo conferma nelle parole stesse di Paolo Diacono. Egli infatti,
ricordando l'abbondantissima raccolta che s'ebbe nel primo anno del
dominio longobardo, aggiunge che le popolazioni italiane «crebbero
come le biade.» Non ci parla ancora della divisione che si fece poco
dopo delle terre; sicchè è possibile supporre che incominciassero
coll'impadronirsi dapprima solo di quelle che dai Goti erano passate al
fisco bizantino, e del danaro da esso raccolto.

Sospesa però la monarchia, continua Paolo Diacono, le cose, durante
l'interregno, peggiorarono assai, perchè invece d'un padrone, se ne
ebbero trentasei, i quali, ciascuno a suo modo, taglieggiarono il
paese. Molti dei nobili romani, ricchi possessori di latifondi, furono
uccisi dai Duchi, che s'impadronirono delle loro terre. Gli altri,
divisi fra i vincitori, ne divennero tributari, costretti a pagar
loro un terzo delle proprie entrate, _tertiam partem suarum frugum_.
E questo, possiam noi osservare, era peggio che dare un terzo delle
terre, perchè non restava agl'Italiani nessuna libera proprietà. Oltre
di ciò, molte chiese furon saccheggiate dagl'invasori ariani, i quali
uccisero anche parecchi sacerdoti, per spogliarli delle loro sostanze,
come avevano fatto dei nobili; e così in mille modi angariarono le
popolazioni.

Male assai si trovarono allora Roma ed il Papa, circondati, minacciati
com'erano dai Longobardi, sopra tutto dai Duchi di Spoleto e di
Benevento. Le comunicazioni con Ravenna erano interrotte per modo che,
morto nel luglio del 574 papa Giovanni III, il suo successore Benedetto
I solo dopo dieci mesi fu consacrato, non essendo stato possibile aver
prima la sanzione imperiale, della quale nel 579 Pelagio II dovette
decidersi a fare addirittura a meno. Tutto questo spinse più tardi
a cercar di costituire in Roma un proprio esercito per difendersi,
ed a trovare una propria forma di governo autonomo. Ma per ora si
continuava sempre a sperare, a cercare aiuto dai Bizantini. Da Longino
però non c'era, per la sua incapacità, nulla da aspettarsi. Baduario,
parente dell'Imperatore, era stato, è vero, mandato da Costantinopoli
a succedergli; ma prima che arrivasse a Ravenna, fu nella Campania,
poco lungi da Napoli, battuto in uno scontro avuto coi Longobardi,
e poco dopo morì (576). Si pensò quindi di rivolgersi direttamente
all'Imperatore, cui furono spediti ambasciatori, che gli portarono
tremila libbre d'oro, perchè mandasse dei soldati a difendere il Papa
e la Città eterna contro i barbari e contro gli Ariani, sostenendo
così nello stesso tempo l'autorità dell'Impero e della Chiesa. Ma
nel 578 l'imperatore Giustino II era ammattito, e Tiberio II, che ne
faceva le veci e poi gli successe, trovandosi occupato nella guerra
persiana, non poteva fare nulla per l'Italia. Consigliò quindi ai
Romani, che si valessero del danaro che gli avevan portato, per indurre
invece i Longobardi a desistere dalla guerra. Non riuscendovi, egli
diceva, provassero di persuadere con esso i Franchi ad attaccarli.
Certo è che i Bizantini erano in Italia ridotti a tale impotenza, che
il Duca di Spoleto potè nel 579 impadronirsi di Classe, che era il
porto di Ravenna sull'Adriatico, e rimase in mano dei Longobardi fino
al 588. Essi scorrazzavano liberamente anche il territorio intorno a
Perugia; e il Duca di Benevento assediava Napoli, che resistette però
valorosamente (581). Fu saccheggiato e distrutto (l'anno preciso è
incerto) il convento di Montecassino, e i monaci dovettero fuggirsene
a Roma, portando seco la regola autografa di S. Benedetto, e fondando
colà un nuovo convento.

Durante questo _lacrimabile bellum_, come lo chiamarono i cronisti,
papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, minacciato dai Longobardi,
si rivolse la prima volta ai Franchi. Il 5 ottobre 580[33] secondo
alcuni, 581 secondo altri, egli scriveva al vescovo di Auxerre,
perchè ricordasse ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da
Dio l'obbligo di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima
gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se non volevano
esporsi alla stessa fine che a questi era certamente fra poco
serbata.» E quello che è più singolare, tali pratiche venivano ora
secondate dall'Imperatore stesso, presso il quale, in nome del Papa,
continuamente insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi
Gregorio Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore
Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo a Tiberio II, per
indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, mandava loro la somma di
cinquantamila aurei. E così finalmente i Longobardi vennero a un tratto
assaliti con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per
difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati dalla
guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, vennero facilmente
indotti a tornarsene a casa.

È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino chiaramente a
delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono poi costantemente
in tutta quanta la storia d'Italia. Per opera dei Longobardi la
Penisola è già divisa in brani staccati, che non si riesce più a
riunire stabilmente fra loro. Il potere civile ed il religioso si
trovano in opposizione, e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo
Stato che riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata.
I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi quella politica,
che per due secoli costantemente seguirono, che trionfò ai tempi di
Pipino e di Carlo Magno, nè fu mai da essi abbandonata del tutto. In
questo momento però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse
di nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al suo
apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli quali erano
le _necessitates vel pericula totius Italiae_, e le tribolazioni con
le quali i Longobardi continuamente affliggevano il Ducato romano,
affinchè si mandasse almeno un Maestro dei Militi ed un Duca, non
potendo l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a
mala pena egli era in grado di difendere le altre province italiane
dell'Impero. Questa lettera è notevole anche perchè ci dà la prima
menzione ufficiale che abbiamo finora del titolo di Esarca. Nel 585
venne da Costantinopoli _Smaragdus_ o Smeraldo, con buon nucleo di
genti, _firmo copiarum supplemento_. Egli che fu certamente uno dei
primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed accortezza a
riannodare gli accordi coi Franchi contro i Longobardi.



CAPITOLO II

Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi
Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei
vinti


Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi,
i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro.
Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità
all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra
la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio
di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista
civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali
della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei
loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro
modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita
delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori,
che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo
delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà
libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio.
Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle
province occupate dai Longobardi, è assai probabile che si procedesse
ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano
dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto
luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da
Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che
non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra
un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo
vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi
cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari
furono divisi tra i vincitori (_populi tamen adgravati per langobardos
hospites partiuntur_, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero,
che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono
ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi
asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico.
Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia
fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa,
aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato;
a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava
sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi
avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E
noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette
con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio
longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte
anche all'opera personale del re Autari.

Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i
Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono,
perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè
nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel
Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso
tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo
Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per
lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta
apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li
vinse, facendone addirittura strage. _Tantaque_, dice Paolo Diacono
(III, 29) _ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque
ibi non memoratur_.

Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai
Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse
la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella
questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre
termine alla disputa oziosa ed incresciosa dei _Tre Capitoli_, li aveva
condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente
ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria
e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che
minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare
quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli,
ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna
alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli
successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto.

In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè
stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la
mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva
da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava.
La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di
guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad
Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda,
egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la
richiesta ufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane
sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella,
secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le
baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto
poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere
da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: —
Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative
di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla
Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo,
il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5
maggio 589 si celebrarono le nozze.

Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto
improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si
sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito
nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata
contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la
Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla
di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi
anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso
Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590,
che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si
trovò a lottare energicamente contro i Longobardi.

Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la
sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue
conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse
fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del
regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente
confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora i Ducati
di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo
allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i
Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la
quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così
scriveva, di passare dalle parole ai fatti, _enarrata viriliter...
peragere_.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi
gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi.
E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso
Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna
s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi
Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi
serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi
alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere
eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo
gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si
sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco,
che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato
il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi,
senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono,
accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati
soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era
sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi
trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata,
appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia
dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la
speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia
fidati capitani, _dignos duces_, i quali non pensassero solo a far
prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» Ma non se ne
fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel
voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva
poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico
comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano,
ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli
altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari,
il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò
di vivere.

Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno
longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome
di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero.
Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome
dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in
loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto
indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva
cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari
che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto
occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno
dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono
ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere
altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a
diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti
nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire
una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già
accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole
ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa
il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla
dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse,
non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano schiavi.
Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è
addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe
anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla
consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che
teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del
Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò
nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero
trattati assai peggio dei vincitori.

Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani,
è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come
potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun
conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile.
Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto
la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si
trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici
o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse
possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano,
arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure
d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno?
Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte
erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e
viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di
queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù
alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore
s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto
stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi
che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in
territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse credere che
i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando
si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano
in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani
che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi
liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri
Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo?
E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine,
dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi
sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che
rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano,
e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero
i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti,
nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che
bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina
adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i
Longobardi in nessun modo si regge in piedi.


   NOTA

   Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte
   dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo
   Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i
   Longobardi.

   I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: _His
   diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt.
   Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum
   Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur_ (II, 32). I
   Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani,
   gli altri (_reliqui_), cioè tutto il resto della popolazione,
   furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare
   ad essi il terzo delle loro entrate (_tertiam partem suarum
   frugum_), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte
   che il _reliqui_ troppo evidentemente si riferisce a _nobiles_,
   come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani,
   obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro
   che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha
   supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e
   sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice
   poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito,
   che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche
   i nulla-tenenti venissero divisi _per longobardos hospites_,
   perchè la _hospitalitas_ era una relazione che passava fra il
   _proprietario_ romano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei
   coltivatori della terra era _patronus_, non _hospes_.

   L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce
   a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu
   eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al
   Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o
   aderenti, metà dei loro averi, _omnem substantiarum suarum
   medietatem_, Paolo Diacono aggiunge: _Populi tamen adgravati
   per langobardos hospites partiuntur_ (III, 16). Le parole
   _populi adgravati_ fecero supporre che le popolazioni fossero
   state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate,
   perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che
   avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle
   parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice
   invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel
   regno longobardo, secondo lui, _nulla erat violentia, nullae
   struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo
   spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo
   libebat securus sine timore pergebat_ (_Ibidem_). I popoli
   aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima
   erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero
   divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al
   Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà,
   quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi.
   Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno
   ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di
   terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i
   vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo
   dice.

   Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di
   rendite (_frugum_), così si è, non senza qualche ragione, da
   alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una
   divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo
   sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero
   restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli
   uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno
   nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei
   più autorevoli), la quale, invece di _per hospites partiuntur_,
   dice, _hospitia partiuntur_: non sarebbero cioè stati divisi i
   _populi_ nè le rendite, ma le terre stesse, _hospitia_. Più di
   questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare
   in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non
   sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare
   l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però
   abusare, per fargli dire quello che a noi piace.



CAPITOLO III

Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino


Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, della
forma di governo, che ebbero fra di noi i Longobardi, perchè se mai
una volta, come alcuni pretesero, il filo della tradizione romana si
spezzò del tutto in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni
romane sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che sotto il
loro dominio. Non solamente esso durò su di noi più a lungo di ogni
altro dominio barbarico; ma è certo che gli Ostrogoti lasciarono in
vigore le leggi e le istituzioni romane, i Bizantini non ne avevano
altre essi stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già
in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano invece
avuto assai minore contatto coll'Impero, col quale s'erano messi in
aperta guerra, per cacciarlo addirittura dall'Italia. Avendo però
da lungo tempo abbandonate le loro antiche sedi, vagando sotto forma
più o meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur essi aver
serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. E quelle che ora
avevano, non potevano dirsi naturalmente, esclusivamente svolte dalle
antiche, che di necessità erano state profondamente alterate dalle
nuove condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano avuto
con altri popoli. Rimase tuttavia costante in essi la loro tendenza
disgregatrice, la incapacità di costituirsi in una forte unità. Questo
fu causa del disordine continuo in cui vissero; rese loro impossibile
arrivar mai alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la
totale rovina del regno.

Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, nè del tutto
elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava la elezione fatta dai
suoi capi, la quale soleva essere circoscritta nella cerchia d'una
stessa famiglia o parentela. Qualche volta il popolo trasmetteva ad
altri la facoltà di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari,
si dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un marito,
che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei Longobardi. Questi
era il capo civile e militare della nazione; comandava l'esercito,
amministrava la giustizia in compagnia di assessori, che di volta in
volta sceglieva. Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini
stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi grandi,
formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea popolare,
perchè decidesse se riproducevano esattamente le consuetudini. Il
Re poteva anche di sua autorità emanare ordini o decreti, i quali,
coll'andare del tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano,
andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello che soprattutto
determinò il carattere di questa monarchia, fu la sua divisione in
Ducati, i cui Duchi, nominati dal Re a vita, erano specie di Vicerè
indipendenti, piuttosto che veri e propri ufficiali regi. Essi
tendevano a rendersi non solo sempre più indipendenti, ma anche
ereditari; e qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del
Friuli, di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse il titolo
di _Dux gentis Langobardorum_, quello di Benevento divenne addirittura
un vero e proprio sovrano autonomo ed ereditario. Tutto questo non
poterono tuttavia riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè
il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi alla
propria autorità. Di qui un conflitto permanente, che fu causa di
rivoluzioni continue, della morte violenta di molti Re, e produsse la
debolezza continua del regno, che non si riuscì mai ad organizzare
fortemente. Ed in più di due secoli di dominio, di violenze e di
prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare gl'Italiani, finirono
coll'essere essi romanizzati, formando coi vinti un popolo solo.

Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali regi,
chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva revocarli. Essi
amministravano la _Curtis Regia_, cioè i beni della corona nei Ducati,
nei quali erano mandati. Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano
il proprio ufficio, facevano anche da giudici e capi militari.
Aumentare il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante dei Re,
perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità propria, di dare una
qualche organica unità al regno. E però, coll'andare del tempo, nelle
terre nuovamente conquistate, cercaron sempre di porre Gastaldi invece
di Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di familiari o
cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso aumentando. Ma quel
che è più, v'era un Consiglio di Duchi, del quale naturalmente non
facevano di regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i quali,
massime in principio, erano sempre romani.

Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un regno saldamente
costituito. I Duchi cercavano continuamente ed in ogni cosa d'imitare
il Re. Giudicavano nel proprio Ducato, ne comandavano l'esercito,
facevano anche spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per
ordine del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito
nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, ed ufficiali che facevano
le veci di Gastaldi, ed altri che chiamavano Sculdasci, i quali tutti
avevano, più o meno, poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al
Re sarebbe di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma
questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi riuscirono. Nel
Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi regi, ma solo ufficiali
nominati dal Duca.

Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere o i Duchi
in ispecie risiedevano nelle città o nella campagna. E certo non è
difficile trovare molti argomenti per sostenere che risiedevano in
città, soprattutto nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio
territorio, determinato dalle antiche circoscrizioni romane, su cui
si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle così dette
Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, aveva il nome
di _Civitas_, ed in essa di certo dovevano risiedere i Longobardi in
genere, e i Duchi in ispecie. Ma che risiedessero generalmente dentro
le mura delle città, le quali erano ab antico la sede della popolazione
romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. Colle
invasioni germaniche il centro di gravità fu trasferito nelle campagne.
I Tedeschi erano popolazioni rurali, che non conoscevano le città; nei
castelli del contado si costituì più tardi il feudalismo, che dette la
forma predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari del
contado sono dai nostri cronisti continuamente chiamati i Teutonici, i
Lombardi.

Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi di cui essi non
riuscirono ad impadronirsi, restava sempre il governo bizantino, il
che doveva contribuire non poco a far sì che, pel mutuo contatto, si
modificassero l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere
civile ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del primo
restava infatti il _Praefectus Praetorio_, che risiedeva a Ravenna; a
Roma c'era un _Vicarius Urbis_; a Genova un _Vicarius Italiae_, e tutti
e tre dovevano curare l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano
decise da _Judices provinciarum_ eletti dai Vescovi. La Prefettura
d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata sempre più
restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni brani solamente della
Penisola. La Sicilia aveva un suo proprio Prefetto; la Sardegna e la
Corsica dipendevano dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di
guerra continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante
l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile ed il militare
si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. Questi, mandati a governare
e difendere le province ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso
erano non solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre,
si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati e
indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre più dividendosi e
suddividendosi.

La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini rendeva necessario
un capo che rappresentasse l'Impero nella Penisola, e nel quale tutti
i poteri si riunissero come nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca,
cui si attribuiva anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e
risiedeva a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato a tutti
coloro che conducevano una spedizione all'estero, ed in questo senso
potè esser da qualcuno attribuito anche a Belisario ed a Narsete.
Ma esso ebbe in Italia un significato, un valore affatto speciale,
perchè concesso solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo
rappresentava, quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio
affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario e Narsete non
furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, e con esso governarono.
Si è molto disputato per sapere chi fosse il primo Esarca in Italia.
La più antica menzione ufficiale di questo ufficio si trova, come già
dicemmo, nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data 4 ottobre
584, che alcuni credono di dover mutare in 585. Decio perciò fu di
certo Esarca, e prima di lui si ritiene da alcuni che anche Baduario
(575-76) avesse quel titolo. A Decio, che governò breve tempo, successe
(585) Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano dall'Esarca,
che li nominava; ma, separati e lontani gli uni dagli altri, agivano di
fatto come indipendenti; e così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo
anch'esso una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente
perchè in esso governava il rappresentante supremo dell'Imperatore.

In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva dall'Adige alla
Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; conteneva Ravenna e Bologna
coi loro territori, ed altre città di minore importanza. Accanto ad
esso erano la Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia,
Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli,
Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni formavano la Decapoli,
secondo altri invece questo nome davasi alla seconda Pentapoli.[34] Nel
settimo secolo appartenevano ai Bizantini anche il Ducato di Venezia,
parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), il Bruzio
(Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con la Riviera. In generale
tutte le città della costiera adriatica e mediterranea restarono ai
Bizantini, non essendo i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca
era mandato a governare _Regnum et Principatum totius Italiae_,
perchè l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole,
anche quando non rispondevano più alla realtà. Da principio l'Esarca
nominava i Duchi ed i Maestri dei militi, due ufficiali che spesso
si confondon tra loro, sebbene in origine questi fossero inferiori a
quelli, e più esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi
comandava le milizie della città, il Duca quelle di tutto il Ducato.
Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare
le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche amministrative, e
vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati eran divisi in sezioni,
nelle quali comandavano i tribuni, che vennero spesso confusi coi
Conti, risiedevano nelle città secondarie, e dipendevano dal Duca
o dal Maestro dei militi, che risiedevano nelle città principali e
comandavano in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di questi
Ducati variavano secondo le necessità della guerra. Prima della venuta
dei Longobardi ne erano stati già formati parecchi ai confini, verso
le Alpi, con soldati _limitanei_, che in pace coltivavano i campi loro
concessi, lasciandoli poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo
della difesa. La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è
noto, assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi,
con la divisione e suddivisione dell'Italia, che per opera loro ne
seguì, i confini si moltiplicarono. Essi furono a poco a poco quasi
per tutto, perchè ai Bizantini era necessario difendersi per tutto
dal nemico. E s'andarono continuamente formando nuovi Ducati, i quali
variarono di numero e di estensione, secondo che per le vicissitudini
della guerra s'avanzava o si retrocedeva.

L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante dell'Imperatore,
così per la stessa ragione s'ingeriva nelle cose ecclesiastiche. Esso
presumeva di dover ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava
i vescovi, sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche
volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. Da
un tale stato di cose sorgevano, come era naturale, cause infinite
di conflitti; e non solamente con Roma. A Costantinopoli si temeva
sempre che l'Esarca volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi
infatti ci s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere,
favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar direttamente
dall'Imperatore, o confermandoli quando il popolo cominciò esso ad
eleggerli. E ne seguì non solo che i Ducati bizantini s'andarono sempre
più separando gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre
più l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando
addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne a Venezia, a Napoli, a
Roma ed anche a Ravenna, come vedremo.

Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse che a Roma non
vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei militi. Nel 592 invece Roma
aveva già un suo Maestro dei militi che ne difendeva le mura, e nel
625 l'_Exercitus Romanus_ (che nel 640 è ricordato la prima volta
dal _Libro Pontificale_) assisteva ufficialmente alla elezione del
Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa obbligo alle
popolazioni del Ducato di difendere colle loro armi contro i Longobardi
le mura della città, la quale sembra così già avviarsi ad una propria
autonomia. Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi
fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni romane, e
che degli antichi municipi non fosse rimasta traccia alcuna. L'antica
_Curia_, si è mille volte ripetuto, era ridotta a riscuoter tasse, che
i Decurioni dovevano pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle.
L'appartenervi non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile,
che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario esilio; nè dopo
il 625 essa si trova più ricordata nei documenti. Nella stessa Italia
bizantina, dove la legge romana era in pieno vigore, l'amministrazione
municipale, si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo
e di ufficiali quasi governativi come il _Curator_ ed il _Defensor_.
Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, tutto sarebbe
stato assorbito dalla _Curtis regia_, dai Duchi, dai Gasindi, più
tardi dai Vescovi. Ma sono teorie ed ipotesi ora in gran parte
abbandonate da coloro stessi che una volta le sostenevano con grande
ardore. Se tutto ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire
in che modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare le
popolazioni italiane, in gran numero raccolte nelle città. Di queste
popolazioni essi dovevano pure occuparsi, ne avevano bisogno, perchè
esse esercitavano i mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque
fosse poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non dire
impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi avessero
potuto impedire che, almeno di fatto e per consuetudine, continuasse
fra gl'italiani a vivere una qualche parte della giurisprudenza e
delle istituzioni romane. Esse avevano create fra di loro un gran
numero di relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano
affatto l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che seguì a
tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi con le istituzioni
e con la legge romana, la totale scomparsa del Municipio sotto il loro
dominio, renderebbe inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia,
a Roma ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste più o
meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo qui anticipare
la discussione d'un argomento, che si presenterà più tardi con assai
maggiore insistenza ed evidenza.



CAPITOLO IV

Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio
I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma —
L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio
I e di Agilulfo — S. Colombano


Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo
il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due
uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che
prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre
famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo
cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita
religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe
alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era
Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì
anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo
ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove.
Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi
l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo
avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato
alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come
schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e
partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle
popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò
diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe
far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale
a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa,
cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto
per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in
assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva
strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione
solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole
la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano
un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che
le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In
memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua
dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo.
La statua che oggi si vede è però del 1740.

Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa fu il 3 settembre
590 consacrato col nome di Gregorio I, rimanendo per quattordici
anni sulla cattedra di S. Pietro, fino cioè al marzo del 604. In lui
v'era il doppio carattere d'un uomo contemplativo e ardentemente
religioso, unito a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due
qualità che sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che
pur si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. Questo
doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, alcuni dei
quali, come i _Dialoghi_, le _Omelie_ e i libri morali ci mostrano
l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad uno scopo pratico, come
son quelli che danno regole per la liturgia. Queste regole furono
lungamente osservate: la messa si celebra anche oggi in gran parte
secondo le norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la
riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole di quel
canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici libri delle
sue _Epistolae_ sono un monumento davvero immortale per la sua
vita e per la storia dei tempi. In esse impariamo a conoscere con
sicurezza il carattere nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il
secondo fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo
senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, il suo
ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse divenuto il primo
personaggio del secolo, che guidava non solo la Chiesa, ma la politica
italiana, e in parte quella anche dell'Europa. Dovette occuparsi
d'amministrare l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei
fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in tutta
Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza il valore,
che si fa da alcuni ascendere ad una estensione di 1800 miglia, con
una rendita di 7,500,000 lire. E di questo denaro, che gli dava una
gran forza, si valeva per aiutare non solo i conventi, il clero, la
Chiesa; ma in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri.
Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, di un
affetto, di una cura singolare per l'interesse dei contadini. E oltre
di ciò egli fa in esse una costante guerra ai Longobardi; anima le
popolazioni italiane alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine,
invitando qualche volta il clero stesso a prendere le armi. Tutto
questo suo ardore operoso, fervido, giovanile si manifesta in mezzo
ad un mondo che sembra da ogni parte cadere in rovina, e nel quale
egli sta sempre fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa
in Dio e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile pel
bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli scrive, i campi
desolati e deserti, le città vuote, il Senato è morto, il popolo più
non esiste, la spada pende sul capo di coloro che sono rimasti: noi
siamo in mezzo alla rovina del mondo.» Eppure non cede, non piega,
non si scoraggia mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte
all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo il Patriarca di
Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere il titolo di patriarca
ecumenico, che spettava solo al Papa, capo della Chiesa universale. E,
come per contrasto, continuava sempre a portare il titolo già assunto
di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare fino a che
non ebbe ottenuto la vittoria.

Le sue lettere all'Imperatrice sono piene delle più nobili massime in
favore degli oppressi, contro la corruzione amministrativa, contro
gli eccessi degli agenti del fisco. «Piuttosto, egli le scriveva,
che gravar di tasse i miseri a segno tale che per pagarle alcuni son
costretti a vendere schiavi i propri figli, mandateci meno danaro per
le spese d'Italia, ed asciugate invece le lacrime degli oppressi.»
Indefessa, costante fu la sua opera per guadagnare al cattolicismo i
Longobardi. Per convertire il loro re Agilulfo si valse della moglie
di lui Teodolinda, che già era cattolica. Dell'arcivescovo Costanzo,
che raccomandò ai Milanesi, si valse per combattere l'arianesimo
nell'alta Italia. Molto fece per diffondere sempre più il cattolicismo
tra i Franchi e nella Spagna; ma soprattutto si adoperò per convertire
gli Anglo-Sassoni, presso i quali mandò una prima missione nel 596,
una seconda nel 601. Rafforzò l'unità della Chiesa, sottomettendo a
Roma i vescovi, sulla cui elezione vegliò severamente, per combattere
la simonia e la scelta di uomini poco degni, pericolo che allora
minacciava assai. A rafforzare la papale autorità in Italia e fuori
giovò molto anche il favore che egli dette al monachismo, sul quale il
Papato aveva cominciato e continuò sempre più ad esercitare un'azione
diretta, restringendo quella esercitata dai vescovi. Ma nello stesso
tempo rafforzò il divieto d'accogliere nei monasteri chi ancora non
aveva compiuti i diciotto anni, e chi aveva moglie, se questa non
si dava anch'essa alla vita religiosa. In tutto si dimostrò un uomo
superiore. Un giorno egli rimproverò il vescovo di Terracina, per avere
a forza cacciati gli Ebrei dai luoghi in cui celebravano i loro riti
religiosi, dicendo che coloro i quali dissentivano dalla vera fede, si
dovevano richiamare alla dottrina di Gesù Cristo colla mansuetudine e
la persuasione, non colla violenza.

Nell'anno stesso in cui fu eletto Gregorio I, si procedeva alla
elezione del nuovo re dei Longobardi. Questi dissero a Teodolinda, di
cui avevano giustamente un alto concetto, che si scegliesse un secondo
marito, capace di governare, ed essi, fidando nel buon giudizio di lei,
lo avrebbero senz'altro accettato per loro re. Teodolinda che aveva
già cominciato a governare, e dato subito prova della sua accortezza
politica cercando di stringere alleanza coi Franchi, tenuto ora
_consilium cum prudentibus_, scelse Agilulfo duca di Torino, originario
della Turingia, parente di Autari, bello, giovane, valoroso, prudente.
Deliberata la scelta, si mosse francamente per andargli incontro
verso Torino. E trovato che l'ebbe a Lumello, lo invitò a bevere nella
stessa tazza, dopo di che, _cum rubore subridens_, si lasciò baciare in
bocca, come per confermare la scelta che aveva fatta. Le nozze furono
celebrate con generale letizia; e nel maggio del 591 Agilulfo assunse
la potestà regia, solennemente acclamato dal popolo congregato a
Milano.

La posizione in cui si trovava ora Agilulfo era assai difficile. Da
una parte minacciavano i Franchi, da un'altra i Bizantini. A Roma
c'era un Papa avversissimo agli ariani ed agli stranieri, che aveva
grandissima autorità sulle popolazioni italiane. Se questi tre nemici
si fossero una volta messi veramente d'accordo, ai Longobardi non
sarebbe rimasto da far altro che ripassare le Alpi. Ma fortunatamente
per essi quest'accordo non esisteva e non era possibile. Il Papa era
tutt'altro che contento dei Bizantini, dei quali scontentissime si
mostravano le popolazioni. I Franchi, continuamente paralizzati dalle
sanguinose discordie interne, quando queste cessavano, si ponevano, è
vero, assai facilmente d'accordo coi Bizantini, per muover guerra ai
Longobardi. Se non che, tanto essi quanto i Bizantini avrebbero voluto
ciascuno l'Italia per sè; e così appena erano sul punto di abbattere i
Longobardi, tornava subito la discordia fra di loro, e ognuno di essi
cercava d'avvicinarsi al nemico, a danno dell'amico. Si formò così
una specie di equilibrio instabile, in mezzo al quale Agilulfo poteva
sperare di destreggiarsi a suo modo. A questi pericoli esterni si
aggiungevano però anche gl'interni. Alcuni dei Duchi, scontenti per la
speranza delusa di salire essi sul trono, minacciavano di ribellarsi.
Altri non pochi, sopra tutto quelli assai potenti che erano ai confini,
aspirando a sempre maggiore indipendenza, dimostravano di volersi
anch'essi ribellare.

In mezzo a tutte queste gravi difficoltà, Agilulfo seppe dar prova di
tale e tanta prudenza, da reggersi non solo, ma da riuscire anche ad
essere, come fu giustamente affermato dal Ranke, il vero fondatore
del regno longobardo. E prima di tutto, seguendo il savio concetto
di Teodolinda, riuscì a concludere coi Franchi un accordo, del quale
ignoriamo i termini precisi. Sappiamo però che, per lungo tempo,
da questo lato vi fu pace. Ma il merito di un tale accordo non deve
attribuirsi tutto ad Agilulfo. Childeberto che aveva unito sotto di sè
l'Austrasia e la Borgogna, lasciò morendo (596) due fanciulli, che si
divisero fra loro le due parti del suo regno, dal quale la Neustria era
adesso separata. Così tra i Franchi scoppiò di nuovo la guerra civile;
ed il re dei Longobardi seppe trarne profitto, per concludere un
accordo, che gli permise di darsi interamente a domare i Duchi ribelli,
ed a mettere ordine nel Regno, per poter poi combattere vigorosamente i
Bizantini.

Cominciò quindi col rivolgersi contro Mimulfo, duca dell'Isola di
S. Giuliano, sul lago d'Orta, che fu da lui vinto ed ucciso. Andò
poi contro Gaidulfo, duca assai potente di Bergamo, col quale, dopo
averlo vinto, fece la pace; ma fu poi nuovamente assalito da lui,
quando combatteva Ulfari duca di Treviso. Ciò non ostante, Agilulfo,
vinto ed imprigionato Ulfari, si rivolse subito contro Gaidulfo, che
s'era ritirato e fortificato nell'Isola comacina. Gli levò l'isola ed
il tesoro ivi raccolto, lo inseguì a Bergamo, vincendolo di nuovo e
facendolo prigioniero. Quando però tutti s'aspettavano di vederlo messo
a morte, Agilulfo da vero uomo di Stato, dominando l'impeto delle sue
passioni, gli fece grazia della vita. Sapendolo assai potente e di
alto lignaggio, non voleva aumentar troppo il numero dei propri nemici.
Rivolse poi il suo pensiero a Benevento, per far riconoscere anche in
quel Ducato, già troppo indipendente, la regia autorità. Colà era morto
il duca Zottone, ed Agilulfo invece di fargli succedere un parente come
s'era fatto in passato, per arrivare, colla successione ereditaria,
alla totale indipendenza di quel Ducato, vi mandò invece Arichi nobile
longobardo del Friuli.

Il ducato di Spoleto aveva una estensione assai minore di quello di
Benevento, ma gli dava grande importanza la sua posizione geografica.
Posto sulla via Flaminia, la quale va da Roma a Rimini, che per
altra via è congiunta con Ravenna, esso trovavasi fra la Pentapoli e
Roma, che di continuo minacciava. Papa Gregorio infatti si doleva ora
amaramente all'Imperatore che l'esarca Romano, il quale pur era un
uomo valoroso, lo lasciasse esposto ai nemici assalti, senza muovere
un passo in sua difesa, tanto che doveva egli solo provvedere a
tutto. Lo pregava perchè si movesse finalmente a difesa della _causa
Italiae_. «Io non so più, egli diceva, se ora adempio l'ufficio di
pastore o di principe temporale. Debbo provvedere alla difesa, a tutto;
sono divenuto il pagatore dei soldati.» E veramente egli pensava a
restaurare le mura, a dare ordini per la difesa; era l'anima della
guerra in Roma e fuori; avvertiva i capi dei militi a stare di continuo
attenti ai movimenti degli Spoletini. In qualche città inviava soldati,
scrivendo che la difendessero sotto l'ordine del _Magister militum_
(27 settembre 591). Con un'altra lettera, circa dello stesso tempo,
indirizzata: _Clero, ordini et plebi consistenti Nepae_, mandava il
_clarissimum Leontium_ a difenderla. Nel giugno del 592 scriveva a
due Maestri dei militi come a suoi dipendenti, dando loro ordini per
la guerra. E nello stesso anno, alla città di Napoli che si trovava
senza armi, ed era minacciata da Benevento d'accordo con Spoleto, il
Papa mandava il «Magnifico tribuno» Costanzo, ordinando che gli si
affidasse il comando dei soldati, perchè potesse dirigere la difesa. E
intanto, senza aver dall'Esarca aiuto nè di uomini nè di danari, doveva
difendersi da Ariulfo, che s'avanzava per assediare Roma. «I soldati
regolari che qui sono, così egli scriveva al vescovo di Ravenna, non
avendo più le paghe, hanno abbandonato la Città; gli altri a stento
s'inducono a far la guardia alle mura. Ormai non resta che concludere
la pace coi Longobardi. Questa è divenuta per Roma questione di vita
o di morte.» Ed assumendo sopra di sè ogni responsabilità, quasi fosse
divenuto il capo legale, il rappresentante legittimo del Ducato romano,
concluse con Ariulfo la pace.

L'Esarca fu di ciò irritatissimo, accusando il Papa d'avere compiuto un
atto d'indebita sovranità, quasi fosse indipendente dall'Imperatore.
Ormai, egli diceva, Ariulfo, sicuro alle spalle, poteva da un
momento all'altro, unendosi con Agilulfo, procedere contro Ravenna. E
nell'autunno del 592 s'avanzò verso l'Italia centrale, trovando a un
tratto quelle forze che fino allora aveva sempre detto di non avere.
S'impadronì di Perugia, di Todi, di Orte, di Sutri, che erano occupate
dai Longobardi. Ed il Papa, di buona o di mala voglia, non ostante
la pace fatta, dovette secondar questa guerra. Così il suo accordo
coi Longobardi fu rotto; ed Agilulfo, nel maggio del 593, si mosse in
persona contro Roma. Passato il Po, fece prigionieri alcuni Italiani,
che mandò nella Gallia per venderli schiavi; altri arrivarono in Roma
mutilati. Il Papa dovette allora solennemente annunziare al popolo,
che interrompeva le sue predicazioni sopra Ezechielle, per occuparsi
della guerra. «Nessuno ci potrà rimproverare, egli diceva, se cessiamo
dal predicare in mezzo a tante tribolazioni, circondati come siamo
dalle spade nemiche. Alcuni Italiani già tornarono fra noi colle mani
mutilate; altri vennero fatti prigionieri, legati e venduti schiavi;
altri uccisi!» Agilulfo intanto aveva già preso Perugia, ed ucciso il
duca Maurizio che, dopo aver tenuto quella città pei Longobardi, la
teneva ora pei Bizantini, ai quali l'aveva a tradimento ceduta. Pose
poi l'assedio a Roma, e sebbene le notizie che abbiamo di questo fatto
siano incertissime, sembra tuttavia che in parte la resistenza dei
cittadini animati dal Papa; in parte la malaria che, a cagione della
state, infieriva nella Campagna; in parte la ribellione dei Duchi
non ancora sedata nell'alta Italia, finissero coll'indurre Agilulfo a
ritornare verso il Nord, dove l'un dopo l'altro sottomise i ribelli.

In mezzo a tutti questi eventi il Papa andava sempre più divenendo
il personaggio principale in Italia, i cui interessi egli ora
rappresentava, la cui storia sembrava concentrarsi intorno a lui,
che sorgeva gigante in mezzo al secolo, dando al Papato inaspettata
grandezza, iniziando un'epoca nuova, tenendo testa a tutti con
straordinaria energia. Non poteva andare d'accordo coi Longobardi,
stranieri, ariani, barbari, saccheggiatori, nemici del nome romano.
Non poteva neppure andare d'accordo coi Bizantini, continui essendo con
Costantinopoli i dissensi religiosi, continua essendo colà la pretesa
di tenere la Chiesa sottomessa all'Impero. Il patriarca Giovanni era
sempre ostinato nell'assumere il titolo di ecumenico; e l'Imperatore
aveva, con nuovo editto, proibito a coloro che facevano parte
dell'amministrazione, d'accettare uffici ecclesiastici o entrare nei
conventi. Contro di ciò il Papa energicamente protestava. Oltre di che
la continua velleità d'indipendenza manifestata dal clero di Ravenna,
veniva favorita adesso dall'esarca Romano, «la cui condotta, scriveva
Gregorio, era peggiore di quella dei Longobardi; tanto che sembrano più
benigni i nemici che ci uccidono, dei rappresentanti della Repubblica,
i quali dovrebbero difenderci, ed invece colla loro malizia e le loro
rapine ci consumano lentamente.» Si valeva di tutti i mezzi per agire
sull'Imperatore e sull'Esarca; mediante l'arcivescovo di Milano,
agiva anche su Teodolinda. Ma in sostanza neppure a lui conveniva una
vittoria o prevalenza decisiva dei Bizantini o dei Longobardi. Avrebbe
voluto perciò un accordo, col quale venisse stabilito un equilibrio che
lasciasse la Chiesa libera dagli uni e dagli altri.

Agilulfo, che si trovava anch'egli in mezzo a mille difficoltà,
pareva da parte sua disposto a stringere accordo col Papa; ma questi,
dopo ciò che gli era successo per la pace conclusa con Ariulfo,
non poteva arrischiarsi a provocare ora un'altra crisi. Si trovava
quindi sempre più angustiato, e nelle sue lettere ripeteva che le
continue tribolazioni non gli lasciavano neppur tempo di leggere o
di scrivere. _Tantis tribulationibus premor, ut mihi neque legere
neque per epistolas multa loqui liceat_. Ma quello che era peggio, non
gli venivano risparmiate calunnie d'ogni sorta: lo accusarono presso
l'Imperatore perfino d'avere ucciso un vescovo. Al che egli perdette
addirittura la pazienza, e scrisse: «Se avessi voluto macchiarmi le
mani nel sangue, a quest'ora la nazione longobarda non avrebbe nè
re, nè duchi, nè conti, e sarebbe in estrema confusione. Ma io temo
Iddio e rifuggo dal macchiarmi le mani del sangue di chicchessia.»
L'Imperatore lo aveva accusato d'incapacità e fatuità nella sua
condotta verso i Longobardi. «E come! esclamava il Papa indignato, in
un'altra lettera del 5 giugno 595, si è rotta la pace da me conclusa
con Ariulfo, ritirando i soldati e lasciandomi solo contro Agilulfo.
Ho dovuto vedere i Romani presi, legati come cani, e mandati a vendere
schiavi nella Francia! L'Imperatore non avrebbe dovuto giammai prestar
fede alle parole dei miei nemici, ma guardar solo ai fatti.» E se ne
appellava a Gesù Cristo. Intanto i Longobardi di Spoleto e di Benevento
si allargavano sempre più nell'Italia meridionale, saccheggiando,
conquistando; nè quelle popolazioni potevano trovare aiuto o
incoraggiamento in altri che nel Papa, il quale così acquistava sempre
maggiore importanza ed autorità, diveniva di fatto il capo legittimo
delle popolazioni italiane, che per tale lo riconoscevano.

Nel 595 l'aspetto generale delle cose cominciava a mutare alquanto,
perchè moriva il patriarca di Costantinopoli, Giovanni, che era
stato causa continua di dissidi, e ne succedeva un altro, Ciriaco,
che era più accetto al Papa. Moriva non molto dopo l'esarca Romano,
e gli succedeva _Kallinicus_ (per corruzione detto _Gallinicus_),
anche questi a lui molto più favorevole. Tutto ciò avrebbe agevolato
non poco le trattative d'una pace generale coi Longobardi, se non
si fosse trovato un ostacolo inaspettato nei duchi di Benevento e di
Spoleto, i quali, volendo agir sempre per conto proprio, pretendevano
di firmarla solo con speciali condizioni da essi imposte. Quindi nel
599 più che una vera pace, si concluse una tregua di soli due mesi. E,
come papa Gregorio aveva già preveduto, dicendo: — si farà pace e non
sarà pace; — così, quando non era anche scaduto il termine fissato, la
tregua fu rotta senza poterla rinnovare. Nel 601 primo a cominciare le
ostilità fu l'Esarca, cui rispose subito Agilulfo cercando d'incendiar
Padova, che poi prese e distrusse. Egli fu in questa guerra secondato
dagli Avari, ai quali mandò, _ad faciendas naves_, artefici italiani,
probabilmente delle antiche _scholae_ o associazioni di mestieri.
A sempre più aumentare il disordine s'aggiunse, che da una parte
gli Avari assalirono l'Impero e devastarono l'Istria, da un'altra
i Longobardi di Spoleto ebbero più d'uno scontro cogl'imperiali di
Ravenna.

Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne però
a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio era divenuto assai
impopolare per la severa disciplina che voleva nell'esercito. Gli
Avari gli avevano nel 600 proposto che riscattasse per danaro 12,000
prigionieri, i quali erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente
ricusato, li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo contro
di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine all'esercito di
passare il Danubio e svernare al di là del fiume, lo scontento arrivò
a tale che ne scoppiò una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca,
il quale manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. Nel
novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, dopo averne fatto
trucidare i figli sotto gli occhi stessi del padre. Siccome poi si
doveva subito occupare della guerra persiana, così concluse la pace
cogli Avari, richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra
anche in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto con cui
riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora gli scrisse una
lettera nella quale, augurandogli ogni prosperità, diceva, «che gli
angeli stessi del cielo avrebbero cantato un inno di lode al Signore,»
per la nuova elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia
indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per quanto Foca
aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo scopo costante, unico,
supremo, a cui Gregorio Magno tutto sacrificava, pure il congratularsi
della elezione d'un tal mostro non era scusabile in nessun modo.
Bisogna tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei tempi,
massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto si diceva con frasi
altosonanti. Nè si può con certezza affermare, che quando il Papa
scrisse quella lettera, avesse già avuto sicura e precisa notizia del
sangue innocente con tanta crudeltà versato.

Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la ferrea volontà
del Papa esercitava per mezzo della regina Teodolinda, cattolica e
donna d'alti sensi, la quale lasciò gran nome di sè, e grandi opere
pubbliche, sopra tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui
esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando Agilulfo
fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato verso la fine
del 602. Alcuni sostengono che si convertisse anch'egli; ma certo è
solamente che si dimostrò assai favorevole ai cattolici. Del resto
siamo già al principio della generale conversione dei Longobardi,
la quale si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente
aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però che Agilulfo
continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente gli si
dimostrasse perciò sempre più avverso. Dopo aver preso Monselice, il
re longobardo andò oltre verso Ravenna; e par certo che, in questa
occasione, il Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca.
Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di questi
non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già pronti i loro dromoni
(navi rapide) per metterli in mare, e servirsene solamente a proprio
vantaggio. Si direbbe, che i Pisani fossero già ordinati in una qualche
specie di municipale indipendenza, volendo e potendo deliberare da
sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque sia di
ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli Avari, assalì ed abbattè
Cremona; prese Mantova di cui demolì le mura, e lo stesso fece di altre
città, fino a che Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal
settembre del 603 all'aprile 605.

In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le malattie di
Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi dalle sue lettere, era
anche andata sino all'ultimo crescendo sempre la sua prodigiosa
attività. Non cessava mai di raccomandare a tutti che si provvedesse
alle sorti della _misera Italia_, adoperandosi costantemente per essa:
e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. L'anno 600 egli
scriveva: «In undici mesi appena qualche volta la gotta mi ha lasciato
levare di letto. La mia vita è divenuta tale che aspetto come un
benefizio la morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale,
ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» Una
delle ultime lettere fu scritta nel gennaio 604, poco prima di morire,
per mandare abiti e coperte ad un vescovo assai povero che pativa
il freddo; e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. Poco
dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, ed era sepolto in S.
Pietro.

In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano
nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il
figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in
presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi,
la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa
sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta
pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era
successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra
persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva
quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome
Giovanni.

Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli
Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una
guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva
resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando
la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri
superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si
chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei
figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e
Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città
sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era
così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì
per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva
di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e
fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto
a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò
agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo
matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi
di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E
perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano
del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già
aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi
in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il
giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese.
Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran
quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini
del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero
la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a
terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono
prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della
carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari
se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico
racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria,
devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale;
poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei
quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono
assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri,
che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso
Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li
aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a
casa sua.

Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra
il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio
figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di
fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con
ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie
l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale
fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte
ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a
Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora
restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece
dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione
del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo
un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una
di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli
scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo _Rex
totius Italiae_; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non
sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne
da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra,
anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte
è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro
al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue
gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di
ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu
confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e
certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia.

Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da
Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia
della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda,
dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo
indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in
modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa.
Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in
Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata
la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi.
Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco
dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera
qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che
dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò.
Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo
e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani.
Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti,
che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca
di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi
seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a
questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due
figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori
ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero
avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto
cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso
contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco
ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione
efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che
Gregorio I esercitò sempre su tutti.



CAPITOLO V

Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto —
L'_Ecthesis_ — L'editto di Rotari


L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi
dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La
conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro
la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro
il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a
Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di
lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo
ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si
direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti
che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato
la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa
alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un
secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la
scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu
il re legislatore dei Longobardi.

Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra
persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non
si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli
esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi
indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che
secondo alcuni era chiamato _Lemigius Thrax_ (611-616), ed a questo
un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome
il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo
uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito
un altro esarca.

In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed
essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era
morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre
colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato
da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero
carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una
straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei
primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del
rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo
era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono
in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa
Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno
della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando
d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero
fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la
stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe
detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale
pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere
di là meglio difendere l'Impero.

Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla
minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e
politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal
suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa
guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede,
per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici
degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo.
Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò
febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi
nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25,
sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso
il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò
allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli
Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero
ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre
contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro
Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero
una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da
questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio
avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più
favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano
quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben
più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e
dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio
continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute
sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli
successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte
le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno
della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in
Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del
Santo Sepolcro.

Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani,
questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche
definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole
dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una
politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee.
Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva
fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie
province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da
cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era
stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare
indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che
restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già
avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere
l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della
Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari,
dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe
proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben
vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo
avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono
addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella
Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli,
gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi,
somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi,
finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei
secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a
ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli
Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da
questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati:
certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli
finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può
resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà
riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per
disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano
riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi
Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi
come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani.

Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano,
quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le
province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente
abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e
conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate.
Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio,
ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto
dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio.

S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che
doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628
cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare
la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte
tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla
doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore.
Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei
Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in
altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre
distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto,
sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo
un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro
che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo
che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che
l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome
che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina
musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel
632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel
deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli
successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando
tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani,
respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia,
nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto.
L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una
debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per
sempre perduto le terre al di là del Tauro.

La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla
conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle
popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre
resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e
sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare
costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una
sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana.
Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le
rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute
sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano
quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso
si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che
divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser
difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo
religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca
Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce
in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura.
E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a
Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare
la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò
favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica
o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della
Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai
a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore:
peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche.
Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava
l'_Ecthesis_ o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse
più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura
ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora
in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe
potuto astenere dal condannare l'_Ecthesis_, se quando questo pervenne
a Roma, egli non fosse già morto.

La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa,
ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco,
venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto
d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli
non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò
col non volerlo confermare se prima non approvava l'_Ecthesis_; ma
si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse
dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi
dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito
un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar
nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa
Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa
monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'_Ecthesis_
non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai
molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con
l'_Enotikon_.

Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero,
sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso
dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari
quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano
però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano
in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti
al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da
Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano,
il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione
religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado
in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano
l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui
avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque
anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se
per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per
intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a
vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San
Giovanni, nella quale fu poi sepolta.

Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte
dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani,
ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana,
avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E
dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul
Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono,
l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe
perduto 8000 uomini.

In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale
fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella
Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto
anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di
Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato
di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale,
divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come
vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di
Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli.
Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad
uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva
scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa
datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì
(642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi
in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò
dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò,
morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi
furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco.
Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea
di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come
s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di
Benevento.

L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari fece di
più notevole in tutto quanto il suo regno durato fino al 652. Esso
è un monumento storico di grande importanza, e costituisce un atto
di vera e indipendente sovranità. Era la prima volta che un barbaro
osasse legiferare in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero
nè, consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo dice nel
proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto le consuetudini
già prevalenti nel suo popolo, cercando di compierle e migliorarle,
levandone il superfluo. Tutto ciò «col consiglio e consenso dei Primati
nostri Giudici, e di tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e
Primati erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in guerra
e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso barbarico, era il popolo
stesso dei Longobardi in armi. L'usanza di consultare i Grandi ed il
popolo nelle faccende di generale interesse, era antica presso tutti i
popoli germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa usanza, per
le condizioni affatto speciali di vita, e per l'organizzazione tutta
militare dei Longobardi, aveva perduto il suo carattere primitivo,
ed era divenuta affare più di forma che di sostanza. I Primati non
deliberavano, davano solo un parere, un consiglio; il popolo si
limitava ad approvare.

Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari è certo una
delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli altri barbari scrissero
le loro leggi o consuetudini poco dopo entrati nell'Impero, ed i
Longobardi assai più tardi. Sebbene poi questi non se ne avvedessero,
è tuttavia per noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del
diritto romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina in
cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, in un
ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, ed in alcune
disposizioni che evidentemente non possono essere di origine germanica.
L'Editto è diviso in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi
dodici sembrano aggiunti più tardi.[35] Si comincia coi delitti contro
lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, l'ordine
della famiglia e della proprietà; di diritto pubblico v'è poco o nulla.

Si è molto disputato per sapere se questo Editto si applicava solo
ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente le leggi barbariche
avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo
che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei
Longobardi però, e non di essi solamente, avevano anche un carattere
territoriale, perchè si applicavano a tutti i popoli venuti con loro
in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuni, il fatto che i Sassoni,
i quali volevano vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni,
dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha
compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, senza far tra
di essi distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione
della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto,
assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla
esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare
credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del
tutto, d'una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente
menzione neppure una volta. Nè si può concepire come i Longobardi,
anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva messo
radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni
giuridiche, molte delle quali erano ai loro vincitori sconosciute
in modo, che per esse la loro legge non provvedeva e non poteva
provvedere nulla addirittura. Non si capirebbe poi come, ammessa una
volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda,
questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire
e del suo riapparire si facesse nei documenti o nelle cronache cenno
alcuno. La conclusione più probabile cui bisogna, secondo noi, arrivare
è che, sebbene la legge romana non venisse officialmente riconosciuta,
pure in molte delle relazioni private che da antico correvano fra
gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno
consuetudinaria.

Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente indurre la
persistenza del diritto romano,[36] questa apparisce manifesta come
un fatto normale nella legislazione posteriore di re Liutprando. «Se
un Longobardo, noi leggiamo in essa, dopo avere avuto figli, si fa
chierico, questi continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto
la quale viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire non
solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa era sottoposto
anche il Longobardo che si faceva chierico. E quale poteva esser
mai quest'altra legge se non la romana? Il diritto canonico, che pur
vigeva certamente, non era forse pieno d'elementi di diritto romano,
e non dovette perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento,
che apparisce infatti sempre più manifesto? La longobarda è una
legislazione essenzialmente barbarica, sulla quale si scorge sin dal
principio l'azione d'una civiltà superiore, esercitata per mezzo del
diritto romano e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di
raccogliere le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo
l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di diritto, e cerca
diminuirlo, come cerca di aumentare le composizioni, per mettere un
qualche freno alla vendetta (_faida_) barbarica. In alcuni casi egli
condanna l'uccisione delle streghe, come contraria all'umanità ed ai
principii del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli
crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo a misura
che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, più chiari
sono in esso apparsi gli elementi nascosti di diritto romano. Risorge
perciò sempre più la teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della
persistenza del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza,
sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. Anche l'esistenza in
tutto il Medio Evo di scuole di grammatica e di diritto romano a
Ravenna, a Roma ed altrove, apparisce sempre più dimostrata.

La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente
germanico, e manifesta costantemente questo suo carattere fondamentale,
sebbene in alcuni punti apparisca alquanto alterato dalle condizioni
speciali in cui essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione
d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi per la
campagna, in case separate, con siepi che circondano i campi. Rotari
dichiara fin dal principio d'essere mosso dall'interesse dei propri
sudditi, «specialmente rispetto ai continui travagli dei poveri, ed
alle esazioni inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito
violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, come è stato
sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte si deve anche attribuire al
fatto, che i barbari in generale rivolgevano la loro ostilità sopra
tutto contro i latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano,
uccidevano i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla
potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori dei
Bizantini; nè si sa che nelle campagne o nelle città li opprimessero al
pari dei ricchi.

La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto la
legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; ed è di
sua natura intrinsecamente, essenzialmente contraria allo spirito vero
del diritto romano. Quello che vi domina non è il concetto giuridico
dello Stato, ma il concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e
fondamento di una società, in cui il governo è ancora assai debole,
si trova fortemente costituita a propria difesa; ma non apparisce
giuridicamente coordinata allo Stato, risultando invece unita dai
primitivi vincoli del sangue. La donna, come debole, è sottoposta
ad una perpetua tutela, che si chiama _mundio_, da cui non può mai
liberarsi: non può mai essere _selbmundia_. La tutela a cui ella è
sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran parte determinata
dall'interesse della famiglia, che si vuol tenere unita, e della quale
non si vuole perciò dividere il patrimonio. Per questa ragione la
tutela romana può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa dal
mundio del padre a quello del marito, alla morte del quale va sotto il
mundio dei parenti di lui, ed in alcuni casi anche dei propri fratelli
o del proprio figlio; in ultimo, della _Curtis regia_: non essendo
capace di portare le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di
qualcuno. I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, di cui,
quando è nubile, ha solo una piccola parte. La famiglia longobarda
non era come la romana una specie di monarchia assoluta, nella quale,
massime sotto la Repubblica, il padre aveva un potere illimitato; però
anche presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La donna
maritata trovava qualche protezione nell'autorità serbata ai suoi
parenti; e l'autorità paterna sul figlio aveva dei limiti ignoti alla
legge romana. Divenuto atto alle armi, esso poteva separarsi dalla
propria famiglia, e costituirne un'altra. La legislazione barbarica
in generale, come è noto, non conosceva il regime dotale; ma presso i
Longobardi la donna possedeva quello che le veniva dal marito, il quale
doveva liberarla dal mundio del padre o dei fratelli, pagandone il
prezzo; darle la _meta_ che si può dire una specie di dote, e il dono
del mattino, _morgengab_. Il padre le doveva solo il _faderfium_, che
era un dono a suo beneplacito. Presso di essi la proprietà collettiva
germanica era scomparsa quasi del tutto, essendone solo qua e là
sopravvissuta qualche debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi
tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione del diritto
romano, comincia ad apparire, esso è, come la donazione, di sua natura
irrevocabile.

Il carattere germanico di questa legislazione, opposto a quello del
diritto romano, apparisce più chiaro ancora nel diritto penale. La
pena di morte, che era assai rara, si applicava, secondo l'Editto,
innanzi tutto a chi attentava alla vita del re, che era tenuta sacra:
«il cuore del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche
essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio marito;
allo schiavo che uccideva il padrone; a chi disertava al nemico, si
ribellava contro il re o i duchi, eccitava i soldati alla ribellione.
Quanto al resto, tutto il diritto penale longobardo era una serie di
composizioni pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati.
Ma questa pena era intesa a soddisfare la _faida_, o sia la vendetta
privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta la famiglia; non
era destinata, come presso i Romani, a ristabilire la giustizia, a
vendicare la Repubblica. Qui era il contrasto fondamentale, che ai
Romani doveva apparire una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema
della prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul così
detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano a scemare i
duelli. Il guidrigildo era la pena che si pagava per l'uccisione d'un
uomo o d'una donna, ed andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più
tardi, parte ad essa, parte al Re.

Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato nessun
guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere che dai Longobardi non
si desse alla sua vita valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma
abbiamo già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, e
quindi neppure che alla loro vita non si desse valore alcuno; nessuno
più osa dal silenzio della legge dedurre così gravi conseguenze. È
superfluo dunque fermarsi a combatterle.



CAPITOLO VI

Grimoaldo re — Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore — Costante II
in Italia — Morte di Grimoaldo — Bertarido — Cuniberto — Conversione
dei Longobardi al cattolicismo — Liutprando


Morto Rotari (652), gli successe il figlio Rodoaldo, che venne ben
presto ucciso; ed a lui seguì il cognato Ariperto (653-61), figlio di
quel Gundobaldo fratello di Teodolinda, venuto con lei di Baviera, e
morto poi duca di Asti. Di Ariperto si sa poco o nulla; e subito dopo
segue un periodo assai oscuro, alterato da molte leggende, dalle quali
non riesce facile cavare un qualche costrutto storico.

Ariperto lasciò il regno diviso fra i suoi due figli Bertarido e
Godeberto, divisione questa assai comune presso gli altri barbari,
sopra tutto i Franchi; ma affatto insolita fra i Longobardi, il regno
dei quali era già troppo diviso in Ducati. Nè meno singolare è il
vedere che i due fratelli ebbero le loro rispettive capitali, il
primogenito a Milano, il secondo a Pavia. Così non solo esse erano
l'una vicina all'altra; ma il secondogenito risiedeva nella più
importante delle due, Pavia essendo stata sempre la capitale del regno.
I due fratelli, com'era naturale in tali condizioni, furon subito
in guerra fra di loro. E Godeberto mandò Garibaldo duca di Torino
a Grimoaldo duca di Benevento, promettendogli in isposa la propria
sorella, se veniva a Pavia per aiutarlo contro Bertarido. Grimoaldo
allora, quello stesso che vedemmo scampato alla strage seguìta nel
Friuli, uomo assai avventuroso, lasciato il governo di Benevento in
mano del proprio figlio, si mosse subito con un piccolo esercito, che
s'andò ingrossando per via. Arrivato a Pavia, secondo il racconto, che
in parte almeno è leggendario, invece d'aiutare Godeberto, lo uccise
inopinatamente, tanto che il figlio ebbe appena il tempo di mettersi in
salvo. Bertarido, saputo quello che era seguìto, se ne fuggì anch'egli,
ricoverando presso gli Avari in tal fretta, che lasciò indietro la
moglie ed il figlio Cuniberto, i quali caddero ambedue nelle mani di
Grimoaldo, che li mandò prigionieri a Benevento. Grimoaldo sposò poi
la sorella di Godeberto, che gli era stata promessa per indurlo a
venire in aiuto del fratello, da lui invece detronizzato ed ucciso. Il
duca di Torino, che aveva secondato il tradimento, fu da un parente
del tradito Godeberto ucciso; ma Grimoaldo venne confermato a Pavia
re dei Longobardi (662). Questo fatto aveva grande importanza, perchè
egli rimaneva anche duca di Benevento, dove suo figlio governava per
lui; e fu la prima, anzi l'unica volta in cui quasi tutta Italia si
trovò unita sotto un re longobardo, il che poteva, se fosse durato,
avere gravissime conseguenze. Ma chi già se ne risentiva non poco
era il Papa, il quale si trovò come stretto in un cerchio di ferro,
circondato per ogni lato dai Longobardi. Ciò lo spinse ad avvicinarsi
improvvisamente all'Imperatore, col quale era stato fino allora in
assai aspro dissenso.

Noi abbiamo già accennato alla disputa monotelita, inasprita dalla
pubblicazione dell'_Ecthesis_, e dall'essersi nel 640 l'Esarca
impadronito del tesoro lateranense. Seguì poi la pubblicazione del
_Tipo_, nel quale l'imperatore Costante II (642-68) minacciava pene
severissime a coloro che avessero continuato a disputare sulla doppia
volontà di Gesù Cristo. Ma papa Martino I (649-53), che aveva un
carattere assai energico, raccolse in Laterano un Concilio (649),
nel quale intervennero 202 vescovi, che condannarono l'_empiissima
Ecthesis_ di Eraclio, e lo _scelleratissimo Tipo_ di Costante. Era
la prima volta che un Papa osasse condannare a questo modo editti
imperiali; e però l'esarca Olimpio ebbe ordine d'impadronirsi colla
forza della persona stessa di Martino I, e mandarlo a Costantinopoli.
La leggenda narra che l'Esarca aveva dato ordine d'uccidere il Papa,
mentre celebrava la messa; e che l'assassino il quale ne aveva assunto
l'incarico accecò nel momento stesso in cui doveva compiere il delitto.
Ma allora appunto il rapido avanzarsi dei Musulmani nel Caucaso, nella
Siria, in Egitto, più oltre nell'Africa, e finalmente in Sicilia,
costrinse Olimpio ad andar loro incontro nell'isola, donde, essendo
essi in piccolo numero, si ritirarono. Ed in questo momento scoppiò
di nuovo la lotta fra l'imperatore Costante ed il Papa, che il nuovo
esarca Teodoro _Calliopas_, venuto a Roma con un esercito nel giugno
del 653, doveva imprigionare. Arrivato che fu l'Esarca, lo trovò a
letto, presso l'altare della Basilica lateranense. Il popolo voleva
allora colla forza respingere la forza; Martino I però vi s'oppose,
vietando che si venisse per lui a spargimento di sangue. Così si
lasciò prendere e menare a Costantinopoli, dove sopportò la fame e la
tortura; fu poi condotto con un anello al collo nella loggia dove si
esponevano i malfattori, senza che con ciò si riuscisse a piegarlo.
Finirono col mandarlo in Crimea, dove morì nel settembre del 655, e fu
dichiarato Santo dalla Chiesa. All'abate Massimo, che era stato ardente
sostenitore delle due volontà, venne mozza la destra e strappata la
lingua.

Or fu appunto, quando a questo Papa così iniquamente trattato
successero prima Eugenio I (654-57) e poi Vitaliano I (657-72), che
noi vediamo iniziato e concluso l'accordo politico coll'Imperatore,
senza che questi avesse da Roma ottenuto nessuna concessione nella
disputa religiosa. Ciò si dovette in parte al minaccioso e continuo
avanzarsi dei Musulmani, i quali nel 655, in un luogo detto _alle
Colonne_, presso il Monte Fenice, sulla costa della Licia, in una
grande battaglia navale sconfissero e posero in fuga l'imperatore
Costante. A questo fatto, che portò un vero spavento in tutta la
Cristianità, s'aggiunsero la cresciuta potenza dei Longobardi, e i
dissensi religiosi che agitavano l'Italia. In Aquileia s'era riaccesa
la controversia dei _tre Capitoli_, sebbene i Papi avessero fatto ogni
opera per sopirla. La Chiesa di Milano dava segni manifesti di volersi
rendere indipendente a similitudine di quella di Ravenna, dove un
tale desiderio era assai antico, e dove l'arcivescovo Mauro voleva ora
assumere addirittura il titolo di Patriarca.

In conseguenza di tutto ciò, messo pel momento da parte ogni dissenso
religioso, Papa e Imperatore si unirono. Nel 662 Costante partiva da
Costantinopoli per venire con un esercito in Italia, dove nessuno
sapeva indovinare con precisione che fine veramente egli avesse.
Secondo alcuni voleva portar la sua sede in Sicilia, per farne
centro dell'Impero, a meglio difenderlo contro i Musulmani; secondo
altri veniva invece per frenare la potenza dei Longobardi. In questo
caso il momento non sarebbe stato male scelto. Egli era infatti
partito da Costantinopoli nell'anno in cui Grimoaldo fu proclamato
re dei Longobardi; sbarcava a Taranto nel 663, ed ingrossato per via
l'esercito, andò subito verso Benevento, quando, per le discordie con
violenza scoppiate nell'alta Italia, era assai difficile che Grimoaldo
potesse mandare aiuti al figlio Romualdo. Il quale tuttavia, vedendo
addensarsi sul suo capo la tempesta, mandò il proprio balio Sessualdo
ad avvertire di tutto il padre in Pavia. Questi, senza metter tempo
in mezzo, senza pensare al pericolo di lasciare un regno a mala pena
conquistato con un colpo di mano e pieno perciò di scontento, si mosse
subito in aiuto del figlio. Non lo sgomentarono le diserzioni seguite
per via, nè la voce sparsa che egli non sarebbe potuto più tornare
a Pavia. Sessualdo che lo aveva preceduto, tornando per avvertire
il figlio del prossimo arrivo degli aiuti, fu fatto prigioniero da
Costante, il quale lo condusse sotto le mura di Benevento, dove voleva
colle minacce e con la violenza indurlo ad affermare a Romualdo,
che il padre non sarebbe in nessun modo potuto venire a soccorrerlo.
Ma Sessualdo invece, quando vide il giovane Duca alle mura, esclamò
eroicamente: — Fatti animo, Grimoaldo è per giungere; questa notte sarà
al fiume Sangro. — Dopo di che, prevedendo il suo inevitabile destino,
gli raccomandò la moglie ed i figli. Infatti ben presto l'Imperatore
gli fece troncar la testa, che fu con una macchina di guerra gettata
dentro le mura di Benevento, dove Romualdo la baciò piangendo. Costante
si ritirò, lasciando intorno a Benevento 20,000 uomini, che furon
battuti dalle forze riunite di Romualdo e di Grimoaldo.

L'Imperatore andatosene allora a Roma (5 luglio 663), donde il Papa gli
venne incontro a sei miglia dalle mura, visitò le chiese, lasciandovi
donativi; ma portò via preziosi bronzi, fra cui anche il tetto del
Panteon, che era dorato. Di là, per Napoli e le Calabrie, se ne tornò
in Sicilia, dove per cinque anni, oppresse siffattamente il paese, che
nel 668 venne affogato in un bagno. Gli successe il figlio Costantino
Pogonato (668-85).

Grimoaldo doveva pensare adesso a ristabilire l'ordine nel suo regno.
Lasciato quindi il figlio al governo di Benevento, dette una sua figlia
in isposa al conte di Capua, che lo aveva aiutato nella guerra contro
l'Imperatore, e lo nominò duca di Spoleto. Tornato a Pavia, si diede
a combattere coloro che lo avevano abbandonato o tradito. Quegli di
cui più doveva temere era certo Bertarido, che rifugiatosi presso gli
Avari, divenne subito il richiamo di tutti gli scontenti. Grimoaldo
invano fece il tentativo d'indurre gli Avari a darglielo nelle mani.
Allora Bertarido, fattosi animo, mandò il suo fido Unulfo a dirgli, che
sarebbe venuto spontaneamente, sicuro della lealtà di lui; e Grimoaldo
lo accolse amichevolmente nel suo proprio palazzo. Ma tale e tanto fu
il numero di coloro che accorrevano a lui, che i sospetti crebbero
ogni giorno, ed il Re decise finalmente di uccidere il suo ospite.
Questi fattone consapevole, riuscì a fuggire coll'aiuto di Unulfo,
a lui sempre fido compagno. Grimoaldo si diede allora a combattere
Lupo, duca del Friuli, un altro di coloro che gli si erano ribellati
durante la guerra; e gli mosse contro gli Avari, che lo sconfissero ed
uccisero. Dopo aver fatto altre vendette, strinse amicizia coi Franchi
nel 671, e poi morì. Forte, valoroso ed avventuroso, par che fosse
anche tra i convertiti al cattolicismo. Nel 668 aggiunse alcuni nuovi
capitoli all'Editto di Rotari. Fu certo fortunato nelle sue imprese
guerresche; ma anche a lui mancò un concetto politico direttivo.
Quando infatti l'imperatore Costante si era ritirato in Sicilia,
egli avrebbe dovuto dedicarsi a compiere la conquista dell'Italia
meridionale, ad impadronirsi di Napoli e di Roma, il che lo avrebbe
reso più forte anche nell'Italia superiore; ma invece, tornatosene
subito nel settentrione, perdè il tempo in piccole vendette o guerre
alla spicciolata. Così tutto ricadde nell'antico disordine; e morendo
egli lasciò nuovamente l'Italia divisa. Il suo primogenito Romualdo
ebbe il ducato di Benevento; il secondogenito Garibaldo governò sotto
la reggenza della madre, che era sorella di Bertarido. Ma questi,
che s'era rifugiato in Francia, accorse ora in Italia, dove fu
subito riconosciuto re dei Longobardi; e di Garibaldo non si sentì
più parlare. Bertarido che era anch'esso fervido cattolico, regnò
diciassette anni, costruì molte chiese e conventi, favorì sempre più
la generale conversione dei Longobardi, che procedette assai rapida, ma
pel grande mutamento che portava, fu causa continua di disordini.

Il fatto più notevole che avvenne, fu la ribellione di Alachi duca
di Trento, assai avverso al clero, che Bertarido invece favoriva con
ardore. Ma questi, dopo averlo sottomesso, volle usargli clemenza,
sebbene prevedesse che ciò sarebbe riuscito funesto alla sua famiglia.
Infatti, morto che fu Bertarido nel 688, lasciando erede il figlio
Cuniberto, Alachi insorse di nuovo e s'impadronì colla violenza
del regno. Se non che il suo carattere violento e dispotico, la sua
avversione al clero, la sua condotta sleale promossero una ribellione
che richiamò Cuniberto, e così il regno si trovò diviso in due
partiti, lacerato da due pretendenti, i quali finalmente s'affrontarono
sull'Adda, dove Alachi venne sconfitto e rimase ucciso.

Durante questo tempo la società longobarda subiva una notevole
trasformazione. Il progresso del cattolicismo promoveva la cultura,
faceva a poco a poco un popolo solo dei vincitori e dei vinti, che
sembravano risorgere a vita novella. E ciò si scorge nel linguaggio
stesso adoperato da Paolo Diacono, quando descrive la lotta fra Alachi
e Cuniberto, dando allora per la prima volta importanza alle città
della Penisola. Infatti egli dice che Alachi, passando per Piacenza e
per la parte orientale del regno, cercò colla forza e colle blandizie
di farsi amiche e _socie_ le varie città, _singulas civitates_.
Giunto poi a Vicenza i _cittadini_ gli mossero guerra; ma dopo essere
stati vinti, gli divennero anch'essi _socii_ (V. 39). Queste ed altre
espressioni finora insolite nella sua storia, farebbero credere che a
lui apparisse già chiaro, come le città italiane cominciassero allora
ad acquistar nuova importanza. Certo è in ogni modo che Cuniberto regnò
fino al 700 in buonissimi termini col clero, e nella Corte di Pavia si
videro allora per la prima volta fiorire i germi d'una nuova cultura.

Ma alla sua morte ricominciarono i disordini, perchè al figlio
Liutberto, affidato alle cure del fido e valoroso Ansprando, si oppose
il parente Ragimberto, che s'impadronì del trono e lo lasciò ben
presto al figlio Ariberto II (701-12). Questi dovette però difendersi
contro Ansprando, e lo vinse pienamente, costringendolo a cercare
scampo in Baviera. Fece crudele vendetta contro la moglie e i figli di
lui, ai quali tagliò le orecchie, cavò gli occhi, strappò la lingua.
Lasciò tuttavia che presso il padre si ponesse in salvo solamente il
giovanetto Liutprando, che per la tenera età egli credette innocuo; ma
che invece era destinato ad essere il più illustre re dei Longobardi.
Infatti, quando Ariberto pareva sicuro sul trono, e nonostante le molte
sue crudeltà, era lodato e sostenuto dal clero pel suo zelo religioso,
pei doni alle chiese, per la restituzione fatta al Papa o, come si
diceva, a S. Pietro di alcune terre nelle Alpi Cozie, usurpate dai
Longobardi, giunse invece il giorno della vendetta. Ansprando, che era
riuscito in Baviera a mettere assieme un esercito, venne in Italia;
ed Ariberto dopo debole resistenza cedette, cercando di ricoverarsi in
Francia. Corse perciò a Pavia, raccolse quanto oro potè, e si dette con
esso a precipitosa fuga, tentando di ripassare a nuoto il Ticino, così
carico come era; ma invece, pel peso che seco aveva, affogò. Ansprando
allora salì sul trono, ed essendo morto poco dopo (18 giugno 712), lo
lasciò al figlio Liutprando. Così ebbe fine questo lungo periodo di
confusione e di disordine, quasi d'anarchia, cui fu in preda la società
longobarda, durante la sua conversione al Cattolicismo.



CAPITOLO VII

Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero —
Filippico imperatore — Ribellione in Roma


Ma se grande fu in questo tempo il disordine nell'Italia longobarda,
non minore era stato nell'Italia bizantina, a cagione soprattutto degli
avvenimenti religiosi seguiti a Costantinopoli, e dei dissensi che in
conseguenza di ciò sorsero fra il Papa e l'imperatore Giustiniano II
(685-95 e 705-711). Questi tenne di suo arbitrio un Concilio (691), che
dal luogo in cui s'adunò, una sala del palazzo imperiale, sotto una
cupola (_trullo_), fu detto _trullano_ o anche _in trullo_; altri lo
chiamò _quinisesto_, perchè, ad evitare dispute con Roma, si pretendeva
che non fosse un nuovo Concilio, ma solo un complemento del quinto
e del sesto, essendosi occupato di sola disciplina e non di domma.
Ma una tale convocazione era stata da parte dell'Imperatore un atto
d'indipendenza religiosa, che il Papa non poteva certo tollerare. I
nuovi canoni, se anche di sola disciplina, si allontanavano dalla
disciplina di Roma; e perciò il nuovo Concilio fu dai cattolici
chiamato _erratico_, e papa Sergio (687-701) non volle sottoscriverne
le deliberazioni. L'Imperatore fu di tutto ciò sdegnato per modo, che
mandò il protospatario Zaccaria ad imprigionare il Papa. Ma le milizie
di Ravenna e della Pentapoli corsero armate verso Roma a difenderlo; e
l'esercito romano, che allora era già costituito, par che se ne stesse
a guardare senza punto muoversi. I ribelli sopravvenuti furono perciò
subito padroni della Città, ed il Protospatario, per salvare la propria
vita, finì col nascondersi sotto il letto del Papa. Questi, fattogli
coraggio, si presentò dal balcone al popolo, raccomandando la calma; ma
la moltitudine non si mosse fino a che Zaccaria non fu ignominiosamente
partito da Roma.

Tutto questo avveniva fra il 693 e 94, e Giustiniano II non ebbe modo
di far di ciò le sue vendette, perchè era allora assai combattuto a
Costantinopoli, dove non andò guari che una rivoluzione lo sbalzò per
alcuni anni dal trono (696-705). Nè per questo cessava la lotta dei
Bizantini con Roma. A papa Sergio era successo Giovanni VI (701-705),
quando s'avanzò minaccioso il nuovo esarca Teofilatto; e, secondo la
espressione del Libro pontificale, la _Militia totius Italiae_[37]
corse tumultuosamente a Roma, dove il Papa a fatica potette sedarla.
Ma allora appunto una rivoluzione seguìta a Costantinopoli, rimetteva
da capo sul trono Giustiniano II, il quale, di natura sua sanguinario
e crudele, voleva adesso vendicarsi de' suoi nemici, non solo in
Oriente, ma anche in Italia. Qui era stato eletto nuovo papa Costantino
(708-15); e poco dopo si vide arrivare a Ravenna una flotta comandata
dal patrizio Teodoro, la quale venne accolta come amica. Ma ad un
tratto i principali nobili ed ecclesiastici furono fatti prigionieri
e condotti in catene sulle navi; dopo di che i Bizantini scesero a
terra in buon numero, e posero a sacco ed a fuoco la città, facendo
sommaria ed aspra punizione dei ribelli. Parecchi dei prigionieri
che erano, come dicemmo, fra i più autorevoli cittadini, vennero
per ordine di Giustiniano II messi a morte. Ed è ricordato fra gli
altri un tal Giovanniccio, assai noto per gli alti uffici che aveva
tenuti, per la profonda conoscenza della lingua e letteratura greca e
latina. L'arcivescovo Felice di Ravenna fu, secondo l'uso bizantino,
abbacinato, e poi mandato esule in Crimea. Così l'Imperatore si vendicò
contro i ribelli, che avevano osato umiliare i suoi rappresentanti in
Roma. Ed il Papa, che non era punto amico dell'Arcivescovo, perchè
questi, al pari di molti de' suoi predecessori, era stato ed era
sempre pronto a sostenere la propria indipendenza da Roma, lasciò fare
all'Imperatore senza alcuna protesta da parte sua. Anzi, chiamato a
Costantinopoli (710), v'andò, e raggiunto Giustiniano nell'Asia Minore,
par che fra di loro si mettessero d'accordo; dopo di che, festeggiato
in Oriente ed in Occidente, tornò a Roma il 24 ottobre 711.

Ma l'agitazione non s'era in questo mezzo punto calmata in Italia, anzi
ogni giorno cresceva. I fatti di Ravenna avevano prodotto una grande
irritazione nelle città bizantine, soprattutto dell'Esarcato. Agnello
Ravennate, dopo aver descritto i giuochi atletici, le lotte sanguinose
e la fierezza de' suoi concittadini, narra che l'Imperatore assetato
ancora di vendetta, mandò colà nuovo esarca Giovanni Rizocopo. Questi,
arrivato a Roma quando il Papa era già partito per l'Oriente, fece
prendere e decapitare alcuni dignitari della Chiesa, e ciò fu causa
di un'altra violenta ribellione nell'Esarcato, in conseguenza della
quale, appena arrivato colà, il nuovo Esarca v'incontrò la morte.
Il popolo era corso alle armi, eleggendosi a proprio capo Giorgio,
il figlio di quel Giovanniccio che vedemmo trucidato dai Bizantini.
Egli divise la cittadinanza in dodici _bandi_ o compagnie armate, una
delle quali era composta del clero e de' suoi dipendenti, divisione
che un secolo dopo durava tuttavia a Ravenna. Giorgio arringò le
popolazioni con un linguaggio, che fa pensare a Cola di Rienzo. E
con Ravenna allora insorsero contro l'Impero le città di Sarsina,
Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, quasi
tutto l'Esarcato.[38] Questo è il primo esempio d'una confederazione
di città italiane, che appariscono a un tratto come già aventi una
propria personalità. E vero che il solo a parlarne è Agnello Ravennate,
scrittore ampolloso che visse un secolo dopo, il quale non dà nessun
altro particolare d'un fatto così importante, del quale perfino l'anno
rimane incerto fra il 710 ed il 711. Ma noi abbiamo già visto in
Paolo Diacono accenni alla importanza che andavano allora assumendo le
città italiane, e abbiamo visto anche de' segni precursori di questa
ribellione, che ben presto si ripeterà sotto altra forma.

Giustiniano II non potè pensare a nuove vendette, perchè una seconda
rivoluzione, seguita a Costantinopoli, privò della vita lui ed il
figlio, proclamando imperatore Filippico (711-13), il quale pareva che
volesse conciliarsi col Papa. Egli rimandò a Ravenna l'Arcivescovo che
era stato crudelmente abbacinato, e che, appena tornato, fece ora atto
di sottomissione a Roma; mandò anche la testa di Giustiniano II, che
tutti corsero a vedere con feroce avidità. Ciò non ostante, ben presto
scoppiò da capo più viva che mai la discordia col Papa, perchè il nuovo
Imperatore, che era monatelita, volle radunare i vescovi monoteliti,
che dichiararono nulle le decisioni del sesto Concilio; il che sollevò
subito una tempesta in Roma, dove fu sdegnosamente respinta una tale
deliberazione. In S. Pietro e nelle altre chiese venne proibito il
ritratto dell'Imperatore eretico, ed il suo nome non fu pronunziato
nella messa; il popolo ne respinse gli editti, nè volle dar corso alle
monete d'oro colla sua immagine. Il Libro pontificale, narrando questa
nuova ribellione, menziona per la prima volta il _Ducatus Romanae
Urbis_; ricorda anche il suo _Dux_, e la parte presa dal _Populus
Romanus_ nei tumulti. Nobili, esercito e popolo si trovarono ora uniti
contro l'Imperatore, che voleva sostituire un nuovo Duca, di nome
Pietro, a quello designato dal suo predecessore. Ne nacquero violenti
tumulti, perchè una parte del popolo faceva a ciò aperta opposizione.
Il disordine era durato quasi un anno, quando il Papa si pose di mezzo
per calmarlo; e gli riuscì facilmente, perchè allora appunto giungeva
la notizia che l'Imperatore eretico era stato deposto ed accecato. Gli
era successo (713) Atanasio II, il quale, fatta dichiarazione della
sua fede ortodossa, mandò a Ravenna l'esarca Scolastico; ed i Romani
accettarono il duca Pietro, dopo che esso ebbe giurato di rinunziare
a far vendetta de' suoi oppositori. In Oriente seguirono ancora
alcuni anni di gran disordine, fino a che il 25 marzo 717 venne eletto
imperatore Leone III l'iconoclasta, col quale incomincia addirittura un
nuovo periodo storico.



CAPITOLO VIII

Liutprando, Gregorio II e Leone III — La lotta per le immagini —
Liutprando ne profitta ed assale il Ducato romano — Il Papa si rivolge
la prima volta ai Franchi — Non potendo avere da essi aiuto, si
riavvicina ai Longobardi


Sulla scena del mondo appariscono ora tre grandi personaggi:
Liutprando, che sin dal 712 era salito sul trono dei Longobardi, e fu
il loro più gran re; Gregorio II, che fu eletto papa nel 715, e non
era punto indegno del glorioso nome che portava; Leone III proclamato
imperatore nel 717, il quale col suo celebre editto contro le immagini
(726) produsse una grandissima agitazione in tutto quanto l'Impero.

Liutprando, valoroso, forte, intelligente, conquistatore e legislatore,
regnò anni 31; ma dovette cominciare collo sventare varie congiure
ordite contro di lui, e porne a morte gli autori. Il suo lavoro
legislativo dopo quello di Rotari fu il più importante, avendo egli,
fra il 713 e 735, pubblicato 153 leggi, in quindici assemblee,
d'accordo «coi Grandi, coi Giudici, con tutto il popolo», o come
dice altrove, d'accordo «cogl'illustri Ottimati e con tutti i nobili
longobardi.» In queste leggi visibile assai apparisce l'azione del
diritto canonico e della Chiesa; e Liutprando stesso dichiara d'averle
scritte per divina ispirazione e per avvicinarle sempre più alla
legge di Dio, qualche volta scrive anche, _quia Papa per epistolas
nos adhortavit_. Nella sua legislazione il carattere di primo re
longobardo cattolico apparisce più volte assai manifesto, specialmente
nei testamenti a vantaggio dell'anima, nel matrimonio riconosciuto come
sacra istituzione, nei privilegi accordati alla Chiesa, nell'invito a
guardarsi dagli eretici. Visibile ancora si scorge l'azione del diritto
romano in alcune disposizioni sul testamento e sui diritti successorii
delle donne. Assai chiara apparisce ancora una grande avversione ai
giudizi di Dio, ed una crescente premura a favore dei miseri contro
la oppressione dei regi ufficiali. Tutto questo non riesce però mai ad
alterare il carattere longobardo della legislazione, che rimane sempre
sostanzialmente intatto.

L'imperatore Leone III, come abbiamo già detto, fu cagione d'una
grande agitazione negli affari generali del mondo. Egli dovette lottar
prima contro i Musulmani, che s'avanzarono nell'Africa, nella Spagna,
nella Provenza, e minacciavano la stessa Costantinopoli. Dopo averli
valorosamente combattuti per terra e per mare, riuscì non senza grave
fatica e pericolo a respingerli. Dovette inoltre reprimere parecchie
ribellioni, la più grave delle quali in Sicilia, dove si giunse
addirittura a proclamare un nuovo Imperatore. Non era appena domata
questa ribellione, che scoppiò la lotta per le immagini, la quale parve
mettere subito l'Oriente e l'Occidente, ma specialmente l'Italia, in
fiamme; e quest'agitazione venne anche più inasprita dal fatto che
papa Gregorio II non era uomo da lasciarsi intimidire nè piegare.
Egli s'era subito messo in attitudine di difesa contro i Longobardi,
fortificando le mura di Roma. Liutprando però, che era fervente
cattolico, si dimostrò verso di lui assai rispettoso; confermò la
restituzione da Ariberto II già fatta delle terre usurpate alla Chiesa
nelle Alpi Cozie. La ricostruzione avvenuta circa il 719 del Monastero
di Montecassino, più di un secolo prima distrutto dai Longobardi, era
un'altra prova del loro mutamento religioso.

La lotta per le immagini divampò con una singolare rapidità, avendo
essa trovato il terreno già apparecchiato. Per sfortuna la cronologia
dei fatti allora seguiti è disperatamente intricata ed oscura. E di ciò
gli scrittori ecclesiastici profittarono, per giustificare sempre ed in
tutto la condotta del Papa, cercando di dar carattere religioso anche a
quei suoi atti, che precedettero la lotta e movevano solo da interessi
politici. Così la storia di questo periodo riesce ne' suoi particolari
assai confusa. Sembra certo che non molto prima che fosse cominciata la
lotta, Liutprando, profittando delle difficili condizioni dell'Impero,
si fosse avanzato verso Ravenna, impadronendosi di Classe. Pure d'un
avvenimento così importante non si trovano notate nè le cagioni, nè le
conseguenze: resta perciò come isolato ed inesplicabile. Circa l'anno
717 o 718 il duca di Benevento, Romualdo II, s'era impadronito di Cuma
città fortificata, che dominava l'unica comunicazione rimasta libera
fra Napoli e Roma. Il Papa cercò d'allontanare il pericolo, dando aiuto
di consiglio e di danaro a Giovanni I duca di Napoli, il quale infatti
con un assalto improvviso ripigliava quella città, dopo avere ucciso
300 Longobardi, ed averne presi prigionieri 500. Oltre di ciò, prima
che la lotta delle immagini cominciasse, troviamo pure che l'Imperatore
ordinò all'Esarca d'imporre nuove tasse in Italia, senza esentarne i
beni ecclesiastici, anzi impadronendosi, ove occorresse, dei tesori
delle chiese. È possibile che ciò avvenisse in parte per avversione
al Papa, ma senza dubbio anche pel bisogno che c'era di danaro a
continuare la guerra contro i Musulmani. Certo è però che il Papa
ritenne siffatta deliberazione come un'ingiuria da non sopportarsi,
e ordinò ai suoi dipendenti di non pagare, dando un esempio assai
contagioso, che provocava la rivolta.

L'Esarca ne fu quindi oltremodo indignato, ed ebbe così origine
un'aspra lotta fra lui ed il Papa, contro la vita del quale scoppiò
in Roma una congiura, non si sa bene se promossa dall'Esarca, o da
coloro che così operando speravano di renderselo amico. Si dice che
anche il duca di Roma, Marino, la secondasse, e che parte non piccola
v'avessero i nobili della Città e i dignitari stessi della Chiesa. La
leggenda aggiunge che il Duca venne a un tratto miracolosamente colpito
da paralisi, per il che si dovette ritirare da Roma, e la tenebrosa
impresa andò a vuoto. Se non che allora appunto arrivava in Italia il
nuovo esarca Paolo, ed i cospiratori ne presero animo; ma il popolo
romano insorse, facendo man bassa su di essi. Il cartulario Giordanes
ed il suddiacono Giovanni furono uccisi; un duca Basilio venne
costretto a farsi monaco. L'esarca Paolo allora, più che mai irritato,
mandò a Roma un esercito con ordine di deporre il Pontefice, e condurlo
via. I Romani però corsero alle armi, ed aiutati anche dai Longobardi
di Spoleto e di Benevento, occuparono il ponte sul fiume Anio, e
respinsero i soldati dell'Esarca. Questi sono i fatti che, secondo
alcuni scrittori, precedettero la lotta per le immagini, secondo altri
invece non furono che episodi di essa. È molto probabile che fossero
come i prodromi politici della lotta religiosa, cui apparecchiarono
il terreno, rendendola anche più aspra. Certo è che una grandissima
irritazione dovette produrre nell'animo dell'Imperatore il vedersi
avversato dal Papa in Italia, nel momento in cui assai gravi pericoli
in Oriente minacciavano lui e la Cristianità. Ed è anche la ragione
per la quale gli scrittori ecclesiastici inclinano a far seguire tutti
questi fatti più tardi, ed a presentarli come episodi della lotta
religiosa, giustificando così pienamente la condotta del Papa.

Comunque sia, certo è che solo nel 726 Leone III pubblicò il suo
celebre editto contro il culto delle immagini. La dottrina iconoclasta
si connetteva strettamente colle dispute monotelite e monofisite;
era una conseguenza anch'essa di quello spirito orientale sempre in
opposizione coll'Occidente, e veniva secondata da ragioni politiche. Il
rapido avanzarsi dei Musulmani era apparecchiato e promosso dal largo
diffondersi dell'Islamismo, il quale, lo abbiamo già detto, trovava
favore in alcune popolazioni dell'Oriente ed in quelle dell'Africa
settentrionale, perchè si presentava come uno schietto monoteismo senza
dispute sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, senza il
culto dei santi. Col suo editto l'Imperatore, anche se non lo faceva a
disegno, dava una qualche soddisfazione a queste tendenze dello spirito
orientale, e non s'allontanava punto dal Cristianesimo.

Il culto delle immagini, grandemente favorito dalla natura delle
popolazioni meridionali dell'Occidente, traeva la sua origine dal
Paganesimo. L'esagerazione cui si giunse col venerare non solo le
immagini visibili di Dio, di Gesù, della Vergine, dei santi, ma il
segno della croce, le reliquie d'ogni sorta, era stata ben presto
biasimata dai più autorevoli Padri della Chiesa. Ciò non ostante quel
culto divenne parte integrante della religione cattolica, bisogno
ardente delle popolazioni italiane. Il contrasto scoppiò quindi con
una violenza simile a quella che si vide più tardi, ai tempi della
Riforma. L'Imperatore ordinò che venissero tolte dalle chiese, o
distrutte, le immagini, imponendo al Papa di riconoscere il suo editto
sotto minaccia di deposizione. Ed il Papa, senza esitare, lo accettò
invece come una dichiarazione di guerra, ordinando che l'editto
imperiale fosse ritenuto nullo addirittura. La distruzione di alcune
celebri immagini credute miracolose portò al colmo lo sdegno delle
popolazioni. A Roma, a Ravenna, nella Pentapoli, nell'Istria esse
corsero alle armi, eleggendosi propri duchi. Ben presto anche Venezia
insorse a favore del Papa. A Ravenna vi fu per un momento pericolo di
guerra civile, essendovi un partito imperiale, che sembrava favorito
dall'arcivescovo Giovanni, il quale cercava profittar del disordine
per rendersi indipendente da Roma. Ma ben presto vinsero anche colà
i fautori del Papa; l'Arcivescovo fu bandito, e l'esarca Paolo,
dichiarato scomunicato, venne ucciso. A Roma il duca Pietro, che era
sospettato d'accordo con Costantinopoli, fu accecato. Si parla anche
di un duca Esilarato[39] nel Napoletano, il quale, essendosi opposto
al Papa, sarebbe stato nella Campagna ucciso dai Romani insieme col
figlio. Tutto questo seguì circa il 726 o 27, ed è un'altra prova
dell'autonomia che andavano sempre più assumendo le città bizantine
dell'Italia. A Roma, insieme col Ducato e col Duca, andava acquistando
sempre maggiore importanza l'_Exercitus Romanus_, di cui erano capi i
nobili, che incominciavano addirittura a governare la Città.

Come era assai naturale, Liutprando cercava profittare d'un tale
stato di cose, per impadronirsi più che poteva dell'Italia; e già
molte città dell'Emilia e della Pentapoli si arrendevano a lui senza
resistenza. Prese anche Sutri, a trenta miglia da Roma; ma ben presto
la restituì alla Chiesa, cui apparteneva, e con la quale non voleva
mettersi ora in aperta lotta. Il Papa allora capiva bene, che l'aumento
della potenza dei Longobardi era a lui più che ad altri pericolosa.
Se infatti si fossero impadroniti di tutta Italia, egli sarebbe
divenuto come un vescovo del loro Re, assai più vicino, e quindi più
incomodo ed oppressivo dell'Imperatore. A tutto ciò s'aggiungeva che
i Romani, sempre più desiderosi di assicurare la loro indipendenza,
erano avversissimi ai Longobardi, dai quali la vedevano minacciata.
Essa in verità era pel Papa un vantaggio ed un pericolo nello stesso
tempo, non convenendo a lui di trovarsi senza difesa in mezzo ad una
popolazione armata ed assai spesso in ribellione. Tutto compreso,
egli doveva quindi preferire che Longobardi ed Impero si tenessero
in equilibrio fra loro, senza che nessuno dei due fosse interamente
vincitore, perchè così avrebbe potuto più facilmente tenere a freno i
Romani. Noi lo vediamo infatti adoperarsi ora a sedare la ribellione
stessa che aveva provocata. E quando le popolazioni insorte volevano
addirittura eleggere un nuovo Imperatore, egli vi si oppose con tutta
la sua autorità, esortandole a rispettare il legittimo signore, che
forse, egli diceva, avrebbe finito col tornare alla vera fede, senza
che l'Italia rompesse i legami con l'Impero, sempre necessario alla
salute del mondo.

Era questa una posizione equivoca ed intricata, che apparve tale anche
più quando nel 727 giunse in Italia il nuovo esarca Eutichio. Il Papa,
sebbene fosse in lotta coll'Imperatore, aveva certo compiuto verso di
lui un atto amichevole, adoperandosi a sedar la ribellione; ma egli
era nello stesso tempo in buoni termini con Liutprando, che gli aveva
reso Sutri, e questa sua amicizia non poteva in nessun modo piacere
ai Bizantini, dei quali Liutprando andava occupando le terre. E però
l'Esarca non si astenne punto dall'avversare il Papa, contro il quale
mandava anzi un suo inviato a cospirare, tanto che le popolazioni,
essendosene accorte, volevano metterlo a morte. Ed anche ora il Papa
dovette intervenire, per salvargli la vita. L'Esarca allora, mutato
animo, s'avvicinò a Liutprando, secondandolo nel desiderio che aveva di
sottomettere alla propria autorità i Duchi di Spoleto (Trasamundo II)
e di Benevento (Farovaldo), i quali giurarono allora fedeltà al Re, cui
dettero ostaggi. Poco dopo Esarca e Longobardi si trovavano minacciosi
sotto le mura di Roma. Ma Gregorio II, senza punto sgomentarsi,
valendosi della sua grande autorità religiosa, uscito dalle mura, andò
prima incontro al Re, che condusse in Città dinanzi all'altare di S.
Pietro, dove esso, in segno d'ossequio, depose la corona, la spada ed
il manto; e dopo di ciò il Papa fece accordo anche coll'Esarca. Erano
però accordi passeggeri ed effimeri.

Il dì 11 febbraio 731 Gregorio II moriva, e gli succedeva Gregorio
III (731-41), che pareva volesse avversare i Longobardi e favorire
l'Imperatore; ma quando radunò il Concilio (731), che dichiarò esclusi
dalla Chiesa i nemici delle immagini, la rottura con Costantinopoli
fu da capo inevitabile, e la lotta s'andò sempre più inasprendo.
L'Imperatore infatti aggravò le tasse in Italia, massime nella
Calabria[40] e nella Sicilia, dove erano vasti possessi della Chiesa.
E questo par che fosse anche il momento in cui le chiese di quelle
province furono unite al patriarcato di Costantinopoli, separandole da
Roma, il che fu causa che l'Italia meridionale rimanesse lungamente
grecizzata.[41] Fu però l'ultimo colpo recato alla Chiesa di Roma
dall'Impero, ormai occupato sempre più nella lotta contro i Musulmani,
e lacerato dalle civili discordie. Intanto il Papa si trovava senza
aiuto esposto alle minacce dei Longobardi.

Era questo un periodo di grande trasformazione, di continua mutabilità
e di crisi profonda così per l'Italia come pel Papato. Da una parte
le minacce dei Longobardi lo spingevano verso l'Imperatore; da
un'altra questi era lontano, occupato, impotente a dare aiuto; ed
anche quando avesse potuto darlo, la disputa delle immagini avrebbe
resa vana ogni speranza d'accordo. Tale fu la ragione per la quale
i Papi, con quell'accortezza politica che loro non mancò mai, con
uno sguardo veramente profetico, cominciarono fin d'ora a volgere
la loro attenzione verso i Franchi. Già da un pezzo convertiti al
Cattolicismo, e sempre più potenti, questi erano divenuti strenui
difensori della Chiesa e della religione cattolica. Essi combattevano
ora valorosamente contro i Musulmani, che dall'Africa, per la
Spagna, erano penetrati minacciosi in Francia; e come vedremo, li
ricacciarono al di là dei Pirenei. Nel volgere lo sguardo ai Franchi,
già balenava nella mente dei Papi il concetto d'un nuovo ordinamento
politico del mondo, tale che li liberasse dalla continua minaccia
dei Longobardi, senza farli cadere in balìa dei Bizantini, che nel
momento del pericolo li abbandonavano, per volerli poi opprimere quando
il pericolo si dileguava. Intanto tutto era disordine e confusione,
tutto continuamente mutava; non era quindi possibile seguire nessun
disegno prestabilito e determinato: dominava il caso, bisognava perciò
aspettare che venisse un momento opportuno.

Ravenna si trovava in mano dei Longobardi, senza che si possa saper con
precisione come e quando ciò avvenisse. Troviamo alcune lettere di papa
Gregorio III (che altri vorrebbe attribuire al suo predecessore), nelle
quali verso il 734 egli scriveva al doge di Venezia Orso e ad Antonino
patriarca di Grado, invitandoli ad andare coi Veneti e coll'esarca
Eutichio (727-50), che s'era allora rifugiato presso di loro, a
ripigliare per l'Impero la capitale dell'Esarcato, levandola di mano
ai Longobardi. Il Doge, accettato l'invito, mosse insieme coll'Esarca
all'assalto, questi dalla parte di terra, quegli dal mare, sbarcando le
sue genti. Ravenna fu presa; Ildeprando, nipote di Liutprando, fu fatto
prigioniero; il duca Peredeo venne ucciso. Un tal fatto, per quanto
sia ne' suoi particolari oscuro, ci dimostra che Venezia era ornai già
costituita poco meno che a Stato indipendente; e ci fa anche vedere
qual mutabile, vertiginosa politica seguissero allora i Longobardi, il
Papa e l'Imperatore. Ognuno di essi voleva assicurarsi il predominio
in Italia a danno degli altri, e quindi s'univa ora a questo ora a
quello, mutando di continuo, per non render troppo potente nessuno
dei due rivali. Quando i Longobardi minacciavano di prevalere, il Papa
s'avvicinò all'Impero; ma la discordia con questo ricominciò subito, ed
allora il Papa favorì da capo Liutprando, che ne profittò, come abbiamo
già visto, per estendere la sua potenza in Italia, e sottomettere
alla sua autorità Benevento e Spoleto. Il Papa che si sentiva allora
come stretto in un cerchio di ferro, e vedeva i Romani minacciar di
correre alle armi, mutò di nuovo la sua condotta, aiutando i due Duchi
contro il Re. Le relazioni di Roma con Spoleto e Benevento hanno quindi
una grande importanza; sono quelle che costituiscono, determinano
ora il carattere predominante della politica italiana. Trasimondo di
Spoleto, che poco prima s'era, come il duca di Benevento, sottomesso a
Liutprando, lasciandogli ostaggi, si ribellò, e Liutprando lo assaliva,
obbligandolo a fuggirsene in Roma. Avrebbe voluto che il Papa ed i
Romani glielo dessero nelle mani; ma essi ricusaron di ciò fare, ed
il Re decise d'avanzarsi subito oltre il confine, occupando quattro
castelli del Ducato romano.

Fu questo il momento in cui Gregorio III scrisse la prima lettera che
ci sia pervenuta fra quelle dirette a Carlo Martello, colui che seppe
davvero consolidare la dinastia franca dei Carolingi. Gli chiedeva
aiuto contro i Longobardi, i quali avevano osato devastare perfino
la chiesa di S. Pietro, che allora era fuori delle mura di Roma. Il
momento era assai male scelto, perchè Carlo Martello si trovava allora
occupato nella guerra contro gli Arabi, ed aveva chiesto l'aiuto di
Liutprando, che si mosse subito verso il nord. Ma se Carlo non potè
allora venire a difendere la Chiesa contro Liutprando, contribuì pure
indirettamente a farlo allontanare da Roma. Il Papa ne profittava
subito per aiutar Trasimondo a ripigliare il suo Stato; ed egli
l'occupò con la promessa, che poi non mantenne, di riconquistare e
restituire a lui le terre del Ducato romano indebitamente usurpate da
Liutprando. Questi, quando fu giunto nell'Italia superiore, seppe che
la guerra contro gli Arabi era in Francia finita, e si diresse allora
verso Ravenna, saccheggiando le terre che erano proprietà della Chiesa.
Traversata la Pentapoli, tornò di nuovo nello Spoletino, di dove,
nonostante la valida resistenza delle popolazioni, penetrò nel Ducato
romano (740), facendo man bassa sugli armenti, sulle terre, sulle
masserizie appartenenti alla Chiesa.

Gregorio III scriveva allora un'altra lettera a Carlo Martello,
chiedendogli che mandasse in Roma i suoi messi a vedere coi loro occhi
quale era lo stato vero delle cose. Non abbandonasse, egli diceva, la
Chiesa per l'amicizia dei nefandissimi Longobardi. I duchi di Spoleto
e di Benevento meritavano di essere da lui favoriti contro Liutprando,
il quale li perseguitava solo perchè amici del Papa. E concludeva
ricordando la precedente lettera, mandata con una solenne ambasceria,
che gli aveva portato le chiavi d'oro della tomba di S. Pietro. Queste
erano una preziosa reliquia, perchè si poneva in esse la limatura delle
catene del Santo. Ma neppure adesso Carlo Martello si trovava in grado
di poter soccorrere efficacemente il Papa, il quale era scontentissimo
anche perchè Trasimondo non gli aveva mantenute le promesse fatte.
Pareva perciò che volesse per disperazione avvicinarsi di nuovo a
Liutprando, quando il 10 dicembre 741 cessò di vivere. Due mesi prima
(22 ottobre) era morto Carlo Martello, lasciando la Francia divisa
fra i due figli Carlomanno e Pipino. L'anno precedente (18 giugno) era
morto l'imperatore Leone III. E così in breve tempo scomparivano dalla
scena la più parte di coloro che l'avevano occupata. Restava ancora, ma
per breve tempo, Liutprando.

Quando dopo soli quattro giorni di sede vacante venne eletto papa
Zaccaria (741-52), greco e perciò amico dell'Impero, egli aveva poco
da temere per parte dei Franchi o di Costantinopoli; doveva invece
pensar seriamente ai Longobardi. La sua pronta consacrazione è assai
notevole, perchè la brevità del tempo fu tale, che bisogna supporre
che l'approvazione venisse dall'Esarca per mezzo del duca di Roma,
o direttamente da questo. Sin dal 739 duca di Roma era Stefano, il
quale portava anche il titolo di patrizio, cosa fino allora insolita.
Si può quindi ritenere che, come altrove, così anche il Ducato romano
s'andasse separando dall'Esarcato, e divenisse quasi indipendente,
riconoscendo però sempre la suprema autorità dell'Imperatore. Certo
Roma appariva ogni giorno più una città autonoma, ed il suo territorio,
che formava il Ducato ed abbracciava su per giù tutto il cosiddetto
Patrimonio di S. Pietro, partecipava della medesima indipendenza. Essa
aveva, come vedemmo, un proprio esercito, comandato dal Duca, e sotto
di lui dai nobili, che la governavano. Grande v'era però sempre la
papale autorità; e tutto ciò dette nel Medio Evo una speciale fisonomia
a questo che divenne poi il Municipio romano. Venezia e Napoli
s'andarono anch'esse, in un modo o l'altro, separando dall'Esarcato, il
cui antico carattere perciò sempre più scompariva.

Il Papa non poteva adesso far altro che cercare d'avvicinarsi a
Liutprando, per non averlo nemico, e tentar di riavere le terre
usurpate, che infatti gli furono rese. Trasimondo allora, abbandonato
a sè stesso, dovè prendere la tonsura e allontanarsi da Spoleto, dove
Liutprando pose un suo nipote. Anche a Benevento pose come nuovo
duca Gisulfo II (732), che aveva educato presso di sè a Pavia, ed
era figlio di Romualdo II. Concluse poi una pace direttamente col
duca di Roma, il che dimostra sempre più la importanza politica che
questi andava prendendo. Liutprando si trovava ora direttamente o
indirettamente padrone di una grandissima parte d'Italia, senza dover
temere nè dell'Impero, nè dei Franchi, travagliati ambedue da interne
dissensioni. Sarebbe stato quindi il momento opportuno per cercar
di riunire la Penisola sotto il suo dominio, cacciandone affatto i
Bizantini, annettendosi interamente i ducati di Benevento e di Spoleto,
frenando il Papa, sopprimendo tutte le tendenze crescenti di autonomie
locali. Ma neppur lui era un vero uomo di Stato, capace di prendere
a guida costante della sua vita politica un grande concetto. Oltre di
che si trovava già innanzi cogli anni e malato. Pareva ora che volesse
occupare Ravenna, ma si lasciò dissuadere dal Papa, e nel gennaio del
744 cessò di vivere, lasciando erede suo nipote Ildeprando, che era
assai mal veduto e dovette ben presto abbandonare il potere.



CAPITOLO IX

Venezia e Napoli


L'Esarcato come abbiamo già visto s'era andato rapidamente
decomponendo; ormai non esisteva che di nome, era poco più che un
Ducato come gli altri. Già Roma s'era costituita in una specie di
repubblica col suo esercito, che più di una volta, senza esitare,
aveva combattuto contro di esso, da cui anche l'Italia bizantina del
sud s'andava staccando. I tumulti avvenuti a Ravenna e nella Pentapoli
avevano naturalmente reso sempre più vivo il sentimento d'indipendenza.
Prima e più di tutti s'era avviata per questa via Venezia, grandemente
favorita dalla sua posizione geografica. Noi abbiamo già visto che fin
dai tempi di Teodorico Cassiodoro scriveva, in nome del suo sovrano,
ai Tribuni veneti; e dalla sua lettera apparisce che nelle isole
della laguna s'era già formata una popolazione ardita e navigatrice,
che viveva in uno stato di semi-indipendenza, con Tribuni nelle varie
isole, le quali assai probabilmente erano fra loro già confederate.
Certo Venezia era allora in qualche modo dipendente dai Goti; e quando
Belisario e Narsete s'impadronirono dell'Italia, anch'essa venne
naturalmente sotto il dominio bizantino, e vi sarebbe per lungo tempo
restata, se non fossero più tardi sopravvenuti i Longobardi. A questi
il possedimento di Venezia poteva essere di una grandissima utilità,
e quindi, per impedire che cadesse nelle mani dei loro avversari, i
Bizantini cercarono sempre di contentarla, lasciandole una qualche
indipendenza. Nel 580 il patriarca d'Aquileja, stanco della dura
oppressione esercitata colà dai Longobardi, se ne fuggì a Grado, il che
dette ai Veneti anche un proprio capo ecclesiastico. I Longobardi ne
furono scontentissimi, e Liutprando chiese allora ed ottenne dal Papa,
che il vescovo di Cividale venisse trasferito in Aquileja, mutandolo
in Patriarca. Ma quando egli pretese, che da questo nuovo Patriarca
dipendesse anche quello di Grado, i Veneti vi si opposero, ed il Papa
li contentò; per il che i Longobardi dovettero accorgersi, che se
erano stati soddisfatti nella forma, nulla avevano ottenuto quanto alla
sostanza. Così Venezia restò politicamente ed ecclesiasticamente libera
da essi, governata invece da Costantinopoli, per mezzo di Tribuni
eletti dal popolo, e confermati dall'Imperatore. Questi Tribuni erano
probabilmente dodici quante le isole, e si trovavano anche in altre
città bizantine dell'Italia centrale e meridionale, come Napoli, Gaeta,
Rimini, ed anche nella Pentapoli. Già la Prammatica sanzione voleva che
i _Judices_ delle province (_Tribuni_, _Duces_, _Praesides_) fossero
eletti dai Vescovi e dai più ragguardevoli personaggi fra gli abitanti
del territorio che dovevano amministrare. Essi venivano confermati in
nome dell'Imperatore.

Coll'andar del tempo, le continue insurrezioni degli Slavi da una
parte e dei Longobardi dall'altra fecero sentire il bisogno d'una
maggiore unità di governo, per poter fare una più energica difesa;
e si pensò quindi alla creazione di un Doge. Secondo le norme allora
prevalenti, l'Esarca avrebbe dovuto invitare i vescovi ed i notabili
a farne la elezione. Ma il cronista Dandolo ci narra invece che nel
697 s'adunò il popolo col patriarca di Grado, coi vescovi, i notabili,
i tribuni, i quali elessero Paoluccio, uomo «egregio ed onorevole», o
sia nobile. Questo Doge non pare che avesse allora il potere militare,
che, secondo la Prammatica sanzione, doveva esser diviso dal civile, ed
era rappresentato dal _Magister Militum_. Il Doge convocava il popolo,
nominava i tribuni e giudici perchè rendessero giustizia al popolo ed
al clero, escluse naturalmente le cause ecclesiastiche, per le quali
v'era un Foro speciale, da cui si appellava al Doge. Questi, secondo
le consuetudini bizantine, convocava anche i Sinodi, invitandoli ad
eleggere i vescovi, che da lui ricevevano l'investitura. Pare che la
sua elezione venisse allora confermata dall'Imperatore, e che a tutti
gli uffici fossero dal popolo eletti i nobili. Morto Paoluccio nel 717,
gli successe Marcello, stato prima Maestro dei militi, che governò
nove anni, dopo dei quali gli successe Orso. E fu sotto il costui
dogato che Liutprando, profittando della lotta per le immagini, prese
Ravenna, di dove l'esarca Eutichio fuggì a Venezia. Colà pervennero le
lettere del Papa, che invitarono il doge Orso ed il patriarca Antonino
a riprendere la capitale dell'Esarcato, per ristabilirvi l'Esarca,
il che fu fatto; e dimostra l'autonomia e la forza che la città della
laguna aveva sin d'allora già acquistata. Nel 737 il doge Orso venne
ucciso in conseguenza d'una guerra civile scoppiata fra il partito
nazionale, alla cui testa egli si trovava, ed il partito che voleva
una maggiore dipendenza da Costantinopoli, e che ebbe un temporaneo
sopravvento. Allora per cinque anni (737-41), invece del Doge a vita,
fu eletto un Maestro dei militi, il quale durava solo un anno come
i Tribuni. Ma verso la fine del 741 una nuova rivoluzione depose ed
accecò il Maestro dei militi Giovanni, e ripristinò l'ufficio del
Doge (742) nella persona di Diodato, figlio di Orso. Il quale, essendo
avverso al partito imperiale, s'appoggiò invece ai Longobardi, e cadde
quando questi furono sconfitti dai Franchi. La grande lotta tra i
Franchi ed i Longobardi, che fu provocata dai Papi per assicurare la
propria indipendenza, ed aprirsi la via al potere temporale, rese,
come vedremo, inevitabile la caduta dei primi, favorì la potenza dei
secondi, e più tardi anche l'autonomia municipale delle città.

Assai diversa da quella di Venezia è la storia del ducato di Napoli,
dove il popolo, diviso probabilmente in _Scholae_ come in altre città
bizantine dell'Italia, era del pari governato dagli _Optimates_.
L'antica Curia municipale v'era affatto decaduta, e nella Campania,
cui la città di Napoli apparteneva, comandava un Giudice o capo della
provincia, alla dipendenza del Prefetto, mandato dall'Imperatore in
Italia. La Prammatica sanzione v'accrebbe assai il potere civile dei
Vescovi, e sotto la loro sorveglianza veniva eletto il Giudice fra
coloro che erano nati nel territorio. Dopo il 638, vediamo che invece
del Giudice governava il Vescovo, accanto al quale si trovava un capo
militare, Duca o Maestro dei militi. Dapprima erano due magistrati
diversi, ma poi si fusero in uno, che governò quello che fu chiamato
il ducato di Napoli. Il Duca era inviato dall'Imperatore a comandare
l'esercito, o più veramente il popolo armato della città, ed aveva a
sua dipendenza conti e tribuni, che erano a capo dei vari presidii del
territorio. Così Napoli potè non senza gloria resistere ai Longobardi,
a quelli soprattutto di Benevento e di Spoleto, salvando la propria
indipendenza, che andò sempre crescendo.

Ai tempi di Gregorio I troviamo che la città non aveva nè un Duca nè
un Maestro dei Militi, di che il Papa moveva lamento all'Imperatore,
pregandolo che provvedesse. Ma quando vide che non si otteneva nulla,
mandò egli un Tribuno, eccitando il popolo alla difesa; e ciò gli dette
una grande autorità su tutto il Ducato, che restò per qualche tempo
sotto la sorveglianza del Papa. Questi infatti s'occupò lungamente a
frenare la corruzione dei Vescovi della città, a difendere i Decurioni
e i cittadini dalle oppressioni fiscali degli agenti imperiali. Circa
il 661, venuto l'imperatore Costante in Italia, dette nuova forma
al Ducato, per formarvi un nucleo di più forte resistenza contro i
Longobardi. E d'allora in poi noi vediamo che Napoli resiste sempre
più energicamente contro di essi, contro i Musulmani, e più tardi anche
contro i Normanni, ai quali dovè finalmente soccombere. Il nuovo Duca,
a cui si dette pure il nome di Console o Maestro dei militi, fu assai
diverso dell'antico, col quale ebbe in comune poco più che il nome. Non
sappiamo però con precisione quali fossero le sue vere attribuzioni.
Eletto dal popolo di cui faceva parte, comandava l'esercito, ed in
lui, con l'antico Duca e l'antico Maestro dei militi, s'era fuso anche
l'antico Giudice, assumendo, al pari dell'Esarca, l'autorità civile
e la militare. Non sappiamo neppure quali erano esattamente i confini
geografici di questo Ducato, che da principio almeno dovette estendersi
a quasi tutta l'antica Campania, e quindi contenere anche Amalfi e
Gaeta, che più tardi se ne staccarono. Certo è che il ducato di Napoli
formò parte integrante dell'Impero e dell'amministrazione imperiale.
La sua lingua ufficiale era la greca, e sulle monete, da una parte
v'era l'immagine dell'Imperatore col suo nome in greco, dall'altra
il nome della città anch'esso in greco. Dopo la morte di Costante,
gl'Imperatori cominciarono a trascurare l'Italia continentale,
specialmente la meridionale, della quale non potevano occuparsi coloro
che erano mandati a governare la Sicilia, perchè dovevano pensare a
difender questa dai Musulmani, che di continuo l'assalivano. Il ducato
di Napoli, abbandonato allora a sè stesso, dovè fare assegnamento sulle
sole sue forze, e vivere combattendo, tanto che prese anche il nome
di _Milizia_ o _Milizia dei Romani_ o anche _Milizia dei Napoletani_.
Lentamente s'andò sempre più staccando dall'Impero, per arrivare
a reggersi addirittura come uno Stato autonomo. E fino al 764 ebbe
tredici Duchi, che restarono in ufficio durante periodi diversissimi di
tempo, tanto da far credere che fossero eletti a vita.

Molte e varie furono le vicende del Ducato. Dapprima, ai tempi di
Gregorio I, l'abbiam visto sotto la preponderanza del Papa; più tardi
lo vedemmo aggregato all'Impero, cui rimase unito anche durante la
lotta per le immagini, non pigliando parte veruna alla ribellione
di Ravenna e della Pentapoli; finalmente cominciò a staccarsi
dall'Impero, da cui il duca Stefano II, eletto nel 755, lo separò
affatto, rendendolo indipendente, avvicinandolo di nuovo a Roma.
Allora la lingua ufficiale non fu più la greca, ma la latina; e nelle
monete più comunemente in uso, all'immagine dell'Imperatore venne
sostituita quella di S. Gennaro, che fu simbolo d'indipendenza. Il suo
nome fu scritto in latino, e sul rovescio, al nome greco della città
si sostituì quello del Duca, anch'esso in latino; sopra altre monete
però, e sugli atti pubblici continuò a porsi il nome dell'Imperatore.
Ma i duchi, oramai indipendenti, fanno la guerra e la pace,
concludono trattati in proprio nome. In questo mezzo Stefano II s'era
siffattamente avvicinato alla Chiesa, che, restato vedovo con figli,
dopo che nel 766 era morto il vescovo di Napoli, venne egli nominato
vescovo, ed ebbe a Roma la tonsura, continuando a governare insieme col
figlio Gregorio II, che gli successe, e fu duca per 27 anni e sei mesi.
Con lui il Ducato cominciò a divenire, in parte almeno, ereditario.



LIBRO QUARTO

I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO



CAPITOLO I

I Merovingi e l'origine dei Carolingi


Da un pezzo i Franchi s'avanzavano nella Gallia pigliando una
posizione sempre più importante. La loro forza diverrà fra non molto
preponderante in tutta l'Europa, ed essi conquisteranno anche l'Italia,
iniziando addirittura un'epoca nuova. È quindi necessario gettare
un rapido sguardo alla loro storia. I Franchi erano una riunione di
molte e diverse tribù germaniche, che abitavano la sponda destra del
Reno. Dapprima cominciarono a filtrare lentamente nell'Impero: se ne
trovavano nell'esercito, negli agricoltori, fra gli schiavi. Quando
Stilicone, per poter combattere Alarico, richiamò in Italia le legioni,
che erano a guardia del Reno, i Franchi, al pari di altre popolazioni
germaniche, passarono il fiume in grandi masse (406). Non fecero
però, come i Goti, i Vandali ed i Longobardi, una rapida emigrazione,
trasferendosi d'una regione in un'altra, lungi dal proprio paese.
S'avanzarono invece lentamente, conquistando a poco a poco la Gallia,
senza mai staccarsi affatto dalla Germania, dalla quale riceverono
sempre alimento ed aiuto di nuove genti. Serbarono quindi, dentro
l'Impero, più a lungo i loro costumi e le loro istituzioni, come ad
esempio la proprietà collettiva. E i Romani, coi quali si trovarono
a contatto, fecero altrettanto colle loro leggi ed istituzioni.
Nella Gallia infatti, più che altrove, vediamo persistere la Curia
municipale. La fusione dei due popoli fu assai meno rapida, ma anche
meno violenta e più organica. Non pare che i Franchi pigliassero,
come gli altri barbari, un terzo o più delle terre dei vinti. Grandi
proprietari romani si trovano accanto a grandi proprietari franchi;
ed i Romani sono ammessi agli uffici, non sono esclusi neppure
dall'esercito. Unica differenza notevole, che sin dal principio si
notasse fra di loro, era nel guidrigildo, quello che si pagava per la
uccisione d'un Franco, essendo doppio di quello pagato perla uccisione
d'un Romano.

L'essere, come dicemmo, i Franchi una federazione di varie tribù, portò
per conseguenza che ben presto si trovarono, con consuetudini e costumi
diversi, divisi in Salici e Ripuari, i quali si suddivisero formando
vari regni, che di continuo combatterono aspramente fra di loro,
ritardando il progresso nazionale. Ogni volta che sorgeva fra di essi
un principe di genio politico e militare, venivano riuniti in un regno
solo, per dividersi di nuovo alla sua morte. E così continuò per più
secoli la loro storia fino a che Carlo Magno riuscì per breve tempo a
sottoporre quasi tutta l'Europa al suo scettro.

Il primo che seppe riunire i Franchi fu Clodoveo, col quale s'iniziò la
dinastia dei Merovingi. Capo d'una tribù salica, egli successe al padre
nel 481; riuscì, mediante il suo ingegno ed il suo valore, ad unire
Salici e Ripuari, e fu ritenuto come il fondatore della monarchia. Ma
pur troppo fu anche un uomo senza scrupoli, che per ottenere il suo
intento, si coprì d'ogni più crudele delitto contro alleati e contro
parenti, ricorrendo al tradimento ed al sangue, per mezzo di sicari o
colle stesse sue mani. La lunga serie di crudeli delitti, attribuiti
a lui ed ai suoi successori, fu tale da far credere che siano stati
molto esagerati dalla leggenda; ma per quanto se ne levi, resta pur
sempre tanto da doverne raccapricciare. Questi delitti uniti a grandi
dissolutezze contribuirono finalmente ad indebolire la dinastia per
modo da renderne inevitabile la caduta. Tra i fatti che nella vita
di Clodoveo più agevolarono la costituzione della monarchia, furono
le guerre contro gli Alamanni, e la sua conversione al cattolicismo,
invece che all'arianesimo, come avevano fatto gli altri barbari.
La guerra alamanna ebbe una grande importanza storica, perchè con
essa cominciò quella reazione dell'Occidente contro l'Oriente, che
fu continuata dopo di lui, e pose fine alle grandi migrazioni dei
popoli germanici. La conversione al cattolicismo, della quale durante
la stessa guerra egli aveva fatto voto a Dio, se gli concedeva la
vittoria, iniziò la conversione del suo popolo. E la monarchia ne
ebbe subito il favore della Chiesa romana, che, per mezzo de' suoi
vescovi, era organizzata ben più fortemente dell'ariana. I Franchi così
divennero il popolo eletto da Dio a difesa del Papa e della religione,
il che agevolò anche la loro fusione coi Romani. Ed è singolare davvero
il notare come sin d'ora apparisca chiaro nella mente degli uomini
il futuro destino di questo popolo. Gregorio di Tours che scrisse
poco dopo, nel narrare i continui delitti del Re, ripete spesso: ogni
giorno Iddio faceva cadere un nuovo nemico di Clodoveo, ingrandendone
il regno, perchè egli «camminava diritto nelle vie del Signore, e
faceva ciò che gli era grato.» Altrove lo chiama addirittura un novello
Costantino. E così altri scrittori più o meno vicini parlano in modo
da far chiaramente capire, che in questo nuovo Costantino essi già
prevedono Carlo Magno. Maravigliosa addirittura è la persistenza con
la quale i Papi continuarono attraverso i secoli l'opera loro, quasi
imponendo ai Franchi la missione voluta, preveduta dalla Chiesa; e
non smisero mai fino a che essa non ebbe il suo adempimento con la
coronazione di Carlo Magno e la fondazione del potere temporale.
L'imperatore Atanasio intanto conferiva a Clodoveo le insegne del
Patriziato ed il Consolato, che egli assunse a Tours, nella chiesa
di San Martino, dove i vescovi lo salutarono uomo di Dio, nuovo
Costantino. La capitale fu fissata a Parigi.

Alla sua morte (511) il regno restò diviso fra i quattro figli, e
cominciò quel periodo di corruzione e lussuria, di guerre civili,
di sanguinosi tradimenti e delitti, che lo fecero paragonare al
regno degli Atridi. Nel 558 Clotario I, l'ultimo sopravvissuto dei
figli di Clodoveo, riunì di nuovo i Franchi, e dopo la Sua morte la
monarchia si divise nuovamente fra i suoi quattro figli: e così si
continuò per lungo tempo. Molto si è discusso sulla vera natura di
queste divisioni, che gettarono il paese in una serie continua di
guerre civili. Sostengono alcuni storici francesi, che si divise
_la royauté plutôt que le royaume_. Ma il vero è che i Franchi non
formavano ancora un sol popolo, che mancava affatto il concetto di
nazionalità e di Stato, che la Francia non esisteva. Secondo le idee
barbariche il loro regno, che solo dalla violenza e dalla conquista
era unito, appariva quale proprietà del conquistatore, e quindi per
legge di eredità veniva diviso tra i suoi figli. Anche i servizi
pubblici erano più che altro resi alla persona del re. Mancava l'idea
di un'amministrazione accentrata ed organica; il diritto pubblico assai
poco si distingueva dal privato. E per quanto disgregata fosse ancora
questa società barbarica, il contatto continuo che essa ebbe con la
romana, l'azione della Chiesa, l'unità geografica del paese fecero sì
che i Franchi tendessero lentamente, ma pur costantemente a coordinarsi
in unità. I quattro regni (Austrasia, Neustria, Aquitania, Burgundia),
sorti e risorti dopo la morte di Clodoveo I, si ridussero nel secolo
VII sostanzialmente ai soli due primi. Nella Neustria, formata dalla
Gallia occidentale e meridionale, erano i Salici, ed in essi avevano
acquistato maggior forza gli elementi romani; nell'Austrasia erano i
Ripuari, ed in essi avevano invece maggiore prevalenza gli elementi
germanici, favoriti dal contatto e dalle relazioni continue colla
patria antica.

Dapprima il predominio spettò alla Neustria ed ai Salici, ai quali
appartenne Clodoveo, il fondatore della monarchia e della dinastia
merovingia. Alla Neustria appartennero ancora i primi quattro re, che
in tempi diversi unirono di nuovo la monarchia, l'ultimo dei quali fu
Clodoveo II (638-56). Il centro di ciascuno di questi governi soleva
essere allora il Palazzo, in cui primo ufficiale era il Maestro o
Maggiordomo. Il suo ufficio si riduceva dapprima ad amministrare la
proprietà regia; ma coll'andare del tempo il suo potere andò crescendo
sempre più, sino a che egli divenne ministro delle finanze, poi primo
ministro, e finalmente addirittura capo del governo. A poco a poco,
dopo che i quattro regni si erano ridotti a due, la Neustria cioè e
l'Austrasia, il centro di gravità passò dalla prima alla seconda. I
Ripuari prevalsero sui Salici, e naturalmente gli elementi germanici
sui romani. Andò allora crescendo il numero delle adunanze o assemblee
popolari, crebbe il potere di quei nobili germanici, che formarono
più tardi l'aristocrazia feudale. Ed essi s'andarono nell'Austrasia
stringendo sempre più intorno al Maestro di Palazzo: qualche volta lo
elessero e riconobbero come loro capo. Così a poco a poco egli fu più
potente dei Re merovingi, che rapidamente decaddero, divenendo tanto
deboli e spregevoli, da essere chiamati _rois fainéants_: da ultimo
dovettero cedere il posto ai loro rivali. Alla dinastia merovingia
successe allora quella assai più potente, più intelligente ed anche più
morale dei Carolingi.

Dopo la morte di Clodoveo II (656) i Maestri di Palazzo erano divenuti
nell'Austrasia così potenti, che pareva tendessero a formare colà
un Ducato separato ed autonomo. Ma i legami sempre stretti fra
Salici e Ripuari, e l'unità territoriale del paese spingevano invece
inevitabilmente alla formazione di un solo regno con la prevalenza
dei Ripuari. E questo nuovo regno fu iniziato per opera di Pipino,
detto d'Héristal dal suo castello. Egli era Maestro di Palazzo
nell'Austrasia, dove assunse anche titolo di Duca, e finì coll'esser
di fatto padrone di tutto il Regno. Alla sua morte (16 dicembre 714)
seguì un periodo di disordine e di lotte fra i suoi eredi, dalle quali
uscì finalmente vittorioso Carlo Martello suo figlio naturale, che
sebbene non arrivasse ad essere altro che Duca nell'Austrasia e Maestro
di Palazzo nella Neustria, pareva invece che fosse successo al padre
come un principe ereditario di tutto il regno. Uomo d'alto ingegno
politico e di grande valor militare, riuscì a fondare stabilmente la
sua dinastia.

Con una serie di guerre vittoriose contro i Sassoni, i Frisi, i Bavari
e gli Alamanni (718-30), pose termine alle invasioni germaniche; e
quando si fu assicurato da quel lato, si rivolse contro gli Arabi, i
quali, essendosi coi Musulmani d'Africa avanzati nella Spagna, avevano
già passato i Pirenei. Nel 732 dette loro a Poitiers una rotta, che
fu davvero memorabile, non solo pel gran numero dei morti, i quali
la leggenda fece ascendere a 375,000; ma anche perchè venne con essa
fiaccata in Francia la minacciosa potenza dei Musulmani, che furono
poco dopo respinti al di là dei Pirenei. Nel 737 Carlo Martello occupò
anche la Provenza, e così riuscì ad esser padrone di tutta la Francia,
che tenne fino alla sua morte (741).



CAPITOLO II

Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo — Il Papa si volge per
aiuto ai Franchi


Ma Carlo Martello non era solamente un soldato, era anche un grande
uomo di Stato; ed a lui si deve se fin d'allora l'aristocrazia franca
andò pigliando quella forma che doveva portar poi alla costituzione
del feudalismo, il quale dette più tardi una nuova forma alla società
in Europa, e merita di essere studiato per la grande importanza che
ebbe anche in Italia. Sulle sue origini si è molto discusso, alcuni
credendole romane, altri invece germaniche. Il vero è però che esso,
come tutte le istituzioni del Medio Evo, risulta da elementi germanici
e romani, i quali s'incontrano, s'intrecciano e si confondono fra loro.
È un'aristocrazia germanica, se si guarda a coloro che la costituirono,
e ne fecero parte; ma è anche una istituzione composta di elementi
romani, che dalla società germanica furono profondamente alterati.

Il feudo è certo una nuova forma di quella proprietà individuale,
affatto ignota alla primitiva società barbarica. Al concetto del
dominio assoluto e personale dell'uomo sulla terra s'aggiunse in esso
il concetto, romano del pari, del dominio giuridico sull'uomo. E così
nella società germanica, alterata e trasformata da questi elementi che
ad essa sono estranei, s'andarono allora formando, come nella romana,
dei potenti signori. Resi dalla conquista padroni delle terre, essi
furon capi dell'esercito, e pigliarono parte principale al governo.

Nel tempo stesso in cui la società germanica, seguendo questo
cammino, s'allontanava dalla sua origine e perdeva il suo primitivo
carattere, la romana, seguendo un cammino diverso, subiva anch'essa una
trasformazione. I latifondisti, aumentando sempre più le loro terre,
erano riusciti ad esser padroni di vastissime estensioni; ma questi
enormi possessi non davan loro diritto di pigliar parte al governo,
che teoricamente almeno emanava dal solo Imperatore. Il fatto però non
rispondeva alla teoria, da cui invece sempre più si allontanava. Colla
decadenza dell'Impero, indebolendosi la forza del governo centrale,
i ricchi proprietari divenivano, insieme colle terre, padroni degli
uomini che le coltivavano o le abitavano, e così cominciarono a
comandarli ed a governarli. Questo fatto, che nella società romana
appariva come effetto della decadenza, sembrava invece essere nella
germanica effetto d'una trasformazione progressiva, che ne cresceva la
coesione e la forza. Le due società, partendo da due punti opposti,
avanzandosi in due direzioni contrarie, finivano coll'incontrarsi e
confondersi fra loro, per dare origine ad una società nuova.

I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che pagavano un
canone in natura, continuavano sempre ad ingrossare, annettendosi le
terre dei piccoli proprietari vicini. I quali, oppressi dalle tasse e
dai debiti, quando non si potevano più reggere, finivano col cedere
volontariamente le loro terre al latifondista, per riprenderle in
affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, la loro
indipendenza; ma trovavano un protettore, che li liberava dalle tasse
e dall'usura, e rendeva loro almeno tollerabile la vita. I grandi
proprietari solevano avere uffici che in qualche parte li esentavano
dalle tasse, e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese
generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio loro, e anche
de' loro dipendenti. Entrati una volta in questa via, si procedette
sempre più rapidamente in essa. Perfino interi villaggi finivano
coll'abbandonarsi al latifondista, che pareva già un piccolo sovrano
feudale.

Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. I
vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti donativi dei fedeli,
divenuti anch'essi latifondisti. Le continue immunità e privilegi,
da essi ottenuti in numero sempre maggiore, finivano col porli in
condizione anche più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a
dare in affitto i loro grandi possessi sotto forma di _precaria_, che
era una concessione revocabile della proprietà, con un canone che, per
la sua tenuità, dava alla concessione stessa il nome di _benefizio_.

Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, andavano
crescendo di numero e di entità a misura che da una parte s'indeboliva
la forza dello Stato, e dall'altra aumentava la potenza della
Chiesa. E fin dal secolo VI il latifondista esercitava una specie di
giurisdizione non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti.
Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa interveniva
solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina i grandi
proprietari, divenuti capi dell'esercito, assunsero i maggiori uffizi,
che venivano trasmessi per eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si
connetteva colla proprietà di colui che ne era investito, il quale
aveva una duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale
civile o militare. In questo modo s'andò formando un'aristocrazia
di possidenti, divenuti alti funzionari in conseguenza della loro
proprietà, e di funzionari che s'arricchivano in conseguenza dei loro
uffici. Essi armarono qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti
e gli amministratori, come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere
sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano durante le
invasioni.

In conclusione, la società romana s'andava decomponendo in una quantità
di ricchi potenti, chiamati _honesti_, _clarissimi_, _nobiles_, che
disprezzavano la _vilissima plebs_ dei nullatenenti. Nella società
germanica invece, la quale non conosceva lo Stato e non aveva idea
alcuna d'accentramento, il potere sociale naturalmente cadeva diviso
in mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, e divenivano
ricchi in conseguenza della conquista. Così cominciò a formarsi quella
nuova aristocrazia che si doveva più tardi costituire col nome di
feudalismo.

Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al pari che nella
laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano le terre in forma
di _benefizi_. Il vario possesso della terra cominciò a qualificare
la diversa condizione degli uomini, che è un altro dei caratteri
del feudalismo; ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese,
s'andarono formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri
vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni d'immunità ai
vescovi; esentarono da imposte i beni ecclesiastici, dal che derivava
naturalmente il divieto agli agenti del fisco d'entrare nel territorio
immune.

Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri del feudo,
troveremo che essi sono già tutti in formazione nella società romana,
dalla quale passarono poi nella germanica, alterandosi sostanzialmente.
Nella storia non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e
l'avvenire sono sempre costruiti coi rottami del passato.

Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i re barbari si
trovava un _Comitatus_ composto dei loro più intimi, i quali non solo
vivevano col principe, ma con lui e per lui combattevano. Da essi
vennero poi gli _Antrustiones_ franchi, simili ai Gasindi longobardi,
e precursori dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come
ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, dando
terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora anche gli uffici,
i quali nella società germanica erano sempre una concessione personale
del re. Persino le tasse e l'amministrazione della giustizia mancavano
di quel carattere pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio dello
Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare derivava dal
legame di fedeltà personale verso il re, non già da un dovere verso lo
Stato. Tutta la società s'andava così sempre più dividendo in gruppi
di protetti e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi
che questi nuovi signori minacciavano di divenire più forti di loro,
riducendo la monarchia in una confederazione di potenti, stretti al
sovrano dal solo vincolo della fedeltà, era troppo tardi per portarvi
rimedio.

Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva poi essere
il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo tempo i vescovi erano
divenuti così ricchi che si crede possedessero un terzo di tutte quante
le terre coltivabili nella Francia. E questi loro possessi, colle
immunità annesse, promovevano la loro indipendenza non solo politica
di fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo Martello
fece però sentire su di essi la sua mano potente, iniziando una riforma
che fu tra le più notevoli del suo regno. Le necessità della guerra,
quella sopra tutto contro i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di
remunerare largamente i capi dell'esercito. E senza molti scrupoli,
cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo dei loro vescovadi
i suoi fedeli, il più delle volte uomini di guerra. Ciò non aveva
nulla di strano in un tempo, nel quale i vescovi combattevano alla
testa degli eserciti al pari dei grandi signori laici. Spogliò più
tardi molte chiese, vescovi e conventi d'una parte considerevole delle
loro tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano le
spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che sotto di loro
combattevano. Così, danneggiando il clero, rese i nobili sempre più
potenti ed a lui più affezionati.

Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica gli
divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse nemico dei vescovi,
spogliatore della Chiesa. Se non che a questa ed alla religione Carlo
Martello aveva reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli
il danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a termine la
guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre da lui fatte in Germania
riuscirono a vantaggio della religione. Le battaglie furono colà
precedute dalle missioni religiose, che vi fondarono la organizzazione
definitiva della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste,
da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, come vedemmo, erano
già da un pezzo cominciate dalla Irlanda. Le continuarono più tardi
i missionari anglosassoni, fra i quali tutti primeggiò Vinifrido,
chiamato poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita
dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della Chiesa cattolica,
che egli pose in relazione con quella di Francia, sottoponendole
ambedue all'assoluta autorità del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato
da Carlo Martello, spianava in Germania la via alle vittorie di lui,
all'assimilazione di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura
costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo momento, papa,
principe e missionario cooperavano inconsapevolmente a quella unione
civile, religiosa e militare, che doveva poi attuarsi col nuovo impero
di Carlo Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio fondate
nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello assai celebre di
Fulda (744). E così per lungo tempo egli continuò, fino a che, credendo
d'aver compiuto l'opera sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso
dallo spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che non lo
lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani della Frisia,
dove trovò finalmente l'ambito martirio circa l'anno 754.

Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero per
aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. E noi abbiamo già visto
come sin dal 739 Gregorio III, minacciato da Liutprando, e sapendo
che l'Imperatore non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo
Martello, riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si è
affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo Martello,
che egli ed il popolo romano si volevano separar dall'Impero. Questa
affermazione, fatta mezzo secolo dopo dal cosiddetto continuatore di
Fredegario, prova in ogni modo quali erano già fin d'allora le idee
intorno al dissidio esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che
doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire.



CAPITOLO III

Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo di S.
Bonifazio — Il Papa, minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere
aiuto


A Carlo Martello che di fatto, sebbene non di nome, era divenuto re dei
Franchi, successero i figli Carlomanno e Pipino, i quali legalmente non
erano anch'essi che Maestri di Palazzo, tanto che fu sentito il bisogno
di cavar dal convento Childerico dei Merovingi, e metterlo su quel
trono (743), sul quale egli fu l'ultimo dei _rois fainéants_, l'ombra
addirittura d'un re.

C'era da aspettarsi prima o poi una lotta aspra e sanguinosa tra i due
fratelli; ma invece Carlomanno, dopo le stragi da lui compiute nella
guerra contro gli Alamanni (746), si ritirò, disgustato del mondo,
prima in un convento da lui fondato sul Soratte, poi a Montecassino;
e così Pipino restò senza rivali. Se non che allora appariva anche
più chiaro che, giuridicamente parlando, unico sovrano legittimo era
Childerico, per quanto non sembrasse altro, e di fatto altro non fosse
che un re spodestato. Era una questione che non si poteva risolvere
colla violenza, e senza risolverla Pipino sarebbe restato sempre nella
falsa posizione di un usurpatore. Pensò quindi di rivolgersi a papa
Zaccaria III, perchè coll'autorità della religione facesse quello
che la spada non poteva fare. E mandò a lui una solenne ambasceria
chiedendo se era lecito che assumesse il titolo di re colui che non
faceva nulla addirittura, e non piuttosto colui che di fatto governava,
ed in tutto ne esercitava l'ufficio. In vero solo il Papa poteva
sciogliere i sudditi dal giuramento d'obbedienza, e tranquillizzando
la loro coscienza, por fine ad uno stato anormale di cose. Che doveva,
che poteva rispondere Zaccaria III? La nuova dinastia ormai esisteva
di fatto, era padrona della monarchia, aveva difeso la religione ed
era essa sola in grado di dare alla Chiesa quell'aiuto che nessun
altro più le voleva o poteva dare. Nell'Impero il principio ereditario
di successione al trono non era stato mai sanzionato, e nei barbari
era assai comune la elezione dei loro re. Il Papa adunque rispose,
che ove fosse a vantaggio del paese, e se ne promovesse davvero il
benessere, era conveniente che assumesse il titolo di re colui che
di fatto ne esercitava l'ufficio. E così fu che Pipino si decise a
compiere il suo colpo di Stato. Nel novembre del 751, in un'assemblea
di Grandi radunati a Soissons, egli venne solennemente innalzato al
trono, e proclamato re, «per consiglio e consenso di tutti i Franchi,
coll'assenso della Santa Sede, per elezione della Francia intera, con
la consacrazione dei vescovi e l'obbedienza dei Grandi.» A questa
elezione, che fu fatta secondo il costume germanico, s'aggiunse la
consacrazione celebrata, in nome del Papa, da S. Bonifazio alla testa
dei vescovi, consacrazione che ricordava quella di Saul per mano
di Samuele. Il misero Childerico ebbe la tonsura, e fu chiuso in un
convento insieme col figlio.

Se si getta ora uno sguardo a tutto quello che abbiam detto finora,
si vedrà subito quante e quanto gravi ragioni spingessero i Papi a
favorire i Franchi, per esserne poi protetti. Ma Zaccaria III, che
voleva star bene con tutti, s'era incontrato con Liutprando, ed aveva
fatto ogni opera per concludere con lui una pace durevole. Il re
longobardo gli aveva promessa la restituzione dei beni patrimoniali
usurpati alla Chiesa nell'Esarcato, nella Pentapoli ed altrove; aveva
promesso anche di ripigliare e restituire al Papa i quattro castelli
che nel Ducato romano erano stati indebitamente occupati da Trasimondo.
Se non che, appena fissate queste condizioni d'una pace che doveva
durare venti anni, occupò invece lo Spoletino, e lo dette ad un proprio
nipote; pose a Benevento Gisulfo il figlio di Romualdo II (742). Poco
dopo, avuto a Terni un altro colloquio col Papa, restituì i castelli e
mantenne la più parte delle promesse fatte. Ma nel 743, essendo tornato
a Pavia, di nuovo mandò l'esercito nell'Esarcato, contro Ravenna. E
di nuovo stava per cedere alle preghiere di papa Zaccaria, che andò a
visitarlo in Pavia nel 742, quando nel gennaio del 744 morì.

Gli successe il figlio Ildebrando, che si dimostrò assai inetto, e fu
subito sostituito da Rachi, duca del Friuli, che regnò cinque anni,
dei quali si sa assai poco: ritiratosi più tardi dal mondo, vestì
l'abito monacale. Allora ascese al trono Astolfo, valoroso, impetuoso
in guerra, ma politico assai poco accorto; e s'avanzò verso Ravenna che
prese, ponendo in tal modo fine all'Esarcato. Subito dopo si diresse
minaccioso verso Roma nel 752, quando era già morto Zaccaria. Allora
fu eletto Stefano II, che morì tre giorni dopo. Il successore prese
lo stesso nome, e per la brevità del Papato di colui che lo aveva
preceduto, venne chiamato anch'egli Stefano II e non III (752-57).
Questi che fu uomo di molto valore politico, uno dei grandi Papi,
mandò subito ambasciatori ad Astolfo per conchiudere un'altra pace,
che doveva durare quarant'anni, e venne rotta invece dopo quattro mesi,
senza possibilità di rinnovarla (752). Alle ripetute ambascerie il re
longobardo rispondeva con minacce contro il Ducato romano. Da questo
lato adunque non v'era adesso nulla da sperare.

Il Papa trattava perciò con Costantinopoli, donde arrivava ambasciatore
il silenziario (capitano della guardia imperiale) Giovanni; e lo
mandò col proprio fratello Paolo ad Astolfo, provandosi a chiedere
la retrocessione dei possessi e delle città indebitamente occupate
nell'Esarcato e nella Pentapoli: _ut Reipublicae loca_.... _usurpata
proprio restitueret dominio_.[42] Ma Astolfo rispose che di ciò avrebbe
trattato, per mezzo di suoi ambasciatori, direttamente coll'Imperatore.
Il Silenziario allora tornò indietro, ed il Papa mandò con lui i suoi
messi a Costantinopoli, per dire che era omai inutile fidarsi dei
Longobardi; piuttosto era il caso di spedire un esercito per difendere
Roma e l'Italia contro le loro aggressioni. Finora dunque le relazioni
del Papa coll'Imperatore appaiono amichevoli. A questo infatti Stefano
II si rivolgeva quando Astolfo, dopo d'avere occupato l'Esarcato,
_fremens ut leo_, minacciava di tutta la sua ira Roma ed il popolo
romano. Il pericolo era veramente grande e vicino. Il Papa fece infatti
solenni preghiere e litanie, andando in processione con gran seguito,
scalzo e coperto di cenere, a S. Pietro, a S. Maria Maggiore, a S.
Paolo, portando innanzi, sospeso ad una croce, il patto di pace violato
da Astolfo. Da Costantinopoli non veniva intanto nessun aiuto, nè c'era
speranza che venisse. Lo stato delle cose pareva disperato.

Si presentava quindi più che mai naturale il pensiero di rivolgersi
ai Franchi. Pipino non poteva dimenticare che ai Papi doveva la
sua consacrazione. A lui dunque Stefano II si rivolse, facendogli
sapere che desiderava andare solennemente a visitarlo; ma voleva
prima essere invitato, sia per rispetto alla propria dignità, sia per
essere garantito contro gli ostacoli che al suo viaggio poteva mettere
Astolfo. Il re non esitò a manifestare il suo buon volere; prima però
di dare un passo che avrebbe potuto obbligarlo a far poi la guerra,
volle esser sicuro dell'assenso dei Grandi, senza i quali non sarebbe
stato facile, quando la necessità se ne presentasse, di condurre
l'esercito in Italia. I magnati franchi non potevano avere ragione di
speciale avversione contro i Longobardi, che, appena invitati, s'erano
mossi per venir loro in aiuto nella guerra contro gli Arabi. A quei
Grandi perciò il Papa, che era anche politico accortissimo, scrisse
una lettera che ci è rimasta, esortandoli a non venir meno all'amore
verso S. Pietro e la Chiesa. Quando Pipino li convocò in assemblea,
fu subito deliberato d'inviare a Roma una solenne ambasceria, con le
più ampie assicurazioni, per invitare il Papa a venire in Francia.
Ambasciatori furono due grandi dignitari franchi, Crodegango vescovo
di Metz ed il _gloriosissimo_ duca Auticario. Essi arrivarono a Roma
nel 753, quando i Longobardi di Astolfo s'erano impadroniti di Ceccano,
che faceva parte del Ducato di Roma. Poco prima (settembre 753) era
tornato da Costantinopoli il silenziario Giovanni, con la missione
d'invitare il Papa a recarsi in persona da Astolfo, per indurlo a
restituire all'Impero le terre che gli aveva tolte. Ed il 14 ottobre
753 Stefano II insieme col Silenziario, con i due ambasciatori franchi
e con gran seguito, andò a Pavia per tentar di persuadere Astolfo a
restituire a chi di diritto, _propria restitueret propriis_,[43] le
terre indebitamente usurpate. Ma non si concluse nulla, perchè Astolfo
accettò i doni che gli furono recati, e ricusò ogni concessione.

Il Papa allora continuò il suo cammino, e nonostante ogni tentativo
contrario fatto dal re longobardo per dissuaderlo, passate le Alpi,
andò in Francia. Nel mese di dicembre, quando era ancora cento miglia
lontano dalla villa di Ponthion, fra Vitry e Bar-le-Duc, incontrò
il giovanetto Carlo primogenito del Re, quegli che fu poi noto nella
storia col nome di Carlo Magno. Il 6 gennaio 754 incontrò il Re stesso
che, sceso da cavallo, lo accompagnò per un buon tratto. Assai solenne
fu l'ingresso in Ponthion, fra una moltitudine festante, che cantava
sacri inni. Non erano appena entrati nel palazzo, che il Papa chiese
al Re che volesse egli personalmente difendere la causa di S. Pietro e
della Repubblica romana, _causam Beati Petri et Reipublicae Romanorum_.
Ed il Re senza esitare giurò di «restituire in ogni modo l'Esarcato
e gli altri luoghi e diritti della Repubblica». Come mai questo
mutamento di linguaggio? Dopo avere chiesto la restituzione delle terre
all'Impero, si parla invece di S. Pietro e della Repubblica dei Romani;
e d'ora in poi si continua a parlar sempre della Repubblica, di S.
Pietro e della santa Chiesa di Dio, lasciando l'Impero assolutamente da
parte.

Dopo l'esplicito rifiuto di Astolfo, era chiaro che la restituzione
delle terre richieste si poteva ottener solo colle armi. Ed il Papa,
che naturalmente pensava sopra tutto ai casi suoi, arrivato in Francia,
dovette accorgersi con gran piacere, che se Pipino era ben disposto ad
aiutar lui e la Chiesa, non aveva nessuna voglia di fare una guerra
nell'interesse dell'Imperatore. Le terre che gli fosse riuscito di
prendere colle sue armi, quando non le avesse egli ritenute per diritto
di conquista, avrebbe potuto darle, in forza del sentimento religioso,
alla Chiesa ed al suo Capo, non però mai ad altri. Anche i Longobardi,
piuttosto che vederle in mano dei Franchi o dell'Imperatore, avrebbero
preferito che fossero concesse al Papa, a cui più facilmente potevano
sperare di ritoglierle. Era perciò naturale che Stefano II, uomo assai
accorto, cercasse profittare di un tale stato di cose. E quindi nei
suoi discorsi, nelle sue lettere, invece di restituzione all'Impero,
cominciò a parlare di restituzione a Roma, a S. Pietro, alla Chiesa.
Pipino intanto lo aveva invitato a passar l'inverno nella Badia di
S. Dionigi, presso Parigi, e di là così l'uno come l'altro fecero
ripetuti, ma vani tentativi d'indurre Astolfo a volere, per evitare
ogni effusione di sangue, pacificamente «restituire alla Repubblica,
alla santa Chiesa i suoi diritti, le sue proprietà.» In sostanza par
che si chiedessero ora pel Papa l'Esarcato e la Pentapoli, che dai
Longobardi erano stati tolti all'Impero. L'idea di succedere a questo
in Italia era balenata nella mente dei Papi fin dal momento in cui
Astolfo aveva occupato l'Esarcato. Non volevano che, impadronendosi
di esso e della Pentapoli, i Longobardi divenissero troppo potenti. E
se Pipino, dopo aver conquistato quelle province, avesse ricusato di
restituirle all'Impero, l'occasione sarebbe stata opportunissima per
rendere potente la Chiesa, facendole dare ad essa. E così fu che invece
d'Impero si cominciò a parlare di Repubblica e di popolo romano, che,
secondo le idee del tempo, erano sotto la speciale protezione di S.
Pietro, rappresentato in terra dal Papa, capo visibile della Chiesa.
Il popolo romano aveva eletto l'Imperatore, ed eleggeva il Papa; era
una cosa sola coll'Impero e con la santa Repubblica, la quale, nel
linguaggio comune, si confondeva allora colla Chiesa. Sostituire quindi
all'Impero la Chiesa ed il Papa pareva la cosa più semplice e naturale
del mondo. Anche le quattro terre o castelli, che da Liutprando erano
stati tolti al Ducato romano, il quale, teoricamente almeno, era già
tenuto come legittimo possesso del Papa, furono dallo stesso Liutprando
restituiti «a S. Pietro.»

Il vero è che Astolfo, senza punto occuparsi di queste sottili
distinzioni, non voleva ceder nulla a nessuno. Bisognava quindi fare
la guerra. Pipino radunò i Grandi in due assemblee, tenute la prima
il giorno 1º marzo 754 a Braisne, non lungi da Soissons, e la seconda
il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy, presso Laon. In questa fu
deliberata la guerra. Si parla anche d'uno scritto, nel quale Pipino
avrebbe allora fatto solenne promessa, che le terre le quali egli
si proponeva di conquistare, sarebbero da lui restituite al Papa.
Della esistenza di un tale scritto alcuni dubitano non poco; certo
è però che, scritta o non scritta, la promessa fu fatta, e venne poi
mantenuta.

Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. L'aver
dovuto passare le Alpi nella fine di autunno, il crudo inverno della
Francia, le continue opposizioni che alcuni dei Grandi avevano fatte
alla guerra, erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed
alterarne la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo mezzo
appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, a quanto
pare, di Astolfo, uscito improvvisamente dal convento di Montecassino,
era venuto in Francia a perorare presso il fratello la causa
longobarda. Il che aumentò lo sgomento del Papa, ed irritò non poco
anche Pipino, il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse
ridestare nei figli di suo fratello la speranza di succedere al trono
paterno. Ma che cosa poteva mai fare un frate contro l'autorità del
Papa, e contro la forza del Re, che ormai era padrone di tutto il regno
riunito? Carlomanno infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in
un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo morì. Anche i
suoi figli dovettero prendere la tonsura.

Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e durante la
malattia gli apparvero, secondo la leggenda, S. Dionigi, S. Pietro
e S. Paolo, che gli promisero guarigione perfetta, a condizione
che facesse erigere un nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio
754 non solamente l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si
compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande accortezza
e perseveranza del Papa. In questa stessa chiesa egli consacrava ed
incoronava Pipino e la moglie Bertrada, consacrava anche i due figli
Carlo e Carlomanno. Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato già
coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio per ordine del Papa?
A che fine ripeter la cerimonia? Non solamente la consacrazione per
mano propria del Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando
anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura la dinastia.
Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, egli imponeva ai Grandi
franchi di non mai più eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso
da altri lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo i
diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano avanzare i figli
di Carlomanno.

Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette anche il
titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, perchè questo
era un titolo dato solo dall'Imperatore a grandissimi personaggi come
Odoacre, Teodorico, gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a
Pipino, senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto che
questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, quando lo aveva
inviato a chiedere la restituzione delle terre all'Impero. Arrivato
però il Papa in Francia, e conosciuto lo stato vero delle cose, mutato
animo, decidendosi a prendere esso in Italia il posto dell'Impero,
avrebbe creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il titolo
di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, ma soleva
darsi solo a chi aveva già un altissimo ufficio; ed il Papa lo dava a
re Pipino come a difensore della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi
chiamato indistintamente Patrizio o Difensore della Chiesa.



CAPITOLO IV

Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione
dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore Astolfo — Desiderio re
dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione di Paolo I e sua morte


Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, Pipino raccolse
l'esercito per l'impresa d'Italia, non senza fare un ultimo tentativo
di risolvere pacificamente la gran lite, promettendo ad Astolfo anche
buona somma di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè
porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa il loro Re;
li accompagnava il Papa col suo cappellano, con l'abate Fulrado di S.
Dionigi, e con altri prelati. Passato il Cenisio, alle Chiuse presso
Susa, vi fu uno scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne
l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza del luogo
non potè spiegare le proprie forze, e fu così fieramente battuto, che
la disfatta venne attribuita a miracolo.

Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben presto assediato
e costretto a venire a patti, che furono: restituire Ravenna e
diverse altre città, con la promessa di non più molestare il Ducato
romano, dando in garanzia quaranta ostaggi. E questi patti, secondo
il Libro pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una
_pagina scritta_. Le terre così ottenute vennero da Pipino cedute al
Papa, che ormai senza più esitare cercava di sostituirsi in Italia
all'Imperatore. Più volentieri, più risolutamente che mai lo faceva
adesso che questi aveva radunato un sinodo (753), il quale condannò
il culto delle immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i
Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, Astolfo,
dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non solamente violò i patti,
senza ceder più nulla a nessuno; ma s'avanzò col suo esercito nel
Ducato romano, saccheggiando perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756
egli era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli aprivano le
porte, e non gli davano nelle mani la persona stessa del Papa, avrebbe
messo i cittadini a fil di spada.

Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, con solenni
ambascerie, descrivendo le «stragi e le iniquità dei nefandissimi
Longobardi». L'ultima di queste lettere era indirizzata al Re ed ai
suoi figli, in nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto
che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e profani
erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, finiva invocando
il pronto aiuto del popolo franco, eletto da Dio a difesa della Chiesa.
Ogni indugio diveniva adesso una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto
rendere stretto conto a Dio.

Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera del 756
mosse di nuovo per la stessa via contro Astolfo, che, abbandonato
l'assedio di Roma, durato già tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò
l'esercito contro i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero
una nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino Pipino
s'incontrò con un ambasciatore che veniva da Costantinopoli, e che si
provò a persuaderlo di restituire all'Impero le terre indebitamente
occupate dai Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era
venuto in Italia a far la guerra «per nessun interesse mondano, in
favore di nessun uomo; ma per amore di S. Pietro e venia de' suoi
peccati.» Dopo di che andò all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette
ben presto arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti
furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione di
guerra ed un annuo tributo, dovette cedere un maggior numero di città,
e dar nuovi ostaggi. Il Libro pontificale dà la lista di queste città,
comprendendovi Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino ed il
mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola
e Ferrara non vi sono comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato
e della Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste
fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado fu allora
incaricato d'andare personalmente, con buon numero di soldati franchi,
a prendere la consegna delle città, facendosi dare le chiavi, e per
maggiore sicurezza anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma
consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione «a S. Pietro, alla
Santa Repubblica romana, ed a tutti i successivi pontefici». Questa
donazione scritta fu messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si
trovava ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando egli
scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, i Papi cominciarono
a chiedere assai di più.

In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino s'era ritirato
in Francia, Astolfo moriva. Egli era stato un sincero cattolico, aveva
fondato chiese e conventi, e se aveva portato via dalla Campagna romana
reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle chiese del
suo regno: tuttavia era stato in lotta continua col Papa. Valoroso
in guerra, seguì anch'egli, come la più parte dei re longobardi, una
politica capricciosa ed inconseguente, che lo condusse nella seconda
parte del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato
nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi una minaccia di
guerra civile, a causa della successione. Rachi uscì dal convento
di Montecassino, per tentar di succedere al fratello; ma ebbe a
competitore Desiderio duca di Toscana, che, mediante larghe promesse
al Papa, ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene nel
suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti di Desiderio, e
le molte promesse che aveva fatte alla Chiesa; pregava perciò anche
lui di volerlo favorire e d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si
trattava adesso, diceva il Papa, di condurre a compimento la bene
incominciata impresa, facendo restituire a S. Pietro ed alla Chiesa
anche le terre che prima di Astolfo avevano fatto parte dell'Esarcato
e della Pentapoli. Non era possibile governare quel paese, tenendo
separate popolazioni che assai lungamente erano state unite. «Ora, così
concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, divoratore
del sangue dei cristiani, e che, mediante l'aiuto vostro e dei Franchi,
è successo Desiderio, uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo
di spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare con lui
a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a farci riavere le
proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.»

È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice attuazione
delle antiche promesse fatte da Pipino, ma di nuove domande. Il Papa
chiedeva l'Esarcato e la Pentapoli nella loro primitiva ed assai più
vasta estensione; chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della
Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente occupate dai
Longobardi o dai Bizantini. Il momento pareva opportuno per attuare ciò
che Desiderio gli aveva fatto sperare in compenso dei grandi servigi
a lui resi per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide,
che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia di mantenere le
sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto Faenza e Ferrara, non dette più
altro. Stefano II però fu dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757,
liberato dal dolore di questo crudele disinganno.

La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò a mettere in
evidenza i grandi mutamenti che dovevano seguire a Roma, in conseguenza
della nuova politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo
della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone dell'Esarcato
e della Pentapoli, voleva naturalmente essere anche padrone effettivo
del Ducato romano. Infatti a Roma d'ora in poi non si trova più
un Duca, perchè il Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto
sollevò la nobiltà laica, o sia i _Judices de Militia_, i quali si
trovavano alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta con
la nobiltà ecclesiastica, o sia i _Judices de clero_, i quali, per la
nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero voluto comandar essi in
Roma. Fortunatamente, il 29 maggio 757, venne consacrato nuovo papa
il fratello del defunto, che prese il nome di Paolo I. Questi dovette
subito accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si volse
perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, come prima soleva
farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto contro i nobili, che divenivano
sempre più riottosi. Ad essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza
al Papa; ed abbiamo la lettera con cui il _Senatus atque universi
populi generalitas_ rispondevano «all'eccellentissimo Signore da Dio
eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, patrizio dei Romani.» In
essa promettevano obbedienza al Papa, che chiamavano «Padre comune.»

Il conflitto principale continuava però sempre ad essere coi
Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio era d'un
carattere mutabilissimo, che doveva poi essere la rovina sua e del
suo regno. Quando i duchi di Benevento e di Spoleto accennavano a
ribellarsi a lui, avvicinandosi invece al Papa ed ai Franchi, egli,
per mantenere intatta la sua autorità, andò subito con la forza
a deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo di ciò
il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore Costantino V,
detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo a ripigliare l'Esarcato e
la Pentapoli. Ma quando s'accorse che per questa via non riusciva
a nulla, perchè l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente
pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di mala voglia e
senza fidarsene, pur lo accolse. In verità anche il Papa si trovava
in una difficilissima posizione. Non poteva sperar nulla da Pipino,
trattenuto ora nelle guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello
stesso tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava
l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente s'aggiungeva
ora quello religioso a causa delle immagini. Costantino Copronimo,
infatti, profittando della tendenza del clero franco, che sembrava
essere avverso al Papa non solo nella disputa delle immagini, ma anche
in quella sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo
religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo politico.
Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, finì col restar fedele
alla Chiesa di Roma.

Siamo evidentemente in un periodo di transizione, nel quale lo stato
delle cose muta ogni giorno, ed ognuno quindi muta la sua condotta
politica. Pipino trattava coll'Imperatore, ed era amico del Papa, che
scriveva e riscriveva in Francia, perchè lo difendessero dai Bizantini,
eretici e nemici di Santa Chiesa. Il Papa, disperato, s'avvicinava
ai Longobardi nemici suoi e dei Franchi, i quali da lui e dal suo
predecessore erano stati chiamati a combatterli. L'Imperatore cercava
d'avvicinarsi ai Franchi, che gli avevano tolto l'Esarcato e la
Pentapoli dandoli al Papa, contro cui egli ora voleva spingerli.

Ma il 28 giugno 767 moriva Paolo I, il 24 settembre 768 moriva
Pipino, e ciò doveva necessariamente dare origine ad un nuovo e grande
mutamento.



CAPITOLO V

Nuovi e gravissimi tumulti in Roma — Elezione di Stefano III —
Matrimonio di Carlo re dei Franchi con Desiderata — I nemici del Papa
sono oppressi — Stefano III muore


La morte di Paolo I fu come il segnale dato ad un nuovo e più violento
scatenarsi dei partiti. Si vide allora chiaramente che cosa volesse
dire l'aver distrutto affatto l'autorità dell'Imperatore in Roma,
nell'Esarcato e nella Pentapoli, senza nulla sostituirvi, lasciandovi
padrone il Papa, che era disarmato. Il Ducato romano, che abbracciava
presso a poco quella che oggi si chiama la provincia di Roma, è
ricordato la prima volta nel Libro Pontificale l'anno 712 (I, 392), e
l'_Exercitus romanus_ è già ricordato nel 638 e nel 643 (I, 328, 331
e 395, n. 28). Questo era diviso in _scholae_, comandate, come già
dicemmo, dall'aristocrazia laica, potentissima nella Città e nella
Campagna. Alla loro testa era il Duca mandato prima da Costantinopoli,
dopo il 727 (I, 404) eletto dall'aristocrazia, scomparso a tempo
di Pipino, perchè a capo della Città e del Ducato si pose allora il
Papa. Questi si trovava ora combattuto fra l'aristocrazia laica, che
comandava l'esercito ed in parte anche le Città, e l'aristocrazia
ecclesiastica, che, amministrando la Chiesa ed i suoi vasti possessi,
non era certo in Città meno potente della sua rivale. Un conflitto tra
l'una e l'altra appariva adesso inevitabile.

Infatti Paolo I riposava ancora sul suo letto di morte, quando Toto,
duca di Nepi, raccolse nella Campagna più gente che potè, ed insieme
coi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, corse a Roma dove fece
colla forza nominar papa il fratello maggiore Costantino. Questi era
però laico, e quindi il vescovo di Palestrina fu costretto, nonostante
ogni sua resistenza, a consacrarlo successivamente chierico, suddiacono
e diacono, dopo di che lo proclamarono papa lo stesso giorno 28 giugno
767. Egli restò sulla sedia episcopale solo tredici mesi, che furono
pieni di sanguinosi tumulti, perchè contro la sua strana elezione
insorse violentemente l'aristocrazia ecclesiastica, la quale era
stata da lui privata d'una parte de' suoi ricchi uffici. Essa avrebbe
naturalmente dovuto inclinare al partito dei Franchi; ma, non potendo
ora sperare nessun aiuto da Pipino, tutto occupato nelle sue guerre,
si vide costretta a rivolgersi ai Longobardi, ed ebbe subito il favore
di Desiderio. Cristoforo, che era Primicerio nella cancelleria papale,
e suo figlio Sergio, che era Secundicèrio, poterono, coll'assenso
del Re longobardo, raccoglier gente nel Ducato di Spoleto, ed il 29
luglio 768 si trovarono a Porta S. Pancrazio, dove vennero alle mani
cogli avversari, cioè coi capi dell'aristocrazia laica. Questi furono
vinti, perchè tra loro c'erano dei traditori, i quali, appena che la
lotta si volse in favore del proprio partito, ferirono alle spalle i
compagni, che così furono vinti. Passivo, il fratello del Papa, con
alcuni de' suoi più fidi, corse in Laterano per salvargli almeno la
vita; ma vennero invece tutti presi e tenuti prigionieri. Allora un
tal Valdiperto, prete longobardo, che aveva cooperato coi vincitori,
raccolse tumultuariamente i suoi amici, e fece eleggere papa un
prete Filippo, che fu subito consacrato in Laterano, sedette sulla
cattedra di S. Pietro, e benedisse il popolo. Ma questa elezione, fatta
esclusivamente a favore del partito longobardo, non poteva piacere a
nessuno dell'aristocrazia romana, la quale era insorta solo a vantaggio
della propria preponderanza. Essa perciò costrinse subito Filippo a
dimettersi, e raccolti gli amici, l'esercito, il popolo, il clero, fece
una nuova elezione, che riuscì a favore di Stefano III (1º agosto 768),
stato già amico fedele di Paolo I.

La nuova elezione, che venne finalmente riconosciuta valida, non
potè calmare gli animi, perchè i vincitori, prima che il nuovo Papa
fosse consacrato (7 agosto), vollero far vendetta della elezione di
Costantino. Ad alcuni dei suoi fautori vennero, secondo il crudele
costume bizantino, cavati gli occhi, e strappata la lingua. La turba
inferocita corse poi alla casa in cui era stato rinchiuso il già
decaduto Papa, e copertolo d'insulti, lo menarono, a cavallo sopra
una sella da donna, in un monastero. Di là il 6 agosto fu condotto
alla basilica laterana, dove i vescovi ivi radunati lo deposero
solennemente, facendogli strappare il pallio e levare i calzari
pontifici. Poco dopo, tiratolo fuori del convento, i suoi nemici gli
cavarono gli occhi lasciandolo quasi esanime nella strada. La stessa
sorte toccò ad altri. Non fu risparmiato neanche il prete Valdiperto,
perchè avendo egli di suo arbitrio fatto eleggere Filippo, che era
stato deposto, si temeva che, messosi d'accordo coi suoi compagni
longobardi, volesse ora vendicarsi. Per questa ragione quelli stessi
che poco prima erano stati suoi partigiani, lo cercarono adesso
a morte; nè gli valse l'essersi rifugiato in S. Maria dei Martiri
(Panteon), dove teneva strette in mano le sacre immagini, sperando così
di salvarsi. Lo trascinarono con violenza nel campo del Laterano, dove
anche a lui cavarono gli occhi, in conseguenza di che morì poco dopo
di cancrena alle occhiaie. Stefano III non fece nulla per opporsi a
queste iniquità; nè basta a scusarlo il dire che, quando avesse voluto,
difficilmente sarebbe riuscito ad impedirle.

Nell'aprile 769 venne radunato in Roma un Sinodo, per prendere le
misure necessarie ad evitare che nelle future elezioni si rinnovassero
gli scandali, e vi intervennero anche dodici vescovi franchi. Ma
neppure questo Sinodo procedette pacificamente. Il misero ex-papa
Costantino già accecato, _jam extra oculos_, fu chiamato a dichiarar
come mai avesse osato farsi eleggere, essendo laico. Rispose che aveva
dovuto cedere alla forza del popolo tumultuante, e chiese perdono de'
suoi peccati. Ma nel giorno seguente, avendo osato aggiungere a sua
scusa, che prima di lui v'erano pure stati a Ravenna e Napoli vescovi
eletti, sebbene laici, vi fu nel Sinodo uno scoppio irrefrenabile
d'indignazione. Gli troncarono la parola in bocca, ordinando poi che
fosse dagli assistenti preso a ceffoni e cacciato via. Furono bruciati
il decreto della sua elezione e gli atti del suo pontificato. Stefano
III, i vescovi, il clero, i cittadini presenti nella basilica pregarono
in ginocchio, facendo penitenza per aver tollerato un Papa così
irregolarmente eletto, e accettato da lui la comunione. Fu inoltre,
sotto pena d'anatema, proibito di far mai più salire al pontificato un
laico. Venne anche deliberato, che non potesse in nessun caso essere
eletto chi non era diacono o prete cardinale, e che non fosse lecito
a nessuno portare armi nel luogo della elezione, la quale d'allora in
poi doveva esser fatta solo dai cardinali, dai primati della Chiesa,
e dai chierici di Roma, restandone escluso il popolo, che insieme
coll'esercito avrebbe solo acclamato il nuovo eletto.

A far sempre più peggiorare le tristi condizioni della Città,
contribuiva adesso non poco lo stato delle cose all'estero. Dopo la
morte di Pipino infatti il regno franco era rimasto diviso fra i suoi
due figli Carlomanno e Carlo, i quali subito furono in grave discordia
fra di loro. Questa discordia toglieva al Papa ogni speranza d'aiuto da
parte dei Franchi, e cresceva l'audacia dei nobili romani, specialmente
di Cristoforo e di Sergio. Essi avevano fatto prima deporre Costantino,
poi Filippo; avevano fatto eleggere Stefano III, e si credevano perciò
in diritto di dominarlo, di farla in tutto da padroni. Nella lotta tra
Carlomanno e Carlo parteggiavano pel primo, che li favoriva a dispetto
del Papa, il quale mal tollerava la loro prepotenza. Questa discordia
dei due principi franchi divideva gli animi anche in Italia, perchè
bastava dichiararsi avverso ad uno di essi, per avere subito il favore
dell'altro. E così venivano non poco alimentati i partiti in tutta la
Penisola, ma sopra tutto in Roma ed in Ravenna. In quest'ultima città
lottavano fra di loro i diversi aspiranti alla sedia arcivescovile,
i quali andavan d'accordo solamente nel volerla rendere sempre più
indipendente dal Papa, e ciò anche ora che l'Esarcato era stato a lui
concesso da Pipino.

Bertarida, la madre dei due re franchi, faceva invano ogni opera per
pacificarli fra di loro. A questo fine essa era venuta in Italia, e
cercava imparentarli coi Longobardi. Riuscì infatti a concludere il
matrimonio fra Carlo e Desiderata, figlia di Desiderio. Si parlava
anche d'un matrimonio da concludersi fra Carlomanno ed un'altra
longobarda. A tali notizie il Papa, che in questi accordi vedeva un
grandissimo pericolo per gl'interessi della Chiesa, una minacciosa
rovina di tutti i disegni così lungamente meditati, fu preso da una
collera irrefrenabile. Il linguaggio da lui adoperato nella lettera
che allora scrisse ai due fratelli era infatti tale che, sebbene
essa si trovi nel codice carolino, venne da alcuni ritenuta apocrifa.
Chiamava diabolica ogni unione «fra la nobilissima gente dei Franchi
e la iniquissima dei Longobardi.» Sembrava credere che i due fratelli
avessero già moglie, e quindi che i nuovi matrimoni proposti non
potessero esser altro che concubinaggi. E concludeva: «abbiamo
posto questa nostra lettera di ammonimento sulla tomba di S. Pietro,
celebrandovi sopra la messa, e da questo luogo la mandiamo a voi colle
lacrime agli occhi.» Carlo però non aveva moglie legittima, non v'era
quindi ostacolo al suo matrimonio con Desiderata, che fu celebrato;
ed il Papa si dovè rassegnare al fatto compiuto. A che invero
avrebbe potuto giovare l'irritare Carlo e Desiderio? Si aggiungeva
che Cristoforo e Sergio erano divenuti sempre più insopportabili,
s'erano avvicinati a Carlomanno, e questi aveva mandato presso di
loro a Roma il suo ambasciatore Dodone con alcuni militi, il che li
aveva resi più audaci che mai. Inoltre dopo la deposizione di Filippo
e la uccisione di Valdiperto, essi erano necessariamente divenuti
nemici dei Longobardi, e per questa ragione Bertrada potè riuscire a
riannodar buone relazioni fra il Papa e re Desiderio, che tornò subito
a largheggiar di promesse.

Sotto pretesto d'un religioso pellegrinaggio, il re longobardo con buon
seguito d'armati s'avvicinava ora a Roma, per incontrarsi col Papa in
S. Pietro, ed aiutarlo contro Cristoforo e Sergio, che erano sempre
più minacciosi, e non si lasciarono prendere alla sprovvista (771).
Dalla Città e dalla Campagna avevano chiamato i loro amici, radunandoli
insieme coi pochi soldati franchi venuti coll'ambasciatore Dodone;
e quando il Papa e Desiderio s'incontrarono in S. Pietro, tutto era
pronto per la rivolta. Ma neppure il Papa se n'era stato ozioso, avendo
dato la direzione della difesa ad uno degli alti ufficiali della Curia,
il cubiculario Paolo, soprannominato Afiarta, uomo audacissimo. Questi,
senza por tempo in mezzo, quando Stefano III tornava da S. Pietro al
Laterano, chiamò il popolo alle armi, e levò il tumulto. Cristoforo e
Sergio corsero colle loro genti al Laterano, chiedendo ad alte grida
che si desse loro nelle mani l'Afiarta. Ma sfortunatamente per essi
quelli che li seguivano, entrati nel Palazzo, non seppero trattenersi
dal saccheggiarlo, e penetrarono armati perfino nella Basilica, dove il
Papa s'era rifugiato. Che cosa precisamente seguisse allora noi non lo
sappiamo. Stefano III scrisse d'aver corso pericolo della vita; ma il
giorno dopo andava accompagnato da molti armati e dallo stesso Afiarta,
ad abboccarsi nuovamente con Desiderio in S. Pietro. Sembra certo che
Cristoforo e Sergio non si spinsero fino a far violenze al Papa, sia
che essi non osassero porre le mani sul Capo visibile della Chiesa, nel
tempio del Signore, sia che i loro seguaci allora li abbandonassero, o,
come è più probabile, che l'Afiarta arrivasse in tempo per resistere.
Certo è che il giorno dopo, quando Stefano III era tornato in S.
Pietro, caddero ambedue nelle mani dei difensori del Papa, il quale
ordinò che restassero nella Basilica fino a notte avanzata, per farli
poi, così almeno disse, coll'aiuto delle tenebre, condurre dall'Afiarta
più sicuramente salvi in città. Ma invece, quando erano per entrar
dentro le mura, sopraggiunsero improvvisamente alcuni manigoldi ivi
appiattati, che li malmenarono e cavaron loro gli occhi. Cristoforo
fu trascinato nel monastero di S. Agata, dove dopo tre giorni morì;
Sergio invece fu tenuto prigioniero nel Laterano, donde poi scomparve.
E Desiderio, che era stato il segreto istigatore di queste sanguinose
violenze, alle quali non si può credere che rimanesse affatto estraneo
il Papa, se ne tornò a Pavia.

In tal modo i due antichi capi dell'aristocrazia ecclesiastica, che si
erano uniti ai Longobardi per poi tradirli, furono abbattuti. Ma papa
Stefano, sempre debole e mutabile, s'era liberato da una tirannia,
per cadere sotto un'altra. In Roma spadroneggiava ora l'Afiarta col
favore del partito longobardo, di che erano scontentissimi i Franchi.
Carlomanno infatti aveva favorito Cristoforo e Sergio; e neppure a suo
fratello Carlo poteva piacere di vedere in Roma trionfare i Longobardi.
Con ambedue i fratelli e con la loro madre Bertarida il Papa si scusava
dicendo che tutto era stata colpa dell'ambasciatore Dodone, il quale
s'era unito «coi diabolici promotori d'un tumulto, che aveva messo a
grave pericolo la sua propria vita in Laterano. Quanto alle violenze
usate a Cristoforo ed a Sergio, nel loro rientrare in Città, esse eran
seguite contro ogni suo volere, per opera di volgari malfattori, che
non si fu in tempo a fermare, perchè erano sbucati inaspettatamente dai
loro nascondigli.» La lettera del Papa concludeva facendo le lodi di
Desiderio, a cui egli diceva di dovere la propria salvezza, e che già
cominciava a mantenere la promessa di restituire le terre usurpate. Ma
tutto ciò non era poi vero, come ben presto si vide.

Lo stato generale delle cose mutava ora non poco in Italia e fuori.
Carlo, che era stato sempre avverso ai Longobardi, ripudiava la moglie
Desiderata, rimandandola al padre, e ciò, come è naturale, apriva fra
di loro un abisso. Il 4 dicembre 771 Carlomanno moriva, lasciando un
figlio, che aveva solo un anno; ed i Grandi elessero Carlo a successore
del fratello, volendo colla unione del regno aumentarne la forza.
Il Papa, mutando ancora una volta la sua politica, si allontanava
da Desiderio, che non manteneva le promesse fatte, e s'avvicinava a
Carlo. Egli era molto irritato contro il re longobardo, perchè quando
aveva a lui ricordato gli obblighi assunti, questi gli aveva risposto,
che doveva invece essere contento, e ringraziarlo di quanto aveva già
fatto per lui, che per opera sua era stato liberato dalla prepotenza di
Cristoforo e di Sergio. Tutte queste agitazioni, tutti questi continui
e pericolosi mutamenti turbarono assai l'animo debole ed incerto del
Papa, già malato del male che doveva condurlo alla tomba. L'Afiarta poi
non gli lasciava pace, perchè voleva apparecchiare a proprio vantaggio
la nuova elezione; e quindi di suo arbitrio mandava in esilio, faceva
mettere in carcere tutti i nobili più avversi a lui ed ai suoi.
Finalmente ai primi di febbraio 772 Stefano III moriva, il che dette
origine ad un altro grande mutamento in Roma e nell'Italia.



CAPITOLO VI

Elezione di Adriano I — Condanna e morte dell'Afiarta — Discesa di
Carlo re dei Franchi in Italia — Disfatta dei Longobardi, assedio di
Pavia — Carlo va a Roma, dove passa la Pasqua del 774


L'Afiarta riuscì a fare in modo, che la nuova elezione procedesse
rapidamente e senza tumulti, non però a fare scegliere un papa quale
a lui sarebbe convenuto. Sulla cattedra di S. Pietro saliva infatti
Adriano I (772-95), uomo saldo nella fede religiosa, e di carattere
fermissimo, che, a differenza del suo predecessore, non esitava mai.
Quando infatti arrivarono a lui gli ambasciatori di Desiderio, facendo
al solito larghe promesse in nome del loro signore, egli rispose, che
non poteva prestar fede a chi aveva sempre mentito al Papa defunto.
Tuttavia, siccome essi insistevano, e non volendo Adriano mancare
del tutto all'usanza ed alle convenienze, mandò a Pavia ambasciatori
il notaio Stefano, e Paolo Afiarta. Arrivati però che essi furono a
Perugia, dovettero fermarsi, avendo saputo che Desiderio, già mutato
animo, s'era impadronito di Faenza, di Ferrara e Comacchio, dopo di
che le sue genti correvano liberamente per l'Esarcato, e minacciavano
Ravenna, di dove l'arcivescovo chiedeva aiuto al Papa. La vedova di
Carlomanno s'era in questo mezzo rifugiata coi figli presso Desiderio,
il quale, per odio a Carlo, l'aveva accolta sotto la sua protezione, e
voleva che il Papa facesse lo stesso, che anzi ne consacrasse i figli.
Ma Adriano «si mostrò duro come adamante;» mandò anzi una seconda
ambasceria a Pavia, per far nuovi rimproveri al re longobardo, ed
indagare più precisamente l'animo di lui.

In questo mezzo l'Afiarta, avendo compreso quanta era l'avversione del
Papa per lui e pei Longobardi, aveva cercato di mettersi d'accordo con
Desiderio. Questi voleva avere un abboccamento con Adriano, sperando,
mediante nuove lusinghe, di poterlo tirare alle sue voglie; e l'Afiarta
promise di condurglielo, «anche se fosse stato necessario trascinarlo
con una corda al collo.» Aveva però fatto i conti senza l'oste, giacchè
appena giunto a Rimini, venne arrestato dagli agenti dell'arcivescovo
di Ravenna, che ne aveva ricevuto ordine dal Papa. Il quale, essendo
deciso a farla finita colle prepotenze dell'Afiarta, aveva richiamato
quasi tutti coloro che da questo erano stati esiliati, e fatti uscir
di carcere quelli che aveva imprigionati. Ordinò inoltre una severa
inchiesta, per sapere che cosa fosse mai avvenuto di Sergio. E fu
scoperto che, otto giorni prima della morte di Stefano III, in sul
far della notte, quel disgraziato era stato, per ordine dell'Afiarta
e di altri, condotto sull'Esquilino, presso l'Arco di Gallieno, dove
l'avevano ucciso e sepolto. Il cadavere venne infatti trovato con
i segni ancora visibili delle percosse, e col capestro alla gola. I
complici del delitto, appena scoperti, o fuggirono o vennero esiliati.
Gli atti del processo furono mandati a Ravenna, perchè anche l'Afiarta
venisse giudicato, e, se colpevole, punito della stessa pena. Ma
l'arcivescovo, che era ardente partigiano dei Franchi, e però anche
più del Papa nemico dell'Afiarta e dei Longobardi, lo fece condannare
a morte, sentenza che venne subito eseguita. Il Papa se ne mostrò
assai scontento, perchè egli che era fermo, non voleva appunto perciò
apparire eccessivo.

In ogni modo adesso il partito dei Longobardi era in Roma sgominato,
ed il loro capo Afiarta non poteva più dar noia a nessuno. Desiderio
faceva gravi minacce al Papa, che non si voleva accordare con lui; e
subito dopo occupava l'Esarcato, entrava nella Pentapoli, e tra la fine
del 772 e i primi del 773 era già in via verso il confine del Ducato
romano. Adriano però non se ne stava inerte; ma raccoglieva gente dalla
Campagna, dalle province, e dalle città, per esser pronto alla difesa.
Nello stesso tempo scriveva, sollecitando aiuto da Carlo, che allora
era spinto a venire in Italia anche da alcuni Grandi longobardi nemici
di Desiderio. Ben presto infatti gli ambasciatori franchi arrivarono a
Roma con la notizia che Carlo aveva deciso di passare le Alpi. E però,
quando Desiderio era giunto a Viterbo, i messi del Papa, che aveva
ripreso animo, si presentarono a lui, intimandogli di ritirarsi sotto
pena d'anatema. Ed il re longobardo, saputo che i Franchi s'avanzavan
davvero, si ritirò. Carlo, come già aveva fatto Pipino con Astolfo,
prima di venire alle armi, anch'egli avanzò proposte di pace al re
longobardo, promettendogli 14,000 soldi d'oro, se restituiva al Papa le
terre promesse. Ma nessun accordo fu possibile.

Nella primavera del 773 i Franchi s'avanzarono perciò di nuovo verso
l'Italia, divisi in due eserciti. Uno, che prese la via di Monte Giove,
oggi Gran S. Bernardo, era comandato da Bernardo, figlio di Carlo
Martello e zio di re Carlo. L'altro s'avanzò pel Cenisio, condotto
dal Re in persona, che, arrivato alla Chiusa di S. Michele, tentò
nuovamente d'indurre Desiderio a cedere colle buone. Ma fu tutto
invano, e si dovè venire a battaglia. E qui più d'una leggenda altera
la storia in modo, che resta assai difficile scoprire il vero. Si
narra che il passaggio delle Alpi era così fortemente chiuso da un
grosso muro, costruito dai Longobardi a propria difesa, che i Franchi,
sgomenti, volevano ritirarsi, quando, per divina volontà, i nemici
si dettero invece a precipitosa fuga. Un'altra leggenda dice che ciò
avvenne, perchè alcuni dei capi longobardi tradirono. Una terza narra
che, quando re Carlo si trovò nella impossibilità di andar oltre,
un giullare longobardo si presentò a lui, offrendosi d'indicargli un
sentiero sconosciuto, pel quale poteva passare inavvertito. E così i
Franchi, discesi nella pianura, avrebbero preso il nemico alle spalle,
ponendolo in rotta. Si sarebbe allora chiesto al giullare che compenso
voleva, ed egli, salito sopra un colle, e dato fiato al suo corno,
avrebbe chiesto che fin là dove il suono s'udiva, il terreno fosse suo.
E gli fu concesso. Ma lasciando da parte queste ed altre leggende, noi
possiamo dir solo che tra Franchi e Longobardi vi fu una battaglia,
vinta certamente dai primi, della quale però non sono conosciuti
i particolari. Sembra che, mentre re Carlo combatteva di fronte i
Longobardi, l'esercito comandato da Bernardo, avanzatosi rapidamente
per una via poco conosciuta, li prendesse alle spalle, ponendoli così
in fuga precipitosa. Desiderio allora si ritirò a Pavia per difendersi,
e suo figlio Adelchi si chiuse in Verona, dove si era rifugiata anche
Gerberga, la vedova di Carlomanno, coi figli.

Carlo s'avanzò subito coll'esercito, occupando varie terre importanti,
fra cui Torino e Milano. Poi mise l'assedio a Pavia, che poteva
resistere a lungo. Adesso lo scopo della guerra non era più, come a
tempo di Pipino, di far restituire le terre alla Chiesa. Carlo non
voleva venire a patti, faceva ai Longobardi addirittura una guerra di
sterminio, per annientarne la potenza, ed impadronirsi di tutto il loro
regno. Prevedendo che l'assedio, già regolarmente cominciato, dovesse
andare in lungo, fece di Francia venir la moglie Ildegarda, e compiè
parecchie secursioni, occupando altre città, che s'arresero senza
resistere. Fra queste fu anche Verona; e caddero allora nelle sue mani
Gerberga e i figli, che finirono in un convento. Adelchi invece riuscì
a scampare, e dopo essere rimasto qualche tempo a Salerno, se ne andò a
Costantinopoli.

Essendo passati già sei mesi, senza che la fine dell'assedio si
vedesse vicina, Carlo pensò d'andare quell'anno (774) in Roma, a
passarvi, com'era allora il sogno di tutti i credenti, la Pasqua, che
cadeva quell'anno il 2 di aprile. Il Re avrebbe anche avuto a Roma il
modo d'accordarsi col Papa sulle grandi questioni politiche, che in
conseguenza della guerra presente, dovevano sorgere inevitabilmente.
Infatti, conquistato che avesse il regno longobardo, che cosa doveva
farne? Non certo restituirlo all'Impero, perchè vi si sarebbe opposto
Adriano I, nè egli era venuto in Italia per ciò. Darlo tutto alla
Chiesa non avrebbe voluto, nè il Papa, disarmato come era, sarebbe
stato in grado di governarlo. Tenerlo tutto per sè, sarebbe stato un
mancare alle promesse fatte al Papa, col quale voleva andare d'accordo:
per difenderlo e favorirlo egli era venuto in Italia, ed aveva
intrapreso la guerra. Era dunque necessario intendersi, ed anche per
ciò la sua gita a Roma riusciva assai opportuna.

Quello a cui già da un pezzo miravano i Papi, ed a cui mirava più
che mai Adriano, adesso che il regno longobardo era vicino a cadere,
trasparisce abbastanza chiaro dalle loro lettere e dalla così detta
donazione di Costantino, la quale, sebbene sia un documento falso,
compilato in questo tempo appunto da qualcuno della Curia, ha certo un
notevole valore storico, perchè scopre chiaramente le mire ambiziose,
che da lungo tempo aveva sempre avute la Chiesa. Questa donazione, che
vien fuori adesso, ed è ben presto citata dai Papi come un documento
autentico, diceva che l'Imperatore, dopo aver concesso al Papa il
palazzo Laterano insieme con i più alti onori imperiali, dopo aver
riconosciuto la superiorità della Chiesa, e riconosciuto nei prelati e
nei cardinali la dignità senatoria, concedeva «la città di Roma e tutti
i luoghi, le province e città d'Italia al beatissimo papa Silvestro ed
ai suoi successori.» Per quanto vaghe e fantastiche potessero sembrare
queste concessioni, risulta sempre più chiaro che i Papi aspiravano a
prendere in Italia il posto che l'Impero era costretto a lasciare; e i
fatti provano che Adriano I non si contentava più delle sole terre che
Pipino aveva tolte all'Impero. Appunto ora gli Spoletini, per evitar
di cadere sotto il dominio di Carlo, erano venuti in Roma a fare atto
di sottomissione al Papa, giurandogli obbedienza, facendosi, secondo
l'uso di quel tempo, tagliare i capelli e radere la barba; ed il Papa
aveva accettato, riconoscendo, quasi fosse già loro legittimo signore,
il nuovo Duca che si erano scelto. Osimo, Fermo, Ancona e Città di
Castello imitarono l'esempio di Spoleto. Che Adriano I però pensasse
sul serio di potere in Italia succedere all'Impero ed ai Longobardi,
non è facile crederlo. Egli doveva ben capire che, anche avendola, non
avrebbe mai potuto, nè saputo governar tutta la Penisola. Il concetto
perciò che a Carlo si presentava come più pratico e più facilmente
attuabile, era quello di formare nella Lombardia e nella Liguria un
regno franco, cedendo al Papa, oltre il Ducato di Roma, l'Esarcato e la
Pentapoli, dandogli altrove anche i territori e le proprietà su cui la
Chiesa avesse potuto dimostrare d'avere giusti diritti patrimoniali.
Tutto questo però non era ancora ben definito nella mente di nessuno;
era sempre un argomento fluttuante, aperto alla discussione, che si
sarebbe potuta fare a Roma.

A trenta miglia di distanza dalla Città, presso il lago di Bracciano,
Carlo incontrò i primi dignitari mandati dal Papa. Ad un miglio di
distanza dalle mura incontrò le _Scholae_ della milizia, gli studenti
con rami d'ulivo, tutta una moltitudine che s'avanzava cantando inni
religiosi, portando in mano grandi croci, come s'era usato nel ricevere
l'Esarca. Appena che Carlo li vide, discese da cavallo, ed andò a piedi
sino a S. Pietro. L'antica chiesa, che la tradizione diceva costruita
per ordine di Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai
più bella, pel suo carattere veramente originale. Si trovava fuori
delle mura, le quali ancora non circondavano il quartiere vaticano, che
era come un sobborgo della Città. La vasta basilica a forma di croce
aveva cinque navate, la principale delle quali finiva con un abside
semicircolare. Alla chiesa s'arrivava traversando un atrio spazioso a
forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento così
della chiesa come dell'atrio, si trovava alcune braccia più in alto
della piazza. Vi si ascendeva per una scala larga quanto la facciata o
muro esterno. Le novantasei colonne, nonchè i mattoni coi quali erano
state costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino
anfiteatro di Nerone, e da altri edifizi pagani: si vedeva una grande
varietà di sagome, di capitelli, di colonne. E questo gran tempio
cristiano, composto coi frammenti di tempii pagani, sembrava sfavillar
da lontano, perchè il tetto era formato da tegoli di bronzo dorato,
tolti anch'essi dagli antichi tempii di Roma e di Venere. Nell'interno
i diversi colori dei mosaici e delle pitture davano a quella chiesa
una solenne e severa varietà, che armonizzava col sentimento religioso
assai più del S. Pietro moderno, che sembra quasi un'immensa galleria.
Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune delle quali
anch'esse tolte ai tempii pagani, e adattate ad uso cristiano. A tutto
ciò s'aggiungevano ricchi broccati, veli a trapunto, lamine d'oro e
d'argento. Nel mezzo della croce era la Confessione dell'Apostolo,
rivestita d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne di onice a
spira, con un centinaio di lampade e candele, le quali ardevano giorno
e notte. Ivi erano tutti i giorni prostrati in ginocchio migliaia di
fedeli d'ogni sesso ed età, d'ogni condizione sociale, venuti da tutte
le parti del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma era un
tempio unico veramente, che poteva dirsi il centro religioso del mondo.

In cima della scala d'ingresso, circondato dal clero, da numeroso
popolo, il Papa sin dal mattino aspettava il Re, che nel vederlo cadde
in ginocchio ai piedi della scala, ed in ginocchio ne salì gli scalini,
baciandoli l'un dopo l'altro. Giunto che fu dinanzi alla porta, il
Papa lo baciò, e poi strettagli la mano, traversato con lui l'atrio, lo
condusse nel tempio fino alla Confessione, dove il clero ed i cantori
intonarono il versetto: «Benedetto chi viene in nome del Signore». Quel
giorno stesso, sabato santo, 1º di aprile, Re e Papa, circondati da
nobili franchi e romani, scesero nella Confessione, dove era la tomba
di S. Pietro, e si giurarono mutua fedeltà. Dopo di che andarono a S.
Giovanni in Laterano, dove il Re assistette al battesimo amministrato
dal Papa. Il giorno seguente, era la Pasqua, ed il Re ascoltò la messa
solenne, celebrata in S. M. Maggiore dal Papa. Il terzo giorno, che
era la prima festa di Pasqua, vi fu gran banchetto; il quarto venne
solennizzato in S. Pietro, dove colle lodi del Santo furono celebrate
quelle del Re; il quinto in S. Paolo.

Ma più importante di tutti fu il sesto giorno, 6 aprile, quarta
festa di Pasqua. Il Papa usciva di città, in solenne processione, e
s'incamminava nuovamente col Re a S. Pietro, dove prese a scongiurarlo
perchè volesse adempiere interamente le promesse fatte da Pipino,
e da lui confermate. Allora, secondo il Libro pontificale, che è la
fonte quasi unica che qui abbiamo, Carlo si fece leggere la donazione
fatta da Pipino a Quierzy, la quale venne da lui e dai suoi Grandi
riconfermata. Ordinò poi che venisse trascritta dal suo cappellano
e notaio, nuovamente impegnandosi a concedere le terre in essa
menzionate, facendone anche più specificatamente designare i confini,
che si trovano infatti ripetuti nel citato racconto. Questa carta di
donazione, che noi più non abbiamo, sottoscritta dal Re, dai suoi
vescovi, abati, duchi e conti, fu messa sull'altare di S. Pietro;
poi dentro la sacra Confessione; e finalmente venne data al Papa
con solenne giuramento che sarebbe osservata. Una seconda copia, di
mano dello stesso notaio Eterio, fu, a maggiore solennità e sicurtà,
messa nella Confessione, là dove era il corpo di S. Pietro, sotto gli
Evangeli, che ivi si solevano baciare: una terza restò nelle mani del
Re. Questa narrazione ci è data dal Libro pontificale, nella vita di
Adriano I, il cui autore dice d'aver visto coi propri occhi l'atto
di donazione. Ciò nondimeno, sulla esistenza di esso e su tutto il
racconto si sono fatte dispute infinite, che hanno dato origine ad una
intera letteratura: si è parlato di falsificazioni, d'interpolazioni,
e simili. Il resultato della lunga disputa è stato però, che oggi si
presta fede allo scrittore della vita d'Adriano: le divergenze sorgono
piuttosto sul modo d'interpetrare le sue parole.

Secondo lui adunque l'atto di donazione dava al Papa l'Esarcato, nella
sua più antica e vasta estensione. Non ricordava espressamente la
Pentapoli, ma par certo che intendesse d'includervela; aggiungeva poi
i Ducati di Spoleto e di Benevento, la Toscana intera e la Corsica,
la Venezia e l'Istria. Così il nuovo regno che Carlo avrebbe serbato
esclusivamente per sè, si sarebbe ridotto in assai angusti confini
nell'Italia settentrionale, ed il Papa sarebbe divenuto padrone di
quasi tutta l'Italia centrale e meridionale, con una parte anche della
settentrionale. È certo però, che i confini delle terre concesse al
Papa, al di fuori del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli,
sono indicati in un modo assai indeterminato. E bisogna concludere,
che o s'intese accennar solamente ai beni patrimoniali che la Chiesa
affermava di possedere nelle altre province, ed il cui possesso credeva
di poter documentare; o se si volle veramente promettere in queste
un vero e proprio diritto di sovranità, siffatte promesse non furono
certo mantenute. E ciò potè essere avvenuto non perchè il Re avesse
mutato animo, o avesse voluto ingannare; ma perchè ben presto dovette
accorgersi che il Papa non era in grado di conservare neppur quello che
gli era stato già concesso. In ogni modo, anche volendo, nel 774 era
assai difficile determinare con precisione quello che gli si sarebbe
veramente potuto dare. Da una parte le pretese del Papa crescevano ogni
giorno; e da un'altra si trattava di conceder quello che si doveva
ancora conquistare. L'incertezza ne seguiva perciò come necessaria
conseguenza, ed apriva la porta a molte discussioni, a cui solo l'esito
finale della guerra poteva porre un termine.

Tra la fine di maggio ed i primi di giugno, re Carlo, fatta a Roma
un'assai breve dimora, se ne tornava a Pavia, che dopo avere già
resistito circa otto mesi, dovette finalmente arrendersi. E qui la
leggenda viene di nuovo a mescolarsi colla storia. Si narra che
una figlia di Desiderio, innamoratasi di Carlo, gli facesse, per
mezzo d'un proiettile spinto attraverso il Ticino, pervenire una sua
lettera, e che dalla risposta avuta s'accendesse vieppiù nel suo amore.
Furtivamente allora prese le chiavi della città, che erano sospese al
letto del padre, e di notte aprì la porta al nemico. Quando però ella
andò incontro a Carlo, venne dai cavalieri franchi, che furiosamente
s'avanzavano, calpestata ed uccisa. Tutto questo sembra significare,
che Pavia s'arrese non solo per la fame e per le malattie, ma ancora
per le discordie interne dei Longobardi. Il re Desiderio fu condotto
via, con la moglie e la figlia, in Francia, dove morì oscuro monaco.
Il valoroso Adelchi s'era già, per la resa di Verona, che alcuni
vorrebbero avvenuta dopo quella di Pavia, rifugiato a Costantinopoli.
Tutte le altre terre longobarde, nell'alta e nella media Italia,
cedettero l'una dopo l'altra. E così può dirsi colla caduta di Pavia
caduto il regno dei Longobardi, che era durato più di due secoli.



CAPITOLO VII

Formazione del regno franco in Italia — Congiure e ribellioni contro il
Papa, che chiede aiuto a Carlo — Questi torna in Italia, e celebra in
Roma la Pasqua del 781


Carlo, che era giunto appena alla età di circa trentadue anni, ed aveva
da ogni parte assicurato il suo vasto regno, reso vastissimo dalle
conquiste, prese ora il titolo di re dei Franchi, re dei Longobardi
e patrizio dei Romani. La sua cancelleria cominciò nei pubblici atti
a computare gli anni del regno dalla presa di Pavia, e così fecero
anche i privati: il nome dell'Imperatore di Costantinopoli fu in questi
documenti come dimenticato. Il nuovo regno dei Franchi nell'alta Italia
si estese al di là dell'Isonzo fino all'Istria; ma la supremazia
di fatto esercitata da Carlo si allargò a tutta l'Italia centrale.
Spoleto che aveva giurato obbedienza al Papa, se ne allontanò, per
sottomettersi a Carlo. Il duca di Benevento, Arichi, continuava però
a farla da sovrano indipendente; quello del Friuli s'era sottomesso
assai di mala voglia, ed aspettava una qualche occasione per
ribellarsi. In ogni modo il titolo di Patrizio dei Romani assunto da
Carlo non era più un semplice ornamento, ma cominciava ad acquistare
un valore reale, perchè egli era divenuto davvero il protettore e
difensore della Chiesa. Infatti anche le province più esplicitamente
proprie di essa giurarono a lui fedeltà. Par che egli si serbasse il
diritto di decidere le condanne capitali, togliendole alle autorità
ecclesiastiche; più di una volta infatti lo vediamo sedere _pro
tribunali_, e giudicare nella stessa Roma. Con grande accorgimento
non assunse però mai il titolo di re d'Italia, ma quello solamente di
re dei Longobardi; e non volle aggregare alla Francia neppur quella
parte d'Italia, che ritenne per sè. Ne formò come una provincia
separata, quasi un regno autonomo, cui lasciò le antiche istituzioni
e gli antichi Duchi: in qualche luogo pose, invece del Duca, un
Conte. A Pavia però cominciò subito ad ordinare un'amministrazione
nuova, pigliando per sè i beni della corona longobarda, una parte dei
quali dette ad alcuni conventi in Francia, il che si potrebbe dire un
principio di assimilazione.

Ad un tratto re Carlo fu costretto a ripassare improvvisamente le
Alpi, per correre a domare la ribellione dei Sassoni, contro i quali
vinse nel 775 una grande battaglia, dopo di che tornò, come vedremo,
in Italia a sottomettere il duca del Friuli; ma dovette di nuovo
traversare le Alpi, per continuare contro i Sassoni quella lotta, che
pareva non dovesse aver mai fine. Sebbene però la resistenza loro e
degli Alamanni fosse oltre ogni dire ostinata, gli uni e gli altri,
come popolazioni più omogenee, finirono coll'essere assimilati ai
Franchi. Lo stesso non potè mai seguire degl'Italiani, che resistettero
assai più debolmente e furono più facilmente domati. Durante i due
secoli vissuti insieme, Longobardi e Romani s'erano fusi in un popolo
solo, e quindi v'era una generale e persistente ripugnanza degli uni
e degli altri contro i Franchi, soprattutto poi nei Duchi ed in genere
nella classe governante. Nè meno profonde erano queste antipatie nelle
terre occupate ancora dai Bizantini, i quali, essendo irritatissimi per
ciò che era stato loro tolto dai Franchi, si sforzavano in ogni modo di
seminare nelle popolazioni odio contro di essi. Tutto ciò fu causa di
grandi disordini, cui se ne aggiunsero, come inevitabile conseguenza,
altri di natura diversa, ma non meno gravi.

Gli arcivescovi di Ravenna avevano, noi già lo vedemmo, dato origine a
molti dissensi e conflitti con Roma; e questi, nel disordine presente,
rinascevano più vivi che mai. L'arcivescovo Leone era riuscito nel
771 ad assumere l'alto ufficio, vincendo il suo rivale con l'aiuto di
Carlo ed il favore del Papa, al quale si dichiarò allora obbediente; ma
adesso, mutati i tempi, cominciò invece a fare opposizione. Gli pareva
che, cessato in Ravenna il dominio bizantino, l'Arcivescovo dovesse
nella sua sede assumere quella medesima autorità che il Papa assumeva
in Roma. Si faceva forte non solamente delle speciali condizioni in
cui s'era sempre trovato il seggio episcopale nell'Esarcato; ma anche
della Prammatica sanzione, che dava ai Vescovi facoltà di nominare i
giudici, i quali erano anche amministratori. — Non s'era a lui stesso
rivolto Adriano I, quando si trattava di far giudicare l'Afiarta; non
aveva egli fatto eseguire la sentenza di morte, senza neppur consultare
il Papa? Le facoltà concesse dall'Imperatore ai Vescovi non potevano
diminuire per la donazione fatta da Carlo a quello di Roma; nè potevano
esser distrutte dall'autorità che il titolo di Patrizio dava al Re.
I mutamenti avvenuti erano stati fatti in nome del popolo romano, il
quale non poteva certo essere tenuto superiore all'Imperatore. — Così
pare che ragionasse l'arcivescovo di Ravenna: certo si può affermare
che la sua condotta appariva guidata da queste idee. E però egli voleva
nell'Esarcato e nella Pentapoli assumere la stessa posizione (e per le
stesse ragioni), che il Papa assumeva nelle terre da cui l'Impero si
ritirava. Trovò, è vero, una viva resistenza nella Pentapoli, che si
dichiarò favorevole al Papa; ma nell'Esarcato gli riuscì d'insediare
i suoi ufficiali, facendo respingere quelli mandati da Roma.
L'Arcivescovo aveva avuto l'accortezza di mostrarsi avversissimo ai
Longobardi, favorevole ai Franchi; e però Carlo non poteva osteggiarlo.
Un tale stato di cose riusciva utile al Re, per tenere un po' a freno
l'ambizione sempre crescente del Papa.

Di tutto ciò Adriano I era naturalmente scontentissimo, e ne moveva
lamento a Carlo, incitandolo a tornare in Italia, per ristabilirvi
l'autorità della Chiesa, e mantenere le promesse fatte. E continuando
ne' suoi rammarichi, gli rendeva conto d'una congiura tramata
in Italia, d'accordo con Costantinopoli, contro i Franchi. Egli
esagerava non poco la parte che solo indirettamente potè avervi presa
l'arcivescovo di Ravenna, il quale s'era, come dicemmo, dichiarato
amico dei Franchi; e quella ancora che vi avevano presa i duchi di
Benevento e di Spoleto, che nuovamente s'erano alienati da lui. Il Papa
affermava, fra le altre cose, che una lettera, nella quale il patriarca
di Grado gli rendeva conto della congiura, eragli pervenuta coi
suggelli rotti dall'Arcivescovo, che l'aveva aperta per renderne conto
ai due Duchi coi quali cospirava. La verità è che una cospirazione si
tramava davvero da parecchi duchi longobardi contro i Franchi e contro
il Papa. Chi diceva che Rodogaudo duca del Friuli aspirava alla corona
di Desiderio, e chi diceva che i Longobardi volevano ripristinare
l'interregno che s'era avuto dopo la morte di Clefi. Si aggiungeva
che da Costantinopoli erano partite navi, comandate da Adelchi, per
secondare la trama. È possibile che l'arcivescovo Leone la favorisse,
perchè essa riusciva a danno del Papa, col quale si trovava in lotta;
ma non è credibile che egli avesse voluto cooperare alla cacciata
dei Franchi, dei quali era amico, ed alla ricostituzione del dominio
longobardo, al quale s'era manifestato avverso. Sembra però certo
che a Spoleto si era tenuta un'adunanza, nella quale fu deliberata la
congiura di cui il Papa, esagerandola, avvertiva re Carlo.

Questi, pigliando la cosa con molta calma, cercò prima di tutto di
separar dagli altri cospiratori i duchi di Spoleto e di Benevento,
promettendo di lasciar loro una maggiore indipendenza. Oltre di ciò,
la notizia arrivata in Italia nel febbraio del 776, che l'imperatore
Copronimo era morto, levava ai cospiratori il principale appoggio
su cui avevano fatto assegnamento. Intanto il Re, che si trovava
allora libero dalla guerra contro i Sassoni, si mosse con poche genti
verso l'Italia, dove pervenne colla rapidità del fulmine, ed attaccò
battaglia col solo Rodogaudo, che fu subito vinto, e pare anche ucciso.
Così Carlo fu padrone del Friuli, avendo ben presto superato anche la
poca resistenza fatta da Treviso, dove il 14 aprile 776 potè celebrare
la Pasqua. Se nella sua prima venuta in Italia egli s'era dimostrato
assai indulgente, adesso, invece, irritato dalla congiura, si dimostrò
severissimo. Molti furono, per la confisca dei loro beni, ridotti alla
miseria, e quando non vennero chiusi in carcere, andarono pel mondo
raminghi. Fu imprigionato tra gli altri anche il fratello dello storico
Paolo Diacono. E questi, dopo aver lodata la generosità dimostrata
dal Re nella sua prima venuta in Italia, dovette ora lamentare la
lunga e crudele prigionìa del proprio fratello, la cui moglie andò
limosinando coi figli, laceri e privi di tutto. Carlo cominciò adesso a
porre nelle città italiane, molto più che non aveva fatto prima, Conti
invece di Duchi. I primi erano meno potenti, più sottomessi a lui che
li nominava, e quindi più obbedienti. Ai confini del regno, per meglio
difenderli, egli soleva costituire le Marche, riunendo in una più
contee, che affidava a conti di Marche, i quali erano perciò non meno
potenti dei duchi: e così fece ora nel Friuli. Dopo di ciò, dovendo
da capo ripigliare la guerra contro i Sassoni, ripartì dall'Italia,
senza avere neppure visitato il Papa, verso il quale par che fosse
questa volta un po' freddo, dimostrando invece, almeno in apparenza,
qualche favore all'arcivescovo di Ravenna. Vinti dopo fiera resistenza
i Sassoni, Carlo dovette andare rapidamente verso la Spagna, e,
passati i Pirenei, mosse guerra agli Arabi, prese Pamplona, e s'avanzò
fino a Saragozza. Ma allora fu subito costretto a tornare indietro
per combattere di nuovo i Sassoni. La sua retroguardia venne per via
fieramente assalita dai Baschi, e addirittura distrutta nella celebre
rotta di Roncisvalle (778), nella quale morì il fiore dei paladini
franchi, e fra gli altri quell'Orlando, il cui valore è tanto celebrato
nei poemi cavallereschi. Ciò non ostante, Carlo continuò il suo
cammino, inflisse nel 779 una nuova disfatta ai Sassoni, e poi ripassò
per la terza volta le Alpi, venendo in Italia, dove lo stato delle cose
imperiosamente lo chiamava.

A Ravenna allora era morto l'arcivescovo Leone, ma non era cessata
del tutto l'opposizione al Papa, al quale avversissimi si mostravano
sempre più anche i duchi di Spoleto e di Benevento. Questi davano
animo a tutti i nemici, a tutte le terre che a lui si ribellavano,
come ora aveva fatto Terracina, che, seguendo l'esempio di Gaeta, s'era
dichiarata pei Bizantini. Di ciò il Papa amaramente si doleva col Re,
invocandone l'aiuto. Ed ora per la prima volta faceva ufficialmente
allusione alla donazione di Costantino a Silvestro. Nel determinare
però quali erano i dominii che pretendeva per la Chiesa, si manteneva
in limiti assai più modesti di quelli indicati nella donazione.
Infatti egli accennava solamente ai _patrimoni_ spettanti a S. Pietro
nella Toscana, nello Spoletino, nel Beneventano, nella Corsica e nel
territorio sabino, patrimoni che i Longobardi avevano usurpati, ma che
erano della Chiesa, in conseguenza di donazioni fatte da Imperatori,
da Esarchi e da altri per la salute delle loro anime, come poteva con
documenti provare. Sembrerebbe perciò che, ad eccezione del Ducato
romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, si trattasse, per ora almeno,
solo di poderi, di terre, e di case sparse in diversi luoghi. Il Libro
pontificale avrebbe quindi, in modo più o meno indeterminato e vago,
esagerato, mutando il diritto di proprietà sopra alcuni terreni in
diritto di sovranità sulle province in cui essi si trovavano.

Il Papa si rivolgeva ora a Carlo, come a legittimo signore,
chiedendogli ciò che secondo lui apparteneva alla Chiesa, difendendosi
nello stesso tempo dalle calunnie che gli erano state fatte da' suoi
nemici circa la corruzione del clero, circa il commercio degli schiavi,
che dicevano da lui favorito, e che egli invece aveva condannato e
cercato d'impedire. Ma quello che è più notevole, come prova della
grandissima autorità che il Papa riconosceva sempre nel Re, gli
chiedeva ora il permesso di tagliare alberi nei boschi dello Spoletino,
per avere le travi necessarie a restaurare il tetto della chiesa di
S. Pietro. Ciò dimostra ad evidenza che Adriano era ben lungi dal
presumere di volerla far da padrone in quasi tutta l'Italia centrale e
meridionale, come vorrebbe far credere il Libro pontificale.

Verso la fine del 780 Carlo passava il Natale a Pavia con la moglie
Ildegarda, e i figli Carlomanno e Lodovico. Sebbene fosse questa
volta venuto in Italia senza un esercito, la sua dimora fu pure
importantissima, per le leggi o _capitolari_ che allora pubblicò,
cercando di dare assetto definitivo al governo del paese. Alcune
di queste leggi, già pubblicate in Francia, vennero ora sanzionate
in Italia; altre furono fatte specialmente per essa, e quasi tutte
a vantaggio della Chiesa. A questa egli assicurava la riscossione
delle decime, aumentava le rendite; cercava di regolare anche il
pagamento dei censi che le eran dovuti, di determinare la dipendenza
dai metropoliti, e di render sicura l'amministrazione della giustizia
per parte dei conti. Tutto ciò, com'è naturale, di pieno accordo e con
soddisfazione del Papa, col quale il 15 aprile 781 passava la Pasqua
in Roma, dove fece da lui ribattezzare il proprio figlio Carlomanno,
che prese allora il nome di Pipino. E perciò d'ora in poi Carlo nelle
lettere papali è chiamato sempre _compater noster_. Nello stesso
giorno Pipino venne dal Papa consacrato re d'Italia, e Lodovico re
d'Aquitania: atto questo di pura forma, giacchè l'uno di essi aveva
appena compiuto quattro anni, e l'altro due solamente.

Certo tutto ciò accresceva non poco l'autorità del capo della Chiesa,
il quale sembrava assumere ognor più la facoltà di fare e disfare
i regni. Ma il potere supremo, effettivo e reale, anche in Italia,
rimaneva nelle mani di Carlo, il quale solo firmava i pubblici
documenti del regno, che uscivano ora dalla cancelleria franca.



CAPITOLO VIII

Irene governa in Costantinopoli — Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni —
Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento — Combatte gli Avari
— Dispute religiose — Morte di Adriano I e suo carattere


Adesso tutto sembrava andare a seconda di re Carlo. In Costantinopoli
a Costantino Copronimo era successo Leone IV iconoclasta, ed a
questo succedeva nel 786 la vedova Irene, la quale venne incoronata
insieme col figlio Costantino VI di soli dieci anni. Ella, che era
favorevole al culto delle immagini, ed aveva, come donna, bisogno di
consolidare la sua posizione sul trono, fece subito adesione alla
Chiesa di Roma, e mandò a Carlo ambasciatori, chiedendo sposa per
suo figlio la primogenita del Re, Rotruda, la quale aveva soli otto
anni. Così pareva si potesse sperare non solo che a Costantinopoli
s'andasse d'accordo coi Franchi, ma che non si dovesse porre alcun
ostacolo al libero possedimento concesso alla Chiesa dell'Esarcato,
della Pentapoli e delle terre sulle quali essa poteva dimostrare di
avere legale diritto. Se non che appunto quando sembrava che si fosse
per venire ad accordi, Carlo dovette improvvisamente partire, per
ripigliare l'eterna guerra contro i Sassoni, di nuovo violentemente
insorti. Egli li vinse e punì severamente, avendone, si dice, in un sol
giorno condannati a morte 4500. Ma questo, invece di domarli, li fece
insorgere con maggior violenza. Nell'anno 783, in cui perdette prima
la moglie e poi la madre, dovè combatterli da capo, e dette finalmente
ad essi un'altra decisiva disfatta. Dal campo di battaglia, che lasciò
coperto di cadaveri, se ne tornò ricco di preda in Francia, ove diede
sepoltura alla madre ed alla moglie, sposandone ben presto un'altra,
Fastrada. Nella state del 785 egli dette ai Sassoni una nuova e grande
disfatta. Il loro celebre capo Viduchindo, che li aveva sempre guidati,
si sottomise e si convertì al cattolicismo, il che fu come il principio
della sottomissione e conversione di tutto il popolo. Ma per arrivare a
un tal resultato Carlo dovette successivamente spedire contro i Sassoni
undici eserciti, nove dei quali furono comandati da lui in persona.

Sebbene in questo mezzo le cose d'Italia fossero andate sempre
migliorando, e sempre a vantaggio dei Papi, favoriti da coloro che
governavano la Penisola in nome di Pipino, ma sotto l'autorità
effettiva di Carlo, pure Adriano I non era soddisfatto. Egli si
rallegrava dei trionfi del Re e della conversione dei Sassoni, ma
chiedeva con crescente insistenza le _giustizie_ di S. Pietro, senza
determinar mai con precisione quali e quante veramente fossero: pareva
che le andasse di continuo allargando. Ora insisteva più specialmente
sul territorio della Sabina, che era stato, egli diceva, sempre
promesso, non però mai reso. E di simili lamenti son piene le sue
lettere dal 781 al 783. — Il Re, così concludeva il Papa, aveva fatto
fare le sue indagini, per accertarsi dello stato vero delle cose;
s'erano per tutto interrogati gli anziani, e dopo essersi venuto in
chiaro d'ogni cosa, non s'era poi nulla concluso. — Le stesse domande
il Papa faceva alla imperatrice Irene, per quelle terre che erano state
tolte alla Chiesa dai Bizantini nella Calabria, in Sicilia e altrove. E
procedendo d'una cosa in un'altra, finiva col proporre anche un pieno
accordo della Chiesa d'Oriente con quella d'Occidente, «affinchè non
continuasse ad esservi ancora un'infausta scissura, quando si parlava
sempre di concordia e di amicizia.»

Certo le cose in Italia non erano quiete. Il Papa si doleva sempre di
non aver le sue terre; Arichi duca di Benevento, ritenendosi affatto
indipendente, minacciava di continuo i vicini per la voglia che aveva
d'ingrandire il proprio Stato. Carlo tornava perciò da capo in Italia,
e dopo aver passato a Firenze il Natale del 786, continuava il suo
cammino verso Roma, avanzandosi alla volta di Benevento. Arichi s'era
armato con la intenzione di difendersi in Salerno, dove poteva dal mare
ricever soccorso; ben presto però venne ad un accordo col Re. Il Duca
si sottomise a lui nel modo stesso in cui i suoi antecessori erano
stati sottomessi al re dei Longobardi; pagò un'indennità, e diede in
ostaggio il proprio figlio Grimoaldo. Ma ora si turbarono le relazioni
con Costantinopoli. Nel 787 andò a monte il matrimonio della figlia
di Carlo con Costantino figlio d'Irene, il quale nell'anno seguente
sposò una moglie armena. Carlo tuttavia non poteva adesso pensare a
ciò, perchè, celebrata la Pasqua del 787 a Roma, dovette tornare in
Germania a combattere il duca di Baviera, che in quell'anno finalmente
si sottomise del tutto.

Verso la fine del 787 s'udì ad un tratto che nell'antica Calabria
era sbarcato Adelchi. Il Papa affermava che questi veniva in aiuto
del duca Arichi, con intenzione di metterlo alla dipendenza di
Costantinopoli, per poi fare insieme con esso uno sbarco a Ravenna. Ma
quali che fossero siffatti disegni, ben presto il duca Arichi e suo
figlio Romualdo morivano, lasciando al governo la vedova Adalberga,
accorta e risoluta, che parteggiava manifestamente pei Franchi. Ella
chiese a re Carlo che liberasse l'altro suo figlio Grimoaldo, tenuto
sempre in ostaggio. Questi fu rimandato, e subito prese possesso del
Ducato, senza punto occuparsi del Papa, nè delle richieste che esso
continuamente faceva di terre, di diritti, di giustizie di S. Pietro.
Il Duca s'apparecchiava intanto alla guerra contro i Bizantini,
d'accordo con Carlo, occupato sempre in Germania ove ben presto dovette
combattere gli Avari. Questi erano gli avanzi che, scampati alla rovina
del loro impero ai tempi di Eraclio, s'erano rifugiati nella Pannonia,
e per un momento ancora ricompariscono sulla scena, avanzandosi un
momento sino al Friuli.

Nel 788 soldati bizantini sbarcavano nell'Italia meridionale in aiuto
di Adelchi; e contro di essi marciavano insieme con alcuni Franchi
mandati da Carlo, Grimoaldo coi suoi Beneventani e Ildebrando cogli
Spoletini. I Bizantini furono ricacciati in Sicilia; Adelchi si ritirò,
senza che se ne sentisse più parlare. E per tutti questi fatti la
potenza e l'autorità di Carlo ne crebbero a dismisura in Italia. Egli
dimostrava però sempre una grandissima deferenza verso il Papa, così
nelle grandi come anche nelle piccole cose. Gli chiedeva perfino,
quasi ad autorità superiore nell'Esarcato, il permesso di esportare da
Ravenna alcuni marmi e mosaici, per servirsene nelle costruzioni che
voleva fare in Aquisgrana ed altrove.

La sua operosità pareva che non dovesse aver mai posa: ogni giorno
sorgevano nuovi pericoli, ai quali egli prontamente riparava. Nel 791
era occupato nella guerra contro gli Avari in Germania e nel Friuli.
Nel 792 dovè reprimere una congiura del suo figlio naturale Pipino,
detto il gobbo, il quale si ribellò perchè era assai scontento d'essere
stato escluso dalla successione al trono a vantaggio, come sembrava
credere, del fratello legittimo, a cui s'era, già lo vedemmo, dato
recentemente lo stesso suo nome. Ma ben presto fu vinto e chiuso in
un convento. Anche Spoleto e Benevento davano assai da fare colle loro
continue minacce di ribellione.

A questo tempo appunto, quando cioè gli Avari minacciavano il Friuli,
dovrebbe riferirsi il fatto cui accenna una carta, che ha la data
dell'824. Volendosi restaurare le mura di Verona per metterla in istato
di difesa, sarebbe sorta una grave disputa tra la città ed il Vescovo,
a cui essa voleva imporre un terzo della spesa, quando egli credeva di
esser tenuto a pagarne solo un quarto. Si venne perciò ad una specie
di giudizio di Dio, il quale riuscì a favore del Vescovo. Da una tal
narrazione s'è voluto dedurre, che fin d'allora esistesse un principio
d'autonomia in qualcuna delle città longobarde. Ma non si è punto
sicuri che la carta sia autentica, ed assai probabilmente essa accenna
a fatti di tempi posteriori.

Nel por mano alla sua opera legislativa e di organizzazione dello
Stato, Carlo si occupò continuamente della organizzazione della Chiesa
ed anche delle questioni religiose. Nel 794 radunava un Sinodo a
Francoforte, pigliando parte vivissima alle dispute teologiche. In
una di esse combattè la così detta dottrina dell'_Adozianismo_, che
era venuta di Spagna, ed ammetteva la doppia natura di Gesù Cristo,
dichiarando che, come Verbo, era sostanzialmente figlio di Dio, come
uomo era figlio solo per grazia e libera volontà del Padre. L'altra
disputa religiosa, non meno vivace, fu d'indole diversa. Il settimo
Concilio generale tenuto a Nicea (787), nel sanzionare il culto
delle immagini, aveva ammesso che alle immagini dei Santi si dovesse
come alla Croce rivolgere la preghiera, accendere i lumi, bruciare
l'incenso. Tutto ciò poteva non sembrare eccessivo in Oriente, dove
s'accendevano i lumi e si bruciava l'incenso anche dinanzi all'immagine
dell'Imperatore; ma così non era in Occidente. E la cosa divenne
anche più grave, quando nel tradurre, per ordine di papa Adriano,
le conclusioni del Concilio, alla parola _onorare_ i Santi, quale
era nell'originale, si sostituì l'altra ben diversa, _adorare_. E
quindi il Re con ragione, dopo essersi opposto all'Adozianismo, si
oppose anche alla pretesa che ai Santi si prestasse lo stesso culto
in forma di _latria_, dovuto alla Trinità. Se non che questo era un
combattere mulini a vento, essendosi a Nicea parlato di _onorare_, non
di _adorare_. Il Papa perciò, senza consentire alla condanna (e non
avrebbe potuto) delle recenti conclusioni di Nicea, non le approvò
neppure. E ciò egli fece, non solamente per la forma insolita che
avevano, ma anche perchè voleva far conoscere il suo malcontento a
Costantinopoli, dove non mostravano nessuna voglia di restituire le
terre che egli diceva usurpate alla Chiesa nell'Italia meridionale. In
sostanza si dimostrò contento delle deliberazioni prese a Francoforte.
Il 10 agosto dello stesso anno 794, re Carlo perdeva la moglie
Fastrada, e subito dopo dovette ripigliare ancora una volta la guerra
sassone, che fu continuata energicamente nel 795.

Il giorno di Natale del medesimo anno moriva Adriano I, sotto il
cui papato erano, come abbiam visto, seguiti avvenimenti di grande
importanza, sebbene non sempre per sua personale iniziativa. È ben
vero che egli chiamò in Italia re Carlo, il quale distrusse il regno
longobardo ed iniziò il potere temporale dei Papi; ma pareva che
ciò fosse avvenuto più per forza inevitabile delle cose, che per
opera personale di lui. Nelle lettere a Carlo egli ricordava sempre
Costantino, «che aveva fatto la gran donazione, perchè non era giusto
che l'Imperatore terreno esercitasse la propria potestà là dove
l'Imperatore celeste aveva costituito il suo principato sacerdotale.»
E teneva tanto alla propria autorità, che si dolse col Re, quando
questi accolse alcuni abitanti della Pentapoli, i quali erano andati
a lui senza averne ricevuto il permesso dal Papa. «Come i Franchi,
egli scriveva, non vengono a Roma senza licenza del Re, così costoro
non avrebbero dovuto andare in Francia senza licenza del Papa. E come
questi rispetta il Patriziato del Re, così il Re dovrebbe rispettare
quello di S. Pietro.» Nè voleva ammettere che Carlo s'ingerisse negli
affari di Ravenna, perchè l'Esarcato e la Pentapoli appartenevano ormai
a S. Pietro. Ma queste erano tutte più o meno teorie; padrone di fatto
era il Re. Adriano potè evitare molti pericoli, riconoscendo il vero
stato delle cose, e sottomettendosi con prudenza alla necessità, non
ostante le sue proteste e le continue riserve per mantenere intatti
i diritti della Chiesa. Il suo successore, che fu d'un carattere più
intransigente, e rispettava un po' meno le apparenze, ebbe ben presto,
come vedremo, a soffrirne gravi conseguenze.



CAPITOLO IX

Elezione di Leone III — Ambasceria franca a Roma — Irene imperatrice —
Gravi tumulti in Roma — Il Papa a Padeborn — Suo ritorno a Roma — Carlo
viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa, il giorno di Natale
800


Il giorno dopo la morte di Adriano I veniva eletto Leone III,
consacrato il 27 dicembre 795. Il suo predecessore, che nel 772 datava
ancora le Bolle pontificie secondo gli anni in cui l'Imperatore aveva
governato, cominciò, dopo che Carlo fu padrone d'Italia, a datarle
secondo gli anni del proprio pontificato, riconoscendo però sempre la
superiore autorità dell'Imperatore. Leone III invece le datò subito
secondo gli anni del regno di Carlo «re dei Franchi e dei Longobardi,
Patrizio dei Romani, dopo la sua conquista d'Italia.» Così fu rotto il
legame della Chiesa con Costantinopoli, da cui il nuovo Papa veniva di
fatto a dichiararsi indipendente. Il suo primo atto fu di annunziare
a Carlo la morte del predecessore e la propria elezione, inviandogli
le chiavi d'oro di S. Pietro e la bandiera della città di Roma, come a
Patrizio, di cui egli senza esitare riconosceva la superiore autorità.
Lo invitava nel medesimo tempo a mandar suoi messi in Roma, per
ricevere il giuramento di fedeltà dal popolo.

Il concetto che Leone III s'era formato del nuovo stato di cose lo
fece chiaramente vedere anche nel celebre mosaico da lui ordinato,
per metterlo nel triclinio del Laterano. Esso è ora scomparso, ma una
riproduzione, fatta nel 1743 da una copia in disegno, se ne vede oggi
nella Piazza di Porta S. Giovanni in Laterano, vicino alla basilica,
sul muro esterno dell'edifizio della Scala Santa. Di là le figure di
quel mosaico sembrano contemplare, attraverso la Campagna, gli uliveti
di Tivoli, e più lungi ancora gli Appennini umbri e sabini, il cui
diafano colore di tanto in tanto, durante l'inverno, sparisce sotto
la cortina di neve che li ricopre. Esso è diviso in tre compartimenti.
In quello di mezzo, che è il più ampio, si vede la figura maestosa di
Cristo circondato dagli Apostoli, che manda pel mondo a predicare il
Vangelo. Una mano è distesa a benedire, l'altra tiene un libro su cui
è scritto: _Pax vobis_. Nel compartimento a destra si vede di nuovo
Cristo che siede tra papa Silvestro e l'imperatore Costantino, i quali,
in assai più piccole proporzioni, sono inginocchiati ai due lati.
Nel compartimento a sinistra la grande figura di S. Pietro sta con le
chiavi sulle ginocchia, e ai due lati sono inginocchiati Leone III e
re Carlo, anch'essi in piccole proporzioni. San Pietro dà al Papa una
stola, ed al Re la bandiera di Roma. Sotto si legge: _Beate Petre donas
vitam Leoni PP. et bictoriam Carulo Regi donas_.

All'ambasceria mandata da Roma, Carlo rispondeva con un'altra, di cui
parte principale era l'abate Angilberto, noto per la sua dottrina
ed il suo amore alla poesia, che gli fecero dare il soprannome di
Omero. Le istruzioni avute erano assai semplici. Doveva ricordare al
Papa la necessità di «serbare la santità della vita, e di provvedere
alla osservanza dei sacri canoni.» Ed il Re scriveva poi direttamente
ad Adriano: «Angilberto viene a discorrere con Voi di tutto ciò che
crederete necessario alla esaltazione di Santa Chiesa e di Dio, alla
stabilità del vostro onore e del nostro Patriziato. Noi vogliamo con
Voi, come già col vostro predecessore, stringere patti d'alleanza,
ed avere la vostra benedizione. Spetta a noi, mercè l'aiuto di
Dio, difendere di fuori con le armi la Chiesa contro i pagani e
gl'infedeli, proteggerla dentro con la conservazione della cattolica
fede. Spetta a voi, o Santo Padre, assistere le nostre milizie, con
le mani levate al cielo, come Mosè, affinchè il popolo cristiano
possa conseguire vittoria contro i nemici di Cristo.» Carlo prendeva
adunque l'attitudine non solamente di protettore del Papa, ma anche di
sostenitore della vera fede. L'ammonizione sulla necessità di serbare
il buon costume, dimostrava che era giunta in Francia notizia delle
molte e gravi accuse che in Roma si movevano al Papa dai suoi nemici e
calunniatori.

Tutto intanto continuava ad andare a favore del Re, ed insieme con
la fortuna cresceva l'animo suo e dei suoi seguaci. Il suo dotto
consigliere Alcuino gli ricordava continuamente, che era stato
chiamato da Dio ad essere non solo il più potente sovrano del mondo,
ma anche il sostenitore della vera fede. Adesso non c'era più da
temer nulla dall'Impero d'Oriente, divenuto tale che nessuno osava
parlarne senza arrossire. Di là non poteva minacciare nessun pericolo,
nessuna opposizione alla soverchiante potenza di Carlo. Irene aveva
cominciato a governare col figlio Costantino VI, tenendolo sottoposto
sino ad umiliarlo non solo, ma anche a batterlo. Egli se ne emancipò
finalmente, escludendola dal governo, e confinandola. Ma era così
debole, così dissoluto, capriccioso e violento, che nel 797 una
rivoluzione rimise sul trono la madre, la quale potè non solamente
deporlo, ma anche adoperare contro di lui ogni violenza, facendogli
da ultimo cavare gli occhi: non riuscì però a farlo morire come aveva
sperato. Non solo adunque sul trono di Costantinopoli si trovava una
donna, il che non era mai sino allora seguito, e pareva perciò enorme;
ma questa donna, colla sua condotta verso il figlio, aveva dimostrato
di essere un mostro.

Nè andavano gran fatto meglio le cose a Roma, dove la debolezza
dell'Impero e la lontananza di Carlo avevano di nuovo fatto scatenare
selvagge passioni. I _judices de clero_, e i _judices de militia_,
che già da qualche tempo comandavano nella Città, si sollevarono.
I primi, come già vedemmo, eran ricchi prelati, amici o parenti dei
Papi. Di mezzo ad essi si sceglievano i sette ministri che reggevano
la Curia, ed amministravano gl'interessi della Chiesa; ed alla loro
testa si trovava il _Primicerius_, che nelle pubbliche cerimonie veniva
subito dopo il Papa. Quest'ufficio, sotto Adriano I, la cui famiglia,
già nobile e potente, divenne allora potentissima, era stato tenuto
da suo zio Teodato, che ebbe anche il titolo di _Consul et Dux_. Gran
potere avevano avuto pure i due nipoti del Papa, Teodoro e Pasquale,
il secondo dei quali fu, dopo Teodato, nominato Primicerio, ed alla
morte di Adriano ritenne l'ufficio, giacchè secondo l'usanza esso non
mutava col mutare dei Papi. S'era quindi assuefatto a farla da padrone,
e veniva perciò avversato da Leone III, di cui era naturalmente nemico.
Egli ed il sacellario Campulo (forse altro nipote del Papa defunto) si
posero alla testa dei _judices de clero_, e dei _judices de militia_,
i quali ultimi, formando l'aristocrazia laica, comandavano l'esercito;
e tutti insieme volevano ora impadronirsi affatto del governo della
Città.

Il 25 di aprile 797, giorno di S. Marco, destinato alla processione
delle solenni litanie, Leone III, accompagnato da Pasquale e da
Campulo, s'avanzava a cavallo, seguito dal clero, per la via che da
S. Giovanni in Laterano conduce a S. Lorenzo in Lucina. Appena che
furono giunti a S. Silvestro in Capite, sbucarono colle armi sguainate
i congiurati, che assalirono il Papa, gettandolo giù da cavallo e
ferendolo. Cercarono poi, secondo la barbara usanza bizantina, di
accecarlo e di strappargli la lingua, lasciandolo a terra semivivo.
Pasquale e Campulo, che eran d'accordo coi congiurati, s'unirono
con essi, e chiusero il Papa nel vicino convento; poi, per maggiore
sicurezza, lo condussero a Sant'Erasmo sul Celio. La leggenda vuole che
colà egli miracolosamente riacquistasse gli occhi e la lingua, che la
storia invece crede non avesse mai perduti. I congiurati non osarono
procedere alla elezione d'un nuovo Papa, tanto più che essi non avevano
cospirato contro il capo della Chiesa, ma contro il signore della
Città. Essendo Leone III guarito ben presto delle sue ferite, fu da
alcuni dei suoi famigliari, tra cui il ciambellano Albino, calato con
funi dalle mura del convento, e menato in S. Pietro. Colà venne il duca
di Spoleto, Guinigildo, coi suoi armati, in compagnia d'un messo di re
Carlo, e lo condussero a Spoleto. Un'ambasceria fu subito mandata in
Francia, per render conto al Re dell'accaduto, aggiungendo che il Papa
voleva parlargli. Carlo rispose che sarebbe subito venuto in persona,
se non fosse stato trattenuto da una nuova spedizione contro i Sassoni.
Lo aspettava perciò a Padeborn, ed avrebbe inviato ad incontrarlo
l'arcivescovo Ildibaldo di Colonia, il conte Ascario ed il proprio
figlio Pipino re d'Italia, che lo avrebbero, per maggior sicurezza
ed onore, accompagnato fino a lui. Il viaggio del Papa, in compagnia
di molti prelati, fu trionfale. Incontrò prima l'Arcivescovo, poi
Pipino, che con una parte dell'esercito lo accompagnò a Padeborn, dove
Carlo lo accolse solennemente, alla testa delle sue schiere, le quali
ricevettero in ginocchio la benedizione papale. Il Re lo intrattenne
poi con grandi feste, e gli fece anche larghi donativi.

Da Roma, dove la rivoluzione imperversava, continuavano intanto ad
arrivare gravissime accuse contro il Papa, e si pregava il Re che
volesse sottoporlo ad un giudizio, perchè si trattava di colpe tali
da doverlo deporre, se non riusciva a dimostrarsene innocente. La
cosa appariva infatti tale che Carlo, sebbene trattenuto dalle cure
della guerra, par che si decidesse a consultare l'opinione del suo
fido Alcuino circa l'opportunità di continuare in persona la guerra,
o recarsi invece subito a Roma, per provvedere allo stato ivi sempre
incerto e tumultuoso delle cose. Ed Alcuino allora scrisse al Re una
lettera assai notevole, in cui gli diceva: «Fino ad ora vi sono state
nel mondo tre potestà: il Vicario di San Pietro, sacrilegamente oggi
ingiuriato e maltrattato; l'Imperatore, laico, dominatore della nuova
Roma, il quale, in modo non meno barbaro, venne balzato dal trono, su
cui fu messa una donna; e finalmente la regia dignità da Gesù Cristo
a Voi affidata, per reggere il popolo cristiano. Essa ora sovrasta a
tutti in sapienza e potenza; in Voi perciò è riposta la salute della
Cristianità. Bisogna che prima pensiate a portare rimedio al capo
(_cioè Roma_), per pensare dopo a guarire i piedi (_cioè i Sassoni e
gli altri nemici_), i cui mali son sempre meno pericolosi.»

Il Re, che si vedeva adesso invocato quale suprema autorità dal Papa e
dai Romani, era compreso della gravità delle cose, e desiderava recarsi
senz'altro indugio in Italia. Pure, non essendogli ancora possibile
muoversi, lasciò ripartire Leone III, accompagnato dagli arcivescovi
di Colonia e di Salisburgo, da cinque vescovi, da tre conti, i quali
andarono col Papa, non solamente in segno d'onore, ma anche per
iniziare il processo sui fatti seguiti in Roma, e sulle accuse che gli
erano mosse. Per la sua qualità di capo della Chiesa, per la reazione
già cominciata in suo favore, e per la protezione che aveva dal Re,
il Papa fu accolto trionfalmente per tutto. Il 29 novembre 799 era a
Pontemolle, dove gli vennero incontro il clero, le suore, il Senato,
cioè i nobili, l'esercito romano, il popolo, le _scholae_ degli
stranieri, cantando salmi, e portando le bandiere in mano. Leone III
andò in S. Pietro ove dette la benedizione, ed amministrò la comunione.
Il giorno seguente si recò in Laterano, e colà, dopo pochi altri
giorni, i commissari regi iniziarono il processo nel nuovo triclinio,
dove era il gran mosaico da noi ricordato più sopra. Pasquale e Campulo
si presentarono tranquilli coi loro compagni; ma non avendo potuto
provare le accuse, ed essendo invece manifeste le sanguinose violenze
da essi usate contro il Papa, furono arrestati e inviati in Francia,
per essere sottoposti al giudizio supremo e definitivo di Carlo, il
quale rimandò la decisione al suo ritorno in Italia.

Nè il Re si poteva muovere ancora, a cagione delle guerre contro
i Sassoni, contro i Bretoni, e contro i Musulmani nella Spagna.
S'aggiunse che il 4 giugno dell'800 moriva la terza ed ultima sua
moglie legittima, Liutgarda. Finalmente nell'autunno di quell'anno
intraprese il suo quarto e più memorabile viaggio in Italia. Veniva
alla testa d'un esercito, in compagnia di suo figlio Pipino, che
da Ancona egli spedì contro il duca di Benevento, che nuovamente
minacciava di ribellarsi. Il 23 novembre era a Mentana, a 14 miglia
da Roma, e colà gli venne incontro Leone III col clero, l'esercito ed
il popolo romano. Si trattennero insieme e desinarono; dopo il Papa
ritornò a Roma. Il giorno seguente Carlo fece il suo solenne ingresso
in S. Pietro, dove Leone III lo aspettava col clero.

Il 1º di dicembre il Re, circondato dai suoi vescovi, abbati e baroni,
sedeva come supremo giudice in S. Pietro, dove aveva convocato una
grande assemblea, alla quale assistevano le due aristocrazie ed il
clero di Roma. Carlo vestiva la toga e la clamide di Patrizio dei
Romani, ed accanto a lui sedeva il Papa, i cui accusatori, ricondotti
di Francia a Roma, erano ivi presenti. Il Re espose allora d'esser
venuto, come Patrizio e difensore della Chiesa, per restituire in essa
l'ordine turbato dalle ingiurie e dalle accuse mosse al capo della
Cristianità. La suprema autorità di Carlo era da tutti riconosciuta; ma
ciò non ostante riusciva assai difficile arrivare ad una conclusione
in questo giudizio. Provare davvero le accuse mosse contro il Papa
non era possibile, ma non era facile neppure dimostrarle false. I
vescovi inoltre dichiararono unanimi che ad essi non era in nessun
modo lecito giudicare il capo supremo della Chiesa, che doveva invece
essere il loro giudice. I particolari del processo ci sono ignoti, e
non conosciamo neppure la precisa natura delle accuse. Certo è che il
23 dicembre, alla presenza del Re, dei vescovi, del clero, dei Franchi,
dei nobili e del popolo romano, solennemente radunati in S. Pietro, il
Papa, salito sull'ambone, posando la mano sugli Evangeli, con chiara e
sonora voce, dichiarava che, seguendo l'esempio dei predecessori (fra
i quali si poteva infatti citare Pelagio, accusato d'aver contribuito
alla morte di papa Vigilio), di sua spontanea volontà, senza che
nessuno potesse giudicarlo, giurava d'essere affatto innocente di
tutte quante le colpe di cui lo avevano accusato. Il clero cantò allora
solenni litanie, in ringraziamento a Dio ed alla Vergine. Certo Leone
III s'indusse a quest'atto, perchè era parso necessario al Re, senza
il cui aiuto egli non avrebbe potuto governare. La sua autorità di
fronte alla Chiesa ed al popolo fu però salva. Pasquale, Campulo ed
i loro compagni vennero condannati alla pena di morte, commutata poi
nell'esilio perpetuo in Francia, per intercessione, a quanto si disse,
del Papa stesso. Quel giorno arrivarono a Roma due rappresentanti del
Patriarca di Gerusalemme, che consegnarono a Carlo le chiavi della
città e del S. Sepolcro. Il giorno di Natale egli assisteva alla messa
solenne, celebrata in S. Pietro dal Papa, finita la quale andarono
insieme a pregare nel sepolcro del Santo. Quando Carlo si levò in
piedi, Leone III improvvisamente gli pose sul capo la corona imperiale,
e si narra che subito dopo, inginocchiatosi, lo adorasse. Il popolo
romano freneticamente allora acclamò: _Carolo, piissimo, augusto, a
Deo coronato, magno, pacifico Imperatori vita et victoria_. Questa
coronazione iniziava un'epoca nuova nella storia del mondo.

L'annalista Eginardo afferma che essa fu un atto improvviso ed
inaspettato del Papa, compiuto ad insaputa di Carlo, il quale avrebbe
anzi dichiarato che, se avesse potuto prevederlo, si sarebbe, non
ostante la solennità di quel giorno, astenuto dall'andare in S. Pietro.
Molto si è disputato sulla verità di una tale affermazione. Alcuni
la credettero pura invenzione del cronista, altri invece una finzione
del Re, il quale avrebbe fatto come Tiberio, che pretendeva di ricusar
l'Impero da lui pur tanto ambito. Sin dal tempo in cui il Papa era a
Padeborn sarebbe, secondo essi, stato fissato tutto, per la imperiale
coronazione, la quale in nessun modo avrebbe potuto essere un atto
improvviso ed inaspettato. Bisognava almeno aver prima ordinato,
preparato la corona, concertato la solennità della funzione, la quale
infatti non riuscì punto inaspettata ai presenti, che subito intesero
ed applaudirono unanimi e clamorosamente.

Nella storia non mancano esempi simili, i quali provano che, per
spiegare le parole del Re, non c'è bisogno di ricorrere alla finzione
ed alla malafede. Il Persigny racconta, nelle sue _Memorie_, come fu
lui che affrettò quasi violentemente la proclamazione dell'Impero,
contro la volontà di Napoleone III, il quale pur tanto e da così
lungo tempo lo ambiva e lo preparava. Gli sembrava però che non fosse
ancora giunto il momento opportuno, che il Persigny credeva invece
arrivato, e non voleva lasciarlo passare. È probabile quindi che Carlo,
il quale certo ambiva l'Impero, avesse desiderato di apparecchiarne
meglio la proclamazione e determinare prima la forma della solennità;
e che il Papa invece, appunto per non esser costretto ad accettare
qualche formola o condizione a lui poco gradita, avesse affrettato la
decisione, presentando il fatto compiuto. A lui importava sommamente,
che la coronazione e la proclamazione dell'Impero apparissero
come opera del capo visibile della Chiesa, quale strumento di Dio,
coll'acclamazione del popolo romano, che rappresentava l'universo
popolo cristiano. Leone III voleva essere l'iniziatore, il creatore
del nuovo Impero, perchè tutto riuscisse a vantaggio della religione, a
sempre maggiore incremento dell'autorità della Chiesa.

Su questo grande avvenimento, come è naturale, molto si discusse
e molte teorie si esposero. Carlo, secondo alcuni, fu proclamato
imperatore dal Senato e dal popolo romano; secondo altri invece lo
elesse e consacrò il Papa; secondo altri ancora l'Impero fu conseguenza
della conquista. Causa prima fu però sempre riconosciuta la volontà
di Dio, di cui gli uomini sono strumento passivo. Il fatto vero è che
l'Impero non fu conseguenza di nessuna teoria, ma resultato inevitabile
di una storica necessità. La Chiesa aveva bisogno d'essere difesa e
protetta; il Papa perciò aveva chiamato i Franchi, e con le sue mani,
di propria iniziativa, in nome del Signore, incoronò Carlo. Ma, dopo
averlo incoronato, si era inginocchiato dinanzi a lui. Chi dunque era
superiore l'Imperatore o il Papa? Questo è ciò che solo l'avvenire
potrà decidere. Per ora è il Papa che ha creato l'Impero, della cui
protezione ha bisogno. La Chiesa, separatasi da Costantinopoli, è
dentro il nuovo Impero, alla testa del quale si trova Carlo, a cui
la posterità dette il titolo di Magno. Di fatto sin d'ora egli solo
veramente comanda, perchè solo ha la forza.

Ma l'Impero era di sua natura universale, e quindi non poteva
essere che uno solo, quello cioè d'Oriente, la cui sede si trovava a
Costantinopoli. L'Impero che in passato venne chiamato d'Occidente, non
era stato che un episodio passeggiero ed effimero già da lungo tempo
scomparso. Erano infatti decorsi tre secoli, dacchè gli ambasciatori
d'Odoacre e di Augustolo avevano deposto le insegne imperiali nelle
mani di Zenone, dicendogli che l'Occidente non aveva bisogno di un
proprio imperatore, bastando a tutti quello di Costantinopoli, di cui
l'Italia, sede primitiva, era sempre parte integrante. Il nuovo Impero
franco, adunque, pur essendo conseguenza d'una storica necessità,
non aveva nessun fondamento giuridico. E forse anche perciò Carlo
aveva desiderato di proceder cauto circa il tempo ed il modo della
proclamazione. Tuttavia il momento che Leone III aveva scelto era
stato assai opportuno. Il re franco aveva allora vinto tutti i suoi
nemici, aveva fortemente costituito ed esteso il proprio regno; il
Papa, riconosciuto innocente, era tornato sulla cattedra di S. Pietro
più autorevole che mai. Il giorno della incoronazione era stato quello
a tutti sacro della nascita di nostro Signore, della redenzione cioè
del genere umano. Sul trono di Costantinopoli, come abbiam visto, si
trovava una donna, e questa donna era un mostro, che non poteva far
paura a nessuno. Ciò non ostante, il grande avvenimento ora compiuto
era pieno di equivoci e di pericoli, dei quali si dovevano sentire le
gravi conseguenze. Per ora l'autorità morale del Papa ne era cresciuta
a dismisura.

Dopo una dimora di cinque mesi, nell'aprile 801, celebrata la Pasqua, e
lasciato a Pipino l'incarico di continuare la guerra contro Benevento,
Carlo se ne tornò a Pavia dove pubblicò alcune altre leggi, che
aggiunse a quelle dei Longobardi, ed assunse il titolo di «Serenissimo
Augusto, coronato per divino volere, reggente l'Impero dei Romani,
e per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi.» All'Italia
superiore egli lasciò una propria autonomia, senza annetterla alla
Francia, considerandola piuttosto come una sua conquista personale.
Invece dei Duchi pose dei Conti, che scelse fra i Longobardi, e che
erano, come già dicemmo, meno potenti e più sottomessi, con territori
meno estesi. L'unità e la forza del governo, la fusione dei vinti e
dei vincitori fecero allora un grande progresso. I Gastaldi, non più
necessari, si mutarono in semplici amministratori, e dipesero dai
Conti, che rendevano giustizia, non più di propria autorità come i
Duchi, ma per delegazione del sovrano. L'eribanno, o la convocazione
dell'esercito, appartenne al solo Imperatore che andò ognor più
limitando il potere dei Duchi, per mezzo dei _Missi dominici_, i
quali presso i Franchi divennero una istituzione regia di primaria
importanza, e per mezzo di essi l'Imperatore vegliava su tutta
l'amministrazione. Nei giudizi egli giudicava come vero sovrano, anche
secondo equità, quando mancava una speciale disposizione di legge.
Questa facoltà che in parte era concessa ai duchi longobardi, non
l'avevano i conti franchi.

Carlo si occupò anche dell'ordinamento giudiziario, che presso i
barbari serbò lungamente le tracce della sua origine. Dapprima ognuno
si faceva giustizia da sè; poi la giustizia venne amministrata dal
popolo; più tardi ancora dal sovrano, che rappresentava lo Stato.
Nel Medio Evo prevalse un sistema misto. Il popolo partecipava
all'amministrazione della giustizia insieme col Re, che giudicava
solennemente, circondato dai Grandi della Corte, e dai suoi giudici
palatini, dinanzi alle assemblee popolari, chiamate _placita_, che per
delegazione potevano essere presiedute dai Conti. Accanto al sovrano
o al suo delegato v'erano magistrati che dirigevano queste assemblee,
e conoscevano bene le consuetudini. A poco a poco il popolo cominciò
a non intervenire regolarmente ai _placita_; e le leggi scritte che
vennero aggiunte alle consuetudini, o furono sostituite ad esse,
erano meno facilmente conosciute. Divenne allora necessario nominare
magistrati temporanei periti nelle leggi e capaci di formulare le
sentenze. Questi magistrati furono da Carlo resi permanenti, e vennero
chiamati _Scabini_. Erano eletti nei _placita_ in presenza del Conte; e
i _Missi dominici_ ne approvavano la nomina quando li trovavano idonei.

La forma generale della società e del governo franco differiva molto
dalla longobarda, specialmente nel suo maggiore accentramento, nella
maggiore autorità politica, militare e giudiziaria del sovrano. Pei
Franchi non c'era differenza tra il patrimonio dello Stato e quello
del Re. _Curtis regia_, _Palatium publicum_, _Res publica_ erano una
sola e medesima cosa: il sovrano poteva concederli in beneficio o
anche donarli. Le terre demaniali, e quelle confiscate che per mancanza
d'eredi venivano al demanio, facevano parte anch'esse del patrimonio
regio. Il Re dava l'amministrazione di tutto ciò a suoi ufficiali, che
non erano indipendenti come i Gastaldi longobardi; ovunque e sempre la
sua forte individualità aumentava la sua morale e materiale potenza.

La continua e febbrile attività di Carlo si manifestava in mille
modi diversi. Forte, alto, bello della persona, facondo e valoroso,
con occhi vivacissimi, sempre instancabile, egli era non solo un
capitano ed un uomo di Stato di primissimo ordine, ma anche un gran
promotore di opere pubbliche, come furono generalmente tutti i grandi
sovrani. Nel 793 lo vediamo occupato ad esaminare la proposta d'un
canale, che avrebbe dovuto congiungere il Reno ed il Danubio, impresa
gigantesca, superiore alla capacità di quei tempi e che solo ai nostri
giorni potè essere eseguita. Molti canali, strade, ponti, tra cui
uno grandissimo sul Reno a Magonza, furono da lui costruiti. E così
pure molte chiese, fra le quali è celebre, pel suo tesoro, le sacre
reliquie e le memorie, quella che anche oggi è continuamente visitata
dal forestiero in Aquisgrana, e venne costruita a similitudine della
chiesa di S. Vitale in Ravenna. Ma la più parte di questi edifizi è ora
scomparsa, nè a Carlo, non ostante i suoi lodevoli sforzi, riuscì di
fermare la decadenza dell'architettura. Quello che dà un'altra prova
della sua varia attività e del suo alto intelletto, si è l'osservare
come, sebbene egli fosse così poco culto, che imparò assai tardi a
leggere, nè mai riuscì a scrivere con facilità, e sebbene fosse di
uno spirito e di un carattere essenzialmente germanico, fu anche uno
dei più grandi promotori della cultura greco-romana. Quando appena la
guerra gli lasciava un momento di riposo, noi lo vediamo nello stesso
tempo legislatore, giudice supremo, iniziatore di opere pubbliche, e
gran Mecenate, circondato di dotti, con piena intelligenza di quella
cultura, che non possedeva, ma di cui comprendeva tutta l'importanza.

Presso di lui troviamo fra gli altri Paolo Diacono, lo storico dei
Longobardi; uomo di varia cultura, che conosceva il greco, e scrisse
parecchie opere in prosa ed in verso. Caro a Rachi ed a Desiderio, fu
prima nella Corte di Pavia, poi in quella di Benevento; assistè alla
rovina del regno longobardo, e si ritirò frate benedettino a Monte
Cassino. La sua famiglia dovette essersi mescolata nelle congiure
contro Carlo, giacchè un suo fratello, come già vedemmo, fu tenuto
dal Re in dura prigionia. Questo indusse Paolo, che sapeva in quanta
stima l'Imperatore tenesse i dotti, a scrivergli e perorare la causa
del fratello. Dopo di che andò egli stesso alla Corte, dove fu assai
bene accolto, vi restò negli anni 783-86, e par che la sua preghiera
fosse esaudita. Ma l'amore della patria lontana lo richiamava, e se ne
tornò a Monte Cassino, dove scrisse la sua Storia dei Longobardi. Per
mezzo di altri dotti, che vennero in Francia o che vi erano nati, Carlo
potè fondare nel proprio regno molte scuole, la principale delle quali
soleva risiedere nel suo Palazzo in Aquisgrana, e spesso lo seguiva
con la Corte nelle sue peregrinazioni. Essa fu diretta da Alcuino,
nato in Inghilterra, dove venne educato nella scuola di York, in cui
fioriva quella cultura, che dall'Irlanda era passata nell'Inghilterra.
In essa il dotto Inglese acquistò la conoscenza della filosofia e dei
classici latini, pei quali ebbe grande ammirazione. Carlo lo conobbe
in Italia, e lo invitò subito in Francia, dove Alcuino andò con alcuni
suoi compagni, e fu ivi l'iniziatore della grande scuola, che diresse,
e che era una specie di Accademia, alla quale il Re soleva assistere
coi suoi figli. Vi s'insegnavano il Trivio, il Quatrivio, la Teologia;
e i suoi principali componenti, assumevano nomi greci, romani o
biblici. Re Carlo era chiamato David, Alcuino ebbe il nome di Flacco,
il suo compagno Angilberto quello d'Omero, e così gli altri. Dal 782
al 796, Alcuino rimase alla testa della scuola, la quale promosse
grandemente la cultura non solo in Francia, ma anche in Europa. Ed il
Re, fra le altre non poche elargizioni, concesse a questo suo dotto e
fido consigliere la ricchissima abbazia di S. Martino, nella quale esso
finalmente si ritirò e potè scrivere molte delle sue opere. Parecchi
altri furono i dotti che vissero nella Corte di Carlo. Eginardo, nobile
dell'Austrasia (770-844), ebbe anch'egli dono di ricche abbazie dal
sovrano, di cui scrisse la vita; e fu autore di Annali preziosi per
la storia del tempo. Angilberto, nobile della Neustria, dopo avere
avuto vari figli, si fece ecclesiastico e divenne autore di poesie e
di opere storiche. Altri non pochi nobili furono da Carlo incitati a
coltivar le lettere, e fondarono scuole nelle loro città episcopali.
Questo glorioso sovrano promosse la cultura non solo nelle lettere,
ma in tutte quante le possibili manifestazioni; anche la musica ed il
canto furono da lui protette. Si occupò della revisione dei manoscritti
della Bibbia, e della sua diffusione, come della diffusione delle opere
dei SS. Padri. Persino la scrittura sotto di lui migliorò, e prese una
forma nuova, che si chiamò carolingia.

La costituzione dell'Impero franco fu il fatto capitale, centrale
di tutto quanto il Medio Evo. Esso strinse temporaneamente in una
forte unità paesi e popolazioni assai diversi, promosse la fusione
dei vinti e dei vincitori, dei Teutonici e dei Romani, dello spirito
germanico e della cultura greco-romana; favorì, temporaneamente almeno,
l'accordo dello Stato colla Chiesa, la quale fu da Carlo colmata di
favori. Egli cercò costantemente di proteggerla e di migliorarne la
costituzione, presumendo assai spesso di vegliare anche alla purità
della fede. Fuori d'Italia egli nominò i vescovi, e cercò da per tutto
tenerli d'accordo fra di loro, col Papa e coi Conti, valendosi a ciò
dei _Missi dominici_, i quali, appunto perchè dovevano provvedere alla
giustizia ed alla religione, solevano esser due, uno laico, l'altro
ecclesiastico.

Ma tutto questo grande organismo dell'Impero, se era un fatto storico
e necessario, era anche l'opera personale di un uomo di genio: doveva
perciò, in parte almeno, cadere insieme con lui. Dopo la morte di Carlo
infatti, i suoi successori, come tante volte era seguito tra i Franchi,
furon subito tra di loro in guerra. E questa guerra, per la vastità
dell'Impero, e per gli elementi così diversi di cui esso era composto,
divenne anche più aspra. Una società nuova s'era andata formando, nella
quale il diverso spirito nazionale dei vari popoli cominciò a reagire,
a manifestarsi irresistibilmente, decomponendo la temporanea unità
formata dal genio militare e politico di Carlo. In Italia l'Impero non
andò oltre il Garigliano, ivi essendosi fermata la conquista vera e
propria. Il ducato di Benevento riuscì a salvare la sua indipendenza, e
quindi colà sopravvisse per qualche tempo ancora la società longobarda.
È da questo momento infatti che l'Italia meridionale comincia ad avere
una storia separata e diversa assai da quella di tutto il resto della
Penisola. Oltre di ciò la Chiesa e lo Stato, il Papa e l'Imperatore
ben presto si trovarono fra di loro in lotte aspre e violenti, che
contribuirono non poco a indebolire sempre più la nuova società,
formata dall'Impero franco, la quale s'andò, con la costituzione
del feudalismo, sgretolando in mille gruppi secondari. In mezzo al
feudalismo ed in opposizione con esso si formeranno e sorgeranno
rigogliosi i nostri Comuni, i quali saranno il primo resultato della
fusione di due popoli e di due società, iniziata dall'Impero, e
daranno origine alla civiltà moderna. Ma prima che i Comuni riescano a
costituirsi, bisogna che l'Europa e l'Italia percorrano ancora un nuovo
periodo di profondo dolore, di grande disordine e quasi di anarchia.



INDICE ALFABETICO


=Acacio=, patriarca di Costantinopoli. Condannato e scomunicato, 134,
136, 164.

=Adalberga=, vedova d'Arichi (II) duca di Benevento, 404.

=Adaloaldo=, figlio di Agilulfo re de' Longobardi. Fatto da lui
battezzare, 295; e proclamare suo successore, 297. Costretto a fuggire,
301.

=Adelchi=, figlio di Desiderio re de' Longobardi. Si chiude in Verona,
387. Riesce a scampare dopo la resa di quella città ai Franchi, e si
rifugia a Costantinopoli, 388, 394, 398. Torna, ma è respinto, 404,
405.

=Adozianismo=, dottrina teologica, 406.

=Adriano I=, papa, 384. Resiste alle lusinghe e alle minacce di
Desiderio re de' Longobardi, 384. Fa imprigionare Paolo Afiarta, capo
del partito longobardo in Roma, 385. Si apparecchia a resistere con
l'armi a Desiderio, e sollecita gli aiuti di Carlo re de' Franchi, 386.
Spoleto e altre città gli fanno atto di sottomissione, 389. Riceve in
Roma il re Carlo, 391; e della donazione di terre da esso fattagli,
391 e segg. D'un conflitto tra lui e l'Arcivescovo di Ravenna, 396.
Chiama di nuovo re Carlo in difesa dell'autorità della Chiesa, e dei
suoi dominii, 397; e quali fossero i dominii cui pretendeva, 400, 403.
Chiede la restituzione di alcune terre tolte alla Chiesa in Italia dai
Bizantini, 403, 407. Muore, 407. Riassunto del suo pontificato e delle
sue relazioni con Carlo re de' Franchi, 407, 408. Come datasse le sue
bolle, 408.

=Adrianopoli.= Combattuta da' Goti, 48, 49.

=Afiarta.= V. _Paolo_ cubiculario.

=Africa.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Fornisce grano
all'Impero, 5. Forma, con l'Italia, una delle quattro Prefetture di
esso, 31, 58. Vi scoppia una guerra tra i generali romani; e della
invasione in essa de' Vandali, 87 e segg. Resta divisa tra questi e
i Romani, 91. Riconquistata all'Impero, 181 e segg. Vi scoppia una
rivolta, tosto domata da Belisario, 185.

=Agilulfo=, duca longobardo. Sposa Teodolinda, e diventa re, 287. Si
trova in grandi difficoltà, e si regge con altrettanta prudenza, 288.
Conclude un accordo co' Franchi, 288. Attende a risottomettere alcuni
Franchi ribelli, 289. Assedia Roma, 291; poi si ritira, 292. Disposto
ad accordarsi col Papa, 293. Prende e distrugge Padova, 294. Il Papa
ha grande azione su lui, 295. Fa battezzare il figliuolo, 295. Prende
ed abbatte altre città de' Bizantini; poi fa pace con loro, 296.
Fa proclamare suo successore il figliuolo, 297. Rinnova la pace co'
Bizantini, 297. Muore, 298. Del favore da lui accordato ai Cattolici,
300; e della opinione che anch'egli si convertisse al Cattolicismo,
300.

=Agnello=, cronista ravennate, 146, 326, 327.

=Aione=, duca di Benevento, 309.

=Alachi=, duca longobardo di Trento. Si ribella al Re, e usurpa il
regno, ma n'è cacciato, 322; e ucciso, 322. Accenni alla sua guerra per
ricuperare il regno, 323.

=Alani.= Disfatti dagli Unni, 44. Invadono la Gallia, 67. Combattuti e
vinti dai Goti, 82. Seguono gli Unni, 96.

=Alarico.= Educato all'armi nelle legioni romane, 25. Combatte
sotto l'imperatore Teodosio, 52; ed è capo dei Visigoti, federati
dell'Impero, 60. Si disegna di spingerlo dall'Oriente in Occidente, 62.
Eletto per loro re dai Visigoti, 63. Fa una invasione in Grecia, ed è
respinto, 64. La sua mira diventa l'Italia, 64. Battuto da Stilicone,
66; dopo la cui morte si fa più potente e minaccioso, 71. Non intende
impadronirsi dell'Impero ma di farne parte, 71. Assedia Roma e la
costringe a pagargli un tributo, 73. Vorrebbe venire a un accordo con
l'Imperatore, che si rifiuta, 74. Pone di nuovo l'assedio a Roma, 74; e
vi entra, 75; ma poco vi rimane, 75; Muore, 76.

=Alarico (II)=, re de' Visigoti. Sposa una figlia di Teodorico, 158.

=Albano.= Occupata dai Bizantini, 197.

=Albino=, patrizio romano. Accusato di congiurare contro Teodorico,
166; e condannato, 167.

=Alboino.= Uccide Torismondo figlio del re dei Gepidi, 252. Succede al
padre nel regno de' Longobardi, 253. Della sua alleanza con gli Avari,
253. Vince e stermina i Gepidi, 254; e uccide Cunimondo loro re, e
ne sposa la figliuola, 254. Sua invasione e conquista d'Italia, 254 e
segg. Della sua morte, 258.

=Albsuinda=, figlia d'Alboino, 259.

=Alcuino=, consigliere di Carlo re de' Franchi, 410. Sue lettere a
Carlo, ricordate, 410, 413. Altre notizie di lui, 422.

=Aligerno=, goto, fratello di Teja. Si chiude in Crema, 239, 241. Si
arrende, e combatte poi per l'Impero, 242, 243.

=Alsazia-Lorena=, 78.

=Amalafrida=, sorella di Teodorico. Sue prime e seconde nozze
ricordate, 158, 173; e altre notizie di lei, 174, 181.

=Amalarico=, figlio di Alarico II re de' Visigoti, 159.

=Amalasunta=, figliuola di Teodorico degli Amali re degli Ostrogoti,
158. Moglie di Eutarico, 160. Vedova, e tutrice del figliuolo
Atalarico, 171. Suo governo, 171 e segg. I Goti le sono avversi, 172
e segg. Vorrebbe andare a Costantinopoli, poi ne depone il pensiero,
174. Morto il figliuolo, si associa nel regno Teodato; da cui viene poi
confinata e uccisa, 175.

=Amali.= Nobile stirpe degli Ostrogoti. V. _Teodorico_.

=Anastasio=, imperatore. Sue relazioni con Teodorico re degli
Ostrogoti, 148, 160. Favorisce Clodoveo re de' Franchi, 159. Muore,
163.

=Anastasio II=, imperatore, 328.

=Anastasio II=, papa, 161.

=Ancona.= È in mano de' Bizantini, 226; ma in procinto di arrendersi ai
Goti, 229. Questi si ritirano dall'assedio, 234. È sempre in mano de'
Bizantini, 257; e fa parte della Pentapoli, 279. Giura obbedienza al
Papa, 389.

=Angilberto= (abate). Ambasciatore di Carlo re de' Franchi al Papa,
410. Altre notizie di lui, 423.

=Anglo-Sassoni.= Gregorio I vuol convertirli al Cattolicismo, 286.

=Ansprando.= Perseguitato da Ariberto II, usurpatore del trono de'
Longobardi, che poi costringe a fuggire, 323, 324. Sale sul trono, che
poi lascia al figliuolo Liutprando, 324.

=Antemio (Procopio).= Eletto imperatore d'Occidente, 121. Si unisce
con quello d'Oriente contro i Vandali, 121, 122. Discordia tra lui e il
generale Ricimero, 123; e sua uccisione, 123.

=Antonina=, moglie di Belisario, 180. S'adopra per l'elezione di papa
Vigilio, 196. Sua infedeltà verso il marito, e suoi intrighi alla
corte di Costantinopoli, 213, 214. È col marito in Italia, 223. Torna a
Costantinopoli per ottenergli aiuti d'armi, 226.

=Antonino=, patriarca di Grado, 337, 344.

=Antrustiones= nel regno dei Franchi, 357.

=Aquileia.= Presa e distrutta da Attila, 106. Ivi presso avviene
la prima battaglia tra Odoacre e Teodorico, 142. Il suo patriarca
l'abbandona nell'invasione de' Longobardi, 256.

=Aquitania=, regno franco, 351.

=Arabi.= V. _Musulmani_.

=Arbogaste=, generale franco, 51. Domina l'imperatore Valentiniano
II, 51; e pretende all'Impero dopo la sua morte, 52. Sconfitto
dall'imperatore Teodosio, si uccide, 53.

=Arcadio=, imperatore d'Oriente, 57. Affidato da Teodosio suo padre
alle cure di Rufino, 58; di cui in breve si mostra intollerante, 60.
Sposa Eudossia figlia d'un generale franco, 60. Sotto di lui l'Oriente
è liberato dai barbari, 62. Consente ad Alarico di stabilirsi coi Goti
nell'Illirico, 64.

=Ardaburio=, generale dell'Impero d'Oriente, 85.

=Ariani=, eretici. V. _Ariani_ e _Atanasiani_. Editto pubblicato contro
di loro, 71, 74. Ricordati, 134. Perseguitati, 164, 169.

=Ariani= e =Atanasiani=, 33 e segg. La loro disputa divide i Cristiani,
37. Durante la loro controversia una parte dei Goti si converte al
Cristianesimo (Arianesimo), 40.

=Ariberto II=, re de' Longobardi. Suo regno, sue crudeltà, 323; sua
morte, 324.

=Arichi=, duca longobardo di Benevento, 289. Accoglie i figliuoli
orfani di Gisulfo, duca del Friuli, 298; che gli succedono, uno dopo
l'altro, dopo la sua morte, 309.

=Arichi (II)=, duca di Benevento. Si comporta da sovrano indipendente,
395. Cospira contro Carlo re de' Franchi ed il Papa, 397 e segg. pass.
Si prepara a resistere a Carlo, poi viene con lui a un accordo, 404.
Muore, 404.

=Ario.= Sua dottrina teologica, 34 e segg.

=Ariovaldo=, re de' Longobardi, suo avvenimento al trono, e sua morte,
301, 308.

=Ariovisto=, 10.

=Ariperto=, re de' Longobardi, 316.

=Ariulfo= duca di Spoleto. Minaccia Roma, 290; e il Papa conclude con
lui una pace; che poi si rompe, 291.

=Armenia= (di) =Isaace=, 222.

=Arminio=, 10.

=Aspar=, generale dell'impero d'Oriente, 85, 90. Sua potenza, 119, 122.
Sua rovina e sua morte, 122, 123.

=Assemblea= generale presso i popoli germanici, 21.

=Astolfo=, re de' Longobardi. Occupa Ravenna, e minaccia Roma ed il
Papa, 363; e inutili tentativi fatti dal Papa e dall'Imperatore per
indurlo alla restituzione, 363, 365; onde il Papa si rivolge ai Franchi
per aiuto contro di lui, 364 e segg. Altri inutili tentativi del
Papa e di Pipino re de' Franchi presso di lui, 366, 369. Costretto ad
arrendersi ai Franchi e a ceder Ravenna e altre terre, viola l'accordo
fatto e di nuovo invade il territorio romano, 370. Di nuovo assalito,
e di nuovo costretto ad arrendersi e a fare altre cessioni, 371. Muore,
riassunto della politica da lui seguìta, 372.

=Atalarico=, figlio di Amalasunta, e nipote e successore del re
Teodorico in Italia, 171. Chiede di essere adottato dall'Imperatore, ma
non l'ottiene, 172. Educato alla romana, di che si dolgono i Goti, 172,
173. Muore, 174.

=Atanarico=, capo d'una parte dei Visigoti, 41, 46.

=Atanasiani.= V. _Ariani_ e _Atanasiani_.

=Atanasio.= Sua dottrina teologica, e come fortemente la sostenga, 34 e
segg. Essa trionfa sotto l'imperatore Teodosio, 53.

=Ataulfo=, re de' Goti, 77. Sue buone disposizioni verso l'Impero, 77.
Conduce i suoi nella Gallia, 78; e sue imprese, 79, 80. Sposa Galla
Placidia, sorella d'Onorio imperatore, 80. Vuol trasferirsi nella
Spagna, 81. Ucciso, 81.

=Attalo=, greco, proclamato imperatore d'Oriente, 74. Preso e mandato a
Costantinopoli, 82.

=Attila=, re degli Unni. Estensione del suo regno; sue qualità
fisiche e morali, 95, 96. Sue relazioni con l'Impero, 97 e segg.
Di una congiura ordita in Costantinopoli contro di lui, 98. Del suo
palazzo e di un gran banchetto, 99 e segg. Muove guerra all'Impero
in Occidente, 102. Grande battaglia tra il suo esercito e quello dei
Romani e Visigoti presso Châlons, 104; dopo la quale si ritira, 105,
106. Viene in Italia, distrugge varie città ond'è appellato _Flagellum
Dei_, 106. Minaccia Roma, 107. Influenza che esercitano su lui l'Impero
e la religione Cristiana, 107. Gli è inviata da Roma un'ambasceria con
a capo il pontefice Leone, 107; e dopo il colloquio avuto con lui si
ritira, 109. Sua morte, 110; e scomparsa del suo vastissimo regno, 111.

=Audefleda=, moglie di Teodorico re de' Goti, 158.

=Audoino=, padre di Alboino, 252.

=Aureliano=, imperatore. Cede ai Goti la Dacia, 22.

=Austrasia=, regno franco, 351 e segg.

=Autari=, re de' Longobardi. Sua elezione, 265. Dà una grande sconfitta
ai Franchi, 267. Delle sue nozze con Teodolinda, 267. Organizza il
regno ed estende le sue conquiste, 268 e segg. Muore, e suo elogio,
270.

=Avari=, 44. Delle loro relazioni coi Longobardi e coi Bizantini, 253,
294, 295. Loro invasione nel Friuli, 297, 298. Alleati coi Persiani
contro l'Impero, 302, 303. Scompaiono dalla storia, 303, 304. Presso
di loro si rifugia Bertarido cacciato dal trono dei Longobardi, 321.
Sconfiggono e uccidono un duca del Friuli, 321. Accenni a una guerra di
Carlo re de' Franchi con loro, 405, 406.

=Avito.= Mediatore d'un'alleanza tra Visigoti e Romani, 103. Eletto
imperatore d'Occidente, 117. Deposto e costretto a prendere la tonsura,
119.


=Baduario.= Mandato da Giustino imperatore in Italia, 262, 279.

=Barbari.= Arrolati negli eserciti Romani, di cui presto formano
la maggior parte, 3, 5. Invasori dell'Impero. V. _Germani_, _Goti_,
_Unni_, _Vandali_, _Franchi_.

=Basilio=, duca bizantino, 332.

=Basilisco=, generale romano. Combatte infelicemente contro i Vandali,
122. Caccia dal trono Zenone imperatore d'Oriente, 130, 134.

=Belisario=, generale bizantino, 176. Sue prime imprese militari,
ricordate, 179, 180. Sua guerra in Africa contro i Vandali, 181 e
segg.; dopo la quale è calunniato presso l'Imperatore, 183. Della
sua guerra in Italia contro i Goti, 184 e segg. Conquista la Sicilia,
185. Accorre a sedare una rivolta in Africa, 185. Ritorna, e conquista
Napoli, 186; e indi Roma, 188 e segg. Infinite prove di valore e di
genio militare date da lui nel lungo assedio posto a Roma dai Goti,
190 e segg. Respinge le proposte di pace fattegli da loro, e accetta
una tregua, 197. Gelosie contro di lui alla corte di Costantinopoli,
199, 200. Opposizione fattagli da Narsete mandato per stargli a fianco
da Costantinopoli, 200 e segg. Altre sue operazioni militari, 202,
203. Si muove contro Ravenna e l'assedia, 204. Di nuovo respinge la
pace, nonostante la contraria inclinazione dell'Imperatore, 204.
Respinge l'offerta de' Goti di farlo imperatore d'Occidente, 205.
Entra in Ravenna, 205. Gli è di nuovo offerto l'Impero, 206. Torna a
Costantinopoli, 206; e come accoltovi dalla Corte e dal popolo, 213.
Sua guerra contro i Persiani, ricordata, 213. Rimandato in Italia,
e in quale stato d'animo e di forze vi torni, 218. Tenta per ogni
via, ma inutilmente, di soccorrere Roma di nuovo assediata dai Goti,
219 e segg. Vi rientra, e la difende da nuovi assalti, 225. Posto
nella impossibilità di continuare la guerra, 226. Suo ritorno a
Costantinopoli, 226. Respinge un'invasione degli Unni, 227. Ultimi anni
della sua vita, 227.

=Benedetto I=, papa, 262.

=Benevento (Duca e Ducato longobardo di).= Assedia Napoli, 263. Diventa
ereditario e indipendente, 276. Risottomesso dal re Agilulfo, 289.
Minaccia Napoli, 290; e allarga il suo dominio, 293. Ancora della sua
indipendenza, 294, 309. Sua estensione, 309. Assediato dall'imperatore
Costante II, 320. Ricordato a proposito della donazione fatta dai
Franchi al Papa, 392. Riesce a salvare la sua indipendenza, 424. V.
anche ai nomi dei Duchi: _Aione, Arichi, Arichi II, Farovaldo, Gisulfo
II, Grimoaldo, Grimoaldo II, Rodoaldo, Romualdo, Romualdo II, Zottone_.

=Bergamo.= Presa da' Longobardi, 257. Uno dei loro Ducati, 261, 289.

=Bernardo=, figlio di Carlo Martello. Combatte e vince i Longobardi,
386, 387.

=Bertarido.= Divide il regno de' Longobardi col fratello Godeberto,
316. Si inimica con lui, 317. Cacciato da Grimoaldo, si rifugia presso
gli Avari, 317; a' quali è inutilmente richiesto da Grimoaldo, 321. Si
rimette spontaneamente nelle sue mani; gli è attentato alla vita e si
salva con la fuga, 321. Eletto re, suo regno, 322.

=Bertrada=, moglie di Pipino re de' Franchi, 368. Cerca pacificare tra
loro Carlomanno e Carlo suoi figli, 380.

=Bessa=, comandante la guarnigione imperiale in Roma, assediata dai
Goti, 220, 222, 223, 228.

=Bisanzio.= V'è trasferita la capitale dell'Impero da Costantino, e da
lui è detta Costantinopoli, 32.

=Bizantini.= Loro guerra contro i Goti in Italia, 183 e segg. Assediati
in Roma, 192 e segg. Successive vicende della guerra, 199 e segg. Le
cose loro declinano, e vanno di male in peggio dopo la partenza di
Belisario, 214. Guerre con gli ultimi re Goti, 216 e segg., 228, 234
e segg. Impotenti a resistere ai Longobardi, 256. Quello che resti
loro nella prima invasione di quelli, 257, 258; e ancora della loro
impotenza a resistere, 262, 263. Dei loro accordi e della loro azione
comune coi Franchi, 265, 266, 269. Del loro governo in Italia di fronte
a quello dei Longobardi, e parte d'Italia che possedevano nel settimo
secolo, 278 e segg. Continua la guerra alternata da paci, 291 e segg.
pass. Un loro esercito sconfitto, 308. Si ribellano loro Ravenna
e Roma, 325 e segg. Congiurano coi Romani e i Longobardi contro i
Franchi, 396.

=Bleda=, fratello di Attila, 96.

=Bobbio (Convento di)=, 300.

=Boezio.= Sua grande scienza e reputazione, 166. Difende il patrizio
Albino, accusato d'una congiura contro il re Teodorico, 166; ed è
processato e condannato, 167. Della sua _Consolatio Philosophiae_
scritta nel carcere, 167 e segg. Suo estremo supplizio, 169. I beni
confiscatigli sono restituiti ai suoi figli, 172.

=Bologna=, 219. Presa da' Longobardi, 257. Fa parte dell'Esarcato dei
Bizantini, 279.

=Bonifazio=, generale romano nell'Impero d'Occidente, 84. Antagonismo
tra lui ed Ezio, altro generale, 84, 85. È in Africa, 85. Sue qualità,
86. Richiamato dall'Africa, non obbedisce, 87; ed è accusato di
chiamarvi i Vandali, 87. Sue fazioni militari contro di loro, 90. Torna
in Italia, combatte con Ezio, e muore, 90.

=Brescia.= Presa da' Longobardi, 256. Uno dei loro Ducati, 261.

=Brindisi.= Tolta dai Bizantini ai Goti, 220.

=Britannia=, 66, 67, 72, 78, 83.

=Bruzio= di Calabria, 336.

=Buccellino= e =Leutari=. Invadono l'Italia con un esercito di
Franchi-Alamanni, che è vinto e distrutto, 241 e segg.

=Bulgari.= Alleati coi Persiani contro l'Impero, 303.

=Burgundi.= Vengono in difesa di Odoacre contro Teodorico, 144.
Travagliati dai Franchi, divengono loro dipendenti, 158. Mandati in
aiuto dei Goti in Italia contro i Bizantini, 202.

=Burgundia=, regno franco, 351.


=Cacco=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 297, 298.

=Cagli.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279.

=Calabria.= Tenuta dai Bizantini, 280. Le sue chiese vengono unite al
patriarcato di Costantinopoli, 336. Ducato bizantino, 336.

=Callinico=, esarca, 294. Richiamato, 295.

=Campulo=, sacellario della Curia romana. V. _Pasquale_ primicerio, ec.

=Cappadocia (di) Giovanni=, ministro dell'imperatore Giustiniano, 214,
228.

=Caprara=, luogo della morte di Totila, 237.

=Capua (Conte di)=, 321.

=Carlo= figliuolo di Pipino, re de' Franchi (detto poi =Magno=).
Consacrato dal Papa, 368. Alla morte del padre divide il regno tra
lui e il fratello. V. _Carlomanno_. Sposa una figliuola di Desiderio,
re de' Longobardi, 380; poi la ripudia, 383. Succede al fratello, e
riunisce il regno, 383. Sua venuta in Italia contro i Longobardi, suoi
primi acquisti, 386, 387. Assedia Pavia, 387. De' suoi intendimenti
circa il suo futuro regno d'Italia, della sua andata a Roma e della
donazione al Papa, 388 e segg. Torna all'assedio di Pavia, che gli
si arrende, e leggenda relativa a quella resa, 393. S'intitola re
de' Franchi e de' Longobardi e patrizio dei Romani, 394; e datazione
de' suoi atti, 394. Estensione del suo regno in Italia, e come lo
costituisca, 394, 395. Accorre a domare una ribellione dei Sassoni,
395. Incitato dal Papa a tornare in Italia, dove si cospira contro di
lui, 397. Ritorna, e tratta con grande severità i cospiratori, 398.
Sue nuove disposizioni nella costituzione del regno, 399. Riparte,
e altri accenni alla sua guerra contro i Sassoni, 399. Torna per la
terza volta in Italia, a istanza del Papa; e ancora della sua donazione
ad esso, 399 e segg. Pubblica i _Capitolari_, 401. Passa in Roma la
Pasqua del 781, 401. Pratiche d'accordo tra lui e Irene, imperatrice
di Costantinopoli, 402. Ancora della sua guerra contro i Sassoni,
402, 403. Perde la madre e la moglie, e sue nuove nozze, 403. Torna in
Italia, 404. Fa il Natale del 786 in Firenze, 404. Sottomette il Duca
di Benevento, 404. Si turbano le sue relazioni con Costantinopoli,
404. Va contro il Duca di Baviera, 404; e contro gli Avari, 405. Sua
deferenza verso il Papa, 405. Piglia parte vivissima ad alcune dispute
teologiche, 406. Perde la nuova moglie, 407. Ripiglia di nuovo la
guerra contro i Sassoni, 407. Iniziatore del potere temporale de' Papi,
407. Leone III data le bolle dagli anni del suo regno d'Italia, 408.
Gli sono dal Papa inviate le chiavi d'oro di S. Pietro e la bandiera
della città di Roma, 409. Raffigurato col Papa in un celebre mosaico,
409. Di una sua ambasceria e d'una lettera al Papa, 410. Accoglie a
grande onore il Papa perseguitato e cacciato da Roma, e lo rimanda con
grande accompagnamento, 412 e segg. Continua la sua guerra coi Sassoni,
413, 414. Gli muore la terza e ultima moglie, 414. Intraprende il suo
quarto e più memorabile viaggio in Italia, 415. Siede come giudice
tra il Papa e i suoi avversari, 415. Da Gerusalemme gli vengono le
chiavi di quella città e del Santo Sepolcro, 416. Coronato imperatore;
e dei vari giudizi che si fecero di questa incoronazione, 416 e segg.
La posterità gli dà il titolo di Magno, 418. Pubblica altre leggi;
e ancora della costituzione d'Italia sotto il suo regno, 419 e segg.
Delle opere pubbliche e della cultura greco-romana da lui promosse,
421 e segg. Grande importanza dell'Impero da lui costituito, e sguardo
generale ai tempi che seguirono alla sua morte, 423 e segg.

=Carlomanno=, figliuolo di Carlo Martello, 340. Si ritira in un
convento, 360. N'esce e poi vi rientra, 367.

=Carlomanno= figliuolo di Pipino, re de' Franchi. Consacrato dal Papa,
368. Alla morte del padre si divide il regno tra lui e il fratello
Carlo, 379; e discordia tra loro, 379, 380; che fomenta i disordini che
sono in Roma per la lotta tra la nobiltà civile e la ecclesiastica, 380
e segg. Muore, 383. La sua vedova si rifugia coi figli presso Desiderio
re de' Longobardi, 384.

=Carlomanno=, figliuolo di Carlo re de' Franchi, 401.

=Carlo Martello=, fondatore della dinastia carolingia de' re Franchi.
Gregorio III si volge a lui per aiuto contro i Longobardi, 339; ma egli
non può soccorrerlo, 339, 340. Muore, lasciando divisa la Francia tra
i figli Carlomanno e Pipino, 340, 360. Riepilogo della sua vita e del
suo regno, 353. l'aristocrazia franca piglia sotto di lui quella forma
da cui poi viene il feudalismo, 354, 358. Arricchisce i suoi fedeli
e i nobili laici coi beni del clero; ma d'altra parte rende grandi
servigi alla Chiesa e alla religione, 358, 359. Aiuto chiesto a lui da
Gregorio III, di nuovo ricordato, 360. Se non di nome, è di fatto re
de' Franchi, 360.

=Carolingi=, dinastia di Re Franchi, succede ai Merovingi, 352.

=Cartagine.= Occupata dai Vandali, 91. Ritolta loro da Belisario, 182,
186.

=Cassiodoro=, famiglia, 152.

=Cassiodoro=, ministro de' re Goti. Varie notizie di lui, 148, 149,
152. Sue lettere, ricordate, 155, 156, 175. Cresce la sua potenza sotto
il governo di Amalasunta figlia di Teodorico, 171. Accorre a difendere
l'Italia meridionale minacciata dall'imperatore Giustino, 172. Fonda
due monasteri, e vi scrive molte delle sue opere, 212.

=Ceccano=, terra del Ducato bizantino di Roma. Presa da' Longobardi,
364.

=Centene= presso i popoli germanici, 19.

=Châlons= (Battaglia di) tra gli Unni e i Romani, 104; e sua grande
importanza storica, 104, 111.

=Chiesa=, Chiesa di Roma. Fin dal suo nascere assume carattere
universale, 32. Primi germi della lotta tra essa e l'Impero, 33.
Costantemente ferma in sostenere la sua unità e autorità universale; e
suoi dissidi con l'Impero e la Chiesa di Costantinopoli, 36, 53, 54,
108, 109, 133 e segg., 156, 160 e segg., 229 e segg., 245. In mezzo
alla rovina del mondo romano, solo i suoi rappresentanti danno prova di
dignità e di grandezza, 117. Sua autorità di consacrare gl'Imperatori,
ricordata, 119. Favorisce i Franchi sotto Clodoveo, 158, 159. Sua
temporanea decadenza dalla morte di papa Vigilio all'assunzione
di Gregorio I, 233. Inizi della sua politica coi Franchi contro i
Longobardi, 263, 264. Del suo patrimonio al tempo di Gregorio Magno,
285. Di nuovo della sua fermezza in sostenere la sua dignità e unità,
e de' suoi dissidi con l'Impero e la Chiesa di Costantinopoli, 286,
292, 295, 307, 317 e segg., 324 e segg. Delle donazioni fattele dai
re Franchi, e principii del suo dominio temporale. V. _Carlo Martello,
Pipino_ e _Carlo_. Non dipende più dalla corte di Costantinopoli, 409.

=Chiesa di Costantinopoli.= V. _Chiesa, Chiesa di Roma_.

=Childeberto=, re de' Franchi, 267, 289.

=Childerico=, re de' Franchi, ultimo dei Merovingi, 360, 361.

=Chiusi.= È in mano de' Goti, 199.

=Cimbri=, 10.

=Cipriano=, romano, partigiano de' Goti. Sua falsa accusa contro Albino
e Boezio, 166, 167, 172.

=Ciriaco=, patriarca di Costantinopoli, 294.

=Civitavecchia.= Occupata da' Bizantini, 197. In procinto di arrendersi
ai Goti, 229.

=Civitas= presso i popoli germanici, 19 e segg., 26.

=Classe=, porto di Ravenna. Tolto dai Longobardi ai Bizantini, 263.
Ripreso da questi, 267; e di nuovo dai Longobardi, 331.

=Claudio=, imperatore. Sua grande vittoria contro i Goti, 28.

=Clefi=, duca di Bergamo. Eletto re de' Longobardi, 260. Muore, e per
dieci anni non si elegge altro Re, 260.

=Clodoveo=, re de' Franchi. Convertito al Cattolicismo, 158. Del
suo regno e delle sue imprese, 159. Vinto da Teodorico, 159. Con lui
s'inizia la dinastia dei Merovingi; e di nuovo della sua conversione e
del suo regno, 349; e divisione d'esso alla sua morte, 351.

=Clodoveo II=, re de' Franchi, 308, 353.

=Clotario I=, re de' Franchi, 351.

=Clotsuinda=, prima moglie d'Alboino, 254.

=Comacina (Isola).= Tolta dai Longobardi ai Bizantini, 267.

=Comitatus= presso i popoli germanici, 22.

=Concilio di Calcedonia.= Ricordato a proposito d'una controversia tra
l'imperatore Giustiniano e il Papa, 230, 231, 246, 267.

=Concilio ecumenico=, convocato da Giustiniano, 231.

=Concilio Lateranense=, adunato da Martino I, 318.

=Concilio di Nicea=, adunato dall'imperatore Costantino, 34.

=Concilio di Nicea=, settimo generale, 406.

=Concilio di Sardica=, 109.

=Concilio= detto =trullano=, 324.

=Conon=, generale dei Bizantini in Roma, ucciso, 228.

=Consilium civitatis= presso i popoli germanici, 21.

=Conti= franchi. V. _Duchi_ e _Conti_.

=Conza.= Ultimo luogo fortificato de' Goti, che si arrende ai
Bizantini, 243.

=Corpus Juris= di Giustiniano, 177.

=Corsica.= Dipende dall'Esarca dell'Africa, 278. Donata da Carlo re de'
Franchi al Papa, 392.

=Cosroe=, re di Persia, 303.

=Costante II=, imperatore. È in lotta col papa Martino I, e lo fa
condurre prigione a Costantinopoli, 318. Per l'avanzarsi dei Musulmani
contro l'Impero fa un accordo politico col successore di lui, 319.
Viene in Italia e assedia Benevento, poi si ritira, 320. Va a Roma e
poi in Sicilia, dove muore, 320.

=Costantino=, antipapa. Sua elezione, deposizione, e torture
inflittegli, 376 e segg. pass.

=Costantino=, imperatore. Riforma e divide l'Impero, 31. Abbraccia il
Cristianesimo, e trasferisce la sede dell'Impero a Bisanzio, 31, 32. Si
pone in conflitto con la Chiesa di Roma, 33. Parte da lui presa nella
disputa tra Ariani e Atanasiani, 34. Della sua così detta donazione
alla Chiesa, 388 e segg., 400.

=Costantino.= Proclamato imperatore contro Onorio, gli ribella la
Gallia, 68 e segg. pass., 78, 79. Preso ed ucciso, 79.

=Costantino=, papa, 325. S'accorda con l'Imperatore in perseguitare
Felice arcivescovo di Ravenna, 326.

=Costantino Pogonato=, imperatore, 321.

=Costantino V Copronimo=, imperatore. Sue relazioni con Desiderio re
de' Longobardi, 374; e con Pipino re de' Franchi, 374. Partecipa a
una congiura ordita in Italia contro i Franchi, 397. Muore, 398. Gli
succede Leone IV, 402.

=Costantino VI=, imperatore, 402. Notizie del suo regno, e nimistà tra
esso e l'imperatrice sua madre, 411.

=Costantinopoli.= Nuova capitale dell'Impero Romano, 32. Assalita da'
Goti, 49; che vi sono accolti dall'imperatore Teodosio, 50. I Goti
vi commettono gravi disordini e vi acquistano gran potenza, 60, 61;
ma infine ne son cacciati, 62. Vita che si mena a quella corte sotto
l'imperatore Teodosio II, 97. Di una ribellione che vi accade contro
Giustiniano, 178. Le chiese della Calabria e della Sicilia son riunite
a quel patriarcato, 336.

=Costanzo=, generale romano, mandato da Onorio a ricuperare la Gallia,
79. Sposa Galla Placidia sorella dell'imperatore, ed è associato
all'Impero, 82. Muore, 83.

=Costanzo=, imperatore, 30, 35.

=Cremona.= Resiste a' Longobardi, 217. Presa da loro, 296.

=Cristianesimo.= Sua essenza, 6. Combatte e trionfa del Paganesimo 6
e segg. La sua unione coll'Impero fa sorgere il concetto d'una Chiesa
universale, 32. Diviso per la disputa tra Ariani e Atanasiani, 37. Ad
esso si convertono parte de' Goti, poi tutti i barbari, 40.

=Cristoforo=, primicerio della cancelleria papale. Egli e il figliuolo
Sergio sono capi della nobiltà ecclesiastica contro la laica, 377. Loro
atti, e loro fine, 377, 379, 381, 382, 385.

=Cuma.= Resiste ai Bizantini, dopo le ultime disfatte de' Goti, 239,
241. Si arrende, 242. Presa dal Duca di Benevento, indi da quello di
Napoli, 331.

=Cuniberto=, re de' Longobardi, 317. Gli è usurpato il regno, 322; ma
lo ricupera, 322, 323.


=Dacia.= Provincia romana al di là del Danubio, 12. Ceduta ai Goti, 29.
Oggi appellata Romania, 40.

=Dalmazia.= Vi si raccoglie un esercito di Bizantini, destinato alla
guerra d'Italia contro i Goti, 234 e segg. pass.

=Damaso=, papa, 53.

=Danubio.= Confine dell'Impero Romano, 2, poi oltrepassato, 11, 30.

=Decapoli=, 279.

=Decio=, esarca, 264, 279.

=Deogratias=, vescovo di Cartagine, 117.

=Desiderata=, figlia di Desiderio re de' Longobardi. Maritata a Carlo
re de' Franchi, 380. Ripudiata, 383.

=Desiderio=, re de' Longobardi. S'acquista il favore del Papa
con larghe promesse, 372; che poi non attiene, 373. Suo carattere
mutabile, e sua politica col Papa, coi Franchi e coll'Imperatore di
Costantinopoli, 374. Favorisce la nobiltà ecclesiastica di Roma nei
tumulti successi tra essa e la nobiltà laica, 376. Del matrimonio d'una
sua figliuola con Carlo re de' Franchi, 380, 383. Aiuto da lui prestato
al papa Stefano III nei tumulti di che sopra, 381; e successive sue
relazioni con lui, 381 e segg. Sue relazioni col papa Adriano I, 384 e
segg. Occupa varie terre della Chiesa, 384, 386; e minaccia tuttavia,
386. Non obbedisce alle intimazioni del Papa di ritirarsi, e respinge
le proposte di pace di Carlo re de' Franchi, 386. Vinto da lui in una
battaglia si ritira a Pavia, 387. È condotto in Francia, dove muore,
394.

=Diocleziano.= Sua riforma dell'Impero, 30.

=Diodato=, doge di Venezia, 344.

=Diogene=, generale dei Bizantini, 228.

=Diritto Romano= e Legislazione Longobarda, a proposito dell'Editto di
Rotari, 311 e segg.

=Dodone=, ambasciatore di Carlomanno a Roma, 380, 381, 382.

=Donatisti=, eretici, 88.

=Duchi= e =Conti= franchi, 419, 420, 424.

=Duchi= e =Ducati= bizantini, 278. Dipendono dall'Esarca, ma in fatto
sono indipendenti, 279, 281. Divisione ed estensione, numero e nomi dei
Ducati, 279 e segg.

=Duchi= e =Ducati= longobardi. Prime fondazioni dei Ducati, 258.
Discordie tra i Duchi, 260; che per dieci anni governano senza il Re,
260. Quanti e quali fossero a quel tempo i Ducati, 261. Dell'autorità e
potenza dei Duchi, e della loro maggiore o minore indipendenza dai Re,
276, 277; e della loro residenza, 277. Alcuni minacciano di ribellarsi,
288; e il Re corre a risottometterli, 289.

=Dux=, capo militare presso i Germani, 22.


=Edecone=, ambasciatore d'Attila a Costantinopoli, 98. Supposto padre
di Odoacre, 128.

=Eginardo=, annalista de' Franchi, 416, 423.

=Elmichi.= Richiesto d'uccidere Alboino, si ricusa, 259.

=Epifanio=, vescovo di Pavia, 143, 151.

=Eraclio=, eunuco, 112.

=Eraclio=, imperatore d'Oriente, 297. Della sua guerra coi Persiani,
302, 303. Cerca di comporre le dispute religiose che dividono l'Impero,
306 e segg. Muore, 306, 308.

=Erarico=, re de' Goti, 215.

=Eretici.= V. _Ariani, Monofisiti, Nestoriani, Donatisti, Monoteliti_.

=Ermanrico=, re degli Ostrogoti, 41. Disfatto dagli Unni, si uccide, 45.

=Eruli.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146. Si uniscono coi
Gepidi contro i Longobardi, 252.

=Esarca.= Questo titolo è attribuito per errore a Narsete, 244. Prima
menzione ufficiale di esso, 264, 265, 279. Rappresenta in Italia
l'Impero, suo ufficio e autorità, 278, 280, 281. Risiede a Ravenna,
279. Di capo di tutto il governo diventa capo d'un ducato, 279.
S'ingerisce anche delle cose ecclesiastiche, 281, 292. Sue inimicizie e
persecuzioni contro i Papi, 318, 331, 332.

=Esarcato.= Territorio di cui si compone, 279. Si solleva contro
l'Imperatore, 326. Si va decomponendo, e non esiste più che di nome,
340, 342. Finisce, occupato dai Longobardi, 363, 366. Tolto loro, in
parte, dai Franchi, e donato al Papa, 371; che mira a ottenere anche
il resto, 372, 373. Di nuovo invaso dai Longobardi, 384, 386. Di
nuovo donato, e interamente, al Papa, 392, 400. V. anche ai nomi degli
Esarchi: _Callinico, Decio, Euleterio, Eutichio, Giovanni, Giovanni
Rizocopo, Isacco, Olimpio, Paolo, Romano, Scolastico, Smeraldo, Teodoro
Calliopas, Teofilatto_.

=Esilarato=, duca bizantino, 334.

=Eudocia=, figlia di Eudossia imperatrice; fatta prigione dai Vandali e
data in moglie a Unnerico figlio del loro Re, 116.

=Eudocia= o =Eudossia=, moglie di Teodosio II imperatore, 98, 101.

=Eudossia=, figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III, 91;
poi di Petronio Massimo, 113. Della leggenda che chiamasse i Vandali in
Italia, 113. Condotta da loro in ischiavitù, 116. Liberata, 121.

=Eugenio I=, papa, 319.

=Eugenio=, retore. Pretende all'Impero, 52. Vinto dall'imperatore
Teodosio, e ucciso, 53.

=Eugippo=, 136.

=Euleterio=, esarca, 301.

=Eutarico=, marito di Amalasunta, 160. Adottato dall'Imperatore, 164. È
ariano, 165. Sua morte, ricordata, 171.

=Eutichio=, esarca. Sue ostilità contro il Papa, 335, 336. Ricupera
Ravenna caduta in mano de' Longobardi, 337.

=Eutropio=, eunuco di Costantinopoli, 60. Congiura contro Rufino, dopo
La morte del quale cresce il suo potere, 61. Sua morte, 61.

=Exercitus romanus=, e sua divisione in _Scholae_, 376.

=Ezio=, generale romano nell'Impero d'Occidente, 84. Antagonismo tra
lui e Bonifazio, altro generale, 84. Chiama gli Unni, 85; poi li fa
retrocedere, 86. Accusato di tradimento contro Bonifazio, 87. Viene con
lui a battaglia, 90. Sua guerra con Attila e gli Unni, 102 e segg.;
nella quale è sospettato di tradimento, 105. Sue virtù militari, sua
ambizione, 111. Ucciso, 112.


=Fano.= È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, 257, 279.

=Farovaldo=, duca longobardo di Benevento. Giura fedeltà al re
Liutprando, 335. Perde lo stato, 341.

=Fastrada=, moglie di Carlo re de' Franchi, 403. Muore, 407.

=Felice=, antipapa, 36.

=Felice=, arcivescovo di Ravenna. Accecato e cacciato dalla sua sede,
326. Restituito, 327.

=Felice II=, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori,
l'autorità della Chiesa Romana, 135, 136.

=Felice III=, papa. Sua elezione, 170.

=Festo=, patrizio, ambasciatore di Teodorico a Costantinopoli, 161.

=Feudalismo.= Delle sue origini, 354 e segg.

=Fiesole.= Ivi presso è sconfitto Radagasio, 67. Assediata e presa dai
Bizantini, 203.

=Filippico=, imperatore, suo dissidio con la Chiesa di Roma, 327, 328.
Deposto, 328.

=Filippo=, antipapa, 377.

=Finni=, 44.

=Firenze.= Totila tenta d'assediarla, ma è respinto, 217. Carlo re de'
Franchi vi passa il Natale dell'anno 786, 404.

=Foca.= Proclamato imperatore d'Oriente, 295. Sua crudeltà, 295.
Proclama la supremazia del Papa; e di una lettera scrittagli da
Gregorio I, 295. Gli succede Eraclio, 297, 302.

=Fossombrone.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279.

=Franchi.= Del loro regno sotto Clodoveo, 158, 159. Vengono in Italia
in aiuto de' Goti contro i Bizantini, 202. E di nuovo, e vi occupano
delle terre, 238. Neutrali tra Bizantini e Goti, 238. Di una loro
impresa dopo la cacciata de' Goti, 241. Accenni alle loro guerre coi
Longobardi nella Gallia, 258. Tornano in Italia contro i Longobardi,
poi si ritirano, 263, 264. Dei loro accordi coi Bizantini contro i
Longobardi, 265, 266, 269; e nuove guerre con questi ultimi, 267 e
segg. Gregorio Magno cerca diffondere tra loro il Cattolicismo, 286.
Accordo tra essi e i Longobardi, 288. Ancora della loro conversione
al Cattolicismo, 337. A loro si rivolgono i Papi per aiuto contro i
Longobardi, 337 e segg., 360; riassunto della loro storia fino a questo
tempo, 348 e segg. Potenza e ricchezza della Chiesa e del clero nel
loro regno, 356 e segg. Loro discese in Italia con Pipino contro i
Longobardi, 369, 371; e con Carlo suo figliuolo. V. Carlo. Costituzione
del loro regno in Italia, 394, 395, 399. Longobardi, Romani e Bizantini
cospirano contro di loro, 396 e segg. pass.

=Fridigerno= o =Fritigerno=, capo d'una parte dei Visigoti, 41. Accolto
co' suoi barbari, fuggiaschi, dentro i confini dell'Impero, 46; presto
li riorganizza e s'impone a' Romani, 47, 48; ma la sua morte porta la
divisione tra loro, 50.

=Friuli=, ducato longobardo, 256, 261. Diventa ereditario, 276.
Occupato dagli Avari, 297; poi rilasciato, 298. Di nuovo minacciato
dagli Avari, 405, 406. V. anche _Rodogaudo_.

=Fulda (Monastero di)=, sua fondazione, 359.

=Fulrado=, abate di San Dionigi. Accompagna Pipino nelle sue imprese
contro i Longobardi, 369, 371.


=Gaidulfo=, duca longobardo di Bergamo, 289.

=Gainas=, generale goto. Va a Costantinopoli, 60; e vi acquista gran
potere, 61. Cacciato, e ucciso, 62.

=Galeno Cesare=, 30.

=Galla=, sorella di Valentiniano II, 49. Sposa l'imperatore Teodosio,
51. Muore, 52.

=Galla Placidia=, figlia dell'imperatore Teodosio e sorella d'Onorio,
52. Creduta istigatrice dell'uccisione della vedova di Stilicone, 73.
Fatta prigione da Alarico, 77. Di lei s'innamora Ataulfo successore
d'Alarico, 78; e la sposa, 80. Dopo la morte di lui è maritata a
Costanzo, generale romano, che viene associato all'Impero, 82. Morto
anche Costanzo, va a stabilirsi a Costantinopoli, 84. Reggente del
figlio Valentiniano III, 84; nel cui nome governa, 86 e segg. pass.
Muore, suo elogio, 93.

=Gallia.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Una delle quattro
Prefetture dell'Impero, 31. È invasa da Alarico e altri barbari, e si
ribella all'Imperatore, 67 e segg. pass. Vi è gran disordine, 78. Vi va
Ataulfo re de' Goti e vi doma la ribellione, 79. Diventa stabile dimora
de' Goti, 82. Conquistata a poco e poco dai Franchi, 348, 349.

=Garibaldo=, duca di Baviera, 267.

=Garibaldo=, duca di Torino, 317. È ucciso, 317.

=Garibaldo=, re de' Longobardi, 322.

=Gasindi= nel regno Longobardo, 276, 277, 357.

=Gastaldi= nel regno Longobardo, 276, 277; nel regno Franco, 419, 421.

=Gelasio I=, papa. Sostenitore costante della supremazia della Chiesa
di Roma, 160. Gli succede Anastasio II, 161.

=Gelimero=, re de' Vandali, 181. Vinto e fatto prigione da Belisario,
182, 183.

=Genova.= Vi risiede pei Bizantini un _Vicarius Italiae_, 278.

=Genserico=, re de' Vandali. Invade l'Africa, 89. Fa una pace co'
Romani, e poi la rompe, 91. Serba per sè grandi possessi nelle terre
occupate, 92. Legato di parentela coi Visigoti, poi loro nemico,
103. Prende e saccheggia Roma, 115, 116; e fa prigione l'imperatrice
Eudossia, 116; che poi rimette in libertà, 121. Fa un'altra pace con
l'Impero, 126. Muore, 127.

=Gepidi=, 28. Abitano la Dacia settentrionale, 41. Seguono gli Unni,
96. Un loro scontro con gli Ostrogoti, 142. Vengono in Italia con
Teodorico, 146. Delle loro inimicizie e guerre coi Longobardi, 252 e
segg.; da' quali finalmente sono sterminati, 254.

=Gerberga=, vedova di Carlomanno re de' Franchi. Si rifugia coi
figliuoli presso Desiderio re de' Longobardi, 384. È chiusa in Verona,
386; e cade in mano di Carlo re de' Franchi, 388.

=Germani.= Loro prime invasioni nell'Impero, 10 e segg. Notizie datene
da Giulio Cesare, 12; e da Tacito, 14. Loro stato di barbarie, 15;
religione, 15; abitazioni, 16; divisione delle terre, 17. Divisi in
molti e diversi popoli, 18, 24. Loro costituzione civile e militare,
18 e segg. Paragone tra la società loro e quella de' Romani, 22 e segg.
Educati sotto i Romani, divengono soldati eccellenti, ma non perdono la
loro avversione all'Impero, 24. Altre loro invasioni, 27 e segg.

=Germanico.= Sue vittorie contro i Barbari, 11.

=Germano=, nipote dell'imperatore Giustiniano, destinato da lui alla
guerra d'Italia contro i Goti, muore, 234.

=Gerusalemme.= Presa dai Persiani, 302; e ricuperata all'Impero, 303.
Ne son consegnate le chiavi a Carlo re de' Franchi, 416.

=Geti=, 28.

=Gildone=, 65.

=Giordanes=, cartulario, 332.

=Giorgio=, figlio di Giovanniccio, 326.

=Giovanni=, arcivescovo di Ravenna, 334.

=Giovanni=, capitano armeno nell'esercito Bizantino, 181, 196. Sue
operazioni militari, 197 e segg. pass.; e suoi dispareri con Belisario,
197, 220. Altre sue fazioni militari, 220, 234.

=Giovanni I=, duca di Napoli. Prende Crema, 331.

=Giovanni=, esarca, 297, 301.

=Giovanni=, maestro de' militi di Venezia, 344.

=Giovanni I=, papa. Costretto a recarsi a Costantinopoli a sostenere la
causa degli Ariani, 169. Al suo ritorno è carcerato, e muore, 170.

=Giovanni III=, papa, 250. Muore, 262.

=Giovanni IV=, papa, 307.

=Giovanni VI=, papa, 325.

=Giovanni=, patriarca di Costantinopoli. Sue differenze col papa
Gregorio I, 292. Muore, 293.

=Giovanni=, primicerio. Scelto a successore dell'imperatore Onorio dal
partito che vuole l'accordo tra' due Imperi d'Oriente e d'Occidente,
84, 85. Preso ed ucciso, 85.

=Giovanni Rizocopo=, esarca, 326. Ucciso, 326.

=Giovanni Silenziario=, 365.

=Giovanni=, suddiacono, 332.

=Giovanniccio=, ravennate. Mandato a morte dall'Imperatore, 326. Un suo
figliuolo è capo del popolo ribellato, 326.

=Gioviano=, imperatore, 40.

=Giovino=, pretendente all'Impero, 79.

=Gisulfo=, duca del Friuli, 256. Assalito dagli Avari, muore, 297.

=Gisulfo II=, duca di Benevento, 341, 362.

=Giuliano l'Apostata=, imperatore. Sue dottrine e sue imprese militari,
38, 39.

=Giulio Cesare.= Disfà e insegue oltre il Reno un esercito germanico,
poi si ritira, 10. Notizie che ci dà di quei barbari, 10, 12; e in che
differiscano da quelle date da Tacito, 14.

=Giulio Nepote=, imperatore d'Occidente, 124. Cacciato, 125. Cerca di
ritornare, 129. Muore, 133.

=Giustina=, madre di Valentiniano II, 49. È cacciata d'Italia, col
figliuolo, poi vi ritorna, 51.

=Giustiniano=, nipote di Giustino imperatore, 163. Associato, e
indi successore di lui nell'Impero, 172; sue qualità, suoi disegni,
172, 173. Sue relazioni con Amalasunta, reggente del regno Goto in
Italia, e ancora de' suoi disegni, 174, 175; che si scuoprono dopo
la morte di Amalasunta, 176. Sua origine, sue doti e suoi difetti,
176. Della sua opera legislativa, 177. Rivoluzione a Costantinopoli
contro di lui, 178; repressa, 179. Suo fermo proposito di restaurare
l'unità dell'Impero, 180, 181. Caccia i Vandali dall'Africa, 181 e
segg. Imprende la guerra d'Italia contro i Goti, 183 e segg. Inclina
alla pace, 203, 204. Invia soccorsi a Napoli, minacciata da Totila,
217. Richiesto di pace da Totila, non risponde, 224. Come si comporti
con Belisario, 227. Si arroga autorità nelle cose di fede, e di una
particolare controversia tra lui e il Papa, 229 e segg. Riprende la
guerra d'Italia, 233 e segg. pass. Morendo, lascia l'Impero in triste
condizioni; sguardo riassuntivo alla sua politica, 246 e segg.

=Giustiniano II=, imperatore. Suoi dissensi e crudeltà coi Papi e i
cattolici d'Italia, 324 e segg. Una rivoluzione lo caccia dal trono, e
un'altra ve lo rimette, 325. È ucciso, e la sua testa è mandata a Roma,
327.

=Giustino=, imperatore, 160. Succede a Anastasio, 163. Professa
le dottrine della Chiesa Romana, 163; e suo accordo col Papa, 164.
Perseguita gli Ariani, 164. Minaccia il regno dei Goti in Italia, 172.
Associa all'Impero Giustiniano suo nipote, 172.

=Giustino II=, nipote di Giustiniano, a cui succede nell'Impero; sua
politica contraria a quella dello zio, 249. Nega un sussidio agli
Avari, 253. Ammattisce, 263.

=Glicerio=, imperatore d'Occidente, poi vescovo in Dalmazia, 124, 125.

=Godeberto.= Divide il regno dei Longobardi col fratello Bertarido,
316; e si nimica con lui, 317. Manda per aiuti a Grimoaldo duca di
Benevento, ed è da lui ucciso, 317.

=Goti.= Della loro origine, 27. Divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè
in Goti orientali e occidentali, 28. Loro prima invasione nell'Impero,
respinta, 28, 29. I Romani cedono loro la Dacia a patto che non passino
il Danubio, 29. Cominciano ad incivilirsi, e parte di loro si converte
al Cristianesimo, 40; ma la loro conversione li divide e indebolisce di
fronte a' Romani, 41. V. _Visigoti_ e _Ostrogoti_.

=Graziano=, imperatore d'Occidente, 49. Si associa, per l'Oriente,
Teodosio, 50. Deposto ed ucciso, 51.

=Grecia.= I Romani la conquistano, e sono conquistati dalla sua
cultura, 2. Saccheggiata dai Goti, 64.

=Gregorio II=, duca di Napoli, 347.

=Gregorio I Magno=, papa. Sua vita di S. Benedetto, ricordata, 209.
Notizie di lui anteriori al pontificato, 264, 268, 283. Sua elezione,
268, 283, 284. Suo carattere, suoi scritti, e atti del suo pontificato,
284 e segg. Difende per ogni via da' Longobardi Roma e altre città
d'Italia, di cui perciò diventa il principale personaggio, 290 e
segg. Di una sua lettera all'imperatore Foca, 295. Sue relazioni con
Agilulfo re de' Longobardi, 295. Ancora della sua prodigiosa attività a
vantaggio dell'Italia, e sua morte, 296.

=Gregorio II=, papa. Sua elezione, 329. Si mette in attitudine di
difesa contro i Longobardi, 330. Delle sue discordie politiche con
l'imperatore Leone III, 331; e della sua lotta con lui per il culto
delle immagini, 332 e segg. Ancora delle sue relazioni coi Longobardi e
della sua condotta politica tra essi e i Bizantini, 334 e segg. Muore,
336.

=Gregorio III=, papa. Delle sue relazioni e della sua condotta politica
coi Longobardi e i Bizantini, 336 e segg. Chiede aiuto ai Franchi
contro i Longobardi, 338; e di nuovo, 339, 360. Muore, 340.

=Gregorio di Tours=, storico de' Franchi, 350.

=Grimoaldo=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 298; poi duca di
Benevento, 309; e poi re, 317. Sposa una figliuola del re Godeberto,
317. Accorre a liberare Benevento assalita dall'Imperatore, 320. Torna,
altre sue imprese, e sua morte, 321. Giudizio del suo governo, 321.

=Grimoaldo (II)=, figlio d'Arichi (II) duca di Benevento, 404. Succede
al padre, 405; e aiuta Carlo re de' Franchi contro Adelchi, 405; poi
minaccia di ribellarsi, 405; e di nuovo, 415; e guerra contro di lui,
419.

=Gubbio.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279.

=Guidrigildo= presso i Longobardi, 270, 315; e presso i Franchi, 345.

=Guinigildo=, duca di Spoleto. Mandato da Carlo re de' Franchi in aiuto
del Papa, 412.

=Gundeberga=, moglie di Ariovaldo, poi di Rotari, re de' Longobardi,
301, 308.

=Gundobaldo=, fratello di Teodolinda, 268, 316. Duca d'Asti, 316.

=Gundobaldo=, re de' Burgundi, 124. Un suo figliuolo sposa una figlia
di Teodorico, 158.


=Henoticon.= Lettera in materia religiosa, 134; condannata dalla Chiesa
di Roma, 134, 136, 160, 161, 163, 164.


=Ildebrando=, duca di Spoleto. Aiuta Carlo re de' Franchi contro
Adelchi, 405; poi minaccia di ribellarsegli, 405.

=Ildebrando=, nipote del re Liutprando. Fatto prigioniero, 338. Succede
per breve tempo a Liutprando, 341, 362.

=Ildegarda=, moglie di Carlo re de' Franchi, 387. Muore, 402, 403.

=Ilderico=, re de' Vandali, 181. Cacciato, 181.

=Ildibaldo=, arcivescovo di Colonia. Va a ricevere il Papa per Carlo re
de' Franchi, 413; e lo riaccompagna, 414.

=Ildibaldo=, parente del Re de' Visigoti. Succede a Vitige re degli
Ostrogoti, in Italia, 206. Suo prospero principio, e sua morte, 215.

=Illirico.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31. Resta per
un tempo diviso tra l'Oriente e l'Occidente, 69. Vi fa un'impresa
Teodorico re de' Goti, 157.

=Immagini sacre.= N'è proibito il culto da Leone III imperatore; e
lotta che ne segue tra lui e il Papa, e agitazione in tutto l'Impero,
specie in Italia, 329 e segg. pass. Nuovi e successivi accenni a detta
questione, 374, 402, 406.

=Imola.= Presa da' Longobardi, 257.

=Impero Franco= costituito da Carlo Magno, durante la vita di lui, 417
e segg.; e dopo la sua morte, 424.

=Impero d'Occidente.= V. _Impero Romano_. Continua a chiamarsi tale
benchè in gran parte occupato dai Barbari, e infine ristretto alla sola
Italia, 86. Si unisce con quello d'Oriente per opporsi agli Unni, 97;
e sue relazioni con essi, 97 e segg. Gli è mossa guerra da Attila, 102;
e quale fosse allora il suo stato, 102. Si approssima la sua fine, 112.
Perisce con Odoacre, 129.

=Impero d'Oriente.= V. _Impero Romano_. S'unisce con quello d'Occidente
per opporsi agli Unni, 97; e sue relazioni con essi, 97 e segg. Diviso
dalle dispute religiose, e in lotta con la Chiesa di Roma. V. _Chiesa_.
Abbraccia le dottrine cattoliche, 164. Le molte e varie genti di cui
si compone sono tenute unite dalla legge e disciplina; donde la sua
lunga durata, 179. Tristi sue condizioni alla morte di Giustiniano,
246 e segg.; e ancora della sua lunga durata, 248. Nuovo accenno alla
mancanza di coesione tra le sue parti, causa di debolezza, 303 e segg.
La Chiesa si emancipa dalla sua dipendenza, 409. Sue condizioni alla
costituzione del nuovo _Impero Franco_, 418, 419.

=Impero Romano.= La corruzione non è la causa ma l'effetto della sua
decadenza, 1. In ragione del suo estendersi perde di unità, 2; e prima
a risentirne è la costituzione dell'esercito, per l'introduzione in
esso dei barbari e degli schiavi, che presto ne formano la maggior
parte, 3. Le imposte per mantenere l'esercito dissanguano i popoli; la
classe media è disfatta, e si formano i latifondi che esauriscono la
fertilità del suolo, 4. La scarsa cultura de' campi e la poca industria
in mano degli schiavi, 5. L'esercito e i possessori dei latifondi
vi spadroneggiano, 5. Alle cause civili, militari, economiche, di
debolezza s'aggiunge la guerra e il trionfo del Cristianesimo sul
Paganesimo, che n'è il fondamento, 6. Per la sua grande vitalità
resiste più secoli, ma finalmente la corruzione e decomposizione
sociale aprono la via ai Barbari, 7, 90. Suoi confini sotto Augusto,
11; oltrepassati da Traiano, 12; onde per due secoli e mezzo è
costretto opporsi alle invasioni dei Barbari, 26 e segg. Riformato
e diviso in quattro Prefetture, 30, 31. N'è trasferita la sede a
Costantinopoli, 32. Dalla sua unione col Cristianesimo nasce la lotta
tra esso e la Chiesa, 33 e segg. Diviso tra' due imperatori d'Oriente
e d'Occidente, 46 e segg. pass. Politicamente riunito sotto Teodosio
I, e concordia tra esso e la Chiesa, 53, 56. Di nuovo diviso tra' due
imperatori d'Oriente e d'Occidente, indipendenti l'uno dall'altro, 57
e segg. Disaccordi e antagonismo tra loro, 83, 84. Nuova apparente
riunione sotto Teodosio II, 84, 86; e nuova divisione, 86. Comincia
un vero smembramento d'esso con la cessione d'una parte dell'Africa
ai Vandali, 91. Sua unità, ma solo di nome, dopo la caduta dell'Impero
d'Occidente, 129, 133. Giustiniano si propone di restaurarne l'unità e
lo splendore, 180.

=Ipazio=, 179.

=Ippona=, Assediata da' Vandali, 90. Vi si fa una pace tra essi e i
Romani, 91.

=Irene=, imperatrice di Costantinopoli. Fa adesione alla Chiesa di
Roma, 402; e avvia pratiche d'accordo con Carlo re de' Franchi, 402.
Il Papa le domanda le terre tolte da' Bizantini alla Chiesa, 403, 407.
Si turbano le sue relazioni col re Carlo, 404. Altre notizie del suo
regno, e nimicizie tra essa e l'Imperatore suo figliuolo, 411, 419.

=Isaace.= V. _Armenia_ (_d'_).

=Isacco=, esarca, 307.

=Isaurici=, montanari del Tauro, 122.

=Istria.= Si agita per una questione religiosa, 267. È in parte de'
Bizantini, 280. Ricordata, a proposito della donazione fatta da Carlo
re de' Franchi al Papa, 392.

=Italia.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31, 32, 58.
Incursioni in essa di Visigoti, 64 e segg., 72 e segg.; di Unni, 106 e
segg.; di Vandali, 113 e segg. Ad essa sola, per le continue invasioni
de' barbari, si restringe a poco a poco tutto l'Impero d'Occidente,
86, 124; e staccandosi sempre più dalle altre provincie, finisce
per costituire una nuova unità politica, 124, 129. Divisione delle
sue terre sotto Odoacre e, per incidenza, nei tempi anteriori, 130
e segg. Spenta in essa la vita politica, vi si svolge meglio quella
religiosa, 133. Suo stato sotto Teodorico, 146 e segg.; divisione
delle sue terre tra i Goti, 151. Guerra tra Goti e Bizantini, 184 e
segg.; e sua desolazione, 206 e segg. Quali parti ne abbiano i Goti e
quali i Bizantini durante la guerra tra loro, 226, 229, 238. Termina
il regno de' Goti, 241. Di un'invasione de' Franchi, 241 e segg. Sue
misere condizioni sotto il governo de' Bizantini, 244 e segg. Invasa e
conquistata dai Longobardi, 254 e segg. Divisa da loro in ducati, 258,
260, 261; e sua condizione sotto di essi, 261. Ricostituita in regno;
e di nuovo delle sue condizioni, e della divisione delle rendite e
delle terre tra Longobardi e Romani, e della pretesa servitù di questi,
265, 266, 270 e segg.; e di nuovo del governo de' Longobardi e dei
Bizantini, 274 e segg. Quasi tutta unita sotto un re Longobardo, 317; e
nuovamente divisa alla sua morte, 322. Dissensi religiosi, 319. Le sue
città cominciano ad acquistare una importanza nuova; e germi in essa di
una nuova cultura, 323. Primo esempio di una confederazione di città
italiane, 327. Ancora dell'autonomia che vanno sempre più acquistando
le sue città, 334, 340. Costituzione in essa del regno Franco, 394 e
segg., 403, 419. La sua parte meridionale comincia ad avere una storia
separata da quella di tutto il rimanente, 424.


=Jesi.= Fa parte della Pentapoli annonaria de' Bizantini, 279.

=Jordanes=, storico de' Goti. Sua descrizione degli Unni, 45. Ricordato
ad altri propositi, 48, 63, 104, 153.


=Latifondi= e =latifondisti= romani, 4, 5, 92, 132, 152, 165, 355, 356.

=Leone=, arcivescovo di Ravenna. Suoi conflitti con la Chiesa di Roma,
396 e segg. pass. Muore, 399.

=Leone I=, imperatore. Sua elezione, 119. Altre notizie di lui e del
suo governo, 119 e segg. pass. Vicino a morte, 124.

=Leone II=, imperatore, 130.

=Leone III l'Iconoclasta=, imperatore, 328, 329. Respinge un'invasione
dei Mussulmani, 330; e reprime alcune ribellioni, 330. Delle sue
discordie politiche col Papa, 331; e della sua lotta con esso «per il
culto delle immagini», 332, 336. Muore, 340.

=Leone IV=, imperatore, 402.

=Leone I=, papa. Capo d'un'ambasceria ad Attila, 107. Del suo concetto
d'una Chiesa universale cristiana con a capo Roma, 108, 109. Dopo il
suo colloquio con Attila, questi si ritira, 110. Si oppone anche, ma
senza effetto, all'avanzarsi de' Vandali sopra Roma, 115.

=Leone III=, papa. Sua elezione, 408. Datazione delle sue bolle, con
che di fatto si dichiara indipendente dall'Impero di Costantinopoli,
409. Manda a Carlo re de' Franchi le chiavi d'oro di S. Pietro e la
bandiera della città di Roma, 409. Quale concetto si formi dello stato
delle cose; mosaico da lui ordinato, 409. Ambasciata mandatagli in
risposta dal Re, 410. Molte e gravi accuse si muovono in Roma contro
di lui, 410. Assalito all'improvviso da' suoi nemici, è maltrattato
e ferito, 412. Invitato dal re Carlo a Paderbona, vi va ed è accolto
solennemente, 413. Continuano le accuse contro di lui, e si prega il Re
di sottoporlo a un giudizio, 413. Rimandato con grande accompagnamento
a Roma, dov'è trionfalmente ricevuto, 414. S'inizia il processo
contro di lui, 414. Riceve il re Carlo in S. Pietro, e giura d'essere
innocente delle colpe appostegli, 415. Pone sul capo del Re la corona
imperiale; e dei vari giudizi che si fecero di questa incoronazione,
416 e segg.

=Leutari.= V. _Buccellino_.

=Liberio=, papa, 35, 36.

=Liberio=, ufficiale civile nei regni di Odoacre e di Teodorico, 151.

=Liutberto=, figlio di Cuniberto re de' Longobardi; gli è usurpato il
trono, 323.

=Liutgarda=, moglie di Carlo re de' Franchi, 414.

=Liutprando=, re de' Longobardi. Sua legislazione, ricordata, 312.
Scampato alla persecuzione di Ariberto II contro la sua famiglia,
323. Succede al re Ansprando suo padre, 324. Sue doti, suo lavoro
legislativo, 329. È fervente cattolico e si comporta bene col Papa,
330. Profittando delle difficili condizioni dell'Impero, s'impadronisce
di Classe, 331; e profittando della lotta tra il Papa e l'Imperatore,
cerca di stendere sempre più il suo dominio in Italia, 334. Riesce a
sottomettersi i ducati di Spoleto e Benevento, e di nuovo delle sue
relazioni e condotta politica coll'Imperatore e col Papa, 335 e segg.
pass., 362. Sua morte ricordata, 341, 362.

=Lodovico=, figlio di Carlo re de' Franchi, 401.

=Longino=, successore di Narsete, generale de' Bizantini in Italia,
255, 259, 262.

=Longobardi.= Nell'esercito di Narsete contro i Goti, 235, 237;
commettono grandi eccessi, 237; e son licenziati, 238. Della leggenda
che poi Narsete li chiamasse in Italia, 250. Della loro origine, 251;
e delle inimicizie e guerra coi Gepidi, 252 e segg. Loro invasione e
conquista d'Italia, 255 e segg. Si impegnano in una guerra coi Franchi
nella Gallia, 258. Per dieci anni non si eleggono il Re, 260. Il Papa e
l'Imperatore chiamano contro di loro i Franchi, 263; che potentemente
li assalgono, e poi si ritirano, 264. Ricostituiscono la monarchia,
265. Accordi tra Bizantini e Franchi contro di loro, 265, 266, 269.
Tentano invano di fare un'alleanza coi Franchi, 266; che poi invece
vengono contro di loro, ma sono sconfitti, 267. Di nuovo guerreggiati
dai Franchi, 268, e in comune coi Bizantini, 269. Paragone e differenze
tra il loro regno e quelli di Odoacre e dei Goti, 270; e dei Bizantini,
278 e segg. Gregorio I si adopera di tirarli al Cattolicismo, 286;
e di una sua pace con loro, 291. Ricomincia la guerra tra essi
e i Bizantini, 291 e segg. pass. Comincia la loro conversione al
Cattolicismo, ma ad un tempo la loro divisione, 296, 301, 308. Loro
legislazione in sè, e rispetto al Diritto Romano, 309 e segg. Del
crescere della loro conversione e insieme dei disordini, 322, 323,
324. Ancora della loro legislazione, 329. Ancora del loro mutamento
religioso, 330; e condotta politica dei Papi con essi durante «la lotta
per le immagini» tra la Chiesa e l'Impero, 330 e segg. pass. Sconfitti
dai Franchi sotto Pipino, 370; e di nuovo, 371; e sotto il re Carlo,
386. Fine del loro regno, 394. Cospirano coi Romani e i Bizantini
contro i Franchi, 396 e segg. pass. Carlo Magno aggiunge alle loro
altre leggi, 419.

=Lorenzo=, candidato al papato contro Simmaco, 161, 162.

=Lucca.= Resiste a' Bizantini dopo le ultime disfatte de' Goti, poi si
arrende, 242.

=Lupicino=, generale romano, 48.

=Lupo=, duca del Friuli, 321.

=Lupo=, vescovo di Troyes, 104, 110.


=Magiari=, 44.

=Maioriano (Giulio Valerio).= Eletto imperatore, 119; suo governo, 119,
120. Suoi apparecchi contro i Vandali, 120. Sua morte, 121.

=Majores natu= presso i popoli germanici, 20.

=Mantova.= Presa da' Longobardi 256; e demolitene le mura, 296.

=Maometto.= Sua dottrina, e propagazione d'essa, 305, 333.

=Marbodio=, capo de' Marcomanni, 11.

=Marca= presso i popoli germanici, 17, 18.

=Marcello=, doge di Venezia, 344.

=Marciano=, marito di Pulcheria imperatrice, 101. Si rifiuta di pagare
certi tributi ad Attila, 101; e minaccia d'invadere le sue terre, 107.

=Marco Aurelio.= Suo elogio, 8. Respinge un'invasione barbarica, 8, 27.

=Marcomanni=, popoli germanici, invadono l'Impero e son respinti, 8,
11, 27.

=Maria=, figlia di Stilicone e moglie d'Onorio imperatore, 65. Sua
morte, ricordata, 68.

=Marino=, duca di Roma, 332.

=Mario (C.)=, vincitore dei Cimbri, 10.

=Martino I=, papa. Condanna certi editti imperiali, 318. Condotto
prigione a Costantinopoli, e sua morte, 318.

=Massimiano Augusto=, 30.

=Massimino=, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, 98.

=Massimo=, pretendente all'Impero, 79.

=Massimo=, successore dell'imperatore Graziano, 51.

=Maurizio=, duca bizantino a Perugia, 291.

=Maurizio di Cappadocia=, imperatore. Cerca di muovere i Franchi contro
i Longobardi, 264. Sue relazioni col papa Gregorio I, 290 e segg.
Rivoluzione contro di lui, 294.

=Mauro=, arcivescovo di Milano, 319.

=Merovingi=, dinastia di Re Franchi, 349. Le succede quella dei
Carolingi, 352.

=Messina=, 229.

=Milano.= Vi risiede l'imperatore Onorio, 66. Assediata e presa dai
Goti, 202. Si arrende a' Longobardi, 257, e diventa uno dei loro
ducati, 261. Quella Chiesa vuole essere indipendente, 319. Presa da
Carlo re de' Franchi, 387.

=Mimulfo=, duca longobardo, 289.

=Missi dominici= nel regno Franco, 420, 424.

=Modena.= Presa da' Longobardi, 257.

=Monofisiti=, eretici. Loro dottrina, 134, 306. Ricordati a vari
propositi, 178, 230, 232, 333.

=Monoteliti=, eretici, 305 e segg. pass., 317 e segg. pass., 333.

=Monselice.= Resiste a' Longobardi, 256, 257. Presa da loro, 296.

=Monte Cassino=, monastero, 211, 212. Distrutto dai Longobardi, 263;
e da loro stessi ricostruito, 330. Vi si ritira Carlomanno figlio di
Carlo Martello, dopo la morte del padre, 361.

=Monza.= Basilica di S. Giovanni, fondatavi da Teodolinda, e palazzo di
Teodorico, ricordati; e del tesoro raccolto nella basilica, 299.

=Mori= dell'Africa. Sono in continua guerra coi Romani, 86, 88. Si
uniscono coi Vandali, e con essi prendono e saccheggiano Roma, 114,
115.

=Mosaico= celebre di S. Giovanni in Laterano, 409.

=Musulmani.= Accenni alle loro conquiste e guerre nell'Impero, 306,
318, 319, 330 e segg. pass. Debellati da Carlo Martello, 353.


=Napoli.= Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, 186.
Costretta ad arrendersi ai Goti, 217. Vi si ritira Narsete, 255. È
sempre in mano de' Bizantini, 258. Assediata da' Longobardi, 263.
È un ducato Bizantino, e fa parte dell'Esarcato, 280; ma a poco a
poco acquista indipendenza, 341. Riassunto della sua storia, e sua
costituzione politica e sociale fino a questo tempo, 345 e segg.

=Narni.= S'arrende ai Bizantini, 238. Ceduta dai Longobardi ai Franchi,
370.

=Narsete.= Mandato da Giustiniano in Italia contro i Goti in aiuto
di Belisario, 200; e come si comporti con lui, 200, 202. Richiamato,
203. Rimandato come generale in capo, suo carattere e qualità, 234.
Raccoglie l'esercito, 235; e per che vie e con quali accorgimenti lo
meni a combattere, 236. Sconfigge Totila, 237. Assedia e prende Roma,
239. Sconfigge Teja e distrugge il regno de' Goti in Italia, 240.
Respinge un'invasione di Franco-Alamanni; suoi fatti d'arme contro di
loro e contro le reliquie dei Goti, 241 e segg.; dopodichè assume il
governo di tutta Italia, 244 e segg. Gl'Italiani si dolgono di lui
all'Imperatore, 249. Di nuovo richiamato a Costantinopoli; e della
leggenda ch'egli chiamasse in Italia i Longobardi, 249. Vive ritirato
in Napoli, 255.

=Neoplatonismo=, dottrina filosofica, 37 e segg.

=Nestoriani=, eretici, 134.

=Neustria=, regno franco, 351 e segg.

=Norico=, provincia dell'Impero, 74. Desolato dal continuo passaggio
dei barbari, 128, 136. Devastato dai Rugi, 136. Una parte della sua
popolazione emigra in Italia, 137.


=Occidente (Impero di).= V. _Impero_.

=Oderzo=, 308.

=Odoacre.= Educato all'armi nelle legioni Romane, 25, 127. Caccia di
Ravenna Romolo Augustolo, 127. Chi fosse, e altre precedenti notizie
di lui, 128. Accordi tra lui e l'Imperatore d'Oriente, 129, 130.
Assume il governo d'Italia, sotto la dipendenza di lui, ma in realtà
come principe indipendente, 130. Suo regno, 130 e segg. Si aggrega la
Dalmazia, 133. Sue relazioni coi Papi, 134, 135; e con l'Imperatore,
137. Combatte e vince i Rugi, 137. Ancora delle sue relazioni coi Papi,
140, 142. Sua guerra con Teodorico e gli Ostrogoti, 141 e segg. Sua
morte, 145. Differenza tra lui e Teodorico, 146.

=Olibrio=, romano, 123.

=Olimpio=, esarca, 318.

=Olimpio=, ufficiale della guardia imperiale, 70, 71, 112.

=Onoria=, sorella dell'imperatore Valentiniano III, 97. Relegata a
Costantinopoli, invita Attila a liberarla, 98, 102.

=Onorio=, imperatore d'Occidente, 57. Affidato da Teodosio suo padre
alle cure di Stilicone, 58; di cui sposa una figlia, 65. Trasferisce la
sua sede da Milano a Ravenna, 66. Entra da trionfatore in Roma, dopo
una sconfitta de' Goti, 66. Sposa un'altra figliuola di Stilicone,
68. Comincia a ingelosirsi e insospettirsi di lui, 68, 69. È a Pavia,
dove scoppia un tumulto contro di lui, 70. Pubblica un editto contro
gli eretici, 71. Non vuol fare accordi con Alarico e i Goti che
minacciano Roma, 72 e segg. pass. Come senta la presa di Roma fatta
dai Goti, 76. Si adopra a risoggettare la Gallia ribellata, 78. Suoi
accordi e relazioni con Ataulfo successore d'Alarico, 78 e segg. Di
nuovo trionfa, 82. Dissenso tra lui e l'Imperatore d'Oriente, 83, 84.
Carattere del suo regno, 84. Alla sua morte due partiti si scuoprono in
Occidente, 84.

=Onorio=, papa. Ricordato a proposito d'una disputa religiosa che
divide l'Impero, 307.

=Oreste=, padre di Romolo Augustolo. Ambasciatore d'Attila a
Costantinopoli, 98. Caccia da Ravenna l'imperatore Giulio Nepote, e
altre notizie di lui, 125. Fa eleggere imperatore il figliuolo, 126.
È a capo dell'esercito, 126; che gli si ribella, 127. Preso ed ucciso,
127.

=Oriente.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31, 58.

=Oriente (Impero di).= V. _Impero_.

=Orléans.= Assediata dagli Unni, 104.

=Ormisda=, papa, 160. Succede a Simmaco, e continua a lottare, come
lui, per la supremazia della Chiesa di Roma, 163. Gli succede Giovanni
I, 169.

=Orosio=, 75, 77.

=Orso=, doge di Venezia. Aiuta l'Esarca a ricuperare Ravenna caduta in
mano de' Longobardi, 337, 344. È ucciso, e gli succede un figliuolo,
344.

=Orte=, 291.

=Orvieto.= È in mano de' Goti, 199, 201. Presa da Belisario, 202.

=Osimo.= È in mano dei Goti, 199, 200, 201. Assediata da Belisario, si
arrende, 203. Giura obbedienza al Papa, 389.

=Ostia.= È in mano de' Goti, 221. Presa da' Bizantini, 222.

=Ostrogoti.= V. _Goti_. Vinti e sottomessi dagli Unni, 45. Sono
nell'esercito d'Attila e combattono contro i Romani e i Visigoti loro
alleati, 96, 104. Si staccano dagli Unni dopo la morte d'Attila e la
rovina del suo regno, 138; e occupano la Pannonia, 138. Si uniscono
con loro quelli che sono in Costantinopoli, 139; e invadono l'Italia,
e se ne impadroniscono, 140 e segg. Le antiche istituzioni germaniche
sono mutate presso di loro, 147. Eleggono Teodorico loro re, 148.
Loro condizione nel nuovo regno di fronte ai Romani, 149 e segg.
pass. Teodorico tenta inutilmente la fusione tra i due popoli, 165.
Divisione delle terre tra di loro, 151. Loro stato dopo la morte di
Teodorico, 172, 173. Loro avversione ad Amalasunta figliuola di lui,
173, 174. Della guerra mossa loro dall'imperatore Giustiniano, 183 e
segg. Assediano Roma, 191 e segg. Fanno proposte di pace ai Bizantini
assediati che le rifiutano, 197; indi propongono una tregua ch'è
accettata, 197. Levano l'assedio, 198. Continuazione della guerra, 199
e segg. La loro fortuna risorge dopo la partenza di Belisario, generale
dei Bizantini, 214 e segg. Tengono l'alta Italia e quasi tutta la
centrale, 226. Sbarcano in Sicilia, 229. Assediano Ancona, e la loro
armata è distrutta, 234. Disfatti da Narsete succeduto a Belisario,
237; e di nuovo, 240. Fine del loro regno in Italia, 240, 241.
Loro ultime resistenze, 241 e segg. Quello che rimanesse della loro
legislazione, 245.

=Otranto=, 218.


=Padova.= Resiste a' Longobardi, 251, 257. Presa da loro e distrutta,
294.

=Paganesimo=, 6. Gli Stoici cercano, ma invano, di salvarlo dagli
assalti del Cristianesimo, 8; e i Neoplatonici, pure inutilmente, di
risuscitarlo, 37 e segg.

=Pagus= presso i popoli germanici, 19 e segg., 26.

=Palude Meotide=, 44.

=Pannonia.= Occupata dagli Ostrogoti, 138.

=Paolo=, cubiculario, soprannominato _Afiarta_. Difensore di
Stefano III papa contro le violenze dei capi dell'aristocrazia
ecclesiastica in Roma, 381. Spadroneggia, dopo la loro caduta, col
favore de' Longobardi, 382 e segg. Ambasciatore del papa Adriano I
al re Desiderio, 384. Cerca accordarsi col Re contro il Papa, 385.
Imprigionato ed ucciso, 385.

=Paolo=, esarca. Manda un esercito a Roma contro il Papa, 332.
Scomunicato e ucciso, 334.

=Paolo I=, papa. Consacrato, 374. Chiede aiuto a Pipino contro la
nobiltà laica di Roma, 374. Sua politica tra i Franchi, i Longobardi e
l'Impero, 375.

=Paolo Diacono=, storico dei Longobardi, ricordato a vari propositi,
249, 251, 261, 308; in ispecie a proposito della condizione dei Romani
sotto i Longobardi, 266, 270, 272; e dell'importanza che acquistarono
col tempo sotto di loro le singole città italiane, 323, 327. Un suo
fratello è fatto imprigionare da Carlo re de' Franchi, 398. È alla
corte di esso Carlo, e altre notizie di lui, 422.

=Paoluccio=, doge di Venezia, 343, 344.

=Parma.= Presa da' Longobardi, 257.

=Pasquale= primicerio, e =Campulo= sacellario, della Curia romana.
Congiurano contro il papa Leone III, e lo accusano a Carlo re de'
Franchi, 411, 412. Non potendo provare l'accuse, sono arrestati e
mandati in Francia, 414. Ricondotti a Roma, 415; e dannati alla pena di
morte, commutata poi nell'esilio, 416.

=Pavia.= Vi accade un tumulto, 70, 72. Vi si rinchiude Teodorico
durante la sua guerra con Odoacre, 142, 143. Saccheggiata dai Franchi,
203. Assediata dai Bizantini, 205. Una delle principali città de'
Goti dopo la loro perdita di Ravenna, 238. Cade anch'essa in mano de'
Bizantini, 240. Fa lunga resistenza a' Longobardi, 255, 257; ma infine
s'arrende, 258; e diventa uno de' loro ducati, 261. Ricostruzione della
sua basilica, ricordata, 308. Vi è sanzionato l'Editto di Rotari, 309.
Capitale del regno Longobardo, 317. Assediata dai Franchi, 370; e di
nuovo, 371. Vi si rinchiude il re Desiderio, ed è di nuovo assediata da
Carlo re de' Franchi, 387; cui finalmente s'arrende, 393, 394.

=Pelagio=, diacono. Fa le veci del Papa assente, 223. Mandato da Totila
a trattare di pace con Giustiniano, 224. Eletto papa, 245; si mette in
opposizione coi vescovi e prelati italiani, 246. Gli succede Giovanni
III, 250.

=Pelagio II=, papa, 262. Si rivolge a' Franchi e all'Imperatore
contro i Longobardi, 263, 264, 279. Si accorda coll'Imperatore in una
questione religiosa, 267. Muore, 268, 283.

=Pentapoli= de' Bizantini. Città che la compongono, 257. Divisa in
marittima e annonaria, 279. Occupata da' Longobardi, 366. Tolta loro
in parte da' Franchi e donata al Papa, 371; che mira a ottenerla tutta,
372, 373. Di nuovo donata, e interamente, al Papa, 392, 400.

=Peredeo=, duca longobardo, 338.

=Peredeo=, uccisore d'Alboino, 259; sua morte, 259.

=Persia= e =Persiani=. Sempre nemici dell'Impero; accenni alle loro
guerre con esso, 39, 48, 202, 204, 213, 214, 248, 301. Loro conquiste,
302. Ripetutamente sconfitti, 303.

=Perugia.= È in potere de' Bizantini, 217, 226; che indi la perdono,
226; e poi la ricuperano, 238; e la conservano, 258. Occupata da'
Longobardi e ripresa da' Bizantini, 291; e di nuovo da' Longobardi,
291.

=Pesaro.= È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, 257,
279.

=Petronio Massimo.= Eletto imperatore, 113. Ucciso, 114.

=Piacenza.= Resiste a' Longobardi, 257.

=Piceno.= Posto a soqquadro da' Bizantini, 198.

=Pietra Pertusa=, 236. Si arrende a' Bizantini, 238.

=Pietro=, duca bizantino di Roma, 328. Accecato, 334.

=Pipino d'Héristal=, franco, 353.

=Pipino=, figliuolo di Carlomanno, 340, 360. È eletto e consacrato re
de' Franchi, 361. A lui si rivolge il papa Stefano II per aiuto contro
Astolfo re de' Longobardi, 364; ed egli lo invita a recarsi in Francia,
e accoglienza e promesse che gli fa, 364 e segg. Di nuovo consacrato
e incoronato dal Papa, 368; e datogli da lui il titolo di Patrizio,
369. Tenta inutilmente di indurre Astolfo a «restituire alla Repubblica
Romana e alla Chiesa» le terre da lui occupate, 366, 369. Viene con
l'esercito in Italia, toglie ad Astolfo Ravenna e altre città e le cede
al Papa, 369, 370. Non mantenendo Astolfo i patti, ritorna; gli toglie
altre terre e le dona come le precedenti, 370 e segg. Esorta la nobiltà
laica di Roma, levatasi contro la nobiltà ecclesiastica, ad obbedire al
Papa, 374. Sue relazioni con l'Imperatore, 374, 375. Muore, 375; e il
regno si divide tra Carlomanno e Carlo suoi figliuoli, 379.

=Pipino=, figlio naturale di Carlo re de' Franchi, detto il gobbo.
Congiura contro il padre, ed è rinchiuso in un convento, 405.

=Pipino= re d'Italia, figliuolo di Carlo re de' Franchi. Mandato dal
padre incontro al Papa, 413. Spedito contro il Duca di Benevento, 415,
419.

=Pisa.= Accenno alla sua condizione politica al tempo della lotta tra
Bizantini e Longobardi, 296.

=Placidia=, figlia di Eudossia imperatrice, 116.

=Placiti=, assemblee sotto i Franchi, 420.

=Plotino=, capo del Neoplatonismo, 37, 38.

=Pollenzo.= Vi accade una battaglia tra Goti e Romani, 66.

=Porfirio=, discepolo di Plotino, capo del Neoplatonismo, 37, 38.

=Porto=, città. Occupata da' Goti, 192. Ripresa da' Bizantini, 197; e
notizie successive, 220, 221, 222.

=Prammatica Sanzione= pubblicata dall'imperatore Giustiniano, 232, 244,
245, 278, 343, 345.

=Principes= presso i popoli germanici, 20 e segg.

=Prisco=, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, scrive una descrizione
del suo viaggio, 98 e segg.

=Procopio=, 42, 46, 141, 148. Accompagna Belisario nelle sue guerre,
delle quali lascia un prezioso diario, 177. Citato a vari propositi,
190 e segg. pass., 207, 216, 224. Mandato in esplorazione a Napoli,
195.

=Provenza.= Tolta da Teodorico a' Franchi, 159; e governo da lui
costituitovi, 159.

=Pulcheria=, sorella di Teodosio II imperatore, 83, 98; a cui succede,
101.


=Quadi=, popoli germanici, 27.


=Rachi=, re de' Longobardi, 362, 372.

=Radagasio.= Battuto nella Rezia, 6; e di nuovo in Toscana, e fatto
prigione, 67.

=Ragimberto.= Usurpa il trono de' Longobardi, 323.

=Ravenna.= Capitale dell'Impero d'Occidente, 66. Divisa tra chi vuole
l'indipendenza di quell'impero dall'Oriente e chi un accordo con
questo, 83. Ricordata a proposito dei monumenti erettivi da Galla
Placidia, 94. Assediata e presa da Teodorico, 144, 145; e opere
pubbliche da lui compiutevi, 155. Vi è bruciata la sinagoga degli
Ariani, 165. Vitige re de' Goti vi raccoglie un esercito, 188, 189.
Vi si accosta un capitano di Belisario, 198; e poi egli stesso vi
pone l'assedio, 204. Si arrende, 205. Sempre in potere de' Bizantini,
255, 257. Vi risiede il loro Prefetto del Pretorio, 278; e l'Esarca
rappresentante dell'Impero, 279. Posta a sacco da' Bizantini, 326. È
in mano de' Longobardi, ed è loro ritolta da' Bizantini, 337. Ripresa
da' Longobardi, 362. Ritolta loro da' Franchi, e donata al Papa, 371.
Di nuovo minacciata da' Longobardi, 384. Quegli Arcivescovi cercano
rendersi indipendenti dalla Chiesa di Roma, 379, 385, 396.

=Reggio di Calabria.= Tolta da' Bizantini a' Goti, 221.

=Reggio d'Emilia.= Presa da' Longobardi, 257.

=Reno.= Confine dell'Impero Romano, 2.

=Rezia.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Vi è sconfitto un
esercito barbarico, 65. Posseduta da Teodorico, 157.

=Ricimero=, barbaro, generale dell'Impero d'Occidente, 117. Riporta una
vittoria sui Vandali, 118. Fa e disfa gl'Imperatori, 118 e segg. pass.
Muore, 123. Per opera sua viene l'Italia in piena balìa de' Barbari,
124.

=Rimini.= Occupata dai Goti, 144. Tolta loro dai Bizantini, 198. Di
nuovo assediata da' Goti, 201; a' quali si arrende, 229. È di nuovo in
mano de' Bizantini, 257; e fa parte della Pentapoli, 257, 259.

=Ripuari.= V. _Salici_.

=Rodoaldo=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, poi duca di Benevento,
309.

=Rodoaldo=, re de' Longobardi, 316.

=Rodogaudo=, duca del Friuli. Cospira contro Carlo re de' Franchi, 395,
398; ed è da lui assalito e sconfitto, 398.

=Roma.= Accenno allo stato suo dopo la divisione dell'Impero e il
trasferimento della sede imperiale a Costantinopoli, 31, 32; dopo
la quale è spinta a divenire la capitale religiosa del mondo, 33.
Assediata e presa da Alarico re de' Goti, che poi si ritira, 72 e
segg.; e il suo stato va migliorando, 83. Minacciata dagli Unni, manda
ad essi una solenne ambasciata, 107. Incapace di ogni resistenza
nella venuta de' Vandali, 114; dai quali è presa e posta a sacco,
115. Chiude le porte in faccia a Odoacre, 142. Teodorico vi lascia le
antiche magistrature, 153. Tolta da Belisario ai Goti, e riconquistata
all'Impero, 188 e segg. Se ne restaurano le mura, 188. Del lungo
assedio postole da' Goti, 190 e segg. Liberata, 198. Assediata da
Totila, Belisario tenta per ogni via di soccorrerla, ma finalmente
cade in mano de' Goti, 219 e segg. Totila vorrebbe distruggerla,
224; poi l'abbandona, 225. Vi rientrano i Bizantini e vi riparano
i guasti fattivi e la difendono da nuovi assalti dei Goti, 225.
Ripresa da Totila, 228. Assediata e ripresa da Narsete, 239. Resta ai
Bizantini nella prima invasione de' Longobardi, 258; ma è continuamente
osteggiata da questi, 262. V'è pei Bizantini un _Vicarius Urbis_,
278; e un Maestro de' militi, 281. Minacciata dal Duca longobardo
di Benevento, 290. Assediata dal re Agilulfo, 291. Sollevazioni in
essa pei dissensi religiosi fra l'Imperatore e il Papa, e in difesa
di questo, 325, 327; e di nuovo, 332. Inizi della sua indipendenza
e libertà municipale, 334, 335. Si va a poco a poco staccando
dall'Esarcato, 341; e costituendo in una specie di repubblica, 342.
Disordini e tumulti che vi accadono per la nuova autorità acquistatavi
dal Papa dopo la donazione di Pipino, 373, 375. Il Papa manda a Carlo
re de' Franchi la bandiera della città, 409, 410. Nuovi disordini e
tumulti che vi accadono per la debolezza dell'Impero e la lontananza
del re Carlo, 411 e segg.

=Roma (Chiesa di).= V. _Chiesa_ ec.

=Roma (Ducato bizantino di)=, 328. Molestato e invaso dai Longobardi,
acquista a poco a poco indipendenza dall'Impero e viene in possesso
della Chiesa, 334, 338 e segg. pass., 362 e segg. pass., 367, 370, 373,
376. Donato da Carlo re dei Franchi al Papa, 393, 400.

=Romani.= Paragone tra la loro società e quella de' Barbari, 23 e
segg. Loro condizione di fronte ai Goti sotto il regno di Teodorico;
antagonismo tra i due popoli, 149 e segg. pass., e come si scopra in
manifesta avversione, 165. Della loro condizione sotto i Longobardi. V.
_Italia_.

=Romania.= V. _Dacia_.

=Romano=, esarca, 267. Stringe un accordo co' Franchi contro i
Longobardi, 269. Si sdegna d'una pace contratta da Gregorio I papa con
loro, 291; e toglie loro alcune città, 291. Gregorio si lagna di lui
con l'Imperatore, 292. Muore, 294.

=Romilda=, vedova di Gisulfo duca del Friuli, 297.

=Romolo Augustolo.= Eletto imperatore, 126. Deposto e confinato, 127.

=Romualdo=, figlio d'Arichi duca di Benevento, 404.

=Romualdo=, figlio di Grimoaldo duca di Benevento e re. Governa per lui
quel Ducato, 317, 320; e gli succede, 322.

=Romualdo II=, duca di Benevento. Piglia Crema, 331; presto ritoltagli,
331.

=Rosmunda=, figlia di Cunimondo re dei Gepidi, 254. Alboino le uccide
il padre e la costringe a sposarlo, 254. Sua vendetta e sua morte, 259.

=Rossano=, 226.

=Rotari=, re de' Longobardi. Sua ascensione al trono, 301. Riporta una
vittoria sui Bizantini, 308. Del suo _Editto_, 309 e segg. Muore, 316.
Editto, di nuovo ricordato, 329.

=Rotruda=, figlia di Carlo re de' Franchi, 402.

=Rufino.= Tutore di Arcadio imperatore d'Oriente, 58; e prefetto del
Pretorio, 59. Oriundo della Gallia, 59. Antagonismo tra lui e Stilicone
tutore d'Onorio in Occidente, 159. Ucciso, 61.

=Rugi=, barbari. Devastano la provincia del Norico, 136. Vinti e
cacciati da Odoacre, 137. Il figlio del loro Re si rifugia presso gli
Ostrogoti, 137; coi quali poi vengono in Italia, 146, 215.


=Sabina.= Quel territorio è chiesto dal Papa a Carlo re de' Franchi,
403.

=Salerno.= Sua annessione al ducato di Benevento, 309.

=Salici= e =Ripuari= (Franchi), 347 e segg. pass.

=Sallustio.= Suo palazzo in Roma, incendiato, 75.

=S. Ambrogio= vescovo di Milano, 53. Suo carattere, sue relazioni, con
l'imperatore Teodosio, 54 e segg.

=S. Basilio=, 53.

=S. Benedetto.= Di lui e dell'Ordine da lui fondato, 208 e segg. Sua
_Regola_, ricordata, 263.

=S. Bonifazio.= Accenni al suo apostolato, 359. Consacra in nome del
Papa Pipino eletto re de' Franchi, 362, 368.

=S. Colombano=, 299.

=S. Genoveffa=, 104.

=S. Giovanni Crisostomo=, vescovo di Costantinopoli, 62.

=S. Girolamo=, 53.

=S. Gregorio Nazianzeno=, 53.

=S. Pietro=, chiesa di Roma, nella sua primitiva forma, 190.

=S. Severino.= Profetizza a Odoacre la sua fortuna in Italia, 128.
Benefica azione da lui spiegata nel Norico, 128, 136.

=S. Sofia=, tempio di Costantinopoli, 176.

=Sardegna=, 278.

=Sassoni.= Misti coi Longobardi nella loro invasione d'Italia, 255,
260. Accenni alle loro guerre con Carlo re de' Franchi, 395, 398, 399,
402, 403, 407, 413.

=Scabini= nel regno Franco, 420.

=Schiavi= romani. Arrolati negli eserciti dell'Impero, 3; e in numero
sterminato, 5.

=Scholae= nell'ordinamento militare di Roma, 376, 390, 414.

=Sciri.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146.

=Scolastica=, sorella di S. Benedetto, 211.

=Scolastico=, esarca, 328.

=Sculdasci= nel regno Longobardo, 277.

=Serena=, moglie di Stilicone, e nipote dell'imperatore Teodosio, 59,
71. Uccisa, 73.

=Sergio=, papa, 324. L'imperatore Giustiniano II manda a imprigionarlo,
ma non l'ottiene, 325. Sua morte, 325.

=Sergio=, patriarca di Costantinopoli, 306, 307.

=Sergio=, secundicerio della cancelleria papale. V. _Cristoforo
primicerio_.

=Sessualdo=, balio di Romualdo, governatore di Benevento, 320.

=Severino=, papa, 307.

=Severo (Libio)=, imperatore, 121.

=Sicilia.= Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, 185.
Vi sbarcano i Goti, 229. Ha un suo proprio Prefetto, 278. Si ribella,
ma è risottoposta, 330. Le sue chiese vengono unite al patriarcato di
Costantinopoli, 336.

=Silverio=, papa, 188. Deposto, 196.

=Simmaco=, capo del Senato, fatto morire da Teodorico, 169. Si
restituiscono ai suoi figli i beni a lui confiscati, 172.

=Simmaco=, papa. Sua elezione contrastata, 161, 162. Suoi atti, 162,
163.

=Simplicio=, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori,
l'autorità della Chiesa Romana, 134.

=Sinesio=, rètore, 61.

=Singerico=, re de' Goti, 81.

=Sinigaglia.= È in potere dei Bizantini, e fa parte della Pentapoli,
257, 279.

=Slavi.= Loro conquiste nel dominio dell'Impero, 303, 304. Entrano nel
Ducato di Benevento, poi ne sono cacciati, 309.

=Smeraldo=, esarca. Mandato da Costantinopoli in Italia contro i
Longobardi, 265. Toglie loro il porto di Classe, 267. Sua imprudente
condotta in una agitazione religiosa dell'Istria e della Venezia,
267. Richiamato dall'Imperatore, 267. Ricordato, 279. Rimandato con la
stessa carica in Italia, 295; e di nuovo sostituito, 297.

=Sofia=, imperatrice, 249.

=Spagna.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. È invasa dai barbari,
e da ribelli all'Impero, 67, 69, 72, 78, 79, 82.

=Spoleto.= È in potere de' Bizantini, 217; che indi la perdono, ma
poi la ricuperano, 238. Diventa un ducato longobardo, 258, 261. V.
_Spoleto_ (_Duca e Ducato di_).

=Spoleto (Duca e Ducato di)=, 258, 261. Assedia Napoli, 263. Diventa
ereditario e indipendente, 276. Forte posizione di quel Ducato, 290.
Minaccia Roma, 290; e il Papa conclude seco una pace, che poi si rompe,
291. Si allarga nell'Italia meridionale, 293. Ancora delle sue mire
d'indipendenza, 294. Ricordato, 321. Giura obbedienza al Papa, 389.
Ricordato a proposito della donazione fatta da Carlo re de' Franchi al
Papa, 392. Si allontana dal Papa per sottomettersi a Carlo, 395; poi
gli si aliena e cospira contro di lui, 397, 398. V. anche ai nomi dei
Duchi: _Ariulfo, Guinigildo, Ildebrando, Trasimondo_.

=Stefano=, duca bizantino di Roma, 340.

=Stefano II=, duca e vescovo di Napoli, 347.

=Stefano=, notaio. Oratore del papa Adriano I al re Desiderio, 384.

=Stefano II=, papa. Minacciato da Astolfo re de' Longobardi, cerca
inutilmente di far pace con lui, 363. Si rivolge invano per aiuti
all'Imperatore, 363. Si rivolge a Pipino re de' Franchi, 364.
Cerca inutilmente di persuadere Astolfo a restituire le terre tolte
all'Impero, 365. Va in Francia, e delle promesse fattegli da Pipino,
365 e segg. S'ammala, e guarisce miracolosamente, 367, 368. Consacra
ed incorona il Re, 368. Cessione fattagli da Pipino di terre tolte ad
Astolfo, 370. Di nuovo minacciato da Astolfo, di nuovo ricorre al Re
de' Franchi, 370. Donazione fattagli di altre terre, 371. Sue relazioni
con Desiderio successore di Astolfo, 372. Muore, 373.

=Stefano III=, papa. Sua elezione, 377. Quello che faccia e gli accada
nei tumulti seguiti a suo tempo in Roma tra la nobiltà civile e la
ecclesiastica, 378 e segg. pass. Sua condotta tra Franchi e Longobardi,
380 e segg. pass. Muore, 383.

=Stilicone.= Tutore d'Onorio imperatore d'Occidente, 58. Sposa una
nipote dell'imperatore Teodosio, 59. Antagonismo tra lui e Rufino
tutore d'Arcadio in Oriente, 59 e segg.; riesce a farlo uccidere,
61. Come intendesse procedere coi Goti, 63. Respinge un'incursione
d'Alarico, ma non lo insegue, ed è sospettato di tradimento, 64.
Cresce la sua potenza e autorità in Italia, 65. Dà in moglie a Onorio
una sua figliuola, 65. Respinge Radagasio, 65; e di nuovo Alarico,
66; e di nuovo Radagasio, e lo fa prigione, 67. Crescono contro di
lui le accuse di tradimento, 67, 68. Dà un'altra figliuola in moglie
ad Onorio, 68. Consiglia Onorio ad accordarsi con Alarico, 69. È un
barbaro romanizzato, donde insieme la sua forza e la sua debolezza, 69.
Suo attaccamento all'Impero, 70. Cade in mano dei suoi avversari, ed è
ucciso, 71.

=Stoicismo.= Si sforza, ma inutilmente, di combattere il Cristianesimo,
7. Ricordato a proposito del Neoplatonismo, 38.

=Subiaco=, monastero, 211.

=Sutri.= Tolta dai Bizantini al Papa, 291; dai Longobardi ai Bizantini,
e restituita al Papa, 334, 335.

=Svevi.= Invadono con altri barbari la Gallia, 67.


=Tacito.= Della sua descrizione dei popoli germanici e confronto con
quella di Giulio Cesare, 14 e segg.

=Taranto.= Si arrende ai Goti, 229.

=Tasone=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 297, 298.

=Teja=, generale goto. È in Verona, 236. Manda aiuti a Totila, 236,
237. Eletto re dopo la morte di Totila, 238. Fa trucidare trecento
giovani romani, 239. Sua disfatta e sua morte, 240. I suoi editti non
sono riconosciuti dai Bizantini, 245.

=Telemaco=, monaco orientale, 66.

=Teodato=, figlio d'una sorella di Teodorico, 173. Avverso ad
Amalasunta figlia di lui, 174. Associato da Amalasunta nel regno, in
breve la caccia e fa uccidere, 175. Perde la Sicilia, 185; e Napoli,
186. Deposto dai suoi Goti, 187.

=Teodato=, primicerio della Curia romana, 411.

=Teodemiro= degli Amali, ostrogoto, padre di Teodorico, 138.

=Teodolinda.= Del suo sposalizio con Autari re de' Longobardi, 267.
È cattolica, 286. Suo savio governo, ricordato, 287. Sposa Agilulfo,
287. Ricordata, 292, 295, 296. Governa il regno nella minorità del
figliuolo, 299. Della protezione accordata da lei e da Agilulfo a S.
Colombano, 300. Muore, 301.

=Teodora=, imperatrice e moglie di Giustiniano. Creduta istigatrice
della uccisione d'Amalasunta, 175. Sua origine, sue qualità, 177.
Coraggio da lei spiegato in una rivoluzione di Costantinopoli, 179. Fa
deporre papa Silverio ed eleggere Vigilio, 196. Perseguita Belisario,
213, 214. Sua morte, ricordata, 226.

=Teodorico degli Amali.= Educato all'armi nelle legioni Romane, 25.
Capo degli Ostrogoti, 137. Notizie di lui anteriori alla sua discesa
in Italia, 137 e segg. Sua discesa, 141. Sua guerra contro Odoacre,
142 e segg.; che è costretto ad arrendersi, 144; e delle condizioni
dell'accordo, 145. Uccide Odoacre, 145; e resta solo padrone d'Italia,
146. Condizione in cui si trova, come capo de' suoi barbari e insieme
rappresentante dell'Impero, 146 e segg. Sua autorità e suo governo, 148
e segg. Non potendo fare assegnamento sull'Impero, cerca fortificarsi,
157; e s'imparenta con altri Re barbari, 158. S'impadronisce della
Provenza, e governo che vi ordina, 159. La questione tra la Chiesa di
Roma e quella di Costantinopoli e tra il Papa e l'Imperatore torna a
suo danno; ed ei si adopera a risolverla, 160 e segg. Perseguitandosi
gli Ariani, egli perseguita i Cattolici, 165, 169. Di una pretesa
congiura contro di lui, 166 e segg.; e della sua vendetta, 168, 169.
Sua morte, e leggende intorno ad essa, 170. Presenta ai Goti per suo
successore il nipote Atalarico, 171.

=Teodorico=, re de' Visigoti. Alleato dei Romani contro gli Unni, 103,
104. Muore, 105.

=Teodorico II=, re de' Visigoti, 117. Fa eleggere Avito all'impero
d'Occidente, 117.

=Teodorico=, soprannominato Strabone, capo dei Goti stabiliti in
Oriente, 139.

=Teodoro=, patrizio. Pone a sacco e a fuoco Ravenna, 325, 326.

=Teodoro Ascida=, 230.

=Teodoro Calliopas=, esarca, 318.

=Teodosio=, imperatore. Eletto a suo compagno, per l'Oriente,
dall'imperatore Graziano, 50. Conclude una capitolazione coi Goti, 50.
Rimette sul trono d'Occidente Valentiniano II statone cacciato, e sposa
Galla sua sorella, 51. Morto Valentiniano, vince altri usurpatori del
trono e riunisce politicamente l'Impero, 52; e vi ricostituisce l'unità
religiosa, 53. Nato un tumulto contro di lui, fa uccidere rei ed
innocenti, 54. Chiamato a farne penitenza da S. Ambrogio, dapprima gli
resiste, poi si umilia, 54 e segg. Sua morte, dopo la quale rinascono
e crescono tutti i pericoli minaccianti l'Impero, 56. Lascia l'Impero
diviso tra i suoi due figliuoli, 57.

=Teodosio II=, imperatore d'Oriente, 74. Dissensi tra lui e Onorio
imperatore d'Occidente, 83, 84; dopo la cui morte assume l'autorità
d'unico imperatore, 84. Poi rimette l'Occidente nelle mani di
Valentiniano III, 86. Costretto a pagar tributi, e sempre maggiori,
agli Unni perchè non molestino l'Impero, 96 e segg. pass. Sua vita
religiosa, 97, 98. La sua moglie ricordata, 98. Sua morte, 101.

=Teofilatto=, esarca, 325.

=Termanzia=, moglie d'Onorio imperatore, 68, 71.

=Terracina.= Iscrizione ivi dedicata a Teodorico, 160.

=Teudebaldo=, re de' Franchi, 241.

=Teudiberto=, re dei Franchi. Manda, e poi viene egli stesso, in aiuto
de' Goti contro i Bizantini, 202, 203. Promette altri aiuti, 204.

=Teudiberto II=, re de' Franchi. Una sua figlia è promessa sposa a un
figliuolo di Agilulfo re de' Longobardi, 297.

=Tiberio II.= Supplisce e poi succede all'imperatore Giustino II, 263.
A lui succede Maurizio di Cappadocia, 264.

=Tivoli=, 219.

=Todi=, 291.

=Tolosa=, capitale del regno de' Visigoti, 158.

=Torino.= Presa da Carlo re de' Franchi, 387.

=Torisindo=, re de' Gepidi, 252.

=Torismondo=, figlio di un Re de' Gepidi, 252.

=Torismondo=, re de' Visigoti, 106.

=Toscana.= Ricordata a proposito della donazione fatta da Carlo re de'
Franchi al Papa, 392.

=Totila=, re de' Goti. Visita S. Benedetto, 211. Rialza le sorti dei
Goti in Italia, 216. Sua molta abilità strategica e politica, 216.
Fatti vari della sua guerra coi Bizantini, 216 e segg. Va all'impresa
di Napoli, che gli s'arrende, 217. S'apparecchia all'assedio di Roma,
217; e vi s'incammina, 218. L'assedia, 219; e se ne impadronisce, 223.
Vorrebbe trattar di pace con l'imperatore Giustiniano, che si rifiuta,
224; ond'egli s'accinge a distrugger Roma; ma poi se n'astiene, 224;
e l'abbandona, 225. Torna per ricuperarla, 225; e la ricupera, 228.
Sbarca in Sicilia, 234. Assedia Ancona, ma è costretto a levarsene,
234. Rinnova proposte di pace, 234. È presso Roma e attende rinforzi,
236. Va incontro a' nemici comandati da Narsete, 236; ed è sconfitto e
muore, 237. I suoi editti non sono riconosciuti da' Bizantini, 245.

=Toto=, duca di Nepi. Capo della nobiltà laica in Roma contro la
ecclesiastica, 376.

=Trasamondo=, re de' Vandali. Sposa una figlia di Teodorico, re degli
Ostrogoti, 158, 173. Ricordato, 181.

=Trasimondo=, duca longobardo di Spoleto. Giura fedeltà al re
Liutprando, 335; poi gli si ribella, e perde e ricupera e di nuovo
riperde lo stato, 338 e segg.

=Tre Capitoli.= Questione teologica detta de' _Tre Capitoli_, agitata
tra la Chiesa di Roma e l'imperatore Giustiniano, 229 e segg.

=Trento.= Presa da' Longobardi, 257; e uno de' loro Ducati, 261. V.
anche _Alachi_.

=Triboniano=, giureconsulto, compilatore del _Corpus Juris_, 176.

=Troyes.= Scampa a un saccheggio per opera del suo Vescovo, 104, 110.

=Tufa=, maestro dei cavalieri di Odoacre, 143.

=Turcilingi.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146.


=Ulfari=, duca longobardo di Treviso, 289.

=Ulfila=, goto, vescovo. Inizia la cultura e la conversione de' Goti al
Cristianesimo, e traduce la Bibbia, 40.

=Ungari=, poi =Ungheresi=, 305.

=Unnerico=, figlio di Genserico re de' Vandali, 116.

=Unni.= Grande famiglia di popoli a cui appartengono, 42 e segg.
Disfanno gli Alani, 44. Descrizioni lasciatene dai cronisti, e leggende
intorno ad essi, 44. Sottomettono gli Ostrogoti, 45. Assalgono e
inseguono i Visigoti, 46. Chiamati in Italia, poi fatti retrocedere
da Ezio generale romano, 85, 86. Durano a lungo le loro amichevoli
relazioni con l'Impero, 95. Poi mutano, estendendosi sempre più
il loro regno sotto Attila. V. _Attila_. Alcuni di loro mandati da
Costantinopoli a soccorrere Roma assediata da' Goti, 193. Una loro
invasione respinta da Belisario, 226.

=Unulfo=, 321.

=Uraias=, nipote di Vitige re de' Goti, ricusa di succedergli, 205.
Ucciso, 215.

=Urbino.= È in mano de' Goti, 199, 201. Presa da' Bizantini, 202. Fa
parte della loro Pentapoli annonaria, 279.


=Valdiperto=, prete longobardo, 377, 378.

=Valente=, imperatore d'Oriente. Concede il passo ai Visigoti, cacciati
dagli Unni, 46; poi li combatte ed è sconfitto, 48.

=Valentiniano I=, imperatore d'Occidente, 46, 49.

=Valentiniano II.= Gli è dato dall'Imperatore il governo dell'Italia
e dell'Africa, 49. È cacciato d'Italia, poi vi ritorna, 51. Sua morte,
52.

=Valentiniano III=, 84. Fatto imperatore d'Occidente, sotto la tutela
della madre, 86. Comincia a governare da sè, 91; sue nozze, 91. Uccide
Ezio generale dell'Impero, 111, 112. È ucciso lui, 112.

=Valeriano=, generale bizantino in Ravenna. Sue fazioni militari, 234,
238.

=Valia=, re de' Goti, 81. Suo accordo con l'imperatore Onorio, 81.
Fonda il regno Visigoto nella Gallia, 82.

=Vandali.= Invadono la Gallia, 67. Combattuti da' Goti nella Spagna,
82. Della loro invasione in Africa, 87 e segg.; e del loro governo
e dominazione in essa, 91 e segg. Alleati de' Visigoti, 102; e poi
loro nemici, 103. Fanno continue scorrerie sulle coste d'Italia, 112.
Delle loro crudeltà e della loro venuta a Roma, 113, 114; che prendono
e saccheggiano, 115. Sono sconfitti in una battaglia da Ricimero,
generale romano, 118; poi vanno a vuoto altre imprese tentate contro
di loro, 120, 121; e il loro orgoglio cresce a dismisura, 122. Sono
cacciati dall'Africa, 181; e scompaiono dalla storia, 182.

=Varo=, console romano, sconfitto da' Barbari, 10.

=Venezia.= Sua fondazione, 106. È in potere de' Goti, 226. Dal Veneto
incomincia l'invasione de' Longobardi in Italia, 256. Si agita per
una questione religiosa, 267. È un Ducato bizantino, 280; e fa parte
dell'Esarcato, ma a poco a poco diviene indipendente, 338, 341.
Riassunto della sua storia, e sua costituzione politica e civile fino a
questo tempo, 342 e segg. Ricordata, a proposito della donazione fatta
da Carlo re dei Franchi al Papa, 392.

=Verina=, moglie di Leone I imperatore, 122, 124, 130.

=Verona.= Assediata da' Bizantini, 205. Difesa da Teja, 236. Di nuovo
voluta assediare, 238. Si arrende a' Longobardi, 256. Vi muore Alboino,
258. Vi si rinchiude Adelchi figlio di Desiderio re de' Longobardi,
387. Cade in mano de' Franchi, 388, 394. Accenno a una questione tra la
città e il suo Vescovo, 406.

=Vicenza.= Si arrende a' Longobardi, 256.

=Vicovaro (Monaci di)=, 210.

=Vicus= presso i popoli germanici, 19, 20.

=Viduchindo=, capo de' Sassoni, 403.

=Vigila=, interpetre d'un'ambasceria d'Attila a Costantinopoli, 98.

=Vigilio=, papa. Sua elezione, 196. Chiamato a Costantinopoli, e di una
controversia religiosa tra lui e l'imperatore Giustiniano, 231. Suo
ritorno a Roma, e sua morte, 231. Danno recato alla Chiesa dalla sua
condotta con l'Imperatore, 233.

=Visigoti.= V. _Goti_. Si convertono in parte al Cristianesimo, e
divisione tra loro e dagli Ostrogoti, 41. Dalla Dacia settentrionale
passano il Danubio, ma son respinti, 42. Inseguiti dagli Unni, lo
ripassano, e guerra tra essi e i Romani, 46 e segg. Discordie tra
loro, 50; fanno una capitolazione coll'imperatore Teodosio, per cui
è loro concesso di stabilirsi nella Tracia, 50. Combattono in un
esercito dell'Imperatore, 52. Aumentano sempre a danno dell'Impero,
56. Si dolgono di non ricevere da esso le paghe de' soldati, 60, 62.
Con loro si uniscono altri Goti cacciati da Costantinopoli, 62. Fanno
loro re Alarico, 63; e con lui invadono la Grecia, poi l'Italia e
Roma. V. _Alarico_. Dopo la sua morte chiamano re Ataulfo, 77. Vanno
nella Gallia, 79; e vi fondano il regno Visigoto, 82. Alleati de'
Romani, combattono con essi contro gli Unni, e si trovano a fronte gli
Ostrogoti confederati di questi ultimi, 103 e segg. Si uniscono agli
Ostrogoti contro Odoacre, 144, 158. Estensione del loro regno, 158.
Sconfitti da' Franchi in una battaglia, 158.

=Vitaliano I=, papa, 319.

=Vitige=, re degli Ostrogoti, 187. Della guerra mossagli
dall'imperatore Giustiniano, 187 e segg. Dell'assedio da lui posto
a Roma, 191 e segg. Sta chiuso in Ravenna, con grosso esercito, 201.
Ordina d'assediar Milano, 202. Fa minacciare dai Persiani l'Imperatore,
203, 204. Assediato in Ravenna, 204. Tradito dalla moglie, 204. Fatto
prigione, 205; e menato a Costantinopoli, 206, 213.


=Zaccaria III=, papa. Sua elezione, 340. Sue relazioni co' Longobardi,
340, 341. Dà licenza a Pipino d'intitolarsi re de' Franchi, 361; e lo
consacra, 362. Ancora delle sue relazioni coi Longobardi, 362. Muore,
363.

=Zaccaria=, protospatario, 325.

=Zenone=, imperatore d'Oriente, 123; e solo legittimo imperatore dopo
la caduta dell'impero d'Occidente, 129. Suoi accordi e altre relazioni
con Odoacre, 130, 133, 137. Pubblica una lettera per conciliare due
opposte dottrine teologiche, 134. Spinge in Italia i Rugi contro
Odoacre, 137; e poi gli Ostrogoti, 137; e sue relazioni con Teodorico
loro capo, 139 e segg.

=Zottone=, duca longobardo di Benevento, 289.



INDICE DELLE MATERIE


  PREFAZIONE                                               Pag. VII

  LIBRO PRIMO

  DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO
  FINO AD ODOACRE

  CAPITOLO I. — La decadenza dell'Impero                          1
  CAPITOLO II. — I Barbari                                       10
  CAPITOLO III. — La riforma dell'Impero. Diocleziano
    e Costantino. L'agitazione religiosa. Ariani ed Atanasiani.
    Neoplatonismo. Giuliano l'apostata. Il vescovo Ulfila, e la
    conversione dei Goti                                         30
  CAPITOLO IV. — Gli Unni                                        42
  CAPITOLO V. — Teodosio                                         49
  CAPITOLO VI. — Arcadio ed Onorio. Rufino, Stilicone
    ed Alarico                                                   57
  CAPITOLO VII. — Dalla morte di Alarico alla
    costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia             77
  CAPITOLO VIII. — Galla Placidia. L'invasione dei
    Vandali in Africa                                            83
  CAPITOLO IX. — Attila e gli Unni. La battaglia di
    Châlons. Il generale Ezio. Papa Leone I                      95
  CAPITOLO X. — Massimo imperatore. I Vandali
    saccheggiano Roma. Ricimero, Oreste ed Augustolo            113


  LIBRO SECONDO

  GOTI E BIZANTINI

  CAPITOLO I. — Odoacre                                         128
  CAPITOLO II. — Teodorico e gli Ostrogoti in Italia            138
  CAPITOLO III. — Il regno di Teodorico                         146
  CAPITOLO IV. — Fine del regno di Teodorico. Governo
    di Amalasunta                                               164
  CAPITOLO V. — Giustiniano e Belisario. La guerra
    vandalica. Il principio della guerra gotica                 176
  CAPITOLO VI. — Roma assediata dai Goti. I
    Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna                     190
  CAPITOLO VII. — Desolazione dell'Italia. S.
    Benedetto fonda il suo Ordine                               206
  CAPITOLO VIII. — Totila re dei Goti. Belisario
    torna in Italia, ed occupa Roma. Suo ritorno a
    Costantinopoli e sua morte                                  213
  CAPITOLO IX. — La disputa dei _Tre Capitoli_.
    Ritorno di Narsete in Italia. Disfatta di Totila e di
    Teja. Fine del regno ostrogoto                              228
  CAPITOLO X. — Morte di Giustiniano e di
    Belisario. Nuove difficoltà in cui si trova l'Impero.
    Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce         241


  LIBRO TERZO

  I LONGOBARDI

  CAPITOLO I. — Guerra dei Longobardi contro i
    Gepidi. Loro venuta in Italia e loro conquiste. Morte di
    Alboino. Elezione di Clefi e sua morte. Interregno. Duchi.
    Divisione delle terre. Il Papa si rivolge la prima volta
    per aiuto ai Franchi (580)                                  251
  CAPITOLO II. — Ricostituzione della Monarchia.
    Elezione di Autari. Sue guerre coi Bizantini e coi
    Franchi. Matrimonio con Teodolinda. Condizione dei vinti    265
  CAPITOLO III. — Ordinamento del regno
    longobardo e del governo bizantino                          274
  CAPITOLO IV. — Gregorio I. Agilulfo sposa
    Teodolinda e pacifica il regno. Gregorio I fa pace coi
    Longobardi di Spoleto. Agilulfo assedia Roma. L'imperatore
    Maurizio è deposto; viene eletto Foca. Morte di Gregorio I
    e di Agilulfo. S. Colombano                                 283
  CAPITOLO V. — Rotari re. Eraclio imperatore.
    Guerra persiana. Maometto. L'_Ecthesis_. L'editto di
    Rotari                                                      301
  CAPITOLO VI. — Grimoaldo re. Lotta e poi accordo
    tra Papa e Imperatore. Costante II in Italia. Morte di
    Grimoaldo. Bertarido. Cuniberto. Conversione dei Longobardi
    al cattolicismo. Liutprando                                 316
  CAPITOLO VII. — Sollevazione di Ravenna e delle
    città dell'Esarcato contro l'Impero. Filippico imperatore.
    Ribellione in Roma                                          324
  CAPITOLO VIII. — Liutprando, Gregorio II e Leone
    III. La lotta per le immagini. Liutprando ne profitta ed
    assale il Ducato romano. Il Papa si rivolge la prima volta
    ai Franchi. Non potendo avere da essi aiuto, si riavvicina
    ai Longobardi                                               329
  CAPITOLO IX. — Venezia e Napoli                               342


  LIBRO QUARTO

  I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO

  CAPITOLO I. — I Merovingi e l'origine dei
    Carolingi                                                   348
  CAPITOLO II. — Carlo Martello e le prime origini
    del Feudalismo. Il Papa si volge per aiuto ai Franchi       354
  CAPITOLO III. — Pipino eletto re dei Franchi,
    consacrato dal Papa per mezzo di S. Bonifazio. Il Papa,
    minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere aiuto       360
  CAPITOLO IV. — Pipino e i Franchi vengono in
    Italia e vincono i Longobardi. Donazione dell'Esarcato
    e delle Pentapoli al Papa. Muore Astolfo. Desiderio re
    dei Longobardi. Disordini in Roma. Elezione di Paolo I
    e sua morte                                                 369
  CAPITOLO V. — Nuovi e gravissimi tumulti in Roma.
    Elezione di Stefano III. Matrimonio di Carlo re dei
    Franchi con Desiderata. I nemici del Papa sono oppressi.
    Stefano III muore                                           375
  CAPITOLO VI. — Elezione di Adriano I. Condanna e
    morte dell'Afiarta. Discesa di Carlo re dei Franchi in
    Italia. Disfatta dei Longobardi, assedio di Pavia. Carlo
    va a Roma, dove passa la Pasqua del 774                     384
  CAPITOLO VII. — Formazione del regno franco in
    Italia. Congiure e ribellioni contro il Papa, che chiede
    aiuto a Carlo. Questi torna in Italia, e celebra in Roma
    la Pasqua del 781                                           394
  CAPITOLO VIII. — Irene governa in Costantinopoli.
    Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni. Torna in Italia e
    sottomette il Friuli e Benevento. Combatte gli Avari.
    Dispute religiose. Morte di Adriano I e suo carattere       402
  CAPITOLO IX. — Elezione di Leone III. Ambasceria
    franca a Roma. Irene imperatrice. Gravi tumulti in Roma.
    Il Papa a Padeborn. Suo ritorno a Roma.
    Carlo viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa,
    il giorno di Natale 800                                     408

  Indice alfabetico                                             427



ERRATA-CORRIGE


  _Pag. 39, verso 7:_ 5 ottobre 561       _leggasi:_ 5 ottobre 361

  _ »  259,   »  20:_ l'uccisore del           »     Elmichi
                        marito
  _ »  304,   »  30:_ non se ne sentì          »     per lungo tempo
                                                     non se ne sentì.



NOTE:


[1] In un suo recente discorso anche il prof. Romano, dell'Università
di Pavia, insisteva su queste condizioni degli studi storici in Italia.

[2] Il secondo volume della sua Storia d'Italia, ora pubblicato, non
l'ho anche visto.

[3] De bello gallico, IV, 1; V, 22; VI, 21 e 22.

[4] Questi nomi si riscontrano in quelli dei giorni, nell'italiano,
nell'inglese e nel tedesco. Come da Marte venne Martedì, così da
_Tius_ o _Dyaus_ vennero _Tuesday_ e _Dienstag_. Come da Mercurio
venne Mercoledì, così da _Wuotan_ venne _Wednesday_. Da Giove si ebbe
Giovedì, e da _Donar_, _Donnerstag_ e _Thursday_.

[5] _Germania_, 5, 6, 15, 17, 19.

[6] _Historiae_, IV, 64.

[7] _Germania_, 16.

[8] _Germania_, 26.

[9] _Mark_, Marca, quasi da marcare, indica il territorio del
villaggio, spesso anche delle comunanze (_Markgenossenschaften_),
che facevano parte del villaggio. Qualche volta invece la Marca è il
terreno lasciato a pascolo comune.

[10] «Jura per pagos vicosque reddunt». _Germania_, 12.

[11] _De bello gallico_, VI, 23.

[12] _Germania_, 11 e seg.

[13] _Germania_, 13.

[14] _Germania_, 7.

[15] _Germania_, 14.

[16] «Arcadius Augustus.... et Honorius Augustus.... _commune_
imperium, divisis tantum sedibus, tenere coeperunt.» P. Orosio VII, 36.
Marcellino ripete presso a poco le stesse parole.

[17] «Esset, ut vulgariter loquar, Gothia quod Romania fuisset, et
fieret nunc Athaulfus quod quondam Caesar Augustus» VII, 43.

[18] Tutto ciò che s'attiene alla venuta dei Vandali, ed alla
parte avuta da Bonifazio, fu esaminato nuovamente dal Freeman nella
_Historical Review_ del luglio 1887.

[19] Salvianus, _De Gubernatione Dei_, lib. V, cap. V, 7, 8.

[20] Quiescenti munera largiturum, bellum minanti viros et arma
obiecturum, Prisci, _Fragmenta_. XV.

[21] JORDANES che ci dà il sunto delle canzoni scrive: «Non vulnere
hostium, non fraude suorum, sed gente incolumi, inter gaudia laetus,
sine sensu doloris occubuit. Quis ergo hunc dicat exitum, quem nullus
aestimat vindicandum?»

[22] Molti a torto credettero che la villa di Lucullo fosse nel piccolo
Castello dell'Uovo.

[23] «Proprio Imperatore se non indigere; unum Imperatorem sufficere,
qui utriusque Imperii fines tueretur.» MALCHUS, _Fragm._ 10.

[24] Altri lo chiamano Felice III, disputandosi se Felice II (355-65),
il rivale di papa Liberio, fosse stato o no regolarmente eletto.

[25] Dahn II, 80 seguìto da Hodgkin III, 225-6, fondandosi ambedue sul
Panegirico di Ennodio.

[26] Così dice una lettera di papa Gelasio, che si crede del 492.

[27] SYBEL, _Entstehung des deutschen Königsthums_, 2ª ediz., pag.
283-4.

[28] _Anonimo Valesiano_, XI, 53.

[29] «Gothi sibi confirmaverunt Theodoricum regem, non expectantes
jussionem novi Principis.» _An. Val._, XII, 57. Ciò conferma che finora
egli non era stato un vero re dei Goti; ma forse solo un _Princeps_
germanico, o come dice il Sybel, un _Gaukönig_.

[30] _Corpus Insc. lat._, vol. X, 1, n. 6850.

[31] CASSIODORO, VIII, 6, 9, 10, 11; XI, 1.

[32] Pavia, Milano, Bergamo, Trento, Forogiulio (Cividale) o Friuli,
Spoleto, Torino, Asti, Benevento, Ivrea, Isola di San Giuliano nel lago
d'Orta, Verona, Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Chiusi,
Lucca, Firenze, Fermo. Sono ricordati anche i Ducati di Rimini,
Brescello, Reggio, Istria ed altri; ma non si sa bene se tutti questi
furono istituiti veramente allora o più tardi.

[33] Secondo il Weise, _Italien und die Langobardenherrscher_; il Troya
invece ha la data 5 ottobre 581.

[34] Comprendendo in essa anche Osimo, Umana, Montefeltro, il
Territorio Valvense e Luccoli. V. Bury, _History of later roman
Empire_, II, 146, n. 4.

[35] Altre aggiunte fece Grimoaldo nel 668, e più ancora Liutprando,
che dal 713 al 735 pubblicò 153 leggi, sanzionate in 15 assemblee,
riunite dall'Austria, dalla Neustria (cioè le province orientali
ed occidentali del regno) e dalla Tuscia. Poche altre disposizioni
promulgarono Rachi ed Astolfo, che fu l'ultimo dei re longobardi
legislatori (V. l'ediz. del Bluhme nei _Mon. Germ._).

[36] Nessuna donna che vive secondo la legge longobarda può essere
_selbmundia_. Dunque vi sono donne che non vivono secondo la legge
longobarda.

[37] _Liber Pontificalis_, I, 383, edizione Duchesne.

[38] AGNELLO RAVENNATE, in _Mon. Germaniae Historica_, I, 369-70.

[39] Non poteva essere, come pur si disse, duca di Napoli, perchè
questo ufficio, osserva lo Schipa, era allora tenuto da Teodoro, eletto
nel 719.

[40] Il nome di Calabria, dato originariamente alle Puglie ed a
Terra d'Otranto, fu esteso nel secolo VII al Bruzio, che fece parte
anch'esso del ducato di Calabria, così chiamato da quella regione che
ne fu allora la parte maggiore. Quando però la conquista longobarda si
estese a poco a poco a tutta quella che era allora chiamata Calabria,
il Ducato si trovò ristretto al solo Bruzio, cui nel 757 restò il nome
di Calabria, che ritenne poi sempre. Era antica usanza dei Bizantini
il continuare a conservar nella forma e nelle parole ciò che nella
sostanza e di fatto avevano perduto. V. SCHIPA in _Arch. Stor. per le
Province napoletane_, anno XX, fasc. 1. Napoli, 1895.

[41] È strano che ciò avvenisse senza che si veda una seria resistenza
da parte del Papa. Hodgkin, VI, 465, Bury, II, 466.

[42] _Liber Pontificalis_, I, 442.

[43] _Liber Pontificalis_, I, 446 e seg.



   [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — SAECULIS P. CHR. SECUNDO ET
   TERTIO.]

   [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et
   Hadriani tempore.]

   [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano a. p.
   Chr. 297 in Praefecturas, Dioeceses, Provincias divisum.]

   [Illustrazione: EUROPA al tempo d'Odoacre (476-493) — di T.
   Menke. — EUROPA DI SUDOVEST verso il 525 d. Cr.]

   [Illustrazione: ITALIA al tempo del Regno dei Longobardi —
   di T. Menke — ITALIA dai tempi di Carlomagno sino alla fine
   del IX secolo — TUSCIA ROMANA E CAMPANIA — BRUTTIA, CALABRIA
   l'anno 678 — DUCATO DI TRENTO — ROMA — PROVINCE D'ITALIA
   secondo Paolo Diacono — PRINCIPII DELLO STATO DELLA CHIESA]



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 481 ("Errata-corrige") sono state riportate nel testo.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le invasioni barbariche in Italia" ***

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